Norme per la collaborazione: la collaborazione è aperta a tutti, esordienti e scrittori editi.

Gli elaborati possono essere inviati, al fine di essere valutati ed eventualmente pubblicati, secondo le modalità di seguito riportate: Rivista letteraria trimestrale autogestita. in formato Organo ufficiale dell’ Associazione Culturale “Nugae” 1)come allegati, elettronica:word, tramite e-mail all’indirizzo di posta scrittiautografi@virgilio.it Presidente: Fabio De Santis 2)utilizzando la posta ordinaria (si consiglia RaccomanSede legale: via G. Guinizelli, 14 Sc. A-22 data con ricevuta) inviando i plichi all’indirizzo della Redazione: 84091 - Battipaglia (Sa) “Associazione Nugae” Direttore responsabile: Alfonso Amato c/o Michele Nigro via G. Guinizelli n.14 Sc.A-22 Direzione, Redazione, Amministrazione: 84091 Battipaglia (Sa) via G. Guinizelli, 14 Sc. A-22 84091 - Battipaglia 3)consegnando i lavori direttamente ai Responsabili di zona presso le sedi distaccate di Modena, Napoli e Roma (vedi recapiti). e-mail : scrittiautografi@virgilio.it I lavori devono essere nitidamente dattiloscritti e firmati, ove non fosse possibile l’invio (decisamente preferibile) di floppy disk o cd-r contenenti i testi in formato word. Non saranno prese in alcuna considerazione per la pubblicazione, per ovvi motivi pratici e per preserRedazione: varle da possibili errate interpretazioni, le opere calligrafiche, indipendentemente dal loro indubbio valore Luigi Carbone; Vito Cerullo; Fabio De Santis; umano e letterario. I testi (escluso in casi particolari Antonia di Dario; Stefania Maccari; Paola Magaldi; individuati dalla Redazione) non dovranno superare la lunghezza di 8 cartelle. Le sillogi corpose (previo conMichele Nigro. senso dell’Autore) saranno suddivise in “sottosillogi” e queste ultime pubblicate su numeri consecutivi della riResponsabile Redazione Modena: vista. La stessa regola verrà applicata ai racconti lunghi, ai saggi e ai romanzi utilizzando una suddivisione Fabio De Santis cell. 347-3098430 in “puntate” degli stessi, concordata con gli Autori e che ne rispetti (nei limiti del possibile) l’eventuale capitolato originario. La Redazione non restituirà il fiabanto@libero.it materiale pervenuto presso la sede del periodico. Si avpubblicare gli Responsabile Redazione Roma (Teatro Fàrà Nume): vale, inoltre, della prerogativa di non con gli Autori elaborati ritenuti inidonei. Condividere le motivazioni della non pubblicazione dei testi non fa Stefania Maccari tel. 06.56.12.207 parte degli obblighi redazionali. Tuttavia ogni richiesta di chiarimenti sarà da noi gradita in quanto costituisce teatrofaranume@libero.it reciproca occasione di crescita umana e letteraria. La riproduzione, anche parziale, della presente rivista, è consentita solo ed esclusivamente dietro autorizzazione Responsabile Redazione Napoli: scritta della Direzione e con la citazione della fonte (ciò vale anche per la pubblicazione su supporti teleLuigi Carbone cell. 340-3471755 informatici quali siti web… ecc.) Gli organizzatori di premi letterari, rassegne o eventi culturali letterari lui77carbone@libero.it che vorranno pubblicizzare i bandi/programmi, tenendo conto che i mesi di pubblicazione del presente periodico Responsabile Redazione Battipaglia: sono Gennaio, Aprile, Luglio, Ottobre, dovranno far pervenire i testi dei bandi/programmi entro e non oltre Michele Nigro cell. 333-5297260 l’ultimo giorno del mese precedente al mese d’uscita. La stessa regola vige (l’alternativa è rappresentata dalla posticipazione dell’eventuale pubblicazione) per quanto mhnigro@tiscali.it riguarda l’invio di scritti in qualità di libero collaboratore (saltuario o continuo). La Redazione si avvale Pubblicità: Paola Magaldi cell. 335-8384148 comunque, a prescindere dal rispetto delle suddette scadenze, della prerogativa di rimandare la pubblicazione Tesoriere: Salvatore Colitti cell. 338-2025760 per motivi differenti: sopraggiunta saturazione del numero; incoerenza dei contenuti per i numeri cosiddetti “a Stampa: Centro copie “Duc@s” tema”; precedenza di pubblicazione per i lavori “a puntate” ecc. La Redazione, dopo attenta e scrupolosa analisi dei testi ricevuti, avvertirà gli Autori prescelti per la via E. De Nicola, 24 - Battipaglia pubblicazione tramite i canali comunicativi attivati dagli Autori stessi. Gli articoli, i racconti e le liriche Registrazione del Tribunale di Salerno: riflettono le opinioni dei loro Autori, che di essi risponderanno direttamente di fronte alla Legge. Gli scritN° 20 del 28/Giugno/2004 ti inviati dovranno essere inediti e accompagnati dalla seguente dichiarazione: “LO SCRITTO INVIATO E’ UN MIO Editore: “Associazione culturale Nugae” PERSONALE LAVORO E NON E’ MAI STATO PUBBLICATO”. Gli scritti pubblicati e inediti sono di esclusiva proprietà degli Autori e fa fede la data di pubblicazione sul preSpedizione in Abbonamento Postale. TABELLA D sente periodico. I lavori degli Autori editi, invece, Autorizzazione DCB/ SA/088/2005 dovranno essere accompagnati da apposita autorizzazione rilasciata dall’Editore di origine. Sono gradite le note Valida dal 16/05/2005 bio-bibliografiche (con o senza foto) di chiunque collabori per la prima volta con il periodico. Chiuso in Redazione: 11 Ottobre 2005 Il Foro di Salerno è competente per eventuali controversie. In copertina:

“Nugae - scritti autografi” ANNO II - N.7 - Ottobre/Dicembre 2005

Foto e grafica di Michele Nigro

Copertine arretrati

Titolo: “Punti di vista” “… angolo verticalmente appuntito di Battipaglia dalla finestra della Redazione di “Nugae”; visuale Ovest-Nord-Ovest. Inizio trasmissioni …!”

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SOMMARIO L’EDITORIALE IL LABORATORIO: “Anatomia di un saggio” Poesie: “Parole con il bacio” (parte seconda) SPAZIO NUGAE: “Il teatro delle emozioni” RACCONTINANI “Frammento teatrale” Poesia: “L’orafo e l’inceneritore” “La lunga decadenza dell’occidente” LA RECENSIONE: “Il mondo sommerso” di J.G. Ballard “Lo shock culturale della scienza e la “Genesi rossa” riVISTE: “Il saggio” SOTTO IL PORTICO CONTROEDICOLA
CONTRIBUTO ANNUALE STAMPA (4 numeri) Tipologia contributi: ORDINARIO ————————————————- € 15,00 SOSTENITORE ——–———————————- € 30,00 BENEMERITO ———————————————- € 50,00 ARRETRATI(1 copia)————————- € 5,00 Libreria Mondadori ANNATA ARRETRATA —————————- € 20,00 Il versamento del contributo può essere effettuato: 1)inviando i contanti in busta chiusa e tramite posta prioritaria (includendo l’indirizzo civico - comprensivo di C.A.P. - presso cui si desidera ricevere il periodico)al seguente indirizzo:
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PAG. M. Nigro V. Cerullo G. Proietti P. Perelli 2 3 5 7 10 T. Castellani L. Carbone A. Piccolomini M. Nigro A. Scacco M. Nigro M. Nigro 13 14 15 23 26 34 38 39 4ª
PUNTI VENDITA “NUGAE - scritti autografi” §§§

fantascienza”

Via Mazzini, 31— 84091 Battipaglia (SA) Edicola Di Benedetto Piazza Amendola - Battipaglia (Sa) Libreria Baol Via Rocco Cocchia,12(zona Pastena)Salerno Libreria Treves Via Toledo, 249/250 — 80132 Napoli

2)versando la quota prescelta sul Conto Corrente n.49914047 intestato a Nigro Michele, via Guinizelli n.14-84091 Battipaglia (Sa); specificando nella causale: <<contributo annuale stampa NUGAE - SCRITTI AUTOGRAFI>> o <<richiesta arretrati:copia/e…del/i numero/i…anno…>> 3)inviando un assegno o un vaglia al summenzionato recapito. Qualunque sia la vs. modalità di versamento, Vi consigliamo di comunicare al più presto il tipo di contribuzione scelta (specificando l’INDIRIZZO CIVICO utile per effettuare il servizio di spedizione) utilizzando il seguente indirizzo e-mail: scrittiautografi@virgilio.it Per ulteriori informazioni: 333-5297260 LA SCADENZA DELL’ANNUALITA’ VERRA’ COMUNICATA TRAMITE APPOSITO AVVISO PERSONALIZZATO INCLUSO NELLA SPEDIZIONE DELL’ULTIMO NUMERO.

Libreria “Il pavone nero” di Evelina Pavone Via Luca Giordano 10/A – 80127 Napoli Libreria “Associazione culturale Porta Saragozza” Via Saragozza 112 - Modena

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L’editoriale
di Michele Nigro
Due, direi, sono gli aspetti salienti di questo numero che ha il compito, tra le altre cose, di chiudere il secondo anno di pubblicazione di una rivista nata come semplice foglio letterario: un prepotente contenuto saggistico e nuove forme di collaborazione redazionale all’orizzonte … Le “schede” de “IL LABORATORIO”, una neorubrica concepita l’estate scorsa come ricorderete dall’editoriale del numero 6, si sono materializzate, grazie al lavoro meticoloso di Vito Cerullo, in un “articolo-pilota” dal suggestivo e, forse per qualcuno, macabro titolo:“Anatomia di un saggio”. Si tenterà di esaminare, pur essendo consapevoli della vastità di tale argomento, “l’apparato saggistico” procedendo, strato per strato, dissezione per dissezione, fino a mettere in evidenza gli elementi base che compongono un saggio. Non ce ne vogliano i puristi della letteratura se commettiamo tale sacrilegio, ma - come ben sapete - la chirurgia e l’anatomia sono fatte così: tagliano, asportano, pesano organi, infilano bisturi nei tessuti più impensati … A corredare tali propositi conoscitivi ci penseranno i due corposi saggi (volutamente non suddivisi in “puntate”) di Piccolomini e del preannunciato Antonio Scacco di Bari che ci illustrerà come rivalutare le potenzialità della letteratura fantascientifica nei confronti dello “shock” disumanizzante di un falso progresso … L’altra novità di questo trimestre è rappresentata dall’iniziazione della presente rivista alla scrittura teatrale: un genere che non avevamo mai ospitato tra le pagine di “Nugae” e che sarà sicuramente gradito da molti di Voi. Per il momento pubblichiamo solo un’ “infarinatura” riguardante i protagonisti e le proposte provenienti dal vivace e variegato mondo del teatro, prima fra tutte un succulento “Premio di scrittura teatrale” indetto, principalmente, dal Teatro Fàrà Nume di Ostia Lido (Roma). La rivista “Nugae” è coinvolta nella presentazione di tale premio non solo per appagare la sua insaziabile curiosità nei confronti delle varie forme di scrittura che incontra durante il suo cammino, ma anche perché avrà il piacere di pubblicare, nel 2006, alcuni dei partecipanti a questa prima tenera edizione! editoriale, sia per il secondo punto della mia polemica). E’ vero: non imponiamo un rigido e dichiarato “pay for publish” (come succede altrove), ma la nostra velata ed amichevole richiesta di contributo non è nient’altro che un appello a condividere, anche economicamente, una passione per la scrittura che, credo, dovrebbe renderci più uniti e solidali. “Nugae”, per chi non l’avesse capito, non è un’area individuata nel bel mezzo delle “acque internazionali” dove ognuno va e scarica il proprio container direttamente in mare! Quindi la sopravvivenza di questa rivista dovrebbe essere vissuta come una sfida nei confronti delle lobby editoriali: se la sfida non v’intriga, ci sono sempre le patinate e colorate riviste delle case editrici di proprietà dei vari managerpolitici. Provate a pubblicare gratis lì…! Secondo punto: l’insensibilità politica nei confronti dei “piccoli gruppi”, ormai, è rinomata a livello interplanetario e non sarò certo io a ribadire determinati concetti. La fauna politica è variegata: si va dagli assessori comunali “senza portafoglio” che instillano tristezza per l’indigenza in cui sono costretti a lavorare, nei loro ufficetti umidi e le “bidelle” che portano un po’ di caffè caldo per arrivare vivi alle ore 13, fino ai politici presenzialisti che sparano promesse a fini elettorali saltando allegramente tra una fiera da inaugurare e qualche decina di trasmissioni televisive in cui riproporre la solita minestrina riscaldata dei fondi dedicati alle attività culturali (quali?) e alle imprese giovanili. “Ist Demagogie…” asseriva Battiato in una delle sue canzoni plurilingue. Ah, che stupido! Dimenticavo!... Le imprese editoriali (se non politicizzate) non fanno testo. L’altra sera mi trovavo alla periferia di un paese vicino Battipaglia: ero sotto l’ombrello perchè pioveva a dirotto tra lampi e tuoni, ero solo e faceva freddo … Nel buio della notte vi era, però, in lontananza un megaschermo che proiettava il solito comizio televisivo del politico di turno, circondato da vallette in uno studio dai colori sgargianti … Il confortevole calore della politica durante le intemperie … Che bello! Se avessi avuto una “pubblicità volante” alle mie spalle, una danzatrice con pitone, qualche androide ribelle da “ritirare” ed un ristorante cinese sulla strada, sarei stato la quasi perfetta copia casereccia del protagonista di “Blade runner” di Ridley Scott. Anch’ io, come Rick Deckard, prigioniero degli scenari post-apocalittici (in tempo di pace) di Philip K. Dick ! L’anno 2019 non è poi così lontano.

Sono stato troppo schematico e formale? Bene: eccovi una polemica calda, calda da portare a casa e su cui meditare. Anzi, due polemiche … La prima riguarda il comportamento insensibile e snob di alcuni Lettori che pensano di poter pubblicare a costo zero le proprie opere su “Nugae”… Chiariamoci su un punto: alle spalle di questo periodico c’è il “nulla”, nel senso che siamo orgogliosamente e quasi volutamente poveri (sia per la nostra giovane età … E se siete religiosi, parafrasate con me la Bibbia: “…Beati i già ricchi e potenti, perché di essi è il regno della

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Il laboratorio “Anatomia di un saggio”
di Vito Cerullo
Fondamentalmente un saggio si compone di due della memoria. elementi principali: testo e note. Leggere, chiariAver dato vita a questa creature a se stessi ciò che si vuole rappresentare, adera di forme, significherà averla guando una forma al contenuto risulterà il primo condannata alla fallibilità, nell’impossibilità (di passo da compiere. Da un’ angolatura che ci semlei) di potersi negare rifluendo in una dimensione brerà congeniale, costruiremo un discorso a sviastorica, atemporale, inscindibile da altre matelupparsi come scatole cinesi, nel senso di scoperte rie. Il punto oscuro della vicenda é da ricercare alimentate da altre scoperte. L’approccio col laforse nell’ardua comprensione di quando e in che voro si porrà in maniera fredda, distaccata, a conmodo tutto comincia. Dopo questa premessa tra trollo dell’emotività; proponendosi un’indagine l’astratto e il reale, procediamo ora all’illustrazioscientifica nell’adozione di un linguaggio neutro a ne di alcune norme comunemente riconosciute in esporre i concetti evitando la frequente tentaziomerito alla tecnica compositiva anche se non ne di cadere nell’esercizio della prima persona, di immuni da qualche criterio d’arbitrareità: riportare il classico: “a me sembra”. Le personali considerazioni assumeranno valenza im1) La personale sintasplicita dentro una si si svilupperà in tonverifica obiettiva, un do (ovvero l’uso del autore aggiunge semcarattere normale) pre poco di suo nelsenza contrassegno di l’impercettibile lievisorta; nel caso in cui tazione, ogni volta, avessimo esigenza di della conoscenza critialternarla con altrui ca. Risulterà originale citazione, adotteremo lo studio che converge le virgolette << >> su un autore o per riportarvi all’inun ‘opera poco divulterno l’aspetto rilevagati; circa lo spessore to. Se per ipotesi, letterario del prodot“Lezione di anatomia” di Rembrandt (1632) rappresentante il celebre l’autore che poniamo anatomista olandese Nicolaas Tulp fra i suoi discepoli. to realizzato peserà la in rilievo per qualche quantità maggiore o parola o rigo, ha minore del materiale bibliografico consultato. esemplificato a sua volta una citazione, risolvereSarà opportuno organizzare il lavoro a priori reamo con le “ ” e suo contenuto dentro le << >> : lizzando delle schede per agevolare secondo scheovvero << “ ” >>. Poniamo un caso: << con la mi il percorso che s’intende seguire. L’illuminaiconicità e il rilievo della statua giacente e desta al zione giusta, per esclamare una parola, una frase “numero chiuso” della “voce” del poeta >>. ricercata, potrà pervenire in qualsiasi momento (Considerazioni di Macrì su Elegos per la danzatrice del giorno; a sedurre persino i limiti confusi dei Cumani di Quasimodo). dormiveglia, fuori dalle canoniche due o tre ore di scrittura diretta che paragoneremmo a una 2) E’ preferibile riportare, a volte, qualche passo falce visibile celante il resto di una luna di riflesdi una poesia, di una prosa o di un testo critico, sione. Un saggio non finisce mai, in considerazioisolandolo all’inizio o al centro della pagina, per ne della possibilità di modifiche affidate a una comodità visive circa un discorso critico che si va seconda edizione; nella primizia del ripensare alla ad affrontare. Se per ulteriori situazioni, a dolce esitante imperfezione ritoccata ogni volta, un ‘esposizione iniziale ci giova non aggiungervi con la levità del pensiero sugli affanni spastici alcune parole, righe, o addirittura pagine… per dello scrivere, e quasi scordata come un sogno includervi poi elementi successivi, useremo i pundimenticato, fidando poi nella rigiurata fedeltà

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ti di sospensione … o la più tecnica soluzione in […] tra le due quantità in essere. (Curiosamente, quest’u1timo dato che concorre a designare la questione, diviene quantità relazionata a quella appena precedente all’ipotetica omissione ai punti di sospensione, qualificandosi come primo esempio pratico. E si potrebbe procedere all’inverso, come si vede, per qualche altro precedente. Se nel primo caso l’omissione ai punti sembra tematicamente dettata per quanto si cerchi di esplicare una norma, nei due successivi episodi appare ritrovata per strada). Per il primo caso, leggiamo: I fiumi come gli specchi sono intercomunicanti. Agri Olona Verde Aniene si mescolano al Livenza (Fiumi come specchi di Sinisgalli) e nel secondo: “Come in un bacio vano/* al freddo dei vetri s’argenta/ la gola… Uomini limpidi vuotano/ le cose nel canto/ al cerulo sogno dell’alba” (Serenata di Gatto) * Il simbolo / sta per fine verso. In proposito, per designare il segno da evidenziare per semplici schede di contesti poetici o altro, si adotta l’asterisco * sulla parola evidenziante da ribadire sul primo termine del successivo contesto

critico di riferimento. (Come illustrato per l’esempio al punto 2). 3) La nota. Con numerazione progressiva (1, 2, 3…) elevata su una nostra parola liberamente esposta, oppure su quella di un autore circoscritta tra virgolette (a voler rimarcare, ad esempio, della linea “antimaterica” seguita da Macrì, sulla “speculazione” dell’ Antimateria bigongiariana, ad originale elaborazione di nota funzionale al testo, motivo strutturale che ci interessa intrinseco a motivo tematico) s’intende segnalare intorno a quel punto qualcosa d’interessante (I) e di cui accennavamo di nostro pugno, in equilibrio all’autorevolezza altrui. Una nota nasce e si sviluppa a partire dalla sorgente del testo, continuità e divisione a un tempo. NOTE (I) di cui è opportuno approfondire alla foce del piè pagina o in appendice, per ovvi motivi di proporzione o di brevità. L’annotazione consente, altresì, delle digressioni a cose apparentemente non pertinenti al tema. Riteniamo, come si è forse notato, di adeguare spiegazione a funzione, consentendo di far “vedere” graficamente l’elaborato scientifico in tutta la sua estensione fisica, convinti che l’esemplificazione di uno schema debba assolvere già a una funzione letteraria, lo è per sua stessa natura. Per la citazione di una fonte, da Cfr. “confrontare”, testa di serie, si rimanda al nome dell’Autore, al titolo in corsivo (se già citato si rinvia a op. cit. “opera citata”, o semplicemente cit. ; se si ritorna su di un identico concetto a un’identica pagina si usa la formula in Ibidem o arbitrariamente Idem, Ivi…) alla città di edizione e anno, alla pagina di riferimento; si evita normalmente la denominazione della casa editrice. Sintomaticamente, l’esempio: (Cfr. O. Macrì, Introduzione a Vittorio Bodini, Tutte le poesie, Nardò (LE) 1997, p.33). ______________

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Parole con il bacio
di Gianfranco Proietti (parte seconda)
POESIA

Voglio scrivere Di morire Domani Se domani Non avrò Un Bacio; E voglio scriverlo Domani Mentre mi baci. °°°

Un Amore Antico È come

Un camino dimenticato.

Con la Fiamma di un Bacio Si può riaccendere. °°°

Un bacio Trova le Ali. Diventa ... Farfalla. Non Si adotta mai A distanza. Convoleremo Dove ... Dove ci pare. Sarò fiore Se rinasco. Ci baceremo ... Ci baceremo viaggiando. °°° No. Se rinasco Sarò bacio. Mi piace Il rosso vivo Presto nasce. E presto muore Anche un Bacio. È per questo Il rosso scarlatto. Allora sarò fiore. No. Sarò bacio. Due semi nel vaso. Sarò fiore? Sarò bacio? Piango. °°° °°°

Che ogni giorno Va rincuorato. °°°

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Per il modico prezzo di un Bacio sono disposto a fare l’ubriaco, e per la più bella canto l’Elisir d’Amore nella pubblica piazza; ma per due mi esibisco anche in una disgustosa serenata Rap. °°°

Margherite Ignote. Figliate In un prato, Stanno A migliaia Sull’esile stelo.

Nacquero mortificate, Furono generate Senza un bacio.

I giovani amanti Scelgono violette

Si suol dire Un giorno sarai baciato dalla fortuna. Nel frattempo, mentre aspettiamo facciamoci baciare dall’amante; facciamoci un valzer sognante e andiamo a caccia di baci. °°°

ori e rose orchidee e gioielli. °°°

Puritana Attacca le tue dita Come cerotti Sulla mia pelle. Un velo di labbra; Ovunque C’è una ferita. Cicatrizzala Con un bacio Saziala. °°°

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“SPAZIO NUGAE”
...Appelli, proposte, eventi… Idee in movimento...
Il Teatro delle Emozioni "Chi è di scena?!" è il segnale con cui il direttore di scena comunica agli attori di una compagnia di prosa che è giunto il momento di fare gli ultimissimi preparativi dietro le quinte e di entrare sul palcoscenico in bocca all'amato e pur sempre temuto pubblico. Da queI momento in poi non più il neon freddo, stranamente rassicurante dei camerini, ma il caldo e terribile fuoco dei riflettori. E quei respiri di un pubblico che c'è ma non si vede. Da quel fatidico "Chi è di scena?!" l'attore è solo sul palco, solo con se stesso e le sue emozioni, solo davanti a tanti occhi che lo scrutano e che gli chiedono "Chi sei?". Un bel respiro, il primo movimento, la prima battuta e da quell'attimo insostituibile di smarrimento iniziale una grande energia si propaga dal palco in platea e viceversa. Lo spettacolo è iniziato. Guardiamo ora lo stesso momento con gli occhi dello spettatore. "Signore e signori. accomodarsi in sala, lo spettacolo sta per cominciare". Le ultime boccate da una sigaretta, l'ultimo sorso di un buon caffè, le ultime chiacchiere con gli amici e la maschera che strappa il nostro biglietto. Ci accomodiamo ai nostri posti. Le luci di sala si affievoliscono, il mormorio si cheta, un attimo di interminabile buio. Si resta soli. I pensieri inevitabilmente vanno a quello che troveremo dietro il sipario ancora chiuso. Ecco, la magia si compie. Il sipario si apre, la musica parte, le luci illuminano la scena, l'attore appare. Lo spettacolo è iniziato. L'attesa di qualcosa che accadrà, che fortemente tutti vogliono che accada, lega indissolubilmente spettatori e attori. È proprio da questa attesa-speranza che qualcosa accada, come magistralmente sottolineato da Brook qualche anno fa in una conferenza al teatro Ateneo, nasce il rito del teatro. Se quel qualcosa accade tutti tornano a casa felici, se no… Ma cosa deve accadere? Gioia? Dolore? Risate? Rabbia o forse amore? Sorriso, dolcezza o pianto? O ancora, sospiri, sussulti oppure abbandono? Tutto o un po' non ha importanza basta che quel momento sia unico, irripetibile, in una sola parola emozionante. E le emozioni, quelle primarie, quelle che ci lasciano soli con noi stessi, non hanno colore, non hanno genere. Esistono e basta. Esistono perché esiste l'uomo. Come il teatro d'altronde. Il teatro è studio e arte, è matematica e letteratura, è scienza ed incoscienza, è pulsante, è tragico, è comico, è drammatico: è come le emozioni. Non è intelligente o stupido. Di serie A o di serie B. Non appare, è. Il mio TEATRO DELLE EMOZIONI è tutto ciò. Un TEATRO coinvolgente, visceralmente coinvolgente, dove lo spettacolo è un rito, in cui il pubblico diventa elemento unico ed insostituibile della rappresentazione. Un Teatro che usa i classici per restituirli alla scena carichi di quel pathos che il nuovo millennio si porta con sé; un Teatro moderno che aborra le urla e gli schiamazzi, che usa la tecnica per meglio arrivare al cuore della gente. Un Teatro fatto da professionisti, un Teatro che guarda al Grande Attore e che respira Arte in ogni suo istante. Un Teatro che non è e non sarà mai commerciale, almeno fino a quando il Bello non verrà considerato importante quanto il Superfluo.

Paolo Perelli - Agenda Teatrale ETI 1997 Regista, attore Direttore della Compagnia “Scenari paralleli”

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Scuola d’Ar te Scenica fondata nel 1989 Scuola per Attori Professionisti diretta da Caterina Filippini

IL LAVORO A PIEDI NUDI: Tutti gli allievi e gli insegnanti lavorano a piedi nudi, infatti, senza l’ausilio della scarpa, bisogna necessariamente entrare in armonia con il proprio corpo, imparando a gestire le “estremità” inferiori di solito trascurate o poco curate. Si impara così a non barare alla ricerca di falsi equilibri e a sentire lo spazio e l’ambiente circostante: la differenza tra una superficie calda, fredda, dura, instabile ecc. LA COMPAGNIA La Compagnia Scenari Paralleli da quindici anni presente sul territorio nazionale nasce in veste ufficiale nell'agosto del 1995, ma vanta i natali già nel 1988 quando un gruppo di giovani attori romani decise di mettersi insieme, lavorando sotto il nome di Compagnia Teatrottantotto. Figure stabili della Compagnia sono il direttore Paolo Perelli, regista, attore e doppiatore, e Caterina Filippini, ballerina coreografa, entrata a far parte del gruppo nel 1996 e presto divenuta una delle colonne portanti della Compagnia. Scenari Paralleli vanta una lunga presenza anche nel territorio del XIII Municipio. Qui, dal 1995 ad oggi, ha messo in scena diversi spettacoli: nello Spazioteatro Scenari Paralleli, al Teatro di Magellano, nel Borghetto di Ostia Antica, alle Terrazze di Casal Palocco, nell'anfiteatro del Parco XXV Novembre... Inoltre, ha organizzato rappresentazioni per le scuole elementari e medie, mentre per le scuole superiori ha anche organizzato manifestazioni, laboratori teatrali e corsi di lettura e scrittura poetica, e poesia. Molti dei lavori Scenari Paralleli, inoltre, sono stati vincitori di premi nazionali, sia per lo spettacolo in sé che per gli interpreti. Alcuni sono, addirittura, arrivati alle finali di alcuni concorsi europei. Le produzioni si contraddistinguono per l'elevata spettacolarità emotiva, grazie all'utilizzo di un linguaggio estremamente fascinoso, dove testo, luci,

GLI OBIETTIVI DELLA SCUOLA: La scuola si propone di formare ATTORI PROFESSIONISTI dall’adeguata PREPARAZIONE TECNICA, ARTISTICA, EMOTIVA, nelle tre discipline base, proprie delle arti sceniche: la RECITAZIONE; la DANZA; il CANTO. Attraverso l’utilizzo di un metodo eclusivo, messo a punto dagli artisti Caterina Filippini e Paolo Perelli, denominato Metodo Didattico Attivo (diretta emanazione della poetica che contraddistingue il Teatro delle Emozioni di Paolo Perelli). Partendo da una approfondita e attenta preparazione atletica, si viaggia attraverso l’affascinante mondo dell’articolazione e della fonazione, per arrivare alla recitazione vera e propria e, infine, al canto. All’interno della scuola figurano anche materie complementari, quali l’acrobatica, la scherma scenica, il musical, il trucco di scena… Il lavoro emotivo è fondamentale, ma agli allievi viene rigorosamente richiesta un’adeguata preparazione tecnica, senza la quale ogni sentimento resterebbe imbrigliato dentro di sé, senza possibilità di essere scenicamente espresso appieno. GLI INSEGNANTI: Gli insegnanti vengono adeguatamente scelti, selezionati e formati secondo il metodo della scuola. Sono tutti artisti professionisti che operano attivamente nel mondo delle arti sceniche, con alle spalle già diversi anni di insegnamento. Ogni materia viene insegnata da un professionista specifico; il quale segue dettagliati percorsi didattici precedentemente pianificati, sulla base delle esigenze di ogni gruppo.

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musiche, danza e allestimento scenografico concordano per la realizzazione di spettacoli che, comici o drammatici che siano, coinvolgono gli spettatori in un appassionato viaggio nelle proprie emozioni. Seguendo una propria poetica e un tipo di teatro che essa stessa ama definire il teatro delle emozioni. Curricula PAOLO PERELLI Regista, attore,adattatore,autore,doppiatore. Dottore in Lettere indirizzo Spettacolo. Studia le Arti Sceniche sin dall’età di 15 anni con i migliori maestri, fra cui citiamo Orazio Costa,Leo De Berardinis, Ugo Ciarfeo e laboratori con J. Grotowskji, P. Stein,E. De Filippo, P. Brook presso l’Idisu. Scrittore,adattatore,regista ed attore mette in scena oltre trenta spettacoli, molti dei quali premiati a livello nazionale, sia come interprete che come regista. Nel 1996 risulta finalista al concorso europeo ‘Caleidoscopio’. Direttore Nazionale, sezione spettacolo e formazione, dell’Unasp (Unione Nazionale Arte e Spettacolo) – di cui ha diretto la rivista ‘In Scena e Controscena’fonda nel 1995 l’Associazione Scenari Paralleli e l’omonimo teatro. Fonda inoltre la Scuola d’Arte Scenica, patrocinata per più anni dal Comune di Roma e nel 1997 scrive l’Agenda Teatrale dell’ETI. Dirige diverse manifestazioni,rassegne,eventi per il Comune di Roma ed alti comuni del Lazio. Dal 1999 al 2005 dirige il Teatro Centrale di Ostia, attualmente dirige la sezione artistica del Teatro Fàrà Nume. Dopo aver insegnato in varie scuole per la formazione dell’attore, insegna ora stabilmente recitazione,dizione,fonazione,articolazione e movimento scenico presso la S.A.S. (Accademia per la formazione di attori professionisti).

CATERINA FILIPPINI Ballerina,pittrice,scultrice. Direttrice della Scuola d’Arte Scenica, dove insegna danza scenica. Studia danza classica, contemporanea e jazz sin dall’età di 7 anni: presso la scuola del Maestro Jo Scibilia dove per quattro anni consegue riconoscimenti come migliore allieva e dove nell’85 ed ’86 vincela borsa di studio; poi presso il Balletto di Roma di Franca Bartolomeie Walter Zappolini, quando, notata dai primi ballerini del Teatro dell’Opera di Roma Patrizia Lollobrigida e Raffaele Paganini, viene indirizzata allo studio professionale della danza. Studia pas de deux e si perfeziona nella danza contemporanea. Si esibisce in varie trasmissioni televisive su emittenti Rai e Mediaset in pezzi di repertorio classico o varietà; si esibisce in diversi teatri…ma la danza fine a se stessa la stanca; si dedica quindi allo studio delle arti sceniche. Studia dizione, mimo, scherma scenica,movimento scenico ed animazione di strada, perfezionandosi poi in interpretazione emozionale e teatro-danza. Dal 1996 entra a far parte della Compagnia Scenari Paralleli con la quale vince premi a livello nazionale e per la quale scrive un testo, finalista al concorso europeo ‘Caleidoscopio’. Dottoressa in Arti Grafiche. Diplomanda in Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove per due anni ha ottenuto borse di studio e che ha patrocinato la sua ‘personale’ di sculture lineari, con performance danzata dal vivo, crede nella globalità dell’arte. Partecipa a mostre di pittura, scultura e grafica, ricevendo consensi da parte di artisti di dichiarata fama. COMPAGNIA SCENARI PARALLELI Ufficio Stampa Pubbliche Relazioni Simone Fioravanti Mobile 338.43.90.140 e-mail : scenariparalleli@libero.it

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Raccontinani
Dopo due giorni di permanenza a Bombay, prendemmo il pullman per Panaji. Quindici ore di viaggio. Il mezzo, un po’ scardinato, aveva un problema ai finestrini: non chiudevano del tutto. Attraversammo la montagna di notte. Il freddo era un rampicante dal finestrino. Il pullman non era a temperatura dei nostri abiti estivi. Fu un viaggio duro. Avanti, sui sedili in prima fila, sedeva un’anziana donna indiana. Facemmo al massimo tre soste. Le aree di servizio erano inservibili; dei bagni pestilenziali che preferimmo solo sbirciare in lontananza, mentre pisciavamo all’aperto. La donna, per tutto il viaggio, non scese mai dal mezzo, né si alzò mai. Alle cinque del mattino, a Panaji, fummo scaricati davanti ad un cumulo di immondizia. Era l’ingresso del nostro albergo, chiuso. Faceva freddo ancora e lì in giro molte cornacchie gracchiavano. Fabio De Santis ni compresi, questi luoghi sono diventati per vecchi e osterie. Quando c’ero, raccoglievo la frutta e andavo a venderla a un minimarket, poco distante; un giorno il padrone dopo scaricato, mi disse: «Domani lascia perdere, ‘ste mele bucate non le vuole nessuno, oggi fanno la spesa con gli occhi, non te la prendere, prova con un banco in piazza». «Perché, lì se la comprano?» ho chiesto. «Mah!... Provaci» ha risposto. E se ne è andato dietro il banco degli affettati. «È qui che si guadagna» mi disse in un’altra occasione. Non ho bestie da macellare ma se le avessi e cercassi di vendere la carne mi sentirei dire che è scura, dura e il resto. Insistere con la frutta, ho capito che era come se cercassi di vendere un vestito indossato da mia moglie, in una sfilata di moda in competizione con le Top Model del momento; lo comprereste un vestito indossato da mia moglie? Pesa ottantasei chili ed è alta per eccesso circa uno e settanta. Questo lavoro mi piace, un paesano alto funzionario mi presentò ad un tizio; con lui andai a colloquiare con un’altra persona e tutt’insieme, credo mi procurarono l’assunzione. Appena arrivo timbro la presenza, mia e di un gruppetto di colleghi (sono l’ultimo arrivato e devo sottostare agli anziani proprio come i soldati di leva); e così il più è fatto. Prendo posto nel mio Office per l’informazione al pubblico; so tutto a memoria, è vero che qualche volta do due risposte diverse alla stessa domanda, ma la gente vuol sapere sempre un sacco di cose e t’induce all’errore, non è vero che la gente vuol sapere troppe cose? È così, non è vero? Poco fa un tizio ha detto che sarebbe andato a reclamare (Dove? dico io). Do io l’informazione, è compito mio, Cristo! Ci sto io all’“Office”! Gianfranco Proietti

“OFFICE” Sentivo dire che il mattino ha l’oro in bocca, io ho un boccone da mandar giù; vado sempre di corsa. Si digerisce alla svelta con uno stomaco agitato, e non vado neanche in sovrappeso, soprattutto non perdo il treno; dal lunedì al sabato è sempre così, anzi, una cosa è cambiata, il treno non arriva più in ritardo, è puntualissimo, e i mattinieri incalliti abituati ad aspettarlo trenta minuti prima come se si trattasse di una bella donna, adesso di sicuro non ci vanno a letto, ma possono scegliersi vagone e scomparto. Il macchinista che si è alzato prima di me, avvia il treno verso la capitale; è là che si va a lavorare, nei nostri paesi tutto è abbandonato, casa e terre-

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Comune di Roma C.F.P Pierpaolo Pasolini Agenzia Letteraria Mondolibro Serarcangeli Editore s.n.c. presentano

Premio di Scrittura Teatrale Fàrà Nume
I Edizione
Il Teatro Fàrà Nume di Roma, in collaborazione con la Casa Editrice Serarcangeli s.n.c. e con l’Agenzia Letteraria Mondolibro, bandisce per la stagione teatrale 2005/2006 la prima edizione del Premio di Scrittura Teatrale Fàrà Nume per testi teatrali inediti. Il Teatro Fàrà Nume, attivo da diversi anni sul litorale romano e punto di riferimento culturale a livello nazionale, nell’ottica di apertura e appoggio nei diversi campi dell’Arte, promuove l’iniziativa del concorso, nata dalla volontà di dare ampia visibilità a nuovi autori, in questo caso facendo un focus su nuovi testi teatrali, sviluppare la cultura drammaturgica presente nelle diverse realtà italiane e straniere, il tutto finalizzato al contatto diretto con case editrici, riviste specializzate e messinscena dell’opera stessa. Il concorso è rivolto ai drammaturghi di qualsiasi età e nazionalità che vogliano esprimersi attraverso corti teatrali, monologhi opere complete e atti unici. La partecipazione al Premio implica l’adesione al seguente regolamento: 1) Al Premio possono partecipare, senza limiti d’età, cittadini italiani e stranieri. 2) Il Premio vede due sezioni di partecipazione: Sez. A Corti teatrali (da 1 a 4 personaggi, durata massima 10 minuti) Sez. B Monologhi, Opere complete, Atti unici (durata massima 70 minuti) 3) I partecipanti possono inviare un’opera per sezione purché inviate separatamente. 4) Le opere inedite, in quadrupla copia e non firmate, devono essere inserite in busta chiusa. Al suo interno dovrà essere presente una ulteriore busta chiusa, dentro la quale dovrà essere inserito Curriculum Vitae o nota biografica, specifica dell’opera se inedita e protetta da diritti SIAE, copia del vaglia postale (vedi punto 6), recapito telefonico e e-mail.

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5) I lavori dovranno pervenire entro il 15 gennaio 2006 alla Segreteria del Premio Fàrà Nume – Via Domenico Baffigo 161 - 00121 Ostia Lido - Roma. 6) La Partecipazione al Premio implica il versamento della quota di €10,00 quale contributo alle spese di segreteria e di organizzazione. Tale quota può essere inserita nella busta interna o inviata tramite vaglia postale a Ce.D.I.A. Centro Diffusioni Iniziative Artistiche - Via delle Sirene 23 00121 Ostia Lido – Roma; indicando nella causale “Partecipazione al Premio di scrittura teatrale Fàrà Nume” e Sezione (A o B) 7) I Testi dovranno essere redatti in lingua italiana o comunque tradotti in italiano. Le opere inviate non verranno restituite. 8) La giuria entro il 15 Febbraio 2006 selezionerà un’opera per sezione: Sez.A : l’opera prima classificata verrà rappresentata nell’ambito della II edizione Corti Teatrali prevista per Marzo 2006 dalla Compagnia Scenari Paralleli. Sez.B : l’opera prima classificata verrà inserita nella programmazione del Teatro Fàrà Nume per la stagione 2006-2007 Sez.A+B : tra tutte le opere partecipanti verranno scelti due lavori, che più mettono in risalto il carattere interculturale e mediatico dell’arte teatrale, per una pubblicazione sulla rivista letteraria trimestrale “Nugae - scritti autografi” . Sarà possibile conoscere l’esito del premio entro il 20 Febbraio 2006 chiamando ai seguenti numeri 06.56.12.207 o 338.43.90.140, tramite mail a teatrofaranume@libero.it Le opere saranno selezionate da una giuria specializzata (Andrea Serafini, Paolo Perelli, Stefania Maccari, Mariagrazia Greco, Pier Paolo Serarcangeli, Antonia Di Francesco, Franco Vivona). Per informazioni: Segreteria Agenzia Letteraria Mondolibro Maria Grazia Greco Tel. 339.48.05.273 Ufficio Stampa .Pubbliche Relazioni Teatro Fàrà Nume Simone Fioravanti Teatro 06.56.12.207 mobile 338-4390140 e-mail simfioravanti@libero.it teatrofaranume@libero.it

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Frammento teatrale
di Teresa Castellani
TEATRO

(La scena si svolge in un parco. Tre donne stanno dialogando mentre passeggiano senza meta. I loro nomi sono semplicemente: Prima, Seconda, Terza.) Prima. Non amo i paesaggi costruiti, mi danno la sensazione dell'artificio. La natura deve essere lasciata libera di esprimersi e di espandersi. Altrimenti è soltanto una costruzione umana che non potrà mai stare alla pari con quanto cresce e prospera in modo libero e spontaneo. Seconda. Io, invece, amo l'ordine e la precisione. Per questo adoro i giardini all'italiana: così curati, in cui nulla è lasciato al caso, ma tutto diviene armonia per intervento dell'uomo. Terza. (Inseguendo un suo pensiero). Avevo una volta un giardiniere, che pretendeva di trasformare il mio giardino in una specie di palude. Diceva: "Signora, in questo punto potremmo scavare e poi convogliare - usava proprio la parola CON-VO-GLIA-RE! - l'acqua del canale qui vicino e creare uno stagno per farvi nascere i fiori di loto." Pensate un po': fiori di loto alle nostre latitudini! Che assurdità! Seconda. Non è poi così assurda questa proposta. I fiori di loto sono bellissimi! Una volta ho sentito questa frase che mi ha colpito: "I fiori di loto nascono nel fango, ma non hanno odore di fango". E si adattano anche alle nostre latitudini! Prima. E' vero, i fiori di loto sono bellissimi, ma nel loro ambiente, dove possono nascere e crescere cullati e protetti dal loro clima, senza artifici umani. (si volta indietro) Ecco, ad esempio, guardate quel punto del parco: l'edera è rigogliosa e il muschio ha ordito una tela talmente fitta, che è impossibile separare la terra dalla vegetazione. In quel punto la natura ha avuto la meglio, per fortuna. Seconda. Tu sei per le cose selvagge, evidentemente. Perché non osservi, invece, quelle meravigliose piante fiorite alla nostra sinistra? Sono slanciate, hanno colori vividi, sono…ecco, sono piante

ubbidienti e grate. Prima. O questa poi! (rifacendole il verso) "ubbidienti e grate!" A chi dovrebbero essere grate? A chi avvelena la terra purché crescano, sia pure con un nutrimento innaturale? Quale gratitudine dovrebbero provare, povere piante artificiali e senza profumo? Terza. (conciliante) Suvvia, non litigate. Godiamoci questa bella giornata! Ecco, guardate! E' passato uno scoiattolo! Prima. E guarda un po' dove si è arrampicato? Sulla pianta dell'edera, non certo su per quei tronchi plastificati. Terza. Ecco, si sta avvicinando un cane. Vediamo quale punto sceglierà per lasciare i suoi liquidi segnali e a chi di voi darà ragione. Prima. Io dico che lascerà il suo ricordo su uno di quei bei tronchi levigati e fasulli. Lascerà lì la sua orina: ma per disprezzo, non per predilezione. Seconda. No, invece. Ha annusato dappertutto, ma non lo soddisfa né l'una né l'altra pianta. Dove si fermerà? Seguiamolo. ( Le tre donne seguono i movimenti del cane ) Prima. (sorridendo). Se n'è andato. Ha girovagato, annusato, osservato, trotterellato, ma non se l'è sentita d'intromettersi nelle nostre filosofiche discussioni. Non ci ha lasciato nessun indizio su come la pensasse. Seconda. (quasi soddisfatta) Bene: questo significa che ciascuna di noi rimarrà della propria opinione. Terza. (tra il serio e il faceto) Dobbiamo dunque ammettere che nemmeno un cane se l’è sentita di prendere in considerazione le nostre idee!

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L’orafo e l’inceneritore
POESIA

di Luigi Carbone

L’orafo e l’inceneritore lavoravano affrontati. L’orafo aveva più tempo per sentirsi disturbato dall’invadente vicino, rivolgeva sovente lo sguardo a quella mole di trambusto. L’inceneritore sera e dì sbuffava e fumava, forte il torace logori da tempo i polmoni. Sin dai primi giorni di lezioni paterne i primi sdegni le prime smanie di cambiamento, l’orafo rifiutò di condivider la valle con quell’orso incancrenito. Impassibile l’inceneritore continuò ad accogliere, mesta costanza, la processione di carri notturni la sua colonna di fumo raccontava con intima modestia la vita inesausta della valle. Le mani dell’orafo accarezzavano ogni domenica membra docili di giovani donne donando nuova luce all’incenso della chiesa al profumo autunnale di viali inseguiti per un giorno senza fretta. Ma la sera riponeva le gioie in segreti nascondigli tributava il quotidiano onore all’inceneritore. L’orafo stesso non poteva sottrarsi a questo rito “Sconcio alimento per un pasto mostruoso”. Gli anni però rapirono al suo sguardo il fulgore dell’oro, cos’era poi quel metallo tante volte sottratto ai torbidi artigli del vicino? Lo sentiva quasi estraneo tra le mani amore plasmato mille volte, trascorso in mille forme. Sempre di più ora, fermo sulla soglia del laboratorio, imparava ad ascoltare la grave cadenza dell’inceneritore a interpretarne il mormorio sommesso, la voce spezzata.

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La lunga decadenza dell’occidente
SAGGISTICA

di Antonio Piccolomini
ma nel-

Nella prefazione alla raccolta di saggi “L’immaginario medioevale”, Jacques Le Goff richiama potentemente l’attenzione sull’impossibilità critica che lo storico incontra nella periodizzazione del passato, e sulla riluttanza che il passato stesso ostenta nel farsi indurre in certi schemi (1). Sarebbe necessario, pertanto, non considerare l’epoca che va dalla caduta dell’Impero Romano fino alla seconda rivoluzione industriale come un periodo composito di molteplici tappe e risvolti, ma piuttosto vedere in tale lunghissima onda un unico e continuo Medioevo, cioè un’età sostanzialmente e complessivamente incapace di liberarsi da alcune strutture e da certe altre sovrastrutture, dal perenne ed uniforme retaggio della svolta che separa il mondo e la civiltà occidentali dal mondo e dalla civiltà greco-romana (2). Si tratta di una tesi ardua, che solo uno storico del calibro di Le Goff avrebbe potuto sostenere. Tuttavia, essa rientra pur sempre nell’ambito di quella scuola di pensiero che vede nella nascita e nella diffusione del Cristianesimo il punto di rottura totale con la civiltà classica – definendo tutto il lasso di tempo compreso tra la nascita di Cristo e la piena affermazione di tale dottrina in Europa, come un periodo di transizione ed incertezza. In realtà, una simile modalità di categorizzazione storica, potrebbe risultare eccessivamente ideologica o, per così dire, deduttiva, fino a degenerare in alcuni atteggiamenti propriamente cristiano-europei che, ad esempio, portano lo stesso Hegel a vedere nella storia greco-romana soltanto un’epoca di armonia ed equilibrio (“lo spirito vero”, “l’eticità pura”) (3), e a considerare punto iniziale del momento costruttivo della triadica dialettica (quello negativo razionale, o propriamente dialettico) soltanto l’affermazione del Dio di Abramo, ovvero quel teocentrismo esasperato che porta l’individuo al rapporto spazio-temporale con un Dio incarnato, alla devozione, all’operosità, alla mortificazione di sé e, infine, al reale riconoscimento della propria identità (4). È naturale che, una storia siffatta, cozza aspramente con un altro tipo di analisi, quella materialistica; tant’è vero che lo stesso Marx, rigettando in toto la visione idealistica della storia, scorge in essa una costante terrena, diveniente e legata al concreto (in quanto tale non metafisica)

lo stesso tempo eterna ed inestirpabile, poiché legata all’uomo ed alla sua natura intrinseca (onde ne viene quel ruolo universale da lui attribuito alla missione del proletariato). Non è pensabile, ritiene Marx, che la storia sia mossa dagli ideali, giacchè tali ideali poggiano essi stessi su di una base dinamica, ovverosia la lotta di classe come conflitto tra fattori produttivi ed organizzazione e distribuzione di tali fattori. Perciò, dice ancora Marx, non è assolutamente vero che il Cristianesimo segna un punto di svolta e di frattura totale con un mondo passato, in quanto questo mondo di ideali si mantiene costante e subordinato ad un altro tipo di cambiamenti, quelli economicotecnologici. Tali cambiamenti, tuttavia, mutano in quanto a forma esteriore, ma non in quanto a sostanza intima, traducendosi, quindi, in un perenne alternarsi di conflitti tra proprietari e lavoratori. La storia, dunque, è storia del conflitto, ed attorno a tale conflitto ruotano gli attributi della dinamica economicosociale e politico-culturale (5). Ciò ha portato a quelle teorie di progresso materiale che, in maniera sincera, i positivisti attribuiscono alla storia (persino Saint-Simon e Spencer, seppur in una visione ciclica, si uniformano a tale corrente), ma che, d’altro canto, deludono l’aspetto spirituale dell’uomo riducendolo ad uno mero fatto biologico (ancora Spencer, con Darwin) o psico-fisico (Lombroso, Fechner e Wundt). Ora, queste due visioni della storia sono, indubbiamente, entrambe valide e rispettabili, ma nello stesso tempo presentano dei punti fragili. O meglio, tentando di metterle insieme, si potrebbe da l’una (il lungo medioevo di Le Goff) ereditare l’idea di un punto di rottura con un mondo passato ed ormai inattingibile, insieme alla visione di un lungo processo che si stende fino al XIX secolo mantenendo sostanzialmente intatte le sue infrastrutture; dall’altra (il materialismo di Marx) l’idea di una uniformità insita in ogni processo storico, che consenta di individuare delle costanti comuni tanto all’età classica, quanto all’età, diciamo così, del lungo medioevo. La costante non è più, però, la lotta di classe, ma l’esistenza di un certo

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tipo di manifestazioni umane che risultano essere espressione di un’organizzazione superiore e complessiva dell’insieme di queste classi stesse, espressione delle loro idee, tutrici dei loro interessi, manifestazione delle loro abilità mentali e pratiche. Esse sono la religione, lo stato e la scienza. Tuttavia, esiste un punto focale, che separa l’esistenza compiuta di un tipo determinato di civiltà dalla nascita e la maturazione di un tipo del tutto nuovo di dinamica processuale. Tale punto non sarebbe da riscontrarsi nella nascita e nella diffusione del cristianesimo, ma nell’affermazione e nella vittoria della rivoluzione scientifica del Seicento, nella sua traduzione in tecnica. Essa segna il punto di svolta da un’età in cui a muovere la storia sono gli ideali, lo spirito, la morale, a un’età in cui ideali, spirito, morale perdono terreno a favore della scienza e della tecnica. Naturalmente, le scoperte scientifiche sono determinanti anche nel medioevo e nell’età classica, ma in entrambe queste età esse sono come messe in ombra, o fatte passare in sordina, da eventi quali le leggi di Solone, i processi a Socrate, le conquiste di Alessandro, le vittorie dell’eloquenza di Cicerone sull’interesse di Catilina, l’ellenismo e la degenerazione dei costumi romani, il mecenatismo, l’editto di Milano, la rifondazione del Sacro Romano Impero ad opera di Carlo Magno, le scomuniche papali, e via dicendo. Eventi principalmente influenti in una storia mossa dagli ideali. Il cambiamento apportato dalla rivoluzione scientifica – che nacque come fenomeno speculativo – è foriero di molteplici novità. Primo fra tutti il relativismo, la perdita dell’identità spirituale, il soggettivismo assoluto, la divinizzazione dell’uomo, il gesuitismo in religione. Da ciò, il carattere pragmatico della verità e il valore utilitaristico della morale; tutte cose che resero l’uomo burattino del factum e, in quanto tale factum si invera nell’esistente, del verum (6). Soprattutto, con la fine del principio di autorità, l’uomo inizia a considerare la propria epoca come superiore a quelle precedenti (7). E, poiché tale considerazione nasce dagli agi materiali derivanti dai ritrovati tecnici, l’umanità sentirà, d’ora in poi, il bisogno ossessivo di progredire da un punto di vista scienti-

fico e tecnologico, se non altro per poter considerare il proprio operato come superiore a quello della generazione da cui egli stesso discende e che lo ha istruito. Se in un decennio del XXI secolo non vi fossero invenzioni, o non venissero scoperti nuovi medicinali, se non si effettuassero esperimenti, non ci si tratterrebbe dal parlare di periodo “di stagnazione”. L’epoca di Breznev, successore di Kruscev alla guida dell’URSS, dovette subire questa depauperante denominazione, anche se solo da un punto di vista economico-sociale; è nell’epoca di Breznev, infatti, che ritroviamo “quei fermenti culturali che porteranno alla rivoluzione di Gorbacev, con la glasnost e la perestrojka” (8). Il modo che abbiamo oggi di rapportarci alla realtà è nettamente diverso dal modo proprio di un uomo greco o medioevale, persino se ci paragoniamo ai più grandi scienziati del tempo, come Pitagora, Euclide o Cartesio; la realtà è per noi tale solo se concreta, verificabile, tangibile o, nel peggiore dei casi, utilizzabile in senso economico. Abbiamo perso il senso della spiritualità interiore ed esterna, ed ogni cosa che riguardi l’anima, ci appare superflua e trascurabile. Il nostro conoscere è inconsciamente scientifico. Uno dei massimi filosofi del Novecento, Bertrand Russell, si fa portavoce di una necessaria razionalizzazione scientifica di ogni aspetto della società, ritenendo che, nel mondo globalizzato, “solo una buona dose di scetticismo potrà lacerare i veli che ci nascondo la verità” e che “nella scienza, dove noi ci avviciniamo di più alla conoscenza, l’uomo poggia sicuro sulla validità delle sue affermazioni” (9). A Russell fa eco il tedesco Popper, il quale sostiene che “elaborare la differenza fra scienza e discipline umanistiche è stato a lungo una moda. Il metodo di risoluzione dei problemi, delle congetture e delle confutazioni, è praticato da entrambe. È praticato nel restauro di un testo danneggiato come nella costruzione di una teoria della radioattività” (10). Popper considera le discipline umanistiche come scienze umanistiche, rilevando come persino la storiografia, nell’antichità, era opus oratorium maxime. In questa grossa meccanicizzazione del mondo, persino l’io viene sezionato, scandagliato, trattato in provetta, tramite il metodo scientifico del parallelismo psico-fisico di Wundt e la psicoanalisi di Freud, tramite la clonazione e la riproduzione assisti-

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ta. Non si pensi, però, che la rivoluzione scientifica sia un termine assoluto; i risultati a cui siamo giunti oggi sono il frutto di una serie di processi lenti e graduali, tramite i quali un moto convettivo ha portato a fondo gli ideali e le sovrastrutture e, contemporaneamente, in superficie la scienza, il materialismo, il pragmatismo e l’empirismo. Uno di questi processi lenti e graduali è il progressivo straniamento dell’artista, la sua impotenza nel modificare il mondo, la sua progressiva alienazione nei confronti dell’oggetto stesso della sua attività, il suo confondersi nella folla. Si ritiene che il decadentismo sia un fenomeno letterario e culturale limitato alla fine dell’Ottocento ed all’inizio del Novecento; in realtà, questa decadenza dei valori spirituali, è un fenomeno inarrestabile e costante che attraversa tutto l’Occidente dalla rivoluzione scientifica in poi, e che presenta sorprendenti tratti in comune con la decadenza della spiritualità greca e di quella romana (11). Dunque, parafrasando Le Goff, bisognerebbe parlare di una “lunga decadenza”, che ancora oggi non sembra aver avuto termine (12). Il neo eletto papa Benedetto XVI ha richiamato l’attenzione del mondo a questi problemi, proponendo un ritorno dell’individuo biologico all’individuo morale tramite un abbandono del relativismo, o meglio dello scientismo, nei valori morali: ”Ragionevole viene considerato soltanto ciò che è calcolabile e falsificabile o provabile nell’esperimento del grande settore delle scienze […] Questo settore appare come l’unica espressione della razionalità, tutto il resto è soggettivo […] Ma se le questioni essenziali della vita umana…sono tutti nella sfera della soggettività, allora non abbiamo più criteri”. Fondamentale è il passo in cui papa Ratzinger afferma: “Coscienza, nella modernità, diventa la divinizzazione della soggettività, mentre nella tradizione cristiana è proprio il contrario, è la convinzione che l’uomo è trasparente e può sentire in sé stesso la voce della ragione stessa, della ragione fondante del mondo” (13). Epurando questo discorso da ogni componente religiosa, estendendo la sua intenzionalità alla figura dell’artista, si capisce come, col tempo e dalla rivoluzione scientifica in poi, lo scrittore, il poeta, l’intellettuale, sono sempre più divenuti incapaci di raccogliere questa ragione fondante del mondo, la quale invece è divenuta privilegio della scienza. E qui è necessario illustrare il rapporto costante che, nell’ambito del mondo classico come nell’ambito del

mondo post-rivoluzione scientifica, si instaura reciprocamente tra la religione, lo stato e la scienza. Freud sostiene che la società odierna sia fondamentalmente repressione dell’istinto sessuale, e che “l’uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale” (14). Ma afferma pure che, tali uomini primordiali, “si propongono di evitare con ogni cura ed assoluta severità ogni rapporto incestuoso. Anzi, tutta la loro organizzazione sociale sembra obbedire, o quanto meno tendere, a questo scopo” (15). Ciò deriverebbe dalla sacralità della figura totemica, animale, pianta o persona, e dalla assoluta necessità della sua verginità. La figura totemica è assicurazione inconscia di uguaglianza formale tra i membri della tribù. Essa altro non è che una trasfigurazione primitiva della nostra figura divina. Dal timore della punizione totemica, nascono numerosi tabù; i tabù dei nemici, i tabù dei sovrani ed i tabù dei demoni. Freud eredita da Wundt queste classificazioni, ma, conclude, la causa fondante e primordiale è, nei fatti, la paura del demone, la quale a sua volta scaturisce da quel fattore che Freud chiama “onnipotenza dei pensieri” e che attribuisce al mondo un valore animistico, che definiamo anche vitalistico o, religiosamente parlando, panico. Infine, Freud dà attualità alle sue teorie ritenendo che “nella società odierna, la persistenza dell’onnipotenza dei pensieri si presenta con la massima chiarezza nel caso della nevrosi ossessiva […] L’onnipotenza dei pensieri si è conservata solo nel settore dell’arte. Solo nell’arte succede ancora che un uomo dilaniato da desideri realizzi qualcosa di simile al soddisfacimento, e che questo gioco – grazie all’illusione artistica – evochi reazioni affettive, come se fosse reale” (16). L’artista della società moderna viene paragonato ad un nevrotico, e questa citazione sembra quasi descrivere nel migliore dei modi il Von Aschenbach del racconto “Morte a Venezia” di Mann. In ogni caso, estendendo il rapporto freudiano all’epoca classica ed a quella post-scientifica, si nota un passaggio da un’onnipotenza dei pensieri ad una profonda sfiducia nel pensiero stesso, che si traduce in una passaggio dalla fede nell’ideale al

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tradimento di tale fede. Dunque, all’interno delle stesse civiltà classiche, è possibile scorgere un mutamento da un’età dello spirito ad un’età del materialismo scientifico, mutamento che porta con sé fenomeni sociali, politici e letterari molto simili a quelli manifestati durante il lento declino che l’idealità ha subito in Occidente a partire dal Seicento. Assistiamo al declino della religione, all’ascesa della borghesia, al trionfo dello scientismo, alla crisi della stabilità dello stato (17). I tre fattori costanti della storia, la Religione, lo Stato e la Scienza, sono tra loro interconnessi da legami peculiari; lo stato non presenta di per sé stesso un’identità né ideologica né fisica, giacchè esso è solo un’ organizzazione indotta (Rosmini). Ciò vuol dire che lo stato esprime le tendenze maggioritarie del modo umano di rapportarsi alla realtà. La religione e la scienza sono, invece, due fattori contemporaneamente presenti nell’individuo, ma stanno tra loro in un rapporto necessariamente gerarchico; uno scienziato non vede mai nel mondo le stesse cose che vi vede un religioso. La religione è un modo assoluto e spirituale di rapportarsi al concreto; la scienza, al contrario, un modo relativo e materiale. Lo stato rappresenta, dunque, una sorta di termine medio tra i suddetti fattori, ed anche la sua politica, la sua ideologia, la sua socialità, ne vengono inevitabilmente influenzati (18). Come nella società moderna siamo passati da uno stato che combatte per la fede, ad uno stato che combatte per il petrolio, così anche nella storia classica possiamo riscontrare una tendenziale degenerazione da una società idealistico-religiosa ad una società in cui affiorano sempre più atteggiamenti materialistici. Lo Stato è un po’ come l’io penso kantiano, o almeno, tale è stato inteso fino all’inizio del Novecento. Non possiamo attribuire alle strutture sociali, politiche ed economiche di un paese un valore noumenico, bensì soltanto un valore fenomenico, risultante dall’interazione interna di tali strutture, e dal carattere sintetico ch’esse presentano come espressione maggioritaria del modo di rapportarsi alla realtà da parte della popolazione civile (vedi introduzione). Queste modalità di autocoscienza della comunità statale si tradurran-

no inevitabilmente nelle direttive adottate dalle sue proprie istituzioni pubbliche (19). In una collettività in cui il 90% dei membri considera sommo bene la comunanza dei beni, l’istituzione rappresentativa adotterà come linea politica il metodo della comunanza dei beni. In una collettività in cui si pensa che la religione non abbia necessità d’esistere, l’istituzione rappresentativa perseguirà una politica improntata all’ateismo. Ma non è possibile concepire l’istituzione rappresentativa in quanto tale, cioè concepire lo Stato come un organo dotato di propria personalità esclusivamente politica e burocratica, a meno che non si voglia ammettere che lo Stato abbia fatto propri alcuni principi, imponendoli, poi, al resto della comunità. A volte, la possibilità di uno Stato capace di evolvere come un organismo a sé stante è ipotizzabile, se non addirittura necessaria; ma, nella maggioranza dei casi, lo Stato è solo un parto naturale di tendenze ed istinti; non ha nulla di proprio, a parte l’eredità del gioco di forze che lo hanno generato in quanto risultato. Alla fine della guerra fredda, come da più parti è stato sottolineato, si è venuto sviluppando un fenomeno inedito e sconcertante: l’unipolarismo delle forze in campo. La Storia antecedente agli anni novanta era sempre stata caratterizzata da uno scontro dialettico tra due o più forze, che si fronteggiavano tanto a livello internazionale quanto a livello, diciamo così, ideologico. Invece, dopo il crollo della Russia sovietica, la potenza statunitense è rimasta l’unica forza attiva sul terreno della dinamica storica, e sotto la sua egida sono rientrati quasi tutti gli altri stati. Essi hanno necessariamente dovuto accettare i due principali fattori che hanno fatto, e fanno tuttora, degli USA una potenza assoluta, ovvero il capitalismo del libero mercato e la democrazia. Di fatto, anche potenze comuniste come la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Comunista di Cuba, sono da annoverare tra i paesi che seguono, se non le direttive, almeno gli esempi americani, adottando una politica di liberismo, mascherata dal vessillo rosso con falce e martello. Al contrario, il mondo che ha perso, cioè l’URSS sovietica, era fondato su principi totalmente diversi da quelli occidentali: la centralizzazione e statalizzazione dell’economia e la dittatura del partito. Ora,

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poiché tali fattori risultarono, ad un certo punto, insufficienti al fabbisogno del mondo oltre-cortina, si tentò di mantenere intatta l’ideologia comunista, aprendo nel frattempo la parte materiale del Paese (la cosiddetta struttura) al metodo “americano”. Lo stesso Hobsbawm rileva, tuttavia, che, non appena la Russia si volse al capitalismo e al capitale straniero, ma anche in concomitanza con la delusione morale provocata dalla glasnost e dalla scoperta delle nefandezze del regime, si ebbe immediatamente il crollo del sistema, che fu per altro un crollo incruento e deciso, senza troppi mezzi termini e ripensamenti. Dunque, come Hobsbawm lascia intendere, ciò che teneva su la Russia, nei primi come negli ultimi anni della sua storia, era il sogno comunista, la fede ed il sacrificio della popolazione civile convinta di lavorare in vista della realizzazione di un paradiso terrestre, fiduciosa nella guida del partito leninista. Coerentemente con ciò, la Russia fu il paese che nel periodo che va dal ’45 al ’91 ebbe il maggior numero di studenti e di scuole, mentre il sistema garantiva l’erogazione di cultura a basso costo e ad alta aspettativa futura (20). Insomma, lo Stato sovietico era, almeno nella mente della popolazione e nella teoria del partito, uno stato ideal-religioso, ed il comunismo rappresentava pertanto una fede, una sorta di sostituto della vecchia chiesa bizantina, non a caso emarginata o ridotta al silenzio. Possiamo dunque dedurre che la contrapposizione tra Stati Uniti e Russia fosse la contrapposizione tra uno stato scientifico ed uno stato spirituale, e la sconfitta del secondo fu sancita dalla sua uniformazione ai sistemi del primo. Tra le due specie di uomini, l’homo occidentalis e l’homo sovieticus, la selezione naturale ha scelto quello meglio conformato alle condizioni socio-ambientali della congiuntura storica contemporanea; oggi l’homo occidentalis è una razza dominante, che si rapporta al mondo in maniera estremamente realistica, che ha rinunciato alla sfera della collettività e di un paradiso futuro, volgendo lo sguardo al solo paradiso finanziario privato, ma soprattutto che porta dentro di sé un corredo genetico estremamente scientifico, che accetta per vero solo ciò che è nuovo, giudica malato o goffo tutto ciò che è vecchio, ritiene valido e degno di attenzione solo entità materiali sensibili, o una dottrina matematica applicabile. Tale

tipo d’uomo non è d’importazione americana, bensì il frutto, il risultato di secoli di storia e di disillusione. È un processo di lunga decadenza dello spirito occidentale che non ha lambito le coste del mondo orientale, né tanto meno quelle del mondo medio-orientale. La Storia dell’ultimo secolo è, per l’Occidente, un concentrato di tale processo, come l’implosiva fase finale di una stella che esaurisce lentamente il suo calore, trasformandosi in un buco nero. Se oggi esiste un vero motivo di contrapposizione tra il nostro mondo e quello mediorientale, esso risiede nell’attrito che si sviluppa tra un mondo fatto di scienza e tecnica, e un mondo fatto ancora di verità e ideale; paesi come l’Iraq, l’Iran o l’Afghanistan, sono fondati sulla consapevolezza ideologica di possedere la verità, in essi l’oggettività della scienza non ha ancora inquinato e deluso l’innocenza dello spirito. La religione è ormai per noi un fatto d’abitudine, per loro un’esigenza di vita. Le nostre armi sono mosse dalla necessità di denaro, dalla sete di potere o, al massimo, dalla paura; ma tale paura stessa nasce dal vedere nei popoli islamici un insormontabile baluardo dello spirito, dove l’arma è mossa dall’ardore di una fede, che noi non conosciamo più. Tra i principali sostenitori di queste tesi v’è il filosofo e sociologo Jean Baudrillard, il quale dice, a proposito del terrorismo, “e così qui tutto si gioca sulla morte, non soltanto attraverso l’irruzione brutale della morte in diretta, in tempo reale, ma attraverso l’irruzione di una morte più che reale, simbolica e sacrificale, l’evento veramente assoluto e senza appello […] tutta la potenza visibile non può nulla contro la morte infima, ma simbolica, di pochi individui […] qualsiasi massacro sarebbe loro perdonato se avesse un senso, se potesse essere interpretato come violenza storica” e infine, ma in maniera molto più significativa “è come se il sistema mondiale operasse un ripiegamento strategico, una revisione lacerante dei suoi valori – come reazione difensiva, parrebbe, all’impatto del terrorismo, ma fondamentalmente rispondendo alle sue ingiunzioni segrete – regolarizzazione forzata del disordine assoluto” (21). Pertanto, vedere un unipolarismo internazionale nella storia contemporanea, è ancora una volta frutto di una visione occidentale, elucubrazione di una mente scientifica, che tende a considerare come “storia” solo ciò che riguarda l’economia, la società, l’ideale asservito all’interesse e la potenza militare. In realtà il bipolarismo esiste ancora, ma è

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molto più sottile; è la lotta del mondo postscientifico dell’Occidente contro il mondo spirituale, ideologico, religioso del Medio Oriente. Solo così possiamo comprendere come sia stato possibile che una potenza quale quella americana, possa essere stata messa in crisi ieri da poche bande di vietcong o, peggio ancora, oggi da alcuni manipoli di fondamentalisti islamici. Potremmo anche dire che, mentre nel mondo occidentale l’ideale è messo al servizio della scienza, nel mondo islamico la scienza è messa al servizio dell’ideale, e dunque si ripresenta in esso una situazione che appartenuta anche a noi in un passato ormai molto remoto (22). NOTE (1) “Certo si può essere d’accordo con Krzystof Pomian nel dire che tutte le periodizzazioni vanno strette allo storico. Così com’è certo che i periodi si accavallano, che esistono sfasature fra i diversi settori della storia umana (economia e cultura non vanno in genere di pari passo) e soprattutto fra le civiltà e le aree culturali. […] Ma nell’evoluzione dell’umanità, almeno per grandi masse, ci sono fasi, sistemi in lento movimento, che forniscono utili punti di riferimento di media e lunga durata e permettono di articolare meglio lo sforzo di razionalizzazione scientifica compiuto dagli storici per addomesticare il passato” (J. Le Goff, L’immaginario medioevale, prefazione). (2) “…propongo un lungo, lunghissimo medioevo, le cui strutture fondamentali evolvono solo con grande lentezza dal secolo III fino alla metà del XIX” (J. Le Goff, L’immaginario medioevale, prefazione). (3) Hegel definisce la Grecia presocratica come “un mondo immacolato, non lacerato da alcuna scissione” (Fenomenologia dello spirito). È bene notare e ricordare, a questo proposito, la ricerca compiuta in Italia dal Leopardi, il cui pensiero filosofico e filologico viene troppo spesso dimenticato a scapito di quello letterario; il sistema ”della natura e delle illusioni” entra in crisi quando egli scopre anche in questo periodo della classicità –

prima dell’avvento del razionalismo socratico – una profonda inquietudine ed un sostanziale male di vivere, anticipando così alcune teorie propriamente nicciane. (4) Tutto ciò porta Hegel ad alcune mistificazioni e ad un ossessiva necessità di far rientrare ogni singolo avvenimento storico nella imponente sistemazione concettuale della “Enciclopedia delle scienze filosofiche”. Il filosofo tedesco sembra non considerare affatto fenomeni come il neo-stoicismo di Seneca e Marco Aurelio, il platonismo di stampo estatico di Filone e Plotino, il giusnaturalismo interioristico e razionale di Alberico Gentile, Althusius e Grozio, le tendenze anti-ottimiste ed anti-progressiste di Rousseau e Mandeville, il deismo di Toland e Clarke, l’estetismo di Baumgarten, la teoria dei cataclismi di Francesco Mario Pagano, il tradizionalismo e l’esistenzialismo dei suo tempi. Ma l’esempio più clamoroso è quello del neo-platonismo e del naturalismo rinascimentale; Hegel sostiene che in questi due atteggiamenti filosofici, l’individuo è privo della coscienza di identità razionale e cerca nelle cose quello che invece dovrebbe trovare in sé. In realtà, ad un’attenta lettura dei testi, soprattutto, di Marsilio Ficino o di Giordano Bruno, ci si rende conto di quanto in essi il senso della razionalità sia profondamente chiaro e visibile, e funga piuttosto da moderatore del senso, ovvero di quella natura “umbratile” che, secondo lo stesso Bruno, è l’unica a poterci mettere in contatto con la divinità. Insomma, in tali filosofi rinascimentali, diversamente da quanto credeva Hegel, è possibile già incontrare quelle disillusione del razionalismo e quella fuga verso la sensualità e la forma che incontriamo in maniera “ufficiale” alla fine dell’Ottocento. (5) “La storia sinora è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri di corporazione e garzoni, in breve, oppressori e oppressi…” (Marx ed Engels, Manifesto del partito comunista). Sembra quasi che la trascendenza platonico-cristiana tra mondo reale e mondo eidetico, diventi in Marx la contrapposizione tra storia di lotta di classi ed era comunista. Ecco perché, fondamentalmente, “il comunismo diventa sempre più un credo, riguardante un futuro paradiso, e sempre meno una maniera di vivere quest’esistenza terrena” (B. Russell, Saggi scettici).

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(6) Significativo, in tal senso il primo, dei quattro precetti logici di Cartesio: “…non accogliere mai nulla per vero che non conoscessi in modo evidente esser tale” oltre che le quattro massime del metodo provvisorio: “La prima era di obbedire alle leggi ed ai costumi del mio paese […] La mia seconda massima era d’essere nelle mie azioni più fermo e risoluto che fosse possibile, e di seguire anche le opinioni più dubbie […] La mia terza massima era di procurare di vincere sempre piuttosto me stesso che la fortuna […] Infine…io mi proposi di sottomettere ad un esame rigoroso le diverse occupazioni che gli uomini hanno in questa vita, per cercare di scegliere la migliore…” (Cartesio, Discorso sul metodo). (7) “Gli uomini del Novecento si ritengono superiori agli uomini di ogni altra età soltanto per il progresso tecnologico e per le scoperte scientifiche che hanno caratterizzato la loro vita” (B. Russel, Saggi scettici). (8) E .J. Hobsbawm, Il secolo breve. Ma lo stesso Rinascimento viene dagli economisti del Novecento ritenuto come un secolo di stagnazione e crisi (Pirenne) o, al massimo, come un periodo di transizione (Hay). In effetti, i fermenti commerciali e capitalistici nascerebbero già nell’ultimo medioevo, ed il loro sviluppo subirebbe un arresto nell’epoca rinascimentale (Sapori). (9) Bertrand Russell, Saggi scettici. (10) Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi, ove egli dice pure, discordando con Russell, che “l’etica non è una scienza” e che “ciò che prima era verità, oggigiorno è, al massimo, certezza”. (11) Giudichiamo l’età cristiana patristica e scolastica come un fenomeno tardo latino, in quanto tale ci appare de facto da un punto di vista puramente letterario spirituale; in tal senso sono visibili i retaggi del mondo classico e della sua cultura. Non dimentichiamo che il decadentismo è un fenomeno esclusivamente iper-strutturale. Non a caso, quelle frange di cristianità che non avevano, per motivi geografici e politici, avuto modo di venire in contatto con la cultura greco-romana, si faranno portatrici di nuove dottri-

ne, come il luteranesimo o il calvinismo, fondate, soprattutto, sull’aspetto attivo della vita, cioè sul lavoro, ed annullando le conquiste interiori del soggetto con la teoria della predeterminazione. Tutto ciò in concomitanza con la rivoluzione industriale e con il dibattito sull’importanza dell’otium. (12) Considerata l’età dei lumi ed il vigore spiritualistico del romanticismo, questa supposizione della lunga decadenza potrebbe far sorridere. Innanzitutto, però, va sottolineato che sia l’illuminismo sia il romanticismo sono movimenti di reazione, il primo in termini di adattamento della ragione ad un nuovo metodo di intendere la realtà, un metodo scientifico che porta, ad esempio, all’empirismo di Locke, all’utilitarismo di Hume, alla filosofia del limite di Kant; il secondo in termini di contrapposizione come rivalutazione del sentimento, dell’impulso, dell’istinto, dell’età pre-razionale e dell’assoluto potere dell’io sul non-io. E poi bisogna notare che, in entrambi questi grossi flussi, la vecchia ragione idealistica e classica è sempre più lontana dalla capacità di indirizzare certi aspetti della vita, ormai proprietà della classe borghese in ascesa, fino a risultare essa stessa da questi condizionata, come visibile nel positivismo (esempio chiaro è che alla teoria del progresso ideale di Condorcet si sostituisce la teoria del progresso scientifico materiale di Comte e Spencer). Dunque, dopo la rivoluzione scientifica, gli ideali e lo spirito continuano a sopravvivere e per un certo tempo rimangono dominanti, ma sono sempre più incalzati, e poi definitivamente sconfitti a fine ‘800, dal materialismo, dal pragmatismo, dallo scientismo. In questo senso il decadentismo di fine secolo è soltanto il punto estremo, o se vogliamo la presa di coscienza, di questo lunghissimo processo di disillusione dell’intellettuale. (13) (J. Ratzinger e Ernesto Galli della Loggia, Dialogo sulla religione). È inoltre curioso notare come, a proposito della globalizzazione, Ratzinger sostenga che esistano fondamentalmente due modi per reagire alla sempre più preponderante dominazione tecnologica dell’Occidente, ovvero l’uniformazione oppure la ribellione. Sono gli stessi due modi in cui la letteratura reagì al positivismo ed al materialismo deterministico di fine Ottocento: la specializzazione

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scientifica del naturalismo, del realismo e del verismo, o le tendenze simbolico-allegoriche in poesia. (14) S. Freud, Il disagio della civiltà. (15) S. Freud, Totem e tabù. (16) ibidem

PREMIO UNGARETTI IL CENTRO STUDI AGORA’ DI ACERRA (NA) BANDISCE IL SETTIMO CONCORSO NAZIONALE “UNGARETTI” PER LA POESIA IN ITALIANO, DIALETTO E HAIKU. PER LE OPERE IN DIALETTO, AD ECCEZIONE DI QUELLO NAPOLETANO, E’ OPPORTUNA LA RELATIVA TRADUZIONE. SI PUO’ PARTECIPARE CON OPERE GIA’ EDITE E CHE ABBIANO PARTECIPATO AD ALTRI CONCORSI. SI POSSONO INVIARE MASSIMO 3 POESIE PER OGNI GENERE, MASSIMO 30 RIGHE OGNUNA, AD ECCEZIONE DI QUELLA HAIKU CHE HA UNA STRUTTURA PARTICOLARE. DI OGNI POESIA OCCORRONO 3 COPIE , UNA SOLA FIRMATA, CON UN FOGLIO A PARTE SUL QUALE VANNO INDICATE GENERALITA’, INDIRIZZO, TEL./FAX, EMAIL. LE OPERE VANNO INVIATE A PIERO BORGO, VIA ZARA - 45 80011 ACERRA (NA) TELEFAX 081 8850793, EMAIL piero.borgo@libero.it . LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE E’ DI 15,00 € , DA INVIARE SOLO IN CONTANTI NEL PLICO. LA SCADENZA E’ IL 31 OTTOBRE 2005 (DATA TIMBRO POSTALE). CHI NON ABBIA SUPERATO I 25 ANNI A QUELLA DATA PARTECIPA AL PREMIO GIOVANI, DEDICATO A “TRILUSSA”. NON INVIARE COPIE DELLA CARTA D’IDENTITA’ MA INDICARE SOLO LA DATA DI NASCITA. LA QUOTA “GIOVANI” E’ DI 10,00 €. TUTTI I PARTECIPANTI DEVONO INVIARE NEL PLICO UNA BUSTA APERTA, AFFRANCATA, CON IL PROPRIO INDIRIZZO SUL DAVANTI. LA MANCANZA DELLA QUOTA IMPEDISCE LA PARTECIPAZIONE AL CONCORSO, QUELLA DELLA BUSTA DI CONOSCERNE L’ESITO. TUTTI SARANNO AVVISATI ENTRO IL 15 DICEMBRE ‘05. LE OPERE NON SARANNO RESTITUITE, I DIRITTI D’AUTORE SONO SEMPRE DEI PARTECIPANTI. NON INVIARE CURRICULUM. SARANNO PREMIATI I PRIMI 3 CLASSIFICATI DI OGNI SEZIONE: IL PRIMO “GIOVANI” PIU’ PREMI SPECIALI DELLA GIURIA. I PREMI CONSISTONO IN ARTISTICHE TARGHE E ATTESTATI GRATIS A RICHIESTA. LA PREMIAZIONE AVVERRA’ A GENNAIO 2006 NELLA GALLERIA FOTOGRAFICA “TINA MODOTTI”, SITA IN ACERRA (NA), PIAZZA MONTESSORI 25 (DI FRONTE ALLA SCUOLA MATERNA MONTESSORI). L’ADESIONE AL CONCORSO COMPORTA LA TOTALE ACCETTAZIONE DI CODESTO REGOLAMENTO. I VINCITORI SARANNO LEGGIBILI SUL SITO WWW.LITERARY.IT. LA GIURIA E’ COMPOSTA DALLA DOTT.SSA ORSOLA IADARESTA (BENI AMBIENTALI E CULTURALI), DAL SIG. ANTONIO GIRARDI (GIORNALISTA RESPONSABILE DEI PROGRAMMI CULTURALI PRESSO L’EMITTENTE TELEVISIVA “TELE FUTURA”, DAL PROF. EUGENIO RUSSOMANNO (DOCENTE DI LETTERE A VITERBO). IL PRESIDENTE PIERO BORGO

(17) Pur avvertendo questa micro-trasformazione interna all’epoca classica (e medioevale), è tuttavia innegabile che, in essa, il lato spirituale dell’uomo venga soltanto indebolito, e non sostituito, da quello materiale, come avviene in Europa a cominciare dal Seicento. Parlando in termini globali, l’epoca classica rimane, comunque, epoca dello spirito e dell’ideale. (18) Intendiamo, per Stato, l’insieme delle organizzazione sociali, politiche ed economiche delle collettività, ma anche l’insieme delle istituzioni ad esse sovrapposte. Le due tipologie di stato (idealistico-religioso e scientifico-materialista) sono contrapposte al punto tale che Marx dirà di Hegel: “lo stato ideale teorizzato da Hegel nient’altro è che la giustificazione metafisica dell’empirico stato Prussiano dei nostri giorni”(K. Marx, Critica della filosofia hegeliana al diritto pubblico). (19) “Hegel concepisce gli affari e le attività statali astrattamente per sé e come loro contrario l’individualità particolare. Ma egli dimentica che l’individualità particolare è umana e che gli affari e le attività statali sono funzioni umane” (K. Marx, Critica della filosofia hegeliana al diritto pubblico). (20) Sebbene tale cultura fosse assolutamente mistificata, soprattutto con riferimento alle teorie di Marx ed Engels, e degli altri “veri” pensatori social-comunisti. (21) Jean Baudrillard, Lo spirito del terrorismo. (22) Dice Baudrillard che i nuovi terroristi sono anche in grado di usare sapientemente la moderna scienza e tecnologia, ad esempio trasmettendo tramite media esecuzioni umane ed amplificando-

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La recensione
di Michele Nigro
“Il mondo sommerso” di J.G.Ballard E’ un romanzo che oserei definire psico-climatologico in quanto l’Autore, scrittore all’avanguardia della narrativa inglese e dotato di un accattivante linguaggio scientifico usato con dimestichezza, utilizza futuri (e, purtroppo, non del tutto inverosimili!) scenari cataclismatici, per analizzare gli stadi mentali involutivi di un gruppo di scienziati alle prese con la perlustrazione di città sommerse. La storia è questa: una sessantina di anni prima alcune tempeste solari hanno causato un surriscaldamento globale che a sua volta ha prodotto lo scioglimento dei ghiacci polari e quindi un innalzamento delle acque a livello planetario. Iguane e piante tropicali hanno invaso le costose suite, ormai allagate, di quei grattacieli che una volta rappresentavano il cuore della finanza mondiale e della vita agiata di popolose metropoli! Ma la fantascienza, come spesso accade, è solo una scusa per parlare d’altro … Infatti, parallelamente a questa trasformazione climatica dannosa, Ballard svolge, focalizzando l’attenzione su alcuni dei suoi personaggi, una “ricerca intima” che non si occupa di surriscaldamenti, piante e rettili, ma evidenzia l’irrefrenabile involuzione dell’essere umano in un ambiente mutato e reso primordiale da eventi relativamente recenti. Il brano seguente, tratto dal capitolo intitolato “Verso una nuova psicologia”, meglio di ogni recensione ci svela non solo il vero obiettivo del romanzo, ma sottolinea chiaramente l’imprinting che Ballard acquisì lavorando per anni in una rivista scientifica e che ne influenzò naturalmente il linguaggio narrativo: “E così lei ha paura che l’aumento della temperatura … stia risvegliando … ricordi sepolti nelle nostre menti?”. “Non nelle nostre menti, Robert. Questi sono i ricordi più antichi del mondo, i codici temporali presenti in ogni nostro gene e in ogni nostro cromosoma. Ogni gradino che siamo riusciti a salire nella nostra scala evolutiva è una pietra miliare fatta di ricordi organici,… Come la psicanalisi si prefigge di ricostruire la situazione traumatica originaria al fine di provocare la liberazione del materiale rimosso, così ora noi stiamo precipitando nel nostro passato archeopsichico, riscoprendo gli antichi tabù e gli istinti primordiali rimasti sopiti per migliaia di anni … Ognuno di noi ha la stessa età dell’intero regno biologico e il nostro flusso sanguigno è immissario dell’immenso oceano della sua memoria collettiva…L’odissea uterina del feto in crescita riassume in sé l’intero passato biologico …”. Il titolo possiede un doppio senso: il “mondo sommerso” è sì un chiaro riferimento alla geografia stravolta di un luogo futuro, ma è anche il nome di una sfida psicologica che prende vita al di là della volontà umana. Pochi i momenti di lucidità scientifica dei personaggi come quelli

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riportati nella citazione. Anche perchè i veri profeti dell’involuzione sono, quasi a voler omaggiare il padre della psicanalisi S. Freud, i sogni: solo chi ne sa interpretare gli intimi messaggi, può dipanare la matassa subcosciente di chi avverte un impulso ma non ne sa dare una spiegazione: la voglia di ritornare ad uno stato primordiale mai conosciuto direttamente, ma presente nei meandri dell’Io. Il termine “archeopsichico” - introvabile nel mio vocabolario ma ampiamente utilizzato dagli psicanalisti e dagli esploratori dell’inner space - è il cuore semantico del romanzo; senza di esso il lavoro di Ballard risulterebbe asservito ai compendi di un’accademica e rigida neurologia. <<D'altro canto, nel notissimo saggio "Which Way to Inner Space" - apparso nella rivista New Worlds nel maggio 1962 - l'autore inglese parla di rinnovamento dei moduli fantascientifici, pensando soprattutto alla tematica temporale, non più intesa come il convenzionale viaggio nel tempo ma piuttosto come artificio utile per mettere in evidenza taluni aspetti della vicenda arcaicocollettiva dell'umanità e mostrare i risvolti psicologici del rapporto tra sensibilità umana e dimensione temporale: “[...]vorrei che la SF elaborasse concetti come zona tempo, tempo profondo e tempo archeopsichico. Vorrei vedere più idee psicoletterarie, più concetti metabiologici e metachimici, vorrei vedere dei sistemi temporali personali, delle psicologie e degli spaziotempi sintetici, e quei remoti ed oscuri semi-mondi che avvertiamo nei dipinti delle personalità dissociate, tutto in completa poesia speculativa e fantasia scientifica.” Insomma, per lo scrittore l'unico grande territorio inesplorato è rappresentato dall'universo interiore dell'uomo che, più dello spazio interplanetario, riserva, a chi vi si avventuri, non poca materia narrativa. >> (1) Le continue notizie sullo stato climatologico del pianeta Terra ci inducono inevitabilmente a riprendere in considerazione le tematiche catastrofiche ed affascinanti di un romanzo scritto nel 1962. Ma non bisogna totalmente abbandonarsi al messaggio calamitoso in esso chiaramente contenuto: Ballard vuole dirci di più … Mentre misuriamo i ghiacci,

le piogge e i livelli marini, dovremmo prendere in considerazione anche l’evoluzione intima dell’uomo, le sue trasformazioni psicologiche, gli impulsi primordiali ricoperti da una lunga serie di strati culturali … Nessuno di noi sa se, un giorno, ci sveglieremo in un mondo come quello descritto dall’Autore, ma l’ipotesi di doverci confrontare con un’ involuzione neurale è senz’altro intrigante. E chissà se tale involuzione non sia già cominciata... (1) tratto dall’articolo <<"Chronopolis" di J.G. Ballard: la città e il tempo>> di Francesco Marroni.

James Graham Ballard è nato nel 1930 a Shangai dove suo padre lavorava. Dopo l’attacco a Pearl Harbor è stato internato con la famiglia in un campo di prigionia e solo nel 1946 è riuscito a tornare in Inghilterra. Ha lavorato per una rivista scientifica, poi si è dedicato alla scrittura. Da Crash, pubblicato nel 1973, David Cronenberg ha tratto l’omonimo film. L’impero del sole, apparso nel 1984, sull’esperienza autobiografica nel campo di prigionia, è stato portato sullo schermo da Steven Spielberg. Dei suoi romanzi Feltrinelli ha pubblicato Super-Cannes (2000), La mostra delle atrocità (2001), Il condominio (2003), Millennium People (2004) e Crash (2004). Il mondo sommerso, del 1962, è uno dei suoi primi libri.

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Premio Letterario Nazionale Mondolibro
(VIII edizione) sez. A) Narrativa edita (romanzi e/o raccolte di racconti editi dal 1/I/1998); sez. B) Narrativa inedita (romanzi e/o raccolte di racconti, max 200 cartelle da 1800 battute); sez. C) Racconto inedito (max 8 cartelle da 1800 battute); sez. D) Poesia edita sez. E) Silloge inedita sez. F) Poesia inedita (dal 1/I/1998); (max 50 poesie); (tre componimenti);
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sez. G) sezione speciale: opere edite e inedite di narrativa, poesia, saggistica, teatro sul tema: Al di là delle barriere di lingua razza religione.Genti e culture diverse: una convivenza possibile. Quote di partecipazione: Euro 20,00 per le sez. A-B -D –E -; Euro 10,00 per le sez. C – F - G Premi: targa e quadro d’autore per le opere prime classificate nelle sezioni A –B – D –E - G; coppe, medaglie, diplomi per le opere ritenute di particolare pregio letterario; diplomi e inserimento on line per vincitori e finalisti delle sezioni C – F - G. Le opere (lavori inediti in forma rigorosamente anonima) dovranno pervenire alla Segreteria del Premio Mondolibro - Via Capo Zafferano n.19 00122 ROMA - entro il 31 gennaio 2006. Le quote di iscrizione dovranno essere versate sul ccp 41781808 intestato a Maria Grazia Greco. Per ulteriori informazioni : Segreteria Premio Mondolibro Agenzia Mondolibro - Via Capo Zafferano n.19 - 00122 ROMA e-mail: info@mondolibro.net cell. 339/4805273

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Lo shock culturale della scienza e la fantascienza
SAGGISTICA

di Antonio Scacco
kit, di fissarne le coordinate storico-culturali, di esorcizzarne gli aspetti negativi e di valorizzare quelli positivi. Partendo da premesse etico-religiose calviniste, lo scrittore e storico inglese Thomas Carlyle così definiva, nel 1829, il tempo moderno: «Se ci chiedessero di caratterizzare con una sola parola questa età che è la nostra, noi saremo tentati di definirla non: l’età eroica, o religiosa, o filosofica, o morale, ma soprattutto: l’età meccanica […]. Non soltanto l’esterno e il fisico è adesso guidato dalla macchina, ma anche l’interno e lo spirituale […]. Gli uomini sono diventati dei meccanismi nella testa e nel cuore, così come nelle mani»4. Differente è, naturalmente, la valutazione della nostra epoca se, anziché respingerla in blocco come fa Carlyle, la si accetta. È, questa, la posizione di Piero Angela, per il quale la soluzione dei tanti problemi suscitati dalla modernità dipende dalla consapevolezza o meno che si ha del principio di Archimede: «In economia, in politica, nella società, continuamente vi sono “corpi” che vengono immersi in “liquidi”, provocando una serie di cambiamenti di livelli e di equilibri: ignorando spesso il principio di Archimede, crediamo che certe “immersioni” possano avvenire senza che il livello salga, o senza che vi siano “spinte” dal basso verso l’alto. In realtà, invece, esistono sempre delle retro-azioni; non soltanto, ma esse sono rese oggi più complesse e più attive proprio dal crescente ritmo di sviluppo delle nostre società»5. Il “future shock” di Toffler È proprio sul ritmo di sviluppo, sui mutamenti rapidi che avvengono (a volte, a velocità esponenziale) nel mondo d’oggi, che è rivolta l’attenzione del sociologo americano Alvin Toffler. Egli nota che, quando un individuo è sottoposto a mutamenti eccessivi in un breve arco di tempo, va incontro ad un particolare malessere: lo “shock da futuro” (future shock). Quale il rimedio? Quello di invertire lo specchio del tempo: «In precedenza, gli uomini hanno studiato il passato per gettar luce sul presente. Io ho capovolto lo specchio del tempo, persuaso che anche un’immagine

Il rapido progredire, oggi, della scienza e della tecnologia sottopone l’uomo, nel breve volgere della sua esistenza, a una serie di mutamenti così inattesi, profondi e molteplici che, in passato, si verificavano solo nell’arco di centinaia di anni. Afferma Asimov che «prima dell’Ottocento erano esistiti i cambiamenti, ma erano stati così impercettibili da non avere alcuna influenza sulla vita dei singoli individui […] prima dell’epoca moderna, il futuro era per l’umanità esattamente identico al presente»1. La visione del mondo era, per l’uomo del passato, del tutto rassicurante, tanto che l’umanista Carolus Bovillus poteva dire: «Hunc mundum haud aliud esse quam amplissimam hominis domum»2. L’avvento della scienza moderna sconvolse sin dalle fondamenta tale concezione prescientifica. L’uomo, un naufrago nell’oceano dell’Universo? Secondo uno dei più famosi astronomi contemporanei, Harlow Shapley, lo scardinamento della visione antropocentrica del mondo si è attuato attraverso una serie di “sistemazioni” successive. La sistemazione più importante, e più nota, fu dovuta a Copernico, il quale rimosse la Terra – e l’uomo – dal centro dell’Universo per sostituirvi il Sole. Ma dopo tre secoli, si scoprì che neanche il Sole è al centro dell’Universo. Un’altra sistemazione si rese, dunque, necessaria: passare cioè dall’eliocentrismo al galattocentrismo. Infine, la sistemazione più radicale. Poiché le osservazioni astronomiche contemporanee ci dicono che le galassie si allontanano sempre di più le une dalle altre, l’idea stessa di un centro è da escludere del tutto. La sconfortante conclusione è che l’uomo è come un naufrago nello sconfinato oceano dell’Universo, senza alcun punto di riferimento: egli «[…] diventa periferico tra i miliardi di stelle della sua propria Via Lattea; e d’accordo con le rivelazioni della paleontologia e della geochimica, è classificato come una recente, e forse effimera manifestazione nell’eternità cosmica»3. Letterati e studiosi hanno cercato di dare una definizione dell’epoca moderna, di tracciarne un’identi-

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convincente del futuro possa prodigarci penetrazioni preziose dell’oggi. Ci riuscirà sempre più difficile capire i nostri problemi personali e pubblici se non ci serviremo del futuro come di uno strumento intellettuale»6.Ma quando i pericoli vengono non più dall’esterno, come nelle epoche passate, ma dall’interno della stessa organizzazione sociale, come si fa a non parlare di società del rischio? È la tesi portata avanti dal sociologo Niklas Luhmann, per il quale la definizione di cui sopra è dovuta «soprattutto agli sviluppi tecnologici rapidi in campi che si avvalgono del contributo scientifico della fisica, della chimica e della biologia. Più di qualsiasi altro fattore, l’espansione immensa delle possibilità tecnologiche ha contribuito a far sì che l’attenzione pubblica si rivolga ai rischi ad essa connessi»7. Tuttavia, la “civiltà delle macchine” non ha prodotto solo guasti ambientali o nevrosi individuali e collettive ma, modificando il modo di pensare e di esperimentare lo spazio e il tempo, ha dato anche vita a inedite forme artistiche. Secondo lo storico Stephen Kern, molte espressioni letterarie prodotte nel periodo che va dal 1880 all’inizio della prima guerra mondiale, si spiegano con la diffusione delle nuove tecnologie: «James Joyce era affascinato dal cinema e nell’Ulisse tentò di ricreare nelle parole le tecniche di montaggio usate dai primi autori cinematografici. I futuristi adoravano la tecnica moderna e la celebrarono nelle arti e nei manifesti. Parecchi poeti scrissero poesia “simultanea”, come risposta alla simultaneità dell’esperienza resa possibile dalla comunicazione elettronica […]. Altre tecniche fornirono metafore e analogie per le strutture in mutamento della vita e del pensiero»8. La valenza umanistica della scienza Gli autori fin qui citati non si limitano solo a tracciare la diagnosi dei mali del nostro tempo, ma si sforzano anche di indicare delle possibili terapie. In realtà, la crisi culturale che attanaglia la società occidentale non è del tutto priva di una via d’uscita, come denunciavano, nel ventennio tra le due guerre, certi famosi saggi: Il tramonto dell’Occidente di Spengler, La fine dell’epoca moderna di Guardini, La crisi della civiltà di

Huizinga, ecc.. Secondo il fisico e filosofo Enrico Cantore, ricercatore di primo piano all’Institute of Scientific Humanism di New York, se infatti è la scienza all’origine della crisi d’identità di cui soffre l’uomo moderno, tuttavia è essa stessa a spingerlo – facendogli scoprire aspetti di se stesso (autoscoperta) che prima, nell’era prescientifica, ignorava - ad una maggiore umanizzazione (autoaffrontamento). Una valutazione, pertanto, della condizione umana nell’era della scienza «non dovrebbe limitarsi alla crisi di identità. Più specificamente e più profondamente si deve parlare di crisi di crescita»9. Vediamo, adesso, le varie ipotesi, che gli autori da noi citati formulano, per risolvere i problemi che affliggono l’homo tecnologicus. Quel che sorprende, dal nostro punto di vista, è che tali ipotesi trovano riscontro, a volte implicitamente, a volte esplicitamente, nella narrativa di fantascienza o science fiction. Thomas Carlyle, ad esempio, parla di «un doloroso scontro senza confini del nuovo con il vecchio […]. È verso una libertà superiore alla mera libertà dall’oppressione dei suoi simili, che l’uomo oscuramente mira»10. È uno scenario, quello tracciato da Carlyle, che fa da sfondo a tante opere di fantascienza: si pensi a La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) di Clarke, dove il protagonista lotta contro i tabù della sua gente. A sua volta, Piero Angela indica, quale strumento in grado di affrontare il futuro, la «simulazione mentale»11, idea presente in L’uomo stocastico (The Stocastic Man, 1975) di Robert Silverberg. Infine, l’esigenza avanzata da Niklas Luhmann «di assicurare contorni di trasparenza in un mondo che con la prassi dell’osservazione di secondo ordine è divenuto intrasparente»12, non costituisce forse il tema dominante della produzione narrativa di Philip K.Dick? Ma l’autore in cui il riferimento alla science fiction è fatto senza perifrasi, è Alvin Toffler. Egli riconosce la capacità immunizzante della fantascienza contro la malattia del nostro tempo, il future shock, e scrive: «Non possiamo avvalerci, in questi corsi, di una letteratura del futuro, ma disponiamo di una letteratura sul futuro, consistente non soltanto nelle grandi utopie ma anche nella fantascienza contemporanea […]

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la fantascienza ha un valore immenso come forza per ampliare la mente in vista della creazione dell’abitudine di prevedere il futuro. I nostri figli dovrebbero studiare Arthur C.Clarke, William Tenn, Robert A.Heinlein, Ray Bradbury […]»13. Il pensiero di Toffler non poteva non trovare rispecchiamento nella narrativa fantascientifica. Ad esempio, l’inglese John Brunner, in una breve premessa al suo romanzo Codice 4GH (The Shockware Rider, 1975), dichiara: «Coloro che, come me, aspirano a raffigurare in termini di narrativa gli aspetti del futuro […] non tirano a indovinare. Spesso sono debitori – e in questo caso io lo sono specificamente – nei confronti di coloro che analizzano le illimitate possibilità del domani per fini pratici […]. L’ambientazione di Codice 4GH deriva in buona parte dallo stimolante studio Future Shock di Alvin Toffler». Fermate il mondo! Voglio scendere Ma è nel racconto di Raphael A.Lafferty, La lunga notte di martedì (Slow Tuesday Night, 1970), che i concetti di velocità esponenziale dei cambiamenti e di shock da futuro trovano una puntuale e magistrale esemplificazione. Nel futuro viene scoperto il modo di rendere le decisioni della gente più rapide ed efficienti. Quello che in passato richiedeva mesi o anni, ora richiede solo un breve intervallo di tempo. In un periodo di otto ore, una persona può intraprendere e concludere una o più carriere, tutte ugualmente complicate e impegnative. Quasi in modo istantaneo si formano e si dissolvono immensi imperi finanziari e opere dell’ingegno o invenzioni, in pochi attimi concepite e lanciate sul mercato, con altrettanta celerità l’obsolescenza. Ecco come un filosofo compone la sua opera: Un uomo pensoso, di nome Maxwell Mouser, aveva appena prodotto un’opera di filosofia attinica. Aveva impiegato diversi minuti a comporla. Per scrivere lavori di filosofia si usavano gli abbozzi flessibili e gli indici delle idee; si regolava l’attivatore perché distribuisse la tecnologia desiderata in ciascuna sottosezione; si ricorreva all’inseritore di paradossi e al miscelatore di analogie sorprendenti; si calibrava il taglio particolare dell’opera e l’impronta della personalità. Doveva per forza venir fuori un buon lavoro, perché

l’eccellenza era diventata il minimo automatico per produzioni del genere. - Spargerò qualche ciliegina sulla torta, - disse Maxwell, e abbassò l’apposita leva. Questa fece piovere manciate di parole tipo “ctonico”, “euristico” e “promizeidi” attraverso tutta la stesura, così che nessuno potesse dubitare che si trattava di un’opera di filosofia14. Per effetto dell’andamento vorticoso che ha assunto l’esistenza della collettività umana, all’interno di essa si sono create tre microstrutture sociali, ben distinte e parallele; gli Albiani, che svolgono le loro attività dalle quattro a mezzogiorno, i Meridiani, che lavorano da Mezzogiorno alle venti, e i Notturni, dalle venti alle quattro del mattino. Ognuno di questi organismi disfà ciò che l’altro ha precedentemente lasciato: ad ogni cambio di turno, edifici di centinaia di piani vengono costruiti, occupati, abbandonati, e ancora demoliti per fare posto a strutture più moderne. Solo degli esseri mediocri avrebbero utilizzato una costruzione abbandonata dai Meridiani o dagli Albiani o dai Notturni. Sicché, nell’arco di otto ore, la città cambia radicalmente aspetto non una, ma più volte. E la vita affettiva delle persone come è regolata? In una realtà sociale così profondamente alienata come quella descritta da Lafferty, dove massificazione e consumismo, omologazione culturale e deresponsabilizzazione umana dettano legge, non ci può essere spazio per i sentimenti autentici. L’amore può nascere in un contesto che favorisca il sorgere di interiorità aperte all’incontro e al dialogo con l’altro, mentre l’appiattimento unidimensionale del senso della vita al semplice soddisfacimento di sensazioni epidermiche o al conseguimento di posizioni sociali di prestigio, non può che condurre all’isolamento o a incontri anonimi e frustranti del seguente tenore: Ildefonsa Impala, la donna più bella della città, era sempre interessata ai nuovi ricchi. Andò a trovare Freddy verso le otto e trenta. La gente decideva in fretta, e Ildefonsa, arrivando, aveva già preso la sua decisione […]. L’amore, per Ildefonsa e il suo sposo, era stato una cosa fulminea e consumante. Inoltre, avevano prenotato soltanto la luna di miele di lusso da un’ora. Freddy avrebbe voluto continuare la relazione, ma Ildefonsa lanciò uno sguardo a un indicatore di tendenza. Il modulo a mano avrebbe mantenuto la sua popolarità soltanto per il primo terzo della serata. E Freddy Fixico non era uno degli

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uomini di successo assidui. Riusciva a fare una bella carriera soltanto una sera alla settimana, in media. Per le nove e mezzo erano già tornati in città e divorziarono presso la Corte delle Cause Piccole15. Dall’etica alla metafisica Dai pochi esempi fin qui citati, si può fondatamente sostenere che la fantascienza è, per i giovani, veramente una chance per il futuro; né si possono considerare esagerate le belle, appassionate parole pronunciate da Robert A.Heinlein nel corso di alcune lezioni tenute all’Università di Denver nel 1957: «In senso generale, tutta la science fiction prepara la gioventù a vivere e sopravvivere in un mondo di perenne mutamento, insegnando che il mondo cambia. Più in particolare, la science fiction sottolinea il bisogno di libertà di pensiero, e l’ansia della conoscenza»16. Anche uno studioso del calibro di Gillo Dorfles ha sostenuto che non tutti gli scrittori di fantascienza sono «consapevoli di agitare problemi così rilevanti e cruciali; i più anzi li ammanniscono, inconsciamente su “ordinazione” perché è risultato da numerose inchieste qual è il pasto fantastico che le masse trovano più sapido e allettante». Tuttavia, «molti [dei loro] libri (e dei film o dei fumetti da essi tratti) sono effettivamente creati a buon fine, mirano cioè a ristabilire i valori d’una morale prevalentemente sana e saggia»17. Le parole di Dorfles ci spingono a soffermare la nostra attenzione su un aspetto particolare della crisi della modernità che, come gli altri aspetti sopra accennati, trova rispecchiamento nella science ficiton: la religione. Partiamo da una premessa: nella storia dell’umanità, non c’è stato mai alcun popolo che si sia professato ateo. Tutti hanno ammesso l’esistenza di Dio, anche se a volte lo hanno confuso, come i primitivi, con le forze della natura (jerofanie) o, come gli antichi greci e romani, gli hanno attribuito azioni e sentimenti umani (antropomorfismo). Afferma Ildebrando A.Santangelo: «Il problema dell’Universo si riduce a questo dilemma: o è la materia che produce l'intelligenza, cioè il meno che produce il più; o è l’intelligenza che produce la materia, cioè il più che produce il meno. Nel primo caso non c'è intelligenza che organizza e progetta, non ci possono essere leggi, ma soltanto il caos, il corso della forza

cieca e quindi della violenza, dell'ineluttabilità, del fato, e, giunti all'uomo, dell'odio; io stesso sono il prodotto del caso e di istinti. Nel secondo caso c'è il corso dell'intelligenza che vuole, che organizza, che fa le leggi, che sceglie, e quindi, giunti all'uomo, c'è il corso dell'amore; io stesso, in tal caso, sono il prodotto e la scelta di un amore infinito contro tutte le forze cieche e le forze del male che non avrebbero permesso o voluto che io esistessi. Ora abbiamo visto da per tutto un ordine, delle leggi, dei fini o scopi da raggiungere: ciò rivela un Creatore Ordinatore» 18. La presenza della religione, specialmente di quella cristiana, non può non avere un influsso benefico sulla società come ci documenta il seguente brano di Frederik B. Artz, citato da Erich Fromm in Avere o essere?: «Per quanto riguarda la società, i grandi pensatori medioevali ritenevano che tutti gli uomini siano uguali agli occhi di Dio e che anche i più umili siano dotati di infinito valore. In campo economico, insegnavano che il lavoro è una fonte di dignità, non già di degradazione, e che nessuno dovrebbe essere usato per scopi indipendenti dal suo benessere, mentre salari e prezzi dovrebbero venire stabiliti secondo giustizia. Nella sfera politica. insegnavano che la funzione dello stato è morale, che la legge e la sua amministrazione dovrebbero essere compenetrate dagli ideali cristiani di giustizia, e i rapporti tra governanti e governati fondarsi sulla reciprocità. Lo stato, la proprietà e la famiglia sono, in questa concezione, affidati da Dio a coloro che li gestiscono, e vanno quindi usati per favorire i disegni divini. Infine, l’ideale medioevale comportava la ferma credenza che tutte le nazioni e tutti i popoli sono parte di un’unica, grande comunità19. La scienza è nemica della metafisica? Purtroppo, con l’avvento della scienza, l’equilibrio culturale e politico del Medio Evo andò in frantumi. La scienza acquistò, come abbiamo visto più sopra, un’importanza così rapida e invadente, che cominciò a respingere da sé (specialmente sotto l’influsso del positivismo e dello scientismo) tutte quelle forme di vita e di

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pensiero che le erano estranee, tra cui in primis la religione. Bisogna però aggiungere che l’azione di compressione esercitata dalla scienza nei confronti della religione, non è qualcosa di preordinato. La scienza non è necessariamente nemica della metafisica, anzi, come afferma B. d’Espagnat, è «la fisica [che] rianima la metafisica». La responsabilità del divorzio tra scienza e religione ricade, in ultima analisi, sull’uomo. Questi rifiuta lo sforzo di un maggiore impegno etico che le mutate condizioni storico-culturali gli richiedono, e, stordito dal sogno di un’illimitata potenza che la scienza sembra prospettargli, è trascinato in un vortice travolgente, come in una reazione a catena, che «[…] spinge l’uomo a utilizzare la scienza per aumentare la sua potenza, a sua volta utilizzata per ottenere dalla scienza nuovi frutti. Si tratta di una specie di ebbrezza che oscura lo sguardo e lo distoglie da altri orizzonti. Ne consegue un’atrofia progressiva delle facoltà e della vita puramente interiore, tutti elementi costitutivi del clima indispensabile alla fede religiosa. La stima esclusiva dell'efficacia materiale nata dalla scienza vincola il cuore alle realtà puramente terrene e materiali, e poco alla volta lo rende impenetrabile al mondo divino. Questo, infatti, suppone innanzitutto un impegno personale di fronte a Dio, una comunione interiore con una realtà che si manifesta soprattutto nel silenzio del cuore: tutte cose estranee al mondo nato dalla rivoluzione scientifica»20. L’inaridimento del senso religioso non può non avere conseguenze negative per la convivenza umana. Anzi, a ben riflettere, l’attuale crisi della modernità dipende proprio dall’eclisse del sacro, come evidenziano le seguenti parole del filosofo Nicola Abbagnano: «Quando viene meno l'uomo come unità di misura di ogni cosa, ecco che comincia il regno dell'arbitrio, della sopraffazione, perfino del genocidio legalizzato. È il regno in cui Robespierre dà la mano a Stalin, Hitler strizza l'occhio a Pinochet. Qua si uccide un uomo perché è “rosso”, là lo si massacra perché è “nero”. Ma la logica che fa scattare la spirale mortifera è sempre e dovunque la stessa. Quando Dio è stato schiodato dal cielo della trascendenza e negato e dissolto dall'immanenza, sul trono rimasto deser-

to si è assiso non l'uomo concreto, ma un'entità astratta che ha usurpato il suo nome. È allora che ogni freno è caduto e che si è aperto il varco all'irrompere nella storia di ogni ignominia»21. Un esempio di fantascienza religiosa Il romanzo di fantascienza che mette in risalto il valore della religione per una convivenza umana degna di questo nome, è Un cantico per Leibowitz (A Canticle for Leibowitz, 1959) di Walter Miller Jr. Vi si narrano le vicende dei frati di San Leibowitz, uno scienziato convertito che ha fondato l’ordine monastico con lo scopo di salvare i pochi libri rimasti dopo una catastrofe nucleare, di tramandarli alle generazioni future e di far così rinascere la civiltà umana. Alla maniera dei monaci benedettini, anche quelli leibowitziani copiano e impreziosiscono di miniature i libri, che vengono detti “Memorabilia”. Alla fine, la civiltà ritorna al suo antico splendore, ma l’umanità è rimasta schiava dei vecchi vizi morali. La Terra è nuovamente sconvolta – e questa volta definitivamente – da un altro olocausto nucleare, e i monaci di San Leibowitz, con uno sparuto gruppo di terrestri, partono a bordo di un’astronave verso un altro sistema planetario, per portare in salvo la fede e la cultura. Il messaggio religioso del romanzo di Miller è stato spesso frainteso dai critici, i quali hanno puntato la loro attenzione soprattutto sui risvolti politici e culturali della vicenda22. Secondo noi, l’Autore ha voluto principalmente dire che, senza una visione religiosa e trascendente della vita, ogni costruzione umana è fondata su basi fragili e, prima o poi, come un colosso dai piedi d’argilla, è destinata a crollare. Vengono alla mente le parole di Fromm a proposito di un falso idolo che l’uomo d’oggi si sarebbe creato, la “religione cibernetica”: «[…] l'uomo ha fatto di se stesso un dio avendo la capacità tecnica di una “creazione seconda” del mondo, sostitutiva della prima creazione a opera del dio della religione tradizionale. O, per dirla altrimenti: abbiamo fatto della macchina un dio e ci siamo resi simili a dio servendo la macchina […], noi cessiamo di essere i padroni della tecnica per diventarne invece gli schiavi, e a sua volta la tecnica […] rivela l’altra sua faccia, quella di dea della distruzione (come la Kalì degli indiani)

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[…]. Mentre a livello conscio continua ad aggrapparsi alla speranza di un futuro migliore, l’umanità cibernetica rimuove l’evidenza del fatto che è divenuta l’adoratrice della dea della distruzione»23. Ritornando al romanzo di Miller, c’è un brano che, secondo noi, mette bene in evidenza l’idea che la scienza senza la fede non può non ritorcersi contro l’uomo: Don Paulo non aveva preteso di convincerlo. Ma fu con il cuore pesante che l’abate notò la paziente condiscendenza con cui il thon lo ascoltava: era la pazienza di un uomo che ascolta un argomento che ha da molto tempo confutato con propria soddisfazione. - Ciò che consigliereste in realtà, - disse lo studioso, - è che noi aspettiamo ancora un poco. Che sciogliamo il collegium, o che lo trasferiamo nel deserto, e in un modo o in un altro – senza possedere oro o argento – facciamo rivivere una scienza sperimentale e teorica, in un modo lento e difficile, senza dirlo a nessuno. Che noi salviamo tutto per il giorno in cui l’Uomo sarà buono e puro e santo e saggio. - Non è questo che intendevo… - Non è questo che intendevate dire, ma è ciò che significa quello che avete detto. Tenere la scienza chiusa in un chiostro, non tentare di applicarla, non tentare di far nulla fino a che gli uomini non saranno santi. Ebbene, non andrà. Voi lo avete fatto qui, in questa abbazia, e per intere generazioni. - Noi non abbiamo nascosto nulla. - No, non l'avete nascosto; ma vi ci siete seduti sopra, cosi quietamente, e nessuno sapeva che era qui, e voi non ne avete fatto nulla. Una breve collera lampeggiò negli occhi del vecchio ecclesiastico… - Devo leggervi un elenco dei nostri martiri? Dovrò citarvi tutte le battaglie che abbiamo combattuto per serbare intatti questi documenti? Tutti monaci diventati ciechi nella copisteria? per il vostro bene? Eppure voi dite che non ne abbiamo fatto nulla, li abbiamo nascosti nel silenzio. - Non intenzionalmente, - disse lo studioso, - ma in effetti voi l'avete fatto... e per gli stessi motivi che, come voi sottintendete, dovrebbero essere i miei. Se voi tentate di salvare la saggezza fino a che il mondo diventerà saggio, Padre, il mondo non l’avrà mai.

