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GIUSEPPE UNGARETTI.

TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO.

Il capitano.

Fui pronto a tutte le partenze.

Quando hai segreti, notte hai pietà.

Se bimbo mi svegliavo
di soprassalto, mi calmavo udendo
urlanti nell'assente via,
cani randagi. Mi parevano
più del lumino alla Madonna
che ardeva sempre in quella stanza,
mistica compagnìa.

E non ad un rincorrere
echi d'innanzi nascita,
mi sorpresi con cuore, uomo?

Ma quando, notte, il tuo viso fu nudo


e buttato sul sasso
non fui che fibra d'elementi,
pazza, palese in ogni oggetto,
era schiacciante l'umiltà.

Il Capitano era sereno.

(Venne in cielo la luna).

Era alto e mai non si chinava.

(Andava su una nube.)

Nessuno lo vide cadere,


nessuno l'udì rantolare,
riapparve adagiato in un solco,
teneva le mani sul petto.

Gli chiusi gli occhi.

(La luna è un velo.)

Parve di piume.

da Sentimento del tempo.

GIOVANNI VERGA.

a). La vita.

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840. In Sicilia trascorre la


sua infanzia e la prima giovinezza: e qui scrive i suoi primi romanzi
storici. Iscrittosi alla facoltà di legge interrompe ben presto gli studi,
tentando l'awentura letteraria. Lascia la Sicilia e si trasferisce a Fi-
renze (dal '65 al '71), dove stringe amicizia con Capuana e pubbli-
ca Una peccatrice e Storia di una capinera (rispettivamente nel 1866
e nel 1871). Ma neanche Firenze offre a Verga quel clima cultu-
rale ricco e aperto all'Europa ch'egli cercava. Di qui la decisione di
trasferirsi a Milano, nel '72, dove rimarrà fino al 1893, incontrando-
si con Boito, con Praga e con De Roberto, e dove entrerà in contatto
più diretto con la letteratura realista francese (Balzac e Flaubert, Zola
e i Goncourt). A Milano scrive ancora romanzi di gusto scapigliato:
Tigre reale (1873), Eva (1873), Eros (1874); e una novella d'am-
biente siciliano: Nedda (1874). Con 1' '80 ha inizio la stagione più ma-
tura, inaugurata con la raccolta di novelle Vita dei campi (1880),
proseguita con I Malavoglia (1881), le Novelle rusticane (1883) e
portata a termine con Mastro don Gesualdo (1889). Con il 1893
matura la decisione di Verga di ritornare in Sicilia: e il rientro a Ca-
tania coincide con un precoce e progressivo inaridimento della sua
vena creativa che si prolungherà, attraverso lunghi anni di silenzio,
sino alla morte, awenuta nel 1922.

b) Romanzi giovanili e Vita dei campi

I primi romanzi di Verga riflettono i gusti della stagione scapigliata:


in essi si registra una caduta dei valori tradizionali e si dipinge una
società elegante e raffinata, prossima alla sua decomposizione. I pro-
tagonisti di Una peccatrice, di Eva, sono uomini che cercano un'eva-
sione ai loro reali problemi nel perseguimento di una effimera gloria
artistica o nell'amore: e sono uomini che finiranno travolti da questi
loro miti illusori, delusi dall'arte, distrutti dalle loro passioni per
donne bellissime e fatali.
Si tratta comunque di esperimenti generalmente falliti, che troppo
concedono al gusto sentimentale del tempo. Con Storia di una capi-
nera invece si fa strada, pur nel tessuto ancora fortemente sentimen-
tale e languido del racconto (vi si narrano le vicende di una gio-

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vane costretta a farsi monaca), quell'adesione di Verga alla semplice


vita degli affetti familiari, ai miti della casa e della famiglia, che tro-
veranno poi ben altra individuazione nelle opere maggiori. Un atteg-
giamento, questo, che trova un'eco costante ancora nelle prove suc-
cessive di Tigre reale e di Eros, e che segna l'inizio di quella che si
suole definire la "conversione" verghiana al realismo: una conversio-
ne che trova, al suo punto d'approdo, lo sperimentalismo di Vita
dei campi.
In Vita dei campi al rifiuto della vita artificiosa della società ele-
gante, che era stato l'oggetto dei suoi romanzi precedenti, Verga so-
stituisce la celebrazione di un ambiente spontaneo e primitivo, con un
ritorno alla "sua" Sicilia. Ed è un ambiente rappresentato attraverso
due stilizzazioni. Da un lato si hanno le novelle (Cavalleria rusticana,
La lupa, Jeli il pastore) i cui personaggi sono fissati in una realtà fuo-
ri del tempo, senza una concreta dimensione storica, ricca di elemen-
ti folclorici e mitici, caratterizzata da pochi gesti primordiali, istintivi
e violenti (gli omicidi per passione, la tutela dell'onore, il regolamen-
to dei conti). Dall'altro lato invece abbiamo le novelle i cui perso-
naggi vivono la loro vicenda inesorabilmente legati alla loro parte di
sconfitti, di fronte alla quale non c'è possibilità di fuga o di rivalsa.
Rosso Malpelo, per esempio, è un ragazzo di miniera, figlio di un
minatore morto tragicarnente sul lavoro. Respinto da tutti, solo, sen-
za il conforto di un qualsiasi affetto, vive rassegnato la parte assegna-
tagli dal destino, sopportando con disperato stoicismo le violenze del-
la vita, con l'unica consolazione di potersi rifare sui più deboli, se-
condo la morale che « l'asino va picchiato, perché non può picchiar
lui; e s'ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strappe-
rebbe le carni a morsi ».

c) I Malavoglia

Il tentativo di accostarsi alla realtà popolare segnato da Vita dei


campi si dimostra come un propizio tirocinio all'opera maggiore di
Verga. La vicenda dei Malavoglia si svolge ad Acitrezza e si incen-

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tra sulle sventure della famiglia da cui prende titolo il romanzo. I
Malavoglia sono una famiglia di pescatori che vive esclusivamente
sui proventi del proprio lavoro in mare, e ha come unico patrimonio
la barca, chiamata la « Prowidenza », e la casa, detta del « Nespo-
lo ». La rovina dei Malavoglia si origina dal tentativo di intra-

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prendere un'attività commerciale, per raggiungere una condizione di
maggiore agiatezza: un giorno la « Prowidenza viene travolta dalla
burrasca, provocando la perdita del carico e la morte di Bastianazzo,
il più valido lavoratore dei Malavoglia. Di qui prendono l'awio le tra-
giche peripezie della famiglia che culmineranno nella perdita anche
della casa del Nespolo.
Nei personaggi dei Malavoglia si trovano realizzate due concezio-
ni di vita. Da un lato vi sono i rappresentanti di una società immobile
e arcaica, ostili a ogni idea di progresso, legati alle superstizioni e alle
tradizioni del passato. Dall'altro troviamo i fautori di una rottura defi-
nitiva con le tradizioni ataviche, desiderosi di un totale riscatto uma-
no ed economico. Nel vecchio capofamiglia padron 'Ntoni e nel ni-
pote ribelle 'Ntoni si incarnano queste due opposte tendenze.
Padron 'Ntoni è il patriarca della famiglia, colui che « comanda-
va le feste e le quarant'ore », l'assertore della cooperazione e dell'u-
nità familiare (secondo la ma~sima che « per menare il remo bisogna
che le cinque dita si aiutino »), rigoroso del rispetto delle gerarchie
(secondo l'altra ma~sima che « gli uomini son fatti come le dita della
mano; il dito grosso deve far da dito grosso, e il piccolo da dito pic-
colo »). Padron 'Ntoni è nello stesso tempo il portavoce di un'antica
saggezza, che si esprime appunto nel suo continuo uso di proverbi,
e soprattutto in un culto di antichi e saldi valori (la dedizione al la-
voro, il senso dell'onore, la fedeltà alla parola data); così di fronte
alla disgrazia della « Provvidenza e alla perdita della fonte di lavoro,
rifiuta ogni tentativo di soluzione men che onesta, e proclama la
sua rassegnazione stoica, nella considerazione che è a meglio con-
tentarsi che lamentarsi ». A questo immobilismo e a questi contenuti
di antica e fatalistica saggezza si ribella il nipote 'Ntoni (anche se
la sua ribellione si qualifica necessariamente più a livello persona-
le--come uno scontro con il nonno e il suo mondo--che non a
livello generale, come presa di coscienza di una situazione diffusa).
'Ntoni si dichiara incapace di accettare senza reagire una vita di
stenti, e manifesta la propria volontà di rottura, abbandonando la
casa del Nespolo, che per il nonno rappresenta il santuario della fa-
miglia, e partendo per il continente in cerca di fortuna.
La ribellione di 'Ntoni è comunque semplicemente velleitaria.
Già fin dall'inizio del romanzo Verga si era preoccupato di segnalare
il personaggio come un « bighellone di vent'anni »: e alla conclusio-
ne della sua awentura ce lo rappresenta come un vinto, costretto a

