Strumenti Di Pace

Sussidio Francescano per la Giustizia, la Pace e Salvaguardia del Creato

Ordine dei Frati Minori Ufficio di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato Italiano 1999

Premessa "I frati ... che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (cfr. 1 Pt 2,13) e confessino di essere cristiani. L'altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio..." (Rnb 16,5-7).

"Condurre una vita radicalmente evangelica, in spirito di orazione e devozione e in comunione fraterna; dare testimonianza di penitenza e di minorità; portare in tutto il mondo l'annuncio del Vangelo", accogliendo tutto nella carità, e "predicare con le opere la riconciliazione, la pace e la giustizia" è essenziale per la nostra vita di Frati Minori (CC.GG. 1,2). La base della nostra vita in comunione fraterna è radicata nell'annuncio di nostro Signore Gesù Cristo. Noi abbiamo la missione di far conoscere Cristo, attraverso la nostra vita, a un mondo che continua ad essere caratterizzato dalla violenza, dalla guerra, dall'emarginazione e dalla distruzione dell'ambiente. San Francesco, il nostro fondatore, il "santo dell'Incarnazione", diede ai suoi frati e ai suoi contemporanei un esempio senza eguali di come essere un araldo del Vangelo, in parole e opere, attraverso l'impegno per la giustizia, la pace e l'armonia con il creato. Non possiamo essere araldi del Vangelo se non viviamo aperti alla conversione, riconciliati con noi stessi, con i nostri fratelli e con tutto il creato affidato alle nostre cure (cfr. Gen 2,15), e se prima non siamo riconciliati con Dio in Cristo, nostro fratello e Signore. "Comportarsi spiritualmente", "non fare liti o dispute", "essere soggetti a ogni creatura umana " e riconoscere che Gesù è il Cristo significa, in altre parole, essere araldi e promotori di vita, dono che tutti abbiamo ricevuto, ma su cui incombono diverse minacce. I mass-media odierni, quali la stampa, la radio e la televisione, ci permettono di verificare con facilità come le persone e l'intero creato vivano "nell'ombra della morte" (Lc 1,79) e, perciò, abbiamo bisogno che il Sole che sorge dall'alto ci visiti (cfr. Lc 1,78). Vi è una forte connessione tra la distruzione dell'ambiente e il crescente impoverimento di molte persone nel nostro mondo, e viceversa. Il flusso di rifugiati, spinti dalla paura di perdere la propria vita e in cerca di una esistenza migliore, non solo non si arresta ma, al contrario, aumenta continuamente. La ricerca di una soddisfazione immediata dei bisogni soggettivi non rispetta l'ardente desiderio provato da molti di lasciare alle generazioni future un mondo migliore. È difficile dirigere e controllare, nelle sue connessioni globali, una vita minacciata da un'attività il cui principio guida è il costante e progressivo sviluppo ad ogni costo. A maggior ragione, allora, noi Frati Minori siamo chiamati a testimoniare, in forza delle nostre origini evangeliche, la nostra comunione fraterna e la nostra vita semplice in una diversità riconciliata, attraverso una esistenza libera in Cristo e per Cristo. Questo è l'obiettivo che il presente libro desidera appoggiare. In effetti, non è un "manuale", poiché non risponde ai criteri di un manuale in senso stretto. Esso si propone di essere una fonte di

riferimento e un aiuto per i frati, con i suoi articoli sulla nostra spiritualità francescana, sulla nostra opzione per i poveri, sull'animazione della nostra preghiera e meditazione, sul dialogo in comune circa i valori e le basi della nostra vocazione francescana, sull'azione incarnata nelle situazioni concrete alla luce delle istanze di giustizia, pace e salvaguardia del creato. Esso è una risposta alla richiesta presentata dal Consiglio Internazionale per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (CIGPSC) al congresso di Seul nel 1995, per aiutare i frati a divenire consci del fatto che il nostro impegno francescano in questo settore è parte integrante della nostra spiritualità. Dopo un attento esame di questo Sussidio di GPSC, il Definitorio Generale ha acconsentito a renderlo disponibile a tutti i frati, specialmente ai Delegati Provinciali e ai Coordinatori delle Conferenze di GPSC. Potrà esserci qualcuno che, aspettandosi una maggiore profondità di pensiero e un linguaggio più misurato, non sarà soddisfatto di ciò che il libro offre con i suoi articoli e i suoi esempi. Anche questo è positivo perché potrebbe stimolare l'approfondimento personale dei temi. Abbiamo cercato di correggere gli errori sottoponendo il testo a una serie di revisioni. Tuttavia, può darsi che i lettori trovino imprecisioni e sbagli. Vi preghiamo di perdonare eventuali sviste. Non pretendiamo di essere perfetti. Il libro è stato concepito come strumento di sostegno nelle azioni concrete a favore di GPSC. La base del nostro essere nel mondo è la contemplazione, l'ascolto interiore, la serena attenzione ai segni dei tempi, l'esperienza della presenza e dell'azione di Dio. "Essere nel mondo" significa essere in cammino, accogliere con profonda adorazione e rispetto la vita, il creato e gli uomini, perché la presenza di Dio circonda e penetra tutto. Speriamo che questo libro possa essere un incoraggiamento per tutti i frati a vivere tale dimensione. Concludo ringraziando tutti coloro che hanno collaborato alla creazione e all'elaborazione di questo Sussidio. Ognuno ha lavorato in maniera esemplare. Ringrazio in particolare, a nome di tutti, Francisco O'Conaire OFM, mio collaboratore nell'Ufficio di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato. Possa Dio compensare e benedire ampiamente tutti per la loro collaborazione! Roma, 25.III.1999 Peter Schorr, OFM Definitore Generale e Direttore di GPSC

Introduzione Come nasce il presente Sussidio L'Ufficio di GPSC presso la Curia Generale, il Consiglio Internazionale per GPSC, composto dai 15 Coordinatori delle Conferenze dell'Ordine, e i Delegati Provinciali di GPSC hanno l'importante compito di animare e spingere i frati a fare propri i valori evangelici e francescani evidenziati da GPSC, così da renderli parte di uno stile di vita che sia fraterno, pacifico e di sostegno a concreti impegni di liberazione. Preoccupato di come fornire al meglio un autentico servizio di animazione, il Consiglio Internazionale per GPSC dell'Ordine decise, nel corso dell'incontro svoltosi a Seul nell'agosto del 1995, di proporre al Definitorio Generale la stesura di un Sussidio di GPSC che potesse servire come utile strumento per la promozione di questi valori all'interno dell'Ordine. Nella riunione del dicembre dello stesso anno, il Definitorio approvò la proposta e affidò il coordinamento di questo progetto all'Ufficio di GPSC della Curia Generale. Obiettivo Questo Sussidio non rappresenta un commento ai capitoli IV e V delle CC.GG., sebbene tragga ispirazione da essi e possa essere anche un aiuto per approfondirne la conoscenza e l'osservanza. Piuttosto si sforza di offrire materiali e strumenti che possano aiutare i Delegati Provinciali e le Commissioni nel loro lavoro di animazione. Esso spera anche di essere utile a quanti sono impegnati nella formazione iniziale, alle fraternità locali nei loro incontri per la formazione permanente e ai frati nel loro ministero pastorale. Poiché si trattava di preparare uno strumento che aiutasse nel lavoro, non abbiamo mai pensato ad un trattato completo. Siamo consci dei limiti di questo Sussidio. Innanzitutto, nei temi trattati nella seconda parte è quasi impossibile stabilire un punto di vista che sia valido per tutte le culture del mondo; tuttavia, le domande alla fine di ciascun tema possono sempre essere un aiuto per dialogare con la realtà locale. D'altra parte, poiché un gran numero di frati da differenti parti del mondo ha collaborato al Sussidio, esso può risentire di mancanza di unità e di alcune ripetizioni. Se i temi della seconda parte fossero stati sviluppati più approfonditamente, il libro sarebbe molto più voluminoso. Siamo comunque convinti che il materiale proposto sia significativo e che possa essere un aiuto per l'obiettivo desiderato. Struttura e contenuto Il Sussidio ha quattro parti. Nella prima parte esponiamo la visione francescana del lavoro per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato come una base teorica per l'intero libro, rifacendoci alla nostra spiritualità così come si trova nelle Fonti Francescane, nelle attuali CC.GG. e nei documenti della Chiesa. Per i francescani l'impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato è un'eredità che discende da san Francesco; esso forma parte della loro identità di Frati Minori e della loro missione di evangelizzazione e dovrebbe pertanto appartenere al contenuto della formazione iniziale e permanente. La seconda parte è costituita da sette temi specifici, che ci sembrano essere i più appropriati e di maggiore interesse per il nostro carisma. Lo sviluppo teorico dei temi è molto breve poiché non abbiamo voluto fornire una trattazione esaustiva, ma abbiamo preferito che i temi ponessero delle domande e stimolassero riflessioni ed azioni. Il breve sviluppo teorico è completato da un resoconto delle esperienze e testimonianze di frati da tutte le parti del mondo. Esse ci aiutano a vedere come gli ideali che le nostre CC.GG. ci propongono non sono utopie incapaci di realizzarsi; tali testimonianze ci suggeriscono molteplici possibilità di azione nelle realtà locali. Alla fine di ogni trattazione è riportato un questionario per facilitare la riflessione, sia personale che di gruppo.

Ricordiamo che quando questo Sussidio fu programmato, era già contemplata l'idea che ogni Conferenza potesse fornire una bibliografia per ciascuno dei temi che avrebbero favorito uno studio più approfondito e maggiormente in sintonia con la sensibilità culturale e i bisogni di ogni Conferenza. La terza parte, intitolata "Come Agire?", ha diversi capitoli che trattano la storia di GPSC all'interno dell'Ordine nel corso degli ultimi venticinque anni. In essi si parla del Consiglio Internazionale per GPSC, di come le Province e le Conferenze sono organizzate nell'area della giustizia e della pace, della cooperazione interfrancescana in GPSC, del lavoro per GPSC nella vita quotidiana e nei vari ministeri (parrocchie, mezzi di comunicazione, educazione, evangelizzazione missionaria, formazione iniziale e permanente). La quarta parte fornisce alcune aggiunte o appendici, contenenti i testi che trattano di questi temi nei Capitoli Generali o nei Consigli Plenari OFM, nelle CC.GG., nella Sacra Scrittura, nelle Fonti Francescane, nella Dottrina Sociale della Chiesa e nella Ratio Formationis. Sono incluse inoltre alcune preghiere ed è riportato un elenco di indirizzi delle organizzazioni internazionali con cui possiamo collegarci. Ufficio di GPSC, Roma

1.

Sacra Scrittura Ab Abd Ag Am Ap At Bar Ct Col 1 Cor 2 Cor 1 Cr 2 Cr Dn Dt Eb Ef Esd Es Est Ez Fm Fil Gal Gen Ger Gc Gb Gl Gn Gs Gv 1 Gv 2 Gv 3 Gv Gd Gdc Gdt Is Lam Lv Lc 1 Mac 2 Mac Ml Mc Mt Mi Na Ne

Abacuc Abdia Aggeo Amos Apocalisse Atti degli Apostoli Baruc Cantico dei Cantici Colossesi 1 Corinti 2 Corinti 1 Cronache 2 Cronache Daniele Deuteronomio Ebrei Efesini Esdra Esodo Ester Ezechiele Filemone Filippesi Galati Genesi Geremia Giacomo Giobbe Gioele Giona Giosuè Giovanni 1 Giovanni 2 Giovanni 3 Giovanni Giuda Giudici Giuditta Isaia Lamentazioni Levitico Luca 1 Maccabei 2 Maccabei Malachia Marco Matteo Michea Naum Neemia

Numeri Osea 1 Pietro 2 Pietro Proverbi Qoelet (Ecclesiaste) 1 Re 2 Re Romani Rut Salmi 1 Samuele 2 Samuele Sapienza Siracide Sofonia 1 Tessalonicesi 2 Tessalonicesi 1 Timoteo 2 Timoteo Tito Tobia Zaccaria

Nm Os 1 Pt 2 Pt Pr Qo 1 Re 2 Re Rm Rt Sal 1 Sam 2 Sam Sap Sir Sof 1 Ts 2 Ts 1 Tm 2 Tm Tt Tb Zc

2. CA CP DH DM EN ES GS LC LE MM OA PP PT QA RH RM RN SRS TMA VS

Documenti della Chiesa Enciclica Centesimus Annus Esortazione Apostolica Communio et Progressio Dichiarazione Dignitatis Humanae Enciclica Dives in Misericordia Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi Enciclica Ecclesiam Suam Costituzione pastorale Gaudium et Spes Istruzione Libertatis Conscientia Enciclica Laborem Exercens Enciclica Mater et Magistra Lettera apostolica Octogesima Adveniens Enciclica Populorum Progressio Enciclica Pacem in Terris Enciclica Quadragesimo Anno Enciclica Redemptor Hominis Enciclica Redemptoris Missio Enciclica Rerum Novarum Enciclica Sollicitudo Rei Socialis Lettera apostolica Tertio Millenio Adveniente Enciclica Veritatis Splendor

3.

Scritti di san Francesco Ammonizioni Benedizione a frate Leone Benedizione a frate Bernardo Il Cantico delle creature (di Frate Sole) Del comportamento dei frati negli eremi Esortazione alla lode di Dio Esortazione alle Povere Dame Forma di vita (a santa Chiara) Lettera a frate Antonio Lettera a tutti i chierici Prima lettera ai custodi Seconda lettera ai custodi Lettera a tutti i fedeli (prima redazione) Lettera a tutti i fedeli (seconda redazione) Lettera a frate Leone Lettera ad un ministro Lettera a tutto l'Ordine Lodi per ogni ora Lettera ai reggitori dei popoli Commento al "Pater noster" Preghiera davanti al Crocifisso Della vera e perfetta letizia Regola bollata Regola non bollata Saluto alla Vergine Saluto alle virtù Piccolo Testamento Testamento Ufficio della passione del Signore Ultima volontà (a santa Chiara)

Am BfL BfB Cant Cer EsorLD EsorPD Fv LAn Lch 1 Lcust 2 Lcust 1 Lf 2 Lf LfL Lmin LOrd Lore Lrp Pater PCr Plet Rb Rnb SalV SalVir 1 Test 2 Test Uff Uv

4.

Prime fonti francescane Anonimo perugino Vita prima di san Francesco di Tommaso da Celano Vita seconda di san Francesco di Tommaso da Celano Trattato dei miracoli di san Francesco di Tommaso da Celano Leggenda dei tre compagni Considerazioni sulle stimmate I Fioretti di san Francesco Leggenda maggiore di san Bonaventura da Bagnoregio Leggenda minore di san Bonaventura da Bagnoregio Leggenda perugina Sacrum Commercium sancti Francisci cum Domina Paupertate Specchio di perfezione

Anper 1 Cel 2 Cel 3 Cel 3 Comp CSS Fior LegM Legm Legper SCom Spec-SP

5.

Altre abbreviazioni usate frequentemente Costituzioni Generali Conferenza della Famiglia Francescana Franciscans International Consiglio Internazionale per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato Ordine dei Frati Minori Organizzazione Non Governativa Ratio Formationis Franciscanae Formazione Medellín Conferenza Francescana Internazionale del Terzo Ordine Regolare

CC.GG. CFF FI CIGPSC GPSC OFM ONG RFF MedF CFI-TOR

PARTE 1
LA VISIONE FRANCESCANA DEL LAVORO PER LA GIUSTIZIA, LA PACE E LA SALVAGUARDIA DEL CREATO Questa prima parte determina la visione francescana dell'opera per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, una cornice teorica per l'intero libro sulla base della nostra spiritualità, attinta sia dalle Fonti Francescane che dalla realtà odierna delle CC.GG., della RFF e del Magistero della Chiesa: 1. 2. 3. 4. 5. La presenza francescana nel mondo La minorità, l'opzione per i poveri e la nostra opera per la pace GPSC nell'evangelizzazione e nella formazione La contemplazione, la nostra opera per GPSC e l'unione con Dio Giustizia e pace nella Ratio Formationis Franciscanae

1. la presenza francescana nel mondo
Un uomo nuovo Tra i numerosi santi che hanno segnato la storia della cristianità, Francesco d'Assisi è uno di quelli che ancora oggi esercitano maggiore attrazione e raccolgono il più largo consenso. La sua influenza si estende al di là della cristianità. Egli appartiene a tutti. Egli appare "come un bocciolo di fiore fiorito anzitempo", lasciando intravedere lo splendore nascosto di una umanità che anela a sbocciare in ciascuno di noi. "Sembrava veramente un uomo nuovo e di altro mondo", scrisse il suo primo biografo, Tommaso da Celano (1 Cel 82). Perciò non sorprende che, nella nostra attuale confusione, molti si rivolgano a lui per chiedergli il segreto di quella saggezza che egli seppe far sbocciare e che è caratterizzata da una nuova qualità di presenza nel mondo. Il dono più prezioso che Francesco diede al mondo è questo nuovo tipo di presenza. Una presenza che è profondamente umana, insieme evangelica e cosmica. Una presenza totale che ha il dono "di convertire tutta l'ostilità in tensione fraterna, all'interno dell'unità del creato" (Paul Ricoeur). "Non c'è dubbio che non vi fu mai uomo", scrive Louis Lavelle, "che offrì più perfettamente a tutti quella totale presenza e quel dono completo di sé che non sono altro che l'espressione della presenza e del dono che Dio fa di sé in ogni istante e a tutti gli esseri" (L. Lavelle, Quattro Santi, Albin Michel, Parigi 1951, p. 88). Quale fu, allora, il segreto di Francesco d'Assisi? Come si aprì a quella presenza nel mondo, nella quale tutti gli umani conflitti sembrano trovare pace? Un messaggio essenziale La domanda è per noi vitale. La nostra civiltà industriale è in un vicolo cieco. Noi siamo giustamente orgogliosi del nostro progresso scientifico e tecnologico. Esso ci ha resi "maestri e padroni della natura", secondo il desiderio di Cartesio. Ma oggi noi constatiamo che il prezzo da pagare è alto, molto alto. Da un lato l'ambiente che ci circonda e di conseguenza la qualità della nostra vita sono minacciati dal crescente controllo dell'uomo e della sua tecnologia sulla natura. Dall'altro, un sempre più pronunciato sfruttamento tecnologico delle risorse naturali, con la sola regola del profitto, solleva grandi problemi umani nei settori della disoccupazione e della giustizia sociale. Situazioni di esclusione si vanno moltiplicando all'interno della comunità umana e rischiano di compromettere profondamente la pace. Finora gli uomini e le donne prodotti dalla civiltà industriale hanno pensato solo a dominare e a possedere. Adesso devono imparare, nella ricerca della pace e della giustizia, a fraternizzare con la natura come con una loro pari. Ebbene, su questo argomento, Francesco, il fratello universale, ha qualcosa di essenziale da dirci. Per ascoltare opportunamente il suo messaggio, dobbiamo lasciarci alle spalle una certa immagine del Poverello di Assisi. Lo abbiamo reso una specie di Principe Azzurro del creato. Affascinante forse, ma disperatamente superficiale. Il vero Francesco ha una statura e un'ispirazione del tutto diversi. Egli fu uno dei più coraggiosi innovatori di tutta la storia del cristianesimo. Nella fedeltà al Vangelo, ruppe col sistema politico-religioso dell'epoca, caratterizzato dal dominio feudale della Chiesa, da guerre sante e crociate. Egli rifiutò anche di fare un patto con il nuovo idolo della società dei comuni: il denaro. Riguardo al suo atteggiamento fraterno verso le creature inferiori, lungi dall'essere sentimentalismo, esso era ispirato da una chiara e profonda comprensione del creato. Il punto di partenza: l'incontro con Cristo All'origine della nuova presenza nel mondo inaugurata dal Poverello di Assisi, si trova l'esperienza spirituale che inizia con la conversione del giovane figlio di Bernardone. Se vogliamo scoprire la sua ispirazione, dobbiamo raggiungerlo nel cuore di questa esperienza.

Francesco non è nato "fratello universale". Egli lo è diventato. Al prezzo di una profonda conversione. Da adolescente e giovane uomo, non era l'uomo di pace che noi ammiriamo. Certamente i suoi primi biografi lo presentano come un uomo affabile, cortese, aperto agli altri. Tuttavia, dietro questo aspetto attraente si celava un fondo di violenza ed ambizione e la volontà di conquista e di dominio. Essendo figlio di un ricco mercante, Francesco apparteneva alla classe in ascesa, bramosa di guadagnare e avida di potere. Nei comuni medievali che si erano liberati dal giogo feudale, i ricchi borghesi - e soprattutto i mercanti - intendevano gestire in proprio i loro affari ed esercitare il potere. Sospinto da questa forza sociale in espansione, anche il giovane Francesco nutriva grandi ambizioni. Gli piaceva far sfoggio di sé, brillare come il sole, essere superiore agli altri, essere acclamato re della giovane élite sociale di Assisi. Col crescere dell'età, aumentavano anche le sue ambizioni. Egli non voleva continuare l'attività di suo padre ed essere solo un mercante di stoffe. Aveva grandi sogni. Mirava in alto. Aspirava a divenire cavaliere e persino principe! Quando, immerso nel sonno, sognava la bottega paterna, la vedeva trasformata in un palazzo le cui stanze risplendevano del luccichio di varie armi, tutte scintillanti per lui e per i suoi cavalieri. Nelle sue visioni giovanili immaginava di conquistare il mondo. Il giovane Francesco era affascinato dalla gloria e, a quel tempo, la si conquistava in guerra. Proprio allora questa si presentò a lui: tra Assisi e Perugia, città vicine e rivali, era appena scoppiata la guerra. Francesco pertanto si unì alla milizia comunale di Assisi. Prese parte alla battaglia di Ponte San Giovanni, ma lo scontro andò a vantaggio di Perugia. Francesco fu fatto prigioniero e trascorse un anno nelle prigioni nemiche. Quando ritornò ad Assisi, la sua salute era compromessa e si ammalò. Questa malattia, che si protrasse per lungo tempo e lo costrinse all'inazione e alla solitudine, segnò una svolta nella sua vita. Francesco guardò attentamente in se stesso. Sentì la vanità dei suoi anni giovanili e si rese conto della loro futilità. Tuttavia, quando si ristabilì, restò preso nuovamente nella morsa delle sue ambizioni guerresche e, insieme ad un giovane nobile di Assisi, decise di unirsi alle armate papali che combattevano contro le armate imperiali nel Sud dell'Italia. Il progetto però non durò a lungo. Non appena raggiunse Spoleto, Francesco udì una voce interiore che gli ordinò di tornare ad Assisi. Francesco obbedì. Da allora in poi la sua sola preoccupazione sarebbe stata quella di scoprire ciò che Dio voleva da lui. Egli si ritirò spontaneamente nella solitudine delle piccole chiese abbandonate nella campagna di Assisi. Specialmente a San Damiano. Lì, per lunghe ore, egli pregava contemplando il Cristo bizantino. Il Cristo crocifisso che irradiava pace gli fornì la viva e irresistibile rivelazione dell'amore di Dio per tutto il genere umano. Francesco si lasciò attrarre completamente dalla profondità e dallo splendore di questo amore. Attraverso l'umanità di Cristo e la sua vita pienamente donata, scoprì lo sguardo di misericordia con cui Dio guarda uomini e donne. Allora anche Francesco li guardò con occhi diversi e il suo universo si aprì alla miseria umana. Nel suo Testamento, Francesco stesso racconta il cambiamento radicale che gli accadde: "Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo" (2 Test 1-3).

Una nuova qualità della relazione Soffermiamoci un momento su questo cambiamento. Tutto deriva da questo. Francesco non esitò a presentare la sua conversione come una nuova apertura verso la gente e verso il mondo. Il suo universo era saltato in aria. Ora osava scoprire quegli uomini e quelle donne da cui prima si sarebbe tenuto lontano, persone che non aveva voluto vedere e che aveva escluso dal suo mondo. Non si trattò semplicemente di una più ampia cerchia di relazioni; cambiò anche la qualità del suo relazionarsi. Da allora in poi il suo atteggiamento non sarebbe più stato ispirato dall'ambizione, dal desiderio di prestigio e di conquista, poiché scaturiva da un'altra fonte. Francesco aveva scoperto la misericordia con cui Dio guardava uomini e donne, e questo sguardo misericordioso capovolse il suo mondo. Da un desiderio di conquista e di dominio, passò così ad un atteggiamento di compassione e di comunione. Il suo mondo si aprì ai più bisognosi. In precedenza, occasionalmente, aveva fatto l'elemosina ai poveri, ma dall'alto della sua posizione di giovane e ricco membro della classe media. Gli indigenti non erano stati parte del suo mondo dorato. Ora un muro era caduto. Francesco vedeva il mondo in modo diverso. L'aveva scoperto nella luce dell'amore straordinario che si era mostrato a lui: l'altissimo Figlio di Dio aveva rinunciato alla sua gloria per diventare uno di noi, il fratello di tutti, anche degli esclusi. Il paradiso aveva perso il suo orgoglio. Una irresistibile visione che ispirò in Francesco una nuova presenza nel mondo. Egli non volle più essere superiore agli altri, dominarli, ma volle esser con loro, fraternizzare con loro. Non volle più conquistare il mondo, ma accogliere tutti gli esseri ed essere in comunione con loro, e così divenire, seguendo Cristo, il fratello di tutti, specialmente dei più umili e dei più poveri. Questa nuova presenza nel mondo avrebbe ispirato e orientato tutta la vita di Francesco. Per il momento essa lo rese attento e pronto ad accogliere ciò che Dio desiderava da lui. Un giorno, assistendo alla Messa nella chiesa di Santa Maria degli Angeli alla Porziuncola, sentì leggere il brano del Vangelo in cui il Maestro affida ai discepoli il mandato della predicazione e ordina loro di non prendere né oro, né argento, né altre cose per il viaggio. "In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa" (Lc 10,5). In quel momento il cuore di Francesco fu illuminato. Egli aveva scoperto la sua vocazione, la missione (cfr. 1 Cel 22). Come i discepoli, si vedeva mandato ad annunciare la pace messianica. Sarebbe andato tra uomini e donne, senza oro, né argento o denaro, senza segni di potere o di ricchezza, con la sola missione di annunciare la pace. "Il Signore mi rivelò", scrisse nel suo Testamento, "che dicessimo questo saluto: 'Il Signore ti dia la pace!'" (2 Test 23). Egli si presentò non come un conquistatore, ma come un amico, un uomo di pace. Dovunque andò, lavorò per "convertire tutta l'ostilità in una tensione fraterna entro l'unità del creato". Sarebbe stato un costruttore di pace, un creatore di comunione tra gli esseri, in comunione con tutto, "in grande umiltà". Araldo di pace Voltando le spalle alle guerre sante e alla signoria feudale esercitata dalla Chiesa, Francesco iniziò a viaggiare per il paese, dando a ciascuno il saluto "Pace e bene". Invitava uomini e donne a riconciliarsi tra loro e a vivere come fratelli e sorelle. Davanti all'intera città radunata nella piazza centrale di Bologna, il discorso di Francesco si centrò sul dovere di eliminare l'ostilità e di concludere un nuovo trattato di pace. Ad Arezzo scacciò i demoni della discordia e, quando nella sua città di Assisi scoppiò il conflitto tra il vescovo e il podestà, non si fermò finché non ebbe riconciliato i due uomini. "A coloro che vogliono definire, anche superficialmente, la vita di Francesco d'Assisi", scrisse P. Lippert, "essa sembra essere fin dall'inizio una vita d'amore, inteso nel senso più sacro e più forte". A dire il vero, non fu solo l'amore di un uomo per i suoi simili, ma l'amore di Dio per tutto il genere

umano quello che ebbe Francesco e che, per mezzo di lui, si diffuse nel mondo, come il sole in primavera, come una forza di comunione e di pace. Questa forza era contagiosa. Presto Francesco non fu più solo. Decine, poi centinaia di giovani e meno giovani si unirono a lui, desiderosi di seguire il suo esempio. Essi corsero incontro a lui e al suo ideale di povertà come a una festa, perché alla fine della strada avrebbero sperimentato la gioia della fraternità. Creatore di fraternità Fraternità! Questo era ciò che essi stavano cercando. Essa era il volto della pace che Francesco annunciava. Un grande movimento fraterno crebbe sulla sua scia. Questo movimento rispondeva ad un desiderio e ad una profonda aspirazione del tempo. L'idea di associazione e di fraternità era nell'aria. Non fu forse quest'idea che, insieme con quella di libertà, aveva ispirato la rivolta dei comuni? Rifiutando il potere dei signori feudali ed erigendo le loro città come comuni liberi, gli abitanti delle città aspiravano a delle nuove relazioni sociali. Il regime feudale conosceva solo relazioni di vassallaggio: uomini e donne erano sempre vassalli di altri uomini e donne. Il comune, come indica il suo stesso nome, aveva promesso relazioni sociali che sarebbero state più democratiche, più libere, più fraterne. Almeno questo era ciò in cui le persone semplici avevano sperato. Ma questa speranza fu presto delusa. Nei comuni liberi, la legge del denaro, quella dei ricchi mercanti, rimpiazzò quella dei signori. Perciò il primo movimento francescano riaccese, nei cuori dei poveri, la speranza di una vera fraternità. Ciò che i comuni non erano stati capaci di realizzare, Francesco e i suoi frati lo vivevano alla luce del Vangelo. Piccole fraternità, di suore e di frati, si moltiplicarono rapidamente in Italia e nell'Europa occidentale. Sembravano tanti centri di pace e riconciliazione. In verità, i frati vivevano una doppia fraternità: tra loro, naturalmente, ma anche con tutti gli uomini e le donne che incontravano e, in modo del tutto particolare, con i più poveri e i più piccoli. A nessuno di loro era permesso esercitare alcun potere o dominio (cfr. Rnb 5,9). "Mai dobbiamo desiderare di essere sopra gli altri", diceva Francesco, "ma anzi dobbiamo essere servi..." (2 Lf 47). Provenendo da differenti ambienti sociali, i frati impararono a vivere insieme nel rispetto delle loro differenze. Una tale fraternità non aveva nulla a che fare con la costrizione. Per Francesco, ogni fratello era un essere a sé, una persona unica. La fraternità poteva essere costruita solo sul rispetto per le persone. Fu sempre l'accoglienza di un "tu" nell'atmosfera di un "noi". Oggi non possiamo immaginare quanto rivoluzionario fosse un tale progetto a quel tempo. Dobbiamo ricordare che la Chiesa, nell'insieme, era una Chiesa feudale: il vescovo a capo della diocesi e un abate a capo di un monastero erano veri signori feudali, con un potere temporale che si estendeva talvolta su intere regioni. In questo contesto, le innumerevoli comunità francescane che si svilupparono in Europa furono una vera boccata di aria fresca. Esse rappresentarono una nuova presenza della Chiesa nel mondo: una presenza che creò una comunione fraterna in cui i più umili della società riscoprirono il loro posto e la loro dignità. La dimensione dell'umanità Ma lo sguardo di Francesco non si posò solo sulla cristianità. Esso mirò più lontano. Egli voleva riunire tutta l'umanità in una fraternità universale. A quel tempo, il mondo era diviso in due blocchi: la cristianità occidentale da un lato e l'Islam dall'altro. Tra questi due blocchi vi era guerra, guerra santa, crociata. Francesco non poteva accettare questa frattura. Egli progettava di costruire un ponte

fra questi due blocchi. Il momento non era favorevole ad una tale impresa. La quinta crociata stava raggiungendo il suo apice. Era proprio così? Francesco decise di andare dal Sultano d'Egitto: un sogno folle. Ma, incredibilmente, fu ricevuto con grande cortesia, nel bel mezzo di una crociata, da Al-Malik al-Kamil, il capo dei musulmani. I due uomini mostrarono rispetto e stima l'uno per l'altro. Si sarebbe potuto sperare di più? Era già un grande risultato. Un grande risultato, ma allo stesso tempo non un successo. La missione di pace del Poverello d'Assisi si trovò di fronte ai propri limiti. L'esperienza del limite e della profondità Avrebbe dovuto conoscere un altro limite e questa volta all'interno del suo stesso Ordine. Questo limite avrebbe ferito Francesco dolorosamente e profondamente. Dobbiamo seguirlo attraverso questa prova in cui la sua presenza per Dio e per tutto il genere umano avrebbe toccato livelli più profondi per mezzo della purificazione. Da quel momento sarebbe nato un uomo nuovo, uno dei più forti e dei più originali conosciuti nella storia umana. Non era infatti abbastanza desiderare la fratellanza fra tutti gli esseri per trovare "l'unità del creato". Egli aveva bisogno di imparare a desiderare questa fratellanza con un cuore in pace, con un cuore che non si lasciasse turbare da nulla. In breve, con il cuore di un uomo povero. Non era abbastanza amare; doveva imparare ad essere povero, anche nell'amore. Quella fu la lezione più difficile ma anche la più importante. Il desiderio di riuscire ad ogni costo è spesso egoismo e amore per se stessi, anche quando esso è usato per tenere insieme gli uomini e le donne. Questo desiderio spesso genera nuove esclusioni. Ecco perché esso indebolisce la vita invece di servirla. Al contrario, quando la vita è libera da ogni forma di amore per sé, essa può sgorgare, espandersi e creare in tutta libertà. È evidente, negli Scritti di Francesco, l'insistenza con cui egli denuncia il turbamento, l'irritazione e la rabbia, come i maggiori ostacoli alla carità in se stessi e negli altri. Egli li vede come segno innegabile di un atteggiamento possessivo, di una segreta e spesso inconscia appropriazione (cfr. Am 4,3; 11,2; 13,2; 14,2-3; 27,2). Una persona può pensare di essere pura, generosa, disinteressata, fino al giorno in cui si presenta una contraddizione o una lite. Allora ci si sente agitati, irritati e si diventa aggressivi. La maschera cade. Con tutte le proprie armi si difende il proprio bene, il proprio territorio. Allora veramente ci si appropria del bene che il Signore è stato capace di fare attraverso una persona; lo si è reso qualcosa di personale. Se Francesco si espresse così chiaramente circa il turbamento e la rabbia, se raccomandò ai suoi frati di mantenere la pace nei loro cuori (cfr. Am 13,1-2; 15,1-2; 27,4; Rnb 11,4; 17,15; Rb 3,11; Cant 11), è una sicura indicazione che egli stesso era stato tentato dall'agitazione e dalla rabbia. E nel modo più insidioso: nella sua stessa opera di pace e di fraternità, nel suo stesso sforzo di creare tra gli uomini e le donne una comunione davvero fraterna "nell'unità del creato". Sembrava che il successo stesse per sorridergli. Il numero dei frati cresceva continuamente. I papi, uno dopo l'altro, mostravano una particolare benevolenza verso l'Ordine nascente. Francesco aveva ogni motivo di ringraziare il Signore per tutto il bene che stava compiendo per mezzo dei santi frati del suo Ordine. Ma poi improvvisamente il cielo si oscurò. Seri disaccordi si crearono all'interno della fraternità. Dato il crescente numero di frati, era necessaria una organizzazione più rigorosa. Un certo tipo di vagabondaggio doveva finire. Case e tempi di formazione stavano divenendo necessari. Non tutti erano d'accordo con il nuovo orientamento. Francesco comprendeva abbastanza bene che cinquemila frati non potevano vivere la vita evangelica allo stesso modo di dodici. Ma vide anche nascere tra alcuni dei frati più autorevoli il desiderio di allineare la fraternità con gli Ordini

monastici già costituiti. Ai suoi occhi era necessario soprattutto salvaguardare l'ideale di semplicità e di libertà evangelica, così come la nuova presenza nel mondo, espressa nella comunione fraterna con i più umili. Una profonda angoscia, allora, prese Francesco. Non stavano allontanando la fraternità dalla sua vocazione originale volendola adattare? Egli vide il suo lavoro compromesso e portato avanti da altri che non condividevano realmente il suo spirito. Un uomo di pace Questa crisi morale, aggravata dalla malattia, fu per Francesco la strada necessaria per una radicale spogliazione. Era tormentato interiormente ed esteriormente, nell'anima e nel corpo (cfr. Legper 21). Si ritirò nella solitudine dell'eremo per nascondere il suo dolore e il suo turbamento. Ci fu il pericolo che si chiudesse nell'isolamento e nell'amarezza. Dio lo stava aspettando là. Francesco fu invitato ad una suprema purificazione. Egli avrebbe dovuto spogliarsi della propria opera per divenire egli stesso l'opera di Dio. Non avrebbe più dovuto considerare l'Ordine come una questione personale, ma di Dio. "Non essere più turbato... Io sono il Signore". Francesco udì la chiamata. Gettò la sua preoccupazione nel Signore. Dio è _ ciò è sufficiente. Allora il cuore di Francesco fu illuminato. Da allora in poi egli avrebbe potuto dedicarsi alla missione di pace con un cuore pacificato. Con un'anima radiosa. Ciò che era importante non era trovare una fraternità esemplare, ma essere lui stesso un uomo fraterno, irradiante la bontà del Padre. Ora Francesco poté scrivere in tutta verità: "Sono veri pacifici coloro che in tutte le contrarietà che sopportano in questo mondo, per l'amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nell'anima e nel corpo" (Am 15,2). Ad un frate che era responsabile di una fraternità, e che aveva chiesto il permesso di ritirarsi nella solitudine di un eremo col pretesto che i suoi compagni gli causavano ogni sorta di vessazione e gli impedivano di amare il Signore come avrebbe desiderato, Francesco poté rispondere con l'autorità che solo l'esperienza personale conferisce: "...quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia. ... E ama coloro che agiscono con te in questo modo... E questo sia per te più che stare appartato in un eremo" (Lmin 2.5.8.). L'unità del creato Da allora in poi nulla poté limitare lo sguardo pacifico di Francesco. Nulla poté opporsi all'azione dello Spirito dentro di lui. Era libero come il vento. Egli scrisse quindi una lettera "a tutti gli abitanti del mondo", augurando loro la "vera pace dal cielo". Nulla mostra meglio la misura del suo orizzonte. Ma egli non voleva solo unire gli uomini e le donne nella pace. Egli voleva estendere quella pace a tutto il creato, riconciliando gli uomini e le donne con la natura. Questo desiderio di una fraterna presenza nel mondo trova la sua espressione nel Cantico di Frate Sole o Cantico delle creature. Questo Cantico, composto da Francesco al tramonto della sua vita, è un vero e proprio testamento spirituale. Esso esprime un grande ardore di lode. Il piccolo Poverello loda Dio per tutte le sue creature. Questa lode ha lo splendore del sole, il delicato chiarore delle stelle, le ali del vento, l'umiltà dell'acqua, l'ardore del fuoco e la pazienza della terra. Essa celebra la bellezza del mondo. Tre volte l'aggettivo "bello" è ripetuto nel Cantico. Questa lode cosmica è nella genuina tradizione dei canti e dei salmi biblici. Ma vi è qualcosa di nuovo qui: un desiderio di fraterna comunione. Francesco fraternizza con le creature. Rifiutando ogni spirito di dominio, egli le accoglie come fratelli o sorelle. Le unisce con il suo più alto destino. È con esse che egli innalza se stesso a Dio nella lode.

Questa fraterna comunione con le creature non è sentimentalismo né sogno. Essa non si oppone alla rotazione delle risorse naturali per il profitto e l'utilità di tutti. Si potrebbe persino dire che, secondo Francesco, gli elementi materiali sono tanto più fraterni quanto più sono utili a tutti. Oltre alla loro bellezza, Francesco ne esalta l'utilità. Egli saluta sorella acqua come "molto utile" e, parimenti, si rivolge a fratello vento, il cui soffio è vita, o a nostra sorella madre terra, che ci nutre producendo frutti di ogni specie. Vi è, in questa comunione fraterna con le creature, un grande amore per la vita che è simile e unito all'amore del creatore per la sua opera. Da ciò derivò il religioso rispetto di Francesco per ogni cosa che esiste e vive. Ai suoi frati che andavano a tagliare un albero nella foresta, egli raccomandò che non lasciassero dietro di sé un deserto, ma curassero che la vita prorompesse in un nuovo fogliame. Egli condannava tutta l'umana cupidigia che saccheggia la terra e tortura la vita. Quante volte ridiede la libertà ad animali catturati inutilmente?! Al di là di ogni conflitto Coloro che fraternizzano con le creature, nello stesso tempo si aprono a tutto ciò che le creature rappresentano. Essi fraternizzano con quella parte oscura di se stessi che è radicata nella natura, cioè il loro corpo e tutte le sue forze vitali. Francesco non rifiutava nulla, anzi accettava ogni cosa nel suo ardore verso Dio. La sua vita spirituale non aveva luogo in un universo separato; egli andava a Dio con le sue radici cosmiche, con "sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa". Ogni dualità fu superata e le oscure forze della vita, a quel punto trasfigurate e divenute forze di luce, persero il loro aspetto spaventoso. Il lupo fu addomesticato: non solo il lupo che correva nel bosco, ma anche e soprattutto quello che si cela in ciascuno di noi. L'aggressività della vita fu trasformata in forza d'amore. È questa forza che si fa canto in "frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte". In pace con se stessi, si può fraternizzare con ogni cosa. Francesco volle aggiungere, alla sua lode delle creature, la lode di coloro che, uomini e donne, sono capaci di perdono e di pace. Egli li proclama la gloria suprema di tutta l'opera della creazione: "Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke 'l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati". Il Cantico delle creature è il linguaggio di un uomo aperto a tutta la pienezza del suo essere, che sgorga da una personalità completa, in cui le forze stesse della vita e del desiderio, unificate, sono divenute le forze dell'amore e della luce. Ciò diede alla vita spirituale di Francesco, oltre alla sua traboccante pienezza, uno splendore solare. Francesco scoprì il luminoso significato della creazione attraverso l'esperienza interiore di una nuova genesi. "Sembrava veramente", si legge nel Celano, "un uomo nuovo e di altro mondo" (1 Cel 82). Il suo Cantico non è solo un vibrante omaggio al Creatore; è anche la celebrazione del divenire. Egli canta la nuova creazione nel cuore dell'uomo che vive la fraternità. Il segreto di questa alba divina è la povertà che Francesco visse, non solo in relazione ai beni di questo mondo, ma più profondamente nel cuore della relazione con Dio. Lasciando che Dio fosse Dio e donandosi completamente a lui, si identificò con la presenza amorosa e totale del Creatore nella sua opera. Eloi Leclerc OFM

2. la minorità, l’opzione per i poveri e la nostra opera per la pace
1. Consapevolezza La povertà è sempre stata parte del carisma francescano. Francesco stesso frequentemente richiama la nostra vocazione con queste parole: "osserviamo la povertà, l'umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso" (Rb 12,4). Tuttavia, la comprensione e la pratica della vita evangelica francescana sono cambiate con il tempo. Dalla dichiarazione pontificia sull'osservanza della Regola (Quo Elongati, 1230, di Gregorio IX) fino alle nostre CC.GG. preconciliari, la più grande enfasi era posta sull'adempimento letterale con una interpretazione giuridico-morale. La povertà consisteva fondamentalmente nel non possedere proprietà e nell'uso limitato delle cose, sotto l'autorità del Provinciale o del Guardiano. Vi era una distinzione tra voto e virtù, ma entrambi gli aspetti erano parte della stessa prospettiva: la vita religiosa come cammino di perfezione cristiana all'interno di un'oggettiva struttura istituzionale. Che cosa avvenne subito dopo il Concilio Vaticano II? Inizialmente pensammo che sarebbe bastato modificare alcuni punti della Regola. Ora siamo consapevoli che l'Ordine sta attraversando uno stadio difficile, una radicale rinascita o ri-creazione della propria identità. Pertanto parleremo di minorità: Non è sufficiente osservare i precetti e i consigli della Regola. La questione è piuttosto quella dell'opzione per i poveri. L'austerità non è sufficiente. È necessario creare uno stile di vita che ci renda minori nella società. L'uso di beni in obbedienza ai superiori non è sufficiente. Piuttosto siamo chiamati a promuovere la giustizia e ad essere araldi di pace. Cercare la perfezione del voto di povertà non è sufficiente. Dobbiamo scoprire un modo di vivere oggi le beatitudini del regno in un mondo di conflitto, ingiustizia e secolarizzazione. Senza dubbio la minorità è un atteggiamento spirituale, ma è anche una forma di vita evangelica. È così che avviene in realtà? 2. Analisi

Due fattori sembrano influenzare questo cambiamento di prospettiva: A. Una nuova consapevolezza ecclesiale

Possiamo parlare di una nuova "dislocazione" dei centri del Vangelo. Ogni epoca rilegge il Vangelo; oggi uno sforzo significativo è concentrato su questi due punti: 1) La storia della salvezza come azione di Dio in favore dei poveri. Il regno, la buona novella sono per i disprezzati. Le preferenze messianiche e le opzioni di Gesù. 2) Se questo è il modo di agire di Dio e conseguentemente la missione della Chiesa, in continuità con Gesù, qual è allora il significato della vita religiosa oggi? La sequela di Gesù, che è il nucleo della nostra vocazione, consiste in una relazione personale, nel riprodurre i suoi atteggiamenti e le sue virtù alla maniera delle pratiche ascetiche non correlate alla storia? O siamo chiamati a seguire le orme di Gesù, le dinamiche del regno, nelle reali condizioni del nostro mondo?

3)

• • • • • • •

Vi sono indicazioni che confermano questa dislocazione: la teologia del regno come liberazione integrale, non esclusivamente spirituale; la ricerca di un modello di Chiesa che sia più partecipativo, più egualitario; la creazione e il consolidamento delle comunità di base; la costante preoccupazione da parte degli istituti religiosi per una presenza tra le classi più povere, più emarginate; la proliferazione delle cosiddette comunità "integrate"; la partecipazione nelle rivendicazioni della lotta per i diritti umani; l'adozione dei principi di non violenza come un metodo di cambiamento socio-politico. Il contesto socio-culturale

B.

Dal Vaticano II la Chiesa sta adottando un atteggiamento positivo verso il mondo e le sue speranze. Perciò da qualche tempo la storia umana ha cominciato un processo di auto-liberazione che ha assunto certe caratteristiche significative: 1) Ogni persona ha un'inviolabile dignità e diritti che dovrebbero essere rispettati da ogni autorità, civile e religiosa. Il primo diritto è quello alla libertà, all'essere protagonista della propria storia. 2) Uguaglianza e solidarietà sono valori irrinunciabili del progresso umano. Vi è il sospetto che in ogni ineguaglianza esista un'ingiustizia. È necessario un atteggiamento di partecipazione per il cambiamento sociale e politico. 3) Una sensibilità verso quei gruppi di persone che non possono raggiungere la libertà: il proletariato, i popoli colonizzati, le donne, il Terzo Mondo e altri gruppi. Questo movimento molto esteso che appartiene alla modernità occidentale è stato caratterizzato all'inizio da un eccessivo ottimismo e molto presto è diventato fonte di contraddizioni che creano conflitti, per esempio il confronto tra il capitalismo liberale e il socialismo. Esso ha prodotto in seguito una profonda disillusione riguardante ogni sforzo per un'utopia sociale (postmodernità). All'interno della vita religiosa anche oggi notiamo una diversa valutazione dell'impegno sociale. Ma è certo che il nostro Ordine ha incorporato molti aspetti del moderno umanesimo nelle attuali CC.GG. I capitoli IV e V danno un chiaro riflesso di questo. Quello che importa è che noi francescani, avendo fatto una valutazione del contesto sociale in cui viviamo, siamo giunti a certe opzioni perché siamo convinti che sono in linea con il progetto evangelico originale del movimento francescano. In effetti noi crediamo che la minorità, in quanto rappresenta una nuova strada più avanzata in accordo con la sensibilità di molti frati e delle CC.GG., corrisponda fedelmente a Francesco e al suo progetto, anche se può non riprodurre letteralmente la Regola e la vita. 3. Alla luce della vita e della Regola

La Regula Bullata 3,10-14 fornisce una sintesi delle caratteristiche della missione francescana: "Consiglio ... ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino ed evitino le dispute di parole, e non giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene. E non debbano cavalcare se non siano costretti da evidente necessità o infermità. In qualunque casa entreranno dicano, prima di tutto: Pace a questa casa; e, secondo il santo Vangelo, è loro lecito mangiare di tutti i cibi che saranno loro presentati".

In sintesi la missione francescana consiste nel nostro essere minori, e il testo mette in evidenza i grandi temi che derivano da questa missione di minorità: 3.1. Missione e itineranza

La vita francescana non è "mista", una sorta di equilibrio tra contemplazione e azione, alla maniera dei chierici regolari del tempo o delle successive forme di vita semimonastiche. Il nostro convento è l'intero immenso mondo dei figli di Dio, nostri fratelli (cfr. SCom 63); la nostra casa è la fraternità. Di conseguenza la nostra missione non è una funzione concreta (pregare, avere cura, insegnare, fare opere di carità) che deve essere compiuta all'interno di un'istituzione efficientemente organizzata. Noi abbiamo il dovere di vivere in uno stato permanente di missione. Per questo una forma di vita senza caratteristiche fisse è un aiuto. 3.2. Missione e inserimento

Noi abbiamo bisogno di mobilità come Gesù, che non aveva dove posare il capo (cfr. Mt 8,20). La minorità ci pone in solidarietà con gli strati più bassi della società (cfr. Rnb 9). Quello è il modo in cui la nostra salvezza fu compiuta, "dall'interno", prendendo la condizione umana, cercando i perduti (cfr. 2 Lf 46; cfr. Am 6; 9; 11). 3.3. Missione e beatitudini

La correlazione tra i testi della missione del Vangelo e il discorso della montagna non è arbitraria. Perché Francesco ha parlato dell'apostolato francescano nei termini di una vita basata sulle beatitudini di Gesù? La risposta è chiara: i frati sono mandati tra la gente come minori. Quella è la ragione per cui abbiamo come priorità l'esempio piuttosto che la funzione ministeriale _ non per esclusione ma per deliberata preferenza. Ciò che è più urgente per il regno è che esso divenga una realtà fra la gente, che i frati diventino discepoli di Gesù e lo annuncino attraverso la testimonianza del loro stile di vita (cfr. LOrd 9; 2 Test 19; Legper 58; 103). 3.4. Missione di pace

L'intero ministero della cristianità può essere sintetizzato nel concetto di riconciliazione (cfr. 2 Cor 5,18-20; Ef 2,11ss.); ma l'opzione di Francesco è di provocarla attraverso un'azione non violenta, preferendo soffrire l'ingiustizia piuttosto che creare divisioni, e contando sull'amore che aspetta e sopporta senza limiti; in altre parole, seguire le orme di Gesù che fa suoi i nostri peccati (cfr. Am 5; 15; Plet; Rnb 16; 22,1-4; Rb 10,7-12; 2 Test 23). In realtà, questo processo nella vocazione di Francesco è inseparabile dal mondo della povertà e della sofferenza. La biografia dei suoi compagni mostra che uno degli elementi che precedettero la sua conversione fu la compassione per i bisognosi. I passi decisivi in quella conversione furono segnati da un progressivo inserimento nella condizione dei più infelici: lebbrosi e mendicanti. Nonostante l'interpretazione eccessivamente spiritualistica che i biografi ci hanno dato della visione del Crocifisso di San Damiano, non vi è dubbio che dobbiamo riferirla alla consapevolezza che Francesco acquistò dell'identificazione tra la sequela di Gesù povero e umile e la condivisione dello stile di vita dei minori (cfr. 3 Comp 3; 11-14; 2 Cel 8-12; 2 Test 1-5). Il movimento francescano nacque nel contesto dell'emarginazione sociale e del servizio degli ultimi. L'originale progetto di vita, cioè la Regola non bollata, presuppone questo come un'opzione abituale e determinata (cfr. Rnb 2,7; 7,1; 7,13-14; 8,8-11; 9,2; 11,3). Nonostante la rilettura che il Celano ci ha lasciato di alcuni aneddoti concernenti la povertà, quell'opzione chiaramente è ancora la primitiva ispirazione: i frati minori non offrono la carità ai poveri; essi si sentono identificati con loro (cfr. 2 Cel 84-85; 87; 92). È vero che, a causa delle responsabilità legate al servizio dei suoi frati e della fioritura numerica ed ecclesiale della fraternità, Francesco aveva potuto a malapena

dedicarsi alla sua missione preferenziale. Tuttavia sostiene ancora con insistenza il principio di minorità: ai frati non è permesso predicare senza l'autorizzazione dei vescovi o quando qualche prete lo impedisca; essi sono tenuti a scegliere lavori servili a livello pastorale o lavori manuali. Il loro ruolo non è possedere qualcosa, ma "fare penitenza" ed essere minori (cfr. Rb 9; 2 Test 7-8.2426; Legper 20; 2 Cel 146-147). 4. Alla luce delle CC.GG.

Sebbene possa sembrare strano, l'importanza che il tema della minorità ha acquistato nella nostra attuale regola di vita, le CC.GG., si inserisce più direttamente nel movimento francescano originale che non nell'osservanza regolare che tende a descrivere una vita francescana in cui la minorità è ridotta all'ascetismo della povertà. Poiché il tema è ampio e poiché sarà trattato più avanti nei suoi aspetti specifici, ci limiteremo a spiegare nelle linee essenziali la dinamica che le CC.GG. portano all'effettivo rinnovamento della vocazione francescana della minorità: 1) La definizione del nostro carisma (art. 1,2) tratta la minorità come elemento fondamentale della sequela di Gesù, che è strettamente unita all'evangelizzazione per mezzo dell'impegno per la pace e la giustizia. 2) Il voto di povertà è inteso non solo nel senso giuridico-morale o ascetico, ma come condivisione del destino dei poveri (art. 8). 3) Lo spirito di penitenza/conversione si radica non solo nell'essere interiore, ma anche nel servizio degli ultimi. 4) La nostra sequela di Gesù è un gesto di minorità, come discepoli che vivono le beatitudini del regno nel mondo, come servi di tutti, sottomessi, pacifici e umili (art. 64). È quanto detto nella Rb 3 ("come i frati debbano andare per il mondo"), che presuppone una vita non centrata nel convento. 5) L'art. 65 espone la base teologica della nostra minorità, senza la quale ogni progetto di vita e ogni impegno per i poveri rimane radicalmente viziato. 6) La vocazione alla minorità in pratica si modella con l'adozione della vita e la condizione degli ultimi nella società. 7) La dinamica dell'"incarnare" non deve essere confusa con l'assimilazione acritica dei valori mondani (art. 67). 8) L'opzione per forme di vita note come "presenza" (che non hanno bisogno di essere giustificate per mezzo di compiti specifici: cfr. art. 83-84) è unita alla missione di giustizia e pace. La prima caratteristica della fedeltà francescana è il principio di nonviolenza (art. 68-69). Questo presuppone un cuore centrato sul Vangelo, riconciliato con tutta la gente e con il creato (art. 70-71). Pertanto, questa è una dinamica di testimonianza e di azione nata dalla stessa esperienza evangelica di minorità. Molti di più sono gli esempi nei capitoli IV e V delle CC.GG., che confermano e completano la dinamica della minorità. Quelli menzionati sono sufficienti per informare delle sfide che le attuali CC.GG. lanciano alla vita francescana nel XXI secolo. Javier Garrido OFM

3. GPSC nell’evangelizzazione e nella formazione
1. Evangelizzazione e GPSC La parola "evangelizzazione" non era comunemente usata nei circoli cattolici fino alla pubblicazione, nel 1975, dell'Evangelii Nuntiandi di Papa Paolo VI per commemorare il decimo anniversario della chiusura del Vaticano II. Nel decennio precedente il Vaticano II e, di fronte alla scristianizzazione dell'occidente, molti teologi europei come Karl Barth avevano richiesto una teologia kerigmatica, una proclamazione fiduciosa del messaggio basilare della salvezza attraverso la fede in Gesù Cristo. I sermoni di Pietro e Paolo, come si trovano negli Atti, furono allora usati come modelli per questa evangelizzazione di base. Il Vaticano II, concilio preminentemente "pastorale", costruito su questa esperienza dei teologi pastorali d'Europa sia cattolici che protestanti, enfatizzava la terminologia evangelica. Un confronto con il Vaticano I risulta istruttivo; quel concilio usò la parola "Vangelo" solo una volta e mai le parole "evangelizzare" o "evangelizzazione". Il Vaticano II, al contrario, usò la parola "Vangelo" 157 volte, "evangelizzare" 18 volte ed "evangelizzazione" 31 volte. Il concetto di evangelizzazione proposto da Paolo VI è più ampio di quello dei teologi kerigmatici, che pensavano ad esso come ad una "prima proclamazione" seguita dalla catechesi. Per Paolo VI l'evangelizzazione è "la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella S. Messa" (EN 14). L'evangelizzazione proclama la "salvezza" che _ e questo è molto importante per il nostro tema _ è intesa come "dono grande di Dio, che non solo è liberazione da tutto ciò che opprime l'uomo (nel testo ufficiale latino: liberatio ab iis omnibus quibus homo opprimitur) ma è soprattutto liberazione dal peccato e dal Maligno, nella gioia di conoscere Dio e di essere conosciuti da lui, di vederlo, di abbandonarsi a lui" (EN 9). Mentre tutti accettano le proposizioni finali di tale descrizione della salvezza, non tutti sono entusiasti di vedere la salvezza come "liberazione da tutto ciò che opprime l'uomo". Nondimeno tale comprensione è in accordo con la tradizione biblica e cristiana. L'Esodo, per esempio, non fu un evento "puramente spirituale" _ fu anche, e in particolar modo, una liberazione economica, sociale, politica e culturale. La salvezza dunque include, ma non si identifica con essa, la liberazione dalla disumanizzante povertà che affligge oggi nel nostro mondo centinaia di milioni di persone. Molto presto nella storia di Israele Dio spiega il suo progetto d'amore: "Il Signore certo ti benedirà nel paese che il Signore tuo Dio ti dà in possesso ereditario... Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso" (Dt 15,4.11) _ cosa che può accadere solo se l'abbondanza creata da Dio è equamente di-stribuita tra tutti i figli e le figlie di Dio. In una tale disposizione d'animo, san Paolo disse ai Corinti: "In materia di ricchezze ci dovrebbe essere una certa eguaglianza fra voi" (cfr. 2 Cor 8,13-15). Il divario tra ricchi e poveri, tuttavia, continua ad aumentare e noi dobbiamo vedere ciò come il contrario del progetto di Dio. In verità questo crescente divario "è una minaccia per lo stesso futuro del genere umano" (Octogesima Adveniens, 7). Poiché il numero di persone disperatamente povere (pensiamo, per esempio, ai milioni di rifugiati) aumenta drammaticamente, dobbiamo ricordare che l'evangelizzazione implica "un messaggio, particolarmente vigoroso nei nostri giorni, sulla liberazione" (EN 29). Lavorare per il regno di Dio significa lavorare per la liberazione dal male in tutte le sue forme (cfr. Redemptoris Missio, 14). Di fondamentale importanza per il ministero di GPSC è il chiaro insegnamento del Sinodo dei Vescovi del 1971: l'azione per la giustizia e la partecipazione nella trasformazione del mondo ci appare pienamente come una dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo o, in altre parole, della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la sua liberazione da ogni situazione oppressiva.

Giustizia La trasformazione del mondo e la liberazione dall'oppressione _ tutto questo è parte della missione della Chiesa. Una spiritualità che è così "ultraterrena" da non coinvolgere la giustizia, la liberazione e la trasformazione del mondo è del tutto inadeguata e non è secondo la Bibbia. Senza usare mezzi termini, il Sinodo dei Vescovi del 1987 fece questa sorprendente dichiarazione: "Lo Spirito Santo ci guida a comprendere più chiaramente che la santità oggi non può essere raggiunta senza un impegno per la giustizia". Fallire nell'impegnarci per la grande causa della giustizia è fallire nel crescere in santità! Per questa stessa ragione l'insegnamento sociale della Chiesa "fa parte essenziale del messaggio cristiano" e costituisce un elemento fondamentale della "nuova evangelizzazione" (Centesimus Annus, 5). Al cuore dell'insegnamento sociale della Chiesa vi è l'"opzione preferenziale per i poveri", una opzione "testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa" (Sollicitudo Rei Socialis, 42). San Francesco fu notevole nel suo predicare e vivere questa opzione. Nel suo Testamento egli spiega che il Signore lo condusse tra i più poveri dei poveri: i lebbrosi, che egli aveva così deliberatamente evitato. Fu allora che a Francesco fu concessa la grazia di ridefinire ciò che è amaro e ciò che è dolce: una meravigliosa descrizione della conversione. In maniera molto simile all'insegnamento papale contemporaneo, Francesco considerò l'aiuto dato ai poveri una questione di giustizia: "L'elemosina è l'eredità e la giustizia dovuta ai poveri; l'ha acquistata per noi il Signor nostro Gesù Cristo" (Rnb 9,8). Pace Similmente, mentre è vero che il giovane Francesco era desideroso di diventare cavaliere, dopo la sua conversione divenne il più ardente promotore di pace e questo in un tempo in cui non solo il "mondo" ma anche la Chiesa erano ricorsi alla violenza: si pensi, per esempio, alle crociate. Il primo movimento francescano era noto come una "delegazione di pace" (cfr. 1 Cel 23). Francesco sosteneva che la violenza dilettava i cuori dei demoni e, poiché vedeva la violenza come un segno di possessione diabolica, fece fare una preghiera di esorcismo per liberare la città di Arezzo dilaniata dalla guerra civile (cfr. 2 Cel 108). Francesco era convinto che il Signore stesso gli avesse rivelato il saluto della pace. Nei suoi scritti i vizi contro cui mette maggiormente in guardia sono quelli che distruggono la pace in se stessi e con gli altri: arroganza, avidità, superbia, vanità, gelosia, calunnia, uno spirito che non perdona. Sul letto di morte Francesco riconciliò due acerrimi nemici, il vescovo e il podestà di Assisi. Egli fu un operatore di pace fino alla fine; anche la morte fu un momento vero e proprio di riconciliazione e di pace. Lo "spirito di Assisi" è uno spirito di pace e così, quando il papa Giovanni Paolo II volle radunare insieme i capi religiosi del mondo per pregare per la pace, li invitò ad Assisi. San Francesco parla a noi oggi proprio come esortava i suoi primi seguaci: "La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori. Non provocate nessuno all'ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza. Questa è la nostra vocazione: curare le ferite, fasciare le fratture, richiamare gli smarriti" (3 Comp 58). Salvaguardia del creato Il Vaticano II ci ricorda che per compiere la nostra missione dobbiamo leggere i "segni dei tempi". I "segni dei tempi" possono anche essere chiamati "segni dello Spirito", poiché indicano i vari modi in cui lo Spirito di Dio è presente e attivo nel mondo e nella Chiesa, innalzando la nostra coscienza a nuovi livelli di consapevolezza. Il movimento ecologico è uno dei segni del nostro tempo. Un numero sempre maggiore di persone considera le ansie degli ecologisti una questione di giustizia di base verso le future generazioni e trova facile essere d'accordo con il giudizio di papa Giovanni Paolo II: "La crisi ecologica è un problema morale" (Messaggio dell'8 dicembre 1989).

Un eminente scienziato, membro della Pontificia Accademia delle Scienze, sostiene che "noi abbiamo violato la fiducia della Genesi. Ci siamo fatti trasportare dal concetto di dominio e di asservimento e abbiamo perso il concetto di cura". Egli afferma che "il modo in cui trattiamo il mondo non è sostenibile. Continuare ad eludere il nostro chiaro dovere in ciò che spesso sembra niente di più che una ricerca inesorabile della prosperità materiale, deve alla fine risultare inaccettabile a qualunque persona morale". Il consumo eccessivo e lo spreco, specialmente nei paesi ricchi, sono le principali cause della distruzione ambientale. Questo deve richiamarci a una seria conversione. Se come francescani non abbiamo la competenza scientifica necessaria per risolvere la crisi ecologica, abbiamo però una visione francescana di rispetto per tutta la creazione e questo atteggiamento è la chiave per risolvere la crisi ecologica. Per questa ragione molti scienziati oggi propongono una collaborazione tra religione e scienza, cosicché il movimento ecologico possa avere "un'anima". San Bonaventura mirabilmente esprime la visione mistica che Francesco aveva del creato: "Per trarre da ogni cosa incitamento ad amare Dio, esultava per tutte quante le opere delle mani del Signore e, da quello spettacolo di gioia, risaliva alla Causa e Ragione che tutto fa vivere. Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva una scala per salire ad afferrare Colui che è tutto desiderabile" (LegM 9,1). In una semplice frase Bonaventura sintetizza la visione di Francesco ed anche la propria: "Ogni creatura è una parola di Dio, poiché essa parla di Dio" (Comment. in Eccles.). Per ovvie ragioni papa Giovanni Paolo II ha dichiarato san Francesco patrono di coloro che si dedicano alle questioni ecologiche nella sua lettera Inter Sanctos Praeclarosque Viros (29 novembre 1979). La sonora sfida di papa Giovanni Paolo II può convenientemente chiudere questa sezione: "Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l'uomo. Egli è l'immagine di Dio! Evangelizzate, perché ciò diventi una realtà. Affinché il Signore trasformi i cuori e umanizzi i sistemi politici ed economici" (Puebla 1979). 2. La formazione francescana in giustizia, pace ed ecologia

Le nostre CC.GG. (art. 126ss.) ci ricordano che tutti i frati sono in formazione. La distinzione non è tra frati "in formazione" e frati "fuori formazione", ma tra quelli in formazione iniziale (dal giorno in cui uno è accolto come candidato fino al giorno della professione solenne) e quelli in formazione permanente (dal giorno della professione solenne fino alla morte). La formazione permanente è vista come "itinerario di tutta la vita" (itinerarium totius vitae) (art. 135). In questo senso, la nostra formazione permanente è strettamente collegata alla continua conversione della nostra vita di "penitenti" (3 Comp 37). Siamo incoraggiati ad essere come san Francesco, descritto sia da Tommaso da Celano che da Bonaventura come "sempre nuovo", "che ricomincia sempre", semper novus, semper inchoans (cfr. Analecta Franciscana X, pp. 80; 222; 366; 577; 621). Francesco continua ad incoraggiarci, come quando vicino alla morte incoraggiò i suoi primi seguaci: "Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio, perché finora abbiamo fatto poco o nessun profitto!" (1 Cel 103). La nostra visione francescana può affievolirsi sempre più proprio come un fuoco che può essere gradualmente estinto, se non è continuamente ravvivato. Così san Paolo esortava Timoteo: "ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te" (2 Tm 1,6). Se il dono _ nel nostro caso la visione di san Francesco del vivere evangelico radicale _ non è tenuto caro e nutrito, esso può essere perso. Abbiamo due opzioni: la crescita o il declino; il progresso o la stasi. La permanente formazione/conversione è la strada del progresso e della crescita. Questa visione della formazione permanente come un processo che dura tutta la vita è confermata da papa Giovanni Paolo II: "Ogni vita è un cammino incessante verso la maturità, e questa passa attraverso la continua formazione. [...] non c'è professione o impegno che non esiga un continuo aggiornamento, se vuole essere attuale ed efficace" (Pastores dabo vobis, 70). Per questa ragione la

formazione permanente oggi "risulta essere particolarmente urgente, non solo per il rapido mutarsi delle condizioni sociali e culturali degli uomini e dei popoli entro cui si svolge il ministero presbiterale, ma anche per quella 'nuova evangelizzazione' che costituisce il compito essenziale e indilazionabile della Chiesa alla fine del secondo millennio (ibid.)". "La nuova evangelizzazione ha bisogno di nuovi evangelizzatori" (ibid., 82). Come evidenziato in precedenza, questa «nuova evangelizzazione» _ che anche noi dobbiamo vedere come nostro "compito essenziale e indilazionabile" _ "deve annoverare tra le sue componenti essenziali l'annuncio della dottrina sociale della Chiesa" (Centesimus Annus, 5). Non possiamo proclamare tale dottrina se non la conosciamo; lo studio e la riflessione sull'insegnamento sociale della Chiesa è un elemento nodale nella nostra formazione permanente (cfr. CC.GG. 96). Tale insegnamento, una vera e propria chiamata alla conversione, fu enunciato per la Chiesa universale dal Vaticano II, specialmente nella costituzione pastorale Gaudium et Spes, e in numerose encicliche papali. Le conferenze episcopali hanno fornito un servizio estremamente prezioso applicando l'insegnamento sociale universale alle condizioni dei propri continenti e paesi. I più importanti tra questi sforzi sono stati gli incontri della Conferenza dei Vescovi Latino-Americani (CELAM) e specialmente la CELAM II (tenutasi a Medellín nel 1973). Medellín ha introdotto una nuova vitalità in molta parte della Chiesa latino-americana, dandole una nuova direzione: l'"opzione preferenziale per i poveri". Un modo di "essere chiesa" vecchio di cinque secoli in America Latina (alleata delle oligarchie e delle classi dominanti, anche quando predicava "la carità" ai poveri) morì a Medellín e nacque un modo nuovo, più evangelico. Per la Chiesa di un intero continente, Medellín è un magnifico esempio della continua formazione e conversione, e perciò costituisce una grazia non solo per l'America Latina, ma anche per la Chiesa universale. (In modo interessante, nel suo messaggio al popolo dell'America Latina, Medellín coniò il termine «nuova evangelizzazione», usato innumerevoli volte da allora, specialmente da papa Giovanni Paolo II). Una significativa lezione che possiamo imparare da Medellín, specialmente per la formazione permanente nei problemi della giustizia, della pace e dell'ecologia, è l'importanza dell'esperienza. A quella conferenza i vescovi latino-americani usarono il metodo induttivo: essi cominciarono non con uno studio di dottrine astratte, ma con un'analisi dell'esperienza vissuta da milioni di poveri dell'America Latina. Essi fecero proprie le parole del Vaticano II: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo" (GS 1). Anche san Francesco fu convertito non dalla lettura di libri sui lebbrosi, ma dalla sua esperienza dell'andare tra i lebbrosi e servirli (cfr. 2 Test 2). Fu quella esperienza vissuta che lo condusse a ridefinire ciò che per lui era amaro e ciò che era dolce. Egli volle che i suoi frati avessero una simile esperienza e una simile conversione. I frati "devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada" (Rnb 9,2). Leggere libri e articoli e presenziare alle conferenze sulla povertà, la fame, i senza tetto, la piaga della violenza e la distruzione dell'ambiente può essere utile e anche necessario. Dobbiamo essere bene informati per dedicarci a questi temi con competenza. Tuttavia, l'esperienza di condividere la vita dei poveri e di lavorare con altri impegnati in una soluzione cristiana della povertà disumanizzante, della violenza e della distruzione dell'ambiente è di importanza anche più grande per la nostra continua conversione e formazione. "L'uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all'esperienza che alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie" (Redemptoris Missio, 42). Tutti i frati dovrebbero fare esperienza, almeno occasionalmente, del diretto coinvolgimento nelle attività dedicate ai temi della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato. Un felice risultato di questa esperienza potrebbe certo essere quello di iniziare ad attribuire più importanza a queste istanze in ogni nostro ministero, qualunque esso sia. Possiamo così accrescere la consapevolezza delle persone che serviamo, incoraggiando in tal modo la loro continua conversione, cosicché,

insieme, possiamo più efficacemente promuovere il regno di Dio sulla terra. Ciò è particolarmente importante nel nostro servizio per la gioventù, poiché con la loro energia e il loro entusiasmo i giovani sono chiamati a dare il loro contributo unico e necessario a promuovere i valori del regno. Preparati nell'analisi socio-culturale, i giovani potranno meglio comprendere le cause profonde dei mali sociali che affliggono il nostro mondo e dedicare le loro energie ad eliminarli. Mentre l'istruzione a risolvere pacificamente i conflitti è benefica per tutti, lo è specialmente per i giovani, che sono così spesso vittime della violenza e facilmente tentati di fare ricorso ad essa. Nel sommario proponiamo tre momenti: 3. Sommario

Preghiera Benché i temi della giustizia, della pace e dell'ecologia siano spesso considerati come interessi "secolari" (e interessino molti sinceri umanisti secolari), noi li affrontiamo come uomini di fede. La riflessione religiosa sui testi della Bibbia che riguardano questi temi è di primaria importanza, poiché noi cerchiamo soprattutto di scoprire e compiere il piano di Dio per il creato. La preghiera allo Spirito Santo è particolarmente necessaria, perché lo Spirito è sempre l'agente principale in tutta l'opera di evangelizzazione. Nella Costituzione sulla Sacra Liturgia (35,4), il Vaticano II raccomandava le solenni celebrazioni della Parola di Dio, dette anche veglie bibliche. Le nostre CC.GG. (art. 22,2) raccomandano lo stesso, sia nelle nostre fraternità che con la gente. Tali celebrazioni sulla giustizia, la pace e la salvaguardia del creato potrebbero essere facilmente compilate usando i testi biblici del lezionario relativi alla Messa per la giustizia e la pace. In aggiunta a quelli biblici, molti testi francescani, sia antichi sia moderni, riguardano questi temi. Mentre non vi sono equivalenti messe votive per l'ecologia, potrebbero facilmente essere trovati molti testi biblici inerenti al tema, p.e.: Gen 1; 2,4-7.15; 9,8-17; Lv 25,23-24; Sal 8; 65; 104; 147; 148; Gv 1,1-5; Rm 8,18-25; Col 1,15-23; Ap 21,1-5. Tra le varie fonti francescane, il Cantico di frate Sole è particolarmente degno di nota. Studio e riflessione Nella sua lettera Tertio Millenio Adveniente (36), il Papa in modo provocatorio osserva: "C'è da chiedersi quanti tra essi [i cristiani], conoscano a fondo e pratichino coerentemente le direttive della dottrina sociale della Chiesa". Queste parole invitano noi, e in particolar modo i frati a cui è stato affidato il ministero della predicazione o dell'insegnamento, a un serio esame di coscienza. Quanto conosciamo noi stessi la tradizione cattolica sui pressanti temi della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato? Il nostro pensiero è veramente cattolico, cioè "pensiamo globalmente e agiamo localmente"? Quanta importanza attribuiamo a quelle domande relative ai nostri ministeri? Se le persone che serviamo attraverso il ministero ignorano in larga misura la tradizione sociale cattolica, in gran parte la colpa è nostra. Noi dobbiamo ricordare che la «nuova evangelizzazione» _ così urgentemente e ripetutamente invocata da papa Giovanni Paolo II nel nuovo millennio _ "deve annoverare tra le sue componenti essenziali l'annuncio della dottrina sociale della Chiesa" (Centesimus Annus, 5). Questa dottrina, con i suoi principi di validità universale, deve "prendere corpo" nelle situazioni concrete di ogni continente, paese e località. Queste applicazioni concrete richiedono anche competenza, frutto di studio, riflessione e analisi socio-culturale. In questo contesto dobbiamo enfatizzare l'importanza del ruolo dei laici, poiché la soluzione pratica dei problemi negli ambiti della giustizia, della pace e dell'ecologia dipende quasi esclusivamente dalla competenza e dalla buona volontà dei laici. La domanda per noi è: stiamo formando una coscienza sociale cristiana nei laici che serviamo? La strada dei laici alla santità non passa attraverso una fuga mundi monastica, ma attraverso il vivere nel mondo, dedicando se stessi al rinnovamento dell'ordine temporale, cosicché esso possa corrispondere al progetto di Dio. Come sottolineava papa Giovanni XXIII: "Non si deve creare un'artificiosa opposizione là dove non esiste, e cioè tra il perfezionamento del proprio essere e la propria presenza attiva nel mondo, quasi che non si possa

perfezionare se stessi che cessando di svolgere attività temporali. [...] Risponde invece perfettamente ai piani della Provvidenza che ognuno perfezioni se stesso attraverso il suo lavoro quotidiano, che per la quasi totalità degli esseri umani è un lavoro a contenuto e finalità temporali " (MM 232-233). Così lo stato laico è anche uno "stato di perfezione", vissuto nel mondo sforzandosi di rinnovare l'ordine temporale. I laici sentono questo messaggio da noi? Azione Alcuni suggerimenti sono già stati dati, come lo studio e il prestare maggiore attenzione ai temi della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato nei nostri compiti. Altre attività dipenderanno in larga misura dalle condizioni locali e perciò sono meglio lasciate alle Conferenze così come ai Capitoli Provinciali e ai singoli frati. I Capitoli hanno un ruolo importante: come la nostra formazione permanente è sia personale che comunitaria (cfr. CC.GG. 135), così pure siamo chiamati a rispondere ai pressanti bisogni del nostro tempo alla luce del Vangelo sia come individui che come fraternità. Semplicemente rileviamo che, senza azione, lo studio e la riflessione rimangono sterili. Conclusione Mentre ci prepariamo per quello che il papa Giovanni Paolo II chiama "Grande Giubileo dell'Anno 2000" (Tertio Millennio Adveniente, 17), noi Frati Minori ricordiamo con gratitudine che l'esempio di san Francesco ha tanto da offrirci nell'incontro con le più pressanti sfide sociali del nostro tempo; Francesco fu veramente il "padre dei poveri" (1 Cel 76), la cui prima fraternità fu conosciuta come una "delegazione di pace" (cfr 1 Cel 23) e che considerava se stesso il fratello di tutto il creato (cfr. Cant). Come figli affezionati di Francesco e della Chiesa, dobbiamo rispondere all'urgente richiesta del Papa: ricordando che Gesù è venuto ad "evangelizzare i poveri" (cfr. Mt 11,5; Lc 7,22), come non sottolineare più decisamente l'opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati? Si deve anzi dire che l'impegno per la giustizia e per la pace in un mondo come il nostro, segnato da tanti conflitti e da intollerabili disuguaglianze sociali ed economiche, è un aspetto qualificante della preparazione e della celebrazione del Giubileo. Così, nello spirito del Libro del Levitico (25,8-12), i cristiani dovranno farsi voce di tutti i poveri del mondo (TMA 51). Charles Finnegan OFM

4. la contemplazione, la nostra opera per GPSC e l’unione con Dio
Quando parliamo della contemplazione e del nostro lavoro per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, siamo frequentemente svantaggiati, poiché questi importanti aspetti della nostra vita evangelica sono spesso ingiustamente stereotipati. Alcune persone presumono che vi sia una dicotomia tra la contemplazione e l'opera per la giustizia. La contemplazione, pensano alcuni, è un ritiro dalle attività e dagli affari della società a favore di una presenza calma, pacifica, astratta, che evita il dolore, la confusione e le domande suscitate dalla sofferenza insita nella nostra storia e nella nostra vita personale. L'opera per la giustizia e la pace sembra essere un'attività più rivolta verso l'esterno, in cui le persone sono coinvolte nell'ordine sociale con i loro problemi e le loro sfide. Amplificando questo stereotipo, potremmo dire che la preghiera contemplativa è un ritiro in una interiorità privata, isolata, e che, per i frati di frontiera, l'impegno a lavorare per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato è spesso motivato da una rabbia volta a sfidare e cambiare l'ordine politico. È un'attività tutta presa da urgenti problemi sociali che non favorisce l'interiorità o il tempo per la calma riflessione. Contemplazione e meditazione vengono frequentemente confuse. La meditazione è un'attività che limita, concentra o restringe la nostra attenzione e consapevolezza a un particolare punto d'interesse. Come attività mentale essa implica disciplina intellettuale e controllo emozionale per la concentrazione. La contemplazione (con-templor, essere in un luogo sacro) ha alcune delle stesse caratteristiche: per esempio, essa è un punto focale della nostra attenzione, ma lo scopo della contemplazione è differente. Non paga dell'osservazione, essa coinvolge attivamente l'intera persona, intellettualmente, affettivamente e fisicamente a cercare l'unione con Dio. Essa è più unione consapevole che osservazione. Vi sono differenti scuole e metodi sia per la meditazione che per la contemplazione. Gesù chiese ai suoi seguaci l'impegno ad essere svegli, attenti a ciò che sta accadendo intorno a loro e preparati ad agire. "Il regno di Dio è simile a un mercante che cerca la più bella di tutte le perle" e quando la trova agisce risolutamente per averla. Il regno di Dio è paragonato alle vergini, che mentre aspettano lo sposo stanno sveglie per mantenere accese le loro lampade, in modo da poter vedere lo sposo quando si avvicina. "Il regno di Dio è simile a un servo che attende il ritorno del suo padrone ... viene come un ladro nella notte. Voi non conoscete né il giorno né l'ora, perciò state svegli e siate pronti". Il discepolo sta sveglio e all'erta non per comprendere razionalmente il significato della vita, ma per comportarsi nella vita come un servo illuminato e fedele. Gesù dice ai suoi seguaci che è venuto perché noi "possiamo avere la vita e averla in abbondanza". Nelle parabole di Gesù troviamo che le persone sono chiamate a partecipare con gli altri, per esempio ad essere una cosa sola con lo sposo o ad essere al servizio, come nella parabola del servo che aspetta il padrone. La contemplazione segue la strada della compassione: consapevolezza, azione e unione. La connessione tra questi stadi è data dalla riflessione comunitaria o personale. La persona che segue il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo - così Francesco descrive la vita francescana - non si ritira dalla società per preservare la propria vita ma la dona, cosicché noi possiamo divenire una nuova creazione. Gesù ci indica l'impegno, l'azione e il cambiamento. Il regno di Dio è paragonato al lievito che, sciolto nella farina, diventa qualcosa di nuovo e di utile per altri, cioè pane per nutrire altri. La storia del buon samaritano è una delle più semplici e delle più concise descrizioni dei movimenti all'interno della contemplazione cristiana. Ciò che unisce il samaritano alla volontà di Dio è il suo comportamento vigile e compassionevole. In questa parabola il sacerdote, perso nei suoi pensieri o volendo mantenersi ritualmente puro non toccando una persona che sembra stia per morire, passa accanto all'uomo ferito. Anche il levita, che conosce le leggi e i profeti, passa accanto alla vittima. Il sacerdote e il levita sono assorbiti nel loro mondo interiore - probabilmente retto da buone

intenzioni -, protetto da consuetudini, norme e giudizi esteriori. Anche se vedono l'uomo sofferente, essi hanno ragioni concrete, dettate da obblighi religiosi e legali, per schivare il suo dolore e la sua miseria. Il samaritano si dimostra colui che, attento e conscio della situazione, vede e risponde. Egli ha compreso il suo posto nel creato e agisce di conseguenza. Ponte di compassione, la cura fisica dell'uomo ferito da parte del samaritano fu una risposta attiva nell'amore. La sua risposta saldò l'unione di tre volontà: quella del samaritano, quella dell'uomo ferito e quella di Dio. Frequentemente l'azione di compassione si unisce alle preoccupazioni della missione o agli imprevisti, e solo più tardi, riflettendo, comprendiamo che stavamo partecipando alla vita e all'attività di Dio. Anche la vita di Francesco coincide con un movimento di osservazione, compassione e azione simile a quello del samaritano. La sua personale conversione è una chiave che ci aiuta a comprendere la contemplazione francescana. Era un momento di unione affettiva con Dio che implicava diversi movimenti e livelli: un'esperienza; la sua riflessione e comprensione dell'esperienza; l'identificazione dell'esperienza come esperienza di Dio e con Dio. La grazia non era iniziata nella cappella abbandonata di San Damiano o nella quiete del Monte Subasio. Francesco fece l'esperienza della sua liberante unione con Dio un giorno su una strada fuori dalla sicurezza di Assisi. Sorpreso da un lebbroso, Francesco spontaneamente abbracciò e baciò l'uomo. Più tardi egli comprese che in quell'abbraccio in qualche modo era stato abbracciato da Dio e che tutta la sua vita era cambiata. "La dolcezza e la luce" che Francesco descrive come derivanti dall'atto di compassione non erano la paternalistica ricompensa di Dio a lui per la sua benevolenza verso un infelice. Erano il risultato manifesto dell'unione di due volontà di amare. Quanto era avvenuto lungo la strada e non il processo di riflessione fu ciò che Francesco identificò come il suo momento della conversione, il suo incontro con Dio. Gesù e Francesco ebbero ciascuno momenti di preghiera personale e solitaria quando erano "lontano in un luogo tranquillo". Noi conosciamo poco di questi momenti privati. Le Scritture e le biografie di Francesco contengono molte storie di Gesù e Francesco in diretto contatto con Dio, mentre interagivano con la gente e il creato. Gesù ebbe il suo più significativo e diretto contatto con Dio non in sogno ma sul fiume Giordano, dove stava in mezzo ad una folla di persone davanti a Giovanni il Battista. Egli andò nel deserto per comprendere più chiaramente la sua esperienza al fiume; non vi andò per ritrovare la visione là avuta. Gesù faceva regolarmente esperienza dell'unione diretta con Dio, quando era in presenza di un'altra persona che era nel bisogno e aveva fede. Sentiva la potenza di Dio passare fisicamente attraverso di lui nella guarigione dei malati; a un suo comando la tempesta era sedata e il fico seccato. Questi momenti di consapevole relazione e unione con Dio, essendo in un luogo sacro, erano "contemplazione nell'azione". Vi sono molte storie di Francesco che descrivono la pazza gioia in Dio del santo in mezzo alla gente e al creato (Greccio; Cantico delle creature; predica agli uccelli). Gesù si ritirò nel deserto e Francesco sulle montagne: qui ciascuno di loro raggiunse una profonda comprensione di chi stava interagendo con loro nella loro vita. L'amore di Francesco per l'incarnazione di Dio in Gesù di Nazaret fu importantissimo nello sviluppo della coscienza sociale all'interno della cristianità occidentale. L'abbraccio di Francesco al lebbroso - l'emarginato della società del suo tempo -, e il suo entrare nella comunità dei lebbrosi fuori Assisi, aprì un nuovo cammino di contemplazione. Il suo gioioso, appassionato abbraccio all'amore incarnato di Dio ispirò altri a credere e ad amare Dio, che è seriamente coinvolto nella nostra storia. Ciò è in parte il motivo per cui l'Ordine ci dice: "Sull'esempio di san Francesco, che Dio condusse fra i lebbrosi, tutti i frati facciano una scelta che privilegi gli emarginati, i poveri, gli oppressi, gli afflitti, gli infermi" (CC.GG. 97,1). L'accresciuta comprensione della verità dell'incarnazione e la ricchezza delle sue implicazioni aprirono nuove strade per la Chiesa e le civiltà occidentali. Invece per la cristianità orientale, che non ebbe un Francesco d'Assisi, i sacri

misteri sono rimasti complessivamente dietro l'iconostasi, nelle icone, nella musica e nell'incenso e non negli ospedali, negli orfanotrofi, nelle scuole e nella dottrina sociale della Chiesa. Per i nostri antenati nella fede, gli Ebrei, la giustizia era restituzione, non punizione. Un giudice compiva un atto di giustizia restituendo ciò che era stato sottratto o rotto. Occasionalmente egli poteva imprigionare una persona finché ogni cosa non fosse stata ripagata. Nella Bibbia, i libri della Genesi e dell'Apocalisse vedono il piano originale di Dio per il creato e per l'umanità e la sua restituzione simbolizzati dal giardino dell'Eden e dalla nuova Gerusalemme. Giustizia è lavorare perché il regno di Dio "possa venire sulla terra come esso è in cielo" così che l'umanità viva pacificamente e consapevolmente alla presenza di Dio. Fedeli a Francesco e alla nostra tradizione, noi dovremmo evitare di creare una falsa dicotomia fra la contemplazione e il lavoro per la giustizia, che conduce a una visione dualistica della vita. Ognuno di noi, chiamato da Dio ad essere un fratello più piccolo, un frate minore, ha la responsabilità di essere attento a ciò che accade attorno a noi, sviluppando un modello abituale di osservazione e di pronta disponibilità a unirsi a Dio nel compito amoroso della restituzione. "I Frati Minori, inseriti nel popolo di Dio, [siano] attenti ai nuovi segni dei tempi e in sintonia con un mondo in continua evoluzione" (CC.GG. 4,1). La meditazione accompagnata dalla preghiera assicura, identifica e rafforza l'esperienza dell'azione salvifica di Dio. Essa ci ricorda che Dio non vive fuori dalla nostra storia, ma all'interno di essa. Abbiamo bisogno di tempo per lasciare la nostra attività, per capire che cosa sta accadendo e per incorporarci più generosamente nell'azione di Dio intorno a noi. Il discernimento ci aiuta a capire dove lo Spirito conduce la nostra comunità. I nostri progetti, le strutture di cui disponiamo, i legami e la collaborazione che abbiamo con altre persone e organizzazioni di buona volontà dovrebbero indurci a divenire più attenti a ciò che accade nella nostra società, quindi ad abbracciare la realtà _ anche le parti che ci preme di evitare _ e ad unirci a Dio dove Dio vive e opera. Nelle nostre strutture, nei nostri Capitoli, nelle nostre attività, nella nostra vita in comune dobbiamo essere uniti a Dio, cosicché il suo "regno venga sulla terra come è nei cieli". John Quigley OFM

5. Giustizia e Pace nella Ratio Formationis Franciscanae
Introduzione a) Origine, obiettivo e struttura della Ratio

La Ratio Formationis, approvata nel 1991, è il documento orientativo della formazione sia iniziale che permanente per l'intero Ordine. Essa è una risposta alla convinzione che "la formazione dei membri nella fedeltà alle origini del proprio carisma e ai segni dei tempi è la prima sfida che si pone alle Province ed è anche la premessa irrinunciabile per il rinnovamento dell'Ordine" (Presentazione). Al fine di aiutare le Province e tutti i frati a rispondere a tale sfida, questo documento ha cercato di raccogliere e applicare alla formazione i frutti della riflessione sul rinnovamento in questo campo avvenuta dal Capitolo Generale del 1967 in poi. A tale riflessione fu data forma e struttura specialmente nelle CC.GG. del 1987, sebbene si trovasse anche nei Capitoli Generali di Medellín nel 1971 e di Madrid nel 1973 e nel Consiglio Plenario del 1981, ognuno dei quali aveva proprio la formazione come tema centrale. Negli incontri dei maestri dei novizi nel 1988 e dei maestri dei professi temporanei vi erano chiari segni del bisogno di uno strumento per la formazione che offrisse dei principi condivisi e delle linee-guida comuni per tutto l'Ordine. Frutto di tutto ciò è la Ratio Formationis, che è un documento orientativo e ispirazionale piuttosto che giuridico. Essa è divisa in tre parti: I. LA VOCAZIONE EVANGELICA DEL FRATE MINORE: inizia con l'art. 1 delle CC.GG. e raccoglie le caratteristiche principali del carisma francescano come sviluppato nei primi cinque capitoli delle CC.GG. II. LA FORMAZIONE FRANCESCANA: sviluppa il Capitolo VI delle CC.GG. sulla formazione, seguendo la stessa struttura dei temi del Capitolo VI. III. LA FORMAZIONE GENERALE, TEOLOGICA, PROFESSIONALE E MINISTERIALE NELLO SPIRITO FRANCESCANO: sviluppa il Capitolo VI, Titolo VI, delle CC.GG. su "Altri aspetti della formazione". La Ratio corrisponde strettamente alle CC.GG. Essa contiene ottanta citazioni esplicite di esse, senza contare quelle nell'appendice. La sua influenza è visibile anche in ciò che concerne la giustizia e la pace; fa anche molti riferimenti al documento di Medellín sulla formazione (nove riferimenti senza contare quelli dell'appendice). b) Giustizia e Pace nel documento

La domanda di giustizia e pace è presente nella Ratio in modo così evidente da meritare di essere oggetto di studio? Senza dubbio le persone che si avvicinano a questo documento dalla prospettiva di GPSC diranno che lo è. Non solo gli elementi chiave basilari di giustizia e pace sono presenti, ma essi costituiscono anche le prospettive sottostanti a tutti i principali aspetti della formazione. È evidente che non vi è la richiesta di un documento sulla formazione espresso in termini di giustizia e pace. Nondimeno tutti i concetti fondamentali di giustizia e pace vi si trovano espressi, spesso come un punto focale esplicito, spesso come un vero e proprio sottofondo.

