Equazione di Schr¨odinger

1. Nascita e formalismo della Meccanica Quan-
tistica
Nella prima met´a del secolo scorso si ´e attuata in Fisica una profonda
rivoluzione concettuale motivata dall’esigenza di spiegare i nuovi fenomeni
subatomici. Tale rivoluzione, di immensa portata filosofica, ha portato alla
creazione di una nuova meccanica, detta Meccanica Quantistica, che ha
rimpiazzato la Meccanica Newtoniana, rivelatasi inadeguata per descrivere
il comportamento delle particelle subatomiche.
Chiariamo subito che ci´o non significa che la Meccanica Classica sia
falsa. Semplicemente vogliamo dire che il modello matematico che descrive
la Fisica macroscopica con grande successo, cio´e la Meccanica tradizionale
basata sulle leggi di Newton, ha un dominio di applicabilit´a limitato al
mondo macroscopico e che, per studiare fenomeni microscopici, talvolta
occorre ricorrere a uno schema concettuale pi´ u sofisticato, fornitoci ap-
punto dalla Meccanica Quantistica. Tale formalismo ´e riuscito fino ad ora
a spiegare gli esperimenti con successo. L’unit´a concettuale di approccio
alla realt´a fenomenica, non ´e tuttavia perso: la Meccanica Classica si pu´o
infatti riottenere dalla Meccanica Quantistica in una situazione limite. In
altre parole essa costituisce un modello ridotto peraltro pi´ u utile e dut-
tile nel descrivere i fenomeni macroscopici - incredibilmente interessante
da un punto di vista fisico-matematico da costituire un’interessante branca
della ricerca matematica contemporanea- deducibile dal modello matem-
atico della Meccanica Quantistica in una qualche approssimazione.
Naturalmente ´e concepibile che le necessit´a procurate dalla Fisica sper-
imentale possano un giorno motivare la ricerca e la scoperta di una nuova
Meccanica di cui la Meccanica Quantistica sia solo una sua approssimazione.
1
Tornando alle motivazioni che hanno portato alla formulazione di una
nuova Meccanica, elenchiamo alcuni fatti sperimentali tra i molti che hanno
contribuito allo sviluppo delle nuove idee. Il lettore che ne voglia sapere di
pi´ u ´e indirizzato ai testi citati nella premessa.
1. Il corpo nero
Il corpo nero ´e una cavit´a a temperatura costante. Le pareti interne di
questa cavit´a emettono e assorbono radiazioni elettromagnetiche. Se si os-
serva lo spettro di irraggiamento di questa cavit´a, cio´e se si valuta la quan-
tit´a di energia emessa dalla radiazione che esce da una piccola apertura del
corpo nero, in funzione della frequenza di radiazione, si trova una profonda
inconsistenza sul comportamento ad alte frequenze, tra i dati sperimen-
tali (legge di Wien) e le previsioni dell’elettrodinamica classica (legge di
Reyleigh-Jeans). Tale inconsistenza si supera se, seguendo Planck, si ipo-
tizza che l’energia relativa ad una frequenza ν possa essere emessa solo per
multipli interi della frequenza stessa per una costante, dalle dimensioni di
un’azione, detta costante di Planck e universalmente denotata col simbolo
h:
E = nhν. (1.1)
Tale costante (molto piccola rispetto alle azioni tipiche che compaiono nei
fenomeni meccanici usuali) fu in effetti calcolata da Planck al fine di spie-
gare lo spettro del corpo nero in accordo all’ipotesi (1.1).
2. Il modello atomico di Bohr.
La teoria classica dell’elettrone non poteva spiegare la stabilit´a del mod-
ello atomico (di tipo planetario) di Ruthrford. Una particella carica ac-
cellerata emette radiazioni elettromagnetiche perdendo cos´ı energia. La
teoria classica prevede dunque una rapida caduta dell’elettrone sul nucleo.
Inoltre gli atomi emettono solo radiazioni elettromagnetiche di frequenze
opportune. Perch´e ?
Bohr assunse che l’elettrone potesse avere solo valori opportuni di ener-
gia. Che la frequenza di emissione della radiazione fosse dovuta a salti che
l’elettrone compie nel passaggio da uno stato di energia E
1
ad uno stato di
energia E
2
< E
1
e che tale frequenza fosse esprimibile dalla formula:
hν = E
1
−E
2
.
2
Inoltre ipotizz´o che le energie permesse all’elettrone fossero del tipo:
E
n
= −
1
2

e
dove ν
e
´e la frequenza di rivoluzione dell’elettrone.
Si noti che queste ipotesi, puramente fenomenologiche (cio´e non fanno
riferimento ad uno schema concettuale preesistente), e in contrasto con la
Meccanica Classica, sono in linea con le ipotesi di Planck per spiegare il
comportamento del corpo nero e descrivevano correttamente gli spettri di
emissione degli atomi.
3. Effetto fotoelettrico.
Una radiazione luminosa colpisce una piastra metallica e da essa fuori-
escono elettroni. Si osserva che l’energia degli elettroni emessi non dipende
dall’intensit´a del raggio luminoso ma solo dalla sua frequenza in acordo alla
formula:
E = hν −L
dove E ´e l’energia dell’elettrone, ν la frequenza della radiazione e L ´e il
lavoro necessario per estrarre un elettrone dal metallo conduttore. Inciden-
talmente questo ´e il principio con cui lavorano le moderne cellule fotoelet-
triche.
Una spiegazione di tale fenomeno ´e che la luce sia costituita da particelle
(fotoni) la cui energia ´e un quanto pari a hν. Dunque la luce sembrava
possedere una doppia natura di onda e sistema di particelle.
4. Diffrazione degli elettroni
D’altra parte anche oggetti fino allora considerati come particelle, sem-
bravano avere una natura ondulatoria. Un fascio di elettroni emesso da
una sorgente incontra una parete con due fenditure. Uno schermo posto
al di l´a delle fenditure rivela delle frange d’interferenza dello stesso tipo di
quelle osservate per la luce e spiegabili in termini di propagazione ondosa.
In conclusione, se la radiazione ha anche un comportamento particellare,
le particelle hanno anche un comportamento ondulatorio.
Ovviamente la descrizione sintetica di qualche evento sperimentale non
d´a neanche una pallida idea dello sforzo profuso, negli anni venti e trenta,
3
dai fisici teorici che hanno contribuito alla creazione della struttura matem-
atica e concettuale della Meccanica Quantistica che costituisce l’oggetto di
queste note. Il lettore che dovesse accostarsi per la prima volta a questo
argomento, potrebbe rimanere filosoficamente disorientato dal nuovo for-
malismo, al di l´a della sua preparazione matematica. Voglio riportare, a
questo proposito, un brano dell’introduzione al suo libro ”I Principi della
Meccanica Quantistica” del celebre fisico inglese P.A.M. Dirac.
Le nuove teorie ....sono costruite a partire da concetti fisici che non pos-
sono essere spiegate in termini di oggetti gi´a noti allo studente, e che anzi
non possono essere spegati adeguatamente a parole. Come i concetti fon-
damentali (ad esempio di prossimit´a e di identit´a) che si devono acquisire
venedo al mondo, i nuovi concetti della Fisica possono essere acquisiti solo
attraverso una lunga familiarit´a con le loro propriet´a e i loro usi.
Prima di discutere i postulati che hanno portato alla formazione del
modello matematico della Meccanica Ondulatoria (o, pi´ u in generale, della
Meccanica Quantistica) rivediamo alcuni aspetti della meccanica delle onde
(che si applica ad esempio alla propagazione della luce) che costituiscono
una base indispensabile per la nostra futura analisi.
E’ noto dalle equazioni di Maxwell che il campo elettrico e magnetico
si propagano, nel vuoto, in accordo all’equazione delle onde:

2
∂t
2
φ = c
2
∆φ, (1.2)
dove φ ´e una quantit´a scalare, ad esempio una componenete del campo
elettrico o magnetico. L’intensit´a associata al campo φ nel volume dx, ´e
data dall’espressione:
I(x)dx = [φ(x)[
2
dx.
Una soluzione dell’equazione (1.2) ´e data da:
φ(x, t) =
1
(2π)
3/2

R
3
ˆ
φ
0
(k)e
i(k·x−ωt)
dk (1.3)
purch´e
ω
2
= c
2
[k[
2
. (1.4)
La (1.4) viene detta relazione di dispersione.
4
Si noti che la (1.3) ´e la decomposizione in frequenze della soluzione
dell’equazione delle onde, o ci´o che ´e lo stesso, il suo sviluppo in Fourier.
Infatti
ˆ
φ
0
(k)e
−iωt
´e la trasformata di Fourier della soluzione (1.3).
La soluzione (1.3) si dice pacchetto d’onde perch´e ´e, per ogni t, una
sovrapposizione di onde piane e
ik·x
(pesate con il fattore
ˆ
φ
0
(k)e
−iωt
). All’oscillazione
in x di pulsazione k (che viene detto numero d’onda), si combina anche
un’oscillazione in t di pulsazione ω. k e ω sono legati dalla relazione di
dispersione (1.4).
Si osservi che la relazione di dispersione ´e conseguenza dell’equazione.
Ad esempio, affinch´e l’equazione

2
∂t
2
φ = c
2
∆φ +βφ
ammetta la soluzione (1.3), deve essere:
ω(k) = ±

c
2
k
2
+β.
Vediamo ora alcune propriet´a generali della soluzione ondosa (1.3) nel
caso di una relazione di dispersione generale ω = ω(k). Si noti che in questa
fase, non stiamo assumendo che φ sia soluzione di alcuna equazione, ma
che abbia la forma (1.3) con qualche relazione di dispersione ω = ω(k).
Si definisce innanzi tutto, in maniera del tutto naturale, il centro del
pacchetto d’onde come:
'X(t)` = (

[φ(x, t)[
2
dx)
−1

x[φ(x, t)[
2
dx. (1.5)
E’ facile verificare che

[φ(x, t)[
2
dx ´e costante nel tempo. Ammetter-
emo per semplicit´a che tale costante sia 1.
Inoltre
v
g
:=
d
dt
'X(t)` =

V (k)[
ˆ
φ
0
(k)[
2
dk (1.6)
dove V (k) = ∇
k
ω(k). La quantit´a v
g
si chiama velocit´a di gruppo del
pacchetto, mentre V (k) si dice velocit´a relativa al numero d’onda k.
Per dimostrare la (1.6) ci si basa su un’utile rappresentazione di 'X(t)`.
Si ha:
'X(t)` = (φ(t), xφ(t) = (
ˆ
φ(t), T(xφ(t)) (1.7)
5
D’altra parte:
xφ(x, t) = −i
1
(2π)
3/2

R
3
ˆ
φ
0
(k)e
−iω(k)t

k
e
ik·x
dk (1.8)
= i
1
(2π)
3/2

R
3

k
ˆ
φ
0
(k)e
−i(ω(k)t−k·x)
dk
+t
1
(2π)
3/2

R
3

k
ω(k)
ˆ
φ
0
(k)e
−i(ω(k)t−k·x)
dk
da cui:
T(xφ(t)(k) = i∇
k
ˆ
φ
0
(k)e
−iω(k)t
+t∇
k
ω(k)
ˆ
φ
0
(k)e
−iω(k)t
. (1.9)
Infine:
'X(t)` = i

ˆ
φ
0

k
ˆ
φ
0
dk +t


k
ω(k)[
ˆ
φ
0
(k)[
2
dk. (1.10)
La (1.6) segue dunque dalla (1.10).
L’analisi cinematica del moto ondoso fin qui svolta si basa su una legge
di dispersione ω = ω(k) che, nel caso della Meccanica Quantistica, ´e per ora
incognita. A questo proposito interviene il principio di corrispondenza sta-
bilito da de Broglie sulla base della situazione sperimentale sommariamente
esposta in 4 esperimenti descritti sopra. Tale principio stabilisce che una
particella ha una doppia natura, corpuscolare e ondulatoria. Le grandezze
ondulatorie sono date dalla frequenza ν =
ω

e dal vettore d’onda k =

λ
dove λ ´e la lungjhezza d’onda. Le grandezze corpuscolari corrispondenti
sono l’energia E = hν = ω e l’impulso p = k. In accordo a quanto
stabilito dal principio di corrispondenza, abbiamo la seguente la seguente
legge di dispersione per una particella quantica di massa m che si muova
in assenza di forze:
ω(k) =
k
2
2m
(1.11)
che ´e conseguenza del fatto che:
E = ω =
p
2
2m
=

2
k
2
2m
. (1.12)
Possiamo dunque ricavare l’equazione di evoluzione di tale particella nel
nuovo formalismo ondulatorio ipotizzando che lo stato di tale particella sia
6
descritto da un’onda ψ(x, t), del tipo (1.3), con la relazione di dispersione
(1.11):
ψ(x, t) =
1
(2π)
3/2

R
3
ˆ
ψ
0
(k)e
i(k·x−
k
2
2m
t)
dk. (1.13)
Come conseguenza della (1.13), tramite ispezione diretta, abbiamo che:
i
∂ψ
∂t
= −

2
2m
∆ψ. (1.14)
L’equazione (1.8) ´e l’equazione di Schr¨odinger per una particella libera.
Passiamo ora ad analizzare il comportamento delle soluzioni ψ(x, t)
dell’equazione di Schr¨odinger libera. Sappiamo gi´a che la quantit´a

[ψ(x, t)[
2
dx
´e una costante del moto:
d
dt

[ψ(x, t)[
2
dx = 0.
Riotteniamo questo risultato utilizzando la (1.14). Si ha:
d
dt
|ψ(t)|
L
2
= (∂
t
ψ(t), ψ(t)) + (ψ(t), ∂
t
ψ(t)) =
i[(∆ψ(t), ψ(t)) −(ψ(t), ∆ψ(t))] = 0.
Il centro del pacchetto d’onda (o la media) definito da
'X(t)` = (

[ψ(x, t)[
2
dx)
−1

x[ψ(x, t)[
2
dx (1.15)
che si interpreta come la posizione media della particella nello stato ψ(t),
non dipende dalla normalizzazione

[ψ(x, t)[
2
dx che sar´a assunta uguale a
1. E’ naturale dunque interpretare la quantit´a:
ρ(x, t)dx = [ψ[
2
(x, t)dx (1.16)
come la probabilit´a di trovare la particella nel volume dx.
Inoltre, dalla (1.6) e (1.11):
d
dt
'X(t)` = v
g
=

[
ˆ
ψ(k, t)[
2
k
m
dk (1.17)
dove la quantit´a a secondo membro della (1.17) si interpreta come velocit´a
media. L’impulso medio avr´a dunque la seguente espressione:
'P(t)` = mv
g
=

[
ˆ
ψ(k, t)[
2
kdk (1.18)
7
[
ˆ
ψ(k, t)[
2
si interpreta come la distribuzione di probabilit´a del parametro
d’onda k e dunque dell’impulso che differisce da k per la costante . Infine
si osservi che
'P(t)` = −i

dx
¯
ψ(x, t)∇ψ(x, t) (1.19)
La (1.19) porta a considerare l’impulso come un operatore lineare P =
−i∇ che agisce sulle funzioni d’onda.
Possiamo sintetizzare quanto fin qui detto fissando una serie di primi
postulati per la Meccanica Quantistica.
1. Stati fisici
Gli stati di un sistema fisico, in particolare di una particella in R
3
,
sono descritti da funzioni d’onda che sono elementi di L
2
(R
3
). Se ψ
1
e ψ
2
sono due stati, anche una loro combinazione lineare αψ
1
+βψ
2
´e uno stato
possibile per il sistema. Le funzioni reali e positive:
[ψ(x, t)[
2
|ψ(t)|
−2
L
2
e
[
ˆ
ψ(k, t)[
2
|
ˆ
ψ(t)|
−2
L
2
si interpretano come le distribuzioni di probabilit´a di posizione e impulso
della particella.
Si noti che se gli stati ψ
1
e ψ
2
sono normalizzati (|ψ
1
|
L
2
= |ψ
2
|
L
2
= 1)
non lo stesso accade per una loro combinazione lineare αψ
1
+βψ
2
avendosi:
|αψ
1
+βψ
2
|
2
L
2
= α
2

2
+ 2{[ ¯ αβ(ψ
1
, ψ
2
)].
8
2. Osservabili
Le osservabili sono operatori lineari simmetrici su L
2
(R
3
). Se A ´e un
operatore simmetrico, dalla condizione di simmetria abbiamo che la quan-
tit´a (ψ, Aψ), che ´e il valor medio dell’osservabile A nello stato ψ, ´e reale,
come richiesto dalla fisica.
In particolare l’operatore posizione:
Xψ(x) = xψ(x) (1.20)
´e la moltiplicazione per x. L’impulso ´e definito da:
Pψ(x) = −i∇ψ(x). (1.21)
L’energia di una particella libera ´e l’operatore:
H =
P
2
2m
= −

2
2m
∆ (1.22)
3. Evoluzione
L’evoluzione di una particella libera ´e data dall’equazione:
i
∂ψ
∂t
= Hψ. (1.23)
Se la particella si muove sotto l’azione di un campo di forze conservativo
generato da un potenziale V = V (x), allora l’Hamiltoniana del sistema ´e
data dall’espressione:
H =
P
2
2m
= −

2
2m
∆ +V (x) (1.24)
cio´e il potenziale ´e dato dalla moltiplicazione per la funzione V . L’equazione
di evoluzione ´e data allora da:
i
∂ψ
∂t
= Hψ = −

2
2m
∆ψ +V ψ. (1.25)
L’equazione (1.25) ´e detta equazione di Schr¨odinger.
Si noti che l’equazione che abbiamo postulato per il moto di una parti-
cella sotto un campo di forze conservativo non ´e stata affatto giustificata.
La sua specifica forma ´e giustificata solo dal successo che essa ha avuto
nello spiegare i dati sperimentali. Inoltre essa ´e in accordo con la Mecca-
nica Classica nel senso che la legge di Newton vale per i valori medi (vedi
9
Teorema di Ehrenfest nel prossimo paragrafo). Infine, come vedremo in
seguito, la Meccanica Classica ´e ottenibile nel limite → 0 dalla Mecca-
nica Quantistica. Tale limite, detto limite classico, ´e simile al limite di alta
frequenza che ci permette di ottenere l’ottica geometrica a partire dalla
Meccanica dell’ onde.
10
2. Prime conseguenze dei postulati
La prima conseguenza dei postulati appena introdotti ci conforta: l’evoluzione
temporale dei valori medi soddisfa alle leggi della Meccanica Classica.
Questo ´e il contenuto del Teorema di Ehrenfest che andiamo ad illustrare.
Si consideri una particella sotto l’azione di un campo di forze conserva-
tivo dato dal potenziale V = V (x). La forza ´e dunque F = −∇V . Allora
valgono le seguenti relazioni:
d
dt
'X(t)` =
1
m
'P(t)`, (2.1)
d
dt
'P(t)` = −'∇V (t)`. (2.2)
La (2.1) ci dice che la variazione temporale della posizione media ´e
l’impulso medio. Mentre la (2.2) asserisce che la variazione dell’impulso
medio ´e uguale alla forza media.
La (2.1) ´e gi´a stata dimostrata. La ridimostriamo ora usando esplicita-
mente l’equazione di Schr¨odinger. Si ha:
d
dt
'X(t)` = (∂
t
ψ, Xψ) + (ψ, X∂
t
ψ) =
i
2m
(ψ, (∆X −X∆)ψ). (2.3)
D’altra parte, denotando con X
i
la moltiplicazione per x
i
, e con ∂
j
=