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sfogare in attività fuori dalla legge le sue residue velleità di ribellione.


Tant'è vero che 'Ntoni, dopo aver scontati gli anni di galera, ritorna
ad Acitrezza e si converte alla religione dei padri, che vogliono il foco-
lare domestico immune da ogni contaminazione. Giunto di notte alla
casa del Nespolo, che è stata nel frattempo riscattata e su cui gover-
na, nuovo patriarca, il giovane fratello Alessi, egli comprende che
non può e non deve rimanere: « Per altro qui non posso starci, ché
tutti mi conoscono, e perciò son venuto di sera. Andrò lontano, dove
troverò da buscarmi il pane, e nessuno saprà chi sono ». La sua pre-
senza è ormai incompatibile con la riconsacrazione della casa operata

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da Alessi, la cui missione era stata fissata sin dal principio, quando
Verga, nel presentarlo, l'aveva definito « un moccioso tutto suo non-
no colui ».
La chiusa dei Malavoglia acquista così, con il fugace ritorno di
'Ntoni, il significato di un rito purificatore, che awiene proprio per
opera del ribelle, il quale riconosce il merito e la legittimità di quei
valori un tempo da lui rinnegati e derisi (e al cui rifiuto sembrava an-
che poter autorizzare la morte desolante di padron 'Ntoni, lontano
dalla sua casa in ospedale); mentre gli altri personaggi stanno con il
loro atteggiamento a ribadirne la sacralità. Basterà pensare alla Me-
na, che rinuncia al suo amore per compare Alfio, in nome dei suoi miti
della casa e dell'onore (i miti di tutta la comunità entro cui si muo-
ve), prima quando si prospetta la possibilità di un altro matrimonio
più vantaggioso che recherebbe un po' di sollievo ai suoi familiari, e
una seconda volta quando (dopo la fuga di Lia, la sorella, che si è
data a una vita di perdizione) sente ricadere su di sé e sulla famiglia
il peso del disonore, e rinuncia per sempre alle nozze.
Al di fuori della casa del Nespolo si muove tutto un coro di per-
sonaggi, che agisce nelle piazze e nelle vie di Acitrezza. A questo coro
è affidato il commento delle disgrazie dei Malavoglia: un commento
spesso crudele, il quale mette in luce l'amara soddisfazione del po-
vero nel constatare che c'è qualcuno che sta peggio di lui; un com-
mento dialogato, in cui i personaggi stessi, con il loro parlare, si sosti-
tuiscono al narratore (secondo la geniale tecnica teorizzata da Ver-
ga). 1il dialogo è reso anche più vivo dall'uso di un linguaggio, ri-
costruito, nel suo tessuto sintattico, grammaticale e lessicale, sul dia-
letto e sui modi popolari.
d) Le Novelle rusticane

L'etica dei Malavoglia, che - con un senso di desolato fatalismo -


predicava la sopportazione della miseria in nome dei miti elemen-
tari dell'onore e dell'onestà, si trasforma nelle prove successive di
Verga in una più disperata accettazione del destino awerso, che ri-
balta la scala dei valori umani, e pone al suo vertice l'attaccamento
alla « roba ». Secondo questa nuova etica si considera più importante
la vita di un asino, che quella di una madre di famiglia, come si leg-
ge nella novella Gli orfani della raccolta Novelle rusticane. Se in-
somma nei Malavoglia si esaltava l'onestà e l'integrità morale, nelle
Rusticane si fa strada una lucida e pessimistica registrazione di una
più cruda e desolata realtà: quella dell'ascesa economica in nome del-
la quale occorre accettare il compromesso e il calcolo. E in nome di
questa realtà, al sacrificio di Mena Malavoglia che rinuncia all'amore
di compare Alfio perché sente pesare su di sé la colpa della sorella, si
sostituisce l'opportunismo e l'abilità di Lucia di Pane nero, la quale
cedendo al suo padrone trova il modo di assicurarsi una ricca dote.
Si giunge così al caso limite del protagonista della Roba, che dopo
aver assunto a ragione unica ed esclusiva della sua vita l'accumulo
della « roba », sul punto di morire, correrà nel cortile a uccidere le
sue anitre e i suoi tacchini, gridando: « Roba mia, vientene con
me ! :D. E sono questi motivi (ricorrenti anche nel teatro, strettamente
collegato all'attività novellistica) che preludono al secondo capola-
voro verghiano, il Mastro don Gesualdo.

e) ll Mastro don Gesualdo

Al contesto semplice di una società primitiva quale si trovava nei


Malavoglia, intesa a serbare intatta, al di là delle esigenze di migliori
condizioni materiali di vita, la sua struttura patriarcale, si sostituisce
nel Mastro don Gesualdo un contesto sociale e umano più mosso e
articolato, in cui si assiste alla decadenza della classe nobiliare e al-
l'ascesa di una classe plebea che mira a spodestare la prima e a so-
stituirvisi (perciò anche come organismo narrativo il Gesualdo si ri-
velerà più denso di personaggi e più mosso nelle situazioni rispetto

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ai Malavoglia). Don Gesualdo Motta è appunto il rappresentante di
questa classe, l'uomo che dal nulla si è creato una fortuna, mentre la
famiglia Trao - con cui, grazie a un matrimonio, egli riesce a impa-