Alcuni limiti sono evidenti: • Vi è un silenzio significativo riguardante il carattere strutturale dell'ingiustizia e le sue implicazioni nella formazione (solo una allusione in questo senso). • La dimensione culturale di giustizia e pace sembra essere più presente della sua fonte sociopolitica. • Non vi è alcuna allusione al problema dell'emarginazione delle donne. • Punto più importante: non offre linee-guida pedagogiche che siano concrete e distinguibili per lo scopo di sviluppare il tema di giustizia e pace nei vari stadi della formazione. Ciò detto, dobbiamo riconoscere che non sarebbe realistico chiedere di più a un documento come questo che comincia ad offrire delle linee-guida generali per l'intero Ordine in tutta la sua pluralità e complessità. In altre parole non è compito di un documento di questa natura offrire istruzioni pedagogiche concrete, ma piuttosto offrire principi ispirazionali, orizzonti raggiungibili e criteri per il giudizio. c) Il mio scopo

Non sto per leggere la Ratio o per presentarla riga per riga, né sto per entrare nei suoi aspetti pedagogici. Cercherò semplicemente di raccogliere le affermazioni che mi sembrano di importanza basilare, mettendo in evidenza alcuni commenti e abbozzando alcune riflessioni più profonde. Sistemerò queste affermazioni in tre sezioni: alcuni principi di spiritualità, alcuni obiettivi per la formazione e alcuni luoghi, istanze o significati formativi. Sono consapevole del fatto che così facendo sono fermo a un livello che è troppo astratto e vago, quasi banale e per questo mi affretto a chiedere scusa. I. Alcuni principi di spiritualità in Giustizia e Pace

Tutta la formazione è sostenuta da una particolare spiritualità. Similmente la formazione per la giustizia e la pace presuppone una spiritualità, cioè un modo di concepire l'incontro tra l'essere umano e Dio, un modo di conoscere il cammino della persona umana verso Dio nella società e nel mondo in cui quella persona vive. Nella prima parte, metterò in evidenza tre elementi che sono molto presenti nella Ratio e che in un modo o nell'altro modellano la forma di "una spiritualità di giustizia e pace", una spiritualità, cioè, della sequela di Gesù, il giusto e il pacifico; una spiritualità che contempla Dio nelle vittime; una spiritualità di incarnazione e prassi. 1. Una spiritualità della sequela di Gesù

La sequela di Gesù è una delle dimensioni a cui più spesso si allude nella Ratio, soprattutto nella prima parte; essa usa i termini "seguire" e "sequela" più di venti volte (nn. 1; 3; 5; 6; 8; 9; 10; 11; 12; 16; 20; 30; 35; 36; 41; 44; 56,3a; 132; 141). Il frate in formazione è, soprattutto, un "discepolo" (1; 5; 26), chiamato a seguire "le orme di Cristo" (1; 17), più precisamente a "testimoniare al mondo il Cristo povero ed umile" (24), il "Cristo povero e crocifisso" (1; 15; 29; 36), il "Cristo povero, umile e crocifisso" (17; 57). Questa è l'identità del frate in formazione. Questa è la prospettiva e l'orizzonte della formazione. Io credo che qui ci venga data la chiave di una formazione alla giustizia e alla pace. La sequela di Gesù è ciò che dà fondamento e significato alla causa della giustizia e della pace, nel cui ambito rientra il compito del frate minore. La prima cosa, quindi, che la formazione deve cercare di fare è rendere seguaci, discepoli di Gesù. Nella prospettiva francescana, formare alla giustizia e alla pace significa promuovere la formazione alla sequela e per la sequela di Gesù.

Che cosa esige dunque la formazione nella prospettiva di essere un seguace? Esige qualcosa che va oltre l'apprendimento di principi, idee e valori correlati alla giustizia e alla pace. Essa ha a che fare con la sequela attiva e personale di colui che è sia giusto che pacifico. Solo la sequela forma e modella, non la semplice preparazione ideologica, né la pratica sostenuta dalla forza di volontà, né tanto meno l'imitazione superficiale. Diversamente, la causa della giustizia e della pace corre il rischio di cadere nell'ideologia o nel volontarismo. Essa non è solo l'iniziativa di un frate, ma piuttosto la continuazione della missione di Gesù. Non è semplicemente un programma di attività. Essa è invece soprattutto identificazione personale con il Crocifisso risorto nella solidarietà con tutti coloro che sono stati crocifissi insieme con le loro speranze e le loro disperazioni. 2. Una spiritualità della contemplazione di Dio nelle vittime

Selezioniamo alcune affermazioni dalla Ratio. La persona in formazione ha bisogno di sviluppare "un atteggiamento contemplativo capace di ascoltare Dio" (60) nella sua vita quotidiana, un "senso della presenza di Dio nel mondo" (56, 2b) che "scopre nel mondo il bene che Dio vi realizza" (32; cfr. Med F 52). Valido per tutta la formazione è ciò che la Ratio dice riguardo alla formazione permanente: essa "è un itinerario di tutta la vita, sia personale sia comunitario, nella scoperta del Cristo povero, umile e crocifisso, in se stessi, nei fratelli, nel servizio, nella propria cultura e in tutta la realtà contemporanea" (57). E ancora: "Per essere fedeli alla propria vocazione, i frati minori s'incarnano nelle situazioni concrete del popolo in cui vivono, vi scoprono i diversi volti di Cristo e vi trovano la forma adeguata di vita francescana" (33). E dove i Frati Minori scopriranno queste varie caratteristiche di Cristo povero e crocifisso? Semplicemente nei membri poveri e crocifissi del popolo in mezzo al quale vivono, in tutti i volti sfigurati di oggi, dove è nascosta e dove è rivelata la gloria, la passione e la tenacia di un Dio che è vicino ed è dalla loro parte. Il frate in formazione deve familiarizzare il suo cuore e il suo sguardo con il volto e i tanti altri volti del Crocifisso. In ciò sta il modo evangelico e francescano di riconoscere la presenza di Dio nel mondo. Questo sguardo è un fondamentale principio di spiritualità essendo anche obiettivo e mezzo della formazione: lo scopo della formazione è di aiutare a sviluppare questo sguardo perché è questo sguardo che forma il frate. Per il frate minore, che è un seguace di Cristo e un credente, non è semplicemente il problema di guardare al mondo dalla prospettiva del povero; è anche il problema di scorgere la presenza di Dio nel mondo e nel povero. E quello è il modo di "essere vero" (J. Sobrino), il modo di essere fedeli alla realtà del mondo come pure a quella di Dio, perché Dio è definito come colui che vede la miseria, ascolta il grido e conosce le sofferenze delle vittime (cfr. Es 3,7). L'uomo contemporaneo non chiede chi è Dio o se Dio esiste, ma dove è Dio. Dove è Dio ad Auschwitz, nel Salvador, in Ruanda. Dio è sempre "fuori città", con quelli che sono fuori, crocifisso con i crocifissi. Il Dio che vede e preferisce le vittime ci guarda dal volto delle vittime e desidera essere visto in loro. L'ingiustizia che crea vittime nasconde drammaticamente Dio, ma, in un mondo in cui vi sono vittime, Dio non vuole essere cercato e trovato se non in loro. Non si tratta semplicemente di credere in Dio, ma di "credere in Dio a partire dalle (dalla realtà delle) vittime" (J. Sobrino). Ne consegue allora che la vicinanza alle vittime e l'opzione in favore di esse, in altre parole l'opzione per la giustizia e la pace, è l'"opportunità cristiana per l'esperienza di Dio". La spiritualità cristiana non consiste nell'acquisire la certezza che Dio esiste o la conoscenza della natura di Dio; consiste piuttosto nella profonda ed esistenziale esperienza che Dio ha una preferenza per i poveri. Similmente la questione della formazione non consiste tanto nel prepararsi a provare al mondo di oggi che Dio esiste, quanto nel prepararsi con il cuore, la mente e tutta l'esistenza ad essere capaci "di dire che Dio ama il povero" (G. Gutierrez).

3.

Una spiritualità incarnata e pratica

La Ratio afferma che "i frati minori s'incarnano nelle situazioni concrete del popolo in cui vivono, vi scoprono i diversi volti di Cristo" (33). Secondo la famosa espressione di D. Bonhöffer, "Cristo adottò l'uomo al centro della vita", non all'estremità, ma nel cuore del mondo e della vita, non in quieti spazi aperti, ma nella lotta contro l'ingiustizia e nell'impegno per la pace. La formazione nello spirito di giustizia e pace è animata e sostenuta da una spiritualità che è radicata nella vita con tutta la confusione di ingiustizia e conflitto, di speranze e progetti. Abbiamo qui un criterio che è decisivo per la formazione umana e spirituale. Se Dio si è incarnato proprio nel cuore della nostra vita, allora solo dal cuore della vita, del mondo, dell'umanità possiamo continuare l'esperienza trasformante dell'incontro con Dio. Questo è ciò di cui si occupa la spiritualità: una spiritualità incarnata, attenta alla realtà del luogo in cui Dio si manifesta e lo si può incontrare; non una spiritualità intimista, ma aperta agli altri; non una spiritualità preoccupata di sé, ma consapevole degli altri. Non una spiritualità di fuga, ma di impegno; non una spiritualità quietistica o centrata sull'io, ma coinvolta e attiva; non spiritualistica, ma spirituale e alimentata dallo Spirito che vivifica e trasforma; una spiritualità che è tanto più personale nella misura in cui è coinvolta nella società ed è più profonda e più interiore nella misura in cui è più aperta verso l'esterno e a partire dall'esterno. Tutto questo richiede un legame tra spiritualità e pratica quotidiana di vita. Ciò non al fine di perdere il contenuto della spiritualità nell'attività, ma di farne un principio e una fonte di trasformazione. Ciò che la Ratio dice della formazione in generale è valido anche per la spiritualità: essa è "esperienziale, cioè è attenta alla vita e ai doni di ogni persona, favorisce l'esperienza concreta dello stile proprio e dei valori francescani nel quotidiano" (47); ed è "pratica in quanto mira a trasformare in opere ciò che si impara" (48). Insiste sul bisogno di formazione che deriva dalla vita e dall'esperienza concreta sia in relazione ai postulanti (cfr. 128,3) sia in relazione ai novizi (cfr. 142), ai professi temporanei (cfr. 153) e a coloro che si stanno preparando a ricevere un ministero (cfr. 175; 177). Le mere dottrine e la mera identificazione ideale non formano. La formazione deriva dal contatto con la realtà, illuminata e vissuta nella fede. È una spiritualità che deriva dal profondo della realtà che ci rende servi che ammirano la vita in tutte le sue forme, soprattutto le forme che sono più minacciate. II. Alcuni obiettivi della formazione per Giustizia e Pace

È importante rilevare i principi spirituali in base ai quali è orientata la formazione. È anche necessario essere più precisi e più concreti. In questa seconda parte esaminerò gli obiettivi che la Ratio assegna alla formazione e quali si collegano con giustizia e pace. In un mondo in cui tutte le rivoluzioni sembrano aver fallito e tutte le utopie sono scomparse, dove lo scetticismo, il sentimento di perplessità, la sensazione di impotenza e l'"ideologia dell'inevitabile" crescono, la formazione francescana deve sforzarsi di formare frati che siano disposti ad incarnare effettivamente il Vangelo nel mondo di oggi. E questo obiettivo non è solo uno tra gli altri obiettivi della formazione; al contrario è quello che rende autentici e dà significato agli altri. Più concretamente, la formazione francescana deve impegnarsi a stimolare tra i frati un triplice atteggiamento e una triplice attività: una visione del mondo in una prospettiva francescana; una reale ed effettiva compassione verso i poveri; un'azione in favore della giustizia nella pace e della pace nella giustizia. 1. Vedere la realtà dalla prospettiva del povero

Questo concetto è espresso bene nella Ratio in un breve articolo che si riferisce al noviziato, ma che è applicabile a tutti gli stadi della formazione: "Il novizio sviluppi le capacità per conoscere, giudicare criticamente e partecipare alla realtà nella prospettiva francescana" (143). Che cos'è la

prospettiva francescana? Senza dubbio quella preferita da Gesù e da Francesco, quella priva in questo mondo di un avvocato o di un alleato. Come tutte le prospettive è parziale, ma è la parzialità di Dio che Gesù fece diventare la buona novella e Francesco una forma di vita. "Conoscere", "giudicare criticamente", "partecipare alla realtà" da quella prospettiva: questo è l'obiettivo della formazione francescana. Il modo in cui vediamo, conosciamo e giudichiamo la realtà è importante. È vero che viviamo in tempi di radicale incertezza, di generale diso-rientamento e istintivamente dubitiamo dei giudizi globali sulla realtà. Ciò, tuttavia, potrebbe anche divenire una tentazione; la tentazione di rinunciare a qualsiasi tipo di giudizio. È vero che viviamo in una "galassia di complessità" (J. Garcia Roca), perciò dobbiamo evitare la semplificazione e non desiderare di ritornare a certezze dogmatiche, a dottrine ideologiche o sistemi onnicomprensivi. Nello stesso tempo è imperativo per il frate minore impegnarsi ad avere - come si dice nella Ratio - "uno sguardo critico sulla società e sul mondo" (162); formarsi "nella sensibilità verso la realtà per vedere i problemi e comprendere le cause di essi" (180); e, ancora di più, acquisire "la visione francescana del mondo e dell'uomo", sviluppando un equilibrato giudizio critico circa gli eventi" (32). Ovviamente un "equilibrato giudizio" non è un giudizio imparziale o neutrale che consciamente o inconsciamente ratifica e supporta situazioni di ingiustizia; è, piuttosto, un giudizio animato dalla chiarezza e dalla parzialità del Vangelo. La Ratio dice anche che la formazione deve cercare di fornire ai frati la capacità di leggere i segni dei tempi, e il grande segno dei tempi è il crescente abisso tra la ricchezza di una minoranza e la miseria di una maggioranza. La formazione cerca di creare e di approfondire una visione lucida e critica del mondo nel frate minore; non una visione neutrale ma una visione che è parziale dalla prospettiva del povero; una visione che guarda a Dio nel mondo e guarda al mondo con gli occhi di Dio. Dobbiamo anche comprendere questi obiettivi in modo simile a ciò che la Ratio indica per gli studi teologici del frate minore, cioè "confrontare la sua fede con i problemi del mondo contemporaneo; ... illuminare e promuovere una 'pratica' personale e sociale della fede" (165); rendere possibile una "comprensione del mondo contemporaneo e della persona umana" (151). Noi non capiremo il mondo moderno e l'essere umano all'interno di esso se non nella misura in cui comprendiamo che la miseria e la fame sono tanto più ingiuste quanto più sono evitabili. Di fronte all'ingiustizia non vi è posto per una teologia imparziale. In questo senso è valido prendere nota di alcune caratteristiche che la teologia dovrebbe possedere secondo i nn. 166-167: "una teologia associata alla preghiera; una teologia vicina alla vita, rivolta all'azione concreta" (166); "una teologia della Creazione, che nutra la lode del Creatore, insegni agli uomini il rispetto del creato, porti una luce di fede ai problemi ecologici del nostro tempo; una teologia e una cristologia che attualizzino la salvezza e la liberazione di Dio in risposta agli appelli e alle necessità dei poveri di oggi; una teologia che orienti verso il rispetto della persona e dei suoi diritti; una teologia che miri alla costruzione di un mondo fraterno (giustizia, pace, ecumenismo) (cfr. MedF 59); una teologia che sia ancorata ad una visione escatologica e trovi in essa la forza per un impegno quotidiano" (167). 2. Una effettiva compassione per i più poveri

L. Feuerbach giudicò correttamente che "la sofferenza precede il pensiero". In effetti solo ciò che è sofferto è conosciuto o, più esattamente, ciò che è sofferto insieme. Il nostro mondo ha più che mai bisogno di "una ragione compassionevole" (J. Sobrino). In questo senso ho dichiarato in precedenza che noi arriviamo a conoscere il mondo d'oggi solo quando prendiamo su di noi il dolore dei poveri. Ma dobbiamo anche dichiarare l'opposto: la conoscenza deve anche portare con sé la compassione, "farsi carico e sostenere" (I. Ellacuría) la sofferenza di quella "popolazione in eccesso", una maggioranza che cresce ogni giorno sul nostro pianeta.

Nel vocabolario francescano questa compassione è chiamata minorità. La Ratio, citando Francesco e le CC.GG., ricorda che i frati sono stati chiamati a vivere "come minori tra i poveri e i deboli" (art. 10; cfr. Rnb 9,2), a vivere "in povertà, umiltà e mansuetudine, tra i più piccoli, senza potere né privilegio", vivendo ognuno "come pellegrino e forestiero [...] fratello e soggetto ad ogni creatura" (22); i frati minori imitano Francesco "scegliendo la vita e la condizione dei poveri, si identificano con essi, servono gli oppressi, gli afflitti e i malati, e si fanno evangelizzare da loro"; i frati facciano "una opzione esplicita per i poveri diventando la voce di coloro che non hanno voce, come strumento di giustizia e di pace" (25). In particolare la Ratio ci ricorda che la formazione deve garantire che i frati scelgano e si dedichino al lavoro "in spirito [...] di minorità, semplicità e condivisione, soprattutto con i piccoli e i poveri di questo mondo" (159). E proprio come l'amore è reale solo quando è concreto, ed è concreto solo quando è esercitato con i più vicini, la compassione verso quelli di poco conto e l'opzione del povero deve cominciare e deve esprimersi in primo luogo nella fraternità, in relazione con i frati della fraternità che sono maggiormente nel bisogno. A questo proposito la Ratio dice, parlando del noviziato, che "rispetto e cura per i frati anziani, malati e deboli" (144) della fraternità costituiscono uno dei criteri per discernere l'idoneità del novizio alla prima professione. Tale minorità-compassione, poiché è un elemento essenziale dell'identità del frate minore, costituisce un obiettivo fondamentale della formazione francescana per giustizia e pace. La formazione deve dunque stimolare nel frate l'identificazione di giudizio e di sentimento, di mente e di cuore con i più piccoli fra tutti: con il Terzo Mondo, con il Quarto Mondo e con quella frangia sociale _ ogni giorno più grande _ che è identificata da ciò che J. Garcia Roca chiama "vulnerabilità", vale a dire tutti coloro che non sono né completamente emarginati né completamente integrati nella società ed hanno un'esistenza precaria: un lavoro precario, relazioni affettive precarie, un precario sentimento della loro vita. Ma per essere evangelici e francescani, l'opzione per il povero deve prendere il suo impulso non da motivazioni di ordine morale né da convinzioni ideologiche, ma da una compassione che emana dal cuore, raggiungendo e trasformando l'intera persona. Allora tale scelta diviene un'esperienza di grazia e può essere vissuta autenticamente come un'espressione di amore gratuito: "fu cambiato per me in dolcezza dell'anima e del corpo". Invero "esiste una forma di amore della giustizia che soffre della minaccia di non amare la gente". All'interno della minorità-compassione, che costituisce un obiettivo fondamentale della formazione, possiamo includere un aspetto sostanziale del carisma francescano: il rispetto del creato. Questo concetto è ripetuto molte volte nella Ratio: cfr. 21; 56,3c; 156; 162. Che cosa significa rispetto del creato? Significa ammirazione e considerazione per tutto ciò che esiste, perché è creatura di Dio e possiede la dignità di un fratello ed in essa Cristo è presente ed è incontrato (cfr. 12). La Ratio sottolinea che questo rispetto del creato è uno dei criteri per l'idoneità di un frate alla professione solenne (156). La formazione dovrebbe aiutare a scoprire che l'ecologia non è questione della preoccupazione egoistica di una società opulenta, né manifestazione superficiale di qualche spiritualità borghese, ma piuttosto qualcosa che è proprio al cuore della fede di Francesco: la comprensione delle creature come soggetti e non meri oggetti di manipolazione e consumo umano e il sentimento di rispetto per l'inviolabile diritto di ogni creatura. La formazione dovrebbe aiutare a scoprire che il problema ecologico è precisamente il diritto all'esistenza di ogni creatura e alla sopravvivenza di quelli che vengono dopo di noi sulla madre terra. Queste sono dunque le preferenze essenziali della mente e del cuore, che la formazione dovrebbe stimolare e rinforzare nei frati. Per realizzarle è indispensabile stabilire una pedagogia che sia concreta, operativa, coerente e parte di un processo che, evidentemente, la Ratio non può offrire.

Come possiamo essere sicuri che i criteri di giudizio e le scelte pratiche dei frati in formazione stanno prendendo forma dalla compassione-minorità? Come possiamo accingerci a purificare e rendere autentiche le idealizzazioni del tutto superficiali di molti candidati? Come possiamo sostituire le opinioni e le abitudini proprie dei più privilegiati nel nostro mondo, rimpiazzandole con le preferenze di Gesù e Francesco? Come possono queste preferenze essere motivate e spiritualmente consolidate, soprattutto partendo dal noviziato? Come possiamo offrire durante i voti temporanei livelli di esperienza e incontro reale con persone molto povere, cosicché questa scelta possa continuare a mettere radici nella vita di tutti i giorni? Queste sono questioni vitali per i formatori e per coloro che sono in formazione. Altrimenti giustizia e pace corrono il rischio di essere ridotte, come così spesso accade, a un vago desiderio o a una formula vuota. 3. Azione in favore della Giustizia nella Pace e in favore della Pace nella Giustizia

L'azione per la giustizia e l'azione per la pace sono inseparabili e coincidono. Rappresentano un unico obiettivo e nella formazione è impossibile separarle. Il frate minore, dice la Ratio, "opera per la giustizia e la pace, e rispetta la creazione" (21); egli deve convertirsi in uno "strumento di giustizia e di pace" (25; 32), in un "messaggero della giustizia, della pace e della riconciliazione" (180a). Ciò costituisce l'obiettivo della formazione francescana ed il suo stesso parametro. Una "ricerca della giustizia e della pace" (56,2b) figura tra i principi specifici della crescita cristiana per coloro che sono in formazione; il "senso di giustizia, pace e rispetto del creato" (156) è presentato tra i criteri per l'idoneità alla professione solenne. L'efficacia "nell'impegno di trasformare la società nel senso della giustizia, della pace e del rispetto alla creazione" (162) è inclusa fra gli obiettivi della formazione in generale. Riassumendo, la giustizia e la pace insieme con il rispetto del creato formano un principio, un criterio e un obiettivo della formazione. In linea con la Ratio vediamo di essere più specifici. Per quanto riguarda l'azione in favore della giustizia, nel grado in cui gli emarginati e i "vulnerabili" nel nostro mondo e nella nostra società sono vittime dell'ingiustizia, la compassione per loro deve essere cambiata in azione contro l'ingiustizia e in azione in favore della giustizia. La Ratio sottolinea: "Il frate minore si rende sensibile e lavora per eliminare ogni forma di ingiustizia e le strutture disumanizzanti nel mondo" (25); e: "Il frate minore [...] è pronto a denunciare con vigore tutto ciò che è contrario alla dignità umana" (34). Anche tale elemento appartiene all'obiettivo essenziale della formazione, né la Ratio omette di indicare una linea di azione per la giustizia che dovrebbe sempre essere ricordata e messa in pratica, cioè che è importante che il frate minore "curi i destinatari della carità, perché diventino protagonisti della loro promozione umana e della loro liberazione". Perciò il lavoro per la giustizia è inseparabile dal lavoro per la pace, proprio come il lavoro per la pace è inseparabile dal lavoro per la giustizia. Se "giustizia è il nome della pace" (Paolo VI), pace è il nome della giustizia pienamente realizzata. La Ratio insiste nella prima parte che il frate minore è chiamato ad essere un "uomo di pace" (28) e un "messaggero di riconciliazione e di pace" (3), a vivere come una persona "riconciliata e pacifica" (22); "come araldo della pace, la porta nel cuore e la propone agli altri" (34; cfr. CC.GG. 68,2). Un "impegno di riconciliazione e di perdono" (56, 3c) dovrebbe distinguere la crescita di una persona in formazione francescana e uno "spirito di misericordia e di riconciliazione" (156) è un criterio per l'idoneità alla professione solenne. Evidentemente avere "uno spirito di misericordia e riconciliazione" non significa essere pusillanimi in situazioni di conflitto e ingiustizia. La formazione a essere "un uomo di pace", un "araldo di pace", non significa insegnare ad evitare i conflitti, ma preparare a confrontarsi con essi. La formazione deve essere attenta a che le persone in formazione continuino ad acquisire la "capacità di comunicare e di affrontare i conflitti" (56, 1b), cominciando dalla propria fraternità. La propria

fraternità è il primo posto in cui i frati devono "promuovere la capacità di comunicazione, di risoluzione dei conflitti" (64). Infine è importante sottolineare che lottare per la giustizia nella pace e per la pace nella giustizia è un compito pieno di rischi e soggetto ad errori. Chiunque voglia essere uno strumento di giustizia e di pace deve imparare ad affrontare la complessità e l'incertezza e anche l'ambiguità e gli errori. Deve imparare come entrare nei conflitti senza scendere a patti con l'ingiustizia e senza cedere ad alcun sentimento di ostilità o rancore. Ciò richiede grande libertà interiore e coraggio di spirito; tuttavia tale forza non è la caratteristica dei superuomini, ma di coloro che riconoscono di essere poveri e perdonati, indigenti e pieni di grazia. III. Alcuni spazi ed alcune istanze formative derivanti da Giustizia e Pace Avendo sottolineato, seguendo le indicazioni della Ratio, che giustizia e pace costituiscono un fondamento spirituale e un obiettivo per la formazione, vorrei mettere in evidenza in terzo luogo che giustizia e pace indicano un'area e un mezzo per la formazione, un'istanza e un fattore di formazione. Se ogni spiritualità, come ogni conoscenza e azione, è condizionata dal luogo e dal contesto, lo stesso deve essere detto della formazione. La formazione non è una trasmissione di idee ma di vitalità, né un programma di informazione, ma un cammino di trasformazione. In ultima analisi la formazione, come la spiritualità stessa, è un modo di vivere, e la vita viene insegnata e appresa soprattutto attraverso l'adattamento e il contatto, attraverso l'intuizione e l'affetto. In definitiva si costruisce a partire da uno stile di vita. In questa terza parte intendo evidenziare tre caratteristiche di giustizia e pace come area a partire dalla quale il frate è formato: fedeltà al mondo, inserimento-inculturazione, dialogo. 1. Fedeltà al mondo d'oggi

Nella Ratio incontriamo frequentemente le espressioni "nostro tempo", "mondo di oggi", "uomini di oggi" (3; 15; 35; 66; 132; 137; 145;...) e anche "fedeltà alle esigenze del mondo di oggi", "fedeltà ai segni dei tempi" (Presentazione), o semplicemente " fedeltà all'uomo e al nostro tempo" (15)... Che cosa significa fedeltà? In primo luogo essa indica "attenzione". Nell'espressione della Populorum Progressio, ripresa dalla Ratio, essa richiede che i frati siano "attenti all'uomo, a tutto l'uomo, a tutti gli uomini" (157); che la formazione sia "attenta ai rinnovati appelli del mondo e della Chiesa" (50), che il frate in formazione sia "attento ai segni dei tempi" (26; cfr. 32); che la Casa di formazione sia "attenta al mondo e alla sua storia, alla precisa realtà sociale" (79). La fedeltà al mondo e alle persone di oggi evidentemente non è un'adesione servile ed acritica, ma un atteggiamento di vigilanza e accettazione, che non significa conformità o facile adattamento, ma ascolto vigile delle voci, dei richiami e delle domande della gente di oggi. Fedeltà significa anche una risposta agli attuali bisogni del mondo. Parlando del programma di formazione dei professi temporanei si è detto che noi dobbiamo rispondere "alle aspettative e alle necessità del mondo contemporaneo" (150), e questo presuppone una comprensione del mondo moderno (cfr. 151,3), una risposta che ascolta, che comprende, e ancora di più: comunione. La formazione deve incoraggiare una comunione profonda con il mondo e le persone d'oggi. Parlando del noviziato, la Ratio dice che "il novizio si prepara a vivere teoricamente e praticamente [...] una più profonda comunione con gli uomini di oggi nella loro realtà storica, sociale, politica, culturale e religiosa" (137; cfr. CC.GG. 127,3; 130). La formazione nello spirito di giustizia e pace richiede un ascolto attento, una risposta positiva, una comunione profonda con il mondo in cui viviamo, contro le tanto frequenti tentazioni di rimproverare e censurare. Dobbiamo impegnarci nella formazione in armonia con le persone di oggi piuttosto che nella condanna di esse, così come camminare con loro piuttosto che imporre noi stessi, essere compagni piuttosto che impartire avvertimenti autoritari.

La fedeltà al mondo reale richiede, fondamentalmente, un costante sforzo creativo da parte dei formatori e di coloro che sono in formazione. La Ratio sottolinea che i frati fanno sforzi creativi per scoprire nuovi modi per promuovere e diffondere i valori del Vangelo. Tale, dice la Ratio, è la fonte del bisogno di una formazione permanente. Formazione significa aprirsi "a nuove forme di vita e di servizio" (50) e "adattarsi continuamente alle necessità della Chiesa e del momento storico" (180a). Il Vangelo è sempre nuovo perché è una notizia sempre sconosciuta e perché vi sono un annuncio e un ascolto nella storia umana che cambiano sempre. Esso è ancor più mutevole nel nostro tempo di trasformazioni accelerate, dove gli schemi e le soluzioni di ieri oggi falliscono, dove ogni nuova trasformazione porta con sé nuove ingiustizie e dove tutta l'ingiustizia acquista dimensioni planetarie. In tale tipo di mondo, la formazione deve aiutare a tenere i nostri occhi spalancati e la nostra intera esistenza libera, al servizio degli altri, e creativa. 2. Inserimento nella vita e nella cultura della gente

La Ratio insiste che la vita stessa nella fraternità e nel mondo è il luogo più appropriato e il miglior mezzo di formazione. "La formazione francescana avviene nella fraternità e nel mondo reale" (43). Per una visione evangelica e francescana, la realtà più brutale nel mondo in cui viviamo è il contrasto tra la ricchezza di alcuni e la povertà di altri. La formazione francescana, quindi, richiede inserimento _ che può essere molto vario, ma che deve essere autentico _ nella realtà dei più poveri del mondo, nei loro ambienti e nella fraternità stessa. È necessario che il frate in formazione "si inserisca attivamente nella vita sociale e comunitaria" (45). Tale caratteristica è valida per tutte le fasi della formazione, ma è particolarmente applicabile al periodo della professione temporanea: "Il frate in professione temporanea si inserisca e sia solidale con la realtà del mondo e con la problematica del Paese nel quale è chiamato a vivere la sua vocazione" (155). "La formazione pratica a qualsiasi servizio ministeriale si realizza anzitutto nella esperienza quotidiana di vita nella fraternità, nella comunità ecclesiale, nella società e in particolare tra i poveri" (177). Le parole "in particolare tra i poveri" definiscono sempre ciò che è caratteristico di Gesù e Francesco e, conseguentemente, definiscono anche l'aspetto peculiare del luogo della formazione francescana. La formazione francescana non solo ha il suo posto nello spirito di minorità, ma deriva anche dall'esperienza della minorità. Evidentemente le forme di inserimento possono essere diverse, ma l'effettiva vicinanza e l'esperienza della realtà del mondo in cui il frate in formazione vive è una condizione e un mezzo, così come un obiettivo, della formazione che è per e derivante da giustizia e pace. Ciò acquista una speciale validità nella formazione permanente: "La formazione permanente avviene nel contesto della vita quotidiana del frate minore, nella preghiera e nel lavoro, nelle sue relazioni sia interne sia esterne alla fraternità, e nel rapporto col mondo culturale, sociale e politico in cui egli si muove" (58). L'esperienza della vita reale nel mondo reale è, in ultima analisi, ciò che forma. Come applichiamo noi questo criterio e lo mettiamo in pratica? La Ratio non dà i dettagli _ il che è comprensibile. Comunque è interessante sottolineare che essa considera la possibilità di "piccole fraternità formative tra i poveri" (cfr. 80). Una delle esigenze fondamentali dell'inserimento è l'inculturazione. La Ratio esprime il seguente principio: "La formazione francescana è inculturata nelle condizioni di vita, dell'ambiente e del tempo in cui si svolge" (49). Essa dice anche che la formazione dei professi temporanei deve includere una "introduzione alla comprensione della cultura propria e della religiosità popolare" (151,3); e che la preparazione del frate minore al servizio dell'evangelizzazione richiede "la disponibilità all'inculturazione e alla valorizzazione della religiosità popolare; [...] la vicinanza alla vita e al linguaggio del popolo; la conoscenza e il dialogo con le altre religioni e culture" (179).

Tutto questo impone un'ovvia richiesta ai formatori: "I formatori cerchino di integrare il loro lavoro nel contesto culturale dei luoghi in cui sono chiamati a servire" (100). La cultura è l'intero aggregato dei riferimenti di significato, dei valori di condotta, degli orizzonti simbolici che formano e motivano la vita di individui e popoli; la cultura è il sostrato che dividiamo con coloro che ci sono più vicini, ma anche, allo stesso tempo, quello che ci permette di avvicinarci e comprendere coloro che sono più lontani, quello che ci permette di instaurare un dialogo e una ricerca comune. È possibile e necessario aprirsi dalla propria cultura a quella degli altri. Infine, è la cultura degli altri che ci permette di comprendere noi stessi a una profondità maggiore. La cultura, pertanto, non è un mero adattamento, ma una penetrazione fino alla radice vitale di individui e popoli, che ci consente non solo di annunciare la buona novella, ma anche di riceverla da essi. L'incontro e il confronto sono il luogo privilegiato per una formazione che voglia essere di servizio alla giustizia e alla pace. 3. Dialogo e rispetto della diversità La Ratio insiste sul dialogo sia all'interno che all'esterno della fraternità: un frate vive "nell'ascolto e nel dialogo" (23), nel "rispetto della diversità" (75) all'interno della fraternità e "in dialogo con gli uomini del proprio tempo" (33). Egli "coltiva l'atteggiamento di benevolenza e di dialogo nei confronti delle diverse culture e religioni" (26). Nella casa di formazione dovrebbe prevalere "un'atmosfera di confidenza, dialogo e cortesia" (76). I formatori dovrebbero possedere "la capacità di lavorare insieme, di dialogare e ascoltare gli altri frati" (84). "Un allenamento all'ascolto attivo" (163) è uno dei maggiori obiettivi dello studio delle scienze umane. "Dialogare con gli altri cristiani, con le altre religioni e con gli agnostici" (165) è uno degli obiettivi della formazione teologica. "La conoscenza e il dialogo con le altre religioni e culture" (179) è uno dei requisiti per la preparazione ministeriale. Ogni luogo del nostro mondo è sempre più un bivio in cui ci troviamo alla insostituibile e irriducibile presenza dell'altro _ l'altro con il suo linguaggio e la sua logica, la sua religione e il suo codice morale, la sua etica e la sua politica. Abitiamo un mondo che ogni giorno di più diventa il nostro villaggio, ma nondimeno è sempre più pluralista. La cosiddetta postmodernità è essenzialmente il risultato del radicale pluralismo della nostra società. In particolare oggi si impongono culture e religioni sconosciute per secoli e messe in disparte dal nostro occidente cristiano e dalla nostra Chiesa eurocentrica. Sono culture e religioni che in nessun modo possono essere ridotte a ciò che già conoscevamo di esse o credevamo che fossero. Sono culture e religioni che perturbano le nostre sicurezze e contraddicono le nostre vanità, e così ci convertono e ci incitano a credere in un mondo più umano e in un Dio più umano. Il pluralismo è una delle più grandi sfide per la formazione: essa deve aiutare ad accettare questo pluralismo in modo positivo e, ancor più, in modo tale da far sì che questo pluralismo si trasformi in stimolo e mezzo di formazione, in esercizio di crescita e di ricerca comune, senza cadere nello scetticismo o nel dogmatismo, senza abbandonarsi al qualunquismo o all'intolleranza. L'angusta strada da seguire è il dialogo, che consentirà al crocevia di divenire un luogo d'incontro, consentirà alla differenza di diventare un dialogo e permetterà alla divergenza di divenire una strada comune verso la giustizia e la pace. In conclusione, la formazione contribuisce alla giustizia e alla pace nel mondo, avviando i frati ad una spiritualità incarnata nella sequela di Gesù e nella fede in un Dio che sta dalla parte dell'uomo. Essa porta i frati a guardare il mondo con gli occhi di Dio e a compromettersi con lui, coinvolgendosi nella compassione del Crocifisso. Insegna ai frati a crescere come esseri umani e come credenti dal punto di vista dell'inserimento nel mondo e del dialogo con la gente.

José Arregui OFM

PARTE 2
TEMI DI SPECIFICO INTERESSE Come abbiamo detto nell'introduzione alla presente sezione, questa seconda parte è composta di sette temi specifici che oggigiorno rivestono grande importanza sociale ed ecclesiale. Il numero avrebbe potuto essere maggiore; tuttavia, non potendo ampliare il sussidio, abbiamo selezionato questi come i più appropriati e di maggiore interesse per realizzare il nostro carisma. Ogni tema ha un breve sviluppo teorico che non pretende di essere esaustivo, ma piuttosto fa una presentazione del tema per stimolare la riflessione e l'azione. A completamento di questo sviluppo teorico vengono riportate esperienze e testimonianze di frati di tutto il mondo. La parte teorica dei vari temi, essendo stata scritta da autori diversi, può presentare alcune ripetizioni. Ciononostante abbiamo deciso di non modificarla, perché questa sezione non deve essere letta tutta in una volta, ma ciascun capitolo dovrebbe piuttosto essere consultato ed elaborato separatamente. Alla fine di ciascun tema o capitolo si trova un lungo questionario. La ragione, in effetti, sta nel suo carattere strumentale. Se questi capitoli devono essere usati per gli incontri sulla formazione, sia iniziale che permanente, o anche negli incontri di riflessione con i laici, la lunga lista di domande potrà meglio facilitare la riflessione del gruppo. Temi: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. L'opzione per i poveri Operatori di pace Salvaguardia del creato / Giustizia ambientale La vita I diritti umani: individuali e collettivi Le donne e il carisma francescano-clariano Dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale

1. l’opzione per i poveri

Costituzioni Generali OFM, Articolo 97 1. Sull'esempio di san Francesco, che Dio condusse fra i lebbrosi, tutti i frati facciano una scelta che privilegi gli emarginati, i poveri, gli oppressi, gli afflitti, gli infermi e, lieti quando possono stare in mezzo a loro, "usino ad essi misericordia". 2. In comunione fraterna con tutti coloro che in questo mondo sono socialmente i minori e rendendosi conto della condizione di coloro che sono i veri poveri nell'evoluzione del mondo d'oggi, i frati si adoperino perché siano gli stessi poveri a prendere coscienza della loro dignità di uomini, la difendano e la facciano valere. Dalla vita di Francesco... Il suo abbraccio al lebbroso, alla persona emarginata all'interno della società medievale, fu per Francesco il momento riconosciuto della conversione; dopo questa esperienza Francesco lasciò il mondo per vivere tra i lebbrosi e ciò che prima era stato amaro ora era dolcezza e luce (cfr. Testamento). La sua identificazione con i lebbrosi fu qualcosa di più che pietà o protesta sociale. Il lebbroso aiutò Francesco a capire il suo posto nella vita, il suo posto davanti a Dio. Egli comprese di essere un uomo povero, come ogni persona che nasce nuda e muore nuda, sine proprio davanti a Dio. I frati della sua comunità erano conosciuti come minores, uomini che vivevano senza appropriarsi di nulla. In effetti Francesco scelse di camminare per tutta la vita con i poveri come uno di loro. Egli si accompagnò ad essi e a tutti coloro che riuscivano a comprendere che la loro identità dipendeva completamente da Dio. Nessuno avrebbe dovuto dominare sull'altro. Il rammarico per aver rifiutato un mendicante quando lavorava nel negozio di suo padre, portò Francesco a decidere di "non negare mai più nulla di quanto gli venisse domandato in nome di un Signore così grande" (3 Comp 3). Francesco aveva un profondo amore e rispetto per i poveri, che vedeva come l'immagine di Cristo, il Figlio di una madre povera (cfr. 2 Cel 83). Un giorno, quando un frate si rivolse duramente a un povero, Francesco disse al frate: "Chi tratta male un povero, fa ingiuria a Cristo, di cui quello porta la nobile divisa, e che per noi si fece povero in questo mondo" (1 Cel 76). Quando vedeva qualcuno nel bisogno, Francesco era addolorato. Durante la stagione fredda chiedeva ai ricchi un mantello che potesse passare a qualche povero. Una volta Francesco

invitò un povero a benedirlo quando lo stesso padre lo malediceva (cfr. 2 Cel 12). Se Francesco non poteva offrire assistenza materiale, "offriva il suo affetto" (LegM 8,5) e affermava che i poveri hanno diritto all'elemosina (cfr. ibid.). Francesco volle che i ricchi facessero provviste extra per i poveri e gli affamati a Natale (cfr. 2 Cel 200). Egli punì un frate che aveva parlato aspramente a un povero. Il Poverello diceva che la povertà e la malattia di una persona sono uno specchio in cui "dobbiamo scorgere con amore la povertà e infermità del Signore nostro Gesù Cristo, le quali egli portò nel suo corpo per la salvezza del genere umano " (Legper 89). L'amore di Francesco per i poveri non significa che egli disprezzasse i ricchi. Francesco ammonì i suoi frati di non disprezzare coloro che "vedono vestiti di abiti molli e colorati ed usare cibi e bevande delicate" (Rb 2,17). Tutti i membri della fraternità erano uguali, qualunque fosse la loro estrazione sociale; nessuno doveva attaccarsi al proprio ufficio all'interno della fraternità. Egli chiamò i suoi frati "Ordine dei Frati Minori" _ dei fratelli più piccoli _, perché fossero soggetti a tutti (cfr. 1 Cel 38). L'opzione per i poveri Attraverso i secoli i francescani si sono sentiti sfidati a fare proprie le parole di Francesco: "La Regola e la vita dei Frati Minori è questa: osservare il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio, e in castità". Mentre ogni voto ha presentato le sue difficoltà particolari, si può senza dubbio affermare che la povertà ha generato il maggiore numero di discussioni e le più aspre polemiche. Nel corso degli anni la controversia si è centrata sulla questione se fosse possibile o no vivere la povertà radicale di Gesù Cristo, come abbracciata da Francesco e dai suoi primi seguaci. Le discussioni intellettuali hanno prestato poca attenzione alla situazione concreta dei poveri, poiché la questione non era considerata essenziale per la controversia. Gli sviluppi contemporanei, invece, hanno reso oltremodo importante includere il povero nella riflessione sul significato del nostro voto di povertà. Il lamento insistente che si leva dal Terzo Mondo, che è servito da catalizzatore per vari documenti del Concilio Vaticano II e per numerosi pronunciamenti papali, ci rende consapevoli della povertà disumanizzante che è tipica della situazione di così tanti nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo. L'Ordine dei Frati Minori è stato scosso da questo clamore ed è attualmente coinvolto nel processo di ridefinizione della sua vita e della sua missione dalla parte dei più piccoli del popolo di Dio. Nelle Costituzioni Generali promulgate nel 1987, l'Ordine evidenzia il bisogno di rendere il povero parte integrante della nostra vita e delle nostre opere. L'articolo 66,1 dichiara: "Per seguire più da vicino l'annientamento del Salvatore e configurarsi più chiaramente ad esso, i frati abbraccino la vita e la condizione di coloro che nella società sono i più piccoli e tra questi vivano come minori; da questa posizione sociale debbono contribuire all'avvento del Regno di Dio". L'articolo 78,1 dichiara: "Poiché la Regola concede ai frati di scegliere le attività che risultano più utili, secondo i tempi, i luoghi e le esigenze, si dia la preferenza a quelle nelle quali risulta più chiara la testimonianza della vita francescana. In particolar modo si privilegi l'aspetto della solidarietà e del servizio verso i poveri". L'articolo 97 afferma: "Sull'esempio di san Francesco, che Dio condusse fra i lebbrosi, tutti i frati facciano una scelta che privilegi gli emarginati, i poveri, gli oppressi, gli afflitti, gli infermi e, lieti quando possono stare in mezzo a loro, 'usino ad essi misericordia'. In comunione fraterna con tutti coloro che in questo mondo sono socialmente i minori e rendendosi conto della condizione di coloro che sono i veri poveri nell'evoluzione del mondo d'oggi, i frati si adoperino perché siano gli stessi poveri a prendere coscienza della loro dignità di uomini, la difendano e la facciano valere". In molti altri punti le Costituzioni esortano i frati ad essere consapevoli dei poveri e ad includerli nella elaborazione della nostra vita in comune. La terminologia contemporanea ha classificato

questa inclusione dei poveri una "opzione preferenziale per i poveri". Che cos'è questa "opzione", divenuta così centrale nel progetto francescano? Ne Il Nuovo Dizionario del Pensiero Sociale Cattolico (Edizioni Liturgiche, 1994), Donal Dorr tratta l'argomento della "opzione preferenziale per i poveri". Egli sostiene che una tale opzione è un impegno a "respingere l'ingiustizia, l'oppressione, lo sfruttamento e l'emarginazione delle persone che permeano pressoché ogni aspetto della vita pubblica. È un impegno a trasformare la società in un luogo dove i diritti umani e la dignità di tutti sono rispettati". Ciò viene fatto generalmente da coloro che non sono poveri e che hanno raggiunto una relativa ricchezza o un certo prestigio. Essi scelgono di rinunciare almeno a una parte di questa ricchezza o di questo prestigio e di identificarsi con i bisognosi. Una tale scelta è molto spesso basata su una profonda comprensione della fede cristiana. Essa include anche una dimensione politica, dal momento che ci sono alcuni che, quando arrivano a vedere le ingiustizie esistenti nella società, scelgono di mettersi dalla parte dei più deboli. Una volta che i frati considerano che questa opzione è fatta in favore di tali persone, possono estendere il loro interesse al di là dei poveri in senso stretto, cioè le persone economicamente svantaggiate, fino a comprendere tutti coloro che sono privati dei fondamentali diritti politici, culturali o religiosi. In questa definizione possiamo includere le donne, le vittime della discriminazione razziale e quanti soffrono l'ingiustizia derivante dalle strutture. Dorr sottolinea che le persone che fanno questa opzione per i poveri sono animate da uno spirito di compassione. Una tale opzione, che prima di tutto richiede un atteggiamento di solidarietà con i poveri nelle loro sofferenze, in pratica ha a che fare con il nostro stile di vita: "il tipo di cibo che mangiamo, gli abiti che indossiamo, il modo in cui le nostre case sono arredate". In modo ancora più importante, tuttavia, tocca questioni quali "l'area in cui viviamo, gli amici che coltiviamo, i tipi di lavoro che intraprendiamo e gli atteggiamenti e lo stile che adottiamo nel fare tutte queste cose". La compassione richiede anche un impegno all'azione, che cerca di sconfiggere l'ingiustizia derivante dalle strutture. L'azione effettiva include l'analisi accurata di una situazione, il cosciente distanziarsi da coloro che sono colpevoli di ingiustizia, oltre all'azione progettata e concertata a livello politico per sfidare l'ingiustizia e, inoltre, l'elaborazione di alternative realistiche. Infine, nel processo di opzione per i poveri, dobbiamo fare molta attenzione a non trasformare i poveri nell'oggetto delle nostre azioni, per quanto ben intenzionate esse possano essere. La lotta è quella dei poveri: essi devono essere i soggetti di questa lotta. Il nostro ruolo sarà sempre definito in relazione a questa realtà centrale. Francesco come modello I francescani si sono sempre rivolti a Francesco come a una fonte di ispirazione e rinnovamento. Nel cercare di integrare l'"opzione per i poveri" nel nostro approccio alla vita e al ministero, sorge la domanda se Francesco può servire come modello per la nostra ricerca. La risposta, per essere chiari, è sia sì che no. In Nova Vita di San Francesco (Carucci, 1981), Arnaldo Fortini spiega con dettagli accurati la struttura sociale del mondo di Francesco. Fu un'epoca di imponenti trasformazioni, in cui le strutture del feudalesimo lentamente cedevano il posto a quelle del capitalismo nascente. Il feudalesimo fu caratterizzato dai maiores e dai minores, dai maggiori e dai minori. Questi termini latini erano usati per misurare e classificare il potere, la virtù, la nobiltà e l'autorità dei vari membri della società. I signori detenevano il dominio attraverso il controllo delle terre e la creazione di latifondi significò per la gente del popolo che quasi tutti divennero servi della gleba. Anche i liberi agricoltori dovettero rivolgersi al signore per ottenere protezione, ma, per l'accresciuta importanza delle città e del commercio come pure per l'inesorabile sviluppo dell'economia fondata sul denaro, i signori si ritrovarono sempre più preoccupati dell'ascesa dei minori, inclusi i mercanti, gli artigiani e i lavoratori dei campi. Queste classi inferiori si opponevano sia ai pedaggi imposti dai maiores sia all'odiato sistema del lavoro forzato. Francesco apparteneva a una famiglia della classe media

benestante di Assisi, la cui fortuna era legata al commercio di tessuti. Come tale, in gioventù Francesco partecipò al cambiamento sociale dell'epoca. Nel 1198, quando aveva sedici anni, Francesco fu testimone della caduta della rocca maggiore, la fortezza che era il simbolo del feudalesimo di Assisi. Il decennio successivo fu caratterizzato da massacri e violenze quando i maiores lottarono per conservare il loro dominio in circostanze sempre più difficili. Fu in quel periodo che Francesco udì la chiamata di Dio a seguire il vero Signore. Tutti i biografi testimoniano il fatto che Francesco, quando cercò di scoprire che cosa Dio volesse da lui, mostrò una speciale tenerezza verso i poveri, con la predilezione per i più poveri dei poveri, i lebbrosi. In Francesco d'Assisi. Una alternativa umana e cristiana (Cittadella, 1982), Leonardo Boff dichiara che il santo si convertì prima ai poveri, i crocifissi della società, e successivamente a Gesù Cristo crocifisso. In vari passi delle sue Vite, il Celano testimonia la compassione di Francesco per i poveri e la sua tenera cura dei lebbrosi. Il Celano aggiunge che i primi frati seguirono le orme del loro fondatore. Il cammino di Francesco lo indusse a sfidare le strutture feudali in due modi. Primo, egli rifiutò di accettare le ricchezze e i privilegi destinati ad essere riservati ai maiores, e si mise dalla parte dei poveri che erano odiati e oppressi, e dei lebbrosi che erano detestati, segregati ed esclusi dalla società. Francesco guardava ai poveri non dal punto di vista dei ricchi, ma attraverso gli occhi degli stessi poveri, e scoprì in questo modo il valore dei poveri. Secondo, nel suo approccio alla vita in comune cercò di infrangere la gerarchia feudale trattando tutti come "fratelli". In 2 Cel 191, si riporta il desiderio di Francesco che nel suo gruppo i maiores si unissero ai minores, che i sapienti si unissero ai semplici. Il suo modo di fare non era teorico, ma esistenziale, per questo si opponeva alle distinzioni di classe rendendo tutti i suoi seguaci "fratelli" su uno stesso piano. Tuttavia, sia Fortini che Boff chiariscono ampiamente che l'opzione di Francesco per i "minores" del suo tempo non fu una scelta per i minores che si stavano costituendo come nuovo raggruppamento sociale. I minores, come rilevato più sopra, includevano i mercanti, gli artigiani e i lavoratori dei campi. Come classe sociale essi erano ansiosi quanto i maiores di partecipare all'accumulo della ricchezza e al potere che alla ricchezza si accompagna. In questa prospettiva, Fortini, nel capitolo VIII del suo libro, raccomanda prudenza nel trattare la relazione del movimento francescano con il crescente movimento mirante all'istituzione di un comune ad Assisi. Nel commentare il patto sociale del 1210 che concluse anni di ostilità tra le differenti classi di Assisi, Fortini sostiene che esso non si verificò come risultato dello spirito di armonia ispirato da Francesco e dai suoi seguaci, ma fu piuttosto orientato ad aumentare il potere del comune. Afferma inoltre che è assolutamente sbagliato considerare il movimento francescano come conseguenza della rivolta dei minores. Piuttosto: "La nuova società comunale deriva [...] da un desiderio di espansione commerciale. Vede nella guerra il mezzo per ottenerla. Oppone l'orgoglio dei mercanti all'orgoglio dei signori feudali. Basa la sua principale forza sociale sulla ricchezza e sull'imprenditoria. Sancisce la vendetta contro coloro che la offendono. Era crudele nell'infliggere castighi e punizioni. Questa società di persone avide, violente, litigiose, ambiziose e brutali era la perfetta antitesi del francescanesimo, come Francesco era l'antitesi di Pietro Bernardone". Così l'uso del termine "minori" da parte di Francesco per descrivere i suoi frati non derivava dal nome di una classe o di una fazione, bensì dall'aggettivo che indica "i più umili, gli inferiori, coloro che prendono ordini piuttosto che darli". Boff aggiunge che Francesco scelse di cambiare la sua classe sociale, passando dalla posizione di ricco borghese a quella di chi vive con e come i poveri. Perciò Francesco può essere un modello per noi oggi quando scegliamo di fare una "opzione preferenziale per i poveri". Egli fu capace di "liberare" i poveri poiché diede loro un rinnovato senso della loro dignità e del loro valore come esseri umani. La sua scelta intuitiva dei poveri, come luogo privilegiato per incontrare Gesù Cristo povero e crocifisso, e la sua intuizione di come la povertà ci aiuti a purificare le nostre menti e i nostri cuori per meglio ricevere sia Dio che l'altro, rimangono una ispirazione senza tempo per noi che vorremmo seguire le sue orme. Tuttavia non possiamo aspettarci da Francesco la consapevolezza di un uomo del nostro tempo per quanto

riguarda la problematica che ruota attorno a questa opzione. Sebbene sia stato capace di vedere le conseguenze delle divisioni sociali caratteristiche del feudalesimo e abbia intuito il significato dell'ascesa dei minores nei Comuni, Francesco non ebbe la consapevolezza della "ingiustizia strutturale", né fu in grado di assumere un impegno "politico" per correggere tale ingiustizia. Nello spirito di Francesco, noi che siamo capaci di fare queste distinzioni, siamo chiamati a studiare le cause e i meccanismi dell'ingiustizia strutturale e il processo da compiere per una "opzione preferenziale per i poveri", che stette così a cuore sia a Gesù Cristo che a Francesco d'Assisi. I francescani e una rinnovata chiamata alla opzione per i poveri Già durante la vita di Francesco, la questione della povertà divenne motivo di controversia tra i frati. Non è sorprendente, allora, che poco più di trent'anni dopo la morte di Francesco, quando Bonaventura fu eletto Ministro Generale dell'Ordine, egli fosse subito coinvolto nella controversia e trovasse necessario difendere la virtù così cara al cuore del suo fratello spirituale. Nella sua prima lettera enciclica, Bonaventura richiamò i frati ai loro obblighi: "I frati stanno interessandosi troppo di sepolture e lasciti. Le residenze dei frati stanno cambiando frequentemente e con grande spesa [...] (il che) denota capricciosità e compromette la nostra povertà. [...] Infine, le spese stanno crescendo a un livello inconsueto". Nelle sue Istruzioni per i Novizi, Bonaventura ricorda ai suoi lettori che la povertà è "il fondamento primario dell'intero edificio spirituale". Egli incoraggia ulteriormente i frati ad "abbracciare la povertà con tutte le forze, poiché come testimoniano le Scritture, essa è un albero di vita per quelli che ad essa si attengono, e coloro che ad essa si stringono sono chiamati beati (cfr. Prv 3,18). Perciò, se mantenete la santa povertà sino alla fine, entrerete nel regno dei cieli, come la Verità stessa ha promesso: 'Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli' (Mt 5,3)". Ma pur con tutta la sua preoccupazione, Bonaventura differì da Francesco nel trattare la questione della povertà. La conversione di Francesco si compì attraverso il contatto con coloro che erano i più disprezzati della società e la sua vocazione fu sostenuta dal costante incontro con Gesù Cristo povero e crocifisso nei poveri e attraverso i poveri del mondo che erano altrettanto crocifissi. Il suo fu un approccio relazionale alla povertà, in cui coloro che soffrivano gli effetti della povertà concreta nella loro vita giocavano un ruolo essenziale. Di contro, la povertà difesa da Bonaventura era più un'entità a sé stante, che poteva essere valutata senza riferimento ai poveri del mondo. Essa si prestava alla discussione erudita e così si preparò il terreno per secoli di dibattito sul concetto di povertà con scarso riguardo a coloro che, di fatto, erano poveri e vivevano tale condizione nella carne. Oggi vi è una nuova urgenza per i francescani di riconsiderare la questione della povertà o, per esprimerci in maniera più attuale, di fare una "opzione preferenziale per i poveri". Noi francescani, messi di fronte all'enorme povertà delle masse di nostri fratelli e sorelle nel mondo, siamo sfidati a rinnovare lo spirito di Francesco fra noi. Siamo invitati a compiere questo passo dalle grida che si levano da luoghi come l'America Latina, l'Asia e l'Africa, dagli insegnamenti di papi come Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, e da molti dei documenti elaborati dal nostro Ordine. Francesco rispose alle condizioni di povertà del suo tempo con un abbraccio effettivo ed immediato di coloro che erano poveri. Noi siamo chiamati a non fare di meno. Quali forme possiamo dare a questa contemporanea "opzione per i poveri"? Un modello possibile è quello dell'"accompagnamento". In San Francesco e la follia di Dio (Dennis, Nangle, Moe-Lobeda e Taylor: Orbis, 1993), gli autori sostengono che la nostra risposta migliore alle attuali condizioni di povertà, alla rabbia e al dolore che suscitano, alla grazia e alla bontà che troviamo tra i poveri, al bisogno di analisi e strutture alternative, può essere più propriamente sintetizzata nel termine "accompagnamento". Usando le loro parole, ciò significa: "deviare da altri percorsi per un momento (e poi per sempre), camminare con coloro che sono ai margini, essere con loro, lasciar andare. Attraverso questo incontro con Cristo ai margini, noi che con Francesco un tempo vedevamo il

povero solo come l'"altro", la persona da temere, l'oggetto della paura, poi della pietà e della carità, possiamo ora, come individui e società, sperimentare una profonda, continua conversione del cuore, dell'anima e della mente per opera dello Spirito. Lentamente i nostri centri di gravità si spostano fuori di noi e, improvvisamente, ci ritroviamo a danzare con il Poverello e i suoi amici disprezzati in luoghi sconosciuti e con grande gioia". Per Francesco, la decisione di scendere da cavallo per abbracciare il lebbroso, per accompagnare coloro che vivevano ai margini della società, non fu facile e gli richiese tempo. Una volta presa, tuttavia, essa orientò il resto della sua vita e lo fece entrare in contatto con la fonte della Vita. La decisione da parte nostra di camminare con gli esclusi dalla società ci farà similmente entrare in contatto con le sofferenze di Gesù, che con la sua morte in croce ha portato la vita, e ravviverà in noi il desiderio di seguire le orme del Poverello. Joseph G. Rozansky OFM Esempi dalla vita dei frati... Per chi osserva dall'esterno, le figure di san Francesco e di santa Chiara incarnano forse più chiaramente di qualunque altra figura della Chiesa il concetto di divenire una cosa sola con i poveri, partecipando alla loro esperienza di vita. Il "Poverello", come Francesco è tuttora conosciuto in Italia, e la fondatrice delle Sorelle Povere furono personaggi controversi del loro tempo, a causa della loro identità di minori e della loro apertura a quelli _ come i lebbrosi _ considerati di minor valore nella società. La questione della povertà è stata un punto di rinnovamento e di divisione all'interno della famiglia francescana. Francesco e Chiara scoprirono la libertà che accompagna una vita vissuta sine proprio. La loro povertà non fu un impegno di frugalità, ma una scelta, una passione dell'anima che li rese liberi di vivere generosamente entro l'opera divina della creazione, senza pretendere di possedere alcuna persona o cosa. La dedizione di Francesco a questo stile di vita fu motivata da Cristo povero. Anche oggi tale scelta radicale del povero continua ad essere una scelta controversa, sia nel contesto di una società sempre più materialistica ed orientata al successo, sia all'interno della stessa famiglia francescana. Quando i frati, le suore e i secolari lottano per seguire le orme dei loro fondatori, si trovano di fronte a domande complesse circa la misura in cui possono o dovrebbero identificarsi con i poveri del mondo d'oggi. Alcuni frati ritengono che la loro missione debba rimanere all'interno delle strutture della comunità tradizionale dove possono lavorare meglio per i poveri. Altri credono di essere chiamati a lavorare accanto ai poveri, fornendo servizi vitali nelle baraccopoli, nei quartieri poveri o nelle aree rurali isolate. Altri ancora scelgono di identificarsi con i poveri in tutti i modi possibili, condividendo le loro situazioni di vita, la loro oppressione e anche la loro morte. In alcuni paesi le scelte radicali in favore dei poveri sono state imposte ai frati dai governi e dalle circostanze, al di là del loro controllo. In Vietnam, per esempio, tutti i conventi sono stati confiscati dai governanti comunisti che occuparono il paese nel 1975. Molti frati vedono oggi questa sofferenza come un'azione della Provvidenza, che li ha obbligati a rinunciare al loro "confortevole" stile di vita e a prendere la decisione cosciente di condividere la vita della gente del luogo. Consegnando i maggiori conventi al governo e condividendo la vita dei lavoratori, i frati divennero più consapevoli di certi valori francescani e furono in grado di testimoniarli in un modo nuovo. Oggi la Chiesa in Vietnam affronta la rinnovata sfida di come meglio servire la gente in un paese che sta avanzando in modo radicale verso la modernizzazione e una economia di libero mercato. ALEXIS TRAN DUC AHI, Ministro Provinciale della Provincia di San Francesco in Vietnam, fu ordinato nel 1975, l'anno della "rivoluzione" comunista, ed è sempre più preoccupato del ruolo che i francescani possono avere nella sua patria in rapida evoluzione. Poiché il paese va verso la modernizzazione, dice, "io sono convinto che la Chiesa in Vietnam può competere con gli altri

settori della società, non costruendo un'immagine di potere, ma rafforzando la dimensione morale e umana del nostro popolo". Tra i frati che hanno deciso per le scelte più radicali troviamo DIEGO URIBE, che si unì a un gruppo di guerriglieri che combattevano per liberare il loro paese dall'ingiustizia e dalle diseguaglianze sociali. Operando sempre con il desiderio di servire il popolo e di rimanere fedele ai suoi voti, Diego giunse ad occupare un alto rango nella gerarchia del suo gruppo di guerriglia prima di essere assassinato dall'esercito in Colombia il 2 dicembre 1981. Anche prima dei voti solenni, egli era stato molto colpito dalla povertà estrema e dall'ingiustizia che vedeva attorno a lui quando studiava teologia a Bogotà, e mise a confronto tutto questo con la vita privilegiata di coloro che stavano all'interno delle mura del convento. Ispirati dai profondi cambiamenti di mentalità introdotti dal Concilio Vaticano II, Uribe e alcuni altri studenti francescani decisero di lasciare i loro alloggi confortevoli nel seminario e spostarsi in una delle aree più povere della città. Dopo la sua ordinazione, fu mandato a lavorare nella regione costiera occidentale, una delle enclaves più umide e inospitali del paese. Questa regione è ancora popolata dai discendenti dei gruppi africani portati là circa due o tre secoli fa come schiavi per sfruttare le antiche miniere d'oro, ora esaurite, e molti continuano ancora oggi a vivere e a lavorare come schiavi di fatto. Col passare del tempo, Diego cominciò a esaminare ancor più profondamente le strutture attuali della società e il significato della propria missione. Nel 1974 ritornò a lavorare in una delle zone periferiche di Bogotà, dove per la prima volta venne in contatto con i membri dell'Esercito Nazionale di Liberazione. "Diego era una persona molto umile e amabile", dice suo fratello Fernando Uribe che ora insegna all'Antonianum, a Roma. "Eravamo otto figli, cinque maschi e tre femmine e lui era il più amabile di tutti. Ma la sua gentilezza non smorzava la sua profonda sensibilità per la miseria della povera gente e, nel suo desiderio di fare qualcosa di efficace per i poveri, pensava che la lotta armata fosse l'unico modo per liberarli dall'oppressione". Fernando dice che l'Esercito di Liberazione Nazionale, a cui Diego si associò verso la metà degli anni '70, è andato verso una evoluzione violenta negli ultimi dieci o quindici anni, specialmente per quanto riguarda i metodi impiegati per finanziare e promuovere la propria causa. Fernando fu il primo a conoscere la decisione di suo fratello di unirsi al gruppo _ "sempre rispettata, ma mai condivisa". Egli fu anche l'unico ad andare sulle montagne alla fine del dicembre 1981 per identificare il corpo di suo fratello. "Diego e un altro dei suoi compagni furono assassinati mentre stavano facendo un incontro di lavoro insieme con altri due membri del gruppo in una fattoria situata su un alto monte. I sopravvissuti del gruppo e gli abitanti della casa, inclusi i bambini, furono torturati. A quel tempo, le azioni di Diego furono causa di controversia fra i francescani della Colombia, ma il Governo Generale dell'Ordine a Roma, tenendo conto della particolare situazione del paese, rispettò le sue scelte personali". I frati della Colombia sono ancora impegnati per i poveri e gli oppressi che continuano anche oggi a essere vittime di gravi violazioni nei loro diritti umani, non sempre evidenziate dalla stampa. Le statistiche compilate dalla Commissione Inter-Congregazionale per Giustizia e Pace della Colombia mostrano che nel 1995 le vittime della violenza hanno raggiunto approssimativamente il numero di 9.500. Nel 1996 il rapporto del Dipartimento di Stato Americano sulla violazione dei diritti umani in Colombia mostra che il conflitto armato e le uccisioni indiscriminate continuano a distruggere la società, essendo la polizia e le forze armate responsabili della maggior parte di questa violenza. In molti paesi del mondo, fare una opzione per i poveri significa anche stare dalla parte dei perseguitati. In Terra Santa oggi ciò significa correre il rischio di essere presi nel fuoco incrociato del violento conflitto che ha opposto gli Arabi agli Ebrei, da quando lo Stato di Israele fu fondato mezzo secolo fa. Con l'occupazione israeliana della West Bank e della striscia di Gaza, quasi un milione di Palestinesi hanno dovuto lasciare le loro case paterne e spostarsi in squallidi e sovraffollati campi profughi dove molti di loro sopravvivono in condizioni disumane. Essi hanno bisogno di tutto, dal cibo fresco alle forniture mediche, dall'educazione di base al lavoro. Soprattutto hanno necessità di soluzioni durevoli per tutta la regione, che portino la speranza per un futuro migliore e più pacifico. I francescani sono presenti in Terra Santa fin dal tempo di Francesco

stesso, per cui essi rappresentano la più antica organizzazione legalmente fondata nella regione. Nel corso dei secoli essi si sono trovati al centro delle molte "guerre sante" che hanno devastato la regione. Tradizionalmente sono i custodi dei luoghi santi e hanno fornito una costante testimonianza della carità cristiana nel mezzo delle lotte di potere che hanno infuriato intorno a loro. "Questo è ancora l'aspetto più visibile della presenza francescana oggi", dice GIUSEPPE NAZZARO, ex Custode di Terra Santa. Tuttavia, dietro le quinte, più di 300 frati di 32 nazionalità lavorano attualmente in molti modi diversi per migliorare la vita dei poveri, cristiani e non cristiani in egual misura. La loro missione si estende a tutte le aree dove vivono i rifugiati (Israele, Giordania, Egitto, Siria, Libano, Cipro e Rodi). Essi gestiscono 16 scuole e collegi per oltre 10.000 studenti, così come orfanotrofi, cliniche, officine, case per anziani e centri parrocchiali per i giovani, offrendo loro un'alternativa alla violenza sperimentata fin dall'infanzia. Nello sforzo di arginare il costante defluire dei cristiani dalla Terra Santa, i frati forniscono anche soluzioni abitative gratuite per centinaia di famiglie, come pure contributi scolastici per incoraggiare i giovani a continuare gli studi nel Medio Oriente. In Italia l'opzione per i poveri di cui furono pionieri Francesco e Chiara è da sempre una caratteristica dell'opera dei frati. In Toscana, nell'Italia centrale, i francescani furono gli ideatori dei "monti dei pegni", prestiti di denaro a beneficio dei poveri. Questa prima agenzia di prestiti, conosciuta come Mons Pietatis, fu iniziata da due frati in particolare, BERNARDINO da Feltre e BARNABA da Terni, già nel 1462. Nonostante l'opposizione di molti settori della società, inclusi altri Ordini religiosi, i frati fornirono una maniera sicura di prestare il denaro a bassi tassi di interesse, mettendo così in condizione i poveri di pagare i loro debiti senza cadere nelle mani degli usurai. Nel 1515 a questi istituti di credito autonomi fu concesso il riconoscimento ufficiale da Leone X, dando esecuzione al Concilio Lateranense V. Simili unioni di credito cominciarono a crescere in fretta, prima nell'Italia settentrionale e poi in tutto il paese, precursori delle moderne banche. Più recentemente i frati italiani hanno manifestato il loro interesse per i problemi della povertà a livello internazionale. Nel 1991 la Conferenza dei Ministri Provinciali dei Frati Minori Italiani (COMPI) ha compiuto l'innovativo passo di pubblicare Sfide globali di etica economica, un documento che affronta il problema del debito internazionale e del modo in cui esso pregiudica la vita dei poveri. Un altro modo di occuparsi del problema dei poveri in differenti aree del mondo oggi è quello dei viaggi di scambio, per mezzo dei quali i francescani di un paese possono condividere di persona gli sforzi e le esperienze dei frati in altre nazioni. Durante un viaggio di questo tipo un gruppo di frati coreani ha visitato alcune delle zone più povere intorno alla capitale delle Filippine, Manila. Riflettendo successivamente sulla loro esperienza, i frati coreani hanno detto di essere stati particolarmente impressionati dal fatto che i loro fratelli e le loro sorelle filippini vivessero in povertà con la gente di tali aree urbane. Centinaia di migliaia di famiglie, che lottano per sopravvivere nelle baraccopoli attorno a Manila, si confrontano con la minaccia quotidiana di sfratto e demolizione delle loro abitazioni di fortuna a causa dei piani governativi di ristrutturazione della zona. Parimenti negli Stati Uniti il programma di formazione della Provincia della California include un periodo in Guatemala, dove i frati possono sperimentare direttamente la vita e la sofferenza di una parte della popolazione più povera dell'America Centrale. In Giappone l'opzione radicale per i poveri da parte di PIO (Tetsuro) HONDA continua a causare controversie tra molti dei sui confratelli. Fu durante il suo servizio come Ministro Provinciale che l'Ordine tenne il suo Consiglio Plenario a Bahia nel 1985, un evento che lasciò un'impronta profonda e duratura in Pio. Con il fervore di un neoconvertito, dedicò i suoi sforzi a convincere i frati della Provincia ad essere capaci di vivere una vita profetica con i poveri. Il suo entusiasmo contagiò alcuni frati, ma creò serie difficoltà ad altri nella Provincia. Dopo un burrascoso periodo come Ministro Provinciale, Pio andò a lavorare in una zona della città di Osaka chiamata

Kamagasaki , come lavoratore giornaliero, una delle categorie più povere in una nazione in apparenza prospera e vincente. Kamagasaki è precisamente uno dei quattro più grandi punti di raccolta del Giappone per tali lavoratori disoccupati, migliaia dei quali migrarono in quest'area quando il Giappone passò bruscamente da una società agricola a una società industriale, basata sulla tecnologia. Quanti sono abbastanza robusti si radunano intorno alle quattro del mattino, nella speranza di guadagnare la paga di un giorno, facendo spesso lavori pericolosi e difficili. Per anni questi lavoratori, fornendo una fonte costante di lavoro manuale senza obblighi per i datori di lavoro, sono stati considerati la valvola di sicurezza della fiorente economia giapponese. Quando l'economia ha subito delle flessioni, anche i lavoratori giornalieri ne hanno risentito, e le statistiche hanno registrato un forte calo numerico degli impieghi a disposizione. Un numero sempre maggiore di uomini sono cacciati dalle loro piccole stanze in affitto e spinti sulla strada, obbligati a dipendere, per la loro sopravvivenza, da denaro, cibo o vestiario ricevuto in beneficenza. Anche coloro che sono in grado di sostenere il costo di una stanza devono far fronte a vessazioni da parte della polizia e delle autorità locali che "spesso trattano gli uomini come animali", come riferisce la gente del luogo. Le cure mediche per questi lavoratori sono notoriamente inadeguate, a dispetto del numero allarmante di incidenti sul lavoro. Oggi Pio continua a vivere tra i poveri di Kamagasaki con altri frati che hanno avviato un centro diurno dove i disoccupati possono consumare un pasto, farsi tagliare gratis i capelli o semplicemente socializzare in un ambiente accogliente. Anche nei paesi europei, i frati stanno sempre più facendo la scelta di vivere accanto ai poveri che cercano di servire. Per molti frati questo impegno è stato anche condizionato dagli eventi della storia. Durante la seconda guerra mondiale in Francia, la maggioranza dei sacerdoti e dei religiosi furono obbligati a lavorare nelle fabbriche e negli impianti industriali. Molti di questi cosiddetti preti operai trovarono che il contatto quotidiano con i loro colleghi _ spesso cristiani disaffezionati che avevano lasciato la Chiesa _ era molto gratificante. Un Vangelo sociale prese vita e si manifestò in una rinascita della fede tra molti lavoratori. Alla fine della guerra, molti di questi lavoratori religiosi continuarono il loro ministero vivendo il Vangelo ed evangelizzando nelle piazze come "preti operai". Prima della sua morte nel 1997, PIERRE ALLART passò quarant'anni come prete operaio tra i poveri della città. Lui e altri due frati vissero nei sobborghi di Parigi dove furono sempre più coinvolti nei problemi degli immigrati dalle nazioni africane. In Germania, anche KARL MÖHRING e JOACHIM STOBBE vivono come preti operai. Come Pierre, essi vedono lo stile di vita da loro scelto come una testimonianza del carisma di Francesco, e ritengono la collaborazione con altre comunità francescane e con organizzazioni consociate ispirate allo stesso orientamento una componente essenziale del loro ministero. Pierre, portando l'esempio del coinvolgimento della sua comunità nella "Campagna internazionale per bandire le mine terrestri", afferma che, se ci si associa con altri, la voce dei poveri riceve maggior credito. Negli Stati Uniti molte delle parrocchie presenti da più anni hanno ridisegnato le strutture esistenti per trattare i nuovi problemi dei poveri delle aree urbane. Queste grandi parrocchie, sviluppatesi all'inizio del secolo grazie all'afflusso di famiglie cattoliche immigrate, sono state gradualmente abbandonate quando le famiglie si sono spostate verso le più ricche periferie. Nelle città, da New York a San Francisco, da New Orleans a Detroit e Chicago, i frati che lavorano in queste parrocchie offrono ora un'ampia varietà di servizi per alcolisti e tossicodipendenti, i senza tetto e coloro che sono affetti da HIV o AIDS. Quando JOE NANGLE lasciò New York per il Perù nel 1970, iniziò un'esperienza di conversione che avrebbe cambiato il suo cuore e il suo modo di vivere. Durante gli anni in cui aveva lavorato in una parrocchia dell'alta borghesia, aveva rilevato una evidente disparità tra la vita dei ricchi _ verso i quali si dirigeva gran parte del lavoro della chiesa _ e quella dei poveri nelle condizioni più disumane. Un momento decisivo per Joe arrivò quando i vescovi latino-americani si riunirono a Medellín, in Colombia, e rilasciarono la loro dichiarazione finale sull'opzione radicale per i poveri da parte della Chiesa. Oggi Joe vive nella Casa di Assisi, nel cuore di un'area economicamente depressa di Washington, D.C. Egli ha aiutato a costruire questa piccola comunità francescana di

religiosi e laici, uomini e donne, che attivamente perseguono la giustizia e la pace, testimonianza di povertà e vita condivisa. Joe è il direttore del Servizio della Missione Francescana (SMF), una organizzazione che pone particolare enfasi sul ruolo della "missione di ritorno", che ha luogo una volta che i volontari ritornano negli Stati Uniti. I frati nella regione dei Grandi Laghi in Africa forniscono supporto vitale a coloro che hanno perso tutto nei conflitti etnici che hanno afflitto il Burundi, il Rwanda e lo Zaire. La loro presenza fra i rifugiati è una eloquente testimonianza del loro impegno a vivere tra i più poveri dei poveri. VJEKO CURIC racconta un commovente esempio di solidarietà che ebbe luogo in Rwanda durante il periodo di Natale: "Nel periodo di Natale avevamo migliaia di rifugiati che tornavano dalla Tanzania. La diocesi usò tutti i suoi mezzi per trasportare i più esausti verso le loro case. Una squadra medica del nostro ospedale era sempre in movimento e numerose donne partorivano sui carri o sul bordo della strada. Vedemmo straordinari atti di solidarietà, come persone che donavano quel poco di cibo che avevano e gli abiti che avevano addosso. Alcuni dei nostri lavoratori donarono del denaro che avevano ricevuto in acconto sulla paga di Natale. Il vescovo stesso andò frequentemente a parlare con la gente per la strada per accertarsi della loro situazione e offrire qualunque aiuto possibile. Le più importanti organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, la Croce Rossa e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati erano assenti da questa scena di povertà abominevole. L'intera strada da Kigali a Kabgayi e Butare era ostruita dalla gente in viaggio. Ma i cristiani avevano la sensazione che fosse Gesù a camminare lungo quella strada; ognuno diede cibo, abbigliamento o soldi alla messa di Natale. Successivamente i rappresentanti uscirono a distribuire le offerte. I più bei doni come sempre furono quelli dei bambini: essi avevano raccolto così tante cose (caramelle, avocados, patate dolci, fagioli, piselli e legna da ardere per cucinare o riscaldarsi) da offrire a quei bambini meno fortunati di loro". Vjeko venne fucilato in Rwanda nel 1998. ANASTÁCIO RIBEIRO è uno dei molti frati che lavorano con le persone senza terra del Brasile. Ha vissuto nei due decenni passati nelle zone rurali e negli ultimi sette anni ha lavorato in diversi stati del Brasile nord-orientale, aiutando più di duemila famiglie ad occupare e talvolta a prendere possesso legale di terreni incolti. Il processo è lungo, difficile e spesso pericoloso, ma è diventato una delle chiavi della lotta per la liberazione dei poveri in Brasile. Proprio come gli ebrei dell'Antico Testamento furono condotti in una nuova terra dove avrebbero trovato la salvezza, i frati cercano di condurre le persone senza terra in un nuovo luogo in cui abitare, dove possano allevare ed educare una famiglia, imparando a prendere parte alle strutture democratiche della società. Regolarmente si spara a questi gruppi che si "stabiliscono" su un pezzo di terra inutilizzato; qualche volta vengono uccisi, spesso scacciati. Essi si spostano allora su un altro pezzo di terra e lo occupano. Alla fine riescono a produrre alcuni raccolti e cominciano una lunga e contrastata battaglia legale, perché il governo confischi i terreni e li distribuisca ai senza terra. Anastácio è stato regolarmente vessato, arrestato e trattenuto in lunghe prigionie dalle autorità brasiliane. Le campagne internazionali in suo favore hanno contribuito a mantenere libero Anastácio. JUSTUS WIRTH, che vive in Texas vicino al confine col Messico, testimonia un altro modo in cui i frati possono sostenere i poveri nella loro lotta per un tipo di vita decente. Egli ha scritto innumerevoli articoli per svariate pubblicazioni, volte a mettere in luce le condizioni della gente in tutto il Messico e nelle zone circostanti dell'America del Nord e del Sud. Recentemente ha lavorato instancabilmente per creare la consapevolezza degli effetti nocivi dell'Accordo Nord-Americano sul Libero Scambio (ANALS) sulle popolazioni del Messico settentrionale. Justus ha fornito anche la documentazione essenziale per la delegazione interfrancescana al Vertice Mondiale delle Nazioni Unite sull'Alimentazione tenutosi a Roma nel novembre del 1996. Egli ha messo a fuoco la condizione di circa quindici milioni di messicani rimossi dalle loro tradizionali aziende agricole (riflesso dei problemi dell'urbanizzazione in tutta l'America Latina) per incoraggiare l'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura delle Nazioni Unite a continuare la sua politica di sostegno dell'autonomia delle nazioni in via di sviluppo quanto alla produzione degli alimenti di

base. L'impegno a fornire una accurata documentazione a partire dalle persone con cui viviamo costituisce una componente chiave dell'opera di sensibilizzazione a livello internazionale, e ci permette di raccogliere informazioni sicure che le autorità governative sono spesso restie a dare. Riferimenti alle Costituzioni Generali OFM Altri riferimenti: art. 8,1-3; 32,3; 34,2; 66,1-2; 72,1-3; 78,1-2; 87,1.3; 93,1; 132. Domande per la discussione 1. Quale è stata l'ultima persona povera che ha inciso significativamente nella tua vita? Qual è stato l'effetto? 2. Ti sei mai sentito emarginato? Che cosa ti ha insegnato questa esperienza in riferimento a te stesso? Alla fraternità? Alla società in cui vivi? 3. La nostra fraternità locale ha un coinvolgimento diretto con i poveri? In caso di risposta negativa, come potrebbe averlo? 4. Come trattiamo i poveri che vengono alla nostra porta o chiamano al telefono? 5. La nostra fraternità sostiene iniziative provinciali riguardanti l'opzione per i poveri? Economicamente? Fornendo appoggio morale? 6. Il lavoro per i poveri ha strutturato la nostra identità provinciale? In che modo? 7. Hai mai protestato per il maltrattamento dei poveri sui giornali, esprimendo i tuoi punti di vista su riviste o altri mezzi di comunicazione? Per mezzo del voto? 8. L'opzione per i poveri ti ha mai messo in conflitto con la tua famiglia d'origine? Come hai gestito questa difficoltà? 9. A quale livello ci troviamo, sia dal punto di vista personale che comunitario, nella nostra relazione con i poveri? Quali misure concrete ci potrebbero aiutare ad approfondire e sviluppare tale relazione? 10. Nella nostra vita fraterna (preghiera, missione, dialogo, stile di vita), quale peso reale ha l'opzione per i poveri? 11. Nella nostra fraternità locale, che cosa possiamo già fare per assimilare il principio di inserimento o preferenza per i poveri e gli emarginati? 12. A livello personale e fraterno, qual è il nostro atteggiamento verso il consumismo? 13. È opportuno chiedere che i frati siano consapevoli delle strutture politiche e sociali che causano situazioni di ingiustizia nel nostro mondo, o è sufficiente essere impegnati nel servizio diretto ai poveri? 14. Per Francesco fu più facile compiere una scelta radicale per i poveri nel tredicesimo secolo di quanto lo sia per noi oggi alle soglie del ventunesimo? 15. Conosci dei frati tuoi coetanei che hanno compiuto un'opzione preferenziale per i poveri? Che cosa sostiene il loro lavoro? Che cosa pensi di essi e del loro ministero?

