MIDDA’S CHRONICLES

VOLUME TERZO

IL COLLEZIONISTA DI SASSI
E ALTRE STORIE

Sean MacMalcom

Un libro New Wave Novelers in collaborazione con Lulu.com

2

Sean MacMalcom

Prima pubblicazione nel 2009 su http://middaschronicles.blogspot.com/ Prima pubblicazione cartacea in Italia nel 2010 da Lulu.com © Sean MacMalcom 2009

Stampato e venduto da Lulu.com Tutti i contenuti di questa pubblicazione sono sotto protezione del diritto d’autore (legge 22 aprile 1941 n. 633 e seguenti). Qualsiasi plagio dell’opera o parte di essa verrà perseguito a norma delle vigenti leggi internazionali.

Immagine di copertina e grafica interna a cura di

Giuliana Lagi
La pubblicazione giornaliera degli episodi di Midda’s Chronicles è disponibile all’indirizzo http://www.middaschronicles.com/ Altre pubblicazioni New Wave Novelers sono disponibili all’indirizzo http://newwavenovelers.altervista.org/

MIDDA’S CHRONICLES

3

A Monica B.
Friends do not live in harmony merely, as some say, but in melody. Gli amici non vivono semplicemente in armonia, come alcuni dicono, ma in melodia. Henry David Thoreau (1817 - 1862)

4

Sean MacMalcom

La saga MIDDA’S CHRONICLES Volume primo Il tempio nella palude (e altre storie) Volume secondo Condannata (e altre storie)

MIDDA’S CHRONICLES

5

Prefazione
Caro Lettore, probabilmente stai iniziando questo libro perché hai già letto le precedenti raccolte delle Midda’s Chronicles, oppure perché sei un fan della blog novel nella quale le avventure prendono quotidianamente vita o forse, ancora, perché ti è stato raccomandato da qualcuno che ha conosciuto Midda prima di te. In realtà non ha importanza come tu sia arrivato ad avere questa raccolta tra le mani, l’importante è che tu la legga. Sean ha uno stile di scrittura unico, te ne accorgerai subito, appena iniziata la prima pagina di questo volume. Quella che stringi è l’opera di un vero artista della parola: la sua precisione e la sua padronanza linguistica lo rendono un affabulatore di tutto rispetto. Dalle righe le immagini prendono forma e raggiungono il lettore con la nitidezza di un quadro. Ogni nuova pagina rinnova lo stimolo a voler concretizzare la situazione e a soffermarsi su ogni personaggio fino ad averlo ben chiaro in mente. Sean non narra solamente le avventure di Midda, no, Sean ti catapulta direttamente al fianco della sua mercenaria in piena battaglia. Il clangore delle spade che cozzano tra loro, i respiri affannati dei personaggi, le imprecazioni di Midda... tutto straordinariamente realistico tanto che ti sorprenderai a voltarti, durante la lettura, per assicurarti di non avere il nemico alle spalle. Ti perderai in descrizioni, duelli, ballate, tratteggiate con mano sapiente e capace di dare alla mente abbastanza elementi per ricostruire quel mondo fantastico che ti permetterà di estraniarti e ti resterà dentro per un bel po’... Cosa aspetti dunque? Immergiti nelle avventure di Midda Bontor, mercenaria dagli occhi di ghiaccio. Seguirne le gesta ti trasporterà in un... film a colori! Sean non si limita a scrivere, lui disegna le parole e tu, Lettore, non leggerai le avventure di Midda: tu le potrai vedere e vivere! A noi, Viandanti della Terra di Altrove, è stato offerto l’alto onore di scrivere questa prefazione per il terzo libro del nostro amico Viandante Sean MacMalcom, il cantore di Midda Bontor, la guerriera mercenaria che ormai da oltre due anni e mezzo cerca di sopravvivere, giorno dopo giorno, nell’universo fantasy sword & sorcery da lui creato.

6

Sean MacMalcom

E a noi, Viandanti della Terra di Altrove, è stata donata la gioia di godere della compagnia quotidiana del cantore di Midda che ogni sera, giunto in Locanda, siede a un tavolo appartato - nel suo “angolino” come è solito chiamarlo - e si immerge nella scrittura. Ora, quando noi Viandanti pensiamo a Midda, non possiamo non rivedere Sean MacMalcom seduto in silenzio a quel tavolo, la sua incredibile costanza, la sua instancabile dedizione, la sua unicità. A Sean il nostro grazie per la sua presenza discreta e gentile e per la sua amicizia preziosa. A Te, Lettore, buona lettura e... buon viaggio nell’avventuroso mondo di Midda Bontor! Gli amici della Locanda della Terra di Altrove http://www.terradialtrove.it/

MIDDA’S CHRONICLES

7

Introduzione
Caro lettore, giungere a scrivere l’introduzione di questo terzo volume delle Cronache, accogliendoti al pari di un vecchio amico o, forse, di un nuovo ospite, è per me indubbia ragione di orgoglio e piacere, non diverso da quello che solo potrebbe provare un architetto nell’invitare qualcuno a varcare la soglia dell’edificio da lui appena terminato. Non con minor piacere di come, forse, ti ho già offerto il benvenuto in occasioni passate, mi accingo ora a introdurti al sempre più vasto mondo di Midda Bontor, quest’universo sword & sorcery nato senza pretese in un giorno come altri e, da allora, sviluppatosi con costanza e affetto da quasi tre anni. E la storia continua – Per chi già confidente con il contenuto di questo volume, sicuramente non vi saranno sorprese in quanto sto per presentare, in un’introduzione sicuramente ripetitiva, e pur necessaria, a offrire spazio di comprensione per chi, altresì, fosse nuovo a quest’opera e alla sua particolare storia. Una storia che ha inizio l’11 gennaio 2008, con un primo messaggio pubblicato in un nuovo blog aperto su Blogger.com (http://www.middaschronicles.com/), nel quale una formosa mercenaria dagli occhi color ghiaccio esordisce circondata da zombie. Da quel giorno, quella stessa mercenaria ha camminato, cavalcato, navigato e, persino, volato a lungo, nella proposta di quello che è stato successivamente riconosciuto quale un moderno romanzo d’appendice e che a oggi, dicembre 2010, ancora sta proseguendo imperterrita nella propria strada, nella propria via, tutt’altro che stanca, tutt’altro che arrendevole, dopo aver comunque affrontato oltre mille episodi di pubblicazione online, per un totale di oltre ventidue racconti completi, nel corso dei quali ha avuto occasione di combattere in contrasto non solo a zombie, ma anche a negromanti, eserciti mercenari, ippocampi, anfesibene, cerberi, tifoni, ragni giganti, doccioni… etc, etc, etc. Una storia sicuramente lunga, caratterizzata nella propria evoluzione, tuttavia, da racconti sì proposti all’interno di una comune continuità narrativa e, ciò nonostante, sempre concepiti quali autonomi, indipendenti, e autoconclusivi nei propri sviluppi, nelle proprie vicende, in modo tale da rendere questo Volume Terzo, potenzialmente, anche un Volume Primo, là dove tu non dovessi aver mai letto nulla a tal riguardo prima d’oggi.

8

Sean MacMalcom

Entro queste quasi settecento pagine, quindi, potrai seguire le vicende di Midda Bontor, donna guerriero e mercenaria, alle prese con altre quattro sue avventure, racconti entro i quali la più classica azione sword & sorcery non mancherà di tentare di intrattenerti nel migliore dei modi possibili, sperando di non farti rimpiangere la fiducia pur accordatami con il tuo tempo e il tuo impegno nella lettura. Racconti già comparsi diversi mesi fa online, ma che mai, prima di questa pubblicazione cartacea, hanno subito un’attenta opera di revisione e correzione, e ai quali mai era stata precedentemente affiancata alcuna tavola, altresì presente all’interno di questo volume. Come già in occasione di ogni precedente pubblicazione, anche per Il collezionista di sassi (e altre storie), la proposta cartacea cerca di essere valorizzata non semplicemente nell’offrire dei testi migliori rispetto alla loro prima pubblicazione a episodi, quanto nel proporre, accanto a ciò, quindici tavole inedite a opera di Giuliana Lagi, tali da rendere questo appuntamento ancor più apprezzabile. Ritardi – Se il precedente Condannata (e altre storie) era stato inizialmente annunciato per l’estate del 2009 e, suo malgrado, è giunto solo in prossimità dell’inverno dello stesso anno, questo nuovo appuntamento può “vantare” un ritardo ancor maggiore rispetto al precedente. La colpa di tutto ciò, ovviamente, ha da imputarsi unicamente al sottoscritto, là dove pur avendo questi testi già a disposizione da oltre un anno e mezzo, il lavoro quotidiano, quello ufficiale con cui cerco un mio ruolo nella nostra società moderna, e l’impegno posto nella stesura dei nuovi episodi di Midda’s Chronicles, non mi hanno offerto sufficienti margini di manovra per rispettare i termini, più che ampli, precedentemente annunciati. Di ciò non posso che scusarmi con tutti coloro che attendevano la pubblicazione di questo volume già sei mesi fa… e che, solo oggi, lo possono finalmente ritrovare loro offerto. Ancora Lulu.com – Così come per le precedenti pubblicazioni, e così come continuerà a essere almeno sino a quando qualcuno non dimostrerà un qualche interesse a offrirmi alternative migliori, la strada del self publishing e del print on demand proposta da Lulu.com è stata nuovamente abbracciata anche per questo Volume Terzo, secondo formati e costi che, ormai, sono divenuti caratteristici di questa pubblicazione. Nonostante l’autopubblicazione non sia vista, abitualmente, di buon occhio, sono felice di constatare come, sorprendentemente, le Cronache non abbiano incontrato, sino a oggi, particolari rimproveri da parte del proprio, sicuramente ristretto ma non per questo meno valido, pubblico, una parte particolarmente affezionata del quale, come sicuramente avrete

MIDDA’S CHRONICLES

9

notato prima di questa Introduzione, ha persino deciso di rendermi omaggio con una meravigliosa Prefazione, di cui mi riservo l’occasione di parlare meglio in sede di Ringraziamenti. Sempre Yeshe Norbu e Tibetan Children’s Villages – Oltre al rinnovato rapporto con Lulu.com, notizia più gradita, dal mio personale punto di vista, si propone quella relativa alla confermata presenza, anche su questo Volume Terzo, del verde bollino in copertina, a dimostrazione di quanto l’iniziativa di beneficenza già oggetto dei primi due volumi di Midda’s Chronicles abbia da intendersi rinnovata anche con questo nuovo appuntamento. Ancora e costantemente in collaborazione con Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s. (http://www.adozionitibet.it/), pertanto, per ogni copia venduta la cifra simbolica di 1 euro, pari al mio personale e sempre inalterato guadagno sul prezzo di copertina, verrà infatti devoluta in favore dei Tibetan Children’s Villages (http://www.tcv.org.in/). A seguito dell’occupazione cinese del Tibet, Tsering Dolma, sorella del Dalai Lama, decise di iniziare a occuparsi dei troppi bambini che, orfani, ammalati e malnutriti, stavano cercando rifugio in India, fuggendo lontano dalla terra loro negata, dalle famiglie loro sottratte, istituendo nel 1960 la Nursery for Tibetan Refugee Children. Originariamente pensata per offrire unicamente cure primarie ai bambini in esilio, la Nursery, sotto la direzione di Jetsun Pema, in sostituzione della sorella scomparsa prematuramente nel 1964, e sostenuta dall’impegno del volontariato, ebbe modo di ampliare le proprie competenze e veder crescere le proprie dimensioni fino a raggiungere quelle di un piccolo villaggio, offrendo, al proprio interno, ai bambini nuove case e scuole in cui trovare rifugio e istruzione: nel 1972 venne così formalmente registrato il primo Tibetan Children’s Village (TCV), diventando anche membro del SOS Children’s Villages. Da allora il TCV ha dato vita a numerose installazioni in tutta l’India, arrivando oggi a ospitare più di 16.000 bambini, offrendo loro una speranza di vita altrimenti negata. Detto questo, beh… meglio evitare di aggiungere altro per non sottrarre ulteriormente tempo alla lettura delle avventure di Midda Bontor, se non per offrirti il mio più sincero ringraziamento per il tuo interesse, per il tuo eventuale apprezzamento e, anche a nome di Yeshe Norbu, per il tuo acquisto di questo volume. Buona lettura… Sean MacMalcom

10

Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

11

Sommario
Prefazione .......................................................................................................... 5 Introduzione ...................................................................................................... 7 Sommario ......................................................................................................... 11 Il collezionista di sassi .................................................................................... 15 La sposa del sultano ..................................................................................... 163 La fortezza fra i ghiacci ................................................................................ 339 Assassinio nella città del peccato................................................................ 523 Ringraziamenti .............................................................................................. 689 Prossimamente… .......................................................................................... 691

12

Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

13

14

Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

15

Il collezionista di sassi
’ difficile pensare che io possa essere giunto a questa situazione. Anzi… no. In verità, si potrebbe considerare assolutamente normale il fatto che io sia giunto a questa situazione. Molti altri, al mio posto, non avrebbero probabilmente neppure ipotizzato di imbarcarsi in un viaggio come quello che io, al contrario, ho insistentemente cercato. Uno come me, che ha trascorso la sua intera esistenza nell’anonimato, non avrebbe dovuto pretendere, da un giorno all’altro, di diventare una specie di avventuriero… e uscirne illeso. Ma io, per mia sfortuna, ho commesso proprio tale errore.

E

… credo di star morendo... Ormai non riesco a percepire alcun muscolo del mio corpo. La mia vista è confusa. Il respiro è praticamente inesistente, addirittura impossibilitato a essere. E il freddo mi domina fin dentro le ossa. E’ questa la sensazione che dovrebbe essere avvertita in simile frangente, oppure no? Credo di aver sentito, in passato, ipotesi secondo le quali, innanzi alla morte, l’intera propria vita venga riproposta agli occhi del malcapitato… purtroppo, in questo momento, davanti a me sembra esserci solo un’incredibile confusione. Dei... forse sarebbe il caso che io pregassi qualche dio? Credo di sì. Probabilmente sì. Sto morendo. E questo sarebbe il momento migliore per pregare… se solo lo sapessi fare. Peccato che in passato non abbia mai avuto occasione di soffermarmi nell’analisi della mia religiosità. In effetti, se solo riuscissi a farlo, credo che ora scoppierei a ridere per quanto questa situazione si ritrovi a essere paradossale. Possibile che non riesca neanche a morire in modo normale? Alla fine di tutto, almeno, restano accanto a me i miei sassi…

16

Sean MacMalcom

ro ancora piccolo, molto piccolo, il giorno in cui decisi di raccogliere il mio primo sasso. Credo sia una cosa comune a tutti i bambini quella di cercare ninnoli con cui divertirsi e, indubbiamente, le pietre sono, fra tutti i possibili candidati a un tale ruolo, quelle che inevitabilmente riscuotono maggior successo: il mondo, dopotutto, è ricoperto di rocce e sassi e, in questo, qualsiasi pargolo, lasciato tranquillo a giocare fuori casa, presto o tardi incapperà nel proprio primo sasso. Sono poche le memorie che conservo di un periodo tanto lontano della mia vita, ma di quella pietra mi ricordo perfettamente. Era, o comunque ai miei infantili occhi tale appariva, l’oggetto più incredibile e affascinante del mondo, offrendo, su una superficie piatta e tonda come quella di molti ciondoli di mia madre, un colore fra il blu scuro e il nero, solcato da due righe bianche, parallele, al proprio interno. Più grande delle mie minuscole mani, quel tesoro prezioso si era, così, presentato a me come una fra le principali meraviglie del Creato, splendido in quella sua vellutata opacità, in quei suoi colori così perfetti. Inutile sarebbe sottolineare come simile gioia, indubbiamente priva di qualsiasi intrinseco valore materiale, fosse stata allora per me una fonte d’orgoglio fuori dal comune: i bambini, del resto, sono creature semplici, innocenti, capaci di emozionarsi per un’infinità di situazioni altresì ignorate dagli adulti, e in questo capaci di reinterpretare la realtà a proprio piacimento, trasformando un bastoncino in un’arma indistruttibile o un sasso in un gioiello unico e prezioso. Quel primo sasso, in particolare, oltre a risultare quale una conquista quasi leggendaria, si era, allora, indiscutibilmente candidato anche al ruolo di sincero amico, di fedele compagno di giochi nel corso di una giornata indimenticabile, fiero alleato contro tutto ciò che di spaventoso il mondo mi avrebbe potuto offrire. Purtroppo, però, quell’appassionato rapporto, nel quale avevo impegnato tutto il mio affetto indiscriminato, fu presto negato, dopo neppure un’ora, o forse meno, dall’intervento di mia madre. Dopotutto, così come qualsiasi bambino è istintivamente spinto di cercare ninnoli con i quali divertirsi, qualsiasi madre è naturalmente pronta a imporsi in esplicito contrasto con simili conquiste, non comprendendo come anche in un semplice sasso possa essere racchiuso un universo intero. Agli occhi di tutti gli adulti una pietra non apparirà mai quale nulla di più di una pietra.

E

Falso! Anche agli occhi degli adulti non tutte le pietre sono semplici pietre. E’, infatti, sufficiente che una si dimostri in grado di risplendere in modo

MIDDA’S CHRONICLES

17

diverso dalle altre, rivelando un pregio meno comune, più raro, affinché improvvisamente sia considerata quale incredibilmente preziosa e, come tale, sia non solo apprezzata, ma addirittura bramata. Un’ingiustizia, quella espressa da un simile pregiudizio, che si ritrova, in verità, a essere rispettata qual regola universale, dogma di fede ancor prima di regio decreto, in ogni aspetto della realtà quotidiana, dove non solo i sassi, che agli occhi di un bambino sono e sempre saranno tutti meravigliosi, sono destinati a subire arbitrarie distinzioni in base alla propria semplice apparenza, discriminazioni in virtù dell’ipotesi di un proprio intrinseco valore, attribuito altresì solo dal pensiero comune, ma anche, loro pari, ogni altro elemento del Creato, compresi animali e uomini. Ritengo, forse a torto, che proprio in questo modo nasca il potere, in questo modo nascano i soprusi: dove, in fondo, una pietra può essere considerata preziosa solo perché capace di risplendere in maniera diversa dalle altre, offrendo, in conseguenza di ciò, a una privilegi e onori nel mentre in cui all’altra viene concessa solo la polvere della strada, perché le persone dovrebbero avere diritto a un trattamento diverso, a un altro criterio di giudizio? Facile proporre simili pensieri innanzi alla morte… più complicato, invece, difenderli in vita. Io non ho mai scordato quel sasso e, negli anni a venire, pur crescendo, pur maturando, ho cercato sempre il mio diletto in ciò che comunemente gli altri ignorano. E, a questo proposito, non credo neppure di essere mai riuscito a perdonare mia madre per avermi privato di quell’incredibile amico, mai più successivamente ritrovato: non certamente da bambino… come avrei potuto farlo?... ma neppure dopo, nel momento in cui fui finalmente in grado di comprendere aspetti della vita prima a me celati o, comunque, ignorati nell’ingenuità infantile. Anche ora, lo ammetto, mi viene difficile pensare di poterla perdonare per quel gesto, quell’atto incosciente da parte sua, ma fin troppo ricco di significati al mio sguardo. Ella mi negò un motivo di gioia perché ritenuto inutile, privo di valore, non diverso da qualsiasi altro sasso presente in strada: ma con quale arroganza, con quale diritto si permise un simile giudizio, dal momento in cui non era solita valutare neanche se stessa qual superiore a una manciata di povere d’oro? Anche l’oro è pietra e la polvere d’oro, come indica il termine stesso, altro non è che polvere: per quale ragione, quindi, uno splendido sasso sarebbe dovuto essermi negato, nel momento in cui mia madre, per molto meno, non aveva mai negato il proprio corpo a qualsiasi uomo lo avesse richiesto?

18

Sean MacMalcom

Da bambino, naturalmente, non conoscevo né mai avrei potuto comprendere il sesso e, peggio ancora, il sesso mercenario. Mia madre, per ipocrisia o, forse, per amore, aveva cercato di crescermi lontano dal suo mondo, dalla sua professione, raccontandomi tante belle storie su mio padre. In simili illusioni, egli era allora stato descritto quale un meraviglioso cavaliere, un incredibile guerriero dalla lucente armatura, capace di compiere imprese oltre ogni umana possibilità di successo, di spingersi al di là degli stessi confini del mondo conosciuto, per porre sfida anche agli stessi dei. Nel contesto fittizio di tali storie, poi, egli era, purtroppo, perduto ormai da anni, forse morto ma più probabilmente prigioniero in qualche terra lontana, in attesa del momento propizio per tornare indietro, per ricongiungersi a noi, sua famiglia. Ovviamente non conobbi mai mio padre, dal momento in cui mia madre, anche volendo, non avrebbe concretamente saputo indicare con certezza chi egli sarebbe potuto essere: troppi possibili candidati, tutti, per lo più, senza neppure un nome o un volto degno di essere ricordato. Forse, in passato, avrei dovuto provare maggiore gratitudine verso mia madre, nel rendermi conto di tutto ciò che ella fece nel tentativo di offrirmi una vita normale, sforzo in cui ella impegnò tutte le proprie energie al contrario rispetto a molte altre sue pari, le quali da sempre sono e per sempre saranno, altrimenti, solite rifiutarsi, nel migliore dei casi, di concedere la benché minima preoccupazione verso i propri figli o, nel peggiore, di riconoscere loro persino il semplice diritto alla vita, la naturale occasione di poter nascere. Obiettivamente, quello di mia madre avrebbe dovuto essere giudicato quale un atto d’amore, per quanto mai riuscii a valutarlo in simile modo. Facile raggiungere tali consapevolezze innanzi alla morte… più complicato, invece, maturarle in vita. Naturalmente il giorno in cui, non abbastanza grande per essere considerato un ragazzo, ma, al tempo stesso, ormai non troppo piccolo per essere considerato ancora un bambino, scoprii mia madre a letto con un uomo, non ebbi modo di impegnare il mio pensiero in un ragionamento ponderato, analizzando la questione a fondo e valutando con freddezza la situazione offertami. Da parte sua lo vissi, semplicemente, quale un terribile tradimento, innanzitutto per me stesso e poi, anche e stupidamente, per il padre che, illudendomi, ero certo un giorno sarebbe venuto a stringermi fra le sue forti braccia, raccontandomi in prima persona di tutte le sue incredibili avventure e portandomi in giro per la città in groppa al suo possente cavallo.

MIDDA’S CHRONICLES

19

In quel giorno, pertanto, fuggii di casa, gettandomi allo sbaraglio in un mondo assolutamente nuovo ai miei occhi, una realtà in cui ogni cosa iniziò, purtroppo, ben presto ad assumere valori e connotati diversi da quelli con cui era stato da me osservato fino a quel momento. E, così, dove mia madre tanto aveva insistito per dimostrarmi la differenza fra un gioiello e una banale pietra, improvvisamente mi risultò chiaro come l’intero Creato fosse altresì costituito principalmente da quelle che ella aveva condannato al ruolo di banali pietre e come anche io, inevitabilmente, fossi una di esse. Solo e spaventato per le strade pericolose di Kriarya, così, cercai rifugio in un vicolo, in un angolo, raccogliendo proprio in quel punto il mio secondo sasso, da cui mai più mi separai. Kriarya. Dubito che possa essere semplice tentare di spiegare a un bambino la realtà rappresentata dalla città del peccato. Personalmente non ho mai avuto, né mai avrò, data la mia condizione attuale, l’incombenza di una tale responsabilità e, nonostante tutti i rancori che non riesco a evitare di imputarle, non posso che ringraziare mia madre per il suo tentativo di proteggermi dalla realtà, a me circostante, nella prima e più innocente infanzia. Inevitabilmente, comunque, la mia fuga da casa complicò il tutto, ponendomi inerme e impreparato davanti a un mondo inadatto ad accogliere un bambino, e, al contrario, pronto a fagocitarlo nella propria oscura spirale senza incertezze, privo di dubbi. Ripensandoci ora, invero, non saprei dire in virtù di quale divino volere mi fu salva la vita: probabilmente fu ancora mia madre, che pur non volli rincontrare, a porre una buona parola per me con il suo protettore, il suo mecenate, e questi, in conseguenza, fece modo di imporre un qualche veto attorno alla mia persona, tale da impedire alla morte di raggiungermi laddove sarebbe stato ovvio che ciò avvenisse. … maledizione! Sto morendo e ancora trovo la forza di mentire a me stesso? D’accordo. Ci riprovo. Ho sempre saputo che, all’epoca, fu solo per merito di mia madre, colei che era e sarebbe ancora stata, a mia insaputa, la sola speranza di salvezza per quello stesso bambino che da lei aveva voluto tanto precipitosamente cercare fuga, che potei essere posto al sicuro, evitando che il mondo a me sconosciuto mi potesse, allora, annullare

20

Sean MacMalcom

completamente, impedendomi ogni possibilità di crescere, di raggiungere un’età più matura e, forse, meno stupida. Alcuni uomini, così, mi trovarono e mi condussero a una delle tante torri di Kriarya, dove lord Cemas si propose quale mio tutore. Non nego di aver più volte considerato lord Cemas quale mio potenziale padre, soprattutto negli anni in cui raggiunsi la consapevolezza del mestiere in cui mia madre prodigava il proprio tempo e le proprie energie. Difficile, altrimenti, sarebbe stato ipotizzare la ragione per cui un signore della città del peccato si sarebbe dovuto interessare al figlio di una delle sue numerose prostitute. Ovviamente il fato non mi volle riconoscere alcuna conferma in tal senso né, invero, io la ricercai: in merito all’identità di mio padre, con il passare del tempo, cessai di concedermi qualsiasi curiosità, rifiutando ogni sogno di pari passo alla separazione sempre più netta che mi imposi nei confronti delle mie origini. La mia vita aveva, nel bene o, più probabilmente, nel male, intrapreso una nuova strada e, per quanto tutt’altro che semplice o gradevole essa sarebbe potuta apparire, sarebbe dovuta essere apprezzata, comunque, quale una via utile per proseguire oltre. Divenni così un tuttofare al servizio dei servitori del mio mecenate, impiegato a tempo pieno per garantire il mantenimento del regale tenore di vita del medesimo all’interno della propria torre. Pulire pavimenti, lucidare armi, liberarmi dell’immondizia: questi e molti altri furono, per lunghi anni, i miei principali impieghi, gli unici interessi della mia esistenza al di fuori dei sassi. Alla pietra che raccolsi a seguito della fuga dalla casa in cui ero cresciuto, in effetti, molte altre si aggiunsero nel tempo, con l’alternarsi delle stagioni. Ormai libero da ogni vincolo parentale, nessuno avrebbe potuto negarmi quella mia scelta, quella mia passione, e nei miei sassi non solo potei trovare amici fedeli ma, anche, delle rappresentazioni materiali di ogni momento della mia esistenza. Sebbene, almeno inizialmente, il mio fu sicuramente un gesto infantile, quasi una sorta di vendetta nei confronti di mia madre e di tutti i suoi pregiudizi per quanto da me, invece, apprezzato qual tesoro, nel corso del tempo maturai l’abitudine di associare ogni sasso a un qualsiasi evento della mia stessa esistenza, bello o brutto che esso fosse: un complimento ricevuto dai miei superiori mi portava, così, a ricercare una pietra per festeggiare simile risultato, per quanto misero simile gesto sarebbe potuto apparire a uno sguardo esterno; un rimprovero, poi, mi spingeva in eguale direzione, allo scopo di segnare simile sconfitta e tenerne memoria per il futuro.

MIDDA’S CHRONICLES

21

La valle dei morti, fuori città, dove fui accompagnato per trasportare il primo cadavere di cui ebbi incarico di liberarmi, a otto anni, mi offrì pertanto l’occasione di porre le mani su uno splendido quarzo, metà ruvido e opaco, metà cristallino e lucente, in tonalità variabili fra il bianco grigiastro e il ramato. A undici anni, dopo aver fallito nel compiere il mio primo furto, nella volontà del mio padrone di potermi utilizzare per scopi diversi da quelli in cui ero stato preposto fino a quel momento, raccolsi, poi, una rara pietra lavica, nera e porosa, l’unica su cui mai sia riuscito a porre le mie mani, per quanto impegno in ciò possa successivamente aver messo, data la loro minima presenza nel territorio della provincia. E, ancora, nel vicolo dove, per la prima volta, mi incontrai con una delle ragazze al servizio di lord Cemas, per festeggiare il mio presunto tredicesimo compleanno o quello che comunque egli stabilì essere tale, ebbi allora modo di raccogliere una meravigliosa selce di color verde giallastro, liscia e parzialmente scheggiata, tale da offrire un lato a dir poco tagliente. I pochi e scarni piedi quadrati di spazio a me concessi quale stanza personale, ricavati nelle fondamenta stesse della torre del mio signore, così, si arricchirono ben presto dei miei tesori, delle mie ricchezze, alle quali alcuno avrebbe mai attentato, nessuno si sarebbe mai interessato. Nel rispetto di tutti i pregiudizi già dimostrati da mia madre, infatti, per il mondo intero quelli sarebbero apparsi, sempre e solo, quali banali sassi, negando loro qualsiasi pregio, qualsiasi valore. E dove, se io avessi posseduto “pietre preziose” non avrei potuto trovare requie nel timore di perderle, con i miei “banali sassi” non mi fu mai offerta pena, altresì permettendomi di vivere serenamente la mia esistenza, rimirandoli ogni sera, ripassandoli uno a uno nelle loro incredibili forme, nelle loro meravigliose proporzioni, nei loro pregi e difetti, unici e irripetibili. Una chiara realtà non mi fu difficile da comprendere, in quegli anni: inesorabilmente il tempo sarebbe trascorso, i ricordi si sarebbero affievoliti e le persone sarebbero morte. I sassi, al contrario, sarebbero sempre rimasti uguali, immutabili, proponendosi simili a un’ancora stabile, irremovibile, all’interno di un vasto mare agitato, perennemente in tempesta, qual solo sarebbe potuta essere considerata la vita e l’umano destino. E solo le pietre, non a caso, restarono al mio fianco nel fatale e tragico giorno in cui lord Cemas venne meno. Non per ragioni di vecchiaia, quanto più banalmente per un complotto ordito a suo discapito, il mio ipotetico padre e sicuro tutore, colui che mi aveva garantito, sino ad allora, una possibilità di crescere, fu ucciso nelle sue stesse stanze.

22

Sean MacMalcom

In quell’occasione, specifico per dovere di completezza in questa mia cronaca, io non fui presente, ma anche se lo fossi stato, probabilmente, non avrei potuto o voluto intervenire. Dopo aver scoperto la verità sul mondo a me circostante, infatti, un deciso grado di disillusione non mi era più stato negato, influenzandomi prepotentemente e allontanando da me ogni sogno infantile di eroiche imprese, di epici scontri, di vittorie leggendarie. In conseguenza di ciò, o, forse e più semplicemente, per una totale assenza di predisposizione in tal senso, tutti i tentativi proposti, in quegli anni, dal mio signore per spingermi ad ascendere a ruoli sociali più elevati rispetto a quello di sguattero, che mi aveva da sempre caratterizzato, erano miseramente falliti: non ladro, non mercenario e non, di certo, assassino, avevo dato prova di poter essere al suo servizio, nonostante occasioni di offrirmi in tal senso non mi fossero state negate. Ragione per cui, certamente, inutile sarei stato anche nell’essere posto di fronte a coloro reclutati per decretare la fine del mio signore. A quindici anni mi ritrovai pertanto costretto a lasciare nuovamente un luogo in cui mi ero sentito come a casa, la torre del mio defunto custode, non negandomi, in questa occasione, un certo malincuore e rimpianto. Fortunatamente, al mio fianco non mancarono allora di essere i miei sassi, che non ebbi esitazione a raccogliere in un pesante sacco, allo scopo di trasportarli meco nella ricerca di un nuovo futuro, senza ritrovare difficoltà od opposizione alcuna in tal senso, né da parte del nuovo occupante della torre, né da quella delle sue guardie personali, i quali non offrirono alcun interesse né nei confronti del mio tesoro, né nei miei stessi. In fondo… perché mai avrebbero dovuto agire diversamente? Per diversi giorni, a seguito dell’abbandono della torre di lord Cemas, vagai lungo le strade di Kriarya, accompagnato unicamente dai miei sassi. Se la sete, allora, non si propose fortunatamente quale un problema irrisolvibile, ritrovando, in numerose fonti sparse per la città, occasione di sopperire a tale necessità, la fame purtroppo apparve quale un problema più grave e difficilmente ignorabile. La mia vita, i miei sassi e i quattro stracci che avevo indosso in quel momento, mi erano infatti stati concessi nel momento della mia partenza dalla mia ultima dimora, ma solo quelli e null’altro: non un tozzo di pane, non un pezzo di carne essiccata e, soprattutto, non un po’ di oro per potermele procurare altrimenti. In quelle lunghe giornate, fui quindi costretto a stringere, letteralmente, la cinghia dei miei pantaloni, cercando di ignorare il malessere, sempre più prepotente, derivante dalla necessità di un qualche nutrimento, tentando di immaginare come avrei mai potuto impiegarmi, dal momento in cui nessun altra occasione sembrava proporsi in mio soccorso, in mio aiuto, così come già era stato in passato. In effetti, a

MIDDA’S CHRONICLES

23

pensarci bene, non brillai particolarmente di iniziativa, dal momento in cui la soluzione, che alla fine riuscii a trovare, si propose essere quella più ovvia, più banale e più scontata a cui mai avrei potuto fare riferimento. Fu così che raccolsi un nuovo sasso, una lucente magnesite bianca, a sancire l’inizio di un nuovo capitolo della mia vita nell’incontro con Be’Sihl Ahvn-Qa. Con la paradossale lucidità che ora mi sta distinguendo, nel corso di questa personale analisi sulla mia vita, sul mio passato e, soprattutto, su come io sia giunto a questo risultato, non posso evitare di ritenere innegabile come la mia stessa esistenza, nonché la mia considerazione sul mondo e sulle sue dinamiche, si sarebbero proposte decisamente diverse se solo avessi avuto modo di incontrare quell’uomo qualche anno prima rispetto a quando, invece, i nostri destini furono effettivamente incrociati e reciprocamente legati… se solo avessi immediatamente avuto modo di entrare alle sue dipendenze, invece di finire sotto il controllo dell’allora mio defunto ex-tutore. Per quanto, del resto, mi fossi aggrappato con forza ai miei sassi, ai valori in essi rappresentati, la società mi aveva inevitabilmente corrotto nel periodo trascorso insieme a lord Cemas, allontanandomi da tutti quei principi per i quali ero, precedentemente, fuggito di casa, nel rinnegare addirittura mia madre e le mie origini. Ideali dei quali Be’Sihl, invero, si propose sin da subito quale umana e perfetta incarnazione. «Ehy, ragazzo. Non mi sembri in gran forma…» Tali furono le prime parole che egli rivolse verso di me, nel cogliermi, decisamente debole e affamato, intento a frugare fra i rifiuti abbandonati in un vicolo, così come consuetudine in città, spronato qual io ero, in tal gesto, dalla speranza di trovare qualcosa su cui poter mettere i denti, possibilmente non ancora reclamata da qualche ratto, o, forse, dalla volontà di riuscire ad agguantare proprio un qualche topo lì celato, bestiola pur utile, soprattutto se sufficientemente grassoccia, a sopperire alla necessità di un qualche genere di pasto. «Me lo dicono in molti, signore… ma ti invito a non commettere l’errore di lasciarti ingannare dall’apparenza.» risposi con tono fin troppo ardimentoso, nella volontà di difendermi attraverso simile atteggiamento da possibili guai, nel non comprendere quanto, in quel momento, in quel particolare confronto, essi fossero, concretamente, l’eventualità più distante da me «Se desideri rischiare la tua vita, intralciando il mio cammino, sei libero di farlo. Ritengo comunque corretto informarti che, al

24

Sean MacMalcom

di là di quello che a te possa essere stato offerto di credere, io sono veramente…» … ridicolo. Non riesco a pensare ad attributi diversi per descrivere il mio comportamento in quell’occasione. Anzi, in verità, ne avrei in mente davvero molti, ma fra tutti “ridicolo” credo possa essere considerato, probabilmente, quello più cortese. Del resto, sebbene sia da considerarsi una giustificazione estremamente blanda, inutile nel desiderio di perdonare il mio comportamento, in quel momento io ero solo un ragazzo affamato e impaurito, all’interno di una città nella quale, anche il più feroce degli assassini, non avrebbe osato permettersi l’imprudenza di abbassare la guardia, dove egli avesse avuto desiderio di conservarsi in vita e, possibilmente, in salute. E per quanto, evidentemente, non avrei mai potuto offrire timore a nessuno con simile presentazione, nel mostrarmi impegnato in una così disperata ricerca, cos’altro avrei potuto fare? Cos’altro avrei potuto dire? «Non vedo signori qui attorno.» affermò sorridente e tranquillo il locandiere, da me ancora ignorato qual tale, voltandosi a enfatizzare il concetto appena espresso in una fittizia ricerca di eventuali destinatari per quell’appellativo «E se desideri spacciarti per uno spietato assassino, un pericoloso criminale, forse sarà meglio che tu inizi a evitare di adoperare tanta reverenza verso uno sconosciuto…» «C-come?» domandai, spiazzato da quella replica serena, da simile placida reazione, già temendo, nonostante tutto, una risposta violenta alla mia insolenza. «Mi hai chiamato “signore” prima di minacciarmi: pensi davvero che qualcuno potrebbe giudicare qual seria l’intimidazione offerta da un ragazzino che fruga fra i rifiuti e si premura di riconoscere, con un titolo di rispetto, i propri possibili avversari?» Nessuna osservazione avrebbe, allora, potuto distruggermi più di quella così offertami da lui, con tanta naturalezza, tanta semplicità, soprattutto perché, quanto da lui denotato, si poneva, assolutamente e tristemente, vero. Avevo cercato di apparire minaccioso, pericoloso, e stupidamente mi ero rivolto alla mia controparte con fare da servo. «Non sono un ragazzino.» riuscii a rispondere, dopo un lungo momento di incertezza, nel vano tentativo di dissimulare, dietro apparente stizza per l’utilizzo di quel termine, le reali emozioni di rabbia