∂x
j
, si ha:
∆X
i
ψ =
3

j=1

2
j
(x
i
ψ) =
3

j=1
(2δ
i,j

j
ψ +x
i

2
j
ψ)
da cui:
(X∆−∆X)ψ = 2∇ψ.
Tornando alla (2.3) si ha dunque:
d
dt
'X(t)` = (ψ,
i
m
∇ψ) =
1
m
'P(t)`.
Inoltre:
d
dt
'P(t)` = (∂
t
ψ, Pψ) + (ψ, P∂
t
ψ) = −(ψ, ∇(V ψ) −V ∇ψ) = −'∇V (t)`.
11
Un commento sul teorema di Ehrenfest. Esso ´e certamente interes-
sante da un punto di vista concettuale ma non ´e particolarmente utile
nella pratica, come sarebbe il caso se a secondo membro della (2.2) ci
fosse −∇V ('X(t)`): per conoscere il moto del centro del pacchetto d’onda
bisogna comunque risolvere l’equazione di Schr¨odinger.
Nella dimostrazione del Teorema di Ehrenfest abbiamo implicitamente
usato l’importante propriet´a seguente. Sia P
i
la componente i−ma dell’impulso.
A questa corrisponde l’operatore lineare:
P
i
= −i∂
i
.
E’ immediato verificare che:
X
i
P
j
−P
j
X
i
= iδ
i,j
(2.4)
Le (2.4) vengono dette relazione canoniche di commutazione e, usualmente
vengono usualmente scritte nella forma:

X
i
, P
j

= iδ
i,j
(2.5)
denotando con il simbolo:

A, B

= AB −BA
il commutatore tra due osservabili.
Una delle caratteristiche nuove della Meccanica Quantistica ´e che le os-
servabili fisiche, essendo operatori lineari, non commutano tra loro. Questo
crea dei problemi nella quantizzazione delle osservabili. Infatti, in Mecca-
nica Classica, le osservabili sono funzioni definite sullo spazio delle fasi.
Ora ´e chiaro che non abbiamo difficolt´a a identificare le osservabili quantis-
tiche corrispondenti nel caso che tali osservabili siano funzioni o della sola
posizione o del solo impulso o una somma di esse. La regola generale ´e:
f(X)ψ = f(x)ψ (2.6)
f(P)ψ(x) = f(−i∇)ψ(x). (2.7)
La (2.6) non presenta problemi interpretativi: l’osservabile funzione della
posizione ´e la moltiplicazione per la funzione stessa. Anche la (2.7) non
presenta problemi interpretativi se f ´e un polinomio. Se f ´e una funzione
12
arbitraria possiamo passare alla trasformata di Fourier (denotata con T).
Allora il senso da dare alla (2.7) ´e:
(Tf(P)ψ)(k) = f(k)
ˆ
ψ(k). (2.8)
Dunque una funzione dell’impulso ´e una moltiplicazione per una funzione
di k nello spazio di Fourier. Quindi la (2.7) ´e una scrittura simbolica che
ha il preciso senso della (2.8). Un operatore tipo (2.7) si chiama operatore
pseudodifferenziale e f si chiama simbolo di tale operatore.
Fin qui non sorge alcun problema. Ma cosa accade se dobbiamo quan-
tizzare osservabili tipo f(x, p) = x
n
p
k
? Poich´e P e X non commutano,
non ´e chiaro che senso dare a monomi di questo tipo. Lasciamo per il
momento questa questione in sospeso perch´e in molti rilevanti problemi di
Meccanica Quantistica non ci si pone la necessit´a di quantizzare osservabili
che possano creare ambiguit´a.
Abbiamo pi´ u volte detto che il valore medio di un’osservabile A, cio´e
un operatore simmetrico in L
2
(R
3
), nello stato ψ tale che |ψ| = 1, ´e dato
dall’espressione (ψ, Aψ) = 'A`. Nel seguito denoteremo con | | la norma
L
2
per semplicit´a notazionale. Una grandezza che esprime quanto devia
l’osservabile dal suo valor medio, ´e la quantit´a:
(∆A) = (ψ, (A−'A`I)
2
ψ)
1/2
= |(A−'A`I)ψ| (2.9)
detta scarto quadratico medio. Il seguente Teorema mette un limite infe-
riore al prodotto degli scarti quadratici medi per gli operatori impulso e
posizione:
Teorema 1 (Principio di indeterminazione di Heisenberg)
∆X
i
∆P
i


2
(2.10)
Il principio di indeterminazione asserisce che impossibile costruire uno
stato ψ in cui si possano misurare con precisione arbitraria impulso e po-
sizione.
Il principio di indeterminazione ´e un corollario del seguente Teorema:
13
Teorema 2
Siano A e B due operatori simmetrici. Sia ψ tale che |ψ| = 1. Allora vale
la disuguaglianza:
|Aψ|
2
|Bψ|
2

1
4
[(ψ,

A, B

ψ)[
2
. (2.11)
Dim. Dalla simmetria di A segue:
[(ψ, ABψ)[ ≤ |Aψ||Bψ| (2.12)
e analogamente:
[(ψ, BAψ)[ ≤ |Aψ||Bψ|. (2.13)
Dalla (2.12) e (2.13) segue facilmente la (2.11).
La dimostrazione di Teorema 1 segue da Teorema 2 ponendo:
A = X
i
−'X
i
`I (2.14)
B = P
i
−'P
i
`I (2.15)
da cui risulta:

A, B

=

X
i
, P
i

= i. (2.16)

Sia ora H un’Hamiltoniana quantisitica di una particella e siano E e ψ
E
un autovalore e un autovettore (autostato) rispettivamente. Ci´o significa
che:

E
= Eψ
E
(2.17)
Dall’equazione di Schr¨odinger segue facilmente che la soluzione di tale
equazione con dato iniziale ψ
E
´e semplicemente:
ψ(x, t) = e
−i(E/)t
ψ
E
(x) (2.18)
e dunque la densit´a di probabilit´a della particella al tempo t ´e data da:
ρ(x, t) = [ψ(x, t)[
2
= [ψ
E
(x)[
2
(2.19)
14
ed ´e costante nel tempo. Per questa ragione gli autostati di un’Hamiltoniana
vengono anche detti stati stazionari. Inoltre, poich´e

ρ(x)dx = 1, la par-
ticella ha probabilit´a molto piccola di trovarsi molto lontana dall’origine e
ci´o uniformemente nel tempo.
Gli stati stazionari si dicono, per questo motivo, anche stati legati.
Essi corrispondono a situazioni classiche in cui la particella compie orbite
limitate.
E’ naturale ipotizzare che se H =
P
2
2m
+V (X) con V (x) che diverge per
[x[ →∞, (e dunque il sistema classico compie orbite periodiche) allora H ha
una famiglia completa (base ortonormale) di autostati, corrispondenti alle
orbite periodiche del sistema classico corrispondente, con valori ammessi
dell’energia E quantizzati. Sotto opportune ipotesi ci´o pu´o essere provato,
ma la dimostrazione ´e troppo tecnica per il livello di queste note.
Siano ora ¦E
i
¦ una famiglia di livelli di energia:

i
= E
i
ψ
i
(2.20)
con |ψ
i
| = 1. Dalla simmetria di H segue che ψ
i
⊥ ψ
j
se E
i
= E
j
. Se
l’insieme ¦ψ
i
¦ costituisse una base completa allora ogni vettore ψ
0
sarebbe
esprimibile come:
ψ
0
=

i
c
i
ψ
i
(2.21)
dove c
i
= (ψ
i
, ψ
0
). In questo caso la soluzione dell’equazione di Schr¨odinger
si scriverebbe facilmente come:

i
c
i
e
−i(E
i
/)t
ψ
i
. (2.22)
Naturalmente non sempre un sistema fisico ha un’Hamiltoniana che am-
mette un sistema completo di autofunzioni. Se le soluzioni non descrivono
situazioni fisiche di stati legati, come ad esempio stati di diffusione (scatter-
ing), l’energia non ´e quantizzata ma assume un’infinit´a continua di valori
(spettro continuo). Vedremo in seguito un esempio.
Abiamo visto che la densit´a di probabilit´a ρ(x) ´e globalmente conservata
(conservazione della probabilit´a) per la dinamica indotta dall’equazione di
Schr¨odinger. Tale fatto traspare da una legge di conservazione espressa
dalla relazione:

t
ρ(x, t) +divJ = 0 (2.23)
15
dove J ´e la corrente di probabilit´a (o corrente di massa) ´e data dall’espressione:
J =

m
1(ψ∇ψ). (2.24)
Lasciamo al lettore, per esercizio, derivare la (2.23).
Concludiamo con brevissimi cenni storici.
Il modello atomico di Bohr fu formulato nel 1913. Gli studi sul corpo
nero e l’introduzione delle ipotesi di quantizzazione dei livelli energetici ´e
dell’inizio del secolo. Lo sviluppo della Meccanica Ondulatoria, iniziato
da Schr¨odinger, segu´ı il principio di corrispondenza di De Broglie formu-
lato nel 1924. L’equazione di Schr¨odinger, che ´e la base della Meccanica
Ondulatoria, fu presentata nel 1926. Comunemente si parla di Meccanica
Ondulatoria per descrivere la Teoria Quantistica in termini di equazione di
Schr¨odinger. Per la teoria classica della propagazione ondosa si usano altri
nomi come Meccanica delle onde o simili.
In realt´a nel 1925 Heisemberg aveva proposto un altro modo di formu-
lare la Teoria Quantisitica in termini di evoluzione temporale di matrici,
i cui elementi rappresentano le quantit´a veramente rilevanti per il mondo
subatomico: le probabilit´a di transizione dei vari livelli energetici. Im-
mediatamente lo stesso Schr¨odinger dimostr´o nel 1926 che tale teoria era
equivalente alla sua Meccanica Ondulatoria.
Nel 1930 Dirac propose un formalismo generale della Meccanica Quan-
tistica, che fu poi reso rigoroso, nel 1936, da Von Neumann. Tali approcci
erano basati sulla teoria astratta degli operatori su spazi di Hilbert.
16
3. Alcuni esempi esattamente risolubili
In questo paragrafo affronteremo l’analisi dell’equazione di Schr¨odinger per
alcuni semplici sistemi fisici per cui il problema dinamico pu´o essere esat-
tamente risolto. Cos´ı come in Meccanica Classica sono pochi sono i sistemi
che ´e possibile ridurre alle quadrature (si risolvono le equazioni del moto
esplicitamente, modulo il calcolo di integrali indefiniti), cos´ı anche in Mec-
canica Quantistica (e ci´o non ´e certo sorprendente) il problema dinamico
relativo alle equazioni del moto si sa risolvere molto raramente. Vogliamo
analizzare un paio di casi in cui ci´o ´e possibile.
Oscillatore Armonico
Consideriamo l’Hamiltoniana Classica relativa ad un oscillatore armon-
ico di massa e di costante di richiamo unitaria:
H(p, q) =
1
2
(p
2
+x
2
). (3.1)
Le regole di quantizzazione discusse sopra ci portano a definire l’operatore:
H =
1
2
(P
2
+X
2
) = −

