«IL SUONO»

di

nisshin m . c l a u s

Mi piace immaginare il suono come una goccia all’interno della quale rimangono imprigionate tutte le emozioni del musicista durante l’atto della creazione del suono stesso. Quando questa arriva a contatto con l’essere umano esplode liberando il suo tesoro. La parte del suono più importante non è quella legata al fenomeno fisico, ma la nostra reazione emotiva quando veniamo a contatto con esso. Giudichiamo se un suono è gradevole o meno a seconda della reazione che ci fa avere. Premesso questo, è inevitabile pensare all’importanza che ricopre lo stato d’animo del musicista durante l’esibizione. Solitamente si è portati a pensare che l’ esecuzione di un brano dipenda quasi esclusivamente da un fattore tecnico. Ci si preoccupa più di non commettere errori che di riuscire a dare tutto se stessi alla musica che si produce. Con il risultato che in realtà il musicista assomiglia molto di più ad un domatore che ad un artista. Il suo unico scopo è quello di dominare il mezzo tecnico, non di dare se stesso. Fosse soltanto un problema morale, allora si potrebbe obiettare che in realtà il risultato è un’esecuzione che dimostra ampliamente il superamento di tutte le difficoltà tecniche legate al brano. La faccia sarebbe salva, ma il problema si complica dal momento che è proprio per via di questo atteggiamento sbagliato nei confronti della musica che nasce quella tensione spropositata nei confronti dell’esibizione in pubblico. Ognuno di noi, va da sé, quando è teso non riesce a dare tutto se stesso, il più delle volte non si arriva nemmeno a dare un terzo delle proprie capacità. Ma allora cosa serve studiare ore ed ore se poi al momento di far sentire quello che si è imparato si è impediti dall’emozione? Se si prova paura quando si suona, si distribuirà paura fra la gente che ascolta; se si prova amore questo sarà quello che la gente riceverà. Cambiando prospettiva nei confronti dell’esibizione cambia anche l’atteggiamento nei confronti del pubblico e di conseguenza anche il nostro stato d’animo. Immaginate come sarebbe bello riuscire ad esprimersi liberamente senza l’assillo di essere giudicati per via di quello che facciamo solo per il modo con cui lo facciamo.

#1 Il suono

#2 Musicista e pubblico
Quando siamo coinvolti in una conversazione che ci appassiona con degli amici il nostro stato d’animo è sereno; riusciamo ad esprimerci, ad esternare le nostre opinioni, a partecipare attivamente e non temiamo il giudizio: anche nel caso ci fosse, non ci colpirebbe nel modo sbagliato, andando cioè a solleticare le nostre insicurezze. Nel caso in cui ci fosse un estraneo all’interno della cerchia degli interlocutori il nostro atteggiamento sicuramente sarebbe diverso. Ci basterebbe essere interrotti mentre stiamo parlando, anche da un amico, per irrigidirci. Ci sentiremmo irritati non per l’amico, ma per il giudizio che l’estraneo potrà avere di noi dopo l’interruzione o per via di questa. A nessuno piace essere giudicato, perché tutti noi abbiamo paura di essere giudicati male. Tutto ruota intorno all’esterno. Ho sempre provato paura nei confronti del pubblico al punto di rinunciare, agli inizi della carriera, a degli impegni importanti, per la sola paura di quella che viene comunemente chiamata in gergo la “zona nera”, ossia quell’attimo di buio che ti prende nel bel mezzo di una esecuzione e ti impedisce di proseguire. Trovarsi di fronte ad una platea di persone per un concerto o davanti ad uno sconosciuto per noi fa poca differenza. Tutto dipende dal ruolo che abbiamo deciso di dare all’esterno. Abbiamo la naturale predisposizione a vedere nemici ovunque. L’opinione degli altri è molto importante perché è la base su cui poggia la nostra. Io credo che il musicista sia una sorta di mago e abbia la possibilità di fare degli incantesimi. Queste formule hanno la capacità di far star bene la gente. Credo che ogni artista abbia l’obbligo morale di usare la sua arte per questo e non solo per se stesso.

© 2000 - 2008

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful