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L’ENIGMA DELLA LINGUA ALBANESE

E-BOOK

ARCHIVIO BLOG ANNO 2010

Questo e-book è proprietà del blog:

L’enigma della lingua albanese
www.eltonvarfi.blogspot.com

Avvertenza:
Potete liberamente utilizzare i contenuti di questo e-book nelle vostre pubblicazioni cartacee, sui vostri blog o siti Web, con il solo obbligo di citare la fonte (è cioè il blog L’enigma della lingua albanese) alla fine di ogni pezzo. Se mi avvertirete di ciò, inoltre, vi ringrazierò di cuore. ***
Tutte le traduzioni dalla lingua albanese sono di Elton Varfi. L’intervista con Dott. Alberto Areddu autore del libro “Le Origini Albanesi della Civiltà in Sardegna” traduzione di Brunilda Ternova. O bella More,… traduzione di Donika Jahaj.

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©-2011- L’enigma della lingua albanese

Epiro è e rimarrà albanese
Di Abdyl Frashëri

Riportiamo una lettera importante, diretta alla redazione del giornale Moniteur Universel di Parigi, pubblicata dallo stesso giornale nel Maggio 1879. Questa lettera è stata scritta dal patriota della Rilindja (rinascimento) albanese, Abdyl Frashëri. Signor direttore! Abbiamo rilevato, con nostro grande stupore, che il giornale “Republique Française”, il quale nella sua polemica non deroga mai dalle regole della modestia, pubblicando alcune parti del Memorandum della Lega Albanese (Memorandumi i Lidhjes Shqiptare), ha scritto un commento tendente ad umiliare e ridicolizzare i nostri compatrioti. A quell’articolo non abbiamo ancora dato alcuna risposta; “Republique Française”, ritornando sullo stesso argomento, Ha nuovamente tentato di ridicolizzare due rappresentanti della Lega Albanese. Un simile comportamento non ce lo aspettavamo affatto da un giornale che si schiera a favore delle guerre per la libertà dei popoli. La Francia piange ancora la perdita delle sue regioni: gli abitanti di Alsazia e Lorena si lamentano ricordando che sono stati privati della loro reale appartenenza. Perché un giornale francese trova ridicoli gli Albanesi, i quali cercano di scongiurare il pericolo di una simile sciagura? Noi non siamo savant e neanche lo pretendiamo, ma la storia della nostra patria la conosciamo meglio di chiunque altro. Gli abitanti dell’Epiro sono chiamati Pelasgi. Erodoto, Tucidide e Strabone giunsero alla conclusione che questo paese non sia mai stato parte della Grecia. Secondo Strabone, la
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Grecia a nord confinava con l’Acarnania e il golfo di Ambracia. Visto che la geografia antica non aiuta molto gli stessi Greci odierni, noi domandiamo a coloro che non hanno idee chiare: quale parte dell’Epiro è greca? Chi accetta gli argomenti dei sillogisti greci crederà che alla Magna Grecia appartengano non solo l’Albania ma anche la Macedonia, la Romania, la Tracia, l’Asia Minore, e perfino la vostra Marsiglia!!! L’Epiro oggi ha 650 mila abitanti. Quanti sono i Greci presenti in questo territorio, e dove vivono? A Korça? A Berat? Ad Argirocasto? Oppure nella regione chiamata Çamëria? Chi attraversa questi luoghi incontra soltanto Epiroti albanesi, non Epiroti greci. Sarebbe giusto sacrificare 650 mila abitanti albanesi puro sangue per assecondare i sillogisti greci e le loro speculazioni filosofiche? L’attuale comportamento della Grecia dimostra che essa ha intenzione di imitare la Russia zarista!!! Ma la Russia sostiene le sue pretese con la forza, che per fortuna alla Grecia manca. Se i Greci fossero così forti come vogliono dimostrare (ma in realtà essi sono abili soprattutto nel produrre rumore), l’Europa non avrebbe più pace. Il principio della rassomiglianza della lingua porterebbe molto lontano i Greci nelle loro pretese, ma in primo luogo darebbe a noi (Albanesi) il diritto di richiedere ai Greci i duecentomila Albanesi che vivono in un quartiere di una città greca chiamato “Plakë”, ed anche di rivendicare le due isole Idra e Speca. L’Epiro è e rimarrà per sempre albanese come lo crearono la natura e la storia. È un peccato che il governo greco spenda per sostenere le tesi dei sillogisti enormi somme in denaro che potrebbe benissimo usare in maniera diversa. La nazione greca cerca di disseminare zizzania, ma non ingannerà nessun Europeo. Se la Grecia resterà ferma nelle sue aspirazioni e manterrà la sua condotta avida in dispregio della giustizia e dei diritti dei popoli, gli Albanesi dimostreranno una volontà ferrea nel difendere la loro patria
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fino in fondo, avendo giurato di non perdere neanche un palmo di terreno, ma piuttosto di morire se necessario. Quest’affermazione rappresenta il pensiero di tutti i nostri connazionali. L’Europa sarà responsabile di un’eventuale guerra distruttiva che si scatenerebbe in caso di annessione delle nostre terre da parte della Grecia. Sperando, signor direttore, che pubblicherete la nostra risposta, vi ringraziamo in anticipo.

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Giorgio Castriota Scanderbeg e la libertà ritrovata in mezzo al suo popolo
Di Adele Pellitteri

Oggi, 17 gennaio 2010, in onore della ricorrenza della morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Catriota Scanderbeg (1405 – 1468), vogliamo ricordare la grandezza di quest’uomo, noto per aver difeso l’Albania dalla minaccia turca. La sua è una storia complessa, fatta di nascite (nasce in una delle famiglie albanesi più importanti) e rinascite (viene rapito e allevato in territorio turco). Eppure non dimentica le sue origini e, quando è chiamato a scegliere, decide di dedicare tutta la sua esistenza al suo popolo, costretto a sopportare la tirannide ottomana. Nonostante ciò, non volle mai essere considerato il portatore della libertà al suo popolo; al contrario, se la libertà è il sentimento di piena realizzazione dell’essere umano, certamente Scanderberg poté viverla in pienezza solo perché aveva ritrovato il suo popolo e con esso l’essenza stessa del suo sentirsi libero. La libertà per Scanderbeg consisteva nel servire gli albanesi, un popolo che gli avevano concesso il privilegio di sentirsi libero. Gli albanesi sono orgogliosi di poter ricordare un eroe come Scanderbeg e lotteranno fino alla fine affinché simili eroi vengano ricordati e valorizzati nel modo più giusto.

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Quando la microtoponomastica ci parla in Illirico
Di Alberto Areddu

Interessarsi alla toponomastica sarda significa cercare di dare un significato a toponimi molto spesso muti. E' stato calcolato che tanto più ci si avvicina ai paesi delle aree centrali tanto più aumenti il numero dei toponimi (fino raggiungere il 30 % del globale in siti come Ovodda, Orune, Ollolai), che non sono interpretabili alla luce della comune filtraggio latino. Per interpretare correttamente un toponimo sono necessari due criteri: stabilire fin quanto possibile la sua esatta forma medievale (più indietro è praticamente impossibile andare), e sapere da altre ricerche che cosa caratterizza quel determinato territorio, così denominato. Ora se per i poleonimi (cioè i nomi di luogo degli abitati attestati dal Medioevo a oggi), i due criteri sono spesso applicabili, perché sorretti da sostanziose informazioni, talora forniteci anche da altri ricercatori linguisti, la stessa cosa non vale per i microtoponimi, che in virtù del suono esotico potrebbero ingannarci sulla loro genuina antichità, ed invece sortire recentemente per qualche deformazione popolare, anche se, va detto, in qualche caso potrebbe esser vero il contrario, e cioè essi potrebbero risultare persino più puri foneticamente degli stessi poleonimi, sopratutto quando si tratti di posti particolarmente isolati e non sottoposti a comuni frequentazioni. La chiave interpretativa quindi dovrebbe partire dalla rilevazione di cosa HA quel determinato territorio, al contrario finora ci si è limitati al puro suono e si son prese delle enormi cantonate nell'asserire, come ha fatto il Wolf (e qualche suo allievo catalano), l'origine non-indoeuropea della toponomastica barbaricina. In ragione di ciò, mi voglio occupare qui di alcuni microtoponimi che in ragione del loro territorio, si offrono a miei occhi come sicuramente indoeuropei e anzi decisamente interpretabili alla luce dell'illiricità originaria. 7

Nel territorio di Olzai era attestata una località denominata (forse la stessa che oggi risuona come Dronnoro) Drovènnero, come ci attesta lo studioso Fancello, il quale aggiunge che in essa vi era un tempo un bosco di lecci, poi andato distrutto. Orbene lasciando da parte il suffisso -ennero che ritorna frequentemente in molti toponimi sardi (e che ho analizzato nelle Origini albanesi della civiltà in sardegna), la radice drov- ci rimanda inevitabilmente alla parola illirica druva (oggi ancora parzialmente attestata nell'albanese nella forma druvar 'boscaiolo') che vuol dire 'bosco', che si ripresenta nelle lingue slave come drvo. Sappiamo dal Wagner che duri indica nei dialetti centrali 'il palo per appendere', e la voce dall'ie. *drus 'albero', come già vide lo studioso tedesco, non è staccabile dall'albanese druri 'palo, albero'. Nel territorio di Nuoro è attestato il Monte Gurtei. Su di esso venne ritrovato un nuraghe; secondo il Pittau, che lo vede come toponimo sostratico, la parola ricorderebbe il latino curtis, i cui parenti indoeuropei indicano perlopiù 'piazza, orto, luogo chiuso': referenti ci sembra poco adatti a un luogo detto monte. Lo stesso Pittau e altri studiosi hanno poi osservato la frequenza di toponimi inizianti in gur- gurt- gurth- nel sardo; un altro Monte stavolta Curtei ce lo offre 8

peraltro per il '5oo il Fara (che spesso stravolge le forme originarie) per il territorio di Bosa. Orbene osservo che in albanese una tipica radice d'origine illirica, è gur 'pietra'; da essa attraverso il formante indoeuropeo -*to otteniamo: i gurtë 'pietroso'. Si osservi che tale formante pare ripresentarsi in altri toponimi sardi: Bul-tei, Fur-tei. Si osservi altresì che nelle lingue indoeuropee il passaggio "pietra" > "monte" ha una certa frequenza e facilità. Per quanto riguarda l'uscita in -ei si può pensare o un antico locativo indoeuropeo in *-ei, oppure alla posposizione dell'articolo maschile i, come avemmo occasione di dire per sisaja "nera la", in pratica "pietroso il". Pertanto il toponimo, a me pare, indicava originariamente un monte pietroso. Veniamo adesso ad Artilai. Con la denominazione di Arco di Artilai si indica un punto di passaggio, che collega e separa due zone impervie del Gennargentu di Desulo. La voce è certo sostratica, e richiama il nome di fiume trace di Artila, che è d'origine indoeuropea, derivando dalla radice *ar- 'connettere, adattare', da cui latino artus 'arto', greco arthros ecc. Ci sembra ovvio pensare che Artilai, probabile aggettivo originario, valesse all'incirca "il collegante, che fa da collegamento".

E adesso spostiamoci in Ogliastra, vero regno delle sopravvivenze illiriche in terra sarda. Qui nel territorio di Seulo, abbiamo un fiumiciattolo che finisce nel Flumendosa. Tale riu Berissai, che 9

attraversa zone impervie ha come unica attrattiva turistica, un antico ponte romano, detto arcu de Berissai. Chi ha qualche competenza dell'albanese, subito ricollegherà tale nome al diffuso toponimo albanese e kossovaro di Berisha/Berishë/Berisa/Berisani, da cui poi l'onomastico Berisha.

(Sali BERISHA è quello alto normale a sinistra) L'esistenza di una antica località Beroia in Illiria, di una Bèrisa in area microasiatica, e sull'Ellesponto di un etnico dei Berusioi, predispone a pensare che il toponimo albanese abbia precordi tracoillirici. Ma non è tutto: in albanese la parola ber-i indica 'l'arco', e come abbiamo detto il nostro fiume ogliastrino è tagliato dall' Arcu 'e Berissai ! Come non pensare che i Romani abbiano ricostruito l'arcata su una più antica di origine illirica, che si chiamava Berissa e quell'antico toponimo è divenuto poi idronimo?

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Come si vogliano interpretare tali toponimi, resta che qualcuno per convincerci che stiamo sbagliando, dovrebbe usare le nostre stesse arti e cioè spiegarceli MOTIVATAMENTE in modo diverso; certo non tutto potrà esser facilmente spiegato con l'illirico, e l'albanese purtroppo non ha preservato tutte le tracce che vorremmo, ma questi sono punti snodali, da cui le menti aperte (di cui è ricca la Sardegna) dovrebbero ripartire, se vogliono interpretare correttamente il loro passato, senza esser costretti a devolvere tutto alla presunta saggezza dei baroni. bibliografia utilizzata: Alberto G. Areddu, Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, Napoli 2007 Alberto G. Areddu, web.tiscali.it/sardoillirica/sardoillirica Salvatore Dedola, Toponomastica sarda, Dolianova 2004 Fabio Fancello, Voci di un mondo remoto, Nuoro 2003 Massimo Pittau, I nomi di paesi... della Sardegna, Cagliari 1997 Heinz Jürgen Wolf, Toponomastica barbaricina, Nuoro 1998 Vladimir Zoto, Fjalor Emrash, Tirana 2005 L. Zgusta, Kleinasiatische Ortsnamen, Heidelberg 1984

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Cerbero e Caronte
Di Aristidh Kola

Cerbero Sia per Omero che per Esiodo, Ade (Hadis in lingua albanese) è un luogo che rappresenta l’altro mondo ed è un posto scuro, un posto senza sole dove abitano i morti. Inoltre è un luogo di dimensioni indefinibili perché tutti possono entrarvi e per tutti c’è posto. Tutti possono entrarvi, ma nessuno può tornare indietro. Davanti alle porte del regno di Ade troviamo un cane nero, fortissimo e terribile, che verrà descritto con tre teste e con al posto della coda un serpente. I Greci lo chiamano Cerbero (Çerber in albanese). Il suo nome, ci dice Decharm (p. 392), è molto simile alla parola sanscrita Sarvari che significa notte. Io, insistendo anche in questo caso con l’affermare che la lingua sanscrita è più recente e si è formata dopo la lingua pelasgico – albanese, trovo che Cerbero indica il cane (cioè il guardiano senza sonno) delle tombe (Ade). Ecco la spiegazione: ken = qen cane nella lingua albanese, kυνά = qion nel greco antico, invece bαr (var) = varr (in albanese significa tomba). Inizialmente questa parola composta era Kenbar-os (dall’albanese qen – cane e var – tomba), dopo, con la sostituzione della lettera n in r, diventò Kenvar-os e in fine Qerver-os – Çerber (Cerbero in lingua italiana). La lettera n la usano di solito i Gheghi, invece la lettera r i Toschi, e cioè gli abitanti della zona in cui ha avuto origine il mito di Cerbero. Caronte Caronte, nella mitologia greca, è stato ideato supponendo che le anime dei morti dovessero passare il fiume Acheron, e che ci volesse qualcuno che li accompagnasse, qualcuno che conoscesse la strada. Era proprio questo che faceva Caronte.
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Successivamente si è diffuse il mito che una moneta posta nella bocca del morto che rappresentasse il prezzo del “biglietto” da pagare a Caronte per il suo servizio. Sono famosi I dialoghi dei morti di Luciano e la famosa risposta “Non riusciresti ad ottenerlo da chi non l’ha”. Questa è la mitologia tardiva dei Greci che si basa sulla cosmogonia e sulla teogonia pelasgica. Diodoro (A, 92, 2, 96,8) pretende che la credenza in Caronte avesse origine dall’Egitto. Decharm invece (p. 394), non è d’accordo con questa teoria ma trova l’etimologia della parola Caronte nel verbo della lingua greca, xαipω - godere, inteso come una forma di eufemismo. Quando Caronte fa passare le anime nell’Ade, dà loro da bere l’acqua della dimenticanza, cosi queste anime dimenticano di ritornare indietro, come ci raccontano tante leggende. Come sempre la lingua albanese, che era la lingua parlata dal popolo in Grecia fino alla rivoluzione del 1821, ci dà la spiegazione per il mito dell’acqua della dimenticanza che è collegata strettamente con l’etimologia del nome di Caronte. Nella lingua albanese esiste tutt’ora il verbo haronj, oppure haroj, che in tutti e due i casi significa dimenticare. È chiaro il collegamento fra il nome Caronte (colui che doveva far dimenticare ai morti di tornare indietro), e il verbo haroj (dimenticare) della lingua albanese *. È vero che gli Albanesi della Grecia del Sud arrivarono tutti insieme nel XIV secolo dal Nord-Ovest della Penisola Balcanica, ma nella popolazione Çam che abita in Thesprotia da millenni noi troviamo toponimi come Aqeronti, ed esiste un lago che si chiama Aqerusia. La popolazione Çam è stata mandata via dalle sue terre dai Greci perché musulmana. Ma, nonostante il genocidio tremendo attuato dai Greci, molti sono rimasti. È rimasta soprattutto l’anima di quel popolo nel folclore della Grecia, e nella mitologia. È rimasta la danza
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panellenica, la danza dei Çam. Perciò possiamo dire senza ombra di dubbio che la tradizione millenaria non è stata mai interrotta nel popolo Çam. * nota del traduttore.

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Demetra, Poseidone, Ade
Di Aristidh Kola

Demetra e Poseidone Si raccontava che Poseidone perseguitava la dea Demetra con la sua brama amorosa. La dea si trasformò in una giumenta e si mischiò ai cavalli pascolanti del re Onicos. Poseidone però si accorse dell’inganno e si congiunse con lei assumendo l’aspetto di uno stallone. Da questo legame la dea partorì una figlia il cui nome non si doveva pronunciare. Però in Elefsina, nel cuore di quello che era il più importante centro del culto di Demetra, esisteva un antichissimo tempio eretto in onore di Poseidone, che ci dimostra come gli antichi Pelasgi attribuissero a Persefone (la figlia di Demetra), due padri: Zeus (sole) e Poseidone (l’acqua). Demetra, arrabbiata ed umiliata per questa violenza di Poseidone, non sapeva come vendicarsi. Poi finalmente si purificò dalla sua ira e dalla sua umilazione nel fiume Ladone. Questi nomi che abbiamo citati non sono casuali ed ognuno di loro ha la sua spiegazione. Perché Demetra si lavò nel fiume Ladone, (in albanese Ladona)? Cosa ci dice questo? Quale è quel fiume che è in grado di lavare (purificare) la vergogna di una dea? Lo dice il suo stesso nome, che deriva dal verbo albanese laj (lavare) che è simile al verbo greco λουο (lavare), e dal nome Doun, dhunë (violenza, vergogna, offesa). Nella lingua albanese esiste l’espressione u bë dhunë, u bë rezil che si usa quando qualcuno la combina grossa e significa “una grande vergogna” (se lo vogliamo tradurre letteralmente sarebbe “una grande vergogna è caduta su di lui”). Dobbiamo dire inoltre che la lettera ω del greco antico corrisponde alla lettera U della lingua albanese. Come esempio possiamo prendere le parole ∆ωδωνή = Doduna, ∆ωρενσ = Durian, ecc.
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Perciò come abbiamo dimostrato, il termine Ladon = lladhun significa: (ha) lavato la vergogna (si è purificata). Il nome del re Onicos in albanese è Ojjio e questo nome in lingua albanese significa l’acqua.

Ade
Il mito di Demetra e di Persefone si collega direttamente con quello del dio dell’“altro” mondo e cioè con l’entità che si trova nelle profondità della terra e che ha due principali compiti. Primo, veglia sulle anime degli uomini morti; secondo, permette alle piante di germogliare, in quanto re del mondo sotterraneo. Questo dio si chiama Ade, e l’indiologo Max Müller collega il suo nome con la parola sanscrita Adhiti. Ma questa teoria di Muller è stata messa in dubbio da molti studiosi; fra questi anche Decharm, e con ragione, perché con la parola Adhiti, nei Veda Indiani, si definiscono molte caratteristiche: Adhiti è il cielo, Adhiti è il vento, Adhiti è il padre e la madre, Adhiti è dio di tutte e cinque le razze. Adhiti è colui che è nato e colui che deve nascere, come ci raccontano i Veda, ed è chiaro che questa parola che esprime il “tutto” è il punto di vista base della filosofia orientale e non ha nessun legame con l’Ade pelasgico. Ora torniamo alla lingua albanese per trovare la soluzione. In greco il nome del dio è Hades. Levando il sigma (s) finale si ottiene la radice Hade che è composta da due parole. Dal verbo albanese ha (mangiare), che è una parola onomatopeica che indica l’apertura della bocca quando l’uomo cerca di divorare qualcosa e di inghiottire il cibo, e dalla parola dhe (terra). Perciò Ha + dhe (mangia + terra) = quell’elemento che ha divorato la terra, ha creato un vuoto una apertura all’interno della terra. Cioè ha mangiato la terra. Il vuoto aperto nell’entroterra somiglia molto alle grotte sotterranee. Queste grotte che iniziavano dalla superficie della terra e arrivavano
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fino nelle profondità indefinite dell’interno, erano considerate dagli antichi Greci come le porte di Ade (Hades). In conclusione Ade – Hade(s) – ha dhe (mangia terra).

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I Telchini
Di Aristidh Kola

I Telchini (in albanese Telhinë) sono demoni che vivono sotto la superficie terrestre, ma anche nelle profondità del mare e sulla terraferma. A causa di questa loro molteplice dislocazione, li consideriamo come esseri anfibi che hanno forme strane e illimitate possibilità di trasformazione. Nell’isola di Rodi, che è considerata la loro patria, li chiamavano maghi. Erano proprio loro [i Telchini] che, secondo le leggende, fecero sprofondare sul fondo del mare l’isola di Rodi, facendola poi riemergere in superficie molto più tardi delle altre isole. Il mito dei Telchini è collegato con quello del fuoco. Gli studiosi li considerano una personificazione delle forze vulcaniche marine; nell’antichità erano indicati come la causa principale dei terremoti nelle terre isolane. Un terremoto marino può causare lo sprofondamento di un’isola negli abissi, oppure può fare emergere un’isola nuova (vedi Santorini). Questo, evidentemente, è stato uno dei principali motivi all’origine delle leggende sui Telchini. Si diceva che fossero anfibi, che manipolassero la lava vulcanica ed erano considerati maestri nella lavorazione dei metalli; si temeva il loro magico potere di far sprofondare o riemergere un’isola. Tutte queste leggende ebbero origine dall’osservazione delle attività vulcaniche nelle isole; furono proprio queste caratteristiche a dare il nome a questi demoni, che vivevano per lo più negli abissi marini. Una possibile interpretazione etimologica del loro nome si può far risalire al verbo ϕελγειν (felgein) della lingua greca, che
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significa attrarre, stregare; però la lingua albanese ci fornisce un'altra, più limpida, soluzione. Telchino (Telhinë nella lingua albanese) è un nome la cui prima parte deriva dal verbo albanese del (uscire), e la cui seconda dall’altro verbo albanese hin (entrare). In questa maniera un Telchin (Telhin) è colui che entra ed esce (dall’acqua), cioè un essere anfibio; oppure, secondo un’interpretazione ugualmente valida, una figura mitologica in grado di causare lo sprofondamento negli abissi di un’isola oppure il suo riemergere. La parola poi è stata trasformata da delhin (telchin) in telhin. P. Karolide, nella sua introduzione dell’opera “La storia del popolo greco”, dell’autore K. Papariguli (prima parte, p.96) , collega la parola Telhi alla parola armena del (medicina). Senza voler necessariamente propendere per la variante albanese, occorre ancora rilevare le analogie del nome con la parola Delfis/delfino, che si ricollega al termine greco δελϕυοσ – υοσ (delfyos – yos = utero della donna). Come dire, cioè, che la parola delfino, in albanese delfin, potrebbe aver avuto origina da del (esce) e fus (entra), rispecchiando il comportamento del delfino che, al contrario degli altri pesci, entra ed esce (dall’acqua). Un'altra versione etimologica è quella che ci dà Robert Graves nel suo libro “La mitologia greca”, a pagina 215. Graves, nella sua opera, ha dato interpretazioni etimologiche a dir poco impossibili. Per chiarire l’origine della parola in questione, egli fornisce, infatti, una spiegazione che viene qui riferita senza nulla togliere o aggiungere, per evidenziare come scrittori europei anche affermati interpretino le antiche culture. […] Telchin (Telhin): i grammatici greci riconducevano questa parola al termine ϕελγειν (felgein), che significa attrarre, stregare. Ma visto che la donna, il cane e il pesce
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rappresentavano motivi ricorrenti nei dipinti della Scilla Tirrena, cosi come in quelli di Creta, oppure anche nelle figure delle polene delle navi Tirrene, questa parola può essere intesa come variante della parola “Tirin”, oppure “Tirsin”. Sembra che i Telchi fossero divinità adorate da un antico popolo della Grecia, di Creta, della Lidia e delle varie isole del mar Egeo, nelle quali vigeva un regime matriarcale, e che gli aggressori greci, organizzati viceversa in uno stato patriarcale, li avessero costretti ad emigrare verso nord. L’origine di questo popolo sembra di essere quindi riconducibile all’Africa Orientale […]. Queste sono le assurdità sostenute da Robert Graves.

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L’oracolo di Dodona
Di Aristidh Kola

Tantissimo è stato scritto sull’origine del nome del grande profeta che in albanese si chiama Thamir, e possiamo dire la stessa cosa sulla parola Tomur alla quale molti studiosi dell’epica Omerica sostituiscono la parola Themis nell’Odissea al versetto 403. Tomur, secondo gli antichi, significa profezia, cioè qualcosa vicina ai themisti. Le popolazioni antiche preferirono Tomur piuttosto che Themist, e lo collegarono con la montagna di Tomar di Hellopia e di Dodona. Ma perché? Qui storcono il naso i filologi giovani. P. Karolide si accanisce conto la versione che danno “gli albanologi e i politici albanesi”. Ma vediamo che cosa sostiene uno dei “politici albanesi”, Jani Vreto, che nella sua famosa opera “Apologia” scrive: “… ancora oggi la tradizione del sacro oracolo di Dodona è viva. Cosi la montagna dove si trovava Dodona si chiamava Tomar, ed i santi di Dodona Tomar oppure Tomur. L’oracolo di Dodona si esprimeva coi rumori del vento tra il fogliame di una quercia sacra e anche tramite una “pentola” sacra. Ora, la parola Tomar, Tomare oppure Tomure, si trova esplicitamente nella lingua albanese. Il termine mirë (cioè “buono”,in lingua italiana), con il significato di santo, di cuore buono ecc, che al plurale fa të mirët (i buoni), ha originato la parola greca Tomar, Tomur ecc. Tomor, in Albania, indica la montagna più alta della regione che detta Toskè-ria, e si chiama Tomoricë la zona intorno a questa montagna. Si dice che ancora oggi si senta il boato di un cannone invisibile che ha sostituito il rumore del vento nel fogliame, quando stanno per verificarsi grandi eventi. C’è molta poca differenza, anche se sono passati tanti secoli, fra
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paganesimo e cristianesimo e fra cristianesimo e islamismo. È inutile che cerchino Dodona altrove.” (pag.84). Aveva ragione il “politologo” Vreto, ed erano in errore coloro che cercavano Dodona altrove come Semiteli, Arvantine, Petride ecc. Nello stesso anno 1878, in cui è stata pubblicata “Apologia” di Jani Vreto. C. Carapane pubblicò in francese la sua opera in due volumi “Dodona e le sue rovine” che confermava, in base agli scavi archeologici, che l’antica Dodona si trovava sulla montagna di Tomor.

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Sole – Zeus
Di Aristidh Kola

Il Sole (Zeus) è il più grande fra gli dei: Dio e padre sia degli dei che degli uomini. Zeus, prima ancora di essere conosciuto come Signore dell’Olimpo e prima ancora che si creassero i miti sulla sua nascita in Creta, esisteva come divinazione del Sole (Zeus). Visto che era il più grande dio del mondo pelasgico, ne dovremmo trovare traccia in tutti i territori dove i Pelasgi abitarono, dall’ Italia centrale fino in Asia Minore, in Cipro, Creta ecc. E in verità in questi posti troviamo i segni del suo culto. Molto sappiamo sul Sole (Zeus) e le sue vicissitudini, ma non sappiamo quasi niente sulla sua storia, origine, e sulla etimologia del nome. Cosa vuol dire Dias, Zeus, Zin ecc? Che significato hanno le radici Dhi e Zi della maggiore divinità dei Pelasgi? Dicono che il sole sia il simbolo della luminosità e lucentezza del cielo. Il cielo nella lingua sanscrita si chiama Diau-h , cosi i linguisti e i mitologi hanno pensato di aver trovato la soluzione etimologica del nome del Sole (Zeus), visto che considerano la lingua sanscrita più antica di quella greca. Le radici Dhi e Zi nella lingua albanese hanno lo stesso significato di lumiosità (ndriçim), lucentezza (shkëlqim), fuoco (zjarr), e cioè le caratteristiche del sole; le ritroviamo nelle seguenti parole: Diell(sole) dialettale Dill, Div ecc. Ditë (giorno) cioè la parte della giornata che si illumina. Dieg (Bruciare), Djeg. Di (sapere) conosco, mi illumino. PerënDia, Dio, Signore.
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Diel (domenica), cioè il giorno del sole che i cristiani hanno trasformato nel giorno del Signore. Dialë (ragazzo). La radice Zi la troviamo nelle parole zien (bollire), zjarr (fuoco) e anche nella parola tardiva Zot(Dio). Diah-u nella lingua sanscrita significa cielo, come abbiamo detto, ma come si può facilmente intuire il cielo non è sempre illuminato ma anche oscurato (al buio), e in nessun caso ardente o rovente. Cosi la parola sanscrita Diah-u non può soddisfare chi trova in essa l’etimologia del nome del Sole (Zeus). L’etimologia di questo nome la troviamo nella parola pelasgica Diau che oggi vive nella parola albanese Dielli (il sole). Parole derivate da Diau/Diell sono anche i termini latini DIOVIS e DEUS = Dio, Signore. Questi termini hanno avuto origine dopo la creazione del pantheon dell’ Olimpo e la immedesimazione del Sole con Zeus. Cioè nei tempi in cui ormai il Sole (Zeus) è diventato il più grande di tutti gli dei. Erodoto chiama Dhia ogni grande dio dei popoli che lui descrive nelle sue opere. Altre parole derivate sono Dias – giorno in spagnolo, Day – giorno in inglese, Dieu – Dio in francese ecc. Ma in nessuna altra lingua del mondo c’è un sistema cosi ricco di parole con le radici Di e Zi come quello che esiste nella lingua albanese, dove tutte le parole hanno il significato della luminosità (ndriçim), del fuoco (zjarr), ecc, e cioè le caratteristiche del sole.