2. operatori di pace

Costituzioni Generali OFM, Articolo 68 1. I frati vivano in questo mondo come fautori della giustizia, araldi e operatori di pace, vincendo il male con l'operare il bene. 2. Mentre annunciano la pace con la bocca, i frati la mantengano più profondamente nel cuore, cosicché nessuno sia da loro provocato all'ira e venga scandalizzato, ma tutti per essi siano un richiamo alla pace, alla mitezza e alla benevolenza. Dalla vita di Francesco ... Che Francesco sia stato un operatore di pace è ovvio dal saluto che Dio gli ha rivelato: "Il Signore ti dia la pace!" (2 Test 23). Il senso di solidarietà di Francesco per tutto il creato di Dio ispirò tutti i suoi sforzi di pacificazione. L'umiltà dei frati minori li portò a promuovere la pace all'interno della fraternità (cfr. 1 Cel 38) e a sforzarsi di vivere la pace e la gentilezza con tutti (cfr. 1 Cel 41). Francesco esorta i suoi frati affinché, nei loro viaggi, "non litighino ed evitino le dispute di parole, e non giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene" (Rb 3,10-11). La sua stessa predicazione proclamava la pace e la salvezza, riconciliando "in un saldo patto di vera amicizia moltissimi, che prima, in discordia con Cristo, si trovavano lontani dalla salvezza" (LegM 3,2). Francesco diceva che i veri operatori di pace sono capaci di conservare la pace nell'anima e nel corpo per amore di nostro Signore Gesù Cristo, malgrado tutto ciò che sopportano in questo mondo (cfr. Am 15). Francesco era un pacificatore a causa della sua onestà, della convinzione che ciò che sei davanti a Dio, è quello che sei e niente più (cfr. Am 19). Secondo Francesco, dove vi è pace e contemplazione, non vi è né preoccupazione né inquietudine (cfr. Am 27). Francesco cercò per tutti la vera pace dal cielo; egli spronò tutti ad amare i loro prossimi come se stessi. Se non avessero potuto farlo, avrebbero almeno dovuto fare loro del bene anziché del male (cfr. 2 Lf 26-27). Francesco fu operatore di pace in diverse città italiane. Ad Arezzo fece pregare frate Silvestro perché i demoni, che stavano causando un conflitto civile, lasciassero la città (cfr. Legper 81). Con l'aiuto di Francesco i cittadini di Gubbio fecero un patto di pace con il lupo che li aveva terrorizzati (cfr. Fior 21). Certamente il sultano trattò Francesco con rispetto perché lo riconobbe come uomo di

pace (cfr. 1 Cel 57). In risposta ad una contesa fra il vescovo e il podestà di Assisi, Francesco aggiunse due versetti al Cantico delle Creature (Cant 10-11): Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore et sostengo infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke'l sosterrano in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati. A un altro livello, il Perdono di Assisi ottenuto dal Papa per la gente che prega alla Porziuncola e la famosa storia del lupo di Gubbio sono due dei più forti esempi dell'impegno di Francesco a portare la pace. La storia del lupo di Gubbio contiene molti insegnamenti per noi, anche se dovremmo riconoscere che essa compare solo in fonti successive, la cui storicità è dubbia (cfr. Fior 21). Esaminiamo la successione degli eventi nella storia del lupo di Gubbio: • • • • • • • • • un lupo feroce terrorizza la cittadinanza di Gubbio. Attacca animali ed esseri umani. Essi non ardiscono uscire dalla porta della città; Francesco si trova in città e ha compassione della gente; esce con un compagno per incontrare il lupo; alcuni contadini si uniscono a loro e rapidamente indietreggiano; il lupo si avvicina ferocemente; Francesco fa il segno della croce sul lupo che si calma; Francesco chiama il lupo "fratello", lo rimprovera per la sua crudeltà e fa un patto con lui; essi vanno insieme in città; Francesco esorta la popolazione alla conversione; il patto è rinnovato pubblicamente e la cittadinanza promette di nutrire il lupo; il patto è rispettato e tutti sono felici.

In tale storia possiamo sottolineare: • • • • • il coraggio di Francesco che riconosce che "Cristo è il signore di tutte le creature" e ripone tutta la sua fiducia nella potenza di Cristo; l'approccio non minaccioso di Francesco, che va senza armi, ma con il segno della croce; il suo coraggio nel mettere il lupo a confronto con i suoi crimini, anche se allo stesso tempo comprende perché il lupo li ha commessi; la sua franchezza con i cittadini nell'evidenziare i loro peccati, mostrando tuttavia di comprendere il loro bisogno di sicurezza e il bisogno di cibo da parte del lupo; la sua insistenza per ottenere un patto chiaro fatto pubblicamente.

Operatore di pace 1. Francesco quale operatore di pace Da secoli, in alcune culture quando un visitatore arriva e dice: "Pace (shalom, salam)", il termine significa che egli non porta armi e viene come amico. A Francesco fu rivelato di dire: "Il Signore ti dia la pace", ed egli cominciava le sue prediche con queste parole. Per otto secoli "Pace e bene" è stato usato come saluto dalla famiglia francescana. Qualunque saluto può essere una formula vuota, se non c'è corrispondenza nel cuore di chi lo rivolge. Per Francesco, la pace che desiderava nasceva dalla sua pace interiore e dal suo profondo rispetto per ogni creatura che viene dalle mani di Dio. Chi augura la pace e non ospita i semi della pace dentro di sé, è uno che desidera la pace, ma non un pacificatore. Una tale persona non trasmette un dono ricevuto da Dio. Il segreto di Francesco quale pacificatore era che egli lasciava

che fosse Dio dentro di sé a portare la pace a coloro che incontrava. Quando il lupo di Gubbio corse verso di lui, Francesco fece il segno della croce sul feroce animale e lo chiamò "fratello". Queste due azioni rimettono il lupo al suo posto all'interno del cerchio familiare delle creature di Dio, riconciliato dall'amore di Cristo manifestato sulla croce. A causa delle sue azioni crudeli, il lupo si era staccato dalla famiglia di Dio. Dopo aver ricevuto il beneficio della redenzione, il lupo si calmò e fu pronto ad ascoltare i rimproveri di Francesco e la sua richiesta di un patto con gli abitanti di Gubbio. 2. Francesco affronta i conflitti Erroneamente alcune persone definiscono pacificatori "coloro che sono persone buone, che parlano piano, che vanno d'accordo con tutti". Gli psicologi ci dicono che alcune di queste persone accomodanti vanno d'accordo con tutti perché sono spaventati dai conflitti, non per via del traboccare della loro pace con Dio. Francesco invitò i suoi frati a non entrare in dispute nella loro predicazione e ad essere gentili, pacifici, sottomessi, cortesi ed umili; queste sono caratteristiche fondamentali e devono essere parte integrante dell'essere frati minori. Tuttavia, questo non implica avere paura della verità, come Francesco che non rifiutava di essere provocatorio. Rispettosamente ma caparbiamente, egli resiste al papa e ai suoi consiglieri che vogliono mitigare la sua Regola; sfida i crociati e le loro azioni peccaminose; dice al sultano che non conosce il vero Dio; resiste ai suoi stessi frati che vogliono una vita meno dura; getta via le tegole del tetto del convento che disapprova; e al lupo di Gubbio mostra i suoi crimini senza alcuna ambiguità. Francesco non è un uomo lezioso. È fermo e dice la verità anche se è dura da ascoltare; provoca, ma non minaccia. La sua mancanza di doppiezza e la sua forza cortese disarmano. Non solo rispetta la sacralità del suo avversario, ma cerca di rendere gli avversari consapevoli della propria preziosità divina che possono aver dimenticato o disdegnato. Francesco può essere così perché non ha bisogno di difendere la sua proprietà, la sua reputazione o il suo io. Non ha nulla da difendere, eccetto l'onore e l'amore di Dio che desidera trasformare i violenti, e reintegrarli nella comunione che unisce tutte le creature, le "sue" creature. Francesco non è sviato dalla veste di immoralità e cattiveria; attraverso l'opacità di tale copertura, Francesco vede in ogni persona la sacra presenza di Dio. Il suo occhio spirituale gli consente di vedere e accogliere la presenza divina negli altri, mentre molti vorrebbero ucciderli: "Uccidiamo questo lupo feroce! Uccidiamo l'empio sultano!", gridano in maniera convincente. 3. È attuale l'esempio di Francesco nel mondo complesso di oggi? L'esempio di Francesco è attuale per noi? Come possiamo portare la pace nei conflitti mondiali e in che modo la nostra pace influirà su forze sconosciute? Molti dei conflitti del tempo presente derivano da una cultura che impone se stessa alle persone di un'altra cultura; l'orgoglio, l'etnia, il nazionalismo e gli interessi economici giocano un ruolo di primo piano in molte delle stragi odierne. Ma in modo più sottile, in tutto il pianeta la maggior parte delle culture sono invase e dominate dalla cultura occidentale, e specialmente dal suo marchio nordamericano. L'invasione è subdola: comincia con la pubblicità di qualche bevanda o prodotto alimentare, di film acquistati per informazione o intrattenimento, ma che promuovono uno stile di vita. Un nuovo modo di pensare e di comportarsi prende piede. La base di tale nuova cultura invadente è una fiducia, quasi una fede, nel bisogno di definire e valutare ogni cosa in termini numerici. I modelli matematici dominano incontrastati. Come se non bastasse, la nuova cultura presenta i meccanismi del libero mercato come leggi dell'universo e quasi divine. 4. La violenza che ci sfida I discepoli di Cristo e i fratelli di Francesco sono particolarmente sfidati dalla più pervasiva delle violenze: il cambiamento dei fondamenti delle culture. È violento e ingiusto privare le persone di ciò che ricevono dalla loro cultura: i riferimenti per il cammino della loro vita. Per rimanere umani e divenire operatori di pace in mezzo alle lotte contro le ingiustizie e le violenze, è indispensabile riconoscere la nostra sacralità e la sacralità di coloro che incontriamo. All'opposto, quella che noi chiamiamo cultura di mercato considera ogni realtà sotto il sole in termini di quantità, e

specialmente quantità di ricchezze. Le leggi del libero mercato che danno vita ad una economia dinamica sono imposte come la base morale di una nuova cultura: la cultura di mercato. L'indifferenza permea ogni cosa in una tale cultura e la sacralità tende a svanire. Quando una cultura viene guidata primariamente dalla ricerca del guadagno economico, considerando le risorse umane e del creato come oggetti da usare per accumulare ricchezze, il risultato è una perdita del senso del sacro; la vita è svalutata. Le strutture politiche possono variare, ma il nucleo della cultura è dove dimora il male. 5. Il rispetto della sacralità di ogni persona e di tutto il creato È per noi una sfida che sgomenta venerare la sacralità di ogni essere umano: un bandito, un criminale di guerra, un torturatore, un dittatore, uno spietato proprietario terriero o uno speculatore che riduce alla fame centinaia di milioni di persone con le sue macchinazioni redditizie. È difficile perché molti avversari sono rappresentanti di strutture impersonali e interessi anonimi. Questi interessi sono talvolta chiaramente disprezzabili, ma gli esseri umani coinvolti non lo sono. È anche una sfida immensa rispettare la sacralità di ogni creatura in mezzo alla crisi ecologica che sta portando la terra alla distruzione. Il problema non è solo di essere rispettosi e fraterni con un lupo feroce, le piante del nostro giardino e l'acqua del torrente che troviamo strada facendo. È la sacralità dell'aria, dell'acqua, della terra e delle specie su scala planetaria che ci interpella. Le risorse della terra appartengono a tutto il genere umano; nel loro inquinamento e nella loro distruzione noi stessi siamo compromessi in modo drammatico. È una sfida gigantesca affrontare la minaccia nucleare e tutti coloro che accumulano ricchezze con un potere le cui conseguenze incalcolabili non possono né potranno mai essere gestite. È una sfida incredibile vedere l'avidità che distrugge tutte le risorse della terra: piante, animali, minerali, le terre coltivabili e anche la bellezza della terra tanto necessaria per lo sviluppo umano. Tutte queste creature hanno il loro ruolo nella costruzione del Cristo cosmico, una comunità di esseri liberi in grado di sopravvivere e testimoniare insieme la tenerezza di Dio. Come risvegliare la coscienza delle società transnazionali o delle autorità governative, quando agiscono in modo irresponsabile verso il genere umano, mettendo in pericolo il suo futuro e, già nel presente, recando sofferenze a molti? Come possono aprire i loro cuori e rispettare ogni creatura? I nostri cuori sono stati aperti da Dio e Dio aprirà i loro, se non li giudichiamo e se li richiamiamo alla conversione con la nostra lotta cortese e ferma; o, almeno, Dio mostrerà loro dove sta la saggezza e farà loro comprendere che il loro interesse risiede in un profondo cambiamento. Se non riconosciamo la nostra dignità, se non siamo in intimo contatto con il Dio uno e trino che abita dentro di noi, se siamo contaminati dalla mentalità di fare di ogni realtà un "oggetto" _ oggetti che possiamo contare _, anche l'amore cessa di essere un prezioso mistero e diventa una cosa. La presenza di colui che è Amore, che stabilisce la sacralità della nostra dignità, diventa difficile da riconoscere. 6. La Trinità quale modello e fonte di nonviolenza La nonviolenza della Trinità è dimostrata dal profondo riconoscimento da parte di Dio del mistero degli esseri umani con cui Dio stesso ha condiviso la sua sacralità. Non solo Dio riconosce la sua divina presenza in noi, ma nel rispettare il nostro cammino pazientemente cerca di risvegliare in noi la coscienza che siamo unici, preziosi, che ospitiamo la sua divina natura dentro di noi! Nella sua vita e nella sua morte, Gesù ci ha dato la potente testimonianza di queste relazioni non violente con gli esseri umani. La nonviolenza attiva modella la sua metodologia sulla nonviolenza di Dio. Il suo primo fondamento è il dialogo tra due sacralità. Questo avviene quando qualcuno o un gruppo di persone, che hanno ripudiato la schiavitù della violenza e sono in contatto con il centro della loro esistenza (il vero sé), richiamano i loro avversari a riscoprire il divino in se stessi, usando tale riscoperta per risolvere i conflitti che li mettono in opposizione. Non tutte le persone violente fanno questo cammino interiore che richiede libertà di volontà. Esse hanno bisogno di essere costrette dai non

violenti a riconoscere che la forza interiore è un potere in grado di opporsi al loro potere e che il loro interesse è quello di accettare alcune delle condizioni dei loro avversari. Altrimenti, continuando la loro violenza, essi perderanno di più. Essi sono messi a confronto con un coraggio, un amore, una risolutezza che ricevono il loro potere da una fonte immateriale. L'abilità della metodologia non violenta, se è adeguatamente seguita, spesso farà loro abbassare la guardia e li spingerà fuori della loro logica sicura. Lasciateci insistere: il potere non violento viene da Dio, ma Dio non opererà miracoli se noi rimaniamo inattivi. Molti di noi francescani ancora non si rendono conto che il maggior numero delle violenze e delle ingiustizie sono parte di una complessa rete di cause e sono altamente organizzate. La maggior parte dei conflitti aperti, militari o economici, sono di tale intensità e sofisticatezza che sarebbe ingenuo e irresponsabile fare affidamento solo sull'amore di pochi individui dal cuore puro che testimoniano la loro sacralità e sfidano coloro che per ora dimenticano o nascondono il divino in una parte segreta di se stessi. 7. Acquistare familiarità con la metodologia della nonviolenza attiva Se vogliamo essere operatori di pace, dobbiamo sapere come usare la metodologia della nonviolenza attiva, conoscere quando alcune azioni non violente hanno fallito a causa di una analisi insufficiente della situazione o perché alcune fasi del processo non violento sono state saltate. Dove la nonviolenza ha avuto successo, la maggior parte delle volte una lunga preparazione ha preceduto i risultati: una preparazione tecnica ed anche spirituale. Solo uno sguardo superficiale porta a credere che è stato un puro intervento di Dio! Dio non cambierà i cuori di coloro che prendono le decisioni, se non facciamo quanto ci è stato assegnato, dando a Dio un chiaro segno che realmente vogliamo tale cambiamento. Dobbiamo agire saggiamente. Dobbiamo prepararci per l'azione di Dio _ e anche per le sorprese di Dio. Con il nostro coraggio nel seguire la metodologia non violenta, saremo i canali della sacralità di Dio, della caparbia pazienza di Dio, del desiderio di Dio che coloro che compiono il male smettano di farlo. Il nostro amorevole Dio ama allo stesso modo chi fa il bene e chi fa il male: entrambi sono suoi figli. Egli sa che la sua sacralità dimora in entrambi e vuole che entrambi producano frutti di comunione e non frutti amari di distruzione per se stessi e la nuova creazione, il suo corpo che cresce fino al suo completamento. In molte lotte i nostri alleati demonizzano l'altra fazione in modo da mobilitare le energie dei loro schieramenti. È pratica comune calunniare le opposizioni, dipingerle come cattive, perverse, incapaci di cambiare, indegne di alcun rispetto. Tale divisione in "persone buone" e "persone cattive" è inaccettabile per i seguaci di Cristo. Ognuno di noi è una persona divisa, parzialmente buona e parzialmente cattiva; i nostri avversari sono parimenti parzialmente cattivi e parzialmente buoni. Se noi vogliamo condividere la compassione di Dio, dobbiamo avere compassione sia per le vittime della violenza che per coloro che sono resi schiavi dalla loro violenza ed ingiustizia. Dobbiamo pregare che la nostra attuale relativa liberazione da tale violenza e da tale ingiustizia non si fermi domani; inoltre, se Dio ci toglie il suo aiuto, possiamo essere cattivi proprio come il peggiore dei nostri avversari. 8. La necessità di essere poveri per essere veri operatori di pace In precedenza abbiamo evidenziato che Francesco sfidava senza farsi minaccioso, perché non aveva paura di perdere nulla. Egli non aveva quasi nulla che potesse chiamare suo. Divenire operatori di pace è in diretta relazione con il nostro sconfiggere la paura, la paura di una morte reale, della perdita della nostra vita fisica, o di una quasi-morte (che può essere chiamata una morte parziale) nel perdere la salute, la reputazione, gli amici, i beni materiali, i privilegi o anche la paura che l'amore che ci dà la forza possa svanire e portarci a cadere... e a odiare. Noi sappiamo che, se abbiamo pochi oggetti e pochi privilegi, non avremo paura di perderli. Se non siamo attaccati ad una immagine di noi stessi, siamo più liberi di prendere le difese di coloro la cui dignità o la cui vita è in pericolo. Alcuni dei nostri fratelli e delle nostre sorelle ci hanno mostrato nel corso dei secoli che il loro coraggio cresceva con la loro povertà, la loro vita nel contatto con i poveri. La loro vera ricchezza è il potere dell'amore, che sgorga dal fianco ferito di Gesù sulla croce.

La lotta non violenta è l'arma delle persone povere che amano. È l'arma di coloro che rifiutano di essere soldati solitari, perché hanno fiducia in una lotta collettiva e comunitaria. Questo non esclude essere "astuti come i serpenti". Ogni creatura, umana o non umana, è nostro fratello e nostra sorella. Questo non è metaforico. Non è sentimentale. Dio invita noi e l'intero creato ad essere parte di questo pleroma, di questa pienezza il cui capo è Cristo, nella quale il rispetto per la presenza divina trasforma ogni relazione. Il nostro rispetto per la presenza di Dio negli altri è ciò che diffonderà una vera pace e un vero rispetto per la salvaguardia del creato. Allora saremo dei pacificatori contagiosi. Alain Richard OFM Esempi dalla vita dei frati... In nessun luogo il bisogno di vera pacificazione è oggi più necessario che in molte delle nazioni africane lacerate dalla guerra. Significativamente fu nella piccola nazione dell'Africa orientale del Rwanda che GIACOMO BINI, attuale Ministro Generale, e altri due frati si stabilirono quando diedero inizio ad una nuova presenza francescana nel continente agli inizi del 1980. Là essi costruirono la loro semplice casa nello stile locale e cominciarono un ministero che lentamente si propagò a otto paesi della regione (Rwanda, Burundi, Kenya, Uganda, Zambia, Malawi, Tanzania, Madagascar). Oggi le mete di quella prima comunità, con base a Nairobi, Kenya, sono di sostenere le molte vocazioni fra gli africani di differenti paesi e retroterra etnici e di creare una fraternità veramente internazionale, multiculturale _ una testimonianza quotidiana ai valori della riconciliazione e della mediazione che sono così urgentemente necessari in tutta la regione. Alcuni dei frati hanno pagato a caro prezzo quel continuo impegno di pace: nel 1986 un frate di 33 anni, KEVIN LAWLOR, fu ucciso in Uganda. Quando nel 1994 cominciò il genocidio tribale in Rwanda, il ministro di una nuova fraternità secolare francescana fu assassinato. Nell'aprile dello stesso anno, GEORGE GASHUGI, un Tutsi di 32 anni, fu brutalmente picchiato a morte solo pochi mesi prima della professione perpetua dei voti. Nell'aprile del 1996, VJEKO CURIC a stento sfuggì alla morte mentre ritornava da solo alla casa francescana a Kivumu, 20 chilometri fuori Kigali. Tre uomini armati con una pistola e lunghi coltelli gli chiesero dei soldi e gli ordinarono di mettersi faccia al muro. Curic fece appello al suo ingegno e riuscì a fuggire attraverso la porta aperta di una sala da pranzo. Non era la prima volta che veniva minacciato sia dagli estremisti Hutu che dai Tutsi, a causa del suo impegno nell'aiutare entrambi i gruppi etnici senza pregiudizi. Egli si era votato a continuare la sua missione, anche se ciò significava "rischiare la propria vita, proprio come le altre persone qui". Il 31 gennaio 1998, Vjeko fu ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla chiesa della Sacra Famiglia a Kigali, Rwanda. Il Papa Giovanni Paolo II gli rese un tributo dicendo: "Così un'altra vittima si aggiunge alla lunga lista dei missionari che con il sacrificio della loro vita hanno suggellato il loro amore per Cristo e per i popoli dell'Africa". Altrove nel continente i frati sono al centro del complesso processo di risanamento e riconciliazione che sta proseguendo nella nuova democratica nazione del Sud Africa. Come membri delle numerose Commissioni per la Verità e la Riconciliazione sparse in tutto il paese, i frati ascoltano le vittime e i carnefici che raccontano la verità sul regime dell'apartheid, aiutando lentamente gli individui e le comunità a riprendersi dagli oltre quarant'anni di oppressione e brutalità. "È una nazione traumatizzata che guarda nella sua anima e sta lentamente e dolorosamente rinascendo". Queste sono parole del frate irlandese PADDY NOONAN, che ha trascorso gli ultimi venticinque anni a lavorare in alcuni dei più poveri distretti meridionali di Johannesburg, dove la violenza e l'ingiustizia erano un modo di vivere. Lui e altri francescani vivono in una zona vicino a Boipatong, famosa per il massacro in cui egli fu il primo ad arrivare e ad essere testimone della

terribile carneficina che aveva avuto luogo durante la notte. "La pacificazione non era proprio in cima ai tuoi pensieri, quando attorno a te avvenivano massacri del genere", spiega col suo accento irlandese dolcemente cadenzato. (La maggior parte del suo lavoro è condotto nel dialetto del distretto locale, poiché egli crede che sia l'unico modo per comunicare realmente con la gente). "Il primo pensiero che viene in mente è: 'Chi c'è dietro a tutto questo?'. C'erano tante forze invisibili che rendevano più difficile abbattere il regime dell'apartheid e parlare di pace nel paese!". Non fu arduo mantenere viva la speranza in mezzo a una simile violenza e repressione? Noonan ritorna al tempo che ha trascorso visitando le baracche dopo il massacro di Biopatong del 1992: "Avevo trascorso ore vedendo quei corpi picchiati duramente e martoriati e ascoltando le famiglie delle vittime, quando uno venne verso di me per strada e mi bisbigliò: 'Padre, noi sappiamo che il Signore è qui'. Che diritto dunque abbiamo noi, gente di chiesa, di dubitare, se la gente comune poteva mantenere in vita tale speranza?". Noonan era anche amico intimo di alcuni dei capi della lotta anti-apartheid, persone che ora occupano posizioni di responsabilità nel nuovo governo. "Era parte del nostro ministero parlare ad alcuni dei combattenti politici di strada, ma sapevamo che erano persone oneste e non i ribelli comunisti che erano considerati". Una simile visione interna della situazione in Sud Africa indusse le chiese a giocare un ruolo sempre più attivo nel sostenere il movimento anti-apartheid. "Abbiamo sempre lavorato come un fronte cristiano unito", sottolinea Noonan. "Quando i gruppi politici e civili furono banditi o esiliati, furono le chiese che entrarono a riempire il vuoto". Egli cita l'esempio del boicottaggio degli affitti e dei servizi che durò per circa sette anni: "Tutte le parrocchie francescane parteciparono e rifiutarono di pagare qualunque tassa municipale, perché era uno dei mezzi più efficaci di protesta non violenta". Quando i funzionari locali minacciarono di spegnere le luci della città, Noonan ed un gruppo di altri ministri si mossero per tentare di negoziare una via d'uscita dall'impasse. I loro sforzi fallirono e fu convocata la polizia antisommossa per arrestare il gruppo. Una tale esperienza personale della lotta per la pace rese la liberazione finale del Sud Africa un evento di gioia quasi indescrivibile per Noonan. Egli fu a disposizione nello stesso distretto per monitorare le prime elezioni democratiche, che ebbero luogo nell'aprile del 1994. Paddy e l'austriaco URLICH ZANKANELLA occuparono posizioni ufficiali come osservatori elettorali _ Paddy come osservatore locale e Ulrich su invito della conferenza dei vescovi del Sud Africa per fungere da osservatore elettorale internazionale. "Nei termini della mia missione francescana sentii che monitorare quelle elezioni era come percorrere le ultime miglia a fianco del popolo. Fu un modo di essere con loro, mentre entravano in una nuova era di pace e democrazia dopo l'inferno e l'immoralità degli anni dell'apartheid". DAVID BARNARD, della Provincia di Nostra Signora Regina della Pace (Sud Africa), visse una forte esperienza durante il suo anno sabatico in Inghilterra. Là ebbe l'opportunità di riflettere sui pregiudizi razziali e tribali che continuano ad affliggere il Sud Africa. Per la prima volta nella sua vita fu in grado di ponderare per un periodo di tempo prolungato come si sentiva un frate nero africano all'interno di una comunità prevalentemente bianca. Attraverso questa importante esperienza internazionale, poté condividere la sua rabbia e scoprire il potere del perdono nella più ampia famiglia francescana al suo ritorno in patria. L'esperienza di riconciliazione in Sud Africa è stata abbastanza differente per il parroco di campagna PETER WILSON. Fu in carcere che Peter per la prima volta giunse "ad accettare le persone bianche, a perdonarle" e a sentirsi libero dalla sua amarezza: "Era un sentimento stupendo. Dopo tutto, fa parte della cultura africana accettare tutti. Non voglio parlare in termini di nero e bianco. Gli afrikaner sono stati a lungo una parte dell'Africa. Il mio popolo non ha mai voluto vendetta. Noi volevamo giustizia. Stavamo combattendo i loro poliziotti, non il loro popolo". Anche in America Latina e in Asia, i frati si sono impegnati per la pace nelle loro fraternità e hanno visto come i regimi repressivi sono stati rovesciati e fragili democrazie si sono messe in moto. Nelle Filippine, per esempio, i frati stavano sulla linea di fuoco nella lotta per la giustizia e per la pace

sotto il dittatore di lunga data Ferdinand Marcos, che fu infine rovesciato dalla rivoluzione del potere popolare nel 1986. Nel corso di quella insurrezione, i frati giocarono un ruolo chiave nel mantenere le proteste ad un livello non violento, nonostante l'eccezionale oppressione sofferta dalla maggioranza della popolazione per tanto tempo. Anche nel decennio successivo alla rimozione di Marcos dal potere, i frati continuarono a chiedere una maggiore giustizia sociale tra il popolo. Sebbene l'economia della popolosa nazione isolana stia lentamente iniziando a riprendersi dalla devastazione degli anni di Marcos, il retaggio della dittatura, insieme con la corruzione che continua e una serie di disastri naturali, indica che la povertà e la violenza continuano ad affliggere oggi molte parti del paese. Nell'isola meridionale di Mindanao, il governo si è finora dimostrato incapace di risolvere i problemi della grande comunità musulmana, i cui capi chiedono una qualche forma di autonomia per la regione. Talvolta i frati sono presi nei vortici della violenza che si agita intorno a loro. Per esempio, nell'ottobre 1992, AUGUSTINE FRASZCZAK fu sequestrato sotto la minaccia delle armi e tenuto in prigione per più di due mesi dagli estremisti musulmani. In una dichiarazione che annunciava il rilascio del loro fratello, i frati dissero: "Il passo più importante verso l'eliminazione del reato di sequestro è quello di migliorare le condizioni economiche e sociali di Basilan". In Giappone i frati PHILIP HAMADA e JOB TODA hanno preso l'iniziativa di promuovere una più profonda riconciliazione e comprensione tra i popoli della regione asiatica del Pacifico. Nell'agosto 1995, mentre il Giappone festeggiava il 50° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, essi redassero una dichiarazione che chiedeva il perdono al popolo coreano per i molti atti di aggressione che erano costati la vita a più di venti milioni di persone nella regione. Nella dichiarazione i frati riconoscono le molte difficoltà incontrate dalla Chiesa cattolica in Giappone nel periodo prebellico. Tuttavia si scusano anche per il fallimento della Chiesa nel prendere posizione contro il governo e nel proteggere coloro che erano stati così brutalmente oppressi, specialmente in Cina e in Corea. In altre situazioni post-conflitto, come in Bosnia-Erzegovina e in Croazia, i frati stanno lavorando per promuovere la riconciliazione come condizione preliminare per una pace duratura. Vi è stata una presenza francescana nella regione per oltre settecento anni; tre frati sono stati uccisi durante il recente conflitto, mentre altri sono stati feriti o costretti a fuggire dalle loro case quando conventi, chiese e altri centri francescani sono stati distrutti nei combattimenti. Come contributo per risanare quelle ferite, BOZE VULETA e altri membri della famiglia francescana hanno fondato L'Istituto Francescano per la Cultura della Pace. L'Istituto, che è stato aperto nell'aprile 1996, ha sede a Spalato con centri per il dialogo interetnico e interreligioso nella capitale bosniaca, Sarajevo. L'obiettivo che si prefigge è di effettuare uno studio dettagliato di tutte le questioni riguardanti la pace nella regione, promuovendo il dialogo tra nemici antichi e soprattutto fornendo programmi di educazione alla pace per i giovani. Boze è ottimista riguardo alle possibilità di successo dell'istituto. "Se la gente della Bosnia e della Croazia è disposta ad ascoltare qualcuno oggi, questi sono i francescani", dice con un sorriso ironico. "La gente crede in noi, perciò dobbiamo far fruttare la loro fiducia nella ricerca della pace e della riconciliazione. Il nostro fine è anche di prevenire ulteriori conflitti, alimentando la comprensione reciproca e il rispetto per le diversità di cultura e di religione _ premesse che sono state completamente distrutte sotto il dominio comunista". I frati hanno anche tenuto una conferenza ampiamente pubblicizzata sul perdono, mettendo insieme scienziati, psicologi, operatori sociali, catechisti ed esperti nel dialogo interreligioso. La conferenza ha avuto un tale successo che i frati hanno ora pubblicato un libro sull'argomento, che è largamente usato come sussidio da coloro che si occupano dei problemi dei traumi postbellici. Un altro modo di promuovere la pace è quello dei frati dell'Erzegovina che hanno curato i feriti durante tutta la guerra. Essi hanno sviluppato un progetto per assistere coloro che hanno perso gli arti a causa delle mine anti-uomo. I frati sono in contatto con una fabbrica ortopedica in Germania e

nel solo 1996 sono stati in grado di fornire di protesi 204 persone. Nello stesso anno una pratica dentaria strutturata in modo simile ha fornito le cure dentali necessarie ad altre 1286 persone. I missionari francescani originari dell'Irlanda sono stati sempre in prima linea negli sforzi di pacificazione in tutta l'Asia, l'Africa o l'America Latina. Detto piuttosto ironicamente, i nostri frati solo recentemente sono tornati nell'Irlanda del Nord, dopo secoli di assenza datata dal tempo della riforma protestante. Nel 1984, LIAM MCCARTHY si unì ad altri tre francescani irlandesi che risposero alla richiesta di assistenza da parte di un gruppo di clarisse e fondarono la prima "nuova" fraternità nella chiesa di S. Giuseppe nell'area industriale della zona portuale di Belfast. Per Liam ciò ha rappresentato un evento lungamente atteso nella storia francescana irlandese e una splendida opportunità per rafforzare il processo di riconciliazione e di perdono tra le comunità settarie dell'Irlanda del Nord. Gruppi di pace e riconciliazione cominciarono a fiorire in tutto il nord, incluso il Gruppo interreligioso di preghiera Shalom. Nel 1993 i frati hanno aperto una seconda casa, una fraternità inserita a Ballymurphy, che offre un programma di solidarietà alla popolazione di Belfast Ovest, una comunità fortemente repubblicana e cattolica. La loro apertura incoraggia il dialogo fra le fraternità secolari francescane sia di tradizione protestante che cattolica romana, e la loro presenza ha aiutato il rafforzamento di iniziative ecumeniche per la pace in tutto il nord. In un convento disabitato sito a Cori, la Provincia OFM del Lazio ha realizzato un programma di formazione residenziale per giovani, intitolato "I Giovani Educatori della Pace". Secondo PAOLO MAIELLO, molti giovani che sono stati toccati dalla vita di Francesco e Chiara e dalla crescente testimonianza dei francescani di oggi cercano nuovi modi per diventare attivi operatori di pace nella loro società. La collaborazione francescana per la pace spesso include sforzi a livello interprovinciale o tra le Conferenze. Durante l'estate del 1995, due frati di Toledo, Spagna, EMILIO ROCHA e JULIAN MARTIN ARAGON, raccolsero carichi di materiali medici dalle farmacie spagnole che destinarono ai rifugiati in Bosnia. In segno di solidarietà e aiuto ai frati della regione, Emilio e Julian vissero per diverse settimane nel convento di Fojnica in Bosnia, dove i frati LEON MATE MIGIC e NIKOLA (NIKICA) MILICEVIC furono uccisi il 13 novembre 1993 da membri della milizia musulmana. Nel Nord America il movimento antinucleare, e in particolare l'esperienza del deserto del Nevada, è un esempio del modo in cui i frati lavorano insieme ad altre persone religiose e laiche di diversa estrazione sociale, impegnate per la pace. Fare pratica nell'aeronautica degli Stati Uniti non è tipico di un attivista antinucleare, ma per LOUIS VITALE la sua esperienza nella struttura militare americana e la sua disponibilità ai cambiamenti del Concilio Vaticano II sono stati come il background al suo impegno totale con i francescani e con il movimento per la pace. Dopo aver conseguito il diploma in sociologia, Louis chiese di andare a Las Vegas per fondare un ufficio di giustizia sociale per la diocesi. Lì gradualmente divenne consapevole di quanto stava avvenendo con gli esperimenti nucleari in Nevada, dove i governi statunitense e britannico effettuavano esplosioni nucleari sotterranee. Egli cominciò a chiedersi perché ci fosse così poco interesse per quello che avrebbe successivamente descritto come "forse il più grande disastro ambientale di tutti i tempi". "Era chiaro per noi", dice Louis, "che, finché i governi continuavano a sperimentare e sviluppare nuovi apparati bellici, la corsa agli armamenti sarebbe continuata. Ci impegnammo ad accrescere la conoscenza di quanto stava avvenendo nel Nevada e ad organizzare proteste e altre azioni per raggiungere l'obiettivo di una completa proibizione degli esperimenti". A poco a poco attraverso una serie di incontri di preghiera annuali e una crescente cooperazione con altri gruppi di cristiani e di indigeni americani, i partecipanti cominciarono a comprendere come ogni test stesse danneggiando l'ambiente locale e la sopravvivenza del popolo indigeno dei

Shoshone. Malgrado la crescente evidenza scientifica del danno causato dalla sperimentazione, le veglie annuali si scontravano con la violenta resistenza delle autorità sia locali sia nazionali. Il numero di persone presenti e arrestate sul luogo è aumentato costantemente durante gli anni '80, ma il movimento si è rinforzato per il sostegno ricevuto da persone di tutto il mondo. Dopo la sua elezione a Ministro Generale nel 1991, HERMANN SCHALÜCK andò a pregare nel deserto nella base per esperimenti del Nevada, in occasione del suo primo viaggio come Ministro Generale. Le visite di capi di governo, vescovi e rappresentanti di diverse tradizioni religiose evidenziano il forte impatto che la testimonianza ha avuto sulla opinione pubblica. Gradualmente i lavoratori del centro hanno cominciato a conoscere alcuni degli attivisti di pace ad un livello più personale e le tensioni dei primi anni sono diminuite. Anche se dopo il crollo dell'Unione Sovietica è stato possibile mettere in atto un divieto totale di sperimentazione, il movimento per la pace porta ancora avanti il suo impegno per impedire la sperimentazione di tutti i sistemi di armi. ALOYSIUS FLORIO, della Custodia di Terra Santa, ricorda l'impegno pratico dei frati durante la Guerra del Golfo del 1991, quando la comunità francescana rimase con la popolazione locale mentre molti altri fuggirono. "La nostra presenza pacifica fra la gente di tutte le fedi, dando loro da mangiare, ascoltando le loro storie e seppellendo i morti, fu un segno tangibile del nostro impegno portato avanti per ottocento anni verso gli abitanti della Terra Santa". Questo impegno fu dimostrato una volta di più quando fu compiuto il massacro degli oltre venti palestinesi che pregavano nella moschea di Ebron nel 1994. La Custodia in quella occasione condannò pubblicamente quello che chiamò "l'atto criminale" commesso da un colono ebreo. CLAUDIO BARATTO, rappresentante del Custode, ALBERT ROCK, PAOLO MASTRANGELI, HALIM NOUJAIM, GEORGE ABU KHAZEN visitarono immediatamente il municipio della Città di Ebron e i numerosi feriti come segno della loro missione di pace per i palestinesi spesso "dimenticati e ignorati" dai cristiani dell'Ovest. Riferimento alle Costituzioni Generali OFM Articolo 1,2 Quali seguaci di san Francesco, i frati devono condurre una vita radicalmente evangelica, in spirito di orazione e devozione e in comunione fraterna; dare testimonianza di penitenza e di minorità; portare in tutto il mondo l'annuncio del Vangelo, animati dall'amore verso ogni uomo; predicare con le opere la riconciliazione, la pace e la giustizia. Altri riferimenti: art. 33,1; 39; 69,1-2; 70; 95,1-3; 96,2; 98,1-2. Domande per la discussione 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. Come hai fatto l'esperienza di essere un operatore di pace? Nel tuo lavoro apostolico? Nella tua fraternità? Nella tua famiglia? Nella tua fraternità provinciale? Quali sono i maggiori ostacoli alla pace nella città in cui vivi? Nel tuo paese? Quale contributo alla pace potresti dare nella città in cui vivi? Quale contributo potrebbe dare la tua fraternità locale? I vescovi del tuo paese o della tua regione hanno identificato le priorità per una azione di pace? Come potresti tu personalmente sostenere tali sforzi? Come potrebbe essere coinvolta la tua fraternità locale? La tua fraternità provinciale? Quali sono le caratteristiche personali più importanti di un operatore di pace? Queste caratteristiche stanno crescendo nella tua vita? C'è un episodio che preferisci nella vita di san Francesco quale pacificatore? Questo episodio ti ha aiutato nel tuo impegno di pace? Abbiamo compassione non solo per le vittime della violenza e dell'ingiustizia, ma anche per coloro che, a causa delle loro passioni o cecità, impongono ad altri sofferenze, violenze o

8. 9. 10. 11.

12. 13. 14. 15.

ingiustizie? Preghiamo per loro? Vogliamo senza presunzione liberarli, accettando il rischio di affrontarli e la necessità di cambiare noi stessi? Abbiamo scoperto "il lupo" dentro di noi, pronto a divorare? Il lupo sta per essere domato? È possibile che la paura di essere poveri con i poveri sia il nostro maggiore ostacolo nel partecipare a una lotta non violenta? Nel nostro stile di vita personale e comunitario è presente l'impegno per la giustizia, la promozione umana, la liberazione e la pace? Pensi che la tua fraternità potrebbe compiere qualche azione per la giustizia e la pace o partecipare a quelle iniziate da altri? Pensi che ciò potrebbe "complicare" la vita della nostra fraternità o quella dei nostri gruppi e delle comunità cristiane e che perciò sarebbe meglio per noi stare in disparte? Che posto occupa nel progetto di evangelizzazione della tua fraternità/della tua Provincia la dimensione della promozione umana, della giustizia e della pace? Che cosa dovrebbe essere fatto per progettare o promuovere maggiormente una struttura esistente? Che cosa sai della nonviolenza? Pensi che potrebbe essere un valido strumento per noi nell'impegno per la giustizia e la pace che le CC.GG. ci propongono? Valuta la percezione e la risposta che tu hai dato in situazioni di conflitto. Come ti ha influenzato la tua vocazione e il tuo tipo di educazione in questo ambito? Osserva l'ambiente della tua fraternità e indica i semi di violenza che puoi percepire. Analizza i differenti tipi di risposta che emergono.

3. salvaguardia del creato / giustizia ambientale

Costituzioni Generali OFM, Articolo 71 Camminando sulle orme di san Francesco, i frati mostrino un senso di riverenza verso la natura, oggi minacciata da ogni parte, per riportarla integralmente ad un rapporto fraterno e renderla utile per tutti gli uomini, a gloria di Dio Creatore. Dalla vita di Francesco... Il profondo amore di Francesco per Dio e per tutte le creature di Dio è potentemente espresso nel Cantico delle Creature. Il Celano dice: "In ogni opera loda l'Artefice; tutto ciò che trova nelle creature lo riferisce al Creatore. Esulta di gioia in tutte le opere delle mani del Signore, e attraverso questa visione letificante intuisce la causa e la ragione che le vivifica. Nelle cose belle riconosce la Bellezza Somma" (2 Cel 165). San Bonaventura aggiunge: "Di tutte le cose si faceva una scala per salire ad afferrare Colui che è tutto desiderabile" (LegM 9,1). Francesco proibì ai suoi frati di recidere interamente un albero; ordinò ai giardinieri di lasciare un bordo di erba attorno ai giardini; disse che il miele e il vino avrebbero dovuto essere posti fuori per le api in inverno e chiamava gli animali fratelli. "Quella Bontà 'fontale', che un giorno sarà tutto in tutti, a questo Santo appariva chiaramente fin d'allora come il tutto in tutte le cose (1 Cor 12,6)" (2 Cel 165). Una volta un uccellino si posò nelle sue mani (cfr. 2 Cel 167); un falco annunciava i tempi di preghiera (cfr. 2 Cel 168); un fagiano crebbe affezionato a Francesco (cfr. 2 Cel 170); e la cicala cantava la lode del suo Creatore (cfr. 2 Cel 171). A Natale egli voleva che venissero dati grano e fieno in più al bue e agli asini mentre granturco e grano venivano sparsi sulle strade per nutrire gli uccelli, specialmente le allodole (cfr. 2 Cel 200). I compagni di Francesco lo vedevano "dilettarsi intimamente ed esteriormente di quasi ogni creatura: le toccava, le guardava con gioia, così che il suo spirito pareva muoversi in cielo, non sulla terra" (Legper 51). Giustizia ecologica La riflessione sull'ecologia è entrata in una nuova fase, abbandonando definitivamente dietro di sé gli stadi della semplice conservazione e preservazione della natura. Ora l'ambiente è considerato nelle sue relazioni multiple, comprendenti sia l'ambiente naturale che la cultura umana e la società. Nella sua prospettiva integrata, l'ecologia sociale evidenzia la possibile interazione tra tutti gli esseri sia viventi sia non viventi, naturali o culturali. Essa ci offre gli elementi di base necessari per

ristabilire un equilibrio dinamico in tutto l'ecosistema. È all'interno di questa ricerca di un equilibrio in tutto l'ecosistema che la questione della giustizia ecologica deve essere posta. Inoltre deve essere fatta la domanda se il rispetto per i diritti umani include anche i diritti della terra, e viceversa. In altre parole, come la giustizia sociale è legata alla giustizia ecologica? E in una prospettiva francescana, come il nostro impegno per la giustizia e la pace include la salvaguardia del creato? A. Alcuni principi di una "eco-giustizia" francescana La visione francescana della vita è teocentrica e al tempo stesso globale. Ogni essere vivente o non vivente è parte di una soggettività (e non semplicemente un oggetto) e ha un valore intrinseco, una missione. D'altro canto è un essere relativo: è in permanente relazione con il suo Creatore e con gli altri esseri. 1. Il sacramento del mondo Uno dei più significativi segni della spiritualità di san Francesco è il suo acuto senso della presenza di Dio nel creato e nella storia umana. Ogni essere, ogni cosa è un dono di Dio. Egli esortava i suoi fratelli a non attribuirsi nulla, a non prendere nulla per se stessi, a dare gloria a Dio sempre e in ogni luogo per "le cose meravigliose che Dio opera" in loro e nell'universo (cfr. LodAl 1). "E restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamogli grazie, perché procedono tutti da Lui" (Rnb 17,17). Ogni cosa ci parla di Dio e ci rimanda a Dio. L'universo nella sua unità così come nella sua diversità è un sacramento di Dio, una scala che ci porta al Creatore (cfr. 2 Cel 165; LegM 9,1). "Tutto il mondo è ombra, parte, traccia, è il libro scritto", scrive san Bonaventura (cfr. Collationes in Hexaemeron 12,14). Per Francesco, come per Bonaventura, Dio è do-vunque e allo stesso tempo in nessun luogo. Dio è alla fine della strada della conformità a Cristo e della contemplazione estatica. Ma è anche là, sulla strada, vicino a coloro che lo cercano, anche nelle profondità di ogni creatura e specialmente nelle nostre profondità. In ogni cosa e in ogni evento Dio è presente. "Dio è intimamente presente alle sue creature" (Bonaventura, De scientia Christi, q. 2, ad 11). La terra è sacra. Quello straordinario amore che Francesco portò agli esseri e alle cose derivava da questo. Egli era entrato in fraterna e rispettosa comunione con tutto ciò che vive e tutto ciò che è. Per questa anima supremamente cristiana, amare le opere di Dio e amare Dio era la stessa cosa. Da ciò deriva anche quell'ammirazione, espressa spesso nei cantici di lode e ringraziamento, davanti alla diversità e alla gratuità del creato che trova le sue origini nella sovrabbondanza dell'amore trinitario. Scrisse Tommaso da Celano: "Quella Bontà 'fontale', che un giorno sarà tutto in tutti, a questo Santo appariva chiaramente fin d'allora come il tutto in tutte le cose" (2 Cel 165). Questa visione estetica e religiosa si oppone ad una concezione puramente scientifica e materialistica del mondo, in tutte le sue diverse forme. 2. L'universo come totalità Francesco ha una visione integrale della vita. L'universo, creato in armonia e per l'armonia, è come una grande famiglia i cui elementi nella loro varietà sono interdipendenti e formano una singola fraternità universale. Questa concezione dell'unità del mondo è profondamente radicata in una visione biblica del creato. Da un lato, la storia della salvezza include la storia umana ma anche l'intero cosmo nella sua apertura alle promesse divine: "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rm 8,22). Dall'altro, gli stessi esseri umani furono creati dalla terra e il nome "Adamo" (Adamah) ricorda la loro origine terrestre. E attraverso "sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po' skappare" (Cant 12), essi ritorneranno un giorno alla madre Terra che li vide venire alla luce, secondo l'eterna legge della vita di tutte le creature.

L'umanità è in comunione con la natura nella vita così come nella morte (cfr. Gen 1-3; Cantico di Frate Sole). Questa concezione è opposta a quella dei diversi fondamentalismi metafisici filosofici e religiosi che mettono troppo l'accento sul soprannaturale a discapito del naturale. Di conseguenza, l'umanità dovrebbe estendere l'etica e la giustizia alla natura, a tutte le persone che vivono sulla terra, poiché distruggendo l'ambiente esse distruggono il proprio habitat. I beni del creato non sono riducibili agli interessi economici della sola umanità; essi sono destinati all'armonia universale di tutti gli esseri. "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Gen 1,31). L'aggettivo "buono" deve essere qui inteso nel significato globale, onnicomprensivo, cioè ontologico, morale, vitale, estetico, e non semplicemente nel significato esclusivo di un bene economico. 3. Rispetto per l'alterità Per Francesco ogni cosa ed ogni essere umano aveva il suo valore intrinseco, una "individualità" da rispettare e amare. Le pietre, le piante, gli uccelli del cielo, i vermi della terra, i lebbrosi o i mendicanti della strada... tutte le creature di Dio avevano diritto all'esistenza e nessuna di esse ci apparteneva completamente: esse erano "diverse", "altre", distanti, e di conseguenza non soggette al nostro dominio. San Bonaventura e Duns Scoto avrebbero sviluppato questo concetto della singolarità di ogni cosa nella loro dottrina dell'individuazione. Seguendo l'esempio del loro Padre, essi avrebbero considerato ogni essere di questo mondo nella sua soggettività fertile ed interiore, nella sua haecceitas, cioè in ciò che rende un essere quello che è e non qualcos'altro. La ragione ultima di questa singolarità scritta in ogni cosa è situata, come disse Duns Scoto, "nella volontà di Dio". L'alterità delle creature ci rinvia all'infinitamente altro che è Dio. Una spiritualità ecologica francescana ci pone davanti alla sfida di trascendere noi stessi per entrare nella comunità universale di tutti gli esseri. Presa in tutte le sue relazioni complesse con l'universo, la nostra vita allarga il nostro senso di responsabilità verso noi stessi e gli altri. Ciò richiede un atteggiamento inclusivo verso tutti gli esseri che incontriamo sulla nostra strada, compresi quelli del mondo naturale, e allo stesso tempo uno sguardo contemplativo di stupore, quando ci troviamo di fronte alla diversità e alla misteriosa singolarità di ognuno di essi. Una inclusività senza alcuna appropriazione, una solidarietà che include un profondo rispetto per l'alterità. La spiritualità francescana centrata su una visione integrale della vita, sulla dignità della terra e l'intrinseco valore di ogni essere nell'universo, rifiuta di vedere il mondo naturale e l'essere umano meramente e semplicemente come capitali da sfruttare. Noi dobbiamo prendere le distanze da un sacramentalismo irresponsabile che è disincarnato e privato di tutto l'impatto sociale, e da un'idea di progresso illimitato che la terra e i suoi sistemi vitali non possono sostenere. B. Giustizia ecologica a livello pratico Tre opzioni pratiche corrispondono approssimativamente a tre principi: 1. Opzione per la vita e l'interdipendenza della vita a) "Tu, Signore, sii benedetto, lo quale me hai creata" (Processo di canonizzazione di santa Chiara, 20; cfr. Leggenda di santa Chiara, 46). Prima di morire Chiara continuò a rendere grazie al suo Dio per il dono della vita. Anche il Cantico di Frate Sole di Francesco era un concerto di lodi e ringraziamenti dell'intero universo per la vocazione alla vita: "Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le Tue creature" (Cant 3). Ogni essere ha diritto alla vita. Una tortora selvatica, un piccolo fiore insignificante, una povera donna sofferente, un vecchio uomo cieco, ecc., tutto è stato chiamato all'esistenza e a partecipare alla stessa avventura d'amore. Francesco nutriva una speciale predilezione per le

creature più piccole ed umili. "Raccoglie perfino dalla strada i piccoli vermi, perché non siano calpestati" (2 Cel 165). Sui sentieri creati dagli uomini non mancano i passanti che distruggono la vita. La terra, come pure gli esseri umani e gli animali che vivono su di essa, ha diritto alla rigenerazione; essa è soggetta alla legge del sabato, un tempo di riposo necessario per il rinnovamento della vita (cfr. Lv 25,1-7). La creazione di Dio non si fermò al sesto giorno quando comparve l'umanità. L'umanità non è la fine della creazione; essa è piuttosto coronata dal settimo giorno, il sabato, quando Dio si riposa e contempla (cfr. Gen 1-2). È il Creatore che è il principio e la fine di tutte le cose. Ciascun francescano è un profeta di vita. Nel nome del Dio vivente, egli denuncia la cultura della morte e cerca di salvaguardare la qualità della vita _ di tutta la vita _ e, nel deserto del mondo, diviene dovunque e sempre segno di rigenerazione e di speranza. b) Il francescano è pure attento all'interdipendenza degli esseri. Nessun essere vive di e per se stesso. La sopravvivenza degli esseri umani, e specialmente dei poveri, dipende dalla sopravvivenza della terra e dalla qualità della vita di tutto l'universo, e viceversa. Francesco era consapevole dei doni della terra per mezzo dei quali gli esseri umani sono nutriti: "Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba" (Cant 9). Da parte loro gli esseri umani dovrebbero avere cura della terra e salvaguardare la varietà di frutti, fiori ed erbe. La monocultura per provvedere ai bisogni del mondo industrializzato, e quindi lo sfruttamento illimitato della terra, porta alla morte della terra stessa e anche dei poveri che si vedono sistematicamente spogliati delle loro risorse di vita. Migliaia e migliaia di "senza terra" che muoiono di fame e migliaia e migliaia di ettari di foresta distrutti in Brasile e altrove sul nostro pianeta sono le disastrose conseguenze di questa politica economica unilaterale. 2. L'opzione di vivere "sine proprio" (Rnb 1,1) Nel suo modo conciso Francesco esortava i frati a condurre una vita semplice e povera in uno spirito di donazione di sé: "Nulla di voi trattenete per voi" (LOrd 29) e a praticare nella vita quotidiana la rinuncia a tutto il superfluo e ad essere felici del minimo necessario: "E ogniqualvolta sopravvenga la necessità, sia consentito a tutti i frati, ovunque si trovino, di prendere tutti i cibi che gli uomini possono mangiare... Similmente, ancora, in tempo di manifesta necessità tutti i frati provvedano per le cose loro necessarie così come il Signore darà loro la grazia" (Rnb 9,13.16; cfr. Rnb 15). Questa povertà francescana non è solo individuale. È anche sociale e porta con sé una dimensione profetica. Rinunciando alla proprietà e scegliendo di vivere poveramente tra i poveri, Francesco rifiutò il sistema economico e politico del suo tempo. La sua opzione di vivere in povertà si traduce a livello pratico in una opzione per i poveri. Ciò è in contrasto da un lato con la mentalità feudale centrata sul possesso di terre e sullo sfruttamento dei contadini, e dall'altro con la società consumistica introdotta dalla nuova classe sociale, la borghesia. Ritornando un giorno da Siena, Francesco incontrò un povero. A causa della sua malattia, Francesco indossava un piccolo mantello oltre al suo abito. Egli vide la miseria del povero e non poté trattenersi dal dire al compagno: "Bisogna che restituiamo il mantello a questo povero: perché è suo" (LegM 8,5). L'opzione di vivere sine proprio deve essere legata alla carità, senza la quale la povertà non ha senso. Per Francesco l'appropriazione è un reale ostacolo all'amore fraterno. Essa aumenta in noi la volontà di dominio sugli altri. La storia di un novizio che, guidato dal desiderio del possesso, mancò di rispetto agli altri, è un esempio del legame intrinseco tra povertà e fraternità (cfr. Legper 70; 72-73). La tentazione di dominare la terra ci porta a dominare gli altri, specialmente i poveri e gli indifesi. L'accumulazione di ricchezze da parte di alcune persone porta con sé, come conseguenza, l'impoverimento e anche la distruzione degli altri. Francesco avverte i suoi frati di stare in guardia contro questo pericolo: "Si guardino i frati, ovunque saranno, negli

eremi o in altri luoghi, di non appropriarsi di alcun luogo e di non contenderlo ad alcuno" (Rnb 7,13). Marx mise in evidenza il legame fra lo sfruttamento dei lavoratori e quello della terra nel sistema di produzione capitalista, quando scrisse ne Il Capitale: "Tutto il progresso nell'agricoltura capitalista è progresso non solo nell'arte di sfruttare il lavoratore, ma anche nell'arte di spogliare il suolo; tutto il progresso nell'arte di aumentare la sua fertilità per un periodo, è il progresso nel rovinare le fonti durevoli della fertilità. [...] La produzione capitalistica sviluppa solo le tecniche e la combinazione dei processi di produzione sociale mentre allo stesso tempo estingue le due fonti da cui la ricchezza proviene: la terra e il lavoratore" (K. Marx, Il Capitale, vol. 1, libro 1, sezione 4, c. 13, § 10 / MarxEngels, Werke, vol. 23, Dietz Verlag, Berlino 1962, pp. 529-530). La giustizia ecologica e la giustizia sociale sono inseparabili. 3. Essere "artigiani" di pace Il rispetto per la vita e l'alterità di ogni essere implica anche una responsabilità per la pace. Non solo essere pacifici, cioè vivere in pace nella propria casa, ma anche costruire la pace in mezzo a una società caratterizzata dalla violenza e dall'ingiustizia. Lasciando le mura della città di Assisi, simbolo del potere e della gloria, Francesco e Chiara volevano rompere le catene che imprigionavano i cuori della gente della loro società nel circolo vizioso dell' egoismo e della diffidenza. Essi scesero dal loro livello per essere con i più umili e i piccoli, con i lebbrosi e i mendicanti della strada; volevano fare pace con il mondo e con l'intero universo. Il chiostro dei frati è il mondo intero, dove ogni creatura di Dio ha la sua dimora (cfr. SCom 63); non vi sono alte mura, poiché i frati non hanno nulla da difendere eccetto la dignità e la fraternità di tutti gli esseri. "E chiunque verrà da essi, amico o nemico, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà" (Rnb 7,14). Francesco non dimenticava che la pace tra le persone è solo un aspetto della riconciliazione universale tra gli esseri umani e la terra, e tra queste realtà e il loro Creatore. Egli aggiunse una strofa sul perdono del prossimo nel suo Cantico delle Creature: "Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore" (Cant 10). L'amore è ancora possibile, no-nostante tutte le ombre di morte che ci opprimono. Quando tutti gli argomenti della ragione sono insufficienti a portare la pace, non vi è altra strada da seguire che quella del perdono. È il perdono che rende all'amore la sua chiarezza e riscopre la dignità della persona. Consapevoli che le armi non ristabiliscono la pace, che causano non solo morte agli esseri umani ma anche la distruzione radicale dell'ambiente, i frati vanno per il mondo denunciando ogni attacco alla salvaguardia del creato, testimoniando attraverso la nonviolenza la misericordia di Dio, quali artigiani della riconciliazione universale. Ambrose Van Si OFM Esempi dalla vita dei frati... La salvaguardia del creato è sempre stata al cuore della spiritualità francescana, ma negli anni recenti i temi della giustizia ambientale sono passati dalla nozione romantica del curare le piante e gli animali a un più urgente impegno per la promozione dei diritti umani e la giustizia sociale. In America Latina in particolare, il diritto di insediarsi e prendersi cura di un terreno è visto sempre di più come un primo passo vitale per dare pieni poteri ai poveri e superare le strutture opprimenti della società. In tutto il continente e in altri posti, i frati vivono accanto ai poveri, sviluppando modi creativi di proteggere l'ambiente e promuovere l'autosufficienza delle comunità indigene. Purtroppo è ancora raro trovare frati che siano in grado di dedicarsi interamente a questo tipo di lavoro. Una eccezione è JIM LOCKMANN (U.S.A.) che ha conseguito il dottorato in ecologia e ha lavorato per promuovere metodi di sviluppo sostenibile vicino alla città di Belém nel bacino del Rio delle Amazzoni. La sua specialità è lo studio biologico delle specie di piante locali, cercando di conoscere sempre meglio gli alberi che potranno contribuire alla conservazione a lungo termine

dell'ambiente. L'area nord-est del Brasile è estremamente povera ed è abitata da famiglie profughe che vi furono insediate con la forza dai militari. Di conseguenza esse non sanno nulla del loro nuovo habitat e non hanno supporti finanziari o educativi dal governo che possano aiutarle a prendersi cura del loro ambiente. Ci vogliono di solito circa cinque anni per una piccola comunità per tagliare tutti gli alberi e per sfruttare al massimo un appezzamento, quindi sono obbligati a spostarsi in un altro luogo. Lockmann vive con una comunità di lavoratori, aiutandoli a sviluppare una visione a più lungo termine del loro ambiente. "La vita è molto dura per questa gente", dice, "e ci vuole tempo per guadagnarsi la loro fiducia. Ma dopo un po' arrivano a capire che possono costruire un futuro migliore per i loro figli". Lockmann sta continuando una tradizione iniziata da JOSI MARIANO DA CONCEIÇAO VELOSO _ il frate del XVIII secolo ancora considerato come "il padre della botanica brasiliana". Era nato a Vila São José, nel 1741, figlio di un genitore portoghese e di uno brasiliano ed era entrato nell'Ordine l'11 aprile 1761. Lavorando a stretto contatto con i membri delle tribù indigene locali, egli trascorse quasi un decennio ricercando e catalogando più di 2000 specie di piante. La sua ricerca si concentrò anche sullo studio dell'agricoltura e della economia rurale, la conservazione della foresta, la zoologia, la mineralogia e anche i dialetti locali; il suo retaggio serve da ispirazione per gli innumerevoli frati brasiliani che da allora in poi hanno lavorato per la giustizia ambientale nella regione. Oggi RODRIGO DE CASTRO AMÉDÉE PÉRET sta sviluppando un modo nuovo e creativo di portare avanti questo lavoro, autorizzando gli agricoltori poveri a difendere i loro diritti e a proteggere le specie locali di piante e colture. Una particolare iniziativa pionieristica nello stato di Minas Gerais, Brasile, è la fondazione di banche delle sementi. Volontari raccolgono, coltivano e distribuiscono i semi di molti differenti alberi e piante locali, riducendo in tal modo la dipendenza degli agricoltori da semi stranieri e ibridi e cercando di invertire la tendenza a coltivare vaste distese di terreno a monocultura per la produzione di caffè, frumento, soia e altri prodotti di vendita per l'esportazione. Attraverso il suo lavoro nel Vivaio Agro-Ecologico di San Francesco di Assisi, Rodrigo e il suo gruppo hanno messo i piccoli agricoltori in condizione di provvedere alle loro famiglie e allo stesso tempo di preservare la stabilità dell'ambiente a lungo termine. Le maggiori priorità del vivaio sono la ricerca nel campo della gestione delle risorse del suolo e dell'acqua e la eliminazione dell'erosione del suolo. I volontari inoltre catalogano accuratamente le proprietà farmaceutiche degli alberi, dei frutti e delle erbe locali che una volta venivano utilizzate efficacemente per il trattamento di molti tipi di malattie, assicurando la loro reintroduzione nell'ecosistema regionale. Similmente in El Salvador GEAROID FRANCISCO O'CONAIRE ha dedicato molto del suo tempo e delle sue energie ad incoraggiare la popolazione locale ad usare le antiche tecniche bioenergetiche e i rimedi locali per le malattie e le infermità. Perché? Perché insegnare loro a fare un uso migliore delle risorse naturali di cui dispongono significa metterli in condizione di capire di più le malattie che li affliggono e quindi diminuire la loro dipendenza dai dottori e dalle grandi compagnie farmaceutiche. Significa anche proteggere una parte della cultura locale, fornendo alle persone rimedi economici e di facile acquisto che possono produrre e somministrare a casa. Ma l'opera di Francisco per la giustizia ambientale non finisce qui. Egli ha sostenuto una campagna per la fornitura di acqua potabile per la sua parrocchia di San Bartolo portandola sino all'Assemblea Nazionale di El Salvador. Un comitato congiunto di frati e capi della comunità ha presentato una petizione ai legislatori e ha condotto una campagna sulle stazioni radio locali affinché fosse aumentata la fornitura d'acqua ai sobborghi di San Salvador. Francisco si è anche collegato ai Gruppi Ecologici Uniti di El Salvador (UNES) per fermare la distruzione della foresta naturale e della riserva ecologica di El Espino _ "l'ultimo polmone di El Salvador", come è chiamato. La conservazione di El Espino dà l'opportunità non solo di salvare più di un milione di alberi, ma di fermare una chiara violazione dei diritti umani di tutti, particolarmente delle cinquemila famiglie che sono minacciate di sfratto se il progetto di urbanizzazione andasse avanti. I frati sono stati

spesso criticati per l'interferenza nella vita politica. Essi hanno anche ricevuto minacce di morte da parte delle ex squadre militari della morte, che si sono ora riorganizzate in gruppi di vigilantes agli ordini dei ricchi proprietari terrieri della regione. Alcuni frati dell'America Centrale sono determinati a continuare nella loro opera di difesa; essi credono che la giustizia ambientale è una delle chiavi per rafforzare le persone povere in tutto il mondo. Quale cofondatore della coalizione SAVE ME (Samar Alliance of Vigilant Endeavors for Mother Earth), JOSI CALVIN BUGHO, facendo propria la scelta di vita dei frati PASTOR ALTA e ALBERTO BALDO, si è unito a loro e ai parrocchiani di Tinambacan, Samar-Nord, Filippine. Una recente campagna interfrancescana contro il vertice dell'APEC del 1996 nelle Filippine ha messo in luce il crescente bisogno di guardare al degrado ambientale da una prospettiva di giustizia sociale più inclusiva. In una zona fortemente industrializzata della Polonia, la comunità francescana ha fondato ECOSONG, un festival musicale che aiuta a portare speranza a un'area che porta le conseguenze di cinquant'anni di inefficienti leggi statali. A Makarska, Croazia, JURE RADIC (1920-1990), della Provincia francescana di Spalato, fondò un museo marino nel 1963, dopo anni di ricerca scientifica sulla flora e la fauna della Croazia meridionale e del Mare Adriatico. Egli raccolse anche numerose conchiglie marine da tutto il mondo e diede inizio ad un impressionante erbario e ad una raccolta paleontologica. Come professore di liturgia, scienziato e frate francescano, credette profondamente nella necessità di salvaguardare il creato. Per aiutare ad accrescere la consapevolezza di tali questioni, fondò anche il cosiddetto Istituto della Montagna e del Mare, che organizza molte conferenze scientifiche e lavora insieme con altri istituti scientifici internazionali. Sul confine che separa il Messico dagli U.S.A., JOE BAUR, LUIS BALDONADO, LIZ CUMMINS hanno lavorato insieme con altri leaders laici al progetto, conosciuto come SWEEP o Progetto per l'Equità Ambientale Sud-occidentale, per cercare di bloccare la legge che permette alle compagnie di scaricare rifiuti tossici senza ripulire i cantieri. Molte di queste aree di rifiuti tossici sono localizzate nelle regioni afroamericana e ispanica lungo il confine U.S.A.-Messico. I residenti non vengono informati di questi rischi e ancor più manca il potere politico di influenzare la localizzazione di tali aree. Le percentuali di cancro e altre malattie sono spesso più alte in queste aree che non altrove. SWEEP continua a portare capi della chiesa da Phoenix a visitare le famiglie di Nogales, Arizona, dove la diffusione del cancro e di altre malattie è stata chiaramente documentata. Incorporare le questioni di giustizia sociale nel più tradizionale "movimento verde" è un ragguardevole esempio dell'essenza francescana di SWEEP. Ad Appalachia, Kentucki, U.S.A., MAYNARD TETREAULT è stato un avvocato eminente per la popolazione locale nella lotta per la giustizia ambientale. Divisa dal resto degli Stati Uniti dalla catena dei Monti Appalachi, la gente di Appalachia è spesso stata lasciata a difendersi da sola contro i grandi interessi minerari. Lo sbancamento ha portato al degrado di molta parte dell'ecosistema un tempo incorrotto di Appalachia e così pure la dipendenza di una grande percentuale della popolazione locale dall'industria del carbone ha creato pesanti problemi economici e sociali. Maynard e altri stanno lavorando per fornire la regione di un'industria più sostenibile e per proteggere le risorse ambientali così abbondanti nella zona. In una povera comunità ispanica a Oackland, California, U.S.A., KEITH WARNER ha lavorato per accrescere la consapevolezza dell'interdipendenza tra il degrado ambientale e la povertà in tutto il mondo. "La gente non vuole curarsi delle foreste pluviali tropicali in Brasile o in Micronesia secondo Keith - a meno che non abbia un senso del legame con la sua situazione locale". Stando a quanto riferisce, la gente di campagna sapeva meglio come gestire la terra. Oggi, con il tremendo esodo di persone dalle aree rurali a quelle urbane, la gente ha perso il riferimento alla natura. Keith

crede che dando alla popolazione urbana il senso dei doni della natura attraverso piccoli passi, come giardini di comunità, riciclaggio e piantagione di alberi, si possa ottenere una etica ambientale più pratica ed olistica. Recentemente, nella città di Oakland è iniziata una campagna per combattere lo smaltimento dell'olio per motori che una volta usato viene gettato nel sistema fognario cittadino _ una pratica molto comune nella zona del Convento di S. Elisabetta. Nel tentativo di promuovere il riciclaggio di tale tipo di olio, Keith costruì una strada modello sul retro della Chiesa di S. Elisabetta, dove i bambini del luogo poterono verificare l'impatto negativo che lo smaltimento di quell'olio stava avendo sull'intera area della baia di San Francisco. "In una comunità povera come questa, composta da salvadoregni, messicani e molti stranieri senza documenti, il governo della città semplicemente non ha la considerazione necessaria né le strutture e la capacità di linguaggio per affrontare il problema", dice Keith. "La gente dei dintorni teme il governo, in particolare il Servizio Immigrazione e Naturalizzazione, e ha poco tempo per gli interessi ambientali che preoccupano i ricchi californiani settentrionali". Spesso gli interessi politici ed economici hanno la precedenza sulle questioni ambientali e sui diritti delle popolazioni locali. In mezzo al disordine politico in Israele, l'ex Custode di Terra Santa, GIUSEPPE NAZZARO, cercò di combattere i piani per confiscare enormi appezzamenti di terreno vicino a Betlemme per la costruzione di un lussuoso complesso turistico. Fin dal 1967, più del 60% di tutta la terra nella regione è stata confiscata e dichiarata zona militare dal governo israeliano. Betlemme è ora quasi totalmente circondata da insediamenti ebraici e da circonvallazioni. Autobus di turisti si muovono rapidamente dentro e fuori la città, scoraggiando il contatto con la comunità cristiana locale. In un contesto politico già esplosivo, l'ulteriore confisca delle terre significherà la perdita di mezzi di sussistenza per diverse migliaia di famiglie, la distruzione di molte terre dei padri della gente palestinese e una maggiore opposizione al fragile processo di pace. In altri paesi dove ha avuto luogo la trasformazione politica, vi è un crescente senso di giustizia ambientale. In Sud Africa, per esempio, con il sistema dell'apartheid dei governi del passato, enormi zone di terreno erano state destinate per lucrose riserve naturali e per gli insediamenti degli afrikaner, mentre i territori delle tribù e i sobborghi per la maggioranza nera erano stati lasciati in uno stato di totale abbandono. Un progetto mirato ad aiutare le comunità nere a combattere la deforestazione piantando boschi di eucalipti a crescita rapida è risultato aver influito malamente sull'ambiente locale. In un paese di cui si conosce la carenza di acqua, un bosco di 100 eucalipti può assorbire più di 50.000 litri di acqua al giorno, trasformando perciò le aree circostanti in un vero e proprio deserto. Fino alla sua recente morte, CRISPIN CLOSE era stato un pioniere nello sforzo di tagliare i boschi di questi alberi e sostituirli con varietà di alberi indigeni locali che crescono da sementi. In altri paesi del mondo, i frati stanno promuovendo la conservazione delle piante indigene e delle antiche tecniche agricole come il modo migliore di sostenere i piccoli agricoltori nella lotta contro il tentativo dei governi di convertire vaste aree di terreno in lucrose coltivazioni a monocoltura. In Papua Nuova Guinea i frati hanno protetto la crescente coltivazione delle piantagioni di palme da olio. Gli alberi sono coltivati per i loro frutti a grappolo, dei quali la polpa e i semi producono olio da vendere sui mercati stranieri. Ancora una volta la diversità ecologica della regione e il sostentamento della popolazione locale sono minacciati da questo tipo di sviluppo non sostenibile. Il Progetto di Apprendimento Ambientale di Atrisco (AELP) è un programma senza fini di lucro, che offre doposcuola e servizio estivo presso la Parrocchia della sacra Famiglia ad Albuquerque, Nuovo Messico, U.S.A.. JACK CLARK ROBINSON, parroco della Parrocchia della sacra Famiglia, ha collaborato a fondare l'AELP come un modo pratico di aiutare la vita e le strutture familiari della circostante comunità ispanica in rapida trasformazione. Bambini, adolescenti e nonni stanno insieme per la costruzione e la manutenzione di un giardino ombroso e di una serra. Come sottolinea il Direttore del Progetto BERNADETTE ORTEGA: "Condividendo la cura del nostro giardino, giovani e anziani allo stesso modo possono imparare di più sulla generosità che la natura

può offrire e avvertire la necessità di coltivare le tradizioni indigene che rendevano la South Valley di Albuquerque un posto tanto fertile prima dell'industrializzazione. L'AELP concede alla gioventù economicamente e socialmente svantaggiata di essere personalmente coinvolta in un programma educativo che favorisce l'autostima, indirizzando alcuni degli interessi sociali e culturali della regione. Il fine ultimo del nostro programma - dice Bernadette - è di educare i bambini ai principi basilari del rispetto, del prendersi cura e della compassione. Nello sviluppare questi valori umani fondamentali, crediamo che i bambini impareranno ad avere rispetto per se stessi, per il loro ambiente e per gli altri". Riferimenti alle Costituzioni Generali OFM Articolo 9,1.4 Con il voto di castità, i frati ... si possono occupare, con cuore indiviso, delle cose del Signore (1). Per vivere il voto di castità, i frati ... guardino con devota umiltà tutte le creature, consapevoli che esse sono state create per la gloria di Dio (4). Altri riferimenti: art. 20,1-2; 127,3; 131,1. Domande per la discussione 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. Quali sono le più grandi minacce all'ambiente che affronta la tua città? Il tuo paese? Il mondo? Che cosa hai fatto personalmente in risposta alla domanda 1? Che cosa ha fatto la tua fraternità locale o la tua fraternità provinciale? La tua fraternità locale ricicla quando è possibile? Le questioni di giustizia ambientale sono presenti nel tuo lavoro apostolico (impegni quotidiani, conversazioni, predicazione, ecc.)? Molte persone guardano a san Francesco come ad un importante alleato nei loro sforzi a favore della giustizia ambientale. Tu incoraggi ciò? In che modo? Nel tuo lavoro apostolico, usi mai esempi ecologici per evidenziare il fatto che tutte le persone del pianeta sono interrelazionate tra loro? Hai mai usato il Cantico delle Creature nella preghiera pubblica per rinforzare questa convinzione? Avverti che tu personalmente e la tua fraternità siete abbastanza sensibili ai problemi ecologici e a conoscenza dei medesimi? Giudichi che la partecipazione dei francescani alle azioni e ai movimenti ecologisti sia adeguata? Cosa criticheresti nella tua vita e in quella della tua fraternità riguardo alla sensibilità e alla responsabilità per l'ecologia: uso eccessivo di energia, distruzione di materiali che potrebbero essere riciclati? Pensi che ciascuno di noi alla stessa maniera è responsabile del consumismo e del cosiddetto "sviluppo"? Dal punto di vista di una opzione per i poveri, quali passi potremmo fare verso una più effettiva responsabilità nell'area dell'ecologia? Credi che la consapevolezza odierna riguardo all'ecologia richieda una nuova lettura del Cantico delle Creature? La tua fraternità potrebbe fare una lettura di questa preghiera in comune, con un commento dal punto di vista del tema di questo capitolo.

9. 10.

4. vita

Costituzioni Generali OFM, Articolo 96,2 Gran parte dell'umanità è tuttora tenuta in condizioni di povertà, ingiustizia ed oppressione. I frati si dedichino, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, ad instaurare, in Cristo risorto, una società giusta, libera e pacifica. E, dopo aver analizzato le singole situazioni, prendano parte attiva alle iniziative di carità, di giustizia e di solidarietà internazionale. Dalla vita di Francesco... Poiché Francesco riferiva tutto il creato al Creatore (cfr. 2 Cel 165), il Poverello di Assisi era fondamentalmente gioioso. Solo il peccato costituiva motivo di tristezza; tuttavia, anche in tal caso, i frati dovevano "guardarsi dall'adirarsi e turbarsi per il peccato di qualcuno" (Rb 7,3). Al contrario degli Albigesi, che consideravano buono lo spirito e cattiva la materia, Francesco vedeva tutto il creato come benedetto da Dio. Perciò Francesco spingeva le persone a frequentare i sacramenti, segni visibili dell'amore e della grazia di Dio (cfr. 2 Lf). Il Poverello qualche volta cantava in francese e usava due bastoncini per rappresentare un violino e il suo archetto (cfr. 2 Cel 127). Poiché Francesco per primo viveva ciò che predicava, poteva predicare con fiducia, muovendo i cuori prima induriti al pentimento e riportando la salute alle anime e ai corpi (cfr. LegM 12,8). Il Trattato dei miracoli del Celano ci ricorda alcuni dei molti miracoli compiuti da Francesco o attribuiti alla sua intercessione. Francesco trattò sempre le persone malate compassionevolmente. Egli esortava i frati a guardarsi "dal mostrarsi tristi all'esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti", ma dovevano mostrarsi "lieti nel Signore e giocondi e garbatamente amabili" (Rnb 7,16). Verso la fine della sua vita Francesco disse: "Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio, perché finora abbiamo fatto poco o nessun profitto!" (1 Cel 103). Francesco scrisse al ministro che aveva difficoltà con certi frati: "Non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato" (Lmin 9-10). Il perdono, la penitenza e le opere di compassione alimentarono incessantemente l'amore di Francesco per la vita.

Prospettive francescane L'autore britannico G.K. Chesterton ha osservato che una componente del genio del Santo di Assisi era il modo in cui Francesco concentrava la sua attenzione sulla singola persona che aveva di fronte. Era un segno della sua cortesia il fatto che Francesco non facesse mai differenze tra una persona e un'altra, ma desse ad ognuno _ dal lebbroso al sultano, da donna Jacopa al mendicante _ la sua attenzione e il suo interesse. Nel suo famoso Cantico delle Creature, Francesco mostrò che la sua attenzione e il suo rispetto erano diretti non solo agli uomini ma a tutte le creature. E la ragione dell'atteggiamento di Francesco verso gli altri era proprio che Dio li aveva creati e attraverso essi Dio poteva essere glorificato. L'intuizione poetica e l'interiorizzazione creativa di Francesco furono raccolte da un altro uomo di genio della tradizione francescana. Bonaventura fa affidamento sull'esperienza spirituale di Francesco nella formazione dei fondamenti filosofici e teologici del suo pensiero. Una immagine del creato rimasta in tutta la vita di Bonaventura è tratta dal libro dell'Ecclesiaste , dove una piccola sorgente dà origine ad un fiume che scorre attraverso la terra e poi ritorna al suo punto di origine. Per Bonaventura tutta la vita deriva da una fonte divina, esce da Dio per produrre frutto e poi ritorna a Dio. Nella struttura di Bonaventura, alla moltitudine del creato è data l'esistenza dall'Uno Increato (emanazione); le creature danno testimonianza del loro Creatore (esemplarità); e sono ricondotte al Creatore (consumazione). Come tale tutta la creazione _ specialmente la creazione animata _ deve essere considerata di valore poiché tutta la creazione è di Dio, il valore massimo o, come Francesco avrebbe pregato, "l'Altissimo" e "il sommo Bene". Duns Scoto, così diverso nel metodo e nel contenuto da Bonaventura, ha tuttavia in comune con il Dottore Serafico l'ispirazione di Francesco. Come è risaputo, non è il peccato ma la bontà che domina la visione del creato in Scoto. Poiché Dio è libero, la creazione non ha ragione di essere ad eccezione che per il divino favore di Dio. L'amore di Dio è manifestato nella creazione e più chiaramente nell'incarnazione. Tutto ciò che esiste non è necessario che sia, ma che qualcosa esista è dovuto solamente all'amore di Dio che vuole che esista. Vi è una importanza e una dignità in ciò che esiste, e la storia della salvezza è la storia di come Dio liberamente entra in dialogo con particolari persone in tempi e luoghi concreti. La creatura individuale, nella unicità della sua situazione storica, è parte della storia della presenza attiva di Dio. Mentre l'incarnazione è, di certo, l'apice più alto della creazione, essa serve anche per affermare il valore del mondo creato. La carne, la corporeità, la materialità, lo storicamente contingente - tutto ciò non deve essere evitato ma accettato, come Dio stesso lo accetta. All'enfasi di Scoto riguardo a questo punto viene data espressione dal termine haecceitas, la specificità di una cosa. Haecceitas, ciò che rende qualcosa singolare e differente dalle altre che condividono la sua natura, sottolinea il valore di una realtà contingente e particolare, poiché ogni essere possiede qualcosa che esso solo può rivelare. Minacce al valore della vita creata e sue negazioni Con il suo accento sulla dignità e sul valore intrinseci di ogni creatura, la prospettiva francescana della vita si pone in netto contrasto con molte altre concezioni evidenti nel nostro mondo moderno. Alcune di queste interpretazioni alternative sono in diretto contrasto con la visione francescana; altre sono distorsioni o esagerazioni di concezioni che, se propriamente comprese, possono servire la vita. Ogni visione propone, implicitamente o esplicitamente, una gerarchia di valori. Le azioni umane di solito riflettono i valori operativi adottati da una persona o da una cultura. Ciò che è importante capire è che si deve guardare ai valori operativi (non professati), dato che molte persone intendono in teoria appoggiare un insieme di valori cristiani, anzi specificamente francescani. Ma la pratica morale di una persona o il valore attuale custodito in una cultura possono differire considerevolmente da quelli professati. Non è solo un problema di ipocrisia (dire una cosa e farne un'altra) o debolezza morale (non essere all'altezza dei propri impegni), ma di cecità morale (non essere abbastanza autocritici per rendersi conto che vi è una discrepanza tra convinzioni e azioni). Il rimedio non è rimproverare o condannare, ma aiutare le persone a scoprire nella loro vita e nella

società le forze che veramente dirigono e motivano il comportamento. Segue una riflessione su alcune delle visioni più problematiche del nostro mondo. Perfezionismo Questa visuale attribuisce grande importanza al valore della vita, nella misura in cui essa manca di ostacoli o battute d'arresto al successo, alla popolarità o all'autonomia. Messa di fronte alle imperfezioni della condizione umana, questa visione del mondo non può continuare ad accettare l'essenziale bontà e dignità dell'ordine creato. Quindi infermità o malattia sono viste derubare le persone della loro dignità, rendendo marginale il loro ruolo nella vita sociale, rendendole indegne della nostra attenzione o del nostro interesse. Il trattamento del malato, specialmente del moribondo, spesso riflette un disagio che le persone provano quando si confrontano con la diminuzione della forza e della salute. In molte società i movimenti per il suicidio fisico assistito, o per la legislazione del diritto a morire, possono essere un riflesso di una incapacità a sostenere una vita che è degna di essere vissuta nonostante il dolore e la sofferenza. Nelle menti di alcune persone, la vita è degna di essere vissuta solo se una persona può avere il controllo del proprio corpo e non esperisce limitazioni fisiche. Molto spesso nelle culture moderne l'importanza dell'immagine porta a spese e sforzi esorbitanti per aumentare o mantenere la bellezza fisica. Dobbiamo relegare coloro che sono deturpati o non attraenti alla periferia della nostra vita; può essere molto più facile servire le persone che rispondono ai requisiti culturali della bellezza o dell'attrattiva. Molto spesso i giovani sono attratti dal sogno di ottenere la bellezza eterna e tendono a valutare gli altri (specialmente i coetanei) solo sulla base dell'apparenza fisica. Rispetto alla natura vi è la tentazione alla "Disneyficazione" dell'ambiente, cioè l'impulso continuo di rendere la natura "graziosa", liberandola di tutto ciò che non è armonioso, piacevole e conveniente per il turista cittadino. Molte nazioni povere stanno cercando di attirare i visitatori stranieri, eliminando o cambiando elementi dei loro ambienti naturali che non attraggono i forestieri. Insetti, animali selvatici, colline e montagne scoscese, linee costiere frastagliate, usi e costumi e diete indigene possono essere tutti sacrificati alla causa di una omogeneità imposta umanamente, che sia familiare e confortevole per chi viaggia a scopo ricreativo. Un perfezionismo morale può impedirci di rispettare e amare quelli che hanno ceduto alle tossicodipendenze, abbracciato uno stile di vita problematico o commesso azioni malvagie. È facile trasformare i giudizi sul comportamento in condanne delle persone. Tali condanne possono quindi estendersi alla negazione dei diritti del condannato, come, per esempio, la carcerazione ingiusta, la repressione e la stigmatizzazione, la tortura e la pena capitale. In tutti i nostri rapporti con le persone, anche quelle non ancora pronte a cercare la conversione, dobbiamo ricordare la massima "odiare il peccato, ma non il peccatore". I francescani, che sono consapevoli della loro stessa fragilità e debolezza e sanno anche che sono amati da Dio, devono essere pronti ad estendere l'amore a tutte le altre componenti della vita, anche quando è incontrata in quelle forme che mostrano la non pienezza della promessa e della speranza che Dio assicura di portare a compimento nel futuro. La razionalità strumentale In un'epoca di mirabili conquiste scientifiche, nella quale l'ingegneria ha compiuto meraviglie in una varietà di campi, c'è il rischio che un modo di pensare adatto ad una dimensione della vita venga esteso in aree in cui è meno appropriato. È legittimo poter usare gli elementi dell'ordine creato come mezzi per ottenere un bene maggiore, ma se noi vediamo gli altri solo dalla prospettiva di come possono servire ai nostri scopi, allora possiamo perdere la ricchezza e la bellezza delle persone e delle cose in se stesse.

Un rischio costante nella vita morale è che poniamo noi stessi al centro dell'esistenza. L'io umano può sorprenderci per la sua ingenuità nell'affermare se stesso in varie guise per tutta la vita. Precisamente, poiché Francesco abbraccia una visione cristocentrica del mondo, noi dovremmo essere capaci di resistere più efficacemente all'impulso persistente dell'io di porci al centro delle cose. Ciò significa che una razionalità strumentale che giudica ogni cosa secondo l'ottica del tornaconto personale non dovrebbe essere il modo dominante di pensare. La razionalità strumentale è tuttavia presente nell'espressione sia individuale sia collettiva. La vera amicizia è una delle relazioni che possono essere a rischio in una vita dominata dal ragionamento strumentale. Oggi in molte società gli individui di successo sono quelli che sono capaci di collegarsi, "network", bene con gli altri. Sia nel lavoro sia nel servizio sociale, nelle arti o nelle professioni, viene dato molto peso alla creazione di una catena di contatti, persone o colleghi a cui poter chiedere aiuto. Mentre l'amicizia si diletta e gioisce dell'esistenza dell'altro come presenza nella propria vita, il pensare strumentale vede l'altro come mezzo per raggiungere qualche scopo. Una volta che esso è stato raggiunto, la relazione è alterata, poiché la base della relazione non è mai stata la premura e la gioia reciproca che accompagna l'amicizia. Non si vuole dire che il ragionamento strumentale sia assolutamente sbagliato; quando però esso diventa il modo dominante di pensare, può distorcere le relazioni fondamentali che dovrebbero operare su un'altra base. Espresso collettivamente, la razionalità strumentale è evidente in un atteggiamento antropocentrico che vede l'uomo come l'unica misura di valore nel creato. Tutto il resto deve servire all'uomo senza riguardo ai problemi dell'intrinseco valore del creato a prescindere dall'uso umano. Un'ecologia di amministrazione può essere corrotta dall'antropocentrismo, quando l'ambiente non è curato perché è di Dio, ma semplicemente perché serve al benessere umano preservare alcune risorse naturali. Troppo spesso il linguaggio di amministrazione ci invita semplicemente ad agire con un occhio ai nostri interessi a lungo termine, usando i beni della terra prudentemente in modo da non incorrere in problemi in futuro (per esempio, inquinamento, esaurimento delle scorte di petrolio o delle riserve di legname). Visto in questo modo, è ancora possibile pensare all'ambiente solo per come è utile agli uomini. Ma una visione cristocentrica ci chiama a vedere l'ordine creato come avente un valore intrinseco poiché esso è una creazione di Dio, parte di un più largo progetto del Creatore e non solo materia prima da usare come si desidera. Logica di mercato Forse nessuna ideologia è divenuta sovrageneralizzata, cioè estesa in ambiti per cui non aveva significato, come quella del libero mercato. Come Giovanni Paolo II ha suggerito, un libero mercato adeguatamente regolato può essere un mezzo efficace di produrre e distribuire beni e servizi che promuovano il benessere. I mercati possono incoraggiare la creatività, l'imprenditorialità, la diversità e la prosperità. Senza vincoli adeguati i mercati possono anche portare a ineguaglianze nocive, danno ambientale, rovinosa competizione e sfruttamento dei deboli. Mentre non si negano i benefici e i rischi del mercato per la vita economica, vi è un altro aspetto della mentalità di mercato che i francescani devono riconoscere: l'estensione della logica di mercato in ambiti non economici. Il risultato è un riduzionismo che vede l'uomo semplicemente come Homo oeconomicus e il resto della vita come avente valore solo di merce. Come ha detto un critico, "il mercato conosce il prezzo di ogni cosa ma il valore di niente". Vi è il rischio che con la mentalità di mercato la società dia un valore finanziario a cose che non dovrebbero essere comprate né vendute. Le libertà politiche e civili dei cittadini, i beni economici e sociali fondamentali necessari per la dignità, gli affetti che legano i familiari e gli amici, l'onore, la sincerità e il rispetto reciproco _ queste cose non dovrebbero essere in vendita. La logica di mercato può cancellare una sensibilità estetica, che si diletta della bellezza per se stessa. Ridurre il valore di un dipinto, il piacere della musica, la vista di un tramonto sull'acqua, il ritmo di un poesia a quello che potrebbe valere sul mercato impedisce di apprezzare le cose per il

loro valore intrinseco. Uno dei doni della contemplazione è quello di alimentare nel soggetto l'abilità di cogliere aspetti del creato in termini diversi dall'utilità di mercato. La preghiera ha valore in se stessa, indipendentemente da ciò che dice il mercato. La visione francescana include molti altri elementi che sono tenuti in gran conto e rispettati non per il loro valore monetario, ma perché danno gloria a Dio e accrescono il nostro apprezzamento per ciò che Dio ha fatto, donando la vita a tutte le creature nel loro diverso splendore. Ken Himes OFM Esempi dalla vita dei frati... Celebrare la vita e la dignità di ogni individuo è stato elemento integrante della visione francescana fin dal tempo di san Francesco. In un certo senso oggi vi è una maggiore consapevolezza dei diritti umani dell'individuo, come si vede dai molti gruppi di pressione, da organizzazioni non governative e movimenti per la vita. D'altro canto la nostra società consumistica è sempre più dominata da un sistema di valori alternativo, che enfatizza i soldi, la bellezza, il successo e l'autogratificazione al di sopra di ogni altra cosa. È facile trovare esempi di frati che lavorano in diversi paesi per promuovere una "cultura della vita" tra i settori più poveri della società. È più difficile identificare gli sforzi pazienti da parte di alcuni frati nell'incoraggiare un nuovo entusiasmo per la vita nei fatti più mondani o nella vita di tutti i giorni. Scrittori, artisti o musicisti comunicano questo gusto per la vita attraverso il loro lavoro, predicatori di talento lo passano ai membri delle loro congregazioni, insegnanti aiutano le persone giovani a sviluppare una visione positiva e salutare della vita. A Merchants Quay, una zona depressa di Dublino, Irlanda, SEAN CASSIN sta lavorando per promuovere questa "cultura della vita" tra coloro che soffrono di HIV e AIDS. Sean ebbe il primo impatto con la tossicodipendenza quando era giovane studente a Roma. L'incontro quotidiano con i molti drogati che dormono di notte nelle strade di Roma lo preoccupò così tanto che ebbe difficoltà a rispettare i suoi programmi di studio. Ispirato dalle parole del Vangelo di Matteo 25,35-36, Sean cominciò ad andare verso la "gente di strada" di Roma. Al ritorno in Irlanda, concentrò i suoi sforzi sugli eroinomani che spesso si ritrovavano nei dintorni di Merchants Quay. Sean si è sempre più convinto che i programmi tradizionali di trattamento delle droghe possono avere solo un successo limitato, perché non si occupano delle più ampie sfide sociali che oggi tanti giovani irlandesi si trovano ad affrontare. La squadra di Merchants Quay cominciò ad esaminare nuovi modi di rispondere a questi bisogni; per esempio, era inutile discutere "il male della disoccupazione" senza programmi professionali che fornissero ai tossicodipendenti nuove abilità rispondenti alle esigenze di mercato; era necessario rieducare all'autostima i consumatori di droghe attraverso terapie di gruppo e l'assistenza di esperti; era possibile arrestare la trasmissione dell'HIV fornendo aghi puliti, una soluzione spesso disapprovata dagli osservatori esterni. Amici di lunga data di Merchants Quay sono tuttora ammirati per l'impegno allargato dei centri a favore della giustizia sociale tra gli indigenti. Per Sean non c'è ministero più importante, poiché egli vede i cambiamenti che il centro è stato capace di fare nella vita di così tante persone. Anche nei Paesi Bassi, molti giovani che vanno ad Amsterdam per studiare arrivano alla tossicodipendenza, e la prostituzione è spesso vista come l'unico modo di poter mantenere tale abitudine. L'uso di aghi sporchi e rapporti sessuali non sicuri portano inevitabilmente all'infezione da HIV e all'AIDS. Lavorando tra la "gioventù dimenticata" di Amsterdam, LOUIS BOTHE è stato capace di offrire sostegno e fornire opportunità pratiche per alcune di quelle persone, che riescono a sconfiggere la loro tossicodipendenza e intraprendono una nuova vita. Lavorando in una delle zone più degradate presso Karachi in Pakistan, KEN VIEGAS incontra molte persone che hanno perso tutte le speranze in una vita migliore. Circa i tre quarti della popolazione della sua parrocchia non hanno acqua corrente, pochissimi hanno un reddito regolare, molti non hanno coscienza del loro valore, o ne hanno solo un senso molto vago. La malattia, la

disoccupazione, l'usura e l'abuso di droghe sono i duri fatti della vita per molte famiglie di qui. È per questo che l'opera di giustizia e pace è così importante per Viegas. "Non è solo un passatempo", dice, "è una vera passione quella che io sento così fortemente. E quando soffri e hai fame di giustizia, cominci a vedere la passione di Gesù più chiaramente". Quando visita le case dei più bisognosi ed emarginati, cerca di incoraggiare le persone a riscoprire il senso della loro dignità, dei loro talenti unici. "Cerco di visitare cinque case al giorno e dico alle persone che non vado per mangiare o bere con loro, perciò non devono correre in giro a comprare cibo e prepararlo per me. Quando comprendono che vai solo per ascoltarli e non per vedere cosa hanno da offrire, allora puoi avvicinarti molto a loro". Un altro frate, YOUNIS WALTER, lavora con bambini mentalmente handicappati a Karachi, cercando di combattere le superstizioni e i pregiudizi profondamente radicati che aggravano il problema in questa parte del mondo. Molte famiglie credono che un bambino handicappato sia un segno di punizione da parte di Dio. Nel centro che egli ha collaborato a costruire, il focus dell'attenzione non è solo sulla cura di qualità per i bambini ma anche sull'educazione e sulla prevenzione, insegnando ai genitori la connessione tra handicap e povertà, tra fragilità di salute e l'usanza frequente di matrimoni all'interno della stessa famiglia. Il centro è aperto sia ai cristiani sia ai musulmani, in un paese dove convertirsi al cristianesimo è visto come un crimine capitale. Molte famiglie delle due fedi creano una nuova comprensione reciproca cucinando, mangiando insieme e curando i loro bambini. Anche JESU IRUDAYAM in India aiuta i bambini ad avere una vita migliore. Egli lavora specialmente con i bambini di strada a Madras attraverso vari progetti che sta sviluppando dal 1991. Nel gennaio di quell'anno fondò una ONG conosciuta come SEEDS _ Società di Educazione e Sviluppo dei Folletti di Strada _ sebbene localmente l'organizzazione sia meglio conosciuta come Nesakkaram, un termine tamil che significa "mani amiche". Alcuni bambini vengono aiutati mediante programmi di collocamento in famiglie che li accolgono, altri sono indirizzati a istituti, altri ancora ricevono cibo, consulenza medica e altri servizi attraverso un centro situato presso la locale stazione ferroviaria di Madras. In Brasile, pallottole e minacce di morte non sono riuscite ad impaurire MARIANO GIJSEN al punto di fargli abbandonare il suo lavoro con i bambini di strada di Belo Horizonte. Nel 1989, mentre stava lavorando nelle strade di Rio de Janeiro, Mariano fu colpito da un proiettile e ferito gravemente da un ragazzo che agiva su ordine del suo "padrone", il quale gli chiedeva di uccidere il frate perché altrimenti lo avrebbe ucciso. Il lavoro di Mariano è considerato una seria minaccia per i protettori e altri boss della criminalità, che usano i bambini di strada per il commercio sessuale e come corrieri della droga. Dopo essersi ristabilito, Mariano si trasferì da Rio a Belo Horizonte nel 1990 per continuare là il suo lavoro con i bambini di strada. In Brasile vi sono decine di migliaia di ragazzi abbandonati o fuggitivi _ alcuni di loro con bambini propri _, che sopravvivono per strada rubando e sniffando colla per tenere a bada la fame. Lavorando pazientemente per anni, Mariano ha assistito centinaia di questi bambini e ha aiutato molti nella fatica di rientrare in case dove possono avere una migliore possibilità di sopravvivere. A nessun bambino è fatta pressione perché lasci la strada e ognuno è rispettato come individuo. In molti paesi del mondo, dalla Corea al Vietnam, alla Guinea Bissau, dei frati si prendono cura di coloro che soffrono di lebbra, seguendo da vicino le orme di Francesco stesso. Negli Stati Uniti, i frati lavorano nel lebbrosario della Louisiana, l'unico ospedale del paese specializzato nel morbo di Hansen o lebbra. In Vietnam sono i bambini di genitori malati di lebbra che beneficiano del lavoro di FIDELIS LE TRONG NHUNG nei sobborghi di Saigon, o Ho Chi Minh City, come è oggi chiamata. Se le attività dei frati in Vietnam sono limitate dal governo, l'Ordine è altamente rispettato dalla gente per la sua decisione di non fuggire dal paese durante la guerra civile e la conquista del Vietnam del Sud da parte dei comunisti nel 1975. Prima della guerra i frati gestivano due lebbrosari, uno a Nha Trang e l'altro sul delta del Mekong. Poiché questi centri furono

confiscati dal nuovo governo, nel 1983 Fidelis ha ricominciato con un piccolo dispensario di medicine. Gradualmente il suo lavoro è cresciuto fino ad includere classi di catechismo e lezioni di lettura, scrittura e cucito per più di 120 bambini. Dato che i frati non sono ufficialmente autorizzati a condurre le scuole, queste lezioni sono conosciute come "classi di compassione" per i lebbrosi e i loro bambini, che non possono frequentare le scuole pubbliche o avere alcun contatto con la gente che ancora vive nel terrore di questa malattia. DIEGO KIM, esperto di agopuntura diplomato e sostenitore delle medicine tradizionali, incominciò a percepire la sua vocazione in favore degli emarginati mentre dava sostegno ai pazienti del Villaggio dei Lebbrosi del Sacro Cuore condotto dai frati coreani. Come nel caso di Francesco, il contatto con i lebbrosi portò Diego alla conversione del cuore e ad una più profonda comprensione del bisogno di giustizia. Quando l'Ordine cercò dei volontari per servire nelle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale, Diego si unì ad una suora francescana della Slovacchia per far fronte all'urgente necessità di fondare una clinica nella zona rurale del Kazakhistan. Ivi l'uso delle sue capacità di agopuntore offre un approccio medico alternativo, che attira particolarmente la grande comunità coreana del Kazakhistan. La clinica accoglie tutti coloro che cercano assistenza, senza tener conto della razza, del credo o dell'origine etnica o nazionale. Anche una piccola comunità secolare francescana è cresciuta là, condividendo lo stesso impegno per la giustizia e la dignità umana che Diego considera la vera essenza dell'essere francescano. Nell'insediamento Navajo di Tohatchi nel Nuovo Messico, U.S.A., JOHN MITTLESTADT e MIKE HAAG si sono uniti a delle religiose francescane, a un diacono Navajo e ad altre persone laiche per sviluppare un centro di servizio ad ampio raggio in mezzo a questa popolazione indigena. La Missione di S. Michele copre un'area di 3.000 miglia quadrate ed è abitata da 8.000 Navajo. Al centro l'enfasi è posta sulla vita tra povertà e disperazione di così tante persone con problemi cronici da abuso di alcol. Al centro "Powerhouse", centinaia di persone che vengono curate per l'alcolismo e altri problemi di dipendenza, si incontrano settimanalmente per tentare di superare il loro senso di isolamento e disperazione. Le vicine suore francescane di Oldenburg, Indiana, coordinano programmi speciali per Navajo che soffrono di sindrome alcolica fetale. Con l'aiuto di ANDRIJA BILOKAPIC, la diocesi di Zadar in Croazia ha realizzato un ufficio "per la vita", per consigliare le donne che stanno prendendo in considerazione l'aborto. Le donne non ricevono solo una consulenza riservata e un sostegno mentre affrontano questa difficile decisione, ma viene anche offerto loro un aiuto pratico e finanziario attraverso la Caritas o una associazione di donne e giovani della parrocchia locale, se decidono di tenere il bambino. Poiché l'ufficio ha ottenuto un rilevante grado di successo, l'iniziativa ha cominciato ad estendersi ad altre città della Croazia. Durante la guerra in Bosnia-Erzegovina e Croazia, FRANJO GREBENAR e ZORAN LIVANEIC hanno lavorato insieme per far partire un ospedale all'interno dell'edificio della Chiesa dello Spirito Santo a Nova Bila. La straordinaria trasformazione ebbe luogo di notte, all'inizio del 1993, quando le milizie musulmane attaccarono la popolazione croata locale. I feriti implorarono Zoran che li aiutasse poiché il conflitto impediva loro di passare attraverso le linee nemiche per andare all'ospedale più vicino. Nel giro di poche ore il personale medico si unì ai frati per impiantare un reparto chirurgico di emergenza. Nel corso della guerra riuscirono a salvare molte centinaia di vite, ma nonostante la loro decisiva assistenza Zoran ricorda tristemente: "Abbiamo avuto così tanti funerali da non avere neanche il tempo di piangere". Per DAVID SCHLATTER negli U.S.A. fare un'opzione in favore della vita significa venire in contatto quotidiano con coloro che affrontano una morte certa. Egli è assistente spirituale dei detenuti nello stato del Delaware, alcuni dei quali stanno affrontando la pena di morte. Le autorità statali stavano ristabilendo l'uso della pena capitale quando egli si trasferì là circa sei anni fa, ed ora ci sono almeno una o due esecuzioni ogni anno. Schlatter ha passato molti anni a servizio di coloro

che si preparano alla morte o di quanti affrontano lo smarrimento che segue il suicidio di un parente o di un amico amato. "La maggior parte di noi, che lavoriamo con persone provate da un dolore di questo tipo, trova che serviamo meglio condividendo le nostre ferite. È quando una ferita viene a contatto con un'altra che permettiamo a Dio di lavorare più pienamente", spiega Schlatter. "C'è una salutare autoconsapevolezza della nostra natura peccatrice, che permette a un francescano di sedere con uomini e donne in carcere, e di vedere che non vi è tanta distanza tra loro. Il fatto che Francesco stesso sia stato imprigionato e abbia instaurato un rapporto con i suoi compagni detenuti ci aiuta ad identificarci con loro e a fare esperienza di Cristo in mezzo a loro". Schlatter attualmente lavora con altri due frati in un centro di Wilmington, Delaware, dove offrono ospitalità, consulenza e vari programmi di recupero in dodici fasi per persone affette da vari tipi di dipendenze, fornendo tutto ciò che di fatto può aiutare le persone a cercare di dare un senso e uno scopo alla propria vita. Un problema comune per i bambini di tutto il Brasile ed altrove nei paesi in via di sviluppo è la diarrea, che di norma porta alla disidratazione e alla morte. KLAUS FINKAM ha lavorato con la Conferenza dei Vescovi Brasiliani e con il Fondo per l'Infanzia delle Nazioni Unite, UNICEF, per progettare un programma di reidratazione con possibilità di successo per i bambini del Brasile. Migliaia di giovani vite sono state salvate con una semplicissima soluzione di sale, zucchero e acqua. Il programma di reidratazione prepara le madri a lavorare come "squadre mediche" nei villaggi di tutto il paese, educando altri a diagnosticare e a trattare adeguatamente i sintomi prima che sia troppo tardi. A Gallup, Nuovo Messico, U.S.A., MAYNARD SHURLEY si impegna ad accrescere la consapevolezza riguardo all'HIV e all'AIDS tra la popolazione, costituita in maggioranza da afroamericani, ispanici e nativi americani, che lottano con la vita per le strade. Maynard è nipote di un medico Navajo e l'unico francescano di origine Navajo. Egli spiega: "Per noi [i Navajo] tutta la vita è sacra, il sole, la terra, l'acqua e il cielo _ proprio come per Francesco, ognuno è membro della nostra estesa famiglia". Quale educatore sanitario e assistente sociale per la Rete Navajo per l'AIDS con sede a Chinle, Arizona, Maynard ha scoperto che "la spiritualità è la chiave per guarire se stessi". I suoi compagni francescani della Missione di S. Michele hanno sostenuto la decisione di Maynard di iniziare una linea di lavoro che era non convenzionale e spesso anche pericolosa. La sua presenza continua sulle strade e la sua disponibilità ad ascoltare i bisogni fisici ed emotivi della gente del posto hanno permesso a Maynard di ampliare l'attrattiva e l'impatto dei francescani tra i nativi. Sviluppare un adeguato programma di educazione sull'AIDS è una sfida speciale per i frati in Pakistan, dove le leggi islamiche rinforzano i tabù sulla sessualità. KUSHI LAI, della Provincia di San Giovanni Battista in Pakistan, tiene una serie di seminari di sensibilizzazione sull'AIDS a livello popolare in diverse parti del paese e ha sviluppato alcuni modi creativi per affrontare le restrizioni del governo. In Pakistan molti barbieri lavorano non in negozi ma per la strada, tagliando i capelli e radendo uomini con un comune rasoio, raramente sterilizzato. Sostenuto da volontari cristiani e musulmani, il programma di sensibilizzazione sull'HIV di Kushi comincia attirando l'attenzione sui rischi di infezione attraverso i rasoi e i ferri dei dentisti, prima di passare più accuratamente all'argomento delle malattie trasmesse sessualmente. Molti frati in tutto il mondo si sono impegnati in modo particolare per la vita, lavorando con giovani di tutte le razze, religioni e provenienze sociali. Dalla Sicilia alla Colombia, i frati lavorano nelle scuole, nei gruppi giovanili o semplicemente nelle parrocchie cercando di incitare i giovani a prendere una posizione coraggiosa contro la cultura della morte delle droghe. Lavorando con i giovani fuggitivi nelle strade di New York, U.S.A., è cominciata la missione personale di PLACID STROIK. Presso la Covenant House, dove è direttore del servizio pastorale, agli adolescenti vengono forniti il riparo e la cura di cui hanno bisogno per smettere di vivere sulla strada. La consulenza e il sostegno sono solo due aspetti dell'opera pastorale di Placid tra i giovani che sono arrivati a New York e sono stati ripetutamente costretti alla prostituzione e alla tossicodipendenza.

Il loro stato di impoverimento è spesso solo il segno esteriore di una vita di abuso e trascuratezza. Molti di loro trovano in Placido e nei suoi colleghi i primi adulti in cui abbiano mai potuto avere veramente fiducia. La posizione di Placido inoltre gli consente di fornire consulenza allo staff della Covenant House _ spesso formato da "veterani" della strada. Lavorando accanto ad altri professionisti in campo sociale e sanitario, Placido è impegnato nel patrocinio a favore dei bambini e dei giovani americani, che - dice - "sono culturalmente sfruttati dalle droghe, dalla povertà, dalla pornografia e dai modelli culturali perpetuati dalla pubblicità e dalla televisione". Riferimenti alle Costituzioni Generali OFM Articolo 7,3 I frati "per carità di spirito volentieri si servano e si obbediscano l'un l'altro" e concordemente cerchino i segni della volontà del Signore Dio. Articolo 89,1 La testimonianza della vita [...] costituisce in certo modo l'inizio e il primo mezzo di evangelizzazione. [...] Infatti allorché vivono la loro minorità in fraterna comunione, essi professano efficacemente di essere cristiani. Altri riferimenti: art. 66,1-2; 67; 69,2; 71; 96,1-3; 97,1-2; 98,2; 132. Domande per la discussione 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. Nella tua città quali sono i maggiori ostacoli nel promuovere il rispetto per la vita a tutti i livelli (dal concepimento alla morte naturale)? Le persone ti sentono come un difensore della vita umana, specialmente della vita dei membri più vulnerabili della tua società? Visiti i frati che sono malati in ospedale? Che sono malati cronici? Ti sembra che il consumismo dilagante minacci il rispetto per la vita a tutti i livelli? Se è così, ti riferisci mai a ciò nella tua opera apostolica? Come la tua fraternità locale o la tua fraternità provinciale mostra il suo rispetto e l'entusiasmo per la vita? Le richieste di suicidio assistito stanno crescendo nella tua società? Come rispondi ad esse come individuo? Come fraternità locale? Come Provincia? Sosteniamo la difesa della vita, dal momento del suo concepimento nell'utero fino alla sua naturale conclusione? Cerchiamo di aumentare la qualità della vita cosicché essa possa migliorare e raggiungere livelli conformi alla dignità della persona umana? Quali sono gli attentati contro la vita che avvengono più frequentemente nella zona in cui vivi?

5. diritti: individuali e collettivi

Costituzioni Generali OFM, Articolo 69,1 Nella difesa dei diritti degli oppressi, i frati, rinunciando ad ogni azione violenta, ricorrano ai mezzi che possono usare anche i più deboli. Articolo 96,3 Anche nella Chiesa e nell'Ordine i frati operino con umiltà e con coraggio perché siano tutelati i diritti di ciascuno e rispettata la dignità umana. Dalla vita di Francesco... Gli esempi già fatti in questa sezione del primo capitolo (Opzione per i poveri) si applicano anche qui, poiché i membri più emarginati di ogni società sono coloro che corrono il maggior rischio di vedere messi da parte i loro diritti umani individuali e collettivi. Prima della sua conversione, Francesco si comportava esattamente così con quelli che soffrivano di lebbra. Tutto ciò cambiò un giorno quando Francesco incontrò un lebbroso per strada, smontò da cavallo, gli diede qualche soldo e poi lo baciò. Alcuni giorni dopo Francesco visitò il lebbrosario e fece lo stesso. "Così preferiva le cose amare alle dolci" (2 Cel 9). Francesco diede istruzione che i ministri dei frati non ordinassero nulla che fosse contro la coscienza dei frati o contro la Regola. I frati avrebbero dovuto avere la possibilità di parlare con i loro ministri, come i padroni parlano con i loro servi (cfr. Rb 10,5). I frati possono fare qualunque lavoro onesto eccetto i lavori che li mettono in una posizione di autorità in casa di chiunque (cfr. Rnb 7,1). Senza esitazione i frati dovrebbero far conoscere all'altro le loro necessità (cfr. Rb 6,8). I superiori tra i frati non devono appropriarsi del ruolo (cfr. Am 4). Quando un frate gridò di notte che stava morendo di fame, Francesco si alzò e radunò gli altri frati per mangiare con lui e con il frate che gridava. Francesco poi parlò loro della virtù della discrezione, dicendo loro di non rifiutare al corpo ciò di cui aveva bisogno (cfr. 2 Cel 22; Legper 1). I governanti dovrebbero ricordare che essi saranno giudicati da Dio un giorno e dovrebbero, perciò, attenersi ai suoi comandamenti, aiutando i loro sudditi a tenere Dio in gran rispetto (cfr. Lrp 3.7).

Frate Leone fu incoraggiato a prendere la strada in cui avrebbe potuto meglio compiacere Dio, seguendo le sue orme e la sua povertà (cfr. LfL). Se un novizio appena arrivato fosse stato fatto guardiano di Francesco, il Poverello gli avrebbe obbedito gioiosamente (cfr. LegM 6,4). Il rispetto di Francesco per ogni persona si estendeva anche ai non credenti e ai veri nemici del vangelo di Cristo. Riflessione 1. Sviluppi passati e attuali dei diritti umani "Diritti umani", termine popolare in tempi recenti, è espressione della coscienza collettiva e simbolo della lotta di molti movimenti sociali e di intere popolazioni. Sebbene la sua formulazione giuridica e politica sia di origine recente, le sue radici si trovano nella storia della civiltà umana. Anche i popoli primitivi organizzano la loro convivenza intorno ai valori della vita, della famiglia, dell'onore, del lavoro e della proprietà, creando i loro usi e costumi, le loro norme e i loro riti religiosi. Ufficialmente riconosciuti in dichiarazioni mondiali, convenzioni e costituzioni nazionali, i diritti umani sono attualmente come una confluenza di molte acque da cui continuano ad emergere nuove libertà, diritti e responsabilità per gli individui e le popolazioni del mondo intero. Nonostante la diversità delle interpretazioni, i diritti umani, avendo validità giuridica, tutelano e promuovono il benessere di tutti i cittadini, la loro libertà, la loro vita, la loro sicurezza, le condizioni di educazione, di lavoro e di salute. Essi organizzano e regolano le mutue relazioni tra gli individui e la società e le relazioni tra le nazioni. Come prototipo, la struttura dei diritti umani fu effettivamente usata nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti nel 1776 e nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino della Rivoluzione Francese promulgata nel 1789. I principi di libertà, eguaglianza, fraternità sono impressi da tempo immemorabile in queste dichiarazioni. Solo dopo gli orrori, la distruzione e il sacrificio di milioni di persone nella seconda guerra mondiale, i diritti umani si sono affermati universalmente e sono stati ratificati dall'Organizzazione delle Nazioni Unite, con la firma di quasi tutti i governi. In uno spirito liberale, la famosa "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" assume la difesa e la protezione di tutte le persone, tutelando la loro libertà e i loro diritti contro ogni discriminazione e con equità se la legge è applicata senza parzialità. La Dichiarazione include i diritti alla privacy, alla proprietà e alla partecipazione democratica (1948). Sotto la forte influenza del socialismo e dopo molte discussioni riguardanti i diritti collettivi primari, fu formulato e confermato l'ordine politico, economico, sociale e culturale tra le nazioni (1966). Insieme con il riconoscimento della sovranità e l'autodeterminazione interna di ogni paese, i paesi partecipanti si obbligarono a garantire l'uguaglianza tra uomini e donne, il diritto al lavoro, lo sviluppo economico, condizioni sicure e igieniche per i lavoratori, la libertà di associazione, il diritto alla sicurezza sociale, specialmente per le madri e le donne che lavorano, il progresso del benessere e dell'educazione ad ogni livello. Altre convenzioni internazionali hanno approfondito e spiegato in dettaglio questi diritti, includendo coerentemente tra le priorità l'urgenza di misure per migliorare la gestione del creato. 2. I diritti umani nel sud del mondo Guardando il mondo dalla parte dell'America Latina, la prima reazione alla discussione sui diritti umani è di shock per il contrasto abissale tra "teoria e pratica", ciò che viene predicato e ciò che viene praticato, l'ideale luminoso e la vita di milioni di persone che soffrono. Questo contrasto continua a sfidare la responsabilità di un intervento attivo per colmare il divario. Il mondo attuale non è come un nido ben curato da uccelli meticolosi, con un riparo, del cibo e la libertà di volare per tutti. Al contrario, è una società caratterizzata da contrasti crudeli e ingiustizie, solidarietà ed egoismo cieco, ricchezza e lusso accanto a masse di poveri e miserabili; una società in cui allo spreco si oppone la fame patita da milioni di individui, alla libertà la schiavitù, alla vita la morte provocata. Milioni di bambini sono sacrificati nell'attuale sistema dominante di lavoro e consumo.

Per arricchirsi, gruppi limitati sfruttano impietosamente la natura a scapito dei poveri, inquinando la terra, l'acqua e l'aria del pianeta, senza le quali l'essere umano non può sopravvivere. I diritti umani sono per tutti gli esseri umani o, in caso contrario, perdono la loro validità. Gli antichi romani distinguevano tra ius in re e ius in spe, il diritto reale che le persone possiedono e di cui godono veramente, e il diritto che è soltanto una speranza, un ideale non ancora realizzato, e attualmente per milioni di persone un diritto senza nessuna speranza. Quanto più il fenomeno della globalizzazione prende piede nella società e si estende a tutto il mondo, tanto più appaiono le schiaccianti disuguaglianze e le ovvie distanze tra le classi sociali per quel che riguarda potere, beni, libertà, condizioni di benessere e sopravvivenza, educazione, sicurezza, servizi sociali, salute, ecc. Una pace senza giustizia funziona, al massimo, come rete per camuffare una realtà umana ingiusta, nella quale milioni di persone _ uomini, donne, bambini e anziani _ sono vittime. 3. Francesco, la tradizione francescana e i diritti umani Nella vasta sfera dei moderni diritti umani, l'ispirazione che Francesco d'Assisi comunicava ai suoi frati sembra essere qualcosa di strano, lontano, uno strumento inutile, per non dire antiquato. Collegare sette secoli e due mondi così diversi, come lo sono quello medievale e quello moderno e postmoderno, è un processo complicato. I "diritti umani" non sono una teoria, ma un programma di vita personale e collettiva che, da un lato, dà motivazioni e determina l'azione e, dall'altro, subisce sempre maggiori violazioni, che sono difficili da accettare. I primi cristiani non sentirono mai parlare di tali diritti umani. Il termine non fa parte del vocabolario di Francesco, questo povero di Gesù. Tuttavia egli non fu una persona che visse in una tomba o in un reliquiario. Il movimento che in concreto iniziò continua forte e vivo ai giorni nostri. La vitalità di questo cristiano, fedele alla Chiesa, continua ad ispirare molti contemporanei, anche al di fuori del cristianesimo. Con le stimmate come firma di Cristo, il Poverello di Assisi irradia ancor oggi lo spirito del Verbo che "si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi ... pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14). Certamente Francesco fu condizionato dal contesto storico, politico ed ecclesiastico del suo tempo, ma superò queste limitazioni attraverso la lettura del vangelo e con il suo coraggio di assumerlo come forma di vita personale e condotta da seguire nel mondo. La sua comunicazione aperta con i lebbrosi e i principi, i capi e i mendicanti, le élite e i poveri, oltre al profondo rispetto con cui trattava tutte le creature, fu un'esperienza umana straordinaria. Quest'uomo è capace di motivare nuove generazioni ad affrontare le incredibili sofferenze di coloro che sono privi dei diritti umani fondamentali: diritti accettati ed espressi in bella forma sulla carta, ornati di molte firme importanti, ma non messi in pratica nella realtà. Chiamato il "pazzo di Dio", Francesco d'Assisi non conosceva gli indicatori, le tabelle e le statistiche sociali ed economiche che circolano nel mondo odierno, ma penetrò profondamente la realtà del suo tempo e la riformò. L'espressione "l'Amore non è amato" comunica bene e senza sentimentalismo la chiarezza della fede con cui egli analizzava e valutava la sua società di grandi e piccoli, ricchi e poveri, potenti e impotenti, liberi cittadini ed esclusi, e attraverso la quale interpretava i molti conflitti, gli atti di violenza e le guerre del suo tempo. Inoltre, il Vangelo non era per lui una questione di conoscenza, ma piuttosto una vita d'azione che cominciò con il servizio ai lebbrosi e il trasporto di pietre e cemento per restaurare vecchie cappelle. Nel progetto di Dio, ciò si realizzò nel movimento di molti uomini e donne che, in antitesi con il "mondo", divennero piccoli, poveri, fratelli e sorelle senza nulla di proprio, liberi di servire tutti in umiltà e, attraverso la testimonianza della loro vita, di predicare il Vangelo sino agli estremi confini della terra.

Dominato dai due poteri del papato e dell'impero, il Medioevo non offriva un clima favorevole per la formulazione dei diritti di qualsiasi essere umano. Il linguaggio che prevaleva nella filosofia e nella teologia era generico e universale, con scarso interesse per il concreto, il contingente o la varietà delle forme. Furono due francescani che aiutarono a infrangere questo modello. Leggendo i segni dei tempi, Duns Scoto sottolineò l'individualità delle persone e delle cose, create a immagine di Cristo. L'amore di Dio non opera con concetti e categorie astratte, ma con individui che hanno un nome e un volto. Superando il discorso astratto sulla natura o sulla nostra comune dignità umana, l'individualizzazione ci obbliga a colmare la distanza tra gli esseri umani in termini di necessità, diritti e responsabilità. William di Ockham è sulla stessa linea. Secondo lui, Dio crea le persone e le cose, singole e diverse, in piena libertà. Il riconoscimento empirico della realtà nella sua diversificazione prende la priorità e forma le basi per la pratica etica con le sue luci e le sue ombre. Contrario alla concentrazione del potere, Ockham divenne il "padre della Chiesa conciliare", dando voce attiva ai fedeli e ai loro rappresentanti nell'edificare il Corpo di Cristo sulla terra. Per i frati, Francesco è la via al Vangelo vivente, che è il Signore Gesù. La vita di Gesù fu segnata da un'aperta solidarietà verso ogni individuo, mirante alla salvezza di ciascuno. Egli fece del bene a tutti e, con la grazia di Dio, testimoniò fino alla morte in favore di tutti gli esseri umani (cfr. At 10,38; Eb 2,9). Risorto dai morti, iniziò la grande opera di asservimento, con la cooperazione di tutto il creato. Quando infine tutto sarà stato sottomesso a Cristo, il Figlio unigenito, Cristo a sua volta sarà assoggettato a Dio, e così Dio sarà tutto in tutti (cfr. Rm 8,18-25; 1 Cor 15,28). All'interno di questo vasto panorama d'amore, consacrazione e servizio, il movimento francescano incontra la ragione della sua vitalità e della sua opera. È evidente che i frati devono osservare le norme delle leggi civili con giustizia, mentre altri lavorano per la fraternità (cfr. CC.GG. 80). È anche evidente che il diritto canonico regola i diritti dei fedeli laici e chierici e delle loro associazioni (cfr. CIC, 208-329). Tuttavia il mondo della sofferenza umana si estende ben oltre i confini dell'Ordine e della Chiesa cattolica. 4. L'opera della missione francescana nel contesto dei diritti umani Servi di Cristo e ministri dei misteri di Dio nel loro pellegrinaggio terreno, i frati lavorano per riconciliare con Dio, per mezzo di Cristo, tutte le cose della terra e quelle del cielo (cfr. 1 Cor 4,1; Ef 1,10; Col 1,20). Con Cristo, via, verità e vita (cfr. Gv 14,6), la condizione umana è cambiata radicalmente, ma il passaggio dall'oppressione a una nuova libertà, alla pace e alla giustizia vera dipende dall'aiuto di coloro che, seguendo il loro Maestro, assistono altri nel loro cammino. Essi sono soprattutto chiamati ad aiutare i più poveri, i più bisognosi e gli emarginati ad alzare la testa e ad ottenere la loro dignità salvaguardando i loro diritti. Nonostante la formula secolarizzata, i diritti umani incarnano la giustizia di Dio e la speranza cristiana, realizzando così il loro significato più profondo e trascendente, quello, cioè, di salvare la creazione che ancora geme per le sofferenze del tempo presente (cfr. Rm 8,22). La globalizzazione del potere economico e politico concentrato nelle mani di pochi costituisce una continua fonte di violazione dei diritti umani contro la vita e il benessere delle masse, provocando reazioni sempre più violente. Persino i paesi ricchi stanno cominciando a scoprire i loro poveri, gli emarginati, i disoccupati, i tossicodipendenti e i giovani senza futuro. Le percentuali variano da paese a paese, da regione a regione. Una grande città in America Latina, una ex colonia in Africa, un paese musulmano o buddista hanno i loro particolari problemi umani e impongono speciali stili di vita e pratiche evangeliche per i frati secondo l'ispirazione del Signore. Poiché le fraternità francescane sono locali, non è sufficiente avere le statistiche dalle Nazioni Unite, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, ecc. Ogni fraternità deve pensare alla situazione umana locale e studiare le condizioni e le possibilità d'azione nella regione per evitare di cadere nella paralizzata passività che ci prende di fronte alle statistiche globali. Per questo, la coscientizzazione inizia dove i frati vivono e lavorano come promotori di giustizia sociale e di pace in mezzo ai poveri, agli oppressi e ai più deboli. Liberi da tutte le paure e strumenti di

riconciliazione, i frati sono chiamati a lavorare per sostenere i diritti umani che fino ad ora sono stati negati agli oppressi; imitando da vicino il profondo amore di Francesco per tutto il creato, da fratello sole a sorella formica, i frati aiuteranno a suscitare il rispetto necessario per madre natura in modo che essa possa garantire il benessere di tutti gli esseri umani (cfr. CC.GG. 69-71). Nell'epoca contemporanea, da tempo è venuto il momento per la Chiesa di riprendere il dialogo con il mondo. Le encicliche e i messaggi sociali e politici di Leone XIII, Pio XI e Pio XII sono ben noti, ma è solo con Giovanni XXIII che il Magistero inizia ad occuparsi esplicitamente dei diritti umani, insieme con altri diritti e doveri ad essi connessi, e a porli nel contesto del Vangelo e della missione dei cristiani sulla terra (Pacem in terris, 1963). Il Concilio Vaticano II ha dato il suo contributo con due importanti documenti: La Chiesa nel mondo contemporaneo e la Dichiarazione sulla libertà religiosa. Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno proseguito su questa linea in risposta ai nuovi problemi del mondo odierno. No-nostante le resistenze, i diritti umani sono diventati parte integrante degli insegnamenti sociali della Chiesa e della pratica di molti laici cattolici. Oggigiorno, termini astratti come capitalismo, neoliberalismo, sviluppo e globalizzazione sono usati per camuffare le distanze sempre maggiori nell'ambito del sapere, del potere, dei beni e delle proprietà tra nazioni ricche e povere, tra nord e sud. La coscienza collettiva e il senso di solidarietà sono deboli. I fratelli di Francesco d'Assisi non possono restare inattivi, finché ciò che è scritto circa i diritti umani resta lettera morta, e le vittime sono oggetto solo di una maggiore emarginazione. San Francesco avvertiva che i servi di Dio non dovrebbero turbarsi o adirarsi a causa delle ingiustizie degli altri, ma dovrebbero porsi solidarmente a fianco dei deboli e dei poveri cosicché questi guadagnino una posizione umana nella società. Due millenni di evangelizzazione testimoniano la lenta penetrazione di questo fermento nelle masse umane. La pratica dei diritti umani richiede pazienza e perseveranza. Auschwitz, Hiroshima e il Gulag rimangono come segni che la strada verso la realizzazione dei diritti umani non è né larga né piana. Coloro che persevereranno sino alla fine saranno salvati (cfr. Mc 13,13). Secondo il modello di Francesco, i frati non vivono per se stessi ma per gli altri, dentro e fuori la Chiesa istituzionale. In questa vita di servizio senza frontiere, i diritti umani ci aiutano a scoprire nei volti dei poveri e dei sofferenti i bisogni propri di ogni uomo. Per coloro che si impegnano per il Vangelo, l'opzione preferenziale per i poveri non è un abbellimento ma un obbligo. Il criterio che determinerà il giudizio finale sull'umanità dipenderà dalla nostra solidarietà con i più piccoli dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. "Ogni volta che avete fatto del bene al più piccolo dei miei fratelli e delle mie sorelle, i piccoli, i poveri, gli abbandonati, i malati, gli emarginati e gli esclusi dalla società, lo avete fatto a me" (cfr. Mt 25,40). Dove ci sono violazioni dei diritti umani, il peccato appare in tutta la sua violenza. Tuttavia, la grazia di Dio sarà più abbondante attraverso l'impegno di mediazione dei fratelli (cfr. Rm 5,20-21). Imparare ad entrare nella sfera dei diritti umani a favore dei poveri, dei maltrattati e degli emarginati non è facile. I francescani non sono abituati a essere senza casa, lavoro, cibo, servizi, scuola e denaro. Anche se può andare contro la nostra volontà, noi disponiamo facilmente di privilegi, di denaro per le nostre opere, di cortese assistenza e sostegno sociale in caso di un processo legale o di una carcerazione che può derivare dalle lotte a cui partecipiamo a fianco dei poveri. In paesi con pochi sacerdoti, molti francescani sono assorbiti dal loro servizio ministeriale all'interno del piccolo mondo della parrocchia locale. Al fine di creare solidarietà con le classi sociali che vivono ai margini della società, la sfida è di penetrare nelle comodità del ceto medio che vive accanto alla porta del convento. La mentalità francescana che non vuole niente per sé "se non i vizi e i peccati" (Rnb 17,7), apre la porta al lavoro ordinario nel mondo e nella Chiesa oltre alla collaborazione nei movimenti locali, nelle organizzazioni non governative e nei servizi ufficiali nel campo dei diritti umani, della qualità della vita, dell'ecologia e della politica mondiale. I problemi che affliggono l'umanità non sono

proprietà di nessuno e le loro soluzioni non sono monopolio di nessuna entità. Nemmeno nei paesi cattolici la Chiesa è capace di dare risposte adeguate alle esigenze fondamentali dei poveri, gente senza potere. Le tre fasi "vedere, giudicare, agire" richiedono che i frati analizzino la realtà subumana dei poveri, creino opzioni realizzabili ed attuino progetti per rompere il ciclo di assistenza paternalistica dall'alto in basso. I soggetti principali di qualunque azione sono le vittime violentate nei loro diritti umani fondamentali. La povera gente dice: "Dio sia lodato". I diritti umani, che sono il prodotto della lunga storia dell'umanità, non rimangono a un punto morto né in teoria né in pratica. Di fronte alle proteste, alle dimostrazioni, alle ribellioni, alle propagande politiche e alle lotte armate, nuovi diritti stanno emergendo e si radicheranno saldamente nella coscienza collettiva. Insieme con questa continua genesi, nuovi soggetti sociali, gruppi, associazioni e organizzazioni non governative si stanno formando in molti paesi e stanno cercando di ottenere il loro spazio legittimo attraverso il riconoscimento e la crescita. Lavoratori, donne, giovani, anziani, persone socialmente svantaggiate, minoranze e altri gruppi emarginati stanno lottando per migliorare la loro situazione e per essere rispettati come esseri umani con pieni diritti. Rivendicazioni riguardanti la giustizia sociale, la pace, il lavoro, la sicurezza, il nuovo ordine economico, la democrazia e la preservazione dell'ordine naturale stanno emergendo in tutto il mondo. "Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio" (1 Cel 103). Bernardino Leers OFM Esempi dalla vita dei frati... Se si nomina il tema dei diritti umani a quasi tutti in Brasile oggi, il nome di un uomo in particolare è più probabile che salti alle loro labbra. Negli ultimi venticinque anni, il Cardinale PAULO EVARISTO ARNS si è reso noto come uno dei maggiori difensori in America Latina dei diritti dei poveri e degli oppressi, prendendo posizione coraggiosamente contro i peggiori eccessi dei ventun anni di regime militare, che ebbe termine nel 1985. Durante questi due decenni di repressione e terrore, l'economia brasiliana si espanse con l'aiuto di prestiti stranieri a basso tasso, spronando milioni di persone piene di speranza a migrare in città come San Paolo in cerca di lavoro. Ma la crescita economica mostrò subito di beneficare solo una minuscola élite, mentre le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione precipitarono. Nel 1976 la Commissione di Giustizia e Pace di San Paolo, fondata da Arns, pubblicò un libro che esponeva in dettaglio i legami tra tale crescita economica, la violenza istituzionalizzata e la povertà della gente. Molto prima di ciò, tuttavia, Arns stava già mettendo il suo marchio sull'arcidiocesi, incoraggiando religiosi e laici qualificati a portare il Vangelo fuori dalle più ricche parrocchie del centro, e ad introdurlo nei quartieri poveri che stavano spuntando in periferia. Questo approccio popolare negli anni sessanta pose le fondamenta delle comunità di base che sarebbero diventate il nuovo volto della Chiesa in Brasile, come altrove in America Latina. Fin dai suoi primi giorni come vescovo ausiliario nella zona nord di San Paolo, Arns dimostrò di impegnarsi a sostegno dei diritti dei poveri. Rapidamente divenne famoso come "il vescovo che guida il bus", poiché viaggiava per tutta la diocesi osservando di persona quanto occorreva fare per migliorare la condizione del crescente numero di famiglie, che vivevano in una povertà e in uno squallore abietti. Quando divenne arcivescovo della città nel 1970, scandalizzò gran parte dei fedeli e del clero con la vendita del palazzo episcopale e del parco circostante, destinando il profitto alla costruzione di centri di comunità nelle aree depresse. La visione di Arns e l'entusiasmo per la sua missione furono largamente ispirati dal lavoro del Concilio Vaticano II, come pure dalla sua esperienza nelle favelas intorno a Rio de Janeiro durante i primi anni del suo ministero sacerdotale. Don Paulo stesso fa risalire il suo primo interesse per i diritti umani agli anni in cui studiò a Parigi, immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Là incontrò degli ex prigionieri di guerra che erano stati torturati in Germania sotto il regime nazista _ un'esperienza che dovette rivivere nel suo

paese durante gli anni peggiori della dittatura militare. Quando la repressione contro gli oppositori politici si inasprì durante gli anni settanta, Arns acquistò popolarità a livello internazionale per la sua condanna esplicita di tali abusi. Egli stesso visitava regolarmente i prigionieri politici, offrendo il suo sostegno personale alle vittime delle torture e alle famiglie di coloro che erano stati assassinati dalle squadre della morte alle dipendenze del governo. Uno dei suoi contributi più significativi alla lotta per i diritti umani in Brasile fu l'archivio segreto che compilò, elencando minutamente quasi duemila resoconti di torture da parte dei militari. Una ristretta cerchia di avvocati prestò la propria assistenza nella redazione di questa accurata relazione sulle vittime e i loro torturatori, copiando le trascrizioni dei procedimenti della corte militare, che furono poi contrabbandate fuori dal Brasile. Il documento completo, intitolato Brazil Nunca Mais! (La tortura in Brasile) fu pubblicato nel 1985. Anche dopo il ritorno del Brasile al governo civile, Arns continuò la sua opera rivoluzionaria per i diritti umani a favore dei poveri e dei più deboli. Egli chiese il rispetto per le popolazioni indigene del Brasile, e sostenne i gruppi afrobrasiliani che reclamano il riconoscimento della loro cultura all'interno della Chiesa. Arns iniziò progetti per aiutare i malati di AIDS e le loro famiglie e parlò chiaramente a sostegno del movimento ambientale e dei senza terra in Brasile. Inoltre fu attivo nel promuovere la campagna culturale dei vescovi, che incoraggia la gente ad organizzarsi politicamente in modo da realizzare la giustizia sociale. Quando LEONARDO BOFF fu convocato dal Vaticano in seguito alla sua opera sulla teologia della liberazione, Arns e il confratello cardinale ALOIS LORSCHEIDER andarono a Roma per lanciare un appello in suo favore. Nei cinquanta anni dalla sua ordinazione, Arns è rimasto tenacemente ancorato ai suoi principi di giustizia e di rispetto dei diritti umani _ all'interno della Chiesa e fuori di essa. Sebbene si sia ufficialmente ritirato, continua ad essere una delle voci più chiare per i senza voce dell'America Latina di oggi. In Sud Africa i concetti di giustizia, dignità e diritti umani sono ora custoditi nella costituzione della nuova nazione "dell'arcobaleno", che è emersa con la caduta dell'ex regime dell'apartheid. La parola "uguaglianza" è sulle labbra di tutti, e in capo a pochi anni molti potrebbero cominciare a dimenticare le diffuse ingiustizie e discriminazioni, sofferte dalla maggioranza della popolazione per più di quarant'anni. In quest'arco di tempo molti cristiani impegnati, neri e bianchi, locali e stranieri, hanno lavorato instancabilmente per i diritti umani degli individui e di intere comunità nere e di colore. Uno di questi uomini è SEAMUS BRENNAN o padre Stan, come è affettuosamente conosciuto da letteralmente migliaia di persone che sono passate per il centro parrocchiale da lui fondato negli anni sessanta. Originario di County Roscommon in Irlanda, Stan giunse per la prima volta in Sud Africa nel 1965 come "pastore della gente di colore" in un'area arretrata nota come Reiger Park fuori Joannesburg. Parlando un giorno con un vicino, un uomo che beveva molto, "il nuovo prete" intuì per la prima volta la vita della maggioranza non bianca: quando riversò fuori le sue frustrazioni, l'uomo gli disse che non aveva superato gli esami scolastici e che non poteva permettersi i libri necessari per continuare gli studi. "È facile per voi bianchi", disse, "voi potete andare in biblioteca e avere tutto l'aiuto di cui avete bisogno, ma nessuno fa niente per noi". L'incontro portò all'apertura di una piccola biblioteca nel 1966, seguita da corsi di istruzione per adulti di tutte le razze _ un'iniziativa rivoluzionaria, se si tiene conto della rigida segregazione razziale in quella nazione. Anno dopo anno, il numero di studenti che si radunavano presso il centro della Parrocchia di S. Antonio aumentò da alcune centinaia ad alcune migliaia. Così in poco tempo, oltre ad aggiungere altre aule, si installarono anche laboratori scientifici e linguistici e un'aula di computer. Di pari passo con la popolarità del centro di Stan, aumentava l'opposizione da parte delle autorità del governo locale, le quali dissero al frate che stava violando la legge, perché teneva gli studenti neri in una zona riservata solo a persone di colore. Fu solamente grazie a tutta la sua creatività, ai suoi contatti e alla sua conoscenza della burocrazia del governo locale, che Stan fu in grado di evitare la chiusura o l'esilio, per non dire di peggio. Durante i moti di Soweto, nel giugno 1976, quella di S. Antonio fu l'unica scuola nera nella zona a non chiudere _ ormai gli studenti adulti qui vedevano i loro studi come parte integrante ed efficace della lotta per l'uguaglianza. Ma il centro non offriva solo la possibilità di istruzione a persone che altrimenti

avrebbero avuto un futuro tetro; si è anche espanso, con l'aiuto di imprese locali, fino ad includere attività sportive e sociali, un club per la gioventù, un centro anziani, assistenza medica, formazione professionale pianificata per uomini e donne, e un ristorante _ tutti operanti su basi non razziali. Aggiunte più recenti hanno incluso la Casa della Misericordia, un centro di trattamento per alcolisti e tossicodipendenti, che sono accolti gratuitamente se non possono permettersi le modeste rette, e la Casa di S. Francesco per i malati terminali. Stan si era reso conto del bisogno di una tale casa di accoglienza, dopo essere stato testimone della solitudine e della morte straziante di molti malati di AIDS, che erano stati rifiutati dai familiari, dagli amici e dalla comunità. Il suo credo e la sua difesa dei diritti e della dignità di ogni individuo sono diventati un modello per molte altre scuole e centri parrocchiali, che lottano per superare la terribile eredità degli anni dell'apartheid. Nei primi anni sessanta, OSWALD GILL era soddisfatto di insegnare greco e latino ai seminaristi irlandesi, ma segretamente nutriva anche la vocazione di lavorare in America Latina. Quando gli fu offerta la possibilità di una comunità parrocchiale di 35.000 abitanti a Santiago, Cile _ dove un approccio del tutto nuovo alla catechesi si stava sviluppando a livello diocesano _ egli colse al volo l'opportunità. Era l'inizio di un personale viaggio di scoperta delle differenze tra nord e sud, delle condizioni di vita in gran parte del cosiddetto Terzo Mondo, e delle ragioni che davano origine a tale dura povertà. Oswald vide con i propri occhi come le persone senza accesso ai terreni, alle risorse naturali o all'istruzione, fossero incapaci di sviluppare le loro potenzialità individuali ed economiche. Due fatti in particolare lasciarono un'impressione duratura nella mente di Oswald: la sua esperienza durante il violento colpo di stato che rovesciò il presidente cileno Salvador Allende, eletto democraticamente, e il Concilio dei Vescovi Latino Americani (CELAM) incontratisi a Medellín e Puebla. Queste esperienze lo aiutarono a comprendere la povertà dalla prospettiva dei suoi parrocchiani, "come insicurezza: l'inabilità a possedere una casa, a nutrire la propria famiglia, a educare i propri figli". Era un'insicurezza che Oswald avrebbe incontrato di nuovo lavorando in California con i braccianti immigrati. I messicani e gli americani filippini della sua parrocchia lavoravano in alcune delle aziende agricole più fertili del mondo, e tuttavia vivevano come cittadini poveri di seconda classe. I ricchi agricoltori di frutta e verdura, che traevano vantaggio dal loro lavoro massacrante in tutta la stagione della semina, soffocarono persino i loro tentativi di organizzare i servizi sociali di base e cercarono di negare loro la cittadinanza statunitense. La missione di Oswald tra questi lavoratori mirò sempre più a restituire loro una dignità umana attraverso la difesa dei loro diritti civili e penali. Riflettendo sul suo lavoro, Oswald sceglie di parafrasare le parole di papa Paolo VI: "Per favore, smettete di parlare di pace se non siete pronti a lavorare per la giustizia". Quando la Provincia di Santa Barbara, California, U.S.A., proclamò il diritto d'asilo per i profughi dell'America Centrale nel 1985, dopo un processo di discernimento a livello provinciale della durata di un anno, ad ogni frate fu chiesto di fare qualcosa in risposta. Alcuni si limitarono a raccogliere coperte o scrissero lettere ai loro rappresentanti congressuali; altri corsero il rischio maggiore di offrire lavori agli immigranti illegali o di offrire loro un posto per dormire. La Parrocchia di S. Anna a Spokane, Washington, frequentata dalla classe operaia, fu così scossa dalla storia di una rifugiata salvadoregna e dei suoi nove bambini, la quale era stata testimone di orrori indicibili perpetrati contro la sua famiglia, da invitarli a trasferirsi nel seminterrato della chiesa. Dopo alcuni mesi il Servizio di Immigrazione e Naturalizzazione annunciò che sapeva dove la famiglia si stava nascondendo e che intendeva rimpatriarli a El Salvador. La Parrocchia di S. Anna rispose con una conferenza stampa pubblica, durante la quale i responsabili dichiararono che il governo statunitense avrebbe dovuto esiliarli prima di poter toccare "la loro famiglia salvadoregna". Secondo ED DUNN, "i parrocchiani cominciavano a capire il legame universale della loro fede. Un rifugiato salvadoregno aveva diritto alla loro compassione tanto quanto la persona accanto a loro sulla panca in chiesa alla domenica. Questo era un passo straordinario". Sostiene Ed: "La gente correva dei rischi di fronte al governo, rischi che imponeva al proprio benessere". Forse il risultato più notevole del Movimento per il diritto d'asilo, che a un certo punto includeva quasi cinquanta chiese nella parte occidentale del paese, fu che le scelte di comuni cittadini forzarono un

cambiamento nella coscienza sociale dei cristiani in tutti gli Stati Uniti. "Non era più sufficiente dire che si credeva nella dignità umana degli altri", aggiunge Ed, "come cattolico dovevi esser disposto a mettere la tua vita in prima linea a favore dei loro diritti umani fondamentali". La Commissione interfrancescana di GPSC in Spagna da tempo vede il suo lavoro a favore degli immigranti e degli stranieri senza documenti come una componente essenziale del suo impegno per i diritti umani. Le statistiche mostrano che in Spagna vivono oggi circa 600.000 immigranti legali e 80.000 stranieri senza permesso di soggiorno, esattamente il 2% della popolazione. Con il suo crescente desiderio di essere parte della "prima serie" di paesi europei in piena unione monetaria, il governo spagnolo sta via via intensificando la discriminazione nei confronti di tutti gli immigranti. I francescani spagnoli hanno risposto con numerose iniziative concrete, che mettono in risalto la dignità fondamentale di ogni immigrante. I frati hanno lavorato insieme con gruppi dello stesso orientamento, per accrescere la consapevolezza pubblica dei problemi all'interno delle parrocchie e delle scuole francescane. Speciali schemi di occupazione sono stati ideati, e l'opera di sostegno a favore degli immigranti è stata adattata ai bisogni di coloro che lottano per inserirsi nel loro nuovo ambiente culturale. Altre risposte degne di nota sono state l'attiva promozione di un progetto educativo multiculturale e del dialogo interreligioso, nonché gli sforzi per assicurare la tutela dei diritti degli immigranti da parte della legge spagnola. VICENTE FELIPE ricorda che la sua fraternità ha aiutato "quattro famiglie di rifugiati guatemaltechi, offrendo amicizia, consulenza professionale e assistenza materiale". La prima presenza francescana registrata negli Stati Uniti sud-occidentali risale al 1539, sebbene l'attività missionaria organizzata nella regione sia cominciata con la fondazione della Missione di S. Michele nell'Arizona nord-orientale nel 1898. Un frate in particolare, ANSELM WEBER, si guadagnò il rispetto della popolazione indigena Navajo grazie alla sua padronanza del loro idioma e alla sua disponibilità a viaggiare per centinaia di miglia a cavallo, per incontrare ogni anziano della tribù. Per questo frate tedesco-americano la principale preoccupazione dei Navajo era la violazione del loro territorio da parte del governo statunitense. La sua sensazione che i Navajo facessero eco all'impegno francescano come "amministratori della terra" lo portò a lavorare attivamente in loro favore, ed egli fu spesso invitato ad appianare le controversie tra il governo degli Stati Uniti e il popolo indigeno. Egli usò le nuove tecnologie del moderno rilevamento topografico, per aiutare a schedare e ad esaminare le richieste di concessione di terreno per innumerevoli famiglie, oltre a recarsi annualmente a Washington D.C. a nome dei Navajo, per incontrarsi con i capi dell'Ufficio degli Affari Indiani, e a dare una mano a sistemare quel numero ingente di domande. Al momento della sua morte avvenuta nel 1921, grazie al suo efficace contributo, l'estensione del territorio Navajo era aumentata di un milione e mezzo di acri. In quello stesso anno, i frati collaborarono alla fondazione del Consiglio Tribale dei Navajo, che si è rivelato un organo essenziale della leadership tribale nel corso di tutto il ventesimo secolo. Nel 1902 un altro frate francescano, l'antropologo BERARD HAILE, giunse alla Missione di S. Michele per servire da cappellano della scuola della missione. Il suo interesse appassionato per la lingua Navajo dovette avere un impatto ugualmente forte sulla vita della popolazione del luogo. Lavorando accanto a MARCELLUS TROISTER e ad altri frati su una macchina da scrivere appositamente modificata, Berard sviluppò il primo alfabeto, utilizzando i simboli greci per rappresentare i suoni usati nella lingua Navajo. Allo stesso tempo, Marcellus diligentemente modificò ed ampliò il "censimento parrocchiale", per fornire una visione completa della cultura, della struttura familiare, dei legami tra i vari clan, delle nascite, delle morti, degli usi e costumi sociali e religiosi dei Navajo, che diversamente avrebbero potuto andare persi per sempre. Come Anselm Weber, anche Berard viaggiò molti giorni a cavallo per raggiungere le lontane comunità Navajo, dove poté registrare rituali e narrazioni mitiche delle origini. "Mi sembrava che si dovessero studiare i loro costumi, la loro visione della vita, dell'universo, le loro idee sull'origine dell'uomo, della vegetazione, degli animali, prima di poterli avvicinare su questioni religiose", sosteneva Berard, spesso a dispetto dello scherno da parte di alcuni dei suoi confratelli.

Da iniziative individuali in difesa dei diritti umani, i francescani hanno recentemente iniziato a sviluppare delle strategie per una linea d'appoggio e d'azione più efficace a livello internazionale. Fin dalla Conferenza per i Diritti Umani svoltasi a Vienna nel giugno del 1993, i Frati Minori si sono uniti a Franciscans International per occupare un ruolo sempre più attivo presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite e negli enti governativi ad essa associati. IGNACIO HARDING e MICHAEL SURUFKA sono stati particolarmente coinvolti nello sviluppo della partecipazione dell'OFM alle conferenze e ai vertici delle Nazioni Unite. Riflettendo sul suo incarico biennale quale animatore OFM per Franciscans International, Michael così commenta: "L'Organizzazione delle Nazioni Unite, sebbene abbia certamente i suoi limiti, è l'unico luogo d'incontro della comunità internazionale, ed è la sede in cui si svolge il dialogo mondiale. Essa andrà avanti con o senza di noi, ma noi siamo stati invitati a prendervi parte; inoltre, come francescani, abbiamo qualcosa da dire e da sentire". AGOSTINHO DIEKMANN, membro della rappresentanza di Franciscans International alla Conferenza sugli Insediamenti Umani, Habitat II, tenutasi ad Istanbul nel 1996, chiarì il punto centrale di tale sfera di azione, relativamente nuova: "Il confronto con altre culture, lingue e punti di vista, come anche lo studio approfondito di temi sociali, politici ed economici, ha ampliato significativamente i miei orizzonti. Insieme con i miei colleghi della Delegazione FI, ho scoperto quale significato possono avere oggi le parole di san Francesco: 'Andare insieme per il mondo' e 'Il nostro convento è il mondo'. Dobbiamo coinvolgerci a favore dei poveri come difensori della giustizia, della pace e dell'armonia fra tutte le creature. Seguendo l'esempio di Francesco, abbiamo riflettuto sulle radici della nostra esperienza, e ci siamo rivolti ai governanti dei nostri paesi con le necessità dei poveri, in modo da dare voce a coloro che l'ingiustizia e l'oppressione hanno messo a tacere". Riferimenti alle Costituzioni Generali OFM Articolo 69,1-2 Nella difesa dei diritti degli oppressi, i frati, rinunciando ad ogni azione violenta, ricorrano ai mezzi che possono usare anche i più deboli (1). [...] i frati denuncino fermamente ogni specie di guerra e la corsa agli armamenti come una piaga gravissima per il mondo e la più grande ingiustizia verso i poveri. Non risparmino fatiche e pene per costruire il Regno pacifico di Dio (2). Altri riferimenti: art. 32,3; 92,2; 96,1-3; 97,2; 109,1; 129,1; 185,1. Domande per la discussione 1. 2. 3. 4. 5. Appartieni a qualche gruppo nazionale o internazionale che si occupa dei diritti umani? Pensi che dovresti farne parte? Fai riferimenti positivi a tali gruppi nella tua opera apostolica? Includi le violazioni dei diritti umani nella tua preghiera personale? Nella preghiera della tua fraternità locale? Nella preghiera durante gli incontri o i raduni provinciali? Quali gruppi nella tua società rischiano maggiormente di non vedere riconosciuti i loro diritti? Hai mai subito maltrattamenti riguardo a qualche diritto umano fondamentale? Se non ne hai subiti, conosci qualcuno che si sia trovato in questa situazione? Quanto ha inciso in te o in lui/lei tale esperienza? Come tratta il tuo paese la questione dell'immigrazione? Hai mai sostenuto o protestato pubblicamente contro la posizione da esso assunta rispetto a tale tema?

6. 7. 8. 9. 10. 11.

12.

Quanto efficacemente la tua fraternità provinciale tratta le istanze più importanti relative ai diritti umani che il tuo paese deve affrontare? Attraverso dichiarazioni? Azioni? Entrambe? Quali sono i diritti umani che sono violati nel tuo paese e a livello internazionale? Quali cause sono alla base della violazione di questi diritti umani: economiche, politiche, psicologiche...? Perché accade che ciascuno di noi è più sensibile alla violazione di certi tipi di diritti umani e meno a quella di altri? A proposito della coscientizzazione della Chiesa e dell'azione che questa ha sostenuto in favore dei diritti umani, possono essere entrambe considerate un segno dei tempi? Qual è la relazione tra evangelizzazione e diritti umani? Che cosa è più opportuno: che la comunità cristiana abbia le proprie organizzazioni in favore dei diritti umani o che i cristiani vengano coinvolti in organizzazioni sociali insieme con altri uomini e donne di buona volontà? Quale tipo di azione ritieni sia più appropriata per i francescani in difesa dei diritti umani?

Lista di controllo per future campagne locali in favore dei diritti umani Se in risposta alle violazioni dei diritti umani desiderate avviare una campagna: • • • • • • • • • • Disponete di indicazioni chiare e concise riguardo agli eventi che sono successi? Potete spiegare in che misura è coinvolta la comunità francescana? Avete un'approvazione scritta dalla Commissione francescana locale di GPSC? Il superiore francescano locale e/o il vescovo hanno espresso il loro sostegno? Avete approvazioni scritte dal superiore francescano e dal vescovo? Avete i nomi e i numeri di coloro (giudici, politici, ecc.) che dovete contattare? Avete le fotografie di coloro che state cercando di aiutare? Sapete come usare il fax e/o l'email? Avete designato un(dei) coordinatore(i) incaricato(i) di rispondere a tutte le indagini della campagna? Avete una lista stampata di persone e organizzazioni disposte a sostenere il vostro appello? Avete preparato una pubblicazione di notizie con informazioni chiare, direttive focalizzate, numeri da contattare, e il nome del coordinatore della vostra campagna?

6. le donne e il carisma francescano-clariano

Costituzioni Generali OFM, Articolo 4,1 I Frati Minori, inseriti nel popolo di Dio, [siano] attenti ai nuovi segni dei tempi e in sintonia con un mondo in continua evoluzione [...]. Articolo 56,2 È dovere del Primo Ordine mantenere e tutelare l'unità spirituale con le monache del Secondo e Terzo Ordine. Salvaguardando sempre la loro autonomia di vita e soprattutto di governo, devono essere promosse le loro Federazioni. Dalla vita di Francesco... Francesco, con cortesia ma anche con fermezza, sfidò molti dei capisaldi della sua società, specialmente quelli riguardanti le donne. Egli sentiva che era giusto che Chiara iniziasse una forma di vita religiosa per donne senza entrate garantite da rendite. Furono necessari più di 40 anni perché il Papa approvasse definitivamente il Privilegio della povertà, alla quale si fa riferimento nella Regola di Santa Chiara, e poi lo estese solo alle Sorelle Povere di San Damiano! Secondo lo studioso fr. Ignatius Brady, prima del Concilio Lateranense IV Chiara e le sue sorelle probabilmente assistevano Francesco e i suoi frati nel prendersi cura dei malati di lebbra. Francesco dette un Nuovo Testamento usato dalla fraternità alla madre di due frati, venuta a chiedere un'elemosina (cfr. 2 Cel 91). Un'altra volta egli dette un mantello ad una donna povera (cfr. 2 Cel 92). Molti miracoli furono operati a favore di donne (cfr. 3 Cel). Sebbene Francesco vietasse ai frati di avere "rapporti o conversazioni sospette con donne" (Rb 11,1), l'esempio del suo legame con Chiara e Donna Jacopa indica che non tutte le relazioni sono "sospette". Francesco stesso incluse donne sposate e non sposate nel gruppo che i frati avrebbero dovuto invitare a perseverare "nella vera fede e nella penitenza" (Rnb 23,7). Francesco non esitò ad applicare immagini femminili a se stesso e agli altri frati. Descrivendo la sua comunità di frati, una volta raccontò al Papa di una donna che aveva avuto molti figli da un re e alla

fine li aveva mandati a reclamare la loro legittima eredità (cfr. LegM 3,10). La Regola di vita negli eremi divide i frati in due gruppi, che si alternano nel ruolo di Marta e di Maria ad intervalli stabiliti (cfr. Cer). "...se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?" (Rb 6,8). La legge della clausura non fu applicata quando "frate Jacopa" visitò Francesco morente (cfr. Legper 101). Riflession 1. Contesti differenti L'entusiasmo generato dal nostro apprezzamento per l'eminente genio spirituale di Francesco d'Assisi ci permette di trovare aspetti della sua vita e della sua opera per sostenere innumerevoli speranze e ambizioni. Allo stesso tempo, questo entusiasmo può condurci all'illusione che Francesco (o Chiara nella fattispecie) siano in grado di offrire modelli per tutte le situazioni che ci sfidano oggi. Quando parliamo di Francesco in relazione alle donne _ le donne della sua famiglia, della sua città, del suo movimento _ questo pericolo diventa particolarmente evidente. È difficile distinguere con precisione nelle prime fonti la realtà delle sue relazioni con le donne dagli strati di interpretazione ai quali questi documenti sono soggetti. È ugualmente difficile sapere quali aspetti delle domande che poniamo sono attribuibili a una visione del mondo resa possibile dalla filosofia e dalla scienza moderne. Questa visione del mondo, che supporta i nostri sforzi di reincarnare l'ideale francescano nel nostro tempo, contiene molti elementi che lascerebbero Francesco a grattarsi la testa meravigliato e, per quello che sappiamo, costernato. Il francescano che si interroga oggi si muove, vive e respira in un mondo in cui una convergenza di interesse e impegno da e per le donne si vede dovunque. Sul piano mondiale, abbiamo la testimonianza della Conferenza delle Nazioni Unite sulle Donne di Beijing del 1995. I partecipanti tornarono alle loro terre di origine con affascinanti storie di unità nella diversità sperimentata e celebrata dalle migliaia di donne presenti. Nella Chiesa, vediamo da parte di Giovanni Paolo II nuovi sforzi di rivolgersi ai problemi delle donne: la sua Lettera alle donne (1995) e Mulieris Dignitatem (un'enciclica pubblicata nel 1988). Inoltre, conferenze episcopali regionali, unioni di superiori maggiori e organizzazioni laicali hanno scritto documenti o condotto studi che prendono in esame sia le ingiustizie fatte alle donne sia il bisogno di rettificare queste distorsioni all'interno di varie prospettive culturali. È importante comprendere che, in una pubblicazione come questa, un esame generale della questione deve essere dibattuto all'interno di contesti culturali che variano in modo significativo. I frati che lavorano in regioni dominate da istituzioni patriarcali troveranno mentalità e realtà differenti da quelle di chi opera in culture dove le basi matriarcali continuano ad influenzare credenze e comportamenti. Tenendo presenti queste avvertenze, torniamo alla storia di Francesco e chiediamoci come egli incontrò le donne mentre cercava di camminare sulle orme di Gesù. 2. Il contesto culturale di Francesco Il mondo ecclesiastico in cui Francesco divenne adulto teneva la natura umana in bassa considerazione. Si riteneva che l'uomo fosse un cumulo di debolezza e depravazione, in corsa precipitosa verso la dannazione con solo un barlume di speranza di poter ottenere la redenzione e di custodirla nella fragilità della vita. Gli scrittori monastici che cercarono di sostenere la preoccupazione crescente della Chiesa per il celibato del clero composero trattatelli denigratori che presentavano le donne come incarnazione di Eva _ madre del peccato e del tradimento. Le strutture giuridiche romane negavano alle donne ruoli attivi nella vita civile e canonizzavano la virtù personale e la fedeltà al padre, al marito e ai figli. Per questo, la libertà delle donne nelle regioni in cui era in vigore la legge romana era molto limitata ed esse erano spesso messe a servizio delle ambizioni di uomini, capi di famiglie e di clan. Allo stesso tempo, la Chiesa fornì qualche protezione contro i matrimoni forzati e la possibilità della scelta della consacrazione religiosa. La cultura trovadorica, proprio allora emergente nell'Europa medioevale, promuoveva anch'essa un raffinamento del gusto e della sensibilità, che avrebbe nobilitato _ almeno in teoria _ la posizione

della donna nella società. Francesco crebbe in questo ambiente schizofrenico, che in modo alterno esaltava e demonizzava le donne. Quando studiamo le sue biografie, ci troviamo a chiederci: "Quante donne giocarono un ruolo significativo nella vita di Francesco?". Tre emergono immediatamente: sua madre Pica, Chiara e Donna Jacopa. Tuttavia, se continuiamo la nostra ricerca, troviamo che numerose altre donne completano le dramatis personae della sua storia; ma esse spesso passano sulla scena senza nome e senza una voce propria. Si considerino le donne di Greccio, che egli a quanto ci è riferito ammirò, le suore di San Severino, Prassede di Roma, le cinque candidate che presentò a Chiara per il suo Ordine. E che dire dell'intera comunità di San Damiano, che lo riveriva e negli ultimi anni aspettava ansiosamente le sue rare visite e le sue prediche? Andando avanti nella nostra ricerca, cominciamo a notare quanto spesso le donne siano al centro del Trattato dei Miracoli. Quante donne aprirono la porta a Francesco, quando elemosinava ad Assisi e in altri paesi? Quante donne stettero ad ascoltarlo nelle cattedrali e nelle piazze? Non parlò mai con loro? Non ci furono mai conversazioni con le centinaia di donne che divennero le prime Sorelle della Penitenza? 3. L'importanza di Chiara e Jacopa per Francesco Qualunque cosa noi possiamo congetturare su questo vasto mondo di donne, sappiamo che due di loro occupano un ruolo centrale di relazione e amicizia con Francesco: Chiara e Jacopa. Che cosa impariamo da questi legami, che chiaramente durarono quasi una vita intera? Forse la testimonianza più significativa della relazione con Chiara è riportata nella Forma di vita e nell'Ultima volontà. In queste brevi dichiarazioni Francesco afferma di ritenere Chiara pari a sé nella vocazione e nella consacrazione. Egli chiede che si osservi una singolare uguaglianza di trattamento per Chiara e le sue sorelle, ponendo la cura per loro sullo stesso livello della sollecitudine per la fraternità. Chiara era così consapevole dell'enorme potere di tale reciprocità e di tale promessa che la custodì accuratamente nel cuore della propria Regola (capitolo VI). Francesco si sentì sostenuto nel vedere Gesù, che era il suo modello in tutto, andare oltre i limiti imposti dalla società nei suoi rapporti con le donne? Gli furono ugualmente di insegnamento i passi che parlano delle donne che seguivano e servivano Gesù? Queste indicazioni della disponibilità di Gesù a rischiare di essere criticato per la scelta di associare delle donne al suo ministero dettero a Francesco la libertà di cui aveva bisogno per credere e comportarsi come fece? 4. Le relazioni di Francesco con le donne _ aspetti positivi e difficoltà Le biografie ci permettono anche di vedere che il rapporto di Francesco con le donne non era sempre tranquillo, privo di tensioni e difficoltà. Alcuni dei racconti che ci sono stati lasciati ritraggono incontri di calda condivisione. La Leggenda perugina narra il suo soggiorno a San Damiano per delle cure (cfr. Legper 42-43) e la composizione dell'Audite, un amabile insegnamento carico di affettuosa sollecitudine (cfr. Legper 45). I Fioretti custodiscono il racconto meraviglioso, simile ad una parabola, del santo pasto consumato alla Porziuncola (cfr. Fior 15). Dalle richieste rivolte da Francesco a Donna Jacopa poco prima di morire abbiamo notizia delle visite che le faceva a Roma. La collocazione delle spoglie mortali di lei proprio di fronte a quelle di Francesco nella cripta della sua basilica evidenzia in modo straordinario e indelebile la forza di questa relazione. Tuttavia, non possiamo permetterci di trascurare i racconti che ritraggono un'immagine differente, un Francesco che appare ansioso, duro e insensibile di fronte alle donne cui è legato da amicizia. Ricordiamo la sua predica a San Damiano, che sembra negare alle suore il conforto che aspettavano quando si cosparge di cenere, recita il Miserere e se ne va in silenzio (cfr. 2 Cel 207). Gli sono attribuite affermazioni negative sulle donne che riflettono chiaramente le tendenze misogine della letteratura clericale di quel periodo (cfr. 2 Cel 112). Sappiamo anche che Francesco dovette lottare per custodire la castità e che la tensione opposta che sentiva in sé verso la sua natura passionale e incline al peccato assorbì molte sue energie. Questo conflitto interiore gli avrebbe reso impossibile

una visione rosea delle relazioni con le donne. Che ciò non gli abbia impedito di stabilire legami di radicale uguaglianza e affettuosa ammirazione è già in sé un miracolo della grazia del Vangelo. Dunque, possiamo affermare che Francesco era una persona straordinaria non interamente libera dalla propaganda contro le donne della Chiesa del suo tempo e dalla visione generalmente negativa della natura umana _ specialmente nella sua dimensione sessuale _, che fu un tema diffuso nell'insegnamento cristiano e un pregiudizio dal tempo di Agostino al medioevo. Francesco creò una forma di vita che richiedeva il celibato, ma senza la protezione della clausura monastica. Dalla sua Regola e dalle sue biografie traspare la sua crescente preoccupazione per la condotta dei frati più deboli e meno fermi nella loro consacrazione. L'aspirante cavaliere è sensibile all'influenza della nuova letteratura cortese e della musica trovadorica; il suo linguaggio e le sue immagini adottano le raffinatezze e l'atmosfera romantica di questa visione di uomini e donne uniti da legami improntati a sentimenti di gentilezza e finalizzati a nobili ideali. La forza e la fedeltà eroica al Vangelo di certe donne nella sua vita ottengono da lui ammirazione e amicizia devota, pubblica e dichiarata. Egli attira nell'ambito del suo movimento un gran numero di donne, allo scopo di far riconoscere il Vangelo come norma di ogni sforzo umano. Egli accoglie queste donne non meno degli uomini e le include esplicitamente nei suoi piani di formazione (Lettere ai fedeli). Francesco ci è perciò molto utile nei seguenti modi: 1. Offre una profonda comprensione spirituale dell'interrelazione esistente tra tutti gli esseri in termini femminili e maschili (Cantico). 2. Dimostra la capacità di superare le barriere culturali per amore della verità del Vangelo. 3. Ci lascia una testimonianza della sua profonda amicizia con Chiara e Jacopa; questa non è una consolazione da poco nella nostra ricerca. Abbiamo bisogno, d'altra parte, di stare attenti a comprendere che Francesco non dà risposta ad alcuno dei nostri dilemmi: 1. L'evoluzione del ruolo delle donne nel mondo occidentale industrializzato, la nuova consapevolezza delle donne in tutte le culture eccetto le più primitive e il territorio inesplorato della vita nelle società postmoderne e postmarxiste sono i problemi che dobbiamo risolvere. Francesco non ha camminato dove dobbiamo camminare noi adesso. La vera esplosione di consapevolezza della natura sessuale della vita umana e l'esplicita attenzione che essa riceve in tutti i mezzi di comunicazione ci pongono sfide senza precedenti. 2. Le difficoltà che le donne incontrano nella Chiesa, dove il pregiudizio patriarcale e sessista spesso le ha umiliate e ha ridotto la loro partecipazione, in alcune zone stanno creando serie spaccature. La chiamata dei fratelli di Francesco ad essere una fonte di riconciliazione e di giustizia per le donne è urgente nella comunità ecclesiale di oggi. Infine, dovremmo affermare che un segno della fedeltà creativa della Famiglia francescana nel nostro tempo è l'aumento delle strutture e delle occasioni nelle quali le sorelle e i fratelli francescani possono svolgere il loro servizio fianco a fianco. Oggi vediamo molto lavoro in progetti di collaborazione interni ai nostri Ordini e nelle strutture a livello internazionale e continentale che ci mette faccia a faccia nella tensione di realizzare la nostra vocazione e di far sentire la nostra voce nella comunità mondiale. Il nostro cuore sia colmo di gratitudine per l'esempio e l'ispirazione che Francesco ci offre e impegniamoci a vivere la nostra responsabilità di discernere quale energia evangelica ci occorre per camminare come una volta fecero Francesco e Chiara nel giardino fiammeggiante della Porziuncola. Margaret Carney OFS Esempi dalla vita dei frati...

