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Leopardi e Schopenhauer.

Pensieri intorno alla teoria del


dolore.
"Che cosa è la vita? Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso
per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla
pioggia, al vento, all'ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte
giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere".1 (Giacomo
Leopardi)

"L'esistenza umana ha certo come suo ultimo scopo il dolore: ove così non fosse, dovremmo dire
che le manca la ragione d'essere al mondo. Ed invero, come ammettere che l'infinito dolore
scaturente dalla miseria, di cui è intessuta la trama d'ogni vita quaggiù, non sia se non una mera
accidentalità, e non piuttosto ne costituisca la finalità? Ogni singolo malanno, preso in sé, si
presenta innegabilmente come fatto d'eccezione, ma in linea generale è regola la sventura".2
(Arthur Schopenhauer)

Nel dicembre 1858 il critico Francesco De Sanctis pubblica su Rivista Contemporanea di Torino il
suo "Dialogo (Schopenhauer e Leopardi)". Per la prima volta un autore e studioso italiano si
occupa del filosofo tedesco e accomuna il suo pensiero a quello del poeta marchigiano.
Il dialogo si svolge tra l'autore del saggio, che è indicato con la lettera A, e un suo antico discepolo,
che è indicato con la lettera D.

A. Mi pare che ti sii distratto; e che da Schopenhauer sii caduto in Leopardi.


D. Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello stesso tempo l'uno creava la metafisica e
l'altro la poesia del dolore. Leopardi vedeva il mondo cosí, e non sapeva il perché.

Arcano è tutto
Fuorché il nostro dolor.
(Ultimo canto di Saffo)

Il perché l'ha trovato Schopenhauer con la scoperta del "Wille". (la volontà, nda)
A. Forseché Leopardi non ti parla di un "brutto poter, che ascoso a comun danno impera", e forse
non gli appicca subito dopo "l'infinita vanitá del tutto"? Mi par che questo sia propriamente il
"Wille", giacente sotto tutta quella serie di vane apparenze che dicesi mondo.
D. Con questa differenza, che "il poter" del Leopardi è la materia eterna dotata di una o piú forze
misteriose; laddove il potere di Schopenhauer è una forza unica, il "Wille", e la materia è il velo di
Maia, una sua apparenza. L'uno è materialista, e l'altro è spiritualista.
A. Come dunque hanno potuto riuscire nelle stesse conseguenze? Che dalla materia nasca un
mondo cattivo, si concepisce; il materialismo è una di quelle parole che mi fa tanto paura quanto il
panteismo; ma lo spiritualismo è una parola che suona così bene all'orecchio [...]
D. Leopardi, sotto nome di un filosofo greco, dice:- La materia è "ab æterno" -; e dal seno della
materia vede germinare l'appetito irrazionale, e quindi l'ignoranza, l'errore, le passioni, in una
parola il male. Schopenhauer ha detto:- La materia non esiste, è un concetto, un'astrazione; ciò
solo che esiste è l'appetito, il "Wille".- Tutti e due dunque ammettono lo stesso principio, ma l'uno
lo profonda nella materia, e l'altro gli fa della materia un semplice velo. [...]
Ecco perché Leopardi e Schopenhauer si accordano nelle conseguenze, ponendo a principio del
mondo lo stesso Potere cieco e maligno; e poco rileva che nell'uno sia una forza della materia, e
nell'altro una forza che si manifesta sotto aspetto di materia: ne nasce lo stesso "ergo".3
Quello che, secondo il De Sanctis, unisce Leopardi e Schopenhauer è la qualità, posseduta da
entrambi, di essere uomini nuovi rispetto alla propria epoca e al proprio tempo. E ovviamente tutta
la dissertazione in merito alla teoria del dolore e alla condizione umana.
Non esistono notizie sicure circa possibili contatti tra i due, ma leggendo anche solo in superficie i
loro scritti non è possibile escluderlo del tutto.
Dieci anni di vita e luoghi di nascita differenti li dividono: Schopenhauer nasce nel 1788 a Danzica,
Leopardi invece nel 1798 a Recanati, nelle Marche. Leopardi non viaggia molto durante la sua vita,
non si reca mai all'estero ed è quindi sicuro che non possa aver frequentato né incontrato
Schopenhauer. Per contro, il filosofo tedesco si è recato a Roma e Napoli tra il 1818 e il 1825,
soggiornandovi per brevi periodi.
Non sappiamo se Leopardi riuscì a leggere il capolavoro di Schopenhauer, Il mondo come volontà e
rappresentazione, che è uscito nel 1819 fu subito mandato al macero per lo scarso interesse
suscitato. È sicuro, però, che proprio in quell'anno si compì la conversione "dal bello al vero" di
Leopardi, con il conseguente intensificarsi delle sue elaborazioni filosofiche, manifestate, per
esempio, ne L'infinito o in Alla luna.
Schopenhauer invece cita Leopardi, manifestando grande interesse per l'italiano, che in maniera
così profonda è capace di rappresentare il dolore del vivere umano.
Come non tenere conto poi delle numerose similitudini nelle vite di entrambi: non furono mai dei
vincenti, non riuscirono mai a integrarsi nella società, che li respingeva continuamente,
considerandoli quasi come dei disadattati. Entrambi soffrirono del proprio aspetto, della propria
solitudine e, per certi versi, anche della propria intelligenza.

Schopenhauer fu ossesionato per tutta la sua adolescenza dalla figura materna, odiata con tutte le
forze. Sua madre era molto intelligente e riuscì a emergere tra i più popolari romanzieri del suo
tempo. Durante tutta la loro vita insieme, essi non fecero altro che discutere e litigare, anche
pesantemente (leri giunse persino a buttarlo giù dalle scale), finché Schopenhauer lasciò Danzica e
non la rivide più.
Secondo alcuni, il pessimismo di Schopenhauer inizia qui: un uomo che non ha mai conosciuto
l'amore della madre - e peggio ne ha conosciuto solo l'odio - non può nutrire sentimenti positivi. Il
suo carattere, poi, si inasprì a seguito di numerose delusioni che ebbe a sopportare nel mondo e
soprattutto in amore: divenne tetro, cinico e sospettoso; era ossessionato da timori e malate fantasie,
teneva chiuse sotto chiave le sue pipe, non affidò mai il suo viso al rasoio di un barbiere, dormiva
con pistole cariche al suo fianco nel timore di ladri notturni.
Schopenhauer si dedicò per tutta la vita e con ogni sua risorsa fisica all'elaborazione filosofica delle
idee de Il Mondo, ma non ebbe molto successo tra i suoi contemporanei. All'uscita del libro, le
copie furono mandate al macero come carta straccia. Le sue idee hanno fatto breccia presso il
pubblico soltanto dopo la morte di Hegel, altro filosofo tedesco suo contemporaneo. Eppure,
Schopenhauer fissava le sue lezioni alle stesse ore e negli stessi giorni di quelle di Hegel,
ritrovandosi solo, a fare lezione alle sedie vuote. Tutti gli studenti, infatti, andavano ad ascoltare
con entusiasmo Hegel, non tenendo in alcuna considerazione il filosofo di Danzica. Solo con la
morte di Hegel, avvenuta nel 1831, il pensiero di Schopenhauer comincia a dilagare, tanto che
Nietzsche stesso, nelle sue prime opere, se ne dichiara seguace. Schopenhauer muore il 21
settembre 1860. Come suo solito, si era messo a tavola per la colazione, solo e in apparente buona
saluta. Un'ora dopo, la padrona di casa lo trova ancora seduto al suo posto, morto.

