LE SCUOLE DI GIORNALISMO NELLO SCENARIO ATTUALE DELL’INFORMAZIONE IN CAMPANIA

Premessa Il Coordinamento giornalisti precari della Campania, nel suo costante tentativo di documentare le condizioni lavorative e contrattuali dei giovani cronisti e aspiranti giornalisti della regione nonché indagare sulle dinamiche del precariato e dell’accesso alla professione, ha elaborato e avviato dall’11 novembre 2010 un questionario destinato ai professionisti formati alle scuole di giornalismo presenti in Campania (due: Suor Orsola Benincasa, Napoli, nata nel 2003; Università di Fisciano, Salerno, nata nel 2006). Nota metodologica Il questionario è stato lanciato on line. Si tratta di un’intervista semi-strutturata che si compone di 10 domande (oltre a una parte socio-anagrafica) somministrate in forma anonima, in cui l’intervistato, soprattutto grazie ad alcuni quesiti aperti e ad uno spazio deputato a raccogliere eventuali osservazioni, è stato lasciato libero di raccontare la sua personale esperienza, le sue esigenze, le sue aspettative, la sua storia. Senza alcuna pretesa di “scientificità”, dato anche il margine di discrezionalità rappresentato dalla stessa modalità di somministrazione del questionario, le risposte fornite dal nostro campione (36 casi) sono importati perché ci consentono di avere uno spaccato, un’istantanea su una fetta importante di chi lavora o aspira ad entrare nel mondo dell’informazione, soprattutto nella misura in cui: • Non ci sono altri dati in tal senso né tantomeno esistono statistiche ufficiali delle scuole di giornalismo (a cui pure abbiamo chiesto, senza però ottenere risposte adeguate, una stima sul “placement”, ovvero il posizionamento lavorativo degli iscritti ai master); • Seppure 36 casi non fanno un campione fortemente rappresentativo in assoluto, lo sono significativamente in proporzione all’universo di riferimento totale dei giornalisti che si sono formati nel corso di questi sette anni nelle scuole campane, parliamo di circa 150 persone, su cui rappresentano in termini percentuali il 24%.

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Dati quantitativi Hanno risposto al questionario 36 persone: 24 donne (67% del campione) e 12 uomini (33%). Il nostro campione è abbastanza eterogeneo per età, eppure si rileva che 26 persone (oltre il 70%) su 36 si collocano nella fascia dai 29 anni in su, e comunque l’età media è 30 anni. Chi ha risposto alle domande ha frequentato la scuola in anni diversi: se la maggior parte dichiara di avere concluso il master tra il 2007 (7 persone) e il 2008 (17), c’è anche chi ha terminato la formazione nel 2009 (5) e nel 2010 (4). 21 persone hanno frequentato la scuola di Fisciano; 15 quella di Napoli. Molto interessante è notare come 22 su 36 intervistati, più della metà degli intervistati, dichiara che il motivo che l’ha spinto ad iscriversi al master in giornalismo, anziché intraprendere il percorso tradizionale (esperienza in redazione), è stato “l’impossibilità di ottenere il praticantato in un’altra forma”; seguono quelli che hanno preso questa decisione (6) per avere “maggiori possibilità di accesso al mondo del lavoro”; c’è chi l’ha fatto sperando di “acquisire maggiori competenze e professionalità” (5) o per “l’ottima reputazione di scuola e docenti” (1). Due intervistati hanno invece risposto in maniera libera, senza cioè scegliere tra le possibile opzioni: “Ho provato altre scuole prima ma non ero entrata” e “Mi hanno venduto una grande illusione: esci dalla scuola e ti assumono”. 23 (di nuovo più della metà) su 36 delle persone che hanno risposto al questionario, al momento dell’iscrizione al master, non possedevano nemmeno il tesserino da pubblicista. Durante lo stage previsto dalla scuola all’interno di una testata giornalistica, 27 persone dichiarano di avere svolto mansioni da redattore (tra le altre cose), 5 di avere ricevuto il supporto di un tutor, 3 di avere fatto entrambe le cose, mentre uno dice di “aver operato sul campo”. Passando alla situazione lavorativa attuale, si scopre che 15 persone su 36 (circa il 42%) dichiarano di lavorare in condizioni precarie, con un contratto a progetto o collaborazione occasionale, 9 sono disoccupate, 6 hanno un contratto a tempo determinato e solo 2 sono contrattualizzate a tempo indeterminato (gli altri si dividono tra stagisti e altri tipi di collaborazione, oppure non sono più nel settore). Ma quanto guadagnano questi giornalisti? 11 sotto i 500 euro, sempre 11 sono quelli che si collocano tra i 500 e i 1000; 8 non percepiscono alcun compenso, 4 arrivano a guadagnare tra i 1000 e i 1600; uno tra i 1600 e i 2000 e sempre uno oltre i 2000. E dopo quanto tempo dall’uscita dalla scuola hanno trovato un impiego? Di quelli che rispondono (complessivamente 22, la risposta era facoltativa), la metà, 12 degli intervistati, dicono di avere trovato lavoro da uno a sei mesi dalla fine della scuola; 5 da sei mesi a un anno; 3 più di due anni; 2 più di un anno (uno solo dice di “avere avuto il primo contratto prima di terminare la scuola”).

