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Volume 1, Issue 1

Cos'è per noi l'irredentismo
Il punto focale del nostro discorso storico ed ideologico è rappresentato da questo movimento denominato Irredentismo; ma che cosa è per noi davvero l’”irredentismo”? L’irredentismo è un movimento o un sentimento per alcuni versi popolare e per altri più culturalmente distaccato dalla massa, volto alla riunificazione, alla redenzione ed alla creazione di un nuova Patria italiana in un periodo in cui i nazionalismi fiorivano e l’idea romantica di Nazione era ben lungi dall’essere messa in discussione. Il nostro paese ha sempre convissuto (dai tempi del crollo dell’Impero Romano) con una serie di fattori politici, militari ed economici tali da minare e affossare lo spirito comune derivante dall’ ITALIA romana. Si badi bene, non si vuole fare facile retorica o sciocco qualunquismo nazionalista. Non si vuole con ciò indicare il fatto che l’Italia attuale SIA l’ITALIA ROMANA, ma che ne è erede nella buona e nella cattiva sorte. Quasi due millenni di radici comuni, di vicinanza geografica, etnica (con le dovute spiegazioni) e linguistica (eadem) hanno di fatto portato , pur con tutti i difetti attuali, ad una innegabile e fortissima radice comune per noi italiani. Il fatto che ora dopo due guerre mondiali ( di cui una da cui non siamo ancora usciti e che ci ha lasciato in eredita la morte e l’odio verso tutto ciò che è Patria,onore,dovere,onestà) la nostra società sia venuta a contatto e si sia evoluta in modo tale da rinnegare il concetto stesso di Patria-Nazione è sintomatico di un’epoca ove le certezze sono di fatto scomparse ed ove sempre di più il materialismo fine a se stesso, l’edonismo incapacitante e l’imbellismo come stile di vita la fanno da padroni. Proprio per reagire a questo stato di cose noi ci riconosciamo nel termine vero e proprio dell’Irredentismo (redimere ciò che è perso o sottratto) e lo eleviamo a missione ed a fonte di ispirazione per la nostra opera e per la nostra stessa vita. Riscattare ideali oramai quasi sepolti, passati alla stregua di mali assoluti; l’amore per la propria Patria e per il proprio popolo, la ferrea disciplina contro le malversazioni malavitose e criminali – quindi- il riscatto dei valori dell’onesta, dell’onore, del senso di dovere verso i propri obblighi e il rispetto della legalità statale (costantemente criminalizzata e corrotta da spregevoli mercanti con i colletti bianchi o da “onesti” uomini d’affari pronti a “vendere” il proprio fratello per un pugno di denari). Noi IRREDENTISTI facciamo nostri quei valori portati a sublime sintesi dai nostri martiri civili e militari, battutisi, forse anche con metodi non ortodossi, ma con purissimo ed incorruttibile amore Patrio quanto ancor prima amore per il proprio fratello, fosse stato esso ricco o povero. Ne consegue che ciò che nacque storicamente come movimento infra e post-risorgimentale può benissimo, al contrario di quanto si possa superficialmente pensare, essere elevato a stile di vita e di comportamento anche in questo nuovo millennio. Le nostre radici come abbiamo detto, affondano nel concetto più primigenio di “Patria” (terra dei patres) che ancora usiamo con grande enfasi ed amore (o almeno dovremmo); la propria comunità, le proprie tradizioni, la propria cultura e le proprie piccole credenze rivalutate nel superiore grembo dell’interesse naturale, garante – non si dimentichi- del desiderio e dell’interese particolare. L’Irredentismo non deve quindi essere compreso od assimilato ad una prima ed facilmente erronea analisi, come un rigurgito proto-risorgimentale di matrice nazionalista e xenofoba. Il nostro “movimento” si batte, così come ogni suo singolo componente per una verità storica negata dai pochi ai danni dei molti; un patrimonio storico e culturale derubato e rapinato; una coscienza comune spezzata ed umiliata. L’Irredentismo è quindi un movimento caratterialmente rinnovatore e totalmente in contrasto con l’immobilismo storico e politico caratterizzante i limitati movimenti storicopolitici sorti a cavallo delle due guerre. L’Irredentismo è “tradizionalmente all’avanguardia”; contemporaneamente redentore e sacro custode di quella eredità storica e morale, latina e romana, negata e volutamente occultata e contemporaneamente innovatore di un sentimento di appartenenza non ancorato su sorde considerazioni passate ma su concreti ed attualissimi problemi pratici. L’Irredentismo è sapere e cultura, passione ed elevazione spirituale e morale, dinamicità e vigore fisico; non è un movimento fermatosi alle soglie dell’unità nazionale, ma un attualissimo stile di vita da attuare, perseguire e ricercare nel cuore di ogni italiano di buon cuore e fermamente saldo nei propri principi fondamentali. Facciamo dell’Irredentismo il cuore dell’onestà, la medaglia della lealtà ed il gladio dell’onore. Va da se che questo nostro “passato futurismo” debba fondarsi su di un preciso disegno di bonifica nazionale. L’italiano rinato alla luce del trimonio onestà,lealtà,onore

Inside this issue:
Garibaldi e la cessione (forzata) di Nizza alla Francia)

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Cos’è per noi l’Irre- 3 dentismo (continuato da L’Irredentismo nel 4 mondo moderno e nell’Unione Europea Identità, Tradizione 5 ed Immigrazione

Libri Irredentisti

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L’angolo Poetico

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Breve storia della Dalmazia dalle origini al 1918 La Patria e L’Irredentismo—Malta

