Euro 1,00

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“Nugae—Scritti Autografi” Norme per la collaborazione : la collaborazione è aperta a tutti ed è completamente gratuita. Gli elaborati vanno inviati tramite e—mail o all’indirizzo della Redazione nitidamente dattiloscritti e firmati ove non fosse possibile l’invio di floppy disk o cd-r . I racconti non dovranno superare la lunghezza di 6 cartelle. La Redazione non restituirà il materiale pervenuto presso la sede del periodico. La Redazione, inoltre, si avvale della prerogativa di non pubblicare gli elaborati sprovvisti dei requisiti minimi dal punto di vista letterario o sgrammaticati. La riproduzione, anche parziale, della presente rivista, è consentita dietro autorizzazione scritta della Direzione e con la citazione della fonte. Gli organizzatori dei premi letterari dovranno far pervenire i testi dei bandi almeno quattro mesi prima. Gli articoli, i racconti e le liriche riflettono le opinioni dei loro Autori, che di essi risponderanno direttamente di fronte alla Legge.
Rivista letteraria bimestrale autogestita a cura dell’Associazione Culturale

Gregorio Caloprese:
un grande meridionale da riscoprire

Saggistica
Il presente scritto, estratto dal “Nuovo Diogene Moderno” di Scalea (Giugno 2001, AnnoV – n° 4), viene riproposto ai colleghi e ai lettori di “Nugae” affinché possano conoscere meglio il filosofo “cartesiano”, nato nel suddetto centro tirrenico nel 1654 e ivi morto il 18 marzo del 1715.* Il suo pensiero, rimasto nell’oblio fino ai primordi del Novecento, comincia ad essere divulgato da Raffaele Cotugno, il quale riserva un’attenzione particolare alle idee estetiche. Successivamente è Attilio Pepe ad affrontare le stesse e il primo a precisare che occorre considerare il “renatista” come un pensatore geniale e non solo come il maestro di Gian Vincenzo Gravina e di Pietro Metastasio. A dimostrazione di ciò, lo studioso rileva che la riflessione estetica si ritrova sviluppata nei testi dei maggiori rappresentanti della filosofia dell’arte. Tale assunto è ribadito da Benedetto Croce nella recensione di un saggio del Pepe: egli, infatti, afferma che l’estetica “s’iniziò in Germania sotto il potente influsso dei teorici italiani”, tra cui il Caloprese. Il filosofo calabrese, insistendo sul ruolo della fantasia, pone la medesima come fondamento dell’opera d’arte, consistente nell’espressione delle “costituzioni d’animo che si generano in noi dalla considerazione degli accidenti o buoni o rei che nel corso delle umane operazioni sogliono accascare”. Pertanto “le composizioni più belle sono appunto quelle che ne rappresentano più al vivo le sembianze. Tutte quelle alle quali manca questa rappresentazione, quantunque forniti di tutti i

di Antonio Vincenzo Valente
colori retorici, son privi di ogni vigore, di ogni vivacità non altrimenti che se fussero corpi senza spirito. Ma il pensatore della Scalea non può essere ritenuto soltanto uno dei padri dell’estetica moderna, ma altresì un grande pedagogista. In proposito, è di estrema importanza la testimonianza di un altro illustre allievo, il principe Francesco Maria Spinelli, che nell’autobiografia descrive ed elogia il metodo educatesti. Dal punto di vista dei contenuti la scuola calopresiana avvicinava i giovani agli autori di PortRoyal e a Cartesio”. A partire dagli anni settanta l’insigne calabrese viene pure studiato come teorico della scienza “civile”. L’aspetto politico, connesso alla meditazione antropologica, è analizzato da Enrico Nuzzo e da altri accademici, i quali evidenziano che il Caloprese si pone in netta antitesi con le “impostazioni razionalisticoutilitarie di marca machiavellica e soprattutto hobbesiana”, quindi contro i sostenitori della tesi secondo cui gli uomini sono tutti malvagi e scellerati. Il filosofo non intende negare che “il numero de’ tristi non sia grande, e per avventura assai maggiore de’ buoni: ma che tutti e sempre siano di questa fatta, e che questa massima, come sopra a ben saldo fondamento si habbiano d’appoggiare tutte le leggi del viver civile, è così lontano dal vero”, che non sa “come da huomo di senno si possa affermare”. Nell’aprile del 1991 i risultati delle ricerche compiute sono stati esposti e discussi dai ricercatori in un apposito convegno, tenutosi nel luogo natio del pensatore. Dai lavori è emerso che nonostante i notevoli passi in avanti degli ultimi decenni, ancora manca uno studio organico sulla sua riflessione nonché una riflessione critica dei suoi scritti. * A pochi anni dal rientro definitivo da Napoli, dove era stato un esponente di spicco dell’Accademia degli Investiganti e di quella Palatina.

SOMMARIO “Grida dall’anima” “Sprazzi di taccuino” di Michele Nigro “La fototessera” di Massimo Longo “Esile resurrezione” di Adriana Mazzella “Crionica” di Michele Nigro “La mano” di Lucia Ielpo “Odissea notturna” di Michele Nigro “Vocazioni” di Fabio De Santis “Rondinità” di Michele Nigro “Poesie di Francesco Pignataro” “Come uno slogan rimasto in gola” di Davide Dalmiglio “Versi insonni” di Lucia Ielpo “Silloge per Le roselline di Persano” di Vito Cerullo Autori vari “La familiarità degli astri negli ermetici” di Vito Cerullo “Gregorio Caloprese” di Antonio Valente Pag. 3 Pag. 4 Pag. 6 Pag. 9 Pag. 11 Pag. 14 Pag. 16 Pag. 18 Pag. 20 Pag. 21 Pag. 22 Pag. 23 Pag. 24 Pag. 25 Pag. 26 Pag. 27
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“Nugae”
Presidente: Fabio De Santis Sede legale: via Guinizelli, 14 Sc. A 84091 Battipaglia (Sa) Tel. 0828-303091
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Registrazione del Tribunale di Salerno:

N° 20 del 28/Giugno/2004 Editore: “Edizioni Nugae” Via XX Settembre, 23 84091 Battipaglia (Sa) Cell. 347-3098430 Chiuso in Redazione: 16/Luglio/2004 Per liberi contributi, lasciti, donazioni rivolgersi al Tesoriere Sig. Colitti Salvatore (Cell. 338-2025760) o direttamente in Redazione. Grazie. In copertina: foto di Massimo Longo

Titolo - “Nugae: la prima rivista fatta con i piedi dedicata a chi scrive con la testa…Ed il cuore!”

tivo del maestro. Rifacendosi a quanto scrive il nobile scaleoto, Giuseppe Ricuperati sottolinea che nella scuola del filosofo si tendeva “ a realizzare un’esperienza globale, che investiva non solo la mente ma anche il corpo. Inoltre era una scuola maieutica, non cattedratica. Ginnastica e letture delle Sacre Scritture, commenti di queste con confronti patristici riempivano la mattinata, mentre il pomeriggio era occupato da filosofia ed eloquenza, realizzate sempre attraverso la lettura e la spiegazione dei

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La familiarità degli astri negli ermetici Saggistica
L’aspetto consolatorio degli astri si concreta per gli ermetici a seguito dell’emigrazione a onda “melodica” in terra straniera generante un diffuso sentimento di nostalgia, anche se non può escludersi completamente per i luoghi d’origine. Lo sradicamento dalle consuetudini domestiche per realizzazioni economiche, sociali e intellettuali, con variabili differenti da poeta a poeta, ( valenza patetica per Quasimodo, nulla per de Libero che rimane nella sua provincia a mitizzare un idillio senza tempo) determina successivamente affetto, ricordo e senso di rimorso interiore per l’allontanamento. E quindi, il bisogno di celebrare il degrado del proprio sud misurato nel declino della Magna Graecia, attraverso una poesia volta a una teorizzazione “matematico-geometrica” come traspare nel disegno delle curve della ‘parola’ . Nell’ottica di quest’ultima affermazione si comprende meglio della cosiddetta “geometria astrale” rilevata da Macrì per un campione di figure riscontrate nella poesia di Quasimodo, sincronia ad esempio della foglia “simmetrica” con le stelle, a esemplificare un soccorso ora da un universo frammentato, espresso in maniera disarticolata mediante l’azione benefica di singoli astri o stelle. Tuttavia, circa l’uniforme disseminazione dei corpi celesti se ne ricava una sorprendente quanto astratta impressione di non soluzione di continuità spazio-temporale. Se ne ha subito conferma nella lirica Narni Amelia Scalo di Sinisgalli: la

Grida dall’anima
Eventi
Promossa dall’associazione culturale “I Ragazzi di San Rocco”, il 23 maggio scorso si è svolta presso l’auditorium dell’I.T.I.S. “G. Gatta” a Sala Consilina, nel Vallo di Diano, una serata di poesia dal titolo “Grida dall’anima”, rassegna di autori locali inediti giunta alla terza edizione. La lettura interpretativa dei componimenti poetici è stata curata dalla compagnia teatrale Kiosa, mentre alcune classi del Liceo Classico “Cicerone” hanno curato la lettura di un’antologia di autori lirici classici greci e latini, nelle lingue originali ed in traduzione. Sul palco di “Grida dall’anima” sono stati ospiti anche la redazione ed il numero zero di “Nugae”, con una breve presentazione della rivista e la lettura di alcune delle poesie pubblicate. L’associazione che ha promosso “Grida dall’anima” ha anche pubblicato un libello dallo stesso titolo che raccoglie le poesie selezionate per la rassegna, precedute da una introduzione che di seguito riportiamo perché rende bene il senso dell’iniziativa. Carlo Maucioni Associazione “I ragazzi di San Rocco” Sala Consilina

di Vito Cerullo
“resa” spontanea d’ogni conflittualità interiore, deriva dalla mite “sorpresa” di “astri Familiari” ovvero della propria terra in immediata probabile percezione al presente, e ancora gli identici “astri” riscoperti “in un cielo d’esilio” . Questo dato suggerisce un tramite tra i luoghi natii e il nuovo domicilio. Riflesso che si estende al Quasimodo dei Ritorni: gli “occhi” uniscono in idefigli che partono”. Tracciando il punto della situazione, sinora tutto si è svolto in altezza da cielo a cielo, e nella media presente reso al presente. Nel contesto relativo a Sul colle delle “terre bianche” sempre di Quasimodo, dove inizialmente consolante ( a causa di una precedente figura “informe”) è la terra attraverso la suggestiva “eco” in cronologia sino alla calma estatica e “geometrica dell’Orsa”, la cerniera di raccordo è compresa tra l’atipico spazio terrestre maggiormente carico e quello astrale della menzionata costellazione. L’evidenza di “omogenea struttura” della volta celeste, quale seconda e definitiva possibilità consolatoria viene presto rifiutata, rovesciata e ridimensionata a ricerca ( nel Firmamento sinisgalliano) di una sola “stella” con la meteora dello sguardo attraverso un “cielo” tolemaico, e il cui esito permane in un’ipotesi visiva. Rimodulante la distrazione del poeta, in Febbraio dolce e amaro il cielo si riduce a balenante “crepa di beatitudine”, prevedibile già da quelle “due macchie” che sembrano fissarne il campo fisico. E ancora come possibile modello di raffronto, nei Ritorni di un’antecedente redazione, appare già nelle premesse di partenza la materiale scomposizione del firmamento a “nido” da raccogliere poi nella cavità della mano, come parziale compensazione di un lontano “orizzonte privo di tenuta”. Soltanto il cielo illustrato nell’Indovino quale “patria…ampia e accogliente”, viene serenamente inteso a compendio del tutto.