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Dati qualitativi Soddisfazione del livello preparazione fornito dalla scuola a fini dell’esercizio della professione: parziale soprattutto a causa dello scollamento tra teoria e pratica giornalistica Prevale nettamente sul totale un giudizio solo parzialmente positivo. Più della metà degli intervistati (20) si dichiara soddisfatta solo in parte; 11 si dicono complessivamente soddisfatti; mentre 5 non sono soddisfatti. Dei 20 che hanno espresso un parere favorevole solo in parte, la maggioranza converge su un giudizio ambivalente, in particolare in relazione alla buona preparazione su un piano teorico a cui fa da contraltare una pratica non adeguata. In compenso gli intervistati mettono in evidenza l’importanza, ai fini della pratica e delle relazioni utili alla professione, dell’esperienza dello stage in redazione come momento formativo e di vera “gavetta” sul campo. (ecco alcuni esempi: “a livello teorico la preparazione è stata molto buona, sulla pratica invece molto carente”, “ho imparato la vera pratica in redazione”, “le lezioni teoriche erano molte più di quelle pratiche, non abbiamo avuto modo di lavorare sul campo, ad eccezione di alcuni progetti, ma non sufficienti”, “la scuola può fornirti delle buone basi intellettuali dandoti la giusta formazione teorica e, in minima parte anche pratica. Ma il lavoro vero e proprio lo si impara solo sul campo e in una vera redazione giornalistica”, “scarsa attenzione al lato pratico del mestiere, troppa impostazione teorica”, “tecnicamente sono state date le conoscenze di base per scrivere i pezzi, ma sono del tutto mancate le nozioni sul campo”, “bisognerebbe fare più pratica sul campo e affrontare argomenti di maggiore attualità”, “l’esperienza vera e realmente sul campo mi è stata consentita durante lo stage”). Degli 11 che hanno risposto positivamente, la maggior parte pensa che la scuola sia stata un’occasione di formazione completa, che abbia fornito le conoscenze e gli strumenti fondamentali per l’esercizio della professione, che i docenti siano preparati, che il master sia in grado di formare professionisti a 360 gradi (dalla carta stampata alla televisione, dalla radio al web), che sia un’opportunità per entrare in redazioni importanti. Ma non mancano punti critici. Ad esempio uno degli intervistati nota che “non basta la preparazione. Bisogna anche cercare di favorire l’ingresso nel mondo del lavoro”. Dei 5 che hanno dichiarato di non essere soddisfatti della scuola, i giudizi sono diversi (“organizzata male”, “slegata dalle realtà giornalistica”, “con tutor e direttori più concorrenti che facilitatori del processo di apprendimento”, “lezioni lasciate molto all'improvvisazione e professori non preparati adeguatamente”), ma convergono più o meno sul fatto che l’articolazione del master, dal personale docente ai tutor all’organizzazione stessa delle lezioni, non sia in grado di dare un’adeguata formazione e preparazione per il mondo del lavoro. Consigliabile o no la scuola di giornalismo? No per 20 persone su 36 perché costa troppo, alimenta illusioni e non offre reali opportunità lavorative Più della metà delle persone che hanno risposto alla domanda (20) non consiglierebbe a un amico di iscriversi a una scuola di giornalismo, ritenendolo troppo dispendioso e soprattutto inutile ai fini dell’accesso diretto al mondo del lavoro. In altri termini, al costo non corrisponde un valore (e un peso specifico rispetto alla tradizionale gavetta della redazione) in termini di sbocchi professionali più o meno sicuri (“assolutamente non la consiglierei perché è una spesa di denaro senza un ritorno professionale e formativo”). Dalle risposte a questa domanda emerge un quadro caratterizzato da sconforto, amarezza e disillusione, soprattutto nella misura in cui la stragrande maggioranza degli intervistati dichiara che in questo momento particolare non è consigliabile

