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“Nugae—Scritti Autografi” Norme per la collaborazione : la collaborazione è aperta a tutti ed è completamente gratuita. Gli elaborati vanno inviati tramite e—mail o all’indirizzo della Redazione nitidamente dattiloscritti e firmati, ove non fosse possibile l’invio di floppy disk o cd-r . I testi non dovranno superare la lunghezza di 8 cartelle. La Redazione non restituirà il materiale pervenuto presso la sede del periodico. Si avvale, inoltre, della prerogativa di non pubblicare gli elaborati non ritenuti idonei. La riproduzione, anche parziale, della presente rivista, è consentita dietro autorizzazione scritta della Direzione e con la citazione della fonte. Gli organizzatori dei premi letterari dovranno far pervenire i testi dei bandi almeno quattro mesi prima. Gli articoli, i racconti e le liriche riflettono le opinioni dei loro Autori, che di essi risponderanno direttamente di fronte alla Legge. Gli scritti inviati dovranno essere inediti e accompagnati dalla seguente dichiarazione: “LO SCRITTO INVIATO E’ UN MIO PERSONALE LAVORO E NON E’ MAI STATO PUBBLICATO”. Gli scritti pubblicati e inediti sono di esclusiva proprietà degli Autori e fa fede la data di pubblicazione sul presente periodico.

Rivista letteraria trimestrale autogestita a cura dell’Associazione Culturale “Nugae” Presidente: Fabio De Santis cell. 347-3098430 Sede legale: via Guinizelli, 14 Sc. A-22 84091 - Battipaglia (Sa) Direzione, Redazione, Amministrazione: via XX Settembre, 23 - Battipaglia e-mail : scrittiautografi@virgilio.it Direttore responsabile: Alfonso Amato Redazione: Vito Cerullo; Fabio De Santis; Antonia di Dario (correzione bozze); Massimo Longo; Paola Magaldi; Adriana Mazzella; Michele Nigro. Pubblicità: Paola Magaldi (cell. 335-8384148) Tesoriere: Salvatore Colitti (cell.338-2025760) Stampa: Centro copie “Duc@s” via E. De Nicola, 24 - Battipaglia Registrazione del Tribunale di Salerno: N° 20 del 28/Giugno/2004 Editore: “Edizioni Nugae” via XX Settembre, 23 84091 Battipaglia (Sa) Chiuso in Redazione: 15 Aprile 2005

SOMMARIO
L’EDITORIALE La stanza del pittore Poesia Nuova passione Poesia La stazione Saluto a vista LA RECENSIONE Poesia Della vertigine cosmica RACCONTINANI L’incertezza e il tavolo del poeta De Santis riVISTE Nigro Casella Meis Piccolomini Della Rocca Carbone De Santis Nigro Dalmiglio Cerullo

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In copertina:
Foto realizzata da: Antonia di Dario e Marco Vecchio Disegno “su pelle”: Marco Vecchio

INTERVISTA SOTTO IL PORTICO CONTROEDICOLA

Nigro

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L’editoriale
di Michele Nigro
Il laboratorio/rivista “Nugae – scritti autografi” giunge, così, al suo tenero numero 5 ed un salutare cambio d’aria si manifesta attraverso una serie di novità: dal punto di vista dei contenuti, come assetati rabdomanti abbiamo cercato la collaborazione di nuovi scrittori, ottenendola, nei terreni infiniti della scrittura e, manco a dirlo, (per la prima volta nella breve storia di scritti autografi) la narrativa di questo numero diviene territorio quasi autogestito da parte di “colleghi” che, pur non appartenendo alla redazione, hanno raccolto “da lontano” l’appello con simpatia e partecipazione, inviando i propri scritti! Riscopriamo, grazie a tali preziose collaborazioni, il valore delle note biografiche quale strumento adoperato da chi vuol far conoscere non solo i propri scritti ma anche l’essere umano che c’è dietro e la storia personale che determina la nascita e l’evoluzione di uno stile narrativo o poetico. La saggistica guadagna nuovi spazi nella struttura della rivista, segnando un nuovo punto a favore della dotta discussione; guadagnamo, altresì, un fiocco rosa sulla porta di casa grazie alla neonata rubrica dedicata alle riviste letterarie con cui entriamo in contatto ed inaugurata dal trimestrale “Pick Wick” di Besana in Brianza (Mi) e dalla rivista “Steve” del Laboratorio di Poesia di Modena. Nuova è anche la “galleria” (Sotto il portico) che ospita le poesie di alcuni Lettori/ Collaboratori… Ed infine evidenziamo la joint-venture instaurata con l’artista salernitano Marco Vecchio il quale, disegnando un motivo azteco-picassiano sulla schiena di una nostra paziente amica, ha reso possibile la realizzazione della foto di copertina. Lo stesso artista ha messo a disposizione alcuni disegni che troverete nelle pagine interne... Insomma: c’è fermento ! Lascio per ultimo, non me ne vogliano i co-redattori per questa nota di parte, quello che definisco l’evento realmente rivoluzionario di questo numero di “Nugae”: mi riferisco alla completa e, spero, definitiva apertura del portone giubilare nei confronti della letteratura fantascientifica. Una trascurata “cugina” che aveva già, in passato, debuttato timidamente sul trimestrale e che, a partire da questo numero, comincerà a godere dello spazio necessario per una conoscenza approfondita e sistematica. Testimone di questa tappa evoluzionistica è l’intervistato Flavio Casella, autore di narrativa con un background fantascientifico. Approfondiremo, con il suo aiuto, solo una minima frazione purtroppo! - degli argomenti che gravitano intorno alla Fantascienza... Sperando che non si tratti solo di un fuoco di stoppie e che anche altri collaboratori ci aiutino ad animare “l’angolo fantascientifico” di “Nugae” con racconti, recensioni e ogni altro strumento letterario che valorizzi un “genere” troppo a lungo relegato nei comodi ghetti delle fanzines. Chiudo ricordandovi che il 23 Aprile, alle ore 18 (molti leggeranno il numero 5 dopo questa data, ma voglio ugualmente rendervi partecipi dell’evento), presso la Provincia di Salerno, “Nugae” aprirà le danze della rassegna “L’Altrolibro per la liberazione” dedicata alla Piccola e Media Editoria italiana, con particolare attenzione alle numerose forme d’autoproduzione (vedi “Nugae”). Poiché il simbolo di questa rivista è “il calamaio incatenato” non potevamo mancare lì dove si parla di Liberazione. Buona lettura!

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La stanza del pittore
di Flavio Casella
… per un attimo, il pittore rimase rapito di fronte all’opera che aveva compiuto: ma subito dopo, mentre ancora egli guardava, divenne tremante e pallidissimo, e inorridito, e gridando a gran voce: – Questa è davvero la vita stessa! – subitamente si volse a guardare la sua amata – ella era morta. (Edgar Allan Poe)

La piccola locanda che mi accolse, sul finir dell’estate di quell’ormai lontano 19.., nel cuore dell’Appennino toscano, pareva tratta di peso da uno di quei tenebrosi romanzi dell’ottocento, dove anziani e stanchi nobiluomini, in preda ad inquietudine e stanchezza, si aggirano pensosi per misteriche foreste e fosche magioni stregate, agitando nell’intimo del cuore i cupi fantasmi della desolazione. Intendiamoci: io non sono certo un antico nobiluomo, e a quei tempi neppure avrei potuto definirmi anziano; ma i miei pensieri ed i moti dell’animo, mentre annoiato mi aggiravo senza meta per le amene regioni dell’Italia centrale, mi cau­ savano una certa ideale comunanza coi personaggi di quei libri che così spesso amavo rileggere. La scienza moderna ha rivestito di rigorose notazioni le antiche e oscure sensazioni che anch’io provavo – stress, depressione, esaurimento nervoso erano i termini che il mio dottore mi ripeteva, nel consigliarmi sempre più perentoriamente un lun-

go periodo di riposo, e a lungo aveva dovuto insistere per convincermi – finalmente – ad abbandonare le mie consuete occupazioni e ad intraprendere quel viaggio che a bella posta avevo iniziato senza la minima organizzazione, senza fissarmi una meta, con l’unica compagnia della mia auto, di una piccola valigia e di un taccuino dove ogni sera annotavo avvenimenti e sensazioni della giornata. Nessun sollievo avevo provato nel frequentare le ancora affollate spiagge dell’Adriatico, né nel visitare le antiche e suggestive cittadine dell’entroterra riminese, e già mi trovavo, deluso, ad affrontare la strada di un mesto ritorno, cavalcando la ripida dorsale degli Appennini per scendere poi sul litorale tirrenico, quando, nel transitare per una nascosta stradina secondaria a pochi chilometri dalla città di ***, m’imbattei in un vecchio e consunto cartello che annunciava la presenza di una locanda. Era l’imbrunire, e presto avrei dovuto pensare a procurarmi un letto per la notte: quei boschi oscuri e deserti mi parvero preferibili alle luminose cittadine della Versilia dov’ero diretto, e m’inoltrai quindi decisamente per la stretta strada sterrata che il cartello indicava. Più volte, nel traversare la fitta e tenebrosa pineta, ormai avvolta dalle prime ombre della sera, ebbi il dubbio di aver sbagliato strada, nel vederla restringersi ad ogni curva, ed il bosco farsi via via più buio e folto, ma infine mi trovai su uno spiazzo coperto di ghiaia, su cui sorgeva una vecchia casa a due piani con ampie finestre di legno scuro

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ed il tetto di tegole rosse. Nel piazzale non v’era traccia d’auto: solo alcuni cavalli, legati ad un palo a lato della casa, brucavano pigramente i pochi fili d’erba che crescevano ai margini della radura. Il rombo del mio motore quasi mi parve un’aggressione, un insulto a quell’immagine fuori del tempo, e subito lo spensi, quasi intimorito. All’interno della locanda, mi guardai attorno incuriosito: ai tavoli di nudo legno stavano seduti alcuni avventori, che iniziavano allora a cenare o giocavano a carte alla luce fioca di poche lampade a gas, che traevano corruschi bagliori dal consunto bancone di zinco; l’oste – un uomo corpulento e cordiale – parve quasi scusarsi del fatto che il suo locale fosse così insolitamente frequentato: – Sa, – disse con tono imbarazzato – mi son capitati d’improvviso questi turisti… sono escursionisti a cavallo, e si son fermati qui per la notte, e le mie camere son poche… Certo – proseguì dopo una pausa – una m’è rimasta, la migliore… la stanza del pittore… costa un po’ di più, ma se lei vuole… se gradisce… Mi guidò per le consunte e scricchiolanti scale di legno, reggendo in alto un lume a petrolio per rischiararmi il cammino: – Qui la luce elettrica non è ancora arrivata; – mi disse col solito tono di scusa – ci tocca andare all’antica, col gas e col petrolio. Ma non è poi così scomodo, quand’uno ci fa l’abitudine. La stanza che mi mostrò era grandissima e tetra, con mobili scuri ed un enorme letto a baldacchino

ricoperto da un drappo purpureo: – Le piace? – chiese ansioso – A tanti fa impressione… ma lei è un signore di città, son sicuro che non baderà a certe fole… eppoi il letto è comodo, vedrà che si troverà bene… Mi fece sorridere la sua timorosa premura, e volli rassicurarlo: in realtà, già mi sentivo singolarmente attratto dalla cupa atmosfera di quella stanza, quasi i miei nervi scossi e malati ne traessero un morboso motivo d’interesse. In particolare continuavo a scrutare il grande quadro che appena intravvedevo a fianco della vasta specchiera del comò, e del quale la fioca e tremolante luce del lume a petrolio non mi permetteva di distinguere i particolari. – Perché l’ha chiamata la stanza del pittore? – chiesi – È quello che ha dipinto quel quadro? Il mio interlocutore parve d’improvviso farsi ancor più imbarazzato: – Sì… – borbottò – ha vissuto qui per un po’ di tempo; ma è una lunga storia… se vuole, domani glie la racconto. Allora? – proseguì poi, riscuotendosi in modo un po’ brusco – La vuole, la stanza? Scusi se le faccio fretta… ma sa, con tutta quella gente da servire… L’indomani mattina, risvegliandomi nel grande letto a baldacchino, mi sorpresi stranamente disteso e tranquillo, quale da lungo tempo non accadeva di sentirmi: dalle imposte accostate filtrava tenue la luce del giorno, e un sottile raggio di sole, battendo sul bordo dello specchio, si frantumava in tutti i colori dell’iride. 3

Rimasi a lungo disteso sul letto con gli occhi socchiusi, cercando invano di ricordare gli oscuri e confusi sogni della notte precedente ed assaporando le nuove, intense sensazioni che la mia mente provava. Alla luce del sole, il misterioso quadro che la sera innanzi mi aveva incuriosito si mostrava adesso nella sua interezza: raffigurava un paesaggio alpestre, un piccolo lago dalle acque scure e profonde, incorniciato di alti e folti alberi; dall’acqua sorgeva fino alla cintola una giovane donna nuda, esile e bionda, un braccio teso davanti a sé; inginocchiato sulla riva, un giovane uomo barbuto tendeva la mano verso la magica apparizione, il volto atteggiato ad un’espressione di disperato dolore. E proprio al centro del quadro spiccava il convulso intrecciarsi delle loro mani – la delicata mano di lei che quasi scompariva nella robusta stretta dell’altro – chiuse in un definitivo ed estremo tentativo di congiunzione che sem­ brava, da un momento all’altro, doversi sciogliere in un addio senza speranza. Mi colpiva il singolare contrasto tra le espressioni dei due esseri umani presenti nel quadro: l’uomo sembrava voler trarre con tutte le sue forze la fanciulla fuori dall’acqua, mentre ella, al contrario, aveva l’aria di volerlo attirare a sé, nel suo mondo, consapevole di non poter vivere al di fuori di quella fredda e scura profondità. Risolsi di chiedere all’oste notizie sul mistero che intuivo agitarsi all’interno di quello strano dipinto, ma quando scesi a far colazione la mia aspettativa andò delusa: l’uomo si era infatti allontanato a far provviste, e sua moglie, una donnina minuta e 4 gentile ma di poche parole, non si rivelò persona

adatta alla conversazione, rispondendo alle mie parole unicamente con timidi sorrisi e monosillabi sussurrati a bassa voce. Presi quindi a passeggiare per i dintorni, respirando a pieni polmoni l’aria frizzante del mattino e gustando la serena sensazione di quiete che sentivo, di momento in momento, rafforzarsi nel mio animo. Percorrendo un sentierino che scendeva in dolce declivio dietro la locanda, serpeggiando tra boschi già sfolgoranti dei colori dell’autunno, giunsi in breve sulle rive di un piccolo lago, che non tardai a riconoscere come quello raffigurato nel dipinto: tutto era come nella tela, le alte e verdi cime degli abeti a far da cornice, le acque scure e profonde, tremule alla lieve carezza del vento, la pietra piatta da cui il giovane del quadro protendeva la mano verso la diafana apparizione. E su quella pietra sostai a mia volta, contemplando pensoso il placido e scuro stendersi della liquida superficie, socchiudendo gli occhi al tiepido contatto della brezza, quasi sembrandomi di sentir sorgere, dalle profondità del lago, una lontana voce di donna, un triste canto d’amore e di morte. Rabbrividivo, mentre folate di vento più intense m’investivano, e quasi mi sorprendevo, riaprendo a tratti gli occhi, nel non scorgere davanti a me quell’apparizione che da un momento all’altro mi aspettavo di veder comparire. A lungo rimasi in quel luogo misterioso e solitario, in preda ad una crescente eccitazione che quasi mi fece dimenticare il trascorrere del tempo, fantasticando sui misteriosi protagonisti di quella che doveva essere stata – già lo intuivo – una tragica storia, ed era pomeriggio inoltrato quando infine

riuscii a riscuotermi dal mio assorto torpore e a far ritorno alla taverna. La locanda era ora deserta, abbandonata dalla rumorosa e allegra compagnia che la sera precedente l’aveva frequentata: cenai da solo, in silenzio, nell’ampia sala appena rischiarata dalla fioca e sibilante luce delle lampade a gas. Dopo cena, mentre mi accendevo la pipa – già cominciando ad avvertire un caldo e languido torpore invadermi le membra – convinsi il taverniere a sedersi al mio tavolo: con l’ausilio di un paio di bicchierini d’acquavite, lo indussi a narrarmi la storia del pittore e del misterioso quadro. – Il pittore – mi raccontò – venne qui per consiglio del suo medico: doveva curarsi i nervi, poveretto! dopo la tragedia che gli aveva sconvolto la vita. Il giovane artista, appresi, aveva amato d’un amore intenso ed esclusivo una fanciulla, da cui era ardentemente ricambiato. Ma un giorno infausto – quando già i due giovani stavano per coronare il loro sogno d’amore unendo per sempre le loro esistenze – ella aveva incontrato una improvvisa e penosa morte. – Non so bene che sia successo. – diceva l’oste a voce bassa, fissando assorto il suo bicchiere – Pare che fosse sonnambula, e che nell’andare in giro di notte sia scivolata in un fiume e sia annegata. Il corpo non fu mai ritrovato, e il fidanzato quasi impazzì per il dolore. Mandato lontano per curarsi, il pittore aveva trovato alloggio proprio in quella locanda, dove a lungo aveva soggiornato. L’oste lo ricordava come un giovane triste e taciturno, perennemente

