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Virgilio Ilari

STORIA MILITARE
DELL’

ARGENTINA
I. DA CEVALLOS A YRIGOYEN (1758 - 1917)

INDICE
I - LA DIFESA DELLA COLONIA SPAGNOLA (1631-1810) 1. La colonia spagnola del Plata (1536-1810). - 2. Il fronte brasiliano (1680-1763). - 3. La spedizione di Cevallos, la milizia e la minaccia inglese (1764-83). - 4. La frontiera interna (1777-96). - 5. L’invasione inglese (1796-1807). - 6. La caduta del governo vicereale (1808-10). - Bibliografia.

II - LA DIFESA DELLA RIVOLUZIONE (1810-1817) 1. L’offensiva rivoluzionaria (1810-11). - 2. Le campagne di Asuncion e di Montevideo (1810-11). - 3. La Patria en peligro (1811-12). 4. La vittoria di Tucuman (1812) - 5. Il nuovo ordinamento dell’esercito (1813). - 6. La fallita offensiva su Lima e la presa di Montevideo (1812-14). 7. Il fronte del Pacifico (1814). 8. - La caduta di Alvear e la sconfitta di Sipe-Sipe (1815). - 9. La guerra contro Artigas e l’invasione portoghese (1816-17).

III - LA LIBERAZIONE DEL CILE E DEL PERU (1817-1824) 1. La preparazione dell’offensiva andina (1814-16). - 2. La liberazione del Cile (1817-19). - 3. L’implosione dell’Argentina (1817-24). - 4. La liberazione del Peru (1820-24). Bibliografia del II e III capitolo.

IV - PROVINCE DISUNITE E DIFESA DELLE FRONTIERE (1825-1847) 1. L’esercito della Provincia di Buenos Aires (1820-25). - 2. L’Ejército Nacional e la guerra contro il Brasile (1825-28). 3. La guerra civile e la vittoria federale (1826-31). - 4. La politica militare del generale Rosas (1829-34). - 5. L’occupazione inglese delle Malvine, la guerra contro la Bolivia, la difesa della frontiera indiana e il conflitto con la Francia (1831-39).

V - LA DIFESA DELLA CONFEDERAZIONE (1840-50) 1. L’invasione dei fuoriusciti (1840-41). 2. L’assedio di Montevideo e la sconfitta di Rivera (1842-44). 3. L’intervento anglo-francese e la vittoria di Rosas e Urquiza (1845-50).

VI - LA QUESTIONE PORTEGNA (1848-61) 1. La battaglia di Monte Caseros (1851-52). - 2. La secessione bonearense (1852-59). - 3. La guerra di unità nazionale (1859-63). Bibliografia del IV-VI capitolo.

VII - LA GUERRA DEL PARAGUAY (1865-70) 1. La Triplice Alleanza (1864-65). - 2. La Sebastopoli del Sudamerica (1866-67). 3. Il fronte interno (1866-67). 4. L’offensiva alleata e la ritirata paraguaiana (1867-68). - 5. La vittoria mutilata (1869-70).

VIII - LA CONQUISTA DELLE FRONTIERE E LA FEDERALIZZAZIONE DI BUENOS AIRES (1870-80) 1. La difesa dell’unità nazionale. - 2. La conquista del deserto. - 3. La federalizzazione di Buenos Aires. - 4. Le frontiere naturali.

IX - L’EJERCITO E L’ARMADA DA ROCA A ROCA (1881-1902) 1. Le riforme militari degli anni Ottanta. - 2. La politica degli anni Novanta. 3. Pace armata sulle Ande. 4. La parità navale col Cile.

X - LA POLITICA MILITARE DEL REGIME CONSERVATORE (1900-1916)

1. Da Roca ad Yrigoyen. - 2. La politica estera e militare. - 3. Lo Stato maggiore. - 4. Le truppe. - 5. Marina ed aviazione. Bibliografia del VII-X capitolo.

I - LA DIFESA DELLA COLONIA SPAGNOLA DEL RIO DE LA PLATA (1631-1810)

SOMMARIO: 1. La colonia spagnola del Plata (1536-1810). - 2. Il fronte brasiliano (1680-1763). - 3. La spedizione di Cevallos, la milizia e la minaccia inglese (1764-83). - 4. La frontiera interna (1777-96). - 5. L’invasione inglese (1796-1807). - 6. La caduta del governo vicereale (1808-10). - Bibliografia.

1. LA COLONIA SPAGNOLA DEL PLATA La Provincia di Buenos Aires (1536-1778) La Plata, esplorata nel 1516 da Juan Diaz de Solis e poi battezzata da Sebastiano Caboto, fu colonizzata una prima volta da Pedro de Mendoza, sbarcato il 2 marzo 1536 nel posto dove sarebbe sorta Nuestra Segnora de Buenos Aires. La spedizione, trasportata da 14 vascelli, contava 76 cavalli, 150 tedeschi e fiamminghi e 2.500 “spagnoli” (tra cui l’alfiere cagliaritano Leonardo Grifeo e un membro della famiglia patrizia genovese Centurione, perito nell’impresa). La spedizione fu accolta ostilmente dagli indios, provocando una spedizione punitiva, tornata in maggio decimata e demoralizzata. Respinto il 15 giugno un primo assalto, il 24 gli spagnoli finirono accerchiati e costretti a spostarsi in un fortino appena costruito nelle vicinanze (Corpus Christi). In settembre Mendoza ne impiantò un secondo (Buena Esperanza), ma nell’aprile 1537, già gravemente malato, si imbarcò per la Spagna, che non fece in tempo a rivedere. Rimasto al comando, Juan de Ayolas utilizzò Buenos Aires come base per l’esplorazione del Paranà e del Paraguay e per la fondazione di Asuncion, dove nel 1541 trasferì i superstiti della colonia bonearense. Nei decenni successivi da Asuncion si irradiò una nuova colonizzazione fluviale, con la fondazione di Santa Fe. Nel 1573 una spedizione guidata da Juan de Garay impiantò i primi insediamenti permanenti e, nel 1580, riedificò Buenos Aires, un pugno di casupole attorno ad un fortino, per difendersi contro gli indios e i corsari inglesi. Nel 1588, su proposta del governatore Ramirez de Velasco, la zona andina di Cuyo (Mendoza) fu separata dalla Capitania General del Cile e resa autonoma (fino al 1703, quando fu annessa alla provincia di Cordoba del Tucuman). Nel 1617 fu separata da Buenos Aires la nuova provincia del Guayrà (Paraguay). Quella del Plata continuava tuttavia a comprendere i territori di Santa Fe, Gran Chaco, Corrientes, Entre Rios, Misiones Jesuiticas e Banda Oriental del Uruguay. In termini puramente geografici, la colonia del Plata sembrava destinata a diventare il porto più importante dei domini sudamericani della Spagna, il principale emporio degli scambi commerciali tra gli schiavi importati dall’Africa e l’argento estratto dalle miniere dell’Alto Perù (l’odierna Bolivia). Ma in tal modo il nuovo insediamento rioplatense rischiava di contendere il monopolio di Lima-El Callao,

capolinea del traffico atlantico proveniente da Siviglia e Cadice (si sbarcava il carico a Portobello e lo si trasportava via terra fino a Panama dove veniva reimbarcato. Di qui le navi scendevano la costa del Pacifico e, fatto scalo a Guayaquil, raggiungevano il Callao). Per rafforzare i privilegi di Lima, nel 1623 il viceré del Perù proibì l’uso del denaro a Buenos Aires e istituì una dogana secca in una località argentina dell’interno, Cordoba, dove le merci bonearensi pagavano un dazio del 70 per cento per proseguire fino alle regioni andine e al litorale del Pacifico. Questa “cortina dell’argento” segnò la prima frattura tra le due coste, atlantica e pacifica, del Sudamerica, annettendo l’intera regione andina all’area del Pacifico. La separazione tra le due corone iberiche vi aggiunse nel 1668 la nuova cortina brasiliana, che minacciava non solo i collegamenti marittimi con i domini caraibici, ma anche quelli fluviali con le regioni settentrionali della colonia. Furono però soprattutto la crescente minaccia anglo-olandese nei Caraibi e la strategia dell’attacco indiretto alle risorse americane per logorare la potenza militare spagnola sui fronti europei e mediterranei ad imporre di concentrare il traffico transatlantico in un’unica rotta. La cosiddetta Carrera de Indias - preclusa in luglio e in inverno dagli uragani e dalle tempeste e infestata da pirati e corsari - era tuttavia anche l’unica che le ridotte forze oceaniche della Spagna (le 3 Armadas de Barlovento, del Mar Océano e del Mar del Sur) potessero sorvegliare con la Flota de la Guardia e difendere con la piazzaforte dell’Avana (Antemural de las Yndias) e con la rete delle altre 12 “chiavi” (llaves) del Golfo del Messico (San Augustin, Veracruz e Campeche) e dei Caraibi (Puerto Rico, Trinidad, Cumanà, Maracaibo, La Guaira, Cartagena, Portobelo, Chagre e Panamà). Tutti questi fattori geoeconomici e geostrategici spiegano il lentissimo sviluppo demografico di Buenos Aires: nel 1610, quando Potosì, la quasi contemporanea capitale dell’argento, contava già 160.000 abitanti, Buenos Aires ne aveva appena 1.100, triplicati soltanto nel 1655 (con 10 italiani) e quintuplicati nel 1680, quando, per fronteggiare il minaccioso espansionismo portoghese, si concesse al porto di Buenos Aires di ricevere due vascelli spagnoli all’anno. Ma a porre le premesse di un primo sviluppo economico fu il trattato di Utrecht del 1713, con la concessione agli inglesi, per trent’anni, del monopolio della tratta degli schiavi africani con il Sudamerica, sviluppatasi alla fine del Seicento a seguito della catastrofica diminuzione della popolazione indigena. Ciò incrementò infatti l’allevamento del bestiamo (ganaderia), perchè nel viaggio di ritorno le navi negriere imbarcavano il cuoio ricavato dalla pampa, estesa per 430.000 chilometri quadrati. A sua volta il commercio del cuoio accelerò la transizione, attorno al 1750, dalla fase della pura e semplice vaqueria (spedizione armata in territorio indiano per la cattura del bestiame cimarron, cioè allo stato brado) a quella delle grandi estancias (raccolta organizzata di bestiame manso, cioè addomesticato, in fattorie rudimentali) mantenutasi per oltre mezzo secolo come la principale attività economica bonearense, fino allo sviluppo dell’industria della carne secca e salata. Questo primo sviluppo economico della sponda atlantica erose la cortina dell’argento, favorendo il contrabbando rioplatense verso i territori andini e del Pacifico. In riconoscimento della crescente importanza di Buenos Aires, fin dal 1707 il Correo Mayor de Indias organizzò un servizio postale mensile con Lima e in seguito tutta la corrispondenza sudamericana con l’Europa fu concentrata a Buenos Aires per essere imbarcata a Montevideo. E nel 1720 i commercianti peruviani denunciavano Buenos Aires come “la porta per cui fugge il commercio e la finestra da cui si getta il Perù”. In realtà i veri concorrenti dei modesti commercianti limegni erano i grandi commercianti catalani trapiantati a Cadice, che stavano acquisendo il monopolio del commercio tra le Indie e la Penisola ed erano interessati a sviluppare la nuova ruta gaditana sudatlantica impiantando agenzie a Buenos Aires - ma anche nella nuova piazzaforte marittima di Montevideo, fondata nel 1725. Ciò spiega l’incremento demografico di Buenos Aires, più che raddoppiata in meno di quarant’anni (1740-78 da 10.000 a 24.255 abitanti). In particolare si rafforzarono le comunità dell’Europa borbonica, non soltanto peninsulares e francesi, ma anche gli italiani - soprattutto genovesi associati ai catalani - saliti da una decina ad un centinaio.

Il Viceregno del Plata (1778-1810) Immancabilmente, il mutamento delle rotte e dei flussi commerciali finì per rendere obsolete anche le vecchie frontiere amministrative. Già il 12 gennaio 1771 la difficoltà dei collegamenti tra Potosì e Lima indusse il Fiscal della Real Audiencia di Charcas a proporre la separazione della regione andina dal Viceregno del Perù, passandola sotto la giurisdizione di Buenos Aires, elevata al rango vicereale. Tuttavia la decisione fu presa soltanto sei anni dopo, per ragioni esclusivamente militari, quando, come diremo più avanti, la Spagna spedì 10.000 uomini a difendere il confine orientale della Plata contro le mire portoghesi. Con Real Cédula del 1° agosto 1776, Carlo III nominò infatti il comandante della spedizione, tenente generale Pedro de Cevallos, “viceré, governatore e capitano generale” delle province di Buenos Aires, Paraguay (Chuquisaca) e Charcas (Tucuman, Potosì e Santa Cruz de la Sierra). Nasceva così il Viceregno del Plata, quarto ed ultimo dell’America spagnola, nominalmente esteso dal Capo Horn alla selva amazzonica su un territorio, in gran parte ancora inesplorato, di 5 milioni di chilometri quadrati, corrispondente alle attuali Argentina (2.8 milioni di chilometri quadrati), Uruguay, Paraguay e Bolivia, più uno sbocco sul Pacifico (Puno e Arequipa, ceduti nel 1796 al Perù, e più a Sud Antofagasta, in seguito ceduta dalla Bolivia al Cile). Nel 1782, ancora una volta per ragioni militari (rivolta di Tupac Amaru nell’Alto Perù), furono istituite 8 Intendencias provinciali: Buenos Aires, Asuncion del Paraguay, San Miguel del Tucuman (poi Salta), Santa Cruz de la Sierra (poi Cochabamba), La Paz, Mendoza (poi incorporata nella nuova intendenza di Cordoba del Tucuman), La Plata e Potosì. La super-intendenza di Buenos Aires includeva i governatorati di Montevideo e delle Isole Malvine (istituito nel 1767) e si estendeva alla Patagonia fino alla Terra del Fuoco. Benchè determinata da contingenti ragioni militari, l’istituzione del nuovo viceregno era coerente con le riforme del 1778-82 che liberalizzarono il commercio tra le Indie e la madrepatria rompendo il monopolio gaditano a favore di un nuovo ceto mercantile in grado di affrontare i rischi elevati di una spregiudicata speculazione commerciale. La Spagna ne ricavò un forte incremento delle entrate fiscali, trasformandosi in intermediario delle esportazioni verso le economie industriali europee, mentre il patriziato creolo fu emarginato dalla nuova immigrazione di commercianti peninsulari. Tra l’inizio e la fine del Settecento le rendite ricavate dalle Indie spagnole triplicarono da 6 a 18 milioni di pesos all’anno e la popolazione crebbe a 13 milioni, metà dei quali nel Messico. Nel 1795 il Viceregno del Plata ne contava già 850.000, per due terzi distribuiti sull’asse preandino MendozaJujuy. La popolazione delle intendenze di Buenos Aires, Cordoba e Salta, corrispondenti all’odierna Argentina, contava 275.000 abitanti. Buenos Aires ne contava ormai 35.000, che raddoppiavano includendovi la campagna, Santa Fe ed Entre Rios. Qui l’elemento europeo o criollo (45.000 individui) predominava nettamente su meticci, indiani e mulatti (25.000) ma il rapporto si invertiva nel resto del territorio: a Cordoba, ad esempio, gli spagnoli erano 25.750 contro 52.250 delle altre razze. La popolazione bonearense era addensata nella capitale, dove, mescolata quasi indistintamente ad una larga massa di schiavi africani e mulatti liberi (saliti dal 16 al 25 per cento nel 1744-78) sopravviveva una vasta plebe creola e meticcia senza impiego, refrattaria alle durissime condizioni di vita delle campagne e in parte dedita alla malavita. La conseguente scarsità della mano d’opera agricola la rendeva relativamente molto costosa, contribuendo ad impedire lo sviluppo delle esportazioni agricole. Rigidamente compartimentati su basi razziali, etniche e sociali, alla fine del secolo i rapporti sociali erano caratterizzati da un crescente risentimento del patriziato creolo - americanos - per i privilegi, lo strapotere e i monopoli commerciali accordati ai funzionari spagnoli e agli immigrati peninsulares, ma anche da un netto contrasto tra la società mercantile e marittima dei portegni e quella agro-pastorale e feudale degli arribegni, cioè gli abitanti delle province interne. Nel 1796 l’amministrazione del Viceregno costava circa 1 milione di pesos, poco meno del valore raggiunto quell’anno (ma in via eccezionale) dalle esportazioni della sola provincia bonearense. Queste ultime consistevano soprattutto nel cuoio, mentre ancora marginale - 60.000 pesos - restava l’esportazione di carne secca o salata in Brasile e a Cuba, divenuta invece preponderante sul cuoio nel

ventennio successivo. Il grosso delle esportazioni rioplatensi era però ancora rappresentato dai metalli preziosi dell’Alto Perù, 1.4 milioni di oro e ben 2.6 milioni di argento.