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intraprendere il mestieri di giornalista: il settore è saturo, la gavetta è lunga e non necessariamente destinata a concludersi con un contratto giornalistico in una redazione (“al di là della qualità o meno della scuola è il settore che è saturo. Dopo ti aspetta la stessa gavetta, con la differenza che spesso lo status di “professionista” potrebbe creare qualche problema”). Resta il fatto che ad oggi la scuola rimane l’unica possibilità di specializzazione nel settore, l’unica opportunità di entrare nelle redazioni (soprattutto attraverso stage che potrebbero risultare determinanti per il futuro), oltre a darti le basi di conoscenze e tecniche. Ma soprattutto si tratta ad oggi del solo modo diretto e “sicuro” di diventare professionista. Questi i motivi per cui gli altri 16 intervistati del nostro campione consiglierebbero la scuola, che resta, nonostante limiti e costi, l’unica occasione per chi aspira ad entrare nel mondo dell’informazione di accedere direttamente al praticantato, anche se questo non necessariamente aprirà le porte del mercato del lavoro. Pregi e difetti Aspetti positivi più ricorrenti: Stage (con tutto ciò che significa in termini di esperienza e contatti), formazione teorica, possibilità di utilizzare attrezzature all’avanguardia, multimedialità, strutture efficienti, personale preparato, selezione di idoneità degli aspiranti giornalisti. Aspetti negativi più ricorrenti: Costi elevati, nessun collegamento con il mondo del lavoro né garanzia di inserimento lavorativo, formazione sbilanciata più verso la teoria che la pratica, poca cronaca e scarsa attenzione alle materie relative al giornalismo. Osservazioni La quasi totalità degli intervisti ha rilasciato un commento in questo piccolo spazio “sfogatoio”. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di considerazioni amare su: • l’inaccessibilità e mancanza di prospettive della professione; • il fatto che quello del giornalista è un mestiere difficile e una scuola non te lo può insegnare; • la mancanza anche di tutele degli stessi giornalisti da parte degli organi di competenza (come Ordine dei Giornalisti); • la necessità di una profonda riforma si tutto il sistema, proprio a partire dalle scuole, che alcuni sconsigliano di frequentare definendole “fabbriche di illusioni” (“se manca il mercato non ha senso produrre professionisti che poi avranno il triplo delle difficoltà per essere assunti. Quindi occorre una razionalizzazione del numero di scuole di giornalismo sul territorio”).

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Sintesi dei dati più salienti 36 persone: 24 donne (67% del campione) e 12 uomini (33%)

F M

Figura 1 Composizione campione per genere

21 (58%) scuola di Fisciano; 15 (42%) Napoli

Fisciano Suor Orsola Benicasa

Figura 2 Provenienza dalle scuole

Motivo di iscrizione al master 22 (61%) 6 (16%) 5 (14%) 1 (3%) 1 (3%) 1 (3%) Impossibilità di ottenere il praticantato in un’altra forma Maggiori possibilità di accesso al mondo del lavoro Possibilità di acquisire maggiori competenze e professionalità Ottima reputazione di scuola e docenti Ho provato altre scuole prima ma non ero entrata Mi hanno venduto una grande illusione: esci dalla scuola e ti assumono