immerso nei suoi pensieri: aveva voluto quella grande camera che da anni nessuno usava più – l’arredo risaliva a tempi antichi, quando il fabbricato era adibito a casino di caccia di qualche nobile del luogo – e l’aveva resa ancora più tetra, restaurando di persona i mobili e ridipingendoli in colori più scuri dell’originale. E in essa trascorreva lunghe e silenziose ore, allontanandosene solamente per brevi e assorte passeggiate sulle rive del laghetto. – Le dico la verità: – mi confidò l’oste – per un po’ di tempo ho avuto paura che una volta o l’altra ci si buttasse dentro. Sa, nelle sue condizioni… e con quel che gli era successo… Così lo spiavo di nascosto, quando usciva a passeggiare. Ma i timori del taverniere si dimostrarono infondati, ed anzi, un bel giorno, il pittore gli chiese di procurargli colori e pennelli. Egli fu lieto di questa richiesta, interpretandola come un segno di miglioramento delle sue condizioni di salute. Dal giorno della scomparsa dell’amata, infatti, il giovane non aveva più messo mano ai suoi attrezzi. Prese a lavorare alacremente ad un grande quadro, e di mano in mano che il lavoro procedeva sembrava rifiorire in lui l’interesse per la vita, con gran gioia del locandiere, che a quel giovane triste s’era affezionato come a un figlio, e che sempre più spesso veniva fatto oggetto delle sue confidenze. – Ahimè! – sospirava ora, scuotendo il capo – Quanto mi sbagliavo! Era proprio matto, pover’uomo: pensi… – e nel dire questo esitò ed abbassò la voce, curvandosi verso di me, quasi te- 5

messe di non esser creduto – pensi che era convinto di aver visto la fidanzata nel lago. Proprio nell’acqua, sotto la superficie. E gli parlava, anche! Nell’esaltazione della sua mente malata, il giovane pittore s’era convinto che, quando fosse riuscito a ritrarre la fanciulla nell’atto di emergere dall’acqua, ella davvero si sarebbe ricongiunta a lui per sempre. A quel lavoro dedicò ogni sua risorsa, con sempre più febbrile energia, finché un giorno il grande quadro fu terminato ed una sera, esaltato e commosso, egli invitò il suo ospite ad ammirarlo per primo. Il dipinto gli era sembrato bellissimo, ricordava l’oste – e non stentavo a crederlo, avendolo potuto vedere di persona – la fanciulla emergente dall’acqua pareva viva, e quasi provocava allo spettatore l’irresistibile impulso di stendere una mano per toccarla. Il mio interlocutore tacque, e mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi, nel ricordare quei lontani e tragici avvenimenti. – Fu l’ultima volta che lo vidi. – proseguì, la voce rotta dalla commozione – Da vivo, voglio dire. Pochi minuti dopo che ero sceso, mia moglie salì per portargli la sua solita tisana, ma lui non rispose. Bussammo a lungo… niente! La porta era chiusa dall’interno, così alla fine la sfondammo… ma la stanza era vuota! Ne ritrovarono il cadavere due giorni dopo, nelle buie profondità del piccolo lago. I parenti, avvisati, vennero a ritirare la salma, e con essa i suoi pochi oggetti. Ma non vollero il grande quadro, e il locandiere non ebbe animo di rimuoverlo dal luogo dove il suo sventura6

to autore l’aveva collocato. Non ero sorpreso che la tragica storia si fosse conclusa con un suicidio, che anzi mi sembrava esserne il logico, quasi inevitabile coronamento. Ma quando lo dissi al mio ospite, questi scosse il capo, quasi irritato: – Non è stato un suicidio! – esclamò. Poi, come se si fosse pentito del suo impulso, esitò a lungo prima di proseguire: – Almeno, non un suicidio come pensano tutti.Si curvò di nuovo verso di me, abbassando la voce: – Anche la polizia ha archiviato il caso come suicidio. Non mi hanno creduto, quando ho raccontato che la porta e le finestre erano sbarrate dall’interno: han detto che mi sbagliavo… Ma io son sicuro di quel che dico. E poi… – abbassò ancor di più la voce, guardandosi intorno furtivamente – e poi c’è un’altra cosa… Badi bene, sa, è una cosa che non ho mai detto a nessuno… ma lei mi pare una persona a modo, e bisogna ben che lo racconti a qualcuno, se no divento matto anch’io… Continuava a balbettare vaghe allusioni, incapace di liberarsi del tutto dell’inquieto segreto che celava nell’animo, e a mia volta mi trovai intento a curvarmi verso di lui, ansioso di udire la fine della storia. – Quella sera… – alitò infine, in un soffio – Quando mi fece vedere il dipinto finito, la sua figura non c’era, nel quadro: c’era solo la donna… la donna era sola, nel quadro!

bientazioni fantastiche). A metà degli anni ’90 ricoNOTE BIOGRAFICHE FLAVIO CASELLA nasce a Genova nel 1949. Durante l'adolescenza scrive numerosi racconti e poesie, che rimangono tuttavia chiusi nel classico cassetto: lavori d'introspezione psicologica e, come s'usava dire in quel periodo, “di protesta”, ma già caratterizzati da sfumature surreali e fantastiche. Nel 1974 si laurea in ingegneria, si trasferisce a Milano e comincia a lavorare nell'industria metalmeccanica. Nello stesso periodo nasce in lui un interesse quasi esclusivo per la fantascienza e la letteratura fantastica in generale. Dal 1976 inizia a collaborare con le principali riviste del settore, sia professionali che amatoriali (fanzines) con racconti e articoli. Dal 1980 ricomincia ad alternare a lavori fantastici altri di narrativa tradizionale. Qualche tempo dopo, in aperta polemica con l'ambiente del fandom e con la visione ghettizzata e di genere che caratterizza la letteratura fantastica, se ne allontana definitivamente, dedicandosi alla narrativa mainstream (sia pur mantenendo una predilezione di fondo per atmosfere e am* “Movenze d’incognito azzurro” (racconti) Prospettiva editrice - Civitavecchia (RM) 2002 pagg. 146
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mincia a cercare sbocchi editoriali per le sue opere, pubblicando racconti su giornali e periodici culturali e partecipando a premi letterari, dove ottiene alcuni significativi riconoscimenti. Autore di conferenze e spettacoli teatrali (l’ultimo è “MOVENZE D’INCOGNITO AZZURRO” *, messo in scena in prima esecuzione alla Pieve di Someglio – Passo del Brallo (PV) nel Luglio 2003), è attento soprattutto allo stile, all'atmosfera della storia e al dettaglio delle situazioni e dei personaggi, ma per contro scarsamente interessato alla creazione di trame, predilige la misura del racconto di media lunghezza (da dieci a trenta pagine) in cui può meglio sviluppare lo studio psicologico dei personaggi e la descrizione d'ambiente, mantenendo la stessa impostazione – a capitoli chiusi ed autosufficienti – anche in opere a misura di romanzo.

Ettore Meis
poesia
Prologo a “Sentori” Dall’etichetta di un profumo maschile: “Una profumazione studiata per l’uomo metropolitano. L’intensità dell’ incenso e del patchouli, la raffinatezza di legni e muschio: un mix di energie che riflette la complessità di una vita moderna e attiva.” Sentori Di giorno schivo traffico gironi di bollette e calunnie ritorno privo e mastico bocconi di saette e paturnie. Sarà il deriso fiore bagnato dal pregiudizio a profumare le insperate notti delle insoddisfatte mogli Ma la notte, di notte pregiudizi dormienti mele cotte e ricotte per più vizi e tormenti. Parrà un intriso cuore d’intrecciato palmizio per frantumare le errate sorti. Ritrovo prospettiche perse colonna sonora di passi un rovo d’isteriche gerse di donna che dimora tra sassi. D’efficiente uomo metrò t’impongono sentori L’odio diventa pace. (1° coro:“Materialismo hegeliano!”) Podio di lenta brace. (2° coro:“Onanismo freudiano!”) di ingannevoli studi. Deprimente luogo retrò dove sorgono sudori su spregevoli nudi. Pelle fredda di latte e germogli che chiede il conto. del tramonto. Passi notturni

Vento di frecce gelate finestre chiuse per paura lento come trecce legate ginestre muse di calura.

Libero da sguardi, guardo deserti angoli di libertà suoni di fontana in lontananza tuoni di lontana somiglianza. Incerti trampoli di verità albero di dardi. Io, bardo…!

Muschiati legni d’isterica complessità, incensi senza chiesa per cimici vincenti. Raffinati segni d’asfittica sensualità, censi di una scienza arresa. Energetici escrementi.

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Febbre

Libero prigioniero di se stesso piaga purulenta con petali di rosa

Inutile attesa è la tua… Futile pretesa di chi conta respiri. Vela di prua: picchi d’onda e viri!

riverbero menzognero di un re depresso saga incruenta tra cembali di sposa.

Pantomimica libertà imposta infima regia dell’ignoranza vanto di una tipica arroganza intima elegia di una viltà riposta.

Febbre che non passa punte bagnate ebbre del suon di cassa smunte e rimate. Immobile Discorsi di sostanza che si tengono in piedi soccorsi senza speranza. Celsi svendono rimedi… Lascia che il fremente mondo si strugga su gustosi insulti, pascia gemente e verecondo e poi fugga su erbosi virgulti. Amorevoli consigli su ideologiche follie. Ragionevoli sbadigli sublimatiche eufonìe. Perdonatemi, se resto qui! Immobile e ignorante rifiuto immaturo dell’etica. Svegliatemi, se questo è il dì! Ignobile e arrogante Libertà aiuto imperituro della scettica.

Il meschino tramutava sconfitte sotterrando letame nelle vite altrui e sebbene chino agganciava bitte imponendo un legame alle sortite di Lui.

Sospeso tra giudizi come malta péi mattoni mi ritengo necessario presuntuoso, sogno, in quanto che se son sceso tra i supplizi

Sul palcoscenico della tradizione sfilava con moglie e figli talco igienico di bella apparizione di chi sbava tra doglie e artigli.

croce alta dei santoni ne convengo (né contrario, né orgoglioso): c’è bisogno di epochè!

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Nuova passione
di Antonio Piccolomini d’Aragona
G. non aveva mai corso così veloce. Sembrava avesse delle piccole ali sotto le piante dei piedi. Era scalzo, e andava filato come un lampo sulle pietre aguzze, che tuttavia non avvertiva minimamente punzecchiarlo o scorticargli la morbida epidermide. Erano di mosca, oppure di libellula. Sbattevano freneticamente producendo un ronzio fastidioso, che G. non riusciva a sopportare. Cosicché egli era quasi sospeso fluttuante nell’aria, e volava sulle pietre aguzze che riempiono i binari ferroviari. Ad un tratto, mentre correva sospeso nell’aria a folle velocità, sentì un fischio dietro di sé. Si voltò e, nel pieno di quella pazza corsa, perse l’equilibrio. Cadde, inesorabilmente e col muso sulle pietre. Cadde e si ruppe il muso. Dalla fronte iniziarono ad uscire fiotti di sangue. Dal naso il vitale liquido rosso scorreva a fiumi. E, come se non bastasse, le piccole ali di mosca o libellula, che producevano quel ronzio così fastidioso, continuavano a spingerlo ad una velocità crudele e sovrumana, mentre lui, steso sulle pietre aguzze e fameliche, continuava a strisciarci e batterci col muso sopra. E continuava a sanguinare. Il fischio si faceva sempre più insistente. Cos’era quel dannatissimo fischio? Incombeva come la sirena della morte. Come la tromba del giudizio universale. Ad ogni tratto diventava sempre più forte, tanto che G., ad un certo punto, dovette tapparsi le orecchie tutte schizzate di sangue. G. capì che così non poteva continuare; presto sarebbe morto dissanguato, e della sua testa sarebbero rimasti soltanto pochi sporchi e putrefatti brandelli di carne e capelli attaccati ad un teschio lacerato. Il fischio incombeva sempre più. Stava per investirlo. E lui non sapeva nemmeno donde venisse. Quel fischio. Sempre più vicino. Sempre più forte e ruggente in quella pazza corsa. Così, G. mise le mani a terra e tentò di fermarsi. Non vi riuscì. Le ali erano troppo più forti. Piccole ali di mosca o libellula ronzanti fastidiose. G. non
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sopportava più quel ronzio. Decise di fare un altro tentativo per fermare quelle maledette piccole ali di mosca o libellula. Stavolta, però, si aggrappò con la mano sinistra al binario, si tenne saldamente. Le gambe superarono il punto in cui il braccio era ancorato al binario. Le gambe erano ormai preda di quelle piccole ali di mosca o libellula. Il fischio tuonò di nuovo. Incombeva. G. protese la mano libera, la mano destra, verso la gamba sinistra. Afferrò la pianta dei piedi e strappò via quelle piccole ali, che vide essere ali di libellula grigie e lunghe. Poi tentò di cambiare mano. Nel tentativo, perse la presa, e la gamba ancora preda di quelle frenetiche ali, lo trascinò via per qualche metro. Cozzò fortemente con la testa sulle pietre aguzze. Cominciò ad uscire sangue anche da lì. Il sangue usciva da un buco profondo che si era aperto all’altezza del cervelletto. In compenso il fischio si era leggermente allontanato. G. si fece forza. Si aggrappò al binario con la mano destra e ripetè con la sinistra la stessa operazione di disinnesto delle ali. Ora era libero da quel fastidioso ronzìo. E poteva finalmente fermarsi. Si alzò, stavolta posando saldamente le piante dei piedi a terra, e sentì la gravità incombere pesantemente sul suo corpo martoriato. Poi sentì il fischio. Si voltò dietro e cercò donde quel fischio venisse, mentre del sangue gli scorreva abbondante sugli occhi, offuscandogli parzialmente la vista. Notò, con grande stupore, che dietro di lui c’era un treno fumeggiante che viaggiava ad una folle velocità nella sua direzione. Si faceva sempre più vicino. Il suo faro lampeggiava all’orizzonte. Era come una valanga di ferro che stava per travolgerlo. Tentò di buttarsi su uno dei lati del binario. Ma ben presto si accorse di non poterlo fare. Era circondato da un mare di scarafaggi, serpenti, insetti e rettili vari. Era un vero e proprio mare che lo circondava da tutti e due i lati, e si muoveva accalcandosi sulle grosse linee ferroviarie come onde sulla riva. Quel mare si perdeva a vista d’oc-

chio. Riempiva l’orizzonte, tranne nel punto in cui la ferrovia continuava a correre. Era un mare viscido e rumoroso. Serpenti, vipere, lucertole, gechi, scarafaggi, cimici, ragni, api, mosche, zanzare, tutti l’uno sopra l’altro, viscidi, striscianti, ma soprattutto rumorosi. Si agitavano e ondeggiavano. Facevano un rumore disgustoso. Sotto la luna pallida nel cielo della notte, le loro viscide epidermidi e scorze brillavano di un bagliore soffuso, rilucevano come laghi di argento. Proprio come un mare, un oceano infinito. E, proprio come un mare, ondeggiavano e si accalcavano sulle sponde di ferro. Il fischio si faceva sempre più vicino. G. si voltò di nuovo verso il treno. Stavolta lo vide distintamente. Spruzzava vapore nerastro. Era un’antica locomotiva tutta nera, con la cabina di comando illuminata. Era un grosso serpente di ferro che correva attraverso un mare di viscidi rettili e insetti disgustosi. Alla fine, G. si convinse che la zona delimitata dai binari fosse l’unica davvero sicura, immune da quel mare di disgustose e orribilmente rumorose creature. Decise di rimanere nel binario. Ma, naturalmente, per farlo, doveva cominciare a correre, doveva fuggire a quel treno di ferro nero, fumante nella notte. Lentamente mosse le gambe. Erano come atrofizzate. Al posto delle ali, adesso, aveva sotto le palme dei piedi due ferite minuscole, che si allargavano e sanguinavano sempre di più, man mano che le pietre dei binari le penetravano con le loro punte taglienti. G. iniziò a correre in queste disperate condizioni, mentre il treno alle spalle fischiava e ruggiva e sbuffava sopra quel manto di rettili ed insetti vari. Il treno lo incalzava, poteva sentire il vento sollevarsi alle sue spalle e risucchiarlo come in una voragine. Correva. Scappava. Ormai aveva preso velocità. Una buona velocità. Le sue mani e le sue gambe si muovevano ritmicamente in una perfetta coordinazione. Era l’effetto della paura. Era il treno dietro di lui. Tutto quell’ ammasso di nera ferraglia. Quel nero serpente di ferro che tentava di mangiarselo. G. lo

sentiva dietro. E così correva e correva, correva senza mai fermarsi, scappava, lungo quel binario che sembrava essere senza fine nell’orizzonte sempre irraggiungibile. Correva. Il treno gli era dietro. Cosa incredibile, tentava di risucchiarlo verso di sé, di maciullarlo sotto le sue ruote di metallo arrugginito, eppure nello stesso tempo lo spingeva in avanti, lo lanciava, lo faceva correre velocissimo. In maniera inumana. E G. correva davvero veloce come un lampo. Non si era mai visto un uomo correre così veloce. Quasi come se avesse ancora le ali sotto i piedi. Solo che ora, sotto i piedi aveva due stimmate sanguinanti e continuamente trafitte da aguzze pietre e piccole scaglie di roccia. G. correva. Correva ormai da un’ora. Forse di più. Veloce come una saetta. Il treno gli stava dietro. Sbuffava. Ruggiva. Voleva mangiarselo. Non era distante più di cinque o sei metri. G. iniziò a sentire la stanchezza. Sanguinava dalla faccia e dai piedi. Sudava sangue dalla fronte. Il sangue gli cadeva davanti agli occhi. Ma questo non era importante; ora doveva solo correre dritto, lungo quel dritto binario di infinità. E non aveva bisogno di guardare davanti. Doveva solo correre. E infatti correva. Correva ma era stanco. I polmoni iniziarono ad arrancare. Il respiro cominciò a farglisi pesante. Nei bronchi iniziò a secernere muco in quantità abbondante. Nelle ginocchia iniziò a formarsi acido lattico. G. entrò in apnea. Una fitta lancinante nel fianco cominciò a farlo contorcere ed accasciare in quella folle corsa. Non ne poteva più. Il treno lo incalzava e lui stava per venire meno. Iniziò a pensare che sarebbe morto. Iniziò a immaginarsi il suo corpo martoriato sotto quel treno. Le sue membra schizzare in ogni direzione e finire in pasto agli insetti e ai rettili tutto intorno. Che orrenda fine! Ma forse sarebbe stato meglio morire, piuttosto che continuare a correre. G. stava per iniziare a piangere, ma ben presto si accorse che quella corsa era cosa ben più tremenda che una fine, seppur lenta e dolorosa. E così ricominciò a sperare. Sperava di stancarsi fino allo strenuo. Sperava di finire sotto quel treno e interrompere quella corsa straziante.

