Volume : 1 Numero: 16 Data: Marzo 2011 Sede: Gruppo Alternativa Liguria Di: Asta Paolo, Martini Claudio

Alternativa news
In collaborazione con: Megachip

Vota Sì: una manifestazione per l'acqua bene comune
26 marzo 2011 Ore 14.00 - Piazza della Repubblica - Manifestazione nazionale a Roma

IN QUESTO NUMERO:
1 – Vota SI: una manifestazione per l’acqua bene comune – [pagina 1/2] 2 – Conti falsi sulle stragi, verso le stragi “umanitarie” – Di: Piero Pagliari [pagina 2/3] 3 – USA, la nuova propaganda - Di: Laura Galassi [pagina 2] 4 – I primi 80 anni di Gorbaciov Di: Giulietto Chiesa [pagina 3] 5 – Gelli e il cambio nel potere occulto - Di: Alessandro Calvi [pagina 4] 6 – Ecco a cosa serve la Bocconi Di: Michele Maggino [pagina 5] 7 – Al-Qa’ida, si sgretola anche il “brand” - Di: Alessandro Cisilin [pagina 5/6] 8 – Alternativa a difesa della Costituzione - [pagina 6] 9 – Per una politica di opposizione - Di: Badiale e Bontempelli [pagina 6/7/8]

VOTA SI' AI REFERENDUM PER L’ACQUA BENE COMUNE! SI' per fermare il nucleare, per la difesa dei beni comuni,dei diritti, della democrazia

Oltre un milione e quattrocentomila donne e uomini hanno sottoscritto i referendum per
togliere la gestione del servizio idrico dal mercato e i profitti dall’acqua. Lo hanno fatto attraverso una straordinaria esperienza di partecipazione dal basso, senza sponsorizzazioni politiche e grandi finanziatori, nel quasi totale silenzio dei principali massmedia. Grazie a queste donne e questi uomini, nella prossima primavera l’intero popolo italiano sarà chiamato a pronunciarsi su una grande battaglia di civiltà: decidere se l’acqua debba essere un bene comune, un diritto umano universale e quindi gestita in forma pubblica e partecipativa o una merce da mettere a disposizione del mercato e dei grandi capitali finanziari, anche stranieri. Noi che ci siamo impegnati nelle mobilitazioni del popolo dell’acqua, nelle battaglie per la riappropriazione sociale dei beni comuni e per la difesa dei diritti pensiamo che i referendum siano un’espressione sostanziale della democrazia attraverso la quale i cittadini esercitano la sovranità popolare su scelte essenziali della politica che riguardano l’esistenza collettiva. Per consentire la massima partecipazione, chiediamo che il voto referendario sia accorpato alle prossime elezioni amministrative e che prima della celebrazione dei referendum si imponga la moratoria ai processi di privatizzazione. Crediamo anche che il ricorso all’energia nucleare sia una una scelta sbagliata perché è una fonte rischiosa, costosa, non sicura e nei fatti alternativa al risparmio energetico e all'utilizzo delle fonti rinnovabili. Siamo convinti che una vittoria dei SI ai referendum della prossima primavera possa costituire una prima e fondamentale tappa, non solo per riconsegnare il bene comune acqua alla gestione partecipativa delle comunità locali, bensì per invertire la rotta e sconfiggere le politiche liberiste e le privatizzazioni dei beni comuni che negli ultimi trent’anni hanno prodotto solo l’impoverimento di larga parte delle popolazioni e dei territori e arricchito pochi gruppi finanziari con una drastica riduzione dei diritti conquistati, determinando la drammatica crisi economica, sociale, ecologica e di democrazia nella quale siamo tuttora immersi. Cambiare si può e possiamo farlo tutte e tutti assieme. Per questo chiamiamo tutte le donne e gli uomini di questo Paese a una grande manifestazione nazionale del popolo dell’acqua e dei movimenti per i beni comuni da tenersi a Roma sabato 26 marzo 2011. Una manifestazione aperta, allegra e plurale. Per lanciare la vittoria dei SI ai referendum per l’acqua bene comune. E per dire che un’altra Italia è possibile. Qui ed ora. Perché solo la partecipazione è libertà. Perché si scrive acqua e si legge democrazia…..

PAGINA 1 – Alternativa news n°16

CONTI FALSI SULLE STRAGI, VERSO LE STRAGI "UMANITARIE"
di Piero Pagliani – Megachip.

Avete

letto

che

un

diplomatico

britannico è andato a negoziare con i ribelli libici e che questi non hanno capito e gli hanno arrestato la scorta militare? Può sembrare una comica, ma il significato è chiaro: in Libia sono già attivi militari delle potenze occidentali. E che dire di quell'elicottero olandese militare con tre marines a bordo catturato dai governativi in Libia (è però ormai politicamente corretto chiamarli spregiativamente “miliziani”), con armi e, pare, soldi? Era lì per evacuare personale. Carino: un elicottero armato olandese che pensa di aver diritto di entrare impunemente in un Paese sovrano senza permesso. Ma l’Olanda non è il Paese della Shell? E che dire del fatto che fonti diplomatiche a Islamabad hanno rivelato da una settimana che in Libia sono già presenti centinaia di “consiglieri militari” di USA, Francia e UK? E i 200 morti di ieri per la riconquista di Zawiya («strage nella folla» secondo il «Corriere della Sera»), che gli stessi portavoce dei ribelli riducono a 50 e che un medico libico del posto dice essere ancora meno, 30? E la confusione aumenta se uno dei pochi giornalisti occidentali sul posto, un reporter di Sky News, dice “forse una decina”. Dovrebbero essere più sicuri gli almeno trenta morti dovuti all’esplosione di un deposito di munizioni a Rajma, poco fuori Bengasi. I ribelli parlano di un bombardamento aereo, ma gli aerei non li ha visti nessuno. Infine si rimane perplessi a vedere “fosse comuni” che sono fosse singole. C’è chi sostiene che si tratti proprio del cimitero di Tripoli. Io non lo so, ma anche se non mi fa un gran piacere pensarla come Carlo Giovanardi, ho comunque un’altra immagine delle fosse comuni. Non so a voi, ma a me tutto ciò ricorda le balle sulle armi di distruzione di massa di Saddam. O più ancora le “fosse comuni” di Ceaucescu a Timişoara con migliaia di corpi appena ammazzati che poi una commissione d’inchiesta internazionale ha stabilito essere circa duecento cadaveri, precedenti la “rivoluzione” e ammassati lì da altre parti per far scena contro il tiranno romeno. Che despota è stato veramente, ma che diavolo di rivoluzione popolare…

PROMUOVONO: Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Comitato Referendario “2 SI’ per l’Acqua Bene Comune” Agenzia Italiana per la Campagna e l'Agricoltura Responsabile ed Etica Anomalia Sapienza Fondazione Rosa Luxemburg SOSTENGONO: Alternativa - Laboratorio Politico Circolo Sabina Romana di Sinistra Ecologia e Libertà Comunisti Sinistra Popolare Costituente Ecologista Federazione della Sinistra Sinistra Critica Sinistra Ecologia e Libertà

