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RITRATTO DI UOMO IN…”GRIGIO”

Questo è un saggio del misterioso autore HS (Helter Skelter), apparso per la prima volta il
22/07/2010 sul sito Come Don Chisciotte

Bisogna ammetterlo in assoluta tranquillità: il complottismo portato all’eccesso e all’estremo non ha
mai pagato e non pagherà mai, perché tenta nella quasi totalità dei casi a far “entrare tutto” in una
grande congiura ideata e portata avanti, magari nei secoli dai secoli, da una tenebrosa e monolitica
congrega che soggioga le masse naturalmente ignare ed imbelli cercando di conferire a quel “tutto”
i crismi della plausibilità e della verosimiglianza. A conti fatti il giochino non funziona e la
macchina fatica ad avviarsi nonostante il “complottismo” si sia imposto all’attenzione anche del
grande pubblico – vedi il caso letterario di Dan Brown – semplicemente perché quel “tutto” rifiuta
di adeguarsi alla pura e semplice realtà. Sicuramente il mondo – e quando pensiamo al mondo
abbiamo in mente l’Occidente ossia gli USA, l’Europa e parte dell’Estremo Oriente asiatico – è
stato sottoposto a processi determinati dallo sviluppo capitalistico e neocapitalistico che hanno
diffuso anche diffuso l’attuale (sub)cultura appropriativa, materialista, individualista, consumista ed
edonista. Per inferire l’azione di un pugno di potenti in associazione fra loro ce ne corre!

Se c’è qualcosa di fondamentale che abbiamo appreso da codesto nostro piccolo universo
materialistico e speculativo è che il Potere gioca a fottersi. Mi spiego meglio: indirizzate la vostra
mente e i vostri pensieri verso l’economia, l’imprenditoria, la finanza, la politica, le grandi
istituzioni nazionali ed internazionali, i corpi militari, la cultura, l’informazione, i media, il
giornalismo e anche verso quel grande circo virtuale allestito dal mondo dello spettacolo – almeno
in quegli ambiti che veramente contano – e vi accorgerete che la realtà è molto ma molto banale.
Siamo al cospetto di uomini spesso tanto troppo minuscoli ma ambiziosi e meschini, disposti a tutto
e prima di tutto alla prostituzione morale ed intellettuale, disponibili a qualsiasi avventura che a loro
giovi e che, potenzialmente, sono “avversari di tutti” e specialmente ostili fra loro per il potere, per
il denaro e per interesse. Le amicizie sono alleanze spesso, molto spesso, aleatorie e dettate dalla
contingenza.
Certo, i club del potenti, dei ricchi, degli abbienti, di quelli che contano insomma, sono esclusivi e
negano l’accesso alle moltitudini. Tali erano e sono sempre stati – per citare i casi più clamorosi e
citati – la CFR, il Bildenberg, la Trilateral, l’Aspen, il club Roma, la loggia P2, ecc…
L’autentica e genuina certezza che dovrebbe guidare i nostri argomenti è quella di essere fuori dai
giochi di potere che decidono anche del nostro destino, giochi che costano lacrime e sangue agli
stessi giocatori, come la Storia non ha mancato di ribadirci… La socratica consapevolezza di “non
sapere” e, perciò, di essere (quasi) mondi o mondati dai pregiudizi che, invece, spesso guidano le
ricostruzioni storiche e cronachistiche fornisce il potente stimolo di ricercarla, quella Verità, e di
non stancarsi mai… Occorre montare pezzo per pezzo quel Contesto in modo da poter inserirvi gli
attori della rappresentazione e farli muovere come soggetti dotati di senso. Purtroppo oggi mancano
intellettuali, autori e uomini di cultura in grado di poter realizzare operazioni del genere superando
da un lato la soglia del Pregiudizio e dall’altro quella del Vuoto spesso immerso nella marea di
parole inutili o incomprensibili. E’ questo l’autentico intellettuale: un uomo che, oltrepassando i
confini stessi della sua estrazione culturale nella ricerca, riesce a proporre una visione lucida e
complessiva delle cose.
A tale proposito altri non mi viene in mente se non il poeta, scrittore, saggista e regista Pier Paolo
Pasolini come intellettuale votato alla ricerca ed alla narrazione della Realtà. Terribilmente
profetiche le pagine sulla transizione italiana (e occidentale) dalla modernità alla postmodernità
neocapitalista ed edonista, di un’attualità sconcertante quelle sulla crisi della politica, singolari e
naturalmente scomode le parole versate sugli “opposti estremismi” e sulla loro sostanziale
insincerità in contesto neocapitalistico che tutto fagocita e al, contempo, su una gioventù allo
sbando, carnefice e vittima, preda delle mille manifestazioni della violenza e articolo in vendita di
una società che già si identificava con il Mercato. Il crudele e censurato “film- testamento” del
grande regista friulano “Salò”venne girato per condensare questo lucido e potente pessimismo senza
sconti per nessuno. Anche per questo la sua visione è sconsigliabile…

Come, cari lettori, ben sapete, il cuore di Pasolini si arrestò il 2 novembre 1975. Il suo corpo
martoriato, seviziato, violato e quasi esposto al ludibrio venne rinvenuto nelle vicinanze del Lido di
Ostia. Si insinuò e si accreditò la versione del regolamento di conti nell’ambiente dei “froci”, delle
marchette e della prostituzione minorile anche per poter meglio infangare la memoria del lavoro
dell’artista e dell’intellettuale Pasolini. Sostanzialmente solo la cerchia di amici del poeta – l’attrice
e cantante Laura Betti, il collaboratore Sergio Citti e pochi altri – si sono battuti perché una verità
diversa venisse a galla. Poteva il solo e fragile diciassettenne Pelosi ridurre in quello stato il corpo
di un uomo maturo? Più verosimile l’ipotesi di una spedizione punitiva di elementi provenienti dal
mondo del neofascismo romano e della malavita comune per dare una lezione a un “frocio
comunista” avanzata tra gli altri dal politologo Giorgio Galli. Insomma una spedizione punitiva
sullo stile dello stupro subito dalla moglie del premio Nobel Dario Fo, Franca Rame, ma degenerata
in tragedia. Si fa strada, però, con il passare degli anni la tesi più inquietante: Pasolini sarebbe stato
ucciso per quel che aveva scritto sulla stagione di stragi e violenze, per quel suo ultimo e misterioso
romanzo “Petrolio” che prometteva rivelazioni scottanti sulla più recente storia d’Italia, insomma
per quella che dovrebbe essere l’attività di un intellettuale autentico e non supino di fronte al Potere
o a ragioni di parte…

L’ultimo intellettuale del nostro paese - di razza e marginale sotto alcuni punti di vista – è stato
barbaramente assassinato !

Vien da sorridere, ma recentemente il nome di Pasolini si è o è stato accostato a quello del senatore
forzista Marcello Dell’Utri, uno dei pezzi da novanta della Mediaset berlusconiana. Stimato uomo
di cultura e accanito bibliofilo, Dell’Utri non ha potuto godersi la sua fetta di prestigio e di potere in
santa pace in tutti questi anni a causa dell’inchiesta giudiziaria palermitana sui suoi “trascorsi”
mafiosi. In effetti fa ancora una certa impressione l’intervista concessa dal povero giudice
Borsellino ai giornalisti francesi e recentemente fatta pubblicare in DVD dal “Fatto Quotidiano” ! Si
aggiunga che negli ultimi due anni il paese è stato investito da una serie di scandali che hanno dato
avvio ad altrettante inchieste giudiziarie e che coinvolgono soprattutto personalità di rilievo di
questa maggioranza capitanata dalla PDL berlusconiana o a imprenditori e uomini d’affari ad essa
contigui (si pensi solo allo scandalo della Protezione Civile all’Aquila ben documentato dal film
della Guzzanti “Draquila”). E’ in tale situazione che il nostro senatore fa un notevole salto indietro
nel tempo – una quarantina d’anni circa – riportandoci agli anni in cui l’intellettuale Pasolini
agevolò la sua condanna a morte per la sua frenetica ed incessante attività giornalistica ed il suo
impegno civile per la Verità. Che fa il bel Marcello? Annuncia il ritrovamento del misterioso ed
oscuro capitolo del romanzo “Petrolio” intitolato “Lampi sull’ENI” nel quale si accusa piuttosto
esplicitamente l’ex vice di Enrico Mattei e poi successore alla guida dell’ENI Eugenio Cefis di aver
causato la morte del fondatore dell’ente energetico pubblico simulando il famoso incidente aereo.
Nell’attuale fase della convulsa e disturbante politica italiana è sicuramente in atto un conflitto o
una serie di scontri di potere finalizzati , probabilmente, destinati a sconvolgere gli attuali equilibri
ed assetti nel lungo periodo (Berlusconi versus Fini; D’Alema versus Veltroni; Casini e Rutelli “in
mezzo”) su cui, tuttavia, non vogliamo addentrarci perché ci porterebbero lontano dalla nostra
narrazione. Ritengo, invece, che la rivelazione di Dell’Utri sia di estremo interesse e non perché io
creda che egli sia effettivamente in possesso di quelle famose pagine che possono avere tracciato il
tragico destino di Pasolini. La sortita del bel Marcello è un bluff, una bufala come lo fu a suo tempo
la notizia del ritrovamento dei diari di Mussolini. Il comportamento di Dell’Utri si comprende,
invece, proprio in quella logica e in quel costume mafioso e paramafioso che non è appannaggio
esclusivo di Cosa Nostra ma patrimonio della politica e più in generale del mondo del Potere,
soprattutto, qui in Italia. Il dizionario di quel Potere è fatto da messaggi apparentemente criptici e di
allusioni. Con il caso dei “Diari di Mussolini” Dell’Utri – probabilmente su input dello stesso
Berlusconi – ha voluto gettare un ponte verso la destra più estrema anche per poter mettere in
difficoltà il postfascista ed attuale “neoconservatore” Gianfranco Fini.
Se, allora, Dell’Utri ha annunciato il bluff del capitolo “Lampi sull’ENI” non è per amore di verità
o di cultura, ma, assai più probabilmente, per lanciare un avvertimento in stile mafioso.
Chi ha seguito le vicende giudiziarie dell’incidente aereo di Bascapè in cui perì Enrico Mattei si
ricorderà che era stata abbracciata la tesi di un’esecuzione del sabotaggio affidata alla mafia
catanese dei Calderone e Di Cristina grazie alle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia.
Infatti l’aereo privato del presidente dell’ENI era partito da Catania… La domanda che a me sorge
spontanea è la seguente: se Dell’Utri non è effettivamente in possesso delle pagine mancanti del
libro di Pasolini come può aver alluso alla morte del Presidente Mattei?
Accertato che, nel migliore dei casi, Dell’Utri ha anche frequentato mafiosi di grosso calibro, non è
forse possibile che, fra costoro, qualcuno gli abbia passato la preziosa informazione circa le
responsabilità su quel cadavere che pesa nella storia della Repubblica in quanto anche Cosa Nostra
è implicata e soprattutto a livello di esecuzione? Perché riesumare una storia che ha quaranta –
cinquant’anni – in questo momento? Quali cointeressenze c’erano dietro la morte di Mattei? Chi
erano i mandanti? Naturalmente, se questa è l’autentica linea di condotta del senatore Dell’Utri, non
ci si può aspettare che finalmente venga fatta chiarezza su taluni grandi Misteri della storia italiana
più o meno recente. L’unico intento è quello di lanciare messaggi a determinati ambienti…
Potere che ricatta e dialoga con il Potere…

C’è una grande fotografia in ogni bel Palazzo che si rispetti…

Nella fotografia che mi immagino c’è una manciata di individui sorridenti, fieri di sé, tronfi nelle
sicurezze garantite dall’enorme successo (e ricchezza) che la vita ha concesso loro…

A prezzo di sudore, lacrime e sangue…

Gruppo di famiglia in un Inferno tragicamente e ostentatamente umano…

In quella fotografia mi immagino i volti di Agnelli, De Benedetti, Gardini, l’immancabile
Berlusconi – sempre molto attento alla sua “visibilità”- Cuccia e – perché no? – anche un Michele
Sindona tanto dileggiato da morto per le sue amicizie ed alleanze massoniche e mafiose quanto
apprezzato in vita da importanti autorità e personalità americane ed italiane…

Sono quei pochi esponenti della grande imprenditoria e della grande finanza che possono
permettersi di guardare la politica e i politici dall’alto al basso. In fondo, anche da politico e uomo
di governo, Berlusconi, uomo certamente poco incline al compromesso, ha costantemente tenuto
questo atteggiamento…

Ci sono pochi altri… Veramente pochi…

Ci sono esponenti della massoneria nazionale ed internazionale che è come la RAI e contiene tutto e
di più…

Sono presenti i veri boss delle organizzazioni mafiose nazionali ed internazionali…

Spiccano alcune personalità internazionali…

Qualcuno non c’è più, ma è meglio tacerne la dipartita…

Qualcun altro si gode la pensione e qualcuno ancora gioca coi soldatini…
Nonostante qualcuno lo neghi in quella foto è visibile il volto gioviale del Presidente dell’ENI
Enrico Mattei…

Più defilato, si possono scorgere anche i lineamenti dell’uomo che lo affianca…

Quell’uomo, compagno d’arme nella Resistenza di Mattei, è Eugenio Cefis…

E’ il ritratto di un uomo in “grigio”…

Ma come avviene l’”incontro” a distanza fra un intellettuale come Pier Paolo Pasolini e
un’eminenza (grigia) come Eugenio Cefis? Sappiamo che negli ultimi anni della sua vita, nei
terribili anni Settanta, quando si dedicò anima e corpo ai famosi e indimenticabili “Scritti Corsari”
sul Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, il vitalismo disperato dello scrittore era mutato in
pura disperazione. Figlio intimamente adottivo di una cultura agreste e antica, dotato di finissima
sensibilità e di ottimo spirito di osservazione, Pasolini scriveva di un paesaggio – quello italiano –
che si stava trasformando repentinamente e in maniera devastante producendo effetti disastrosi su
una cultura ormai soppiantata dalla (sotto)cultura urbana. Fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio
degli anni Settanta si impone quella “rivoluzione antropologica” all’insegna del piacere e dei
consumi che etichetta come “nuovo fascismo” totalizzante e “americanizzante”. Ma che rapporto si
può instaurare fra questa mutazione dettata dai tempi del neocapitalismo consumista e la cosiddetta
“strategia della tensione” su cui Pasolini ha condotto una riflessione lucida e puntuale quanto
singolare – si legga a tal proposito e con attenzione “Il romanzo delle stragi”? La sensazione che si
ricava dalla lettura degli articoli sul Corriere è che in buona misura la stagione dei golpes, delle
stragi, del terrorismo e della violenza diffusa sia stata voluta da potentati economici e politici –
nazionali ed internazionali – per far digerire agli italiani il nuovo corso in atto. Da società agreste e
fondata soprattutto su un tessuto di imprese artigiane alla società postmoderna, terziaria, dello
spettacolo e del divertimento imperanti; da comunità ancora attraversata da differenze culturali di
classe alla massa “liquida” e immersa in un indifferenziato ceto medio dalle spiccate tendenze
individualiste; dall’identità nazionale forgiata con il contributo delle varie ideologie politiche e della
fede religiosa alla preoccupante mancanza di valori connessa ai meccanismi e agli imperativi del
Mercato, ecc… Sviluppando la riflessione e l’argomento della violenza “politica” il poeta conclude
che non è effettivamente tale… Al di là delle comode etichette “rosse” o “nere” quei giovani che
sono coinvolti negli episodi più gravi ed esecrabili di quegli anni – compresi quelli di semplice
delinquenza comune e teppismo, possiedono un’identità molto labile e sono soprattutto i figli della
nuova società dei Mercati e dei consumi. Ricchezza, possesso, volontà di potenza e il piacere nelle
sue varie forme sono le reali molle che farebbero scattare la brutalità. Se ne deduce tranquillamente
che quei giovani – ma mi verrebbe da aggiungere i giovani in genere e in tutti i tempi e luoghi –
sono facilmente manipolabili e strumentalizzabili da chi veramente conosce e soddisfa le esigenze
del Potere… Non manca il fanatismo e non fa difetto l’esaltazione ideologica, ma, al di là degli
slogan e delle parole, il Potere può usare gli “opposti estremismi” e la carica di violenza giovanile
proprio per la debole identità di tali soggetti. Pasolini allude chiaramente ad una fase iniziale –
avviata alla fine degli anni Sessanta – in cui la “strategia della tensione” è funzionale alla “crociata
anticomunista” e contro le sinistre e ad una successiva nella quale, invece, viene praticata la
“crociata antifascista” anche per liberarsi di scomodi compagni – pardon camerati! – di viaggio. Si
comprende che, sostanzialmente, quegli “opposti estremismi” non rappresentavano dei pericoli
concreti e reali per i Poteri che contano, ma degli utili spauracchi da agitare per rendere più agevole
la trasformazione antropologica di cui sopra e l’affermazione completa del Mercato.
Ma quali erano, quali sono i Poteri che contano?
Non certo la DC con i suoi uomini che sopravvivono a loro stessi e sono un comodo paravento.
Se i democristiani sono colpevoli e, in quanto tali, processabili da un tribunale “simbolico”, gli si
può imputare quel malgoverno e quella corruzione che hanno fatto deragliare l’Italia in questa
delicata fase. I maggiori esponenti di governo democristiani – i vari Andreotti, Fanfani, Rumor,
Taviani, ecc… - conoscono parecchi particolari della “strategia della tensione”, ma non sono i
mandanti di “alto livello”. Essi hanno soprattutto coperto, depistato e insabbiato grazie alla
Magistratura e ai servizi segreti impedendo l’accertamento della Verità.
Il Potere risiede altrove, in uomini più moderni e spregiudicati e si comprende come Pasolini
pensasse soprattutto a forze e soggetti economici e finanziari. Senza timore parla di “Potere
Invisibile”, non perché ritenesse che ci si trovasse al cospetto di dinamiche “impersonali”, del
“potere delle cose” (si pensi alla TV). In realtà Pasolini voleva riempire quel vuoto di informazioni
e qualche nome lo conosceva…
Per quel che concerne la “strategia della tensione” la sua attenzione era rivolta a quegli ambienti
scaturiti dalla Resistenza “bianca” antifascista ma anche anticomunista e, perciò, nella posizione
ideale e privilegiata di poter controllare e utilizzare gli “opposti estremismi”, i “rossi” e i “neri”.
Il romanzo mai scritto di Pasolini – “Petrolio” – insiste parecchio su questo aspetto, ma i riferimenti
non alludono ai vari Sogno, Pacciardi o Fumagalli, tutta gente con un passato nelle Resistenza
antifascista ma anche con forti venature anticomuniste– filoamericana e filoinglese - e ancora sulla
cresta dell’onda negli anni Settanta perché impegnata nelle varie “crociate”. Il “Petrolio” romanzato
da Pasolini è quello dell’ENI e dei due protagonisti – Bonocore e Troya – che altri non sono se non
le due figure che hanno fatto la storia dell’ente petrolifero, Enrico Mattei ed Eugenio Cefis,
compagni nella stessa brigata partigiana operante in Lombardia, quella cattolica e repubblicana di
Alfredo di Dio. Dal punto della documentazione storica è riconosciuto il grande ruolo nella
Resistenza sostenuto dal futuro Presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero e proprio capo militare delle
formazioni cattoliche del CLN. Animatore assieme ad Aldo Moro e a Paolo Emilio Taviani della
FVL – Federazione Volontari della Libertà – che raccoglieva i partigiani anticomunisti, quelli che,
per ovvie motivazioni politiche, non potevano aderire alla “sinistrorsa” ANPI. Se risulta piuttosto
arduo ritenere che Mattei fosse fra i promotori della GLADIO, la cellula italiana della STAY
BEHIND, la rete paramilitare filo atlantica allestita dagli Alleati americani ed inglesi per contrastare
i comunisti sovietici, è tuttavia innegabile come dalla FVL venissero reclutati parecchi “gladiatori”.
Lo stesso Mattei si gioverà della collaborazione di molti ex compagni della Resistenza per
intraprendere l’avventura dell’ENI fra cui lo spregiudicato Cefis. Pasolini ravvisa sostanziali
differenze fra i due uomini come dimostrano i due cognomi affibbiati ai protagonisti del romanzo
“in formazione”. Ci sono pochi dubbi: lo scrittore giudicava Cefis – spregiudicatamente
filoamericano – responsabile di comportamenti “doppiogiochisti” e di aver provocato la morte del
comandante di Dio durante la Guerra. Costretto alle dimissioni dalla carica di vicepresidente
dell’ENI da Mattei per aver scartabellato nei documenti riservati del Presidente, è il maggior
beneficiario della morte “accidentale” del Presidente dell’ente perché sarà proprio lui ad esserne
designato il successore. Mettendo in rapporto l’incidente di Bascapè con la “strategia della
tensione”, Pasolini identificava in Cefis come uno di quegli esponenti di quel Potere Invisibile
responsabile di aver finanziato e foraggiato gli autori delle stragi.
Non c’è da stupirsi se l’ultimo Pasolini – quello che finirà martirizzato e non letteralmente – si era
sostanzialmente inchinato al nichilismo, alla convinzione che nella realtà contemporanea merce,
potere e ricchezza avessero piegato e spazzato via qualsiasi residuo valoriale nonostante
l’avvicinamento al partito dei radicali pannelliani, formazione non priva di ambiguità e, dopotutto,
non molto affine alla sensibilità pasoliniana, ma che poteva contare sull’appoggio di parecchi
intellettuali provenienti dalla sinistra confortati dalla non compromissione di Pannella & c. con il
regime e con i poteri forti.
Trasuda amarezza e sofferenza più che indignazione rabbiosa, la prosa degli “Scritti Corsari”: vi si
condanna senza appello quel neofascismo postmoderno che, oltre ad istigare ignari giovani allo
squadrismo e al teppismo, li rende complici di efferati attentati dinamitardi; i figli del Sessantotto e
i militanti dei movimenti della sinistra extraparlamentare vengono bollati come rampolli di una
borghesia piccola piccola intenta a diffondere nuove forme di intolleranza e di violenza nonostante
la collaborazione con Lotta Continua per la realizzazione di un documentario sul caso della morte
dell’anarchico Pinelli; viene denunciata tutta la inconsapevole – ma fino a che punto? – ignoranza,
il conformismo e il “fascismo” degli intellettuali e dei giornalisti, antifascisti spesso più per
convenienza che per convinzione; non sono lesinate le parole di fuoco nei confronti di una Chiesa
ancora arroccata nella convinta difesa della propria superiorità pedagogica e morale; ecc…
Immaginiamo con quale ferocia questo provocatorio testimone della sua e della nostra epoca
avrebbe potuto scrivere di quel Potere non più tanto invisibile a cui anche Cefis fa riferimento…

La sua ricerca, tuttavia, si è crudelmente e prematuramente interrotta…

Quel 2 novembre 1975 ad Ostia…

Perché Pasolini focalizzò la sua attenzione su un uomo tanto potente e discusso come Eugenio
Cefis, magnate del settore petrolchimico prima con la presidenza ENI e poi con il gigante del polo
privato Montedison dal 1971? Da quale fonte attinse le sue informazioni?