ale linea retta le “stelle” fisiche dalla trasparenza sovrastante la straniera “Piazza Navona” in visione in tempo reale, e seguendo quelle “stesse” sino al cielo della memoria “disteso” sugli eterici “ciottoli” del locale fiume “Platini”. Le “stelle vespertine” guardate dalla vigna, in quanto “luci” vivaci “su opposti poli” lasciano intuire tutta l’estensione del cielo. La “stella del mattino” collega il territorio “delle madri che restano” e l’altrove “dei

Velocità e fretta hanno investito tutto. E tutti. Sono il nostro tempo. La catena di montaggio mediatica delle parole abbrevia, sintetizza, riduce ad acronimo. In questo gioco al massacro linguistico, protagonisti contemporanei perdono pezzi di sé: Margaret Thatcher diventò Maggie sulla scena politica; Ronaldo, Schumacher e Shevchenko sono Roni, Schumy e Sheva per i cronisti sportivi; l’Artista Prima Noto Come Prince The Artist Formerly Known As Prince – è ormai solo T.A.F.K.A.P. Meno sillabe, meno battute sulla tastiera del pc (già personal computer), minor consumo di inchiostro di stampante. La summa della riduzione comunicativa è l’SMS: sempre più piccolo il medium cellulare, di appena tre lettere l’acronimo di Short Message System, abbreviatissime (il superlativo è fuori luogo) le parole. Da interpretare prima di essere comprese: xké è la versione bit della preposizione interrogativa e causale; appena tre lettere come l’interrogativa inglese why, anzi meglio della corrispettiva causale inglese because, lunghissima, come questo superlativo, proprio demodé! Ma questo fenomeno comunica(t)tivo è mondiale, fino a regressioni alfanumeriche: for you è ormai 4 U. In tal modo la lingua si standardizza, si plastifica, diviene asettica, perde colore. Ne risulta ridotto il potere semantico, la capacità di rappre-

sentare i significati, di veicolare i segni e, quindi, i sentimenti. Ergo, la comunicazione rischia di essere di superficie, di facciata, imballata; rischia di essere un

imballaggio da raccolta differenziata per un riuso che ad ogni riciclo perde valore semantico. È sintetica, ma di sintesi chi-

mica, innaturale, da OGM (organismi geneticamente modificati). Non è la sintesi poetica, che è sintesi naturale, sintesi semantica e quindi di segni, sentimenti, di immensità interiori, di profondità estetica ed estatica. La brevità della poesia è densità, pregnanza; è cuore e amore, è guerra e pace; è colori e fiori; è organismi digitalmente non modificati. Ancorché forme comunicative entrambe brevi, la poesia sta alla lentezza come l’SMS sta alla velocità. La brevità ricca di sfumature della poesia si completa nella riflessione e nell’approfondimento e quindi nella lentezza, laddove la brevità dei messaggini si esaurisce nell’istante, nella ristretta memory card del cellulare. Le grida dall’anima resistono alla montante spazzatura semantica; c’è ancora chi urla la propria interiorità nei versi brevi della poesia per comunicare al di là di un display o di un monitor fino ad un’altra anima, fino ad altre anime. “Grida dall’anima” è una piccola rassegna di queste grida. Grida di provincia, di un lembo geografico e di umanità dove non tutto è di plastica, dove ancora si comunica attraverso la sintesi poetica, se ne raggiungano le vette artistiche oppure no, che si ribella alla fretta digitale, all’angosciante contemporanea velocità.

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Eventi
Sprazzi di taccuino
di Michele Nigro
…dalla prima presentazione pubblica della nostra rivista “Nugae-Scritti Autografi”. Battipaglia, 25 Giugno 2004. *** L’odissea autostradale sembrava finita. L’annosa vergogna dei lavori d’ampliamento di una tragicamente famosa “Salerno- Reggio Calabria”, si era scaraventata senza pietà sul nostro ospite, il Professore Rino Mele, che impiegando quasi due ore per coprire il tragitto Fisciano- Battipaglia, sperava così di battere il record universitario, girone docenti, di “permanenza in auto”… Il tempo di trovare un parcheggio, un caffè per risvegliarsi e per ritornare a credere nel “perché” di tale sacrificio e poi giù, negli inferi de “Il Punto”…! Lungo le scalinate dell’Ade preso in prestito, alcune candele accese e l’allucinante miscellanea odorosa di incenso e muffa, lasciavano presagire incontri mitologici! Intanto gli altri ospiti, sopravvissuti anche loro agli ingorghi di ferro e sole, avevano già dato fuoco alle polveri della discussione. Dopo gli interventi introduttivi di Lucio e Fabio, già riscaldati a fuoco lento dai riflettori di TeleSalerno, il Professore Alfonso Pace rivelava nei dettagli – ahimè, anche a quelli che non l’avevano ancora letto! – la trama del romanzo “Miserere” dell’altro Rino della serata, Malinconico nel cognome, ma decisamente gioviale e ottimista nei fatti. Un oratore consumato non ha bisogno di seguire tutta la discussione per intervenire. Infatti, cogliendo al volo le briciole del discorso di Malinconico, il Prof. Mele, giunto il suo momento di parlare, esordiva più o meno così: “…uno scrittore, nel momento in cui pubblica un proprio lavoro, è già editore di se stesso…E’ già “genere”… Ha già scelto il suo genere letterario…Non sappiamo se in modo consapevole o meno!” Le premesse già spaventavano. E infatti: “…Ho avuto modo di sfogliare “Nugae” e di sorvolare sui vari generi in esso contenuti. Sulla copertina leggo “ProsaPoesia-Saggistica”: è una pretesa universale…che contrasta decisamente con il titolo “nugae” . Un titolo che si riferisce umilmente a “cose di poco conto”… 1 a 0 per Mele! Segnava un goal con tiro di testa al primo minuto di gioco lasciando spiazzata, solo apparentemente, la difesa della “redazione” di “Nugae” ! E riferendosi, evidentemente, anche alle nostre pretese di “autonomia letteraria” continuava: “…amare i maestri della letteratura significa diventare grandi!... La morte dei padri e dei maestri porta alla mancanza di nutrimento per l’alunno!... L’alunno deve amare il maestro per nutrirsi…Mai come adesso abbiamo bisogno di tali figure significative…” Dopo aver tirato fuori dal “kit dell’oratore classico” gli immortali Manzoni e Alighieri, il Prof. non risparmiava

nemmeno sui latini e giocando con le somiglianze sonore tra il titolo della nostra rivista e la lingua degli antichi romani, riusciva a disorientare tre quarti di pubblico con un “…<<nugas postulare>> di Plauto, ovvero “chiedere l’impossibile”, nutrire i sogni impossibili…” Un invito o la triste profezia del nostro destino!? “Nugae è una rivista per giovani ed è giovane…C’è un buon equilibrio culturale, ma non c’è unità. Tra i vari autori prevale una disomogeneità che denuncia la diversa origine della passione per la scrittura e che lascia trasparire una grande esigenza esistenziale…” Era un complimento? Forse solo un dato di fatto… “Manca una volontà precisa nel creare una prospettiva unitaria per far sì che le pagine della rivista diventino il luogo ideale in cui i motivi sociali e di gruppo, le difficoltà politiche, i motivi dei giovani, insomma, trovino la loro massima realizzazione…” Ma ecco che, facendosi spazio tra tali crude premesse, giungevano le prime indicazioni speranzose per un possibile futuro: “…bisogna convogliare l’ansia letteraria, tenendo conto e conservando le differenze che naturalmente esistono tra i vari generi presenti nella rivista… Intorno a questo nucleo cercare una via comune, pur conservando le differenze…Cercare di costruire una via comune intorno ad un “asse politico centrale”… E specificando immediatamente: “…non politico nel senso partitico del termine, ma per una precisa incidenza sociale…” Quelli che, tra i presenti in sala, vedevano in “Nugae” un possibile “bollettino laico”, organo ufficiale di un improbabile neopartito lenin-materialmarxista, erano stati avvisati! Mele tentava di portare a termine un approccio-attacco alle radici esistenzialiste di “Nugae” e prendendo spunto dall’incipit di una poesia di Fabio De Santis (“Passeggio il paese Battipaglia…”) cercava di interpretare l’animo di quei giovani artigiani della parola alle prese con il territorio in cui vivono… Con il loro intimo malessere “metropolitano” espresso in una “poesia toponomastica”… Dirà più tardi, dietro le quinte, l’insigne docente: “…Battipaglia è tutta una enorme periferia…!” – per collegarsi, forse, indirettamente al discorso sulla rivista “Nugae” che ai suoi occhi appariva senza Piano Regolatore… E’ evidente che “l’anarchia” di “Nugae” spaventa quella stretta cerchia di dotti-critici i quali si difendono cercando di capire la genesi di una “scrittura locale” e tentando un parallelismo tra i fattori geopolitici predisponenti e i “prodotti letterari” di un territorio. Siamo “palazzi disordinati”…! Ma che vuole da noi questo Professore travestito da “nonno” e venuto, dietro nostro invito, dall’Università di Salerno? Eccoci serviti: “…ci vuole più crudeltà nella scelta dei pezzi da pubblicare e avere il coraggio di chiedere anche ad un amico di rivedere il proprio scritto, di spostarne la pubblicazione in un prossimo numero o addirittura rifiutarlo...” Come per magia cominciarono a riaffiorare, durante quella anomala serata estiva, i vecchi discorsi cominciati verso la fine del 2003 in seno al gruppo, quando quell’ abbozzo primordiale di rivista piombò inatteso sul Natale di “parenti e amici”… L’esigenza di condividere i “perché” di uno scritto; la ricerca di una maledetta “poetica comune”; la maturità vacil-

Autori vari
Poesia
Il Diabetologo non ha il Diabete Diabetologo, Diabete, Insulina e Divorzio Il Diabete è un amico sballato Quando lo conosci Ti sembra un bambino A poco a poco cresce E ti tradisce. Mentalmente t’illudi Di avere un gran piatto Col tempo sei fregato lo stesso. Ti farà star male E arrivi all’ultimo stadio Che ti devi sposare Con la Signora Insulina. Ci sono regali (Flaconi e Siringhe per iniettare). La cerimonia è offerta dal Diabetologo. Ci dichiara marito e moglie E nessuno ci può separare. L’amore cresce ciecamente Senza speranza di divorzio E vissero felici e contenti. Il mio nome è Di Dio La Leggia Alfonso Discendenza di sangue blu. I miei antenati Hanno attentato Al mio futuro. E mia madre mi ha lasciato Una grande eredità. Il Diabete E’ una classica malattia Bilanciata mimetizzata Col Buchi – Buchi L’amore si stabilisce E il successo è garantito. Sogni di pranzi succulenti Equilibrando le unità d’amore. ___________ Rosario Volpi Io Percorro le strade asfaltate di città lontane, i sentieri, i boschi di casa mia, le rive dei fiumi, le spiagge, ma sono io, sempre. L'io che semina la poesia, la poesia che mette radici tra le pietre e nasconde le prime foglie tra foglie più ampie. Sarò poeta quando la gente coglierà il fiore dei mie versi e respirerà i petali delle mie parole. (Provare per credere) Però disciplina la malattia Col segreto amorevole Ci aiuta a convivere. Ci aspettano giorni da leoni. In attesa abbiamo messo su Una fabbrichetta di scolapasta Speciali sessanta buchi al mese Per vivere meglio. Alfonso Di Dio La Leggia ____________ Mattino d’Italia e d’Europa Variabile di sereno e la pioggia richiude le sue bandiere tra gli arcobaleni. Cattedrali e prati turbinano per la frescura dell’aria. Perché passeggi nel vento di un mattino feriale? Non ha tempo la gente del nord per pensarti piazze invisibilmente a

di suoni: varia come le meteore di questi cieli d’Italia e d’Europa. Vito Cerullo

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Silloge per “Le roselline di Persano”
di Vito Cerullo

Poesia
Lunedì d’Albis (a Michele Nigro) Per Atena Il sentiero di pietra cerca corse di vento. Ditemi il nome dell’albero snello, nei pressi. Per dove indica quel segno, i miei occhi rivedono una luce chiara.