Se San Francesco tornasse oggi e partecipasse ad alcuni dei seminari e delle conferenze internazionali che si tengono attualmente in gran numero sul ruolo delle donne nella Chiesa e nella società, probabilmente troverebbe tutto ciò piuttosto difficile da comprendere! Nei secoli trascorsi da quando lui e Santa Chiara fondarono i loro ordini, i parametri culturali non sono cambiati in nessun campo più che in questo dei 'diritti delle donne'. I frati in Asia hanno preso l'iniziativa di cercare di occuparsi di questi cambiamenti di atteggiamento. Le Conferenze Francescane di Asia e Oceania (FCAO) decisero di concentrarsi per due anni sulla situazione delle donne in quella parte del mondo e di pubblicare un resoconto delle loro scoperte. Il processo di ricerca biennale sul quale questo era basato è da molti visto come uno dei passi più lungimiranti e costruttivi mai fatti a livello di Conferenza per promuovere la comprensione e l'azione nel campo dei diritti delle donne. Alcuni frati nelle tredici Province della regione spedirono questionari dettagliati per raccogliere informazioni sulla posizione sociale delle donne nei loro paesi. Ognuno dei rapporti stilati fu rivisto a turno da tre diverse donne di quella regione. I risultati fornirono il materiale di base per un seminario tenutosi a Sidney, in Australia, cui presenziarono i tredici ministri della FCAO, insieme a ospiti di altri paesi. Si unirono ai frati per le discussioni anche cinque donne di diverse nazioni asiatiche e due australiane. La seconda metà dell'incontro si focalizzò sul contributo dato sia da Francesco sia da Chiara alle origini del movimento francescano, così come sull'apporto delle donne al futuro della vita francescana. A causa delle differenze culturali fra le nazioni della FCAO, dalle donne e dai frati dell'intera regione furono espressi problemi sia diversi sia comuni. Ingiustizie economiche, cittadinanza di seconda classe, mancanza di rispetto e di consapevolezza furono menzionate praticamente in tutte le relazioni. Le riflessioni delle donne che fornirono le risposte richieste e di quelle che parteciparono all'incontro confermarono in modo molto personale le opinioni e le sofferenze espresse in tutti i resoconti provinciali e provocarono i frati a rispondere in maniera creativa. I suggerimenti spaziarono dall'organizzazione pratica di programmi per la cura e l'assistenza sanitaria dell'infanzia e di programmi di formazione professionale a una completa revisione delle interpretazioni tradizionali e oppressive della Bibbia, che è stata usata per secoli per sostenere la soppressione della dignità delle donne. I dati raccolti sottolineano che la compassione per la condizione delle donne prigioniere della povertà, della prostituzione o di relazioni oppressive non è sufficiente. I frati devono indicare come si può conferire realmente alle donne potere e possibilità di collaborazione, facendo un esame radicale dei loro stessi atteggiamenti personali verso quelle con le quali si relazionano nella vita quotidiana. Il rapporto termina con due racconti di ANTONIO EGIGUREN, che ha lavorato a Lamsai, in Tailandia, presso la Casa di accoglienza per moribondi Santa Chiara. Il primo parla di una donna musulmana, costretta alla droga e alla prostituzione a Bangkok dal marito camionista. Abbandonata dalla propria famiglia, sta morendo da sola di AIDS a Lamsai. Il secondo è quello di una giovane donna di origine cinese. Anche lei ha sposato un camionista a Bangkok, ma senza essere a conoscenza della tossicodipendenza e delle ripetute infedeltà del marito. Nel giro di un anno il suo unico figlio è morto di AIDS, seguito da suo marito all'età di 31 anni. Lei stessa non ha più molto da vivere. Nonostante tutto, interrogata sul suo atteggiamento verso il marito, ella risponde: "Fin dall'infanzia mi è stato insegnato da mia madre ad accettare che gli uomini sono tutti promiscui e troppo deboli per vincere i loro desideri sessuali. Io sono cresciuta secondo tale insegnamento, per cui non mi fa male sapere che a mio marito piaceva andare con altre ragazze". I francescani, uomini e donne, sia secolari sia religiosi, sono sempre più consapevoli che la chiave per cambiare tali atteggiamenti è l'educazione, che può spesso apparire in contraddizione con le tradizioni religiose e culturali dominanti. Per troppo tempo _ essi dicono _ il contributo di Santa Chiara al carisma francescano è stato nascosto all'ombra di San Francesco, e ciò è cominciato ad emergere solo durante le celebrazioni per il recente 800° anniversario. Finché questo non sarà riconosciuto, le donne non potranno ottenere l'uguaglianza di riconoscimento e responsabilità che cercano nella vita della Chiesa. La suora francescana Maria Elena Martinez è una donna che ha

beneficiato del cambiamento di atteggiamento verso le donne nella Chiesa. Attualmente maestra del noviziato per le suore Francescane della Penitenza e della Carità Cristiana in California, negli U.S.A., Maria Elena è nata da genitori messicano-americani. Intorno ai vent'anni entrò in una comunità francescana, fu mandata a formarsi come direttrice spirituale e imparò molto sulle sfide del contesto multiculturale. In seguito, mentre insegnava in una scuola superiore di Los Angeles, negli U.S.A., le venne chiesto di svolgere il servizio di direttrice spirituale di una comunità locale di prenoviziato, che non riusciva a trovare un frate per ricoprire il posto. Maria Elena accettò e, sebbene non vivesse con i frati, poteva pranzare con loro ogni giorno, prestare servizio come direttrice spirituale e tenere corsi. Dato che in quel periodo stavano per la prima volta accedendo al noviziato in gran numero anche uomini latino-americani provenienti da El Salvador e dal Messico, Maria Elena continuò a far parte della "squadra di formazione" della Provincia per dodici anni. Secondo Maria Elena, lavorare con uomini latino-americani era particolarmente gratificante perché, "per il loro modo di porsi in relazione con le loro madri e con altre donne nella loro vita, essi sono molto più aperti e vulnerabili in presenza di una confidente donna. Per molti degli uomini angloamericani era più difficile. Si trattava di un processo di guida e di ascolto specialmente nei campi in cui io ero capace di mediare le grandi divergenze tra le culture inglese e spagnola". Alla fine Maria Elena cominciò anche a coordinare il programma di orientamento per l'"Esperienza Guatemala" della Provincia. Dopo il noviziato, i frati si trasferiscono nei sobborghi di Città del Guatemala, dove lavorano in una parrocchia povera gestita dalla Provincia dell'America Centrale e vivono in una casa inserita costruita, quasi letteralmente, in cima ad un mucchio di rifiuti. Prima che i frati inizino questa esperienza, Maria Elena lavora con loro in piccoli gruppi, affrontando i temi della rabbia, della solitudine e della sessualità, che certamente emergono durante la permanenza in un paese straniero. Dopo che i frati sono stati in Guatemala per alcuni mesi, Maria Elena si incontra con ciascuno di essi individualmente. Il suo approccio diretto è una grande benedizione per molti di loro, che possono esprimere liberamente i propri dubbi e le proprie preoccupazioni. Al loro ritorno negli Stati Uniti, Maria Elena continua ad essere direttrice spirituale di quanti cercano di applicare la loro esperienza in Guatemala a nuovi modi di concepire la giustizia, la pace e l'ecologia nelle loro comunità. Sebbene alcuni dei frati si installino in seguito in posizioni più tranquille nella Provincia e divengano meno aperti all'idea del dialogo con le donne, Maria Elena ritiene che sia essenziale continuare a sfidarli proprio come fece Chiara con Francesco negli atteggiamenti e nella capacità che tutti gli uomini e le donne hanno di vivere nel rispetto reciproco. "Alcuni uomini sono profondamente interessati, ma altri non accettano il bisogno di dare potere alle donne _ essi hanno paura di lasciare il proprio potere, specialmente in alcune tradizioni e culture". Tale è stata l'esperienza di Rose Fernando, coordinatrice di Giustizia e Pace per le Missionarie Francescane di Maria. Originaria dello Sri Lanka, il primo paese ad eleggere un primo ministro donna già negli anni '50, spende molto del proprio tempo viaggiando per condurre seminari sui temi della giustizia e della pace. Vestita con il suo abito grigio al ginocchio e il velo, con le mani raccolte sul grembo in atteggiamento di riserbo, Rose è molto distante dall'immagine stereotipata della femminista radicale impegnata nella Chiesa che chiede l'ordinazione di donne-prete. Anche quando è interrogata sulla promozione delle donne, le sue parole e la sua espressione entusiastica raccontano una storia abbastanza diversa. "Dovunque io vada, vedo che le donne diventano più consapevoli della loro situazione e fanno sentire con coraggio la propria voce", dice, "anche in quelle culture dove sono state tenute quiete fino ad ora. In Asia, per esempio, tutte le differenti religioni del mondo hanno tradizionalmente cospirato per tenere sottomesse le donne. Dovunque io vada, insisto molto sull'educare gli uomini e le donne insieme; è veramente la chiave del cambiamento". E le cose stanno cambiando in meglio _ benché lentamente _ anche all'interno della Chiesa, secondo Rose. Ella cita l'esempio di una suora di 91 anni da lei conosciuta in Australia, la quale recentemente ha cominciato ad usare il linguaggio inclusivo durante le preghiere e i salmi quotidiani.

Interrogata sulla sua esperienza di cooperazione tra i frati, le suore e i francescani secolari a livello internazionale, Rose rispose: "Sono andata alla Conferenza delle Nazioni Unite sulle Donne di Beijing come membro dell'Organizzazione Non Governativa Franciscans International e non sono troppo sicura di quanti uomini comprendano realmente ciò che stiamo cercando di dire, cioè che tutto ciò che vogliamo è collaborazione nella società come anche nella Chiesa". La sua esperienza personale di pressione politica a questo livello è stata molto positiva, sia a Beijing nel settembre del 1995 sia al Vertice dell'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) sulla fame tenutosi a Roma nel novembre del 1996. Franciscans International è un nuovo e concreto impegno a lavorare insieme su temi di interesse comune. Anche la Danimarca è un paese dove tale tipo di cooperazione si sta verificando a livello nazionale, secondo Marianne Powell, coordinatrice di Giustizia e Pace per il Consiglio Internazionale dell'Ordine Francescano Secolare (OFS). Ex professoressa universitaria di inglese, lavora oggi nel campo dell'educazione per la Diocesi di Copenhagen, la sola diocesi cattolica in Danimarca. Il numero limitato di cattolici e la scarsità di sacerdoti, secondo lei, sono in parte la ragione per cui uomini e donne laici in quella zona del mondo hanno imparato a lavorare così bene insieme. Lei stessa è stata coinvolta nella fondazione dell'Ordine Francescano Secolare in Danimarca nei primi anni '80. Nei quindici anni successivi, sono sorte sette fraternità con oltre 50 membri, ma il loro piccolo numero rende essenziale la collaborazione con i religiosi se intendono lavorare efficacemente. A livello internazionale, ella ha cooperato a redigere un'indagine sugli ordini secolari in altre parti del mondo. "Le scoperte sono state varie; in alcuni paesi i laici sono ben organizzati con le suore e i frati francescani. In altri non ci sono strutture ufficiali, ma i francescani lavorano insieme nelle commissioni diocesane di Giustizia e Pace. Il mio compito è quello di creare in questi gruppi una maggiore consapevolezza per quanto riguarda i temi su cui possono collaborare". Nelle aree della giustizia e della pace, ella crede che la cooperazione sia il modo naturale di lavorare insieme; ma ammette: "Tale visione non è ancora condivisa da molti uomini e donne in gran parte del mondo in via di sviluppo". Come ex frate, KENGO KOBAYASHI in Giappone era conosciuto come sostenitore dei diritti delle donne, in particolare di quelle che là sono in condizioni di maggiore bisogno, le immigrate. Molte migliaia di donne ogni anno lasciano le Filippine e si ammassano in Giappone in cerca di un lavoro che permetta loro di sostenere la propria famiglia, rimasta a lottare a casa. Alcune vengono inserite nel business dell'intrattenimento, altre sono comprate come spose da ricchi giapponesi, altre ancora lavorano come domestiche, ma tutte corrono il rischio di essere sfruttate da datori di lavoro e "padroni" senza scrupoli. Come capo del Centro di Solidarietà per Immigrati di Yokohama, Kengo può talvolta essere visto dimostrare per le strade a favore di queste donne. Per aiutarle ad organizzarsi e a rafforzarsi, ha anche redatto un manuale completo per gli immigrati, elencando i loro diritti secondo la legge giapponese e le organizzazioni a cui possono rivolgersi per ricevere aiuto. Il libro, pubblicato nell'agosto del 1996, include ogni cosa, dai permessi d'ingresso e di soggiorno ai temi del lavoro e della salute, con particolare riferimento all'ambito ginecologico, così come le leggi relative al matrimonio, al divorzio e all'educazione dei figli. Per Kengo, lavorare con queste donne povere ha prodotto una conversione inaspettata: vedere il mondo dal punto di vista delle donne povere e accompagnarle piuttosto che condurle. Riferimenti alle Costituzioni Generali OFM Articolo 56,1 I frati, ben consapevoli di condividere con le monache del Secondo e Terzo Ordine di san Francesco il medesimo carisma e di avere con loro reciproci legami, abbiano sempre per esse diligente cura e sollecita attenzione. Altri riferimenti: art. 51; 58.

Domande per la discussione 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. Le religiose francescane hanno accresciuto la tua stima della tua vocazione francescana? Le donne dell'OFS hanno fatto lo stesso? Le francescane (religiose o dell'OFS) hanno sfidato i punti deboli della tua visione francescana? Se sì, come hai risposto loro? Tra i tuoi collaboratori ci sono delle francescane? Ciò influenza il tuo lavoro apostolico, le tue conversazioni quotidiane o la vita nella tua fraternità locale? La tua comunità locale coopera con gruppi vicini di francescane? La tua fraternità provinciale fa lo stesso? La tua Provincia ha recentemente invitato una francescana a parlare a un incontro provinciale o a condurre un ritiro provinciale? Tu o qualche tuo compagno frate avete francescane come direttrici spirituali? Come ciò ha influenzato la realizzazione del tuo/loro vivere la vocazione francescana? In che modo Chiara contribuisce a farti comprendere e vivere la tua vocazione francescana? Quale contributo portano oggi le donne alla fede delle nostre comunità cristiane? Quale contributo viene portato oggi alla Chiesa dalle donne nella vita religiosa? Quali sono i contributi femminili all'idea di Dio e della Chiesa? Quale speciale contributo possono portare le donne al nostro ingresso nel mondo dei poveri? Ci sono valori femminili che possono arricchire le varie forme della sequela di Gesù? La situazione delle donne nella Chiesa le favorisce nel comprendere e nel vivere la vita evangelica? Le donne possono giocare un ruolo importante in un'evangelizzazione condotta con calore e sensibilità? Quale contributo unico possono portare le donne cristiane per il rinnovamento della Chiesa?

7. dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale

Costituzioni Generali OFM, Articolo 95,1-2 1. Si promuova ovunque la crescita dello spirito ecumenico. Dove le condizioni lo permettano si cerchino i modi concreti e i mezzi opportuni per una collaborazione con tutti gli altri cristiani [...]. 2. Tra i credenti delle altre religioni la presenza dei frati sia improntata alla benevolenza e al rispetto. Infatti Dio li ha affidati alla loro opera, affinché con essi sia edificato il suo popolo. Dalla vita di Francesco... Forse non può essere citato un esempio migliore di Francesco come uomo di dialogo della risposta estremamente positiva dei capi religiosi all'invito di Papa Giovanni Paolo II a recarsi ad Assisi per pregare per la pace nel mondo il 27 ottobre 1986. L'umiltà e l'onestà che Francesco mostrò verso ogni persona sono fattori chiave in ogni dialogo _ sociale, politico o religioso. Quando Francesco disse ai primi frati che presto la loro fraternità avrebbe incluso francesi, spagnoli, tedeschi e inglesi (cfr. 1 Cel 27), li stava preparando al bisogno di dialogare! Quando i frati si riunivano nei capitoli, parlavano di ciò che Dio aveva già compiuto attraverso di loro e di quale nuova opera poteva volere che intraprendessero. Perciò i frati partirono per la Germania, due volte (Cronaca di Giordano di Giano, 5; 17). Imparare la lingua del luogo era un prerequisito per un dialogo efficace! Ad un certo punto il Celano loda l'unità degli animi e l'armonia del comportamento tra i frati (cfr. 1 Cel 46). Francesco mostrò uno spirito di dialogo durante la sua visita al Sultano Melek-el-Kamel (cfr. 1 Cel 57). Coloro che vanno tra i non credenti hanno due possibilità: a) evitare liti o dispute, ma essere soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio; b) annunziare la parola di Dio apertamente (cfr. Rnb 16,5-7). Coloro che evitano discussioni ed agiscono cortesemente (cfr. Rb 3,10-11) hanno qualche possibilità di essere capaci di dialogare. L'umiltà di Francesco aveva portato un grande albero [Papa Innocenzo III] a piegarsi ed innalzare un piccolo albero [Francesco

quando chiedeva al Papa di approvare la forma di vita della fraternità] (cfr. 3 Comp 53). Quando Francesco predicava, "con pari fermezza di spirito parlava ai piccoli e ai grandi" (LegM 12,8). "Gente di ogni età e d'ogni sesso correva a vedere e ad ascoltare quell'uomo nuovo, donato dal cielo al mondo" (LegM 12,8). Francesco diceva ai frati che, finché avessero dato il buon esempio, la gente avrebbe provveduto ai loro bisogni. Se i frati avessero cessato di darlo, il patto si sarebbe rotto (cfr. 2 Cel 70). Il "dialogo di vita" continua! Riflessione Introduzione Possiamo credere in un dialogo tra le religioni considerando ciò che è accaduto nel 1994 nel Medio Oriente, nell'Europa dell'Est e in molte altre parti del pianeta? Comunque, il dialogo tra i rappresentanti ufficiali delle religioni esiste già, discreto, paziente e fiducioso. Due punti in comune li uniscono: una curiosità motivata dall'interesse reciproco e la promessa solenne di non esercitare alcun proselitismo. Le religioni non cristiane non hanno colto facilmente l'interesse di questo dialogo: ognuna di esse ritiene di possedere il vero Dio, ben "inculturato". Che cosa c'è da imparare dagli altri e che cosa si può insegnare? La coesistenza pacifica è sufficiente. Due preoccupazioni tormentano i cristiani che hanno preso l'iniziativa di questi incontri. La prima è essere fedeli al comando del Signore: "Ammaestrate tutte le nazioni e battezzatele". La seconda è comprendere in che senso possiamo professare che Cristo è il solo salvatore dell'umanità. Per rispondere a questo, i cristiani pensano di avere bisogno delle altre religioni; per quanto rispettoso, il dialogo è destinato a continuare per qualche tempo. Questo verrà studiato in profondità a quattro livelli: * * * * Un dialogo fondamentale dovuto al fatto di viverlo insieme. Un dialogo fondamentale sulla salvaguardia e lo sviluppo dei valori umani e umanitari. La condivisione di esperienze spirituali, cioè mistiche. L'interscambio teologico e il confronto dei linguaggi su Dio.

Il Concilio Vaticano II ha dichiarato che le altre religioni sono "semi del Verbo". Giovanni Paolo II, con un'espressione profetica, ha affermato: "Quando una persona prega, è lo Spirito che la fa pregare". Alcuni uomini e alcune donne hanno lasciato un segno nella storia della Chiesa attraverso la loro testimonianza di fedeltà a Dio e di fiducia nell'umanità. Tra questi testimoni, Francesco d'Assisi è stato, e continua ancora ad essere, un simbolo di pace, riconciliazione e fraternità per le decine di migliaia di persone che lo venerano in tutto il mondo. A) Il dialogo nella vita di Francesco d'Assisi Per tutta la sua vita Francesco d'Assisi, oltre che un uomo di preghiera, fu anche un uomo di dialogo. È questo stile di presenza nel mondo che egli privilegiò per entrare in relazione con Dio, gli uomini, le donne, i suoi fratelli, le sue sorelle e l'intero creato. È facile individuare dei momenti della sua vita nei quali il dialogo gioca un ruolo centrale, quello di dirigere verso la riconciliazione, la pace e la fraternità. Noi non desideriamo presentare qui un elenco dettagliato, poiché tale lavoro sarebbe troppo lungo, ma intendiamo indicarne alcuni che sono correlati con differenti forme di dialogo.

• • • • • • • •

Un dialogo che converte: Signore, cosa vuoi che io faccia? (cfr. LegM 1,3). Un dialogo che libera: come San Francesco sanò miracolosamente il corpo e l'anima di un lebbroso (cfr. Fior 25). Un dialogo che porta la pace: come San Francesco addomesticò, per effetto del potere divino, un ferocissimo lupo (cfr. Fior 21). Un dialogo che apre il cuore: come San Francesco insegnò a frate Leone in che cosa consiste la perfetta letizia (cfr. Fior 8). Un dialogo basato sulla pratica di vita: la sua conoscenza delle Scritture; il suo spirito profetico (cfr. LegM 11,1). Uno spirito che si apre agli stranieri: l'incontro con il Sultano (cfr. LegM 9,8). Un dialogo che cura: il lebbroso (cfr. 1 Cel 146); il sordo e il muto (cfr. 1 Cel 147-148). Un dialogo che trasforma: come San Francesco convertì tre pericolosi ladri e assassini (cfr. Fior 26).

B) Evangelizzare nel dialogo Un nuovo Servizio per il Dialogo nella Curia Generale OFM. LINEE DIRETTIVE Motivazioni 1. L'evangelizzazione, che in San Francesco ebbe una caratteristica davvero speciale, il dialogo, è un elemento essenziale della vocazione dell'Ordine. Il Definitorio Generale, perciò, seguendo il mandato dei Capitoli Generali del 1991 e del 1997, considera urgente approfondire, sostenere e promuovere l'impegno dell'Ordine per l'evangelizzazione attraverso l'istituzione di strutture che aiutino i Frati Minori a entrare in un contatto positivo e fraterno con tutti i popoli, senza ostacoli di carattere religioso e/o culturale, per annunciare il Vangelo riconoscendo e rispettando i valori propri delle differenti culture. Incoraggiato da questo mandato e desiderando esprimere concretamente il capitolo V delle CC.GG., il Definitorio Generale ha raccolto i risultati di precedenti consultazioni e decisioni per riunire in una visione unitaria le dimensioni contemplativa ed evangelizzatrice della vocazione francescana, sottolineando allo stesso tempo il tratto comunitario, fraterno e aperto dell'evangelizzazione francescana e l'impossibilità di separare la formazione dall'azione, la testimonianza dall'annuncio. Il Definitorio Generale, raccogliendo i frutti del lavoro portato avanti finora e riassunto nel documento "Riempite la terra del Vangelo di Cristo" (cfr. 1 Cel 97), invita i frati a considerare la loro vocazione nell'ampio orizzonte di una situazione mondiale in continua evoluzione. Lo stato delle relazioni umane alle soglie del terzo millennio e i più recenti documenti del magistero della Chiesa pongono il dialogo al centro dell'attenzione e delle preoccupazioni di coloro che cercano la pace e il benessere dell'umanità. Anche il continuo riferimento da parte del Papa e delle autorità rappresentative delle Chiese e delle religioni al nostro Padre come promotore di riconciliazione, di dialogo e di pace, nonché il loro pressante e ripetuto invito ai frati a portare avanti la missione di Francesco, rendono l'impegno per il dialogo una delle prerogative del carisma francescano. Infatti, nel numero crescente di coloro che si occupano di promuovere la riconciliazione e la pace si manifesta lo spirito che ha animato l'esperienza umana e cristiana di San Francesco. San Francesco è stato ed è veramente un uomo di dialogo nel senso stretto della parola. Attraverso la sua intensa e radicale esperienza cristiana, egli è un uomo universale, riconciliato con Dio, con se stesso, con tutti gli esseri umani e con l'intero creato. Egli porta a tutti il messaggio evangelico con umiltà e carità.

2.

3.

4. 5.

6.

7. 8.

9. 10. 11.

Perché lo spirito di San Francesco possa essere significativo per la gente di oggi, però, esso deve essere anche lo spirito di tutti i francescani, e dovrebbe animare e caratterizzare tutta la loro opera di evangelizzazione. Infatti, la cultura e l'umanesimo francescani offrono una risposta autentica ai problemi emergenti nelle varie culture e una speranza ben fondata di risolverli. In un mondo caratterizzato da disarmonie che influenzano direttamente gli esseri umani nel loro rapporto con il creato e nelle relazioni reciproche tra persone e popoli, l'evangelizzazione francescana, solidamente basata sulla propria spiritualità, sulla visione francescana della presenza di Dio, sull'umanità di Cristo e sulla concezione dell'uomo intelligente, è capace di dare una risposta di speranza proponendo una cultura di prossimità, una cultura ecologica e cosmica, una cultura di dialogo. È la via che rende possibile l'inculturazione del Vangelo nel cuore dell'uomo di oggi (cfr. Il discorso di Giovanni Paolo II al Pontificio Ateneo "Antonianum", con il mandato all'Ordine di essere evangelizzatori di speranza). Il progresso della tecnologia e delle scienze, lo sviluppo e la diffusione dei mezzi di comunicazione, la reciproca influenza tra le culture, la velocità dell'informazione, il moderno mondo dei computer hanno creato nuove situazioni che chiedono a noi Frati Minori, se desideriamo essere fedeli alla nostra vocazione, una risposta che dovrebbe permetterci di assumere i valori esistenti e di purificare quello che potrebbe violare la dignità umana. Seguendo l'esempio di Francesco, che desiderava portare a tutti il Vangelo fatto vita, la nostra forma di vita deve rispondere alle nuove sfide dell'umanità in un atteggiamento di dialogo. L'universalità dell'esperienza religiosa di San Francesco ed il suo modo di comportarsi con le autorità islamiche offrono un esempio di dialogo con i membri di altre religioni che ha dimostrato di convincere e coinvolgere i rappresentanti di ogni credo. L'esperienza della riconciliazione, la centralità della Parola di Dio, la relazione con il creato e il modello della comunità francescana come stile di vita ecclesiale rendono l'esperienza francescana un punto di riferimento per il dialogo ecumenico. La vocazione unitaria dei frati all'ecumenismo e al dialogo nasce da tutti questi elementi. È proprio per questo che il Ministro Generale desidera impegnare l'Ordine nell'evangelizzazione con nuova energia e in nuove forme. Il Definitorio Generale sostiene questo rinnovato impegno attraverso la creazione di un organismo che desidera essere segno di una volontà attiva, occasione di aiuto e coinvolgimento di tutte le forze attualmente impiegate nei campi della formazione e dell'evangelizzazione, in modo che le direttive del Ministro Generale non rimangano semplicemente sulla carta.

Struttura 12. • • • È istituito il Servizio per il Dialogo (SD), articolato in tre settori: dialogo ecumenico dialogo interreligioso dialogo con le culture.

Commissione per il Dialogo Ecumenico (CDE) Motivazioni 1. Non è solo il Concilio Vaticano II che impegna la Chiesa cattolica e ogni cristiano all'ecumenismo e al dialogo (cfr. specialmente i documenti Unitatis Redintegratio e Nostra Aetate). Anche l'attuale Papa ha recentemente sottolineato, con tre importanti documenti, la necessità e l'urgenza dell'impegno per l'unità dei cristiani allo scopo di raggiungere l'unità di tutti gli uomini (cfr. le Lettere Apostoliche Tertio Millennio Adveniente e Orientale Lumen e l'enciclica Ut Unum Sint).

2.

3.

L'Ordine dei Frati Minori non può sottrarsi a questa nuova consapevolezza o a questi nuovi orientamenti. Infatti, stabilendo la nostra presenza nei paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, le autorità dell'Ordine hanno seguito, fin dai primi passi, i principi di dialogo e di collaborazione proclamati dalla Chiesa cattolica. Il risultato di buone relazioni stabilite con i principali Patriarchi ortodossi è il frutto di un impegno umile e convinto a servizio del dialogo. La nuova situazione che sta emergendo alle soglie del terzo millennio è caratterizzata da domande finora sconosciute, che richiedono che l'impegno ecumenico dell'Ordine assuma stabilità e continuità in modo da offrire a tutti i frati l'opportunità di cultura e formazione ecumenica.

Commissione per il Dialogo Interreligioso (CDI) Motivazioni 1. "[...] la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. [...] esamina qui innanzitutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino. Una sola comunità infatti costituiscono i vari popoli. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra (cfr. At 17,26)" (NA 1). "La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere [...]. Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi" (NA 2). "Se, nel corso dei secoli, sono sorti non pochi dissensi e inimicizie [...], il Sacrosanto Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (NA 3). La storia dei Frati Minori è ricca di incontri con membri di altre religioni, specialmente di quelle chiamate storiche: giudaismo, islamismo, induismo e buddismo. C'è un legame speciale con il giudaismo. La Chiesa "afferma che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo Patriarca [...]. Per questo la Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l'Antica Alleanza [...]. Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo Sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo" (NA 4). Riguardo all'islamismo, è stato fatto un considerevole sforzo per continuare la nostra presenza francescana e per aiutare tutti i fratelli e le sorelle che lavorano in paesi musulmani. Dal 1982 il Definitorio Generale sostiene questo aspetto del dialogo interreligioso attraverso la Commissione Internazionale OFM per le Relazioni con i Musulmani. "Sull'esempio di san Francesco e dei primi missionari dell'Ordine i frati continuino a mantenere viva la loro presenza umile e devota tra le popolazioni di religione Islamica, per le quali parimenti non c'è nessuno onnipotente eccetto Dio" (CC.GG. 95,3). "Tra i credenti delle altre religioni la presenza dei frati sia improntata alla benevolenza e al rispetto. Infatti Dio li ha affidati alla loro opera, affinché con essi sia edificato il suo popolo" (CC.GG. 95,2). Perciò, il Definitorio Generale desidera promuovere la formazione interreligiosa dei frati con la creazione della Commissione per il Dialogo Interreligioso e prende delle misure riguardo alle sue strutture ed attività.

2.

3.

4.

5.

6.

Commissione per il Dialogo con le Culture (CDC) Motivazioni 1. L'evangelizzazione è una parte essenziale della vita del Frate Minore. Noi evangelizziamo perché è necessario aiutare la persona umana a trovare una risposta alle proprie ansietà. L'obiettivo principale dell'evangelizzazione è la persona, non l'aumento del numero dei credenti. Inoltre, l'amore di Gesù Cristo per la persona spinge la Chiesa, e quindi l'Ordine, a continuare la propria missione. L'evangelizzazione non penetra nelle profondità della persona umana se non raggiunge la parte più intima della cultura in cui questa vive. "Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta". L'evangelizzazione delle culture ha come conseguenza l'inculturazione del Vangelo. La sintesi tra cultura e fede non è solo una necessità della cultura, ma anche della fede. "Se, infatti, è vero che la fede non si identifica con nessuna cultura ed è indipendente rispetto a tutte le culture, non è meno vero che, proprio per questo, la fede è chiamata ad ispirare, ad impregnare ogni cultura". La profonda inculturazione della fede produrrà valori cristiani che avranno la loro base nell'amore di Dio e nell'amore del prossimo, compendio dell'intero cristianesimo. Da questo punto di vista, la CDC lavorerà all'interno del Servizio per il Dialogo (SD), in modo che i frati cooperino con buona volontà allo sviluppo di questo processo di inculturazione (cfr. CC.GG. 92,2), che è chiamato ad impregnare tutta la loro azione pastorale. Molti elementi culturali dei popoli sono manifestazioni dei "semi della Parola di Dio" (cfr. CC.GG. 93,2). Ma questa presenza non significa che le culture siano già evangelizzate. L'Ordine dei Frati Minori ha riaffermato nella propria antichissima tradizione l'urgenza di annunciare il messaggio del Vangelo in tutte le epoche, in tutti gli ambienti e in tutte le culture. La presenza di Frati Minori che rispettano le culture è un'esperienza della storia della nostra fraternità. La diversità di popoli, razze, religioni e culture con cui i Frati Minori sono in relazione attraverso la loro vocazione esige da loro una preparazione speciale, che li aiuterà a condurre più facilmente un'attività fruttuosa. Per la loro vocazione, i Frati Minori sono chiamati a "riparare la mia Chiesa" in ogni generazione. Ciò può essere raggiunto solo attraverso l'evangelizzazione. Questa azione può essere realizzata solo tramite una sincera attività di evangelizzazione delle culture, che giustifica l'esistenza di un organismo che aiuti il Ministro Generale e il suo Definitorio ad animare questo impegno, che è parte essenziale della vocazione ricevuta dal Signore. Avendo chiara la loro identità, che nasce dalla loro vita totalmente evangelica, i Frati Minori sapranno come discernere i valori delle culture autentiche, evitando ogni sincretismo e rifiutando gli antivalori che le false culture o le anticulture vogliono introdurre nei diversi popoli. Allo stesso tempo, l'inculturazione del Vangelo richiede il rispetto delle varie forme in cui si manifesta la cultura di chi evangelizza; mentre egli porta il Vangelo, le culture arricchiscono il Frate Minore e fanno crescere lui e la sua fraternità religiosa. L'Ordine evidenzia nella diversità dei frati, che provengono da culture differenti, la varietà con cui è possibile essere fedeli al carisma ricevuto.

2. 3.

4.

5.

6.

7.

Seguendo le orme di San Francesco, l'ex Ministro Generale HERMANN SCHALÜCK si è concentrato sulla necessità del dialogo recandosi in vari paesi ad incontrare i capi religiosi di tutto il mondo. Questo esempio concreto è stato sottolineato dai frati che cercano di impegnarsi in un dialogo costruttivo con i membri di altre religioni e di altri gruppi etnici, specialmente in situazioni in cui queste differenze sono state alla base di tensioni, conflitti o guerre, come nel Distretto dei Grandi Laghi in Africa o nella ex Iugoslavia. Commissione OFM per il Dialogo Interreligioso

Esempi dalla vita dei frati... Nell'attuale mondo multiculturale, il dialogo tra fedi differenti è una chiave essenziale per la pace. Poche persone hanno capito ciò meglio di FRANÇOIS PAQUETTE, ex capo della Commissione Francescana per le Relazioni con i Musulmani. Formatosi come neuropsichiatra a Montreal, in Canada, si trovò ad occuparsi sempre più di pazienti provenienti dallo Sri Lanka, dall'India, dalla Cina e dal Vietnam presso il centro di igiene mentale dove lavorava prima di entrare nell'Ordine nel 1987. Rimase affascinato dalle diverse culture e religioni che stavano rapidamente diventando una parte permanente della sua città natale; la sua curiosità lo portò a cominciare a collaborare come volontario presso un centro interculturale locale. Ma fu solo mentre stava facendo il suo noviziato che Paquette scoprì realmente la forza di tali attività interreligiose. Uno dei frati stava organizzando una riunione locale nello spirito dell'incontro di pace svoltosi ad Assisi nel 1986 ed egli andò a dare una mano. "Per me era una specie di miracolo", ricorda con un sorriso. "Ero sbalordito al vedere i capi di tutte le differenti religioni di Montreal riunirsi a pregare per la pace invece di lottare l'uno contro l'altro". Gli occhi di Paquette si illuminano quando spiega come l'iniziativa annuale si è sviluppata con la sua partecipazione ad essa. "Ora abbiamo circa un centinaio di diverse delegazioni delle popolazioni indigene, i baha'i, gli indù dello Sri Lanka, i buddisti vietnamiti, i buddisti tibetani, i buddisti del Laos, i buddisti cambogiani, due gruppi di ebrei, musulmani sciiti e sunniti, sikh e anche cristiani di sedici diverse denominazioni _ circa un migliaio di persone in tutto che vengono nel nostro convento di Montreal a pregare per la pace! L'ambiente è molto scarno, c'è solo una semplice croce su cui poniamo una bandiera per ciascuna delle diverse religioni che partecipano e una grande raffigurazione di una colomba, che simboleggia la pace. Vogliamo che ognuno si senta a proprio agio e dopo sono tutti invitati a condividere con noi un pasto vegetariano". Tale raduno annuale, trasmesso in diretta alla radio e in televisione, può essere visto come l'attività francescana di maggior rilievo a Montreal. Ma durante tutto l'anno Paquette e i suoi fratelli sono ugualmente impegnati in molteplici attività concrete per sostenere i membri di molte altre religioni presenti in città. Queste possono includere il fare petizioni per il terreno per la costruzione di una pagoda vietnamita, il protestare contro un gruppo di skinhead che hanno inciso graffiti sulle tombe degli ebrei, l'organizzare un funerale islamico-cristiano o l'intervenire per soffocare la violenza tra sikh e musulmani presso una scuola superiore locale. "Quest'ultimo esempio", dice Paquette, "fa vedere realmente come possiamo avere un'influenza significativa sul futuro della nostra società. Lavorando insieme con un capo sikh ed un imam, abbiamo potuto mostrare ai ragazzi i numerosi aspetti delle loro culture che essi han-no in comune con persone di altre fedi. Quando essi cominciano a vedersi gli uni gli altri come persone reali piuttosto che come parte di gruppi stereotipati, possono abbandonare i pregiudizi che sono stati trasmessi loro e perfino cominciare a sfidare gli atteggiamenti dei loro stessi genitori". Ci sono molti altri esempi di francescani che promuovono il dialogo e la pace tra i giovani, talvolta attraverso programmi di educazione, più spesso semplicemente mettendo quotidianamente in contatto le une con le altre famiglie di differenti gruppi etnici. Una scuola materna interreligiosa in Bosnia o una scuola per musulmani e cristiani nel Libano meridionale aiutano i bambini di queste turbolente parti del mondo a crescere con un rispetto maggiore per le abitudini e le tradizioni delle persone di altre fedi. Un festival cinematografico e mediatico a carattere interreligioso che si tiene ogni anno al Cairo influenza migliaia di giovani e li aiuta a superare i pregiudizi del passato. L'intento dei francescani non è mai quello di essere visti come "organizzatori" di eventi o attività, ma piuttosto quello di facilitare questo "dialogo della vita quotidiana". In Marocco, dove la popolazione è quasi interamente musulmana, i frati sono profondamente consapevoli della forma di testimonianza offerta dalla loro continua presenza. BERTRAND COUTURIER ha trascorso metà della sua vita tra la gente del Marocco e ha visto molti giovani musulmani crescere e trovare lavoro dopo aver frequentato qualcuno dei corsi che i francescani offrono. Sui monti dell'Atlas, meglio conosciuti per la tragedia dei monaci trappisti in Algeria, un

piccolo numero di frati e di suore Missionarie Francescane di Maria insegnano ai ragazzi del luogo le tecniche di base della falegnameria, mentre le ragazze imparano il ricamo e altri mestieri utili per divenire membri produttivi della società. Le suore mettono anche a disposizione un ambiente dove le giovani donne possono andare a partorire e ad apprendere qualcosa su temi come la salute e l'educazione, che aiutano a promuovere la loro dignità umana. Nella città di Meknes, in Marocco, altri tre frati dirigono il Centro Sant'Antonio, biblioteca e centro culturale che fornisce corsi di cultura e letteratura islamica, lezioni di lingua e attività sportive a circa 600 studenti del luogo. Essi sono aiutati da un gruppo di dodici volontari, che si sono diplomati al centro e ora vogliono collaborare con i frati. GUSTAVO SANCHEZ è un giovane frate messicano che ha trascorso due anni sui monti dell'Atlas e altri quattro vivendo e lavorando con gli studenti del Centro Sant'Antonio. Dopo aver concluso i suoi studi a Roma, egli intende ritornare in Marocco per portare avanti il suo lavoro là. "È un progetto gestito dagli studenti stessi", spiega. "Ogni mese ci incontriamo per decidere cosa vogliamo fare, come vogliamo lavorare e in che modo possiamo aiutare gli studenti a comprendere e apprezzare meglio la cultura in cui vivono. Per esempio, durante il mese del Ramadan modifichiamo gli orari dei corsi e lavoriamo per tutto il giorno senza la pausa per il pranzo. Ciò ci consente di digiunare insieme ai musulmani e dà loro il tempo di preparare i pasti speciali con le loro famiglie". Nonostante le continue tensioni tra le popolazioni croata, musulmana e serba della ex Iugoslavia, il decimo anniversario della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace (Assisi, 1986) ha fornito un'occasione per vari sforzi mirati a promuovere il dialogo interreligioso a Sarajevo, Mostar e Spalato. A Sarajevo si è tenuta presso l'Accademia delle Arti e delle Scienze della BosniaErzegovina una tavola rotonda sul tema del ritorno dei profughi come condizione preliminare per una pace duratura; ad essa sono intervenuti l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'Organizzazione Internazionale per la Migrazione e rappresentanti ufficiali dei governi bosniaco e croato. C'è stata anche una preghiera interreligiosa presso il cimitero di Sarajevo, con la partecipazione di una delegazione di suore e frati francescani di Assisi, che ha donato un olivo da piantare a Sarajevo come segno di pace. MARCO ORSOLIC ha lavorato assiduamente per sfruttare queste iniziative in modo molto concreto, aiutando ad aprire a Sarajevo nel dicembre del 1996 un centro multiculturale con una biblioteca. La popolazione curda dell'Iran, dell'Iraq, della Turchia e della Siria chiede da molto tempo una patria unificata, dopo secoli di dominio da parte di governanti oppressivi. Le loro comunità che si moltiplicano in esilio in tutta la Germania hanno portato nuove opportunità di amicizia e collaborazione. Come membri della Commissione GPSC dei frati tedeschi, JÜRGEN NEITZERT e altri fratelli hanno lavorato accanto a sette organizzazioni di pace cristiane nella "Campagna contro il commercio delle armi". Insieme agli altri membri di questa campagna, hanno cominciato a suscitare la presa di coscienza dell'importantissima relazione esistente tra la vendita di armamenti tedeschi e la condizione del popolo curdo in Iraq e in Turchia. Jürgen Neitzert si è recato in numerose occasioni in Turchia insieme ad amici curdi, portando aiuti umanitari e un leggero sentore di pace alle persone che vivono in rifugi di fortuna nei quartieri poveri di Ankara, Diyarbakir, Istanbul e di altre città turche. Punteggiano la campagna più di tremila villaggi, ora città fantasma a causa dell'evacuazione forzata che accompagna i maltrattamenti dei militari turchi nei confronti della popolazione curda. La sola città di Diyarbakir ha quadruplicato la propria estensione dai primi anni '80. Gli abitanti dei sobborghi curdi storicamente autosufficienti sono spesso costretti a cercare il cibo nei mucchi di rifiuti e molti soffrono di serie infezioni bronchiali durante tutto il rigido inverno. Jürgen e i suoi colleghi incoraggiano incontri comunitari tra i curdi e i turchi che vivono in Germania e i capi dei partiti politici tedeschi, per cercare di fermare il commercio di armi. Come francescano, Jürgen si è sentito chiamato in modo singolare ad incoraggiare soluzioni non violente e la collaborazione tra cristiani e musulmani.

Lavorando insieme per la giustizia e la pace, persone di differenti tradizioni cristiane spesso scoprono lo stesso profondo impegno personale per gli altri, che è parte essenziale della loro fede. Circa sette anni fa, i francescani irlandesi iniziarono un ministero di pace e riconciliazione tra i cattolici e i protestanti a Rossnowlagh, in Irlanda. Rossnowlagh è una delle tre "Case con un ministero specifico" organizzate dai frati irlandesi _ le altre sono una fraternità di preghiera a Killarney e il complesso di Merchants Quay (molo dei mercanti) a Dublino _ ed è particolarmente ben situata a Donegal, vicino al confine che separa la Repubblica e il Nord. Il Centro offre ospitalità a circa trenta persone ed è un luogo dove cattolici e protestanti possono andare da tutta l'Irlanda ad incontrarsi, pregare e riflettere sulla riconciliazione. Per dare impulso alle normali attività del Centro, vengono organizzate regolarmente conferenze con oratori ospiti. JOHN O'KEEFE, il direttore del Centro, ha aiutato a creare una rete di "esperti" sulla preghiera e la riconciliazione, affiliati informalmente a Rossnowlagh. Il Centro sta attualmente completando una biblioteca, che sarà collegata alla casa di ritiro e conterrà collezioni speciali sul dialogo interreligioso e sulla pacificazione. Per più di dieci anni pastore della Chiesa di Nostra Signora della Carità a Brooklyn, New York, negli U.S.A., ROBERT SEAY, un noto opposito-re della pena capitale, è stato strettamente coinvolto negli sforzi per trovare soluzioni pacifiche a situazioni difficili che coinvolgono tensioni razziali ed etniche. Nell'"incidente di Howard Beach", un giovane afroamericano ucciso da una gang di giovani bianchi era il figlio di uno dei parrocchiani di Robert. L'omicidio causò gravi disordini razziali nella città di New York. Robert lavorò in molti modi con i capi politici e religiosi e servì da consulente alla famiglia del giovane ucciso nello sforzo di raggiungere la pace. La semplicità e dignità del funerale che Robert organizzò fu un fattore significativo nel trattenere le tensioni razziali dall'esplodere. In un altro incidente, conosciuto come "rivolta di Crown Heights", un ebreo hasid fu ucciso da un afroamericano. Robert ed altri sacerdoti furono convocati alla stazione di polizia per aiutare a evitare il degenerare della situazione. Robert lavorò con il sindaco della città di New York di quel periodo, David Dinkins, dando un sostegno morale ai suoi sforzi per assicurare la giustizia e l'armonia razziale. In conseguenza della rivolta di Crown Heights, si costituì una coalizione per esaminare come promuovere in modo permanente nella città un dialogo significativo tra gruppi etnici e culturali diversi. Anche il programma dei Pastori per la Pace, che ha aiutato a trasportare ingenti quantità di forniture di base e di materiale da costruzione ai popoli del Salvador e del Nicaragua, è fondato sulla collaborazione ecumenica. Nel corso di un ventennio di organizzazione di comunità, ED DUNN ha scoperto che la collaborazione intercristiana è una componente essenziale delle iniziative di pace e giustizia sociale. Ed si è recentemente unito ad un ministro presbiteriano, Chris Hartmire, e a un coordinatore di progetto locale, Ellen Rogers, nell'organizzare una celebrazione di gemellaggio a Sacramento, in California. L'incontro, chiamato "Celebrare la speranza", è stato il culmine di quasi un decennio di collaborazione tra la popolazione di Sacramento e la "nuova città" di San Bartolo, nel Salvador. Attraverso il suo sostegno al progetto del gemellaggio con San Bartolo e il suo ininterrotto coordinamento del Pellegrinaggio centroamericano, Ed ha condotto centinaia di francescani e di loro parrocchiani a imparare di più circa la vita e la testimonianza intramontabile dei martiri dell'America Centrale. Per Ed, tali sforzi di collaborazione per la giustizia sono più efficaci quando sono parte di una comunità di fede condivisa. PHILIPPE SCHILLINGS si è convinto che i francescani hanno doni speciali da dare all'impegno per gli immigrati in tutto il mondo. Egli è stato missionario in Brasile per venti anni prima di ritornare nel suo paese di origine, il Belgio, nel 1985, a lavorare con gli immigrati portoghesi. Come direttore dell'Ufficio Europeo della Commissione Cattolica Internazionale dell'Emigrazione a Bruxelles, Philippe fu avvicinato da un immigrato curdo, che gli disse: "Il nostro sindacato ha bisogno di un cappellano e noi vogliamo che lo faccia lei". Philippe replicò: "Perché io? Io sono

cattolico e voi siete musulmani". Il curdo rispose: "Ma lei è un francescano; voi frati siete un ponte tra musulmani e cattolici". Philippe è convinto del bisogno di sviluppare una spiritualità su tale ruolo di "costruttori di ponti". Oggi che i paesi dell'Europa dell'Est lottano per riassestare le loro economie e le loro strutture sociali dopo decenni di controllo comunista centralizzato, migliaia di persone stanno ancora bussando alle porte delle nazioni dell'Europa occidentale, alla ricerca di asilo politico o semplicemente di una vita migliore. Piuttosto che focalizzarsi solamente sui problemi e sull'impatto negativo dell'immigrazione, Philippe aggiunge: "Dobbiamo sottolineare gli aspetti positivi dell'arrivo di nuovi venuti in mezzo a noi. Spesso, i francescani si trovano più a loro agio nell'aiutare i profughi e gli immigrati nei loro bisogni immediati di cibo, vestiario e riparo. Ma dobbiamo anche pensare a lungo termine alla loro situazione e giocare un ruolo di sostegno per loro. Focalizzare l'attenzione internazionale sulle cause alla base dell'emigrazione è di importanza cruciale perché tutti i popoli possano godere del diritto fondamentale di vivere una vita decente nel loro paese di origine". Il desiderio di condividere più profondamente la vita quotidiana della locale popolazione indù ha portato SCARIA VARANATH e SWAMI DAYANAND a spostarsi dal loro tradizionale convento francescano in India e a creare la loro comunità ashram, a circa 300 km a nord di Bangalore. Dipendendo totalmente dalle donazioni della popolazione locale, i due uomini vivono una vita molto semplice di preghiera e meditazione, in una casa donata loro dal vescovo del posto e sempre aperta a chiunque voglia andare a parlare, imparare, meditare o semplicemente condividere un pasto con i due frati. "Molta gente comune viene per stare con noi all'ashram per alcuni giorni", dice Scaria, "anche dei ricchi che stanno cercando una luce o un significato nella loro vita". Scaria ricorda come, crescendo in una famiglia cattolica molto tradizionale nei giorni precedenti il Concilio Vaticano II, gli era stato insegnato a temere le altre religioni. "I miei genitori e le autorità della Chiesa mi dicevano di non parlare con persone di altre fedi e di non guardare neppure i templi e gli dei indù". Ora dice che i suoi studi delle scritture e della letteratura indù lo hanno portato a una maggiore penetrazione nella sua visione fran-cescana del mondo. "L'induismo è basato su una profonda visione spirituale dell'unità della realtà, in cui i fiumi, i mari e ogni cosa vivente sono una manifestazione del divino e quindi devono essere trattati con rispetto". Portare alla vita lo spirito di San Francesco in mezzo a culture e religioni diverse era l'idea che spinse a stabilire un centro per ritiri vicino a Bangkok, in Tailandia, nel 1985. Oggi tale centro offre ancora un luogo per la meditazione e la preghiera, ma si è allargato ad includere una casa di accoglienza per malati di AIDS, quasi tutti buddisti che non hanno nessun altro posto dove andare a morire in pace. Questo è uno dei molti esempi presenti nel mondo di dialogo attraverso gesti concreti piuttosto che attraverso idee intellettuali. Uno dei frati che lavorava là, ANTONIO EGIGUREN, ricordando come la maggior parte della gente del posto confondeva San Francesco con Sant'Antonio, così si esprime: "Essi erano semplicemente due statue che si potevano vedere nelle chiese cattoliche! Noi volevamo mostrare alla gente il volto di San Francesco attraverso il nostro stile di vita semplice e attraverso il nostro servizio ai più bisognosi". La casa può accogliere fino a dieci pazienti e ha fatto molto per combattere le paure e i pregiudizi che circondano quel tipo di cura per persone che stanno morendo di AIDS. I frati non sono interessati a convertire al cristianesimo i loro pazienti, ma raccontano la storia toccante di una giovane madre di due bambini piccoli, giunta al centro dopo che suo marito era morto di AIDS. Non molto tempo prima di morire anche lei per la malattia, disse a uno dei frati che Me Pra (Maria) era venuta a vi-sitarla e a confortarla durante la notte. "Ma tu sei buddista", replicò il frate. "Sì", disse lei, "ma Me Pra sa cosa significa essere una madre che soffre". Riferimenti alle Costituzioni Generali OFM Articolo 70

[...] impegnati a promuovere la reciproca accettazione e benevolenza tra gli uomini, i frati siano strumento della riconciliazione operata dalla croce di Gesù Cristo. Altri riferimenti: art. 68,1-2; 93,1; 94; 95,1-3; 96,1-3; 127,3. Domande per la discussione 1. 2. 3. 4. Quali sono i più grandi gruppi cristiani nel tuo paese (oltre ai cattolici)? Ti unisci mai a loro nella preghiera? Nel dialogo formale? Nelle opere di carità? Quali sono i più grandi gruppi non cristiani nel tuo paese? Ti sei mai unito a loro nella preghiera per la pace nel mondo o per qualche altra intenzione? Nel dialogo formale? Nelle opere di carità? Come è visto San Francesco dai gruppi cristiani e non cristiani del tuo paese? Se positivamente, hai usato questo fatto come un possibile punto di partenza per il dialogo? La tua comunità locale o la tua fraternità provinciale partecipano a dialoghi ecumenici o interreligiosi nello spirito dell'incontro dell'ottobre del 1986 ad Assisi, dove i capi religiosi si riunirono per pregare per la pace nel mondo? La storia di Francesco che incontra il Sultano ti incoraggia a partecipare al dialogo interreligioso? Con quale atteggiamento? Quali ostacoli al dialogo potresti incontrare? Quali la tua comunità locale? Quali la tua fraternità provinciale? Puoi identificare nella vita di San Francesco altre forme di dialogo come quelle che sono state suggerite sopra? Quali indicatori ricorrenti noto nel modo in cui Francesco d'Assisi entra in dialogo? Quali sono le sue forze chiave nel promuovere il dialogo? Quale tipo di dialogo mi sfida di più? Quali sono le occasioni in cui posso promuovere il dialogo nella mia vita quotidiana? Quali sono i fattori che possono motivarmi a fare così? Chi potrei coinvolgere nel dialogo (persone o circostanze)? Dove, in quali circostanze e come? Quali sono le mie paure e che cosa mi sfida? Quali sono le mie forze e che cosa può aiutarmi ad avere l'iniziativa del dialogo? Nella tua fraternità hai incontri con membri di altre confessioni cristiane o di altre religioni? Qual è lo scopo di questi incontri? La preghiera, il dialogo, la riflessione? Qual è la tua esperienza di questi incontri? Collabori a campagne o attività a favore dei poveri, della pace o dell'ambiente?

5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16.

PARTE 3
SEZIONE PRATICA DEL “COME FARE Questa terza parte presenta due sezioni. La prima descrive le strutture dell'Ordine in relazione a Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato. La seconda propone idee ed iniziative su come GPSC può essere presente in diversi ministeri. Questa seconda sezione si apre con un capitolo sull'analisi della realtà poiché, qualunque sia il nostro lavoro o la nostra attività, essi devono essere preceduti da questa analisi per un discernimento migliore di quello che Dio ci chiede. Temi: 1. Il movimento Giustizia e Pace nel contesto dell'evoluzione postconciliare dell'Ordine: Capitoli e Consigli Plenari 2. Le strutture di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato nell'Ordine 3. La collaborazione interfrancescana nel lavoro per GPSC 4. Analisi sociale 5. Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato in contesti ministeriali specifici • Vita quotidiana • Missione "ad gentes" • Ministero parrocchiale • Ministero della Parola • Ministero dell'educazione • Ministero della formazione

1. il movimento Giustizia e Pace nel contesto dell’evoluzione postconciliare dell’Ordine: Capitoli e Consigli plenari 1. I cambiamenti apportati alla spiritualità dal Vaticano II Non è un'esagerazione dire che prima del Vaticano II la spiritualità era rivolta all'interiorità e centrata sull'io e mostrava le seguenti caratteristiche: • La salvezza è qualcosa di personale, che riguarda l'anima e la vita ultraterrena, e la pratica cristiana è volta ad ottenerla. • Il mondo è sospetto (il nemico dell'anima); la "fuga dal mondo" è suggerita come via di perfezione. • La santificazione consiste nella purificazione e nella perfezione interiore ottenuta per mezzo delle pratiche religiose, ascetiche e morali e attraverso una vita di opere di carità. In breve, c'era un concetto di Dio, della salvezza cristiana e della missione della Chiesa che esentava le persone dalla preoccupazione per i problemi sociali, dall'impegno per il cambiamento sociale. Questa spiritualità tendeva a sperare che Dio sarebbe intervenuto al momento opportuno a porre rimedio al male nel mondo. Così tutto ciò che uno doveva fare era pregare per l'intervento di Dio. È certo che anche prima del Concilio Vaticano II, specialmente dalla Rerum Novarum, si stava verificando un notevole cambiamento in questo tipo di spiritualità e che la Chiesa si occupava in misura molto maggiore della soluzione di problemi sociali e politici. Ma è soprattutto nella Gaudium et Spes che divenne chiaro che un impegno nell'azione sociale e politica veniva direttamente associato alla missione ricevuta da Cristo: "Certo, la missione propria, che Cristo ha affidato alla sua Chiesa, non è di ordine politico, economico e sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è di ordine religioso. Eppure proprio da questa missione religiosa scaturiscono dei compiti, della luce e delle forze, che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina" (GS 42). Tra i molti contributi del Concilio alla Chiesa, uno dei più importanti, che ne ha già condizionati e sollecitati molti altri, è l'atteggiamento verso il mondo, la storia e il problema sociale. Il Concilio riuscì a far volgere alla Chiesa lo sguardo verso il mondo e verso la storia. Nella Gaudium et Spes c'è una valutazione positiva del mondo come qualcosa che è stato creato da Dio, redento da Cristo e chiamato alla pienezza oltre a una analisi della realtà storica poiché qui Dio rivela se stesso come redentore dei popoli. Il Concilio ha orientato l'intera Chiesa e ogni cristiano verso il servizio del mondo per la costruzione del Regno. Questo orientamento è stato descritto nella famosa dichiarazione di apertura della Gaudium et Spes: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo" (GS 1). Attraverso l'Incarnazione, il Regno di Dio è considerato come la trasformazione della storia. È nella storia condotta dallo Spirito che il Regno di Dio, con la Chiesa al suo servizio, avanza sempre più. Quindi, è stata aperta una strada nelle direzioni seguenti: Ascolto del mondo: capacità di leggere i segni dei tempi stando in mezzo ad esso, condividendo le sue gioie e le sue preoccupazioni. In questo modo c'è stato un esodo della Chiesa verso gli emarginati. Accoglienza dei desideri, dei valori, dei dolori e dei successi del mondo: libertà, uguaglianza, partecipazione, pluralismo, democrazia e preoccupazione per la giustizia. Ciò comporta una pratica evangelica basata sulla testimonianza di vita, sul servizio, sulla collaborazione e sulla solidarietà.

Dall'insegnamento del Concilio sono stati fatti molti progressi teologici: nella promozione della giustizia come parte integrante del Vangelo (Sinodo del 1971) e nel sottolineare inoltre la forte relazione evangelica e teologica esistente tra evangelizzazione e promozione umana: "È impossibile accettare che nell'evangelizzazione si possa o si debba trascurare l'importanza dei problemi, oggi così dibattuti, che riguardano la giustizia, la liberazione, lo sviluppo e la pace nel mondo. Sarebbe dimenticare la lezione che ci viene dal Vangelo sull'amore del prossimo sofferente e bisognoso" (EN 31). È sufficiente ricordare i sinodi, le encicliche sociali, le dichiarazioni dei vescovi, la teologia politica e della liberazione. In tutto questo è stata posta seria attenzione all'orientamento così spesso ripetuto da Giovanni Paolo II fin dall'inizio del suo pontificato: "L'uomo, nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme del suo essere comunitario e sociale, [...] quest'uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione" (RH 14). Come conseguenza dello stimolo del Concilio alla Chiesa a preoccuparsi del mondo, nel 1967 Paolo VI nominò la Commissione Pontificia "Giustizia e Pace", proprio come auspicato da GS 90: "Il Concilio, poi, dinanzi alle immense sventure che ancora affliggono la maggior parte del genere umano, ritiene assai opportuna la creazione d'un organismo universale della Chiesa, al fine di fomentare dovunque la giustizia e l'amore di Cristo verso i poveri. Tale organismo avrà come scopo di stimolare la comunità dei cattolici a promuovere lo sviluppo delle regioni bisognose e la giustizia sociale tra le nazioni". 2. La centralità dell'impegno per la giustizia e la pace nella nuova teologia della vita religiosa Di fronte a una situazione che vedeva la vita religiosa separata dalla società, mancante di forza significativa e profetica e persa in forme antiquate, il Vaticano II pianificò un adeguato rinnovamento che comportasse "il continuo ritorno alle fonti di ogni forma di vita cristiana [la sequela di Cristo conformemente al Vangelo] e allo spirito primitivo degli istituti, e nello stesso tempo l'adattamento degli istituti stessi alle mutate condizioni dei tempi". A tal fine, gli istituti dovrebbero procurare ai loro membri "un'appropriata conoscenza sia delle condizioni dei tempi e degli uomini, sia dei bisogni della Chiesa, in modo che essi sapendo rettamente giudicare le circostanze attuali di questo mondo secondo i criteri della fede e ardendo di zelo apostolico siano in grado di giovare agli altri più efficacemente" (PC 2). Gli Ordini, le Congregazioni e gli Istituti seguirono immediatamente la chiamata del Concilio e attraverso i documenti dei capitoli generali, dei consigli plenari e delle costituzioni generali possiamo vedere come sia i documenti del Concilio sia altri documenti del magistero, specialmente l'Evangelii Nuntiandi e le encicliche sociali, hanno influenzato profondamente una nuova formulazione della vita religiosa, in cui le caratteristiche evangelizzatrici e profetiche sono fondamentali, come lo sono per tutta la Chiesa. Già dalla fine del Concilio cominciarono ad apparire nella vita religiosa certe tendenze fondamentali e piuttosto generali. Per cominciare, l'opzione per i poveri e per la povertà reale all'interno degli Istituti e delle comunità iniziò ad essere presa sul serio. Negli Ordini e nelle Congregazioni, l'impegno per la promozione della giustizia e la difesa dei diritti umani venne ad essere inteso come parte della propria missione. Per concretizzare questi impegni, ci fu un movimento verso piccole comunità inserite in contesti poveri, condividendo le condizioni di vita dei bisognosi e partecipando alle loro difficoltà e lotte. Le strutture tradizionali, che molti Istituti religiosi avevano nei campi dell'educazione, del servizio sanitario, degli orfanotrofi, ecc., cominciarono ad essere messe in discussione. Nacque una corrente a favore della deistituzionalizzazione, proponendo che i religiosi, uomini e donne, prestassero il

loro servizio attraverso istituti distinti dai loro Istituti religiosi, sia che i primi fossero ecclesiali sia che fossero secolari e civili. Queste tendenze furono confermate nel 1980 dalla Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari nel documento Religiosi e Promozione Umana, che offriva criteri per il discernimento dell'importanza e dell'urgenza di un'adeguata partecipazione dei religiosi alla promozione integrale delle persone. Troviamo lo stesso in Vita Consacrata, l'esortazione apostolica postsinodale sulla vita consacrata (1996), specialmente nel capitolo III. 3. Evoluzione postconciliare dell'Ordine: Capitoli, Consigli Plenari, CC.GG. Dal Concilio e dalle CC.GG. del 1967, è stato fatto un grande sforzo tra i Frati Minori per comprendere la nostra vocazione nel mondo di oggi. Da allora c'è stato un intero processo di sviluppo, che ha portato alle nostre CC.GG. del 1987, nelle quali l'opzione per la giustizia e la pace appare abbastanza chiaramente. In tale processo ci sono stati alcuni momenti chiave. Esaminiamoli. Il primo momento importante è stato il Capitolo Generale di Medellín (1971). Il suo documento La formazione nell'Ordine dei Frati Minori dichiara che il rinnovamento dipende in gran parte dalla formazione dei frati. Al numero 7 afferma che l'intuizione di Francesco risponde ai bisogni e alle aspirazioni del mondo moderno. Al n. 8 dice che dobbiamo diventare poveri con i poveri e minori con i minori. Al numero 10 parla del nostro inserimento nel mondo di oggi e del nostro impegno per le sue grandi cause (cfr. Octogesima Adveniens, nn. 5; 48). Al n. 11 chiede se siamo le persone che dovremmo essere, se ci sentiamo veramente chiamati a occuparci dei bisogni del mondo; e conclude affermando che questo ci chiama sicuramente ad una conversione continua da parte nostra, individualmente e in comune. Al n. 26 parla della minorità come caratteristica della vita francescana e dice che essa rende ogni frate e la fraternità strumenti di pace. Al capitolo V, "Dimensioni della formazione", sezione 4, "Formazione alla comunicazione con il mondo", numero 52, parla della presenza dei frati nel mondo, perché la vita francescana non è una fuga da esso; piuttosto, sull'esempio del Verbo Incarnato, è una vita nel mondo per rendere testimonianza alla certezza della realtà trascendente e per scoprire le cose buone che Dio ha posto in esso. Quindi, al numero 53 sottolinea che di conseguenza noi dovremmo essere attenti alla realtà sociale. In aggiunta a queste citazioni, il Capitolo di Medellín cominciò a parlare del bisogno di inserirci nel mondo di oggi, per rispondere ai suoi bisogni. Ma, per allora, esso non aveva molto da dire e, con una certa dose di ambiguità e paura, non identificò i problemi a cui deve essere data risposta. Già nell'altro documento Le missioni dell'Ordine francescano, al capitolo V, "Noi siamo uomini di pace", afferma che, fedeli alla nostra vocazione di pace, fondamentalmente siamo uomini di pace, ma non siamo impegnati direttamente, poiché la pace per cui noi ci battiamo è il frutto della giustizia e dell'amore. C'è un'opzione esclusiva per la testimonianza. Il secondo grande momento è il documento del Capitolo Generale di Madrid: La vocazione dell'Ordine oggi (1973). Qui l'accento è posto sull'oggi, poiché, se la vita e la Regola di Francesco la vocazione dell'Ordine - è una grandezza conosciuta e per questo la nostra identità è chiara, ciò che ha bisogno di chiarimento è l'incarnazione di tale vocazione qui e ora. Questa legge dell'incarnazione è fondamentale per tutti i cristiani. Senza di essa, senza un impegno per l'uomo e per il mondo, è impossibile essere sacramento di salvezza. Il capitolo VII è intitolato "Araldi di pace nel mondo" e il suo contenuto può essere sintetizzato nei punti seguenti. La nostra missione essenziale consiste nel vivere il nostro progetto di vita: vivere-creare una fraternità di amore ed essere aperti al servizio di tutti, vivere in povertà e lavorando, condividere le

speranze dei poveri. Il nostro contributo alla Chiesa e all'umanità è proprio questo: dare anzitutto testimonianza attraverso il nostro stile di vita (cfr. n. 31). Il nostro desiderio di creare una comunità fraterna proprio in mezzo alla gente comporta, piaccia o no, ripercussioni sociali e politiche. E l'ammonimento è per noi di stare attenti a non confonderci con alcuna corrente e vivere perfettamente le beatitudini (cfr. n. 33). Cominciando da questo punto di partenza, sarà possibile condividere realmente i problemi politici e le lotte sociali di oggi. A tal fine, dobbiamo avere informazioni precise, che ci permettano una analisi obiettiva della realtà, così come, per unire la nostra voce a quella degli oppressi, dobbiamo condividere il lavoro dei poveri e degli emarginati. Dobbiamo inserirci nel loro modo di vivere (cfr. n. 34). Il Capitolo Generale del 1979. È soprattutto a partire da questo Capitolo Generale che l'Ordine ha fatto un'opzione decisa per un impegno a favore della giustizia e della pace. Delle sette priorità che il Capitolo stabilì per l'Ordine per il sessennio successivo, la quinta richiede che i Frati Minori cooperino alla costruzione del mondo attraverso la condivisione dei suoi problemi e attraverso una molteplice ed intensa presenza nell'ambito degli stessi. La sesta ci invita a metterci, consapevoli della nostra posizione di promotori di pace e giustizia, a fianco di coloro che soffrono persecuzioni e molteplici manipolazioni, vivendo in modo tale che le nostre stesse vite possano promuovere la pace e la giustizia. Alla fine del Capitolo, fu preparato ed approvato un documento in cui fu fatto esplicito riferimento alle molte pressanti questioni e alle difficoltà nel risolverli: la fame, la povertà, la mancanza di case e lavoro, l'ingiustizia, i problemi dei bambini e degli anziani, la violazione dei diritti umani, il terribile pericolo delle armi nucleari, il degrado dell'atmosfera, come anche le emergenze concrete del momento in diversi paesi del mondo (Nicaragua, rifugiati vietnamiti, Brasile, Rodesia). In risposta a quel Capitolo, la prima lettera del Definitorio Generale all'Ordine, datata 10 settembre 1979, riguardò la tragica situazione dei rifugiati, specialmente nel Sud-est asiatico. In quell'occasione esso annunciò la costituzione nell'Ordine di una Commissione di Giustizia e Pace, che manifestasse "l'impegno francescano" in questi problemi, in accordo con le priorità stabilite dal Capitolo Generale. Nel suo programma di governo, il Definitorio Generale annunciò anche che ogni Conferenza dei provinciali avrebbe dovuto nominare una Commissione di Giustizia e Pace o almeno cooperare con tali commissioni già esistenti nella loro regione. Il Consiglio Plenario di Bahia (1983). Fin dai primi anni '80, c'è stata nell'Ordine una consapevolezza molto chiara che la nostra missione è evangelizzare nel mondo in cui ci è toccato di vivere e che dobbiamo comprendere chiaramente, se desideriamo davvero dare una risposta ai suoi problemi e ai suoi bisogni. A causa dell'importanza del tema dell'evangelizzazione in se stesso e del bisogno per l'Ordine di studiarlo più approfonditamente in modo da discernere come i francescani possono essere mediatori tra i valori evangelici (francescani) e la cultura e la società moderne, questo divenne il soggetto del Consiglio Plenario del 1983 a Bahia, in Brasile. Qui fu approvato un documento significativo ed interessante, Il Vangelo ci sfida. Insieme ai documenti dei Capitoli Generali di Medellín e di Madrid, esso ha avuto la maggiore influenza sulle CC.GG. del 1987. Ciò diventa ovvio se osserviamo come le note in margine agli articoli che esse dedicano al tema fanno costante riferimento a questi tre documenti; infatti, per comprendere il messaggio che le attuali CC.GG. desiderano comunicare, è essenziale leggerle alla luce dei medesimi. Nel documento di Bahia ci viene ricordato il nostro dovere di contribuire all'evangelizzazione nella Chiesa (cap. 1) e alla costruzione della giustizia e della pace nel mondo (cap. 4), come anche il

modo francescano ed evangelico in cui dobbiamo comportarci dal momento che siamo Frati Minori, mandati come fratelli (cap. 2) e minori tra i poveri (cap. 3). Nel capitolo 4, "Strumenti di giustizia e di pace", il paragrafo più originale in riferimento ai precedenti documenti è il n. 38. Qui sono suggerite iniziative concrete che i frati dovrebbero abbracciare. Le elencheremo insieme alle Proposte per l'Azione che il Capitolo Generale del 1985 dette per il sessennio seguente, che riassumono le dichiarazioni di altri documenti in un tono simile, riferendosi all'azione piuttosto che alla teoria. Infatti, come Ministro Generale John Vaughn nel suo discorso d'apertura al Consiglio Plenario del 1983 disse: "Ora abbiamo l'informazione. Ora abbiamo la documentazione. Abbiamo l'ispirazione di molti frati apostoli che ci hanno aperto la strada. Quello che sembra necessario oggi è l'immaginazione e la stimolazione ad affrontare veramente i rischi e le formidabili sfide che il Signore, la Chiesa e il mondo ci pongono davanti": a) Pregare perché possiamo divenire uomini di pace con Dio e con l'umanità, facendo della preghiera e del digiuno parte dei nostri sforzi per la pace. b) Sostenere i movimenti che cercano la pace nella nostra società partecipando personalmente ad essi. c) Appoggiare i movimenti non violenti a favore della pace, dando il nostro sostegno a coloro che, per ragioni di coscienza, sono contrari alle guerre, specialmente a quelle nucleari, e a coloro che si oppongono alla corsa agli armamenti e al traffico di armi; sostenere coloro che sono imprigionati per le loro convinzioni e i loro sforzi nel nome della giustizia e della pace. d) Sviluppare una pedagogia della pace, specialmente per i giovani dei nostri seminari e delle nostre scuole. e) Cercare modi di eliminare le ingiustizie che si trovano in mezzo a noi. Questo tema dovrebbe essere pienamente discusso nel capitolo locale nel corso di un anno; così dicono le Priorità del Capitolo per il 1985, perché possiamo essere testimoni credibili della pace di Cristo. f) Ogni Provincia dovrebbe avere una Commissione Giustizia e Pace e, dove possibile, frati che lavorano a tempo pieno per la giustizia e la pace, sostenendo altri frati già occupati in Commissioni Giustizia e Pace. I rappresentanti delle Province dovrebbero formare un'assemblea per Giustizia e Pace all'interno della Conferenza. Questa è la strada percorsa dall'Ordine dopo il Concilio prima di arrivare alle attuali CC.GG., approvate dal Capitolo Generale del 1985, nelle quali i temi della giustizia e della pace sono molto in evidenza, specialmente nei capitoli IV e V. Il Capitolo Generale del 1985. Così come approvò il testo delle CC.GG., il Capitolo Generale del 1985 pubblicò un Piano sessennale (1985-1991) in un breve messaggio intitolato La nostra chiamata all'evangelizzazione. Proposte per l'azione. Il capitolo comprese che nelle Costituzioni Generali e in altri recenti documenti francescani c'erano tre temi che venivano costantemente in rilievo: la dimensione contemplativa della nostra vita, l'opzione per i poveri/giustizia e pace, la formazione nello spirito missionario/evangelizzazione. Questi furono rapidamente noti nell'intero Ordine come le nostre "tre Priorità". Il numero 23 di questo documento riporta nove proposte concrete nell'area di Giustizia e Pace, alcune delle quali sono state citate sopra. La riflessione su di esse, specialmente nei nostri capitoli (generale, provinciale e locale), ci fornirebbe materiale utile per la meditazione su elementi essenziali della nostra eredità, nonché l'opportunità di un proficuo esame di coscienza e un impulso verso l'attuazione delle proposte stesse. Tre anni dopo il Capitolo Generale del 1985, il Consiglio Plenario dell'Ordine si incontrò a Bangalore, in India. Anche questo Consiglio Plenario pubblicò un documento, intitolato Ministri

della Parola... servi di tutti. Il Consiglio nota con soddisfazione nell'intero Ordine un reale "entusiasmo per le tre Priorità dell'ultimo Capitolo Generale" (n. 14). Esso tratta della seconda priorità (Giustizia e Pace) ai nn. 33-44. Rileva con soddisfazione che l'interesse dei frati per questi temi sembra sulla giusta strada (cfr. n. 34). "Per un numero sempre maggiore di frati il povero non è semplicemente un fratello, ma un fratello da preferirsi" (n. 36). La povertà è vista non solo come voto, ma anche come solidarietà con i poveri e condivisione del loro processo di liberazione (cfr. n. 36). Un numero crescente di Province ha almeno una fraternità inserita in zone povere o tra gli emarginati. Alcune comunità hanno trasformato i conventi in centri per il ricovero di alcolisti, tossicodipendenti e casi simili (cfr. n. 37). Il Consiglio nota la partecipazione dei frati a campagne pacifiche per la giustizia e la pace in molte parti del mondo e constata con soddisfazione che anche l'ecologia è un problema che preoccupa un numero sempre maggiore di frati (cfr. n. 39). Inoltre, registra la creazione di Commissioni di Giustizia e Pace in molte Province e Conferenze e osserva con speciale soddisfazione che l'Ufficio di Giustizia e Pace della Curia Generale "assolve una continua attività di animazione e coordinazione [...] dando informazioni e proponendo modelli e progetti" in quest'area per l'Ordine, per la Famiglia francescana e per altri settori della Chiesa (cfr. n. 40). Il Capitolo Generale del 1991 decise di continuare con una trattazione più piena delle tre priorità del Piano sessennale del Capitolo del 1985, collocandole nel contesto delle CC.GG. Il Capitolo aggiunse le parole "e salvaguardia del creato" alla seconda priorità (giustizia e pace) e propose alle entità dell'Ordine di esaminare i passi concreti compiuti o da compiere nella loro opzione per i poveri, nel loro impegno per una società di giustizia e pace e nel loro rispetto per il creato (cfr. L'Ordine e l'evangelizzazione oggi, n. 26). È un argomento appropriato per un esame di coscienza, specialmente nei nostri capitoli. Nel 1996, il Ministro Generale Hermann Schalück pubblicò un documento sull'evangelizzazione, "Riempire la terra del Vangelo di Cristo". In questo documento egli affermò un impegno in difesa della vita nell'opera di evangelizzazione dei Frati Minori (capitolo 3,1c) e nella lista delle priorità sottolineò anche l'opzione per i poveri (capitolo 3,2c) accanto a Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (capitolo 3,2d) e Dialogo ecumenico ed interreligioso (capitolo 3,2e). Cercando la volontà di Dio nelle Scritture, nelle nostre fonti, negli avvenimenti degli ultimi sei anni, nella contemplazione dei volti di così tanti esseri umani, nella realtà dei "segni dei tempi", il Capitolo Generale del 1997 decise di approvare un Servizio per il Dialogo, articolato in tre commissioni: dialogo ecumenico, dialogo interreligioso e dialogo con le culture. Inoltre, invitò le Conferenze a studiare la convenienza di istituire nel proprio territorio tale servizio (cfr. Dalla memoria alla profezia, n. 7,1-2). Il Capitolo ratificò l'opzione preferenziale per i poveri (cfr. n. 8,2); esso "stimola ad attuare, a livello di Conferenze e in unione con la Famiglia francescana, un impegno concreto a favore della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato, impegno che nasca dalla nostra spiritualità e costituisca il contributo francescano alla celebrazione del nuovo millennio" (n. 8,3). Inoltre, "sollecita il Definitorio Generale, attraverso l'Ufficio di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato in collaborazione con tutte le Conferenze e Province, a creare una rete di personale e di risorse per intervenire nelle necessità dei profughi" (n. 8,4).

Pat McCloskey OFM

2. le strutture di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato nell’Ordine
UFFICIO INTERNAZIONALE (CURIA, ROMA) COMITATO
DI ANIMAZIONE

CONSIGLIO INTERNAZIONALE

COMMISSIONI

DI

CONFERENZA

COMMISSIONI

PROVINCIALI

COMMISSIONE

INTERFRANCESCANA

1) Livello provinciale 2) Livello di Conferenza 3) Livello internazionale L'Ordine spera di impegnare a tempo pieno dei frati per la giustizia e la pace, dove possibile, e di sostenere quelli che già lavorano negli uffici di Giustizia e Pace dell'Ordine e delle Province (cfr. Il Vangelo ci sfida: riflessioni sull'evangelizzazione, n. 38,5, Bahia 1983). Mentre il contenuto del lavoro di GPSC è specifico per ciascuna Provincia e cultura, sono utili alcune raccomandazioni generali riguardo alle strutture di GPSC ai livelli provinciale e di Conferenza. 1) Livello provinciale Alcune Province identificano in ogni fraternità locale un animatore o una squadra di GPSC. Molte hanno un comitato di frati (con altri incarichi a tempo pieno o part-time) che lavorano sui temi di GPSC. Altre hanno un ufficio di GPSC con un frate che lavora a tempo pieno, in alcuni casi assistito da uno staff laico. Il lavoro principale del Coordinatore provinciale è quello di animare i frati della sua Provincia nelle aree della giustizia, della pace e dei problemi ecologici. Vi contribuisce attraverso la distribuzione di informazioni, sviluppando un processo di analisi sociale all'interno della Provincia e prendendo parte a programmi di azione che riguardano i temi della giustizia sociale. Egli è membro del/della Consiglio/Commissione di GPSC della sua Conferenza. Il Consiglio Plenario dell'Ordine svoltosi nel 1983 a Bahia incoraggiò, dove possibile, il modello a tempo pieno; gli incontri del Consiglio Internazionale di GPSC del 1993, 1995 e 1997 riaffermarono questo desiderio.

I frati impegnati nel ministero di GPSC di una Provincia hanno bisogno di una descrizione dettagliata del servizio, che dovrebbe includere: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. Una dichiarazione di missione circa il lavoro di GPSC nella Provincia. Una descrizione chiara delle linee di autorità e di responsabilità con l'amministrazione provinciale, programmi di formazione iniziale e permanente, ufficio delle comunicazioni, ecc. Una dichiarazione di piano d'azione circa la competenza del frate, della commissione e dell'ufficio a fare dichiarazioni pubbliche sui temi di GPSC. Una descrizione dell'appartenenza e dell'operatività della commissione o dell'ufficio provinciale di GPSC. Aspettative chiare riguardo ai progetti di animazione e sostegno. Uno schema dei tipi di programmi per i quali si desidera una collaborazione interfrancescana. Fondi adeguati. Aspettative di coordinamento con altre agenzie sociali ed ecclesiali (p.e. gruppi interreligiosi di GPSC, commissioni diocesane di GPSC, organizzazioni per i diritti umani, Caritas, Greenpeace, Amnesty International, ecc.).

Auspicabilmente i frati interessati avranno: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. Interesse per i temi di GPSC. Esperienza con i poveri. Credibilità nella Provincia. Il tempo e il sostegno da parte della Provincia per lavorare efficacemente. Accesso ai frati della Provincia e all'amministrazione provinciale. Capacità di comunicare bene. Buona salute. Rappresentanti locali di GPSC nei conventi. Connessioni di GPSC all'interno della Famiglia francescana.

L'esperienza nell'Ordine indica che la collaborazione interfrancescana non può sostituire le commissioni o gli uffici OFM di GPSC a livello provinciale e di Conferenza. 2) Livello di Conferenza I consigli o le commissioni di GPSC a livello di Conferenza sono uno sviluppo dell'articolo 114 delle nostre Costituzioni Generali e dell'articolo 164 degli Statuti Generali. Ci sono strutture simili per le aree della formazione e dell'evangelizzazione missionaria. Il Consiglio/la Commissione di GPSC della Conferenza è formato/a dai coordinatori di GPSC di ogni Provincia ed entità di quella particolare Conferenza. a. Presidente-Coordinatore del Consiglio/della Commissione di GPSC della Conferenza.

Ha bisogno di avere tempo per poter non solo lavorare al suo livello provinciale, ma anche coordinare il lavoro di GPSC a livello di Conferenza e sviluppare i progetti di collaborazione tra Conferenze. b. Consiglio/Commissione

Ha bisogno di statuti che descrivano chiaramente l'insieme dei membri dell'istituzione, il mandato, le risorse finanziarie e le linee di autorità e comunicazione tra il Consiglio e la Conferenza dei Ministri Provinciali.

Seguono, come esempio, gli Statuti della Conferenza anglofona (Canada, USA, Inghilterra, Irlanda e Malta). Gli Statuti di GPSC della Conferenza anglofona COSTITUZIONE Il Consiglio per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (Consiglio) è un consiglio permanente della Conferenza anglofona dell'Ordine dei Frati Minori (Conferenza), formato dai rappresentanti di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (GPSC) delle Province, Viceprovince e Custodie della Conferenza. Il Consiglio si riunisce regolarmente con tre finalità principali: 1. Servire come istituzione di sostegno alla Conferenza, fornendo l'assistenza necessaria nella trattazione dei temi riguardanti GPSC e nello sviluppo di progetti esecutivi. "Gran parte dell'umanità è tuttora tenuta in condizioni di povertà, ingiustizia ed oppressione. I frati si dedichino, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, ad instaurare, in Cristo risorto, una società giusta, libera e pacifica. E, dopo avere analizzato le singole situazioni, prendano parte attiva alle iniziative di carità, di giustizia e di solidarietà internazionale" (Costituzioni Generali dell'Ordine dei Frati Minori (OFM), art. 96,2). 2. Fornire ai frati e agli altri che sono coinvolti nei ministeri di GPSC opportunità per lo sviluppo di competenza, la condivisione di informazioni e risorse e il mutuo sostegno. "I frati, pienamente consapevoli dell'importanza e della gravità dei problemi sociali, approfondiscano la conoscenza della dottrina della Chiesa sull'ordinamento della società, sulla famiglia, sulla persona umana e ne facciano oggetto del loro insegnamento. Studino anche, con senso critico, gli aspetti delle varie culture che si prestano ad iniziare il dialogo e a proporre una risposta cristiana" (Costituzioni Generali OFM, art. 96,1). 3. Condividere le riflessioni su un'esperienza comune che implica una consapevolezza sociale e occasionalmente compiere un'azione profetica. "...la proclamazione del regno di Dio è inseparabile dall'azione a favore della giustizia e dalla partecipazione alla trasformazione del mondo" (Sinodo dei Vescovi del 1971). "Consci altresì degli atroci pericoli che minacciano l'umanità, i frati denuncino fermamente ogni specie di guerra e la corsa agli armamenti come una piaga gravissima per il mondo e la più grande ingiustizia verso i poveri. Non risparmino fatiche e pene per costruire il Regno pacifico di Dio" (Costituzioni Generali OFM, art. 69,2). I. Statuti e norme 1. Il Consiglio per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (Consiglio) è un comitato permanente della Conferenza anglofona dell'Ordine dei Frati Minori (Conferenza). a) Il Consiglio serve come sostegno alla Conferenza.

b) La consapevolezza sociale e lo sviluppo di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (GPSC) sono i campi in cui normalmente dà il suo contributo alla Conferenza. c) Un rappresentante nominato dalla Conferenza serve da tramite tra il Consiglio e la Conferenza.

d) Un resoconto annuale delle attività del Consiglio è sottoposto per la revisione alla Conferenza nel suo incontro di ottobre. e) Il Consiglio è un sostegno a disposizione dell'Ufficio di Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato dell'Ordine dei Frati Minori (OFM) di Roma e partecipa al Consiglio Internazionale OFM per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato. f) Ogni anno il Consiglio assegna il Premio Martin J. Wolf a una persona o a più persone che vivono nello spirito del Vangelo. g) II. Il Consiglio è un foro per la collaborazione interfamiliare. Appartenenza

A. Membri Ogni entità della Conferenza nomina uno o più rappresentanti di GPSC come membri del Consiglio. Anche chi fa da tramite tra il Consiglio e la Conferenza è un membro. B. Membri associati Ognuna delle varie famiglie francescane, p.e. Cappuccini, Conventuali, TOR, "Espiazioni", Federazione Francescana, Ordine Francescano Secolare, Sorelle Povere, ecc., è invitata a delegare un rappresentante come membro associato del Consiglio. Un simile invito è esteso all'Interprovinciale per l'Evangelizzazione Missionaria; al Consiglio Interprovinciale per la Formazione, a Franciscans International e al Servizio Missione Francescana. C. Altri partecipanti

Quando opportuno, potranno essere invitate altre persone a presenziare agli incontri del Consiglio. "Per un più efficace annunzio del Vangelo i frati ricerchino l'unione e la collaborazione con tutti i membri della Famiglia francescana" (Costituzioni Generali OFM, art. 88). III. Strutture A. Presidente Il Presidente viene eletto dal Consiglio e resta in carica per tre anni. Può essere rieletto per un altro triennio. Il Consiglio può scegliere di estendere il numero dei trienni oltre i due. Le competenze del Presidente sono definite dal Consiglio. Se il Presidente non è idoneo al servizio, il Comitato di animazione, consultandosi con chi fa da tramite tra la Conferenza e il Consiglio, designerà un Presidente temporaneo fino al successivo incontro del Consiglio. B. Tramite tra la Conferenza e il Consiglio Chi fa da tramite tra la Conferenza e il Consiglio è un membro ufficiale del Consiglio, nominato dalla Conferenza per rappresentare la Conferenza agli incontri del Consiglio e per relazionare alla Conferenza a nome del Consiglio. C. Segretario

Il Presidente designa un segretario per redigere i verbali degli incontri del Consiglio. Il segretario non è necessariamente membro del Consiglio. D. Tesoriere Il Consiglio può eleggere un tesoriere per controllare i registri finanziari del Consiglio. Il tesoriere ha la responsabilità di fare un rapporto finanziario annuale al Consiglio e alla Conferenza. L'elezione del tesoriere coincide con quella del Presidente. Se non viene eletto nessun tesoriere, il Presidente svolge tale funzione. E. Comitati 1. Comitato di animazione

Il Consiglio elegge un Comitato di animazione di due o più membri, uno dei quali è il Presidente, che presiede il Comitato. Le competenze del Comitato di animazione sono definite dal Consiglio. 2. Altri comitati

Dei comitati saranno istituiti dal Consiglio quando necessario. Sia i membri sia i membri associati potranno assumere incarichi in essi. I membri associati avranno voce attiva nel lavoro e nelle deliberazioni dei comitati. Ogni comitato eleggerà un Presidente e farà rapporto al Consiglio. IV. Incontri

A. Frequenza Il Consiglio si riunirà ordinariamente due volte all'anno. B. Finalità Ogni incontro cercherà di rispettare e comprendere quanto segue: 1. Trattazione, sviluppo e segnalazioni riguardanti i temi in programma di GPSC per la Conferenza e le entità che la costituiscono. 2. 3. Mutuo sostegno ed educazione per i membri, i membri associati e gli altri partecipanti. Risoluzioni e azione profetica sui temi di GPSC.