Nel 1972 uscì un curioso pamphlet intitolato “Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente”
redatto da Giorgio Steimetz alias Corrado Ragozzino, giornalista che dirigeva l’agenzia AMI. Date
le premesse già presenti nel titolo, il libercolo fu presto ritirato dalla circolazione, ma Elvio
Facchinelli, redattore del periodico “L’erba”, riesce a mandare le fotocopie a Pasolini.
Il testo è ben documentato e vi può trovare la ricostruzione del reticolo di società di “comodo”, di
scatole cinesi che fanno parte dell’impero di Cefis e che vengono “copiate” nella traccia del
romanzo “Petrolio”. In questo frangente si può solo dare atto di come, probabilmente unico fra gli
intellettuali, Pasolini fosse nella posizione di assistere in diretta alle dinamiche e anche alle lotte
intestine all’interno del mondo del Potere economico – finanziario – politico che conta. Potendo
fare affidamento sul tempo e sulla sua capacità di eliminare le scorie depositate dai pregiudizi e
dell’oggettiva difficoltà di interpretare un’attualità sfuggente e complessa, ci si chiede oggi se per
caso il poeta ed intellettuale polemista friulano non fosse rimasto intrappolato in una rete, non fosse
incappato in una dei tanti conflitti fra potentati, congreghe e lobbies che tormentano il nostro paese
e non solo. L’interesse di Pasolini per le dinamiche della “strategia della tensione” e per la violenza
politica in Italia doveva essere ben nota a certi ambienti e, d’altronde, doveva essere pure stato
tenuto sotto sorveglianza piuttosto stretta da qualche organismo riservato considerata la
“pericolosità sociale di un tale soggetto (comunista e omosessuale)”. A conti fatti e soppesando
vantaggi e svantaggi, poteva risultare conveniente sparare qualche cartuccia su Cefis utilizzando un
intellettuale noto e provocatorio come Pasolini purtroppo che affidarsi direttamente a pubblicazioni
“scandalistiche” che potevano facilmente far risalire alla mano dei servizi segreti o di qualche
gruppo di potere politico o economico. Non dimentichiamo che qualche anno prima, celandosi
dietro lo pseudonimo Alessandro Previdi, il giornalista Fulvio Bellini aveva pubblicato
“L’assassinio di Enrico Mattei” avanzando l’ipotesi dell’attentato nei confronti del presidente
dell’ENI e, quindi, dando anche la stura ai sospetti nei confronti di Cefis. La figura del Bellini è
molto interessante per il suo passato da partigiano “rosso”, come tale, in contatto con le SAS, il
servizio segreto inglese durante la Resistenza. A suo dire, il giornalista ex comunista avrebbe
mantenuto i contatti con i servizi inglesi da cui avrebbe ricevuto numerose e circostanziate
informazioni sulla situazione politica italiana. E’ ormai noto agli addetti ai lavori come Bellini fosse
a conoscenza dei delicati retroscena politici della strage di piazza Fontana e della “strategia della
tensione” riversati in un’altra pubblicazione. Ma Bellini scriveva anche sul giornale Candido diretto
dal missino e simpatizzante delle idee pacciardiane Giorgio Pisanò, reduce della Repubblica di Salò
e fiduciario dell’organismo segreto Anello creato fin dal Dopoguerra per combattere il comunismo
nel nuovo clima di Guerra Fredda e composto da ex fascisti, ex badogliani e personaggi del
sottobosco criminale. Questo organismo è sempre stato alle dipendenze della Presidenza del
Consiglio all’insaputa del Parlamento, ma pare che l’unico politico in grado di reggerne le fila fino
al suo scioglimento fosse stato l’onorevole Giulio Andreotti. Inoltre Pisanò conosceva Licio Gelli –
altro personaggio in odore di servizi segreti, massoneria e poteri criminali – fin dalla comune
militanza nella Repubblica di Salò. Ebbene Pisanò è stato il primo ad insinuare in un articolo il
dubbio che Mattei fosse stato assassinato. Sia il Bellini che il Pisanò rimandano, quindi, al
tenebroso mondo dei servizi segreti, ma per quale motivo si dedicarono a questa campagna di
stampa? Dovendo dare una risposta si potrebbe concludere che i vari attacchi sono stati suggeriti e
predisposti da Graziano Verzotto, già collaboratore di Mattei, discusso esponente DC e Presidente
dell’EMS, Ente Minerario Siciliano, nemico giurato e concorrente di Cefis. Quel che è certo è che
con “Petrolio” Pasolini si rifà per buona parte al pamphlet di Steimetz/Ragozzino e che quest’ultimo
ripete le accuse mosse da Verzotto a Cefis. In aggiunta Verzotto è stato intervistato più volte dal
giornalista Mauro De Mauro dell’Ora di Palermo sugli spostamenti siciliani di Mattei nei due giorni
precedenti all’incidente a Bascapè. De Mauro era stato contattato dal collega di Pasolini, il regista
Francesco Rosi che voleva realizzare un film su Enrico Mattei e sul mistero della sua morte. “Il
caso Mattei” che si farà ammirare anche per la gigantesca performance di Gian Maria Volontè
uscirà nel 1972 insinuando per la prima volta nel grande pubblico il dubbio che l’incidente di
Bascapè non fosse proprio un evento così casuale e accidentale. Quanto al solerte e dinamico
giornalista dell’Ora, scomparirà la sera del 16 settembre 1970 per non fare mai ritorno a casa.
Secondo vari collaboratori di giustizia di Cosa Nostra siciliana – Buscetta, Calderone e Di Carlo –
De Mauro è stato rapito, seviziato e assassinato da sicari mafiosi che volevano appurare quanto egli
sapesse sulle fasi preparatorie del cosiddetto golpe Borghese. Mauro De Mauro – fratello del noto
linguista Tullio De Mauro – aveva fatto la guerra nel corpo della X Mas e provava una sorta di
ammirazione nei confronti del suo comandante Junio Valerio Borghese, colui che si apprestava a
realizzare un colpo di stato. Pare che, grazie alla sua militanza pregressa, De Mauro fosse riuscito a
inserirsi nell’ambiente degli ex commilitoni riuscendo a carpire preziose informazioni sul futuro
golpe. Ma quanto egli sapeva in realtà? Sulla base delle varie fonti documentali oggi noi possiamo
stabilire con un minimo di margine di dubbio che il comandante Junio Valerio Borghese godeva
dell’appoggio di esponenti della massoneria, nonché dell’Amministrazione americana del
repubblicano Nixon e di alcune autorità italiane. Inoltre Borghese aveva contattato alcuni boss di
Cosa Nostra siciliana e della 'ndrangheta calabrese per il necessario supporto “militare”. In cambio
della riuscita dell’operazione sarebbe stata concessa l’amnistia per i reati commessi. Nei mesi
precedenti all’operazione “Tora Tora” scoppiò la rivolta di Reggio Calabria nella quale si inserirono
la ’ndrangheta, gli uomini del Fronte Nazionale di Borghese e di altre organizzazioni neofasciste
mentre, secondo la testimonianza di Buscetta davanti alla Commissione Antimafia Cosa Nostra
collaborò attivamente alla riuscita del golpe fornendo la manovalanza per gli attentati dinamitardi
che dovevano prepararlo. Il resto della storia del golpe Borghese, con i suoi buchi neri e i lati oscuri
ancora da sondare, è storia…
Ma allora Mauro De Mauro è stato assassinato per quel che avrebbe potuto rivelare sulla morte del
Presidente dell’ENI o per quel che poteva anticipare sulla preparazione del golpe del suo ex
comandante? Difficile trarre conclusioni in proposito, ma esiste una certa possibilità, perché il nome
di Cefis rimbalza fra i due “misteri d’Italia”. Il neofascista, teorico della “guerra non ortodossa” e
agente Zeta del SID Guido Giannettini, un altro depositario di diversi segreti, asserirà che fra i
finanziatori del comandante Borghese e del Fronte Nazionale si distinguono i nomi dei petrolieri
Cefis e Monti. Così il nero del petrolio si mischia al nero dei golpe…
Le due vicende paiono anche accomunate dalla presenza della mafia, così come il delitto De
Mauro…
Se si scorrono le pagine del celebre articolo “Il romanzo delle stragi” – sulla preparazione di
“Petrolio” – si noterà come Pasolini additasse anche al ruolo della criminalità siciliana e alla
malavita comune nella “strategia della tensione”, un’intuizione unica e sorprendente per quel
periodo.
Un’altra ricorrenza piuttosto interessante in questa catena di delitti ed eventi criminosi commessi in
nome del Potere è quella della città di Catania e delle sue cosche mafiose.
Il sabotaggio dell’aereo privato di Mattei all’aeroporto di Catania sarebbe stato propiziato dalla
mafia del luogo. I più convinti sostenitori mafiosi del golpe Borghese sarebbero catanesi
(Calderone, Di Cristina). A distanza di anni Pelosi ha indicato la presenza di catanesi nella
squadraccia che doveva punire Pier Paolo Pasolini.
Comunque l’ipotesi di un collegamento fra i casi Mattei – De Mauro – Pasolini è stata esposta in
maniera piuttosto convincente e ricca di particolari dai giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra
Rizza ne “Profondo nero” edito da Chiarelettere…

Accogliendo la versione secondo cui Eugenio Cefis sarebbe stato coinvolto sia pure indirettamente
nell’incidente di Bascapè e nella fine di Enrico Mattei, nonché, come vedremo, del suo progetto –
per tacere poi di De Mauro, del golpe Borghese e di Pasolini, si deve necessariamente distinguere
fra i due magnati dell’industria pubblica. Coniando un’espressione piuttosto felice, i giornalisti
Scalfari e Turani, nel titolo di un loro celebre libro pubblicato a metà degli anni Settanta, hanno
indicato negli imprenditori, negli industriali, nei finanzieri e negli speculatori che si muovevano in
quella zona grigia situata al confine fra privato e pubblico accumulando potere e ricchezze, la vera
“razza padrona” dell’Italia della quale – non possono esservi dubbi – sia Mattei che Cefis facevano
parte e, anzi, per un certo periodo ne hanno occupato il vertice. Enrico Mattei si è imposto come
primo e autentico esemplare di “capitalismo di stato” intento a gestire e rappresentare un ente
pubblico strategicamente vitale con gli strumenti, i mezzi, le risorse e gli espedienti propri di un
capitalismo privatistico assai spregiudicato. E’ rimasta nella memoria di tutti coloro che sono
sopravvissuti agli anni ruggenti dell’ENI una delle celebri frasi del Presidente “I partiti sono come i
taxi: pago la corsa, mi faccio portare dove voglio e scendo.” Notevole cinismo, ma evidentemente
efficace… Nonostante fosse un democristiano di ferro, come “manager di Stato” e magnate
pubblico Mattei non si faceva scrupolo di finanziare tutti i partiti e gli esponenti politici che
avessero dimostrato disponibilità a sostenere la sua linea dell’ENI. Intero arco costituzionale e
oltre… Da sinistra a destra (MSI)… Per poter avere libere le mani finanziò e fondò giornali fra cui,
innanzitutto il Giorno, fiore all’occhiello di un modo di fare informazione moderno e, fino ad allora,
inedito. L’estrema spregiudicatezza dell’allora “padrone” dell’ENI era però al servizio di una linea
aggressiva ed audace mirante a porre al centro dello sviluppo economico italiano l’ente energetico
pubblico. Nei fatti l’ENI doveva diventare il volano dell’economia italiana sulla quale doveva
poggiare l’indipendenza ed autonomia del nostro paese che, in tempi di Guerra Fredda, viveva la
sua stagione all’insegna dell’(atlantica) sovranità limitata. La politica “espansiva” dell’ENI, messa
al servizio del paese e dei cittadini, avrebbe dovuto proiettare la piccola Italia al centro della scena
internazionale. La “linea Mattei” di sviluppo ed espansione economica ed energetica costituiva il
cardine di un complesso e rischioso disegno politico. A quei tempi – ma non abbiamo assistito a
grandi cambiamenti fino ad oggi – il mercato petrolifero internazionale era concentrato nelle mani
di un cartello di compagnie americane, inglesi, francesi ed olandesi, le cosiddette Sette Sorelle,
assolutamente libere di dettare i prezzi e di accaparrarsi le risorse. In quel contesto l’ENI di Mattei
cadde come un fulmine a ciel sereno… Deponendo il suo connaturato anticomunismo, concluse un
importante accordo con le autorità sovietiche, un fatto che poteva destare scalpore nel clima della
Guerra Fredda, ma forse al cospetto di occhi poco amichevoli Mattei faceva di peggio. Negli anni
Cinquanta e Sessanta il mondo occidentale era stato sottoposto dai violenti scossoni inferti dalle
lotte per la liberazione dal dominio coloniale dei paesi europei nei paesi del Terzo Mondo. Il
Presidente dell’ENI non esitò a sostenere anche finanziariamente movimenti di liberazione come
l’algerino FLN impegnato nella lotta armata per l’indipendenza del paese dalla Francia. Non si
risparmiò perfino l’utilizzo di frange dei servizi segreti con lo scopo di occupare nuovi mercati e di
intensificare i rapporti e i contatti con i nuovi partner.
Non dovrebbe destare stupore, quindi, l’affermazione del leader democristiano Amintore Fanfani
secondo il quale l’incidente di Bascapè non sarebbe nient’altro che il primo atto di terrorismo in
Italia, volendo forse con ciò insinuare che Mattei è stato il primo di una lunga lista. Sono parole da
valutare con cautela ma mantengono intatto il loro interesse, perché – per la cronaca – Fanfani è
stato l’amico, il “padrino politico” ed il maggior referente di Eugenio Cefis ai tempi in cui assunse
la presidenza dell’ENI e “scalò” la Montedison. La cordata “petrolchimica” fondata sul binomio
Fanfani – Cefis si contrapponeva a quella, altrettanto potente del duo Andreotti – Rovelli (SIR). La
dichiarazione di Fanfani riporta inevitabilmente al ruolo delle Sette Sorelle nell’ipotetica
eliminazione di Mattei e, d’altronde, le multinazionali angloamericane del petrolio non erano nuove
a manovre spregiudicate e ai colpi bassi. Naturalmente con l’ausilio dei servizi segreti dei rispettivi
paesi… Nel 1953 il cartello petrolifero angloamericano promosse un colpo di stato in Iran per
neutralizzare Mossadeq e reinsediare lo Scià Pahlevi la cui base di potere dipendeva per buona parte
dagli americani e dagli inglesi. In maniera azzardata e pericolosa Mossadeq aveva promosso la
nazionalizzazione di quelle risorse petrolifere di cui l’Iran disponeva e dispone in ingentissime
quantità. L’ipotesi “Sette Sorelle” conduce direttamente alla tesi di Bellini sul coinvolgimento
dell’americana CIA e dell’OAS nella morte di Mattei. Quest’ultima – organizzazione paramilitare e
terroristica della destra francese colonialista che si opponeva all’indipendenza algerina adottando
ogni forma di violenza indiscriminata e non – ha allevato alla sua triste scuola un buon numero di
terroristi anche italiani che balzeranno agli onori delle cronache nei decenni successivi (si pensi al
ruolo dell’Aginter Press). Anche la mafia poteva essere interessata all’eliminazione di Mattei,
perché il discorso pronunciato dal Presidente sullo sviluppo della Sicilia poteva essere mal recepito
dai “picciotti”. Cosa Nostra è sempre stata molto gelosa del proprio controllo sull’isola e non
avrebbe permesso che il modello di sviluppo sponsorizzato dall’ENI allentasse i cordoni del proprio
dominio secolare. Inoltre è ormai ampiamente documentato come, fin dai tempi dello sbarco
angloamericano in Sicilia, i servizi segreti americani avessero allacciato rapporti piuttosto stretti e
saldi con Cosa Nostra italoamericana e con quella siciliana anche in vista della futura guerra da
combattere contro i sovietici e i loro alleati. Se non si poteva certo considerare Mattei un
“comunista” sussistevano parecchi fatti e circostanze che potevano essere presi a pretesto da taluni
avversari e che, invece, potevano essere considerate altrettante prove di un inequivocabile
“tradimento” da altri. Non dimentichiamoci che l’aereo di Mattei precipita nel pavese nell’ottobre
del 1962 mentre è in corso la crisi missilistica cubana. In quei giorni il mondo è con il fiato in
sospeso e trema all’idea di un conflitto nucleare fra la superpotenza americana e quella sovietica.
E’ forse un caso che Mattei vada incontro alla morte proprio in quei giorni convulsi? Forse no…
Come è agevole notare fin troppe cointeressenze avrebbero concorso ad accelerare la fine del
Presidente dell’ENI. Fra l’altro Mattei è stato il più importante sponsor della nuova linea del
centrosinistra fondata sulla rinnovata e – almeno nelle intenzioni – solida intesa fra la DC e il PSI
che si era sganciato dall’orbita ideologica e dottrinale sovietica. Secondo le originarie intenzioni dei
promotori, il nuovo centrosinistra avrebbe dovuto promuovere una politica che stimolasse la
crescita e lo sviluppo dell’Italia attraverso la programmazione economica. Naturalmente un ruolo
fondamentale doveva essere affidato all’industria e a gli enti dello Stato. Mettendo da parte l’annosa
questione del clientelismo e della creazione del consenso anche attraverso gli enti pubblici e il
parastato è pur vero che quell’intesa fra DC e PSI è rimasta sulla carta, esposta al fuoco di fila dei
ricatti “golpisti” (Piano Solo) sostenuti da una destra trasversale ed “invisibile” ma sempre molto
intraprendente, dei ceti proprietari e parassitari sempre nel nome di una malintesa “libertà di
intrapresa” e degli elementi più fanatici, i “guerrieri della Guerra Fredda” in stile OAS, i quali non
perdevano occasione per ribadire come il centrosinistra avrebbe aperto la porta del Potere ai
comunisti. In tale clima politico, ideologico e culturale la linea dell’intesa DC – PSI rimase lettera
morta, priva di un timone e senza una reale programmazione degna di questo nome.
In fondo il centrosinistra – così come si delineò dagli anni Sessanta – venne condannato a replicare
la formula del centrismo con l’aggiunta di un nuovo partner politico, il PSI.
Fa invece una certa impressione notare come i due maggiori promotori del centrosinistra in area
democristiana – Enrico Mattei e Aldo Moro – costituiscano, con le loro morti ancora irrisolte, il
fulcro e il nodo dei Misteri d’Italia.

Che Fanfani avesse ragione?

