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INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA

LA COMUNE NON è MORTA (chi ha paura della Comune?)
1962

DELLA MISERIA DELL’AMBIENTE STUDENTESCO Considerata nei suoi aspetti Economico, politico, psicologico, sessuale e specialmente intellettuale E di alcuni mezzi per porvi rimedio
1966

AVVISO AL PROLETARIATO ITALIANO SULLE POSSIBILITÀ PRESENTI DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE PRELIMINARE SUI CONSIGLI E L?ORGANIZZAZIONE CONSILIARE
René Riesel

LA COMUNE NON E' MORTA
(CHI HA PAURA DELLA COMUNE?) Internazionale Situazionista ___________________
Il diritto uguale di tutti ai beni e alle gioie di questo mondo, la distruzione di ogni autorità, la negazione di ogni freno morale, ecco, se si scende alla radice delle cose, la ragion d’essere dell’insurrezione del 18 marzo e il programma della terribile associazione che le ha fornito un esercito. Inchiesta parlamentare sull'insurrezione del 18 marzo 1871. Coloro che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che vi è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto radicale di tutte le costrizioni, si riempiono la bocca di un cadavere. Comitato Enragés - Internationale situationniste Parigi, maggio 1968.

2. La Comune è stata la più grande festa del 19° secolo. Alla base di essa si trova la convinzione degli insorti di essere divenuti padroni della loro propria storia, non tanto al livello della decisione politica “ governativa”, quanto invece a livello della vita quotidiana, in quella primavera del 1871 (per esempio il gioco di tutti con le armi; il che significa giocare con il potere). E’ anche in tal senso che bisogna capire Marx: “ la più grande misura sociale della Comune è stata la sua esistenza in atto”. 3. La frase di Engels: “ Considerate la Comune di Parigi. Era la dittatura del proletariato” deve essere presa sul serio, come base per mostrare ciò che non é la dittatura del proletariato in quanto regime politico (le differenti forme di dittatura sul proletariato, in suo nome). 4. Tutti hanno potuto muovere delle giuste critiche alle incoerenze della Comune, alla mancanza palese di un apparato. Ma poiché noi siamo oggi convinti che il problema degli apparati politici sia molto più complesso di quanto non pretendano gli eredi dell’apparato di tipo bolscevico, é tempo di considerare la Comune non solo come primitivismo rivoluzionario passato di cui si superano tutti gli errori, ma come un’esperienza positiva di cui non si é ancora ritrovata e compiuta tutta la verità. 5. La Comune non ha avuto capi. E questo in un periodo storico nel quale l’idea che fosse necessario averne dominava completamente il movimento operaio. Così si spiegano, prima di tutto, le sue sconfitte e i suoi successi paradossali. Le guide ufficiali della Comune erano degli incompetenti (se si prende, come riferimento, il livello di Marx, o anche di Lenin e persino di Blanqui). Ma in compenso, gli atti “ irresponsabili” di quel momento sono precisamente da rivendicare per il seguito del movimento rivoluzionario del nostro tempo (anche se le circostanze li hanno limitati quasi tutti allo stadio distruttivo - l’esempio più conosciuto é

Occorre riprendere lo studio del movimento operaio classico in maniera disingannata, e disingannata, prima di tutto, per quanto riguarda i suoi eredi politici o pseudoteorici, poiché essi non possiedono che l’eredità della sua disfatta. Il successo apparente di questo movimento è l’insieme delle sue disfatte fondamentali (il riformismo o l’installazione al potere di una burocrazia statale) e le sue sconfitte (la Comune e la rivolta delle Asturie) sono, a tutt’oggi, i suoi successi aperti, per noi e per l’avvenire.

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l’insorto che dice al borghese sospetto, che afferma di non essersi mai occupato di politica: “ E’ proprio per questo che ti uccido”). 6. L’importanza vitale dell’armamento generale del popolo è manifestata, praticamente e teoricamente, dall’inizio alla fine del movimento. Nell’insieme, non si è rinunciato, in favore di distaccamenti specializzati, al diritto di imporre con la forza una volontà comune. Il valore esemplare di questa autonomia dei gruppi armati ha il suo rovescio nella mancanza di coordinazione: il fatto di non avere, in nessun momento, offensivo o difensivo, della lotta contro Versailles, portato la forza popolare a livello dell’efficacia militare; ma non si deve dimenticare che in Spagna la rivoluzione, e infine la guerra, sono state perdute in nome della trasformazione in “ esercito repubblicano ”. Si può pensare che la contraddizione tra autonomia e coordinazione dipendesse, in larga misura, dallo sviluppo tecnologico dell’epoca. 7. La Comune rappresenta, fino ad ora, la sola realizzazione di un urbanismo rivoluzionario, poiché essa ha attaccato, nella pratica, i segni pietrificati dell’organizzazione dominante della vita, riconoscendo lo spazio sociale in termini politici, rifiutandosi di credere che un monumento possa essere innocente. Coloro che riconducono questo aspetto ad un nichilismo da sottoproletari, all’irresponsabilità delle incendiarie, devono, in contropartita, confessare tutto ciò che essi considerano positivo, da conservare, nella società dominante (si vedrà che é praticamente tutto). 8. Più che dalla forza delle armi, la Comune di Parigi é stata vinta dalla forza dell’abitudine. L’esempio pratico più scandaloso é il rifiuto di ricorrere al cannone per impadronirsi della Banca di Francia, mentre c’era un così grande bisogno di denaro. Durante tutto il periodo in cui la Comune ha tenuto il potere, la banca é rimasta un’enclave versagliese dentro Parigi, difesa da qualche e fucile e dal mito della proprietà e del furto. Le altre abitudini ideologiche sono

state estremamente nocive a tutti gli effetti (la risurrezione del giacobinismo, la strategia disfattista delle barricate in ricordo del ’48, ecc.). 9. La Comune mostra come i difensori del vecchio mondo beneficino sempre, per un aspetto o per l’altro, della capacità dei rivoluzionari; e soprattutto di coloro che pensano la rivoluzione. E precisamente là dove i rivoluzionari pensano come loro. Il vecchio mondo mantiene così delle basi (l’ideologia, il linguaggio, i costumi, i gusti) nello sviluppo dei suoi nemici, e vi si inserisce per riguadagnare il terreno perduto. (Solamente il pensiero in atto, naturale per il proletariato rivoluzionario, gli sfugge una volta per tutte: la Corte dei Conti é bruciata). La vera “ quinta colonna” è nello spirito stesso dei rivoluzionari. 10. L’aneddoto degli incendiari che negli ultimi giorni erano andati per distruggere Nôtre Dame, e che si erano scontrati con il battaglione degli artisti della Comune, é ricco di senso: è un buon esempio di democrazia diretta. Esso mostra anche, più oltre, i problemi ancora irrisolti nella prospettiva del potere dei Consigli dei lavoratori. Quegli artisti, unanimi, avevano ragione di difendere una cattedrale in nome di valori estetici permanenti, e in definitiva, in nome dello spirito dei musei, quando altri uomini volevano quel giorno accedere all’espressione di se stessi, traducendo, con la demolizione della chiesa, la propria sfida totale ad una società che, con la sconfitta della Comune, si accingeva a respingere tutta la loro vita nel nulla e nel silenzio? Gli artisti della Comune, comportandosi da specialisti, si trovavano già in conflitto con una manifestazione coerentemente estremista della lotta contro l’alienazione. Bisogna rimproverare agli uomini della Comune di non aver osato rispondere al terrore totalitario del potere con l’impiego della totalità delle loro armi. Tutto induce a credere che i poeti che hanno tradotto in quel momento la poesia sospesa nella Comune siano stati fatti sparire . La massa degli atti incompiuti della Comune fa sì che divengano

“ atrocità” “ coloro

le azioni abbozzate, e che i ricordi siano censurati. La frase che fanno delle rivoluzioni a metà non fanno che scavarsi una tomba” spiega anche il silenzio di Saint-Just. 11. I teorici che restituiscono la storia di questo movimento adottando il punto di vista onnisciente di Dio, hanno gioco facile nel mostrare che la Comune era oggettivamente condannata, che essa non aveva possibilità di sbocco. Non bisogna dimenticare che, per coloro che hanno vissuto l’avvenimento, lo sbocco era là. 12. L’audacia e l’immaginazione della Comune non si misurano, evidentemente, in rapporto alla nostra epoca, ma in rapporto alla banalità di allora nella vita politica, intellettuale, morale. In rapporto alla solidarietà di tutte le banalità alle quali la Comune ha appiccato il fuoco. Così, considerando la solidarietà delle banalità attuali, si può concepire l’ampiezza della creatività che possiamo attenderci da un’esplosione uguale. 13. La guerra sociale di cui la Comune é un momento dura tuttora (benché le sue condizioni superficiali siano molto cambiate). Per l’opera di “ rendere coscienti le tendenze incoscienti della Comune” (Engels), non é stata detta l’ultima parola. Una aggiunta Cento anni fa, in Francia, la borghesia riconfermata al potere, rivelando di sapere che ogni attacco portato con conseguenza ai fondamenti di tale potere é un attacco ai fondamenti del cristianesimo (e viceversa), erigeva, per mezzo di una sottoscrizione nazionale, l’orrendo Sacré Coeur, perché la Nazione espiasse di fronte a Dio i misfatti commessi dai Comunardi. Oggi, il Potere commemora la Comune. Indubbiamente sono fatti che danno da pensare. La sinistra, dai riformisti borghesi ai neobolscevichi, fa bene a celebrare la Comune. E’ tutto ciò che il suo ruolo nella presente

organizzazione sociale le consente e le impone di fare. Ma ancora per poco. Presto, il fantasma che tutti i poteri della Terra, quelli già installati e quelli che sperano di esserlo un giorno, cercano con questi riti di esorcizzare, tornerà a farli tremare. Coloro che si richiamano a Lenin, a Stalin, a Mao Tse-Tung, parlano o in nome della Comune: ggi il 18 marzo 1921, il giorno dopo aver concluso il massacro dei 16.000 marinai e operai del Soviet insorto di Kronstadt con la fucilazione in massa dei prigionieri, degli ostaggi e di quei Soldati Rossi che si erano ammutinati rifiutando di partecipare alla repressione, Trotsky e Zinoviev celebravano, per lo spettacolo del movimento comunista mondiale, il 50° anniversario della Comune di Parigi, accusando Thiers e Gallifet delle stragi compiute contro i Comunardi. Ecco un altro fatto che dà da pensare. Gli stalino-cristiani e i neoleninisti, manipolando il significato storico della Comune, non possono che deformarne o ignorarne gli aspetti più radicali e più veri, ed assimilare, coprendola con la coltre di noia e di banalità dell’ideologia, la prima Rivoluzione sociale del proletariato europeo alle rivoluzioni burocratiche e sottosviluppate che essi ammirano. Ne va della loro sopravvivenza. Questi militanti, eredi di una generazione che ha conosciuto tutte le sconfitte e consumato tutte le menzogne del periodo della disgregazione del movimento operaio rivoluzionario, questi specialisti della gerarchia e del sacrificio, hanno tutto da temere dalle verità che la Comune ha annunciato di fronte al mondo: l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi; la Rivoluzione sarà una festa o non sarà. La prima grande “ sconfitta” del potere proletario é in realtà una sua prima grande vittoria poiché, per la prima volta il proletariato ha affermato la propria capacità storica di dirigere, in maniera libera, tutti gli aspetti della vita sociale. Allo stesso modo, la grande “ vittoria” proletaria, la rivoluzione bolscevica, non é in definitiva che la sua disfatta più carica di conseguenze. I segni che già annunciano il secondo e definitivo assalto del proletariato internazionale ai bastioni dell’alienazione, dovunque, annunciano anche il ritorno visibile delle aspirazioni e del programma

che la Comune conteneva essenzialmente: la soppressione di tutto ciò che esiste separatamente dagli individui, la liberazione totale della vita quotidiana. Che i recuperatori e i burocrati vengano zittiti! Che il proletariato rivoluzionario si riappropri della sua storia nascosta! Che storia e coscienza di classe divengano una cosa sola! Milano, gennaio 1972.

NOTERELLE INTRODUTTIVE SU IL ’68 E L’I.S. A CURA DELA REDAZIONE DI Vis-à-vis
Noi organizziamo solo il detonatore, l’esplosione libera dovrà sfuggirci definitivamente e sfuggire a qualsiasi altro controllo. Internationale Situationniste n°. 8, gennaio 1963.

Siamo certi che se c’è un testo assolutamente emblematico, per molteplici e densissimi aspetti, di quello che fu l’ambito esistenziale, psicologico, culturale e politico del “’68 studentesco”, di quel fenomeno di massa, cioè, che ha ormai consolidato una valenza prioritariamente “generazionale”, almeno a livello del deleterio senso comune che le sedimentazioni mediatiche hanno depositato, lungo il corso del loro instancabile processo d’intrusione e “legittimazione normativa” della memoria collettiva, ebbene, quel testo non può che essere: Della miseria dell’ambiente studentesco, redatto dall’Internazionale Situazionista e dagli studenti di Strasburgo. Per uno strano ma in fondo comprensibile paradosso del Grande Spettacolo, questa scelta, invero per noi laboriosamente “macerata”, può indifferentemente soddisfare un quadro pressochè illimitato delle più differenti opzioni interpretative riguardanti quell’anno: <<programmisti televisivi, pubblicitari, opinionisti, intrattenitori, esperti in “tematiche giovanili” e professori della neouniversità>> (come dall’elenco invero modesto e da rimpolpare, riportato da Mario Lippolis nella sua introduzione all’ottima traduzione e pubblicazione dell’internazionale situazionista 1958-69, Nautilus, Torino, 1994), ma anche semiologi, critici, reduci, psicologi, politologi, futurologi, sociologi, storici, funzionari di partito, funzionari sindacali, funzionari dell’intellettualità di massa, fans dell’intellettualità di massa, funzionari del post-fordismo, fans del post-fordismo, funzionari municipali, fans del municipalismo, il funzionario Enrico Ghezzi, i fans di Ghezzi, cibernetici, cybernautici, cybernaufraghi, addetti alle relazioni col personale, addetti alla selezione del personale, addetti alla radiazione del personale ecc.ecc.ecc.... insomma un po’ tutti ormai sanno che “i situazionisti c’erano nel maggio parigino”. Questi autentici “enfants terribles” sono stati fatti

diventare famosi (non è mancato nemmeno il contributo della Sugarco dei tempi d’oro di Benito, l’eroe di Hammamet, benemerita editrice dell’ultima fatica di Debord); lo spettacolo li ha macinati e ingurgitati. Resta da vedere se, alla lunga, riuscirà veramente a “digerirli” ... ma poi, li degraderà metabolizzandoli veramente, o magari li riespellerà maleodoranti ma sostanzialmente incorrotti? A detta di alcuni degli ultimi “iniziati” sopravvissuti <<i situazionisti avrebbero così il dubbio privilegio di essere tra i primi “classici” decretati dalla cultura puramente spettacolare “iuxta propria principia” [...]: all’inizio ostentatamente ignorati e taciuti, poi falsificati e resi incomprensibili, e infine rivestiti d’autorità di una notorietà ufficiale ripugnante, confusionista e compromettente [...] un effetto di familiarità artificiale al preciso scopo di impedire la conoscenza>> (Ibidem). Tutto ciò non significa che, improvvisamente, ci siamo ritrovati a rincorrere un “ecumenismo culturalistico” che da sempre abbiamo aborrito, e a maggior ragione rifuggiremmo, in un’occasione come quella dell’anniversario del “trentennale”: fatidico rituale che già di per sè ci risulta assai ostico, stante il nostro sforzo di una costante riverberazione critica della memoria di classe su ogni più piccola tessera di quel mosaico ricompositivo che tendiamo, per la nostra parte, a ridefinire, come indispensabile orizzonte di un’opzione comunista finalmente in grado di rilanciare in avanti la sua scommessa. No, le liturgie ci stomacano! Se anche “Vis-à-vis” dedica una sezione specifica al “’68” è soltanto perchè quell’anno ha effettivamente rappresentato un autentico “giro di boa”: quell’anno è l’evento che, in Italia, “apre” al “’69”, uno dei due poli di quel biennio inscindibile che costituisce l’autentica cruna d’ago attraverso cui dovrà saper passare chiunque si approccerà a una rivisitazione storico-critica di questa seconda metà-secolo, e non solo in una prospettiva “italiana”. L’“anomalia” del nostro paese, infatti, costituisce uno snodo essenziale nella storia generale della classe, nell’articolazione di quel partito storico della classe che Marx ha individuato come innervazione e sedimento pratico-teorico dell’autopraxis del proletariato universale: essa costituisce uno dei momenti alti di questo lento, carsico movimento reale della classe, del sinusoidale percorso della sua soggettività autonoma nel/al comunismo. Ma se “il” ’69 non può che essere “italiano”, con altrettanta categoricità ci sembra di poter affermare che “il” ’68 può essere “solo francese”: è in Francia, infatti, che quell’evento si è espresso alla massima

potenza, giungendo per un breve ma lunghissimo momento a costringere il Potere del capitale in un autentico, paralizzante, annichilito “surplace”. E di quel sessantotto, di quell’ineguagliabile “joli mai”, l’espressione più alta è quell’indefinibile aggregato, quel grumo inafferrabile che si condensò quasi in modo impercettibile ma evidentemente “pesante”, sul piano delle ricadute teorico-pratiche, intorno a quella sigla, sibilante come il suo sarcasmo radicalmente critico, che fu l’“I.S.” (Internationale Situationniste). L’I.S. era nel movimento, era la parte marxianamente “più consapevole” del movimento, e morì col movimento del maggio: era al quartiere latino così come nelle banlieus, era nell’“immota e soffice” provincia così come nei Maelström metropolitani, fra gli studenti della paludata “Ecole supérieure des Hautes Etudes” e fra gli “arrabbiati” di Nanterre, fra i metalmeccanici di Billancourt e fra i casseurs delle periferie... e il suo scandaloso fantasma irridente è diventato una sorta di invariante costitutiva di tutti i successivi momenti di espressione diretta del sociale, non ultimo il ’77 italiano, il cui lessico, le cui morfologie comportamentali, il cui immaginario erano inoppugnabilmente inscritti in un universo semantico il cui debito nei confronti dell’I.S. può essere negato solo per becera mala fede. Ebbene, il documento che abbiamo dunque deciso di ripubblicare, pur essendo stato stampato e diffuso “in proprio”, nel novembre del 1996, da un gruppetto di studenti dell’allora “marginale cittadina” di Strasburgo (lo stereotipo da depliants turistici: “un ridente e pittoresco borgo tardo medioevale, caratteristico della tipologia urbana ed architettonica della campestre Alsazia”), ha avuto la ventura di rappresentare quello che Marx avrebbe definito come il classico “canto del gallo francese”! Esso, frutto di un intenso lavorio di discussione collettiva, in cui fu esplicitamente e direttamente coinvolta l’I.S. (contattata dagli studenti durante l’estate di quello stesso anno), di fatto enucleò e pose in rassegna tutte le basi di quella critica radicale che fu premessa fondamentale e ineludibile del maggio francese. I suaccennati problemi digestivi di Monsieur le Capital non ci riguardano. A ciascuno i suoi compiti! Se, come qualcuno ha detto, “eliminando” Marx dalla modernità si ripiomberebbe inevitabilmente nell’Ancien Régime, così eliminando l’I.S. dal ’68 si lobotomizzerebbe quel <<moto storico cui essa si legò>> (ib.), riducendolo a mero rigurgito di un goliardismo di maniera, degradante pantomima giovanilistica del grandioso, tragico spettacolo della Politika.

