Combattere la povertà Abbiamo ormai appreso che in molti casi il “povero” è prima di tutto un escluso dalla società e che

la sua povertà economica lo rende ancora più escluso. Non possiamo altresì dimenticare che la distruzione della cultura di un gruppo, di una popolazione, di una nazione può sicuramente essere annoverata tra le concause della povertà, in quanto distrugge l’identità degli appartenenti alle diverse comunità. Certo, nemmeno la disoccupazione può essere dimenticata, o la discriminazione di razza, cultura, genere, che spesso si intrecciano all’esclusione. Povertà è anche essere impossibilitati da cause esterne o sentirsi incapaci di partecipare alla vita sociale, politica ed economica di una città, di una regione, di una nazione1. Nell’ambito di un’analisi di quali strumenti vadano utilizzati per eliminare o quanto meno ridurre il più possibile la povertà, bisogna dunque tenere ben presente che le povertà sono tra loro eterogenee e differenti; che il concetto di povertà e la sua realtà è complesso, sia dal punto di vista individuale sia da quello dell’ambiente sociale all’interno del quale essa si presenta; che le caratteristiche storico-culturali delle persone povere sono differenti tra loro, in differenti contesti sociali, ambientali, nazionali, regionali, continentali e così via. La povertà è difficilmente riducibile agli indicatori che la misurano il che non vuol dire che non siano necessari, ma che per affrontare il problema le politiche di lotta alla povertà dovranno invece essere calate nelle realtà locali. Gli approcci possibili Vi sono approcci diversi per poter combattere la povertà. Un primo, “istintivo”, è quello dell’alleviamento immediato, che consiste nel provvedere alle necessità minime per la sopravvivenza di coloro che sono impossibilitati a garantirsele. Ciò è sicuramente utile e necessario nelle situazioni d’emergenza, ma non può essere sufficiente. In primo luogo bisogna riflettere sul fatto che interventi di questo tipo non fanno che perpetuare la situazione di mancanza di dignità: che speranze, che forza può risvegliare un’azione che si limita a garantire momentaneamente la sopravvivenza di qualcuno, che non crea prospettive, che non dipinge scenari futuri, che una volta terminata lascia di nuovo in balia della situazione precedente? Un’altra via è quella di sostenere l’importanza di politiche e azioni specifiche che mirino a rendere i poveri stessi capaci di garantirsi una dignitosa qualità della vita, di sferrare loro stessi un attacco vincente contro la loro situazione. Gli interventi più fruttuosi sono infatti quelli che coinvolgono le persone stesse nel proprio sviluppo, quelli che rendono gli “aiutati” protagonisti dello delle loro vite, dei loro quartieri, città, paesi. È fondamentale
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Non andrebbe dimenticata, inoltre, la dimensione spirituale della povertà: quanta della povertà

presente sul pianeta è collegata all’innegabile impoverimento spirituale delle vite delle singole persone? Quanto conta il fatto che la vita di ogni singolo essere umano non sia considerata preziosa, unica, ricolma di dignità? Quanto conta, nelle incredibili disparità della qualità della vita degli esseri umani, il fatto che spesso la ricchezza materiale è l’unico valore per cui spendere la propria vita? Le caratteristiche salienti di un essere umano, la capacità di intrattenere relazioni interpersonali, di avere una vita sociale, di far propri quelli che potremmo chiamare valori morali, o virtù (onestà, tolleranza, altruismo, cooperazione) sono sempre più rare e forse la loro assenza ha qualcosa a che vedere con un mondo tutt’altro che equo e solidale, dove la dimensione della povertà, nel suo significato multidimensionale, è purtroppo sperimentata da milioni di esseri umani.

rendere i più poveri capaci di partecipare ai diversi livelli della vita sociale, economica, politica. In questo senso il ruolo delle associazioni della società civile, in tutte le loro variegate tipologie, è fondamentale. Nella prospettiva della lotta alla povertà vi sono alcuni punti che non vanno dimenticati: il problema della discriminazione delle donne è una delle questioni centrali poiché la discriminazione del genere femminile equivale a limitare la loro partecipazione al processo di sviluppo e priva la società delle loro capacità e abilità. Ciò si traduce in un rallentamento sia dello sviluppo sia della diminuzione della povertà. ogni tentativo di creare un processo di sviluppo accelerato che perpetua situazioni di povertà è negativo: lo sviluppo può anche essere minimo e lento, purché non danneggi i poveri. le politiche macroeconomiche non devono contraddire le politiche locali fatte a favore dei poveri. le differenze culturali tra le varie aree del pianeta vanno valorizzate, non annullate. il pieno impiego lavorativo deve essere un fine strettamente legato alle politiche di sviluppo. Nuove riflessioni sulle problematiche del lavoro vanno incoraggiate, perché ogni persona deve poter lavorare in modo sicuro e dignitoso. uno sviluppo che danneggi l’ambiente e l’ecosistema è inaccettabile oltre che distruttivo. La povertà non può essere una scusa per non affrontare le problematiche legate all’inquinamento. non si possono raggiungere obiettivi di portata pari a quelli impliciti nella lotta alla povertà senza le necessarie basi etiche. L’educazione etica delle persone è la base per uno sviluppo realmente sostenibile, realmente umano. Come accennato, le azioni vanno adeguate alle differenti situazioni ed aree. In ogni area possono essere individuate alcune priorità, che sono incluse nelle raccomandazioni internazionali (in particolare quelle della conferenza di Vienna) dove la lotta per i Diritti Umani è messa in cima alle priorità dei governi e della società civile. Qui si sottolinea inoltre l’importanza che ogni paese produca propri rapporti e valutazioni sulla situazione della sua area perché solo incrementando la consapevolezza di ogni governo e della società civile di ogni nazione si può sperare di fare ulteriori passi avanti nella lotta contro le povertà. Nei paesi i cui governi rifiutano questo ruolo vanno incoraggiate e sostenute le organizzazione della società civile. È necessario continuare a tenere presente, che, per quanto la scena internazionale stia mutando, la responsabilità della costruzione di uno sviluppo sostenibile è dei governi. Sono gli stati che devono in primo luogo garantire che lo sviluppo sia per i poveri e non sulle loro spalle, che sia accompagnato dall’affermazione dei Diritti Umani e sia sostenibile dal punto di vista ambientale. Sta ai governi assicurare che tali questioni rientrino prepotentemente nelle decisioni riguardanti la politica economica e che sia garantito un dibattito pubblico trasparente in modo che la società civile sia in grado di entrare nelle decisioni politico-economiche. In quest’ottica i governi devono rivedere la loro legislazione e confrontarla con i provvedimenti, le convenzioni, le esigenze che emergono dalle agenzie internazionali, al fine di essere al passo con le esigenze fondamentali di questi anni. I diritti delle donne, il loro ruolo, così come quelli dei bambini, non possono essere dimenticati se si parla di lotta alla povertà e sviluppo. Un primo passo è spingere gli stati a ratificare le Convenzioni relative ai diritti umani e poi verificarne l’applicazione. Esistono ancora stati che non hanno né firmato, né ratificato, alcune convenzioni ONU; mentre moltissimi paesi che le hanno ratificate, in realtà non le stanno applicando. Gli approcci concreti Nel 1996 l’UNDP ha lanciato il programma PSI (Poverty Strategies Iniziative), nato per sostenere gli stati nell’analisi della povertà e per incrementare le strategie di riduzione della povertà. Il programma ha due finalità: istituire fondazioni tecnico-politiche per

promuovere l’azione politica; mobilitare attori locali per ampliare il discorso pubblico sulla povertà. Il PSI ha avuto il merito di incrementare progetti locali indirizzati a particolari categorie di soggetti vulnerabili alla povertà, come le donne, i bambini di strada, i malati di AIDS e i sieropositivi. Questi approcci innovativi hanno mostrato sia la connessione tra povertà e isolamento, che la realtà dei processi di impoverimento improvvisi. Nei programmi PSI si prevede il coinvolgimento delle ONG, della stampa e delle istituzioni educative ma anche il monitoraggio dell’impatto economico delle multinazionali presenti nei paesi poveri. Infine, questi programmi stimolano studi quantitativi in grado di suggerire come rendere disponibili risorse per la lotta alla povertà e il miglioramento della qualità della vita. Oltre ai programmi e agli interventi dell’ONU, hanno un impatto positivo sulla lotta alla povertà le organizzazioni costituite dai poveri per i poveri. Infatti, chi può cambiare una situazione di profondo disagio meglio di chi la vive? In questo senso le organizzazioni di microcredito che sono nate in molti paesi in via di sviluppo sul modello di Grameen, di cui parliamo piu’ diffusamente altrove, sono emblematiche. Prendersi la responsabilità di cambiare la propria vita, la propria realtà, venendo contemporaneamente protetti il più possibile dalla voracità e anche dalla illegalità che a volte caratterizzano il cosiddetto libero mercato, è un ottimo modo di affrontare il problema povertà e ha, tra le sue conseguenze, quella di rendere i cittadini più poveri parte attiva e consapevole dello sviluppo umano della propria nazione. In alcuni casi lo stato investe in attività coinvolgendo comunità locali o organizzazioni di contadini. Questi programmi di coinvestimento sono usati per realizzare attività di lungo termine, come il miglioramento e la conservazione del suolo agricolo, la creazione di infrastrutture per l’irrigazione delle terre, il livellamento di terreni da riabilitare al pascolo o per opere di riforestazione. Programmi di questo tipo sono stati avviati, per esempio, dai governi del Nepal, del Butan e dell’Indonesia, coinvolgendo gli abitanti dei villaggi interessati in modo da farli contribuire, con percentuali complessivamente importanti, al valore dell’investimento. La chiave del successo di questi sistemi è il fatto che i contadini detengono il controllo e la responsabilità, nella gestione delle loro risorse, e che gli investimenti provenienti dallo stato catalizzano la mobilità di risorse addizionali provenienti dagli stessi contadini. Interventi di bonifica ambientale a beneficio dei poveri Nei settori energetici molti paesi hanno un regolamento ambientale che non promuove l’adozione di tecnologie innovative. Devono essere così pianificate politiche per incrementare l’accesso a forniture di energie per i popoli poveri, con incentivi offerti ai privati per fare uso di migliori alternative tecnologiche. In molti dei casi dove i sistemi di diffusione dell’elettricità nelle campagne sono a basso costo queste politiche possono favorire i benefici e lo sviluppo dei poveri. Analogamente, molti problemi possono essere risolti con iniziative locali o istituzioni di autogoverno per pianificare la distribuzione di energia a cooperative locali. Migliorare la salute dei poveri e ridurre il degrado ambientale, rinnovare il sistema sanitario, evitare trattamenti chimici delle acque, sono requisiti essenziali. Innovazioni tecnologiche e cambiamenti delle regole potrebbero migliorare il riciclaggio degli scarichi biologici per il riutilizzo nell’agricoltura urbana e rurale. La bonifica ecologica previene epidemie, conserva e protegge le risorse idriche e indirizza verso la salvaguardia ambientale. Alcuni macro-investimenti ambientali, come la protezione delle acque e delle riserve naturali, vanno solo parzialmente a beneficio delle comunità locali povere. Molte di queste attività sono “laboratori intensivi” e sono offerte come opportunità per le organizzazioni che operano in settori pubblici o privati al fine di provvedere al pagamento del lavoro dei poveri. Il miglioramento su larga scala delle opportunità di lavoro con progetti come la protezione delle risorse idriche o programmi di lavoro temporaneo sono esempi di compensazione economica che includono sistemi di

risarcimento per pagare le fattorie locali, per il controllo degli incendi agricoli, così come per la riduzione dell’emissione di anidride solforosa nell’aria e, infine, per migliorare il sistema dei diritti. Le compagnie municipali dell’acqua sono capaci di ridurre i costi di approvvigionamento idrico con forme di pagamento alle aziende agricole che adottano sistemi di conservazione delle acque. Le autorità municipali possono anche investire in progetti per la manutenzione degli impianti di riserva e distribuzione dell’acqua delle aree urbane. Le popolazioni che vivono nelle aree rurali povere possono trarre grande beneficio da finanziamenti e sussidi per interventi di elettrificazione, di costruzione di strade e di canali di irrigazione. Riforme locali che permettono ai poveri di vivere nelle zone dove lavorano possono ridurre l’inquinamento e i costi di trasporto. Molti incidenti, incendi e problemi di salute dovuti al sovraffollamento possono essere affrontati dai governi che investono nel miglioramento delle condizioni abitative. Alcuni governi locali hanno conseguito una riduzione della povertà investendo risorse nella fornitura di acqua potabile, nella regolamentazione della raccolta dei rifiuti, nella bonifica del territorio o in generale con piani di risanamento ambientale. È il caso di città come Ilo, in Perù, Manizzales in Colombia e Porto Alegre in Brasile. In molti casi le azioni di stimolo allo sviluppo di particolari aree di povertà sono venute dall’impegno di numerose ONG che promuovono specifiche iniziative a livello locale. Gli obiettivi per lo sviluppo internazionale nel XXI secolo (Strategy 21 goals) L’andamento discontinuo del processo di sviluppo è preoccupante. Nonostante i flussi commerciali e di capitale che stanno integrando l'economia globale possano beneficiare milioni di persone, la povertà e la sofferenza nel mondo continuano. Ed in un mondo sempre più integrato anche le malattie, l'inquinamento, i conflitti civili e le attività criminali assumono un interesse di carattere globale. Per rispondere alla povertà a livello globale, le agenzie internazionali di sviluppo hanno iniziato a riesaminare il modo in cui conducono le proprie attività: da un lato, stabilendo degli obiettivi, si tende a guardare di più ai risultati che agli input, e dall'altro, misurando il progresso verso questi obiettivi, si accrescono i livelli di responsabilità e di trasparenza. Con la pubblicazione di “Shaping the 21st Century” nel maggio del 1996, il Comitato per l'assistenza allo sviluppo (“Development Assistance Committee”, DAC) dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha proposto una nuova strategia di sviluppo a livello mondiale, concentrata su alcuni obiettivi chiave per il benessere economico: Dimezzare la percentuale di persone che vivono in condizioni di estrema povertà entro il 2015. Per lo sviluppo sociale: Istruzione elementare universale in tutti i paesi entro il 2015. Dimostrare progresso verso la parità dei sessi e verso l'emancipazione delle donne mediante l'eliminazione delle disuguaglianze nell'istruzione elementare e media entro il 2005. Ridurre di due terzi i tassi di mortalità infantile e dei bambini di età inferiore ai cinque anni, e di tre quarti i tassi di mortalità materni, entro il 2015. Fornire accesso a servizi di salute riproduttiva per tutti gli individui di età idonea entro il 2015. Per la rigenerazione e la sostenibilità dell'ambiente. Implementare strategie nazionali di sviluppo sostenibile entro il 2005 per assicurare che l'attuale perdita di risorse ambientali sia invertita a livello globale e nazionale entro il 2005. Questi obiettivi sono espressi in termini globali, ma sono di importante riferimento anche a livello nazionale. Per raggiungere gli obiettivi di sviluppo bisognerà aumentare le capacità dei governi e renderli più efficaci, democratici e responsabili, e aumentare la protezione dei diritti umani e il rispetto delle leggi. La Banca mondiale si occuperà del

monitoraggio degli obiettivi nei paesi a cui fornisce assistenza. (Si veda il sito http://www.ocse.org per ulteriori informazioni sugli obiettivi per il XXI secolo). L’obiettivo della riduzione della povertà prevede il dimezzamento della percentuale di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno entro il 2015. Se si riuscisse ad abbassare tale percentuale dal 30% al 15%, il numero di persone che vivono in condizioni di estrema povertà passerebbe da 1,3 miliardi a 900 milioni nel 2015. Ci si deve chiedere però se questo sia un obiettivo raggiungibile: siccome la povertà del reddito dipende dalla crescita economica (se i redditi di tutta la popolazione crescono al tasso di crescita dell'economia, allora ogni anno ci saranno meno persone con redditi al di sotto della linea della povertà) e dal grado in cui i redditi dei poveri crescono con la crescita dell'economia, la risposta dipende sia dalle prospettive di crescita economica che dalla distribuzione del reddito Se i paesi in via di sviluppo continuassero a crescere come hanno fatto tra il 1990 e il 1995, e se tutta la popolazione beneficiasse ugualmente della crescita, allora gli obiettivi di riduzione della povertà verrebbero raggiunti. Le economie di alcuni paesi non sono cresciute abbastanza rapidamente, ma la crescita è stata sufficientemente rapida nei paesi con il maggior numero di poveri (Cina e India): se ciò dovesse continuare, gli obiettivi a livello globale sarebbero raggiunti. Previsioni del gennaio 1998 indicavano che la maggior parte delle regioni in via di sviluppo potevano raggiungere l’obiettivo di dimezzare la povertà, con l'eccezione dell’Africa sub-sahariana, dove la crescita economica è stata troppo lenta. Ma i risultati del passato non forniscono necessariamente dei pronostici accurati per i futuri livelli di crescita, e l'economia mondiale ha subito dei rallentamenti a causa della crisi in Asia orientale. Anche la distribuzione del reddito è molto importante: l'aumento della disuguaglianza riduce il numero di coloro che riescono a beneficiare dei tassi medi di crescita economica. E mentre la distribuzione del reddito tende a rimanere stabile nel tempo, sembra che la disuguaglianza fosse in aumento in Asia orientale già prima della crisi. La disuguaglianza del reddito rimane molto alta in America Latina e in Africa sub-sahariana (e specialmente in Sud Africa). Raggiungere gli obiettivi per gli indicatori sociali non sarà facile. Se i tassi di mortalità infantile dovessero rimanere ai livelli del 1990, nel 2015 le morti di bambini al di sotto di un anno raggiungerebbero gli 8,8 milioni. Se invece i tassi di mortalità infantile venissero ridotti di due terzi rispetto al 1990, nel 2015 si eviterebbero circa 5 milioni di decessi. Analogamente, raggiungere l'obiettivo dell'istruzione elementare universale richiederebbe l'iscrizione di 200 milioni di bambini e un aumento del 41% rispetto ai livelli attuali Raggiungere questi obiettivi non sarà facile. Ma una sufficiente volontà politica, miglioramenti dell'educazione femminile, programmi di salute e crescita economica a beneficio di tutti, potrebbero rendere possibile il raggiungimento degli obiettivi di riduzione della mortalità infantile e di istruzione elementare universale. Altrimenti, i costi sarebbero enormi. I Diritti Di Chi Lavora La Dichiarazione dei Diritti Universali dell’uomo La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata nel 1948, nell’Art. 23, stabilisce che: - ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta del lavoro, a giuste e favorevoli condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione; - ogni persona, senza alcuna discriminazione, ha diritto ad un eguale salario per uno stesso tipo di lavoro;

- ogni persona che lavora ha il diritto ad una remunerazione giusta che possa assicurare a sè stesso e alla sua famiglia un’esistenza dignitosa, integrata se necessario da mezzi di protezione sociale; - ogni persona ha il diritto di dar vita ad organizzazioni sindacali e di affiliarsi ad organizzazioni sindacali per la protezione dei suoi interessi. La Costituzione Italiana La Costituzione Italiana negli artt. 35-38 tutela il diritto al lavoro. Questo implica la tutela del diritto alla formazione continua e alla crescita professionale dei lavoratori. L’art. 36 stabilisce inoltre il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, mentre l’art. 37 sancisce i diritti della donna lavoratrice. Quest’ultima oltre ad avere gli stessi diritti dell’uomo ha anche il diritto ad avere condizioni di lavoro che le permettano di assolvere alle sue funzioni familiari e ai suoi compiti di madre. Ai lavoratori devono inoltre essere assicurati mezzi di sostentamento adeguati anche in caso di infortunio, malattia, invalidità e disoccupazione involontaria. Anche il diritto alle ferie e al riposo settimanale vengono tutelati dall’art. 36. Infine l’art. 35 favorisce gli accordi e le organizzazioni sindacali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Le Otto Convenzioni Dell’ILO A livello internazionale i diritti dei lavoratori vengono tutelati dall’ International Labour Organisation (ILO). L’ILO è stata fondata nel 1920 e conta attualmente 175 paesi membri. L’ILO ha promosso varie convenzioni per la tutela dei diritti dei lavoratori nel corso del XX secolo, otto delle quali sono considerate dallo stesso ILO carte fondamentali per la tutela del lavoratore. Si possono suddividere nelle quattro seguenti aree tematiche. Libertà di Associazione La convenzione n. 87 del 1948 sulla Libertà di Associazione e sulla Tutela del Diritto di Organizzazione sancisce il diritto dei lavoratori di costituire associazioni di lavoratori con un proprio statuto che la pubblica autorità non può sciogliere. Nel 1949 la Convenzione n. 98 sul Diritto dei Lavoratori ad Organizzarsi Collettivamente e sul Diritto alla Contrattazione Collettiva ampliò il campo di tutela della precedente convenzione arrivando a vietare al datore di lavoro di discriminare il lavoratore impegnato in attività sindacali. Abolizione del lavoro forzato La Convenzione n. 29 sul Lavoro Forzato prevede l’eliminazione di ogni forma di lavoro forzato nel più breve tempo possibile. Viene fatta eccezione per il lavoro richiesto durante il servizio militare obbligatorio, durante emergenze sociali, per assolvere ad obblighi civici e infine per il lavoro forzato coatto come conseguenza di una pena inflitta da un tribunale pubblico. In tutti i casi di applicazione del lavoro forzato, ciò deve comunque avvenire sotto il controllo della pubblica autorità. Nel 1957 l’ILO promosse la Convenzione n.105 sull’Abolizione del Lavoro Forzato che prevede l’abolizione del lavoro forzato in ogni sua forma. Uguaglianza