Nonostante non manchi chi ancora sottolinea tutto quel che accomuna Enrico Mattei ed Eugenio
Cefis, ci sono buone ragione per storcere il naso. Innanzitutto Cefis può aver rivestito un ruolo non
secondario nell’affaire della morte di Mattei? Sicuramente da qualche tempo i due non erano più in
sintonia ed è stato lo stesso Mattei a far dimettere l’ex amico dalla carica di Vice Presidente.
Quando Cefis prenderà il timone dell’ammiraglia ENI – a partire dal 1967 – liquiderà la linea
aggressiva e competitiva del predecessore e fondatore. Non è un caso che l’ex allievo
dell’Accademia militare di Modena venga spesso dipinto come buon amico ed alleato degli
angloamericani e, quindi, ottimo interlocutore del cartello petrolifero al cui strapotere Mattei si era
opposto. Come accennato, pare che Cefis intrattenne ottimi rapporti con gli angloamericani fin dai
tempi della Resistenza, e che diede buone prova di sé come spia… La distanza dal suo predecessore
e, nell’ultimo periodo di vita, avversario, è accentuata dalla diversa concezione manageriale che
guidava l’azione dei due uomini. Al di là della comune appartenenza alla “razza padrona” per
Mattei il Potere e la Ricchezza dovevano essere gli strumenti per avviare lo sviluppo economico e,
quindi, per incoraggiare e promuovere l’indipendenza del paese. Dalle testimonianze emerse non
risulta che tutto ciò costituisca l’orizzonte e il patrimonio di Cefis per il quale la politica energetica
e petrolchimica finiscono per trasformarsi in espedienti per soddisfare le proprie ambizioni
personali. Il Potere per il Potere… La Ricchezza per la Ricchezza… Ne consegue il ricorso
continuo ed incessante alla speculazione sui mercati finanziari. Se dell’assalto di Cefis alla carta
stampata e all’informazione parleremo più aventi, invece val la pena di spendere qualche parola
sulla scalata al colosso Montedison nel 1971. In credito con la società, Enrico Cuccia – Presidente
di Mediobanca, “fratello” di loggia di Cefis e, secondo l’opinione di molti, vero dominus della
“Razza Padrona” – assecondò l’assalto di Cefis, ancora Presidente dell’ENI e il relativo
rastrellamento di azioni… La manovra di Cefis e di Cuccia suscitò grande scalpore perché la scalata
di una società privata venne finanziata con i capitali dell’ENI, ente di diritto pubblico creato per
finalità pubbliche e con soldi pubblici. Difficilmente Mattei avrebbe soddisfatto le richieste di
Cuccia che, in credito con la Montedison, aveva interesse a sistemare la situazione debitoria già
grave al momento della fusione fra Montecatini ed Edison. Al contrario Cefis non si fa remore a
utilizzare l’ENI come banca per finanziare le proprie imprese speculative fornendo anche un
modello di azione e comportamento ai futuri dirigenti (area PSI) dell’ente. Si pensi allo scandalo
ENI – PETROMIN quasi tutto interno alla P2 e al PSI rinnovato e in procinto di attraversare la
gloriosa stagione craxiana o, sempre per quel che riguarda l’ENI occupata dai socialisti, il suo ruolo
nella bancarotta del Banco Ambrosiano sotto la presidenza del piduista Roberto Calvi. Per non
parlare del sistema delle scatole cinesi…
Abbracciando in toto questa commistione fra privato e pubblico – nella quale, però, il privato si
serve del pubblico e lo domina – Cefis si dimostra molto più neocapitalista e postmoderno di
Mattei.
Se quest’ultimo ha dedicato la sua vita a una prospettiva di lungo periodo e di grande respiro che –
giusta o sbagliata che fosse – era al servizio dello Stato e della Nazione, il primo ha esaurito il suo
orizzonte nel Sé, centro e fulcro di Potere, Ricchezza e Speculazione. In questo l’uomo in “grigio” è
sempre stato in buona compagnia…

Se vogliamo dare retta alle parole di Fanfani la stagione della “strategia della tensione” e del
terrorismo è stata avviata dall’incidente di Bascapè e sempre a Cefis è rivolta la mente di Pasolini
quando delinea il progetto del romanzo “Petrolio” che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto imporsi
come il “romanzo delle stragi”. Ossessione di un intellettuale che poteva essere caduto nella
trappola di qualche oscura provocazione?
A distanza di anni, però, qualcuno avvalora le inquietanti ed inquiete interpretazioni pasoliniane
sulla “strategia della tensione”…

È trascorso circa una anno dalla pubblicazione de “Il segreto di piazza Fontana”, monumentale ed
imprescindibile testo per chi vuole addentrarsi nelle terribili, fosche e complesse vicende della
famosa “strage di Stato”, della “strategia della tensione”, nonché di quegli eventi collaterali che
hanno, a loro volta, assunto le lunghe e oscure vesti uscite dalla filiera dei “Misteri d’Italia” (Pinelli,
Feltrinelli, Calabresi, ecc…). Questo testo monumentale – risultato degli studi e della messe di
informazioni raccolte dal giornalista ANSA Paolo Cucchiarelli, uno specialista del genere
pubblicistico dedicato a trame, complotti e misteri – non ha ricevuto l’attenzione che avrebbe
meritato e, nei casi in cui è stato recensito, è stato sottoposto a severe e dure critiche a causa della
tesi ardita e scomoda che vi era delineata e sviluppata. A scorrere le pagine si può ben comprendere
le ragioni dell’indifferenza e dell’ostilità. Il “romanzo” di Cucchiarelli segue un copione preciso e
ragionato: alla Banca dell’Agricoltura di Milano sono stati fatti esplodere due ordigni. Il primo,
quello anarchico, era dimostrativo mentre l’altro, collocato dai neofascisti, doveva provocare e, in
effetti, provocò la strage che, secondo certa vulgata, cancellò l’”innocenza” dall’Italia repubblicana.

Malgrado le critiche malevole provenienti da certi ambienti certamente non “destrorsi”, Cucchiarelli
punta chiaramente e lucidamente il dito contro le organizzazioni della destra eversiva e terrorista
Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, senza dimenticare perfino le complicità interne all’MSI, il
partito della destra parlamentare a sua volta erede del neofascismo e del fascismo storico. Le
coperture e gli agganci interni ed internazionali – soprattutto negli ambienti NATO, americani ed
israeliani – completano il quadro. Dietro la strage di piazza Fontana e la “strategia della tensione”
hanno agito potenti cointeressenza che hanno impedito l’accertamento di ogni aspetto della Verità.
Per varie convenienze anche gli esponenti dei più importanti partiti dell’arco costituzionale (DC e
PCI) hanno taciuto o per convenienza o per sfruttare in qualche modo la situazione.
Nonostante la matrice “di destra” il segreto di piazza Fontana ha resistito alle prove del tempo
perché la sua emersione avrebbe inchiodato ogni singolo attore a responsabilità quantomeno morali
e civili. Innanzitutto il coinvolgimento, sia pure a vario titolo, di elementi disparati come i
“nazimaoisti”, gli anarchici libertari e i maoisti nella strategia stragista messa a punto con le bombe
sistemate in vari luoghi di Roma e Milano in quel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969 poneva il
problema della commistione e della sovrapposizione fra estrema destra ed estrema sinistra, fra
“estremismi opposti” e disparati. Infiltrazione e manipolazione degli anarchici e dei maoisti
esercitata dai neofascisti e dai neonazisti? Certo, ma sarebbe anche lecito domandare fino a che
punto… La mescolanza e la permeabilità fra i “neri” e i “rossi” o, meglio, fra corrispettive frange e
gruppi è stata poco investigata e sviscerata nonostante non mancassero gli elementi da approfondire.
Molte pagine de “Il segreto di piazza Fontana” si sono soffermate sulla Casa dello Studente – l’ex
albergo Commercio, situata proprio di fronte alla Banca dell’Agricoltura – che si era trasformato
nel luogo di ritrovo in cui confluivano i giovani elementi disparati provenienti da varie esperienze
“estremistiche” e “ribellistiche”. Hippie, provos, sbandati ma anche piccoli neofascisti e neonazisti,
pacciardiani, “nazimaoisti”, maoisti, marxisti leninisti, anarchici, libertari, ecc… Una fauna
popolata da una gioventù che, prima della teoria, è interessata al concreto vissuto esistenziale e
all’esibizione del gesto esemplare. In ogni luogo e in ogni epoca, al di là delle pure e magari
nominalistiche adesioni a questa o a quella “ideologia politica”, la fascia d’età giovanile è piuttosto
portata all’istinto ribelle anche manifestato in forme violente senza la preoccupazione di dover
giustificare il gesto in maniera ragionata anche dal punto di vista ideologico. In tale contesto si
comprende come i giovani possano cadere nelle trappole disseminate da un prof. Freda e possano
venire irretiti dai subdoli giochi di infiltrati e provocatori avvezzi a trattare con “gli estremismi”. È
piuttosto curioso come il riferimento alla Casa dello Studente da parte di Cucchiarelli rimandi a
quello che Pasolini aveva intenzione di scrivere in “Petrolio”. Per il poeta friulano l’ex albergo
Commercio rappresentava il luogo simbolo in cui estrema destra ed estrema sinistra, “neri” e
“rossi”, gli “opposti estremismi” si confondevano nella marmellata preparata dalla postmoderna ed
edonista società dei consumi soggiogando indistintamente i giovani alla leggi del “nuovo fascismo”
e del suo Potere Invisibile. Molto più concretamente – come abbiamo visto – Pasolini riteneva
anche che un certo ambiente di ex partigani “bianchi”, da cui Eugenio Cefis proveniva, si fosse reso
responsabile delle strumentalizzazioni di quei giovani di estrema destra ed estrema sinistra
portandoli sul terreno dell’odio e della violenza. Confidando innanzitutto nelle rivelazioni di un
reduce di quella stagione, un ex militante del neofascismo, anche Cucchiarelli si imbatte nel nome
del potente Presidente dell’ENI e della Montedison Eugenio Cefis a proposito del finanziamento di
quei traffici di armi che hanno alimentato la “strategia della tensione” e il terrorismo. Secondo
l’anonima fonte di Cucchiarelli:

“Nencioni da Milano sovrintendeva al traffico di armi che faceva capo all’Emilia Romagna, a
Bosco della Mesola, e poi c’era una direttrice verso Trieste. Aveva in mano il partito (MSI) perché
a lui uomo di Cefis (Nencioni passava regolarmente le vacanze a bordo dello yatch di quest’ultimo)
arrivavano i soldi dagli USA.
Questa è una storia macchiata di petrolio . Porta a Cefis, padrino di Nencioni e al traffico di armi
che faceva capo all’Emilia Romagna. Il traffico di armi era finanziato dagli USA e aveva la sua
base in Germania. Franz Turchi andava da Nixon con il cappello in mano a raccogliere i fondi per
ON e anche per il partito.”

Ricapitolando, Eugenio Cefis avrebbe ricevuto direttamente dall’Amministrazione repubblicana
americana del Presidente Richard Nixon i capitali da impiegare nel foraggiamento e nel
finanziamento del traffico d’armi da utilizzare a fini terroristici e per alimentare la “strategia della
tensione”. Quei capitali sarebbero stati amministrati dall’avvocato e parlamentare dell’MSI Gastone
Nencioni, grande amico di Cefis e suo sodale, vero tramite fra gli ambienti direttamente coinvolti
nell’operazione a livello operativo e l’MSI. Nencioni è un’altra figura curiosa della nostra storia,
realmente degna di essere investigata… Secondo Stefania Limiti – nel suo “L’Anello della
Repubblica” edito da Chiarelettere – anche Nencioni sarebbe stato reclutato nella struttura
supersegreta Anello e qualche anno più tardi avrebbe partecipato all’operazione di scissione
dell’MSI costituendo Democrazia Nazionale insieme a Roberti e De Marchi per cercare di
indebolire ed emarginare il partito di Almirante. Per la cronaca questa operazione è stata anche
finanziata da un ancora sconosciuto Silvio Berlusconi e rispondeva perfettamente ai dettami del
Piano di Rinascita Democratica piduista che, fra l’altro, prevedeva il rafforzamento dell’ala
“moderata” e afascista dell’MSI. Insomma, a parziale conferma delle intuizioni pasoliniane, la
“strategia della tensione” e le stragi sarebbero macchiate della nera sostanza del petrolio attraverso i
capitali che Cefis avrebbe destinato agli attentatori e ai loro mandanti attraverso i capitali targati
ENI e Montedison. I finanziamenti americani provenienti dall’Amministrazione potrebbero
corroborare la tesi di un solido legame fra Cefis e gli amici d’oltreoceano. Il cuore del segreto di
Piazza Fontana altro non sarebbe se non il traffico di armi ed esplosivi foraggiato da Cefis,
Nencioni e dagli americani. Il riferimento alla base tedesca è di estremo interesse perché potrebbe
confermare la rivelazione del compianto democristiano ex Ministro della Difesa e degli Interni
Taviani – ritenuto, secondo un’opinione diffusa uno dei fondatori della GLADIO – secondo cui
l’esplosivo utilizzato per l’attentato stragista di piazza Fontana proveniva da una base militare
tedesca e messa a diposizione dei neonazisti di Ordine Nuovo da un agente della DIA, il servizio
segreto militare americano.
Per riassumere e sintetizzare i punti salienti della trattazione di Cucchiarelli su quei traffici di armi
ed esplosivo utilizzati per mettere in atto gli attentati riconducibili alla “strategia della tensione”:
- I neofascisti trafficavano e scambiavano con gli ustascia croati materiale militare che veniva
prelevato dai NASCO, le grotte ove venivano occultate le dotazioni della rete STAY BEHIND, la
struttura paramilitare allestita per combattere sovietici e comunisti con eserciti “irregolari” e “non
ufficiali”.
- I traffici – che seguivano varie direttrici – venivano coperti e incoraggiati da frange dei servizi
segreti interni ed internazionali ben inseriti nel quadro dell’Alleanza Atlantica.
- I finanziamenti erano gestiti da uomini dell’Amministrazione Nixon attraverso Cefis.
- I principali destinatari dei rifornimenti “bellici” erano i gruppi di estrema destra, ma anche quelli
di estrema sinistra vi erano implicati. Ciò rimanda a quell’area “grigia” in cui gli estremismi si
confondono.
Prima di venire eliminato, il commissario Luigi Calabresi stava indagando su questi traffici d’armi e
tre giorni prima di morire aveva effettuato una perlustrazione delle grotte naturali in cui erano state
nascoste le dotazioni della STAY BEHIND. A tal proposito non importa poi molto appurare se gli
esecutori dell’omicidio del commissario sono stati i giovanotti di Lotta Continua, gli aderenti di
qualche altro gruppo di estrema sinistra o, al contrario, i “guerrieri” della destra eversiva quanto
approdare alle cointeressenze “forti” che hanno determinato quella morte. Inoltre è assai probabile
che la morte dell’editore “rosso” Giangiacomo Feltrinelli fosse maturata nello stesso contesto.
Nell’àmbito della destra solo una manciata di personaggi sarebbe stata a conoscenza degli sviluppi
della “strategia della tensione” – su cui questa parte politica voleva lucrare in termini di consenso: il
direttore de Il Borghese e senatore MSI Mario Tedeschi; il direttore de Lo Specchio e uomo della
CIA Nelson Page; Luciano Cirri; il segretario dell’MSI Giorgio Almirante; il già citato Gastone
Nencioni e il solito Guido Giannettini.

Come abbiamo precedentemente illustrato pare proprio che quest’ultimo avesse menzionato Cefis
fra i finanziatori del golpe Borghese, ma questa rivelazione non dovrebbe costituire motivo di
sorpresa: generare un clima di caos, di disordine e di sfiducia nel paese contribuendo alla diffusione
dello stragismo, del terrorismo di varia matrice ed estrazione e della violenza creava le condizioni
per la realizzazione di un golpe o per la sua ventilata minaccia a fini di “conservazione” o per una
“destabilizzazione” finalizzata alla “stabilizzazione” del quadro politico, economico e sociale. Poco
importa se la manovalanza utilizzata a tal fine appartenesse a qualcuna delle varie organizzazioni
mafiose del paese o militasse nell’estrema destra o nell’estrema sinistra o, ancora, fosse semplice
manovalanza reclutata dalla malavita e dalla delinquenza comune. Quel che contava è il risultato…
Se risponde al vero quel che ha dichiarato lo storico “pentito” di Cosa Nostra Tommaso Buscetta
circa la continuità fra i vari progetti “golpisti” (Borghese, Rosa dei Venti, Sogno), allora è ben
possibile che Cefis si fosse adoperato ad offrire la sua disponibilità di capitali a personaggi che,
come lui, magari avevano combattuto nella Resistenza “bianca” anticomunista quanto antifascista;
filoamericana e filo inglese… Siamo, però, sempre nel campo delle illazioni…
È tuttavia significativo come il padrone di Mediobanca e – forse – del (neo)capitalismo italiano
Enrico Cuccia, compagno di Cefis nelle scorribande finanziarie per scalare la Montedison, avesse
attribuito a quest’ultimo un progetto di golpe militare e lo avesse rimproverato per non averlo
realizzato. La rivelazione viene dallo stesso Cefis un paio di anni dalla sua morte (2004) nel corso
di un’intervista rilasciata al giornalista del Corriere Economia Dario Di Vico. Risentendosi, l’allora
Presidente della Montedison diede del folle al suo interlocutore. In effetti è plausibile desumere che
quel tipo di orizzonte golpista “alla sudamericana o alla greca” fosse sostanzialmente estraneo sia a
Cefis che a Cuccia…

E le sorprese non mancano…

Perché i due erano Fratelli di loggia…

Durante l’inchiesta sull’incidente di Bascapè e sulla morte di Mattei, il sostituto procuratore del
Tribunale di Pavia, Vincenzo Calia, acquisisce fra i documenti probatori un interessante appunto del
SISMI che indica in Eugenio Cefis il vero capo della loggia coperta Propaganda 2. Il potente
manager di Stato e parastato avrebbe affidato le cure della potente congrega massonica al duo Gelli
– Ortolani che, altro non sarebbero stati se non i suoi accoliti. Nonostante il potere, l’influenza e la
ricchezza accumulati, a un certo punto, nel 1977, Cefis ha abbandonato il paese per il Canada. Le
ragioni del gesto sono rimaste piuttosto oscure… All’epoca – come abbiamo accennato – si
vociferava di un coinvolgimento di Cefis nel finanziamento e nel sostegno ai tentativi di “golpe”
con il concorso di un altro petroliere come Attilio Monti e di un nutrito gruppo di industriali ed
armatori liguri e genovesi (Piaggio). Probabilmente temeva di subire la sorte toccata ad un altro
potente signore della finanza e dell’economia, quel banchiere mafioso che rispondeva al nome di
Michele Sindona, anch’egli – per qualche singolare coincidenza – iscritto alla P2 e implicato nelle
trame golpiste. Il finanziere siculo dalle solide convinzioni liberiste e conservatrici aveva edificato
un impero economico con fondamenta apparentemente solide negli USA e in Italia. Nell’arco di
pochi mesi – nel fatidico 1974 – l’universo sindoniano vacilla e poi crolla… È lo stesso anno in cui
le illusioni reazionarie degli “anticomunisti” più viscerali ma anche meno pragmatici vengono
spazzate via da nuovo vento mosso dalla Storia… Uno dopo l’altro i regimi militari e fascisti
europei (Spagna, Grecia e Portogallo) cedono e si frantumano perché ormai impopolari, inefficienti
e anacronistici… E poi scoppia lo scandalo Watergate che travolge l’Amministrazione Nixon e
parte del suo entourage risparmiando tuttavia gli uomini più legati ad una concezione tecnocratica e
pragmatica del Potere e inseriti nella massoneria (Kissinger, Ford, l’ammiraglio Haig).
Non è concepibile che un uomo come Cefis certo aduso a calcolare costi e benefici in determinati e
delicati contesti non abbia cercato di farsi un quadro generale della situazione interna all’Italia ed
internazionale. È, quindi, forse ben più verosimile che, più che per la minaccia incombente di
qualche incriminazione - si ricordi che, all’epoca, si celebrava il processo per la strage di piazza
Fontana a Catanzaro e che, ancora, giornali e rotocalchi riempivano le pagine sulle inchieste relative
ai tentati “golpe” – il Presidente della Montedison abbia pensato di poter meglio controllare e
dirigere i suoi affari dall’estero magari sotto qualche ala protettiva “amica”. In quegli anni – nella
seconda metà dei Settanta – si hanno notizie di suoi viaggi in Canada e in Svizzera. Perché questi
movimenti? E come mai permane ancora un’intensa aura di mistero sulle sue misteriose attività?

Rammentiamo come questi fossero anche gli anni della precipitosa fuga di Sindona negli USA per
sottrarsi alle maglie della Giustizia italiana e affidarsi in quelle – evidentemente ma anche
erroneamente – ritenute più compiacenti di quella americana…

Rammentiamo come fossero pure gli anni del grande clima di allarme vissuto in taluni ambienti
economici e finanziari e in certi ceti sociali per l’imminente realizzazione della prospettiva del
Compromesso Storico imperniato sull’intesa “di massima” fra DC e PCI…

Rammentiamo come in quegli stessi anni in cui – grazie anche al sostegno di altri settori degli
ambienti citati – il Compromesso Storico sembrava ormai alle porte si fosse assistito all’espansione
della P2 e del piduismo che, per certi versi, costituivano l’antitesi di quel progetto…

Rammentiamo come proprio in quegli anni venisse delineato il Piano di Rinascita Democratica che,
alla luce degli accadimenti successivi, potrebbe essere considerato alla stregua di un vero e proprio
elaborato manifesto della Nuova Destra pragmatica, postmoderna e neoconservatrice italiana…

Che parte può aver ricoperto – ammesso che l’abbia ricoperta – l’ineffabile ingegner Cefis?