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Grondava di sangue. Sangue sul volto, sangue dalle palme dei piedi. Sangue dovunque. Correva e lasciava dietro di sé una scia di sangue. Una lunghissima scia di sangue. Tutto ad un tratto, quando G. sentiva le forze finalmente venire meno e stava per abbandonarsi alla voracità del serpente di ferro dietro di lui, il treno iniziò a rallentare. Si sentirono i freni stridere fortemente. Fischiavano tutti come un coro di demoni ghignanti. G. si bloccò e si voltò verso il treno. Era fermo. Il treno si era fermato. E tutto fu avvolto dal silenzio e dall’oscurità della notte lunare. G. crollò a terra. Era sfinito. Cadendo, finì con entrambi i palmi delle mani sulle punte di due pietre aguzzissime. Le mani affondarono. Furono letteralmente trapassate da quelle rocce. Sangue cominciò a uscirne fuori a fiotti. Era una fontana di sangue. Sangue dalla fronte. Sangue dai piedi. Adesso anche sangue dalle mani…G. era disperato. Straziato. Voleva che il treno ricominciasse a correre e lo travolgesse definitivamente. La morte, il premio della sua sofferenza. Invece no. Era solo e fermo in quel mare di serpenti e rettili vari. Sopra quel binario interminabile. Era abbandonato. Si guardò intorno. Notò che parallelo a lui, ad una decina di metri di distanza, scorreva un altro binario. I due binari erano separati da un unico enorme viscido serpente squamoso. G. lo notava per la prima volta. E vide una donna camminare su quel binario. Camminava nella direzione opposta a quella in cui lui aveva corso fino ad allora. G. si alzò in piedi di scatto. Poi si tolse il sangue dagli occhi. Cercò di vedere chi fosse quella donna. Mise a fuoco e scrutò attraverso la notte: era sua madre. La riconobbe da quella tipica anziana camminata che l’avrebbe contraddistinta tra mille agli occhi del suo unico figlio. “Madre!” gridò “Sono io! Sono qui!” La donna si girò e lo guardò. Era calma. Appagata. Rassegnata. Alzò il braccio e lo agitò a destra e sinistra in segno di saluto.
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so. La donna parlò: “Oh, mio piccolo G. Come sei ridotto. Grondante di sangue da fronte, piedi e mani. E le tue ali? Dove sono finite le tue ali da libellula?” “Le ho strappate madre! Producevano un ronzìo fastidioso. Mi stavano uccidendo e non riuscivo a controllarle!” “Oh te meschino e disgraziato! Hai strappato le ali che io ti avevo donato. Adesso avrai solo le tue gambe per muoverti, e camminerai ogni giorno toccando la terra dura e rovente. Non ti staccherai mai più da essa, e sarai per sempre schiacciato dal peso di cieli infiniti! Eri una libellula, e guarda adesso cosa sei! Disgraziato!” “Madre! Madre!” G. iniziò a piangere come un disperato e a strapparsi i capelli. “Non riuscivo a controllarle, quelle ali. Ronzavano insopportabilmente. Mi stavano uccidendo.” Continuava a scusarsi. Si scusava e si scusava. Le sue scuse risuonavano nel silenzio desertico di quel luogo. “Me ne vado” “Dove vai, madre! Non lasciarmi qui! Vieni qui da me!” “Non posso tornare su quel binario. Sarai tu un giorno a venire sul mio, e a ripercorrere all’indietro il cammino.” “Ma stai attenta ai treni, madre. Te ne prego! Sei anziana, tu non puoi correre veloce come me. Verrai investita e morirai. Madre! Stai attenta! Vieni qui da me!” “Mio piccolo G., qui non passano più i treni. Qui non c’è fretta. Il tuo binario termina. Non ne vedi la fine, ma questa prima o poi arriverà. Sul mio invece, non esiste capolinea. Non passano treni, e non c’è fretta. Non c’è bisogno di correre. Qui bisogna solo camminare e aspettare. E tutto arriva senza che tu abbia bisogno di cercarlo.” Detto questo, mentre G. continuava a chiamarla e a piangere, a strapparsi i capelli,la donna si

“Madre! Madre!” G. continuava a ripetere commos-

rimise in cammino. Riprese la sua marcia verso il nulla in quell’oceano di rettili e serpenti. E pian piano scomparve all’orizzonte. G. si calmò. Le ferite continuavano a sanguinare senza tregua. La sua vista era di nuovo ricoperta di sangue. All’improvviso vide qualcosa in lontananza. Cominciò a camminare veloce verso questo qualcosa. Il treno lo seguiva muovendosi lentamente. G. non pensava al treno. Voleva vedere cosa c’era. Notò che quel qualcosa era una specie di isola di marmo su quel mare di rettili e serpenti. Si trovava in mezzo ai due binari. Era come un tempio. Decise di raggiungerla. Per farlo doveva immergersi in quel mare e nuotarvi attraverso. Ma non importava. Ora doveva vedere quel tempio che si ergeva maestoso nel deserto. Mise il piede fuori del binario e lo immerse tra i viscidi animali ondeggianti sotto di lui. Il piede affondò. Poi mise anche l’altro piede, e si trovò totalmente immerso in quel carnaio di rettili e insetti viscidi e ronzanti. Era disgustoso. Poteva sentirli strisciare sotto i suoi piedi nudi e insanguinati. A volte ne afferrava alcuni con le mani, ma poi li rilasciava immediatamente colto dallo schifo. Poteva sentirne alcuni, come gli scarafaggi, schiacciarsi sotto il suo peso. Facevano un rumore legnoso. Crack! La loro corazza era lucida e dura. Ora era immerso fino al collo. Quel mare sembrava avere una profondità infinita. Su cosa poggiavano tutti quegli insetti e quei rettili ammucchiati e ondeggianti, viscidi e rumorosi? Su niente. G. capì che era il contrario. Che tutto il mondo, tutto l’universo, tutto si poggiava su di loro. Su quel mare embrionico che era il pavimento del cosmo intero. Alcuni insetti e serpenti lo morsero. Il veleno iniziò a insinuarsi rapidamente nelle sue vene. Alcuni insetti e ragni e rettili gli entrarono nella bocca. Li sputò via. E intanto nuotava, muoveva le braccia e le gambe in quel putrido mare. Aveva quasi raggiunto il bordo del tempio. Ora era immerso fino agli occhi. Ben presto fu totalmente sommerso, e non riuscì a vedere più niente. Quando ecco, annaspando e agitando le

mani alla superficie, afferrò qualcosa di solido. Il bordo del tempio. Si issò velocemente tenendosi aggrappato. Aria! Finalmente respirava di nuovo. Sorprendentemente, addosso non aveva alcun insetto o rettile o ragno. Gli erano scivolati via nel momento in cui era uscito da quel mare, proprio come fossero stati acqua. Ma il veleno che gli avevano iniettato e scorreva a pieno circolo nelle sue vene. G. si incamminò per le strade del tempio. Erano silenziose e vuote. Il tempio aveva la forma di una T. Aveva la forma della croce del Cristo. G. si trovava di fronte il corridoio centrale. Alla sua destra ed alla sua sinistra c’erano stretti colonnati percorsi dalle ombre argentate della luna. G. entrò nel corridoio centrale. Sul lato destro c’era una piccola stanza con tante poltroncine allineate contro il muro. Era come la sala di attesa di una stazione ferroviaria. La saletta era illuminata da un pallido neon pendente dal tetto e oscillante nell’aria calma. C’era un uomo seduto. Stava fumando una sigaretta. G. entrò e vide che quell’uomo era suo padre. Si sedette accanto a lui. Continuava a grondare di sangue. Quando il padre lo vide, volle abbracciarlo teneramente, proprio come quando G. era piccolo. “Oh padre…padre…te ne stai qui, solo soletto, in questa pallida stanza. Cosa fai? Cosa fai padre?” G. lo afferrò per le guance e gli disse queste parole guardandolo con occhi compassionevoli e baciandogli la fronte. Il padre, con le povere rughe che cascavano sotto gli occhi stanchi, lo guardò dal basso verso l’alto. Teneva la bocca aperta e piangeva. Un pianto in dignitoso silenzio. Poi, guardandolo dal basso verso l’alto, e piangendo: “Oh figlio…figlio…perché mi hai abbandonato?” G. fu colpito come da un fulmine. Lasciò il padre. Lo guardò terrorizzato. Si alzò. Si avvicinò alla porta camminando all’indietro e barcollando. Il padre gli stava davanti, misero e disperato, le lacrime scivolavano percorrendo gli anfratti delle

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rughe attorno agli occhi. Il suo lamento era monotono. Dondolava avanti e dietro sulla sedia. Teneva le mani congiunte, sembrava voler pregare suo figlio. Pregarlo di rimanere con lui. Ma G. era terrorizzato. Uscì dalla stanza. Il lamento del padre era monotono e frustrante. Iniziò a correre verso il fondo del corridoio principale. Sanguinava dalle fronte, dai piedi e dalle mani. “Figlio! Figlio!”, il padre continuava a strepitare disperato. Prolungava la parola come con un eco di morte. G. arrivò ad una porta. Sulla porta c’era scritto “Uscita”. La aprì. E si trovò davanti l’universo infinito. Se avesse fatto un passo sarebbe precipitato nel vuoto. Quella porta dava allo spazio più remoto ed arcano. Immense strade di stelle si dischiusero ai suoi occhi. Pianeti, soli, satelliti, meteoriti. Tutti nella loro infinita ed avvolgente, dispersiva immensità. Soffiava un vento tiepido. Cori di muse vi si accompagnavano intonando note di arpa. G. era impressionato da questo spettacolo cosmico. Se ne stava a bocca aperta appoggiandosi alla porta e tenendone la maniglia. All’improvviso una mano gli afferrò la spalla. “Giovanotto!” “Giovanotto!” disse una voce prepotente

a fianco che lo sorvegliava. Era sfinito. Distrutto. Grondava sangue dalla fronte, dai piedi e dalle mani. Venne poi un giudice. Aveva la parrucca con i riccioli bianchi, come i giudici settecenteschi. Teneva in mano un libro. Sopra c’era scritto: “SACRA BIBBIA”. A G. fu ordinato di mettervi il palmo della mano e dire: “Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”. Giurò così che sarebbe rimasto in silenzio. E che anche gli altri sarebbero dovuti rimanere coscienziosamente muti. Quando staccò la mano dal libro, vi lasciò l’impronta insanguinata della sua mano. Il sangue si coagulò all’istante, sebbene fosse fresco. Rimase per sempre impresso su quel libro. Il giudice iniziò a parlare: “Dunque, signor G., lei ha aperto la porta proibita, non è così?” “L’ho aperta perché vi ho letto un cartello con su scritto “Uscita”. Volevo uscire, signor giudice.” Il giudice ed il gendarme si guardarono allibiti. Poi il giudice gridò furente: “Ma tu guarda le mie povere orecchie cosa devono sentire! Quale ignominiosa impudenza!” “Bastardo cafone!” il gendarme urlò nelle orecchie di G. e poi lo colpì col manganello nella schiena, lasciandogli un grosso segno rosso. G. cadde a terra. Poi si riposò. Si rialzò dopo alcuni secondi, durante i quali il giudice ed il gendarme non avevano fatto altro che sputargli addosso. Quando si rialzò, il giudice gli disse in tono solenne: “Non lo sai che non è concesso uscire di qui?” “Ma allora perché quel cartello dice “Uscita”?” “Ah, maledetto! Quello non è un cartello, è un confine ! Non è un invito, ma un divieto!” G. si fermò e rimase per un pò a pensare. Poi chiese con l’innocenza di un bambino: “Ma allora a cosa serve un uscita, se non possiamo uscire?” Il giudice fu di nuovo sconvolto da quelle parole irriverenti. Il gendarme colpì nuo-

G. si voltò. Era una specie di gendarme con tanto di divisa, cappello e stivali lucidi e brillanti. L’uomo ripetè : “Giovanotto, mi segua!” G. gli concesse le mani. Venne ammanettato. Fu portato di nuovo fuori del corridoio principale, lungo il colonnato adombrato d’argento lunare. Passando davanti alla sala di attesa vide suo padre. Aveva il mento appoggiato sulla spalla destra e dietro la testa, sul muro, c’era un’enorme chiazza di sangue spiaccicato. Uno schizzo di rosso sangue. Quello stesso, medesimo sangue, che lui adesso stava perdendo a fiumi dalla fronte, dai piedi e dalle mani. Il padre teneva nella mano destra una pistola ancora fumante. Si era ucciso. G. fu portato davanti ad un enorme banco degli imputati in una saletta lungo il colonnato sinistro. 14 Stette un paio di minuti ad attendere, col gendarme

vamente G. nella schiena. G. ricadde. Poi, faticosamente, si rialzò. “Basta! Basta! Basta! Io ti condanno! Sei condannato! Sei colpevole! Maledetto demone, tu sarai annientato!” Quelle parole di condanna risollevarono G. “Si, condannatemi! Si, annientatemi! Io non ne posso più!” Era stanco, sfinito, dissanguato. Grondava ancora sangue dalla fronte, dai piedi e dalle mani. “Condannatemi alla pena di morte!” disse gettandosi ai piedi del gendarme e congiungendo le mani in segno di preghiera. “Ah la morte! Splendida fuga! È troppo facile morire dinanzi alla vita, mio caro.” Il giudice rideva come Satana Trimegisto. E come Satana Trimegisto celebrò il suo trionfo dinanzi alla croce di Cristo, così pure lui sbeffeggiava la sua vittoria in faccia al povero G. “Troppo facile morire, e ricongiungerti con il tuo padre morto anche lui, là fuori, dove prima hai tentato di andare. Fuggi! Con la morte vuoi fuggire il dolore degli uomini! Ma se adesso decidessi di condannarti alla morte, sarebbe stato inutile impedirti di attraversare quella porta e uscire. Sarebbe stato inutile impedirti di varcare la soglia dell’Uscita. No! Il tuo sacrificio sarebbe troppo finto. Quale sacrificio! Sarebbe piuttosto un premio. No, mio caro, la morte è per noi un premio. Perciò io, ora, ti condanno alla VITA! Vivi, maledetto! Vivi e purificati!” Queste parole colme di rabbia furono accompagnate da sguardi di fuoco e folli gesti. E fu così che Satana giudicò il Cristo. Il gendarme prese G. per le manette. Lo condusse fuori. Sul colonnato. Sul bordo. Gli tolse le manette e lo spinse nel mare viscido e pungente di insetti rumorosi e squamosi serpenti di veleno. Il mare si mosse come risvegliandosi dalla calma piatta. Produsse un movimento ondeggiante e una forte corrente. Spinse G. verso il binario e lasciò che il suo corpo si arenasse su di esso. Il gendarme rientrò nel corridoio. Il tempio piombò di nuovo nel silenzio. Tutto quel deserto piombò

nel silenzio. G. era sfinito, annientato. Si rialzò. Grondava sangue dalla fronte, dai piedi e dalle mani. Vide il treno fermo stargli accanto. Non ne poteva più. La madre gli aveva detto che da qualche parte avrebbe trovato la fine del binario. Non sapeva quanto lontana essa fosse. Forse milioni di anni luce. Forse era stata solo una menzogna di materna consolazione. Tuttavia si rimise in cammino nella direzione opposta al treno. Camminava lentamente e barcollando. Quando si fu allontanato un centinaio di metri, il treno cominciò a far fischiare le sue giunture arrugginite e a sbuffare di nuovo. Prima lento, poi sempre più veloce. Correva incombente verso G. G., allora, ricominciò di nuovo a fuggire per non essere sopraffatto dal treno. Correva e correva. Sudava, ansimava e grondava di sangue. Da allora in poi, ogni volta che si sarebbe fermato, anche il treno avrebbe interrotto il suo sbuffare ruggente e ritmante nel cuore della notte. E tutte le volte che G. si fermò, rivide tutto da capo. Visse ogni volta tutto quello strazio. Di nuovo tutto quel dolore. Rivide la madre sull’altro binario camminare silenziosa e paziente nella direzione opposta. Rivide il tempio e nuotò di nuovo nel mare di insetti e rettili viscidi e pungenti. Rivide il padre. Di nuovo quella straziante domanda di dolore e disperazione. E di nuovo fuggì fino all’uscita. L’universo gli si dischiuse per un altro brevissimo istante di eternità. Di nuovo fu ammanettato dal gendarme e portato attraverso il corridoio centrale. Poi, rivide ancora il padre coricato sulla spalla, con la macchia di sangue sul muro e la pistola fumante nella mano. E, ancora una volta, quell’assurdo processo. Poi di nuovo la condanna. La spinta nel mare. E di nuovo si ritrovò arenato su quel binario. E tutto ricominciò da capo e si ripetè per tante, infinite volte. E così visse. E scontò la sua pena.