C. Votazione 1. Il Consiglio normalmente opera con il consenso dei suoi membri.

2. Se necessario, si può votare con voto deliberativo, uno per ogni entità membro. Per l'approvazione è necessaria la maggioranza. 3. In qualsiasi momento, a tutti i presenti può essere chiesto un voto consultivo.

V. Finanze Ad ogni entità è richiesto di versare, attraverso la sua struttura di GPSC, una somma in dollari, basata sul reddito annuale dei frati della Conferenza, per finanziare il lavoro ordinario del Consiglio.

VI. Emendamenti A. Gli Statuti e le norme sono responsabilità del Consiglio. Gli emendamenti devono essere proposti ad un incontro e decisi a quello successivo. B. Gli emendamenti sono fatti attraverso il processo descritto nella precedente sezione IV.C, con l'eccezione che, se si vota con voto deliberativo, per l'approvazione è necessaria la maggioranza dei due terzi delle entità membro presenti. Gli emendamenti devono essere approvati dalla Conferenza. Le Costituzioni e le norme sono state approvate dai Ministri Provinciali della Conferenza anglofona nel loro incontro dell'ottobre del 1997. 3) a) Livello internazionale Ufficio di GPSC, Roma

L'Ufficio internazionale di GPSC (Roma) è stato istituito nel 1981. Esso deve assistere il Ministro Generale e il suo Definitorio in questioni riguardanti la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, conformandosi quindi alle decisioni dei Capitoli Generali e dei Consigli Plenari nello spirito delle Costituzioni Generali e degli Statuti. Lo staff dell'Ufficio viene nominato dal Definitorio Generale. Inizialmente l'Ufficio era chiamato "Commissione per Giustizia e Pace". Dal 1985 il termine 'ufficio' è entrato in uso negli Statuti Generali dell'Ordine (art. 120,1). Direttori dell'Ufficio sono stati: Marco Malagola (Provincia del Piemonte, Italia, 1981-83), Ken Viegas (Provincia del Pakistan, 1983-85), Gerard Heesterbeek (Provincia dell'Olanda, 1985-88) e John Quigley (Provincia di San Giovanni Battista, USA, 1988-1997). Nel luglio del 1997 è stato nominato direttore dell'Ufficio Peter Schorr, il Definitore Generale dell'Europa centro-occidentale, e nel settembre del 1997 Gearóid Francisco O'Conaire (America Centrale) è stato designato direttore delegato. Il Direttore/Direttore Delegato partecipa agli incontri, tiene riunioni con i gruppi provinciali e viaggia all'interno delle Conferenze. Per aumentare le comunicazioni tra il governo centrale dell'Ordine, le Conferenze e le Province, lo staff dell'Ufficio internazionale mantiene contatti con i membri del CIGPSC (tramite posta e e-mail), organizza incontri, scrive e pubblica documentazioni e testi informativi e tiene delle banche dati del materiale inviato. L'Ufficio sta facendo anche degli sforzi per integrare una consapevolezza e una metodologia di GPSC nei programmi di formazione dell'Ordine. L'Ufficio di GPSC ha coordinato delle iniziative che sostengono e promuovono i fratelli e le sorelle che soffrono a causa della loro fede, delle loro convinzioni o di attività intraprese per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Alcune di queste iniziative hanno riguardato frati incarcerati nella ex Cecoslovacchia (1986), frati e suore in Bosnia (1992), francescani in Ruanda (1994), la confisca delle terre dei cristiani palestinesi a Betlemme (1994), frati che lavorano con i senzaterra del Brasile (1996) e francescani che si impegnano per i diritti umani in Colombia (1997). L'Ufficio ha comunicato con governi e Organizzazioni Non Governative, ha mobilitato campagne di sensibilizzazione mediante invio di lettere, ha fatto interventi alla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Ginevra) e ha iniziato le Missioni Francescane di Pace in Croazia e in Colombia. b) Consiglio Internazionale per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (CIGPSC)

"Il Consiglio Internazionale per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (CIGPSC) dei Frati Minori è un gruppo consultivo, costituito dal Definitorio generale e finalizzato ad aiutare il Direttore dell'Ufficio GPSC, il Definitorio generale e le Conferenze nell'importante compito di

formazione, di coscientizzazione, di animazione e di impegno dell'Ordine nel campo della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato" (Statuti particolari per il CIGPSC approvati il 7 luglio 1989, rivisti il 9 novembre 1994 e approvati di nuovo dal Definitorio Generale nel marzo del 1999, art. 1). "L'assemblea del CIGPSC viene convocata dal Direttore dell'Ufficio GPSC una volta ogni due anni; riunioni straordinarie possono essere convocate previo consenso del Definitorio generale" (Statuti particolari per il CIGPSC, art. 4,1). La composizione e le responsabilità del Consiglio Internazionale sono descritte negli articoli 2 e 3 degli Statuti particolari del Consiglio. "Membri del CIGPSC sono: i coordinatori (delegati) delle Conferenze, uno per ciascuna Conferenza, eletti dalle stesse secondo i propri statuti particolari e le norme del CIGPSC; i componenti del Comitato di animazione; ed altri eventuali membri nominati dal Ministro Generale. I delegati del CIGPSC possono essere eletti tra i coordinatori per GPSC che svolgono attività di promozione di GPSC nelle Conferenze, o hanno comunque competenza nel settore" (art. 2). Il CIGPSC si è incontrato cinque volte: * Roma, Italia (1987). L'argomento era "Giustizia e Pace e formazione". L'attenzione era posta sul programma di formazione inserito tra i poveri di Manila nella Provincia filippina. * Gerusalemme, Israele (1991). L'argomento era "Non-violenza", interazione con i frati della Terra Santa, le autorità civili delle comunità ebrea e palestinese, studio della situazione israeliano-palestinese. * New York e Washington, D.C. (1993). Argomenti a New York: la nostra partecipazione a Franciscans International alle Nazioni Unite, l'identità del Consiglio Internazionale; e a Washington: una esposizione alla Chiesa cattolica americana (Conferenza Cattolica degli Stati Uniti a Washington). Numerosi progetti internazionali di GPSC per l'Ordine furono proposti al Definitorio Generale e vennero approvati (p.e., Il Progetto Croato; una particolare attenzione all'ecologia; il sostegno a Franciscans International e la nomina di un frate OFM, Michael Surufka, per la partecipazione dei frati a Franciscans International; la pubblicazione di Pax et Bonum e di Contact da parte dell'Ufficio di Roma). Dalla dichiarazione rilasciata al termine dell'incontro, emerge che il CIGPSC crede giunto il tempo in cui per noi e per le nostre società diventa necessario avere dei frati esonerati da altri uffici e formati per ministeri a tempo pieno nelle aree della giustizia, della pace e dell'ecologia. Il Consiglio incoraggia fortemente lo sviluppo di una squadra internazionale di frati che lavorino a tempo pieno nelle aree della giustizia, della pace e dell'ecologia. Ognuno di loro dovrebbe essere selezionato e formato per una particolare area di competenza, per esempio il lavoro per i diritti umani, il lavoro per l'ecologia, il lavoro per i rifugiati. Questi frati non devono necessariamente vivere a Roma. Infatti, è preferibile che essi siano dislocati in tutto il mondo e lavorino insieme in coordinamento con l'Ufficio Generale di Roma. * Seoul, Corea (1995). Questo incontro presentò vari progetti, che furono sottoposti al Definitorio Generale per essere approvati. Molti di essi erano lo sviluppo di progetti iniziati dal CIGPSC nel 1993; p.e., la riuscita esperienza dell'impegno dei frati nel Progetto Croato durante la guerra dette origine al concetto di "Missione Francescana di Pace", che potrebbe coinvolgere i frati in altri paesi che hanno bisogno di assistenza internazionale o di attenzione durante un conflitto civile locale. Il Consiglio a Seoul richiese la compilazione del Sussidio di GPSC e focalizzò meglio il nostro lavoro per l'ecologia chiamandolo giustizia ambientale. Il Consiglio dette anche il suo sostegno alla promozione di opportunità di formazione permanente per frati in esperienze internazionali.

* Roma, Italia (1997). Il CIGPSC sottopose al Definitorio Generale undici proposte, molte delle quali necessarie per la continuità e il rafforzamento di progetti presentati in precedenti incontri del CIGPSC (p.e., l'approvazione della Missione Francescana di Pace in Colombia, il completamento del Sussidio e il progetto "Giubileo 2000"). Statuti particolari per il Consiglio Internazionale Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (CIGPSC) Art. 1: Il Consiglio Internazionale per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (CIGPSC) dei Frati Minori è un gruppo consultivo, costituito dal Definitorio generale e finalizzato ad aiutare il Direttore dell'Ufficio GPSC, il Definitorio generale e le Conferenze nell'importante compito di formazione, di coscientizzazione, di animazione e di impegno dell'Ordine nel campo della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato. Art. 2: §1 Membri del CIGPSC sono: i coordinatori (delegati) delle Conferenze, uno per ciascuna Conferenza, eletti dalle stesse secondo i propri statuti particolari e le norme del CIGPSC; i componenti del Comitato di animazione; ed altri eventuali membri nominati dal Ministro Generale. §2 I delegati del CIGPSC possono essere eletti tra i coordinatori per GPSC che svolgono attività di promozione di GPSC nelle Conferenze, o hanno comunque competenza nel settore. Art. 3: I compiti del CIGPSC sono: §1 favorire la conoscenza e l'applicazione dei documenti della Chiesa e dell'Ordine dei Frati Minori riguardanti GPSC; §2 collaborare con le Segreterie generali per la formazione e gli studi e per l'evangelizzazione missionaria ed altri Uffici della Curia generalizia a favore della formazione iniziale e permanente nel campo della spiritualità francescana riguardo a GPSC; §3 analizzare gli aspetti di GPSC presenti nella tradizione del carisma francescano e la loro applicazione al mondo d'oggi; §4 raccogliere e trasmettere la documentazione e l'informazione riguardante GPSC, specialmente per quanto concerne l'attività dei Frati Minori; §5 presentare suggerimenti, proposte e progetti al Ministro Generale e al suo Definitorio per l'animazione dell'Ordine nell'area di GPSC; §6 §7 presentare suggerimenti, proposte e progetti alle Conferenze e alle Province; aiutare ed incoraggiare le attività dei Promotori di GPSC;

§8 riflettere sulle finalità e priorità emerse dal lavoro delle Assemblee del CIGPSC e formularne adeguate valutazioni circa l'applicazione alla vita e all'attività dei frati; §9 proporre modifiche agli Statuti particolari del CIGPSC da sottoporre all'approvazione del Definitorio generale;

§ 10

presentare la lista dei candidati per il Comitato di animazione. Art. 4:

§1 L'assemblea del CIGPSC viene convocata dal Direttore dell'Ufficio GPSC una volta ogni due anni; riunioni straordinarie possono essere convocate previo consenso del Definitorio generale. §2 L'assemblea si svolge secondo l'agenda e il programma di lavoro approvato dall'assemblea stessa su proposta del Comitato di animazione. Art. 5: §1 Il Direttore dell'Ufficio GPSC, dopo aver consultato il CIGPSC, propone i membri del Comitato di animazione al Ministro Generale e al suo Definitorio per la loro nomina. Il Comitato è composto dal Direttore dell'Ufficio, dal Vice-Direttore e da almeno quattro altri membri. §2 Il Comitato di animazione è tenuto a rispondere del suo operato al CIGPSC.

§3 I membri del Comitato restano in carica per quattro anni; la metà dei membri è nominata ogni due anni. §4 Il Comitato di animazione si riunisce almeno una volta l'anno. Art. 6: I compiti del Comitato di animazione sono: §1 aiutare il Direttore dell'Ufficio GPSC nella realizzazione dei progetti e dei suggerimenti proposti dall'assemblea del CIGPSC e approvati dal Definitorio generale; §2 preparare l'agenda e il programma di lavoro da sottoporre all'approvazione del Definitorio generale; §3 proporre e incoraggiare nuove iniziative e progetti nel campo di GPSC;

§4 preparare con il Direttore dell'Ufficio GPSC una relazione annuale circa le attività di GPSC nell'Ordine, da far pervenire a tutte le Province. c) Comitato di animazione del Consiglio Internazionale per GPSC "Il Direttore dell'Ufficio GPSC, dopo aver consultato il CIGPSC, propone i membri del Comitato di animazione al Ministro Generale e al suo Definitorio per la loro nomina. Il Comitato è composto dal Direttore dell'Ufficio, dal Vice-Direttore e da almeno quattro altri membri" (Statuti particolari del CIGPSC, art. 5,1). Tra i compiti del Comitato di animazione i più importanti sono i seguenti: aiutare il Direttore dell'Ufficio GPSC nella realizzazione dei progetti e dei suggerimenti proposti dall'assemblea del CIGPSC e approvati dal Definitorio generale; preparare l'agenda e il programma di lavoro da sottoporre all'approvazione del Definitorio generale; proporre e incoraggiare nuove iniziative e progetti nel campo di GPSC (cfr. Statuti particolari del CIGPSC, art. 6). Ufficio di GPSC _ Roma

3. collaborazione interfrancescana nel lavoro per GPSC
1. Fondamento e realtà della collaborazione interfrancescana Le Costituzioni di tutti e tre gli Ordini francescani dedicano un capitolo alle relazioni con l'intera Famiglia francescana. Le nostre Costituzioni Generali dedicano ad esse il titolo II del capitolo III. L'art. 55,2 dice: "I frati impegnino tutte le loro forze per alimentare e promuovere la piena maturazione del carisma francescano in tutti coloro che si ispirano all'ideale di san Francesco. Colgano ogni opportunità di incontrarsi con loro per dare il proprio appoggio alle iniziative comuni". È una chiara indicazione che dal Concilio Vaticano II c'è stato un movimento di avvicinamento, di conoscenza reciproca e di successiva stima e collaborazione tra i numerosi rami francescani: il Primo Ordine, le Sorelle Povere e altri gruppi contemplativi femminili, l'Ordine Francescano Secolare e la moltitudine di gruppi TOR. Questo senso di famiglia è frutto di una nuova sensibilità culturale ed ecclesiale, più universale ed ecumenica, e di una maggiore comprensione degli scritti di San Francesco e Santa Chiara da parte di tutti. Le recenti Regole del Terzo Ordine Regolare e Secolare, come pure le Costituzioni del Primo e del Secondo Ordine, che applicano i valori permanenti delle Regole di Francesco e di Chiara alle situazioni di oggi, sono riuscite a presentare i valori fondamentali della vita francescana. Sono essi, condivisi da noi tutti, che ci permettono di avere una sola vocazione ed un solo carisma e di sentirci parte di un'unica famiglia. È un movimento di comunione tra i differenti gruppi francescani trovato ai livelli più bassi _ si sta propagando fra noi un certo senso di famiglia _ e anche ai più alti livelli di responsabilità; sono stati pubblicati congiuntamente dei documenti in varie occasioni e, nel 1996, è stata istituita ufficialmente la Conferenza della Famiglia Francescana (CFF), comprendente OFM, OFMConv, OFMCap, TOR, OFS e CFI-TOR. Questo movimento di comunione, sebbene ancora abbastanza limitato, è reso reale attraverso la collaborazione nella formazione iniziale e permanente, nella ricerca storico-spirituale, nell'opera pastorale, nell'attività missionaria e nell'impegno per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato. 2. Collaborazione interfrancescana nel lavoro di GPSC a) Le commissioni interfrancescane per GPSC La crescente collaborazione interfrancescana, sebbene ancora molto limitata, viene attuata, forse nel modo più intenso, nell'area di lavoro per la giustizia, la pace e la difesa della natura. Ciò è dovuto a vari fattori: • Comprendiamo che questi valori sono centrali nel nostro carisma. • Essi sono parte dei segni dei tempi. • Offrono possibilità concrete di collaborazione. • I fratelli e le sorelle più sensibili a questi valori sono di solito i meno attaccati alle proprie idee e i più aperti alla collaborazione con tutti, specialmente con coloro che lavorano sulle stesse linee. • È anche possibile che, essendo ancora una minoranza i francescani di ciascun ramo impegnati in queste aree, essi sentano il bisogno di unirsi per avere più forza e capacità e un impatto maggiore, nella nostra famiglia e nella società. Il lavoro interfrancescano, infatti, in queste aree va avanti da alcuni anni; anzi, in alcuni paesi il movimento francescano per GPSC è nato "interfrancescano".

Tuttavia, anche se questo lavoro interfrancescano è stato molto positivo, specialmente nell'affrontare la nostra presenza nella società, non dobbiamo perdere di vista il bisogno di portare avanti l'animazione dei nostri fratelli di ogni ramo sulla base di questi valori per un'opzione per i poveri e per il lavoro per la pace e la protezione dell'ambiente. In alcuni luoghi è accaduto che il lavoro interfrancescano di gruppi minoritari abbia dimenticato il bisogno di animazione in ciascun ramo e in ciascuna Provincia. b) La Commissione interfrancescana per GPSC di Roma

La Commissione interfrancescana per Giustizia e Pace (CIFGP) esiste a Roma dal 1981. Essa è composta da sei delegati della Conferenza della Famiglia Francescana (CFF), cioè l'Ordine Francescano Secolare, i frati OFM, i Conventuali, i Cappuccini, la Conferenza Francescana Internazionale del Terzo Ordine Regolare (CIF-TOR) e i fratelli del TOR. Questa Commissione normalmente si riunisce tre volte all'anno. I suoi membri ricercano come collaborare e come sostenere il lavoro fatto da ciascun gruppo. Rispondono anche alle domande e agli appelli che fratelli e sorelle di tutto il mondo inviano loro. Negli ultimi cinque anni la CIFGP ha scritto una dichiarazione congiunta, Le caratteristiche del lavoro dei francescani per la giustizia, la pace e l'ecologia. Nel 1995 ha scritto una proposta per la riorganizzazione di Franciscans International (FI), presentata alla CFF e al Comitato Esecutivo Internazionale di FI. 3. Franciscans International Franciscans International è, finora, il solo progetto internazionale comune per l'evangelizzazione della Famiglia francescana. Ebbe inizio nel 1983 negli U.S.A. come progetto interfrancescano. L'appartenenza era individuale e volontaria e veniva corrisposta una piccola quota annuale. Un ufficio con il suo personale fu istituito a New York. Il 3 febbraio 1989 fu registrato come Organizzazione Non Governativa (ONG) al Dipartimento per la Informazione Pubblica (DPI) dell'ONU e nella sua dichiarazione dei principi si propose di lavorare, in collaborazione con le Nazioni Unite e con altre ONG, a favore dei poveri, della pace e della salvaguardia del creato. Nei primi anni '90 fu istituito un Comitato Esecutivo Internazionale. Esso richiese lo status consultivo delle ONG di categoria ECOSOC (Consiglio Economico e Sociale), che fu concesso il 4 agosto 1994. Questo ci permette di avere voce attiva e diretta nel proporre temi per l'ordine del giorno, di trasmettere informazioni su questioni della vita internazionale, di presentare le nostre preoccupazioni e soluzioni a problemi sociali urgenti. In questi anni ha cominciato ad organizzarsi in molti paesi di diversi continenti attraverso appartenenza individuale. Ha partecipato alle grandi assemblee delle Nazioni Unite: il Vertice sull'Ambiente e lo Sviluppo a Rio de Janeiro (1992); la Conferenza Mondiale sui Diritti Umani a Vienna (1993); la Conferenza Mondiale su Incremento Demografico e Sviluppo al Cairo (1994); il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sociale a Copenaghen (1995); la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne a Beijing (1995); la Seconda Conferenza delle Nazioni Unite sugli Insediamenti Umani a Istanbul (1996); il Vertice Mondiale sull'Alimentazione a Roma (1996). Nel 1995 la CIFGP presentò al Comitato Esecutivo Internazionale una proposta che ricevette l'appoggio dei Ministri Generali e dei Presidenti delle Famiglie francescane. I suoi punti centrali erano i seguenti: 1) Poiché Franciscans International parla a nome dei francescani di tutto il mondo, dovrebbe essere tenuto a rendere conto, in qualche modo, ai superiori della Famiglia francescana. 2) È necessario ripensare il modello di appartenenza individuale, poiché molti francescani non vedono la necessità di entrare a far parte di una organizzazione che parla a loro nome e di cui sono membri.

3) Conferendo lo status di Distaccamento delle Nazioni Unite a FI, la comunità internazionale sta dicendo ai francescani che aspetta qualche azione da parte nostra. Dobbiamo fare uno sforzo maggiore e più concentrato per lavorare con l'ONU e le sue differenti organizzazioni, come l'UNESCO, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), la Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, la FAO. Questo sforzo richiederà l'impegno e la partecipazione attiva dell'intera Famiglia francescana. Nell'ottobre del 1995, al momento della sua istituzione ufficiale, la Conferenza della Famiglia Francescana assunse la responsabilità di Franciscans International e nominò un "Gruppo di Lavoro", che avrebbe dovuto discutere e proporre nuovi statuti e pianificare il futuro di FI. La discussione tra Franciscans International e la Conferenza della Famiglia Francescana (CFF), facilitata dal Gruppo di Lavoro, indicherà l'orientamento futuro di FI e coloro ai quali dovrà rendere conto all'interno della struttura della Famiglia Francescana e delle Nazioni Unite. 4. Con i Domenicani a Ginevra Per alcuni anni Franciscans International ha richiesto una presenza a Ginevra, dove vengono discussi e approvati molti dei piani d'azione che interessano direttamente i diritti umani, i sindacati e i rifugiati. La discussione sulla possibilità di un ufficio si è intensificata negli ultimi cinque anni, quando il Comitato Esecutivo Internazionale di FI ha chiesto al Comitato Esecutivo Europeo di studiare un modo pratico di stabilire FI alle Nazioni Unite a Ginevra. Nel 1996 questo fu discusso e approvato dal Comitato Esecutivo Europeo. Allo stesso tempo, Timothy Radcliffe OP, Maestro Generale dell'Ordine dei Predicatori, e il coordinatore domenicano di GPSC richiesero la disponibilità dei Frati Minori a collaborare con loro in un ufficio comune per i Diritti Umani a Ginevra. La nostra risposta espresse grande interesse per questa richiesta insieme, naturalmente, al nostro desiderio di lavorare nell'ambito di Franciscans International. Nel febbraio del 1997 il Comitato Esecutivo Europeo di FI approvò una proposta di collaborazione tra FI e i domenicani in un nuovo ufficio a Ginevra. Lavorammo insieme in un incontro della Commissione per i Diritti Umani (marzo-aprile 1997) attraverso la partecipazione di quattro frati OFM da diverse parti del mondo, che intervennero sulla Terra Santa, sulla Colombia e su altro. Un po' dopo, nel maggio del 1997, una giovane donna preparata in questo campo cominciò a lavorare per noi come direttore esecutivo. 5. Valutazione finale Le esperienze degli ultimi sei anni mostrano che i vantaggi e le difficoltà che accompagnano la collaborazione nella Famiglia francescana sono molti. La CIFGP ha cercato di cooperare in vari progetti, con relativo successo. La strada non è mai facile ed è complicata dal fatto che per settecento anni siamo stati identificati attraverso le nostre differenze. È relativamente semplice cooperare in un progetto particolare, l'VIII centenario dei Santi Francesco e Chiara per esempio; ma è una sfida dalle grandi implicazioni collaborare in progetti permanenti, che presuppongono risorse finanziarie e di personale, come accade in una casa di studio comune, in un programma di formazione internazionale o in uno sforzo comune di evangelizzazione missionaria. Franciscans International è un esempio di come possa essere vantaggioso e difficile cercare di lavorare insieme. La società laica non capisce le divisioni tra i francescani e spera che "i francescani" cooperino con facilità nei progetti di pace, nell'identificazione con i poveri e nel loro interesse per il creato. Ufficio di GPIC _ Roma

4. analisi sociale
(Dal Manuale per animatori di giustizia, pace e integrità del creato, Commissione GPIC dell’Unione dei Superiori e delle Superiori Generali, Roma 1997)

Introduzione La lotta per la trasformazione del mondo non è un compito per sognatori ingenui né per fanatici entusiasti. Per trasformare il mondo bisogna saperne qualcosa e sapere che cosa deve essere trasformato. Ogni impegno nell'azione per la giustizia deve riconoscere l'ingiustizia strutturale che è la causa della fame nel mondo, della situazione dei senzatetto, della violenza e della distruzione dell'ambiente. Ogni programma di formazione alla giustizia, alla pace e all'integrità del creato deve anche informare sui sistemi o sulle strutture ingiuste e sul come e perché essi agiscono. Ciò che serve è un metodo o un procedimento per esaminare i sistemi sociali e valutare i sintomi del loro cattivo funzionamento che portano all'ingiustizia. A tale proposito esistono testi di analisi sociale e strutturale; e forse il più esauriente è quello di Holland e Henriot: Social Analysis. Linking Faith and Justice. È necessario che i promotori/animatori GPIC esaminino molto attentamente i problemi relativi alla giustizia prima di agire per risolverli, e lo facciano con metodo, onde evitare che tali problemi vengano aggravati, se coloro che operano per la giustizia non sono pienamente consapevoli delle cause che li originano. L'analisi sociale è uno strumento largamente praticato ed efficace che ci permette di esaminare le strutture della società: politiche, economiche, culturali, sociali e religiose _ e di scoprire le cause originarie dell'ingiustizia sociale. Essa ci aiuta a spostare l'accento da quella che Donald Dorr chiama "la compassione faccia a faccia" alle domande sul come e sul perché: come è successo che queste persone sono diventate povere? Perché è in aumento la disoccupazione? L'analisi sociale individua chi detiene il potere, chi prende le decisioni, chi trae e chi non trae beneficio da queste decisioni nella società. Ci permette di vedere le interconnessioni e le influenze che operano in ogni sistema sociale. Questo metodo è stato ulteriormente sviluppato dai gruppi cristiani che oltre all'analisi sociale usano la riflessione teologica cristiana per sviluppare un piano di azione per la promozione della giustizia, della pace e dell'integrità del creato. L'analisi sociale è un richiamo ad "aprire gli occhi, gli orecchi e la bocca". Il Vangelo secondo Marco presenta tre miracoli che esprimono l'invito di Gesù ad aprire gli occhi, le orecchie e la bocca nella nostra ricerca per comprendere la missione. Egli rimprovera i suoi discepoli dicendo: "Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate...?" (Mc 8, 18). Si veda anche: la guarigione del sordo, Mc 7,31-37; la guarigione del cieco, Mc 8,22-26; 10,46-52; la guarigione del muto, Mc 9,17-27.

L'analisi sociale ci invita ad ascoltare e a guardare il mondo in cui viviamo con i suoi problemi concreti. Il metodo: quattro fasi principali Il metodo dell'analisi sociale non è difficile da usare. Si basa sul metodo del vedere, giudicare, agire dei Giovani Lavoratori Cristiani e dei Giovani Studenti Cristiani, ripreso più tardi dai teologi dell'America Latina nel loro lavoro con le comunità cristiane di base e riflesso in gran parte della teologia della liberazione. Ci sono quattro fasi principali nell'analisi sociale.

(Buona parte del contenuto delle seguenti quattro fasi è stato preso da Working for Justice and Peace, di Tony Byme CSSp, Mission Press, Zambia 1988, 57-63.) (Prima di intraprendere l'effettivo processo di analisi sociale, sarebbe utile tenere una discussione sui valori.) I fase: chiarificazione dei problemi • • • • Vedere se c'è un collegamento o un legame tra le ingiustizie. Decidere quali sono le più gravi ed elencarle. Vedere se c'è una denominazione comune che inglobi tutte queste ingiustizie. Decidere un problema specifico che il gruppo esaminerà con questo metodo. È importante ricordare che è quasi impossibile analizzare due problemi contemporaneamente.

II fase: analisi strutturale • • • • • a) • • b) • • • c) • • • • d) • • • e) Descrivere il problema dettagliatamente. Quando è incominciato? Perché è incominciato? Quando ci siamo resi conto che era un problema grave? Che cosa lo ha portato alla nostra attenzione? Strutture in generale Incominciare con una discussione sulle strutture e organizzazioni nella società. Esaminare il problema in questione in relazione alle strutture della società: economiche, politiche, di classe, culturali e religiose. Strutture economiche Qual è la causa del problema? Ci sono delle imprese transnazionali o locali che vorrebbero che il problema continuasse, o che vorrebbero addirittura che peggiorasse, perché ci guadagnano? Ci sono dei singoli o dei gruppi in questa società che contribuiscono a mantenere o ad aggravare questo problema, perché da esso ricavano vantaggi finanziari? Strutture politiche Chi da questo problema trae potere? Ci sono dei politici o dei partiti politici che usano questo problema per acquistare o mantenere il potere? Chi sono le persone di potere che hanno permesso che il problema sorgesse? Ci sono dei capi delle comunità locali che vogliono che questa situazione perduri in modo da trarne vantaggi politici? Strutture di classe Questo problema contribuisce a creare, mantenere o aggravare la divisione sociale nella società? Ci sono persone che in questa situazione acquistano importanza o status? Chi sono? Ci sono persone o gruppi che perdono importanza sociale o status? Chi sono? Strutture culturali

• • • f) • • • • g)

La nostra cultura e le nostre tradizioni contribuiscono a creare, mantenere o aggravare questo problema? Quali valori e tradizioni culturali contribuiscono ad aggravarlo? Esaminare il problema in relazione agli atteggiamenti o alle strutture mentali. Strutture religiose Quali sono le strutture religiose o le organizzazioni della Chiesa che potrebbero essere coinvolte nel problema in questione? Queste strutture religiose o organizzazioni della Chiesa, come contribuiscono a creare, mantenere o aggravare questa situazione? Qualche organizzazione religiosa o della Chiesa trae vantaggio da questo problema? Lo usa per mantenere la propria importanza o per aumentare il numero dei suoi membri? Strutture mentali o atteggiamenti

L'ingiustizia è spesso causata da strutture ingiuste della società. Tuttavia, anche se queste strutture venissero cambiate, il problema dell'ingiustizia rimarrebbe ancora, a causa degli atteggiamenti o della mentalità delle persone. Questi atteggiamenti, chiamati a volte "strutture mentali", sono difficili da cambiare. Per cambiare le strutture mentali o gli atteggiamenti che creano situazioni ingiuste è necessaria la conversione. Questa conversione richiede menti e cuori che abbiano "fame e sete di giustizia". • Quali sono le nostre strutture mentali, individuali o comunitarie, che contribuiscono a creare, mantenere e alimentare questo problema? Alla fine della II fase, sarebbe utile dedicare qualche momento a rispondere alle seguenti domande: • • Alla luce delle considerazioni e discussioni fatte, stiamo raggiungendo una migliore comprensione delle cause del problema? Quali sono gli approfondimenti o le nuove idee più importanti che sono venuti alla luce in seguito a questa analisi?

III fase: riflessione cristiana sul problema alla luce delle Scritture e degli insegnamenti della Chiesa Per scoprire se la Bibbia e l'insegnamento della Chiesa possono contribuire a gettare nuova luce sul problema è importante porsi le seguenti domande: • Che cosa dice la Bibbia a questo proposito? • Possiamo individuare alcune dichiarazioni della Chiesa, fatte da un papa, un concilio o un gruppo di vescovi, che si riferiscono o possono essere riferite a questo problema? IV fase: pianificazione dell'azione (pensare globalmente, agire localmente) a) • • • • • • • Piano di azione Qual è la soluzione di questo problema? Che cosa possiamo fare noi, come gruppo o individualmente? Quali mezzi abbiamo che ci aiutino nel nostro piano di azione? Possiamo trovare altre risorse che ci aiutino? C'è una parte del problema che possiamo affrontare subito? Qual è il primo passo che dovremmo fare? Si dividono le responsabilità tra i membri.

• • b) o o o o o

Si stabilisce un limite di tempo per ogni fase del piano, e per l'attuazione dell'intero piano. Si riflette sulle risorse finanziarie e sugli altri mezzi, e li si calcola accuratamente. Valutazione Che cosa ci eravamo proposti di fare, quando abbiamo incominciato? Fino a dove siamo arrivati? Che cosa ci ha aiutato a progredire? Che cosa ha intralciato il nostro lavoro? Che cosa dobbiamo fare adesso? Cambiare obiettivo? Cambiare metodo? Rinnovare le nostre risorse?

NOTA BENE È necessario fare una valutazione ad ogni fase dell'attuazione del piano. Le celebrazioni (comprese le celebrazioni liturgiche) devono essere integrate nell'intero processo dell'analisi sociale. Il metodo: vedere-giudicare-agire Vedere Che cosa vediamo intorno a noi? Perché le cose sono come sono? Giudicare Quali pregiudizi ci portiamo dietro nel giudicare una situazione? Attraverso quali "lenti" guardiamo? Quale potrebbe essere la nostra percezione inconscia del problema? Quale saggezza ed esperienza di vita testimoniamo davanti a questa situazione? A quale saggezza facciamo riferimento _ a quella dei ricchi o a quella dei poveri? Abbiamo fatto realmente un'opzione per i poveri nel valutare la situazione? Nella nostra percezione della realtà ascoltiamo di più l'élite o l'esperienza dei poveri? Dov'è la sapienza del Vangelo? Lavorare per la giustizia richiede una spiritualità profondamente radicata nelle Scritture, altrimenti la nostra opera sarà gravosa e impossibile. Chiamati ad evangelizzare oltre che a trasformare la società, preghiamo, riflettiamo e cerchiamo il progetto di Dio per portare a compimento il suo regno. Giudichiamo la situazione alla luce del progetto di Dio. Agire Per agire è necessario essere più consapevoli di ciò che succede nel mondo e giudicare la situazione dal punto di vista del Vangelo. La collaborazione con altri nella comunità _ organizzazioni non governative, altre confessioni religiose, gruppi locali _ e, dove è possibile, il lavoro internazionale "in rete", è estremamente importante e probabilmente molto più efficace. Un approccio pratico L'impegno attivo a favore dei poveri e degli emarginati, il coinvolgimento in un'analisi sociale progressiva e la riflessione costante sui no-stri atteggiamenti e sulla nostra azione contribuiranno a sviluppare la consapevolezza critica necessaria in vista della trasformazione del mondo. Io sono una donna nera alta come un cipresso

forte decisa fino all'estremo. Sfido luoghi e tempi e circostanze assalita impervia indistruttibile. Guardami e sii rinnovato. Mari Evans (I Am A Black Woman in Margaret Busby (a cura di), Daughters of Africa, Pantheon Books, New York 1992, 300) "Mi strapparono via dalla strada. Cercai di opporre resistenza alle forze di sicurezza, ma i poliziotti mi colpirono sulla testa. I volti di mio padre e mia madre mi apparivano ripetutamente. Uno dei metodi usati nelle prigioni irachene, e il simbolo per eccellenza della loro barbarie, è lo stupro. Per quanto ne avessi sentito molto parlare, niente mi aveva preparato all'esperienza reale. Continuo a riviverlo dentro di me. Sanguino ancora. Non fu compiuto da un uomo solo, ma da un gruppo di uomini. Soffocarono le mie urla e le mie proteste. Dovetti arrendermi. E fu una specie di spettacolo a buon mercato: un sacco di gente venne a vederlo". Una donna curda (Citato in Amnesty International, Human Rights are Women's Rights, 1995, 85) Come abbiamo detto nella Prima Parte, per molte donne la violenza è un terribile fatto di vita quotidiana _ violenza nella guerra, violenza politica, violenza sessuale e violenza domestica. La violenza contro le donne è stato il denominatore comune di tutti gli interventi fatti alla Conferenza Mondiale delle Donne a Pechino. Ayesha Khanam del Consiglio delle Donne del Bangladesh ha detto: "La violenza contro le donne è un problema che richiede un'azione globale". Tra i problemi della violenza sollevati a Pechino c'erano: la mutilazione genitale delle ragazze, le "morti per la dote" in India, dove migliaia di giovani spose vengono uccise ogni anno perché le loro famiglie pagano doti insufficienti, i maltrattamenti fisici domestici _ negli USA, circa un terzo delle donne uccise muoiono per mano del marito o del fidanzato _ e l'uso dello stupro e della prostituzione forzata come armi di guerra. Come fermare questa violenza è una sfida per tutti noi: donne, uomini, laici, religiosi, cristiani e appartenenti ad altre fedi. Presentiamo uno schema di approccio al tema: "Donne e violenza", basato sull'analisi sociale. Descrizione della scena. Un gruppo parrocchiale sta discutendo di un'inchiesta nazionale di recente pubblicazione sulla violenza domestica. L'inchiesta rende noto che una donna su cinque ha subìto violenza da un partner maschio. Il 59% delle intervistate sapeva di altre donne che erano state vittime di violenza; il 13% riferì di violenze psicologiche _ erano state chiuse a chiave nelle loro stanze, era stato loro impedito di incontrare le amiche, erano state insultate e private del denaro; il 10% aveva subito gravi violenze fisiche _ prese a calci, spinte giù dalle scale, picchiate, accoltellate e fatte oggetto di tentato strangolamento. Altre avevano subito violenza sessuale, erano state minacciate con coltelli e armi da fuoco. Il documento conclude: "E così, mentre il governo può promulgare leggi migliori per la protezione delle donne, non è in grado di elaborare un programma che riduca la violenza domestica, finché non sa che cosa causi tali violenza. Dovrebbe porsi questo obiettivo e, nel frattempo, fare tutto il possibile per sostenere i centri di accoglienza per le donne e i centri antistupro".

Come possiamo contribuire a risolvere questo problema? Che cosa possiamo fare? Chi è vittima di violenza in questa parrocchia, senza che noi lo sappiamo? Subito emergono queste domande e altre. Come può rispondere un gruppo di questo tipo, usando un metodo di analisi sociale? È importante osservare che l'analisi di un problema come questo richiederebbe almeno due riunioni di due ore ciascuna. I fase: chiarificazione del problema Fate ricerche e passatevi informazioni sulla violenza domestica. Acquistate una copia dell'inchiesta, magari invitate un esperto a parlare. Delineate brevemente la storia della violenza domestica nel nostro paese. Quali sviluppi politici, economici, culturali, sociali e religiosi nella società hanno contribuito alla violenza contro le donne? Cercate i collegamenti. Quali valori sono in gioco? II fase: analisi strutturale Ci sono strutture economiche che portano alla violenza contro le donne (per es. il sistema delle doti; la mancanza di diritti giuridici e di proprietà; le donne considerate come proprietà personale dell'uomo; gli uomini come unici portatori di reddito; la disoccupazione)? Ci sono delle forze nella società che traggono vantaggio dalla dipendenza economica delle donne? Chi ha il potere nelle strutture politiche? Ci sono dei partiti o dei gruppi politici che danno un tacito consenso all'uso della violenza fisica contro le donne? Chi trae vantaggio dal "tenere le donne al loro posto"? Quali ruoli ministeriali ricoprono le donne nel governo? Ci sono dei gruppi che considerano l'avanzata del femminismo una minaccia? Le donne hanno dei diritti? Ci sono degli elementi culturali di legittimazione della violenza contro le donne (per es. una tradizione maschilista)? Quale forma assume il rapporto sociale tra i sessi (collaborazione, isolamento)? L'alcool è considerato un rituale maschile importante? Si pretende la castità dalle donne e non dagli uomini? Qual è il grado di istruzione degli uomini? E delle donne? Come presentano la figura femminile i mezzi di comunicazione: come oggetto sessuale, capricciosa, volubile, stupida? Le strutture sociali incoraggiano la violenza (pensiamo per esempio ai datori di lavoro che sono i "proprietari" dei lavoratori e li trattano da schiavi; agli alloggi scadenti; al problema dell'assistenza sanitaria e sociale insufficiente)? Chi ha il potere decisionale? Quali ruoli hanno le donne nelle strutture religiose? Ci sono insegnamenti, tradizioni e pratiche che assegnano alle donne un ruolo particolare? Come sono rappresentate le donne nella mitologia? Nella Bibbia? Nella Chiesa? Ci sono dei rapporti tra le strutture economiche, politiche, sociali, culturali e religiose che contribuiscono alla violenza contro le donne? III fase: riflessione e preghiera Fate riferimento a un brano delle Scritture come quello della Samaritana (Gv 4,1-42). Che cosa dice questo brano su questo problema? Come risponde Gesù? Ci sono degli insegnamenti della Chiesa, delle dichiarazioni del Papa, dei vescovi e dei capi religiosi che contribuiscono a chiarire il problema? IV fase: pianificazione dell'azione Qual è la soluzione? Concretamente, che cosa vorremmo che cambiasse? Quali risorse abbiamo nel gruppo che ci aiutino a rispondere al problema della violenza domestica? Quale parte del problema

possiamo affrontare adesso? Come comunicare con il resto dei parrocchiani? Quale provvedimento prendere per primo? Chi sono i responsabili dei vari aspetti del progetto? Quali sono i tempi di attuazione delle varie fasi dell'azione? Valutazione È molto importante stabilire una serie di incontri a scadenze fisse per valutare il cammino realmente compiuto in relazione a ciò che ci si propone di fare. Manuale GPIC della Commissione Giustizia e Pace Integrità del Creato dell'Unione dei Superiori e delle Superiore Generali, Roma

5. GPSC in contesti ministeriali specifici VITA QUOTIDIANA
Vi presentiamo queste opzioni come proposta pratica di come concretizzare le idee offerte in modo teorico nelle prime due parti del Sussidio. Vogliamo farlo in modo tale che queste idee divengano quanto più possibile questione di vita quotidiana e incarnazione storica del nostro stile di vita francescano. Distinguiamo le nostre proposte su due livelli generali e due livelli particolari: 1. Livello generale:

livello provinciale (che cosa potrebbe fare il governo provinciale); livello locale (che cosa potrebbero fare ogni fraternità e ogni frate); 2. Livello particolare:

"ad intra" (all'interno delle nostre strutture); "ad extra" (all'esterno delle nostre strutture). I. GIUSTIZIA di tutti i giorni

A. A livello provinciale: 1. "Ad intra"

a) Nella formazione iniziale, non fare discriminazioni contro i candidati che non hanno optato per il sacerdozio. Dare loro uguali opportunità di studio e di formazione tecnica. b) Mantenere il diritto dei fratelli laici di occupare qualunque carica nella Provincia e di avere un certo numero di delegati al Capitolo. c) Fornire la più grande cura ed assistenza, diretta e indiretta, ai frati anziani e malati, se possibile nei loro rispettivi conventi. Altrimenti, ci dovrebbe essere per loro una infermeria confortevole e accogliente. d) Aiutare i parenti più stretti dei frati nelle loro difficoltà economiche o logistiche, anche mettendo a loro disposizione parte delle nostre strutture. e) Al momento delle elezioni civili, fornire ad ogni frate, attraverso l'ufficio provinciale di GPSC, informazioni adeguate e quanto più possibile complete riguardo ai programmi e ai candidati dei vari partiti politici. 2. "Ad extra"

a) Fare un controllo annuale dei conti, con la determinazione di una percentuale delle entrate totali, fissata annualmente, da restituire ai poveri sotto la forma di un progetto di promozione umana, possibilmente deciso da tutti i frati. b) Fare uso sia della capitalizzazione e del risparmio sia di banche etiche e di fondi comuni di investimento autoamministrati. Inoltre, rinunciare a interessi più alti o al profitto personale. c) Avere come priorità il miglioramento delle strutture per il culto e per l'accoglienza, e prendere in considerazione frati non malati. d) Verificare direttamente e personalmente ad intervalli fissati, attraverso l'ufficio provinciale di GPSC, se la fiducia posta in un candidato politico era meritata o no.

B. A livello locale: 1. "Ad intra"

a) Favorire quanto più possibile una distribuzione equilibrata delle responsabilità, in modo tale che tutti i membri della fraternità siano corresponsabili, secondo i loro carismi, della buona gestione della casa. Programmare turni che coinvolgano tutti nei servizi più elementari e faticosi, come cucinare e occuparsi della pulizia generale degli spazi comuni. b) Facilitare a ciascun frate la possibilità di godere di periodi di vacanza, fornendo a tutti il denaro necessario, senza dimenticare il voto di povertà. c) Fare in modo che ciascun frate possa sviluppare liberamente i propri talenti mettendoli a servizio della fraternità e della Chiesa. 2. "Ad extra"

a) Se è necessario assumere persone esterne per i lavori domestici, il primo criterio di scelta non dovrebbe essere la produttività e l'efficienza, ma il bisogno del potenziale candidato. b) Pagare un giusto salario al personale dipendente da noi, anche in assenza di una legislazione adeguata, mettendo al primo posto la sua sicurezza nella società. c) Comprare ed usare quanto più possibile i prodotti di commercianti giusti e disposti alla collaborazione, anche se il costo è sopra la media. d) Aiutare e sostenere, unendosi eventualmente a loro, i gruppi religiosi e civili che lottano per la giustizia (p.e., Amnesty International, ecc.). e) Interessarsi dell'attività politica e sociale della zona, aiutando, sostenendo e nel caso formando gruppi per la difesa dei più emarginati, anche a costo della propria integrità fisica e della propria libertà. f) Esercitare sempre e dovunque il diritto di voto. Quindi, votare partiti e movimenti che lottano per una maggiore uguaglianza tra le persone e salvaguardano la libertà religiosa e la dignità della persona. II. PACE, nostra sorella tutti i giorni

A. A livello provinciale: 1. "Ad intra"

a) Promuovere quanto più possibile momenti di fraternità e di festa. b) Far conoscere quanto più possibile le "opere buone" dei frati; facilitare la comunicazione; apprezzare l'uno il lavoro dell'altro. "La comunicazione accresce la comunione". c) Fare l'opzione evangelica per la non-violenza e l'antimilitarismo. 2. "Ad extra"

a) Formare un gruppo di frati come "pacificatori d'emergenza" (sull'esempio di International Brigades for Peace), che rispondano direttamente al Ministro provinciale o al Coordinatore provinciale di GPSC, da mandare in "zone calde" in caso di possibile conflitto. Essi contribuirebbero, attraverso la loro presenza non violenta, a ristabilire la pace tra le parti. Tali gruppi provinciali dovrebbero essere coordinati nella loro attività dall'Ufficio Generale di GPSC. b) Nello spirito di Assisi, promuovere ogni anno, il 27 ottobre, una Giornata di digiuno e preghiera per la pace. B. A livello locale: 1. "Ad intra"

a) Fraternizzare quanto più possibile migliorando le maniere, salutandoci ogni giorno e condividendo con i confratelli le nostre gioie e le nostre sofferenze; pregare gli uni per gli altri; ricordare e festeggiare compleanni e onomastici. b) Non cercare sempre di "avere l'ultima parola". Accettare le opinioni degli altri. c) Non sentirsi vittima della comunità. Non vittimizzare nessuno. 2. "Ad extra"

a) Vivere la minorità, stando sottomessi a tutti. b) Non criticare, non chiamare nessuno in giudizio, anche a costo della giustizia. c) Pubblicizzare e sostenere l'obiezione di coscienza al servizio militare e l'obiezione di coscienza alle spese militari. III. A. 1. a) b) 2. IL CREATO, la nostra casa comune A livello provinciale: "Ad intra" Formare gli economi provinciali e locali ad una mentalità ecologica. Durante la formazione iniziale e permanente, offrire corsi sulla "ecologia umana". "Ad extra"

a) Comprare prodotti in contenitori riciclabili. b) Pubblicare tutto su carta riciclata. c) Preferire, quando è possibile, mezzi di trasporto che usano metano o gas propano liquido, anche se meno efficienti. d) Comprare per gli abiti stoffa che sia stata trattata il meno possibile. B. 1. A livello locale: "Ad intra"

a) Opporsi al diffuso consumismo scegliendo uno stile di vita moderato, specialmente nel cibo e negli abiti, e per quanto è possibile semplice e naturale. b) Non favorire ma contrastare qualunque cosa sia nello stile "usa e getta". c) Separare i rifiuti, specialmente carta, vetro e plastica. Ogni casa dovrebbe avere uno o più punti di raccolta e persone responsabili di raccogliere i materiali. d) Vivere in case riscaldate con metano o gas naturale. Dove è possibile, convertire l'impianto dal carbone o dal gasolio. e) Limitare l'uso di energia e di acqua a quanto è strettamente neces-sario. 2. "Ad extra"

a) Incoraggiare e sostenere, anche unendosi ad essi o eventualmente formandoli, movimenti ecologisti che educhino l'opinione pubblica in maniera non violenta e facciano pressione sulle amministrazioni comunali, provinciali, regionali e nazionali perché adottino misure volte a salvaguardare il creato (la natura). Esempio: raccolta differenziata dei rifiuti, un sistema industriale e di trasporto più ecologico. b) Per quanto possibile, usare la bicicletta come mezzo di trasporto; essa è allo stesso tempo salutare e non inquinante.

c) Se l'uso della bicicletta è impossibile, servirsi dei mezzi pubblici, preferibilmente di quelli che funzionano a elettricità, gas naturale o benzina "verde" (in questo ordine). d) Coltivare la terra usando fertilizzanti naturali, non cercando il massimo rendimento. Rispettare i cicli stagionali di riposo. e) Comprare prodotti naturali che inquinano poco. Come abbiamo detto all'inizio, questa è una lista di proposte che non pretende di essere esaustiva e che certamente non abbraccia tutte le possibili situazioni geografiche dei Frati Minori. Abbiamo, tuttavia, cercato allargare il nostro orizzonte quanto più abbiamo potuto. Sta a te, buon fratello, calare con la tua coscienza nel tuo contesto il messaggio che abbiamo cercato di offrirti alla luce del Vangelo e della nostra legislazione. Portalo nel tuo ambiente e potrai divenire un insostituibile segno dell'amore di Dio. Questo segno si esprimerà in uno stile di vita contemporaneamente sobrio e gioioso, seguendo l'esempio di San Francesco e di Santa Chiara. Roberto Cranchi OFM

MISSIONE "AD GENTES"
Fin dal suo inizio, la vita religiosa appare come incarnazione dell'amore assoluto di Dio per la sua creazione, come segno della radicalità del Vangelo e come forza liberatrice che trasforma il mondo. Vale la pena di notare che, dal suo primo apparire, essa non era definita come un'espressione dell'attività pastorale o caritativa della Chiesa, ma piuttosto come un segno visibile e leggibile di che cosa significa essere Chiesa al servizio del mondo. L'evangelizzazione "ad gentes", spesso con lati oscuri e luminosi, è stata principalmente opera dei religiosi, sia donne sia uomini, laici ed ecclesiastici. In ogni periodo è stato messo in rilievo qualche aspetto particolare della missione: • • • La missione "ad gentes" consisteva nel portare la civiltà, la legge e l'ordine del Regno di Dio a persone ignoranti, povere e spesso violente. La missione "ad gentes" divenne un progetto di cristianizzazione degli indigeni del Nuovo Mondo. La nostra missione "ad gentes" doveva portare più persone del mondo possibile alla verità, che per noi in quel tempo significava alla Chiesa cattolica romana.

La Missione "ad gentes" oggi Negli ultimi trent'anni non solo sono mutati il nostro stile di vita, il nostro modo di vestire e la nostra vita di preghiera, ma anche le nostre società civili sono cambiate ad una velocità incredibile. All'interno della Chiesa ci sono stati forti sviluppi nella scienza biblica e nella riflessione teologica, come pure un inserimento delle scienze naturali e sociali nelle nostre teologie. La nostra comprensione di Dio, della Chiesa e della missione è influenzata da questi cambiamenti. Per secoli l'osservazione del sole, che ogni giorno sorgeva e tramontava all'orizzonte, ha dato all'uomo motivo di pensare che noi eravamo il centro dell'universo e che il sole ci ruotava intorno. Ciò che cominciò come una osservazione casuale divenne una cosmologia, cioè una interpretazione della percezione. Su questa cosmologia la Chiesa cristiana e la civiltà occidentale costruirono una visione completa del mondo, comprendente il disegno di Dio per il genere umano, il bisogno di salvezza, il culto, il profondo, l'etica, l'iconografia, ecc. Le nuove percezioni di Galileo Galilei non erano osservazioni innocue o semplicemente curiose. Usando una semplice nuova lente, egli portò un cambiamento enorme nella percezione di come l'umanità comprendeva il proprio posto e il nostro sistema solare nell'universo. L'esperienza della nuova percezione fece crollare la cosmologia precedente e molti dei suoi corollari, sostituendone altri nuovi. Questa crisi comportava seri problemi. Queste nuove conoscenze costituivano una tremenda minaccia al modo in cui i cristiani avevano compreso Dio, il loro mondo e il proprio posto in esso. La minaccia ai fondamenti cosmologici della società era così forte che non solo era difficile, ma perfino pericoloso, parlare ai vescovi e cercare di convincerli a vedere la realtà in modo nuovo. Oggi siamo in un simile tempo di crisi, in cui i nostri assunti cosmologici stanno cambiando. Forse la nuova lente che ha introdotto l'inizio di una nuova cosmologia è quella della telecamera attraverso la quale noi abbiamo visto la terra dalla luna. Persone di tutto il mondo hanno avuto l'esperienza comune di guardare altri uomini infrangere la legge di gravità, muoversi nello spazio e osservare dalla luna il nostro pianeta ruotare come uno scintillante ornamento natalizio sospeso contro un cielo nero. Insieme abbiamo guardato noi stessi e il nostro pianeta, un globo senza confini, fragile, solo e luminoso, da una telecamera posta sulla luna a 280.000 miglia di distanza. Oggi le donne, che costituiscono la metà del genere umano, stanno definendo se stesse e i propri diritti vis-à-vis rispetto all'altra metà, rappresentata dagli uomini. Questa è probabilmente una delle discussioni più importanti nella storia della famiglia umana. Il mondo sta diventando un villaggio globale, dove più persone sono interessate alla spiritualità, ma non si identificano con alcuna religione. Quando impariamo di più sul creato e incontriamo elettronicamente nuovi fratelli e sorelle di tutto il mondo, le nostre percezioni cambiano. Non solo vediamo in maniera differente la

natura e gli altri, ma cambia anche la nostra comprensione di Dio. Meno persone sono spaventate dal concetto di Dio. Tutte le religioni sono viste come buone e utili per il cammino dell'uomo. Più spiritualità sono centrate sul creato e si identificano con le lotte dei poveri e per i diritti umani. I fisici, che erano prima considerati nemici della religione, ora ci danno lezione su come la materia e lo spirito sono aspetti della stessa realtà e ci insegnano che la base di tutta la materia è spirito. Per la prima volta nella storia, l'intera famiglia globale può ora essere toccata simultaneamente dalla stessa esperienza nello stesso momento. La televisione ci ha unito attorno a un nuovo fuoco del villaggio. Noi guardiamo la Casa Bianca russa a Mosca venire attaccata; insieme centinaia di milioni di persone di ogni paese del mondo restano senza fiato nello stesso istante in cui guardiamo segnare a Parigi il gol vincente della Coppa del Mondo. Possiamo far passare telefax attraverso confini chiusi, sulle teste dei dittatori, dando alle persone speranza, come pure dati aggiornati sulle violazioni dei diritti umani. L'accesso alle informazioni ha trasferito il potere dalla produzione industriale all'informazione. Questa dà agli uomini la possibilità di fare scelte per la loro vita. Nell'ultimo decennio siamo stati testimoni del passaggio da un modello di missione _ e anche di vita religiosa _ ecclesiocentrico e/o esclusivamente cristocentrico a un modello che, sebbene pienamente ecclesiale e fondato sul vero discepolato, è aperto sull'orizzonte del mondo a venire, del "nuovo cielo e della nuova terra", cioè del Regno di Dio. In questo modo, è il Regno di Dio che definisce l'identità della Chiesa e che è legato anche alla ridefinizione della vita religiosa nella Chiesa. Se l'identità della Chiesa è la missione, allora il Regno di Dio e i suoi valori (pace, giustizia, filiazione divina e fratellanza tra gli uomini, rispetto incondizionato per ogni forma di vita, amicizia tra tutte le nazioni sotto un solo Dio) diventano il fine della missione della Chiesa. Sembra che la teologia contemporanea abbia raggiunto un consenso abbastanza ampio sulla base per l'autocomprensione della Chiesa, e anche della vita religiosa: il centro della vita e del ministero di Gesù era la proclamazione dell'irruzione del Regno di Dio attraverso le parole, i gesti ("azioni") e soprattutto attraverso la sua morte e la sua resurrezione. I biblisti ci dicono che Gesù comprendeva se stesso come profeta di quella nuova realtà che è chiamata Regno di Dio. Egli parla di un Dio che entra in relazione con ogni singolo essere umano, con l'intero creato, con la storia, nella quale e attraverso la quale il suo amore si dilaterà e si estenderà fino alla fine del tempo. "Il Regno di Dio [...] è la visione utopica di una società di amore, giustizia, uguaglianza, basata sulla trasformazione interiore o sul dare pieni poteri agli uomini, una visione in cui le persone 'agiranno' e 'vivranno insieme' in maniera differente, perché essi 'saranno' e 'si sentiranno' diversamente" (P. Knitter). Il Vaticano II ha posto la missione al centro dell'autocomprensione della Chiesa: la Chiesa è missionaria per sua stessa natura. La missione appartiene all'essenza della Chiesa. Si potrebbe facilmente dire: l'identità della Chiesa è la missione. In questa prospettiva, la missione non deriva da un mandato speciale ricevuto da qualche autorità ecclesiale, ma dal battesimo stesso, per mezzo del quale ogni cristiano è introdotto in quella "communio", che non è un circolo chiuso, ma piuttosto un corpo vivente la cui natura consiste nell'atto di condividere e donarsi, proprio come Gesù ha dato se stesso per amore di "molti". In un senso molto chiaro, la Chiesa non esiste per se stessa. Essa è piuttosto, come la presenta la Lumen Gentium, "sacramento" della comunione con Dio del genere umano e dell'intero creato, sacramento del progetto salvifico e liberante di Dio per la sua creazione. La missione e la missione al rovescio Quando parliamo di "missione", è facile cercare un progetto, un libro da pubblicare, un opuscolo da scrivere, un film da produrre allo scopo di comunicare il "contenuto del messaggio" per cambiare in meglio la vita degli altri. "Missione", però, non corrisponde a una quantità misurabile di informazioni da comunicare, insegnare o consegnare. Essa è l'atteggiamento di chi è inviato ad annunciare il Regno di Dio attraverso la presenza e, forse, attraverso la parola.

Settecentottanta anni fa, al tempo delle crociate, il nostro fratello Francesco di Assisi andò in Egitto con l'intenzione di predicare al Sultano, il nemico del suo popolo. Se il Sultano si fosse convertito, allora ci sarebbe stata la pace. Francesco fu fortunato, perché il Sultano era un uomo saggio e aperto. Piuttosto che infuriarsi per la predicazione di Francesco, lo invitò a rimanere nel suo accampamento e a continuare le loro discussioni per un certo tempo. Francesco sperimentò un'altra conversione nella sua vita. Egli non divenne musulmano, ma ritornò ad Assisi con un grande rispetto per i "Saraceni". Fu evangelizzato più profondamente lui stesso del Sultano. Nella Prima Regola per la nostra vita, Francesco scrisse che i fratelli che vanno tra i "Saraceni e altri infedeli" devono vivere tra queste persone stando "soggetti ad ogni creatura umana", senza fare dispute con nessuno e dando testimonianza con la loro vita della propria fede cristiana. Solo se e quando piace a Dio devono predicare e battezzare. Francesco ci ha lasciato un modello meraviglioso di evangelizzazione e di missione. Noi andiamo in una situazione che ci è estranea e viviamo rispettosamente con le persone mentre veniamo a comprendere i loro modi. Non facciamo discussioni con loro e non tentiamo di predicare fino a quando Dio non rende chiaro che dobbiamo farlo. La missione è dunque un atteggiamento, un punto di vista, una illuminazione (Buddha), che ci permette di vedere che cosa realmente è qui: vedere, sperimentare l'umile e semplice Dio che vive tra noi o, per meglio dire, noi che viviamo in Dio. La missione è scegliere di avere gli occhi aperti e di essere un testimone del Regno di Dio, dove spirito e materia sono in armonia. È credere e sperare nel Regno di Dio, che è intorno a noi, che è sotto la superficie della vita, che è in ogni persona. È un atteggiamento scelto, una disposizione verso la pace e la giustizia, con il desiderio di vedere tutto come Dio intende che sia. Ha la capacità di tirare fuori ciò che è nascosto, come "un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove". È un modo di vedere e capire il mondo e gli uomini con fede nell'incarnazione dell'amore di Dio. C'è un racconto meraviglioso su Sant'Ignazio di Loyola che descrive questo atteggiamento di fede. Quando Sant'Ignazio era un uomo anziano e viveva ritirato, spesso veniva visto in giardino a camminare tra i fiori. Di quando in quando, andava barcollando fino ad una pianta in piena fioritura. Egli spingeva il suo bastone sui fiori e li scrollava delicatamente dicendo: "Lo so, lo so, non gridate così forte!". Discepolato _ Un atteggiamento fondamentale per tutti i tempi Non fu soltanto il contenuto dell'insegnamento di Gesù che catturò l'attenzione degli apostoli. Fu anche il suo interesse personale per loro e il suo potere di chiamarli a vedere, ad essere desti al Regno di Dio che era dentro di loro e attorno a loro, così che potessero essere liberi di essere davvero se stessi. In Simone, Gesù vide l'energia nascosta di un grande capo sotto il vacillare di un vile che negò con forza di conoscerlo davanti a una giovane serva nel cortile del sommo sacerdote; in Giacomo e Giovanni, che volevano entrambi invocare il fuoco e lo zolfo di Sodoma e Gomorra sulla città di Samaria che non aveva voluto dar loro riparo per la notte, la dolcezza nascosta; in Zaccheo, che promise un risarcimento a tutti coloro che aveva truffato, l'onestà nascosta; in Matteo, l'apostolo e martire che aveva voluto lavorare per i nemici e raccogliere i soldi delle tasse dal suo stesso popolo, l'integrità nascosta. La nostra missione è quella di aiutare quanti sono ciechi, sordi o indifferenti a fare esperienza del Regno di Dio che è dentro di loro e intorno a loro e a dare la propria risposta. Domande La consacrazione al Regno di Dio farà sorgere molte domande su come agiamo quando affrontiamo la nostra missione. Per esempio, che cosa significherebbe per noi, come religiosi, stare in Cina ed andare in Cina in futuro? Quale sarebbe lo scopo di tale missione? I cinesi hanno la civiltà ininterrotta più antica del mondo. Noi crediamo che Dio ha amato il popolo cinese, vivendo e lavorando tra loro per migliaia di anni. Così, perché dovremmo sentirci chiamati ad andare a vivere tra loro? Che cosa dovremmo sentire il bisogno di dire loro? O di chiedere loro?

Quale lezione stiamo imparando dalla nostra recente esperienza di evangelizzazione in Ruanda? E in altre parti dell'Africa? Che cosa dire della fattibilità dell'attività di comunità religiose come ONG associate con le Nazioni Unite? Come potremmo predicare o testimoniare alla comunità delle Nazioni Unite la nostra fede che Cristo è morto, che Cristo è risorto e che Cristo verrà di nuovo? Quando impiantiamo la Chiesa o il nostro Istituto in altri paesi, quanto siamo duttili, flessibili e poveri? Quanto è rispettoso il nostro atteggiamento verso la cultura e i modi del popolo che ci ospita? Conserviamo il possesso delle strutture e delle giovani Chiese locali? È giunto il tempo in cui le "giovani" Chiese sviluppatesi per opera dei nostri Istituti dovrebbero diventare esse stesse attive nel "mandare" missionari? Perché non sono più numerosi i missionari provenienti dall'Africa, dall'Asia, dall'America Latina? Annunciamo attraverso la nostra testimonianza della dignità ed uguaglianza evangelica tra noi _ laici e sacerdoti, uomini e donne _ dal momento che siamo tutti legati insieme dallo stesso fondamentale lavoro di evangelizzazione? Esportiamo nelle giovani Chiese i nostri vecchi problemi e le nostre divisioni? Sfide Che cosa possiamo dire del rinnovamento della vita religiosa e della nostra missione "ad gentes"? Per non ingannare noi stessi, dobbiamo ricordare che in natura la maggior parte dei rinnovamenti avviene attraverso la morte. Se il seme non cade a terra e non muore, esso non produce un chicco di grano. La morte apre la possibilità di progresso e sviluppo, una rinascita a una vita molto differente dallo stadio precedente. Forse veniamo preparati per essere piantati e, come il seme, possiamo solo credere e sperare che il futuro sconosciuto è in noi. Forse siamo introdotti nel periodo successivo, attraverso la soglia. Spesso vi è resistenza ogni volta che il creato giunge ad attraversare un confine evolutivo. Nuova energia viene creata dall'attrito causato dalla resistenza all'avanzamento evolutivo. Questa nuova energia aiuta a spingere la creazione nel suo stadio successivo. Tutti i nostri Istituti hanno bisogno di adattarsi, sia quelli in patria sia quelli all'estero, ai problemi che ci circondano: la sfida di formare gruppi più piccoli di cristiani che vivono una vita ispirata al Vangelo tra persone indifferenti, cieche o ostili al Regno di Dio; l'apprendimento di come vivere in comunità internazionali e interculturali, non solo per necessità, ma come testimonianza pubblica della solidarietà del genere umano; il lavoro e la collaborazione, uomini con donne, donne con uomini; la preghiera e il lavoro, con frequenza regolare, con persone di altre religioni; la condivisione con la comunità scientifica del messaggio che Dio è diventato parte della creazione; il parlare a favore di coloro che non hanno voce in incontri pubblici, come il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sociale (Copenaghen), la Conferenza Mondiale sulle Donne (Beijing), la Conferenza Mondiale sull'Ambiente (Turchia). Possiamo imparare delle lezioni sul rinnovamento della vita religiosa e della nostra missione "ad gentes" dalle nostre sorelle più piccole, le molecole di idrogeno e di ossigeno, che, anche se sono così ben definite ed utili, spesso si legano e trovano nuova vita quando si perdono e diventano nostra sorella acqua, che, come ci ricorda San Francesco, è preziosa, utile, casta e pura. Nell'acqua, l'idrogeno e l'ossigeno hanno un compimento temporaneo ed utile che era impensato. Comunque, ogni cosa deve cambiare, convertirsi, perdersi per unirsi, per diventare qualcosa di nuovo. Presto nella storia, il messaggio dell'Incarnazione è passato da Israele in Occidente, in Grecia e a Roma, dove c'è stata una fusione tra il messaggio proveniente dall'Oriente e la cultura occidentale. Sotto molti aspetti, questo scambio o unione è simile al legame tra l'idrogeno e l'ossigeno per formare la nostra gentile sorella acqua. Una domanda per noi: siamo preparati, personalmente o come Istituti, a prendere la molecola del nostro mondo e a lasciarla legare completamente con il mondo di un altro, così che ci sia una nuova comprensione dell'Incarnazione e delle sue ramificazioni? Per esempio, che cosa accadrebbe se l'Occidente portasse il suo mondo di teologia e riflessione e lo lasciasse trasformare e inculturare negli insegnamenti di Confucio, formando così una Chiesa cattolica cinese?

Gran parte della vita religiosa come noi la conoscevamo sta morendo e cambiando in una nuova vita che è ancora sconosciuta, impensata. Per il prossimo secolo, io credo che ci saranno varie esperienze di vita religiosa nella Chiesa. Non solo esse saranno diverse, ma potranno funzionare fuori dalle diverse ecclesiologie e in situazioni sociali molto differenti. In alcuni paesi, le comunità religiose prospereranno come cinquanta o sessanta anni fa al nord. In altri posti, anche con le migliori intenzioni e i più grandi sforzi, la risposta alle nostre preghiere sarà un numero inferiore e anche la scomparsa di alcune comunità che in passato hanno servito molto bene la Chiesa. Farà sorgere nella Chiesa anche nuove forme di vita religiosa per la società globale, forme che saranno coerenti con quelle che le hanno precedute in passato, ma differenti, forse tanto quanto un seme confrontato con un alberello. Proprio come il prospero comune di Assisi fu il catalizzatore per l'innovazione di Francesco e Chiara, possiamo aspettarci che il nostro nuovo mondo sarà il catalizzatore per le nuove guide spirituali, per le nuove forme di vita consacrata pubblicamente a Dio. Queste nuove forme di vita "religiosa" risponderanno in modo fresco e audace, differente, alle sfide che provengono dal villaggio globale in evoluzione. Esse saranno probabilmente impegnate nell'aprire gli occhi di coloro che non sono capaci di vedere le parti ovvie del Regno di Dio. Si deve richiamare l'attenzione sul pericolo di una lettura non corretta della vita religiosa, un pericolo che esiste sia nelle Chiese locali del Sud sia in quelle dell'emisfero settentrionale. Alcuni considerano solo l'aspetto utilitaristico e perciò relegano sullo sfondo la "raison d'être", il carisma fondamentale della vita religiosa, che consiste nell'essere un segno umile e tuttavia profetico della presenza amorevole di Dio nel mondo e nell'intero creato, nell'essere un segno dello Spirito vivente che dà vita a una incarnazione sempre nuova del Vangelo e testimonia la venuta del Regno di Dio nelle diverse culture del mondo. Vorrei sottolineare il fatto che, nella sua dimensione più profonda, la vita religiosa non è una risorsa al servizio del ministero pastorale. Essa è, piuttosto, importante essenzialmente in se stessa, nel e attraverso il dare testimonianza di Dio e del potere trasformante del Vangelo nella Chiesa e nella società. "L'apostolato di tutti i religiosi consiste in primo luogo nella testimonianza della loro vita consacrata, che essi sono tenuti ad alimentare con l'orazione e con la penitenza" (CIC 673). Conclusione Alcune sfide speciali 1. La chiamata a nuove frontiere La vita religiosa rifiuta i confini (cfr. San Francesco, la storia di Madonna Povertà che chiede ai frati di mostrarle le loro celle, "Il nostro chiostro è il mondo"). Più spesso che no, essa resiste alle definizioni rigide, al fissare elementi strutturali e limiti geografici. La sua vera natura è dinamica, non statica. La vita religiosa è stata spesso l'agente primario del cambiamento all'interno della Chiesa e della società. Per sua stessa natura, essa è costante ricerca delle "cose ultime" nella vita e nella storia, della pienezza della vita e della storia. La vita religiosa respira e celebra già adesso la fine dei tempi. Essa è, perciò, proclamazione, anticipazione e profezia. La vita religiosa, con la sua missione "ad gentes", è un segno del Regno di Dio che fa parte della dialettica del 'già' e 'non ancora'. Seguono alcune semplici domande per la vostra riflessione e, forse, per la vostra discussione: • • • • Siamo presenza del Signore risorto nel mondo? Siamo voce dei poveri che cercano di essere uditi in un mondo strutturalmente ingiusto? Siamo un grido per la giustizia che non viene facilmente messo a tacere? Siamo segno e "sacramento" di un Dio compassionevole?

• • • • • • •

Siamo alternativa all'avidità, al nazionalismo, al consumismo, al razzismo, alla tendenza ad essere superiori? Siamo operatori di pace, facendola regnare prima di tutto nei nostri cuori e nei nostri Istituti? Siamo una parola di speranza, un canto di incoraggiamento e di speranza per coloro che hanno bisogno di coraggio? Siamo custodi della nostra madre terra? Accogliamo lo straniero, l'estraneo, la vedova, l'orfano, l'immigrato, chi cerca asilo, il disoccupato, il dimenticato? Siamo segno di una Chiesa riconciliata (cfr. la questione di essere un Istituto internazionale...)? Siamo quel dono speciale alla Chiesa che la richiama al suo amore e al suo discepolato iniziali?

2. "Passare" La missione di Gesù fu una Pasqua, un passaggio personale (kenosis) da ciò che è familiare e sicuro ad un mondo di peccatori, emarginati, indifferenti, corrotti e impuri. Oggi, una sequela creativa di Gesù deve contemplare e compiere il passaggio della nostra comunità nelle vite dei poveri, facendo della nostra opzione per loro uno svuotamento di sé in altri contesti e in altre culture, una vera inculturazione. 3.Stabilire una Chiesa inculturata Parliamo della necessità di risvegliare nel mondo intero la consapevolezza di dover impiantare una Chiesa che sia inculturata, ma anche internazionale ("cattolica"). Avendo oggi il vantaggio della storia e degli studi della moderna scienza sociale, non dovremmo agire in modo impulsivo e cieco. Dobbiamo essere attenti ad evitare il pericolo dell'incomunicabilità attraverso un concetto superficiale ed erroneo di inculturazione. Dobbiamo essere anche cauti per il rischio di un nuovo nazionalismo che può nascondersi nel linguaggio dell'inculturazione e del "rispetto delle culture". Una parte essenziale della nostra missione "ad gentes" è aiutare le persone ad evitare di essere intrappolate da elementi distruttivi di tribalismo. Prima di andare in altri luoghi a dare consigli ad altri fratelli e sorelle, però, dobbiamo essere certi che siamo esperti nell'affrontare questi stessi problemi umani nei nostri Istituti. 4.Testimonianza della dignità e dell'uguaglianza evangelica Quest'ultimo punto mi porta alla sfida dell'evangelizzazione attraverso la nostra testimonianza della dignità e dell'uguaglianza evangelica che esercitiamo tra noi. Abbiamo continui problemi storici che concernono la relazione tra laici e clero, tra uomini e donne, e tuttavia sono tutti legati insieme dallo stesso compito fondamentale dell'evangelizzazione. È importante per noi, come Istituti religiosi, esaminarci e chiederci: esportiamo nelle giovani Chiese i nostri vecchi problemi e le nostre divisioni? La riconciliazione deve avere luogo ogni giorno tra noi, se speriamo di essere testimoni del Regno di Dio fra le altre nazioni, tribù e culture. Il messaggio che predichiamo attraverso la parola e l'azione deve essere incarnazionale, cioè deve dimostrare la nostra ferma convinzione che Dio prende sul serio il creato e le nostre società. La missione "ad gentes" deve includere la saggezza e l'impegno nella lotta dei poveri che sono contenuti nella dottrina sociale della Chiesa. Il nostro lavoro per la giustizia e la pace è parte integrante dell'evangelizzazione. Il dialogo è un elemento essenziale della nostra missione "ad gentes", come evidenziato pubblicamente dal famoso incontro delle religioni del mondo ad Assisi nel 1986. Hermann Schalück OFM

MINISTERO PARROCCHIALE
Ciò che desideriamo mettere a fuoco in questa sezione è come possiamo inserire il lavoro per la giustizia, la pace e l'ecologia nel ministero parrocchiale. Per aiutarci, offriamo il seguente obiettivo: la giustizia, la pace e l'ecologia siano una parte fondamentale del ministero parrocchiale e non solo competenza di pochi specialisti. Si può sperare che le idee e i consigli pratici che seguono possanno aiutare l'impegno della parrocchia per la giustizia, la pace e l'ecologia. Prenderemo in considerazione le aree seguenti: 1. Il triplice ministero di Gesù. 2. Il ministero sociale e profetico. 3. La parrocchia e gli altri gruppi. 4. L'educazione dei leader. 5. La comprensione della gente. 6. Il ruolo della fraternità. Il triplice ministero di Gesù Ogni parrocchia in vari gradi cerca di integrare nelle proprie strutture e nei propri progetti il triplice ministero (profetico, liturgico e sociale). È difficile sviluppare un approccio pastorale equilibrato. Talvolta un aspetto del ministero si è sviluppato a danno degli altri. È più facile incoraggiare ed entusiasmare la gente nel ministero liturgico e sacramentale che in quello profetico e sociale. L'obiettivo di un ministero equilibrato è rendere Gesù e il suo Vangelo presenti così come sono, e non solo negli aspetti che ci piacciono o che sono più facili da annunciare. Chiarito questo, è più facile inserire la giustizia, la pace e l'ecologia nel ministero parrocchiale. Un buon coordinamento dei ministeri è fondamentale. A questo punto, sorge una serie di difficoltà: l'autosufficienza dei gruppi e dei movimenti, una rottura dell'unità e l'incapacità di raggiungere mete comuni. Noi suggeriamo che ogni parrocchia si sforzi di creare un consiglio parrocchiale coordinato e partecipativo, formato da persone di gruppi ecclesiali e ministeri diversi. Prendere in considerazione l'andatura, la cultura e la situazione socio-politica e religiosa della gente è essenziale per elaborare un progetto pastorale con priorità da valutare. Il ministero sociale e profetico La squadra e le commissioni incaricate del ministero sociale e profetico sono direttamente, ma non esclusivamente, responsabili della promozione della giustizia, della pace e dell'ecologia nella parrocchia. Secondo lo studio parrocchiale della realtà socio-economica e politica (diagnosi), dove esso esiste, queste commissioni possono identificare delle aree di promozione umana e i gruppi più vulnerabili che richiedono attenzione. Nessuna parrocchia può rispondere a tutte le sfide. È necessario fare una lista delle più importanti priorità di sviluppo umano sulle quali ci si deve concentrare e delle questioni relative su cui le comunità e i gruppi della parrocchia devono riflettere. Se il problema è la mancanza di acqua, la contaminazione ambientale, l'elevato numero di profughi o il rifiuto di un gruppo particolare, per la parrocchia è possibile impegnarsi in un processo di riflessione con l'intenzione di elaborare azioni specifiche per alleviare la situazione. L'azione dovrebbe essere il frutto della riflessione e, dove è possibile, fatta dal maggior numero di membri della comunità parrocchiale; una volta compiuto, il lavoro dovrebbe essere valutato. Spesso i

risultati non sono tanto importanti quanto il processo partecipativo usato. Molte iniziative falliranno, ma alla fine alcune avranno successo. È meglio che talvolta falliscano dei progetti in cui sono stati coinvolti tutti piuttosto che abbiano successo quelli di pochi. È meglio perdere una battaglia e vincere la guerra. Allo stesso tempo, ci saranno sempre aree specifiche che richiedono un'azione immediata da parte di pochi. Spesso il punto non è il numero di iniziative o di risposte a problemi locali, nazionali e internazionali, ma il coordinamento di ciò che è stato detto e la condivisione delle informazioni con l'intera comunità. Non è saggio ridurre l'impegno per la giustizia, la pace e l'ecologia a un lavoro per pochi specialisti. Se la gente identifica un gruppo specifico, conoscendo la natura umana, il lavoro sarà lasciato ad esso. Tutto il lavoro inizia con pochi. Questi, tuttavia, dovrebbero avere la visione globale di coinvolgere altri ed essere pronti a passare responsabilità e leadership al momento opportuno. La parrocchia e gli altri gruppi 1. Le parrocchie non sono le sole che si preoccupano delle questioni della giustizia, della pace e dell'ecologia. L'unione fa la forza. La parrocchia dovrebbe farsi un dovere di arrivare a conoscere tutti gli altri gruppi, organizzazioni e chiese che promuovono la vita e la dignità umana: organizzazioni sociali, partiti politici, sindacati, associazioni, consigli comunali, chiese protestanti e ortodosse, altre confessioni e ordini religiosi. Si dovrebbe fare particolare attenzione a conoscere gli obiettivi e i progetti delle diocesi del luogo e come coordinarsi con esse. 2. Si dovrebbero analizzare criticamente gli obiettivi di tutti i gruppi e la loro natura pratica. 3. Se i valori evangelici sono rispettati, è meglio collaborare con questi gruppi che competere con essi. 4. Di quando in quando, è importante valutare il coordinamento e i risultati del lavoro per evitare manipolazioni. 5. La parrocchia dovrebbe invitare altri gruppi a partecipare alle sue iniziative, dove è possibile, ed escludere chiunque non abbia le giuste intenzioni. Educazione dei leader 1. I leader del ministero di giustizia, pace ed ecologia necessitano di una formazione iniziale e permanente: teologica, sulla dottrina sociale della Chiesa, sulla spiritualità francescana, organizzativa e tecnica, ecc. 2. Noi suggeriamo che i leader dovrebbero essere stati impegnati attivamente nella parrocchia per un certo periodo prima di coinvolgersi direttamente in questioni riguardanti la giustizia, la pace e l'ecologia. In questo lavoro è facile essere sommersi o perdere la prospettiva cristiana. 3. I promotori devono avere una spiritualità equilibrata. 4. Devono avere avuto contatti con altri gruppi ecclesiali o almeno conoscerli. 5. Devono essere apprezzati e accettati dalle comunità. 6. Devono essere prudenti e capaci di assumersi dei rischi. 7. Non devono essere associati con i vertici di alcun partito politico. La comprensione della gente Generalmente le persone evitano le questioni della giustizia, della pace e dell'ecologia per paura (nei paesi in guerra), per una comprensione dualista della santità o per progetti mal pensati, poco sostenuti o falliti. Occorre andare al ritmo della gente. Senza una buona e ampia educazione religiosa, non ci si può attendere molto. Quando diventa ovvio che la promozione della vita e dei diritti umani è parte fondamentale della santità, si può ottenere qualcosa.

Come si può entusiasmare la gente? 1. All'inizio, selezionare progetti o attività semplici che non soffochino le persone. Niente è capace di motivare come il successo. 2. Al principio, evitare progetti polemici e rischiosi. 3. All'inizio, i progetti dovrebbero rispondere a ciò che la maggioranza sente importante. 4. Selezionare responsabili e persone chiave, meglio ancora se sono capaci di motivare. 5. Non imporre progetti, per quanto importanti. 6. Assicurarsi che vi sia una continuità di leadership. 7. Chiarire gli obiettivi e fare valutazioni. Il ruolo della fraternità 1. Accompagnare il processo diagnostico e progettuale della parrocchia. 2. Ascoltare con rispetto i suggerimenti delle persone. 3. Sostenere attivamente le iniziative dei ministeri sociali per le quali Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato ha competenza. 4. Sostegno non significa necessariamente coinvolgimento diretto o presenza fisica del frate. 5. Sostegno economico, logistico e motivazionale ai gruppi da parte dei frati. 6. Evitare il protagonismo e il creare dipendenza dai frati. 7. Dopo un po', la partecipazione dovrebbe diventare minore. 8. Non siamo eterni in una parrocchia. Quando noi andiamo via, la comunità parrocchiale va avanti con il lavoro per la giustizia, la pace e l'ecologia. Gearóid O'Conaire OFM

MINISTERO DELLA PAROLA
Ministero della Parola Nel corso dei secoli, i temi di GPSC sono stati parte del ministero della Parola dei frati. Per i sermoni quaresimali di Antonio nel 1231, per esempio, i cittadini di Padova approvarono una legge contro la carcerazione dei debitori. I frati predicatori ebbero un ruolo nella nascita e nella diffusione delle agenzie di prestiti su pegno, consentendo alla gente di ottenere capitali senza pagare gli alti tassi di interesse imposti dalle banche. Scrittori e predicatori hanno difeso i diritti delle popolazioni indigene in molti continenti. I frati si sono uniti con altre parti della Famiglia francescana per quanto riguarda ciascuna delle sette questioni di GPSC evidenziate nella seconda parte di questo sussidio. In tutti i loro ministeri, i frati affrontano una doppia sfida, identificata da San Francesco nella Regola del 1223: "osservare il santo Vangelo" (1,1) vivendo con passione i consigli evangelici, ma senza arrogarsi il diritto di giudicare coloro "che vedono vestiti di abiti molli e colorati ed usare cibi e bevande delicate" (2,17). Una ragione maggiore per cui Francesco d'Assisi ha influenzato profondamente i suoi contemporanei e le generazioni successive è che egli unì la passione per il vivere il santo Vangelo con un acuto senso della propria incompletezza nel farlo. La gente, quindi, ha visto Francesco come un uomo equilibrato e trasparente, che cercava di rispondere sempre più generosamente all'abbondante grazia di Dio. Francesco li ha sfidati e allo stesso tempo li ha incoraggiati a "ricominciare". Quando i frati hanno rispettato l'esigenza di umiltà così come la passione nel vivere il Vangelo, sono riusciti a influenzare i loro contemporanei a migliorare le condizioni di giustizia e di pace. Quando i frati hanno eccelso nella passione per il vivere il Vangelo, ma hanno mancato di umiltà circa la loro incompletezza nel farlo, sono stati controtestimonianza del Regno di Dio e non sono riusciti a migliorare le condizioni di giustizia e di pace. Uno squilibrio tra passione e umiltà nel passato ha ostacolato la testimonianza evangelica dei francescani e potrebbe farlo di nuovo in futuro, in tutti i ministeri. L'esperienza pratica con gli emarginati e con i poveri porterà molto frutto nella vita e nel ministero di ogni frate. Seguono alcune possibilità per trattare temi riguardanti GPSC attraverso la predicazione popolare, testi scritti, la radio, la televisione e la comunicazione multimediale, senza tenere conto se i frati consapevolmente stabiliscono una connessione tra la vita e il ministero e i temi di GPSC. Testi scritti • Articoli di livello popolare, su pubblicazioni francescane o di altro tipo, riguardanti iniziative correlate ai sette temi presentati nella seconda parte di questo Sussidio; • interviste con francescani e altre persone di rilievo in queste sette aree; • scrivere lettere all'editore per lodare buoni articoli su questioni riguardanti GPSC o per protestare contro travisamenti in questi ambiti (p.e., caricature); • promuovere la riconciliazione all'interno della Chiesa e nella famiglia umana; • per le pubblicazioni francescane, assicurare ai membri dello staff un trattamento giusto per quanto riguarda i salari, le pensioni e le promozioni; • mantenere contatti con frati impegnati in prima linea in tali questioni (p.e., con loro contributi nei notiziari provinciali, con visite o lettere personali); • impegnare parte del proprio tempo in ministeri diretti in una di queste sette aree (p.e., ufficio di cappellano in una prigione, cottura della minestra, opera di sostegno); • scrivere testi eruditi (articoli di giornale o libri) su queste sette aree e altre correlate a GPSC. Radio _ TV _ Comunicazione multimediale

• • • • • •

Programmi speciali o continuativi riguardanti questi sette temi, usando quanto più possibile interviste; alcune stazioni radio, per esempio, hanno programmi regolari per promuovere l'alfabetizzazione o migliorare l'educazione sanitaria; impiego di frati missionari e di altri frati per interviste; cooperazione con altri gruppi, religiosi o secolari, nella produzione di programmi su questi sette temi; produzione di programmi su questi sette temi per usarli a livello provinciale o di Conferenza; trattamento giusto dei membri dello staff per quanto riguarda i salari, le pensioni e le promozioni.