Usa, la nuova propaganda - di Luca Galassi.
Hillary Clinton: nuovi finanziamenti per i media che promuovono all'estero gli interessi della nazione

Gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra dell'informazione, e di fronte all'emergere di
nuovi media in Russia, Cina e Medio Oriente, il monopolio americano è in crisi. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha lanciato l'allarme di fronte alla Commissione Affari Esteri del Senato, evidenziando la necessità di nuovi finanziamenti per 'tornare a giocare la partita'. La partita si gioca in casa, dove Hillary Clinton sta cercando di evitare i tagli del 16 percento al suo ministero, rendendo anche conto ai senatori dei 79 miliardi di dollari del budget 2012 destinati a 'diplomazia e sviluppo'. Dietro questa cifra si celano finanziamenti a vario titolo, compresi quelli per la Bbg (Broadcasting Board of Governors), agenzia responsabile di tutti i media non-militari sponsorizzati dal governo Usa. "C'è una guerra dell'informazione, e noi la stiamo perdendo - ha detto il Segretario di Stato alla Commissione -, mentre al Jazeera la sta vincendo. I cinesi hanno aperto un network televisivo multi-lingue globale, i russi hanno creato un network in inglese. L'ho visto in diversi Paesi, ed è stato molto istruttivo". Russia Today, canale televisivo russo citato da Hillary Clinton, su YouTube conta 300 milioni di visite, la Cnn solo tre. Dalla caduta del Muro, anche la Bbc ha assistito a un progressivo declino, a spese di canali in lingua araba che diffondono un'immagine degli Stati Uniti che non corrisponde più a quella voluta dalla diplomazia e dalla propaganda. L'esistenza di nuovi punti di vista danneggia profondamente un Paese che crede che il suo punto di vista sia l'unico possibile. Da qui nuovi finanziamenti e un nuovo ruolo per il Bbg, di cui è membro onorario, per legge, la stessa Hillary Clinton. L'agenzia controlla media come Radio Free Europe, Voice of America e Radio Martì (sede a Miami ma audience prevalentemente cubana), oltre ad altri canali e stazioni in tutto il mondo. Il suo compito è quello di "promuovere e sostenere la libertà e la democrazia diffondendo notizie accurate e obiettive sugli Stati Uniti e sul mondo". Erede dell'Usia (United States Information Agency), l'ente per la 'diplomazia pubblica' concepito per 'comprendere, informare e influenzare il pubblico straniero promuovendo l'interesse nazionale', al Bgg andranno risorse fino ad oggi spese - o spese male - dal Dipartimento di Stato che, a causa delle relazioni ufficiali con i governi stranieri, è stato criticato per le deboli iniziative in tal senso. Informazione e tecnologia dell'informazione sono alla base della sua attività. In un rapporto prodotto dalla Commissione affari esteri del Senato il Dipartimento di Stato è criticato per aver gestito in pessimo modo i cinquanta milioni di dollari destinati a software per combattere la censura su internet. Solo venti ne sono stati spesi, e di questi una misera somma è andata a uno dei programmi più ambiziosi, l'Internet Censorship Circumvention Technology (Icct). Proprio la delicatezza delle relazioni con la Cina avrebbe provocato i ritardi nel finanziamento al progetto Icct, sviluppato, tra l'altro, da due compagnie statunitensi fondate da membri del Falungong (movimento spirituale bandito in Cina), per permettere ai suoi seguaci di forzare il firewall della censura. Tali ritardi avrebbero consentito a Pechino di stringere la morsa contro le opposizioni. Il rapporto, citato la scorsa settimana dal Washington Post, riferisce della necessità di investire la Bbg di un ruolo primario, 'lavorando quotidianamente affinché i programmi di radio, internet e televisione del suo network possano essere ricevuti dagli utenti di Paesi che cercano di bloccarli, danneggiarli o metterli fuorilegge'. Durante la sua audizione di fronte alla Commissione Affari Esteri del Senato, Hillary Clinton ha ricordato di aver incontrato un generale afgano le cui opinioni sugli americani si sono formate interamente guardando show televisivi come Baywatch o il campionato di wrestling. "Le uniche cose che credeva di sapere sugli americani erano che tutti gli uomini fanno wrestling e tutte le donne vanno in giro in bikini".

PAGINA 2 – Alternativa news n°16

…è mai quella che si conclude con la fucilazione del despota e della moglie da parte dei suoi stessi complici? E come non ricordare «il più grande genocidio dopo Auschwitz», come sosteneva Walter Veltroni? I 200.000 civili albanesi uccisi dai cattivi Serbi, che una commissione OSCE ha poi ha stabilito essere 2.000, di cui molti soldati jugoslavi ammazzati dai tagliagole dell’UCK. Il Veltroni che spingeva ad abboccare alle notizie false che ci trascinavano alla guerra del Kosovo è lo stesso solerte Veltroni che ora denuncia: «Perché nessuno - scrive - scende in piazza al fianco dei patrioti libici? Se non ora, quando?». Di fronte al prepararsi della prossima guerra umanitaria, una guerra coloniale di Libia a cent’anni esatti dalla prima, di fronte alle menzogne spudorate che ci stanno ammorbando, non è possibile stare in silenzio. La Marina da guerra statunitense si sta già posizionando nel Mediterraneo e centinaia di marines sono pronti ad imbarcarsi. Sono preoccupati i presidenti dell’America Bolivariana e i loro alleati, da Hugo Chávez a Evo Morales. E lo è il vecchio Fidel Castro. Ma lo siamo anche noi. Siamo preoccupati di un possibile “intervento umanitario” di una potenza che esprime Segretari di Stato democratici che dicono in televisione che 500.000 bambini iracheni morti sono “un prezzo giusto”. E siamo preoccupatissimi perché noi verremo trascinati in questo intervento. Siamo allora preoccupati da una sinistra che si indigna per Ruby ma che non ha nulla da dire per le disperate madri irachene, forse perché anche le loro lagrime sono un prezzo giusto, e meno che meno per le centinaia e centinaia di migliaia di vedove irachene e afgane e ora anche pakistane grazie ai droni di sua santità il Nobel per la Pace, Barack Obama. Una sinistra che sembra pronta ad appoggiare l’ennesima “guerra umanitaria”, contando sul fatto che martellati dalla propaganda gli Italiani rubricheranno a semplice peccato veniale il fatto che l’Italia sia stata seconda ai soli Stati Uniti nelle missioni aeree sulla Serbia. Un peccato che si può perdonare per gridare contro i presunti (e ormai smentiti) bombardamenti degli altri. Che dire? La situazione fa quasi più ribrezzo che non paura. Ma in poco tempo l’angoscia potrebbe sopravanzare tutto. E’ ora di prevenire le guerre preventive di ogni tipo.