Oggi, non proseguiremo il viaggio verso le foci del Sele, azzurre; né andremo per i templi di Paestum, dove mi attendono vivi un solo giorno antichi morti risorti. Tu mi condurrai sulle alture, tra le pietre e gli alberi. Vedrò solo fiori gialli. Mi dici se ne coglierò? Uguali, i paesi che al tramonto attraverseremo in corsa: avranno case di pietra e lo stesso verde. Guarderemo i monti sporgersi lentamente sopra il sole.

Alla foce Di Maggio, ai paesi, guardavamo rosse rose nei cancelli. A valle, fertili pianure infinite del Sele. Erano più verdi presso le acque del fiume. Veniva il tuo regno a noi, in corsa; svaniva per criniere in fuga. Tra i massi scorgemmo i pescatori e le lucenti reti. Ma vinse il cielo alla foce: dipinse d’azzurro il fiume, il mare e lo spirito che andava leggero sulle acque.

lante nell’accettare le differenze; i giudizi sommari e i plotoni di esecuzione affogati nel vino; i pregiudizi nei confronti dei generi letterari “non ufficiali”; le varie sindromi da “prima donna”; i saccenti da anestetizzare; il protagonismo provincialotto; il disequilibrio tra la letteratura e i piaceri della tavola; troppo amici per essere obiettivi o troppo umani per valutare solo la parola; la difficoltà nel valutare e soprattutto nel valutarci; l’autocoscienza dinanzi ai propri “meravigliosi” e intoccabili scritti; la difficoltà nello stabilire quei parametri di valutazione che non siano i soliti e banali “piace-non piace”, “noioso-divertente”, “lungo-corto”… Riesumati e fortificati dalla voce autorevole di un “estraneo”, i temi “caldi” di “Nugae” venivano così convalidati e ufficializzati, come quando l’adolescente non parla in famiglia dei propri problemi, ma si affida al giudizio “altro” di chi vive fuori, dell’amico “grande” che sa tutto… L’incomunicabilità interna: un problema antico come l’umanità e che colpisce famiglie, partiti politici e addirittura associazioni di sedicenti scrittori! Quelli che bruciano gioiosi nel fuoco della comunicazione scritta e che rimangono al tempo stesso vittime dell’incomunicabilità umana! Intanto Mele incalzava: “…la rivista è un esercizio di crescita, di confronto e non di scontro…se non si vengono a creare dei validi canali comunicativi tra i vari generi e le persone che li rappresentano, si rischia di fare un <<ortus communis>> grazie al quale ci si stacca dalla realtà con la scusa della pubblicazione delle proprie “opere”, senza comunicare con l’esterno…” Il caro latino corre in aiuto dell’oratore scaltro quando questo, non potendo usare termini offensivi nei confronti di chi lo ospita, sostituisce il termine “accozzaglia” di bassa lega con un elegante e dotto “ortus communis”. Non si fece attendere la “difesa d’ufficio” del De Santis:“…sappiamo di essere all’inizio, ma non abbiamo mai vissuto le differenze come un handicap…Anzi crediamo che la “convivenza delle diversità” esistente in “Nugae” sia proprio uno dei punti di forza della rivista.” Quando ormai tra il pubblico si era creato un onesto equilibrio tra “abbandoni e resistenza”, ecco provenire dal fondo della sala la paterna e amichevole domanda del Professor Grimaldi che come un “grimaldello” cercava di scardinare la “crudeltà” di Mele: “…questi ragazzi hanno cercato di creare qualcosa di nuovo in una città che non offre moltissime possibilità culturali. Ecco, ciò che ha detto è giusto, ma non crede che a questo punto i ragazzi abbiano bisogno di ricevere da lei qualche indicazione precisa e pratica per superare la diversità interna alla rivista?” Mele imperterrito e dimostrando abili capacità diplomatiche: “...mi complimento con lei per la sua domanda e devo dire che si nota ed è apprezzabile la benevolenza che nutre nei confronti di questi giovani, tuttavia…” – rincarando la dose di necessaria crudeltà- “…la rivista non deve essere un luogo da addobbare con gli scritti, ma una “piazza” in cui incontrarsi per discutere delle cose da pubblicare, trattare insieme e con maturità gli argomenti che ne scaturiscono…Discutere non per passare il tempo ma per “disegnare il sentiero della rivista”…Saper dire “no” a degli scritti, per crescere e non per essere cattivi! Per confrontarsi senza cattiveria! Avere il coraggio di chiedere all’amico “perché hai scritto questa cosa?” L’esercizio della scrittura porta alla felicità, ma non deve essere un modo per “piacersi”, per chiudersi nell’autocelebrazione…Essere selettivi: non tutto ciò che viene scritto, deve essere per forza pubblicato. E la prima vera tappa di questa sana crudeltà deve avvenire singolarmente nella mente e nel silenzio della stanza di

ciascun scrittore… Essere selettivi a monte, prima di proporre gli scritti al pubblico…” Più “possibilista” la scuola di Rino Malinconico: “è vero, avete bisogno di un lavoro redazionale e c’è bisogno di una certa selezione, ma andate avanti così senza troppi stravolgimenti!” E mentre arrotolava a cilindro la copia di “Nugae” che aveva tra le mani: “ciò che mi interessa è riconoscere qual è il “senso politico” che è insito nella creazione di una rivista come “Nugae”… Per rispondere bisognerebbe ampliare le conoscenze antropologiche sull’identità dell’uomo…Andando al di là delle scoperte tecnologiche e scientifiche, la dimensione umana viene ampliata soprattutto dall’arte e facendo leva anche su una rivista che nasce in un ambiente cittadino scarno…Questa parola che tenta di vivere al di là della dimensione anche temporale in cui è stata pronunciata e che diventa rivista!” Per dirla in parole povere: “i famosi scritti chiusi nel cassetto!” Con maggior spirito pionieristico rispetto alla disincantata “crudeltà” del Prof. Mele, l’autore di “Miserere” continuava: “…Io vi chiedo…Volete fare scandalo con la vostra rivista in una cultura normativizzata…? Volete usare l’originalità per “provocare”? Volete intraprendere una battaglia contro i canoni di una cultura dominante…? C’è l’esigenza di rimuovere certi canoni e oggi fa scandalo promuovere l’originalità e l’autenticità (quest’ ultima vista come “verità immediata”) in un mondo che ha paura di cambiare e di criticare la cultura dominante. Dovete porvi questa domanda voi di “Nugae”: “vogliamo abbattere questi canoni e dare battaglia al mondo culturale?” L’artigianato della parola che voi avete intrapreso è certamente la risposta più genuina nei confronti della cultura ufficiale…!” Bella anche la “battuta” sulla “…grafica volutamente povera…!” Altro che “volutamente”: questo passa il “convento del software”…! L’orgoglio dell’ “autogestione”, che viene scambiata per anarchica presunzione, si nutre del “fai da te”… Facciamo tutto noi, pur di non diventare il “supplemento” di un giornale padronale! Mi veniva da aggiungere, mentre cercavo di correre con il mio taccuino dietro le parole degli oratori: “…ci interessa veramente la ricerca di una poetica comune? O pensiamo di poter lasciare traccia anche in qualità di “ortus communis”?E’ possibile che dal passato letterario non ci giunga traccia di simili esperienze “artigianali” che hanno lasciato segni indelebili nella storia di un territorio?Non è che questa esigenza della poetica comune sia solo la tana sicura del solito “conservatore” che ha paura di provare? Il dibattito tra i “grandi”, le scuole di pensiero che prendevano posizione durante la presentazione di “Nugae” non ci lasciarono stupiti più di tanto perché nei nostri Venerdì associativi di “poesia e vinelli” avevamo già affrontato tali dibattiti. La vera scoperta della serata era che già ci eravamo “scoperti”. Da tempo! E forse la mèta era quella! Chissà… La stanchezza stava prevalendo sulla voglia di fare altre domande agli illustri ospiti… Senza fronzoli e senza nessuna musichetta a far da sigla, i moderatori licenziarono il pubblico mettendo fine ad una serata tutto sommato riuscita. Le argomentazioni erano state ricche ed interessanti e i temi toccati nel dibattito avevano assunto una nuova forma più matura e rivitalizzata. Risalendo in macchina il Prof. Mele, ribadendo il suo legame con Battipaglia e le sensazioni di accoglienza e amicizia scaturite dall’incontro, si lasciò sfuggire: “…ora comincia per voi un duro lavoro!” Forse “Nugae”, dopo sette mesi di vita, era appena diventata maggiorenne…

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La fototessera
Prosa
di Massimo Longo
Settimio fu sempre colpevole e fuggiasco allo stesso tempo, di una certezza che si proponeva di non rinnovare mai, illustrando nel suo matrimonio e nel suo amore, la forza durevole. Ma da quando aveva scoperto la fototessera, tutto era diventato oscuro e instabile. La sua inquietudine cresceva ogni giorno di piú, cercava di non tornare mai a casa, inventava bugie di giorno in giorno, preferiva andare a dormire in un motel, sottraendosi vigliaccamente agli occhi di Amanda. Il suo dolore diventava insopportabilmente atroce quando pensava a lei che andava, lentamente, a farsi fotografare da una macchinetta automatica. La vedeva pettinarsi, vestirsi, poi mentre attraversava la strada, salutava qualcuno distrattamente. Tutti questi gesti, sottratti alla passione vigile di Settimio, si rivelarono in tutta la loro caducitá. Non era Amanda che si pettinava, era piuttosto una donna estranea e brutale che si pettinava. In quel volto, in quegli occhi, Amanda rivelava la passione morta, seppellitta fra le abitudini e la noia, e in piú la strategia per un futuro nuovo e misterioso. Settimio non ricordava da quanti giorni andava in giro con quella fototessera in tasca, aveva l’impressione che avesse sempre piovuto, costantemente, senza nemmeno una piccola interruzione. Si ravvivava i capelli bagnati di tanto in tanto, ora aveva deciso peró di tornare a casa, le notti al motel erano diventate lunghissime e insopportabilmente noiose, preferiva incontrare Amanda, trovarsi dinanzi i suoi occhi, la sua bocca, il suo sorriso inquietante. Aprí la porta con scarsa decisione, si asciugó le scarpe sullo zerbino. Forse lei non c’era, non c’erano suoni in casa di nessun tipo e non c’erano tracce di lei. Neppure la borsa c’era. Aprí un cassetto dove Amanda conservava le foto e ne prese alcune. Molte risalivano a qualche anno prima, lei era diversa, aveva uno sguardo complice, privo del sarcasmo che la sua bocca disegnava sulla fototessera. Si tolse le scarpe bagnate e le calze, poi si lavó i piedi nel lavabo, li asciugó con cura. Si pettinó, si guardó allo specchio e notó, con stupore, che i suoi capelli avevano perso la loro lucentezza, non ricordava di avere tanti capelli grigi. E ancora una ruga profonda sulla fronte, e sulla guancia a scivolare lungo la bocca. Sorrise osservando scrupolosamente il suo cambiamento, gli sembrava che fosse un uomo nuovo, diverso,