MIDDA’S CHRONICLES

25

che non avrei potuto evitare di provare a mio stesso discapito, per l’errore sì compiuto. «Ti domando scusa, allora, per aver affermato il contrario. Non era mia intenzione recarti offesa…» replicò l’altro, con serena fermezza, quasi inquietandomi nella dimostrazione di una tale tranquillità, insolita per chiunque all’interno di Kriarya. «In effetti mi sono avvicinato a te unicamente nella speranza di poter richiedere il tuo aiuto.» aggiunse poi, con sguardo sornione. Devo ammettere che la scelta di quelle particolari parole si rivelò, effettivamente, quale assolutamente ineguagliabile. Nell’ipotesi irreale secondo cui altri, diversi da Be’Sihl, avrebbero avuto mai ragione di raggiungere il suo medesimo scopo nei miei confronti, essi avrebbero probabilmente offerto il proprio aiuto invece di richiedere il mio, ponendosi pertanto in posizione di superiorità, se non, addirittura, di arroganza, tale da spingermi a rifiutare ogni speranza di salvezza, per quanto altre vie, in quel momento, non mi fossero altresì offerte. Con invidiabile acume, al contrario, egli non solo si dimostrò in grado di concedermi il proprio aiuto, ma ebbe successo in tale scopo senza neppure farmi pesare la cosa: nel modo in cui si era impegnato a descrivere la situazione, infatti, il locandiere non mancò di conquistarsi, immediatamente, la mia simpatia, riconoscendomi la possibilità di un ruolo di importanza in qualcosa. Inutile, pertanto, sottolineare come non occorse molto per convincermi ad accettare l’occasione offertami innanzi: un abbondante vitto, dove qualsiasi quantità di cibo in quel momento mi sarebbe apparsa enorme, e un più che regale alloggio, in paragone con lo scantinato nel quale ero vissuto negli ultimi anni, richiesero da me semplicemente l’impegno a prestare quotidiano servizio al fianco del mio benefattore, aiutandolo nella gestione della locanda. E, in questo, egli non mi pose mai quale suo subordinato, per quanto a tutti gli effetti lo fossi, quanto, piuttosto, come amico, compagno di viaggio, in una svolta del tutto nuova e inattesa per la mia esistenza. Non mi occorse molto tempo prima di comprendere come il lavoro presso Be’Sihl fosse del tutto diverso dal precedente. Per quanto, inizialmente, sarebbe potuto essere considerato simile, esso si dimostrò, ben presto, essere indiscutibilmente migliore, soprattutto dal momento in cui, nello svolgimento del medesimo, non mi fu mai richiesta una lunga serie di attività collaterali altresì impostemi al servizio di lord Cemas. Dove il mio ex-tutore, infatti, non si era mai fatto scrupoli a spingermi sempre in incarichi tutt’altro che gradevoli, come quelli relativi

26

Sean MacMalcom

allo smaltimento dei corpi dei suoi avversari, volendo in tal modo fare di me, a suo dire, un “vero” uomo, il mio nuovo benefattore si propose, allora, con una benevolenza e una cortesia straordinaria, accogliendomi a sé più generosamente e calorosamente di quanto mai avrebbe potuto fare un mio ipotetico e reale padre. Altri garzoni erano stati assunti già prima del mio arrivo, così come altri vennero presi successivamente a quel giorno: ciò nonostante, credo di poter affermare, senza falsa modestia, che nessuno fra tutti loro si impegnò mai a dimostrare tanta fedeltà e tanto impegno quanto ne offrii io. Diviso fra il timore di portare a eventuali ripensamenti il mio nuovo padrone, per ciò che mi aveva donato, e che non desideravo assolutamente perdere, e il senso di gratitudine, che inevitabilmente sentivo nei suoi confronti, posi da subito mente, anima, cuore e corpo nell’assolvimento dei miei compiti, riservandomi solo il minimo riposo indispensabile e non concedendomi alcuno svago al di fuori della vita nella locanda. A differenza dei miei compagni, in fondo, io sarei dovuto essere considerato tutt’altro che bramoso di avventure, di esperienze emozionanti, avendone già vissute fin troppe in quegli ultimi anni, almeno dal mio personale punto di vista: ciò che tutti gli altri lamentavano essere un’esistenza abitudinaria, piatta, sempre uguale a se stessa, per me avrebbe allora dovuto essere considerata come tutto quello che mai avrei potuto desiderare. Almeno fino al giorno in cui, alla locanda di Be’Sihl, fece ritorno una figura già nota a molti ma, per me, ancora sconosciuta. La figura di Midda Bontor, donna guerriero.

ebbene, all’epoca, ancora alcuna idea mi fosse stata offerta nel merito della sua identità, fu immediatamente chiaro anche alla mia attenzione come quello non sarebbe potuto essere giudicato quale il suo primo ingresso nella locanda. Difficile, dopotutto, sarebbe stato credere il contrario, nel momento in cui immediatamente ella dimostrò chiara familiarità con l’ambiente e, soprattutto, con Be’Sihl. E, quasi a voler concedere immediata conferma di tale impressione, coloro che, fra i miei compagni di lavoro, avrebbero potuto allora vantare servizio all’interno di quelle mura da sufficiente tempo per conoscerla, per sapere chi fosse, non sprecarono l’occasione di spiegare a tutti gli altri, che come me ancora non la conoscevano, chi ella fosse e quale fosse la sua attività. Commenti, i loro, che giunsero, in verità, non solo per semplice desiderio di chiacchiera, di pettegolezzo, quanto e

S

MIDDA’S CHRONICLES

27

soprattutto nell’impegno a evitare i possibili fraintendimenti che avrebbero potuto derivare dall’abbigliamento fin troppo succinto della stessa protagonista di tali argomentazioni, il quale ben poco avrebbe potuto riservare alla fantasia di eventuali osservatori, ponendo piena evidenza, altresì, nel merito della maggior parte delle sue prorompenti e generose forme. Ora… prima di proseguire questo monologo interiore verso l’appuntamento finale con la morte, ritengo siano d’obbligo una premessa e una retrospettiva, onde ovviare a potenziali incomprensioni. La retrospettiva riguarda mia madre. Accennando a lei, poco fa, ho tralasciato volutamente qualsiasi dettaglio a suo riguardo. E volendo essere sincero, almeno in questa occasione, non posso mancare di ammettere come non sia mai riuscito realmente a liberarmi della sua ombra, a dimenticare la sua esistenza nel modo in cui, in effetti, avrei voluto, avrei preferito, ragione per cui riferirmi a lei, anche dopo tutto questo tempo, riuscirebbe comunque a farmi soffrire. Mia madre era molto bella. Sono consapevole del fatto che, probabilmente, agli occhi di qualsiasi bambino, la propria madre appaia sempre e inevitabilmente quale la più bella che possa esistere al mondo, una regina stupenda, straordinaria, degna delle antiche ballate, addirittura competitiva con la leggendaria Anmel. Al di là di ogni infantile considerazione, però, sono convinto che mia madre fosse veramente una donna incantevole quali poche, dove alcun altra, prostituta o non, mi è mai stata offerta con il medesimo suo fascino, o, almeno, qual tale risulta ancora essere nei miei ricordi. Umanamente, in un ottica estremamente maschile, non riuscirei neanche ora a offrir torto a tutti gli uomini che si ponevano disposti a pagare oro sonante per trascorrere delle ore in sua compagnia. Ma escludendo ciò che di lei gli altri avrebbero potuto pensare, in un ottica estremamente filiale, ancora non mi capacito sul perché ella avesse accettato simile stile di vita. Vero è, comunque, che in Kriarya per una donna, soprattutto per una bella donna, non sono mai state offerte molte possibilità di impiego… ma perché, allora, insistere nel restare lì? Perché sacrificare la propria esistenza in una vita simile quando molto di più le sarebbe potuto essere offerto altrove? Certamente non posso evitare di sentirmi ipocrita a pormi queste domande, dove io stesso, spesso e volentieri, sono ricorso a prostitute per soddisfare i miei capricci e verso di loro non ho mai concesso simili dubbi, tali domande. Ma… mia madre, dannazione… mia madre…

28

Sean MacMalcom

La premessa, invece, riguarda proprio il mio rapporto con le donne. Nel riflettere nel merito di Midda e della sua comparsa nella mia vita, si potrebbe pensare, in verità, che mai prima di lei avessi veduto una donna o, peggio ancora, mai avessi conosciuto il sesso e, proprio per questo, tengo a sottolineare sin da subito come non fosse così. L’esperienza controversa con mia madre non ha inibito, in alcun modo, un qualche mio interesse nei riguardi delle donne o della sessualità e, anche se così fosse stato, nel periodo vissuto al servizio di lord Cemas non avrei potuto evitare di superare tale eventuale ostacolo, dove il mio ex-tutore si era sempre proposto particolarmente interessato a questo aspetto della mia vita. Fu proprio egli, in effetti, che mi spinse, spesso e volentieri, a ricercare il calore di una delle sue molteplici protette, addirittura impegnandomi in un appuntamento fisso, periodico, quasi a richiedermi di dar prova della mia virilità. E, a simile riguardo, non ho mai saputo, e neanche ora saprei, immaginare un qualche perché. Nell’ipotesi che fosse mio padre, forse egli aveva timore che la propria eredità, la propria immortalità da me rappresentata, potesse andare perduta proprio con me, per colpa di una mia eventuale ritrosia nei confronti delle donne, dal momento in cui, in effetti, non aveva alcun’altra prole ufficiale utile a garantire al suo nome e al suo sangue di mantenersi nella storia. Escludendo, però, tale eventualità, del resto mai confermata, non sarei in grado di proporre alcuna altra ragione per tanta insistenza. Comunque, ora, non credo che questo possa essere considerato quale un dettaglio particolarmente importante… Chiaro, semplicemente, deve essere l’assunto che prima del’arrivo della mercenaria già molte don… d’accordo… alcune donne… avevo avuto modo di conoscere, nel senso strettamente carnale di tale termine, sebbene con alcuna vi fosse mai stato qualcosa definibile come amore. In effetti, sino a quello stesso giorno, non credo avessi mai potuto comprendere il vero significato di simile parola, essendo un concetto troppo lontano, troppo estraneo alle mura della città del peccato. Con la sua venuta in città, però, tutto cambiò, dal momento in cui, per la prima volta, potei conoscere tale emozione, ritrovandola riflessa negli occhi dei suoi due protagonisti… Ai miei occhi, da subito, Midda si propose quale una donna di raro fascino, quel genere di immagine femminile al quale non ero più abituato almeno dai tempi in cui fuggii di casa, abbandonando per sempre mia madre. Per quanto non riuscisse, almeno nell’immagine mentale che di quest’ultima conservavo, a esserle pari, non concedendosi propriamente bella nell’accezione più pura del termine, ella appariva indubbiamente carismatica, emotivamente forte, tale da catturare senza indugi ogni

MIDDA’S CHRONICLES

29

attenzione attorno a sé, soprattutto da coloro che, mio pari, non erano abituati a un simile confronto. Oltre qual donna, però, ella avrebbe dovuto essere subito giudicata, valutata, ancor prima qual guerriero. In questo, alcun pensiero malizioso sarebbe potuto essere salubre per chiunque quando ipotizzato nei suoi confronti, offrendo ampia ragione all’esigenza, giudicabile pertanto addirittura qual essenziale, propria di quel particolare avvertimento concesso a suo proposito a tutti noi, a coloro che non avevano avuto occasione di conoscerla, neppure di fama, prima di allora. Non a caso, nel corso della successiva settimana di permanenza da lei riservatasi nella locanda, ben quattro poterono essere conteggiate le risse in conseguenza di commenti troppo audaci nei suoi confronti: un computo, comunque, da lei tutt’altro che disprezzato, osteggiato nel suo accrescimento, dove anche io, nonostante la mia ingenuità nei confronti di molte questioni solitamente considerate “normali”, fui subito in grado di comprendere come proprio in lei fosse presente un chiaro interesse alla colluttazione, al punto tale da spingerla a ricercare esplicita occasione di scontro anche nel momento in cui alcuna possibilità in tal senso avrebbe potuto essere altrimenti presente. Non simile carattere, però, sarebbe allora dovuto essere considerato, per me, ragione di freno a qualsiasi possibilità di fantasia nei riguardi della stessa mercenaria, quanto, invece, la comprensione dell’esistenza di un rapporto più che particolare fra lei e Be’Sihl. A dispetto di molti miei compagni, infatti, nel cogliere gli sguardi fra i due, i loro battibecchi e le reciproche premure, personalmente non ebbi esitazioni a intuire l’esistenza di un sentimento diverso, qualcosa che per me era stato assolutamente estraneo fino a quel giorno, ma che, immediatamente, compresi essere estremamente simile al mio rapporto con i sassi. Sebbene non vi fu mai riprova in merito all’esistenza di un rapporto fisico intimo fra loro, fu immediatamente chiaro come entrambi avessero bisogno l’uno dell’altra, per potersi sentire vivi, per poter trovare un punto fermo in un mondo in continuo movimento. E anche dove, nel proseguimento delle loro reciproche ed estremamente diverse esistenze, probabilmente non vi sarebbe mai stata possibilità di una quotidianità come quella che legava… lega, ancora, me ai miei tesori, ciò non avrebbe reso meno essenziale, meno desiderato, quel reciproco completamento. Stupidi che non siete altri! Perché continuate a sprecare l’occasione di vivere pienamente il vostro rapporto? Possibile che non comprendiate quanto fragile è la vita e quanto semplice sarebbe perdere per sempre ciò che sembrate dare per scontato? Se solo poteste sentirmi…

30

Sean MacMalcom

… mi ridereste dietro. Sì, certo. Belle parole, le mie, soprattutto quando pronunciate da chi ha già commesso tale errore di giudizio e ora ne sta pagando le conseguenze. Spero solo, per lo meno, che il mio sacrificio possa loro servire a comprendere ciò che sembrano voler continuamente ignorare, volersi testardamente negare: purtroppo, però, sono convinto che neppure dietro tortura, né Midda né Be’Sihl, avrebbero il coraggio di dichiararsi. Peccato per loro. Cinque, successivamente, furono le occasioni nelle quali la donna guerriero fece ritorno alla locanda durante il mio periodo di servizio in essa, e cinque splendide pietre, ogni volta, ricercai per la mia collezione. Difficile, in effetti, si propose individuare quali sassi avrebbero potuto rappresentare al meglio l’emozione di quei nuovi incontri, di quelle giornate che, dentro di me, erano vissute, ogni volta, come meravigliosi motivi di festa: un opale, una sfalerite, un crisoberillo, una calcite e, persino, un rutilo furono così selezionati, non senza un deciso impegno, per quell’importante compito, arricchendo il mio tesoro nell’immancabile incomprensione da parte dei miei compagni, i quali mai poterono capire il perché mi ostinassi ad accumulare pietre nella mia stanza. Fu, allora, poco più di un anno fa, in occasione della terza venuta di Midda, di quel nuovo, e quasi non sperato, ritorno a casa a seguito di un’improbabile missione all’interno della zona maledetta conosciuta, da tempi remoti, con il nome di palude di Grykoo, che avvenne un fatto, un evento destinato, dopotutto, a cambiare per sempre una parte del mio animo e a condurmi, irrimediabilmente, a questo mio attuale appuntamento con il destino. Vorrei poter dire che ricorderò per sempre quel giorno, ma effettivamente non mi è dato di sapere quanto potrà concretamente perdurare il mio “sempre”, in questa particolare situazione… «Vieni, presto.» mi comandò Be’Sihl, cercando di dimostrare la sua solita quiete, ma mal celando, dietro di essa, un disagio, un’irrequietezza, forse una paura che mai aveva avuto modo di dimostrarmi in passato «Ci servono delle garze pulite, filo da sutura, acqua calda… bollente, e un coltello ben affilato.» Simili richieste, naturalmente, mi colsero di sorpresa, ma non ebbi volontà, brama di porre in discussione, il comando rivoltomi. Dove alla sua solita serenità si stava sostituendo un’emozione tanto incontrollata e incontrollabile, evidentemente, doveva essere accaduto qualcosa di

MIDDA’S CHRONICLES

31

imprevisto e di estremamente grave. Inoltre, a quell’ora della giornata, la locanda si poneva essere decisamente affollata, accogliendo molti viandanti per il pranzo e assorbendo, in tal modo, l’attenzione di quasi tutti i miei compagni. Dal momento in cui, il mio benefattore aveva deciso di rivolgersi esplicitamente a me, alcun desiderio sarebbe potuto essermi proprio da offrirgli possibilità di delusione, occasione per concedermi rimprovero. Agii pertanto rapido, procurandomi quanto richiesto… o, meglio, aiutandolo a procurarsi quanto richiesto, e seguendolo, in conseguenza a ciò, al piano superiore, diretto verso le stanze che sapevo appartenere a Midda. Solo in quel momento ebbi trasparenza delle ragioni che tanto sconvolgimento aveva imposto su Be’Sihl e, dal mio canto, non potei fare altro che condividerle: la donna guerriero, già entrata nel mito per le imprese compiute, ultima fra le quali essere sopravvissuta alla negazione stessa della vita e della morte, a una landa da cui alcuno si era riservato, in passato, occasione di fuga, si poneva, allora, innanzi a noi, sdraiata sul suo letto, ricoperta da escoriazioni e immondizia e, peggio ancora, con una freccia conficcata nella schiena. La mercenaria era stata abbattuta… «C-cosa è accaduto?!» non potei fare a meno di domandare, sbalordito, forse spaventato da quello spettacolo, osservando l’immagine di tanta forza, di tanta fierezza improvvisamente posta a confronto con la propria umanità, con i limiti che non mi era mai parso possibile ella potesse conoscere prima di quel giorno. «Mi sembra evidente, ragazzo.» replicò una nuova voce «E’ stata ferita… a tradimento aggiungerei.» Era stato il guercio tranitha a prendere parola. Non sapevo chi egli fosse all’epoca dei fatti ed, effettivamente, neanche ora potrei affermare in fede di conoscerlo, dove addirittura non credo di avere memoria, o di aver mai avuto nozione, neppure a riguardo del suo nome. Vero, però, sarebbe dovuto essere considerato come, a lui, in quel giorno, sarebbe dovuto essere, e venne, riconosciuto ogni sentimento di gratitudine, per aver portato in salvo, con discrezione ineccepibile, la mercenaria, evitando di farsi notare, ovviando a ogni sguardo indiscreto, e conducendola, con abilità, nel solo luogo, in città, in cui ella sarebbe potuta essere accolta, curata, protetta. «Serve… qualcuno. Qualcuno che l’aiuti!» gemetti, mancando di sangue freddo di fronte a simile spettacolo, umanamente terrorizzato nell’essere innanzi a tanto dolore.

32

Sean MacMalcom

«Peccato che i cerusici non abbondino entro queste mura.» replicò il guercio, con tono quasi sarcastico, o forse pragmatico, in reazione alle mie emozioni prive di iniziativa, di utilità. «Dobbiamo occuparcene noi.» definì con fermezza, con forza d’animo, Be’Sihl, riprendendo parola e liberandosi le braccia dalle maniche della propria casacca, nel predisporsi all’intervento «Purtroppo non possiamo fidarci di alcun altro: c’è troppa gente, qui, che ricaverebbe dei grandi benefici dalla prematura scomparsa di Midda. Non possiamo concederci il rischio che la notizia si diffonda, nel coinvolgere altri oltre a noi tre.» In quel momento avrei dovuto sentirmi estremamente onorato da quell’affermazione, dal poter essere lì presente, soprattutto a seguito di simili parole. Senza complicati giri di parole, in assenza di retorica, Be’Sihl aveva infatti appena sottolineato la sua considerazione nei miei riguardi quale quella verso una persona fidata, da mantenere accanto a sé nonostante la profonda crisi, l’incredibile dolore che, in quel frangente, non gli sarebbe potuto essere negato. Ovviamente solo a posteriori potei riflettere sulla situazione e sull’onore concessomi: in quel preciso frangente, al contrario, ammetto che avrei volentieri rinunciato alla nomina così a me offerta, per poter fare ritorno al mio quieto lavoro, a servire senza rischi, senza responsabilità, senza preoccupazioni i clienti affamati al piano inferiore. Nella mia codardia, comunque, non ebbi cuore di donar voce a quel pensiero, a simile timore, temendo la reazione che esso avrebbe potuto scatenare, e, pertanto, restai immobile al mio posto, ubbidiente agli ordini che mi furono successivamente proposti, concedendomi al mio padrone, e affrontando la questione, invero, con lo stesso animo con cui in passato avevo vissuto incarichi non graditi al servizio di lord Cemas. Ciò che, nella mia stupidità, ancora non stavo riuscendo a comprendere, era allora come, in quel momento, la situazione fosse assolutamente antitetica alle tante già affrontate in passato. Be’Sihl non era Cemas, non obbligo mi stava imponendo, ma aiuto mi stava supplicando, non per la morte aveva richiesto la mia presenza ma nella speranza di concedere la vita. E solo un idiota avrebbe potuto porre le due figure sullo stesso piano. Un idiota come me… Le ore successive furono lunghe e faticose. Innanzitutto Midda venne spogliata dei suoi abiti e lavata dall’immondizia che ne aveva ricoperto quasi interamente il corpo, a permettere un’analisi più obiettiva della situazione. La freccia, fortunatamente per tutti e, soprattutto, per lei, non era ancora stata rimossa, tamponando con la propria presenza la ferita inferta. Se essa

MIDDA’S CHRONICLES

33

fosse stata estratta prima del tempo, probabilmente, non vi sarebbe potuto essere nulla da fare per la mercenaria, dove precedendo ogni rischio di infezione o di eventuali danni all’organismo, sarebbe stata altresì la perdita di sangue a decretarne la morte. In fondo, oggettivamente, dopo ciò che aveva subito, il fatto che ella non fosse ancora deceduta si stava proponendo come evidente segnale di speranza, di una possibilità di salvezza: se il dardo avesse, infatti, colpito punti vitali, alcuna preoccupazione avremmo potuto provare in quel particolare momento, alcun timore avremmo vissuto in quella situazione, ritrovando, ancora, semplicemente solo la tragica possibilità di rimpiangerla, e nulla più. Ineluttabilmente, comunque, il momento fatidico fu alfine raggiunto e nel mentre in cui il guercio, da un lato, e io, dall’altro, ci premurammo di tenere bloccata la donna guerriero, costringendola con forza al letto per impedirne ogni possibilità di movimento improvviso, in quel contesto per lei potenzialmente letale, a Be’Sihl restò la responsabilità di procedere con l’estrazione del corpo estraneo. Non credo che mai potrò scordare il grido che Midda generò nell’istante in cui l’azione, così organizzata, fu effettivamente posta in essere, sottolineando il proprio dolore e, in ciò, anche la vita che ancora non l’aveva abbandonata. «Io non sono mort… aahhh!!!» Solo all’imbrunire la situazione parve stabilizzarsi, raggiungendo una momentanea tregua e vedendo la donna, completamente fasciata, essere posta a riposo sul proprio letto, sotto le coperte. Tutti e tre, così, precipitammo a terra, stremati per quanto accaduto, privati di ogni energia per la tensione che, troppo a lungo, aveva dominato i nostri corpi, nonostante solo Be’Sihl avesse avuto un ruolo realmente fondamentale in quelle ultime ore. Egli, quel giorno, rivelò di possedere capacità fuori dal comune, più degne di un medico che di un locandiere, intervenendo con mano ferma e controllata sulle forme di colei che, di certo non avrebbe mai ammesso, ma neppure avrebbe negato, di amare. E, in tutto questo, la mia ammirazione per lui non poté allora evitare di crescere a dismisura. «Ce la farà?» domandai, con tono incerto, temendo forse la risposta ancor più del dubbio a tal riguardo. «Se riuscirà a superare la notte sì.» replicò il guercio, osservando la donna.

34

Sean MacMalcom

Midda appariva madida di sudore, quale conseguenza della febbre che ne stava straziando il corpo, dominandola con rabbia, con ferocia priva d’eguali: la sua pelle era stata lavata, la sua carne curata e fasciata, ma dentro, in lei, la battaglia più importante stava avendo inizio proprio allora, nel contrasto all’infezione che avrebbe potuto decretarne la morte o sancirne la vita senza che ad alcun altro fosse data possibilità di intervenire ad aiutarla, a sostenerla. «Ho fatto tutto quello che era in mio potere: ora è nelle mani del destino.» sussurrò Be’Sihl, sfiorando appena la mano della donna nel confermare tale drammatica situazione. Indubbiamente, su lui pesava in maniera maggiore la responsabilità di quel momento, in un tormento appena comprensibile a sguardi esterni. Se, infatti, ella non fosse sopravvissuta, probabilmente egli non sarebbe riuscito a trovare pace, adducendosi la colpa di non aver fatto abbastanza nonostante, invero, avesse fatto più di quanto si sarebbe potuto attendere da lui, più di quanto credo nessuno avrebbe potuto credere possibile fare. Innanzi all’ipotesi di una tale tragedia, però, appariva chiaro come l’uomo non avrebbe potuto accettare spiegazioni, giustificazioni, per quanto logiche e razionali: i suoi sentimenti per lei, anche se posti da sempre a tacere, non gli avrebbero potuto offrire consolazione o perdono. Ma, con la forza d’animo che fino a quel momento aveva dimostrato, con quell’empatia che lo aveva contraddistinto al di là del suo brutale aspetto fisico, delineandolo quale persona molto più profonda, molto più complessa di quanto non potesse apparire, ennesima conferma della mia personale filosofia sulle pietre, fu nuovamente il tranitha a prendere il controllo della situazione. Egli non ricorse più a battute intrise di sarcasmo, ma offrì una verità, sincera, indiscutibile, in poche semplici parole che ribaltarono completamente la realtà, almeno per come l’avevamo osservata fino a quel momento. «No. Sbagli.» affermò, appoggiando una mano sulla spalla del locandiere «E’ il destino a essere nelle sue mani.» Anche io avrei voluto dire qualcosa, avrei voluto cercare di proporre la mia voce, di confermare quell’opinione per dimostrarmi vivo, attivo, presente accanto a loro, ma di fronte alla situazione mi sentii inerme, impossibilitato a esprimere qualsiasi emozione. In me, al contrario rispetto a entrambi loro, si concedeva essere solo il desiderio di uscire all’esterno di quella stanza, di andare a ricercare un sasso per offrirmi futura memoria di quella giornata e di ciò che durante

MIDDA’S CHRONICLES

35

essa era accaduto: una pietra ferrosa, in tonalità di ruggine, giudicai immediatamente, sarebbe stata allora la scelta migliore, nel ricordare quel sangue, quelle ore di dolore e angoscia. Allontanarmi in quel momento, però, avrebbe significato tradire la fiducia che Be’Sihl aveva riposto in me, abbandonarlo quando più aveva dimostrato evidente necessità di non voler restare solo… e così non mi mossi. Nonostante tutto restai ancora presente, in silenzio ma presente, sacrificando le mie esigenze personali e rimandando ai giorni successivi la brama per quella pietra. Sasso che, poi, effettivamente cercai e trovai a tempo debito. «E’ un guerriero: la lotta è ciò per cui è nata.» incalzò il guercio, annuendo con convinzione e cercando di trasmettere tale positività anche al compagno in quella sventura «Lotterà.» Ed ella lottò… Tre furono i giorni necessari a Midda Bontor per superare la febbre. Giorni lunghi, immensi, che parvero essere più simili a mesi, soprattutto per noi che vivemmo da spettatori quel momento, quella situazione, impossibilitati a qualsiasi azione nei suoi riguardi: nel corso di tale periodo, Be’Sihl non volle concedersi possibilità di distrazione, di riposo, per quanto evidentemente la nostra presenza accanto alla donna non sarebbe potute essere giudicata né richiesta né necessaria. Per tal ragione, il guercio e io non saremmo stati costretti in alcun modo a restare a nostra volta al loro fianco, ma entrambi, tacitamente, comprendemmo la situazione e accordammo, ancora, la nostra presenza. E se, come sottolineato, mai scorderò il grido che Midda lanciò nell’attimo in cui la freccia venne estratta dal suo corpo, ancor meno credo che mi sarà permesso rimuovere l’immagine, meravigliosa e incredibile, che in quel mattino, all’alba del terzo giorno dall’intervento, si concesse innanzi al mio sguardo. Ho premesso di aver già avuto esperienza con le donne, vero? Ho specificato come, né il corpo femminile, né i suoi doni, fossero per me un mistero, no? Quella mattina, nonostante tutta la mia competenza in tal campo, fui sul punto di soffocare, nell’aprire gli occhi, ancora annebbiati dal sonno, e nel ritrovarmi a pochi pollici di distanza dalle curve della mercenaria, nuovamente vitale e completamente nuda, davanti a me! Invero, nei giorni precedenti, le forme di Midda non erano state un mistero per alcuno fra noi, essendo ella rimasta, effettivamente, sempre priva di ogni forma di abbigliamento sotto le coperte, e avendola tutti noi detersa dal sudore con regolarità almeno due volte al giorno: in quel

36

Sean MacMalcom

momento, però, fu come se io ne avessi avuto reale percezione per la prima volta, come se esse mi fossero rimaste del tutto sconosciute e, solo in quel frangente, le avessi potute apprezzare in tutta la loro pienezza. Ella, evidentemente, aveva ripreso coscienza e stava tentando di raggiungere i suoi vestiti, ripiegati in maniera ordinata sullo scrittorio accanto al quale io mi ero addormentato, avvolgendomi nel calore di una coperta di lana grezza. Era stata incredibilmente discreta nei movimenti, assolutamente quieta nei propri passi, felina come un gatto, ma qualcosa, forse uno spostamento d’aria, forse semplicemente l’orario e la luce del nuovo giorno, mi aveva allora invitato a socchiudere gli occhi, proprio nel momento più proficuo che mai gli dei mi avrebbero potuto concedere per godere di quella visione unica e irripetibile. E, in ciò, il respiro mi restò bloccato in gola, facendomi rantolare un suono non meglio definito. La mia reazione, accolta in effetti con sguardo truce dalla donna, fece riprendere di colpo Be’Sihl, che si scosse dal sonno e farfugliò: «Cosa succede?» «Io… io…» tentai di parlare, di rispondere, di dire qualsiasi cosa o, anche solo, semplicemente, di staccare gli occhi dai seni che, innanzi al mio viso, delicatamente continuavano a ciondolare in una rara ricchezza, senza però ritagliarmi occasione di successo in alcuno di tali propositi. «E riprenditi.» mi rimproverò Midda, impossessandosi dei suoi abiti, obiettivo di quell’incursione, nel rivolgere, per la prima volta, una parola esplicitamente verso di me, con un tono che, però, non riuscii a comprendere, forse serio, forse spazientito, forse semplicemente scherzoso «Sembra che non abbia mai visto una donna nuda in vita tua…» Ciò che avvenne dopo quel momento non mi fu semplice da seguire e, in verità, io stesso fui addirittura dimenticato da tutti i presenti. Tanto Be’Sihl, quanto Midda, nonché il guercio, ritornato poco dopo da una qualche passeggiata all’esterno, sembrarono allora persino ignorare la mia presenza in quella stanza, proseguendo nelle proprie discussioni, nelle proprie schermaglie verbali senza alcuna necessità di coinvolgermi in esse. E così, non mi fu riservata alternativa a restare abbandonato nella stessa posizione in cui mi ero ridestato, lì immobile quasi fossi rimasto stordito dall’immagine di lei, certamente ormai negatami, e che pur non voleva ancora abbandonare il mio sguardo, nel confronto con quel corpo pur ancora ferito, pur ancora debole, che era comunque stato in grado di donarmi una nuova concezione non solo di femminilità, ma anche di innegabile forza.

MIDDA’S CHRONICLES

37

In pochi minuti, comunque, la situazione si evolse tanto rapidamente quanto lentamente nei giorni prima era rimasta simile a se stessa, vedendo la mercenaria essere rivestita dal locandiere e accordarsi con il tranitha per la liberazione di una sua giovane compagna, ragazza con cui aveva fatto ritorno alla locanda in quella particolare occasione e che, assurdamente, era stata rapita sotto i suoi occhi. E, sebbene sarebbe stato ovviamente sciocco intervenire in tutto quello, in una realtà di fronte alla quale sarei apparso ovviamente alieno, una parte di me, forse ancora ammaliata dalla visione offertami precedentemente, avrebbe allora voluto gridare il proprio supporto alla donna, avrebbe voluto aggregarsi alla sua missione, ignorando ogni eventuale rischio, disinteressandosi di ogni possibile pericolo, nella volontà di poterle essere vicino, di poter nuovamente sentire la sua voce rivolgersi a me così come era appena stato. Naturalmente, inevitabilmente, mantenni allora il silenzio che mi aveva contraddistinto fino a quel momento, limitandomi a osservare la scena quasi come uno spettatore esterno, e ad aggiungere, intimamente, la necessità di ricercare un’altra pietra, oltre a quella di cui già avevo preso decisione, nel voler enfatizzare gli eventi di quella mattina, sebbene impossibile sarebbe potuto essere dimenticarli. Evidentemente, come ciò che ne seguì ne fu indiscutibile riprova, quei fatti mi influenzarono molto più di quanto non avrei voluto o potuto intendere al momento, nel particolare frangente di quell’occasione.

seguito della ripartenza di Midda da Kriarya, per un’assenza che, come solo a posteriori fu evidente, sarebbe durata più di un anno, i fatti occorsi nei giorni della sua convalescenza divennero praticamente di pubblico dominio, mischiandosi in maniera incontrollata alle innumerevoli polemiche che la videro allora protagonista all’interno delle mura della città del peccato.

A

Diverse furono allora le informazioni che si imposero alla mia attenzione, attraverso un ascolto passivo delle voci circolanti in città, più che in conseguenza di un vero e proprio interesse in tal senso: per quanto ovviamente variegate, dove ognuna sembrava impegnarsi a offrire una propria ipotesi di realtà al di là dell’univocità intrinseca in tale concetto, esse si proposero con una certa armonia nella prima metà dei fatti riportati, perdendosi altresì in un futile contrasto di opinioni sulla seconda.