I primi 80 Gorbaciov

anni

di

Dal nostro corrispondente Giulietto Chiesa Megachip.
Non c’è nessun

Mosca

rappresentante del governo russo questa sera, come la vede Mikhail Sergheevic? “Si sono persi una bella festa”. Ride di gusto, Mikhail Gorbaciov, gli occhi che lampeggiano sarcastici in tutte le direzioni. Sta festeggiando i suoi 80 anni in mezzo a tutta la generazione della perestrojka, quelli ancora vivi. Ci sono proprio tutti: trecento e oltre tra amici di sempre ed ex nemici, ritornati amici dopo avere assaggiato i frutti amari di un rinnovamento che fu ammazzato quando appena stava cominciando. Tutti riuniti in un grande abbraccio nell’enorme sala banchetti del nuovo megagalattico edificio Europeiskij sulla Piazza Kiev. Qualcosa di simile al salone del matrimonio dell’oligarca nel film di Michaileanu “Il Concerto”, per chi l’ha visto. Gorbaciov non potrebbe essere più lontano dagli oligarchi, anche se uno di loro e’ presente in sala ed e’ suo amico. Ma e’, appunto, un’eccezione. E’ una serata piena di ringraziamenti: tutti gli devono qualche cosa. Ma non solo e non tanto nel senso della ricchezza e del successo. Come canta Stas Namin, gli devono l’aria fresca delle finestre che lui ha spalancato, e dei cambiamenti epocali che ha prodotto ai quattro angoli del mondo, dopo avere rivoltato come un calzino niente di meno che il gigante sovietico. Ci sono quelli che non l’hanno mai abbandonato, anche nella sconfitta e nell’umiliazione; ma c’e’ anche chi lo tradì. C’è l’ex sindaco di Mosca Gavrijl Popov; c’è l’ex candidato alla presidenza che voleva battere Boris Eltsin, Grigorij Javlinskij; c’e’ un altro candidato alla presidenza che voleva battere Putin, Evghenij Primakov. Ma ci sono anche molti giornalisti, sia quelli vecchi, sia i nuovi. Tra lo stupore generale c’e’ perfino il direttore generale del Primo Canale, Konstantin Ernst. Essendo uomo del potere, tra i piu’ importanti, non c’e’ dubbio che e’ in libera uscita. Sale perfino sul palco per fare gli auguri. Tra lo stuolo di giornalisti ce ne sono molti che non l’hanno mai amato come segretario generale, ma che sono venuti a inchinarsi, oggi, un po’ per fare il punto della loro vita, misurandola sull’ipotesi del “e se non ci fosse stato lui, come sarei io oggi, e dove sarei?”. E’ Vladimir Pozner che esplicita questa domanda a nome di tutti. Ma c’e’ anche il grandissimo satirico Shvanetskij…

… che gli dedico’ prose ferocissime e che sale sul palco per ricordare quello che tutti ricordano: a suo tempo, in quel lontano 1985, lui e molti intellettuali democratici avevano fatto una scommessa su quattro cavalli sicuri, certi com’erano che Gorbaciov non avrebbe soddisfatto le loro aspettative: uscire dall’Afghanistan, permettere agli ebrei russi di andare dove volevano, far tornare Andrei Sakharov dall’esilio di Gorkij, pubblicare Orwell. “Accidenti! Li ha fatti tutti e quattro!” Applausi e risa. Grigorij Javlinskij si aggiudica il brindisi piu’ applaudito. “Lei ci ha dato la liberta’, per la quale nessuno di noi aveva combattuto. Quello che ne abbiamo fatto e’ affare nostro, anche se non possiamo andarne orgogliosi”. E aggiunge: “C’e’ stato un altro politico nella storia, che comincio’ la sua carriera a 80 anni. Si chiamava Mose’. Mikhail Sergeevic, ci dica cosa dobbiamo fare!” Ma il discorso politico piu’ duro, implacabile, a sorpresa, lo pronuncia Irina Mikhailovna, la figlia, circondata dalle sue due bellissime figlie, Xenia e Nastia. Irina non aveva mai parlato di politica in pubblico e questa volta decide di farlo, addirittura leggendo. Non si sa se l’abbia scritto tutto da sola, e c’e’ da dubitarne. Ma lo stile – per chi la conosce da vicino - e’ suo, anzi somiglia come una goccia d’acqua alle invettive di Raisa Maksimovna. “Ti hanno criticato da ogni parte, da sinistra e da destra; hanno detto che eri troppo veloce e troppo lento, troppo riformatore e poco riformatore, troppo coraggioso e troppo vile. Io non ti ho mai visto ne’ incerto, ne’ impaurito. Ma una cosa e’ sicura: hai lasciato il potere venti anni fa ma la Russia e’ rimasta dove l’hai lasciata”. Si spiega che nessuno della leadership del Cremlino (Medvedev) e della Casa Bianca (Putin) sia venuto a questo genetliaco imbarazzante. Anche se, nel pomeriggio, il presidente Medvedev ha ricevuto il festeggiato intrattenendosi con lui per due ore e informandolo personalmente della decisione di dargli la massima onoreficenza del paese, l’ordine di Andrei Pervosvannij. L’equivalente – senza comunismo – del premio Lenin.

PAGINA 3 – Alternativa news n°16

GELLI E IL CAMBIO NEL POTERE OCCULTO - DI
ALESSANDRO CALVI - ilriformista.it
FONTE: COMEDONCHISCIOTTE

Giuseppe De Lutiis il maggior esperto
italiano di intelligence e terrorismo spiega che, oltre alla transizione politica, nella inusuale loquacità del Venerabile potrebbe nascondersi pure la volontà di preparare il terreno alla sua personale transizione, quella verso l’“Oriente Eterno”. Potrebbe essere una «transizione morbida» l’obiettivo celato dietro l’inusuale necessità di intervenire pubblicamente che ha colto da qualche tempo Licio Gelli. Ne è convinto Giuseppe De Lutiis, tra i maggiori analisti italiani di terrorismo e servizi segreti, al quale i segnali che circolano da qualche tempo - come le rivelazioni dello stesso Gelli sull’Anello, una struttura segreta e parallela che il Venerabile ha collegato a Giulio Andreotti - non sono sfuggiti. Neppure quelli che sembrano indicare nella fase attuale una certa similitudine con quella attraversata dal paese tra il ’92 e il ’94. «È inevitabile pensare - spiega - che, quello che Giorgio Galli chiama il governo invisibile, stia lavorando a un dopo Berlusconi meno caratterizzato dal muro contro muro». Almeno, sarebbe una differenza con quegli anni disgraziati. I segnali sono tanti. Le parole di Licio Gelli sono lì, nero su bianco. E non ci sono soltanto quelle: c’è una concatenazione di eventi che suggerisce che qualcosa, dietro le quinte del potere, molto dietro quelle quinte, stia accadendo, al riparo dal clamore delle cronache. Poi, certo, qualche segnale va dato. Ed ecco, infatti, che è puntualmente arrivato. C’è stato uno strappetto di Licio Gelli dopo il cosiddetto scandalo P3, per prendere le distanze da quel «sodalizio di affaristi». Poi, a gennaio, dopo che lo stesso Gelli si era concesso al quotidiano friulano il Piave svolgendo alcune osservazioni su Tina Anselmi, è arrivata una sibillina intervista pubblicata dall’Espresso nella quale il prefetto Bruno Rozera, pezzo pregiato della massoneria, parla anche di Gelli, ricordandone significativamente l’attività nel periodo precedente agli anni tra il 1992 e il 1994. Infine, due interviste consecutive dell’ex capo della P2, una al Tempo e una ad Oggi, nelle quali Gelli sembra prendere in modo deciso le distanze da Berlusconi e fa una rivelazione: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Ce ne è abbastanza per farsi qualche domanda. «Già - dice Giuseppe De Lutiis - non è casuale se in poche settimane Gelli abbia espresso in più sedi le sue valutazioni e lo….