La Convenzione n. 100 del 1951 stabilisce il diritto ad un’eguale remunerazione per i lavoratori e le lavoratrici a fronte di prestazione di eguale lavoro. Questa convenzione vuole eliminare ogni forma di discriminazione basata sul sesso e legare il concetto di retribuzione unicamente ad un giudizio obbiettivo sul lavoro prestato. La Convenzione n. 111 sulla Discriminazione sul Lavoro del 1958 sancisce il divieto a discriminare il lavoratore oltre che in base al sesso anche alla razza, al credo religioso, all’opinione politica, all’estrazione sociale o alla nazionalità. Eliminazione del lavoro minorile La Convenzione n.138 sull’età minima per l’accesso al lavoro del 1973 fissò a 15 anni l’età minima per l’accesso al lavoro, tranne che per paesi in particolari condizioni sviluppo dove l’età minima venne fissata a 14 anni. Nel recente 1999 tale convenzione fu integrata dalla Convenzione n. 182 sull’Abolizione e l’Immediato Intervento per l’Eliminazione delle Peggiori Forme di Lavoro Minorile. Per lavoro minorile viene inteso ogni lavoro svolto da persone al di sotto dei 18 anni. Le drammatiche forme di lavoro di cui si richiede l’immediata abolizione sono: tutte le forme di lavoro in schiavitù, la vendita e il traffico d minori, il lavoro coatto o forzato, incluso il reclutamento coatto di minori durante i conflitti armati; lo sfruttamento di minori per la prostituzione o per la pornografia; lo sfruttamento dei minori per il traffico e/o lo spaccio di droga; qualsiasi lavoro svolto in circostanze che possano risultare dannose per la salute, la sicurezza e la morale dei minori. I paesi che hanno ratificato queste convenzioni si sono impegnati ad attuare a livello normativo e legislativo gli impegni presi entro un anno dalla ratifica della convenzione. Nel 1995 in occasione del settantacinquesimo anniversario della fondazione dell’ILO è stata lanciata dall’ILO una campagna mondiale per la ratifica di queste otto convenzioni. Questa campagna ha portato alla registrazione di 70 ratifiche e conferme. Salute e sicurezza sul lavoro Abbiamo visto che in Italia i diritti di chi lavora sono riconosciuti nella Costituzione. Per quanto riguarda la salute e la sicurezza dei lavoratori, sono tutelate in vario modo dall’ordinamento giuridico. Il principale fondamento di questa tutela è rappresentato dall’art. 2087 del codice civile, dove si stabilisce che “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. In questa norma vengono sanciti sia il diritto del lavoratore a svolgere la prestazione in un ambiente di lavoro senza pericoli per il suo stato psicofisico, sia il dovere del datore di lavoro di applicare non solo le norme antinfortunistiche di carattere pubblico, ma anche ogni altra misura di prevenzione (ancorché non imposta da leggi specifiche) resa possibile dalla tecnologia, ovvero suggeritagli dalla sua esperienza professionale. Sul piano pratico questa norma è stata utilizzata sul piano giudiziale nei casi d’infortunio, ma non è servita a pretendere l’applicazione preventiva di misure di sicurezza. Negli ultimi anni l’elemento di novità nella difesa del diritto alla salute dei lavoratori è stato il Decreto Legislativo 19.9.1994, n. 626 che ha fornito un approccio globale a queste tematiche, sviluppando il tema della prevenzione. Questa norma si applica a tutti i settori di attività privati e pubblici, comprese le aziende con meno di 15 dipendenti. Il Decreto 626 impegna il Consiglio dei Ministri alla emanazione di venti decreti applicativi i più importanti dei quali riguardano: criteri per la prevenzione degli incendi; le caratteristiche minime di pronto soccorso;

le attività lavorative con rischi elevati; la raccolta dei dati e la loro elaborazione sui rischi e i danni da malattie professionali; le verifiche sulle attrezzature di lavoro; il controllo e la raccolta dei dati sugli agenti cancerogeni. La tutela legislativa del diritto alla salute e alla sicurezza si rende necessaria perché fenomeni quali le malattie professionali e le morti sul lavoro sono dati costanti in Italia. Gli ultimi dati resi disponibili dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) raccontano di un paese dove in una anno (dal Maggio ‘99- ad Aprile 2000) sono avvenuti quasi un milione di infortuni sul lavoro, e quasi 25.000 casi di malattie professionali. Per l’anno successivo (dal Maggio 2000 - ad Aprile 2001) è costante il numero di infortuni sul lavoro denunciati, mentre si evidenzia un incremento del 9,5% delle malattie professionali. Un altro capitolo doloroso riguarda le morti sul lavoro. Negli stessi periodi considerati, l’INAIL registra rispettivamente 1.391 e 1.245 casi mortali per infortunio in Italia. Quello che si vuole sottolineare, in conclusione, è che nonostante gli strumenti legislativi esistenti, il problema della sicurezza e della salute di chi lavora dipendono fortemente da una continua crescita della consapevolezza, sui posti di lavoro, della necessità di prevenire situazioni dannose o pericolose per la salute. Cosa si sta facendo Il Summit mondiale per lo sviluppo sociale (World Summit For Social Development) Al Summit Mondiale per lo Sviluppo Sociale che si è tenuto nel marzo del 1995 a Copenhagen è stato raggiunto un accordo tra i governi partecipanti sulla necessità di mettere la gente al centro dello sviluppo. Il Summit, a cui ha partecipato un notevole numero di leader politici, ha messo la lotta alla povertà, l’obiettivo della piena occupazione e l’integrazione sociale al centro delle politiche sullo sviluppo. Il terzo capitolo del Programma di Azione del Summit Mondiale per lo Sviluppo Sociale ha come scopo l’Espansione dell’Impiego Produttivo e la Riduzione della Disoccupazione. Le basi d’azione e gli obiettivi sono: - il pieno impiego adeguatamente remunerato come metodo efficace per combattere la povertà e promuovere l’integrazione sociale. Questo obiettivo richiede lo sforzo congiunto dello stato, delle parti sociali e della società civile nonché il sostegno della cooperazione internazionale - una politica di sviluppo delle risorse umane volta ad aumentare la conoscenza e le capacità necessarie per lavorare produttivamente in un mondo in continuo cambiamento dovuto al rapido sviluppo tecnologico e alla globalizzazione - la tutela dei diritti dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo che spesso si trovano a lavorare in settori di attività non formalmente riconosciuti. Tali settori rappresentano spesso le uniche possibilità di lavoro, specialmente per le donne, ma spesso la tutela dei diritti del lavoratore non è presente come nei settori formalmente riconosciuti. Uno sforzo particolare è richiesto al settore pubblico e privato nella lotta alla discriminazione sulla base del sesso, della salute, della fede religiosa, dell’età, della razza e dell’appartenenza etnica e nei confronti dei disabili - il riconoscimento del lavoro non remunerato svolto in ambito familiare e assistenziale o ambientale di stampo volontaristico spesso svolto dalle donne, le quali hanno un doppio carico di lavoro, lavoro remunerato e lavoro non remunerato. E’ necessario che vengano fatti degli sforzi per ampliare il concetto di lavoro produttivo e per dare riconoscimento sociale a questo lavoro anche attraverso l’introduzione della flessibilità dell’orario delle attività remunerate. Il Trattato di Amsterdam Nel 1994 vengono definite per la prima volte alcune linee di azione comunitarie relative al problema dell’occupazione, seguendo le quali ogni singolo stato dovrebbe attuare un

programma pluriennale. Nel giugno del 1996 la Commissione Europea lancia il “Patto di fiducia” al fine di sensibilizzare i paesi coinvolti verso una più efficace mobilitazione nelle politiche dell’impiego e nel mercato del lavoro. In questo modo si giunge alla stipula del Trattato di Amsterdam nel giugno del 1997: esso rappresenta un passo cruciale per lo sviluppo della “ Strategia di Impiego della Comunità Europea”. Infatti, per la prima volta, a livelli europei, le politiche economiche e d’impiego sono state considerate in stretta relazione per quanto riguarda la discussione in materia di occupazione. La difficile interpretazione per un lettore non esperto di linguaggio legale può servire a nascondere le forti implicazioni dei suoi contenuti; tuttavia il trattato ha una valenza storica molto forte, dal momento che in esso per la prima volta le questioni riguardanti il lavoro vengono riconosciute come aspetti chiave dell’economia dell’Unione Europea. In particolare, il Trattato riconosce che la prima responsabilità nella costruzione di un disegno politico e nella sua concretizzazione in materia di politiche occupazionali appartiene prima di tutto al Paese Membro, ma pone l’accento sul fatto che: “I Paesi Membri [ … ] devono avere riguardo di promuovere l’occupazione come una questione di interesse comune e devono coordinare le loro azioni” (art. 2). Nondimeno il Trattato fa un passo oltre verso le proposte di azione a livello comunitario e verso l’impegno dell’Unione stessa per il raggiungimento di un alto livello di occupazione come obiettivo esplicito: “L’obiettivo di un alto livello di occupazione dovrà essere preso in considerazione nella formulazione e nell’adempimento delle politiche e delle attività comunitarie” (art. 3). Ben rimarcata dal Trattato è l’affermazione dell’interdipendenza delle politiche occupazionali adottate dai singoli stati membri e del bisogno di coordinazione per assicurare che le misure per sostenere l’occupazione in un paese non sia di danno al progresso in un altro stato membro: “ Gli Stati Membri convengono sulla necessità di promuovere il miglioramento delle condizioni di vita di lavoro della mano d’opera che consenta la loro parificazione nel progresso” (art. 117) “ Gli Stati Membri ritengono che una tale evoluzione risulterà sia dal funzionamento del mercato comune, che favorirà l’armonizzarsi dei sistemi sociali, sia dalle procedure previste dal presente trattato e dal ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative” (art. 118 ) La nozione di occupazione come questione di interesse comune pone l’accento sul fatto che gli Stati membri, nel perseguimento dei loro obiettivi, dovrebbero contribuire a una crescita positiva attraverso tutta l’Unione. In difesa di questo obiettivo, l’accresciuto ruolo dell’Unione Europea nella coordinazione della politica di impiego è ripresa con forza in molti articoli dell’Employment Title nel Trattato. In particolare suggerisce: • Agli Stati Membri e alla Comunità di cooperare nello sviluppare una strategia di impiego coordinata • Alla Comunità di incoraggiare e sostenere la collaborazione degli Stati Membri, agendo in modo complementare se necessario • Al Consiglio Europeo di stabilire delle linee-guida di cui gli Stati Membri debbano tenere conto nelle loro politiche d’occupazione • Agli Stati Membri di compilare rapporti annuali sulle misure adottate per accrescere le loro politiche occupazionali e, se necessario, dare consigli mirati ai singoli Paesi membri • Al Consiglio Europeo di adottare misure incentivanti per incoraggiare la cooperazione, lo scambio di informazioni e di innovazioni tra Stati Membri nel campo dell’occupazione. I Piani nazionali di occupazione e il Consiglio di Cardiff A seguito del Trattato di Amsterdam tutti i governi europei hanno preparato i piani nazionali per l’occupazione presentati poi nel consiglio di Cardiff, nel giugno del 1998. La Commissione ha presentato una comunicazione descrittiva dei Piani per discutere sull’esame degli impegni presi dagli Stati dell’Unione Europeo. Una serie di Paesi ha

riesaminato la propria politica dell’ impiego e alcuni Piani sono stati elaborati con l’aiuto dei rappresentanti regionali e sociali per conferire ai vari interventi una dimensione locale più forte. Alcuni aspetti dei Piani hanno bisogno però di essere perfezionati. Dall’esame preliminare, la Commissione giudica i Piani della Francia e della Spagna i più adeguati ai livelli di trasparenza e coerenza, offrendo uno formazione e orientamento, l’altro la prevenzione della disoccupazione di lunga durata. Molte iniziative e programmi sono rivolti alla valorizzazione della ricerca, dell’accrescimento, delle conoscenze di cui deve disporre il sistema europeo. La maggioranza degli studi sulla competitività mostra, infatti, che le aziende dei paesi più competitivi sono quelli che investono meglio. In generale, i Piani di occupazione hanno scopi riassumibili in questi punti: Migliorare l’occupabilità attraverso: • Misure preventive che contrastino la disoccupazione giovanile e quella di lunga durata • Il passaggio da misure passive a misure attive • Il coinvolgimento delle parti sociali • Il miglioramento dell’efficacia della formazione e dell’apprendimento Sviluppare l’imprenditorialità attraverso: • Facilitazioni per l’avvio e la gestione delle imprese • Creazione di nuove attività che creino nuovi posti di lavoro • Adeguamento dei sistemi fiscali in modo da renderli più favorevoli all’occupazione Incoraggiare l’adattabilità delle imprese e dei loro lavoratori, attraverso: • Una più moderna organizzazione del lavoro • Un sostegno all’adattabilità delle imprese ( valorizzazione delle risorse umane) Rafforzare le politiche in materia di pari opportunità, attraverso: • La riduzione del divario occupazionale tra donne e uomini • Misure per conciliare lavoro e vita familiare • Misure per incoraggiare il ritorno al lavoro • Misure per l’inserimento delle persone disabili Il Fondo Sociale Europeo e l’occupazione A seguito delle nuove direttive comunitarie per l’impiego, gli Stati Membri dell’Unione hanno messo in atto una complessiva Strategia per l’Impiego in Europa, al fine di creare posti di lavoro e combattere la disoccupazione. Nell’ambito di questo approccio sistematico il Fondo Sociale Europeo (ESF), il principale strumento finanziario a livello di Unione Europea, fornisce i mezzi per raggiungere gli obiettivi della Strategia per l’impiego in Europa: protegge e promuove l’occupazione e combatte disoccupazione, discriminazione e emarginazione sociale. Già delineato nel trattato di Roma, è il Fondo Strutturale che esiste da più tempo ( oltre 40 anni) e che investe, in collaborazione con gli Stati Membri, in programmi per lo sviluppo delle capacità produttive dei singoli e le loro potenzialità d’impiego. Proprio con l’inizio del nuovo millennio l’ESF si trova a un punto cruciale per il suo sviluppo: dal 2000 è iniziato infatti un periodo di sette anni, in cui il suo potenziale è stato rivolto a quanto si è fatto a livello nazionale da parte degli Stati Membri per mettere in pratica le priorità della Strategia per l’Impiego in Europa. La Strategia coinvolge i quindici Stati Membri nell’operare verso un obiettivo comune per preparare le persone al mondo del lavoro. L’ESF fornisce all’Unione Europea programmi volti a rinnovare l’occupabilità delle persone. Per raggiungere questo scopo cerca di dotare i cittadini di adeguate capacità tecniche come pure di sviluppare le loro capacità di interagire socialmente, rendendoli più flessibili e migliorando la loro adattabilità al mercato del lavoro. L’ESF canalizza il suo supporto verso programmi strategici a lungo termine per aiutare le diverse regioni europee, particolarmente le più svantaggiate, per rinnovare e modernizzare le capacità della forza lavoro e per incrementare l’iniziativa imprenditoriale.

Questo incoraggia investimenti all’interno come all’esterno del paese, aiutandolo a raggiungere una più elevata competitività economica e una maggior prosperità. I programmi sono stesi dagli Stati Membri in collaborazione con la Commissione Europea e rielaborati produttivamente mediante l’intervento di un ampio numero di organizzazioni, le quali includono autorità nazionali, regionali e locali; istituzioni per l’educazione e la formazione; organizzazioni volontarie e partner sociali, come sindacati, associazioni professionali e industriali; compagnie individuali. L’ESF funziona da catalizzatore per nuovi approcci ai progetti, capacità di collaborazione e azione per combinare le risorse di tutti quelli coinvolti nel progetto. Incrementa la partnership a differenti livelli e alimenta gli scambi di sapere attraverso tutta la Comunità, condivisione di idee e migliori attuazioni di progetti, assicurando che le nuove soluzioni più efficaci siano accorpate in politiche di corrente principale. Il peso del debito In Pakistan, una famiglia i cui componenti lavorano alla produzione di mattoni in un’attività propria, guadagna 100 rupie (2 dollari) per la produzione di mille mattoni. Lavorando a pieno ritmo, in una giornata i mattoni che riesce a produrre variano da 1200 a 1500: spesso un dieci per cento di questi viene scartato perché l’asciugatura non è avvenuta correttamente; in una settimana senza pioggia (in cui l’essiccamento è ottimale), una famiglia riesce così a guadagnare al massimo 700-800 rupie (dai 14 ai 16 dollari). Il costo dei generi di prima necessità assolutamente indispensabili alla famiglia copre esattamente questa cifra. Visto che l’attività viene svolta in proprio è stato necessario farla partire tramite un investimento (ovvero la contrazione di un debito) che, anche nelle migliori condizioni ipotizzabili descritte sopra, non potrà mai essere ripagato. Non dimentichiamo che ci sono da pagare anche gli interessi sul prestito ottenuto. Come appare evidente, un evento imprevisto (la malattia di un figlio, una stagione climaticamente turbolenta) o anche avvenimenti non quotidiani (un matrimonio o un funerale) possono far crollare facilmente questo fragile equilibrio e quando ciò accade è la fame. Possiamo ora trasporre quest’esempio particolare (una semplice economia familiare) su di un piano più generale (l’economia di uno Stato). Con gli opportuni cambiamenti (trasformando il guadagno nel PIL e le spese familiari in investimenti statali, ad esempio) è possibile compiere una semplice comparazione. Il risultato ci porta alle stesse dinamiche: ci sono Paesi la cui economia è schiava di un circolo vizioso di questi tipo da decenni. Ciò che avanza dal prodotto interno dopo le spese necessarie alla nazione, riesce a malapena a coprire gli interessi che questi Paesi pagano ai loro creditori. Sempre che non ci siano imprevisti come quelli sopra citati per il caso della famiglia pakistana. Come si può ben vedere questi Stati sono schiavi di un meccanismo che, se non viene modificato dall’esterno, impedirà qualsiasi possibilità di sviluppo per l’economia e le strutture istituzionali di questi Paesi2. Non c’è più alcun dubbio che il fardello del debito, particolarmente dei paesi pesantemente indebitati, abbia serie conseguenze per lo sviluppo umano. In circa un terzo di questi paesi, il debito pubblico ha un valore più ampio del loro PIL (Prodotto Interno Lordo) e, come gruppo, questi hanno alcuni tra i peggiori indicatori relativi al livello di benessere umano.

