La graphic novel NOW!

VENUTA DAL CAIRO

Metro è la prima graphic novel egiziana, e la sua storia è quasi un romanzo a sé. Magdy El Shafee, illustratore e intellettuale egiziano, l’aveva terminata nel 2008: è un thriller a fumetti, storia d’amore e romanzo politico metropolitano, protagonista un giovane programmatore informatico, Shehab, coinvolto in una rapina da un politico corrotto. Ma soprattutto nei disegni si srotolano gli avvenimenti egiziani degli ultimi anni, cadenzati dalle fermate della metropolitana che portano nomi dei capi di stato: Nasser, Sadat, Mubarak. Abbastanza per una confisca immediata del volume, l’arresto dell’editore (celebre blogger egiziano) e un processo concluso con una multa per «aver compromesso la moralità pubblica». Intanto però un estratto del volume veniva tradotto in inglese da Humphrey Davies e pubblicato da Words Without Borders, e ora la sua traduzione integrale in italiano (a cura di Ernesto Pagano), esce per i tipi dell’editore Il Sirente, che la presenta in questi giorni alla Fiera della piccola e media editoria di Milano. L’autore Magdy El Shafee, che dichiara una passione per Hugo Pratt, sarà invece in Italia il 4 dicembre al Festival del Fumetto Mediterraneo di Cagliari, e poi a Firenze e Roma. Testimoniando di un mondo arabo del fumetto che fra censura e denuncia sociale sta conquistando nuovo pubblico. E. P.
■ Magdy El Shafee, Metro, Il Sirente editore, 18 euro

BAGHDAD STORY
Acclamato poeta iracheno in esilio, ma anche scrittore e disturbatore dello status quo, Sinan Antoon, 43 anni, si è trasferito negli Stati Uniti dopo la prima Guerra del Golfo. Nel romanzo d’esordio Rapsodia irachena (pubblicato in arabo a Beirut nel 2003) parla della vita sotto un regime in costante stato di belligeranza. Siamo negli anni 80 e l’Iraq - il regime è quello di Saddam - è in guerra con l’Iran. Attraverso le memorie di un prigioniero, una miniatura della dolorosa vita in quegli anni, attraversata da tracce di inquietante ironia. Il titolo originale del suo libro, è I’jaam, letteralmente l’atto di aggiungere, scrivendo in arabo, quei “punti diacritici” tra le consonanti che chiariscono in senso delle parole. A cosa allude? I’jaam ha due significati. Aggiungere i segni per chiarire, ma anche rendere ambiguo. Il mio protagonista scrive le sue memorie a mano senza punti diacritici, così da rendere difficile per i suoi carcerieri decodificarle, e quindi invadere l’ultimo spazio privato che ha: la memoria e l’immaginazione. È un romanzo sulla scrittura sotto la guerra e la dittatura. Con un’ambientazione kafkiana. Chiunque scriva di come gli stati moderni controllano e soffocano i cittadini è inconsciamente influenzato da Kafka e da Orwell. Il mio narratore non scoprirà mai perché è stato messo in prigione. Ma c’è anche l’ironia, che serve a “decostruire” il potere ed esporre la falsità. Elisa Pierandrei
■ Sinan Antoon, Rapsodia irachena, Feltrinelli, 10 euro, esce il 1° dicembre
D 100

ATTENTI A QUEL LIBRO
di Tiziano Gianotti
Una raccolta di racconti che è un album di figure del gotico pop giapponese, di cui Murakami è oggi il grande interprete. Scritti nell’arco di 20 anni, sono di taglio e tono differente. Spiccano alcuni scritti negli anni 80, dove l’elemento del fantastico, il suo irrompere sulla scena del quotidiano ci riporta a Kafka sulla spiaggia - ma è così anche per I salici ciechi e la donna addormentata, che apre la raccolta e le dà il titolo. Qui, la ragazza ricoverata in ospedale traccia un disegno su un tovagliolo di carta: una collina e sulla cima una casetta, all’interno una donna addormentata e tutt’intorno i salici ciechi il cui polline è causa del suo sonno profondo. I salici ciechi sono un’invenzione, piccoli ma con radici profondissime («Come se volessero nutrirsi del buio»), la scena è un ricordo del narratore, permane come enigma della giovinezza, è il meraviglioso, che ancora oggi lo incalza: «Un luogo buio dove le cose visibili non esistevano, e quelle invisibili sì». Così è per tutti i racconti del fantastico: un giovane custode notturno di una scuola gira la notte con una pila e una spada da kendo, incontra uno specchio e scopre l’Altro, riconoscendo l’odio in quegli occhi; un giovanotto col brutto vizio di andare a letto solo con le mogli e compagne degli amici inizia a soffrire di nausea ricorrente e a ricevere telefonate misteriose; uno scrittore, una perfetta domenica d’estate, seduto con una ragazza sulla vasca di una fontana con due unicorni, evoca la figura di «una zia povera» e se la ritrova attaccata alla schiena «come un’ombra sbiadita». Murakami lavora sul confine tra il mondo della vita e quello della morte, là dove l’energia dell’inconscio provoca visioni che sono contatti. È una opzione classica della letteratura giapponese, quel gotico che è orrore e mestizia insieme, la presenza attiva di demoni e spiriti viventi da cui Murakami sa trarre accordi di vera bellezza. È la forza del meraviglioso (ci concediamo una citazione da Ueda Akinari, scrittore del ’700): «In un’epoca di disordini, i demoni si mescolano agli uomini e gli uomini a loro volta li frequentano senza averne paura. Quando il paese è governato, sia gli dei sia i demoni si nascondono senza lasciare tracce. Non esiste più il meraviglioso». Per Murakami, esiste sempre.
■ Haruki Murakami, I salici ciechi e la donna addormentata, Einaudi, 22 euro

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