Il quesito rimanda anche all’affiliazione massonica…

Per un’altra straordinaria coincidenza Eugenio Cefis si iscrisse alla massoneria in quel 1961 in cui
venne cacciato dall’ENI per volontà del suo sfortunato Presidente. Precisamente era affiliato alla
loggia coperta “Giustizia e Libertà” della Comunione massonica di Piazza del Gesù. In certo qual
modo si trattava di una sorta di P2 ante litteram e contava su illustri bei nomi della finanza, della
politica e della burocrazia statale. Fra costoro non poteva mancare l’”amico” di Mediobanca, il
tenebroso e dimesso Cuccia, ma negli elenchi degli iscritti non mancavano le sorprese, personalità
anche appartenenti a mondi diversissimi e apparentemente inconciliabili.
Si potevano trovare i nomi del generale Aloja – Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e promotore
della “strategia della tensione” – e quello del Capo di Stato Maggiore della Difesa e generale dei
carabinieri De Lorenzo meglio noto per il ricatto golpista conosciuto come “Piano Solo”.
Si distinguevano i nomi del Presidente della famigerata Italcasse – la banca di stato al servizio della
DC e degli andreottiani – Giuseppe Arcaini e il governatore della Banca d’Italia Guido Carli.
Si potevano scorgere importanti nomi di importanti politici delle più svariate aree “ideologiche”
come il missino e neofascista Caradonna e il socialdemocratico Preti. Fra gli altri era presente pure
Gianni Cervetti, futuro tesoriere del PCI, prima convinto stalinista e poi punta di diamante dell’ala
“migliorista” del partito, quella fondata e capeggiata dall’attuale Presidente della Repubblica.
È possibile che “Giustizia e Libertà”, il fiore all’occhiello della Comunione massonica di piazza del
Gesù, intrattenesse qualche inconfessato rapporto con la loggia P2 di Gelli e Ortolani inserita nella
Massoneria di Palazzo Giustiniani? Saremmo propensi a rispondere affermativamente…
Gli studiosi della Massoneria italiana ben sanno che nel nostro paese l’”istituzione” si è divisa in
due grandi Comunioni meglio conosciute per i nomi degli indirizzi delle rispettive sedi: Piazza del
Gesù e Palazzo Giustiniani divise storicamente per l’atteggiamento e la linea da adottare nei
confronti della Chiesa. Possibilista la prima, assolutamente intransigente la seconda…
Agli inizi degli anni Settanta i due Gran Maestri in cercano di promuovere la riunificazione della
Massoneria italiana per conquistare prestigio e riconoscimenti da parte della Massoneria
internazionale.
Il Gran Maestro di Piazza del Gesù, Francesco Bellantonio, è cognato del potente banchiere
siciliano Michele Sindona, anch’egli affiliato.
Il Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, il socialista Lino Salvini è, invece, il protettore di Licio
Gelli come il suo predecessore Giordano Gamberini da qualcuno indicato come il contatto CIA
nella massoneria italiana. Sarà proprio Salvini a favorire la carriera massonica del Licio nazionale e
a “inventare” per lui la carica di “segretario” della loggia Propaganda 2. Quando emergeranno i
trascorsi fascisti di Gelli e il suo coinvolgimento nelle inchieste sulle “trame nere” e sull’omicidio
del giudice Occorsio commesso e rivendicato dai neofascisti di Ordine Nero, anche per la pressione
di un gruppo di “massoni democratici”, comincerà a prendere le distanze e ad avversare il suo ex
protetto. Il tentativo di ricreare una Massoneria unificata in Italia naufragherà rapidamente, ma
sortirà un effetto di un certo peso: il travaso di iscritti della loggia “Giustizia e Libertà” in quella
che ormai è già saldamente nelle mani di Licio Gelli accrescendone il potere e l’influenza
all’interno dell’Istituzione. Sarà un caso ma Cefis è il primo iscritto alla loggia “Giustizia e
Libertà”…
Se ne può dedurre che le famose liste di iscritti alla P2 rinvenute negli uffici aretini di Gelli siano
incomplete e che manchino molti importanti nomi della politica, della finanza, del Vaticano, ecc…
Molti nomi di iscritti a “Giustizia e Libertà”…

Il giornalista piduista Pecorelli – che di massoneria indubbiamente se ne intendeva – scrisse in uno
dei suoi articoli al veleno che “era tutta roba da ridere” e che “i massoni si dicono fratelli, ma
giocano a fottersi a vicenda”. Qualche tempo dopo, poco prima della sua morte violenta e ancora
misteriosa, imputò agli ex confratelli le azioni più criminose ed infami della recente storia italiana.
Appurata la complessità della materia non si può far altro che ribadire come nella massoneria –
almeno ai suoi livelli alti e verticistici – sia un pullulare di lobbies, gruppi di pressione, congreghe e
associazioni di “amici”. Sono le famose cosche, mafie dei “colletti bianchi” che, infatti, con le
mafie più tradizionalmente criminali e “militari” intrattengono rapporti non sporadici avendo l’una
bisogno dell’altra… Sicuramente in questa vasta rete di relazioni si creano e disfano alleanze e
inimicizie anche profonde come in tutte le Cupole che si rispettino. Oltre naturalmente al bisogno,
all’incessante desiderio di Potere e di Ricchezza che muove cotali uomini, la massoneria ha un
innegabile respiro – come dire? – anglosassone e angloamericano. I personaggi più influenti
dell’universo massonico sono associati alle logge americane e inglesi, le più potenti per evidenti
ragioni storiche che qui sarebbe lungo e anche inutile sciorinare ed è significativo come
l’opposizione di Cefis alla linea di Mattei nell’ENI rispondesse ad interessi “forti” americani ed
inglesi (il cartello petrolifero delle Sette Sorelle).
Comunque sia gli aspetti legati al folklore massonico con tutta quella esibizione di esoterismo,
occultismo , “spiritualismo” e simbolismo servono solo a celare una realtà che è ben più prosaica e
“materialistica”: uomini come Cefis, come Cuccia o anche come Gelli e Sindona non potevano
nutrire alcun interesse per gli studi massonici essendo impegnati e affaccendati a ben altro…
Nel contesto degli anni Sessanta, Settanta e dei primissimi anni Ottanta – per proseguire,magari,
sotto mentite spoglie nei decenni successivi – la loggia coperta P2 – o, per meglio dire, P2/Giustizia
e Libertà – si è imposta come la stanza di compensazione di interessi diversissimi e disparati -
nazionali ed internazionali - politici, finanziari, economici, amministrativi e strategico militari al
fine di farli convergere su ben precisi obiettivi e finalità. Concepito sicuramente dalla P2 di Gelli,
ma più probabilmente anche all’interno del più vasto mondo massonico italiano, il Piano di
Rinascita Democratica costituisce il fulcro ed il cuore di un progetto ben più sofisticato dei
precedenti e più rozzi tentativi di golpe militari. Si può agevolmente rilevare come il Piano gelliano
e non solo gelliano – nel quale si può forse scorgere la mano e la mente di Michele Sindona per quel
che concerne le parti inerenti l’economia politica – si concentra sullo “svuotamento” della Carta
Costituzionale attraverso il progressivo inquinamento istituzionale e sociale. E’ molto arduo
sostenere che, in questi ultimi quarant’anni e quasi in coincidenza con gli “Scritti Corsari” di
Pasolini, non avremmo assistito all’interminabile eutanasia della Costituzione e della Repubblica.
Altro fatto che ha cominciato a turbare le anime e le coscienze è l’affinità fra il Piano di Rinascita
Democratica della P2/Giustizia e Libertà e il celebre documento della Trilateral (USA/Europa
occidentale/Giappone) soprattutto quando in entrambi si sottolinea la necessità di ridurre e porre un
freno agli “eccessi e sovraccarichi di democrazia”. Naturalmente le parole sono diverse ma la
sostanza resta la stessa… Il Piano di Rinascita è stato modellato sul documento della Trilateral?
Nella migliore delle ipotesi ha fornito una imprescindibile fonte di ispirazione. Costituita nel 1973
come ulteriore sviluppo del CFR – imperniato sulle relazioni bilaterali USA/Gran Bretagna – e del
club Bilderberg – a cui si aggiunge, nel clima di atlantismo da Guerra Fredda, l’intera Europa
occidentale – la Commissione Trilaterale è stata fondata e promossa dal potente magnate americano
David Rockefeller, da Henry Kissinger – consigliere per la sicurezza nazionale per il Presidente
Nixon – e da Brzezinsky che ricoprirà la stessa carica per il democratico Carter. Raccogliendo i bei
nomi internazionali della finanza, dell’economia, della politica, della diplomazia e del giornalismo,
ci si prefigge l’obiettivo di diffondere i benefici del Mercato secondo quella “dottrina debole” cara
ai neoliberisti, neoliberali, neolibertari e neoconservatori. Insomma il club esclusivo, il partito dei
“neo”, la grande coalizione della postmodernità neoliberista, pragmatica, consumista ed edonista.
Accertato ormai che i regimi militari e fascisti sono anacronistici e addirittura controproducenti, che
il comunismo sovietico è irrimediabilmente in crisi e che le spinte sessantottine e “giovanilistiche”
sono state assorbite e, magari, anche ben utilizzate e volte a finalità “altre”, non rimane che cogliere
i frutti di una stagione in cui si è ben seminato… Multinazionali, grandi cartelli industriali (come le
Sette Sorelle), la grande finanza hanno sempre retto le sorti del pianeta in quella seconda metà del
XX secolo, ma il Mercato non era mai riuscito a insinuarsi nelle menti delle persone e ad ottenere
un consenso di massa. Ora i tempi sono propizi…
Bisognerà ammettere che la P2 non è altro che una Trilaterale più modesta e in tono minore. Magari
può esserne una “diramazione”. La somiglianza che colpisce maggiormente fra i documenti prodotti
dalle due “istituzioni” od organizzazioni riguarda il ruolo assegnato ai mass media, ai mezzi di
informazione e alla stampa per imporre un certo tipo di opinione pubblica. Come ebbe a dire Gelli
“Chi ottiene il controllo dei mezzi di informazione possiede il vero potere”…
Le vicende della P2/Giustizia e Libertà (e della Trilateral) ci rammentano come, prima ancora delle
questioni di ingegneria istituzionale, siano proprio i settori dell’industria massmediologia,
dell’informazione, della stampa e, in aggiunta, quelli dello spettacolo, dell’intrattenimento, del
divertimento e del tempo libero a dettare la reale “forma mentis” dei cittadini…
Si tratta di quel vasto ambito merceologico etichettato dal filosofo Adorno come “industria
culturale”.
Inevitabilmente ritornano le vecchie logiche del Potere, dell’Influenza e del Profitto personale che
muovono personaggi come Eugenio Cefis il quale può avere, al contempo, perseguito un
incremento delle proprie disponibilità acquistando pacchetti azionari a destra e a manca e risposto
alle richieste dei suoi amici e “confratelli” assecondando i loro ambiziosi progetti.
Non si può dimenticare che, comunque, l’”industria culturale” (case editrici, libri, giornali, radio
televisione, musica commerciale, cinema, sport come l’automobilismo e il calcio e, oggi, i nuovi
mass media come internet, ecc…) può essere un ottimo affare per i magnati dell’industria e della
finanza. Un mercato mai domo e sempre in espansione, oltre ad essere utile al Potere come hanno
compreso gli americani e, ben prima di loro, i romani…

“Panem et circenses”…

L’interesse di Cefis – come per Gelli e Ortolani – per l’informazione e la stampa di opinione è
sempre stato molto forte. In questa attività “editoriale” il Presidente dell’ENI e Montedison ha
seguito le orme del suo “collega” petroliere Attilio Monti, proprietario del Resto del Carlino e de La
Nazione, due capisaldi dell’informazione rivolta ad un’opinione pubblica conservatrice e probabile
compagno di scorribande “golpiste”.
A metà degli anni Settanta Eugenio Cefis mise a segno il suo colpo più importante ingaggiando un
braccio di ferro con l’altro uomo forte dell’industria italiana, Gianni Agnelli, padrone della FIAT,
proprietario dell’importante quotidiano di Torino La Stampa e azionista del Corriere della Sera. A
quei tempi l’Avvocato aveva avviato degli approcci nei confronti del PCI abbandonando la consueta
pregiudiziale molto forte negli ambienti industriali. Nelle intenzioni del Presidente della FIAT solo i
comunisti del PCI avrebbero potuto riportare l’ordine nelle fabbriche arginando gli “spontaneismi”
sindacali. Il caso di Agnelli non era isolato… Teatro dello scontro, nel 1974, fu proprio
Confindustria ove, dopo una serie di veti incrociati, alfine Gianni Agnelli venne eletto Presidente e
Eugenio Cefis vicePresidente. A coronamento del patto raggiunto dalle opposte fazioni la stampa
nazionale di opinione – quella che contava e conta veramente in quell’àmbito – venne spartita.
Eugenio Cefis diventò padrone de Il Messaggero, il quotidiano più letto di Roma ed ottiene che il
più importante quotidiano del paese, Il Corriere della Sera, venga rilevato dai Rizzoli.
Con la proprietà dei Crespi – buona famiglia “In” di Milano – e sotto la direzione del paladino del
giornalismo “radical chic” Piero Ottone, il giornale di via Solferino aveva preso una piega troppo
“di sinistra” anche ospitando gli articoli di intellettuali come Pasolini, peraltro non proprio benevoli
verso Cefis.
L’impostazione è così sfacciata che il più importante dei giornalisti di casa nostra, il conservatore e
anticomunista Indro Montanelli, si dimetterà sbattendo la porta e fondando quel Giornale che molto
presto si consegnerà nelle mani di un giovane e rampante editore lumbard, Silvio Berlusconi.
Saranno proprio Cefis ed Agnelli – a suggello del patto raggiunto – ad iniettare i capitali necessari
ai Rizzoli per acquistare Il Corriere dai Crespi…

Ma dietro a Cefis (e ai Rizzoli) spunta ancora una volta la loggia P2…

All’epoca in cui Il Corriere cambiò radicalmente assetto proprietario la Rizzoli era nota al grande
pubblico come grande impero imprenditoriale – editoriale e cinematografico – a base familiare,
tuttavia, anche a causa dell’enorme indebitamento per l’acquisto del quotidiano più importante
d’Italia, la fine era dietro l’angolo. Privo di quelle qualità e di quei requisiti necessari a gestire una
grande impresa che erano propri del fondatore, Angelo Rizzoli Jr. si lasciò trascinare in
un’operazione mediatica e finanziaria dai contorni oscuri condannandosi al fallimento. L’ombra che
gravava sui Rizzoli si chiamava loggia P2. Come per rispondere al dettato suggerito dal Piano di
Rinascita Democratica nella loggia coperta si costituì un raggruppamento speciale “interessato” ai
problemi dell’informazione e della comunicazione. Tale “organismo” riservato si era posto sotto
l’ombrello della Rizzoli – Corriere della Sera. Oltre al povero e sprovveduto Rizzoli Jr. – convinto
dalle lusinghe e dalle promesse di soci d’affari alquanto inaffidabili – ne facevano parte:
il numero due della loggia, Umberto Ortolani, banchiere ed editore molto immanicato con il
Vaticano e – a quanto pare – con la famiglia Bush; il direttore generale della Rizzoli Bruno Tassan
Din; il cronista, giornalista e neodirettore del Corriere Franco Di Bella; Massimo De Carolis,
esponente emergente della destra democristiana, già leader del movimento della Maggioranza
Silenziosa e avvocato di Michele Sindona; il noto giornalista Paolo Mosca; Maurizio Costanzo, già
popolare personaggio televisivo e direttore del fallimentare quotidiano Occhio, esperimento
editoriale targato Rizzoli di breve anzi brevissima vita; lo scrittore Roberto Gervaso e il medico
chirurgo, nonché autore televisivo Fabrizio Trifone Trecca. Fra i nomi di questo gruppo ristretto
spicca oggi il nome di Silvio Berlusconi, allora giovane imprenditore rampante del mattone e futuro
padrone di un vasto impero mediatico, della comunicazione e dello spettacolo che, fra l’altro,
annovererà numerosi canali televisivi privati (Canale 5, Italia Uno, Retequattro); un colosso
editoriale (Mondadori) con capacità ineguagliata di “sfornare” libri, quotidiani e periodici; alcune
stazioni radiofoniche; la più importante società di produzione e di distribuzione cinematografica
(Medusa); una blasonata squadra di calcio (Milan), ecc… Nel periodo forse più infelice e
travagliato del Corriere nominalmente nelle mani di Rizzoli Jr, ma in realtà gestito dal duo Gelli –
Ortolani tutti questi personaggi più o meno noti apporranno la loro firma in calce a diversi articoli
del quotidiano. La breve durata e il bilancio negativo dell’azione messa a punto dagli uomini della
P2 rivela quanto poco remunerativa fosse sul piano finanziario ed economico – se non per riempire
le tasche dei singoli interessati – e quanto fossero consistenti i suoi connotati mediatici tesi
all’influenza dell’opinione pubblica media. Se l’incursione nel mondo dell’emittenza televisiva
privata incoraggiata dalla nuova legge che andava nella direzione della dissoluzione del monopolio
RAI si risolse in un sonoro flop (Tele Malta), accadde ben peggio in àmbito finanziario perché la
Rizzoli venne coinvolta nei poco trasparenti maneggi della rete di società ed istituti creati da un
altro fratello di loggia, il Presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi con il concorso di
monsignor Marcinkus, il direttore dello IOR, la Banca Vaticana. È tale, tanta ed evidente questa
energia di forze che il Banco Ambrosiano entrerà come socio neanche troppo occulto della Rizzoli –
Corriere della Sera. A questo punto non sorprende che il crack del Banco Ambrosiano venisse a
coincidere con il fallimento della Rizzoli facendo al contempo emergere la vera natura della loggia
Propaganda 2. Per il banchiere Roberto Calvi non si prospetteranno giorni felici e andrà in conto ad
una morte oscura come quella del Presidente dell’ENI Mattei, la simulazione di un “suicidio” di cui
si sono fatte probabilmente carico organizzazioni criminali come Cosa Nostra siciliana, la camorra
napoletana o la banda della Magliana. Le cointeressenze che hanno agito in questo delitto non sono
state tuttavia pienamente disvelate… In questo convulso contesto l’unico a non serbare motivi di
insoddisfazione è proprio il giovane Berlusconi che raccoglierà gli effettivi frutti dell’eredità della
Rizzoli. Anzi, grazie alla sua proverbiale spregiudicatezza, riuscirà dove gli altri hanno fallito. A
sancire il “passaggio di consegne” l’acquisto del settimanale di successo TV, Sorrisi e Canzoni
dall’ormai esangue Rizzoli.
Se dovessimo oggi tentare di spiegare l’irresistibile ascesa del Berlusconi imprenditore come anche
di quello politico non saremmo in grado di dare una risposta univoca agli interrogativi di molti.
Recentemente si insiste sulla provenienza mafiosa di molti capitali transitati a Milano 2, mentre
spesso in passato l’attenzione si è concentrata sull’inossidabile amicizia con il leader e segretario
del PSI Bettino Craxi, per anni potente e incontrastato signore del capoluogo lombardo.
L’aiuto della potente confraternita massonica non è mai venuto meno a partire dal ruolo di Servizio
Italia nella costituzione delle famose holding berlusconiane. La fiduciaria è riconducibile alla Banca
Nazionale del Lavoro retta da due membri della P2– il Presidente Alberto Ferrari e il direttore
generale Graziano Graziadei – ed il suo nome compare nei più scottanti e inestricabili affaires
finanziari degli anni Sessanta – Settanta (Sindona, Banco Ambrosiano, Rizzoli). Senza addentrarsi
ulteriormente nelle vicende ancora poco chiare delle fortune del Cavaliere, sulle quali saranno
probabilmente i posteri coloro che potranno esprimere l’ardua ed equa sentenza, ci permettiamo di
riportare nuovamente l’attenzione sulle misteriose attività dell’”uomo in grigio” e sui suoi soci ed
alleati, perché, secondo il sostituto Procuratore di Pavia Vincenzo Calia, già titolare dell’inchiesta
sulla morte di Enrico Mattei, una delle società accomodanti della Edilnord Centri Residenziali di
Umberto Previti (papà di Cesare) già Edilnord Sas di Silvio Berlusconi & C. con sede a Lugano, si
chiama Cefinvest, evocando, in tutta evidenza, un ruolo ancora tutto da indagare dell’ex padrone di
ENI e Montedison.

Cefis, P2, Gelli, Ortolani, Craxi, Berlusconi…

Un vortice di nomi e complicità…

Il cerchio sta per chiudersi?

È veramente Eugenio Cefis il principale regista delle macchinazioni più pericolose a danno
dell’assetto democratico e repubblicano?