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La storia iniziale é tratta da “I nuovi schiavi” di Kevin Bales, 1999 Feltrinelli editore, traduzione

dall’inglese di Maria Nadotti di “Disposable people. New slavery in the global economy”

Confrontati con la media dei paesi in via di sviluppo, i tassi di analfabetismo dei paesi fortemente indebitati sono di un quarto più alti, mentre la possibilità di accesso a fonti di acqua pura sono di circa un terzo più basse. Queste nazioni mancano delle risorse da investire nello sviluppo di competenze umane, precisamente perché i debiti consolidati, in molti casi, assorbono completamente i loro budget. Inoltre il recente crollo del prezzo di alcuni prodotti di esportazione, unito con il calo del flusso di aiuti esterni, ha ulteriormente assottigliato le risorse disponibili per promuovere lo sviluppo umano. Questi paesi necessitano urgentemente di un alleggerimento del debito. Nel 1996, il Fondo Monetario Internazionale (IMF) e la Banca Mondiale hanno lanciato l’Iniziativa HIPC (Nazioni Povere Pesantemente Indebitate), al fine di ridurre a livelli sostenibili il carico del debito. Ma persino l’Iniziativa HIPC non fornisce un forte sostegno fiscale da investire nello sviluppo delle competenze umane. Questa è la ragione per cui la comunità internazionale preoccupata continua a chiedere un ulteriore alleggerimento del debito a vantaggio delle nazioni povere. Con riferimento all’Africa, dove un debito dal carico insostenibile sta minacciando la sicurezza economica e la stabilità a lungo termine di alcuni degli stati più poveri, le Nazioni Unite hanno lanciato un appello urgente: il Rapporto sull’Africa del 1998 presentato al Consiglio di Sicurezza ha chiaramente chiesto a tutte le nazioni creditrici di annullare ciò che rimane dei debiti bilaterali ufficiali dei paesi più poveri dell’Africa. Secondo, si richiede alle istituzioni finanziarie internazionali di facilitare significativamente e accelerare l’accesso alle risorse, da parte dei paesi poveri fortemente indebitati, nonché di fornire risorse finanziarie sufficienti a consentire loro di perseguire un ritmo di crescita economico e di sviluppo sociale sostanziale e sostenuto. Non è chiaro come potrà essere finanziato un maggiore alleggerimento del debito. Le nazioni creditrici potrebbero teoricamente inserire delle “voci” nei loro bilanci nazionali, relative alla cancellazione bilaterale del debito e la Banca Mondiale potrebbe rendersi disponibile a utilizzare parte dei suoi fondi. Ma il Fondo Monetario Internazionale non ha risorse da destinare a questo fine. La vendita di parte delle sue riserve d’oro é ancora all’ordine del giorno, e questa potrebbe costituire una soluzione parziale. Relativamente all’iniziativa HIPC potrebbe verificarsi il rischio che un già scarso sostegno allo sviluppo ufficiale potrebbe essere distolto a vantaggio di quest’ultima. Questo spostamento rischierebbe di negare fondi adeguati all’importante lavoro di rafforzamento delle competenze economiche essenziali nelle nazioni povere, risorse sulle quali poggia il successo di altri investimenti sullo sviluppo. È perciò cruciale, in linea di principio, alleggerire il debito in via multilaterale attraverso l’iniezione di denaro fresco, e non drenando fondi dedicati all’assistenza ufficiale allo sviluppo. Legare l’ulteriore alleggerimento del debito ad obiettivi di sviluppo umano consentirà inoltre di concentrare l’attenzione internazionale sulla reale portata del problema. Questa non consiste solo nell’incapacità delle nazioni povere di ripianare i debiti ai creditori. È invece l’incapacità di decine di milioni di persone di veder assicurati i propri più elementari diritti umani. Questo perché l’iperbolico debito riduce le risorse per la crescita e i costi legati alla restituzione del debito diminuiscono gli investimenti per le persone. È chiaro che la crisi del debito limita la capacità delle nazioni, soprattutto di quelle povere e fortemente indebitate, di perseguire una crescita sostenibile e equilibrata e di raggiungere gli obiettivi di sviluppo umano. La notevole dimensione della povertà, unita al fatto che la maggioranza dei paesi beneficiari dell’iniziativa HIPC rientrano nella categoria delle nazioni classificate dal UNDP per i bassi livelli di sviluppo umano, spiega in larga misura la preoccupazione che la comunità internazionale ripone sul problema del debito. Le organizzazioni della società civile, quelle non-governative (principalmente Jubilee 2000, Oxfam e Eurodad), le agenzie di aiuto bilaterale e multilaterale e le altre

istituzioni per lo sviluppo persistono nell’assicurare che la crisi del debito dei Paesi HIPC non svanisca dalla memoria pubblica, anche se l’attenzione internazionale si sposta su crisi che attualmente stanno affliggendo altre parti del mondo. A tal proposito l’UNDP propone l’applicazione di tre principali linee di intervento: - Alleggerimento addizionale del debito L’UNDP perora e accoglie la posizione adottata dai governi del Nord e del Sud del mondo e dalle Organizzazioni non Governative di ridurre la soglia del debito sostenibile attualmente in essere, al fine di rendere disponibile un livello di alleggerimento del debito addizionale e liberare risorse fiscali necessarie ai paesi poveri per lanciare un attacco alla povertà su larga scala. - Il “National Partnership Facility” Dalla prospettiva dello sviluppo sostenibile, l’obiettivo degli sforzi di riduzione del debito dovrebbero essere volti ad assicurare che i benefici ottenuti siano indirizzati ai poveri. Per orientare parte degli utili derivanti dalla riduzione del debito verso i programmi di sviluppo, le nazioni potrebbero considerare di implementare meccanismi finanziari, quali il “National Partnership Facility” (NPF). Questo meccanismo può indirizzare una parte degli utili (insieme ad altre risorse finanziarie per lo sviluppo, come quelle dell’Official Development Assistance, fondi di parti terze e contributi del settore privato) verso le comunità locali, le organizzazioni della società civile e le ONG, come sostegno dei loro progetti rivolti allo sviluppo umano. - Gestione del debito efficace L’UNDP ha messo a punto accordi e programmi di gestione del debito a livello globale, regionale e nazionale. Il “Joint Programme”, in coordinamento con UNCTAD (Conferenza delle nazioni unite sul commercio e lo sviluppo) e la Banca Mondiale ha rappresentato un ulteriore supporto internazionale alla gestione del debito. Alcuni dei principali risultati sono stati lo sviluppo del programma UNCTAD in più di 50 paesi, spesso con il finanziamento dell’UNPD e di altri donatori bilaterali, e la creazione di un programma regionale per il debito e la gestione delle riserve nell’Africa Meridionale e Orientale, che si è poi evoluto nell’Istituto per la Gestione Macroeconomica e Finanziaria dell’Africa Meridionale e Orientale. Poiché una delle maggiori critiche all’Iniziativa HIPC (Nazioni Povere Pesantemente Indebitate) su citata, é che essa sottovaluta le problematiche legate all’eliminazione della povertà e allo sviluppo umano, numerose organizzazioni hanno sviluppato metodi alternativi, maggiormente concentrati su questi temi. Più precisamente sono quattro gli approcci, sviluppati dal Network Europeo sul Debito e lo Sviluppo (Eurodad), Oxfam International, Cafod e Christian Aid. Eurodad (1997) . Ha presentato un approccio che unisce l’Indice di Sviluppo Umano dell’UNDP (che misura il livello di povertà di una nazione) ai principali indicatori HIPC di sostenibilità del debito. Oxfam International (1998). Secondo questo approccio, i Governi disposti ad allocare dall’85 al 100 per cento dei risparmi del debito in iniziative volte alla riduzione della povertà, possono godere di una riduzione del debito anticipata e in proporzione maggiore. Questo dovrebbe avvenire attraverso una “Finestra del Debito per lo Sviluppo Umano”, che prevede l’abbassamento delle soglie di sostenibilità del debito. Al Governo debitore si richiede di sviluppare un progetto d’azione per la riduzione della povertà e di sottoporlo alla struttura decisionale dell’Iniziativa HIPC, per ottenere la conversione del risparmio sul debito in iniziative concrete. Christian Aid. Questo approccio prende il via dagli obiettivi di sviluppo fissati dalle organizzazioni DAC e OECD che uniscono tutti i maggiori creditori. Questi obiettivi incorporano la sanità, l’educazione, la povertà, l’eguaglianza tra i sessi e i diritti umani. Secondo Christian Aid, raggiungere i livelli di povertà fissati dal DAC richiederà una crescita nei paesi HIPC, maggiore di quella riscontrata negli ultimi 20 anni. Poiché il carico del debito agisce come impedimento alla crescita, frenando gli investimenti nei paesi HIPC, è improbabile che tali obiettivi possano essere conseguiti mediante la sola crescita

economica. È necessario un incremento della spesa pubblica, specialmente in sanità ed educazione. Perciò la riduzione del debito ha un ruolo centrale nel raggiungimento degli obiettivi DAC, stimolando maggiormente la crescita e liberando risorse. Cafod (1998). Definito anche come l’approccio del reddito netto realizzabile, quello di Cafod assume che non tutte le risorse raccolte dai Governi nei paesi sottosviluppati possano essere utilizzate per ripagare il costo del servizio del debito, e che tantomeno una porzione arbitraria delle stesse possano essere impiegate senza prima rispondere ad imperativi di carattere umanitario. La misura di ciò che un paese può sostenere in termini di servizio del debito è considerata in relazione ai livelli minimi di spesa statale che sono stati stanziati per realizzare i più elementari livelli di sviluppo umano. Livelli di carico debitorio esterno, superiori a tale livello, sono quindi eliminati. Più in specifico, il calcolo del debito sostenibile si basa su quattro assunzioni: Che non è ragionevole utilizzare la leva fiscale sui redditi al di sotto del livello internazionale di povertà assoluta. Che un’incidenza della tassazione sui redditi superiore al 25% - sopra questo livello - darà luogo a distorsioni nell’economia, condizionando lo sviluppo. Che ai Governi debitori deve essere permesso di accantonare risorse per rispondere ai bisogni elementari di sviluppo umano delle loro popolazioni, prima di destinare risorse alle necessità del servizio del debito. Che solo un ammontare limitato delle risorse disponibili dovrebbero essere allocate per il servizio del debito. Gli sforzi volti ad allentare il carico dei pagamenti del debito hanno impiegato numerosi meccanismi di riduzione del debito e di conversione delle risorse. Vogliamo citare, da ultimo, il caso della conversione (swap) del debito: è un meccanismo che permette la cancellazione del debito esterno in cambio di un impegno a mobilizzare risorse interne per servizi sociali (salute, educazione, ecc.) o per l’ambiente o per programmi di riduzione della povertà. Per quanto la maggior parte delle operazioni di conversione coinvolga quantità limitate di risorse, questi meccanismi di riduzione del debito sono però di grande interesse per coloro che sono coinvolti da progetti di sviluppo sociale e umano. Negli anni ’80, la maggior parte delle conversioni ha avuto luogo in America Latina e ha riguardato debiti commerciali. Dall’introduzione della “clausola swap” al Club di Parigi nel 1990, l’utilizzo di questo meccanismo è aumentato sensibilmente e si è concentrato sull’America Latina e su altre parti del mondo, incluse l’Africa e l’Europa Orientale. Alcune delle esperienze più riuscite di conversione del debito hanno avuto luogo in America Latina e si sono concentrate sull’ambiente: tra la fine degli anni 80’ e la metà dei ’90 le conversioni del debito hanno contribuito a generare 50 milioni di dollari per progetti di protezione dell’ambiente, in 23 paesi, di cui il Costa Rica ne ha realizzati la parte preponderante. In Pakistan, una famiglia i cui componenti lavorano alla produzione di mattoni in un’attività propria, guadagna 100 rupie (2 dollari) per la produzione di mille mattoni. Lavorando a pieno ritmo, in una giornata i mattoni che riesce a produrre variano da 1200 a 1500: spesso un dieci per cento di questi viene scartato perché l’asciugatura non è avvenuta correttamente; in una settimana senza pioggia (in cui l’essiccamento è ottimale), una famiglia riesce così a guadagnare al massimo 700-800 rupie (dai 14 ai 16 dollari). Il costo dei generi di prima necessità assolutamente indispensabili alla famiglia copre esattamente questa cifra. Visto che l’attività viene svolta in proprio è stato necessario farla partire tramite un investimento (ovvero la contrazione di un debito) che, anche nelle migliori condizioni ipotizzabili descritte sopra, non potrà mai essere ripagato. Non dimentichiamo che ci sono da pagare anche gli interessi sul prestito ottenuto. Come appare evidente, un evento imprevisto (la malattia di un figlio, una stagione climaticamente turbolenta) o anche avvenimenti non quotidiani (un matrimonio o un