… abbia fatto con interviste di quel tenore. D’altra parte, non credo neppure che quella del prefetto Rozera, che ha informazioni paragonabili a quelle in possesso di Gelli, sia una decisione casuale. E questo è possibile attribuirlo al fatto che l’era di Berlusconi sembra terminata, sia perché lo stesso interessato ha contribuito molto ad accelerarne la fine, sia per la durata che si avvicina al ventennio. E forse anche per altre ragioni che noi non conosciamo». Insomma, mentre la vita politica sembra avvitata da mesi in una picchiata molto pericolosa, «potrebbe essere - osserva De Lutiis - che queste interviste servano a preparare il terreno ad un cambio di gestione sia del potere palese che di quello più o meno occulto». Dunque, la promessa di Gelli, il quale ha annunciato altre rivelazioni, «potrebbe aiutarci, se mantenuta, a comprendere molti aspetti della difficile gestione di questo paese che è stato definito efficacemente come una portaerei nel Mediterraneo e che ora vede al comando una persona che anche a livello internazionale non viene più ritenuta affidabile». De Lutiis non esclude però che le parole di Licio Gelli nascondano anche un elemento di natura più personale. «Gelli osserva - è stato un uomo di frontiera, considerato come un demone dall’area progressista. Ora, a 92 anni, con qualche rivelazione e qualche apertura, potrebbe voler preparare il terreno anche per meritare una valutazione meno negativa della sua figura quando lui transitasse all’Oriente Eterno». D’altra parte, aggiunge De Lutiis, «Gelli detiene tanti di quei segreti che può scegliere di rivelarne alcuni senza per questo far franare una intera area politica». Per ora, dal cappello ha tirato fuori l’Anello, organizzazione segreta della quale sino a poco fa era ignota la stessa esistenza e della quale tuttora non conosciamo neppure il vero norme: nelle poche carte che ne attestano l’esistenza è indicato come Noto Servizio; Anello è un nome attribuitogli da alcuni appartenenti in via informale. Nato alla fine della seconda guerra mondiale, la sua esistenza fu svelata soltanto nel 1998 da alcuni documenti riservati, rinvenuti in un archivio del Viminale da Aldo Giannuli, su incarico dei magistrati di Milano e Brescia che indagavano sulle stragi di piazza della Loggia e di piazza Fontana. «Già, dell’Anello sappiamo molto poco ma almeno ora sappiamo che esiste. A dircelo, al là di qualche documento e di alcune testimonianze, c’è anche Gelli». «Devo dire - confessa De Lutiis - che inizialmente ero scettico, forse influenzato da valutazioni negative provenienti da un ambiente…

molto informato. Ma poi mi sono convinto del contrario». Ebbene, di questa organizzazione conosciamo il pezzetto di storia riferito a Mario Roatta relativo alla metà degli anni ’40 ma poi, spiega De Lutiis, «dobbiamo fare un salto di molti decenni per arrivare alla fuga di Kappler e al sequestro Cirillo, vicende nelle quali l’Anello operò, come intervenne, secondo qualcuno, anche nel caso Moro. Ma prosegue De Lutiis - se l’Anello esiste dal ’45, cosa ha fatto dopo? Mancano 60 anni, forse potrebbe essere stato protagonista di altri episodi, forse, sapendone di più, potremmo rileggere un pezzo di storia della Repubblica». Soprattutto, c’è da chiedersi chi lo gestì negli anni ‘50, gli anni della guerra fredda in cui più aspra era la contrapposizione tra il mondo occidentale e quello comunista. «Di Gladio - dice ancora De Lutiis - non sappiamo nulla su quello che può aver fatto dopo il ’46. Ad esempio, fino al ’56 è esistita anche una organizzazione detta “O”, erede della Osoppo, formazione partigiana moderata, che raccoglieva oltre 5mila aderenti. C’erano rapporti tra queste due strutture? Cosa hanno fatto nel primo decennio di guerra fredda conclamata? Non conosciamo neppure i nomi degli aderenti a nessuna delle due organizzazione. E non sappiamo come una formazione come l’Anello si sia collocata in un simile sistema di apparati, nel quale si sono mossi anche il Sifar e l’Ufficio affari riservati. Ma, certo, la sua esistenza è coerente con quell’apparato». Se questo è il quadro, è evidente che per noi è difficile anche comprendere l’affermazione di Gelli che ha collegato il Noto Servizio con Andreotti. «La semplificazione prospettata da Gelli osserva De Lutiis - dovrebbe essere suffragata da qualche prova. Ciò che è noto, è che Andreotti operò per disvelare, e quindi rendere inservibile, Gladio che, invece, fu difeso da Cossiga. E ancora oggi negli ambienti eredi del servizio segreto militare, che era quello che gestiva Gladio, Cossiga è popolarissimo, quasi venerato, mentre verso Andreotti permane un sentimento, per così dire, di avversione». «Essendo trascorso mezzo secolo conclude De Lutiis - forse le autorità politiche potrebbero ammettere gli storici a consultare almeno una parte delle carte, a meno che il maestro Venerabile non ci aiuti a caprine di più come ha promesso».

PAGINA 4 – Alternativa news n°16

ECCO A COSA SERVE LA BOCCONI - di Michele
Maggino - Megachip.

Durante

la stagione della "riforma"

Gelmini la Bocconi si è distinta per la difesa delle proposte del ministro. Non solo perchè parte della riforma è bocconiana di firma e di ispirazione. Ma anche per la condivisione di una filosofia di fondo: l'università serve solo se e quando garantisce profitti. Oppure come istituto di certificazione di potenzialità di affari. E che gli affari vadano cercati ovunque ce lo spiega la stessa Bocconi. L'Università commerciale milanese mette infatti online uno studio sulle potenzialità d'investimento in caso di guerra. Lo studio riguarda, secondo gli stessi firmatari, una simulazione di portafoglio per confrontare i rendimenti di un investitore che SFRUTTI sistematicamente le reazioni dei mercati comprando o vendendo attività finanziarie nelle settimane di avvio di un conflitto". I risultati dello studio li potete leggere qui sotto. I bocconiani, al netto del linguaggio algido dell'economista economicofinanziario, parlano alla Alberto Sordi: finchè c'è guerra c'è speranza. Di investire in futures, commodities, portafogli differenziati ed alta redditività garantita. Ecco così l'università della Gelmini: mentre la maggior parte delle facoltà è allo stremo, la più ricca certifica che la guerra è un buon affare. Questo si che è un ruolo di punta nell'università del merito. Quello di annunciare che "le borse reagiscono positivamente all'avvio di un conflitto". Le popolazioni magari reagiscono un pò meno positivamente ma quando il mercato tira tutto va bene. La fonte - Come dei razzi. La reazione dei mercati alla guerra - di Fabio Todesco. In media le borse reagiscono positivamente all'avvio di un conflitto, secondo uno studio di Guidolin e La Ferrara che analizza 101 conflitti nel periodo 1971-2004. La reazione dei mercati di altre attività finanziarie è più variata. Può darsi che i mercati non amino la guerra, ma sicuramente detestano l’incertezza che solitamente precede un conflitto e quando la guerra finalmente scoppia tirano un sospiro di sollievo collettivo, che in media fa salire le borse. Lo evidenziano Massimo Guidolin (Dipartimento di Finanza) ed Eliana La Ferrara (Dipartimento di Economia) in The Economic Effects of Violent Conflict: Evidence from Asset Market Reactions (Journal of Peace Research, 47(6) 671-684, doi: 10.1177/0022343310381853)….

...Utilizzando l’approccio degli event study i due studiosi analizzano 101 conflitti interni (72) o internazionali (29) nel periodo 1971-2004, per i quali è possibile stabilire una precisa settimana di avvio, e misurano i loro effetti sugli indici di borsa MSCI (Morgan Stanley Capital International) World, USA, UK, France e Japan, il tasso di cambio ponderato su base commerciale del dollaro americano rispetto alle maggiori valute, i prezzi del petrolio e dell’oro e gli indici Goldman Sachs per le commodity. Lo scopo dello studio, che utilizza quotazioni finanziarie settimanali, è prima di tutto di individuare extra rendimenti in corrispondenza della settimana di avvio dei conflitti e, poi, di “capire se gli effetti dei conflitti sulle principali variabili finanziarie avrebbero potuto essere sfruttati per produrre una superiore remunerazione degli investimenti acquistando o vendendo in modo sistematico le attività finanziarie a seconda della loro reazione media all’avvio di un conflitto”. “In media”, scrivono gli studiosi, “i mercati borsistici nazionali hanno maggiore probabilità di reagire in modo positivo che negativo all’avvio di un conflitto. Il mercato borsistico americano è quello che mostra le reazioni più forti e produce extra rendimenti positivi in corrispondenza del 12% dei conflitti analizzati (...). In generale si evidenzia che la quota di risultati significativi è più alta per i conflitti internazionali che per quelli interni”. Ma non tutti i conflitti sono uguali e i mercati borsistici di paesi che dipendono dalle forniture straniere di materie prime o fonti di energia possono essere colpiti con durezza da conflitti localizzati nei paesi esportatori di questi beni, specialmente quando i conflitti non sono anticipati e i mercati non hanno ancora scontato l’incertezza che ne precede l’esplosione. È il motivo per cui la borsa italiana è crollata alla notizia dei violenti scontri in Libia, dopo che simili situazioni si erano risolte in modo più pacifico in altri paesi dell’area. In quanto ai mercati delle commodity, le reazioni sono più variate. La reazione di un indice che comprende tutte le commodity è positiva nel 6,9% dei casi e negativa nel 4,9% (dal momento che gli autori usano dei test al 5%, i coefficienti al di sotto del 5% potrebbero essere attribuiti al caso), ma ci sono molte eccezioni, compresa la forte reazione dei future sul petrolio all’avvio di conflitti in Medio Oriente, che è negativa nel 45,5% dei casi e positiva nel 27,3%. Il risultato, scrivono gli studiosi, “conferma una tendenza generalizzata del mercato ad accumulare posizioni lunghe nella commodity a fronte dell’incertezza sull’offerta futura di petrolio. Quando i …

…conflitti in Medio Oriente effettivamente scoppiano, scompare la domanda in eccesso motivata dalle pressioni speculative e i prezzi dei future sul petrolio scendono”. I tassi di cambio del dollaro seguono uno schema simile perché l’accumulo di riserve liquide di dollari è una risposta diffusa alla crescente ambiguità che precede l’esplosione di un conflitto. Tutti gli impatti sui mercati finanziari sono più forti per i conflitti a maggiore intensità, sia in termini di durata sia di numero di vittime. Guidolin e La Ferrara conducono una simulazione di portafoglio per confrontare i rendimenti di un investitore che sfrutti sistematicamente le reazioni dei mercati comprando o vendendo attività finanziarie nelle settimane di avvio di un conflitto secondo la loro reazione media ai conflitti con i rendimenti di un investitore meno sofisticato che acquisti in modo passivo il portafoglio mondiale nelle stesse settimane. Alla fine del periodo 1971-2004, l’effetto ricchezza è debole per chi avesse investito in azioni USA (sarebbe solo il 4% più ricco della controparte più ingenua), ma forte nel caso di azioni UK (ricchezza superiore del 27%). L’effetto ricchezza più significativo deriva dall’investimento sistematico in future sul petrolio, con una ricchezza che supera dell’80% quella accumulata con una strategia passiva. Tratto da: SenzaSoste

Al-Qa’ida, si sgretola anche il “brand” Aldi Alessandro Cisilin - «Il Fatto Quotidiano».

A denunciare l’“ombra di Al-Qa’ida” nelle
situazioni di violenza e di insurrezione sono rimasti solamente il colonnello Gheddafi e il ministro Maroni, con l'eco di qualche reporter filogovernativo inchiodato alla “guerra al terrore” lanciata nel 2001. Eppure sono passati ormai sette anni dal corposo documentario della Bbc (“The Power of Nightmares”, premiato anche a Cannes), che dimostrò l’insussistenza della rete terroristica aldilà di una cerchia risicata di uomini vicinissimi a Osama Bin Laden, ammesso che – dato tutt’altro che scontato stando anche a fonti di intelligence – egli stesso sia ancora in vita. Allo scetticismo di allora fece seguito una progressiva e pressoché unanime presa di coscienza tra gli analisti circa la “crisi di AlQa’ida”, documentata dalla crescente disaffezione dell'opinione pubblica musulmana nei sondaggi di tutto il mondo, nonché dal calo degli attentati al di fuori dei contesti bellici in Afganistan e Iraq. Chi insiste a mantenere in vita il mito fa leva sulla formula della “struttura decentralizzata”, non più solo in fase…CONTINUA A PAGINA 6…

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ALTERNATIVA Aderisce alla manifestazione “A difesa della Costituzione” che si terrà a Roma il 12 marzo perché il pilastro centrale che sorregge tutto l’impianto politico-culturale di Alternativa è la rigorosa e intransigente difesa e attuazione della Costituzione, sia per i valori in essa affermati, sia per gli effetti pratici, politici e sociali, derivanti da una sua reale attuazione. Rileva con preoccupazione come spesso la Costituzione sia oggetto di una difesa soltanto verbale e non sostanziale. Denuncia come nell’ultimo quindicennio la Costituzione sia stata violata in modo gravissimo da governi di diverso colore politico. Nel merito, per citare i casi più eclatanti: Le privatizzazioni selvagge degli anni ’90 hanno violato l’articolo 41 e l'articolo 43. La guerra condotta nel 1999 ha violato l’articolo 11. Le leggi sul precariato hanno violato l’articolo 1 e l’articolo 4. Le riforme della scuola hanno violato l’articolo 33. Le note leggi per sottrarre alla magistratura l’azione di controllo della legalità hanno prodotto effetti devastanti e violato più di un articolo della Costituzione. L’appello: La difesa reale del dettato costituzionale diventi la fonte di ispirazione delle tante battaglie politiche che bisogna intraprendere per costruire una nuova società, più civile e umana, sottratta alla dittatura del mercato e dello sviluppo. Come esige la Costituzione.