Missioni parrocchiali • Riferirsi ai gemellaggi tra parrocchie (nella stessa diocesi, nello stesso paese o a livello internazionale) come a qualcosa di già fatto o come a una possibilità da analizzare; • riprendere in considerazione discorsi già sviluppati e, possibilmente, includere nuovo materiale su uno o più di questi sette temi; • testimonianza personale del predicatore sul suo crescente apprezzamento per uno o più di questi sette temi; • preparare la gente al sacramento della riconciliazione, includere nell'esame di coscienza elementi riguardanti questi sette temi (p.e., il raccontare barzellette razziste o sessiste); • esortare gli ascoltatori a informarsi meglio su questi sette temi; • considerare di consegnare l'intera missione o parte di essa a un modello di squadra con una donna; • usare per questi temi materiale audiovisivo appropriato, e nelle conferenze parlare del pericolo di una religione privatizzata, priva di conseguenze sociali. Ritiri • Sviluppare conferenze e meditazioni che contengano il maggior numero possibile di questi sette temi; • incoraggiare i partecipanti al ritiro a riconsiderare il posto di questi sette temi nella loro vita, specialmente il cambiamento della loro comprensione di un tema particolare e la possibilità di agire direttamente a tale riguardo (p.e., lavoro volontario); • usare per questi temi materiale audiovisivo appropriato; • considerare di consegnare l'intera missione o parte di essa a un modello di squadra con una donna; • chiedere alla persona attraverso la quale mantenete il contatto con questo gruppo quale è lo stato o la storia recente di ognuno di questi sette temi per quel gruppo; • fare riferimento, dovunque sia possibile, a iniziative locali riguardo a questi sette temi; • raccomandare libri, riviste o film per continuare l'educazione dei partecipanti al ritiro e la riflessione su questi sette temi, e condividere esperienze personali di crescita riguardo ad essi. Patrick McCloskey OFM

MINISTERO DELL'EDUCAZIONE
"Se vogliamo raggiungere la pace nel mondo, dovremo cominciare con i bambini. E se essi cresceranno nella loro innocenza naturale, noi non dovremo passare loro sterili soluzioni ideali, ma andremo di amore in amore e di pace in pace, finché alla fine tutti gli angoli del mondo siano coperti di pace e d'amore, di cui, in modo consapevole o no, il mondo intero è affamato". Mahatma Gandhi "...Le nazioni sono state tirate su con mete sbagliate. I nostri libri scolastici glorificano le guerre e coprono le loro atrocità. Essi indottrinano i bambini nell'odio. Io preferirei imparare la pace piuttosto che l'odio, l'amore piuttosto che la guerra. I libri scolastici devono essere riscritti. Invece di perpetuare vecchi conflitti e pregiudizi, i sistemi educativi devono essere riempiti di un nuovo spirito. La nostra educazione comincia nella culla: le madri del mondo intero hanno la responsabilità di educare i loro figli nel senso di una pace eterna...". Albert Einstein Introduzione Noi sappiamo che per la maggior parte dei frati il tempo e le risorse sono già tirati fino al limite. Vediamo che vengono già compiuti enormi sforzi nel ministero educativo. Nondimeno, vorremmo mettere in luce all'interno di questo ministero la pace e la salvaguardia del creato, temi che sono stati in qualche modo trascurati dalle strutture educative in tutto il mondo. Dal momento che molti dei nostri fratelli sono impegnati attivamente nell'insegnamento, essi possono essere promotori di questi temi, che sono parte essenziale del carisma francescano. Questo Sussidio e questo articolo non tentano di essere un programma completo per uso universale. Piuttosto, noi contiamo sull'impegno e sulla creatività dei frati per influire sui cambiamenti necessari nei sistemi educativi dei loro paesi in modo da includere la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato nei contenuti e nei programmi delle scuole. Incoraggiamo i frati ad aiutare a comunicare l'importanza dell'insegnamento della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato, per esempio facendo imparare l'interesse per gli altri, specialmente per i poveri e coloro che sono ai margini della società, o riflettendo sugli insegnamenti cristiani e francescani sulla giustizia, la comunità e la salvaguardia del creato. Sguardo generale Nell'attuale clima di tensione tra nazioni che hanno il potere di distruggere la nostra sorella madre terra, il bisogno di sviluppare nuove iniziative di educazione alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato è evidente. Non è più sufficiente apprendere come evitare i conflitti, ma come promuovere l'arte positiva della pacificazione; né basta sviluppare nuove tecnologie per risolvere i problemi ecologici piuttosto che promuovere una amorevole responsabilità verso il creato. La sopravvivenza fisica della vita sulla terra e la sopravvivenza spirituale del genere umano richiedono che l'educazione alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato divenga il soggetto centrale dell'educazione, e non solo un suo tema. Tale educazione è intesa nel senso più vasto come una base pedagogica da usare in un'ampia varietà di contesti. Essa si concentra sulla meta di favorire il rispetto per la diversità di tutti gli uomini e di tutto il creato e conduce verso il fine ultimo di amarli. In un atteggiamento acquisito attraverso questo tipo di educazione, la realpolitik del pensiero politico e degli sforzi politici per la pace, come pure dello "sviluppo sostenibile", possono non riuscire a dare testimonianza alla "realtà". Questo tipo di educazione può portare ad una richiesta di politiche alternative che amplino il "realismo" della realpolitik fino ad includere la realtà dell'autentica riconciliazione tra gli uomini e quello dello "sviluppo sostenibile" fino a considerare il bene del creato non umano. Ci sono molti conflitti nelle scuole di tutto il mondo, conflitti che troppo spesso prendono un corso distruttivo. Essi rimangono irrisolti e le tensioni aumentano; aggressioni ad alunni, insegnanti e proprietà sono cosa di tutti i giorni. Le istituzioni educative, che dovrebbero fornire un ambiente favorevole per resistere alla spinta verso la violenza, sono raramente efficaci nell'affrontare le cause

del comportamento antisociale. Esse, spesso, ricorrono a misure di sicurezza e compiono azioni ostili contro i colpevoli. Tuttavia, il tentativo di reprimere la violenza con metodi che sono essi stessi violenti verso bambini e giovani in conflitto conferma solo che la violenza è un metodo accettabile, se non preferibile, per risolvere i problemi in una determinata società. Tali metodi sono disumanizzanti e non riescono a dare ai giovani alternative positive ai modelli violenti di comportamento. Da come noi rispondiamo all'aggressione e al conflitto essi imparano più di quanto apprendono dalle nostre parole. Ciò che diciamo è importante, ma deve corrispondere a quello che facciamo. Molte persone non sviluppano mai gli atteggiamenti e le capacità per gestire costruttivamente i conflitti che affrontano nel corso della loro vita. Molta della loro conoscenza di gestione dei conflitti è acquisita casualmente e in contesti che mettono in evidenza metodi distruttivi (televisione, videocassette e cinema). Se ai bambini fosse insegnato sistematicamente a gestire i conflitti in modo costruttivo, essi diventerebbero meno vulnerabili ai disordini emotivi, al suicidio, alla violenza e ad altre forme di comportamento antisociale. Al di là di questo, dobbiamo preparare la giovane generazione ad affrontare in modo costruttivo i conflitti che inevitabilmente si verificano tra nazioni nella nostra era nucleare. Non-violenza non vuol dire solo cessazione delle guerre. Significa anche creare la pace nei nostri cuori. Insegnare la pace attraverso la non-violenza significa dare ai giovani la possibilità di sviluppare una filosofia della forza: la forza della giustizia, dell'amore, della condivisione delle ricchezze, della resistenza organizzata al potere corrotto, la forza delle idee. Le scuole dovrebbero armare di idee gli studenti e fare conoscere loro la storia, le tecniche e i "professionisti" della nonviolenza. Scegliere di vivere secondo una filosofia di forza non violenta significa preferire Gesù a Cesare, San Francesco a Napoleone, ecc. Corsi sulla non-violenza dovrebbero cominciare alla scuola materna e in prima elementare, e poi continuare per tutta la scuola elementare e la scuola media inferiore e superiore. È spesso irrealistico sperare di risolvere i conflitti con la forza non violenta (negoziazione, compromesso, resistenza organizzata, non cooperazione, disobbedienza civile, difesa basata sui civili), perché questi metodi sono insegnati raramente nelle scuole. Fino a tempi recenti, l'insegnamento di capacità di soluzione non violenta dei conflitti è stato in gran parte relegato alle scuole private e orientate in senso pacifista. L'effetto dell'aver trascurato corsi scolastici di pace è un analfabetismo della pace. Non solo alla pace dovrebbe essere data una possibilità, ma le dovrebbe essere anche dato un posto nel programma. Invece di biasimare, però, ognuno di noi deve chiedersi che cosa possiamo fare di più per riformare le scuole. Sono gli studenti stessi che devono fare pressione morale per ottenere corsi di pace. Ad essi noi dobbiamo insegnare che questo mondo è loro, come lo è il futuro; insegnare a pensare al mondo in cui vogliono vivere, a cosa serve loro per costruirlo e quindi a chiedere che ciò venga insegnato. H. Felder nel 1923 descrisse il movimento francescano come "la più grande iniziativa di pace mai intrapresa e il più grande ideale di pace mai proclamato". La necessità di vivere questo ideale è sempre stata attuale e ha sempre costituito una sfida per i francescani. Noi siamo provocati a trasformare la cultura globale della violenza nella direzione di una cultura di pace. Possiamo trovare una guida nella nostra grande tradizione cristiana e francescana. Con apertura mentale e cuori recettivi, la pace può essere insegnata ed appresa. Noi abbiamo la responsabilità di ispirare nelle giovani generazioni la determinazione e la capacità di risolvere i conflitti senza usare armi. Un mondo in cui le persone sono capaci di diventare raffinate nell'abilità di risolvere i problemi, dialogare e negoziare è un mondo in cui noi stiamo educando alla sopravvivenza.

Suggerimenti pratici Per insegnare con successo, l'educazione deve essere fermamente diretta alla pratica, cioè all'interazione concreta tra gli abitanti della nostra comune madre terra. Si ritiene spesso che, acquisendo la conoscenza, stiamo già cambiando la situazione a portata di mano; ma non è così. Acquisire conoscenza può cambiare una situazione solo se questa conoscenza guida le azioni e le parole nell'interazione con gli altri. Di conseguenza, i principi di base dell'educazione alla pace e alla salvaguardia del creato, che implica l'imparare una reciprocità positiva e il disimparare la dannosa reificazione, devono essere messi in pratica perché possano dare risultati positivi. Per i programmi educativi religiosi esistono molte opportunità di focalizzare la dottrina sociale cattolica riguardante la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Quanti sono coinvolti in programmi di educazione religiosa e nell'insegnamento nelle scuole potranno voler considerare alcune delle idee che seguono. Alcuni suggerimenti per l'educazione alla pace: • Includere l'interesse per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato contenuto nelle Scritture e nella tradizione francescana nei programmi educativi in corso e nei programmi scolastici. • A livello di Conferenza OFM, elaborare manuali, opuscoli, volantini, poster, ecc. su argomenti di giustizia sociale ed ecologica e di pace. • Incoraggiare i bambini ad affrontare l'angoscia della loro libertà facendo scelte e accettando le responsabilità che ne conseguono (insegnare loro che la responsabilità non è una punizione, ma una conseguenza naturale). • Educare i giovani a identificarsi meno con i loro ruoli sociali che con i loro compiti come esseri umani completi. • Fornire un ambiente educativo che valorizzi ed incoraggi i talenti di tutti i bambini. • Fornire giochi e materiale educativo che incoraggino lo sviluppo della cooperazione così come della competizione. • Incoraggiare i bambini e gli studenti ad apprendere circa i bambini poveri e le persone anziane e ad offrire loro dei servizi come parte del loro programma di educazione religiosa. • Sponsorizzare progetti speciali come concorsi di temi, visite ad enti locali che aiutano i bambini bisognosi, le persone anziane, i cittadini poveri, ecc. • Fornire oratori ospiti per alcuni incontri scolastici durante tutto l'anno (p.e., attivisti per i diritti umani, operatori sociali, ecologisti, missionari, ecc.). • Offrire ai bambini dei paesi sviluppati opportunità educative per imparare riguardo ai bambini e alle culture delle nazioni in via di sviluppo. • Esercitarsi nel dare il nome a sentimenti differenti, come la collera, la frustrazione, l'intimidazione, ecc., per essere capaci di trasformarli in atti creativi di avvicinamento reciproco. • Discutere sulla violenza nei programmi televisivi. • Promuovere un impegno per la carità e la giustizia, come l'organizzazione di una raccolta di denaro che potrebbe essere speso in altro modo, per esempio per comprare petardi, per i regali di Natale, ecc. • Le classi potrebbero essere incoraggiate ad adottare un bambino bisognoso, dando amicizia e assistenza, scrivendo lettere, ecc. È importante mettere un volto umano sulla povertà, la malattia, ecc. Attraverso questo contatto può essere imparata una valida lezione di vita. • Progettare momenti di incontro per bambini disabili con i bambini o gli studenti della scuola. • Partecipare a campagne tramite l'invio di lettere o ad altre attività che promuovono la responsabilità politica e il ruolo dei cristiani nel dare forma a politiche che riguardano la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. • Programmare occasioni che offrano nutrimento ricreativo, sociale e spirituale, per esempio ritiri di classe, gare sportive e feste nella natura. • La preparazione sacramentale alla confessione, alla prima comunione e alla cresima potrebbe includere l'attirare l'attenzione sulla responsabilità dei cristiani per quanto riguarda lo stato del

• • • •

mondo, la giustizia sociale, la pace e il degrado del creato, per sviluppare un sano senso cristiano di solidarietà. Progettare viaggi guidati che includano il dialogo tra le culture. Prendere parte all'organizzazione di vari avvenimenti a livello internazionale o nazionale e cercare di includere i temi della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato. Costituire fondi per borse di studio per aiutare a mandare giovani a vari incontri nazionali ed internazionali in cui siano affrontati i temi della giustizia sociale ed ecologica. Invitare giovani di altre classi, scuole o parrocchie ad attività in corso nella propria classe, scuola o parrocchia.

Alcuni consigli maggiormente orientati a scoprire la nostra affinità con la natura: • Cercare di integrare l'ecologia nelle strutture educative. • Rendere la natura un luogo di meditazione esercitandosi in atteggiamenti simbolici (sacramentali) verso la natura, dando a ogni creatura il suo nome, che rappresenta la sua dignità; usare il mistero della natura come fonte di ispirazione per la preghiera. • Celebrare la festa del creato (shabbat) in varie occasioni, specialmente alla festa del ringraziamento per i frutti della terra. • Organizzare escursioni nella natura, dove può essere celebrata la Messa su diversi temi, come la fratellanza delle creature di Dio. • Fornire regolarmente informazioni sull'impatto che l'economia ha sull'ambiente e sulla relazione tra paesi, zone, nazioni e popoli ricchi e poveri. • Collaborare con le organizzazioni impegnate nella salvaguardia del creato e dirigere alcuni progetti. • Insegnare ai bambini ad esprimere la loro felicità e gratitudine al contatto con l'acqua, l'aria, il fuoco, la terra, gli animali, ecc. • Condividere l'amore dei bambini per la bellezza e il mistero del creato e incoraggiarli a passare dal loro stupore ad una profonda felicità. • Incoraggiare i bambini e gli studenti a guardare con calma una cosa finché essa comincia a "guardare" noi e a parlarle finché essa comincia a "parlare" a noi del suo valore e del suo posto nella vita sulla terra. • Organizzare gare di canto, di scrittura di saggi, di disegno e pittura su vari argomenti nel campo della salvaguardia del creato. • Sviluppare lo spirito di vulnerabilità e compassione per i più deboli nella natura, per tutti gli uomini e le altre creature che soffrono. • Organizzare l'attività di piantare alberi. • Organizzare attività di raccolta di materiali riciclabili nei paesi o nelle aree in cui non viene effettuata. • Abituare i bambini a condividere le proprie cose e incoraggiare gli adulti a condividere preoccupazioni, un po' di attrezzatura, ecc. • Usare temi ecologici come base per vari incontri ecumenici. • Rappresentare la posizione che la migliore protezione della natura è ottenuta attraverso una nuova immagine dell'uomo e del suo ruolo tra le altre creature di Dio. • Non stancarsi mai di lodare Dio e di ringraziarlo per la vita sulla terra e per la sua presenza nella creazione. "L'educazione alla pace è una celebrazione della vita. Non eliminerà i conflitti. Tuttavia, il conflitto può divenire l'impulso per una soluzione dei problemi creativa e collaborativa, rendendo una nuova generazione di giovani capace di affrontare in modo costruttivo la guerra, la povertà, la fame, il razzismo, il degrado ambientale e l'ingiustizia. L'educazione alla pace non è un impegno statico, ma attivo". Alice Friedman Boze Vuleta OFM

MINISTERO DELLA FORMAZIONE
Ratio Formationis Franciscanae (OFM) Introduzione Nella Ratio Formationis Franciscanae ci sono molteplici riferimenti alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato. Se non siamo capaci di tradurre queste idee ispirazionali in azione concreta, non abbiamo niente da offrire agli emarginati, ai poveri e agli oppressi del nostro mondo. Come disse l'ex Generale John Vaughn nel 1985: "Noi abbiamo molti documenti e molte parole. Ciò che il mondo si aspetta da noi è l'azione". Ciò che speriamo di fare in questa sezione è condividere con voi alcune di queste azioni concrete che vengono vissute nelle Province di tutto il mondo. Ce ne sono ovviamente molte di più che non riporteremo qui, ma speriamo che questi esempi incoraggino i nostri frati in formazione sia iniziale sia permanente a continuare a lottare per un mondo più giusto e pacifico in armonia con tutto il creato. Nella Ratio ci sono molti riferimenti alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato. Noi abbiamo scelto sei sottotitoli, sotto i quali vengono indicati alcuni articoli della Ratio e vengono dati degli esempi concreti di esperienze vissute nelle Province. Questi sottotitoli sono: Fraternità, Presenza, La voce dei senza voce, Consapevolezza critica, Apertura a tutti e rifiuto della violenza, Formazione permanente. I. a) Fraternità: # (RFF 18) # (RFF 21a) # (RFF 28b) Esperienze vissute

b)

1) I frati che hanno esperienza pratica di coinvolgimento in questioni riguardanti la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, nel più ampio senso della parola, sono invitati a condividere le loro idee e le loro lotte con i frati in formazione iniziale. In molte Province questo contatto si è dimostrato estremamente utile. I frati più giovani spesso attribuiscono il loro successivo coinvolgimento in ministeri specifici all'incoraggiamento e alla testimonianza di loro confratelli più anziani. 2) In Africa, negli U.S.A., in America Centrale e in India, frati di differenti gruppi culturali e linguistici condividono la formazione iniziale. Alcune Province incoraggiano i loro frati giovani a studiare, lavorare o vivere per un certo periodo durante i loro primi anni formativi con frati provenienti da altre culture. Ciò favorisce la tolleranza e insieme prepara i frati alle future sfide internazionali. II. a) Presenza: # (RFF 22b) # (RFF 25a) # (RFF 32a) # (RFF 155) Esperienze vissute

b)

1) L'inserimento tra i poveri in piccole fraternità è una pratica comune in molte Province. Nelle Filippine, in Brasile, in America Centrale, in Germania, in Italia e in Colombia, la maggior parte dei

frati, a qualche stadio della formazione iniziale o per tutto il tempo di essa, vive in una comunità inserita tra i poveri. I frati stessi fanno tutti i lavori domestici. In alcuni casi, essi collaborano nelle parrocchie. Altri lavorano in vari apostolati ecclesiali e secolari per guadagnarsi da vivere. Essi, in genere, sono economicamente autosufficienti. Per la vicinanza alla gente e la semplicità del loro stile di vita, i frati hanno l'opportunità di sperimentare le lotte quotidiane delle persone, dando così alle loro riflessioni teologiche ed accademiche una prospettiva più realistica e concreta. I novizi della Provincia di Santa Barbara, in California, trascorrono il loro secondo anno di noviziato vivendo in una zona emarginata nei sobborghi di Città del Guatemala. Essi imparano lo spagnolo e vivono per un anno tra i poveri prima di cominciare gli studi o le occupazioni regolari. 2) Contatto con gli emarginati

La maggior parte delle Province incoraggia i frati in formazione dopo il noviziato a visitare i detenuti, gli ammalati, i rifugiati, i tossicodipendenti, gli anziani e i lebbrosi, ecc., e alla condivisione con loro. 3) Sostegno ad organizzazioni locali

Molte Province (basca, centroamericana, brasiliana, coreana, sudafricana) incoraggiano i loro frati giovani a partecipare e a dare il loro sostegno a organizzazioni della comunità locale, sia religiose sia civili, il cui obiettivo sia il miglioramento della comunità. Invece di promuovere organizzazioni parallele, la solidarietà con coloro che stanno già lottando per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato pone i frati accanto alla gente piuttosto che in posizioni di comando. 4) In molte Province, i frati giovani fanno una pausa nei loro studi e danno alle loro Province un anno o più di servizio. Alcuni vanno in territori di missione della loro Provincia o di altre e lavorano con i poveri. Altri accompagnano gruppi emarginati restando in patria, di solito dove i frati hanno già impegni. III. a) b) La voce dei senza voce: # (RFF 25b) # (RFF 34b) Esperienze vissute

1) Il coinvolgimento nelle commissioni provinciali per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato. In America Centrale, i giovani frati vengono incoraggiati a impegnarsi nel lavoro della commissione per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato. Essi sono parte integrante della squadra, che non fa affidamento soltanto sui frati designati ufficialmente dal governo provinciale. Alcuni di questi frati sono stati incoraggiati a prepararsi in aree attinenti attraverso la partecipazione a corsi di breve durata, seminari, ecc., sia in patria sia all'estero. Così, la Provincia sta facendo dei passi per assicurare la continuità e l'essere pronti per il futuro. 2) I frati in molte Province sostengono, in modo diretto e indiretto, organizzazioni che lavorano instancabilmente per i diritti umani, per esempio Amnesty International, ecc. Essi si uniscono alle sezioni locali dell'organizzazione e scrivono ai governi e alle autorità pertinenti, chiedendo il rilascio di prigionieri, molti dei quali sono privati dei loro diritti e subiscono sistematicamente abusi.

IV. a)

Consapevolezza critica # (RFF 32b) # (RFF 79) # (RFF 162) Esperienze vissute

b)

In alcune Province i frati, durante i loro capitoli locali mensili, dedicano un tempo stabilito a riflettere insieme su questioni e temi correlati con la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Uno dei frati prepara una breve analisi di ciò che è accaduto a livello locale e nazionale in campo sociale, economico, politico e religioso. Gli altri, poi, condividono tutto quello che sanno e tutte le conseguenze che ciò ha o potrebbe avere per i frati e per la gente. Se ci sono implicazioni pratiche, si stabiliscono compiti specifici e si assegnano responsabilità. V. a) b) Apertura a tutti e rifiuto della violenza # (RFF 21b) Esperienze vissute

1) I frati della regione basca rifiutano di fare il servizio militare, che in Spagna è obbligatorio per tutti. Essi rifiutano anche di fare il servizio civile, che è offerto come alternativa. In quel contesto, essi sentono che questo servizio sostiene il costume militare. Per la loro obiezione molti hanno affrontato un anno di prigione. 2) Condividere lo spazio di vita con i poveri

In Australia, a Singapore e in Tailandia, i frati offrono ospitalità a persone malate di AIDS, condividendo con loro il proprio spazio di vita. Altre Province hanno dichiarato apertamente le loro case santuari per i rifugiati, sia per motivi politici sia per motivi economici. La Provincia irlandese e alcune Province italiane e degli Stati Uniti hanno assegnato, in modo permanente o provvisorio, delle sezioni dei loro edifici al lavoro con i poveri e gli emarginati: tossicodipendenti, malati di AIDS, bambini di strada, ecc. In Uruguay, i frati, in associazione con la Famiglia francescana, hanno aperto una delle loro case a organizzazioni non governative impegnate nel lavoro per la promozione e i diritti umani, e che riflettono su queste sfide che derivano dal nostro carisma. VI. a) b) 1) Formazione permanente # (RFF 58) Esperienze vissute Incontri provinciali

Molte Province organizzano regolarmente (una volta all'anno oppure ogni due o tre anni) un incontro provinciale per riflettere sui temi della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato. Tutti i frati sono invitati. Nella maggior parte dei casi, partecipano i promotori locali. La finalità è quella di condividere le esperienze di lavoro e di accordarsi sull'impegno futuro. In alcune Province, questi incontri sono organizzati in unione con la Famiglia francescana. I professi semplici sono incoraggiati a partecipare. 2) Molti frati si uniscono ad organizzazioni della comunità locale che lottano per il miglioramento della loro zona. In generale, essi evitano le posizioni protagonistiche di comando. Altri frati si uniscono a gruppi di sostegno e lavorano in patria per accrescere la consapevolezza

sulle questioni riguardanti la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato in altri paesi, continenti e culture. Gearóid O'Conaire OFM

PARTE 4
APPENDICE 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. Opzione per i poveri _ Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato nei Capitoli Generali e nei Consigli Plenari dal 1971 al 1997 Testi biblici Testi francescani Dottrina sociale della Chiesa Opzione per i poveri _ Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato nelle Costituzioni Generali Selezione di testi su GPSC nella Ratio Formationis Franciscanae Caratteristiche del lavoro francescano per GPSC Indirizzi Preghiere di varie tradizioni di fede

1. opzione per i poveri – Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato nei Capitoli Generali e nei Consigli Plenari dal 1971 al 1997 Capitolo Generale di Medellín (1971) La formazione nell'Ordine dei Frati Minori Capitolo I. La vocazione francescana 8. Poveri con i poveri, minori con i minori

Queste aspirazioni e tante altre simili possono realizzarsi, e di fatto si realizzano, in maniere differenti. Forse che esse non corrispondono alla geniale intuizione di San Francesco, che era uomo fraterno, povero, minore, operatore di pace, ardente del desiderio di condurre una vita evangelica e di far conoscere "l'Amore che non è amato"? I contemporanei di San Francesco riconobbero in lui il Vangelo realizzato pienamente, nel suo anelare di seguire il Cristo fino al vertice della contemplazione del Tabor e della Passione del Calvario, rianimando la carità nei cuori degli uomini e insegnando loro, con l'esempio e con le parole, a vivere in pace con tutti e a riconoscere la dignità e l'uguaglianza del prossimo. Egli volle che i frati fossero poveri coi poveri e minori coi minori. 10. L'inserimento nel mondo, motivo di attrazione

Il nostro Ordine se, mantenendosi fedele al santo Fondatore, saprà inserirsi nel mondo di oggi e dedicarsi ai suoi grandi problemi, potrà ancora attrarre a sé alcuni di coloro che, sospinti dal desiderio interiore della dedizione assoluta, aspirano a vivere i valori attuali. Capitolo III. Elementi specifici di formazione 1. 24. Aspetti caratteristici della vita francescana Amore di Dio e degli uomini

La forma di vita francescana si esprime vivendo nell'amore di Dio sopra ogni cosa, amore che riguarda, evidentemente, anche gli uomini. Questo significa lasciarsi assorbire interamente da Cristo nella vita con il Padre, amare tutti gli uomini ed essere buono e cortese con tutte le creature. Il frate minore, seguendo la vita apostolica di Cristo e degli Apostoli, vuole essere segno e rendere testimonianza dell'avvento del Regno di Dio, per mezzo di una vita lieta, umile, semplice, serena e pienamente umana. Il frate minore si impegna ad un continuo confrontarsi con il Vangelo, nella luce del quale è sempre pronto a cominciare di nuovo. Immerso nella vita concreta degli uomini, cerca di approfondire lo spirito apostolico di San Francesco, per riuscire ad animare dall'interno tutte le sua attività; con la testimonianza e l'esortazione, si sforza di riferire al Vangelo tutte le realtà socio-culturali del mondo d'oggi. 26. Minorità

La minorità, come la fraternità, è una caratteristica essenziale della nostra vita. Il religioso francescano è minor nella misura in cui si impegna a conformarsi al Signore nella kenosis, seguendolo nell'umiltà e nella mitezza, pronto a servire Dio con obbedienza filiale e gioiosa come anche a servire tutti i fratelli, fino a prendere l'ultimo posto. Il frate minore, mentre cerca un appropriato adattamento della Chiesa e dell'Ordine al nostro tempo per portare tutti a Dio, rifiuta

ogni forma di dominazione sugli altri. Egli è pronto a soffrire, con audacia sana ed umile, anche incomprensioni e pericoli. La minorità non deve essere confusa con la debolezza. La minorità rende ogni frate nella fraternità uno strumento di pace, preparando ogni francescano a sacrificare serenamente le proprie possibilità e predisponendolo alla rinuncia secondo le esigenze del bene comune: lavoro, cambiamento di residenza e attività, disponibilità a servire senza ricompensa, ecc. I francescani devono anche essere preparati a costituire nella Chiesa, in caso di necessità, un gruppo di servizio a di-sposizione (suppletivo). Tuttavia, la minorità non è né superficialità né incapacità; al contrario, richiede una necessaria abilità e perseveranza nella fatica. 50. Povertà materiale e di spirito

S. Francesco ricorda a tutti i suoi Frati come Gesù Cristo vivesse povero e pellegrino, e come lui anche la B.V. Maria e i suoi discepoli, per stimolarli ad imitarne l'esempio. In questo senso gli educatori si preoccuperanno di insegnare ai giovani a vivere questa "minorità", nota tipica della nostra fraternità (frate minore). Insegnino pure ai Frati, con la loro vita e le loro parole, che devono essere minori e soggetti a tutte le creature umane per amore di Dio. Questo suppone una continua abnegazione di se stessi, ed una sincera umiltà. Non dobbiamo esaltarci e fare vanto per il bene che il Signore dice ed opera per mezzo nostro, ma accettare di essere considerati vili, semplici e poveri, perché l'uomo vale solo quanto vale davanti a Dio e non più. La formazione dei candidati sia compiuta in una forma povera di vita; le abitazioni siano semplici e poste in umili contrade. Non è da confondersi la povertà con la trascuratezza. Vengano favoriti i contatti con i poveri, per essere in grado di conoscere le loro difficoltà e aspirazioni, e per comprendere il loro desiderio di partecipazione ai beni e per un senso di solidarietà veramente evangelico verso di loro. Come S. Francesco, i frati dovranno gioire quando potranno vivere accanto agli umili e ai disprezzati, accanto ai poveri e ai deboli e agli infermi, e vicino ai mendicanti per la via. 4. 52. Formazione alla comunicazione con il mondo Presenti nel mondo

Una vera educazione dovrà concretarsi anche col promuovere la formazione dei candidati nei loro rapporti col mondo, di cui fanno parte e nel quale debbono operare. La vita francescana non è fuga dal mondo, ma, sull'esempio del Verbo Incarnato, è vita nel mondo per testimoniare la certezza di una realtà trascendente, e per scoprirvi i valori che Dio vi ha immesso ed assumerli in ogni espressione vitale, ordinandoli a Dio, con piena aderenza ai segni dei tempi. Tale inserimento deve essere proporzionato al grado di maturità raggiunto dai canditati sotto l'aspetto umano, professionale e spirituale. Dovrà pure intendersi nello spirito degli atteggiamenti di S. Francesco, il quale lavorava con intensità in mezzo agli uomini, però attendeva sempre con ansia il momento di ritirarsi nell'eremo, ad imitazione di Cristo, in preghiera e in comunione di vita col Padre; e dimostrava inoltre come vivesse nel mondo senza essere del mondo, e quanto fosse vicino agli uomini. Oltre alle ordinarie relazioni con la propria famiglia, dovranno pure ritenersi utili incontri occasionali od anche di lavoro con ogni genere di persone, perché i canditati maturino bene il loro carattere e conoscano la psicologia degli altri, cosa che sarà utilissima al loro futuro apostolato, e

sappiano prendere coscienza della vera complementarità essenziale del celibato e del matrimonio nella Chiesa. 53. Attenti alla realtà sociale Si ritiene pure utile stabilire un responsabile rapporto con tutte quelle mediazioni educative e sociali che possono favorire lo sviluppo della personalità dei candidati. Si tenga tuttavia presente che, di fronte a questa vasta e complessa realtà sociale, gli educatori devono aiutare gli alunni a non restare spettatori passivi, ma piuttosto a sviluppare un atteggiamento critico di fronte ai valori ed influssi del mondo d'oggi. Si abituino pure i candidati alla comprensione e alla valutazione dei fenomeni sociali, onde, in futuro, sappiano informare di spirito cristiano le diverse mentalità e consuetudini, le leggi e le strutture sociali in cui vivono, e quindi, con la parola e con la vita, sappiano collaborare per quanto loro spetta alla creazione di un ordine temporale più giusto ed umano. 7. 59. Formazione all'ecumenismo Mentalità universale

Il movimento ecumenico in atto esige che la formazione tenga presente la necessità di creare nei candidati una mentalità profondamente universale. Oltre che programmare per essi un assiduo studio della teologia ecumenica o una introduzione a questa materia, sia data possibilità o l'occasione ai frati di coltivare il loro animo ecumenico con dialoghi amichevoli di informazione e con discussioni e preghiere comuni con cristiani acattolici o con persone di altre religioni, benché tutto sia da compiersi secondo le norme della Chiesa che ha manifestato le sue intenzioni e le sue preoccupazioni in questa materia di grande importanza. Capitolo Generale di Medellín (1971) La vocazione missionaria francescana nel mondo attuale 10. La fraternità: servizio all'umanità

Siamo fermamente convinti che questa forma di vita fraterna basata sulla imitazione di Cristo e di S. Francesco possa, ancora oggi, rendere un servizio all'umanità. Perciò vogliamo andare incontro ai bisogni dei nostri contemporanei. L'esempio di Cristo al riguardo è particolarmente stimolante: "Il Figlio di Dio, infatti, ha percorso la via di una reale incarnazione per rendere gli uomini partecipi della natura divina; per noi egli si è fatto povero, pur essendo ricco, per arricchire noi della sua povertà (2 Cor 8,9). Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto di molti, cioè di tutti". 12. Collaborazione nelle nostre fraternità

Speriamo e ardentemente desideriamo che le nostre Fraternità, che formano un'unica e grande famiglia francescana, siano sempre disponibili a prestare questo servizio agli uomini per aiutarli a raggiungere i valori evangelici della dignità, del progresso integrale e dell'autentica liberazione. Perché questi valori sono alla base delle società moderne, ne sono inoltre la spinta operativa e l'obiettivo finale del loro progresso. Capitolo II: La nostra missione si esercita nella società

Non terre, ma uomini 13. Dio che parla per bocca della Chiesa, non c'invia a conquistare terre, ma uomini che vivono in particolari società. Uomini che potranno avere la nostra o altra fede, o magari nessuna fede. Ma chiunque essi siano, noi desideriamo divenire loro servi, amici e fratelli, già con la semplice testimonianza della nostra presenza, come spesso ci ha insegnato il padre San Francesco: "Che non facciano liti né contese (...), e confessino che sono cristiani". Perciò la nostra preoccupazione si volge a tutti gli uomini, principalmente a coloro che vanno alla ricerca di un nuovo senso della vita; che hanno sete di una verità piena, di giustizia, di libertà e di dignità umana; che sono poveri o infermi o abbandonati ed emarginati dal mondo. Tra costoro vogliamo vivere ancora più che nel passato. Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo generosamente prossimi di ogni uomo, e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto sia vecchio da tutti abbandonato o lavoratore straniero ingiustamente di-sprezzato, o emigrante, un fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che interpella la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: "Quanto avete fatto ad uno di questi minimi miei fratelli, l'avete fatto a me" (Mt 25,3-46). Capitolo V: Siamo uomini di pace 25. Non c'è pace senza giustizia

Noi frati non possiamo essere ciechi davanti alle dure realtà che molti nostri fratelli affrontano oggi in molte parti del mondo. È innegabile che in molte zone la miseria degli uomini, la povertà e l'ingiustizia sono giunte all'estremo. "La pace è sviluppo" è il nostro punto fermo. Tuttavia, la pace non è possibile senza giustizia. 26. Testimonianze autentiche accettando dei rischi

Noi crediamo che la vita cristiana sia essenzialmente conversione al Cristo crocifisso e risorto e conseguente testimonianza concreta di tale conversione. Come seguaci di Francesco, dobbiamo essere testimoni autentici del Vangelo, servendo il nostro popolo con lealtà e dedizione, e dobbiamo essere pronti ad accettare tutti i rischi che bisogna assumersi nella via della pace, della giustizia, della persecuzione e del Regno di Dio. 20. Uomini di pace, ma non coinvolti direttamente

Fedeli alla nostra vocazione, noi siamo fondamentalmente "uomini di pace", ma non coinvolti direttamente; la pace per la quale ci battiamo è frutto della vera giustizia e dell'amore. Quando si tratta di rivoluzione violenta, la norma o regola generale per i cristiani è disapprovarla; ma essi riconoscono anche che c'è una tradizione teologica, sociale e giuridica che in certi casi ammette l'uso della violenza. Capitolo Generale di Madrid (1973) La vocazione dell'Ordine oggi Capitolo IV. Fratelli fra gli uomini 12. Non da soli, ma con i fratelli. Il Signore ci ha chiamati a vivere secondo il Vangelo, non da soli, ma in una comunità di fratelli. La nostra vocazione si realizza nella fraternità e per mezzo della fraternità, poiché essa è il luogo privilegiato del nostro incontro con Dio. Noi vogliamo vivere non soltanto l'uno accanto all'altro, tesi verso il medesimo fine e aiutandoci a raggiungerlo, ma piuttosto

volgendoci gli uni verso gli altri, per amarci vicendevolmente come il Signore ci ha dato l'esempio e il comando. Noi dobbiamo considerarci tutti fratelli, dimostrandoci rispetto, manifestarci con semplicità tutte le nostre necessità, renderci i più umili servizi, evitare le dispute, le mormorazioni, la collera, i giudizi negativi; in breve, dobbiamo amarci con le opere e non solo a parole; e questo con la tenerezza di una madre con i suoi bambini. 15. Amore che non fa discriminazioni. La fraternità non è una realtà chiusa in se stessa: essa, per il suo intrinseco dinamismo, si apre a tutti gli uomini che sono per noi una manifestazione del Cristo. Noi dobbiamo amare ed accogliere con benevolenza amici e nemici, sia che essi vengano a noi, sia che noi andiamo verso di loro. Anzi, per coloro che lo desiderano noi potremo cercare delle nuove forme di accoglienza e di rapporto con la nostra famiglia francescana. Il nostro mondo è diviso in classi sociali e in categorie ideologiche; ma noi ci rifiutiamo di giudicare gli uomini sulla base della loro appartenenza a delle classi. Consapevoli che è nostro dovere essere in ogni luogo testimoni del Vangelo, noi, nei nostri contatti, non dobbiamo lasciarci coinvolgere in dispute o liti: ma, senza alcuna pretesa, vogliamo essere operatori di pace, cortesi e gioiosi, sottomessi a tutti e convinti che non siamo altro che servitori di una Parola più grande di noi. Con il nostro amore limpido e benevolo noi vogliamo testimoniare a tutti quelli che incontriamo il valore insostituibile di ogni persona. 16. Liberare gli oppressi e gli oppressori. Situati in un mondo in cui delle strutture economiche, sociali e politiche influiscono sull'uomo e, attraverso forme sottili di manipolazione, gli impediscono di essere veramente libero, noi non possiamo rimanere indifferenti di fronte a tale stato di cose, né accettare situazioni in cui l'uomo non può vivere da uomo, a causa del sottosviluppo o dello sfruttamento. Per questo, in nome della carità e della giustizia, e proprio per essere fedeli alla nostra vocazione di "araldi della pace", noi siamo chiamati a combattere questi mali e a lavorare per la liberazione degli oppressi e degli oppressori, annunciando loro la fede e la conversione al Vangelo (cfr. Mc 1,15). Capitolo V. Servi di tutti 18. Rifiutare il desiderio di potere. Il nome che portiamo, "Frati Minori", esprime sia l'esigenza di fraternità sia quella di umile servizio ("minorità"). Già all'interno del nostro gruppo siamo invitati ad obbedirci vicendevolmente (cfr. Rnb 5,14) e, quando una posizione ci dà una certa autorità, ad escludere ogni dominio e desiderio di potere e a prestare i più umili servizi. 19. Ordine di piccoli fratelli. Di fronte a tutti, poi, sottomessi ad ogni creatura per amore di Dio, dobbiamo presentarci, sia in quanto comunità sia in quanto individui, come piccoli, come servi, che nessuno teme, perché essi cercano di servire e non di dominare, né di imporsi sia pure per fini spirituali. Un tale atteggiamento richiede "lo spirito di infanzia", la piccolezza, la semplicità e un ottimismo risoluto di fronte agli uomini e agli avvenimenti. Dobbiamo accettare l'insicurezza al livello delle istituzioni e delle idee, l'incertezza di fronte all'avvenire; dobbiamo riconoscere di essere deboli e vulnerabili, "servi senza valore", e che solo Dio è forte. Contribuiremo così, da parte nostra, a ridare alla comunità cristiana il volto del suo Signore, che è "venuto per servire e non per essere servito" (cfr. Mt 20,28). Capitolo VI. Discepoli del Cristo povero 20. La nostra sfida permanente. La nostra regola e la nostra vita consistono nel seguire in tutto le orme di Gesù Cristo. Poiché egli si fece povero per noi, siamo chiamati a servire il Signore in povertà ed umiltà, vivendo nel mondo come pellegrini e forestieri. Vivere la povertà nella sua duplice dimensione sociale e spirituale è la nostra sfida particolare e continua.

22. Vivere come gli umili. In una situazione socio-economica ben diversa, noi siamo sollecitati a vedere come possiamo mantenere l'essenziale della nostra scelta di povertà e come possiamo, oggi, esprimere la stessa esigenza di radicalità. Durante la sua storia l'Ordine, attratto dalla scelta di povertà di Francesco, ha sempre reagito, con più o meno vigore, contro la naturale tendenza ai falsi accomodamenti. La maggior parte degli uomini del nostro tempo vive una condizione di vita caratterizzata dalla non proprietà fondiaria, dal lavoro come fonte di sussistenza, dalla precarietà dell'occupazione e dalla modestia della abitazione. Accanto a coloro che vivono così, vi sono, però, ancora molti che vivono in una condizione disumana. È in questa direzione, tenendo conto delle situazioni locali, che bisogna portare avanti la nostra ricerca per vivere come la gente più umile di oggi. Condividendo questa situazione, ma senza accettare le strutture che mantengono tanti dei nostri fratelli nella miseria, noi cercheremo di essere, insieme con loro, il lievito di una società nuova chiamata a partecipare in modo pieno alla salvezza operata da Cristo (cfr. Rm 11,12). 23. Liberi e alleggeriti. Se impariamo a vivere in questo modo, potremo avere un ruolo di sfida in una società largamente impostata sulla produzione e sul consumo. Non avendo proprietà, vivendo del nostro lavoro, in modo semplice, modesto, ma dignitoso, rifiutando di sottometterci alla pubblicità, che tiene presente solo il mondo dei consumi, noi daremo il vero significato ai beni materiali, avvicinandoci maggiormente ai poveri, agli emarginati e anche a tutte quelle persone che non hanno trovato un senso in una società di abbondanza e cercano una vita che sia più libera e essenziale. 24. Liberi dalla paura. La nostra povertà implica anche la condivisione. Ciò che abbiamo, non lo condividiamo solo tra noi, ma cerchiamo anche di donarlo per aiutare altri che sono nel bisogno, sia materiale sia spirituale. Liberati da tutte le paure dalla povertà che abbiamo scelto, vivendo gioiosamente la speranza che è basata sulla Promessa, possiamo testimoniare agli uomini del nostro tempo che il mondo ha un significato che lo sorpassa e lo attira verso un futuro che noi chiamiamo Gesù Cristo. 25. Ecologia e umanità fraterna. Ponendoci nella linea del "Cantico di frate sole", noi estendiamo la nostra simpatia e attenzione fraterna alla natura, che oggi è minacciata dalla condotta irresponsabile e avida della società industriale e di consumo. La terra che noi abbiamo ricevuto gratuitamente dall'amore di Dio, vogliamo umanizzarla attraverso un dominio che la renda totalmente fraterna e al servizio di tutti. Così noi daremo soddisfazione all'inquietudine del nostro tempo e insieme mostreremo quale è la ragione del nostro atteggiamento: questa creazione ha un'origine di Amore, che le dà un senso; e questo consiste nel progressivo farsi di una umanità fraterna, radunata nel Cristo, attraverso il quale e per il quale il mondo è stato creato. Capitolo VIII. Messaggeri di pace nel nostro mondo 31. La nuova umanità. La missione essenziale della nostra fraternità, la sua vocazione nella Chiesa e nel mondo, consiste nella realizzazione vissuta del nostro progetto di vita. Noi crediamo che, sforzandoci di vivere l'esperienza della fede nella comunità cristiana, creando una fraternità di amore e di servizio aperta a tutti, vivendo nella povertà, partecipando alle speranze dei poveri, possiamo essere un "segno" della nuova umanità riunita intorno a Gesù Risorto per la potenza del suo Spirito. Il nostro contributo alla costruzione della Chiesa e dell'umanità è principalmente di questo genere: noi vogliamo dare testimonianza soprattutto con la nostra vita. 33. Nel cuore della città. La nostra volontà di creare nel cuore stesso di un quartiere di città una fraternità, in cui gli uomini più diversi condividono la vita, i beni, il lavoro: una fraternità che rifiuta il potere, e che sceglie uno stile di vita che la riavvicina ai poveri e la rende sensibile alla sorte di tutti gli oppressi, comporta senza dubbio, lo si voglia o no, delle ripercussioni sociali e politiche. Ci si guarderà bene dall'identificare questa nostra volontà con qualche corrente politica, qualunque essa sia, o dal lasciarla strumentalizzare dall'una o dall'altra tendenza. Piuttosto essa esige da noi

un impegno a vivere e a ricordare le esigenze radicali delle Beatitudini. Così noi potremo dimostrare la possibilità, sempre relativa, però, poiché nessun successo può essere identificato con il Regno di Dio, di una comunità in cui l'uomo è libero, è accettato come un fratello e rispettato nella sua dignità. 34. Lotte sociali e politiche. A partire da qui e tenendo presente la nostra vocazione di araldi della pace, ci sarà possibile partecipare davvero ai problemi dell'uomo del nostro tempo. Ma ciò esige una informazione molto seria, che ci faccia evitare infatuazioni sentimentali, giudizi sommari ingiusti, dichiarazioni irresponsabili e che ci permetta un'analisi obiettiva delle situazioni. Se, d'altra parte, ci sforzeremo di vivere tra noi la giustizia e la condivisione dei beni, se prenderemo parte, secondo le nostre possibilità e i nostri carismi, alla sorte e al lavoro dei poveri, degli emarginati del nostro tempo, allora noi avremo il diritto e il dovere di unire la nostra voce a quella degli oppressi. Ma questo non lo faremo in nome di una classificazione ideologica, ma per amore della persona che riconosceremo in ogni uomo, qualunque sia il gruppo sociale al quale appartiene. Così, lavorando per la pace, noi faremo progredire la realizzazione del Regno di Dio, nel quale non devono più esistere degli steccati fra gli uomini, ma tutti saremo liberi e figli di Dio (cfr. Gal 3,2628). Capitolo Generale di Assisi (1979) Priorità e direttive concrete stabilite dal capitolo 2. I frati minori, in mezzo a un mondo sempre più secolarizzato, devono contribuire alla sua edificazione cristiana attraverso il loro coinvolgimento fraterno nei suoi problemi, attraverso la loro numerosa e profonda presenza e attraverso la predicazione evangelica. 6. Cooperiamo con le "comunità ecclesiali di base" perché lo spirito del Vangelo possa essere manifestato più chiaramente. Allo stesso modo, consci della nostra missione di promotori di pace e di giustizia, mettiamoci accanto a coloro che soffrono persecuzione e sfruttamento. Viviamo in modo tale che le nostre vite promuovano la pace e la giustizia, memori delle parole del Signore riportate nella nostra Regola: "Beati quelli che sopportano persecuzione a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli" (Rb 10,11). Consiglio Plenario di Bahia (1983) Il Vangelo ci sfida Capitolo I. La nostra missione è evangelizzare 13. Nel nostro mondo, pieno di speranze ed aspirazioni, troviamo un desiderio diffuso di vita comunitaria, di pace, di giustizia e di promozione della dignità umana insieme con il desiderio di soddisfare le necessità umane essenziali. Allo stesso tempo la società, ci accorgiamo, è malata di ateismo e di indifferenza religiosa, è lacerata da conflitti ideologici, da guerre, dal razzismo, dall'oppressione e da un divario sempre più ampio tra ricchi e poveri. Di fronte ad una tale situazione del mondo che cosa possiamo fare noi frati minori? 14. Gesù ci dice: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19). Egli vuole liberare tutti gli uomini dal peccato e da tutto ciò che li opprime così che possano godere della pienezza della sua vita: una vita di giustizia, di pace, di speranza, di gioia e di amore. La missione della Chiesa è questa: rivelare Gesù e il regno da Lui proclamato.

15. Da parte nostra l'accettazione della strada indicata da Gesù esige "metanoia", una conversione personale e comunitaria, se vogliamo lievitare le culture con i valori del Vangelo. Dobbiamo sempre più essere evangelizzati noi stessi, liberandoci dal peccato e da qualsiasi nostra responsabilità nei confronti della ingiustizia e della oppressione e da tutto ciò che in qualche modo ci ostacoli dal ricevere e proclamare l'amore di Dio che lavora nel mondo. 16. Con l'intenzione di diventare migliori evangelizzatori, noi guardiamo a Francesco che ha portato nuove intuizioni e idee vive per il suo tempo: Fratellanza. Quando qualcuno nella chiesa si preoccupava di condannare come eretici quelli che non le appartenevano, inviando persino eserciti contro di loro, Francesco proclamò la Buona Novella che essi erano nostri fratelli e sorelle. Pace. Quando una città era in guerra contro l'altra e la società era divisa dal sistema feudale, egli proclamò la Buona Novella della pace. Povertà. Quando le ricchezze erano agognate come il più grande bene, egli proclamò la Buona Novella della beatitudine dei poveri. Minorità. Quando tanti avevano solo sete di potere e di forza, egli proclamò la Buona Novella di essere i più piccoli. Ecologia. Quando alcuni avevano paura della natura ed altri si sforzavano di assoggettarla ai propri interessi, egli proclamò la Buona Novella che la terra è nostra sorella madre, e tutta la creazione una famiglia da trattare con rispetto. Presenza. Quando alcuni Ordini religiosi si tenevano separati dalla gente, Francesco volle che i suoi frati stessero vicino alla gente di vile condizione, presenti ai "minores". Spirito Santo. Quando la chiesa era fortemente istituzionale, Francesco ebbe coscienza del ruolo dello Spirito e non cessò mai di ricordare ai suoi fratelli di essere uomini dello Spirito e disse loro che lo Spirito Santo era il vero ministro generale del nostro Ordine. 17. Come frati minori, dunque, noi siamo chiamati ad essere una "avanguardia evangelizzante" in una Chiesa che deve essere continuamente reincarnata e rinnovata. Conseguentemente, dobbiamo essere soprattutto attenti e disponibili allo Spirito Santo sia all'interno che all'esterno della Chiesa. Oltre al ministero a favore dei fedeli, noi siamo chiamati a portare il Vangelo a quanti nella società contemporanea non sono stati evangelizzati nel senso tradizionale del termine ed a quelli che se ne sono allontanati. Con la nostra presenza tenteremo di aiutarli ad interpretare la loro esperienza nel mondo ed incoraggeremo il bene che troviamo dentro di loro. Qualora poi ci sembri che sia volontà di Dio, noi proclameremo esplicitamente il Signore (Rnb 16,7). Più ancora noi domandiamo ai nostri frati di rispondere generosamente soprattutto agli appelli delle chiese locali dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina che si trovano in grave bisogno di evangelizzazione. Tre miliardi di persone non hanno ancora ricevuto l'annuncio del Vangelo! A noi frati minori si presenta oggi una grande occasione ed un'autentica sfida: portare la visione di Francesco alle culture del nostro mondo, lasciandoci allo stesso tempo arricchire dalle medesime. Capitolo II. Inviati come fratelli 19. Oggi l'egoismo, il razzismo, l'oppressione, la guerra dividono i popoli. Ma i semi della speranza di una nuova vita si possono vedere in quei gruppi che favoriscono la solidarietà specialmente a livello internazionale, e nei movimenti che promuovono i diritti umani, l'ecumenismo, i sindacati, l'unione tra i giovani e la condivisione pratica dei beni con le popolazioni dei paesi in via di sviluppo.

20. Tale solidarietà nella condivisione della vita e del lavoro costituisce la caratteristica della famiglia, e gli uomini, essendo figli dello stesso Dio nei cieli, costituiscono una sola famiglia e sono tutti fratelli e sorelle. Gesù divenne nostro fratello al fine di unire tutte le cose in cielo e sulla terra. Egli invita tutti a fare parte della famiglia di Dio. E punto focale dei nostri sforzi è proprio quello di costituire una tale famiglia. Capitolo III. Minori in mezzo ai poveri 24. Molta gente soprattutto nel terzo mondo vive in baracche e soffre di una povertà disumana: fame, malattie, analfabetismo, disoccupazione. Gli immigrati e i profughi vengono lasciati ai margini della società. Milioni sono politicamente oppressi, molti torturati e persino uccisi. La Chiesa ha una lista sempre più ampia di nuovi martiri. Ogni anno trenta milioni di uomini muoiono di fame. Le donne sono trattate come oggetti e umiliate. La maggioranza del popolo viene esclusa dal progresso sociale, economico e politico; non fruisce di alcuna, o quasi, giustizia e non avendo né casa, né terra, né lavoro, né denaro, né libertà è tentata di disperarsi. 25. Anche i paesi più ricchi dell'Oriente e dell'Occidente hanno i loro poveri "emarginati": immigrati, gruppi di minoranza, disoccupati, handicappati e perseguitati politici e religiosi. Persino tra i ceti "abbienti", c'è un numero crescente che soffre di isolamento o che sono mentalmente ammalati e vittime dell'alcool e di altre droghe. 26. È triste vedere come il mondo sviluppato sia colpito dal consumismo che valuta le persone solo per quello che producono e posseggono. Attraverso i "mass-media" il consumismo si espande altresì nei paesi in via di sviluppo e crea bisogni fittizi, mentre distrugge i valori autentici. 27. Già nell'Antico Testamento, e specialmente nel Nuovo, la compassione di Dio per i poveri è esplicita. Gesù diede alla povertà il suo più profondo significato nella sua stessa persona: nella sua nascita, nella sua vita e nella sua morte sulla croce. Egli si identificò con i poveri (cfr. Mt 25,40). Con la parola e l'azione proclamò la forza di quanti sono senza potere. Anziché emarginare i poveri, Gesù li mise al centro della sua vita e del suo ministero e, inviando i suoi apostoli, volle che essi andassero in povertà (cfr. Lc 10). Anche Maria sua Madre visse come una di loro (cfr. Lc 1,46ss.; 2 Lf 5; Uv 1; Rnb 9,5). 28. Francesco trovò Cristo attraverso il più povero dei poveri, il lebbroso. L'amore del Padre divenne reale per lui attraverso il Bimbo povero di Betlemme e il Servo Sofferente del Calvario. Egli visse e lavorò con i lebbrosi e con i poveri al fine di condividere la loro "beatitudine". Godette della loro piccolezza e del loro disinteresse al potere, della loro illimitata confidenza nella Provvidenza e della loro libertà. Anche noi francescani troveremo Gesù sostenendo i poveri, vivendo con i poveri e come i poveri. Così, attraverso la nostra povertà e minorità, noi siamo evangelizzati ed evangelizziamo. 29. La nostra sequela di Cristo povero (cfr. Rnb 9,1) ci porterà a vivere con i poveri come minores, vivendo cioè la loro stessa vita, in solidarietà con loro e, come loro, piccoli ed umili ed impotenti. In questo modo mentre noi li evangelizziamo siamo altresì evangelizzati da loro. 30. Dobbiamo francamente riconoscere, purtroppo, che al presente noi viviamo spesso molto lontani dai poveri. Dobbiamo specialmente a questo riguardo evangelizzarci sempre più, noi diventeremo veramente poveri quando condivideremo le loro ansietà, le loro insicurezze e i loro bisogni essenziali. Come fratelli poveri fra i poveri, privi di potere, potremo confidare nella Provvidenza di Dio e, spogliati di molte cose, saremo aperti al dialogo di vita con la gente che ci circonda.

31. Questa visione del bisogno cambia la nostra posizione francescana nel mondo contemporaneo, nel quale molte Chiese locali dell'America Latina hanno fatto un'opzione preferenziale per i poveri. Perciò il Consiglio Plenario domanda ai Frati: 1) Di vivere con i poveri, così che possiamo vedere la storia e la realtà dal loro punto di vista.

2) Di rifiutare di comperare o possedere beni superflui al fine di dare una testimonianza profetica contro il consumismo crescente. 3) Di imparare dai poveri lo spirito di solidarietà e di fraternità autentica per noi così frequentemente difficili nelle nostre case, spesso più grandi di quanto occorra e troppo comode. 4) Di sensibilizzare noi stessi e il popolo intorno al sistema che impone una dominazione socio-economica, politica e culturale da parte delle super potenze e dei paesi più ricchi dell'est e dell'ovest, delle multinazionali e delle trans-nazionali su milioni di persone del terzo mondo; e di promuovere un nuovo ordine economico e politico che porti una maggiore giustizia nel nostro mondo. 5) Di assumere una posizione profetica contro tutti i regimi oppressivi e totalitari.

6) Di portare il Vangelo là dove i poveri si organizzano in favore di una liberazione integrale: nelle organizzazioni popolari, nelle unioni dei lavoratori, o in altre entità di natura sociale, ordinate allo scopo di elevare il popolo ad una condizione dove i diritti siano riconosciuti e compresi. Capitolo IV. Strumenti di Giustizia e di Pace 32. Il Capitolo precedente si riferiva all'ingiustizia che i poveri soffrono quando sono privati dei loro diritti essenziali. Insieme con gli altri esseri umani, i poveri soffrono altresì l'ingiustizia causata dalla guerra. I contrasti tra i ricchi e i poveri esistono in tutte le nazioni del mondo. 33. "La corsa alle armi, il grande crimine della nostra era, è da una parte il risultato e dall'altra la causa di tensioni tra le nostre nazioni amiche", così hanno dichiarato i Vescovi dell'America Latina a Puebla. "A causa di ciò, enormi risorse sono stornate per l'acquisto di armi invece di essere usate per risolvere problemi vitali" (n. 67). Il Papa Giovanni Paolo II a Hiroshima ha proclamato con forza che nel nostro mondo la pace è un aspetto vitale della evangelizzazione. "È soltanto attraverso una scelta cosciente... che l'umanità può sopravvivere!". 34. Noi siamo consapevoli della violenza della guerra, ma non siamo altrettanto coscienti della violenza causata dall'ingiustizia. Quando un bambino muore di fame, è violenza; lasciare che i nostri bambini crescano senza futuro, è violenza. In Brasile, la Chiesa ed altri aiutano la crescita di una coscienza circa questo genere di violenza: la violenza della fame, di chi è scacciato dalla propria terra, l'imprigionamento, la tortura e la disoccupazione. Il soffrire la violenza, diretta o indiretta, costituisce una maniera di vivere per molta gente. 36. Dio non ha destinato il genere umano a distruggere se stesso assieme al pianeta in cui vive. Ascoltiamo Isaia: "Io manterrò la mia promessa di pace per sempre!" (Is 54,10). Gesù stesso ha promesso: "Io vi lascio la pace, io vi do la mia pace" (Gv 14,27). Di fronte al fatto che ogni giorno si spendono in armamenti un miliardo e quattrocentoquaranta milioni di dollari, mentre quarantamila bambini quotidianamente muoiono di fame, occorre che il nostro mondo trovi il modo di realizzare l'ammonizione di Isaia, cioè di cambiare le spade in vomeri (Is 2,4), e di usare questo immenso ammontare di denaro (500 miliardi di dollari all'anno) per i bisogni della nostra famiglia umana.

38. Essere dei pacificatori è un elemento vitale della nostra vita francescana e della nostra evangelizzazione del mondo. Il Consiglio Plenario chiama i frati: 1) A pregare per essere uomini in pace con Dio e con tutti i popoli; a fare della preghiera e del digiuno una parte dei propri sforzi per la pace; a sostenere i movimenti che cercano la pace nella nostra società e a lasciarsi personalmente coinvolgere in tali movimenti. 2) A sostenere gli sforzi non violenti per la pace; a sostenere gli obiettori di coscienza contro la guerra, specialmente contro la guerra nucleare; a mettersi dalla parte di quelli che sono imprigionati per le loro convinzioni e i loro sforzi a favore della giustizia e della pace. 3) A sviluppare una pedagogia della pace, soprattutto per i giovani delle nostre scuole e dei nostri seminari. 4) A trovare modi per eliminare le ingiustizie tra di noi e a vivere in pace insieme nelle nostre fraternità, nonostante le nostre differenze, come testimoni della pace di Cristo. 5) A coinvolgere dei frati a tempo pieno per la giustizia e la pace là dove è possibile e a sostenere quei frati che già sono impegnati in questo lavoro negli uffici di giustizia e pace dell'Ordine e delle Province. 6) Ad essere una voce per i diritti di quelli che non sono nati e per quelli che sono nati, ma che sono privi di speranza per il futuro. 7) A condannare altamente e chiaramente la corsa agli armamenti e tutti gli ordigni nucleari che sono già stati prodotti. Capitolo Generale di Assisi (1985) La nostra chiamata all'evangelizzazione 5. Le Costituzioni e gli Statuti, votati in questo Capitolo, permettono di formulare in modo attuale la nostra comune risposta alla chiamata del Vangelo. Esaminandoli attentamente, come pure esaminando gli altri documenti recenti, scopriamo che i punti d'interesse dei frati si concentrano attorno a tre temi fondamentali, continuamente ricorrenti: 1. la dimensione contemplativa della nostra vita; 2. l'opzione per i poveri: giustizia e pace; 3. la formazione allo spirito missionario: l'evangelizzazione. B. Opzione per i poveri: Giustizia e Pace

"E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra i poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra mendicanti lungo la strada" (Rnb 9,3). 23. Parlando dell'opzione per i poveri, teniamo in conto che le forme e le cause della povertà sono diverse da paese a paese. In quanto "frati minori", vogliamo essere con i poveri e aiutarli a ottenere giustizia. 1. Ogni Provincia è incoraggiata ad avere almeno una fraternità inserita in aree di povertà, dove i frati possanno identificarsi con i poveri, riflettere con loro nella preghiera e unirsi a loro nell'impegno per un mondo migliore. Siamo persuasi che i poveri possono aiutarci a meglio ascoltare la Parola di Dio. 2. Incoraggiamo l'Ordine, particolarmente le Province, a trovare modi concreti per una effettiva espropriazione dei beni, così da vivere veramente come minori.

3. 4.

5.

6.

7. 8.

9.

Ogni fraternità e ogni frate nell'uso delle cose scelga ciò che è più povero e rifiuti di avere o di acquistare ciò che è superfluo, per dare una testimonianza profetica contro lo spirito del crescente consumismo. Ogni Provincia trovi modi concreti di condivisione dei propri beni con i poveri. Si presti particolare attenzione: alle fraternità francescane che non hanno mezzi sufficienti per la formazione e i bisogni della missione; alle famiglie dei frati in condizioni di necessità; ai frati che hanno lasciato l'Ordine. Coscienti dell'impegno di Francesco per la pace, noi, frati minori d'oggi, dobbiamo sforzarci di mettere in atto un programma positivo per la pace, per la riconciliazione, per il rifiuto della violenza in ogni sua forma. Dobbiamo unirci a quanti s'oppongono alla corsa agli armamenti, alla vendita di armi, e dare il nostro appoggio al disarmo nucleare e alla difesa dell'umanità. Ogni Provincia, ogni fraternità e ogni frate, nel modo più efficace, assuma le iniziative concrete suggerite dal documento di Bahia al n. 38. Poiché non tutti i frati sono portati a fare questo tipo di esperienza, si incoraggino alcuni a viverla e altri a sostenerla. Ogni Provincia abbia la commissione "Giustizia e Pace". I rappresentanti delle Province formano l'assemblea della Conferenza. Con la collaborazione di tutte le Conferenze, l'Ordine istituisca strutture adeguate per sviluppare un programma valido e concreto per la Pace e la Giustizia. I singoli frati e l'insieme dell'Ordine abbiano a cuore il dialogo con i popoli dei paesi in via di sviluppo, inclusi quelli che si ispirano ad altre fedi e ideologie, per promuovere la pace e la giustizia nel mondo. La pace e la giustizia, che si applicano in primo luogo e anzitutto alla vita interna della fraternità, siano argomento annuale di attenta discussione al capitolo conventuale. Si ponga particolare attenzione a situazioni di ingiustizia fra i frati, per essere testimoni credibili della pace pasquale. La nostra vita di contemplazione, l'attenzione ad ascoltare la Parola di Dio, l'esempio di S. Francesco, il contatto con un mondo sempre più in balìa della violenza e delle guerre tra le nazioni, ed ora la minaccia di un olocausto nucleare, esigono che ciascuno di noi sia "un operatore di pace".

Come operatori di pace • facciamo appello alla giustizia affinché cessi la violenza contro i poveri, che conosce la forma più insopportabile nella morte per denutrizione di milioni di uomini; • chiediamo che si faccia ogni sforzo per mettere fine alle torture praticate dai governi totalitari e persecutori, e che siano rispettati tutti i diritti dell'uomo, compreso quello di praticare liberamente la propria religione; • attendiamo un nuovo ordine politico ed economico che corregga il grave squilibrio esistente tra le nazioni; • estendiamo la nostra campagna contro la violenza a tutto l'universo e ci impegniamo a restaurare l'ambiente naturale che ci circonda e nel quale viviamo, e non a continuare a distruggerlo. Consiglio Plenario di Bangalore (1988) Ministri della Parola... servi di tutti II. L'opzione per i poveri: Giustizia e Pace "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19).

34. Sembra che la sensibilità dei Frati riguardo a questa priorità vada sempre più concretizzandosi; i risultati sono ancora modesti, ma promettenti. A seconda delle condizioni locali, le stesse espressioni acquistano significati molto differenti. 35. I Frati sanno che la questione dell'effettiva parità di diritti e doveri fra gli stessi Frati non è stata ancora risolta. Il Consiglio Plenario ha discusso il modo di presentare alla Chiesa la nostra concezione di uguaglianza di tutti i Frati, chierici o laici che siano. Nelle comunità locali ci dovrebbe essere veramente una giusta ripartizione nell'espletare le faccende domestiche, nel consegnare tutto il proprio introito per il fondo comune del convento o della provincia, nella giusta ripartizione tra i Frati dell'uso dei beni comuni, nelle vacanze, nel portare insieme le responsabilità della comunità, ecc... Nel discorso di apertura il Ministro Generale si è domandato se sia tenuto nel debito conto il carattere laico dei nostri Fratelli laici e che cosa si stia facendo per incoraggiare le vocazioni di coloro che non desiderano intraprendere una carriera intellettuale o professionale. 36. Nel loro atteggiamento verso gli altri, per un numero sempre maggiore di Frati il povero non è semplicemente un fratello, ma un fratello da preferirsi. L'unirsi in matrimonio con Madonna Povertà, come per Francesco e i suoi primi compagni, non significa soltanto praticare la povertà personalmente o in comunità, ma anche vivere coi poveri, condividerne l'incerto domani e affrontare insieme il lento e penoso processo della loro liberazione. In alcune Province di recente erezione, quasi tutti i Frati conducono questo genere di vita. Sono sempre più numerosi i Frati che solidarizzano con i poveri per la realizzazione della loro libertà e promozione umana. 37. Un numero non piccolo di Entità nell'Ordine hanno almeno una fraternità inserita in ambienti poveri (tra i lavoratori, i nomadi, la gente rurale) o tra la gente emarginata (disoccupati, i senza casa, i drogati). Alcune comunità sono impegnate in centri per alcoolizzati e drogati, centri di accoglienza per handicappati, anziani, profughi, senza casa, lebbrosi, e anche nel servizio ai carcerati. Diverse fraternità hanno riconsiderato il loro modo di vivere cercando di semplificarlo. 38. Proprio qui durante il Consiglio Plenario siamo stati commossi dalla testimonianza di P. GuyMarie Nguyen, Ministro provinciale del Vietnam. Di fronte alla nuova situazione politica e dopo aver perso tutte le loro strutture educative e sociali, i Frati hanno deciso di condividere, nella nuova società, le condizioni di vita e di lavoro della gente. In uno spirito di distacco e di servizio, i Frati lavorano alcuni nelle parrocchie, altri nei campi o nelle cooperative di produzione, altri ancora in servizi sociali ed educativi. Essi credono fermamente che il Signore è presente nella evoluzione storica del loro popolo e che anch'essi sono chiamati a condividere le traversie della Chiesa del Vietnam, rendendo testimonianza a Gesù Cristo. Ciò che essi sono stati obbligati ad accettare, ora sembra loro un vero dono di Dio. 39. La Commissione Internazionale OFM per la Giustizia e la Pace sta cercando di formulare una Dichiarazione di non-violenza, tenendo nel dovuto conto la lotta che in molte parti del mondo si sta facendo per superare l'oppressione di governi tirannici. Si sta lavorando con un progetto interfrancescano per ottenere dall'O.N.U. un riconoscimento giuridico non-governativo. Qui in India abbiamo incontrato lo spirito religioso della non violenza: âhimsa, che ci fa ricordare la grande eredità morale lasciata da Mahatma Ghandhi1. II problema ecologico diventa sempre più una preoccupazione anche per i Frati2.

1

Il Centro per la Pace in Assisi è promotore di pace con i Leaders di Governi nel mondo. I frati hanno digiunato per la pace e si sono uniti per lo stesso motivo anche prima dell’Incontro per la Pace in Assisi nel 1987.
2

In seguito ad un pellegrinaggio nella terra di S. Francesco, i Frati polacchi, insieme ad alcuni scienziati Francescani dell’Ordine Secolare, hanno fondato in Polonia un Centro Ecologia. Fr. Scaria Varanath, della Provincia Indiana, ha suggerito al Consiglio Plenario dell’Ordine “una spiritualità cosmica” derivante da fonti Hindu e Francescane, quale rimedio contro l’avvelenamento generale della terra, dell’aria e dell’acqua. Egli dice che la spiritualità Hindu è molto vicina al profondo rispetto che Francesco aveva per tutte le creature.

40. Molte Province e Conferenze, in linea con i suggerimenti del messaggio "La nostra Chiamata alla Evangelizzazione", hanno istituito la commissione di Giustizia e Pace. L'ufficio di Giustizia e Pace che si trova nella Curia Generale assolve una continua attività di animazione e coordinazione tra le Province, le Conferenze ed a livello generale dell'Ordine, dando informazioni e proponendo modelli e progetti; cura anche i problemi riguardanti la giustizia e la pace in relazione con le altre Famiglie francescane e anche con altri settori della Chiesa. 41. Inoltre, sono stati preparati speciali programmi che trattano dei problemi sociali per la Formazione iniziale o permanente dei Frati. In qualche Provincia è stato fatto uno studio ampio ed approfondito sulle cause della povertà e delle ingiustizie. Ci sono anche delle pubblicazioni che incoraggiano la ricerca di nuovi metodi per eliminare i sistemi che causano la povertà e la violenza. 42. Le Costituzioni Generali ci guidano in questa scelta per i poveri. "Ricordino i Frati che l'altissima povertà deriva da Cristo e dalla sua Madre poverella e, tenendo presenti le parole del Vangelo: Va', vendi quello che hai e distribuiscilo ai poveri, si studino di condividere la condizione dei poveri" (8,2). "In conformità a Cristo, siano lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate" (8,3) e "di tutte queste cose i Frati devono dare una chiara testimonianza" (8,3). Dobbiamo condividere quello che abbiamo con i bisognosi, specialmente i poveri (53). Dobbiamo dare ascolto al povero (93,1) e farci solidali con lui nel digiuno (34,2), nel nostro servizio e ministero (78,1) e nella nostra opera di evangelizzazione (97). 43. Ugualmente le Costituzioni Generali ci spingono a promuovere la giustizia e la pace, "predicando il perdono, la pace e la giustizia" con le nostre opere (1,2). "Non dobbiamo risparmiare né lavoro né sacrifici per la edificazione del Regno pacifico di Dio" (69,2). Dobbiamo impegnarci a costruire "una società di giustizia, di libertà e di pace nel Cristo risorto" (96,2) dove "i diritti e la dignità umana di tutti sia promossa e rispettata" (96,3), specialmente i diritti e la dignità dei poveri (97,2). I nostri metodi devono essere giusti (80,2), non-violenti (69,1), cercando di promuovere tra la gente "la riconciliazione conquistata dalla croce di Gesù Cristo" (33,1). Dobbiamo ricercare "la fraterna comunanza con tutto il genere umano" (87,1) ed essere disposti ad accogliere favorevolmente tutti i cristiani ed anche i credenti di altre Religioni, specialmente i Musulmani (95). 44. Possiamo porci un certo numero di interrogativi in relazione alla Chiesa e alla nostra tradizione francescana: a) Nella Sollicitudo Rei Socialis il Papa Giovanni Paolo II ribadisce che anche la Chiesa deve elargire non solo dal superfluo, ma anche dal necessario, perfino se fosse necessario vendere oggetti preziosi o costose suppellettili del culto (31). Diamo noi l'esempio nel condividere le nostre risorse con i poveri? b) Nella stessa enciclica il Papa Giovanni Paolo II fa notare "il crescente impegno di solidarietà tra gli stessi poveri, il loro sforzo di aiutarsi vicendevolmente, e le loro proteste sulla scena sociale, dove, senza far ricorso alla violenza, mettono in risalto i propri bisogni e diritti contro

la inefficienza o la corruzione delle autorità pubbliche" (39). Come persone povere, siamo anche noi al loro fianco? c) Condividiamo il sentimento di Francesco: "Vorrei riverire tutti come miei fratelli e miei padroni" (cfr. Anper 38)? Fino a che punto siamo noi disposti a diventare "servi e soggetti a tutti gli uomini per amore di Dio" (2 Lf 9,47)? d) Ci consideriamo noi così legati ai poveri come Francesco, il quale nel povero "rimirava la faccia di Cristo e, perciò, se aveva ricevuto qualcosa di necessario per sostentarsi, incontrandosi con qualcuno di essi, non solo glielo offriva generosamente, ma lo faceva come se in effetti la cosa fosse appartenuta al povero" (LegM 3,7)? e) Quali operatori di pace, facciamo nostra l'ammonizione di Francesco: "La pace che tu annunci con le labbra, devi averla abbondantemente nel cuore. Non provocare nessuno all'ira o allo scandalo, ma fa' che tutti siano attirati alla pace, alla bontà e alla concordia della tua mitezza" (cfr. 1 Cel 29)? Capitolo Generale di San Diego (1991) L'Ordine e l'evangelizzazione oggi II. Proposte concrete "Segni dei tempi" ed evangelizzazione Consapevoli delle domande che ci sono poste dal discernimento dei segni dei tempi, suggeriamo: 32. I Ministri provinciali con i loro Definitori diano un giudizio delle attività tradizionali di evangelizzazione delle loro Province, alla luce delle nuove sfide, cercando nuovi campi di evangelizzazione e nuove forme di servizio, e preoccupandosi di preparare per questo i frati. 33. Nelle Entità in cui ci sono culture locali ben definite, i Ministri provinciali e i loro Definitori siano attenti a favorire il discernimento del loro servizio di evangelizzazione di queste culture, sviluppando un progetto di evangelizzazione alla luce di esse. 34. Nei paesi in cui si avverte una particolare presenza di altre religioni, le Province si impegnino a rivedere le forme del loro dialogo interreligioso, cercando nuovi approcci nello spirito del capitolo 16 della Regola non bollata e della Giornata per la Pace di Assisi. 35. Il Definitorio Generale dell'Ordine incoraggi e sostenga il servizio dei frati e delle Entità nei territori con popolazione prevalentemente musulmana e in altri paesi in cui i musulmani hanno una presenza significativa, aiutandoli a portare avanti la loro testimonianza evangelica in quei posti, seguendo l'esempio di San Francesco; e sia dato sostegno alla Commissione per l'Islam. 36. Le Entità dell'Ordine esaminino particolari passi fatti e ancora da fare nella loro opzione per i poveri, nel loro impegno per una società basata sulla giustizia e sulla pace, e nel loro rispetto per il creato. Questo esame è valido soprattutto nella nostra ricerca di soluzioni per problemi quali il debito estero dei paesi più poveri, l'oppressione dei più deboli tra noi, la violenza, il disprezzo della vita umana e lo spreco dei beni del creato. 37. Le Entità dell'Ordine esaminino il loro servizio di evangelizzazione dal punto di vista della loro collaborazione con organizzazioni di uomini e di donne, particolarmente quando esso si realizza tra minoranze etniche e maggioranze oppresse. Procurino inoltre di rafforzare sempre più il loro impegno in questi settori.

Capitolo Generale di Assisi (1997) Dalla memoria alla profezia Fraternità e mondo: nuova situazione Dialogo 7. Avvertendo che il "dialogo è il nuovo nome della carità" e che il pluralismo religioso, le esigenze della pace, l'interdipendenza in tutti i settori della convivenza e della promozione umana esigono uno stile dialogico dei rapporti, il Capitolo generale: 7.1. approva il Servizio per il Dialogo, istituito dal Definitorio generale ed articolato in tre Commissioni: dialogo ecumenico, dialogo interreligioso e dialogo con le culture; 7.2. invita ogni Conferenza a studiare la convenienza di istituire nel proprio territorio il Servizio per il Dialogo; 7.3. esorta le Conferenze, nei cui territori esiste una forte presenza musulmana, ad istituire una sottocommissione per il dialogo con l'Islam; 7.4. raccomanda, in modo particolare, il dialogo intraecclesiale.

Per una cultura di speranza e di solidarietà 8. Per essere promotori di una nuova "cultura di speranza e di solidarietà", in questo mondo che soffre e che, nello stesso tempo, lascia trasparire segni di speranza, il Capitolo generale: 8.1. invita il Definitorio generale a proseguire nell'attuale livello di supporto a Franciscans International e a partecipare agli studi in corso per chiarire la struttura, lo status e la relazione tra Franciscans International, l'Ordine e la Famiglia francescana; 8.2. ratificando l'opzione preferenziale per i poveri e gli esclusi della società di oggi, chiede ai Frati di condividere la loro vita, la loro storia e la loro speranza, per essere anche da loro evangelizzati; 8.3. fedeli alla nostra identità di Frati Minori ed interpellati dalle disuguaglianze, che creano un fossato sempre più profondo tra ricchi e poveri e producono esclusione ed emarginazione, stimola ad attuare, a livello di Conferenze e in unione con la Famiglia francescana, un impegno concreto a favore della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato, impegno che nasca dalla nostra spiritualità e costituisca il contributo francescano alla celebrazione del nuovo millennio; 8.4. preoccupati della situazione di tanta gente costretta ad abbandonare i propri territori, specialmente i lavoratori emigrati, i profughi, le minoranze etniche, sollecita il Definitorio generale, attraverso l'Ufficio di Giustizia, Pace e Salvaguardia del creato in collaborazione con tutte le Conferenze e Province, a creare una rete di personale e di risorse per intervenire nelle necessità dei profughi; 8.5. in vista del Giubileo del 2000, esorta il Definitorio generale e i Ministri provinciali ad iniziare a provvedere Frati che prendano parte al programma preparato dalla Custodia di Terra Santa.