funerale) possono far crollare facilmente questo fragile equilibrio e quando ciò accade è la fame. Possiamo ora trasporre quest’esempio particolare (una semplice economia familiare) su di un piano più generale (l’economia di uno Stato). Con gli opportuni cambiamenti (trasformando il guadagno nel PIL e le spese familiari in investimenti statali, ad esempio) è possibile compiere una semplice comparazione. Il risultato ci porta alle stesse dinamiche: ci sono Paesi la cui economia è schiava di un circolo vizioso di questi tipo da decenni. Ciò che avanza dal prodotto interno dopo le spese necessarie alla nazione, riesce a malapena a coprire gli interessi che questi Paesi pagano ai loro creditori. Sempre che non ci siano imprevisti come quelli sopra citati per il caso della famiglia pakistana. Come si può ben vedere questi Stati sono schiavi di un meccanismo che, se non viene modificato dall’esterno, impedirà qualsiasi possibilità di sviluppo per l’economia e le strutture istituzionali di questi Paesi3. Non c’è più alcun dubbio che il fardello del debito, particolarmente dei paesi pesantemente indebitati, abbia serie conseguenze per lo sviluppo umano. In circa un terzo di questi paesi, il debito pubblico ha un valore più ampio del loro PIL (Prodotto Interno Lordo) e, come gruppo, questi hanno alcuni tra i peggiori indicatori relativi al livello di benessere umano. Confrontati con la media dei paesi in via di sviluppo, i tassi di analfabetismo dei paesi fortemente indebitati sono di un quarto più alti, mentre la possibilità di accesso a fonti di acqua pura sono di circa un terzo più basse. Queste nazioni mancano delle risorse da investire nello sviluppo di competenze umane, precisamente perché i debiti consolidati, in molti casi, assorbono completamente i loro budget. Inoltre il recente crollo del prezzo di alcuni prodotti di esportazione, unito con il calo del flusso di aiuti esterni, ha ulteriormente assottigliato le risorse disponibili per promuovere lo sviluppo umano. Questi paesi necessitano urgentemente di un alleggerimento del debito. Nel 1996, il Fondo Monetario Internazionale (IMF) e la Banca Mondiale hanno lanciato l’Iniziativa HIPC (Nazioni Povere Pesantemente Indebitate), al fine di ridurre a livelli sostenibili il carico del debito. Ma persino l’Iniziativa HIPC non fornisce un forte sostegno fiscale da investire nello sviluppo delle competenze umane. Questa è la ragione per cui la comunità internazionale preoccupata continua a chiedere un ulteriore alleggerimento del debito a vantaggio delle nazioni povere. Con riferimento all’Africa, dove un debito dal carico insostenibile sta minacciando la sicurezza economica e la stabilità a lungo termine di alcuni degli stati più poveri, le Nazioni Unite hanno lanciato un appello urgente: il Rapporto sull’Africa del 1998 presentato al Consiglio di Sicurezza ha chiaramente chiesto a tutte le nazioni creditrici di annullare ciò che rimane dei debiti bilaterali ufficiali dei paesi più poveri dell’Africa. Secondo, si richiede alle istituzioni finanziarie internazionali di facilitare significativamente e accelerare l’accesso alle risorse, da parte dei paesi poveri fortemente indebitati, nonché di fornire risorse finanziarie sufficienti a consentire loro di perseguire un ritmo di crescita economico e di sviluppo sociale sostanziale e sostenuto. Non è chiaro come potrà essere finanziato un maggiore alleggerimento del debito. Le nazioni creditrici potrebbero teoricamente inserire delle “voci” nei loro bilanci nazionali, relative alla cancellazione bilaterale del debito e la Banca Mondiale potrebbe rendersi disponibile a utilizzare parte dei suoi fondi. Ma il Fondo Monetario Internazionale non ha risorse da destinare a questo fine. La vendita di parte delle sue riserve d’oro é ancora all’ordine del giorno, e questa potrebbe costituire una soluzione parziale.
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La storia iniziale é tratta da “I nuovi schiavi” di Kevin Bales, 1999 Feltrinelli editore, traduzione

dall’inglese di Maria Nadotti di “Disposable people. New slavery in the global economy”

Relativamente all’iniziativa HIPC potrebbe verificarsi il rischio che un già scarso sostegno allo sviluppo ufficiale potrebbe essere distolto a vantaggio di quest’ultima. Questo spostamento rischierebbe di negare fondi adeguati all’importante lavoro di rafforzamento delle competenze economiche essenziali nelle nazioni povere, risorse sulle quali poggia il successo di altri investimenti sullo sviluppo. È perciò cruciale, in linea di principio, alleggerire il debito in via multilaterale attraverso l’iniezione di denaro fresco, e non drenando fondi dedicati all’assistenza ufficiale allo sviluppo. Legare l’ulteriore alleggerimento del debito ad obiettivi di sviluppo umano consentirà inoltre di concentrare l’attenzione internazionale sulla reale portata del problema. Questa non consiste solo nell’incapacità delle nazioni povere di ripianare i debiti ai creditori. È invece l’incapacità di decine di milioni di persone di veder assicurati i propri più elementari diritti umani. Questo perché l’iperbolico debito riduce le risorse per la crescita e i costi legati alla restituzione del debito diminuiscono gli investimenti per le persone. È chiaro che la crisi del debito limita la capacità delle nazioni, soprattutto di quelle povere e fortemente indebitate, di perseguire una crescita sostenibile e equilibrata e di raggiungere gli obiettivi di sviluppo umano. La notevole dimensione della povertà, unita al fatto che la maggioranza dei paesi beneficiari dell’iniziativa HIPC rientrano nella categoria delle nazioni classificate dal UNDP per i bassi livelli di sviluppo umano, spiega in larga misura la preoccupazione che la comunità internazionale ripone sul problema del debito. Le organizzazioni della società civile, quelle non-governative (principalmente Jubilee 2000, Oxfam e Eurodad), le agenzie di aiuto bilaterale e multilaterale e le altre istituzioni per lo sviluppo persistono nell’assicurare che la crisi del debito dei Paesi HIPC non svanisca dalla memoria pubblica, anche se l’attenzione internazionale si sposta su crisi che attualmente stanno affliggendo altre parti del mondo. A tal proposito l’UNDP propone l’applicazione di tre principali linee di intervento: - Alleggerimento addizionale del debito L’UNDP perora e accoglie la posizione adottata dai governi del Nord e del Sud del mondo e dalle Organizzazioni non Governative di ridurre la soglia del debito sostenibile attualmente in essere, al fine di rendere disponibile un livello di alleggerimento del debito addizionale e liberare risorse fiscali necessarie ai paesi poveri per lanciare un attacco alla povertà su larga scala. - Il “National Partnership Facility” Dalla prospettiva dello sviluppo sostenibile, l’obiettivo degli sforzi di riduzione del debito dovrebbero essere volti ad assicurare che i benefici ottenuti siano indirizzati ai poveri. Per orientare parte degli utili derivanti dalla riduzione del debito verso i programmi di sviluppo, le nazioni potrebbero considerare di implementare meccanismi finanziari, quali il “National Partnership Facility” (NPF). Questo meccanismo può indirizzare una parte degli utili (insieme ad altre risorse finanziarie per lo sviluppo, come quelle dell’Official Development Assistance, fondi di parti terze e contributi del settore privato) verso le comunità locali, le organizzazioni della società civile e le ONG, come sostegno dei loro progetti rivolti allo sviluppo umano. - Gestione del debito efficace L’UNDP ha messo a punto accordi e programmi di gestione del debito a livello globale, regionale e nazionale. Il “Joint Programme”, in coordinamento con UNCTAD (Conferenza delle nazioni unite sul commercio e lo sviluppo) e la Banca Mondiale ha rappresentato un ulteriore supporto internazionale alla gestione del debito. Alcuni dei principali risultati sono stati lo sviluppo del programma UNCTAD in più di 50 paesi, spesso con il finanziamento dell’UNPD e di altri donatori bilaterali, e la creazione di un programma regionale per il debito e la gestione delle riserve nell’Africa Meridionale e Orientale, che si è poi evoluto nell’Istituto per la Gestione Macroeconomica e Finanziaria dell’Africa Meridionale e Orientale.