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L’intervista con Dott. Alberto Areddu autore del libro “Le Origini Albanesi della Civiltà in Sardegna”
Di Brunilda Ternova

Dott. Alberto G. Areddu da anni si interessa alla disciplina denominata “linguistica sarda” per la quale ha pubblicato Studi Etimologici Logudoresi. Postille e aggiunte al DES (1996), Launeddas e altri studi greco-italici (2004). Ha pubblicato sulla Romance Philology di Berkeley, ed è stato recensito da H.J. Wolf sulla Zeitschrift für Romanische Philologie (2002). Nel suo ultimo saggio "Le Origini Albanesi della Civiltà in Sardegna" l’autore prosegue una sua ricerca fino alle fonti originarie del sardo, giungendo così ad indicare la prospettiva paleoillirica come la più convincente, basandosi sui numerosi elementi della toponomastica e sui diversi lessemi, finora rimasti inspiegati. Brunilda Ternova: Prima di tutto Dott. Areddu la ringrazio per averci dato l’opportunità di intervistarLa, creando così la possibilità al lettore albanese (in Albania e in diaspora) di conoscere Lei e la sua opera scientifica. Prof. Alberto G. Areddu: Sono io che ringrazio Voi per l’opportunità che mi date di parlare del mio lavoro. Brunilda Ternova: L’opera difficilmente si distingue dal suo creatore, perciò mi permetta di chiederLe qualcosa su di Lei. Chi è Dott. Alberto Areddu, dove è nato e dove è cresciuto?

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Prof. Alberto G. Areddu: Sono nato a Genova da genitori sardi, mi son laureato nella città ligure, dopodiché mi son trasferito per l’insegnamento in Sardegna, attualmente sono di ruolo nella scuola pubblica e insegno in un liceo. Brunilda Ternova: Il suo libro “L’origine albanese della civiltà in Sardegna” è un libro pubblicato nel 2007 e tratta argomenti interessantissimi nel ambito linguistico, etnografico e storico. Ci può spiegare cosa significa questo libro per Lei, cosa l’ha spinto a intraprendere un studio di questo genere e come questi studi sono nati e si sono sviluppati durante il tempo? Prof. Alberto G. Areddu: Mah, l’interesse che mi ha preso da sempre era quello di trovare delle spiegazioni riguardo quali fossero le origini dei sardi, i quali essendo isolani da una o più parti devono essere necessariamente provenuti, e finora si erano formulate diverse ipotesi che finivano per autoeliminarsi l’una con l’altra. Da tempo io attraverso la ricerca etimologica sul campo, mi interessavo a ciò: la difficoltà era nel potersi procurare il materiale sufficiente per corroborare in maniera decente dal punto di vista scientifico quelle che però erano in origine semplici intuizioni. Brunilda Ternova: Quali sono i punti forti che secondo Lei argomentano la Sua teoria sulle origini illiriche della civiltà in Sardegna? E come mai altri studiosi hanno timore, per non dire paura, di trattare questi punti d’incontro storici nell’antichità tra il popolo sardo e quello illirico? Prof. Alberto G. Areddu: Questa è una domanda rilevante. Bisogna sapere che l’argomento antiquaristico e in particolare quello toponomastico-ricostruttivo in Sardegna è appaltato, possiamo usare 26

questa parola senza alcun timore, a pochi studiosi, i quali non hanno alcun interesse che un non accademico possa dire delle cose che risultino contrarie alle loro precedenti ipotesi o elaborazioni. Così è successo che l’unica recensione (in gran parte positiva), finora uscita, è di un non-sardo, il noto balcanologo Emanuele Banfi, dell’università di Milano. Cè poi una ragione di popolo che fa sì che il mio saggio interessi pochi: da diversi anni c’è una corrente editoriale sarda, che ha interesse a mostrare (più che dimostrare) che i Paleosardi erano degli antichissimi Semiti creatori in qualche caso di una straordinaria civiltà, nata quasi abiogeneticamente…Le aggiungo poi che anche illustri baroni universitari sono trascinati da queste ipotesi e scrivono libri easy reading per questo pubblico indotto; è così che molti in Sardegna pensano che i sardi discendano dai fantomatici lidi (di cui sappiamo praticamente zero), e i Sardi quindi non siano null’altro che l’anello di congiunzione cogli Etruschi. Come è facile immaginare non c’è più un babilonese o un lidio vivo per replicare alle eventuali inesattezze di questi studiosi, ma tant’è. E’ palese anche qui che l’idea è vendere delle fialette di speranza a gente che si pensa ne abbia bisogno, a tutto discapito della ricerca scientifica. I Sardi quindi, senza accusarli troppo di leggerezza, amano cavalcare (ed essere cavalcati) da ipotesi Forti, che riescano a sublimare un certo loro antico senso di inferiorità (dovuto al fatto di non essere né sentirsi italiani), e l’ipotesi illiricoalbanese non attrae per essere figlia di un popolo minoritario. Leggendo tuttavia ultimamente qualche articolo di qualche rivista sarda si viene ad accennare-senza ovviamente citarmi- a qualche relazione del mondo paleosardo col mondo trace, visto però questo come in relazione con la fantomatica area lidia. Gli elementi forti che corroborano invece la mia tesi sono: la localizzazione di alcuni lessemi nelle aree più conservative della Sardegna, che non sono spiegabili con la latinità e invece possono essere spiegati con 27

l’albanese, il rumeno, certi elementi arcaici del balto-slavo, o con quel poco (ma non proprio nulla) che conosciamo di trace e illirico, spesso preservatoci in glosse e parole greche. Ci sono dati offerti dalle fonti storiografiche greche che tendono a qualificare l’arrivo di elementi illirici in Sardegna, non di una invasione di popoli, uniti a genti beotiche (che parlavano l’eolico) a segnare un momento importante nella civilizzazione, esercitata quindi da gente culturalmente superiore rispetto a quella degli isolani, specie nell’ambito agricolo e nelle tipologie di coltivazione. Brunilda Ternova: Questo libro è la sua terza pubblicazione autofinanziata. Le sembra naturale e “giusto” che questo genere di lavoro scientifico incontri così tante difficoltà ad essere pubblicato e perciò divulgato dagli enti preposti a questo, ovvero gli editori? Prof. Alberto G. Areddu: Vi dirò che questa purtroppo è una prassi più diffusa di quel che si creda. Oggi o hai dietro un grosso editore che però pensa a opere che superino almeno le tremila copie di base, o altrimenti devi ricorrere all’editoria on demand più o meno travestita da editoria ufficiale, per cui uno lavora a un’ipotesi che potrebbe esser anche del tutto sbagliata, investendoci tempo e capitali, a suo rischio e pericolo. Quel che non si può accettare è che ti impediscano la pubblicazione proprio coloro che hanno i tuoi stessi interessi, ciò è odioso e disumanizzante; ma non ha neanche senso lamentarsi troppo a posteriori perché persista questo atteggiamento di silenzio, perché gli accademici autoreferenziali e corporativi sono, se poi ti sei permesso pure di criticarli all’interno del saggio per te è proprio finita.

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Brunilda Ternova: Le sue teorie sono molto rivoluzionarie, ha avuto un po’ di timore che le sue idee venissero criticate dai circoli accademici e scientifici? Prof. Alberto G. Areddu: Meno rivoluzionarie di quel che si creda. L’idea di un elemento paleobalcanico all’interno del sardo infatti non è nuovissima: il massimo studioso del sardo, il tedesco Max Leopold Wagner l’aveva affacciata in un saggio del 1933 sulla rivista Revue de Linguistique Romane (che il curioso può scaricare dal sito di Gallica), poi ricadde purtroppo nella idea della scuola italiana cosidetta “mediterraneista” che vedeva un’enorme presenza di elementi pre-indoeuropei nell’areale mediterraneo, e pochissimi elementi indoeuropei. Comunque vi ripeto, magari le mie osservazioni venissero criticate: perché significherebbe che “esistono”, come Vi dicevo in due anni, nell’isola di Sardegna, non è uscita alcuna recensione su giornali locali, televisioni, riviste accademiche o paraccademiche, per farmi vedere mi son fatto un sito web e scrivo su qualche blog. I giornalisti (si tenga presente che il 90 % di essi non conosce né il greco né il latino, figuriamoci l’albanese) ascoltano col paraorecchi quel che gli dicono i loro referenti universitari, che spesso hanno più di un piede nelle case editrici, nelle case di distribuzione e nei due, non eccelsi, quotidiani che si pubblicano. Cì sarebbe altro da aggiungere? Brunilda Ternova : Che cosa rappresenta per Lei la Sardegna e che cosa significa essere sardo oggi sotto la luce di questo legame Sardo-Illirico (Albanese)? Prof. Alberto G. Areddu: Significa cercare di tracciare una lontana rotta che ha portato elementi di civilizzazione nell’età del bronzo a popolazioni che erano rimaste a fasi arretrate del Neolitico. E 29

probabile che in area nuorese, ma le indagini genetiche sono ancora all’inizio, si possano trovare, un giorno dei nuclei di parentela genetica con le odierne popolazioni balcaniche: è per questo che ho intitolato un mio capitolo, parafrasando Virgilio: Della ricerca dell’antico padre. Brunilda Ternova: La presenza della diaspora Albanese in Italia è tra le più numerose e tra le più constanti che si conosca nella storia, cominciando dalla antichità fin ad oggi. Pensa che questo legame così antico e la presenza odierna degli albanesi sul territorio, possano aiutarci a creare un clima di reciproca fratellanza tra i nostri popoli e di futuri scambi tra i nostri studiosi e scienziati? Prof. Alberto G. Areddu: Sarebbe auspicabile tutto ciò. Purtroppo cadiamo in un momento in cui sia in Italia che in Sardegna si è avuta una certa reazione verso l’immigrato tout court, a prescindere dalla qualità degli individui, e tutto ciò per ragioni di ordine pubblico e della attuale crisi economica. Ragionando in termini antichi, una diaspora illirica potrebbe essere intravista in quei “Popoli del mare” tra cui si annoverano i Shardana, che secondo l’interpretazione di studiosi come lo Schachermeyr e il Bonfante, si pensa fossero proprio genti di matrice illirica, che spinte dalla necessità si erano rovesciate verso il delta del Nilo, per poi dirigersi verso la Palestina: molti dati parrebbero assicurare questa provenienza: la città di Sarda (l’odierna Shudah), e la tribù dei Sardeates o degli Ardiei, la città di Pelastae, da cui l’etnonimo di Pelaestini o Pelasgi e altre cose ancora. Brunilda Ternova: Pensa che ci possano essere altre iniziative - non solo dei saggi scritti, ma anche iniziative accademiche - per mettere più luce su questi argomenti e svelare il mistero del passato dei nostri popoli? 30

Prof. Alberto G. Areddu: Indubbiamente. Bisognerebbe che studiosi albanesi si occupassero della “Cosa sarda” per vedere se individuano loro, nuclei di comune civilizzazione e altrettanto sarebbe sperabile che se non degli accademici, dei curiosi, degli sperimentatori ragionevoli, delle persone prive di pregiudizi e dotate di lume di cervello viceversa si occupassero della “Cosa albanese” tra di noi, magari studiando approfonditamente i loro dialetti, tradizioni e toponomastica. Purtroppo scontiamo un peso negativo: che siamo popoli numericamente piccoli e non so quanti in Albania e Sardegna sarebbero disposti ad approfondire queste sottili relazioni Brunilda Ternova: Quale sarebbe il suo messaggio per il lettore albanese, e quale sarà l’argomento della sua prossima opera ? Prof. Alberto G. Areddu: Un mio desiderio culturale sarebbe che si sviluppasse un filone anche aldifuori dell’Albania di rivalutazione delle antichità illiriche, come è successo per altre antiche popolazioni indoeuropee quasi dimenticate (pensiamo alla fortuna delle saghe celtiche). Il mio desiderio scientifico è sperare di lavorare a un prossimo saggio in cui possano approfondire alcuni aspetti di ricostruzione storica e culturale lasciati in sordina nelle “Origini albanesi della civiltà in Sardegna”, cioè non solo parole, ma oggetti, tradizioni, correlazioni, simboli. E ora, se permettete, vorrei congedarmi da voi usando il tipico vostro verbo dei saluti: falem, che secondo il grande Eqrem Çabej deriva dal latino CHALARE, preservato anche in sardo e in corso, solo che nelle due isole si usa col solo valore originario di “scendere”: falare. Pertanto a voi tutti: faleminderit.

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Brunilda Ternova: Grazie a Lei Dott. Areddu per averci lasciato questa piacevole intervista!

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L’importanza del popolo Pelasgo – Illirico
Di Elena Kocaqi

Il popolo Pelasgo - Ilirico può essere storicamente considerato il più importante dell’antichità, e da esso derivano le civiltà, le lingue e le antiche culture europee. Lo dimostrano numerosi reperti archeologici e documenti storici, linguistici e antropologici. 1- Le antiche civiltà europee come quelle di Creta, di Micene, di Troia e degli Etruschi sono state originate dal popolo Pelasgo – Illirico, come dimostrano i dati storici. I dati antropologici indicano che quest’antica popolazione era brachicefala, cosi come lo sono tutt’oggi gli Albanesi, discendenti della popolazione pelasgo - illirica- traco - troiana. Possiamo inoltre dire che proprio queste etnie hanno inoltre dato origine anche ad antiche civiltà come l’egiziana, la mesopotamica e, prima di tutte, la sumerica. L’ipotesi viene confermata da dati storici che testimoniano una presenza massiccia di rappresentanti di questa razza in quei territori fin dai tempi più remoti. Cosi, i dati antropologici ci confermano che nel delta del Nilo e nella bassa Mesopotamia, tremila anni a.C., viveva una popolazione bianca. Documenti a noi pervenuti confermano che l’origine di questa popolazione era pelasgo – illirica. 2- Gli antichi Greci non sono un’etnia, ma semplicemente delle tribù pelsago-illiriche che avevano un livello culturale più elevato delle altre tribù dello stesso ceppo, grazie alla posizione geografica e alle condizioni naturali dei loro insediamenti. Quella che viene definita antica civiltà greca è, in realtà, civiltà pelasgica, poiché tutti e tre i popoli che hanno abitato
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nell’Ellade antica erano di origine pelasgica. Cosi gli Ioni erano Pelasgi, i Dori erano Illirici e gli Eoli erano Pelasgi. Allora, in quale ambito storico-geografico vanno collocati i Greci? Non è mai esistita una nazione greca. L’antica lingua greca era un lessico liturgico usato dai dotti del tempo. Come facciamo ad affermare una cosa simile? È semplice. L’antica lingua greca non riesce a tradurre nemmeno una parola della lingua ionica, dorica ed eolica. Ancora oggi troviamo iscrizioni su pietra in queste lingue, ma non le capiamo. Nessuno sa quale fosse il simbolismo usato, ma è certo che si tratta di una lingua diversa quella greca, sia antica sia moderna. Perché il greco non riesce a tradurre lo ionico, il dorico e l’eolico? Non li può tradurre, visto che queste popolazioni erano pelasgo-illiriche e parlavano un idioma oggi proprio degli Albanesi. Gli studiosi, se approfondissero meglio l’odierna lingua albanese e soprattutto il dialetto Ghego, potrebbero poi cercare di tradurre queste iscrizioni. Il moderno stato greco è uno stato artificiale, composto da varie etnie, di cui la più rappresentativa è quella albanese. La lingua attualmente parlata dai Greci moderni non è autoctona ma imposta dalla Chiesa e dallo stato. Questa lingua fu “insediata” artificialmente ed imposta alla popolazione come lingua obbligatoria. Col passare del tempo si formò un’etnia totalmente artificiale. Anche la civiltà antica romana era una civiltà pelasgo - illirica. Gli stessi Romani si consideravano discendenti dei Dardani di Troia; però i Dardani provenivano dall’Illiria, dove ancora oggi vivono e si chiamano Albanesi. La civiltà romana deriva dalla civiltà etrusca oppure Tusk, che era a sua volta una civiltà pelasgica. Alcuni studiosi sono riusciti a tradurre molte iscrizioni etrusche tramite la lingua albanese.

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3- Alcuni indizi ci fanno capire che i Pelasgi, gli Illiri, i Traci, i Daci, i Troiani e tutte le popolazioni fino ai confini delle coste atlantiche appartenevano allo stesso ceppo. Secondo alcuni, tutti questi popoli avevano un linguaggio comune che è l’albanese arcaico. Riteniamo che abbiano parlato questa lingua perché ne troviamo traccia in molte parole delle lingue europee antiche e moderne, la cui etimologia è spesso ad essa riconducibile. Molti termini latini ed altri usati dai Pelasgi, (erroneamente chiamati Elleni), sono parole albanesi tutt’ora in uso. Anche se la lingua latina e il greco antico, sembrano lingue create artificialmente, troviamo un gran numero di parole albanesi in esse. I popoli che si chiamavano Romani o Elleni in realtà erano Illiri, e parlavano una lingua simile a quella albanese. Lo deduciamo dal fatto che le due lingue (latino e greco) non riescono a tradurre l’idioma che parlava e scriveva il loro popolo. Molti termini che sono arrivati a noi dal linguaggio dei Pelasgi elleni e romani si ritrovano nella lingua albanese, e hanno significato solo in questa lingua. D’altro canto la lingua albanese è l’unica che traduce l’idioma dei Daci. Questo succede perché l’albanese contiene tuttora parole che agevolano l’interpretazione di questa lingua. Strabone testimonia che i Daci parlavano il medesimo linguaggio dei Traci. Questo significa che quelle tribù si esprimevano in albanese, considerando che esso è l’unica lingua che traduce il lessico dei Daci. Anche i Troiani hanno parlato albanese, perché molte tribù troiane sono originarie della Tracia e dell’Illiria in egual misura dei Dardani, che oggi costituiscono la maggioranza del popolo albanese. 4- Nei secoli V-VI, quando la forza dell’impero Romano andava diminuendo, spinta dalle invasioni delle genti provenienti dall’Asia, una parte della popolazione di etnia europea fu costretta ad emigrare nei territori dell’Illiria e del
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Mar nero, dirigendosi verso Ovest. Oggi questi eventi sono conosciuti come le invasioni germaniche. Dati che ci arrivano dal medioevo ci mostrano che queste tribù erano di origine illirica. Esse ebbero un ruolo importante nella fondazione di molti stati moderni. Gli indizi antropologici, storici ed archeologici testimoniano ciò che abbiamo scritto. 5- La teoria delle lingue indo-europee va rivista, dal momento che non prende in considerazione la lingua albanese, parlata da molti popoli antichi europei, e che da molti viene considerata la lingua della razza bianca degli Japigi. Non si può costruire una simile teoria senza tener conto dell’idioma che costituisce il substrato dei linguaggi europei: l’albanese, con la sua ricchezza di dialetti. Sosteniamo questa tesi dal momento che è noto che l’insieme delle parole comuni tra le lingue europee e la lingua sanscrita è interamente compreso nell’idioma albanese. Addirittura, l’albanese attuale utilizza tutt’oggi queste parole. Volendo tentare un’interpretazione etimologica di queste parole, occorre ricorrere al linguaggio albanese. Un buon linguista deve essere anche un bravo storico. Le parole delle lingue indiana e iraniana non hanno collegamenti con i linguaggi europei, ma ne hanno di precisi con la lingua albanese. È proprio questa la giusta chiave interpretativa per evitare l’errore fino ad oggi commesso da filologi e linguisti, le cui conclusioni prescindono dallo studio della storia e della lingua albanese. Esistono testimonianze che nell’Età del Bronzo questi territori sono stati invasi e governati da una razza bianca. Cosi i Sumeri sono un popolo non Semita. Gli Albanesi oggi sono un popolo di origine preistorica che vive nel territorio dei Balcani da centinaia di migliaia di anni. Gli antenati degli Albanesi hanno dato origine in Europa, in una prima fase, all’etnia propria di quei territori che, in seguito, sarebbe diventata la principale artefice della civiltà moderna.
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Essi hanno avuto grande importanza nello sviluppo degli stati e delle popolazioni moderni dell’Europa e nella genesi della lingua da essi parlata.

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28 novembre, il giorno dell’indipendenza dell’Albania
Di Elton Varfi

“La libertà non ve l’ho portata io, ma l’ho trovata qui, in mezzo a voi”. Si narra che con queste parole l’eroe nazionale albanese, Athleta Christi, Giorgio Castriota Skanderbeg, si rivolse al suo esercito pronto a combattere, subito dopo aver liberato il suo principato, Kruja, dagli Ottomani, e aver innalzato trionfante la bandiera dei Castriota (che in seguito sarebbe diventata la bandiera nazionale dell’Albania) sulla torre maestra del suo castello. Questo aneddoto viene riportato da Marin Barleti nella sua opera Historia de vita et gestis Skanderbegi Epirotarvm principis. È verosimile che l’autore, per eccesso di romanticismo, abbia attribuito al principe di Kruja parole che l’eroe non ha mai pronunciato; ma dentro questa frase si racchiude una grande verità storica: la voglia di libertà del popolo albanese. Un popolo indomito, che mal sopportava la tirannia ottomana, e che non aspettava altro che una scintilla per scatenare la rivolta. Il 28 novembre 1443, data del ritorno di Skanderbeg a Kruja, è una ricorrenza storica per l’Arbëria (cosi si chiamava l’Albania a quei tempi). Questa data segna l’inizio dell’eroica resistenza degli Albanesi contro la più grande potenza bellica del tempo: l’Impero Ottomano; resistenza che si protrasse per ben venticinque anni, fino alla morte di Skanderbeg. Ma il vero capolavoro di Skanderbeg può essere considerato l’impresa compiuta il 2 marzo 1444 ad Alessio (Lezha), quando egli riuscì a riunire tutti i principi albanesi sotto una sola bandiera e con un solo obbiettivo: liberare il paese dai Turchi. Con la morte di Skanderbeg (17 gennaio 1468), gli
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Ottomani riconquistarono l’Albania che entrerà così nel suo periodo più buio, che si concluderà soltanto dopo quattro secoli. Quattro secoli di sofferenza per il popolo albanese. La maggioranza di esso si convertì forzatamente all’Islam. La “Sublime Porta” era tollerante con i sudditi non islamici; infatti, consentiva ai Greci l’insegnamento della loro lingua. Tuttavia, il trattamento riservato ai sudditi albanesi, anche se di religione musulmana, era diverso. La Turchia aveva, infatti, vietato l’apertura di scuole albanesi e persino l’uso ufficiale della lingua. La politica dei Giovani Turchi che ascesero al potere in Turchia nel 1908, aggressiva verso gli Albanesi, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Gli Albanesi cominciarono a rivendicare i loro diritti. Le richieste degli Albanesi alla “Porta” crebbero così poco per volta, a cominciare da quella dell’uso e dell’insegnamento della loro lingua. La situazione interna in Albania e i rapporti con la “Porta” cominciarono a deteriorarsi seriamente all’inizio del 1910 in Kosovo, degenerando presto in un’insurrezione che si propagò più a Sud. Il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia. Il conflitto italo - turco fece precipitare la situazione nei Balcani. Le guerre balcaniche si estesero nella regione come un flagello biblico. Il conflitto fu funestato da esecuzioni di massa, principalmente a danno di inermi civili albanesi, nel Nord da parte dei Serbi e ancor più dei Montenegrini, ma soprattutto nel Sud ad opera dei Greci. L’odio e l’intolleranza razziale e religiosa condussero, in assenza di qualunque autorità di governo e in un clima reso instabile dalla capillare presenza di armi su tutto il territorio, a eccidi e distruzioni in vaste aree di un paese che ancora non esisteva. Le corrispondenze dei giornali del tempo ed i racconti dei memorialisti parlano di villaggi bruciati, mutilazioni, famiglie distrutte o deportate, di uomini e bambini massacrati nel segno della “pulizia etnica”; di colone di rifugiati e scene di disperazione collettiva, di
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violenze di ogni genere che ricordano in modo impressionante le immagini degli orrori perpetrati nelle guerre di Bosnia e Kosovo, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. L’insurrezione albanese riprese nuovamente con forza partendo dal Nord e presto si diffuse in tutto il paese. Questa insurrezione creò le condizioni per la successiva vittoria degli alleati balcanici contro la Turchia e la rese possibile, svolgendo un ruolo che non ricevette forse a suo tempo la dovuta attenzione. Fu in questo clima di formazione della coscienza nazionale dell’antico popolo shqipëtar, che il “vecchio saggio” Ismail Kemal Bey Vlora, il 28 novembre del 1912, innalzò a Valona la bandiera albanese, rossa con l’aquila bicipite nera di Skanderbeg, e l’Albania divenne indipendente dall’Impero Ottomano. Fu formato un governo provvisorio diretto dallo stesso Ismail Kemal, e si decise di eleggere un Senato che controllasse e aiutasse il governo. La proclamazione dell’indipendenza fu notificata alla “Porta” ed alle Potenze europee; una delegazione fu inviata all’estero per la difesa dei diritti degli Albanesi. Né la scelta della data, né la scelta del mito di Skanderbeg furono casuali. Il 28 novembre, come abbiamo avuto modo di vedere, rievocava una data storica: la data della liberazione dai Turchi di Kruja (roccaforte di Skanderbeg), in un momento in cui gli Albanesi erano in procinto di sottrarsi definitivamente a quel che rimaneva dell’Impero Ottomano. Il culto di Skanderbeg diventò elemento unificante del sentimento di identità nazionale. Gli Albanesi accantonarono le loro discordie di varia natura. Malgrado le differenze fra il Nord e il Sud, fra i Gheghi e Toschi, tutti gli Albanesi ebbero una reazione patriottica. Il 28 novembre del 1912 verrà ricordato nella storiografia albanese come “il giorno della bandiera”. L’Albania aveva acquisito finalmente l’indipendenza. Secondo i patti internazionali, però, l’Albania sarebbe diventata davvero indipendente soltanto nel 1913. Il 29
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luglio 1913, a Londra, la Conferenza degli ambasciatori delle sei grandi Potenze decise che l’Albania era costituita in principato autonomo, sovrano ed ereditario, sotto la garanzia delle sei Potenze [che avrebbero designato il Principe]; in quell’occasione venne anche tracciato lo schema del nuovo Stato. Ma in questa Conferenza furono prese anche delle decisioni vergognose. A Nord, il Kosovo fu annesso alla Serbia. A Sud, la Grecia acquisì la Çamëria. Come si può capire, l’indipendenza costò caro agli Albanesi. Più della metà dei territori popolati da etnie albanesi rimasero fuori dai confini dello Stato albanese indipendente appena nato (Prizren, Peć, Ochrid, Struga, Djakova, Ulcinj, ecc.). Non vanno dimenticati la repressione ed il genocidio subiti dalle popolazioni rimaste fuori dai confini dell’Albania da parte dei Greci e dei Serbi. Il sangue di quegli innocenti grida ancora vendetta. La politica sciovinista dei Paesi confinanti con l’Albania, come la Grecia e la Serbia, dimostra anche oggi nel 2010 che tali Paesi non hanno mai smesso di mantenere pretese territoriali nei confronti di questa nazione. Gli Albanesi non dovrebbero commettere l’errore di sentirsi sicuri e dormire sugli allori, ma dovrebbero restare sempre vigili. I fatti della Conferenza di Londra dovrebbero servir loro come monito per il futuro. “Il giorno della bandiera”, ancora oggi, riesce ad unire tutti gli Albanesi, ovunque essi si trovino, perché è l’unica festa che si celebra in tutti i territori abitati da Albanesi, di tutte le estrazioni e religioni (cattolici, ortodossi e musulmani), e da tutti coloro che sentono di appartenere al glorioso e antico popolo albanese.

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La questione dell’Albania del Caucaso
Di Elton Varfi

L’Albania caucasica era uno stato dell'antichità, situato approssimativamente nella regione del Caucaso attualmente occupata dall'Azerbaijan*. È innegabile che la questione dell’Albania del Caucaso susciti spesso la curiosità di molte persone. Molto probabilmente questa curiosità è legata all’omonimia tra l’antica regione che si trovava nel Caucaso ed il nome dell’Albania moderna. Ultimamente mi sono arrivate delle mail in cui mi si chiedeva se l’Albania Caucasica avesse a che fare con la “nostra” Albania, e cioè con quel paese balcanico dove vivono gli attuali Albanesi. Beh, quale risposta si può dare a tale domanda? Non nego il fatto che l’omonimia con una civiltà antica del Caucaso stuzzicasse particolarmente la mia fantasia. E cosi mi sono messo a studiare un po’ più a fondo questo “enigma”. Si deve dire che le fonti da cui attingere non sono molte, e fare una ricerca su Internet fa perdere la bussola: la confusione regna sovrana. Un primo articolo che ho trovato in rete risale, se non erro, al gennaio del 2010, ed è un articolo scritto dal dr. Jovan I. Deretić, dal titolo: Arbanasi - Albanesi, la loro origine e l'arrivo in Serbia. A mano a mano che leggevo questo articolo il sangue mi saliva alla testa, ma questa è un'altra storia. Senza perdersi in chiacchiere inutili, andiamo a leggere insieme cosa scrive questo studioso sulla questione dell’Albania del Caucaso. Il popolo che noi Serbi chiamiamo Arbanasi, (Albanesi per gli stranieri), ed essi chiamano se stessi Schipetari,
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originariamente viene dal Caucaso. In tempi antichi era noto un paese nel Caucaso con il nome di Albania. Così lo chiamavano gli stranieri, mentre gli abitanti stessi lo chiamavano in un altro modo, proprio come fanno anche oggi con l'Albania odierna. I suoi abitanti chiamano l'attuale Albania “Schipetaria”. A mio parere questo studioso parte con il piede sbagliato quando scrive che originariamente gli Albanesi provenivano dal Caucaso. Non rilevo alcuna fonte da cui lui avrebbe attinto per scrivere una simile fandonia. Le bizzarrie non si esauriscono qui, come appare dalla seguente ulteriore affermazione dello stesso autore: L'unica cosa per cui la vecchia Albania era conosciuta sono i grandi e pericolosi cani, i cosiddetti pastori caucasici. Al tempo in cui Alessandro Magno conquistava l'Asia, trovò sul suo cammino un sovrano albanese, il quale gli regalò un grande cane. L'Albania caucasica era un paese molto povero, e come tale, non attirava invasori. Evidentemente, l’odio che il Deretić mostra di nutrire verso gli Albanesi gli fa perdere la ragione, inducendolo a scrivere che anche una ipotetica Albania in una regione lontana fosse priva di interesse e non attirasse gli invasori. Ma questo è solo l’inizio del suo fantasioso articolo. L’autore continua il suo scritto con voli di fantasia degni di una saga di fantascienza. Per rispetto del lettore mi astengo dal citare l’intero articolo (chi ha tempo da perdere lo può leggere su Scribd), ma non posso non riportare “il pezzo forte” di tutto il lavoro, L’etimologia del nome Shqipëtar: Nella loro lingua, la parola “schip” significa "luogo sassoso". Schipetar può essere tradotto in lingua serba con "montanaro". Gli scrittori austroungarici alla fine del 19 ° e all'inizio del 20 ° secolo, davano intenzionalmente un'interpretazione sbagliata del significato del nome
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Schipteria, invece della terra dei montanari, l'hanno chiamata "terra dei corvi". Questo doveva dare dinnanzi al mondo un'origine più nobile del suo nome. Cioè, noi poveri “montanari” albanesi dovremmo ringraziare gli scrittori austroungarici per aver “ritoccato” la storia, chiamando l’Albania la terra dei corvi?! Una piccola precisazione, visto che siamo in tema: lo sanno anche i sassi che l’Albania viene chiamata il paese delle aquile. E mi fermo qui. Ora, dopo il riferimento ai sorprendenti contenuti di questo articolo, riprendiamo seriamente la questione dell’Albania caucasica ripercorrendo il pensiero di autori seri e ricercatori autorevoli. Nel libro L'Albania: notizie geografiche, etnografiche e storiche (1901) di Arturo Galanti troviamo alcune preziose informazioni. L’autore è contrario alla tesi che l’Albania caucasica possa avere a che fare in qualche modo con l’Albania moderna. Egli sostiene che gli storici armeni, che secondo il nostro autore sono i più autorevoli per la vicinanza del loro paese al Caucaso e che chiamano l’Albania caucasica Arganie, narrano solamente che nel VII secolo d.C. gli abitanti dell’Arganie, sotto la pressione dei Kazari e di altri popoli nomadi, emigrarono in Armenia. I loro discendenti parlano oggi la lingua armena. Non si ha traccia di quale fosse la loro lingua primitiva. Ad ogni buon conto, nessuna delle lingue che oggi si parlano nella regione caucasica somiglia all’albanese. Lo stesso autore sostiene che si tratta di una di quelle somiglianze o identità di nomi tutt’altro che infrequenti in geografia, da cui non è lecito trarre deduzioni troppo arrischiate. Poi Arturo Galanti fa alcuni esempi per difendere la sua tesi. Fra l’altro dice che anche l’antica Inghilterra fu chiamata Albion. I montanari della Scozia chiamano il loro paese Albany. Alba è nome frequentatissimo nell’antica Italia.
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Alba Longa nel Lazio; Alba Fucense nel paese dei Marsi; Alba Pompeia, oggi Alba; Albium Ingaunum, oggi Albenga; Albium Intemelium, oggi Ventimiglia; la tribù degli Albici è in Liguria. Ma anche in Spagna e nell’antica Gallia si incontra il nome Alba. A tutti è nota la città di Albì in Provenza, da cui presero il nome gli eretici albigesi nel secolo XIII. L’autore spiega questa somiglianza verbale con il fatto che tutti o quasi tutti questi nomi richiamano il radicale ario alb o alp, significante bianco e alta montagna (dalla bianca cima nevosa). Quasi tutti i luoghi sopra nominati sono, infatti, montuosi. Jani Vreto, il filosofo del Rinascimento albanese, (Rilindja Kombëtare), nel suo libro Apologia, pubblicato nel 1878, alla tesi che gli Albanesi siano arrivati nelle terre dove si trovano tutt’oggi dall’Albania del Caucaso (tesi per giunta sostenuta anche dal dr. Jovan I. Deretić nell’articolo Arbanasi - Albanesi, la loro origine e l'arrivo in Serbia), risponde in una maniera molto singolare ed efficace. Vreto prende in esame una serie di documenti e parole dell’antichità classica e preclassica che hanno radici uguali a quelle di parole albanesi tuttora in uso. Se- dice Vreto – gli Albanesi non fossero autoctoni nel territorio dove si trovano anche oggi, ma fossero stati barbari venuti durante le migrazioni dopo il cristianesimo, allora come si spiegherebbe l’identità della lingua albanese con l’antica lingua omerica e addirittura preomerica? Noi oggi sappiamo che la lingua classica non si parlava più già nel VII secolo d. C. Il professor Sabri Musliu, nel suo saggio L’Albania del Caucaso e gli Albanesi (Prishtina 2009), scrive chiaro e tondo che l’interesse che suscita questo tema non è solo scientifico, ma soprattutto politico. Così, negli ultimi 150 anni, la storia molto spesso è stata usata dalla politica ultranazionalista ed è stata usata male, soprattutto nei Balcani, dove gli stati diventati tali prima di altri, hanno calpestato i diritti dei paesi vicini che
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ancora non erano diventati veri e propri stati indipendenti. In generale – scrive l’autore – la storiografia albanese ha rifiutato la pseudo teoria dell’origine degli Albanesi dal Caucaso. Per gli studiosi albanesi è bastata la tesi della discendenza dagli Illiri. Poi l’autore continua il suo saggio facendo un resoconto della storia della regione che nell’antichità si chiamava Albania del Caucaso. A conclusione di questo articolo, possiamo dedurre che per nessuno degli studiosi (eccetto lo studioso serbo) l’Albania del Caucaso abbia qualche legame con l’Albania dei Balcani, se non per la somiglianza dei loro due nomi. Ovviamente, questo articolo non ha pretesa di esaustività alcuna sulla questione dell’Albania del Caucaso, ma almeno abbiamo fatto il tentativo di mettere un po’ di ordine nel vortice delle informazioni sbagliate che ci vengono servite in buona o in malafede. *fonte: Wikipedia.

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L’etimologia dei nomi Shqipëri e shqiptar, Albania e albanese
Di Elton Varfi

È curioso che ci sia una differenza tra il nome che gli albanesi riferiscono a se stessi e quello usato dagli stranieri per riferirsi agli albanesi. Il paese abitato dagli albanesi oggi si chiama Shqipëri e gli abitanti shqiptar per gli albanesi, mentre gli stranieri chiamano Albania il paese e albanesi i suoi abitanti. Senza pretesa di voler risolvere una volta per tutte la questione, cerchiamo di capire meglio il motivo di tale distinzione attraverso alcuni studi. Nel 1847, nel suo libro “Su gli albanesi, ricerche e pensieri”, Vincenzo Dorsa cercò di dare una spiegazione, proponendo alcune possibilità. “Si discute fra i critici sull’origine del nome “Albania”, perché nessuna traccia si trova presso gli antichi scrittori. C’è chi sostiene che deriva dagli Albani, popoli dell’Asia che erano situati tra il Caspico e il Mar Nero, i quali, secondo questi studiosi, fondarono diverse colonie nella Macedonia e nell’Epiro”. Ma Dorsa non è convinto di questa teoria. Infatti ci dà un'altra indicazione: “Palmerio (Graccia antiqua, Libro 1, Cap. 14), ci tramanda che l’Albania si chiama così per via delle sue alte montagne, che i Galli antichi, una volta giunti in quelle terre, chiamarono alpi nella loro lingua”. Sulla base di questa teoria, Dorsa spiega il termine riconducendolo alla natura montuosa di “quella terra”. Lo scrittore antico Tolomeo riferisce che nella Macedonia esiste un monte Albanus, dei popoli Albani e la città Albanopolis. Lo stesso Strabone ricorda il monte Albia o Albion. A questo punto Dorsa si interroga sul “perché non
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puntare l’attenzione su questo indizio? Indizio solitario sì, ma splendidamente parlante. Questa per noi è come la stella polare per i naviganti dell’oceano; ed io non credo che quel nome sia appunto il principio generatore della parola Albania”. La versione personale di Dorsa è questa: “Nel Lazio esisteva Alba, città sacra, retaggio della discendenza di Enea. I Romani venuti nella Macedonia e nell’Epiro, alla vista della città di Alba o Albanopolis, si sono spontaneamente ricordati della città, chiamata Alba, della loro patria. Perciò, per distinguerla da quella, l’hanno chiamata Alba-nia, cioè Alba nuova (nia nuova), come appunto dissero Roma-nia, Roma-nuova la terra sede del nuovo impero[…]”. Anche per il nome shqiptar, Vincenzo Dorsa dà la sua spiegazione: “Fra di loro si chiamano Skipetari. Questo secondo nome ci porta a σχίφος, che Eschilo spiega ricorrendo alla parola ξίφος spada, maneggiatori di spada[…]”. Nel 1877, a Parigi, si pubblica il libro La Grèce avant les Grecs dell’autore Louis Beonlew. Beonlew cerca di spiegare la parola shqiptar dando credito alla teoria di Xylander. Inizia la sua analisi osservando quanto la parola shqiptar si avvici al verbo albanese shqiptoj (pronunciare). Ma poi abbandona qualsiasi connessione con questo termine perché ritenuta non attendibile e cerca di definire meglio la sua teoria. Beonlew avvicina la parola shqiptar alla parola shqiponja, aquila, che, come il falco, starebbe sempre vicino alla roccia, il suo habitat naturale. Roccia in albanese è shkëmbi. Se consideriamo che in albanese il falco si chiama anche petrit, questa parola ci conduce alla lingua greca petra ovvero roccia. Allora, conclude Beonlew, gli albanesi (Shqiptarët) si chiamavano, come sosteneva Xylander, “abitanti della roccia”. Sami Frashëri invece nella sua opera "Shqipëria ç'ka qënë, ç'është e ç'do të bëhet" (Bucarest 1899), dice che gli antenati
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degli albanesi si facevano chiamare arbën, parola questa documentata almeno dal II secolo d.C. che però subisce un cambiamento: da arbën in arbër per via dell’abitudine che hanno i toschi (abitanti del sud dell’Albania) di cambiare la lettera n in r. Arbër o Arbën cioè coloro che lavorano la terra, da Ar che vuol dire terra, campo e bër o bën che si traduce con “fare lavorare”. Sami Frashëri collega la parola Shqipëri al nome dell’“uccello benedetto”, cioè l’aquila (shqipe, shqiponja nella lingua albanese). Frashëri considera l’aquila una vera divinità e scrive che gli antenati degli albanesi la adoravano come se effettivamente lo fosse e, un tempo, l’animale era raffigurato anche sulla loro bandiera (all’epoca della pubblicazione del libro, l’Albania era una provincia dell’impero ottomano e non aveva una bandiera propria). Tuttavia, lo studioso conclude che la parola shqipëri sembra che non sia molto antica perché gli albanesi che si trasferirono in Italia e in Grecia non la conoscevano affatto, per questo utilizzavano la parola Arbër. Robert d’Angely nella sua opera “L’enigme” sostiene che la parola shqiptar non va oltre l’anno 1375, al contrario di quanto sostenuto da Vaso Pasha che, invece, riteneva che questa parola fosse molto antica e addirittura la riconduceva alla albanë-i, termine creato dagli albanologi moderni. Secondo d’Angely, la parola shqiptar comincia a diffondersi a causa dell’esercito di Scanderbeg che lottò senza mai essere sconfitto dai turchi. Shqiptar ovvero portatori dell’aquila (bartëse e shqiponjës, e shqipes), questo perché la bandiera sotto la quale questo esercito combatteva era la bandiera di Giorgi Kastriota (Scanderbeg), bandiera che è ancora oggi il simbolo ufficiale dello stato albanese: sfondo rosso che esalta un’aquila bicipite nera. Anche lo studioso Aristidh Kola nel suo libro “Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve” sostiene che il nome shqiptar ritrova le
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sue origini a partire dall’esercito di Scanderbeg che portava la bandiera rossa con l’aquila bicipite. Quanto ai termini Alban e Arbëresh, lo studioso sostiene che non c’è alcuna differenza. Citando due storici albanesi, Pollo e Puto, scrive che “la parola Alban ha un’origine storica, invece la parola arbëresh ha un’origine geografica”. Kola riprende la teoria che riconduce Albani, antica parola celtica, al concetto di altura. Ovviamente questo articolo non ha pretesa di esaustività, però credo che dia un’idea sulla problematica questione dell’attribuzione del nome, specificando il complesso dibattito etimologico che sottende ai due nomi in questione (Albania e Shqipëria).

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La somiglianza della lingua hittita con quella albanese
Di Giuseppe Catapano

Archeologia moderna e filologia, con lo studio del cuneiforme e con l’aiuto del C14 radioattivo, hanno portato alla luce la civiltà del grande impero hittita, la sua capitale e resti del suo lessico. Appena dopo la rivoluzione neolitica con i suoi capovolgimenti della struttura sociale, troviamo a Çatal Hüyük (attualmente Turchia) una città costruita sulla base di solide tradizioni, antichissima almeno quanto Tiro e Sidone (7000 anni fa), in base ai dati forniti dalle tavole di datazione di Bahir Alkim, da altri ricercatori e scienziati confermati. E Winckler scopre a Boghazköv la lingua degli Hittiti e la capitale del loro impero Hattusa, tra il Mar Nero ed il Mediterraneo, nell’arco dell’Haly, appoggiata a sud entro una montagna, in una valle che si apre verso nord. Questa posizione non farebbe presupporre, a prima vista, che gli Hittiti estendessero il loro dominio soprattutto verso sud/sud-est, oltre le catene del Tauro, fino a Babilonia e giù in Palestina. Tanto maggiore, quindi, la scoperta dell’impero Hittita in Anatolia Settentrionale, in una zona non annoverata prima fra i centri di civiltà. Il lettore si chiederà perché insisto sugli Hittiti. Semplice: per me essi sono Troiani, e quindi: Illiri, Etruschi, Albanesi; e dopo la venuta di Enea in Italia, anche, in parte Romani. Le prove sono nel lessico e nell’archeologia, nell’etnografia e nei monumenti portati alla luce dagli scavi degli ultimi tempi, ed anche da un più approfondito studio dell’antropologia, tenendo presente che questa spesso dipende anche dalle condizioni ambientali dei luoghi delle varie regioni del mondo.
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Ora vi do un piccolo elenco di parole hittite, nelle quali si riscontra identità o somiglianza con l’arbërisht (albanese): Hittita Nï Ata Asht Mat Maje Njoj Wit Ane Gjun Qend Ili Bait Et Est Gurta (cittadella) Lule Dor Mial Wesha Urim Shur Turija*** Nakt Ara Shkal Albanese Ni At-i Asht-i Mat-ënj Manj Njoh Vit-i Anë Gju Qind Yll Baj Etë Është (i) Gurtë Lule Dorë Mjaltë Veshje Urim Shur Turi Natë Arë-a Shkallmoj
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Italiano Adesso Padre Osso Misurare Ingrassare Conosco Anno Parte, lato, faccia ecc. Ginocchio Cento Astro Cortile Sete È (di) Pietra* Fiore Mano Miele Abito Augurio, buona fortuna** Sabbia Grugno Notte Campo seminato Svellere, assassinare

Sojoti Hur Lehit Lissi

Sitë Ur-i Lehtë Lis

Setaccio, filtro Fame Leggero La quercia

* La cittadella era di pietra anticamente, da Gur = pietra. **Urim, in ebraico, è l’atto con cui il Sommo Sacerdote consulta la divinità. La risposta si chiamava invece thunim; qui è evidente la radice dell’illirico thom = dico. ***Turija, hitt = corda con cui si legava il grugno del maiale, traslato dall’illirico Turi = grugno.

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Thot - Tat parlava albanese.
Il filologo romano Giuseppe Catapano, ha pubblicato il risultato di quarant’anni di ricerca in un opera capitale che si colloca perfettamente tra le ricerche filologiche. Il titolo dell’opera è THOT - TAT PARLAVA ALBANESE. È scritta in lingua italiana, ma anche in arbëresh. Alterna delle parti in prosa, a suggestivi frammenti in poesia. L’autore ha basato la sua ricerca sulle opere degli storici dell’antichità. Numerosi sono i riferimenti ai bassorilievi e alle incisioni degli egizi, degli ittiti, dei greci e dei romani, oltre che alla scrittura, che l’autore riconosce come scrittura degli Illiri, antenati degli albanesi. È bene precisare sin da subito che le affermazioni di Giuseppe Catapano concordano pienamente con le affermazioni di molti filologi, storici e archeologi inglesi, francesi, turchi e albanesi. Secondo Catapano, la lingua albanese, o meglio la lingua degli illiri, si parla da più di 12.000 anni. Inoltre, secondo un professore di linguistica anglo-germanica dell’Università dell’Indiana (Usa) la lingua albanese è il ramo più antico appartenente alla famiglia delle lingue indo-europee. Pertanto la lingua albanese è rimasta quasi del tutto immune al contatto con altre lingue ed ha ancora oggi preservato la sua natura unica e primordiale. Sappiamo già che i geroglifici degli antichi egizi sono stati inventati 4000 anni a.C., ma non sapevamo che questi geroglifici avevano un significato anche nella lingua albanese. È proprio questo fenomeno che il filologo Giuseppe Catapano ci spiega nella sua opera. Ma chi era Thot? In egizio Tehut, era il dio della scrittura, oltre ad essere patrono degli scribi; noto anche come il dio del computo cronologico e guardiano del calendario; scopritore dei numeri e inventore dei geroglifici. I suoi poteri lo resero un mago temibile e il patrono indiscusso della magia.
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Si descrive come un essere con corpo umano e testa di ibis (aquila). Secondo Catapano, Thot “parlava la lingua albanese” e compilò i geroglifici, cioè l’alfabeto fonetico degli antichi egizi, “basandosi nella sua lingua madre, la lingua albanese”. Thot era l’inventore della scienza antica. Sempre secondo Catapano, la lingua albanese si parla da oltre 12.000 anni. Il nome di Thot deriva senza dubbio (sempre secondo l’autore) dal verbo thom, thua, thotë = dire, notizia ecc, della lingua albanese, cioè “messaggero degli dei”. L’autore pensa, inoltre, di poter spiegare l’etimologia del nome Atlantide in greco Ἀτλαντίς (Atlantis) attraverso la lingua albanese. Per lui il nome di Atlantide si potrebbe spiegare così: AT = PADRE (nella lingua albanese), LASH(TË) = VECHIO, cioè ANTENATI (bisnonni) Ma cos’era Atlantide? Secondo Platone (427–347 a.C.) era un grande e potente continente, che 9.000 anni prima era sprofondato nell’oceano Atlantico. Secondo Catapano, era uno dei posti più sviluppati dove vivevano gli antenati della razza albanese. I superstiti, dopo la catastrofe che fece sprofondare Atlantide, passarono nella valle del Nilo, dove diedero vita ad una nuova civiltà. Secondo alcuni studiosi, la civiltà degli antichi egizi non è altro che il prolungamento, la continuazione della cultura nata ad Atlantide. Su questa linea si sono concentrate le ricerche scientifiche che Catapano ha condotto per molti anni. Gli scritti antichi degli egiziani si riferiscono ad Atlantide utilizzando il nome di Borea cioè bianca, dalla parola illiro-albanese bora (neve).

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Geroglifico egizio e parole albanesi alle quali si è riferito Thot disegnando i geroglifici dell’alfabeto fonetico egiziano

Lettere albanesi

A
AIN = Aquila. Come simbolo indica il principio della luce, il principio vitale maschile, l’animatore della materia. Nei tempi più remoti, nelle parole che cominciavano con , questo geroglifico sovente veniva sostituito dall’altro Ciò è logico e comprensibile, poiché il principio di tutte le cose non si può manifestare direttamente, ma per mezzo della sua forma visibile, che è appunto la

B
BROF = In piedi. Questo geroglifico esprime la condizione caratteristica dell’uomo, dell’essere intelligente, creato da Dio nella posizione eretta, con il capo alto, affinché possa guardare costantemente il Cielo, sua ultima meta. Esprime il movimento involutivo del principio grazie al quale l’uomo si perfeziona.

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D
DORË = Mano. Rappresenta il lavoro manuale dell’uomo; tutti gli interventi dell’uomo per il possesso; l’attività umana, affinché le cose diventino ricchezza, ossia beni utili all’uomo.

G
GATH = Recinto, steccato; il divieto assoluto di accedere al tempio ai non ammessi all’iniziazione, ai ritenuti non idonei spiritualmente e fisicamente.

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F
FJERË = Vipera bicornuta. I rettili, anche secondo la scienza moderna, sono gli esseri viventi apparsi per primi sulla Terra. Secondo la Genesi furono creati dopo la vegetazione, prima di ogni altro animale. Secondo Thot i rettili si elevarono dal “NU” (protomateria) nel momento in cui ATUM (il dio creatore, padre e madre ad un tempo) si manifestò nel mondo; si elevarono per applaudire il Signore. In principio, il serpente non era velenoso; lo diventò in seguito per punire l’uomo, il quale, nella sua caduta coinvolse, l’universa creazione.

H
HIÈTË = Treccia, intreccio. Esotericamente rappresenta i tre piani della vita: fisico, astrale, spirituale; il cammino naturale per raggiungere il fine e, con questo, la felicità piena, senza termine, in Dio. L’altro segno rappresenta l’evoluzione delle cose. Troviamo il secondo geroglifico , con il medesimo significato, anche nelle antichissime scritture dei Naacal, i quali, secondo James CHURCHWARD (“Mu: Il Continente Perduto”, Sargan 1978), le avrebbero introdotte in Birmaniadalla Madreterra (=Madre, io; Më, u) continente sprofondato nel Pacifico circa 12.000
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anni fa; continente, la cui civiltà risalirebbe a 50.000 anni orsono.

K
KUFË = Ciotola. Simbolicamente rappresenta il recipiente, ove si produce la mescolanza delle forze per creare una manifestazione materiale nella relatività, ossia nel mondo fisico. Questo mescolamento di forze, per la trasformazione della materia, può anche attuarsi per sola attività di sviluppo della NATURA nel suo continuo, ininterrotto movimento di evoluzione. Significa anche lo stampo a fondere, la matrice.

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M
MIRË = Bene; ma debbono essere considerate tutte le accezioni, in cui il termine viene usato, come ho ampiamente trattato nel mio poema. Può significare il bene e la benevolenza; ma anche la morte, nella accezione di passaggio da uno stato a un altro superiore, ossia di rinascita per una vita migliore. Nel termine MIRË è espressa l’antitesi: la cancellazione del finito per l’infinito; la cancellazione delle due categorie della relatività: tempo e spazio per l’assunzione dell’essere vero, nella immortalità. Il secondo segno, che ha lo stesso suono, esprime il senso della misura (masë = mezzo, strumento, misura); il vivere secondo giustizia, onde essere ammessi nel regno dei beati, nella pienezza della felicità senza fine.

Gj
GJÍ = Seno, grembo, ventre, petto; organo sessuale femminile, nell’accezione primiera della parola. Questi segni si riferiscono a tutto quanto ha attinenza con l’atto creativo riflesso della riproduzione per congiunzione carnale. Il suono di questi due geroglifici non ha riscontro nella lingua ebraica delle Scritture, pur tanto antica. È da ritenersi, per tutte le caratteristiche onomatopeiche e di significato, prezioso avanzo della prima lingua parlata dall’uomo sulla Terra.
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NU è parola composta (në ujë, cantratto “nu” = l’elemento primo contenuto nell’acqua primordiale, da cui è scaturita l’universa creazione. Questa è la dottrina delle più antiche cosmogonie. Anche nella Sacra Bibbia è scritto che “in principio Dio alitava sulle acque”. Da “nu” si è formata la lettera “n” prendendone l’iniziale. Il “nun” aveva al principio il significato di organo della generazione ed era vietato pronunziarlo, per rispetto al mistero della riproduzione della specie umana, nella relatività. Altra parola antichissima: ka-ri, che rappresentava l’organo sessuale dell’altro sesso, era vietata. Questi due nomi, fino a cinquanta, sessanta anni fa, nei paesi arabi degli Arbërèshë erano avvolti da un senso di mistero. Il “nu” rappresentava graficamente la superficie delle acque primordiali, venirne fuori significava “nascere”, passare, cioè, dalla potenza all’atto.

N

U
U = Io. Esprime la individualità: io e non altri. Nella lingua albanese mantiene immutato il significato primitivo: io. Il secondo geroglifico, la spirale, rappresenta il turbine delle forze produttive del cosmo, le quali derivano dalla messa in moto di potenze esistenti, in principio, nel “nu”.
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P
PLIS = pezzo di terra lavorato; plitë: mattone, basamento. Rappresenta il prodotto del lavoro dell’uomo, il quale trasforma la materia bruta ( q,qull = poltiglia) informe, in materia organizzata, applicandovi le forze della volontà e del braccio.

Q
QULL = Materia informe, poltiglia: passibile di trasformazione per l’intervento dell’opera dell’uomo. QIENJ = Amplesso sessuale per la procreazione e la conservazione della specie; questo è il significato primitivo di questo verbo, in cui la lettera “q”(abbraccio, unione, quasi fusione) esprime il mezzo; la lettera “n”, il fine; la lettera “i” o “j”: l’infusione dell’anima al nascituro per intervento divino. Il piacere che si prova nell’atto di accoppiamento carnale, è solo l’esca affinché agevolmente si adempia il fine.

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R
Qui BUZË (la bocca) rappresenta un organo attraverso il quale passano gli alimenti che assicurano, consentono la continuità del sussistere: LA VITA: RROJË Da quest’ultima parola è stata ricavata la lettera “r” liquida alveo dentale mono o poli vibrante. Thot, nell’elezione o scelta, ha dato necessariamente la precedenza al fine, che è sempre più nobile del mezzo.

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S,s
STOL, STOLI = rispettivamente: fascia, ornamento; simboli entrambi della nascita e della morte; e ancora: della resurrezione definitiva, sfociante nell’ASSOLUTO, nell’essere per sempre, nella felicità piena, immortale, allorché saranno finite tutte le prove sulla Terra. Nelle fasce si avvolgevano i neonati; nelle fasce si avvolgevano le mummie in attesa della nuova nascita: reincarnazione o resurrezione definitiva. STOLI, invece, rappresenta la GRAZIA (ornamento spirituale), che assicura il cammino verso la luce. Il primo geroglifico addita la strada da percorrere (udhë = via, regola, norma) per arrivare vittoriosamente al traguardo finale; il secondo geroglifico che ha lo stesso suono (S) segnala gli scogli, le difficoltà, gli impedimenti, le “chiusure”, gli sbarramenti. SIXHIR, infatti, significa ancor oggi, nella lingua albanese, (dialetto ghego) catenaccio, catena. Nel primo geroglifico è adombrato il tirocinio di opere buone da compiere per guadagnare il Regno dei Cieli; nel secondo: gli ostacoli da superare, le forze da impiegare per compiere le catene, gli sbarramenti opposti al raggiungimento della meta agognata.

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T alb
L’Enel attribuisce a questi due geroglifici il medesimo suono: “T”. Io sono, invece, d’accordo con il De Bruck nell’assegnare ai due geroglifici due suoni diversi: al primo, il suono “t”; al secondo: il suono della lettera “c” dell’albanese. Il geroglifico ’l’unico esistente nella grande piramide di Cheope (misura circa 10 x 20 cm) rappresenta lo spostamento giornaliero del sole; significa il TUTTO, l’ASSOLUTO, Il PERFETTO; COLUI al Quale nulla manca, al Quale nulla può essere aggiunto o tolto; significato rimasto inalterato o quasi nella lingua albanese: TËRË. Significa anche la pienezza della legge, la famosa TORA degli Israeliti. Da Tërë è stato ricavato il geroglifico . Il geroglifico (c alb.) è stato, invece, ricavato da CIMPITH = molletta da fuoco. Ha un significato morale con attinenza al “fuoco”, all’ardore dell’anima, all’entusiasmo da impiegare nella osservanza di Dio, onde poter raggiungere il fine ultimo: la salvezza e l’eterna beatitudine.

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I, J
ISË = la luce. Vuol dire che il pensiero, principio di vita simbolizzato dal sole ed emesso dalla forza creatrice, il VERBO, è fissato in forma visibile per mezzo della scrittura del geroglifico . “I” è il primo nome dato a Dio dall’uomo (Vedi Dante Par. XXVI, 133; 136). Dio è la luce eterna. La luce riflessa, cioè quella della relatività, che riusciamo a percepire con l’organo materiale della vista. Nello arbërisht è detta ancora “Isë”. Isë, nel vecchio egiziano è il nome di Iside, simbolo della luce. Da questo nome è stata ricavata la lettera “I”, detta lettera nobile da Platone, il cui suono volle indicare, sin dal principio del mondo: DIO. Come nell’ebraico “yod” entra nella composizione delle parole ce si riferiscono all’immortalità, così la “i” in albanese entra ancor oggi nella formazione delle parole che esprimono luce, bellezza, ornamento.

Â, Ô
ASHIM o ASHER = Ramo, virgulto, legna spaccata. Questo geroglifico rappresenta l’azione dell’uomo ed anche l’attività della natura. I suoni â, ô sono suoni gutturali spariti dal tosco, ma conservati nel ghego, come era in principio nella lingua adamitica.
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Z
ZVARANIK o ZHVARANIK = Rettile terreno. Simbolicamente rappresenta una passione disordinata. Il rettile è considerato l’ispiratore di sentimenti insani, di accesi moti incontrollati. Il geroglifico corrisponde alle lettere albanesi: “Z” e “zh”.

SH
SHI = Pioggia. Il geroglifico rappresenta un lago, delle acque piovane primordiali. Il senso esoterico è quello della protomateria contenuta nell’acqua. Rappresenta anche la regione del TAVUT (dello arbërisht tavut, bara), cioè dell’aldilà. Vita, morte, rinascita fanno sempre riferimento all’acqua “nu” o “shi”, perché dal “nu” è scaturita la vita; attraverso la purificazione del lago delle acque della regione del Taut, il defunto si purifica e rinasce ancora, fino alla resurrezione finale per la immortalità felice.

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Confronto Ebraico – albanese
Di Giuseppe Crispi

La maggior parte degli studiosi non mettono in dubbio che l’ebraico sia la lingua più antica. Inoltre si sa dalla storia sacra che prima della costruzione della Torre di Babele tutti gli uomini parlavano una stessa lingua, e che poi, dopo la confusione, si crearono vari e diversi linguaggi: molti ve ne sono affini all’ebraico, e specialmente quelli di Nazioni più vicine a Babilonia, da cui derivarono tutti gl’idiomi. Tali sono la lingua caldaica, l’arabica, la siriaca e l’etiopica. L’albanese, paragonato nella sua purezza all’ebraico, assomiglia talmente al caldaico che le parole sul muro contro Baldassarre re dei Caldei, ed interpretate da Daniele: “farsin u techel mene mene”, suonano come fossero albanesi, e quelle che più si avvicinano nel senso sono: manë manë = misurarono, misurarono, ti chel = tu porti, fare = niente. Ed in effetti si potrebbe credere che queste parole siano proprio albanesi, o dell’antichissima lingua dell’Epiro, che Daniele, unico esperto in quel linguaggio, interpretò, mentre i Savi del Regno caldaico non poterono intenderlo affatto. Ma per far vedere più dettagliatamente il genio di questa lingua originaria dell’Epiro, corta, monosillabica e vibrata in modo tale che pare esprima solo suoni piuttosto che parole, mi piace di aggiungere qui poche righe di traduzione dell’inizio del cap. 3° del Cantico dei Cantici, là dove la sposa si lagna, perché passò la notte cercando l’oggetto dei suoi amori e non lo trovò. Intendo fare questo raffronto perché, siccome la lingua ebraica esprime concetti complessi con poche parole, meglio e più chiaramente si veda come la lingua albanese, emulando l’ebraico anche se in poche voci, forse addirittura con meno termini dell’ebraico riesce ad esprimere un maggior
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numero di concetti, tanto che potremmo metterla nel novero delle lingue naturali.

Bikascti balleloth miscchabi Hal Bikascthiu: naphsci sceaaba eth Na akuma: metzathiu lo ve …. bahir asobeba va

Me strat tim në nat chercova atë Ghi dò zëmëra ime: e chercova as ghieta: ‘nciume nanì ‘mbë kambë, e vete për në Giutet et ce.

Se qualcuno volesse prendersi la pena di contare le sillabe dell’una e dell’altra scrittura, ne troverebbe meno nell’albanese, che nella ebraica, calcolando nella prima le mute. Ma per mostrare ancora di più l’indole primordiale della lingua di cui trattiamo, ottimo consiglio mi sembra di proseguire il paragone con l’ebraica. Una lingua si può paragonare ad un’altra o nella concisione, o nel suono, o nelle parole stesse, o nella sintassi. Confrontando il suono delle vocali, sarà buona cosa esaminare le vocali dell’una e dell’altra lingua che abbiamo deciso di confrontare. Le vocali in sostanza sono cinque: a, e, i, o, u. ma siccome si possono pronunciare con un suono o largo o stretto e per di più sono soggette ad una tale gradazione che dal più stretto si passi al suono più largo, cosi, quantunque siano cinque, possono crescere a tante quante l’uso di un linguaggio avrà voluto. La lingua ebraica ha tredici vocali, vale a dire che le cinque vocali fondamentali diventano tredici a secondo del suono ora più largo, ed ora più stretto che s’impiega nel pronunziarle. E perché non si dica che la divisione delle vocali ebraiche in tredici sia un espediente masoretico, introdotto con la
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punteggiatura, faccio presente che i punti non furono altro che dei contrassegni, che mantenessero più distinto il suono delle vocali, il quale correva pericolo di perdersi, mentre la lingua cominciava a declinare. Da questo assunto possiamo concludere che le tredici vocali siano proprie della lingua ebraica e dire che gli Ebrei, tra strette, larghe, e larghissime, oltre alle mute, dividevano i cinque suoni della voce in tredici tra toni e semitoni, se mi è lecito usare tali vocaboli mutuati dalla musica. Nella lingua albanese le vocali variano in modo che, dalle cinque originarie, diventano molte di più a seconda dei suoni. Eccone gli esempi: in amë (madre) la a non è aperta, ma contiene un suono tra a ed e aemë,amë, ëme; in atà (quelli), le due a sono larghe; in baame (azioni) sono aperte, ma si avvicinano alla e muta; in ati ( padre), la a deve essere pronunziata rapidamente; in ar (oro) la a si dovrà pronunciare diversamente che in ar (noce), e in ar (lavoro, biada). Ar (oro) si pronunzia più rapidamente che ar (noce), in cui, al contrario, la a deve essere pronunciata prolungandola alquanto, raddoppiando la r, e in ar (biada) deve essere pronunziata quasi are. E in e para, e mira (la prima, la buona) ha un suono naturale: in gurete (le pietre), si avvicina ad una lettera muta. In grue (donna), zonje (signora), somiglia quasi alla a; infatti alcuni pronunziano grua (donna), zonja (signora). E di hem, come hem Pietri, hem Pali (e Pietro, e Paolo), è stretta. I si pronunzia lunga come se fosse accentata in alcuni nomi di famiglie, come in Vladagni Zumi, e in sctpi che si dice anche scpì (casa). I in ti (tu) è larghissima, tanto che, nella pronuncia di alcuni, sembra che suoni ijë, ti (tu). Lo stesso è in ieta (la vita) che si pronunzia anche jeta (la vita).
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O in more è larga, come è in dò, particella disgiuntiva, do ti, do ai (o tu, o quello, vuoi tu, vuol quello). In croi (la fonte) ha un suono naturale, in jo (no), ha un suono largo. U in u (io) è rapida, come in ju (voi): in u che serve per l’intransitivo, che si declina con le regole e coi tempi dal passivo, è vocale stretta, anzi strettissima, per esempio me u ‘mreculuem (meravigliarsi), me u dasciume (essere amato); e di fatto alcuni lo pronunziano come se fosse muta dicendo me të ‘mreculuem, me të dasciume. Alcune volte ha un suono naturale come Turk (Turco).

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Corrispondenze linguistiche tra caldaico, ebraico ed albanese
Di Giuseppe Crispi

Per quanto riguarda i vocaboli, ve ne sono di albanesi, la cui radice si trova nella lingua ebraica. Ne riferisco parecchi: Bal, in caldaico significa cuore, animo, quasi con una trasposizione di lettere dall’ebraico leb. In albanese bal(l) propriamente è la fronte, il capo, sede dell’anima. Bar – figlio, in caldaico, beri fili mi Prov. 31. 2. Gli Albanesi dicono bir - figlio, biri - il figlio. Bara – campagna, in caldaico. In albanese bar vuol dire erba, che è ancora più simile a bar = frumento in lingua ebraica. Barâ – creò, e in albanese bërë - fatto. Bana – edificò, costruì, assomiglia a bën - edifica, fa. Achan – tenne, e nel participio meachen , in albanese me vet chenë - che si tiene da se stesso. Barach – benedisse, e nel participio pahul, beruch, e in albanese per metatesi becuer - benedetto. Kever – sepolcro dal verbo kavar, in albanese var. Ise – è, in albanese isc - era. Remija – falsità, fallacia, in albanese erremia - menzogna. Gebar – uomo, in albanese bur(a). Bach – in te, da cui forse l’albanese basch - insieme, con te. Hotam – quelli, in albanese hatà quelli. Sciucha – inclinarsi, propendere, verbo che si usa per indicare una cosa che va ad estinguersi, per esempio beta mavet el sciucha chi. In albanese si direbbe vete të sciuchet stpia e tii, cioè: va a perdersi, o ad estinguersi la sua discendenza. Jarâ – precipitò, gettò, cadde, in albanese ra - cadde. Pat – bucella, mipitò de la bucella ejus, in albanese pita (una specie di pane).
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Scetija – pozione, bevanda, in albanese etija - la sete. Questi altri vocaboli caldaico–ebraici hanno una certa somiglianza con termini albanesi, quantunque i primi sembrino quasi essere causa dei secondi: Derech – via, strada, in albanese deer - porta, via della casa. Zina – lo scudo, ma in caldaico può tradursi con freddo, in albanese: zin - freddo. Chapar - scavo, in albanese chapn - aprirsi, spaccarsi. Kasc – stipula, strame, in albanese casct - paglia. Macharesciat – zappa o vomere ; gli Albanesi, per contrazione, dicono sciat. Non poche altre parole ebraico – albanesi potrei aggiungere a queste, se non temessi di infastidire il lettore dilungandomi troppo su questo argomento.

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I Frigi
Di Giuseppe Crispi

L’etnografia della Frigia, e la sua geografia fisica possono fornirci interessanti chiavi interpretative sull’evoluzione della lingua dei popoli che abitarono quella nazione. Le parole Frigio, Frigos (con la pronuncia aspirata della φ, fino a divenire w nella mutazione del termine Frigi in Vrighes) nella lingua albanese assumono il significato di soffiatore, da frin – soffiare. Si allude, forse, all’uso del soffiare con i mantici nelle fornaci, essendo stati i primi i Frigj a lavorare i metalli col fuoco. A riconferma di quest’opinione occorre sapere che vi fu un un luogo detto Ophyr, ovvero Obrygio, quasi come il freco ό πύρ (o pir), cioè “il fuoco”, oppure Ophir, che in ebraico significa oro, volgarmente obrizo ophirizum: in quel luogo si era usi depurare l’oro dalle sabbie dei fiumi che nascevano dal Caucaso mediante il fuoco, all’interno di camini. Si potrebbe individuare un’altra etimologia del termine Bryges, altro nome con il quale ci si riferiva ai popoli della Frigia, dalla loro calzatura: Breches, Bryges, Phryges=”portanti calza lunga”, dalla parola albanese brech (brek), calza, da cui i Celti chiamarono breeches i calzoni, come tuttora vengono chiamati dagl’Inglesi; broeches dai Bulgari e brog dai Cimbri. Da questa stessa parola frigio-albanese venne detto βρίκισµα (vrikisma) un certo ballo frigio (tripudio), che si faceva nelle feste in onore di Bacco, caratterizzato dallo scuotimento delle brache, quasi si dicesse brechismata, dimenamento di brache: βρίκισµατα (vrikismata), come spiega Esichio όρχησις φρυγιακή (ohrisis frigiaki), vale a dire un ballo frigio.

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Dai Frigi, dai Celti, o dagli Albanesi derivò poi il termine latino braca; in Sicilia e quindi in Italia si diffusero successivamente le parole vrachi e brache. Inoltre i Frigj Coribanti furono detti Haberi; come gli Iberi asiatici, furono così chiamati con riferimento alla parola bâri (erba), quasi erbacei, nome allusivo al loro stato di pastori nomadi. Anche l’origine Habôri, cioè nevosi, è verosimile, perché i loro monti del Caucaso e del Tauro sono sempre pieni di neve, detta borë in albanese: dal che derivò la denominazione agli Iperborei, ed ai Boriadi della Tracia, mentre in Macedonia ritroviamo la medesima etimologia per i nomi del monte Bora, del vento borea, e di un re chiamato Borisio. Gli stessi Coribanti furono detti anche gureti da gur – pietra: abitanti tra le pietre o in luoghi pietrosi; oppure Cureti da cuar – mietere, facendo riferimento alla loro κυρά (kira), cioè tosatura, come a voler dire Cuareti.

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Memoria sulla lingua albanese
Di Giuseppe Crispi

Secondo Erodoto i nomi di molte Divinità greche derivano dalla lingua pelasgica e noi troviamo che nell’albanese det (il mare) corrisponde al greco τέτις; dhe (la terra) a δηώ, altro nome di Cerere (Demetra); herë (il vento) ad άήρ, da cui ήρη cioè Era (Giunone); dielli (il Sole), da cui δέλιος, soprannome di Apollo, dio del Sole; vrane (nube), da cui ούραγός, il Cielo. E quantunque quanto abbiamo ora detto non sia la esatta affermazione di Erodoto, il quale confessa di non avere nozioni certe sulla lingua dei Pelasgi e non nomina che Era (Giunone) fra queste divinità, tuttavia ciò è per lo meno un indizio che alcuni vocaboli della più remota antichità si siano conservati nella lingua albanese. In verità molti altri vocaboli antichissimi si ritrovano nella lingua albanese. In seguito vedremo ulteriori esempi, maggiori di quelli riferiti per la lingua frigia. Qui ricordiamo soltanto altre due voci riportate dallo stesso Malte-Brun; la prima è uedy, nome, a suo dire, che merita tutta la nostra attenzione, poiché i poemi orfici indicano, con esso, l’acqua, ed assomiglia molto all’albanese ue, uen, e l’altra è Larthes, che significa “casta dei Signori” in etrusco. In albanese të Lartët vuol dire “essere posti in alto”, da lart (alto). Del resto, lo stesso nome “Pelasgi” si può intendere in albanese per “vecchi”, “antichi”: Plaschi o Pelaschi, e plaschica o pelaschica gente, significa “gente vecchia, antica”, da plak “vecchio” e dal plurale plaket “vecchi”; i nomi di Pella e Pellene si possono spiegare col vocabolo pella, “cavalla”, per cui Pella e Pellene come “cavalla”, “cavallina”, ossia equestre; i nomi Pelion e Peligni e di molti altri luoghi e popoli pelasgi si ricavano facilmente da pyll, “foresta”, indicandoli come abitatori di boschi o foreste.
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La lingua albanese si ricollega dunque alla lingua frigia e a quella pelasgica e di conseguenza con la macedonica, per il fatto che molte usanze macedoniche risalgono allo stile frigio e non pochi nomi geografici della Macedonia sono gli stessi che si usavano nella Frigia, e cioè originari della lingua frigioalbanese; essendo certo che in quei luoghi ai tempi della monarchia macedone si parlasse una lingua locale che non era per nulla capita dai Greci, non senza ragione si può supporre che fosse proprio la barbara frigio-pelasgica, che restò come idioma nazionale nella popolazione di quel paese, mentre comunque veniva scritto e parlato il greco, per la sua comunanza con gli Elleni.

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Alcune parole della cultura Etrusca
Di Ilir Mati

Nel dizionario della lingua etrusca troviamo: TAGET: secondo la mitologia etrusca era un bambino con la sapienza di un vecchio, nato dalla terra appena lavorata; era dotato di poteri di preveggenza. Come abbiamo visto la leggenda dice che ad un contadino, che stava lavorando la sua terra in prossimità del fiume Marta in Etruria, successe una cosa strana: dalla terra appena lavorata apparve un essere divino; questo essere aveva la fisionomia di un bambino ma la saggezza di un vecchio. Alle grida del contadino sopraggiunsero i resacerdoti etruschi, ai quali il bambino-vecchio recitò la santa dottrina. Questa dottrina fu trascritta dai re sacerdoti per essere tramandata ai posteri come la cosa più sacra della loro civiltà. L’essere divino fu chiamato dagli Etruschi Taget, parola che in albanese si pronuncia Tagjet. “La dottrina etrusca” era composta da un insieme di leggi, in base alle quali era regolata la vita degli Etruschi dalla nascita fino alla morte. I Greci e i Romani commentavano che questo tipo di legislazione raramente si poteva riscontrare in altri popoli (tra gli Albanesi, leggi simili sono arrivate fino ai nostri giorni sotto forma dei Kanun, un insieme di norme consuetudinarie trasmesse oralmente in Albania). Il sito dove apparve la divinità Taget fu circoscritto dagli Etruschi che, nello stesso luogo, fondarono la loro prima città: Tarquinia (Tharquinë in albanese). La leggenda tramandata dai Romani racconta che la città prese il nome del contadino, che si chiamava Tarcon (Tharkon in albanese). Tarcon era considerato dagli Etruschi il fondatore di tutte città successivamente da loro costruite. Le regole fondamentali per la fondazione di queste città erano che il sito venisse circondato e che la vita vi si svolgesse secondo la dottrina etrusca.

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Etrusco TAGET THARKON THARKUINE

Albanese TAGJET THARKON THARKU INE

Italiano te lo trova (indovino) recintare il nome della città Tarquinia (in albanese sarebbe la nostra stirpe) recinto circolare

THARK

THARK

Commento: il sito nel quale al contadino apparve Taget fu recintato dagli Etruschi e fu chiamato Tarquinia, che in lingua albanese suona cosi: Tarku ine, che significa: la nostra città, la nostra stirpe. Tutte le altre città vennero in seguito da loro recintate. Taget è entrato nella storia come fondatore della dottrina etrusca, e come veggente che indovinava il futuro. A Dodona, la divinità della preveggenza era Themista. Nella lingua albanese i nomi di questi due preveggenti, sia quello degli Etruschi e sia quello di Dodona, hanno il significato proprio di preveggente. Piccola osservazione: nella lingua sanscrita cerchio si dice cakra. Nella lingua albanese esiste il termine cak-u (confine), al plurale cakra, caqe. Si noti che l’affinità con la parola Thark è sorprendente.

Cotasi –Kotasi Secondo Erodoto i Lidi, per trastullarsi, usavano oggetti chiamati cotasi (kotasi in albanese). Tali oggetti sono stati rinvenuti anche nella tomba di una donna etrusca. Oggetti per lo svago: cotasi. In lingua albanese abbiamo: sende koti (oggetti inutili), punë koti (lavoro inutile). Troviamo anche kotasi con il significato: in maniera inutile. Munth
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MUN, MUNTH; latino mundus. Gli etruscologi spiegano: nel punto esatto in cui doveva sorgere il centro di una nuova città gli Etruschi scavavano un buco molto profondo, quasi un pozzo. Questo buco serviva da collegamento fra il mondo dei vivi e quello dei morti. In un secondo momento, lo scavo veniva coperto con mattoni di pietra ed era chiamato “la porta delle fatiche”, oppure, come dice Varrone, “la porta dell’inferno”. I latini chiamarono questo buco mundus, parola che acquisirono dagli Etruschi. Gli Etruschi: MUNO=Munth. In albanese abbiamo: MUND, MUN (fatica). Vegoia Vegoia era una profetessa etrusca che comunicava al popolo le decisioni di Giove riguardanti la giustizia. In albanese abbiamo: 1.VEGOIA: VEGOJ, VEGIM (visione). 2.VEGOIA: colei che mette in bocca, colei che parla. Secondo una tradizione latina, la profetessa comunicò le decisioni di Giove con questo discorso: Sapete che il mare è diviso dalla terra. Giove considera di sua proprietà la terra di Etruria, ed ordina che il terreno venga misurato e che i villaggi debbano avere confini. E, visto che egli sa bene che la terra suscita bramosia negli uomini, desidera che ogni terreno sia delimitato esattamente tramite i segni di confine… chi sposta le pietre di confine, sarà condannato a morte. Il concetto delle pietre di confine lo troviamo anche nei costumi del Nord Albania, nelle leggi di Dukagjin. Lucumon-Lukumon Gli Etruschi chiamavano il loro leader lucumon. In albanese abbiamo: LUKUNI: folla di gente, branco di lupi. Partendo dal significato albanese della parola lukuni, la parola etrusca
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lucumon ci ricorda il leader, il comandante che guida la torma, il branco. For-Foro Il re etrusco Tarquinio Prisco costruì a Roma un sito dal quale aveva la possibilità di parlare con il popolo. Questo posto si chiamava For. Forse la parola etrusca for nasconde la parola albanese fol (parla, parlare) ? Hasta Una delle classi dell’esercito del re etrusco Tarquinio Prisco si chiamava HASTA. Gli autori antichi spiegano che gli elementi che formavano l’esercito etrusco provvedevano da sé per l’armamento. Proprio dall’armamento, che dipendeva dalla posizione sociale degli appartenenti alla classe, derivava il loro nome. HASTA si pronuncia anche HASHTA, che ci riconduce alla parola albanese USHTË-A, (lancia), plurale USHTAT. Dal nome albanese dell’arma USHTË (lancia) deriva il nome del soldato USHTAR. In lingua sanscrita hasta significa mano. Sella curules I re Etruschi, del periodo del regno dei Tarquini a Roma, si sedevano su un trono che chiamavano sella curules, parola che più tardi fu usata anche dai Romani. Sella curules si usa anche oggi per indicare un particolare trono in cui era solito sedersi un uomo importante. Questa espressione si considera latina, anche se gli stessi Latini hanno ammesso nei loro testi che era stata tramandata dagli Etruschi. In questa frase è interessante la parola curules, che è molto simile alla parola albanese kur ulesh (dove ti siedi). Ora, sella curules, nella lingua albanese, si traduce con l’espressione shala kur ulesh (la sella dove ti siedi). Hister Titio Livio dice: nella lingua etrusca “attore” si dice hister.
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Hister, hishter, hiqtar, in albanese si traducono “colui che fa finta”. Cur-Kur Ogni città etrusca era divisa in cur. In albanese esiste kur-i im che significa “la mia proprietà”, in un gioco per bambini. Troviamo anche kur con il significato di dividere dentro una parentela. Abbiamo anche kurth (trappola), e kurm, che significa corpo. In sanscrito carma significa corpo.

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“O bellissima More “ – “O e bukura More”
La storia di una canzone di 600 anni fa che evoca l’origine delle etnie Albanese in Italia.
Di Lirio Nushi

O e Bukura More. Questa canzone arbёresh che in italiano vuole dire “O Bellissima Morea“ è una canzone che risale a 600 anni fa e parla di una storia triste , storia di un esilio di rifugiati di Arbёria (Albania di oggi) verso le terre italiane. Questa è una canzone molto popolare che viene cantata da tutti, sia nel Sud Italia ( zone popolate dagli arbёresh), sia dagli albanesi che vivono in Grecia che li chiamano Arvanit e da tutti gli albanesi ovunque siano. O Bellissima More. Ma chi e More? Un amore lasciato lontano, una bella donna e un interiezione usato tanto nei versi Omerici per esprimere meglio i sentimenti dei cantatori popolari;? si More si identifica in tutti e tre . Morea è il nome di Poleponneso dei giorni moderni , che fu cambiato dai greci. Per questo “O Bellissima More” racconta la nostalgia , il dolore e il ricordo della patria persa per sempre; More è il luogo da cui venivano la maggior parte degli arbёresh che oggi si trovano in Italia Meridionale. La prima testimonianza scritta di questa canzone la troviamo nel manoscritto di Chièuti pubblicato nel 1708; dopo di che questo materiale venne pubblicato nel 1866 dal filologo arbёresh Demetrio Camarda (1821-1882). In questa opera il testo della canzone è scritto nel lingua albanese però usando l’alfabeto greco, che è l’unica versione del testo originale.
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O e bukura More Çё kur tё lje(lasçё) Mё nigjё tё pe Atje kam unё zotin-tatё Atje kam unё mёmёn time Atje kam u tim vёlla O e bukura More Çё kur tё lje(lasçё) Mё nigjё tё pe. O e bukura more Per non perdere la rima e il significato lo abbiamo qui riportato in italiano: O bellissima more Ti lasciai E mai tornai Di la ho il mio padre Di la ho la mia madre Di la c’è mio fratello E torna come un ritornello , O bellissima More Ti lasciai E mai tornai O bellissima More.

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Non si sa chi è che la cantò per prima questa canzone con versi semplici con una rima a tre, però rimane viva nella memoria collettiva e si canta con dolore anche oggi giorno nei cortili di casa con gli amici, nei matrimoni o come una ninna-nanna per bambini. Sicuramente sarà stato un emigrante che cantando a voce bassa, seduto a guardare il mare come se questo mare rispecchiasse la sua amata More; quasi un sussurrare al mare di riportargli questo amore oramai lontano. Un dialogo di solitudine accompagnato da un mandolino (il silenzio fa da sfondo alla melodia). La pubblicazione di questo libro è stata fatta in Italia dalla casa editrice F. Albergueti E.C , e si intitola “Appendice al Saggio di Grammatologia Comparata Sulla Lingua Albanese”, preparato con cura dal filologo arbёresh Demetrio Camarda nel 1866 basandosi sul manoscritto di Chieuti del 1708. In tutte le storie umane di immigrazione dei popoli c’è una canzone che diventa simbolo del dolore e del’ amore per la patria, come: “Porti un bacio a Firenze” in cui il cantatore chiede a una bella ragazza di portare un bacio alla sua amata città. I luoghi si trasformano e si identificano nella madre , padre e fratello, con la speranza che un giorno si rivedranno . Queste storie significano tanto per tutti noi e quindi la canzone “ O Bellissima More “ è rimasta viva ancora oggi; è più antica della musica albanese e si consolida un documento storico
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delle radice della comunità arbëresh in Italia, testimonianza di un periodo storico. Come e perché gli arbёresh hanno lasciato Morea (il nome moderno Poleponneso ) e Arbёria? E come si crearono i villaggi arbёresh nel l'Italia Meridionale? I primi arrivati in Puglia risalgano al 1460, con la caduta e l’invasione del Castello di Coroni(1453) , che si trova a More(Peloponneso di oggi). l’imperatore Carlo III ordinò al capitano Andrea Doria di prenderli i greci e arvaniti-arbёresh e portarli da More in Italia Meridionale. Qui fu l’inizio della creazione dei villaggi arbёresh e greci in Italia Meridionale . Forse in questo momento per la prima volta è stata cantata la canzone “O Bellissima More” con tristezza e luttuosa nostalgia. I primi albanesi provenienti dal' Arbёria si stabilirono in Calabria e Sicilia dopo invito del Re Alfonso V D’Aragona . Si tratta di soldati albanesi che si stabilirono definitivamente con le loro famiglie in Calabria e in Sicilia per contribuire a rafforzare le truppe militari del Re Alfonso e favorire i suoi tentativi di soffocare le rivolte contro di lui. Nel 1461 il sovrano di Arbёria , Giorgio Castriota Skaderbeg in persona combatte al fianco di Ferdinando che era Principe di Taranto e il figlio del Re Alfonso V d’Aragona. Come ringraziamento per il suo aiuto militare regalò a Skanderbeg due feudi in Puglia. Però il Re Aragona gli diede solo ospitalità , mettendo due condizioni : dargli una terra povera, senza valore e proibire la costruzione di fortezze o castelli. L' effetto era triplo: dargli un terra senza valore , significava di rimanere poveri e soli; la proibizione di costruire nessun tipo di fortezza significava di rimanere non protetti , mai potevano diventare aggressori, e non lo sono mai diventati; un altro effetto era di rafforzare le arie naturalmente difficili dai nuovi arrivati e rimanere isolati. Un po’ prima della morte di Skanderbeg (1467), e principalmente dopo la sua morte con la caduta e l’invasione della città di Kruja , che era
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roccaforte di Scaderbeg, da parte dei turchi, gli albanesi si allontanarono in massa in condizioni drammatiche verso l’Italia, dove si stabilirono nei villaggi già esistenti, creandone anche dei nuovi. Alcuni albanesi si stabilirono nei due feudi di Puglia , a Galatina che furono regalati dagli Aragoni nel 1485. Altri albanesi seguirono in Calabria Irini Kastriota , che sposò il principe Bisignano. Il numero di questa popolazione doveva essere considerevole , visto che si creò una comunità con una fisionomia linguistica , culturalmente tradizionalista , che esiste anche oggi. Gli albanesi cattolici provenienti da Nord Albania si adattarono rapidamente alla lingua, alla cultura e alla religione degli italiani, mentre albanesi provenienti da Sud dell'Albania , e gli arvaniti provenienti da Morea , che erano della religione ortodossa , nonostante le obiezioni e le imposizioni dei vescovi italiani, conservarono le peculiarità della loro cultura , dei loro costumi , la religione bizantino – ortodossa , che mantengono ancora oggi giorno. Oggi in Italia sono 110.000 persone con la discendenza arbёresh che monta più di 52 comunità distinte, molte in Sicilia, nelle Marche in Italia centrale , e due-terzi sono nel nord e centro della Calabria. Due di tanti altri elementi distinguono questo comunità dagli italiani:Lingua e Religioni. Più di 85% degli adulti della popolazione arbёresh parlano ovviamente la lingua con colori dialettali albanesi, che come base ha il dialetto tosco che si parla nel Sud Albania e che somiglia molto alla lingua che parlano gli arvaniti della Grecia. Si nota la presenza delle parole greche , ma questo succede per via della lunga convivenza con i greci durante l’impero Bizantino. Un elemento forte della loro lingua con le radici in lingua albanese e la scrittura bilingue di molte vie. Più di 52 villaggi sono stati
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registrati e riconosciuti costituzionalmente dallo Stato Italiano come minoranze albanese bilingue. Altro elemento distintivo della loro cultura è la religione, basta osservare il rito della loro Pasqua ortodossa , messo in atto in 1919 da Papa Benedetto XV, in qui la processione e celebrazione è uno spettacolo unico . Altre manifestazioni della loro cultura sono : la musicafisarmonica e le magiche dance etniche in costume , i loro vestiti di matrimonio che si tramandano da generazione in generazione , e altre particolari feste in costume locale. In molti villaggi principali di Calabria come Acquaformosa, Eiànina, Firmo , Santa Caterina Albanese , Santa Sofia d’ Epiro e specialmente San Demetrio Corona e Civita dove con le dance folcloristiche attraversano le strade nel Martedì dopo Pasqua , loro celebrano ancora oggi dopo 500 anni , la vittoria di Skanderbeg, eroe della libertà albanese contro gli ottomani turchi. In molte canzoni arbёreshe troviamo molti toponimi come nel caso di More, come Koroni, Napflio, Coronicio ecc. Anche se il tempo è già passato , non ha potuto sradicare la particolarità della minoranza albanese che mantiene ancora la sua lingua, le sue tradizioni, la sua cultura , i suoi canti , le sue leggende e cosi diventano una ricchezza per il turismo in queste zone. La domanda che ci viene spontaneamente è: se gli arbёresh debbano conservare la loro lingua antica oppure debbano integrarsi alla lingua albanese moderna ? Questa popolazione che fa parte della Comunità Europea, continua a rimanere in una regione più povera d’Italia e gli investimenti per proteggere questo tesoro laografico da parte dello Stato Italiano sono insignificanti. Chi deve difendere questa ricchezza inestimabile delle origini e delle radici albanesi di questa etnia?
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Bibliografia “Appendice al Saggio di Grammatologia Comprata Sulla Lingua Albanese” Dhimitër Kamarda (1821-1882) Dorëshkrimin e Kieutit (1708) "The Alexiade" of Anna Comnena Publishing: Penguin "Αλεξιάδα" από την Άννα Κοµνηνή Εκδώσεις: Άγρα "The Albanians in Greece" Alain Ducellier "Γεννήθηκα το 1402" Παναγιώτης Κανελλόπουλος Alle Colonie Abanesi Giuseppe Grispi (1853) Πελασγικές Νύκτες C.H.T.Reinhold (1855) Αλβανική Ραψωδία Girolamo De Rada (1866) Demetrio Camarda (1866) Vuk Stefanovic Karaxhic (1795) Zef Jubani (1871) Manuel De La Langue Chkipe (1879) A.Dozoni Jan Urban Jarnik (1883) Michele Marchiano (1908) Antonio Bellusci: Antologjia Arbëreshe Βαγγέλης Λιάπης: «Το Κουντουριώτικο ερωτικό τραγούδι» Μέλπω Μερλιέ, Τίτος Ιοχάλας Αριστείδης Κόλιας: « Η γλώσσα των θεών» «Ανθολογία Αρβανίτικων Τραγουδιών της Ελλάδας» (2002) Θανάσης Μοραήτης. Translator: Donika JAHAJ.

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Apfelsine
Di Louis Benlow

Per indicare l’arancia i Tedeschi hanno in uso una parola dalla oscura etimologia: Apfelsine. Di solito la parola più usata per indicare tale frutto è Pomeranze che in pratica non è altro che il francese pomme, cioè mela, ed è riconducibile alla prima parte della parola Apfelsine, perché nella lingua tedesca apfel vuol dire mela. Naranza è la forma dialettale veneziana della parola italiana arancia. Saumaise accostava la parola italiana arancia e quella francese orange al termine latino aurantia e cioè mela dorata. Questa parola [aurantia] è stata sostituita dal vocabolo aurata nel medioevo. Mettendo davanti alla parola aurantia il prefisso in troviamo le parole inaurantia, naranza ecc. Diez individua una parola persiana nel vocabolo naranza che è stato introdotto in Europa dagli Arabi. In persiano arancia si dice nareng, in arabo invece narang. Il termine francese orange è una distorsione popolare di una etimologia sbagliata. Il popolo ha trasformato la parola latina aurum con il francese or cioè oro. La lingua latina del XIII secolo trasformò questo termine orientale in arangia. Questo frutto è stato importato in Germania dalla Provenza, dove veniva chiamato orange, e nello stesso tempo dai Veneziani che chiamavano il frutto naranza, pomma naranza. Ma da dove si è diffuso tra le popolazioni germaniche il termine Apfelsine? Il dizionario di Grimm non ci illumina su questo punto. Il dizionario di Kraft lo traduce: China-Apfel (mela della Cina), spiegazione questa che non si può prendere in considerazione.
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Nella lingua albanese esiste un suffisso, sine, che, secondo i casi, diventa sinea. Con l’aiuto di tale suffisso questa lingua costruisce nomi astratti. Alcuni esempi: mecefsine (mësheftësi) = segreto, ljagesine (lagështi) = umidità, thatësinë (thatësirë) = siccità, vranesine = nuvolosità, egersine (egërsirë) = bestia. Dalle parole albanesi ambelje, amelje, emblje (dolce, zuccherato), deriva la parola ameljsin che significa dolcezza, dolce, molto zuccherato. Crediamo che questa parola [ameljsin] si avvicini molto alla parola apfelsine. Le popolazioni del Sud della Germania credevano di avere trovato nella parola albanese amelje la parola apfel, come gli stessi Italiani e Francesi credevano di avere trovato nella parola persiana nareg la parola latina aurum. Esempi di etimologie sbagliate, inserite nella lingua dal popolo, ce ne sono tante in tutte le culture. Rimane da capire come i Tedeschi siano riusciti ad adattare una parola albanese, la quale nomina l’arancia in maniera non molto chiara, considerato che la lingua italiana e quella francese hanno dato allo stesso frutto nomi comprensibili. Per capire questa curiosa vicenda si deve innanzitutto ricordare che Venezia fino al 1866 apparteneva all’Impero Austriaco, e la Germania, attraverso il porto di Trieste, partecipava al commercio nel Mediterraneo. In fine, non solo in Sicilia, ma anche negli stati di Hapsburg (Asburgo), esistevano colonie di Albanesi. Colonie di Albanesi si trovavano anche a Smirne e a Zara, che era il capoluogo della Dalmazia; un’altra colonia di Albanesi, formata da 210 persone, si trovava nella penisola d’Istria a Peroj (Pola). L’ultima attribuzione di territori da parte della Repubblica di Venezia a 60 famiglie albanesi che erano scappate dopo l’invasione turca dell’Albania risale al 1657. Per quanto riguarda la Sicilia, quest’ultima è stata una meta di migrazione fin dal XIII secolo per gli Albanesi ortodossi.
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Gli Albanesi della Sicilia e della Dalmazia si vantavano con i Tedeschi delle arance dolci che offrivano loro, e chiamavano questo frutto ameljsin, che, come abbiamo già detto qui sopra, significa dolcezza, dolce, molto zuccherato. I Tedeschi da parte loro credevano che questo fosse il vero nome del frutto e cosi ne adattarono la pronuncia alla loro lingua.

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“Thot” di Catapano: un’opera scientifica.
Di Maria Teresa Pisani - Grottaferrata

Conoscevo poco l’Albania, scrive l’autrice di quest’articolo: rappresentava per me una lontana terra sconosciuta, nonostante geograficamente si trovasse molto vicina al mio paese; nonostante avessimo, diversamente dagli altri paesi, una storia comune che ci legava da tutti i punti di vista storici. L’Albania, questo paese delle aquile; a circa due anni dai miei primi contatti con il giornale storico-culturale bilingue “Le Radici”, sento il bisogno di lavorare senza sosta per conoscerne più da vicino i luoghi. In alcuni studi intrapresi e nei miei scritti su questa terra e i suoi abitanti viene suggerita l’ipotesi che questo paese diventi in futuro un punto di riferimento internazionale per tutti gli studiosi, storici, linguisti, archeologi dediti al tentativo di scoprire gli enigmi e di colmare quei vuoti noti ormai a tutti sull’origine, la storia e l’evoluzione dell’umana civiltà. Proprio questa riflessione sul libro “Thot parlava albanese” dell’autore Giuseppe Catapano sarà d’incitamento e d’invito alla riflessione per ogni storico o studioso contemporaneo. Giuseppe Catapano, di Frascineto, scrupoloso ricercatore delle primitive culture, s’inquadra nel vasto numero di glottologi, filologi, storici che hanno collaborato nella conoscenza dell'affascinante mistero dell'umanità. Egli dedica il suo libro “Thot parlava albanese” agli arbereshe dei cinquantacinque comuni albanofoni della Sicilia, delle Puglie, della Campania, del Molise, della Lucania, della Calabria, cui è legato da antica amicizia e da piacevoli ed intense rimembranze. Tali legami sono andati rafforzandosi durante il “Corso di Alta Cultura” in Rodi nel 1936, a cura della Società' Nazionale Dante Alighieri.
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In quella occasione egli ebbe modo, inoltre, di conoscere alte personalità del mondo scientifico e culturale. La visita ai grandi monumenti, come la Sfinge e le Piramidi, gli procurarono una profonda emozione, tale da ricondurlo al senso religioso, di cui anche Thot era investito, come messaggero di Luce e di Bene supremo, Dio. Thot è presentato come il creatore della scienza antica, cui attinsero i maggiori sapienti dell'umanità. Sulla base di lunghi studi il Catapano ipotizzò che Thot rappresentasse il trasmigratore della cultura illiro - albanese nel Medio - Oriente fino in Egitto. Il suo metodo di ricerca è basato sulla comparazione scientifica dei radicali di molte lingue antichissime come l'ESKUERA basca (E SKUERA in albanese = lingua del passato), l'albanese, l'hittita, l'ebraico, l'arabo, il copto (lingua liturgica dei Cristiani d'Egitto). La sua ricerca viene applicata ai più diversificati ambiti: filosofico, teosofico, storico, archeologico, etnologico, mitologico, matematico, chimico, fisico, naturalistico. Attraverso tali studi giunge al concetto di “borea” (suo etimo è bore, parola illirico – albanese), cioè: nevi delle altissime montagne, purezza di cuori, da cui in tempi assai remoti discesero i nostri antenati, occupando gradualmente tutte le regioni d'Europa e molte parti dell'Asia. In tal modo egli ribalta la tradizionale credenza, secondo la quale la civiltà nilotica derivi dall'incrocio fra la razza rossa e la nera e, successivamente, dalla fusione di quest’ultima con la bianca e la gialla. Secondo il Catapano, quindi, gli Ari appartengono a questa antica prosapia; il sostantivo che li nomina ha lo stesso etimo delle voci illirico - albanesi: Ar-i = oro; Are= la messe, l’orzo, il grano che significano: 1) il colore dei capelli biondi e della pelle color oro sfumato; 2) il biondeggiar delle messi, che simboleggiano. Il Bene viene inteso dal ricercatore calabrese come melodia del Cosmo, bene raggiunto attraverso un lavoro
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costante e faticoso, bene inteso come libertà, come liberazione dal male. Concetto che egli racchiude e spiega nella formula isoterica del teorema di Pitagora; secondo questo calcolo matematico, la potenza dell'uomo, potenza per vincere il Fato è la risultante delle due componenti al quadrato di potenza della Provvidenza + Fato. Ad esempio: AB e BC= lati dei cateti e AC = ipotenusa, quindi AB al quadrato + BC al quadrato = AC al quadrato. Thot è ritenuto il precursore dei profeti biblici, dei filosofi come Pitagora, Socrate e Platone, che studiavano e impartivano le proprie concezioni sulle origini e i destini terreni ed ultraterreni dell'uomo; l'uomo viene inteso inizialmente come oggetto cosmico per giungere in seguito all'uomo che aspira alle sfere trascendenti. Dunque Thot, illiroalbanese, avrebbe indicato le linee di lavoro fisico e metafisico alle varie Scuole dell'Ellade e di Atene, irradiatesi, poi, nelle nostre Calabrie. Thot, infatti, aveva insegnato le scienze nei templi e nei santuari d'Egitto, dove i Faraoni impersonavano la potenza divina e le sfingi la Sapienza del passato. Catapano definisce Thot come il messaggero divino e lo assimila a Maometto e ai vari profeti. A questo punto è d'uopo una riflessione: arduo è stato in passato ed ancor oggi è lo sforzo per la ricerca del Bene superiore. Certo è che per raggiungere la conoscenza del Trascendente, partendo dal mondo sensibile, è necessario sottoporsi a costante esercizio di perfezionamento del proprio stato psico-fisico e spirituale anche attraverso rinunce, se necessario. Tale concezione è diffusa tutt’oggi nelle religioni occidentali. “Per aspera ad astra”. Inoltre, l'intento di Giuseppe Catapano è quello di dimostrare quanto sopra accennato, e cioè: Thot Portatore della lingua parlata e poi scritta dell'albanese nei territori più occidentali dell'Anatolia e dell'Egitto. La conferma tangibile è stata il rinvenimento della “Pietra di Rosetta”, a Rashid, località situata in Egitto, a sinistra del fiume Nilo, nel 1799, durante i lavori di rinforzo
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lungo la linea di demarcazione tra i protettorati inglesi e quelli francesi. In relazione a questa vicenda, è opportuno riconoscere ad un grande generale francese, Napoleone Bonaparte, il merito di essersi circondato di validi archeologi e sapienti glottologi, come il capitano Bousard, e Champollion. Il Capitano Bousard notò che quella pietra nera di basalto riportava tre iscrizioni; intuì che si trattava di un testo unico: greco e ieratico, infatti, altro non erano se non la traduzione del testo originale geroglifico. In seguito Champollion si dedicò con accanimento allo studio dei tre ceppi linguistici. Intuì che la lingua egizia non poteva essere scomparsa definitivamente soprattutto nell'area linguistica araba, dove la cultura egizia aveva predominato per anni. Egli conosceva molte lingue europee e medio - orientali, studiò allora anche l'arabo, le lingue semitiche ed il copto, la lingua liturgica dei cristiani d'Egitto. Si rese conto anche che i geroglifici egiziani erano tre volte più numerosi dei segni greci; ribaltò cioè la credenza che ogni geroglifico rappresentasse un intero concetto, invece che una singola lettera. Intanto lo svedese Akerblad aveva riconosciuto nel testo demotico fra il geroglifico e il greco il nome di Cleopatra in uno di cartelli arabi della Pietra di Rosetta. Furono rinvenuti a File due piccoli obelischi che contenevano il nome di Tolomeo e dal loro raffronto apparve subito evidente che uno dei cartelli conteneva caratteri pressoché' identici a quelli della Pietra di Rosetta”. Fu questa la chiave del riconoscimento del valore nei geroglifici egizi delle equivalenze di significato tra l'egizio e l'albanese. Ad esempio, alcuni simboli egizi traducevano la parola “mire” (albanese), “mere” (copto), il cui significato è “Bene”, “voler bene”, “amare”, da cui: “dua mire” = “amo”. A, suono latino, “a”; A: lettera iniziale di “Ain”= in albanese “Aquila”. Altro esempio: GJ (suono albanese “gi”) = “seno”, “grembo”, “utero”, simbolo dell'organo femminile per la procreazione. “A” = “Padre”, principio primo; J= il “Verbo
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Creatore”; “N” = Jl = N = “Dio”. Dio per espansione d'amore fa passare dalla Potenza all'Atto. Ecco, dunque, apparire la stretta connessione tra i simboli egizi e i segni arberisht, che dimostrano il valore di Thot come trasmigratore dell'illiroalbanese in tutta l'area culturale medio - orientale e sudoccidentale. Il discorso del bene cosmico e individuale come armonia impostata sulla coerenza e sul sacrificio in un costante impegno personale è sempre una costante di Giuseppe Catapano, che egli trasferisce nella sua concezione dell'educazione dei giovani dei nostri tempi, della cui morale è attento osservatore. Egli individua in essi un malessere morale che a volte li trascina verso approdi lusinghieri consistenti in modelli comportamentali errati o addirittura immorali, e si allontana dal puro concetto di libertà, libertà intesa non come arbitrio, ma come liberazione dal male, concetto nel quale egli ribadisce la validità degli insegnamenti di Thot, messaggero del Bene, della Luce Divina. Tuttavia il suo precipuo intento è affermare con forza il valore di Thot quale trasmigratore della lingua albanese e della cultura di un popolo che rappresenta un’eredità della primordiale Atlantide, intento permeato del desiderio di riconoscimento dell'opera mediatrice di una razza che testimonia in modo efficace la sua identità attraverso la lingua parlata e scritta di Greci, Etruschi e Romani, e da cui deriva il suo orgoglio di essere arbëresh.

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Alessandro, Cassandra, Aiace
Di Mathieu Aref

Alessandro – Aleksandër Questo nome è diventato famoso grazie a Paride che si chiamava anche Alessandro, figlio di Priamo (re di Troia) e di Ecuba. In seguito questo nome fu spesso attribuito ai principi di origine pelasgica, come Alessandro III di Macedonia, figlio di Filippo II e di Olimpiade, principessa epirota Una delle prime leggende legate a questo nome riguarda Paride/Alessandro, eroe troiano e pelasgo. Sua madre Ecuba, quando era incinta, sognò di partorire una torcia fiammeggiante che bruciò tutta la città di Troia. I genitori, comprendendo che questo sogno era profetico e presagiva la fine di Troia, diedero il bambino ai servi affinché lo uccidessero. Ma essi lo abbandonarono sulla montagna Ida. Il bambino fu allevato da un pastore di nome Agelaus. Paride, una volta cresciuto, scoprì di essere principe di Troia e figlio di Priamo; perciò tornò al palazzo reale accanto ai suoi veri genitori. La prima persona che lo riconobbe subito fu sua sorella Cassandra. È da sottolineare che il nome Paride gli fu dato dal pastore Agelaus. Invece è molto probabile che il nome Alessandro gli sia stato attribuito per via dell’urlo emesso da sua sorella Cassandra quando lo riconobbe: è nato come nel sogno (il sogno di Ecuba), che in lingua pelasgico-albanese suonerebbe cosi: Ka le si andërr. Spiegazione: Ka (è), le (nato), si (come), andërr (sogno). Anche la nascita di Alessandro Magno fu preceduta da un sogno che fece sua madre Olimpiade quando era incinta di lui. Colui che difende gli uomini, è la spiegazione fonetica del nome in lingua greca.
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Cassandra – Kasandra Figlia di Priamo (re di Troia) e di Ecuba, ebbe in dono da Apollo il dono della preveggenza. Il suo nome si spiega perfettamente grazie alla lingua albanese: qes andërr (spiega il sogno), oppure qes andërra (spiega il sogno) in dialetto Ghego. Perciò l’etimologia è ovvia: colei che spiega i sogni. Aiace – Ajaks Questo è il nome di due eroi leggendari. Il primo, Aiace figlio di Telamone (re di Salamina), era considerato il guerriero più coraggioso dopo Achille nella guerra di Troia. Dopo la morte di Achille, Aiace e Ulisse si scontrarono. Il premio in palio erano le armi dello stesso Achille. Alla fine vinse Ulisse. Dopo questo fatto Aiace perse la testa; uscì di notte dalla sua tenda e uccise tutti i montoni che si trovavano lì intorno, credendo che fossero guerrieri. Il secondo Aiace fu il figlio di Oileo, re della Locride, e comandante dei locresi durante la guerra di Troia; detto di Oileo o Oilìde, per distinguerlo da Aiace Telamonio, fu chiamato anche il piccolo, non solo in rapporto con Aiace il grande, ma soprattutto per via della sua corporatura più minuta. Anche lui si distinse nella guerra di Troia per il suo coraggio e anche per la sua crudeltà, ma soprattutto lui fu giudicato colpevole per via del sacrilegio nei confronti della dea Atena. Come abbiamo visto, sia Aiace il grande sia Aiace il piccolo simboleggiano la crudeltà e il sangue dei nemici versato. Il loro nome in lingua albanese rende l’idea della loro crudeltà: Gjaks oppure Gjakës significa appunto “assassino sanguinario”. E il nome Ajaks (Aiace) somiglia molto a questa parola.

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La lingua albanese
Di Mathieu Aref

La lingua albanese è la lingua più antica dell’Europa. Essa deriva dalla lingua illirica e da quella tracio – frigia (che è della stessa famiglia della lingua etrusca), lingua ereditaria della antichissima lingua pelasgica, sulla quale i Greci costruirono la loro lingua: il greco antico. Da questa lingua derivano la lingua ionica e quella arcadico – cipriota. La lingua albanese è un ramo completamente separato da quelle che si chiamano lingue indoeuropee, e non deriva da nessun’altra lingua conosciuta. Noi oggi non abbiamo tracce della lingua degli Illiri antichi, se non solo alcune epigrafi rare (trascrizioni fonetiche della lingua illirica tramite le lettere greche e, successivamente, le lettere latine) che sono composte da nomi propri e toponimi tipici illiri. In verità i principi Illiri usavano la lingua greca e poi quella latina nelle relazioni con il mondo esterno, e nel frattempo il popolo parlava la propria lingua. Proprio questa lingua è una eredità enorme che i pelasgo-illiri lasciarono ai loro discendenti. Un monumento vivente, Z. Majani, a proposito di questo dice: “La lingua albanese è una lingua meravigliosa dove certe volte basta abbassarsi per terra per trovare pepite d’oro… filologiche. In questa lingua certe volte senza la minima fatica scopriamo parole arcadiche che sono contemporanee con l’Iliade o Numa Pompilius. Gli Illiri erano una popolazione autoctona. Essi hanno continuato a sviluppare la cultura e i costumi tramandati dagli antichi Pelasgi. Oggi questa cultura e questi costumi li troviamo nei diretti discendenti degli Illiri: gli Albanesi. Anche se non si trovano tracce scritte della lingua albanese prima del XIV secolo, è irrefutabile il pensiero che gli odierni
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Albanesi parlino la stessa lingua dei loro bisnonni, indipendentemente dall’evoluzione naturale che una lingua subisce. I primi filologi del XIX secolo come Xylander, Ramus, Shlaicer, e soprattutto Franz Bopp, hanno dimostrato che la lingua albanese è chiaramente una lingua indoeuropea, però non ha affinità chiare con nessun’altra lingua conosciuta. Vari filologi e studiosi, collocano la lingua albanese nel gruppo indoeuropeo del Nord Europa a causa dello sviluppo strutturale. Nelle lingue indoeuropee del Nord Europa, la lettera o corta è stata cambiata in a, invece nel gruppo indoeuropeo del Sud Europa è stata conservata la lettera o. Ecco perché gli studiosi collocano nel gruppo del Nord la lingua albanese. Ecco un esempio chiaro; la parola natë - “notte” in lingua albanese, nacht (tedesco), naktus (lituano) per le lingue del gruppo del Nord Europa, ed ancora nox, noctis (latino), nuktos (greco) per le lingue indoeuropee del gruppo del Sud Europa. I rapporti della lingua albanese con le lingue del gruppo del Nord Europa sono stati oggetto di studio di molti filologi, fra i quali Pedersen Holger e il famoso albanologo Norbert Jokl. I rapporti della lingua albanese con il gruppo del Nord sembrano normali perché è noto che le regioni dell'alto e medio Danubio sono state la culla dei pelasgo – illiri, o per lo meno una delle tappe della loro emigrazione dall’Atlantico fino al Mar Nero (Caucaso). John Geipel fra tanti autori moderni nel suo libro “Anthropologie de l'Europe, histoire ethnique et linguistique” scrive delle verità incontrovertibili: "Nonostante gli attacchi, gli Albanesi sono rimasti isolati nelle loro montagne e non hanno quasi sentito l’impatto con gli invasori, anche se un certo numero di parole greche, latine, slave e turche sono rimaste nella loro lingua. L’invasione slava nei Balcani durante il VI secolo d.C. ha portato alla scomparsa
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dei dialetti albanesi nelle regioni della Bosnia e Montenegro, ma a dire la verità la lingua slava non riuscì mai a mettere radici in Albania. Nella lingua albanese troviamo la struttura di un certo numero di parole tracio-frigie, lingua quest’ultima che si è estinta nei Balcani.” Ecco cosa scrive Norbert Jokl; "In ogni aspetto si osserva che le lingue del patrimonio linguistico, successive alle lingue antiche dei Balcani, come la lingua illirica e la lingua tracia, sono strettamente legate alla lingua albanese”. Il linguista Meje nel suo libro “Le lingue indoeuropee” non ha potuto determinare la vera origine dei Pelasgi e neanche della loro lingua . Così non ha potuto stabilire la connessione della lingua pelasgica con la lingua illirica e tanto meno con l'albanese, ma ha rilasciato alcune verità sorprendenti: “Gli Illiri hanno svolto un ruolo molto importante, ma ancora mal definito, nel centro d'Europa e hanno agito in varie direzioni: verso il mondo germanico, con il quale i rapporti e gli scambi sono stati intensi; in Italia dove si trovavano molte tribù illiriche (è stato anche ipotizzato che il popolo Umbro fosse un ramo illirico); queste tribù illiriche devono essersi spostate anche nel Sud dei Balcani dove tanti toponimi ci indicano una colonizzazione illirica coperta in seguito dalla colonizzazione ellenica. Anche i Filistei, i quali fondarono la Palestina, si devono considerare di origine illirica. La radice di molte parole e alcuni nomi sono illirici”. Tuttavia rimane oscura la questione della lingua dei Pelasgi: “le regioni che i Greci occuparono erano abitate prima del loro arrivo da una popolazione di razza sconosciuta, che parlava una lingua sconosciuta e che conosciamo solo sotto i nomi di Pelasgi, Lelegi, Cari ecc. Secondo i toponimi arrivati a noi, questi popoli parlavano una lingua non indoeuropea. Secondo gli scrittori antichi la lingua pelasgica (nome non
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molto chiaro che sembra essere stato usato per lingue preellene diverse) era ancora in uso nel V secolo a.C. sulla costa della Tracia, nella Propontide meridionale, e in alcune isole come Imbro, Lemno, Samothrake fino in Creta”. Infine ecco un altro paragrafo tratto da uno studio proposto dallo studioso e filologo Zaharia Majani sugli Etruschi e le tribù della stessa stirpe Tracio-Illiriche: “Erodoto, secondo una diffusa tradizione, considerava l’Anatolia come il punto di partenza degli Etruschi per l’Italia. Verso il 1300 a.C. questa regione dell’Anatolia era popolata dagli Illiri e dai Traci venuti dai Balcani. Cosi i Macedoni diventarono Frigi in Anatolia. I Dardani balcanici si sono trasferiti in Troade. Essi parlavano dialetti illirici , una lingua indoeuropea unica, né greca e né latina. Ecco perché i latinisti e gli ellenisti non hanno potuto fino ad oggi interpretare la lingua degli etruschi. Essi cercavano la chiave interpretativa in queste due lingue classiche; ma questa chiave si trova da un'altra parte. Solo la lingua illirica ci permette di avvicinarci all'interpretazione della lingua etrusca. In fine la nostra fonte principale rimane la lingua albanese, l’unica lingua balcanica ancora viva, alla base della quale rivive la lingua illirica.” In realtà bisogna dire che i primi linguisti del periodo compreso tra il XIX secolo e l’inizio del XX secolo hanno basato i loro studi esclusivamente sulle affinità di tre lingue: sanscrito, greco e latino . Ecco perché questo problema etnico-linguistico è rimasto senza soluzione. Non è stato tenuto conto del fatto che la lingua pelasgica è più antica di quella greca ed addirittura di quella sanscrita. Non si è tenuto conto neanche dell’ influenza della lingua pelasgica nella formazione di lingue più tardive. Oltretutto, va considerata l’influenza che ha avuto la lingua illirica nelle lingue balcaniche.
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Etimologia dei nomi propri in pelasgo-albanese
Di Mathieu Aref

Demetra = Dhè motër Figlia di Crono e di Rea. Era considerata una importante dea della “terra coltivabile e fertile”. Ricordiamo brevemente che i Pelasgi sono stati i primi ad introdurre la coltura dei cereali in Europa. Demetra era la dea dei frutti e di tutte le ricchezze della terra. Era simbolo della civiltà antica: abbondanza del raccolto e dello sviluppo economico-sociale. Il suo culto venne preservato in alcune regioni della Grecia antica e soprattutto in Arcadia, dove i Pelasgi mantennero più a lungo le loro tradizioni. Una leggenda vuole che Demetra fosse arrivata in Grecia provenendo da Creta. I Greci la chiamarono la madre dell’avena. Tutti gli antichi la consideravano come la dea Terra (Tokë o Toka – mëmë: Terra madre in lingua albanese). L’origine del nome in lingua albanese è molto chiara: significa terra sorella (Dhe – Motër). È interessante notare il collegamento fra i nomi Demetra (dea della fertilità della terra) e Persefone (sua figlia), che veniva chiamata anche Kora o Core (in albanese korr significa mietere): e cioè la madre pianta e la figlia miete. Ade = Hadi Figlio di Crono e di Rea. Era il dio dell’altro mondo, il regno dei morti. Ci viene raffigurato alla guida del regno degli Inferi con uno scettro in mano, con il quale regnava come un sovrano senza pietà sulle anime dei morti. I Greci hanno tradotto il suo nome come l’Invisibile; invece nella lingua albanese troviamo Ha deks (dialetto Ghego) e Ha vdeks (dialetto Tosko). In tutti e due i casi significa Colui che mangia i morti, appellativo che gli si addice molto di più che non l’Invisibile.
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Esione= Hesiona Esistono due diverse credenze a proposito di Esione. Nella prima ella è una ninfa Oceanina, moglie di Prometeo. Nella seconda è figlia di Laomedonte. Legata in catene, nuda, vestita soltanto dei suoi monili, deve la sua vita ad Eracle che la liberò dalle catene. Il suo nome si spiega in maniera perfetta con la lingua albanese: E zanë (ghego) oppure E zënë (tosko), significando in tutti e due i dialetti catturata. Odisseo = Odise Ulisse, dopo aver combattuto per dieci anni, ne impiegò altri dieci in un avventuroso viaggio di ritorno. Penelope, sua moglie, lo aspettò fedele durante i vent’anni della sua mancanza da casa. Ulisse è conosciuto per i suoi “viaggi”. Il suo soprannome ce lo dimostra. Odisseo è l’appellativo che gli venne dato per via del suo burrascoso ritorno in patria, e si spiega con le parole albanesi Udhës, Udhësi, Udhëtar (viaggiatore) che, a loro volta, derivano dalla parola albanese Udhë (strada). Ulisse era un nome latino; anche questo nome può essere collegato alla parola albanese Ulic, e cioè strada piccola. Penelope = Pen-e-lypi Figlia della ninfa Periboea e di Icario, fratello di Tindaro. É la moglie del famoso Ulisse. Durante l’assenza di suo marito, per reprimere i pretendenti che la volevano in sposa, mise in atto uno stratagemma: dichiarò che non avrebbe preso in considerazione nessuna proposta prima di aver finito di tessere un sudario per suo suocero Laerte; di notte, però, disfaceva ciò che tesseva durante il giorno. Il suo nome, Penelope, si spiega molto bene ricorrendo alle parole albanesi Pen e lyp (Il cotone chiede), Colei che ha bisogno del cotone. I Greci lo spiegano
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con: colei il cui viso è coperto da un velo. Penelope è un appellativo. Hippos = Hipos Questa parola in greco significa cavallo. Essa deriva però dalla lingua pelasgo-albanese e più precisamente dalla parola hip (salire). In realtà, per denominare il “cavallo” la lingua albanese ha conservato la forma più arcaica, che è riconducibile alle prime parole dell’uomo preistorico: kal. La confidenza con il cavallo da parte dei greci è stata tramandata dai Pelasgi (i Traci, i Frigi). A quell’epoca, oramai, il cavallo era un animale addomesticato e cioè cavalcabile. I Greci, dopo il loro arrivo nella penisola, chiamarono questo animale Hippos: colui che sale. Gli Albanesi conservarono invece la forma arcaica kal (cavallo). Omero = Homeri Questa parola che esprime ammirazione nell’idioma pelasgoalbanese, tipicamente significa: che bello, che piacevole. Questa nostra interpretazione avvalora la tesi di coloro che credono che Omero non sia mai esistito, e che Iliade e Odissea siano dei poemi preellenici, tramandati di generazione in generazione da rapsodi anonimi. In realtà possiamo supporre che questi poeti epici, cantori nel periodo dei Pelasgi (visto che gli antichi ci raccontano che i Pelasgi “possedevano il territorio che oggi si chiama Grecia, prima dell’arrivo dei Elleni”, e noi non possiamo bypassare questa affermazione), abbiano trasmesso oralmente le epopee antichissime, adottate dagli Elleni successivamente al loro arrivo nelle terre dei Pelasgi, e solo dopo le abbiano adattate, rielaborate ed infine trascritte nella loro lingua, conservando intatti i termini e i nomi che essi non capivano, come quelli degli dèi e i toponimi dei Pelasgi. Gli Elleni hanno ascoltato le epopee cantate dai
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cantori epici e chi con loro ascoltava gli stessi cantori esclamare: O mere (che bello), dialetto ghego del’Albania del Nord. Invece nel Sud del Albania si dice: O mirë.

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Thalassa
Di Mathieu Aref

L’etimologia di questa parola non è stata mai chiarita. Non si trova nessuna spiegazione soddisfacente nella lingua greca. Si è cercato di spiegarla con la parola taraso (parola onomatopeica che ricorda il mormorio delle onde del mare), ma la lingua greca ha altre parole che si ricollegano al mare, come pontos e pelagos. Dobbiamo cercare l’etimologia della parola thalassa in quella lingua in cui la parola stessa si trova in armonia con altre parole e termini. Tutti gli autori antichi ci confermano che i Pelasgi, Egeo – Cretesi, Cari e Lelegi, Traci, Illiri ed Etruschi (quest’ultimi sono i famosi Tursha , popoli del mare che molte volte troviamo anche nei geroglifici egiziani) avevano familiarità con il mare molto tempo prima dei Greci. La maggior parte dei popoli del mare erano di origine pelasgica. Il mare Adriatico (Adria è un nome illiro) é collegato al mar Ionio, nome questo che è solo una trascrizione fonetica della lingua pelasgico – albanese deti jonë e cioè mare nostro, il mare dei Pelasgo – illiri. I Greci lo chiamarono Ionion pelagos. Il mar Tirreno era il mare degli Etruschi (Tyre in albanese significa “loro”). In tutta la costa greca troviamo toponimi di origine pelasgica come: baia Malia, Thrakiko pelagos (parte nord-orientale della costa del Mar Egeo attraverso la costa della Tracia). Nella lingua greca, pelagos significa mare aperto. Tucidide scrive (1,13) che i primi Greci che costruirono delle navi (le triere) furono i Corinzi tre secoli prima della guerra di Peloponneso e cioè all’inizio del VII secolo a.C. Nel frattempo i Pelasgi avevano il controllo del mare già da 15 secoli. La maggior parte degli storici antichi che hanno scritto su questo tema affermano che i Greci, quando
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arrivarono nei territori dove si trovano oggi, non avevano nessun termine o parola per denominare il mare. I nomi Thety(s) e Theti (s) (Teti), che sono delle divinità marine, derivano della lingua pelasgo – albanese e significano: il mare (deti). Però i Greci, che non capivano il significato di queste parole, usarono un altro termine pelasgo - albanese per indicare il mare: tallaz, che nella lingua albanese odierna significa onda enorme. Questa parola è stata utilizzata dai Serbi (popolo legato più alla terra, arrivato dalle steppe dell’est e che non conosceva il mare) che la importarono dalla lingua illirica. Questa parola si trasformò nel linguaggio dei Serbi in talas, conservando così lo stesso significato che aveva presso i popoli Traco – Illiri che vivevano in quelle regioni dove, a partire dal VII secolo d. C., si insediarono i Serbi. Ed ecco infine il pensiero di Meie (Una panoramica sulla storia della lingua greca - Klincksieck, Parigi 1965): “…, e cosi la lingua greca per un periodo di tempo non ha avuto nessun termine per definire il mare. In oltre, la lingua greca ha utilizzato altri termini per definire il mare come pontos, pelagos ecc. L’origine di queste parole è oscura e senza dubbio esse sono state ereditate da qualche lingua preellenica. Il mare nella lingua greca non ha un termine antico, e non ha altro termine oltre a quello indoeuropeo.” Questa affermazione è molto significativa ed avvalora la spiegazione fin ora da noi sostenuta, mettendo di fatto la parola Thalassa nel “vocabolario” della lingua pelasgica che Meie chiama lingua preellenica.

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Gli albanesi sono gli unici membri autentici della famiglia dei Pelasgi
Di Nermin Vlora Falaschi

Anche in Romania si trovano iscrizioni pelasgiche, anch’esse comprensibili solo attraverso l’albanese, poiché i Traci antichi abitanti di quella terra costituivano una delle grandi tribù pelasgiche. La parola BALL ( fronte in albanese) è molto comune in Romania e si presenta composta in varie forme, come per esempio in BALCRAS = confrontare (in albanese ballakrahas), BALLAS = di fronte. Ma la parola con BALL che interessa di più questo studio è BALUS, a causa del termine LUS, prego, che abbiamo visto in parecchie iscrizioni in Italia. Il significato di BALL-LUS è prego “di fronte (a…)”. Nella tomba Vend-Kahrun di Tarquinia, la parola LUS è espressa sia sotto forma di FE-LUS = con fede prego, sia come Ke-Lus = hai (la nostra) preghiera. Non risulta che siano state trovate in Romania iscrizioni traciche abbastanza lunghe, anzi spesso sono soltanto dei toponimi, oppure comprendono appena due parole. Di queste merita citarne due, per noi interessanti perché si sono incontrate sulla Stele di Lemno: ZA-ka = VOCE (FAMA) ha, e ZER-ula = AFFERRATO dal basso. Da questa panoramica si è potuto constatare che in una vasta area del Mediterraneo, e anche nel retroterra, si parlava la stessa lingua. Nella grandiosa opera del prof. Skënder Rizaj dell’Università del Kosovo, a Prishtina intitolata “Il ruolo dei Pelasgo-IliriAlbanesi nella Creazione delle Nazioni e delle Culture” si trovano esaurienti e particolareggiate notizie sui Pelasgi, con
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citazione dell’esatta fonte di ogni informazione. Oltre che nel ex Jugoslavia Rizaj ha effettuate le sue ricerche anche in Asia Minore, e grazie alla sua perfetta conoscenza della lingua albanese, del turco, e delle lingue slave ha potuto realizzare un’opera originale e di grande valore. Non è il caso di addentrarci nei dettagli di questo minuzioso lavoro di oltre 500 pagine, ma è lecito sperare che venga presto tradotto anche in italiano. Comunque per lo spirito del nostro studio conviene richiamare almeno un paio di riferimenti citati da Rizaj. Egli fa sapere che lo storico turco Sulejman Kulça sostiene che nel mondo attuale gli albanesi sono rimasti gli unici membri autentici della famiglia dei Pelasgi. Rizaj riferisce inoltre che l’ilirologo jugoslavo Alexander Sticeviç è categorico nell’affermare che gli esperti che vogliono essere precisi nello studio degli Iliri devono necessariamente conoscere la lingua albanese. Egli sostiene che gli Iliri non appartengono solamente al passato, perché nei Balcani l’elemento ilirico è ancora vivo. “Quindi egli aggiunge è impossibile scrivere la storia delle popolazioni dei Balcani senza conoscere a fondo il substrato culturale ilirico”. Ed è precisamente per questa ragione che gli Iliri rappresentano ancora oggi un tema di attualità per l’intera Europa. Sappiamo che Erodoto ha scritto di aver scoperto vestigia dei Pelasgo-Iliri a Dodona e che la gente dell’ Epiro, come pure di Corinto e del Peleponeso parlava una lingua da lui sconosciuta. Del resto non pochi autori affermano che i Dori erano una tribù ilirica ellenizzata (DOR in albanese significa mano). Tucidide a proposito dei Dori ci informa che ottimi navigatori, si erano spinti verso nord e in altre direzioni contribuendo in modo significativo a plasmare la cultura nel mondo. Dopo approfondire ricerche, lo studioso Hans Krahe conclude:
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“Un numero rilevante di parole del dialetto dorico è incomprensibile con il greco, mentre si spiega con le leggi linguistiche dell’ilirico”. L’austriaco von Hahn, che per parecchi anni fu console a Janina, si interessò vivamente ai ricchi reperti archeologici dell’Albania, nonché alla lingua e alle tradizioni. Dopo aver visitato le varie regioni e imparato i dialetti albanesi, nel 1854 pubblicò a Vienna un interessante libro, “Albanische studien” dove fra l’altro afferma: “Gli Albanesi sono autoctoni perché discendono direttamente dagli Iliri, come del resto anche le popolazioni della Macedonia e dell’Epiro, tutte derivanti dai preistorici Pelasgi”. L. Benlöw, nella sua opera “La Grèce avant les Grecs” pubblicata a Parigi 1877, scrive: “Una sola lingua è stata finora in grado di gettare luce sui nomi di questi luoghi, e questa è l’albanese”. Norbert Jokl, nel suo libro del 1924 “Reallexikon der Vorgeschichte” estende le sue considerazioni sugli Iliri anche ai Traci: “Comunque sia, osserviamo che le eredità linguistiche provenienti dalle lingue antiche dei Balcani, come quella degli Iliri e dei Traci, sono strettamente collegate alla lingua albanese”. Per terminare la citazione degli studiosi, alcuni fra i tanti che si sono interessati al problema pelasgico-ilirico-etrusco, non si può fare a meno di ricordare tre fra i più autorevoli ricercatori italiani in questo campo: Ribezzo, che riconosce notevoli concordanze tra onomastici venetici, japigi, ilirici, e albanesi; Lattes, che afferma non esservi alcuna ragione per non ammettere un’origine ilirica delle popolazioni italiche; Trombetti, infine conferma che tribù iliriche si sono sparse
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lungo tutta la Penisola italica, dal Veneto alla Puglia, alla Calabria. Oltre la testimonianza di così eminenti studiosi, come quelli citati, vi sono anche le attestazioni archeologiche a confermare l’affinità non solo linguistica, ma anche delle idee creative, attraverso monumenti, monete, sculture, comportamenti sociali tra i Toschi (Tusci) dell’Etruria e quelli dell’Albania meridionale. A questo proposito non è forse inutile rammentare che ancora oggi gli albanesi del nord si chiamano Gheghi e quelli del sud Toschi. Il territorio abitato dai Gheghi e dai Toschi era l’Iliria meridionale.

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Gli Iliri e gli Etruschi hanno una comune provenienza pelasgica
Di Nermin Vlora Falaschi

Grazie a qualche reperto archeologico, potremo constatare, in particolare, l’affinità e il parallelismo evolutivo degli Iliri e degli Etruschi, al fine di verificarne la comune provenienza pelasgica. In Albania sono venute alla luce molte tombe monumentali a due piani che ricordano in modo sorprendente le coeve tombe etrusche dalle stesse caratteristiche. Per esempio a Gradishta, preso Lushnja nell’Albania centrale si trova questa magnifica tomba del IV secolo a.C.

La tomba rinvenuta a Gradishta, Albania

Al suo interno sono stati rinvenuti degli splenditi gioielli:

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Perfino il toponimo Gradishta esiste in Etruria, nei pressi di Tarquinia, con una minima variazione: Gravisca. Poco a sud, presso Cerveteri, si può ammirare questa tomba monumentale che assomiglia molto a quella dell’Albania:

La tomba monumentale di Cerveteri, Italia

È noto che tanto gli Iliri quanto gli Etruschi erano molto abili nella lavorazione dei metalli. È interesante al riguardo di questa lapide ilirica eretta in onore dei forgiatori, scoperta a Korça, Albania meridionale.

Confrontando il bassorilievo con questa moneta etrusca di Populonia si possono osservare gli identici strumenti di lavoro, nonché lo stesso copricapo:

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Invero, fatti analoghi non si ripetono solo per coincidenza: all’origine esiste sempre una dinamica comune che sfocia in realtà incontestabili. Basta osservare, paragonare, ragionare, senza faziosità. La grande civiltà degli Etruschi è stata la base, e in gran parte la guida, la precettore, dei Romani nella creazione del loro impero. I monumenti etruschi oggi sono in gran parte irriconoscibili, perché cambiando foggia sono diventati romani e poi molti di essi cristiani. Solo le tombe inviolate ci hanno tramandato l’autenticità di quella stupenda civiltà. D’altra parte l’Iliria calpestata da innumerevoli invasori e in gran parte occupata da nuove popolazioni ha perduto la sua estensione territoriale ma ha conservato l’immagine della passata grandezza grazie alla eloquenza dei ricchi e delle monumentali vestigia, oltraggiate e parzialmente diroccate, ma ancora autentiche e riconoscibili. Se il tempo e più ancora le continue guerre hanno danneggiato buona parte di queste testimonianze, non essendovi stata una prevaricante sovrapposizione si culture accade che non lontano dal cuore di una città ilirica si possa vedere una chiesa paleocristiana o un castello medievale. Si può constatare da questa immagine della città di Butrinto nell’Albania meridionale, come il teatro del IV secolo a.C., il peristilio e i bagni pubblici siano rimasti ilirici non avendo dovuto cambiare né nome né stile nel susseguirsi di nuove dominazioni.
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Butrinto, Albania

Anche al ninfeo di Apollonia, la città dove Ottaviano Augusto perfezionò i suoi studi, la fontana del IV secolo a.C. situata al termine dell’acquedotto, uno dei più bei monumenti del Mediterraneo, è rimasta inalterata:

Apollonia, Albania

Non è certo il caso di esporre in questo breve saggio altre vestigia iliriche scoperte in Albania, analoghe a quelle etrusche, però è difficile non ricordare almeno un reperto di Durazzo (Durrës), la città dove studiò Cesare, e che Cicerone chiamò Mirabilis Urbs, presentando questi gioielli del III secolo a. C. Nella loro raffinatezza, simboleggiano la sublimazione dell’arte e l’evanescenza del sogno.

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Museo archeologico del Vaticano
Di Nermin Vlora Falaschi

È un luogo particolarmente affascinante, il Museo Archeologico del Vaticano. La bellezza e l’armonia rendono la cultura quasi più dotta che altrove, con i reperti collocati in una cornice stupenda, che valorizza ogni oggetto, il quel quadro plurimillenario. Tutto è palpitante, e nell’ammirare si vive, si gioisce, si soffre con i nostri antenati. Il tempo si ferma, quando si leggono quelle iscrizioni che appartengono al sentimento, e il modo di sentire non muta con lo scorrere dei secoli. Forse l’iscrizione più bella, e anche più chiara e leggibile, appartiene a un’urna ornata con putti che rincorrono dei cigni svolazzanti. Ai due lati l’urna è incorniciata da fiori stilizzati, retti da una figura umana dalle gambe incrociate che vengono assimilate fino a trasformarsi in una base che sostiene tutto l’insieme. E l’insieme di questo l’ornamento fa da cornice al pensiero filosofico dedicato ad una bella figura femminile che, adagiata su un cucino, volge lo sguardo verso spazi infiniti. Lontana dagli affanni terrestri, in un’urna ornata di incisioni circondata da querci, riposa la persona vicina al nostro cuore. L’interesse che desta questa urna è notevole, non solo per il linguaggio così uguale all’albanese di oggi, non solo per il modo come sono espressi sentimenti e concetti di pace come ci piacerebbe intendere ancora ai nostri giorni, non solo infine per aver conservata intatta la sua bellezza fin da una remota antichità, ma sopra tutto per la conferma di una cultura e di una tradizione comune nell’area euro-mediterranea. Anche questo messaggio epigrafico, come del resto tutti gli altri, si interpreta con l’idioma dei mitici Pelasgi, sopravvissuto nell’albanese attuale:
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Pelasgo-Etrusco LARCE TUTNASH LATHA LISA SCL AFRA

Albanese Largë tutnash lata a lisa shkeli e afra

Italiano Lontano dagli spaventi tra ornamenti scolpiti e querci è scesa la vicina

In questa iscrizione breve ma significativa, si osservano tre parole presenti pure a Chiusi, Firenze e Perugia: TUT, LISA e SCELI. Si è già veduta l’iscrizione di Perugia con la parola SCELI (in albanese shkeli) cioè scese, che qui è stata resa scrivendo solo le consonanti (SCL), un metodo non inconsueto.
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Su un’urna al Museo Nazionale di Chiusi vi è un iscrizione abbastanza lunga con la parola TUT, spavento, affanno. Onde evitare perplessità, conviene precisale la forma TUTN TUTNASH come appare al Museo Vaticano, significa dagli spaventi. Infatti anche oggi la lingua albanese non ha articoli, ma declinazioni nella duplice forma determinata e indeterminata. Per esempio per rendere determinata la parola LIBRO, in italiano si impiega l’articolo (il libro), mentre in albanese da libër nominativo indeterminato si forma libri, determinato. Ritorniamo al termine LISA, il suo significato magico e sentimentale connesso alla memoria del leggendario santuario di Dodona, culla della cultura pelasgica, è stato commentato elasgica, trattando il sarcofago di Firenze dove si invocano “i Creatori della stirpe che erano là dove sorge la luce e sono le querci”. Vediamo ora l’iscrizione di Chiusi che contiene il termine TUT. Purtroppo si tratta di un messaggio molto triste che rivela la rassegnazione degli Etruschi a una fine ineluttabile, che non risparmia nemmeno la gioventù (RINÌA):

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Pelasgo-Etrusco LO TREPY TUT NAI PAN L… REMZ NA RESE THE RINIA

Albanese Loc treti tut nai pan L… Ramë na Reze dhe rinìa

Italiano Il fratello minore si è perduto spavento in noi hanno visto L… siamo caduti noi Etruschi e anche la gioventù

Nel museo archeologico del Vaticano si trova anche questa urna con un bassorilievo raffigurante una scena di caccia, con cavalli, cani e un cinghiale che è la vittima. Il personaggio che riposa sul coperchio era forse un bravo cacciatore: cosi almeno appare tramandato ai posteri. Comunque il messaggio rileva un infinito dolore:

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Pelasgo-Etrusco OAN TRENOI NE INASPRESH

Albanese Joni trenoi ne ashpërsisht

Italiano Il nostro fece impazzire noi aspramente

In questa iscrizione merita uno speciale commento il termine OAN, reso in albanese con joni (la i finale è determinata), che si riferisce al caro defunto nostro, che appartiene a noi. Un , esempio tipico di questa parola OAN, o anche ON o ION, è il nome del mare Jonio, che in albanese di dice deti Jon. Lo Jonio era il mare Nostrum, dei Pelasgi: secondo Tucidide, Jon era anche l’attuale mare Adriatico, le cui sponde erano anticamente abitate da tribù pelasgo-iliriche che di conseguenza lo iliriche consideravano come una sorta di lago loro appartenente. Un’altra parola da notare è INASPRESH, ashpër in albanese, aspro in italiano, anche nel senso di molto doloroso. Sempre nello stesso museo, un oggetto molto interessante e bello, raro nel suo genere, è un tempietto cilindrico, che invita a riflettere per la sua forma inconsueta e per il concetto doloroso che porta inciso:

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Pelasgo-Etrusco LA ROI THANKH FILUS MASH NIAL

Albanese lanë roi tanë fillus mosh dial

Italiano lasciarono sciarono di vivere tutte (le) reclute in età giovanile

Oggi in albanese il plurale di la diventa lanë. Nell’antichità evidentemente non sempre se ne teneva conto. Del resto non mancano esempi anche in lingue più recenti di verbi al e singolare in luogo del plurale, sopra tutto con riferimento a pluralità collettiva della stessa specie. Un semplice spezzone di pietra reca incisa questa breve iscrizione:

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Pelasgo-Etrusco ARNO LA ROAL

Albanese Arno la roi-plotjen

Italiano Creatore lasciò il pieno della vita

Oggi noi diremmo: Dio mio, ci hai lasciati nel pieno vigore della vita! Un grido di disperazione che la mente non spiega e la ragione rifiuta. Invece del consueto LA ROI (lasciò di vivere), in questa ), incisione e nella seguente si ha LA ROAL. Il suffisso -AL esprime certamente un valore di superlativo o di intensificazione, cosi come in LARTHAL (altissimo rispetto a altissimo) LARTH (alto). Questo valore oggi non si può rendere con una ). sola parola, né in albanese né in italiano, in un caso come é questo che riguarda il concetto di “vita”, per cui si può tentare di interpretarlo con una espressione intensificativa, come appunto il pieno della vita. Vediamo ora la seconda lastra recante la parola ROAL, classificata sotto il numero 20712:

Pelasgo-Etrusco LA RIS LA ROAL

Albanese la risi la roi-plotjen

Italiano lasciò gioventù lasciò il pieno della vita

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La parola RIS, che lo abbiamo trovato al museo di Tarquinia sottoforma di RISIA, è equivalente alla parola RINÌ incontrata te al museo di Chiusi: RISÌ = gioventù, RISÌA = la gioventù, come RINÌ e RINÌA. Un'altra pietra reca ben nota la parola CAE che qui si presenta chiaramente al plurale CAINE:

Pelasgo-Etrusco CAINE I RAMO

Albanese qajnë i ramë

Italiano piangono il caduto

Infine, questa lastra rivolge ad ARNO un breve messaggio, che purtroppo non si può leggere per intero a causa della frantumazione della pietra.

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Pelasgo-Etrusco ARNOA … CAES

Albanese (nga) Arnoia … qaesh

Italiano dal Cre Creatore … sei pianto

Come abbiamo visto anche al museo di Viterbo, il termine CAE, in questo caso coniugato alla seconda persona singolare dell’indicativo presente passivo CAES, ha un significato molto più ampio e profondo del semplice pingilo. Se ne renderebbe meglio il senso interpretandolo, senza tener conto delle parole intermedie mancanti: dal Creatore hai misericordia, benevolenza, compassione.

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Museo archeologico di Tarquinia
Di Nermin Vlora Falaschi

Il museo archeologico di Tarquinia è un tesoro di reperti. Ogni piano desta ammirazione e stupore. Ogni reperto narra simbolicamente un frammento di storia che si sviluppa di oggetto in oggetto in una vita vissuta e testimoniata attraverso la bellezza dell’arte.

I due cavalli sono vivi, palpitanti e potenti, tesi in avanti, come se stessero per lanciarsi verso spazi infiniti. E chi li sta ammirando continua ad ammirarli, in attesa che spicchino il volo. E quando si allontana… lo fa forse perché immagina che siano già volati via in direzione di mondi lontani. È interessante notare che la stessa espressione artistica di anelito verso l’alto, teso all’elevazione esisteva in Iliria, come dimostra questo cavallo alato del IV secolo a.C. rinvenuto presso la città di Kolonja in Albania:

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Nel museo di Tarquinia sono particolarmente suggestivi i pensieri tramandati a noi mediante le confessioni dei sarcofagi. Al pian terreno, nel centro della prima sala, spicca un bellissimo sarcofago bianco. Sopra il coperchio è adagiata una donna. Oltre la sua testa, con la nuca appoggiata allo stesso guanciale, sta un busto di bambino, con un leone a ciascun lato. Le quattro facce del sarcofago sono ornate con figure in bassorilievo lavorate con rara maestria. Sotto al coperchio è scolpita un’iscrizione bella e interessante, ita come d’altronde lo sono un po’ tutte:

Pelasgo – Etrusco CE LOUR PARTUNUS LA RISA LIMA CLAN

Albanese qe lodhur nga pjellje la risì dhima klan
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Italiano era sfinita dai parti lasciò gioventù sofferenze nei familiari

RAMOAS CUCLNIAL ZILKH CEKHAN E RI TENOAS A FIL Ce A LOAS KH XXXII

ra mosh kukumal (pirg) zije që kjan e ri te ne a bir që â lash koha 32 (?)

calati nell’età un mucchio di lutto piangere e rimane da noi anche il figlio che è lasciato tempo ( (all’età di) 32 ( (anni?)

Si deve ritenere che anche questo messaggio cosi sofferto appartenga a un periodo tardo, non solo per la presenza di numeri romani, ma anche per la latinizzazione di alcune parole, come FIL (filius) e in particolare PARTUNUS (partus che, per partus) quanto è possibile giudicare dall’albanese attuale, al quale corrispondono tutte le altre parole, non sembra esistesse nell’anticha lingua dei Pelasgo – Iliri. A destra del dominante sarcofago ora esaminato si trova un coperchio di sepolcro che potrebbe passare inosservato se non si prestasse attenzione al messaggio che reca inciso e che dà un senso di profonda tristezza per questo giovane di 25 anni, che sfinito da qualche malattia portò nel sepolcro la sua gioventù:

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Pelasgo - Etrusco CE LOUR LA RISAL CLAN CUCLNIAL THANKH TI LUS LUPU A FILS XXV

Albanese qe lodhur la risin klan Kukumal thatë Ti lus lypi â fisit 25 (?)

Italiano Era Sfinito Lasciò La gioventù La famiglia Dal tumulo Secco Per lui pregare Chiesto Ha Ai parenti 25 (anni?)

Il giovane ha chiesto ai parenti di pregare per lui: tutti noi siamo in qualche modo suoi discentendi, e tutti noi leggendo questa iscrizione, ci sentiamo spinti a rivolgere un pensiero di eterna pace a questo giovane prematuramente scomparso. Nella sala attigua, sotto la finestra, si trova un altro coperchio. Sebbene sia grigio e semplice come il precedente, ha tuttavia qualche accenno di ornamenti alle estremità. L’iscrizione scolpita su di esso si presenta, dal punto di vista letterario e concettuale, molto perfezionata, anche se purtroppo non sia possibile leggerla per intero: le lettere sono logorate e la pietra è scheggiata e non sarebbe coretto cercare di indovinare solo seguendo il senso della frase.

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Pelasgo - Etrusco C ANA NAS LA ROI LARTHAL MATIUAL CCLA TI ANATI VOI LAFTNI … CERIM TE MAHI SA MUTHITH …

Albanese Qe ana nash la roi I Larti I Maturi Ke krah Tij Ana Tij vej lavdi … kërkim te Madhi Za mu thith …

Italiano Era Dalla parte Di noi Lasciò Di vivere L’Altissimo il Saggissimo Nelle braccia Sue al lato Suo metterlo ( (voglia) Lode … richiesta verso la Grande Voce essere recepita …

In fondo alla seconda sala del museo, è posato un sarcofago con una figura maschile adagiata sul coperchio. L base La presenta bassorilievi elaborati, che tuttavia ormai sono velati dalla nebbia del tempo e sembrano fantasmi di se stessi. La figura, nel suo atteggiamento di sereno riposo, sembra l’espressione della beatitudine e se non leggessimo il
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messaggio scolpito sul bordo del coperchio potremmo rimanere ito con questa precisa sensazione. Invece l’iscrizione è un urlo disperato, rivolto ad ARNO, il Creatore, per la perdita di quasi tutti i membri di quella famiglia, forse causa di un epidemia. Quanto dolore straziante traspare dalle parole: “Hai condannato i padri a sopravvivere, o Creatore!”.

Pelasgo- Etrusco DAINOA APAT RUI LAROIAL FEKH ATA CRI AI CALE ONAS

Albanese Dënove apat ruj duke la rojtjen duke fik ata qe i ri ai ka le jonash
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Italiano Hai condannato i padri a sopravvivere facendo lasciare di vivere e spegnendo loro era giovane colui che è nato dai nostri

ARNO AI LAROI ATIMIA PUIA APA … AVIS TER NES …

Arno ai la roi a timia gruia apa … a fis tër nesh …

Creatore egli lasciò di vivere anche la mia moglie il fratello maggiore … e i parenti tutti di noi …

La tomba dei Vend-Kahrun e le altre di Tarquinia sono conservate come luogi di culto. L’ordine, la pulizia che le contraddistinguono esprimono l’intensità dell’amore per i nostri lontani antenati da parte di coloro che curano questa cultura e che con passione la mostrano al visitatore. Con occhi stupiti, il visitatore riceve i messaggi, legge le iscrizioni e impara ad amare chi visse e soffrì come noi, moltissimo tempo prima di noi. Lucus a non lucendo, diceva Marco Fabio Quintiliano alludendo ironicamente alle distorsioni verbali per trovare la radice delle parole. Infatti non è stato proprio “il bosco sacro dal non far luce” il risultato dello sforzo di tanti linguisti che si sono prodigati nel tentativo di scoprire “la chiave” dell’idioma degli Etruschi rincorrendo parole tortuose che sgusciano via e il più delle volte fanno perdere l’orientamento? Hanno potuto raggiungere lo scopo solo coloro che hanno avuto l’intuizione di affidarsi alla lingua albanese. Un particolare riconoscimento in questo senso è dovuto al Prof. Zacharie Mayani dell’Università della Sorbona di Parigi, che
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ha voluto imparare l’albanese, ne ha approfondito la conoscenza pratica in Albania e ha potuto così mettere in luce la verità. Altra personalità di grande cultura è il Prof. Skënder Rizaj dell’Università del Kosovo a Prishtina, che con il soccorso dell’albanese e riuscito ad interpretare la paleografia nell’odierna Turchia occidentale, anticamente abitata da tribù pelasgo-iliriche. Né vanno dimenticati gli approfonditi studi del Prof. Giuseppe Catapano che con lo stesso metodo ha dato nuova luce all’idioma esoterico dell’altra sponda del Mediterraneo, l’Egitto faraonico (in albanese fara = stirpe, one = nostra).

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Gli Epiroti e i Macedoni non erano popoli ellenici
Di Pashko Vasa

Nel 376 a.C., l’Epiro si arrese a Cassandro, re della Macedonia, ma soltanto tre anni dopo gli Epiroti fecero una rivolta e lo sconfissero. Malgrado le numerose sconfitte che gli Epiroti subirono in quegli anni, nel III secolo a.C. vediamo emergere una grande personalità epirota: quella di Pirro. Egli, prima di scendere in Italia, combatté contro i Macedoni e contro i Greci che confinavano con il suo stato. Proprio in questa occasione, i suoi soldati, meravigliati dalla velocità che mostrava in combattimento il loro condottiero, gli dissero che sembrava fosse un’aquila. Pirro rispose loro che questo era vero, ma aggiunse che le loro lance gli erano servite da ali per spiccare il volo. Plutarco, riferendo questo aneddoto nella sua opera Vita di Pirro, non avrebbe mai potuto immaginare che è proprio a questo aneddoto che gli Epiroti e tutti coloro che oggi si chiamano Albanesi devono l’origine del termine shqiptar (albanese). Plutarco, che non conosceva la lingua pelasgica (che era considerata fin dai tempi di Erodoto una lingua barbarica), e che non aveva visto da vicino l’Epiro e la sua popolazione, ovviamente non poteva dare questa spiegazione etimologica, che noi lasceremo valutare a filologi e studiosi. Shqype significa aquila (shqiponja) in albanese. Shqypëri oppure Shqypëni (Albania in lingua albanese) significa: vendi i shqiponjës (il paese delle aquile). Shqyptar (albanese) è uguale a: bir i shqiponjës (figlio dell’aquila). Questo fatto, che è sfuggito sia agli storici antichi e sia ai filologi moderni, merita l’attenzione degli studiosi, perché rappresenta una prova incontrovertibile - per coloro che come
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noi difendono la tesi che gli Epiroti fossero una popolazione diversa dalla quella ellenica - che essi avessero una loro lingua, la lingua degli antichi Pelasgi. Una lingua che i Greci non capivano, e che possiamo dire con sicurezza essere lo stesso idioma che si parla oggigiorno anche in Epiro, Macedonia, Illiria e in alcune isole dell’Arcipelago, come pure nei monti dell’Attica. La stessa lingua che oggi si chiama arbëreshe oppure shqiptare (albanese). Con l’intento di fornire alla filologia un elemento sicuro per valutare l’importanza di questo articolo, diremo che i nomi Epiro, Macedonia, Albania, ecc, sono completamente sconosciuti per gli Albanesi; nella loro lingua queste parole non esistono*. Essi stessi si riconoscono con il nome originario shqiptar (albanese), e non pensano affatto che il loro paese abbia un nome diverso dal quello che loro adoperano, e cioè Shypëri oppure Shqypëni (Albania). I nomi Epiro e Macedonia sono di origine straniera, greca; invece Albania è un nome moderno che gli Europei hanno dato al paese degli shqyptarëve (albanesi), nel secolo XIV o XV. Ma gli Albanesi non sanno cosa siano l’Epiro, la Macedonia e l’Albania: si tratta di nomi sconosciuti e senza significato nella loro lingua. Perciò, iniziando da Scutari e fino alla baia di Preveza, tutto il territorio fra questi due punti geografici, e anche il mare antistante, vengono identificati col nome di Shqypëri (Albania), paese che appartiene agli Albanesi, che non hanno niente in comune con i Greci. Se provate a fermare un contadino per strada e a chiedergli: Di dove sei tu? Egli risponderà: Jam shqiptar (Sono Albanese). Questa risposta verrà data senza ombra di dubbio sia dagli abitanti del Nord e sia dagli abitanti del Sud dell’Albania; musulmani, cattolici o ortodossi che siano. Se sentissero parlare di Epiro o di Albania, essi non capirebbero e magari si sentirebbero offesi, credendo di essere insultati in qualche lingua straniera.
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Quello che abbiamo detto degli Epiroti, possiamo sostenerlo anche per gli antichi Macedoni. È storicamente provato che, come gli Epiroti, anche questo popolo aveva una sua lingua, diversa da tutti i dialetti greci; aveva una sorta di governance che era completamente diversa da quella greca; aveva le sue leggi, i suoi usi e costumi, la sua organizzazione militare, che non aveva niente in comune con quella dell’Ellade. Per dimostrare questa tesi non faremo altro che rivolgerci alla storia. Iniziamo con Plutarco, che ci racconta come Alessandro Magno uccise il suo amico del cuore Clito: Alessandro, ubriaco dal vino e dalla rabbia, uscì dalla sua tenda e parlò in lingua macedone alla sua guardia e ai suoi soldati. (traduzione libera). Secondo diversi autori e storici, la lingua macedone era diversa da tutti gli altri idiomi che si parlavano in Grecia. Da questo si può evincere che Alessandro Magno non usava la lingua greca perché i Macedoni non lo avrebbero capito. La lingua che conoscevano e parlavano i soldati di Filippo II e Alessandro Magno non poteva essere che la lingua degli antichi Pelasgi, la stessa che si parlava in Epiro, quella che chiama shqipe l’aquila e che oggi si parla ovunque in Albania. In molti scritti antichi si menzionano gli Etoli che erano confinanti con l’Epiro; essi parlavano una lingua mista, un po’ greca ed un po’ pelasga, che veniva definita barbarica. Il motivo per cui parlavano un simile dialetto era che essi (gli Etoli) da un lato confinavano con la Grecia e dall’altro con l’Epiro. Questo dettaglio, che ci è confermato da tanti storici, rafforza la nostra tesi che la lingua degli Epiroti fosse la lingua dei Pelasgi e che questa lingua, come abbiamo detto precedentemente, fosse completamente diversa dai dialetti parlati nelle diverse regioni della Grecia. La lingua greca era adoperata nell’alta società, nella quale la si studiava, come oggi la si studia in alcuni centri dell’Albania. È verosimile che nella corte di Filippo II e di Pirro i cortigiani,
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gli alti ufficiali e i governanti parlassero e scrivessero in greco e coltivassero la scrittura e la letteratura greche. Bisogna inoltre considerare che la lingua greca non era studiata solo in Epiro e Macedonia; questo idioma era diffuso in Asia e in Africa, cosi come a Roma e in tutta l’Italia. Questo succedeva perché il greco era la lingua all’avanguardia, la più idonea in quel periodo per collegare popoli differenti che avevano relazioni commerciali o politiche. Allora la lingua greca si studiava come oggi si studia il francese, che è diventato lingua universale**. Nessuno può negare che gli Elleni abbiano raggiunto il punto più alto della gloria tramite il progresso della loro civiltà. La loro lingua era diventata la lingua liturgica di tutti. Non solo, la loro arte, le loro relazioni, le loro conoscenze li avevano innalzati al primo posto fra le antiche civiltà. Ma noi non crediamo che tutti coloro che parlavano la lingua greca fossero Greci o appartenessero al loro ceppo etnico. Quello che abbiamo scritto fino ad ora dimostra che gli Epiroti e i Macedoni erano dei popoli che avevano una comune provenienza come quella dei Etoli, degli Ioni, ecc. Fin dalla loro apparizione sulla scena politica, essi si erano tenuti separati dai Greci ed avevano formato una autonoma loro società. Erano popoli con caratteristiche che non avevano nulla in comune con la civiltà greca. Essi avevano una loro vita indipendente politica e sociale, e mai avevano avuto delle cause in comune con la Grecia, o simpatia per la sua politica. L’unico elemento di affinità erano le divinità pagane. Ma queste divinità furono introdotte dai Pelasgi, e furono i Greci che “abbracciarono” il loro culto. I nomi di queste divinità hanno un significato chiaro e convincente nella lingua albanese.

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* il libro da cui è stato estratto questo brano è stato scritto nel 1879. Ovviamente oggi gli Albanesi conoscono i termini sopracitati. ** oggi la lingua “universale” è l’inglese.

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La religione dei Pelasgi è viva in Albania
Di Pashko Vasa

Uno dei riti che appartengono all’antica religione dei Pelasgi, e che nemmeno il Cristianesimo o l’Islamismo sono riusciti a cancellare dalla mente del popolo albanese, è il giuramento sulla pietra, che esiste ancora oggi e si usa nei paesi montuosi dell’Albania con la stessa solennità dei tempi antichi. Nei casi più gravi, quando si tratta di prendere una decisione di vitale importanza gli anziani, che sono i capo famiglia (o capo tribù), musulmani o cristiani che siano, vengono invitati dagli avversari a giurare sulla pietra prima di iniziare le discussioni per le cause che sono stati chiamati a giudicare. Questo giuramento si fa molto spesso anche ai giorni nostri, sia nell’Albania del Nord, sia nell’Albania del Sud, e si accompagna alle stesse modalità e alle stesse maledizioni per chi lo infrange che spesso sono state descritte dagli storici antichi. Gli abitanti dell’Epiro, della Macedonia e dell’Illiria, e cioè gli abitanti che appartengono alla etnia pelasgica o albanese, usano giurare sulla pietra anche ai giorni nostri, così come altri popoli giurano su Dio, su Cristo o sul proprio onore. Cosi, quando parlano fra loro, gli abitanti dell’Albania del Nord, prendendo una pietra nelle mani, dicono: Për këtë peshë! (Per questo peso); invece gli abitanti del Sud Albania dicono: Për të rëndët e këtij guri! (Per il peso di questa pietra). Fino ad oggi non abbiamo riscontrato questo rito nelle consuetudini religiose della Grecia (né abbiamo testimonianze che affermino il contrario). Quello descritto è un rito primitivo, che solo i discendenti dei Pelasgi hanno conservato e che hanno portato con loro nel corso delle migrazioni verso i luoghi dove si sono fermati definitivamente. I Pelasgi, che non si
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distinguevano per l’esercizio delle belle arti e che non avevano una educazione raffinata, adoravano la natura e i suoi fenomeni benevoli; i loro dei erano la terra, il cielo, la montagna, i campi, l’acqua, il fuoco, la roccia, il sole, la luna, le stelle ecc. Il popolo albanese, in particolare gli abitanti dei paesi montuosi, spesso giurano sulla terra e sul cielo (Për qiell e për dhe!), sul il fuoco e sull’acqua (Për këtë zjarr e për këtë ujë!), sulla montagna e sui campi (Për mal e për fushë!), sul il sole e sulla luna (Për këtë diell e për këtë hënë!), invece di giurare su Dio e sui santi. Questi riti, che ci riportano indietro nella notte dei tempi, sono rimasti uguali e intatti, anche se i secoli sono passati. Gli Albanesi non hanno trovato altre parole per immaginare gli dei. La lingua, le tradizioni, la religione, tutto è rimasto pelasgico in ogni angolo dell’Albania, senza risentire dei mutamenti della civiltà o del tempo trascorso. Abbiamo a che fare veramente con un enigma. Come mai una lingua cosi antica, la più antica d’Europa come quella albanese, che era parlata solo da un milione di persone, ha potuto rimanere quasi intatta cosi com’era alle origini, senza avere né una sua letteratura e né il supporto di una civiltà particolarmente avanzata? La lingua di questa popolazione, come coloro che la parlano, ha superato tutte le traversie, perché l’Albanese è rimasto Pelasgo ovunque è emigrato. Questo fatto, straordinario ed inspiegabile nello stesso tempo, si è verificato non solo in Epiro, Macedonia, Illiria (e cioè in quella zona che si chiama Albania e dove la popolazione è omogenea e compatta), ma anche nelle regioni montuose dell’Attica in Grecia, nelle colonie albanesi dell’Italia, e in Dalmazia, e cioè in qualsiasi posto dove questo popolo ha soggiornato durante le sue migrazioni. Anche se ha abbracciato altre religioni, e si è integrato con altre popolazioni, il popolo albanese mantiene intatto il ricordo della sua religione primitiva e della sua lingua madre che, anche a stretto contatto
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con altre culture, non è cambiata per niente e non è diventata un idioma diverso. Questo fenomeno, che gli storici greci hanno notato fin dai tempi antichi, e che appare chiaro anche oggi agli studiosi della cultura albanese, merita veramente tutta l’attenzione dei filologi e dei ricercatori, e dovrebbe diventare oggetto di studio approfondito e paziente. Da questo lavoro di indagine la storia dei popoli del Mediterraneo avrebbe solo da guadagnare. Oltre quello che abbiamo scritto finora per avvalorare la tesi dell’antichità del popolo albanese e della sua estraneità dalla cultura ellenica, ci sono altri fatti che rafforzano tale teoria. In Albania, ad esempio, vi è l’usanza largamente diffusa di prevedere gli eventi. Cosi “l’oroscopo” viene formulato mediante l’esame delle interiora o di alcune ossa degli animali, del volo degli uccelli, o interpretando l’ululato del lupo, i sogni, ecc. Queste usanze sono talmente radicate che niente e nessuno finora è riuscito a limitarne l’influsso nelle consuetudini collettive. Le cerimonie funebri, le purificazioni attraverso l’acqua, e molte altre pratiche che derivano direttamente dal culto primitivo dei Pelasgi, e che sono ancora in uso anche ai giorni nostri, provano che gli Albanesi, pur convertiti in cristiani o musulmani, hanno conservato intatte la loro religione antica e la loro lingua.

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La religione e gli dei dei Greci derivano da quelli dei Pelasgi
Di Pashko Vasa

I Pelasgi, che furono i primi ad arrivare nelle terre della odierna Grecia, portarono con loro il culto una religione primitiva. Gli storici antichi, prima di tutti Erodoto, ci scrivono che i Pelasgi facevano ai loro dei ogni sorta di sacrifici, ma che non davano loro dei nomi specifici. Essi non avevano dei materializzati, idoli fatti dalla mano dell’uomo, ma adoravano la natura con i suoi benevoli fenomeni. La loro teogonia, che alla fine è stata assimilata e forse è stata perfezionata dai Greci, è stata solo il frutto delle osservazioni dei movimenti fisici della natura e della continuità del tempo: il rapporto degli elementi. In poche parole era solo una serie di conseguenze logiche o, meglio, una spiegazione molto primitiva delle origini del mondo, i primi frutti del lavoro mentale di persone approdate al campo della filosofia. Caos, Χάος, che è soltanto il vuoto, lo“spalancarsi”, deriva dalle parole pelasgiche hahao, (io mangio) e has, haos, (mangiare), oppure dalle parole haap, haapsi, haopsi, (spalancare, il vuoto). Queste parole hanno lo stesso significato nella lingua odierna albanese. Dal Caos discende Erebo, Έρεβος, il buio privo di luce delle profondità. Questa parola ha come radice erh, errem, erhëni , erhësi (notte, buio, nella lingua albanese). U err nell’albanese odierno vuol dire è calata la notte, il buio; erret, cala la notte, errësira il buio. Gea, Γεα, Γη, è la terra; in albanese la terra si chiama dhe. Urano, Ουρανός. Questa parola si pronuncia oras-os. In albanese le parole vran, vrant, i vrant, significano nube e
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nuvoloso. Se alla parola vran aggiungiamo il suffisso greco os abbiamo vranos, che è il nome con cui i Pelasgi e i loro diretti discendenti, gli Albanesi, mostrano il cielo come la sede delle nubi (të vrenjturit). Dalla unione di Urano con Gea e cioè del cielo e la terra, sono nati Rea e Cronos. Rea in lingua albanese vuol dire nube, nuvola, cielo. Cronos, Κρoνος, deriva dalla parola albanese Kohë (il tempo). In alcune parti dell’Albania la lettera K si cambia in R, e cosi là dove si deve pronunciare kohë si pronuncia rohë. Kohn e rohn significa egualmente il tempo; ora, aggiungendo il suffisso greco os, avremo Cronos. Da Rea è nato Zeus (Giove). Zaa, Zëë, nella lingua albanese significa voce. La voce (Zëëri) era il dio dei Pelasgi. In Albania ci sono ancora posti dove si dice; Zëë! Lirona sot së keq! (Dio! liberaci dal male!). Le parole Zaa, Zëë (voce) sono trasformate in Zaan, Zaon, e Zoot, parole che oggi significano Signore, Dio, e la gente giura su Zonë, Zotin (Dio,Signore). Zeus si unisce con Metide Μήτις, che significava il “saggio consiglio”. La parola Ment in albanese significa intelligenza, pensiero. I Greci hanno eliminato la lettera N ed hanno aggiunto il loro suffisso is e cosi hanno creato il nome di Metis (Metide in italiano). Da questa unione nasce Atena (Minerva), Αθήνα. Minerva nasce dalla testa (che era considerata la sede dell’intelligenza) di Giove (Zeus). I Greci, che non conservarono ricordi della lingua pelasgica, non hanno mai saputo dare una spiegazione razionale sul nome della dea Atena. Essi si sono limitati a delle semplici ed incomprensibili ipotesi. Al contrario, nella lingua albanese troviamo una spiegazione molto chiara e convincente. Thane, thënë nella lingua albanese sono voci del verbo them (parlo, parlare): e thana oppure e thëna significano parlare. Atena (Athina) è parola di dio, quella parola (di dio) che troviamo in tutte le
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religioni del mondo, da quelle più antiche fino a quelle più moderne. La parola del dio dei Pelasgi che è uscita da Zeus, la forza, la potenza e da Mentide, l’intelligenza, il pensiero. Era, Ήρα, (Giunone), per i Greci significa aria. Era nella lingua albanese significa, aria, vento. Nemesi, Νεµεόιζ. Il nome significa “la giusta ira, che si rivolge contro coloro che hanno violato un ordinamento”. Nella lingua albanese nëmë, nëmës significano maledizione, una cosa che attira il male e scatena sofferenza e dolore. Crediamo che il nome di Nemesi si spieghi perfettamente con le parole albanesi nëmë, nëmës. Le Erinni Εριυυύες. Il nome di queste divinità deriva dalle parole albanesi err, errni, i errët errësirë, (buio, buio pesto, oscuro), oppure dalle parole rrënëe, rrënime, rrënoja (distruzione, macerie ecc.). Le Muse, Μούσα. Nella lingua albanese mësoj dhe musoj significa imparo per me ed insegno agli altri. Le Muse erano coloro che insegnavano, che ispiravano. Teti, , Θέτις. Era una divinità marina. In albanese abbiamo la parola det (mare). Afrodite, Αφροδίτη. Venere è la dea dell’amore e della bellezza, e anche della stella del mattino. In albanese Afrodite significa “vicino ad alba” (Afër-dita). Delos, ∆ήλος. Idolo dedicato al sole. Nella lingua albanese abbiamo la parola diell (sole); aggiungendo il suffisso greco os abbiamo dielos. Qui ci fermiamo per non stancare ulteriormente il lettore. Siamo conviti che gli esempi che abbiamo dato possano bastare per confermare ancora una volta l’importanza che ha avuto la lingua pelasgo-albanese nella lingua greco antica e non solo.

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Curiosità fonetiche
Di Robert d’Angely

In tutti i tempi i Greci hanno avuto la mania di tradurre i nomi e i toponimi stranieri, per farli diventare greci o ellenizzarli. Questo “modus operandi” ha cambiato in maniera radicale anche la pronuncia delle parole o dei nomi tradotti, e alla fine sono diventati completamente incomprensibili. Se i Greci antichi, ma anche quelli moderni, non avessero cercato di rendere in greco tutti i termini stranieri, e se non avessero trascritto in maniera non sufficiente o tradotto male, in modo da distorcere il significato originale delle parole, nella maggiore parte dei casi parole pelasgiche, noi oggi non avremmo avuto nessuna difficoltà a capire il senso profondo di queste parole, oramai diventate greche. Se per esempio essi (i Greci), avessero scritto Πιελβαρδος (Pielbardos) al posto di Πελαργος (Pelargos) e Πελασος (Pelasos), che significa nato bianco, oppure Πιελουερδος (Pielouerdos) che significa nato giallo, o meglio ancora Πιελζιου (Pielziou) e Πιελζις (Pielzis) che significa nato nero ecc., gli studiosi dei nostri giorni non avrebbero avuto difficoltà a capire, a patto di conoscere bene la lingua albanese, che gli antichi Greci hanno trascritto le parole pelasgiche, che oggi ritroviamo nella lingua albanese, come piellbardhë (nato bianco), piellverdhë (nato giallo) e piellzi (nato nero). Applicando dunque questo tipo di indagine, gli studiosi odierni potrebbero facilmente comprendere i seguenti passaggi linguistici: Οδυσσευς (Odusseus) = Udhës ‘she-u = colui che non ha trovato la sua via.
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Πηνελοπη (Pēnelopē) = Pen e lypi = colei che domandò (mendicò) il cotone (per cucire). Αχιλλευς (Achilleus) = Akileti = cosi leggero (Achille piè veloce). Αγαµεµνων (Agamemnōn) = Aqë me mënt-i = così saggio, cervellone. Μενελαος (Menelaos) = Mënt’ e lau = che è uscito fuori di sé. Ελενη (Elenē) = E lëna, = colei che è impazzita (pazza). Κερκυρα (Kerkura) = Kërcuri = tronco che nuota. Βρινδσι-ον (Brindsi–on) = Brin dashi = corno di ariete. Ηλος = (Hlos) = Helli = schidione. Μελιττα (Melitta) = mjalat = Malta = miele (la chiamarono “miele” per via della clima mite dell’isola). Εχιδνα (Echidna) = e hidhna = vipera, amaro. Vogliamo inoltre segnalare qui il famoso Βη Βη, trascrizione del belare della pecora, che troviamo nel Cratilo di Platone, e che ha sbalordito generazioni di studiosi, perché questa trascrizione non corrisponde al belare dell’animale. Una cosa del genere si spiega se ci basiamo sulla pronuncia greca che si fa nella odierna Grecia, e anche perché non si conosce l’esatto valore fonetico che si dava al Βη Βη nell’epoca di Platone. Per spiegare questo equivoco è necessario anche qui l’aiuto della lingua pelasgo – albanese. Si deve dire che la lingua pelasgica aveva nella sua fonetica un suono o una emissione particolare della voce che usciva della bocca provenendo direttamente dalle corde vocali senza essere influenzato da nessuno degli organi della bocca e del naso che partecipano alla pronuncia di tutte le parole in una lingua. Questo suono, nella lingua albanese odierna, si rappresenta con la lettera ë, che ha lo stesso valore fonetico che le davano i Pelasgi. Questo suono, quando è stato introdotto e trascritto dai Greci, non è stato rappresentato in modo corretto; questo anche perché gli Eoli e gli Ioni lo scrivevano con la lettera η, i Dori
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con la lettera α e i Latini con e. Quello che è più importante è che questo suono, anche se rappresentato con tre lettere diverse, in antichità serviva a rappresentare il suono ë, che è un suono pelasgico. Cosi, quando Platone scriveva Βη Βη, nella sua epoca la pronunzia corrispondeva a bë-ë, bë-ë, che è la trascrizione perfetta del belare della pecora. Cosi possiamo dire che il Βη Βη scritto da Platone è uguale al bë-ë, bë-ë della lingua pelasgo-albanese; soltanto in epoca recente, quando il valore fonetico di alcune lettere greche è cambiato, prese la pronuncia vi che di fatto non assomiglia al belare della pecora.

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Gli Albanesi sono discendenti dei Pelasgi
Di Robert d’Angely

La lingua albanese è una lingua stupenda, ed è un vero peccato che gli Albanesi non ne abbiano del tutto capito l’importanza. Fino ad oggi nessuno di essi ha saputo approfondire gli studi su questo idioma affascinante. Gli studiosi albanesi si sono fidati troppo spesso dei loro colleghi occidentali, e soprattutto di quelli che vengono chiamati albanologi. I filologi albanesi hanno cosi tanta fiducia nei cosiddetti studiosi occidentali che spesso accettano senza riserve le conclusioni di questi ultimi, addirittura senza nemmeno controllare la veridicità delle loro affermazioni. Cosi, senza prendere in considerazione nessun altra tesi, gli studiosi albanesi credono fermamente che gli Albanesi siano tutti discendenti degli Illiri, e questo perché studiosi e filologi stranieri sostengono questa teoria. Questa ipotesi, pur non priva di fondamento, riguarda solo una piccola parte degli Albanesi (gli abitanti del Nord del Paese delle Aquile); altri gruppi di etnia albanese, diffusi su un’area geografica di grande estensione (Albania, Grecia, Serbia, Turchia, Italia, ecc.), non discendono dagli Illiri, ma rappresentano rami evolutivi distinti della razza pelasgica. D’altro canto, è sufficiente che uno studioso occidentale formuli la sua teoria che i Pelasgi non sono mai esistiti se non nell’immaginazione degli scrittori antichi, oppure che sono solo un mito dell’antichità (Max Müller), perché gli Albanesi la accettino senza riserve. Un falso ideologico ancora più fuorviante di quello commesso da Max Müller è stato sostenuto dall’etnologo Jakob Philipp Fallmerayer; egli, scambiando erroneamente la popolazione greca di origine albanese - in particolare gli oriundi albanesi del Peloponneso - per una popolazione straniera, ad esempio
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slava, e non riconoscendola come popolazione autoctona stanziale in quelle regioni da tempi addirittura antecedenti la civiltà greca, sostenne che la popolazione della Grecia negli anni 1830-1840 non fosse discendente diretta degli antichi Greci. In tal modo Müller omise una distinzione doverosa, e cioè che la sua tesi dovesse riguardare solo i discendenti degli Slavi, Ebrei, Armeni, Arabi, Persiani, Egizi, ecc., cristianizzati ed assimilati alla popolazione eteroclita che alla fine di questo processo di integrazione prese il nome Elleni. Ma per gli Albanesi come quelli del Peloponneso (e di altre regioni), la questione è diversa: occorreva precisare che essi non discendono dagli Elleni (ormai fusi con la razza mesopotamica), ma che derivavano direttamente dai Pelasgi, che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione greca. Ecco qual’era l’origine degli Albanesi della Grecia bizantina del VI secolo, e della prima metà del 1800 (epoca dello studioso Jakob Philipp Fallmerayer). Quindi, contrariamente a ciò che sostengono molti autori attuali, e cioè che gli Albanesi sono discendenti degli Illiri (tesi che gli Albanesi stessi accettano senza fiatare), il popolo albanese non discende unicamente dagli Illiri, ma prima ancora dai Pelasgi. Ciò equivale alla differenza tra il considerare solo una piccola parte della popolazione (quella di derivazione illira) o la sua maggioranza. Gli Illiri costituivano solo una piccola parte dei Pelasgi o Albanesi. Si può quindi affermare che tutti gli Illiri sono Albanesi, mentre il contrario (tutti gli Albanesi sono Illiri) non risulta essere corrispondente al vero. Analizzando, secondo criteri analoghi, l’origine della popolazione greca, si può dire tutti i Greci (ad esclusione, come precedentemente indicato, dei gruppi etnici imparentati con i Mesopotami) sono Albanesi Γραικοι (Graikoi) o, per dire meglio, tutti i Greci sono Pelasgi, ma non tutti i Pelasgi sono
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Greci. Da queste considerazioni derivano le idee, esposte in questo breve saggio, che tutti gli Albanesi siano Pelasgi.

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Iscrizioni dall’isola di Creta
Di Robert d’Angely

Iscrizione rinvenuta dal professor Halbherr nel 1893 L’iscrizione è scritta in lettere dell'alfabeto ionico arcaico, quindi appartiene al VI secolo a.C.; per facilitare il lavoro la trascriviamo tutta da sinistra a destra cosi com’è nel testo originale:

Questa iscrizione eteocretese sembra essere completa perché il eocretese suo significato è chiaro e facile da tradurre. Alcune lettere che mancano, cinque o sei in tutto, è stato facile trovarle e collocarle nel posto giusto, perché completano il testo in modo che abbia un senso perfettamente compiuto. Ma anche se tamente abbiamo sbagliato nella scelta delle lettere mancanti, il significato resta lo stesso perché queste lettere mancanti non appartengono a parole chiave che occupano un ruolo importante nel testo, ma a parole semplici dalla facil facile interpretazione. Eliminando dal testo queste parole monosillabiche, che sono soltanto tre, rimangono altre dieci parole delle quali tre sono nomi propri: Le restanti tre parole, nonostante non ci siano punteggiature, sono facili da distinguere. Mettendo al loro posto le lettere ndo
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mancanti, ecco come dovrebbe apparire l’iscrizione per essere comprensibile:

Ed ecco il testo trascritto nella lingua odierna albanese che qualsiasi cittadino albanese, ghego o tosco che sia, può capire facilmente: PAS NGJALLIMIT 1) QË BËRI VAJZA 2) TAJO 3) LLIMIT ARKIA SHPËTUEMJA 4) ARKAKOKLESI YEP 5) (PËR JEP) 6) PAS 7) P(A)G(Ë)N ANAISË. Testo tradotto in italiano: Dopo la risurrezione che fece la ragazza vergine in Arkia, si è salvata, Arkakokles dà l’oblazione ad Anaia. Note ), 1) NGJALLIMIT (resurrezione), che nella lingua albanese vuol dire proprio resurrezione (ringjallje). Questa parola ). usata nella iscrizione trattata è la prova che duemila anni fa i Lici impiegavano questa parola dandone lo stesso significato adoperato dagli odierni Albanesi: guarigione miracolosa (shërim i mrekullishëm). Nel mondo ). albanese sentiamo dire spesso: fu una resurrezione, la salvezza di quel ragazzo ( kjo qe një ngjallje, shpëtimi i këtij djali), quando qualcuno che sembrava quasi morto ), guarisce da qualche grave malattia. Esiste anche un'altra espressione che si utilizza con lo stesso intento: era morto, è risorto! (ish i vdekur dhe u ngjall!)
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2) VAJZA (ragazza), ci sono evoluzioni di questa parola secondo le diverse regioni; vajza, vasha, vashëza, varsha, varzha, varza, ecc.: tutte queste variazioni della stessa parola (ragazza) vogliono dire ragazza giovane, vergine; ci sono anche altre forme di questa parola che vogliono dire la stessa cosa come: virgjëreshë, çupa, cuca, çika, ecc. 3) TAJO, è la forma abbreviata di: te+ajo = tajo che vuol significare da lei là cioè lontano. 4) SHPËTUEMJA (salvata), voce del verbo shpëtoj (salvare). Nel testo troviamo la parola ARKIA, PSETIMEN e cioè Arkia salvata (Arkia e shpëtuar). Questa forma corrisponde al dialetto ghego della lingua albanese. 5) YEP, trascritto con le lettere dell’alfabeto odierno albanese ci dà Jep ( lui dà). Voce del verbo Jap (dare). 6) PASË (dopo), nella lingua albanese è pas (dopo), dopo la guarigione di Arkia, Arkakokles da,… personalmente non vedo altra spiegazione. 7) P(A)G(Ë)N (oblazione, stipendio, bonus), pensiamo che, come molto spesso succede con le iscrizioni etrusche (ma solitamente succede con la lingua araba, e le altre lingue mesopotamiche), si tratta di una consuetudine per cui le parole si accorciano togliendo le vocali. Infatti, questa parola, PGN, composta solo da tre consonati, dalla sua posizione nell’iscrizione eteocretese secondo me dovrebbe significare: oblazione da pagare ad Anaia (blatim për ti paguar Anajt). Siamo arrivati alla conclusione che, inserendo le vocali mancanti, abbiamo la parola per intera, e, cosi come abbiamo visto, la parola è pagën, termine che nell’odierna lingua albanese ha lo stesso significato che gli è stato dato nella iscrizione, e cioè: oblazione, stipendio, bonus ecc.
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In conclusione il testo dell’iscrizione sarebbe questo: Arkakokles dà un’oblazione (offerta) alla vergine Anaia (si suppone che fosse una dea) come premio per la guarigione di Arkia. In albanese: Arkakoklesi për hyjneshën Anajtis Virgjëreshë jep një blatim si shpërblim për shërimin e Arkias. Arkia era la moglie di Arkakokles, ed era guarita da una grave malattia di cui l’iscrizione non parla.

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L’albanese lingua madre
Di Robert d’Angely

Fin dalla più remota antichità gli Albanesi sono sempre stati denigrati e poco considerati in maniera sistematica dagli Elleni, i quali, dopo avere innalzato il proprio idioma a lingua ufficiale nell’insegnamento e nell’arte, ed averlo assunto come lingua liturgica in tutte le funzioni religiose, fecero si che la lingua albanese, che è stata a sua volta lingua liturgica addirittura prima del greco, passasse in secondo piano, invece di essere considerata quella principale come meritava, visto che la lingua albanese ha dato origine alla lingua greca, che senza di essa non sarebbe nata. Uno studio più approfondito sulla lingua albanese, greca e latina ci darebbe la possibilità di vedere chiaro che il legame che collega queste tre lingue è quello della madre per l’albanese e delle figlie per il greco e latino. Noi non abbiamo paura di esporre delle considerazioni così categoriche per definire l’affinità che lega nella realtà dei fatti queste tre lingue (e anche altre), perché, in effetti, abbiamo a che fare con una relazione di questo tipo. In verità diversi filologi e linguisti pretendono che per quanto riguarda le relazioni fra le lingue, quella fra madre e figlia non si può applicare, perché, sempre secondo questi studiosi, le lingue si evolvono. Secondo il nostro punto di vista, se dovessimo accettare un’affermazione simile, dovremmo dire che il greco antico e il latino sono un’evoluzione della lingua albanese. In realtà, abbiamo a che fare con l’evoluzione o il cambiamento di una lingua in un'altra; però, secondo le nostre considerazioni, questo vuol dire dare un nome al risultato di questa evoluzione; evoluzione che, nonostante pareri contrari, ha, di fatto, instaurato una relazione di parentela che unisce queste tre
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lingue, che è intervenuta ed esiste: per cui definiremo la lingua greca e quella latina evolute dall’albanese. E anche se la lingua albanese ha subito qualche cambiamento, non avremmo ragione di chiamarla la madre di questa evoluzione, visto che essa è stata, se non in toto, almeno in parte, la base di partenza di questa evoluzione? Così, noi crediamo di avere ragione quando pensiamo che i termini madre per la lingua albanese e figlia per ciascuna delle altre due lingue (il greco e il latino), siano le definizioni che meglio si adattano alla realtà della questione. D’altro canto, c’è da fare un’importante considerazione riguardo alla differenza fra gli Elleni e i Pelasgi, e tra i Greci e gli Albanesi. Dalla guerra contro gli Atlantidi all’epoca di Platone intercorsero circa novemila anni. I Pelasgi, abitanti dell’Attica, regione della Grecia con Atene città principale, per via della fama derivante dalla vittoria che ottennero comandando tutti i Pelasgi d’Europa contro gli Atlantidi, anche in tempi più recenti continuarono ad avere un ruolo di primo piano in ogni occasione. Dopo l’arrivo degli Egizi di Danao e dei Fenici di Cadmo, una parte di essi accettò di mescolarsi con gli invasori per creare la classe dominate del momento, e successivamente presero il nome di Elleni. Proprio questi Elleni si attribuirono tutto il merito di aver fondato la civiltà pelasgica, che più tardi si chiamerà civiltà ellenica, e fecero si che si eclissasse ogni memoria della loro appartenenza anche parziale al grande popolo pelasgico.

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Una strana rassomiglianza
Di Robert d’Angely

È molto interessante la diffusione di parole riconducibili all’antica lingua albanese nelle lingue parlate dai Lama in India e in Tibet. In realtà il buddismo ci insegna come pronunciare vicino ad un uomo morto due parole, legate alla fortuna: “Hik” che ha lo stesso significato della parola albanese hik, cioè parti, e “Fet” che in albanese corrisponderebbe a shpejt, cioè presto. Tali parole fanno parte di un rituale che i Lama gridano vicino al defunto per consentire che si apra un piccolo foro sulla testa del morto per la fuoriuscita dell’anima. Si dice che questo foro in testa si apra solo quando le due parole “magiche” vengono pronunciate. Soltanto il Lama, in quanto maestro competente, ha il potere di pronunciare la parola “Hik” con l’intonazione e la forza mentale necessaria per portare a buon fine l’operazione. Quando si trova vicino ad un cadavere, pronuncia la parola “Fet” subito dopo aver pronunciato la parola “Hik”; tuttavia è necessaria la massima attenzione perché il rituale causa l’allontanamento dell’anima dal corpo e, di conseguenza, anche il Lama rischierebbe di morire se non pronunciasse correttamente le due parole. In realtà questo pericolo non esiste perché il Lama agisce in vece del morto e gli presta la sua voce in modo che a beneficiare dell’effetto di queste parole “magiche” sia solo il defunto. L’obiettivo si raggiunge solo quando un filo di paglia posizionato sopra il capo nel posto dove dovrebbe trovarsi il foro resta dritto senza cadere per tutto il tempo che i Lama desiderano. Infatti, pronunciare correttamente la parola “Hik”
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provoca l’apertura di un foro quasi invisibile ed è proprio lì che si andrebbe a posizionare il filo di paglia. Questa “astrazione” dell’anima del defunto si fa solo e soltanto pronunciando la parola “Hik” seguita da “Fet”. Prima di iniziare il rituale, il Lama si deve concentrare molto per fare in modo che l’anima risalga il corpo del defunto fino al cranio dove si crea il piccolo foro per l’uscita definitiva dell’anima. I Lama più esperti quando stanno per morire pronunciano da soli le parole “Hik” e “Fet”; in tal modo, potrebbero anche suicidarsi se solo lo volessero e si racconta che qualcuno lo faccia sul serio.

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La genesi della Grecia moderna è albanese
- Il substrato non greco dei Greci e della Grecia Di Salih Mehmeti

L’ossessione maniacale che ha la Grecia di fare suo non solo il presente ma anche il passato è stata ridicolizzata dal New York Times (1994) che, riferendosi ad essa, la definiva ricostruzione isterica della storia. Invece, un diplomatico europeo di cui non conosciamo l’identità, nello stesso New York Times, descriveva la posizione della Grecia come totalmente irrazionale. Le urla isteriche dei marines greci: “Greco nasci, Greco non diventi!”, sono non solo ridicole, ma sono anche l’indicatore che oggigiorno, negli ambienti aderenti all’ideologia nazionalista greca, non si ha la minima idea di cosa significhi realmente il termine “greco”, con riferimento sia alla condizione storico-culturale del passato, sia a quella attuale: condizioni che, per la verità, non devono essere confuse tra loro. La casta etnico-nazionalista in Grecia è responsabile della creazione del mito moderno della cosiddetta continuazione storico-culturale ininterrotta che, come principale obbiettivo, altro non ha se non dimostrare che i Greci odierni sono discendenti di Pericle, Platone, Solone, ecc. Oggi nella Grecia bizantina si cannibalizzano queste idee, ed essere Albanese è diventato quasi un motivo discriminatorio; ma un secolo fa non era così.

Mappa dell’Albania in cui il nome Grecia non figura da nessuna parte

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‘The Atlantic Monthly’ scriveva: ora come ora non ci sono nomi più nobili e rispettati in Atene, non ci sono famiglie più influenti nelle cerchie politiche, di quelli dei condottieri albanesi della rivoluzione del 1821, Tombazisi, Miauli e Kundurioti (1882). In verità, la genesi della Grecia moderna è interamente albanese. Ogni scrittore, cronista e storico del XIX secolo, regolarmente ci racconta la faccia albanese di quella che oggi si chiama Grecia. C. M. Woodhouse scrive: ti impressionerebbe il fatto che la maggioranza dei difensori della libertà della Grecia in quel tempo era non-greca. Secondo l’antropologo Roger Just la maggioranza dei “Greci” del XIX secolo non solo non si chiamavano Elleni (questo nome lo impararono più tardi dagli intellettuali nazionalisti) ma, nella maggior parte dei casi, non parlavano il greco bensì dialetti della lingua albanese, slava o di quella dei Vlachi. Misha Glenny, uno studioso americano dei Balcani, fa notare che i filo-elleni dell’America, dell’Inghilterra e dell’Europa venivano esortati a creare uno stato libero greco; era questo un anelito appassionato e romantico di riportare in vita la cultura ellenica del passato. Pochi di loro erano al corrente dei cambiamenti radicali che erano avvenuti nei territori delle ex città stato della Grecia classica. La maggior parte di essi rimase alquanto delusa dalla mancanza di somiglianza fisica con gli Elleni come loro li immaginavano.

Illiricum si estendeva anche nella Grecia odierna, creata dalle grandi potenze

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David Holden, autore del libro ‘Greece without Columns: the making of the modern Greeks’ afferma: per me il filo-ellenismo è una questione d’amore per un sogno che ipotizza la Grecia e i Greci non come un paese reale ed un popolo vero, ma come simboli di una perfezione immaginaria. (1972). Lo statopopolo Greco era una favola creata dall’intervento della politica occidentale – “l’idea fatale”, come la chiamava un tempo Arnold Toynbee, era esclusivamente un’illusione del nazionalismo occidentale che doveva colpire le tradizioni multi nazionaliste del mondo orientale, per poi crescere, ipoteticamente, come un bambino, nella rinascita e nella razionalità occidentale. Ma da chi era composta questa maggioranza non greca che spesso passava inosservata agli stessi occidentali che avrebbero fatto della Grecia uno stato? George Finlay, uno degli storici più devoti tra i filo-ellenici, tanto da partecipare con le armi alla rivoluzione Greca del 1821, ci dà una panoramica degli Albanesi abitanti in quel luogo che più tardi venne chiamato Grecia: Maratona, Platea, Leuctra, Salamina, Mantinea, Ira e Olimpia, sono ora popolate dagli Albanesi e non dai Greci. Addirittura, nelle strade di Atene, che per di più di un quarto di secolo è stata la capitale del regno Greco, la lingua albanese si sente ancora parlare fra i bambini che giocano per strada vicino al tempio di Teseo (Storia della rivoluzione greca 1861). Anche il francese Pouqueville mette in risalto i “colori” albanesi della maggioranza della popolazione nelle più grandi città della Grecia di quel tempo. Edmond About nel 1855 scrive: Atene venticinque anni fa era soltanto un villaggio
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albanese. Gli Albanesi costituivano ed ancora costituiscono quasi tutta la popolazione dell’Attica; e dentro le tre categorie del capoluogo si trovano paesi dove la lingua greca non viene capita. Elfiso, quasi a meta strada tra Megara e Atene, è un povero villaggio albanese… scrive Henry A. Dearborn nel 1819. In poche parole, stando alle descrizioni di G. Finlay e di altri autori, gli Albanesi popolavano tutta l’Attica e la Messenia, la maggior parte della Beozia, tutta l’isola di Salamina, Corinto, l’Argolide e altre regioni interne della Morea (Peloponneso).

Gli Albanesi combatterono, invece la Grecia fu creata dalle grandi potenze

John Hobhouse, contemporaneo di lord Byron, parlando delle dimensioni dell’espansione territoriale turca sotto il dominio di Alì Pasha Tepelena, dice che a sud viene inclusa una parte della provincia di Tebe, tutta l’Eubea, l’Attica, i territori intorno alla baia di Lepanto (Corinzio), e infine la Morea (Peloponneso), la quale era sotto dominio di uno dei suoi figli. Sami Frashëri, nella sua opera ‘Kamus Al-alam’, in cui scrive le biografie degli Albanesi più famosi, menziona sotto queste
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voci che i figli di Alì Pasha Tepelena, rispettivamente Muhar Pasha e Veli Pasha, avevano i gradi di mytesarrif (funzionario provinciale nell’impero Ottomano) di Atene e della Morea (Peloponneso). Questo ci dice che prima che venisse creato il giovane regno di Grecia, quella terra si chiamava Albania non solo sotto il profilo politico, ma soprattutto sotto il profilo etnico-linguistico. A supporto di questa tesi abbiamo una quantità enorme di documenti etnografici del tempo, che mettono in risalto il carattere albanese dei territori sopracitati. Jacob Philipp Fallemayer, che viaggiò attraverso la Grecia, incontrò in Attica, Beozia e nella maggior parte del Peloponneso una enorme quantità di Albanesi, che talvolta non capivano nemmeno la lingua greca. Se qualcuno chiama questo posto la nuova Albania – scrive lo stesso autore – gli dà il suo vero nome. Per lo studioso queste province del regno greco sono collegate con l’ellenismo quanto le montagne della Scozia lo sono con le province afgane di Kandahār e Kabul. Anche se le teorie di Fallemayer non sono universalmente accettate, possiamo dire che pure ai giorni nostri è riconosciuto che un gran numero di persone, molti abitanti delle isole dell’Arcipelago e di quasi tutta l’Attica fino ad Atene sono Albanesi – scrive A. Vasiliev, autore di interi volumi sull’Impero di Bisanzio. Sarà proprio questa popolazione guerriera albanese (della quale parlano con ammirazione tutti gli Europei del tempo) l’avanguardia della imminente rivoluzione che coronerà una Grecia indipendente. I Kundrioti - scrive Misha Glenny – erano la più potente famiglia marinara dell’isola di Idra; essi erano a capo di un significativo gruppo di guerrieri durante la rivoluzione, ed erano proprio di origine albanese. Woodhouse mette in risalto la figura del condottiero della resistenza nel Nord della baia di Corinto, Marko Boçari; i discendenti di
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quest’ultimo erano in maggior parte Albanesi. Lo stesso Lord Byron, per dimostrare che il grande spirito ellenico non era scomparso, era solito citare proprio gli Albanesi sulioti. Addirittura, nell’immaginario collettivo europeo di quel tempo, gli Elleni famosi che illuminarono con la loro civiltà l’Europa, venivano identificati negli Albanesi contemporanei. David Roessel dice: quando Disrael (primo ministro britannico) fece diventare greco l’eroe albanese Scanderbeg nel suo libro “La salita di Iskander” (1831), egli non cercava di riscrivere la storia oppure di eliminare l’identità albanese. Semplicemente egli non considerava il greco e l’albanese come termini estranei fra loro. È particolare e significativa la confessione sincera del professore greco Nicos Dimou, in un’intervista rilasciata al New York Times: noi parlavamo albanese e ci chiamavamo Romani, però poi arrivarono Winckelmann, Goethe, Victor Hugo, Delacroix e ci dissero “No! Voi siete Elleni, diretti discendenti di Platone e Socrate”, e noi abbiamo sposato quella idea. (23 giugno 2009).

Il Re Otto I con fustanella (costume nazionale albanese)

Nelle cronache della guerra per l’indipendenza gli eroi, i condottieri, i soldati erano Albanesi. A sostegno ulteriore di quanto abbiamo scritto, possiamo menzionare il fatto che, immediatamente dopo la conquista
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dell’indipendenza, quando regnava il Re bavarese Otto I, il costume nazionale albanese Fustanella fu adottato come abito ufficiale della Grecia, ed è usato tutt’oggi dalla guardia dell’esercito greco. Ecco perché le odierne bandiere del vanto greco Ellinicotica (vero greco) sono soltanto indicative della totale falsità delle loro pretese. L’essenza non greca del nome “Greco”. L’origine dei termini Grecia e Greco è illirica. La maggior parte degli studiosi contemporanei afferma che il termine greco sia riconducibile al nome ‘Graikhos’ (Γραικός), citato per la prima volta da Aristotele (‘Meteorologica’ I. XIV); un’altra interpretazione moderna, invece, è che tale nome sia stato usato dagli Illiri per indicare i Dori dell’Epiro (per i quali viene comunemente accettata in ambito mondiale negli ambienti storiografici la teoria del loro carattere parzialmente Illirico), e derivi da Graii, termine indicante un popolo autoctono dell’Epiro. Irad Malkin, storico nell’Università di Tel Aviv, sostiene che il termine Graikoi si estese nell’Italia del Sud per opera degli Illiri e dei Messapi. Henry Wesford ritiene invece che furono i Pelasgi ad introdurre il nome Graikoi, (Γραικο) in Italia; ancora, Vihlelm Ihne pensa che la diffusione di tale termine sia dovuta agli Epiroti. In questo caso, l’unicità etnica dei Pelasgo-Illiro-Epiroti diventa inconfutabile, proprio grazie al continuo interscambio dei termini Pelasgi, Illiri ed Epiroti operato da vari studiosi. George Grote, nell’opera La storia della Grecia, dice che Graikoi erano una popolazione Illirica, il cui nome significava “montanari”.

La caricatura prende in giro le grandi potenze (i poliziotti) e il giovane stato greco (il bambino vestito con la fustanella albanese)

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Osborne William Tancock riferisce che i Graeci erano una piccola tribù che viveva sulla costa Illirica. Più tardi, i Romani chiameranno tutti gli antichi Elleni con il nome generico di Greci o Graeci; più concretamente, Leonard Robert Palmer è convinto che il termine Graeci sia illirico; invece Eric Patridge attribuisce a questo nome origini pelasgiche. Malte Brun, nelle le sue elaborate ricerche volte a dimostrare la struttura ellenica della lingua albanese, dice che il termine Graia (Γραία) va ricondotto alla parola albanese Grua (donna). Anche Giuseppe Crispi, professore di letteratura greca dell’Università di Palermo, conferma l’etimologia proposta da Malte Brun; la parola Γραία significa donna (grua in albanese) vecchia; volendo, anche casalinga, nel senso di ‘una donna con grande esperienza’. Comunque sia, “Grua” è una parola antichissima. Nicholas C. Eliopulos afferma che, nella cultura romana, con la parola Graeci ci si riferiva all’identità matriarcale dei Greci. Questa opinione viene rafforzata delle tante testimonianze di autori greco-romani che, descrivendo il mondo illirico, dimostravano una grande ammirazione e rispetto per il sesso femminile. William Ridgeway, storico britannico, dice che Aristotele intendeva probabilmente riferirsi agli Illiri quando affermava che i popoli guerrieri, fatta eccezione per i Celti, hanno spesso affidato il controllo alle donne. Gli Illiri erano una ginecocrazia nel III secolo a.C. e per questo motivo non ci si deve stupire del fatto che il più grande monarca degli Illiri sia stata una donna. Ella era Teuta, regina che, nel 328 a.C., uccise gli emissari di Roma. Nella ‘Encyclopaedia Britannica’ (1911) si afferma: le donne in Illiria hanno spesso avuto una elevata posizione sociale; addirittura avevano potere militare. La testimonianza dello Pseudo-Scylax, nel Periplus (21), ci dice che i Liburni erano sottomesi al potere delle donne. Questa condizione viene interpretata, da parte di molti studiosi
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contemporanei, come una forma di matriarcato. Stipçeviq crede che abbiamo a che fare con i residui di una antica istituzione, le radici della quale si devono cercare nel periodo preindoeuropeo. Strabone, in Geographie (7.7.12), parla della casta dei sacerdoti della Dodona pelasgica, nella quale profetizzavano tre donne (ὕστερον δ' ἀπεδείχθησαν τρεῖς γραῖαι, ἐπειδὴ καὶ σύνναος τῷ ∆ιὶ προσαπεδείχθη καὶ ἡ ∆ιώνη.) Anche nelle antiche leggende pelasgiche, e soprattutto nella legenda di Perseo, si parla di tre dee chiamate Graiai . Esse, nell’immaginazione mitologica, si presentavano come tre donne vecchie, addirittura nate già vecchie. Nel dare un valore scientifico all’ipotesi che la parola graia equivalga alla parola grua (in albanese donna) veniamo confortati dallo stesso Strabone, quando scrive (VII, 2): nella lingua dei Molossi e dei Tesproti le donne vecchie si chiamavano ‘γραίας πελίας’ (graias pelias). In poche parole, l’etimologia del nome greco è riconducibile alla parola illiro-albanese gra plaka (donne vecchie), con riferimento diretto al culto della madre e della donna nell’antico mondo pelasgo-illirico. Nella molteplicità dialettale della lingua albanese troviamo rispettivamente per γραίας, al plurale graria, granini (donne) ecc. Anche più tardi l’eponimo greco (oppure graeci) sottintendeva sostanzialmente l’albanese. Il paese Piana dei Greci a Palermo è stato popolato da sempre solo da Albanesi di rito ortodosso. Negli anni ‘30 del secolo scorso, il nome di questo paese è stato cambiato in Piana degli Albanesi. Prishtina, 11 agosto 2010

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La nazione e la lingua degli albanesi
Di Sami Frashëri

Gli Albanesi parlano una delle più antiche e più belle lingue del mondo. Le lingue affini e coeve all’albanese si sono estinte da millenni e non si parlano più in nessun posto della terra. La lingua albanese ha molte affinità con il greco antico, il latino e il sanscrito (l’antica lingua dell’India), con lo zend, che era l’idioma dell’antica Persia, e infine con la lingua celtica e con quella teutonica. Quelle appena citate sono tutte lingue morte, mentre la nostra lingua, l’albanese, che fra queste è quella più antica, è viva e si parla ancora oggi come ai tempi dei Pelasgi. Senza ombra di dubbio i Pelasgi sono il popolo ariano più antico d’Europa. Ci sono molto indizi e molti racconti che confermano che i Pelasgi, che sono un popolo antichissimo, hanno parlato questa lingua che noi Albanesi usiamo oggi giorno. I nomi degli dei a cui i Pelasgi erano devoti sono stati presi dalla mitologia greca e romana; ma anche tante parole, nomi e toponimi sono identici a quelli usati nell’albanese moderno e ci dimostrano che i Pelasgi hanno parlato per migliaia di anni l’idioma degli Albanesi di oggi, quasi senza cambiamenti, oppure con così poche modifiche che, se oggi rivivesse un antico Pelasgo, noi parleremo con lui e ci capiremmo come parlano e si capiscono un Ghego con un Tosco in Albania. La grammatica della lingua albanese, le coniugazioni dei verbi, i pronomi, la costruzione delle parole, sono cosi belli e perfetti che non solo in nessuna delle lingue di oggi troviamo una grammatica simile ma neanche nei linguaggi antichi e morti vi è traccia di simile bellezza. Questa considerazione ci fa capire come la lingua albanese ci sia stata tramandata dalla notte dei tempi con pochi o quasi nessun cambiamento.
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Il segno distintivo di un popolo è la lingua. Ogni nazione si riconosce tramite la sua lingua. Le persone che parlano la lingua della nazione in cui vivono dimenticando la loro lingua madre, col tempo diventano cittadini della nazione di cui parlano la lingua. Non bisogna credere che gli appartenenti a molte civiltà che si sono estinte siano morti o siano stati uccisi: essi si fusero con altre popolazioni, ne adottarono la lingua, divenendo in tal modo parte indistinta di essi. Così si sono estinti i Frigi, i Traci, e molte altre popolazioni che non erano pelasgiche, e cioè albanesi come noi; perciò queste popolazioni oggi non esistono più e sono state dimenticate, avendo esse perso la loro lingua. Ma i popoli che vivono in quel paese che oggi si chiama Albania hanno custodito gelosamente la loro identità lessicale, e cosi nel paese delle aquile anche oggi si parla la lingua degli antichi Pelasgi. Come è possibile che gli Albanesi abbiano conservato il proprio idioma integro e incontaminato per un così lungo tempo? Come mai la lingua albanese non è cambiata nel tempo anche se non ha avuto un suo alfabeto e libri, e non è mai stata insegnata nelle scuole, quando lingue scritte e create con tanta cura sono cambiate così tanto nel tempo che oggigiorno ci sembrano un’altra lingua, differente da quella originaria? La risposta a queste domande è semplice: gli Albanesi hanno mantenuto la propria identità nazionale e linguistica non mescolandosi con altre popolazioni, e non permettendo agli stranieri di entrare nel loro paese. Il restare lontano da ogni cosa che non fosse albanese, e vivere sulle montagne incontaminate, ha permesso agli Albanesi di conservare la propria nazione e la propria cultura. Per quanto riguarda la questione per cui gli Albanesi non hanno mai pensato di codificare con la scrittura il loro linguaggio, ciò è un grande mistero. Non stiamo parlando di quelle piccole tribù ( Pelasgi e Illiri) che vivevano sulle montagne e non
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sentivano il bisogno di scrivere, tanto da non pensare neppure ad una cosa simile, ma dei Macedoni, che avevano un impero sofisticato, così come il regno di Pirro d’Epiro e di Teuta in Illiria: come mai non hanno sentito il bisogno di scrivere nella loro lingua? Filippo di Macedonia, che voleva espandere il suo regno ed invadere la Grecia, perché non ha fatto si che si scrivesse nella sua lingua, affiancandola così al greco? E’ probabile che Alessandro il Grande non ne abbia avuto il tempo, ma i Tolomei, che introdussero la lingua greca ad Alessandria, come mai non pensarono alla loro lingua d’origine? Come mai non crearono un alfabeto, vedendo che tutti i popoli dell’Asia e dell’ Egitto ne utilizzavano uno precipuo? Gli antichi Romani impararono la filosofia studiando la lingua greca, ma avevano un proprio alfabeto e un proprio linguaggio: il latino, e possedevano una propria letteratura. Johan George von Hahn (1811-1869), il grande filologo tedesco, che ha scritto tanto sull’Albania, ha trovato in questo paese una pietra con delle lettere incise, presumibilmente riconducibili ad iscrizioni albanesi. Queste lettere somigliano molto a quelle dell’alfabeto fenicio, ma non sono fenicie. Queste lettere non sono state ritrovate da nessun’altra parte e non ci sono indizi tali da far ritenere che si usassero in Albania. Alcune tombe ed altre iscrizioni in lettere greche rinvenute in Asia Minore, cosi come altre epigrafi scritte con lettere latine in Etruria, in Italia, sembrano essere state opera dei Frigi o degli Etruschi, e somigliano molto alla lingua albanese. I Frigi e gli Etruschi erano popolazioni pelasgiche e cioè albanesi. In varie epoche gli Albanesi hanno scritto la loro lingua con gli alfabeti che conoscevano meglio: certe volte con lettere arabe, a volte greche o latine. Questo è successo perché gli Albanesi non hanno mai pensato di redigere un alfabeto per la loro lingua. Cosi la lingua albanese è rimasta fino ai nostri tempi una lingua non scritta.
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L’etimologia della parola arte
Di Stanislao Marchianò

Il testo che viene proposto risale alla seconda metà dell’800; contiene termini, strutture verbali, costruzioni del periodo molto arcaici, se li confrontiamo col modo di scrivere e parlare del XXI secolo. Per renderlo più comprensibile ai lettori moderni è stato fatto un lavoro quasi di traduzione, sperando che tuttavia lo spirito originario dell’opera sia rimasto inalterato. Per fissare un’epoca approssimativa dell’origine della lingua pelasga o albanese nella vasta regione caucasica in Asia, secondo il nostro avviso, ogni congettura diventa quasi impossibile e la mente umana, che vi si volesse applicare, si perderebbe nei vortici del tempo: possiamo al contrario poi francamente affermare che in Europa detta lingua suonò in tempi molto anteriori all’invasione dei Fenici, e moltissimo prima della lingua greca, alla quale prestò i radicali, i caratteri e i suoni dei caratteri, ragione per la quale divenne ricchissima ed estesa. La lingua pelasgo-albanese venne detta barbara perché, secondo i Cadmei, tutto ciò che non era greco era barbaro; e barbari furono tenuti i poveri pelasgo-albanesi; anzi, in conformità di ciò, troviamo opportuno riportare qui appresso quel che Platone riferisce nel Cratilo con le seguenti testuali parole, tradotte in idioma italiano: Se tu non trovi la derivazione dei greci nomi nell’idioma dei greci medesimi, cercala in quello dei barbari (cioè pelasgoalbanesi), dai quali assai vocaboli i Greci han preso. Barbari quindi e bilingui vengono anche oggi giorno dagl’Italiani detti tutti gli Albanesi generalmente stanziati nelle meridionali provincie, e spesso poi denominati Greci.
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Ammessa una volta per tutte l’esistenza di un popolo cosi antico, la lingua da esso parlata non può essere che primitiva. Una lingua primitiva non può essere che rozza, aspra, piena di consonanti, ed in gran parte abbondante di vocaboli monosillabici. Tale è la lingua pelasgo-albanese, come si potrà riscontrare dalle seguenti parole: Ferr (spina, roveto), Gardh (siepe), Pret (taglia), Thik (coltello), Lop (vacca), Shtjerr (agnello), Zërk (nuca, collo), Diell (sole), Lum (fiume), che ha molta analogia con flumen dei latini e fiume degl’Italiani. Burr (uomo), donde l’italiano burro, che è il fiore, il grasso del latte, e il vocabolo latino Vir. Bir (figlio), At (padre), Ëma (madre), Motër (sorella), Plot (pieno). Noi potremmo qui riportare migliaia di vocaboli di natura simile, ma ci fermiamo per non annoiare troppo i nostri lettori. Una nazione si dice viva, nel fiore della vita, allorché possiede una letteratura propria. Quindi vive la nazione tedesca perché vive la letteratura tedesca: vive la francese, vive l’italiana perché l’una e l’altra posseggono la loro letteratura. Al contrario si definisce morta quella nazione che non possiede o manca della propria letteratura. In vero, l’idioma degli Albanesi attuali dell’Asia, della Grecia, della Turchia e dell’Italia, unico avanzo del più antico popolo del globo, esistendo soltanto in forma orale, non ha consentito che ci pervenissero documenti scritti; quindi non avendo quel popolo la propria letteratura, la sua lingua sta per finire. Tra gli Albanesi d’Italia in varie epoche emersero gagliardi e robusti ingegni. Scrissero nella propria lingua belle poesie, bellissimi canti, scrissero topografie, monografie, composero persino epopee, tradussero la Bibbia; ma i loro scritti ebbero la vita di quel fiore che all’alba rallegra chiunque s’avvicina col suo profumo fino a mezzogiorno; poi, appassito perché poco curato, alla sera, chinato sul suo stelo inaridito, finisce per essere da tutti disprezzato.
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Gli Albanesi, se potessero nella loro totalità unirsi in un Regno, certamente formerebbero una seria e formidabile nazione; ma, sventuratamente, sparpagliati e disseminati in diversi punti della terra e, quel che è peggio, in disaccordo tra loro, non possono formare una Nazione, quindi non possono avere una propria letteratura. La lingua albanese non è altro che la lingua dei cosiddetti Pelasgi. Essa è antichissima, è primitiva, è autonoma, non deriva da altra lingua. Assodato dunque quanto riportato precedentemente, è per noi abbastanza agevole, con la guida di questa antichissima lingua, poter trovare l’etimologia della parola Arte, avvolta nell’oscurità del tempo. L’etimologia, per esser vera, bella e dilettevole, non deve poggiare sopra induzioni fantastiche, sopra arzigogoli; non deve crearsi, come si è soliti fare, per sottrazione di sillabe, o sostituzione di lettere; né inventarsi per esistenti o immaginari dialetti: invece l’etimologia deve poggiare sopra verità, deve essere spontanea, e contenere in sé tutto il senso, la filosofia del vocabolo primitivo da cui si vuol dedurre la natura ed origine della parola derivante. Il vocabolo Arte, nell’idioma albanese, è un sostantivo, per cui gli Albanesi, per indicare “che cosa sai fare?”, “che prodotti, che produzioni sai fare?”, dicono: Cië Art di e bën ti?-Ç’farë Arti di dhe bën ti?, Cië Art ësct ckiò?- Ç’farë Arti është kjo? (che produzione è questa?). Deriva dunque dalla radice del verbo Ardhur che significa produrre, nascere, pervenire. Dalla coniugazione di questo verbo nei suoi modi, tempi, numeri e persone abbiamo Erdh che significa è prodotto, è nato, è pervenuto. Onde gli albanesi per dire: “è pervenuto, è nato il sole” dicono: Erdh Dieli o Dielli. Art è il presente dell’imperativo, pervenga, produca, nasca; onde Art tij e mira (nasca, avvenga, si produca a te il bene). Art tij e liga (avvenga, si produca a te il male). Chi non vede in tale etimologia
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l’armonia, la filosofia e l’analogia della parola ARTE col vocabolo primitivo della lingua albanese?

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La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica
Di Yllka Lezo

Dove sia collocato il sito dell’antico tempio di Dodona è un argomento che spesso ha fatto discutere gli studiosi. Negli anni Trenta del secolo scorso, Perikli Ikonomi, con il suo libro "Tomori dhe Dodona pellazgjike" (La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica), cercò di dimostrare che il sito del santuario di Dodona si trovasse proprio in Albania. La leggenda narra che, tanto tempo fa, due colombe presero il volo dall’Egitto. Una di loro si fermò in Libia, dove venne poi costruito il tempio dell’Amon Zeus; l’altra colomba, invece, si fermò a Dodona. Proprio lì sorse il tempio del più famoso oracolo dell’antichità: l’oracolo di Dodona, predecessore dell’oracolo di Delfi. Oggi sappiamo che il tempio di Amon Zeus si trova in Libia; la questione della collocazione dell’oracolo di Dodona è più complicata. Un gran numero di studiosi sostiene che l’antico tempio si trovasse nel territorio dell’odierna Grecia, e più precisamente ai piedi della montagna Tammaros; più o meno, diciotto chilometri da Giannina. Un gruppo minore di studiosi invece, dei quali fa parte anche Perikli Ikonomi (1882 – 1977), non è d’accordo con questa collocazione del tempio di Dodona. Nel 1934 Perikli Ikonomi inizia a scrivere La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica, uno studio attraverso il quale cerca di dimostrare che il tempio di Dodona si trovasse proprio sulla montagna di Tomor (Berat, Albania). Inizialmente, nel 1936, egli pubblicò questo studio a proprie spese in edizione ridotta. Una copia di questa edizione é conservata dai suoi familiari; un'altra copia, invece, si trova nel museo storico nazionale d’Albania. Dopo quasi otto anni, di questo studio fu fatta una ristampa. Per dimostrare la sua tesi circa la collocazione dell’antico tempio di Dodona sulla
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montagna di Tomor, Ikonomi cita i seguenti argomenti: l’etimologia della parola Tomor, le descrizioni degli autori antichi e le somiglianze geografiche di questi due siti (Tomor e Dodona), e anche alcune leggende vive nelle menti di coloro che abitavano nei pressi della montagna di Tomor. Fin dalla prima pagina di questo libro l’autore ci indica i motivi di questa ricerca. Egli è fermamente convinto che l’antico oracolo di Dodona si trovi proprio sulla montagna di Tomor. L’autore riferisce che un folto gruppo di studiosi albanesi abbia la convinzione che la Dodona dell’Epiro (quella della montagna Tammaros a Giannina), sia soltanto una copia più recente dell’originale, che invece si trova senz’ombra di dubbio sulla montagna di Tomor, nella regione che in Albania si chiama Toskëri. Per Ikonomi è molto importante la somiglianza dei nomi delle due montagne: Tammaros, Tomor. Poi egli spiega l’etimologia del nome Tomor. Lo storico sostiene che la montagna di Tomor veniva considerata l’abitazione del dio dei Pelasgi, e cioè degli antichi Albanesi. Oltretutto, secondo la sua tesi, la montagna di Tomor era chiamata mal i të mirit (montagna del bene) e, per questo motivo, i sacerdoti dell’oracolo di Dodona venivano chiamati Tomurë (i buoni). “Nel linguaggio popolare degli Albanesi, ogni posto sacro si chiamava e continua a chiamarsi anche ai giorni nostri, nella maggior parte dei casi, “vend i mirë” (posto buono). In questa frase, l’aggettivo “i mirë” (buono) prende il significato “sacro”; di conseguenza, il nome della montagna di Tomor significa “la montagna di Dio” (traduzione libera). Poi Ikonomi imprime maggior forza alla sua tesi affermando che i sacerdoti di Dodona, che erano anche preveggenti, si chiamavano Tomuri e le loro previsioni Tomure. Tomar oppure Tmar era il nome della montagna presso o addirittura sopra la quale era collocato l’oracolo di Dodona, conosciuto diversamente come il santuario sacro dei Pelsagi.
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Ma queste osservazioni non bastano per provare la sua tesi. Così egli prende in esame tutte le possibili testimonianze storiche. Un intero capitolo è dedicato alle testimonianze di autori dell’antichità come Erodoto, Esiodo, Plinio, Plutarco, Strabone, ecc; testimonianze queste che allontanano Dodona da Giannina e lo portano nel Nord di Toskëri-a. Una delle fonti che Ikonomi cita è quella di Stagira: “Nella pagina 28 delle note in cui parla di Dodona, egli menziona come indefinita la collocazione della montagna di Tomor. Lo stesso autore ci dice che altri studiosi collocano questa montagna più a settentrione del monte Pindus. Inoltre lo stesso autore afferma che i Molossi erano più famosi dei Kaoni, e che essi (i Molossi) vantavano anche l’esistenza del famoso tempio di Dodona nella loro regione” (traduzione libera). Prendendo spunto dagli scritti di questi autori e geografi antichi, i quali forniscono preziosi dettagli sul tempio di Dodona, Ikonomi arriva ad una chiara ricostruzione di dove sia collocato effettivamente questo luogo di culto. Ma il suo lavoro non finisce qui. Dopo aver esaminato le descrizioni di questi autori, nell’ultimo capitolo del suo libro egli raccoglie ed espone alcune leggende sulla montagna di Tomor e sui luoghi circostanti. Una di queste leggende narra che sulla montagna di Tomor abitavano le sorelle di Dodoni, dalle quali si recavano gli antichi re per domandare sul loro destino e sul destino del loro regno. Secondo un'altra leggenda, invece, sulla vetta della montagna si trova scolpita sulla roccia la figura di una donna anziana che sta accudendo una capra e un capretto. Leggenda questa che, secondo Ikonomi, può avere analogie con quella della capra Amaltea, che allattò Zeus bambino, quando sua madre Rea lo nascose a suo padre Crono, che mangiava i propri figli. Fra Perikli Ikonomi e la montagna di Tomor esisteva un
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legame particolare, che non era il semplice legame fra uno studioso e l’oggetto dei suoi studi. Due parole su Perikli Ikonomi. Nato nel paese Vokopolë di Berat, in Albania, egli conosceva meglio che chiunque altro questo borgo e le leggende che intorno ad esso circolavano, molte delle quali strettamente legate alla sacralità della montagna di Tomor. Perikli Ikonomi appartiene ad una famiglia che per diciassette generazioni ha annoverato sacerdoti tra i suoi componenti. L’ultimo di essi era il padre di Perkli, Papas Pavli. Ma Perikli non avrebbe seguito questa tradizione di famiglia. I primi studi li fece a Berat, presso l’esponente della Rilindja (Rinascita) albanese Babë Dudë Karbunara (1842-1917); proseguì poi gli studi a Corfù, dove conobbe Ismail Qemali, il quale risvegliò nel giovane Perikli Ikonomi il sentimento dell’amore per la patria. In seguito si formò come specialista in psicologia in una delle scuole balcaniche più prestigiose del tempo: il ginnasio Zosimea di Giannina. Dopo il suo ritorno in Albania, nel 1916, cominciò ad insegnare a Berat, e poi nelle scuole di tutta l’Albania. Oltre ad insegnare egli scrisse e pubblicò a sue spese libri didattici. Perikli Ikonomi fu uno dei padri fondatori dell’istruzione in Albania. Per questo motivo in questa nazione nel 1956 meritò il titolo di “Mësues i merituar” (Maestro emerito). Morì nel maggio 1977.

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