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23(64%) no; 13 (36%) sì

NO SI

Figura 3 Iscrizione all’Ordine 27 (75%) mansioni da redattore 5 (14%) supporto di un tutor 3 (8%) entrambe le cose 1 (3%) operato sul campo
80% 70% 60% 50% 40% 30% 20% 10% 0% mansioni da redattore supporto di un tutor entrambe le cose operato sul campo Serie1

Figura 4 Stage presso redazione

1 2 3 4 5 6

(42%) contratto a progetto o collaborazione occasionale (25%) disoccupati (16%) contratto a tempo determinato (6%) contratto a tempo indeterminato (11%) stagisti e altri tipi di collaborazione, oppure non sono più nel settore

1 2 3 4 5

Figura 5 Situazione lavorativa attuale 11 (30%) sotto i 500 euro 11 (30%) sono quelli che si collocano tra i 500 e i 1000 8 (22%) non percepiscono alcun compenso 4 (11%) arrivano a guadagnare tra i 1000 e i 1600 1 (3%) tra i 1600 e i 2000 1 (3%) oltre i 2000
35,0 30,0 25,0 20,0 15,0 10,0 5,0 0,0 0 sotto i 500 euro tra 500 e 1000 euro tra 1000 e 1600 tra 1600 e 2000 oltre i 2000 euro Serie1

Figura 6 Situazione economica attuale

Su 23 rispondenti 12 (52%) da uno a sei mesi dalla fine della scuola 5 (22%) da sei mesi a un anno 3 (13%) più di due anni 2 (9%) più di un anno 1 (4%) prima di terminare la scuola

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da uno a sei mesi dalla fine della scuola da sei mesi a un anno più di due anni più di un anno prima di terminare la scuola