38

Sean MacMalcom

Praticamente a tutti, pertanto, risultò chiaro come la liberazione della ragazza rapita, Camne Marge, avesse richiesto alla mercenaria il confronto con un’armata formata da uomini e donne della Confraternita del Tramonto, una potente organizzazione kofreyota di mercenari che fino a quei giorni non aveva mai agito in maniera particolarmente evidente nella volontà di espandere le proprie mira su Kriarya, obiettivo considerato troppo anarchico, incontrollato e incontrollabile per potersi concedere quale appetibile. Uno dei signori della città, però, violando regole non scritte, patti impliciti fra tutti i potenti dell’urbe, aveva, infatti e purtroppo, coinvolto la Confraternita nelle proprie questioni personali, ricorrendo ai servizi della stessa per tentare di ricattare Midda attraverso il rapimento della sua protetta, nel desiderio di ottenere dalla donna guerriero una lealtà forzata. Secondo una certa maggioranza, di fronte a simile dilemma la mercenaria, aveva così agito in assoluta malafede, coinvolgendo non solo il proprio mecenate, ma anche tutti gli altri signori della capitale nell’organizzazione di un estemporaneo esercito da opporre alla Confraternita, per dichiarare guerra agli invasori: nel momento in cui, però, ella aveva ottenuto da questi ultimi una proposta di patteggiamento, con la liberazione dell’ostaggio in cambio alla sua rinuncia allo scontro, la medesima donna guerriero aveva rifiutato la prosecuzione della battaglia già incominciata, abbandonando il campo proprio nel momento altrimenti utile alla vittoria e lasciando, in conseguenza di tale indegna ritirata, i propri compagni a un destino di morte certa, segnato quale solo sarebbe potuto essere dalla sua assenza strategica. Difficile fu, allora, per me, al pari di molti altri, credere a un atteggiamento del genere: sebbene ancora poco mi fosse stato concesso di conoscere a riguardo di Midda Bontor, infatti, non avrei mai potuto far collimare il profilo maturato nella mia mente a suo riguardo con un tale atteggiamento, con un simile comportamento. Ciò nonostante, all’epoca di quei fatti, non potei né concedermi di indagare più a fondo, né tentare di offrirmi in sua difesa in contrasto alle opinioni a lei avverse, anche dove semplicemente offerte dai miei stessi compagni, dal momento in cui, proprio in quei giorni, molti altri furono i problemi personali che dovetti affrontare. Come già accennato, anche i dettagli in merito al periodo di patimento della mercenaria ebbero modo di diffondersi in vie altrettanto caotiche e, con esse, gli altri giovani al servizio di Be’Sihl non faticarono a comprendere le ragioni della lunga assenza che aveva visto sia il locandiere, sia me medesimo, quali entrambi protagonisti, collegandomi pertanto e irrimediabilmente alla questione. E così, in un’equazione che vide posti da un lato un gruppo di normalissimi ragazzi e dall’altra la notizia di una splendida donna nuda e sudata per tre giorni in un letto, la

MIDDA’S CHRONICLES

39

malizia, nel migliore dei casi, risultò essere praticamente inevitabile e, nel momento stesso in cui, ai miei compagni, fu dato di sapere che di quell’occasione concessami così generosamente dal fato non avevo approfittato in alcun modo, come altri non si sarebbero fatti scrupolo a fare al mio posto, la considerazione del sottoscritto ai loro occhi, già tutt’altro che positiva, precipitò senza freni in un baratro privo di salvezza. In conseguenza della mia fedeltà a Be’Sihl e alla fiducia in me riposta, purtroppo, mi ritrovai nuovamente a essere solo con i miei sassi e i ricordi a essi collegati, privato anche di quell’effimera socializzazione che prima, in quelle mura, mi era stata dopotutto concessa. Ovviamente fu mia premura mantenere simile situazione quale problema personale, evitando che una tale sciocchezza potesse raggiungere l’attenzione del mio benefattore e, magari, stimolarne una reazione. Dove la considerazione a me riservata dagli altri non si proponeva come positiva, in fondo, il sentimento non sarebbe potuto che essere giudicato quale assolutamente reciproco, ragione per cui, sotto certi punti di vista, non potei evitare di sentirmi quasi grato verso gli eventi occorsi, per avermi permesso, finalmente, di porre alla luce ciò che prima era stato celato solo dall’ipocrisia, liberandomi in ciò da un carico inutile e antipatico. Per un intero ciclo di stagioni restai pertanto completamente solo: sì immerso in un’atmosfera sempre affollata, sempre caotica e rumorosa, ma, ciò nonostante, assolutamente solo. Nel passare delle settimane, dei mesi, inevitabilmente gli scherzi dei miei compagni vennero meno, scemarono come sarebbe stato giusto e naturale avvenisse, ma questo non mi spronò a cercare ulteriore contatto con loro al di fuori del semplice e inevitabile rapporto di lavoro che sarebbe dovuto ancora intercorrere fra noi. I miei turni, nella locanda, si fecero sempre più lunghi e intensi, vedendomi quasi eguagliare lo stesso Be’Sihl, nel presentarmi quale sveglio prima dell’alba dopo essermi concesso solo un paio di ore di riposo nella notte. E, dove anche facile evidenza sarebbe potuta essere rilevata nel merito di quel cambiamento nei miei personali ritmi di lavoro, egli non me ne fece comunque mai parola, non cercò mai confronto in ciò. Credo, invero, che al mio padrone non fosse mai dispiaciuta la mia presenza accanto a lui in quei mesi, nel rassettare la locanda al mattino presto o nell’allontanare i clienti a notte inoltrata, non tanto per l’aiuto offertogli, quanto più per il legame di complicità che ci aveva legato tempo prima nella difesa, nella tutela di Midda, e per i ricordi che simile comune passato non avrebbe potuto evitare di suscitare in entrambi. Dopo la fatidica e sfortunata battaglia contro la Confraternita, del guercio tranitha non ci era stata più

40

Sean MacMalcom

offerta informazione, notizia, e, per tale ragione, della piccola compagnia creata attorno alla mercenaria, solo noi due eravamo rimasti, per poter ricordare quei giorni e, ovviamente, attendere il ritorno della stessa Midda Bontor, ovunque ella fosse finita nel mondo. Ovviamente cronache in merito alle gesta della nostra comune conoscenza, del soggetto protagonista inevitabile dei nostri ricordi, non mancarono in quel periodo. Fra le molte, ella assunse addirittura il nome di Figlia di Marr’Mahew, risultando protagonista di epici scontri, di incredibili imprese, a noi sempre tanto vicina, almeno sotto un profilo meramente geografico, e, pur, terribilmente lontana. Ciò che, in tutto quel periodo, in effetti, non mi riuscì però a risultare chiaro, fu il perché ella tardasse tanto a fare ritorno a Kriarya, quasi fosse sorda al patimento che, con la sua assenza, inevitabilmente stava provocando a Be’Sihl, suo amico. E se anche egli mai parlò di lei, forse per scaramanzia, forse per evitare di mettere a nudo i propri pensieri, le proprie emozioni, nel suo sguardo, ai suoi occhi, solo l’immagine della donna guerriero risultò sempre chiaramente presente, per quanto, in quelle stagioni, non mancarono di presentarsi, al suo fianco, amanti occasionali, compagne di una notte o, persino, di una settimana intera. Personalmente, in quel periodo, mi ritrovai particolarmente diviso fra emozioni e raziocinio, fra ciò che sapevo essere giusto e ciò che, invece, avrei voluto fosse tale per me stesso. La fedeltà e l’affetto che mi legavano a Be’Sihl mi facevano giustamente preoccupare per lui, condividendo la sua pena per l’assenza di Midda. Al contempo, però, nel riportare il pensiero alla donna guerriero, a tutto ciò che ella rappresentava e, ancor più, che ella era, sempre più difficile fu per me riuscire a evitare di sentirmi infatuato da lei, in un rapporto che percepivo come impossibile, come sbagliato, ma che umanamente non avrebbe potuto evitare di irretirmi. In tale contrasto interiore, vissi quel lungo anno diviso in comportamenti che non posso, ora come ora, che giudicare assurdi, quasi infantili. Dove, infatti, da un lato non mancai di giudicare negativamente il mio benefattore per le sue compagne di letto, quasi egli stesse tradendo Midda in simile atto, forse provando nuovamente emozioni dimenticate dal giorno in cui sorpresi mia madre stretta fra le braccia di uno sconosciuto; dall’altro lato non evitai io stesso di cercare il calore della presenza femminile, fin troppo facile da trovare nella città del peccato con pochi soldi, selezionando coloro che, in un modo o nell’altro, si ponevano quali feticci della donna guerriero, lasciandomi immaginare di giacere insieme a lei attraverso loro. Ognuna delle mie amanti occasionali, naturalmente, meritò l’aggiunta di una pietra alla mia collezione, ma tutte

MIDDA’S CHRONICLES

41

loro, per quanto degne di considerazione superiore rispetto a quella che offrii loro, furono rappresentate da sassi che io stesso non riuscivo, paradossalmente, a non considerare quali minori, soprattutto nel confronto con quelli che, invece, mi ricordavano Midda. E più il tempo scorreva, più in me diventava forte l’egoistica illusione che ella sarebbe potuta essere mia, che io avrei potuto conquistarla, dal momento in cui Be’Sihl, sebbene avesse avuto evidentemente fin troppe occasioni in tal senso, le aveva puntualmente sprecate e, in questo, non sarebbe più potuto essere ritenuto degno di lei, meritevole di tanta grazia. Amico e nemico, rivale e complice: in tal modo percepii pertanto, quasi nevroticamente, la stessa figura del mio padrone, legandomi in ciò sempre più a lui come, realmente, a un padre. Sì… perché dove le emozioni che provavo nei suoi riguardi si ponevano del tutto simili a quelle vissute nei confronti di mia madre, solo in tal modo sarebbe potuto essere descritto il vincolo che, inconsciamente, mi aveva stretto a lui. Fu necessario il quarto ritorno della Figlia di Marr’Mahew alla locanda per concedermi l’occasione di fare ordine in me, nel mio cuore, nella mia mente e nel mio animo, come prima non mi era stato dato modo di compiere, maturando ancora un poco, crescendo lentamente. Se dodici mesi prima, in contrasto al suo modo di fare solitario, non si era presentata da sola alle porte della città del peccato, un anno dopo ella vi fece ritorno accompagnata, addirittura, da nuovi compagni di ventura: tre mercenari, suoi pari, che, nella volontà di una comune mecenate, erano stati uniti per l’adempimento di un incarico, una missione non meglio dichiarata, tenuta segreta al pubblico, ma evidentemente caratterizzata da un livello di pericolo fuori dal comune, da una complessità insolita, se non addirittura inumana, dove aveva richiesto il coinvolgimento di una simile squadra. E se io non ebbi esitazioni a riconoscere la donna guerriero, né mai avrei potuto riserbarmene, dove il tempo era parso non essere trascorso per lei, le stagioni erano sembrate non essersi alternate in quel periodo di distacco, lasciandola inalterata nella propria bellezza, nella propria forza, quasi fosse partita il giorno prima, al di là di ogni altra considerazione, ciò più mi colpì in un simile frangente, fu come anche ella diede allora prova di ricordarsi, parimenti, di me, nel riconoscermi, associandomi naturalmente, ma incredibilmente dal mio umile punto di vista, alle figure di Be’Sihl e del guercio tranitha, in quanto presente nella sua stanza al momento di quel lontano risveglio.

MIDDA’S CHRONICLES

163

La sposa del sultano
plendente, fulgido, ineffabile nell’alto dei cieli, così lontano dalla terra e da ogni dissidio dei comuni mortali, così vicino agli dei e alla loro assoluta perfezione, in quella mattina di fine autunno, nel proprio movimento continuo, ciclico, eterno, nell’inarrestabile passione che fin dall’origine dei tempi lo aveva animato e caratterizzato e, probabilmente, per sempre avrebbe continuato a farlo, il sole si offrì ancora una volta agli uomini e alle donne di ogni continente, regno, provincia o città, quale spinto, spronato dal desiderio di ricordare loro l’umana natura che li avrebbe dovuti far considerare tutti eguali al proprio prossimo. Nel cuore dei membri della razza umana, purtroppo, estremamente facile da sempre, e per sempre, sarebbe stata l’illusione di potersi elevare gli uni al di sopra degli altri, assurgendo a un ruolo, a un’importanza superiore in sola virtù di una propria caratteristica fisica, reale o presunta, o del sangue nelle proprie vene, creando per esso tanto stupide quanto vane divisioni interne, alle quali impossibile sarebbe stato trovare giustificazioni, dimostrare un qualsivoglia raziocinio, neppure cercando un confronto con il regno animale, all’interno delle quali simili emarginazioni avrebbero potuto trovare eventuale ragione in un principio di territorialità. Al di là della ricchezza o del nome, tuttavia, anche coloro che si fossero creduti, nella propria superbia e arroganza, più potenti fra tutti i mortali, non avrebbero potuto evitare di essere posti su un medesimo piano sotto allo sguardo del sole che, per chiunque, avrebbe continuano a sorgere a ogni alba e a scomparire a ogni tramonto, riscaldando anche i corpi più freddi, illuminando anche gli angoli più bui. Nonostante il cielo e i suoi astri, maggiori e minori, si ponessero sopra a ogni regno, a ogni popolo, con il proprio implicito messaggio di uguaglianza per tutti, sulla superficie delle terre emerse l’umanità si poneva, da sempre e per sempre, giorno dopo giorno, prigioniera di quei propri limiti psicologici, emotivi, imperterrita nelle proprie scaramucce, così minimali in confronto all’eternità, eppure assurdamente catastrofiche nella quotidianità. Conflitti e guerre, lungo alcuni confini, sussistevano da tempi tanto remoti da aver persino permesso di dimenticare ai protagonisti così coinvolti il ricordo di una realtà priva di esse, di una possibilità di pace, in un concetto diventato più filosofico che concreto, un utopia alla quale non poter credere, un sogno nel quale pericoloso sarebbe stato smarrirsi.

S

164

Sean MacMalcom

Y’Shalf e Kofreya, due regni appartenenti all’estremità sud-occidentale del continente di Qahr, si sarebbero potuti concedere, in quei tempi, quali perfetti esempi della stupidità umana, dell’innaturale ricerca di autodistruzione propria solo di tale categoria di creature mortali. Senza una ragione concreta, senza una reale esigenza alla base di tale scontro, le due nazioni, infatti, si stavano fronteggiando da generazioni, in una guerra che forse mai avrebbe potuto trovare una concreta soluzione dal momento in cui, invero, l’ostilità perpetua, il conflitto eterno e mortale, non sarebbe potuto essere comunque evitato nella ricerca di una possibilità di sopravvivenza, di una speranza di sussistenza per i due contendenti. In conseguenza a troppi anni di battaglie, a un eccessivo impegno militare, entrambe le nazioni avevano fatto, ormai, della loro stessa condanna la principale attività economica, il primo e necessario movente nel quale impiegare la propria forza lavoro e grazie la quale retribuire la stessa. E dove intere generazioni erano ormai nate e cresciute conoscendo unicamente simile realtà, tale condizione, quale futuro sarebbe potuto essere presente nei loro pensieri, nella loro vita, nell’esclusione della guerra stessa? In quali attività giovani uomini, e, sovente, anche donne, attualmente impiegati quali soldati regolari o mercenari, avrebbero potuto ritrovare di che nutrirsi? Mercanti, fabbri, carpentieri, e addirittura allevatori, tutti coloro che proprio nella guerra e nelle risorse assorbite dalla stessa incentravano la propria attività, come avrebbero potuto proseguire in un clima di pace? Una situazione, per questo, probabilmente irrisolvibile se non attraverso l’annientamento reciproco delle parti in causa. In un tale dramma, comunque, un aspetto da commedia sarebbe risultato evidente a chiunque avesse osservato con sguardo obiettivo come i due acerrimi nemici si proponessero, incredibilmente, del tutto simili fra loro, non in quanto semplici appartenenti all’umanità, ma in quanto caratterizzati da medesime situazioni, da simili problemi e, ancor più, da una cultura, una tradizione, una religione pressoché identiche. Dove la lingua scritta, nella forma delle parole e nei caratteri utilizzati, in Y’Shalf e in Kofreya si poneva apparentemente diversa, il suo uso quotidiano, nel comune parlato, rivelava come, in verità, fossero estremamente lievi le differenze di accento e di espressioni a dividere gli stessi. In ciò, pertanto, il dio del fuoco, della creazione e della distruzione, a oriente era indicato con il nome di Gau’Rol, mentre a occidente con quello di Gorl. O, ancora, il dio del mare, impietoso signore delle distese oceaniche e delle sue maree, a ponente trovava il nome di Tarth, cogliendo, in effetti, la denominazione tranitha di tale divinità, mentre a levante assumeva quello

MIDDA’S CHRONICLES

165

di Ta’Harar. E, poi, l’ultimo mese della stagione autunnale in Y’Shalf era nominato come T’Noph, in contrapposizione a Kofreya dove esso era conosciuto quale Tynov. Incompatibilità praticamente inesistenti, differenze del tutto irrilevanti, ma che, dopotutto, erano vissute con rabbia priva d’eguali, alimentando la situazione purtroppo spiacevolmente nota su entrambi i fronti. Volendo escludere le persone, la cultura, le tradizioni, la lingua, ossia tutti quei particolari che li avrebbero resi quanto meno fratelli, se non proprio gemelli, i territori dei due regni non si sarebbero potuti considerare effettivamente quali equivalenti. Probabilmente proprio in questo si sarebbe forse potuta individuare un’arcaica ragione della diatriba, uno sprone iniziale al conflitto, successivamente dimenticato nel corso di decenni di aspra guerra. Y’Shalf, a oriente rispetto al proprio avversario, godeva infatti di confini più vasti di quelli kofreyoti, non ritrovandosi segregata nell’abbraccio dei monti Rou’Farth come il proprio vicino: in ciò, quindi, essa si era potuta sospingere per un’estensione quasi doppia tanto a settentrione, quanto a levante, fino all’incontro con altre civiltà, con altri regni nei confronti con i quali non avrebbe avuto convenienza a cercare scontro, rispettivamente Urashia e Mes’Era. Tanta disponibilità di terra, caratterizzata da vaste pianure, irrigata e resa fertile da molti fiumi, decorata da qualche pescoso lago e appena segnata dalla presenza di poche zone collinari nel proprio interno, paradossalmente aveva offerto meno ragioni di urbanizzazione rispetto a Kofreya. Entro i confini y’shalfichi, pertanto, non si sarebbe potuta rilevare la medesima proliferazione di città presenti a occidente, per quanto gli stili architettonici di quelle comunque erette fossero del tutto paralleli a quanto esistente al di là dei monti, nel rispetto di quella loro disconosciuta, ma comune, cultura. La spiegazione di simile reale diversità, forse, si sarebbe dovuta ricercare negli antichi rapporti commerciali con mercanti provenienti da nord, dai regni centrali del deserto, che da epoche remote avevano trovato proprio in Y’Shalf la meta conclusiva del lungo cammino, longitudinale quasi all’intero continente, percorso dalle proprie carovane. Nell’influenza di tali popolazioni nomadi, e godendo di un territorio superiore alle proprie esigenze, la maggior parte delle attività umane della nazione y’shalfica non si erano concentrate nelle proprie capitali, quanto sviluppate e diffuse per l’intera estensione delle province, lasciando ai centri urbani solo responsabilità di genere amministrativo, nonché, ovviamente, il compito di restare quali solidi riferimenti, oasi sicure e accoglienti alle quali fare immancabile ritorno durante le stagioni peggiori, a protezione dai climi più rigidi, dagli inverni più severi.

166

Sean MacMalcom

Y’Lohaf, fra le poche città e capitali y’shalfiche, si proponeva essere quella sita più a occidente, più prossima al fronte del conflitto. E proprio nelle pianure sotto la sua giurisdizione, a conferma delle usanze lì vigenti, di una tradizione fondamentalmente nomade, almeno per coloro che si potevano permettere di esserlo, qual conseguenza del proprio ceto elevato o delle proprie professioni prive della necessità di una locazione stabile, in molti si stavano muovendo per il lento ritorno all’urbe, nel tragitto che, dopo tre stagioni lontani da edifici in solida pietra in favore della libertà concessa da più comode tende, li avrebbe ricondotti alla vita cittadina per i tre mesi invernali. Nonostante la maggior parte dei piccoli gruppi e dei grandi harem fossero ormai a una distanza ridicola dalle mura della capitale, indolenti si proponevano, ancora, nel ritorno alla civiltà così come concepita a occidente, incuranti persino del pericolo rappresentato dai guerriglieri che, in quei territori, cercavano di imporsi in contrasto a ogni autorità, a ogni rappresentanza del potere sovrano, per rivendicare i diritti dei ceti minori e la volontà di porre fine all’assurdità di una guerra durata, secondo la loro condivisibile considerazione, troppo a lungo. Da uno degli harem che da ormai tre settimane si era fermato a poche miglia dalla città di Y’Lohaf, una donna vestita secondo i canoni integralisti di una religione locale, sempre più prevalente nella propria influenza in quel territorio, si stava allontanando in direzione del vicino fiume, trasportando con sé un pesante carico di vestiti da lavare, nell’assolvimento di uno dei propri compiti quotidiani. Purtroppo per lei, un gruppo di guerriglieri era in attesa, in quei dintorni, di una qualche malcapitata, quale lei stessa, su cui porre le proprie mani, verso cui spingere le proprie mire. Purtroppo per loro, quella donna, della quale solo due occhi azzurro ghiaccio emergevano da sotto pesanti vesti scure a coprirle l’intero corpo, non sarebbe stata la preda che desideravano. Da oltre un mese, Midda Bontor era impegnata in missione all’interno dei confini y’shalfichi, proponendo le proprie compiacenti forme quali, drammaticamente, celate allo sguardo del mondo nella protezione di un burqa di colore blu scuro, estremamente prossimo al nero. Per quanto simile abbigliamento non l’avesse trovata entusiasta all’inizio della propria missione, e, a oggi, non l’avrebbe ancora potuta soddisfare pienamente, ella non avrebbe ormai potuto negare di essersi abituata perfettamente alla sua presenza quotidiana, né avrebbe potuto dimostrate tanta ipocrisia da contestare gli indubbi benefici che esso le aveva concesso nell’infiltrazione all’interno di quella nazione, nella quale, sicuramente, la sua presenza non sarebbe stata gradita, se solo vi fosse stato un modo per identificarla, se solo qualcuno avesse saputo che ella era giunta all’interno di quella particolare giurisdizione. Ritrovando

MIDDA’S CHRONICLES

167

svelati unicamente i propri occhi e, altresì, negando alla vista di chiunque ogni altro dettaglio, incluso quello delle mani e, in particolare della sua mano destra, in metallo nero, sotto le forme di quella lunga e larga veste, studiata, effettivamente, al solo scopo di celare l’essenza stessa della natura femminile, ella non avrebbe mai potuto correre il rischio di essere individuata, almeno sino a quando fosse stata in grado di celare il proprio reale accento in favore di quello y’shalfico. L’origine di simile abbigliamento, storicamente, sarebbe dovuta essere ricercata nei litham delle popolazioni nomadi dei regni del deserto. Esso, un copricapo costituito da un lungo velo necessario allo scopo di proteggere il viso dalla sabbia trasportata dal vento e a offrire una certa termoregolazione naturale a difesa del caldo del giorno e del freddo della notte, era stato, secoli prima, trasmesso alla cultura far’gharia per la vicinanza geografica e culturale di tale regno a quelli centrali: da allora, tuttavia, aveva vissuto una lenta trasformazione, integrandosi nelle lunghe vesti tanto maschili quanto femminili lì già dominanti, e finendo per esser imposto, con il nome di burqa, a tutte le donne, in virtù di alcuni estremismi religiosi, atti a mantenere un controllo patriarcale nella società. Per quanto la tradizione propria di Y’Shalf si proponesse decisamente lontana da quella dei regni del deserto o di Far’Ghar, anche solo sotto un profilo meramente geografico, l’uso del burqa era riuscito comunque a giungere fino a quella terra, inizialmente nel soddisfare i desideri di alcune sette più integraliste, formatesi a seguito della contaminazione culturale derivante dagli stretti commerci con tali regni, e successivamente riscontrando il favore di una società comunque improntata a un concreto maschilismo, come nella maggior parte dei regni dell’intero continente, inclusa la tanto odiata Kofreya. In Y’Shalf, in verità, non esisteva ancora alcuna legge a imporre tale abbigliamento all’interno dei confini della nazione e, a contrario, molti culti religiosi, lontani da quelli importati, non solo rinnegavano simile costume, ma arrivavano a ritenerlo, addirittura, quale blasfemia, dimostrazione di una fede diversa dalla propria e, per questo, da combattere a ogni costo. Fra i dissidenti nei confronti del burqa, in simile contesto, sarebbero allora dovuti essere annoverati anche i guerriglieri della provincia di Y’Lohaf, i quali, nell’opporsi al simbolo proprio di quella veste, ritrovavano gratuitamente l’ennesima ragione per contestare lo Stato contro il quale avevano votato la propria vita, nell’essersi sentiti traditi dallo stesso. La scelta di offesa nei confronti della mercenaria in incognito, votata all’unanimità dal gruppo di sette elementi celati non lontano dall’harem, sarebbe pertanto dovuta essere considerata pressoché naturale, quasi

168

Sean MacMalcom

scontata, benché assolutamente ingiusta e arbitraria. Ma in conseguenza a tale errore, per colpa della propria insana violenza, tutti loro avrebbero presto avuto ragioni di pentimento… «Fermati, schiava di indegni padroni.» richiese il primo fra loro, nel rivelarsi senza alcuna precauzione innanzi alla propria presunta vittima, non avendo, dopotutto, apparenti ragioni per le quali riservarsi prudenza. La donna guerriero, nell’avvertire quella voce, nel cogliere la figura ora proposta davanti a sé, rallentò appena il proprio passo, solo successivamente obbligandosi, addirittura, ad arrestare completamente il cammino, nella sola volontà di non tradire la propria copertura. Benché, probabilmente, non vi sarebbero stati sguardi indiscreti che avrebbero potuto riportare la notizia, nel suo essere sufficientemente lontana dall’harem al punto tale da concedersi quale potenziale ostia votiva per un gruppo di guerriglieri, e sebbene, sinceramente, desiderasse l’occasione di venire alle mani, per concedersi uno sfogo dopo troppe settimane di inattività, ella preferì continuare ad agire con discrezione, riservandosi comunque, e semplicemente, la possibilità di posticipare ogni eventuale scontro. Mantenendo, pertanto, fra le braccia la cesta con gli abiti che stava trasportando al fiume, per la loro pulizia, la mercenaria, conosciuta, a occidente, anche con il nome di Figlia di Marr’Mahew, restò in silenzio, immobile, simile a uno spettro dagli occhi di ghiaccio, gemme lucenti, brillanti sotto l’azione del tiepido sole autunnale. Nel cogliere la naturale arrendevolezza della propria preda, e alcun apparente pericolo di imboscata per se stessi, anche gli altri guerriglieri emersero dall’erba della pianura lì circostante, dimostrando di essersi riservati, a loro volta, un comportamento assennato. Comparendo attorno alla donna, offrirono immediata trasparenza sulla natura della propria missione, del proprio ruolo nella società y’shalfica, nel concedersi vestiti nei propri tipici abiti di bianca lana grezza, così simili a quelle dei propri corrispettivi a ponente dei vicini monti Rou’Farth, a quelle dei briganti operanti nelle province orientali del regno di Kofreya, diversi da loro solo per il colore di quegli stessi indumenti. «Due occhi chiari…» commentò una seconda voce, meno autoritaria rispetto al tono proprio della prima, rivelante al contrario una nota di disprezzo, di derisione verso di lei «… e un ampio bacino: una schiava sicuramente ricca di fascino, proveniente da un harem importante…» Midda restò, ancora, in silenzio, statuaria nella posizione assunta.

MIDDA’S CHRONICLES

169

Una parte di lei, in effetti, avrebbe, e aveva subito, potuto comprendere perfettamente come quell’insulto non fosse stato scelto a caso nei propri termini, in quelle espressioni ripetute da coloro che avevano formulato verbo fino a quel momento. Chiunque fra i presenti, invero, non avrebbe mai potuto ignorare come ella si stesse concedendo loro non nel ruolo di schiava, quanto più in quello di semplice serva. Il termine così adoperato dai suoi antagonisti, per simile ragione, sarebbe dovuto essere considerato qual riferito a una condizione psicologica ancor prima che fisica e, probabilmente, alla sua presunta sottomissione al sistema che essi avevano rinnegato e, per colpa del quale, le si sarebbero offerti quali aggressori. D’altro canto ella, al di là della correttezza teorica di simile riflessione, altrettanto facilmente sarebbe stata, e fu, in grado di concedersi chiara percezione nel merito di un’altra realtà celata dietro a un ideale politico, nelle parole adoperate. Attraverso quell’attacco, forti della giustificazione morale offerta dai principi alla base della propria guerriglia, una diversa arroganza, una meschina prepotenza cercava, in quel momento, di mantenersi celata, mascherata, salvo esser resa, nonostante tutto, assolutamente esplicita dalla natura stessa di quell’imboscata. Un contesto comprendete sette uomini contro una donna sola e, ipoteticamente, indifesa, infatti, non avrebbe mai potuto prendere in esame alti valori ad animare gli animi di quel gruppo, quanto, piuttosto, istinti decisamente bassi… tanto bassi da potersi collocare all’altezza dei loro inguini. «Sei così in preda al terrore da non riuscire più a parlare, schiava?» domandò un altro fra i guerriglieri, mantenendo il tono già adottato dal proprio compagno e, anzi, accentuando il disprezzo contenuto in esso, nonché il proprio chiaro sentimento di scherno. «Forse è muta… o le hanno tagliato la lingua.» propose un’altra voce nel gruppo, senza comunque voler dimostrare, in ciò, alcuna premura nei confronti del soggetto in questione «Poco male…» riprese, nel desiderio di non lasciare dubbi a riguardo del concetto già implicitamente offerto «Almeno non potrà gridare quando pagherà per le colpe dei porci che si ostina a servire!» «Speriamo che non sia troppo brutta.» si augurò un altro ancora, muovendosi attorno alla donna, non diverso da un avvoltoio sopra una carogna, quasi stesse tentando, invano, di spingere il proprio sguardo oltre la stoffa scura che la ricopriva integralmente «Se avesse perso la parola a seguito di qualche pestaggio o, peggio, di una tortura, potrebbe non offrirsi molto compiacente per i miei gusti.»

170

Sean MacMalcom

A peggiorare la già spiacevole situazione in cui quei sette disgraziati si erano andati a cacciare, innanzi al giudizio della donna guerriero, probabilmente influenzata in ciò dal periodo da lei trascorso entro quelle lande, la guerriglia y’shalfica, nel proprio generico principio, avrebbe potuto riservarsi una giustificazione, ragion d’essere estremamente inferiore rispetto a quella propria della sua controparte, il brigantaggio kofreyota. Nonostante fosse ben lontana dal potersi considerare perfetta, ammesso che al mondo sarebbe mai potuto essere raggiunto tale concetto, nella provincia di Y’Lohaf la società non si era mai spinta allo stesso degrado, alla medesima incuranza, altresì presente in province come Kriarya o Krezya, sue corrispettive in Kofreya. Al di là dei monti, infatti, il disinteresse del potere sovrano e dei feudatari, aveva permesso a ogni forma di civiltà di essere negata nelle zone più prossime al conflitto, non tanto in conseguenza delle azioni di truppe nemiche, quanto di quelle delle stesse schiere che sarebbero dovute essere considerate amiche, preposte a propria difesa, a garanzia della pace e della libertà. In Y’Shalf, al contrario e fortunatamente per gli abitanti di quelle terre, il sultano e i suoi visir erano riusciti a mantenere il controllo, a garantire alla quasi totalità della popolazione, anche nelle proprie fasce inferiori, il proseguimento della vita quotidiana, delle proprie attività giornaliere, imponendo ovviamente tasse allo scopo di finanziare la guerra e arruolando, a volte con il ricorso a un’eccessiva coercizione, nuovi elementi utili a rafforzare le proprie schiere, ma senza permettere all’anarchia di poter prendere il sopravvento, ai militari di poter abusare del proprio ruolo, del proprio potere a discapito di contadini, allevatori e artigiani. Da tutto questo, pertanto, nel confronto con il giudizio di colei che proveniva da Kriarya, dalla città del peccato, provincia a dir poco devastata dall’inettitudine dei propri governanti e dell’esercito, ridicole non sarebbero potute che apparire le rivendicazioni proposte dalla guerriglia y’shalfica, da coloro che, con la scusa di contestare la guerra e le sue ragioni, avevano deciso di rinnegare la propria nazione e, in conseguenza di questo, si erano riservati il diritto di infrangere ogni legge, di violare ogni principio, arrivando a macchiarsi di efferati crimini contro poveri innocenti, come sarebbe potuta essere anche lei, in quel momento, se solo fosse stata chi quel gruppo di sciagurati aveva creduto di aver incontrato. «Questi burqa sono una maledizione per dei poveri disgraziati come noi… lo comprendi?» rise uno fra loro, rivolgendosi direttamente alla propria preda «Voi camminate in giro apparendo tutte uguali, e noi non

MIDDA’S CHRONICLES

171

abbiamo modo di sapere cosa ci stiate nascondendo lì sotto almeno fino a quando non ve li strappiamo di dosso.» «Per quanto mi riguarda, è sufficiente che non sia troppo vecchia…» discriminò, in replica, un suo compagno, scuotendo il capo «Se fosse come l’ultima non riuscirei proprio ad avere il fegato di combinarci qualcosa… a quel punto, secondo me, sarebbe sicuramente meglio ammazzarla in fretta e liberarsi del suo corpo senza troppo giochetti.» «Io, invece, credo che siate un branco di idioti…» tornò a parlare colui che già aveva offerto chiari segni di apprezzamento in merito ai ben pochi dettagli fisici offerti al loro sguardo dalla vittima «Due occhi di questo genere non potrebbero essere associati a una cagna priva di fascino. E guardate la sua postura, la fierezza che, nonostante tutto, sembra non abbandonarla neanche ora…» «Forse non è semplicemente una schiava… potrebbe addirittura essere di nobili origini!» ipotizzò a quel punto uno degli altri. «Nobile o no, una volta che vengono spogliate e gettate a terra, queste cagne si rivelano essere tutte uguali…» continuò, sguaiatamente, il più ridanciano del gruppo «Anch’ella non farà differenza!» In parole come quelle tanto liberamente pronunciate, in desideri come quelli tanto allegramente espressi dal gruppo a sé antistante, Midda non avrebbe potuto evitare che provare non solo fastidio, ma reale disgusto nei confronti dell’istituzione di cui erano parte. La mercenaria non aveva mai desiderato giudicare o condannare la guerriglia y’shalfica, così come alcuna altra organizzazione del genere, per i gesti, per le azioni, per le bassezze di pochi elementi fra loro, di casi forse isolati in un gruppo comunque troppo vasto, in un movimento troppo ampio per essere efficientemente controllato. Ciò nonostante, per quanto razionalmente ella stesse tentando di restare obiettiva nei loro confronti, in virtù di un clima troppo diverso fra i due regni e di incontri come questo, la donna non avrebbe mai potuto considerare quella forma di resistenza al medesimo livello del brigantaggio kofreyota. Non che i briganti, nella propria generalità, si mantenessero sempre nel giusto, non che ogni loro azione fosse rivolta perennemente a offrire una vita migliore per tutti, ma almeno, in Kofreya, essi si ponevano essere vittime di violenze da parte dei rappresentati del governo che avevano rifiutato, e non, paradossalmente, prepotentemente e volontariamente, carnefici come stavano ora apparendo i loro colleghi in Y’Shalf. «Silenzio ora!»

172

Sean MacMalcom

In simili, semplici parole, si impose alfine colui che per primo si era rivolto nella direzione della mercenaria, arrestandone il cammino. Egli, fino a quel momento, era stato il solo ad aver offerto dimostrazione di possedere un minimo di autocontrollo, l’unico fra i propri compagni a non essersi concesso gratuite molestie nei confronti della donna da loro fermata, praticamente catturata. E allora, probabilmente in conseguenza di una sua posizione di comando in quel gruppo, tutti gli altri si arrestarono di colpo a quella richiesta, zittendosi e disponendosi, così, tranquilli, nella volontà di non essere per lui d’ostacolo, come a temere di poter incorrere in un secondo richiamo. «Hai idea di chi siamo, schiava?» domandò, avanzando di un passo in direzione della mercenaria, mantenendo il proprio tono tranquillo, moderato, e proponendosi, in ciò, forse quale il più pericoloso in quella combriccola, meno impulsivo rispetto ai propri compagni, non vittima delle proprie emozioni al pari degli altri. Forse proprio in conseguenza del confronto con quell’uomo, forse nel raggiungere la consapevolezza di come a nulla sarebbero valsi eventuali tentativi di dissimulazione con loro, nella volontà di evitare il ricorso allo scontro diretto, fu in quel momento che la Figlia di Marr’Mahew decise di rompere il velo di silenzio dietro il quale si era mantenuta, offrendo allora parole apparentemente di supplica, ma, sostanzialmente, di perentoria ingiunzione a non procedere oltre, a non abusare della sua pazienza. «Vi prego di lasciarmi proseguire nel mio cammino. Non ho nulla contro voi o la vostra causa…» pronunciò con voce forte, decisa, non desiderando in alcun modo celare un’intrinseca marzialità. Un istante di indecisione sembrò colpire l’uomo a seguito di tale affermazione, in conseguenza a quelle parole, alle quali rispose commentando: «Toni insoliti per una schiava…» «Vi prego di lasciarmi proseguire nel mio cammino. Non ho nulla contro voi o la vostra causa…» ripeté Midda, quasi fosse un déjà vu, mantenendo inalterata la propria voce, immobile il proprio corpo. «Hai paura?» riprese il capo dei guerriglieri, fissando i propri occhi, in tonalità di verde, in quelli di ghiaccio della propria presunta vittima, colei che forse già iniziava a dubitare quale tale, quale effettivamente idonea a simile ruolo «Dovresti averne… chiunque altro, al tuo posto, sarebbe terrorizzato in questo momento, ma non riesco a intuire alcuna ansia nel tuo sguardo, non riesco a leggere panico nel tuo animo.» «Vi prego di lasciarmi proseguire nel mio cammino. Non ho nulla contro voi o la vostra causa…» insistette, per la terza volta, la mercenaria,

MIDDA’S CHRONICLES

173

lasciando trapelare, ora, nella propria voce, nella propria pronuncia, una parte del proprio accento occidentale, estraneo a quello y’shalfico pur dimostrato fino a quel momento. Come pocanzi era avanzato verso di lei, così ora l’uomo si ritrasse, ritornando al punto da cui era partito, ponendo distanza fra loro, ma dimostrando, nonostante ciò, un evidente segno di inquietudine solo attraverso una fugace contrazione delle proprie pupille nere al centro delle lucenti iridi, impercettibile a chiunque al di fuori della sua controparte. E nel mentre in cui i suoi compagni continuavano a mantenere il silenzio, e le posizioni assunte a circondare la preda, la vittima ipoteticamente catturata, egli si concesse per un momento incerto su come agire, su cosa comandare, quasi avesse intuito, istintivamente, il pericolo incarnato nella figura innanzi a sé, ma, al tempo stesso, si stesse rifiutando di prestare ascolto a tale sensazione, ritenendola assurda, irrazionale. Purtroppo, però, nell’essere giunta sino a quel punto estremo, nell’aver visto tutti i pezzi disposti sulla scacchiera in maniera tanto aperta, così dichiarata, la situazione così conformatasi non avrebbe ormai potuto essere risolta in alcun modo diverso da quello preventivato e di questo, tanto l’uomo, quanto probabilmente la sua avversaria, si stavano ponendo perfettamente consci, confidenti con l’ineluttabilità del fato che solo una replica avrebbe potuto allora ritrovare qual giustificata all’affermazione insistente della mercenaria, solo una frase avrebbe potuto essere accettata da tutti gli altri lì presenti. Impossibile, anzi, sarebbe stato negarla loro, rifiutarla, dal momento in cui, se anche egli avesse voluto ritirarsi, se anche avesse voluto evitare il confronto con la minaccia rappresentata da quella donna misteriosa, non avrebbe più potuto agire in tal senso senza perdere il rispetto dei propri compagni, e, in conseguenza, senza, comunque, evitare quanto ormai divenuto destino già scritto, già segnato. «Tu oggi morirai…» dichiarò, pertanto, a conclusione di tale analisi, esprimendosi con forzata quiete, rinnovata freddezza «Tutti noi abuseremo di te e, poi, ti uccideremo, lasciando il tuo corpo stuprato sulle rive di quel fiume, dove i tuoi padroni potranno ritrovarti e ricevere il nostro messaggio, comprendendo che mai dovranno commettere l’errore di sentirsi al sicuro da noi, dalla nostra azione…» Quasi quelle parole fossero state una sentenza emessa a discapito della loro vittima, due fra i guerriglieri posti dietro alla mercenaria scattarono verso di lei in un gesto improvviso, per afferrarla alle spalle, alle braccia,

174

Sean MacMalcom

nel desiderio di catturarla, nella volontà di impedirle ogni possibilità di fuga dal destino a cui l’avevano votata. Ma dove essi si sarebbero attesi, da parte sua, una qualche ribellione, un qualche tentativo, pur vano, inutile, di evasione, la donna non offrì invece alcun movimento, alcuna emozione. Nella loro violenza, le sue braccia furono costrette ad aprirsi, lasciando precipitare a terra il proprio carico, il cesto di panni da lavare, prima strettamente sostenuto: ciò nonostante, fatta eccezione per simile reazione fisica, impossibile da evitare, ella si dimostrò imperturbata e imperturbabile, ancora eretta e fiera fra loro, quasi non fosse preda quanto, piuttosto, predatrice. «Volete vedere che questa cagna ha accettato di buon grado la nostra offerta?!» domandò, ridendo sguaiatamente, l’uomo impegnatosi a stringere il braccio sinistro della donna, strattonandolo all’indietro, fraintendendo il significato intrinseco della replica o, meglio, dell’assenza di replica da parte della loro prigioniera «Forse ha compreso che se non si agita troppo potrà anche provare piacere… o, forse, è desiderosa di potersi deliziare, per la prima volta, con dei veri uomini, e non mammalucchi pederasti.» «Ma… cosa?...» sussurrò, al contrario, il suo compagno, con aria preoccupata, nell’avvertire sotto il tocco delle proprie mani, chiuse attorno al braccio destro della medesima, non la morbidezza e il calore caratteristico della carne, lì attesa, quanto, invece, la robustezza e il gelo propri del metallo, imprevisto e inquietante. Nessuno ebbe comunque modo di prestare attenzione a quella reazione, nell’essere attratti, al contrario, dalle parole che pronunciò, in quello stesso momento, la mercenaria, proponendo ancora la propria voce e chiedendo, con tono freddo, controllato, quasi apatico o, forse, annoiato nei confronti di quell’azione: «Ditemi… quando è previsto che possano arrivare?» «Chi?!» replicò il carceriere alla sua mancina, non cogliendo il senso di quelle parole. «Gli uomini veri di cui hai parlato…» sussurrò ella. Solo il capo del gruppo di guerriglieri si poté allora accorgere della contrazione che subirono le pupille della donna, quasi scomparendo all’interno delle iridi color ghiaccio: quegli occhi prima ammalianti nella loro esoticità, nella rarità di quella tonalità, nel loro incanto divino, si trasformarono, in quel momento, in qualcosa di ben diverso, due pallidi specchi riflettenti la luce del sole e, insieme a essa, i volti di tutti loro, distorti in maniera tale da assumere un pallore innaturale… il candore tipico della morte.

