Euro 1,00

Verso libero di Lucio Spampinato
Nei venerdì delle Nugae il problema del verso libero si è posto con semplicità, come contrasto stilistico fra Dante e i poeti moderni. E’ certo che l’esigenza del verso libero pervase la nostra letteratura sin dalle origini. Tuttavia, solo fra ‘800 e ‘900, grazie all’opera dei crepuscolari prima, dei futuristi e degli ermetici poi, la metrica tradizionale fu completamente innovata e lasciò il campo alla libertà dei moti interiori, alla musicalità senza ceppi, alle illuminazioni espressive. Quando, dunque, il ritrovamento di una parola “scavata” produsse abissi nella vita di un poeta , allora si comprese come fosse indipendente da forme metriche predefinite l’esito estetico della poesia. Eppure un disagio, uno stupore, un travaglio si consumarono quando la metrica, rigorosa oppure ormai eterodossa, lasciò il campo al verso libero che imprigionò la Poesia in una vastità sconfinata di forme. In questa libertà nuova e irreversibile si trattò di reinventare, anzi, di creare dal nulla un linguaggio nuovo. La parola si fece evocazione e dovette adottare una nuova ritmica, superate ormai le sicure regole dai timbri codificati e immutabili. Inoltre, con il verso libero, a fianco alla voluta assenza di ritmo, si avvertì pure la paradossale necessità di una nuova metrica. Questa si fondò sui reperti della tradizione: endecasillabi eccedenti o orfani di sillabe, a volte in perfetto stato di conservazione ed anche splendidi, furono per la nuova poesia come i capitelli classici dei due ordini maggiori (materiali di risulta) destinati alla fondazione del patrimonio immobiliare dell’età barbarica. Il nuovo ritmo si animò di simboli, di onomatopea, di rime interne, di assonanze, di enjambements; scavò il suo greto con sostantivi assoluti, con infiniti e con futuri; trovò un suo sbocco in rinnovate figure retoriche, in sinestesie e in analogie fino a perdersi nelle nebbie feconde della polisemia e dell’ermetismo. Ispirato a D’Annunzio da Walt Whitman, il verso libero fu subito usato in funzione antieloquente ( e da noi antidannunziana), come rifiuto di ogni struttura definitiva e accoglimento dell’espressione ingenua, dell’intuizione interiore. La nuova forma era nata.

Anno 1 Numero 0 Maggio - Giugno 2004

Prosa Poesia Saggistica

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“Nugae—Scritti Autografi” Norme per la collaborazione : la collaborazione è aperta a tutti ed è completamente gratuita. Gli elaborati vanno inviati tramite
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Rivista letteraria bimestrale autogestita a cura dell’Associazione Culturale

Il principe Siddharta dell’occidente

Saggistica

di Massimo Longo

Sommario
L’ultimo monologo Lilli e Clarisse Il rito Quale centro, quale mondo? Le roselline di Persano La strada breve per Sant’Elia Metamorfosi Allora mambo Le cose ordinate Metaponto e altre poesie Pioggia sottile e altre poesie Settembre 2001 e altre poesie Poesie Poesia delle costellazioni Osservazioni sul naturalismo Appunti sul “Discorso sulla poesia” di Salvatore Quasimodo Appunti su “Miserere” di Rino Malinconico Il principe Siddharta dell’occidente Verso libero

Pag

Se la letteratura puó essere considerata uno strumento, allora è strumento per la ricerca. “Quel cercare che è già di per se trovare” per citare sant’Agostino. Spesso peró la ricerca puó risultare vana, anzi, quasi sempre è cosí. Siddharta è un uomo che cerca, ma è soprattutto un uomo che trova. Continuamente. E lo fa servendosi di tutti i mezzi, della pratica spirituale dell’ordine mistico e ascetico, della vita dissoluta del mercante avido, dell’amplesso con una cortigiana. Nel breve romanzo dello scrittore tedesco si compie, per opera della volontà delle antiche dottrine di origine induista (che ebbero grande influenza sulla letteratura di Hermann Hesse), la trascendenza degli opposti, ovvero il superamento dei concetti del bene e del male. Pur essendo antichissima la storia del principe Siddharta (circa 500 anni prima di Cristo), il romanzo di Hesse (pubblicato nel 1922) si meritó nell’ambito della letteratura europea del novecento un posto annoverato fra il “moderno”. Innanzitutto perché l’eroe rappresenta un modello di ordine spirituale che è difficile immaginare in occidente anche dopo Siddharta. E non di meno perché mai nessuno in letteratura riuscì ad avvicinarsi alle culture orientali (qualcuno direbbe cosí lontane da noi) con tale coerenza e rigore. Un rigore che si compie in una forma, quella lirica del romanzo, e che non tenta di persuadere con fare speculativo. E moderno il romanzo lo è stato lungo tutto il corso della sua storia, che trovó ulteriore fortuna negli anni sessanta e settanta prima in America e poi in Europa, in larga misura fra i giovani, che vi trovarono una sorta di manifesto nella loro lotta all’imperante sistema capitalistico, e alla loro

speranza (rivelatasi poi assolutamente fallace) di un mondo piú libero, con uomini piú liberi e piú consapevoli. La consapevolezza che determina una vita vissuta in tutta la sua pienezza, in opposizione alla serialitá produttiva ed efficiente, imperativo categorico dei paesi industrializzati avanzati. Nonostante tutta la potenza che un romanzo puó avere, e che puó esercitare sui lettori, non potrá mai ribaltare un sistema, ma nonostante questo, Siddharta ha dato e continua a dare un ampio respiro. Ma non era questo l’intento di Hesse, e tantomeno delle dottrine che determinano la storia e la vita di Siddharta. Questa breve riflessione intende soprattutto smentire una serie di luoghi che secondo noi sembrano diventare immediatamente comuni. In prima analisi la presunta “chiusura” del romanzo e dell’argomento trattato, la sua condizione marginale nei confronti della cultura globale, vanno ribaltate. Perché l’educazione all’”uomo nuovo” necessita di una rivalutazione su larga scala di valori puramente spirituali. Non piú ordini e precetti a carattere morale o teologizzanti, e tantomeno divulgazioni raziocinanti a carattere sociale. Inoltre questa breve riflessione desidera che non si confondano piú le dottrine esoteriche con un certo individualismo di ordine borghese, primo passo verso una rivalutazione di valori atavici che sembrano oggi quasi irrimediabilmente perduti.

“Nugae”
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di Massimo Longo di Lucia Ielpo di Adriana Mazzella di Lucio Spampinato di Michele Nigro di Aengus di Lucia Ielpo di Michele Nigro di Fabio De Santis di Vito Cerullo di Lucia Ielpo di Lucio Spampinato Autori Vari di Vito Cerullo di Lucio Spampinato di Fabio De Santis di Fabio De Santis di Massimo Longo di Lucio Spampinato

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Via XX Settembre, 23 Battipaglia E-mail : scrittiautografi@tiscali.it Direttore responsabile: Alfonso Amato Direttore editoriale: Massimo Longo Cell.328-7327630 Direttore redazionale: Michele Nigro Cell.333-5297260 Stampa: Centro copie “Duc@s” via E. De Nicola, 24 Battipaglia Autorizz. Trib. di Salerno: in attesa di registrazione. Editore: “Edizioni Nugae” Via XX Settembre, 23 84091 Battipaglia (Sa) Cell. 347-3098430 Impaginazione e grafica: Massimo Longo, Michele Nigro. Chiuso in Redazione: 17 Maggio 2004 Per liberi contributi, lasciti, donazioni rivolgersi al nostro Tesoriere Sig. Colitti Salvatore (Cell. 338-2025760) o direttamente in Redazione. Grazie. All’interno: disegni di Mauritius Cornelius Escher (1898-1972). A pag.9 “Il rito”,disegno di Aneta Peciak Ultima pagina: collage dal titolo “Gli eroi delle nugelle” di Michele Nigro

In copertina: disegno del M.tro Rolando Quaranta Titolo: “La musa” La musa è in eterna attesa di quegli elementi ispiratori variamente rappresentati dall’uccello che sussurra nell’orecchio, dal sole, la luna, le montagne, il mare… La Natura. Ma ancor di più dalle umane passioni...Come l’Amore... La tenera indecisione di chi, con la penna in bocca, attende l’idea giusta.

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Appunti su “Miserere” di Rino Malinconico

di Fabio De Santis

L’editoriale

Recensioni

di Fabio De Santis
Una sciocchezzuola, detta in una serata battipagliese, forse per sogno, forse per noia. Un esperimento da cui sono nati quattro numeri di scritti. Ora, in questo fascicolo vengono riproposti, chissà se per giocare meno o per giocare meglio. Già, perché scritti? perché scrivere? Giocare è un termine generico. La domanda è probabilmente inutile. Il titolo è Nugae perché è un modo civettuolo di dire che si scrive con poco, e scritti autografi per dire che alcuni si divertono a riempire d’inchiostro delle pagine bianche. Dà il senso dello scrivere. Certamente l’inchiostro non verrà buttato qua e là per caso – siamo nell’ambito letterario e bisognerà fare i conti con la storia, che ci precede e fortunatamente ci supera. Allora la tentazione è rappresentata dall’aulico dannunziano, dalla tensione ideologica fortiniana o pasoliniana, dal linguaggio destabilizzante di Sanguineti e compagni –o meglio gruppo-. Per me, in questo caso, la tentazione è sinonimo di pesantezza. La pesantezza è il confronto, opprimente, toglie libertà, canonizza modi di pensare, perciò produce stereotipi terminologici. E i termini “imperdibili” consegnati alla letteratura sono serietà, responsabilità, superiorità dello spirito o della razionalità. Ma l’artigianato della parola non si impegna, in primo luogo, a reinventare forme e superare cliché? Credo proprio di sì. di zecca è possibile che un gruppo di persone, abitanti di una cittadina ricca solo commercialmente, possa con convinzione pensare di fondare e organizzare una rivista di scrittura per portarla avanti nel tempo? Quantunque muoia d’ingegno la parola/intorno al verso la mummia danzi,/il pungitopo della libertà/ sarà la perla apparsa tra gli avanzi. Se il titolo è già un indicatore sufficiente dell’identità della rivista vi è un altro indizio fondamentale: nessuno degli scrittori di questi fogli si occupa, professionalmente, di letteratura nella vita. Mi sembra, non so perché, un particolare importante del nostro tempo. Certamente è anche un alibi, un cellofan con cui avvolgere il fascicolo. Un ultimo privilegio mi concedo: un’incitante terzina di un sonetto di Petrarca dedicato ad un amico: “Pochi compagni avrai per l’altra via:/ tanto ti prego più, gentile spirto,/non lassar la magnanima tua impresa”.

È difficile dire qualcosa su “Miserere” (Ed. Melagrana Onlus pp.436 Euro 14,00), lo è soprattutto perché si dovrebbe dire molto. Il modo più semplice ed efficace sarebbe l’affermare che il romanzo è bello e va letto. È difficile perché esso non è un romanzo di Rino Malinconico, ma è “il romanzo” di Rino Malinconico, e non semplicemente perché è il primo dello scrittore, ma perché in questo testo c’è “tutto”, o almeno l’intenzione di metterci tutto. Quest’aspirazione rende il libro spesso, non pesante, anzi si lascia leggere agevolmente; pregnante, così invischiato nell’ansia di cercare un senso assoluto della vita, che sia spiegazione alla violenza e alla morte, da potersi considerare anacronistico, sicuramente non omologato ad un modo di scrivere diffuso al giorno d’oggi. Il linguaggio adoperato accentua la caratteristica. È un linguaggio anche desueto, che si compiace di arcaismi ed in certi tratti tende ad immedesimarsi nella parlata del tempo. Già, perché trattasi di un romanzo storico, dove all’interno di un contesto fatto di eventi storicamente accreditati (guerra dei cento anni, peste) si evolve un intreccio plasmato dalla libertà dell’autore, da egli stesso rivendicata nel poscritto. E se pure ammetto di non prediligere questo modo di scrivere, devo altrettanto ammettere di aver avuto (e di avere) la sensazione che esso sia il linguaggio più appropriato per scrivere questa storia. Un linguaggio che molto spesso ha saputo trasmettere la passione dei protagonisti, specie nel tormentato rapporto tra Angelica ed Essner. Sì, perché è anche un romanzo d’amore e racconta di un amore che si eleva, romanticamente, dal vissuto quotidiano e tuttavia ne resta assolutamente coinvolto. L’amore tra i due è “contaminato” dalla guerra, da meccanismi politici, da differenze sociali, da incomprensioni ideologiche e filosofiche. “Miserere” è anche un romanzo filosofico e certe peculiarità del tempo diventano veicolo per bypassare una precisa idealità, tutta incastonata nel XX° secolo, che l’autore non cela, anzi rende palese investendo i begardi del compito di manifestarla. In realtà il vero veicolo di Malinconico è Essner, il quale “aveva in fastidio le passioni religiose, ma s’accompagnava ad una setta e comandava una guerra di religione”, questo perché era l’unico modo credibile, per il cavaliere, di partecipare alla storia, e l’unico modo, per l’autore, di trapiantare una propria visione del mondo in un secolo altro da quello di appartenenza. In “Miserere” Rino Malinconico sostiene anche un’idea chiara del bene e del male e lo fa “creando” dei personaggi di parte, che

tuttavia, per osmosi, si compenetrano, pur rimanendo fondamentalmente fedeli ad un senso di appartenenza. Kathreen, insieme ad Angelica, mi sembrano siano le figure più interessanti del romanzo, le più dinamiche. Pare che proprio sulle due fanciulle il tempo lavori con più insistenza modificandone le personalità. Entrambe sprovvedute, le loro vite sono complementari e simultanee allo stesso tempo. Partono da due condizioni sociali opposte, rimanendovi sino alla fine; questo per sottolineare l’intransitabilità da una condizione sociale all’altra. La vita di Kathreen sarà sostanziata da una violenza esplicita, “grossolana”, e la porterà all’indurimento del carattere, cioè ad essere adeguata alla vita che le è capitata. Per Angelica la violenza sarà sottile, psicologica, per un grande dissidio interiore. Nel romanzo Angelica ha il compito di essere il simbolo del tormento interiore dell’uomo, provocato anche dal dogmatismo della cultura dominante del tempo; Kathreen è l’uomo tormentato dal potere che schiaccia i più deboli. A fronte di una chiara distinzione tra bene e male, dove nella prima schiera è Essner la figura più nitida –pure troppo per essere vera- l’autore diluisce i contorni tra vinti e vincitori: senza distinzione la vita stana tutti gli uomini, con la morte, la malattia, la sofferenza, per una sintesi che non può che essere “Miserere”.

