Frisina_Suoni_Armonici_15_01_2011

I suoni armonici

Prof. Mons. Marco Frisina

IL SUONO
cos’è
• Il suono è un’onda generata dall’oscillazione delle molecole dell’aria che, comprimendo gli strati adiacenti, li mettono a loro volta in vibrazione; le sue caratteristiche sono tre: altezza, intensità e timbro.

IL SUONO
l’altezza
• L’altezza permette di distinguere tra suoni gravi ed acuti, e dipende dalla frequenza dell’onda. Per esempio una voce femminile è, di norma, più acuta (e quindi emette onde sonore caratterizzate da una maggiore frequenza) di una maschile; inoltre i suoni diventano via via più acuti man mano che ci si sposta verso destra sulla tastiera di un pianoforte. Un suono è tanto più acuto quanto minore è il tempo impiegato dalle molecole a compiere un’oscillazione completa.

suono più acuto

suono più grave

IL SUONO
l’intensità
• L’intensità è il volume del suono, ed è tanto maggiore quanto più grande è l’ampiezza dell’onda (e di conseguenza quella del moto vibratorio delle molecole dell’aria).

suono più forte

suono meno forte

IL SUONO
il timbro
• Il timbro è ciò che distingue i suoni emessi da diversi strumenti musicali, anche a parità di intensità e di altezza, e dipende dalla forma dell’onda. Infatti, mentre gli strumenti elettronici possono produrre suoni sinusoidali (da sinusoide, che è il grafico di y=senx), come quelli rappresentati nei disegni precedenti, i suoni emessi da uno strumento musicale (o dalla voce umana) sono la somma di un certo numero di suoni sinusoidali (detti armonici) aventi frequenze multiple di una frequenza detta fondamentale. La quantità di armonici necessari e le rispettive ampiezze (che, ricordiamo, sono funzioni della loro intensità, e quindi del loro “peso” all’interno del suono reale) determinano la forma dell’onda, e quindi il timbro di uno strumento musicale.

esempio di timbro - 1

esempio di timbro - 2

DENOMINAZIONE NOTE

GLI ARMONICI NATURALI
• Gli armonici naturali sono i suoni (ipertoni) emessi in genere dagli strumenti a corda e dagli ottoni. Un suono prodotto da un corpo vibrante non è mai puro, ma è costituito da un amalgama in cui al suono fondamentale se ne aggiungono altri più acuti e meno intensi: questi sono gli armonici, che hanno una importanza fondamentale nella determinazione del timbro di uno strumento e nella determinazione degli intervalli musicali. I suoni armonici corrispondono ai possibili modi naturali di vibrazione di un corpo sonoro (secondo un moto armonico). Ad esempio, se una corda di lunghezza L emette un Mi (primo armonico), la stessa corda vibra con meno intensità anche a frequenza doppia (pari alla lunghezza L/2, secondo armonico), emettendo un Mi all'ottava superiore, e così via, suddividendo la lunghezza d'onda in multipli interi L/3, L/4, eccetera. Lo stesso principio vale per le colonne d'aria che vibrano all'interno di tubi (come negli ottoni).

armonici naturali

I SUONI ARMONICI / 1

Serie degli armonici naturali il cui suono fondamentale è un Do. Questa serie di note è la base fisica che ha dato origine al temperamento naturale. Il 7° 11° e 14° armonico sono calanti, il 13° è crescente

I SUONI ARMONICI / 2
• I chitarristi sfruttano questi armonici naturali per produrre suoni particolari, pizzicando una corda con la mano destra e sfiorandola (senza frenarla) con la sinistra all'altezza: del XII tasto per ottenere un armonico di ottava; del V per un armonico di due ottave; del XVII per un armonico di tre ottave; del VII del XIX per un armonico di quinta; del IV per un armonico di terza maggiore; del X per un armonico di settima minore (anche se poco avvertibile). Tutti gli strumenti a corda possono sfruttare questo principio.

LA SUCCESSIONE DEI SUONI ARMONICI / 1
• Modi in cui può vibrare una corda di uno strumento musicale: 1. Due nodi e un ventre: in questo caso si produce un suono di frequenza v1, a cui corrisponde una determinata altezza della nota emessa (per esempio do). Chiamiamo v1 frequenza fondamentale; il suono corrispondente si dice fondamentale o primo armonico.

LA SUCCESSIONE DEI SUONI ARMONICI / 2
2. Tre nodi e due ventri: come si vede dalla figura, è come se la
corda fosse divisa dal nodo centrale in due parti uguali che vibrano indipendentemente; la corda vibra quindi come se avesse lunghezza dimezzata. La frequenza corrispondente è v2=2v1 e il suono corrispondente, detto secondo armonico, è il do immediatamente successivo al suono fondamentale (quello che si trova a distanza di ottava superiore da esso). Per distinguere le due note chiameremo rispettivamente do1 e do2 i primi due suoni armonici.

LA SUCCESSIONE DEI SUONI ARMONICI / 3
3. Quattro nodi e tre ventri: la corda vibra come se fosse
divisa in tre parti uguali; la frequenza è v3=3v1 e il suono (sol2, cioè il suono a distanza di quinta giusta da do2) è detto terzo armonico.

4. Cinque nodi e quattro ventri: la frequenza è v4=4v1 e il
suono (do3, il suono a distanza di ottava superiore da do2) è il quarto armonico.

LA SUCCESSIONE DEI SUONI ARMONICI / 4
5. Sei nodi e cinque ventri: la frequenza è v5=5v1 e il
suono (mi3, il suono a distanza di terza maggiore da do3) è il quinto armonico.

E così via…

LA SUCCESSIONE DEI SUONI ARMONICI / 5
Se prendiamo come unità di misura della frequenza v1, le frequenze dei suoni armonici sono 1, 2, 3, 4... Una corda è capace di emettere frequenze multiple di quella fondamentale. La successione dei primi otto suoni armonici è, se la nota fondamentale è do1 (ma possiamo costruirla a partire da qualunque altra nota).
ARMONICO FREQUENZA NOTA

1 v1 DO1

2 2v1 DO2

3 3v1 SOL2

4 4v1 DO3

5 5v1 MI3

6 6v1 SOL3

7 7v1 SIb3

8 8v1 DO4

In realtà una corda vibra in un modo che è la somma delle configurazioni corrispondenti ai vari suoni armonici; per questo motivo un suono reale è la somma di un certo numero di suoni armonici (per esempio il primo armonico con ampiezza 3,2, il secondo con ampiezza 2,5, il terzo con ampiezza 1,9, e così via), aventi frequenza multipla di quella fondamentale. Cambiando le ampiezze dei singoli suoni armonici cambia anche, ovviamente, la loro somma; in altre parole otteniamo un suono con un timbro diverso.

corde che emettono più armonici simultaneamente

INTERVALLI / 1
• Il nome dell’intervallo tra due note (per esempio re#-sib) viene assegnato tenendo presente che il nostro sistema musicale usa dodici note (do, do#, re, re#, mi, fa, fa#, sol, sol#, la, la#, si), mentre i loro nomi sono solo sette (do, re, mi, fa, sol, la, si). A seconda di quanti nomi di note (inclusi gli estremi) sono compresi, un intervallo si dice di seconda, terza, quarta, e così via. Si noti che re#-lab, è un intervallo di quinta (re, mi, fa, sol, la sono cinque), esattamente come re-la o reb-la#, pur essendo i tre intervalli totalmente diversi quanto a numero di semitoni compresi. Ecco le varie possibilità:

S’intende che dopo l’intervallo di decima vengono quelli di undicesima, ecc.

INTERVALLI / 2
• Un altro fattore che può rendere differenti due intervalli è il numero di semitoni che lo compongono: in altre parole, quante volte dobbiamo salire di un semitono per passare dalla prima alla seconda nota (basta contare quanti tasti bianchi e neri sono compresi, inclusi gli estremi, e togliere uno): per es., tra re# e sib sono presenti sette semitoni (re#, mi, fa, fa#, sol, sol#, la, sib sono otto). Nella tabella seguente sono riportati i principali intervalli:

INTERVALLI / 3
• I termini diminuito, minore, giusto, maggiore, aumentato sono assegnati agli intervalli in funzione del numero di semitoni presenti; inoltre seconde, terze, seste e settime possono essere minori e maggiori ma non giuste, al contrario di unisono, quarta e quinta. L’ottava può essere giusta come l’unisono, la nona minore o maggiore come la seconda, e così via. Un intervallo può essere eccedente se contiene un semitono in più di uno aumentato, più che diminuito se ne ha uno in meno di quello diminuito (a parità di nomi di note compresi). Per esempio, poiché fa-si è una quarta aumentata, fa-si# è una quarta eccedente. In definitiva, mentre seconde, terze, seste e settime possono essere, nell’ordine, più che diminuite, diminuite, minori, maggiori, aumentate ed eccedenti, unisoni, quarte e quinte sono più che diminuiti, diminuiti, giusti, aumentati ed eccedenti.

INTERVALLO DI OTTAVA
• Le prime due note della successione degli armonici, che hanno frequenza 1 e 2 (d’ora in poi prenderemo come unità di misura quella della nota fondamentale do1), sono tanto simili da dar loro lo stesso nome: do. L’intervallo che risulta dalla loro sovrapposizione viene percepito solo come rafforzamento della melodia e non come polifonia, anche se le frequenze, e quindi le altezze delle note, non sono esattamente le stesse. Per esempio una donna, cantando insieme ad un uomo, emetterà di norma suoni di frequenza doppia, senza che l’ascoltatore abbia l’impressione di ascoltare un coro a più voci. Infatti la forma dell’onda di do1 e do2 è tanto simile che l’orecchio le percepisce come quasi identiche. Ad un intervallo formato da due note delle quali una abbia frequenza doppia dell’altra diamo il nome di ottava: è il più piccolo intervallo che tra due note che abbiano lo stesso nome. Se una nota ha frequenza v, quella all’ottava superiore ha frequenza v’=2. Viceversa =v’/2; quindi partendo da v’ all’ottava inferiore si ottiene v’/2. Si può salire o scendere di un’ottava rispettivamente raddoppiando o dimezzando la frequenza della nota di partenza. Per esempio, dato che la frequenza del terzo armonico (sol2) è 3, quella della nota all’ottava inferiore (sol1) è la metà (3/2).

INTERVALLO DI QUINTA
• Le note comprese nell’ottava do1-do2 hanno frequenza compresa tra 1 e 2; le altre si possono portare all’interno di questo intervallo semplicemente salendo o scendendo di un’ottava, cioè moltiplicando o dividendo per 2 la loro frequenza. In particolare, mentre la frequenza del terzo armonico (sol2) è maggiore di 2 (3), quella di sol1 è compresa tra 1 e 2 (3/2=1,5). 3/2 (sol1) è il prodotto tra la frequenza base 1 (do1) e 3/2, mentre 1 (do1) è il quoziente tra la frequenza base 3/2 (sol1) e 3/2. Nel primo caso (do1-sol1) saliamo, nel secondo (sol1-do1) scendiamo di una quinta (per essere precisi, di una quinta giusta): perciò si può salire o scendere di una quinta rispettivamente moltiplicando o dividendo la frequenza della nota base per 3/2. Se, per esempio, una nota ha frequenza 9/8, quella alla quinta superiore ha frequenza (9/8)·(3/2)=27/16.

frequenze dei primi tre armonici e intervalli di ottava e di quinta

SCALA NATURALE

GLI ACCORDI
• • Un accordo si ottiene, di norma, per sovrapposizione di terze; basta quindi inserire una nota ogni due: per esempio do-mi-sol (saltando re e fa), oppure sol-si-re-fa (saltando la, do e mi), o anche re-fa-la-do-mi (saltando mi, sol, si e re). Un accordo si chiama rispettivamente triade, di settima o di nona a seconda che sia formato da tre, quattro o cinque note. È anche possibile impiegare accordi formati da sei o sette note, chiamati rispettivamente di undicesima e di tredicesima, benché sussistano spesso discussioni sulla loro reale interpretazione. Limitandoci per semplicità alle triadi, su una scala diatonica si possono formare tre tipi diversi di accordi: 1) Accordo maggiore, formato da una terza maggiore seguita da una minore (es.: do-mi-sol); 2) Accordo minore, formato da una terza minore seguita da una maggiore (es.: lado-mi); 3) Accordo diminuito, formato da due terze minori (es.: si-re-fa). Va aggiunto, per completezza, l’Accordo aumentato, formato da due terze maggiori (es.: do-mi-sol#), che si forma sulla scala minore o su quella melodica ascendente.

SCALA DI DO MAGGIORE

Una scala diatonica è formata dalla ripetizione della successione formata da due toni, un semitono, tre toni e un semitono. Vengono determinate in questo modo le note della scala (per es., i tasti bianchi del pianoforte), ma non il punto di partenza, né una gerarchia tra esse. Se invece assumiamo come nota iniziale do, questa acquista più importanza delle altre, e viene detta perciò tonica o primo grado. La scala di do maggiore è una scala diatonica formata dai tasti bianchi del pianoforte, la cui tonica è il do; più precisamente è formata da: DO (primo grado o tonica), RE (secondo grado), MI (terzo grado), FA (quarto grado o sottodominante), SOL (quinto grado o dominante), LA (sesto grado), SI (settimo grado o sensibile), DO (ottavo grado). Le note più importanti sono tonica, dominante e sottodominante: infatti gli accordi di fa, sol e do clicca per ascoltare gli accordi di fa, sol e do danno pienamente il senso della tonalità di do maggiore. Gli intervalli di semitono si trovano tra il terzo e il quarto e tra il settimo e l’ottavo grado.

SCALA DI LA MINORE NATURALE

Se in una scala diatonica formata dai tasti bianchi del pianoforte, prendiamo come tonica la otteniamo la scala di la minore naturale. Le note che la compongono sono LA (primo grado o tonica), SI (secondo grado), DO (terzo grado), RE (quarto grado o sottodominante), MI (quinto grado o dominante), FA (sesto grado), SOL (settimo grado), LA (ottavo grado). Una melodia in la minore è normalmente più triste, meno luminosa rispetto ad una in do maggiore Gli intervalli di semitono si trovano tra il terzo e il quarto e tra il quinto e il sesto grado. Manca, a differenza del modo maggiore, l’intervallo di semitono tra le due note più acute della scala; per questo motivo il settimo grado, in questo caso, non può essere chiamato sensibile.

SCALA DI LA MINORE ARMONICA
• Per ottenere, come nella scala maggiore, un intervallo di semitono tra il settimo e l’ottavo grado della scala di la minore ed ottenere così un più forte senso di chiusura si può innalzare il sol di un semitono, sostituendolo con il sol#. La scala di la minore armonica è formata dalle note LA, SI, DO, RE, MI, FA, SOL#, LA.

SCALA DI LA MINORE MELODICA
• L’intervallo tra il sesto e il settimo grado della scala minore armonica è formato da tre semitoni. È abbastanza caratteristico e dà un colore particolare ai brani in cui è presente; tuttavia se si preferisce è possibile innalzare di un semitono, oltre al sol, anche il fa. La scala di la minore melodica ascendente è formata, salendo nell’acuto, da LA, SI, DO, RE, MI, FA#, SOL#, LA. Nella scala discendente, invece, le note sono le stesse della scala naturale (LA, SOL, FA, MI, RE, DO, SI, LA).

scala di la minore armonica

scala di la minore melodica ascendente

SCALA PITAGORICA / 1
• È possibile ricavare la frequenza delle note comprese tra do1 e do2 (per l’esattezza, quelle corrispondenti ai tasti bianchi del pianoforte) utilizzando solo gli intervalli di ottava e di quinta. Indicheremo con (DO1), (RE1), (MI1)... le frequenze di DO1, RE1, MI1... DO1 ha frequenza 1 (è la nostra unità di misura). DO2 ha frequenza 2 (secondo armonico). SOL1 ha frequenza 3/2 (intervallo di quinta DO1-SOL1: v(SOL1)= v(DO1)·(3/2)=1·(3/2)=3/2. RE1 ha frequenza 9/8. Infatti SOL1-RE2 è una quinta, quindi v(RE2)=v(SOL1)·(3/2)=(3/2)·(3/2)=9/4. Poiché 9/4=2,25>2, RE2 cade fuori dalla nostra ottava. Possiamo però scendere di un’ottava dividendo per due la frequenza, ottenendo v(RE1)=v(RE2):2=(9/4):2=(9/4)·(1/2)=9/8. LA1 ha frequenza 27/16: RE1-LA1 è una quinta e quindi v(LA1)=v(RE1)·(3/2)=(9/8)·(3/2)=27/16. MI1 ha frequenza 81/64: LA1-MI2 è una quinta e quindi v(MI2)=v(LA1)·(3/2)=(27/16)·(3/2)=81/32. Poiché 81/32=2,53125>2, dobbiamo scendere di un’ottava: v(MI1)=v(MI2):2=(81/32):2=(81/32)·(1/2)=81/64. SI1 ha frequenza 243/128: MI1-SI1 è una quinta e quindi v(SI1)=v(MI1)·(3/2)=(81/64)·(3/2)=243/128. FA1 ha frequenza 4/3, perché FA1-DO2 è un intervallo di quinta (discendente se partiamo da DO2), e quindi v(FA1)=v(DO2):(3/2)=2:(3/2)=2·(2/3)=4/3. • • • •

• •

• •

SCALA PITAGORICA / 2
• Riportiamo di seguito le note della scala di do maggiore con le rispettive frequenze:
NOTA FREQUENZA DO1 1 RE1 9/8 MI1 81/64 FA1 4/3 SOL1 3/2 LA1 27/16 SI1 243/128 DO2 2

Osserviamo che i valori caratteristici degli intervalli che abbiamo utilizzato (2 per l’ottava e 3/2 per la quinta), sono stati ricavati dal fenomeno fisico dei suoni armonici. Tuttavia, mentre per alcune note, come SOL1 o FA1, la frequenza è una frazione semplice (nel senso che il numeratore e il denominatore sono numeri piccoli), e quindi le loro onde sonore sono molto somiglianti a quelle della nota fondamentale DO1, non altrettanto si può dire per altre, come MI1 e soprattutto SI1. Inoltre DO1, MI1 e SOL1 formano l’accordo di do maggiore; ma proprio MI1 ha frequenza 81/64, e 81 e 64 sono troppo grandi perché questa nota si accordi bene con le altre due.

FREQUENZE DELLE NOTE DELLA SCALA PITAGORICA

In questa tabella sono riepilogati i passaggi del calcolo delle frequenze delle note della scala pitagorica

SCALA NATURALE / 1
• È anche possibile prendere come MI3 il quinto armonico, che ha frequenza 5. Scendendo di un’ottava otteniamo MI2; (MI2)=(MI3):2=5/2=2,5>2. Dobbiamo quindi scendere di un’altra ottava per ottenere una nota (MI1) che sia compresa nell’ottava DO1-DO2: (MI1)=(MI2):2=(5/2):2=(5/2)·(1/2)=5/4. Si tratta di una frazione molto più semplice del valore 81/64 che otteniamo nella scala pitagorica: così le frequenze delle note DO1, MI1 e SOL1 diventano 1, 5/4 e 3/2. Come risultato otteniamo onde sonore molto simili tra loro: per questo l’accordo di do maggiore “suona bene”. Nella scala naturale MI1 non viene ricavato salendo o scendendo di una quinta, ma direttamente dal quinto armonico (ovviamente scendendo di due ottave). LA1 e SI1 vengono ricavate da MI1 salendo o scendendo di una quinta, mentre la frequenza delle altre note della scala si calcola come nella scala pitagorica.
DO1, DO2, SOL1, RE1, FA1 hanno rispettivamente frequenza 1, 2, 3/2, 9/8, 4/3 (come nella scala pitagorica). MI1 ha frequenza 5/4 (quinto armonico abbassato di due ottave). LA1 ha frequenza 5/3: v(MI2)=5/2 (quinto armonico abbassato di un’ottava), e LA1-MI2 è una quinta: quindi v(LA1)=v(MI2):(3/2)=(5/2):(3/2)=(5/2)·(2/3)=5/3. SI1 ha frequenza 15/8: MI1-SI1 è una quinta e quindi v(SI1)=v(MI1)·(3/2)=(5/4)·(3/2)=15/8.

• • • •

SCALA NATURALE / 2
• Riportiamo di seguito le note della scala di do maggiore con le rispettive frequenze:
NOTA FREQUENZA (scala naturale) FREQUENZA (scala pitagorica) DO1 1 RE1 9/8 MI1 5/4 FA1 4/3 SOL1 3/2 LA1 5/3 SI1 15/8 DO2 2

1

9/8

81/64

4/3

3/2

27/16

243/128

2

• La scala naturale è stata chiamata così proprio perché si fonda su un fenomeno fisico: la successione dei suoni armonici. In particolare vengono utilizzati gli armonici 2 (per l’ottava), 3 (per la quinta, insieme al 2) e 5 per ricavare non un intervallo, ma semplicemente una nota della scala (MI1), e da essa LA1 e SI1. È evidente che le frequenze così ottenute sono frazioni semplici, soprattutto (ma non solo) per quanto riguarda le note dell’accordo di do maggiore. Il risultato è qualcosa che l’orecchio percepisce come gradevole, come se il cervello riconoscesse istintivamente e inconsapevolmente la somiglianza delle onde sonore.

FREQUENZE DELLE NOTE DELLA SCALA NATURALE

In questa tabella sono riepilogati i passaggi del calcolo delle frequenze delle note della scala pitagorica

CONSONANZE E DISSONANZE
• Gli intervalli vengono tradizionalmente divisi in consonanti e dissonanti, a seconda che producano un effetto dolce o aspro. Per esempio, l’accordo di do maggiore (che possiamo ottenere sovrapponendo i primi cinque armonici) è formato da intervalli consonanti, mentre quello formato da do-fa#-si-fa-sib contiene numerosi intervalli dissonanti e quindi è estremamente aspro. Possiamo capire meglio la differenza mediante i due grafici successivi, dove le linee sottili rappresentano il singolo suono e quella più spessa l’accordo nel suo complesso. È evidente che la forma dell’onda è abbastanza regolare nel primo caso, al contrario di quanto avviene nel secondo.

Accordo consonante: forma d’onda dei singoli suoni (linee sottili) e dell’accordo (linea spessa)

Accordo dissonante: forma d’onda dei singoli suoni (linee sottili) e dell’accordo (linea spessa)

Da notare che questa distinzione non è un giudizio di valore: un accordo non è necessariamente più bello se consonante (anzi, l’uso appropriato di dissonanze rende un brano più espressivo); quello che qui si vuole rilevare è il motivo fisico per cui alcuni accordi (consonanze) danno un senso di quiete, altri (dissonanze) di tensione. Possiamo osservare come la stessa melodia assuma un aspetto diverso a seconda dei tipi di accordi utilizzati.

MODI GRECI

MODI GREGORIANI

INTERVALLI DI SECONDA NELLA SCALA NATURALE
• Come abbiamo già visto, se una nota ha frequenza v, quelle all’ottava e alla quinta superiore hanno rispettivamente frequenza v’=2 e v’=(3/2)·v. Più in generale la frequenza v’ è pari a δ volte v (con v’>v) se δ è il rapporto tra le frequenze caratteristico dell’intervallo tra le due note (per esempio, δ=3/2 per una quinta giusta). Ovviamente δ=v’/v: se indichiamo con δ(dore) il rapporto tra le frequenze di do e di re, con δ(re-mi) quello relativo a re e mi (e così via), gli intervalli di seconda che si vengono a formare sulla scala naturale sono caratterizzati dai seguenti rapporti di frequenze:

INTERVALLO RAPPORTO DI FREQUENZE •

TONO MAGGIORE 9/8

TONO MINORE 10/9

SEMITONO 16/15

Non solo l’uso della scala naturale comporta due diversi tipi di tono (maggiore e minore), ma un semitono non è la metà esatta di un tono: infatti, poiché per salire di un semitono bisogna moltiplicare la frequenza della nota base per quella dell’intervallo (16/15), salendo due volte di semitono a partire da do1 (che ha frequenza1) otteniamo prima 1·(16/15)=16/15 e poi (16/15)·(16/15)=256/225, e non 9/8 o 10/9 come accadrebbe salendo di un tono.

LA SCALA TEMPERATA / 1

note della scala cromatica

Come abbiamo visto, accordando uno strumento a tastiera secondo la scala naturale le modulazioni comportano per la frequenza (e quindi per l’altezza) delle note errori che possono essere piccoli, ma diventano tanto più evidenti quanto più ci allontaniamo da do maggiore. Quando, all’epoca di Johann Sebastian Bach (1685-1750), i musicisti hanno cominciato a comporre usando tutte le tonalità (12 maggiori e 12 minori) è stato necessario trovare una soluzione per questo problema: è stata così adottata una nuova scala, detta temperata, ottenuta dividendo l’ottava in 12 intervalli uguali (detti semitoni).

LA SCALA TEMPERATA / 2
• Nella scala temperata i semitoni, poiché sono tutti uguali, hanno anche lo stesso rapporto di frequenza x. Indicando con v(DO1), v(DO#1), le frequenza di DO1, DO#1, e tenendo presente che le note della scala cromatica sono DO1, DO#1, RE1, RE#1, MI1, FA1, FA#1, SOL1, SOL#1, LA1, LA#1, SI1, DO2, si ha (ricordiamo che la frequenza di una nota è uguale alla frequenza di una nota più grave per quella dell’intervallo che esse formano, nel nostro caso x):

LA SCALA TEMPERATA / 3

LA SCALA TEMPERATA / 4

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