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Delva Della Rocca
poesia
Dalle interviste eseguite per il Progetto sugli esiti della regolarizzazione nelle regioni meridionali e i percorsi di mobilità geografica e professionale dei lavoratori, regolarizzati in seguito alla sanatoria Bossi-Fini dell’anno 2002, con il Patrocinio dell’Unione Europea, Obiettivo Sud, del Ministero dell’Interno, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. ___________ Raccontare con “ fare poetico” un fenomeno quasi straripante, di forte attualità, quale l’immigrazione nel nostro paese può essere un modo per far sì che, invece, a straripare siano le sfumature … La poesia, le comunica, una dietro l’altra: le racchiude.Una struttura che fa ricordare di cimentarsi e vedere dov’è andato a finire quel tanto ricercato modello di tolleranza... Per cominciare, Collaborazione, in questo senso assume connotazioni del tutto diverse, ricorda un’appartenenza, un sano contatto con la realtà, un ridimensionamento di quel che si ha, di quel che si può fare, una sostituzione alla polemica.
Voci di mobilità

E’ insieme un sogno & una speranza: uno sbarco Italiano, Europeo... Poi, un’incessante ricerca di stabilità. Sarei un potenziale portatore di gioia, benessere, per una famiglia che m’attende... lontano, lontano da qui Vado al phone center, sì, e li sento tutti... Qui… oserei dire: “dalla padella alla brace”. Giorni di duro lavoro. Altalenando… su e giù per l’Italia, scelgo il sud. Attesa di permessi per soggiornare, il tempo passa... Da uomo, ho riscoperto un ritorno ad un contatto più assiduo con “nostra Madre Terra”, se non fosse per questo timbro di “precario” che sembra essere a noi destinato. Le mie mani impastando, sanno, ora più che mai… cosa s’intende per costruzione. Costruzione di edifici al momento... Cerco moglie, mi piacciono le italiane, non sono come le nostre donne. Io, donna, mi chiedo… ci sarà pure un modo per respirare quel che si chiama distrazione, si dice così? così da riempire questi giorni interi… impregnati di assistenza. Qua e là, compromessi… che scuotono l’intimo: “Vorrei cantare”.

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Una regolarizzazione a pagamento, direi... Se avessimo le risorse, nessun problema, spesso, domande a risposte multiple mi chiedono come mi trovo qui, dico… poca comprensione in giro... Pioveva, il vento soffiava gelido, un giorno, febbraio… in quel giorno… andai più in là di quanto detto poco fa... Un incontro lo prospettò come nebbia che confonde...

Erano Inviati a rilevare esiti di tre anni ormai... Ebbene, udii: “un Paese che t’accoglie pur sempre”...

Cuore

O cuore quale resistenza quale sorgente che dona sollievo quale antidoto alchè la spada di verità trafigge pensaci tu ad ogni cambio di nota, risana le fratture. Più in là o nella violenza dell’uragano, placa rievoca il ricordo O cuore d’origine Appelli
Disegno di Marco Vecchio

Un servizio che comunica dalla tivù un’inviata immersa nel suo dono alla vita una madre che piange, una vita che muore, un grido che si disperde, un’ancora di salvataggio: ci son pure quelli che fanno ridere e tuttosommato è l’eco di “quel che è nostro e non ci si spiega”

tutto fa brodo nei ritorni che ritornano

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La stazione
di Luigi Carbone
Quando le prime luci dell’alba asciugano la notte e i radi rumori riecheggiano inesausti, come amplificati dal torpore dei caseggiati, lentamente schiude gli occhi il gracile Ferdinando. Facendo forza sulle braccia avvizzite, si mette in piedi e vi rimane per un po’, mezzo incurvato, l’aria interdetta, lo sguardo impervio. Barcollando, a piccoli passi, abbandona il suo giaciglio di buste e cartoni guadagnando le note vetrate, vi preme poi sopra le dita annerite. Niente, non è ancora ora d’apertura! Con uno sbadiglio si scuote di dosso il gelo d’una vita, inizia una nuova giornata, sospesa ed identica. Finalmente i guardiani aprono i battenti, Ferdinando, avanzando, assume un contegno severo, da predicatore, l’indice destro teso verso l’alto ed attacca con la solita salmodia, la stessa da nessuno sa quanti anni. “E’ qui, in questo luogo maledetto che l’alleanza tra Dio e l’uomo viene a cadere, s’intuiva che la voce era frutto d’un notevole sforzo, ciò nonostante arrivava a picchi d’intensità ragguardevoli- io parto da Dio e a Dio ritorno, ma quando ho chiesto da dove dovevo partire tutti mi hanno detto di venire qui. Tuttiii”. Quell’ultima parola, seguita da un prolungato silenzio, era effettivamente urlata con tale disperazione da spingere gli astanti ad arrestarsi per arginare il rivolo di brividi innescato. Ma solo chi non lo aveva mai visto poteva allarmarsi davvero. Alcuni dei pendolari sfruttavano questa pausa per avvicinarlo portandogli qualcosa da mangiare o una piccola offerta. Sapevano bene che non era prudente interromperlo. Dopo poco ricominciava, la stessa frase, lo stesso sforzo, lo stesso insondabile precipizio nei suoi occhi. La Polfer usava un certo riguardo nei suoi confronti, gli permetteva di sdraiarsi sulle panchine e sui grigi muretti che affiancano i binari tanto da suscitare le invidie degli altri clochard, scomodati ogni ora dalle ronde di rito. Fortunatamente già da mesi non gli capitava più di accanirsi su singoli individui, inseguendoli affannosamente per rivelar loro “la sua verità”, ora semplicemente vagava fin quando il suo corpo lo sorreggeva, intento a proferire quei fonemi, unico, crudele lascito della ragione. Nella penombra meditata dagli enormi pilastri gli appostamenti entrano nel vivo, ogni lurido anfratto può essere sfruttato: le persone sembrano più sospettose, vigili, ma di ignari e d’ingenui se ne trovano sempre. Un ragazzo, forse un bambino, comincia oggi il suo apprendistato e trema d’orgoglio e di paura quando mostra la lama e si trova per la prima volta a cogliere sul volto di un estraneo quello smarrimento ansioso e quel terrore spasmodico che solo una rapina può regalare. I manuali di antropologia urbana insegnano che ogni agglomerato ha i suoi luoghi dove convogliare ogni sorta di tensione: le stazioni, in qualunque remota città del pianeta, assolvono a questa funzione. Mentre lo sferragliare dei treni si rincorre ogni ora con maggior frenesia, un viaggiatore si abbandona alla contemplazione di quello strano luogo. Assorto, sempre più assorto. Strisciante stridore delle frenate, strade ferrate incandescenti, impiegati con il loro strascico di insoddisfazioni e malinconie, strascinìo delle code agli sportelli tra strattoni e proteste, sudici stracciaioli rassegnati, strilloni seduti nelle edicole, stranieri turlupinati da truffatori da strapazzo, strabuzzare d’occhi di chi ancora si meraviglia di fronte ad un simile disordine, brancolare strabal-

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zoni degli ubriachi, tassisti ansimanti sotto i bagagli di signore che ostentano vistose spille di strass, cani che si disseccano su sporco strame di città, fiacche teorie di straccioni, strofinio improvviso degli attacchini, striscioni minacciosi ostentati con spavalderia da treni speciali stipati all’inverosimile, abiti stropicciati dall’irrequietudine del tragitto, strepiti e sterpi avvinghiati al dolore della lontananza che verrà. Ora che il mattino mostra un volto più maturo e l’altoparlante semina a spaglio città, paesi e ritardi, la stazione cresce, si gonfia, inoltra al cielo il frastuono scortese dei suoi passi, migliaia di andature, moto scolpito dal tempo, dall’urgenza d’un orario. Mani tese, indici che scorrono veloci su tabelle gialle o bianche, corse a perdifiato, soddisfazione del primo gradino del vagone, vergogna del bagno-rifugio per un viaggio clandestino, sguardi che si sfiorano dai finestrini, tendine tirate a negare la gioia di un mistero che si perpetua. Su un binario morto da tempo, le erbacce si piegano pigre soccombendo al lento incedere d’un silenzioso convoglio. Un vecchio treno a vapore lucente di polvere avanza timido e impacciato, quasi timoroso di non ricordarsi come si fa. Un frate sorride indifferente. Un gruppetto di curiosi con un gruppetto di giornali sotto il braccio presume d’aver capito. “Che produzione sontuosa!” esclama un signore sulla sessantina, “Come ai miei tempi! Che cinema, allora!” Il capostazione, esterrefatto per il nuovo ospite, accorre incredulo, cerca un elemento rassicurante, il segnale con l’indicazione del numero del binario. Niente. “L’ennesima trovata pubblicitaria” si dice col tono di chi vuol fugare ogni preoccupazione “ma questa volta mi faccio rispettare, questa volta faccio un casino anche col prefetto se occorre”. Una nuvola di vapore che perde tutti nel silenzio. L’attesa è palpabile, è un’attesa carica. Il convoglio non giunge all’ormeggio, s’arresta, s’intravede solo un braccio che sporge dalla locomotiva, un libro riposto sulla superficie irregolare della massicciata. “E’ la giacca di Marinetti, l’ ho riconosciuta!” grida eccitato un bambino, lasciando cadere lo zaino dalle spalle. Tutti si pre-

cipitano verso quel treno già irrimediabilmente lontano, suole esagitate infieriscono sul volume appena donato alla città calpestandolo a ripetizione. Senza ritegno, senza pudore. Senza memoria. Dimentichi dell’ultimo minuto donato dal passato. Il capostazione non si è unito al tumulto, immobile osserva. Viene avvicinato da un giovane avvolto in un paltò un po’ desueto che gli porge un foglietto di carta e, senza proferir parola, s’incammina verso l’obliteratrice. “Stazione: dichiarazione poetica, innalzo il sogno d’errare alla volta dei tuoi fragori”. Un uomo d’ogni religione dal vagone che incontra il tramonto segue per l’ultima volta le architetture del tempio, ombra della ragione. Cattedrale sommersa da lacrime atee, dalla disperazione del benessere, dall’ovvietà che ogni meta comporta. Sempre una nuova destinazione, un altro punto d’arrivo, la vitrea Colonia, Aquileia d’ambra, la rovina d’un mausoleo romano nelle campagne bulgare… Frontiere che disfano o assecondano l’ordito della natura. La locomotiva si ferma impotente dinanzi al Vallo di Adriano, spegne le macchine. Respira. Contempla. Immagini passeggere in un giro immortale. La stazione, crocevia di destini in transito. NOTE BIOGRAFICHE Luigi Carbone nasce a Torino nel 1980, si trasferisce a Napoli nel 1990. Matura un particolare interesse per l'archeologia (si impegna nella ricerca archeologica in diversi siti della Magna Graecia), il cinema e il teatro. Consegue la laurea in Lettere classiche presso l'ateneo federiciano nel febbraio 2005. Collabora da poco più di un anno con la redazione Cultura del "Roma" e con l'agenzia sportiva "Mediapress". Interessato soprattutto alla scrittura drammaturgica, sta lavorando ad un atto unico sul mito di Erigone. E' alla prima collaborazione con una rivista letteraria.
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Saluto a vista
di Fabio De Santis
Il pomeriggio degli aquiloni

a Seb

Un compleanno di qualche anno fa

Il pomeriggio degli aquiloni lo cercammo a tastoni nella tiepida sabbia dei morti. Non sembravano buoni i friarielli di novembre. A piedi

Son venuti in tanti, eccolo lì il nostro ragazzo, alquanto giovane e magro. Le candele quelle sì si mescolano in fretta con la torta

c’incollavamo ai trapezi in aria. Leggevo forte io ricordi? L’opinel, la birra a sorsi. Lei, la procellaria orfana, impiegata, donna del

di mele…lo spumante dell’anno scorso, i sorrisi inceneriti sulla crema. Le corde alla chitarra danno Sant’Antuono lu nimico dellu

terzetto sconosciuto. “E’ la prima volta?” non chiedeva nessuno. “Certo”, rispondevamo ognuno. In rima, i calzini, i nastri, il tempo, aperti

dimonio, e ridono, e ridono ché la guerra non c’è più ormai…è finita. E la sera non c’è più sai, ché andati siamo tutti, in salita.

gli aquiloni nostri austeri. Insomma, sembravamo ignari e veri. Erranti

Sulla strada di S.Damiano

Vaganti e forse siamo stanchi su queste strade eterne. Malandati

Sulla strada dei salmi, lì davanti al chiostro di campagna, quello dei poveri sai, gli amanti, i fanti, la processione di noi, già rei

accucciati sulla pietra del medico, la nostra domanda amata

è forte, ha troppa vita sulle vocali. Ma io…non chiedermi più niente. Già

di essere troppo seri, già all’alba. Dal medioevo nebuloso distano poche campane delle sette. Scialbi ci raccontiamo in vapori, festa

che fa l’aria infinita? Lì, che fa un cane abbaia, viene, sul fondale

un branco, nel vuoto, ridiamo, la birra al sacco, considerazioni

alle sorti che spremiamo in tanti, lì davanti, la cunetta…lì cadesti.

sulla sera, poi le orazioni effervescenti, noi devoti siamo.

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La luce in perdita, anche la voce non la ricordo più. Ricordo stelle tante, le smagliature degli snelli avambracci dei castagni. Nuoce

talvolta c’incateniamo bene all’uscio malchiuso. A tante pene

ci consegna il nostro saltellare, l’attenta visione dell’andare,

l’ago del freddo che spinge ancora un riccio sulla mia perplessità su cos’è vita ricordata ancora notte vissuta nell’aldiquà.

tra soglie e anime con divisori. Abbiamo solo un po’ d’usura in più e [tremori.

Il rifiuto delle suore

Saluto a vista

Chissà ci siamo illusi di essere normali nell’estate dell’orrore delle nuore. Nessuna delle more ci ha creduti capaci in feste.

Fra le onde la roulette, il berretto in mani gialle, il rollio, il cassero, la sigaretta stretta nel masso dentale, arrostito da un netto

Dunque noi a spremere limoni sulle rosse lastre di una stagione cruda dei carpacci, rabbiosi giochi e drudi avidi di fresco e suoni sulla pelle.

rocambolesco fuoco, ricordi? Hai riso per la semplicità delle strisce bianche e blu a bordo, quelle dei mozzi, della sobrietà.

Hai rastrellato mediterraneo, Movimenti l’argento, il corallo per amante, navigato lontano, distante. Noi ci consumano le porte aggredite su anziani ballatoi. Quelle vite esauste ragionano soltanto. La libertà del ragionare. Intanto amore per tutto? lascivo scivolo nel risvolto del cielo che nuoti a pieni polpacci ancora frivoli, ci stiracchiamo sul tappeto del davanzale. Vogliamo l’agnello ben cotto, leggiamo novelle e arricciando tabacco per l’aria. Giovani andando la vista rara al mare, seduto che aspetti morte a mente singhiozzante, ma umida e suadente, pizzicati da oscuri desideri ben argomentati, così seri muto ingordo marinaio perduto. ancora mai legati. Disponi Rammenti la diffusione di un erroneo

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Nota L’opinel e la birra a sorsi sono citazioni di due racconti di Philip Delerm inclusi nel libro La prima sorsata di birra. Sono incappato in questo testo in un meraviglioso pomeriggio di sole in novembre. Su una spiaggia napoletana ci deliziammo leggendo questi piccoli racconti, ritratti di oggetti ed azioni quotidiane. I friarielli, a Napoli, sono i broccoli fritti. La strada di S.Damiano è una stradina, percorribile solo a piedi, che unisce una cappella del medioevo dedicata a S.Masseo ed il convento di S.Damiano appunto. Quindici minuti di cammino. Un compleanno di qualche anno fa è sostanzialmente un plagio. Ad essere saccheggiato è stato Claudio Lolli del 1970: “Si porta in tavola torta di mele con su piazzate tante candele e lo spumante dell’anno scorso tenuto in frigo, rimasto lì. Eccolo lì il nostro ragazzo, eccolo lì, giovane e forte non avrà paura della morte, non farà la stessa sporca nostra vita. E la guerra non c’è più ormai, la guerra è finita sai.” Sant’Antuono lu nimico dellu demonio invece è una canzone lucana, scherzosa, dedicata a S.Antonio Abate, festeggiato il 17 gennaio. Che fa l’aria infinita? proviene dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi: …e quando miro in ciel arder le stelle;/dico fra me pensando:/a che tante favelle?/che fa l’aria infinita, e quel profondo/infinito seren? Che vuol dir questa/solitudine immensa?ed io che sono? (vv 84-89)Dalla stessa poesia ho preso un altro spunto: “Ancor non sei tu paga/di riandare i sempiterni calli?” (vv 5-6). Sempre in Erranti il medico è S.Giuseppe Moscati; il riferimento è il Santuario a lui dedicato a Serino, in provincia di Avellino. In Movimenti i giovani…pizzicati è una citazione di una canzone di Vinicio Capossela Il ballo di S.Vito dove si dice: vecchi e giovani pizzicati dalla tarantola. Marinaio perduto, infine, è il titolo di uno straordinario caso raccontato da Oliver Sacks nel testo L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. 22