La scrittura è azzardo, novità, è assenza di punti di riferimento assoluti, è anche incoscienza. Per me questo è vero a qualsiasi livello. Riuscirci è raro. Finalmente liberi e col privilegio (momentaneo) del numero 0 si scrive, con la leggera consapevolezza di non essere nel 1963, o negli anni ’70, o addirittura nei ’20 o nei ’30. La scommessa è: in un 2004 nuovo

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L’ultimo monologo
Prosa
di Massimo Longo

Appunti sul “Discorso sulla poesia” di Salvatore Quasimodo
di Fabio De Santis

Saggistica
gli occhi dalla luce improvvisa. Sul collo e sul mento si disegnò la sagoma della sua mano, che non impediva invece di illuminare due grandi occhi scuri. “Tu mi hai rovinato, lo capisci questo? Io sono diventato così per colpa tua. Dovresti chiedermi perdono, dovresti inginocchiarti ai miei piedi e chiedere perdono.” Gli occhi gli si riempirono di lacrime, poggiò la pistola sul pavimento, si asciugò la fronte. “Puah!” fece l’uomo. “Sei veramente patetico. Eppure io avevo un’immagine di te decisamente migliore. Non avrei mai pensato che saresti diventato così. Un grasso piagnucolone. Guardati… e poi… se non fosse per me, adesso saresti ancora in quell’aula del tribunale a varare sentenze infondate. E quella donna, è solo grazie a me che te ne sei liberato.” “Sei un bastardo, solo un bastardo” pronunciò tra i denti Pietro, poi si alzò, per percorrere la camera a circolo, per tre volte, quattro volte, infine si appollaiò sul pavimento, portò le ginocchia al petto e si strinse in un abbraccio. “Io amavo quella donna” disse, “l’amavo… lo capisci?” “E allora perché l’ hai abbandonata? Non sei stato forse tu a lasciare quella stanza sbattendo la porta? Non sei stato forse tu a lasciarla là in lacrime? “Si certo, applicavi la legge, la legge degli uomini.” “Ah! Si? Forse che tu ne conosci qualche altra? Allora dimmela…avanti dimmela.” O forse vorresti attribuire la colpa a me? Si…lo so, non esiteresti a farlo. E io ti dirò di più, io sono tutto quello che volevi essere tu, solo che hai fatto fatica ad accorgertene. Non sapere di esserlo non vuol dire non esserlo. È per questo che hai continuato a recitare con quella donna per tutti questi anni. Ti ripetevi di essere felice, non sapevi più chi eri, eri diventato praticamente lei. Dovresti ringraziarmi, questa è la mia conclusione.” “Ringraziarti…si certo, questa è la tua conclusione. E non parlarmi come se io fossi stato un giudice corrotto, io ho sempre e solo applicato la legge, nient’altro. Quando si entra in un aula del tribunale bisogna dimenticarsi. Io facevo solo da tramite fra la legge e l’imputato, non facevo altro che applicarla.” “No, io non ne conosco, ed è per questo che non varo sentenze, non me la sento…io. Ma voglio dirti una cosa. Non

Nonostante il calcio quadrettato la pistola continuava a scivolare tra le mani di Pietro. Ora sedeva sul bordo della poltrona, il busto eretto in una posizione precaria, la impugnava con due mani, a indovinarne la fronte. “Sto per ammazzarti” disse, “Sto per ammazzarti” e digrignava i denti, stringeva con più forza l’arma, con più forza, poi balzò in piedi e si avvicinò all’altro, puntandogliela giusto sul naso, la sua mano era tremante, tanto che la spada luminosa che ne rifletteva tracciava una sinuosa serpentina sul volto di quell’uomo. “Vuoi rispondermi? Vuoi parlarmi, per Dio?” disse Pietro. L’uomo accavallò una gamba sull’altra, con un coltellino si puliva le unghie, ne toglieva il nero di sotto. “Mi trascuro” disse sospirando, poi allungò il braccio come per indicare “guarda un po’ qua, guarda che sporco, e qui…qui” disse. “Maledetto, maledetto” gridò Pietro, e una piccola perla di saliva gli partì dalla bocca per finire spiaccicata contro il vetro della finestra. “Adesso conto fino a tre. Poi sparo” pronunciò tra i denti, gli occhi sembrava volessero saltargli di fuori, una goccia di sudore gli scivolò lungo la fronte, seguì la curva del naso, del mento, infine cadde, diventando una moltitudine di minuscole particelle che si disseminarono lungo il pavimento. “Se continui a tremare così va a finire che mi mancherai. Ecco…dovresti impugnarla così, con una sola mano, in questo modo accavalli le dita.” “Cristo Santo” riprese Pietro, “ma chi cazzo credi di essere?” “Io? Nessuno, come te, del resto. Intanto io non me ne sto lì a tremolare con una pistola in mano. A proposito, ma dove l’ hai presa?” Pietro si allontanò, la pistola ora puntava a terra, ondeggiava seguendo il movimento del braccio. Fece tre passi, dirigendosi verso la parete opposta della stanza. Un’esile luce illuminava il soffitto, tanto che la camera era seminascosta nel buio. Pietro ruotò la lampada fino a illuminare il volto dell’uomo; dal buio comparvero due poltrone, disposte una di fronte all’altra, e un tavolino basso, in legno, che reggeva una bottiglia di whisky e un bicchiere sporco. L’uomo corrugò la fronte, sollevò una mano per ripararsi

La guerra muta la vita morale di un popolo, dissolve le certezze dell’uomo, le quali, benché precarie per vocazione, vengono depauperate del privilegio della gradualità del dubbio, dove s’insinua il pensiero come esercizio di libertà (quando è possibile) per rendere ogni uomo filosofo. La guerra sgretola rapidamente un sistema di riferimento di un intero popolo; questo stato, sicuramente drammatico, si sovrappone alla tragedia dell’evento bellico come dispensatore di morte. L’uomo, abbrutito dalla guerra, ne esce mutato, povero moralmente e materialmente, ma arricchito sul piano emotivo. È tale ricchezza a promuovere l’alchimia della ricostruzione di un popolo in ogni sua forma. Anche i poeti partecipano attivamente ai mutamenti che la storia impone e, quando questi sono traumatici, radicali sono anche le posizioni che assume la poesia. “Un poeta è tale quando non rinuncia alla sua presenza in una data terra, in un tempo esatto, definito politicamente. E poesia è libertà e verità di quel tempo e non modulazioni astratte del sentimento”, scrisse Quasimodo nel “Discorso sulla poesia” pubblicato nel 1956. Egli ebbe una posizione dura, al termine della guerra, sostenendo che il silenzio insinuatosi nella scuola ermetica nel 1945 era presagio ad un’esigenza di maturità della lingua, per una poesia che si assumesse il compito di “rifare l’uomo”. “La posizione del poeta non può essere passiva nella società: egli ‘modifica’ il mondo…Le sue immagini forti, quelle create, battono sul cuore dell’uomo più della filosofia e della storia. La poesia si trasforma in etica, proprio per la sua resa di bellezza: la sua responsabilità è in diretto rapporto con la sua perfezione.” Quindi la poesia non è chiamata a svolgere un compito di persuasione o di propaganda, né è costretta ad “inventare” una morale, ma la sua ragione d’essere è la bellezza, la suggestione di immagini evocate da parole lavorate con maestria. L’affermazione di Quasimodo non lo confonde con l’estetismo: egli crede nel contenuto della poesia, ritiene anzi necessaria una poesia sociale, una poesia che aspiri al dialogo con gli uomini. Poesia sociale è stata la Divina Commedia, il Canzoniere di Petrarca, i Canti di Leopardi. “Il dialogo dei poeti con gli uomini è necessario, più delle scienze e degli accordi tra le nazioni, che possono essere traditi”, allora il dopoguerra è l’occasione per riprendere il dialogo interrotto, in Italia, da dopo Leopardi in poi. Quasimodo relega più di un secolo di poesia italiana nella periferia europea, costretta in un provincialismo aggravato da una critica schematica e incapace di distinguere tra letteratura e poesia. In questo angolino troviamo così consegnati nomi come Carducci, Pascoli, D’Annunzio, la stessa scuola ermetica. L’occasione è data dalla guerra, si è detto: essa muta radicalmente l’impianto dell’esistenza, la poesia e le arti sono investite da questa condizione. Il dannunzianesimo finisce con la prima guerra mondiale e l’ermetismo s’impone come reazione ad esso. Ora “la guerra ha sorpreso un linguaggio poetico (ermetico) che maturava una partecipazione con gli oggetti della terra per raggiungere l’universale. Le allegorie si erano

dissolte nella solitudine della dittatura”. Il poeta, estraniato, rinunciava proprio “alla sua presenza in una data terra, in un tempo esatto, definito politicamente” trovando un espediente per subire la dittatura fascista, sublimando la “partecipazione con gli oggetti della terra” affermando la propria asocialità.La guerra ha “stanato” i poeti ed ha creato un vuoto rappresentato dal loro silenzio. In parte esso viene riempito dalle “sforzature dei minori” che rimpastano modelli ermetici anche accreditati dalla critica, in parte il vuoto ha aperto strade per sviluppare nuovi linguaggi. “La ricerca di un nuovo linguaggio coincide, questa volta, con una ricerca impetuosa dell’uomo…frodato dalla guerra.” La ricerca degli “irregolari” (i poeti) sfugge alla forbice delle due critiche dominanti, quella formalista, che accusa la nuova poesia di aver adottato uno “stile da traduzione”, e la “giovane” critica d’ispirazione marxista, antitetica all’altra, che vuole una poesia sociologica. “…Le due critiche…vorrebbero creare i poeti secondo i limiti delle loro idee sull’arte, credendo di poter ridurre la poesia a scienza, mentre sanno che sarà il poeta, poi, a costringere la loro scienza a piegarsi alla sua natura di ‘irregolare’ .” Il poeta ha così il compito di rompere con la tradizione cristallizzata dalla critica formalista, muovendosi tra il disprezzo di questa, ma sapendo che “il segreto d’un linguaggio poetico si rivela tardi alla critica, quando, cioè, il modello si dirama nella imitazione, e la memoria migliore di esso si frantuma nella scuola: allora i poeti minori propongono, in funzione di bellezza, equilibrate tecniche letterarie, sovrapposte alle ripetizioni di immagini ‘comuni’, non più originali.” Il poeta esiste così nella solitudine della sua esperienza di “irregolare” per “fare” poesia, per poi esistere nell’universo della letteratura, dove si vive del “già fatto” per diventare visibile anche all’occhio della critica, puntato solo sulla letteratura, ma incapace di distinguerla dalla poesia. Durante l’esperienza di “irregolare” può modificare “la consuetudine metrica e tecnica…con la sua libertà e verità”, non per questo diluire la sua voce, riconoscibile anche nell’endecasillabo spezzato o nei versi slegati. Il poeta ha anche il compito di non rimanere intrappolato nella richiesta d’impegno sociologico che può essere attrattiva per una poesia che vuole essere sociale. Egli “gioca” con le parole per creare delle “pure forme d’arte”, ma anche contenuti. La forma e i contenuti si sostengono vicendevolmente, non si frappongono, addirittura non sono “due cose”, ma ingredienti per uno strumento assolutamente essenziale al poeta. Con esso egli “non dice ma riassume la propria anima e la propria conoscenza, e fa ‘esistere’ questi suoi segreti.”

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Osservazioni sul naturalismo di “Una vita violenta” di Pier Paolo Pasolini

Saggistica

di Lucio Spampinato
Pasolini) contaminazione fra dialetto e lingua, in precario equilibrio fra espressioni idiomatiche dialettali e gergali e struttura sintattica in lingua. Ma al di là del lavoro e della ricerca filologica che stanno alla base del linguaggio utilizzato, la scelta del dialetto deve consentire allo scrittore la discesa che si conclude nell’infero vitale e torbibo, fatto di innocenza e corruzione, della materia rappresentata, soddisfacendo il bisogno di regressione nel dominio estremo della pura fisicità. E la sua è una discesa per restare.Ma, di fatto, in termini di modi letterari, è lo stesso Pasolini che sostiene essere l’oggettività di Joyce ben distante dall’oggettività ottocentesca positivistica e scientifica dove gli autori si sentivano “autorizzati cronisti di fatti indiscutibili”. Con la crisi della borghesia e della sua ideologia letteraria - passando per Proust - si realizza in Joyce una oggettività fondata sulla mimesi psicologica e sociale dell’autore che descrive la corrente di pensieri di un altro essere umano, di un altro “io”. Infine, anche il populismo ottocentesco, altra forza determinante alla resultante naturalistica, si è nel frattempo modificato. Per Pasolini, il sottoproletariato non è esattamente una componente sociale da riscattare contrapponendola alla borghesia ed elevandola a danno di questa, bensì un’entità sociale completamente “altra” rispetto ad essa, dotata di un corredo di valori originali, arcaici, ancora immuni dagli pseudovalori conseguenti agli schemi della vita borghese, in definitiva una negazione totale dei valori di quella.

Pier Paolo Pasolini fornisce direttamente nei Dialoghi con Pasolini su “Vie Nuove” 1960 gli indizi utili ad interpretare le tematiche e le tecniche narrative che animano i romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta. Egli dice di essersi allineato a Verga, a Joyce e a Gadda e, si può aggiungere, per ragioni diverse: Giovanni Verga per il verismo, Joyce per il linguaggio interiore, Gadda per il plurilinguismo e il dialetto .Nel saggio La barriera del naturalismo Renato Barilli pose a confronto Una vita violenta con Germinal di Emile Zola con l’intento di dimostrare la spiccata rispondenza del romanzo pasoliniano ai parametri narrativi naturalistici, restaurati o piuttosto inevitabilmente ritrovati. Così, la materia narrativa usata con funzione gnoseologica, il degrado dei “ vinti ” assunto come oggetto di speculazione, il bisogno di giustificazione morale e ideologica , il populismo sarebbero elementi inequivocabili per ricondurre Una vita violenta nell’alveo del romanzo naturalista. Come nell’epopea dei minatori francesi, gli abitanti della baraccopoli suburbana di Pietralata vivono sprofondati nella “fanga“, ammassati in ambienti unici dove si espletano tutte le attività quotidiane, comprese quelle fisiologiche, perennemente alla ricerca di cibo. Ma vi sono, nelle argomentazioni di Barilli, espressioni come “un atteggiamento da registratore che lascia la parola ai fatti” , “una rigorosa misura obiettiva” e “un riporto diretto, <<fotografico>>, documentario” che Pasolini avrebbe a mio avviso rifiutato, a meno che non si riesca a trovare una sintesi fra il significato di queste connotazioni della narrativa pasoliniana e l’espressione “superficiale documentarismo” rigettato in tronco dallo scrittore nei Dialoghi con Pasolini, e rispedito ai “molti idioti ” che ne furono i mittenti. Pertanto, malgrado la persistenza innegabile di profili naturalistici nella sua opera, lo scrittore sembra volerci dire che in essa vi è qualcosa di più. Dal punto di vista del linguaggio, poi, lo stesso Pasolini ci dice che per i dialoghi in dialetto ha dovuto, con grande difficoltà “rifare, mimare il linguaggio interiore” con richiamo diretto al flusso di coscienza joyciano, che va ben oltre l’istanza naturalista di far luce sul degrado sociale e supera di gran misura quelle tecniche narrative, ormai relegate al XIX secolo. Nel romanzo in esame, il pensiero incessante dei personaggi, soprattutto di Tommasino, compreso il suo romanesco, diventa l’obiettivo attraverso cui si vede il mondo. E si può aggiungere che nel discorso indiretto Pasolini elaborò una seppur difficile (come egli stesso ammette nei Dialoghi con