D’altronde, siamo convinti che ciò che si è tentato ed è in parte riuscito, in termini di “recupero” alla spettacolarizzazione, con La società dello spettacolo, non potrà mai verificarsi con il testo che qui ri/presentiamo. Non è un caso che esso sia assolutamente scomparso dal mercato editoriale, per antonomasia assolutamente onnivoro! E ciò pur rimanendo affatto attuale, malgrado l’enfatizzazione di una sorta di conformismo “anticonformista-sinistrese” oggi definitivamente soppiantato dall’universale-generico conformismo tout-court della merce. Troppo grande la tossicità di questo libello! Troppo amaro l’orrore dell’immagine che queste pagine riflettono come uno specchio spietatamente fedele della realtà dell’astratto! Una realtà che è intrisa della concretissima miseria quotidiana di una condizione di totale, insopportabile degradazione. Quei “giovani”, la cui età Nizan ha stabilito una volta per tutte non essere affatto la più bella e ai quali è privilegiatamente indirizzato lo scritto, non potranno mai fingere che piova mentre quelle pagine gli sputano sul viso la reale miseria della loro condizione, che ne rende l’esistenza affatto omogenea a quella dell’intera umanità, costretta nella rassegnazione organizzata dallo spettacolo della merce. Lo scandalo di questo esplosivo pamphlet sta nel denunciare la mostruosità dell’evidenza quotidiana: solo l’evidenza ripugnante dello scandalo dell’esistenza negata potrà forse far germinare nuovamente un’esistenza eversivamente scandalosa! Ma questa è già un’altra storia e, comunque, proprio in tale prospettiva, “Vis-à-vis” sta cercando di volgere i suoi passi anche ridando la parola al versante più positivamente fecondo di quel “pensiero del negativo”, di cui l’I.S., a nostro avviso, rimane espressione insuperata e imprescindibile. Un’ultima considerazione, va fatta, in merito al corposo corredo di note inserito dai curatori/traduttori (situazionisti) dell’edizione italiana del documento in questione (la prima in assoluto che comparve in Italia, in apertura del volume: l’estremismo coerente dei situazionisti, Ed. 912, Milano, 1968): tale apporto integrativo é evidentemente dettato dall’esigenza di “ri/calibrare” il testo, parametrandolo sul livello specifico del confronto/scontro politico, interno, allora, al movimento nel nostro paese. Ci pare che, grazie anche ad alcune ulteriori mirate (e contrassegnate) interpolazioni di chi scrive alle suddette note, i riferimenti polemici risultino sufficientemente chiari. M.M.

DELLA MISERIA DELL’AMBIENTE STUDENTESCO
CONSIDERATA NEI SUOI ASPETTI ECONOMICO, POLITICO, PSICOLOGICO, SESSUALE E SPECIALMENTE INTELLETTUALE E DI ALCUNI M EZZI PER PORVI R IMEDIO

da parte dei membri dell’Internazionale Situazionista e degli studenti di Strasburgo* ___________________________________________
Rendere la vergogna ancora più vergognosa denunciandola pubblicamente

i può affermare senza paura di sbagliare che in Francia lo studente è, dopo i poliziotti e i preti, l’essere più universalmente disprezzato. Le ragioni per cui é disprezzato sono spesso false ragioni, frutto dell’ideologia dominante, ma le ragioni per cui é effettivamente disprezzabile e disprezzato dal punto di vista della critica rivoluzionaria sono represse e inconfessate. I paladini della falsa contestazione sanno però riconoscerle e riconoscervisi. Essi capovolgono questo disprezzo reale in un’ammirazione compiacente: così degli impotenti intellettuali di sinistra (da “Temps Modernes”a l’“Express”) vanno in deliquio davanti alla pretesa “avanzata del movimento studentesco” e le organizzazioni burocratiche in disfacimento (dal partito cosiddetto

S

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Nell’originale francese si legge: <<par des membres de l’Internationale Situationniste et des étudiants de Strasbourg>>, laddove, evidentemente il “par” sta a indicare la paternità letteraria del testo (come la preposizione italiana “di”) ma anche un senso di provenienza (“da”), che fa risultare il tutto come una sorta di “proclama” dagli autori al mondo.

comunista all’UNEF)1 si contendono gelosamente l’appoggio “morale e materiale” degli studenti. Noi indicheremo le ragioni di questo interesse per gli studenti e mostreremo come esse partecipino in modo positivo, alimentandola, alla realtà dominante del capitalismo sovrasviluppato e le denunceremo una a una: il processo di disalienazione passa necessariamente per la strada dell’alienazione. Tutte le analisi finora fatte sulla condizione studentesca hanno tralasciato l’essenziale. Non superano mai il punto di vista delle specializzazioni universitarie (psicologia, sociologia, economia) e restano quindi fondamentalmente errate, perché commettono quella che Fourier chiamava una leggerezza metodologica “considerando solo le questioni elementari” senza considerare la prospettiva globale della società moderna. Il feticismo dei fatti maschera la categoria essenziale e i particolari fanno dimenticare la totalità. Tutto si dice di questa società, salvo quello che effettivamente essa é: società della merce e dello spettacolo. I sociologi Bourderon e Passadieu nella loro inchiesta Gli eredi: gli studenti e la cultura restano disarmati di fronte alle poche verità parziali che sono riusciti a dimostrare. Nonostante la buona volontà ricadono nella morale dei professori, nell’inevitabile etica kantiana di una democratizzazione reale per mezzo di una razionalizzazione reale del sistema di insegnamento, vale a dire di insegnamento del sistema. Mentre i loro discepoli, come Kravetz2 , si illudono di essere in molti a risvegliarsi e compensano la loro amarezza piccolo-burocratica con il guazzabuglio di una fraseologia rivoluzionaria sorpassata.

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Non diversamente oggi esse cercano di comprare le vedettes della piccola burocrazia che sostiene l’immagine del cosiddetto “Movim ento Studentesco”: la campagna-acquisti dell’estate 1968, per esempio ha portato gente come Capanna e Scalzone nelle scuderie del PCI [n.d.r.: ci si riferisce qui alla campagna per la “scheda rossa/voto al PCI” che si tentò di far passare nel movimento italiano, in vista della scadenza elettorale], e metà di “Falcemartello” fra gli stalinisti del PCd’I “Le loro scelte avvengono sempre fra un racket e un altro” (Della merda nell’ambiente culturale). 2 I Kravets italiani, i Rostagno e i Bobbio che criticano il “partitismo” mentre rimangono tuttora nel PSIUP, sognando un “partito degli studenti”, si lavano la coscienza parlando del “problema” (malposto già in quanto tale) del “collegamento con la classe operaia”, salvo spaventarsi di fronte alla loro impotenza e chiedere un ripiegamento tattico sullo “specifico universitario”.

Lo spettacolo 3 della reificazione che presiede al capitalismo moderno impone a tutti una parte della passività generalizzata. Lo studente non sfugge a questa legge. Il suo é un ruolo provvisorio che lo prepara al ruolo definitivo di elemento positivo e conservatore nel funzionamento del sistema consumistico. Quella dello studente é soltanto un’iniziazione che riproduce, magicamente, tutte le caratteristiche dell’iniziazione mitica: é totalmente staccata dalla realtà storica, individuale e sociale. Lo studente é un essere diviso tra una condizione presente e una condizione futura nettamente distinte, il cui limite sarà superato meccanicamente. La sua coscienza schizofrenica gli permette di isolarsi in una “società di iniziazione”, mistifica il suo avvenire e si incanta davanti all’unità mistica che gli offre un presente al riparo dalla storia. Il meccanismo di rovesciamento della verità ufficiale, cioè economica, é estremamente semplice da smascherare: é duro guardare in faccia la realtà studentesca. In una “società del benessere” la condizione normale dello studente oggi é un’estrema povertà. Provenienti per di più dell’80% da strati sociali il cui reddito é superiore a quello di un operaio, il 90% di essi dispone di un reddito inferiore a quello dell’ultimo salariato. La miseria dello studente resta al di qua della misera della società dello spettacolo, della nuova miseria del nuovo proletariato. In un tempo in cui un numero sempre crescente di giovani si emancipa via via dai pregiudizi morali e dall’autorità familiare per entrare al più presto nei rapporti di sfruttamento palese, lo studente si mantiene a tutti i livelli in uno stato di “minorità prolungata”, irresponsabile e docile. Se la crisi giovanile tardiva lo mette in parte in contrasto con la sua famiglia, accetta però volentieri di essere trattato come un bambino all’interno delle istituzioni che regolano la sua vita quotidiana4 .
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Ovviamente usiamo termini come spettacolo, ruolo, miseria ecc. secondo il senso che ne danno i Situazionisti. 4 Quando non gli cagano in bocca, gli pisciano di nascosto nel culo. Così lo studente, sfuggito - così egli crede - alla logica della famiglia e dello Stato, raggiunge un orgasmo impotente nella ricerca di un “partito rivoluzionario” che possa soddisfare il suo masochismo, di un nuovo padre che lo disprezzi e lo comandi. Il c ristianesimo maoista gli giustifica ideologicamente il suo sacrificio sull’altare dell’“avanguardia del proletariato”.

La colonizzazione dei diversi settori sociali trova nel mondo studentesco l’espressione più stridente. Il transfert sugli studenti di tutta la cattiva coscienza sociale maschera la miseria e l’asservimento di tutti. Ma le ragioni su cui si fonda il nostro disprezzo per lo studente sono di genere completamente diverso. Non riguardano soltanto la miseria reale, ma anche la sua compiacenza verso tutte le miserie, la tendenza morbosa a consumare beatamente l’alienazione nella speranza di interessare al proprio vuoto particolare in mezzo al vuoto generale. Le esigenze del capitalismo moderno impongono alla maggior parte degli studenti la condizione di quadri subordinati (vale a dire l’equivalente dell’operaio qualificato del secolo scorso)5 . Di fronte al carattere miserabile di questo avvenire più o meno prossimo che lo “risarcirà” della vergognosa miseria del presente, lo studente preferisce volgersi alla sua situazione attuale e abbellirla di prestigi illusori. Ma anche questa compensazione é troppo miseranda perché possa aggrapparvisi: il futuro non si salverà dalla mediocrità inevitabile. Allora lo studente si rifugia in un presente irrealmente vissuto. Simile allo schiavo stoico, lo studente si crede tanto più libero quanto più strettamente lo legano le catene all’autorità. Come la sua nuova famiglia, l’Università, si considera l’essere sociale più “autonomo” mentre dipende direttamente e congiuntamente dai due sistemi più potenti dell’autorità sociale: la famiglia e lo stato. E’ il loro bambino educato e riconoscente. Seguendo la stessa logica del bambino sottomesso, partecipa a tutti i valori e tutte le mistificazioni del sistema e le concentra in sé. Le illusioni di un tempo, imposte alla categoria dei piccoli funzionari, diventano ideologia interiorizzata e trasmessa attraverso la massa dei futuri quadri subordinati. Se la miseria sociale del passato ha prodotto i sistemi di compensazione più grandiosi (le religioni), la miseria marginale degli studenti si é trovata come unica consolazione le immagini più
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scalcagnate della società dominante, la ripetizione burlesca dei suoi prodotti alienati. Lo studente francese, in quanto individuo ideologico arriva troppo tardi a tutto6 . I valori e le illusioni che fanno l’orgoglio del suo mondo chiuso sono già condannate come illusioni insostenibili, da lungo tempo ridicolizzate dalla storia. Poiché raccoglie qualche briciola del prestigio dell’università lo studente é ancora contento di farne parte. Troppo tardi. L’insegnamento meccanico e specializzato che riceve é così profondamente degradato (rispetto al vecchio livello della cultura generale borghese)7 quanto il suo livello intellettuale al momento in cui vi accede, perché le forze dominanti, cioè il sistema economico, esigono una fabbricazione massiccia di studenti incolti e incapaci di pensare. Che l’università sia diventata un’organizzazione istituzionale - dell'ignoranza, che la cosiddetta “alta cultura” si vada decomponendo al ritmo della produzione in serie dei professori, che tutti questi professori siano degli imbecilli, la maggior parte dei quali susciterebbe le risa di scherno di qualsiasi pubblico di liceo, lo studente lo ignora e continua ad ascoltare rispettosamente i suoi maestri, con la volontà cosciente di perdere ogni spirito critico per meglio piombare nell’illusione mistica di essere diventato uno “studente”, uno che si dedica con serietà a farsi un’istruzione con la
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Ma senza la sua coscienza rivoluzionaria, perché l’operaio non era dominato dall’illusione della promozione sociale lungo la scala dei consumi spettacolari.

Ma lo studente italiano si dimostra in ritardo persino nei confronti degli studenti francesi, colpevoli, secondo lui, di “non aver fatto la rivoluzione” durante il Maggio, poiché lo “spontaneismo” avrebbe impedito loro di capire la “necessità dell’organizzazione rivoluzionaria”, che per lui è una tautologia del “partito marxista-leninista”. Infatti lo studente italiano pensa alla “rivoluzione” come a un golpe, ben diretto dai colonnelli della falsa contestazione [n.d.r.: in effetti, è ben vero che una delle più diffuse “tendenze interpretative” del rifluire dell’ondata del “maggio” francese, sotto la risacca delle “maggioranze silenziose” mobilitate a Parigi dal Grande Padre della Patria De Gaulle e la lenta ma rigida presa di distanze di tutte le confederazioni sindacali, fu anche in Italia (ma la Francia non fece eccezione con i suoi “maò” della “cause de people”) proprio l’aberrante rieditazione del più becero degli emmellismi: Brandirali (da molti anni ormai “formigoniano integr alista”) e Meldolesi (ora sulla scia “ultraflessibilizzante” dei Brunetta, degli Ichino, e via “confindustrializzando”, ma già e a lungo craxiano-di-ferro) furono le gloriose avanguardie della maleodorante valanga dei “gruppetti”, staccando tutti di parecchi mesi grazie alla “Forza” loro infusa dai pensierini di Mao e riuscendo a erigere per primi la loro bella parrocchietta di “Servire il popolo - Unione dei comunisti” ... che bravini!] 7 L’avanzata delle tecniche, che riflette il contenuto rivoluzionario della borghesia, dissolve la Cultura, preistorica per definizione: della cultura rimane solo una funzione spettacolare sempre più debole. Da Hegel o dagli Enciclopedisti siamo già passati a Levi-Strauss e ai Fratelli Fabbri Editori.

speranza che gli saranno rivelate le verità supreme. E’ la menopausa dell’intelligenza. Tutto quello che oggi succede nelle aule delle facoltà universitarie sarà condannato nella futura società rivoluzionaria come cicaleccio inutile, socialmente dannoso. Ma già fin d’ora lo studente fa ridere. Non si rende neanche conto che la storia trasforma il suo ridicolo mondo chiuso. La famosa “crisi dell’università”, aspetto di una crisi più generale del capitalismo moderno, rimane oggetto di un dialogo tra sordi di differenti specializzazioni. Essa traduce soltanto le difficoltà di un adeguamento tardivo di questo settore particolare della produzione a una trasformazione generale dell’apparato produttivo. I residui delle vecchie ideologie dell’università liberale borghese si banalizzano nel momento in cui scompare la sua base sociale. E’ stato possibile per l’università considerarsi autonoma nell’epoca del capitalismo liberoscambista e del suo stato liberale che le lasciava una certa libertà marginale. Ma di fatto dipendeva strettamente dai bisogni di quel tipo di società: dare a una minoranza privilegiata, quella che studiava, la cultura generale appropriata prima che tornasse a far parte della classe dirigente da cui proveniva. Sono perciò ridicoli i professori nostalgici8 , amareggiati per aver perduto l’antica funzione di cani da guardia dei futuri padroni, in cambio di quella molto meno nobile di cani da pastore che guidano, secondo i bisogni pianificatori del sistema, le sfornate di “colletti bianchi” verso le rispettive fabbriche e uffici. Essi oppongono i loro arcaismi alla tecnocratizzazione dell’università e continuano imperturbabili a spacciare le briciole di una cultura pseudogenerale a futuri specialisti che non sapranno che farsene. Più seri e perciò più pericolosi sono i progressisti della sinistra e quelli dell’UNEF diretti dagli “ultras” della FGEL i quali rivendicano una “riforma di struttura” dell’università, “un reinserimento dell’università nella vita sociale e economica”, cioè il
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suo adeguamento ai bisogni del capitalismo moderno. Le università, adorne ancora di prestigi anacronistici, si sono trasformate da dispensatrici della “cultura generale” al servizio della classe dirigente, in industrie di allevamento accelerato di quadri subordinati e di quadri medi. Lungi dal contestare questo processo storico che subordina direttamente uno degli ultimi settori ancora relativamente autonomi della vita sociale alle esigenze del sistema capitalistico, i nostri progressisti protestano contro i ritardi e i punti deboli della sua realizzazione. Sono i paladini della futura università cibernetizzata che già si annuncia in qualche luogo9 . Il sistema consumistico e i suoi moderni servitori, ecco i nemici da combattere. Ma questi problemi passano sopra la testa dello studente, nel cielo dei suoi maestri, e a lui sfuggono completamente: la totalità della sua vita e a maggior ragione della vita gli sfugge. Data la sua situazione economica di estrema povertà, lo studente é condannato a una condizione di sopravvivenza che non ha nulla di invidiabile. Ma, sempre soddisfatto di sé, eleva la sua miseria banale a “stile di vita” originale: il miserabilismo e la “ bohème”. Ora la “bohème”, lungi dall’essere una soluzione originale, non é mai autenticamente vissuta che dopo una rottura completa e irreversibile con l’ambiente universitario. I suoi sostenitori tra gli studenti (e tutti si piccano di esserlo un po’) non fanno altro che attaccarsi a una versione artificiale e degradata di quella che é nel migliore dei casi una mediocre soluzione individuale che merita perfino il disprezzo delle vecchie signore di campagna. Questi “originali” continuano, trent’anni dopo l’opera di W. Reich10 , ad avere i comportamenti erotico-amorosi più tradizionali, riproducendo i rapporti generali della
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I docenti di sinistra, da Carlo Bo a Mattalia, non osando appellarsi al liberalismo filisteo, si inventano dei precedenti riscoprendo in nuove edizioni le autonomie scolastiche del Medio Evo, l’epoca della “democrazia della non-libertà”.

Cfr. “Internationale Situationniste” n. 9, Correspondance avec un cybernéticien e il manifesto situazionista La tortue dans la vitrine contro il neo-professore A. Moles. Infatti i Moles di tutto il mondo, contribuendo alla specializzazione culturale delle tecniche cibernetiche, contribuiscono attivamente a conservarle nelle mani dei loro padroni attuali, da cui il proletariato dovrà strapparle per porre la pietra angolare per l’abolizione di tutte le alienazioni sociali, l’abolizione del lavoro. 10 Vedi le sue opere La rivoluzione sessuale e la Teoria dell’orgasmo, del resto già largamente recuperate nell’attuale processo spettacolare del Sesso “liberato”, cioè della Castrazione rinforzata dal suo rovesciamento isolato. Per non parlare degli usi culturali: non si era mai vista tanta gente masturbarsi prima che si cominciasse a citare Reich. Gli studenti sono ovviamente all’avanguardia anche in questo campo.

società classista nei loro rapporti intersessuali. La predisposizione a diventare un militante purchessia dice molte cose sull’impotenza dello studente. Nel margine di libertà individuale permesso dallo Spettacolo totalitario e malgrado l’uso meschino che egli fa del proprio tempo, lo studente ignora ancora l’avventura e le preferisce uno spazio-tempo quotidiano ristretto, pianificato a suo uso e consumo dai guardiani dello spettacolo stesso. Senza esservi costretto lo studente separa lavoro e divertimenti, proclamando un ipocrita disprezzo per gli sgobboni e per quelli che vogliono far carriera. Sottoscrive tutte le scissioni della società e va poi a versare lacrime sull’incomunicabilità nei vari circoli religiosi, sportivi, politici o sindacali. E’ così stupido e così disgraziato che si affida in massa e spontaneamente al controllo parapoliziesco degli psichiatri e psicologi, predisposto a suo beneficio dall’avanguardia dell’oppressione moderna e esaltato dai suoi “rappresentanti”, che vedono naturalmente nei Centri di Aiuto Psicologico Universitario (BAPU) una conquista indispensabile e meritata11 . Ma la miseria reale della vita quotidiana dello studente trova una immediata compensazione fantastica nella sua principale droga: la merce culturale. Nello spettacolo culturale lo studente ritrova naturalmente il suo ruolo di discepolo rispettoso; prossimo al luogo della produzione senza potervi penetrare - l’accesso al santuario gli resta vietato - lo studente scopre la “cultura moderna” con atteggiamento di ammirazione passiva. In un’epoca in cui l’arte é morta rimane il principale frequentatore dei teatri e dei cineforum e il più ghiotto consumatore del suo cadavere congelato e messo in circolazione sotto cellophane nei supermercati per le massaie dell’abbondanza. Lo studente partecipa a questa giostra s enza riserve, senza secondi finii e senza distacco. E’ il suo elemento naturale. Se le “case della cultura” non esistessero, lo studente le avrebbe
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inventate. Egli verifica perfettamente le analisi più banali della sociologia americana del marketing: consumo ostentato, affermazione di una differenziazione pubblicitaria tra prodotti identici nella loro nullità (Pérec o Robbe-Grillet; Godard o Lelouch). E quando gli “dei” che producono o organizzano il suo spettacolo culturale si incarnano sulla scena é il loro principale pubblico e il frequentatore ideale. Assiste in massa alle loro esibizioni più oscene; chi altro riempirebbe le sale quando per esempio i curati delle varie parrocchie vengono a propinare pubblicamente i loro dialoghi-fiume (settimana del pensiero cosiddetto marxista, riunioni di intellettuali cattolici) o quando i relitti della letteratura vengono a constatare la loro impotenza (5000 studenti a “Que peut la littérature”?”)? Incapace di passioni reali, lo studente si delizia di polemiche prive di passione tra le vedettes dell’Inintelligenza, su falsi problemi la cui funzione é mascherare quelli veri: Althusser - Garaudy - Sartre - Barthes - Picard - Lefebvre - Levi Strauss - Halliday - Chatelet Antoine. Umanesimo - Esistenzialismo - Strutturalismo - Scientismo - Neocriticismo - Dialetto-naturalismo - Cibernetismo - Pianetismo Metafilosofismo. Nel suo zelo si crede all’avanguardia perché ha visto l’ultimo Godard, comprato l'ultimo libro “argumentiste”12 , partecipato all’ultimo happening di quel coglione di Lapassade. Ignorante com’è prende per novità “rivoluzionarie” garantite da un’etichetta i più insipidi surrogati di antiche ricerche, effettivamente importanti al loro tempo, edulcorate ai fini del mercato. Il problema é di preservare sempre la sua reputazione culturale. Lo studente é fiero di comprare, come tutti, le riedizioni economiche di una serie di testi importanti e difficili che la “cultura di massa” diffonde a ritmi accelerati13 . Ma non sapendo leggere si accontenta di consumarli con lo sguardo.
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Non avendo raggiunto il fasto “moderno” della psicanalisi, lo studente italiano ricorre ancora ai confessori . Mentre la gente normale deve venire costretta ad assistere a prediche e dibattiti, con lo studente basta annunciare l’apertura di un nuovo “raggio” di GS o di una nuova cellula di qualcuno dei partiti “comunisti”: egli vi si precipiterà a costo di fare la coda.