Disegno di Marco Vecchio

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La recensione
“La guerra dei mondi” di Orson Welles
Per alcuni rappresenta un episodio “classico” nella storia dei media; per gli “scienziati dell’anima” è stato uno degli esperimenti più riusciti, su larga scala e mai eseguito prima, sulle nevrosi collettive; per gli amanti del teatro, una performance dal realismo sconvolgente. Ed infine, per il mondo dell’informazione, un chiaro esempio di possibile manipolazione della notizia. Fatto sta che quando la trasmissione andò in onda, descrivendo un immaginario sbarco dei marziani nel New Jersey, si verificò un fenomeno straordinario di schizofrenia collettiva a livello nazionale e quella che doveva essere un’interpretazione teatrale trasmessa via radio divenne il notiziario più equivocato della storia! “La guerra dei mondi” di Orson Welles*(libero adattamento radiofonico dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells) non è un libro, se con questo termine intendiamo andare al di là del foglio stampato, ma semplicemente uno strumento cartaceo con cui avvicinarsi ulteriormente al “fenomeno Welles”. La pubblicazione, infatti, accompagnata dalla prefazione di Fernanda Pivano e da un’interessante e scientificamente coerente postfazione di Mauro Wolf, non è nient’altro che la fedele trascrizione (con doppio testo inglese-italiano) del radiodramma trasmesso dai microfoni della CBS di New York la sera del 30 Ottobre 1938 e che rese celebre il già apprezzato enfant prodige del cinema americano. E non per volontà sua! Orson Welles, insieme al suo gruppo teatrale - The Mercury Theatre on the Air - , desiderava “semplicemente” aumentare il realismo dell’azione, come era già successo con altri radiodrammi regolarmente trasmessi, e donare più autenticità all’opera letteraria (che nel 1898 non era ancora etichettata come fantascienza) del celebre Wells: il papà, per intenderci, della “macchina del tempo” ! E ci riuscì! Milioni di americani in preda al panico, si riversarono in strada diretti verso località sufficientemente lontane dall’epicentro dell’attacco marziano; suicidi; isterismi; riti religiosi di massa; gesti inconsulti; migliaia di telefonate ai centralini della polizia… Il caos! Nel 1940, dopo “l’incidente” causato da Welles, uno studioso di tali fenomeni, Hadley Cantril, realizzò una ricerca pubblicata per la Princeton University Press con il titolo “The Invasion from Mars. A study in the Psychology of Panic” grazie alla quale si mise, finalmente, un po’ di ordine nella vicenda e furono chiariti i cosiddetti “fattori predisponenti” a causa dei quali il radiodramma di Orson Welles ebbe il riverbero psicologico che noi tutti conosciamo. 23

La tanto edulcorata società americana degli anni ’30, che una certa Hollywood vorrebbe farci credere essere popolata da “tipi dritti” e “supereroi” (infatti Superman, quando si dice “i casi della vita”, fa la sua comparsa il 10 Giugno 1938 su "Action Comics", una nuova rivista della National Comics. E a crearlo furono due giovani autori, lo scrittore Jerry Siegel e il disegnatore Joe Shuster), possedeva già il suo bravo bagaglio di tipiche psicosi postindustriali: dalla paura di eventi bellici allo spauracchio di Hitler che ancora non si era “espresso” pienamente (molti pensarono, infatti, che le macchine volanti dei sedicenti marziani altro non fossero che aerei tedeschi camuffati); la crisi economica del ‘29 ancora “calda” e la disoccupazione che ne seguì; il pensiero di un futuro inquieto ed incerto; città congestionate e schiacciate dal peso dell’aberrante “miracolo americano”. Anche l’Italia aveva il suo “supereroe”: un dittatore pelato che avrebbe inneggiato ad improbabili “spezzamenti di reni” e che catalizzava, in altro modo, le insicurezze della penisola italica. Ritornando agli States… Tale contesto sociale condusse a situazioni personali di ansia latente, insicurezza e disorientamento. Orson Welles non credeva nei supereroi, ma nella fragilità della gente comune. Definito da alcuni “la bestia nera del conformismo statunitense”, Welles riuscì, più di molti altri ossequiosi cineasti tutti “patria e bandiera” (gli stessi che avrebbero creduto fermamente nella patriottica figura di John Wayne), a frustare l’ american way of life. E il fatto che l’evento psicotico abbia avuto origine sfruttando uno scenario fantascientifico già noto ai lettori, rinforza ulteriormente la mia democratica convinzione che non esiste ancora, e mai 24 esisterà, una nazione abbastanza forte dal punto di

vista tecnologico in grado di tener testa all’ignoto, ai disseppelliti incubi del nostro cervello, alle sfide della psiche e delle più profonde paure appartenenti alla natura umana. Inevitabile, credo, sia il confronto con i nostri giorni… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre “vite moderne”: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il “tutto” ed il “contrario di tutto”! La facilità d’informazione, che rappresenta il leit motiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari anche in fondo agli oceani; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi, orbitanti e non, della Nasa vomitano sulla Rete, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio …! Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato anno 2005. Ma non siamo, per questo, immuni da pericoli: la soglia di credibilità della realtà si è innalzata vertiginosamente. L’artigianato tecnologico al servizio dell’alterazione della realtà è divenuto scienza (accettata e ricercata da tutti); il problema della manipolazione sollevato dalla vicenda accaduta nel 1938, si è inesorabilmente invertito. Se in passato era facile far credere alla gente che un racconto fantastico fosse realtà, oggi è estremamente difficile compiere l’azione contraria: far credere che la realtà non sia fasulla.

Scrisse Guy Debord ne “La Société du Spectacle”: “tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”. E sicuramente lo “scherzetto” di Orson Welles rappresenta una degna e (lasciatemelo dire) nostalgica premessa di tale accumulazione. Ricordo ancora con una certa ilarità mista a sconforto, l’esperienza raccontatami anni fa e che avrebbe visto protagonista un giovane napoletano il quale, durante l’attacco aereo alle Torri Gemelle di New York, l’11 Settembre 2001, entrando in un negozio di scarpe di Corso Umberto a Napoli e notando che commesse e clienti guardavano incantati lo schermo di un televisore sintonizzato sulle immagini di un aereo che “s’infilava” in un grattacielo, avrebbe domandato seriamente e ad alta voce, sfruttando pienamente le proprie facoltà di intendere e di volere: “scusate! … ma per caso è l’ultimo film di Bruce Willis?” Michele Nigro * Edizioni Baskerville – Collana Blu – pagg.187 ; € 16,50 Foto pag. 24 : Orson Welles

Disegno di Marco Vecchio

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Davide Dalmiglio
poesia
Storia di Marta Circostanze, necessità e memoria a consolare quel saluto tradito col vestito da festa. Le danze ed i canti dei nostri padri non sono legati a rime vistose un’ombra ordinata nascosta nel fiato un gesto scavato nel giro del sole. La guerra si accese sfumandone il viso scese in picchiata ad arare le piazze nei campi induriti fra le danze disperse il gelo soffiava Marta guardava il suo amore partire la visiera su gli occhi la distanza di allora due gambe straniere ed un ventre eloquente la portiera che geme ed accoglie il suo peso. Negli ultimi sguardi fra uomini e donne non c’era più tempo per verificare migliaia di mani ogni giorno in coperta farfalle impazzite “Parti in fretta ricuci il tuo sguardo adegua i passi a quei capelli di fieno” d’istinto il vestito le cinse i fianchi le gambe ben strette composte e sicure. Marta vestita di un nuovo candore prese un anello ad un uomo sudato lo vide partire nel tempo concesso esitando il saluto Scomparve nell’auto costretto al guinzaglio torceva la testa voltandosi spesso i rimpianti non servono Il ricordo più vivo al suo ritorno è il fustagno rugoso fra le case ed il porto. tracolle lucenti. a bruciare le porte.

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di quei calzoni la nuca pulita e la stoffa graffiante lo slancio rimasto a gonfiarle il ventre.

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Le danze ed i canti dei nostri padri non sono legati a rime vistose un’ombra ordinata nascosta nel fiato un gesto scavato nel giro del sole.

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Della vertigine cosmica
di Vito Cerullo
La fenomenologia della vertigine astrale si materializza attraverso il precipitare dell’individuo per l’atmosfera terrestre (Chavez) o tra gli astri (La vertigine) in opposto e contigua allo stesso tempo alla caduta del cielo sulla terra e sugli esseri umani, come già vedemmo in passato. Anche se, in eccezione, per D.Gnoli di Fra terra ed astri un’atipica vertigine da fermo si compie col protagonista del poemetto che da una sua eretta posizione di stasi venuta a determinarsi, sente gli astri scivolargli sotto le punte e precipitare giù per lo spazio. Considerando, intanto, una prima esperienza di volo che ci riferisce pascoli nell’Aquilone(Primi poemetti) dall’avvio alle fasi progressive della sua caduta “ondeggia” “urta” “sbalza” “ventata/di sbieco”, sublimazione a distanza della morte di un fanciullo, si denota l’azione di un oggetto (1) che in rappresentanza dell’uomo, consente di limitare al minimo il fattore-rischio determinando comunque parziale appagamento del sogno di volo. Seguitando per un altro esercizio pascoliano compreso in Odi e inni, La piccozza, il coefficiente di difficoltà relativo al compiersi dell’impresa appare decisamente basso, poiché l’ascesa al monte(in questo caso) “con la piccozza d’acciar ceruleo” ricordata nell’omaggio dannunziano della Contemplazione della morte, si compie a piedi. La caduta, quindi, non si attua fisicamente ma é rinvenibile in una sorta di appagamento morale; conseguenza dell’aver raggiunto la meta “sul puro limpido culmine”(2)e voler “restare solo con l’aquile”, (3) lassù, senza nessun’altra attesa possibile avendo ormai veduto tutto. L’eroe comune ai componimenti Chavez e Andrée si espone notevolmente in prima persona nel cielo terrestre, in un quadro di rappresentazione di costellazioni quali spettatrici ancora neutre, di cornice (come
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(parte prima)

nella Piccozza) anche se non manca idealizzazione attiva “mirano gli astri, -le aquile- se ne venga un suono...”, o di un volo “di là della Grande Orsa”. Appunto, quello dell’esploratore svedese dato per disperso per molto tempo in pallone aerostatico. I possibili segni di vita (4) Pascoli li fonde volutamente al grido di varia ornitologia (la procellaria, i gabbiani, la skua…) per ricavarne effetto suggestivo. La latitanza di Andrée consente al poeta di ricostruirsi in modo originale la vicenda, già rovesciata nella parte mediana del poemetto, con sovrapposizione d’elementi “nube” come “fango” “vento” come “suolo”, sino all’apoteosi definitiva con la morte del protagonista (desiderata), per fedeltà a quel progetto pascoliano in cui ascendere equivale a cadere, conoscenza a non ritorno. Percepito, quest’ultimo, in successione di segnali interiori e acustici di attendibile angosciante profezia: dall’annunziare a se stesso “Son giunto!”, al dato sonoro colto nel “inno degl’iperborei sacri cigni” in maniera di suono di sconosciute lire, per citare qualche esempio. Sensibile al mito di Andrée verso impassibili testimonianze del sole, va ricordato G. Cena attraverso una sua lirica dal titolo “Altrove”. Proseguendo la nostra analisi per un altro componimento parallelo a quello appena trattato, dunque Chavez in Odi e inni col precedente, realizziamo come la discesa conseguenziale all’ascesa non avvenga propriamente nel senso materiale, e questo vale anche per il caso precedente. E non poteva risultare diversamente, sperimentata la volontà di sublimazione della morte (per compensazione di un sempre latente orrore del vuoto) che ritrova efficace possibilità di rappresentazione attraverso processi ossimorici (5) mediante cui possiamo comprendere come un “Discende?” diventi imperiosamente “Ascende!”; con l’aeroplano, evidentemente ascende l’intrepido aviatore. E quindi, riproposte in una sorta di falsopiano (6) la salita e la caduta, si svilupperà in successione d’equazione effet-

to del “su l’alto cielo ei cade” rimodulato con più precisione in “Cade... sempre salendo”, secondo un onirismo cosciente e folle al contempo. Sentenziato definitivamente col semiverso “Ed ora sì, che vola!”. Abilità ossimorica che Pascoli mette in pratica non soltanto per la tematica cosmica, ma ne riferisce anche in chiave generica: estesa alle fasi stagionali, a quelle temporali, e altro. (7) NOTE (1)Presente al Pascoli non mancherà l’aspetto di quella particolare “cometa” in mezzo a “ordignetti e strumentini “vari, rinvenibile in un racconto di I. Nieri, Vita infantile e puerile lucchese, Lucca 1898, ovvero Giuochi fruttuoso per la sua antologia Fior da fiore. Attendibile fonte per il nostro, risulterà ancora il Sully di Etudes sur l’enfance che M. Perugi pone in rilievo nel suo James Sully e la formazione dell’estetica pascoliana, in “Studi di filologia italiana” XLII, 1984. Un’ulteriore digressione in “velivoli” si riscontra in una prosa di G. D’Annunzio: Sudore di sangue, in Prose di ricerca, di lotta, di comando, Vol. I, Milano 1966. Da “tavolette” con forme “d’angeli”, a “disegni” con sagome “di velivoli” ai “margini” di “quaderni”. A seguire il percorso storico relativo all’adozione di questo termine, sintetizzabile da Ennio a Chateaubriand, ci delucida A. Andreoli, Pascoli - D’Annunzio alla luce di documenti inediti, in AA. VV., Nel centenario di “Myricae”. Atti del convegno di studi pascoliani, San Mauro Pascoli, 19-20 maggio 1990, Bologna 1991. Figure dalle denominazioni dialettali non traducibili (come “scricchiarulo”, per intenderci, equivalente alla lontana di “schioppetto” messo insieme con la saliva) ricorrono nel lessico poetico sinisgalliano, come ad esempio in Ritrattino, un racconto di Belliboschi, Milano 1979. La passione, insomma, “per i giocattoli poveri” ribadita in Antichi giuo-

chi, in La vigna vecchia. In relazione a questo argomento vedi più diffusamente R. Aymone, Il poeta e l’artigiano in Sinisgalli, in Poeti ermetici meridionali, Salerno 1981. Tirando le somme, risulterà probabilmente imperiosa l’esigenza (riferita al problema dell’esser poeta a un tempo artigiano) di comprendere lo scarto passante “tra l’opera artigianale e l’opera d’arte”(R. Aymone, op. cit., p. 117) problema di cui si é occupato esaustivamente A. Baratono, in Arte e poesia, Milano 1966. Ricordavamo dell’abilità del “maggior fabbro, fonte dantesca, (R. Aymone, L’età delle rose. Note e letture di poesia, Napoli 1982, p. 72) nel saper assemblare i tasselli per la composizione del mosaico, e in questo senso Praz riconosce al poeta Eliot il sistema d’uso “di collages e photomontages”.(Introduzione a T.S. Eliot, La terra desolata, Firenze 1958, p. 10). Per altre generiche considerazioni che esulano dalle analisi di strumenti in se stessi, Cfr. inoltre, P. Bonfiglioli, Pascoli, Gozzano, Montale e la poesia dell’oggetto, in “Il Verri”, n. 4 dic. 1958. (2)Il senso d’essere dell’ ”eroe solitario della poesia” in opposto alla prosaicità e alla “bassezza del mondo borghese”. La fine dell’esistenza come simbolo che esalta “il valore supremo... raggiunto sulla vetta del mondo”(Barberi Squarotti, in voce Pascoli, in Dizionario critico della letteratura italiana, Torino 1986, Vol. III, p. 370. (3)Del famigerato “complesso dell’aquila” ascrivibile anche a V. Hugo sembra non esserne immune neppure l’autore di Myricae. (C. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, Bari 1972, p. 129). (4) ”notizia di grida umane...udite nel Sofjord”(Lettere del Pascoli ad Alfredo Caselli, (1898-1910), a cura di F. Del Beccaro, Milano 29

1968). (5) Il lavoro filologico pascoliano opera diversi fondamentali passaggi secondo esigenze di “esegesi“ “costituzione” e per contro decostituzione “del testo”; risulterà che “Conservazione e ricostruzione” concorrano a salvare “quanto più testo é possibile” (Cfr. P. Ferratini, I fiori sulle rovine, Bologna 1990). (6) Il registrato appianarsi vige già in premessa alla Mirabile visione e circostanziato nell’enunciato “Discende con la scienza, ascende con la volontà” (Pascoli, Prose, II, a cura di A. Vicinelli, Milano 1971). Circa la rappresentazione pascoliana di spazio e di valenze del sociale rivoltate e ridefinite, si rimanda a V. Roda, Riflessioni sull’evoluzionismo pascoliano, in AA. VV., Testi ed esegesi pascoliana Atti del Convegno di Studi pascoliani. San Mauro Pascoli, 23-24 maggio 1987, Bologna 1988. (7) Intanto, in riferimento ancora a dicotomie astronomico-temporali, leggiamo: ”sole delle fiammee sere”, equivalente di sole del tramonto, somiglianza del destino di Chavez a quel “sole” cangiante colore sia all’alba nel “salire” che al tramonto nel “cadere”. Costante dell’ossimoro, dunque, ribadita nel poemetto Gli emigranti nella luna (I, III), nell’espressione “Il sole cade; e l’uomo fa l’aurora!”. L’elemento temporale nei suoi due opposti ci viene riproposto in un ‘annotazione a La messa d’oro, in Prose, I, cit., in cui si rimarca di un indoramento similare a “una bell’alba”, o meglio a “un puro tramonto”. Ancora di un’ ”alba e tramonto” si registra nella lirica Nel giardino. Dei “brevi dì che paiono tramonti/infiniti...”, in I gattici, in Myricae, emerge una “combinazione di opposti e reduplicati costituenti”(R. Aymone, Fioralisi e rosolacci. Letture di “Myricae”, Salerno 1992, p. 211). Ricordavamo sopra delle valenze

stagionali riproponibili nelle serie ottobre/marzo, primavera/autunno sempre in Nel giardino. (“estate,/fredda, dei morti”, in Novembre). Ancora nella lirica precedente a quest’ultima, di stampo floreale si rivelano le serie in bacca/ bocciuolo. Del motivo poetico che riflette di una condizione stagionale e ricorrente nella poesia di D’Annunzio e Gozzano, si veda di R. Aymone Le ultime prove del reduce, in Circostanze crepuscolari, Napoli 1991. Nelle Varie, Ad Alfredo Caselli, si registra: ”nel verno sorgere giugno”; tema propriamente “topico” di un D’Annunzio e di un pascoli che s’irradia a Pasolini, per cui si consulti E. Sanguineti, Laboratorio pascoliano, in Giornalino 1973-1975, Torino 1976. M. A. Girardi attraverso il suo Pascoli e Gozzano, in Interpretazioni pascoliane, Napoli 1990, n. 25, in relazione all’argomento suggerisce in aggiunta quel Moretti che già ci sembra pertinente per una situazione letteraria rinvenibile in Domenica, da Poesie scritte col lapis: ”l’autunno é aprile”, negli esiti ulteriori di un “autunno” serbante “un primaverile incanto”.