sempre la legge è applicabile, a volte non si può disgiungere il giudice dall’uomo, a volte bisogna valutare gli eventi personalmente. Non avrai certo dimenticato quel ragazzo che fu processato per rapina! Ricordi? Bene… le prove non erano schiaccianti, ma tu in quel periodo eri stanco, avevi smesso di amare Marcella, non riuscivi nemmeno più a sopportare di augurarle la buona notte, dormivi poco e male. Quel ragazzo fu accusato senza che tu e gli altri andaste fino in fondo, probabilmente ci furono dei complici, anche tu lo sospettavi, ma te ne lavasti le mani. Qualche giorno dopo il volto di quel ragazzo ti si ripresentò. Era lo stesso che abitava sotto casa tua, diversi anni prima, con suo padre in un garage. Quante volte l’avevi visto mentre attraversavi la strada.” Ora Pietro si colpiva nervosamente con il pugno sul mento, annuiva, sembrava stesse per esplodere dalla rabbia. “Quando guardo te mi viene in mente la morte” disse, e la sua voce era diventata improvvisamente fredda, parlava in tono sommesso, non piangeva più. “Quando ti guardo vedo solo distruzione, vedo solo infelicità, tu sei caduco, sei cinico. Tu non hai un cuore, tu non provi nessun sentimento, ti illudi di nasconderti dietro questa stupida logica, tutte quelle mostruosità che tu chiami verità. Sei un cane. Questo sfregio…questo, l’ hai dimenticato? Non fu per colpa tua? Lo sfregiato… un momento d’ira basta per meritarti un appellativo che non ti lascerà più. Un giudice sfregiato, mezzo alcolizzato, sull’orlo della follia.” Questa volta lo guardò dritto negli occhi, e la sua mascella si protese in avanti, sembrava potesse crescere all’improvviso, spaventare l’uomo. Gli si avvicinò, si inginocchiò. “ Perché?” disse, “mi spieghi perché tutto questo?” L’uomo balzò in piedi, con una spinta scostò Pietro, che si rovesciò, ora era supino, la schiena riscaldava il manto freddo delle ceramiche. “Sei un falso” disse, “stai cercando di accusarmi solo per trovare una stupida consolazione alla tua miserevole esistenza. Sei un bugiardo, e non cercare di impietosirmi perché non ci riuscirai. Come se tu avessi capito il bene e il male… cos’è morale e cosa non lo è. Ma che cosa credi che non ti vedo? E poi neanche tu credi alle sciocchezze che dici, lo so. Non dimenticare… io ho soltanto assecondato te stesso. Ma lo sai o no che ognuno è responsabile di quello che è? Tu sei l’unico responsabile di quello che sei. È troppo facile così. Ci si crea un Dio, uno qualunque, e si conferisce tutto a lui. Cosicché tutto ciò che non prevedono le sue leggi è immorale, è il male. E chi lo fa va punito, come se il male potesse compensare il male stesso. La verità è che non vi sono vittime, né carnefici” e gli puntò l’indice sulla fronte, lo guardava con occhi alteri, che incutevano terrore. Pietro rivolgeva lo sguardo in basso, sedeva su di

un fianco, la mano a reggere l’intero peso del corpo. “Cosa intendi fare con quell’arma? Punirmi? Ebbene… fallo. Te lo concedo. E di te? Che ne sarà di te? Hai quasi cinquant’anni, sei grasso, il tuo cuore è debole. Hai fumato e bevuto tanto nella tua vita che a fatica ti muovi e riesci a respirare. Quanto ancora ti resta da vivere? Dieci anni, venti? O forse anche due. Negli anni che seguiranno non farai altro che trascinarti. Tu credi che sia giusto aspettare il più a lungo possibile? Tu non credi in Dio, tu sei un materialista, come me, siamo uguali io e te.” Ora era l’uomo a percorrere la stanza, attraversando lo spazio con difficoltà a causa di quel corpo sovrabbondante, satollo; infine si fermò, si era scelto uno spazio preciso, guardava Pietro. “Ebbene?” disse, “non parli più? Non hai più nulla da aggiungere? Vedo che hai iniziato a pensare, bene… sono contento.” All’improvviso un pugno picchiò ripetutamente sulla porta d’ingresso. “Chi è?” disse Pietro, e si affrettò a nascondere la pistola nella tasca dell’impermeabile. “Sono il suo vicino, ho sentito dei rumori, sta bene?”, “Si certo, sto bene” disse Pietro, poi si convinse che sarebbe stato meglio aprire la porta, per non destare ulteriori sospetti. Aprì. “Mi scusi” disse il vicino, “mi sono permesso di bussare…mi è sembrato che qualcuno gridasse, mi sono preoccupato.” “Non so” disse Pietro, “provi al piano di sotto, forse provengono da là, io non credo di aver sentito. Non vuole entrare? Le offro un bicchiere.” Pietro versò del whisky, allungò il bicchiere al vicino, che ne diede un piccolo sorso, si bagnò le labbra. “Ma lei porta l’impermeabile pure in casa?” disse il vicino. “Oh! mi scusi” si affrettò ad aggiungere “forse sono un po’ troppo importuno, sarà meglio che vada.” “Non vuole finire il suo bicchiere?” disse Pietro. “No grazie. A me il whisky fa male” poggiò il bicchiere sul tavolino basso e uscì, chiudendosi la porta alle spalle. L’uomo prese il bicchiere che aveva lasciato il vicino e lo vuotò in un sorso. “Perché l‘ hai lasciato entrare?” disse, “perché non gli hai mostrato la pistola? Tanto sentiranno lo sparo, accorreranno subito e chiameranno la polizia. Non credere di passare inosservato. Ma no, non sei poi così ingenuo. In un attimo quell’uomo sarà di nuovo qui, con la ferma convinzione di aver udito un colpo di pistola provenire da questa stanza. Tu naturalmente non gli aprirai, e allora sarà costretto a

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chiamare la polizia. A loro dirà di aver già avuto dei sospetti, di essere venuto qui e di averti trovato con il volto visibilmente infiammato, con la barba di dieci giorni e le occhiaie così evidenti che “sembrava l’avessero preso a pugni.” Infine dirà che gli hai offerto un whisky alle dieci del mattino.” Pietro portò una sigaretta alle labbra, l’accese, aveva gli occhi chiusi e annuiva convulsamente. Piccoli mostriciattoli zampillavano dai suoi occhi, brillavano all’esile luce che emetteva la piccola lampada. “ Hai già scritto sul tuo libro delle verità tutti gli eventi” disse Pietro, “hai già previsto cosa succederà dopo che ti avrò sparato. Bravo. Ancora una volta mi stupisci. Devo ammettere che sei infallibile nel valutare le cose, e gli uomini, soprattutto gli uomini. Tu sei uno che non si ferma mai a nessun pensiero, non si accontenta di accettarlo come vero, vuole scoprirne la genesi, vuole sapere cosa c’è dietro. E dietro di te? Cosa c’è? Ma lo sai che l’esistenza non ha nessun valore se non in quello che diventiamo? E mentre io stavo in quell’aula di tribunale, come tu stesso dici, a varare sentenze, tu che cosa facevi? Non menzionarmi la tua raccolta di poesie, sarebbe veramente troppo, quelle poesie che non hai osato proporre a nessuno neanche quando ci credevi. Però è stato bello, mi dirai. Io invece non conosco nessuna catarsi artistica, io mi limito ad accumulare beni per poi consumarli sotto altre spoglie. Sono un misero conformista, un borghese, uno dei tanti uomini indottrinati, che non pensa, che non si accorge di niente, che non valuta nessuna realtà se non quella del vivere quotidiano.” Pietro continuava a stringere la sigaretta tra le dita, che oramai era diventata un tronco gobbo di cenere che continuava a bruciare. La guardò, con rabbia la gettò in terra, la calpestò, infine ritornò alla poltrona, ci si sedette, con la mano si reggeva la testa pesante. “Sono stanco “ fece l’uomo, “sono stanco di osservare questo andirivieni di un uomo che non sa più a chi appellarsi, e non sa far altro che girare in tondo una camera e riempirla di maldicenze infondate. E poi adesso sei in te, né più che meno che negli altri momenti. Tu non facevi altro che allontanare il pensiero della morte, e dovevi pur sapere che saresti arrivato comunque qui, in questa stanza, in questo momento, a rivelarti delle cose che avevi solamente allontanato. Sei cambiato centinaia di volte nel corso della tua vita, e ancora riuscivi a credere di amare quella donna che hai conosciuto a vent’anni. Lei è rimasta uguale, uguale a trent’anni fa. Quella stessa sana ingenuità del vivere, quello stesso entusiasmo, quelle stesse idee di libertà che aveva quando l’ hai conosciuta. Tu invece ti sei appesantito, tutti quegli anni in tribunale, tutti quegli uomini disperati che aspettavano la tua parola per sapere del proprio futuro, non riuscivi più a condividere la sua gioia di vivere, non potevi più tollerare quella sua costan-

te partecipazione, hai fatto l’unica cosa da fare. “Si certo, ho fatto l’unica cosa da fare” disse Pietro, e di nuovo trasse dalla tasca la pistola, con un dito tracciò la curva del calcio, poi la linea della canna. “Tu credi che esista un mondo migliore? Un mondo dove regni la pace, l’oblio?” aggiunse, sempre con gli occhi rivolti all’arma, ora provava a guardarne l’interno. “Io credo di si” rispose l’uomo, “ed è questo, proprio perché è l’unico. E tu, tu sei solo un vanitoso, tutto ciò che fai e che sei è solo per vanità, nient’altro.” “ E tu invece, perché ti ostini a tormentarmi se non per vanità?” “Si certo…vanità, credo che possiamo sottrarcene, e se lo facciamo, o meglio, se crediamo di farlo, è soltanto per vanità. Per esempio, quando hai sbattuto quella porta lasciando Marcella in lacrime, forse non l’ hai fatto per vanità?” “No” disse Pietro, e balzò in piedi, gesticolando nervosamente con la mano nella quale stringeva la pistola. “Nemmeno un istante ho vissuto senza che quella immagine potesse torturarmi, nemmeno un istante.” “Ah si? Forse che tu non hai sentito i più voluttuosi piaceri in quel momento? Dai retta a me, anche in quel caso sei stato un vanitoso. E lo saresti stato anche se tu non avessi sbattuto quella porta, ugualmente.” “No, no, no” e un grido gli si smorzò in gola, “io non posso accettarlo, non posso. Tu… tu sei un sadico mostro. Basta, basta.” Un attimo dopo un secco tonfo risuonò nella stanza. Ora Pietro fissava il soffitto, un piccolo torrente rosso prese a scorrergli lungo l’impermeabile.

Saggistica
Poesia delle costellazioni Poesia delle costellazioni è denominazione riconosciuta dalla critica quando s’interessa di quegli autori che usano imbrillantare il loro lessico con nomi di stelle. Non esiste a tutt’oggi una pubblicazione specifica sull’argomento, ma una resa di pagine disseminate nei testi di saggistica. Mario Praz, analizzando un passo da Elettra riportato nell’amor sensuale della parola , nota come per D’Annunzio menzionare le stelle significhi possederne lucidamente <<la quintessenza, lo spettro>> a superamento ormai di suggestioni leopardiane da naufragio nel <<mare>> dell’infinito. Negli <<ermetici>> e nelle sue <<rose>>, Aymone si è occupato della deliberiana Sirio: stella principale del Cane Maggiore. Valutata da questi quale indovinato <<isotopo>> della luna circa la <<grazia / di sguardo>> svelata in Sirio, e successivamente <<arpa divina>> in antitesi a <<demenze>> vesperine in riferimento alla lirica Scempio e lusinga. Considerata apportatrice di pestilenze e siccità, dal viaggio compiuto in Maia all’ideale estinzione finale di atipica fenice <<sulla cenere dei forni>>, quella luce <<dal giro/ celeste>> è intuibile conoscesse alterna fortuna in secoli di poesia; trascorrendo da <<invisa>> agli uomini, probabilmente, - risulterà viceversa <<invisa agli Dei>> la <<Stella mattutina>> - a <<inclito>>. In metamorfosi vegetale, inoltre << Il fior...dei cieli>> per l’Aleardi, attraverso un motivo tematico comune al Prati <<Espero s’infiori>>.Larga diffusione assume la rima Sirio:delirio; in prevedibile risoluzione più contenuta con <<martirio>>. Da segnalare, infine, il Traina della poesia cosmica e il suo interessarsi a diversi asterismi presenti nell’opera di Pascoli; tra cui Chioccetta: ennesima definizione più <<contadina>> delle Pleiadi. O in altra traduzione Chioccia; ritenuta in un caso presenza sufficiente nel cielo insieme alla <<stella dell’alba, il carro… e poi la luna>>, qualora non ci fossero gli altri astri che pure manifestano <<una bella veduta>>, anzi addirittura <<d’avanzo>>. Ma <<riparlando di Chioccetta>>, a ricercare il suono della sua prole <<per l’aia azzurra>> appare indispensabile affidarsi a quel processo di catacresi che consente di <<vedere>> esclusivamente mediante il <<sentire>> la tenerezza suscitata da <<quei pulcini di stelle>> come osserva il Vicinelli. Il cielo equoreo Nell’estate dei morti Uno dei temi più suggestivi di poesia delle costellazioni potremmo definirlo nell’espressione di cielo equoreo, ovvero marino. Ritrova in D’Annunzio (per cui le fonti più attendibili risultano essere lo Shelley e l’Hugo: confronta diverse note ai Versi d’amore e di gloria) l’artefice principale del novecento. Citiamo qualche esempio dalla vasta opera dannunziana: nel Poema Paradisiaco <<sgorgano>> generiche <<rare>> stelle,

oppure astri <<senza fine>>, in avara dissipazione o in dispersione oltre la misura che non impedisce tuttavia all’uso del predicato di pervenire negli esiti della <<stella di Canicola>> degli Ossi. Valutando <<le suggestioni incrociate di d’Annunzio e Montale>> (vedi in <<Paragone>> A. Rossi, D’Annunzio e il Novecento) si evidenziano ulteriori contaminazioni poetiche in Clinamen di Luzi. Dove trasformandosi immediatamente la radice fisica dell’episodio astrale, viene investito il piano della memoria <<Sgorga un lampo d’oblio>> secondo gli echi forse del diurno <<baleno verde>> sinisgalliano. Il <<corpo opacato>> è l’equivalente materico dell’irrimediabile <<luce trascorsa>> che il poeta ricerca. In conseguenza del bianco evento tellurico che la bilancia, ogni cosa viene armonizzata in <<verde equilibrio>> attraverso un’aria sintomaticamente <<differita>> poiché la cifra sentimentale è investita tutta al passato. Nell’immagine delle <<Iadi lacrimose>> si conferma il motivo poetico dannunziano delle <<adamantine lacrime>> per estensione al <<pianto delle stelle adamantino>>. L’aspetto equoreo si decentra su diversi denominatori, altre facce comunque di una stessa medaglia giunte alle <<gocciole di stelle>> dell’ungarettiana Allegria, alla fluida dinamicità della <<goccia scorrevole di Sirio>> nel Fallacara; per cui le spume <<di mare...e di Vie Lattee>> frutto di un suo tempo, vanno già intese come residua traccia di un cielo specchiante nella terra che dal Fuoco alle Faville… coinvolgerà notevolmente D’Annunzio, se si pensa ancora a quelle <<rare...stelle>> a ridosso del lago a <<imagine>> del cielo in Hortus conclusus. Con rappresentazione più specifica nel Trionfo: <<golfo...a specchio del cielo>>. Nell’estate dei morti, dunque. Nell’estate di San Martino corre il ricordo della città eterna china sotto una trasparenza di volta; sono probabilmente questi gli indizi rivelatori a ispirazione della lirica riscontrabili nel Piacere. In apertura dell’estate, la sfera celeste e la Terra svolgono corse separate: nubi <<cariche di rose>> si tendono alle galere sottostanti; e il cielo ancora distante <<come un grande amore>> dall’ellesponto. Quindi, il loro definitivo fondersi nel prosieguo della stessa: il cielo che a rappresentare se stesso delega ora meteore di ombre di nuvole in sembianza di << laghi azzurri>>; in linea, appunto, con le teorie degli <<archipels de nuages… lacs de lumière>> segnalate dal Palmieri. Vito Cerullo

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UN CUORE Un cuore gonfio d’amarezza Affonda se la ragion Sollecita a nuova speme in cresta all’onda non l’ancora a riveder con rinnovata fede l’azzurro di un mattino il volo di un gabbiano lo sguardo amico di chi come te un dì fu disperato. Maria Totaro Pepe ***
Nel silenzio del cosmo il mio cuore ibernato ha scoperto una stella che brilla solo per me. Perfetti i suoi seni come gli anelli di Xilon. Rosse le labbra più dei vulcani di Protyn. Simili alla nebulosa di Aberom i suoi morbidi capelli… Traccerò nuove rotte verso le costellazioni della sua passione… E il vento solare non mi sorprenderà più sulle spiagge interstellari della fredda solitudine. (tratto da “Pancetta affumicata”) Michele Nigro