2
2
∆ +
1
2
X
2
. (3.2)
H ´e da intendersi come operatore su L
2
(R) con dominio di definizione
D(H) = o.
Sulla base di quanto detto alla fine del precedente paragrafo, ci aspetti-
amo che l’oscillatore armonico quantistico possegga una famiglia completa
di autovalori e autostati corrispondenti. Cos´ı ´e. Tali oggetti possono essere
determinati esplicitamente.
Definiamo a tal fine gli operatori:
b =
1

2
(X +iP); b

=
1

2
(X −iP) (3.3)
entrambi definiti su D(H).
Usando le regole di commutazione canoniche, ´e immediato verificare
che:
H = (b

b +
1
2
). (3.4)
Si noti che valgono le seguenti regole di commutazione:

b, b

= I. (3.5)
17
Si consideri ora la funzione:
e
0
(x) = (π)
(−1/4)
e

x
2
2
. (3.6)
Risulta |e
0
| = 1. Inoltre be
0
= 0. Si osservi inoltre che:
((b

)
j
e
0
, (b

)
k
e
0
) = (b(b

)
j
e
0
, (b

)
k−1
e
0
) = ([b, (b

)
j
]e
0
, (b

)
k−1
e
0
) =
j((b

)
j−1
e
0
, (b

)
k−1
e
0
) = j!δ
j,k
(3.7)
Definendo ora:
e
j
(x) =
(b

)
j
e
0
(x)
|(b

)
j
e
0
|
, (3.8)
si ha, dalla (3.7), che ¦e
j
¦ formano una famiglia ortonormale.
Le ¦e
j
¦ si chiamano funzioni di Hermite e, in realta, si vede facilmente
che formano una base completa. Infatti e
j
, la funzione di Hermite di ordine
j, ´e un polinomio di grado j per una Gaussiana.
E’ interessante l’azione degli operatori b e b

su questa base. Poich´e
dalla (3.7) |(b

)
j
e
0
|
2
= j!, risulta:
b

e
j
= (j + 1)
1/2
e
j+1
(3.9)
be
j
= j
1/2
e
j−1
(3.10)
A causa delle (3.9) e (3.10) gli operatori b e b

vengono detti operatori
di distruzione e creazione rispettivamente.
La base costituita dalle funzioni di Hermite rende anche diagonale l’operatore
H. Infatti si ha:
He
j
= b

be
j
+

2
e
j
= (j +
1
2
)e
j
. (3.11)
Gli autovalori dell’oscillatore armonico sono dunque /2, (3/2), (5/2) . . . .
Le autofunzioni sono le funzioni di Hermite e
0
, e
1
. . . . Con ci´o il problema
stazionario ´e completamente risolto.
La particella libera
Si consideri una particella libera di massa unitaria in R
n
, n = 1, 2, 3.
L’Hamiltoniana ´e data da:
H
0
= −

2
2
∆, (3.12)
18
e l’equazione di Schr´odinger si scrive:
i∂
t
ψ(x, t) = −

2
2
∆ψ(x, t). (3.13)
Se ψ
0
´e il dato iniziale della (2.13), procedendo come per l’equazione del
calore nello spazio, si arriva alla soluzione esplicita:
ψ(x, t) =

R
n
dyG
0
(x −y)ψ
0
(y) (3.14)
dove
G
0
(x) = (
m
(2πit)
)
n/2
e
i
m|x|
2
2t
(3.15)
´e la funzione di Green del problema.
Barriera di potenziale
Si consideri una particella unidimensionale quantistica di massa unitaria
su cui agisce un potenziale V descritto da una funzione a gradino:
V (x) = 0 x < 0, V (x) = V x ≥ 0. (3.16)
In questo caso il potenziale non ´e confinante e non ci aspettiamo di avere
stati legati. Tuttavia impostiamo ugualmente l’equazione agli autovalori:
Hψ = Eψ, (3.17)
che, dopo aver posto per comodit´a

2
2m
= 1, diviene:
−ψ

+ (V −E)ψ = 0. (3.18)
Avbbiamo due casi che tratteremo separatamente. Caso E > V .
In questo caso, per x = 0 si ha
ψ(x) = A

e
i

E
x +B

e
−i

Ex
x < 0, (3.19)
ψ(x) = A
+
e
i

E−V
x +B
+
e
−i

E−V x
x > 0, (3.20)
dove A

, A
+
, B

, B
+
sono 4 costanti da determinare. Si osservi che due
condizioni sono garantite dalla continuit´a di ψ e di ψ

. Inoltre siccome
l’equazione ´e omogenea, essa non pu´o che essere risolta a meno di una
19
costante moltiplicativa che fissiamo imponendo A

= 1. Ipotizziamo, per
il momento, anche la condizione B
+
= 0. Allora:
ψ(x) = e
i

E
x +B

e
−i

Ex
x < 0, (3.21)
ψ(x) = A
+
e
i

E−V
x x > 0, (3.22)
Dalla continuit´a di ψ e ψ

in 0, abbiamo:
1 +B

= A
+
; i

E(1 −B

) = i

E −V A
+
(3.23)
da cui ricaviamo facilmente:
A
+
=
2

E

E +

E −V
; B

=

E −

E −V

E +

E −V
(3.24)
Si osservi che tale soluzione descrive un’onda piana viaggiante da sin-
istra, di ampiezza 1, che interagisce con la barriera di potenziale. Parte
di questa onda ´e trasmessa e dunque, per x > 0, abbiamo un’onda viag-
giante verso destra con ampiezza A
+
. Parte viene riflessa. Questa ´e la
componente a x < 0 con ampiezza B

. L’onda riflessa viaggia con velocit´a
negativa. Analogamente avremmo potuto cercare una soluzione del tipo:
ψ(x) = B

e
−i

Ex
x < 0, (3.25)
ψ(x) = A
+
e
i

E−V
x +e
−i

E−V x
x > 0, (3.26)
situazione simmetrica a quella precedentemente descritta, in cui 1 e A
+
sono le ampiezze dell’onda incidente da sinistra e dell’onda riflessa. Men-
tre B

´e l’ampiezza dell’onda trasmessa (verso sinistra). La corrente di
massa ´e stata precedentemente definita come J = 1(
¯
ψψ

). Nella situazione
(3.21),(3.22) siano J
i
, J
t
, J
r
le correnti relative all’onda incidente, trasmessa
e riflessa rispettivamente. Si ha:
J
i
=

E, J
r
= −[B

[
2

E, J
t
= [A
+
[
2

E −V (3.27)
da cui si ottiene facilmente la seguente relazione che esprime la conser-
vazione della corrente:
J
i
= J
t
−J
r
. (3.28)
Una relazione analoga si ottiene, naturalmente, per la situazione de-
scritta dalle (3.25) e (3.26).
20
Caso E < V .
In questo caso abbiamo:
ψ(x) = A

e
i

E
x +B

e
−i

Ex
x < 0, (3.29)
ψ(x) = A
+
e

V −E
x +B
+
e


V −Ex
x > 0. (3.30)
Procedendo come sopra, si determinano i coefficienti. In questo caso
per´o, abbiamo un termine esponenzialmente crescente per x →∞. Questa
crescita non ´e fisicamente accettabile per cui si pone A
+
= 0. Procedendo
come prima, poniamo A

= 1. Pertanto:
ψ(x) = e
i

E
x +B

e
−i

Ex
x < 0, (3.31)
ψ(x) = B
+
e


V −Ex
x < 0. (3.32)
Imponendo la continuit´a della ψ e della sua derivata in 0, otteniamo
facilmente:
B
+
=
2i

E
i

E +

V −E
; B

=
i

E +

V −E
i

E −

V −E
(3.33)
In questo caso la corrente di massa ´e nulla. Infatti si trova che J
i
=
−J
r
,J
t
= 0. Infatti, poich´e l’energia dell’onda incidente ´e pi´ u piccola della
berriera, non si ha flusso di massa attraverso l’origine. Tuttavia la prob-
abilit´a di trovare la particella oltre la barriera (per x > 0) non ´e nulla.
Essa decresce esponenzialmente a misura che ci si allontana dall’origine. In
contrasto con la fisica classica per cui una particella non pu´o superare bar-
riere di potenziale pi´ u alte della sua energia, in Meccanica Quantistica ci´o
pu´o accadere, con una certa probabilit´a. Tale effetto viene suggestivamente
denominato ”effetto tunnel”.
Si noti infine, che non abbiamo risolto il problema agli autovalori perch´e
le autofunzioni trovate non sono normalizzate. I valori dell’energia ammessi
non sono quantizzati (ogni valore E ´e ammesso in quest’analisi) e la parti-
cella non ´e descritta da stati legati. Autofunzioni anomale di questo tipo
vengono chiamate autofunzioni generalizzate e intervengono nella teoria
della diffusione (scattering). Si oservi tuttavia che, analogamente al caso
di un genuino problema agli autovalori, ´e ugualmente posibile risolvere
il problema dinamico relativo all’equzione di Schr¨odinger dipendente dal
21
tempo. Infatti, denotando con ψ
E
la soluzione del problema (3.21), (3.22),
se il dato iniziale ´e esprimibile da una relazione del tipo:
ψ
0
(x) =

dEψ
E
(x)ϕ(E), (3.34)
cio´e per mezzo di una sovrapposizione di onde incidenti da sinistra, allora
l’evoluzione temporale ´e subito espressa dall’integrale:
ψ(x, t) =

dEψ
E
(x)e
−iEt
ϕ(E). (3.35)
Si noti l’analogia con il problema della particella libera in cui si espande il
dato iniziale in termini di una sovrapposizione di onde piane e
±i

Ex
per
mezzo della trasformata di Fourier.
Vi sono dei casi che possono essere trattati analogamente alla barriera
di potenziale, ad esempio quando il potenziale ´e diverso da zero e costante
in un intervallo finito. Si determinino, per esercizio, le autofunzioni gener-
alizzate del problema
−ψ

+ (V (x) −E)ψ = 0,
in questo caso.
Vi ´e un importantissimo esempio di sistema esattamente risolubile che
non trattiamo per agioni di brevit´a: l’atomo di idrogeno. Il lettore interes-
sato pu´o consultare il libro di Landau. Si pu´o infatti risolvere esattamente,
per separazione di variabili, l’equazione di Schr¨odinger stazionariae e calco-
lare i livelli di energia dell’atomo di idrogeno. Questo ´e forse il pi´ u grande
successo della teoria. Possiamo dire che, come nel caso della Meccanica
Classica la legittimazione della teoria viene dalla capacit´a di dimostrare le
leggi di Keplero, la validit´a e l’utilit´a della Meccanica Quantistica viene
messa in luce dalla sua capacit´a di calcolare i livelli di energia dell’atomo
di idrogeno.
22

Tornando alle motivazioni che hanno portato alla formulazione di una nuova Meccanica, elenchiamo alcuni fatti sperimentali tra i molti che hanno contribuito allo sviluppo delle nuove idee. Il lettore che ne voglia sapere di pi´ ´ indirizzato ai testi citati nella premessa. ue 1. Il corpo nero Il corpo nero ´ una cavit´ a temperatura costante. Le pareti interne di e a questa cavit´ emettono e assorbono radiazioni elettromagnetiche. Se si osa serva lo spettro di irraggiamento di questa cavit´, cio´ se si valuta la quana e tit´ di energia emessa dalla radiazione che esce da una piccola apertura del a corpo nero, in funzione della frequenza di radiazione, si trova una profonda inconsistenza sul comportamento ad alte frequenze, tra i dati sperimentali (legge di Wien) e le previsioni dell’elettrodinamica classica (legge di Reyleigh-Jeans). Tale inconsistenza si supera se, seguendo Planck, si ipotizza che l’energia relativa ad una frequenza ν possa essere emessa solo per multipli interi della frequenza stessa per una costante, dalle dimensioni di un’azione, detta costante di Planck e universalmente denotata col simbolo h: E = nhν. (1.1) Tale costante (molto piccola rispetto alle azioni tipiche che compaiono nei fenomeni meccanici usuali) fu in effetti calcolata da Planck al fine di spiegare lo spettro del corpo nero in accordo all’ipotesi (1.1). 2. Il modello atomico di Bohr. La teoria classica dell’elettrone non poteva spiegare la stabilit´ del moda ello atomico (di tipo planetario) di Ruthrford. Una particella carica accellerata emette radiazioni elettromagnetiche perdendo cos´ energia. La ı teoria classica prevede dunque una rapida caduta dell’elettrone sul nucleo. Inoltre gli atomi emettono solo radiazioni elettromagnetiche di frequenze opportune. Perch´ ? e Bohr assunse che l’elettrone potesse avere solo valori opportuni di energia. Che la frequenza di emissione della radiazione fosse dovuta a salti che l’elettrone compie nel passaggio da uno stato di energia E1 ad uno stato di energia E2 < E1 e che tale frequenza fosse esprimibile dalla formula: hν = E1 − E2 .

2

Dunque la luce sembrava e possedere una doppia natura di onda e sistema di particelle. Uno schermo posto al di l´ delle fenditure rivela delle frange d’interferenza dello stesso tipo di a quelle osservate per la luce e spiegabili in termini di propagazione ondosa. e Si noti che queste ipotesi. ν la frequenza della radiazione e L ´ il e e lavoro necessario per estrarre un elettrone dal metallo conduttore. Ovviamente la descrizione sintetica di qualche evento sperimentale non d´ neanche una pallida idea dello sforzo profuso. a 3 . se la radiazione ha anche un comportamento particellare. Diffrazione degli elettroni D’altra parte anche oggetti fino allora considerati come particelle. puramente fenomenologiche (cio´ non fanno e riferimento ad uno schema concettuale preesistente). negli anni venti e trenta. sono in linea con le ipotesi di Planck per spiegare il comportamento del corpo nero e descrivevano correttamente gli spettri di emissione degli atomi. Una radiazione luminosa colpisce una piastra metallica e da essa fuoriescono elettroni. In conclusione. le particelle hanno anche un comportamento ondulatorio. Un fascio di elettroni emesso da una sorgente incontra una parete con due fenditure. sembravano avere una natura ondulatoria. e in contrasto con la Meccanica Classica. 3. Una spiegazione di tale fenomeno ´ che la luce sia costituita da particelle e (fotoni) la cui energia ´ un quanto pari a hν.Inoltre ipotizz´ che le energie permesse all’elettrone fossero del tipo: o 1 En = − hνe 2 dove νe ´ la frequenza di rivoluzione dell’elettrone. Si osserva che l’energia degli elettroni emessi non dipende dall’intensit´ del raggio luminoso ma solo dalla sua frequenza in acordo alla a formula: E = hν − L dove E ´ l’energia dell’elettrone. Effetto fotoelettrico. 4. Incidentalmente questo ´ il principio con cui lavorano le moderne cellule fotoelete triche.

al di l´ della sua preparazione matematica. un brano dell’introduzione al suo libro ”I Principi della Meccanica Quantistica” del celebre fisico inglese P. i nuovi concetti della Fisica possono essere acquisiti solo attraverso una lunga familiarit´ con le loro propriet´ e i loro usi. Il lettore che dovesse accostarsi per la prima volta a questo argomento. (1. della u Meccanica Quantistica) rivediamo alcuni aspetti della meccanica delle onde (che si applica ad esempio alla propagazione della luce) che costituiscono una base indispensabile per la nostra futura analisi. Voglio riportare. Una soluzione dell’equazione (1. Dirac. E’ noto dalle equazioni di Maxwell che il campo elettrico e magnetico si propagano. t) = purch´ e ω 2 = c2 |k|2 .. nel vuoto..2) ´ data da: e φ(x. Come i concetti fondamentali (ad esempio di prossimit´ e di identit´) che si devono acquisire a a venedo al mondo. ∂t2 (1. Le nuove teorie . potrebbe rimanere filosoficamente disorientato dal nuovo formalismo.4) 1 (2π)3/2 ˆ φ0 (k)ei(k·x−ωt) dk R3 (1.. e che anzi a non possono essere spegati adeguatamente a parole.M.2) dove φ ´ una quantit´ scalare.3) 4 .A.dai fisici teorici che hanno contribuito alla creazione della struttura matematica e concettuale della Meccanica Quantistica che costituisce l’oggetto di queste note. in accordo all’equazione delle onde: ∂2 φ = c2 ∆φ. La (1. pi´ in generale. ad esempio una componenete del campo e a elettrico o magnetico.sono costruite a partire da concetti fisici che non possono essere spiegate in termini di oggetti gi´ noti allo studente. ´ a e data dall’espressione: I(x)dx = |φ(x)|2 dx. a a Prima di discutere i postulati che hanno portato alla formazione del modello matematico della Meccanica Ondulatoria (o.4) viene detta relazione di dispersione. L’intensit´ associata al campo φ nel volume dx. a a questo proposito.

7) 5 . Si definisce innanzi tutto. si combina anche un’oscillazione in t di pulsazione ω. per ogni t. Vediamo ora alcune propriet´ generali della soluzione ondosa (1. All’oscillazione in x di pulsazione k (che viene detto numero d’onda).4). affinch´ l’equazione e ∂2 φ = c2 ∆φ + βφ ∂t2 ammetta la soluzione (1. in maniera del tutto naturale. xφ(t) = (φ(t). e Ad esempio. Si ha: ˆ X(t) = (φ(t).3) ´ la decomposizione in frequenze della soluzione e dell’equazione delle onde.3).3) nel a caso di una relazione di dispersione generale ω = ω(k). e La soluzione (1. non stiamo assumendo che φ sia soluzione di alcuna equazione.3) con qualche relazione di dispersione ω = ω(k). t)|2 dx ´ costante nel tempo. deve essere: ω(k) = ± c2 k 2 + β. a Inoltre d ˆ vg := X(t) = V (k)|φ0 (k)|2 dk (1. o ci´ che ´ lo stesso. (1. t)|2 dx.Si noti che la (1.3) si dice pacchetto d’onde perch´ ´. Ammettere emo per semplicit´ che tale costante sia 1. o e Infatti ˆ φ0 (k)e−iωt ´ la trasformata di Fourier della soluzione (1. F(xφ(t)) (1. La quantit´ vg si chiama velocit´ di gruppo del a a pacchetto.3). il centro del pacchetto d’onde come: X(t) = ( |φ(x.6) ci si basa su un’utile rappresentazione di X(t) . a Per dimostrare la (1. Si osservi che la relazione di dispersione ´ conseguenza dell’equazione. il suo sviluppo in Fourier.6) dt dove V (k) = k ω(k). k e ω sono legati dalla relazione di dispersione (1. Si noti che in questa fase. ma che abbia la forma (1. mentre V (k) si dice velocit´ relativa al numero d’onda k.5) E’ facile verificare che |φ(x. una e e ik·x ˆ sovrapposizione di onde piane e (pesate con il fattore φ0 (k)e−iωt ). t)|2 dx)−1 x|φ(x.