Aux pubelles de l’histoire è il testo diffuso dall’I.S. nel 1963 sul conto della rivista “ Arguments” e la sua gang. Mentre in Italia il “marxismo”, immondizia filosofica per tutti gli usi (dall’estetica di Galvano Della Volpe ai primitivismi di “Lavoro Politico”, via Longo e Pasolini), non ha ancora cessato di essere il migliore preservativo contro il pensiero e la metodologia rivoluzionari di Karl Marx. 13 A questo proposito non si raccomanderà mai abbastanza la soluzione già praticata dai più intelligenti,

La sua lettura preferita resta la stampa specializzata che orchestra il consumo delirante dei gadgets culturali; ne accetta docilmente gli ordini pubblicitari e ne fa il termine di riferimento standard dei suoi gusti. Si estasia ancora sull’“Express”e l’“Observateur”oppure crede che “ Monde”, il cui stile é già troppo Le difficile per lui, sia veramente un giornale “obiettivo” che riflette l’attualità. Per approfondire le sue conoscenze generali inghiotte con avidità “Planète”, la rivista magica che cancella le rughe e i punti neri delle vecchie idee14 . E così che crede di partecipare al mondo moderno e di iniziarsi alla politica. Infatti lo studente più di ogni altro é contento di essere politicizzato. Ma ignora che partecipa alla politica attraverso lo stesso spettacolo generale che presiede alla società. Si appropria ancora di tutti i ridicoli brandelli di una sinistra annientata più di 40 anni fa dal riformismo “socialista” e dalla controrivoluzione stalinista. Lo studente lo ignora ancora, mentre il Potere lo sa benissimo e gli operai in modo confuso. Partecipa con fierezza risibile alle manifestazioni più ridicole che attirano soltanto lui. La falsa coscienza politica si trova in lui allo stato puro e lo studente costituisce la base ideale per le manipolazioni dei burocrati delle organizzazioni in via di disfacimento (dal Partito cosiddetto Comunista all’UNEF). Queste programmano totalitariamente le sue opzioni politiche: ogni impennata o velleità di “indipendenza” rientra docilmente dopo una parodia di resistenza in un ordine che non é stato mai messo in questione15 . Quando lo studente crede di andare più in
quella di rubarli. Così come uno dei pochi usi oggi possibili del cinema o della televisione è la pornografia, malgrado la condanna che i delegati del cristianesimo nord-vietnamita hanno pronunciato al I Congresso Culturale dell’Avana, ambiente da cui i nostri patrioti risorgimentali, come Pisacane, sarebbero stati cacciati per deviazionismo di sinistra. 14 Contributi per un catalogo italiano: “Quindici ”, rivista su cui scrivono Andrea Barbato (speaker, televisivo del PSU), Edoardo Sanguineti (candidato del PCI), Nanni Balestrini (poeta cibernetico), Filippini (cultore della personalità di Giap), Gaetano Testa (romanziere terremotato); “ Quaderni Piacentini”, rivista di <<politica e cultura”, di cui, dopo 35 numeri, si ignora ancora la linea politica; “ Lavoro Politico”, rivista di ex-democristiani filocinesi, la prima al mondo composta da citazioni di una persona sola; il resto è ancora più ridicolo. 15 Cfr. le ultime avventure degli studenti del movimento studentesco, che dopo la piccola festa delle loro piccole “occupazioni”, stanno tornando a casa: chi non ha già trovato locazione nei partiti “rivoluzionari” esistenti (dal PSU al PCR), sta pensando di metterne su qualcun altro. La loro fobia per

là, come quegli individui che si definiscono, per una vera malattia dell’inversione pubblicitaria, JCR (Jeunes Communistes Révolutionnaires), mentre non sono né giovani né comunisti né rivoluzionari16 , é per allinearsi allegramente alla parola d’ordine pontificia: Pace nel Vietnam. Lo studente é fiero di opporsi agli “arcaismi” di De Gaulle, ma non si rende conto d seguire così i vecchi errori del passato, i crimini i stantii (come lo stalinismo all’epoca di Togliatti - Garaudy - Kruscev - Mao)17 e che così la sua gioventù é ancora più arcaica del potere che effettivamente dispone di tutto quello che occorre per amministrare una società moderna. Ma questo non é l’unico arcaismo dello studente. Egli si crede di avere idee generali su tutto, concezioni coerenti del mondo che diano un senso al suo bisogno di agitazione e di promiscuità asessuata. Perciò, vittima delle ultime farneticazioni delle chiese, si precipita sul rudere cadente della religione per adorare la carogna puzzolente di Dio e si attacca ai rimasugli decomposti delle religioni preistoriche che crede degni di sé e del suo tempo. Si ha quasi vergogna a dirlo ma l’ambiente studentesco é, insieme con quello delle vecchie di provincia, il settore in cui resiste la maggior percentuale di praticanti e, mentre in qualsiasi posto i preti sono già stati mangiati o cacciati via, resta la migliore “terra di missione” dove
l’autogestione della rivoluzione trova confronto solo in quella per la rivoluzione dell’autogestione totale: cioè della Rivoluzione senz’altro. 16 Cfr. i “nostri” marxisti -leninisti di tutte le parrocchie, per lo più i filo -maoisti, i quali, oltre a non essere marxisti, non sono nemmeno leninisti . Si vedano in proposito le tesi di Arrigo Cervetto, e del suo gruppo Lotta Comunista, il quale, essendo l’unico esponente italiano che sia fedele e coerente all’ideologia leninista, è quindi anche un demistificatore dell’ideologia sottosviluppata di Mao. 17 Un ottimo esempio della falsa coscienza internazionale dei “nuovi” movimenti studenteschi si può rilevare dal loro amore pregiudiziale per la menzogna cinese e contemporaneamente dal loro odio formale per Stalin. “La vita di Stalin è stata la vita di un grande marxista-leninista, di un grande rivoluzionario proletario ... Nel corso della sua vita, Stalin ha commesso gravi errori, ma in paragone le sue grandi e meritorie gesta, i suoi errori sono secondari ... egli difese la linea di Lenin sull’industrializzazione dell’Unione Sovietica e sulla collettivizzazione dell’agricoltura. Perseguendo questa linea, il PCUS ottenne il trionfo del socialismo nell’Unione Sovietica” (dal “Renmin Ribao” del 6 settembre 1963). La coerenza della miseria ideologica è l’unica coerenza che conoscano questi “rivoluzionari”, le loro contraddizioni vengono annegate in una pigrizia mentale che impedisce loro costantemente di andare al di là delle chiacchiere culturali correnti. La linea Dutschke-Carmichael-Potere Operaio è il nuovo tout-se-tient della cretineria elevata alla sua potenza spettacolare.

preti-studenti continuano a sodomizzare senza vergogna migliaia di studenti nei loro cessi spirituali18 . Certo tra gli studenti non mancano persone di livello intellettuale normale. Questi superano senza fatica le miserabili prove di capacità previste per i mediocri proprio perché hanno capito il sistema, lo disprezzano e si riconoscono suoi nemici. Essi prendono dal sistema di studi quanto ha di meglio: le borse. Approfittando delle falle del controllo, obbligato dalla sua logica a conservare un piccolo settore puramente intellettuale, la “ricerca”, portano tranquillamente lo scompiglio a livello più alto: l’aperto disprezzo per il sistema si accompagna alla lucidità che permette loro appunto di essere più forti dei servi del sistema, principalmente dal punto di vista intellettuale. Le persone di cui parliamo figurano infatti già tra i teorici del movimento rivoluzionario che sta nascendo e sono orgogliosi di essere conosciuti solo ora che si sta cominciando a parlare del movimento stesso. Essi non nascondono a nessuno che ciò che prendono così facilmente dal “sistema di studi” é utilizzato per la sua distruzione. Infatti lo studente non può rivoltarsi contro nulla senza rivoltarsi contro i suoi studi e la necessità di questa rivolta si fa sentire con minore spontaneità che nell’operaio il quale si rivolta naturalmente contro la sua condizione19 . Ma lo studente è un prodotto della società moderna come Godard e la Coca-Cola. La sua estrema alienazione non può essere contestata che attraverso la contestazione di tutta la società. Non é possibile limitare questa critica al campo studentesco: lo studente come tale si attribuisce uno pseudo-valore che gli impedisce di prendere coscienza della sua spoliazione reale e perciò vive il grado più alto di falsa coscienza. Ma dovunque la società m oderna comincia
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ad essere contestata c’è una rivolta dei giovani che corrisponde a una critica totale del comportamento studentesco. Non è sufficiente che il pensiero ricerchi la sua realizzazione, bisogna che la realtà ricerchi il pensiero Dopo un lungo periodo di sonno letargico e di controrivoluzione permanente comincia a manifestarsi da qualche anno un nuovo periodo di contestazione di cui sembrano essere portatori i giovani. Ma la società dello spettacolo, nella rappresentazione che fa di se stessa e dei suoi nemici, impone la sue categorie ideologiche per la comprensione del mondo e della storia. Essa riconduce ogni processo storico all’ordine naturale delle cose e chiude le vere verità che annunciano il suo superamento nella cornice ristretta di una novità illusoria. La rivolta della gioventù contro il modo di vivere che le é imposto è il segno precorritore di una sovversione più vasta che ingloberà l’insieme di coloro che sentono sempre maggiormente l’impossibilità di vivere in queste condizioni, il preludio della prossima epoca rivoluzionaria. L’ideologia dominante e i suoi organi quotidiani secondo i ben noti meccanismi di rovesciamento della realtà, riducono questo movimento storico reale a una pseudo-categoria socio-naturale la cui caratteristica fondamentale sarebbe la rivolta: l’Idea della Gioventù. Così si riconduce la nuova gioventù della rivolta all’eterna rivolta della gioventù che rinasce a ogni generazione per spegnersi quando il “giovane é preso dalla serietà della produzione e di un’attività volta a fini concreti e reali”. La “rivolta dei giovani” è stata ed è ancora oggetto di una vera inflazione giornalistica che ne fa lo spettacolo di una “rivolta” possibile offerta in contemplazione per impedire che la si viva, sfera aberrante - già integrata - necessaria al funzionamento del sistema sociale; questa rivolta contro la società rassicura la società perché si presume che resti parziale nell’apartheid dei “problemi della gioventù” - come vi sarebbero un problema della donna, un problema negro - e non duri per tutta la vita. E’ vero invece che se c’è un

Tutto ciò è tanto più vero da quando i preti si sono messi a fare la guerriglia e a occupare le cattedrali, mentre, coperte da questa illusione populista, le Chiese e le religioni di tutti i paesi continuano a difendere tutti i bastioni dell’alienazione. 19 Continuano ad esserci persone che, citando ad ogni piè sospinto il guevariano “suicidio dell’intellettuale”, pretendono di essersi “negate in quanto studenti” per diventare “militanti rivoluzionari”: ma la loro vita rimane studentesca, e continuano ad attendere agli studi, senza nemmeno una modificazione sostanziale dei contenuti, poiché solo essi e i loro professori trovano qualcosa di diverso fra una lezione di morale neo-tomista e un “pensierino” di Mao.

problema dei giovani nella società moderna, questo é dovuto al fatto che la crisi profonda di questa società è da loro sentita con maggiore acutezza20 . Tipici prodotti di questa società moderna, i giovani sono essi stessi moderni, e possono o integrarvisi incondizionatamente o rifiutarla radicalmente. Quel che deve sorprendere non é che i giovani siano ribelli, ma che gli “adulti” siano tanto rassegnati. la spiegazione di questo fatto non é mitologica, ma storica: la generazione precedente ha conosciuto tutte le sconfitte e consumato tutte le menzogne del periodo della vergognosa disgregazione del movimento rivoluzionario. Considerati in sé i “giovani” sono un mito pubblicitario già profondamente legato al modo di produzione capitalistico, come espressione del suo dinamismo. Questo illusorio primato della gioventù é stato reso possibile dal rilancio dell’economia dopo la I guerra mondiale, in seguito all’ingresso massiccio sul mercato di tutta una categoria di consumatori più malleabili, ruolo questo che garantisce un certificato di integrazione nella società dello spettacolo. Ma l’interpretazione del mondo fornita dall’ideologia dominante si trova in contraddizione con la realtà socio-economica (perché in ritardo su essa) e sono proprio i giovani che per primi affermano un irresistibile furore di vivere e insorgono spontaneamente contro la noia quotidiana e il tempo morto che il vecchio mondo continua a secernere attraverso le sue varie modernizzazioni. La frazione ribelle della gioventù esprime il rifiuto puro senza la coscienza di una prospettiva di superamento, il rifiuto nichilistico. Questa prospettiva cerca se stessa e si costituisce dappertutto nel mondo. Ha bisogno di raggiungere la coerenza della critica teorica e l’organizzazione pratica di questa coerenza. A livello superficiale i “blousons noirs” in tutti i paesi esprimono con il massimo della violenza apparente il rifiuto di integrarsi. Ma il carattere astratto del loro rifiuto non lascia loro nessuna possibilità di sfuggire alle contraddizioni di un sistema di cui
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Non solo essi la avvertono, ma la esprimono teoricamente e praticamente con incoerenza ogni giorno minore e radicalità sempre maggiore.

sono il prodotto negativo spontaneo. I “blousons noirs” sono il prodotto di tutti gli aspetti dell’ordine attuale: la configurazione urbanistica dei grandi agglomerati cittadini, la decomposizione dei valori, l’aumento del tempo libero da consumare sempre più noiosamente, il controllo umanistico-poliziesco esteso in misura sempre maggiore a tutta la vita quotidiana, la sopravvivenza della cellula familiare priva di ogni significato. Essi disprezzano il lavoro, ma accettano la merce. Vorrebbero avere tutto quello che la pubblicità esibisce loro, subito e anche se non possono pagarlo. Questa contraddizione fondamentale domina tutta la loro esistenza ed é il cerchio che imprigiona il loro tentativo di affermazione nella ricerca di una vera libertà nell’impiego del tempo, l’affermazione individuale e la costituzione di una specie di comunità (però le loro microcomunità ricompongono ai margini della società sviluppata un primitivismo in cui la miseria ricrea ineluttabilmente una gerarchia all’interno della banda. Questa gerarchia che si può affermare solo nella lotta con altre bande isola ogni banda e in ogni banda l’individuo). Per uscire da questa contraddizione il blouson noir dovrà alla fine lavorare per comprare le merci e a questo punto tutto un settore della produzione é espressamente creato per il suo recupero come consumatore (moto, chitarre elettriche, vestiti, dischi, ecc.) oppure deve scontrarsi con le leggi della merce o in modo elementare rubandola, o in maniera cosciente elevandosi alla critica rivoluzionaria del mondo della merce. Il consumo smussa la carica rivoluzionaria di questi giovani ribelli e la loro rivolta ricade nel peggiore conformismo. L’unica via di uscita dei blousons noirs è o la presa di coscienza rivoluzionaria o l’obbedienza cieca nelle fabbriche. I Provos costituiscono la prima forma di superamento dell’esperienza dei blousons noirs, l’organizzazione della sua prima espressione politica. Sono nati dall’incontro tra i rifiuti dell’arte decomposta in cerca di successo e una massa di giovani ribelli in cerca di affermazione. La loro organizzazione ha permesso agli uni e agli altri di avanzare e di accedere a un nuovo tipo di contestazione. Gli “artisti” hanno portato alcune tendenze al gioco ancora molto

mistificate, accoppiate a un guazzabuglio ideologico; i giovani ribelli dal canto loro non avevano che la violenza della rivolta. Fin dall’inizio della loro organizzazione le due tendenze sono rimaste distinte; la massa senza storia si é trovata di colpo sotto la tutela di una piccola classe dirigente sospetta di mantenere il “potere” con la secrezione di una ideologia “provotaria”. Non si é verificato il passaggio della violenza dei blousons noirs sul piano delle idee, nel tentativo di superare l’arte, anzi é stato il riformismo neo-artistico che si é imposto. I provos sono l’espressione dell’ultimo riformismo prodotto dal capitalismo moderno: quello della vita quotidiana. Mentre é assolutamente necessaria una rivoluzione ininterrotta per cambiare la vita, la gerarchia provo crede - come Bernstein credeva di trasformare il capitalismo in socialismo con le riforme - che sia sufficiente apportare qualche miglioramento per cambiare la vita quotidiana. I provos scegliendo il frammentario finiscono per accettare la totalità. Per darsi una base i loro dirigenti hanno inventato la ridicola ideologia del “Provotariato” (pasticcio artistico-politico ingenuamente preparato con i resti ammuffiti di una festa che non hanno conosciuto), destinata secondo loro a opporsi alla pretesa passività e all’imborghesimento del proletariato, ritornello di tutti gli imbecilli del secolo. Disperando di trasformare la totalità, disperano delle sole forze che sono portatrici della speranza di un superamento di cui esiste effettivamente la possibilità. Il proletariato é il motore della società capitalistica e perciò il suo nemico mortale; tutto é fatto per reprimerlo (i partiti, i sindacati burocratici, la polizia più spesso diretta contro il proletariato che contro i provos, la colonizzazione di tutta la sua vita) perché il proletariato é l’unica forza veramente pericolosa per il sistema. Ma i provos non l’hanno capito affatto e restano incapaci di fare la critica del sistema di produzione rimanendo perciò prigionieri di tutto il sistema. Quando in una sommossa operaia che ha scavalcato i sindacati la base é passata alla violenza diretta, i dirigenti sono stati completamente superati dal movimento e nel loro disorientamento non

hanno trovato di meglio che denunciare gli “eccessi” e lanciare appelli pacifisti, rinunciando miseramente al loro programma (che era provocare le autorità per m ostrarne il carattere repressivo) e gridando per di più che erano provocati dalla polizia. Sono giunti al colmo di fare appello attraverso la radio dei giovani sovversivi perché si lasciassero educare dai provos, cioè dai dirigenti che hanno ampiamente dimostrato che la loro vaga “anarchia” é soltanto un’ennesima menzogna. La base ribelle dei provos può accedere alla critica rivoluzionaria soltanto se si rivolta contro i suoi capi, unendosi alle forze rivoluzionarie oggettive del proletariato e sbarazzandosi della gente come Constant (artista ufficiale dell’Olanda reale) e De Vries, parlamentare fallito amministratore della polizia inglese. Allora soltanto i provos potranno raggiungere la contestazione moderna autentica di cui hanno già una base reale. Se vogliono veramente trasformare il mondo non sanno che farsene di quelli che vogliono accontentarsi di dipingerlo in bianco. Ribellandosi contro i propri studi gli studenti americani hanno con quest’atto stesso messo in questione la società che di tali studi ha bisogno. L loro rivolta contro la gerarchia universitaria (a Berkeley e a altrove) si é affermata come rivolta contro tutto il sistema sociale basato sulla gerarchia e sulla dittatura economica dello stato. Rifiutandosi di farsi integrare nei settori di produzione a cui li destinavano i loro studi specializzati contestano a fondo un sistema di produzione in cui tutte le attività e tutti i prodotti sfuggono completamente ai produttori. Anche se ancora confusamente e per tentativi la gioventù americana in rivolta è alla ricerca di una alternativa rivoluzionaria coerente con nella “società del benessere”. Questi giovani ribelli restano legati in larga misura ai due aspetti relativamente accidentali della crisi americana: il problema negro e il Vietnam; e le piccole organizzazioni che costituiscono la “Nuova Sinistra” ne risentono pesantemente21 . Esse hanno un’autentica
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Cfr. American Revolution di James Boggs dove per la prima volta emerge in tale ambiente l’esigenza storica per l’abolizione del lavoro e dei rapporti mercantili; ma lo stesso Boggs, che esalta gli studenti americani come componente principale del nuovo proletariato, unisce queste verità alle menzogne del capitalismo negro in nuce di Stokely Carmichael: accusa di fascismo i lavoratori bianchi, mercé una