…operativa, ma anche in quella decisionale. Una specie di “brand”, dunque, o poco più. Le schedature ufficiali lo confermano. Il Pentagono, nell'ultimo aggiornamento del novembre scorso, elenca quarantasette “organizzazioni terroristiche” nel mondo; tra queste, non una ma quattro porterebbero il nome di Al Qa’ida (quella “originaria” nell'Asia del Sud, “in Iraq”, “nella Penisola Arabica”, “nel Maghreb Islamico”), smentendone così la natura unitaria e la stessa architrave tracciata dai suoi ideologhi, ovvero l'orizzonte (inedito nella storia) di un “Califfato” unitario. Quella scomposizione risulta poi territorialmente generosa, dato che ad esempio Al Qa’ida per il Maghreb agisce nella sola Algeria, sconfinando tuttalpiù nelle aree desertiche del Sud. Ancor più fragile appare la geografia delineata dall'Unione Europea con un elenco, sostanzialmente inchiodato al 2002, che mette insieme centinaia di sigle di movimenti radicali (ma anche di società e call center, con tanto di indirizzi e numeri di telefono, in particolare tra Afganistan e Pakistan, Somalia e Dubai), associandoli tutti “ad Al Qa’ida e ai talebani”, nonostante le esplicite prese di distanza degli interessati. Eloquente è proprio il caso del Libyan Islamic Fighting Group, ritenuto l'epicentro dell'estremismo islamico a Tripoli, nonché dei più efferati attentati nell'area incluso quello a Gheddafi nel '96. Esserne membro implica dieci anni di reclusione nella legislazione antiterrorismo britannica, mentre la Libia, dopo averne incarcerati un centinaio, li ha quasi tutti rilasciati negli ultimi tre anni nel tentativo di placarne la minaccia eversiva.…

…. La loro associazione al qa'idismo era stata desunta nelle cancellerie occidentali (e nella lista nera nell'Onu) dalle origini nell'attività antisovietica a fianco dei mujaheddin afgani. Eppure, quando il braccio destro di Bin Laden al-Zawahiri ne dichiarò nel 2008 l'affiliazione, venne sommerso da una catena di smentite, inclusa quella di uno dei leader storici del movimento, Noman Benotman, che ha poi rigettato l'idea stessa della “jihad violenta”, ritenuta “contraria all'interpretazione sunnita dell'Islam” alla quale dice di ispirarsi Al Qa’ida. Curiosamente, lo stesso Benotman, sospettato perfino di aver architettato la strage di Lockerbie nell'88, oggi lavora per l'antiterrorismo di Londra. E cosa rimane allora di Al Qa’ida? Da quel che risulta, alcune centinaia di uomini impegnati a fianco dei talebani nelle aree sud-asiatiche contese con l'Isaf. Null'altro che una “base” militare, dunque, come indica l'etimo arabo, che semplicemente combatte dove c'è la guerra. Una base lontanissima, geograficamente e ideologicamente, dalle piazze del Nordafrica, oltre che dall'Islam.

Per una politica di opposizione (fra il tramonto di Berlusconi e la dissoluzione dell'Italia) - di Marino Badiale, Massimo Bontempelli.

Il colpo di Stato di Berlusconi è già iniziato. Berlusconi si è trovato in questi mesi nella stessa situazione in cui si trovava Mussolini nel
1924, all'indomani dell'omicidio Matteotti, con lo scandalo e l'inizio di erosione del suo potere che ne seguì: nella situazione, cioè, di dover scegliere fra la rovina politica e personale e l'abbattimento delle regole della democrazia per l'instaurazione di un potere dispotico. Berlusconi, come Mussolini nel '24, ha scelto questa seconda strada. Le analogie ovviamente finiscono qui. L'esito di un colpo di Stato di Berlusconi sarebbe molto diverso da quello di Mussolini. Per capire questo punto, occorre riprendere ciò che abbiamo scritto in “Un tramonto pericoloso” sulla natura del blocco sociale che sostiene Berlusconi. Si tratta di un arcipelago di feudi di potere economico, politico e criminale: per dirla con una parola divenuta corrente, di cricche. Da un simile blocco sociale non può nascere un totalitarismo di Stato, ma soltanto un illegalismo dell'arbitrio, volta a volta condizionato e necessitato dai rapporti di potere tra le cricche (il totale arbitrio, infatti, non è affatto libertà, ma, come è dimostrato dalla logica hegeliana, coincide con la totale necessità). In questa situazione si manifestano due linee di forza, una a favore di Berlusconi e una contraria. A favore di Berlusconi giocano elementi noti a tutti: il suo potere mediatico in un'epoca in cui modelli mentali e comportamentali sono sempre più di origine televisiva, e la sua capacità comunicativa nei confronti di una sempre più estesa opinione pubblica involgarita. Oltre a questo, si può notare che il suo impero economico è esso stesso una delle cricche, anzi la principale delle cricche. Si tratta di una grossa realtà che genera essa stessa affari e profitti non solo per Berlusconi, ma anche per un'ampia…