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Raccontinani
che esistenti tra il ciliegio del suo “vicino di cassa”, un giovane impiegato delle Poste ucciso da un’indefinita malattia contratta in un ristorante cinese, e il platano in cui giaceva senza nemmeno il conforto del vessillo di partito. Michele Nigro

Il destino del legno E nel mentre che l’anziano Professore Egidio Quaranta - Ordinario di Metrica presso l’Università di Tediopoli - si apprestava a concludere l’annosa lezione trita e ritrita (intitolata: “Misurare la poesia, misurare la vita”), tutti udirono quel sinistro scricchiolio che preannunciava la tanto agognata liberazione… La vecchia cattedra, ormai porosa, cedette rovinosamente sotto il peso degli anni, a suo dire navigati , della sedicente saggezza di cui il “Prof “ si fregiava con gli amici poveri e le donnine engagé del Caffè in viale Europa e delle inutili parole colme di quell’educato e accorto pessimismo che avevano caratterizzato il lungo periodo della sua pedante carriera universitaria diluita con sprazzi di militante intellettualismo. Squadre insonni di irriverenti e nevrotiche tarme votate all’antiaccademismo concludevano, così, la loro necessaria missione pluridecennale a dispetto di ammuffiti compendi e manuali privi di entusiasmo. Un chimerico buonismo piccolo borghese, ricco di arrugginenti offerte in denaro e consigli paterni intrisi d’insicurezza, aveva fatto il resto su chiodi e giunture… La cattedra era inesorabilmente persa ! Ci vollero diverse ore per estrarre il corpo del vegliardo da sotto le macerie legnose. E, quel che è peggio, nessuno dei “cari”, ad eccezione della sua anziana colf ucraina, che non aveva mai rappresentato per lui una minaccia intellettuale, si accostò all’obitorio. Forse gli sprovveduti temevano che, destandosi dal sonno eterno e in preda a riesumati attacchi di igienismo culturale, il Professore recriminasse sull’arredamento interno della bara, sul doppiopetto gessato con cui l’avrebbero inumato e sulle diversità dendrologi-

Il camposantiere Durante le soleggiate giornate di primavera lo si poteva facilmente incontrare al cimitero, sotto un cipresso o seduto su una vecchia lapide, mentre leggeva i suoi libri. Non era un becchino e né tanto meno un fantasma… Sembrava, tutt’al più, una spensierata coccola caduta per caso tra il silenzio dei morti ed il profumo dei fiori. Lieto di abbandonare il clamore dei vivi, s’immergeva nella forzata indifferenza dei defunti con i quali condivideva rancori e speranze. Macabro “Walden” di un Thoreau di città. Michele Nigro

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L’incertezza e il tavolo del poeta
di Fabio De Santis
Nel quotidiano al linguaggio si chiede, qualunque sia la funzione di riferimento, di essere strumento di verità: io passo un’informazione al mio interlocutore per generare una situazione che le sia inerente, ad esempio chiedo un cucchiaino di zucchero nel caffè e voglio un’azione coerente con la richiesta. Succede, sempre nel quotidiano, che le aspettative premesse dal linguaggio non trovino corrispondenze: ricevo una tazza di caffè con due cucchiaini di zucchero per un errore di comprensione; faccio tardi ad un appuntamento per un errore di trascrizione o per un impedimento. La non conformità tra l’azione evocata dal linguaggio e la sua effettiva realizzazione, sottolinea un tratto costitutivo del linguaggio ed è l’incertezza, generata dall’inafferrabilità del mondo, in quanto non si può predeterminare un impedimento che scompigli un prossimo futuro pianificato insieme agli altri e con l’ausilio della parola. Ma l’incertezza - e l’impotenza del linguaggio si sperimenta anche quando siamo chiamati a spiegarci degli eventi strani o straordinari o qualsiasi circostanza non esplicabile con l’uso di un linguaggio asciutto, ossequioso dal punto di vista logico-sintattico. Utilizziamo il linguaggio per plasmare il mondo, per darne una versione plausibile, ma non sempre esso riesce ad assimilare adeguatamente l’ambiente. È questa la ragione dell’esistenza di forme linguistiche paradossali come certe figure semantiche quali la metafora o la metonimia; figure logiche come l’ossimoro o l’ironia. Hanno la funzione di restringere le maglie larghe dell’incertezza generata dalle limitazioni delle forme idiomatiche, ponendosi coscientemente di fronte all’indeterminatezza del mondo e all’impotenza del codice linguistico davanti all’indecifrabilità propria di questo mondo. La metafora, la sineddoche, ecc., sono “oggetti” linguistici di uso comune e, per la verità, non
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vengono usati solo per la descrizione di fenomeni di complessa decifrazione. Il nostro lessico familiare è pieno di dimostrazioni del genere. È capitato a tutti di esclamare a tavola: “ho mangiato proprio un bel piatto”; una metonimia, un’inversione semantica che scambia il contenente per il contenuto. Nel testo Sulla materia della mente Gerald Edelman spiega che “Sugli oggetti del mondo non ci sono etichette che ne specifichino le dimensioni o i codici; le ripartizioni e le aggregazioni di oggetti cambiano a seconda della persona e del momento. La semantica prestabilita della rappresentazione mentale non può rendere conto del presentarsi delle novità nel mondo e…i codici di definizione rigorosa non possono coprire per intero il significato delle espressioni linguistiche. Il significato rifiuta di essere vincolato da un insieme prestabilito di termini appartenenti a uno specifico sistema di codifica…Il pensiero non consiste nella manipolazione di simboli astratti, con un riferimento privo di ambiguità alle cose del mondo che ne legittimi la semantica…L’oggettivismo fallisce… …Quando i simboli non corrispondono al mondo in maniera diretta, gli esseri umani, al fine di stabilire connessioni, usano la metafora e la metonimia, oltre all’immaginazione.” La motivazione dell’utilizzo di figure che infrangono la linearità semantica, sintattica o logica, risiederebbe nell’impossibilità di oggettivare la realtà. L’infrazione linguistica, rispetto alla rigorosità dei codici, altri non è che l’incessante tentativo di adattamento al reale, per rendere una versione del mondo convincente. Il paradosso o il motto di spirito non sono, allora, delle costruzioni logiche assurde, ma restituiscono una versione dell’assurdo, dato da un’esplosione di ambiguità presente nell’ambiente. A tal riguardo mi viene da riportare che la Gestapo aveva un dipartimento dei motti di spirito, la cui funzione era quella di ricercare ed identificare gli autori delle battute politiche. Evidentemente in

un clima repressivo l’ironia diventava una modalità – apparentemente innocente – di manifestare l’insofferenza al regime. Attraverso il motto di spirito era possibile la realizzazione del pensiero critico. Altrettanto evidentemente la polizia nazista non era all’oscuro delle potenzialità di tale pratica. Le figure sono il “pane quotidiano” del poeta. Egli agisce su una linea di continuità con il quotidiano. Si potrebbe dire che il poeta porta all’eccesso ciò che comunemente accade, il suo intento è la creazione di un evento linguistico memorabile che possa restituire adeguatamente uno spaccato dell’esistere, inglobando tutta l’ambiguità e l’indefinitezza a cui si faceva riferimento prima. “La poesia consiste, insomma, in questa specie di lavoro: mettere parole come/in corsivo, e tra virgolette: e sforzarsi di farle memorabili, come tante battute argute/e brevi: (che si stampano in testa, così, con un qualche contorno di adeguati segnali/socializzanti): (come sono gli a capo, le allitterazioni, e, poniamo, le solite metafore):” I versi sono di Edoardo Sanguineti. La poesia agisce perciò sul terreno della quotidianità. Utilizza parole ed accessori linguistici di uso comune. La sua funzione potrebbe essere quella di specificare i tratti caratteristici del linguaggio umano. Da questo ne abbiamo una prima considerazione: il poeta non s’innalza, è profondamente umano. Una seconda: egli può esistere perché consapevole dell’incertezza del linguaggio e non, viceversa, possessore della scienza oggettiva dell’idioma. Poi ancora una terza considerazione: il poeta è sempre uno sperimentatore, sposta in continuazione l’orizzonte del linguaggio, in quest’ambito è sempre un avanguardista. Le tre questioni sono collegate. Sulla prima si è gia accennato: il poeta dà un contributo a far esplodere le ambiguità della realtà, creando una versione del linguaggio che rappresenti un aggiustamento della concezione umana del mondo, in breve non sfugge l’esistente, tenta una ridefinizione che assimili più realtà possibile, sporgendosi così sull’orlo dell’inesprimibile. Si fa carico dell’-

ambiguità del mondo per aderirvi in maniera più intensa e vera. Forse è questa la spiegazione del perché la poesia sia spesso sorda al richiamo della comprensibilità, ma sposti l’interesse su altre esigenze. Montale ha affermato che “nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire”. Allora il poeta assume tutta l’incertezza del linguaggio, il suo movente non è la precisa co-scienza della lingua, ma la sua inadeguatezza. Nella sua attività parte libero, si muove tra confini franosi, inadatti ad impedirgli il movimento. Non è un caso che il mastro poeta italiano (e non solo) sia Dante, un autore fiorito in un’epoca di estrema indeterminatezza della lingua italiana. Convergendo così al terzo punto, si può affermare che il poeta tenta inevitabilmente di riscrivere la lingua, di scoprire nuove potenzialità di un idioma. L’intervento è chiaramente palese nelle avanguardie. Lo è altrettanto in chi fa poesia impiegando un linguaggio comune, fatto di soluzioni grammaticali, gergali anche. In verità credo che la tentazione di operare una ridefinizione logicosemantica-sintattica di una lingua sia il carattere distintivo della poesia. Il poeta compie l’intervento con la strumentazione che è propria della poesia e sulla base di un’intenzionalità che affonda comunque le ragioni in un mistero della vita. Egli agisce su più livelli simultaneamente; crea simmetrie o rotture di simmetrie sul piano fonoprosodico, usando ritmi e suoni per suggestionare il lettore. Sanguineti potrebbe affiancare l’aggettivo solite anche ad allitterazioni. Nei passaggi più crudi dell’Inferno Dante allittera suoni gutturali in modo da creare, su un diverso livello linguistico, un’atmosfera infernale che deve suggestionare il lettore rendendolo partecipe di una realtà plausibile. Mentre sfoglia le pagine il lettore non si chiede se esista per davvero ciò che viene descritto, non si pone il problema dell’autenticità o visionarietà delle immagini infernali. Ciò che esiste è il linguaggio; il suo problema è se esso risulti essere credibile, se renda una versione del mondo plausibile o meno. Dante sa di essersi spinto in

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un’impresa audace, impegnato a spostare l’orizzonte della lingua. Sospetta (o finge?) di non essere in grado di restituire al lettore una descrizione credibile di un mondo complesso e terrificante; una lingua immatura non può pretendere di spiegare l’universo. Invoca allora l’aiuto delle muse ispiratrici: S’io avessi le rime aspre e chiocce, come si converrebbe al tristo buco sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce, io premerei di mio concetto il suco più pienamente; ma perch’io non l’abbo, non sanza tema a dicer mi conduco; ché non è impresa da pigliare a gabbo discriver fondo a tutto l’universo, né da lingua che chiami mamma o babbo. Ma quelle donne aiutino il mio verso, ch’aiutaro Anfione a chiuder Tebe, sì che dal fatto il dir non sia diverso. Sono proprio le rime aspre e chiocce a dare un grosso contributo alla poesia contemporanea, ed è bello constatare che si debba anche ad uno straordinario espediente tecnico la capacità di farci coinvolgere, e direi anche travolgere, in un magnifico viaggio, supportato anche dalla scelta ritmica. Il ritmo è sostenuto, dinamico, impone un movimento. Solo analizzando i primi 27 versi della Commedia registriamo che gli attacchi di ogni singolo verso sono tonici, eccetto 8 che hanno il primo accento sulla seconda sillaba. Ma la reiterazione di certi suoni, che tanto affascina la poesia odierna, non ha incontrato sempre benevolenza. Per il Bembo, nel suo procedere per coppie di perfetti, relativamente a poesia e prosa, Dante ha finito per essere l’anello debole 34 delle tre corone (Dante, Petrarca e Boccaccio).

Oggi ci incantiamo a tanta sapienza poetica e soprattutto ci meravigliamo di quanto possa essere attuale il verso della Divina Commedia. La maestria di Dante ci propone una comunicazione a più livelli. Simultaneamente ad una più esplicita fatta di immagini che evocano sorprendenti scenari, ci muoviamo su un piano allegorico che ci trattiene fortemente nella nostra condizione umana, poi ancora sui livelli più su accennati. L’orrore che Dante trova nel nono cerchio, espresso nel XXXII° canto, è un esempio di come la poesia operi su più terreni. Dante deve fare attenzione a non calpestare le teste dei condannati, i traditori immersi in un lago gelato; battono i denti come le cicogne il becco; gracidano come le rane “col muso fuor de l’acqua”; hanno lacrime che non fanno a tempo a scendere perché gelano negli occhi rinserrandoglieli. Le immagini, che esprimono dolore, sono puntellate dagli artifici sonori a cui facevo riferimento poc’anzi. I suoni gutturali abbondano in questo passo. Ne cito solo alcuni: calchi; lago; gracidar; spigolar; vergogna; lacrime; spranga; cozzaro; cricchi; Osterlicchi; Tabernicchi; ghiaccia; becchi; ecc. C’è da sottolineare che questi ed altri termini non elencati si aggregano nello spazio di pochi versi. È chiaro che il poeta, nell’atto di ricreazione del linguaggio, cerca di svilupparne le infinite potenzialità e lavora così su diversi piani. In questo movimento non è impossibile che egli inventi nuovi termini, che hanno poi una loro genesi. Un esempio noto è il velivolo di Gabriele D’Annunzio. Un termine semplice che nasce dall’accostamento di due parole bisillabiche e paronomasiche veli-volo o vele-volo. Ma anche i termini reiterati in una lingua sono occasione di ridefinizione, meglio ancora dire di specificazione nell’opera di un autore. Si prenda Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi. Un’espressione “ovvia” diviene grondante di connotazioni e va ad innestarsi significativamente nell’opera del poeta e oltre: chiunque, nella vita, provi la gioia dell’aspettativa del sabato sera e l’apatica delusione della domenica, non

può che ripensare a questa poesia. L’accostamento innocuo giorno della settimana-villaggio scatena nella versione del mondo del poeta una meditazione sulla vita, un pensiero totalizzante che assimila la giovinezza e la speranza, la maturità e la gravosità. L’operazione si potrebbe denominare conversione dei significati. Il poeta prende un oggetto e partendo da alcuni suoi tratti lo lavora per ampliarne le connotazioni ricavandone altri campi semantici. Il movimento si svolge specificamente sul piano verbale. Prendo in considerazione la poesia di Eugenio Montale I limoni. Il poeta comincia col dissociarsi dai “poeti laureati” che “si muovono soltanto fra le piante/dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti”. In opposizione predilige i comuni “limoni”. Si noti che dopo il proemio in versi questa è la poesia che apre gli Ossi di seppia, la prima raccolta di Montale. I limoni potrebbe essere definita il manifesto dell’autore. In tal modo egli comincia con l’avvertire il lettore che non è un “poeta laureato” ma un autodidatta. La sua è un’origine “povera”, non aristocratica: “la nostra parte di ricchezza/…è l’odore dei limoni…” La sua poesia è radicata e confinata nel paesaggio: “quest’odore/che non sa staccarsi da terra” e provoca tormento: “piove in petto una dolcezza inquieta”. Tuttavia tra gli “erbosi/fossi” e le “pozzanghere” sogna di aspettarsi “uno sbaglio di Natura” che possa bucare il mondo per trovarsi “nel mezzo di una verità”. “Ma l’illusione manca”, e tra i frastuoni, “la pioggia”, “il tedio”; “i gialli dei limoni”, questi oggetti comuni, a portata di mano, divengono degli elementi distanti, da sbirciare, per caso, attraverso “un malchiuso portone”. I limoni è il preambolo ad un’opera fatta d’immagini legate alla terra, immobili ed inanimate. La verità è una realtà impossibile, viene sospettata solo al cospetto dello sguardo sulle cose ed è un “luogo” che è sempre al di là, oltre la “muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”; al di là del mare, sulla linea azzurra della direzione degli uccelli.

Un altro esempio che agisce ancora su un livello semantico lo si può fare con Maurizio Cucchi. Ne “Il disperso” il poeta milanese comincia una lunga opera che ha come cardine la morte del padre, ma anche l’angoscia dell’autore, che vede l’evento incombere continuamente sulla propria esistenza. “Il disperso” risulta essere allora una condizione che accomuna padre e figlio, li unisce dopo il distacco. Il termine in Cucchi ha specifiche connotazioni ed esistono in quel modo solo nella sua opera, pur essendo un aggettivo comune. Egli stesso afferma che “Il disperso è un titolo che potrebbe comprendere tutte le mie poesie, anche quelle degli altri libri o future, chissà” La conversione semantica di un termine avviene come per dilatazione, nel senso che una parola comincia ad assimilare altri significati. Da ciò si può percepire una certa ambiguità della parola poetica, ma in realtà così non è, perché essa non esiste al di fuori di un contesto ed è sempre a tale contesto che fa riferimento, perciò il suo significato, o anche nuovo significato, è da ricercarsi in un sistema chiuso di segni. Il sistema ha anche varie aperture però. Si è visto che “Il sabato del villaggio” ha assimilato i significati dell’intera opera di Leopardi, della sua stessa vita. Possiamo dire ugualmente de “Il disperso” di Cucchi; lo ha riferito egli stesso. “I limoni” inglobano i temi degli Ossi. I margini di un sistema poetico sconfinano spesso anche in territori “altri”, si prenda la citazione macbethiana di Roberto Roversi in una sua poesia: “anch’io guardavo il bosco/il bosco in quel momento/il bosco cominciò ad avanzare.” Nel riprendere un’immagine già usata, egli si preoccupa comunque di reinventarla in una ristrutturazione sintattica che comprende il chiasmo e l’anafora legate in proprietà transitiva. Il sistema spesso è chiuso nello spazio di una singola poesia e basta osservare le alchimie operate in un piccolo testo per rendersi conto della straordinaria maestria del poeta. Si legga questa poesia di Giovanni Raboni: 35

Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno dopo l’altro ti lascio, anima mia. Per gelosia di vecchio, per paura di perderti – o perché avrò smesso di vivere, soltanto. Però sto fermo, intanto, come sta fermo un ramo su cui sta fermo un passero, m’incanto… Mi sembra che la poesia ruoti intorno alle due anafore più evidenti: “Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno/dopo l’altro ti lascio, anima mia” e “…sto fermo…” In queste il poeta sottolinea una condizione esistenziale quale la vita che scorre e si perde minuto per minuto, fino ad una conclusione attesa perché certa: “…avrò smesso di vivere, soltanto”, dove il termine della vita viene evidenziato da un rallentamento ritmico provocato dall’incontro di due trisillabiche, di cui la prima sdrucciola: “… vivere, soltanto” (espressione su più livelli). L’accorgimento ritmico è in corrispondenza con l’altro identico dell’ultimo verso: “…passero, m’incanto…” L’”incanto” conclude gli ultimi tre versi sostenuti dall’altra anafora che dicevo. Con questa emerge la risposta del poeta, che di fronte alla condizione irreversibile quale il dissolversi della vita, “sta fermo…/come sta fermo un ramo”, guarda l’esistenza bruciare, s’incanta! Così l’”incanto” si dilata, si sgranano significati quali sublimazione o stupore e va ad assimilare un significato come l’incoscienza, del “ramo”, del “passero”, dell’uomo che non ha parole di fronte alla realtà, se non ambigue e polisemiche. Certo, anche in questo caso, il tema proposto dalla poesia si collega ad un nucleo centrale dell’opera di Raboni, ma il termine incanto lo possiamo circoscrivere a questi otto versi e ritenerlo un

buon esempio dell’arte di reinventare, propria del poeta. Ho detto che il poeta parte avendo una grande libertà, che è poi la possibilità di modellare il linguaggio come un materiale plastico. Una volta cominciata l’opera la libertà si annulla nel tema emerso da quella stessa libertà. Il testo poetico comincia a funzione sullo slancio dato dall’impostazione iniziale scaturita dal nulla, o quasi, per divenire un sistema chiuso di segni. La poesia è linguaggio formale, vive di corrispondenze, i versi in qualche modo li leghi, se non sono rime saranno assonanze, allitterazioni, ma è chiaro che il verso è libero fino a quando non si scrive il primo. In quel momento è il poeta stesso a creare la regola. Dunque il suo lavoro consiste nel decodificare e codificare continuamente la lingua, egli la riscrive incessantemente e senza sosta la disfa. Il suo movente trae origine dall’incertezza e all’incertezza torna. Non si contraddice, tutt’altro, semplicemente non accetta l’orizzonte preposto, perché non credibile, ambiguo. Crea egli stesso un orizzonte altrettanto irraggiungibile e scivoloso, ma sarà forse proprio l’eccesso a cui lo espone a renderlo affascinante, magnificamente autentico, ustionato da un’insondabile incertezza che è poi quello sguardo sul mondo che unisce ogni uomo. Testi consultati: Cucchi M. – Il disperso, Guanda 1994 Cucchi M. – Poesie 1965-2000, Mondadori 2001 Dante - La Divina Commedia Edelman G.M. – Sulla materia della mente, Adelphi 1993 Freeman W.J. – Come pensa il cervello, Einaudi 1999 Leopardi G. – Canti

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Marazzini C. – Da Dante alla lingua selvaggia, Carocci 1999 Marchese A. – L’officina della poesia, Mondadori 1985 Montale E. – Ossi di seppia Sanguineti E. – Mikrokosmos, Feltrinelli 2004 Vitiello C. – Antologia della poesia italiana contemporanea (1980-2001), Tullio Pironti 2003 Watzlawick P. – Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli 1980
Disegno di Marco Vecchio

Punti vendita “Nugae — scritti autografi”: -Libreria Mondadori via Mazzini, 31— 84091 Battipaglia (SA) -Libreria Mondadori corso Trieste, 198/200 Caserta -Libreria Baol via Rocco Cocchia, 12 Salerno -Libreria Legislativa Criscuolo via Nicotera, 47 Nocera Inf. (SA) -Libreria Treves via Toledo, 249/250 — 80132 - Napoli -Libreria Dante e Descartes via Mezzocannone, 75 - Napoli -Libreria Pisanti Corso Umberto, 38/40 - Napoli ___________________________________________ Proposte distributive “Nugae” cell.333/5297260 e-mail: scrittiautografi@virgilio.it

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riVISTE
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‘STEVE’ è una storica rivista di poesia fondata nel 1981 dal Laboratorio di Poesia di Modena. Il numero 28 s’impernia, sin dalla sua veste grafica (curata da Elena Vadacca), sul senso di un’auscultazione del presente, dei suoi fraintendimenti, dei suoi inganni, delle sue storie che ci proiettano dove c’è una comparsa. Si susseguono così i reportages poetici: sullo spettacolo “Sinfonietta rock”, libero adattamento da Jean Tardieu (del quale C.A. Sitta presenta anche una prova inedita di “riduzione progressiva”, e non solo traduttiva, dal titolo ‘La verità sui mostri’); quello sul Festival di Filosofia (ospite Maurizio Cucchi); il canone nuziale composto per il ‘matrimonio poetico’ del 5 settembre; gli interventi critici di Victoria Surliuga su Giampiero Neri, M. Luisa Vezzali su V. Bonito, Mario Moroni sui ‘Racconti dell’uomo in grigio’ di Gian Marco Visconti. Di respiro interdisciplinare il ricco racconto a più voci per immagini e libri sull’anno 1979 a cura di Rossella Bonfatti. Chiudono questo numero i seriali estratti in prosa poetica di Massimo Bernardi (‘In un circo fuori fuoco’) e Paolo Valesio (‘L’uomo che perse una Pasqua’); infine ‘La carta dei libri’, firmata da Carlo Alberto Sitta, rubrica fissa a mezzo tra il journal intime e diario bibliomnemonico in cui s’incontrano poesia e vita, si sofferma stavolta sulle ultime pubblicazioni di Alberto Bellocchio, Arnaldo Ederle, Cesare Lievi, Carlo Marcello Conti e sul saggio di John Butcher e Mario Moroni dal suggestivo titolo “From Eugenio Montale to Amelia Rosselli”.

‘PICK WICK’ è un “trimestrale di letteratura, poesia e cultura varia” creato a conferma delle già esistenti attività letterarie dell’omonimo “Circolo Letterario” di Besana in Brianza (Mi). Per informazioni, collaborazioni o semplicemente per richiedere una copia saggio: circolopickwick@virgilio.it

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Intervista a Flavio Casella
scrittore, saggista, direttore del trimestrale letterario “Pick Wick” Partendo dal presupposto che ogni rivista conservi gelosamente all’interno del suo nucleo storico le motivazioni che la spingono ad esistere … Quali dovrebbero essere, secondo te ed in base all’esperienza maturata in seno alla rivista “Pick Wick”, le ragioni di una rivista letteraria? “Pick Wick” rappresenta forse un caso un po’ particolare: condivide con la maggior parte delle riviste amatoriali, la volontà di essere vetrina per autori non ancora noti ma meritevoli di essere presentati ad un pubblico (tale credo sia la ragione essenziale della nascita di questo tipo di pubblicazioni); ma, essendo nata, otto anni fa, da un Circolo Letterario funzionante da tre anni, che già aveva consolidato una sua attività (serate letterarie, un concorso, collaborazioni sul territorio), ha voluto porsi anche e soprattutto come bollettino di circolo, per mantenere e consolidare quei contatti, spesso transitori ed effimeri, che le altre iniziative creano. Ancora oggi, infatti, al di là del contenuto tipico di una rivista culturale (racconti, poesie, saggi), in ogni numero non mancano mai le cronache dei nostri incontri, le notizie su iniziative passate e future e così via. Ed è lo stesso intento che ci ha recentemente spinti alla creazione di un sito Internet, nonostante nessuno di noi sia un patito del Web. Molti periodici, in passato, alcuni per breve tempo mentre altri per diversi decenni (tra i quali citerei: l’effimero “Mondo Beat” di Melchiorre Gerbino; “la Zanzara” irriverente del liceo Parini di Milano negli anni ‘60; o le riviste dedicate alla fantascienza: “Amazing Stories” del 1926; “Astounding Stories” del 1930…ecc.) hanno segnato, più o meno consapevolmente, l’inizio di un’epoca, di un genere letterario o per lo meno hanno collaborato, tramite la parola scritta, alla descrizione di un pensiero, di una condizione sociale, di un’aspirazione… Secondo te una rivista, al di là delle personali inclinazioni letterarie dei singoli Autori, rispecchia sempre, nel suo insieme, l’epoca in cui “vive”, o no? Credi nella “politicità” (non in senso partitico) di una rivista? E se sì, come la si può evidenziare e sviluppare? Credo che una politicità possa (e magari anche debba) esistere. Credo inoltre che una rivista rispecchi forse più il carattere del suo direttore (e/o della sua redazione) che non quello dei singoli autori. Quanto a rispecchiare la sua epoca sinceramente non saprei… Qualcuno mi ha rimproverato addirittura un’eccessiva classicità per “Pick Wick”… un situarsi, per l’appunto, un po’ al di fuori del tempo e dell’attualità… Ma anche questa, a ben vedere, si può considerare una scelta politica in senso lato. Nel 1997, quasi al termine del tuo saggio “TRA LUDOVICO ARIOSTO ED ISAAC ASIMOV – LA FANTASCIENZA: genere letterario o letteratura del presente?” , lasciavi in eredità ai Lettori un dubbio alquanto “scomodo”: l’avvicinamento della fantascienza alla letteratura mainstream, anche dal punto di vista della “critica”, comporta diverse interpretazioni e, citando dal saggio, “…non saprei dire se tale fenomeno sia un segno di vitalità e di crescita della FS o, al contrario, un cupo prodromo della sua morte imminente.” Per altri rappresenta, senza dubbio, la tanto agognata “uscita dal ghetto”… A distanza di 8 anni, credi di poter dare una risposta definitiva a tale interrogativo o è ancora presto per un’analisi? Premesso che nel più recente periodo non ho seguito la SF come la seguivo vent’anni fa, l’impressione che ho è che effettivamente ci sia stata una sorta di sdoganamento della letteratura fantascientifica, nel senso che molti autori ed opere di SF vengono ora accolti ed esaminati criticamente nell’ambito del mainstream; però (e spero che gli appassionati non me ne vogliano), quando ho avuto – di recente – modo di frequentare il fandom ho avuto un’altrettanto forte impressione: che molti degli appassionati più attivi non abbiano alcuna intenzione di evadere dal ghetto, perché ci si trovano benissimo… tal quale vent’anni fa! In altre parole, se molti appassionati di letteratura non snobbano più la SF bollandola come sottogenere, troppi fan di SF continuano ad ignorare la letteratura… Lo stesso atteggiamento che, a quei

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tempi, mi allontanò da un ambiente del quale anch’io ho fatto parte. Inisero Cremaschi, uno dei principali promotori della fantascienza italiana, coniando il termine neofantastico negli anni ‘80, volle così descrivere le nuove tendenze della narrativa fantastica. Quali evoluzioni ci sono state, ammesso che ce ne siano state, nell’ambito neofantastico? Purtroppo, come sono costretto a ripetere, conosco troppo poco i più recenti sviluppi della fantascienza, soprattutto in ambito italiano. Mi sembra tuttavia che l’idea che Cremaschi aveva in mente (e della quale ero un entusiastico sostenitore) abbia attecchito poco: si trattava, per chiarire, di un indirizzo narrativo più orientato verso esempi come Calvino e Primo Levi (quanti appassionati di SF sanno che il dolente cantore dell’olocausto è stato un incredibile autore di fantascienza? quanti hanno letto i racconti di Storie naturali, Vizio di forma e Lilìt?) che non verso i canoni classici della hard SF anglosassone. Racconterò un breve aneddoto: qualche anno fa, ad un dibattito (erano presenti nomi come Vittorio Curtoni, Franco Forte, Luca Masali) che seguiva la premiazione di un concorso di narrativa fantastica, citai (provocatoriamente) Quando le radici di Lino Aldani, un bellissimo romanzo di SF italiana degli anni ’70… Come mi aspettavo, venne fuori una polemica incandescente tra quelli che, come me, lo consideravano un capolavoro della SF ed altri (probabilmente in maggioranza) che continuavano a protestare: – Ma quella non è fantascienza! Il Presidente degli USA, George W. Bush, ha recentemente annunciato: “…stiamo per tornare sulla Luna…e con una base fissa!” ; in vista, soprattutto, della successiva tappa riguardante la colonizzazione di Marte. Non ti chiedo una “profezia” ma, in base a tali aspirazioni politicoastronautiche, pensi che la space-opera potrà ricevere in futuro nuovi impulsi e nuovo materiale da utilizzare o credi che si tratti di una vena ormai esaurita e in preda al disincanto? Non trovo che la domanda sia posta del tutto in termini corretti: nel senso che il rapporto causa– effetto andrebbe, secondo me, ribaltato. La fanta40

scienza (che sia space opera o altro), è sempre stata più avanti della realtà, quasi per definizione. Quindi le conquiste scientifiche non hanno mai dato e non daranno impulsi alla SF, al massimo potranno limitare e/o contraddire le opere precedenti, ma solo sotto il piano profetico, per l’appunto, non sotto l’aspetto letterario. Ad esempio: il fatto che noi oggi sappiamo che Marte è disabitato non toglie alcun fascino a La guerra dei mondi di Wells o alle Cronache Marziane di Bradbury; lo sbarco sulla luna rese obsoleta l’ipotesi di partenza di 2001: Odissea nello spazio, che risaliva appena all’anno precedente, ma non ne sminuì il valore. E così via… Quale è l’opera letteraria, in ambito fantascientifico, che preferisci? O, se vuoi, l’Autore? E perché? Non mi sento di citarne uno solo. In ogni modo, anche nella SF, le mie preferenze vanno a chi sa usare il mezzo letterario con peculiare intensità, al di là dei contenuti… Per essere più espliciti, troppi autori di fantascienza, pur affrontando temi e trame interessanti, scrivono da cani… e questi non mi piacciono. Ciò premesso, citerei: Philip K. Dick, un grande (anche se troppo prolifico per non essere discontinuo): La svastica sul sole è un capolavoro assoluto, e anche Cronache del dopobomba, I simulacri e altri sono grandi romanzi; Ray Brabdbury con Cronache Marziane e – soprattutto – Fahrenheit 451; Theodore Sturgeon con Nascita del superuomo e Cristalli sognanti; e poi certe cose di Leiber, Ballard, Zelazny… l’umorismo di Frederic Brown e Robert Sheckley… non si finirebbe più! Preferisco dedicare qualche parola ai tanto bistrattati italiani: ad Aldani ho già accennato, e ribadisco che è un grande scrittore in assoluto; lo stesso Cremaschi ha scritto cose molto buone; Renato Pestriniero è un autore poco conosciuto, ma insuperabile creatore di atmosfere fantastiche. E ce ne sarebbero ancora… Tu affermi simpaticamente, parlando del successo, in un’intervista rilasciata a “Prospektiva” : “…non riesco a immaginarmi in forma di etereo spirito che dall' al di là contempla soddisfatto la sua raggiunta gloria “post mortem”… Per cui mi accontenterei di entrare nelle classifiche dei best-seller da vivo…” Come interpreti il “fenomeno Phi-

lip K. Dick” alla luce, principalmente, dell’enorme rivalutazione editoriale e cinematografica che ha caratterizzato il periodo successivo alla sua morte? Di Dick ho letto recentemente la Trilogia di Valis. Non mi ha entusiasmato né convinto del tutto, ma mi sembra emblematica di quella sorta di dicotomia letteraria che pare aver perseguitato questo autore per tutta la vita, sempre oscillando tra il raggiunto successo nell’ambito fantascientifico e la voglia di essere considerato un grande scrittore tout court… Paradossalmente Dick c’è riuscito proprio dopo morto… e dopo aver steso questa sorta di testamento spirituale che non è comunque la sua opera migliore, né sotto l’aspetto fantascientifico né sotto quello letterario. Le donne e la fantascienza. Alcune Autrici, a dire il vero ancora troppo poche, hanno dato un prezioso contributo alla letteratura fantascientifica. Basti ricordare la mamma di “Frankenstein”, Mary Shelley, passando per la femminista Ursula Le Guin… E’ sbagliato o esagerato credere, secondo te, che l’innegabile sensibilità femminile applicata alle tematiche fantascientifiche possa delimitare un’area particolare nell’ambito della FS? Con tutta sincerità sì. Nemico come sono delle etichettature, provo un sincero fastidio a sentir parlare di SF di destra e di sinistra, femminista o maschilista… Che esista una sensibilità femminile è indubbio, ma nel campo dell’arte, secondo me, l’hanno anche molti uomini (Bradbury ne è un esempio, a mio vedere). E molte autrici scrivono come maschi… Alice Raccoon Sheldon, negli anni ’70, si firmava James Tiptree jr, e tutti la prendevano per un uomo, nonostante agitasse tematiche femministe anche esasperate. Fantascienza e Cinema: due mondi da sempre felicemente conviventi e, recentemente, grazie all’ultima realistica generazione di effetti speciali computerizzati, magistralmente ibridati. Non credi che le trasposizioni cinematografiche di certe opere letterarie fantascientifiche ne abbiano alterato il significato puro, “inquinando”, in un certo modo, l’immaginario del Lettore? In ogni campo letterario l’incontro/scontro tra parola e immagine pone problemi di ibridazione, di

inquinamento… per non parlare dell’irrisolta e irrisolvibile questione della fedeltà al testo… In fantascienza c’è l’aggravante che spesso la fantasia dell’autore (del romanzo) crea situazioni al di là del reale, che il lettore può riuscire ad immaginare nella sua mente… ma che è difficilissimo rendere per immagini senza cadere nel banale. D’altro canto la possibilità cinematografica di narrare per immagini e di creare effetti speciali può a sua volta generare esiti sorprendenti, addirittura, in certi casi, superare con la magia dell’immagine narrazioni non proprio impeccabili sul piano dell’atmosfera. Un paio di esempi: L’ultima spiaggia di Stanley Kramer è decisamente superiore, sul piano artistico, nel rappresentare l’angosciosa ambientazione da fine del mondo, rispetto al romanzo di Nevil Shute, ugualmente efficace nel contenuto ma decisamente povero stilisticamente. E La storia infinita di Wolfgang Pedersen ha un impatto fantastico forse superiore al romanzo di Michael Ende, bello ma un po’ pesante e prolisso. L’editoria che si occupa di fantascienza, sembrerebbe aver aperto i battenti a nuovi ibridi letterari che spesso sfociano in squallide chimere dal successo effimero. Non sarebbe il caso, ti chiedo in qualità di lettore, di abbandonarsi, invece, ad una salutare rilettura dei cosiddetti “padri fondatori” quali Edgar Allan Poe, Jules Verne, Herbert George Wells… Riesaminandoli con gli occhi smaliziati di chi vive nell’anno 2005? Inevitabile rispondere di sì: come nel mainstream nessuno nega che si possa – e si debba! – rileggere Dante e Ariosto e Manzoni prima di approdare ai giorni nostri, così nel genere SF la stessa operazione (fatte le debite distinzioni) può riguardare, oltre i padri fondatori, anche altri autori fondamentali degli inizi, come Lovecraft e Merritt, o i classici degli anni ’40 come Asimov, Clarke, Van Vogt e Simak. In un paese come l’Italia in cui si verificano continue “fughe di cervelli”, l’opera straordinaria di Isaac Asimov, a metà strada tra la fantascienza e la divulgazione scientifica (con tutto il rispetto per il

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nostro Piero Angela!), sembrerebbe poco auspicabile per non dire sprecata. La fantascienza, quindi, non è solo un genere letterario ma un’autentica cartina al tornasole per testare la qualità scientifica e tecnologica di una società? La SF è nata, come genere, nei paesi anglosassoni, dove l’aspetto tecnico-scientifico è più accettato in campo culturale… Da noi il termine cultura identifica l’ambito umanistico-filosofico: quindi sì, in effetti questo fatto è rappresentativo dell’attitudine (più che della qualità, direi) scientifica e tecnologica di un popolo. La nostra fantascienza è prevalentemente umanistica… e normalmente, ribadisco, non viene considerata fantascienza ma mainstream, proprio perché anche da noi si tende a considerare SF solo il filone avventurosotecnologico… Questo porta anche a delle storture paradossali, dovute a scarsa conoscenza della materia e/o preconcetti… Torno un attimo su Primo Levi: Levi è tecnologico, nei suoi racconti fantastici (non a caso era un chimico), e molti di questi racconti hanno sorprendenti somiglianze con quelli di Isaac Asimov (con la differenza che Levi è di gran lunga superiore ad Asimov nello stile letterario e va un po’ più in profondità nello spazio interiore umano); ma nessuno riconosce Levi come autore di SF… Ti dirò di più: un romanzo come Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, con le sue implicazioni simboliche, potrebbe essere anche stato scritto da un autore di fantascienza inglese del periodo New Wave, e là sarebbe considerato un’opera SF… Le cosiddette anti-utopie, basate su realistiche descrizioni di scenari totalitaristici (vedi “1984” di Orwell; “Il mondo nuovo” di Huxley; “Fahrenheit 451” di Bradbury…), dando credito a ciò che dicono i più paranoici, sembrerebbero non essere tanto lontane dall’avverarsi. Dal tuo punto di vista, i pericoli descritti nelle opere citate sono stati superati o stiamo già vivendo nuove forme di un più subdolo totalitarismo? Alcuni aspetti di queste opere sono senz’altro superati: Orwell, nello scrivere 1984 e La fattoria degli animali, prendeva a modello e a bersaglio il socialismo reale sovietico e stalinista, che si è praticamente sciolto come neve al sole una quindicina 42

d’anni fa, dalla caduta del muro di Berlino al disfacimento dell’URSS. L’invadenza dei mezzi di comunicazione di massa, la prevalenza dell’immagine rispetto alla parola che stiamo vivendo nel periodo attuale sembrerebbero piuttosto dar ragione a Bradbury, a distanza di oltre cinquant’anni… Anche i modernissimi schermi televisivi giganti somigliano in modo impressionante a quelli descritti in Fahrenheit 451 (e così ben rappresentati da Truffaut nell’omonimo film)… Sono comunque d’accordo anch’io sul fatto che queste nuove forme di totalitarismo siano più subdole che effettive… Nessuno, penso, ci impedirà mai con la forza di leggere libri… piuttosto le leggi di un mercato globale, se dovessero veramente imporsi, potrebbero portare a far decidere di non produrre più libri, se non di puro e semplice consumo… E questa tendenza, purtroppo, in una certa misura la trovo già in atto, al giorno d’oggi: basta guardare gli scaffali e le vetrine delle librerie… Ci sono ancora molti “irriducibili” che non si rassegnano dinanzi al fatto che la letteratura fantascientifica non è un “sottoprodotto”, bensì un genere letterario da non distinguere e separare, in modo razzistico e sciocco, dalla cosiddetta letteratura “ufficiale”… Cosa senti di poter dire a questa schiera di puristi del mainstream ? Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire… è quindi difficile trovare parole adatte a questi casi. È forse vero che la SF, per poter vivere in eterno nell’ambito della letteratura, deve prima morire, come hanno detto paradossalmente in molti… ed è quello che anch’io in qualche modo esprimevo, con quella mia frase che hai citato alla domanda 3). Intendendo con ciò che solo un’unione totale, senza barriere e steccati, nell’ambito della letteratura, può portare alla pari dignità di ogni genere letterario… Ma questo, in ultima analisi, comporta anche la scomparsa dei generi letterari… Nel 1982, in una lettera alla rivista The Time Machine, edita dal Club Padovano di Fantascienza e con la quale collaboravo da tempo, scrivevo: Sono sempre più convinto che la letteratura fantastica possa e debba elevarsi al rango di vera letteratura, ed anzi porsi come forza trainante della letteratura moderna…

…Mi sto invece convincendo – contrariamente alle mie idee di un tempo – che questa operazione di “elevazione” del fantastico debba essere condotta non dall’interno, bensì dall’esterno, cioè nel grande e confuso grembo del mainstream… Era, come si comprende, una sorta di addio a un ambiente che avevo amato e nel quale cominciavo ad essere conosciuto, ma dove mi sentivo irrimediabilmente stretto… Nell’ambito letterario senza etichette mi sono trovato decisamente meglio, per esistendo, anche qui, molti irriducibili coi quali è difficile ragionare… Concluderei con la speranza che il loro numero, sull’una e l’altra sponda, vada man mano ad esaurirsi… Quale è, insomma, la “missione” della Fantascienza? E verso quali mondi inesplorati, verso quali “…nuovi orrori, nuove inquietudini…” dovrà rivolgere il proprio

sguardo per non ricadere in una nuova epoca di “Régression” (come J. Sadoul definì il decennio ‘73/’84 dal punto di vista della produzione fantascientifica)? Verso tutti i nuovi mondi, le nuove inquietudini, i nuovi orrori… che le si presenteranno agli occhi di giorno in giorno… Se già li conoscessimo o immaginassimo, qui ed ora, non ci sarebbe più alcun piacere nel leggere e nello scrivere… Perché la letteratura è sempre stata più avanti della realtà… e la SF in modo particolare, nel rivolgere l’attenzione (mi si perdonerà se utilizzo ancora le parole conclusive di quel mio saggio che hai citato in precedenza) ai misteriosi, inquietanti e impenetrabili destini dell’uomo… Michele Nigro

P.K.Dick Lino Aldani Ursula Le Guin Lovecraft Isaac Asimov R.Bradbury

A. Clarke Van Vogt

H. G. Wells R. Heinlein

Clifford Simak G. Orwell T. Sturgeon Mary Shelley I. Cremaschi

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“Sotto il portico”
galleria di poesie
Stasimo mattutino Davanzale marmoreo ghiacciato Nella brina aurorale di una Coscienza veggente – e tenace virgulto Che s’erge al serpente metallico Giù nel torrente di gas. Domestica pace agognata su Mura ingiallite, finestre Urbane con ticchettìo della Pioggia paterna. Vento tedesco calunnia Alberi epilettici e calvi con magre Braccia alzate al cielo e cenerentole Foglie salutate da lunghi singhiozzi – Ma è solo il vento Rossella Liotino Ed io cerco il senso Nella catarsi Del rugiadoso mattino. Gioca le carte della vita E stupisci i sensi altrui Quando un urlo ti lancera' Nella mischia di una fossa Che mai capira' la tua culla di quale materiale e' fatta Quando sarai nella mischia, massa

Antonio Piccolomini d’Aragona

Lo dice la tua immagine (a mia madre)

Onde Quanto e' lieve e ingenua e beata la tua aria : i tuoi capelli vergini la tua giovinezza ancora luminosa ... Guardi alla tua destra perche' li e' il figlio madre non conscia di quello che la vita voleva da te La hai poi assecondata e ancora oggi l'assecondi in un caldo sapore di bonta'.

Vorrei che io e te fossimo come due onde Che si rincorrono nell’oceano infinito Spinte da venti, rapite da correnti, Piccole labbra su lande argentante.

Incontrami nel mare notturno Mentre vaghi da sola sotto la luna [silenziosa. Incontrami mentre il mondo dorme E l’oceano custodisce i suoi sogni.

Rossella Liotino Antonio Piccolomini d’Aragona

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“Controedicola”
In alternativa alla cultura dilagante del “ best seller da edicola” e all’ “enciclopedia da supermarket”, Nugae - Scritti Autografi è lieta di presentare ai propri Lettori una piccola rubrica dedicata ai cosiddetti “libri particolari” - sconosciuti o quasi ; famosi un tempo, ora dimenticati -, agli “sfortunati” delle classifiche, ai “figli stampati di un dio minore”… A tutti quei testi, insomma, che un po’ per le tematiche affrontate e, in parte, a causa dell’ombra creata dai “grandi successi”, non hanno mai aspirato e mai aspireranno a risalire le “ top ten ” dei libri più venduti. Libri, antichi o moderni, che hanno ancora tanto da raccontare…

“Grammatica della fantasia” “Grammatica della fantasia” di Gianni Rodari Gianni Rodari <<Quello che io sto facendo è di ricercare le <<Quello che io sto facendo è di ricercare le “costanti” dei meccanismi fantastici, le leggi non “costanti” dei meccanismi fantastici, le leggi non ancora approfondite dell’invenzione, per renderne l’uso ancora approfondite dell’invenzione, per renderne accessibile a tutti. InsistoInsisto dire dire che, sebbel’uso accessibile a tutti. nel nel che, sebbene il Romanticismo l’abbia l’abbia circondato mistero e gli ne il Romanticismo circondato di di mistero e abbiaabbia creato attorno specie di culto, diil processo gli creato attorno una una specie culto, il creativo ècreativo nella natura umana ed è quindi, processo insito è insito nella natura umana ed è con tutto quel che ne che ne consegue di felicità di quindi, con tutto quel consegue di felicità di esprimersi e di e giocare con con fantasia, alla alla portata esprimersi di giocare la la fantasia, portata di tutti tutti >>. Da questaricerca, che Gianni Rodari ha di >>. Da questa ricerca, che Gianni Rodari ha condotto per molti anni, è nata questa Grammatica condotto per molti anni, è nata questa Grammatica della fantasia, una proposta concreta che in-tende della fantasia, una proposta concreta che intende rivendicare all’immaginazione lo spazio che deve rivendicare all’immaginazione lo spazio che deve avere nella vita di ciascuno. Attraverso le più avere nella vita di ciascuno. Attraverso le più svariate tecniche dell’invenzione, Rodari ci offre con svariate tecniche dell’invenzione, Rodari ci offre con questo suo libro non un «Artusi delle favole» ma questo suo libro non un «Artusi delle favole» ma un efficace ed utile strumento «a chi crede nella un efficace ed utile strumento «a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia ilil suo posto necessità che l’immaginazione abbia suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola». avere la parola». Gianni Rodari (1920-1980): giornalista di professione, Gianni Rodari (1920-1980): giornalista di professione, scrittore per ragazzi, vincitore del Premio Andersen scrittore per ragazzi, vincitore del Premio Andersen (un Nobel per la letteratura infantile), le sue opere (un Nobel per la letteratura infantile), le sue opere sono state tradotte in tutto ilil mondo. Einaudi ha mondo. Einaudi ha sono state tradotte in tutto pubblicato: Filastrocche in cielo e in terra; Favole al pubblicato: Filastrocche in cielo e in terra; Favole al

“Concerto” – Collana Premium Autori Vari “Noi ed io” Millenovecentosessantotto ed altre poesie di Salvatore Malinconico
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Una originale contaminazione di temi politici e privati. Dedicato alla memoria di Angelo Mazzeo, l’evento letterario accoglie ogni anno numerosi partecipanti i Alla parola in pubblico, ottimista e propositiva, corri- quali, spinti dalla comune passione per la scrittura, sponde la difficoltà dell’articolazione verbale nei “mettono in gioco” i propri lavori alimentando, così, soliloqui. Anche lo stile, letterario e talvolta ricercato, quella fucina sperimentale, tipica di quegli ambienti testimonia di un rapporto irrisolto con la tradizione (concorsi, riviste, laboratori…) in cui, da sempre, ci dei “padri”. si ritrova per verificare idee e parole… Un modo Al di là del valore poetico, una testimonianza acco- intelligente e pratico per aiutare gli autori emergenti rata della generazione degli anni ‘70, una generazio- nella difficile, e a volte impossibile, “scalata” verso l’affermazione editoriale. ne capace di tenere fragilità e di terribili durezze. SALVATORE MALINCONICO (Palma Campania - NA, 1954) vive e svolge la sua attività di insegnante a pochi chilometri da Napoli. Ha partecipato attivamente ai movimenti giovanili ed operai della « nuova sinistra ». Ha pubblicato saggi su Marx. Attualmente collabora stabilmente al periodico OFFICINA. “Concerto”, infatti, rappresenta anche l’ennesimo, umile schiaffo morale dato a tutti gli “snob dalla penna aristocratica” che credono in una visibilità basata esclusivamente sugli investimenti di mercato e sulle previsioni di vendita…! Non è una novità nel panorama dei riconoscimenti letterari (già altri concorsi premiano i vincitori con la pubblicazione), ma è pur sempre un coraggioso “fuori programma” che va ad affiancare dignitosamente le possenti pubblicazioni dei mammasantissima dell’editoria.

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