Versi insonni
Poesia
***

di Lucia Ielpo

Settimio non rischiava mai. Preferiva lambiccarsi il cervello prima di prendere qualunque decisione, persino le piú sciocche. Soltanto allora Settimio decideva di agire, solo dopo aver avuto la certezza che le conseguenze sarebbero state di grande beneficio. Una volta peró, l’istinto brutale, soffocato in tutta la sua vita (Settimio non aveva che quarant’anni), lo avvinghió per la gola rivelandogli l’orrore della veritá. La veritá del tradimento. Era solo un’immagine, stampata su di una banale fototessera, ma attraverso quella interpretazione tutta la veritá veniva a galla, Settimio non aveva nessun dubbio. Senz’altro la fototessera era stata fatta ad una delle macchinette che si trovano alle stazioni ferroviarie, Settimio si sentiva soffocare solo all’idea, di tanto in tanto prendeva la foto e la osservava, da questa o quell’angolazione, ne studiava le sfumature del volto, della bocca e degli occhi. Piú che un’idea peró si trattava di una singolare percezione, di una donna conosciuta e amata, ma di una stabile e inquietante estraneità. L’unica sua colpa era stata quella di sottrarre la fototessera di nascosto dalla borsa di sua moglie, Amanda. Lei non era in casa, ma chissá perché aveva lasciato la borsa, lei che non la dimenticava mai. Non aveva mai provato a guardarci dentro, Settimio non era curioso, e poi cosa poteva tenerci dentro sua moglie? Tutte cose che lui conosceva, era sicuro che Amanda avesse pochi interessi, le bastava poco, non desiderava dalla vita nient’altro, e non aveva nessun segreto da nascondere, proprio nessuno. Durante il giorno, come una fuggevole occupazione, Settimio prendeva la foto che aveva in tasca e la osservava, senza mai sottrarsi al dolore, voleva che tutto fosse presentato al mondo nella sua interezza, cosí com’era, con tutto l’orrore e il danno che ne conseguivano. Poi si diceva che lei, la donna con cui aveva trascorso gran parte della vita, cieca fatalitá, non fosse piú la stessa donna, era cambiata dopo la fototessera, e il suo cambiamento aveva lasciato che tutto cambiasse, le loro vite, il loro matrimonio e tutte le vite di tutti gli uomini. Non dovette affatto convincersi che si trattava di tradimento, fu l’immagine a parlargli, fu l’occhio colpevole e sottratto alla negazione, che gli rivelarono ció che piú temeva al mondo.

pelle come buccia di mandarino, bucherellata, ruvida, graffiata. emana dai pori il profumo del sangue. ho sospeso ogni giudizio, me ne sono andata da me stessa, affondando i piedi nella terra bagnata. il cappotto era sempre più pesante, di pioggia, di te. sono fuggita dalla mia stessa ombra, pelle rancida, odore di legno bruciato, disseminando pezzi di tessuto per la via. arrivata all'angolo, ho svoltato senza guardare in avanti, sola, io e il mio sguardo, io e il mio sguardo. troppi scalini e scarpe dimenticate in fondo all'ultima via del ricordo, ti ho perso sui binari della ferrovia, mentre partivo ma in realtà eri tu che te ne stavi andando. il tuo treno l'ho visto quella notte mentre mi baciavi. scorreva liscio come la tua lingua tra i miei denti, non l'ho mai visto rallentare e te ne sei andato. ti ho perso in quel risveglio tuo non mio, quando io non avevo ancora capito e ho tenuto gli occhi stretti per non guardarti mentre te ne andavi ma sapevo che il rumore della porta era il tuo e che non l'avrei più risentito. sorprendo le mie mani a raschiare il muro, scoverò un altro pezzo di me, forse quello che dimentico nella battitura, scappato, volatilizzato, inafferrabile. *** mia finitudine di porte aperte e chiuse equilibrio di porte socchiuse usci scivolosi usci legnosi vivi come di confini sfaldati dalla pioggia che batte e batte mia finitudine mi allargo dentro di te fino a ritornare il cerchio una coda di serpente mille giorni ancora ti darò l’addio nella bocca Rileggo me stessa Rileggo me stessa nel tempo del ciliegio sbocciato sotto la camicia. Il tempo era giusto per annusare l’erba bagnata, il tempo era pronto sopra le coperte, ai piedi del letto. Oggi il tempo è cambiato; qualcuno ha cambiato persino i sensi unici nel mio paese. Non ho sentito alcun passante che dicesse che tu mi avevi cercato; non ho visto nessuna traccia di amore, solo il fango lasciato dai tuoi piedi nella pioggia. Questo sei tu. Un albero senza frutti. Io ho creduto di amare il raggio di sole sulla mela rossa ed invece c’eri tu. La rosa senza spine, sotto la corona il rosso di un pallido colore pastello. Ho amato la siccità, l’aridità, ho amato la caverna della tua bocca in cui si perdevano migliaia di parole intrise di notte. Oggi so che tu sei una maschera di gesso. Se solo ti avessi visto prima. Il tuo amore non è valso nemmeno la mia morte. La mia morte. Se solo ti avessi riconosciuto prima. toccandoti il respiro come una lingua la corda.

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Come uno slogan rimasto in gola
...e altre poesie

Poesia
Come uno slogan rimasto in gola

di Davide Dalmiglio
Passeggiate romane

piú maturo e piú consapevole. Perché mai aveva sempre avuto la convinzione di conoscersi bene? Settimio era un uomo dai capelli luminosi, alto e snello. E Amanda, perché mai aveva creduto che Amanda fosse la donna che aveva sposato e basta? Era stato un ingenuo, solo un ingenuo; annuí mentre si guardava ostinatamente allo specchio, e sorrise, e il suo sorriso era freddo e diabolico, lo sguardo criminoso di chi ha deciso di scindere il bene dal male. Il male era il tradimento di Amanda, della donna amata, della donna ormai sconosciuta. Aveva bisogno delle forbici, quelle tagliavano bene, le aveva comprate lui stesso, ma possibile che Amanda non metteva mai le cose allo stesso posto? Eppure erano state sempre li, lo ricordava bene. Ora le aveva trovate, controlló che la lama fosse ben affilata, lo era. Ora il ferro da stiro, quello aveva un filo lungo e robusto. Non l’aveva sentita, Amanda era arrivata in camera da letto e Settimio era ancora a trafficare con il filo del ferro da stiro. L’aveva tagliato, arrotolato e infilato nella tasca dei pantaloni, nascosto il ferro da stiro in un mobiletto. “Sei tu?” disse Amanda mentre si toglieva il cappotto, “Settimio sei tu?”, “sono io” disse Settimio. Amanda si tolse le scarpe, si sedette sul bordo del letto e si massaggió i piedi. “Fa freddo lo sai?” disse ancora Amanda “ho i piedi gelati.” Si alzó dal letto e andó verso lo specchio, sciolse i capelli, poi allargó la bocca in una smorfia scoprendo i denti, li raschió con l’unghia come per pulirli. Ci teneva particolarmente allo smalto dei denti, li voleva sempre bianchissimi. Settimio arrivó lentamente in camera da letto, Amanda lo vide allo specchio che si avvicinava furtivo, gli sorrise, lui tossicchió con il pugno alla bocca, cacció il filo dalla tasca e ne controlló la lunghezza, poi guardó Amanda, si stava massaggiando il collo. “Va bene” pensó, la lunghezza é giusta. Amanda aveva gli occhi chiusi quando Settimio le strinse il

collo con il filo, il volto le diventó immediatamente paonazzo, i due si adagiarono sul letto, Amada riuscí a blaterare parole incomprensibili, si dimenava incessantemente, prima afferrando il filo e cercando di allentarlo dalle mani assassine, poi provando a dargli dei pugni, delle gomitate. I corpi rotolarono dall’altra parte del letto, i loro gesti sconnessi, il loro dimenarsi e mugugnare sembrava sorprendentemente silenzioso. Amanda aveva colpito Settimio al volto, il suo naso prese a sanguinare, ma non lasció la presa, continuó a stringere con forza, il collo di Amanda era segnato da una linea profonda, la faccia violacea, cessó la resistenza, si accasció da un lato, Settimio rifiató. Si alzó con tutta calma, poi andó in bagno per lavarsi la faccia, si ripulí del sangue che gli scorreva sulla bocca e sul mento. Poi sedette sul letto e aspiró profondamente. Non si trattava di vendetta, si trattava invece del corso naturale degli eventi, lui non si era proposto di modificarli. La sua redenzione esaurí in questo pensiero, si portó il pugno alla bocca come per riflettere. Il ferro da stiro era ancora nel mobiletto, bisognava disfarsene, cosí come il filo. Le forbici le mise al loro posto, ora era in cerca di un sacchetto per nasconderci il ferro e il filo. Non trovava nessun sacchetto, non capiva perché Amanda non metteva la roba sempre allo stesso posto, non si riusciva mai a trovare nulla in casa. Guardó scrupolosamente in tutti i mobiletti della cucina, in tutti gli spazi possibili, non c’era un sacchetto. Poi andó nel salotto, e ricominció la ricerca, aveva poca speranza, i sacchetti non vanno messi in salotto, i sacchetti dovrebbero stare in cucina. Decise di vuotarne uno, dentro c’erano lenzuola, le piegó accuratamente sistemandole in un armadio. Sembravano un po’ sporche, chissà se andavano lavate prima. Le posó comunque, si portó una mano alla fronte massaggiandosi le tempie. “Devo ricordarmi di lavarle prima di usarle quelle lenzuola” pensó, poi tentó di organizzare la sua serata. Bisognava per prima cosa togliere le impronte su tutto ció che aveva toccato da quando era rientrato. Le impronte sono recenti, e gli uomini che si incaricano di risalire alle cause della morte di una giovane donna sposata

Eserciti, esercitati spesso ad esercitare l’esercizio dell’esorcismo alla misticanza Il ritmo ride, ovvio che è ovvio come tenera mescolanza pronta, bava lanuginosa, fresche fauci di lumache oltre gli argentei stagni e code sirene odo il ringhio grattato dal nocciolo sul vergine penetrante, arrogante sindrome cinese usurpatrice del nostro. Intoniamo un cantare, programmare, preventivare. Insomma, dare, fare, dare: con il gesto antico del seminare, invisibili sopra un deserto medio orientale.

Stretti in lunghi giri, assicurati alle cortecce dei bovini il rosso anemico dello scanno, dita consumate, mulinate faccequarzo ben staccate, plastiche, dai muri, avvitati scarsi rabberciati al manzo e parrucchierizzati: rotocalchi del mattino, il calcinaccio 89 conservato sul comodino.

*** Dormi a graffito egizio, che so, lenzuola cartocciate Angoli retti e dita divaricate. L’ultima modella impilata a far da sedile fra i miei radi tiri di brace. Non vi somigliate, calmami, respira, gratta qualche neo. Nel meeting d’oltreoceano rimasto acceso sotto vetro la simpatia ha ruttato, a mareggiate.