Leopardi ebbe un'infanzia soffocata da una rigida educazione religiosa. Sua madre fu avara a tal
punto da rallegrarsi della morte di un figlio neonato, in previsione del guadagno che ne sarebbe
derivato. Per contro, il padre Monaldo, si dedicò a dissipare la fortuna di famiglia.
A 15 anni, Leopardi conosce già diverse lingue, studia storia, filosofia, filologia, nonché astronomia
e scienze naturali. Scrive saggi e traduce i classici greci. Vive, però, oppresso dalla vita in famiglia
e dalla chiusura mentale di Recanati. Il padre pretende che diventi sacerdote e lo tiene chiuso in
casa almeno fino a vent'anni. Così soffocato, Leopardi comincia a soffrire di salute cagionevole: la
sua vista è debole, soffre d'asma e di una forma di scoliosi, che gli provoca forti dolori alla schiena.
Si autodefinisce sepolcro ambulante ed è consapevole del ribrezzo che suscita in chi lo guarda.
Tuttavia, non può impedirsi di amare, ma le fanciulle da lui adorate o non lo ricambiano o lo
ignorano del tutto.
Così, sempre più, egli mangia disordinatamente, soprattutto dolci, si lava poco e si cambia
raramente d'abito. È antipatico di proposito, anche con chi lo ammira, e si chiude sempre più nella
sua solitudine.
Leopardi muore il 14 giugno 1837 per un attacco d'asma, realizzando l'unico desiderio della sua
vita.

Schopenhauer dice che sono tre le cose da conoscere: la sofferenza, la causa della sofferenza, le vie
per uscire dalla sofferenza. L'umanità è esteticamente una serie di caricature, gnoseologicamente
una banda di cretini e moralmente una banda di delinquenti. Una volta individuate la sofferenza e la
sua causa, si tratta di trovare una via d'uscita: se il mondo è un inferno e ciascuno è diavolo e
dannato, bisogna acquisire la convinzione dell'unità con il tutto, mettere gli uomini davanti agli
oggetti e invitarli a ripetere questo sono io.
La cosa migliore sarebbe uscire dal circolo della volontà, annullarla in noluntas, pervenendo a un
vero e proprio nirvana, un puro e semplice annullamento di questo mondo. Tutto questo si compie
attraverso la compassione, sentimento che porta l'individuo a soffrire insieme con gli altri.
Fondamentale, infatti, non è aiutare gli altri, ma soffrire insieme con gli altri, cosa solo in apparenza
negativa. Infatti, è vero che questa condivisione del dolore non può annullare la volontà, ma è
altresì vero che l'uomo, dotato della ragione, capisce di dover uscire dal circolo vizioso creato dalla
volontà: e l'unica via possibile è quella dell'ascesi, il progressivo annullamento in sé della volontà,
che nasce dalla convinzione di essere uno con il Tutto. Un suicidio ascetico che annulla
gradualmente la volontà, per arrivare al nirvana.