MIDDA’S CHRONICLES

175

Inerme nei confronti del mostro, la donna guerriero fu così trascinata in cielo senza fatica alcuna, senza il minimo sforzo…

176

Sean MacMalcom «Uccidetela!» gridò egli, spaventato da simile spettacolo.

Quell’ordine, però, non riuscì a ricevere più attenzione di quanto prima non ne avesse ottenuta il sussurro dell’uomo alla destra della presunta prigioniera: tardivo, purtroppo per i guerriglieri, si presentò infatti alle loro orecchie, offrendo modo alla mercenaria, in un fuggevole istante, nel tempo intercorrente fra idea e azione, di violare l’immobilità mantenuta fino a quel momento. Nel rianimare le proprie membra, Midda si mosse incredibilmente rapida e leggera, scattando all’indietro e ottenendo, in ciò, evasione dai propri due secondini, nello scegliere la sola direzione verso la quale alcuno avrebbe potuto immaginare ella avrebbe ardito di portare i propri passi, avrebbe avuto coraggio di spingere le proprie energie. Inattesa e imprevedibile in quel movimento, la donna scivolò così letteralmente fra le mani della coppia, sfruttando a tal fine l’abbondanza delle proprie vesti, la morbidezza della stoffa del burqa, utile a farla scorrere simile a cristallina acqua attraverso la già labile morsa impostale. E finalmente libera di agire, e di colpire, la donna si limitò, comunque, a puntare semplicemente le palme delle mani contro le due schiene ora innanzi a sé, banalmente spingendo i due uomini in avanti e, in tal mondo, completare l’azione di sbilanciamento già iniziata con il proprio precedente atto. Entrambi i guerriglieri, in conseguenza di ciò, persero l’equilibrio, piombando rumorosamente al suolo, innanzi agli sguardi stupiti dei propri compagni: sbalordimento naturale, legittimo, innegabile per coloro che mai avevano ottenuto una simile risposta dalle proprie vittime, dalle malcapitate che sotto alle loro mani erano, sino a quel momento, state offerte da un impietoso fato. «Uccidetela… Uccidetela!» ripeté il capo del gruppo, sguainando in tali parole la propria sciabola senza concedersi ulteriori esitazioni, altri dubbi «Non è una schiava y’shalfica!» Imperturbabile, nonostante il pericolo rappresentato da sette avversari, la donna guidò il proprio corpo, i propri arti, ad assumere una posizione di guardia, in gestualità ignote a quegli uomini, a quei combattenti, troppo abituati ad aver a che fare con semplici serve per poter sperare di riconoscere, identificare simile tecnica. Sicuramente meschini e crudeli, ma non stupidi, comunque, essi ascoltarono le nuove parole loro proposte e imitarono immediatamente l’esempio associato alle stesse: una decina, fra sciabole e pugnali ricurvi, furono, pertanto, le lame sfoderate e proposte, con rabbia, innanzi a quella

MIDDA’S CHRONICLES

177

nemica sconosciuta e imprevista, utili a concedere al gruppo nuova fiducia in sé, nelle proprie possibilità in opposizione a chiunque si fosse celato sotto il burqa scuro. Il primo a slanciarsi contro la Figlia di Marr’Mahew, tentando un affondo nella sua direzione, vide in questo tutta la propria enfasi scartata da un movimento agile, da un gesto rapido, tale da portarlo a spingersi senza controllo ben oltre il proprio obiettivo e lasciandolo, in conseguenza di ciò, scoperto innanzi a ogni possibile controffensiva. Di simile imprudenza, fu la mano mancina della mercenaria ad approfittarne, guizzando simile a serpente contro la gola del proprio nemico e serrandosi, lì giunta, attorno a essa. Senza alcuna premura, le sue dita affondarono allora nella carne avversaria, riducendo l’uomo, in conseguenza, quale inerme vittima, impossibilitata non solo a muoversi, dove il minimo movimento avrebbe generato un dolore privo d’eguali, ma anche semplicemente a respirare. In suo soccorso, senza alcun ripensamento, si gettò un compagno. Egli tentò pertanto un fendente, nel lasciar precipitare la propria spada dall’alto verso il basso nella traiettoria del capo della mercenaria, concedendole un’offesa che le avrebbe imposto sicuramente la morte, se solo, in opposizione al medesimo, la mano destra della stessa non si fosse levata verso il cielo, a fermare quella discesa, ad arrestare la violenza così ipotizzata. E la spada, incredibilmente, nulla poté contro quel braccio, quella mano, dal momento in cui essa non era costituita da debole carne ma da solida corazza, in virtù della quale la morte, per lei, era stata scongiurata numerose volte in passato. Metallica, così, fu la vibrazione che derivò da quell’impatto, risuonando del tutto equivalente al rintocco di una campana d’allarme all’attenzione dell’intero gruppo, e alcuno fra essi poté, a quel punto, evitare di osservare l’immagine offerta innanzi ai loro occhi con un primo sentimento di inquietudine, se non, esplicitamente, di panico. «Sei un… un… jinn…» balbettò colui la cui lama era trattenuta nella mano destra di Midda. «Sbagliato. E, se mi permetti, siete tutti a dir poco grotteschi.» rispose ella, con assoluta tranquillità, puntando i propri occhi di ghiaccio nella direzione dell’interlocutore innanzi a sé, senza allentare la presa sulla sua spada o sul collo del suo degno compagno «Vorreste violentare una donna solo perché indossa un burqa e poi, al primo segno di pericolo, invocate subito degli spiriti maligni appartenenti alla religione che osteggiate?» «Non è un jinn… è una cagna occidentale!» gridò il capo, spingendo altri due, fra i suoi uomini, in avanti, nella direzione dell’avversaria, per costringerli ad affrontarla «Avanti… ammazzatela!»

178

Sean MacMalcom

Contro alla nuova coppia di antagonisti impegnati in una breve carica nella propria direzione, la Figlia di Marr’Mahew scagliò allora, senza troppi complimenti, il disgraziato che sino a quel momento aveva trattenuto stretto per il collo, liberandolo in tal modo dalla propria presa, ma, al tempo stesso, costringendo i suoi due compagni ad arrestarsi, nell’essere investiti dal suo peso, dove egli ormai si poneva praticamente privo di sensi in virtù di un concreto principio di soffocamento. Contemporaneamente a simile azione, nel mentre in cui la mano mancina della mercenaria ritrovò libertà dal proprio scomodo ingombro, la destra non solo rifiutò di sciogliere la propria presa attorno alla lama della sciabola arrestata in precedenza, ma, addirittura, riuscì a prevalere nel dominio sulla medesima: con un rapido movimento verso il basso, ella strappò infatti l’arma dal controllo avversario, facendola propria e ponendosi in tal modo libera di usarla contro di lui. Privato della propria spada, l’uomo avrebbe potuto ritirarsi rapidamente, nel dimostrare attaccamento alla vita, nel sottolineare una naturale prudenza che non gli sarebbe stata rimproverata da alcuno in simile frangente. Al contrario, però, egli scelse, coraggiosamente o stolidamente, di non farsi scoraggiare dall’apparente superiorità dell’avversaria e, immediatamente, tentò di reagire in opposizione a lei, offrendo un nuovo tentativo d’offesa forse nella speranza di poterla cogliere in contropiede e sopraffarla, con la propria velocità, con la subitaneità del proprio gesto. Un corto pugnale ricurvo fu estratto, a tal scopo, dalla sua fusciacca colorata, dalla cintola di stoffa stretta attorno ai propri fianchi nello stile y’shalfico, e, in un movimento rapido e deciso, venne diretto alla volta del ventre della donna, compiendo un ampio percorso orizzontale che avrebbe potuto squartarla senza alcuna pietà, condannandola a morire fin troppo rapidamente nonostante la punizione che, ai loro occhi, ella avrebbe meritato per l’ardire offerto nei loro stessi confronti. Anche quell’attacco, però, fu silenziosamente ed efficientemente vanificato dalla mercenaria, nell’utilizzo della sciabola appena conquistata quale propria linea difensiva innanzi a una morte già considerata certa agli occhi della controparte. Ancora stretta attorno alla lama, vicino alla punta là dove alcuna mano di carne e ossa avrebbe potuto reggerla senza ferirsi, essa venne utilizzata per arrestare l’avanzata del pugnale, interrompendone il tragitto e deviandolo verso una direzione meno pericolosa, non letale. E, a definire la conclusione di quel confronto, fu il suo pugno mancino, ritrovando allora il tempo utile a caricare la propria energia e, successivamente, a sfogarla in un violento impatto contro il volto dell’uomo.

MIDDA’S CHRONICLES

179

«Fatela a pezzi!» incitò il capo del gruppo, pur restando immobile a prudente distanza di sicurezza dall’avversaria, verso i due già inviati in suo contrasto, ma arrestati, temporaneamente, nella loro avanzata dall’impatto con il corpo del compagno svenuto.

enché alcuna emozione avrebbe potuto trasparire al di sopra del burqa, facendola risultare a uno sguardo esterno quale totalmente a proprio agio in quella situazione, sicura delle proprie possibilità nonostante si stesse ponendo in contrasto a un numero nettamente superiore di avversari, Midda non poté negarsi un certo disagio derivante dal vincolo che, in quel frangente, quello stesso abito le stava imponendo, bloccandola nei propri movimenti, legandole le gambe e impedendole, in tal modo, di poter combattere come le sarebbe stato più congeniale, nell’utilizzo completo del proprio corpo e non solo di una parte di esso. Non per un semplice caso, invero, da sempre era abituata a gettarsi in battaglia, nel cuore dell’azione più intensa e drammatica, tutt’altro che ricoperta da libbre e libbre di pesante armatura, quanto piuttosto vestita con i propri normali abiti, gli stessi di uso quotidiano. Dove, infatti, una corazza solo ipoteticamente sarebbe stata utile a difenderla, certamente sarebbe stata atta, al contrario, a vincolarne la mobilità, le possibilità d’azione, rendendola in tal modo facile preda per chiunque più forte fisicamente rispetto a lei. Per tale ragione, proprio sull’agilità, sulla destrezza, sulla velocità, ella aveva sempre voluto fondare il proprio confronto con gli avversari offertile dal destino, specialmente quando presentatisi a lei particolarmente superiori in ogni altro piano fisico, fondando su simili doti le proprie strategie, le proprie tattiche, nella ricerca della vittoria. Porsi, come era in quel momento, limitata nell’ingombro offerto da una tale veste, non avrebbe potuto evitare di renderla, pertanto, certamente inquieta, sebbene ella non avrebbe dovuto avere ragione di temere avversari del livello di quei guerriglieri, a lei indubbiamente inferiori in esperienza e abilità guerriera. Quando anche la seconda coppia di avversari giunse innanzi alla donna, coordinando i propri movimenti nella volontà di non permetterle possibilità di evasione, la Figlia di Marr’Mahew fu costretta ad agire rapidamente, nel desiderio di non soccombere al loro confronto in conseguenza alla propria minima capacità di movimento e azione. Trasferendo, così, la sciabola nella mancina, unica realmente utile al

B

180

Sean MacMalcom

controllo di quell’arma, e permettendo, in tal modo, alla destra di recuperare il proprio ruolo difensivo, quello di scudo onnipresente al suo fianco, ella arrestò le lame su entrambi i lati del proprio corpo, non concedendo loro ulteriore possibilità. E, prima che i due guerriglieri potessero ardire a ponderare un nuovo attacco, ella invertì rapidamente i ruoli fra loro, trasformando la propria postura di difesa in una d’offesa e strappando la vita dal corpo delle controparti senza ulteriori posticipazioni, nel tagliare, quasi con un sol gesto, entrambe le gole a lei così offerte. «Il primo sangue è stato versato…» commentò, fredda, distaccata, innanzi agli sguardi, divisi fra paura e orrore, dei compagni delle vittime, rantolanti a terra e in attesa della conclusione imminente delle proprie esistenze «Vi ho concesso occasione per fuggire, vi ho intimato per tre volte simile scelta, ma non mi avete offerto ragione. Ora pagherete per le vostre colpe, per la vostra lussuria…» L’uomo che in precedenza era stato colpito in viso, tentò in quel mentre, su quelle stesse parole, un altro attacco, nuovamente confidando nella distrazione dell’avversaria, ancora una volta sperando di poter giungere a lei prima ancora che ella potesse maturare coscienza di tale azione. Simile atto, al contrario rispetto alle sue aspettative, segnò semplicemente la conclusione della sua esistenza nel momento in cui la stessa sciabola, un tempo appartenutagli, si conficcò attraverso il suo cuore, fuoriuscendo per oltre quattro pollici dalla sua schiena, quasi essa avesse attraversato burro caldo ancor prima che carne umana. «… per tutto il male che avete riversato contro le vostre vittime.» continuò la voce della mercenaria, inalterata, come se il terzo morto, ora ammassato sopra ai propri due compagni già caduti, non le avesse offerto il minimo fastidio, alcuna distrazione nel proprio discorso «Uno stupratore non merita di sopravvivere alla propria vittima, non ha diritto di godere della luce di una nuova alba. E per quanto voi tutti celiate l’orrore dei vostri gesti dietro l’illusione di una giusta causa, altro non siete che banali aguzzini, indegni dell’aria che riempie i vostri polmoni, della vita che palpita nelle vostre vene.» In preda al panico, per quanto stava accadendo, e all’ira, per le parole loro rivolte, anche gli ultimi due, i soli guerriglieri al di fuori del loro caporione, e del loro compagno svenuto, ancora rimasti in vita e ancora dotati di coscienza, si gettarono nella direzione della loro nemica. In ciò, essi affidarono a due pugnali il compito di anticiparli nell’offensiva in

MIDDA’S CHRONICLES

181

atto, nella speranza di coglierla di sorpresa e ferirla o, comunque, imporle necessità di difendersi da tali armi e, in conseguenza, la possibilità di restare inevitabilmente scoperta a ogni ulteriore attacco. A evitare di concedere loro ragione, tuttavia, la donna agì simultaneamente a loro, spingendosi nuovamente nella sola direzione verso la quale non avrebbero potuto attendere il suo movimento, il suo attacco, nello scaraventarsi a testa bassa in avanti e nel farsi rotolare a terra, compiendo, in conseguenza, una capriola sopra i corpi dei nemici abbattuti. Grazie a tale gesto, ella riuscì non solo a evitare le due lame guizzanti nella sua direzione, proiettate con forza e precisione là dove un istante prima avrebbero potuto raggiungere il suo corpo, ma anche ebbe successo nell’intercettare i due avversari prima di quanto essi non avrebbero avuto modo di attendersi, colpendoli con la forza di entrambe le braccia, aperte e tese, all’altezza delle gambe, per interrompere il loro cammino e lasciarli precipitare a terra, privi di ogni grazia o coordinamento. «Thyres…» imprecò, purtroppo, immediatamente a seguito di tale gesto, nell’evidenza dell’essere legata dal proprio abito e non riuscire pertanto, a rialzarsi di scatto come avrebbe voluto, come le sarebbe stato utile in quel momento «Maledetto burqa…» Una violenza verbale, la sua, del tutto giustificata nel momento in cui, per quanto potenzialmente vittoriosa sulla coppia, così rallentata si offrì praticamente indifesa a terra, sopraffabile con semplicità. E, di ciò, i due disgraziati non ebbero esitazione ad approfittare, gettandosi senza eleganza, ma con estrema violenza ed efficacia, contro di lei, per costringerla a terra, impuntandosi di peso sopra le sue braccia e le sue spalle a non concederle possibilità di ulteriore fuga. «Ormai sei nostra, cagna tranitha!» esclamò uno degli aggressori, con trasparente soddisfazione per il risultato raggiunto, contro ogni aspettativa, a discapito di ogni previsione precedentemente loro avversa. «E sarai tu a pagarla…» aggiunse l’altro, condividendo la gioia del proprio compagno «Per ciò che hai osato contro di noi… contro i nostri compagni!» Nel non essere ancora mutata la condizione dell’abbigliamento della donna guerriero, la propria identificazione quale straniera e, nella fattispecie, originaria del regno di Tranith, avrebbe dovuto essere evidentemente imputata quale conseguenza, merito o colpa a seconda dei punti di vista, dell’invocazione divina appena proposta dalla medesima,

182

Sean MacMalcom

del suo richiamo rivolto verso la dea a cui era solita appellarsi, appartenente al pantheon della zona insulare di tale nazione e particolarmente diffusa nei contesti marittimi della stessa. Simile imprecazione, non a caso, si poneva essere propria e, praticamente, distintiva di molti uomini e donne figli del mare da lì provenienti. Nel confronto con tale particolare nel merito della sua origine, a quel dettaglio che solo apparentemente sarebbe potuto essere considerato trascurabile, all’attenzione di quanto rimasto del gruppo di guerriglieri fu offerta allora una maggiore consapevolezza sulle sue potenzialità, definendola ormai con assoluta sicurezza, e senza ambiguità di sorta, quale mercenaria. Ragione avrebbe voluto, infatti, che solo nello svolgimento di tale professione, di simile ruolo, una donna tranitha, appartenente a una cultura estremamente liberale in ogni aspetto della vita quotidiana rispetto alla maggioranza dei regni lì vicini, avrebbe potuto riservare interesse a camuffare le proprie sembianze sotto abiti y’shalfichi tanto oppressivi, nonché a spingersi all’interno di un harem, una fra le istituzione maggiormente ferree, rigide nei propri usi e costumi, riservandosi addirittura un compito nel medesimo in qualità di serva. Probabilmente, se solo ella non avesse già ucciso tre fra loro, e se avesse chiarito il proprio ruolo ancor prima dell’inizio di quell’offensiva, i guerriglieri non avrebbero ormai avuto ragioni per proseguire nella medesima, nonostante la lussuria che aveva spronato l’iniziativa da loro presa. Dove lo stupro e l’assassinio della serva di un nobile, probabilmente di un membro del governo, impiegata nel suo harem, sarebbe potuto essere un atto utile a rivendicare le proprie ideologie, le proprie ragioni, quelle stesse violenze nei confronti di una mercenaria tranitha, infiltrata sotto mentite spoglie all’interno dello stesso harem, altresì, sarebbero quasi sicuramente state controproducenti per la causa dei guerriglieri, nel danneggiare una qualche azione probabilmente orchestrata dai nemici kofreyoti a discapito dei propri naturali antagonisti, nel violare quel principio quasi universale secondo il quale il nemico di un nemico sarebbe potuto essere considerato quale proprio amico. Ma nel momento in cui la donna aveva versato il loro sangue, solo un’altra interpretazione sarebbe potuta essere addotta quale giustificazione per la sua presenza in quelle vesti, solo una chiave di lettura avrebbe ritrovato, giustamente, spazio nelle loro menti e nei loro cuori invocanti vendetta, bramosi della sua morte. E così, agli occhi dei guerriglieri, ella avrebbe dovuto che essere stata assoldata non tanto da un mecenate kofreyota quanto da uno y’shalfico, forse lo stesso responsabile dell’harem, con lo scopo di intervenire in loro contrasto, in offesa alla loro causa. Ragione per la quale, quella stessa mercenaria non avrebbe dovuto trovare alcuna possibilità di sopravvivenza, salvezza, nella necessità di venir punita

MIDDA’S CHRONICLES

183

ancor più severamente di quanto non sarebbe avvenuto nei confronti di una banale schiava: straniera volontariamente al servizio dei loro nemici, dei loro oppressori, non avrebbe avuto diritto ad alcuna pietà, meritandosi, al contrario, tutto il male di cui essi sarebbero stati capaci. «Rassegnati, tranitha…» incalzò di nuovo il primo ad averla così identificata «Se prima sarebbe potuta essere nostra intenzione ucciderti rapidamente, ora ci gusteremo la tua morte fino all’ultimo istante, cercando di prolungarla il più possibile…» «Ti faremo rimpiangere amaramente il giorno in cui hai deciso di mettere piede in Y’Shalf, e, alla fine, sarai tu a supplicarci di levarti la vita quale atto di grazia, di umana carità.» volle aggiungere il secondo, ancora una volta in completo accordo con il proprio compagno. Innanzi a simile svolta, nella quale la donna parve essere ormai vinta, costretta a restare praticamente immobile a terra, sotto il peso della coppia, privata di ogni possibilità di reazione e apparentemente rassegnata alla fine che le avrebbero imposto, anche il capo del gruppo maturò il desiderio di un confronto diretto con lei. E dove, sino a quel momento, forse più pavido o forse meno impulsivo rispetto ai propri uomini, egli si era mantenuto a distanza di sicurezza dall’azione, di fronte a tale immagine decise finalmente di avanzare verso la propria prigioniera, ritrovando parola e dimostrandosi di nuovo in grado di comporre frasi di senso compiuto e non più in ordini costituiti da una sola, ripetitiva, parola. «Sono curioso di scoprire quale volto si cela sotto questi pesanti abiti…» commentò, muovendo con gesti perfettamente controllati la propria sciabola verso la mercenaria «Sono curioso di osservare in viso colei che ha tanto ardito contro di noi…» proseguì, accarezzando con la punta affilata la stoffa del burqa. In tale gesto, egli concesse evidenza di una chiara padronanza sulla propria arma, offrendo alla medesima una pressione sufficiente a incidere la veste della donna lungo una teorica linea longitudinale, mediana al suo stesso corpo, senza incertezza alcuna e lasciando, in ciò, pur intaccato quanto celato sotto di essa. Non sarebbe dovuto essere considerato, infatti, ancora suo desiderio giungere a ferirla, dove per deturpare quel corpo tutti loro avrebbero potuto riservarsi sicuramente tempo e occasione migliore, dopo aver approfittato a sufficienza del medesimo, offrendo in tal senso ancora ascolto al sentimento di lussuria che l’occasione proficua doveva aver nuovamente stimolato, tanto in lui quanto nei suoi compagni.

184

Sean MacMalcom

Da sotto quel tessuto blu scuro, quasi tendente al nero, emerse in conseguenza di tale atto, non un corpo nudo, quale tutti loro si sarebbero attesi, avrebbero desiderato e voluto accogliere, quanto una nuova veste, un nuovo abito di fattura e colore ben diverso dal precedente. Una casacca, priva di maniche, avvolgeva strettamente il busto della prigioniera, modellandone le forme evidentemente procaci, generose nelle proprie proporzioni, mentre più in basso, le gambe, forti e muscolose, si ponevano fasciate in un paio di pantaloni, con una tonalità di verde diversa da quella superiore, più brillante rispetto a essa e, in ciò, quasi lucenti nel contrasto con il burqa prima presente. Anticipando però qualsiasi possibile reazione dei tre uomini ancora vivi e coscienti, sicuramente posti in disappunto da quella scoperta in contrasto alle loro volontà, Midda decise di offrire loro, in quel momento, ragione di pentirsi di non averla già uccisa, di non aver tentato, per lo meno, di eliminarla quando era apparsa a loro disponibile, senza speranze di fuga. Non appena i suoi arti inferiori furono liberati dalla stoffa del burqa, non appena venne loro concessa possibilità di movimento esterna a quella della veste prima troppo limitante per lei, quasi fosse una vera e propria prigione, ella non si riservò neppure la possibilità di un singolo istante di indugio, non dimostrò esitazione di sorta a sfruttare l’occasione donatale, preventivata e correttamente raggiunta nella stupidità tipica di quel genere di avversari, e, inarcando repentinamente la propria schiena per andare a colpire con il tallone del piede destro il mento del caporione, ella condusse il proprio piede sinistro a ricercare altresì, contro quello stesso corpo, all’altezza dell’addome, un supporto utile a concederle spinta per una nuova capriola, una giravolta, ora, all’indietro, tale da svincolarla dalla presa della coppia di avversari posti di peso su di lei. Ricadendo, così, genuflessa fra i propri due ex-carcerieri, ella agì allora con prontezza nei loro riguardi, non desiderando impiegare ulteriore tempo ed energia in uno scontro che non le avrebbe comportato alcun guadagno di sorta. E nel mentre in cui il suo arto destro, in freddo metallo, andò a chiudersi in una prima stretta attorno al collo di uno di loro, imprigionandolo fra braccio e avambraccio, le sue stesse cosce, un istante prima agognate, vennero sì offerte all’altro, ma in modo tale da formare, nell’incrocio delle gambe, una seconda morsa del tutto equivalente a quella contemporaneamente imposta all’altro. Ancor prima che essi potessero ipotizzare di impiegare la propria forza o le proprie armi in sua offesa, forte della posizione così conquistata, la Figlia di Marr’Mahew infranse in tal modo entrambe le colonne vertebrali e, con esse, le due esistenze loro collegate.

MIDDA’S CHRONICLES

185

«Spero che la tua curiosità sia stata appagata…» affermò, nel rivolgersi all’ultimo avversario ancora rimasto cosciente, all’ormai unico nemico da terminare a conclusione dell’opera in corso «Perché il prezzo da pagare per il privilegio da te ricercato, sarà pari alla tua stessa vita.» Due denti erano già stati infranti, e molti altri seriamente compromessi, in conseguenza del colpo portato a segno dall’azione della mercenaria, facendo dolere, in conseguenza, l’intera bocca dell’uomo. Malgrado il danno, impossibile da trascurare soprattutto per colui che lo aveva subito, nel desiderio di essere obiettivi su quanto accaduto, si sarebbe potuto constatare come, se solo ella fosse giunta più in alto, spingendosi in contrasto al suo setto nasale, le conseguenze di quell’azione sarebbero state indubbiamente più disastrose, tali forse da condurlo rapidamente anche alla morte. Innanzi a tale pensiero, a quella possibilità, egli avrebbe dovuto trovare ragioni per ringraziare i propri dei, ma, in quel frangente, nel particolare momento di quello scontro, rendere grazie al loro nome non si sarebbe potuta considerare quale una sua prerogativa, una sua priorità, un suo interesse, nel godere dell’opportunità che gli era ancora stata concessa per proseguire nella propria vita, per cercare, magari, una speranza di fuga. Il solo, stolido desiderio dell’uomo, piuttosto, sarebbe allora dovuto essere giudicato quello di poter ottenere vendetta, sia per sé, sia per tutti i propri compagni, sterminati dall’azione della donna guerriero, rivelatasi, incredibilmente, forse ancor più pericolosa del malefico jinn con il quale, inizialmente, era stata maldestramente identificata. Cogliendola così ancora sdraiata a terra, stretta ai corpi delle sue due ultime vittime, egli non ebbe esitazioni, ricacciando ogni umano timore, tutto il proprio dolore, nel porsi nuovamente a confronto con lei, cercando di definire rapida conclusione su quella vita, non desiderando ripetere l’errore già commesso nel rimandare tale momento, nel sottovalutare le sue risorse, la sua capacità di donna guerriero. «Muori!» gridò egli, lasciando ricadere pesantemente la propria sciabola nella direzione del busto della mercenaria, forse sperando di troncarlo in due, di netto. Ella, tuttavia, ormai libera nei propri movimenti, slegata da ogni vincolo prima impostole in conseguenza della presenza del burqa, sicuramente utile e comodo per una missione di infiltrazione, ma, altrettanto certamente, compromettente e dannoso in un contesto di lotta, sciolse rapidamente la doppia presa attorno ai colli avversari, per evadere dal pericolo incombente, per sfuggire alla morte imposta sopra di sé dalla

186

Sean MacMalcom

furia del suo avversario, dalla giustificata rabbia di quell’attacco. Rotolando lateralmente sul terreno, sull’erba impregnata dal sangue dei nemici abbattuti, la Figlia di Marr’Mahew lasciò piombare la fredda lama del nemico per tre volte nel vuoto, prima di riuscire a ritagliarsi un’occasione utile a recuperare la posizione eretta, attraverso un balzo agile, uno scatto repentino frutto di coordinazione ed eleganza quasi feline. Solo a quel punto, nel momento stesso in cui ella poté ritrovare controllo sull’azione in corso, la donna fu in grado di controbattere al guerrigliero, al caporione privato di ogni subalterno, nello spingersi con la violenza di un proprio calcio nuovamente nella sua direzione, colpendolo in pieno petto e scaraventandolo, in ciò, all’indietro, nel duplice scopo di porlo in difficoltà e di guadagnarsi spazio e tempo per armarsi e divenire pienamente in grado di competere adeguatamente con lui. Approfittando di simile distacco, una delle spade rimaste prive di proprietari a seguito di quanto già avvenuto, delle morti già consumate, fu pertanto reclamata dalla mercenaria, la quale, stringendola nella mancina, ne saggiò immediatamente il peso e l’equilibrio, attraverso movimenti decisi, guidandola in una doppia roteazione attorno al proprio corpo. Solo allora, dopo aver verificato la potenzialità proprie di tale arma, la donna si riservò l’occasione di votare a favore di un suo possibile impiego nell’azione che sarebbe inevitabilmente seguita: sebbene ella non avrebbe mai potuto giudicare in buona fede, nella propria esperienza, un prodotto tanto dozzinale quale l’ottimo, la migliore alternativa della quale avrebbe potuto servirsi, comunque, in un livello di scontro tutt’altro che impegnativo qual, inevitabilmente, sarebbe stato quello lì richiestole, quella lama sarebbe potuta essere riconosciuta utile tanto alla propria difesa, quanto all’offesa nei confronti della controparte. Difficile, del resto, sarebbe stato per lei poter trovare facile soddisfazione nel raccogliere un’arma qualsiasi da terra, dal momento in cui la spada con la quale, generalmente, ella era solita accompagnarsi, si poneva a un livello assolutamente diverso da quello che avrebbe potuto trovare all’interno dei confini y’shalfichi, non tanto, ovviamente, per una questione di discriminazione nei riguardi dei mastri fabbri locali, quanto perché derivante da una conoscenza dei metalli, e delle tecniche per lavorarli, assolutamente imparagonabile con ciò usualmente diffuso nell’entroterra del continente di Qahr. E al pari della nemica Kofreya, anche Y’Shalf, per quanto non priva di coste, sebbene non così estranea al mare, non aveva mai cercato nel medesimo una delle proprie risorse primarie, rinunciando, in simile stolida preferenza, alla maggior parte delle tradizioni e delle conoscenze a esso collegate…

MIDDA’S CHRONICLES

187

«Mi spiace di non poter farti provare il vigore della mia spada, frutto dell’artigianato dei figli del mare…» precisò, allora, offrendo verbale riferimento alla riflessione personale avvenuta in lei, nel suo cuore, sinceramente provando nostalgia per l’arma lasciata al sicuro presso la propria tenda, adeguatamente celata fra i propri effetti personali «Ma farò buon viso a cattivo gioco e mi accontenterò di usare una delle vostre per sancire la conclusione di tutte le tue idealistiche missioni, della violenza che tanto ami imporre a vittime indifese.» «Non commettere il mio stesso errore…» la avvertì l’avversario, quasi fosse sinceramente interessato a offrirle consiglio in tal senso «… non perderti in inutili chiacchiere. E se desideri uccidermi fallo in fretta, perché se indugerai, alla prossima occasione, sarò io a pretendere la tua vit…» Tale frase, però, restò in sospeso, bloccata per l’eternità nella propria conclusione: accogliendo, infatti, volentieri la premura della controparte, del proprio nemico, la donna guerriero scagliò allora, senza preavviso alcuno, la sciabola appena conquistata contro di lui, quasi fosse un pugnale da lancio, andando in tal modo a trapassarne il petto e stroncando, in ciò, ogni ulteriore azione, ogni possibile desiderio, ogni eventuale reazione. E nel mentre in cui gli occhi di quell’uomo sbiancarono, segno di una vita giunta al termine, di un anima in distacco dal proprio corpo, il suo sangue, caldo e viscoso, fuoriuscì in lenti rigagnoli dalla bocca e dal naso, su un volto contratto a delineare una espressione di chiara incredulità per quanto accaduto, per la rapidità della morte da lui stesso invocata e, per mano della donna, divenuta realtà. «Ma… mal… e… de…» sussurrò, esanime, prima di ricadere a terra. «Ho ascoltato il tuo consiglio e tu mi maledici?» domandò la mercenaria, aggrottando la fronte innanzi a simile reazione «Che razza di ingrato...» Sette uomini avevano tentato di offrirle offesa, di donarle violenza, e Midda, a quel punto, poté verificare di averne uccisi solo sei: il settimo, colui che per primo aveva perduto i sensi a causa della sua presa al collo, ancora giaceva infatti immobile fra i corpi dei compagni defunti, ignaro di ciò che era accaduto. Nel trascinare, a conclusione di tutto, i corpi verso il fiume, a soddisfare in ciò il desiderio di disfarsi rapidamente degli stessi ed essere finalmente libera di riprendere il proprio incarico, la mercenaria si pose, invero, a lungo dubbiosa sul destino da proporre a tale malcapitato. Stupratore e assassino, egli non avrebbe meritato da lei alcuna pietà,

188

Sean MacMalcom

avrebbe certamente dovuto essere destinato a seguire i propri compagni nel loro fato di morte: nonostante tutto, però, qualcosa in simile condanna, in tale scelta, non l’avrebbe potuta ritrovare pienamente convinta, non l’avrebbe potuta cogliere completamente soddisfatta, dal momento in cui, ella, in effetti, non era solita uccidere avversari privi di difesa, né ricorrere alla morte senza un ragione concreta per farlo. Rimasta, pertanto, sola con quell’ultimo corpo, dopo aver sgombrato il campo di battaglia dai cadaveri accumulati su esso, la donna decise di concedergli ancora una possibilità di sopravvivenza, conscia di come, in un’eventuale situazione inversa, dall’altro ella non avrebbe mai ottenuto tanta grazia. Ciò nonostante, nella volontà di render giustizia comunque a tutte le possibili vittime di quell’uomo, la mercenaria scelse, al di là della propria benevolenza, di non concedergli quella libertà, quella speranza per il futuro, in maniera assolutamente gratuita, intervenendo, altresì, affinché egli potesse ricordarsi per l’intero ed eventuale proseguo della propria esistenza di quel giorno e, in ogni caso, non potesse più essere in grado di perpetrare ulteriori abusi ai danni di innocenti. E così, mentre il corpo dell’unico sopravvissuto all’incontro con la sua furia fu affidato a sua volta al fiume, venendo il suo destino offerto in balia dei capricci della corrente, il suo fato rimesso in seno al giudizio degli dei, che avrebbero potuto salvarlo oppure lasciarlo morire, facendolo perdere per sempre in quelle acque chiare, la sua stessa virilità, che tante donne aveva offeso, restò invece a terra, affidata alla voracità delle formiche, là dove esse, certamente, non avrebbero mancato di gradire simile dono, banchettando gioiosamente. «Buon appetito.» augurò loro la mercenaria, recuperando la propria cesta di panni sporchi e facendo ritorno, per l’ennesima e ultima volta, al fiume, dove un’attività meno coinvolgente, rispetto al confronto armato con un branco di bruti, l’avrebbe attesa a proseguimento di quella mattina.

H

arem: una parola semplice, forse anche troppo, per un concetto spesso tutt’altro che banale da poter comprendere, un’idea, suo malgrado, eccessivamente fraintendibile.

Agli occhi di un abitante del regno di Kofreya, così come per molte altre nazioni con simile carattere culturale, con il termine “harem” sarebbe stato inteso, semplicemente, una sorta di gineceo, forse l’unico spazio riservato alle donne all’interno di una cultura esageratamente maschilista, di una

MIDDA’S CHRONICLES

189

fede che non avrebbe previsto alcuna forma di libertà, alcuna possibilità di autodeterminazione per coloro che avessero avuto la sfortuna di appartenere al genere sessuale femminile. Simile percezione, errata, era tale al punto da far essere l’harem, al contempo, odiato e desiderato: se, infatti, nel profondo dell’animo, là dove nessun uomo avrebbe potuto mentire a se stesso, esso si poneva pari a un sogno erotico proibito, nel desiderio, forse maniacale e sicuramente egocentrico, di poter essere dominatore su troppe donne, sapendole votate unicamente alla soddisfazione dei propri desideri più intimi, delle proprie perversioni; all’esterno, nel confronto con la quotidianità e le proprie naturali ipocrisie, una larga parte del continente di Qahr non avrebbe mai fatto a meno di condannare a furor di popolo l’immagine, il concetto offerto da quella parola, tacciandolo senza vergogna per tutte quelle colpe che in suo contrasto erano addotte, non in conseguenza di una reale consapevolezza, di una concreta esperienza, ma semplicemente della malizia celata e pur presente nello sguardo dell’osservatore, e inquisitore, di tale realtà. Agli occhi di un abitante del regno di Y’Shalf, così come di molte altre nazioni contaminate dagli estremismi religiosi derivanti da Far’Ghar, dalle sue tradizioni, dalla sua cultura esportata attraverso le proprie carovane mercantili, l’harem sarebbe dovuto essere considerato, meno banalmente, quale un’area protetta riservata alle giovani figlie delle famiglie più nobili e influenti del regno, le discendenti dei numerosi visir, nonché dello stesso sultano, allo scopo di mantenerle lontane da una realtà inadatta a loro, alla loro innocenza e fragilità. Senza il rischio di subire abusi e violenze da parte degli elementi peggiori del mondo maschile, esse sarebbero potute crescere in salute e serenità, venendo educate secondo i dettami della fede, quei principi quasi di legge che le avrebbero rese, un giorno, mogli perfette per gli aristocratici mariti alle quali sarebbero state destinate. In ciò, salvo un diverso approccio, una base di concetto estranea da quella altresì considerata dai propri vicini, molti giudizi negativi esprimibili a tal riguardo, non si sarebbero dimostrati del tutto gratuiti. Gli harem, purtroppo, in tal considerazione, finivano per essere realmente baluardi di un sistema di discriminazione sessuale, dell’imposizione di un potere patriarcale su tutte le donne, negando loro ogni diritto personale, persino quello a mostrare liberamente il proprio volto, la propria immagine al mondo intero, e, nei casi peggiori, essi fungevano addirittura quali riserve per i giovani rampolli delle famiglie nobiliari, al fine di poter scegliere al loro interno mogli e concubine quasi fossero bestiame a una fiera. Agli occhi di un abitante del regno di Shar’Tiagh, così come a quelli di poche province a esso prossime e aventi in comune una medesima cultura e storia, attorno all’harem sarebbe, infine, dovuto essere associato un terzo valore, il solo che, effettivamente, sarebbe dovuto essere considerato quale

MIDDA’S CHRONICLES

339

La fortezza fra i ghiacci
lfine anche quell’inverno stava giungendo alla propria naturale conclusione, accompagnando l’anno, ormai terminato, a divenire parte della memoria, a unirsi a quel bagaglio di eventi lontani normalmente indicati con il termine di “passato”, per offrire nel proprio sacrificio spazio alla rinascita della primavera e, con essa, al ritorno delle speranze, dei sogni e della vita. Un ciclo perpetuo, quello così delineato, conseguenza inevitabile dell’altrettanto irrefrenabile susseguirsi del giorno e della notte, che mai alcun mortale avrebbe potuto arrestare, che mai alcuna volontà, fosse anche quella di un re, avrebbe potuto impedire o solo rallentare: l’alternanza delle stagioni avrebbe sempre spinto l’umanità verso il proprio futuro, forse nell’assurda speranza di donare alla medesima una consapevolezza maggiore sulla propria essenza, sulle proprie ragioni d’essere e su ciò a cui sarebbe stato giusto o sbagliato ambire. Purtroppo, non era mai apparsa quale caratteristica della natura umana quella di riuscire ad aprirsi agli insegnamenti offerti loro attraverso simile meccanismo, di essere in grado di apprendere quei concetti estremamente semplici in virtù dei quali l’intera umanità avrebbe potuto tendere verso un sostanziale progresso, un’evoluzione a un livello di benessere condiviso e superiore. Nonostante tanto impegno da parte di tutti gli dei per concedere simile opportunità alle proprie creature, al frutto di un bizzarro ludo dal quale la mortale esistenza aveva avuto origine, che in tale condizione sarebbero sempre rimasti, fossero essi sufficientemente umili da riconoscere la presenza dei propri artefici o fossero anche tanto arroganti da giungere a negarla spudoratamente, egoismo, codardia, menzogna, verso se stessi ancor prima che verso i propri fratelli e sorelle, avevano purtroppo da sempre segnato l’animo di uomini e donne, negando loro ogni possibilità di comprendere i propri errori e di riuscire, pertanto, a maturare come altrimenti sperato. A rappresentare una chiara riprova di simile triste fato, condanna autoimposta e non conseguenza di un qualche arbitrio divino come troppo ingenerosamente spesso i mortali erano abituati ad accusare con eccessiva leggerezza, nel vano tentativo di rifiutare qualsiasi genere di responsabilità sulla propria miserabile condizione, si poneva, innanzitutto, quell’esercizio letale all’interno del quale interi popoli apparivano contenti di rigettare vanamente le proprie vite: la guerra.

A

340

Sean MacMalcom

Fosse essa in nome di valori vuoti, quando presenti, o, altresì e peggio ancora, semplicemente nel desiderio di perpetrare qualcosa di cui alcuno sarebbe stato in grado di giustificarne le cause, dimenticate molte generazioni precedenti a quella attuale, la guerra da sempre incarnava certamente l’apice negativo dell’involuzione umana. Tanto abbondanti quanto privi di ragioni, i conflitti armati si presentavano in maniera equamente distribuita sull’intera superficie dei tre continenti, ovviamente trovando in determinate zone, al loro interno, una spontanea concentrazione, naturali fulcri di aggregazione nei quali le energie e le volontà di tutte le popolazioni lì abitanti o confinanti avrebbero potuto riversare uno psicotico, ma assolutamente vivo, interesse. Nel funereo censimento di simili sconfinati altari innalzati in onore della morte, della distruzione, dell’annichilimento di ogni civiltà, spesso da tempi remoti al punto da rendere difficile ricordare una realtà diversa da quella ormai impostasi, un’area particolarmente attiva in tal senso si poneva essere quella sul confine di due nazioni, due regni fra loro estremamente simili nella cultura, nella religione, nella società, nella lingua, eppur ugualmente e paradossalmente rivali: Kofreya e Y’Shalf. Posti in contrapposizione sui due fronti della catena composta dai monti Rou’Farth, come molti altri loro pari i due regni non sembravano poter sperare nella pace almeno fino all’annientamento di una delle due parti in causa, alla caduta di una fra loro, proseguendo ciecamente in un conflitto che, anche dove un giorno fosse stato portato a compimento, non avrebbe potuto ritrovare alcun reale vincitore, nell’enumerare tutti i soldati e le vittime civili cadute nel corso del tempo, non solo in virtù della violenza nemica ma, addirittura, della propria stessa furia. Immancabilmente, tanto su un fronte quanto sull’altro, sebbene forse in termini più rilevanti a occidente, nei confini kofreyoti, che a oriente, nei confini y’shalfichi, la guerra aveva purtroppo creato disequilibri interni tali da giustificare ogni sorta di violenze, ogni genere di abusi. A ponente, in conseguenza di ciò, si era da tempo giunti all’incredibile apoteosi rappresentata dalla provincia di Kriarya, città del peccato. Lì ogni autorità nazionale, ogni potere sovrano, era venuto meno, lasciando la gestione della città e del territorio circostante affidata alla brutalità criminale e vedendo, in conseguenza, la popolazione locale essere rapidamente sostituita da ladri e assassini, prostitute e mercenari, asserviti al volere di una “nobiltà” di fatto, non basata come altrove sulla discendenza di sangue o sulla semplice influenza economica, quanto, piuttosto, sulla capacità di dominare quell’ambiente caotico, gestendo ogni traffico all’interno di quelle vie corrotte. A levante, parallelamente, non vi era stata invero tale degenerazione nella provincia di Y’Lohaf, più esposta verso il conflitto come già Kriarya. Tale diversità, in effetti, era

MIDDA’S CHRONICLES

341

riuscita a essere tale solo in conseguenza di un controllo maggiore, sui propri sudditi, esercitato dai vari sultani nel corso del tempo, dove essi si erano dimostrati evidentemente in grado, attraverso i propri visir, di mantenere la quiete e il vivere civile come sul fronte opposto non erano stati in grado di fare i vari sovrani, attraverso i propri feudatari. Ma tanto in Kofreya quanto in Y’Shalf, per ragioni simili pur con determinazioni ovviamente diverse, si erano venuti a creare movimenti di resistenza locale, un’opposizione al potere sovrano sorta direttamente dalle fasce più basse del popolo allo scopo di rivendicare il diritto alla pace, alla conclusione di ogni conflitto all’interno dei quali, inevitabilmente, non sarebbero stati gli aristocratici i primi a cadere o a subirne un qualche danno, quanto la povera gente, volente o nolente vittima di tanta follia: a ovest, così, era nato il brigantaggio, mentre a est la guerriglia. In quel mese di Pharfe, o Farph a seconda del vocabolario prescelto per riferirsi al medesimo periodo dell’anno morente, nel rispetto della propria natura nomade uno dei diversi accampamenti minori della guerriglia y’shalfica aveva trovato temporanea sistemazione all’interno della zona collinare anteposta ai monti di confine. All’interno di tale area, per quanto tanto vicini alla frontiera e all’inarrestabile confronto fra le due nazioni, i guerriglieri avevano cercato rifugio, per ritemprare le proprie energie in attesa della primavera, della nuova stagione nel corso della quale avrebbero ripreso l’operato rimasto in sospeso. Un periodo che era stato utile, necessario più a livello psicologico che fisico, nel desiderio di dimenticare non solo la totale assenza di risultati di quell’ultimo anno, quanto, peggio ancora, la tremenda disfatta subita in quella stessa ultima stagione. All’inizio dell’inverno, spronati purtroppo solo apparentemente da ideali di pace, dietro ai quali paradossalmente avevano ormai celato la stessa affezione all’omicidio, alla strage, contro la quale avrebbero voluto offrire la propria protesta, un gruppo scelto dei loro compagni aveva tentato di prendere in ostaggio il futuro dell’aristocrazia di Y’Lohaf, rappresentato dai figli e dalle figlie delle famiglie nobili locali. Tale tentativo, tuttavia, era stato clamorosamente soffocato, nonostante in un primo momento fosse apparso rivolto verso un completo successo: approfittando di uno dei momenti sociali più importanti per colpire, in occasione della celebrazione del giorno di transizione all’interno dell’harem della capitale, essi erano riusciti ad arrivare al proprio obiettivo, salvo essere poi sterminati dall’intervento di una creatura sovrannaturale, una jinn vampira, un’algul.

342

Sean MacMalcom

La comparsa di quel mostro non aveva, invero, semplicemente negato alla causa della guerriglia la possibilità di portare a termine il proprio piano, ma, peggio ancora, aveva persino negato loro qualsiasi risalto pubblico, dove ogni cronaca a tal riguardo era stata altresì concentrata su una misteriosa straniera, una donna guerriero giunta al momento giusto per salvaguardare gli interessi del regno, preservando la vita dei giovani nobili nell’uccisione della jinn. A questa imprevedibile salvatrice, per quanto di ignota origine, erano stati infatti offerti onori e clamore, nella diffusione di diverse ballate, all’interno delle quali era stato anche preciso interesse politico far emergere la guerriglia a livelli assolutamente ridicoli, grotteschi, per non concedere alcun vago ricordo della loro pur solo iniziale vittoria. Ma dal momento in cui, ormai, quei giorni cupi sembravano essere così lontani, anche i guerriglieri avevano alfine recuperato la propria quiete e attendevano con serenità l’inizio della nuova stagione e del nuovo anno. La tranquilla esistenza concessa loro all’interno dell’accampamento, nell’illusione di pace proposta dalle proprie famiglie, dalle proprie mogli e dai propri figli, aveva infatti permesso loro di ritrovare uno sprone utile a non concedersi possibilità di arrestare la missione prepostasi, per riservarsi il diritto di godere di tale sogno non solo in poche effimere fughe dalla realtà, quanto piuttosto nella vita di tutti i giorni. Proprio in tali giorni di riposo, in quell’ultimo scampolo di inverno, fu l’arrivo di una sconosciuta, quasi nuda e riversa svenuta sul dorso di un asino a sua volta stremato, al limite delle proprie energie, ad attrarre l’attenzione di tutti, nell’implicita e naturale richiesta d’aiuto, che, pur incosciente, ella era così parsa loro supplicare. «Y’Ahalla! Y’Ahalla!» gridò la sentinella posta sul margine dell’accampamento, riprendendosi dallo stato quasi di torpore nel quale si era ritrovato a essere in maniera naturale, incaricato del compito di osservare un orizzonte notoriamente sempre uguale a sé stesso, almeno sino a quel momento «Y’Ahalla! Presto vieni!» insistette, richiamando il nome del suo responsabile a gran voce. Y’Ahalla, non più desto del proprio subalterno, si alzò di soprassalto, confuso e, per un istante, spaventato, nel temere il peggio in concomitanza a un allarme tanto concitato: «Per gli dei… cosa accade, Sa’Meehr?! Siamo sotto attacco?» «No… guarda…» replicò l’altro, scuotendo il capo e indicando l’immagine in virtù della quale il panorama solitamente offerto loro non appariva essere più il medesimo. «Ma cosa…?!» commentò esterrefatto in conseguenza di quella negazione, non riuscendo a comprendere per quale altra ragione vi

MIDDA’S CHRONICLES

343

sarebbe potuta essere tanta agitazione nella sentinella «Ma ti sembrano scherzi da fare? Pezzo d’asino che non sei altro… desideravi davvero tanto che ti indicassi un tuo simile?» aggiunse, immediatamente dopo, identificando il quadrupede per cui era stato creato quell’estemporaneo stato d’allerta assolutamente ingiustificato «Sa’Meehr…» Ma l’altro non accettò quietamente il rimprovero rivoltogli e, anzi, interruppe il proprio superiore prima che egli potesse aver modo di offrirgli nuovi improperi: «Osserva meglio! Ti prego!» L’uomo, padre di un giovane coetaneo al proprio subordinato, avrebbe ben volentieri gradito imporre la propria autorità di fronte a quell’irriverenza, all’insubordinazione con la quale egli sembrava farsi beffe di lui nel richiedere nuovamente attenzione verso qualcosa del tutto privo di simile necessità, ritrovandosi a essere incerto fra adottare metodi propri del ruolo militare o, piuttosto, del ruolo genitoriale, dal momento in cui entrambi sarebbero potuto essere validi. Ma se anche simile volontà non avrebbe potuto trovare alcun ostacolo nella propria attuazione, a prescindere dall’alternativa votata quale favorita, egli decise di non riservarsi alcuna possibilità di errore di giudizio nei confronti di Sa’Meehr, preferendo dimostrarsi prudente in conseguenza all’insistenza offertagli con apparente sincerità d’intenti. Così, tornando pazientemente a osservare la figura in lento avvicinamento alla loro posizione, riconobbe nuovamente l’evidente profilo di un asino, il quale, con maggiore attenzione, gli si rivelò essere particolarmente stanco, apparentemente privato di ogni forza e, forse, ugualmente in movimento per pura tenacia, determinazione. E per tale dettaglio, al di là dell’irritazione derivata naturalmente dal riposo interrotto, Y’Ahalla dovette riconoscere come simile immagine non si sarebbe potuta considerare quale normale. Quando poi, oltre all’animale, egli ebbe modo di intravedere, di riconoscere, identificare una seconda figura, abbandonata forse priva di sensi sul dorso del medesimo, e per questo a simile distanza quasi indistinguibile rispetto a un banale cencio lì dimenticato, non poté che ritirare ogni giudizio negativo prima addotto nei confronti del giovane. «Ora l’hai visto?» gli domandò la sentinella, certo di aver colto nell’espressione del proprio responsabile l’intendimento da subito ricercato e solo ora da lui ottenuto, non senza una certa insistenza. «Per Gau’Rol!» ammise l’altro, storcendo le labbra «Credo di doverti delle scuse. Corri a chiamare Ra’Ahon… è meglio che anch’egli possa vedere cosa sta accadendo!»

344

Sean MacMalcom

Il nome del loro comandante, eletto in maniera democratica a dirigere tanto le attività del loro gruppo come guerriglia, quanto della loro piccola realtà sociale umana, fece scattare immediatamente le membra ormai completamente ridestate del giovane, il quale senza indugi si diresse di corsa, nell’esecuzione degli ordini ricevuti, verso il centro dell’accampamento alla ricerca dell’uomo. Y’Ahalla, rimasto così solo su quel fronte, quel confine del loro accampamento comunque non ossessivamente sorvegliato dal momento in cui non vi sarebbero state ragioni di insistere a tal riguardo, ricondusse la propria attenzione verso l’asino e il proprio carico, rimanendo indeciso sulle azioni da intraprendere. Certamente egli avrebbe potuto restare lì immobile, in attesa dell’arrivo di Ra’Ahon, scaricando su tale figura ogni responsabilità decisionale, non tanto per ignavia o codardia, quanto più per rispetto verso il ruolo ricoperto da quest’ultimo: se quello spettacolo, del resto, si fosse rivelato essere una qualche, originale e imprevedibile, trappola loro riservata dall’esercito, non avrebbe voluto di certo assumersi la colpa di averla fatta scattare prima del tempo. In verità, comunque, benché da anni, decenni la loro causa si impegnasse con ogni sforzo nel contrasto all’ordine costituito, fino a quel giorno non avevano mai ottenuto eccessiva attenzione da parte del medesimo, non avevano riscosso particolare interesse dai visir o dallo stesso sultano. Al contrario, si sarebbe potuto credere, forse anche a ragion veduta, che vi fosse una chiara ed esplicita decisione da parte dei potenti y’shalfichi per non offrire loro il minimo risalto, alcuno spazio, quasi non volessero neppure riconoscerli come ipotetica minaccia. Una reazione comprensibile dove concedendo loro una qualche importanza avrebbero forse spinto anche altre frange, attualmente pacifiche, della popolazione a prendere in considerazione gli ideali proposti dalla guerriglia, compromettendo l’equilibrio esistente. L’idea di una trappola, agli occhi maturi di un uomo come Y’Ahalla, sufficientemente disilluso da non commettere l’errore di ritagliarsi un valore da altri non riconosciutogli, si propose pertanto decisamente improbabile, tanto da spingerlo a prendere in esame alternative più fattibili, più concrete e, in ciò, da invitarlo a procedere verso l’asino e il suo ignoto carico, nella volontà di comprendere se e come poter prestare aiuto al malcapitato dal quadrupede così trasportato. «Ehy… puoi sentirmi?» apostrofò ad alta voce, in direzione dello sconosciuto, per tentare un qualche contatto verbale ancor prima di giungere all’incontro fisico.

MIDDA’S CHRONICLES

345

Nessuna risposta, però, riuscì a essergli offerta e, nel mentre di quell’avvicinamento, nuovi dettagli gli vennero offerti, facendolo propendere sempre più a favore dell’idea di un poveraccio svenuto o, peggio, morto… anzi… una poveraccia, per amore di precisione. Lunghi, infatti, si mostrarono i capelli neri di lei, dondolanti nel lento moto dell’animale e striscianti, con le proprie stesse punte, a terra, là dove neanche le dita della medesima sarebbero riuscite a giungere. Scura, su quegli arti nudi, si concedeva la sua pelle, in tonalità sufficientemente abbronzate da lasciar intuire un’etnia di sangue misto, probabilmente y’shalfica, per quanto impossibile sarebbe stato definirlo prima di averne accolto un qualche accento. Delicato, ma temprato, il fisico di quella donna, sufficientemente giovane da poter essere apprezzata senza dubbio alcuno da molti uomini poco più che fanciulli, si mostrò sempre più chiaramente provato da troppi sforzi, da profonde piaghe che ne avevano segnato una pelle quasi completamente scoperta lungo l’intero corpo, in un’assoluta mancanza di pudicizia che non le sarebbe comunque potuta essere rimproverata, dato lo stato in cui riversava. Pur ammettendo, in un’ipotesi ancora priva di conferme, che ella fosse ancora in vita, infatti, probabilmente quella sua condizione non le sarebbe potuta essere imputata, non sarebbe potuta essere considerata quale derivante da una sua volontà. Per lo stato impietoso nel quale ella si stava donando allo sguardo e, soprattutto, per la posizione con cui stava cavalcando in maniera del tutto innaturale quella povera bestia, appoggiata sul dorso della medesima quasi fosse un sacco di canapa privo di ogni umana coscienza, risultava evidente come quella donna fosse stata lì posta nell’intervento di qualcun altro, forse proprio allo scopo di donarle una speranza di salvezza in conseguenza di un qualche pericoloso destino. «Dei… fate che questo scempio non sia colpa nostra.» sussurrò egli. Y’Ahalla era, infatti, purtroppo tristemente consapevole delle abitudini di molti loro giovani, eccessivamente disinibiti nell’esercizio delle proprie filosofie di guerriglia al punto tale da giungere, spesso e volentieri, allo stupro di giovani serve indifese, abbandonandole successivamente prive di vita, o quasi, lungo percorsi noti, frequentati, quasi esse avrebbero potuto essere simbolo perfetto per gli ideali di pace che avrebbero dovuto, altresì, diffondere. Arrestando il moto dell’asino, o forse semplicemente accogliendo a sé la bestia sfinita e a un passo dalla morte per stenti, in conseguenza dell’assenza di acqua e cibo oltre che per la stanchezza accumulata in un viaggio evidentemente troppo lungo e continuato, Y’Ahalla sollevò

346

Sean MacMalcom

delicatamente il braccio destro della ragazza, a sé più prossimo, per cercarne il polso e, lì, il battito cardiaco. Se vi fosse stato ancora un anelito di vita, forse avrebbero potuto salvarla, curarla, concederle una possibilità di recupero: in caso contrario avrebbero potuto solo offrirle un rito funebre, ignorando non solo le ragioni di quella morte, ma, addirittura, il nome della vittima medesima. Fortunatamente gli dei vollero concederle una speranza, lasciando scoprire, sotto ai polpastrelli ruvidi dell’uomo, un lievissimo battito cardiaco, estremamente fragile, decisamente debole, ma pur presente. In virtù di tale segnale, senza attendere l’arrivo del comandante che pur aveva mandato a richiamare, egli decise di agire rapido e tempestivo, levando delicatamente il corpo leggero della fanciulla dal dorso dell’animale per condurlo, senza ulteriori esitazioni, fino alla tenda del loro cerusico. E proprio in conseguenza a quell’azione, alla liberazione dal compito condotto a termine con tutte le proprie energie, l’asino levò un ultimo raglio, un gemito di dolore o, forse, di ringraziamento, prima di crollare al suolo, privato completamente di vita. «Che Dahi’Nas possa accoglierti nella sua gloria…» commentò l’uomo, invocando la dea protettrice degli equini, tanto cara alle truppe di cavalleria leggera e pesante prima di ogni battaglia, sinceramente colpito dall’evidenza di quel sacrificio, dall’amore incondizionato che il quadrupede aveva posto nei confronti del proprio prezioso carico, con passione e orgoglio degno del migliore fra tutti i destrieri «Nell’ammirare la tua determinazione, sarà mia premura renderti omaggio conducendo in salvo colei che tanto fedelmente hai servito.» Abbandonando il corpo dell’asino fra l’erba delle colline, nel ripromettersi di offrirgli una sepoltura adeguata a tempo debito, Y’Ahalla ebbe giusto il tempo di voltarsi e iniziare a incamminarsi in direzione del loro accampamento prima di scorgere la figura di Sa’Meehr in rapido avvicinamento a lui, seguito a breve distanza da Ra’Ahon. La sentinella, evidentemente, non aveva perso tempo e aveva trascinato il comandante con sé, nell’accorrere nuovamente su quel limitare dell’accampamento, nella volontà di scoprire le verità celate dietro a quella strana apparizione. «Y’Ahalla!» esclamò con voce forte, avanzando nella direzione dell’altro «Che accade, amico mio?!» In opposizione a ciò che un’abbondante e disordinata chioma di capelli compattamente neri avrebbe potuto dimostrare, Ra’Ahon aveva lasciato alle proprie spalle ben quattro decenni di vita, raggiungendo

MIDDA’S CHRONICLES

347

un’età decisamente superiore a quella che sarebbe stato altresì capace di dimostrare allo sguardo di chiunque a lui fosse rivolto, ingannandolo nel proporsi qual detentore di un’energia, di una giovinezza che, al contrario, avrebbe dovuto ormai iniziare a dimenticare. E dove, probabilmente, egli avrebbe anche dovuto, nel proprio ruolo all’interno della guerriglia, cedere il passo ad altri, rifiutando ogni possibile elezione seppur a furor di popolo e spingendo affinché membri più giovani fossero scelti in propria vece, concedendo loro l’occasione per dimostrarsi più abili di quanto lui non avrebbe dovuto più essere, nel riuscire a superarlo nonostante la sua indubbia esperienza maturata su campo, nessuno, però, si era ancora dimostrato degno di tale successione, di simile eredità, non riuscendo a superare il proprio comandante, non riportando alcun successo nei suoi confronti in agilità, freddezza, costanza, forza o velocità. Non quale semplice caso, in virtù di tali considerazioni, sarebbe potuto essere idealizzato il colore ancora pieno, così splendente, non sbiadito, non imbiancato o brizzolato, di quei capelli e della curata barba, conformata attorno al suo mento in un pizzetto a punta, quanto piuttosto chiara dimostrazione, evidente simbolo di tale condizione. Il suo volto, oltre che dalla chioma e dalla barba, si poneva ornato anche a due occhi verdi, splendenti e simili a gemme di giada, in contrapposizione a una pelle resa scura dal sole e, peggio ancora, drammaticamente rovinata lungo le guance da numerosi butteri. Questi ultimi erano, invero, una pesante eredità, un triste ricordo lasciatogli permanentemente da una malattia dalla quale egli aveva trovato salvezza, ma nella quale tutta la sua famiglia era stata, purtroppo, sterminata: un evento lontano nel tempo, del quale egli non avrebbe, forse, potuto incolpare nessuno al di fuori degli dei, ma che lo aveva, invece, sospinto proprio nella via della guerriglia, non perdonando alla propria nazione di essere rimasta inerme di fronte all’epidemia tanto violentemente scatenatasi in quasi tutte le proprie province, nel voler mantenere concentrate le proprie energie e le proprie forze verso i problemi sul confine invece che impiegarle per fronteggiare quelli presenti internamente. «Questa donna… questa ragazza… ha bisogno di aiuto.» riferì il responsabile delle sentinelle, non arrestandosi, non indugiando neppure alla vista del compagno, e continuando nel proprio deciso cammino verso la meta prefissata, là dove la giovane avrebbe forse potuto avere salva la vita «E’ giunta fino a qui condotta da un asino, morto per la fatica nell’adempimento del proprio ruolo.»

348

Sean MacMalcom

«Sappiamo chi sia?» domandò retoricamente Ra’Ahon già consapevole della risposta negativa, giungendo al fianco dell’altro nell’osservare, senza malizia alcuna, le forme della sconosciuta per tentare di identificarla. Nel mentre in cui il suo braccio destro si concedeva, in conseguenza di un banale e recente incidente, ancora saldamente fasciato da bende bianche, nella mancina egli mostrò una lunga alabarda, a chiara riprova di quanto, nonostante l’assenza di una mobilitazione di massa da parte degli uomini dell’accampamento, il comandante del medesimo non avesse voluto sottovalutare l’allarme condottogli dalla giovane sentinella e si fosse predisposto a fronteggiare qualsiasi eventualità. Vestito con una casacca gialla, sdrucita nella propria stoffa al punto tale da non conteggiare neppure il braccio sinistro e dal mostrare, sul destro, giusto un avanzo, una parvenza di manica nella parte superiore, il comandante dei guerriglieri di quell’area presentava sopra la stessa un panciotto scuro, ornato da un motivo a righe verticali, e più in basso bianchi pantaloni, rattoppati e rammendati al punto tale da apparire mantenuti insieme unicamente dagli interventi voluti a rimediare ai danni riportati, nonché vecchi calzari color terra, in pelle morbida e dalle forme appuntite alle estremità. Un abbigliamento sostanzialmente povero, il suo, il quale pur non concedendo alcuna chiara idea del proprio ruolo all’interno di quell’accampamento, si poneva in fondamentale aiuto nel corso di missioni presso i centri abitati minori e presso la città di Y’Lohaf, capitale di quella provincia, permettendogli di apparire quale un semplice mendicante, uno straccione butterato non meritevole di particolari attenzioni. «Nell’ipotesi che riesca a riprendersi, potrà essere ella stessa a dirci chi sia e cosa le sia accaduto…» commentò Y’Ahalla, in risposta alla domanda postagli «… sempre ammesso che possa esserci gradito scoprire la verità celata dietro al suo stato.» aggiunse, poi, condividendo con il proprio comandante e amico i timori che già aveva avuto modo di esprimere rivolgendosi alle proprie divinità. «Non ho mai tollerato certi comportamenti e mai li tollererò.» negò l’altro, scuotendo il capo innanzi a tale affermazione «Se dalle sue labbra emergerà qualche accusa a carico dei nostri giovani, sarà mia premura impegnarmi affinché possano essere puniti secondo la legge.» «La legge…?!» intervenne, disorientato, il giovane Sa’Meehr, temendo di non comprendere le parole del proprio comandante. «Nessuno fra noi deve commettere l’errore di sentirsi superiore alla legge, per quanto proprio contro coloro che ne hanno le sorti fra le mani ci impegniamo a combattere ogni giorno. Non l’anarchia è quanto da noi

MIDDA’S CHRONICLES

349

ricercato… solo la pace. E la pace non può tollerare stupri e violenze.» espresse Ra’Ahon, con serietà assoluta nei confronti del ragazzo «Ricordalo bene e rammentalo anche a tutti i tuoi compagni, se mai vi ritrovaste nell’opportunità di decidere sulla vita di una giovane indifesa, per quanto a noi avversa.»

onostante alcuni fra gli occupanti di quel campo non sarebbero potuti essere considerati del tutto innocenti se posti innanzi a un’ipotetica accusa di stupro ai danni di povere disgraziate, per nulla coinvolte o coinvolgibili all’interno delle questioni politiche per le quali essi avrebbero dovuto altresì lottare, fortunatamente per tutti loro nessuno poté essere imputato per quanto occorso alla fanciulla condotta dal coraggioso asino. In verità, difficile sarebbe stato considerare un qualsivoglia livello di coinvolgimento da parte di uno qualsiasi dei membri di quel gruppo, di quell’insediamento, dal momento in cui l’animale era giunto a loro non provenendo dall’interno della nazione, quanto piuttosto discendendo proprio dai monti Rou’Farth, quel confine dilaniato da continuo conflitto, verso il quale alcun guerrigliero avrebbe avuto ragione di spingersi, fosse solo per una semplice ricognizione. Addirittura, a simile proposito, apparve difficile anche solo comprendere per quale ragione una giovane donna sarebbe mai potuta arrivare all’accampamento proprio lungo tale direzione, in quel particolare verso, là dove non vi sarebbe dovuto essere alcuno spazio per lei, in un territorio in cui la guerra stava imperversando da anni, decenni, in maniera distruttiva e incontenibile. Solo l’eventualità nella quale ella sarebbe potuta essere considerata quale una mercenaria al soldo kofreyota, in assenza di simili figure femminili impiegate dall’esercito y’shalfico, avrebbe potuto concedere un qualche senso a tal riguardo, ma, evidentemente, una fanciulla della gracilità da lei dimostrata non avrebbe potuto essere mai impiegata quale mercenaria in un qualsivoglia scontro armato, soprattutto sopravvivendo al medesimo come ella era riuscita a fare. Volendo essere oggettivi, nell’analisi delle sue membra e delle sue mani, quella ragazza non avrebbe potuto considerarsi completamente estranea a lavori pesanti, ad attività di tipo fisico non quale semplice evento stocastico, ma quale impegno quotidiano, praticamente continuo e perpetuo: nulla che, tuttavia, l’avrebbe mai potuta qualificare quale una combattente, una guerriera, quanto piuttosto, probabilmente, una serva. Ma, a conclusione di tali ragionamenti, comprendere per quale ragione

N

350

Sean MacMalcom

una serva avrebbe mai dovuto giungere all’accampamento trasportata quasi completamente nuda sul dorso di un asino stremato, provenendo proprio dalle montagne, dalla zona di conflitto, restò razionalmente impossibile. Così, tanto a Ra’Ahon, nel proprio ruolo di responsabile per la sicurezza dei suoi compagni e subordinati, quanto a tutti gli altri guerriglieri interessatisi nel volerlo scoprire, incuriositi da quell’originale vicenda i cui dettagli si diffusero in rapido tempo presso tutti loro, non restò altro da fare che attendere con pazienza il momento in cui Am’Dahr, dio del sonno, avrebbe deciso di allentare la propria costrizione attorno a lei, concedendole di ritrovare la coscienza altresì perduta. Un’attesa che vide scanditi addirittura cinque giorni, prima di poter scoprire il colore degli occhi di quella ragazza, ritrovando in grandi iridi un perfetto equilibrio fra toni castani e rossastri, a creare in essi un incanto tutt’altro che spiacevole. «Bentornata fra noi…» sussurrò con tono tranquillo, volutamente moderato, il cerusico, primo ad assistere a tale evento, favorito dalla propria occupazione nonché dalla posizione occupata dalla medesima da quasi una settimana, all’interno della sua ampia tenda. Evidentemente frastornata, forse anche abbagliata dall’incontro inatteso con la luce del giorno dopo un così intenso sposalizio con le tenebre del torpore, la ragazza restò immobile, forse incapace ancora a muoversi e, in conseguenza, anche a parlare. «Riesci a sentirmi? E, soprattutto, puoi capirmi?» domandò l’uomo, mantenendo la modulazione già adottata, giustificato in quella domanda dove non gli sarebbe stato possibile intuire la nazionalità della propria paziente, per quanto ipoteticamente y’shalfica «Se non riesci a muoverti o a parlare, sposta lo sguardo verso l’alto, per permettermi di cogliere una risposta negativa, o verso il basso, per una positiva…» Dopo un lungo istante di incertezza, nel quale la giovane non sembrò riuscire a formulare alcuna sentenza, forse non avendo neppure avuto modo di intendere la questione propostale, gli occhi di lei si mossero lentamente a rivolgersi verso il basso, sostando in quella posizione per un istante prima di risalire a rincontrare quelli del medico. «Ottimo…» annuì egli, non celando una certa soddisfazione in conseguenza di tale reazione «Pensi di riuscire a parlare? Oppure a muoverti, anche minimamente?» Ancora silenzio da parte della paziente, la quale dopo una chiara indecisione, forse riservandosi il tempo necessario a comprendere quanto tutto il suo corpo fosse in grado di risponderle o meno, sollevò ora i propri occhi, puntando lo sguardo verso l’alto e negando la prova richiestale.

MIDDA’S CHRONICLES

351

«Non ti preoccupare di questo: hai attraversato un periodo veramente critico, e solo in grazia a qualche divinità benevola sei riuscita a sopravvivere…» le spiegò, poi, ancora con quiete nel proprio tono e nei propri modi «Te l’ho domandato solo per cercare di ottenere un quadro clinico sufficientemente completo sulla tua salute.» Soddisfatto o meno che potesse essere nei confronti delle informazioni ottenute fino a quel momento, il cerusico avrebbe dovuto accontentarsi, dove gli stessi occhi attraverso i quali era stato in grado di stabilire un minimo contatto con la giovane gli si celarono tornando protetti sotto le palpebre della stessa, in un’esigenza di riposo a cui ella non poté sottrarsi, non poté cercare evasione. Il suo corpo, forse, aveva superato la fase più critica, ma altro riposo le sarebbe stato necessario prima di ritornare in forma, e di questo il cerusico era ovviamente a conoscenza. Trascorsero così altri due giorni, più tranquilli rispetto ai precedenti, dopo i quali la fanciulla tornò nuovamente a offrire il proprio sguardo al mondo, ora accompagnato anche da un flebile richiamo identificabile quale sua voce. «Acqua…» richiese, offrendo un’evidente intonazione y’shalfica nella propria pronuncia, oltre ovviamente all’utilizzo del termine adeguato nel formulare tale domanda. Il suo consueto interlocutore si offrì puntuale al suo fianco, concedendo contro le sue labbra un pezzo di stoffa bianca, inumidito, dal quale poter ottenere i liquidi a lei necessari: «Suggi da questo panno…» la incitò, con la propria consueta cortesia «Comprendo tu possa sentire l’esigenza di bere abbondantemente, ma non credo che il tuo stomaco sia già in grado di accettare molto più rispetto a questo. Almeno per ora, spero che tu possa accontentarti…» Ella acconsentì a tale richiesta, non rinnegando quanto offertole e, altresì, impegnandosi a succhiare, lentamente ma costantemente, da quella stoffa, apparendo simile a un’infante posta accanto al seno materno nella ricerca del proprio latte, cibo di vita per sé nella propria ancor fragile natura. E in quella stoffa, paradossalmente nel confronto con simile figura retorica, non fu semplice acqua a esserle offerta, quale quella da lei richiesta, quanto piuttosto il sapore chiaramente identificabile di latte di capra, scelto dal medico come alternativa migliore, e per questo maggiormente necessaria, a qualunque altra: tale era stato, non a caso, il nutrimento fornitole in quegli ultimi giorni, a sua insaputa, lasciandolo delicatamente scivolare lungo le sue labbra dormienti per alimentare un

352

Sean MacMalcom

corpo bisognoso di sostentamento, benché tanto drammaticamente impossibilitato a procurarselo. «Forse preferiresti latte bovino…» ipotizzò egli, sorridendole con serenità contagiosa, incarnando chiaramente tutto ciò che un uomo, nel suo ruolo, avrebbe dovuto essere per incoraggiare i propri pazienti a non abbandonarsi alla sfiducia, nonostante condizioni non favorevoli e al di là di ogni sorte apparentemente avversa «Purtroppo, nel non poter ignorare ragioni di sicurezza, mantenere con noi delle mucche si proporrebbe decisamente complicato.» Interrompendosi, appena, in quel pasto così concessole, ella sussurrò un flebile «… grazie…», quasi volesse negare ogni possibilità di imbarazzo nell’uomo per quanto postole innanzi alle labbra. «E’ un dovere e un piacere, per me.» concluse il medico, restando ora tranquillo al suo fianco e rimandando alla successiva occasione la possibilità di approfondire meglio quel dialogo, nel non voler affaticare eccessivamente la propria protetta. Le successive ventiquattro ore, per la fanciulla, furono trascorse fra sonno e veglia, dal momento in cui si propose ancora troppo stanca per potersi mantenere cosciente a lungo o, semplicemente, per riuscire a formulare qualcosa di più articolato di poche, semplici parole. Attorno a lei, comunque, permase sempre la figura del cerusico, attento a ogni sua minima richiesta, discreto anche innanzi alle situazioni fisiologiche per le quali ella avrebbe potuto porsi in maggiore imbarazzo. Per quell’uomo, in effetti, il proprio non avrebbe dovuto esser ritenuto qual un semplice impiego, quanto piuttosto una concreta filosofia di vita, una vera fede nella quale riversare tutto il proprio impegno, tutta la propria passione. Formato nella prestigiosa accademia di Y’Rafah, altra capitale di provincia y’shalfica lontana dal confine e dal conflitto in corso, egli era giunto fino a Y’Lohaf con l’esplicito desiderio di servire il proprio sultano e la propria nazione, partecipando, nei limiti delle proprie competenze, alla guerra, e impegnando in essa le proprie capacità. Pur essendo stato indottrinato, fin dal giorno della propria nascita, a ricercare in Kofreya e nel suo popolo un acerrimo nemico, una bestia con la quale non poter avere alcuna possibilità di dialogo, erano stati sufficienti pochi mesi trascorsi al fronte per comprendere come, su entrambi gli estremi di quell’insensato confronto armato, altro non vi fossero che uomini, e donne, fra loro assolutamente uguali, animati dalla medesima propaganda e disposti a morire senza alcuna reale ragione, per quanto tutt’altro che bramosi di abbandonare la vita, naturalmente affezionati a essa e alle infinite gioie che il destino avrebbe potuto loro riservare. A

MIDDA’S CHRONICLES

353

differenza di molti propri compagni, di altri suoi pari o coetanei, egli aveva quindi fortunatamente compreso come non attraverso quella scelta essi avrebbero mai potuto onorare i propri dei e, così, aveva disertato: approfittando di un breve periodo di licenza, egli aveva abbandonato la propria guarnigione ed era fuggito, ricercando fra la guerriglia un’alternativa. E sebbene non fosse tanto cieco da non accorgersi dei difetti comunque presenti anche in quel movimento, delle ideologie estremiste che avrebbero potuto corrompere anche un ideale apparentemente perfetto quale quello della pace da loro proposta, egli aveva ugualmente deciso di fermarsi lì, continuando a esercitare la propria professione ovviamente non solo in aiuto dei guerriglieri, dal momento in cui, nella naturale esigenza di cercare approvazione non tanto nelle alte classi della società y’shalfica, la guerriglia avrebbe dovuto obbligatoriamente rivolgere la propria attenzione verso i ceti minori, verso i contadini, gli allevatori, gli artigiani, i quali, nel vasto territorio della provincia, avrebbero potuto ritrovare in essi non tanto un pericolo, minacciosi terroristi, quanto un aiuto, un supporto costante. In virtù di ciò, pertanto, anche la figura del medico si sarebbe dovuta concedere quale offerta a tutti, a chiunque ne avesse avuto bisogno e fosse riuscito a giungere a lui, preferendolo ad alternative più convenzionali. «Il mio nome è Al’Ehir.» si presentò, nel corso di uno dei molteplici piccoli pasti della fanciulla, impegnata ancora ad assumere lentamente il latte di capra presentatole innanzi alla bocca attraverso il panno umido «Sono un cerusico, come avrai forse intuito.» «Fath’Ma…» rispose la giovane, tentennando sul proprio nome, ancora priva di un completo controllo sulla propria voce «… mi chiamo… Fath’Ma.» «E’ un piacere conoscerti, Fath’Ma.» sorrise egli, dimostrandosi sincero in quell’affermazione come in ogni altra offertale «Hai per caso cognizione del luogo in cui ti trovi e di come sei arrivata fino a noi?» aggiunse poi, con intento in parte retorico, non attendendosi da parte sua una qualche reazione positiva in tal senso. La giovane, confermando tale ipotesi, scosse il capo, negando tale conoscenza, dal momento in cui, date le condizioni in cui era giunta a loro, ogni altra possibilità sarebbe stata paradossale. «Sei in un campo della guerriglia… nelle colline fra Y’Lohaf e i monti Rou’Farth.» le presentò, senza mezzi termini, nell’adempiere in ciò anche a una richiesta di Ra’Ahon, nel cercare di comprendere qualcosa in più in merito alla donna ancor prima dell’inevitabile incontro formale fra i due.

354

Sean MacMalcom

Ed ella, semplicemente, restò in silenzio, a succhiare il proprio latte con lentezza, concedendosi ancora troppo dominata dalla stanchezza e da emozioni contrastanti per offrire una qualsivoglia possibilità di interpretazione utile a tal riguardo. Fu necessario un ennesimo tramonto e una nuova alba per permetterle di ritrovare sufficienti forze per porsi in grado di affrontare la prova propostale non tanto dal volto bonario, e ormai quasi familiare, del medico, quanto da quello più serio, riflessivo, appartenente al comandante di quell’accampamento. «Sono… prigioniera?» domandò, esordendo nei confronti del nuovo interlocutore, nel dimostrare di averne intuito il ruolo, forse anche in conseguenza al suo portamento, al suo carisma, trasparenti dell’incarico di responsabilità che rivestiva in quell’insediamento. «Sei nostra nemica?» replicò l’altro, proponendosi serio nel confronto con lei, prendendo posizione su un cuscino accanto al giaciglio ove era adagiata. «Non ne sono sicura.» ammise ella, forse con eccessiva onestà nel considerare la situazione in cui si poneva essere «Un tempo avrei detto di sì… ma molte cose sono accadute da allora.» «Apprezzo la tua trasparenza a tale proposito.» annuì l’uomo, pur senza offrire a sua volta alcuna informazione in merito ai propri pensieri, alle proprie emozioni in quel dialogo «Attualmente sei nostra ospite, paziente del nostro cerusico almeno fino a quando non sarai in grado nuovamente di alzarti e camminare. Poi vedremo…» «Grazie.» approvò, chinando gli occhi e successivamente rialzandoli verso l’altro. In effetti, considerarla prigioniera o non, in quel momento, sarebbe stata una mera sfumatura espressiva, dal momento in cui le sue condizioni non le avrebbero permesso in alcun modo di allontanarsi di lì, trattenendola più di quanto non avrebbero potuto fare corde, catene o gabbie. Di tale particolare, ovviamente, entrambe le parti in causa avevano assoluta consapevolezza, piena coscienza: la chiarezza ricercata, in verità, avrebbe quindi dovuto intendersi rivolta solamente a comprendere le reciproche posizioni, psicologiche e politiche, e non a definire un reale stato, una concreta definizione di ruoli, nonché eventuali condanne. «Senza volermi porre quale eccessivamente indiscreto nei tuoi riguardi…» riprese Ra’Ahon, dopo un istante di silenzio «… posso domandarti la ragione che ti ha spinto a essere incerta in merito ai tuoi

MIDDA’S CHRONICLES

355

sentimenti nei confronti della nostra causa? Puoi considerarla quale una mera curiosità personale.» «L’incontro con una donna estremamente particolare mi ha costretta a riprendere in esame molti miei principi, concetti sopra i quali avevo da sempre fondato ogni mia scelta di vita, ogni mia decisione quotidiana, per quanto banale…» rispose ella, proponendosi involontariamente enigmatica per quanto non avesse offerto dimostrazione di avversione di fronte a quell’interrogatorio. «E’ a causa di questa donna che sei giunta a noi tanto martoriata?» insistette l’uomo, aggrottando appena la fronte nel non comprendere esattamente in quali termini avrebbe dovuto interpretare simile frase «E’ stata forse ella a ridurti in fin di vita?» «Oh… no.» scosse appena il capo Fath’Ma, accennando un sorriso «Solo per merito suo, anzi, sono ancora viva… per quanto a lei potrei addurre la responsabilità di avermi coinvolta in un’avventura da me non ricercata, non desiderata.» «Confesso di essere confuso.» commentò, pur cercando di conservare ancora la maschera di freddo distacco con la quale si era presentato a lei. «Che giorno è oggi?» domandò la giovane, inaspettatamente, nel cambiare apparentemente il corso di quel confronto, prendendone per la prima volta il controllo. «Siamo al ventottesimo di Farph.» rispose l’altro, quasi senza rifletterci sopra, considerando comunque normale simile curiosità dopo un periodo di incoscienza lungo quale quello da lei subito. «Ciò significa che per permetterti di comprendere, sarebbe necessario che io iniziassi la mia narrazione da almeno tre mesi fa…» sottolineò ella, quasi a premettere l’intenzione di proseguire in tal senso, salvo poi scuotere il capo «Purtroppo ora sono troppo stanca. Spero vorrai pazientare…» «Solo una questione ancora…» intervenne il comandante, evadendo al silente invito del cerusico a rispettare quel desiderio, a non insistere ulteriormente nei confronti della fanciulla nel rispetto dell’ospitalità offertale «… come si chiama quella donna? Colei che ha posto il dubbio nella tua mente?» E chiudendo gli occhi, nel ricercare nuovamente il protettivo abbraccio del sonno, ella sussurrò quietamente: «Midda… Midda Bontor…»

356

Sean MacMalcom

ome già ti ho accennato ieri, per comprendere la mia storia è necessario fare qualche passo indietro, tornando almeno all’inizio di questo stesso inverno che ormai sta per trovare la propria spontanea conclusione. All’epoca, e da diversi anni in verità, ero impiegata come serva all’interno dell’harem di Y’Lohaf… sì… esattamente quello che voi guerriglieri avete tentato di prendere in ostaggio e sterminare in occasione delle celebrazioni del giorno di transizione. Io ero presente nel corso di quella sera, per volere o per dovere come praticamente chiunque fosse parte di quell’istituzione, e ho vissuto in prima persona eventi dei quali conserverò memoria fino alla fine dei miei giorni. Probabilmente avete avuto modo di sentire molte narrazioni a tal riguardo, ballate più o meno sincere in merito a quanto occorso, ma alcuna di esse potrebbe mai trovare paragone con l’esperienza diretta davanti alla quale tutte noi ci trovammo a essere protagoniste, prima in conseguenza del vostro folle attentato e, poi, dell’arrivo di quella jinn. Quella sera, in effetti, fu la prima volta che vidi in azione Midda Bontor o, per lo meno, fu la prima volta in cui fui realmente consapevole di vederla in azione, per quanto ancora il suo nome o la sua fama mi fossero ignote. In verità, come solo per un fortuito caso scoprii in seguito, ella era stata già per settimane più vicina a me di quanto io mai avrei potuto immaginare, celata sotto le mentite spoglie di una mia pari, di una serva di nome M’Aydah. Forse avrei dovuto prestare maggiore attenzione a certi comportamenti, a certi pensieri da lei espressi troppo lontani da quella che sarebbe dovuta essere la mentalità di una nomale serva, ma come anche mia madre mi ha sempre rimproverata ho il difetto di riporre eccessiva fiducia nelle persone, sentimento che troppo raramente si pone quale ricambiato.

C

Midda, mercenaria al soldo di un signore kofreyota, era giunta fino al nostro harem con l’inganno, prefiggendosi il solo scopo di entrare in confidenza con una nobildonna y’shalfica, una possibile sposa per il nostro sultano, la principessa Nass’Hya. Non tanto verso il monarca, però, sarebbe dovuto essere inteso il suo interesse, quanto piuttosto verso la stessa aristocratica, nel dover assolvere un incarico di rapimento, per condurla a Kofreya, dal proprio mandante, dal proprio mecenate: un proposito tutt’altro che onorevole, di fronte al quale la meschinità dei nostri nemici non avrebbe potuto che trovare conferma evidente. Ciò nonostante, però, per ragioni personali e di non semplice comprensione, la principessa, informata in merito alla realtà dei fatti, non decise in favore di una denuncia alle autorità competenti, come sarebbe stato forse giusto

MIDDA’S CHRONICLES

357

compiere. Al contrario, ella apparve entusiasmarsi all’idea e, per questo, progettò la fuga insieme alla propria rapitrice. Personalmente, quando scoprii l’inganno ordito, fui letteralmente furibonda. Mi sentivo tradita da M’Aydah, usata da una persona a cui avevo offerto senza alcuna remora la mia amicizia: forse per una mercenaria, tale comportamento sarebbe potuto essere considerato normale, consueto, ma ai miei occhi, al mio giudizio si poneva come abominevole. Non ebbi dubbi, così, a denunciarla all’intendente, contemporaneamente assolvendo a un dovere verso il mio Paese e alla sete di vendetta che sentivo fremere nel mio cuore. Credo che nessuno mi potrebbe umanamente criticare per tale scelta, soprattutto dove dettata da un sentimento ferito, e sarei disposta a sfidare chiunque a porsi al mio posto per giudicarmi in tal senso. A ben poco, comunque, servì il mio intervento, la mia azione, dove l’intendente si dimostrò purtroppo assolutamente incapace a gestire una simile situazione. Convinto infatti di poter risolvere il tutto senza colpo ferire nel ritrovarsi in opposizione a un’incapace, per quanto anch’egli avesse visto la mercenaria in azione contro l’algul, il medesimo pagò a caro prezzo la propria supponenza, il proprio errato giudizio, rimettendoci la vita e fallendo in ogni intento di gloria sperata in conseguenza di uno sventato piano kofreyota. Sempre a seguito di tale sbaglio, anche io mi ritrovai a dover rendere conto delle mie scelte, delle mie azioni, forse avventate per quanto giustificabili. Ritenendosi a propria volta tradita, infatti, Midda ricercò immediatamente la mia presenza per poter ascoltare la mia versione dei fatti, per potersi confrontare direttamente con me sulle ragioni delle mie scelte, per lei di difficile comprensione non diversamente da quanto per me risultavano essere le sue. E dove io cercai di difendere la mia posizione, ella reagì ancora una volta con la stessa brutalità che l’aveva contraddistinta fino a quel momento, disinteressata alla volontà, alla libertà di chiunque al di fuori della propria: colpendomi con energia, mi privò di sensi e mi trascinò con sé nella propria assurda evasione, legata, imbavagliata e rinchiusa all’interno di un sacco per non concedermi alcuna speranza di ribellione e di fuga. Spaventata dall’idea di una prematura morte, benché il mio essere ancora viva avrebbe dovuto rasserenarmi a tal riguardo, dal mio punto di vista le ore che seguirono furono vissute con un’inquietudine seconda solo a quella provata di fronte alle letali condanne sancite prima dai guerriglieri e poi dall’algul pochi giorni prima, tale da farmi percepire quel periodo quasi come indefinito, forse durato addirittura giorni se non mesi interi.

358

Sean MacMalcom

Come già accaduto, tuttavia, nuovamente la mia esistenza e la mia salute furono preservate, vedendomi improvvisamente tornare libera… o quasi. La mia rapitrice, infatti, non si era assunta l’onere di quell’assurdo trasporto quale fine a se stesso, ma spronata in ciò da un ancor più assurdo desiderio di confronto con me, forse addirittura a riprendere un dialogo lasciato in sospeso nell’enfasi dei sentimenti da entrambe provati reciprocamente. «Siamo sole, lontane da ogni centro abitato, da ogni insediamento umano, e avvantaggiate da almeno una giornata di cammino rispetto a qualsiasi inseguitore eventualmente desideroso di ricercarci…» mi spiegò, con apparente tranquillità, forte in conseguenza di tali considerazioni a suo netto vantaggio «Pensi di potermi evitare grida isteriche o banali tentativi di fuga, se ti consento nuovamente di parlare e di muoverti?!» Ovviamente io annuii, accogliendo l’alternativa migliore innanzi a una richiesta più retorica che sostanziale: che io avessi voluto o non voluto, quella mercenaria aveva già dimostrato di saper perfettamente come trasformare le proprie volontà e i propri desideri in azione e, di certo, non si sarebbe concessa dubbi prima di agire nuovamente in tal modo, rimandando inevitabilmente a un futuro prossimo quel dialogo per me quanto meno improbabile. «Molto bene…» sorrise ella, quasi volendo dimostrarsi realmente soddisfatta dalla mia scelta «Mi spiace di essermi ritrovata costretta a ricorrere a certi estremi, ma l’altra sera non saremmo riuscite comunque a proseguire il nostro discorso.» «E così hai pensato bene di trascinarmi con te verso la morte?!» la rimproverai, con asprezza nella voce per ciò di cui ero, oggettivamente, rimasta vittima non per mio desiderio, non per mia responsabilità «Lasciatemi andare… ormai, come anche tu hai detto, siete lontane da ogni pericolo. E prima che io possa giungere a un centro abitato, voi altre avrete raggiunto traguardi ancora più lontani, tali da evitarvi qualsiasi possibilità di problema.» Una richiesta azzardata la mia e di ciò avevo chiara percezione: ma chi avrebbe, al mio posto, evitato di proporla? In verità, per quanto frastornata dalle condizioni in cui ero riversata, nel corso del viaggio all’interno del sacco avevo avuto comunque modo di udire alcuni scambi di opinioni fra Midda e la principessa sua compagna di fuga, tali da rivalutare ogni mia possibile considerazione negativa nei meriti della prima. Innanzi alla spiacevole proposta dell’aristocratica di

MIDDA’S CHRONICLES

359

liberarsi di me senza porsi eccessivi dubbi, la mercenaria aveva apertamene preso le mie difese, annunciando addirittura la sua intenzione a offrirmi la possibilità di ritornare alla mia vita consueta una volta risolta ogni questione fra noi. Desiderio, il suo, che ella stessa non mancò di esprimermi con chiare asserzioni… «Ora no, Fath’Ma.» replicò la donna, scuotendo il capo ornato da scomposti capelli corvini, osservandomi con i suoi già noti occhi color ghiaccio, tali da poter forse penetrare fino al livello più profondo dell’anima di chiunque «Abbiamo ancora molti discorsi da concludere, diversi fraintendimenti che desidero dirimere per il mio bene e anche per il tuo, nella volontà di offrirti uno sguardo d’insieme superiore a quello da te fino a oggi posseduto, sulla base del quale hai formulato giudizi tanto negativi verso di me…» «Mi spiace: alcuna fra le menzogne che potrai offrirmi, riuscirà a farmi ignorare la verità, la sola e incontestabile realtà nella quale ho già tratto le conclusioni più corrette in merito a te e al tuo comportamento.» le risposi con una nota di asprezza tangibile nella voce, sgradendo seriamente la falsità dietro alla quale sembrava cercare continuamente di nascondersi, di farsi scudo nel modo più becero. «Perché ti ostini a non voler prendere in considerazione un punto di vista differente dal tuo?» mi domandò la mercenaria, con una certa ingenuità, risultando quasi sincera in quel suo apparire «Perché non vuoi concedermi neppure una possibilità di spiegarmi?» «Perché le tue azioni parlano in tua vece!» le replicai, scuotendo il capo, sconcertata da quanto ella sembrasse non comprendere l’evidenza di quella situazione «Tutto ciò che sei stata in grado di offrirmi fino a oggi, in fondo, è stata solo violenza ed egoismo, nell’impormi unicamente la tua volontà senza soffermarti a prendere, per un solo istante, in esame la mia!» Lungo fu il silenzio che cadde fra noi a seguito di quell’ultima considerazione, di fronte alla quale evidentemente anch’ella non era in grado di formulare una difesa, una risposta tale da concederle una possibilità di fuga dalle responsabilità nel confronto con le quali l’avevo indubbiamente posta. Forse, addirittura, colei che solo in seguito ebbi modo di scoprire essere indicata anche con il nome Figlia di Marr’Mahew, nel citare una divinità della guerra straniera, parve non voler neppure tentare di evadere a tale peso e, di questo, le resi comunque giusto onore. Sicuramente, infatti, il suo comportamento si era dimostrato egoista e violento, ma mai privo di una volontà di rispetto nei miei confronti: una

360

Sean MacMalcom

visione forse distorta di rispetto, ma pur impossibile da non considerare tale, da non essere chiaramente riconoscibile, come in quel momento di silenzio e in quella sua espressione non desiderosa di evadere dalle proprie responsabilità. Al contrario rispetto a lei, purtroppo, si propose in quello stesso frangente l’aristocratica lì ugualmente presente, non tradendo gli stereotipi derivati dal proprio livello sociale. «Fath’Ma… è così che ti chiami?» prese parola, con una richiesta chiaramente retorica, dove il mio nome le doveva essere ormai già ampiamente noto «In questo splendido clima di cordiale confronto, desidero intervenire a mia volta per esprimere la mia visione sulla realtà in merito alla quale tanto sembrate bramose di dibattere.» commentò, con tono ironico, sprezzante soprattutto nei miei confronti «Personalmente considero la tua esistenza in vita un madornale errore, commesso in conseguenza di un eccessivo buon cuore…» «Princip…» tentai di rispondere, non riuscendo, complice l’abitudine al servilismo, a ribattere con maggiore forza, per quanto sarebbe stata richiesta in quel momento. «Zitta… zitta… zitta.» mi impose, al contrario, Nass’Hya, levando la propria mano destra a non concedermi ulteriore possibilità di parola «La tua voce mi tedia… le tue lamentele suscitano solo nausea in me: sei viva unicamente perché ella desidera che tu rimanga viva, altrimenti porrei io stessa fine alla sofferenza per cui tanto declami versi…» «Ma…» esclamai, sbarrando gli occhi innanzi a tanto ingiustificato rancore nei miei confronti, dove alcun ricordo di disappunto si poneva nella mia mente in virtù di qualche errore passato da me compiuto ai danni della mia nuova interlocutrice. «Silenzio. Entrambe.» ritrovò voce, tuttavia, la mercenaria, non ricorrendo a un tono particolarmente alto, a un suono concretamente forte, quanto piuttosto dimostrando un gelido carisma, del tutto simile a quello presente nei suoi occhi, tale da non poter ammettere possibilità di replica «L’unica in questo momento a poter decidere della vita o della morte, qui, sono io. E se simile situazione non vi aggrada, sono pronta a fornirvi armi per difendere i vostri diritti.» «In caso contrario, collaborative o no con me e i miei “egoismi”, vi invito a non commettere l’errore di considerarvi per me qualcosa di diverso da semplici prigioniere.» proseguì, scuotendo il capo «Vi assicuro che i miei sentimenti personali non mi hanno mai impedito di portare a termine un’azione, se necessaria, e dove voi doveste rendere necessaria la vostra uccisione, io provvederò sicuramente in tal senso.»

MIDDA’S CHRONICLES

361

«A voi la scelta, quindi.» concluse, osservando tanto me quanto la principessa, non sembrando voler concedere ad alcuna fra noi particolari preferenze «Potrete essere al mio fianco, libere di parlare, di agire, di muovervi come se fosse una vostra iniziativa o potrete essere dietro di me, trascinate in catene fino a Kriarya. Per me, ogni soluzione è indifferente.» Parole forti quelle gettate come pietre contro di noi, che in quel momento non apprezzai, considerandole semplicemente l’ennesima riprova di quanto sottolineato fino a poco prima. Ripensando ora a quei momenti, però, non posso evitare di accorgermi di come simile reazione fu tutt’altro che sconsiderata, ben lontana dall’essere frutto di un’impulsività derivante da un fuggevole istante di eccessiva eccitazione. Midda Bontor, nel proporsi quale nostra carceriera, pur assumendosi uno spiacevole ruolo, un disgraziato fardello, aveva anche imposto, sopra alla piccola compagnia così formatasi, la quiete, calmando animi fra loro troppo contrapposti per poter convivere senza una costrizione a tal riguardo. E candidandosi qual bersaglio tanto per il mio rancore, quanto per quello, addirittura, della sua stessa complice, originale vittima, ella aveva anche, volontariamente, posto entrambe su un medesimo piano, azzerando ogni possibile privilegio o difetto preesistente, tale per cui avremmo potuto continuare a discutere, a confrontarci in maniera dispari, indebolendoci vanamente l’un l’altra, invece di essere compagne innanzi a un destino comune, come grazie a lei eravamo diventate. Per quello, e per molti giorni a esso successivi, in conseguenza di quanto accaduto, della definizione di stato dettata dalla mercenaria, né a Nass’Hya né, tantomeno, a me si concesse il desiderio di offrire libertà verbale ai molteplici e inevitabili pensieri che avevano affollato le nostre menti. La nostra quotidianità, così, si ritrovò a essere scandita da serrati ritmi di marcia, alternati a brevi soste durante il giorno e pause più lunghe per il riposo nel corso della notte: in simile frangente, di ogni necessità si fece carico Midda stessa, provvedendo a procurare cibo e acqua, nel cacciare selvaggina e nel ritrovare di volta in volta la posizioni di fiumiciattoli o pozzi sparsi lungo un cammino che solo nella sua mente sarebbe potuto essere considerato chiaro. Personalmente, per quanto mi fu concesso di comprendere, non proponendosi comunque qual un’osservazione particolarmente né utile, né inaspettata, il tragitto da noi intrapreso rimase rivolto alle montagne, pur mantenendosi non semplicemente verso ovest, quanto e piuttosto ascendendo parzialmente verso nord. E quando, per prima, proprio la principessa decise di ritrovare parola, di provare a riallacciare un qualche dialogo con la nostra carceriera, fu proprio simile

362

Sean MacMalcom

dettaglio a porsi al centro della questione, evidentemente rilevato senza particolare difficoltà anche da parte sua. «Perché verso nord-ovest e non, semplicemente, verso ovest?» domandò con tono sereno, incuriosito, priva di evidente volontà polemica nel rivolgersi alla mercenaria «In questo modo non ci stiamo allontanando da Kriarya invece di avvicinarci a essa? Forse le mie nozioni di geografia kofreyota non sono eccelse, ma procedendo in questo senso credo andremo verso la provincia di Krezya… se non, addirittura, direttamente nel regno di Gorthia.» «E’ impossibile pensare di attraversare direttamente il confine di guerra.» rispose la donna guerriero con tranquillità, scuotendo appena il proprio capo in inequivocabile segno di dissenso «Improbabile, ma fattibile, lo sarebbe per me da sola: con voi due al mio seguito si tramuterebbe certamente in una missione suicida.» «E così, invece?» richiesi, proponendomi con maggiore umiltà rispetto al mio ultimo confronto con lei, nel voler cogliere l’occasione offerta per riprendere a mia volta la possibilità di espressione prima negatami, più quale personale inibizione psicologica che in conseguenza di un divieto esplicito in tal senso. «Verso nord la guerra non si propone altrettanto violenta quale un tempo: nel rischio di coinvolgere i confini gorthesi, anche Y’Shalf ha preferito accentrare le proprie energie, i propri sforzi a meridione.» spiegò, allora, nel rivolgere anche verso di me il proprio sguardo «Nessuno, del resto, potrebbe biasimare simile decisione, nel conoscere la natura guerriera intrinseca nel sangue di ogni figlio di Gorthia.» «Perché? Gorthia è sì temibile?» insistetti, dimostrando, senza inibizioni di sorta, una chiara ignoranza a tal riguardo, dove del resto nessuno avrebbe potuto pretendere da me una competenza simile. «E’ una nazione che ha fatto della guerra il proprio solo scopo di vivere, del combattimento l’unico valore nel quale giudicare un individuo e concedergli gloria imperitura o ridurlo in condizione di quasi schiavitù…» mi spiegò la principessa, senza alterigia nella propria voce, ritrovando ora occasione di parola anche verso di me «Sfidare un gorthese significa, inevitabilmente, essere sconfitti senza alcuna pietà e, soprattutto, senza possibilità di sopravvivenza.» «Non tutti gli abitanti di Gorthia sono dei guerrieri, in verità, e non tutti i guerrieri gorthesi si porrebbero in una posizione di predominio su soldati o mercenari di altre origini.» volle sottolineare Midda, con sicurezza nel proprio tono di voce tale da non lasciar dubbi di sorta che tale giudizio non derivasse da semplici voci ascoltate quanto, piuttosto, da un’esperienza diretta «Ciò nonostante è innegabile come essi siano

MIDDA’S CHRONICLES

363

avversari temibili, con una preparazione e una inclinazione alla guerra e alla morte superiore a quella della maggior parte di altri.» «Parli come una che ha vissuto certe esperienze sulla propria pelle.» denotai, aggrottando la fronte «Sei forse stata in Gorthia, in uno dei tuoi sicuramente numerosi viaggi?» «In effetti sì.» annuì ella, offrendo un placido sorriso «E’ una storia lunga… che se vorrete vi racconterò una delle prossime sere, attorno a un caldo fuoco.» Così fu, e non solo per una sera quanto, piuttosto, per tutte quelle che seguirono a quel giorno: forte di un carico di esperienze fuori dal comune, ella non si pose infatti eccessivi imbarazzi nel condividerle con noi, senza seguire un qualche ordine cronologico, una qualche logica, ma saltando di giorno in giorno a momenti diversi della propria esistenza. In verità, penso che il suo scopo in tali discorsi fosse quello di concedere, tanto a me quanto all’aristocratica, occasione di conoscerla, di entrare maggiormente in comunione con la sua vita, con le sue emozioni, per riuscire a inquadrarla al di fuori di eventuali preconcetti, avendo occasione così di vederla non tanto quanto una nemica, una straniera giunta a noi solo in esecuzione di ordini ricevuti, quanto qualcosa di più, forse addirittura una compagna di antica data. E se tale, realmente, sarebbe dovuto essere giudicato il suo scopo, il suo intento, non posso evitare di riconoscerle, in questo momento, un chiaro successo: sebbene la furia, il risentimento nel mio cuore non fosse venuto ancora meno, non si fosse placato, nell’ascoltare le cronache della sua vita dalla sua stessa voce, non enfatizzate nei canti di un bardo, non esaltate nei versi di una ballata, non riuscii a evitare di essere ammaliata dal suo carisma, affascinata dalla sua figura in quanto assolutamente umana, non divina o quasi tale. Sicuramente da quelle storie, da quei racconti, quella emersa fu l’immagine di una donna in grado di raggiungere e superare traguardi innanzi ai quali la maggioranza di noi, comuni mortali, non avrebbero mai osato neppure spingere i propri pensieri più sfrenati, ma in questo ella non si è mai dimostrata qualcosa di diverso da, appunto, una comune mortale. Nell’affrontare il fuoco vivo della terra in un tempio votato alla fenice, così come nello spingersi contro negromantiche creature di ogni risma, ella aveva sempre dimostrato di essere incredibilmente coraggiosa, estremamente tenace, ma pur, comunque, una donna mortale, consapevole dei propri limiti, conscia della perpetua imminenza della morte su di sé, sul proprio destino. Al contrario rispetto alla maggioranza di tutti noi, che, nel rifiutare di vivere per timore di morire, tendiamo a rinchiuderci solitamente in un piccolo mondo che consideriamo perfetto, per quanto esso lo sia più a livello psicologico che reale, Midda Bontor ha

364

Sean MacMalcom

tuttavia sempre usato la percezione di simile letale ombra sul proprio fato, un appuntamento certo al quale nessuno, in fondo, potrebbe mai sottrarsi, per trovare una fonte illimitata di energia vitale, nella volontà di non lasciare neppure un singolo istante della propria esistenza come sprecato. Come non essere conquistata da simile immagine, da tale figura, pur sicuramente colma di difetti, tutt’altro che immune a errori? Io non vi riuscii e, così, inconsciamente, senza aver compiuto un concreto ragionamento a tal proposito, senza aver preso una decisione esplicita in tal senso, iniziai a ignorare ogni sentimento avverso prima provato verso la mercenaria. E proprio in conseguenza di tale affezione, ritrovata verso di lei nonostante tutto quello che era accaduto, quando fu necessaria una sosta in un centro abitato, l’ultimo piccolo paese sul limitare dei monti, io decisi di collaborare con colei che avrei dovuto considerare quale mia rapitrice, accettando di reggere il gioco che ella volle porre in essere nel concederci quella tappa, al solo scopo di acquistare abiti adatti al passaggio fra i monti, nonché una scorta di viveri con i quali caricare il nostro asino, fedele compagno in quell’avventura per quanto, anch’esso, sottratto con la violenza alla propria consueta vita. Avrei potuto denunciarla alle autorità locali, evadere da lei senza alcuna fatica, eppure collaborai, diventando complice della mia ipotetica carnefice, nel recitare alla perfezione il ruolo assegnatomi e nel concedere il completo successo della nostra visita a quell’ultimo faro di civiltà prima del nulla assoluto rappresentato dai monti Rou’Farth. «Direi che è giunto il tempo di cambiarci…» Tale fu il commento della Figlia di Marr’Mahew, al sopraggiungere di una nuova nottata, nel mentre in cui prendevamo posto in un provvisorio campo, come ormai ci eravamo abituate a fare in maniera assolutamente naturale. Allontanateci a sufficienza dalla civiltà y’shalfica e dai pericoli che essa avrebbe potuto rappresentare per la nostra fuga, inutile e, anzi, dannoso sarebbe stato conservare i burqa dietro ai quali ancora io e la principessa eravamo celate, in virtù dell’abitudine ancor prima che di qualche forte connotazione religiosa rappresentata da tale vestiario. Inutile dal momento in cui, al di fuori dei confini di Y’Shalf, quell’abbigliamento ci avrebbe rese troppo appariscenti allo stesso modo in cui nel nostro Paese sarebbe stato utile a celarci. Dannoso perché nella leggerezza di simile stoffa non avremmo potuto proteggerci adeguatamente dai rigori dell’inverno, soprattutto alle altitudini che saremmo state costrette presto ad affrontare per superare i valichi verso Kofreya. Così, per la prima volta dopo lungo tempo, tornai a mostrare

MIDDA’S CHRONICLES

365

apertamente il mio volto alla luce del sole, condividendolo insieme a Nass’Hya nell’abbandonare ogni velo allo scopo di indossare abiti che avrei giudicato essere di foggia maschile ma che, in tali forme, ci avrebbero garantito maggiore libertà di movimento: un’esperienza affascinante, lo ammetto, che pose di nuovo in discussione le mie emozioni, i miei sentimenti, dove una sorta di gusto del proibito, in violazione delle regole che mi erano state inculcate a forza da quando avevo preso servizio all’interno dell’harem, mi rese quasi euforica per tale cambiamento. Neppure il confronto con le fattezze tanto della mercenaria quanto, e ancor peggio, della principessa, poterono turbare quel momento nella mia percezione del medesimo, nonostante, effettivamente, avrei dovuto rimpiangere l’assenza del burqa nell’essere posta innanzi alla giovane aristocratica: con lei, infatti, gli dei sembravano essere stati assurdamente generosi, non solo donandole una posizione socialmente dominante, non solo concedendole ogni ricchezza utile a soddisfare qualsiasi capriccio fin dalla più tenera età, ma anche riconoscendole una beltade tale per cui mai sarebbe potuta passare inosservata innanzi a sguardo maschile o femminile, attirando le bramosie dei primi e le invidie delle seconde. Ma proprio la nobildonna, accogliendo quel momento con maggiore distacco, con più freddezza rispetto a quella che io offrii a mia volta, evidentemente non dimostrandosi quale completamente nuova a simili esperienze, non approfittò della bellezza sì dimostrata, del fascino lontano da ogni possibilità di dubbio e dell’ormai passata superiorità gerarchica rispetto a me, nell’infliggermi l’ennesima dimostrazione della sua inimicizia, della sua mancanza di sopportazione nei miei riguardi come già era avvenuto in passato, in quello stesso viaggio. Al contrario ella si propose con apparente sincera premura nei miei riguardi, aiutandomi a prendere possesso di vesti alle quali non ero abituata, con le quali non sapevo in che misura confrontarmi. «Aspetta…» mi richiamò, notando la mia difficoltà nei riguardi di semplici pantaloni, che non sembravo essere in grado di allacciare alla vita, di mantenere fermi nella corretta posizione «Ti aiuto io.» «Grazie.» mi ritrovai involontariamente a balbettare, per tutta risposta. Difficile sarebbe stato non essere spiazzata all’idea che una signora del rango della principessa si fosse proposta in maniera del tutto spontanea nell’offrire il proprio aiuto a una serva, anziché richiederlo dalla medesima. E per quanto negli ultimi giorni i rapporti fra noi si fossero placati, vedendoci semplicemente essere quali donne, compagne, complici

MIDDA’S CHRONICLES

523

Assassinio nella città del peccato

D

elicato e leggero, simile alla carezza di un dolce e giovane amante ancor colmo di virginale timore, di quell’incertezza di movimento derivante da una non completa consapevolezza del corpo pur desiderato e similmente ricercato, fu il contatto offerto dai primi, pallidi raggi del sole di un nuovo giorno, di una radiosa alba primaverile su forme chiare, vellutate, appena ornate da sparse spruzzate di efelidi. Forse rappresentative della generosità della terra, con alti colli e profonde valli, fertili e invoglianti alla vita, le curve di quel dorso, emergenti al di sotto di coperte disordinate, smosse inavvertitamente nella notte, si concessero in tal modo quale uno spettacolo unico, meraviglioso, per arrogarsi il diritto di osservare il quale, probabilmente, in molti avrebbero ben volentieri pagato qualsiasi prezzo fosse stato loro richiesto. Rilucente e, al contempo, vellutata quell’epidermide sembrava esser stata tessuta unicamente allo scopo di attrarre a sé le bramosie di frementi mani, che su di essa avrebbero volentieri condotto le punte delle proprie dita, a godere già solo in conseguenza di quel contatto, in quell’unione apparentemente superficiale e, nonostante tutto, incredibilmente intima. Calde e fameliche labbra, poi, si sarebbero ancor più piacevolmente avventate su di essa, desiderose di coprirne ogni singolo pollice, ogni pur minima parte, di baci, quasi a suggere ancor solo in simili gesti il gusto pieno della vita, dell’amore, di cui quella superficie sembrava trasudare in maniera assolutamente spontanea, naturale, addirittura non voluta. Colmi di femminilità nella propria prospera abbondanza, sodi nel proprio esser stati temprati da un’esistenza intera dedita all’allenamento, all’esercizio quotidiano, i due candidi glutei, apparentemente scolpiti nel marmo più puro e affioranti in maniera quasi prepotente dalla morbida stoffa di quelle lenzuola, non diversi da dolci atolli emergenti sulla superficie del placido mare, non avrebbero mai potuto evitare di attrarre ogni attenzione, ogni interesse, ogni sogno, proibito o no che esso potesse essere, con la loro presenza così esplosiva, vette di puro piacere, da sfidare con il medesimo, indomito coraggio richiesto allo scalatore che avesse voluto affrontare le cime più impervie dei monti Rou’Farth. E ancor più pericolose rispetto a esse, simili sinuosità avrebbero sicuramente concesso soddisfazione ineguagliabile a coloro che fossero riusciti a renderle proprie, a chiunque fosse riuscito a conquistarle, premio di ineguagliabile

524

Sean MacMalcom

valore dove un tale privilegio evidentemente si sarebbe dovuto considerare raro e prezioso non meno di un’oasi all’interno del deserto, di una fonte di acqua fresca e limpida nella profondità di un pozzo di ustionante sabbia dorata. Discendendo con lo sguardo nella direzione del versante inferiore del giaciglio, lunghe, affusolate, tornite gambe si concedevano in misura solo parziale alla tiepida presenza di quella debole luce, presentandosi appena ripiegate, dolcemente adagiate una sull’altra e intrecciate, in ciò, alle coperte. Membra vigorose, atletiche, formate nello stesso percorso dei glutei, e che pur, come i primi, non sembravano voler rinunciare a una sensualità di fondo, per quanto non si ponessero incerte nel mostrare o, addirittura, nel far vanto dei numerosi segni lasciati nel tempo dalle sfide affrontate, conseguenze di un’esistenza vissuta audacemente nel contrasto a ogni genere di pericoli. Quelle cosce, nelle quali ogni uomo avrebbe voluto esser abbracciato, cercando l’estasi del piacere più puro, sicuramente avrebbero potuto, altresì, donare altrettanto facilmente la morte, soffocando senza pietà alcuna un avversario, un nemico, spezzandogli il collo o la colonna vertebrale. Un paradosso, diviso fra il dono della vita e la condanna della morte, quello offerto dalle stesse forme, dallo stesso corpo, che, se possibile, avrebbe contribuito ad aumentare ancor più il suo fascino, il suo erotismo, rendendo quella predatrice quale la preda più ambita, il traguardo più desiderato. Risalendo, altresì, con lo sguardo nella direzione del versante superiore del giaciglio, il meraviglioso avvallamento donato dalla schiena tornava a richiamare sol pensiero di dolci carezze, di tenui contatti con essa, lasciando immaginare l’entusiasmo di splendidi giochi d’amore con simili curve, di leggeri baci donati da labbra frementi, tanto emozionate da poter negare all’improvviso non solo il respiro, ma anche il battito del cuore di colui che a tal risultato fosse riuscito a sospingersi. Le due delicate fossette a ornare la curva superiore dei glutei, la linea perfettamente marcata a sottolineare l’asse mediano di quel corpo, nonché le scapole, appena emergenti sotto la pelle, sarebbero state valide e amabili ragioni per le quali morire, senza ancor piegarsi di lato a osservare l’incredibile, abbondante e procace presenza dei suoi seni. Essi, pur compressi contro la superficie del letto, nella postura prona da lei occupata, non avrebbero mai potuto celare la consistenza solida delle proprie forme, meravigliosamente femminili, quasi materne e capaci, non meno rispetto al resto di quel corpo, di ispirare pensieri folli, inebrianti verso di lei: ogni fantasia, ogni sogno sarebbe potuto essere concepito attorno a tali curve, dove anche, in quel momento, non si stessero concedendo pienamente rivelate, non apparissero nella loro completa pienezza, nella ricchezza infinita che avrebbe rappresentato ragione di

MIDDA’S CHRONICLES

525

incredibile entusiasmo per qualsiasi amante. Ma, a voler ribadire l’antitesi da lei incarnata, fra la vita e la morte, quale contrasto alla meraviglia di quei seni si dimostravano essere le sue spalle, atletiche, forti, vigorose, e le sue non esili braccia, che da quei punti trovavano origine, ripiegandosi dolcemente una sotto il suo capo e l’altra lungo lo stesso corpo. Queste ultime, in particolare, erano plasmate nelle proporzioni di un arto mancino muscoloso, guerriero, ornato da un complesso intrico di tatuaggi tribali in tonalità di azzurro e blu, e in quelle di un arto destro in nero metallo dai rossi riflessi, armatura lì posta quale surrogato, sostituzione artefatta, di quelli che un tempo erano stati il suo avambraccio e la sua mano, perduti in conseguenza di un’ingiusta condanna. Tutta la sua femminilità, quindi, non avrebbe potuto evitare di apparire inevitabilmente sottomessa a una natura guerriera, nello sfoggio di quelle ultime caratteristiche, nel giungere a osservar simile parte del suo corpo: ogni incanto prima concesso, ogni sogno prima fomentato, appariva tristemente negato, contrapposto alla realtà dei fatti altrimenti espressa, alla scelta di vita da lei in tal modo compiuta. E se, ancora, vi fossero potuti essere dubbi a tal proposito, se ancora fossero potute sorgere incertezze nel merito del destino che ella si era riservata, il quadro concesso dal suo viso, perso fra disordinati capelli corvini, non lunghi e pur non corti nel proprio taglio, avrebbe definito completamente come, pur senza rinunciare al proprio esser donna, ella non aveva fatto del medesimo la sua ragione di vita, il suo scopo ultimo, preferendo la via della spada, il cammino della lotta. Accanto a un naso cosparso di lentiggini, fanciullesco in simile complesso, a zigomi dolci nelle loro forme, lontane dall’esser appuntite e scavate, e a labbra carnose, da mordere nel proprio gusto pieno, nella propria essenza più pura, si mostrava, prepotente e inconfondibile, un violento sfregio, una cicatrice eredità di un’antica ferita, uno squarcio aperto su quello stesso volto, in corrispondenza del suo occhio sinistro, donatole salvo, in ciò, per puro miracolo. Alcuna donna avrebbe mai sopportato tale marchio, avrebbe mai trovato la forza d’animo necessaria a mantenere visibile quella ferita, arrivando a farne, addirittura, un vanto, una memoria da non cancellare, da non rinnegare, neppure avendone la possibilità: ella, al contrario, dove aveva pur avuto occasione di rimediare a tale orrore, così come alla perdita infame del proprio braccio destro nel possibile intervento risanante di una leggendaria fenice, aveva preferito non mutare la propria condizione, non eliminare quelle menomazioni, consapevole del fatto che, agendo in tal senso, avrebbe, forse, smarrito anche una parte di sé, della propria storia e, in ciò, del proprio futuro. Limitando la propria attenzione a un mero piano fisico, soffermandosi solo su quel corpo, senza pur incedere nel conoscerne il carattere, la

526

Sean MacMalcom

psicologia, chiunque avrebbe potuto già comprendere come ella non si sarebbe mai concessa quale una semplice compagna, un’amante come altre, con la quale trascorrere poche ore o, anche, una vita intera senza porre in gioco un assoluto impegno di mente, cuore, anima e corpo, nel rapporto con lei, nel confronto con una situazione completamente fuori dal comune. E per quanto bramabile sarebbe potuto essere quello stesso corpo, per le sue numerose e apprezzabili virtù, per la sensualità di cui esso era pur evidentemente intriso, per l’erotismo che da tutte le sue membra indubbiamente traspirava, solo pochi uomini, sobri e completamente coscienti, avrebbero osato sospingersi a tentare un qualsiasi approccio nei suoi confronti, intuendo senza fatica come tale scelta avrebbe potuto incarnare un desiderio suicida ancor prima che una fantasia d’amore. Nonostante ciò, nel corso del tempo qualche impavido, tenace e sincero nel proprio intento d’amore al punto da non temere il prezzo di quella pericolosa scommessa, era riuscito a conquistarsi uno spazio nel cuore di quella donna guerriero, della leggenda vivente conosciuta con il nome di Midda Bontor, come la fortunata presenza di colui con il quale, in quel momento, ella stava dividendo il proprio letto avrebbe chiaramente dimostrato, avrebbe offerto evidente e incontestabile riprova. Stuzzicata sulle proprie lunghe ciglia dai raggi di quell’ancor timido sole, la mercenaria scosse appena il capo, accarezzando con il proprio volto, in ciò, il petto del compagno, dell’amante di quella notte, muscoloso per quanto non eccessivo nelle proporzioni, nelle forme: un gesto naturale, quello della donna, che, per quanto privo di qualsiasi malizia o di qualsiasi romanticismo, fu, però, utile a lasciarle percepire quella presenza estranea al proprio solito guanciale, riportando la sua attenzione al tempo presente, all’ambiente attorno a sé, nonché a quanto accaduto la sera prima e all’identità, pur fortunatamente nota, di colui che le si stava ora proponendo al fianco, quale complice d’amore. Dalla propria memoria, normalmente confusa quale sola sarebbe potuta essere in quello stato di dormiveglia, nel momento in cui ella era appena evasa da una realtà onirica in cui si era intrattenuta per poche ore a seguito di un’intensa notte, riemersero così lentamente le immagini relative al proprio ultimo arrivo in Kriarya, città del peccato nel regno di Kofreya. Destinazione rappresentativa della conclusione di una lunga missione, nel corso della quale era stata trattenuta oltre il confine del vicino territorio di Y’Shalf per lunghi mesi, fin dalla precedente stagione autunnale, quella capitale tanto temuta dai più, con la propria popolazione di mercenari e prostitute, ladri e sicari, era apparsa ai suoi occhi incredibilmente ambita, paradossalmente desiderata, concedendole

MIDDA’S CHRONICLES

527

con la propria pericolosa presenza, una sensazione di familiarità, di domesticità impagabile, che probabilmente mai avrebbe creduto di poter provare, vivere. E dopo aver offerto visita, come necessario in simile situazione, al proprio mecenate, a sancire il termine del proprio operato nella consegna della sposa promessa al medesimo, colei per la quale tanto era stato smosso in quell’ultimo periodo, ella aveva potuto finalmente fare ritorno alla locanda di Be’Sihl, il luogo più prossimo a poter essere definito quale casa nella sua vita. Come sempre, dopo aver offerto il proprio saluto all’amico, all’anfitrione in perenne, fedele e speranzosa attesa del suo ritorno, ella gli aveva domandato di poter trovare la propria vasca colma d’acqua calda, utile a liberarla della polvere accumulata nel corso del viaggio. Ed egli, ovviamente, non si era fatto attendere in tale servizio: del resto, il locandiere non avrebbe mai ostacolato simile appuntamento, tale impegno, ponendosi assolutamente consapevole delle sue esigenze, dei suoi gusti, delle sue abitudini, almeno nelle rare occasioni in cui quello stile di vita le concedeva l’opportunità di godere di un’abitudine, elemento di monotonia negativa per la maggior parte delle persone, annoiate da una quotidianità sempre uguale, sempre fine a se stessa, e al contrario occasione preziosa per coloro soliti a spingersi, troppo inconsciamente, ben lontani da essa. Aiutato dai propri garzoni, pertanto, egli aveva trasportato quasi una dozzina di secchi fino alle camere a lei riservate ormai da anni, tenute quale alloggio personale per concederle spazio di riposo in quegli eccezionali momenti di ritorno in città, e aveva con essi colmato il catino di legno rappresentativo del lusso di quella pur piccola stanza da bagno a uso assolutamente personale per la donna guerriero. Ma dove, abitualmente, l’uomo avrebbe a quel punto offerto il proprio saluto all’amica, lasciandola libera di godere del piacere donatole da quella vasca, dandole silenzioso appuntamento alla mattina successiva per il loro consueto incontro in un salone finalmente libero da ogni cliente, in quell’ultima occasione qualcosa di diverso, di inatteso, era occorso a sconvolgere completamente un ritmo altrimenti noto, il ripetersi di eventi sempre uguali a se stessi. Forse una parola pronunciata in eccesso, forse un respiro trattenuto in più rispetto al solito, forse uno sguardo offerto dove non sperato, forse una distrazione evitata nel confronto con il loro classico rituale di dialogo, li aveva portati senza alcun controllo a gettarsi una nelle braccia dell’altro, a stringersi reciprocamente e appassionatamente alla ricerca di un comune calore, di un sentimento forse da sempre vissuto e pur negatosi per troppo tempo. E per la prima volta, addirittura dall’apertura stessa della locanda, il proprietario era così mancato quella sera ai propri doveri, innanzi ai propri clienti, perso completamente nel vivere un’esperienza ormai

528

Sean MacMalcom

nemmeno sperata, dove tanto egli quanto ella erano stati i primi a proibire l’eventualità di un simile risvolto in quel rapporto, una tale evoluzione, temendo i potenziali sviluppi negativi di una storia priva di ogni futuro quale sola sarebbe potuta essere la loro, principalmente in conseguenza dello stile di vita proprio della stessa mercenaria, di colei che era addirittura stata riconosciuta qualche tempo prima quale figlia della dea della guerra, Marr’Mahew, dalla popolazione di un’isola sita a ponente di quelle terre. Le emozioni, le passioni di fronte alle quali, alfine, avevano entrambi ceduto, li avevano assorbiti completamente, isolandoli da ogni realtà a loro circostante e concedendo loro, in ciò, di vivere pienamente quel momento, quell’occasione unica, meravigliosa, estasiante, fino a quando, stremati, si erano abbandonati sullo stretto letto di lei, uniti nella medesima posizione in cui l’alba di una nuova giornata li stava, ora, sorprendendo. Nel concludere simile rievocazione, Midda non poté evitare di sorridere, non poté che considerarsi incredibilmente felice, come rare erano state per lei occasioni di esserlo. Sinceramente non era né sarebbe potuta essere sua intenzione interrogarsi in merito al domani, al futuro prossimo che l’avrebbe attesa e che, probabilmente, l’avrebbe portata lontana da lui come inevitabilmente era solita fare con qualsiasi suo amante, con qualsiasi suo compagno, per quanto da lei realmente amato con tutta se stessa. La settimana successiva, il mese seguente, probabilmente, sarebbe tornata alla propria vita, dimenticandosi nella foga della guerra, nell’orrore del sangue, di esser stata una sì tenera amante: ma ora, ella desiderava solo godere di quanto donatole, di quel momento fuggevole e prezioso in un’esistenza priva di ogni certezza quale era la sua. E in questo, anche un semplice, naturale risveglio mattutino sarebbe stato vissuto come un incredibile momento di gioia, una conquista tutt’altro che scontata. «Ti potrò sembrare prevedibile e retorica… ma, francamente, io credo di amarti, Be’Sihl Ahvn-Qa.» Parole pronunciate quasi egoisticamente, le sue, dove non rivolte in verità verso il compagno, quanto piuttosto verso se stessa, a esplicitare un sentimento censurato per troppo tempo e ora esploso in tutta la sua incontenibile foga. Un sussurro, flebile e inudibile, un sospiro, effimero e impercettibile, a seguito del quale ella si voltò appena per poter posare un delicato bacio sul petto dell’uomo, ancora mantenendo chiusi i propri occhi, non avvertendo alcuna necessità di aprirli, di accogliere le immagini del mondo a lei circostante, restando altresì a godere di quella loro affettuosa intimità.

MIDDA’S CHRONICLES

529

Qualcosa, tuttavia, nel risveglio lento e pur costante dei suoi sensi, la turbò, pose il suo cuore e il suo animo in agitazione, risuonando chiaramente quali elementi estranei, impropri nello scenario in cui avrebbe dovuto porsi quale protagonista in quel momento. Nell’aria, infatti, oltre al proprio odore e a quello del proprio compagno, si impose a lei un altro estremamente particolare, tutt’altro che sconosciuto, ma che non avrebbe dovuto essere lì presente: sangue. Non qualche semplice goccia, potenzialmente naturale conseguenza dei graffi immancabilmente proposti sulla pelle del proprio amante nel corso della loro unione, dei loro giochi in quella lunga notte, quanto piuttosto un’inquietante presenza predominante di tale linfa vitale, al punto tale da risultare nauseante. «Be’Sihl…?» Alle percezioni dell’olfatto, troppo rapidamente, si aggiunsero anche quelle gusto, dove ella, umettandosi le labbra nel pronunciare quel richiamo con tono più forte, più vivo, avverti chiaramente sulle medesime il sapore ferruginoso di quella macabra bevanda, purtroppo più che noto in conseguenza di troppe battaglie dalle quali era uscita sì vittoriosa, ma sempre ricoperta dal quel letale tributo preteso dai propri avversari. Così provocata, la mercenaria non riuscì più a trattenere chiusi gli occhi, benché timorosa ormai di aprirli, di osservare la realtà a lei circostante. Una paura, altresì, più che fondata, più che corretta, dove l’orrore da lei tristemente previsto trovò concretizzazione innanzi al suo sguardo, ai suoi occhi azzurri, color ghiaccio. «Thyres… no… non questo!» Un gemito sconcertato, incredulo, il suo, dove ella fu privata di ogni possibilità di respiro, nonché di qualsiasi speranza di raziocinio per quanto il fato aveva scelto di donarle, nel confronto con il quadro concessole: innanzi al viso della mercenaria, sbiancato come in rare occasioni le era accaduto in passato, era l’immagine dell’amato compagno, dell’amico fedele, colui solo poche ore prima eletto a proprio amante, adesso crudelmente sgozzato. Il suo collo, sul quale a lungo, in quella notte, ella si era intrattenuta con i propri baci, con la propria dolcezza e con il proprio estro, accarezzandolo con la morbidezza delle labbra e la solidità dei denti, segnandolo nella voracità di una travolgente passione, appariva, in quel momento, attraversato nella propria larghezza da uno squarcio slabbrato, attraverso il quale il sangue era fuoriuscito copioso e abbondante a ricoprire ogni cosa: il suo stesso corpo, il letto sul quale

530

Sean MacMalcom

giacevano, il pavimento sotto di loro e la vicina parete. Non un semplice taglio, la conseguenza del passaggio di una lama, quella lì proposta, quanto piuttosto l’impeto, la violenza di un animale, di una bestia rabbiosa, tale da lacerare quei tessuti in maniera irregolare, non diversamente da come sarebbe stato a seguito del morso di un grande felino o, forse, degli affilati artigli di un terribile orso. Nel confronto con gli scenari a cui la mercenaria, nella propria vita, si era trovata a essere spettatrice, quello così dimostrato sarebbe potuto essere considerato consueto, privo di particolari ragioni di raccapriccio, non paragonabile alla crudeltà altrimenti espressa nel cuore di una battaglia, nel vivo di una guerra. Ma, in quella particolare occasione, nell’ambiente che avrebbe dovuto considerarsi intimo e protetto quale quello della sua camera da letto, un tempio nel quale alcuno avrebbe dovuto osare sospingersi con la propria blasfema presenza o, tantomeno, arrivare a compiere un atto paragonabile a quello occorso, quel sangue si imponeva carico di un valore raramente riconosciuto ai suoi occhi, difficilmente attribuito dalla sua coscienza, dove appartenente a un uomo che aveva reso proprio, che aveva accolto a sé e che, ancora fra le sue braccia, le era stato tanto violentemente negato. «Chi… cosa…?» Domande, sussurri, inizialmente colmi solo di angoscia, orrore, sentimenti ai quali presto però si affiancarono altri ben diversi, di rabbia, d’ira funesta e incontrollabile nei confronti di ciò che, umano, animale o mostro, si era macchiato di simile atrocità, aveva gettato tale oscena ombra di morte in quel luogo altresì prima benedetto da un impulso di vita, di amore. E al centro degli occhi della donna guerriero, dove prima le pupille si erano estese all’interno delle iridi a renderle simili a perle nere, ora esse si restrinsero al punto tale da svanire all’interno di un’immensità azzurra, glaciale condanna per chiunque a lei si fosse contrapposto, si fosse parato innanzi. «Chi?!» Un grido che esplose dal profondo del suo animo, dirompendo nello spazio pur non eccessivo della stanza e rimbombando in essa quale un ruggito, carico di una forza contro la quale alcun mortale avrebbe mai voluto avere a che fare, alcun mortale avrebbe mai cercato confronto. Alcun mortale… «Io, moglie adorata. Ovviamente io.»

MIDDA’S CHRONICLES

531

Risposta trasudante di fiera e crudele ironia, che raggiunse la donna guerriero e le concesse chiara idea sull’identità del proprio avversario ancor prima di voltarsi, prima di offrire a lui il proprio viso e la propria spada: lama che, per quanto ancora appoggiata sul pavimento al bordo del letto, purtroppo, anche dove fosse stata effettivamente già impugnata non avrebbe potuto concederle risultati di sorta, non avrebbe potuto riconoscerle alcuna soddisfazione nel confronto con la creatura semidivina prole del dio Kah e dell’antica regina Anmel, colui che aveva ella ingannato divenendone moglie al solo scopo di salvare la promessa sposa del proprio mecenate. «Desmair!» ringhiò la mercenaria, stringendo i denti fra le labbra dischiuse nel pronunciare il suo nome «Tu qui?!» domandò, con evidente retorica, conseguenza delle forti emozioni a cui si ritrovava inevitabilmente a essere sottoposta «Eri imprigionato… avevi detto di essere intrappolato!» «Per questa ragione tu hai davvero creduto di poter proseguire con la tua vita come se nulla fosse accaduto?» sorrise il colosso dalla pelle rossa, dalle lunghe corna bianche e dagli arti inferiori equini «Hai pensato di avere la possibilità di giacere con altri uomini nonostante avessi sposato me? Non può funzionare in questo modo, amore mio. Non è possibile che tu ti illuda che le tue avventate azioni non abbiano un prezzo da pagare.» «Maledetto...» sussurrò ella, combattendo interiormente con la propria coscienza che, così stimolata dalle sue parole, le stava suggerendo la possibilità di essere colpevole per la morte di Be’Sihl «Che tu sia maledetto…» «Non temere. Lo sono già.» rise il mostro, gettando il proprio grottesco volto all’indietro per liberare senza freno alcuno, simile, incredibile ilarità «Lo sono già.» Normalmente quieta e controllata anche nelle situazioni in cui chiunque altro avrebbe facilmente ceduto all’isteria, Midda non riuscì a concedere alla propria mente il necessario raziocinio, al proprio corpo il giusto freno, muovendosi altresì agile e rapida per raccogliere la propria arma e per slanciarsi, senza alcuna precauzione, senza alcuna prudenza, in contrasto al proprio avversario, bramosa unicamente di donargli quella morte che pur sapeva non avrebbe potuto raggiungere in quel modo, attraverso uno scontro diretto come quello proposto. «Quanta enfasi, mia sposa… vedo il tuo corpo fremere alla ricerca del mio.» la beffeggiò il Figlio di Kah, continuando a ridere nel non aver

532

Sean MacMalcom

motivo per temere quell’irruenza, quella foga che avrebbe privato di coscienza chiunque altro nel confronto con lei «Tanto ardore potrebbe commuovermi…» «Muori, maledetto! Muori!» replicò ella, lasciando ricadere la lama della propria spada bastarda contro le sue carni, senza alcuna incertezza, senza ombra di pietà, desiderando solo vendicare l’amore perduto, l’uomo ucciso nel suo letto. E se anche il metallo affondò facilmente in quelle membra, se anche il filo dell’arma si aprì senza fatica alcuna strada fra quei muscoli e quelle ossa, penetrando dalla spalla destra a ridiscendere fino al centro del petto, non una stilla di sangue, non una smorfia di dolore venne proposta quale risposta dall’altro, che restò assolutamente immobile di fronte a lei, scuotendo appena il capo. Come già ogni altro loro scontro, purtroppo, anche quello non volle concedere alla donna alcun frutto, alcun risultato, negandole ogni letale azione nei confronti del proprio sposo. «Non hai ancora compreso di non potermi ferire? Mi deludi, Midda Bontor… avevo iniziato a considerarti quale una donna decisamente perspicace.» commentò con assoluta tranquillità «Ti prego, non mi spingere a pensare che sia vero lo stereotipo di un’inversa proporzionalità fra la circonferenza toracica di una donna e il suo quoziente intellettuale...» «Ti farò a pezzi… e spargerò i frammenti dei tuo corpo agli estremi più lontani di ognuno dei tre continenti!» gli promise ella, cercando di ritrarre la spada per poter menare un secondo colpo, per poter insistere nel proprio attacco «Non avresti dovuto intrometterti nella mia vita… non avresti dovuto spingerti a un’azione simile!» «Intromettermi nella tua vita?!» replicò Desmair, sgranando gli occhi con aria divertita e pur stupita «Mi domando fino a quali limiti possa riuscire a spingersi la tua ipocrisia, luce del mio cammino. Non ricordi, forse, di essere stata proprio tu a entrare a far parte, con l’inganno, della mia esistenza?» «Taci!» intimò ella, non potendo più sopportare che la voce di quell’empio essere potesse giungere fino alle sue orecchie, sfidandola ripetutamente con le proprie provocazioni. In un gesto carico di risentimento la lama della spada fu, così, sfilata dal corpo del mostro solo per essere nuovamente scaraventata contro il medesimo, tornandolo a colpire ora all’altezza della gola, nell’unico, evidente scopo di decapitarlo, in un’illusione, pur già nota come vana, di poterlo arrestare in tale azione, con simile gesto.

MIDDA’S CHRONICLES

533

Ma dove egli pur non frenò in alcun modo l’avanzata di quell’offensiva, ritrovando inevitabilmente la propria testa separata violentemente dal corpo, sospinta in aria dalla foga del taglio, non si propose in alcun modo sopraffatto da lei, sconfitto da tale azione. Benché infatti privata dell’intero capo, questo stesso rotolato lontano dal suo corpo fino ad appoggiarsi contro un angolo della stanza a loro opposto, la semidivinità dimostrò ugualmente di possedere ancora una vivace salute, riprendendo a parlare e a muoversi nel confronto con la sposa come se nulla fosse accaduto, nel mentre in cui, peggio ancora, la ferita precedentemente inflittagli già incominciava a rimarginarsi, quasi fosse stata un banale graffio. «Raramente mi è accaduto… e ancor più raramente sono giunto persino a dichiararlo, ma credo di aver compiuto un madornale errore di valutazione nei tuoi riguardi, Midda Bontor.» ammise, ora, la testa separata dal corpo, con tono serio, nell’osservare la sposa e il resto di sé impegnati in quel confronto diretto «Se è comunque innegabile che, non essendo tu una strega, o quantomeno una negromante, il nostro matrimonio non potrà concedermi alcun beneficio di sorta, credo si possa considerare altrettanto evidente come tu possieda diverse caratteristiche sicuramente capaci di stuzzicare le fantasie di un marito.» «Ti ho detto di tacere!» ribadì la mercenaria, attaccando nuovamente il corpo nemico per amputarne il braccio sinistro, nell’avvertire da parte del medesimo un movimento rivolto verso di lei «La tua stessa esistenza è un insulto a tutti gli dei, un’offesa alla sacralità del loro nome. Devi morire!» Probabilmente l’errore che, a quel punto, ella disastrosamente commise, fu conseguenza del suo essersi lasciata trascinare in maniera incontrollata dalle emozioni, umanamente giustificabili, provate confronti del proprio avversario: vittima dei sentimenti di odio, rancore, frustrazione che egli era apparso riuscire a instillare con sapienza nel suo cuore, la donna guerriero, nonostante tutta la propria formazione, era giunta a dimenticarsi di tutti i principi che, da sempre, l’avevano aiutata a sopravvivere a ogni scontro, a ogni duello, concedendosi al contrario troppo facilmente, in tal modo, a possibili azioni del proprio nemico. E sebbene fosse stato privato della testa e dell’arto mancino, il colosso dalla pelle rossa non fece spreco del vantaggio così offertogli sulla propria preda, muovendosi rapido nello sferrare una pur attendibile offensiva con il proprio unico braccio rimasto, agendo immediatamente nell’andare a colpire con violenza il volto della donna, sollevandola, in conseguenza di tanta foga, da terra e mandandola a sbattere contro la parete a ridosso del

534

Sean MacMalcom

letto, quasi fosse una bambola di pezza scaraventata da una bambina capricciosa. Un gesto incontenibile contro di lei, irrefrenabile a suo discapito, e pur incredibilmente moderato, considerando come semplicemente si limitò a stordirla quando, con la stessa facilità, avrebbe anche potuto frantumarne le ossa, riducendola per sempre all’immobilità. «Osservando la pienezza delle tue grazie, non posso evitare di pensare che sia stato un vero peccato aver interrotto prematuramente la nostra festa di matrimonio, mia sposa. Soprattutto prima di aver avuto occasione di godere di esse.» commentò la testa mozzata, continuando a osservare a distanza la scena, nel mentre in cui il resto del suo corpo avanzò, pur così terribilmente mutilato «Non di meno, è pur sempre possibile porre rimedio a simile mancanza…» «No… Thyres… no!» tentò di gemere ella, cercando di ritrovare lucidità, di guadagnare nuovamente il controllo del proprio corpo, dopo essersi ritrovata a ricadere sul proprio stesso letto e sul corpo dell’amante di quell’ultima notte di felicità. Ma non un sussurro privo di forze pronunciò simile diniego, quanto piuttosto un grido, un invocazione forte, decisa, che scaturì dal profondo della sua gola, alimentato dalla medesima energia che la fece scattare in piedi con occhi sbarrati, con pelle madida di sudore e respiro affannato ad agitarle il petto. «Che accade?!» domandò una guardia, nell’osservarla più spaventato di lei da quell’urlo, messo in allarme per esso «Che accade?» Chiudendo e riaprendo ripetutamente gli occhi, per un lungo istante estremamente disorientata, la mercenaria riconquistò contatto con la realtà, nel comprendere come ciò che aveva vissuto altro non fosse stato che un sogno, un incubo, in effetti crudele, ma assolutamente inoffensivo. E nel confronto con il viso della sentinella, familiare per quanto sconosciuto, la mente della donna riuscì a ricostruire rapidamente l’evolversi degli eventi, le ultime tappe da lei vissute prima di cedere, inaspettatamente, alla stanchezza. Per quanto, infatti, egli fosse stato sinceramente fremente nell’attesa di quel momento, non avendo alcuna ragione per sospettare della loro comparsa proprio in quel giorno, lord Brote non aveva potuto evitare di essere coinvolto, nelle ultime ore, in una accesa discussione politica con alcuni degli altri signori della città del peccato, richiedendo, di conseguenza, alla sua guerriera prediletta e alla propria futura moglie una

MIDDA’S CHRONICLES

535

dimostrazione di pazienza, nel concedergli il tempo per chiudere ogni questione in sospeso ed essere libero di dedicarsi a entrambe, nei modi più indicati. Ma se la principessa Nass’Hya aveva volentieri accolto l’invito a usufruire delle risorse concesse all’interno della torre del mecenate, di un bagno caldo e delle premure di un gruppo di ancelle preposte unicamente al suo servizio, iniziando immediatamente a familiarizzare con quella che sarebbe stata la sua nuova dimora per gli anni a venire, la mercenaria aveva preferito limitarsi a restare in tranquilla attesa, sola con se stessa in un atrio di uno dei molteplici livelli di guardia che formavano la complessa struttura dell’alta edificazione. E proprio in quel punto, su una dura panca di legno, ella si era così lasciata andare, ancora coperta di terra e di sporco, decisamente stanca per il viaggio, concedendosi imprudentemente la possibilità di addormentarsi con le conseguenze che poi, in ciò, erano occorse, estremamente spiacevoli per quanto fortunatamente irreali. «Per Gorl! Che accade?!» insistette la guardia, un ragazzo chiaramente del tutto inadatto al ruolo pur riservatogli nella propria giovane età, per quanto quello avrebbe dovuto essere giudicato quale un fato praticamente inevitabile all’interno di quella particolare urbe. Diversamente da quanto prima creduto nella perversione di quella macabra esperienza onirica, la donna guerriero non aveva ancora avuto occasione di essere ricevuta dal proprio mecenate, né, tanto meno, aveva fatto ritorno alla locanda di Be’Sihl o, addirittura, giaciuto con lui. Tutto ciò che era certa fosse accaduto, era stato tale solo all’interno della sua mente, solo nei meandri del suo animo e del suo cuore: Be’Sihl, suo amico fidato, suo complice in infinite occasioni, era ancora vivo… e Desmair, suo sposo, infame fardello, era ancora, fortunatamente, imprigionato all’interno del quadro nel quale ella l’aveva lasciato al termine del loro primo e, sino ad allora, unico incontro. «Niente. Calmati.» commentò, nel porre a fuoco l’immagine del proprio interlocutore, nel rivolgere, infine, a lui la propria attenzione dopo aver ritrovato, in quelle poche, ma essenziali certezze, la propria quiete interiore «Ho solo avuto un incubo.» «Un incubo?» domandò l’altro, seriamente in imbarazzo per aver offerto una tanto palese dimostrazione di mancanza di controllo, considerando come avrebbe dovuto egli stesso evidenziare la retorica propria di una tale situazione.

536

Sean MacMalcom

Purtroppo per lui, se anche avesse desiderato sfogare tale emozione contro colei che ne era stata involontaria causa, rimproverandola o, addirittura, canzonandola per quel grido ingiustificato, gli occhi di ghiaccio innanzi ai quali si ritrovò, nonché la nomea di colei che di essi faceva naturale sfoggio, non gli permisero alcuna reazione di quel genere, costringendolo a un rassegnato silenzio.

isolta senza discussioni di sorta la situazione con il proprio mecenate, nel considerare da parte di quest’ultimo sciolto ogni vincolo di debito da lei precedentemente generato nei suoi riguardi, la donna guerriero si poté finalmente considerare pronta a lasciare la torre, nonché colei che era stata propria protetta negli ultimi mesi. Il saluto fra lei e Nass’Hya, unite in un viaggio più complesso del previsto, legate l’una all’altra nell’aver affrontato insieme ostacoli dai quali, singolarmente, forse non avrebbero potuto trovare possibilità di salvezza, non poté evitare una certa nota di malinconia da parte di entrambe, per quanto consapevoli che, comunque, avrebbero potuto ancora incontrarsi, frequentarsi in futuro, favorite in questo dal rapporto professionale esistente fra l’una e il promesso sposo dell’altra. Se, nel giungere alla città del peccato, Midda avrebbe potuto considerarsi tornata a casa, a un luogo per lei familiare e nel quale ritrovare volti conosciuti e, talvolta, apprezzati; al contrario per la principessa sarebbe stato l’esatto opposto, l’arrivo in una terra straniera e atavicamente temuta in conseguenza dell’irrefrenabile guerra esistente fra i loro due regni da tempi remoti. E dove, addirittura il proprio futuro marito, entro molti limiti, si sarebbe potuto considerare poco più di un estraneo, dubbi e preoccupazioni, in lei, sarebbero potuti essere ritenuti più che legittimi, soprattutto al pensiero di quanto perduto alle proprie spalle, di quanto tagliato fuori dalla propria vita con tale decisione. Ormai, tuttavia, le scelte erano state compiute, i giochi erano fatti, e permettere al rimpianto di dominarla non avrebbe facilitato alla giovane y’shalfica il necessario percorso di adattamento alla propria nuova vita. Così, offrendo dimostrazione della fierezza del proprio titolo, del proprio retaggio, la futura lady si limitò a offrire a colei che avvertiva di poter considerare quale propria amica, un lungo abbraccio, prima di lasciarla andare finalmente libera.

R

MIDDA’S CHRONICLES

537

Fuoriuscita dalla torre del proprio mecenate, Midda si avviò immediatamente alla ricerca del giusto riposo, nell’unico luogo che era ormai solita definire quale propria dimora, benché non si concedesse quale nulla di più di un alloggio all’interno di una locanda. La stanchezza che l’aveva condotta, addirittura, a addormentarsi durante l’attesa dell’arrivo di lord Brote, non avrebbe potuto essere minimizzata con leggerezza, dove, a prescindere dai legami di lavoro che la collegavano al medesimo, correttamente limitati dal compenso che quest’ultimo di volta in volta le avrebbe saputo garantire nel rispetto della natura stessa della sua professione, ella non avrebbe mai dovuto concedersi la possibilità di lasciarsi andare a tal punto, abbassando completamente la guardia e predisponendosi, in tal modo, inerme di fronte a qualsiasi possibile pericolo. Il lungo percorso che aveva dovuto affrontare, in pieno inverno, attraverso le impervie vette dei monti Rou’Farth, allo scopo di accompagnare la principessa fino alla città del peccato, riducendo sempre al minimo ogni possibilità di riposo, ogni occasione di quiete per lei, sembrava essere giunto ora a pretendere da lei stessa un ovvio tributo in termini di sonno, al quale, volente o nolente, ella non si sarebbe mai potuta sottrarre. Senza pur affrettare il proprio passo, dove simile scelta avrebbe potuto farla apparire timorosa nei confronti dei molteplici pericoli di quella capitale e, in questo, avrebbe potuto attirare l’attenzione di possibili avversari, guerrieri o mercenari bramosi di porre il proprio nome alla ribalta della cronaca quale quello di colui che era riuscito a sconfiggere e uccidere la leggendaria Figlia di Marr’Mahew, così come ella era ormai definita da diversi mesi, la donna guerriero si diresse, senza ulteriori indugi, verso il fronte occidentale della città, là dove molti anni prima Be’Sihl aveva scelto di acquistare l’edificio da adibire allo svolgimento della propria attività. Fortunatamente, in quell’occasione che apparve qual unica ancor più che rara, Kriarya non richiese alla mercenaria dagli occhi di ghiaccio alcun tributo di sangue quale pegno per percorrere le proprie strade, per attraversare i propri quartieri. Ovviamente, dal suo personale punto di vista, non vi sarebbero potute essere ragioni per dubitare di riuscire a gestire un confronto con la marmaglia che la circondava, considerando come, probabilmente, anche con molte meno energie rispetto a quelle che le erano rimaste in corpo, con molta meno concentrazione nel confronto con quella che pur la sua mente stava riuscendo ancora a concederle, ella avrebbe potuto avere facilmente la meglio su tutti loro. Impossibile, in simile contesto, fu definire se tanta quiete fosse derivata da un semplice caso, da una concessione divina nei suoi riguardi,

538

Sean MacMalcom

oppure avesse da considerasi quale conseguenza delle voci già diffusesi in città nel merito del suo ritorno, della sua ultima avventura oltre il fronte di guerra, tanto prossimo a quell’urbe. Al di là delle cause scatenanti di una tale pace, verso le quali non avrebbe potuto offrire, in quel particolare momento, sinceramente alcun interesse, Midda non poté che ritenersi comunque estremamente soddisfatta per quel modesto omaggio riconosciutole dal fato o, forse, da tutta la popolazione della capitale, nel permetterle di arrivare fino alla locanda senza ostacoli, senza porle freni innanzi, senza richiederle per l’ennesima volta di ricordare a tutti quanto la sua lama non si sarebbe fatta scrupolo alcuno nel bagnarsi del sangue di un qualsiasi avversario, fosse egli stato tale anche solo per semplice stolidità. Giunta così a destinazione, e offerto il proprio saluto al padrone di casa, al suo anfitrione e amico, ella si diresse senza esitazione alcuna ai propri alloggi, alle proprie stanze, ignorando la pur vivace animazione della quale il piano inferiore dell’edificio, adibito a funzioni di ristoro, non mancava ovviamente di essere caratterizzato. La sera seguente, dopo il lungo bagno e il profondo sonno del quale presto si sarebbe fatta vizio, sicuramente ella non avrebbe mancato di unirsi a quel chiassoso ambiente, addirittura offrendo in esso ragione per scatenare qualche piacevole rissa nella quale trovare distrazione e divertimento: in quel particolare momento, però, nella propria attuale situazione fisica e mentale, neppure l’idea di una sostanziosa cena avrebbe potuto farla fermare, sospingerla a restare in quella confusione. «Sembri decisamente più stanca del solito…» Il commento di Be’Sihl sopraggiunse nel mentre in cui egli completò il riempimento della vasca, nel versare l’acqua contenuta in due secchi da lui stesso trasportati a conclusione di un immancabile andirivieni di garzoni nella stanza da bagno della mercenaria, per offrirle quanto da lei richiesto, per concederle occasione di godere di quel momento da lei tanto ricercato, quasi fosse un rito religioso attraverso il quale rendere grazie ai propri dei di averle concesso di fare nuovamente ritorno a quel luogo, a quel tempio personale, al termine dell’ennesima avventura. «Se il tuo voleva essere un complimento, ti informo che nella mia memoria apparivi decisamente più lusinghiero… un tempo.» sorrise la donna, dimostrandosi naturalmente sorniona verso di lui e pur non negandosi l’affaticamento che egli subito aveva colto «Vorresti forse dire che, in questo nuovo anno, ho perso parte del mio fascino?»

MIDDA’S CHRONICLES

539

«Vorrei semplicemente dire quello che ho detto.» rispose egli, scuotendo il capo e lasciando appoggiare, per un momento, entrambi i secchi ormai vuoti a terra, osservandola, poi, con aria premurosa, con sguardo dolce e preoccupato «Sei stata via ancora a lungo, quasi due intere stagioni, e il tuo viso appare così tirato che, quasi, non sembri neppure tu.» «E’ il mio lavoro e la mia vita, lo sai.» minimizzò ella, chinando tuttavia lo sguardo di fronte a lui, quasi non riuscisse a sorreggere quel confronto, nella purezza dell’affetto che l’altro non stava mancando di offrirle «E, poi, sei mesi sono sempre meno di dodici…» aggiunse, in riferimento a una delle proprie ultime avventure, nel corso della quale era scomparsa per un anno intero dalla città del peccato. «E questo dovrebbe essere un motivo di gioia per me?» domandò il locandiere, aggrottando la fronte nel dimostrarsi chiaramente tutt’altro che convinto da tale argomentazione. «Se desideri basare la tua gioia sulla mia presenza nella tua vita, ti converrebbe chiedermi di sposarti…» tentò di scherzare ella, punzecchiandolo come era sua abitudine fare, salvo immediatamente mordersi il labbro inferiore, a rimprovero personale per la sciocchezza che aveva appena detto, totalmente fuori luogo nel confronto con il discorso in atto fra loro. «Lo faresti?» decise di incalzare la voce dell’uomo, con quel tono capace di offrirle lo stesso indispensabile tepore, il medesimo e necessario calore di un caminetto ardente nel cuore di una gelida notte, nel non lasciar perdere, come era invece solito fare, quel discorso, nel non ignorare quella provocazione, ma, al contrario, alimentandola, desideroso forse di vedere sino a quale punto sarebbero stati capaci di sospingersi. «Be’Sihl…» sussurrò l’altra, risollevando appena i propri occhi color ghiaccio, così temibili per il mondo intero e pur così bramati da colui che le stava innanzi in quel momento «Io…» Per un istante tutto apparve perfetto. Non quale semplice retorica avrebbe potuto definire una fuggevole e pur immortale frazione di tempo, quanto piuttosto in conseguenza del raggiungimento di un livello di compiutezza difficilmente ipotizzabile per la limitatezza dell’animo umano, per l’opposta e intrinseca imperfezione caratteristica dei mortali. Il cuore di Midda e quello di Be’Sihl parvero battere all’unisono, nel mentre in cui i loro respiri e i loro sguardi si persero uno nell’altro, in un dolce oblio, un reciproco, quieto e indolore naufragare: in esso, entrambi riuscirono a dimenticarsi dell’intero universo loro circostante, delle proprie stesse vite, dei principi e delle logiche utili a regolarle, di tutte

540

Sean MacMalcom

quelle effimere, eppur così castiganti, proibizioni alle quali ogni uomo o donna è abituato normalmente a sottostare nell’illusione di vivere saggiamente la propria esistenza. E, così, ogni paura, ogni dubbio, ogni incertezza parve svanire come fresca rugiada alle prime luci dell’alba, ai primi tiepidi raggi di una nuova giornata, offrendo innanzi ai loro occhi solo l’immagine di un compagno e di una compagna da amare, nella concretizzazione di molti sogni, troppe speranze da lungo tempo negate, tanto intensamente rifuggite quasi potessero rappresentare per loro la fine di tutto e non, al contrario, l’inizio di un nuovo mondo, di una nuova realtà. Sarebbe occorso un solo ulteriore attimo, il tempo di un rapido battito di ciglia, per permettere alle loro labbra di spingersi in una reciproca ricerca, ai loro corpi nella passione di un abbraccio carico di sfrenato desiderio... … ma quel momento venne loro negato, dove, per quanto ella stessa fosse, ora più che mai, bramosa di quel calore, ardente al pensiero di quell’unione con colui che da sempre si era ostinata a ritenere solo un amico, un’immagine riaffiorò violenta alla sua attenzione, frantumando, nell’orrore del sangue e della morte, la meraviglia del quadro così creatosi. «… n-no…» sussurrò balbettando la mercenaria, cercando di costringersi a ritrarsi da lui, ad allontanarsi da quello che, improvvisamente, stava apparendo quasi simile al peggiore dei pericoli che mai avrebbe potuto presentarsi innanzi a lei. «C… cosa?» domandò il locandiere, confuso, imbarazzato, diviso fra il desiderio di concludere quanto iniziato e la necessità di fermarsi, nell’ascoltare le parole della compagna, nel non violare i confini oltre i quali ella non avrebbe desiderato spingersi, come mai aveva voluto fare nel rapporto con lei «Perché?» La Figlia di Marr’Mahew esitò a rispondere, a proseguire in qualsiasi direzione, ritrovandosi anch’ella in conflitto interiore non meno rispetto a lui, sebbene per ragioni estremamente diverse, sospinta da questioni che mai egli avrebbe potuto supporre o immaginare. Era stato solo uno stupido sogno, il suo, oppure un avvertimento concessole dagli dei? Una macabra fantasia notturna, fine a se stessa, oppure un avviso ignorando il quale avrebbe trasformato quella morte in realtà, per trascorrere poi il resto della propria esistenza nella colpa e nel rimpianto di aver agito tanto egoisticamente? In verità, la donna guerriero avrebbe di gran lunga preferito ritrovarsi a confronto con una chimera, nell’immenso pericolo da essa

MIDDA’S CHRONICLES

541

rappresentato, piuttosto che in quell’assurda situazione, posta a metà fra amore e paura, fra il sentimento che l’avrebbe inevitabilmente spinta fra le braccia del compagno e quello che l’avrebbe, altresì, allontanata da lui, nel timore di condannarlo se solo avesse operato in qualsiasi altro modo, se si fosse permessa di continuare per la via che sembravano aver imboccato. «… n-non dobbiamo…» cercò di imporre e di imporsi la mercenaria, scuotendo il capo senza pur sufficiente convinzione, apparendo più rivolta a se stessa che al proprio interlocutore «Lo sappiamo bene entrambi…» «Tu lo vuoi… io lo voglio…» commentò l’uomo, ancora senza alcuna possibilità di comprensione, anch’egli comunque in forte contrasto interiore nella volontà di ritornare padrone di sé, di recuperare il proprio controllo verso la donna amata e, ciò nonostante, pur mantenuta quale traguardo irraggiungibile innanzi a sé, da contemplare, da sognare, ma non da possedere, non da rendere propria «E non siamo di certo due fanciulli... perché non dovremmo? Perché?» Purtroppo, più il tempo scorreva e più, da entrambi i lati, le condizioni psicologiche retrocedevano irrefrenabilmente verso posizioni più consuete, ritornando al loro abitudinario distacco, al limite imposto di amicizia, da non oltrepassare, da non violare. E se, su un fronte, Be’Sihl si stava costringendo a tale ritirata solo in conseguenza del rifiuto della compagna, temendo di averla offesa con la propria intraprendenza, di aver addirittura incrinato il suo rapporto con lei per qualcosa che, comunque, non era poi neppure avvenuto, sul versante opposto, Midda continuava a focalizzare innanzi al proprio sguardo l’immagine del collo di lui orrendamente squarciato, nonché del suo volto privo di ogni possibilità di vita, tanto lontano dall’energia, dalla forza, dal carisma del quale ora era pur risplendente in maniera naturale. «Sono… accadute cose… situazioni… è difficile da spiegare.» gemette ella, avvertendo, nonostante tutto, i propri occhi saturarsi di calde lacrime per la violenza che si stava imponendo, per il distacco al quale si stava costringendo «Io… io ti… io credo di… lo sai, per Thyres! E proprio per questo non voglio correre il rischio di perderti, non voglio correre il rischio di…» Inaspettatamente fu egli a zittirla, appoggiando delicatamente il proprio indice destro sulle labbra carnose della stessa, scuotendo ancora il capo ora, però, con un significato estremamente diverso dal precedente: «Basta. Non aggiungere altro. Non c’è bisogno di altro.»

542

Sean MacMalcom

Ma prima ancora che qualsiasi ulteriore commento potesse seguire a quell’affermazione, che qualsiasi ulteriore replica o argomentazione potessero essere espresse, quel dito si spostò con la stessa dolcezza con la quale in quel punto si era appoggiato, per lasciare spazio all’unione delle loro calde labbra, tremanti, emozionate. Un bacio, quello che seguì, che fu carico di sconfinate emozioni, di infinite parole, e che pur non ebbe bisogno di concedere voce a nessuna di esse, in una complicità assoluta fra i due innamorati, i due amanti costretti al ruolo di amici da un beffardo fato e dalle loro stesse scelte. Egli la cercò ed ella non si ritrasse, non lo rifiutò, sapendo bene come, ormai, a quel momento tanto intenso non sarebbe comunque seguito altro, alla passione pur tanto chiaramente espressa non se ne sarebbe aggiunta altra, nel voler rispettare la volontà da lei così dichiarata, per quanto potesse apparire imperscrutabile, non intellegibile nelle sue motivazioni. In quel gesto, meraviglioso e incommensurabile, Be’Sihl volle quindi offrire una risposta forte, decisa, inequivocabile a quanto ella pur gli aveva concesso, pur aveva definito senza riuscire a completare la frase formulata: non sapeva, e mai avrebbe saputo, almeno fino a quando non fosse stata la medesima mercenaria a confidarsi, la causa di quel freno, dell’inibizione improvvisamente ritornata forte in lei, addirittura nell’insano timore di poterlo perdere, ma, in quel momento, neppure gli interessava saperlo, dove non poteva negarsi di essere già stato abbondantemente gratificato dall’ammissione dell’amore di lei per sé, del sentimento che ella era riuscita a riservargli nel proprio cuore, da sempre considerato solo un malizioso gioco e, invece, sintomo di qualcosa di più, di qualcosa di meglio. In quella risposta, incredibile e coinvolgente, Midda volle pertanto riservarsi una domanda diretta, sincera, trasparente per la fiducia che egli pur non le avrebbe mai negato, pur le avrebbe sempre riservato senza chiederle nulla in cambio. E in simile richiesta, ella desiderò con tutta la propria anima conservare la possibilità, l’occasione di ritrovare in futuro ciò a cui ora stava ponendo il proprio veto, di poter concludere un domani quanto ormai, oggi, aveva dovuto negarsi: perché se ancora la donna non aveva alcuna idea su come poter annientare il proprio sposo, ella era pur certa che sarebbe riuscita a farlo e, allora, non avrebbe più avuto ragioni di temere le conseguenze dei propri sentimenti nella macabra misura attuale, come ora, purtroppo, si poneva essere altresì costretta a fare. «Anche io, Midda Bontor.» sussurrò egli, allontanandosi appena dalle labbra così cercate e amate «Anche io… da sempre.» ripeté, accarezzandole appena i capelli con gesti leggeri, quasi di venerazione per lei e per i sogni in lei incarnati.

MIDDA’S CHRONICLES

543

uella notte, la Figlia di Marr’Mahew restò sola: sola nel tergere il proprio corpo; sola nell’immancabile esercizio fisico utile a concederle la speranza di una completa occasione di rilassamento; sola nel proprio giaciglio. Naturalmente i rimproveri che ella si addusse, per tale, volontaria e stolida, solitudine, non furono pochi e non trovarono rapida conclusione come probabilmente ella avrebbe preferito. Quanto accaduto, del resto, si concedeva, nel confronto con la sua coscienza, quale un madornale errore, uno sbaglio dettato forse più dal timore di ciò che sarebbe potuto derivare dal raggiungimento di un nuovo stadio nel proprio rapporto con Be’Sihl, che dai freni impostile da un sogno, dalla macabra fantasia che l’aveva colta nel mentre del riposo inatteso, non programmato, di quello stesso pomeriggio. Proprio colei che di fronte ad alcun pericolo, ad alcuna sfida, per quanto letale, era solita retrocedere, rinunciare, arrendersi, in quella particolare occasione aveva agito vigliaccamente, in maniera disonorevole per se stessa e per il sentimento che pur il compagno aveva deciso di dichiararle, di donarle, nonostante i suoi tentennamenti, le sue incertezze. Non era più una fanciulla, ormai da molti anni, non era di certo una verginella nuova a emozioni e sentimenti forti, o all’amore di un uomo, eppure ella aveva indietreggiato, aveva accampato ogni genere di scuse per evitare quell’abbraccio, quel calore, benché avesse goduto nel perdersi in esso, nel bacio a cui, nonostante tutto, egli non aveva voluto rinunciare, per quanto ella stessa avesse insistito, infine, per restare sola. Di tale comportamento, la donna guerriero non avrebbe potuto evitare di vergognarsi, di imbarazzarsi, addirittura prendendo in esame l’ipotesi di abbandonare la locanda e cercare rifugio altrove, lontano da lui e da ogni immagine che potesse, in qualche modo, rimembrarlo, farlo riaffiorare alla sua attenzione, alla sua mente: un rimedio, tuttavia, che sarebbe risultato peggiore del male che avrebbe dovuto curare, là dove avrebbe semplicemente negato la questione anziché affrontarla, con tutte le ovvie conseguenze che a tale azione sarebbero immancabilmente derivate.

Q

Nel tentativo di dimenticare, di obliare quanto accaduto, ella cercò quindi sfogo nel proprio allenamento, in quella serie di attività ritmiche, costanti, quotidiane delle quali, nei limiti del possibile, non era solita mancare di impegnarsi, per mantenere in perfetta efficienza ogni singola parte del proprio organismo, oltre che, forse più concretamente, per ristabilire un corretto equilibrio fra mente e corpo, attraverso un rituale

544

Sean MacMalcom

più prossimo alla meditazione che al semplice esercizio fisico. Tutto lo sforzo che pretese dalle proprie membra, tanto da arrivare a crollare senza più energie sul proprio letto, sfinita oltre ogni misura, non riuscì però a distrarla, non le permise di rifuggire ai propri pensieri, alla propria coscienza, la quale, senza sosta, continuava a ripeterle poche, semplici e perfettamente chiare, sillabe. «Stu-pi-da!» sbuffò, rigirandosi con frustrazione sotto le coperte, non riuscendo a raggiungere un compromesso con se stessa neppure nel merito della posizione in cui sperare di addormentarsi. In verità, difficile sarebbe stato comprendere se tale insulto, come la lunga serie di altri identici, o comunque similari, che ella non mancò di attribuirsi in molteplici occasioni quella notte, stesse derivando dalla scelta compiuta, dal rimorso maturato attorno a essa, segnale trasparente di quanto sbagliata non mancasse di apparire innanzi alla sua stessa coscienza, o, ancora peggio, dall’inibizione che la tratteneva legata a quel giaciglio ogni qual volta si spingeva a prendere in esame l’ipotesi di discendere alla ricerca del locandiere, per terminare quanto iniziato. Ma la decisione avrebbe dovuto essere considerata quale ormai effettuata e, per quanto controversa, per quanto discutibile e discussa intimamente, con e contro se stessa, non sarebbe potuta essere revocata. E nel rispetto di simile, semplice principio, in effetti, quella scelta non fu modificata in alcuna delle sue parti. Così la donna guerriero, vittima della propria stessa testardaggine, restò costretta a quella notte solitaria, non diversa da qualsiasi altra lì trascorsa in passato e, pur, incredibilmente pesante, quasi insopportabile, al pensiero di quanto si era negata, di quanto aveva perduto. Nel partire da presupposti tanto spiacevoli, il mattino seguente, il suo risveglio non avrebbe potuto evitare di proporsi qual inevitabilmente ed estremamente irritato, a proprio discapito incentivato, in tal spiacevole senso, da un martellante bussare contro la sua porta, contro il legno dell’uscio della sua camera. Per quanto abituata a destarsi, in maniera naturale, alle prime luci dell’alba, non riuscendo a sopportare di restare a letto nella consapevolezza del sole crescente all’esterno, in quel particolare giorno l’astro maggiore si stava già proponendo alto mentre ella stava ancora cercando rifugio fra le coperte, fra le lenzuola, del proprio letto, alla ricerca di un riposo prima negatole, rifiutatole per quasi tutta la notte. Nell’avvertire tanto frastuono, nella mente pur annebbiata della mercenaria fu immediatamente chiaro come solo due categorie di persone

MIDDA’S CHRONICLES

545

avrebbero potuto spingersi in simile azione, a turbare in tal modo il suo giusto sonno. La prima si sarebbe potuta censire qual formata da tutti coloro che, conoscendola e avendo familiarità con lei, i suoi ritmi, i suoi tempi, le sue abitudini, avrebbero potuto considerarsi legittimamente preoccupati dal suo ritardo, così insolito, improprio per lei. La seconda, al contrario, si sarebbe dovuta ritenere generata dall’unione di tutto il resto dell’umanità, coloro che senza conoscerla, senza alcuna familiarità con lei, i suoi ritmi, i suoi tempi, le sue abitudini, avrebbero potuto considerarsi impavidamente autorizzati a offrirle siffatta sfida in casa propria, nei suoi stessi alloggi. Al di là delle eventuali ragioni celate dietro a quell’insistenza, comunque, le conclusioni che da ciò sarebbero potute derivare, nella mente della donna, si concentrarono in una sola, comune direzione: quella che la vide allungare la propria mano mancina per raccogliere la spada lasciata a riposo accanto a sé, a fianco del letto, nel volersi dimostrare più che disponibile ad aprire il cranio del malcapitato sopraggiunto nel luogo sbagliato al momento sbagliato, amico o nemico che egli fosse, dove, in quella giornata ella non desiderava, suo malgrado, considerarsi clemente con alcuno. «Rammenta uno a uno i nomi di tutti i tuoi dei, razza d’imbecille.» suggerì, con voce impastata, rialzandosi dal giaciglio e ondeggiando fino alla soglia della propria camera, stordita come raramente le era accaduto di essere in conseguenza di un momento di riposo prematuramente interrotto «Presto ti sarà utile per riconoscerli, quando li incontrerai di persona dietro mia specifica raccomandazione…» Ma nell’aprire di scatto la porta, già pronta a menare un violento fendente contro il disturbatore, ella si ritrovò di fronte all’ultimo volto che forse mai si sarebbe attesa di incrociare in quel momento, di cogliere in quell’occasione, indugiando, in conseguenza, nella propria altrimenti ferma condanna a suo discapito. «Ti sei completamente ammattito?!» gli ringhiò contro, abbassando la propria spada nel concedergli clemenza, pur senza, in ciò, offrirgli perdono per quella violazione del proprio spazio vitale, della propria intimità «Avrei potuto ucciderti ed essere assolutamente giustificata per questo…» Alcuna risposta, tuttavia, le fu offerta dal proprio interlocutore, che, oltre a essere stato evidentemente colto di sorpresa dall’impeto di quella reazione, nonché del tono adottato dalla donna guerriero, avrebbe potuto

546

Sean MacMalcom

anche e legittimamente considerarsi quantomeno sconvolto alla vista del corpo nudo offertogli innanzi, in maniera tanto naturale. Nel lasciare il proprio letto per accogliere il responsabile di una tale scocciatura, Midda non aveva ovviamente preso in esame alcun senso di pudore nel merito del proprio aspetto, presentandosi di fronte alla porta, da lei stessa dischiusa con evidente violenza, senza alcun abito addosso. Non era sua abitudine, invero, indossarne per dormire, soprattutto se in una locanda e a seguito di un bagno caldo, come era stato per lei nella sera precedente, senza poi considerare come, inoltre, ella non si fosse mai posta alcuna remora nel merito del proprio aspetto fisico, a riguardo della propria femminilità, non trovando alcuna ragione per la quale doversi vergognare del proprio corpo e, in conseguenza, non vivendo il minimo imbarazzo innanzi anche agli sguardi più indiscreti. In virtù di quelle filosofie, addirittura, ella era spesso giunta a estremi che la maggior parte delle persone avrebbero considerato assolutamente impropri, quali combattere e vincere intere battaglie rivestita unicamente da una coperta attorno alle spalle, a semplice e necessaria protezione dal freddo e non, di certo, a difesa di un qualche sentimento di decenza. «Lo dirò solo una volta… e ti invito a farne tesoro prezioso per il bene del futuro del nostro rapporto: evita questo atteggiamento di meraviglia ogni volta che ti capita di vedermi nuda.» suggerì al proprio ospite, tirandosi indietro e invitandolo, ora, ad avanzare, dal momento in cui, chiaramente, egli doveva essere giunto fino a lei con tanta irruenza solo per questioni serie e non per un semplice saluto «Ormai dovresti conoscere a sufficienza come sono fatta e, sinceramente, le tue scene mute stanno iniziando a diventare ripetitive…» L’interlocutore a cui la Figlia di Marr’Mahew aveva deciso di riconoscere salva la vita, accogliendolo addirittura nelle proprie stanze e intimandolo a non esternare in maniera tanto palese il proprio stupore, era, effettivamente, uno fra i pochi eletti in quella città che avrebbe mai potuto far vanto di aver goduto appieno della vista del suo corpo nudo, sebbene comunque una simile intenzione di autocelebrazione non lo avesse mai visto qual protagonista, nel preferire salvaguardare la propria salute e, anche, la speranza di protrarre il proprio rapporto con colei che aveva imparato a definire... «… mia signora…» sussurrò, confuso, imbarazzato, per un momento addirittura emozionato, nonostante i sentimenti che l’avevano spinto fino a quella soglia non si sarebbero potuti considerare felici.

MIDDA’S CHRONICLES

547

«O dentro o fuori.» intimò ella, gettando la spada di lato, sul proprio giaciglio, con fare trasparentemente irritato, tutt’altro che benevolo verso il proprio ospite pur da lei stessa similmente invitato. Un fanciullo, poco più che ragazzo e ben lontano dal potersi definire quale uomo, era colui al quale ella si stava rivolgendo: ancora immobile sulla porta di quella stanza, egli dimostrava in maniera estremamente palese la propria giovane età, in un viso ancor morbido, quasi tondeggiante, non ancora indurito dall’età e dall’esperienza, sebbene la sua infanzia fosse trascorsa nelle strade più pericolose di tutto il regno di Kofreya, se non di quell’intera estremità del continente… quelle della stessa Kriarya. Al centro del suo volto, sopra a labbra sottili e a un naso appena schiacciato, due grandi occhi verdi sembravano pur impazienti di comprendere il mondo a loro circostante, in una continua scoperta tipica più di un bambino che di un giovane uomo. La sua esistenza, invero, fino a pochi mesi prima, all’incontro con la stessa mercenaria, era stata vissuta in un’illusione di vita, dove egli aveva sempre preferito limitarsi al ruolo di spettatore più che di attore, di protagonista. In ciò, pertanto, il giovane si sarebbe potuto considerare particolarmente immaturo, soprattutto nel confronto con l’animo proprio molti altri ragazzi suoi coetanei e concittadini, i quali si concedevano, già da tempo, impegnati nel ruolo di sicari, attivi e operanti, tutt’altro che animati da quello stesso spirito di innocente curiosità, di bramosia di scoperta. Arruffati capelli castani, a contorno di un’epidermide appena scurita dall’effetto del sole, si concedevano stretti nell’azione di un fazzoletto di stoffa violacea, utile a offrire agli stessi una parvenza di ordine dove, altrimenti, solo anarchia avrebbe lì regnato sovrana. Quel copricapo, in verità richiamante una moda pur tipica di molti marinai, non era il solo a caratterizzarne similmente l’abbigliamento: a esso, infatti, avrebbero dovuto essere aggiunte una casacca bluastra priva di maniche, e ampiamente aperta sul torace, per quanto tutt’altro che estremamente virile o muscoloso, una fascia gialla, stretta attorno alla vita, nonché pantaloni nuovamente tendenti a tonalità di viola, per quanto diverse da quelle dello stesso fazzoletto. Un abbigliamento, quello sì costituito, che per quanto avrebbe evidentemente voluto emulare una qualche parvenza marinaresca attorno alla figura del suo proprietario, non avrebbe altresì mancato di tradirlo nell’osservare i suoi stessi piedi, dove essi, infatti, si presentavano stretti in robusti stivali di cuoio neri. Considerabili, questi ultimi, forse indispensabili per affrontare comodamente la terraferma, essi sarebbero stati abiurati da qualsiasi vero figlio del mare, paragonabili alla peggiore delle torture loro adducibili, nel preferire, altresì, l’utilizzo di sandali, decisamente più comodi da indossare e rapidamente sfilare, a

548

Sean MacMalcom

concedere in tal modo al nudo piede un contatto autentico con il legno del ponte di una nave. In effetti, egli era quanto di più lontano potesse esistere da un figlio del mare, nonostante nel proprio vestiario avesse voluto lasciarsi candidamente influenzare dall’ultima, e unica, avventura vissuta insieme alla donna guerriero, nel corso della quale aveva lasciato, per la prima volta, i confini della città del peccato per spingersi, addirittura, ad affrontare i misteri e i pericoli delle immense distese d’acqua. A completare il quadro, quantomeno originale, così da lui offerto in quel momento all’attenzione, effettivamente scarsa nei suoi stessi riguardi, della propria anfitrione, poi, sarebbero dovute essere considerate una borsa di pelle marrone scuro, indossata a tracolla, e due lunghe coperture poste a protezione delle sue stesse braccia: in stoffa scura, strette da un intreccio di lacci bluastri, esse incominciavano il proprio cammino all’altezza delle dita delle mani, per giungere, più in alto, poco sotto le spalle lasciate nude dalla particolare casacca scelta. «E’ stato imprudente da parte tua accogliermi con tanta leggerezza.» tentò di obiettare egli, cercando di darsi un minimo di contegno nell’avanzare oltre la porta, richiudendola alle proprie spalle «Sarebbe potuto esserci chiunque al mio po…» «E’ stato imprudente da parte tua venire a disturbarmi con tanta leggerezza, scudiero!» replicò l’altra, storcendo le labbra e avviandosi verso la piccola stanza da bagno, per poter sciacquare il proprio viso e ritrovare pieno contatto con la realtà «Avrei potuto spingere la mia spada oltre la porta, senza neppure premurarmi nel merito dell’identità dell’idiota molesto lì presente.» Seem, tale era il suo nome, partendo da semplice garzone in quella stessa locanda, si era guadagnato la possibilità di ascendere al ruolo di scudiero della mercenaria semplicemente osando sognare di giungere dove alcun altro, prima di lui, aveva mai tentato di sospingersi. Proprio in ciò, nella dimostrazione di un animo comunque animato da un potenziale inespresso, egli era stato benevolmente accolto dalla donna, la quale non aveva mancato di concedergli l’occasione desiderata come obiettivo finale di un lungo e impegnato cammino: egli aveva pertanto dovuto porre in seria discussione tutta la propria vita e ogni certezza prima ritenuta tale, morendo e rinascendo in simile esperienza. Sempre presente accanto a lui, in quel percorso, nel ruolo di mentore e, forse, anche di giudice, preposto a valutare il suo livello di preparazione e la possibilità di essere realmente utile al fianco della propria signora, era allora stato Degan, un antico maestro d’arme della stessa donna guerriero. Quest’ultimo, per esplicita richiesta di colei che un tempo era stata sua

MIDDA’S CHRONICLES

549

protetta e allieva prediletta, non aveva mancato di porre il massimo impegno, e la massima severità, nella formazione di quel giovane, consapevole di come qualsiasi indulgenza in tale compito avrebbe rischiato di porre accanto a una pur formidabile combattente, un fattore di svantaggio tale da farle rischiare la propria vita, mettere in pericolo il proprio futuro. Così, nel presupposto che sarebbe stato sicuramente meglio per il ragazzo essere ucciso durante l’addestramento che al termine del medesimo, dove tale fato fosse stato a lui assegnato dagli dei in conseguenza della propria incapacità a tenere testa a un avversario, Seem era stato forgiato con costanza e decisione, riuscendo in tempi comunque straordinariamente brevi a raggiungere significativi risultati, a riprova di quanto l’intento prefissato non fosse stato per lui semplice retorica, non si fosse proposto quale un vano capriccio. Al termine della loro prima avventura insieme, quasi una sorta di esame nel merito delle capacità del proprio possibile scudiero, Midda aveva acconsentito a confermare la propria scelta, richiedendo però al giovane l’impegno a terminare comunque la propria formazione con il maestro, ancor prima di qualsiasi ulteriore azione al suo fianco. Per tale ragione, oltre ovviamente per evidenti necessità di riserbo nell’aver ella scelto la via dell’inganno, del mascheramento allo scopo di perseguire il successo nella propria missione in terra y’shalfica, egli non le aveva più offerto i propri servigi quale scudiero, posticipando tale onore a occasioni future che, speranzosamente, non sarebbero comunque mancate. «Sia chiaro che, comunque, ho apprezzato lo sforzo a evitare stati catatonici, soprattutto dopo avermi tanto bruscamente risvegliata.» continuò la voce della Figlia di Marr’Mahew provenendo dal bagno, nel riferirsi chiaramente al rimprovero da lui offerto per l’imprudenza effettivamente compiuta, sperando poi, in tal modo, di evitare nuovamente silenzio da parte del proprio interlocutore. «Non era mia intenzione esserti di disturbo, mia signora.» tentò di giustificarsi, più a livello formale che sostanziale, come immediatamente chiarì nel proseguo, negando di essersi posto qualsivoglia remora nel merito dell’orario scelto e della possibilità che ella, in tal mentre, stesse ancora dormendo «Ma appena ho avuto notizia del tuo ritorno in città, non ho potuto evitare di accorrere alla tua ricerca, necessitando disperatamente della tua presenza.» Sebbene almeno una dozzina di diverse risposte ironiche e maliziose sarebbero potute, in quel momento, essere formulate dalla fantasia donna guerriero, qualcosa nel tono del giovane le impose di trattenere ogni

MIDDA’S CHRONICLES

689

Ringraziamenti
“Non avrei potuto sperare in nulla di meglio…”: con queste parole si chiude il tredicesimo racconto della saga di Midda’s Chronicles. E se Midda non avrebbe potuto sperare nulla di meglio, almeno secondo quanto da lei stessa così dichiarato, permettetemi di dire che neppure io stesso, in verità, avrei mai potuto sperare nulla di meglio per questa meravigliosa esperienza editoriale. Per quanto possa essere faticoso, impegnativo e, talvolta persino svilente, nel ritrovarsi a confronto con mentalità ottuse che non riescono a concepire qual meritevole di qualsivoglia eventuale rispetto una pubblicazione proposta nei termini di questa, reazioni nel confronto con le quali un autore meno “menefreghista” del sottoscritto probabilmente avrebbe già deciso da lungo tempo di arrendersi, è altrettanto e ancor più indubbiamente vero e importante constatare quanto, soprattutto in questo secondo anno di pubblicazioni online, nonché di preparazione a questo terzo volume cartaceo, mi sia ritrovato a essere incredibilmente sostenuto da molte, molte, molte parole di inatteso appoggio, di incredibile fiducia da parte di miei inattesi lettori, “fan”, se tale termine può, addirittura, essere utilizzato in questo particolare contesto, che mi hanno ampiamente ricompensato di tutte le badilate sui denti altrove pur riconosciutemi. Primi fra tutti questi inaspettati e fedeli lettori, sono coloro che hanno accettato di firmare la Prefazione di questo Volume Terzo, amici del forum Locanda della Terra di Altrove (http://www.terradialtrove.it/), i quali, addirittura dal settembre 2009, in effetti, hanno deciso di adottarmi qual uno fra loro, riconoscendomi sin da subito, per quanto forse immeritatamente, un ruolo d’onore, un posto sul palco, accanto ad altri e più famosi autori del panorama fantasy italiano e che, ancor più che a chiunque altro, hanno voluto offrirmi fiducia e sostegno in questo quotidiano e abitualmente solitario cammino. A Gio, cordiale padrona di casa, e a tutti gli amici della Locanda, non posso che offrire i miei più sinceri ringraziamenti, non solo per la Prefazione di cui mi hanno voluto offrire dono, con un meraviglio impegno comunitario, ma anche per ogni singolo giorno trascorso in loro compagnia e il loro sincero affetto più volte dimostratomi. Accanto a questo primo, irrinunciabile ringraziamento, doveroso forse, ma ben lontano dal potersi considerare oneroso nella propria

690

Sean MacMalcom

incombenza, non posso poi mancare di aggiungere un ringraziamento tutt’altro che nuovo entro i limiti di queste pagine conclusive di una pubblicazione cartacea di Midda’s Chronicles, e che, ciò nonostante, non posso e non voglio evitare di ripetere in occasione anche di questo Volume Terzo, là dove inalterato, se non addirittura sempre crescente, è stato l’impegno della persona in questione al fine di dar vita a questo stesso libro, non solo nella creazione delle immagini che lo arricchiscono e lo rendono, ne sono convinto, un piccolo gioiello, ma, anche e giustamente, per il tempo e la pazienza da lei dimostrati nell’essermi accanto nella terza e ultima fase di revisione e correzione dell’intero libro, in lunghe e stancanti serate trascorse a domandare pietà alle proprie orecchie nella tortura imposta loro dalla mia voce. Come eventuali lettori di vecchia data avranno sicuramente intuito, mi sto rivolgendo in queste parole di gratitudine a Giuliana Lagi, mia madre, senza la quale, sicuramente, questo terzo libro non potrebbe essere ciò che è. Terzo, necessario e sincero ringraziamento, poi, non può che essere rivolto a tutti coloro, te incluso, che hanno mai posto le proprie mani su uno di questi libri e che, nel leggere le storie in essi contenuti, hanno trovato ragione di emozionarsi, appassionarsi o, anche semplicemente, di distrarsi. A te… a voi e a tutti i lettori più o meno occasionali del blog di Midda’s Chronicles, non possono che essere rivolti gli ultimi, ma non per questo meno importanti, “grazie” che desidero porre ad accompagnare questo volume: che io vi conosca o no, che abbia mai avuto esplicita coscienza della vostra presenza o no, sappiate che verso ognuno di voi è tutta la mia gratitudine per quanto avete voluto riconoscermi sino a oggi. Ancora grazie di cuore, a te, lettore, che stai ora concludendo la lettura di questi titoli di coda, nella speranza di poterci presto ritrovare tutti insieme in un nuovo, appassionante, capitolo di queste epiche avventure! Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

691

Prossimamente…
Il ritorno in scena dei quattro cavalieri, del saggio… anzi, sapiente Sha’Maech, di lady Lavero e di una potente regina, andranno a complicare la vita di Midda Bontor, già sufficientemente caotica in conseguenza di un marito forse immortale, un amico chiaramente innamorato e uno scudiero un poco imbranato, in un crescendo di eventi che porterà sino al fatidico diciassettesimo racconto della saga, dal titolo estremamente esplicativo “Memento mori”. Il titolo non è abbastanza inquietante? E se specificassi come, in origine, dovesse essere “Requiem per Midda”, sarebbe meglio? Fra… boh!, questa volta evito previsioni di sorta, eventi destinati a segnare in maniera indelebile il presente e il futuro della mercenaria dagli occhi color ghiaccio, e molto altro ancora, saranno narrati in…

MIDDA’S CHRONICLES
VOLUME QUARTO

LA SFIDA DEL SAPIENTE
E ALTRE STORIE

692

Sean MacMalcom

MIDDA’S CHRONICLES

693

Siamo un gruppo di persone assolutamente normali, lavoratori e studenti, che si ritrovano accomunate da una medesima passione, da uno stesso interesse: quello per la scrittura creativa. Uniti da questo piacere comune, abbiamo deciso di scrivere sfruttando le virtù della blogosfera, per esprimere indipendentemente le nostre fantasie, i frutti del nostro tempo libero e del nostro impegno, trovando l’un l’altro reciproco aiuto, consiglio, sostegno, per rendere la forza di ognuno di noi quella di tutti ed essere uniti di fronte all’immensità del World Wide Web, in cui altrimenti potremmo perderci. Non fingiamo di essere nulla di più di ciò che siamo, non ci arroghiamo il diritto di ambire a nulla di più di ciò che la libertà di Internet ci consente di cercare: non crediamo di essere grandi scrittori, non vogliamo cambiare il mondo con ciò che scriviamo. Semplicemente seguiamo un interesse, con passione e umiltà, accogliendo a braccia aperte chiunque voglia unirsi a noi in questo cammino.

Se ti ritrovi descritto in queste parole, se hai voglia di metterti in gioco insieme a noi… unisciti a NWN!

Una nuova frontiera del blog novelizing in Italia

NEW WAVE NOVELERS

http://newwavenovelers.altervista.org/

694

Sean MacMalcom

Midda Bontor:
donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione. In un mondo dove l’abilità nell’uso di un’arma può segnare la differenza fra la vita e la morte e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi, ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.

Continua a seguire le avventure di Midda sul blog che ha dato origine a questo libro:

MIDDA’S CHRONICLES
http://www.middaschronicles.com/ Ogni giorno un nuovo episodio, un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un nuovo universo fantasy sword & sorcery, nel narrare le Cronache di Midda.