O è l’aspetto pecuniario a prevalere sulle ambizioni e sui progetti meramente “politici”?
O il quadro è molto più mosso e complesso e, in ogni caso, la fotografia che pone al centro l’”uomo
in grigio” si sta allargando?

Proseguiamo…

Fra le macerie e l’impercettibile deserto o semideserto morale e civile di un paese e del mondo si
muove senza timore un poeta che, per quanto piccolo e per certi versi inadeguato, è fra i pochi che
possono cogliere i segni della decadenza…

Può farlo perché, appunto, è un poeta e sa osservare la superficie e ciò che vi si agita dietro…

Osserva e scruta il mare nero della prepotenza, della violenza, della crassa ignoranza e della
volgarità più sordida e squallida…

Percepisce nella mente e sulla pelle le nefandezze di un nuovo Potere che soffoca la libertà
trasformando gli uomini da cittadini a consumatori e stringendo nella sua morsa soprattutto i
giovani attraverso la pubblicità che ne stimola quei bisogni e quei desideri che sono precondizione
necessaria all’acquisto di ogni tipo di prodotto superfluo…

È quel Potere Invisibile che viene a coincidere con il Mercato: i mercanti sono usciti dal Tempio e
hanno eretto un nuovo sacrario privo di sacralità…

Ma questo Nuovo Potere così inedito ed inafferrabile… Così postmoderno è realmente il frutto di
un complotto gigantesco o la logica conseguenza di un processo inevitabile e, per certi aspetti
inarrestabile?

Come figlio di un’epoca ormai lontana, Pasolini non poteva ancora utilizzare quegli strumenti di
analisi che permettono di poter discernere a proposito di tale e complesso quesito. Sono
personalmente convinto che, come altri intellettuali e artisti magari meno conosciuti, si tormentava
e si macerava nella costante ricerca della natura del nuovo Potere, del Mercato anche se non poté
rispondere al quesito. Anche oggi, nonostante quella che dovrebbe costituire una ricchezza delle
fonti informative – si pensi ad Internet - sostanzialmente quella domanda rimane sospesa nelle
riflessioni e nei ragionamenti. Per onore di verità bisognerà pure ammettere che il Mercato – nuovo
e bizzarro Leviatano poco hobbesiano – ha dimostrato una forza e una capacità di penetrazione che
và al di là di qualsiasi Trilateral, per non parlare della loggia P2.

I mercati si espandono e i mercanti dilatano la loro attività…

Quel che era bottega diventa impresa…

Quel che era impresa diventa una formidabile macchina industriale e finanziaria…

Quel che era macchina industriale si fa multinazionale, corporation in grado di condizionare vite di
milioni di persone nel globo terrestre…

Naturalmente la competizione fa in modo di eliminare tutti i “pesci piccoli”, i bottegai incapaci di
adeguarsi alla nuova realtà, impossibilitati a fare fronte alle esigenze della concorrenza…

E i vecchi mercanti, quelli che rimangono in piedi e fondano le moderne casate e i moderni imperi
non territoriali, si fanno speculatori e continuano a fottersi allegramente a vicenda azzuffandosi e
accordandosi nelle manovre di acquisto di importanti pacchetti azionari…
Siamo alla banalità del reale: il Complotto cede inevitabilmente alle lusinghe della Pecunia, una
puttana molto laida ma anche molto molto concreta…

Se ogni buon mercante, ogni impresa e ogni multinazionale e corporation si pasce dei bisogni e dei
desideri indotti dei consumatori, non si può prescindere dai mass media, dall’informazione e dal
mondo dello spettacolo nelle strategie pubblicitarie di marketing. Lo stesso Pasolini ha dedicato un
consistente numero di pagine a questi argomenti accattivanti e ineludibili se si vuol comprendere lo
spirito della postmodernità. È risaputa la sia idiosincrasia intellettuale per la televisione a cui,
anticipando i tempi, imputava il degrado della nazione e, soprattutto, del proletariato e del
sottoproletariato urbano.

Siamo negli anni Settanta e l’Italia è agli albori della sua “Rivoluzione” antropologica che
violenterà la comunità per fare degli italiani degli individui, degli amorali, dei cinici, degli edonisti.
È ciò che, consapevolmente o meno, richiede l’espansione del Mercato…

Pasolini non farà in tempo ad assistere a quello che, a seconda delle prospettive, potrebbe essere
considerato uno scempio, al compimento di un “processo” di cui aveva intuito i contorni, ma è
proprio nel corso degli anni Settanta che matura quell’”evoluzione” dei mass media e dell’industria
dello spettacolo, dell’intrattenimento e del divertimento che modellerà anche la nuova Italia.

Già abbiamo illustrato come in quel decennio gli assetti del mondo editoriale e dell’informazione
venissero sconvolti dagli assalti dei “nuovi attori” e da continui conflitti e tensioni circa l’indirizzo
da conferire alla stampa di opinione, ma il quadro è ancora imparziale e incompleto…

A tale proposito vorrei rimandare ai miei precedenti scritti “Di me cosa ne sai” e “That’s
entertainment” e consigliarne un’attenta lettura se possibile… In quei lunghi articoli si trattavano ed
analizzavano i destini paralleli ed interdipendenti della televisione e del cinema del nostro paese.

La storia poco nota e sviscerata – ma raccontata mirabilmente dall’ottimo documentario “Di me
cosa ne sai” di Vincenzo Jalongo – inizia con un paio di leggi che hanno sconvolto i sistemi
massmediatici e l’industria dello spettacolo in Italia. La legge del socialista Corona (1972) negando
le sovvenzioni statali alle grandi coproduzioni internazionali a cui le case di produzione potevano
partecipare, mette in crisi un settore vitale, creativo e competitivo come quello della cinematografia.
Il mitico e pionieristico produttore napoletano Dino De Laurentiis sospetta che le legge sia stata
promossa e voluta dagli americani e dalle loro major hollywoodiane per sbarazzarsi del più
agguerrito concorrente nell’”industria di celluloide” con la complicità di politici nostrani.
Da quel momento i più importanti produttori dell’epoca fra cui lo stesso De Laurentiis, Carlo Ponti
– il marito di Sofia Loren – e Grimaldi emigreranno negli USA probabilmente anche perché allettati
dai loro “amici” nelle major. Senza dimenticare la stessa oscura morte di Pasolini, regista di
successo, sulla quale può essersi verificata una convergenza di interesse e la progressiva crisi della
Cineriz, l’ottima società di distribuzione e di produzione cinematografica (aveva fra l’altro
finanziato capolavori di Federico Fellini come “La dolce vita” e “Otto e mezzo”) propiziata dalle
avventurose incursioni piduiste di Gelli e di Ortolani.
Sono storie che, curiosamente, riportano sulla scena gli americani, la loggia P2 e pure la mafia che,
con i suoi intrecci finanziari e la sua solida e fitta rete di rapporti italoamericani – di cui Sindona è
stato il più autorevole e rispettato tessitore – ha investito rilevanti cifre nei settori merceologici
dell’informazione, dei mas media, dello spettacolo e del divertimento ed intrattenimento in
generale. A metà degli anni Settanta l’Italia è invasa da piccole e improvvisate emittenti locali
grazie a una legge che liberalizza il sistema radiotelevisivo. Ancora gli italiani non lo sanno, ma
quel modello così “provinciale”, raffazzonato, caciarone e volgare, quella televisione così
ammiccante e sempre più esplicita in fatto di sesso, verrà popolarizzata da un signore a quei tempi
ancora piuttosto sconosciuto ma che si era già fatto notare per aver costruito una città satellite
vicino a Milano grazie a capitali di oscura provenienza e ad importanti appoggi politici.
Quell’uomo era iscritto alla P2 e non stupisce che un discreto numero dei canali televisivi privati
locali fosse stato fondato da personaggi legati alla potente loggia coperta o, comunque, collocati a
destra. Segno che si stava imponendo una nuova egemonia culturale che, da parte opposta, non si è
riusciti a cogliere per tempo. Intanto chiudono le case di produzione e distribuzione cinematografica
piccole e grandi per i relativi studi che vengono ceduti alle televisioni private e allo smantellamento
dell’”industria di celluloide” italiana – che, ricordiamolo, era seconda solo a Hollywood – al quale
corrisponde lo strapotere delle majors hollywoodiane e la stagione dei costosissimi blockbusters.
Un’egemonia, quella hollywoodiana, che si impone globalmente senza alcuna possibilità di
resistenza per i concorrenti se non le politiche di sostegno da parte dello Stato. Si inizia da “Guerre
Stellari” e dal cinema fiabesco e infantile di Spielberg e di Lucas, dalla diffusione del nuovo
individualismo basato sul culto dell’immagine e ben rappresentato a quei tempi dalle movenze
flessuose di John Travolta e dal corpo scultoreo dell’”American Gigolo” Richard Gere. A questi si
può comodamente aggiungere la virilità belluina e feroce del John Rambo interpretato da Sylvester
Stallone, simbolo dell’America trionfante, violenta ed aggressiva così come piaceva al Presidente
repubblicano Ronald Reagan che, peraltro, era stato un (mediocre) attore ad Hollywood. Strumento
principe per fare piazza pulita di ogni concorrenza saranno i complessi Multisala aperti dalle grandi
majors hollywoodiane per diffondere le proprie pellicole e restringere gli spazi per le altre. È
significativo che l’unico italiano in grado di aprire delle multisale cinematografiche sarà proprio
Berlusconi che, dopo aver acquistato la Medusa Cinematografica, si può considerare l’unico vero
distributore italiano operante nel settore.

Quel che è accaduto al nostro paese è singolare e curioso: da un lato, attraverso la standardizzazione
di un prodotto cinematografico destinato ad un consumo e ad una fruizione globale, si impone
l’egemonia “culturale” americana, dall’altro il modello della televisione privata e berlusconiana –
con il suo evidente “provincialismo” – soppianta lo stile austero e paludato della vecchia RAI in
bianco e nero. La contraddizione è solo apparente: il Mercato diffonde modelli di comportamento
individualisti, conformisti, consumistici ed edonisti che ben si conciliano con la nuova stagione
cinematografica e televisiva dell’Italia. Se, forse inconsapevolmente, il movimento giovanile del
Settantasette, aveva contribuito al recupero e all’affermazione del “privato” anche con esiti nefasti,
non si può dimenticare che saranno proprio i canali televisivi della nascente e berlusconiana
Fininvest e la stampa targata dalla casa editrice Rizzoli a portare la rivoluzione antropologica di cui
discettava Pasolini alle estreme conseguenze… Non manca il contributo di intellettuali, scrittori e
giornalisti già reduci della stagione sessantottina… Senza dubbio stanchezza e delusione hanno
avuto un notevole peso nell’adozione di determinate scelte.

Negli anni Ottanta il passo è breve: la nuova televisione, il nuovo cinema e il nuovo giornalismo…
Insomma il nuovo paese…

Al declino delle grandi famiglie del capitalismo italiano si accompagnerà l’ascesa dei nuovi
manager, finanzieri ed imprenditori rampanti e con pochi scrupoli (Berlusconi, De Benedetti,
Gardini, Briatore, ecc…)…
L’industriosità cede il passo al guadagno facile e alla speculazione; l’austerità al rampantismo e
all’edonismo…

Il modello edonista si popolarizza e viene “nobilitato” dall’involucro neoliberista…

Sono gli anni del reaganismo, del craxismo e dell’emergente berlusconismo che altro non sono se
non tre diverse declinazioni della stessa società dello Spettacolo (e del Mercato) senza alcun
fondamento o radice politica e, tantomeno, filosofica…
Gratta, gratta e dietro al neocapitalismo postmoderno scoprirai il Nulla morale ed intellettuale.

Come può Eugenio Cefis entrare in tutto questo? L’”uomo in grigio” può essere considerato un
profeta o un precursore dei “tempi nuovi”? Difficile stabilirlo con certezza…
Sicuramente il suo nome rimbalza nelle vicende che hanno riguardato gli sconvolgimenti
dell’”industria culturale italiana” (Sindona, P2, Rizzoli, scalate giornalistiche, ecc…) anche se è
ancora difficile appurare il suo ruolo soprattutto dopo la sua fuga dall’Italia.
Sicuramente il Cefis che aveva in mente Pasolini, l’uomo coinvolto nella morte di Mattei, non era
semplicemente un simbolo, ma l’essere che ha concretamente operata per dare un certo corso al
paese.
Il padrone dell’ENI e di Montedison, oltre ad imporsi ed ergersi a campione della “razza padrona”,
è l’ex partigiano “bianco”, amico di americani ed inglesi, in grado al contempo di manovrare i
neofascisti dell’estrema destra e l’estrema sinistra.
Per quel che riguarda quest’ultimo versante – i probabili rapporti fra Cefis ed esponenti
dell’ultrasinistra sovversiva – qualcuno conforterà indirettamente e sorprendentemente la tesi
esposta da Pasolini in “Petrolio”. Con qualche aggancio con il caso Moro…

Condannato per decenni a vivere con una pallottola conficcata nella testa in seguito ad un agguato
mortale tesogli da solerti militanti della formazione terroristica di Prima Linea, Sergio Lenci è stato
uno stimato e apprezzato professore e architetto specializzato in edilizia carceraria. Pungolato
dall’urgenza di capire quali fossero le motivazioni dei terroristi nonché i meccanismi psicologici
che ne presiedevano le azioni, scrisse un libro verso la fine degli anni Ottanta e oggi ripubblicato da
Il Mulino con il titolo “Colpo alla nuca – memorie di una vittima del terrorismo”.
Quel che a noi preme e interessa nel contesto del presente scritto, sono quel paio di pagine in cui il
povero e compianto Lenci – fra le sue puntuali disquisizioni sulla banalità e sulla pochezza del Male
prodotto da quel terrorismo – menziona proprio il nostro Eugenio Cefis in relazione alla sentenza di
rinvio a giudizio dei militanti dell’”Autonomia Organizzata” per il processo Metropoli.
Nelle pagine 201, 202 e 203 si segnalano alcuni pagamenti effettuati dalla Montedison al CERPET
fra il 1975 e il 1977, uno strano istituto di ricerca economica e sociologica. Cosa può esserci di
strano nel fatto che un importante polo industriale commissioni delle ricerche ad un istituto di studi?
Niente, senonché il CERPET è un ben strano centro di studi. L’istituto viene fondato nel 1975 per
iniziativa di Antonio Landolfi, membro della direzione del PSI mentre nell’atto costitutivo risultano
le firme di due militanti, prima di Potere Operaio, poi dell’”Autonomia Organizzata”, ovvero il noto
Lanfranco Pace e Stefania Rossini. In effetti permangono forti e ragionevoli sospetti che il CERPET
altro non sia se non il centro di collegamento fra esponenti del PSI e frange dell’Autonomia e al
contempo la copertura per attività ben diverse dalla semplice realizzazione di studi scientifici. Pare
che nella stessa sede del CERPET, situata in piazza Cesarini a Roma, avesse trovato ospitalità
quella di Metropoli, organo di stampa dell’”Autonomia”. Non solo… Gli studiosi e i professori del
CERPET sono presenti nel comitato di redazione di Metropoli ed è ormai accertato che, proprio nei
locali del centro studi si svolgevano le riunioni degli uomini della rivista. Occorrerebbe fare un
pochino di chiarezza dato che l’”Autonomia Organizzata”, nella costellazione delle sue varie
frazioni, era sorta dopo il 1973 da Potere Operaio, la più agguerrita e violenta fra le organizzazioni
della sinistra extraparlamentare. Nella fase più acuta e allarmante degli anni di Piombo furono i
leader dell’”Autonomia Organizzata” a propugnare la lotta armata nel tentativo di egemonizzare il
cosiddetto Movimento del Settantasette conducendolo sul terreno della violenza. E’ mai possibile
che un importante e prestigiosa impresa, come la Montedison sotto la presidenza di Cefis, abbia
commissionato degli studi ad un istituto in “odore di sovversione”? Ed è altrettanto pensabile che
gli esponenti di uno dei più importanti partiti dell’arco costituzionale, collocato a destra e a sinistra
del PCI, abbia protetto e tutelato quegli strani professori che predicavano e tentavano di praticare la
“destrutturazione del sistema? Domande tanto più urgenti se si ha ben presente che la vicenda
Metropoli entra a pieno titolo nell’affaire Moro…
Dunque Antonio Landolfi non è un esponente di secondo piano del PSI ed è lo stretto collaboratore
del potente Giacomo Mancini più volte Ministro dei Lavori Pubblici. Di origine calabrese, Mancini
ha trovato una sua ambigua collocazione nella politica italiana degli anni Sessanta e Settanta
oscillando fra la vicinanza alla destra autonomista ed anticomunista e gli approcci verso le sinistre
del partiti più accomodanti nei confronti del PCI. Prosciolto dall’accusa di essere uno dei
manovratori della cosiddetta rivolta di Reggio capoluogo poi egemonizzata dai mazzieri neofascisti
all’inizio degli anni Settanta, l’esponente socialista è sempre stato chiacchierato soprattutto in virtù
delle sue frequentazioni e dei suoi rapporti con esponenti dei movimenti dell’ultrasinistra, anche
quella più risoluta nell’adozione di metodi violenti di lotta. Secondo l’informatissimo giornalista
piduista Mino Pecorelli Giacomo Mancini – con la solita complicità dell’onorevole democristiano
Andreotti – avrebbe fatto affluire cospicui finanziamenti a Lotta Continua, la più importante
formazione della Nuova Sinistra attraverso il petroliere Nino Rovelli. I rapporti fra Sofri, Lionello
Massobrio – il direttore amministrativo del giornale Lotta Continua – e Mancini sarebbero stati
costanti e non superficiali, tuttavia esistono testimonianze di frequentazioni ben più pericolose…
Agli inizi degli anni Ottanta quando si recava in Calabria l’onorevole Mancini si faceva scortare dai
brigatisti rossi del Partito Guerriglia, il gruppo capeggiato dall’ambiguo Giovanni Senzani che,
spregiudicatamente, coltivava rapporti con esponenti della Camorra napoletana e della Ndrangheta
calabrese. Senza molti scrupoli e con molto calcolo Mancini voleva attrarre a sé e al partito quegli
strati giovanili che non si riconoscevano e, anzi, avversavano il PCI considerato ormai “integrato al
sistema”. Non può sorprendere che questo personaggio, oltre mantenere fitti contatti con l’estrema
sinistra, non abbia disdegnato i rapporti con aree, ambienti e personaggi di opposta provenienza.

Nel periodo in cui Giacomo Mancini era Ministro dei Lavori Pubblici, il fido Landolfi ricopriva la
carica di Capo Ufficio Stampa. Allo scopo di gestire la campagna propagandistica sulla sicurezza
stradale indirizzandovi i fondi ministeriali, Landolfi costituì a Roma l’agenzia stampa Presenza
Socialista affidandola ad uno strano personaggio, tale Felice Fulchignoni. Chi era costui?
Uomo d’affari, impresario cinematografico, televisivo e pubblicitario come molti personaggi della
nostre storie, l’uomo aveva un grande ascendente e molta influenza negli ambienti del PSI pur
essendo politicamente di destra. Fondatore della celebre agenzia stampa Adn Kronos e titolare del
cabaret romano Il Bagaglino, ricettacolo di una satira qualunquistica e becera sotto la direzione del
mediocre regista Pierluigi Pingitore, Fulchignoni aveva trascorsi da fascista e repubblichino, avendo
ricoperto le funzioni di capo dell’Ufficio Propaganda del Direttorio Nazionale del PNF (il Partito
Nazionale Fascista) e di direttore del settimanale Notiziario Romano del PNF. Grande esperto di
propaganda, pubblicità e spettacolo, il giornalista, faccendiere ed impresario era soprattutto uomo
dei servizi segreti essendo a libro paga del SIFAR e, secondo più recenti valutazioni ed
accertamenti, uomo di punta del servizio supersegreto denominato Anello.
È il terzo uomo della struttura citata, dopo i senatori missini Pisanò e Nencioni, a fare la sua
comparsa fra le pieghe di queste storie. Come gli altri “agenti” dell’Anello anche Fulchignoni ha un
passato da fascista e repubblichino e si suppone che abbia mantenuto tale dirittura politica ed
ideologica. Secondo un’anonima fonte Felice Fulchignoni aveva presenziato alla cerimonia di
inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Prato del 1965 e si sarebbe trovato accanto a Giulio
Andreotti (l’importante politico democristiano che probabilmente dirigeva l’Anello) e a Licio Gelli
(il capo della loggia coperta P2 o, forse, solo il gregario di Eugenio Cefis con formidabili entrature
nei servizi segreti). Secondo la giornalista Stefania Limiti – nel suo notevole “L’Anello della
Repubblica – La scoperta di un nuovo servizio segreto. Dal fascismo alle Brigate Rosse” ed.
Chiarelettere – la struttura creata durante il conflitto mondiale era stata posta la servizio della causa
occidentale nella “Guerra Fredda” e, fra l’altro, cercava di rafforzare e avvantaggiare le correnti
autonomiste e anticomuniste della destra socialista a scapito della sinistra del partito ricorrendo,
come consueto, a quelle azioni “poco ortodosse” di cui determinati settori dei servizi segreti sono
esperti. Nonostante l’incompletezza e la frammentarietà del quadro Parecchie impressionanti e
documentate informazioni ci inducono a ritenere che, almeno nella seconda metà degli anni Settanta
si stesse stabilendo e consolidando un asse Cefis – Gelli – Sindona - Andreotti – Mancini – Craxi in
grado di reggere le sorti del paese. A più riprese il caustico e attivissimo Pecorelli sul suo bollettino
OP ha ribadito e ripetuto che sostanzialmente l’odiatissimo Andreotti si era alleato con i socialisti
Mancini e Craxi, mentre nel Piano di Rinascita Democratica della loggia P2 il nome di Mancini
compare accanto a quello di Bettino Craxi fra i pochi selezionatissimi esponenti del PSI cui sarebbe
toccato in sorte di “rivitalizzare la politica nel paese”. Inoltre Mancini risulta fra i destinatari dei
finanziamenti del bancarottiere piduista e mafioso Sindona e si è ipotizzata a più riprese la presenza
del suo nome nella celebre “lista dei 500”, gli esportatori clandestini di valuta in Svizzera che si
giovavano dei servigi del banchiere siciliano. È realmente stupefacente che sia calato il silenzio
sulla documentata circostanza che un importante esponente del PSI, discusso e anche biasimato per
i suoi rapporti poco trasparenti con la sinistra extraparlamentare fosse reputato uomo quantomeno
“avvicinabile” dalla loggia P2 e da quei poteri che, almeno teoricamente, erano riconducibili
all’”opposta sponda”. Ma i giudizi lusinghieri del Gran Maestro nei confronti dell’area dei socialisti
autonomisti non sorprende… Nella celebre intervista rilasciata sul Corriere – del quale era
l’effettivo padrone – al giornalista piduista Maurizio Costanzo nell’ottobre del 1980, il Venerabile
Gelli gettava la maschera e rivelava che la sua massima ispirazione era conciliare il democristiano
Andreottti e il socialista Craxi destinati, in una futura Repubblica presidenziale, a ricoprire
rispettivamente la carica di Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio.
In quanto ad Eugenio Cefis, dopo aver sostenuto a lungo l’anziano Amintore Fanfani, può aver
deciso di puntare su altri cavalli (Andreotti e Mancini). Agli inizi degli anni Settanta la scalata di
Cefis alla Montedison era stata sostenuta ed appoggiata proprio da Fanfani ed era avversata da
Andreotti e Mancini vicini al concorrente del successore di Mattei, Nino Rovelli e la sua SIR.
Dopo l’insuccesso del referendum per abrogare la legge che istituiva il divorzio (1974) era ormai
chiaro che una personalità, in fondo di vecchio stampo, come Fanfani non poteva più brillare.
Occorrevano uomini capaci di interpretare i tempi nuovi ed agire di conseguenza…
Sempre nel citato testo del prof. Lenci il sostegno di Cefis al socialista Mancini è fuori questione:
nel periodo considerato il Presidente della Montedison finanziava Tempo Illustrato, un periodico
molto vicino alle posizioni di Mancini. Ne era direttore il giornalista Lino Iannuzzi, allora piuttosto
allineato alle posizioni dei radicali e dei socialisti, che sarebbe stato eletto senatore per la
berlusconiana Forza Italia. Sorprendentemente ben informato grazie ad alcune fonti molto addentro
ai servizi segreti – fra queste, con ogni probabilità, anche l’ex capo dell’Ufficio D del SID
Gianadelio Maletti piuttosto vicino alle posizioni di Andreotti - il giornale fu ben presto costretto a
chiudere. Il cerchio pare serrarsi proprio ripescando i personaggi della “sovversione rossa”…
Quando nel corso del procedimento giudiziario contro la già citata rivista dell’”Autonomia”
Metropoli, il personaggio più importante del comitato di redazione Franco Piperno venne
scarcerato, Mancini gioì per la sorte dell’amico. In séguito alle successive incriminazioni il
professor Piperno riparò in Canada, ossia lo stesso paese in cui si era rifugiato anche Cefis a partire
dal 1977. Dopo che il leader dell’Autonomia venne arrestato dalla polizia canadese, le autorità
giudiziarie furono costrette a rimetterlo in libertà perché qualcuno aveva pagato la cauzione di
60.000 dollari. Pur non affermandolo esplicitamente, Lenci si era certo convinto che quel
pagamento fosse stato effettuato dallo stesso Cefis su intercessione dell’onorevole Mancini.
Nulla prova questa illazione e, tuttavia v’è da chiedersi come certe latitanze siano state mantenute e
pagate…

Soprattutto Franco Piperno non è mai stato un attore di secondo piano nelle vicende della
“sovversione rossa” e, innanzitutto, del caso Moro…

In séguito all’assassinio di Mino Pecorelli, come di rito la polizia eseguì i rilevamenti
nell’appartamento di via Tacito e rinvenne parecchio materiale interessante e addirittura scottante…

In un appunto scritto a mano vi si legge: “Come avviene il contatto mafia-BR, CIA/KGB-mafia. I
capi BR risiedono in Calabria. Il capo che ha ordito il rapimento, che ha scritto i primi proclami BR,
è il prof. Franco Piperno, prof. Fisica univ. Cosenza.”
Premettendo che tale enunciato è eccessivamente perentorio per una vicenda complessa come quella
dell’affaire Moro, ci sentiamo il dovere di aggiungere che la posizione del professor Piperno e dei
personaggi che ruotano intorno alla rivista Metropoli è tutt’altro che risolta…

Una buona parte di pubblicistica tende a sottolineare il presunto ruolo positivo del PSI e di Craxi
nel tentativo di salvare Moro e di sottrarlo dalle mani brigatiste attraverso una trattativa da condurre
con quella fazione brigatista “che voleva Moro vivo” (Morucci e Faranda) con la mediazione di
personaggi importanti dell’”Autonomia Organizzata” che ruotavano intorno alla rivista Metropoli.
Ad un occhio meno superficiale e più indagatore non sfugge, però, che tali contatti si ammantarono
di una robusta dose di ambiguità. La vicenda CERPET – Metropoli dimostra con pochi margini di
dubbio che esponenti importanti del PSI coltivavano rapporti tutt’altro che sporadici con i
“sovversivi” autonomi e che, di tali relazioni, si giovarono i maggiori leader del partito, Craxi e
Signorile per rilanciare una linea politica autonoma dalla DC e dal PCI. Conoscendo lo
spregiudicato protagonismo dell’allora segretario del partito è assai arduo concludere che egli si
fosse posto come obiettivo precipuo quello di “liberare Aldo Moro”, mentre sarebbe assai più
semplice, alla luce dei fatti documentati, riconoscere che la presunta “trattativa” concerneva un
oggetto diverso, il governo del paese. In quei fatidici cinquantacinque giorni si decideva quale
assetto governativo alternativo al temuto Compromesso Storico potesse essere più consono per una
stabilizzazione definitiva del paese. Niente di male trascurando il piccolo dettaglio che tale
decisione non era affidata ad un responso elettorale e neanche alla discutibile contrattazione fra i
partiti, ma alla sinistra sinfonia dei mitra. È verosimile, quindi, che, dati i margini ristretti di
manovra per riuscire a convincere i brigatisti a rilasciare Moro dietro una soddisfacente
contropartita, chi aveva fitti contatti con il “partito armato” pensasse di lucrare politicamente sulla
“linea della trattativa”. Inoltre, nel periodo “caldo” delle trattative, i promotori brigatisti della “linea
morbida” nei confronti dell’ostaggio - Valerio Morucci e Adriana Faranda, ossia coloro che avevano
avviato i contatti con i loro “ex compagni” di Potere Operaio per una possibile trattativa – riferivano
gli sviluppi al capo brigatista Mario Moretti, presunto fautore della linea “dura”, che non ostacolò
quello che poteva essere anche essere considerato il frutto di una iniziativa autonoma e portata
avanti al di fuori dei normali canali dell’organizzazione. In realtà la colonna romana delle BR
pullulava di militanti ed ex militanti di Potere Operaio, del quale, nella peggiore delle ipotesi non
era che una succursale. Non potendo contare su una propria stabile cellula già insediata nella
capitale, verso la fine del 1975 ed in concomitanza con la firma per il contratto d’affitto per
l’appartamento di via Gradoli 96, Moretti decise di fare ricorso all’aiuto dei “compagni”
dell’”Autonomia” per insediare a Roma una colonna brigatista proprio in previsione dell’operazione
Moro. E’ anzi probabile che questa “colonna romana” fu creata allo scopo esclusivo di fornire il
necessario supporto militare e logistico a un’azione che, diversamente, sarebbe rimasta solo sulla
carta. Raccogliere elementi a sostegno di tale tesi significherebbe corroborare il cosiddetto “teorema
Calogero”, dal nome del giudice padovano che istruì il processo contro la fazione dell’Autonomia
che faceva riferimento al professor Toni Negri e che si era convinto che la relazione fra le BR e la
“galassia” sorta dallo “scioglimento” di Potere Operaio poggiasse su solide fondamenta. È
innegabile che i brigatisti romani che parteciparono all’operazione Moro provenissero dalle file di
Potere Operaio - l’organizzazione dell’ultrasinistra fondata da Negri, Piperno, Pace e Scalzone.
Giovani e decisi militanti come Bruno Seghetti, Alessio Casimirri, Alvaro Lojacono e Rita
Algranati, ma perfino lo stesso Morucci e il “quarto uomo” della prigione brigatista, quel Germano
Maccari che fu costretto ad ammettere il proprio ruolo a distanza di una quindicina di anni. Quando,
almeno apparentemente, Potere Operaio si dissolse, Morucci e Maccari costituirono una struttura
“militarista” e “militarizzata”: i Comitati Comunisti Rivoluzionari.

Simpatizzanti, irregolari o militanti inquadrati?

Autonomi o brigatisti?
Nelle strutture dotate di flessibilità e fluidità risulta assai difficile se non impossibile tracciare un
qualsivoglia confine…

Se l’affaire Moro potrebbe essere accostato ad un mosaico infinito che serba sempre nuovi ed
inediti tasselli, Metropoli vi si inserisce senza difficoltà incastrandosi alla perfezione. Occorre
partire da un’operazione di polizia, una perquisizione effettuata in un appartamento sito in viale
Giulio Cesare 47 a Roma il 29 maggio del 1979. Nel corso dell’irruzione vengono tratti in arresto
Valerio Morucci e Adriana Faranda che, dopo l’esecuzione dell’onorevole Moro, avevano deciso di
lasciare le BR per fondare un proprio gruppuscolo armato. È indubbiamente un successo, ma quel
che viene trovato e repertato desta sicuramente ansia e preoccupazione ai piani alti.

Vediamo perché…

Come altri luoghi celebri e più frequentati dell’affaire Moro – via Fani, via Caetani, via Gradoli, via
Montalcini – quell’appartamento è una miniera di documenti ed oggetti preziosi ed esplosivi. Ci
limitiamo a citarne alcuni…

Nelle tasche di Morucci vengono rinvenuti biglietti con annotati nomi, indirizzi e numeri di
telefono. È soprattutto uno – ma non il solo – a suscitare un certo scalpore fra gli addetti ai lavori: il
commissario Antonio Esposito, responsabile della centrale operativa del commissariato di Monte
Mario in servizio nella mattinata dell’agguato di via Fani. Il commissariato di Monte Mario fu il
primo ad attivarsi dopo le segnalazioni della sparatoria nel corso della quale Moro fu prelevato e
rapito dai brigatisti. Ma c’è di più…

Il nominativo del commissario è stato rinvenuto nella lista conosciuta della loggia P2 che – com’è
risaputo – occupò sostanzialmente il Ministero degli Interni e i Comitati di Crisi allestiti dal
Ministro Cossiga per affrontare in maniera adeguata l’offensiva brigatista.

Nei fatti Gelli & c. avevano il paese nelle loro mani nel corso di tutti quei cinquantacinque giorni…
Allora perché l’ex brigatista ed ex militante di Potere Operaio Valerio Morucci conservava in tasca
un biglietto con nome, indirizzo e numero di telefono di un commissario di polizia piduista? Per una
futura azione “militare”? O per qualcosa di meno confessabile da parte di chi si vanta di essere
investito di salvifiche missioni rivoluzionarie?

Una perizia balistica conferma che la Skorpion – mitraglietta di fabbricazione cecoslovacca –
trovata nell’appartamento è la stessa che ha sparato i colpi mortali per l’esecuzione della “sentenza
di morte” comminata all’onorevole Moro. Anche in questo caso sorgono alcune spontanee
domande: come mai quell’arma era in possesso di Morucci e della Faranda che, da ex brigatisti, si
erano allontanati dall’organizzazione? È verosimile e concepibile che i due fossero riusciti a
sottrarre quel prezioso mitra all’insaputa di Moretti e dei capi brigatisti? Soprattutto, da dove
proveniva quel mitra dalla matrice abrasa? Forse da qualche deposito di armi e munizioni destinato
a qualche “corpo non convenzionale”?

Sorprendentemente i due ex brigatisti si avvarranno della consulenza balistica di un perito
d’eccezione e già molto noto e famigerato a quei tempi: si tratta di Marco Morin, ex ordinovista ed
estremista “nero” il cui nominativo è comparso in una lista di soggetti reclutabili
dall’organizzazione paramilitare atlantica GLADIO, la struttura anticomunista finanziata e
foraggiata da americani ed inglesi. Già il servizio prestato da un ex estremista “nero”, neonazista e
filoatlantico a favore di due ex brigatisti ed estremisti “rossi” non può non lasciare perplesso
l’osservatore più distratto, si aggiunga poi che il personaggio in questione non è propriamente
affidabile.
Da militante di Ordine Nuovo era stato arrestato e condannato dal Pretore di Verona per detenzione
di esplosivi e materiale da guerra nel 1967 ma presto rilasciato. Come esperto di armi ed esplosivi
aveva effettuato perizie per casi importanti ed assai delicati come l’assassinio del commissario
Calabresi e la strage di carabinieri a Peteano nel Friuli contribuendo a diffondere la sua fama
sinistra di depistatore.
Infatti anche in questo caso non si smentisce concludendo nella sua relazione che la Skorpion in
questione non poteva essere quella usata per uccidere Moro. Perché Morin ha messo le sue doti di
depistatore al servizio di Morucci e della Faranda? È forse interessato alla provenienza della
Skorpion?

Se si dovesse decidere di cimentarsi in maniera esaustiva sulle stranezze e sui misteri che si
intrecciano in maniera inestricabile attorno all’appartamento di viale Giulio Cesare 47 – con tutti i
risvolti che rimandano al caso Moro – non basterebbero mille pagine da riempire con analisi,
riflessioni e dati… Ai fini delle argomentazioni qui presenti ci accontentiamo di cercare di
approfondire quel versante che coinvolge taluni personaggi che si muovono in un certo ambiente e i
loro presumibili rapporti con l’”enigma Cefis”. Innanzitutto occorre ricordare che l’appartamento in
questione fu messo a disposizione da Giuliana Conforto, figlia di Giorgio, meglio noto come
l’agente “Dario” del KGB sovietico, ma anche personaggio misterioso che si presta a sospetti di
“doppiogiochismo”, con un curriculum vitae comune ad altri protagonisti della nostra storia –
espulsione dal PCI e successiva militanza nel PSI. La presunta doppiezza di Giorgio Conforto,
desumibile da una vecchia intervista rilasciata sul Borghese diretto all’amico giornalista missino e
piduista Mario Tedeschi dall’ex dominus dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale Federico
Umberto D’Amato, rinvia forse all’appunto di Pecorelli circa un contatto CIA/KGB, mafia e BR?
Collegamento difficile da stabilire, ma in ogni caso, suggestivo e non del tutto inverosimile…
Giuliana Conforto ha, però, puntato il dito contro Franco Piperno – non a caso indicato sempre da
Pecorelli nel medesimo appunto – e Lanfranco Pace, leader sessantottini di Potere Operaio e
promotori ed animatori del CERPET/Metropoli: costoro avrebbero le avrebbero chiesto di ospitare i
due transfughi dalle BR.
La stessa Conforto è presente nel comitato di redazione di Metropoli.

Passando in rassegna i nomi e i cognomi che ricorrono in alcuni degli episodi più misteriosi ed
inquietanti dell’affaire Moro si ha quasi l’impressione che ci si muova in un ambiente familiare ove
i vari attori si conoscono e si frequentano grazie ai rapporti di amicizia e di parentela…

E con Giuliana Conforto l’affaire Moro rimbalza da viale Giulio Cesare direttamente a via Gradoli
96, nel covo brigatista ove risiedeva il capo del gruppo, l’ineffabile e discusso ingegner Altobelli
alias Mario Moretti.

Strano covo davvero, quello di via Gradoli 96…

In questa via, invero non centralissima di Roma, scopre che, oltre ad alcuni covi di formazioni
armate brigatiste o pseudobrigatiste, abitano a pochi passi da Moretti anche estremisti di destra,
latitanti della malavita romana e confidenti della polizia. Inoltre un buon numero degli appartamenti
della palazzina sono gestite da strane società immobiliari e amministrate da fiduciari del servizio
segreto civile, organismo da ricondurre al Viminale, ossia l’istituzione di governo che, direttamente,
si occupa della crisi causata dall’operazione brigatista…

La scoperta quasi certamente pilotata del covo brigatista di via Gradoli 96 avviene in concomitanza
con la diffusione del falso comunicato brigatista numero 7, il cosiddetto comunicato del lago della
Duchessa, stilato su suggerimento dell’esperto americano dell’antiterrorismo Steve Pieczenick con
l’intento ormai dichiarato di costringere i brigatisti ad eliminare direttamente Aldo Moro. L’esperto
del Dipartimento di Stato che era giunto in Italia su sollecitazione del Ministro degli Interni
Francesco Cossiga, era ripartito per gli States da tre giorni. Segno che i giochi erano ormai fatti?

A stilare il falso documento brigatista era stato assoldato un bizzarro personaggio del sottobosco
della malavita romana, tale Antonio Chichiarelli a cui sono state imputate disparate e incessanti
frequentazioni di terroristi ed estremisti di destra, degli autonomi, di brigatisti, di esponenti di
spicco della famigerata banda della Magliana, nonché dei servizi segreti e dell’Arma dei carabinieri.
Coinvolto anche nei retroscena dell’assassinio di Pecorelli e in una serie di tentativi di ricatto
attraverso l’esibizione di messaggi allusivi e riferibili al caso Moro, verrà a sua volta assassinato nel
1984 e la sua morte rimarrà senza spiegazione plausibile.
Invece non è più in discussione che il falsario romano agì su suggerimento e istigazione di
personaggi in qualche modo collegate ai Comitati di Crisi di marca piduista e atlantica.

Da quanto tempo si sapeva della base operativa brigatista a Roma approntata per il sequestro Moro?
Quanti ne erano a conoscenza dentro e fuori lo Stato? È ancora possibile identificarli?

È stato accertato che il covo di via Gradoli non venne utilizzato solo da Mario Moretti e da Barbara
Balzerani, ma anche dagli stessi Morucci e Faranda e che Luciana Bozzi – colei che sottoscrisse il
contratto di affitto – era un ottima amica di Giuliana Conforto. Entrambe le donne erano ricercatrici
per il Centro Nucleare della Casaccia e di fisica nucleare si occupava pure il professor Piperno,
titolare di una cattedra all’Università di Cosenza. Le sorprese non finiscono certo qui… Secondo
l’ex senatore Flamigni, l’ingegnere Giancarlo Ferrero, marito della Bozzi, sarà destinato ad una
brillante carriera come manager nel delicato settore delle telecomunicazioni e dell’informatica. Alla
fine degli anni Novanta siederà nel consiglio di amministrazione della Omnitel Pronto Italia e dal
1999 ricopre la carica di amministratore delegato della Bell Atlantic International Italia srl, filiale
italiana della potente multinazionale americana del settore delle telecomunicazioni.
Le posizioni e le cariche ricoperte dall’ingegner Ferrero richiedono il NOS, il “nulla osta sicurezza”
rilasciato dalle autorità della NATO per poter svolgere attività in settori strategici e delicati per la
sicurezza nazionale. E’ verosimile che un così alto livello di accesso possa essere concesso a una
persona così impastoiata in ambienti sovversivi e “rossi”?
L’impressione generale che se ne ricava è che i vari Moretti, Morucci, Balzerani, Faranda, Ferrero,
Bozzi, Conforto, Piperno e Pace si conoscano molto bene e che le rispettive frequentazioni non
siano assolutamente superficiali. La passione per le telecomunicazioni e le nuove tecnologie
informatiche potrebbe aver accomunato e avvicinato il capo brigatista Mario Moretti e l’ingegnere
Giancarlo Ferrero… Il giorno dopo il massacro di via Fani e il prelevamento dell’onorevole Moro,
un’inquilina di via Gradoli 96, la confidente della polizia Lucia Mokbel, segnalerà al vicequestore
Elio Cioppa uno strano ticchettio proveniente dall’appartamento dell’ingegner Altobelli. Con ogni
probabilità si trattava di una telescrivente ideata per comunicare con le varie colonne brigatiste.
Ciononostante verrà ordinata e disposta solo una sommaria e superficiale perquisizione dei locali
del palazzo mentre la base brigatista resterà intonsa. Dopo essere divenuto funzionario del servizio
segreto civile, il SISDE, Cioppa vedrà calare le sue fortune: il suo nominativo compare nell’ elenco
della loggia Propaganda 2 trovato a Castiglion Fibocchi.