Poiché una delle maggiori critiche all’Iniziativa HIPC (Nazioni Povere Pesantemente Indebitate) su citata, é che essa sottovaluta le problematiche legate all’eliminazione della povertà e allo sviluppo umano, numerose organizzazioni hanno sviluppato metodi alternativi, maggiormente concentrati su questi temi. Più precisamente sono quattro gli approcci, sviluppati dal Network Europeo sul Debito e lo Sviluppo (Eurodad), Oxfam International, Cafod e Christian Aid. Eurodad (1997) . Ha presentato un approccio che unisce l’Indice di Sviluppo Umano dell’UNDP (che misura il livello di povertà di una nazione) ai principali indicatori HIPC di sostenibilità del debito. Oxfam International (1998). Secondo questo approccio, i Governi disposti ad allocare dall’85 al 100 per cento dei risparmi del debito in iniziative volte alla riduzione della povertà, possono godere di una riduzione del debito anticipata e in proporzione maggiore. Questo dovrebbe avvenire attraverso una “Finestra del Debito per lo Sviluppo Umano”, che prevede l’abbassamento delle soglie di sostenibilità del debito. Al Governo debitore si richiede di sviluppare un progetto d’azione per la riduzione della povertà e di sottoporlo alla struttura decisionale dell’Iniziativa HIPC, per ottenere la conversione del risparmio sul debito in iniziative concrete. Christian Aid. Questo approccio prende il via dagli obiettivi di sviluppo fissati dalle organizzazioni DAC e OECD che uniscono tutti i maggiori creditori. Questi obiettivi incorporano la sanità, l’educazione, la povertà, l’eguaglianza tra i sessi e i diritti umani. Secondo Christian Aid, raggiungere i livelli di povertà fissati dal DAC richiederà una crescita nei paesi HIPC, maggiore di quella riscontrata negli ultimi 20 anni. Poiché il carico del debito agisce come impedimento alla crescita, frenando gli investimenti nei paesi HIPC, è improbabile che tali obiettivi possano essere conseguiti mediante la sola crescita economica. È necessario un incremento della spesa pubblica, specialmente in sanità ed educazione. Perciò la riduzione del debito ha un ruolo centrale nel raggiungimento degli obiettivi DAC, stimolando maggiormente la crescita e liberando risorse. Cafod (1998). Definito anche come l’approccio del reddito netto realizzabile, quello di Cafod assume che non tutte le risorse raccolte dai Governi nei paesi sottosviluppati possano essere utilizzate per ripagare il costo del servizio del debito, e che tantomeno una porzione arbitraria delle stesse possano essere impiegate senza prima rispondere ad imperativi di carattere umanitario. La misura di ciò che un paese può sostenere in termini di servizio del debito è considerata in relazione ai livelli minimi di spesa statale che sono stati stanziati per realizzare i più elementari livelli di sviluppo umano. Livelli di carico debitorio esterno, superiori a tale livello, sono quindi eliminati. Più in specifico, il calcolo del debito sostenibile si basa su quattro assunzioni: Che non è ragionevole utilizzare la leva fiscale sui redditi al di sotto del livello internazionale di povertà assoluta. Che un’incidenza della tassazione sui redditi superiore al 25% - sopra questo livello - darà luogo a distorsioni nell’economia, condizionando lo sviluppo. Che ai Governi debitori deve essere permesso di accantonare risorse per rispondere ai bisogni elementari di sviluppo umano delle loro popolazioni, prima di destinare risorse alle necessità del servizio del debito. Che solo un ammontare limitato delle risorse disponibili dovrebbero essere allocate per il servizio del debito. Gli sforzi volti ad allentare il carico dei pagamenti del debito hanno impiegato numerosi meccanismi di riduzione del debito e di conversione delle risorse. Vogliamo citare, da ultimo, il caso della conversione (swap) del debito: è un meccanismo che permette la cancellazione del debito esterno in cambio di un impegno a mobilizzare risorse interne per servizi sociali (salute, educazione, ecc.) o per l’ambiente o per programmi di riduzione della povertà. Per quanto la maggior parte delle operazioni di conversione coinvolga quantità limitate di risorse, questi meccanismi di riduzione del debito sono però di grande interesse per coloro che sono coinvolti da progetti di sviluppo sociale e umano.

Negli anni ’80, la maggior parte delle conversioni ha avuto luogo in America Latina e ha riguardato debiti commerciali. Dall’introduzione della “clausola swap” al Club di Parigi nel 1990, l’utilizzo di questo meccanismo è aumentato sensibilmente e si è concentrato sull’America Latina e su altre parti del mondo, incluse l’Africa e l’Europa Orientale. Alcune delle esperienze più riuscite di conversione del debito hanno avuto luogo in America Latina e si sono concentrate sull’ambiente: tra la fine degli anni 80’ e la metà dei ’90 le conversioni del debito hanno contribuito a generare 50 milioni di dollari per progetti di protezione dell’ambiente, in 23 paesi, di cui il Costa Rica ne ha realizzati la parte preponderante. Le origini del sottosviluppo Nel succedersi di ascese e declini di imperi e civiltà durante l’arco della storia umana, probabilmente i differenziali di ricchezza economica non hanno mai raggiunto livelli estremi. Alcuni storici economici valutano che ancora nel XVIII secolo la ricchezza dei paesi oggi considerati sviluppati, come l’Europa, non era molto più ampia del doppio rispetto a quella dei paesi del Terzo Mondo, con diverse stime che riducono ancora il gap in termini di reddito pro-capite (Bairoch, 1998; Landes 1978). In realtà iniziamo a parlare di sviluppo economico con l’avvento del periodo storico dell’industrializzazione, l’affermazione del sistema economico capitalistico, la creazione e diffusione di mercati di scambio organizzati per tutte le merci. Sylos Labini classifica l’evoluzione del capitalismo moderno in tre stadi (Sylos Labini 2000): un primo stadio è quello del passaggio dal capitalismo mercantile a quello industriale, con la nascita delle prime industrie manifatturiere (fine XVII sec.- metà XVIII sec.); un secondo stadio, corrispondente alla rivoluzione industriale, è quello nel quale l’innovazione tecnologica, “il sistema della fabbrica e le condizioni concorrenziali a poco a poco si affermarono nella maggior parte dei mercati” (metà XVIII sec. – metà XIX sec.); un terzo stadio, quello del capitalismo oligopolistico, che dura dalla metà del XIX secolo fino agli anni ’70 del XX secolo. A partire dal secondo stadio inizia l’accelerazione dello sviluppo economico nei paesi occidentali, e la diffusione dell’economia capitalistica di mercato in tutto il globo tramite i fenomeni storici della colonizzazione e dell’imperialismo. Secondo diversi autori la fine del secolo XIX e l’inizio del XX hanno già visto il prevalere di una sorta di globalizzazione, intesa in termini economici (Hirst e Thompson, 1997). In realtà è a partire dal diffondersi su scala globale di uno stesso sistema economico che ha senso concreto procedere a confronti tra la ricchezza economica di popoli e paesi tanto diversi: nel momento in cui tendono sempre più ad assomigliarsi, dal punto di vista della istituzioni che regolano l’economia, e del modo di organizzarsi degli agenti che partecipano al processo di produzione e distribuzione della ricchezza. Dal secondo stadio del capitalismo hanno iniziato a crescere le diseguaglianze tra paesi, pur nell’ambito di una crescita complessiva dell’economia mondo, con un forte sviluppo dei paesi occidentali ed un ristagno di quelli del terzo mondo. La globalizzazione degli ultimi venti/trent’anni, che secondo diversi autori ci ha portato in una nuova fase o in un nuovo stadio di evoluzione del capitalismo, ha “aggravato le tendenze alla diseguaglianza che sono strutturali nello sviluppo capitalistico. Il risultato è che nel 1997 i paesi OCSE, con il 19% della popolazione mondiale, controllano tre quarti del Prodottto Interno Lordo del pianeta, il 71% del commercio, il 58% degli investimenti esteri, il 91% degli utenti di internet. Al 20% più povero è lasciato l’1%, o meno, di tutte queste variabili” (Pianta, 2001, p.19). Il differenziale di crescita economica e di sviluppo umano tra i paesi è alla base del problema della povertà nel mondo, di cui abbiamo parlato precedentemente. Un paese povero avrà più cittadini poveri di un paese ricco, e un paese che non riesce a garantire uno sviluppo umano non riuscirà a garantire il rispetto dei diritti fondamentali dei suoi cittadini. A fronte dell’affermazione di una globalizzazione neoliberista, che negli ultimi

vent’anni sta portando ad una forte crescita delle disuguaglianze e dei differenziali di reddito nelle società e tra gli stati, serve oggi una globalizzazione dei diritti e delle responsabilità, affermata da una nascente società civile, che possa proteggere la dignità della vita umana dalle ingiustizie (Alston 1999). Nel prossimo paragrafo vedremo la posizione di uno dei più’ noti esperti di diritti economici e sociali, Philip Alston, sul rapporto tra globalizzazione e diritti umani e sulla necessita’ che le istituzioni europee contribuiscano alla già’ citata globalizzazione dei diritti. Infine, nei paragrafi successivi, vedremo cosa stanno proponendo le Nazioni Unite, principalmente tramite le analisi e le proposte del loro Programma di sviluppo (UNDP), e le ONG, nucleo importante di una società civile globale, autonoma dai poteri forti di chi non mette al centro dello sviluppo l’uomo, ma il profitto e il guadagno. Diritti umani e globalizzazione Secondo Philip Alston (P. Alston, 1999), la globalizzazione non è un fenomeno neutrale rispetto alla sfera dei diritti umani e questo per due ragioni fondamentali. In primo luogo, il libero mercato in sé è diventato l’elemento di maggiore rilievo rispetto a tutti gli altri valori. Così, anche alcune norme inerenti i diritti umani sono sempre più sottoposte ad una valutazione di compatibilità con il mercato, che determina quale importanza accordare loro. Nel mondo della globalizzazione, il rifiuto e la reazione alle discriminazioni di genere o di altro tipo, alla soppressione di sindacati, alla negazione dell’educazione primaria o dell’assistenza sanitaria, vengono spesso sostanziate non solo dimostrando che tali pratiche vanno contro gli standard dei diritti umani, ma anche dimostrando che non rispettano gli imperativi dell’efficienza economica ed il funzionamento del libero mercato. In secondo luogo, i mezzi che si suppone siano indispensabili nel processo di globalizzazione hanno di fatto acquisito lo status di valori in sé. Basti pensare, sul piano internazionale, alla crescente influenza dei mercati finanziari nel determinare le priorità dei governi nazionali. Nessuno di questi sviluppi è di per sé incompatibile con i principi dei diritti umani o con gli obblighi specifici relativi ai diritti umani che ogni Stato del mondo ha liberamente accettato. Nel complesso, comunque, se non accompagnata da appropriate politiche di contenimento degli effetti negativi sulla distribuzione della ricchezza, la globalizzazione rischia di sminuire il ruolo centrale che la Dichiarazione Universale e la Carta delle Nazioni Unite hanno accordato ai diritti dell’uomo nell’economia mondiale. La globalizzazione, alla luce dei diritti umani, non è assolutamente una strada a senso unico. Alcuni vantaggi prodotti dalla globalizzazione sono evidenti. Flussi di informazione più liberi determinano una serie di conseguenze positive a tutti i livelli dei diritti umani. In relazione ai diritti civili e politici, il processo di globalizzazione chiama in causa la sostenibilità del tradizionale spartiacque tra responsabilità governativa nelle violazioni dei diritti umani, e non-responsabilità degli attori privati. Nel momento in cui le aziende assumono un ruolo crescente nel gestire o costruire prigioni, ospedali, parchi pubblici e aree commerciali e ricreative e nel provvedere in misura sempre maggiore alla sicurezza dei cittadini, si devono anche trovare strade diverse e mezzi innovativi per la garanzia dei diritti civili e politici. O ancora, il rispetto del diritto al lavoro e del diritto a condizioni di lavoro giuste e favorevoli, è minacciato da un’esclusiva enfasi sulla competitività a detrimento del rispetto per gli standard di lavoro riconosciuti nella Dichiarazione Universale. Allo stesso modo, il rispetto della famiglia e dei diritti dei genitori di stare con i propri bambini può richiedere politiche nuove ed innovative piuttosto che un approccio di semplice laissez-faire, in un’era in cui il mercato del lavoro é esteso a livello globale, almeno per certe occupazioni individuali.

Il processo di globalizzazione ci pone di fronte ad una varietà di sfide che richiedono da parte nostra un’attenzione che finora non hanno ricevuto. La globalizzazione è un fenomeno che preoccupa la comunità internazionale, anche se è un fenomeno suscettibile di molteplici e contrastanti definizioni. Lasciando da parte gli sviluppi nella scienza, nella tecnologia, nelle comunicazioni e nel trattamento dell’informazione, che hanno reso per molti versi il mondo più piccolo ed interdipendente, la globalizzazione è anche giunta ad essere strettamente associata a svariate tendenze e politiche. A queste dobbiamo volgere la nostra attenzione minuziosa. Sempre secondo Alston, “mentre i governi hanno la responsabilità principale nell’assicurare il rispetto dei diritti umani, le organizzazioni internazionali sono un importante strumento di politiche che possono sia contribuire ai diritti umani, sia indebolirli direttamente o indirettamente. Queste organizzazioni, cosi’ come i governi che le hanno create e le guidano, hanno la responsabilità forte e permanente di assumere tutte le misure possibili per assistere i governi in azioni che siano compatibili con i loro obblighi in materia di diritti umani e per cercare di escogitare politiche e direttive che promuovano il rispetto di tali diritti [...]E’ particolarmente importante ricordare che i settori della finanza e degli investimenti internazionali non sono per niente sottratti a questi principi generali e che le organizzazioni internazionali con specifiche responsabilità in quelle aree sono tenute a comportarsi in modo positivo e costruttivo in relazione ai diritti umani [...] il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale dovrebbero prestare molta attenzione all’impatto delle loro politiche sui diritti umani, benché all’interno di ragionevoli limiti legati alla portata specifica del loro mandato e della loro responsabilità [...] E’ da ricordare che ne’ il fondo, ne’ la Banca mondiale hanno una chiara, e tanto meno esauriente politica in relazione ai diritti umani [...] Anche l’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO) dovrebbe concepire metodi appropriati per facilitare una più sistematica considerazione dell’impatto sui diritti umani di particolari politiche di commercio e investimento. Senza prendere in considerazione il problema se tali politiche debbano pretendere l’adozione di una “clausola sociale” legata a sanzioni verso paesi che non la rispettano, ci sono molte altre opzioni per permettere al WTO di essere un partner responsabile nello sforzo della comunità internazionale per dare realizzazione più ampia possibile agli impegni contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Alle soglie del XXI secolo, e’ imperativo riconoscere che i diritti umani sono il solo baluardo rimasto contro un mondo i cui “valori” sono definiti solamente dal determinismo economico e dalle preferenze del mercato, spesso considerate, e spesso a ragione, ispirate a egoismo e meschinità” (P.Alston, 1999). Un esempio di globalizzazione “buona”: il Global Compact Le imprese e la società civile insieme per affrontare le sfide della globalizzazione Nel Rapporto del Millennio diffuso in preparazione del Vertice del Millennio, il Segretario Generale Kofi Annan aveva illustrato le linee generali dell’iniziativa ‘Global Compact’, il patto globale, tramite il quale il mondo imprenditoriale avrebbe dovuto accordarsi per promuovere nelle proprie attività aziendali una serie di valori fondamentali nelle aree degli standard lavorativi, dei diritti umani e dell’ambiente. Al termine della riunione di alto livello sul ‘Global Compact’, tenuta il 26 luglio 2000 presso la sede dell’ONU, le Nazioni Unite hanno emesso un Sommario relativo a questo argomento. Alla riunione avevano partecipato i rappresentanti di oltre 50 imprese e associazioni imprenditoriali, cui si aggiungevano le principali associazioni internazionali dei lavoratori e importanti organizzazioni ambientaliste e organizzazioni che si occupano di diritti umani. (Per avere ulteriori informazioni e consultare l’elenco dei partecipanti, è possibile visitare in rete il sito www.unglobalcompact.org). Il testo del Sommario è il seguente: 1. Sotto la guida del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, i leader mondiali del mondo imprenditoriale, del lavoro e della società civile si sono incontrati

oggi per lanciare una iniziativa comune a sostegno dei valori universali e a favore di attività economiche responsabili. Il Segretario Generale aveva già proposto il ‘Global Compact’ nel Gennaio 1999, in occasione del suo intervento al Forum Economico Mondiale di Davos. 2. Il patto sfida i leader imprenditoriali a promuovere ed applicare all’interno delle proprie aziende nove principi che attengono alle aree dei diritti umani, degli standard lavorativi e dell’ambiente. Lo scopo è quello di contribuire a consolidare quei pilastri sociali all’interno dei quali ciascun mercato, compreso il mercato globale, deve essere ben radicato se si vuole che esso sopravviva e si sviluppi rigogliosamente. I principi in questione sono stati tratti dalla Dichiarazione Universale sui Diritti Umani, dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dai Principi Fondamentali sui Diritti al Lavoro, e dai Principi di Rio su ambiente e sviluppo. 3. Oltre ai fondamentali contributi della comunità imprenditoriale, per radicare il ‘Global Compact’ nel tessuto delle comunità - siano esse locali o globali - è comunque essenziale il coinvolgimento del mondo del lavoro e della società civile. A tale scopo, il loro ruolo quali partner sia per lo sviluppo del dialogo che delle attività operative, è ugualmente importante. 4. I partecipanti del mondo imprenditoriale, del lavoro e della società civile hanno accolto con grande favore il ‘Global Compact’, il patto globale, che è stato visto come una iniziativa innovativa e tempestiva. Essi hanno concordato sull’opportunità di lavorare tutti assieme, entro la cornice costituita dal ‘Global Compact’, per costruire un mercato globale che sia più inclusivo — questo promuovendo valori largamente condivisi e pratiche che riflettono i bisogni sociali globali, facendo così in modo che la globalizzazione benefici tutti i popoli. 5. I principali risultati dell’incontro sono stati i seguenti: - Circa cinquanta aziende transnazionali impegnate nei più diversi settori - media, i settori minerario, automobilistico, quello dei servizi, delle telecomunicazioni, del credito, il settore petrolifero, quello dell’industria farmaceutica, del software e quello delle calzature - hanno assunto una posizione pubblica sul ‘Global Compact’ e sui suoi principi. Alcune di queste aziende non avevano mai fatto niente del genere in precedenza. Altre avevano invece avuto una storia piena di problemi in relazione a una o più delle aree coperte dal patto. Questa iniziativa fornisce quindi una spinta sostanziale allo sviluppo di una cittadinanza responsabile da parte delle imprese e indica un esempio che potrà essere emulato anche da altre aziende. - Le imprese in questione si sono impegnate a tradurre i principi del patto in pratiche aziendali concrete mediante lo svolgimento delle seguenti attività: a. patrocinare il patto nella formulazione della propria missione aziendale, nei rapporti annuali e in occasioni analoghe; b. inserire almeno una volta all’anno, sul sito Internet del ‘Global Compact’, patto globale, esempi specifici dei progressi che sono stati compiuti, o delle lezioni che sono state apprese, nel mettere in pratica tali principi; c. unirsi alle Nazioni Unite in progetti di collaborazione, sia a livello politico - ad esempio, un dialogo sul ruolo delle imprese in zone di conflitto - che a livello operativo nei paesi in via di sviluppo - come ad esempio aiutare gli abitanti dei villaggi a collegarsi ad Internet, o rafforzare le ditte locali di dimensioni piccole e medie. - I partner del mondo del lavoro e della società civile contribuiranno alla realizzazione e all’approfondimento del patto, e garantiranno l’apporto della propria esperienza e sostegno nel progettare e realizzare i suoi compiti. - Tutti i partecipanti hanno concordato di contribuire a coinvolgere altri partner e di raggiungere l’obiettivo di includere nella coalizione di aziende che fanno parte del patto, entro un periodo di tre anni, un totale di 100 grandi imprese transnazionali e 1.000 aziende provenienti da ogni parte del mondo. - Le associazioni del mondo degli affari si sono inoltre impegnate a sviluppare dei piani concreti che serviranno a promuovere gli obiettivi del patto. Ad esempio, l’Associazione

Internazionale dei Datori di Lavoro organizzerà entro la fine dell’anno dei seminari regionali. La Camera di Commercio Internazionale e il Consiglio Mondiale delle Attività Imprenditoriali per uno Sviluppo Sostenibile si propongono dal canto loro di utilizzare la cornice del patto per affrontare non soltanto le questioni ambientali, ma anche quelle nel settore sociale e dello sviluppo mentre preparano il contributo del mondo degli affari alla Conferenza Rio + Dieci che si svolgerà nel 2002. - Il Segretario Generale ha ribadito il proprio impegno per assicurare il successo dell’iniziativa. Egli ha chiesto a tutti i partecipanti di finalizzare, entro i prossimi cinque mesi, un piano delle priorità per un’azione di collaborazione e ha annunciato l’istituzione di un Ufficio per il ‘Global Compact’, al fine di contribuire alla realizzazione di questo progetto. - Iniziative volontarie del genere rappresentato dal Global Compact, patto globale, non possono comunque sostituire l’azione dei governi. Un buon governo efficace è infatti fondamentale ai fini della promozione dei diritti umani, di un lavoro dignitoso, della protezione ambientale e dello sviluppo. Inoltre, se la povertà estrema deve davvero essere eliminata — un obiettivo condiviso da tutti - è anche necessario che le nazioni industrializzate aprano ulteriormente i propri mercati alle esportazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo - specialmente a quelle dei paesi meno sviluppati; si muovano più rapidamente sulla questione del debito estero dei paesi poveri; e aumentino l’assistenza ufficiale allo sviluppo rendendola al tempo stesso più efficace.

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