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Francesco Pignataro (Bari)
e senza figli, troveranno impronte del marito, è vero, ma di almeno un giorno prima. Insomma l’uomo, suo marito, non era in casa nel momento in cui la donna è stata uccisa, non è stato lui, e poi perché mai avrebbe dovuto farlo? Tutti ne parlano come una coppia felice, piuttosto ordinaria, non c’è nulla che possa far nascere un sospetto del genere, proprio nulla. Si adoperó con un fazzoletto, pulí la maniglia della porta d’ingresso, tutte quelle dei mobiletti della cucina e del salotto, quella dell’acqua in bagno e lo sciacquone. “Peccato” pensó poi, ora sarebbe stato costretto a cenare fuori, avrebbe mangiato volentieri una bistecca di vitello che ancora era nel congelatore. Era stata Amanda a comprarla, per quanto riguarda il gusto in questioni di cucina lei era impeccabile. Alzó gli occhi al soffitto e sorrise, evocando l’immagine della donna che si aggiustava i capelli spettinati dietro un orecchio, mentre cucinava. Infine uscí, nelle mani teneva il sacchetto con l’arma, in testa un cappello di lana che gli copriva le orecchie, Settimio ci teneva alla salute, e da quando aveva scoperto di soffrire di lancinanti mal di testa, difficilmente usciva di casa senza cappello di lana. Se lo caló per bene sulle orecchie. Erano circa le dieci del mattino quando Settimio rientró in casa. Era stato fuori solo una notte. e giá c’erano uomini in uniforme che trafficavano fra le stanze, scattavano fotografie, discutevano fra di loro gesticolando con le mani. Uno di loro gli si avvicinó, Settimio alzó una mano come per invitarlo a non parlare, il corpo di Amanda era disteso supino, dalla porta uscivano i capelli cosparsi sul pavimento e parte della testa. Si sedette e si coprí il volto, ancora l’uomo cercó di parlargli, Settimio di nuovo lo interruppe “Non voglio sapere nulla” disse. “ A che ora è uscito lei? Ha passato la notte fuori?” “Si, sono stato fuori per la notte” disse Settimio “E lei invece?” L’uomo in uniforme si allontanó, gesticoló con un suo collega come per comunicargli che non era il caso di interrogare quell’uomo adesso, bisognava aspettare che fosse piú tranquillo. Un’ora dopo, gli uomini avevano pulito il sangue sul pavimento, persino alcune goccioline che avevano macchiato una parete. Ora bisognava aspettare, gli inservienti avrebbero portato via la salma, bisognava fare tutta una serie di indagini. Settimio infiló una mano in tasca, ne tiró fuori la fototessera e la guardó. Il suo volto si contrasse in una smorfia dolorosa, Amanda aveva il labbro inferiore ripiegato, gli occhi spalancati, una curva che le scendeva giú lungo il naso. Sembrava supplicare, la sua era una smorfia di dolore, non era lo stesso volto, Settimio era sicuro che l’immagine che lo aveva inquietato per tanti giorni non era quella, era pronto a giurarlo, l’aveva guardata bene, l’aveva studiata in tutte le sfumature. La guardó ancora una volta, si accorse che gli uomini in uniforme stavano per uscire, il dolore lo accasció lungo il pavimento, afferró un uomo per la caviglia “Sono stato io” disse gridando “ma non era lei, sono stato io”.

Poesia
L’ultimo treno Nel silenzio della notte sulle ali dell’ultimo respiro

Pienamente consapevole del suo male incurabile, prima di morire il 4 Dicembre 2001 - a soli 31 anni - ha avuto la forza di donare al prossimo i suoi ultimi pensieri…Ve ne proponiamo alcuni.
Il sipario Quando calerà il sipario su questa scena sarà per l’ultimo atto. I convenuti si alzeranno e andranno via sgomenti, ma non tutti increduli. Io sarò lì, dietro le quinte, ad osservare le reazioni il silenzio il dolore le lacrime di chi ha compreso veramente e a guardare divertito chi non ha capito nulla di questa mia commedia. E a tutti donerò un ultimo sorriso!

Notizie “di poco conto”
...dal mondo letterario Il Comune di Olevano sul Tusciano e il Centro culturale Tusculorum organizzano la VII Edizione del Premio letterario nazionale “TUSCULORUM” Il premio si articola in tre sezioni:
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è arrivato mesto ed inesorabile l’ultimo treno. Nell’aria fredda del primo mattino scivolando silenzioso come un soffio di vento è arrivato l’ultimo treno. Non c’era nessuno a salutarti a stringerti la mano e solo sei partito. Era l’ultimo treno. Viaggi verso il sole e ogni giorno splenderai per illuminarci il cammino verso l’ultimo treno. Silenzio Quando arriverai silenzio non mi farai paura. La vita è dura ma non ti agogno. Verrai silenzio ma attendi, ti prego. Mille e una cosa ho in mente. Se è possibile farle, attendi. Attendi, silenzio. Attendi ancora. Ciò che odo ancora mi piace. E ciò che vedo, forse, è ancor più dolce del silenzio.

poesia inedita racconto inedito racconto riservato agli alunni delle scuole medie con tema “Come vorrei la mia famiglia”

I lavori, redatti in 5 copie, devono pervenire, entro il 30/9/2004 presso: Premio Tusculorum c/o Municipio-Piazza Umberto I - 84062 - Olevano sul Tusciano (Sa). Limiti: poesie = max 30 versi racconti=max 3 cartelle spazio 2 1 rigo = 60 battute Una delle copie deve contenere: -generalità dell’autore -indirizzo -recapito telefonico -dicitura: “L’OPERA PRESENTATA AL PREMIO E’ DI MIA ESCLUSIVA CREAZIONE” -firma Per Informazioni: 338-4071961

Addio Questo fiume mi porta dalla vita alla morte. Perciò devo dirvi addio, amici gentili. Quando la mia barca dalla vista scompare non è perché il mio viaggio è finito. E’ solo il fiume che curva dolcemente

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Rondinità
Poesia
Suoni stridenti di mezzelune e virgole ricchi di zeta ed echi veloci tra i primi venti caldi dal mare d’Aprile. Frecce nere di saettanti stormi su sfondi celesti con panna. Frappè al latte e spalle scottate. Memorie puntuali di primavere felici. Anche se una non basta. Eterno rondinìo tra palme e pollini e di cosce bianche per l’inverno coperto. Ritornando fedeli per inconsapevoli istinti. Senza passioni politiche ignoranti per natura. Richiami dell’anima per pomeriggi stanchi interrotti da traiettorie audaci e precise. Nobili volanti costruttori di inaccessibili stoici nidi per saliva e pazienza. Abitanti muri vecchi e autostrade del cielo

Esile resurrezione
di Adriana Mazzella

di Michele Nigro
senza pedaggio e stop. Voraci filtri d’ ignari insetti appena nati da tepori pasquali. Amore rondineggiante leggiadro ma grave di afose ore solari -ridammi tutto!la gioiosa fine della scuola, la giovane madre con ombrellone e figli, la bicicletta usata tra borotalco e schiaffi, età sospesa nel vuoto di una provincia prestata per dirottamenti mortali senza effetti apparenti. Minestroni salati con lacrime e fughe meditate. Primi vagiti asociali tra quark e spock nell’imbrunire arancione e ampio. Insolazioni sudate mettendo chiodi sui binari per farne coltelli e ginocchia sbucciate da sora terra. Mari di carte e catinelle-oceano per giochi da bagno. Solitudine di ringhiere e balconi tra sorelle e gatti su cieli trafficati da familiari presenze. Testimoni annuali con suoni brevi tra pace e silenzio sulla città dormiente in ore piccole e luminose. Vortici neri di bocche attente simulanti meccaniche quantistiche. Orbite di elettroni su atomi di noia. Allegri giullari per vite pesanti, acrobati dell’aria su respiri corti e pessimisti. Gioco sadico di balsamo ricco di promesse estive su animi sconfitti alla nascita irrisolti e tristi. Riflessioni che si perdono nello spazio. Età di fallimenti e scelte appassite. Dimenticando giovinezze e foto con visi magri. Tra le lontane risacche di salsedine sabbia e sudore Michele Nigro sotto un sole annebbiato da miasmi urbani, -volate oltre!tra ricordi e silenzi rondinescamente fino alla mia sera di pomodori e origano sui quartieri letto. Alveari umani di solitudini e sbadigli amari. Illudendoci tra poesie e amicizie, rinviando suicidi, impegnando anche le ossa. Impreparati alla vita per scelta. Ed ogni anno le aspetto come un bimbo al chiosco.

Prosa
Ho pensato di nascondere il mio viso alla gente, di diventare altro. L’ho pensato per ovvie ragioni; avere un altro volto è non avere il mio. Potrebbe bastare, ma aggiungo che l’ho fatto perché niente ha il mio nome, la mia impronta, niente mi somiglia, in nulla mi rispecchio. Non sono proprietario di niente. Così ho deciso. Ho solo un angolo che, mio, mi appartiene, vittima del mio sentire, vittima io stessa del suo essere natura, istinto, colore. Ho solo un sentiero di erba inchinatasi all’incedere umano, il mio, il solo. Di erba piegatasi al tatto di dita di erba…un sentiero, nient’altro. Erbaccia, accarezzarti è così bello… Eh già! Ho pensato di cambiare il mio aspetto e di fare una liposuzione ai pensieri, all’ansia e alla pesantezza che mi rende irritabile… Un semplice stravolgimento dei miei tratti somatici con piallatura del mio tortuoso sentire; di rendere costante il grafico dei miei pensieri, farne una funzione di vita con nessuna variabile. Un’unica immagine, sorriso scolpito, matematica mente, eleganza e scioltezza connaturata nei gesti. L’ho pensato, lo faccio. Comincio a seminare un po’ di asfalto sul mio sentiero contaminato che è già rugiadoso di lacrime trasparenti come questo delitto. Crimine lucido di un suicida stanco, intrapreso per evitare la sosta, meditazione superba che ti distanzia dal mondo. Materia astratta, non estimata e per questo inutile come ciò che possiedo, unico bene che mi induce ad oziare. Il mio sventurato sentiero su cui batte la luce sulle punte dell’erba. Alta, sottile che se solo la sfiori… Accarezzare, sfiorare, strappare, estirpare il mio male. Cambiare, essere simpatico, sorridente, solare, ovviamente di un sole artificiale che non ti abbatte come il mio quando, vinto dal caldo, mi vesto di terra. Lucertola immobile e attenta mi nutro di sole, statua sudante e sorgente di pigrizia. Mi riscalda la vita e scopro il piacere di essere lì e non saperlo neppure. Non sapere più nulla mentre l’erba, alzatosi il vento, mi solletica il naso. Insetto gigante, il mio cibo è la terra, fertile e morbida, per alcuni disgrazia, come per me che ora, deciso ad immolarla, la devo lasciare. Scrollarmi la terra di dosso e continuare a sentirne l’odore. Corro, si allontana il mio nido, api mi inseguono per regalarmi miele, cola il cemento di questa nuova vita…che ho fatto? Ne sento ancora il ronzio. Assorbo l’umidità di questo nuovo ambiente, strane api mi vengono contro, mi adulano, mi umiliano, mi regalano documenti che non ho mai firmato. Non sanno di miele, non sanno di terra! L’inchiostro ancora fresco mi sporca le dita, nere. Penetra un raggio improvviso, mi punta e gli vado verso, mi riconosce, dal basso verso l’alto mi esplora. Chiudo le imposte per non farmi tentare dal canto del sole, legato al documento che non sa di miele ma che mi assicura un nome, prima lucertola, ape, seme, terra, sorgente, ora inchiostro. Mi mette alla prova, mi ricorda cos’ero… Esiste una medicina per la perdita del mio male, il nascondiglio che mi fa alienare, il viottolo che ho ancora negli occhi. La si trova in tutte le farmacie, è accanto ai cosmetici per non farti invecchiare, agli omogeneizzati per bimbi sani e belli, ai pannolini per vecchi… vecchi con l’imposizione dei saggi, pagine di un libro ingiallito con la morte stampata sul volto. E per non essere tale devi conoscere l’ultima moda, il ristorante ultra moderno all’angolo del borgo medievale, l’ultimo autore scapigliato, il cantante che introdusse quel genere, il training autogeno appena sveglio, in pausa pranzo durante la dieta e la sera prima o dopo il sesso, meglio durante! E allora? Allora si cambia! La medicina funziona,