Una “famiglia” piuttosto strana, quella formata da fisici nucleari e da esperti in informatica e
telecomunicazioni che entra ed esce dalle abitazioni di via Gradoli 96 e da viale Giulio Cesare 47.
Forse la chiave per comprendere questa rete di rapporti è proprio quello snodo rappresentato dal
centro di ricerca CERPET e dalla rivista Metropoli che, a costo di apparire ripetitivo e monotono,
rinviano alla tormentata, complessa e convulsa storia di Potere Operaio…

Nel 1974 Valerio Morucci, allora militante di Potere Operaio, venne tratto in arresto al confine con
la Svizzera con un compagno dell’organizzazione, tale Libero Maesano per possesso di armi
comuni e da guerra. In quel periodo la Svizzera era un canale privilegiato per i traffici d’armi
gestiti, oltre che dai nostrani estremismi “bianchi”, “neri” e “rossi”, dai servizi segreti e dalle varie
organizzazioni mafiose e malavitose che infestavano e infestano il nostro paese. In circostanze
simili viene pizzicato anche l’estremista di destra e neofascista Gianni Nardi, uno degli elementi
“arruolabili” nella GLADIO e, probabilmente, in contatto con esponenti del servizio supersegreto
Anello. Non è quindi un caso che il commissario Calabresi si stesse occupando proprio di
investigare su questi traffici nel periodo che precedette il suo assassinio.
Ciononostante Morucci e Maesano verranno presto scarcerati senza alcuna plausibile spiegazione…
Secondo Jacopo Sce e Silvano Bonfigli, consulenti della disciolta Commissione Stragi presieduta
dal senatore Pellegrino, nel 1997 l’organismo per il quel stavano lavorando aveva acquisito
l’agenda di Libero Maesano. A sorpresa vi erano annotati anche nomi che nulla avevano da spartire
con il “sovversivismo rosso” e, fra questi, spiccava quello dell’ammiraglio Eugenio Henke,
direttore del SID dal 1966 al 1970, il periodo “caldo” della “strategia della tensione” e della strage
di piazza Fontana. Alla fine degli anni Settanta Libero Maesano compare nel comitato di redazione
di Metropoli accanto a Giuliana Conforto a conferma di un percorso che pare assimilare gli ex
“potopisti” e simpatizzanti del “lottarmatismo”.

A questo punto il dubbio che il gruppo che ruota intorno al CERPET/Metropoli sappia molto più di
quanto abbia lasciato ad intendere sull’affaire Moro si rafforza. Come e quanto sono implicati i
“compagni”?

Al momento mi sovviene una battuta pronunciata da Gian Maria Volontè/Aldo Moro nel film “Il
caso Moro” diretto da Giuseppe Ferrara, regista molto versato in pellicole che trattano i più
inquietanti misteri della nostra Repubblica: “Dove c’è fumo, c’è arrosto!”. Dietro apparenti
fumisterie e astruse allusioni c’è ben più di quello che viene immediatamente percepito.

Vediamo…

24 marzo 1979: presumibilmente su richiesta dei leader raccolti nel gruppo di Metropoli – Piperno e
Pace – Giuliana Conforto ospita gli ex brigatisti Morucci e Faranda.

Sempre nel marzo 1979: la rivista dell’”Autonomia” Metropoli pubblica un fumetto sull’affaire
Moro intriso di allusioni e di messaggi trasversali. Si rimanda alla “geometrica potenza delle BR”
quasi a sottolineare che tale capacità militare non poteva essere esclusivamente farina del sacco
brigatista. Vi compare un misterioso personaggio il cui volto è coperto da un punto interrogativo,
chiaro riferimento a un “Grande Vecchio” o comunque a soggetti estranei alle BR che hanno
partecipato all’operazione. Interpellato durante una seduta della Commissione Stragi il leader del
PSI Claudio Signorile, uno dei protagonisti della “trattativa” condotta fra PSI –
“Autonomia”/Metropoli – BR, sosterrà che quella sagoma non rappresentava un preciso
personaggio, ma un soggetto collettivo a significare che, al di sopra delle BR, erano altri i veri
cervelli dell’iniziativa terroristica.

7 aprile 1979: il sostituto procuratore di Padova Guido Calogero, già noto per le inchieste che
investivano la cellula padovana di Ordine Nuovo, dispone l’arresto dei più importanti esponenti
dell’”Autonomia” fra cui Toni Negri, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Lanfranco Pace ed Emilio
Vesce per citarne i più noti… Il “teorema” del magistrato si fonda sulla convinzione, non del tutto
immotivata, che fra Potere Operaio, l’”Autonomia Organizzata” e le BR sussista un rapporto
organico. Anzi, per il giudice, le BR non sono altro che il braccio armato della dissolta – almeno
ufficialmente – organizzazione della sinistra extraparlamentare Potere Operaio. Si ventila un
coinvolgimento dei “potopisti” nell’operazione del sequestro Moro che sarebbe stato ideata dal
professor Toni Negri.

29 maggio 1979: il citato arresto di Morucci e della Faranda nell’abitazione della Conforto. Il blitz
non può non suscitare l’allarme di certi ambienti considerata la presenza di reperti e documenti di
interesse e pertinenza con il caso Moro.

Aprile 1980: trascorre un anno dagli arresti dei principali esponenti dell’”Autonomia” ordinati dal
giudice Calogero e la solita rivista Metropoli ospita un altro strano articolo colmo di allusioni nel
quale, innanzitutto, una certa maga Ester, esperta in Oroscopi, prevede che il processo del 7 aprile si
concluderà con una serie di assoluzioni. Si cita poi un misterioso “Grande Vecchio” di origine russa
che avrebbe condotto gli interrogatori dell’onorevole Moro nella prigione brigatista. Il misterioso
personaggio verrà individuato anni dopo nella figura del celebre direttore d’orchestra Igor
Markevitch, già quotatissimo negli ambienti culturali ed intellettuali, ed amico in passato del
musicista Igor Stravinskiy, del poeta, scrittore e pittore Jean Cocteau e del critico d’arte Berenson. Il
messaggio non può che destare perplessità: si vuole direttamente coinvolgere il musicista russo o si
vuole alludere ad altro, a qualcosa che appartiene alla sua biografia e alle sue relazioni? In ogni caso
la maga Ester azzeccherà la previsione sull’esito del processo del 7 aprile. Ma chi si cela dietro la
“maschera” della finta astrologa? Probabilmente la stessa Giuliana Conforto che al di fuori della sua
professione scientifica coltiva l’hobby dell’esoterismo. Ad ogni buon conto davanti alla
Commissione Stragi Piperno e Pace saranno molto elusivi ed evasivi sull’argomento anche se
appare ormai lampante che, non solo Metropoli è coinvolta in qualche modo nell’affaire Moro, ma
minaccia di fare gravi rivelazioni in merito se non verrà chiusa la vertenza giudiziaria.

È come una maledetta partita a scacchi…

I messaggi non sono comunque circoscritti agli articoli di Metropoli, perché all’incirca nello stesso
periodo il giornale satirico Il Male, piuttosto vicino alle posizioni dell’”Autonomia”, annuncia la
pubblicazione di un libro “Malta, Cavalieri e testine rotanti”. Il titolo si riferisce in maniera
piuttosto chiara ad un coinvolgimento di personaggi del famoso ordine cavalleresco nell’affaire
Moro e, soprattutto, nella redazione del falso comunicato brigatista numero 7, quello del lago della
Duchessa. L’Ordine dei Cavalieri di Malta è ritenuto generalmente un utile strumento nelle mani dei
servizi angloamericani e delle logge massoniche. Il libro mai venuto alla luce sembra, quindi
riprendere la tesi dello storico americano Tarpley nel suo “Chi ha ucciso Aldo Moro?” (1978)
commissionato dal compagno di partito di Moro Giuseppe Zamberletti. Tarpley chiamava
direttamente in causa Henry Kissinger e gli angloamericani ritenuti i veri registi dell’azione che ha
portato alla morte dell’architetto del Compromesso Storico. Sempre Il Male darà alle stampe un
libretto sulla morte del giornalista Mino Pecorelli che dedicò parecchie energie a inseguire lo scoop
nell’affaire Moro. Curiosamente il più stretto collaboratore di Mino Pecorelli, uomo notoriamente di
destra e anticomunista, già iscritto alla P2 e vicino all’ex direttore del SID Vito Miceli, militare
dalle sincere simpatie fasciste e gradito negli ambienti vicini all’amministrazione americana del
Presidente repubblicano Richard Nixon, era un certo Paolo Patrizi, ex militante di Potere Operaio.
Mino Pecorelli poteva forse costituire un’ottima ed inesauribile miniera di informazioni per quei
settori del giornalismo legati all’”Autonomia”?

Non è finita: tre anni prima del sequestro Moro, mentre la formazione della colonna romana delle
BR era in corso d’opera, il cabaret romano Bagaglino fece uscire una pubblicazione per celebrarne
la fondazione. In quell’unico numero era contenuto un perturbante scritto intitolato “Dio salvi il
Presidente” e firmato dal già citato regista Pingitore, nel quale veniva descritta dettagliatamente e
con ricchezza di particolari la giornata dell’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro con tanto di
orari e spostamenti. Leggendo quell’”articolo” i brigatisti non avrebbero avuto bisogno di condurre
alcuna inchiesta preliminare all’azione di prelevamento del politico democristiano. È assai arduo
considerare il povero regista comico come l’estensore di quello che appare, a tutti gli effetti, il
rapporto di qualche servizio segreto, ma qualche dato interessante ci può venire in aiuto…
Perché il Bagaglino appartiene all’impresario e faccendiere Felice Fulchignoni, ex fascista e uomo
di destra al servizio dell’Anello e, al contempo, sodale degli esponenti del PSI Giacomo Mancini e
Antonio Landolfi che flirtavano con la sinistra extraparlamentare. Senza ritenerlo l’autore, è assai
probabile che quel rapporto sia stato compilato e pubblicato dietro suo suggerimento.
Ripensando, poi, alla comune amicizia con il potente leader socialista Mancini, è lecito domandarsi
se il Fulchignoni conoscesse e intrattenesse rapporti di qualche tipo con il professor Piperno e il
gruppo CERPET/Metropoli? Ancora una volta le vicissitudini della rivista dell’”Autonomia”
rinvierebbero all’oscuro mondo dei servizi segreti e dei poteri occulti…

È proprio vero: dove c’è fumo, c’è anche arrosto…

In anni più recenti i maggiori protagonisti di queste vicende hanno aperto qualche nuovo piccolo
squarcio sulla realtà senza dare però l’affondo finale. Se il professor Piperno parlerà di una sua
visita nella lussuosa abitazione alto borghese di un personaggio altolocato di Roma rimasto senza
identità per un incontro che vede presenziare anche il capo brigatista Mario Moretti nell’estate del
1978, Valerio Morucci confesserà che l’organizzazione (le BR) decise di non rendere noti i
“verbali” dell’interrogatorio brigatista di Aldo Moro, perché quanto svelato non rispondeva alla
realtà che i terroristi dipingevano… In Italia non contava tanto la DC quanto una sorta di
tecnocrazia che oggi, molto semplicisticamente e sommariamente, identifichiamo con la loggia P2.
Siamo, però, ancora alla superficie…

Tanto per aggiungere illazione a illazione sulla base, però, di ragionevoli supposizioni dedotte da
elementi fattuali è veramente così peregrino pensare che i maggiori leader del gruppo
dell’”Autonomia” raccolto intorno alla rivista Metropoli conoscessero la provenienza di determinati
fondi (Montedison) che pervenivano al CERPET, la perfetta copertura dei rapporti fra il movimento
e importanti esponenti del PSI? E che fossero stati messi al corrente, magari proprio dagli stessi
esponenti socialisti, che Cefis costituiva la punta di diamante di una cordata di potere politica
finanziaria massonica – magari sostenuta generosamente da taluni ambienti americani – (Gelli –
Andreotti – Sindona – Calvi)? E che, dopo aver appreso queste primizie, si sono adattati ad un ruolo
cucito su di loro per poi lanciare messaggi minacciosi in corrispondenza con gli sviluppi della
situazione politica italiana seguiti alla morte dell’onorevole Moro? Restano le domande e
rimangono le illazioni…

I maggiori attori protagonisti che attraversano l’ennesima vicenda che, forse, riguarda pure l’ex
padrone dell’ENI e di Montedison si sono guadagnati il Paradiso dopo quel po’ po’ di Purgatorio…

Dopo aver rimbalzato fra la solita Francia e il Canada, il professor Piperno è tornato in Italia e al
vecchio ovile dell’ex PCI o PDS e DS. In prossimità del Sessantotto era stato espulso dal partito per
le sue posizioni estremiste ed eretiche, ma ormai quei tempi sono lontani… Per un certo periodo di
tempo è stato chiamato dal vecchio amico Giacomo Mancini, all’epoca sindaco di Cosenza, a fare
l’Assessore alla Cultura, carica che ricoprirà anche con la Giunta successiva retta da Eva Catizone.
Recentemente il professor Piperno ha sostenuto davanti alle telecamere del programma di Bruno
Vespa – “Porta a Porta” – che i brigatisti erano “brave persone e mosse da ideali”.

L’amico di Piperno, Lanfranco Pace ha trovato “asilo” ne Il Foglio diretto da Giuliano Ferrara, ex
comunista, ex agente CIA, ex craxiano, neo e teocon e “berlusconiano critico”. Il quotidiano
raccoglie le firme di parecchi ex di Lotta Continua e di Potere Operaio sostanzialmente convertiti al
craxismo e poi al berlusconismo. Lo stesso Ferrara si fregia dell’amicizia del solito Adriano Sofri,
un uomo le cui riflessioni sono buone per ogni stagione del centrodestra e del centrosinistra.
Quando Ferrara abbandonerà la conduzione del programma televisivo “Otto e Mezzo” in onda su
La 7, verrà chiamato proprio l’amico Lanfranco a rimpiazzarlo.

Per quel che riguarda l’ex “potopista” ed ex brigatista Valerio Morucci, è trattato alla stregua di un
“eroe rivoluzionario” in determinati ambienti giovanili suggestionati e suggestionabili dalle gloriose
epopee estremiste di qualsivoglia colore.

Con somma sorpresa dei neofiti in materia il “terrorismo” ed il “sovversivismo rosso” incrociano
più volte la strada percorsa dall’enigmatico Cefis e dai suoi uomini all’interno dell’ENI e della
Montedison, quasi tutti ex militari ed ex partigiani “bianchi” vicini ad Enrico Mattei. L’ex brigatista
Alberto Franceschini rivelò che verso la metà degli anni Settanta le BR avevano in progetto il
rapimento di Carlo Massimiliano Gritti, in quel periodo strettissimo collaboratore e braccio destro
di Cefis e manager della Montefibre del gruppo Montedison.
L’azione – che avrebbe dovuto essere attuata in contemporanea al sequestro dell’onorevole Giulio
Andreotti – rientrava in una campagna finalizzata allo svelamento delle trame “neogaulliste” in
favore di una riforma neopresidenziale dello Stato italiano portate avanti da noti ambienti finanziari,
politici e militari. Qualcosa che richiama molto da vicino i piani piduisti anche se, sicuramente,
Curcio, Franceschini e gli altri “compagni” delle BR non potevano essere a conoscenza
dell’esistenza della loggia coperta. Nel quadro della campagna brigatista, la formazione armata
penetrò nella sede dei Comitati di Resistenza Democratica del solito Edgardo Sogno nel maggio del
1974 per trafugare alcuni scottanti documenti sull’argomento. Pare che, tuttavia, in maniera
alquanto imprevista, il più prezioso dei collaboratori ed alleati del blasonato ex comandante
partigiano filoamericano e filo inglese – Luigi Cavallo, dall’oscuro passato da partigiano comunista
nella formazione Stella Rossa – fosse riuscito a mettersi in contatto con talune formazioni dell’area
“lottarmatista” e a carpirne la fiducia… In ogni caso le due operazioni di sequestro non vennero mai
realizzate e si ripiegò su un obiettivo più comodo e modesto, il giudice genovese Mario Sossi. Su
Gritti ritorneremo in seguito, anche se non può sfuggire il livello dell’obiettivo fissato dai capi
brigatisti. Uomo di fiducia di Mattei e responsabile della sicurezza interna dell’ENI e dei rapporti
con i servizi segreti, Gritti doveva essere a conoscenza di taluni, inconfessati retroscena della morte
del padrone dell’ente petrolifero ed energetico. Secondo Italo Mattei, il figlio del Presidente, Gritti
tentò di convincere la famiglia che il padre era stato vittima di un incidente. Negli anni successivi
anche questo compagno d’armi ed amico di Mattei si legherà alle sorti di Cefis prima nell’ENI e poi
nella Montedison costruendosi la fama di potente ed influente manager e finanziere.
Nell’eventualità di un interrogatorio i brigatisti avrebbero chiesto al Gritti di raccontare quanto
accadde intorno al Presidente Mattei nell’imminenza dell’”incidente” del 1962 oltre che di
descrivere i rapporti con l’”eminenza grigia”?