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rentarsi - incarna emblematicamente quel mondo aristocratico or-


mai decrepito. E tra questi estremi opposti si muovono altri strati so-
ciali, rappresentati per un verso da quella folta schiera di aristocratici
sull'orlo della rovina che agiscono intorno ai Trao e si affannano -
attraverso intrighi e sotterfugi - a tenersi a galla, e per l'altro verso
da quella schiera di sfruttatori e di arrivisti, pronti a carpire l'attimo
favorevole, e finalmente dal popolo affamato e chiassoso, sempre teso
all'occasione che perrnetta di afferrare qualcosa.
In questo contesto opera Mastro don Gesualdo, la cui umanità
consiste, innanzi tutto, nell'ansiosa preoccupazione di accumulare e
difendere la « roba »: « Sempre in moto, sempre affaticato, sempre
in piedi, di qua e di là, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa gra-
ve di pensieri, il cuore grosso di inquietudini, le ossa rotte di stan-
chezza; dormendo due ore quando capitava, in un cantuccio della
stalla, dietro una siepe, nell'aia, coi sassi sotto la schiena; mangiando
un pezzo di pane nero e duro dove si trovava, sul basto della mula,
all'ombra di un ulivo, lungo il margine di un fosso, nella malaria, in
mezzo a un nugolo di zanzare.--Non feste, non domeniche, mai
una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tem-
po, il suo lavoro, o il suo denaro [...] Costretto a difendere la sua
roba contro tutti, per fare il suo interesse. Nel paese non uno solo
che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto ». Ma non so-
lo a questo profilo di uomo in continuo movimento si riduce la fisio-
nomia del personaggio. La sua viva e profonda umanità, si coglie
soprattutto nella solitudine sofferta in cui egli si viene a trovare. Così
Gesualdo giunge a considerare amaramente il fallimento del proprio
matrimonio con Bianca Trao: « Nulla, nulla gli aveva fruttato quel
matrimonio: né la dote, né il figlio maschio, né l'aiuto del parenta-
do... Una moglie che vi si squagliava fra le mani, che vi faceva gela-
re le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventa-
to, come se volessero farla cascare in peccato ogni volta, e il prete
non ci avesse messo su tanto di croce prima, quand'ella aveva detto
di sì [...]. Bianca non ci aveva colpa. Era il sangue della razza che
si rifiutava. Le pesche non si innestano sull'ulivo ». E al dolore per il
fallimento del proprio matrimonio si accompagna la desolazione di ve-
der perduta anche la figlia Isabella dietro fisime nobiliari, intenta a
sperperare la dote per mantenere il decoro della sua condizione di
duchessa, a cui è giunta, a sua volta, attraverso un altro matrimonio
sbagliato. In questa situazione di assoluta solitudine il personaggio
rimpiange quel « momento di svago », quell' « ora di buon umore »
che gli veniva dagli incontri con Diodata, l'umile trovatella che egli
aveva accolto presso di sé un tempo e che gli rimarrà fedele fino alla
fine, capace per lui di un autentico affetto. E tra le pagine più sug-
gestive del romanzo ci sono appunto quelle in cui viene descritto l'in-
contro tra Diodata e Gesualdo, prima del suo matrimonio con Bian-
ca Trao. Un episodio delicatissimo, in cui, sullo sfondo della campa-
gna solitaria, si rivela l'umile, servizievole amore della donna e il
burbero affetto dell'uomo: un episodio che termina con il pianto di
Diodata, nel sentire che il suo padrone deve sposare una nobile, un
pianto « ripetuto con l'accento di una preghiera o di una formula di
sacrificio religioso », che « segna la sua condanna di abbandonata » 2.
In questa mancanza o in questa impossibilità di affetti è la con-
danna dell'ambiziosa ascesa di Gesualdo. Simile a padron 'Ntoni, di
cui possiede, pur in una diversa situazione, la cocciuta tenacia, egli
accoglie in sé - a un livello ben più alto e responsabile - la confu-
sa ansia di ribellione di 'Ntoni. Ma il riscatto mancato a 'Ntoni e
che Gesualdo raggiunge, è un riscatto semplicemente economico, che

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si traduce poi in una tragedia umana ancora più dolorosa. Basterà
pensare per ciò alla scena - certamente tra le più efficaci di tutto il
romanzo - della morte di Gesualdo nel palazzo palermitano dei
Trao. Tra la folla dei domestici perdigiorno e mangiapane, tra la fi-
glia a lui ostile e infelice per il forzato matrimonio, tra il genero
freddamente cortese, Mastro don Gesualdo campeggia tragicamente
solitario, spettatore inerte dell'indifferenza tra cui avviene la sua
morte e del fallimento finale e completo della propria vita. Se il fina-
le dei Malavoglia valeva come una riconsacrazione della tradizione
e dei miti della famiglia e dell'onore, il finale di Mastro don Gesualdo
assume il senso di una totale, definitiva, sconfitta.
Con il Gesualdo termina la grande stagione verghiana. Una sta-
gione che egli aveva iniziato con i Malavoglia, primo capitolo di un
« ciclo dei vinti che aveva proseguito appunto con il Gesualdo e che
intendeva continuare con la Duchessa di Leyra e altri romanzi. In
questo ambizioso disegno (interrotto al secondo romanzo) Verga vo-
leva rappresentare « una specie di fantasmagoria della lotta per la
vita, che si estende dal cenciaiuplo al ministro, all'artista, e assume
tutte le for ne, dall'arnbizione all'avidità del guadagno, e si presta a
mille rappresentazioni del gran grottesco umano :. Ma nelle opere
successive al Gesualdo egli sarebbe dovuto ritornare a quell'ambiente
mondano di cui aveva nutrito i suoi romanzi giovanili. Un mondo
privo per IUI ormai di ogni interesse critico, anche se si preparava ad
affrontarlo con spirito sottilmente ironico, come risulta dai pochi ap-
punti lasciatici della Duchessa di Leyra.
GIOVANNI VERGA.

a). La vita.

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840. In Sicilia trascorre la


sua infanzia e la prima giovinezza: e qui scrive i suoi primi romanzi
storici. Iscrittosi alla facoltà di legge interrompe ben presto gli studi,
tentando l'awentura letteraria. Lascia la Sicilia e si trasferisce a Fi-
renze (dal '65 al '71), dove stringe amicizia con Capuana e pubbli-
ca Una peccatrice e Storia di una capinera (rispettivamente nel 1866
e nel 1871). Ma neanche Firenze offre a Verga quel clima cultu-
rale ricco e aperto all'Europa ch'egli cercava. Di qui la decisione di
trasferirsi a Milano, nel '72, dove rimarrà fino al 1893, incontrando-
si con Boito, con Praga e con De Roberto, e dove entrerà in contatto
più diretto con la letteratura realista francese (Balzac e Flaubert, Zola
e i Goncourt). A Milano scrive ancora romanzi di gusto scapigliato:
Tigre reale (1873), Eva (1873), Eros (1874); e una novella d'am-
biente siciliano: Nedda (1874). Con 1' '80 ha inizio la stagione più ma-
tura, inaugurata con la raccolta di novelle Vita dei campi (1880),
proseguita con I Malavoglia (1881), le Novelle rusticane (1883) e
portata a termine con Mastro don Gesualdo (1889). Con il 1893
matura la decisione di Verga di ritornare in Sicilia: e il rientro a Ca-
tania coincide con un precoce e progressivo inaridimento della sua
vena creativa che si prolungherà, attraverso lunghi anni di silenzio,
sino alla morte, awenuta nel 1922.

b) Romanzi giovanili e Vita dei campi

I primi romanzi di Verga riflettono i gusti della stagione scapigliata:


in essi si registra una caduta dei valori tradizionali e si dipinge una
società elegante e raffinata, prossima alla sua decomposizione. I pro-
tagonisti di Una peccatrice, di Eva, sono uomini che cercano un'eva-
sione ai loro reali problemi nel perseguimento di una effimera gloria
artistica o nell'amore: e sono uomini che finiranno travolti da questi
loro miti illusori, delusi dall'arte, distrutti dalle loro passioni per
donne bellissime e fatali.
Si tratta comunque di esperimenti generalmente falliti, che troppo
concedono al gusto sentimentale del tempo. Con Storia di una capi-

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nera invece si fa strada, pur nel tessuto ancora fortemente sentimen-
tale e languido del racconto (vi si narrano le vicende di una gio-

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vane costretta a farsi monaca), quell'adesione di Verga alla semplice


vita degli affetti familiari, ai miti della casa e della famiglia, che tro-
veranno poi ben altra individuazione nelle opere maggiori. Un atteg-
giamento, questo, che trova un'eco costante ancora nelle prove suc-
cessive di Tigre reale e di Eros, e che segna l'inizio di quella che si
suole definire la "conversione" verghiana al realismo: una conversio-
ne che trova, al suo punto d'approdo, lo sperimentalismo di Vita
dei campi.
In Vita dei campi al rifiuto della vita artificiosa della società ele-
gante, che era stato l'oggetto dei suoi romanzi precedenti, Verga so-
stituisce la celebrazione di un ambiente spontaneo e primitivo, con un
ritorno alla "sua" Sicilia. Ed è un ambiente rappresentato attraverso
due stilizzazioni. Da un lato si hanno le novelle (Cavalleria rusticana,
La lupa, Jeli il pastore) i cui personaggi sono fissati in una realtà fuo-
ri del tempo, senza una concreta dimensione storica, ricca di elemen-
ti folclorici e mitici, caratterizzata da pochi gesti primordiali, istintivi
e violenti (gli omicidi per passione, la tutela dell'onore, il regolamen-
to dei conti). Dall'altro lato invece abbiamo le novelle i cui perso-
naggi vivono la loro vicenda inesorabilmente legati alla loro parte di
sconfitti, di fronte alla quale non c'è possibilità di fuga o di rivalsa.
Rosso Malpelo, per esempio, è un ragazzo di miniera, figlio di un
minatore morto tragicarnente sul lavoro. Respinto da tutti, solo, sen-
za il conforto di un qualsiasi affetto, vive rassegnato la parte assegna-
tagli dal destino, sopportando con disperato stoicismo le violenze del-
la vita, con l'unica consolazione di potersi rifare sui più deboli, se-
condo la morale che « l'asino va picchiato, perché non può picchiar
lui; e s'ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strappe-
rebbe le carni a morsi ».

c) I Malavoglia

Il tentativo di accostarsi alla realtà popolare segnato da Vita dei


campi si dimostra come un propizio tirocinio all'opera maggiore di
Verga. La vicenda dei Malavoglia si svolge ad Acitrezza e si incen-
tra sulle sventure della famiglia da cui prende titolo il romanzo. I
Malavoglia sono una famiglia di pescatori che vive esclusivamente
sui proventi del proprio lavoro in mare, e ha come unico patrimonio
la barca, chiamata la « Prowidenza », e la casa, detta del « Nespo-
lo ». La rovina dei Malavoglia si origina dal tentativo di intra-

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prendere un'attività commerciale, per raggiungere una condizione di
maggiore agiatezza: un giorno la « Prowidenza viene travolta dalla
burrasca, provocando la perdita del carico e la morte di Bastianazzo,
il più valido lavoratore dei Malavoglia. Di qui prendono l'awio le tra-
giche peripezie della famiglia che culmineranno nella perdita anche
della casa del Nespolo.
Nei personaggi dei Malavoglia si trovano realizzate due concezio-
ni di vita. Da un lato vi sono i rappresentanti di una società immobile
e arcaica, ostili a ogni idea di progresso, legati alle superstizioni e alle
tradizioni del passato. Dall'altro troviamo i fautori di una rottura defi-
nitiva con le tradizioni ataviche, desiderosi di un totale riscatto uma-
no ed economico. Nel vecchio capofamiglia padron 'Ntoni e nel ni-
pote ribelle 'Ntoni si incarnano queste due opposte tendenze.

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Padron 'Ntoni è il patriarca della famiglia, colui che « comanda-
va le feste e le quarant'ore », l'assertore della cooperazione e dell'u-
nità familiare (secondo la ma~sima che « per menare il remo bisogna
che le cinque dita si aiutino »), rigoroso del rispetto delle gerarchie
(secondo l'altra ma~sima che « gli uomini son fatti come le dita della
mano; il dito grosso deve far da dito grosso, e il piccolo da dito pic-
colo »). Padron 'Ntoni è nello stesso tempo il portavoce di un'antica
saggezza, che si esprime appunto nel suo continuo uso di proverbi,
e soprattutto in un culto di antichi e saldi valori (la dedizione al la-
voro, il senso dell'onore, la fedeltà alla parola data); così di fronte
alla disgrazia della « Provvidenza e alla perdita della fonte di lavoro,
rifiuta ogni tentativo di soluzione men che onesta, e proclama la
sua rassegnazione stoica, nella considerazione che è a meglio con-
tentarsi che lamentarsi ». A questo immobilismo e a questi contenuti
di antica e fatalistica saggezza si ribella il nipote 'Ntoni (anche se
la sua ribellione si qualifica necessariamente più a livello persona-
le--come uno scontro con il nonno e il suo mondo--che non a
livello generale, come presa di coscienza di una situazione diffusa).
'Ntoni si dichiara incapace di accettare senza reagire una vita di
stenti, e manifesta la propria volontà di rottura, abbandonando la
casa del Nespolo, che per il nonno rappresenta il santuario della fa-
miglia, e partendo per il continente in cerca di fortuna.
La ribellione di 'Ntoni è comunque semplicemente velleitaria.
Già fin dall'inizio del romanzo Verga si era preoccupato di segnalare
il personaggio come un « bighellone di vent'anni »: e alla conclusio-
ne della sua awentura ce lo rappresenta come un vinto, costretto a

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sfogare in attività fuori dalla legge le sue residue velleità di ribellione.


Tant'è vero che 'Ntoni, dopo aver scontati gli anni di galera, ritorna
ad Acitrezza e si converte alla religione dei padri, che vogliono il foco-
lare domestico immune da ogni contaminazione. Giunto di notte alla
casa del Nespolo, che è stata nel frattempo riscattata e su cui gover-
na, nuovo patriarca, il giovane fratello Alessi, egli comprende che
non può e non deve rimanere: « Per altro qui non posso starci, ché
tutti mi conoscono, e perciò son venuto di sera. Andrò lontano, dove
troverò da buscarmi il pane, e nessuno saprà chi sono ». La sua pre-
senza è ormai incompatibile con la riconsacrazione della casa operata
da Alessi, la cui missione era stata fissata sin dal principio, quando
Verga, nel presentarlo, l'aveva definito « un moccioso tutto suo non-
no colui ».
La chiusa dei Malavoglia acquista così, con il fugace ritorno di
'Ntoni, il significato di un rito purificatore, che awiene proprio per
opera del ribelle, il quale riconosce il merito e la legittimità di quei
valori un tempo da lui rinnegati e derisi (e al cui rifiuto sembrava an-
che poter autorizzare la morte desolante di padron 'Ntoni, lontano
dalla sua casa in ospedale); mentre gli altri personaggi stanno con il
loro atteggiamento a ribadirne la sacralità. Basterà pensare alla Me-
na, che rinuncia al suo amore per compare Alfio, in nome dei suoi miti
della casa e dell'onore (i miti di tutta la comunità entro cui si muo-
ve), prima quando si prospetta la possibilità di un altro matrimonio
più vantaggioso che recherebbe un po' di sollievo ai suoi familiari, e
una seconda volta quando (dopo la fuga di Lia, la sorella, che si è
data a una vita di perdizione) sente ricadere su di sé e sulla famiglia
il peso del disonore, e rinuncia per sempre alle nozze.
Al di fuori della casa del Nespolo si muove tutto un coro di per-
sonaggi, che agisce nelle piazze e nelle vie di Acitrezza. A questo coro
è affidato il commento delle disgrazie dei Malavoglia: un commento
spesso crudele, il quale mette in luce l'amara soddisfazione del po-
vero nel constatare che c'è qualcuno che sta peggio di lui; un com-
mento dialogato, in cui i personaggi stessi, con il loro parlare, si sosti-
tuiscono al narratore (secondo la geniale tecnica teorizzata da Ver-

8
ga). 1il dialogo è reso anche più vivo dall'uso di un linguaggio, ri-
costruito, nel suo tessuto sintattico, grammaticale e lessicale, sul dia-
letto e sui modi popolari.
d) Le Novelle rusticane

L'etica dei Malavoglia, che - con un senso di desolato fatalismo -


predicava la sopportazione della miseria in nome dei miti elemen-
tari dell'onore e dell'onestà, si trasforma nelle prove successive di
Verga in una più disperata accettazione del destino awerso, che ri-
balta la scala dei valori umani, e pone al suo vertice l'attaccamento
alla « roba ». Secondo questa nuova etica si considera più importante
la vita di un asino, che quella di una madre di famiglia, come si leg-
ge nella novella Gli orfani della raccolta Novelle rusticane. Se in-
somma nei Malavoglia si esaltava l'onestà e l'integrità morale, nelle
Rusticane si fa strada una lucida e pessimistica registrazione di una
più cruda e desolata realtà: quella dell'ascesa economica in nome del-
la quale occorre accettare il compromesso e il calcolo. E in nome di
questa realtà, al sacrificio di Mena Malavoglia che rinuncia all'amore
di compare Alfio perché sente pesare su di sé la colpa della sorella, si
sostituisce l'opportunismo e l'abilità di Lucia di Pane nero, la quale
cedendo al suo padrone trova il modo di assicurarsi una ricca dote.
Si giunge così al caso limite del protagonista della Roba, che dopo
aver assunto a ragione unica ed esclusiva della sua vita l'accumulo
della « roba », sul punto di morire, correrà nel cortile a uccidere le
sue anitre e i suoi tacchini, gridando: « Roba mia, vientene con
me ! :D. E sono questi motivi (ricorrenti anche nel teatro, strettamente
collegato all'attività novellistica) che preludono al secondo capola-
voro verghiano, il Mastro don Gesualdo.

e) ll Mastro don Gesualdo

Al contesto semplice di una società primitiva quale si trovava nei


Malavoglia, intesa a serbare intatta, al di là delle esigenze di migliori
condizioni materiali di vita, la sua struttura patriarcale, si sostituisce
nel Mastro don Gesualdo un contesto sociale e umano più mosso e
articolato, in cui si assiste alla decadenza della classe nobiliare e al-
l'ascesa di una classe plebea che mira a spodestare la prima e a so-
stituirvisi (perciò anche come organismo narrativo il Gesualdo si ri-
velerà più denso di personaggi e più mosso nelle situazioni rispetto
ai Malavoglia). Don Gesualdo Motta è appunto il rappresentante di
questa classe, l'uomo che dal nulla si è creato una fortuna, mentre la
famiglia Trao - con cui, grazie a un matrimonio, egli riesce a impa-

564 1 565

rentarsi - incarna emblematicamente quel mondo aristocratico or-


mai decrepito. E tra questi estremi opposti si muovono altri strati so-
ciali, rappresentati per un verso da quella folta schiera di aristocratici
sull'orlo della rovina che agiscono intorno ai Trao e si affannano -
attraverso intrighi e sotterfugi - a tenersi a galla, e per l'altro verso
da quella schiera di sfruttatori e di arrivisti, pronti a carpire l'attimo
favorevole, e finalmente dal popolo affamato e chiassoso, sempre teso
all'occasione che perrnetta di afferrare qualcosa.
In questo contesto opera Mastro don Gesualdo, la cui umanità
consiste, innanzi tutto, nell'ansiosa preoccupazione di accumulare e
difendere la « roba »: « Sempre in moto, sempre affaticato, sempre
in piedi, di qua e di là, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa gra-
ve di pensieri, il cuore grosso di inquietudini, le ossa rotte di stan-
chezza; dormendo due ore quando capitava, in un cantuccio della
stalla, dietro una siepe, nell'aia, coi sassi sotto la schiena; mangiando
un pezzo di pane nero e duro dove si trovava, sul basto della mula,
all'ombra di un ulivo, lungo il margine di un fosso, nella malaria, in
mezzo a un nugolo di zanzare.--Non feste, non domeniche, mai

9
una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tem-
po, il suo lavoro, o il suo denaro [...] Costretto a difendere la sua
roba contro tutti, per fare il suo interesse. Nel paese non uno solo
che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto ». Ma non so-
lo a questo profilo di uomo in continuo movimento si riduce la fisio-
nomia del personaggio. La sua viva e profonda umanità, si coglie
soprattutto nella solitudine sofferta in cui egli si viene a trovare. Così
Gesualdo giunge a considerare amaramente il fallimento del proprio
matrimonio con Bianca Trao: « Nulla, nulla gli aveva fruttato quel
matrimonio: né la dote, né il figlio maschio, né l'aiuto del parenta-
do... Una moglie che vi si squagliava fra le mani, che vi faceva gela-
re le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventa-
to, come se volessero farla cascare in peccato ogni volta, e il prete
non ci avesse messo su tanto di croce prima, quand'ella aveva detto
di sì [...]. Bianca non ci aveva colpa. Era il sangue della razza che
si rifiutava. Le pesche non si innestano sull'ulivo ». E al dolore per il
fallimento del proprio matrimonio si accompagna la desolazione di ve-
der perduta anche la figlia Isabella dietro fisime nobiliari, intenta a
sperperare la dote per mantenere il decoro della sua condizione di
duchessa, a cui è giunta, a sua volta, attraverso un altro matrimonio
sbagliato. In questa situazione di assoluta solitudine il personaggio
rimpiange quel « momento di svago », quell' « ora di buon umore »
che gli veniva dagli incontri con Diodata, l'umile trovatella che egli
aveva accolto presso di sé un tempo e che gli rimarrà fedele fino alla
fine, capace per lui di un autentico affetto. E tra le pagine più sug-
gestive del romanzo ci sono appunto quelle in cui viene descritto l'in-
contro tra Diodata e Gesualdo, prima del suo matrimonio con Bian-
ca Trao. Un episodio delicatissimo, in cui, sullo sfondo della campa-
gna solitaria, si rivela l'umile, servizievole amore della donna e il
burbero affetto dell'uomo: un episodio che termina con il pianto di
Diodata, nel sentire che il suo padrone deve sposare una nobile, un
pianto « ripetuto con l'accento di una preghiera o di una formula di
sacrificio religioso », che « segna la sua condanna di abbandonata » 2.
In questa mancanza o in questa impossibilità di affetti è la con-
danna dell'ambiziosa ascesa di Gesualdo. Simile a padron 'Ntoni, di
cui possiede, pur in una diversa situazione, la cocciuta tenacia, egli
accoglie in sé - a un livello ben più alto e responsabile - la confu-
sa ansia di ribellione di 'Ntoni. Ma il riscatto mancato a 'Ntoni e
che Gesualdo raggiunge, è un riscatto semplicemente economico, che
si traduce poi in una tragedia umana ancora più dolorosa. Basterà
pensare per ciò alla scena - certamente tra le più efficaci di tutto il
romanzo - della morte di Gesualdo nel palazzo palermitano dei
Trao. Tra la folla dei domestici perdigiorno e mangiapane, tra la fi-
glia a lui ostile e infelice per il forzato matrimonio, tra il genero
freddamente cortese, Mastro don Gesualdo campeggia tragicamente
solitario, spettatore inerte dell'indifferenza tra cui avviene la sua
morte e del fallimento finale e completo della propria vita. Se il fina-
le dei Malavoglia valeva come una riconsacrazione della tradizione
e dei miti della famiglia e dell'onore, il finale di Mastro don Gesualdo
assume il senso di una totale, definitiva, sconfitta.
Con il Gesualdo termina la grande stagione verghiana. Una sta-
gione che egli aveva iniziato con i Malavoglia, primo capitolo di un
« ciclo dei vinti che aveva proseguito appunto con il Gesualdo e che
intendeva continuare con la Duchessa di Leyra e altri romanzi. In
questo ambizioso disegno (interrotto al secondo romanzo) Verga vo-
leva rappresentare « una specie di fantasmagoria della lotta per la
vita, che si estende dal cenciaiuplo al ministro, all'artista, e assume
tutte le for ne, dall'arnbizione all'avidità del guadagno, e si presta a
mille rappresentazioni del gran grottesco umano :. Ma nelle opere
successive al Gesualdo egli sarebbe dovuto ritornare a quell'ambiente
mondano di cui aveva nutrito i suoi romanzi giovanili. Un mondo
privo per IUI ormai di ogni interesse critico, anche se si preparava ad
affrontarlo con spirito sottilmente ironico, come risulta dai pochi ap-

10
punti lasciatici della Duchessa di Leyra.
GIUSEPPE UNGARETTI.

TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO.

I fiumi.

Mi tengo a quest'albero mutilato


abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima e dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna.

Stamani mi sono disteso


in un'urna d'acqua
e come una reliquia
ho riposato.

L'Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso.

Ho tirato su
le mie quattr'ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull'acqua.

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole.

Questo è l'Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell'universo.

Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia.

Ma quelle occulte
mani
che m'intridono
mi regalano
la rara
felicità.

Ho ripassato
le epoche
della mia vita.

Questi sono
i miei fiumi.

11
Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil'anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d'inconsapevolezza
nelle estese pianure.

Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto.

Questi sono i miei fiumi


contati nell'Isonzo.

Questa è la mia nostalgia


che in ognuno
mi traspare
ora che è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre.

da L'allegrìa.
GIUSEPPE UNGARETTI.

TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO.

Mattina.

M'illumino
d'immenso.

da L'allegrìa.
GIACOMO ZANELLA.

TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO.

Nacque a Chiampo (vicenza) nel 1820 e morì a vicenza nel 1888.


Sacerdote, insegnò tanto a vicenza che a Venezia e a Padova. In que-
st'ultima città venne chiamato all'insegnamento universitario di lettera-
tura italiana, sino al 1875, quando per ragioni di salute chiese di essere
collocato a riposo. La sua vita fu tutta intesa a conciliare fede e scienza,
come testimoniano i suoi poemetti Milton e Galileo. Sono assai più inte-
ressanti i sonetti della raccolta Astichello, dove vibra una forte passione
per la natura e la campagna. Come critico e storico della letteratura
italiana, cui pure si dedicò assiduamente, oggi si ricorda appena per la
debolezza degli assunti.
GIUSEPPE UNGARETTI.

TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO.

Tu ti spezzasti.

1.
I molti, immani, sparsi, grigi sassi
frementi ancora alle segrete fionde

12
di originarie fiamme soffocate
od ai terrori di fiumane vergini
ruinanti in implacabili carezze,
- sopra l'abbaglio della rabbia rigidi
in un vuoto orizzonte, non rammenti?

E la recline, che s'apriva all'unico


raccogliersi dell'ombra nella valle,
araucaria, anelando ingigantita,
volta nell'ardua selce d'erme fibre
più delle altre dannate refrattaria,
fresca la bocca di farfalle e d'erbe
dove dalle radici si tagliava,
- non la rammenti delirante muta
sopra tre palmi d'un rotondo ciottolo
in un perfetto bìlico
magicamente apparsa?

Di ramo in ramo fiorrancino lieve,


ebbri di meraviglia gli avidi occhi
ne conquistavi la screziata cima,
temerario, mùsico bimbo,
solo per rivedere all'imo lucido
d'un fondo e quieto baratro di mare
favolose testuggini
ridestarsi fra le alghe.
Della natura estrema la tensione
e le subacquee pompe,
fùnebri mòniti.

2.
Alzavi le braccia come ali
e ridavi nascita al vento
correndo nel peso dell'aria immota.

Nessuno mai vide posare


il tuo lieve piede di danza.

3.
Grazia felice,
non avresti potuto non spezzarti
in una cecità tanto indurita
tu semplice soffio e cristallo,

troppo umano lampo per l'empio,


selvoso, accanito, ronzante
ruggito d'un sole ignudo .

da Il dolore.
Ungaretti, 37 poesie.
GIUSEPPE UNGARETTI.
nacque ad Alessandria d'Egitto nel 1888 da geniton lucchesi.
Orfano di padre, fu cresciuto dalla madre
tra molte difficoltà economiche.
Nel 1912, compiuti gli studi medi, si iscrisse alla Sorbona.
a Parigi frequentò poeti e pittori d 'avanguardia
(da Apollinaire a Picasso, da Papini a Soffici a Palazzescht).
Interventtsta, partì volontario per il Carso
la trincea palesò la sua vocazione poetica.
Sposato con Jeanne Dupotx,
dal 1936 al '42 insegnò letteratura italtana
all'università di San Paolo (Brasile).
Nel 1939 morì ilfiglioAntonietto. Rientrato in Italia, ottenne,

13
per "chiara fama", la cattedra di letteratura italtana
contemporanea all'università di Roma.
Si è spento a Milano nel 1970.

GIUSEPPE UNGARETTI
37 POESIE

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria

Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L'ho accompagnato
insieme alla padrona dell'albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa

Riposa
nel camposanto d'Ivry
sobborgo che pare
sempre
m una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

IL PORTO SEPOLTO

Mariano il 29 giugno

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
ml resta
quel nulla
d'inesauribile segreto

14
VEGLIA

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato


tanto
attaccato alla vita

DANNAZIONE
Mariano il 29 giugno 1916

Chiuso fra cose mortali

(Anche il cielo stellato finirà)

Perché bramo Dio?


FRATELLI SONO UNA CREATURA

Mariano il 15 luglio 1916 Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916

Di che reggimento siete


fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

'ell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli La morte
si sconta
vivendo

15
Come questa pietra
del S. Michele
COSì fredda
COSi dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra


è il mio pianto
che non si vede

CotiCi il 16 agosto 1916

Mi tengo a quest'albero mutilato


abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso


in un'urna d'acqua
e come una reliqula
ho riposato

L'Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso

Ho tirato su
le mie quattr'ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull'acqua

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole

Questo è l'Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell 'universo

Il mio supplizio
e quando
non mi credo
in armonia

Ma quelle occulte
mani
che m'intridono
ml regalano
la rara

16
felicità

Ho ripassato
le epoche
della mia vita

Questi sono
i miei fiumi
Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil'anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre

Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d'inconsapevolezza
nelle estese pianure

Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi


contati nell'Isonzo

Questa è la mia nostalgia


che in ognuno
mi traspare
ora ch'è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre

PELLEGRINAGGIO

Vallonceìo dell'Albero Isolato il 16 agosto 1916

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta un'illusione
per farti coraggio

Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia

17
UNIVERSO

Quale canto s'è levato stanotte


che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Quale festa sorgiva


di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco


d'universo

LA NOTTE BELLA

Col mare
mi sono fatto
una bara
di freschezza

SAN MARTINO DEL CARSO

Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E il mio cuore
il paese più straziato

NOSTALGIA

Locvizza il 28 settembre 1916

Quando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa

Su Parigi s'addensa

18
un oscuro colore
di pianto

In un canto
di ponte
contemplo
i'illimitato silenzio
di una ragazza
tenue

Le nostre
malattie
si fondono

E come portati via


si rimane

ALLEGRIA DI NAUFRAGI SOLITUDINE

Versa il 14 febbraio 1917 Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

Ma le mie urla
feriscono
come fulmini
la campana fioca
del cielo

Sprofondano
impaurite

MATTINA
Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

M'illumino
d'immenso

SOLDATI
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
LUCCA

A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre che
parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.

19
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell'osteria con della gente
che mi parla di California come d'un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene il sangue dei miei morti.
Ho preso anch'io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d'avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane più nulla da profanare, nulla da sognare.
Ho goduto di tutto, e sofferto.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali
lodavo la vita.
Ora che considero, anch'io l'amore come una garanzia dell
specie, ho in vista la morte.

da
SENTIMENTO DEL TEMPO
1919-1935
Ha una corona di freschi pensieri,
Splende nell'acqua fiorita.

MERIGGIO

Le montagne si sono ridotte a deboli fumi e l'invadente deserto


formicola d'impazienze e anche il sonno turba e anche le statue si
turbano.

ERA

Mente infiammandosi s'avvede ch'è nuda, il florido carnato nel


mare fattosi verde bottiglia, non è piii che madreperla.
Quel moto di vergogna delle cose svela per un momento, dando ra-
gione dell'umana malinconia, il consumarsi senza fine di tutto.

NoTTE

Tutto si è esteso, si è attenuato si è confuso.


Fischi di treni partiti.
Ecco appare, non essendoci più testimoni
anche il mio vero viso, stanco e deluso.

UNA COLOMBA

D'altri diluvi una colomba ascolto.

L'ISOLA
1925
A una proda ove sera era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s'inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch'crasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell'acqua torrida,
E una larva (languiva

20
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch'era una ninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.

In sé da simulacro a fiamma vera


Errando, giunse a un prato ove
L'ombra negli occhi s'addensava
Delle vergini come
Sera appiè degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s'erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre.

INNO ALLA MORTE


1925

Amore, mio giovine emblema,


Tornato a dorare la terra,
Diffuso entro il giorno rupestre,
E l'ultima volta che miro
(Appiè del botro, d'irruenti
Acque sontuoso, d'antri
Funesto) la scia di luce
Che pari alla tortora lamentosa
Sull'erba svagata si turba.

Amor, salute lucente,


Mi pesano gli anni venturi.

Abbandonata la mazza fedele,


Scivolerò nell'acqua buia
Senza rimpianto.

Morte, arido fiume...

Immemore sorella, morte,


L'uguale mi farai del sogno
Baciandomi.

Avrò il tuo passo,


Andrò senza lasciare impronta.

Mi darai il cuore immobile


D'un iddio, sarò innocente,
Non avrò più pensieri né bontà.

Colla mente murata,


Cogli occhi caduti in oblio,
Farò da guida alla felicità.
DI LUGLIo

1931

Quando su ci si butta lei,


Si fa d'un triste colore di rosa
Il bel fogliame.

21
Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
E furia che s'ostina, è l'implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
E l'estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinantl
Va della terra spogliando lo scheletro.

STELLE

1927

Tornano in alto ad ardere le favole.

Cadranno colle foglie al primo vento.

Ma venga un altro soffio,


Ritornerà scintillamento nuovo.
Appiè dei passi della sera
Va un'acqua chiara
Colore dell'uliva,

E giunge al breve fuoco smemorato.

Nel fumo ora odo grilli e rane,

Dove tenere tremano erbe.

Era una notte urbana,


Rosea e sulfurea era la poca luce
Dove, come da un muoversi dell'ombra,
Pareva salisse la forma.

Era una notte afosa


Quando improwise vidi zanne viola
In un'ascella che fingeva pace.

Da quella notte nuova ed infelice


E dal fondo del mio sangue straniato
Schiavo loro mi fecero segreti.
DANNI CON FANTASIA

1928

Perché le apparenze non durano?

Se ti tocco, leggiadra, geli orrenda


Nudi l'idea e, molto più crudele,
Nello stesso momento
Mi leghi non deluso ad altra pena.

Perché crei, mente, corrompendo?

Perché t'ascolto?

Quale segreto eterno


Mi farà sempre gola in te?

T'inseguo, ti ricerco,
Rinnovo la salita, non riposo,
E ancora, non mai stanca, in tempesta
O a illanguidire scogli,

22
Danni con fantasia.

Silenzi trepidi, infiniti slanci,


Corsa, gelose arsure, titubanze,
E strazi, risa, inquiete labbra, fremito
E delirio clamante

E abbandono schiumante
E gloria intollerante
E numerosa solitudine,

La vostra, lo so, non è vera luce,

Ma avremmo vita senza il tuo variare,


Felice colpa?
CANTO TERZO
CANTO BEDUINO

Incide le rughe segrete


Della nostra infelice maschera
La beffa infinita dei padri.

Tu, nella luce fonda,


O confuso silenzio,
Insisti come le cicale irose.

Una donna s'alza e canta


La segue il vento e l'incanta
E sulla terra la stende
E il sogno vero la prende.

Questa terra è nuda


Questa donna è druda
Questo vento è forte
Questo sogno è morte.

AUGURI PER IL PROPRIO COMPLEANNO

a Berto Ricci
1935

Dolce declina il sole.


Dal giorno si distacca
Un cielo troppo chiaro.
Dirama solitudine

Come da gran distanza


Un muoversi di voci.
Offesa se lusinga,
Quest'ora ha l'arte strana.

Non è primo apparire


Dell'autunno già libero?
Con non altro mistero

Corre infatti a dorarsi


I1 bel tempo che toglie
Il dono di follia.

Eppure, eppure griderei:


Veloce gioventù dei sensi
Che all'oscuro mi tieni di me stesso

23
E consenti le immagini all'eterno,

Non mi lasciare, resta, sofferenza

IL DOLORE

1937- 1946
Se tu mi rivenissi incontro vivo,
Con la mano tesa,
Ancora potrei,
Di nuovo in uno slancio d'oblio, stringere,
Fratello, una mano.

Ma di te, di te più non mi circondano


Che sogni, barlumi,
I fuochi senza fuoco del passato.

La memoria non svolge che le immagini


E a me stesso io stesso
Non sono già più
Che l'annientante nulla del pensiero.
«Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto.
E il volto già scomparso
Ma gli occhi ancora vivi
Dal guanciale volgeva alla finestra,
E riempivano passeri la stanza
Verso le briciole dal babbo sparse
Per distrarre il suo bimbo...

Ora potrò baciare solo in sogno


Le fiduciose mani .
E discorro, lavoro,
Sono appena mutato, temo, fumo...
Come si può ch'io regga a tanta notte?...

Mi porteranno gli anni


Chissà quali altri orrori,
Ma ti sentivo accanto,
M'avresti consolato...

Mai, non saprete mai come m'illumina


L'ombra che mi si pone a lato, timida
Quando non spero più...

Ora dov'è, dov'è l'ingenua voce


Che in corsa risuonando per le stanze
Sollevava dai crucci un uomo stanco?...
La terra l'ha disfatta, la protegge
Un passato di favola. .

Ogni altra voce è un'eco che si spenge


Ora che una mi chiama
Dalle vette immortali...

In cielo cerco il tuo felice volto,


Ed i miei occhi in me null'altro vedano
Quando anch'essi vorrà chiudere Iddio .
E t'amo, t'amo, ed è continuo schianto!...

Inferocita terra, immane mare


Mi separa dal luogo della tomba
Dove ora si disperde

24
Il martoriato corpo...
Non conta... Ascolto sempre più distinta
Quella voce d'anima
Che non seppi difendere quaggiù...
M'isola, sempre più festosa e amica
Di minuto in minuto,
Nel suo segreto semplice.