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… parte del variegato mondo affaristico che lo sostiene. Ognuno dei feudi di questo arcipelago sa che il proprio destino, se Berlusconi dovesse cadere, è di cadere insieme a lui, e questo fatto induce tutti ad una certa compattezza nel sostenerlo. Contro Berlusconi c'è il fatto che questo stesso arcipelago, che ha in lui l'unico collante, è messo oggi in difficoltà in primo luogo dall'impossibilità di una crescita continua della spesa clientelareaffaristico-mafiosa quale sarebbe necessaria per alimentare l'insieme dei feudi economici che a lui fanno capo, sempre più numerosi e avidi, e in secondo luogo dalla mancanza al suo interno di qualsiasi tipo di unità o solidarietà di tipo ideologico o culturale. Il fatto che la spesa possibile è oggi inferiore a quanto necessario al sostentamento delle cricche, e il fatto che manchi una minima solidarietà, rende la compattezza del sostegno a Berlusconi meno forte di quanto possa sembrare. Di fronte alla crisi del suo potere, ciascuno calcola se sia più conveniente sostenerlo o riciclarsi con altri. Ma poiché non c'è spazio per tutti, il riciclaggio funzionerà solo per pochi, per quelli che riusciranno a cambiare casacca al momento giusto: né troppo presto, come hanno fatto i finiani che stanno tornando alla casa madre, né troppo tardi, quando ormai non ci sarà più spazio per loro. Per contrastare la tendenza, a lui sfavorevole, allo smottamento della sua base di sostegno, Berlusconi non ha altra scelta che quella di un colpo di Stato. Non si deve però pensare ai carri armati che presidiano il parlamento e la televisione. Il colpo di Stato berlusconiano consiste nell'uso della maggioranza parlamentare per stravolgere ogni regola costituzionale. Questo colpo di Stato, come si è detto, è già in corso. Il suo primo atto è avvenuto quando Berlusconi, nell'autunno scorso, non si è più limitato a difendersi dai processi che lo riguardano evitandoli con tutti gli espedienti possibili, ma ha dichiarato passibili di punizione i magistrati che osano indagarlo. Partendo da qui ha rifiutato tutte le regole di controllo che la Costituzione prevede. Ha richiesto un voto del Parlamento per sancire che la procura di Milano non è competente a giudicare il tipo di reato da lui commesso. In questo modo ha attribuito alla Camera una decisione sulla natura giuridica di un reato commesso, che la Costituzione esclude che possa spettare all'organo legislativo. Un simile voto del Parlamento ha mirato quindi all'abolizione della divisione costituzionale dei poteri, e di conseguenza alla creazione di un potere arbitrario. I passaggi successivi a cui Berlusconi mira per completare il colpo di Stato sono: elezioni politiche che gli assicurino una larga maggioranza, poi l'uso di questa maggioranza per farsi eleggere Presidente della Repubblica, infine la nomina da Presidente della Repubblica di giudici della Corte Costituzionale a lui obbedienti. In questo modo Berlusconi potrebbe far passare qualsiasi legge, anche la più anticostituzionale, senza nemmeno bisogno di un cambiamento formale della Costituzione (in parziale analogia con la Germania nazista, che come è noto non abolì mai la Costituzione di Weimar). In questa situazione gli scenari possibili sono tre: la continuazione del governo Berlusconi attraverso il successo del suo colpo di Stato; elezioni anticipate come esito di una situazione di stallo, attraverso le quali venga deciso il successo o la sconfitta del colpo di Stato; infine, la caduta di Berlusconi attraverso la sfiducia della maggioranza del parlamento, con conseguente formazione di un governo di transizione. Il primo scenario è secondo noi il meno probabile, perché crediamo che il blocco politico e parlamentare che sostiene il governo Berlusconi, sia meno solido di quanto appaia nel momento in cui scriviamo queste righe (inizio marzo 2011). La crisi economica renderà infatti necessarie scelte sempre più drastiche di riduzione della spesa pubblica anche a svantaggio del sistema delle cricche, e ciò esaspererà le loro competizioni, con effetti di sfaldamento dell'unità delle loro espressioni politiche….

…Anche il secondo scenario è secondo noi poco probabile, perché le elezioni anticipate creerebbero una prolungata situazione di instabilità che i ceti dominanti non vogliono. Gli stessi deputati, inoltre, rifuggono dall'idea di dovere di nuovo contendersi i loro comodi seggi. Rimane il terzo scenario, che è secondo noi il più probabile, per le ragioni stesse che rendono meno probabili gli altri due. La questione fondamentale che questi scenari pongono è molto semplice: le forze che intendono contrastare il sistema che ha portato l'Italia alla rovina, devono, al fine di evitare che il baratro del paese sia allarghi ancora, per prima cosa impegnarsi a far fallire il piano golpista di Berlusconi, alleandosi con chiunque lo possa contrastare, e rimandando al dopo Berlusconi ogni altra questione, oppure devono sviluppare la propria opposizione politica e sociale contro l'intero complesso dei ceti dominanti? Se si risponde che è prioritaria la caduta di Berlusconi, la conseguenza sul piano politico è quella dell'alleanza con tutte le forze non berlusconiane: il centrosinistra, il centro-centro di Casini e Rutelli, i finiani; sul piano sociale quella di soprassedere per il momento al conflitto sociale con quella parte dei ceti dominanti che osteggia Berlusconi. Noi consideriamo questa strategia radicalmente sbagliata, non per amore di estremismo, perché, anzi, riterremmo positivo qualsiasi compromesso che riducesse il terreno da cui è germinato il berlusconismo, ma perché siamo convinti che le attuali forze parlamentari di opposizione a Berlusconi, e i loro referenti economici e sociali, non facciano che allargare questo terreno. Non si riflette mai abbastanza sul fatto che negli ultimi venti anni tutte le volte che la sinistra ha governato o condizionato il governo del paese, le elezioni successive sono state vinte da Berlusconi. Ci fanno perciò disperare i segnali che cominciano a venire dalle forze migliori del paese di fronte alla prospettiva di elezioni anticipate: Paolo Flores D'Arcais che si converte alla necessità di una grande coalizione antiberlusconiana, Marco Travaglio che elogia Nichi Vendola per avere proposto Rosy Bindi come candidata alternativa a Berlusconi, Barbara Spinelli che trova qualche aspetto positivo nella figura di Romano Prodi. Vorremmo poter ragionare su queste cose in maniera sobriamente razionale. Berlusconi è emerso come dominatore della scena politica italiana dalla melma sociale e culturale di un paese senza più speranza, senza più cultura, senza più memoria, involgarito nelle sue idee e nei suoi comportamenti. La questione fondamentale è se un governo diverso da quello di Berlusconi cominci a prosciugare questa melma, o, invece, mantenga in vita i processi degenerativi che la allargano. In questo secondo caso, anche personaggi privi della rozzezza e della cialtroneria di Berlusconi, non farebbero che preparare il terreno al successo, con un altro protagonista, dello stesso colpo di Stato non riuscito a Berlusconi. Ragioniamo, per capirci, su quali siano i problemi irrisolti che generano la melma sociale e culturale di cui si è detto. C'è il terribile problema del lavoro senza valore. Lavoro senza valore vuol dire che la sua remunerazione è stata ridotta a vantaggio dei profitti, delle rendite, e di fasce ristrette e privilegiate del lavoro stesso (si pensi agli scandalosi compensi di manager, divi della televisione e del cinema, calciatori di successo, professionisti di spicco). Vuol dire che è stato privato di diritti al punto da tollerare che esso produca giornalmente morti e feriti, in mancanza di serie forme di controllo e di punizione dei responsabili di queste stragi. Vuol dire che l'occupazione non è più un obiettivo della politica economica degli Stati, vuol dire persino che i lavoratori sono indifesi rispetto a vere e proprie truffe dei datori di lavoro. Se il lavoro non ha più valore e le competenze lavorative non generano più considerazione sociale, non rimane che il denaro come regolatore di rapporti e ruoli sociali: ecco una melma da cui è germinato il Berlusconismo….