Non meno importante e rilevante di Massimiliano Gritti è un altro protagonista del nostro
“romanzo”, l’ex agente dell’OSS americano, ex magistrato, amico e collaboratore di Mattei e di
Cefis, Ugo Niutta.
Seguendo un percorso comune ad altri personaggi che popolano queste vicende, Niutta entrò in
contatto con i partigiani della Val d’Ossola durante la guerra. Laureatosi in giurisprudenza, entrerà
in magistratura, ma presto Mattei lo chiamerà al suo fianco nell’ENI. A lungo lavorò e operò nelle
Partecipazioni Statali: nel 1975 fu nominato commissario straordinario dell’Ente Cinema e
successivamente portò l’EGAM alla liquidazione. Il suo attivismo e la molteplicità dei suoi rapporti
gli guadagnò molte amicizie fra esponenti della DC e del PSI e nell’ambito dell’industria privata.
In quel periodo si diffonde il sospetto che il famoso “Antelope Cobbler”, delle tangenti pagate dal
colosso americano dell’industria bellica Lockeed per la vendita degli Hercules al Ministero della
Difesa italiano fosse proprio il Niutta, perché con tale nome in codice aveva prestato servizio presso
i servizi segreti americani durante la guerra. Il Presidente della Montedison e inseparabile amico,
Eugenio Cefis, lo insediò alla guida della Carlo Erba, il gioiello farmaceutico del gruppo. Nel 1978
Niutta condusse la Carlo Erba alla fusione con Farmitalia per la creazione di un grande polo
industriale farmaceutico con quotazioni a Wall Street. Il nome di Niutta, tuttavia, si intreccia con un
altro discusso e mai abbastanza approfondito personaggio che si riconnette alla stagione della
“strategia della tensione” e degli “anni di piombo”.
Il 13 luglio del 1979 l’ex tenente colonnello del nucleo Traduzioni e Scorte dell’Arma dei
carabinieri, Antonio Varisco viene assassinato da un commando brigatista diretto da Antonio
Savasta. È un mese cupo e perturbante, quel luglio di più di dieci anni fa, un mese che non si può
dimenticare… Il giorno prima è caduto l’avvocato Ambrosoli – liquidatore della Banca Privata del
banchiere piduista e mafioso Sindona – sotto il piombo di un killer italoamericano prezzolato,
mentre nella settimana successiva, il 21 luglio, verrà ucciso da Cosa Nostra il commissario Boris
Giuliano, l’intraprendente capo della Mobile di Palermo sulle tracce dei proventi dei traffici di
droga gestiti dalla mafia siciliana ed italoamericana.
La figura del “solerte servitore dello Stato” Antonio Varisco è ancor oggi circondata di quell’aura
di mistero che permea parecchi ufficiali dell’Arma (si veda, ad esempio, il famoso capitano
Delfino). Nella pubblicistica sull’argomento che si è succeduta in tutti questi anni, il nome del
tenente colonnello compare nella trattazione di tutti i più inquietanti e misteriosi “enigmi” della
Repubblica italiana come la “strategia della tensione”, la strage di piazza Fontana, la Rosa dei Venti,
la loggia P2 e i retroscena dell’affaire Moro.
Secondo Rita Di Giovacchino, Varisco era legato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa quando
questi dirigeva la Securpena, il servizio segreto operante nelle carceri, mentre per l’esperto Paolo
Cucchiarelli l’ufficiale era uno dei punti di riferimento dell’Arma dei Carabinieri nei rapporti tenuti
con la destra più eversiva.
Secondo le ricostruzioni del solito Flamigni il tenente colonnello Varisco fu il primo a segnalare la
famosa Renault 4 rossa in cui verrà rinvenuto il cadavere dell’onorevole Moro e ben prima
dell’esecuzione di quest’ultimo. Inoltre Varisco non sarebbe estraneo agli sviluppi delle indagini sul
covo di via Gradoli 96.
Quel che non si può assolutamente contestare è l’amicizia che legava il militare al giornalista e
“piduista pentito” Mino Pecorelli che poteva sicuramente giovarsi di una ricca e preziosa fonte di
informazioni soprattutto per quel che concerneva il caso Moro. Il 6 marzo del 1979 i due si
ritrovarono in un ufficio sito in un elegante palazzo di piazza delle Cinque Lune in compagnia di un
altro personaggio rimasto nell’ombra e che, a seconda delle versioni, alcuni hanno identificato nel
generale Dalla Chiesa, altri nell’avvocato Ambrosoli…
Sicuramente i tre partecipanti all’incontro erano pedinati e sorvegliati…
Risponde a verità che, in quella sede, si discusse su inediti particolari dell’affaire Moro?
La fine di Pecorelli è nota: ammazzato secondo il rituale di un’esecuzione mafiosa prevista per
coloro che “parlano troppo” appena due settimane dopo.
A distanza di ulteriori venti giorni un misterioso “turista straniero” a ritrovare un borsello
contenente oggetti che evocano le modalità di esecuzione dell’onorevole Moro oltre ad alcune
schede contenenti i nominativi di bersagli brigatisti tra cui lo stesso Pecorelli. La messinscena è
stata architettata dal falsario Chichiarelli legato alla banda della Magliana e al servizio di branche
dei servizi segreti nel quale ci siamo imbattuti accennando agli episodi del falso comunicato del
lago della Duchessa e del ritrovamento (pilotato) del covo brigatista di via Gradoli 96. Il famoso
borsello venne consegnato al colonnello dell’Arma Antonio Cornacchia, del nucleo di Polizia
Giudiziaria e iscritto alla loggia P2. Il capitano Straullu stilerà un rapporto che, se reso pubblico,
“avrebbe dovuto far saltare in aria il Palazzo”, ma anche lui verrà assassinato per mano dei terroristi
“neri” dei NAR nel 1981. Ignoti killer malavitosi, bande armate “nere”, commandos di brigatisti
rossi… È opinione ricorrente fra gli inquirenti e gli investigatori coinvolti nelle indagini di questi
delitti sostanzialmente irrisolti che le armi utilizzate per uccidere Pecorelli, Varisco e Straullu
provengano tutte dal famoso arsenale gestito dalla banda della Magliana e collocato nei sotterranei
del Ministero della Sanità. Secondo lo storico “pentito” della mafia Tommaso Buscetta a Cosa
Nostra venne chiesto di contattare i brigatisti per attentare alla vita del generale Dalla Chiesa, il
presumibile “terzo uomo” di piazza delle Cinque Lune. La mafia siciliana non avrebbe maturato
alcun interesse a eliminare il capo plenipotenziario dell’Antiterrorismo, ma avrebbe agito su
commissione, subappaltando il delitto… Il 3 settembre 1982 l’organizzazione criminale ormai nelle
mani dei boss corleonesi si farà carico eseguire direttamente il delitto a Palermo…
È una regola che buona parte della narrativa poliziesca o “gialla” rispettano senza riserve di sorta:
gli ambienti altolocati che frequentano il sempiterno Palazzo ove si svolgono i giochi nascosti del
Potere e del Profitto si affidano agli esperti e ai professionisti delle azioni criminali a cui vengono
appaltati e subappaltati i “dirty jobs”. In primis possono venire coinvolte quelle strutture militari o
paramilitari (tipo Anello o le cellule inserite nel sistema STAY BEHIND) addestrate ad eseguire
quei compiti non propriamente contenuti nell’alveo costituzionale con la copertura dei servizi
segreti “ufficiali” o anche le tradizionali organizzazioni criminali mafiose come Cosa Nostra, la
Ndrangheta e la Camorra, particolarmente versate in ogni tipo di attività delinquenziale con la
connivenza di settori istituzionali. Si può fare anche ricorso a una manovalanza meno sofisticata e,
magari, anche più raccogliticcia, come le varie bande armate “bianche”, “rosse” o “nere” o ad
elementi della delinquenza comune. Verosimilmente il “contratto” dipende dalla gravità e dalla
delicatezza del “servizio” appaltato. Un conto è il reclutamento di giovani teppisti per sfasciare
qualche auto o vetrina, un altro è l’esecuzione di un attentato dalle modalità “pseudo terroristiche” e
un altro ancora l’occultamento di prove e l’attività di depistaggio…
Il sabotaggio dell’aereo privato di Mattei rientrerebbe perfettamente nella casistica così come, ad
esempio, l’attività di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna, attuata dai
vertici del SuperSISMI piduista (Santovito – Pazienza – Musumeci) con la fattiva collaborazione
della banda della Magliana. I mitra MAB, fatti trovare sul diretto Taranto – Milano nei pressi della
stazione ferroviaria di Ancona per accreditare la matrice straniera dell’attentato stragista,
provenivano dal famoso deposito del Ministero della Sanità. Si sospetta, inoltre, che lo stesso
SuperSISMI fosse coinvolto nell’attività criminosa e depistante portata pervicacemente avanti dal
solito Chichiarelli per ingarbugliare la matassa intrecciata intorno ai casi Moro e Pecorelli…

In quali vesti e a quale titolo il potente Niutta entra in questa catena delittuosa? È presto detto…
Dopo che Pecorelli venne ammazzato, il tenente colonnello Varisco rassegnò le dimissioni per
essere chiamato a ricoprire l’incarico di responsabile della sicurezza della Farmitalia – Carlo Erba
da Ugo Niutta in persona. Attraverso Niutta, Varisco conosceva Cefis che in quel periodo era
riparato all’estero per evitare le conseguenze di qualche azione giudiziaria? Nulla lo prova e,
tuttavia, l’ipotesi non si può scartare aprioristicamente… In genere, nella solita pubblicistica, si
ritiene che l’ex tenente colonnello avesse rassegnato le dimissioni per poter meglio indagare sulla
fine dell’amico giornalista, ma questa versione non convince del tutto… Non può essere, invece,
possibile che, accettando l’offerta di Niutta, Varisco pensasse di potersi cautelare e di trovare
un’adeguata protezione di fronte alla concreta minaccia di venire assassinato per quanto sapeva su
molti recenti “misteri” della Repubblica italiana? La tesi non è certo peregrina…
Ciononostante la prudenza e la cautela non sono mai sufficienti e l’ex tenente colonnello dell’Arma
cadde in un imboscata brigatista.
Non sarà riservata miglior sorte allo stesso manager della Farmitalia – Carlo Erba: il 4 novembre
1984 il corpo senza vita di Ugo Niutta verrà rinvenuto all’hotel Grosvenor a Londra. Ufficialmente
si tratta di suicidio per overdose di barbiturici: l’uomo sarebbe stato affetto da un male incurabile
che lo avrebbe indotto a togliersi la vita. Non tutto torna in questa storia…
Un paio di anni prima, sempre a Londra, un altro opportuno “suicidio londinese” – quello del
Presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi - aveva sgombrato il campo da un altro
personaggio scomodo, una mina vagante che avrebbe potuto creare non pochi fastidi ad ambienti
massonici e vaticani.
Sempre nel 1984 il potente politico democristiano Toni Bisaglia, vicino a Piccoli e amico del Niutta,
morirà annegato al largo di Portofino, sorte che il fratello prete condividerà qualche anno più tardi.

Invece in quegli anni, nonostante le voci che lo dipingono come uomo ormai in disgrazia ed in
declino, Eugenio Cefis è ancora vivo e risulta un difficile ritenere che fosse pressoché inattivo…

“Io sono anche per il mantenimento della mafia e della 'ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto
poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto.
Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un
clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che
alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.
Queste gravi e perturbanti osservazioni e disquisizioni dal carattere politologico non sono state
rilasciate dall’ex Ministro Lunardi, bensì dal compianto Professor Gianfranco Miglio meglio
conosciuto come la testa pensante ed ideologo della Lega Nord durante un’intervista poi pubblicata
dal quotidiano berlusconiano Giornale nel numero del 20 marzo 1999 e acquisita agli atti dalla
Procura di Palermo. In quell’occasione il professore svelò alcuni retroscena sul progetto federalista
e presidenzialista che venne approntato e coltivato agli inizi degli anni Novanta con il concorso
delle cosiddette Leghe. All’epoca si stavano manifestando i primi sintomi di quella irreversibile
decadenza della Prima Repubblica che culminerà con i processi di Tangentopoli. La formula del
CAF, l’accordo programmatico e di governo fra Craxi, Andreotti e i dorotei vicini a Forlani sta
mostrando la corda nonostante avesse risposto agli auspici degli ambienti piduisti o ad esso
contigui. Proprio nell’estate del 1990 il governo craxian andreottiano aveva varato la legge Mammì
che, più che dare finalmente una sistemazione al sistema radiotelevisivo italiano, riconosceva il
fatto compiuto, ossia il duopolio RAI – Fininvest. Una sistemazione legislativa che non poteva non
essere gradita a Berlusconi e ai suoi accoliti che, qualche mese prima, erano anche riusciti a
strappare all’ingegner De Benedetti la gemma dell’impresa editoriale italiana: la Mondadori.
La particolare congiuntura economica finanziaria e politica del periodo compreso fra la fine degli
anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta si presenta in maniera tutt’altro che semplice e rosea…
Da qualche tempo in Lombardia ha messo piede una nuova forza politica, la Lega Lombarda di
Umberto Bossi che, oltre ad affidarsi a rozze e volgari manifestazioni razziste e xenofobe, lancia
virulenti attacchi contro la partitocrazia imperante ma anche in evidente crisi di consenso.
Sull’esempio e ad imitazione delle leghe settentrionali già in via di affermazione, agli inizi degli
anni Novanta fiorisce tutta una serie di leghe dell’Italia meridionale, del Centro e delle Isole.
L’obiettivo al quale vengono informate pare essere lo stesso che il professor Miglio aveva concepito
per Bossi e i suoi soci: la divisione dell’Italia in tre grandi “regioni” federate al Nord, al Centro e al
Sud e la creazione di una Seconda Repubblica Presidenziale. Sul versante “meridionale” si
ritrovano i soliti personaggi legati alle mafie, alla criminalità organizzata, alla massoneria “coperta”
e alla destra eversiva. Accanto al solito Licio Gelli, il prezzemolo dei complotti in salsa italica,
scorrono i nomi di Vito Ciancimino – che il figlio Massimo ha descritto come uomo
dell’organizzazione GLADIO oltre che come punto di snodo fra la politica democristiana e Cosa
Nostra - di Giuseppe Mandalari, massone e “commercialista” del boss corleonese Totò Riina, il
solito Stefano Delle Chiaie, protagonista dell’eversione di destra e della stagione della “strategia
della tensione” o anche l’ex senatore socialista Domenico Pittella, coinvolto nel favoreggiamento
della brigatista rossa Natalia Ligas. Secondo le numerose testimonianze provenienti innanzitutto dal
milieu mafioso, la proliferazione delle “leghe” impegnate in processi “federalisti” e “secessionisti”
rientrava nel progetto di destabilizzazione della Prima Repubblica e dei suoi partiti ormai ritenuti
inaffidabili e a corto di consenso. In queste manovre potrebbero essere coinvolte oscure lobbies e
mai identificati potentati nazionali ed internazionali finanziari ed economici. Contano le solite
convergenze di interessi politici, economici, finanziari, strategici e criminali… Intervistato da
Augusto Minzolini per la Stampa, l’importante esponente della corrente andreottiana della DC
Vittorio Sbardella individua un interesse americano ad assecondare quegli sviluppi: la “Guerra
Fredda” è ormai conclusa e l’attenzione degli yankees si focalizza sui tentativi di impedire che si
consolidi una nuova superpotenza in grado di fare concorrenza all’Impero Americano.
Indubbiamente l’appoggio a movimenti e gruppi che predicano e cercano di conseguire il
frazionamento territoriale, ostacola il processo di integrazione europea che, all’epoca dei fatti,
suscitava i timori d’oltreoceano dopo un lungo periodo di strumentalizzazione a fini antisovietici.
Forse non può essere una coincidenza che i fatti in questione si verificarono in concomitanza con la
grave crisi jugoslava che provocò lo smembramento della federazione passando per una serie di
sanguinosi conflitti a cui, probabilmente, diedero il loro contributo forze ed interessi esterni.
Tralasciando, poi, gli interessi legati ai traffici di armi e droga – sempre molto presenti in un paese
come l’Italia, vero e proprio crocevia “mediterraneo” - non va trascurato il “voltafaccia” di quelle
forze politiche come la DC ed il PSI che, dopo aver lasciato intendere che il cosiddetto
Maxiprocesso a Cosa Nostra si sarebbe risolto in maniera accomodante per i boss, magari con gli
aggiustamenti delle sentenze attuati in Corte di Cassazione, cominciarono a percorrere la strada di
una più decisa politica all’insegna dell’“antimafia”. Certo da questi “tradimenti” perpetrati da
personaggi come l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti – a lungo debitore di Cosa
Nostra che aveva portato in dote alla corrente democristiana omonima i voti siciliani – e il Ministro
di Grazia e Giustizia Claudio Martelli su cui erano confluiti i voti mafiosi alle elezioni politiche del
1987. Proprio il socialista Martelli aveva convinto il giudice Falcone a trasferirsi a Roma e a
lavorare alla Direzione Affari Penali caldeggiandone la designazione alla futura Superprocura
Antimafia.
A rileggere quanto accadde quegli anni diventa più agevole identificare quella convergenza di
obiettivi, interessi e finalità che aggregò diverse componenti e potentati nazionali ed internazionali
più o meno criminali. Da quanto è emerso l’ideologo della Lega, il professor Gianfranco Miglio si è
imposto per questo ruolo di promotore e motore del disegno presidenzialista e federalista.
In tale prospettiva e sotto questo profilo non riesce difficile immaginare come la Lega Nord e suoi
principali esponenti non avessero disdegnato contatti con le loro “controparti” meridionali,
espressione della massoneria “deviata” e delle organizzazioni mafiose. D’altronde i convincimenti
di Miglio pesano come un macigno e suonano come una legittimazione inattesa della criminalità
organizzata di marca meridionale. Sono gli anni degli assassinii mafiosi che decapitano la corrente
andreottiana in Sicilia (l’onorevole Lima e Ignazio Salvo), degli orribili attentati con autobomba in
cui vengono uccisi prima Falcone e poi Borsellino e della stagione contrassegnata dal terrorismo
che colpisce indiscriminatamente le persone, oltre al patrimonio artistico a Roma, Milano e Firenze.
Sono anche gli anni di Tangentopoli e della fine di una classe politica corrotta, decotta e ormai
scaricata dagli alleati abituali… Poi verrà Forza Italia, il partito azienda berlusconiano cui molto ha
dato il chiacchierato Marcello Dell’Utri, presidente dell’ammiraglia pubblicitaria della “galassia
Fininvest”, Publitalia. Come d’incanto il “leghismo centromeridionale” si scioglierà rapidamente
come neve al sole, mentre il terrorismo mafioso e paramafioso cesserà di mietere vittime dopo un
biennio convulso (1992-1993). I patti che hanno fatto germogliare la “nuova politica” hanno
finalmente dato i loro frutti? La normalizzazione della Seconda Repubblica ha ormai occupato il
campo? Quel che è certo è che dopo la vittoria della coalizione berlusconiana alle elezioni politiche
del 1994, le acque si acquietano, almeno sul versante delle problematiche causate dalla varie mafie
di casa nostra. Molte pagine della recente storia della Repubblica sono ancora tutte da scrivere…

Quali gruppi di potere finanziari e industriali hanno appoggiato l’avventura “leghista” e
“federalista” prima della chiamata alle armi forzitaliota e berlusconiana? Forse la biografia del
professor Miglio può aiutarci a comprendere e a discernere… Cattolico, conservatore, inizialmente
piuttosto vicino alle posizioni andreottiane, il futuro ideologo della Lega era stato ingaggiato nel
lontano 1967 dal solito Eugenio Cefis per istruire e formare i quadri e i dirigenti dell’ENI. Tale e
tanta era la stima riposta nel professore che il buon successore di Mattei lo mandava a prendere alla
Malpensa con un aereo privato che, periodicamente, lo conduceva a Roma perché espletasse i suoi
compiti… A quanto risulta, pare che l’amicizia nutrita da Cefis nei confronti del professor Miglio
non sia mai venuta meno… Dopo aver abbracciato come molti il decisionismo craxiano, Miglio ha
annusato i “tempi nuovi” scagliandosi contro le pastoie della burocrazia italiota e contro
l’onnipresente burocrazia… Via gli Andreotti, dunque… Via pure i Craxi…
Da anni, invece, su Eugenio Cefis è calato il silenzio: le solite notizie dei suoi spostamenti fra la
Svizzera e il Canada. Alla luce del suo oscuro passato, però, è tutt’altro che peregrina l’idea che
abbia inizialmente scommesso sul suo antico amico intellettuale e studioso contribuendo a
finanziare l’iniziativa con altri amici ed alleati non ancora emersi… Per poi concentrarsi sulla più
fattibile impresa del “fratello di loggia” Silvio Berlusconi…
Ripercorrendo il filo degli anni di transito fra la Prima e la Seconda Repubblica si ha la ventura di
scoprire che mister Cefis era tornato in Italia per compiere nuove scorrerie speculative
apparentemente senza significato (l’acquisto del 2% della società d’aste Finarte Case).
Parallelamente si muove anche l’antico collaboratore nell’ENI e nella Montedison, quel Carlo
Massimiliano Gritti che si era assunto la responsabilità dell’intelligence interna dell’ente petrolifero
ed energetico creato da Mattei. Il suo nome spunta nell’inchiesta milanese sulla maxitangente
Enimont, la grande scatola vuota pubblico – privata che aveva rimpinguato le solite casse dei soliti
partiti. Ai tempi si ipotizzò che, pur essendo uscito dal gruppo Montedison, il Gritti avesse
continuato a seguirne le vicende interne, coltivando un’intesa perfetta con Giuseppe Garofano,
elemento di continuità fra il periodo di Schimberni e quello di Raul Gardini. Attraverso una
“controllata” dalla sua svizzera finanziaria Pilar, pare che fosse riuscito a tenere un piede dentro la
Intermarine, società del gruppo Montedison attiva nel settore industriale degli armamenti.
Al di là delle elucubrazioni e delle supposizioni che possiamo fare dalla nostra umile posizione, è
indubitabile che l’affare Enimont rappresenti un altro dei numerosi “buchi neri” della nostra
Repubblica, suggellato da ben tre “suicidi” sospetti ed eccellenti: il Presidente dell’ENI Gabriele
Cagliari, il supermanager della Montedison Raul Gardini e il direttore delle Partecipazioni Statali
Sergio Castellari. Nel caso di Gardini si addensa qualche nuvola inquietante e tempestosa…
Secondo il “pentito” di mafia Angelo Siino il gruppo Ferruzzi aveva potuto operare in Sicilia grazie
alla protezione della famiglia dei Buscemi ottenendo il monopolio della produzione di calcestruzzo,
mentre, nel corso di un’intervista al periodico QC, il sedicente “gladiatore” Antonino Arconte rivelò
che Raul Gardini finanziava l’organizzazione GLADIO della quale egli stesso faceva parte.
Molti dei protagonisti di quella convulsa e indecifrabile stagione sono morti e, difficilmente, se non
per altre impervie e malagevoli strade, i morti possono parlare… Lo stesso Cefis è spirato il 28
maggio del 2004 a Milano portandosi nella tomba molti enigmi ed interrogativi.
In particolare, riguardo alla stagione di Tangentopoli e delle stragi mafiose o massomafiose del
1992 e 1993 fino alla”discesa in campo” del Cavaliere le domande permangono, numerose e
inevase: chi appoggiò e finanziò le scorrerie “leghiste” delle mafie e della “massoneria deviata”?
Gli stessi soggetti caldeggiarono l’accesso in politica di Berlusconi? E come si collocano in questo
contesto Cefis e i suoi sodali? Quale sistema si cela dietro l’affare Enimont? Per quale motivo si
avviò e portò avanti l’ennesima “strategia della tensione e delle stragi”?

Le domande di ieri sono anche gli interrogativi di oggi e di domani…

A ben vedere le solite consorterie, i soliti gruppi di potere e le solite lobbies ricorrono in tutte queste
vicende per certi aspetti inenarrabili… Allora occorre allargare lo sguardo…

Ampliare la prospettiva…

Posare gli occhi anche oltre a al fianco del nostro uomo in “grigio”, così solerte, cupo, risoluto e
ambizioso…

Gruppo di famiglia nel Palazzo del Potere…

Chi sono gli inquilini?

Ecco perché il buon Marcello Dell’Utri dispensa messaggi e allusivi consigli…

E a noi che siamo fuori non rimane che riportare la memoria ad Ostia e a quel corpo straziato…

FINE

HS
Fonte: www.comedonchisciotte.org
11.08.2010