CAMMINO Nel mio andare, con l'animo leggero, con la sensazione d'essere ovunque un libro aperto, sinceramente vero, o crudelmente falso, è come se sentissi un raggio perenne, puntato sul petto che senza tregua m'avvampa il cuore. Mi muovo di città in città, di strada in strada, di notte in notte tra l'oscuro, nella pioggia, ma avverto perenne il raggio del mio Dio. Non faccio un passo nel bene, non faccio un passo nel male, senza Dio. Senza Dio, non faccio nulla. Rosario Volpi

Lilli e Clarisse
Prosa
di Lucia Ielpo
Punto. La pagina era finita, momentaneamente s’intende. Lilli non riusciva a terminare mai una pagina del suo racconto in poco tempo. Nonostante la storia potesse essere definita e la forma quasi soddisfacente, Lilli era ossessionata da una mania di perfezionismo che la ostinava a ritornare su quelle minuscole macchioline d’inchiostro fino all’estenuazione. Fortunatamente, la casa paterna era ampia e solitaria e, per di più, situata in un luogo assolutamente incantevole, che sembrava predisporre alla scrittura. Il sogno di Lilli era sempre stato di poter scrivere, null’altro. Aveva dedicato la sua vita al lavoro pur di disporre, alla fine, di una somma considerevole di danaro che le consentisse di placare quel suo delicato tormento interiore. Sì, scrivere, semplicemente, appoggiare le sua mani ruvide sulla carta e vederle finalmente mutate in sottilissime corde di violino capaci di far vibrare il corpo candido e taciturno della pagina. A volte provava un leggero fastidio per quelle mani aride, incapaci di dare vita alle sue accese fantasticherie. Restava paralizzata dinanzi alla pagina a fissare le sue mani come se volesse interrogarle e costringerle a dire qualcosa, a dare un senso qualunque alla sua posizione da scrittrice. Poi, un tumulto brusco e fugace faceva irruzione dentro di lei, nel suo petto come un battito più forte, quasi tachicardico o nel suo cervello come una scossa elettrica che faceva riecheggiare un’infinità di suoni nella testa come melodie risonanti nella cassa armonica di una chitarra e partiva alla volta di una terra ancora del tutto straniera. Ogni nuovo racconto era destinato al completamento della storia precedente; le parole si rincorrevano cercando di creare un’immagine il più possibile esatta del paese che Lilli aveva nella testa. Il profumo dell’inchiostro inebriava i suoi racconti e riempiva i cieli di quei paesi strani e romantici che ogni volta descriveva. Lei li osservava, lì, nella sua testa come se fossero stati ricordi di luoghi realmente vissuti e si sentiva un po’ come una scrivana più che scrittrice, il cui compito fosse semplicemente di copiare sotto dettatura. Quel giorno aveva appena terminato il suo tredicesimo racconto. La vedeva già la sua Clarisse, un po’ spettinata e a piedi nudi passeggiare sull’erba. Sentiva l’odore caldo della sua pelle, cercava di indovinare il colore dei suoi capelli nel riflesso di una luce autunnale. Un giorno se ne sarebbe andata, Lilli si stava già preparando alla sua partenza, ma ancora tardava a distaccarsene. Ora correggeva le ultime sfumature dei capelli, ora s’attardava sulle parole che Clarisse aveva pronunciato prima di chiudere quella porta che avrebbe significato la sua libertà e si sforzava di imprimere la giusta enfasi e di descrivere con precisione realistica gli accenti del suo sguardo. Il nome del personaggio le era stato suggerito da un romanzo che aveva letto qualche tempo addietro; in realtà, i tratti del carattere rispecchiavano in maniera abbastanza fedele quel suo modello romanzesco ma la storia era del tutto diversa rispetto a quella originale. Lilli spesso si divertiva a far rinascere i personaggi dei libri che aveva letto, tessendo per loro una trama nuova che, secondo lei, meglio si adattava all’indole del personaggio. Pensava alla vita di ogni nuovo personaggio con amore morboso; fondeva tratti del carattere già esistente in qualche libro con altri del tutto personali, talvolta rubati allo specchio. Cos’era Clarisse per lei? Ciò che lei stessa avrebbe voluto essere oppure ciò che già era? Clarisse camminava esile e dolce, spostata dal vento e guidata dal sole o dalla luna nei suoi pellegrinaggi notturni. Lilli la inseguiva e si domandava dove stesse andando e dove avrebbe posato il piede, in avanti o indietro. Sapeva che il suo personaggio voleva vivere ma non ci riusciva mai fino in fondo. Lilli ne vedeva il volto, ne sentiva le parole, sapeva perfettamente chi fosse, ma la storia ad un certo punto si interrompeva, non riusciva a progredire. Chissà, pensava Lilli, forse si è ammalata e non riesce a camminare e nella testa non ha altro desiderio che quello di guarire. Non poteva esser diversamente, perché lei, Lilli non la vedeva più per giorni a volte. La notte la cercava tra un sogno e l’altro, immaginava la sua vita e a volte le sembrava persino di cogliere qualcosa nei suoi movimenti che sembravano farla risorgere ma, d’un tratto, spariva. Lilli continuava tutta la notte a sentirla dentro come una fitta, tra incubo e realtà ma Clarisse non faceva ritorno. Poi, un giorno, mentre faceva la doccia la vedeva ricomparire, lì, accanto a lei, si sfiorava la pelle, le sfiorava la pelle mentre si insaponava e schiudeva le labbra bagnate e con toni bassi e senza tanto clamore, riprendeva a parlare. In quei magici momenti, Lilli si sentiva felice come

Poesia
Parole tue con voci di altri giungono a trafiggere carne e spirito e volteggiando approdano sulle rive spumose di una spiaggia immaginaria, dove ancora guardandoti saremo uniti da un velo bianco macchiato di sangue-peccato su un altare che vi vide offrire una creatura al Dio di Israele in un giorno felice. Ora io, creatura, chiedo pace; e l’avrò con un tuo sorriso padre. Antonia di Dario

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se fosse arrivato un ospite a lungo atteso e quasi dimenticato. Si preparava al rito di accoglienza che consisteva nel vestirsi accuratamente e nel truccarsi allo specchio. Doveva essere bella per quando si sarebbero incontrate; procedeva, in un secondo momento, al lavaggio accurato delle mani e, spogliandosi di anelli o altri fronzoli che avrebbe potuto indossare, cominciava a scrivere. Clarisse avrebbe sentito il tocco pulito delle sue mani e si sarebbe lasciata andare, aprendosi senza paura ad una confessione di anima e corpo. Lilli a volte si sentiva un po’ voyeuse, perché in fondo la spiava e amava farlo, altre volte arrivava persino a sentirsi un suo ostaggio, intrappolata com’era nelle fitte trame di una vita a lei estranea. Era giunta alla conclusione che tutti i suoi personaggi fossero a capo di complotti misteriosi organizzati contro di lei, per nuocere al suo cervello. Era questo il motivo per cui Lilli ora la amava e altre volte la odiava. Non era più capace di cogliere la linea di demarcazione, il sentiero in cui la sua vita finiva ed iniziava quella di Clarisse. Talvolta si sentiva osservata dalle sue donne e dai pochi uomini saltati fuori da quella penna maledetta; mentre prendeva un caffè al bar o mentre comprava un vestito si sentiva chiamare o avvertiva una specie di pizzicotto sulla gamba mentre indossava i vestiti ed ecco, capiva che erano tornati. In quei momenti le loro visite erano davvero inattese e forse non avrebbe voluto incontrarli. Non poteva dar loro ascolto; non era pazza, distingueva perfettamente e con lucida serenità uno stato mentale alterato dalla percezione romanzata che aveva della vita. Certo, spesso gli amici e la famiglia, scioccamente, le avevano rimproverato di essere troppo distratta rispetto alla ‘vera realtà’ e le avevano consigliato di trovarsi un’occupazione più pratica e concreta. Ma Lilli pur avendo lavorato tutta la vita cercando di entrare nella ‘vera realtà’, non c’era mai riuscita. Anche quando aveva lavorato come segretaria, si era ritrovata troppo spesso a guardare fuori dalla finestra e a dimenticare il vero motivo per cui si trovasse in quel posto così alieno. Tra l’altro le era capitato più di una volta di confondere quello che gli altri chiamavano ‘realtà’ con piccoli spezzoni dei suoi racconti. Un giorno aveva risposto a telefono e in una frazione di secondo di assenza totale si era chiesta ‘e adesso Clarisse cosa direbbe?’. Già, Clarisse. La donna che meglio d’ogni altro personaggio, sia dei suoi racconti che di quelli scritti da altri che era poi lo stesso, le trasmetteva una specie di felicità, di attrazione per la vita. Aveva lavorato a lungo su di lei, per mesi ma, ora

capiva, che forse ci aveva lavorato per anni, per tutta la vita. Clarisse era un vero Frankenstein femminile, accozzaglia di tanti pezzetti e frammenti sottratti ora ad un personaggio ora ad un altro. Alcuni caratteri erano rimasti intatti, altri erano stati via via modificati. Teresa, Raskolnikov,
Bernardo, Molly, Virginia e tante altre si erano incontrate in unico racconto. Talvolta (e Lilli sapeva quanto fosse ridicola questa sua paura) temeva che i personaggi rinchiusi in qualche vecchio racconto si ingelosissero di Clarisse, della sua vita e

Poesia
GESTA DISARMATE

LUCE Ti dirò NEL BENE E NEL MALE In ogni luogo in cui ci rechiamo lasciamo le nostre tracce, se pur si tratta di una scia, spesso quasi impercettibile, qualcosa di noi resta sempre. A volte è qualcosa di più di una scia a volte resta la nostra ombra, la parte più buia e più tetra, ma più delle volte lasciamo terra bruciata dalla nostra gioia dal nostro sorriso. Nel bene e nel male ovunque posiamo i nostri passi marchiamo la terra con le nostre orme e andando via, portiamo con noi parte di quella terra. Sia essa fango o sabbia bianca resterà incollata alla pelle delle nostre esperienze fin quando frantumandosi cadrà nel giardino delle nostre vite arricchendo il terriccio delle cose vissute nel bene e nel male, nel male e nel bene. Rosario Volpi Morta ancor prima di nascere dalle carni di mia madre. Peregrina errante tra deserti di dolori e mari di felicità torno bambina tra le tue braccia A Mirko Uragano di luce Nel mio tempo Che scivola: Folgore d’arcobaleno Nell’ imbrunire Vestito Con mantello di foschia. Nel fondale di porpora Del cielo, Su cui tendono Rovi di braccia I rami nudi D’inverno Aengus

Invisibile passione lussureggiante scompari velocemente lasciandomi la bocca asciutta, arsa ma esultante Lutto testuale privo di ogni ragione ma spinto da un dolore composto che fortunatamente non lascia segni Delirante frangente di vita quotidiana o vita abitudinaria Sgravio mentale che fa spazio ad altre congetture Equivoco iperbolico ma attraente, seducente Lo rifarei ancora per continuare ad impazzire Condizione scabrosa seguita da quiete parsimoniosa Ho superato ogni ritegno usando risorse rissose Usura ubriaca di un’inconfondibile, piccola passione spirata per far spazio ad una finta moralità Persistente psichedelica Francesco Torrusio

delle attenzioni che lei riponeva nella scrittura della nuova storia. Come quand’era piccola, quando si ricordava delle vecchie bambole e tornava a giorcarci per non far torto a nessuna nonostante il giocattolo nuovo, Lilli riapriva le scatole della sua mente e prestava ancora una volta la sua voce a quelle sagome d’inchiostro sulla pagina. Faceva loro da ventriloquo; le faceva sorridere, aggiustava loro gli abiti, avvicinava Teresa un po’ di più al tavolo, faceva riposare Raskolnikov un’ora in più e magari decideva di far fare le pulizie a Molly. Si divertiva anche lei oltre alle sue signore e ai suoi bellimbusti. Clarisse guardò per l’ultima volta le pareti della sua casa; un pensiero fugace a lui, a quell’uomo che non era riuscita a capire ma, prima di andarsene, prese il libro, l’unico che avrebbe portato con sé. ‘Forse si potrebbero rincontrare’, pensò Lilli fissando se stessa allo specchio come fermando lo sguardo su di uno schermo televisivo e con un gesto automatico spalancò gli occhi per vedere bene ciò che sarebbe accaduto. Come terminare una storia? Per Lilli era incredibilmente difficile; avrebbe dovuto dire addio a Clarisse, le avrebbe dovuto trovare un marito o forse farle un biglietto per l’America o forse l’avrebbe lasciata lì, per la strada, sola mentre continuava a camminare senza voltarsi a guardare. Sapeva di non poterlo fare. Clarisse si era appena svegliata, non sapeva ancora cosa le stesse per accadere; l’ultima parola stava per essere detta e la sua vestaglia non sarebbe stata più indossata da nessuno. Bisognava voltare pagina, arrendersi all’inevitabile fine che attraversa la vita, tutta, in ogni sua forma ma Lilli aveva già gli occhi bagnati. Forse era solo stanchezza, forse le mani erano madide per il tempo di lavoro, sempre troppo lungo, forse quel sopracciglio non si doveva inarcare, forse Clarisse si sarebbe ancora una volta girata a guardare. Lilli si guardò allo specchio e si vide col suo bel cappellino rosso con un pon pon al centro che scodinzolava divertito sulla testa, sì era quasi ora. Clarisse si voltò, i loro occhi in incrociarono ma solo per un breve attimo, aprì la porta e …e se ne andò. Lilli era troppo stanca per mangiare qualcosa ma era anche troppo presto per andare a dormire, qualcuno bussò. Punto e a capo.

Paola Magaldi

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Settembre 2001 e altre poesie
Poesia
SETTEMBRE 2001

Il rito
Prosa
di Adriana Mazzella
La vasca era piena, l’acqua caldissima… ‘Diventerà tiepida, poi fredda e ancora una volta, ancora una, rimarrò immobile per non rabbrividire. Sarà difficile uscire.' …già, difficile come ogni volta, ogni qualvolta si celebrava il rito del bagno, e ormai accadeva ogni mattina. Una sorta di purificazione, di liberazione o di regressione in quel liquido che l’aveva accolta incondizionatamente quando neanche era lei, quando stava prendendo forma e, chissà se aveva pensieri…quel liquido che l’aveva accolta incondizionatamente e nello stesso attimo di piacere, di consapevolezza di una nuova creatura, del possesso di una nuova vita, aveva stipulato un contratto con lei. Ora i pensieri erano tanti e lei voleva affogarli, affogare se stessa per non dovere ancora una volta, ancora un giorno, un secondo, ripetersi, abbandonarsi all’illusione, alla vita. Vita che da sempre avrebbe voluto cambiare, trasformare, ma le cui radici erano così solide da non permetterne lo strappo… le radici o il contratto stipulato quando era ancora una noce che pulsava in un monitor dinanzi agli sguardi increduli di coloro che per lei avevano deciso. ‘ non si può cambiare la propria vita, sotterrare le speranze nutrite da altri, quelle stesse speranze che hanno tracciato il tuo percorso , lo hanno forzato …’ … ‘ io l’ho seguito, non mi sono ribellata ed ora devo accettare le conseguenze, continuare a sforzarmi. Ce la posso fare…ce la fanno tutti. Non sono stata né la prima, né l’ultima ad essere pensata, ad essere plasmata.’ E nello stesso istante ricercava la semplicità di una vita non vissuta che inconsistente la sfiorava. L’intero sistema non si conciliava con i suoi desideri senza ambizioni se non quello di gioire del proprio essere. Intanto si immergeva, ma piano, per non bruciarsi. Una volta dentro, un sospiro di sollievo solitamente appannava lo specchietto che, tra le sue mani, poneva sempre lì dinanzi al suo volto per guardarsi, per scrutarsi, per cercare con sguardi diversi di esse-

di Lucio Spampinato
LA LUNA DI FEDERICO

Pelle che tremo a sfiorarti Occhi che ho visto dormire Labbra sfuggenti e tenere, addio. Vi lascio nel mattino di pane, Vi spero e vi dispero.