2. testi biblici Indichiamo alcuni testi biblici su Giustizia Donne Liberazione Oppressione Pace Perdono _ riconciliazione _ misericordia Poveri Condivisione _ solidarietà Fraternità Dialogo _ ecumenismo Servizio _ carità Natura _ creazione 1. Giustizia

Esodo 23,6 Deuteronomio 15,7-11; 16,20; 27,19 Levitico 19,12-18 Giobbe 29,14 Salmi 9,8.16; 11,7; 33,5; 72; 89,14; 103,6; 140,12 Proverbi 21,15; 29,4.7 Geremia 9,23-24; 22,15-16; 23,5 Isaia 1,10-20; 5,23; 10,2; 29,21; 30,18; 32,15-20; 42,4; 61,8 Osea 12,6 Amos 2,7; 5,12 Malachia 2,17 Matteo 5,20; 23,23; 25,31-46 Luca 3,10-14; 11,42; 18,8 Atti 4,32-37 Romani 3,25-26 2. Donne

Giudici 4,5 Giuditta 8,4-8; 9,8-10 Ester 4,12-14; 5,1-3.7-8 Rut 1,16-18; 2,8-13; 4,9-17 Leggere insieme Matteo 16,17 e Giovanni 11,27 Marco 14,9 Luca 7,36-50; 10,38-42; 21,1-4 Atti 2,17-18; 21,8-9 Galati 3,28 3. Liberazione

Esodo 2,23-25; 3,1-15 Deuteronomio 26,5-11 Salmi 9,3-4; 10,18; 12,5; 74,14; 103,6 Michea 3,4 Baruc 4,21 Luca 4,18

Galati 5,1.13 4. Oppressione

Esodo 1,11 Deuteronomio 26,6; 28,33 Neemia 9,36-37 Salmi 6,3-10; 17,9-12; 44,22-25; 94,5-6 Geremia 50,33 Michea 3,3 5. Pace

Levitico 19,1.9-18 Salmi 32; 72; 85,9-11; 122,6-8 Isaia 2,1-5; 9,5-6; 11,1-9; 32,15-20; 52,7; 53,5; 57,19 Proverbi 24,1-4; 22,31 Matteo 5,1-12.38-48; 10,5-13.34 Luca 10,35; 12,51; 24,36 Giovanni 14,23-27; 19,19-23; 20,19.21 Romani 12,18; 14,17.19 2 Corinzi 3,11 Efesini 2,11-18; 4,3.31-32 Galati 5,22 Filippesi 2,5-11 Giacomo 3,13-18 6. Perdono - Riconciliazione - Misericordia

Ezechiele 11,17-21 Matteo 7,1-5; 18,21-35 Luca 6,27-38; 15,1-10 Romani 5,11 2 Corinzi 5,14-21 Efesini 2,14-18 Colossesi 3,12-17 Filemone 1,18-21 2 Pietro 3,8-12 7. Poveri

Esodo 1,8-14; 22,20-26 Deuteronomio 15,4-11; 24,10-22; 26,5-11 Levitico 19,9-18; 25,8.10.23-24.35-38.42-43 Salmi 9,13-14.19; 12,6; 14,6; 18,28; 22,27; 25,9.16; 35,10; 37,11; 69,30; 70,6; 72,1-4.12-14; 74,19-20; 76,10; 140,13 Isaia 1,11-17; 5,1-23; 11,1-9; 58,5-7; 61,1-2 Geremia 22,13-18 Amos 2,6-16; 3,14-4,3; 8,4-7 Michea 2,1-5; 3,1-4.9-12; 4,6-7 Sofonia 3,11-12 Siracide 34,18-22 Marco 10,17-22; 10,23-27

Matteo 10,9-10 Luca 1,46-56; 12,33-34 Atti 2,44-45; 4,32.34-35; 11,27-30 1 Corinzi 1,17-31 2 Corinzi 8,1-15; 9,6-13 Filippesi 2,5-9 Giacomo 2,1-5; 4,13-5,6 8. Condivisione - Solidarietà

1 Re 17,7-16 Isaia 58,1-12 Marco 12,38-44 Matteo 25,31-46 Luca 1,46-55; 10,25-37; 16,19-31 Atti 4,32.34-35 Filippesi 2,4-11 Ebrei 13,12-16 Giacomo 2,14-18; 5,1-6 Apocalisse 21,1-6 9. Fraternità

Proverbi 3,27-33 Matteo 12,46-49 Giovanni 17,1.6-11.20.26 Ebrei 2,10-17 2 Pietro 2,12; 3,8-9.13-16 1 Giovanni 4,4-21 10. Dialogo - Ecumenismo

Genesi 17,1-7 Isaia 54,1-3 Matteo 10,41-45; 18,12-19; 22,1-10 Giovanni 17,18-24 Atti 2,1-11 1 Corinzi 12 Efesini 1,3-14 Colossesi 3,12-17 Ebrei 2,8b-12 2 Pietro 4,7-11 11. Servizio - Carità

1 Re 17,7-16 Siracide 4,1-10 Matteo 10,35-45 Luca 10, 25-37 Giovanni 13,1-17.34-35; 15,9-17 Romani 12,9-17 1 Corinzi 13,1-13 Filippesi 2,1-4

1 Pietro 4,7-11 1 Giovanni 4,7-17 12. Natura - Creazione

Genesi 1,1-2,3; 9,9-11 Esodo 3,7-10; 15,22-27; 23,10-12 Levitico 25,1-24 Isaia 11,1-9; 40,12-31 Daniele 3,57ss. Salmi 8; 19; 24; 104,16-23; 136; 148,1-4.7-10 Proverbi 8,22-31 Marco 5,35-41 Matteo 6,26-30 Giovanni 9; 12,23-26 Romani 8,18-25 Colossesi 1,15-20 Apocalisse 21,1-5; 6,16-21

3. testi francescani 1. Giustizia Legper 62 "Curare i mali dell'umanità con interventi concreti" (la Lettera messaggio dei ministri della Famiglia francescana per la celebrazione dell'ottavo centenario della nascita di san Francesco di Assisi) Documento di Bahia, cap. IV, nn. 32-38 Mattli, 4, "Nella lotta per la giustizia e la pace" 2. Donne

1 Cel 18 b-d Fior 15; 16; 19 LegM 12,2 Legper 101; 107 LegsC 5 Messaggio interfrancescano da Mattli (1982), n. 2, "In sostegno delle donne e contro la discriminazione" 3. Pace

Rnb 22,1-4; 16,6 Rb 2,17; 3,10-14 Am 13; 15 2 Test 6; 23 1 Cel 23; 37; 40-41; 57 2 Cel 37 LegM 6,9; 9,7-9 Legper 44; 67 Anper 17d; 38c Fior 21; 24 3 Comp 26; 58 4. Poveri

Rnb 5,9-12; 7,1-9.13; 8,4.12; 9,12; 23,4 Rb 5 Test 1-3; 20-22 1 Cel 14-15; 17; 44; 76 2 Cel 5; 8; 37; 81; 83-92; 196 LegM 11,2 3 Comp 37; 40; 55-56 Documento di Bahia, cap. III, "Minori in mezzo ai poveri" 5. Perdono - Riconciliazione - Misericordia

Am 27 Lmin 1-11; 13-17 2 Lf 5,28-29 Pater 1; 7; 8 1 Cel 23; 89 2 Cel 185b

LegM 3,2; 8,1 Legper 1; 44; 67 SP 101 3 Comp 11-12; 26 Fior 21 Mattli, n. 5, "Strumenti di riconciliazione" 6. Condivisione - Solidarietà

2 Test 1-3 2 Cel 175 LegM 1,2c-3a 3 Comp 11-12 Documento di Bahia, nn. 19-23a 7. Fraternità

1 Cel 38-39a 2 Cel 175 San Francesco educò alla comunione universale e allo spirito di famiglia (Ministri Generali, "Io ho fatto la mia parte; la vostra ve la insegni Cristo", 1981) Documento di Bahia, cap. II, "Inviati come fratelli" 8. Dialogo - Ecumenismo

Rnb 14; 16; 22,1-4 Rb 12,1 1 Cel 40a; 41b-c; 57 LegM 9,7-9 Fior 24 Mattli, n. 7, "In dialogo con le altre religioni" 9. Servizio - Carità

2 Test 1-3 2 Cel 172; 175; 177 LegM 9,1.4 3 Comp 11-12 RsC 8,12-16 10. Natura - Creazione

Cant 1 Cel 77; 79; 81 2 Cel 165 Legper 84; 51

4. dottrina sociale della Chiesa Antropologia cristiana a) Dignità dell'uomo, immagine di Dio Divini Redemptoris: 30; 32-33 Mater et Magistra: 219-220 Pacem in terris: 31; 28-34 e soprattutto 44 Gaudium et Spes: 31 Ecclesiam Suam: 19 Redemptor Hominis Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 20; 34 Laborem Exercens: 4-9 Orientamenti: 31 Catechismo della Chiesa Cattolica: 355-379; 1700-1709 b) L'uomo, via della missione della Chiesa Gaudium et Spes: 1; 3 Evangelii Nuntiandi: 29; 31; 33; 35; 36; 38 Redemptor Hominis: 13-14 c) L'anelito dell'uomo alla libertà Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 1; 38 d) Uomo e donna, persone solidali Mater et Magistra: 218-219; 59-67 Pacem in Terris: 31 Gaudium et Spes: 24-25 Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 73 e) Fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini Gaudium et Spes: 24; 29 f) Primato della persona sulle strutture Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 73; 75 Gaudium et Spes: 31 Redemptor Hominis: 14 Reconciliatio et Penitentia: 16 g) Strutture di peccato Gaudium et Spes: 13; 25 Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 75 Sollicitudo Rei Socialis: 36-37 Centesimus Annus: 38 Catechismo della Chiesa Cattolica: 1878-1889 Diritti umani a) Violazione dei diritti umani Gaudium et Spes: 27 Octogesima Adveniens: 23; cfr. RH 17 Sollicitudo Rei Socialis: 15; 26; 33 b) Panorama dei diritti fondamentali Pacem in terris: 11-34; 75-79; 143-144 Gaudium et Spes: 27; 29; 52; 59-60; 65; 67-69; 71; 75; 79 Octogesima Adveniens: 23 Puebla: 3890-3893 Redemptor Hominis: 17 Sollicitudo Rei Socialis: 26; 33-34

c) -

Diritti umani, esigenza evangelica Puebla: Discorso d'apertura Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 65

Il bene comune Mater et Magistra: 65; 78-81 Pacem in terris: 53-66; 136 Gaudium et Spes: 26; 74 Populorum Progressio: 54 Octogesima Adveniens: 46 Redemptor Hominis: 17 Sollicitudo Rei Socialis: 26; 33-34 Centesimus Annus: 9; 37-38; 47 Catechismo della Chiesa Cattolica: 1897-1912 Solidarietà e sussidiarietà a) Definizione, correlazione e fondamento logico Gaudium et Spes: 32; 80 Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 73 Catechismo della Chiesa Cattolica: 1883-1884; 1939-1942; 2437-2440 b) Solidarietà Pio XII, Radiomessaggio natalizio del 1952: 26-27 Pacem in terris: 98 Sollicitudo Rei Socialis: 38-40 Centesimus Annus: 10c; 33; 41d; 51 c) Sussidiarietà Quadragesimo Anno: 79-80 Mater et Magistra: 51-52; 54-55; 57-58 Pacem in terris: 140-141 Laborem Exercens: 17 d) Partecipazione sociale Mater et Magistra: 91-92 Gaudium et Spes: 31; 55; 59; 63; 68 Octogesima Adveniens: 22; 24; 46-47 Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 86; 95 Sollicitudo Rei Socialis: 45 Centesimus Annus: 33 Catechismo della Chiesa Cattolica: 1913-1917 Destinazione universale dei beni Gaudium et Spes: 69-71 Populorum Progressio: 22-23 Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 90 Centesimus Annus: 30-32 Proprietà privata Rerum Novarum: 3; 12-16 Quadragesimo Anno: 44-52 Mater et Magistra: 104-121 Gaudium et Spes: 69-71 Populorum Progressio: 19; 22-24 Laborem Exercens: 14

-

Sollicitudo Rei Socialis: 28; 42

Proprietà pubblica Rerum Novarum: 23-25 Quadragesimo Anno: 105-110 Mater et Magistra: 51-67 Gaudium et Spes: 70-71 Populorum Progressio: 23-24; 33-34 Laborem Exercens: 14 Sollicitudo Rei Socialis: 15 Lavoro e salario a) Riflessione sul lavoro umano Rerum Novarum: 32 Mater et Magistra: 82-103 Gaudium et Spes: 67 Laborem Exercens: 1; 3-10; 18-19; 22-27 Sollicitudo Rei Socialis: 18 b) Salario personale o familiare? Rerum Novarum: 32-33 Quadragesimo Anno: 71 Laborem Exercens: 19 c) Il sistema salariale riduce le persone a merce? Quadragesimo Anno: 64-68 Mater et Magistra: 75-77 Laborem Exercens: 19 d) Il problema pratico: la quantità Rerum Novarum: 32 Quadragesimo Anno: 70-75 Mater et Magistra: 68; 71 Sciopero Rerum Novarum: 29 Quadragesimo Anno: 94 Gaudium et Spes: 68 Octogesima Adveniens: 14 Laborem Exercens: 20 Sindacati Rerum Novarum: 34-40 Quadragesimo Anno: 34-38; 81-97 Mater et Magistra: 97-103 Gaudium et Spes: 68 Populorum Progressio: 38-39 e Octogesima Adveniens: 14 Laborem Exercens: 20 Sollicitudo Rei Socialis: 15 Politici e politica Gaudium et Spes: 73; 76 Octogesima Adveniens: 3-4; 48-51 Sollicitudo Rei Socialis: 47-48 Comunità civile e politica

a) Caratterizzazione Gaudium et Spes: 74a b) Autorità Pacem in terris: 46-52 Gaudium et Spes: 74b-e c) Il bene comune (già citato) Potere politico a) Lo Stato: organizzazione politica Mater et Magistra: 20-21; 44; 52-53; 104; 201-202 Pacem in terris: 68-69; 72; 75-79; 130-131 Gaudium et Spes: 73-75 Octogesima Adveniens: 46 b) Regimi politici Pacem in terris: 52; 68; 73 Gaudium et Spes: 73-75 Redemptor Hominis: 17 Sollicitudo Rei Socialis: 41 Impegno sociopolitico dei cristiani a) Prima della Populorum Progressio (doveri dei lavoratori e dei dirigenti) Rerum Novarum: 14-16 Quadragesimo Anno: 50-51; 63-64; 78; 141-142 Mater et Magistra: 51; 82-84; 91; 122 Gaudium et Spes: 65-70 b) Dopo la Populorum Progressio Sullo sviluppo e sul sottosviluppo: Populorum Progressio: 14; 19-21; 43-51; 56-59; e Octogesima Adveniens: 24-25; 37; 46-51; Sollicitudo Rei Socialis: 27-39 Sull'azione nella società: Pacem in terris: 146-152; Gaudium et Spes: 36; 75-76; Octogesima Adveniens: 3-4; 48-51; Sollicitudo Rei Socialis: 47-48 Sul pluralismo politico dei cristiani: Octogesima Adveniens: 50-51 c) Principi che motivano una politica per l'uomo Verità, giustizia, amore, libertà: Pacem in terris: 35; Gaudium et Spes: 26c; 27-28; Octogesima Adveniens: 23; 45 Uguaglianza e partecipazione: Pacem in terris: 73; Gaudium et Spes: 75; Octogesima Adveniens: 24-25; 47 Liberazione: Discorso di Giovanni Paolo II all'inaugurazione della III Conferenza del CELAM: III,5-6; III Sinodo dei Vescovi sulla Giustizia nel Mondo: 50-51 d) Ideologie e utopie Octogesima Adveniens: 25-37 La comunità internazionale a) Fondamenti: Gaudium et Spes: 84 b) Relazioni internazionali: Pacem in terris: 86-108; 120-125; Gaudium et Spes: 85-90; Populorum Progressio: 78; Centesimus Annus: 21; 27; Sollicitudo Rei Socialis: 14; 16; 43; 45 Violenza sociale a) Tipologia della violenza sociale: Violenza strutturale Violenza rivoluzionaria: Pacem in terris: 161-162; Populorum Progressio: 30-31; Laborem Exercens: 11-13

Violenza in guerra: Pacem in terris: 109-116; Gaudium et Spes: 77-82; Populorum Progressio: 53; 78; Sollicitudo Rei Socialis: 10; 20; 23-24; 39 b) Non-violenza attiva: Gaudium et Spes: 79; Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della liberazione": 77-79; Catechismo della Chiesa Cattolica: 2306 Pace a) La realtà della guerra Pacem in terris: 109-117; Gaudium et Spes: 79-80; 82; Centesimus Annus: 14b; 17a,b; 19a; Catechismo della Chiesa Cattolica: 2307-2317 b) Lo scandalo della corsa agli armamenti e il disarmo Pacem in terris: 109-112; Gaudium et Spes: 81; Populorum Progressio: 53; Sollicitudo Rei Socialis: 23-24; Centesimus Annus: 28c c) Etica di pace Pace al di sopra di tutto: Pacem in terris Lavoro di tutti per la pace: Gaudium et Spes: 78-82; Catechismo della Chiesa Cattolica: 2302-2305 Sviluppo, il nuovo nome della pace: Populorum Progressio: 76 La pace, frutto della giustizia e della solidarietà: Gaudium et Spes: 78; Sollicitudo Rei Socialis: 26; 39; Centesimus Annus: 5c; 23c; 29a Fede cristiana e cultura Gaudium et Spes: 53-62 Populorum Progressio: 12ss.; 40-42; Centesimus Annus: 32ss.; 38-41; 50-52 Mezzi di comunicazione sociale a) La posizione cristiana di fronte ai media: Octogesima Adveniens: 20 Valori da seguire: Communio et Progressio: 14-17 Rischi da evitare: Communio et Progressio: 58; 80; Sollicitudo Rei Socialis: 22 b) Questioni particolari Informazione: Communio et Progressio: 33-47; 75-76 Propaganda: Communio et Progressio: 23; 30; 59-62 Opinione pubblica: Communio et Progressio: 26-32; 114-125 Ecologia Mater et Magistra: 196-199; Octogesima Adveniens: 21; Redemptor Hominis: 8; 15; Laborem Exercens: 4; Sollicitudo Rei Socialis: 26; 29; 34; Centesimus Annus: 37-38 Messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata Mondiale della Pace (1.1.1999): Pace con Dio Creatore, pace con l'intero creato Catechismo della Chiesa Cattolica: 299-301; 307; 339-341; 344; 2415-2418 Nota: Si tratta di parafrasi, e non di citazioni, degli articoli delle Costituzioni Generali che si riferiscono a GPSC.

5. opzione per i poveri – Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato nelle Costituzioni Generali Nota: Si tratta di parafrasi, e non di citazioni, degli articoli delle Costituzioni Generali che si riferiscono a GPSC. Capitolo I Art. 1,2: Ecco una sintesi dell'identità del frate: Vita radicalmente evangelica Preghiera e devozione Testimonianza di una vita di penitenza e di minorità Vita fraterna Amore per tutti Predicazione della riconciliazione, della pace e della giustizia attraverso le opere. Art. 3: I Frati Minori costituiscono una "fraternità" in cui tutti sono fratelli, con gli stessi diritti e doveri, e testimoniano che le persone cercano vera fraternità e comunione, in cui nessuno è emarginato per alcuna ragione. Art. 4,1: I frati, inseriti nel popolo di Dio, dovrebbero esaminare i nuovi segni dei tempi e mettersi sempre in relazione con un mondo in continuo sviluppo. Art. 7,3: I frati dovrebbero servirsi ed obbedirsi volentieri l'un l'altro e cercare insieme i segni della volontà del Signore Dio. Art. 8: Essi dovrebbero vivere radicalmente il Vangelo, "vendendo tutto", per essere segno della Provvidenza del Padre, in grado di condividere il destino dei poveri, facendo la scelta, che è soprattutto una scelta personale, di seguire l'esempio di Gesù e di sua Madre. Dovrebbero essere felici di vivere tra i poveri, anche in modi nuovi. Capitolo II Art. 27,1: Lo stare tra i semplici, ai quali è rivelato il Regno di Dio, e il conversare con loro dovrebbe alimentare lo spirito di preghiera e di devozione dei frati. Insieme essi possono imparare sane espressioni della pietà popolare e acquisire la capacità di nutrire la vita cristiana in se stessi e negli altri. Art. 27,2: La preghiera con la gente fa propria la loro realtà e diviene segno e condivisione di fede e di speranza. Art. 32,3: La penitenza si esprime nel servizio degli altri, specialmente dei più umili, dai quali non riceviamo niente in cambio. San Francesco la esprime nel servizio ai lebbrosi. Art. 33: Il frate è per vocazione segno e strumento di riconciliazione con ognuno dei suoi fratelli e con la fraternità. Questo è un particolare "ministero" della sua vocazione. Art. 33,3: La riconciliazione ha un aspetto sociale. Art. 34,2: Digiunare significa condividere le sofferenze di Cristo, presente in coloro che soffrono molte privazioni. Capitolo III

Art. 39: La vera fraternità, fondata sull'amicizia, è mezzo di educazione ad una cordiale (cortese) accettazione di tutte le persone; diviene segno di speranza e proclamazione di pace e felicità; è anche via a una integrale maturità umana, cristiana e religiosa. Art. 51: L'ospitalità francescana è fondamentale nella vita del frate. Art. 52: La comunione nella fraternità porta alla comunione con tutti. Dobbiamo accogliere ogni persona con cortesia e trattare gentilmente tutti, amici e avversari, sia che vengano da noi sia che li avviciniamo noi stessi. Art. 53: Come testimonianza di povertà e di carità, i frati sono tenuti a sovvenire alle necessità della Chiesa, a soccorrere coloro che si trovano in stato di reale necessità e a condividere con i poveri i beni materiali dati alla fraternità. Capitolo IV Art. 64: La "minorità" (umiltà), segno della sequela di Cristo e della sua obbedienza alla volontà del Padre, è una testimonianza di gioia e un requisito indispensabile per la proclamazione della pace. Art. 66,2: L'umiltà permette un certo modo di condivisione, cosicché coloro che sono i più piccoli nella società non si sentano esclusi dalla nostra fraternità, chiamata a favorire quanti sono privi dei beni che sono il risultato del progresso sociale ed economico. Art. 67: L'umiltà ha un particolare valore profetico come testimonianza dei veri valori evangelici e come condanna dei falsi valori del mondo. Art. 68,1: La pace viene proclamata e portata facendo il bene; essa non si instaura attraverso la violenza. Art. 68,2: Un altro aspetto della proclamazione della pace è il non provocare ira e non scandalizzare; la pace e le opere di giustizia e di pace nascono dalla pace del cuore. Art. 69,1: L'opera di pace, specialmente con coloro che sono privati ingiustamente dei loro diritti, nasce da un cuore nuovo e dall'amore per la giustizia e la pace. Questi diritti devono essere difesi, non con mezzi violenti, ma piuttosto con gli stessi che sono a disposizione dei poveri. Art. 69,2: I frati con gli stessi mezzi dovrebbero condannare le guerre ed ogni forma di violenza. La pace si costruisce denunciando apertamente ogni violenza e ingiustizia. Art. 70: Questo articolo mette in evidenza l'aspetto liberante della povertà e favorisce relazioni libere e giuste tra tutti gli uomini, l'accettazione reciproca e la riconciliazione. La ricchezza e l'attaccamento alle persone facoltose e ai potenti sono occasione di schiavitù e costituiscono un ostacolo al vivere in modo libero ed integrale la vita di consacrazione e missione, propria della nostra vocazione di minori. Art. 71: L'immagine di Dio Creatore è presente in tutto il creato. Il frate dovrebbe, quindi, trattare con riguardo ogni forma di vita presente nel mondo, per rispetto verso Dio. Art. 72,1: La professione di povertà è il segno fondamentale della sequela di Cristo pellegrino, che cammina con noi. Il distacco del pellegrino deve riflettersi nella nostra vita e in tutto ciò che usiamo per vivere e lavorare. Art. 72,2: Gli edifici che usiamo dovrebbero essere in armonia con le condizioni di povertà in mezzo alle quali i frati vivono; lo stesso vale per tutto ciò che acquistiamo o usiamo.

Art. 73: I frati non dovrebbero possedere edifici, ma semplicemente usare ciò che è necessario per vivere e per proclamare il Vangelo. La proprietà dovrebbe piuttosto appartenere a coloro che siamo chiamati a servire, ai nostri benefattori o alla Santa Sede. Art. 76: Il lavoro dei frati dovrebbe essere considerato come "servizio", non come mezzo di autosufficienza e indipendenza, e ancora meno come opportunità di controllo sugli altri. Il lavoro è un dono da condividere con coloro che non lo hanno; quanti lavorano dovrebbero condividere con chi non lavora e non ha i mezzi per sostenersi. Art. 77,1-2: Il frate dovrebbe essere qualificato per la sua attività, ma la prima qualifica è quella di essere un frate, vivendo in fraternità, con gli stessi diritti e doveri degli altri; nessun lavoro dà diritti particolari, ancor meno quello di inamovibilità da una determinata casa. Art. 78: Il lavoro non dovrebbe separare nessuno dai fratelli. Esso dovrebbe essere un mezzo per favorire una maggiore solidarietà con tutti in un "servizio" più appropriato verso i "poveri". Art. 80,1-2: Per quanto possibile, tutti i frati devono attendere essi stessi ai lavori domestici nelle fraternità. Nel caso che altri lavorino per la nostra fraternità, la giustizia richiede che vengano osservate le norme delle leggi civili. Art. 82,3: Qualunque cosa i frati ricevano per il loro lavoro non dovrebbe diventare un'occasione per accumulare denaro. Quando c'è abbondanza, essi dovrebbero ricordare che appartiene alla Chiesa e ai poveri. Noi dobbiamo usarne in quanto poveri e come i poveri, non come possessori. Capitolo V Il capitolo V parla della nostra chiamata all'evangelizzazione; questa è la base della nostra fedeltà all'umiltà e alla povertà. Perciò, essa dovrebbe essere portata avanti con mezzi che siano in armonia con la nostra professione e dovrebbe essere indirizzata principalmente alle zone più povere. Art. 85: La proclamazione della pace è fondamentale per la nostra evangelizzazione. Art. 87,1: I frati non dovrebbero vivere solo per se stessi, ma a beneficio di altri. Essi dovrebbero cercare di estendere a tutti gli uomini le relazioni fraterne che sviluppano tra loro. Art. 87,3: Come segno di speranza, i frati dovrebbero costituire delle fraternità in zone povere e tra le masse secolarizzate, e considerare tali fraternità come mezzi privilegiati per la proclamazione del Vangelo. Art. 91: I frati non dovrebbero cercare né accettare privilegi, poiché l'umiltà è il fondamento della loro missione nella Chiesa. Art. 92,2: I frati dovrebbero collaborare con buona volontà all'impegno dell'inculturazione, dovunque essi vivano. Art. 93,1: L'autentico amore fraterno richiede che i frati vedano i poveri come loro maestri e che li ascoltino. Così, essi saranno capaci di mantenere un vero dialogo con loro. Art. 94: L'evangelizzazione delle culture è un impegno di somma importanza e dovrebbe essere promossa a fondo dai frati. Art. 95,1-3: Lo spirito ecumenico dovrebbe essere promosso ovunque. I frati dovrebbero cercare modi per collaborare con altri cristiani e con credenti di altre religioni, specialmente con le popolazioni islamiche.

Art. 96,1: L'evangelizzazione richiede la comprensione dei problemi sociali affrontati dalle persone e dalle famiglie. Tale conoscenza dà origine ad una risposta cristiana adeguata. Art. 96,2: Le questioni della giustizia, della libertà e della pace sono fondamentali. I frati dovrebbero dedicarsi a trovare una soluzione ai seri problemi che sorgono dalle violazioni della giustizia e della libertà. Essi dovrebbero lavorare insieme a coloro che sono impegnati nel ristabilimento della giustizia e della pace nel mondo. Art. 96,3: I frati dovrebbero operare con umiltà e con coraggio affinché nella Chiesa e nell'Ordine siano tutelati i diritti di tutti e sia rispettata la dignità umana. Art. 97,1: I frati dovrebbero seguire l'esempio di San Francesco, che fu condotto dal Signore tra i lebbrosi. Ogni frate dovrebbe riscoprire la propria chiamata tra i lebbrosi di oggi: gli emarginati, i poveri e gli oppressi, gli afflitti e gli infermi. Essi dovrebbero essere felici di vivere tra loro e di manifestare compassione. Art. 97,2: Essi dovrebbero adoperarsi perché i poveri stessi prendano maggiore coscienza della loro dignità di uomini, la difendano e la facciano valere. Art. 98,1: I frati non dovrebbero disprezzare i ricchi e i potenti, né giudicarli. Essi dovrebbero suggerire umilmente anche a loro il bisogno di conversione e ricordare loro il dovere di restituire ogni bene al Signore Dio, sempre presente nei poveri. Art. 98,2: Seguendo l'esempio di San Francesco, i frati dovrebbero avvicinare gli uomini che minacciano la vita e la libertà altrui e portare loro il lieto messaggio della riconciliazione, della conversione e della speranza di una vita nuova. Capitolo VI Il capitolo VI tratta della formazione dei frati. Tutto ciò che è stato detto sulla vita e sull'attività dei frati è assunto come orientamento costante per la formazione iniziale e permanente. Alcuni esempi: Art. 127,2-3: I frati dovrebbero essere preparati ad inserirsi attivamente nella vita sociale. La formazione dovrebbe favorire un rapporto intimo con Dio e relazioni improntate all'amore con tutti gli uomini e con le altre creature, come pure far crescere il senso della comunione ecclesiale e del servizio apostolico. Art. 127,4: È compito primario della formazione fare apprendere e sperimentare il modo francescano di vivere il Vangelo in fraternità e minorità, nella pratica della povertà e del lavoro e nel vivere la visione della missione nel nostro Ordine. Art. 128: La formazione francescana dovrebbe essere una formazione integrale dell'intera persona e tenere conto sia della dimensione personale sia di quella sociale. Art. 129,1-2: Nel processo formativo, i doni particolari di ogni persona dovrebbero essere trattati con grande riverenza e dovrebbe essere incoraggiato il senso di responsabilità nell'uso della libertà. La formazione dovrebbe sviluppare un equilibrato giudizio critico circa gli eventi. Art. 132: La formazione della maturità è necessaria per vivere in fraternità e per una vita di solidarietà con i poveri. Art. 153,2: Per fare più profondamente esperienza della vita francescana, i novizi dovrebbero dedicarsi alla contemplazione, alla penitenza, alla povertà, al lavoro e ad un servizio senza pretese dei poveri del nostro tempo, sia all'interno del convento sia fuori, a norma degli Statuti.

6. Giustizia, Pace e Rispetto per il Creato nella Ratio Formationis Franciscanae "La sequela di Gesù Cristo, secondo la forma di S. Francesco, conduce il frate minore ad impegnarsi con la Chiesa e a mettersi al servizio degli uomini del nostro tempo, come messaggero di riconciliazione e di pace" (RFF 3). "Il frate minore contempla l'infinito amore di Dio per lui ed è condotto a ricercare e trovare Gesù Cristo nelle Scritture, nella storia, in ogni aspetto della vita, nel fratello e in tutta la creazione, in una continua opera di discernimento per riconoscere l'azione dello Spirito" (RFF 12b). "Il frate minore si mette dinanzi al Cristo povero e crocifisso, suo Maestro, affermando continuamente la sua fedeltà a Lui e al Vangelo, alla Chiesa, all'Ordine e alla sua missione, all'uomo e al nostro tempo" (RFF 15b). "La fraternità [...] è l'ambiente di riconciliazione e di pace in cui è possibile l'incontro con il Cristo vivo e vero" (RFF 18). "L'esperienza della paternità di Dio e della fraternità con il Cristo porta i frati minori a rendersi fratelli di tutti gli uomini e di ogni creatura, in spirito di minorità, di semplicità, di letizia e di solidarietà" (RFF 21a). "Il frate minore accoglie tutti con bontà, senza escludere nessuno, ama tutti gli uomini, in particolare i poveri e i deboli, che serve con premura materna, rifiuta la violenza, opera per la giustizia e la pace, e rispetta la creazione" (RFF 21b). "Il frate minore scopre la propria piccolezza e la totale dipendenza da Dio, sorgente di ogni bene, e vive come pellegrino e forestiero, riconciliato e pacifico, accogliente, fratello e soggetto ad ogni creatura" (RFF 22b). "I frati minori seguono l'esempio di S. Francesco che fu condotto da Dio in mezzo ai lebbrosi scegliendo la vita e la condizione dei poveri, si identificano con essi, servono gli oppressi, gli afflitti e i malati, e si fanno evangelizzare da loro" (RFF 25a). "Il frate minore si rende sensibile e lavora per eliminare ogni forma di ingiustizia e le strutture disumanizzanti nel mondo, fa una opzione esplicita per i poveri diventando la voce di coloro che non hanno voce, come strumento di giustizia e di pace, e lievito di Cristo nel mondo" (RFF 25b). "I frati minori, discepoli del Signore e annunziatori della sua Parola, sull'esempio degli Apostoli, partecipano alla missione evangelizzatrice della Chiesa e portano a tutti quelli che incontrano la pace e il bene del Signore" (RFF 26a). "Il frate minore dà testimonianza di vita attraverso la comunione fraterna, la vita contemplativa e penitente, il servizio nella fraternità e nella società umana, come uomo di pace, in letizia e semplicità di cuore" (RFF 28b). "Quando piace al Signore, i frati minori proclamano esplicitamente il Vangelo con la testimonianza della parola, annunziando soprattutto il mistero di Cristo povero e crocifisso, predicando la penitenza, la riconciliazione e la pace a tutti gli uomini" (RFF 29a). "Seguendo il Cristo che ha posto la sua dimora nel mondo, i frati minori sono chiamati a vivere il loro carisma fra tutti gli uomini e ad essere attenti ai segni dei tempi, come strumenti di giustizia e di pace" (RFF 32a).

"Il frate minore acquisisce la visione francescana del mondo e dell'uomo, sviluppa un equilibrato giudizio critico circa gli eventi, e scopre nel mondo il bene che Dio vi realizza" (RFF 32b). "Il frate minore, come araldo della pace, la porta nel cuore e la propone agli altri, ed è pronto a denunciare con vigore tutto ciò che è contrario alla dignità umana e ai valori cristiani" (RFF 34b). "Fra gli aspetti più importanti della crescita [...] cristiana [...] la formazione presta attenzione a: Riguardo a Chiesa _ mondo: senso della presenza di Dio nel mondo; conoscenza della fede cattolica; amore alla Chiesa cattolica; spirito missionario ed ecumenico; ricerca della giustizia e della pace" (RFF 56,2b). "Fra gli aspetti della crescita [...] francescana, la formazione presta attenzione a: Riguardo a Chiesa _ mondo: amore per la Chiesa; obbedienza caritativa ai Pastori; evangelizzazione e missione; spirito profetico; opzione per i poveri; impegno di riconciliazione e di perdono; rispetto per la natura e per l'ambiente" (RFF 56,3c). "La formazione permanente avviene nel contesto della vita quotidiana del frate minore, nella preghiera e nel lavoro, nelle sue relazioni sia interne sia esterne alla fraternità, e nel rapporto col mondo culturale, sociale e politico in cui egli si muove" (RFF 58). "La fraternità della Casa di formazione è attenta al mondo e alla sua storia, alla precisa realtà sociale, e aperta specialmente ai poveri e agli emarginati, in sintonia con la nostra identità di minori" (RFF 79). "Il frate in professione temporanea si inserisca e sia solidale con la realtà del mondo e con la problematica del Paese nel quale è chiamato a vivere la sua vocazione" (RFF 155). "Nella valutazione dell'idoneità del frate alla professione solenne, alcuni criteri che dovrebbero essere tenuti in conto sono: maturità affettiva; segni manifesti di una adeguata e matura relazione personale con Dio nella preghiera; iniziativa personale e responsabilità della propria vita religiosa; capacità di vita e di lavoro con la fraternità; capacità di essere attivo e orientato al servizio degli altri, specialmente dei più poveri; senso di giustizia, pace e rispetto del creato; spirito di misericordia e di riconciliazione; capacità di assumere un impegno definitivo osservando i consigli evangelici; disponibilità a testimoniare e annunciare il Santo Vangelo; sufficiente libertà interiore e pratica della povertà; senso di appartenenza alla fraternità, alla Provincia, all'Ordine e alla Chiesa" (RFF 156). "La formazione generale favorisce uno sviluppo personale e dà strumenti di comprensione e di analisi che permettono di: avere uno sguardo critico sulla società e sul mondo;

conoscere se stesso, conoscere e capire l'essere umano, le tappe del suo sviluppo, la sua psiche; comunicare nella fraternità, nell'ambiente culturale; comunicare con le persone e i gruppi che parlano un'altra lingua; avere il livello necessario per accedere a una formazione professionale e tecnica; essere efficace nel lavoro dell'evangelizzazione, nel servizio alla fraternità e all'Ordine, nell'impegno di trasformare la società nel senso della giustizia, della pace e del rispetto alla creazione" (RFF 162). "Nell'esercizio del ministero della Carità il frate minore: sia servo e povero a esempio di Gesù Cristo; sappia servire nella gratuità; sappia condividere ed essere solidale; si formi nella sensibilità verso la realtà per vedere i problemi e comprendere le cause di essi; abbia la capacità di adattarsi continuamente alle necessità della Chiesa e del momento storico; sia messaggero della giustizia, della pace e della riconciliazione; curi i destinatari della carità, perché diventino protagonisti della loro promozione umana e della loro liberazione" (RFF 180a).

7. caratteristiche del lavoro francescano per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (1993) Introduzione È facile identificare seri problemi sociali ed ambientali a livello globale e locale. Le violazioni dei diritti umani, l'aborto, il genocidio, l'abbandono dei bambini, le industrie di armamenti, le droghe e l'inquinamento ambientale sono solo alcuni di questi. È, tuttavia, difficile trovare delle soluzioni e la determinazione ad affrontare questi problemi. Le difficoltà sono aggravate dalle voci di varie tradizioni, che suggeriscono o chiedono risposte contrastanti. Alcune di esse sono pacate, altre violente. La nostra risposta deve essere autentica e francescana. "Pace e Bene!" è un saluto che, fin dal tempo di San Francesco, milioni di francescani in tutti i continenti rivolgono allo stesso modo a contadini e governanti, santi e peccatori. Esso è giunto ad essere un motto non ufficiale della Famiglia francescana. In modo semplice e intuitivo, "Pace e Bene" esprime l'approccio francescano alla vita. A questo punto, la nostra domanda è: quale significato assume oggi il nostro augurio e il nostro impegno di "Pace e Bene"? Questo documento è un tentativo della Commissione Interfrancescana Internazionale per Giustizia e Pace di scrivere una dichiarazione consensuale che descriva quali crediamo che siano le caratteristiche importanti dell'approccio francescano al lavoro per la giustizia, la pace e il rispetto del creato. Abbiamo raccolto alcune idee da molte discussioni tra noi e con altri che incontriamo nel nostro lavoro. Le condividiamo con voi nella speranza che le nostre osservazioni stimolino la riflessione e il dialogo Pace La pace viene dal Dio povero che è rivelato in Gesù Cristo. I Santi di Assisi hanno irradiato una pace gioiosa che è stata universalmente riconosciuta. Questa pace non era il risultato delle loro conquiste, del loro benessere fisico o della loro sicurezza. In modo pubblico essi scelsero di passare dal loro ben difeso luogo di nascita, il Comune di Assisi, alle precarie abitazioni dei reietti lebbrosi e dei poveri che vivevano ai margini della loro società. I loro contemporanei riconobbero lo stile di vita povero dei santi come un commento profetico ai Vangeli e come una critica alla loro società. L'implicita analisi sociale espressa nel loro modo di vivere non era motivata soltanto da preoccupazioni umanitarie, né da una filosofia o da una condanna dello "status quo". Piuttosto, essi erano impressionati dall'Incarnazione di Dio. Gesù Cristo, il loro Signore povero e crocifisso, era il donatore e la ragione della loro pace. Il loro sforzo di seguire letteralmente la vita e il Vangelo di Gesù in assoluta semplicità divenne il fondamento e la regola della loro vita. Diversamente da similari gruppi "evangelici" o profetici di quel tempo, Francesco e Chiara furono tenaci nell'assicurarsi la conferma e l'approvazione della Chiesa universale per le loro ispirazioni e convinzioni personali. La contemplazione e l'esperienza mostrarono a Francesco e a Chiara il volto-icona di Dio, rivelato in Gesù, che fu non violento, vulnerabile e povero nella stalla di Betlemme; nudo e abbandonato sulla croce; cibo nell'Eucaristia. La perfetta mitezza, umiltà e povertà di Dio accesero in Francesco e in Chiara l'appassionato desiderio di divenire "perfetti come è perfetto il Padre nostro celeste". La povertà è la lampada che usiamo per passare attraverso il portale della fede in modo da entrare nel mistero di Dio, nel quale troviamo la vera pace (cfr. San Bonaventura). Nel corso dei secoli, le interpretazioni della povertà hanno generato molte dispute e riforme nel francescanesimo. I francescani, per la maggior parte, si vedono come persone che lavorano per i poveri; molti lavorano con i poveri e tra i poveri; e alcuni si sono identificati completamente con i poveri nello stile di vita e nel lavoro. La ricerca della "perfezione" di Dio portò Francesco a sposare Madonna Povertà e alla

pace della "perfetta letizia". Per tutta la sua vita, Chiara insistette sulla povertà assoluta e sul Privilegio della Povertà per sé e le sue sorelle. Bontà DIO è non solo povero, ma la Bontà stessa riflessa nel creato. L'approccio francescano alla vita è segnato dal riconoscimento dell'importanza, della bellezza e della bontà della creazione, creata da un Dio buono per nessun'altra ragione che per amore. Noi condividiamo questa terra, le sue risorse, la nostra vita e il nostro lavoro con tutte le creature di Dio, che sono per noi fratelli e sorelle. Diversamente da quanti si sono sforzati di addomesticare e dominare la natura, i due grandi santi di Assisi cercarono solo di vivere leggeri su nostra sorella madre terra, senza essere un peso né per la terra né per coloro che li nutrivano e li vestivano. La teologia e la spiritualità pratica di Francesco gli fornirono una analisi sociale secondo la quale tutti gli uomini hanno responsabilità e pari diritti davanti a Dio. La consapevolezza francescana del valore sacro dell'individualità fiorì nel pensiero di Giovanni Duns Scoto. Ogni individualità _ una pianta, una pietra, un'ameba _ è preziosa. Nessuna creatura, nessuna parte del creato, può essere messa da parte come insignificante. Ogni creatura deve raggiungere la piena misura della propria individualità, se l'amore di Dio deve esprimersi totalmente nel creato. Caratteristiche Il movimento francescano ebbe inizio con le vite e le preziose biografie di San Francesco e Santa Chiara di Assisi, che gli danno costante ispirazione e orientamento. Per secoli, centinaia di migliaia di uomini e donne sono stati guidati dallo Spirito Santo e ispirati dalla genialità semplice e dalla sapienza teologica pratica di Chiara e Francesco. Generazione dopo generazione, fratelli e sorelle hanno sviluppato e reso popolare l'ispirazione francescana originale. Questa evoluzione dello spirito di Francesco e Chiara ha avuto profondi effetti umanizzanti nella cristianità, nella civiltà occidentale e in altre culture. I francescani, uomini e donne, hanno una storia di risposte concrete a gravi problemi sociali, motivate dalle convinzioni ereditate da San Francesco: l'assoluta bontà di Dio e del creato, il primato dell'amore, l'Incarnazione e le sue implicazioni cristocentriche. L'antico divieto di usare armi per i membri dell'Ordine Secolare contribuì ad abbattere il sistema feudale in Europa. I francescani furono responsabili della costituzione di alcune delle prime farmacie europee, inizialmente per rispondere ai bisogni dei pellegrini infermi che inondavano Assisi. Per proteggere i poveri che venivano rovinati da enormi interessi ingiusti sui prestiti, i frati in Italia organizzarono il Mons Pietatis, una società finanziaria che precorse il moderno sistema bancario. Innumerevoli francescani aprirono le loro case a giovani senzatetto, dando la protezione e l'educazione non fornite dalla società. In paesi dove i poveri non potevano sostenere le cure mediche, donne e uomini francescani risposero in modo concreto istituendo ospedali e sistemi sanitari. Francesco era totalmente preso da una grande missione. Egli era l'araldo di Dio e del suo annuncio di pace. Il messaggio dell'amore di Dio bruciava così fortemente in Francesco che non poteva essere contenuto. Come gli araldi del suo tempo, che precedevano i loro signori annunciandone l'arrivo, Francesco viaggiava di villaggio in villaggio proclamando la bontà e la pace di Dio. Secondo Francesco, il Vangelo deve essere annunciato prima di tutto attraverso la nostra testimonianza di vita evangelica, non solo con le parole. Quando è opportuno e siamo spinti dallo Spirito di Dio, cogliamo l'occasione di spiegare agli altri le ragioni della nostra fede, senza mai diventare polemici. Per Francesco la forma ideale di evangelizzazione è il martirio, nel quale siamo uniti a Gesù, l'evangelizzatore perfetto, donando completamente la nostra vita per il messaggio evangelico dell'amore di Dio.

In scritti come il Cantico delle creature e la Regola di vita negli eremi, come pure nell'interazione tra i Frati Minori, le Donne Povere e i Penitenti, vediamo che fin dall'inizio il movimento francescano unì le energie e i talenti maschili e femminili. Storicamente e teoricamente, la vita francescana implica rispetto reciproco, cooperazione e collaborazione tra uomini e donne. Il Gran Re di Francesco era lo stesso Dio dei cristiani del suo tempo, anche se molto differente. Mentre la Chiesa stava intraprendendo una santa crociata contro i suoi nemici, i saraceni, l'interpretazione di Francesco della vita evangelica e delle sue richieste era rivoluzionaria. Egli era non violento, creativo e attivo nel suo approccio al conflitto. Non era passivo. Prese l'iniziativa di fare da mediatore e cercò di far dialogare le parti opposte per ottenere la riconciliazione. Francesco fu pronto al dialogo con il ricco Sultano, che era considerato nemico dei cristiani, e con il lupo temuto dagli abitanti di Gubbio. I frati riuscirono a riportare la concordia tra il vescovo e il podestà di Assisi, non umiliandoli con un rimprovero pubblico, ma cantando loro il Cantico delle creature. Durante un periodo di profondo scoraggiamento, Francesco scrisse il Cantico delle creature. Egli allora continuava a provare la perfetta letizia, sebbene fosse malato, soffrendo per le stimmate di Gesù e lo scoraggiamento psicologico dovuta alla delusione da parte dei suoi fratelli. La sua gioia nel dolore non era masochista, era piuttosto un riconoscimento onesto del suo dolore e delle sue ferite, accompagnato dalla sorprendente letizia di essere sostenuto in ciò. Ci doveva essere una grazia, o Qualcuno, che lo sosteneva nella sua sofferenza. La gioia di Francesco veniva dal riconoscere che lo Spirito di Dio lo stava sostenendo nelle situazioni per lui più dolorose. Lo Spirito Santo, il "Ministro Generale", aiutò Francesco a comprendere piuttosto che essere compreso, a consolare piuttosto che essere consolato, ad amare piuttosto che essere amato. La gioia francescana non è una negazione ingenua della sofferenza e dei problemi umani. È la convinzione che, nonostante tutto il male che c'è nella vita, lo Spirito di Dio è sempre dentro di noi, negli altri e nel creato. La gioia trattenne Francesco dal cedere all'amarezza nella sofferenza e nella delusione. Conclusione San Francesco e Santa Chiara sapevano come modificare gradualmente e assorbire la violenza attraverso l'amore. Con occhi aperti e rispetto carico di affetto per tutte le categorie di persone, essi scelsero di essere poveri tra i poveri. Piuttosto che fissarsi sulle negatività e i mali della loro società, decisero in modo profetico di mettere in evidenza il positivo con azione costruttiva. I francescani hanno tradizioni consapevoli e inconsapevoli di lettura dei segni dei tempi rivelati nei bisogni dei poveri. Le risposte a queste necessità sono state passi concreti, spesso piccoli, che hanno contribuito a scardinare sistemi culturali oppressivi. Oggi, la nostra sfida collettiva e personale è quella di sviluppare questi carismi francescani tradizionali secondo le nostre particolari circostanze e culture. Rivolgendo l'attenzione alle cause profonde e non semplicemente ai sintomi dei problemi, dobbiamo lavorare diligentemente per escogitare rimedi pratici costruttivi. Con educazione e pratica determinate, dobbiamo approfittare dei nuovi strumenti che abbiamo a disposizione per portare "Pace e Bene" nelle nostre società. Noi speriamo che i nostri programmi di formazione francescana, sia iniziale sia permanente, conterranno riflessioni bibliche, religiose e morali sulla giustizia, sulla pace e sulla salvaguardia del creato, e che renderanno familiari le scienze sociali, psicologiche e politiche. Esortiamo a una testimonianza più pubblica e collettiva del nostro lavoro e del nostro sostegno alla pacificazione, all'interesse per i poveri e alla cura del creato. Con tutti gli uomini di buona volontà condividiamo un obbligo e una sfida importante: rispondere ai problemi del nostro pianeta e delle sue società. Per la nostra tradizione, il nostro numero, la nostra educazione e la nostra influenza morale in differenti società, la comunità internazionale non ha il

diritto di aspettarsi dalla Famiglia francescana un considerevole impatto positivo sui problemi del mondo? "A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto". La Commissione Interfrancescana Internazionale per Giustizia e Pace, 1993

8. indirizzi (aggiornati al 1999) Conferenza della Famiglia francescana Ministro Generale OFM Via Santa Maria Mediatrice, 25 00165 Roma, Italia Tel: (+39.06) 68 49 19 Curia Fax: (+39.06) 63 80 292 Curia E-mail:mingen@ofm.org Web: http://www.ofm.org/ Ministro Generale OFM Conv. Piazza SS. Apostoli, 51 00186 Roma, Italia Tel: (+39.06) 699 571 Fax: (+39.06) 699 57 321 E-mail: jzambanini@ofmconv.org Web: http://www.ofmconv.org/ Ministro Generale OFM Cap. Via Piemonte, 70 00187 Roma, Italia Tel: (+39.06) 4620 121 Fax: (+39.06) 4620 1210 E-mail: curiagen08@ofmcap.org Web: http://www.ofmcap.org/ Ministro Generale TOR Via dei Fori Imperiali, 1 00186 Roma, Italia Tel: (+39.06) 699 15 40 Fax: (+39.06) 678 49 70 Web: http://home.penn.com/franciscanstor/ Presidente CFI-TOR Piazza del Risorgimento, 14 int. A-1 00192 Roma, Italia Tel: (+39.06) 39 72 35 21 Fax: (+39.06) 39 72 35 21 E-mail: isctorsg@tin.it Ministro Generale OFS Via Pomponia Grecina, 31 00145 Roma, Italia Tel: (+39.06) 512 39 64 E-mail: ciofs@ofs.it Web: http://www.ofs.it/

Ufficio OFM di GPSC Via Santa Maria Mediatrice, 25 00165 Roma, Italia Tel: (+39.06) 6849 1218 Fax: (+39.06) 6849 1266 E-mail: pax@ofm.org Web: http://www.ofm.org/ Fraternitas Curia Generalizia dei Frati Minori Via Santa Maria Mediatrice, 25 00165 Roma, Italia Tel: (+39.06) 68 49 19 Curia Fax: (+39.06) 63 80 292 Curia E-mail: comgen@ofm.org Web: http://www.ofm.org/ Organizzazioni di Roma Consiglio Pontificio per Giustizia e Pace Palazzo San Callisto 00120 Città del Vaticano Tel: (+39.06) 69 88 71 91 Fax: (+39.06) 69 88 72 05 E-mail: pcjust@justpeace.va Web: http://www.vatican.va/ Commissione GPIC dell'Unione dei Superiori e delle Superiore Generali Via Aurelia, 476 00100 Roma, Italia Tel/Fax: (+39.06) 662 29 29 Organizzazioni Non Governative (ONG) Franciscans International 211 East 43rd St. Room 1100 New York, NY 10017-4707, USA Tel: (+1.212) 490 4624 Fax: (+1.212) 857 4977 E-mail: franintl@undp.org Web: http://www.franciscansinternational.org/ Franciscans International e i Domenicani P.O. Box 97 1211 Ginevra 25, Svizzera Tel: (+41.22) 839 20 91 Fax: (+41.22) 839 21 29 E-mail: geneve@compuserve.com Web: http://www.fiop.org/

Pax Christi International Oude Graanmarket, 21 1000 Bruxelles, Belgio Tel: (+32.2) 502 55 50 Fax: (+32.2) 502 46 26 E-mail: office@pci.ngonet.be Web: http://www.pci.ngonet.be/ Amnesty International 1 Easton Street Londra WCX 8DJ, Regno Unito Tel: (+44.1-71) 413 55 00 Fax: (+44.1-71) 956 11 57 E-mail: amnestyis@amnesty.org Web: http://www.amnesty.org/ Comitato Internazionale della Croce Rossa 19, Avenue de la Paix CH-1202 Ginevra, Svizzera Tel: (+41.22) 734 60 01 Fax: (+41.22) 733 20 57 E-mail: webmaster.gva@icrc.org Web: http://www.icrc.org/ Oficina Internacional de Derechos Humanos-Accion Colombia OIDH-ACO Lourdes Castro Vlasfabriekstraat, 11 B-1060 Bruxelles, Belgio Tel: (+32.2) 536 11 11 E-mail: Lourdes.Castro@ncos.ngonet.be Catholic Institute of International Relations (CIIR) Unit 3 Canonbury Yard 190a New North Road, Islington Londra N1 7BJ, Regno Unito Tel: (+44.1) 71 354 08 83 Fax: (+44.1) 71 359 00 17 E-mail: ciirlon@gn.apc.org International Alert I Glyn Street Londra SE 115 HT, Regno Unito Tel: (+44.1) 71 793 83 83 Fax: (+44.1) 71 793 79 75 E-mail: intlalert@gn.apc.org

Peace Brigades International Archway Resource Centre 1 b Waterloo Road Londra N19 5NJ, Regno Unito Tel: (+44.1) 71 272 44 48 Fax: (+44.1) 71 272 92 43 (all'attenzione di PBI _ Colombia) E-mail: pbicolombia@gn.apc.org Web: http://www.igc.apc.org/pbi/index.html OMCT/SOS Torture Rue de Vermont 37-39 1211 Ginevra 20, Svizzera Tel: (+41 22) 733 31 40 Fax: (+41 22) 733 10 51 Commissione Cattolica Internazionale dell'Emigrazione 37-37, rue de Vermont 1202 Ginevra, Svizzera (P.O. Box 96, 1211 Ginevra 20, Svizzera) Tel: (+41 22) 919 10 20 Fax: (+41 22) 919 10 48 E-mail: secretariat@icmc.dpn.ch APT (Associazione per la prevenzione della tortura) P.O. Box 2267 1211 Ginevra 2, Svizzera Tel: (+41.22) 734 20 88 Fax: (+41.22) 734 56 49 E-mail: apt@apt.ch Washington Office on Latin America 1630 Connecticut Avenue Washington D.C. 20009, USA Tel: (+1.202) 797 21 71 Fax: (+1.202) 797 21 72 E-mail: wtate@wola.org Maryknoll Office for Global Concerns Peace, Social Justice and Integrity of Creation P.O. Box 29132 Washington D.C. 20017, USA Tel: (+1.202) 832 17 80 Fax: (+1.202) 832 51 95 E-mail: mknolldc@igc.apc.org Web: www.maryknoll.org Centro de Derechos Humanos Serapio Rendon 57-B Col. San Rafael 06740 Messico, D.F., Messico Tel: (+52.5) 66 78 54 o 46 82 17 Fax: (+52.5) 35 68 92 E-mail: prodh@laneta.apc.org

Organizzazione delle Nazioni Unite Sua Eccellenza Segretario Generale delle Nazioni Unite United Nations HeadQuarters New York, NY 10017, USA Web: http://www.un.org/ Direttore Amministrativo Fondo Monetario Internazionale (FMI) 700 19th Street, N.W. Washington D.C. 20431, USA Tel: (+1.202) 623 70 00 Fax: (+1.202) 623 46 61 E-mail: publicaffairs@imf.org Web: http://www.imf.org/ Presidente della Banca Mondiale 1818 H. Street, N.W. Washington D.C. 20433, USA Tel: (+1.202) 473 06 93 Fax: (+1.202) 522 33 13 o 522 32 28 Web: http://www.worldbank.org Ufficio dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani Palais Wilson 12, rue des Pâquis 1201 Ginevra, Svizzera Tel: (+41.22) 917 12 34 Fax: (+41.22) 917 90 12 Web: http://www.unhchr.ch/ Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) Route des Morillons, 14 1202 Ginevra, Svizzera Tel: (+41.22) 799 61 11 Web: http://www.ilo.org/ Organizzazione Mondiale per il Commercio Rue de Lausanne, 154 1202 Ginevra, Svizzera Tel: (+41.22) 739 51 11 Fax: (+41.22) 731 42 06 Web: http://www.wto.org/ Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati Rue de Montbrillant, 94 1202 Ginevra, Svizzera Tel: (+41.22) 739 81 11 E-mail:hqpi00@unhcr.ch Web: http://www.unhcr.ch

Governi Segretario del Tesoro degli Stati Uniti 1500 Pennsylvania Ave, N.W. Washington D.C. 20220, USA Tel: (+1.202) 622 20 00 Fax: (+1.202) 622 64 15 E-mail: OPCMAIL@treas-sprint.com Presidente Casa Bianca Washington D.C. 20500, USA Tel: (+1.202) 456 14 14 Fax: (+1.202) 456 24 61 E-mail: president@whitehouse.gov Web: http://www.whitehouse.gov/ Segretario di Stato degli Stati Uniti 2201 C. Street, N.W. Washington D.C. 20520, USA Web: http://www.state.gov/ Primo Ministro 10 Downing Street Londra SW1A 2AA, Regno Unito Tel: (+44.171) 270 30 00 Web: http://www.number-10.gov.uk/index.html Bundeskanzler Berlino, Germania Web: http://www.bundeskanzler.de Presidente della Commissione Europea 200 Rue de la Loi 1049 Bruxelles, Belgio Tel: (+32.2) 299 11 11 Tel: (+29) 53914 / 62288 Fax: (+29) 605 54 E-mail: echo@echo.cec.be Presidente della Russia Cremlino Mosca, Russia Tel: (+7.95) 925 35 81 Fax: (+7.95) 206 85 10 Web: http://www.gov.ru/ Primo Ministro House of Commons 111 Wellington St Ottawa, Ontario K1A 0A2, Canada Tel: (+1.613) 992 42 11 Web: http://www.canada.gc.ca/

Presidente della Repubblica Palais de l'Elysée 55, rue du Faubourg Saint-Honoré 75008 Paris, France Web: http://www.elysee.fr/ Primo Ministro Ufficio del Primo Ministro 57, rue de Varennes 75700 Paris, France Web: http://www.premier-ministre.gouv.fr/ Primo Ministro Palazzo Chigi Piazza Colonna 00187 Roma, Italia Web: http://www.palazzochigi.it/ Ufficio del Primo Ministro 1-6-1 Nagata-cho Chiyoda-ku Tokyo 100, Japan E-mail: jpm@kantei.ga.jp Web: http://www.sorifu.go.jp/english/index.html Agenzie Misereor (Agenzia di finanziamento per l'America Latina, Vescovi Cattolici Tedeschi) Mozartstrasse, 9 D-52064 Aquisgrana, Germania Tel: (+49.241) 442 178 o 442 223 Fax: (+49.241) 442 188 Web: http://www.misereor.de/ Trocaire (Agenzia di finanziamento irlandese per la Caritas dell'America Latina) Departemento de Proyectos 169 Booterstown Avenue Blackrock, Co. Dublino, Irlanda Tel: (+353.1) 288 53 85 Fax: (+353.1) 283 6022 E-mail: patty@trocaire.ie CAFOD Romero Close Stockwell Road Londra SW9 9TY, Regno Unito Tel: (+44.1) 71 733 79 00 Fax: (+44.1) 71 274 96 30 E-mail: hqcafod@cafod.org.uk Web: http://www.cafod.org.uk/

Oxfam House 274 Bandbury Road Oxford, OX2 7DZ, Regno Unito Tel: (+44.1865) 311 311 E-mail: oxfam@oxfam.org.uk Web: http://www.oxfam.org.uk/ USCC (United States Catholic Conference Bishops) Department of Social Development and World Peace 3211 4th Street NE Washington D.C. 20017-1194, USA Tel: (+1.202) 541 31 53 Fax: (+1.202) 541 33 39 E-mail: sdwpmail@nccbuscc.org Web: http://www.nccbuscc.org/ USCC (United States Catholic Conference Bishops) Migration and Refugees Services 3211 4th Street NE Washington D.C. 20017-1194, USA Tel: (+1.202) 541 32 60 Fax: (+1.202) 541 33 99 E-mail: mrs@nccbuscc.org Web: http://www.nccbuscc.org/ Servizio Rifugiati dei Gesuiti Borgo Santo Spirito, 4 00193 Roma, Italia P.O. Box 61.39 0095 Roma Prati, Italia Tel: (+39.06) 689 77 388 Fax: (+39.06) 940 22 60 E-mail: jrs.rome@agora.stm.it Web: http://www.jesuit.org/refugee/ Caritas Internationalis Piazza San Callisto, 16 00120 Città del Vaticano Tel: (+39.06) 69 88 71 97 Fax: (+39.06) 69 88 72 37 E-mail: ci.comm@caritas.va Web: http://www.caritas.net/ OneWorld, un insieme di oltre 350 organizzazioni per la giustizia globale. OneWorld si dedica a promuovere i diritti umani e uno sviluppo sostenibile imbrigliando il potenziale democratico di internet. http://www.oneworld.org/

9. preghiere di varie tradizioni di fede Preghiera a San Francesco (Papa Giovanni Paolo II, La Verna, 17.9.1993) O San Francesco, stimmatizzato della Verna, il mondo ha nostalgia di te quale icona di Gesù crocifisso. Ha bisogno del tuo cuore aperto verso Dio e verso l'uomo, dei tuoi piedi scalzi e feriti, delle tue mani trafitte e imploranti. Ha nostalgia della tua debole voce, ma forte della potenza del Vangelo. Aiuta, Francesco, gli uomini d'oggi a riconoscere il male del peccato e a cercarne la purificazione nella penitenza. Aiutali a liberarsi dalle stesse strutture di peccato, che opprimono l'odierna società. Ravviva nella coscienza dei governanti l'urgenza della pace nelle Nazioni e tra i Popoli. Trasfondi nei giovani la tua freschezza di vita, capace di contrastare le insidie delle molteplici culture di morte. Agli offesi da ogni genere di cattiveria comunica, Francesco, la tua gioia di saper perdonare. A tutti i crocifissi dalla sofferenza, dalla fame e dalla guerra riapri le porte della speranza. Amen.

Preghiera allo Spirito Santo (Hermann Schalück) Oggi, o Dio, noi ti preghiamo: mandaci oggi il tuo Spirito! E sia per noi un fuoco ardente e luminoso, illumini le nostre tenebre e ravvivi una volta ancora il nostro amore. Sia per noi un alito soave, consoli e tranquillizzi la nostra pusillanime trepidazione per futuro. Sia per noi una brezza forte, ci faccia navigare arditamente e indirizzi a nuovi orizzonti il nostro cammino. Sia per noi tempesta che rende l'aria pura. Sia per noi acqua, che fa crescere fiori nuovi dopo la siccità. O Signore della nostra vita e della nostra storia, il tuo Spirito ci faccia toccare con mano che l'antica missione, che in verità tu ci hai affidato, può ancora trasformare il mondo in questi tempi nuovi.

Preghiera a Nostra Signora della Porziuncola (Hermann Schalück) Maria, Madre del nostro Fratello e Signore Gesù Cristo, povero e crocifisso, Madre della nostra Famiglia, Madre dei poveri, ascolta la supplica fiduciosa che oggi ti rivolgiamo. Manca il pane materiale e il pane spirituale a molti popoli del nostro tempo; manca il pane della verità e dell'amore in tante menti e in tanti cuori; manca il pane della parola e il pane del Signore tra molta gente. Avvolge il cuore di molti uomini e di molte donne l'egoismo che impoverisce. Che i popoli di tutto il mondo sappiano accogliere la Luce vera, procedendo per i sentieri della Pace e della Giustizia, nel mutuo rispetto e nella solidarietà radicata nell'umanità del nostro Dio. Nostra Signora della Porziuncola, illumina la nostra speranza, purifica i nostri cuori, vieni con noi lungo le strade della nuova evangelizzazione, verso un mondo sempre più giusto e libero per tutti. Amen .

Essere costruttori di pace (Paolo VI) Signore, Dio di pace, che hai creato gli uomini oggetto della tua benevolenza, per essere i familiari della tua gloria, noi ti benediciamo e ti rendiamo grazie: perché ci hai inviato Gesù, tuo Figlio amatissimo, hai fatto di lui, nel mistero della sua pasqua, l'artefice di ogni salvezza, la sorgente di ogni pace, il legame di ogni fraternità. Noi ti rendiamo grazie per i desideri, gli sforzi, le realizzazioni che il tuo Spirito di pace ha suscitato nel nostro tempo, per sostituire l'odio con l'amore, la diffidenza con la comprensione, l'indifferenza con la solidarietà. Apri ancor più i nostri spiriti ed i nostri cuori alle esigenze concrete dell'amore di tutti i nostri fratelli, affinché possiamo essere sempre più dei costruttori di pace. Ricordati, Padre di misericordia, di tutti quelli che sono in pena, soffrono e muoiono nel parto di un mondo più fraterno. Che per gli uomini di ogni razza e di ogni lingua venga il tuo regno di giustizia, di pace e di amore. E che la terra sia ripiena della tua gloria! Amen.

Siamo fratelli, fratelli senza frontiere (Raoul Follerau) O Signore, da cent'anni gli uomini hanno fatto quasi cento guerre: insegna ai tuoi figli ad amarsi. Perché, Signore, non vi è amore senza il tuo amore. Fa' che ogni giorno e per tutta la vita, nella gioia, nel dolore, noi siamo fratelli, fratelli senza frontiere. Allora i nostri ospedali saranno anche le tue cattedrali e i nostri laboratori i testimoni della tua grandezza. Nei cuori dei proscritti di un tempo risplenderanno i tuoi tabernacoli. Allora, non accettando alcuna tirannia che quella della tua bontà, la nostra civiltà, martoriata dall'odio, dalla violenza e dal denaro, rifiorirà nella pace e nella giustizia. Come l'alba diventa aurora e poi giorno, voglia il tuo amore che i figli del duemila nascano nella speranza, crescano nella pace, si estinguano infine nella luce, per ritrovare Te, Signore, che sei la Vita.

Donaci la concordia e la pace (Clemente I, Papa) Ti preghiamo, Signore, non calcolare tutti i peccati dei tuoi servi e delle serve, ma purificaci con la purezza della tua verità e drizza i nostri passi, per camminare in santità di cuore e fare ciò che è bello e gradito agli occhi tuoi e agli occhi di chi ci guida. Sì, Signore, mostraci il tuo volto per offrirci i beni della pace, per proteggerci con la tua mano potente, per liberarci da ogni peccato col tuo braccio sovrano e per salvarci da coloro che ingiustamente ci odiano. Da' la concordia e la pace a noi e a tutti gli abitanti del mondo come l'hai data ai nostri padri, che santamente ti invocavano nella fede e nella verità; dalla anche a noi che siamo sottomessi al nome tuo potente e pieno di ogni virtù. Ai nostri principi e ai nostri capi sulla terra tu, Signore, hai dato il potere del regno per la tua potenza magnifica e ineffabile, affinché riconoscano la tua gloria e l'onore che hai concesso loro. Concedi loro, Signore, la salute, la pace, la concordia e la fermezza, affinché esercitino senza impedimenti l'autorità che hai dato loro. Dirigi, o Signore, il loro volere secondo ciò che è bello e gradito ai tuoi occhi, affinché, esercitando santamente, in pace e mansuetudine, il potere che hai dato loro, ti abbiano propizio. A te che solo puoi fare tra noi queste cose buone ed altre ancora maggiori, noi rendiamo grazie per mezzo del gran sacerdote e protettore delle nostre anime, Gesù Cristo, per il quale a te è resa

gloria e magnificenza ora e di generazione in generazione, nei secoli dei secoli! Amen.

Signore, insegnaci (Raoul Follerau) Signore insegnaci a non amare noi stessi, a non amare soltanto i nostri, a non amare soltanto quelli che amiamo. Insegnaci a pensare agli altri ed amare in primo luogo quelli che nessuno ama. Signore, facci soffrire della sofferenza altrui. Facci la grazia di capire che ad ogni istante, mentre noi viviamo una vita troppo felice, protetta da Te, ci sono milioni di esseri umani, che sono pure tuoi figli e nostri fratelli, che muoiono di fame senza aver meritato di morire di fame, che muoiono di freddo senza aver meritato di morire di freddo. Signore, abbi pietà di tutti i poveri del mondo. E perdona a noi di averli, per una irragionevole paura, abbandonati, e non permettere più, Signore, che noi viviamo felici da soli. Facci sentire l'angoscia della miseria universale, e liberaci da noi stessi. Così sia.

Era in mezzo alla strada (Michel Quoist) Era in mezzo alla strada, vacillante. Cantava a squarciagola con la sua voce rauca da ubriacone inveterato. La gente si voltava, si fermava, si divertiva. È arrivato un vigile, silenzioso, alle spalle. Lo ha preso brutalmente per la spalla e portato dentro. Cantava ancora. La gente rideva. Non ho riso. Ho pensato, o Signore, alla donna che questa sera attenderebbe invano. Ho pensato a tutti gli altri ubriaconi della città, quelli dei bar e dei caffè, quelli dei ritrovi e dei night-club. Ho pensato al loro ritorno, alla sera, in casa, ai bimbi spaventati, al portafoglio vuoto, ai colpi, alle grida, alle lacrime, ai bambini che nascerebbero dalle strette puzzolenti. Ora hai steso la Tua notte sulla città, o Signore. E mentre s'intrecciano e snodano drammi gli uomini che hanno difeso l'alcool, fabbricato l'alcool, venduto l'alcool, nella stessa notte s'addormentano in pace. Penso a tutti questi, mi fanno pietà; hanno fabbricato e venduto miseria, hanno fabbricato e venduto peccato. Penso a tutti gli altri, la folla degli altri che lavorano per distruggere e non per costruire, per insozzare e non per nobilitare, per istupidire e non per rasserenare, per avvilire e non per accrescere. Penso particolarmente, o Signore, a quella moltitudine che lavora per la guerra, che per nutrire la famiglia deve lavorare e distruggerne altre, che per vivere deve preparare la morte. Non ti chiedo di strapparli tutti al loro lavoro: non è possibile. Ma fa', o Signore, che si pongano dei problemi, che non dormano tranquilli, che lottino in questo mondo in disordine, che siano fermento, che siano redentori. Per tutti i feriti nell'anima e nel corpo, vittime del lavoro dei loro fratelli. Per tutti i morti, di cui migliaia di uomini hanno coscienziosamente preparato la morte.

Per quell'ubriacone, grottesco clown in mezzo alla strada. Per l'umiliazione e le lacrime della moglie. Per la paura e le grida dei bambini. Signore, abbi pietà di me troppo spesso sonnolento. Abbi pietà degl'infelici completamente addormentati e complici di un mondo in cui fratelli si uccidono tra loro per guadagnare il pane.

Seguire da povero un Dio povero (Charles De Foucauld) Signore Gesù, come sarà presto povero colui che, amandoti con tutto il suo cuore, non potrà sopportare di essere più ricco del suo Beneamato!... Signore Gesù, come sarà presto povero colui che, pensando che tutto ciò che si fa a uno di questi piccoli, lo si fa a Te, che tutto ciò che non si fa loro, non si fa a Te, solleverà tutte le miserie che gli stanno vicino!... Come sarà presto povero colui che accetterà con fede le tue parole: "Se volete essere perfetti, vendete tutto ciò che possedete e datelo ai poveri". "Beati i poveri, poiché chiunque avrà lasciato i suoi beni per me, riceverà quaggiù il centuplo e, in cielo, la vita eterna", e tante altre! Mio Dio, non so come sia possibile, per certe anime, vederti povero e rimanere tranquillamente ricche; vedere se stesse tanto più grandi del loro Maestro, del loro Beneamato, non volerti rassomigliare in tutto, per quanto dipende da loro, e soprattutto nel tuo annichilimento. Io voglio con tutto il cuore che ti amino, mio Dio, però credo che al loro amore manchi qualcosa. Comunque, per quel che mi riguarda, io non posso concepire l'amore dissociato dal bisogno, dal bisogno imperioso di conformità, di rassomiglianza, e soprattutto dal desiderio di condividere tutte le pene, le difficoltà, le asprezze della vita. Essere ricco, a mio agio, vivere comodamente dei miei beni, quando Tu sei stato povero, sei vissuto in strettezze, campando penosamente di un duro lavoro: no, non me la sento, mio Dio, io non posso amare così. Non conviene che il servo sia più grande del Maestro, né che la sposa sia ricca mentre lo Sposo è povero, quando è volontariamente povero soprattutto, e perfetto. Non giudico nessuno, mio Dio, gli altri sono vostri servitori e miei fratelli, e io non debbo che amarli, far loro del bene e pregare per essi; ma a me è impossibile comprendere l'amore senza la ricerca della rassomiglianza e senza il bisogno di condividere tutte le croci.

Ascolta la mia voce (Giovanni Paolo II) Creatore della natura e dell'uomo, della verità e della bellezza, levo una preghiera: ascolta la mia voce, perché è la voce delle vittime di tutte le guerre e della violenza tra gli individui e le nazioni; ascolta la mia voce, perché è la voce di tutti i bambini che soffrono e che soffriranno ogni volta che i popoli ripongono la loro fiducia nelle armi e nella guerra; ascolta la mia voce, quando ti prego di infondere nei cuori di tutti gli esseri umani la saggezza della pace, la forza della giustizia e la gioia dell'amicizia; ascolta la mia voce, perché parlo per le moltitudini di ogni paese e di ogni periodo della storia che non vogliono la guerra e sono pronti a percorrere il cammino della pace; ascolta la mia voce e donaci la capacità e la forza per poter rispondere all'odio con l'amore, all'ingiustizia con una completa dedizione alla giustizia, al bisogno con la nostra stessa partecipazione, alla guerra con la pace. O Dio, ascolta la mia voce e concedi al mondo per sempre la Tua pace.

Il Principe della pace (Giovanni XXIII) Il Principe della pace allontani dal cuore degli uomini ciò che può mettere in pericolo la pace e li trasformi in testimoni di verità, di giustizia, di amore fraterno. Illumini i responsabili dei popoli affinché, accanto alle sollecitudini per il giusto benessere dei loro cittadini, garantiscano e difendano il gran dono della pace; accenda la volontà di tutti a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie; in virtù della sua azione, si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace.

Dammi la forza di non reagire (Preghiera ebraica) O Signore, preserva le mie labbra dal pronunciare il male, l'inganno e la frode. Dammi la forza di non reagire contro chi mi oltraggia. Fa' che mi sia di gioia adempiere i precetti e ch'io comprenda appieno le Tue Leggi. Fa' che non sia superbo. Annulla i perversi progetti di chi vuol farmi danno. Concedimi sapienza, pazienza ed intelletto, mezzi di sussistenza, pietà e misericordia. O Tu, che hai stabilito l'armonia del creato, concedi pace all'uomo e ad Israele.

Aiutaci a costruire una cultura senza violenza (Giovanni Paolo II) O Signore e Dio di ogni cosa, tu hai voluto che tutti i tuoi figli, uniti dallo Spirito, vivessero e crescessero insieme in reciproca accettazione, in armonia e in pace. Abbiamo il cuore colmo di afflizione, perché il nostro umano egoismo e la nostra cupidigia hanno impedito che in questo nostro tempo fosse realizzato il tuo disegno. Noi riconosciamo che la pace è un dono che proviene da te. Sappiamo anche che la nostra collaborazione, in qualità di tuoi strumenti, richiede che amministriamo con saggezza le risorse della terra per il reale progresso di tutti i popoli. Essa esige un rispetto e una venerazione profondi per la vita, una viva considerazione della dignità umana e della sacralità della coscienza di ogni persona, e una costante lotta contro tutte le forme di discriminazione, di diritto e di fatto. Noi ci impegniamo, assieme a tutti i nostri fratelli e sorelle, a sviluppare una più profonda consapevolezza della tua presenza e della tua azione nella storia, ad una più efficace pratica di verità e di responsabilità, alla incessante ricerca di libertà da tutte le forme di oppressione, alla fratellanza attraverso l'eliminazione di ogni barriera, alla giustizia e alla pienezza di vita per tutti. Mettici in grado, o Signore, di vivere e di crescere in attiva cooperazione comune e gli uni con gli altri nel comune intento di costruire una cultura senza violenza, una comunità mondiale che affidi la sua sicurezza non alla costruzione di armi sempre più distruttive, ma alla fiducia reciproca e al sollecito operare per un futuro migliore per tutti i tuoi figli, in una civiltà mondiale fatta di amore, verità e pace.

Signore, vorrei tanto (Raoul Follerau) Signore, vorrei tanto aiutare gli altri a vivere, tutti gli altri, i miei fratelli, che penano e soffrono senza sapere il perché, aspettando che la morte li liberi. Lavorare per poter mangiare, mangiare per lavorare ancora, con, alla fine, la vecchiaia e la morte. No! Non è questa la Pace che hai promesso! Signore, vorrei tanto aiutare gli altri a vivere... Senza l'elemosina insultante d'una sterile passione. Impedire ai poveri di morire, è bene. Ma se è per lasciarli morire di fame per tutta la vita, per fare della loro vita una morte senza fine, divento complice di questo assassinio, perché conservo il superfluo che loro serve per vivere. Dividere amichevolmente le ricchezze del mondo è prendere la nostra parte alla tua creazione. Signore, vorrei tanto aiutare gli altri, tutti gli altri, i miei fratelli, che si battono e dibattono nel vuoto. Lacerarsi, calpestarsi per accumulare, avidi, con il cuore legato, la coscienza sottomessa, un po' di questo denaro miserabile che fa marcire tanti destini; o per "guadagnare" _ come si dice! _ qualche minuto di questo tempo inesistente in Paradiso: No! Non è questa la Pace che hai promesso. Signore, vorrei tanto aiutare gli altri, tutti gli altri, i miei fratelli, che vacillano nella loro solitudine... Accordami di consacrare la mia vita a tentare di liberarli dalla loro fretta, per raggiungerti, dal loro tumulto, per ascoltarti, dalla loro ricchezza, per comprenderti e dalla loro povera vanità, per conoscere la Pace che tu hai promesso, se tale è la tua volontà.

PREGHIERE DELLE DIVERSE RELIGIONI (Giornata mondiale di preghiera per la pace, Assisi, ottobre 1986) La preghiera buddista Per la virtù di questo sforzo che ci incammina sulle strade che portano all'illuminazione possano gli esseri viventi venire a impegnarsi in quelle direzioni. Dappertutto sia possibile agli esseri oppressi dalla sofferenza di corpo e di spirito ottenere un mare di felicità e di gioia per opera dei miei meriti. Fino a quando essi rimangono nell'esistenza ciclica, non declini mai la loro felicità terrena e tutti loro ricevano ininterrottamente ondate di gioia dai Bodhisattva. Coloro che tremano per il freddo trovino calore e quelli che soffrono per il caldo trovino refrigerio nelle acque senza limiti che traboccano dalle grandi nuvole del Bodhisattva. Si liberino gli animali dalla paura di essere divorati a vicenda; e i fantasmi affamati siano felici come gli uomini del continente settentrionale. I ciechi vedano le forme e i sordi odano i suoni e proprio come accadde a Mayadevi le donne incinte partoriscano senza dolore. Coloro che sono nudi trovino di che coprirsi e gli affamati trovino cibo: i disperati trovino nuova speranza, felicità e prosperità costanti. Tutti coloro che sono ammalati e infermi siano presto liberati dalle loro infermità, e tutte le malattie epidemiche del mondo scompaiano per sempre. I terrorizzati cessino di aver paura e quelli che sono legati siano liberi; quelli che non hanno alcun potere ne ottengano e le persone pensino a divenire amiche. I viaggiatori trovino la felicità dovunque vadano, e senza sforzo riescano a realizzare tutto ciò che avevano progettato di fare. Quelli che navigano su barche e su navi ottengano ciò che desiderano, e dopo un sicuro ritorno alla riva possano gioiosamente riunirsi ai loro cari. I viandanti in difficoltà per aver smarrito la strada possano incontrare compagni di viaggio, e liberati dal timore delle tigri e dei briganti

proseguano il loro cammino senza fatica. Coloro che si trovano in un deserto pauroso, senza piste, i bambini, i vecchi, gli abbandonati, gli smemorati e i malati di mente siano protetti da creature celesti piene di benevolenza. Le donne incinte partoriscano senza dolore. Proprio come il tesoro dello spazio; senza (essendone esso l'origine) discussione o danno possano goderselo come desiderano. Tutte le creature corporee possano udire ininterrottamente il suono del Dharma, proveniente dagli uccelli e dagli alberi dai raggi di luce e anche dallo stesso spazio. Le potenze celesti donino piogge regolari così che i raccolti siano generosi. I re agiscano in conformità al Dharma e i popoli della terra prosperino sempre. Che nessuna creatura vivente abbia a soffrire, commettere il male o cadere ammalata: che nessuno abbia paura, o venga sminuito, o la sua mente venga umiliata. Gli esseri non abbiano a sperimentare la miseria dei regni inferiori né conoscere mai alcuna privazione; con una forma fisica superiore agli dei possano agilmente raggiungere lo stato di Buddha. Infatti, finché durerà lo spazio e ci saranno esseri viventi, possa anch'io rimanervi per dissipare la miseria del mondo. Che tutte le sofferenze delle creature viventi maturino (soltanto) su me stesso, e per effetto della forza del Bohisattva Sangha tutti gli esseri esperimentino la felicità.

La preghiera indù Preghiere dall'Upanishads Dio ci protegga; ci nutra. Che noi possiamo lavorare insieme con energia. Che i nostri studi siano fruttuosi. Che noi ci amiamo vicendevolmente e quindi viviamo nella pace. Pace, pace, pace verso tutti. Siate uniti; parlate in armonia; che le nostre menti apprendano in maniera simile. La conclusione della nostra assemblea sia condivisa da tutti. La soluzione dei nostri problemi sia comune; le nostre delibere siano adottate all'unanimità. Nella stessa linea siano i nostri sentimenti nei confronti degli altri esseri. I nostri cuori restino uniti. Le nostre intenzioni siano comuni;

la nostra unità per la pace sia perfetta. Pace, pace, pace verso tutti. Che le nostre orecchie ascoltino ciò che è di buon auspicio. Che i nostri occhi vedano ciò che è di buon auspicio. Che noi possiamo cantare la gloria di Dio e godere di una vita lunga e in buona salute. Pace, pace, pace verso tutti. O Dio, guidaci dall'irreale verso ciò che è reale. O Dio, guidaci dal buio verso la luce. O Dio, guidaci dalla morte verso l'immortalità. Pace, pace, pace verso tutti. Una preghiera per la pace La pace sia nei cieli; pace nel cielo e sulla terra; pace nelle acque; pace fra le erbe e le piante; pace su tutte le divinità; pace fra tutti gli esseri. Pace, pace, pace verso tutti. Risposta dell'assemblea Pace, pace, pace verso tutti. Un impegno per la pace Noi riaffermiamo il nostro impegno a consolidare la giustizia e la pace attraverso lo sforzo solidale di tutte le religioni del mondo. Noi, rappresentanti delle religioni, qui riuniti, preghiamo Dio per la giustizia fra uomo e uomo, che si realizzi attraverso il nostro sforzo comune, e preghiamo anche per l'amore e la pace fra tutte le nazioni. Inni dai Veda Il Dio Onnipotente, amico di tutti, sia per la nostra pace. Il Giudice Divino sia il depositario della nostra pace. Il supremo Controllore di tutti sia colui che ci dona la pace. Il Signore di ogni potere e ricchezza, il Padrone di tutti i grandi esseri sia a favore della nostra pace. Il Dio Onnipresente della prodezza insondabile sia per noi il donatore della pace. O Signore Dio Onnipotente, la pace regni nelle regioni celesti. Ci sia pace sulla terra. Le acque siano dissetanti. Le erbe siano salubri, gli alberi e le piante ci portino pace. La tua legge vedica possa diffondere la pace su tutto il mondo. Possano tutte le cose essere origine di pace per noi e la tua stessa pace concedere la pace a tutti, e quella pace raggiungere anche me.

La preghiera musulmana Parte prima: La Fatiha Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Clemente! Sia lode a Dio, Signore dell'universo, il Misericordioso, il Clemente! Sovrano nel giorno della ricompensa! Te noi adoriamo e Te chiamiamo in aiuto. Guidaci sulla strada diritta, la strada di coloro che tu hai scelto, con i quali non sei in collera, e non sono perduti! Parte seconda: recita di alcuni versetti dal Corano Dite: "Noi crediamo in Dio e nella rivelazione che è stata data a noi, e in quella data a tutti i Profeti dal loro Signore: noi non facciamo differenza fra l'uno e l'altro di essi: e ci inchiniamo a Dio nell'Islam". (Sura II, v. 136) O umanità! Venera il tuo Signore-Custode, che ti creò da una sola Persona, creò la sua compagna della stessa natura e da loro due scaturirono come semi innumerevoli uomini e donne; venerate Dio attraverso il quale voi esigete i vostri vicendevoli diritti, e venerate i grembi che vi hanno portato: infatti Dio veglia sempre su di voi. (Sura IV, v. 1) O voi che credete! Quando andate all'estero per la causa di Dio, indagate attentamente e non dite a chi vi offre il saluto: "tu sei niente di fronte a un credente!" mentre bramate i beni caduchi di questa vita: con Dio i guadagni e i bottini sono abbondanti. Anche voi stessi eravate così prima, finché Dio non vi donò i suoi favori: perciò indagate attentamente. Infatti Dio sa benissimo tutto ciò che voi fate. (Sura IV, v. 94) Ma se il nemico propende verso la pace, propendi anche tu verso la pace ed abbi fiducia in Dio: infatti lui è Colui che ascolta e conosce (tutte le cose). (Sura VIII, v. 61) E i servi del più pieno di Grazia (Dio) sono coloro che camminano sulla terra in spirito di umiltà, e quando gli ignoranti si rivolgono a loro, essi dicono "pace!". (Sura XXV, v. 63)

O umanità! Noi ti abbiamo creata da una sola coppia di un uomo e una donna, e ti abbiamo trasformata in nazioni e tribù; perché possiate conoscervi (non perché possiate disprezzarvi vicendevolmente). In verità fra di voi il più degno di onore agli occhi di Dio è colui che è più giusto. E Dio ha conoscenza piena ed è bene informato su tutte le cose. (Sura XLIX, v. 13)

La preghiera dei tradizionalisti africani Dio Onnipotente, Grande Pollice al quale non possiamo sfuggire per legare qualsiasi nodo; Tuono Ruggente che spacca gli alberi possenti; Signore Onniveggente lassù nell'alto, che distingue anche le impronte dell'antilope su un masso di pietra quaggiù sulla terra, Tu sei l'unico che non esita a rispondere alle nostre chiamate; Tu sei la pietra angolare della pace. Noi tutti ci rivolgiamo a Te oggi per una ragione importante. Il nostro mondo è privo di pace. Siamo circondati da continue guerre e contese. Abbiamo bisogno di pace. Questo ha spinto il Santo Padre a invitare tutte le religioni del mondo a riunirsi per pregare per la pace. Perciò preghiamo per la pace nel mondo. Che la pace regni nel Vaticano. Dona la pace all'Africa. Dona la pace alle singole persone, alle case e alle famiglie, e fa' lo stesso dono in tutti gli angoli del mondo. Imploriamo lunga vita, saggezza, pace, prudenza e coraggio per Sua Santità Papa Giovanni Paolo II e i suoi consiglieri. Fa' piovere benedizioni su di loro. Siano maledette tutte quelle persone perverse che cercano di rendere vano questo lodevole sforzo fatto per realizzare la pace. Possano le tue benedizioni avere effetti molteplici su tutti coloro che sostengono l'idea e lottano per la pace. Infine, ti preghiamo brevemente. Tu ci hai protetto e condotto felicemente fin qui; riconducici altrettanto sicuramente alle nostre case. Che tutti gli antenati e spiriti avversi ricevano le loro bevande e quindi fuggano nel loro regno. Ma voi, spiriti e antenati buoni che noi abbiamo implorato, ricevete le nostre bevande, benediteci largamente e donateci la pace.

La preghiera ebraica Dio nostro nel cielo, il Signore della pace abbia compassione e misericordia per noi e per tutti i popoli della terra che implorano la sua pietà e la sua compassione chiedendo la pace, cercando la pace. Dio nostro nel cielo, dacci la forza di agire, di lavorare e di vivere finché lo spirito si manifesti su di noi dall'alto, e il deserto si trasformi in vigna e la vigna sia vista come una foresta. La giustizia avrà la sua casa nel deserto e la carità avrà dimora nella vigna. L'azione della giustizia produrrà la pace, e il lavoro della giustizia produrrà tranquillità e sicurezza per sempre. E il mio popolo sarà circondato dalla pace, in abitazioni sicure, in luoghi indisturbati di riposo. E quindi, o Signore nostro Dio e Dio dei nostri padri, porta a compimento per noi e per tutto il mondo la promessa che tu facesti per bocca del profeta Michea: "Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e s'innalzerà sopra i colli ed affluiranno a esso i popoli; verranno molte genti e diranno: 'Venite, saliamo al monte del Signore e al tempio del Dio di Giacobbe; egli ci indicherà le sue vie e noi cammineremo nei suoi sentieri', poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà arbitro tra molti popoli e pronunzierà sentenza fra numerose nazioni; dalle loro spade forgeranno vomeri, dalle loro lame, falci. Nessuna nazione alzerà la spada contro un'altra nazione e non impareranno più l'arte della guerra. Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato!" (Mi 4,1-4). O Dio nel cielo, dona pace alla terra, dona benessere al mondo, rendi stabile la tranquillità nelle nostre dimore. Diciamo Amen!

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful