Editoriale Attualità Creatività

Carte in Tavola..................................................4 Festa della Donna…………………………………….……5 La storia dei 150 anni………………………..………..…9 Il Governo va a puttane……………………………….11 Il grido d’Arabia……………………………15 Poesie Bancarotta…………………………………………… …..21 Ottobre……………………………………………… … ….22 Sulo o’ Bbene………………………………………....... .23 Luce di Città…………………………………………………24 Frammenti………………………………………………..…25 Racconti La Sindrome di Baudelaire………………… ……..26 Tango Bianco…………………………………………… ..28 Pazzo per Assuntina…………………………………….31 150 anni di lutto nazionale…………………….……33 Il 2011 del Sudan…………………………………………34 Viaggi spazio-temporali…………………..36 Imbolc…………………………………………………………39

Focus Inserto

1911 – Centenario del Polo Sud………………….43 1921 – Nasce il Partito Comunista Italiano…46 1931 – Nobel a Jane Addams………………………49 1941 – Il suicidio di Marina Cvetaeva………….50 1951 – Moussadeq………………………..………..….53 1961 – JFK Presidente…………………………………55 1971 – Jim Morrison……………………….59 Nobel a Neruda………………………..……..61 1981 – Alfredino Rampi…………………...………….64 Attentato al Papa…………………….…..….67 1991 – Nevermind……………………………………….68 Prima Guerra del Golfo…………………..71 Moby Prince…………………………………..73 2001 – 11 Settembre……………………………………77 2011 – Nobel alle Donne d’Africa……………....81

Cultura Recensioni Titoli di Coda

Emilio Salgari………………………………………………83 Il Ballista John Lennon e i Rosacroce………………………….85 Letteratura Il Richiamo della Foresta…………………………….88 Musica Mogwai………………………………………………………91 Cinema Elementare Sherlock……………………………….….93 Matrioska….………………………………………………..95

editoriale
C'era una volta l'informazione indipendente... e c'è ancora. Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, ideare e creare un magazine fuori dai canali ufficiali, 'autogestito' per aplòmbarci con terminologia d'antan, snob di merda che siamo, significava far ricorso a fotocopiatrici, forbici, taglierini e colla stick. Oggi abbiamo i software. Cambiano i tempi e le metodologie, non cambia l'urgenza ulcerina di avere e volere qualcosa da dire su argomenti che fan fare bum-bum al cuore, oltre le cesure censorie dei telegiornali e la stampa ufficiale, e i libri di storia, che la storia non l'hanno mai letta. Magari con la speranza di chiosare, se non con qualcosa di nuovo, almeno di diverso. C'erano le redazioni spontanee, messe insieme dalla passione per i fumetti Marvel o l'album Panini, o la fica, che si riunivano al bar, in qualche aula universitaria inutilizzata e piena di acari, in casa dell'amico col divano più comodo, e dove si poteva fumare. Oggi c'è skype, msn, i software e tante altre diavolerie tecnologiche, ma la voglia di fare qualcosa è la stessa. Siamo fatti di un sacco di cose, e l'inerzia ci abbiocca. Finito il pistolotto, e descritta la Genesi del Giornalista Ideale, che come ogni ideale, non esiste, andiamo a vedere che cosa è questa cosa che avete davanti agli occhi: Creativity Papers. Anche se di cartaceo non ha niente – ma ci piaceva metterci sul piano di Dickens, almeno nel titolo – non la trovate distribuita a mano, in edicola, in libreria, o sul metrò, ma hostata da downloadare, è una rivista con tutti i crismi. Nasce dall'idea congiunta di due siti, Creativity Station e Monkey Business Movement, il primo un forum che si occupa di scrittura, e ospita poesie e racconti di autori emergenti, l'altro più indirizzato verso temi di attualità, politica e società. Le esperienze di entrambe queste realtà, e talking heads da ambedue, vanno a congiungersi nel magazine che avete sui pixel, in un cocktail che speriamo gustoso e della vostra gradazione. Nasce soprattutto dalla voglia di un gruppo di gente che pensa in attivo, cerca di sfruttare al meglio possibilità già testate nei due siti suddetti, coinvolgendo nelle proprie iniziative un sacco di altra gente. Una cosa che funziona, sembra averlo fatto, finora. Speriamo continui a farlo. Non sto qui a parlare di quello che troverete in questo Numero Zero inaugurale dei Papers, basta scorrere il sommario e, naturalmente leggere i pezzi. Però, trattandosi di un debutto in società, anche noi abbiamo messo le scarpette belline, e con un cerotto per gli alluci, vi facciamo dono addirittura di un carnet da ballo costituito da inserto speciale ripercorrente il XX Secolo, nientepopòdimenoché, attraverso disamina di fatti peculiari occorsi negli anni '1' (1901, 1911, 1921... e via Unando). Ci proponiamo di descrivere il presente analizzando il passato, e se il futuro ci è propizio, fra dieci anni potremo agge anche il 2021 alla lista, in un numero celebrativo dei Paiungerpers, che magari saranno a qual punto davvero fogli di carta palpabili al tatto, oppure gustabili ancora con chissà quali altre diavolerie tecnologiche avrà inventato il progresso. Per chiuderla qui, benvenuti al Numero Zero di Creativity Papers, ce la metteremo tutta per arrivare avanti, utilizzando al meglio il cervello e le 26 lettere dell'alfabeto. Buona lettura.
Il Vostro affezionato vicino di caos, Roberto Sonaglia.

attualità
Le origini della Festa della Donna risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario, Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Tra le vittime c’erano anche delle italiane, comunque tutte donne che cercavano semplicemente di migliorare la qualità del proprio lavoro e della propria vita. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia. Assunse col tempo un'importanza mondiale, diventando il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli e il punto di partenza per il riscatto della loro dignità. L’8 marzo è quindi il ricordo di quella triste giornata. Non è una ‘festa’ ma piuttosto una ricorrenza da riproporre ogni anno come segno indelebile di quanto accaduto. Dopo una po’ di sana informazione sulle radici di questa giornata che andremo a celebrare tra pochi giorni – chi più, chi meno dignitosamente –, vorrei portare a galla alcune riflessioni. Facendolo, vi prego di non scambiarmi per una femminista seguace di Marilyn French.1 Quanto hanno penato le donne, da sempre, per raggiungere una certa autonomia? Quanto ci è costato scrollarci (parzialmente) di dosso la netta supremazia dell'uomo su di noi? Molto, moltissimo, in termini di energie e in termini di ‘forzature’ su un modo di essere che ci era stato inculcato per secoli. Le ultime generazioni, forse, potranno già cogliere i primi frutti del nuovo modo di essere della donna. La mia generazione, invece, e quella immediatamente precedente e successiva (parlo delle ultratrentenni e delle ultraventenni), sono ancora ibride, piene di contraddizioni. Siamo riuscite ad affermare il nostro diritto all'autodeterminazione, ma molte di noi sono rimaste legate al concetto che, ad esempio, una donna senza figli è incompleta. E quindi ci siamo costruite una famiglia, contemporaneamente lavorando, faticando come somari per mantenere un decente equilibrio tra le nostre vite parallele. Ci siamo anche parzialmente liberate da vecchie concezioni legate al nostro aspetto fisico, portando avanti il discorso che una donna non deve necessariamente essere bellissima per essere comunque una persona affascinante, ma poi i chirurghi guadagnano miliardi proprio grazie a molte di noi. In politica, purtroppo, non c'è contraddizione... eravamo poche prima, siamo poche anche adesso, almeno in Italia. E ci vengono comunque affidati sempre compiti marginali, o tutt'al più legati al sociale. Contraddizioni normali, io credo, che dovranno fungere da raccordo tra il vecchio e il nuovo modo di intendere il genere femminile.

Ma la donna, checché se ne dica, è sempre stata l’apice della creazione, la scintilla d’eternità la Musa ispiratrice… Vi chiedo di seguirmi nel passato e di osservare alcune Donne – la maiuscola è d’obbligo – di cui, purtroppo, non sempre i libri di storia parlano. Donne della politica, della letteratura, della filosofia, della scienza, dell’arte, della mitologia… Cristina Trivulzio Belgiojoso fu un’importante patriota italiana che partecipò attivamente al Risorgimento italiano. Fu editrice di giornali rivoluzionari, scrittrice e giornalista. Era bella, potente, e poteva dare molto fastidio. Fortunatamente la sua fama, la sua posizione sociale e la sua solerzia alla fuga, la salvarono da arresti facili. Nonostante ciò, con la dovuta cautela, il governo di Vienna le mise comunque i bastoni fra le ruote e, sentendosi costantemente minacciata, Cristina scappò nel sud della Francia dove visse sola e senza soldi. Tutti i suoi averi erano stati congelati dalla polizia austriaca e per molto tempo non poté attingere alcun denaro. Si arrangiò con pochi soldi, cucinò per la prima volta da sola i suoi pasti e si guadagnò da vivere cucendo pizzi e coccarde. A lei continueranno ad arrivare richieste di soldi per fini patriottici, e lei cercherà di distribuirne tantissimi, in modo da aiutare i poveri esuli italiani e investendo in sommosse o addirittura organizzando movimenti di armi per i ‘ribelli’ italiani. Muore nel 1871, a soli 63 anni. Ebbe una vita colma di peripezie, soffrì sempre di varie malattie e si trascinò dietro le diverse ferite causate da un tentativo di omicidio. Al suo funerale non partecipò nessuno dei politici dell'Italia che lei, così grandemente, aveva contribuito ad unire. Giovanna d'Arco, oggi conosciuta come la Pulzella d'Orléans. Riunificò il proprio Paese contribuendo a risollevarne le sorti durante La Guerra dei Cent’anni, guidando vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi. Catturata dai Borgognoni, Giovanna fu venduta agli inglesi. Durante la detenzione Giovanna fu rinchiusa in una stretta cella, i suoi piedi erano serrati in ceppi di ferro e le mani spesso legate; la notte i suoi piedi erano saldamente fissati in modo che la ragazza non potesse lasciare il proprio giaciglio. La sottoposero ad un processo per eresia al termine del quale fu condannata al rogo. In ginocchio, avvolta da avide fiamme, domandò ed offrì perdono a tutti. I soldati ordinarono al boia: «fa' ciò che devi». Il fuoco salì veloce e Giovanna, investita dalle fiamme, nel dolore atroce, gridò a gran voce: «Gesù!». Così morì Giovanna la Pulzella, a soli diciannove anni. Nel 1456 Papa Callisto III, al termine di una seconda inchiesta, dichiarò la nullità di tale processo. Giovanna fu beatificata nel 1909, canonizzata nel 1920 e dichiarata Patrona di Francia. Virginia Woolf cercò, con il suo temperamento, di liberare il racconto dalle regole. Innovatrice nei suoi scritti, Virginia Woolf lo fu anche nelle sue letture: nei suoi articoli di critica letteraria come nelle sue scelte di editore indipendente. Privilegiò sempre gli autori che condividevano con lei questo sguardo nuovo che esige modi d’espressione nuovi.

Nel corso degli anni ‘30, un ciclo di depressione l’assedia, e non è il primo. Diversi fattori concorrono a peggiorare la sua situazione: la morte di un nipote ucciso durante la guerra civile in Spagna, l’orrore incombente del nazismo e, una volta scoppiata la guerra, il timore di un’invasione tedesca, un timore che le origini ebree del marito non fanno che aumentare man mano che si confermano i segni della barbarie. Mentre i bombardieri tedeschi solcano il cielo inglese, Virginia Woolf, sempre più convinta che la follia abbia preso il dominio del mondo, decide di porre fine alla sua sofferenza, cercando nell’acqua quella fluidità che non era stata capace di cogliere in vita. Oggi è considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo,2 nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese. Maria Montessori fondò la prima ‘Casa dei Bambini’ nel 1907 a Roma, ma era già nota in Italia per essere stata una delle prime donne laureate in medicina, per le sue lotte femministe e per il suo impegno sociale e scientifico a favore del bambino, l'essere fino a quel momento dimenticato e sostituito dall'adulto. La Montessori indicò il metodo più adatto allo sviluppo spontaneo di ogni bambino e, dimostrata la sua ricca disponibilità all'apprendimento culturale, ottenne dei risultati che non erano mai stati immaginati e verificati prima. Iniziò dunque il suo pellegrinaggio scientifico in ogni parte del mondo, dove nascevano e si sviluppavano le sue scuole e dove altrettanto grande era l'esigenza di una nuova preparazione degli insegnanti. Il regime fascista tentò di orientare la sua opera e il suo pensiero in una direzione incompatibile con i suoi principi ideali ed educativi: la sua immagine e i suoi libri vennero dati alle fiamme prima a Berlino e poi a Vienna negli anni del dominio nazista. Gabriella Degli Esposti, di famiglia contadina, divenne partigiana e antifascista. La sua casa divenne la base della Quarta Zona della Resistenza; madre di due bimbe e in attesa di un terzo figlio; partecipò ad azioni di sabotaggio; il suo nome di battaglia era ‘Balella’. Il 13 dicembre del 1944, mentre era in corso un rastrellamento dei tedeschi, Gabriella venne catturata da un gruppo di SS; nonostante la sua gravidanza, venne picchiata e poi minacciata di morte se non avesse rivelato dove si trovava il marito. Il 17 dicembre del 1944 Gabriella venne condotta sul fiume Panaro e fucilata. La cosa più atroce fu che, prima di essere fucilata, Gabriella fu seviziata: il suo cadavere venne ritrovato privo di occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. Questa barbarie istigò molte donne della zona ad unirsi ai partigiani: è così che si fondò il distaccamento femminile ‘Gabriella Degli Esposti’, forse fu l’unica formazione partigiana composta esclusivamente di donne. Anche a lei fu conferita alla memoria la Medaglia d’oro al valor militare. Artemisia Gentileschi è una delle poche protagoniste femminili della Storia dell'arte europea. Ma è anche la protagonista di una torbida vicenda a tinte fosche, infarcita di elementi sentimentali, erotici, patetici e fantastici, in una brillante fusione romanzesca. È stata una delle poche donne sfuggite alle maglie del rigidissimo sistema sociale in cui viveva, tuttavia la sua sofferta vicenda privata si è spesso sovrapposta a quella di pittrice, generando molte ambiguità.

La sua popolarità raggiunse infatti il vertice soprattutto perché ebbe il coraggio di accusare il suo violentatore (al punto da sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per confermare l'attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette rappresentare solo un dolore fisico). Artemisia divenne così il simbolo del femminismo e del desiderio di ribellarsi al potere maschile; tuttavia questo fatto le fece un grande torto: l’attenzione si spostò sulla vicenda dello stupro, mettendo in ombra i suoi meriti professionali. Comunque, per l’epoca, Artemisia diventò un'etichetta per ogni rivendicazione di tipo femminista (basti pensare a Berlino, dove l’Albergo Artemisia accoglieva esclusivamente clientela femminile), una figura di culto, sia come rappresentante del diritto all'identificazione col proprio lavoro, sia come paradigma della sofferenza, dell'affermazione e dell'indipendenza della donna. La Contessa di Castiglione, donna bellissima e con predisposizione all’intrigo, tanto che Cavour le chiese di sedurre Napoleone III per avvicinarlo alla causa risorgimentale, infatti, senza l’aiuto della Francia, l’Italia non avrebbe potuto liberarsi né dell’occupazione austriaca né dello Stato Pontifico che occupava il centro Italia. E naturalmente, Napoleone III non resistette al suo fascino: la missione della nobildonna era così compiuta. Medea, con la sua storia, è uno dei personaggi più cupi nell'universo del mito antico. Maga, figlia del re della Colchide, nipote della maga Circe, si innamorò del greco Giasone che giunse nel suo paese (sul mar Nero) per impossessarsi del vello d'oro. Per Giasone, Medea tradì il padre, uccise il fratello, abbandonò la patria; ma l'atto che la distingue per la selvaggia tragicità è quello che Euripide scelse di rappresentare nel suo dramma: l'uccisione dei figli, l'atto estremo con cui essa si vendicò dell'abbandono di Giasone. Il tragico infanticidio costituirà per lei un punto di non-ritorno. Irma Bandiera, sebbene fosse di famiglia benestante, scelse di essere staffetta partigiana nella VII brigata GAP Gianni Garibaldi di Bologna e prese il nome di ‘Mimma’. Venne catturata dai fascisti che le infierirono atroci torture ed infine la sottoposero alla fucilazione a Bologna. Era il 14 agosto del 1944 e il suo corpo venne esposto in strada vicino alla sua casa. Alla memoria le è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare. Anita Garibaldi, conosciuta universalmente anche come l’Eroina dei Due Mondi, divenne una leggenda del Risorgimento italiano quale donna-guerriero che combatteva per i diritti dei popoli e per l’eguaglianza dei cittadini. Devo limitarmi, ma tante ancora sarebbero le Donne da citare per rendere omaggio a questa ricorrenza. Tante di loro si sono battute, tante hanno fatto la Storia, a tante dobbiamo le numerose cure che ogni giorno ci salvano la vita. Ognuna di loro ha rappresentato un tassello. E tutte, unite una all’altra come in un puzzle, ci riportano ai nostri giorni. Da sempre sgomitiamo con forza per farci spazio, non dico per ottenere un posto a sedere, ma almeno per riuscire a ‘salire sul tram’. La libertà e la parità che vantiamo in Occidente è ancora un’illusione in alcune parti del mondo. In Afghanistan le donne sono vittime di un’oppressione perpetrata in nome di una fede che fa loro perdere la dignità di esseri umani. In Bangladesh – e non solo – le donne vengono rapite per essere ridotte in schiavitù o avviate alla prostituzione; il 60% delle donne sposate è continuamente vittima di continue percosse da parte del marito, di stupri, omicidi e violenze psicologiche. In India, ogni sei ore, una donna viene bruciata viva, picchiata a morte o spinta al suicidio. In Nepal, ogni due ore, una donna muore di parto, mentre alcune decine di migliaia muoiono di Aids o contraggono il virus dell’HIV. In Iran – e non solo – la lapidazione viene usata per condannare a morte le donne accusate di adulterio. In Somalia, l’infibulazione viene praticata in società a carattere patriarcale, in cui la donna viene considerata un essere inferiore, con una sessualità da reprimere e da condannare, infatti garantisce la verginità della donna, ne riduce il desiderio sessuale, impedisce la masturbazione. È evidente agli occhi di tutti quanto la situazione in Occidente sia rosea per la donna (sebbene, nemmeno qui, il suo rispetto venga garantito sempre, ovunque e comunque). Nulla che voglia puzzare di retorica, ma sarebbe dignitoso per noi, per le Donne che sono state prima di noi, per le Donne che verranno, per le Donne che non hanno ancora questa opportunità, se l’8 marzo lo celebrassimo come una giornata votata al ricordo e alla riflessione e non come una squallida occasione per uscire, bere, puttanizzarsi, per poi tornare ‘Santa Maria Goretti’ il giorno dopo. Sarebbe come rivendicare un posto in società. Quel posto in società, qui dove viviamo, è già nostro, è nostro di diritto, non perché ce l’hanno offerto spontaneamente, ma perché ce lo siamo preso. Con la forza. Note
1. Scrittrice, icona del femminismo, morta il 2 maggio del 2009. 2. Movimento politico e sociale britannico che ha come scopo istituzionale l'elevazione delle classi lavoratrici per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione.

attualità
C'era una volta una regione che fece da precursore perché oggi si potesse parlare di Risorgimento. Questa regione è il Piemonte. Un periodo storico che ha segnato profondamente il desiderio di indipendenza e di espansione, da parte del Piemonte sabaudo. Un cambiamento che fu possibile grazie alla volontà dell'esercito e della diplomazia dello Stato sabaudo, all'intelligenza di uno statista (Camillo Benso conte di Cavour) e al potere di una dinastia (i Savoia). In questo periodo nacque un sentimento nazionale e di unità che permise di edificare uno stato unitario. All'inizio questa necessità di fondare uno stato unitario venne accolta da importanti uomini, che nel 1848-1849 tentarono di avvicinarsi all'unità, all'indipendenza, alla voglia di libertà. Giuseppe Mazzini, Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane. Tentarono una sfortunata spedizione nel 1857 a Sapri. Molti al ritorno si sentirono delusi e presero la decisione di passare al partito liberale. I più importanti che aderirono al partito furono Giuseppe La Farina e Giuseppe Garibaldi. Un uomo di nome Massimo d'Azeglio ricevette l'incarico di formare un nuovo governo e si avvalse dell'esperienza di importanti ministri i quali avviarono un periodo di riforme. Tra queste le più importanti sono le leggi Siccardi,1 la riforma agraria e quella dell'esercito. Fu all'interno di questa legislatura che venne fuori tutto il genio di Camillo Benso conte di Cavour. Ricoprì molti incarichi: fu ministro dell'agricoltura e del commercio e delle finanze. Impresse un notevole sviluppo all'economia del nostro Paese. Il suo comportamento estroso lo fece entrare più volte a invadere altri dicasteri. Fu sempre lui a imprimere le condizioni per il cambiamento con il cosiddetto Connubio.2 Questa alleanza servirà a isolare le ali più estreme del parlamento. Nel febbraio 1853 assunse un atteggiamento di intransigenza nei confronti dell'Austria e contro i mazziniani. Nel 1855 dovette fare i conti con i rapporti con la Chiesa per una riforma che annullava gli ordini contemplativi.3 In questo periodo in Piemonte si rifugiarono 30.000 esuli tra cui Bertrando Spaventa, Francesco de Sanctis e Niccolò Tommaseo. Cavour dovette poi fare i conti con la seconda guerra di indipendenza. Riuscì comunque nel suo intento, cioè quello di conquistare la Lombardia, la Toscana e l'Emilia. All'Austria rimasero le Venezie e alla Francia Nizza e la Savoia. Possiamo dire che l'unificazione era quasi finita. Cavour, infatti, non aveva pensato ad una annessione del sud Italia. Questa volontà nacque dal basso e trovò la realizzazione nelle mani di Giuseppe Garibaldi. L'11 maggio sbaragliò le truppe borboniche a Marsala, il 15 a Calatafimi e il 20 a Milazzo; il 6 giugno giunse a Palermo. Ad agosto si impadronirono della Calabria e il 7 settembre occuparono Napoli. Il sovrano spagnolo dovette rifugiarsi a Gaeta. Andò contro la volontà di Cavour che desiderava una soluzione dualistica, con Vittorio Emanuele al nord e Francesco II al sud. Nell'11 settembre del 1860 i mille occuparono lo Stato pontificio, penetrando nelle Marche e in Umbria. Garibaldi giunse fino a Castelfidardo e poi sconfisse le truppe borboniche a Volturno. Al parlamento piemontese non restò che votare l'annessione di Napoli e della Sicilia al Regno sabaudo. Garibaldi dopo lo storico incontro a Teano (26 ottobre), in cui indicò Vittorio Emanuele come iI ‘Re d'Italia’ si ritirò nell'isola di Caprera. Il 17 marzo venne proclamata l'unità d'Italia. Mancava ancora l'unificazione amministrativa del sistema scolastico, dell'economia e dei servizi.

Il ministro La Marmora formò così le 59 province amministrate da un prefetto; ogni provincia divisa in comuni, ognuno presieduto da un sindaco. Rimase aperta la questione romana ‘Libera Chiesa in Libero Stato’, ma nessuno voleva scendere ad un compromesso. Nel 1863 la capitale fu spostata a Firenze. La sinistra più progressista lo sentì come una rinuncia di conquistare Roma. L'esercito italiano attaccò l'esercito francese, aprendo una breccia a Porta Pia. Il 27 gennaio 1871, il senato italiano voterà il trasferimento della capitale da Firenze a Roma. Questi sono i fatti più importanti che è bene ricordare alle porte di questo anniversario. Un sunto di 150 anni di Storia d'Italia in una pagina. Ma i Papers hanno pensato a darne un saggio completo. Col prossimo numero uscirà un volumetto che traccerà la storia dettagliata del Risorgimento in Italia. Per ora proviamo a vivere questa festa con la consapevolezza che tra 50 anni la rivivremo ancora. Per fare questo bisogna però meditare sulla strada da prendere. Ora celebriamo i 150 anni!

Note
1. Abolizione del foro ecclesiastico, abolizione del diritto di asilo politico, abolizione della manomorta, divieto di compravendita di beni immobili da parte degli enti morali. 2. Accordo politico tra Cavour e Rattazzi che avvenne nel 1852. 3. Crisi Calabiana.

attualità
Il 2010 potrebbe essere ricordato come l'anno più breve della repubblica italiana. Certamente denso di fatti e tutti attorno ad una sola figura che, malgrado gli scarsi meriti, ha monopolizzato, volente o nolente, l'agenda italiana. L'onda lunga sta arrivando in questi primi giorni del nuovo anno. Le elezioni anticipate sembrano sempre più probabili e Tremonti si esercita già per un
eventuale governo di transizione. Il ministro dell'economia lascia tutti a bocca aperta vantando Berlinguer, citando Scritti Corsari di Pasolini ed elaborando una propria critica dello sviluppo e della globalizzazione. Per la verità chi ha letto il suo libro La paura e la speranza poteva già aspettarselo. Tutto comincia da un episodio che non aiuta per niente i piccoli progressi fatti dall'opposizione: l'attentato al premier da parte di Tartaglia, subito riconosciuto come incapace di intendere e di volere. Così si è creata un'occasione d'oro per riallacciare i rapporti resi gelidi col Quirinale, accusare come mandanti i pochi giornalisti e politici in grado di fare una critica seria al governo (Travaglio, Santoro, Di Pietro, ecc.) e infine si è coniato un nuovo slogan, velatamente intollerante: "noi siamo il partito dell'amore", a cui si contrapporrebbe il ‘partito dell'odio’. Il 26 marzo i gorilla della Digos fermano due ragazzi che lavoravano presumibilmente nel reparto grafici di Sky, rete nei cui studi si era recato Berlusconi per rilasciare un'intervista. Sono gli autori di un manifesto affisso in una delle finestre degli studi televisivi recante una frase di Quintiliano: "odiare i mascalzoni è cosa da nobili". La Digos, messa in allarme, vorrebbe portarli in questura. Poi ci rinunciano perché non esiste ancora il reato di ‘porto abusivo di cultura’. La frase era stata già citata da Luttazzi in una manifestazione per la difesa della libertà di stampa, e segna la fine di questa infelice dicotomia amore-odio, sciaguratamente applicata alla politica. Interessante il fatto che la Digos leggendo ‘mascalzoni’ abbia subito fatto il collegamento con Berlusconi. Chissà cosa ne avrebbe pensato Freud? Dopo questo attentato – slogan intolleranti a parte – il governo appare invincibile. Invece no. Cominciano a saltare fuori vagonate di scandali che portano Berlusconi addirittura a ripulire il PdL dagli elementi più impresentabili. Ce n'è per tutti: dallo scandalo della protezione civile (conti gonfiati, appalti irregolari e massaggiatrici varie) a Scajola, il quale si accorge che gli hanno comprato casa a sua insaputa. Cose che capitano… Ma il PD di fronte a tutto questo come ne esce? Molto male, perché da che pulpito può gridare allo scandalo e all'indignazione un partito che candida in Campania personaggi come De Luca, già imputato in due processi? Con alle spalle una condanna per aver autorizzato come sindaco la costruzione di una discarica abusiva. Sono sotto processo anche la moglie di De Luca, per aver presentato carte false in un concorso pubblico, e il figlio per reati fiscali. Non dimentichiamoci però di Bassolino, governatore della Campania, imputato per truffa alla regione che lui stesso amministra. Inutile dirlo: anche lui in quota PD. E col piffero che si dimette. Queste persone fanno parte di un partito che dovrebbe criticare Berlusconi perché i rifiuti a Napoli non sono ancora spariti, oltre a pretendere trasparenza e moralità da parte del governo.

Intanto il 10 febbraio Bertolaso, capo della protezione civile, viene raggiunto dall'avviso di garanzia; assieme al suo vice Balducci è accusato di aver manipolato gli appalti pubblici favorendo parenti e amici. Per motivi analoghi è scoppiato lo scandalo ‘parentopoli’ a Roma, dove il sindaco Alemanno ha in questi giorni licenziato l'intera giunta, presentandone una nuova. Bertolaso risulta coinvolto in diversi illeciti legati al G8 della Maddalena, (poi spostato a L'Aquila) i lavori per i mondiali di nuoto 2009 (piscine costruite senza rispettare le misure standard) e per finire – attualissimo – i lavori per i 150 anni dell'unità d'Italia. I corruttori sarebbero il duo BalducciAnemone, gli unici per altro ad essere stati arrestati. Bertolaso se l'è cavata andando in pensione. Tra le merci di scambio ci sono anche delle sedicenti massaggiatrici che allietavano il capo della protezione civile all'interno di un centro benessere, tenuto aperto solo per lui. L'uso sistematico del corpo femminile, come vedremo, è una costante all'interno del ‘Partito dell'Amore’ (a pagamento). Il 5 marzo viene approvato in Parlamento il decreto salva liste, presentato dal governo per inserire in extremis le liste di Formigoni in Lombardia e della Polverini nel Lazio. Il primo aveva presentato delle firme irregolari, la seconda non le ha presentate in tempo. Napolitano firma e giustifica il tutto sostenendo che non si poteva escludere la forza politica più importante, in due delle maggiori regioni italiane, dalla corsa elettorale. Questo in parole povere significherebbe che, se un partito piccolo come i Radicali presenta una firma in meno del previsto, o in ritardo di un secondo, può essere escluso dalla competizione elettorale. I grandi partiti invece si faranno un decreto in un secondo momento che li salva in corner. Oppure se proprio vogliamo – che sciocchi – pensare che siamo tutti uguali di fronte alla legge, dovremmo pensare che d'ora in poi tutte le liste possibili e immaginabili partecipano alle elezioni. La cosa allucinante è che questo decreto è totalmente illegale, esiste infatti una legge che proibisce i decreti volti a influire sul sistema elettorale. Anche in questo caso l'opposizione è assente. Infatti il candidato del PD in Emilia Romagna, Vasco Errani, si presenta alle regionali al suo terzo mandato (idem dicasi per Formigoni in quota PdL), cosa che la legge vieta espressamente limitando il numero di mandati a due. Anche qui varrebbe la tesi del partito forte che può ignorare le regole a scapito dei più deboli. Se le istituzioni non sono più rispettate nemmeno da chi dovrebbe difenderle è la fine. Non sembra... è già di fatto una repubblica delle banane. Il 12 marzo scopriamo, grazie ad uno scoop de Il Fatto Quotidiano, che la procura di Trani sta indagando Berlusconi, il direttore del TG1 Augusto Minzolini e il commissario dell'Agicom (Autorità garante delle comunicazioni) Gian Carlo Innocenzi. Il Cavaliere avrebbe fatto pressioni attraverso questi personaggi contro programmi Rai a lui sgraditi, tutto questo si evince da delle intercettazioni abbastanza eloquenti.

In una di queste si sente Innocenzi fare pressioni al direttore Rai, Masi, perché annullasse una puntata di Anno Zero; Masi risponde che non poteva bloccare una trasmissione semplicemente presumendo che commetterà una irregolarità. In un'altra intercettazione Minzolini assicura a Berlusconi che si occuperà personalmente della questione riguardante le rivelazioni di Spatuzza ai magistrati. Tra le trasmissioni nel mirino del premier, oltre Anno Zero, ci sono anche Ballarò e addirittura Parla con me. Innocenzi è stato già dirigente Fininvest e segretario di Forza Italia, ma noi dobbiamo avere fede e augurarci che nel suo operato non agevolerà quello che più volte lui stesso usa chiamare ‘il padrone’.

Arriviamo al 7 aprile. E' il momento di Calderoli, non potevamo infatti trascurare il contributo dei leghisti allo sfacelo incontrastato dell'etica nel ‘Bel Paese’. Secondo il ministro della semplificazione legislativa, il suo dicastero avrebbe eliminato 375 mila leggi inutili su un totale di 500 mila. Poi Tremonti lo smentisce sostenendo che le leggi italiane sono in tutto meno di 170 mila. Ammettendo che abbia ragione Calderoli (arriviamo quindi al fantasy), c'è da chiedersi come avrebbe fatto il ministro in meno di due anni che sta al governo a esaminare 500 mila leggi. Tanto per prenderlo per i fondelli qualcuno si è divertito a fare un calcolo: dal 1861 (data dell'unità d'Italia) ad oggi, per produrre quella mole di leggi il Parlamento avrebbe dovuto produrre una legge all'ora, lavorando tutti i giorni. Insomma, stiamo parlando di un ballista di prima categoria. Ci sarebbe da ridere se non fosse per il fatto che recentemente ci si è accorti di un fatto abbastanza grave: tra le leggi cosiddette inutili eliminate da Calderoli, la Gazzetta Ufficiale segnala anche una norma sui minori degli anni '30. Nonostante sia stato corretto l'errore si verranno comunque a creare dei cavilli nati durante il periodo in cui tale legge figurava nulla. Insomma, molti processi che implicano reati a danno dei minori potrebbero finire con l'archiviazione. Il 4 maggio è il turno di Scajola. Ne abbiamo già accennato. Si tratta di un recidivo: è la seconda volta che si dimette; la prima risale a quando da ministro dell'interno dà del coglione a Marco Biagi, pochi giorni dopo il suo assassinio. Questa volta spuntano di nuovo le corna di Anemone, il quale avrebbe depositato su conto svizzero – a insaputa del ministro – i soldi per l'acquisto dell'appartamento nel centro di Roma, con vista sul Colosseo. Quando si dice ‘il caso’. Si ricorda che, in questo governo, Scajola era ministro delle attività produttive. Ma le sorprese non sono finite. Il 7 maggio un'inchiesta del giornalista di Repubblica, Attilio Bolzoni, dimostra quello che tutti sapevano ma nessuno osava dire (anche perché mancavano ancora dei tasselli): è esistita una alleanza tra stato e mafia e in quest'ottica andrebbe rivisto l'attentato a Falcone nell'Addaura e, prima ancora, le stragi di stato e i depistaggi. E' la tesi del doppio stato, sostenuta già da numerosi storici. Sappiamo anche per testimonianza di un ex presidente della repubblica come Ciampi, che nel 1992 si sarebbe inscenato un colpo di stato, fortunatamente fallito, il quale avrebbe dovuto aprire la strada ad una nuova forza politica. Poco tempo dopo Berlusconi scende in campo e crea una nuova forza politica; si chiama Forza Italia. Ogni riferimento a fatti e cose è puramente casuale.

L'8 luglio scopriamo anche dell'esistenza di una Loggia P3. Salta fuori che i giudici faziosi esistono davvero, ma non sono comunisti. Si tratta di membri della Corte Costituzionale verso i quali la P3 fece pressioni per approvare il Lodo Alfano. Va da sé che – nell'universo narrativo di Berlusconi – chi non si lascia corrompere, votando contro il Lodo, diventa automaticamente una toga rossa. Vengono arrestati quattro faccendieri dalla veneranda età, tra questi anche Flavio Carboni che ha una lunga carriera in fatti loschi, a partire dal caso Calvi e il crack del Banco Ambrosiano. Il canale di comunicazione tra la P3 e il governo sarebbe stato Denis Verdini, coordinatore del PdL, già indagato per la vicenda dell'Eolico in Sardegna. Tra i personaggi di spicco coinvolti si ricorda anche Marcello Dell'Utri. A dimostrazione di tutti questi intrallazzi numerose intercettazioni, spesso le telefonate,

assumono un tono ai limiti della serata al bar. Eccola la magistratura politicizzata. E' in questo contesto che, il 30 luglio, va compresa la scissione di Fini e dei finiani dal PdL con la formazione del nuovo partito Futuro e Libertà. Scissione questa, provocata dallo stesso Berlusconi, che mette alla porta il presidente della Camera. Viene costruito così, dal nulla, il sedicente scandalo dalla cucina Scavolini e della casa a Montecarlo. Tutti i giornali e le reti di regime si concentrano durante l'estate a gettare fango sul presidente della Camera. E' importante tenerlo in mente perché il caso Ruby e l'imputazione di sfruttamento della prostituzione nei confronti di Berlusconi, Mora e Fede si reggono su una impalcatura probatoria ben più solida; ma evidentemente lo zelo col quale giornalisti come Minzolini, Feltri e Belpietro condannano Fini, sulla base di chiacchiere e mistificazioni varie, va considerata come normale amministrazione. Pare essere invece la trasposizione dal manganello alla macchina da scrivere dello squadrismo più becero. Stessa sorte toccò anche alla ex moglie di Berlusconi, Veronica Lario, le cui dichiarazioni sullo stato di salute mentale del premier e sulle sue frequentazioni di minorenni oggi trovano riscontro nelle intercettazioni. All'estero si stupiscono del fatto che gli italiani non reagiscono. Il problema è che gli italiani, come massa, sono dei malati di Altzeimer che nel giro di pochi giorni dimenticano tutto. Un popolo senza memoria, che per la maggior parte si informa attraverso la tv la quale è quasi del tutto sotto il controllo del Presidente del Consiglio. Ecco svelata l'anomalia italiana. Pensiamo ad esempio alle importanti rivelazioni di pentiti come Spatuzza nei confronti di Schifani, che avrebbe messo in contatto Dell'Utri coi fratelli Graviano, già con le mani in pasta in Sicilia con giunte pluri commissariate perché infiltrate dalla mafia. Non una riga sui giornali. Fanno eccezione Il Fatto Quotidiano, L'Espresso e Repubblica. Nel resto dei media, buio completo. Eppure si tratta del Presidente del Senato. Quando poi ad un convegno del PD lo si invita e dei manifestanti fischiano, Fassino ha anche la bella idea di tacciarli di squadrismo. Le possibilità sono due: o i dirigenti del PD non hanno capito niente, oppure pensano che non abbiamo capito niente noi. In un interessante documentario di Marco Travaglio, Berluscoma, il noto giornalista parla dell'ultimo ed ennesimo attacco di Berlusconi alla magistratura, risalente al 3 ottobre, nonostante ormai i suoi processi fossero congelati e non ci fossero nuove indagini in corso. "A meno che - dice Travaglio - lui non sappia delle cose che noi non sappiamo". Osservazione profetica che oggi fa sorridere. Il 2010 finisce il 14 dicembre, col voto di sfiducia alla Camera. Anche in questa occasione Berlusconi non ci delude, regalandoci un altro episodio in pieno stile ‘prima repubblica’. Non parleremo nel dettaglio delle ultime rivelazioni sul caso Ruby, sul PD che fa i voti di sfiducia sapendo di perderli e sulla condanna di Cuffaro. Siamo un periodico bimestrale, dobbiamo attenerci al tema dell’articolo che tratta esclusivamente le vicende politiche dell’anno appena trascorso. Ci riserberemo di approfondire le vicende future nei prossimi numeri.

attualità
Il faraone era in silenzio. Stava seduto, come fa spesso ora che è anziano, nella sua casa di vacanza a Sharm el Sheikh, contemplando l'isola di Tiran nel mar Rosso. È qui che riceve di solito i leader mondiali, qui che si siede impettito accanto ai premier israeliani o che presenta i presidenti statunitensi ai capi di stato arabi. Hosni Mubarak, 82 anni, si sente più a sua agio nella quiete di Sharm el Sheikh che nella numerosa, sporca e affollata capitale. È qui che ha stabilito la sua corte ed è qui che ha preferito restare in silenzio. Il primo ministro ha promesso che il governo avrebbe tollerato la libertà d'espressione a patto che fosse stata esercitata ‘con mezzi legittimi’: Mubarak non ha nemmeno negato che la moglie e il figlio Gamal, designato come suo delfino, sono fuggiti all'estero. Mubarak non ha commentato niente. Non c'era niente di più pericoloso che confermare le voci o inoltrarsi nei meccanismi del suo stato di polizia. Fu l'errore che fece, due settimane prima, il Presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali, che poi fu costretto a lasciare il Paese. Arriva poi venerdì 28 gennaio 2011. Sembra che tutta la frustrazione accumulata in trent'anni di regime stia improvvisamente esplosa. Venerdì è il giorno della resa dei conti, un giorno di violenza e vendetta che ricorda la rivolta del pane del 1977. Anwar al Sadat ordina ai soldati di sparare sui manifestanti e ottanta persone rimangono uccise. Questa volta la notizia della prima vittima arriva da Suez, dove la polizia ha ucciso un manifestante. L'episodio, però, non ha dissuaso gli altri, così come non è servito a niente il coprifuoco imposto dal governo. Le proteste più imponenti sono state quelle di piazza Tahrir, al Cairo. Malgrado la forte presenza di polizia, i manifestanti hanno sfondato le barriere permettendo ad altri di passare dopo di loro. Al suono dei tamburi ripetevano ossessivamente: "Il popolo vuole rovesciare il regime". La capitale stava precipitando nel caos. Ma il faraone non diceva niente. Il 29 gennaio, un quarto d'ora dopo mezzanotte, Mubarak ha rotto il silenzio con un discorso sinistro asserendo che, pur rispettando le legittime preoccupazioni del popolo, non tollerava il caos nelle strade. Lui, che ha dedicato la vita al Paese fino allo sfinimento, avrebbe difeso la libertà e la stabilità. Ha promesso democrazia e lavoro. Poi ha licenziato i suoi ministri. L'avversario più temibile di Mubarak è Mohamed el Baradei, 68 anni. Anche lui fa parte dell'élite egiziana, è figlio di un'influente e ricca famiglia di avvocati, è cresciuto al Cairo e ha studiato per diventare diplomatico. Come capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) ha ricevuto il Nobel nel 2005 ed è stato insignito del collare dell'Ordine del Nilo, la massima onorificenza civile egiziana. Intellettuale schivo, giocatore di golf e amante dell'opera , El Baradei è tutt'altro che un tribuno del popolo e in Egitto non ha nessun incarico. Eppure potrebbe essere l'uomo giusto al momento giusto. È relativamente disinvolto, dialoga con i fratelli musulmani e, malgrado le differenze, considera quello degli islamisti ‘un movimento legittimo’. Su di lui pesa il sospetto di essere troppo vicino all'occidente o corrotto dal denaro statunitense. Alla fine del suo terzo mandato all'AIEA voleva ritirarsi a vita privata, ma quando a febbraio del 2010 è tornato al Cairo ed è stato accolto con calore si è lasciato contagiare dall'entusiasmo dei suoi connazionali.

Si è reso conto che poteva essere un ‘catalizzatore del cambiamento’. In rete ha raccolto il sostegno di migliaia di persone, ma le ha deluse quando ha lasciato il Paese per andare a scrivere le sue memorie nel sud della Francia e a insegnare negli Stati Uniti. Il 27 gennaio, però, ha deciso di tornare in Egitto e si è proposto come possibile Presidente di transizione: "Se gli egiziani vogliono che io prenda le redini del cambiamento, non li deluderò". Il 28 gennaio si è unito ai manifestanti. "Il popolo ha rotto la cultura della paura. Da qui non si torna indietro». El Baradei aveva già criticato l'occidente, in particolare la segretaria di stato americana Hilary Clinton che, mentre reclamava i diritti civili per gli egiziani, definiva ‘stabile’ il regime di Mubarak. "Mi chiedo quale sia il prezzo di questa stabilità", aveva inoltre fatto notare, "Si basa su ventinove anni di legge marziale? Si basa sulle elezioni truccate?" Probabilmente neanche lui si aspettava che le proteste proseguissero nonostante il coprifuoco e che l'esercito chiamato da Mubarak finisse per sostenere la popolazione. Gli slogan urlati dai manifestanti non erano a favore di niente, neanche della democrazia, ma erano sempre contro qualcosa o qualcuno. In piazza si è creata un'ampia alleanza spontanea di persone che insieme hanno chiesto le dimissioni di Mubarak. La scintilla è partita dai giovani studenti senza lavoro e dalle persone di cultura che hanno capito le difficoltà del ceto inferiore. La scintilla ha provocato un'esplosione. "Il partito di Facebook" - come lo scrittore Ala al Aswani definisce la generazione tra i venti e i trent'anni – "è riuscito in quello che i partiti d'opposizione tradizionali – islamisti, sinistra, liberali e nasseriti – non hanno saputo fare". I fondatori di un gruppo su Facebook chiamato ‘movimento 6 aprile’ hanno raccolto 70mila adesioni. I blogger stimano che almeno 15mila abbiano accolto l'appello degli attivisti per trasformare il 25 gennaio, la giornata nazionale della polizia, nel ‘giorno della rabbia’. Alla fine quando sindacalisti, politici di sinistra ed egiziani comuni si sono uniti a Facebook l’obbiettivo era raggiunto. "C'era gente a perdita d'occhio. Un mare di persone!", ha esultato Al Aswani. "È stato un momento speciale. Mi tremavano le gambe". Secondo lo scrittore egiziano, il fatto che le rivolte siano rimaste senza leader non è una debolezza ma un punto di forza: "Nessuno dei partiti tradizionali ha potuto sfruttare le manifestazioni. Non si tratta di islamismo né di socialismo né di nasserismo. La gente vuole solo libertà e benessere". Il settimanale d'opposizione Al Fagr ha descritto il primo giorno di proteste come ‘il giorno del giudizio universale’. I manifestanti stavano saldando il conto con il regime e con ‘trent'anni di povertà, brogli elettorali, torture e corruzione’. Nella rivolta del mondo arabo per la dignità, i diritti e la libertà, la Tunisia è stata il grilletto e l'Egitto il premio in palio.

Abbiamo assistito a una svolta che molto probabilmente porterà alla sostituzione del Presidente Hosni Mubarak con una nuova leadership più vicina alle aspirazioni politiche della nazione. Il 30 gennaio cinque eventi importanti hanno contribuito a sancire l'inizio della fine dell'era Mubarak. Nelle strade di tutto il Paese, e in particolar modo al Cairo, i manifestanti hanno sfidato il coprifuoco e sono rimasti dov'erano. La maggior parte dei poliziotti si è dileguata e i soldati che hanno preso il loro posto hanno subito messo in chiaro che il loro obbiettivo non era sparare sulla folla per difendere il regime, ma mantenere l'ordine e proteggere gli edifici pubblici. La combinazione tra la coraggiosa determinazione del popolo e il rifiuto delle forze di sicurezza di sparare sui cittadini ha segnato un punto di svolta per entrambi gli schieramenti. I manifestanti hanno capito che la loro causa è condivisa da molti egiziani, mentre gli agenti hanno fatto capire alla piazza, e al Presidente, che la situazione può essere risolta solo con il dialogo. Il secondo episodio significativo è stata la nomina a vicepresidente del generale Omar Suleiman, un figura molto rispettata tra le forze armate. Tale ruolo è rimasto vacante per trent'anni e la decisione di Mubarak indica probabilmente che il Presidente ha capito di avere i giorni contati. Mettere un generale settantenne al posto di un altro generale-presidente ancora più anziano non è il segno di una rinascita dell'Egitto ma la riaffermazione di una vecchia abitudine. Il terzo evento chiave è stato l'annuncio da parte del Presidente del parlamento, Fathi Surour, che l'attuale composizione dell'assemblea verrà rivista alla luce di centinaia di ricorsi presentati dai cittadini dopo le elezioni politiche del novembre scorso. Il quarto sviluppo significativo è stato la dichiarazione di sostegno ai dimostranti da parte di alcuni rappresentanti dell'associazione dei giudici egiziani. Negli ultimi anni i magistrati sono stati una delle poche istituzioni in grado di contrastare il regime conservando, allo stesso tempo, la fiducia dei cittadini. Il quinto segnale dell'imminente democratizzazione dell'Egitto è stata la notizia che i principali movimenti di opposizione avevano fondato una coalizione nazionale per il cambiamento, incaricando Mohamed el Baradei di negoziare la transizione dal governo di Mubarak verso un esecutivo più rappresentativo e democratico. Dopo il 28 gennaio il mondo non è stato più lo stesso. Nel mondo arabo i cambiamenti cominciati in Tunisia oltre un mese fa, e ora in corso in Egitto, sono considerati un evento epocale. La maggior parte dei 360milioni di arabi sono talmente giovani da aver conosciuto soltanto capi di stato che sono rimasti così a lungo al potere da diventare delle icone. Solo gli egiziani oltre i trent'anni e libici oltre i quaranta possono ricordare un presidente diverso da Mubarak o da Muammar Gheddafi. I tunisini hanno dimostrato che si possono rimuovere perfino le icone. Liberi dalle paure che li hanno paralizzati per decenni, i popoli dei paesi arabi scendono in piazza a Sana'a come ad Amman. I governi europei e quello statunitense, ormai abituati ai dittatori arabi, sono sorpresi per non aver saputo prevedere questi fatti e non avere preso le distanze in anticipo.

La situazione dei governo in Libia, in Tunisia (stato in cui è già avvenuta la caduta del proprio tiranno), Marocco, Algeria, Egitto (passato nel potere dei militari), Yemen, Bahrein e Oman è del tutto precaria. Le informazioni non sono molto attendibili dai luoghi caldi della battaglia. Ai giornalisti non è permesso entrare e le uniche informazioni che si riescono ad avere sono legate ai blogger o ai social network, come Facebook e Twitter.

Libia E così anche il vecchio, folle e paranoico volpone libico – il pallido, infantile dittatore della Sirte dalle guance cadenti, sempre scortato dalle sue amazzoni, l'autore del Libro Verde – sta per essere abbattuto o per sparire. La realtà della rivolta dei libici viene raccontata su YouTube e su Facebook, creando una realtà sfocata e sgranata. Commissariati dati alle fiamme a Bengasi e Tripoli, i cadaveri, uomini armati e furibondi, una folla di studenti che abbatte un monumento dedicato al Libro Verde. Colpi di arma da fuoco, fiamme e urla nei cellulari. Muammar Gheddafi, pochi giorni fa, invece di affrontare il popolo ha incontrato un suo amico per sottoporsi ad un intervento chirurgico. Gheddafi non aveva certo un bell'aspetto. Il viso da pazzo era flaccido, gonfio, sembrava un attore comico che alla fine della carriera aveva deciso di recitare in una tragedia. Cerca disperatamente una truccatrice prima di bussare per l'ultima volta alla porta di un teatro. Il 20 febbraio è suo figlio Saif al Islam a sostituirlo. Mentre Bengasi e Tripoli erano in fiamme, ha dovuto prendere il posto di oratore e salire sul palcoscenico. Ha minacciato la popolazione dicendo che il caos avrebbe portato ad una guerra civile, di dimenticarsi le forniture di petrolio e di gas. 'Ci sarà la guerra civile'. Nelle immagini trasmesse dalla televisione la testa di Saif al Islam si stagliava sull'immagine di un Mediterraneo verde, che sembrava uscire dal suo cervello. Un bel necrologio per 42 due anni di regime. “Gheddafi è più simile ad un altro dittatore rinchiuso in un bunker, che convoca eserciti inesistenti perché vadano a combattere nella sua capitale per salvarlo, addossando al popolo le proprie sventure. Lasciamo perdere Hitler. Quella di Gheddafi è una categoria a parte, un misto tra Topolino e il profeta, Batman e Clark Gable, Anthony Quinn che interpreta il condottiero Omar Mukthar nel film Il leone del deserto, Nerone e Mussolini (versione anni venti) e, inevitabilmente – il più grande attore di tutti – se stesso.” (Robert Fisk, The Independent). Se davvero siamo di fronte ad una rivoluzione, allora saremo presto in grado di curiosare negli archivi di Tripoli per scoprire tutta la verità sulla strage di Lockerbie e sulla bomba del 1989 sul volo 722 dell'Uta, oltre che sull'attentato del 1986 in un locale di Berlino, che provocò una rappresaglia degli Stati Uniti in cui rimasero uccisi molti civili arabi, tra cui la figlia adottiva di Gheddafi. Potremo saperne di più sugli omicidi degli oppositori del colonnello in patria e all'estero, sull'uccisione di un poliziotto britannico, sull'invasione del Ciad, sugli affari con i petrolieri britannici e sul rilascio dell'attentatore Abdelbaset al Megrahi. Per decenni gli avversari hanno cercato di ucciderlo. I nazionalisti, detenuti nelle sue camere di tortura e gli islamisti si sono ribellati. Lui li ha sempre schiacciati. La storia attuale racconta come lui, a differenza degli altri leader, ha deciso di sparare sui manifestanti e di usare l'aviazione. Questa scelta riflette una certa visione del mondo da parte di Gheddafi, che si è sempre proposto come 'fratello, leader e comandante'. Secondo il leader libico, nella 'fratellanza' tra leader e sudditi non c'è spazio per le manifestazioni e i cambi di regime. Il patto tra il leader e il popolo si fonda su un buon sistema scolastico e su un'economia relativamente stabile. Non poteva rispondere né con il dialogo, né con un

passaggio di poteri pacifico. Come in tutte le vicende mediorientali, una lunga storia precede il drammatico spettacolo della caduta di Gheddafi. La situazione in Libia è diversa da quella di Egitto e Tunisia, dove c'erano partiti, l'esercito e istituzioni civili. I principi della 'costituzione' libica si basano sul Libro Verde di Gheddafi. Il paese non ha partiti né un forte movimento islamico, e la situazione è aggravata dalla complessa struttura tribale. Il pericolo denunciato dal figlio di Gheddafi è che ora la Libia possa dividersi in zone tribali.
Tunisia È stato il primo stato di quelli arabi ha scrollarsi della paura che molti si erano portati dietro con gli anni. Sicuramente inaspettato. Tutto nato perché uno studente disoccupato, preso dalla disperazione, si è dato fuoco. Così è diventato il simbolo di una lotta contro il potere quarantennale di Zine el Abidine Ben Ali. Si è risolta tutta in poche settimane ed è stata la miccia per molti altri stati arabi. La situazione attuale è molto precaria. Non c'è un governo e il paese si trova allo sbando, così la popolazione è costretta ad emigrare negli altri stati, per non cadere nella trappola del caos.

poesie

Chiedevo che il mio nome fosse un'eco - sognavo di sentirlo venire da lontano, fingendo fosse un'altra voce a dirlo, non la mia, che non riesce a superare questa stanza. Credevo fossi stanco, già vissuto, col fiato accartocciato nel fumo dei polmoni, milite ignoto in ogni monumento. Assiderato d'argento, in mezzo a tutto questo ghiaccio raggio di sole rifiutato, profumo d'epica e sudore Avevo cinque corde consumate sulla chitarra acustica. La voce amplificata. Un'istantanea nuova già sbiadita, una patente fresca e già scaduta. Finché le stelle mi sono cadute dalle nocche: ho aperto il pugno, non c'erano più.

poesie

Come posso oppormi ad un'altra partenza al cambio di stagioni che soffia vento per poi negarlo al brivido di un temporale che lascia l'aridità in ciò che è statico come i pochi versi che stillano dalle mie mani ancora. Domani la lontananza avrà un pensiero stanco sui tasti di una coscienza che più non ho come una passeggiata di fine autunno che ti scaglia sottile sabbia negli occhi un mare assente. L'oggi è un tempo che vivi ma non tocchi.

poesie

Nu vase doce, annascunnute arete a' na fronne e' limone, mentre na lenza e' sole, te trase dint'à ll'uocchie.... e c'iaggio leggiuto 'o scuorno, ma pure a voglia e c'iarrubbà. È overo c'amme fatto giuramento, ma tutto nasce e tutto po' fernì, e si addiventa tutto nu turmiente, s'arraggia o' core e nun o' puo' sentì, c'abballa e canta quanno vene l'ora, cu nuje azzeccate, ca po' facimme ammore, senza sentì ne' fridde e ne' calore, ma sulo o' bene ca c'esce a' fore. TRADUZIONE Un dolce bacio, nascosti dietro un albero di limoni, mentre un raggio di sole, ti entra negli occhi, e ci ho letto il pudore, ma anche la voglia di rubarci. È vero che abbiam fatto un giuramento, ma tutto nasce e tutto può finire, e se diventa tutto un tormento (l’amore), il cuore si arrabbia e non lo puoi sentire, ballare e cantare quando viene l'ora, con noi attaccati, che poi facciamo l'amore, senza sentire né freddo e né caldo, ma solo il bene che vien fuori.

poesie

Immobile lei e tutto. Puntuale sbiadisce le stelle e le fa guizzare ai marciapiedi. Da solo, respiro un aria mia. -e rido da solo per voi-

poesie

Ascolta il silenzio di un giorno di pioggia. I miei occhi, sono antichi quanto il tempo. Scrivo questi versi per non dedicarti la mia solitudine. Siamo fiori che piangono petali d'oro lungo rive senza tramonto. Quando il Sole sfiorisce anche il Cielo e la Terra si uniscono.

racconti

Tornò sui suoi passi e le diede un’altra pedata in faccia. - Ti avevo detto di stare zitta, stronza! Le aveva detto anche: “non muoverti, non toccarmi, non guardarmi.” E prima ancora: “lavati con questo, niente profumo, nessuna biancheria. Niente di personale.” L’aveva pure pagata bene per questo ma era stato più forte di lei. - Ti piace così eh? - aveva detto dopo un po’. - Zitta per favore… - Tu sì che sei un po’ strano eh? - aveva proseguito. - Vuoi stare zitta cazzo!? - Ooh calmati bello eh?… Se non si può nemmeno respirare trovati una morta allora! - Sarai tu se non stai zitta… - Ma chi cazzo sei? Sei pazzo!?… Ma capitano solo a me quelli… Basta! Vattene via! Via! Subito! Si era divincolata respingendolo con forza con le mani e le gambe, ed era scivolata fuori dal letto. Si era messa a strillare e a gesticolare come una demente. Non aveva avuto paura abbastanza quando si era alzato e le si era avvicinato. Non aveva pianto dopo il primo schiaffo. E ora giaceva sul pavimento, con il collo spezzato e una faccia che non somigliava più a nessuna. - Non avevo finito… Puttana… Non gli piacevano le donne. Nessuna. O forse quando piangevano. Sì, erano belle quando piangevano, tutte, ma solo in quel momento. Il loro viso convulso e bagnato aveva qualcosa di magnetico, s’illuminava di una luce propria che lo alleviava per un po’ dal suo tormento. Ma non tutte piangevano. Ed erano purtroppo il mezzo incontornabile attraverso il quale riusciva a raggiungere una pace necessaria, vitale, seppure momentanea. Perché era costretto a fare quella cosa con loro. Per forza. Ne aveva bisogno. Ma solo in determinate condizioni. E le odiava, non tanto per quel che doveva compiere con il loro corpo, ma perché erano lì, e perché potevano guardarlo, sentirlo, pensarlo mentre era nelle loro mani e si agitava e sudava sopra il loro corpo. Debole, ridicolo e volgare come una lurida scimmia appesa ad un sottile ramo di vetro, incosciente e vulnerabile fino a quando il ramo non si spezzava e non lo liberava dal loro ventre permettendogli di essere di nuovo se stesso. Perciò non dovevano guardarlo, non dovevano toccarlo e non dovevano assolutamente parlargli. Scese nella prima stazione metropolitana che trovò sul suo cammino e si presentò agli sportelli automatici. La ragazza era di spalle, lo sguardo rivolto verso il retro di un distributore di biglietti. Era immobile, e avrebbe potuto illudere anche una mente all'erta come un manichino o un pannello pubblicitario dimenticato lì se dopo un po' non si fosse strofinata il naso con il dorso della mano. Si fermò e la osservò meglio. Con quei vestiti sembrava una di quelle giovani rom che fanno l’elemosina per le vie della città. La ragazza si strofinò di nuovo il naso e si asciugò la bocca con la manica della sua giacca di lana, macchiandola di aloni scuri. Lui si avvicinò di qualche passo e cercò di vederle la faccia. Lei lo sentì, perché girò leggermente la testa e gli rivolse uno sguardo veloce con la coda dell’occhio. Poi si nascose di nuovo dietro la capigliatura disordinata. Tirò su con il naso. Lui si avvicinò ancora. - Tutto bene...? - disse. Annusò l’aria e provò a sentire un odore qualunque. -Allora? Stai bene...? La ragazza si girò e lo fissò senza nessun’esitazione. Il suo sguardo era senza espressione ma deciso. Aveva un livido recente sullo zigomo e sangue strofinato attorno al naso e sulle guance. Il labbro superiore era

gonfio e percorso da un lieve tremore. Piangeva, ma senza rumore, come se non sapesse di piangere. Lui si frugò nelle tasche alla ricerca di fazzoletti, ma scorse l’insegna di un tabaccaio più avanti nella galleria. - Aspettami qui… Quando tornò la ragazza era sparita. La cercò tra un’estremità e l’altra della galleria e la vide appena in tempo sulla scala mobile mentre veniva assorbita dalle luci della superficie. La ragazza lo stava aspettando sul marciapiede di fronte alle porte della stazione. O così gli sembrò perché lo fissò appena sbucò dalle scale. La raggiunse e le si piazzò davanti. Non piangeva più. Non esprimeva né paura, né dolore, né tristezza, né fastidio, semplicemente lo fissava. Tendeva la mano palmo in su. Le porse i fazzoletti e provò a sorriderle. Ma il suo viso non si mosse. Non espresse nulla. Continuò a fissarlo. - Hai fame? - le chiese. Fece forse segno di sì, perché lui s’incamminò verso uno snack bar dall’altra parte della strada. Non provò a voltarsi, ma sperava che lo stesse seguendo. "Una notte che giacevo presso un'orribile Ebrea, come un cadavere disteso presso un cadavere, mi diedi a pensare, vicino a quel corpo venduto, alla malinconica bellezza di cui il mio desiderio si priva. Mi figuravo la sua nativa maestà, il suo sguardo armato insieme di forza e di grazia, i capelli che le fanno un casco profumato e il cui ricordo in me riaccende l'amore. Avrei con ardore baciato il tuo nobile corpo e passato il tesoro di profonde carezze dai tuoi freschi piedi alle tue trecce nere, se, qualche sera, o regina crudele, con un pianto ottenuto senza sforzo tu potessi solamente offuscare lo splendore delle tue fredde pupille." (Charles Baudelaire)

L’aveva scoperto Dino. Gliel’aveva detto Marione, suo fratello più grande. Lo chiamavamo Marione perché aveva due pale al posto delle mani. Dino l’aveva detto a me e a Norberto, così eravamo partiti. L’appuntamento era sotto casa mia, vicino al nocciolo. Come al solito Dino era l’ultimo. - Ah ce l’hai fatta finalmente eh? Avanzava ansimando, col doppio mento che gli premeva sul collo della camicia. Era l’ennesima notte caldissima. L’aria afosa sembrava volesse entrarti in bocca come un grosso pezzo di cotone bianco. - Hai capito dov’è il posto? - chiese Norberto con la faccia arrossata dalla sigaretta. -Sì, più o meno - rispose Dino, vago.

Avevo voglia di picchiarlo come si fa coi cani randagi ma mi trattenni, perché era la nostra unica possibilità di vedere il tango. - Andiamo allora - dissi a denti stretti. Dino prese a camminare e noi dietro, affamati. Ci davamo di gomito eccitati e incitavamo Dino a muoversi, ma lui non ne voleva sapere; era già tanto se camminava a quella velocità. Aveva un fazzoletto con cui si asciugava il sudore della fronte. Era enorme, rosso con pallini bianchi grossi come occhi spalancati. -Senti Dino, perché non ci dici dov’è quella cascina? Così uno di noi intanto può andare a vedere quello che fanno e l’altro cammina assieme a te - questo lo chiese Norberto, perché è furbo come una volpe. Al paese lo chiamano Faina.

Dino non si fece mettere nel sacco. Serbò il suo segreto, perché sapeva che altrimenti ce la saremmo filata a vedercelo da soli, il tango, e lui lo avremmo lasciato solo a boccheggiare dall’afa e dalla fatica. La luna piena illuminava i sassi bianchi, che mi facevano venire in mente le cosce delle ballerine. Sode, diafane. E pensavo nella testa: muoviti Dino, muoviti ciccione. Dino disse: ci siamo quasi. E noi due, Norberto e io, tirammo un sospiro che uscì fuori come un ringhio.
- Dopo quella macchia di alberi, quelle luci là - disse Dino. Io rallentai il passo guardandomi intorno. - Ma qui non siamo alle felci? - chiesi guardando Norberto. - Hai ragione. Siamo alle felci - rispose lui, capendo tutto subito. – E se siamo alle felci significa che quella è la cascina di Nicola! Vieni qua bastardo di un ciccione che ti gonfio! -No no vi prego! Se ve l’avessi detto subito voi non mi avreste aspettato e io avevo paura a fare la strada da solo! È notte! Lo lasciammo perdere, perché tanto dopo ci saremmo vendicati correndo a casa come diavoli e lasciandolo indietro. E soprattutto perché al di là di quelle finestre illuminate, laggiù in fondo, c’era il paradiso. Correvamo fissando la luce come le falene. Non ce ne fregava niente dei sassi, dei piccoli burroni, dei tronchi. Volevamo solo quelle finestre, al più presto. Poi quando arrivammo ci gettammo ansanti contro al muro, appoggiati di schiena. Ci guardammo, io e Norberto. Si sentiva la musica. Era allegra, piena di violini e di aspettative. Chissà come muovevano le gambe sopra a quel ritmo le ballerine! Di qua, di là. Su e giù, coi brividi che partivano dalle caviglie e mi arrivavano dietro le orecchie. Pizzi e raso nero dappertutto, e quella rosa rossa, in bocca, simbolo delle più peccaminose promesse. Sarebbe stato tutto come in quei libri pieni di baci e sospiri che la cugina di Norberto conservava

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gelosamente sul fondo del cassettone dei vestiti. Norberto si accese la sigaretta dei momenti importanti. Diede una boccata e ne diedi una anch’io. Poi ci alzammo piano piano, e sbirciammo. In un angolo c’era il grammofono che sputava le sue note, il tavolo era stato messo da una parte e le sedie pure, tutt’intorno al muro. Nel mezzo: la pista. C’era tutto quello che io e Norberto ci eravamo immaginati. C’erano i pizzi svolazzanti, i vestiti appariscenti, gli uomini coi capelli impomatati e le gambe che volavano. I capelli lunghi e ciondolanti, gli occhi bistrati. Arrivò Dino, ansando come un caprone. -Allora, si vede qualcosa? Norberto sputò per terra. - Sì Dino, certo. Si vede tutto. - Fatemi spazio allora, fatemi spazio! -Eccoti lo spazio - gli dissi scostandomi e lanciandogli un’occhiata di fuoco - Accomodati. Lui non aspettava che quello. Anche Norberto si scostò; lasciammo tutta la finestra per lui. Dino si mise in punta di piedi e si affacciò con le mani sul davanzale. Dette un’occhiata e poi strizzò gli occhi. Guardò di nuovo. No, non si era sbagliato. Si girò verso di noi e inghiottì la saliva.

- Che roba è? - chiese con la voce spezzata. - Diccelo tu Dino - ringhiò Norberto. - Non è colpa mia! - protestò lui – È stato mio fratello che ci ha detto una cavolata! Norberto lo prese per i ciuffi e gli girò la testa. -La vedi quella Dino? Quella più a sinistra che si dimena abbracciata a quell’uomo col vestito grigio?
Dino gemette. - Quella è la mia lattaia Cristo santo! E potrei giurare che quello che balla con lei è il porcaio! Dove sono le bellezze che ci avevi promesso? Dove sono le gambe lunghe? La mia rabbia aveva lasciato posto ad un’amarezza profonda. - Ci hai portato in un covo di vecchi Dino - dissi sconsolato. Anche a Norberto prese lo sconforto. Lasciò Dino e si appoggiò al davanzale. Ora ce ne stavamo tutti e tre appoggiati a quel maledetto davanzale solo perché non ci era vento in mente di staccarcene. E mentre scuotevamo le teste e pensavamo a tutte le grazie che ci eravamo persi cominciammo a guardar dentro, con gli occhi afflitti. Mi accorsi d’un tratto che la musica era sempre la stessa. Con quel tripudio di violini, ti faceva pensare a una bambina che guarda qualcosa con gli occhi sbarrati dallo stupore. E quei vecchi lì dentro che danzavano e danzavano, come se fossero giovani, come se fossero felici. Mi chiesi come facessero a non crepare di caldo, le donne coi vestiti lunghi e gli uomini con le giacche. Poi capii che del caldo non gliene fregava niente. Poco importava se le fronti erano imperlate: venivano asciugate con la manica o tamponate col fazzoletto alla fine del ballo, quando c’era una piccola pausa per risistemare la puntina all’inizio del disco. Poi di nuovo in mezzo alla stanza, a seguire la musica. Cominciò a prendermi qualcosa di strano. Mi ritrovai con le mani che stringevano il davanzale; le ritirai subito. Più guardavo dentro più era come se mi avessero versato dell’olio caldo nelle orecchie, o come se fossi sdraiato sulla zattera di tronchi che avevamo costruito la settimana prima. C’era qualcosa che mi tirava le pupille e me le piantava in mezzo alla stanza, e io non potevo farci proprio niente. Riconobbi Vincenzo. Vincenzo era un omone scontroso e zitto, che si guadagnava il pane vangando i campi. Girava il paese con la zappa, la pala o la vanga sulla spalla sinistra e nella mano destra portava sempre un sacco lercio in cui teneva il vino e il formaggio. Quando lavorava vicino a casa mia poi a pranzo si sdraiava sotto il nocciolo e beveva lunghe sorsate, guardando i ragni che filano la tela. Là in mezzo, col vestito buono che gli tirava le spalle, che non gli cadeva bene addosso, con le maniche troppo corte che gli lasciavano scoperti i polsi, abbracciato alla lattaia o alla sarta che stava in fondo alla strada, con le sue mani grosse e callose che stringevano la vita della partner e racchiudevano le sue dita, anch’esse rugose e segnate dal lavoro, in un abbraccio profondo, coi piedi grossi e pesanti abituati alle zolle smosse, che calcavano il pavimento lurido della cascina in disegni perfetti. Là in mezzo, sembrava un dio. Tutti e tre ora, Dino, Norberto e io, ce ne stavamo zitti e guardavamo dentro quella stanza come se ci fosse un’alba o i fuochi d’artificio che si fanno per la festa della Madonna. Quando il disco finiva era come se prendessimo un respiro profondo e ci ronzavano le orecchie. Si fermavano tutti e guardavano il

grammofono, ritornando per qualche secondo le persone che erano. I ballerini si staccavano, evitavano di guardarsi negli occhi, limitandosi ad asciugarsi il sudore o a sistemarsi le spalline. Io strizzavo le palpebre e passavo le mani bagnate sui pantaloni ruvidi. Un attimo prima che la musica partisse, quando la puntina raschiava e basta, si mettevano tutti in posizione; le donne chiudevano gli occhi. Non c’era più la cascina, i campi, le colline. Erano in Argentina, in uno di quei saloni magnifici che si vedono in certe foto rare. Non c’eravamo noi tre, che ci sporgevamo sempre di più e sembrava volessimo entrare a ballare con loro. C’erano solo i violini, il piano, i passi. C’erano solo loro due, nemmeno più gli altri intorno. Poi la musica finì per l’ultima volta e nessuno rimise a posto la puntina. La notte era alta e il giorno dopo il lavoro li aspettava. Mi risvegliai, e presi a respirare regolarmente. Senza dire una parola ci staccammo dal davanzale. Norberto tirò fuori le sigarette, poi le rimise in tasca. Dino si massaggiava il collo. Ci avviammo verso casa, camminando piano, con la sensazione che fosse appena successo qualcosa. La luna, imperterrita, continuava a far risplendere i sassi bianchi dappertutto.

-Vuoi del caffè, Assuntina? Ti farà bene. No? Non ne vuoi? Dovrei bermi da solo un'intera caraffa? D’accordo, lo farò. Però ti avverto: tutto questa schifezza mi farà male, diventerò nervoso oltre ogni limite. Inizierò a pronunciare frasi sconnesse, confuse, sfilacciate.
Inizierò a dire una marea di cazzate. Tu vuoi questo? Vuoi vedermi in questo stato? Non ti faccio pena abbastanza? Guarda le mie mani, ti prego! Guardale! Guarda come tremano! Una volta potevo toccarti, accarezzarti, pizzicarti e anche picchiarti. Ora non riesco nemmeno più a sfiorarti. Cristo, guarda le mie mani! Nino ritirò le sue mani nervose e tremanti dietro la schiena, dopo averle mostrate con ottusa ostentazione da patetica vittima di grandi sciagure immaginarie. Si avvicinò alla sua scrivania su cui era poggiata la caraffa di caffè. Prese un bicchiere di carta e ne versò un bel po’: per sé e per il pavimento. Assuntina era comodamente seduta sul letto dalla coperta chiazzata di caffè, guardando l'uomo bere avidamente il liquido nero. Era impassibile, imperturbabile, senza che un muscolo del suo gracile corpo si muovesse, anche leggermente, magari impercettibilmente. Assuntina era davvero molto bella. La sua bellezza era poco appariscente, delicata, sensuale nel suono delle parole, dal fascino celato nelle sue morbide forme appena accennate. Nino l'amava e l'aveva amata in maniera smisurata per quindici anni. Ad Assuntina era sempre piaciuto sentirsi toccata, accarezzata, pizzicata e anche picchiata dalle sue mani, dalle sue dita così delicate, così affusolate. Le era piaciuto così tanto che non aveva mai provato dolore alcuno al loro contatto, solo brividi d'intenso amore. Ora osservava mestamente quelle mani che tremavano giorno e notte, che marcivano perché non sentivano più il corpo di lei. Ogni volta che Nino aveva tentato di toccarla, Assuntina aveva sentito che non ci sarebbe mai riuscito, ancor prima di accostarsi a lei. E lei lo aveva sempre guardato senza dirgli niente, sperando fino all'ultimo che lui facesse quel passettino avanti che gli avrebbe consentito quantomeno di sfiorarla. E se ciò fosse successo, Assuntina sarebbe stata felice, anche più di Nino. Se ciò fosse successo, avrebbero ricominciato a vivere, ad uscire insieme, a toccarsi, ad accarezzarsi, a non sentirsi più soli. In pochi minuti Nino aveva bevuto già mezza caraffa di caffè. Era agitato, le mani tremavano irrefrenabilmente, come accadeva sempre nei suoi momenti più critici. Il sangue gli ribolliva con ferocia nelle vene visibilmente ingrossate e che attraversavano la pelle come corsi ramificati di fiumi. Il concitato battito del suo cuore lo si poteva percepire anche in lontananza. Pure Assuntina lo sentiva nitidamente dal lettuccio. E per questo lei soffriva. Avrebbe tanto voluto fare qualcosa per lui. Non poteva. Nino trangugiò ancora un po’ di caffè, poi cominciò a gironzolare freneticamente attorno a un tavolino di vetro situato al centro della camera. Per un attimo tornò al passato. -Non ricordi, Assuntina cara? Ah, che serate! Quelle notti trascorse in locali di luci blu, di malto, di fumo, di blues. Non potrò mai dimenticare, non devo dimenticare. E tu? È troppo importante il passato per me e per te, sai? Sì, è troppo importante…sì… Assuntina lo ascoltava e l'osservava marcire nella stanza. Avrebbe voluto fermare la sua triste frenesia. Non poteva. Era costretta ad assistere a quello spettacolo pietoso e lo faceva con mesta rassegnazione. Nino terminò di bere caffè, ma le sue narici erano costantemente invase dal suo forte e inebriante aroma. Era drogato.

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-Era magnifico vederti muovere tra la gente, udire la tua voce. Era magnifico per me, soprattutto per me. Sapevi come farmi guadagnare da vivere. Sapevi farmi felice come un fanciullo, un bambino capriccioso. Sapevi come non farmi sentire solo. Era eccitante guardarti vivere per farmi vivere. Ora, invece, sembri un quadro dai colori sbiaditi, sciatti. Ma non è stata colpa tua. Ho rovinato tutto io, sai? Ho rovinato tutto con la mia merdosa gelosia. Nino parlava senza rivolgere lo sguardo ad Assuntina e sembrava non avesse più il coraggio di farlo. Lei se ne accorse. Avrebbe voluto chiudere gli occhi oppure distoglierli da lui e rivolgerli altrove. Non poteva. - Senti, perché stasera non usciamo, eh? Che ne dici? Perché non torniamo a vivere? Non è poi così difficile come vogliono farci credere, sai? Ce ne andiamo in qualche bel ristorantino sul lungomare. C'è ancora il mare in questa città di merda, sì? Allora? Ho ancora qualche soldo da parte e credo che potrei pagare una cena, una meravigliosa cena a base di pesce e vino bianco. Niente caffè e birra, eh? Nino sorrise. Si sentì piacevolmente scosso da uno strano brivido: eccitante e rassicurante al tempo stesso. Per un istante si sentì sicuro di riuscire nel suo piccolo ma prezioso progetto. Ciò significava tornare a vivere, e con lui anche Assuntina. Poi, all’improvviso, si udì bussare bruscamente alla porta, che venne aperta senza che qualcuno avesse chiesto il permesso di entrare. Un donnone vestito con un camice bianco sbucò dal buio, varcando di mezzo passo la soglia. Nino smise di girare forsennatamente attorno al tavolino di vetro e guardò la vacca con gli occhi spiritati. - Signor Nino, è ancora qui! Ha forse dimenticato quando deve pranzare? - disse il donnone. - Certo che no - rispose risentito Nino. - Allora si muova, su! Raggiunga i suoi compagni in mensa che l'aspettano, forza! - Sì certo… Ma Assuntina? - Assuntina rimarrà qui ad aspettarla, come sempre. Non è così? - Sì come sempre… Certo. - Su, esca dalla stanza. - Sì, ora esco… Certo. - Anche oggi ha parlato con lei, vero? -Sì, anche oggi ho parlato con lei, come sempre… Certo… Come no? Nino uscì dalla stanza e si avviò lentamente verso la mensa già affollata. Il donnone, la vacca, stava ancora di mezzo passo al di là della soglia della porta, con una manaccia posata sgraziatamente sulla maniglia, attendendo pazientemente che Nino si allontanasse un po’. Fu poi raggiunta da un uomo, anch'egli vestito con un camice bianco. Parlarono sottovoce per qualche secondo dopodiché entrarono decisi in camera di Nino, chiudendo la porta a chiave. Osservarono gravemente Assuntina. Le si avvicinarono. L'uomo disse qualcos'altro al donnone, sfregò le mani sui pantaloni e afferrò Assuntina. La toccò ovunque, l'accarezzò, la pizzicò e, infine, le inflisse colpi mortali. Peccato non l'avesse mai vista con Nino nelle lunghe notti del passato. Peccato non l'avesse mai ascoltata. Ora udiva soltanto le sue armonie colpite a morte e un suono angosciato, distorto e raccapricciante provenire dal suo martoriato corpo. Mentre l'uomo col camice bianco e la sua vacca, sudando parecchio, commettevano l'atroce delitto, Nino stava avviandosi a raggiungere, molto debolmente, i suoi compagni in mensa. Fischiettava un motivetto appena creato. Camminava a braccia incrociate, tenendo le mani ben strette sotto le ascelle, tentando invano di frenare il loro esasperante tremore. Il bianco corridoio che avrebbe dovuto condurlo in mensa era infinito. Da quel giorno in poi quelle meravigliose malate mani non avrebbero potuto nemmeno più sperare di sfiorare Assuntina e ascoltare le sue parole. Parole che lui le ispirava. Parole che lei suonava. Assuntina era stata il più bello strumento della città. E Nino l'aveva amata in tutta la sua dolce follia.

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Se si prende un atlante storico e si cominciano a sfogliare le cartine dell’Italia dal 1800 al 1861 vediamo un’isola, la Sardegna, supponiamo di colore rosso, poi nella cartina successiva relativa al 1815 il rosso copre il Piemonte, la Liguria, la Valle d’Aosta e alcune regioni della Francia Sud Orientale. Sopra questi territori compare una scritta eloquente: Regno di Sardegna. Da qui lo slogan “dalla Sardegna parte l’unità d’Italia” che riflette tanta superficialità da parte di chi lo assimila, quanta furbizia da parte di chi lo ha creato. Senza contare la miseria intellettuale del sardo che si sente addirittura orgoglioso di questo. In realtà se andiamo ad analizzare i fatti storici lo scenario è decisamente diverso. Non si tratta di fare una operazione di revisionismo storico; non stiamo scoprendo pagine fosche inedite – come nel caso del colonialismo piemontese nel Meridione – semplicemente prendiamo atto di quello che tutti dovrebbero aver studiato nei sussidiari delle scuole medie inferiori. Il Regno di Sardegna apparteneva nominalmente al papato, come una sorta di feudo senza trono. La nazione sarda era allora divisa nei quattro giudicati e non riuscì a creare uno statonazione, come avvenne invece in Francia o in Inghilterra dopo la guerra dei cento anni. Nella metà del XV secolo gli aragonesi, approfittando di questa divisione, invasero l’isola, e i suoi sovrani vennero legittimati come re di Sardegna. Quando nel 1714, al termine della guerra dei sette anni, la Spagna dovette pagare la sconfitta in oro e terre, il regno di Sardegna passò ai duchi di Savoia (dopo un intermezzo di pochi anni in cui il regno è sotto l’Austria, mentre i Savoia ottengono la Sicilia; Avverrà poi che i due governi si scambieranno queste due isole) che quindi vennero promossi di rango, passando dal livello ducale a quello regale. Così negli atlanti storici scompare la dicitura 'Ducato di Savoia' e compare la scritta 'Regno di Sardegna'. Per la verità i meridionali che subirono l’unità d’Italia impararono a conoscerli come piemontesi o sabaudi; quest’ultimo è il termine che gli stessi piemontesi preferiscono. Va detto inoltre che la Sardegna non ha mai partecipato al Risorgimento. Non esiste nessun episodio storico che lega i sardi a questa epopea. L’isola viene menzionata solo alla fine, quando Garibaldi sceglie Caprera come sua ultima dimora. Ecco quindi che prendendo in considerazione i fatti storici, di pubblico dominio, scopriamo che definire l’unità d’Italia come un fenomeno storico che comincia dalla Sardegna è pretestuoso. Finché lo stato italiano continuerà a ignorare le istanze naturali della nazione sarda alla sua autodeterminazione, nell’ambito dell’Unione Europea e fuori dall’occupazione militare della Nato – patto che la Sardegna non ha mai sottoscritto – per tutti i patrioti sardi l’anniversario dell’unità d’Italia sarà visto come un giorno di lutto. È sbagliato considerare l’indipendentismo sardo come qualcosa che mina l’unità d’Italia. Non si tratta infatti di una secessione da una nazione a cui si era appartenuti, ma il riconoscimento di una diversità da una nazione che per i sardi è del tutto estranea. Con questo breve articolo mi rivolgo in modo particolare ai lettori del nostro magazine, che per la maggior parte sono, e orgogliosamente si sentono (come è giusto che sia), italiani, con un invito all’approfondimento, a non fermarsi ai meri slogan. Ben venga questa ricorrenza storica, purché non ci si limiti alle fanfare. Che sia invece un’occasione per poter analizzare in modo critico cosa realmente avvenne 150 anni fa, e riconoscere quelli che, effettivamente, possano essere definiti italiani, e chi invece deve essere riconosciuto come appartenente ad una nazionalità diversa. Esistono dei posti ingiustamente dimenticati, soprattutto dai giovani: si chiamano biblioteche. La schiavitù più grande è quella che una cultura dominante impone alle masse, in modo da far loro compiere scelte che in realtà sono state già pianificate dall’alto. È molto facile, basta che il telespettatore o il votante non abbia un quadro completo e approfondito dei problemi, del proprio senso di appartenenza, o di cosa sia realmente la dignità. Per liberarsi da queste catene la cultura è l’arma più efficace. Ed è proprio quello che la nostra redazione si propone di fare.

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In questi giorni si diffondono in occidente le notizie su nuovi scontri in Sudan, nel Darfur, e sull'imminente referendum nel sud del Paese. Tuttavia, ben poco sappiamo delle vicissitudini storiche di questo luogo travagliato e dei retroscena delle odierne questioni; è venuto dunque il momento di chiarire le idee. Innanzitutto il Sudan non è una nazione, e dunque la prima ragione delle sue guerre intestine è di tipo etnico-geografico1; il settentrione dello stato è prevalentemente di lingua araba, mentre nel meridione si trovano in grande maggioranza neri con varie lingue tribali; nel Darfur esiste lo stesso problema: la regione è divisa culturalmente tra arabi e tribali. Inoltre, in tutto il territorio sono presenti ben 50 gruppi etnici suddivisi in circa 600 tribù; notiamo quindi la stupidità nella gestione dei confini dovuti alla colonizzazione che, in Sudan come in altri Paesi, ha creato degli ‘stati-calderone’ al cui interno sono presenti etnie diverse e magari rivali. Il germe della lotta interna è infatti già presente fin dalla proclamazione dell'indipendenza sudanese2 avvenuta durante una guerra civile tra nord e sud, iniziata nel 1955 e finita nel 1972. In tale anno il presidente sudanese Al-Nimeiry, nazionalista arabo progressista, firma la pace coi ribelli negli ‘accordi di Addis Abeba’ con cui è sancita una certa autonomia del meridione. Il nuovo governo socialista era giunto al potere con un golpe militare nel 1969 capeggiato dagli ufficiali filo-nasseriani; il presidente Jafar Al-Nimeiry seppe dimostrarsi un capo accorto e riformatore con la nazionalizzazione di banche e industrie e la riforma agraria. Si noti che era un laico e ciò favorì la negoziazione tra le due parti in conflitto, divise anche tra islamici (arabi) e cristiani (tribali neri). Il potere di Khartoum è sempre stato legato al popolo del nord e quindi il nazionalismo arabo-laico era sicuramente l'unico movimento politico capace di frenare gli attriti e di presentare l'autorità come autenticamente di tutti i sudanesi. Purtroppo la storia è andata diversamente e alla fine degli anni settanta avvenne la metamorfosi di Nimeiry da progressista a fondamentalista islamico. Le cause di tale mutamento stanno nei tentativi di golpe subiti a metà decennio da parte di Sadiq el Mahdi; così il timore di perdere il potere e l'opposizione crescente spinsero Nimeiry alla ricerca di nuovi appoggi: gli Stati Uniti, l'Egitto di Sadat e il fondamentalismo islamico. Ora i primi due sostegni di Khartoum non ci sono più, mentre il terzo è ancora in vita. È bene ricordare che gli Usa – che oggi sono fieri nemici del governo sudanese – proprio nel momento della svolta islamista del governo hanno appoggiato Khartoum; è quindi il fondamentalismo islamico la seconda ragione del conflitto. Sadat e Reagan furono subito conquistati dall'adesione di Nimeiry agli accordi di Camp David, con cui l'Egitto riconobbe l'esistenza dello stato di Israele. I fondamentalisti islamici diventarono alleati del governo grazie alla sciagurata decisione di applicare la Shar'ia in tutto il territorio del Paese, nel 1983. Nello stesso anno riprendono gli scontri, ora alimentati da questo palese tradimento degli accordi del '72. Proprio mentre Al-Nimeiry si trova in visita alla Casa Bianca3 un gruppo di militari depone il regime senza spargimento di sangue.

Da qui al 1989 si sono avvicendati due presidenti che hanno portato il Paese tra gli stati non allineati e ricevuto ugualmente gli aiuti per lo sviluppo da parte di Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale i quali elaborarono un piano di salvataggio del Paese nel 1982, nonostante il quale il Sudan rimane uno dei più poveri del mondo benché ricco di petrolio. Ci introduciamo dunque alla terza ragione dei conflitti attuali, quella politico-economica in cui bisogna usare un po' di ipotesi in mancanza di una visione a 360 . Nel 1989 sale al potere Omar Al-Bashir, tuttora capo della repubblica, alleato del Fronte Islamico Sudanese del magistrato Al-Turabi, il quale nel 1991 elabora il nuovo codice islamico che contribuisce ad alimentare la ribellione meridionale. A causa dell'eco suscitata dalla violazione dei diritti civili nel sud, gli Stati Uniti abbandonano le relazioni con il Sudan e tagliano gli aiuti economici con il beneplacito del Fmi4 che rompe con Khartoum a causa del mancato pagamento dei debiti. Il voltafaccia occidentale porta il regime di Bashir ad avvicinarsi alla nuova superpotenza, l'unica in grado di ‘sfidare’ il dominio americano: la Repubblica Popolare Cinese. Qui entriamo in uno scenario che ci riporta al clima di guerra fredda di mezzo secolo fa. In Darfur è nata la più grande emergenza umanitaria attuale. Oggi in Sudan si fronteggiano Usa e Cina per cercare di conquistare le abbondanti risorse del paese (soprattutto nel sud e nel Darfur). In Sudan la Cina ha inviato ben 8 miliardi di dollari in vari settori energetici e dal paese africano importa circa il 5% del suo fabbisogno nazionale. I cinesi hanno sostituito l’FMI con le sue banche statali e si mostrano come interlocutori comprensivi e rispettosi dell'Africa, non impedendo il proprio modello politico-economico e scambiando risorse con la costruzione di infrastrutture, tutte con manodopera cinese. All'inizio del 2000 il governo di Khartoum giunse a trattative con l'Esercito di Liberazione Popolare (i ribelli sudisti), bloccando il lungo conflitto e sancendo finalmente la pace, a Doha, nel 2005, stabilendo la fine della Sharia nel sud ed il riconoscimento della diversità culturale di quest'ultimo. L'esito della diatriba tra le due grandi parti del Paese provocò un nuovo e più terribile conflitto in Darfur su basi etniche: arabi contro tribali dell'Africa Nera. L'opposizione dei Fur, animata dal JEM5e dall' ELS6 si sollevò nel 2003, sicuramente nella speranza di scendere a trattative col governo. In Darfur nacque invece la più grande emergenza umanitaria attuale. E' il genocidio più grave del nuovo secolo, con 450.000 morti e 1 milione di profughi; ai due movimenti armati dei Fur si contrappongono gli islamisti filo-governativi Janjaweed, seminatori di terrore, ribelli JEM nel Sudan. Per i crimini commessi, la Corte Penale Internazionale, nel 2010, ha incriminò Omar Al Bashir per genocidio ed emanò contro di lui un mandato di cattura internazionale. I nuovi scontri del 25 dicembre hanno dimostrato che la questione Darfur è ancora ben lontana dall'essere risolta, a differenza dell'altro grande conflitto che sembra avviarsi a conclusione.

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E' possibile aprire uno spiraglio sul passato? Possiamo trovare una scorciatoia per il futuro? Può, in sostanza, la tecnologia permettere all'uomo di dominare il tempo? La risposta viene da Stephen Hawking, l'illustre matematico ed astrofisico britannico da lungo tempo vittima di una grave atrofia muscolare progressiva. Il professor Hawking risponde a questi interrogativi in maniera sorprendente, senza lasciare spazio a dubbi: tutto questo è possibile. "Fino a pochi anni fa", spiega infatti lo scienziato, "nel programma The mysteries of the universe viaggiare nel tempo era visto come una sorta di eresia scientifica, come una favola da fantascienza. Oggi, invece, grazie ai progressi della ricerca negli ultimi cento anni, è possibile dimostrare come viaggiare nel tempo sia una possibilità reale". Secondo il famoso cosmologo, esistono diversi modi per compiere un viaggio del genere, tutti compatibili con le leggi scientifiche in nostro possesso. Tutto parte dal concetto fisico di tempo. Il tempo, come la lunghezza, la larghezza e la profondità, rappresenta una dimensione che caratterizza qualsiasi cosa nello spazio: l'uomo, ad esempio, che vive circa ottant'anni; le stelle, che durano miliardi di anni; o alcuni microrganismi, che esistono per pochi millesimi di secondo. Viaggiare nel tempo significa viaggiare in questa quarta dimensione, proprio come un'automobile sportiva viaggia nelle prime tre. "Per un momento", suggerisce Hawking, "pensiamo alla fantascienza". In quasi tutti i film di questo genere, infatti, i protagonisti viaggiano nel tempo utilizzando delle ‘finestre’ spazio-temporali, che potrebbero catapultarli chissà dove, e quando. Queste finestre, dimostra Hawking, in realtà esistono, tanto che gli scienziati hanno dato loro anche un nome: ‘cunicoli’. L'esistenza di questi cunicoli viene subito dimostrata. Il tempo, spiega lo scienziato, è una dimensione piuttosto irregolare; analoga, in questa caratteristica, alle altre tre dimensioni dello spazio. Così come una estremamente liscia, ‘perfetta’ palla da biliardo in realtà presenta delle irregolarità a livello molecolare, anche il tempo presenta delle discrepanze e dei vuoti infinitesimali. Queste anomalie si trovano ad un livello sub-atomico della materia chiamato ‘schiuma quantistica’, dove si formano, si dissolvono e si riformano, raggiungendo a stento dimensioni milioni di volte inferiori ad un trimiliardesimo di centimetro. Secondo Hawking queste anomalie, se ingigantite artificialmente, possono essere usate come delle scorciatoie spazio-temporali. Ma è possibile calcolare dove e quando ci si ritroverà? Si può, in linea di massima, sapere almeno in che direzione si effettuerà il ‘viaggio’? Questi ‘cunicoli’ sono dei tunnel verso il passato o verso il futuro? Su questo punto, stranamente, tutti gli scienziati si trovano d'accordo; i viaggi nel tempo si possono effettuare in una sola direzione: nel futuro. Esistono, infatti, diverse dimostrazioni all'impossibilità di viaggiare nel passato: la più conosciuta è la possibilità dei paradossi. Tra questi, il più famoso è il ‘paradosso del nonno’.

Poniamo un attimo che sia possibile viaggiare nel passato. Ipotizziamo così che uno scienziato pazzo, tramite un cunicolo allargato, ritorni nel passato ai tempi di gioventù del nonno, e per una sua ragione lo uccida. Cosa ne consegue? Il nonno, morto, non potrà più generare suo figlio, che a sua volta non genererà mai lo scienziato pazzo. Dunque lo scienziato non è mai esistito. Ma allora chi ha ucciso il nonno? La possibilità di questo paradosso (e come di questo, di tanti altri), è la dimostrazione del perché i viaggi nel passato siano impossibili in fisica. Essi esulano, infatti, da due delle leggi fondamentali dell'universo: le cause precedono sempre gli effetti; i fatti compiuti non possono mai annullarsi da soli. Quindi i cunicoli rendono possibili i solo viaggi verso il futuro, che sarebbero tra l'altro senza ritorno. A questo si aggiunge la difficoltà delle loro dimensioni, che sono, in natura, troppo piccole per il passaggio di un qualsiasi essere vivente. Ma quello dei ‘cunicoli’ non è il solo metodo per compiere viaggi spaziotemporali: esistono altre due possibilità, entrambe teorizzate nel secolo scorso.
Per arrivare a comprendere la prima di queste, è utile equiparare il tempo alle acque di un fiume. Queste non scorrono ad una velocità costante lungo tutto il suo corso, poiché lungo un fiume sono sempre presenti ostacoli come rocce o detriti che ne rallentano il corso in determinati punti. Così è il tempo; esso non scorre in maniera uniforme in tutti i punti dello spazio, ma varia a secondo dei luoghi: in alcuni punti scorre più velocemente, in altri più lentamente. Ma a cosa è dovuto il rallentamento o l'accelerazione dello scorrere del tempo? A questo interrogativo rispose Albert Einstein quasi un secolo fa: "Nello spazio, un corpo di massa considerevole, come ad esempio un pianeta o una stella, genera un ‘attrito’ con lo scorrere del tempo, proprio come delle rocce generano un attrito con lo scorrere delle acque di un fiume". In parole povere, nelle vicinanze di un corpo molto pesante, lo scorrere del tempo rallenta. Viceversa, il tempo accelera man mano che da quel corpo ci si allontana. Prendiamo ad esempio i 31 satelliti in orbita attorno alla Terra per la navigazione satellitare: essi hanno a disposizione dei particolari cronografi sensibili fino al miliardesimo di secondo, e sono proprio questi cronografi, tarati perfettamente, a confermare quest'incredibile ipotesi. Essendo più lontani di noi dalla Terra, che svolge un azione di attrito temporale, il tempo per loro scorre più velocemente: esattamente, ogni giorno guadagnano rispetto all'umanità la bellezza di tre miliardesimi di secondo. Sembrerebbe uno scarto minuscolo, ma non sorvoliamo su questo problema solo perché infinitesimale: se questi cronografi non azzerassero lo

sfasamento in questione allo scadere di ogni giorno, si verrebbero a creare dei gravi problemi nella navigazione satellitare. Il perché di questo ‘scarto temporale’ così ridotto, comunque, risiede nell'altrettanto ridotta dimensione della Terra. Essa genera poco attrito temporale, poiché è un corpo celeste dalla massa modesta. Ma se provassimo ad avvicinarci ad un buco nero, il corpo celeste con la più grande massa dell'universo, che cosa succederebbe? Il buco nero posizionato al centro della nostra galassia, ad esempio, ha una massa 26 milioni di volte superiore a quella del Sole, una massa concentrata in uno spazio molto, molto ridotto. L'attrazione gravitazionale di un corpo tale è così formidabile che anche la luce viene catturata da esso, e così il buco nero è avvolto da una sfera di oscurità dal diametro di 24 milioni di chilometri. Se, tuttavia, un giorno si riuscisse a costruire un'astronave capace di compiere un giro attorno al corpo celeste evitando di venire risucchiata da esso, gli astronauti all'interno della navicella compirebbero, pur senza accorgersene, un viaggio nel tempo. Il buco nero, infatti, genera un attrito così grande sullo scorrere del tempo, che viaggiare intorno ad esso per un anno equivarrebbe a lasciar passare due anni sulla Terra. In pratica, ritornando in patria, gli astronauti ‘guadagnerebbero’ un anno, e si ritroverebbero su una Terra più vecchia di un anno: sarebbero arrivati nel futuro senza bisogno di un qualsivoglia tunnel. Anche questo secondo metodo, però, non è molto pratico: per avvicinarsi ad un corpo abbastanza massiccio da generare un attrito percepibile, bisognerebbe fare enormi progressi nella tecnologia delle astronavi. Il terzo e ultimo metodo è, concettualmente, il più semplice: per viaggiare nel tempo basta anche solo andare molto, molto veloci. Immaginiamo un treno che corra su dei binari lungo tutta la circonferenza terrestre, un treno così veloce da fare in un secondo sette volte il giro della Terra, e in questo modo sfiorare la velocità della luce (300.000 km/s). Il tempo all'interno dei vagoni rallenterebbe, fino a che una sola settimana all'interno del treno equivarrebbe a cento anni all'esterno. Tutto questo fu dimostrato da Einstein nella sua teoria della relatività. Questo rallentamento del tempo all'interno di un corpo spedito alla velocità della luce potrebbe essere sfruttabile anche in altri modi: costruendo e spedendo nello spazio un'astronave con queste caratteristiche, infatti, all'interno della navicella il tempo rallenterebbe così tanto da permettere a degli astronauti di raggiungere i confini della nostra Galassia in appena ottant'anni.

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Imbolc è meglio conosciuta come festa di mezzo inverno poiché ne segna il culmine: cade infatti il 1 febbraio, nel punto mediano tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera. Nell’antichità la celebrazione iniziava al tramonto del giorno precedente poiché il calendario celtico faceva iniziare il giorno appunto dal tramonto del Sole. Le divinità coinvolte sono Brighit e Kernunnos Birghit viene rappresentata spesso come tre sorelle (fanciulla vergine, madre feconda e vecchia) ovvero le tre manifestazioni e fasi della Natura. Brighit é la potente Dea del cambiamento, la trasformazione, la divinazione, la poesia e tutto quanto ha a che fare con l’ispirazione. Viene raffigurata come un serpente verde. La Dea incarna la Natura che ritorna alla vita, dopo la morte invernale, giovane, rigenerata e pura. In epoca cristiana Brighit è divenuta Santa Brigida. Kernunnos è la divinità maschile che presiede a questa festa. Divinità antichissima, venerata anche in Italia dalla popolazione Camusa: egli rappresenta il Sole ma anche le forze primordiali della natura che si risvegliano e fecondano la Dea. Questa festività celebra la luce che si riflette nell’allungamento della durata del giorno e nella speranza per l’arrivo della primavera. In passato era tradizione celebrare la festa accendendo lumini e candele. La luce che nasce al Solstizio di Inverno comincia a manifestarsi proprio in questo periodo: le giornate si allungano poco alla volta e anche se la stagione invernale continua a mantenere la sua gelida morsa, ci accorgiamo che qualcosa sta cambiando. Le genti antiche erano molto più attente di noi ai mutamenti stagionali, anche per motivi di sopravvivenza. Questo era il più difficile periodo dell’anno poiché le riserve alimentari accumulate per l’inverno cominciavano a scarseggiare. Pertanto i segni che annunciavano il ritorno della primavera erano accolti con uno stato d’animo che oggi, al riparo delle nostre case riscaldate e ben fornite, facciamo fatica ad immaginare. La parola ‘Imbolc’ pare derivare da Imb-folc, cioè 'grande pioggia’, e in molte località dei paesi celtici questa data è chiamata anche ‘Festa della Pioggia’: ciò può riferirsi ai mutamenti climatici della stagione ma anche all’idea di una lustrazione che purifica dalle impurità invernali. Nell’Europa celtica era onorata Brighit, Dea del triplice fuoco; infatti era la patrona dei fabbri, dei

"Ascoltate le parole della Strega che invoca la Signora e il Signore: Luna sopra e Terra sotto Cielo blu freddo e caldo Sole splendente, in questo preciso momento riempite queste pagine con il vostro potere. Che occhi impreparati non leggano i segreti che furono affidati a me che percorro questa via nascosta per arrivare alla mia tranquilla dimora. Guardiani dei quattro punti cardinali, ascoltatemi e accordatemi la vostra protezione: che queste verità della Terra e dei Cieli siano al riparo da occhi indiscreti. Ma alla Strega per cui questo libro è una mappa, la via sia facile da vedere, e in ogni età futura trovi in queste pagine la propria casa. Piaccia che sia così!“

(Jack Veasey, Benedizione della Morrigan al Libro delle Ombre)

poeti e dei guaritori. Il fuoco della fucina si univa a quello dell’ispirazione artistica e dell’energia guaritrice: la poesia era considerata un’arte sacra che trascendeva la semplice composizione di versi e diventava magia, rito, personificazione della memoria ancestrale delle popolazioni; la capacità di lavorare i metalli era ritenuta anch’essa una professione magica e le figure di fabbri semidivini si stagliano nelle mitologie non solo europee ma anche extra-europee (l’alchimia medievale fu l’ultima espressione tradizionale di questa concezione sacra della metallurgia); i misteri druidici della guarigione hanno preservato fino ad oggi numerose tradizioni circa le loro qualità guaritrici. Ancora oggi, ai rami degli alberi che sorgono nelle vicinanze, i contadini di quei luoghi appendono strisce di stoffa o nastri a indicare le malattie da cui vogliono essere guariti. Sacri a Brighit erano la ruota del filatoio, la coppa e lo specchio. Lo specchio è strumento di divinazione, la ruota del filatoio è il centro ruotante del cosmo e anche la ruota che fila i fili delle nostre vite, la coppa è il grembo della Dea da cui tutte le cose nascono. Si diceva che Brighit avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo trasformare in birra perfino l’acqua in cui si lavava. Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, le fu consacrato il monastero irlandese di Kildare, dove un fuoco in suo onore era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache. Ogni suora, a turno, vegliava sul fuoco per un’intera giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva pronunciare la formula rituale “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Il numero 19 richiama il ciclo lunare che si ripete identico ogni diciannove anni solari. In questo monastero solo alle donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco che veniva tenuto acceso con mantici. Il fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario, dal VI secolo, fino al regno di Enrico VIII quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più pagana che cattolica. I riti tradizionali legati a questa festività sono molti. In Scozia, per esempio, la vigilia di Santa Bridget le donne vestono un fascio di spighe di avena con abiti femminili e lo depongono in una cesta, il 'letto di Brid', con a fianco un bastone di forma fallica. Poi gridano tre volte “Brid è venuta, Brid è benvenuta!”, quindi lasciano bruciare torce e candele vicino al letto tutta la notte. Se la mattina dopo trovano l’impronta del bastone nelle ceneri del focolare, ne traggono un presagio di prosperità per l’anno a venire. Il significato di questa usanza è chiaro: le donne preparano un luogo per accogliere la Dea e invitano allo stesso tempo il potere fecondante maschile a unirsi a lei. La pianta sacra di Imbolc è il bucaneve: è il primo fiore dell’anno a sbocciare e il suo colore bianco ricorda allo stesso tempo la purezza della Giovane Dea, simbolo di vita e di speranza. Una leggenda racconta che Adamo ed Eva, una volta cacciati dal Paradiso Terrestre, furono trasportati in un luogo gelido, buio e dove era sempre inverno. Eva ben presto fu presa dallo sconforto e dal rimpianto: non accettava l’idea di vivere in quelle condizioni; un angelo, avuta compassione di lei, prese un pugno di fiocchi di neve, vi soffiò e ordinò che si trasformassero in boccioli una volta toccato il suolo. Eva, alla vista dei bucaneve, prese forza e si rianimò. Ci sono diversi modi per celebrare Imbolc. Fisicamente è opportuno praticare una dieta più leggera, dopo che i banchetti delle feste invernali e la forzata sedentarietà trascorsa al chiuso delle nostre case hanno appesantito il nostro fisico. Possiamo anche decidere di fare una bella pulizia in casa. È utile purificare la nostra casa e il nostro corpo con il fumo dell’incenso. Psicologicamente è il momento di purificare la nostra mente dai cattivi pensieri e dai sentimenti inadeguati con una bella pulizia mentale che ci consenta di fare entrare in noi la luce della Natura rinnovata e di partecipare al risveglio del cosmo dalla lunga notte invernale. Spiritualmente può essere utile la celebrazione di piccoli rituali legati ai simboli della

festa. Qui ne riepilogo 3 di facile esecuzione: Un rituale molto semplice può essere quello di accendere una candela bianca (colore di purificazione) dicendo “Accendo la fiamma di Brighit per illuminare il cammino della mia vita”. Si medita per un po’ di tempo sul nostro bisogno di purificazione, sulla necessità di abbandonare cose e aspetti della nostra vita che non ci piacciono più, sulle nuove cose che vogliamo portare nelle nostre esistenze. Poi si porta la candela accesa nelle varie stanze della nostra abitazione, facendo il giro degli ambienti in senso orario (direzione propizia che porta energia). Alla fine si spegne la candela dicendo “Spengo la fiamma di Brighit per farla vivere in me” e si visualizza la luce della candela che entra in noi. Se si vuole invece compiere qualcosa di più tradizionale, gli uomini possono uscire dopo l’imbrunire della vigilia di Imbolc per andare a raccogliere un dono per Brighit (pietra, conchiglia, penna di uccello) da riportare in casa. Le donne invece possono trascorrere la vigilia di Imbolc pulendo la casa e immaginando di spazzare via le energie morte dell’inverno: la Vecchia dell’Inverno è cacciata fuori dall’uscio di casa con la scopa. Poi, sempre le donne, con rametti raccolti in precedenza, preparano un letto per Brighit dove depongono una bambola fabbricata con spighe e danno il benvenuto alla Dea accendendo una candela bianca e meditando sulla nuova vita che sta tornando. Anche gli uomini, ritornati in casa con il dono per Brighit, possono accendere una candela bianca e meditare sul ritorno della luce e della buona stagione. Un rituale invece più complesso, che possono eseguire comunque tutti, consiste nel procurarsi tre candele (sempre di colore bianco) e disporle in un triangolo la cui punta deve essere rivolta a Nord. Nel centro del triangolo così disposto si pone un calice di acqua (simbolo della purificazione) o di latte (simbolo del nutrimento della nuova vita). Ci si muove poi verso la candela a nord, la si accende e si dice “Signora dell’Inverno, ti dico addio, la tua stagione è terminata” e si visualizza il gelido potere dell’inverno che si allontana. Dopo ci si sposta alla candela di sud-est, la si accende e si dice “Signora della Primavera, ti offro un caloroso benvenuto, la terra è il tuo letto”. Si visualizza il gioioso potere della primavera che si avvicina. Infine si va alla candela di sud-ovest, la si accende e si dice “Signora dell’Estate, presto io ti chiamerò e risveglierò il tuo amante”. Si visualizza il potere ancora lontano della bella stagione, desideroso di nascere e pulsante di vita nel sottosuolo. Si va quindi al centro del triangolo, si raccoglie il calice e si dice “Io bevo il potere della Triplice Dea. Possa questo potere diffondersi su tutta la terra per segnare la nascita della primavera”. Bevendo si immagina il potere che fluisce in noi e attraverso di noi per risvegliare la Natura. Si può semplicemente concludere la cerimonia andando verso ogni candela, spegnendole nell’ordine in cui sono state accese e dicendo mentalmente o ad alta voce “Va’ fuoco e caccia l’inverno, riscalda la terra e risveglia la primavera”. Dunque Imbolc è l’inizio promettente di ogni cosa. In verità continua a fare freddo e il tempo è spesso inclemente, il cielo è saturo di nubi minacciose, di acqua, di neve. Ma chi guarda intorno con lo sguardo acuto riesce a cogliere i primi segni manifesti della ripresa: il primo bucaneve fiorito nel campo di notte, sotto i raggi della Luna, le gemme quasi invisibili. Ogni giorno che passa, la luce ci accompagna un po’ più a lungo. Nulla sarà come prima se sapremo cogliere i segni della trasformazione, ma per cogliere la differenza bisogna riuscire ad aprirsi.

INSERTO SPECIALE MARZO-APRILE 2011

N 00

1911
Shackleton partì da Londra l'1 agosto del 1914 e si diresse nella Georgia del Sud, dove rimase per circa un mese, per poi salpare alla volta del mare di Weddel. La nave raggiunse il Mare di Weddel soltanto il 10 gennaio del 1915. Il 19 gennaio rimase incastrata nel pack1. La nave fu abbandonata il 27 ottobre e il 21 venne distrutta completamente dalla pressione del ghiaccio. A questo punto Shackleton dovette trasferire l'equipaggio (composto da 27 uomini) in un accampamento di emergenza chiamato ‘Ocean Camp’. Trasportarono le scialuppe di salvataggio con loro e il luogo venne chiamato ‘Patience Camp’. L'8 dicembre la banchina incominciò a sciogliersi e tentarono di raggiungere, a bordo di scialuppe, l'isola Elephant. Raggiunsero la costa dell'isola il 15 aprile del 1916 (498 giorno della spedizione). Le possibilità di chiamare i soccorsi erano praticamente nulle. Shackleton si convinse ad utilizzare una scialuppa per raggiungere le coste della Georgia del Sud. La distanza che lo separava dalla salvezza era di 800 miglia marine (1.295 km). Salpò, con cinque uomini, il 24 aprile 1916. Quindici giorni dopo raggiunse la parte meridionale dell'isola (Baia del Re Haakon) dopo aver navigato in condizioni terribili. Egli fu il primo, insieme a Tom Crean e Frank Worsley, che riuscì ad attraversare 30 miglia in 36 ore tra montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud, per giungere alla stazione baleniera di Stromness, il 20 maggio. Da questo luogo il comandante della spedizione diresse le operazioni di soccorso. Soltanto al quarto tentativo tutti gli uomini vennero tratti in salvo da parte del rimorchiatore cileno Yelcho. La spedizione dell'Endurance è la meno conosciuta poiché ebbe più ampio respiro la tragedia della spedizione di Scott. Spedizione Quest Nel 1920 Shackleton decise di tornare in Antartide perché non aveva ottenuto i finanziamenti necessari per recarsi al Polo Nord. Lui e il suo equipaggio salparono il 17 settembre del 1921 da Londra; a bordo c'erano molti partecipanti della spedizione dell'Endurance. L'obbiettivo scientifico della Quest non era ben definito. Attraccarono al porto di Grytviken, lo stesso in cui rimasero bloccati per un mese. Nella notte del 5 gennaio Shackleton ebbe un forte attacco cardiaco e morì poche ore dopo. La moglie Emily dette disposizioni perché il suo corpo riposasse nel cimitero dei pescatori di Grytviken, nella Georgia del Sud.

“Quando immaginiamo le grandi scoperte pensiamo sempre a quelle che sono rivolte al campo scientifico e culturale. Ci sono poi scoperte che hanno dello straordinario anche solo grazie ai benefici che hanno portato. Nel 2011 ricorre il centenario dell'avanzata dell'uomo verso l'Antartide. Il primo che è riuscito a raggiungere la meta (il Polo Sud) è stato l'esploratore norvegese Roald Engelbregt Gravning Amudsen. Il fascino che l'impresa portò con sé era dovuta alla competizione che ci fu con altri due importanti esploratori dell'epoca. Il primo fu Robert Falcon Scott (capo della spedizione Discovery), il secondo fu Ernest Henry Shackleton con una doppia spedizione (la più importante denominata Endurance). La fame di conquistare il continente di ghiaccio fu vista come un fiore all'occhiello da parte dei rispettivi Stati.” (nda)

Robert Falcon Scott Terra Nova Secondo Scott il raggiungimento del Polo Sud non era solo un punto di prestigio per questioni nazionali. Egli, infatti, lo considerava anche un'opportunità di miglioramento e arricchimento per la propria famiglia. L'1 giugno la nave Terra Nova salpò da Londra alla volta dell'Antartide. Fu subito chiaro che il raggiungimento del Polo Sud sarebbe stato una sorta di gara con il norvegese Amudsen. Mentre quest’ultimo aveva sci e cani da slitta, Scott e i suoi utilizzarono pony della Manciuria e motoslitte, che si rivelarono difettose. Molti furono gli errori commessi da parte di Scott e il più importante fu quello di non includere nessuno tra i membri della spedizione che sapesse condurre mute di cani da slitta. La spedizione (composta da Edward Wilson, Edgar Evans, Lawrence Oates e dal tenente Henry Bowers) raggiunse il Polo Sud tra il 17 e il 18 gennaio del 1912, ma trovarono sui ghiacci la bandiera lasciata il 14 dicembre del 1911 dalla spedizione di Amudsen. La delusione fu molta. I difetti nell'organizzazione della spedizione vennero a galla soltanto nel viaggio di ritorno. Per Scott fu chiaro da subito che sarebbe stato meglio arrendersi: Amudsen percorreva tra le 15 e le 20 miglia al giorno (sebbene egli avesse previsto di percorrerne 30 al giorno), mentre Scott raggiunse una prestazione massima di 13 miglia al giorno. Scott dovette arrendersi alle pessime condizioni meteorologiche con temperature rigide che furono registrate soltanto una volta. Il primo che dovette arrendersi nella marcia di ritorno fu Edgar Evans che si era infortunato in seguito ad una caduta ed ebbe un crollo fisico e psicologico. Poco dopo peggiorarono le condizioni di Lawrence Oates tanto da ostacolare la marcia degli altri membri della spedizione. Quando si rese conto di non avere molte possibilità di sopravvivenza (aveva perso un piede a causa del congelamento), e soprattutto di rappresentare un fattore di rischio per i rimanenti membri della spedizione, abbandonò volontariamente la spedizione durante una tempesta di neve pronunciando le storiche parole: "Sto uscendo per stare un po' fuori". Il suo corpo non fu mai ritrovato. Venne recuperata solo la sua borsa di viaggio. Tuttavia il gesto fu inutile: vennero trovati i cadaveri degli altri tre membri della spedizione intatti, nella propria tenda, solo sei mesi dopo, a sole 11 miglia da un grande deposito allestito per loro. Non rimase più nulla del loro passaggio se non una macchina fotografica e i loro diari. I loro corpi vennero tutti sepolti nel punto in cui furono trovati dalla spedizione inglese mandata in loro soccorso.

Dopo averla calata su di essi, la stessa tenda fu coperta di ghiaccio e sul tumulo venne posta una croce. È celebre la frase di Scott, tratta da For God's sake look after our people, che racconta gli ultimi attimi della sua vita "Fossimo sopravvissuti, avrei avuto una storia da raccontarvi sull'ardimento, la resistenza ed il coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni britannico".

Roald Engelbregt Gravning Amudsen (Spedizione Fram) Amudsen insieme a Olav Bjaaland, Helmer Hanssen, Sverre Hassel e Oscar Wisting arrivò al Polo Sud il 14 dicembre 1911: 35 giorni prima della spedizione guidata da Robert Falcon Scott. Amudsen fu a capo della spedizione capace di portare il primo uomo al Polo Sud ed ebbe una grande carriera come esploratore delle regioni polari. La sua spedizione era stata preparata in ogni minimo dettaglio: l'utilizzo dei cani si dimostrò più valido delle motoslitte usate sino a quel momento per queste imprese (alcuni di essi furono anche uccisi e macellati per nutrire quelli superstiti. Il successo di Amudsen fu reso noto solo il 7 marzo 1912.

Note
1. Il pack è uno strato di ghiaccio marino derivato dallo sgretolamento della banchisa.

1921
Per la verità si chiamava Partito Comunista d’Italia, e così continuò a chiamarsi fino alla chiusura della III Internazionale, nel 1943. Fin da quando Marx era ancora vivo, e intellettualmente affermato, si era andato a formare un contrasto all’interno del movimento operaio internazionale; da una parte c’erano i riformisti di Kautsky - che, assieme a Engels, è stato il padre del marxismo, dando al pensiero marxiano una coerenza e sistematicità che di fatto non aveva dall’altra parte dello schieramento c’erano i rivoluzionari di Lenin. In seno al partito Socialdemocratico russo questa divisione si concretizzò nei più noti menscevichi e bolscevichi. In sostanza i kautskyani optavano per una via parlamentare al socialismo, con possibili compromessi con la borghesia; il proletario, secondo Marx, è un rivoluzionario per natura e la rivoluzione deve avvenire nelle menti al fine di creare una coscienza di classe. I leninisti, invece, ritenevano dovesse essere l’èlite, l’intellighenzia del movimento, che già aveva le idee chiare, a prendere il potere al fine di istruire il proletariato, che altrimenti non riuscirebbe da solo a raggiungere una coscienza di classe, comprendendo quindi il proprio ruolo nella storia. Niente compromessi coi borghesi dunque. Solo attraverso una rivoluzione violenta sarebbe stata possibile la dittatura del proletariato. Il marxismo giunge in Italia nella seconda metà del XIX secolo attraverso Antonio Labriola, filosofo di matrice hegeliana. Egli fu anche il primo a difenderlo dalle correnti riformiste. Poi sarà la volta di Gramsci: nasce ad Ales (Oristano) il 22 gennaio 1891. Le sue prime esperienze come giornalista le ebbe ancora giovane a Cagliari in qualità di corrispondente de ‘l'Unione Sarda’. Dopo aver preso il diploma si trasferì Torino per frequentare l'Università usufruendo di una borsa di studio per studenti poveri che vinse assieme a Togliatti, proveniente anche lui dalla Sardegna. Durante il periodo universitario conosce Tasca e Terracini. Nel 1919 fonderanno insieme il settimanale Ordine Nuovo che, l’anno successivo, diverrà quotidiano sotto la direzione di Gramsci. Dalle colonne del suo giornale questa nuova corrente radicale si schiera coi leninisti, entrando in polemica coi riformisti, indicando un’unica via per il movimento operaio: "la conquista dei poteri dello stato … la dittatura del proletariato industriale e dei contadini poveri, che deve essere lo strumento della soppressione sistematica delle classi sfruttatrici". Per questo, continua: "è necessario disarmare completamente la borghesia e i suoi agenti, e armare tutto il proletariato … il metodo principale di lotta è l’azione delle masse fino al conflitto aperto contro i poteri dello Stato capitalista". La crepa tra queste due anime del Socialismo aumenta fino a diventare un’incolmabile voragine quando, durante la Prima Guerra Mondiale, i socialisti tedeschi e francesi si schierano in appoggio alle rispettive borghesie nazionali, anteponendo la patria alla fratellanza tra i lavoratori di tutte le nazioni. Al contrario, Lenin in Russia (fatto rientrare dal governo tedesco) attua una politica pacifista, considerando la guerra come un affare tra borghesi che non doveva dividere gli operai, ma invece creare le condizioni per una rivoluzione mondiale.

Il trionfo della Rivoluzione Bolscevica in Russia e la crisi economica nel dopo guerra rendono ancor più affascinanti le idee leniniste. Nel 1919, in Ungheria, una rivoluzione comunista – seppur temporanea – prende il soppravvento; in Germania esplode la Rivoluzione Spartachista di Rosa Luxemburg la cui repressione, ad opera dei primi freikorps (come le future SA di Röm), è appoggiata dagli stessi Socialdemocratici tedeschi, essendo quella una rivoluzione più anarchica che marxista. Ormai la fiaccola del marxismo-leninismo è diventata un incendio che divampa anche nei paesi vincitori: Francia, Gran Bretagna, si forma negli Stati Uniti un Partito Comunista, capeggiato da John Reed, autore del celeberrimo I dieci giorni che sconvolsero il mondo, un lucido resoconto della Rivoluzione di Ottobre alla quale lo stesso Reed partecipò. La rivoluzione insomma si fece anche coi libri. Intanto a Torino, nel 1920, cominciano le occupazioni di fabbriche – è iniziato il Biennio Rosso sulla scia della crisi economica e sociale e Gramsci ne è l’ispiratore – nascono i consigli operai intesi come forma di autogoverno delle masse, ispirati ai soviet russi. Gramsci li definirà

"forma concreta dello stato proletario". Dopo la sconfitta di questi moti operai il suo pensiero diviene ancor più drastico: "la fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere da parte del proletariato rivoluzionario... o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria assieme alla classe governativa e nessuna violenza sarà trascurata". Già nel gennaio 1919 Lenin lancia un appello per la rottura con la II Internazionale (la prima si chiuse con la defenestrazione degli anarchici in favore di una nuova internazionale in linea coi principi marxisti) e a Mosca si costituisce la prima sezione della III Internazionale; l’anno successivo, la seconda sezione a Pietrogrado è quella fondativa dei partiti comunisti in tutti i paesi, o quasi. Tutti i partiti socialisti aderenti all’Internazionale dovevano diventare comunisti. Questo creerà inevitabilmente delle scissioni in quanto i marxisti riformisti sono ancora molto numerosi. In Germania nasce il KPD (fino al 1933 sarà la più forte sezione dell’Internazionale), in Francia nasce il PCF e, tra il 1920 ed il 1922, nasce in Spagna il PCE. Partiti comunisti di minor rilevanza nascono anche in Gran Bretagna, nei Paesi Scandinavi e, come già accennato, anche in Usa. L’Asia non è da meno: nascono dopo il 1921 i partiti comunisti cinese e indocinese. In Italia, tanto per cambiare, non esiste una posizione chiara. Ci sono i massimalisti, che comprendono i rivoluzionari (bolscevichi), con la corrente minoritaria di Gramsci e Bordiga. I massimalisti sono maggioritari all’interno del Partito Socialista. Già durante la guerra partecipano a delle conferenze assieme ai bolscevichi russi per difendere l’unità tra i proletari di tutte le nazioni, ma la posizione ufficiale è quella riassumibile nel motto "né aderire né sabotare". Il PSI non è

apertamente contro il leninismo, non ha problemi nemmeno ad una eventuale adesione alla III Internazionale, ma rifiuta di accettare due condizioni poste per l’adesione: cambiare nome al partito ed espellere i riformisti. Così la corrente di Gramsci e Bordiga entra in conflitto coi massimalisti, decisamente ‘cerchiobottisti’, carattere che non fatichiamo a riconoscere anche nell’attuale sinistra italiana. Ormai non si può più far finta di niente, esiste una scissione irrimediabile in seno al PSI; i bolscevichi si stringono attorno alle figure di Gramsci e Bordiga. L’ala sinistra al XVII congresso socialista, tenutosi a Livorno nel 1921, esce dal partito: "Al congresso di Livorno" ricorda Pietro Secchia "vista l’impossibilità di dare al PSI un indirizzo consono alle esigenze della lotta antifascista e rivoluzionaria, i comunisti abbandonarono la sala del congresso per dar vita al Partito Comunista d’Italia". Intanto finiscono agli arresti numerosi militanti del P.C.d'I., il vecchio gruppo di Ordine Nuovo si disgrega, assieme al gruppo dirigente del partito, che durante la direzione di Bordiga difende una certa autonomia dalle direttive dell'Internazionale; questo ed altri contrasti interni porteranno presto Gramsci a succedergli. Nel febbraio 1924 fonda l'Unità, organo ufficiale del partito. Il nuovo partito conta al momento della fondazione circa 40.000 iscritti, vi aderiscono principalmente le avanguardie operaie e parecchi militanti della Federazione Giovanile Socialista. Nel maggio dello stesso anno i comunisti ottengono 304.000 voti alle elezioni. Vent’anni dopo diverrà il più importante partito comunista dei paesi al di là della cortina di ferro. Determinanti nella lotta antifascista, i comunisti lasceranno un segno importante anche nella futura Costituzione italiana, una delle carte fondamentali più moderne del mondo occidentale, basti pensare al suo primo articolo che pone nel lavoro il fondamento dello Stato.

1931
Jane Addams nacque il 6 ottobre 1860 a Cedarville. Si laureò presso la facoltà di Rockford nel 1881. Assieme a Ellen Gates Starr, sua compagna di università, fondò la Hull–House in un quartiere di Chicago nel 1889. Entrambe vissero per tutta la vita nel quartiere della Hull–House e lavorarono attivamente ai loro progetti. La reputazione di Jane divenne, ben presto, molto prestigiosa in tutto il Paese: era la donna più importante dell'epoca anche grazie al suo impegno costante, alla cura per i suoi testi e alle sue iniziative per la pace. Il progetto di Jane Addams nacque in risposta ai problemi creati dall'urbanizzazione, dall’industrializzazione e dall'immigrazione. Nel 1880 venne creato il primo insediamento sociale. La Hull–House, nel 1980, si trovava in un quartiere densamente popolato da ebrei, italiani, irlandesi, tedeschi, greci, boemi, russi e polacchi. Durante il 1920 gli afroamericani e i messicani incominciarono ad insediarsi nel quartiere affondando lì le proprie radici. Il richiamo verso questa zona di Chicago fu dettato anche dalle garanzie e dai progetti che Jane riuscì a mettere in atto: fornì il luogo di un asilo nido, di servizi di assistenza per madri lavoratrici, di un ufficio di collocamento, una galleria d'arte, biblioteche, corsi di inglese e di cittadinanza, teatro, musica e arte. Tutto questo fu possibile, soprattutto, grazie all'appoggio di cui godeva. Fu in grado di costruire un gruppo impressionante e forgiò un potente movimento di riforma capace di smuovere tutte le coscienze. Fu la prima ad impostare dei progetti per la protezione degli immigrati e costruì, inoltre, il primo tribunale minorile della nazione. Nel 1893 riuscì a introdurre nella legislatura dell'Illinois una legge a favore della tutela dei diritti di donne e bambini. Nel 1912 venne creato l'ufficio di presidenza del Children e nel 1916 venne approvata una legge federale contro il lavoro minorile. Nell'arco della sua vita fu investita di diverse cariche: fu presidentessa della Lega Consumatori, presidentessa della Conferenza Nazionale della Caritas (più avanti si chiamerà Conferenza Nazionale del Lavoro Sociale), presidentessa della Commissione della Federazione Generale del Lavoro Femminile, vice– presidente del Campfire Girls, membro esecutivo del Parco Nazionale del Bambino e del National Labor Committe. Sostenne attivamente la campagna per il Suffragio Femminile, la Fondazione per il Progresso della Gente di Colore (1909) e L'American Civil Liberties Union (1920). Nei primi anni del XX secolo fu coinvolta nel movimento per la pace. Durante la prima guerra mondiale, infatti, partecipò al Congresso Internazionale dell'Aia; l'intento era quello di fermare la guerra in corso. Mantenne, tuttavia, il suo atteggiamento da pacifista lavorando alla fondazione di un nuovo movimento. Fu così che, nel 1919, nacque l'associazione Women's International League for Peace and Freedom e lei ne fu il primo Presidente. Questo fu l'ultimo progetto che venne abbracciato da Jane Addams. Per i suoi sforzi sociali, per la dedizione e la costanza dimostrata in tutti i suoi anni di vita l'accademia più importante del mondo, nel 1931, le conferì l'onorificenza più insigne: il Nobel per la Pace. Jane Addams morirà a Chicago il 21 maggio 1935. Il suo corpo riposa a Cedarville, sua città natale.

1941
Molti avvenimenti hanno riempito il 1941, al centro il tragico evolversi della Seconda Guerra Mondiale. Mentre si succedevano, repentini, fatti che avrebbero disegnato una delle più grandi catastrofi operate per mano dell’uomo, noi scegliamo di distogliere lo sguardo e rivolgerlo altrove, a quel 31 agosto in cui ‘l’eterna ribelle’ (come la definì Henri Troyat nel romanzo a lei dedicato) decise di abbandonare la vita. Ma sarà certamente affascinante tornare indietro per avventurarci in quella favola semplice, a tratti dolorosa, dallo stile scorrevole e coinvolgente, dal contenuto ad effetto che è stata la vita di Marina Cvetaeva. Marina nacque a Mosca, l’8 ottobre del 1892. Figlia di un filologo e storico dell’arte - creatore e direttore dell’attuale Museo Rumjancev - e di una pianista di talento che cercò di trasmetterle l’amore per la musica e la pittura. Nonostante ciò l’attenzione di Marina fu da sempre rivolta alla poesia: a sei anni iniziò a comporre versi, a soli 18 pubblicò la sua prima raccolta. Si sposò giovanissima e la sua primogenita nacque nel 1912. Dotata di un carattere forte, indipendente e straordinariamente romantica; la giovane poetessa si taglia i capelli, fuma, viaggia da sola e vive diverse storie d’amore. Nel 1917 Marina fu testimone della sanguinosa rivoluzione bolscevica di ottobre. Nello stesso anno nacque la sua seconda figlia. A causa della guerra civile Marina si trovò separata dal marito e, a soli venticinque anni, rimase sola con due figlie in una Mosca in preda ad una carestia terribile. La poetessa, appartenente ad una classe sociale che non aveva mai lavorato, sprovvista di senso pratico, non riuscì a conservare il posto di lavoro che le avevano benevolmente procurato. Durante l’inverno 1919-20 si trovò costretta a lasciare la figlia più piccola in un orfanotrofio e la bambina morì nel febbraio per denutrizione. Al termine della guerra civile, nel 1922, Marina emigrò a Praga passando per Berlino. A Berlino ritrovò suo marito e diede alla luce il suo terzo figlio. Nei primi anni di quel periodo di emigrazione Marina partecipò attivamente alla vita culturale russa e le sue pubblicazioni le fruttarono modesti onorari, essenziali per il sostegno della famiglia. È proprio di quegli anni un ricordo che la vede protagonista, tramandatoci da Elena Izvol’skaja: "La mia Marina: quella che lavorava, e scriveva, e raccoglieva la legna, e nutriva la famiglia con le briciole. Lavava per terra, faceva il bucato, cuciva con le sue dita, una volta esili e adesso ingrossate dal lavoro. Ricordo bene quelle dita, ingiallite dal fumo, che reggevano la teiera, la casseruola, la padella, la gavetta, il ferro da stiro, infilavano il filo nella cruna, accendevano la stufa. Eppure, quelle stesse dita guidavano la penna o la matita sulla carta, sul tavolo della cucina dal quale tutto era stato tolto in fretta. Seduta a quel tavolo, Marina scriveva versi, prose, buttava giù le brutte copie di interi poemi, talvolta tracciava due, tre parole, una sola rima, e molte, molte volte la ricopiava". Ma intorno a lei l’atmosfera stava cambiando: il marito era passato dalla parte dei Soviet. Marina si trovò completamente isolata e all’inizio degli anni 30 fu costretta a trasferirsi in una casa più modesta, abbandonando la poesia e dedicandosi alla più remunerativa prosa.

La sua grande indecisione consisteva nel non saper decidere se tornare in Russia o meno, ma un giorno lesse la promessa fatta ad Efron nel 1917 "Vi seguirò dovunque, come un cagnolino". Marina annotò a margine "Ed ora lo sto seguendo – come un cagnolino (21 anni dopo)". Scrisse la data, quella del 17 giugno 1938 e nel giugno del 1939 si imbarcò per la Russia. Prima di partire riordinò e affidò i manoscritti a persone di fiducia, chiaramente rendendosi conto di ciò che le poteva succedere, ma anche conservando la convinzione che i suoi lavori non sarebbero stati dimenticati. Ma Marina non conosceva il peggio: suo marito aveva cominciato a collaborare con la GPU partecipando addirittura ad un omicidio. Quello che aveva sofferto in Francia sembrò presto una sciocchezza al confronto di ciò che la aspettava in Unione Sovietica. Nonostante alcuni vecchi amici e colleghi scrittori la vennero a salutare, Marina capì in fretta che per lei in Russia non c’era posto. e furono procurati dei lavori di traduzione, ma dove abitare e cosa mangiare restava un problema. Tutti la sfuggivano. Tutto sommato lei era una ex emigrata, una ‘bianca’, aveva vissuto all’Ovest con le epurazioni ed il terrore di massa degli anni 30, quando milioni di persone erano state sterminate senza che avessero commesso alcunché, tanto meno delitti come quelli che gravavano proprio sul suo conto. Nell’agosto del 1939 sua figlia venne arrestata e deportata nei gulag. Ancora prima era stata presa la sorella. Quindi venne arrestato e fucilato il marito di Marina: un nemico del popolo ma, soprattutto, uno che sapeva troppo. Marina cercò aiuto tra i letterati. Quando si rivolse a Fadeev, l’onnipotente capo dell’Unione degli Scrittori, egli disse alla ‘compagna Cvetaeva’ che a Mosca non c’era posto per lei, e la spedì a Golicyno (venne fucilato quindici anni dopo). Nel settembre del 1940 ella scrisse sul quaderno di appunti "… già da un anno cerco con gli occhi un gancio... Da un anno misuro la morte. Tutto è mostruoso e terribile. Ingoiare pasticche è disgustoso, buttarsi da una finestra è abominevole e ho un’innata ripugnanza per l’acqua. Non voglio spaventare nessuno (da morta), mi sembra di aver già paura - da morta - di me
stessa. Non voglio morire. Voglio - non essere. Assurdo. Finché sarò necessaria... ma, Dio mio, come sono piccola, quanto poco posso fare! Vivere fino in fondo - è come masticare fino in fondo. Assenzio amaro". Quando l’estate successiva cominciò l’invasione tedesca, Marina venne evacuata ad Elabuga, nella repubblica autonoma di Tataria. Si sentiva completamente abbandonata. I vicini l’aiutavano a mettere insieme le razioni alimentari. Dopo qualche giorno si recò nella città vicina di Cistopol’, dove vivevano altri letterati; una volta lì, chiese ad alcuni scrittori famosi - Fedin e Aseev - di aiutarla a trovare lavoro e ad allontanarsi da Elabuga. Non avendo ricevuto da loro alcun aiuto tornò a Elabuga disperata. Il suo terzo figlio si lamentava della vita che conducevano, pretendeva un abito nuovo, il denaro che avevano bastava appena per due pagnotte. Domenica 31 agosto 1941. Marina è sola a casa, sale su una sedia, rigira una corda attorno ad una trave e si impicca. Lascia un biglietto, scomparso adesso negli archivi della milizia. Nessuno andò ai suoi funerali svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino, e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta. Marina si ribellò da sempre alla famiglia, alla scuola, alla vita coniugale, agli impegni domestici,

IO SONO UNA PAGINA PER LA TUA PENNA
Io sono una pagina per la tua penna. Tutto ricevo. Sono una pagina bianca. Io sono la custode del tuo bene: lo crescerò e lo ridarò centuplicato. Io sono la campagna, la terra nera. Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia. Tu sei il mio Dio e Signore, e io Sono terra nera e carta bianca.

ad ogni residenza prolungata, ad ogni affetto definitivo, aspirò sempre ad una condizione migliore di quella vissuta, cercò l’amore sia di uomo sia di donna. Istintiva e passionale, questo si può dire di lei, una donna che, convinta delle sue qualità artistiche, del suo bisogno d’amore, non rinunciò a scrivere né ad amare, pur in circostanze avverse. Tutta la sua vita fu una disgrazia, una maledizione: esperienze negative a casa, a scuola, un marito che non si curò della famiglia, due figli che le furono ostili, uno che morì di stenti. Marina giunse alla povertà estrema, alla miseria, a vivere di elemosine, a ricavare il sostentamento per la famiglia da pubbliche letture dei suoi versi, dal lavoro di traduzione, a vestirsi di stracci, a darsi la morte quando si sentì sopraffatta dalla situazione. Avrebbe voluto essere libera, libera da tutto. Essere sola e scrivere. Mattina e sera. Da una lettera alla sorella "…per chi avrebbe desiderato una condizione di riserbo, di quiete onde consacrarsi all’arte ritenuta il proprio, unico destino… Ho sempre saputo tutto fin dalla nascita. Ho sempre avuto un sapere innato". Era un’artista incline a vivere solo di spirito, d’idee; la sua vita fu soprattutto materia, realtà, per lei che aspirava a placare la sua naturale inquietudine, la sua diversità dall’ambiente. Nella sua scrittura poetica ci fu un’esistenza di perenne travaglio, lotta, scontro con situazioni, persone, elementi avversi. Ma non smise mai, tuttavia, di seguire la sua ispirazione nel segreto di se stessa. Ora investono tutti nelle sue Opere ma per anni, per una vita, ci ha creduto soltanto lei fino a sopportare disagi di ogni genere: è un esempio di quanto si può subire per non rinunciare alle proprie idee, è un atto di eroismo spinto fino al sacrificio della vita per salvare ciò che avviene nell’interiorità dell’anima. Una ribelle, uno spirito libero: ha accettato gli infiniti vincoli che la sorte le aveva riservato. Un’artista che avrebbe voluto vivere di sé: si è impegnata per gli altri, e se improvvisamente ha smesso di farlo, significa che continuare a credere nelle proprie cose in una situazione simile era stato un dramma, e che era durato fin troppo.

(Maria Cvetaeva)

1951
Muhammad Moussadeq, nel 1951, all'età di settant'anni, salì finalmente agli albori della politica mondiale. Seppe rappresentare le istanze del popolo iraniano contro la sudditanza imposta dagli stranieri e spalleggiata dallo shah Mohamed Reza Pahlavi. Inoltre, fu per breve tempo un simbolo del Terzo Mondo, quella parte della Terra che cerca di collocarsi in un porto indipendente dalla Guerra Fredda. Moussadeq era il capo del Fronte Nazionale dell’Iran, un movimento politico che cercò di catalizzare su di sé diverse sensibilità con l’obiettivo di riscattare il Paese dall’influenza straniera; l’orientamento principale – quello del leader – era un nazionalismo laico e repubblicano. Il potere straniero di allora in Persia era la Gran Bretagna e la sua multinazionale petrolifera: la Anglo-Iranian Oil Company (AIOC). Dal 1908 alla compagine petrolifera britannica (oggi si chiama British Petroleum) fu concessa la licenza per cercare il petrolio e per la costruzione di raffinerie ad Abadan. Fino alla prima guerra mondiale anche la Russia esercitò la sua pressione al nord, ma dalla Rivoluzione d’Ottobre – salvo una parentesi nel secondo conflitto mondiale – gli inglesi sono un potere occulto del Paese. Nel 1926 appoggiano l’ascesa al trono imperiale di Reza Khan, ex comandante militare cosacco, il quale diede il via all’occidentalizzazione culturale del Paese e nel 1933 riconfermò la concessione petrolifera all’AIOC. Dopo la seconda guerra mondiale – in cui Urss e Gran Bretagna hanno occupato il Paese, per impedirne l’accesso ai tedeschi e per sfruttare il Golfo Persico – il Fronte Nazionale entrò nel parlamento di Teheran (Mylis) grazie alla volontà popolare di riscatto del paese. Nel 1951 Moussadeq bloccò in parlamento il rinnovo dell’utilizzo di giacimenti al gruppo britannico, in marzo fu approvata la nazionalizzazione del petrolio. Essendo diventato l’uomo politico più influente, in aprile fu investito dallo Shah Mohamed Reza della carica di primo ministro. L’AIOC venne sciolta e sostituita dalla National Iranian Oil Company. La Gran Bretagna – il cui governo laburista è in forte crisi – dichiarò subito illegittimo l’atto del governo di Teheran, impose il blocco delle esportazioni petrolifere e spinse gli Stati Uniti a dichiarare l’embargo. Moussadeq rispose con l’espulsione dei tecnici inglesi dal Paese e la chiusura delle relazioni diplomatiche con Londra. Tuttavia, l’embargo causò al Paese una grave crisi economica. Il leader persiano divenne popolare ma allo stesso tempo fu odiato dalla politica occidentale; era considerato dalla propaganda come colui che avrebbe aperto la via al comunismo nel Golfo Persico. Per la rivista inglese Times è l’uomo dell’anno, stesso ‘onore’ sarà tributato all’Ayatollah Khomeini nel 1979. Alla sua rapida ascesa seguì l’altrettanto repentino declino. La sfortuna volle che, alla fine del ’51, i conservatori di Churchill tornassero al governo, inoltre, l’anno successivo il repubblicano Eisenhower fu eletto Presidente degli Stati Uniti. Altre sfortunate congiunture politiche furono la fine della guerra di Corea e l’approdo di Allen Dulles alla direzione della CIA. La Persia era un Paese prezioso per l’occidente, sia per la

lotta al comunismo, che per la ricchezza del suo sottosuolo. Inoltre, la sfida della nazionalizzazione era un precedente pericolosissimo. Moussadeq non poteva rimanere al potere. Così, i britannici iniziarono a cospirare per l’abbattimento del capo del governo. Non essendone capaci, cercarono il sostegno degli Stati Uniti ma incontrarono la resistenza di Truman, già impegnato in Corea. Eisenhower e Dulles erano invece entusiasti di usare l’Iran come cavia per i futuri golpe nei paesi terzomondisti, Stati i cui governi hanno il brutto vizio di nazionalizzare le proprietà delle multinazionali. Così nel 1953 la CIA abbatté Moussadeq per mezzo del generale Fahedi, che restaurò il potere dello shah. Per tre giorni, infatti, il leader politico aveva mobilitato il popolo contro l’imperatore, che aveva anche lasciato il Paese. La fine di Moussadeq creò una grave ferita nel popolo iraniano, destinata a sfociare nella rivoluzione islamica del 1979. Solo lui poteva creare una repubblica laica e liberata dagli stranieri. Un’altra occasione persa.

1961
Cercheremo di tenere i piedi per terra, senza produrre la solita agiografia sul sogno americano, nel raccontare l’ascesa di un presidente che non ebbe qualità superiori alla media, ma si trovò nel posto giusto al momento giusto, né tanto meno emerse dalla massa. Cosa ha rappresentato John Fitzgerald Kennedy? In vita fece il suo dovere, quasi sempre bene, e seppe catalizzare attorno alla sua figura i sogni della classe media, rilanciando quello che Roosevelt fece a livello economico (il New Deal), trasferendolo a livello sociale (la Nuova Frontiera), nel pieno del boom economico degli anni ’60, che raggiunse anche l’Europa, inasprendo la Guerra Fredda; questione della quale avrebbe probabilmente fatto volentieri a meno. Kennedy univa al suo fascino e alla sua cultura un carisma molto forte, aveva uno spiccato senso dell’umorismo e niente da invidiare alle star di Hollywood; non a caso tra i vari gossip che lo immortalarono nei rotocalchi si ricorda il flirt con Marilyn Monroe. Nel suo seguito troveremo brillanti docenti universitari e giornalisti di valore. Non dimenticò mai suo padre Joe, per amore del quale salì in politica. Lo si capisce dal gran numero di irlandesi che inserì nella pubblica amministrazione. Verrebbe da chiedersi come mai se i ‘poteri forti’ volevano farlo fuori, non si siano limitati a coinvolgerlo – magari facendo carte false – in una ‘vallettopoli’ o ‘parentopoli’, visto che il personaggio si prestava bene a questo tipo di impeachment. Per Kennedy come per tutti gli altri statisti vale la metafora del ristorante: finché si mangia bene nessuno si lamenta se alla cassa non danno lo scontrino. Ecco perché lui è stato ammazzato e Nixon no. Abbiamo detto che non emerse dalla massa per volere del fato: la sua storia è legata indissolubilmente a quella della sua famiglia. Tutto cominciò quando l’irlandese Patrick J. Kennedy mise radici a Boston cominciando come barista e finendo come banchiere. Suo figlio sarà un importante uomo politico democratico e il nipote Joseph P. (Joe), con l’aiuto della malavita, diventerà uno degli uomini più ricchi del Paese e del partito democratico. Joe divenne amico di Roosevelt ed ebbe da lui diversi incarichi governativi; fu capo della commissione del controllo dei cambi e di quella per la marina mercantile in un periodo che va dal 1934 al ’37. Stiamo parlando di una persona che durante il proibizionismo era un potente banchiere con le mani in pasta nel racket degli alcolici, che evidentemente arrivavano in USA attraverso carichi clandestini stipati nelle navi mercantili. Tradotto: conflitto di interesse, nella migliore ipotesi; concussione nella peggiore. Joe concluse la sua carriera come ambasciatore a Londra dal 1937 al ’40. Aveva una certa influenza nelle decisioni di Roosevelt, ma la storia era contro la sua idea di non intervento, specie se motivata dagli affari che si potevano fare sfruttando tutti i Paesi in guerra, Germania compresa. Così quando lasciò la capitale britannica gli inglesi fecero festa. A quel punto il patriarca dei Kennedy dedicò tutte le proprie forze per aiutare la carriera dei figli, specialmente quella di John e Robert, detto Bob.

J. F. Kennedy nacque a Boston nel 1917 e fu assassinato in circostanze misteriose a Dallas nel 1963; chi volesse cimentarvisi potrà trovare nella sua storia e nel suo programma di governo, di cui ci apprestiamo a raccontare, il movente dell’attentato e forse potrà anche stilare un identikit dei suoi potenziali assassini. La sua giovinezza è quanto di più consono per la formazione di un leader: studia nelle migliori scuole a Wallingford, Princeton e Harvard. Dal 1937 al ’39 viaggia col padre in Europa traendo ottimi spunti per la tesi di laurea in scienze politiche, pubblicata nel 1940, Why England Slept, uno studio sulla scarsa preparazione della Gran Bretagna alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, che ottiene un notevole successo editoriale. Frequenta un corso di approfondimento a Stanford, poi viaggia nel Sud America fino a quando gli Stati Uniti entrano in guerra nel dicembre del ’41 e lui si arruola in marina. Come tutti i rampolli miliardari avrebbe potuto evitare la leva (soffriva di un problema alla schiena che lo avrebbe giustificato ampiamente) invece compie quello che ritenne un dovere di cittadino ‘uguale’ agli altri. Nel 1943, ferito nel Pacifico, trova comunque la forza di salvare, con un gesto eroico, numerosi compagni d’armi; otterrà per questo una decorazione. Finita la guerra nel 1945, a soli 28 anni, John possedeva un curriculum che superava notevolmente le aspettative paterne. Certo, i soldi e gli amici di papà Joe aiutarono ampiamente la sua ascesa politica, ma quel ragazzo non era solo un ‘belloccio radical chic’ (il padre era morto da poco), dimostrava anzi grande lucidità intellettuale e politica. Inoltre era un eroe di guerra. Più tardi dirà: "Sono entrato nella vita politica perché Joe è morto. Se mi capitasse qualcosa (grassetto del sottoscritto, Nda), Bob prenderebbe il mio posto…". Interessante questa visione della politica come un affare di famiglia. Con l’appoggio dei parenti e degli ‘amici di Harvard’, Kennedy vince le elezioni alla Camera dei Rappresentanti per tre volte consecutive, tenendo il seggio dal 1945 al ’52. Le sue campagne elettorali si svolgono nel quartiere operaio di Boston – un duro tirocinio politico a contatto con la vita reale dei cittadini poveri, che deve averlo temprato parecchio – battendosi contro la legge Taft-Hartley, che minava gran parte dei diritti dei lavoratori. Nel 1952 si candida al Senato come rappresentante del Massachussetts. Vince contro un avversario di spessore come Henry Cabot Lodge, importante esponente del partito repubblicano. Sono gli anni del Maccartismo e Kennedy rema contro, nonostante il fratello Bob avesse avuto degli incarichi nella commissione del Senatore Mc Carthy, che alla fine sarà silurato nel ’54. John diviene in questo periodo una personalità politica di rilievo, presentando disegni di legge coraggiosi per l’epoca; vuole migliorare le condizioni dei lavoratori, sostiene le importazioni di petrolio (cosa che

doveva renderlo antipatico ai petrolieri americani) presumibilmente per ridurne il prezzo, sollecita gli aiuti economici all’estero in funzione anti sovietica, e le sovvenzioni federali alle città. Il suo piatto forte sono i diritti civili dei neri e di tutte le minoranze. L’appoggio alla lotta di Martin Luther King lo renderà il ‘santo laico’ della sinistra liberale e farà da apri pista ad un processo storico e culturale che ha portato oggi un uomo di colore come Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. I neri, formalmente liberi da circa un secolo, nel sud si vedevano negato il diritto di voto, non avevano un trattamento equo nei tribunali e subivano un'odiosa apartheid. Kennedy è un nemico dell’autoritarismo; critica aspramente la politica di Eisenhower e prende posizione in favore dell’indipendenza dell’Algeria. Diritti civili, sostegno all’Europa e un’economia che rispettasse la dignità dei lavoratori; questa era la ricetta di John F. Kennedy. Quando si presenta alle primarie del 1956 i tempi non sono ancora maturi e perde.

Si rifà candidandosi per la seconda volta al Senato nel 1958. Vince trionfalmente con un vantaggio di oltre 870 mila voti rispetto all’avversario. Ciò che maggiormente gli impedì di vincere due anni prima le primarie non furono soltanto le sue idee, avverse anche ai conservatori democratici del sud, ma la sua religione: si temeva che un cattolico – un papista al potere, si diceva – non sarebbe stato sufficientemente laico, dando sovvenzioni federali alle scuole cattoliche e allacciando relazioni privilegiate con Roma. Spesso il pregiudizio si batte con altro pregiudizio. La vita mondana di Kennedy era quanto di più lontano poteva essere dal perbenismo cattolico e il suo laicismo lo dimostrava proprio nella difesa delle minoranze, storicamente oggetto dei pregiudizi cattolici. Vale anche per i puritani, ma questi ricordano solo quello che subirono i loro antenati dai papisti in Europa. Così Kennedy ci riprova nel 1960. È molto più forte e sconfigge alle primarie, fin dal primo scrutinio, il rivale Johnson, che accetta la vicepresidenza. Il suo rivale repubblicano alle presidenziali è Richard M. Nixon. La sua nemesi: un quacchero di famiglia povera e dignitosamente austera, il suo fratello maggiore, malato di poliomielite, preferì morire rinunciando alle cure in modo da indirizzare i risparmi dei genitori agli studi del piccolo Richard. Nixon diverrà un animale politico, per arrivare alla candidatura dovrà giocare sporco. Suo fratello morì per farlo diventare il sostenitore del sistema che lo ha ucciso. Se durante uno dei quattro dibattiti televisivi, che chiusero la campagna elettorale, Nixon avesse tagliato con la spada laser la mano di Kennedy dicendo: "io sono tuo padre", non ci avrebbe stupito. Il dibattito in diretta tv Nixon vs. Kennedy segnò una tappa importante nella storia delle telecomunicazioni e della politica in generale. Da una parte un bel giovanotto spigliato e raggiante, dall’altra un vecchio professionista della politica, flaccido, sudato e dall’aria stanca. Chi lo ascoltò alla radio diede Nixon per vincente, ma era l’età della televisione e vinse Kennedy, con un vantaggio relativamente molto piccolo di 100 mila voti su 69 milioni di suffragi. Nel gennaio del 1961 Kennedy recita il giuramento come 35 Presidente degli Stati Uniti d’America e si insedia alla Casa Bianca. Aveva 41 anni, con appena 13 anni di esperienza parlamentare, senza mai aver avuto incarichi di governo, nemmeno come Governatore.

del suo insediamento, aveva in testa i missili e l’idea di produrne più dei russi. La sua maggiore critica a Eisenhower era quella di non essere stato sufficientemente duro nella competizione con l’Unione Sovietica; volente o nolente, Kennedy sarà responsabile sia della crisi dei missili a Cuba (sbarco nella Baia dei Porci) sia dell’entrata in guerra degli Usa in Vietnam (incidente del Tonchino). Tutti errori verso i quali John Kennedy non può essere assolto; i presidenti ereditano dalle amministrazioni precedenti gli impegni internazionali approvati dal Congresso, non le operazioni segrete. Sia a Cuba che in Vietnam il casus belli va addebitato all’amministrazione americana. La CIA – comunque siano andate le cose – dipende dal Presidente, che è il principale responsabile del suo operato. Nella sua idea di creare un corpo di pace che desse aiuto e sostegno ai paesi del terzo mondo, tenendo conto della presenza nel suo gabinetto di personaggi come Dean Rusk (fondazione Rockfeller) e Robert S. Mc Namara (Segretario alla Difesa, difensore di un mercato senza limiti che doveva regolarsi da solo) troviamo i primi germi di quello che faranno il FMI (Fondo Monetario Internazionale) e il WTO (World Trade Organization) nella creazione della Globalizzazione, principale causa delle future bolle finanziarie e degli attuali problemi sociali ed economici mondiali. Questi errori – voluti o meno – non si devono solo alla grettezza di alcuni uomini di cui il Presidente si circondò, ma anche alla ingenuità di una mente che credeva sul serio nel liberismo come arma efficace per creare benessere in tutte le classi sociali. Ingenuità che comunque ebbe anche dei lati positivi, dando a Kennedy il coraggio di affrontare questioni che prima erano tabù,
come le rivendicazioni politiche e sociali dei neri. Si progettarono inoltre aiuti ai coltivatori e ai diseredati, il Governo si inserì come tramite nelle controversie tra operai e imprenditori, tema al quale Kennedy deve l’inizio della sua carriera. Inoltre per la prima volta si cominciò a parlare di una sanità accessibile a tutti, con aiuti specialmente agli anziani. Ci piace pensare che fu proprio il contatto con la gente, nel quartiere operaio di Boston, a dettare questa linea politica. Non possiamo definire Kennedy un grande statista solo per il fatto che la sua carriera fu eccezionalmente rapida, ma di certo non fu per niente un pessimo politico. Seppe interpretare il bisogno di speranza nel suo popolo come negli altri del suo tempo, in un futuro migliore. Nella frase "Ich bin ein berliner", pronunciata nella Germania del Muro e nella sua promessa di raggiungere la Luna prima dei Sovietici c’è la forza del cambiamento. L’essenza del futuro.

1971
Fra gli appartenenti al "club 27", i musicisti Rock morti a 27 anni, Jim Morrison siede, se non al vertice, perlomeno nei gradini più alti, accanto a Janis Joplin, sopra Kurt Cobain, sotto forse soltanto a Jimi Hendrix. La fama che vuole Morrison una delle figure cardine degli anni '60 è dovuta in gran parte ad agiografia postuma. In vita fu, si, un artista di successo, come voce solista dei Doors, e un personaggio che ebbe una certa influenza nel panorama controculturale di quegli anni, ma per brevissimo tempo, e nulla di lontanamente paragonabile all'importanza dei Beatles o Bob Dylan. In realtà, durante la loro breve parabola, ed eccettuato i primi due anni, i Doors erano associati più al mainstream che all'avanguardia musicale, un gruppo da classifica con un cantante che ogni tanto 'andava oltre', più provocatorio che realmente conflittuale. Nulla a che vedere quindi col mito propagatosi negli anni, a partire dal 3 Luglio del 1971, quando Morrison fu trovato privo di vita, stroncato ufficialmente da un infarto, nella vasca da bagno dell'appartamento parigino in cui si trovava per un periodo sabbatico dalla sua band. Mito dovuto principalmente al mistero che circonda la sua morte, a tutta una serie di biografie scritte e filmate che ne hanno iconizzato figura e gesta, forse al di là della reale importanza del suo breve tragitto artistico, alla fine degli anni '60. Con questo non voglio sminuire l'opera musicale dei Doors, né il valore poetico dei testi scritti da Morrison, tutt'altro: i primi due dischi della band di Los Angeles (Jim, però, era nato in Florida, a Miami, figlio di un ammiraglio della marina militare) rimangono fra i testamenti più intelligentemente originali e colti dell'era psichedelica, e le liriche che Jim Morrison scriveva spiccavano, per temi se non per pregnanza poetica, in mezzo al ridondare da retorica flower-power di quegli anni. Probabilmente solo Lou Reed, coi suoi Velvet Underground, poteva rivaleggiare e superare la band di Morrison nello scavare a fondo, musicalmente e a livello di testi, nell'Abisso. Ma dal terzo album in poi, e parliamo degli anni 68-71, i Doors rallentarono la loro corsa, ammorbidirono il suono, addomesticando certe spigolosità dei testi, diventando, da parte più o meno consapevole dell'avanguardia Art-Rock, un gruppo mainstream, nemmeno di più tanto successo, a parte qualche singolo ben venduto. A questo andava ad aggiungersi la crescente propensione di Morrison per l'alcool, che portò a episodi come il famigerato concerto di Miami del 1 Marzo 1969, in cui il cantante, completamente ubriaco, prima provocò verbalmente il pubblico, infine - almeno così vuole la leggenda, anche se non esistono testimonianze fotografiche o filmate del fatto - mostrò il pene in scena, prima di essere fermato e portato via dal palco. Un episodio, vero o falso che sia, che comportò un processo e una condanna per atti osceni, con il conseguente ostracismo di gran parte delle sale da concerti per i Doors, e l'inizio di un calvario, artistico e umano, terminato nella decisione di dare uno stop temporaneo alla band, per permettere a Morrison di volare a Parigi, nel Marzo 1971, ed esercitare, lontano dalle luci di una ribalta che adorava, al tempo stesso aborriva, e che comunque a quel punto non era più dalla sua parte, la vera vocazione, quella di poeta. Con Jim, nel breve periodo francese che preludette alla morte, la fedele Pamela Courson, fidanzata col cantante dai tempi dell'università.

Cosa sia successo a Parigi in quei mesi è vago e lacunoso. Morrison e la Courson conducevano una vita fuori dai riflettori, non frequentando i locali alla moda, dove curiosi paparazzi potevano infastidirli, e comportandosi in tutto e per tutto, stando a chi ebbe la possibilità di frequentarli, come una coppia di comunissimi americani in vacanza all'estero. Alcuni dicono che Jim aveva ripreso di buona lena a scrivere poesie, e aveva smesso di bere. Altri affermano che le abitudini di Morrison, lungi dall'essere cambiate, erano addirittura debordate verso i lidi delle droghe pesanti. Sia quel che sia, il 3 Luglio 1971, Pamela Courson telefonò oltreoceano, sconvolta, al manager dei Doors, affermando di aver trovato Jim morto nella vasca da bagno. E qui inizia il mistero che ancora circonda, ammantandola di leggenda, la fine del Re Lucertola. Nessuna autopsia venne eseguita sul cadavere, che fu immediatamente messo in una bara, e sepolto al Père-Lachaise, il cimitero degli artisti di Parigi. Il certificato di morte, redatto dal medico che esaminò il corpo senza vita di Morrison e che è l'unica persona, oltre a Pamela, ad aver visto Jim morto - parlava genericamente di 'attacco cardiaco', senza specificare ci fossero cause indotte. Pamela ha sempre affermato, nei pochi anni che le rimasero (morì di overdose nel 1974), che Jim Morrison era davvero morto, che lei stessa presenzio all'esame del medico legale e alla successiva inumazione. Ma la scarsezza di altre informazioni oggettive, e l'alone di mistero che circonda le poche ore trascorse dalla telefonata di Pamela in America alla sepoltura di Jim, hanno portato molti a credere che il cantante avesse inscenato la propria morte, per poter iniziare una nuova vita con una nuova identità, da qualche parte del Sud America, e dedicarsi soltanto alla poesia, ipotesi che la stanca Rockstar Morrison, negli ultimi tempi prima della partenza per Parigi, aveva ipotizzato, scherzando forse nemmeno più di tanto, con diversi amici. Ma se poi, in effetti, abbia messo in pratica tale proposito, nessuno potrà mai dirlo con certezza, anche se è molto improbabile. D'altra parte è sempre difficile staccarsi dai propri idoli, e quando persista anche solo un elemento di dubbio, la speranza può far perdere il senso della realtà, basti pensare a quanti sono graniticamente convinti che Elvis sia vivo. Qualunque sia la verità, il Jim Morrison piccola e controversa icona della controcultura anni '60 muore quel Luglio del 1971, da lì in poi inizia la Leggenda del Re Lucertola, favolistica figura di ribelle senza causa, affascinato dal mito di Edipo tanto quanto quello di Dioniso, da Nietzsche e William Blake, dal sesso e dalla morte. E la sua figura fasciata in pelle nera, ingrugnata, minacciosa, sinistramente affascinante, così diversa dalla beautiful people sorridente in camicie kashmir colorate e fiori nei capelli, che dominava la scena nell'era hippie, è diventata un modello, anche dal punto di vista del look, per ogni artista alternativo in cerca di pose da 'bello e perdente', sia esso Metal, Punk, Gotico, o semplicemente con null'altro da offrire sull'altare dell'Arte. Cosa che, al contrario, con tutte le sue contraddizioni e umane debolezze, Jim Morrison aveva.

1971
È il 12 luglio del 1904. In un comune piovoso e malinconico del selvaggio sud del Cile nasce Neftalì Ricardo Reyes. Fin da piccolo dimostra un profondo interesse per la scrittura e la letteratura. Il padre lo scoraggia. Gabriela Mistral, futura vincitrice del Premio Nobel e sua insegnante, lo sprona. Il suo primo articolo ufficiale, dal titolo Entusiasmo y perseverancia, lo pubblica a 13 anni scegliendo il suo appellativo d’arte in onore del poeta ceco Jan Neruda, cantore della povera gente. Così prende forma La Leggenda di colui che tutto il mondo conoscerà come Pablo Neruda, nome che in seguito gli verrà riconosciuto anche a livello legale. Nel 1923 Pablo Neruda ha 19 anni. Pubblica Crepuscolario, una raccolta di poesie d’amore in stile erotico, motivo che spinge alcuni a rifiutarlo e che in futuro sarà, invece, una delle sue opere maggiormente apprezzate. Gira il mondo come rappresentante diplomatico del suo Paese e vive la guerra civile spagnola in prima linea prendendo le difese della Repubblica aggredita. Vivere quella guerra provoca in lui un profondo mutamento nell’anima, nell’ideologia, nella cultura e nella poesia che diventa quella dell’uomo con gli uomini, votata alla lotta politica, alla speranza e alla rabbia d’azione. Profonda è la repulsione che prova nei confronti dei soprusi compiuti dai fascisti di Francisco Franco durante gli anni della guerra civile spagnola. Il suo appoggio al fronte repubblicano è totale: nei discorsi e negli scritti. Lo scompiglio che Neruda regala alla letteratura spagnola lo rende paladino della ‘poesia impura’. Siamo nel 1943. Pablo Neruda, fermandosi in Perù, visita Machu Picchu: la città degli Inca lo colpisce tanto che gli regalerà, nel 1945, l’ispirazione per comporre Alturas de Machu Picchu, un poema sulla colonizzazione spagnola, e Canto General, nel 1950, con fortissimi accenti polemici contro l’imperialismo statunitense (di cui denuncia, tra l’altro, abusi di multinazionali coma la Coca-Cola). Seguono anni in cui esprime chiaramente il suo appoggio all’Unione Sovietica e a Stalin al quale dedicherà una composizione, nel 1953, in occasione della sua morte. In seguito verrà però a conoscenza di alcune rivelazioni sulla politica del leader sovietico e sulle purghe staliniste che gli faranno rinnegare l’ammirazione espressa in precedenza. Si rammaricherà per aver contribuito alla creazione di un’immagine non reale di Stalin, ma questa delusione non contribuirà mai ad allontanarlo dalle sue convinzioni comuniste.

Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti. Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante. Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

Pablo Neruda

Siamo nel 1946. Il candidato ufficiale del Partito Radicale Cileno, Gabriel Gonzàles Videla, gli chiede di assumere la direzione della sua campagna elettorale. Neruda vi si dedica con fervore, ma rimane deluso per l'inaspettato voltafaccia di Videla proprio nei confronti del Partito comunista, subito dopo le elezioni. Il punto di non ritorno nel rapporto tra Neruda e Videla avviene con la violenta repressione con cui quest'ultimo colpisce i minatori in sciopero nella regione di Bìo-Bìo: i manifestanti vengono imprigionati in carceri militari e in campi di concentramento. Il 6 gennaio del 1948 la disapprovazione di Neruda culmina nel drammatico discorso chiamato in seguito Yo acuso - davanti al senato cileno: legge all'assemblea l'elenco dei minatori tenuti prigionieri. La reazione di Videla è l'emanazione di un ordine d'arresto contro Neruda. Per sottrarsi alla cattura il poeta si vede costretto ad intraprendere un duro periodo - 13 mesi - di fuga, nascosto da amici e compagni. Siamo nel marzo del 1949. Neruda riesce a rifugiarsi in Argentina dopo un'avventurosa attraversata delle Ande, di cui racconterà nel discorso della cerimonia di consegna del Nobel. Anche grazie all'aiuto di Pablo Picasso, Neruda riesce ad arrivare a Parigi compiendo un’apparizione a sorpresa al Congresso Mondiale dei Partigiani della Pace. È clamorosa la sua comparsa poiché il governo cileno aveva continuato a negare che Neruda avesse lasciato il territorio natio. Siamo nel 1952. Neruda vive per un periodo in una villa messagli a disposizione da Edwin Cerio a Capri. Tale permanenza verrà poi rappresentata da Massimo Troisi nel film Il postino (1994). Sempre nel 1952 il governo del dittatore Videla è ormai al termine. Viene colpito da numerosi scandali per corruzione e il Partito Socialista presenta la candidatura, a nuovo presidente, di Salvador Allende, richiedendo contemporaneamente la presenza in patria del suo letterato più illustre al fine di avallarne al meglio l'investitura. Finalmente, in agosto, Neruda torna in Cile. Non ha subito cambiamenti l’impegno di Neruda nella causa comunista. Prenderà ad esempio posizione contro gli Stati Uniti durante la crisi dei missili di Cuba e per la guerra del Vietnam. Le svariate campagne che tenteranno di minare in ogni modo la sua credibilità e la sua reputazione verranno frenate solo nel 1964 quando si affaccerà l'ipotesi di insignire Neruda del Premio Nobel e l'unica candidatura alternativa sarà quella di Jean-Paul Sartre, personaggio ancora più contrastato dai conservatori statunitensi. Durante il viaggio di ritorno in Patria Neruda fa sosta in Perù. Questa visita verrà mal vista da Cuba (in quegli anni i rapporti tra Perù e Cuba erano alquanto tesi a causa delle differenze politiche) e Neruda sarà accusato dagli intellettuali cubani di essere un revisionista al servizio degli Yankees, e non potrà recarsi sull'isola caraibica fino al 1968. Nella sua autobiografia, Confesso che ho vissuto, criticherà l'atteggiamento degli intellettuali cubani, definendolo

‘bigotto’. Nel 1967, alla morte di Ernesto Che Guevara in Bolivia, Neruda scrive molti articoli sulla perdita del ‘grande eroe della rivoluzione’. Tale stima era peraltro ricambiata, come testimonia la composizione, da parte di Guevara, di un piccolo saggio elogiativo sul libro di Neruda Canto Generale. Giungiamo finalmente al 21 ottobre 1971. Neruda ottiene, terzo scrittore dell'America Latina, il Premio Nobel per la Letteratura. Al suo primo ritorno in patria, l'anno successivo, verrà trionfalmente accolto in una manifestazione presso lo stadio di Santiago. Prima di morire assisterà al disfacimento del primo governo democratico cileno e al colpo di stato del generale Augusto Pinochet dell'11 settembre, nonché alla morte del presidente Allende, suo amico personale. Insediatasi la dittatura, i militari cominceranno a vessarlo con le perquisizioni ordinate dal generale golpista. In seguito si dirà che, durante una di queste, Neruda avrebbe detto ai militari: "Guardatevi in giro, c'è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia". Giungiamo alla fine del nostro viaggio ed è il 23 settembre 1973. Neruda attende di poter espatriare in Messico, ma muore. Ufficialmente per un cancro alla prostata o, più probabilmente, secondo la recente testimonianza del suo autista e guardia del corpo, assassinato nella clinica santa Maria a Santiago con una misteriosa iniezione. Il suo funerale sarà uno dei primissimi momenti di opposizione alla dittatura: la presenza ostile e intimidatoria dei militari a mitra spianato non intimoriranno coloro che vorranno fermamente ostentare la loro presenza in onore a Neruda. Il loro sarà, inoltre, un gesto di solidarietà e di ribellione contro l'ultimo sfregio nei confronti di Neruda, compiuto mentre il suo cadavere giace nel letto d'ospedale: la devastazione, sempre per ordine di Pinochet, delle sue proprietà. Le sue opere verranno riabilitate e rimesse in commercio, in Cile, solo nel 1990, dopo la caduta della dittatura. È il 2011. Celebriamo in quest’anno il centenario di colui che visse in continua e strenua tensione, esistenziale e poetica, tra sponde opposte: tradizione e rinnovamento, sogno e realtà, umorismo e disperazione, memoria e novità, amore e morte. Di certo possiamo dire che Neruda fu un uomo che, nella ricerca di se stesso e del senso più autentico della vita, non si è mai risparmiato. Sul finire del suo vagabondare terreno – in Residenze sulla terra – chiedeva soltanto un riposo "di pietre o di lana, simboli di quanto è elementare e puro". La natura ha fatto da sfondo costante alla Poesia di Neruda: il Sud del mondo, con i suoi boschi e i suoi fiumi e la presenza costante della pioggia hanno finito per costituire una sorta di paradiso, sempre rimpianto, non come luogo perduto bensì come riferimento fortificante, restauratore di energia e di speranza. Neruda ha cantato i temi più diversi, anche quelli ritenuti meno poetici, e ha dato vita a creazioni di affascinante bellezza, anche cromatica, pervase sempre di pensiero. Così lo immaginiamo salire scale vellutate, accecato da luci che cercano di lui, osservato, ammirato e criticato da chi lo osserva incedere a testa china. Immaginiamo che in quel momento, pur tanto gratificante, lui stia pensando alla sua gente, quella che è morta sfruttata indegnamente nelle miniere o che ancora soccombe per i ricorrenti terremoti della sua terra.

1981
13 Giugno 1981: nasce la televisione moderna. Quella che non si limita più a riportare fatti e notizie ma, morbosamente in cerca di risonanza sempre più ampia, a prendere la cronaca, pedinarla ossessivamente per trasformarla in fatto mediatico. In chiave prodromica, i primi berci di un essere proteiforme, figlio della società che pasce e di cui si pasce, del quale i calendari di Avetrana sono, per il momento, l'ultima manifestazione. A chi ha vissuto le interminabili 18 ore di diretta RAI a reti unificate, che a cavallo del 12 e 13 giugno di trent'anni fa, seguirono le fasi di un tentativo di soccorso finito in tragedia, i nomi di Vermicino e Alfredino Rampi fanno scattare un interruttore, forse rimosso, o dimenticato. Per molti di quelli che seguono quotidianamente le infinite trasmissioni-sandwich che mischiano politica e gossip, ricette e avanspettacolo e peloso cronachismo su fatti che solleticano i bassi istinti dell'immarcescibile opinione pubblica, magari quei nomi non dicono nulla. Il che è come minimo un peccato, visto che se oggi la TV manca totalmente di morale, pudore e, anzi, pattuglie di giornalisti in competizione per accaparrarsi un quarto d'ora di notorietà fanno a gara per seguire minuto per minuto indagini concernenti parri/infanticidi, minori abusati nei modi più fantasiosi, storie di sesso droga e sangue senza Rock n' Roll ma tanto bunga bunga, tutto nasce lì, perlomeno per l'Italia. Il che poi è anche un bel record, visto che altrove - leggi, gli Stati Uniti - il carrozzone mediatico a seguito di una tragedia simile a quella di Vermicino si mise in moto ben 30 anni prima. A volte arrivare molto dopo l'America non è poi segno di sottosviluppo, anzi. Ma andiamo alla Storia: il 10 Giugno del 1981, Alfredino Rampi, un bambino di 6 anni, cadde in un pozzo artesiano largo 30 cm e profondo 80 metri, a Vermicino, una località fra Roma e Frascati. Partirono subito le operazioni di soccorso, che si dimostrarono da subito difficoltose. Il bimbo si era fermato a una profondità di circa 40 metri, e per raggiungerlo era necessario scavare un pozzo parallelo a quello dove si trovava, ma mentre l'opera era in atto, Alfredino scivolò ancora più in basso. I media televisivi, cioè all'epoca la sola RAI, con due reti, puntarono subito l'obiettivo verso Vermicino, ma erano tempi, quelli, in cui esisteva qualcosa chiamata 'moralità della notizia', per cui un evento veniva seguito in differita, dando aggiornamenti sulla situazione se c'erano novità, e aspettando si concludesse per poterlo riassumere. Era sempre successo così. E questo accadde anche allora, almeno all'inizio. Notizie nei TG, rapidi aggiornamenti, flash in diretta negli spazi dedicati all'informazione. Poi qualcosa scattò. La diretta non si fermò. Quello che doveva essere uno speciale pomeridiano di pochi minuti per aggiornare il pubblico che, da casa, stava seguendo con crescente (morboso?) interesse una normale, per quanto difficile, operazione di salvataggio, diventò una trasmissione ininterrotta. Forse perché, appunto, l'operazione di salvataggio, man mano che passavano le ore, si stava dimostrando tutt'altro che normale? Forse perché il caso stava diventando talmente 'mediatico' da far confluire sul posto una folla sempre crescente (che spesso ostacolava l'operato dei soccorritori)? Talmente importante e mediatico diventò salvare quel povero bambino finito dentro un pozzo che, sul posto, si recò persino l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Ma nemmeno lui poté operare alcun miracolo (gli andrà meglio un anno dopo con la Nazionale di Bearzot ai Mondiali di Spagna). Seguita dalle telecamere, dai microfoni che portavano nelle case di venti milioni di telespettatori la voce lontana e sempre più fievole di un bambino che stava morendo chiamando la mamma, l'agonia di Alfredino Rampi terminò alle 6 di mattina del 13 Giugno.

Le telecamere si spensero, il popolo teledipendente che non si era accorto di essere appena nato andò a letto, la TV cambiò per sempre. Ci furono molte polemiche a seguire questo uso 'inedito' e in parte incontrollato del mezzo televisivo, e piovvero sull'emittente di stato critiche di opportunismo, di aver voluto continuare a trasmettere perché l'audience cresceva col passare delle ore. In realtà critiche di questo tipo sono, a ben guardare, assurde. Come abbiamo detto, nel 1981 c'era solo la RAI, e la diretta su Vermicino venne mandata in onda a reti unificate. Alla RAI si giustificarono dicendo che la diretta iniziò perché sembrava che, in quel momento, si fosse molto vicini a salvare Alfredino, e quindi sarebbe stato bello poter far vedere a tutta l'Italia quel momento di catarsi; in seguito, quando la situazione si dimostrò ben altra, era troppo tardi per spegnere le telecamere, ormai si era in ballo, in sostanza. La ragione vera non la sapremo mai, probabilmente nemmeno ce n'è una. Quel giorno scattò semplicemente qualcosa, chissà cosa, che trasformò la televisione per sempre. Un naturale processo 'evolutivo' del medium televisivo, chissà (come ci farebbe comodo, ora, McLuhan, altro che Umberto Eco!). Gli anni '80 sono stati il decennio in cui la televisione ha assunto un ruolo sempre più attivo nell'influenzare e condizionare - a sua volta condizionata da - l'opinione pubblica. Oggi siamo abituati a seguire minuto per minuto fatti anche molto più gravi, se è lecito dire così, di quello di Vermicino, che dopotutto fu una tragedia seguita a un incidente (anche se, al solito, ci fu chi inneggiò alla teoria del 'complotto', affermando Alfredino fosse stato calato, e non caduto da solo, nel pozzo, ma lasciamo perdere, di misteri in Italia ce ne sono già tanti). Abbiamo interminabili dirette, speciali, dibattiti con politici esperti tronisti ballerine che disquisiscono allegramente di madri che uccidono i figli, zii che scopano e poi massacrano le nipoti, giovani che si schiantano strafatti a 200 all'ora contro muri e TIR. Abbiamo le copertine dei tabloid e i calendari. Abbiamo un sacco di roba, insomma, che prima del 13 Giugno 1981 non c'era. Siamo pieni, decisamente pieni. Di merda. Ma dato che alla mia età giudicare straborda troppo nel far morale, e non voglio (fare il vecchio, non il moralista), inoltre di cultura pop, come tutti, sono imbevuto essendoci purtroppo nato in mezzo, mi limito per concludere a citare e riflettere su quella che, secondo me, è una curiosità storico-mediatica in parte già accennata sopra. La tragedia di Vermicino ha un precedente: nel 1949, in California, una ragazzina di 4 anni cadde in un pozzo. Anche lì non si potè far nulla per salvarla, anche lì il circo mediatico di allora (principalmente la radio) seguì l'evento in diretta. L'episodio è ricordato in Radio Days di Woody Allen, ma un altro film, nel 1951, quindi a ridosso di quella tragedia, aveva già posto la questione se i media possano o no influenzare un evento per trasformarlo in fatto mediatico, L'Asso nella Manica, di Billy Wilder. Lì un operaio rimaneva intrappolato in una miniera, e un giornalista a caccia di successo, magistralmente interpretato da Kirk Douglas, faceva di tutto per rallentare le

operazioni di soccorso in modo da potersi lavorare il più a lungo possibile la notizia, finendo però così per far morire il poveraccio. A Vermicino non è successo nulla del genere, per carità!, né in nessuno degli altri casi seguiti dai media in questi anni. Quello era un film che estremizzava una situazione per creare un archetipo su cui riflettere in chiave morale. Però, e qui il dubbio c'è, l'ingerenza mediatica su fatti di cronaca su cui sono ancora in corso le indagini non può, involontariamente quanto si vuole, rallentare le stesse? Condizionarle? Si può fare qualcosa, rispettando al contempo il sacrosanto diritto alla libertà d'informazione? Dovrebbero essere gli stessi organi d'informazione, le persone che ci lavorano, i giornalisti, a capire per primi quando la linea non dovrebbe essere attraversata? Per un primo piano al TG si venderebbe la mamma, certo, però poi è quando manca la mamma che ci si accorge quant'è difficile prendersi cura di se stessi da soli. Ciao Alfredino, che oggi avresti 36 anni. Io ne avevo 15 quando la TV mi ha fatto vedere come morivi.

1981
Il 13 maggio 1981, pochi minuti dopo l'ingresso in Piazza San Pietro per l'udienza generale, Ali Ağca sparò due colpi di pistola al Papa. Pur riuscendo a raggiungere il colonnato di Piazza San Pietro, con l'intento di fuggire dal luogo dell'attentato, venne prontamente fermato: urtò contro un frate e rimanendo disarmato fu possibile, per le forze dell'ordine, arrestarlo facilmente. Wojtyla fu sottoposto ad un intervento di 5 ore e 30 minuti.
Il 22 luglio del 1981 si svolse il processo per direttissima. Solo dopo tre giorni i giudici della corte d'Assise condannarono Mehmet Ali Ağca all'ergastolo per tentato omicidio di Capo di Stato Estero. Ağca rinunciò all'appello, esplicitando che l'attentato "non fu opera di un maniaco, ma venne preparato da un'organizzazione eversiva rimasta nell'ombra". La sua difesa non sostenne questa tesi. Sostenevano, infatti, che Ağca avrebbe agito da solo in preda ad una schizofrenia paranoica mossa dal desiderio di divenire un eroe del mondo mussulmano. Nel Natale del 1983 Giovanni Paolo II fece visita all'attentatore, nel carcere di Rebibbia. I due parlarono soli, a lungo, e la loro conversazione rimane ancora oggi privata. Il 20 febbraio 1987 il Papa ricevette in udienza la madre e il fratello i quali gli chiesero di intercedere per la grazia. Dopo ventisei anni di carcere è stata chiesta la libertà condizionata. Fu poi Carlo Azeglio Ciampi a concederla dopo aver consultato la Segreteria di Stato Vaticana. Il giorno dopo Ağca fu estradato in Turchia e venne rinchiuso nel carcere di Ankara perché scontasse la pena per l'omicidio del giornalista Adbi Ipekci. Il 18 gennaio 2010, il giorno della sua liberazione definitiva, Ağca disse di essere il Cristo e di voler scrivere la Bibbia preannunciando l'Apocalisse. Restano alcuni punti interrogativi in questa vicenda. Lo stesso Ağca nella ricostruzione non è mai stato chiarissimo: cambiò versione più volte. Si pensò persino ad un coinvolgimento dei servizi segreti Ungheresi o Bulgari dietro all'attentato al Santo Padre. Tuttavia la verità assoluta non la conosceremo mai, poiché non è permesso all'uomo di sapere i segreti degli Stati più antichi del mondo.

1991
Non è un anno di importanza storica come il 1967, o il 1977, né verrà ricordato come particolarmente fecondo in termini di quantità/qualità della produzione, con qualche eccezione, ma il 1991 segna comunque una data importante per il Rock, iconicamente e per ragioni di sintesi simboleggiata dall'uscita di Nevermind, il secondo album dei Nirvana. In pratica, il momento in cui la musica underground, 'alternativa' se preferite, conquista le classifiche o, guardandola da un altro punto di vista, quando l'industria discografica assorbe il dissenso musicale, trasformandolo in mainstream. Il successo in parte inaspettato, in parte costruito, del gruppo-punta di diamante del movimento Grunge, apre le dighe per il debordare del Rock alternativo (da qui in avanti, alt-Rock) che dominerà la scena musicale di gran parte degli anni '90, influenzando anche la musica pop più strettamente industriale, per non parlare delle colonne sonore di serial e film direttamente dedicati a un pubblico problematicamente adolescenziale (che comprende anche molti over-30 e 40). Non è naturalmente la prima volta che una band, e un suono, per definizione, 'sperimentale', riesce ad arrivare in cima alle hit parade. Nei tardi anni '60 e primi '70 le classifiche erano dominate da artisti undergorund (Hendrix, Doors, Cream, David Bowie, Yes, Genesis rappresentavano l'avanguardia per le rispettive epoche), ma trattasi di scena musicale molto diversa da quella del 1991. Da una parte stava il pubblico che seguiva la musica più deliziosamente 'commerciale', pop, quello che comprava i 45 giri; dall'altra un pubblico altrettanto numeroso, che acquistava principalmente gli LP, e chiedeva alla musica maggiore complessità, stratificazioni, 'arte'. Le case discografiche accontentavano gli uni e gli altri, con una particolare attenzione nel dare spazio alle tendenze più avanzate. Oggi sarebbe impensabile pensare a una major discografica che metta sotto contratto Tim Buckley o i King Crimson. In quegli anni accadeva. Torniamo al 1991, anzi, facciamo un passo indietro di qualche anno. Gli '80 avevano lasciato una profonda disgregazione nel mercato discografico, una miriade di generi, ognuno molto ben definito, ognuno con un suo pubblico. Alcuni di quei generi venivano dall'underground, ma si erano adeguatamente annacquati per rientrare nelle regole delle radio commerciali e, soprattutto, dell'ancor giovane, ma già scalpitante MTV, vedi l'Hair Metal, o il Synthpop. Altri generi, come il Goth Rock o il Thrash Metal portavano avanti, per un pubblico non numeroso, ma agguerrito, le tendenze più pure della musica alternativa, o almeno ci provavano. Poi c'erano generi più sotterranei, di culto, come lo Shoegaze e, appunto, il Grunge, che sintetizzavano nella maniera più diretta le domande senza risposta della Generazione X. Generi difficili da maneggiare, poco se non per nulla contenenti elementi che potessero essere definiti 'commerciali', gruppi che si autogestivano, facevano parte di piccoli giri autarchici in cui, molto spesso, i dischi venivano venduti direttamente ai concerti, insieme al merchandising fatto in casa. In poche parole, quello che rimaneva dello spirito Punk del '77. In particolar modo la scena Grunge di Seattle, col suo spirito di purezza comunitaria fatto di band che si aiutavano a vicenda, suonavano tutte negli stessi posti, incidevano per una piccola etichetta cittadina, la Sub Pop, proponendo una musica violenta, metà Punk metà Heavy Metal, nichilista in superficie, ma piena di tutti quei contrasti interiori che ogni adolescente problematico ha affrontato almeno una volta in vita sua,

cominciava ad attecchire un po' dappertutto, soprattutto là dove la patina di fredda perfezione formale delle produzioni degli anni '80 iniziava a stancare chi nella musica cerca anche un po' di sangue, oltre ai bei suoni. Le chitarre sporche e distorte, le camicie di flanella e i jeans strappati, i capelli lunghi e poco curati di Soundgarden, Alice in Chains, Mudhoney e, appunto, Nirvana, sembravano segnare un ritorno al miglior spirito del Rock degli anni d'oro. Chiaro che le major avessero gli ben puntati verso Seattle, ma aspettassero di vedere se, in mezzo al mucchio, ci fosse qualcuno in grado di elevare quella scena da circuito per pochi eletti a materiale altamente vendibile. Dopotutto l'industria era, a quel punto, un'industria, punto: Badava ai profitti e non all'arte, piuttosto che investire nel creare un 'fenomeno' che poteva poi risolversi nel proverbiale buco nell'acqua, preferiva lasciare le band crescere da sole, farsi le ossa, costruirsi un seguito, per poi prelevarle al momento giusto dall'underground e farne delle superstar. Era successo qualche anno prima coi Metallica, perché non poteva succedere anche a Seattle? Inizialmente i candidati papabili al ruolo di Dei del Rock Alternativo americano anni '90 sembravano essere i Soundgarden di Chris Cornell e i Mudhoney di Mark Arm. Poi però quasi dal nulla sbucò fuori Kurt Cobain. Biondo, piccolo, fragile, problematico, la faccia triste di un angelo caduto o un bimbo che non trova più la strada di casa, Cobain incarnava perfettamente l'icona dell'eroe tragico per la Generazione X, molto di più dell'aitante Cornell, o dell'ironico Arm. I testi dei Nirvana non parlavano di scopate come quelli dei Soundgarden, né di... beh, di qualunque cosa parlino testi come Magnolia Caboose Babyshit dei Mudhoney. Erano poesie di disperazione urlate con alienante indifferenza, solitudine, abbandono, la solita roba che prende un sacco chi ha un paio di genitori separati e molti problemi di comunicazione al liceo, insomma. Forma e sostanza al posto giusto nel momento giusto: il giovane Werther punk, romantico ma un sacco incasinato, che suona la chitarra come se fosse la sua peggiore nemica, e alla fine dei concerti la fa pure a pezzi (con implicazioni autodistruttive molto più dirette rispetto all'happening Pop Art anni '60 di Pete Townshend), che non ride né sorride mai, e probabilmente, nonostante il bell'aspetto, non scopa pure da un sacco di tempo. Bleach, il primo album dei Nirvana (e il migliore, se mi permettete) esce per la Sub Pop, registrarlo costa un'inezia (ma i Nirvana devono far entrare temporaneamente in formazione un secondo chitarrista, perché è l'unico nel giro di amici che ha i 600 dollari necessari per pagare lo studio di registrazione!), e fa il botto. Sempre, naturalmente, nel giro undergorund. Fa insomma parlare di sé, porta in giro il nome di questa band di ventenni che, un riff dei Black Sabbath qua, un giro di basso Joy Division style là, una tensione musicale continua e incessante, è capace anche di stemperarsi - raramente, ma ne è capace - in melodie dal vago sapore Beatlesiano (About a Girl),

proponendosi come una delle realtà più interessanti uscite dal mare magnum della Seattle Grunge. E David Geffen, che non è un coglione (per la sua bio, se improbabilmente non sappiate chi sia, consultate Wikipedia... o date un'occhiata alla 'D' di 'SDK' che compare sotto il logo della Dreamworks!), capisce subito come Cobain e i suoi Nirvana possano rivelarsi galline dalle uova d'oro per tempi incasinati come l'inizio dell'ultimo decennio del XX Secolo. Messi sotto contratto per la sua etichetta, con un bel budget a disposizione e la libertà di fare il disco che vogliono, basta sia un po' più pop di Bleach (o, vedendola da un altro punto di vista: esplori più marcatamente le potenzialità melodiche soltanto intraviste nel disco precedente... ehm), i Nirvana sfornano Nevermind. Il disco di alt-Rock perfetto, in tutti gli aspetti. Dal titolo, che rimanda all'album d'esordio dei Sex Pistols, alla copertina naturalmente controversa, all'approccio one-two-three-four-GO! di Ramonesiana memoria degli incipit, alla sensazione di trovarsi ad ascoltare un album degli anni '60 suonato con le motoseghe, tipico dei Sonic Youth, all'immancabile presenza del pezzo, anzi, il PEZZO, che non può non sbancare le classifiche, Smells Like Teen Spirit, che a sua volta ha un titolo che più perfetto non si può. E Nevermind sbanca, sbanca così tanto da diventare un caso. Un disco di una band non esattamente commerciale che viene trasmesso continuamente per radio e MTV, che sale le classifiche di tutto il mondo, e trasforma un trio di sgangherati ragazzotti malvestiti e maleodoranti in superstar nel giro di una notte. Il mondo che si accorge esiste qualcosa chiamato Rock alternativo. E che quindi il massimo dell'avanguardia musicale non sono i Guns n' Roses (che fra l'altro incidono anche loro per la Geffen, oh whatever, nevermind...) Fosse così semplice, sarebbe il... nirvana, appunto. La realtà è che da sempre l'industria, di qualunque tipo, cerca di assorbire le tendenze più sovversive per togliere le avvertenze di pericolosità dalla confezione del prodotto. E' successo e succede nel cinema, in letteratura, nella musica. Nel Rock, anzi, fu una delle prime cose che capitò, quando il ribelle ancheggiante col ciuffo, Elvis di Memphis, venne mandato a fare il soldato e poi a Hollywood e poi a cantare canzoncine innocue come la cover di 'O Sole Mio (che è una grandissima canzone... ma non cantata da Elvis!). Negli anni '80 si era cercato di farlo, con gli Hüsker Dü prima e i Sonic Youth poi, ma il mercato non aveva risposto (anche perché quelle band col cazzo si dimostrarono propense ad annacquare il loro suono, pardon, esplorare più marcatamente le potenzialità melodiche soltanto intraviste nei dischi precedenti). Coi Nirvana rispose, eccome. E gli anni '90 diventarono gli anni del Rock alternativo. Pearl Jam, Pavement, Sugar, Foo Fighters, Promise Ring, Green Day, Blink 182, Silverwing, Nickelback, la lista delle band che, grazie alla porta sfondata dai Nirvana (e da David Geffen), sono riuscite a portare suoni una volta relegati nell'undergorund è davvero troppo lunga e, tutto sommato, inutile. La cosa strana è che oggi, a distanza di vent'anni, quando si sente una chitarra distorta e sporca, un coretto condito con raucedine controllata e una batteria pompata, Grunge insomma, il primo pensiero è: "solito Rock da classifica". Difficile pensare una cosa simile ascoltando l'intro di Purple Haze di Hendrix. Che era una superstar, come Kurt Cobain. Ma in altri tempi e luoghi. Per fortuna gli anni '90 e il 1991 in particolare non sono stati solo alt-Rock alla Nirvana. Lo stesso anno di Nevermind, in Inghilterra, i My Bloody Valentine di Kevin Shields sfornarono Loveless, il vero capolavoro dei Nineties; poco più avanti nel tempo, certi Radiohead giocarono anch'essi con forme d'onda sonore senz'altro più pure e, dando tempo al tempo, più ampie di quelle lasciate dietro di sé da Kurt Cobain. E David Geffen.

1991
Il conflitto del 1991 è di grande interesse in quanto si è trattato del primo scontro dell’era post Guerra Fredda, con la peculiare caratteristica del massiccio coinvolgimento mediatico nel racconto dell’evento. Inoltre, con l’Unione Sovietica sulla via delle riforme e prossima alla dissoluzione, la Guerra del Golfo fu la prima guerra con gli Stati Uniti come unica super potenza monopolizzatrice. Per capire i fatti del ’91 si deve necessariamente compiere un passo indietro all’anno precedente; il 2 agosto 1990 Saddam Hussein decide di occupare il Kuwait. Ciò che spinse il rais a tale gesto fu il disastro economico in cui l’Iraq era piombato a causa del lungo conflitto con l’Iran, terminato solo nel 1988; gli obiettivi di Saddam erano quindi il giacimento petrolifero di Rumayla e l’importante accesso al Golfo Persico tramite la conquista delle isole di Bubiyan e Warba. Tuttavia, l’avversione allo sceiccato kuwaitiano era motivata all’interno con discutibili rivendicazioni storiche o con gli atti del governo di Kuwait City per abbassare il prezzo del petrolio, causando all’Iraq ingenti perdite economiche. L’atto di guerra contro il Kuwait fu immediatamente condannato dalla Lega Araba (14 membri su 21) e dall’ONU che – con la risoluzione 661 – impose l’embargo commerciale totale allo stato di Baghdad. Intanto, l’Arabia Saudita – intimorita dalle ambizioni irachene – si adoperò per ospitare una forza multinazionale ‘monopolizzata' dagli Stati Uniti come deterrente per Saddam. Tale fatto provocò una conseguenza che – all’epoca – passò inosservata: Osama Bin Laden ruppe col proprio Paese e iniziò la sua lotta contro l’America e i suoi alleati. Per farsi alleggerire il debito pubblico anche l’Egitto decise di inviare un proprio contingente contro l’Iraq. L’OLP di Arafat si schierò invece in favore del leader iracheno mentre Israele volle mantenersi neutrale. Un altro atteggiamento politico fu sorprendente ai più: la Siria – da sempre nemica di Usa e Gran Bretagna – si schierò contro Saddam. Gli Sati Uniti – governati da Bush – videro nel conflitto un’occasione per lavare l’onta del Vietnam e affermarsi come potenza determinante negli atti di ‘polizia internazionale’. A tali motivi vanno aggiunti interessi politici ed economici nell’area, con un’Iraq intenzionato ad alzare il prezzo del petrolio e minaccioso vero Israele. Per gli amanti del ‘machiavellismo’ ricordo che solo poco tempo prima gli Stati Uniti e il Kuwait sostennero Saddam Hussein contro l’Iran. Falliti tutti i tentativi diplomatici e di distensione, nel novembre 1990 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – con la sola astensione della Cina – approvò l’uso della forza contro l’Iraq. Il 5 gennaio 1991 Bush intimò al suo rivale di Baghdad di abbandonare il Kuwait entro 10 giorni. Cessato l’ultimatum, nella mezzanotte tra il 15 e il 16 gennaio, iniziò l’operazione Desert Storm, ovvero l’attacco aereo delle forze alleate comandate dal generale Schwartzkopf. Anche l’Italia diede il suo piccolo contributo, inviando una squadriglia aerea di ricognizione oltre che due navi; il 18 gennaio i piloti italiani Maurizio Cocciolone e Gian Mario Bellini risultarono dispersi. Ricompariranno due giorni dopo sulla tv irachena, insieme ad altri tre prigionieri, mentre Cocciolone recita un messaggio contro la guerra. Tale video è un prologo dei futuri rapimenti nelle zone di guerra del XIX secolo, con analogo utilizzo dei mass media da parte del terrorismo islamico. Il 22 gennaio – mentre un missile iracheno venne scagliato contro Tel Aviv – Saddam fece bruciare i 732 pozzi petroliferi del Kuwait; per spegnerli tutti ci vorranno dieci mesi. Il conflitto proseguì con i massicci bombardamenti degli alleati, ufficialmente contro gli obiettivi militari iracheni, causanti migliaia di vittime tra i civili. Le operazioni

dell’aviazione militare, per oltre un mese, furono le sole azioni da parte della coalizione; tali atti riuscirono a fiaccare l’Iraq e fecero risorgere l’opposizione interna (specialmente di Curdi e Sciiti). A febbraio, Saddam è intenzionato a chiudere il conflitto alla prima occasione utile per occuparsi della repressione dei dissidenti. Il 24 febbraio parte l’offensiva alleata di terra per liberare il Kuwait; tuttavia, si marcia anche verso Baghdad, nonostante l’abbattimento del regime non sia un obiettivo della missione. La resistenza dell’armata popolare irachena è piuttosto scarsa. Il 26 Saddam annuncia il ritiro dalla regione occupata e l’accettazione incondizionata della risoluzione ONU. Il 27 febbraio gli alleati entrano a Kuwait City; le forze armate americane, che avrebbero dovuto continuare l’avanzata verso la capitale irachena, sono bloccate in quanto l’obiettivo della coalizione è raggiunto. La guerra è finita: il 3 marzo il cessate il fuoco è ufficiale. A conflitto concluso inizia la tragedia dei curdi. La responsabilità di ciò ricade sulle forze multinazionali che – ingenuamente – hanno abbandonato subito l’Iraq, non curandosi dei conflitti interni. È il presagio della tragedia di quattro anni dopo a Srebrenica; l’analogia tra un’incompetenza ONU nel ’91 e quella della NATO nel ’95 è lampante. Il ministro degli interni iracheno – detto sinistramente Alì il chimico – sollecitato dal rais, usò gas asfissianti e napalm allo scopo di sconfiggere i ribelli curdi occupanti Kirkuk. Oltre ai curdi, anche l’opposizione sciita fu oggetto di una repressione sanguinosa. L’ONU farà comunque in tempo a farsi gabbare un’altra volta: sollecitata dalla Francia, invia un contingente nel nord iracheno1 al fine di proteggere l’esodo di due milioni di curdi verso Iran e Turchia. Solo due giorni dopo il ritiro, la repressione contro i curdi riprese. Quando avremo un’istituzione internazionale autorevole?

Note
1. Questo contingente agisce tra il 13 e il 18 aprile 1991.

1991
Il 10/04/1991 il Traghetto Moby Prince della compagnia Navarma lascia la banchina del porto di Livorno alle 22:03, con 141 persone a bordo tra passeggeri ed equipaggio. Alle 22:14 viene visto dall'avvisatore marittimo che avvisa la capitaneria dell'uscita. Alle 22:25 viene captato il May-Day. Il traghetto entra in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, ancorata in rada. Il traghetto si incendia e muoiono tutti tranne un giovane mozzo. Nessun ferito sulla petroliera. Le cause ufficiali del disastro, riprese nella sentenza, sono nebbia, eccessiva velocità del Moby, equipaggio del traghetto distratto da una partita di Coppa. Le contraddizioni si sprecano: La nebbia: Per alcuni c'era, per altri no, interessante notare come qualcuno abbia testimoniato che assomigliava a fumo, sia nell'aspetto che all'olfatto. Altri ancora riferiscono di strani tipi di nebbia che avrebbero interessato esclusivamente l'Agip Abruzzo...c'era Fantozzi a bordo? Eccessiva velocità ed equipaggio distratto: Le testimonianze al processo sono unanimi. Il comandante Ugo Chessa era conosciuto e stimato come persona seria ed estremamente ligia al dovere. L'unico sopravvissuto, il mozzo Alessio Bertrand, ha testimoniato di essere salito in plancia per portare panini al personale di guardia; comandante, ufficiale in seconda, marconista e timoniere. Tutti erano regolarmente al loro posto. Il pilota del porto, che lasciò il Moby poco prima della collisione ha confermato che il radar era regolarmente in funzione. Possibile inoltre che nessuno in plancia si accorga di essere in rotta di collisione, con una nave lunga più di 330 metri, larga 51 e alta 25? Vi sono altri numerosi elementi da prendere in considerazione per imbastire un tentativo di ricostruzione: 1) Il grande affollamento che vigeva nella rada del porto di Livorno la notte del disastro. Quella notte la rada del porto di Livorno è ricca di presenze mercantili, petroliere, navi militari e naviglio minore. Le navi ancorate in rada devono tenersi, per motivi di sicurezza, al di fuori del cosiddetto ‘cono di uscita’ adibito al transito delle navi che vanno e vengono dal porto. 2) Le incongruenze sulla effettiva posizione della petroliera al momento della collisione. Nei primi concitati messaggi a seguito della collisione, la petroliera comunica le coordinate della sua posizione. Da successive verifiche la nave risulterebbe dentro il cono d'uscita. Nell'inchiesta vengono acquisite le coordinate relative alla petroliera due giorni dopo il disastro. Perché? L'ufficiale di macchina ha testimoniato che la nave mosse per almeno dieci minuti in seguito alla collisione. In seguito si appurerà che l'Abruzzo ha fornito almeno 4 diverse posizioni. 3) Le incongruenze nelle dichiarazioni del comandante e del marconista dell'Agip Abruzzo. Dapprima parlano di una nave che "ci è venuta addosso", in seguito parlano di collisione con una ‘bettolina’. Intervistato in banchina il comandante Superina parla di una nebbia fittissima come probabile causa del crash. Subito dopo la collisione via radio dicevano: "Livorno ci vede, e ci vede con gli occhi.“ 4) Il grave ritardo dei soccorsi verso il Moby Prince. "Sembrava una bettolina quella che ci è venuta addosso. Attenti a non scambiare loro per noi": questa è la richiesta di soccorso dall'Abruzzo. Intanto il Moby Prince,

in fiamme e coi motori e l'impianto di condizionamento acceso, vaga per la rada. Solo alle 23:35, più di un'ora dopo la collisione, una piccola imbarcazione con due ormeggiatori a bordo raggiunge il traghetto e trova il mozzo attaccato al parapetto di poppa, lo invitano a lanciarsi in mare per poi recuperarlo. I due ormeggiatori chiedono aiuto alla capitaneria, secondo il mozzo vi sono ancora persone da salvare. Il mozzo viene riportato in porto da una motovedetta. Secondo chi l'accompagnava, dichiarò: "tutti morti bruciati". Alle 3:30 un marinaio sale a bordo per agganciare il traghetto che viene trainato in porto dove viene finalmente estinto l'incendio a mattina inoltrata. Da notare che a seguito dell'autopsia si appurò che le vittime erano tutte morte per asfissia causata da prolungata inalazione dei fumi dell'incendio. Da notare altresì, che la maggior parte degli imbarcati venne trovata radunata in uno dei saloni della nave, dotata di paratie tagliafuoco. Probabilmente vennero radunati in attesa dei soccorsi che si attendevano in breve tempo vista la vicinanza al porto. Ma non basta. La mattina un elicottero dei carabinieri sorvola il relitto e riprende il ponte di poppa, si intravede un uomo steso, sembra addormentato ma è integro; i vigili del fuoco salgono a bordo due ore dopo e lo trovano carbonizzato. C'era qualcuno ancora vivo? Certamente sì. 5) La presenza, poco distante, della base NATO di Camp Darby. Poco distante dal porto di Livorno è ubicata la base NATO di Camp Darby. La prima Guerra del Golfo era terminata poco più di un mese prima, e vi era un gran movimento di imbarcazioni militari e non che movimentavano in quei giorni grosse quantità di armamenti, munizionamenti soprattutto. Venivano usate anche piccole imbarcazioni, pescherecci e barchette varie appositamente assoldate. Due soprattutto hanno creato qualche dubbio, la 21 Octobar II e la Theresa. La prima soprattutto verrà collegata all'omicidio di Ilaria Alpi in Somalia. Ve ne sarebbero di ulteriori, ma ben più sinistri: 6) L'ipotesi della bomba a bordo, priva di alcun riscontro. Alcuni hanno a gran voce parlato della presenza di una bomba a bordo che avrebbe deviato la rotta del traghetto facendolo collidere con la petroliera. L'unico sopravvissuto non ne ha mai accennato. Inoltre, nel salone dove erano raccolte gran parte delle vittime è stata ritrovata, sotto di esse, una borsa con una videocamera, col nastro miracolosamente intatto. Il video mostra poche scene, le prime in uno dei saloni della nave dove sono raccolti passeggeri ed equipaggio che si guardano la partita, poi prosegue in una delle cabine. Poco prima dell'interruzione dell'audio c'è chi giura di sentire un boato, che potrebbe essere sia frutto di un'esplosione sia della collisione. Bomba messa da chi?, viene da chiedersi, e con quale movente?

7) Il tentativo di sabotaggio dei leveraggi del timone, operato sul relitto del Moby da parte di un nostromo della Navarma, per conto di un dirigente della compagnia stessa. Il nostromo Navarma Ciro DiLauro, autoaccusatosi di aver manomesso la barra del timone del relitto. Era il nostromo del Moby salvatosi grazie ad una licenza. Raccontò di essere In ogni porto esiste un salito sul relitto il 12 aprile insieme all'ispettore tecnico “cono di divieto”: Navarma Pasquale D'Orsi che lo convinse a picchiare con un’area che deve una lancia antincendio su ciò che rimaneva del timone, per essere lasciata libera al portarlo in posizione da ‘manuale’ ad ‘automatico' con la passaggio delle navi in promessa di un lavoro presso una rinomata ditta di uscita. rimorchiatori. Lo scopo era di scaricare la responsabilità su timoniere e comandante. D'Orsi si è prontamente chiamato fuori dalla faccenda, asserendo che DiLauro avrebbe agito da solo, ma la testimonianza di quest'ultimo è avvalorata da numerose Stando agli atti del processo, la petroliera altre. si trovava fuori dal cono 8) L'affondamento del relitto nel 1998. Il fatto parla da sé. Solo un caso in una vicenda così quando avvenne torbida, o un ulteriore tentativo di insabbiamento? l’impatto col Moby 9) La presenza, nello scafo della petroliera, di due squarci Prince. con peculiari caratteristiche e di un tubo d'aspirazione semicarbonizzato. Quella sera nella rada di Livorno vi erano due petroliere del gruppo SNAM, Agip Napoli e appunto Agip Abruzzo, entrambe autorizzate a fare ‘bunkeraggio’, ossia Dalle comunicazioni di rifornimento in mare ad altre imbarcazioni. C'è un video su bordo risulta in base youtube, girato a bordo di una motobarca dei vigili del alle coordinate fuoco, in cui viene ripresa la fiancata della petroliera, a comunicate, che la dritta, ossia a destra. Sotto il cassero di poppa si nota un petroliera si trovava grosso squarcio, sicuramente quello prodotto dalla prua del ben dentro il cono. Moby Prince, ma se ne nota un secondo, più piccolo, a destra di quello principale. Difficile credere che il Moby, dopo la prima collisione, abbia fatto retromarcia e abbia nuovamente cozzato sull'Abruzzo. Ricordiamoci del comandante Superina che prima parla dell'urto con una nave, poi parla di bettolina. Altro elemento: una cisterna dell'Abruzzo non sigillata con un tubo, una manichetta semicarbonizzata che ne fuoriesce. Stavano forse rifornendo qualcuno? 10) Lo scoppio di un incendio nella plancia della petroliera, tre giorni dopo la strage, che riduce in cenere il giornale di bordo. Anche in questo caso si può parlare di una coincidenza? Difficile credere che si lasci continuare a bruciare una petroliera carica... 11) Il tentato omicidio, nel 2007, di un consulente sul caso. Fabio Piselli, ex parà della Folgore che indagava privatamente sulla morte del fratello, incappò in alcuni documenti dell'ambasciata americana, interessanti riguardo la tragedia del Moby Prince. Nel 2007 venne aggredito da alcuni uomini incappucciati che dopo averlo malmenato lo rinchiusero nella sua auto a cui poi dettero fuoco. Per fortuna riuscì a liberarsi e a dare l'allarme. A giorni si Nell’immagine sopra sono visibili due squarci nello scafo della petroliera. Il più sarebbe dovuto incontrare con l'avvocato Carlo Palermo, grande è certamente quello dell’impatto legale dei figli del comandante del Moby, Ugo Chessa. col Moby Prince, ma il secondo cosa c’entra? Indica una esplosione o si tratta di un secondo impatto con un’altra

CONO DI DIVIETO

CHI DOBBIAMO CREDERE?

DOPPIO SQUARCIO

12) Nebbia o fumi d'incendio? Significativa la testimonianza di un ufficiale della Guardia di Finanza che parla di una serata limpida con visibilità pressoché perfetta. In seguito alla richiesta se ci fosse nebbia rispose di sì, ma era una nebbia strana, non fresca e piacevole, ma acre e puzzolente... sarà stato fumo d'incendio? Una splendida serata sul mare, poi una petroliera viene avvolta da una bolla di nebbia, e un traghetto ci va a cozzare contro, tutti accorrono verso la nave cisterna mentre il traghetto con 141 persone a bordo brucia come una fiaccola. Lo lasciano bruciare, su questo non ci piove. Lo localizzano alle 23:35, quando viene ripescato Bertrand. Solo alle 3:30 un marinaio vi sale per agganciarlo. E solo a mattina inoltrata i vigili del fuoco ci mettono piede. Una tempestività incredibile. Non vi è il minimo coordinamento nei soccorsi. L'inchiesta è una farsa, nessun colpevole, nemmeno per i ritardi sui soccorsi. Il comandante del porto, il comandante della petroliera, nessuno ha pagato. Ecco lo scenario: l'Agip Abruzzo che rifornisce in mare altre imbarcazioni, ma qualcosa va storto. Una collisione seguita da un incendio e forse da un'esplosione, petrolio in mare che si incendia. Sulla petroliera c'é un black-out, circostanza confermata da due testimoni, una signora che passeggia sul lungomare e una guardia dell'Accademia Navale. Il Moby arriva sul posto attraversa il mare in fiamme e cozza sull'Abruzzo. Altro petrolio che si scarica sia in mare che sul Moby. L'equipaggio, come da procedura, raduna i passeggeri nel salone DeLux, dotato di paratie A60, 60 minuti di resistenza al fuoco. Messi al sicuro i passeggeri, parte dell'equipaggio, marinai, comandante, timoniere, marconista e ufficiale in seconda, cercano di organizzare l'abbandono della nave. Ma il Moby sta galleggiando su un mare di petrolio in fiamme, cadono uno dopo l'altro asfissiati dai fumi dell'incendio. Uno si lancia in mare con uno zatterone, viene ripescato senza vita coi vestiti e i polmoni pieni di petrolio. Bertrand si attacca al parapetto di poppa, dove lo trovano i due ormeggiatori. Intanto nel salone DeLux le paratie iniziano a cedere. L'ambiente è rifornito d'aria dall'impianto di ventilazione che verrà trovato ancora in funzione dai vigili del fuoco il giorno dopo. Entra fumo, i soccorsi che si attendevano a minuti non arrivano. Il fumo continua a penetrare. Qualcuno, forse gli ultimi sopravvissuti, in extrema ratio aprono una delle porte per tentare la fuga, ma dà ossigeno alle fiamme che già stavano divorando la nave e che così fanno scempio di chi si trova nel salone. Un passeggero austriaco si era rifugiato in sala macchine, addirittura si era immerso nell'acqua di sentina ma è stato lo stesso ucciso dal monossido di carbonio. Si parla di ossa ridotte in cenere dal calore. Un forno crematorio ci mette un'oretta a 900 gradi per incenerire gran parte di un cadavere i cui resti vengono anche frantumati prima di essere riposti nell'urna funebre. Un classico incendio domestico viaggia tra i 250 e 300 . Quanto è rimasto il Moby in balia delle fiamme? Tanto. E perché? Perché i soccorsi si sono concentrati esclusivamente sulla petroliera? Come mai nessuno ha pensato di scandagliare il fondale nella zona del disastro, magari alla ricerca di qualche relitto che indicasse il punto d'impatto? E se qualcuno lo avesse già fatto, magari per togliere qualcosa di compromettente?

“Come si possono dimenticare certi giorni e certi eventi? È ancor più difficile quando questi eventi hanno segnato in qualche modo la nostra Storia”

2001
Così abbiamo chiesto a un giovane ragazzo, Simone, di ripercorrere le paure e le angosce del giorno più lungo della sua vita. L'11 Settembre 2001 si trovava a New York, cuore centrale degli attentati in cui persero la vita 2974 persone. Cosa ti ricordi del'11 settembre 2001? A Manhattan era mattina presto quando il sistema di sicurezza degli Stati Uniti andò nel panico. Io fui svegliato da un frastuono assordante. Tutti dormivano tranne me. Mi alzai e mi avvicinai di corsa alla finestra che dava sulla baia di Manhattan. Vidi fumo nero fuoriuscire dalla torre numero 1. Ero troppo piccolo per capire quello che stava accadendo. Svegliai i miei zii dicendo loro di alzarsi e di venire a vedere. Dopo pochi minuti i nostri occhi si conficcarono tutti nel grattacelo, poi vedemmo avvicinarsi un altro aereo: quello diretto nella torre numero 2. Venni allontanato dalla finestra da mio cugino, velocemente. Mi accese la televisione, disperatamente, per farmi vedere i cartoni animati, ma invece... Invece c'era lo spettacolo apocalittico degli uomini appartenenti all'organizzazione terroristica di Al–Qa'ida. Furono due i voli dirottati sul World Trade Center: il volo American Airlines 11 e il volo United Airlines 175. Un altro gruppo dirottò il volo American Airlines 77 che andò a schiantarsi contro il Pentagono. I dirottatori del quarto aereo, il volo United Airlines 93, intendevano colpire la Casa Bianca e invece precipitarono nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania. A questo punto capii che non era un fatto normale, che stava accadendo qualcosa fuori dalla quotidianità. Immaginai uomini intrappolati in lamiere di metallo perché in tutta New York imperavano le sirene dei vigili del fuoco. Capii che non fu più possibile tornare indietro... Qual è la cosa più rilevante da dire sul volo United Airlines 93? Il dettaglio di maggior rilievo di quel volo era sicuramente la scatola nera. L'unico pezzo dell'aereo che non si era perso, che non era andato distrutto. Era tutto registrato all'interno di quella scatola. Nera perché sarebbe potuta cadere nel dimenticatoio, invece di passare alla storia per le informazioni che ha dato all'intera commissione del'11 settembre. Si venne a conoscenza, dunque, che sul volo United Airlines 93 i passeggeri e i controllori di volo tentarono di sottrarre il controllo dell'aereo ai dirottatori. Questo dopo che ricevettero la notizia che altri aerei erano stati mandati a schiantarsi contro altri edifici. Non appena i dirottatori si resero conto che stavano perdendo il controllo del velivolo, uno di loro diede l'ordine di virare.

L'aereo si andò a schiantare in un campo vicino a Stonycreek alle ore 10:03 della mattina (14:03:11 UTC). In seguito uno dei dirigenti di Al–Qa'ida, Khalid Shaykh Muhammad, affermò che l'obbiettivo era il Campidoglio di Washington. Nome in codice ‘facoltà di legge.’ Quali furono gli obbiettivi degli altri aerei? Gli altri aerei sono quelli che ho visto io. Ero proprio davanti al vetro quando vidi l'American Airlines 11 e lo United Airlines 175 schiantarsi contro le torri nord e sud del World Trade Center. Ricordo che la prima torre ad essere colpita fu la torre meridionale. Il volo era lo United Airlines 175. Venne colpita alle 9:03 e il WTC 2 collassò 56 minuti più tardi. Il volo American Airlines 11, invece, colpì alle 9:14 il WTC 1. Collassò alle 10:28, dopo un incendio di circa 102 minuti. La caduta del World Trade Center 1 produsse numerosi detriti che danneggiarono la vicina WTC 7. A causa dello scoppio degli incendi la penthouse crollò alle ore 17:21, ora locale.» Quali furono le cause che portarono al crollo del World Trade Center? Ricordo che il National Institute of Standards and Technology aveva diramato nell'ottobre del 2005 un rapporto riguardo al

WTC 1 e al WTC 2. Il 21 agosto 2008 venne pubblicato il rapporto sul WTC 7. Questo rapporto stabilì che il crollo dell'edificio era stato causato dalla dilatazione termica, prodotta dagli incendi incontrollati per ore, dell'acciaio della colonna primaria, la numero 79. Il cedimento diede inizio ad un collasso progressivo delle strutture vicine. Ricordi quali furono le prime precauzioni che vennero adottate? Ho ancora in testa la concitazione di quegli attimi. Le urla di centinaia di persone, le sirene impazzite dei vigili del fuoco e il rumore assordante di quegli elicotteri. Era chiaro che c'era stata una falda nel sistema di sicurezza. Pertanto fu proibito a tutto il traffico aereo civile internazionale di atterrare su terreno statunitense per tre giorni. Gli aerei che erano già in volo furono fatti atterrare in Canada e Messico. Quanti decessi ci furono durante gli attentati? Sappiamo tutti che quando si parla di perdite di vite umane si gioca con i numeri. Purtroppo possiamo soltanto dire che furono in molti a perdere la vita. Se pensiamo, però, al numero delle persone presenti nei luoghi delle stragi possiamo affermare che la perdita fu ancora minima.

Le vittime degli attentati furono 2974: 246 su quattro aeroplani, 2603 a New York e 125 al Pentagono. Ancora oggi si contano 24 dispersi. I civili presenti nel complesso del World Trade Center erano tra i 14.154 e i 17.400. Al momento dell'attacco venne fatta evacuare tutta la zona dell'impatto. Le vittime che si trovavano nella zona dell'impatto o nei piani superiori della torre meridionale erano 1366. Almeno 200 persone saltarono dalle torri in fiamme e morirono.

Sono emblematiche le foto degli uomini che si lanciano, precipitando sulla strada e sui tetti degli edifici. Altri, disperatamente, attesero sui tetti sperando di essere salvati dagli elicotteri, ma a New York nessuno pensò ad un salvataggio di quel tipo... Inoltre, in molti casi, le porte che portavano ai tetti erano chiuse. Anche le forze dell'ordine persero un numero ingente di uomini. Il dipartimento dei vigili del fuoco perse 341 uomini, il dipartimento di polizia perse 23 agenti, la polizia portuale ne perse 37 e i servizi di emergenza medica ne persero 16 tra tecnici e paramedici. La Cantor Fizgerald L.P., una banca di investimenti, perse 658 impiegati. La Marsh Inc. perse 295 impiegati. La Aon Corporation perse 175 dipendenti. Tutto questo non dice assolutamente nulla. È fin troppo noioso da leggere, perché come al solito si parla sempre di numeri. Mi accorgo di non dire niente. Soltanto 1600 persone furono identificate. Vennero raccolti 10.000 frammenti di ossa e tessuti che furono impossibili da ricollegare alla lista dei decessi.

Scendere qui, nella fossa, dove migliaia di persone persero la vita, quale emozione produce in te? Se penso che dieci anni fa avevo solo 11 anni, fa male. Ora che sono più uomo, va meglio. Ricordo ancora i rivoli di pianto che sgorgavano dal mio volto. Non capivo ancora cosa fossero il bene e il male. Mi ero appena avvicinato alla vita. Ricordo come per cancellare i ‘mostri’ fu inevitabile dover andare dallo psicologo. Ero piccolo e gli uomini di Al–Qa'ida si erano impossessati della mia mente. La notte successiva, nel silenzio surreale di New York, interrotto dalle ruspe al lavoro, io guardavo questo cratere dal 168 piano della mia stanza. Per l'intero anno successivo non riuscì più a dormire nel letto da solo. Chi è Al–Qa'ida? L'origine di Al–Qa'ida risale al 1979, anno dell'invasione sovietica dell'Afghanistan. Osama Bin Laden si recò in Afghanistan per collaborare con l'organizzazione dei mujaheddin arabi e alla formazione di Maktab al–Khidamat, il cui scopo era quello di raccogliere fondi e assoldare i mujaheddin, per resistere all'Unione Sovietica. Quando nell'89 le forze russe si ritirarono, il Maktab al–Khidamat si trasformò in una 'forza di intervento rapido' della jihad contro i governi del mondo islamico. Sotto la guida di Ayman Al– Zawahiri, Bin Laden assunse posizioni più radicali. Nel 1996 promulgò la prima fatwa1. Lo scopo era quello di allontanare i soldati statunitensi dall'Arabia Saudita. Nel 1998 promulgò un'altra fatwa in cui avanzò delle obbiezioni alla politica estera degli Stati Uniti nei riguardi di Israele. Nella stessa criticava la presenza delle truppe statunitensi anche dopo la fine della Guerra del Golfo. Bin Laden citò testi dell'Islam per esortare ad azioni di forza contro soldati e civili statunitensi fin quando non saranno risolti i problemi. Come furono organizzati gli attacchi del'11 settembre 2001? L'idea degli attentati nacque da Khalid Shaykh Muhammed. Fu il primo a presentarla a Osama Bin Laden nel 1996. In quell'anno Osama e l’organizzazione di Al–Qa'ida, appena tornati dal Sudan, vivevano un periodo di transizione. L'attacco diretto agli Stati Uniti era incominciato nel 1998 con gli attentati alle ambasciate statunitensi. Alla fine del 1998 e all'inizio del 1999, Bin Laden diede il proprio consenso a

Muhammed per l'organizzazione dell'attentato. Si ebbero una serie di incontri nella primavera del 1999 tra Khalid Shaykh Muhammed, Bin Laden e Mohammed Atef. Osama approvò e garantì il sostegno finanziario. Fu anche coinvolto nella scelta dei partecipanti all'attacco, tanto che fu lui a scegliere Mohammed Atta come capo dei dirottatori. Fu lui a fornire il supporto operazionale, selezionando gli obbiettivi e organizzando i viaggi per i dirottatori. Il dato eloquente è che 27 membri di Al–Qa'ida tentarono di entrare negli Stati Uniti d'America per prendere parte agli attacchi del'11 settembre. Non tutti gli obbiettivi vennero accettati da Bin Laden. Venne respinta la U.S. Bank Tower di Los Angeles. La 9/11 Commission affermò che gli organizzatori dell'attentato del'11 settembre spesero in totale tra 400.000 e 500.000 dollari per progettare e mettere in atto il loro attacco. Rimane, tuttavia, ancora anonima la precisa origine dei fondi utilizzati per gli attacchi. Da dove provenivano i dirottatori? Fu possibile attribuire un'identità a tutti? Quindici dirottatori provenivano dall'Arabia Saudita. Due dagli Emirati Arabi Uniti. Uno dall'Egitto. Uno dal Libano. Per la prima volta fu introdotta una nuova figura di attentatori suicidi. Erano adulti maturi e ben istruiti, la cui visione del mondo era ben formata. Dopo alcune ore dagli attacchi, l'FBI fu in grado di determinare i nomi e, in molti casi, i dettagli personali dei sospetti piloti e dirottatori. Il 27 settembre l'FBI rese pubbliche le foto dei 19 dirottatori, assieme alle informazioni sulle possibili nazionalità e sui falsi nomi. Impiegarono un numero ingente di agenti speciali che fino a quel momento non era mai stato messo in campo: 7000. Quali furono le reazioni a questi attacchi? La risposta degli Stati Uniti fu quella che conosciamo oggi. La guerra al terrorismo. Il gesto fu condannato da tutto il Medioriente, ad eccezione dell'Iraq. In una dichiarazione affermarono che "i cowboys americani stavano cogliendo il frutto dei loro crimini contro l'umanità". Gli attentati spinsero la politica degli Stati Uniti a dichiarare guerra al terrorismo. In un primo tempo all'Afghanistan, governato dai Talebani; in un secondo tempo all'Iraq di Saddam Hussein. Quale dichiarazione di Osama Bin Laden fece scatenare questa ondata di violenza? Durante tutta la storia dei popoli islamici gli ulema2 hanno unanimemente affermato che la Jihad è un dovere individuale se il nemico devasta i paesi musulmani. Stiamo uscendo dal luogo del dolore. Che cosa ti senti di aggiungere? È difficile uscire da questo luogo senza versare nessuna lacrima. Non tornavo a Ground Zero dal giorno in cui ho lasciato New York. Ricordo ancora i controlli effettuati all'aeroporto e il timore di trovarsi una persona di origine araba di fianco. Il terrorismo era ormai diventato un vocabolo quotidiano. Era entrato nella mente di tutti e, credo, risieda ancora oggi nella mente di ognuno di noi. Per cancellare le immagini e i pensieri è stata dichiarata guerra al terrorismo. Oggi, a distanza di anni, è ancora necessario combattere un nemico invisibile? La domanda, ritengo, sia lecita. Non è stato sconfitto il terrorismo con l'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq. È stata semplicemente allargata la macchia dell'odio. Come dice Gandhi "all'odio bisognerebbe rispondere con l'indifferenza e non con altra violenza". Mi auguro che le parole che hai detto siano presto un sogno reale. Grazie mille, Simone, della disponibilità a percorrere con noi i giorni più bui della tua vita. Note
1. Si tratta di una sentenza di conformità alla dottrina islamica. Se un musulmano vuol sapere se una sua condotta è o meno conforme si rivolge a un esperto della legge che dà una risposta detta appunto ‘fatwa’. Il problema però è che non esiste una gerarchia o una organizzazione centralizzata e quindi le fatwa possono e sono spesso contrastanti e hanno valore nella misura in cui chi le emette ha prestigio e fama. 2. Dotti mussulmani di ‘scienze religiose’.

2011
Con questo slogan si conclude a Dakar il Seminario Internazionale di Studio e Confronto sulla campagna NOPPAW: Nobel Peace Prize for African Women. L’obbiettivo? Assegnare alle donne dell'Africa il Nobel per la Pace 2011. Perché? Le donne, in Africa, sono protagoniste e trainanti sia nei settori della vita quotidiana che nell’attività politica e sociale. Sono loro che reggono l’economia familiare, nello svolgimento di quell’attività che permette ogni giorno, anche in situazioni di emergenza, il riprodursi del miracolo della sopravvivenza. Il Seminario ha visto la partecipazione di circa 150 persone, in gran parte donne del Senegal e di altri Paesi d’Africa ed Europa. Tra le tante cose si è discusso della presenza e del coinvolgimento nel Forum Sociale Mondiale che si svolgerà a Dakar, proprio a febbraio 2011. Inoltre è prevista l’organizzazione di una carovana che verrà realizzata insieme all’associazione Cinemobil e che partirà dal Sud Africa per arrivare a Stoccolma, toccando tutti i Paesi d’Africa e d’Europa. Nel contempo, sarà promossa una carovana di donne che toccherà tutte le regioni del Senegal. Un altro evento internazionale è previsto per marzo 2011 a Bruxelles in occasione della Festa della donna: verranno coinvolti istituzioni internazionali, parlamentari, associazioni. Parallelamente la Campagna Noppaw continuerà e portare avanti il suo impegno per la raccolta delle firme di adesione all’appello con l’obbiettivo di raggiungere 2.000.000 di adesioni. La campagna vuol coinvolgere Premi Nobel, Capi di Stato e di Parlamento, persone del mondo della cultura, dello sport e dello spettacolo, affinché supportino nei rispettivi settori questa iniziativa, con una particolare attenzione alle donne, sia in Africa che nelle altre parti del mondo. Verranno individuati contenuti e storie di vita femminile per preparare, entro la fine di febbraio 2011, un dossier di candidatura da presentare al Comitato del Nobel di Stoccolma. Contemporaneamente verranno programmate le prossime tappe per fare in modo che la Campagna Noppaw arrivi in tutti i Paesi del mondo. L’impatto che questa campagna sta avendo nella società senegalese e nei Paesi in cui è stata presentata è ottima. La partecipazione è attiva, responsabile, costante, quotidiana e vede le donne come prime e spesso uniche protagoniste. Le donne africane meritano il Premio Nobel per la Pace perché sono costruttrici di pace, per la grande dignità e la forte determinazione con cui guardano avanti nonostante le difficoltà che incontrano. Senza di loro non è concepibile né il presente né il futuro dell’Africa. Sono loro la speranza per il futuro del continente. Finora la proposta di assegnare il Nobel per la Pace alle donne africane nel loro insieme non ha avuto buon esito. Anche se presentata calorosamente, da qualche anno a questa parte, per ora è rimasta appunto solo una proposta. Il 2011, finalmente, potrebbe essere l’anno giusto, quello che vedrebbe consegnare il più illustre premio alle donne del continente africano, quelle che, senza nome per il mondo, quotidianamente combattono la loro battaglia per l’Africa. In una terra martoriata ancora da guerre e carestie le donne africane fronteggiano il virus dell’Aids e la decimazione della malaria, sono la colonna portante dell’economia informale, rappresentano il cardine delle relazioni sociali nei villaggi e

sono le prime depositarie dei segreti dei vincoli sacri che legano l’uomo all’ambiente. Tutto questo nell’anonimato e nel silenzio, senza gli agi della tecnologia e del benessere, senza poter dare nulla per scontato. Non il diritto alla parità, non quello allo studio, né all’accesso all’acqua potabile, all’alimentazione, alla salute, alla libertà. Ma per loro tutto questo non vale la rassegnazione. Continuano a battersi per un domani migliore per sé, per i propri figli e per il proprio Paese. Sono loro le più attive nella formazione sanitaria della loro comunità, loro a subire e a combattere l’infibulazione e le mutilazioni genitali. Sono proprio le donne, per la maggior parte, a lavorare i campi in una terra che quasi mai appartiene a loro, solo perché di sesso femminile. Sono migliaia le organizzazioni di donne impegnate nella politica, nelle problematiche sociali, nella salute, nella costruzione della pace. Sono le donne che trovano il coraggio di alzarsi di fronte alle prevaricazioni del potere e la forza di difendere i diritti dei più deboli. Il Nobel per la Pace spetta a loro, come diritto inequivocabile, come forza collettiva. Non a una singola personalità, ma a una coralità sfaccettata e compatta per una missione condivisa. "L’Africa cammina con i piedi delle donne. Le donne sono la spina dorsale che la sorregge. In tutti i settori della vita: dalla cura della casa e dell’infanzia, all’economia, alla politica, all’arte, alla cultura, all’impegno ambientale. Senza l’oggi delle donne non ci sarebbe nessun domani per l’Africa", spiega l’appello che promuove l’assegnazione del Premio. E perché questo appello acquisti un tono di voce alto e inconfondibile, occorre che l’apporre la propria firma in calce diventi un bisogno di ognuno di noi. Occorre che ogni firma sotto l’appello divenga mobilitazione. Abbiamo tutti l’occasione di alzare di una tacca il volume di questa voce: http://www.noppaw.org/

cultura
Emilio Salgari nacque a Salzano nel 1862 da madre veneziana e padre veronese. Crebbe in Valpolicella. Dal 1878 studiò presso il Regio Istituto Tecnico e Nautico di Venezia. Non arrivò mai a possedere il grado di Capitano di Marina, nonostante ciò amò fregiarsi impropriamente del titolo dopo aver solcato i mari dell'Adriatico a bordo della nave Italia Una. Non conobbe mai i paesi in cui ambientò la maggior parte dei suoi romanzi. Il suo esordio letterario fu con un racconto edito in quattro puntate, I selvaggi della Papuasia, scritto all'età di vent'anni, che venne pubblicato su un settimanale milanese. Dal 1883 riscosse un notevole successo con il romanzo La tigre della Malesia, pubblicato a puntate sul giornale veronese La nuova Arena. Non ebbe, tuttavia, un ritorno economico significativo. Nel 1884 pubblicò il suo primo romanzo, La favorita del Mahdi, che compose nel 1877, quando aveva solo 15 anni. Questo romanzo lo rese ancora più straordinario, come personaggio. Nel 1889 iniziò un periodo travagliato a seguito del suicidio del padre. Nel 1892 sposò Ida Peruzzi, attrice di teatro, e si trasferì a Torino. Dal 1892 al 1898 venne messo sotto contratto dall'editore Speirani. Con lui pubblicò una trentina di opere tra le quali Il tesoro del presidente del Paraguay, Le novelle marinaresche di Mastro Catrame, Il re della montagna, Attraverso l'Atlantico in pallone e I naufragatori dell'Oregon. Nel 1896 iniziò un contratto di lavoro con l'editore Donath di Genova. Il suo esordio con questa casa editrice coincise con l'uscita de I Pirati della Malesia. Nello stesso anno sottoscrisse un contratto anche con la casa editrice Bompard e pubblicò La stella dell'Auracania. Molti romanzi di Emilio Salgari ebbero un notevole successo ma lui non ebbe mai la possibilità di beneficiarne, perché furono soprattutto gli editori ad incassare i proventi. Dal 1903 i debiti iniziarono a moltiplicarsi anche a causa delle cure che dovette garantire alla moglie arrivando, talvolta, a contrattare per riuscire a garantirle l'assistenza sanitaria. Nel 1910 la salute mentale di Ida peggiorò e l’anno successivo dovette farla curare in un manicomio. La sua popolarità è dovuta alla vasta produzione romanzesca con 80 opere distinte in cicli di avventure, fu in grado di inventare personaggi di grande successo come Sandokan, Yanez de Gomera e il Corsaro Nero: risulta tutto inserito in un contesto storico accurato e ciò fu possibile soltanto tramite gli studi condotti dalla storica Bianca Maria Gerlich, che lui poté consultare nella biblioteca di Verona. Gli furono attribuite opere non appartenenti alla sua produzione, furono fatte circolare dagli stessi editori o addirittura dai figli, inoltre pubblicò sotto falsa identità per poter aggirare il contratto con la casa editrice Donath. Ma nemmeno questo bastò a donargli la tranquillità. La passione per la scrittura diventò presto un lavoro forzato: i contratti lo obbligavano a scrivere tre libri l'anno, la mole di lavoro era immensa e, inoltre, dirigeva un periodico di viaggi.

Scriveva fumando cento sigarette al giorno e bevendo marsala. I nervi cedettero. Nel 1910 tentò per la prima volta il suicidio, ma venne salvato. La mattina del 25 aprile 1911 lasciò sul tavolo tre lettere: una indirizzata ai figli, una ai direttori dei giornali e una ai suoi editori. Uscì di casa portando con sé un rasoio. Ai Figli lasciò scritto: "Sono un vinto: non vi lascio che 150 lire, più un credito di oltre 600 che incasserete dalla signora". Agli Editori lasciò scritto: "A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in continua semi-miseria ed anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna". Lo scrittore morì nel bosco di Val San Martino, a Torino. Si squarciò la gola e il ventre con il rasoio, facendo harakiri, con lo sguardo verso il sole. La tragedia, poi, segnerà l'intera famiglia. Nel 1912 morirà la moglie. Nel 1914, per tisi, Fatima. Nel 1931 il suicidio di Romero. Nel 1936, a causa di un incidente, perderà la vita Nadir. Persino il più piccolo, Omar, si suiciderà nel 1963 gettandosi nella tromba delle scale.

ambientato nel quartiere alla moda di Manhattan. La protagonista è Rosemary Woodhouse (Mia Farrow), una giovane casalinga che si trova a dover partorire l’Anticristo. Il 9 agosto 1969, mentre Polanski stava lavorando a Londra, sua moglie, Sharon Tate e altre quattro persone furono assassinate nella residenza dei Polanski a Los Angeles da membri della family di Charles Manson, che lasciarono sui muri, scritti col sangue delle vittime, i titoli di alcune canzoni del White Album dei Beatles, Helter Skelter e Piggies.3 L’assassino di Lennon era una guardia giurata delle Hawaii, stato nel quale risiede la donna che venne stuprata dal regista Polanski, il quale a sua volta perse la moglie in circostanze orribili per mano della famiglia Manson. Charles Manson, autore di delitti efferati, era leader di un sedicente gruppo Hippy dai risvolti satanici. La canzone Helter Skelter era, secondo lui un pezzo contenente dei messaggi occulti che preparavano l’avvento dei quattro angeli dell’apocalisse, appunto i quattro ragazzi di Liverpool. Troppe coincidenze legano Lennon, la famiglia Manson, due personaggi delle Hawaii: una vittima di stupro e un assassino, il
regista Polanski, il satanismo e i messaggi occulti nelle canzoni dei Beatles. Il che ci porta ad un legame tra questi personaggi nell’ambito di una setta occulta, sodalizio che deve essere terminato quando John scioglie la band. Si ritira dal giro e forse vuole rivelare tutto alla stampa. Verrà ucciso perché si portasse il segreto nella tomba. L’omicidio avvenne di fronte all’ingresso del Dakota, in piena notte per mano di David Chapman, il quale ebbe tutto il tempo per fuggire ma non lo fece; diverse ore prima si era fatto fotografare con Lennon. Nella sua stanza d’albergo trovano in perfetto ordine, sopra una scrivania, tutte le prove che servono alla polizia per incastrarlo. Risulterà essere pazzo; quindi perché cercare dei complici? Un folle agisce mosso dalla psicosi, e basta. Caso chiuso. Samantha Geimer, concittadina di Chapman non parlerà mai del suo stupratore, preferisce dimenticare, oggi Polanski è super protetto da stuoli di fans, intellettuali e colleghi registi. Sembra intoccabile, tutt’ora gli USA non riescono ad estradarlo per fargli scontare la condanna per stupro. Quali poteri occulti lo proteggono? Mosso dal fervido intuito che contraddistingue ‘noi complottisti’ ho subito sospettato che la chiave di tutto fosse il nome della protagonista di quel film. Se ha avuto un figlio dal demonio è implicito che sia avvenuto un amplesso, e che questo sia stato consumato secondo un certo rituale. Il regista si è approfittato di Samantha otto anni dopo il brutale omicidio della moglie Sharon nel 1969 ad opera di Charles Manson e della sua ‘famiglia’.4 Esiste una intervista del 1977 realizzata dal Daily Mirror, dove la ragazza descrive le

pratiche sessuali che dovette subire a soli 13 anni.5 Non bisogna essere degli esperti per capire quanto sia importante lo stupro di una vergine nei riti satanici. Adesso andiamo ad analizzare il nome della protagonista del film: Rose Mary Wood House. Salta subito all’occhio il riferimento ai Rosa Croce; infatti la croce di Cristo era di legno, (wood) Betlemme significa ‘casa del pane’, (house) ma in altre traduzioni indicherebbe il segno della Vergine (sia la minorenne Samantha, che la madre di Cristo, Mary, erano delle vergini). Dai Rosa Croce agli Illuminati il passo è breve, e da questi ultimi il cerchio si chiude con il satanismo. La stessa moglie di Polanski è morta in un rituale satanico ad opera della famiglia Manson. Sappiamo anche che i nazisti erano degli occultisti, la stessa svastica lo dimostra, inoltre sappiamo anche che Hitler è stato indicato come l’anticristo. Qui torniamo al collegamento con John Lennon e quelli che Manson definiva ‘i quattro angeli dell’apocalisse’. A questo punto ci troviamo di fronte ad una domanda la cui risposta potrebbe essere agghiacciante: perché Samantha è ancora viva e non ha mai voluto denunciare il suo stupratore? Forse da quel rapporto violento è nato l’anticristo? E’ questo avvento che stavano preparando i Beatles? Non lo sapremo mai, perché i Rosa Croce, con loro i poteri forti del Nuovo Ordine Mondiale, saranno sempre un passo davanti a noi. Pronti a cancellare ogni traccia. Eppure noi sappiamo per certo che John quando conobbe Yoko cambiò la sua condotta, lasciò i Beatles diventando fricchettone, e politicamente schierato. Da certi giri non puoi uscirne vivo. Lo stesso Chapman spiegò di averlo ucciso in quanto, secondo lui, Lennon era un ipocrita (rispetto a cosa?) forse perché non si addice ad un rosacrociano diventare di tutto punto un amico del popolo, contro i potenti? Per il momento ci fermiamo qui. Ma non temete, torneremo il mese prossimo con un nuovo mistero.

Note
1. http://it.wikipedia.org/wiki/Sgt._Pepper's_Lonely_Hearts_Club_Band#La _copertina 2. http://www.croponline.org/paulmccartney.htm 3. http://en.wikipedia.org/wiki/Roman_Polanski#Film_director 4. http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/roman-polanski-ilracconto-della-sua-vittima-tredicenne-violentata-e-sodomizzata-sottoleffetto-dellalcol-110602/ 5. Non ho mai letto quella intervista, ma so che esiste e voi col cazzo che ve la cercate in internet per leggerla.

letteratura
A: "Mamma, ho trovato questo libro nella tua libreria? Che cos’è?" M: "Amore mio, è un libro bellissimo. Si chiama Il richiamo della foresta". A: "Di cosa parla, mamma?" M: "Parla di Buck…" A: "E chi è Buck?" M: "Buck è un cane grosso e tranquillo che, dalla nascita ai quattro anni di età, è vissuto in una calda villa californiana". A: "E poi?" M: "E poi si trova sbattuto d'improvviso in un mondo ostile". A: "Perché mamma?" M: "Perché un inserviente lo ruba ai suoi padroni e lo vende a uno spedizioniere che sta portando cani al Nord. Viene gettato tra i ghiacci del Klondike, nell’epoca della corsa all’oro. Viene picchiato, venduto, reso schiavo". A: "E perché questa persona lo porta così lontano da casa sua?" M: "Perché un cane forte vale centinaia di dollari, e Buck è fortissimo. Impara presto che deve adattarsi e nello stesso tempo combattere". A: "Combattere per cosa?" M: "Combattere perché l'uomo vuole obbedienza, non va affrontato direttamente e gli altri cani possono essere temibili nemici. Buck sperimenta sulla propria pelle tutti i caratteri dell’animo umano: la bassezza e la grandezza, l’avidità e la solidarietà , la violenza e l’amicizia. Trovandosi a contatto con l’uomo Buck compie un viaggio di iniziazione nel cuore della natura, dove passato e presente si confondono e il richiamo ancestrale del branco si fa sempre più irresistibile". A: "E poi, mamma?" M: "Vedi, la supremazia sui cani del branco va affermata con la forza. Buck diventa astuto e cattivo. Si prepara per mesi e, agendo di sorpresa, uccide il suo rivale, Spitz, durante un duello a morte. Così diventa capo-branco; fa vincere una grossa scommessa a un suo padrone trainando da solo mezza tonnellata di carico sul ghiaccio". A: "Quindi Buck diventa cattivo?" M: "No, amore, Buck tiene stretto il suo gran cuore ed è capace anche di grandi gesti di generosità: salva due volte un padrone buono rischiando di morire". A: "Ma farà questa vita per sempre?" M: "No, amore mio. Buck comincia a sentirsi sempre meno un cane e sempre più un lupo. Al richiamo della foresta e dei suoi antenati dà l'addio alla vita civilizzata e scompare fra i ghiacci, alla testa di un branco di lupi". A: "Mamma, mi parli meglio di Buck? Vorrei immaginare come è fatto…" M: "Vediamo…Buck è figlio di un gigantesco Sanbernardo e di una Collie. Ha preso dal padre la struttura imponente e dalla madre la linea elegante. Assomiglia a un lupo, ma è molto più massiccio. Quasi settanta chili di muscoli d'acciaio!" A: "Mamma, ma come si conoscono Buck e Spitz?" M: "Appena arrivato al Nord, Buck ha visto all'opera Spitz, il capobranco. Curly, una grande e tranquilla cagna di Terranova, viene uccisa e sbranata da altri cani. Spitz guarda con la lingua in fuori, come se stesse ridendo. Buck si sente spaventato e stordito. Sta distante da Spitz, che ugualmente lo evita, ma a poco a poco capiscono che uno dei due è di troppo.

Buck comincia a proteggere i compagni perseguitati da Spitz. Un giorno è quasi sul punto di sopraffare il rivale, ma interviene il padrone che separa i due a colpi di frusta. Ma Buck non ha fretta. Sa che verrà il momento". A: "E quel momento arriva, mamma?" M: "Certo… Al mattino l'aurora boreale accende il cielo di fredde luci e la sua slitta corre verso le miniere d’oro. Buck pensa al calore perduto della California. Una sera, vicino all'accampamento, uno dei cani vede un coniglio selvatico. Bianco, tenero, coperto da un fitto pelo. Tutto il branco, una sessantina di cani, si getta all'inseguimento. Buck è in testa. Guardando quel piccolo animale in fuga, leggero come un fantasma, sente ridestarsi un'antica ferocia: l'istinto della caccia. Si muove come una macchina, ognuno dei suoi muscoli e dei suoi tendini è sincronizzato. Però il più furbo è Spitz". A: "E il coniglio viene ucciso da Spitz?" M: "Un po’ di pazienza, amore mio, ora ti racconto: Spitz, freddo calcolatore, ha preso una scorciatoia per tagliare la strada al coniglio selvatico. È un lampo: un baleno di zanne e la bestiola è stesa sulla neve. Il branco si avventa con un urlo selvaggio di trionfo, ma Buck non pensa già più al coniglio. Senza frenare l'impeto della corsa sceglie d'istinto il suo vero obiettivo, che è Spitz. Gli piomba addosso con irruenza cieca, mirando alla gola, ma Spitz è un combattente nato. Evita la presa con uno scarto fulmineo e azzanna il nemico alla spalla". A: "È questo il duello a morte di cui mi parlavi?" M: "Esatto. I cani intorno aspettano anch'essi la preda, perché lo sconfitto verrà divorato. È Buck il primo ad attaccare, cercando di azzannare la gola o di rovesciare Spitz. Poi le parti si invertono, è Spitz che sembra prevalere. Il branco scatta in piedi. Buck riprende l'equilibrio. Ragiona come un uomo: spietato e freddo. Finge di voler addentare una spalla, poi abbassa la testa di colpo e chiude le mascelle su una gamba di Spitz. Bilanciato su tre gambe, questo resiste ancora". A: "E poi, mamma??" M: "E poi Buck attacca di nuovo. Si sente il rumore delle ossa spezzate. Un'altra gamba. Spitz, indomito, con il pelo ritto, morde l'aria. Buck gli dà il colpo definitivo alla gola. Spitz scompare sotto il branco che gli si avventa addosso". A: "Mamma, dev’essere bellissimo questo libro! Ma perché è stato intitolato Il richiamo della foresta?" M: "Pensaci un attimo, amore…" A: "Mi viene in mente che il richiamo della foresta è presente ovunque attorno a noi. Ce ne possiamo accorgere osservando la natura, quella selvaggia che ci mostra l’attaccamento di ogni forma di vita al suo ambiente, la fuga da ciò che è ritenuto estraneo ad esso, e la nostra stessa civiltà, dove le foreste sono sostituite da palazzi di cemento, i sentieri da strade asfaltate, l’aria pura da nubi di smog". M: "Esatto: alcuni uomini sentono il bisogno di allontanarsi da tutto questo, magari solo il fine settimana, così come gli animali non perdono occasione per affermare la propria selvatica libertà,

frenata da collari, impegni, gabbie, case". A: "Quando hai letto questo libro, mamma? Qui c’è scritto che è adatto a chi ha 9 anni…" M: "Si dice che questo sia un libro adatto agli adolescenti, ma non sono sicura di poter definire questo romanzo esclusivamente per ragazzi. Io l’ho letto quando ne avevo 25 di anni e ne porto un ricordo immenso nel mio cuore, un ricordo che abbatte ogni definizione e che mi porta a considerarlo uno dei più belli che abbia mai letto. Potremmo parlarne per ore, ma per me Buck esiste davvero: ha sofferto, è cresciuto, ha vinto mille battaglie contro la crudeltà e ha conosciuto l’amore, quello vero e sincero, dettato dall’amicizia pura. Lo posso ancora vedere tornare nel luogo dove disse addio all’uomo, seguito dal suo branco selvaggio e fiero. Mi ha fatto pensare che magari io non avrei avuto la stessa forza di Buck o la sua capacità di abbassare il capo ed essere sottomessa, pur sapendo di non essere più debole di chi crede di avermi in pugno. Anche adesso che te lo racconto sento i brividi corrermi lungo la schiena. Tutto questo significherà pure qualcosa. Spero che anche tu possa provare le stesse emozioni sentendo… Il Richiamo". A: "Chi ha scritto questo Capolavoro, mamma?" M: "L’autore si chiama Jack London. Dicono che il suo più avvincente romanzo fu la sua stessa vita. Nacque a San Francisco nel 1876, e morì ad appena quarant'anni. Ebbe un'infanzia poverissima, fece mille lavori, sempre con l'ansia di arricchirsi. Alla fine del secolo, dopo che le riviste avevano accettato diversi suoi racconti, ottenne un enorme successo proprio con Il richiamo della foresta. Mise insieme e perdette diversi patrimoni, spendendo tutto quello che guadagnava in modo nevrotico. Tutto sommato era un romantico e finì proprio come Hemingway, togliendosi la vita". A: "Mamma, scusa, credo che uscirò adesso…" M: "Ma amore…nevica…dove vuoi andare con questo freddo?" A: "A rendere giustizia a Buck. Questo libro va letto lì, dove lui ha trovato la libertà. A dopo…"

musica
I primi dieci anni del terzo millennio si sono appena dati alla fuga e, come al solito, come alla morte di ogni decennio, si fa un elenco delle cose che sono rimaste. Così succede anche, se non soprattutto, con la musica. Il nuovo millennio è venuto alla luce con un importante peso sulle spalle, un’eredità ingombrante da sopportare: gli anni novanta; il grunge, Kurt Cobain, Creep, Jeff Buckley, Billy Corgan e tutto il resto, che è stato tanto. I Radiohead, allo scoccare degli anni zero, hanno subito fatto intendere che sì, gli anni novanta avrebbero certamente lasciato una traccia indelebile, ma che avrebbero anche dovuto assistere senza troppo alzare la voce a cambiamenti sonori, seppur provenienti da lontano, pronti a proiettarci in molteplici dimensioni in cui ognuno di noi si sarebbe riconosciuto. Avremmo avuto la possibilità di scegliere le evoluzioni sonore a noi più consone; avremmo avuto modo di acciuffare emozioni non più soltanto in semplici riff, ma anche in arrangiamenti che ci avrebbero allargato ulteriormente gli orizzonti. E Kid A, album d’importanza storica, è una sorta di manifesto di questa nuova filosofia musicale. Ma non è di Kid A né dei Radiohead che voglio parlare. Troppo famosi; di loro è stato detto praticamente tutto e troppo. Voglio mettere in vetrina una delle band più rappresentative di questi primi dieci anni appena trascorsi del nuovo millennio, sebbene non tra le più famose e pubblicizzate: i Mogwai, scozzesi di Glasgow. Nascono nel 1995, ma già con il loro primo album ufficiale, Youg Team del 1997, fanno capire che la loro intenzione è quella di conquistare amanti della musica con un orecchio già proteso verso gli anni a venire. Sia chiaro, i Mogwai non suonano e non hanno mai prodotto musica sofisticata, elettronica del venticinquesimo millennio dopo Cristo, né hanno mai avuto la pretesa di attirare cervelli calcolatori, intellettuali e fondamentalisti futuristi che impazziscono per estreme sonorità ambient. La musica dei Mogwai è istintiva, non troppo ragionata, emozionale, che sfocia in umori diversi nell’arco di un unico brano, spesso di lunga gittata e quasi sempre solo strumentale. I loro pezzi non hanno la struttura tipica della canzone; viaggiano, appunto, seguendo la scia dell’emozionalità, dell’essere spontanei, degli umori che ogni nota può suggerire da un momento all’altro. Il loro stile, sempre coerente in tutti questi anni, è fatto di quiete seguita da turbamenti sonori, deflagrazioni, feedback, lentezza malinconica, aggressività struggente e drammatica, minimalismo lirico e apoteosi di carattere noise schizzato fuori dalle loro chitarre che sembra sbattano contro un muro. L’istinto li fa nascere morbidi, con le chitarre (ben tre) che dialogano placide tra loro, fino, a volte dopo pause sospese, a giungere a delle vere e proprie esplosioni in cui i distorsori spaccano le orecchie e l’anima. Nonostante a volte si denotino nella loro musica radici che affondano nel Punk o addirittura nell’hardcore, i Mogwai (classificati dagli esperti nel genere Post Rock) stupiscono perché riescono a costruire musiche corali di un’intensità quasi orchestrale; hanno la capacità di sorprendere con arrangiamenti, intessuti in sordina e mai intrusivi, che li caratterizzano in qualità di sperimentatori, a volte inserendo un leggero tocco di elettronica, di vocoder, piano ed effetti sonori estremamente suggestivi. I Mogwai hanno saputo ben interpretare la svolta sonora del terzo millennio, e uno degli album che meglio li rappresenta è, secondo il mio parere, Mr. Beast (Matador), datato 2006. E’ un disco che contiene tutte le caratteristiche della band sin qui illustrate. L’introduzione, Auto Rock, è affidata a minimali e decisi tocchi di

piano, in sordina, accompagnati da effetti elettronici, chitarre che provengono da lontano e una batteria che incute quasi timore per la sua inesorabile progressione. La dolce melodia iniziale viene infine sconquassata dall’intensità, quasi ipnotica, finalmente esplosa negli ultimi attimi del brano. Glasgow Mega-Snake è un fraseggio armonico che finisce per annegare in maniera estatica in una guerra di distorsori che si rincorrono attorno a una batteria secca, precisa e per niente impertinente che si gode lo scontro tra le chitarre impazzite. Il disco prende fiato con l’incedere scarno della drum machine di Acid Food, uno dei rari pezzi cantati dalla band scozzese, una sorta di acida ballata. Altro brano cantato è Travel Is Dangerous, possente e robusto, strutturato con momenti di calma apparente poi lacerati da schizofreniche sberle delle chitarre noise. Evoca immagini notturne la suggestiva Team Hunded, quasi visionaria nella sua strumentalità appassionata e struggente; lenta, malinconica, eppure sofferente che non lascia traccia di quiete. Immagini suggestive e lente vengono accarezzate anche dall’incantevole Emergency Trap, in questo caso però l’intensità cresce in modo emozionante e toccante grazie all’avvicinarsi, col passare dei secondi di una chitarra distorta che piange note rauche. Dissonanze e distorsioni ritornano in Folk Death 95, anch’essa caratterizzata da iniziali momenti lievi, contornati da effetti, poi travolti da gracchianti chitarre, per poi finire tutto in un debole sussurro corale. Sussurro che poi trova voce di pura bellezza in I Chose Horses, cantata, o meglio parlata da Tetsuya Fukagawa. Con questo disco i Mogwai ci hanno regalato l’immortalità della bellezza che soffre; di quello splendore che non trova mai pace, che parte piano, bisbigliando, e poi, riemergendo da un vuoto sospeso, esplode a bocca larga, trasudando a volte schizofrenia, altre volte ribellione, altre ancora un grido che chiede ascolto. Ma è bellezza pura, perché la si ammira con gli occhi e con le orecchie attraverso suoni che penetrano l’anima, avviluppandola come in sogno. E non escono più.

cinema
Due anni fa uscì nelle sale Sherlock Holmes, film diretto da Guy Ritchie, e tratto da un fumetto di Lionel Wigram, ispirato alle vicende dell'omonimo personaggio di Conan Doyle. Il grande scrittore scozzese a sua volta si ispirò per il suo personaggio più famoso, ad uno scienziato realmente esistente; Doyle assistette alle sue lezioni, a quanto pare fu anche coinvolto nelle indagini riguardanti Jack lo Squartatore. Il film è godibile. Per quanto mi riguarda gli darei un 3/5. Ma conosco amici cinefili1 che non sono di manica larga come me. Ciò che ha scatenato lo stronzo che alberga in me sono alcuni errori presenti nel film. Alcuni perdonabili, altri no.

Imprudenti bagni nel Tamigi. Non so in che condizioni siano le acque del Tamigi oggi, ma sono certo che in epoca vittoriana non doveva essere molto sano farci il bagno. Praticamente era una fogna a cielo aperto. Nel film il protagonista ci si butta con disinvoltura almeno due volte. Com'è possibile che non riporti neanche una leggera infezione della pelle?
Uso improprio dei condensatori. Il condensatore è un apparecchio elettronico che accumula elettricità da un alimentatore. Una volta carico, l'attività elettrica si arresta. È composto da due armature e la sua potenza aumenta man mano che le armature si avvicinano tra loro, senza però toccarsi mai, altrimenti entra in cortocircuito. Nel film Holmes ne carica uno, ma sorprendentemente lo usa più volte. Questo è impossibile: una volta che il condensatore viene separato dall'alimentatore questo può scaricare a terra tutto il suo potenziale elettrico se, per esempio, lo usate per tramortire un grosso nemico dallo spiccato accento francese, come succede nel film. Quindi per essere utilizzato una seconda volta, e con gli stessi effetti, andrebbe ricaricato di nuovo. Ma che dico! Quel condensatore non poteva funzionare nemmeno una volta. Infatti il protagonista per caricarlo fa girare una dinamo. Questo significa che si trattava di un alimentatore a corrente alternata. Si intende quindi una corrente che ad ogni ciclo della dinamo cambia il suo verso di circolazione. Per caricare un condensatore, invece, occorre una corrente continua. A meno che quel macchinario non avesse un ‘filtro’. Peccato però che un filtro in grado di trasformare la corrente alternata in continua richieda anche l'impiego di un diodo. I diodi sono dei cristalli (in genere di silicio o germanio) modificati artificialmente, in modo da lasciar passare solo un verso di circolazione della corrente. In un universo narrativo steampunk2 di solito si utilizzano le valvole sotto vuoto (antenate dei diodi) che nel macchinario non si vedono. Ma va bene, ammettiamo pure che il cattivo del film fosse in grado di fabbricare addirittura i diodi.

Sherlock Holmes (tit. or. Sherlock Holmes) (2009)

Regia: Guy Ritchie Soggetto: Lionel Wigram, Michael Robert Johnson, ispirato ai personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle Sceneggiatura: Michael Robert Johnson, Anthony Peckham, Simon Kinberg Prodotto da: Joel Silver, Lionel Wigram, Susan Downey, Dan Lin Produttori Esecutivi: Bruce Berman, Michael Tadross, Dana Goldberg Fotografia: Philippe Rousselot Musiche: Hans Zimmer Scenografia: Sarah Greenwood Montaggio: James Hebert Cast: Robert Downey jr. (Sherlock Holmes) Jude Law (Dr. John Watson) Rachel McAdams (Irene Adler) Mark Strong (Lord Henry Blackwood) Eddie Marsan (Ispettore Lestrade) Robert Maillet (Dredger) Geraldine James (Mrs. Hudson)

Alla buon'anima di Hertz nessuno ci pensa? Quelle che oggi conosciamo, grazie all'omonima invenzione di Marconi, come ‘onde radio’, in realtà sarebbero le ‘onde hertziane’ e si chiamano così in onore del grande scienziato che le scoprì. E infatti in epoca vittoriana erano conosciute con questo nome. Holmes invece le chiama con il termine moderno, il che è impossibile perché tale termine fu coniato nel XX secolo (almeno due decenni dopo l'epoca vittoriana) dagli americani. Comunque non sarebbe carino continuare a chiamarle così nemmeno oggi; ma c'è sempre l'unità di misura delle onde e dei cicli periodici (le frequenze insomma) a ricordare il mitico Hertz.

Note
1. Da non confondere con ‘cinofili’. Fatta eccezione per i fan di Lessy, Balto, Rex, ecc. 2. Lo steampunk è un genere letterario e cinematografico che risponde alla domanda “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse arrivato prima”, ovvero, come sarebbe stata la Londra vittoriana se tutte le scoperte scientifiche odierne fossero state già realizzate in quel periodo? Si ritiene che Verne, sia – a sua insaputa – il padre di questo genere fantascientifico. Per la fantascienza in generale, invece, condivide la paternità assieme a H. G. Welles.

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