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…C'è il problema di una corruzione generalizzata che ha distrutto ogni etica collettiva. È venuto meno in tal modo il senso di un'appartenenza comunitaria che definisca in termini passabilmente oggettivi diritti e doveri: ecco un'altra melma da cui è germinato il berlusconismo. Il lavoro senza valore, la corruzione, la riduzione del personale pubblico in tutti i settori, anche i più utili, e la nuova economia globalizzata e speculativa, hanno chiuso ogni prospettiva alla gioventù italiana. O, meglio, l'hanno divisa in due settori: una minoranza di raccomandati e di figli di papà, che trova senza difficoltà posti e redditi anche in mancanza di qualsiasi competenza e merito, e una maggioranza per la quale qualunque formazione culturale e professionale non serve ad un inserimento stabile nella società lavorativa. Questi giovani passano da un contratto precario ad un altro, non vedono mai valorizzati i loro talenti, sono illusi con stage usati per ottenere da loro lavori temporanei non pagati, sono indirizzati a tirocini non pagati che in otto casi su dieci non sfociano in un lavoro regolare. Una gioventù lasciata in questo vuoto degradante è un'altra melma da cui è germinato il berlusconismo. C'è poi il terribile problema dell'ambiente senza tutele: si tratta dei rifiuti che ormai lo sommergono e ne minacciano la vita, si tratta degli agenti della produzione che ne inquinano l'aria, le acque e i suoli, si tratta del consumo del territorio che ne ha prodotto il dissesto idrogeologico. Questa rovina ambientale trasmette, persino fisicamente, l'immagine di uno spazio pubblico svalutato e degradato, e dello spazio privato come ambito da difendere con qualunque mezzo per potere sviluppare la propria esistenza. Ecco un'altra melma da cui è germinato il berlusconismo. Ci sono poi problemi altrettanto drammatici della povertà che ormai coinvolge milioni di persone, dell’immigrazione gestita in maniera demenziale, del controllo di ampi territori da parte della criminalità organizzata, di una giustizia messa nelle condizioni di non funzionare. Analizzando questi problemi, si potrebbe dimostrare facilmente come le forze parlamentari di opposizione a Berlusconi siano strutturalmente inadatte non diciamo a risolverli, ma neanche a cominciare ad affrontarli. Prima di elogiare la candidatura di Rosy Bindi ci si dovrebbe porre razionalmente il seguente quesito: un governo di centro-sinistra guidato da Rosy Bindi, ed esteso magari fino a tutta la sinistra cosiddetta radicale, riuscirebbe ad affrontare qualcuno di questi problemi? A restituire sul serio valore e dignità al lavoro? A restituire un futuro ai giovani? A tutelare l'ambiente e a ribonificarlo? E via dicendo. Siamo pronti a dimostrare analiticamente che questo non è possibile. Del resto in passato nessun governo di centro-sinistra ha affrontato questi problemi, e questo dovrebbe pure mettere qualche pulce nell'orecchio a coloro che invocano una coalizione parlamentare antiberlusconiana. Tutti i trend negativi degli ultimi venti anni (durata sempre più lunga dei processi di allargamento delle differenze di reddito, progressione del degrado ambientale, e così via) hanno mantenuto la stessa linea evolutiva indipendentemente dal colore dei governi del paese. La stessa sconcertante inefficacia dell'opposizione fatta a Berlusconi da parte del centrosinistra è un indice del fatto che gli oppositori affondano le loro radici nello stesso terreno in cui le affonda Berlusconi. La coalizione di forze che rovescerà Berlusconi è del tutto interna alla realtà stessa che ha consentito il successo di Berlusconi. Non c'è quindi nessuna speranza che da essa possa venire un contrasto ai processi di dissoluzione del paese. I problemi che attanagliano l'Italia non verranno neppure affrontati, i feudi criminali non verranno contrastati, e questo porterà dopo poco tempo al potere qualche altro personaggio, magari personalmente molto diverso da Berlusconi, ma a lui del tutto analogo nella funzione di protettore e collante degli interessi…

... c'è in sostanza il colpo di Stato che Berlusconi sta in questi giorni tentando. Colpo di Stato, ripetiamolo, che non consiste nei carri armati per le strade o nell'invasione manu militari del Parlamento, ma nella sospensione, ad uso dei potenti, di ogni controllo di legalità e di ogni regola istituzionale, cioè nell'instaurazione dell'arbitrio dei potenti come principio fondamentale della “Costituzione materiale” del paese. Poiché il mondo delle cricche di questo ha bisogno, se non viene contrastato e sconfitto riprodurrà qualche altro personaggio che di questo bisogno si farà carico. Il limite principale che impedisce di cogliere il nocciolo della questione è l'incapacità di vedere come certe scelte che presentano indubbi vantaggi immediati siano però cariche di pericoli nel medio e lungo periodo. Così, quando i dirigenti della socialdemocrazia tedesca nel 1914 appoggiano la scelta della guerra lo fanno in risposta a ben precise considerazioni: da un parte una loro opposizione alla guerra avrebbe comportato una dura repressione alla quale sapevano che il partito non era pronto, dall'altra si poteva pensare che l'appoggiare la guerra avrebbe potuto portare ad una sostanziale legittimazione del movimento socialista. Si trattava di considerazioni di corto respiro, spazzate via dall'imprevisto di una guerra rivelatasi enormemente più distruttiva, di vite umane e di ricchezze, di quanto potesse essere immaginato. Allo stesso modo, la scelta della dirigenza del PCI nella seconda metà degli anni Venti di schierarsi senza riserve con l'Unione Sovietica e la sua direzione staliniana aveva ovviamente delle buone ragioni nell'immediato: il PCI era un partito piccolo e perseguitato in patria, l'appoggiarsi all'URSS poteva essere visto come l'unico modo di sopravvivere. Ma se questa impostazione ha pagato sul breve periodo, sul medio e lungo si è rivelata fallimentare, perché ha impedito al PCI di poter seriamente competere per il governo del paese nel periodo della guerra fredda, e ha trascinato il PCI verso la dissoluzione con la fine dell'URSS. Allo stesso modo, la scelta di appoggiare una eventuale “grande coalizione” antiberlusconiana avrebbe certo, per le deboli forze antisistemiche, dei vantaggi immediati: in primo luogo la cacciata di Berlusconi, che sarebbe certo una cosa positiva, in secondo luogo, forse, una momentanea possibilità di accesso ai media antiberlusconiani, che in una fase di scontro acuto, sarebbero portati a valorizzare ogni voce che fosse possibile reclutare. Ma questi vantaggi immediati sarebbero ben presto surclassati dagli effetti negativi di una simile scelta. Appiattendosi sulla “grande coalizione” antiberlusconiana le forze antisistemiche perderebbero in realtà ogni possibilità di far vivere la propria diversità, e di far generare da questa diversità, in futuro, qualche effetto politico rilevante. L'unica speranza di impedire il degrado sociale e civile del nostro paese sta nell'intransigente opposizione a tutta intera la casta politica (di destra, centro e sinistra), che tutta intera è responsabile del degrado dell'Italia, tutta intera è corrotta, tutta intera viola la Costituzione (a partire dall'appoggio comune alla partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan). Una tale opposizione deve avere come punti di riferimento fondamentali la Costituzione della Repubblica Italiana, la difesa dei diritti e dei redditi dei lavoratori e dei ceti subalterni, un modello di economia che esca dal vincolo della crescita (una crescita che ormai è solo radicalmente distruttiva di natura e società), il rifiuto delle guerre di aggressione. La proposta politica da fare a tutte le forze estranee alla casta politica e che si riconoscono in questi principi, è secondo noi quella di creare un fronte unitario che sappia condurre azioni comuni e partecipare alle competizioni elettorali per portare l'opposizione dentro le istituzioni.

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