- Capisco che l’incomprensione è radicale! – disse burberamente l’abate. – Servire prima Dio o servire prima Hannegan… questa scelta spetta a voi. - Ho poca scelta, allora, - rispose il thon. – Vorreste forse che lavorassi per la Chiesa? – Il sarcasmo nella sua voce era inconfondibile24. La rivalutazione dell’immaginazione Oggi, alle soglie del terzo millennio, il divorzio tra scienza e religione che c’era stato soprattutto nel XIX secolo e agli inizi del presente, sembra che si vada colmando. I più prestigiosi esponenti del mondo scientifico, soprattutto quelli della fisica quantistica (si pensi a Max Planck, Niels Bohr, ecc.), hanno rigettato il credo scientista secondo cui la scienza può spiegare tutto, il mondo e l’uomo. Secondo il fisico e teologo Thierry Magnin, la ripresa del dialogo scienza-metafisica «è un fatto culturale innegabile alla fine del XX secolo […]. Al punto attuale di riflessione, sembra almeno possibile dire che la scienza del XX secolo ci orienta in modo nuovo verso la domanda di senso e quindi sull’interrogativo su una trascendenza. Si tratta di un radicale cambiamento in confronto allo scientismo del XIX secolo e quello all’inizio del XX secolo. E anche un passo importante per la nostra libertà di fronte alla domanda di Dio»25. Da quello che fin qui abbiamo detto, è innegabile che la fantascienza sia, nei suoi esempi migliori, uno strumento molto valido per rendere possibile alle nuove generazioni un atterraggio morbido tra i profili accidentati – emergenti dalle nebbie del domani – della società del XXI secolo. Ma lo è anche per un motivo molto più specifico. Oggi, il ricercatore scientifico non si considera più un semplice fotografo della natura, un raccoglitore di fatti, secondo il riduzionismo metodologico del positivismo. Egli assimila la sua attività piuttosto a quella dell’esploratore, in cui entrano in gioco delle idee preconcepite, che provengono da una specie di anticipazione dell’esperienza. Ma dove trovano la fonte queste idee precostituite? È l’immaginazione dello scienziato la loro matrice: si pensi al principio di complementarità che N.Bohr elaborò ispirandosi largamente alla psicologia del
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profondo26. E il gioco delle proiezioni futurologiche, delle ipotesi più o meno azzardate, delle anticipazioni azzeccate o errate, il «continuo dialogo tra ciò che potrebbe essere e ciò che è» di cui parla il premio Nobel F.Jacob nel suo saggio Il gioco dei possibili, non è l’elemento-base, la caratteristica peculiare, la struttura portante della science fiction? N OT E
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P.Angela, op. cit., p.129. Il concetto di simulazione mentale, cioè di essere in grado di prevedere il pericolo prima che si presenti entro il nostro orizzonte visivo, costituisce il leitmotiv di tanti romanzi di fantascienza basati sulla telepatia. N.Luhmann, op. cit., p.258. A.Toffler, op. cit., p.421.

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Isaac Asimov, Fantascienza e società, in Guida alla fantascienza, Mondadori, “Urania blu”, Milano, 1984, pp.64-65.

Raphael A.Lafferty, La lunga notte di martedì, in Associazione genitori e insegnanti (Nine Hundred Grandmothers, 1970), Mondadori, “Urania” n.852, 1980, p.144. Ibidem, pp.142-143. Citato in G.Caimmi-P.Nicolazzini, Le storie future, in “Robot” n.33, Armenia, Milano, 1978, p.183. La tensione educativa di Heinlein è documentata dai romanzi scritti per la gioventù (juveniles) e da quelli della terza fase della sua carriera letteraria. Gillo Dorfles, Nuovi riti, nuovi miti, Einaudi, Torino, 1977, p.225. Ildebrando A.Santangelo, Il senso dell’esistenza, Comunità Editrice, Adrano, 1985, p.110.

Cfr. Enrico Cantore, L’uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1988, p.497.
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Harlow Shapley, Le stelle e l’uomo, Mondadori, Milano, 1961, p.134.

Thomas Carlyle, Segni dei tempi, in Valerio Castronuovo, La rivoluzione industriale, Sansoni, Firenze, 1973, pp.114-115.
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Piero Angela, La vasca di Archimede, Garzanti, Milano, 19824, p.5. Alvin Toffler, Lo choc del futuro, Rizzoli, Milano, 19722, p.12.

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Erich Fromm, Avere o essere?, Mondadori, Milano, 197916, p.184. Jean-Marie Aubert, Il giovane e la scienza, Edizioni Paoline, Catania, 1963, pp.31-32. I.A.Santangelo, op, cit., p.119. Cfr.Collettivo “Un’Ambigua Utopia” (a cura di), Nei labirinti della fantascienza, Feltrinelli, 1979, p139, dove si mette in rilievo l’opera meritoria dei frati di San Leibowitz di portare «la razza umana verso un nuovo rinascimento e il ritorno della civiltà al livello che aveva raggiunto ai nostri giorni», ma poi il giudizio conclusivo è che il «romanzo è, ideologicamente, quanto mai equivoco». E.Fromm, op. cit., p.200. Walter Miller, Un cantico per Leibowitz, Ed. La Tribuna, Piacenza, 1964, pp.287-288. Thierry Magnin, La scienza e l’ipotesi di Dio, Ed. San Paolo, Torino, 1994, p.75 Cfr.G.Holton, Immaginario scientifico. I temi del pensiero scientifico, Einaudi, Torino, 1983.

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Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, Bruno Mondadori, Milano, 1996, p.98. Stephen Kern, Il tempo e lo spazio, Il Mulino, Bologna, 1988, pp.12-13. Kern cita Wells e definisce la sua macchina del tempo «un simbolo della speranza di tutta la tecnologia di accelerare i processi di cambiamento». Per un quadro completo dei riferimenti alla fantascienza presenti nel saggio di Kern, si veda la recensione di Massimo Del Pizzo su “Future Shock” n.3 (nuova serie), maggio 1989, pp.12-13. E.Cantore, op. cit., p.511. L’Autore accoglie la tesi dello psicologo Erik H.Erikson, secondo cui «l’evoluzione socio-genetica dell’uomo sta per giungere a una crisi nel senso pieno del termine, a un crocevia da cui si diparte un sentiero per la fatalità e uno per la ripresa e un’ulteriore crescita» (p.510). T.Carlyle, op. cit., p.117.

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diversi anni ha collaborato con Rita D'Amelio, titolare della cattedra di Storia della Letteratura per l'infanzia all'Università di Bari. Negli anni '80, è stato membro di Amnesty International e ha perorato, con lettere indirizzate agli ambasciatori e ai governanti dei paesi interessati, il rispetto dei diritti umani per i detenuti politici. E' socio ordinario del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile. In perfetta coerenza con il suo cognome - non si dice nomen est omen? - gli piace giocare a scacchi e partecipare ai tornei indetti per la sua categoria (3a nazionale); ha vinto diverse coppe. Saggi pubblicati: Il gioco dei mondi (Ediz. Dedalo, Bari, 1985), in collaborazione con V. Catani e E. Ragone; Fantascienza e letteratura giovanile (Bari, La Vallisa,1988), Educazione tra le stelle. L'umanesimo scientifico e la fantascienza (Levante Editori, Bari, 1992) e Fantascienza umanistica (Bari, Editrice Tipografica, Bari, 2002). Educazione tra le stelle è stato così giudicato dal pedagogista Angelo Nobile: «[...] uno strumento essenziale di lettura e di lavoro per chiunque intenda addentrarsi nel mondo affascinante ma ancora inadeguatamente indagato e conosciuto della fantascienza e cimentarsi, anche in chiave operativa, con le relative problematiche educative e didattiche» ("LG Argomenti, n.2, 1996)

ANTONIO SCACCO è nato a Gela (1936), ma i suoi studi classici e magistrali li ha compiuti a Caltagirone. All' inizio degli anni '60, avendo vinto la cattedra d'insegnamento nelle scuole elementari, dalla Sicilia si è trasferito in Puglia. Alla facoltà di Magistero di Bari (città in cui attualmente vive), ha conseguito la laurea in materie letterarie con una tesi sui juveniles di Robert A. Heinlein. Da anni si è occupato di narrativa di fantascienza, nell'ambito della quale porta avanti la tesi che la scienza è di per sé umanizzante, tuttavia da sola non basta ad umanizzare l'uomo: essa infatti non contiene né indicazioni di fini, né giudizi di valore. Ha perciò bisogno di integrarsi con altre forme di esperienza: arte, filosofia e, soprattutto, religione. Ha fondato tre pubblicazioni amatoriali di narrativa e saggistica di fantascienza: "THX 1138", che è cessata nel 1986, "Future Shock" e "Malacandra", che tuttora dirige. I suoi articoli sono apparsi su: Scuola Italiana Moderna, Schedario, LGArgomenti, L'Ora del Racconto, Pugliascuola, Le scienze, la matematica e il loro insegnamento, Rocca, Scuola e Didattica, Nuova Secondaria. Questi i suoi ultimi interventi: Le potenzialità educative della fantascienza (LG Argomenti, 3/'95), Allergia alla (fanta)scienza (Rocca, 22/'95), Fantascienza a scuola? No, grazie! (Scuola e Didattica, 15/'96), Umanesimo, scienza, fantascienza (Nuova Secondaria, 10/’97), Creatività ed emarginazione della fantascienza (Scuola e Didattica, 13/'00) Per

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Genesi rossa*
NARRATIVA

di Michele Nigro
colorito tra l’arancione scuro ed il nero … Strani lampi dalla forma bizzarra attirarono l’attenzione delle prime generazioni di coloni rinchiusi nelle capsule abitative che sorgevano, ormai numerosissime, intorno al punto d’atterraggio dell’Anno Zero. Una pioggia densa ed anomala scese lentamente, a causa della bassa gravità di Marte, verso la superficie assetata del pianeta. L’Uomo diede nomi differenti alle acque che vide comparire con il trascorrere del tempo … E provò un’immensa gioia nel rivedere quel prezioso liquido responsabile di tanta vita… E fu sera e fu mattina: Seconda Era. E l’Uomo disse: “La terra di Marte produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne: le sonde-rover atterrate nella zona equatoriale e le numerose generazioni di robot autoriproducentesi mandate dalla Terra avevano disseminato su tutto il pianeta, cominciando l’opera molti e molti decenni prima della Grande Trasmigrazione, alghe e licheni capaci, anche in assenza di ossigeno, di preparare il terreno all’arrivo di piante ed erbe più complesse e bisognose d’ossigeno. I primi coloni, con l’aiuto di macchine automatiche, piantarono una grande varietà di specie vegetali le quali s’adattarono, con il trascorrere degli anni e grazie alle modificazioni genetiche apportate dall’Uomo, all’ambiente marziano. Le piante e gli alberi diedero molti frutti e così i coloni affievolirono la richiesta di quei necessari e costanti rifornimenti alimentari provenienti dalla Terra … I microrganismi pionieri e le piante che andavano incontro ad una morte naturale, formarono pian piano un crescente strato di bio-massa capace di accogliere i successivi organismi vegetali … Il terreno non era più arido, ma ricco di sostanze organiche e microrganismi … L’Uomo cominciò a piantare alberi da legno e altre piante necessarie alla formazione delle future foreste marziane … E l’Uomo vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: Terza Era. L’Uomo disse: “Le acque degli oceani marziani brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la superficie di Marte …” L’Uomo, così, fece giungere dalla Terra numerose specie ittiche selezionate appositamente per adattarsi al grado di salinità e al tipo di nutrienti presenti nelle acque di quegli insoliti mari extraterrestri … La piramide alimenta-

QUANDO L’UOMO PORTO’ LA VITA SU MARTE

Cap.1 “Terraforming” ¹ “In principio l’Uomo pensò di colonizzare il quarto pianeta del Sistema Solare denominato Marte. Ora la terra di questo mondo era informe e deserta, l’atmosfera ricca d’anidride carbonica ma priva d’ossigeno e la temperatura troppo bassa per ospitare l’essere umano. L’Uomo disse: “Sia riscaldato il pianeta e si produca ossigeno!”. Riducendo l’albedine delle calotte polari e aumentando l’assorbimento della radiazione solare, il freddo cominciò a diminuire. L’effetto serra che sulla Terra, secoli addietro, aveva causato enormi problemi atmosferici, divenne il fattore principale per la nascita della vita su Marte. L’ossigeno venne liberato dagli ossidi metallici presenti sul pianeta rosso; microrganismi terrestri, volutamente diffusi, trasformarono l’anidride carbonica in ossigeno … E da questo si formò l’ozono capace di schermare l’esile vita umana dalle micidiali radiazioni ultraviolette provenienti dal cosmo … E un’atmosfera calda e respirabile fu. L’Uomo vide che l’aria era cosa buona e aprendo per la prima volta il casco della tuta ermetica, poté sentire l’aumentata massa atmosferica sfiorargli il viso sotto forma di vento … Il vento marziano. E fu sera e fu mattina: Prima Era. L’Uomo disse: “Sia liberata l’acqua dalle catene di questa terra inospitale!” L’acqua ghiacciata contenuta nelle calotte polari pian piano si sciolse grazie all’aumentata temperatura dell’atmosfera. Una parte di essa si infiltrò nel terreno arido ricco di canali e nostalgico, forse, di antichi corsi d’acqua ormai scomparsi; un’altra parte si fermò sulla superficie del pianeta formando laghi, fiumi, piccoli mari ed immensi oceani agitati dal giovane ed esuberante vento marziano. E un’altra parte, ancora, si trasformò in vapore e si addensò in piccole nuvole, bianche e soffici come quelle della Terra. Alcune di esse divennero più grosse delle altre e, a causa delle polveri rosse trasportate dai venti fino in alta quota, assunsero un

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re fu rispettata: predatori e prede guizzavano e brulicavano nelle acque, secondo la loro specie, riproducendosi, moltiplicandosi e fornendo all’Uomo un’altra fondamentale fonte di sostentamento per la sua futura permanenza in quell’ambiente ormai non più ostile … Inizialmente le uniche specie di volatili importate dalla Terra furono solo quelle d’allevamento … Altre fonti proteiche s’affacciavano nella vita sempre più “naturale” delle prime generazioni di coloni terrestri … E grande fu lo stupore degli “avicoltori marziani” dinanzi alle prime uova dal guscio rosso a causa delle polveri minerarie con cui era arricchita l’alimentazione degli ignari volatili … E l’Uomo vide che la diversificazione degli alimenti era cosa buona e benedisse i nuovi esseri provenienti dalla madre-Terra: “Siate fecondi e moltiplicatevi riempiendo le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”. E fu sera e fu mattina: Quarta Era. Poiché la vegetazione e le foreste su Marte crescevano più velocemente e con maggior rigoglio che sulla Terra, presto divenne indispensabile popolare i boschi con altri animali … E l’Uomo disse: “Marte sia popolata di esseri viventi secondo la loro specie: insetti, bestiame, rettili e creature selvatiche secondo la loro specie”. E così avvenne: molte specie animali, destinate all’estinzione sul congestionato ed inquinato pianeta Terra, qui trovarono nuovi spazi, nuove fonti alimentari e nuove speranze di sopravvivenza. L’Uomo vide che anche questa decisione era cosa buona. E fu sera e fu mattina: Quinta Era. E l’Uomo disse: “… La popolazione della colonia umana è aumentata notevolmente; molte famiglie sono nate su Marte e molte altre sono giunte dalla madre-Terra durante le successive ondate migratorie … Facciamo le città non ad immagine delle città terrestri, ma migliori di quelle e più rispettose della natura … Meravigliose città pensili in cui poter ospitare “l’umanità marziana”… E così avvenne: molte città sorsero in varie zone di quel pianeta rosso che gradualmente e amorevolmente stava diventando verde e rigoglioso come l’antica Terra dimenticata dei Padri…! L’Uomo vide che la civile convivenza tra le prime città marziane era cosa buona. Nessuna comunità avrebbe mosso guerra verso un’altra comunità … E fu sera e fu mattina: Sesta Era dall’Anno Zero …!”

Visto in lontananza, Marte possedeva un aspetto curioso: conservava ampie zone dal tipico colorito rosso, ma già gran parte del pianeta mostrava orgogliosamente a tutto l’Universo il suo nuovo vestito fatto di foreste verdi ed oceani blu … “Miracolo forzato”, voluto da una specie intelligente ma debole e proveniente dal “vicino” pianeta Terra. Gli umani che, in passato, avevano commesso indicibili errori ecologici, esistenziali e culturali sul proprio pianeta, si erano concessi l’inestimabile prerogativa di creare la vita su un pianeta morto … Ironia cosmica di una sorte esportata! Oltre al principale compito di “mandare la vita in esilio su Marte”, molti furono gli sforzi degli scienziati terrestri destinati alla ricerca di antiche forme di vita che avessero popolato, milioni di anni prima, il pianeta rosso … Ma nessuna traccia, né molecolare, né archeologica, diede prova dell’esistenza di una civiltà indigena o perlomeno di una primordiale forma cellulare a cui, scrittori e registi, spinti da un impeto grossolano e pittoresco, nei secoli passati, avevano dato il nome di “Marziani”. Gli unici marziani degni di tale nome erano gli abitanti umani di New Tokyo e di Red City : città sorte, come tante altre, nelle zone “terraformate” di Marte. Forse, in altre epoche, su Marte vi erano state le condizioni ottimali per l’inizio della Vita e solo per una disgraziata casualità di eventi cosmici e biochimici non era stato possibile portare a termine quel processo fortuito o voluto da un paterno Motore Immobile a cui anticamente s’era dato il nome di “Dio”. Processo che, invece, sulla Terra non solo aveva trovato pieno compimento ma addirittura, sfruttando la scia del suo successo iniziale, aveva fornito una tale spinta evolutiva ad alcuni dei suoi esseri viventi da indurli a pensare, volere e riprodurre una seconda patria mondiale in seno ad un pianeta così inospitale. “Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora l’Uomo nella Settima Era portò a termine il lavoro che aveva cominciato su Marte e cessò da ogni suo lavoro. L’Uomo benedisse la Settima Era dall’Anno Zero e la consacrò, perché in essa aveva cessato ogni sforzo per l’ecopoiesi di Marte.

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Queste le origini del nuovo cielo e della nuova terra sul quarto pianeta del Sistema Solare, quando vennero creati.” L’Uomo rileggeva spesso le pagine del Primo Capitolo della Genesi Marziana. Aveva ricevuto, come molti altri giovani in età pre-gametica, il Sacro Libro Rosso durante la cerimonia del barà nel Tempio di Nuova Eden ed in quel sacro testo ogni “marziano”, giovane o vecchio, uomo o donna, zigotico o clonato, poteva trovare la risposta ai mille perché riguardanti le origini di quella incredibile avventura umana. Il barà era seguito, come indicava una tradizione secolare, dalla dura prova del gherson consistente in un viaggio solitario di tre mesi, tre settimane e tre giorni, attraverso le regioni non-terraformate di Marte. Scopo supremo ed irrinunciabile del gherson era quello di imprimere nelle nuove generazioni il rispetto per ciò che avevano ricevuto tanto tempo prima grazie all’incredibile lavoro dei predecessori. La permanenza nelle zone aride del pianeta rosso rendeva i giovani più forti e consapevoli. E durante le soste forzate a causa di qualche tempesta granulare o mentre si era in paziente attesa che l’idrocondensatore creasse la dose giornaliera di acqua, le pagine del Sacro Libro Rosso costituivano l’unico balsamo essenziale a cui affidarsi per superare quella prova necessaria e santificante. Dio non era stato dimenticato, ma aveva assunto la dissacrante funzione di Spettatore d’Onore. Un nuovo scientismo camuffato da religione aveva reso possibile quel miracolo straordinario che stava sotto gli occhi di tutti gli abitanti di Marte. L’opera dell’Uomo era innegabile! La fede nella scienza e la forza di volontà di un gruppo di scienziati-esploratori avevano donato nuovo vigore ad un naturalismo extraterrestre capace di sostituirsi a Dio. Non più ottimistiche attese disastrose e fatalismi religiosi, come fu per la Terra nei secoli precedenti al Punto-di-non-Ritorno, ma solo una pura determinazione tecnologica e scientifica. In passato, certo, vi erano stati molti incidenti e tanta gente era morta sia durante i viaggi verso il pianeta rosso, sia durante la lunghissima permanenza dei primi coloni quando ancora non esisteva un ecosistema capace di proteggere la già debole vita umana. Ma il bisogno di un nuovo mondo

e le esperienze, com’anche le speranze, scientifiche accumulate negli anni avevano trasformato “il sogno marziano”, deriso dagli scettici e condannato dai preservazionisti cosmici, in una realtà accettata da tutti … Anche da chi era rimasto sul pianeta Terra in attesa della Fine. C’era ancora tanto da fare e il terraforming non era completo; l’umanità marziana aveva ricevuto il dono inconsapevole di poter ricominciare tutto daccapo e la genuinità primordiale che la contraddistingueva sembrava non concedere spazi alla corruzione morale e all’ignoranza autodistruttiva di quella Terra dimenticata e menzionata in alcuni logori libri di storia: nostalgico bagaglio di chi era nato sulla Terra e aveva scelto di partire. La filosofia e la poesia avevano acquisito le caratteristiche di quella nuova etica e di quel nuovo stile di vita e l’Uomo, figlio dei figli dei figli dei figli … dei Padri Fondatori, amava declamare, durante i momenti di solitudine nei Giardini di Kades, i versi di un famoso poeta marziano della Quinta Era: Si piegheranno le aride rocce dinanzi ai giardini di Enoch. Le oscure acque di Irad doneranno vita ai vuoti solchi del Sud. Dove trovar pace, dimmi, se non presso le ombre della foresta di Metusaèl? Partorirà la Donna terrestre nei prati di Lamech coperta da nuvole rosse e dai petali neri delle rose di Eber. Un canto di gioia s’innalza dalle gole di Iabal perché l’esule Uomo ha scoperto un germoglio nelle morte valli di Tubalkàin.

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E durante le notti stellate di Marte, quando Phobos e Deimos compaiono all’unisono nella volta celeste, illuminati dall’identica stella che illumina la Terra, come gli occhi di un dio paziente e sempre più sorpreso di quelle caparbie creature, l’Uomo pensieroso ed ormai immemore delle sue origini, rimira, nei suoi infiniti pensieri, le opere ed i “miracoli” voluti dai Padri Fondatori della Prima Colonia. “L’Uomo ricreò Marte a sua immagine; a immagine dell’Uomo lo ricreò…”

¹ Terraforming (in italiano “terraformare”) letteralmente significa trasformare, per esempio un pianeta o qualche altro ambiente, in qualcosa che somigli molto alla Terra, in particolare per quanto riguarda l'abitabilità da parte degli umani, mediante la creazione di una biosfera simile alla nostra. _____________
*VII Edizione “Fauno d’oro” 2005 - Contursi: MENZIONE D’ONORE, sezione narrativa inedita. XIX Concorso Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi” - Pontedera: PREMIO “REGIONI D’ITALIA” per la CAMPANIA.

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“Cristo nello spazio” Dipinto realizzato dal m.tro Enrico De Cenzo.

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riVISTE
...contattate e segnalate da “Nugae”
Mensile di cultura, “Il saggio” rappresenta il ramo più fecondo del Centro Culturale Studi Storici di Eboli. Presidia, ormai da dieci anni e con i suoi puntualissimi 115 numeri, non solo un territorio prevalentemente provinciale dal punto di vista distributivo, ma “esporta” arte, cultura e saggezza in tutto il territorio nazionale grazie ai suoi circa 800 abbonati. Un vero successo! Non solo per ciò che riguarda l’aspetto editoriale (il Centro, infatti, pubblica anche numerosi testi di approfondimento etno-storico-letterario) ma anche dal punto di vista associativo. Alle spalle del mensile c’è, insomma, una realtà formata da persone veramente in gamba ed in continuo fermento artistico ed artigianale: ogni attività umana viene presa in considerazione… Dalla musica alla pittura; dall’artigianato contadino alla produzione di miele di alcune suore benedettine; dalle ricette di cucina in via d’estinzione ai lavori in legno; dai gemellaggi con altri paesi alla realizzazione di presepi viventi … Un motore pieno d’entusiasmo alimenta quell’attività editoriale che è poi, in fin dei conti, l’obiettivo del presente articolo. Parlare de “Il saggio” significa ricordare parallelamente il Concorso Nazionale di Poesia “Il saggioCittà di Eboli” che è giunto, proprio come il mensile (difficile trovare un altro esempio di sincronismo!), al decimo anno di vita – nel 2006! – e che vede la partecipazione non solo di un vasto e qualificato numero di concorrenti da ogni parte d’Italia, ma anche di un pubblico presente ed attento nei confronti di un genere letterario che non sempre, dobbiamo dirlo, riscuote “il tutto esaurito” nella classifica degli interessi editoriali. Il Centro Studi, “cogliendo l’attimo”, cerca di convogliare l’interesse e la passione dei poeti e degli scrittori presenti sul territorio verso una ricca e variegata produzione editoriale. Gli argomenti di tali opere editoriali collaterali, tuttavia, posseggono una coerenza che non tradisce lo spirito del mensile: riscoprire la storia locale, gli usi e costumi; ricercare e riproporre leggende popolari; scandagliare le nostre contrade per evidenziare monumenti che non troveremo nelle guide ufficiali; ricostruire eventi storici non menzionati nei troppo standardizzati libri di storia; valorizzare artisti locali che altrimenti resterebbero nell’anonimato o quasi; … La curiosità del comitato redazionale de “Il saggio” non conosce limiti: nel numero (115) di Ottobre la “ricerca dotta” non tralascia nessun aspetto artisticoculturale, come dimostra, ad esempio, l’articolo di Giuseppe Falanga sulla ricca Biblioteca Provinciale di Salerno e i suoi scrigni contenenti antiche opere che in tempi d’oscura ignoranza furono oggetto di censura e distruzione da parte di una spietata “Inquisizione editoriale”; gli appunti di Antonio Capano dedicati alle vicende del banditismo e del brigantaggio nell’Italia meridionale; commuovente la visita di Geremia Paraggio all’Eremo di San Magno sui Monti Picentini... E questi sono solo alcuni degli argomenti trattati dal corposo gruppo di redattori e collaboratori disseminati in tutta la penisola. Si può senz’altro affermare che la parola d’ordine de “Il saggio” è “recupero”: della tradizione locale, della storia e di quegli immensi ed inesplorati patrimoni culturali che circondano, in silenzio, la nostra frenetica vita moderna. Per maggiori informazioni: Geremia Paraggio (Direttore), Giuseppe Barra (Direttore editoriale) utilizzando l’e-mail ilsaggio99@hotmail.com o sul sito www.ilsaggio.it Michele Nigro

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“Sotto il portico”
galleria di poesie
Grand-Guignol Tossiva le sue fosche spire il vento iperboreo sugli altari fumanti e ancora neri del sangue, gli ultimi fumi accordavano il tono iperboleo di musici sporchi di piume e di fiume, un questuante rideva sulle malferme gambe dell’infame abbondanza e del suo ventre scuro. Quella piana ora è un inguine di cemento, necropoli di cappelle al neon un negozio di altari luccicanti e tabernacoli all’ingrosso un uomo al suolo agonizzante passa la mano tra i capelli e indossa l’abito talare per l’edizione serale, una foto di morte per l’ultimo giornale. Luigi Carbone Un attimo di vago panico occhi lividi di dolore resta lì la creatura angelica con il viso ancora acerbo: un gemito improvviso rimbomba nella notte come un colpo di fucile nella pace di un bosco... Scorge il male, sentendo l'ultimo battito dei cuori... Scene incancellabili e trema... Dietro quel muro disperatamente cerca una mano, ma a tenerla: nessuno... Corpi esanimi e fiumi di sangue fanno da manto alle strade... Triste pensare a lui: veder morire la sua anima mentre il suo corpo cammina... Valentina Di Mauro

Pause

È forse la paura quest’oscuro flutto Mai franto, aculei e gusci sulla roccia Madida di arsura nell’ Attesa di procelle lunari.

Antonio Piccolomini

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Teoria del simbolo (trittico ravellese)

Angelo azzurro (dedicata a Marlene Dietrich)

Intrepido richiamo cui i messi Dell’eterno forgiano lapidi, falla Ove disparvero danze tra sciacalli E iene al sibilo degli astri. Dal più slabbrato punto del mio secolo così breve così rosso di sangue

e di speranze Il limite ed il non – non posso perpetrare s’innalza e canta la tua voce La finzione, trovassi almeno spazi in cui ferita dal profondo e senza tempo. Cianciare, cogliessi l’impeto al momento Del gracchio, appollaiato su trecce di Sentieri, scegliessi una forma Per conchiudermi. *** Ebbene, rivivresti maschere negli antri. Ma entra pure, come fai, per comprendere. Risvoltami la notte massaia se m’inficia In candore con banali parate (disvela il nulla) e sentirò muggire da colonne E ancelle queste sponde bagnate dallo stesso Mare. *** Frattanto mareggia e godo. Satollo Di versi, l’evento incede a penuria Di simboli: recido perché m’imprigiona, La parola tirannica freme e capriccia e Fugge, lasciandomi l’altero amore Che più non è D’una scia d’inchiostro. Antonio Piccolomini Piano si leva con note dolorose e consumate. Altri suoni terribili e grotteschi s’affolleranno nel sudario immenso del mondo e dello schermo. Ed intorno s’inseguono i colori e profumi e volti e gesti rallentati in attimi d’orrore e d’emozione. Ma tu ancora resti così come sei un fuoco eterno dalla testa al piede la giarrettiera tesa e il pagliaccetto e dici che è la tua natura e le tue calze a rete in bianco e nero a croce distese sulla sedia. Ma s’avvia nello sguardo un seducente invito per la morte e si prepara nello specchio il grido beffardo animalesco strozzato dal termine del tutto o di un amore. E’ stampato a sedici millimetri sul dettaglio del tuo sorriso amaro in questo fermo immagine infinito. Rino Malinconico

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Acque di neroblu Rispecchi desideri. Negli altri rinvigorendoli li fai emergere li ordini li semini li servi. Ne dimostri, in chi deve ancora e come un richiamo l’ode, la potenza d’inciampo. In fin fine riprendi nuovamente le redini con lo stupore dell’accaduto e pur sai quella sia, ripetutasi, quell’opera solo tua. Tra corpi, si scambiano, linguaggi di riflessi. In totale arresa l’altro assorbe. Scacco matto. Dispensi illusioni si rivelano necessarie coinvolgimenti che occorrono: mantengono a galla come boe. Seppur, in risultato, le avverti come stagnanti, come un irrigare con limite di diga. Primi piani di traboccanti emozioni lasciano spazio a un dissetare a sorsi segno di quell’invito a un sempreverde nutrir. Nella notte affiorano più cariche. In lei più a tuo agio ti muovi. Confondonsi, dicevi e mi par acque di neroblu.

Radici Contatto con la più profonda emotività sei, alibi di norme fasulle, agitazione, pulsione grezza come dal primo grembo...Caos... Una nascita tra gli opposti ci sei ed educhi alla presenza , al confronto, di quel che com’é d’abitudine d’intorno: ombre, pure viscere, Natura. Scorgo un Grazie come di un bagno di tanto di tanto assorbo come schiantarsi sovente in un bagliore, la barriera del tempo che fu non tuo, di un eterno infinito, eredità il ritrovar, il ritornar come di un sospeso stessa carne, stessa cosa selvaggia emerge come straniero seppur di casa. Ravvivi la divisione, vivifichi forme di frattura, forme di un due ma da Medesima Fonte Amici lo siamo nel divenire di preparare ingressi di soglie nuove amare si muovono e logorano illusioni di colpe, tacendo una lucidità di fronti diversi, stessa base sospinta increscendo da venti opposti. In comune miracoli di frutti quando al bivio in Volontà irrompe un non conoscersi più così sia altra metà di quella calda invisibil materna nutrice sei. Delva Della Rocca

Delva Della Rocca

“Controedicola”
Una proposta alternativa ai “best seller” osannati dai media...!

“La strada francesca” (romanzo) di Nino Casiglio «Strada francesca» era definita, in antichi documenti della Capitanata, non solo la strada per Roma battuta dai pellegrini francesi, ma anche la strada che dai piedi del Gargano portava al santuario di San Michele. Un giovane imbocca, nella seconda metà del XVII secolo, una «strada francesca» per un viaggio da un piccolo paese del Reame di Napoli verso Roma, che diventa un viaggio (un pellegrinaggio di conoscenza) dentro la vita. “La società annusata” di Antonio Vacca Quattro passi nella memoria cibica di un deluso

“Lost Highway Motel” Secondo volume della collana di narrativa di Cut-up edizioni, LOST HIGHWAY MOTEL raccoglie i cinque finalisti alla rassegna “Strade perdute” 2004. Cinque racconti centrati sul tema dei “…mondi possibili”, cinque storie che spaziano dalla fantascienza al noir, dall’horror al realismo. Il disertore, di Giacomo Colossi; un racconto abilmente costruito a partire da una situazione tipica di tanta fantascienza (la guerra contro gli alieni); Il mio posto, il nostro posto di Tommaso Destefanis ci porta dalle estreme lontananze di tempo e spazio a un prosaico qui-eora... Giovanni De Matteo ci propone un’ucronia in piena regola: in Cronache dal basso impero Roma non è caduta sotto le orde dei barbari ma continua la sua espansione nel continente americano. Pancetta affumicata di Michele Nigro, delicata favola no-global sul piacere di riscoprire una dimensione umana in un mondo adulterato dalla tecnologia più spinta. Magari, anche soltanto a tavola. Delirio di un assassino, di un giovane autore che preferisce firmarsi con lo pseudonimo di Vagabondo Ebbro, una storia disperata di emarginazione che non permette riscatto. “Strade perdute” collana diretta da Fabio Nardini . Cut up Edizioni € 10,00

Nato sull’onda delle reminiscenze, velato di rimpianto, il libro affronta il tema di un sognante e ripensato meridionalismo in chiave dietetico­ culinaria, dove l’alimentazione di qualità, quella tradizionale, sopravvive agli attentati dell‘industrializzazione Un calibratissimo romanzo picaresco, incontrollata e della società di massa. ironico, barocco (animato da osti e briganti, chierici ed eretici, cameriere Antonio Vacca è nato a Napoli 44 anni e nobildonne, soldati e cocottes e am- fa e vive a Battipaglia dove lavora cobientato in città fortificate, boschi, me medico nutrizionista. porti, carceri, palazzi vescovili e ca- Il paese della sua infanzia è Valva. stelli) che è anche una perfetta metafora della moderna Babele dove le regole “La Società annusata” è il suo decimo della giustizia si scontrano con quelle libro ad impronta cibica. del potere e la voce della Storia si fonde con quella della violenza. Plectica editrice Nino Casiglio (San Severo 1921 - Fog€ 6,00 (£ 11.617,62) gia 1995) ancora oggi è ritenuto l'unico narratore puro che la Capitanata abbia conosciuto. L'unico scrittore @@@ autentico, meritevole di una pubblica citazione da parte di Umberto Eco. Vuoi segnalare a “Controedicola” un
“libro particolare”?

Ed. Rusconi, Milano 1980; 230 pag. £ 7.000

Manda un’ e-mail a : scrittiautografi@virgilio.it

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