Cos’è che ci consuma, Futuro, Nel tuffo del tuo sole Fra le onde di ottobre? Mi siedo sul sagrato del mare Che mi tocca ogni tanto

La luna poggiata sul mare mi preme la luce sul cuore. Oltre una misura di distanza Oltre un segmento di notte ci sei tu. Ti cerco ovunque senza trovarti.

VERSI SPARSI

E si rincorrono Risvolti di schiuma all’infinito.

Nella luce piovorna La pioggia ti nasconde, nel vapore del mio giorno mi allontano su nuvole di viaggio.

Sei il distacco che viene Candido e turpe Nel profumo tetro Che calerà fra poco Sul sipario del golfo. Ho lasciato alle spalle l’Oriente amico E gli agrumi e l’erica e l’erba del re. Se potessi volare come un falco Che fa ritorno alle dimore macedoni, Cosa vedrei? Le pianure radicate nel nostro sangue E il barocco effimero e morbido, La sua illusione meridionale E nel placido distacco La luna di Federico Che sale.

Cadranno i versi dalle labbra, scoloriranno i luoghi. Il mio amore batte oggi sul cuore Come i tamburi notturni del San Carlo. E tu sciogli l’enigma!

Il biglietto è di sola andata. Freddo sole nelle strade vuote, odore di cibo nell’aria assente di te. Ti grido ancora nel segreto del cuore un canto solo nostro.

Ho smarrito memoria del tuo corpo, la mia mano cieca ti cerca il profilo incerto e confuso fra mille volti. Ma non ci sei. Scenderà la sera a frugarmi l’anima a rubarmi tutto.

re altro da se stessa o quello che aveva sempre percepito di essere ma che nascondeva per non recidere l’unico legame che aveva con la sua vita… sua? Quando ormai il calore celava il suo viso, deponeva lo specchietto ai piedi della vasca. Si rilassava, distendeva i piedi e li poggiava sul bordo della culla che la stava accogliendo. Si abbandonava ai sogni che impetuosi inondavano il suo bagno come le nuvole sprigionate dall’acqua e capaci di pervadere il suo io. Il solaio non esisteva più, colori e forme si materializzavano intorno. Lei abbassava lo sguardo sul suo corpo e si sentiva parte dell’acqua, poi del mare, infine l’oceano; sogno ricorrente. Le palpebre indebolite…era l’estremo abbandono. Immergeva ora anche la testa. I suoi capelli, a galla nella trasparenza, trovavano riposo, riemergendo, sui suoi seni come erbe rampicanti su una corteccia singolare. Riemergendo cominciava il ritorno alla realtà. Ferma, immobile, i suoi sogni gelidi si frantumavano in pepite di cristallo. Fredda l’acqua, lei non riusciva ad uscire, non voleva ‘tornare’. Era più comodo non muoversi che alzarsi, affrontare l’attimo algido, prendere il telo e pian piano riscaldarsi. ‘risorgere’ pensava lei, ’ma ci vuole uno stimolo’. Quindi svuotava la conca e mentre l’acqua scendeva accarezzandole il corpo, lei prendeva coscienza dell’azione successiva: uscire...‘cambiare’per non essere ibernata in una vasca, in una pseudo-bara, in una vita cristallizzata, cucita nel tempo in modo impercettibile sul suo corpo. Si risvegliava avvolta nel telo rannicchiata su se stessa. Lo sentiva quel suo corpo, era vivo più della sua mente ed era in suo possesso, ne accettava ogni curva, ogni imperfezione, ma non i movimenti dettati dal cervello. Ora, la pelle asciutta, il telo avvolgeva i suoi capelli sanguinanti, il suo sguardo agli indumenti riposti in ordine di sequenza sulla tazza del cesso. Il solaio esisteva, le nuvole non più, solo piccole gocce di vapore ancora imperlavano le pareti, decise a condividere con lei quel sogno, ma ancora per poco. I calzini, la mutanda, il reggiseno, una camicia e i suoi jeans. Infine le scarpe a coprire quei piedi da lei tanto amati che portavano ora il segno di un cammino programmato. Automatico il gesto di prendere la spazzola, dare una forma ai suoi capelli senza senso. Si truccava, si guardava allo specchio: ‘ oggi sfido la vita ’. I suoi occhi; tristi.Un ultimo sguardo alla tazza del cesso… e via.

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Quale centro, quale mondo?
Prosa
di Lucio Spampinato
“Casale centro del mondo” pensava Ciro Vetullo sbirciando fra i gerani del balcone. E già favoleggiava del successo della sua opera poetica omnia, vedendosi un Emmanuel o meglio ancora un James i quali, bontà loro e con filosofie e prose, resero immortali le loro terre natie di pecore, salmone e baccalà. Un armadio, aveva, pieno di scartoffie o scartafacci come li definiva il suo mentore o, più semplicemente, menefreghista e aspirante abelardo tardivo con la virgulta eloisa di primo pelo, in seguito da lui laureata in litteras. E il poeta ci soffrì molto per essere stato scalzato dai penultimi bollori dell’esteta, ma tutti lo avevano avvisato già da quando quello spedì a Castelvecchio la maliarda ancora laureanda a pellegrinare sui luoghi pascoliani. Un armadio, dicevo, che un giorno intravidi aperto e vi respirai il sapore dei fogli depositati col tempo, intonsi o sudici, fermentati dalle stagioni: prima caldo, poi umido, poi freddo intenso, poi scirocco ché già torna il tempo della spiaggia. C’erano dentro cammelli di nuvole mentre si navigava sulla rotta per il tacco d’Italia, con tutte le suggestioni ritenute con gli anni, come quella dei morti pugliesi che tornano a finibusterrae col cappello in testa. La sua era una poesia di descrizione; spaventosamente lento il tempo di narrazione che portava il lettore ad un torpore estatico prima di meravigliarlo e non poco scuoterlo con l’artificio finale: un tric trac, una “cipolla” e a volte una magnifica esplosione di colori pirotecnici. Dopo le amarezze accademiche, Ciro si era deciso a mettere ordine fra le sue liriche. Memento publicare semper!, divenne il suo motto definitivo dopo le accese letture del pescarese fiumano, conquistador italiota che con le sue grida diede fomento, oltre che alla sua verga, a ben otto milioni di ritte baionette. Quel giorno, mentre sfogliava l’immenso repertorio di quaderni, lo colpì un imperativo sfuggito alla sistematica cronologica del repulisti: ”… riposa!”. Tirò fuori la pagina ribelle deciso a rigettarla nel dimenticatoio oscuro dell’arte taciuta oppure, se ne avesse avuto i requisiti, a farle salire i gradini tappezzati d’alloro della gloria poetica. E vi lesse: Adesso che la palpebra precipita e gighe faticose fanno le magiche essenze delle cose, e il cuore ignaro crepita (solo nella memoria): madre, riposa! L’epigramma lo schiantò completamente, pianse in ricordo della defunta madre ma ricordò la gabbia morale in cui per anni era rimasto rinchiuso, ne rammentò l’odiosa sensazione di impotenza. Le carte si dissolsero sotto i suoi occhi, benché nulla fosse mutato nella stanza rispetto a un minuto prima. Scomparve il progetto di ordine che aveva pianificato a lungo; non leggeva più niente nei fogli che gli sembravano di colpo riscritti con inchiostro di succo di limone e ormai disseminati ai suoi piedi in un caos primordiale di cellulosa. Da quel giorno, di pubblicazione non parlò più.

Cenere Avvolgi la scarica dei nostri corpi in amore Lingua sventrata da vermi di parole dette e ridette Ricamo di fulmini Aleggia nello spazio fatato delle nostre costellazioni Gli occhi incastrati negli scoli delle fogne L’acqua rigira su se stessa Esalando in sé il vomito di un odore concentrico E le nostre visioni Legamenti bavosi di risate elettriche Sbattute sotto l’odore stantio di una morte acquosa Dove sei? Alito rubato alla lucente fontana sgorgante Ho viscere di cascate tempestose

dove sei? Mani rigate di desideri purpurei Sei la mia cicatrice Sotto le sfoglie sottili di pelle Il ricordo della tua Inciampo nel tuo collo Incastrato nel mio movimento Il nostro amore Gravito nella carne svuotata di sangue Rido con i tuoi denti Magia di cori notturni che ti sposta il cervello nel mio Amore Curvo le mani sotto la vita Sudorazione di morte Dove sei? Vortici di parole E dita delicate dentro la pelle Frugo nel tuo sangue con pupille bagnate

Tempo caduto nell’argento delle nostre labbra Riso di luci Lame luccicanti incastrate nel punto oscuro Tracce di visioni notturne Dove il tuo volto fotografato dal sogno S’alterna al mio amore Febbre che dilata d’ogni tempo la percezione I tuoi occhi che si svuotano di me E fessure di pupille Infinitesimali Amore Vomito di liquide oscurità sul cervello Le tue mani spaccate che più non s’incastrano.

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Pioggia sottile e altre poesie
Poesia
di Lucia Ielpo

Le roselline di Persano
Prosa
di Michele Nigro
Tra le sue mani non più tanto giovani Giulia stringeva, delicatamente e con perizia museale, una foto in bianco e nero. Ne aveva tante di foto così e la scatola di fortuna che le conteneva nella credenza della camera da pranzo ormai aveva raggiunto un “punto di non ritorno” strutturale e di tanto in tanto avvenivano rigurgiti fotografici con pezzi di storia che cadevano sul pavimento. Il fascino della fotografia trovava in quella scatola la sua massima realizzazione e non erano certamente le pose studiate di qualche artista della messa a fuoco a rendere uniche quelle foto, ma i momenti storici che casualmente e nostalgicamente testimoniavano. Gerarchi fascisti in alta uniforme, orgogliosi soldati con i capelli lucidi di brillantina Linetti prima della partenza per il fronte, donne affascinanti di porcellana e talco sfuggite al cinema della “belle époque”, bambini imbalsamati dinnanzi al mago fotografo, … Tutte le tipologie umane di un’Italia scomparsa erano contenute in quella scatola magica. La foto che Giulia aveva riesumato durante quel pomeriggio afoso di quella estate meridionale non era particolarmente “storica”, se per Storia intendiamo solo gli eventi che accomunano più di cento o mille persone. scomodi lasciti per veloci figli professionisti accompagnati da isteriche mogli sacerdotesse delle cerniere lampo e succhiatrici di volontà. Altre volte, per nostra fortuna e per onestà storica, le foglie sono raccolte diligentemente negli album del cuore di chi crede nella memoria. E Giulia apparteneva sicuramente a quest’ultima categoria. E fu così che parlando con il figlio Lele sul significato di certe foto e delle vicende ad esse legate, nacque l’idea di quella pomeridiana escursione nei campi fioriti della storia. Lele non era insensibile a certi racconti e, anche se dimostrava una fisiologica insofferenza nei confronti delle ramificazioni parentali e degli intrighi genealogici a cui Giulia spesso si abbandonava con passione, nutriva un distaccato rispetto per le storie della madre e pensava che in fin dei conti rappresentavano i prodromi della cultura in cui sarebbe nato e cresciuto. A volte Lele si commuoveva interiormente riflettendo sul coraggio degli anni e sui cambiamenti delle persone viste sempre da una prospettiva abitudinaria. In quei momenti pensava: “Anche la nonna è stata giovane? Incredibile!” L’automobile sgangherata ma fedele, guidata da Lele, si diresse con le sue ruote lisce in direzione di Eboli. Superò le deserte strade estive dell’incrocio per Campagna e s’ impegnò sui dossi di quella strada tanto cara a Lele perché ricca di ricordi avventurosi legati al suo passato da “esploratore” e alle disperate ricerche di fresche fontane per dissetare le gole dopo chilometrici tragitti. Anche Lele aveva la sua storia. Ma questa è un’altra storia. In vista della discesa tortuosa e pericolosa che porta a Serre, Lele girò a destra - direzione Persano - e s’infilò in una stradina parallela alla strada ferrata. Mentre sterzava con facilità, pensava sorridendo alle vite sprecate di scrittori fantasiosi e di matematici troppo solitari che con le loro famigerate “macchine del tempo” hanno torturato i nostri fanciulleschi pomeriggi a “pane e Jules Verne”. Siamo noi le vere macchine del tempo: è inutile costruire grotteschi strumenti che viaggiano nel tempo… Basta una foto, una madre invecchiata al punto giusto e una discreta automobile che non ti lascia a piedi. E la cosa più straordinaria è che

Pioggia sottile In te m’immergo come spoglia d’ogni altra vita Bagnata dalle tue dita cristalline Che girano sulle mie labbra Mutandole in parole Ch’io sola Non saprei dire In te torno Come rampicante che aderisce ai muri In te trovo l’incrocio fatato di calde palpebre E ruscelli di pelle che Virulenti Scorrono sopra il mio universo Sopra questi capelli Che mi incorniciano L’anima Di te bella Amore ti seguo nell’andirivieni degli occhi Mi stendo sopra al tuo capo Viaggio nei tuoi viaggi La notte m’addormento Continuamente Amandoti Soffiando sulle reti di incanti perlacei Che accarezzano il nostro giorno Perché si diramino fino al sonno e al sogno.

...citazioncella…
“Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme”. Da “Elogio della fuga” di Henri Laborit

Ma alla storia di Giulia apparteneva e come! E questa era la sola cosa che contava. Gli attimi immortalati dalla pellicola rappresentano le ingenue speranze di chi crede nell’infinito ed è proprio quest’ illusione che ci spinge ogni volta a premere il pulsante dello scatto di una macchina fotografica. L’ illusione dura quanto la stessa frazione di secondo che permette l’apertura e la chiusura velocissima dell’otturatore. Dopo di che le foto diventano foglie secche che, distaccandosi dall’albero della vita, vanno incontro al proprio destino. Solo alcune raggiungeranno i cosiddetti posteri che a volte sono così “posteri” con la mente (molto posteri…Troppo posteri!) da non accorgersi di quelle foglie secche. Schiavi eterni di una corsa al progresso che li rende inconsapevoli persino della loro stessa data di nascita. Il “fogliame” raggiunge, percorrendo itinerari impossibili da ricostruire, attraverso incendi e alluvioni, i nostri coloratissimi giorni. A volte pernottano per decenni nelle soffitte della nostra indifferenza fino a costituire

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funziona! Infatti, alla fine della stradina ecco apparire dalle nebbie del tempo il “famoso” e tante volte nominato “casello”. Il padre di Giulia, e quindi il nonno di Lele, era stato capostazione delle ferrovie sulla linea Salerno – Potenza e spesso avevano cambiato casa, o meglio casello, per esaudire le volontà della direzione del personale. Romagnano, Baragiano, Eboli… Ma Persano rappresentava il luogo delle massime gioie e dei massimi dolori. L’infanzia felice e naturale tra il tifo che serpeggiava e le riunioni di famiglia alla luce di lampade a petrolio, i treni che transitavano di notte e i bambini che da sotto le coperte li scambiavano per draghi, le storie sui “lupi mannari” che il bisnonno Alberto pungeva con uno spillone giusto in fronte per farli ritornare “umani”, il “verme solitario” che si prendeva con la carne di maiale, la seconda guerra mondiale e le pagelle fasciste, il vescovo di Campagna - Monsignor Palatucci - che mentre salvava gli ebrei dalla deportazione si concedeva momenti di svago pranzando a casa di nonno Michele e svolgendo la funzione di tutore d’Adolfo - fratello di Giulia, le biciclette che si potevano lasciare appoggiate ai muri perché durante il fascismo nessuno rubava e altre leggende simili, la cioccolata degli americani e gli ex alleati tedeschi sempre più arrabbiati con gli “italianen traditoren”, i bombardamenti degli americani che come sempre fanno capire dall’alto chi comanda prima di sbarcare, la salvezza dalle bombe dormendo nelle gallerie ferroviarie dopo che sirene rauche avvertivano dell’arrivo dei bombardieri statunitensi, le camicette confezionate con il tessuto dei paracadute dell’aviotrasportata americana, i pidocchi dell’esercito italiano, i balilla pentiti, lo sbarco a Salerno, la nonna Clementina malata di malaria e salvata da un veterinario dell’esercito americano che mentre le propinava una purga equina disse ai figli in un italiano di fortuna: “…Mamà, domani o salvare o morire…O.K. ?”, le patate cucinate in tutti i modi, i ladri scomparsi durante il fascismo che riaffioravano per la fame, i vestiti fatti in casa e le scarpe che si attendevano come si aspetta la nascita di un bambino, il primo ghiaccio fatto da una macchina frigorifera, i primi frutti esotici mangiati grazie ad un’acculturata cugina romana, i brani di Miller e della libera musica americana , i dischi fonografici delle opere di Verdi gettati tra i binari durante barbarici saccheggi, i primi fidanzamenti e le feste alla diga di Persano… Prima che l’automatismo necessario ed esasperante non prese il sopravvento sulle vite semplici, il casello costituiva non solo l’abitazione del capostazione, che doveva regolare il traffico ferroviario con le sole forze della vista, della paletta luminosa e del fischietto, ma era il punto nevralgico

dei passaggi a livello… Grosse responsabilità miste a scene di vita casalinga: il berretto da ferroviere posato sul tavolo vicino al pane appena sfornato e alla carne di maiale da insaccare nei budelli. Di quel nonno fugace Lele conservava solo alcune foto e un fischietto che fece partire migliaia di treni tra i fichi d’India, i muri di pietra dove le lucertole s’abbronzavano e le signorine anni trenta fresche di sapone e rossetto appoggiate alle loro biciclette nell’attesa che il passaggio a livello si levasse. La “poetica del treno” non ha eguali tra gli slanci emotivi ed artistici dedicati alle invenzioni dell’uomo. Rarissime o inesistenti sono le poesie ispirate da un sommergibile o da una metropolitana…! Spesso Lele usava il fischietto in casa senza nutrire speranze vane nel far partire treni improbabili dal sesto piano di un condominio. L’unica cosa che riusciva a far partire erano i nervi della gatta nera che dormiva ed era distratta dai suoi sogni felini. E cosa dire delle stazioni e dei loro antichi arredamenti. Le scomode panche di legno duro a strisce che neanche nella sala d’attesa di un fachiro, le palme piantate forse in epoche d’entusiasmi colonialistici, le fontanelle con il tasto da tenere premuto sennò non bevi, i cessi divisi per sesso e quelli delle donne sempre più puliti, i campanelli d’arrivo del treno con il nome della provenienza, le luci lontane che ti tradiscono sull’arrivo reale del locomotore, le scintille delle frenate dei treni pesanti che d’estate appiccano timidi incendi lungo le sterpaglie della strada ferrata, l’odore di piscio che risale dai binari perché c’è sempre qualcuno che va in bagno durante le fermate del treno, le attese per l’ultimo convoglio durante le sere estive in compagnia di pensieri tristi e di cicale insonni, il chioschetto con le rotelle che vende panini alla salmonella e birre calde, i grossi bracci che servivano acqua alle locomotive durante “l’età del carbone”, le rimesse abbandonate dove riposano le carrozze andate in pensione, il deposito bagagli semideserto, la sala passeggeri divisa per classi e la sala scambi piena di pulsanti luminosi che sono la passione dei bambini… Tutti questi ricordi erano racchiusi nel suono stridente del fischietto. In quest’epoca d’abbonamenti via internet e obliteratrici feroci, le stazioni hanno perso quel fascino che una volta ispirava poeti e cantautori. Lele era un cultore di queste cose e spesso si concedeva l’egoistico lusso di abbandonarsi al tragitto “western” Battipaglia – Baragiano e con un economico biglietto aveva accesso ad una di quelle “littorine” sopravvissute all’avvento dei TAV. Per chi odia le sigle: Treni ad Alta Velocità. “Sapete dove potete infilarvi la vostra “alta velocità”? - pensava Lele mentre leggeva gli

Metaponto e altre poesie
Poesia
METAPONTO a Piero Gallo La vela della meridiana trova il suo vento nell’ombra che la porta sulle ore. Il vento sparge il mare tra le rovine. Vi terminerà un’ora prima del tramonto il verso dei corvi, il volo delle gazze: è visibile nell’insegna dei giorni che riversano spume più lunghe, e il sole non vuole scorciatoie del cielo. Se da un lido sogni (di quel tempo finale ) il treno che passa su rive d’erbe gialle e sassi, l’anfiteatro che sfolla le labbra calde degli amanti, la tua misura non ci arriverà in questa stagione, si ferma sempre sulle sedici. Di un mattino di giugno e una pioggia fine innaffiava polvere ed erbe. Erano già trascorse le rose fiorite sulle labbra vogliose dei miti. Restano ora gli ardui gradini del tempio e la vita che vi invita a banchetto gli antichi morti non più gravi in levigatura di tempo, leggeri nei souvenirs. E non soccorse la luce d’altre stanze che infanzie sognarono accesa a quelle colonne, prima di sfocarsi nell’astro del tramonto, se tornò a splendere il sole. Partecipe degli umani, approda il cielo a una resa dentro il vento di mare ai cancelli:un fingere nulla delle rose recise,un serrarsi di denti di chi non varcò il segno? IO RICORDO DI PAESTUM

di Vito Cerullo

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Perdo le volte, i volti perfidamente. Persino negli occhi, i miei, cambiati, veri dovunque guardati. Presente quest’uomo vestito comunque, esente da morte, con sempre parole fate appropriate, abiti stancate. Perdo

mille aghi d’acqua, come del greto sabbioso, da cui cosparge (per lei) il ventaglio cieco di salsedine. Dagli occhi scavati i fondali ormai stinti di passioni, dove su fine strato azzurro la seta dei ricordi sventola, drappo vissuto a stracci e serate di gala. Volti spumosi come profonde onde mute, oceaniche, severe, tolte alla vastità per usura. Onde non ancora estinte, in viaggio, con occhi umidi per desiderio. –Sonda mio Dio la voglia sincera e tocca con forza il sogno di chi amo, spingendo la spalla liquida di chi è ancora in movimento, perché anche gemendo

di morte spettacolare. Intanto il lungomare non conta i feriti e i decessi, trascina frattanto ratti, gaudenti e claudicanti. Miti, scompaiono con assenza, come lei, non vista, franare nella forza di un’onda pregata, per ingegno lei esistere in una nuova forza.

articoli di giornale sulle tangenti buscate in nome di lavori titanici in cui credevano solo i Cavalieri della “Compagnia del Lifting” e gli appaltatori del momento. Lele era uno lento: sia nel pensiero che nel corpo. Impiegava anni per capire di aver sbagliato e secoli per chiedere scusa. Contro le eiaculazioni precoci del progresso schierava le riflessioni pacate dei pomeriggi estivi… C’erano anche momenti in cui andava di fretta: ma solo per cattiva abitudine o per necessità sociali e di sistema. Appena scesa dalla macchina la povera Giulia si rese immediatamente conto che del casello raffigurato nella foto d’epoca non rimaneva che il ricordo. E un cumulo di macerie senza troppe erbacce denunciava il passaggio recente di un cinico ed immemore progresso. Nella foto c’erano Giulia, sua madre Clementina, zio Tonio che sarebbe stato ucciso dai tedeschi e nonno Michele con la divisa da ferroviere. Tutti in fila per la foto davanti alla facciata bianca del casello. Immancabile un cane… Avevano l’aria felice dell’inconsapevolezza e l’ingenua luce della speranza infinita. E sullo sfondo una pianta ancora giovane di roselline rampicanti di colore indefinito, visto che le foto in bianco e nero dividono il mondo in poche e semplici classi cromatiche. Le macerie erano bianche, come nella foto erano bianchi i muri del casello. Le travi di legno vecchio affioravano dalla massa di sassi e terra come ossa spezzate di una frattura. Il crollo era stato quasi perfetto perché le macerie non avevano invaso i vicini binari ancora funzionanti. Con il rischio di trovarsi dinnanzi ad un treno in movimento e uscente dalla curva della galleria di Persano, Lele e Giulia circumnavigarono la massa di macerie pulsanti di storia. Naturalmente, dopo sessant’anni, non speravano certamente di trovare vecchi oggetti personali o altre indicazioni del passaggio di Giulia, sia perché quando lasciarono il casello alla volta di una nuova sede non lasciarono nulla e anche perché dopo di loro chissà quante altre famiglie di ferrovieri avevano animato quel alloggio di campagna. Il rumore di una vicina segheria distolse per un attimo Giulia dai suoi ricordi struggenti e come in un sadico gioco di matriosche della memoria si ritrovò in un nuovo ciclo di ri-

cordi: il muretto del primo appuntamento amoroso, il vicino campo dove morì un bambino dilaniato da una mina mentre faceva pascolare la sua vacca, i luoghi delle feste in famiglia, le strade di sempre, … In questo gioco della memoria o si beve o si affoga… Ma le macerie furono più forti. Giulia non pianse vedendo ciò che era rimasto della sua dimora giovanile, ma i suoi gesti erano un misto tra la curiosità di chi cercava per non dimenticare e la cocente delusione derivante dal pensiero che insieme al casello erano crollate tante altre cose nella sua vita durante quei lunghi sessant’anni. Ogni sasso era oggetto di stupore e di paura per l’inesorabilità del tempo. All’improvviso lo sguardo di Giulia fu catturato da un particolare che nella foga della scoperta non aveva considerato con la giusta lucidità. Tra le macerie, e in alcuni punti sopra di esse, sopravvivevano e s’ inerpicavano rigogliose le roselline che nella foto avevano da poco cominciato la scalata sul muro del casello. Com’ era possibile che dopo tanti anni quelle roselline fossero sopravvissute e soprattutto come avevano superato il trauma dell’abbattimento del casello? “La natura non ha limiti” – pensò Lele mentre si gustava la scena della madre che riconosceva dopo decenni i suoi fiori tra le macerie. Non solo avevano vinto la sfida col tempo, ma le delicate roselline della foto appartenevano, oramai, ad una pianta massiccia che il tempo aveva fornito di robusti tralci. La delicatezza delle roselline era immutata. Tra le macerie, il colore delle roselline spiccava dispettoso sullo scenario solo apparentemente deprimente del casello abbattuto. Lele riconobbe in questa scena un significato profondo e tutt’altro che triste: le roselline e Giulia avevano la stessa storia. Superando gli errori e gli orrori di quella sanguinosa pagina di storia, si erano fatte strada nella vita e nonostante i “crolli” decisi dal tempo e dal progresso, continuavano spavalde a crescere sotto il sole del mezzogiorno d’Italia. Il cielo imbruniva e la segheria ormai taceva. Dall’arrivo di Lele e Giulia erano passati lentamente già diversi treni regionali e i rotori delle locomotive sembravano rianimare le macerie memori delle urla giovanili di Giulia. I giochi incoscienti sulle traversine dei binari si erano spenti da tempo

per peso e mode, rughe assolate di passanti. I mostri e i maestri scolorano tra le tinte dello straccio cittadino, mentre io passo stupito su righe a casaccio di pavimento, su perdute tracce di comportamento.

XVI Permanga il tempo della morte, quella che occlude attese sorde, richiama oltrementali cene. Escluda nella sembianza di case amiche, con lama paziente, dei cibi l’amaro, grettezza. Permanga sulle delusioni del mito, con dita callose e aduste la saggezza, quella che apre il velo e smussa il rito.

XII Lei, già morta, sdraiata sulla lunga riva, quella dei passanti intatti arrosolati, scuri su un’oblunga ombra, umiliata dai falsi ratti da passeggio eterno. Il lungomare è instancabile. Lei sa che prima di divenire eterni le amare ciglia si arrestano in tempo, in rima baciata con la vita. Il suo segreto così evidente s’innamora dei

possa attraccare un giorno, in un’ora, al porto di riposo del gabbiano!Lei prega, stipata tra un granello di sabbia e un ciottolo, da una mano, planato, da distanza di un monello di paese. Non si potrà scorgerla. Gli uomini assetati di risacca agonizzano squamati per la deludente proposta, fiacca,

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per fare spazio alle luccicanti promesse di una vita in un’Italia da rifare tra i film di Totò e il “Musichiere” di Mario Riva. Il ricordo dei vestiti rubati dagli armadi durante la guerra e riconosciuti dopo anni in chiesa addosso ai vicini, cedette il passo alla preparazione degli abiti nuziali. Le feste comandate che coinvolgevano intere famiglie e paesi erano state rimpiazzate dai panettoni comprati al supermercato. I percorsi in bicicletta per andare a scuola solo un ricordo sbiadito. Lo spettro dei nazisti che dopo l’armistizio di Badoglio avevano defecato per sfregio nel berretto da capostazione di nonno Michele era stato ricacciato nelle cantine della storia a suon di vita. Il ricordo spiacevole dell’incidente ferroviario in cui persero la vita due ferrovieri e un sottufficiale dell’esercito tedesco che accompagnava il carico, la fuga rocambolesca di nonno Michele tra le montagne – che non si riconosceva affatto nei panni del “capro espiatorio” e nei dodici anni di galera che gli volevano appioppare per un imprecisato “errore umano”-, il processo che ne seguì, l’assoluzione quasi ovvia, le bestemmie dei parenti insoddisfatti e i gioielli venduti per pagare l’avvocato, divennero col tempo sclerotiche paure della cui carica emotiva nessuno, mai più, si occupò. Era tardi. Bisognava ritornare a Battipaglia. Ma non prima di aver prelevato un rametto di roselline da trapiantare a casa in un vaso adibito per l’occasione. La mania che aveva Giulia di portarsi a casa un ricordo botanico dei luoghi in cui andava, questa volta era più che giustificata. Quando dopo alcune settimane il rametto aveva attecchito nel vaso di terra al sesto piano del suo condominio, Giulia non si sentì più triste nel ricordare la sua gioventù passata. Ora possedeva un segno tangibile della sua personale vittoria sulla Storia proprio lì sul suo balcone. E ogni mattina poteva innaffiare in vestaglia le ritrovate roselline di Persano.

II Ti chiudi al permanere delle cose, anche se bussa il vento su sere da cene stanche e me che richiudo il tempo a giorni persi e te che ricuci i lembi di vestiti battuti a terra. Anche su sghembi passi posano astuti lumi, che dai fumi stancano dando ai muti parole fatte, umidi consensi alle fanatiche bestie, che dalle fumide brume di alate incoscienze, lanciano ideologiche ornate gioie, quelle che tranciano l’onesto morire dei vivi. Esse, frange civette illusioni consumano per banalità, in ragione della bestia viltà.

III E l’epilogo. E l’epilogo tolto dal racconto ha il suono del rumore fondo, del girovagare tondo del mare; del sale raschiato come il rastrellamento a doccia del corpo, o qualcosa di caduto: il colore, quello che schizzava il motto spiritoso, l’ironia delle ore sole. Scappare stanotte: osserva le pagine ultime raggelarsi a marmo, già esigenti nell’erba dell’insonnia d’agosto. Magari nell’attesa dell’inverno, o ferme all’ultima estate, respiro ignaro.

buon vivere sociale. Hai pensato mortale canna al prodigio della prensilità? In sella ad una vocazione misera rimozione dei minuti in spazio delimitato, ozio della presenza. Nelle diecimila snelle pronosupinazioni dove sei stato? Suoni di lontananza, di anni persi tra gli inganni. X

IV Hai per caso incontrato le tue mani oggi? andato dal mattino per la vita, usando qua e là maestria di parole fischiettando la mole di esperienze, ma le mani, le mani le hai ignorate. Esse soprattutto mai smesse alle casse, ai giornali, ai martelli, manuali segnalilazzi per conversazioni del

Passeggio il paese Battipaglia. Ho perso i platani giardini aranci. La civetta di agile lianaluna sventola i platani in ganci di piazza Amendola; la bandana di grano e castelluccio è muta. Arano il cemento i passeggeri calati dall’al di l’Alento. Schiumosi franano ogni volta da gusci matrimoniali inquinati dai frastuoni del boom. Fingono, fingono di ricordare la morte, la tenace, vera…sloom! * * *

CINEFORUM “NUGAE”
L’Associazione culturale “Nugae”, a partire dal mese di Settembre 2004, promuoverà una serie di incontri finalizzati alla visione di lavori cinematografici, in sede ancora da definire nella città di Battipaglia. Dalle pagine di questa rivista vogliamo cogliere l’occasione per coinvolgere tutti coloro i quali, sia professionalmente che in veste amatoriale, sentendosi vicini al mondo del cinema, individuano nel cineforum un valido mezzo di confronto culturale e non solo di puro svago. Cerchiamo, dunque, persone interessate alla visione e al dibattito, ma anche all’organizzazione, insieme a noi, del cineforum stesso: dalla messa in opera tecnica della sala, alla scelta ragionata delle pellicole. Sperando, altresì, che da questa collaborazione possano nascere nuovi Soci per l’Associazione “Nugae”. Per informazioni: Anna Di Feo; Massimo Longo ; Lucia Ielpo (vedi Redazione “Nugae-Scritti Autografi” ) 14

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Le cose ordinate
Poesia
di Fabio De Santis

La strada breve per Sant’Elia
Prosa
I Ancora in tempo. L’ora è gabbata, per cui tu qui, tra le mie braccia rare. Lasciando traccia

di Aengus

L’esigenza di riconoscibilità formale della poesia viene da lontano, da sempre affascina il poeta, anche “quello” liberato dalle forme e scivolato nello “stile da traduzione”, espressione dispregiativa coniata da una certa critica italiana del dopoguerra. Nel 1990 Raboni sosteneva che la stessa poesia richiedeva questa riconoscibilità ai poeti per continuare ad esistere. L’affermazione forse partiva dalla consapevolezza di “un estremismo informale” che a volte ha ammutolito la voce del poeta costringendola in scritti troppo somiglianti alla prosa. Il piccolo canzoniere, dal titolo “Le cose ordinate”, che qui verrà pubblicato a “puntate”, è un tentativo di poesia e di poesia scavata nel solco del formalismo, questo per stabilire che essa è possibile ancora oggi e che paradossalmente è il decalogo delle cose da non fare in poesia, per “liberarla”, ad essere restrittivo ed a creare un nuovo codice formale. Un secondo paradosso è in rapporto con i contenuti della raccolta. In essa si parla dell’esperienza continua della morte, non solo la fisica, che toglie il respiro, ma della morte intesa come modifica permanente dello stato delle cose, l’andare degli attimi, delle storie, dei sentimenti, delle età. Ci coglie sempre di sorpresa e destabilizza un ordine, che è la successione dei desideri che ognuno di noi stabilisce per il futuro. Nella presunzione di un mondo ordinato e nella sua irrealizzabilità si ricava un forte malessere per l’uomo, dovuto all’illusione di poter dominare il flusso della vita, indirizzarlo secondo la sua volontà. Tuttavia la vita richiede un ordine per poter esistere, così come la poesia (anche il verso libero lo richiede), ma esso non può bastare, né alla vita, né alla poesia. Ci vorrebbe una saggezza per relativizzare l’ordine, dialogare quotidianamente con la morte, vivificare il continuo disfarsi delle cose.

Arrivai in vista del monastero benedettino adattato a masseria in un tardo pomeriggio di fine luglio. Erano quasi le diciannove e la luce solare manteneva ancora un’intensità tale che gli alberi e le coltivazioni scintillavano in una folgorante tonalità di vérde. Il viaggio era stato lungo ma comodo sulla mia Peugeot 206 blu di Cina: ero contento di aver rivisto la Francia ma, ora, altrettanto felice di essere tornato a quella antica contrada, stretta tra il fiume Lise e le colline di Sant’Elia. Tutta la terra che si riusciva a coprire con lo sguardo intorno al decaduto complesso e il monastero medesimo recavano il nome del Santo. Il borgo distava due chilometri e mezzo, coperto da una collinetta il cui dorso irsuto era una linea di enormi, vecchi lecci e di antiche querce che, oltre il ponte di pietra di epoca medievale, declinava dolcemente verso il fiume. L’aria era calda ma, a tratti, correnti fresche scuotevano la vegetazione, portando gli odori e i suoni della campagna. Dalle stalle mi arrivavano i miasmi e il tintinnare sordo dei campanacci; dal fiume lo scivolare lento dell’acqua sulle pietre e l’odore dei greti erbosi. Un latrare di cani riempiva l’aria ogni tanto. Mi colpì anche il volo d’una gazza che, dritto e rapido, si perse oltre la torre del monastero. Sotto la grande quercia che sporgeva sulla stradina, appoggiato all’auto, colmavo gli occhi e il cuore con quelle sensazioni. Era trascorso troppo tempo dall’ultima volta che quelle atmosfere mi avevano impregnato l’esistenza. Tutto sembrava, a quell’ora, pervaso dal rosa-arancio del sole che moriva, ma era una visione intellettiva più che reale. Sembrava proprio che ogni immagine che feriva i miei sensi diventasse subito una foto ingiallita dal tempo. Mi abbandonavo all’assalto dei ricordi, a lungo smarriti chissà dove nella mia mente. Sparpagliati, stanchi e desolati per aver così tanto atteso, a mano a mano che gli odori di paglia, sterco, erba medica si facevano più freschi e intensi, quelli si riprendevano, un po’ rinvigorendo, addossandosi l’uno sull’altro per suggerirmi questa o quella immagine e un gran numero di cose dimenticate. Riflettendo, ricordai che l’angusto viottolo all’imbocco del quale mi ero accostato con l’auto era, ancora quando andai via, sconosciuto ai più. Si trattava, in realtà, di un sentiero sterrato con vegetazione di siepi che irretivano un

di paure, finora l’amaro del pensiero, fobie di tempi bui quando non eri tu

tuttavia sparisti: per sempre mi lasciasti. Ancora io, senza ieri, rivivo anche stavolta,

doppio filare di querce e aceri. C’erano more e mirtilli e alcune piante di noccioli quando veniva il tempo. Gettare lo sguardo nella semioscurità di quella vegetazione un po’ mi sconvolse: mi si aprì una piccola breccia nel cuore per quei luoghi che, credevo, non avessero più significato per me. Un uomo di trentasette anni che all’improvviso ritornò indietro nel tempo: un ragazzo di ventiquattro anni i cui tratti somatici erano, in un istante, mutati in quelli di un adulto. C’era da confondersi le idee in quel trambusto di suggestioni. Poi, parve tornare una quiete interna, mentre ancora la visuale era dominata da quella luce rosa-arancio, solo un po’ più scura. Dalla torre del monastero, con fori quadrangolari, due tortore volarono verso l’aia, fino a posarsi sul tetto di quello che sembrava un porcile. Emettevano il loro struggente richiamo che era come un canto che sibilava nell’aria: quasi una sorta di ritirata per tutti gli esseri viventi dei dintorni, un invito a smettere ogni attività per dedicarsi al riposo o, meglio, all’amore. Il lieve vento della sera si aggirava tra i campi e, dal fiume, trasportava verso me la fragranza di un tempo dimenticato. Lasciai l’imbocco della stradina, facendo retromarcia, ma guardai per un po’ l’intero tratto fino alla curva dove la luce diveniva fioca. Lì in fondo querce e aceri intrecciavano i rami come braccia protese… Lì, mi accorgevo ancor di più ora, una parte di me sopravviveva e si stava risvegliando da un lungo letargo. L’auto procedeva lenta sul viale che conduceva all’antico monastero, da più di un secolo divenuta masseria, illuminata da quella luce che vestiva ogni cosa. A intuito avvertivo che nella disposizione delle pertinenze del complesso qualcosa era lievemente mutato. Le ruote schiacciavano sterpi e foglie, mentre lentamente si facevano strada nel tratto finale che conduceva al centro dell’aia. Scesi dall’auto e, presto tre cani di piccola taglia, uno bianco e nero, un secondo beige e bianco ed un terzo più grande tutto rossiccio e ancora cucciolo, mi si fecero incontro. I primi due erano volpini a pelo lungo, l’altro a pelo più corto era una specie di cane da caccia. Si vedeva che erano buoni e li lasciai odorarmi finché si fidarono, cercando di giocare con me. Mi girai intorno ma non c’era nessuno. Gironzolai e chiamai un po’ in giro ma senza alcun risultato. I miei erano fuori e non era l’ora degli operai che si occupavano dei campi e degli animali. Questi ultimi sembravano già ben governati nei loro recinti. Dunque ero tornato a casa dopo

eslege fra i tabù di libertà stravolte. Ti dico stai, rimani, modella le mie mani.

E tu sopravvissuta alle esperienze resti, moltiplicando i passi e i letti, perché sai:

il tempo ladro e muto (mentre cammini onesta calciando brevi sassi) toglie, lasciando mai.

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tanto tempo e realizzai che nessuno mi aspettava. Per quanto fossi stato generico con mia madre sul mio eventuale passaggio, mi fece piacere che non stessero lì ad aspettare: ricordai d’un tratto quanto mi divenne insopportabile a suo tempo l’essere continuamente al centro delle loro preoccupazioni. Ma era normale per un giovane. Chiusi la macchina a chiave e mi incamminai verso il viottolo nascosto. Decisi quasi un po’ follemente di inoltrarmi tra quei cespugli e già fatti i primi passi un mare di ricordi tornò a farmi compagnia. Io sapevo dove portava il sentiero e trovai quel segreto percorso quasi come me lo ricordavo. Dopo un po’ di cammino già mi arrivò forte e chiaro lo scorrere lento del Lise, con l’odore di quelle erbe inumidite dall’ombra e dalla vicinanza del fiume. Qualche ramo mi segnò il volto e le braccia quando giunsi in vista del vecchio mulino oramai abbandonato. Da piccolo, mio padre mi ci portava ancora e ricordo che tra le assi sconnesse del pavimento guardavo il luccichìo argentino dell’acqua in certi pomeriggi d’estate. Il mulino, appoggiato alle due sponde del fiume, aveva un passaggio laterale a valle, mentre a monte restava in disuso la grande ruota. Saggiate le assi mi fidai e cautamente vi passai sopra. I lunghi rami dei vecchi lecci piegati correvano lungo le pareti del mulino, e con essi una folta vegetazione di rampicanti. Ah! Quei luoghi erano fantastici, in grado di scatenare ancora la mia fantasia. Preferivo in particolare immaginarli nel medioevo quando ero piccolo e sino ai miei vent’anni. Vi ambientavo le storie più fantasmagoriche e ci pensavo spesso, anche quando studiavo Lingue all’Università. Quando coltivavo il sogno di diventare interprete e, tra le tante letture mi appassionai a qualche testo di Le Goff. Quando viaggiavo un po’ ovunque in Europa e rimanevo incantato dalle vestigia, soprattutto medievali. Ci pensavo quando una ragazza da un sorriso chiaro e dall’accento straniero mi sorrideva, quando conobbi l’amore tra le braccia di una di esse a Praga. Ci pensavo con tutto il mio essere, sin da quando ero piccolo e vedevo i film di

D’Artagnan e la Freccia Nera. Tutto ciò che era bosco, cielo che muta in pioggia, vento che viene a portare l’inverno, antiche mura, case di legno, la neve nella quale i miei piedini di bimbo una volta corsero perché non volevo fare colazione. Avevo fatto l’interprete per questo e lavoravo alla Comunità Europea per lo stesso motivo. Era la mia fuga nel mondo che avevo cominciato a costruire ed amare sin da piccolo. Credevo che in quel modo sarei stato a contatto sempre con la cultura e con nuovi posti da vedere, per ricondurli a quella mia contrada interiore. Un po’ era così, ma non sempre e non come avrei voluto. Tuttavia, mi ero abituato a star solo nel mio appartamentino e a parlare una lingua diversa dalla mia per muovermi nella vita quotidiana. Avevo le mie storie e a periodi la mia casa rimaneva vuota, mentre in altri l’abitavamo in due. Mi lasciai alle spalle il mulino mentre il fiume brillava proprio come quei pomeriggi di farina che imbiancava gli abiti. Camminando riflettevo ancora sulla mia esistenza, e pensavo alla città in cui vivevo, alle auto, alla gran quantità di turisti in giro tutto l’anno, alle birre con gli amici di tanto in tanto la sera, all’amore, al sesso, al lavoro, ai colleghi, alle domeniche pomeriggio. C’erano dei tratti di tristezza, ma sentivo di non riuscire a rinunciare a tutto ciò. Me n’ero andato perché sentivo un forte bisogno di essere libero di fare senza condizionamenti le mie scelte. Ne ero sempre convinto; è un diritto che spetta a chiunque. Ancora sterpi che mi lasciavano segni in faccia. Non ero attento. Stavo ripercorrendo la mia vita nella distanza che separava l’imbocco del viottolo alla sua fine. La cantilena che echeggiava dal Lise mi accompagnava ancora lungo il sentiero, pian piano sfumando, finché non giunsi alla radura, ad est della quale si stendevano sempre i campi di granturco. Breve scorcio di campo aperto, quindi, prima di riprendere il sentiero nel suo tratto più lungo e stretto, quasi impraticabile tanto era l’intrico di siepi selvatiche. D’improvviso udìi come un tuono in lontananza, ma

gioielli avrebbe fruttato un bel po’ e la rarità della scoperta (i cuochi sono molto attenti a certe preziose sorprese mentre cucinano!) causò interessi e ipocrite pacche sulla spalla da parte di chi aveva solo gustato la polpa senza la fortuna di masticare perle. I bottoni delle camicie e le cinghie dei pantaloni erano stati messi a dura prova e i tailleur delle signore ambasciatrici puzzavano di cucina… I rapporti O.N.U. sullo sfruttamento del lavoro minorile in Pakistan erano impregnati di frittura e i bilanci per approvare la costruzione di una fabbrica di vaccini in Uganda ricoperti di crème caramel… Il Presidente di turno uscì per primo dal palazzo dei congressi dondolandosi come un dirigibile in un giorno di vento e avvicinandosi ad un mutilato che chiedeva l’elemosina all’angolo della strada fece scivolare, tra i flash della stampa e con un plateale movimento della mano, la “sua” perla preziosa nel piatto del poveraccio pieno di monetine e sputi.

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“Allora mambo” (le ostriche di Johannesburg)
Prosa
di Michele Nigro
“Signor Presidente…! Fuori piove a dirotto e la città a quest’ora sarà piena di poveracci che vagano alla ricerca di un posto asciutto in cui ripararsi, dal momento che le loro bidonville avranno già imbarcato acqua e altre cose indefinibili …!”- disse il segretario affettato e sull’attenti con un tono che era una via di mezzo tra il nauseato, pensando alle “cose indefinibili” su cui aveva a stento trattenuto la lingua, e l’apprensivo, pensando al doppio petto del Presidente, firmato Ermenegildo Zegna. Il costoso abito non avrebbe reagito bene all’acqua piovana se per caso l’illustre politico, colto da un raptus di solidarietà popolare, avesse deciso di camminare a piedi tra le strade di Johannesburg fino al quasi vicino Centro Congressi. Lì, infatti, si stava svolgendo ormai da giorni il “raduno” internazionale dell’Unione Presidenti Solidali e Preoccupati (sigla U.P.S.P. – che sembra più un richiamo usato da vecchi sporcaccioni quando vogliono attirare l’attenzione di giovani ragazze sugli autobus o all’uscita delle scuole! “Heilà ,signorina…! P.S.! P.S.! U.P.S.P.!!!”) Ma la Provvidenza fece scegliere al Presidente la “solita” Limousine per raggiungere i colleghi che già avevano preso posto nella sala da pranzo. Erano veramente preoccupati per la salute del mondo e per la situazione disastrata delle popolazioni terzomondiste che fortunatamente non sapevano quasi nulla di quel vertice. I problemi erano tanti e le esigenze dei singoli paesi ricchi fin troppo variegate e preminenti per mettere pace tra tutte le “teste” intervenute… E allora? “Allora Mambo!” Come recitava il titolo di un film italiano…Tutti sfogavano la loro “rabbia” e la loro immensa “delusione” in un bagno di Champagne e cospargendosi il corpo di patè foie … Il chairman di Dublino cominciò a stuzzicare la segretaria del Presidente degli Stati Uniti d’America lanciandole fragoline di bosco appositamente richieste dalla Francia meridionale insieme ad un lotto succulento di Camembert e di Roquefort. L’avvenente segretaria non fu da meno e mentre si riparava dai colpi di frutti di bosco del vegliardo irlandese usando la cartellina contenente le statistiche sui morti per AIDS nel biennio 2000-2001 in Tanzania, rispose all’attacco con un massiccio schieramento di caviale direttamente approdato sulle tavole di Johannesburg con un volo diretto dal Mar Caspio. La guerra del cibo continuò per ore tra lanci dispettosi di pietanze e grandi abbuffate che misero duramente alla prova i vari gourmet travestiti da politici intervenuti per discutere sulla annosa questione della fame nel mondo. Il comunicato parlava chiaro: “…fate sparire ogni prova del vostro passaggio. La gente non deve sapere che siete stati qui!” E poi mandare indietro tutto quel ben di Dio , sarebbe stato un affronto gravissimo nei confronti di chi muore di fame. L’ultima portata fu micidiale…! Ostriche coltivate in Francia cotte con alcuni litri di Chardonnay e servite con una salsa verde della Liguria. L’applauso fu inevitabile e l’atmosfera gioiosa sembrava tradire quasi un raggiunto accordo sulla costruzione di un acquedotto per servire alcune zone dell’Africa centrale ancora sprovviste del liquido prezioso. Invece era solo un applauso per le ostriche…Nessuno si preoccupava del vertice saltato, perché tanto tra sei mesi ne avrebbero fatto un altro nel Burkina Faso dal titolo: “Le proteine digeribili nell’Africa del Nuovo Millennio: prospettive e speranze per un mondo migliore”. Boh…!? Argomenti inventati, triti e ritriti, che servono a coprire i veri accordi che si svolgono dietro le quinte! Mentre il Presidente di turno dell’ U.P.S.P. succhiava senza tregua la polpa delle ostriche dal loro involucro grossolano aiutandosi con un cucchiaino d’argento, sentì qualcosa di duro e liscio sotto i denti e fece appena in tempo a sputare fuori il corpo estraneo che altrimenti avrebbe ingoiato insieme al premiato mollusco. Si trattava di una perla. Bianca, perfettamente rotonda, lucente e di dimensioni ragguardevoli… Sul mercato dei

ad esso ne seguirono altri. E allora ricordai che era la festa di Sant’Elia. Ecco perché i miei non erano in casa. C’era la processione e poi si poteva stare seduti sotto le luminarie a chiacchierare con parenti ed amici fino a notte fonda. Mi affrettai. Altre sensazioni dell’infanzia mi assalirono e più camminavo più erano quelle adolescenziali e poi giovanili. L’incomprensione dei miei! Andavo avanti e indietro nei ricordi e il passo svelto mi faceva sudare. La camicia si impigliò in una spina e si strappò lievemente. Poi iniziò una salita alla fine della quale mi ritrovai finalmente nell’orto di mio zio Ettore, dopo aver scostato non senza fatica una rete messa a mo’ di cancello. Ero al borgo e quella che avevo appena percorso era la scorciatoia un po’ segreta che la mia famiglia usava da sempre per arrivare in fretta in paese nei casi di urgenza. Quanto era lontano tutto ciò dalla città straniera in cui vivevo! Mi aggiustai un poco e asciugai col fazzoletto il sudore. Poi, dall’orto passai dietro la casa per ritrovarmi sullo stradone già illuminato dalle lucine lampeggianti e percorso da una folla di paesani in momentaneo silenzio dietro al Santo, quasi come a volergli chiedere un piacere. Ma la banda attaccò con fragore e rosari tornarono a girare tra le dita avvizzite delle anziane donne vestite di nero, le lingue dei fedeli a rivolgere preghiere a Sant’Elia. Appena passata la processione andai verso la trattoria di altri parenti e, immancabilmente, vi trovai i miei. Stupiti nel vedermi mi vennero incontro, per prima mia madre col suo sguardo in cui si leggevano mille domande per un figlio che se n’era andato lontano. Mio padre mi abbracciò senza indugi e un po’ severo, come sempre. Ma si vedeva che i loro cuori traboccavano di gioia. Mentre gli altri parenti si facevano intorno dicendo spiritosaggini, mia madre mi aggiustò i capelli e il colletto della camicia. Pensai che io ero semplicemente un grumo di ricordi, e il mio buon senso e la maturità raggiunta fino ad allora. Ero il tempo trascorso dalla mia infanzia, ero l’amore che avevo dato e quello ricevuto. Ero il mio mestiere. Ed ora, ero un giovane che abbracciava i suoi vecchi genitori che non lo avevano mai capito, un uomo che adesso non aveva così tanta fretta di ripartire da Sant’Elia.

Notizie “di poco conto”
Brevi dal mondo letterario - 22 Maggio 2004 ore 17,30 XXXVI Premio Nazionale Sìlarus (Narrativa-Saggistica-Poesia) Salone di Rappresentanza della Provincia, Palazzo S.Agostino, Via Roma Salerno. Premiazione vincitori e recita delle liriche premiate e segnalate a cura dell’attrice Ivana Monti. - 23 Maggio 2004 ore 20,30 Convegno pubblico sulla poesia “Grida dall’anima” Auditorium dell’ ITIS “G. Gatta” Via Pisacane - Sala Consilina (Sa) - 29 Giugno 2004 ore 20,30 Concorso di poesia e prosa “Simposio” (serata finale) Sala del Comune - Buccino (Sa) Interverrà Luciano De Crescenzo

La Giuria del XXXVI Premio Nazionale Letterario Silarus, sezione Narrativa, ha deciso di conferire la “Segnalazione d’onore” al racconto “Le roselline di Persano” di Michele Nigro, pubblicato nel presente numero di “Nugae”. La cerimonia di premiazione si terrà, sabato 22 Maggio 2004, alle ore17,30 nel salone “G.Bottiglieri” del palazzo della Provincia, sito in via Roma a Salerno. Il racconto premiato verrà, inoltre, pubblicato sul numero 233-234 della rivista “Sìlarus” fondata da Italo Rocco.

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Metamorfosi
Prosa
di Lucia Ielpo
ho trasformato il mio amore. la penna lo ha cancellato, scrivendolo. un giorno, mi sono avvicinata al tavolo e l'ho guardato. era lì, sul foglio, mi aspettava già da molti giorni. gli ho lanciato uno sguardo rapido e scattante ma intenso e ho preso ad amarlo. dapprima da molto lontano, come un fiore appassito che non sappiamo ancora se abbiamo intenzione di recuperarlo alla vita. poi sempre più intimamente, quasi appoggiando la testa vuota sul foglio, dormendo in esso, respirando attraverso le invisibili crepe della carta. se qualcuno mi avesse spiata, avrebbe indovinato di me l'ardore e la disperazione, la mano immobile che scalpita, gli occhi chiusi al sogno. all'improvviso, l'epifania, la mente che vede per la prima volta se stessa. così ho preso appunti sull'amore e sulla morte. ho incontrato un piccolo ma grazioso firmamento di stelle colorate che dalla profondità della pelle si faceva strada verso la notte. e l'amore. e la morte. poi ho disperso il mio corpo per la stanza, dimenticando di me stessa un pezzo dopo l'altro. le braccia all'angolo del lavabo, le sopracciglia attaccate al mascara, i piedi nelle scarpe e nelle strade disegnate sulla faccia della parete. ho tirato un respiro lungo e faticoso da abbracciare il corpo intero e con la stessa immediatezza ed impulsività l'ho espulso da me stessa, l'ho soffiato via, con vestiti e pensieri. un occhio chiuso per dimenticare, l'altro aperto per inventare. di me ho preservato solo le labbra come il simulacro della parola che muove l'aria e la forgia in ombre quasi diafane sulla carta. lui era sempre lì. rifiutava il punto, ricacciava la fine e la gomma da cancellare; si enfiava d'aria, ingrandendosi oltre misura e senza temere resistenza alcuna, si diffondeva sulla pagina. getto d'inchiostro, come acqua che lava i pavimenti, come pittura che copre i rumori del passato, dimenticati nell'intonaco secco del muro. testo poetico che vomita se stesso fuori della pagina, poesia ed interpretazione, nota che straripa, verso che si spiega e si confonde. forse ancora l'unico confine il bordo del tavolo che separa il ciglio del foglio, il duro dal molle, il petto dalla penna. all'inizio ero io, il mio pensiero contorno di lettere, dentro di esse l'addome gonfio di chi non mangia più da secoli. mi arrotondavo intorno alle movenze della punta della penna, liquida, tuffata nel sogno di un utero pieno, raggomitolata con le mani strette tra le gambe. e la penna correva. ero io. orecchio teso sul petto - mani che rovistavano sotto i vestiti per trovare me stessa. ed invece c'eri tu. la voce che chiama dal pozzo, le unghie che graffiano i muri e capelli di ragazzo come il filo di un aquilone che mi tirava le dita. ero troppo pesante. cadevo dal filo, ricacciata dal vento e dall'erba scivolosa sotto i piedi. Così imparai a correre. sempre più forte, fino a gareggiare con le stagioni. all'inizio ero io, poi sei arrivato tu. ti ho inseguito fino all'ultimo marciapiede dell'ultima strada dell'ultimo confine e, per poco, ti ho visto. ero io che guardavo te. tu ti allungavi sulla carta, distendendo le membra, rilassando i muscoli e la mia fantasia, come i tuoi muscoli, dimenticava il guinzaglio a casa, dietro la porta. ti ho ossevato fino a quando ti ho capito, poi sei rimasto solo tu. tu e la pagina. la mia mano un medium che presta la voce ai fiori secchi. inizio - il mio amore. le mani del dipinto di Escher. salivo fino in cima, sulla scapola e intraprendevo le curve slittanti della schiena. dal buco della serratura spiavo me stessa allo specchio, un amore malato, un girasole che volta le spalle al sole per inseguire la luna. il kamasutra di me stessa. le tue parole uscivano dalle mie narici; le accoglievo nella bocca e le ricacciavo diverse, sbiadite a volte, ma sempre nuove. ero io. non sapevo ancora che i tuoi capelli erano sempre un po' più avanti e che io li avrei seguiti. ti toccavo e ti ritoccavo. io sempre io. le mie mani di desideri ossuti, i miei polsi di venuzze tenere da spezzare, una ad una. e le ho spezzate, petali di un m'ama-non-m'ama. mi sono lasciata sbottonare, dall'amore e dalla pagina bianca. dalla parola morte. mi ha convinta a scrivere per non morire, per non far morire te e l'amore. un giorno mi sono persa. scrivevo di te e indietreggiavo nella mia adolescenza. alle spine delle rose sul muretto. al piede da fenicottero nella campana. l'occhio portava dentro di sé una foto con la tua immagine, ma il tuo volto in primo piano si offuscava e la terra, dietro di te avanzava a divorare la luce. guardavo te ma tornavo alla mia giovinezza. alle braccia scoperte nel sole dell'estate, al ciliegio appena spuntato sotto la veste bianca. mi sono lasciata andare sotto le coperte e nel buio ho rivisto le nostre facce e me stessa, mentre ti guardavo. ti ho amato, nello spazio che passa tra gli occhi di lei e quelli di lui. ti ho

scritto con facilità e dolore. le vene, una ad una. cerimonia indiana- i capelli strappati dalla testa, uno ad uno. lei non piange nessuna lacrima, aspetta il sole tiepido come un palmo aperto sulla nuca. in quell'attesa ti ho scritto e ti ho amato, senza badare al tempo, ferma a cercare quel che restava dei miei lineamenti nell'acqua scura dello stagno. ero io. non ti cercavo, ti adoravo segretamente sotto le sottane, come un albero che ama i suoi frutti. un giorno dietro lo specchio ho trovato un piccolo frammento vitreo che si era distaccato. una fessura sottile era divenuta crepa e dirupo. un pezzettino minuscolo si era distaccato. ma dentro, la potenza del riflesso, ampio, le corde vocali, scalini che salgono e scendono all'infinito. un seme piccolo, questo pezzettino di specchio, caduto o fatto cadere o lasciatosi cadere dall'albero ed è già un nuovo frutto. il mio amore è un altro. ho guardato con una lente d'ingrandimento questo amore nuovo, staccato dal corpo dell'amore vecchio ed è stato come scoprire cellule straniere raccolte in una piccola nicchia del corpo, eri tu. eri sempre stato lì, e forse mi avevi guardata mentre io osservavo me stessa. per lunghi anni con la penna tra i capelli, a digiunare l'amore per l'amore stesso, sospinta dal dolore che si fa ricordo. una ad una. le venuzze. strappate dai polsi, erbaccia. per lunghi anni ho amato me stessa pensando che fossi tu, quando l'ho scoperto ho smesso. un giorno dietro lo specchio, un altro specchio. le tue mani e le tue braccia giacevano penzoloni fuori dallo specchio e si prendevano la vita e la scarabocchiavano sulla pagina. sei diventato tutte le parole di tutti i vocabolari di tutte le menti di tutte le nazioni di tutte le forme di vita. tu e la pagina. è stata una competizione e alla fine? la carta ti ha ributtato fuori migliaia di volte, il suo immacolato candore contro la tua presenza ingombrante. parole cancellate, sovrapposizione di immagini, di sentimenti, di interpretazioni dell'amore. tu, la tua contraddittorietà. e la pagina. le tue avances contro la sua silente chiusura. ti ho visto, eri tu, da me diverso, diverso persino rispetto a quei giorni in cui ti avevo chiamato amore. la penna mi ha abbandonato. ho dimenticato me stessa. gli occhi alla finestra, le gambe incrociate, il cuore separato dal mondo da decine di maglioni impermeabili. la pelle lontana dal cuore. ho spolverato le orecchie e irrigidito la retina, ho dimenticato me stessa. la penna eri tu. forse avevo inventato un amore che nel gran finale aveva preso il sopravvento su di me, nato e non generato dalla stessa sostanza della madre, mio, me stessa in lui, eppure ormai Altro. il mio amore è altro. una cellula indipendentista si è staccata e sei apparso tu. scrivevo l'amore, scrivevo

di me e sei nato tu. un amore nuovo fatto di sé, fatto di sé. altre parole, altri sogni, braccia penzoloni e piedi stretti e lunghi. hai camminato molto e sei arrivato a me. ho camminato molto prima di arrivare a te. il mio amore, dall'emisfero dei miei capelli alla spugna acquosa del tuo piccolo cervello dato alle stampe. prima ero io, poi sei arrivato tu. un amore fatto di verbi sostantivati e pagine fitte di memorie fittizie sprezzanti d'ogni punteggiatura. tu e la penna. ed io ti ho amato. ogni giorno mi sono alzata per guardarti ed innaffiarti. una parola dopo l'altra, una sull'altra, una accanto all'altra. eri tu e la carta. la mia faccia riversa su di te mentre rinascevi come una pianticella sottile sotto la ghiaia dei binari. nuovo, autonomo. i miei ricordi svaniti, tu eri me e l'amore e i ricordi. fuori di me, eterno. ho trasformato il mio amore, la penna l'ha cancellato, scrivendolo.

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