esigenza di democrazia, ma la debolezza del loro contenuto sovversivo le fa ricadere in pericolose contraddizioni. E’ facile rendere innocua la loro ostilità alla politica tradizionale delle vecchie organizzazioni, perché sono politicamente ignoranti e si nutrono di false opinioni su quanto accade realmente nel mondo. L’ostilità astratta alla loro società li porta ad ammirare e a sostenere i suoi nemici più apparenti: le burocrazie dette socialiste, la Cina o Cuba22 . E’ così possibile trovare in un gruppo come “Resurgence Youth Movement” sia la condanna a morte dello stato sia l’esaltazione della Rivoluzione Culturale condotta dalla più gigantesca burocrazia dei tempi moderni: la Cina di Mao23 . D’altronde un’organizzazione semilibertaria e non gerarchica come la loro rischia di cadere nell’ideologia della “dinamica dei gruppi” o nel mondo chiuso della setta, per l’evidente mancanza di contenuto. Il consumo di massa di droga esprime una miseria reale e la protesta contro questa miseria: è la ricerca illusoria di libertà in un mondo senza libertà, critica religiosa di un mondo che ha superato la religione. E’ significativo che la droga sia specialmente diffusa tra i beatniks (la destra dei giovani ribelli) focolai di rifiuto ideologico e di assurde superstizioni come lo Zen, lo spiritismo, il misticismo della “New Church” e altro marciume del genere: gandhismo e umanesimo... Nella ricerca di un programma rivoluzionario gli studenti americani commettono lo stesso errore dei provos e si proclamano “la classe più sfruttata della società”; è necessario che si rendano conto di non avere interessi

congegnata debolezza di analisi che cela a malapena i suoi usi ideologici, come l’affermazione, cara a tutti i Marcuse, del ruolo centrale rivoluzionario dei sottosviluppati, Cina alla testa. La dialettica è tornata a camminare sulla testa dei suoi utenti. 22 Così il grido individuale e collettivo che motiva la ribellione con le reali mancanze di ogni possesso sulla propria vita e di una vita che è solo possesso della noia e dell’umiliazione quotidiane, diventa, attraverso i contorti filtri della Cultura ideologica, un “Ho Chi Min” scandito nelle manifestazioni spettacolari della contestazione consolatoria. La verità parziale, cioè la menzogna del Mao-Guevarismo, è ancora quella dell’LSD e delle pratiche psichedeliche. 23 Vedi più avanti Il punto di esplosione dell’ideologia in Cina e Contributi che servono a rettificare l’opinione del pubblico sulla rivoluzione dei paesi sottosviluppati [n.d.r.: qui si intende rimandare, evidentemente, ad altri due articoli che sono pubblicati nel medesimo volume da cui “Vis-à-vis” ha tratto il presente saggio].

separati da tutti coloro che sono soggetti all’oppressione e alla schiavitù della merce. Anche nell’Europa orientale il totalitarismo burocratico comincia a produrre le sue forze negative. La rivolta dei giovani é particolarmente violenta anche se noi la conosciamo soltanto attraverso le denuncie degli organi dell’apparato statale e le misure poliziesche adottate per contenerla. Siamo informati che una parte dei giovani non “rispetta” più l’ordine morale e familiare (che esiste nella sua forma borghese più detestabile), si dà a una vita “dissoluta”, disprezza il lavoro e non obbedisce più alla polizia del partito. In URSS è stato nominato un ministro espressamente per combattere l’hooliganismo. Parallelamente a questa rivolta generica tenta di farsi strada una contestazione più cosciente: gruppi di politici e piccole rivolte clandestine appaiono e scompaiono secondo le fluttuazioni della repressione poliziesca. L’episodio più importante di questa lotta é stata la pubblicazione della Lettera aperta al Partito Operaio polacco dei giovani Kuron e Modzelewski. In essa si affermava chiaramente la necessità dell’abolizione dei rapporti di produzione esistenti e la “ineluttabilità di una rivoluzione che la realizzasse”. Gli intellettuali dei paesi dell’Est cercano ora di rendere coscienti e formulare chiaramente le ragioni di questa critica che gli operai hanno già messo in pratica a Berlino-Est, a Varsavia, a Budapest: la critica proletaria al potere della classe burocratica. Questa rivolta ha lo svantaggio di porsi contemporaneamente i problemi reali e la loro soluzione. Mentre negli altri paesi il movimento è possibile, ma il fine rimane mistificato, nelle burocrazie cosiddette socialiste la contestazione non si fa illusioni e conosce i suoi fini: deve inventare le forme della sua realizzazione e trovare la strada che vi conduce24 .
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Si pone il problema della Rivoluzione in ogni luogo, tranne per quei paesi per i quali dovrebbe essere posto innanzitutto: gli Stati Uniti, la Svezia, il Giappone, l’Inghilterra, per non dire dell’Unione Sovietica o della Polonia. La ridicola petizione stalinista della “costruzione del socialismo in un solo paese” ha sostituito ovunque l’obiettivo rivoluzionario: la società comunista, basata sulla libera creazione delle situazioni. “Dappertutto rivoluzionari da nessuna parte la Rivoluzione” (Dichiarazione ai rivoluzionari d’Algeria e di tutti i paesi).

La rivolta dei giovani inglesi ha trovato la sua prima espressione organizzata nel movimento antiatomico. Questa lotta parziale, raccolta intorno al programma generico del Comitato dei Cento - che arrivò a mobilitare fino a 300.000 manifestanti - ha compiuto la sua più bella azione nella primavera del 1963 con lo scandaloso RSG 625 . Ma la sorte del movimento antiatomico era segnata: per mancanza di prospettive reali doveva necessariamente sgonfiarsi, assorbito dai rimasugli della politica tradizionale e dalle belle anime pacifiste. L’arcaismo del controllo nella vita quotidiana, tipico dell’Inghilterra, non ha resistito all’assalto del mondo moderno, e la decomposizione accelerata dei valori tradizionali genera alcune tendenze profondamente rivoluzionarie nella critica di tutti gli aspetti dell’esistenza quotidiana26 . E’ necessario che le esigenze dei giovani si allineino con le forze di resistenza di una classe operaia che è tra le più combattive del mondo, la classe degli shop-stewards e degli scioperi selvaggi; la vittoria verrà loro soltanto da una prospettiva comune. Il disfacimento della socialdemocrazia al potere fornisce un ulteriore probabilità di realizzare un’azione comune. Le esplosioni che una simile alleanza potrebbero provocare sarebbero di gran lunga più imponenti e grandiose di tutto quello che si è visto ad Amsterdam. La sommossa provotaria sarà al confronto un gioco di bambini. Soltanto così potrà nascere un vero movimento rivoluzionario in cui avranno trovato posto le esigenze pratiche. Tra i paesi industrialmente avanzati il Giappone è l’unico in cui sia già realizzata la fusione del movimento studentesco con gli operai di avanguardia. Zengakuren, la famosa organizzazione degli studenti rivoluzionari e la Lega dei giovani lavoratori marxisti sono le due importanti organizzazioni ispirate all’orientamento comune della Lega Comunista Rivoluzionaria. Questa associazione è già arrivata a porsi il problema dell’organizzazione rivoluzionaria. Essa combatte
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simultaneamente e senza illusioni il capitalismo occidentale e la burocrazia dei paesi falsamente detti socialisti. Raggruppa già alcune migliaia di studenti e di operai organizzati su basi democratiche e antigerarchiche e sulla partecipazione di tutti i membri a tutte le attività dell’organizzazione. I rivoluzionari giapponesi sono per questa ragione i primi al mondo a condurre grandi lotte organizzate, con un programma avanzato e larga partecipazione delle masse. Migliaia di operai e di studenti scendono instancabilmente in piazza e affrontano con violenza la polizia giapponese. Tuttavia, anche se combatte fermamente i due grandi sistemi che si dividono il mondo, la Lega Comunista Rivoluzionaria non li ha ancora completamente e concretamente spiegati. Sta ancora cercando di definire con esattezza lo sfruttamento burocratico, e non è ancora riuscita a formulare esplicitamente i caratteri fondamentali del capitalismo moderno, la critica della vita quotidiana e la critica dello spettacolo. La Lega Comunista Rivoluzionaria resta fondamentalmente un’Organizzazione politica d’avanguardia, erede della migliore organizzazione proletaria classica. E’ attualmente il più importante movimento rivoluzionario del mondo e deve costituire uno dei centri di discussione e di raccolta della nuova critica rivoluzionaria proletaria del mondo27 . Creare finalmente la situazione che renda impossibile qualsiasi ritorno al passato
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Quando i membri del movimento antiatomico scoprirono, rivelarono e poi invasero dei rifugi antiat omici segretissimi riservati ai membri del governo. 26 Si pensa all’eccellente rivista “ Heatwave” che sembra evolversi verso un radicalismo sempre più rigoroso.

Non possiamo dimenticare in questa rassegna l’SDS e la sua ideologia, ammirata da tutti gli studenti e i culturali più scaltriti. Ciò che colpisce nella “teoria” e nella pratica dell’SDS, che pure sono di quanto meno repellente sia uscito da ambienti studenteschi prima del Maggio, è la superputrefazione di ciò che, ai fini “dell’ultima rivoluzione della Preistoria”, è assolut amente secondario, assieme al sistematico abbandono di ciò che invece è effettivamente importante . Così nei “ saggi” della vedette locale Rudi Dutschke possiamo assistere a ridicoli questionamenti su ciò che possiamo fare per la lotta del cosiddetto Terzo Mondo, mentre nessuna persona seria dubita che l’unica risposta possibile è data come una risposta ad un’altra domanda : quello che dobbiamo fare per noi stessi. Così la carità cristiana (presa da Sant’Agostino) e lo psicologismo più screditato (preso da Marcuse, quel coglione) gli fanno porre tutti i problemi tranne quelli che dovrebbero esserlo: l’abolizione del lavoro e della merce, dello Spettacolo e della Cultura, il potere dei Consigli Proletari.... A tutto questo lo studente Dutschke e i suoi ammiratori preferiscono l’ideologia sottoromantica dell’Agnello Guevara, il prete che prima di immolarsi disse ai giovani “comunisti” cubani: “levate in alto i simboli, che sono i simboli di tutto il popolo cubano: lo studio, il lavoro e il fucile”. La controrivoluzione sottosviluppata-studentesca leva in alto i simboli preistorici: la Cultura, l’Economia e l’Esercito.

Essere all’avanguardia significa camminare al passo con la realtà28 . La critica radicale del mondo moderno deve avere come oggetto e come obiettivo la totalità. Deve anche esercitarsi sul suo passato reale, su quello che effettivamente esso è e sulle prospettive della sua trasformazione. Infatti per poter dire tutta la verità sul mondo attuale e a maggior ragione per formulare il progetto del suo sovvertimento totale, bisogna essere capaci di rivelare tutta la sua storia nascosta e guardare in maniera totalmente critica la storia del movimento rivoluzionario internazionale, inaugurato più di un secolo fa dal proletariato dei paesi occidentali, le sue sconfitte e le sue vittorie. Questo movimento volto contro l’organizzazione del vecchio mondo è da lungo tempo finito29 , ed é fallito. La sua ultima manifestazione storica è stata la sconfitta della rivoluzione proletaria in Spagna (a Barcellona nel maggio 1937). Tuttavia le sue “sconfitte” ufficiali, come le sue “vittorie” ufficiali devono essere giudicate alla luce delle loro conseguenze storiche e la loro verità riscoperta. Possiamo affermare che “ci sono sconfitte che sono vittorie e vittorie più vergognose delle sconfitte” (Karl Liebknecht poco prima di essere assassinato). La prima grande disfatta del potere proletario, la Comune di Parigi, è in realtà la sua prima grande vittoria, perché per la prima volta il proletariato vi ha affermato la sua capacità di dirigere autonomamente e liberamente tutti gli aspetti della vita sociale. La sua prima grande vittoria, la rivoluzione bolscevica, non è in definitiva che la sua sconfitta più carica di conseguenze. Il trionfo dell’ordine bolscevico concise con il movimento controrivoluzionario internazionale che ebbe inizio con l’annientamento degli Spartachisti da parte della “socialdemocrazia” tedesca. Il loro comune trionfo fu più profondo del loro apparente antagonismo e questo ordine
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“ Internationale Situazionniste”” n.8. “ Internationalle Situationniste” n.7. La ricostruzione del movimento proletario internazionale passa necessariamente per il riconoscimento della sua prima sconfitta e delle sue cause ancor oggi inaudite. Questo è un criterio molto preciso per discriminare i rivoluzionari da coloro che non fanno altro che muovere le immagini putrefatte del vecchio movimento come ombre cinesi sullo sfondo di un nuovo prolet ariato che solo ora sta uscendo dalla sua passività di prodotto. Si tratta di chi combatte la falsa coscienza reificata nello Spettacolo generale e di chi contribuisce al suo mantenimento.

bolscevico è stato in definita soltanto un nuovo travestimento e una figura particolare del vecchio ordine di cose. I risultati della controrivoluzione russa sono stati: all’interno la costituzione e lo sviluppo di un nuovo modo di sfruttamento, il capitalismo burocratico di stato, e all’esterno la moltiplicazione delle sezioni dell’Internazionale detta comunista, succursali destinate a difendere e a diffondere il suo modello. Il capitalismo nelle sue diverse varianti, burocratiche e borghesi, rifioriva nuovamente sui cadaveri dei marinai di Kronstadt e dei contadini di Ucraina, degli operai di Berlino, Kiel, Torino, Shangai e più tardi di Barcellona. La III Internazionale, apparentemente creata dai bolscevichi per lottare contro i residui della socialdemocrazia riformista della II Internazionale e raggruppare l’avanguardia proletaria nei “partiti comunisti rivoluzionari”, era troppo strettamente legata ai suoi creatori e ai loro interessi per poter realizzare in un paese qualsiasi la vera rivoluzione socialista. In effetti la II Internazionale era la verità della III. Ben presto il modello russo si è imposto alle organizzazioni operaie dell’Occidente e le loro evoluzioni sono diventate una sola e medesima cosa. Alla dittatura totalitaria della burocrazia (nuova classe dirigente) sul proletariato russo corrisponde in seno a queste organizzazioni il dominio di un ceto di burocrati politici e sindacali sulla grande massa dei lavoratori, i cui interessi sono diventati completamente contraddittori con i loro. Il mostro stalinista ha ossessionato la coscienza operaia mentre il capitalismo, in via di burocratizzazione e di sovrasviluppo, ha risolto le sue crisi interne e ha affermato trionfalmente la sua nuova vittoria che pretende permanente. Una stessa configurazione sociale, solo apparentemente diversa, si é impadronita del pianeta e i principi del vecchio mondo continuano a governare il nostro mondo moderno. I morti ossessionano ancora il cervello dei vivi. All’interno di questo mondo alcune organizzazioni che si pretendono rivoluzionarie combattono solo apparentemente, sul suo terreno, il vecchio ordine attraverso le più grandi mistificazioni. Tutte si richiamano a ideologie più o meno pietrificate e non fanno in

definitiva che partecipare al consolidamento dell’ordine dominante. I sindacati e i partiti politici creati dalla classe operaia per la propria emancipazione sono diventati semplici regolatori del sistema, proprietà privata dei dirigenti che lavorano alla propria emancipazione e trovano un loro posto all’interno della classe dirigente di una società che si guardano bene dal mettere in discussione. Il programma reale di questi sindacati e partiti ripete banalmente la fraseologia “rivoluzionaria” e applica in realtà le parole d’ordine del riformismo più edulcorato, poiché il capitalismo stesso si è fatto ufficialmente riformista. Dove hanno potuto impadronirsi del potere - in paesi più arretrati della Russia - hanno soltanto riprodotto il modello stalinista del totalitarismo controrivoluzionario30 . Negli altri paesi sono il complemento statico e necessario 31 dell’autoregolazione del capitalismo burocratizzato, la contraddizione indispensabile per il mantenimento del suo umanesimo poliziesco. D’altra parte restano nei confronti delle masse operaie - i garanti incorruttibili e i difensori senza riserve della controrivoluzione burocratica, i docili strumenti della sua politica estera. In un modo fondamentalmente mistificatore sono i portatori della mistificazione più totale e lavorano alla perpetrazione della dittatura universale dell’Economia e dello Stato. Come affermano i situazionisti “un modello sociale universalmente dominante che tende all’autoregolazione totalitaria è solo apparentemente combattuto da false contestazioni portate sul suo stesso terreno, illusioni che al contrario lo rafforzano. Lo
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pseudosocialismo burocratico è il più grandioso tra questi mascheramenti del vecchio mondo gerarchico del lavoro alienato”32 . Il sindacalismo studentesco è soltanto la caricatura di una caricatura, la ripetizione burlesca e inutile di un sindacalismo degenerato33 . La rivoluzione deve a sua volta rompere definitivamente con la preistoria e trovare la sua poesia soltanto nell’avvenire. I “bolscevichi risuscitati” che giocano la commedia dell’attivismo nei gruppi minoritari sinistroidi non sono che il tanfo del passato e non annunciano l’avvenire. Relitti del grande naufragio della “rivoluzione tradita” si presentano come i paladini dell’ortodossia bolscevica; la difesa dell’URSS é insieme l’espressione di una fedeltà illimitata e di una scandalosa rinuncia. Le correnti di sinistra possono mantenere ancora in vita qualche illusione solamente nei tanto decantati paesi sottosviluppati dove ratificano il sottosviluppo teorico. In tutta la sinistra da “Partisans” (organo dello stalinismo34 e del trotzkismo35 riconciliati) a tutte le tendenze e semitendenze che si disputano “Trotzkj” all’interno e all’esterno della “IV Internazionale”, dominano un’identica ideologia rivoluzionista e un’identica incapacità pratica e teorica di capire i problemi del mondo moderno. Quarant’anni di storia controrivoluzionaria le separano dalla Rivoluzione. Si sbagliano perché non siamo più nel 1920, e nel 1920 si sbagliavano già. La dissoluzione del gruppo “di estrema sinistra” Socialisme ou Barbarie dopo la sua scissione in due frazioni “modernista cardanista” e “marxista classica” di Pouvoir Ouvrier sta a dimostrare, se ce ne fosse
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Tendono a industrializzare il paese attraverso la classica accumulazione primitiva a spese delle classi rurali, accelerata dal terrore burocratico. Ma mentre nei paesi ex-coloniali gli stalino-castro-maoisti svolgono ancora una funzione storica progressiva, poiché pongono le premesse per la rivoluzione che li distruggerà, il mao-guevarismo-leninismo che si attua nei paesi dell’Europa ha una funzione puramente spettacolare : i suoi paladini vorrebbero infatti fare una “rivoluzione” che la borghesia ha già fatto. La loro ridicolaggine si arresta solo là dove comincia la possibilità che questi gruppi possano diventare un falso “ricambio al vertice”, una soluzione di riserva nel corso dell’insurrezione proletaria, non ancora padrona dei suoi obiettivi e dei suoi mezzi. 31 Da decenni il partito cosiddetto comunista italiano, “il più forte dell’Occidente”, non ha fatto un passo avanti verso la presa del potere; lo stesso vale per tutti i paesi avanzati dove non è arrivata l’Armata detta Rossa. C’è ragione di ritenere che i nuovi concorrenti “marxisti-leninisti” sapranno fare anche di peggio, se non cercheranno di cavalcare il nuovo movimento proletario, mistificando la loro propensione reale per tutti i tipi di potere separato.