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mi sento pervaso dal ritmo incessante del mondo. Pausa è una parola che non conosco più, sono sempre al passo coi tempi e alla continua ricerca dell’io più adatto. Ogni giorno cambio qualcosa, non importa cosa. Il cambiare implica una scelta che potrebbe essere decisiva e vitale per cui… sempre meglio cambiare. Accarezzare, sfiorare, strappare, estirpare il mio male. Pavimentarlo di catrame con arredo urbano di amianto, sole artificiale, musica soft nell’auto, nel traffico dell’ora di punta, davanti al semaforo mentre i clacson ti gridano contro, o mentre nel pullman leggi, allo scoccare del trentacinquesimo giorno, la trenquattresima pagina dell’Arte di amare, violentato dalla banalità di ogni giorno e dalla mascherina antismog…eccomi mi vedo! Risplendo tra la folla, ritmicamente cammino con la cravatta che si adagia verso destra, impettito, elegante, energico, vitale, giocattolo senza pile, marionetta pubblicitaria. Accarezzare, sfiorare, strappare, estirpare il mio male, pavimentarlo di catrame e rimetterlo a nuovo, sconfitto dall’erba ferita e assassina con alle punte la vita, la mia, a ricordarmi com’ero, il delitto. A vedermi adesso, fattezze di catrame, sporco e logorante al suo riemergere. La mia vera medicina, piccola, verde, ha sgominato l’asfalto, pian piano risorge ciclopica, mi rivendica a sé, io parte vitale del suo essere sentiero, architetto della sua curva tracciata da un solo passo, il mio. Sinuosa si adagia al mio corpo, si impossessa dei tetti, prevarica tutto. Un filo d’erba. La quarta Parca.

Vocazioni Con il frac da frate fai il giullare nel chiostro cortile condominiale: freak-fratello-sole, sorellina indecisione tira il reggicalze giarrettiera, niente soldi per una corriera, non ci resta che un autostop coast to coast giochi senza frontiere. Imbarazzo globaliz zazione se poi serve soluzione non sia faticosa e men che meno pericolosa, che non si stropicci il frac, sarebbe un fattaccio brutta baldrac. E finalmente, in convento quattro stelle, schiuma la via lattea con le fette biscottate a mezzo integrali, college con i voti niente moti, non c’è da diventar santi, siamo umili, tolleranti, consapevoli e limitati: viva evviva i mattini biscottati! Lo sfacelo da immagini, dalla carta stampa, da

*** Un altro silenzio ancora altro minuto per capire ammaestrare una voglia di vivere. Dove finire stavolta, oltre il maestrale o dentro un fienile, soffrire d’amore ancora, ruotare la rotta, finire.

CINEFORUM “NUGAE”
L’Associazione culturale “Nugae”, a partire dal mese di Settembre/Ottobre 2004, promuoverà una serie di incontri finalizzati alla visione di lavori cinematografici, in sede ancora da definire nella città di Battipaglia. Dalle pagine di questa rivista vogliamo cogliere l’occasione per coinvolgere tutti coloro i quali, sia professionalmente che in veste amatoriale, sentendosi vicini al mondo del cinema, individuano nel cineforum un valido mezzo di confronto culturale e non solo di puro svago. Cerchiamo, dunque, persone interessate alla visione e al dibattito, ma anche all’organizzazione, insieme a noi, del cineforum stesso: dalla messa in opera tecnica della sala, alla scelta ragionata delle pellicole. Sperando, altresì, che da questa collaborazione possano nascere nuovi Soci per l’Associazione “Nugae”. Per informazioni: Anna Di Feo; Massimo Longo ; Lucia Ielpo (vedi Redazione “Nugae-Scritti Autografi” )

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refrattarie soluzioni d’unione, da coniugali fetori. Psicotici devoti cancri: preghiere subissate dall’io, me, il mio delirio. Deboli rabbie diluite nei brodini esterofili; gli amici rotti, spezzati dai lavori e motti di stupidi governi. E l’insulsa fede ai Globali Conti, essi nuovi nobili di volgari frodi. Il gelo del freddo zittire, stilema impossibile zelo… Il senso di colpa per noi a scrivere solamente di noi.

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Vocazioni
Poesia
di Fabio De Santis disegni eseguiti da Antonia di Dario

Crionica
di Michele Nigro

Prosa
*** a cena reggiseni e baci

Scrolla la tapparella il giorno, nasconde consolatori. A te ruggisce notte sulla soglia, ma taci per serenità imbiancata dal candido grembiule da massaia. Le bolle di pomodoro al sugo sono le zolle d’identità rubata per pigrizia di continuità ed apri il rullo delle imposte per cadere da una stella su una vita, sempre tra braccia tra un marciapiede ed una strada, quella che ti porta dietro una scoscesa imposta; anche te: rubare normalità, convincere la spia serrando tapparelle, cadere qualsiasi volta da tese Il buio dagli usci distende, striscia ti chiude convinzioni di straccia carta. la bocca. Riprende la frase o l’azione dell’ora meriggia lasciata marcire, per noia, clamore, solare tensione. Marcite in cortecce, neuroni, recluse da cuoi, stonati, insidiati da spade stellari di notte. Per l’operato al boia pochi lumini ardenti: sezionate e sparite prove di tante piccole storie sopite al chiaro di luna cadente e nascente. Fine giornata

Non appena ebbe finito di leggere l’ultima pagina, l’uomo diede uno sguardo tenero alla dedica scritta su uno dei “fogli di guardia” e comprimendo i due lati della copertina tra le sue mani disposte in preghiera, avvicinò il taglio del libro alla bocca come a voler baciare la persona che con estrema cura aveva scelto per lui quell’opera antica. Sua moglie lo conosceva in profondità e i suoi gusti letterari non erano un segreto per lei. Si trattava del “Die Idee der Phänomenologie. Fünf Vorlesungen“ * di Edmund Husserl e alzandosi lentamente dalla poltrona della sala carteggio, scelse il posto migliore in cui conservarlo durante il lungo viaggio. Trovò uno spazio libero tra due contenitori di pleximappe e lì infilò il suo libro sfiorandone il dorso con le dita. Chiudendo gli occhi, non poté fare a meno di ripensare a quando sulla Terra sfiorava nello stesso modo la schiena perfetta della sua donna mentre sonnecchiava nuda. Un brivido stonato di piacere e dolore percorse il corpo dell’uomo. Riaprendo gli occhi ricordò perché era lì e abbandonando l’espressione tenera che fino a pochi secondi prima lo aveva accompagnato nelle sue escursioni mentali, si diresse con severità e determinazione verso il settore della nave con cui avrebbe condiviso i prossimi nove mesi del suo affascinante e solitario viaggio surreale. Tutto era pronto: il sistema generale era perfettamente programmato, i sensori allertati e il dispositivo di mantenimento vitale provato e riprovato fino alla nausea. Le settimane precedenti trascorse sull’attracco orbitante intorno alla Terra erano state frenetiche e i tecnici onnipresenti non gli avevano ancora dato l’opportunità di ritrovarsi dinnanzi alla dura prova della solitudine siderale. Ora, invece, era veramente solo… La Terra ridotta ad appena un puntino, difficile da individuare nel mare cosmico, e “la parte finale dell’inizio” che doveva essere necessariamente attuata. Per sopravvivere al viaggio… Rasò accuratamente la testa e aspirò i capelli tagliati affinché non se ne andassero in giro per la nave intrufolandosi in circuiti delicati e vitali. Rasò anche i peli sul torace e fece un’ “ultima” doccia. Con estrema meticolosità cosparse tutta la superficie del

corpo con una crema speciale e infilò le gambe nella tuta criostatica che avrebbe svolto la funzione di “pigiama” nei prossimi mesi. Lasciò scoperto, ancora per un po’, il petto unto di crema e davanti allo specchio cominciò ad applicare dei sensori lungo la linea precordiale per seguire la danza del cuore e le sue pause. Si sarebbero presi cura di lui… Gli ultimi sensori li collocò sul cranio lucido e, alzando il cappuccio della tuta sulla testa, chiuse la cerniera lungo il torace. Era pronto. Vide su uno dei numerosi monitor della nave che i sensori avevano già cominciato a registrare i suoi parametri vitali ed era sicuro del fatto che il computer avrebbe sospeso il “letargo” se qualche cosa nel suo organismo avesse cominciato a fare i capricci. Alcune ore prima della “vestizione” aveva consumato un pasto nutriente e facilmente digeribile. E gustando una birra fredda, si era rilassato ascoltando della musica classica. Diede un’ultima “ripassata” alle stelle guardando attraverso la visuale del ponte di comando: dopo nove mesi ne avrebbe viste di nuove. Non era nostalgico: voleva solo essere sicuro di portare con sè tutte le cose belle in cui credeva; desiderava riempire la propria memoria di scenari positivi e meravigliosi. Per sognare… Era stato istruito alla perfezione sia tecnicamente che psicologicamente… La preparazione scrupolosa a cui era stato sottoposto costituiva il fulcro della missione e dall’ equilibrio raggiunto dipendeva anche la sua stessa sopravvivenza. Rivolgendosi al computer, come se stesse parlando ad una persona in carne ed ossa, disse: “…mi sembra di non aver dimenticato nulla! Che ne pensi?... Mantieni rotta e velocità… Chiudi i pannelli delle visuali. Convoglia l’energia dei settori inutilizzati verso il sistema centrale: voglio avere il massimo della sicurezza nella mia “culla” ! Attiva i sensori dei reparti sottostanti e stabilizza la gravità artificiale ad un livello medio… Non penso che camminerò molto nei prossimi mesi!”- concluse con un cenno di autoironia che lasciava presagire una raggiunta serenità. Passò in un settore parallelo e rivolgendosi sempre al suo unico “compagno” di viaggio, gli intimò: “…apri il portello della criosala!”