Figura 7 Tempo intercorso tra uscita dalla scuola e inserimento lavorativo

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Le testimonianze
Il titolo al report dei Coordinamento lo suggerisce uno degli studenti che ha risposto al questionario: “Per me la scuola è stata solo una fabbrica di illusioni e speranze, puntualmente disilluse”. La possibilità di affacciarsi al giornalismo, quello fatto da grandi nomi e da grandi redazioni, e poi il sogno che sfuma una volta terminato il periodo di formazione. Manca il rapporto tra formazione e ingresso nel mondo del lavoro, lamentato da molti. “Sicuramente la scuola – scrive un ex alunno – è un'esperienza di vita, ma che, almeno a Salerno, resta tale perché manca un mercato giornalistico tale da accogliere (in un iter a norma di legge) i giornalisti professionisti. Se manca il mercato non ha senso produrre professionisti che poi avranno il triplo delle difficoltà per essere assunti. Quindi occorre una razionalizzazione del numero di scuole di giornalismo sul territorio. Si mantengano quelle strutture collegate già a determinati ambienti di lavoro o comunque in città importanti. Tutte le altre possono dare anche la migliore istruzione del mondo, ma non servono a niente”. Un’altra ex-alunna aggiunge: “Abbiamo giocato a fare i giornalisti, perché la situazione lavorativa, dopo i due anni di master, è drammatica. C’è inoltre poco interessamento per il post-corso (non ho ricevuto una telefonata dai miei tutor di supporto, per segnalarmi un concorso pubblico), diciamo che dopo aver intascato i 10 mila euro hanno simpaticamente detto arrivederci e grazie, trincerandosi dietro alle parole "la situazione è difficile". Trovo il percorso totalmente inutile per l'inserimento nel mondo del lavoro”. Un terzo ex alunno aggiunge: “Il "tesserino" da professionista anche se retaggio di una cultura corporativa che dovrebbe essere rovesciata, è, al momento, un "pezzo di carta" che consente di partecipare anche a concorsi nella pubblica amministrazione (in attesa delle singole ratifiche della legge 150). Visto il periodo di crisi e considerata la riduzione degli spazi nelle redazioni, è una alternativa da non sottovalutare per chi vuole vivere di giornalismo. La scuola, con tutti i suoi limiti, da la possibilità di ottenere i titoli utili per partecipare a diverse selezioni. Sarebbe auspicabile un corso che prepari realmente alla professione e non un'accozzaglia di gente e materie lanciate alla rinfusa. Ma magari la preparazione teorica la si affida alle proprie capacità di essere "insegnanti di se stessi", la pratica la si svolge nello stage (unica esperienza veramente formativa) e, se si è meritevoli, si può accedere alle borse di studio regionali per chi frequenta master. In attesa che qualcosa cambi, e premendo affinché cambi, mi pare un ragionamento realistico”. La difficoltà per gli ex corsisti è rappresentata sicuramente dai costi proibitivi per molti che fanno diventare la formazione una questione “elitaria”. “Non credo sia sbagliato il concetto del praticantato presso una scuola riconosciuta dall'odg – scrive uno degli ex frequentanti - è sbagliato il proliferare di tali scuole. Farne due di altissima qualità, meno costose, con borse di studio per una parte degli allievi meno abbienti”, è il suggerimento lasciato da un ex. Se la formazione in alcuni casi risulta positiva, perché i frequentanti hanno la possibilità di utilizzare strutture all’avanguardia, capacità di accesso ai diversi linguaggi giornalistici, lascia a desiderare l’impostazione di alcuni corsi, troppo slegati con la realtà e in alcuni casi organizzati male. Se la scuola serve a creare “contatti” e relazioni, anche con colleghi più anziani, il momento più importante risulta essere lo stage, un passo fondamentale per “entrare”, anche se per pochi mesi, in una redazione, un luogo irraggiungibile per tanti corsisti. Non mancano delle riflessioni sull’attribuzione dei tirocini che qualcuno definisce “troppo arbitraria”. “La Scuola, come formazione professionale, credo mi abbia lasciato una traccia. Se non altro ha fatto fiorire in me la voglia di fare il reporter. Quasi per contrapposizione a diversi esempi di antigiornalismo in cui mi sono imbattuto. Il presente, però, lo vedo un po’ torbido. Lavoro da free lance e mi salva la passione. Nel settore, però, vedo un sacco di acqua sporca farsi largo. Troppi camerieri, nani e ballerine aggiustati con tanto di contratto nazionale. Povera patria...!”. “Ho scelto la professione che amo – dichiara una ex alunna - e non potrò mai praticarla. Cammini con il fardello di essere un giornalista di serie B, perché da ex- studente di una scuola non hai consumato le suole delle tue scarpe. Questo in parte è vero, ma tanti hanno fatto i corrispondenti e hanno puntato sulla scuola per fare quel "salto di qualità", in realtà mai arrivato. Il sistema, anche nel giornalismo, è sempre lo stesso: tutela i tutelati senza dare spazio alle nuove leve, senza dare una piccola possibilità alla stragrande maggioranza delle persone "normali".

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Vorrei rinunciare a fare la giornalista, solo perché incapace. Vado avanti cercando di trovare il giusto varco o anche la possibilità per sopravvivere. Purtroppo ho perso la fiducia, come tanti altri colleghi”. L’appello è quello di un ex studente che chiede l’intervento dell’ordine: “Se non interverrà al più presto apportando una radicale riforma del sistema giornalistico in Italia e se non introdurrà una nuova disciplina per l' accesso a questa professione, ci rassegneremo all'idea di fare i giornalisti per hobby e non per lavoro”. E un altro ricorda: “Credo ancora che fare il giornalista sia una sfida che val la pena tentare, ma purtroppo oggi non c'è alcuna tutela per chi (non raccomandato, né figlio di qualcuno) prova a fare questo mestiere. L'Ordine dei giornalisti non tutela nessuno e nonostante le belle parole che il Segretario, nazionale e regionale, continua a dire, di fatto non adotta alcun controllo. Se ci fossero controlli seri nelle redazioni, allora non ci sarebbero le persone non pagate o retribuite 5 euro per una giornata di fatica. Ma se anche avvisati, dall'Ordine rispondono che non possono fare nulla. Andrebbe abolito”.

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