La lutte de classe en Algèrie, in “Internationale Situationniste” n.10 e la Dichiarazione ai rivoluzionari d’Algeria e di tutti i paesi, qui tradotto [n.d.r.: da intendersi sempre, come per la nota precedente n. 23, come un rinvio a altri scritti situazionisti pubblicati sul medesimo volume da cui stiamo riportando il presente saggio]. 33 Mentre gli attuali “movimenti studenteschi” finché rimangono tali, cioè separati nella loro miseria strumentalizzabile da tutte le ideologie burocratiche e da tutte le miserie sotto-leniniste oggi in decorso, sono effettivamente putrefazioni di putrefazioni, tanto più inutili quanto più, anziché esprimere coerentemente e praticamente la modernità del nuovo proletariato rivoluzionario, si fanno recuperare dal cadavere di una sconfitta, riverniciato per gli impieghi di tutte le borghesie. 34 Va da sé, che si sta parlando dello stalinismo in tutte le sue maschere finora inventate, di cui sarebbe troppo lungo fare l’elenco, ma che il lettore benintenzionato potrà riconoscere facilmente da quanto detto finora. Qui se ne tratteranno solo alcune. 35 Per fortuna i nostri trotzkisti in Italia hanno un seguito pari alla loro inconsistenza storica.

bisogno, che non ci può essere rivoluzione fuori dalla realtà contemporanea, né pensiero contemporaneo scisso dalla critica rivoluzionaria che è da reinventare36 . Tale dissoluzione è significativa del fatto che ogni separazione tra questi due aspetti ricade inevitabilmente o nel museo della Preistoria rivoluzionaria ormai esaurita o nella forma contemporanea del potere, vale a dire nella controrivoluzione dominante: “Voix ouvrière” o “Arguments”. Quanto ai diversi gruppetti “anarchici” prigionieri tutti quanti di questo appellativo, non hanno nient’altro all’infuori di una ideologia ridotta a una semplice etichetta. L’assurdo “Monde Libertaire” evidentemente redatto da studenti raggiunge il grado più pazzesco di idiozia e di confusione. Questi individui tollerano effettivamente tutto, dal momento che riescono a tollerarsi reciprocamente. La società dominante che si compiace della sua permanente modernizzazione deve a questo punto trovare un interlocutore, cioè la negazione modernizzata da essa stessa prodotta: “Lasciamo che i morti seppelliscano i morti e li piangano”. Le demistificazioni pratiche del movimento storico sgombrano la coscienza rivoluzionaria
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Vedi l’“Internationale Situationniste” n.9. Ma si dice tutto della situazione italiana e del suo ritardo quando si pensa che i cardanisti sono da noi totalmente “estremisti” che non esistono nemmeno, beninteso fra gli studenti e simili, poiché del proletariato italiano (malgrado gli entusiasmi delle signore d’avanguardia) si può dire solo che soffre e si consola con il calcio. Quanto a tutti gli operaisti, adoratori di tutte le miserie attuali dei lavoratori, che sono per loro il nec plus ultra del Bello e del Buono, basterà dire che affermano di combattere il mondo delle merci, ma poi tollerano tutti i suoi prodotti, a cominciare dal proletariato medesimo. Essi dalla fabbrica si ritrovano alle scrivanie del “partito”, cfr. “Il Potere Operaio” e i suoi studenti [n.d.r.: Se per un verso ci risulta oscuro l’accenno alle “signore d’avanguardia”, a meno che non si voglia alludere a svariati “chiaccheratissimi amorazzi” che travolsero alcune “gran dame” di salotti più o meno prestigiosamente maleodoranti, in “torbidi amplessi” con qualche leaderino frustrato, anzitempo voglioso di verificare quali stupefacenti porte poteva giungere ad aprirgli la propria già lanciatissima carriera di cripto-professionista della Politika, comunque già approdata alle luci della ribalta mediatica ed a qualche matrona dell’“alta società”, grazie allo slancio ... dell’onda del movimento. Nel secondo caso, crediamo che ci si riferisca al microgrupuscolo cosidetto de “Il Potere Operaio Pisano”, in cui si “fece le ossa” Sofri da bambino prodigio iscritto alla Normale di Pisa, prima di spiccare il volo verso i cancelli di Mirafiori, durante l’anno accademico 1968/1969, cioè proprio a cavallo della chiusura in stampa del libro da cui abbiamo tratto questo articolo, il fatidico 1969. D’altronde, come già accennato, fino agli albori di quest’ultimo anno, era riuscita a prendere forma (invero orrorifica!) solo l’ “Unione marxista-leninista Italiana Servire il Popolo”, dell’ineffabile duo Brandirali/Merdolesi ... dopo l’“estate” stupenda dell’autunno successivo arrivò definitivamente l’“inondazione” e ci si dovette anche “abituare” all’orrido spettacolino da saltimbanchi improvvisati della gruppettistica!]

dai fantasmi che la ossessionavano; la rivoluzione della vita quotidiana si trova di fronte ai compiti immensi che deve assolvere. La rivoluzione come la vita che essa promette deve essere reinventata. Se il progetto rivoluzionario resta fondamentalmente lo stesso: abolizione della società classista, questo significa che in nessun luogo le condizioni della rivoluzione sono state radicalmente trasformate. E’ compito dei rivoluzionari di oggi riprendere il progetto rivoluzionario con un radicalismo e una coerenza accresciuti dall’esperienza del fallimento delle vecchie rivoluzioni, per evitare che una realizzazione parziale generi una nuova divisione della società. La lotta tra il potere e il nuovo proletariato si può condurre soltanto sulla totalità, e il futuro movimento rivoluzionario deve perciò abolire nel proprio ambito tutto quello che può riprodurre i prodotti alienati del sistema consumistico37 ; deve esserne nello stesso tempo la critica vivente e la negazione che porta in sé tutti gli elementi del superamento possibile. Come esattamente ha visto Lukacs (applicandolo però ad un oggetto che non ne era degno: il partito bolscevico), l’organizzazione rivoluzionaria é la mediazione necessaria tra la teoria dei lavoratori e il proletariato costituito in classe. Le tendenze e le divergenze “teoriche” devono trasformarsi in problemi di organizzazione se vogliono trovare la strada della realizzazione pratica. La questione dell’organizzazione sarà la prova del fuoco del nuovo movimento rivoluzionario, il tribunale davanti al quale sarà giudicata la coerenza del suo progetto essenziale: la realizzazione internazionale del potere assoluto dei Consigli Operai, quale si é venuto configurando attraverso le esperienze delle rivoluzioni proletarie di questo secolo. Questa organizzazione deve per prima cosa proporre la critica radicale di tutti i fondamenti della società che essa combatte, cioè: la produzione della merce, l’ideologia in tutti i suoi travestimenti, lo Stato e le scissioni che impone. La scissione tra teoria e prassi è stato lo scoglio contro il quale si è infranto il vecchio movimento rivoluzionario. Soltanto i
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Che è legato per la vita e per la morte con il dominio del lavoro, dell’attività mercificata.

momenti più alti delle lotte proletarie hanno superato questa scissione e ritrovato così la loro verità. Nessuna organizzazione ha ancora risolto questo dilemma. L’ideologia per rivoluzionaria che sia é sempre al servizio dei padroni, campanello d'allarme che denuncia il nemico nascosto. Per questa ragione la critica dell’ideologia deve essere in ultima analisi il problema centrale dell’organizzazione rivoluzionaria. Soltanto la realtà alienata produce la menzogna e questa non può riapparire all’interno di un’organizzazione che pretende di portare la verità sociale senza trasformarla in un’ennesima menzogna di un mondo fondamentalmente mistificatore. L’organizzazione rivoluzionaria che si propone di realizzare il potere assoluto dei Consigli Operai deve essere il luogo in cui si delineano tutti gli aspetti positivi di questo potere. Perciò deve condurre una lotta a fondo contro la teoria leninista del partito. La rivoluzione del 1905 e l’organizzazione spontanea dei lavoratori russi nei Soviet era già una critica pratica38 di questa nefasta teoria. Ma il movimento bolscevico persisteva nel credere che la spontaneità operaia non avrebbe potuto superare lo stadio sindacalista e che era incapace di comprendere la “totalità”. Il che significava decapitare il proletariato per permettere al partito di prendere il comando della rivoluzione. Non si può contestare, come Lenin ha fatto tanto spietatamente, la capacità storica del proletariato di emanciparsi con le sue forze, senza contestare la sua capacità di gestire totalmente la società futura. In una prospettiva di questo genere la parola d’ordine “tutto il potere ai Soviet” equivaleva alla conquista dei Soviet da parte del partito, l’instaurazione dello Stato del partito invece dello “Stato” destinato a scomparire del proletariato in armi. Questa è comunque la parola d’ordine da riprendere in modo radicale, liberandola dai secondi fini bolscevichi. O il proletariato si assume il gioco della rivoluzione per guadagnare tutto un mondo o esso non è niente. L’unica forma del suo potere, l’autogestione a tutti i livelli, non può essere divisa con nessun’altra forza. Poiché esso è la dissoluzione reale di tutti i poteri non può tollerare nessuna
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limitazione (geografica o di altra natura); gli accomodamenti che accetta si trasformano immediatamente in compromessi e in cedimenti. “L’autogestione non deve essere solo il fine, ma il mezzo stesso della nostra lotta, la posta e la regola del gioco, il soggetto e l’oggetto dell’azione e non ha bisogno di nessun altro presupposto”. La critica unitaria del mondo è la garanzia della coerenza e della verità dell’autorganizzazione rivoluzionaria. Tollerare in una parte qualsiasi del mondo l’esistenza di sistemi oppressivi (perché portano la maschera rivoluzionaria, per esempio) significa riconoscere la legittimità dell’oppressione. Ugualmente, se si tollera l’alienazione di uno degli aspetti della vita sociale, si riconosce la fatalità di tutte le reificazioni. Non basta essere per il potere astratto dei Consigli Operai, bisogna dimostrarne il significato concreto: l’eliminazione del proletariato e della produzione della merce. La logica della merce è la razionalità prima ed ultima della società attuale, é la base della autoregolazione totalitaria di queste società simili a quei giochi di pazienza i cui pezzi, in apparenza completamente diversi l’uno dall’altro, sono in realtà equivalenti. La reificazione imposta dalla società della merce é l’ostacolo fondamentale per una emancipazione totale, per la costruzione libera della vita. Nel mondo della produzione della merce la prassi non si attua in funzione di un fine determinato in modo autonomo, ma é soggetta alla pressione di poteri esterni. Se le leggi dell’economia sembrano diventare leggi naturali di un tipo particolare è solo perché il loro potere si fonda unicamente sull’“assenza di coscienza di coloro che vi sono implicati”. Il principio della produzione della merce è la perdita di se stessi nella creazione caotica e inconsapevole di un mondo che sfugge totalmente ai suoi creatori. Al contrario il nucleo radicalmente rivoluzionario dell’autogestione a tutti i livelli è la direzione cosciente dell’insieme della vita da parte di tutti. L’autogestione dell’alienazione della merce ridurrebbe gli uomini a essere soltanto i programmatori della loro sopravvivenza: è il problema della quadratura del cerchio. Compito dei Consigli Operai non sarà dunque l’autogestione del mondo esistente, ma la sua trasformazione

Dopo la critica teorica di Rosa Luxembourg.

qualitativa ininterrotta: il superamento concreto della merce (in quanto il processo di produzione della m erce non è che il travisamento gigantesco della produzione di sé da parte dell’uomo). Questo superamento implica ovviamente la soppressione del lavoro e la sua sostituzione con un nuovo tipo di attività libera, abolizione quindi di una delle fratture fondamentali della società moderna, quella tra lavoro sempre più reificato e “tempo libero” passivamente consumato. I gruppi minoritari in disfacimento, come ad esempio Socialisme ou Barbarie o Pouvoir Ouvrier, anche se allineati alla parola d’ordine moderna del Potere Operaio, continuano a seguire su questo punto centrale il vecchio movimento operaio sulla strada del riformismo del lavoro e della sua “umanizzazione”. E’ il lavoro stesso che oggi va messo in questione. La sua abolizione lungi dall’essere un’utopia é la condizione preliminare del superamento effettivo della società dei consumi e dell’abolizione - nella vita quotidiana di tutti - della separazione tra “tempo libero” e “tempo di lavoro”, settori complementari di una vita alienata in cui si proietta all’infinito la contraddizione interna della merce tra valore d’uso e valore di scambio. Soltanto superando questa opposizione gli uomini potranno fare dell’attività vitale un prodotto della loro volontà e coscienza, e potranno completarsi in un mondo da essi stessi creato. La democrazia dei Consigli Operai è la soluzione dell’enigma di tutte le scissioni attuali. Essa rende “impossibile tutto quello che esiste fuori degli individui”. Il dominio consapevole della storia da parte degli uomini che ne sono i protagonisti, questo è il progetto rivoluzionario. La storia moderna, come pure tutta la storia passata, è il prodotto della prassi sociale, il risultato - inconscio - di tutte le attività umane. All’epoca del suo dominio totalitario, il capitalismo ha prodotto al sua nuova religione: lo spettacolo. Lo spettacolo è la realizzazione profana dell’ideologia. Il mondo non ha mai camminato così bene sulla testa. “E come la “critica della religione”, la critica dello spettacolo è oggi la condizione primaria di ogni critica”.

Il problema della rivoluzione è storicamente posto all’umanità. L’accumulazione sempre più imponente dei mezzi materiali e tecnici trova riscontro solo nell’insoddisfazione sempre più profonda di tutti. La borghesia, e la sua sorella orientale, la burocrazia, non possono realizzare l’impiego razionale dello sviluppo tecnologico che sarà la base della poesia del futuro, perché entrambe lavorano al mantenimento del vecchio ordine di cose. Tutt’al più detengono il segreto del suo impiego poliziesco. Continuano ad accumulare il Capitale e perciò ad accrescere il proletariato; proletario è chi non ha nessun potere sulla vita e lo sa. La probabilità di successo che la storia offre al nuovo proletariato è quella che deriva dall’essere l’unico erede dell’inutile ricchezza del mondo borghese da trasformare e da superare nel senso dell’uomo totale e dell’approvazione totale della natura e della sua propria natura. Questa realizzazione della natura dell’uomo ha senso solo se si compie attraverso la soddisfazione illimitata e la moltiplicazione all’infinito dei desideri reali che lo spettacolo respinge nelle zone profonde dell’inconscio rivoluzionario, desideri che esso non é in grado di soddisfare se non su un piano fantastico nel delirio onirico della pubblicità. La realizzazione effettiva dei desideri reali, vale a dire l’abolizione di tutti i bisogni e i desideri fittizi che il sistema crea quotidianamente per perpetuare il suo potere non può verificarsi senza l’eliminazione dello spettacolo della società della merce e il suo superamento positivo. La liberazione della storia moderna e la libera utilizzazione delle sue molteplici conquiste può venire solo dalle forze che essa reprime: i lavoratori che non hanno nessun potere sulle condizioni, il significato e i prodotti della loro attività. Già nell’ottocento il proletariato era l’erede della filosofia, oggi é diventato anche l’erede dell’arte moderna e della prima critica cosciente della vita quotidiana. Il proletariato non può negarsi senza realizzare nel contempo l’arte e la filosofia. Trasformare il mondo e cambiare la vita sono per il proletariato la stessa cosa, sono le parole d’ordine inseparabili che accompagneranno la sua sparizione in quanto classe, la dissoluzione

della società attuale in quanto regno della necessità, e l’accesso finalmente possibile al regno della libertà. La critica radicale e la libera ricostruzione di tutti i comportamenti e i valori imposti dalla società alienata sono il suo programma massimo e la creatività liberata nella costruzione di tutti i momenti e gli avvenimenti della vita é la sola poesia che potrà riconoscere, la poesia fatta da tutti, l’inizio della festa rivoluzionaria. Le rivoluzioni proletarie saranno delle feste o non saranno affatto, perché la vita che esse annunciano sarà essa stessa creata all’insegna della festa. Il gioco é la ratio profonda di questa festa. Le sue uniche regole saranno: vivere senza tempo morto e godere senza ostacoli.

AVVISO AL PROLETARIATO ITALIANO SULLE POSSIBILITÀ PRESENTI DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE

Volantino-manifesto - fronte/retro, cm.34,5 × 49,6 Diffuso a Milano e Torino a cura della sezione italiana dell’I.S. [Gianluigi Balsebre]

COMPAGNI, ciò che il proletariato italiano sta facendo nelle fabbriche e nelle strade non è ancora la rivoluzione, ma certamente è già rivoluzionario. L’Italia si trova al centro della crisi che investe dovunque il capitalismo borghese e burocratico e che lancia il secondo assalto dei proletari di tutti i paesi contro tutti i poteri. Ma ancor oggi la verità del movimento che si preannuncia è conosciuta più dalla paura dei suoi nemici che dalla volontà affermata dai suoi protagonisti diretti. E’ ormai un processo inarrestabile a cui manca solo la coscienza di ciò che ha già fatto in qualche occasione per sapere ciò che può fare, e per farlo dovunque. Il ritorno della lotta di classe per la prima volta dopo molto tempo trova il suo sicuro inizio nel nuovo movimento spontaneo di rivolte operaie. Il fatto che la scadenza dei contratti di lavoro e le agitazioni di

sostegno indette dai sindacati negli ultimi mesi abbiano qualche volta fornito un’occasione di più perché si manifestassero dovunque lotte illegali decise dagli operai e qua e là degli inizi di sommossa, svela tanto meglio quanto le condizioni oggettive e soggettive fossero già presenti. Il contratto collettivo è stato una conquista del movimento operaio, ma esso non gli è mai bastato e oggi è per il padronato la garanzia di una tregua sociale, la forma legale della compravendita del lavoro, la catena della classe dei lavoratori alla classe dei capitalisti e dei suoi funzionari. Ma ormai le lotte reali non hanno più bisogno di rivendicazioni per cominciare, perché le rivendicazioni sono dappertutto, perché anzi non è più di rivendicazioni che si tratta ma di un movimento profondo che pone la questione sociale nella sua semplice verità e che nessun provvedimento amministrativo potrà dissolvere. Come queste lotte non sono cominciate per il contratto, così nessuno si aspetta veramente che finiscano dopo il suo rinnovo. Esse sono anzi destinate a crescere quando non sarà più possibile nascondere che esse sono represse prima di tutto dai sindacati che cercano in ogni modo di mettervi un freno. Nella presente situazione, facendo scioperi improvvisi non dichiarati, gli operai si pronunciano già contro i sindacati costringendoli ad un recupero sempre più difficile; e sanno già che nella loro nuova rivolta devono combattere prima di tutto contro di essi. Le azioni radicali compiute — in Italia per la prima volta nella storia — dagli operai della FIAT e della Pirelli nel mese di settembre, le rivolte moderne e distruttive contro la merce e contro il lavoro, sono anche, per ora, azioni isolate che non si diffondono se non per il loro

potere esemplare. Con il terrorismo delle falsificazioni e con il monopolio dei collegamenti, i sindacati isolano ogni lotta da tutte le altre, gli operai dagli operai, e fanno accettare in ogni settore lotte parziali di cui detengono i fini e il controllo poliziesco. Così, essi vogliono, molto palesemente, addormentare gli operai con una serie infinita di lotte che non cambieranno niente e cercano di farsi accettare dai lavoratori accettando a metà, ma senza mai ammetterle, il fatto compiuto anche delle azioni più violente. Se il movimento operaio vuole vincere oggi su tutto il fronte delle rivendicazioni — ciò che dà per ora una certa forza ai sindacati — è perché, liquidando le illusioni di vent’anni, vuole provare a se stesso di potere andare al di là. E questo contiene già la ragione della disfatta di tutti i sindacati. La situazione è sufficientemente avanzata perché i sindacati siano spesso costretti a non seguire più gli operai sul loro terreno, negando semplicemente l’esistenza delle loro azioni, ma non è ancora abbastanza rivoluzionaria perché queste azioni scaccino i sindacati dal loro terreno stesso, negandogli semplicemente ogni credito e ogni potere rappresentativo. Una simile situazione non può in nessun caso durare ed è davanti all’alternativa di estendersi o sparire (per la forza congiunta della repressione e dei negoziati liquidatori, fiaccando la maggioranza dei lavoratori con lotte estenuanti e con sempre maggiori concessioni, ed eventualmente anche con quella di un “governo popolare” sostenuto dal partito cosiddetto comunista: potrà così provare anche lui a difendere il vecchio mondo, se saprà dimostrare alla borghesia di esserle fedele). Nella misura in cui è

ancora una situazione precaria di pace, i lavoratori imparano a servirsi dei sindacati come degli Enti di Previdenza sociale, senza illusioni, ma nella misura in cui essa scivola inevitabilmente verso la guerra civile, l’iniziativa passa decisamente agli operai. Essi non solo imparano come è fragile il sistema di produzione semiautomatizzato ma riscoprono se stessi, la loro classe, la loro coscienza, e con la coscienza la loro forza pratica. Una fabbrica dopo l’altra, gli operai lanciano il segnale con cui si dichiarano già pronti per un attacco diretto e generale e cercano alleati nei nuovi strati di lavoratori proletarizzati. Poiché sono privati della comunicazione, i proletari si riconoscono attraverso le azioni. E le conseguenze delle loro proprie azioni li spingono avanti. Il senso più profondo delle lotte attuali, nelle quali gli operai cercano di scontrarsi apertamente con i loro nemici ma si trovano il più delle volte di fronte soltanto ai “loro” sindacati, sta nel fatto che esse spezzano l’equilibrio da guerra fredda fra i lavoratori e le burocrazie sindacali. Per perfezionare l’organizzazione sociale dell’apparenza di cui i sindacati divengono nella crisi attuale il miglior sostegno materiale, essi chiedono che venga nascosta la presenza “provocatoria” della polizia nei “pacifici conflitti di lavoro”. Nei loro sogni, essi si immaginano, insieme al partito cosiddetto comunista di “rendere inutile” la polizia per divenire poliziotti essi stessi, e vogliono comprare al Parlamento, “in nome dei lavoratori”, il disarmo della polizia offrendo in cambio il disarmo del proletariato.

Per la loro azione, i sindacati hanno bisogno dell’esistenza del capitale e dello Stato mentre l’interesse dei lavoratori è la loro abolizione, perché sono essi i produttori di tutta la ricchezza sociale e dunque i suoi legittimi padroni. Giocando a fare gli “estremisti” di fronte a un movimento ben più estremista di loro, i sindacati possono anche credere di avere con ciò domandato il massimo che si possa esigere dal capitale, ma senza mai metterne in discussione l’esistenza. Riformista per sua natura, il sindacato resta il miglior sostegno di un padronato divenuto riformista a sua volta. Le burocrazie politiche e sindacali non sono dunque delle organizzazioni operaie decadute e traditrici, ma un meccanismo di integrazione nella società capitalista, la società della proprietà privata o statale, della merce e del lavoro salariato. Il loro programma è di rincorrere la lotta di classe offrendone ogni giorno un debole surrogato, e per fare ciò non possono mai sconfessare troppo apertamente le iniziative della base, ma selezionarle, appropriarsene e giocare al rialzo nelle rivendicazioni. In breve essi cercano, con una trasformazione apparente delle condizioni sociali, di corrompere i lavoratori con elemosine mascherate da conquiste, di spezzare la loro forza rivoluzionaria rendendo momentaneamente il più possibile tollerabile e comoda la sopravvivenza in questa situazione. Tutto il problema dei sindacati e dei burocrati stalinisti si riduce alla miserabile preoccupazione di mantenere se stessi conservando il loro “potere contrattuale”; ma per conservarlo, sono costretti ad affrontare ogni rischio pur di potersi presentare come i “rappresentanti” esclusivi dei

lavoratori, in un momento in cui la base operaia glielo rende sempre più difficile togliendogli l’unica giustificazione. Essi devono constatare che ogni giorno è per loro peggiore del precedente e che devono ormai preoccuparsi seriamente del proprio avvenire. Queste lotte e la loro prospettiva non sono limitate all’Italia, ma sono internazionali. Il 30 maggio 1968, durante il movimento delle occupazioni in Francia, i situazionisti hanno scritto un Appello a tutti i lavoratori: “quelli che hanno già respinto gli accordi derisori che soddisfacevano le direzioni sindacali devono scoprire che possono ‘ottenere’ molto di più nel quadro dell’economia esistente, ma che possono prendere tutto trasformandone tutte le basi per proprio conto. I padroni non possono forse pagare di più; ma possono scomparire”. Non bisogna né farsi né diffondere delle illusioni sulle possibilità immediate di un successo completo. Il movimento rivoluzionario del proletariato torna dopo mezzo secolo di annientamento trovando tutti i suoi nemici ben saldi, burocrati e borghesi. Ma nel momento di inizio della lotta rivoluzionaria moderna è importante mostrare il massimo a cui essa deve tendere subito, e il terreno a partire dal quale tutto sarà in gioco. Ora i lavoratori devono arrivare, nelle fabbriche e dovunque, fino a prendere la parola per proprio conto e a dire ciò che vogliono. Ma per farlo scoprono presto di dover prima creare con la loro azione autonoma le condizioni concrete, che oggi non esistono, che gli permettano di parlare e di agire, di dover dunque rovesciare le condizioni esistenti.

Il pericolo maggiore, che non bisogna mai mancare di denunciare, e che compare oggi insieme alla pericolosità delle lotte operaie autonome, è che i sindacati alla ricerca di un appoggio ormai incerto, si approprino della tendenza alla democrazia diretta espressa dalla base, adottandone illusoriamente i metodi (assemblee che ratificano le decisioni già prese, referendum, controllo della produzione, etc.). Le concessioni che alcuni settori hanno già ottenuto e che gli altri finiranno per ottenere sono intese a frenare il processo della lotta di classe, ma non serviranno in nessun caso a immobilizzarlo (così come non è servita la “soluzione globale” proposta negli accordi della FIAT-Mirafiori del 26 giugno). Le manovre dei sindacati in accordo con le direzioni aziendali e la programmazione capitalista per far partecipare i lavoratori al proprio sfruttamento, offrendo loro uno pseudo-controllo sulla produzione che dovrebbe aumentare il piacere di produrre di più, sono fallite in partenza, perché è la proprietà stessa dei mezzi di produzione che è in causa. Non si tratta per i lavoratori di cogestire le imprese insieme ai loro padroni, ma di autogestire la società e la propria vita senza avere padroni. L’“estremismo” e la “democrazia” delle burocrazie sindacali — come quelli dei gruppi rivoluzionarismi neobolscevichi che le combattono soltanto per sostituirsi ad esse — non inganna neppure il potere e a maggior ragione non deve ingannare i proletari rivoluzionari. Il proletariato si abbandona nelle mani dei suoi “capi” solo quando cerca di avere in loro più fiducia di quanta non ne abbia in se stesso. Il proletariato è rivoluzionario o non è niente: se è rivoluzionario è la classe che ha l’avvenire nelle sue mani; ma quando non lo è, diviene un semplice

accessorio delle macchine, una parte del capitale costretta a servirlo involontariamente in ogni momento della vita quotidiana. Il minimo insufficiente che ci si deve ora attendere attivamente non sarà niente di diverso dal far conoscere, sostenere, estendere l’agitazione (non è difficile fornire gli esempi essenziali, né l’emulazione: insubordinazione contro tutte le gerarchie, sabotaggio delle macchine della merce, esercizi della soggettività radicale, scioperi selvaggi, organizzazione nelle fabbriche); collegare e radicalizzare le lotte sparse; prendere la parola dovunque sia possibile e utile per sostenere, diffondere e realizzare tali idee e tali necessità; opporsi coscientemente ai sindacati e ai loro tentativi di falsa democrazia e di cogestione operaia nelle aziende capitalistiche; opporsi a tutti i recuperatori, intellettuali, preti e studenti, e alle loro ideologie; autorganizzarsi in gruppi autonomi e promuovere la comunicazione di base. E quando solo il massimo sarà sufficiente: occupazione permanente di tutte le fabbriche scacciando i sindacalisti e i dirigenti; tutto il potere all’assemblea dei lavoratori; organizzare l’autodifesa; eleggere delegati revocabili che agiscono secondo i mandati dell’assemblea e sono dunque responsabili di fronte a lei; appello a tutti i lavoratori; il cammino intrapreso e la creatività collettiva faranno il resto. Compagni, il vero risultato delle lotte spontanee di questo periodo non è il successo immediato ma l’estensione sempre maggiore della coscienza e dell’organizzazione autonoma degli operai. Il livello raggiunto dalla lotta di classe esprime già l’esigenza e

contemporaneamente offre ormai le condizioni per la formazione di organizzazioni operaie rivoluzionarie in seno al proletariato. Il grado di autonomia che i lavoratori sapranno raggiungere deciderà della sorte del loro movimento. Un simile processo conduce alla formazione di Consigli dei lavoratori, collegati per mezzo di delegati revocabili in ogni momento e che divengono il solo potere deliberativo ed esecutivo in tutto il paese. Appena si solleva, il proletariato trova in se stesso i contenuti e i mezzi della sua emancipazione. Il 9 e il 10 aprile, nella loro lotta insurrezionale, i lavoratori di Battipaglia hanno già sperimentato il primo abbozzo di un Consiglio. E durante il movimento dei Consigli del 1920, a Torino, un manifesto “agli operai e ai contadini di tutta l’Italia” diceva già: “La lotta di conquista deve essere condotta con armi conquistatrici e non più di sola difesa. Una organizzazione nuova deve svilupparsi come antagonista diretta degli organi di governo dei padroni; essa deve quindi spontaneamente sorgere sul luogo di lavoro, e riunire i lavoratori tutti, in quanto tutti, come produttori, sono soggetti a una autorità ad essi estranea e devono liberarsene. (…) Ecco l’origine per voi della libertà: l’origine di una formazione sociale la quale, estendendosi rapidamente ed universalmente, vi metterà in grado di eliminare dal campo economico lo sfruttatore e l’intermediario, di diventare voi i padroni, i padroni delle vostre macchine, del vostro lavoro, della vita vostra…” La prospettiva del potere assoluto dei Consigli di tutti i lavoratori non si colloca alla fine ma all’inizio del movimento. L’autogestione della lotta è la premessa indispensabile per l’autogestione della nuova società. Che tutti i mezzi di produzione e di comunicazione siano proprietà collettiva dei lavoratori

organizzati in democrazia diretta, questa è l’unica rivendicazione che contiene tutte le altre e l’unica che la borghesia e lo Stato non concederanno mai perché significa la loro espropriazione totale cioè la fine del dominio di classe, e che dunque non può essere conquistata che con la rivoluzione sociale.

passività organizzata dei loro militanti la forza oppressiva del loro potere illusorio di classe futura. I situazionisti non affermano principi ideologici, sui quali modellare il movimento del proletariato, e dunque dirigerlo. I situazionisti sono la corrente più radicale del movimento proletario di molti paesi, quella che sempre spinge avanti. Sforzandosi di chiarire e di coordinare le lotte sparse dei proletari rivoluzionari, essi contribuiscono a dare ai proletari le loro ragioni. Proponendosi di essere il più alto grado della coscienza rivoluzionaria internazionale, con la nuova critica teorica hanno potuto preannunciare dappertutto il ritorno della rivoluzione moderna. Essi non hanno interessi distinti dagli interessi del proletariato nel suo insieme. Si aspettano tutto e non hanno da temere nulla dai cosiddetti “eccessi” che segnano contemporaneamente la profondità critica della nuova epoca e la ricchezza positiva della vita quotidiana liberata che vi si inaugura. Sull’Italia i rivoluzionari rivolgono oggi specialmente la loro attenzione, perché l’Italia è alla vigilia di un sollevamento generale sulla via della rivoluzione sociale. In tutte le lotte attuali, i situazionisti mettono sempre avanti la questione dell’abolizione di “tutto ciò che esiste separatamente dagli individui” come la questione decisiva del movimento di negazione della società esistente.

PROLETARI, NON FERMATEVI QUI. ANCORA UN SFORZO SE VOLETE ESSERE PADRONI DELLA VOSTRA VITA. L’EMANCIPAZIONE DEI LAVORATORI SARA’ OPERA DI LORO STESSI O NON SARA’. INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA 19 novembre 1969

I situazionisti non si chiamano comunisti solo per non confondersi con i quadri delle burocrazie antioperaie filosovietiche o filocinesi, relitti del grande fallimento rivoluzionario destinato ad estendere la dittatura universale dell’Economia e dello Stato. I situazionisti non costituiscono un partito particolare in concorrenza con gli altri partiti sedicenti “operai”. I situazionisti rifiutano di riprodurre al loro interno le condizioni gerarchiche del mondo dominante. Essi denunciano dovunque la politica specializzata dei capi di gruppi e partiti gerarchici, che fondano sulla

I situazionisti non hanno da nascondere le loro posizioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che il loro unico interesse e unico scopo non è niente di diverso dal rendere permanente la rivoluzione sociale sino a che siano concentrati nella federazione internazionale dei Consigli dei lavoratori tutti i poteri, il potere di ciascuno su tutti gli aspetti della vita quotidiana, cioè dell’economia, della società, della storia. Non può trattarsi dunque di una trasformazione della proprietà privata o statale, ma della sua abolizione; non del mitigamento dei contrasti di classe, ma della abolizione delle classi; non del “miglioramento” della società attuale, ma della creazione di una nuova società; non di una realizzazione parziale che genera una nuova divisione, ma dell’intolleranza definitiva di ogni nuovo travestimento del vecchio mondo. I situazionisti non dubitano che l’unico programma possibile della rivoluzione moderna passa inevitabilmente per la formazione dei Consigli di tutti i lavoratori i quali, sviluppando la chiara coscienza di tutti i loro nemici, divengono il solo potere.

Supplemento al n.° 1 della rivista “Internazionale Situazionista”. Tutti i compagni che si trovano in accordo coerente con ciò che diciamo, che vogliono ricevere le nostre pubblicazioni, possono scrivere a: Internazionale Situazionista, C.P. 1532 — Milano.

PRELIMINARE SUI CONSIGLI E L’ORGANIZZAZIONE CONSILIARE
René Riesel ?

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«Il governo operaio e contadino ha decretato che Kronstadt e le navi in rivolta devono sottomettersi immediatamente all’autorità della Repubblica Sovietica Pertanto ordino a tutti coloro che sono insorti contro la patria socialista di posare le armi senza indugi. I recalcitranti dovranno venire disarmati e consegnati alle autorità sovietiche. I commissari e gli altri rappresentanti del governo che sono arrestati devono venir rimessi immediatamente in libertà. Soltanto coloro che si saranno arresi senza condizioni potranno contare su un atto di grazia da parte della Repubblica Sovietica. Contemporaneamente do l’ordine di preparare la repressione della rivolta e la sottomissione dei marinai da parte delle forze armate. Ogni responsabilità per i danni che a causa di questo fatto potrebbe patire la popolazione pacifica ricadrà interamente sulla testa degli ammutinati filo-guardie-bianche. Questo avvertimento è definitivo» Trotzky, Kamenev “Ultimatum a Kronstadt” «Noi abbiamo una sola cosa da rispondere a tutto ciò: Tutto il potere ai Soviet! Togliete le vostre mani da qui, le vostre mani rosse del sangue dei martiri della libertà che hanno lottato contro le guardie bianche, i proprietari e la borghesia!» Izvestia di Kronstadt, n° 6.

Da cinquant’anni, da quando i leninisti hanno ridotto il comunismo all’elettrificazione, la controrivoluzione bolscevica ha innalzato lo Stato sovietico sul cadavere del potere dei Soviet e Soviet ha smesso di significare Consiglio, i rivoluzionari non hanno fatto che lanciare in faccia ai padroni del Cremino la rivendicazione di Kronstadt: «Tutto il potere ai Soviet e non ai partiti». Il notevole persistere della tendenza reale verso il potere dei Consigli Operai durante questo mezzo secolo di tentativi, e di annientamenti successivi, del movimento proletario moderno impone ormai alla nuova corrente rivoluzionaria i Consigli come la sola forma della dittatura antistatale del proletariato, come il solo tribunale che potrà pronunciare il giudizio sul vecchio mondo ed eseguire esso stesso la sentenza. Bisogna precisare la nozione di Consiglio, non solo fugando le grossolane falsificazioni accumulate dalla socialdemocrazia, dalla burocrazia russa, dal titoismo e dal benbellismo, ma soprattutto riconoscendo le insufficienze verificatesi nelle brevi esperienze pratiche di potere dei Consigli sin qui abbozzatesi e, naturalmente, nelle stesse concezioni dei rivoluzionari consiliari. Quello che il Consiglio tende ad essere come totalità è apparso negativamente n ei limiti e nelle illusioni che hanno segnato le sue prime manifestazioni e che hanno causato la sua sconfitta, tanto quanto la lotta immediata e senza tregua che normalmente viene ingaggiata contro di esso dalla classe dominante. Il Consiglio vuol essere la forma dell’unificazione pratica dei proletari che si danno i mezzi materiali ed intellettuali del cambiamento di tutte le condizioni esistenti, creando la loro storia in modo sovrano. Può e deve essere l’organizzazione in atto della coscienza storica. Ora, per l’appunto, ancora in nessun luogo è riuscito a dominare le separazioni di cui sono portatrici le organizzazioni politiche specializzate e le forme di falsa coscienza ideologiche che esse producono e difendono. Inoltre, se i Consigli, come agenti principali di un movimento rivoluzionario, sono normalmente dei Consigli di delegati, in quanto coordinano e federano le decisioni dei Consigli locali, si è fatto evidente che le

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Il presente saggio è tratto dal fascicolo n. 12 dell’“Internationale Situationniste”, ora tradotto e pubblicato con la raccolta completa dell’“I.S.” in AA.VV. (a cura di Isabella de Caria e Riccardo d’Este), Internazionale situazionista, Nautilus, Torino, 1994. Libro, questo, di cui “Vis-à-vis” ha già avuto modo di parlare molto positivamente nel proprio quaderno n. 6 del 1998, in cui sono comparsi altri contributi dell’I.S., in parte tratti proprio da tale medesimo volume. Il corredo di note è stato integrato con la citazione dettagliata della fonte, reperibile in lingua italiana, a cura della redazione di “Vis-à-vis” e grazie all’archivio-biblioteca del Centro di Documentazione per la Critica della Politica e il Soggetto Collettivo.

assemblee generali della base sono state quasi sempre considerate come semplici assemblee di elettori, e così il primo grado del “Consiglio” si è trovato al di sopra di loro. Già qui risiede un principio di separazione, che non può venir superato se non rendendo le assemblee generali locali di tutti i proletari in rivoluzione il Consiglio stesso, da cui ogni delegazione deve trarre in ogni momento il suo potere. Lasciando da parte i tratti preconsiliari che entusiasmarono Marx nella Comune di Parigi («la forma politica finalmente scoperta sotto cui l’emancipazione economica del lavoro può essere realizzata») e che, d’altronde, più che nella Comune eletta possono venir rilevati nell’organizzazione del Comitato Centrale della Guardia nazionale composto dai delegati del proletariato parigino in armi, fu il famoso “Consiglio dei deputati operai” di San Pietroburgo, il primo abbozzo di un’organizzazione del proletariato in un momento rivoluzionario. Secondo le cifre fornite da Trotzky in 190539 , duecentomila operai avevano inviato dei loro delegati al Soviet di San Pietroburgo, ma la sua influenza si estendeva ben al di là della sua zona, poiché molti altri Consigli in Russia si ispiravano alle sue deliberazioni e decisioni. Direttamente, raggruppava i lavoratori di più di centocinquanta aziende e raccoglieva inoltre i rappresentanti di sedici sindacati che vi si erano legati. Il suo primo nucleo si costituì il 13 ottobre e il 17 il Soviet istituiva sopra di esso un Comitato Esecutivo che, dice Trotzky, «gli serviva da ministero». Su un totale di 526 delegati, il Comitato Esecutivo contava soltanto su 31 membri, di cui 22 erano realmente degli operai delegati dall’insieme dei lavoratori delle oro aziende e 9 rappresentavano 3 partiti rivoluzionari (menscevichi, bolscevichi e socialisti rivoluzionari); nondimeno «i rappresentanti dei partiti non avevano voto deliberativo». Si può riconoscere che le assemblee di base erano fedelmente rappresentate dai loro delegati revocabili, ma questi avevano evidentemente abdicato ad una grande parte del loro potere, in un modo del tutto parlamentare, in favore di un Comitato Esecutivo in cui i “tecnici”
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dei partiti politici avevano un’immensa influenza. Qual è l’origine di questo Soviet? Sembra che questa forma di organizzazione sia stata trovata da taluni elementi istruiti politicamente della base operaia e che, in quanto a loro, appartenevano essi stessi ad una frazione socialista. Ci pare veramente eccessivo scrivere, come fa Trotzky: «Una delle due organizzazioni socialdemocratiche di Pietroburgo prese l’iniziativa della creazione di un’amministrazione autonoma rivoluzionaria operaia» (per di più, quella fra le “due organizzazioni” che riconobbe immediatamente l’importanza di questa iniziativa degli operai fu precisamente quella menscevica). Ma lo sciopero generale dell’ottobre del 1905 aveva di fatto avuto la sua prima origine a Mosca, il 19 settembre, quando i tipografi della stamperia Sytin si misero in sciopero, precipuamente perché volevano che i segni di punteggiatura fossero contati tra i 1.000 caratteri che costituivano l’unità di paga del loro diretto salario. La seguirono cinquanta tipografie e, il 25 settembre, gli stampatori di Mosca costituirono un Consiglio. Il 3 ottobre, «l’assemblea dei deputati operai delle corporazioni tipografiche, meccaniche, della falegnameria, del tabacco ed altre adottarono la risoluzione di costituire un consiglio (Soviet) generale degli operai di Mosca»40 . Quindi si vede come questa forma apparisse spontaneamente all’inizio del movimento dello sciopero. E questo movimento, che nei giorni successivi cominciava a cadere, si rilanciò sino alla crisi storica ben nota, quella del 7 ottobre, quando i lavoratori delle ferrovie cominciarono spontaneamente, a partire da Mosca, ad interrompere il traffico. Il movimento dei Consigli a Torino, nel marzo-aprile 1920, aveva la sua radice nel proletariato molto concentrato delle fabbriche Fiat. Tra l’agosto e il settembre del 1919, il rinnovo degli eletti ad una “commissione interna” - una specie di comitato d’azienda collaborazionista, stabilito da un accordo collettivo del 1906, con il fine di integrare meglio gli operai - diede subito l’occasione, nella crisi sociale che allora percorreva l’Italia, ad una trasformazione completa del ruolo di questi “commissari”. Cominciarono a federarsi
40

Lev Davidovic’ Trockij, 1905, La Nuova Italia, Firenze, 1971.

Ibidem.

tra di loro, in quanto rappresentanti diretti dei lavoratori. Nell’ottobre del 1919, trentamila lavoratori erano rappresentati in un’assemblea dei “comitati esecutivi dei Consigli di Fabbrica”, che somigliava più ad un assemblea di shop-stewards che ad un’organizzazione di consigli propriamente detta (sulla base di un commissario eletto da ciascuna officina). Ma l’esempio si espanse a macchia d’olio ed il movimento si radicalizzò, sostenuto da una frazione del Partito socialista che a Torino era maggioritaria (con Gramsci) e dagli anarchici piemontesi41 . Il movimento venne combattuto dalla maggioranza del Partito socialista e dai sindacati. Il 15 marzo 1920, i Consigli cominciarono lo sciopero con occupazione delle fabbriche e ricominciarono la produzione sotto il loro controllo. Il 14 aprile ci fu lo sciopero generale in Piemonte; nei giorni successivi coinvolse una gran parte del Nord Italia ed in particolare i ferrovieri e gli scaricatori. Il governo dovette impiegare delle navi da guerra per far sbarcare a Genova le truppe che faceva marciare su Torino. Se il programma dei Consigli doveva venir successivamente approvato dall’Unione Anarchica Italiana, riunita a Congresso a Bologna il 1° luglio, si sa che il Partito socialista ed i sindacati riuscirono a sabotare lo sciopero mantenendolo nell’isolamento: il giornale del partito, “Avanti!”, si rifiutò di stampare l’appello della sezione socialista di Torino, mentre la città era invasa da 20.000 soldati e poliziotti42 . Lo sciopero, che avrebbe evidentemente consentito un’insurrezione proletaria vittoriosa in tutto il paese, venne vinto il 24 aprile. Il seguito è ben noto. Nonostante certi aspetti notevolmente avanzati di questa esperienza poco citata (una gran massa di gauchistes crede che le occupazioni di fabbrica siano cominciate in Francia nel 1936), è necessario notare che ha portato con se delle gravi ambiguità, anche tra i suoi partigiani e teorici. Gramsci scriveva su “Ordine Nuovo”43 : «Noi concepiamo il
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Cfr. Pier Carlo Masini, Anarchici e comunisti nel movimento dei Consigli a Torino, “Quaderni di studi anarchici”, n. 3, 1970, Firenze. 42 Ibidem. 43 Antonio Gramsci (non firmato), Il consiglio di fabbrica, su “L’Ordine Nuovo”, II anno, n. 4, 5/6/1920, in Antonio Gramsci, Opere - L’Ordine

Consiglio di fabbrica come l’inizio storico di un processo che deve necessariamente condurre alla fondazione dello Stato operaio». Dal canto loro, gli anarchici consiliari gestivano il sindacalismo e pretendevano che i Consigli gli dessero un nuovo impulso. Ciò nondimeno, il manifesto lanciato dai consiliari di Torino, il 27 di marzo 1920, “Agli operai ed ai contadini di tutta Italia” per un Congresso generale dei Consigli (che poi non ebbe luogo) formula alcuni punti essenziali del programma dei Consigli: «La lotta di conquista deve venir condotta con delle armi di conquista e non più soltanto di difesa [e questo rivolto ai sindacati, «organismi di resistenza -…- cristallizzati in una forma burocratica», nota dell’I.S.]. Una nuova organizzazione si deve sviluppare come diretta antagonista del governo dei padroni; per ciò deve sorgere spontaneamente sul luogo di lavoro e riunire tutti i lavoratori, per il fatto che, in quanto produttori, tutti sono assoggettat ad un’autorità che è loro estranea e devono liberarsene. […] Ecco per voi l’origine della libertà: l’originarsi di una formazione sociale che, estendendosi rapidamente ed universalmente, vi metterà in condizione di eliminare dal campo economico lo sfruttatore e l’intermediario e di diventare voi stessi i padroni, i padroni delle vostre macchine, del vostro lavoro, della vostra vita». Si sa che più semplicemente i Consigli di operai nella Germania del 1918-1919 in maggioranza erano rimasti dominati dalla burocrazia socialdemocratica o vittime delle sue manovre. Tolleravano il governo “socialista” di Ebert che era appoggiato principalmente dallo Stato maggiore e dai corpi franchi. I “sette punti di Amburgo” (sulla liquidazione immediata del vecchio esercito), presentati da Dorrenbach e votati a forte maggioranza dal Congresso dei Consigli dei soldati apertosi il 16 dicembre a Berlino, non vennero applicati dai “commissari del Popolo”. I Consigli tollerarono questa sfida e le elezioni legislative fissate in tutta fretta per il 19 gennaio, l’attacco lanciato contro i marinai di Dorrenbach e poi l’annientamento dell’insurrezione spartachista, proprio alla vigilia di quelle elezioni.
Nuovo, 1919-1920, Vol. 9°, Einaudi, Torino, 1970, pp. 123-131,

Nel 1956, il Consiglio Operaio Centrale della Grande Budapest, costituito il 14 novembre e che si dichiarava deciso a difendere esso stesso il socialismo, mentre esigeva «il ritiro di tutti i partiti politici dalle fabbriche», si pronunciava anche per il ritorno di Nagy al potere e per delle libere elezioni in un lasso di tempo limitato. Senza dubbio in quel momento esso faceva continuare lo sciopero generale mentre le truppe russe avevano già schiacciato la resistenza armata. Ma ancor prima del secondo intervento russo, i Consigli ungheresi avevano richiesto delle elezioni parlamentari, come a dire che essi stessi cercavano di ritornare ad una situazione di doppio potere, quando, di fatto, era il solo potere effettivo in Ungheria, di fronte ai russi. La coscienza di ciò che il potere dei Consigli è e deve essere nasce dalla pratica stessa di questo potere. Ma, ad uno stadio di difficoltà di questo potere, essa può essere assai differente da quel che pensa isolatamente questo o quel lavoratore membro di un Consiglio o anche da quel che pensa la totalità di un Consiglio. L’ideologia si oppone alla verità in atto che ha il suo campo nel sistema dei Consigli; e questa ideologia si manifesta non soltanto sotto forma di ideologie ostili, o sotto forma di ideologie sui Consigli elaborate da forze politiche che vogliono assoggettarli, ma anche sotto forma di un’ideologia favorevole al potere dei Consigli, che ne restringe e reifica la teoria e la prassi totale. Alla fine, un puro consiliarismo sarebbe esso stesso, per forza, nemico della realtà dei Consigli. Una simile ideologia, con una formulazione più o meno conseguente, rischia di venir portata avanti dalle organizzazioni rivoluzionarie che in via di principio sono orientate verso il potere dei Consigli. Questo potere, che è esso stesso l’organizzazione della società rivoluzionaria e la cui coerenza viene oggettivamente definita dalle necessità pratiche di questo compito storico scoperto come un insieme, non può in nessun caso sfuggire al problema pratico delle organizzazioni particolari, nemiche del Consiglio o più o meno veridicamente filo-consiliari, che interverranno in ogni modo nel suo funzionamento. Bisogna che le masse organizzate in Consigli

conoscano e padroneggino questo problema. In questo caso, la teoria consiliare e l’esistenza di autentiche organizzazioni consiliari hanno una grande importanza. In esse appaiono già taluni elementi essenziali che saranno messi in gioco nei Consigli, nonché nella loro interazione con i Consigli stessi. Tutta la storia rivoluzionaria mostra l’importanza avuta, nello scacco subìto dai Consigli, dall’apparizione di un’ideologia consiliarista. La facilità con cui l’organizzazione spontanea del proletariato in lotta si assicura le prime vittorie spesso annuncia una seconda fase, nella quale la riconquista si opera dall’interno, dove il movimento lascia andare la sua realtà per l’ombra della sua sconfitta. Il consiliarismo è così la nuova giovinezza del vecchio mondo. I socialdemocratici e i bolscevichi hanno in comune la volontà di non vedere nei Consigli che un organismo ausiliario del Partito e dello Stato. Nel 1902, Kautsky, preoccupato per il discredito che, nello spirito dei lavoratori, colpiva i sindacati, si augurava che, in certi rami dell’industria, gli operai eleggessero «dei delegati che formassero una specie di parlamento che abbia come missione quella di regolare il lavoro e di controllare l’amministrazione burocratica»44 . L’idea di una rappresentanza operaia gerarchizzata che culminasse in un parlamento verrà applicata con molta convinzione da Ebert, Noske e Scheidemann. Il modo con cui questo tipo di consiliarismo tratta i Consigli è stato magistralmente sperimentato - e per l’edificazione definitiva di tutti coloro che non hanno della merda al posto del cervello - dal 9 novembre 1918 quando, per combattere sul suo stesso terreno l’organizzazione spontanea dei Consigli, i socialdemocratici fondano negli uffici del Vorwaerts un “Consiglio degli operai e dei soldati di Berlino” formato da 12 uomini di fiducia delle fabbriche, da funzionari e da leaders socialdemocratici. Il consiliarismo bolscevico non ha né l’ingenuità di Kautsky, né la grossolanità di Ebert. Salta dalla base più radicale, “Tutto il potere ai Soviet”, per ricascare sulle sue zampe, d all’altro lato di Kronstadt. In I compiti immediati del potere dei Soviet, nell’aprile del 1918, Lenin
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Karl Kautsky, La rivoluzione sociale.

aggiunge degli enzimi alla lisciva di Kautsky: «I parlamenti borghesi, anche quello della miglior - dal punto di vista democratico repubblica capitalistica del mondo, non verranno mai considerati dai poveri come delle istituzioni “loro” e positive per loro. […] E’ proprio il contatto dei Soviet con il popolo dei lavoratori che crea delle forme particolari di controllo al basso - revocabilità dei deputati eccetera -, forme che noi oggi dobbiamo applicarci a sviluppare con uno zelo particolare. Così, questi consigli di istruzione pubblica che sono le conferenze periodiche degli elettori sovietici e dei loro delegati, riuniti per discutere e controllare l’attività delle autorità sovietiche su questo piano, meritano tutta la nostra simpatia e tutto il nostro appoggio. Nulla sarebbe più sciocco che trasformare i soviet in un qualcosa di fossilizzato, di fine in sé. Più risolutamente dobbiamo dichiararci oggi per un potere forte ed impietoso, per la dittatura personale in tale processo lavorativo, in un tale momento dell’esercizio delle funzioni puramente esecutive, e più variati devono essere le forme ed i mezzi di controllo dal basso, al fine di paralizzare ogni ombra di possibilità di deformazione del potere dei Soviet, al fine di estirpare ancora e sempre la mala pianta burocratica»45 . Per Lenin, i Consigli, dunque, devono diventare, come delle leghe benefiche, dei gruppi di pressione che correggono l’inevitabile burocrazia dello Stato nelle sue funzioni politiche ed economiche, assicurate rispettivamente dal Partito e dai sindacati. I consigli sono la parte sociale che bisogna, come l’anima di Cartesio, appendere da qualche parte. Gramsci stesso non fa altro che ripulire Lenin in un bagno di buona creanza democratica: «I commissari di fabbrica sono i soli e veri rappresentanti sociali (economici e politici) della classe operaia, poiché sono stati eletti attraverso il suffragio universale da tutti i lavoratori sul luogo di lavoro stesso. Ai diversi gradi della loro gerarchia, i commissari rappresentano l’unione di tutti i lavoratori così come si realizza negli organismi di produzione (squadre, reparti,
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unione delle officine di un’industria, unione degli stabilimenti di una città, unione degli organismi produttivi dell’industria meccanica ed agricola di un distretto, di una provincia, di una regione, della nazione, del mondo) di cui i Consigli ed il sistema dei Consigli rappresentano il potere e la direzione sociale»46 . Ridotti i consigli allo stato di frammenti economico-sociali che preparano una «futura repubblica sovietica», va da sé che il Partito, questo “Principe dei tempi moderni”, appaia come l’indispensabile legame politico, come il Dio meccanico preesistente e preoccupato di assicurarsi l’esistenza futura: «Il partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di liberazione interna grazie al quale degli operai, degli esecutori diventano iniziatori, delle masse diventano capi e guide , delle braccia si trasformano in cervelli e volontà»47 . Cambia il motivo ma la canzone del consiliarismo resta la stessa: Consigli, Partito, Stato. Trattare i Consigli in modo frammentario (potere economico, potere sociale, potere politico), come si impegna a afre il cretinismo consiliarista del gruppo Révolution Internationale48 di Tolosa, significa credere che stringendo le chiappe ci si faccia inculare a metà. L’austromarxismo, dopo il 1918, nel solco della lenta evoluzione riformista che preconizzava, ha anch’esso costruito una sua propria ideologia consiliarista. Max Adler, per esempio, nel suo libro Democrazia e Consigli Operai, vede bene nel Consiglio lo strumento dell’autoeducazione dei lavoratori, la possibile fine della separazione tra esecutori e dirigenti, la costituzione di un popolo
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Vladimir Ilic Ulanov Lenin, I compiti immediati del potere sovietico, in Vladimir Ilic Lenin, Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma, 1971, pp. 10871120

Antonio Gramsci (non firmato), Il programma dei commissari di reparto, su “L’Ordine Nuovo”, I anno, n. 25, 8/11/1919, in Op.Cit., pp. 192199. 47 A. Gramsci (non firmato), Il partito comunista, su “L’Ordine Nuovo”, II anno, n. 15, 4/9/1920, in Op.Cit., pp. 154-158. 48 [Qui evidentemente si fa accenno ad uno dei tanti groupuscoules, contro i quali l’I.S. fu solita scatenare con puntigliosa meticolosità critica la propria violentissima vis polemica. Va detto, per quanto ci riguarda, che questa assolutamente ricercata mancanza di bon-ton salottiero, tipica dei compagni dell’I.S., rappresenta uno dei tanti titolo di merito che “ Vis-à-vis” riconosce loro. N.d.r.]

omogeneo che potrà realizzare la democrazia socialista. Ma riconosce anche che il fatto che dei Consigli dei lavoratori detengano un potere non basta affatto a garantire loro un fine rivoluzionario coerente: per questo bisogna che i lavoratori membri dei Consigli vogliano esplicitamente trasformare la società e realizzare il socialismo. Siccome Adler è un teorico del doppio potere legalizzato, vale a dire di un’assurdità che sarà per forza incapace di conservarsi avvicinandosi gradualmente alla coscienza rivoluzionaria e preparando giudiziosamente una rivoluzione per più tardi, si trova privato del solo elemento veramente fondamentale all’autoeducazione del proletariato: la rivoluzione stessa. Per sostituire questo insostituibile terreno dell’omogeneizzazione proletaria, e questo solo modo di selezione per la stessa formazione dei Consigli, come per la formazione delle idee e dei modi di attività coerenti nei Consigli, Adler non riesce ad immaginare delle vie di uscita se non in questa aberrazione: «Il diritto di voto per l’elezione dei Consigli operai deve basarsi sull’appartenenza ad un’organizzazione socialista»49 . Si può affermare che al di là dell’ideologia sui Consigli dei socialdemocratici e dei bolscevichi che, da Berlino a Kronstadt, aveva sempre un Noske o un Trotzky d’anticipo, l’ideologia consiliarista stessa, quella delle organizzazioni consiliariste passate e di alcune attuali, ha sempre qualche assemblea generale e qualche mandato imperativo di ritardo: tutti i consigli esistiti sinora, ad eccezione delle collettività agrarie dell’Aragona, erano come idea semplicemente dei “consigli democraticamente eletti”, anche quando i momenti più alti della loro pratica smentivano questa limitazione e vedevano tutte le decisioni prese dalle Assemblee Generali sovrane come mandato di delegati revocabili. Soltanto la pratica storica, in cui la classe operaia dovrà scoprire e realizzare tutte le sue possibilità, indicherà le forme organizzative precise del potere dei Consigli. In cambio, è compito immediato dei rivoluzionari stabilire i principi fondamentali delle organizzazioni consiliari che stanno per nascere in tutti i paesi. Formulando delle
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ipotesi e ricordando le esigenze fondamentali del movimento rivoluzionario, questo articolo, che dovrà venir seguìto da un certo numero di altri, intende aprire un dibattito egualitario e reale. Ne saranno esclusi soltanto coloro ce si rifiuteranno di porlo in questi termini, coloro che attualmente si dichiarano avversari di qualsiasi forma di organizzazione, in nome di uno spontaneismo sottoanarchico, e che non fanno che riprodurre le tare e la confusione del vecchio movimento: questi mistici della non organizzazione, operai scoraggiati per essere rimasti troppo a lungo mescolati nelle sette trotzkiste o studenti prigionieri della loro povera condizione, che sono incapaci di sfuggire agli schemi organizzativi bolscevichi. I situazionisti sono evidentemente partigiani dell’organizzazione: l’esistenza dell’organizzazione situazionista lo testimonia. Coloro che proclamano il loro accordo con le nostre tesi, accreditando un vago spontaneismo all’I.S., ebbene costoro semplicemente non sanno leggere. Proprio perché l’organizzazione non è tutto e non consente di salvare tutto o di guadagnare tutto, è indispensabile. All’opposto di quello che diceva il macellaio Noske (in Von Kiel bis Kapp) a proposito della giornata del 6 gennaio 1919, non è perché avevano dei «bei parlatori» al posto di «capi decisi» che le folle non furono «padrone di Berlino in quella giornata, verso mezzogiorno», ma perché la forma di organizzazione autonoma dei consigli di fabbrica non era giunta ad uno stadio di autonomia tale che le folle potessero fare a meno di «capi decisi» e di un’organizzazione separata per garantire le relazioni tra di loro. Il vergognoso esempio di Barcellona nel maggio 1937 ne è un'altra prova: che le armi saltino fuori così in fretta in risposta alla provocazione stalinista, ma anche che l’ordine di restituzione lanciato dai ministri anarchici sia così velocemente eseguito, la dice lunga sulle immense capacità di autonomia delle masse catalane e su quel che di autonomia ancora mancava loro per vincere. Anche nel futuro, sarà il grado di autonomia dei lavoratori, che deciderà la nostra sorte.

