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Le industrie del dopo terremoto

Stefano Ventura

Tra i segni più evidenti di questi 30 anni di dopo terremoto sicuramente hanno un posto di
rilievo le venti aree industriali che con la legge 219 sono state installate nelle zone interne
di Campania e Basilicata. Infatti, la legge per la ricostruzione delle zone terremotate aveva
come obiettivo anche lo sviluppo di queste stesse zone, da sempre tra le più povere del
Meridione e segnate da altissimi indici di emigrazione. Oggi, di quel piano di sviluppo,
restano sicuramente alcune aziende e qualche posto di lavoro, ma rispetto allo sforzo
economico sostenuto dallo Stato e agli obiettivi che erano stati prefissati, sicuramente la
situazione attuale è al di sotto delle previsioni e l’industria irpina affronta un periodo di
profondo disagio. Facciamo, però, un passo indietro e cerchiamo di mostrare la genesi e gli
episodi che hanno contraddistinto la storia dell’industrializzazione dopo il terremoto.
Come già accennato, la legge 219 aveva un capitolo apposito, contenuto nell’articolo 32,
per programmare lo sviluppo delle aree terremotate; questo obiettivo incontrava il parere
favorevole di tutte le forze parlamentari, anche se sulle linee specifiche le opinioni
divergevano. La legge quindi prevedeva la realizzazione di venti nuove aree industriali nelle
provincie di Avellino (12), Salerno (3) e Potenza (5); le nuove aziende sarebbero dovute
essere 228 e circa 13 mila i posti di lavoro da creare.
I primi problemi sorsero nell’individuazione dei comuni dove queste aree industriali
dovevano sorgere e lì le questioni di campanile e l’influenza dei referenti politici locali e
nazionali furono determinanti. Il criterio enunciato era quello di localizzare le aree in posti
logisticamente favorevoli, lungo le rive dell’Ofanto, del Sele e del Basento e in
corrispondenza delle arterie di comunicazione ferroviaria e stradale. Proprio l’apertura di
queste aree industriali indirizzò sulle opere infrastrutturali ingenti fondi statali, che hanno
portato alla costruzione della fondovalle Sele e dell’Ofantina/bis, così come il
potenziamento del raccordo Sicignano - Potenza. Invece, le linee ferroviarie, che in molti
casi si sviluppavano lungo le stesse direttrici (la principale è la linea Avellino - Rocchetta
Sant’Antonio), non hanno ricevuto uguale attenzione e sono state ridimensionate nel corso
del tempo.
Inoltre, l’occupazione di ampi spazi pianeggianti in prossimità dei fiumi ha comportato un
enorme impatto dal punto di vista ambientale, influendo sul paesaggio e anche
sull’inquinamento delle falde e del terreno.
Sulle linee di intervento e sui settori strategici su cui investire per creare uno sviluppo
legato al territorio si era espresso un illustre studioso di problemi meridionali, Manlio Rossi
Doria, già nei primi mesi dopo il terremoto, con un saggio pubblicato dal centro studi della
facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, con sede a Portici. Rossi Doria e i suoi
collaboratori, dopo aver suddiviso l’intera area terremotata in base alle diverse
caratteristiche agricole e produttive, suggerivano di rilanciare e modernizzare il tessuto
produttivo, agricolo in particolare, già esistente, di riconvertire alcune aziende in funzione
dei bisogni della ricostruzione, puntando decisamente sulla modernità tecnologia e su
livelli avanzati di sperimentazione.
La lettura dei dati sui settori produttivi in questi trent’anni sembra dare ragione a Rossi
Doria: il settore che non ha mai subìto crolli è quello della trasformazione dei prodotti
agricoli, che raggiunge vette d’eccellenza in prodotti quali il tartufo nero di Bagnoli Irpino,
le castagne di Montella e il caciocavallo podolico di Carmasciano; l’altro settore in
costante crescita è quello del vino, con le produzioni di Taurasi, Falanghina e Fiano di
Avellino, oltre all’intramontabile Aglianico.
Fu avviato, sin dai primi anni del dopo terremoto, una procedura di individuazione e
selezione delle aziende da insediare e alla fine del procedimento furono ammesse 228
aziende; tra queste figuravano grandi nomi dell’imprenditoria nazionale, come la Parmalat,
la Ferrero, la Zuegg, Finmeccanica e altre aziende del gruppo Fiat. Nel 2005, di queste 228
aziende ne rimanevano in produzione 142 (circa il 60%) e dei circa 13mila nuovi assunti
previsti, nell’ottobre del 2000 lavoravano 6997 persone. I finanziamenti che lo Stato aveva
stanziato per questo progetto industriale, fino al 2000, ammontavano a 2882 miliardi di
lire, vale a dire 412 milioni per ogni posto di lavoro creato.
L’attualità restituisce una situazione allarmante in Irpinia, soprattutto in seguito alla crisi
finanziaria che ha investito i mercati globali. Molte aziende hanno chiuso i battenti e
licenziato i propri lavoratori, alcuni per mancanza di commesse, altri per scelta industriale,
hanno cioè preferito delocalizzare le proprie fabbriche in posti dove il costo del lavoro è
minore e hanno portato lì la produzione e i macchinari, molte volte comprati grazie agli
aiuti dello Stato per la ricostruzione. Nel 2009 i tagli all’occupazione hanno raggiunto le
13300 unità, con circa 80mila lavoratori inseriti negli elenchi di disoccupazione dei centri
per l’impiego; numeri purtroppo altissimi, che, se uniti a quelli che caratterizzano
l’emigrazione, non lasciano spazio all’ottimismo. Anche una delle realtà produttive più
importanti, la FMA di Pratola Serra, che produce i motori per la FIAT, sta affrontando una
trattativa tra lavoratori e proprietà per scongiurare il pericolo di licenziamenti e
dismissioni. Nelle aree industriali più vicine a noi è recente la vicenda della Bitron Sud, che
qualche anno fa ha lasciato l’area industriale di Morra de Sanctis, e quella della Sivis di
Conza della Campania che, pur non avendo difficoltà nel reperire commesse e non avendo
mai fatto ricorso alla cassa integrazione, ha deciso di chiudere all’improvviso; in queste due
aziende erano impiegati diversi lavoratori teoresi.
Anche se è facile fare considerazioni a posteriori sull’esperienza industriale successiva al
terremoto, a mio parere sono diversi gli errori interpretativi e strategici commessi. Sulle
scelte di settore che hanno interessato la produzione industriale si è già detto; l’industria
pesante e la creazione di industrie dell’indotto, le prime ad essere in difficoltà in tempo di
crisi, ha penalizzato quei settori più direttamente legati al locale. Inoltre, l’imprenditorialità
irpina si è dimostrata sempre troppo vincolata alle logiche politiche, che ne hanno
indirizzato scelte e percorsi, in particolare nel campo delle assunzioni, senza lasciare alla
classe imprenditoriale la libertà di scelta e di azione. Questo è un marchio di fabbrica che
questo processo si è portato dietro sin dalla nascita.
E’ mancato del tutto un percorso formativo che creasse una classe imprenditoriale locale,
che probabilmente avrebbe legato in modo stretto i risultati al territorio, mentre gli
imprenditori venuti dall’esterno hanno dimostrato poco interesse al destino di queste
zone. Su questo aspetto va citato un tentativo parallelo, nato negli anni in cui i volontari
erano ancora presenti nei paesi terremotati, e cioè l’esperienza cooperativa, che tentò di
formare alcune figure professionali e dirigenti nel settore della cultura, dell’artigianato e
dell’edilizia e del turismo. I fondi statali destinati a sostenere questo progetto furono
molto pochi (solo 100 miliardi rispetto ai 66mila totali destinati alla ricostruzione) e di
quella esperienza è rimasto ben poco; però, soprattutto nell’artigianato, una serie di scelte
diverse e un maggior sostegno avrebbe permesso ad un settore storico della nostra terra di
sopravvivere e di reinventarsi, grazie a percorsi formativi specifici e a reti di promozione e
sostegno istituzionali e culturali; inoltre, costruendo alcune realtà artigianali nei singoli
paesi, si sarebbero favorite le forze imprenditoriali locali. Qui subentra un discorso di
mentalità, però; molte volte i giovani dell’area hanno preferito e aspettato l’assunzione in
fabbrica, che comportava meno rischi e meno pensieri, rispetto al coraggio di una scelta
imprenditoriale in autonomia.
In sostanza, la lezione che ci deve far riflettere è quella di saper coniugare la modernità e la
tradizione, legandosi al territorio per rivolgersi allo scenario sempre più globale, e per far
questo hanno sicuramente un ruolo chiave le tecnologie e la scuola.

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