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Erano state montate solo due capsule: una per il viaggiatore e l’altra nel caso in cui il computer avesse riscontrato un guasto in quella utilizzata dall’uomo. “Apri la capsula!”- disse mentre si infilava i guanti, l’ultima parte della sua “divisa da sonno”. Entrò nello strano letto trasparente e si distese supino cercando di rilassare ogni centimetro del proprio corpo; aprì una piccola cerniera della tuta sul braccio destro e con le dita della mano sinistra individuò la porta endovenosa in cui inserire il deflussore. Attraverso quel tubicino sarebbero entrati, nel suo circolo sanguigno, un liquido crioprotettivo emocompatibile e altri medicinali che il computer avrebbe iniettato lentamente durante il viaggio. Sostanze nutrienti e farmaci neurostabilizzanti avevano la funzione di assicurare un risveglio rapido e senza danni organici. La “scienza dell’ibernazione”, necessaria nei viaggi spaziali, aveva fatto passi incredibili partendo dall’imitazione del mondo animale e migliorando l’invenzione di madre natura con tecnologie sempre più avanzate e sostanze chimiche capaci di rendere operativo un “risvegliato” nel giro di poche ore. Non c’era altra scelta: per non impazzire e per non morire di fame… Poiché non c’era abbastanza spazio per imbarcare alimenti in quantità sufficiente per l’andata e il ritorno! L’elemento vincente di questa forma alternativa di viaggio era naturalmente il freddo. Per rallentare le funzioni vitali senza danneggiare l’attività cerebrale bisognava adottare le basse temperature. Scegliere l’ipotermia adattativa per assecondare la mancanza di cibo e quindi di energia… Solo che, in questo caso, l’inverno sarebbe arrivato dal “soffio gelido” di un computer! L’uomo mise la mascherina dell’ossigeno sul viso e diede gli ultimi ordini alla sua “balia elettronica” con voce cavernosa: “…chiudere capsula!...” – odiava quel momento. Non perché soffrisse di claustrofobia, ma la sensazione di doversi affidare totalmente e incondizionatamente al computer di bordo, lo agitava. Era più forte di lui! Sapeva benissimo che il computer provvedeva già alle numerose funzioni della nave anche quando era sveglio, mentre leggeva un libro o espletava le sue funzioni fisiologiche… Anche dopo tanti anni di evoluzione tecnologica, l’uomo non riusciva a seppellire definitivamente l’istinto primordiale della vulnerabilità notturna. Si trattava di un meccanismo atavico che nessun computer avrebbe inceppato e risalente alle notti primitive dell’ homo sapiens durante le quali, pur riposando accanto al fuoco appena scoperto, conservava la co-

stante preoccupazione di essere attaccato da qualche belva feroce e affamata. Quella attenzione primitiva era diventata parte del patrimonio genetico e durante la chiusura del portello l’uomo la sentì ritornare più agguerrita e rinvigorita che mai. Alla fine l’addestramento ebbe il sopravvento e facendo un lungo e meditato respiro, l’uomo ripeté a se stesso che tutto andava bene e che tutto avrebbe funzionato alla perfezione. La fede nei confronti della macchina riemerse dai meandri di una paura radicata e naturale. “Spegnere luci…! Attivare deflussione…!” – disse l’uomo con un respiro meno frequente e più sereno. La fase più fastidiosa di adattamento alla capsula era stata superata e nel giro di pochi secondi il viaggiatore sentì il liquido che espandendosi lentamente lungo i numerosi vasi sanguigni, gli avrebbe assicurato la vita… I medicinali iniettati cominciavano ad avere i primi effetti e una “calma farmacologica” invase la mente dell’uomo. Si sentiva leggero e perfettamente rilassato. Si avvicinava il momento in cui il computer avrebbe iniettato la sequenza finale dei “farmaci letargici” e grazie ai quali il viaggiatore si sarebbe affidato tra le braccia decisamente insolite di un artificiale Morfeo. Con un sorriso drogato abbozzato sulle labbra, rivolse al computer un ultimo, fondamentale, drammatico ordine. Una sola parola, scandita a forza tra i tentacoli del sonno, e la macchina avrebbe avviato il processo di ibernazione. “…Crionica!” – disse l’uomo quasi dormendo. In pochi decimi di secondo la capsula fu invasa dal gelo e lo sportello trasparente da cui si poteva vedere benissimo l’intero corpo dell’ospite fino a qualche attimo prima, si appannò a causa del leggero strato di ghiaccio che si era formato sul lato interno del vetro. Era tutto finito. Ogni dubbio sospeso e ogni indecisione rimandata all’infinito. La fame, la sete, la vescica piena, lo starnuto, lo sbadiglio, il tic nervoso, il continuo salire e scendere delle palpebre, le esigenze intellettuali, i gusti alimentari, gli intercalari nei dialoghi, le paure e le presunzioni, le speranze e le gioie, la tristezza e la rabbia, i sonni agitati e le polluzioni, il prurito nel palmo della mano e la ginnastica della mattina, le dita nel naso e le timide erezioni pensando alla moglie… Tutte queste cose erano ormai congelate. Non c’era più spazio per gli sprechi energetici: solo il minimo indispensabile. L’intimo lavorio degli enzimi cellulari e le due principali funzioni fisiologiche, erano le uniche attività ancora concesse in quella culla gelata. Il computer, che era stato dotato di un “programma ironico” per fare compagnia all’uomo durante le pause della

Pseudopalindrome alternate unite “Il conto chiede il dolore dimenticando la coscienza e verso i lidi estinti padrona ritorna dell’uomo la povertà dormendo solo senza fretta. La notte illumina, e solitaria naviga l’ illusione eterna mentre nel mare dei colori la morte nasconde la vita”

La poesia è una danza articolata di parole tornite e asservite agli intimi scopi dell’artigiano scrivente. Come in una quadriglia di versi, la poesia può contenere nel suo tessuto, apparentemente indivisibile, molte più poesie che intrecciandosi o dividendosi (o addirittura “riavvolgendosi” come in una moviola) realizzano, magicamente, sempre lo stesso significato spirituale e psicologico. Quante volte siamo svegliati di notte dalla Coscienza che durante il mattino razionale e laborioso non osa sottoporci domande scomode… “L’eterna illusione” fatta di suoni, colori e divertimenti “illumina la notte”, ma non può competere con il lavorìo notturno della mente. La “navigazione solitaria” è il prezzo dell’illusione. Pur avendo tutto e praticando le folle, siamo sempre più soli. “La povertà dell’uomo” non deve essere interpretata come difetto materiale, ma quale parte integrante e necessaria dell’essere umano… Una povertà che ci permette di approdare sui “lidi estinti” della zona più vera e genuina del nostro “Io”. Il dolore va dimenticato, in un primo momento, non perché vogliamo vivere nell’illusione della felicità, ma per sfruttare a pieno quella serenità che è l’unica chiave per recuperare la nostra natura atrofizzata. “Il conto chiede il dolore” se mai qualche illuso si fosse adagiato su una iniziale ricerca serena, dimenticando che fare i conti con se stessi porta inevitabilmente dolore. Il “dominio onirico” della Coscienza che “padrona ritorna solo dormendo” è coadiuvato dalla ricerca della povertà che “senza fretta” ci indica nel sonno la vera strada da seguire. Nelle due “cubitali” anche chi cerca la Verità rischia la solitudine, così come si rischia “l’eterna illusione”

nelle due “corsive”. Anche compiendo il cammino a ritroso, come quando si cerca di ricordare un sogno, il significato non cambia e, anzi, a tratti sembra amplificarsi grazie a nuovi intrecci e nuove angolazioni semantiche. La poesia, così facendo, non diventa “gioco” ma “visione”. La poesia deve essere vista, ancora prima di essere letta. La “direzione” e il “verso” si annullano nella dimensione “altra” tipica della poesia. Lo spazio è talmente occupato dal “senso” della parola, da imporsi addirittura ai parametri geometrici e al rigore scientifico che vorrebbero rendere la poesia scevra da ogni forma di “manipolazione” strutturale. “Pseudopalindrome” in quanto sarebbe stato eccessivo scrivere al contrario le singole parole approdando nel “non senso”, ma la semplice “inversione di marcia” nella lettura delle parole che compongono i versi è bastata a spiegare l’esigenza di liberare ulteriormente la poesia da quei vincoli che i più ottimisti e conservatori considerano già “licenza”…Per convenzione la poesia originaria è stata divisa in due caratteri diversi alternati ma, alla fine della visione, quando il sogno-incubo è finalmente ricomposto, il carattere diventa unitario anche se ricalca nuovamente le orme di quel suo bizzarro indietreggiare. Qui, per un attimo, il dolore prende il sopravvento sulla coscienza ma “la notte illumina”, ovvero “porta consiglio”, mentre l’illusione del mondo sembrerebbe prevalere adoperando un mare di colori e di promesse. La morte causata dall’opulenza nasconde la vita anche se, originariamente, sembrerebbe che sia proprio la vita ad utilizzare i colori per nascondere la morte.

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Odissea notturna
Poesia
“Odissea notturna” (Poesie alternate pseudopalindrome)

vita spaziale, si lasciò sfuggire un ultimo, freddo: “…buona notte!” L’uomo già non poteva più udirlo. Il corpo ibernato e immobile dietro quell’apparente morte gelida, conservava ancora tutte le sue funzioni microscopiche anche se rallentate e pigre. Un battito cardiaco ogni minuto e un atto respiratorio ogni trenta secondi… Un’ eternità inconcepibile; una vera sfida per la razionalità. Nel tempo enorme e silenzioso che separava un battito cardiaco dall’altro, si concentrava tutta la morte dell’universo. I fisiologi lo chiamavano “grande silenzio”: ma rapportato all’esperienza dell’ibernazione quel silenzio diventava inevitabilmente infinito. Il mistero di quella vita solitaria e sospesa al filo di un computer, sfidava ogni umana comprensione. “Sognerò?” – aveva chiesto l’uomo sulla Terra agli scienziati che lo addestravano per il viaggio. Presto lo avrebbe saputo. Nel buio silenzioso della capsula, quel corpo gelido provvisto di una flebile vita possedeva ancora le chiavi chimiche della memoria e le proiezioni elaborate dall’inconscio non furono rallentate dal freddo. L’uomo sognò il corpo caldo della sua donna bella e profumata; sentì le voci divertite della gita al lago in cui lui le chiese di sposarlo… E poi altri sogni assurdi: sveglie giganti che suonavano motivetti rock e gente con la faccia a forma di libro che lo salutava mentre camminava in un parco pieno di fiori di carta… Ghiaccioli alla menta, grandi come un albero, che lo rincorrevano sudando cubetti di ghiaccio e ragazze hawaiane completamente nude che conservavano enormi quantità di frutta esotica in un frigo… Sognò la dacia di Borìs Pasternàk ricoperta di neve e la sua vecchia nonna con un punch bollente tra le mani… Sognò i ghiacciai islandesi e gli iceberg nello stretto di Bering… Le foche del pack e i pinguini… Si ritrovò con la mente sognante nella tana di un orso in letargo e dopo pochi secondi il suo sogno si spostò nella tana di una famiglia di marmotte in pieno inverno… Sognò di essere un ghiro e calandosi nella cavità di un tronco d’albero, si riscoprì scoiattolo su un letto di ghiande e noci… Piumoni soffici e cuscini morbidissimi attraversavano la sua mente… Letti a baldacchino e carillon si alternavano a pigiami di lana e lenzuola di flanella… Che bello il letargo! L’astronave era un minuscolo oggetto metallico proiettato a velocità sostenuta verso un preciso traguardo apparentemente perso nel nulla. L’uomo si sarebbe risvegliato, con quell’algido sorriso stampato sul viso, dopo nove mesi… Come in una resurrezione programmata... Nel frattempo i suoi freddi sogni lo avrebbero tenuto in buona compagnia. (* “L’idea della fenomenologia. Cinque lezioni”)

di Michele Nigro

“La vita nasconde la morte NEL MARE DEI COLORI mentre l’eterna illusione NAVIGA SOLITARIA E illumina la notte. SENZA FRETTA Solo dormendo LA POVERTA’ DELL’UOMO ritorna padrona VERSO I LIDI ESTINTI Alternata corsiva “La vita nasconde la morte mentre l’eterna illusione illumina la notte. Solo dormendo ritorna padrona e la coscienza chiede il conto” Pseudopalindroma corsiva “Chiede il conto la coscienza e padrona ritorna solo dormendo. La notte illumina l’eterna illusione mentre la morte nasconde la vita” e la coscienza DIMENTICANDO IL DOLORE chiede il conto” ALTERNATA CUBITALE “NEL MARE DEI COLORI NAVIGA SOLITARIA E SENZA FRETTA LA POVERTA’ DELL’UOMO VERSO I LIDI ESTINTI DIMENTICANDO IL DOLORE”

citando...
“La tenebra non aveva alcun effetto sulla mia fantasia; per me un cimitero era solo il ricettacolo di corpi privi di vita, che dall’essere stati sede di bellezza e di forza, eran divenuti alimento del verme.Ed ecco che io fui condotto a esaminare la causa e il progresso della decomposizione, e forzato a passare giorni e notti in sepolcreti e ossari. La mia attenzione era su ogni oggetto più intollerabile alla delicatezza dei sentimenti umani. Io vidi come la bella forma umana veniva degradata e consumata … Vidi come il verme ereditava le meraviglie dell’occhio e del cervello. “ (…) da “Frankenstein” di Mary Shelley - cap.IV

PSEUDOPALINDROMA CUBITALE “DIMENTICANDO IL DOLORE VERSO I LIDI ESTINTI DELL’UOMO LA POVERTA’ SENZA FRETTA E SOLITARIA NAVIGA NEL MARE DEI COLORI”

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La mano
di Lucia Ielpo

Prosa
I suoi movimenti erano impercettibili, la gravità dello sforzo sovrumano era leggibile soltanto nel girotondo di quelle due pupille frenetiche. Sembrava che la pesantezza dei gesti si fosse trasferita nella proliferazione a dismisura degli sguardi e dei movimenti incrociati degli occhi. Certo, l’aveva sempre saputo che gli occhi dialogano più facilmente con il cervello rispetto alle altre parti del corpo, per questo motivo si era deciso ad usarli il più intensamente possibile. La sua convinzione era che dopo vari, reiterati tentativi, sarebbe riuscito ad indirizzare la mente verso il suo obiettivo e lei, l’altra parte del corpo, non l’avrebbe avuta vinta. Si trattava di esercitarsi ben benino, di capire quali tendini o venuzze si rivelassero più sensibili al comando inoltrato dal cervello. Bisognava, in un certo senso, scoprire il suo punto debole. Non era di certo una battaglia di poca importanza mettere a tacere quel maledetto impulso ovvero riuscire ad impedire quella tanto temuta impennata verso l’alto, considerando nella fattispecie la caparbietà della parte ribelle. Gli era capitato spesso di dover reprimere delle parti rivoltose, soggette ad un processo di dissociazione di cui stentava a capire le origini e le cause. D’un tratto, nel mezzo di un convegno aveva sentito quel leggero formicolio che via via era diventato sempre più insistente ed assordante. Si rallegrava del fatto che nessuno potesse avvertire alcunché, la lotta si consumava per così dire tutta all’interno, nei recessi della mente. Grazie al peregrinare di quelle pupille dalla smania epilettica, riusciva a lanciare fugaci occhiatine intorno a sé e a notare, con suo grande sollievo, che il resto dell’auditorio era completamente assorto in un tiepido dormiveglia, tanto da non rendersi conto di nulla. La mano restava lì, ancora ferma ma i suoi leggeri sussulti annunciavano l’arrivo di una vera e propria catastrofe. Ma perché la sua mano doveva all’improvviso smettere di fare la mano e cominciare a parlare sebbene non interpellata? In realtà, non si trattava di parlare nel senso proprio del termine ma, piuttosto, di costringere lui, il suo legittimo proprietario a pronunciarsi in merito alla problematica proposta nella conferenza. Sarebbe bastato un semplice gesto e lei, la mano in persona, si sarebbe sollevata, spingendo delicatamente in avanti una delle dita, molto probabilmente l’indice, e lo spettacolo sarebbe repentinamente cambiato. Lui non aveva la benché minima intenzione di parlare per un semplice, banale motivo: non aveva niente da dire. Quella mano dissidente lo indispettiva e per di più lo lan-

ciava in uno stato di vero e proprio panico. Che cosa avrebbe fatto una volta che la sua mano fosse riuscita nel suo intento? Avrebbe avuto la forza di riabbassarla e il coraggio di tornare a tacere? Purtroppo stava accadendo qualcosa di strano; non si era verificato spesso che qualche parte del corpo dissociandosi avesse procurato simili fastidi alla mente. Generalmente, episodi analoghi erano comparsi in momenti di solitudine perciò non l’avevano mai posto in una condizione di contatto con il mondo esterno. Un giorno, ora ricordava, il piede si era staccato, per così dire, dal resto del corpo e aveva assunto una fisionomia nuova, del tutto estranea, sprezzante delle altre parti, persino delle caviglie. C’era voluto un po’ di tempo prima di riuscire a ricostruire perfettamente l’unità perduta e tornare ad essere un unico pezzo di carne, identificato nel corpo. La dissociazione della mano questa volta non solo l’aveva catapultato nel panico ma aveva fatto emergere una serie d’effetti collaterali a catena. Ad esser più espliciti, le altre parti del corpo avevano in un certo senso socializzato con la rivoltosa in maniera del tutto fenomenologica, azionando dei leggeri ma non per questo meno intollerabili motivetti di vendetta contro la signora mente. La loro reazione rispondeva alle più ovvie delle logiche: quando un movimento viene in qualche modo taciuto o impedito, mille altri sorgono in sostituzione di quest’ultimo. La guerriglia iniziale si era trasformata in una vera e propria guerra, che aveva ormai mobilizzato tutto il corpo, dal brontolio dello stomaco alla rivolta pruriginosa degli ultimi capelli sparsi sulla testa. Se bloccare la mano era stato inizialmente abbastanza facile grazie all’ausilio dell’altra mano che ne aveva impedito momentaneamente il movimento, ora anche le dita di questa cominciavano a schioccare. Lo schiocco produceva un effetto simile al coperchio di una pentola quando viene sollevato: ciò che sta cocendo sotto di esso, comincia d’improvviso a bollire e a scavalcare l’orlo della pentola. Ebbene sì, la mano cominciava a risvegliarsi e a fremere assecondata dalla gemella complice. A ciò si aggiungeva, com’è stato detto, quel disgustoso prurito. E se avessero scambiato la mano che s’alza per grattare con la mano che vuole parlare? Bisognava rendere impercettibile il gesto; movendosi molto lentamente la mano avrebbe circumnavigato la calotta posteriore poi, risalendo verso l’alto con delicati salterelli delle dita, avrebbe raggiunto il punto esatto in cui dominava il prurito. Dopo aver assecondato la testa, grattando via con un ticchettio delle dita il formicolio prodotto da una specie d’accampamento di formichine elettriche scoperte nel bel mezzo di una salsa, bisognava fare ritorno. Questa volta, al contrario del viaggio d’andata, il movi-

mento sarebbe stato veloce e scattante, per sfuggire nuovamente agli occhi indiscreti. Ad ogni buon conto, lui era consapevole del fatto che ci fosse qualcuno alle sue spalle che, dotato di un interesse superiore per le cose del mondo, si era guardato intorno e tacchete! Era riuscito ad individuare l’unica persona o cosa in movimento nell’intero stanzone. Si stringeva nelle spalle come cercando di simulare un rimpicciolimento del corpo che lo avrebbe sottratto allo sguardo indiscreto. Vedeva quegli occhi girovagare sullo schienale della sedia, salire su per il collo e magari soffermarsi sui pois bianchi casualmente distribuiti sul nero della giacca. Come avrebbe voluto essere completamente solo o, almeno, non sentirsi minacciato dall’ ispezione ostile di un guardone! Non che fosse una persona sempre così paranoica ed insicura. Il punto era che il tacco della scarpa era davvero un po’ scollato e, malgrado avesse tirato giù l’orlo dei pantaloni per camuffarlo, l’alone della scucitura era ancora ben visibile. Restava poi da celare quella piccola fossetta spaurita e bianca che si estendeva a cerchio sulla testa. Con l’altra mano si avventurava ora nel riempimento di quella specie di buca, coprendola con i pochi capelli che gli erano rimasti. Il tentativo di divincolarsi dalle occhiatine che si svolgevano alle sue spalle o forse soltanto nella sua mente lo avevano momentaneamente distratto rispetto alla questione della mano. Quest’ultima aveva lasciato il campo alle altre parti del corpo ma adesso riprendeva la lotta. Lui aveva tentato di capire le sue ragioni ma non aveva avuto molto successo. Dacché gli fosse dato di ricordare, c’era sempre stata un’allegra armonia tra il pensiero e la mano. Insieme avevano scritto delle pagine avvincenti o avevano compiuto gesti sempre coerenti, in perfetta sinergia. Quando lui aveva avuto necessità di pettinarsi, la mano si era sollevata e aveva accomodato la capigliatura. In altri casi, se n’era rimasta immobile, magari accompagnando di tanto in tanto il discorso, riempiendo i vuoti semantici con gesti diretti ed eloquenti. Perché dunque adesso si era venuta a creare questa dissonanza? Forse perché lui in fondo avrebbe voluto parlare, dire a quella distinta gente in cravatta che erano dei gran scansafatiche e perdigiorno, che in realtà lui se ne infischiava di tutte quelle teorie da strapazzo e dei loro libri carichi di ringraziamenti e di smancerie disgustose? In realtà, se solo ne avesse avuto il coraggio, si sarebbe alzato

volentieri e avrebbe finalmente pronunciato quelle tanto agognate parole: “Non sono d’accordo”. Il volto gli sarebbe diventato paonazzo e le vene del collo si sarebbero oltremodo gonfiate; poi, quel filo di voce si sarebbe fatto avanti, spalancando le labbra bianche come le ante di una finestra aperta al sole di primavera e l’avrebbe fatto. Finalmente, sarebbe uscito dall’anonimato, lui, testa tra le teste, sarebbe diventato ‘la’ testa. La sua capigliatura non sarebbe più stata soltanto il ricettacolo delle risatine malevoli dei suoi vicini, ma avrebbe acquistato un volto, persino un cervello. Si sentiva sempre più eccitato dalla possibilità di arrendersi a quel tumulto interiore, coalizzandosi con la mano che era pur sempre una parte del suo corpo e andava ascoltata e rispettata. Soprattutto, sarebbe stato ben lieto di debellare quell’ansia e quella paura sottili che da sempre l’avevano soffocato e zittito. La mano sembrava essere ritornata in sé, all’improvviso si era ritrovata appollaiata sopra il banchetto, senza dare altri segni d’irrequietudine. Forse aveva intuito qualcosa e, infatti, cominciava a sentirsi madida ed infreddolita. Il panico iniziale si andava ora trasformando in una sorta d’ansia da prestazione o, per meglio dire, da intervento. Anche il corpo cominciava a muoversi nervosamente sulla sedia come chi stia tentando di contenere la pulsazione improvvisa dell’urina. La mente era obnubilata dallo sgomento e da una strana frenesia, sensazioni tipiche di chi debba fuggire da una prigione alla quale ci si è anche un po’affezionati, rimanendo essa pur sempre odiosa e repellente. Perché ora tutto taceva? Che forse si stessero preparando all’ascolto? E perché qualcuno aveva già tirato su le veneziane e aperto le finestre? Che forse il battito delle sue ali di piombo avrebbe fracassato i vetri della finestra oppure, com’era assai più probabile, la conferenza era giunta alla fine? ‘Com’è difficile farsi liberi e non sentirsi solo tali’ pensava; ma spesso, per fortuna, quando la mente tace e si rannicchia in se stessa, è il corpo ad insorgere, fosse anche soltanto una piccola mano che banalmente s’accompagna ad un orologietto da polso.

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