Max Adler, Democrazia e Consigli Operai, De Donato, Bari, 1970

Le organizzazioni consiliari che ora si formeranno non mancheranno quindi di riconoscere e riprendere, effettivamente come un minimo, per conto loro, la Definizione minima delle organizzazioni rivoluzionarie adottata dalla VII Conferenza dell’I.S.50 .
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Cfr., con tale titolo, la definizione adottata dalla 7^ Conferenza dell’I.S., riportata sul fascicolo n. 11 dell’“Internationale Situationniste”, ora in AA.VV.(a cura di Isabella de Caria e Riccardo d’Este), Internazionale Situazionista 1958-69, Nautilus, Torino, 1994. Pp. 55-56 del fascicolo n 11), di cui ci pare utile riportare qui il testo: «Considerando che il solo fine di un’organizzazione rivoluzionaria è l’abolizione delle classi esistenti attraverso una strada che non conduca ad una nuova divisione della società, definiamo rivoluzionaria ogni organizzazione che persegua di conseguenza la realizzazione internazionale del potere assoluto dei Consigli Operai, come sono stati abbozzati dall’esperienza delle rivoluzioni proletarie di questo secolo. Un’organizzazione di questo tipo o presenta una critica unitaria del mondo, o non è nulla. Per critica unitaria, intendiamo una critica espressa globalmente contro tutte le zone geografiche dove sono installate forme diverse di poteri separati socioeconomici, ed anche elaborata globalmentecontro tutti gli aspetti della vita. Una tale organizzazione riconosce l’inizio e la fine del suo programma nella decolonizzazione totale della vita quotidiana; non mira quindi all’autogestione del mondo esistente da parte delle masse, ma alla sua ininterrotta trasformazione. Sostiene la critica radicale dell’economia politica, il superamento della merce e del lavoro salariato. Una tale organizzazione rifiuta al suo interno ogni riproduzione delle condizioni gerarchiche del mondo dominante. Il solo limite della partecipazione alla sua democrazia totale, è il riconoscimento e l’autoappropriazione da parte di tutti i suoi membri della coerenza della sua critica: questa coerenza deve essere nella teoria critica propriamente detta, e nel rapporto tra questa teoria e l’attività pratica. Essa critica in maniera radicale ogni ideologia in quanto potere separato delle idee e idee del potere separato. Così è nello stesso tempo la negazione di ogni forma di sopravvivenza della religione, e dell’attuale spettacolo sociale che, dall’informazione alla cultura massificate, monopolizza ogni comunicazione degli uomini attorno ad una ricezione unilaterale delle immagini della loro attività alienata. Essa dissolve ogni “ideologia rivoluzionaria” smascherandola come firma dell’insuccesso del processo rivoluzionario, come proprietà privata di nuovi specialisti del potere, come impostura di una nuova rappresentazione che si innalza al di

Poiché il loro compito sarà quello di preparare il potere dei Consigli, esso stesso incompatibile con qualsiasi altra forma di potere, sapranno che un accordo astratto dato a questa definizione le condanna senza appello e a non essere nulla; è perché il loro accordo reale si determinerà praticamente nei rapporti non gerarchici all’interno dei gruppi o sezioni che le costituiranno, nei rapporti tra questi gruppi, come nei rapporti con gli altri gruppi od organizzazioni autonome; nello sviluppo della teoria rivoluzionaria e della critica unitaria della società dominante, come nella critica permanente della loro stessa pratica. Rifiutando la vecchia compartimentazione del movimento operaio in organizzazioni separate, partiti e sindacati, queste organizzazioni affermeranno il loro programma e la loro pratica unitaria. A dispetto della bella storia dei Consigli, tutte le organizzazioni consiliariste del passato, che hanno avuto una parte importante nelle lotte di classe, hanno consacrato la separazione nei settori politico, economico e sociale. Uno dei rari antichi partiti meritevoli di analisi, il Kommunistische Arbeiter Partei Deutschlands (KAPD, Partito comunista operaio tedesco), adottando i Consigli come programma, ma dandosi come suoi soli compiti essenziali la propaganda e la discussione teorica, “l’educazione politica delle masse”, lasciava all’Allgemeine Arbeiter Union Deutschlands (AAUD, Unione generale dei lavoratori tedeschi) il ruolo di federare le organizzazioni rivoluzionarie delle fabbriche, concezione poco lontana dal sindacalismo tradizionale. Sebbene il KAPD respingesse sia il parlamentarismo ed il sindacalismo di un KPD ( Kommunistische Partei Deutshlands, partito Comunista tedesco), sia l’idea leninista del partito di massa, e preferisse raggruppare i lavoratori coscienti, restava tuttavia legato al vecchio modello gerarchico del partito d’avanguardia: professionisti della Rivoluzione e redattori salariati. Il
sopra della vita reale proletarizzata. Poiché la categoria della totalità è il giudizio definitivo dell’organizzazione rivoluzionaria moderna, questa è dunque una critica della politica. Essa deve mirare esplicitamente, nella sua vittoria, alla propria fine in quanto organizzazione separata».

rifiuto di questo modello, soprattutto il rifiuto di un’organizzazione politica separata dalle organizzazioni rivoluzionarie di fabbrica, nel 1920 portò alla scissione di una parte dei membri dell’AAUD, che fondarono l’AAUD-E (Allgemeine Arbeiter Union Deutschlands Einheitsorganisation, Unione generale dei lavoratori tedeschi Organizzazione unificata). La nuova organizzazione unitaria avrebbe compiuto, attraverso il semplice gioco della sua democrazia interna, il lavoro di educazione sino ad allora delegato al KAPD, e come compito contemporaneo si assegnava il coordinamento delle lotte: le organizzazioni di fabbrica che federava si sarebbero trasformate in Consigli, nel momento rivoluzionario, ed avrebbero assicurato la gestione della Società. La parola d’ordine moderna di Consiglio operaio lì era ancora mescolata ai ricordi messianici dell’antico sindacalismo rivoluzionario: le organizzazioni di fabbrica sarebbero diventate magicamente dei Consigli quando tutti gli operai ne avessero fatto parte. Tutto ciò condusse là dove ciò poteva condurre. Dopo l’annientamento dell’insurrezione del 1921 e la repressione del movimento, gli operai, scoraggiati per l’allontanarsi della prospettiva rivoluzionaria, lasciarono in grande numero le organizzazioni di fabbrica, che andarono a rotoli mentre cessavano di essere gli organismi di una lotta reale. L’AAUD era un altro nome del KAPD, e l’AAUD-E vedeva la rivoluzione allontanarsi alla stessa velocità con cui diminuivano i suoi effettivi. Esse non erano ormai altro che le portatrici di un’ideologia consiliarista sempre più separata dalla realtà. L’evoluzione terrorista del KAPD, l’appoggio dato in seguito alle rivendicazioni “alimentari” dall’AAUD, portarono, nel 1929, alla scissione tra l’organizzazione di fabbrica e il suo partito. Corpi morti, l’AAUD e l’AAUD-E si fusero risibilmente, e senza principi, nel 1931, contro l’avanzata del nazismo. Gli elementi rivoluzionari delle due organizzazioni si riunirono per formare la KAUD (Kommunistische Arbeiter Union Deutschlands, Unione dei lavoratori

comunisti tedeschi). Organizzazione minoritaria cosciente di esserlo, la KAUD fu anche la sola di tutto il movimento per i Consigli in Germania a non pretendere di assumere l’organizzazione economica (economico-politica nel caso dell’AAUD-E) futura della società. Chiamò gli operai a formare dei gruppi autonomi e ad assicurare essi stessi i legami fra questi gruppi. Ma in Germania la KAUD veniva davvero troppo tardi. Nel 1931, il movimento rivoluzionario era morto da circa dieci anni. Non foss’altro che per farli berciare, ricordiamo ai ritardati della disputa anarcomarxista, che la CNT-FAI, messo da parte il peso morto dell’ideologia anarchica, ma con una maggiore pratica dell’immaginazione libertaria51 , si collocò sullo stesso piano, nelle sue disposizioni organizzative, del marxista KAPD-AAUD. Nello stesso modo del Partito comunista operaio tedesco, la Federazione anarchica iberica vuole essere l’organizzazione politica dei lavoratori spagnoli coscienti, mentre la sua AAUD, cioè la CNT, si assume l’incarico della gestione della società futura. I militanti della FAI, élite del proletariato, diffondo l’idea anarchica fra le masse; la CNT organizza praticamente i lavoratori nei suoi sindacati. Tuttavia ci sono due differenze essenziali, di cui una, ideologica, produrrà ciò che ci si poteva aspettare: la FAI non vuole prendere il potere e si accontenta di influenzare la condotta della CNT nel suo complesso; d’altra parte la CNT rappresenta realmente la classe operaia spagnola. Il primo maggio 1936, nel congresso della CNT a Saragozza, due mesi prima dell’esplosione rivoluzionaria, venne adottato uno dei più bei programmi mai avanzati da un’organizzazione rivoluzionaria del passato, che si vedrà parzialmente applicato dalle masse anarcosindacaliste, mentre i loro capi sprofonderanno nel ministerialismo e nella collaborazione di classe. Con i prosseneti delle masse Garcia Oliver, Secundo Blanco ecc. e la sottotenutaria
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[Non ci è stato possibile controllare il testo originale francese, ma abbiamo lo stesso ritenuto opportuno cambiare il termine di “liberatrice” usato dai curatori/traduttori della raccolta completa dell’“I.S.” già citata, in quello secondo noi più congruo di “libertaria”. N.d.r.]

Montseny, il movimento libertario antistatale, che aveva già appoggiato il principe anarchico-delle-trincee Kropotkin, trovava infine il coronamento storico del suo assolutismo ideologico: gli anarchici-di-governo. Nell’ultima battaglia storica che scatenò, l’anarchismo si vide ricadere sulla sua stessa faccia tutta la salsa ideologica che costituiva il suo essere: Stato, Libertà, Individuo ed altri aromi maiuscoli svaporati; e questo mentre i miliziani, gli operai ed i contadini libertari salvavano il suo onore, apportavano il più grande contributo pratico al movimento proletario internazionale, bruciavano le chiese, combattevano su tutti i fronti la borghesia, il fascismo e lo stalinismo e cominciavano a realizzare la società comunista. Attualmente esistono delle organizzazioni che pretendono subdolamente di non essere tali. Questa trovata consente loro di evitare nello stesso tempo di curarsi della più semplice chiarificazione delle basi su cui possono riunire chicchessia (etichettandolo magicamente come “lavoratore”), di non rendere conto alcuno ai loro semimembri della direzione informale che detiene le leve di comando, di dire qualsiasi cosa e soprattutto di condannare, amalgamandoli, qualsiasi altra organizzazione possibile e qualsiasi enunciato teorico, maledetto in anticipo. E’ così che il gruppo Informations Correspondance Ouvrières scrive in un recente bollettino52 : «i consigli sono la trasformazione dei comitati di sciopero sotto l’influenza della situazione stessa ed in risposta alle necessità medesime della lotta, nella dialettica stessa di questa lotta. Ogni altro tentativo di formulare in un qualsivoglia momento di una lotta la necessità di creare dei consigli operai discende da un’ideologia consiliarista come la si può vedere, in forme diverse, in certi sindacati, nel PSU o fra i situazionisti. Il concetto stesso di consiglio esclude ogni ideologia».
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Cfr. “ ICO”, n. 84, agosto, 1969. [Qui ed oltre il saggio che proponiamo fa di nuovo riferimento a collettivi redazionali o da veri e propri gruppi politici presenti all’epoca, nel panorama politico della “estrema sinistra” francese. N.d.r.]

Questi individui non sanno nulla dell’ideologia, come si pensa, visto che la loro ideologia si distingue da quelle più formate soltanto per un eclettismo invertebrato. Ma hanno sentito dire (forse in Marx, forse soltanto dall’I.S.) che l’ideologia è diventata una cattiva cosa. Ne approfittano per tentare di far credere che ogni lavoro teorico, da cui essi si astengono come dal peccato, è un’ideologia, fra i situazionisti esattamente come nel PSU. Ma il loro valoroso ricorso alla “dialettica” ed al “concetto”, che ormai ornano il loro vocabolario, non li salva affatto dall’ideologia imbecille di cui questa solo frase è testimone sufficiente. Se si conta soltanto, da idealisti, sul “concetto” di Consiglio o, cosa ancora più euforica, sull’inattività pratica di ICO per «escludere ogni ideologia» nei Consigli reali, ci si deve aspettare il peggio: si è visto che l’esperienza storica non giustifica alcun ottimismo di questo genere. Il superamento della forma primitiva dei Consigli non potrà giungere che dalle lotte che divengono più coscienti e dalle lotte per una maggiore coscienza. L’immagine meccanicistica di ICO sulla perfetta risposta automatica del comitato di sciopero alle “necessità”, che fa vedere che il Consiglio sorgerà da solo al momento giusto, soprattutto a condizione che non se parli, disprezza completamente l’esperienza delle rivoluzioni del nostro secolo, che mostra che la “situazione stessa” è altrettanto pronta a far scomparire i Consigli, o a farli captare e recuperare, come a farli sorgere. Lasciamo questa ideologia contemplativa, surrogato assai degradato delle scienze naturali, che vorrebbe osservare più o meno come un’eruzione solare l’apparire di una rivoluzione proletaria. Si formeranno delle organizzazioni consiliari, benché esse debbano essere l’esatto contrario di uno Stato Maggiore capace di far sorgere su suo ordine i Consigli. Nonostante il periodo di una nuova crisi sociale aperta in cui siamo entrati dopo il movimento delle occupazioni, e l’incoraggiamento che prodiga la situazione qui e là, dall’Italia all’Urss, è molto probabile che delle vere organizzazioni consiliari ci metteranno ancora un bel po' di tempo a costituirsi e che

si verificheranno degli altri momenti rivoluzionari importanti prima che esse siano in gradi di intervenirvi ad un livello importante. Non bisogna giocare con l’organizzazione consiliare, lanciando o sostenendo delle parodie premature. Ma è fuori di dubbio che i consigli avranno maggiori possibilità di conservarsi come solo potere, se in quell’occasione ci saranno dei consiliari coscienti ed un reale impadronirsi della teoria consiliare. Al contrario del Consiglio come permanente unità di base (che costituisce e modifica incessantemente, partendo da sé, dei Consigli di delegati), assemblea a cui devono partecipare tutti i lavoratori di un’azienda (consigli di officina, di fabbrica) e tutti gli abitanti di un settore urbano che aderiscono alla rivoluzione (consigli di strada, di quartiere), l’organizzazione consiliare, per garantire la sua coerenza e l’esercizio effettivo della sua democrazia interna, dovrà scegliere i suoi membri, secondo quello che essi vogliono espressamente e secondo quello che possono effettivamente fare. La coerenza dei Consigli, in quanto a lei, è garantita dal solo fatto che essi sono il potere, che eliminano ogni altro potere e decidono di tutto. Questa esperienza pratica è il terreno in cui gli uomini acquisiscono l’intelligenza della loro propria azione, “realizzano la filosofia”. Va da sé che le loro maggioranze rischiano così di accumulare degli errori passeggeri e di non avere più il tempo ed i mezzi per rettificarli. Ma non possono dubitare che la loro sorte non sia il vero prodotto delle loro decisioni e che la loro stessa esistenza sarà giocoforza annientata dal contraccolpo dei loro errori non dominati. Nell’organizzazione consiliare, l’uguaglianza reale di tutti nelle decisioni e nella loro esecuzione non sarà un vuoto slogan, una rivendicazione astratta. Certo, tutti i membri di un’organizzazione non avranno le stesse capacità ed è evidente che un operaio scriverà sempre meglio di uno studente. Ma affinché l’organizzazione abbia globalmente tutte le capacità necessarie, bisogna, in modo complementare, che nessuna gerarchia delle capacità individuali scalzi la democrazia. Non è l’adesione ad un’organizzazione consiliare, né la dichiarazione di un’uguaglianza ideale, che consentiranno ai suoi

membri di essere tutti belli, intelligenti e di vivere bene, bensì lo saranno le loro attitudini reali a diventare più belli, più intelligenti ed a vivere meglio, sviluppandosi liberamente nel solo gioco che valga la pena: la distruzione del vecchio mondo. Nei movimenti sociali che si estenderanno, i consiliari rifiuteranno di lasciarsi eleggere nei comitati di sciopero. Al contrario, il loro compito sarà di agire in modo chetutti gli operai si organizzino alla base in assemblee generali che decidano la conduzione della lotta. Bisognerà bene che si cominci a capire che l’assurda rivendicazione di un “comitato centrale di sciopero”, lanciata da alcuni ingenui durante il movimento delle occupazioni, avrebbe, se fosse andata a buon fine, sabotato ancor più velocemente il movimento verso l’autonomia delle masse, dato che quasi tutti i comitati di sciopero erano controllati dagli stalinisti. Dato che non ci compete forgiare un piano valido per tutti i tempi futuri e che un passo in avanti del movimento reale dei Consigli varrà più di dodici programmi consiliari, è difficile avanzare delle ipotesi precise riguardo al rapporto tra le organizzazioni consiliari ed i Consigli nel momento rivoluzionario. L’organizzazione consiliare, che si sa separata dal proletariato, dovrà cessare di esistere in quanto organizzazione separata nel momento che abolisce le separazioni53 , e ciò anche se la completa libertà di associazione garantita dal potere dei Consigli lascia sopravvivere diversi partiti ed organizzazioni nemici di questo potere. Tuttavia si può dubitare che la dissoluzione immediata di tutte le organizzazioni consiliari dal momento in cui appaiono i Consigli, come voleva Pannekoek, sia una misura praticabile. I consiliari parleranno in quanto tali all’interno del Consiglio e non dovranno affermare una dissoluzione esemplare delle loro organizzazioni per riunirsi a parte e svolgere il ruolo di gruppi di pressione sull’assemblea generale. Così sarà loro più facile e legittimo combattere e denunciare l’inevitabile presenza di burocrati, di spie e
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[Tale momento, se lo si traspone nel lessico più proprio di “ Vis-à-vis”, corrisponde di fatto a quello della fusione collettiva, dell’autopoiesi del soggetto collettivo rivoluzionario. N.d.r.]

di vecchi crumiri che si infiltreranno qui e là. Dovranno altrettanto lottare contro i Consigli fittizi o fondamentalmente reazionari (Consigli di poliziotti) che non mancheranno di apparire. Agiranno in modo tale che il potere unificato dei Consigli non riconosca questi organismi né i loro delegati. Perché l’infiltrazione di altre organizzazioni è per l’appunto contraria ai fini che esse perseguono e perché rifiutano qualsiasi incoerenza al loro interno, le organizzazioni consiliari vietano la doppia appartenenza. Lo abbiamo detto: tutti i lavoratori di una fabbrica devono far parte del Consiglio, almeno quelli che accettano le regole del gioco. Si troverà soltanto una soluzione pratica al problema di sapere se si accetterà di veder figurare nel Consiglio «coloro che sono stati fatti uscire ieri dalla fabbrica pistola alla mano» (Barth). Infine, l’organizzazione consiliare non sarà giudicata che per la coerenza della sua teoria e della sua azione e per la sua lotta per la scomparsa completa di ogni potere rimasto esterno ai Consigli o che tentasse di autonomizzarsi rispetto ad essi. Ma, per semplificare subito la discussione, rifiutando anche di prendere in considerazione una quantità di pseudoorganizzazioni consiliari che potranno venir simulate da studenti o da gente ossessionata dal militantismo professionale, diciamo che non ci sembra che si possa riconoscere come consiliare un’organizzazione che non abbia in sé almeno i due terzi di operai. Siccome questa proporzione potrebbe forse passare come una concessione, aggiungiamo che ci sembra indispensabile correggerla con questa regola: bisognerebbe che, in ogni delegazione inviata a conferenze centrali dove possono venir prese delle decisioni non previste da un mandato imperativo, gli operai costituissero i tre quarti dei partecipanti. Insomma, la proporzione inversa dei primi congressi del “Partito operaio socialdemocratico russo”. Si sa che noi non abbiamo alcuna propensione verso l’operaismo, sotto qualsiasi forma esso si presenti. In questo caso, si tratta di operai “divenuti dialettici”, come dovranno diventarlo in massa nell’esercizio del potere dei Consigli. Ma, da un lato, gli operai si trovano ad essere, ancora e sempre, la forza centrale che può bloccare il funzionamento

esistente della società e la forza indispensabile per reinventarne tutte le basi. D’altro lato, benché l’organizzazione consiliare non debba evidentemente separare da sé altre categorie di salariati, e soprattutto di intellettuali, è importante in ogni caso che questi ultimi vedano severamente limitata l’importanza sospetta che potrebbero assumere, non soltanto verificando, con l’esame di tutti gli aspetti della loro vita, se sono effettivamente dei rivoluzionari consiliari, ma anche facendo in modo che siano, nell’organizzazione, i meno numerosi possibile. L’organizzazione consiliare non accetterà di parlare alla pari con altre organizzazioni se esse non sono, in modo conseguente, partigiane dell’autonomia del proletariato, così come i Consigli dovranno disfarsi non solo di una gestione da parte di partiti e sindacati, ma altrettanto di ogni tendenza mirante a riconoscere loro una funzione ed a trattare con loro da potenza a potenza. I Consigli sono la sola potenza, o non sono nulla. I mezzi della loro vittoria sono già la loro vittoria. Con la leva dei Consigli e il punto di appoggio di una negazione totale della società mercantil-spettacolare, si può sollevare la Terra. La vittoria dei Consigli non si pone alla fine, bensì dall’inizio della rivoluzione.