Tale principio stabilisce che una particella ha una doppia natura. In accordo a quanto stabilito dal principio di corrispondenza.D’altra parte: xφ(x. ´ per ora e incognita. corpuscolare e ondulatoria. k ω(k)φ0 (k)e (1. (1. Le grandezze corpuscolari corrispondenti e sono l’energia E = hν = ω e l’impulso p = k.10).10) La (1.6) segue dunque dalla (1. L’analisi cinematica del moto ondoso fin qui svolta si basa su una legge di dispersione ω = ω(k) che.9) ˆ φ0 k φ0 dk ˆ +t 2 ˆ k ω(k)|φ0 (k)| dk. Le grandezze ω ondulatorie sono date dalla frequenza ν = 2π e dal vettore d’onda k = 2π λ dove λ ´ la lungjhezza d’onda. t) = −i 1 (2π)3/2 ˆ φ0 (k)e−iω(k)t R3 −i(ω(k)t−k·x) ˆ dk k φ0 (k)e R3 −i(ω(k)t−k·x) ˆ dk k ω(k)φ0 (k)e R3 ik·x dk ke (1. abbiamo la seguente la seguente legge di dispersione per una particella quantica di massa m che si muova in assenza di forze: k2 ω(k) = (1. 2m 2m (1.8) =i +t da cui: 1 (2π)3/2 1 (2π)3/2 F(xφ(t)(k) = i Infine: X(t) = i −iω(k)t ˆ k φ0 (k)e +t −iω(k)t ˆ .12) Possiamo dunque ricavare l’equazione di evoluzione di tale particella nel nuovo formalismo ondulatorio ipotizzando che lo stato di tale particella sia 6 . A questo proposito interviene il principio di corrispondenza stabilito da de Broglie sulla base della situazione sperimentale sommariamente esposta in 4 esperimenti descritti sopra.11) 2m che ´ conseguenza del fatto che: e E= ω= 2 2 k p2 = . nel caso della Meccanica Quantistica.

t)|2 dx o a a ´ una costante del moto: e d dt |ψ(x. Sappiamo gi´ che la quantit´ |ψ(x.8) ´ l’equazione di Schr¨dinger per una particella libera. t)|2 dx = 0. a Inoltre.16) dove la quantit´ a secondo membro della (1. t)dx = |ψ|2 (x. ψ(t)) − (ψ(t). ∂t 2m (1. con la relazione di dispersione (1. abbiamo che: i 2 ∂ψ =− ∆ψ. t). e o Passiamo ora ad analizzare il comportamento delle soluzioni ψ(x.11): d X(t) = vg = dt ˆ |ψ(k. t) = (1.descritto da un’onda ψ(x.6) e (1. t)|2 kdk (1. ∆ψ(t))] = 0.17) si interpreta come velocit´ a a media. tramite ispezione diretta. ψ(t)) + (ψ(t).11): k2 1 ˆ ψ0 (k)ei(k·x− 2m t) dk. Riotteniamo questo risultato utilizzando la (1. Si ha: d ψ(t) dt L2 = (∂t ψ(t). t)|2 dx (1. non dipende dalla normalizzazione |ψ(x.17) (1.14). t)dx come la probabilit´ di trovare la particella nel volume dx. ψ(x.3). ∂t ψ(t)) = i [(∆ψ(t). t)|2 dx che sar´ assunta uguale a a 1.13). t)|2 dx)−1 x|ψ(x.18) . t)|2 k dk m (1. t) dell’equazione di Schr¨dinger libera.13) 3/2 (2π) R3 Come conseguenza della (1. dalla (1.15) che si interpreta come la posizione media della particella nello stato ψ(t). Il centro del pacchetto d’onda (o la media) definito da X(t) = ( |ψ(x. del tipo (1. E’ naturale dunque interpretare la quantit´: a ρ(x. L’impulso medio avr´ dunque la seguente espressione: a P (t) = mvg = 7 ˆ |ψ(k.14) L’equazione (1.

anche una loro combinazione lineare αψ1 + βψ2 ´ uno stato e possibile per il sistema. t)|2 ψ(t) e ˆ ˆ |ψ(k. t)|2 si interpreta come la distribuzione di probabilit´ del parametro a d’onda k e dunque dell’impulso che differisce da k per la costante . t)|2 ψ(t) −2 L2 −2 L2 si interpretano come le distribuzioni di probabilit´ di posizione e impulso a della particella. Le funzioni reali e positive: |ψ(x.19) porta a considerare l’impulso come un operatore lineare P = che agisce sulle funzioni d’onda. t) (1. ψ2 )]. Se ψ1 e ψ2 sono due stati. t) ψ(x.ˆ |ψ(k. −i 1. Infine si osservi che ¯ P (t) = −i dxψ(x. sono descritti da funzioni d’onda che sono elementi di L2 (R3 ). in particolare di una particella in R3 . Si noti che se gli stati ψ1 e ψ2 sono normalizzati ( ψ1 L2 = ψ2 L2 = 1) non lo stesso accade per una loro combinazione lineare αψ1 + βψ2 avendosi: αψ1 + βψ2 2 L2 = α2 + β 2 + 2R[¯ β(ψ1 .19) La (1. Possiamo sintetizzare quanto fin qui detto fissando una serie di primi postulati per la Meccanica Quantistica. α 8 . Stati fisici Gli stati di un sistema fisico.

e La sua specifica forma ´ giustificata solo dal successo che essa ha avuto e nello spiegare i dati sperimentali. Osservabili Le osservabili sono operatori lineari simmetrici su L2 (R3 ).22) 3. In particolare l’operatore posizione: Xψ(x) = xψ(x) ´ la moltiplicazione per x. (1. che ´ il valor medio dell’osservabile A nello stato ψ.24) cio´ il potenziale ´ dato dalla moltiplicazione per la funzione V . L’equazione e e di evoluzione ´ data allora da: e 2 ∂ψ = Hψ = − ∆ψ + V ψ. Aψ). Inoltre essa ´ in accordo con la Meccae nica Classica nel senso che la legge di Newton vale per i valori medi (vedi i 9 .23) ∂t Se la particella si muove sotto l’azione di un campo di forze conservativo generato da un potenziale V = V (x).20) L’energia di una particella libera ´ l’operatore: e H= 2 P2 =− ∆ 2m 2m (1. dalla condizione di simmetria abbiamo che la quantit´ (ψ.25) ∂t 2m L’equazione (1. (1. Evoluzione L’evoluzione di una particella libera ´ data dall’equazione: e ∂ψ = Hψ. allora l’Hamiltoniana del sistema ´ e data dall’espressione: i H= 2 P2 =− ∆ + V (x) 2m 2m (1. Se A ´ un e operatore simmetrico. L’impulso ´ definito da: e e P ψ(x) = −i ψ(x). ´ reale. e o Si noti che l’equazione che abbiamo postulato per il moto di una particella sotto un campo di forze conservativo non ´ stata affatto giustificata.2.21) (1. a e e come richiesto dalla fisica.25) ´ detta equazione di Schr¨dinger. (1.

la Meccanica Classica ´ ottenibile nel limite → 0 dalla Meccae nica Quantistica. 10 . detto limite classico. ´ simile al limite di alta e frequenza che ci permette di ottenere l’ottica geometrica a partire dalla Meccanica dell’ onde. come vedremo in seguito.Teorema di Ehrenfest nel prossimo paragrafo). Infine. Tale limite.

La forza ´ dunque F = − V .3) D’altra parte. Xψ) + (ψ. 11 . dt m m Inoltre: d P (t) = (∂t ψ. La ridimostriamo ora usando esplicitae a mente l’equazione di Schr¨dinger. Prime conseguenze dei postulati La prima conseguenza dei postulati appena introdotti ci conforta: l’evoluzione temporale dei valori medi soddisfa alle leggi della Meccanica Classica. (2. Tornando alla (2. ψ) = P (t) . (2. X∂t ψ) = (ψ. (V ψ) − V dt ψ) = − V (t) .2. denotando con Xi la moltiplicazione per xi . e con ∂j = si ha: 3 3 2 ∂j (xi ψ) = j=1 j=1 2 (2δi.1) ´ gi´ stata dimostrata.1) ci dice che la variazione temporale della posizione media ´ e l’impulso medio. P ψ) + (ψ.j ∂j ψ + xi ∂j ψ) ∆Xi ψ = da cui: (X∆ − ∆X)ψ = 2 ψ. e La (2. dt 2m ∂ ∂xj .3) si ha dunque: d i 1 X(t) = (ψ. (∆X − X∆)ψ).2) asserisce che la variazione dell’impulso medio ´ uguale alla forza media. Si ha: o i d X(t) = (∂t ψ. Questo ´ il contenuto del Teorema di Ehrenfest che andiamo ad illustrare. P ∂t ψ) = −(ψ. e Si consideri una particella sotto l’azione di un campo di forze conservativo dato dal potenziale V = V (x). Mentre la (2.1) d P (t) = − V (t) . Allora e valgono le seguenti relazioni: d 1 X(t) = P (t) . dt m (2.2) dt La (2.

j (2. E’ immediato verificare che: Xi Pj − Pj Xi = i δi. Pj = i δi. essendo operatori lineari. a A questa corrisponde l’operatore lineare: Pi = −i ∂i . (2.7) non e presenta problemi interpretativi se f ´ un polinomio.j denotando con il simbolo: A. La regola generale ´: e f (X)ψ = f (x)ψ f (P )ψ(x) = f (−i )ψ(x). Infatti. Esso ´ certamente interese sante da un punto di vista concettuale ma non ´ particolarmente utile e nella pratica.5) La (2. non commutano tra loro. B = AB − BA il commutatore tra due osservabili.6) (2.7) (2. Ora ´ chiaro che non abbiamo difficolt´ a identificare le osservabili quantise a tiche corrispondenti nel caso che tali osservabili siano funzioni o della sola posizione o del solo impulso o una somma di esse.6) non presenta problemi interpretativi: l’osservabile funzione della posizione ´ la moltiplicazione per la funzione stessa. Sia Pi la componente i−ma dell’impulso. usualmente vengono usualmente scritte nella forma: Xi . in Meccanica Classica. Se f ´ una funzione e e 12 . Una delle caratteristiche nuove della Meccanica Quantistica ´ che le ose servabili fisiche. Questo crea dei problemi nella quantizzazione delle osservabili.4) vengono dette relazione canoniche di commutazione e.Un commento sul teorema di Ehrenfest. le osservabili sono funzioni definite sullo spazio delle fasi. come sarebbe il caso se a secondo membro della (2. o Nella dimostrazione del Teorema di Ehrenfest abbiamo implicitamente usato l’importante propriet´ seguente.4) Le (2.2) ci fosse − V ( X(t) ): per conoscere il moto del centro del pacchetto d’onda bisogna comunque risolvere l’equazione di Schr¨dinger. Anche la (2.

7) ´ una scrittura simbolica che e ha il preciso senso della (2. Ma cosa accade se dobbiamo quantizzare osservabili tipo f (x. Fin qui non sorge alcun problema. cio´ u e un operatore simmetrico in L2 (R3 ).9) detta scarto quadratico medio.7) ´: e ˆ (Ff (P )ψ)(k) = f ( k)ψ(k). Il principio di indeterminazione ´ un corollario del seguente Teorema: e 13 . Il seguente Teorema mette un limite inferiore al prodotto degli scarti quadratici medi per gli operatori impulso e posizione: Teorema 1 (Principio di indeterminazione di Heisenberg) ∆Xi ∆Pi ≥ (2. a Abbiamo pi´ volte detto che il valore medio di un’osservabile A. nello stato ψ tale che ψ = 1. (A − A I)2 ψ)1/2 = (A − A I)ψ (2.10) 2 Il principio di indeterminazione asserisce che impossibile costruire uno stato ψ in cui si possano misurare con precisione arbitraria impulso e posizione. Un operatore tipo (2. ´ dato e dall’espressione (ψ. (2. ´ la quantit´: e a (∆A) = (ψ. Nel seguito denoteremo con · la norma L2 per semplicit´ notazionale.7) si chiama operatore pseudodifferenziale e f si chiama simbolo di tale operatore.8) Dunque una funzione dell’impulso ´ una moltiplicazione per una funzione e di k nello spazio di Fourier.8). Allora il senso da dare alla (2. Quindi la (2. Aψ) = A . p) = xn pk ? Poich´ P e X non commutano. Una grandezza che esprime quanto devia a l’osservabile dal suo valor medio. e non ´ chiaro che senso dare a monomi di questo tipo.arbitraria possiamo passare alla trasformata di Fourier (denotata con F). Lasciamo per il e momento questa questione in sospeso perch´ in molti rilevanti problemi di e Meccanica Quantistica non ci si pone la necessit´ di quantizzare osservabili a che possano creare ambiguit´.

BAψ)| ≤ Aψ Bψ .15) Sia ora H un’Hamiltoniana quantisitica di una particella e siano E e ψE un autovalore e un autovettore (autostato) rispettivamente. A. (2.14) (2. Dalla simmetria di A segue: |(ψ. (2.18) e dunque la densit´ di probabilit´ della particella al tempo t ´ data da: a a e ρ(x.Teorema 2 Siano A e B due operatori simmetrici. Ci´ significa o che: HψE = EψE (2. t)|2 = |ψE (x)|2 (2.19) 14 .11) Dim.17) Dall’equazione di Schr¨dinger segue facilmente che la soluzione di tale o equazione con dato iniziale ψE ´ semplicemente: e ψ(x. t) = e−i(E/ )t ψE (x) (2. Allora vale la disuguaglianza: Aψ 2 Bψ 2 ≥ 1 |(ψ.16) (2. B = Xi . Sia ψ tale che ψ = 1.11).12) Dalla (2. t) = |ψ(x.13) Bψ (2. ABψ)| ≤ Aψ e analogamente: |(ψ. La dimostrazione di Teorema 1 segue da Teorema 2 ponendo: A = Xi − Xi I B = Pi − Pi I da cui risulta: A.12) e (2. B ψ)|2 . 4 (2.13) segue facilmente la (2. Pi = i .

P2 E’ naturale ipotizzare che se H = 2m + V (X) con V (x) che diverge per |x| → ∞. per questo motivo.ed ´ costante nel tempo. la pare ticella ha probabilit´ molto piccola di trovarsi molto lontana dall’origine e a ci´ uniformemente nel tempo. Essi corrispondono a situazioni classiche in cui la particella compie orbite limitate. In questo caso la soluzione dell’equazione di Schr¨dinger o si scriverebbe facilmente come: ci e−i(Ei / i )t ψi .23) 15 . Se l’insieme {ψi } costituisse una base completa allora ogni vettore ψ0 sarebbe esprimibile come: ψ0 = ci ψi (2.20) con ψi = 1. (e dunque il sistema classico compie orbite periodiche) allora H ha una famiglia completa (base ortonormale) di autostati. o Gli stati stazionari si dicono. Abiamo visto che la densit´ di probabilit´ ρ(x) ´ globalmente conservata a a e (conservazione della probabilit´) per la dinamica indotta dall’equazione di a Schr¨dinger. anche stati legati. Inoltre. e Siano ora {Ei } una famiglia di livelli di energia: Hψi = Ei ψi (2. o o ma la dimostrazione ´ troppo tecnica per il livello di queste note. ψ0 ). t) + divJ = 0 (2. (2. Vedremo in seguito un esempio. Se le soluzioni non descrivono situazioni fisiche di stati legati. Per questa ragione gli autostati di un’Hamiltoniana e vengono anche detti stati stazionari. con valori ammessi dell’energia E quantizzati. l’energia non ´ quantizzata ma assume un’infinit´ continua di valori e a (spettro continuo). come ad esempio stati di diffusione (scattering). Tale fatto traspare da una legge di conservazione espressa o dalla relazione: ∂t ρ(x. Sotto opportune ipotesi ci´ pu´ essere provato.22) Naturalmente non sempre un sistema fisico ha un’Hamiltoniana che ammette un sistema completo di autofunzioni. Dalla simmetria di H segue che ψi ⊥ ψj se Ei = Ej . poich´ ρ(x)dx = 1. corrispondenti alle orbite periodiche del sistema classico corrispondente.21) i dove ci = (ψi .

segu´ il principio di corrispondenza di De Broglie formuo ı lato nel 1924. Il modello atomico di Bohr fu formulato nel 1913. derivare la (2. 16 . Gli studi sul corpo nero e l’introduzione delle ipotesi di quantizzazione dei livelli energetici ´ e dell’inizio del secolo.24) m Lasciamo al lettore. che fu poi reso rigoroso. per esercizio. In realt´ nel 1925 Heisemberg aveva proposto un altro modo di formua lare la Teoria Quantisitica in termini di evoluzione temporale di matrici. Nel 1930 Dirac propose un formalismo generale della Meccanica Quantistica. Lo sviluppo della Meccanica Ondulatoria. da Von Neumann. Tali approcci erano basati sulla teoria astratta degli operatori su spazi di Hilbert. Comunemente si parla di Meccanica Ondulatoria per descrivere la Teoria Quantistica in termini di equazione di Schr¨dinger. che ´ la base della Meccanica o e Ondulatoria.23). Per la teoria classica della propagazione ondosa si usano altri o nomi come Meccanica delle onde o simili. i cui elementi rappresentano le quantit´ veramente rilevanti per il mondo a subatomico: le probabilit´ di transizione dei vari livelli energetici. (2. Concludiamo con brevissimi cenni storici. nel 1936. iniziato da Schr¨dinger. Ima mediatamente lo stesso Schr¨dinger dimostr´ nel 1926 che tale teoria era o o equivalente alla sua Meccanica Ondulatoria. L’equazione di Schr¨dinger. fu presentata nel 1926.dove J ´ la corrente di probabilit´ (o corrente di massa) ´ data dall’espressione: e a e J= I(ψ ψ).

Cos´ ´. b∗ = I.1) Le regole di quantizzazione discusse sopra ci portano a definire l’operatore: H= 2 1 2 1 (P + X 2 ) = − ∆ + X 2 . Cos´ come in Meccanica Classica sono pochi sono i sistemi ı che ´ possibile ridurre alle quadrature (si risolvono le equazioni del moto e esplicitamente. Vogliamo analizzare un paio di casi in cui ci´ ´ possibile. ´ immediato verificare e che: 1 H = (b∗ b + ).3. cos´ anche in Mecı canica Quantistica (e ci´ non ´ certo sorprendente) il problema dinamico o e relativo alle equazioni del moto si sa risolvere molto raramente. Definiamo a tal fine gli operatori: 1 b = √ (X + iP ). 2 2 2 (3. oe Oscillatore Armonico Consideriamo l’Hamiltoniana Classica relativa ad un oscillatore armonico di massa e di costante di richiamo unitaria: H(p.3) entrambi definiti su D(H). 2 (3. (3. q) = 1 2 (p + x2 ). 17 (3. Alcuni esempi esattamente risolubili In questo paragrafo affronteremo l’analisi dell’equazione di Schr¨dinger per o alcuni semplici sistemi fisici per cui il problema dinamico pu´ essere esato tamente risolto. modulo il calcolo di integrali indefiniti).5) .4) 2 Si noti che valgono le seguenti regole di commutazione: b. Sulla base di quanto detto alla fine del precedente paragrafo. Tali oggetti possono essere ıe determinati esplicitamente. Usando le regole di commutazione canoniche.2) H ´ da intendersi come operatore su L2 (R) con dominio di definizione e D(H) = S. ci aspettiamo che l’oscillatore armonico quantistico possegga una famiglia completa di autovalori e autostati corrispondenti. 2 1 b∗ = √ (X − iP ) 2 (3.

8) si ha. . Poich´ e dalla (3.10) gli operatori b e b∗ vengono detti operatori di distruzione e creazione rispettivamente. La base costituita dalle funzioni di Hermite rende anche diagonale l’operatore H. .11) Gli autovalori dell’oscillatore armonico sono dunque /2. si vede facilmente che formano una base completa. n = 1. Risulta e0 = 1. Si osservi inoltre che: ((b∗ )j e0 .k Definendo ora: ej (x) = (b∗ )j e0 (x) . Con ci´ il problema o stazionario ´ completamente risolto. . la funzione di Hermite di ordine j. 2 (3. Infatti si ha: Hej = b∗ bej + 2 1 ej = (j + )ej . (b∗ )j e0 (3. che {ej } formano una famiglia ortonormale. (3/2) . .7) (b∗ )j e0 2 = j!. (3. Inoltre be0 = 0. .7) x2 (3. (b∗ )k−1 e0 ) = ([b. (b∗ )j ]e0 . Le autofunzioni sono le funzioni di Hermite e0 . (b∗ )k−1 e0 ) = j!δj.Si consideri ora la funzione: e0 (x) = (π )(−1/4) e− 2 . e E’ interessante l’azione degli operatori b e b∗ su questa base. Infatti ej .12) . ´ un polinomio di grado j per una Gaussiana. 3. Le {ej } si chiamano funzioni di Hermite e. risulta: b∗ ej = (j + 1)1/2 ej+1 bej = j 1/2 ej−1 (3. (b∗ )k e0 ) = (b(b∗ )j e0 . (b∗ )k−1 e0 ) = j((b∗ )j−1 e0 . (5/2) .9) e (3. . dalla (3.9) (3.6) (3.10) A causa delle (3. L’Hamiltoniana ´ data da: e 2 H0 = − 18 2 ∆. e La particella libera Si consideri una particella libera di massa unitaria in Rn .7). 2. e1 . in realta.

procedendo come per l’equazione del e calore nello spazio. che. B+ sono 4 costanti da determinare.18) −ψ + (V − E)ψ = 0. Tuttavia impostiamo ugualmente l’equazione agli autovalori: Hψ = Eψ.15) ´ la funzione di Green del problema. diviene: (3. B− . (3.e l’equazione di Schr´dinger si scrive: o 2 i∂t ψ(x. x > 0. Inoltre siccome a l’equazione ´ omogenea.13) Se ψ0 ´ il dato iniziale della (2. e Barriera di potenziale Si consideri una particella unidimensionale quantistica di massa unitaria su cui agisce un potenziale V descritto da una funzione a gradino: V (x) = 0 x < 0.17) 2m = 1.16) In questo caso il potenziale non ´ confinante e non ci aspettiamo di avere e stati legati. essa non pu´ che essere risolta a meno di una e o 19 . A+ . Avbbiamo due casi che tratteremo separatamente.13).20) E−V √ E−V x dove A− . si arriva alla soluzione esplicita: ψ(x. In questo caso. t). t) = Rn dyG0 (x − y)ψ0 (y) m )n/2 (2πi t) (3.14) dove G0 (x) = ( ei m|x|2 2 t (3. t) = − 2 ∆ψ(x. Si osservi che due condizioni sono garantite dalla continuit´ di ψ e di ψ . (3. (3. dopo aver posto per comodit´ a 2 (3. V (x) = V x ≥ 0. per x = 0 si ha ψ(x) = A− ei ψ(x) = A+ ei √ √ E √ x + B− e−i x + B+ e−i Ex x < 0.19) (3. Caso E > V .

abbiamo: a √ √ 1 + B− = A+ .23) (3.28) Una relazione analoga si ottiene. Nella situazione e (3. anche la condizione B+ = 0. di ampiezza 1. La corrente di e ¯ massa ´ stata precedentemente definita come J = I(ψψ ). Jr le correnti relative all’onda incidente. trasmessa e riflessa rispettivamente. Jt = |A+ |2 E − V (3. Questa ´ la e componente a x < 0 con ampiezza B− . i E(1 − B− ) = i E − V A+ da cui ricaviamo facilmente: √ 2 E A+ = √ . Jr = −|B− |2 E.25) x > 0. Analogamente avremmo potuto cercare una soluzione del tipo: ψ(x) = B− e−i ψ(x) = A+ ei √ E−V √ Ex √ x < 0. 20 . (3.(3.26). E−V x (3. Mentre B− ´ l’ampiezza dell’onda trasmessa (verso sinistra).27) da cui si ottiene facilmente la seguente relazione che esprime la conservazione della corrente: Ji = Jt − Jr . naturalmente. Parte viene riflessa. Jt . √ E+ E−V √ √ E− E−V B− = √ √ E+ E−V (3. (3. che interagisce con la barriera di potenziale. per x > 0.21) (3. x > 0.costante moltiplicativa che fissiamo imponendo A− = 1. Parte di questa onda ´ trasmessa e dunque.22) ψ(x) = A+ ei x Dalla continuit´ di ψ e ψ in 0. Allora: ψ(x) = ei √ E x + B− e−i √ E−V √ Ex x < 0. (3. per la situazione descritta dalle (3.22) siano Ji .21).24) Si osservi che tale soluzione descrive un’onda piana viaggiante da sinistra. per il momento. in cui 1 e A+ sono le ampiezze dell’onda incidente da sinistra e dell’onda riflessa. L’onda riflessa viaggia con velocit´ a negativa. Si ha: √ √ √ Ji = E.26) x + e−i situazione simmetrica a quella precedentemente descritta. abbiamo un’onda viage giante verso destra con ampiezza A+ .25) e (3. Ipotizziamo.

Pertanto: ψ(x) = ei √ E x + B− e−i √ Ex x < 0. poniamo A− = 1.31) (3. con una certa probabilit´. analogamente al caso di un genuino problema agli autovalori. Tuttavia la probabilit´ di trovare la particella oltre la barriera (per x > 0) non ´ nulla. ´ ugualmente posibile risolvere e il problema dinamico relativo all’equzione di Schr¨dinger dipendente dal o 21 . In contrasto con la fisica classica per cui una particella non pu´ superare baro riere di potenziale pi´ alte della sua energia. a e Essa decresce esponenzialmente a misura che ci si allontana dall’origine. che non abbiamo risolto il problema agli autovalori perch´ e le autofunzioni trovate non sono normalizzate. Infatti.30) ψ(x) = A+ e V −E √ − V −Ex Procedendo come sopra.Caso E < V .33) B+ = √ √ √ i E+ V −E i E− V −E In questo caso la corrente di massa ´ nulla. In questo caso per´. poich´ l’energia dell’onda incidente ´ pi´ piccola della e e u berriera. I valori dell’energia ammessi non sono quantizzati (ogni valore E ´ ammesso in quest’analisi) e la partie cella non ´ descritta da stati legati.Jt = 0. Procedendo e come prima. x > 0. (3.32) ψ(x) = B+ e √ − V −Ex Imponendo la continuit´ della ψ e della sua derivata in 0. Tale effetto viene suggestivamente o a denominato ”effetto tunnel”. Si noti infine. Autofunzioni anomale di questo tipo e vengono chiamate autofunzioni generalizzate e intervengono nella teoria della diffusione (scattering). x < 0. otteniamo a facilmente: √ √ √ i E+ V −E 2i E . In questo caso abbiamo: ψ(x) = A− ei √ √ E x + B− e−i x + B+ e √ Ex x < 0.29) (3. abbiamo un termine esponenzialmente crescente per x → ∞. B− = √ (3. si determinano i coefficienti. (3. Infatti si trova che Ji = e −Jr . Questa o crescita non ´ fisicamente accettabile per cui si pone A+ = 0. Si oservi tuttavia che. in Meccanica Quantistica ci´ u o pu´ accadere. non si ha flusso di massa attraverso l’origine.

Vi ´ un importantissimo esempio di sistema esattamente risolubile che e non trattiamo per agioni di brevit´: l’atomo di idrogeno. Infatti. come nel caso della Meccanica Classica la legittimazione della teoria viene dalla capacit´ di dimostrare le a leggi di Keplero. Si pu´ infatti risolvere esattamente. se il dato iniziale ´ esprimibile da una relazione del tipo: e ψ0 (x) = dEψE (x)ϕ(E). Possiamo dire che. per esercizio. o o per separazione di variabili. (3. ad esempio quando il potenziale ´ diverso da zero e costante e in un intervallo finito. (3. (3. Vi sono dei casi che possono essere trattati analogamente alla barriera di potenziale.35) Si noti l’analogia con il problema della particella libera in cui si espande il √ dato iniziale in termini di una sovrapposizione di onde piane e±i Ex per mezzo della trasformata di Fourier. le autofunzioni generalizzate del problema −ψ + (V (x) − E)ψ = 0.tempo. la validit´ e l’utilit´ della Meccanica Quantistica viene a a messa in luce dalla sua capacit´ di calcolare i livelli di energia dell’atomo a di idrogeno. Si determinino. denotando con ψE la soluzione del problema (3. allora e l’evoluzione temporale ´ subito espressa dall’integrale: e ψ(x. Questo ´ forse il pi´ grande e u successo della teoria. in questo caso. Il lettore interesa sato pu´ consultare il libro di Landau.34) cio´ per mezzo di una sovrapposizione di onde incidenti da sinistra.21). l’equazione di Schr¨dinger stazionariae e calcoo lare i livelli di energia dell’atomo di idrogeno. 22 .22). t) = dEψE (x)e−iEt ϕ(E).