Sono tornato ai colli, ai pini amati


E del ritmo dell'aria il patrio accento
Che non riudrò con te,
Mi spezza ad ogni soffio. .

Passa la rondine e con essa estate,


E anch'io, mi dico, passerò...
Ma resti dell'amore che mi strazia
Non solo segno un breve appannamento
Se dall'inferno arrivo a qualche quiete...

Sotto la scure il disilluso ramo


Cadendo si lamenta appena, meno
Che non la foglia al tocco della brezza...
E fu la furia che abbatté la tenera
Forma e la premurosa
Carità d'una voce mi consuma...

Non più furori reca a me l'estate,


Né primavera i suoi presentimenti;
Puoi declinare, autunno,
Con le tue stolte glorie:
Per uno spoglio desiderio, inverno
Distende la stagione più clemente!...
(ià mè nelle ossa scesa
L'autunnale secchezza,
Ma, protratto dalle ombre,
Soprawiene infinito
Un deménte fulgore:
La tortura segreta del crepuscolo
Inabissato...

Rievocherò senza rimorso sempre


Un'incantevole agonia dei sensi?
Ascolta, cieco: «Un'anima è partita
Dal comune castigo ancora illesa...».

Mi abbatterà meno di non più udire


I gridi vivi della sua purezza
Che di sentire quasi estinto in me
Il fremito pauroso della colpa?

Agli abbagli che s4uillano dai vetri


Squadra un riflesso alla tovaglia l'ombra
Tornano al lustro labile d'un orcio
Gonfie ortensie dall'aiuola, un rondone ebbro,
Il grattacielo in vampe delle nuvole,
Sull'albero, saltelli d'un bimbetto..

Inesauribile fragore di onde


Si dà che giunga allora nella stanza
E, alla fermezza inquieta d'una linea
Azzurra, ogni parete si dilegua...

Fa dolce e forse qui vicino passi

25
Dicendo: «Questo sole e tanto spazio
Ti calmino. Nel puro vento udire
Puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l'aurora e intatto giorno.

MIO FIUME ANCHE TU

Mio fiume anche tu, Tevere fatale,


Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d'agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l'attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l'attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l'offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d'abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;

Ora che osano dire


Le mie blasfeme labbra:
«Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S'è tanto allontanata?»

Ora che pecorelle cogli agnelli


Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell'emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l'uomo lacera
L`immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l'innocenza
Reclama almeno un'eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.
Vedo ora nella notte triste, imparo
So che l'inferno s'apre sulla terra
Su misura di quanto
L'uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

26
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l'uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell'amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,


Astro incarnato nell'umane tenebre,
Fratello che t'immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l'uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D'un pianto solo mio non piango più
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

da
LA TERRA PROMESSA
1935-1953
VARIAZIONI SU NULLA

Quel nonnulla di sabbia che trascorre


Dalla clessidra muto e va posandosi,
E, fugaci, le impronte sul carnato,
Sul carnato che muore, d'una nube .

Poi mano che rovescia la clessidra,


Il ritorno per muoversi, di sabbia,
Il farsi argentea tacito di nube
Ai primi brevi lividi dell'alba. .

La mano in ombra la clessidra volse


E, di sabbia, il nonnulla che trascorre
Silente, è unica cosa che ormai s'oda
E, essendo udita, in buio non scompaia
Unable to recognize this page.
Stella, mia unica stella,
Nella povertà della notte, sola,
Per me, solo, rifulgi,
Nella mia solitudine rifulgi;
Ma, per me, stella
Che mai non finirai d'illuminare,
Un tempo ti è concesso troppo breve,
Ml elarglscl una luce
Che la disperazione in me
Non fa che acuire.
Ora dormi, cuore inquieto,
Ora dormi, su, dormi.

Dormi, inverno
Ti ha invaso, ti minaccia,
Grida: «T'ucciderò
E non avrai più sonno».

27
La mia bocca al tuo cuore, stai dicendo
Offre la pace,
Su, dormi, dormi in pace,
Ascolta, su, I'innamorata tua,
Per vincere la morte, cuore inquieto.

Scompare a poco a poco, amore, il sole


Ora che sopraggiunge lunga sera.

Con uguale lentezza dello strazio


Farsi lontana vidi la tua luce
Per un non breve nostro separarci.

Migliaia d'uomini prima di me,


Ed anche più di me carichi d'anni
Mortalmente ferì
Il lampo d'una bocca.

Questo non è motivo


Che attenuerà il soffrire.

Ma se mi guardi con pietà


E mi parli, si diffonde una musica
Dimentico che brucia la ferita.

da L'ALLEGRIA (1914-1919)

In memoria
Il Porto Scpolto
Veglia
Dannazione
Fratelli
Sono una creatura
I fiumi
Pellegrinaggio
La notte bella
Universo
San Martino del Carso
Nostalgia
Allegria di naufragi
Solitudine
Mattina
Soldati
Lucca

da SENTIMENIO DEL TEMPO (1919-1935)

Paesaggio
Una colomba
L'isola
Inno alla morte
Di luglio
Stelle
Sera
Primo amore
Danni con fantasia
Canto terzo
Canto beduino
Auguri per il proprio compleanno

da IL DOLORE 1937-1946)

Se tu mio fratello

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Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto.
Mio fiume anche tu

da LA TERRA prOMESSA (1935-1953)

Variazioni su nulla

da DIALOGO (1966-1968)

Stella
Dono
La tua luce
Il lampo della boccaGIACOMO ZANELLA.

TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO.

La veglia.

Rugge notturno il vento


tra l'ardue spire del camino e cala
del tizzo semispento
l'ultima fiamma ad agitar con l'ala.

La tremebonda vampa
in fantastica danza i fluttuanti
sedili aggira, e stampa
sull'opposta parete ombre giganti.

Tacito io siedo; e quale,


nel buio fondo di muscosa roccia,
lenta, sonante, uguale,
batte sul cavo pòrfido una goccia;

tal con assiduo suono


dall'oscillante pendolo il minuto
scendere ascolto, e pròno
nell'abisso del tempo andar perduto.

Più liete voci in questa


stanza fanciullo udìa, quando nel verno
erami immensa festa
cinger cogli altri il focolar paterno.

Morte per sempre ha chiusi


gli amati labbri. Ma tu già non taci,
bronzo fedel, che accusi
col tuo squillo immortal l'ore fugaci,

e notte e dì rammenti
che, se al sonno mal vigilila testa
inchinano i viventi,
l'universo non dorme e non si arresta.

Che son? che fui? Pel clivo


della vita discendo, e parmi un'ora
che garzoncel furtivo
correa sui monti a prevenir l'aurora.

Giovani ancor, nel bosco,


nato con me, verdeggiano le chiome;
ma più non riconosco
di me, cangiata larva, altro che il nome.

29
Precipitoso io varco
di lustro in lustro della vecchia creta
da sè scotendo il carco
lo spirto avido anela alla sua meta.

Non io, non io, se l'alma


da' suoi nodi si sferra e si sublima,
lamenterò la salma
che sente degli infesti anni la lima.

Indocile sospira
a più fervida vita, e senza posa
sale per lunga spira
al suo merigge ogni creata cosa.

In fior si svolge il germe,


in frutto il fiore: dalla cava pianta
esce ronzando il verme
che april di vellutate iridi ammanta...

strugge le sue fatiche


non mai paga Natura, e dal profondo
di sue ruine antiche
volve indefessa a dì più belli il mondo.

Cadrò: ma con le chiavi


d'un avvenir meraviglioso. Il nulla
a più veggenti savi:
io nella tomba troverò la culla...

da Poesie.

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