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Carta dei Valori Irredentista

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L’Arena d’Italia

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Garibaldi e la cessione (forzata) di Nizza alla Francia
Quest’anno, in questo stesso mese ricorre il bicentenario della nascita del padre dell’Italia: Giuseppe Garibaldi. L’unico in grado di unificare e creare uno Stato a tutti gli effetti seppur con enorme difficoltà viste le varie “diversità” fra le genti che vi erano allora. Garibaldi si ricorda soprattutto per la celeberrima spedizione dei Mille, in realtà erano 1090, avvenuta nel 1860 la quale partì da Quarto il 5 maggio, in Liguria, e attraversava il Mar Tirreno facendo una tappa intermedia in Toscana, presso Talamone, poi si diresse alla volta della Sicilia arrivando presso le sue coste l’11 maggio, più precisamente a Marsala. Da lì comincia la vera spedizione, infatti i garibaldini conducono numerose battaglie nell’isola come quella di Calatafimi e poi si procedette alla risalita della penisola attraversando lo Stretto di Messina per poi arrivare in Calabria e continuare fino a Napoli, quando il Regno delle Due Sicilie cessò definitivamente di esistere per essere annesso all’Italia. Soprattutto perché proprio Nizza ha dato il natale a Giuseppe Garibaldi, quindi proprio lui era in fervida opposizione alla cessione della sua città. Naturalmente Garibaldi fece di tutto affinché la città rimanesse italiana: si recò a Nizza furibondo per cercar di riferire alla popolazione del destino che incombeva sulla città ma Cavour, con la complicità di Vittorio Emanuele, fece di tutto per ostacolarlo. Garibaldi non si arrese e, in seguito, interpellò il Ministero sul trattato di cessione di Nizza e Savoia, e sostenne che essa violava i patti con cui quella città si dava alla dinastia sabauda e pregiudicava la fama della monarchia e la sicurezza del Regno. Anche quest’ultimo ricorso sembrava esser vano, infatti così fu: nella seconda metà di aprile del 1860 Cavour indisse i plebisciti, che si riveleranno chiaramente pilotati a danno dell’Italia, nella Contea di Nizza e nella Savoia, i cui risultati (scontati) sancirono la definitiva cessione alla Francia delle due regioni. Le reazioni dei politici e non solo furono molto forti arrivando anche giustamente a dire che la cessione di Nizza era stata un sacrificio troppo grande per l’Italia e che la stessa Italia non si sarebbe mai più ripresa dopo questo grave evento. Dal momento della cessione di Nizza si assistette, per almeno i due anni successivi, ad un esodo di italiani che rifiutavano categoricamente di risiedere in Francia per vari motivi, uno dei quali si riferisce agli atteggiamenti francesi che presentavano evidentissime discriminazioni contro gli italiani residenti lì. Ritornando a Garibaldi e alle sue reazioni dopo il tragico evento delle cessioni, lui stesso minacciò di bruciare tutte le schede utilizzate nel plebiscito da poco concluso ma non poté perché le schede che recavano il “NO” non erano “stranamente” disponibili. Inoltre ha anche tentato di richiedere l’appoggio della Russia, facendo in modo di dichiarare Nizza una città libera e collocarla sotto protezione degli Stati Uniti, ma la Russia non ne volle sapere e se ne lavò completamente le mani.

la città era considerata “non meno italiana del Piemonte o di qualunque altra regione italiana”.

In quello stesso anno però, oltre alle graduali annessioni delle regioni al Regno di Sardegna, ci furono anche due cessioni piuttosto sofferte, soprattutto una: la Contea di Nizza. Possiamo dire che la spedizione dei Mille fu una conseguenza indiretta della cessione di Nizza alla Francia e la dimostrazione che Garibaldi, seppur provato dall’evento, continuò a fare ciò che aveva sempre sognato: l’Unità d’Italia.

Ebbene Cavour, pur di ottenere il pieno appoggio e la piena fiducia di Napoleone III re di Francia, voleva a

Infine a Garibaldi non restò altro da fare che arrendersi e capacitarsi che la sua città di fatto sia diventata francese, o meglio si sia sporcata dell’elemento francese, pur sapendo però che TUTTO ciò che si trova a Nizza e nel territorio circostante parlava, parla e parlerà sempre ed ancora italiano.

tutti i costi cedere alla Francia la contea nizzarda e la Savoia, quest’ultima legata all’Italia più per ragioni dinastiche che per altro. Ma la cessione di Nizza era vista dalla quasi totalità un atto troppo avventato poiché la città era considerata “non meno italiana del Piemonte o di qualunque altra regione italiana”.

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è il nuovo soldato politico e culturale da cui far partire la ricostruzione nazionale. Una ricostruzione nazionale che parte però dall’interno e che non termina certamente con l’acquisizione di una scala di valori, che senza una base sarebbero solamente uno splendido drappo sopra un rude pezzo di legno male intagliato. Il riscatto della nostra Patria e del nostro paese va attuato attraverso la cernita e l’assoluta garanzia di amore e fedeltà alla Patria. Ne consegue facilmente i motivo per cui nella nostra CdV si faccia accenno al requisito di cittadinanza italiana supportato da chiara e sincera ascendenza italiana. Si badi bene, ciò non vuole essere un classico e limitato discorso legato alla purezza “razziale” italiana; una simile considerazione sarebbe storicamente,moralmente e praticamente ridicola ed inesatta, oltre che legalmente perseguibile. Le nostre radici storiche sono in Roma, ove non esisteva razza “romana”, ma un piccolo coacervo di popoli fieramente bellicosi, che avevano trovato in Roma la loro nuova Patria. Roma era e rappresenta per noi una Patria spirituale ideale. Il cittadino romano non importava fosse sannita, celta, ligure, gallo, greco o quant’altro, in quanto a Roma non vi erano stranieri ma solo cittadini di una nuova e superiore Repubblica elevata e fondata su valori certi e precisi quali la pietas ed il rispetto dei mores. Noi ci poniamo come nuova “Res Publica Romana” trasposta ed edificata in una nuova “Res Publica Italiana”. Il discorso conseguente infatti il requisito della cittadinanza italiana è facilmente accostabile all’esempio repubblicano romano ed all’estremo bisogno di pulizia e chiarezza in una società, come quella attuale, ove si rigetta come estraneo e forzato il rispetto di quel labaro costituito da onestà, lealtà ed onore , il quale sorregge il vessillo ideale della nostra Patria. Coloro infatti che si sono dimostrati, si dimostrano e si dimostreranno nemici di questi nostri fondamentali

cardini, non sono da noi considerati “fratelli”, ma ciò che in realtà sono: traditori della nostra Patria. Coloro poi che attestano cittadinanza italiana solo tramite documento cartaceo od informatico, rappresentano per noi quanto di più ridicolo e mendace esista. Non è un pezzo di carta a fare due millenni di eredità spirituale, comunanza materiale ed elevazione spirituale, e di certo il recente comportamento permissivo dei nostri governanti deve essere solo di monito ai veri figli d’Italia, di modo che essi sappiano chi siano i traditori e i nuovi usurai che ci vendono giornalmente a chi con noi non ha nulla a che spartire, ne mai ce lo avrà. Speciale discorso meritano invece coloro che pur non essendo cittadini italiani o nati nel territorio della Repubblica, dimostrino con atti ed azioni il proprio amore per la Patria italiana e l’estrema purezza di ideali che li unisce ai propri fratelli nati sull’attuale territorio nazionale; anche qui si ricordi sempre però che deve rimanere fermo il requisito di ascendenza italiana, costituente il vincolo che ci permetta di riconoscerli come fratelli.

“Roma era e rappresenta per noi una Patria spirituale ideale.”

Le terre dei popoli Italici

L’Arena d’Italia

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L’Irredentismo nel mondo moderno e nell’Unione Europea
Nel mondo moderno, o almeno nella captazione che si riscontra in Italia, sembra non esserci più spazio per ideali patriottici, tanto meno irredentisti, se per irredentismo si intende la rivendicazione, più o meno accentuata, di territori. E’ lecito dunque aspirare al ricongiungimento di questi territori, oppure dovremmo limitarci a cercare di avere buoni rapporti con i nostri vicini, anche a costo di sacrifici, ideali e materiali? Sicuramente molto dipende dall’angolazione politica con il quale si guarda la vicenda. Gli irredentisti di oggi non predicano guerre o stermini di popoli, come certe parti politiche, assai interessate, tendono a dipingerli. L’Irredentismo trae origine dal più sano Risorgimento, quella stessa pulsione di sentimento, pensiero ed azione, grazie alla quale, oggi, noi abbiamo una Patria comune, e non viviamo ancora soggetti al potentato di turno, o a una dominazione straniera. Siamo fieri di rivendicare gli ideali di quel periodo, così come riteniamo che quel periodo non sia nato dal nulla, da poche classi benestanti che volevano consolidare il loro potere, come certa storiografia partigiana insiste a propinarci in maniera scandalosa. Il Risorgimento è connesso a filo diretto ai Comuni, le Repubbliche marinare, i re d’Italia che nell’alto medioevo cercarono di rendere l’Italia libera dal papato e dall’impero, finendo per essere schiacciato per quasi un millennio, fino a Roma, la quale non solo ha reso l’Italia nazione, ma le ha dato il posto più luminoso nella storia della civiltà umana. Ecco quindi, poiché affondiamo le nostre radici culturali ed ideali in tale passato, l’Irredentismo è presente tutt’oggi, e sempre lo sarà, finché esisteranno i popoli. dicasi per l’Alaska. Un paio di scogli davanti la Germania, le isole Helgoland, furono richieste con insistenza dalla Germania, in cambio di enormi concessioni date alla Gran Bretagna in Africa. Le questioni coloniali in Marocco furono risolte nel 1911 da un trattato, le irrisolte questione dell’Alsazia-Lorena portarono in definitiva alla guerra molto più che non i fatti di Sarajevo. Da 60 anni, e più, a questa parte, sembra che debba prevalere il detto: “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, ma i fatti più recenti, dovuti alla caduta del potere comunista in Europa orientale, hanno contraddetto in maniera seria, con buona pace dei pacifisti nostrani, gli assunti secondo i quali i confini sono immutabili, quasi la mano li avesse posti nel 1947 la mano di Dio. In realtà neppure le montagne sono immutabili nel tempo, figuriamoci i confini politici dati dall’uomo. Questa considerazione ci porta ad allettanti novità e proposte. Nessuno può prevedere il futuro, e appare evidente che gli eventi possono tramutarsi in eventi negativi o positivi, a seconda di chi li interpreta molto spesso. Se, aumentare la tensione internazionale con rivendicazioni formali, può, nel mondo moderno, essere infattibile e forse riprovevole, non ci sono alcune limitazioni invece al voler dare al proprio popolo una degna cultura storica e nazionale. Ciò significa che l’irredentismo moderno, come del resto quello di fine ottocento, deve dedicarsi in primo luogo all’acculturazione dei giovani. Basterebbe questo, a rendere i giovani consapevoli della storia d’Italia, della sua geografia, delle grandi gesta passate e recenti del nostro popolo, per renderlo fiero, orgoglioso, e, parola magica, consapevole, non solo di sé, cosa che sarebbe già straordinaria considerati i tempi. Ma consapevole che esistono territori e popolazioni italiane non appartenenti alla Repubblica. La Repubblica italiana non è l’Italia. Su un cartello al confine di Trieste una mano anonima scrisse: “La Repubblica italiana finisce qua, ma l’Italia continua”. E’ quanto i nostri giovani dovrebbero imparare, non per aizzarli ad infattibili avventure militari, ma per renderli edotti della storia, della geografia, dei confini d’Italia, che per usare una parola desueta in questo campo, e da taluni ritenuta provocatoria, potrei definire “giusti”. Gli Italiani tendono ad autoflagellarsi per l’appartenenza alla Repubblica di territori attualmente a maggioranza non italofona (invero molto pochi), ma dimenticano, non solo che questi territori sono tutti storicamente e geograficamente italiani –tranne circa 600 kmq di valle alpine transalpine, una vera miseria che, possiamo confrontare con i 23.000 kmq di territorio cisalpino o appartenente alla piattaforma continentale italiana, appartenente a regimi stranierima hanno subito nel corso dei secoli un’assimilazione che ne ha eliminato, spesso con metodi violenti, la popolazione latina autoctona. D’altro canto, quando si fa presente un territorio italiano, oggi, occupato da una potenza straniera, abitato da italiano, si derubrica la cosa a fatti interni di un altro stato estero, col quale, per non urtarlo, non si deve assolutamente entrare in discussione. Anzi, diciamo francamente che queste popolazioni italiane sfortunate non vengono neppure considerate italiane dagli italiani della repubblica, nonostante parlino una lingua spesso priva delle inflessioni dialettali che tanto ci vantiamo di avere in Italia. Questi sono gli obiettivi dell’Irredentismo del futuro, da perseguire con determinazione, a prescindere dagli obiettivi omogeneizzanti europei. Se l’Europa vorrà dimenticare assieme alle sue radici culturali, anche le identità nazionali, per evitare possibili scontri al suo interno, noi ringraziamo, ma non siamo disponibili. Una vera amicizia fra i popoli, e guai a chi tenti di fonderli a forza, e contro la loro volontà, può essere instaurata solo nel rispetto reciproco, nella reciproca conoscenza della storia, e nell’assunzione delle proprie responsabilità. In questo, l’Italia, tenuta divisa per 1400 anni dalle invidie e dalle gelosie dei potentati europei, che la temevano dopo il passato glorioso di Roma, a cui dovettero sottomettersi, ha parecchi crediti da riscuotere.

Su un cartello al confine di Trieste una mano anonima scrisse: “La Repubblica italiana finisce qua, ma l’Italia continua”

La fine della seconda guerra mondiale, la costruzione di armamenti sempre più devastanti, la fittissima interrelazione creatasi tra gli vari stati della Terra lascia poco spazio ad azioni unilaterali. La terra d’Europa ha sempre avuto un valore aggiunto enorme rispetto alle terre coloniali d’Africa, d’Asia o delle Americhe. L’intera Louisiana fu venduta per pochi milioni di dollari, stessa cosa

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Identità, Tradizione ed immigrazione
“Chi abbandona il fiume della Tradizione si perde nel mare della decadenza”.

Questa frase di Julius Evola rappresenta perfettamente quella che è l’era attuale: un periodo ove i popoli stanno perdendo la retta via, ovvero quella tradizionalista, per far spazio alla globalizzazione con tutti i danni che ne conseguono (basti pensare al capitalismo, al materialismo e all’immigrazione).

E proprio quest ultimo è un problema molto sentito fra la gente. Le nostre città e i nostri paesi sono ormai stati invasi da stranieri di ogni sorta (in primis nord africani, asiatici ed est europei) che la fanno da padroni a casa nostra. L’Italia, ma anche l’Europa in generale, è stata letteralmente sfigurata dall’immigrazione selvaggia, senza che i vari governi ponessero alcun freno.

Bisogna denunciare non solo i problemi di ordine pubblico spesso e volentieri legati all’immigrazione, ma anche e soprattutto per insistere e ribadire la propria contrarietà al concetto di società multirazziale che tutti noi italiani siamo costretti a subire come fatto scontato, senza più poter neanche mettere in dubbio una sconcertante realtà sociale che in pochi anni ha cambiato completamente questo Paese, costringendo addirittura molte famiglie ad andare a vivere altrove. L’Italia vivrà fra qualche anno, in quanto adesso stiamo assistendo ai primi focolai, la stessa tensione sociale che oggi c’è nella provincia parigina (le famose banlieues) e che avrà naturalmente le stesse conseguenze.

“Chi abbandona il fiume della Tradizione si perde nel mare della decadenza”.

Noi siamo convinti che questa non sia integrazione e progresso sociale bensì crediamo rappresenti invece ghettizzazione, insicurezza, totale perdita di cultura e tradizione. La terra che ci è stata tramandata dai nostri padri non deve cadere in mano straniera!

Noi abbiamo la “presunzione” di voler rivedere quello che ormai viene dato ormai come futuro certo. Tutto questo in nome della nostra Tradizione.

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Eroe o Traditore? Carmelo Borg Pisani—Stefano Fabei
Alle 7 e 34 del 28 novembre 1942, sulla forca del carcere maltese di Corradino, moriva Carmelo Borg Pisani, un giovane artista che sognava la liberazione della sua isola dal dominio britannico. Spinto da generoso entusiasmo lasciò pennello e tavolozza per imbracciare il fucile. Arruolatosi come soldato semplice nell’esercito di quell’Italia da lui ritenuta la vera patria, fu protagonista di una sfortunata missione segreta conclusasi con l’arresto e un processo per alto tradimento. Entrò così nella schiera delle Medaglie d’Oro al Valor Militare. Figura controversa, protagonista di una vicenda tragica, fu considerato in Italia un eroe irredentista e a Malta, anche se non da tutti, un traditore. È il caso più noto di missione in territorio nemico, la storia di un uomo che, riconoscendosi in un ideale, fu facile vittima dell’incompetenza, della superficialità e della cattiva coscienza di chi, più o meno consapevolmente, lo mandò incontro alla morte. Affrontò con coraggio il sacrificio supremo come Cesare Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa e Nazario Sauro

Il Lungo Esodo—Raoul Pupo
Dopo la seconda guerra mondiale più di un quarto di milione di uomini, donne e bambini che vivevano a Zara, a Fiume e nell'lstria furono costretti a emigrare in massa dalle loro case cercando fortuna in Italia e oltreoceano: famiglie divise, senza più una patria, senza un lavoro, che in interminabili file si imbarcarono sulle navi della speranza abbandonando ogni certezza. Dai terri-tori della Dalmazia e dell'lstria in cui erano storicamente insediate, e che le conseguenze della sconfitta avevano posto sotto il dominio jugoslavo, le comunità italiane furono strappate a forza e cancellate quasi integralmente. Della loro tragedia la storiografia si è occupata fino a ora raramente e in modo lacunoso; Raoul Pupo riempie questo vuoto presentando con autorevolezza i risultati più recenti della ricerca storica sull'Esodo, inquadrandolo per la prima volta in un'ottica di lungo periodo. L'Esodo degli italiani appare così come il picco di una serie di violenze e flussi migratori che hanno attraversato buona parte del Novecento: le persecuzioni fasciste e la conseguente emigrazione di decine di migliaia di sloveni e croati fra le due guerre, l'aggressione italiana alla Jugoslavia nel 1941, le annessioni e gli orrori della guerra partigiana e della controguerriglia, e ancora le stragi delle foibe del 1943 e del 1945, l'interminabile "questione di Trieste", l'ultima ondata migratoria verso l'Australia alla fine degli anni Cinquanta. A fare da controcanto all'analisi storica è la voce semplice e autentica degli esuli, consumati tra la volontà di difendere la propria identità nazionale, il baratro della loro condizione di profughi e le difficoltà dell'integrazione. Un importante spunto di riflessione in occasione della prima giornata del ricordo delle foibe, dell'esodo dei giulianodalmati e di tutte le tragedie consumatesi alla frontiera orientale d'Italia.

Volume 1, Issue 1

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L’Angolo Poetico; La Canzone del Carnaro—Gabriele
Siamo trenta d'una sorte, e trentuno con la morte. EIA, l'ultima! Alalà! Siamo trenta su tre gusci, su tre tavole di ponte: secco fegato, cuor duro, cuoia dure, dura fronte, mani macchine armi pronte, e la morte a paro a paro. EIA, carne del Carnaro! Alalà! Con un'ostia tricolore ognun s'è comunicato. Come piaga incrudelita coce il rosso nel costato, ed il verde disperato rinforzisce il fiele amaro. EIA, sale del Quarnaro! Alalà! Tutti tornano, o nessuno. Se non torna uno dei trenta torna quella del trentuno, quella che non ci spaventa, con in pugno la sementa da gittar nel solco avaro. EIA, fondo del Quarnaro! Alalà! Quella torna, con in pugno il buon seme della schiatta, la fedel seminatrice, dov'è merce la disfatta, dove un Zanche la baratta e la dà per un denaro. EIA, pianto del Quarnaro! Alalà! Il profumo dell'Italia è tra Unie e Promontore. Da Lussin, da Val d'Augusto vien l'odore di Roma al cuore. Improvviso nasce un fiore su dal bronzo e nell'acciaro. EIA, patria del Quarnaro! Alalà! Ecco l'isole di sasso che l'ulivo fa d'argento. Ecco l'irte groppe, gli ossi delle schiene, sottovento. Dolce è ogni albero stento, ogni sasso arido è caro. EIA, patria del Quarnaro! Alalà! Il lentisco il lauro il mirto fanno incenso alla Levrera. Monta su per i valloni la fumea di primavera, copre tutta la costiera, senza luna e senza faro. EIA, patria del Quarnaro! Alalà! Dentro i covi degli Uscocchi sta la bora e ci dà posa. Abbiam Cherso per mezzana, abbiam Veglia per isposa, e la parentela ossosa tutta a nozze di corsaro. EIA, mirto del Quarnaro! Alalà! Festa grande. Albona rugge ritta in piè su la collina Il ruggito della belva scrolla tutta la Farasina. Contro sfida leonina ecco il ragghio il somaro. EIA, guardie del Quarnaro! Alalà! Fiume fa le luminarie nuziali. In tutto l'arco della notte fuochi e stelle. Sul suo scoglio erto è San Marco. E da ostro segna il varco alla prua che vede chiaro. EIA, sbarre del Quarnaro! Alalà! Dove son gli impiccatori degli eroi? Tra le lenzuola? Dove sono i portali che millantano da Pola? A covar la gloriola cinquantenne entro il riparo? EIA, chiocce del Quarnaro! Alalà! Dove sono gli ammiragli d'arzanà? Su la ciambella? Santabarbara è sapone, è capestro ogni cordella nella ex voto navicella dedicata a san Nazaro. EIA, schiuma del Quarnaro! Alalà! Da Lussin alla Merlera, da Calluda ad Abazia, per il largo e per il lungo siam signori in signoria. Padre Dante, e con la scia facciam "tutto il loco varo". EIA, mastro del Quarnaro! Alalà! Siamo trenta su tre gusci, su tre tavole di ponte: secco fegato, cuor duro, cuoia dure, dura fronte, mani macchine armi pronte, e la morte a paro a paro. EIA, carne del Carnaro!

Il profumo dell'Italia è tra Unie e Promontore. Da Lussin, da Val d'Augusto vien l'odore di Roma al cuore.

L’Arena d’Italia

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Breve storia della Dalmazia dalle origini al 1918 tratta da uno studio del grande Patriota e irredentista Dott. Prof. Giotto Dainelli e pubblicata nel 1918 dall’Istituto Geografico de Agostini—Declegio
Di insediamenti umani in Dalmazia risalenti ai tempi preistorici si hanno abbastanza numerosi documenti, i quali testimoniano di due diversi periodi, quello della pietra, e quello dei castellieri; dei quali resti i primi sono più frequenti nelle grotte delle isole, i secondi sulla terra ferma. Ma delle vicende attraversate dalla Dalmazia fino a gli ultimi secoli innanzi Cristo, ben poco sappiamo, e poco anche dei suoi abitanti, gli Illiri, tra i quali più precisamente Dalmati furono detti quelli insediati tra la Narenta e il Tizio, dal nome della loro cittadella principale, cioè Delminium. Fra queste antiche popolazioni illiriche si formarono sulle isole e sulle coste di terra ferma, insediamenti di fenici e greci, dei quali specialmente i secondi costituirono numerose colonie, dando origine a centri che ancora oggi sopravvivono al lungo corso dei secoli. Successivamente incursioni di Galli dettero luogo ad una signoria celtoillirica, la quale raggiunse una abbastanza grande potenza nel III secolo A.C. ma i Romani, in guerra allora con i Cartaginesi, compresero quanto a loro fosse necessario il dominio dell’Adriatico e, per questo, quello dell’opposta riva; sì che, chiusa la prima guerra punica, iniziarono (229 A.C.) la serie di quelle dieci guerre illiriche che li condussero (78 A.C.) al possesso completo della regione ad oriente dell’Adriatico. Nell’ordinamento di Augusto la Dalmazia comprese tutta la regione dell’Arsa, in istria, fino al Drin, in Albania, e dalla costa nell’interno fino quasi alla Sava: Nell’ordinamento di Diocleziano furono lievemente modificati i limiti lungo la costa, cioè a settentrione non più l’Arsa ma l’estremità del Quarnaro e a mezzogiorno non più il Drin ma il margine occidentale del lago di Scutari. Caduto l’Impero d’Occidente la Dalmazia costituì l’effimero regio di Giulio Nepote (476/480); poi fu compresa nel regno italiano di odoacre, (480/493) e quindi in quello degli ostrogoti, signori dell’Italia (493/553). Vinti poi dai bizantini la Dalmazia passò all’impero d’oriente, restando però sotto il governo degli esarchi di Ravenna (553/568). Ma l’unità politica d’Italia non si mantenne a lungo, anzi, fu subito turbata con la discesa dei longobardi; e la Dalmazia, premuta dalle orde degli Avari, sfuggì temporaneamente alla influenza di Bisanzio, che pure si mantenne in molte isole ed in molte città costiere, più che altro indirettamente, perché queste isole e queste città sentivano già fin da allora la speciale attrazione verso il ducato di Venezia più che verso l’impero lonatano (568/774). Le orde degli Avari, però, si ritrassero, e la Dalmazia tornò in gran parte legata direttamente a Bisanzio, cioè vale a dire a Venezia, ed in parte fu sottomessa ai Franchi i quali avevano sostituito i Longobardi nel Regno d’Italia (774/830).

Ma delle vicende attraversate dalla Dalmazia fino a gli ultimi secoli innanzi Cristo, ben poco sappiamo, e poco anche dei suoi abitanti, gli Illiri

(continua nella prossima uscita)

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La Patria e L’Irredentismo - Malta
Malta nella sua storia ebbe legami profondi con l’Italia; legami di natura etnica, religiosa, culturale ed anche in politici, infatti fu il Regno delle Due Sicilie a cedere i suoi diritti su Malta, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, alla Gran Bretagna. Dal tempo dell’antica Roma fino al tempo dell’occupazione coloniale Britannica, con l’eccezione della dominazione Araba dall’870 al 1091, che quale eccezione è più una conferma della regola dato che a quel tempo la Sicilia era sottoposta al dominio Arabo e già allora storicamente Malta aveva sempre fatto parte o di una potenza Italiana o era rimasta inserita in un quadro politico Italiano. Infatti possiamo vedere che le cupole rossastre delle chiese Maltesi e i palazzi di Notabile e Valletta riecheggiano il barocco Romano e Siciliano, dalla quale esce l’anima di un popolo italico. Come descrive bene Enrico Mizzi, il politico Maltese che più di altri aveva fatto della difesa dell’Italianità di Malta una sua missione in tempi così difficili, nel suo articolo “Per l’Italianità di Malta”: “Malta adunque o con Roma pagana, o con la Sicilia, o come scaturigine cavalleresca di Roma papale ebbe per lo meno 14 secoli di vita politica e spirituale coll’Italia; ebbe e conservò italiane l’indole, le civiltà, le arti, la Fede, la lingua. Anzi quest’ultima ha delle radici così profonde a Malta, che essa è stata generalmente adottata nell’isola se non prima, certo non più tardi dell’epoca di Federico II di Svevia, nella cui Corte di Palermo fiorirono le prime rime limpidissime in volgare italiano.” Lotta per l’autonomia La lotta politico-costituzionale fu tra le prime questioni che mise in luce l’italianità di Malta. I maltesi si aspettarono, dopo una cosi valorosa lotta per liberare Malta dall’occupazione francese, la concessione dell’autonomia e la protezione Britannica, ma non un governo autocratico, tra l’altro guidato da uno dei piu arbitrari tra i governatori di Malta, Sir Thomas Maitland. Malta nell’ambito dell’impero Britannico si trovò come una fortezza per gli interessi imperialistici Britannici nell’Mediterraneo, senza alcuna forma di autonomia o concessione politico-istituzionale; ma come diceva il Duca di Wellington “non puoi dare una costituzione ad un vascello”. Quale fu quindi la risposta dei Maltesi?

Camillo Sciberras, uno dei primi difensori dei diritti e aspirazioni costituzionali di Malta e il suo popolo. Suo figlio Emilio, era un amico e sostenitore di Mazzini.

Quale fu la natura dell’Irredentismo Maltese? Durante il periodo coloniale Britannico sì puo dire che l’irredentismo Italiano a Malta si manifestò in due forme. Ci fu, in diverse fasi storiche, un irredentismo più antico nella forma di lotta politica per l’autonomia costituzionale delle Isole Maltesi, culminato nell’1921 con la Costituzione Autonomista – ed un altro più recente, ma anche più significativo, a seguito della visita di una Regia Commisione guidata da Sir Patrick Keenan, che divenne una vera e propria questione linguistica e culturale. In tutte e due i casi si nota la contrapposizione tra un regime autoritario, o almeno che non rappresentava il popolo ed era di natura coloniale, rappresentante di una potenza di cultura Anglo-Sassone e di religione Anglicana, su di un popolo ed una classe politica locale di cultura Italiana e di religione fortemente CattolicaRomana.

I Maltesi guidati da Camillo Sciberras e Giorgio Mitrovitch riuniti nel Comitato Generale Maltese avevano scritto varie petizioni al sovrano Britannico – rigorosamente in Italiano. Combatterono per un avanzamento costituzionale, espresso finalmente nella Carta Costituzionale del 1835 e del 1849, dove per la prima volta si istituirono le elezioni a Malta anche se a suffragio ristretto; combatterono anche per la libertà di stampa con successo nell’1839, e quali giornali uscirono? Giornali in Italiano, ovviamente! I giornali inglesi rimasero merce per i soldati inglesi, l’amministrazione anglofona ed un piccolo gruppo di collaboratori locali. Questo periodo coincideva infatti con la prima guerra di indipendenza Italiana, con cui molti esuli, rivoluzionari e contro-rivoluzionari, per alterne vicende sì ritrovarono in esilio a Malta, rafforzando l’Italianità dell’isola e contribuendo al contempo con la loro stessa rivalità a favore della distinzione di Malta e della sua cultura dalle imposizioni britanniche. I contro-rivoluzionari presero la religione cattolica come distinzione dall’Anglicano Impero Britannico, mentre i rivoluzionari presero la lingua Italiana, la cultura e un rinnovato interesse verso l’autonomia costituzionale come distinzione dall’imperialismo britannico. (continua nella prossima uscita)

Infatti possiamo vedere le cupole rossastre delle chiese Maltesi e i palazzi di Notabile e Valletta, riecheggiano il barocco Romano e Siciliano, dalla quale esce l’anima di un popolo italico.

Una rievocazione storica dove I Cavalieri di Malta donavano un falco Maltese all’Vice re della Sicilia, un contatto storico tra Malta e l’Italia.

CARTA DEI VALORI IRREDENTISTA
Noi, uomini e donne d'Italia, accomunati da un unico grande amore e da un unico grande sogno. L'Italia ed il suo benessere. Noi sognatori e eredi di un tempo forse passato ma mai per questo vano e dimenticato,ci riteniamo eredi di una missione che vede nella riproposizione delle nostre tradizioni, nel comune sangue versato , e nell’ eguale sofferenza provata, nella costante ricerca di una verità negata e nascosta da pochi a danno di molti. Noi riteniamo di procedere alla redazione di un comune documento, una comune carta di identità per il nostro popolo, per la nostra coscienza, per ciò in cui crediamo e per ciò per cui ci battiamo. NOI :

ci riteniamo fratelli, accomunati dal sangue e dallo spirito di un grande popolo come quello italiano. -La nostra comunanza è dettata dal sangue e dalla nostra ascendenza. Essere italiani non è una cosa comune, si è italiani solo se si ama la propria Patria e la si difende a costo della morte. Non si diventa italiani perchè si nasce sul territorio dell'attuale Repubblica Italiana. Essere italiani vuol dire lottare compatti aiutando e morendo per il fratello, per una causa e per un ideale comune, così come noi facciamo ora, così faranno i nostri figli e i nostri nipoti. Non riconosciamo come fratelli italiani coloro che disprezzano la Patria nostra, infangandone l'onore con atti, parole e/o azioni pur essendo di nascita ed ascendenza italiana. Altresì riconosciamo come italiani coloro che pur essendo nati al di fuori del territorio della Repubblica Italiana, si sentono eredi spirituali della grandezza della nostra terra, del nostro spirito e della nostra tradizione, combattendo affinchè essa torni grande e libera, e possiedono ascendenza italiana. -Noi riconosciamo nel popolo l'elemento primigenio della nostra stirpe e del nostro sangue italico. Ad esso vanno i frutti della nostra lotta e delle nostre battaglie; in nome suo lottiamo e per lui moriamo. Il popolo italiano è la comunità di individui accomunati da nascita ed ascendenza italiana che si battono con atti, parole e/o azioni alla rinascita materiale e spirituale del nostro paese. All'interno di esso non vi sono capi o superiori; esistono solo eguali che lottano paritariamente per un comune ideale . -Non consideriamo accettabile ne apprezzabile lo stato del nostro paese, ridotto ad una città assalita da briganti. Non possiamo che condannare lo stato di totale iniquità ed inadeguatezza delle nostre classi dirigenti. -Condanniamo l’iniquo trattamento riservato all’Italia dalle potenze alleate, che privarono la nostra Patria di qualsivoglia possibilità di replica e non stipularono un trattato di pace ma un vero e proprio diktat; consideriamo i trattati di Parigi e di Osimo, non solo una palese violazione del principio di nazionalità (espresso tra l’altro da una delle stesse potenze alleate), ma anche un attentato al comune buon senso ed onestà. Essi non furono accordi ma punizioni, al pari di quanto toccò ad altri paesi. Condanniamo ogni smembramento subito dalla nostra Patria in passato, ora ed in futuro; ci battiamo costantemente per l’integrità territoriale, materiale e spirituale dell’Italia. -Riconosciamo a coloro che nel passato morirono per l’Italia, per la sua salvezza e per la sua difesa, accomunati da un solo e grande amore patrio, indipendentemente dall’appartenenza politica, il titolo di martiri ed eroi nazionali. Per noi non esistono altre figure cui prendere ispirazione, poiché è proprio nell’estremo sacrificio per la Patria che si misura l’amore di un individuo per la sua terra, per il suo sangue e per le sue tradizioni. Denunciamo le violenze subite dal nostro popolo e il martirio dei nostri eroi troppo spesso dimenticati e troppo spesso bistrattati. -Consideriamo la nostra Patria spirituale,materiale ed ideale, non l'attuale Repubblica Italiana, ma l'intera regione fisica italiana comprensiva degli insediamenti storici del nostro popolo e dei nostri antenati. In essa vanno annoverate Istria, Dalmazia, Nizza e relativo retroterra, Malta, l'isola di Corsica e i territori italiani della Confederazione Svizzera del Cantone Ticino e delle enclavi italiane del Cantone Grigioni e nel Cantone Vallese. -Ci battiamo per la verità storica e riteniamo decoroso e giusto la riunione delle terre "irredente" in una nuova Patria italiana dove il popolo sia giudice di se stesso, privo di strumentalizzazioni e manipolazioni. -Non ci poniamo in modo aggressivo ed imperialista verso le altre comunità nazionali, quanto ricerchiamo solo ciò che storicamente appartiene alla nostra Patria ed al nostro popolo, e che durante i secoli ci è stato ingiustamente tolto. Il nostro spirito comune reclama tutto ciò che ci appartiene ne di più ne di meno. Non abbiamo nemici se non coloro che attaccano,terrorizzano ed affamano il nostro popolo. -Consideriamo lutto nazionale l'esodo Giuliano-Dalmata e le relative sofferenze dei nostri fratelli di quelle terre. Siamo solidali con coloro che hanno subito lutti e riconosciamo come fratelli coloro che sono fuggiti e sono stati cacciati dalle loro stesse case solo perchè si sentivano italiani. -Grande solidarietà e spirito di fratellanza va ai milioni di fratelli italiani emigrati nel mondo dall'Unità patria ad oggi; ci battiamo per il riconoscimento della loro opera, che portò orgoglio e lustro , non solo alle opere italiane nel mondo, ma anche agli stessi stati ove i nostri fratelli emigrarono. Ci battiamo contro la discriminazione ed il razzismo subito dai nostri fratelli emigranti, che pagarono spesso in prima persona il solo crimine di essere italiani. Essi sono fratelli e ad essi va il nostro incondizionato appoggio. -Le violenze subite dal nostro popolo sono state indicibili e denunciamo la totale incuria con cui i passati governi succedutisi alla guida della "Repubblica Italiana" hanno trattato il loro stesso popolo, e i loro stessi fratelli. -Ci riconosciamo nella difesa delle nostre tradizioni e dei nostri valori, ci battiamo per una Patria migliore pienamente laica ma mai dimentica delle sue radici e del suo passato culturale,spirituale,religioso e mai supina a diktat di comunità esterne. Speciale riguardo è tenuto verso la religione Cristiana Cattolica, poiché essa è eguale fondatrice dell’unità spirituale del nostro popolo; riteniamo che le nostre tradizioni si intreccino pienamente nella dottrina cristiana e nelle confessioni cristiane radicate nella nostra terra. Non ci poniamo i maniera aggressiva verso le altre confessioni religiose, ma pretendiamo il rispetto delle nostre tradizioni e dei nostri valori da chi entra nel nostro paese come ospite. -Non consideriamo la guerra di conquista come un mezzo lecito per la riunificazione delle nostre genti; esigiamo solo la rifondazione dei torti subiti; siano essi materiali, spirituali e morali. La guerra non è la sola via per risolvere le dispute internazionali e auspichiamo una risoluzione pacifica dei nostri contrasti con le altre comunità nazionali circa i torti subiti dal nostro popolo nel passato.

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