Il pessimismo leopardiano, incentrato sul dolore, è diviso in tre fasi: una fase di pessimismo storico,
avvertibile nell'opera Discorso di un italiano sulla poesia romantica del 1818; una fase di
pessimismo psicologico, nei Piccoli Idilli; una fase di pessimismo cosmico, in alcune
Operette morali e nei canti pisano-recanatesi dei Grandi Idilli.
Il pessimismo storico si basa sulla teoria delle illusioni: Leopardi afferma che gli uomini furono
felici soltanto nell'età primitiva, quando vivevano a stretto contatto con la Natura, ma poi vollero
uscire da questa beata ignoranza e innocenza istintiva e, servendosi della ragione, si misero alla
ricerca del vero. Le scoperte della ragione furono catastrofiche: essa scoprì la vanità delle illusioni,
che la Natura, come una madre benigna e pia, aveva ispirato agli uomini; scoprì il male, il dolore,
l'infelicità, l'angoscia esistenziale.
La storia degli uomini è, secondo Leopardi, decadenza da uno stato di inconscia felicità naturale, ad
uno stato consapevole di dolore, scoperto dalla ragione. Ciò è avvenuto nella storia dell'umanità, si
ripete immancabilmente, nella storia di ciascun individuo. La ragione, dunque, è colpevole della
nostra infelicità, in contrasto con la sua natura di madre provvida, che cerca di coprire con il velo
delle illusioni, dei sogni e delle fantasie le tristi verità del nostro essere.
Il pessimismo psicologico si basa sulla teoria del piacere, secondo la quale l'amore proprio porta
l'individuo ad una richiesta di piacere infinito per intensità e per estensione; poiché questa richiesta
non potrà mai essere soddisfatta interamente, l'individuo, anche nel momento di maggiore piacere,
continuerà a sentire l'assillo del desiderio non colmato. Questo assillio è di per sé patimento, sicché
l'individuo, anche quando non soffre di mali materiali, è in stato di sofferenza per la sua richiesta
inappagata.
Il pessimismo cosmico si basa sulla teoria del patimento. Anche se l'individuo potesse raggiungere
il piacere, il bilancio della sua esistenza sarebbe comunque negativo, per la quantità dei mali reali
(infortuni, malattie, invecchiamento e morte) con cui la natura, dopo averlo prodotto, tende a
eliminarlo per dar luogo ad altri individui in una lunga vicenda di produzione e distruzione,
destinata a perpetuare l'esistenza e non a rendere felice il singolo.
Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude scoprendo che la
causa di esso è proprio la Natura, perché è proprio essa che ha creato l'uomo con un profondo
desiderio di felicità, pur sapendo che non l'avrebbe mai raggiunta.
Così, di fronte alla Natura, Leopardi assume un duplice atteggiamento: ne sente allo stesso tempo il
fascino e la repulsione, l'ama per i suoi spettacoli di bellezza, di potenza e di armonia; la odia per il
concetto filosofico che si forma di essa, fino a considerarla una matrigna crudele e indifferente ai
dolori degli uomini, una forza oscura e misteriosa, governata dalla leggi meccaniche e inesorabili.
Essa gli appare colpevole di aver distrutto le illusioni con la scoperta del vero, ma è anche l'unico
bene rimasto agli uomini, che, forti della loro ragione, possono non solo porsi di fronte al vero, ma
anche conservare la propria dignità nelle sventure, unendosi tra loro con fraterna solidarietà, per
lenire il dolore.

Per Schopenhauer come per Leopardi, la vita umana è una costante altalena tra noia e dolore: ciò
che viene desiderato, ma non raggiunto, crea frustrazione e dolore, invece quando viene realizzato,
esso annoia ed è necessario desiderare qualcos'altro.
Schopenhauer ha una concezione metafisica del reale, Leopardi invece del tutto meccanicistica. Per
Schopenhauer il mondo è male, per Leopardi è la condizione umana ad essere malvagia. Questo
traspare dall'opera Bruto minore, nella quale Bruto, unico superstite del massacro di Filippi, volge
gli occhi al cielo e scorge la luna, né benigna né avversa alle disgrazie umane.
Per Leopardi non esiste il male, ma solo la tragicità dell'esistenza, per Schopenhauer esiste una
volontà malvagia.
Infine, Leopardi appare molto più pessimista di Schopenhauer: se si concepisce l’esistenza di una
volontà maligna imperante, si ammette anche la possibilità di capovolgerla, perché se
concettualmente c’è il male, deve esserci anche il bene; Leopardi invece pone il nulla e
l’indifferenza della natura non lascia spazio alcuno al bene. Leopardi non dà speranze, mentre
Schopenhauer sì: per quest’ultimo la compassione è un passo verso la salvezza, per il primo è un
puro e semplice aiuto per meglio sopportare il dolore.

Solange Passalacqua

1. 1. Frammento del 17 gennaio 1826, da Zibaldone di pensieri, ed. Oscar Mondadori 2006.
2. 2. Frammento da Il mondo come volontà e rappresentazione, ed. Mursia 1969
3. 3. Tratto dall'originale Saggi critici del De Sanctis, volume primo, Ed. Treves, 1882