2. IL FRONTE BRASILIANO Il presidio veterano e la milizia dei Sette Villaggi (1631-73) Il carattere periferico e marginale della piccola colonia rioplatense spiega perchè nel suo primo secolo di vita (1580-1680) la sua sicurezza fu minacciata quasi esclusivamente dalle popolazioni indigene. I guaranì furono presto evangelizzati dai francescani e dai gesuiti, diventando anzi il perno della difesa militare della regione dei grandi fiumi. Nel 1594 la comparsa di John Drake, fratello del più famoso corsaro Francis, indusse ad iniziare l’erezione del forte di Buenos Aires. Catturato dagli indios charruas, Drake cadde poi in mano degli spagnoli, che lo condussero a Santa Fe e di qui ad Asuncion e Lima. Una relazione del 1598 segnala che a Santa Fe si fabbricavano archibugi e spade rudimentali, “sino haberlo visto fazer sino por relacion”. Ma nel 1599 il governatore bonearense Valdez segnalava di avere appena 40 uomini atti alle armi, con 20 libbre di polvere e 3 cannoni senza munizoni. A Buenos Aires il presidio permanente spagnolo fu istituito soltanto nel 1631, con la forza di 3 compagnie e 200 veterani. Ma gli indios dell’interno frenarono la colonizzazione della pampa. Nel 1630-37 l’insurrezione dei calchaquies devastò la provincia di Tucuman e nel 1658-66 una seconda insurrezione si estese da Tucuman a Santa Fe, al Chaco e Corrientes, mentre nel 1673 gli indigeni della regione andina trucidarono il gesuita e geografo italiano Nicola Mascardi, che aveva tentato di evangelizzarli. Buenos Aires non risentì invece contraccolpi dalla lunga guerra ispano-olandese per il controllo del Basile settentrionale (1623-61) - alla quale parteciparono, nel 1625, anche la Escuadra de Napoles comandata dal marchese di Cropani e 880 soldati napoletani del tercio di Carlo Andrea Caracciolo marchese di Torrecuso (1584-1646), la più antica unità militare italiana impiegata in Sudamerica (soldati napoletani continuarono a combattere anche contro la spedizione di Maurizio di Nassau: nel 1646 ne restavano in Brasile ancora 600). Ma, dopo la separazione della corona portoghese da quella spagnola (1668) si aggiunse la nuova minaccia costituita dall’espansionismo portoghese verso il Paraguay. Buenos Aires poteva opporre il presidio veterano - salito nel 1663 a 300 uomini - e la milizia, composta nel 1674 da 50 santafesini, 200 correntini e 400 portegni, questi ultimi ordinati su 8 compagnie:
.3 spagnole (guardia del gobernador, carabineros e infanteria de Buenos Aires); .2 di lancieri creoli (una di Matanza e Magdalena, l’altra di Monte Grande e Las Conchas); .3 di lancieri di casta (Pardos, Indios e Morenos);

Ma il nerbo della difesa erano 3.000 indios delle sette reducciones fondate dai gesuiti al posto di quelle distrutte dai bandeirantes brasiliani e poste sotto il protettorato spagnolo. I cosiddetti Sete Povos, situati nella parte occidentale dell’attuale stato del Rio Grande do Sul e abitati da circa 30.000 persone, costituivano non soltanto una fiorente impresa economica, ma anche la principale riserva militare a disposizione della Spagna nel lato atlantico del Sudamerica. Armata di archi e lance, ma con aliquote di moschettieri e archibugieri, la milizia dei Sette Popoli era organizzata in compagnie soggette a regolare addestramento da parte di istruttori europei, talora gli stessi padri gesuiti (per lo più italiani, inglesi e tedeschi). Le prime spedizioni sulla Colonia di Sacramento (1680 e 1704-05)

Nel 1680 una spedizione portoghese comandata da Manuel Lobo installò un forte con 300 uomini, 18 cannoni e 6 petrieri a Sacramento, sulla costa dirimpetto a Buenos Aires, con l’intento di dominare l’accesso ai grandi fiumi rivieraschi del Plata e di difendere la penetrazione nella Banda Oriental dell’Uruguay. Il cabildo portegno autorizzò il governatore José de Garro ad arruolare 10 compagnie di milizia con 300 cavalieri e 500 fanti , non più della metà creoli e senza negri né meticci, posti al comando del maestro di campo Vera Mujica assieme a 120 moschettieri veterani e 10 ufficiali della scorta del governatore e alla milizia dei Sette Villaggi. Il 7 agosto 1680, dopo un mese d’assedio, i portoghesi dovettero arrendersi, dopo aver perso 117 uomini contro 5 morti e 13 feriti spagnoli e 29 morti e 83 feriti indigeni. Il trattato provvisorio del maggio 1681 restituì il forte al Portogallo, ma fino al 1750 la Spagna non riconobbe la sovranità portoghese sulla sedicente Colonia di Sacramento, che fu nuovamente assediata dagli spagnoli durante tre delle cinque grandi guerre “mondiali” del Settecento, vale a dire le guerre di successione spagnola (1700-1713) e polacca (1733-38) e la guerra dei Sette anni (1756-63). Nel 1702 i Sette Villaggi fornirono 2.000 guerrieri al maestro di campo Alejandro Aguirre per schiacciare gli indios confederati alleati dei portoghesi. Nel 1704 ne misero in campo 4.000, armati di archibugi, lance e frecce per prendere parte alla nuova spedizione contro Sacramento allestita dal governatore Alonso Valdés Inclan. Il 17 ottobre il colonnello Baltazar Garcia Ros lasciò il campo di San Domingo Soriano con 200 cavalieri e 280 fanti portegni, santafesini e correntini e ai primi di novembre 10 pezzi spagnoli iniziarono a battere la fortezza. L’assalto fu sferrato il 14 marzo 1705. Fu respinto, ma durante la notte i 500 difensori si reimbarcarono su una squadra navale di soccorso, dopo aver dato alle fiamme case e fattorie. Nel 1705 la difesa di Buenos Aires contava su 821 veterani e 900 miliziani, un terzo dei quali “di casta”, mentre il colonnello Balthasar Garcia Ros difendeva Sacramento con gli indigeni, veterani e milizie di Corrientes, Santa Fe, Cordoba e Tucuman. Anche stavolta, però, la pace di Utrecht (1714) impose alla Spagna di restituire la Colonia al Portogallo, che elevò il presidio a 1.000 uomini e 80 pezzi d’artiglieria. L’Escuadra del Rio de la Plata e la piazzaforte di Montevideo (1714-48) Nel 1714, soppressa la Junta de Guerra de Indias, la pianificazione difensiva delle colonie americane e l’Ispettorato generale delle Tropas de Indias passarono alle dirette dipendenze della Secreteria de guerra spagnola. Nel 1717 alla Flota de América erano assegnati 8 vascelli su 31 (più 2 nelle Canarie) e 4 delle 15 fregate formavano l’Escuadra del Rio de la Plata. In quegli anni furono inoltre ammodernate le fortificazioni americane, incluso il Forte di Buenos Aires, terminato nel 1720 dall’ingegner Bermudez, sargento mayor de la plaza. Munito di 4 bastioni e di un ponte levatoio, il piccolo quadrilatero comprendeva l’alloggio del governatore ed appositi edifici per la Real Audiencia, la Real Hacienda, i magazzini e l’armeria. Ma la misura più rilevante relativa alla provincia rioplatense fu la creazione di una vera piazzaforte a Montevideo e di una batteria di 10 pezzi pesanti 100 chilometri più ad Oriente, a Punta del Este, sia per imbastire l’antemurale atlantico del Perù sia per interrompere i collegamenti tra la Colonia di Sacramento e le lontane basi brasiliane di Santa Caterina e Rio Grande. La piazzaforte e la batteria, impiantate nel 1725 dal governatore Bruno Mauricio de Zavala, prevedevano una guardia di 100 veterani distaccati da Buenos Aires, eventualmente rinforzati da 1.000 indigeni delle reducciones gesuite. Malgrado ciò il minuscolo presidio rioplatense non fu aumentato. Si riduceva infatti a poche compagnie fisse, meno di 500 uomini, alimentate in misura insufficiente dai vagabondi (vagos) e condannati (destinados) spediti ogni tanto dal deposito generale (Bandera general de América) di Cadice e presto decimati dalle diserzioni e dalle malattie. Anche quando fu autorizzato ad arruolare complementi creoli, il presidio non bastava per i distaccamenti alle fortificazioni di Montevideo e

Punta del Este e ai fortini della Frontiera indiana. Ma il cabildo di Buenos Aires non consentiva di ricorrere alla milizia, sostenendo che in base agli statuti poteva essere mobilitata soltanto in presenza del nemico. L’intervento ad Asuncion e il terzo assedio di Sacramento (1735-37) Nel 1717 la rivolta degli encomenderos di Asuncion, danneggiati dalla politica indianista dei gesuiti ma anche dal protezionismo bonearense, offerse al presidio un nuovo impegno. Su mandato vicereale i gesuiti avevano marciato su Asuncion con la milizia indiana, messa in fuga però dai criollos e dagli spagnoli comandati dal governatore ribelle José Antequera. A stroncare la ribellione intervenne allora Zavala. Antequera si arrese senza combattere e fu mandato prigioniero a Lima, dove più tardi, nel 1731, venne ucciso. Non senza aver fatto in carcere dei proseliti propugnando il diritto dei “comuni” di governarsi da soli, anche contro la volontà del re di Spagna. Uno di costoro, Fernando de Mompox, evase dal carcere, raggiunse dopo lunghe peripezie il Paraguay e riaccese la guerra che dal nome delle giunte governative locali insediate al posto dei governatori di nomina vicereale, si chiamò dei comuneros. Mompox, tradito, fu consegnato dalle autorità fedeli al re, e si salvò fuggendo in Brasile. I suoi compagni continuarono la lotta uccidendo il governatore di Asuncion, ma nel gennaio 1735 furono sconfitti a Tapaby dalle truppe di Zavala, integrate da 8.000 indios delle reducciones. I capi della rivolta furono squartati in pubblico o costretti all’esilio, le loro case date alle fiamme e i loro beni confiscati a vantaggio della corona. L’ordine di allestire una nuova spedizione contro Sacramento arrivò a Buenos Aires nell’agosto 1735 e il 10 novembre il governatore Miguel de Salcedo iniziò l’assedio con 450 veterani, 850 miliziani e mulatti, 3.000 indios e due batterie con 14 pezzi pesanti. A dicembre la breccia era già aperta, ma il comandante portoghese Antonio Vasconcellos riuscì a ripararla in tempo per impedire l’assalto finale. Ai primi del 1736 fu poi rifornito da una squadra di soccorso, ricevendo 830 rinforzi, seguiti in aprile da altri 300 e in settembre da altri ancora al comando di José de Silva Pàez e Andrés Riveiro Continho. Le continue sortite portoghesi e il congedamento degli indios, sospettati di tradimento, costrinsero Salcedo a ritirarsi. L’assedio riprese poche settimane dopo, una volta sbarcati anche i rinforzi spagnoli (220 veterani del Reggimento Cantabria), ma si trascinò stancamente fino alla pace di Parigi del 15 marzo 1737 che ovviamente lasciò il forte al Portogallo. La Colonia non fu tuttavia coinvolta dalla guerra anglo-ispana (1739-48) e dalla guerra di successione austriaca (1740-48). La minaccia inglese sullo stretto di Magellano (1740-49) Tuttavia nel 1740-41 l’ammiraglio George Anson violò per la prima volta il “santuario” militare spagnolo dei Mari del Sud, riuscendo a doppiare il Capo Horn con 4 delle sue 7 navi, mentre la squadra inseguitrice (Pizarro) dovette desistere dopo aver perduto uno dei suoi 5 legni, affondato nello stretto di Magellano. Rifornitosi alle Isole Juan Fernandez, Anson potè catturare 3 mercantili e distruggere un villaggio sulla costa cilena, senza essere intercettato dalla piccola Armada del Mar del Sur (4 unità) accorsa dal Callao. Nel 1742 Anson fece vela sulle Ladrones (Marianne) e poi su Macao, e nel 1743 riuscì a catturare il galeone dell’argento sulla rotta Manila-Acapulco. Nel 1744, sfuggito alla caccia francese, l’unico vascello rimasto ad Anson potè finalmente rientrare a Spithead. La Spagna non si preoccuò eccessivamente dell’impresa di Anson, ritenendo che non modificasse la relativa sicurezza della costa del Pacifico. Diversa fu invece la valutazione dell’Inghilterra, che nel 1749, appena conclusa la pace di Aquisgrana, cercò di stabilire una base strategica nel desolato e innominato arcipelago ad Est dello stretto di Magellano, al quale i francesi avrebbero poi dato, nel 1764, il nome di Malvine. Gli inglesi dovettero però rinunciarvi per non rischiare di riaprire il conflitto con la Spagna, la quale rivendicò la sovranità dell’Arcipelago in base al criterio stabilito dal trattato di Tordesillas del 1494.

La frontiera della pampa (1726-52) In questo periodo l’unica vera minaccia contro la colonia rioplatense veniva dal deserto della Patagonia. Per fronteggiarla furono costituite piccole colonie militario di volontari a cavallo (blandengues) reclutati fra i vecinos e armati con le tipiche armi dei gauchos, lancia, lazo e bolas, che si trasferivano con le famiglie nei primi rudimentali fortini impiantati a poche decine di chilometri dalle città. In particolare il 18 agosto 1726 l’erario provinciale assunse in carico il mantenimento di 200 Blandengues che il governo di Santa Fe non era riuscito a reclutare sul posto per mancanza di volontari. Nel 1737 e 1740, per la prima volta, gli indigeni pampas, aucas e serranos si spinsero oltre il Rio Colorado razziando bestiame e distruggendo fattorie fin quasi alle porte di Buenos Aires. Per fronteggiare questa minaccia nel 1745 si stabilì la prima linea di fortini, presidiati da picchetti mobilitati a rotazione dalla milicia rural. Ma l’embrionale organizzazione della milizia non era in grado di assicurare l’effettivo rispetto dei turni di servizio, gravosi, rischiosi e non retribuiti, per cui nel 1750 i fortini erano quasi tutti abbandonati. Così nel 1752 il cabildo autorizzò il governatore José de Andonàegui a creare anche alla frontiera di Buenos Aires (Lujan, Salto e Magdalena) uno squadrone di milicia rural o blandengues simile a quello santafesino, decisone ratificata dalla Real cédula 10 luglio 1753. La demarcazione della frontiera brasiliana (1752-54) La controversia sul confine orientale fu apparentemente risolta col Trattato di permuta del 13 gennaio 1750, che avvantaggiava fortemente il Portogallo. La Spagna gli cedeva infatti i Sete Povos in cambio della Colonia del Sacramento. Il trattato, che risentiva già del nuovo clima politico appena inaugurato a Lisbona dal marchese di Pombal, accordava ai gesuiti tre anni di tempo per spostare le missioni ad ovest dell’Uruguay. Furono però gli indigeni a opporre una imprevista resistenza, sfociata nel 1752 in una rivolta spontanea. I vertici della Compagnia si adoperarono per riportare la calma e riuscirono a convincere alcune famiglie a trasferirsi nei nuovi insediamenti. Ma questi furono subito evacuati di fronte alla reazione dei selvaggi indigeni charrua. Intanto le due commissioni iniziarono la delimitazione dei confini, partendo dalla costa per risalire fino al territorio delle missioni. Della commissione portoghese, diretta dal genovese Michelangelo Blasco, facevano parte altri 8 tecnici italiani, tre ingegneri (Enrico Antonio Galluzzo, Giuseppe Maria Caragna e poi anche Francesco Tosi Colombino) e cinque astronomi (Panigai veneziano, Pincete genovese, Bramiere piacentino, Brunolli bolognese, Michele Antonio Ciera padovano). Anche il chirurgo, Polianni, era piemontese. Nel maggio 1753, quando la commissione cominciò a demarcare la pampa limitrofa alle pinete dei Sette Popoli, un’assemblea di capi indigeni, istigata dai gesuiti locali che si sentivano traditi dai vertici della Compagnia, deliberò di fare un nuovo tentativo per indurre la Spagna ad un ripensamento. Issata la bandiera spagnola, gli indios scrissero al governatore Juan Echevarria protestandosi sudditi fedeli e vantando il sangue due volte versato per riconquistare Sacramento; in loro sostegno i missionari affermarono che era impossibile trovare nuove aree di insediamento per 29.000 persone. Ma intanto gli indigeni presero le armi e un loro reparto intimò alla commissione di sospendere la demarcazione, abbattendo poi i cippi già collocati. I vertici della Compagnia di Gesù spedirono un visitatore apostolico, che nell’agosto 1753 convocò i missionari ordinando loro di sospendere la fabbricazione di polvere da sparo e lance e di sgombrare le missioni nel termine di un anno. Ma l’ordine fu disatteso: gli indigeni impedirono ai missionari di andarsene e interruppero ogni comunicazione attraverso l’Uruguay, intercettando tutti i messaggi, anche quelli nascosti nelle merci.

La guerra guaranitica (1754-56) Le autorità coloniali decisero allora un’offensiva congiunta, degli spagnoli lungo l’Uruguay e dei portoghesi, comandati da Gomes Freire de Andrade, via terra partendo dal Jacuì. Precedendo il nemico, il 29 aprile 1754 tre squadroni indigeni con 4 cannoncini attaccarono la base portoghese, il forte Jesus Maria José sul Rio Pardo, all’estremità settentrionale della Lagoa dos Patos. L’attacco frontale fu schiacciato facilmente dalla superiore artiglieria portoghese e gli indigeni dovettero ritirarsi con fortissime perdite, lasciando molti prigionieri che furono condannati al remo sulle galere del Rio Grande. La colonna spagnola, forte di 2.000 regolari e 2 compagnie di milizia a cavallo ma disorganizzata e mal rifornita, dovette però arrendersi alle impreviste difficoltà logistiche che le costarono centinaia di uomini e quadrupedi nelle infernali paludi dell’Uruguay. Soltanto ai primi di settembre potè muoversi Andrade, con 1.600 uomini, 10 cannoni, 6.000 cavalli e un migliaio di buoi. Due settimane dopo incontrò l’armata indigena schierata sul Jacuì dietro una rudimentale palizzata. Benchè gli indios fossero terrorizzati dal superiore armamento portoghese, Andrade non osò attaccarli perchè le piogge avevano bagnato le polveri. Dopo quasi due mesi di trattative, il 14 novembre 1754 Andrade firmò un accordo che consentiva agli indigeni di restare nelle reducciones, limitandosi a consegnare soltanto le terre situate a Nord. Ma i governi europei rifiutarono la ratifica dell’accordo e nel dicembre 1755 Andrade e il governatore spagnolo di Montevideo mossero nuovamente contro gli indios alla testa di 1.800 ispano-portoghesi. Superata la pianura Jaguarì, la sera del 6 febbraio 1756 gli alleati si scontrarono con l’avanguardia nemica nel Campo dos Milhos (Piana del Mais). Alla prima scarica gli indios fuggirono, lasciando sul terreno 7 morti, incluso il grande capo Sape (Tiaraju). Il 10 febbraio, a Caibaté, gli alleati incontrarono il grosso dell’avanguardia, forte di circa 2.000 indios, con bandiere, tamburi e rudimentali cannoncini ricavati da tronchi d’albero legati con strisce di cuoio. Andrade intimò la consegna delle missioni, accordando una breve dilazione per consentire agli indigeni di consultarsi con i loro preti. Scaduto il termine, Andrade fece impartire l’assoluzione alle truppe. Poi le sue batterie apersero il fuoco uccidendo subito il comandante nemico, mentre la cavalleria spagnola caricava il fianco sinistro nemico e quella portoghese, sostenuta da una compagnia di granatieri, quello destro. Gli indigeni furono inseguiti e massacrati fino alle gole retrostanti, dove tentarono di resistere con le frecce finchè non ne furono snidati da ripetute scariche di moschetto. In meno di un’ora furono massacrati circa 1.400 indigeni e 127 catturati: gli alleati ebbero appena 3 morti e 26 feriti. Dopo la carneficina di Caibaté gli alleati traversarono il Jacuì, con l’ordine di radere al suolo le aldeias e gli insediamenti e di passare per le armi sia gli indios che i padri. Quello di San Luis si sottomise, ma quello di San Miguel, ultrasettuagenario, rispose fieramente di essere disposto a morire. L’avanzata proseguì in marzo attraverso fattorie e villaggi deserti. Restavano in armi ancora 4.000 indigeni a cavallo, ma in un ultimo scontro fuggirono dopo otto salve, lasciando sul terreno altri 50 morti. Il 17 maggio Andrade raggiunse la missione più grande, San Miguel, abbandonata e data alle fiamme dagli indigeni. Ma nelle settimane successive i missionari degli altri villaggi cominciarono ad arrendersi uno dopo l’altro. L’ultimo fu l’anziano capo, il grifagno e inselvatichito padre Lourenço Baldo, che Andrade apostrofò trattandolo da “traditore”. L’8 giugno, occupate ormai tutte e sette le missioni, i comandanti indigeni giunsero a cavallo per compiere l’atto di sottomissione. Le nuove reducciones sopravvissero anche all’espulsione dei gesuiti, decretata nel 1767 da tutti i territori soggetti alle Corone borboniche riunite nel Patto di Famiglia, ma in una progressiva decadenza economica e demografica accentuata dai vani sforzi della nuova gestione, affidata a funzionari laici coadiuvati da cappuccini e domenicani, di europeizzare le antiche Misiones. Nel 1769 un amico di Andrade e testimone oculare, José Basilio da Gama, dedicò alla guerra guaranitica un poema epico, O Uraguai. Il poema, teso a celebrare la grandezza della missione civilizzatrice del nuovo Portogallo illuminato, contrapponeva però l’innocenza, la moralità e il coraggio degli indigeni, vittime di una profonda ingiustizia, alla perversa perfidia dei gesuiti, considerati gli unici responsabili della dolorosa

guerra. Diamentralmente opposta, ma non meno irrispettosa della verità storica, l’enfasi ideologica con la quale la vicenda è stata di recente rivisitata dal film inglese The Mission con Robert De Niro (di Roland Joffé, 1986, palma d’oro a Cannes e Oscar per la fotografia). La guerra dei Sette anni e la prima spedizione di Cevallos (1758-63) A salvare i gesuiti dalla vendetta fu il nuovo governatore del Plata, don Pedro de Cevallos, convinto che, sia pure con qualche limitata eccezione, avessero cercato di impedire la rivolta degli indigeni. Fu lui che alla fine, nell’agosto 1758, effettuò lo spostamento degli indigeni sulla riva occidentale dell’Uruguay. Ma questa misura - adottata quando era già scoppiata la guerra dei Sette anni (1756-63) insospettì la commissione portoghese di confine, la quale si rifiutò di prendere possesso delle sette missioni finchè gli indigeni restavano accampati sulla sponda spagnola. Di conseguenza i portoghesi si rifiutarono di consegnare a loro volta la colonia del Sacramento, annullando il trattato di Madrid, che dovette essere rinegoziato. La permuta fu annullata dal nuovo trattato del Pardo, firmato il 12 febbraio 1761, che restituì le reducciones alla Spagna e Sacramento al Portogallo, ma più tardi Madrid riprese le ostilità. Cevallos iniziò i preparativi nel gennaio 1762, dissimulandoli come diretti a fronteggiare un eventuale sbarco inglese. In autunno la spedizione contava 859 veterani, 1.100 miliziani di cavalleria provinciale, 1.200 indios e un moderno treno d’artiglieria d’assedio appositamente spedito dalla madrepatria. Il bombardamento della piazza - difesa da 880 veterani, 400 miliziani e 112 pezzi - iniziò il 5 ottobre. Aperta la breccia, il 26 Cevallos decise l’assalto e il 29 la piazza si arrese con gli onori di guerra. Agli spagnoli l’assedio era costato soltanto 11 morti e 15 feriti, contro 20 e 18 portoghesi. Giunta troppo tardi, il 24 dicembre 1762 la squadra anglo-portoghese tentò di riprendere la piazza, ma fu sbaragliata. L’ammiraglio inglese fu ferito e la sua nave affondò con quasi tutto l’equipaggio, mentre l’equipaggio di un altro legno inglese fu decimato. Demolite le fortificazioni portoghesi e lasciati 700 uomini a Sacramento, Cevallos si concentrò a Maldonado per distruggere la linea dei fortini portoghesi. Il 19 aprile 1763 assaltò e prese il forte di Santa Teresa, poi quello di San Miguel, obbligando l’avversario a evacuare il Rio Grande e catturandogli 4 bandiere, 69 cannoni e centinaia di prigionieri. Ma nel maggio 1763 gli pervenne notizia della pace firmata a Parigi il 10 febbraio. Ancora una volta Colonia tornava portoghese, ma restavano in mano spagnola Santa Teresa, il Rio Grande e e la costa a Sud del Yacuy.

3. LA SPEDIZIONE DI CEVALLOS,
LA MILIZIA E LA MINACCIA INGLESE

La creazione delle milizie e i rinforzi dalla Spagna (1764-65) Cevallos apprese inoltre che il suo periferico successo non aveva potuto bilanciare la cocente umiliazione dell’Avana, arresasi agli inglesi l’11 agosto 1762, dopo due mesi d’assedio, benchè le epidemie avessero dimezzato le truppe nemiche. Cuba e Manila furono restituite dalla pace di Parigi, ma la Spagna perse la Florida e tutto il territorio ad Est e Sud-Est del Mississipi. Inoltre dovette restituire al Portogallo la colonia di Sacramento, ottenendo in cambio il Rio Grande, nel quale gli spagnoli avevano cominciato ad infiltrarsi fin dal 1736. L’esperienza della guerra modificò radicalmente il sistema difensivo delle colonie americane, secondo le indicazioni di una Junta de Generales costituita il 28 marzo 1763 per riorganizzare la difesa di Cuba e trasformatasi poi in un organo consultivo permanente del ministero delle Indie. Uno dei tre membri della commissione era Alejandro O’Reilly, futuro direttore della fanteria e ispiratore della radicale riforma dell’esercito spagnolo attuata da Carlo III con le Reali Ordinanze del 1768. In particolare il Regolamento per le milizie di Cuba dettato nel 1764 da O’Reilly divenne il modello di riferimento per le analoghe disposizioni attuate nelle altre colonie americane. La creazione delle milizie era però un modesto compromesso tra l’esigenza di rinforzare i presidi, del tutto insufficienti, e l’insostenibile sforzo finanziario di moltiplicare le truppe veterane permanenti. Infatti un reggimento di milizia cubana costava appena un ottavo di uno veterano (11.952 pesos all’anno contro 89.190) poichè le paghe degli ufficiali e sergenti di milizia erano inferiori a quelle delle unità regolari e la truppa veniva pagata soltanto per i giorni di effettivo servizio prestato (in tempo di pace, soltanto in occasione delle adunate per l’istruzione, che O’Reilly prevedeva a cadenza bimestrale). Anche nel Plata la milizia provinciale, già reclutata da Cevallos, fu riorganizzata dalle Reali Istruzioni del 28 novembre 1764, mentre dalla Spagna arrivarono 3 nuclei di istruttori (asembleas) di fanteria, dragoni e cavalleria (3 sergenti maggiori, 3 aiutanti, 29 tenenti e numerosi caporali e sergenti). L’obbligo di milizia riguardava sia i nativi (vecinos) sia gli spagnoli immigrati (forasteros) da altre province (americanos) o dalla Spagna (peninsulares). Gli immigrati costituirono un battaglione di 800 Forasteros o Voluntarios Espagnoles. Aliquote di forasteros e vecinos presero parte nel 1765 alla seconda spedizione alle Missioni, condotta dal governatore Andonaegui con le truppe veterane, temporaneamente sostituite nei presidi da unità di milizia comandate da Agustin Fernando de Pinedo, e soprattutto con 1.500 rinforzi giunti dalla Spagna (Regimiento de Infanteria de Mallorca e Batallon de infanteria ligera Voluntarios de Catalunya). Il 15 dicembre 1765 Cevallos comunicava che la milizia della provincia ammontava a 8.410 effettivi, così distribuiti:
.800 fanti (inclusi 80 granatieri) spagnoli (peninsulares e americanos) con 37 ufficiali; 1.200 cavalieri (inclusi 100 carabineros) spagnoli (peninsulares e americanos) con 100 ufficiali; . 1.168 cavalieri “di casta” (168 negros libres, 300 indios guaranies, 300 indios ladinos, 400 pardos); . 1.978 cavalieri della “campagna di Buenos Aires” (695 Costa y Concha, 632 Lujar, 380 Arrecifes e Pergamino, 271 La Matanza) con 63 ufficiali; . 3.104 cavalieri degli altri territori (180 Montevideo, 600 campo di Montevideo, 1.524 Santa Fe e Rio Pardo, 500

Corrientes, 300 San Domingo Soriano, Vivoras e Rosario); . 160 Artilleria Provincial (100 artiglieri e 60 maestranze).

La cavalleria della campagna di Buenos Aires era già stata mobilitata per la spedizione del 1762-63, distinguendosi nella presa della Colonia di Sacramento e nelle campagne di San Tomé e Rio Grande. Venivano considerate parte integrante della milizia anche le 3 compagnie di 54 blandengues costituite il 7 settembre 1760 alla Frontiera di Buenos Aires. A differenza della normale cavalleria miliziana, i reparti di cavalleria “di casta” - soppressi nel 1772 - non dovevano provvedersi di armi e cavallo a proprie spese, ma li ricevevano dallo Stato. La principale differenza tra le unità di miliziani bianchi e quelle di meticci e negri, riguardava la scelta degli ufficiali. Il colonnello dei bianchi era scelto dal governatore in una terna di facoltosi e influenti cittadini sottopostagli dalle autorità locali e una volta scelto il colonnello nominava gli ufficiali delle compagnie scegliendoli con criteri esclusivamente sociali e familiari. Le unità di colore erano invece inquadrate da ufficiali di carriera, tra i quali il governatore sceglieva anche il colonnello Il contrasto anglo-spagnolo sulle Malvine (1763-74) Nel 1763, umiliata dalla cessione del Canada e della Louisiana, la Francia tentò di rifarsi nell’Atlantico meridionale a spese della Spagna, malgrado la storica alleanza delle Due Corone borboniche fosse stata appena rafforzata dal Patto di Famiglia. Dopo una lunga sosta a Montevideo, il 2 febbraio 1764 la spedizione francese, comandata da Antoine Louis de Bougainville, sbarcò nella parte orientale dell’Arcipelago ad Est di Capo Horn, battezzandolo “Iles Malouines” in onore dei marinai di Saint Malo che ne avevano data notizia, e il 15 aprile ne prese formalmente possesso in nome del re, lasciandovi un piccolo presidio (Fort Saint-Louis). In giugno arrivò nell’Atlantico del Sud una spedizione inglese che cercava di localizzare le leggendarie e inesistenti Isole Pepys. Dopo una sosta a Puerto Deseado, il comandante John Byron fece vela sulle Isole avvistate nel 1600 dall’olandese Seebald de Weert. Dissuaso ad occuparle dalle proteste spagnole, Byron si diresse finalmente sulla parte occidentale delle Malvine, dove sbarcò l’11 gennaio 1765 ribattezzandole “Falklands” ed erigendovi Fort Egmont. Intanto arrivava a Fort Saint Louis una seconda spedizione francese reduce dall’aver esplorato lo stretto di Magellano. Versailles tentò invano di placare le ire della sua alleata inviando Bougainville ad offrire un indennizzo pecuniario. Madrid spedì l’Escuadra del Rio de la Plata ad incrociare nelle acque dell’Arcipelago e alla fine, col trattato di San Ildefonso del 4 ottobre 1766, ottenne la cessione di Fort Saint Louis. L’esecuzione fu concordata a Buenos Aires tra Bougainville e il governatore Francisco de Paula Bucarelli (di famiglia fiorentina trapiantata in Andalusia: un altro Bucarelli, Antonio Maria, fu viceré della Nuova Spagna nel 1771-79). Il 28 febbraio 1767 la flotta franco-ispana salpò per le Malvine con a bordo il primo governatore spagnolo, Felipe Ruis Puente. Il 1° aprile la bandiera spagnola sventolava sul forte, ribattezzato Fuerte Soledad, e il 27 la guarnigione francese si reimbarcava. Relativamente a Fort Egmont fu invece necessario ricorrere alla forza. Nel maggio 1770 il piccolo presidio inglese si arrese dopo breve resistenza alla squadra del capitano Juan Ignacio de Madariaga spedita da Bucarelli. Tuttavia a seguito delle proteste inglesi la Spagna accettò di restituire il forte, riconsegnato il 21 ottobre all’incaricato John Burt dal tenente colonnello Francisco de Ordugna, con la tacita intesa che gli inglesi l’avrebbero a loro volta sgomberato per autonoma decisione. Ciò avvenne però soltanto quattro anni dopo, il 20 maggio 1774, formalmente nel quadro di una generale riduzione delle spese militari inglesi.

Il rafforzamento del presidio regolare di Buenos Aires (1771-72) La prova di forza sulle Falklands espose per la prima volta la colonia rioplatense al rischio di una ritorsione inglese e, soprattutto allo scopo di rinforzare la difesa costiera, nel 1771 giunsero dal deposito di Cadice reclute di cavalleria e artiglieria per costituire due nuove unità veterane permanenti, il Reggimento Dragoni e il distaccamento del Cuerpo Real de Artilleria (compagnia e maestranze), in grado di organizzare una batteria da campagna (tren volante) su 4 cannoni e 2 obici. In tal modo le forze veterane salirono a 3.100 effettivi:
.1.384 fanti “pronti a imbarcarsi” (978 del R. I. Mallorca, 406 del B.I.L.Vol. de Catalunya); 1.116 presidiari (526 del Batallon Tropa Antigua; 424 del Batallon Moderno de Buenos Aires; 166 di 3 compagnie distaccate a Santa Fe); .507 dragoni; .144 artiglieri e maestranze.

Cevallos riordinò queste truppe secondo lo schema peninsulare, formando un Regimiento de Infanteria su 2 battaglioni di 9 compagnie (8 fucilieri e 1 granatieri) e uno di Dragones su 4 squadroni di 3 compagnie. I due reggimenti contavano rispettivamente 56 e 47 ufficiali. Gli organici prevedevano complessivamente 2.096 sergenti, caporali e soldati (14 guastatori, 146 granatieri, 1.215 fucilieri e 720 dragoni). Inoltre il personale anziano fu posto fuori organico, passando a costituire un corpo di invalidos impiegato in servizi sedentari. Rientrato in Spagna, Cevallos assunse la capitania generale di Madrid. A Buenos Aires gli subentrò Juan José de Vértiz y Salcedo, che il 15 marzo 1772 riordinò anche la cavalleria provinciale in reggimenti di 47 ufficiali e 720 dragoni, sopprimendo le unità di casta. Il conflitto del Rio Grande e la spedizione di Cevallos (1773-77) La questione delle Malvine non fu tuttavia l’unica preoccupazione militare dei primi anni Settanta. Infatti i portoghesi ne approfittarono per rimettere in questione la cessione del Rio Grande stabilita dal trattato di Parigi del 1763. Nel 1767 forze portoghesi si impadronirono della parte settentrionale del Rio Grande de San Pedro. Da qui le incursioni lusitane si intensificarono nel 1769-70, culminando nel 1773 con l’abbattimento di mezzo milione di capi di bestiame e la razzia di 7.000 famiglie di indios, brutalmente deportate nel territorio del Minas Geraes quale mano d’opera schiavile. Quando i portoghesi varcarono il rio Yacuy prendendo il forte di Tabatingay, Vértiz accorse a ricacciarli con 1.000 veterani e, giudicando troppo arretrati i due fortini di Santa Teresa e San Miguel, il 5 febbraio 1774 ne stabilì un terzo a Santa Tecla, punto di passaggio obbligato per i nuovi insediamenti delle missioni gesuitiche. Intanto giunsero 1 fregata e il Reggimento Galicia, portando le forze del Plata a 4 fregate e 3.165 veterani: effettivo subito intaccato dalle 224 diserzioni verificatesi nel solo Reggimento Galicia. Nel 1775 metà delle forze (1.450) era distaccata nel Rio Grande e il presidio dei tre fortini impegnava 229 regolari. Santa Tecla era custodita da 80 blandengues della compagnia santafesina, rinforzati da un picchetto di milizia e da 400 indigeni militarizzati delle missioni. Nel febbraio 1776 nove navi da guerra portoghesi fallirono un’incursione contro le 4 fregate spagnole di picchetto all’entrata del Rio della Plata, ma il generale Boehm varcò la frontiera con 6.000 uomini e a fine marzo ottenne la resa di Santa Tecla. Demolita e data alle fiamme, fu poi recuperata dal governatore militare di Yapeyù, capitano Juan de San Martin, padre del Libertador, accorso col suo distaccamento di 40 indigeni militarizzati.

Carlo III di Spagna richiamò allora il tenente generale Cevallos e il 1° agosto 1776 lo nominò “viceré, governatore e capitano generale” delle province di Buenos Aires, Paraguay e Charcas, con il compito di condurre un corpo di spedizione di 9.510 uomini e 42 pezzi:
.4 brigate con 12 battaglioni (2° Saboya, 2° Sevilla e 2° Princesa; 1° e 2° Zamora e 1° Primero R. I. Ligera de Catalunya; 1° e 2° Cordoba e 2° Toledo; 1° Hibernia, 2° Guadalajara e 2° Murcia); 4 squadroni di diversi Reggimenti (Rey, Sagunto, Numancia e Lusitania); .16 cannoni di battaglione, 24 pesanti e 2 mortai.

La spedizione partì il 13 novembre da Cadice, su un convoglio di 96 trasporti e una scorta di 20 unità da guerra (6 vascelli, 9 fregate, 2 bombarde, 2 paquebotes e 1 brigantino) comandata dal tenente generale marchese de Casa Thilly. Il 20 febbraio 1777 Cevallos raggiunse l’Isola di Santa Caterina, 1.100 chilometri a Nord-Est di Montevideo, sbarcandovi nella notte sul 23 le compagnie granatieri e il battaglione leggero catalano, che la notte seguente occuparono il forte di Punta Grossa e il mattino del 25 quelli di Santa Cruz e Ratones, evacuati dal nemico. Il presidio, rifugiatosi sulla terraferma, si arrese poco dopo, con un bottino di 3.816 prigionieri, 195 cannoni e 4.000 fucili. Cevallos si reimbarcò il 27 febbraio, dando appuntamento a Vértiz a Rio Grande - 600 chilometri a Sud-Ovest di Santa Caterina e 500 a Nord-Est di Montevideo. Ma un’improvvisa tempesta disperse le navi costringendole a convergere su Montevideo, dove, rinviando l’operazione su Rio Grande, Cevallos preparò l’attacco contro la Colonia di Sacramento, nel frattempo bloccata dal corpo d’osservazione rioplatense. Il 27 maggio Cevallos raggiunse Vértiz sotto Colonia, aprendo la trincea la notte sul 31. Gli spagnoli erano 5.000 con 32 bocche da fuoco, i portoghesi appena 700 (Reggimenti Oporto, Pernambuco, Gama e Auxiliar) sia pure con 140 pezzi. Il 1° giugno il governatore della piazza cercò di negoziare la resa. Cevallos respinse la richiesta, accordando 48 ore prima dell’assalto generale. Il 3 giugno Colonia si arrese senza condizioni. Cevallos panificò allora di attaccare Rio Grande dalla costa, spostando le truppe a Maldonado per via fluviale. Ma il movimento era appena iniziato quando arrivò la notizia che in giugno le due corti avevano sottoscritto una tregua, poi ratificata il 1° ottobre 1777 a San Ildefonso dal trattato preliminare dei confini (limites). Il Portogallo rinunziava alla navigazione della Plata e dell’Uruguay e ad ogni diritto sulle Filippine e Marianne e cedeva alla Spagna la Colonia del Sacramento e l’Isola di San Gabriele, ottenendo in cambio la restituzione del Rio Grande e dell’Isola di Santa Caterina, a condizione di non utilizzarla o lasciarla utilizzare per operazioni contro i domini spagnoli. Il 27 ottobre 1777 Madrid ordinò a Cevallos di reimbarcarsi con le truppe e di trasferire i poteri vicereali al governatore Vértiz. Nella colonia rimasero di rinforzo 47 artiglieri e il 2° Saboya (che dette il cambio al Reggimento Galicia) nonchè 930 fanti e dragoni che accettarono volontariamente di restare a Buenos Aires passando a servire nei due reggimenti fissi. La sentinella sudatlantica tra Camerun e Patagonia (1777-84) La spedizione di Cevallos riconobbe al nuovo Viceregno sudatlantico una vitale importanza strategica quale sentinella del Capo Horn e Antemurale della costa del Pacifico. Non soltanto la piazzaforte di Montevideo venne potenziata nel 1777 da una stazione navale permanente (Apostadero), ma all’Escuadra del Rio de la Plata fu assegnato, sia pure solo in prospettiva, il compito di sorvegliare anche la sponda africana dell’Atlantico meridionale. Infatti sempre nel 1777 le Isole di Fernando Poo e

Annobon, basi spagnole di fronte alle coste del Camerun e del Gabon, furono assegnate alla giurisdizione di Buenos Aires. Tuttavia, a causa dell’ingente spesa (600.000 dollari) Vértiz convinse il re a soprassedere al progetto di Cevallos di erigere a Maldonado, approdo 100 chilometri ad Est di Montevideo, una vera fortezza per 300 uomini con autonomia di 4 mesi, limitandosi a piazzarvi prima 1 e poi 3 batterie (due in terraferma e una sull’isola Gorriti). In compenso ne impiantò un’altra (N. S. de las Mercedes) all’Ensenada de Barragan, 50 chilometri a Sud di Buenos Aires, unico punto del Rio della Plata con fondali abbastanza profondi da consentire l’approdo dei vascelli oceanici. Inoltre, recuperata la Colonia del Sacramento, Vértiz ordinò all’ingegner Bernard Lecocq di impiantarvi una batteria di 4 pezzi pesanti e di effettuare una ricognizione all’Isola di Martin Garcìa (che domina entrambe le foci del Paranà e dell’Uruguay) dove fu temporaneamente stabilito un presidio di 200 uomini. Infine nel 1780 costituì a Montevideo una seconda compagnia di artiglieria veterana. Inoltre Vértiz organizzò l’esplorazione del Rio Negro, compiuta dall’ufficiale di marina Felix de Azara e dal pilota Basilio Villarino, i quali consigliarono di occupare l’isola fluviale di Choele Choel. Intanto il tenente Pedro Garcia (con 6 legni, 5 ufficiali e 232 soldati e marinai) colonizzò la costa della Patagonia, dove nel 1779-80 furono impiantati un forte (N. S. del Carmen) alla foce del Rio Negro e tre insediamenti (batteria di Bahia Blanca, Puerto Deseado e fortino di San Julian, quest’ultimo con 38 militari e 22 civili). Tuttavia, a causa delle grandi difficoltà logistiche e dello scarso rendimento, il 1° agosto 1783 Madrid ordinò al viceré marchese di Loreto di evacuarli. L’ordine fu annullato appena sei mesi dopo, l’8 febbraio 1784, in considerazione dell’incremento delle attività dei pescherecci inglesi, ma ormai Deseado e San Julian erano già stati smantellati. La fattoria di Deseado fu ripristinata nel 1790, ma col trattato del 28 ottobre la Spagna dovette concedere ai sudditi inglesi il diritto di navigazione e pesca nei Mari del Sud e nell’Oceano Pacifico, con facoltà di approdo per la salatura e conservazione del pescato. Fu comunque conservata una presenza militare nelle Malvine, che nel 1792 consisteva in 3 batterie (San Carlos, Santiago e San Felipe) e 1 pattugliatore costiero. La guerra anglo-ispana del 1779-83 Nel maggio 1779, approfittando dell’intervento francese nella guerra di indipendenza nordamericana, anche la Spagna iniziò una guerra parallela contro l’Inghilterra, sia per riprendere con la forza la Florida, Mahon e Gibilterra, sia per prevenire un eventuale tentativo inglese di compensare la perdita delle Tredici Colonie ribelli con nuove conquiste nell’America spagnola. Complessivamente giunsero nel Golfo del Messico e nei Caraibi 16 reggimenti peninsulares (20.500 uomini) e con Real Cédula del 24 luglio 1779 i viceré e governatori ricevettero l’ordine di assumere a loro discrezione le opportune iniziative contro l’Inghilterra. Dal canto suo Vértiz ordinò l’arruolamento nella milizia degli uomini validi dai 14 ai 60 anni, la caccia ai disertori e il richiamo dei distaccamenti regolari. In tal modo completò i corpi veterani e nel 1779-81 formò nuove unità di milizia (1 battaglione e 1 reggimento di cavalleria anche a Montevideo e a Cordoba e 1 secondo battaglione a Buenos Aires) portando il totale a 240 compagnie (4 di granatieri, 35 di fucilieri e 201 di cavalleria) così distribuite:
.4 battaglioni di fanteria: blancos (1° Buenos Aires e Montevideo), morenos libres (2° Buenos Aires) e pardos (Cordoba del Tucuman) 3 compagnie di fanteria autonome (Mendoza, San Juan e San Luis); .7 reggimenti di cavalleria su 4 squadroni (Buenos Aires, Montevideo, Cordoba, Sauce, Tìo, 1° e 2° Rio Seco)

.117 compagnie di cavalleria autonome (45 della campagna di Buenos Aires, 15 di Mendoza, 17 di San Juan, 18 di San Luis e 22 de La Rioja) .4 compagnie di artiglieria: 2 di 100 uomini a Buenos Aires, 1 di 150 a Montevideo e 1 di 50 a Mendoza.

Vértiz fece poi parte, nel 1786-95, della Junta de Generales incaricata di pianificare la difesa delle piazzeforti e dei domini d’America, organo collegiale consultivo del ministero delle Indie. Tuttavia il suo governo si caratterizzò anche per varie iniziative sociali (pavimentazione delle strade, ospizio di mendicità, casa degli esposti), economiche (liberalizzazione del commercio) e culturali (collegio di San Carlo, Imprenta de nignos expòsitos e Casa de comedias). Durante la crociera scientifica da Cadice alle Filippine allestita dal ministro della Marina e delle Indie Antonio Valdés y Bazan ed effettuata nel 1789-94 via Montevideo, Malvine e Capo Horn dalle corvette Descubierta e Atrevida, il comandante della spedizione - lo sfortunato capitano parmense Alessandro Malaspina (1754-1810) poi travolto dagli intrighi di corte contro il favorito della regina Manuel Godoy - annotò perspicaci e dettagliate osservazioni sulla colonia rioplatense (Malaspina rilevava le radicali contraddizioni socioeconomiche tra la regione costiera e le province dell’interno e denunciava l’anarchia e il malgoverno dei funzionari, “uccelli di passo” che fornivano alla Corona notizie e statistiche di fantasia oppure deformate dai loro interessi particolari).

4. LA FRONTIERA INTERNA Il controllo della frontiera indiana (1777-1796) Il 27 ottobre 1777, non appena concluso il secolare conflitto ispano-portoghese, gli indios pehuenches e ranqueles sferrarono una nuova grande incursione contro la frontiera meridionale. Cent’anni prima del ministro Alsina e del generale Roca, Vértiz meditò di effettuare una grande spedizione nel deserto con 10 o 12.000 miliziani, ma, abbandonato il progetto, decise la costruzione di una linea fortificata, incaricando del progetto il comandante dell’artiglieria, tenente colonnello Francisco Betbezé. Le sue proposte, approvate nel 1779, prevedevano di costruire un baluardo presso la laguna di Los Ranchos (oggi General Paz), 100 chilometri a Sud di Buenos Aires, avanzandovi il fortino meridionale del Zanjon (oggi San Vicente). Il fortino di Los Ranchos fu completato nel 1781, assieme a quello di Mercedes (oggi Colon) 240 chilometri a N-O di Buenos Aires. In tal modo Buenos Aires fu circondata da 5 fortini avanzati (Melincué, Mercedes e Areco a N-E, Navarro e Lobos a SE) e 6 forti arretrati (Rojas, Salto, Guardia di Lujan, Monte, Ranchos e Chascomùs). I fortini erano posti di allarme avanzato, semplici quadrilateri protetti da una palizzata di guandubay e da un profondo fossato, con rastrello, ponte levatoio e baluardi per l’artiglieria, con al centro la torretta di guardia, il pozzo e gli edifici per il comando, gli alloggi, la polveriera, l’armeria e i magazzini. Erano custoditi da picchetti di milicia rural (12-16 uomini) distaccati a turno dalle compagnie della campagna. Queste ultime avevano sede nei 6 forti o comandancias, in pietra e di maggiore capienza, dove risiedevano anche i blandengues con le loro famiglie. Più ad Ovest il Rio Cuarto, confine con gli indios ranqueles e pampas, era già custodito da 2 fortini, il più antico dei quali (El Sauce) era a La Carlota, 200 km a S-E di Cordoba. Nel 1779 il comandante del settore, l’ufficiale di milizia Francisco Amigorena, aggiunse il forte Asuncion a Las Tunas e altri 3 fortini a Saladillo, San Fernando e Rio Cuarto. Ancora più ad Ovest, verso le Ande, Amigorena arretrò l’unico fortino preesistente a San Lorenzo del Chagnar (300 km a N di San Luis e 200 a N-O di Cordoba) e ne impiantò altri due a San José del Bebedero (poco a S di San Luis) e San Carlos (100 km a S di Mendoza). Questi ultimi due furono in seguito abbandonati, ma nel 1786 furono ripristinati con presidi di 50 uomini forniti a turno dalla locale cavalleria provinciale. Nel 1785 il viceré marchese di Loreto condusse una spedizione di 2.000 miliziani alle frontiere bonearense, santafesina e cordobese. Nel 1796 l’intendente di Cordoba, marchese de Sobremonte, delegò all’alfiere Ambrosio Mitre, comandante generale della frontiera, il compito di infittire la linea andina inserendovi 4 nuovi fortini a San Rafael (200 km a S-E di Mendoza), Sampacho (150 km ad O di La Carlota), El Zapallar (Loreto) e San Carlos. La Frontiera Nord di Santa Fe contava inizialmente 4 fortini (India Muerta, Pavon, Rosario e Almagro di Coronda). Se ne aggiunsero in seguito altri 9, uno (El Tio) ad O verso Cordoba, gli altri (Sunchales, La Pelada, Soledad, Salado, Saladillo, Cululù, San Juan Nepomuceno, Feliù) a N-O, N e N-E della capitale provinciale. Erano presidiati dalla compagnia blandengues e dalla cavalleria provinciale santafesine. Nel 1796 il settore fu ulteriormente potenziato, stabilendo una linea da San Jeronimo fino all’arroyo Pavon e al settore di Cordoba. Complessivamente alla fine del XVIII secolo i presidi della frontiera indiana erano 37.

La ribellione di Tupac Amaru (1780-1782) L’allarme costiero cessò nel 1782, con la fine delle ostilità contro l’Inghilterra, ma negli ultimi due anni le truppe rioplatensi furono duramente impegnate dalla sollevazione contadina degli altipiani capeggiata dal cacique José Gabriel Condorcanqui, un latifondista e imprenditore che vantava una discendenza non riconosciutagli da Tupac Amaru, capo dell’ultima resistenza indigena, del quale Condorcanqui volle assumere nome e titolo. La rivolta degli indiani - esasperati dalla deportazione nelle miniere e dall’obbligo di acquistare merce inutile e scadente (sistema dei repartimientos) - scoppiò il 4 novembre 1780, genetliaco di Carlo III, nella comarca di Tinta, col sequestro del corregidor Arriaga, processato formalmente “in nome del Re” e impiccato il 10 nella piazza di Tungasuca senza alcuna reazione della locale milizia. In poco tempo la rivolta dilagò in un raggio di 500 chilometri da Cuzco a La Paz, coinvolgendo anche i distretti rioplatensi tra la costa del Pacifico e il lago Titicaca e contando anche qualche iniziale simpatia e connivenza nella borghesia creola del Cuzco. Pur accentuandone il radicalismo sociale, Tupac Amaru riprendeva l’ideologia incaista di Juan Santos Atahualpa, che nel 1742-52 aveva già sollevato la Sierra peruviana contro la dominazione spagnola. Ma di fatto la sollevazione del 1780-82 fu una tipica insurrezione di contadini e pastori indigeni contro la crudeltà e lo sfruttamento dei latifondisti spagnoli, con forti venature anarchiche, comuniste e anche razziste. Particolarmente controproducenti furono le feroci matanzas di spagnoli, creoli, meticci, mulatti, negri, zambos e indios rivali compiute in dicembre dalle tribù quechua. I ribelli erano regolarmente pagati con la soldada e inquadrati da capitani generali e comandanti locali. L’arma più micidiale degli insorti era la fionda: avevano però anche fucili e non pochi cannoni. Formavano battaglioni e squadroni disciplinati, con bandiere bianco-gialle, uniformi e perfino bande musicali, ma il loro vero punto di forza era la guerriglia (con incursioni, imboscate, incendi, inondazioni, sabotaggi, spionaggio e propaganda). La guerra fu breve. Raccolti a Tungasuca 10.000 indios e 1.000 meticci, Tupac Amaru marciò su Cuzco e il 18 novembre sorprese a Sangararà una colonna di 1.500 civici (spagnoli, creoli, meticci e indios fedeli) che avevano improvvisato una maldestra spedizione punitiva su Tinta. I miliziani cercarono di arroccarsi nella chiesa e nel cimitero, ma furono travolti dopo un fuorioso combattimento di otto ore e tutti i bianchi superstiti furono fatti a pezzi. Contando erroneamente di poter prendere la vecchia capitale grazie all’insurrezione dei creoli, l’Inca si volse allora a Sud, in soccorso degli insorti di Arequipa. Fin dal 29 novembre il viceré di Lima, Augustin de Jauregui y Aldecoa, spedì a Cuzco 200 pardos a cavallo con 400 fucili per la milizia civica. Il 7 dicembre, appresa la strage di Sangararà, mossero altri 300 veterani e miliziani con 6 cannoni, al comando del maresciallo di campo José del Valle. Il 23 dicembre anche Vértiz spedì da Buenos Aires 600 veterani scelti (Fijo, 2° Saboya e Dragones de la Expedicion), rinunciando a condurli personalmente nel timore di un imminente attacco inglese su Montevideo. L’avanzata di del Valle convinse Tupac Amaru a mutare direzione, varcando il confine rioplatense per sollevare l’Alto Perù. Espugnati Ayaviri, Lampa e Azangaro, fu tuttavia fermato dall’accanita resistenza del corregidor di Puno, il creolo Joaquin de Orellana. Solo allora, cedendo alle pressioni della moglie e dei luogotenenti, Tupac Amaru accettò di marciare contro Cuzco, nel frattempo rinforzata dalla colonna limegna e dai quechua fedeli. Ingrossato strada facendo da migliaia di famiglie indigene attratte dalla speranza del saccheggio, il 2 gennaio 1781 l’Inca forzò il ponte di Urubamba, tenacemente difeso da negri e indios fedeli, e il giorno seguente si accampò presso Cuzco con 5.000 fucili, 12 cannoni e una massa di 40-60.000 uomini e donne. Il 4 gennaio gli indios e i pardos limegni respinsero l’assalto generale alla quebrada di Cayra e l’Inca ordinò il bombardamento di Cuzco, fidando di poter convincere i suoi simpatizzanti a consegnargli la città. L’artiglieria dei ribelli, piazzata sulle alture dominanti, era superiore a quella dei difensori. Ma

l’Inca l’aveva affidata a Juan Antonio Figueroa, uno spagnolo che al momento decisivo lo tradì sparando con alzo troppo elevato per colpire gli obiettivi. Col pretesto di ripararli, Figueroa sabotò inoltre i fucili del reparto scelto che l’8 gennaio tentò invano di espugnare il caposaldo del cerro Picchu per tagliare i collegamenti con Lima. Finalmente, avendo compreso di non poter far conto sulla “quinta colonna”, l’11 l’Inca tolse l’assedio, provocando così la demoralizzazione e lo sbandamento del suo esercito. Riordinate le forze a Tinta, l’Inca si dedicò ad una feroce rappresaglia contro Paruro e Cotabambas, consentendo così a del Valle di radunare al Cuzco 6.000 miliziani (metà dei quali negri e meticci) e 12.000 quechua comandati dai cacicchi fedeli, tra i quali spiccava per doti militari Mateo Garcia Pumacahua. Lasciati 1.000 miliziani a Cuzco e 1.846 a Umbamba e Calcaylares, del Valle marciò al Sud con 700 veterani del Reggimento Real de Lima, 950 miliziani a piedi, 1.620 a cavallo e 12.000 indios divisi in sei colonne. Il 22 marzo, a Pucocasa, Tupac Amaru respinse la colonna principale provocando la defezione di alcuni cacicchi, ma il 23 le altre colonne distrussero 10.000 ribelli sul rio Salca, espugnando poi Combapata e Tinta. Tradito, il 6 aprile Tupac Amaru fu catturato a Langui e il 14 giunse a Cuzco in catene. Il 15 maggio furono emesse 18 condanne capitali, inclusi il primogenito, uno zio e la sposa dell’Inca, la valorosa Micaela Bastidas Puyucahua. Morì per garrota il 18 maggio, prima del marito, mal squartato da quattro cavalli e infine decapitato. Il comando passò a Diego Cristobal Tupac Amaru, fratello dell’Inca, il quale, dopo essere sfuggito a vari rastrellamenti, perse molti uomini a Condorcuyo. Ma intanto erano scoppiate nuove insurrezioni antispagnole, mentre Diego Cristobal potè nuovamente stringere la morsa attorno a Puno. Sconfitti, il 26 maggio del Valle e Orellana dovettero evacuare la cittadina e affrontare una durissima marcia in mezzo alle continue imboscate, per raggiungere finalmente Cuzco il 5 luglio, con meno di diecimila superstiti (1.449 militari e 8.000 civili). Anche La Paz fu assediata due volte dal caudillo autonomo Julian Apaza, ma fu soccorsa in tempo dalle colonne di Buenos Aires, Charcas e Arequipa. Finalmente l’indulto vicereale del 12 settembre 1781 convinse Diego Cristobal ad intavolare negoziati di pace. Nel gennaio 1782 il cacique si arrese con la maggior parte dei suoi seguaci (più tardi, accusandolo di un nuovo complotto, riuscirono comunque a giustiziarlo). Ad avere ragione degli ultimi ribelli fu infine l’abile impiego dei fortini che li strinsero gradualmente in una rete impenetrabile. La rivolta si concluse nel giugno 1782 con lo sterminio delle ultime bande (montoneras) di Puno e La Paz, seguito da un’amnistia generale. Ma la regione limitrofa fu ancora scossa dalla sollevazione della milizia della Rioja, dai disordini di Jujuy capeggiati da José Quiroga e dall’invasione dei matacos sopra Salta. I governatorati militari e la Sub-inspeccion de Tropas (1782-83) La negativa esperienza del Perù impose drastiche riforme militari. In primo luogo emerse l’esigenza di decentrare il comando militare. Su proposta di Vértiz, con Real Orden del 29 luglio 1782 il territorio rioplatense fu ripartito in 8 governatorati militari (Intendencias de Ejército y Provincia) tre corrispondenti all’attuale Argentina (Buenos Aires, Cordoba del Tucuman, Salta), uno al Paraguay (Asuncion), tre alla Bolivia (Potosì, Oropesa-Cochabamba, La Paz) e uno (Puno) alla zona compresa fra il Titicaca e la costa del Pacifico (il 1° gennaio 1796 quest’ultimo passò sotto la giurisdizione vicereale di Lima). Le loro competenze militari (ramo de la guerra) erano regolamentate dagli articoli 220-272 delle Ordinanze Militari di Carlo III, integrate dai Reales Ordines complementarios per i domini d’Oltremare e le Indie del 28 gennaio 1782 Al decentramento territoriale si accompagnò quello delle competenze militari del viceré. In base a Real Orden del 21 febbraio 1783, l’8 novembre venne infatti istituita la Sub-inspeccion general di tutte le Truppe del Viceregno, incarico attribuito al brigadiere Antonio Olaguer Feliù unitamente al “Comando generale di campagna della Banda Settentrionale delle Province del Rio della Plata”. Il sotto-ispettore doveva in particolare: a) curare la disciplina delle truppe veterane e delle milizie, ad

eccezione del corpo reale d’artiglieria e degli ingegneri, i quali continuavano a dipendere dai loro particolari ispettorati; b) prendere nota dei meriti e dei servizi prestati dagli ufficiali, della loro condotta morale e capacità professionali; c) controllare i ruoli delle compagnie; d) ispezionare personalmente le unità della capitale e i presidi dell’interno con periodicità almeno triennale informando il viceré delle risultanze; e) preparare i piani difensivi da sottoporre all’approvazione reale o da eseguirsi direttamente in caso di emergenza. L’accrescimento delle truppe veterane (1782-89) L’altra riforma del sistema difensivo riguardava il trasferimento della sicurezza interna dalla milizia provinciale alle truppe veterane, resosi necessario per la cattiva prova data dalla milizia peruviana durante la ribellione tupamarista, ad eccezione delle unità di pardos e morenos e di quelle organizzate a proprie spese dai commercianti (milicias de comercio). Per tre anni, sino al 1785, l’area della rivolta fu presidiata da 2 battaglioni peninsulari, il 2° Soria nella parte limegna (Cuzco e Arequipa) e il 2° Extremadura in quella rioplatense (3 compagnie a La Paz, 2 a Oruro e le altre 4 a Potosì, Salta, Puno e La Plata del Charcas). Inoltre nel 1784 l’unico battaglione peninsulare di stanza a Buenos Aires (2° Saboya) fu sostituito da un Reggimento su 2 battaglioni (Burgos). I governi vicereali dovettero inoltre accrescere le truppe veterane fisse, pagate sui bilanci locali, compensando la maggiore spesa con tagli all’addestramento della milizia disciplinada. Per questa ragione nel 1782 fu ridotto il numero degli istruttori e alcuni di costoro, come il capitano graduado Juan de San Martin, tornarono in Madrepatria sulla fregata La Santa Balbina. Sciolta l’asamblea dei dragoni, ne rimasero soltanto due, quella di fanteria con 31 effettivi (1 sergente maggiore, 4 aiutanti maggiori, 6 sergenti, 12 caporali, 4 tamburi e 2 pifferi) e quella di cavalleria con 41 (aveva un numero doppio di sergenti e caporali ma era priva di tamburi e pifferi). Vértiz suggeriva di completare la truppa veterana con reclute peninsulari anzichè locali, per la maggiore propensione di queste ultime a disertare (“la experiencia me ha manifestado que el reclutamiento en este pais es de ninguna utilitad: lejos de ser conveniente, es perjudicial pues el que entraba desertaba al instante llevandose la ropa provista”). E del resto l’arruolamento forzato dei vagabondi locali (vagos criollos) non bastava a mentenere gli organici esistenti né a costituire i 2 nuovi battaglioni previsti (3° Real de Lima e 3° de Buenos Aires). Il suggerimento di Vértiz fu recepito dal Real Orden del 21 febbraio 1783 che autorizzava i due reggimenti portegni a “levantar bandera” nella Penisola, ossia a costituire le rispettive banderas de recluta a La Corugna e a Malaga. Nel 1784 assieme al Reggimento Burgos giunsero dalla Spagna anche 450 reclute forzate (vagos de leva honrada) assegnate al Fijo (347) e ai Dragones (103). Tuttavia soltanto nel 1789, quando il Reggimento Burgos fu rimpatriato, una parte dei soldati semplici fu trattenuta per costituire il 3° Buenos Aires, portando l’organico reggimentale a 84 ufficiali e 2.065 uomini (21 guastatori, 219 granatieri e 1.824 fucilieri). L’unico corpo a reclutamento locale era quello dei blandengues, salito il 28 giugno 1779 a 5 compagnie e 270 effettivi e riordinato con real cédula 7 ottobre 1783 su 6 compagnie di 3 ufficiali, 1 cappellano e 100 uomini (4 sergenti, 8 caporali, 2 guide, 1 trombettiere e 85 soldati). Inoltre il 3 luglio 1784 il corpo fu trasferito dalla categoria delle milizia a quella delle truppe veterane. Autonoma era la compagnia santafesina, con 5 ufficiali e 100 uomini. La riforma della milizia rioplatense (1784-1797) La vicenda tupamarista e la contemporanea sollevazione dei comuneros nella Nuova Granada, fecero emergere che la milizia provinciale, perno del sistema difensivo coloniale adottato nel 1765, poteva

diventare un azzardo politico. Il 12 marzo 1783 Vértiz raccomandava al governatore intendente di La Paz, colonnello Sebastian de Segurola, di riunire le compagnie locali in uno o due reggimenti in modo da poterle controllare più direttamente. Più drastico il parere negativo espresso da Feliù il 10 febbraio 1784 sul progetto di riordinare la milizia di La Paz su 1 battaglione e 1 squadrone, più 1 compagnia assoldata nella città di Tarija e uno squadrone in ciascuno dei 10 partidos della provincia. Secondo Feliù era preferibile mantenere la popolazione delle province a Nord di Jujuy “sin conocimiento del manejo de las armas de fuego”, dal momento che i bianchi se ne erano andati quasi tutti e non si poteva fare affidamento sulla fedeltà delle altre razze (indios, cholos, mestizos e zambos). La milizia si doveva pertanto mantenere soltanto dove era assolutamente indispensabile, vale a dire soltanto alla Frontera con Indios Barbaros (Cinti, Tomina, Tarija e Chicas). Lo stesso Vértiz, nell’Instruccion reservada alla Giunta di Stato dell’8 luglio 1787, pur confermando l’utilità e anzi la necessità delle milizie per la difesa contro le invasioni esterne, avvertiva che erano poco adatte a compiti di sicurezza interna, come del resto, in virtù della loro crescente “americanizzazione”, stavano diventando le stesse truppe veterane fisse. Entrambe le aliquote dell’esercito erano infatti composte e quasi integralmente comandate da americani (naturales), gente educata fin dalla nascita “con maximas de oposicion y envidia a los europeos” e legata in vario modo ai “paysanos y castas”. Con Real Orden 22 agosto 1791 la milizia fu suddivisa in due categorie, l’urbana e la disciplinada (o reglada). La differenza era che le unità regolarizzate erano comandate e addestrate da ufficiali di carriera: ma nel 1799 le due asambleas di fanteria e cavalleria del Plata contavano ancora gli stessi effettivi del 1782, sufficienti appena per la sola milizia bonearense. Nel 1793, a seguito di una delle periodiche ispezioni delle unità di milizia, il quarto viceré, generale Nicolas de Arredondo (1789-95), propose di estendere alla milizia rioplatense il regolamento cubano di O’Reilly. Il suo successore, Pedro Melo de Portugal y Villena (1795-97), che aveva creato la cavalleria paraguayana, convinse la Corona ad adottare invece il regolamento santafesino, sostenedo che era una versione migliorata di quello cubano.

5. L’INVASIONE INGLESE La guerra con l’Inghilterra e la difesa costiera (1796-1805) Nell’agosto 1796, un anno dopo aver concluso la pace separata con la Repubblica Francese, il governo di Manuel Godoy stipulò l’alleanza con Parigi e dichiarò guerra all’Inghilterra. Le forze navali in America Settentrionale includevano 7 vascelli e 4 fregate, più 11 e 7 nelle Antille e 15 e 12 nell’Atlantico. I rinforzi spediti dalla Spagna il 3 agosto non bastarono ad impedire, il 18 febbraio 1797, la resa di Trinidad e l’incendio delle navi rimaste bloccate, ma la valorosa resistenza opposta in aprile da Puerto Rico impedì agli inglesi di scardinare il sistema difensivo dei Caraibi. Pur senza ricevere rinforzi, anche le coste sudamericane furono poste in allarme e vari piani difensivi furono discussi nel 1794 e 1796. Deceduto Melo nel 1797, a succedergli fu designato il maresciallo di campo Feliù (1797-99), il quale lasciò al marchese de Sobremonte il sotto-ispettorato delle truppe del Plata e formnò una Junta de guerra per definire il piano difensivo. La proposta formulata dalla giunta il 17 luglio 1797 e approvato dal re il 4 maggio 1798, prevedeva di concentrare tutte le risorse sulla piazzaforte di Montevideo, unica città murata del Sudamerica, ritenendo non difendibile Buenos Aires. Il piano prevedeva di potenziare le difese di Maldonado e della Frontera di Montevideo (Santa Teresa, San Miguel e Rio Grande) completando l’organico del corpo di 800 blandengues orientali costituito il 7 dicembre 1796 e trasferendovi, se necessario, anche i 720 blandengues bonearensi (che si potevano sostituire con la milizia di campagna). In caso di attacco si poteva sbarrare il porto di Montevideo con un cordone di cannoniere. Se il nemico sbarcava a Maldonado o Colonia, si doveva attendere l’attacco sotto il cannone della piazza. In caso di evacuazione, la milizia della campagna orientale doveva continuare la resistenza con azioni di guerriglia. In base al piano, nel 1798 Feliù attribuì al subinspector Sobremonte il comando generale della Banda Oriental, distaccando a Montevideo un reparto del Fijo bonearense. Sobremonte riorganizzò la milizia orientale e nel marzo 1799 effettuò manovre a Punta Brava, a 4 chilometri dalla piazzaforte, ripetendole nel 1801 anche con sbarchi di fanteria. Il 24 novembre 1796 il comandante dell’artiglieria rioplatense, tenente colonnello Francisco de Arce y Alvada, fu incaricato di costituire 2 compagnie di artiglieria a cavallo per servire le batterie da campagna (tren volantes), ciascuna su 4 cannoni e 2 obici da 4 o 8 libbre. Le batterie impiegavano muli per il traino dei pezzi e cavalli per il trasporto dei serventi. Solo questi ultimi appartenevano all’artiglieria, mentre il resto della manodopera era fornito da miliziani indios e negri. Nel 1799 ne fu costituita una terza batteria, giudicando che l’artiglieria a cavallo fosse la “fuerza principal y de mayor confianza en la constitucion de este pais”. E’ interessante osservare che nel 1799-1801 un quinto degli ingegneri militari assegnati alle colonie americane - 1 colonnello e 7 ufficiali su un totale di una quarantina - lavoravano alla piazzaforte di Montevideo e alle altre fortificazioni rioplatensi, mentre a Lima c’era un solo colonnello e in Cile nessuno. Le capacità difensive erano però limitate dalla mancanza di veri arsenali. A Buenos Aires esistevano soltanto la piccola Armeria Real del Forte (8 armieri e peones) e il laboratorio pirotecnico, appaltati alle ditte Manuel Rivera e Francisco Velazquez & figlio, nonchè un minuscolo parque d’artiglieria con magazzino, polveriera, falegnameria e fabbrica di armi bianche (lance, spade e sciabole). Piuttosto limitata era anche la capacità dell’Apostadero del Plata, che oltre alle lance armate e alle galere di tipo mediterraneo-baltico adatte alla navigazione fluviale, poteva contare soltanto su 3 o 4 fregate oceaniche.

La milizia di Feliù e Sobremonte (1800-01) Il nuovo regolamento per la milizia disciplinada proposto da Sobremonte nel 1799 e approvato il 5 aprile 1800, introduceva per la prima volta l’aggiornamento annuale delle liste, mediante arruolamento per classi di età ed estendeva le esenzioni, compensando però il minor gettito con l’arruolamento obbligatorio dei soldati dai 16 ai 45 anni già congedati dalle truppe veterane. A costoro erano riservati i posti di sottufficiale istruttore nonchè quelli a carattere amministrativo dello stato maggiore (Plana Mayor) reggimentale, mentre l’ufficialità restava interamente miliziana. Ciascun miliziano doveva provvedersi a proprie spese di un’arma da fuoco omologata e riceveva 20 cartucce per ciascuna delle 3 esercitazioni a fuoco che ogni compagnia doveva tenere ogni anno. In occasione della Grande assemblea reggimentale, che si teneva a Pasqua, le autorità fornivano a ciascun miliziano 10 cariche a palla. Il regolamento fu modificato il 14 gennaio 1801, aumentando le esenzioni e anticipando il congedamento al 40° anno di età. Nel 1800, quando Buenos Aires raggiungeva i 40.000 abitanti, nei ruoli della milizia del Plata erano iscritti 14.141 uomini:
.320 granaderos (100 pardos e 60 morenos libres a Buenos Aires: altrettanti a Montevideo); 1.388 voluntarios de infanteria su 2 battaglioni con 18 compagnie (694 Buenos Aires: 694 Montevideo); .11.682 voluntarios de caballeria su 15 reggimenti con complessivi 46 squadroni (724 Buenos Aires: 1.204 Frontera de Lujar: 301 Santa Fe: 724 Montevideo: 362 Plaza de Maldonado: 362 Colonia de Sacramento: 180 Rio Negro: 625 Corrientes: 2.400 Paraguay 1° e 2°: 1.200 Cordoba: 600 Mendoza: 600 San Luis y su Frontera; 1.200 Salta: 600 San Miguel del Tucuman; 600 Cochabamba) .776 artilleros provinciales ripartiti in 9 compagnie (150 Buenos Aires, 230 Montevideo 1a e 2a, 100 Maldonado, 80 Colonia, 54 Mendoza, 62 Potosì, 100 Paraguay 1a e 2a).

Non sono compresi nel totale gli effettivi degli altri reparti di milizia urbana, vale a dire le 6 compagnie assegnate ai 6 forti della Frontera de Buenos Aires e istruite dagli ufficiali dei Blandengues, 2 compagnie autonome (100 commercianti della città di Potosì e 100 granatieri della Plata del Charcas), il battaglione di Santa Cruz de la Sierra (8 compagnie) e quello della città di La Paz (9 compagnie e 450 uomini) ed i 3 reggimenti di cavalleria (di forza variabile) della Frontera de Indios Barbaros (Tomina, Cinti e Tarija). A titolo di raffronto, ricordiamo che per il 1799 gli organici delle truppe veterane delle colonie americane si possono stimare a circa 27.000 teste, distribuite in 12 reggimenti e 6 battaglioni fissi, 3 reggimenti e 2 squadroni dragoni e una cinquantina di reparti minori, per un totale di 407 compagnie (334 di fanteria, 40 di dragoni, 15 di blandengues e 18 d’artiglieria con 40 ingegneri). Peraltro va sottolineato che la forza effettiva era notevolmente inferiore: nel viceregno rioplatense erano in servizio soltanto 2.800 uomini, cioè il 62 per cento dell’organico (4.536) e nel 1810 in tutte le colonie americane servivano soltanto 16.000 veterani, pari al 59 per cento degli organici. Ai veterani si aggiungevano, ancor più sulla carta, circa 82.000 miliziani “disciplinati” (uno ogni 1.500 abitanti), senza contare le milizie urbane, di entità precisata solo nel caso peruviano (450 compagnie con 30.299 iscritti). Gli effettivi (in alcuni casi stimati in base al solo numero di unità, congetturando il relativo organico, non sempre indicato dagli elenchi amministrativi del 1799 e 1801) erano così distribuiti:
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N. B. Nel 1806 la Nuova Granada aveva 3.573 veterani e 7.740 miliziani.

La difesa del Plata all’inizio dell’Ottocento (1800-05) La realtà era tuttavia più modesta. Lo stesso Sobremonte, in una memoria del 5 agosto 1801, riconosceva che le milizie erano prive di uniformi e che, pur essendovi sufficienti quantità di polvere, le armi bastavano per due soli reggimenti. Non migliore era la situazione delle truppe veterane, cronicamente sotto organico. Nel 1802 i quattro corpi principali contavano soltanto 2.509 effettivi, con una deficienza di ben 1.796 unità rispetto ai nuovi organici prefissati:
Organico Regimiento de Infanteria de Buenos Aires 2.065 Regimiento de Dragones de Buenos Aires Blandengues de la Frontera de B. A. Blandengues de la Frontera de Montevideo 800 876 720 720 412 584 637 388 Effettivi 1.187 136 86 Deficienza

Malgrado ciò nel 1802 l’esercito stabilì 21 posti militari per assicurare la corrispondenza tra Colonia, Montevideo e Maldonado, mentre nel 1803 la frequenza della posta per Lima fu triplicata con tre corrieri mensili. Morto Del Pino all’inizio del 1804, gli successe l’intendente di Cordoba, marchese de Sobremonte. Tra i provvedimenti militari, nel 1802 fu completata la batteria dell’Ensenada de Barragan che proteggeva l’unico approdo sulla sponda occidentale del Plata e nel 1804 fu potenziata anche l’artiglieria veterana della sponda orientale, riordinandola su 2 brigate di 2 compagnie, con un effettivo di 20 ufficiali, 20 sergenti e 312 artiglieri. Una delle brigate era addetta alla piazzaforte di Montevideo e alle batterie costiere, l’altra alle 2 batterie “volanti” (8 cannoni e 4 obici). In compenso il 29 aprile 1804 le compagnie di artiglieria provinciale dell’interno furono sciolte, passando il personale alla fanteria. Rimasero soltanto 4 compagnie di 100 artiglieri a Buenos Aires, Montevideo, Maldonado e Colonia. Tuttavia nel maggio 1805 gli organici dell’artiglieria di Montevideo furono nuovamente accresciuti di 24 veterani e 100 provinciali, riducendo a 60 effettivi la compagnia provinciale di Colonia e ristabilendo 100 artiglieri provinciali in Paraguay e 60 a Mendoza. Inoltre il comandante dell’artiglieria, colonnello Francisco de Ordugna, fece un nuovo sopralluogo a Maldonado. Il comandante dell’apostadero di Montevideo segnalò a sua volta la debolezza dell’Ensenada de Barragan, proponendo di abbandonarla, ma Sobremonte, ora viceré, preferì invece rinforzarla con artiglieri veterani, blandengues e cavalleria provinciale. Infine i servizi interni nelle città di Buenos Aires e Montevideo vennero attribuiti alla milicia urbana de comercio (6 compagnie in ciascuna città) istituita sul modello degli analoghi reparti di Potosì, La Paz e Santa Cruz della Sierra. La Loggia di Buenos Aires, avanguardia della Royal Navy Le misure liberalizzatrici del 1778-82, attuate nel viceregno del Plata da Arredondo, svilupparono il movimento del porto di Buenos Aires. Sotto Vértiz si era limitato ad una quindicina di navi all’anno, ma già nel 1794 era salito a 103 navi, di cui 35 da Cadice e 32 da Barcellona: ne arrivavano però anche dai porti nordamericani, anseatici e perfino ottomani. E ciò nonostante le nuove restrizioni imposte agli armatori e commercianti rioplatensi relativamente alla tratta di schiavi (1791 e 1793) e al commercio con le colonie straniere (1795), con la Penisola (1796) e con i paesi neutrali (1797). L’incremento del commercio favorì la nascita di una aristocrazia intellettuale formata soprattutto dai creoli, confinati all’esercizio delle professioni liberali. Sotto l’ottavo viceré, Joaquin del Pino (180104), apparvero i primi periodici locali: nel 1801 il reazionario Telégrafo mercantil, diretto dal colonnello F. A. Cabello, sostituito però nel 1802 dal Semanario de agricoltura y comercio, di

tendenza liberale, curato da Hipolito Vieytes e Cervigno, direttore della scuola di nautica aperta nel 1799 - assieme alla scuola di geometria, disegno e architettura di J. A. Hernandez - per iniziativa del Consolato del commercio, di cui era segretario uno dei 92 oriundi italiani di Buenos Aires, l’avvocato Manuel Belgrano (1770-1820). Tutti futuri esponenti della rivoluzione del maggio 1810. Finalmente, nel 1804, Buenos Aires superò gli esami di maturità guadagnandosi la sua brava loggia massonica, tipico strumento di assimilazione culturale e cointeressenza affaristica dei ceti dirigenti indigeni, che i marinai e i commercianti inglesi disseminavano da mezzo secolo in tutti i principali porti stranieri, fedeli al principio che “le frontiere dell’Inghilterra sono i porti del nemico”. La loggia, che si riuniva alla fonda de los Tres Reyes, fu rapidamente scoperta e disciolta dalle autorità, ma il coinvolgimento di importanti personaggi peninsulari - come il commerciante Manuel Arroyo y Pinedo, il funzionario del monopolio dei tabacchi Gregorio Gomez e forse lo stesso generale Martinez consigliò di archiviare il caso senza conseguenze, una tolleranza di fatto che ormai costituiva la regola di tutti i governi europei, incluso quello pontificio. Il 71st Highlanders a Buenos Aires (25 giugno-12 agosto 1806) Il 21 ottobre 1805, a Trafalgar, la flotta inglese dell’ammiraglio Orazio Nelson distrusse quella francoispana degli ammiragli Villeneuve e Gravina, assicurando all’Inghilterra il dominio incontrastato degli Oceani e tagliando in due tronconi, l’americano e il peninsulare, il sistema difensivo spagnolo. Naturalmente l’Inghilterra cercò di trarne il massimo profitto, al duplice scopo di logorare la resistenza napoleonica e di espandere il proprio impero coloniale. Il primo obiettivo non era però l’America, ma l’India. A tal fine, con una rapida azione di forza, nel gennaio 1806 il generale sir David Baird riprese possesso del Capo di Buona Speranza, che il trattato di Amiens del 1803 aveva restituito all’Olanda. Sir Home Popham, commodoro della squadra navale del Sud Atlantico, chiese allora al comandante terrestre di cedergli 800 scozzesi (il 71st Highlanders del brigadiere William Beresford) per sbarcare a Buenos Aires, sollevare i creoli contro il giogo spagnolo e privare la Spagna delle rendite del Nuovo Mondo. Presumibilmente le conversazioni avute con membri del governo avevano indotto l’impulsivo commodoro a contare sulla loro approvazione, mentre Baird si lasciò convincere dal negriero nordamericano Wayne, il quale millantava di conoscere bene i creoli rioplatensi e di poter garantire che sarebbero insorti. Dopo una puntata in Giamaica per imbarcare un altro battaglione, la squadra di Popham si rifornì all’Isola di Santa Caterina, violando il trattato ispano-portoghese del 1777, e alla fine di giugno comparve nella Plata. In precedenza il sub-inspector general, colonnello Pedro de Arce, aveva organizzato una forza mobile con 100 blandengues, 500 voluntarios di cavalleria della Frontiera bonearense e 3 cannoni. Il 22 giugno, avvistate le vele inglesi, Sobremonte mobilitò altri 860 fanti (600 veterani, un terzo dei quali montati, 160 granaderos pardos e morenos e 100 granaderos bonearensi detti del Rey) e 600 cavalieri (100 blandengues, 250 voluntarios a cavallo di Buenos Aires e 250 distaccati da Cordoba e San Luis), senza contare una riserva di 400 fanti e 1.400 cavalieri, teoricamente pronti a marciare al primo avviso. Ovviamente Sobremonte si aspettava lo sbarco alla Ensenada de Barragan e lì infatti concentrò la sua colonna, lasciando Arce a coprire la capitale. Invece Popham la doppiò e la sera del 25 giugno si fermò più a Nord, traghettando 1.650 uomini e 4 cannoni a Quilmes, sobborgo meridionale della capitale. Il mattino seguente, alla Reduccion, 800 massicci highlanders travolsero il tentativo di resistenza abbozzato dal colonnello Arce e il 27 forzarono l’ultima ridotta al ponte di Galvez sul Riachuelo, entrando in città. Lo stesso giorno Sobremonte si ritirò a Lujan con i suoi 1.500 uomini. Frattanto Popham intimava con toni arroganti il pagamento di un esoso tributo di guerra. Ma i gattopardi bonearensi adottarono la stessa strategia dei loro cugini palermitani: “chinati juncu cha passa ‘a chiena”. Così il cabildo, strumento dell’aristocrazia peninsulare, riconobbe con sbalorditiva docilità la sovranità del re d’Inghilterra e supplicò Sobremonte di consegnare a Popham la cassa vicereale

(1.086.203 dollari e uno scrigno di gioielli) per evitare la tassazione dei patrimoni individuali. Ancor più sbalorditivo è che il viceré abbia acconsentito alla richiesta, nell’esclusivo interesse dell’oligarchia che aveva appena tradito il sovrano da lui rappresentato. Così il tesoro rioplatense fu consegnato agli inglesi e imbarcato per Londra. Il 20 settembre 1806, prima di depositarlo nella Banca d’Inghilterra, un picchetto di marinai lo scortò trionfalmente per le strade di Londra, su otto carrette con le scritte Treasure e R.M. (Royal Money). Santiago de Liniers e la “Reconquista” del 12 agosto Ma Popham e Beresford avevano sottovalutato l’avversione dei creoli e della plebe, acuita dall’acquiescenza dell’odiata oligarchia peninsulare. Inoltre avevano trascurato Montevideo e dell’Ensenada di Barragan, ancora controllate dai due capitani di vascello della Real Armada Pascual Ruiz Huidobro, comandante dell’Apostadero, e Santiago de Liniers y de Bremond (1753-1810), un ufficiale di nazionalità francese, veterano della spedizione di Cevallos e degli assedi mediterranei di Mahon e Gibilterra, che alla vigilia dello sbarco inglese aveva lasciato il governatorato interinale di Misiones per assumere il comando della batteria costiera sulla sponda occidentale del Plata. Ai primi di luglio Liniers attraversò il Plata col presidio e i pezzi e dal Sacramento raggiunse Montevideo, dove Huidobro gli mise a disposizione mille uomini (528 veterani, 252 miliziani orientali, 120 mignones catalani di Bofarull e alcuni avventurieri di varia nazionalità). Il 22 luglio la colonna partì per riprendere Buenos Aires e il 31 raggiunse Colonia, dove la attendevano i corsari del francese Mordeille per trasportarla sulla Banda Occidentale del Plata. Qui, intanto, Juan Martin de Pueyrredon (1776-1850) e il comandante dei blandengues Antonio Olavarria avevano riunito la milizia paesana (husares) della zona di Perdriel, ad una ventina di chilometri dalla capitale: circa 500 lancieri con 5 cannoni. Avutane notizia, il 1° agosto Beresford li attaccò di sorpresa con 550 scozzesi e 6 cannoni, disperdendoli. Ma la notte del 3 agosto Liniers attraversò la Plata e il mattino del 4 prese terra a Las Conchas, dove fu rinforzata da 73 corsari e 300 marineros locali guidati da Juan Gutierrez. Il 5, a San Isidro, incorporò anche Olavarria con 200 superstiti di Perdriel, attestandosi poi ai Corrales de Miserere, dove apprese che Sobremonte stava arrivando da Cordoba con altri 1.300 uomini (550 paraguaiani, il resto di Corrientes, Tucuman e San Luis). Nell’intento politico di non cedere il comando al viceré e fidando sull’insurrezione dei portegni, Liniers decise di attaccare da solo e il 10 si presentò a Nord della capitale con 1.500 uomini e 8 pezzi navali (4 carronate e 2 petrieri), intimando la resa a Beresford. Nel pomeriggio, rinforzata da 2 cannoni terrestri recuperati al Parque, la colonna attaccò l’avamposto del Retiro, costringendo il nemico a ripiegare in città lasciando sul terreno 30 uomini e 1 cannone. Preceduto dalle incursioni dei migueletes e dei corsari, il mattino del 12 si scatenò l’attacco generale, sostenuto dall’insurrezione cittadina. Dopo un’ultima resistenza sulla piazza del Forte, a mezzogiorno Beresford si arrese, restando prigioniero fino al luglio 1807. L’onore di ammainare la bandiera inglese issata sul forte spettò al cabo 1° Vicente Gutierrez. La battaglia era costata 200 perdite rioplatensi contro 300 inglesi (165 del solo 71st). La sconfitta inglese venne sfruttata dalla propaganda napoleonica e lo stesso imperatore dispose l’invio di un carico di fucili, nonchè di 200 decorazioni della legion d’onore da distribuire ai più valorosi. La seconda spedizione inglese (ottobre 1806) Apparentemente l’obiettivo strategico della spedizione inglese, quello di sollevare i creoli contro il dominio spagnolo, era clamorosamente fallito. Ma la fiera insubordinazione di Liniers contro Sobremonte - che tra l’altro scaricava sul viceré fuggiasco anche le colpe dell’oligarchia portegna -

avviava comunque il processo politico che di lì a quattro anni avrebbe portato all’autonomia e poi anche alla formale indipendenza delle province rioplatensi. Per la prima volta, infatti, il cabildo di Buenos Aires, abierto anche al patriziato creolo, rivendicò il diritto di eleggere una Junta de guerra per scegliere il governatore militare della piazza. Naturalmente il congreso general del 14 agosto acclamò Liniers, il quale rifiutò poi di ricevere Sobremonte. Sobremonte oppose qualche timida resistenza, facendo rilevare il rischio di armare la popolazione e la necessità di sottoporre la deliberazione del cabildo al tribunale della Real Audiencia. Ma quest’ultimo non osò sconfessare l’ipocrita ingratitudine del cabildo e anzi dichiarò Sobremonte decaduto dalle funzioni vicereali. Poco prima dell’invasione inglese era giunta notizia che il re aveva modificato i criteri per la supplenza delle funzioni vicereali, non più attribuita al presidente dell’Audiencia bensì al militare più elevato in grado. In base a questo criterio l’ufficio spettava a Huidobro, più anziano di Liniers. Ma a Liniers fu riconosciuto il comando, formalmente subordinato ma di fatto autonomo, della piazza di Buenos Aires, con il compito di armare e organizzare una forza di difesa locale. Queste misure d’emergenza erano del resto giustificate dal permanere della minaccia inglese. Infatti, pur sconfessando l’iniziativa di Popham che aveva agito senza ordini e disponendo di truppe destinate ad altro impiego, il governo aveva ceduto alle pressioni dei mercanti londinesi interessati ai nuovi mercati ed allestito due corpi di spedizione di 1.630 e 4.350 uomini (brigadieri Crawford e sir Samuel Auchmuty) per invadere il Messico e conquistare il Cile. Tuttavia, non appena conosciuta la resa di Beresford, il governo dirottò quelle truppe su Montevideo. Primo a sbarcare a Maldonado e Gorriti, il 14 ottobre, fu però il colonnello Backhouse, partito dal Capo con altri 1.400 uomini, incluso un battaglione del 60th (Royal Americans) reclutato a forza tra i militari stranieri del disciolto presidio olandese (400 mercenari del principato di Waldeck e 200 exprigionieri austriaci e ungheresi venduti dai francesi). Il 2 dicembre Backhouse respinse una sortita dei difensori, uccidendo il capitano di fregata Abreu. La nuova milizia rioplatense (settembre-novembre 1806) La piazzaforte di Montevideo, rinforzata da 500 volontari bonearensi, era munita di 166 pezzi, con difese avanzate (Baluarte del Norte e Forte di San José alla plaza del Cerro) e 3 batterie esterne (Santa Barbara, Pegna de Bagres e Isla del Puerto). Ben più debole era Buenos Aires, dove Liniers fece trasportare anche i cannoni pesanti delle batterie costiere di Colonia ed Ensenada. Tra i voluntarios rioplatensi servivano numerosi soldati e statisti della futura Indipendenza argentina, Medrano, Alberti, Diaz Vélez, Chiclana, Lezica, Irigoyen, Montes de Oca. Primo segno delle latenti tensioni politiche destinate ad esplodere nel 1809, fu che, diversamente dai vecchi corpi di milizia, i 10 battaglioni di fanteria costituiti tra il 13 settembre e il novembre 1806 erano distinti per gruppo etnico, separando i residenti (vecinos) originari della capitale (detti patricios, vale a dire hijos de la patria) non soltanto dai “nativi” (indios) e dalle “caste” (pardos e morenos) ma anche dagli immigrati provenienti dalle province dell’interno (detti forasteros o arribegnos) e dai peninsulari, a loro volta distinti in 5 tercios etnico-regionali (gallegos, andaluces, catalanes, vizcainos e montagneses). In ottobre, dopo il secondo sbarco inglese, tutti i veterani rimasti a Buenos Aires furono trasferiti di rinforzo a Montevideo e Liniers decise di accasermare una parte della milizia di fanteria, circa 2.000 uomini, gravando così le finanze pubbliche di un costo rilevante ma redistribuendo ricchezza a vantaggio della plebe disoccupata, alla quale si offriva un inatteso e cospicuo introito. L’accasermamento escludeva i tercios peninsulari, in gran parte commercianti che non potevano distogliersi dai loro affari privati. Costoro formarono la riserva, alla quale fu concesso di limitare l’addestramento alla sola mattina della domenica. In ogni modo l’offerta si rivelò insufficiente a colmare gli organici, calcolati in rapporto all’esorbitante numero di quadri già nominati. A tal fine, sollecitato dai comandanti di corpo, il 20 novembre il

cabildo proclamò l’obbligo del servizio militare per i vecinos dai 16 ai 50 anni. Tuttavia con scarsi effetti, dal momento che il 5 febbraio 1807 i comandanti sollecitarono un nuovo bando. Alla fine, per attirare i volontari, Liniers fu costretto ad aumentare la paga base a 14 pesos mensili contro gli 8 spettanti alla truppa veterana. Ai caporali del nuovo esercito ne spettavano 18 e 20 ai sergenti. Le paghe degli ufficiali reggimentali erano differenziate per arma: 25, 30, 35 e 20 pesos per i sottotenenti dei fucilieri, granatieri, dragoni (alfieri) e artiglieria, 50, 60, 80 e 90 per i capitani, 200, 240 e 250 ai colonnelli delle tre armi. Cappellano e chirurgo ne percepivano 30, il brigadiere 333. Intanto Hipolito Vieytes pubblicò sul Semanario del 14, 21 e 28 gennaio 1807 un progetto per istituire un scuola di formazione per gli ufficiali, mentre José de Maria pensò addirittura di armare gli schiavi, ammassando a tale scopo 500 lance e 150 dozzine di coltelli da distribuire in caso di attacco inglese (un Cuerpo de Escalvos è in effetti menzionato il 16 febbraio 1807). La nuova milizia rioplatense fu passata in rassegna il 15 gennaio al campo di Barracas. Formava una massa di circa 8.500 uomini, inclusi 1.200 ufficiali e sottufficiali eletti dalle compagnie fra persone di bassa condizione sociale. Munita di un vasto assortimento di armi da fuoco omologate e di ben 148 cannoni (49 da campagna e 99 da piazza), era la milizia più numerosa fino ad allora mobilitata in Sudamerica, quasi un quinto della popolazione portegna. L’ordinamento era il seguente: a) 12 battaglioni di fanteria (88 compagnie)
.2 di veterani spagnoli (Antinguo Infanteria e Antiguo Dragones) entrambi su 4 compagnie; 3 di patricios (Cornelio Saavedra, Esteban Romero e José D. Urien) con 23 compagnie e 1.350 effettivi; .1 di forasteros o Arribegnos (Juan Pio Gana, biscaglino) su 9 compagnie e 540 effettivi; .1 di Naturales, Pardos y Morenos (José Ramon Baudriz) su 9 compagnie e 540 effettivi (inclusi 250 ex-granatieri); .5 tercios di peninsulares: 600 galiziani (Antonio Pedro Cevigno), 440 andalusi (José Merelo), 520 catalani (mignones: Jaime Nadal y Guarda, poi Olaguer Reynolds), 400 baschi, navarresi, asturiani e castigliani (Prudencio Murguiondo) e 200 montagneses o cantabros de la amistad (José de Oyuela e Pedro Andres Garcia). In tutto 2.160 su 37 compagnie, inclusa 1 di granaderos gallegos; .2 compagnie autonome, una di 107 granaderos bonearensi (Juan Florencio Terrada) e una di 85 cazadores correntini (N. Murguiondo poi Juan José Blanc) aggregata al Tercio de cantabros de la amistad;

b) 15 squadroni di cavalleria
.4 del Regimiento Dragones de Buenos Aires (ten. col. Florencio Nugnez) 2 con 268 Blandengues de la Frontera (ten. col. Esteban Hernandez e Benito Chaim) .3 con 615 husares (1° Pueyrredon, 2° Lucas Vivas, 3° Pedro Ramon Nugnez); .1 di 200 cazadores Correntinos (4° husares o Infernales, Diego Herrera: il 2 ottobre trasformato in batallon de infanteria ligera o de cazadores de Carlos IV); .2 di reclute (quinteros) tratte dai labradores (Antonio Luciano Ballester) licenziati il 5 febbraio 1808; .3 reclutati a spese di privati (221 della Real Maestranza de Artilleria, Manuel Rivera Indarte; 219 Carabineros de Carlo IV, Lucas Fernandez; Migueletes de Caballeria, Alejo Castex e José Diaz);

c) 16 compagnie di artiglieri ausiliari
.395 Artilleros Voluntarios Patriotas de la Union: 7 compagnie di creoli reclutati da Martin da Alzaga e pagati con fondi

municipali, con ufficiali spagnoli, aggregate all’artiglieria da campagna (col. Gerardo Esteve y Llach, catalano); 100 artilleros de milicia provincial (José Maria Pizarro); .426 Indios, Pardos y Morenos su 8 compagnie (Francisco Agustin e alfiere di marina Domingo de Ugalde) aggregati all’artiglieria da fortezza per compiti di manovalanza .

La resa di Montevideo e lo scontro del Miserere (2 febbraio - 2 luglio 1807) Un rinforzo di 500 volontari bonearensi non fece in tempo a raggiungere Montevideo. La piazza si arrese infatti ad Auchmuty il 2 febbraio 1807, dopo una fiera resistenza che costò le gambe al valoroso tenente colonnello Vassall del 38th Foot (1st Staffordshire) e valse un battle honour sulla bandiera del 95th (The Rifle Corps). Huidobro fu spedito prigioniero in Inghilterra e soltanto 130 marinai spagnoli poterono imbarcarsi per Buenos Aires, dove formarono un Batallon de Marina. La notizia della resa giunse a Buenos Aires il 6 febbraio, quando già la Junta de guerra stava cercando il modo meno traumatico per destituire Huidobro dando il comando generale a Liniers. Il 2 marzo la milizia fu mobilitata con paga ridotta a 12 pesos mensili e distribuita di guardia alla costa tra Olivos e Quilmes. Ma gli inglesi temporeggiavano, aspettando il comandante in capo, tenente generale John Whitelocke, giunto finalmente a Montevideo il 10 maggio 1807, con il capo di stato maggiore J. Cewison Gower, 1.630 rinforzi e un distaccamento d’artiglieria. In tal modo le forze inglesi arrivarono a 9.800 uomini 9 reggimenti a piedi, 3 di dragoni montati e 1 brigata d’artiglieria:
.1a colonna (2.550): 5th (Northumberland), 38th (1st Staffordshire) e 87th (Prince of Wales’s Irish) Foot; 2a colonna (2.000): 17th Light Dragoons, 38th e 88th (Connaught Rangers) Foot; .3a colonna (1.700): 95th (The Rifle Corps) e 3rd/60th (Royal Americans) Foot; .4a colonna (1.650): 6th (Inniskilling) Dragoons, 9th Light Dragoons, 40th (2nd Somersetshire) e 45th (Nottinghamshire) Foot; .5a colonna (1.150): dragoni appiedati; .3rd Brigade, Royal Artillery (750).

Liniers approfittò dell’inazione inglese per spedire il colonnello spagnolo Francisco Javier de Elio (1767-1822) a riprendere la Colonia di Sacramento, ma l’8 giugno fu sconfitto a San Pedro, riuscendo a stento a reimbarcarsi. Così Whitelocke potè raggiungere Colonia, dove si imbarcò con Gower e metà delle sue forze (8 mezzi battaglioni, 8 compagnie leggere reggimentali, 6th e 17th Dragoons e 21 pezzi). Sbarcato il 29 giugno all’Ensenada de Barragan e proseguì poi per Quilmes e Paso Chico senza incontrare alcuna resistenza. Liniers lo attendeva infatti 4 chilometri a Sud della città, con le spalle al Riachuelo, schierato su 3 forti brigate (Izquierda, Centro e Derecha) al comando di colonnelli regolari, gli spagnoli Bernardo Velazco e F. J. de Elio e l’italiano Cesare Balbiani, già ufficiale del presidio cileno e aiutante di campo di Liniers. Juan Gutierrez de la Concha comandava la riserva e José de Figueroa l’artiglieria, ben 52 pezzi in 11 batterie disposte a semicerchio davanti al Riachuelo e intervallate da 14 battaglioni e 6 squadroni (di forza pari a quella, ridotta, delle corrispondenti unità inglesi). Il nemico spuntò al mattino del 2 luglio. Era Gower con l’avanguardia (4 battaglioni, 2 squadroni e 2 cannoni) che, sfilando davanti all’intero esercito nemico, passò il Riachuelo più a monte. Paralizzato dalla mancanza di informazioni, Liniers abbozzò un tardivo attacco contro il fianco destro di Gower e, abbandonate le batterie, lo inseguì con tutto l’esercito fino ai Corrales del Miserere, dove il fuoco metodico dei veterani inglesi inchiodò l’assalto tumultuario delle milizie bonearensi.

La disfatta inglese (5-7 luglio 1807) A difendere Buenos Aires erano rimasti meno di 200 soldati, quelli che Liniers aveva lasciato in città. Ma la decisione di resistere ad ogni costo, mobilitando i civili, fu imposta al riluttante cabildo dall’energico alcalde Martin de Alzaga y Olavarria (1756-1812), capofila dei commercianti peninsulari. Per tre giorni la popolazione fortificò gli avamposti del Retiro e della Residencia ed eresse batterie sotto la direzione del colonnello di marina Juan Bautista Azopardo (1774-1848). Inoltre sbarrò il centro della città con barricate e case fortificate: un’area di un chilometro quadrato, a ridosso del lungomare tra le chiese di San Francisco e della Merced, che includeva il collegio dei gesuiti, la rancheria, il palazzo del cabildo, il forte e la cattedrale. Intanto, lasciati di riserva a Quilmes 2 reggimenti (40th Foot e 17th Dragoons) e 200 marines con 5 cannoni, Whithelocke raggiunse Gower al Matadero del Miserere, ponendo il quartier generale a casa de White, e all’alba del 5 luglio si schierò verso il lato occidentale della città con 10 mezzi battaglioni (24 compagnie fucilieri, 8 leggere, 4 di rifles e 4 di carabinieri), il 6th Light Dragoons e 16 pezzi. Ma i due avamposti nemici apparvero talmente deboli che Whitelocke rinunciò a cannoneggiarli. Alle 6 e mezza del mattino gli inglesi avanzarono a raggera. Il tenente colonnello Guard (45th Foot e 2 cannoni da tre libbre) prese l’avamposto meridionale (La Residencia) mentre Crawford entrava in città col resto dell’ala destra (16 compagnie leggere, rifles e carabinieri), raggiungendo la Piedad, la casa della Virreina e il convento di San Domenico, trecento metri a Sud del Forte. Intanto la 2nd Brigade di Lumley (88th e 36th) attaccava il lato settentrionale del ridotto nemico, tra la chiesa di San Miguel e la casa del Socorro, mentre più a Nord il tenente colonnello Davie (5th Foot) espugnava il Parque e Las Catalinas e il resto della 1st Brigade di Auchmuty (87th e 38th) attaccava l’avamposto settentrionale del Retiro e la batteria Abascal accerchiando i difensori a Plaza de Toros. Ma a quel punto crollò la disciplina degli attaccanti, caso non raro nella storia militare. Credendosi già vincitori, i soldati si sbandarono per saccheggiare, stuprare e ubriacarsi. Non ancora sconfitti, i patrioti ne approfittarono per bersagliarli dalle finestre e dagli incroci e per intrappolarli con nuove barricate. Decimati, separati e imbottigliati in strade sconosciute, i reparti nemici furono costretti a combattere alla cieca, casa per casa e in tutte le direzioni, ignorando la propria posizione e cercando disperatamente di segnalarla con le bandiere piantate sui tetti delle case e i campanili delle chiese, come fece il maggiore Henry King del 5th Foot. A mezzogiorno il Tercio de Andaluces e una colonna di formazione accerchiarono Crawford nel convento di San Domenico. Demoralizzate, le varie sacche cominciarono ad arrendersi, prima la brigata Lumley, e alle 3 e mezza del pomeriggio Crawford, con 960 uomini. La vittoria era costata 1.600 perdite bonearensi, contro 800 morti e feriti e 2.000 prigionieri inglesi. Whithelocke manteneva ancora i due capisaldi periferici, ma aveva perso 2.800 uomini contro 1.600. Dopo un giorno di incertezza, fu lo stesso comandante inglese a chiedere di poter negoziare un’umiliante ritirata. L’accordo del 7 luglio lo impegnava infatti a sgombrare anche Montevideo in cambio del rilascio dei 3.300 prigionieri in mano nemica (inclusi i 1.300 catturati il 12 agosto dell’anno precedente). Eseguite le clausole dell’accordo, il 23 luglio la milizia fu smobilitata, ad eccezione del 1° squadrone husares de Pueyrredon e di 10 compagnie scelte, una per ciascun battaglione, riunite temporaneamente in un Cuerpo Voluntario del Rio de la Plata che agli ordini di Elio e Prudencio Murguiondo si recò a riprendere possesso di Montevideo. La corte marziale giudicò Whitelocke “totally unfit and unworthy to serve His Majesty in any military capacity whatever” e il re gli revocò la colonelcy dell’89th Foot, unico caso durante le guerre napoleoniche. Al contrario, la figura di Liniers fu esaltata anche in Europa, le città dell’Alto Perù gli spedirono trofei d’oro massiccio e il 16 ottobre 1807 il reparto dei granatieri bonearensi, elevato a battaglione di 240 uomini, fu intitolato al suo nome. In ogni modo il secondo sbarco inglese a Buenos Aires finì ugualmente per raggiungere il suo scopo

principale, vale a dire imporre l’apertura della colonia alle merci inglesi. Infatti a Montevideo era rimasto un grande stock di merci pregiate, soprattutto tessili. Le autorità vicereali ne vietarono la vendita minacciando pene gravissime, ma naturalmente non poterono impedirla. La vendita sottocosto provocò il desiderato effetto dumping, assestando un colpo mortale alle rozze manifatture rioplatensi. E i commercianti londinesi, rappresentati da Alexander Mackinnon, si insediarono a Buenos Aires avviando anche attività industriali che già nel marzo 1810 suscitavano l’allarme e le proteste del consolato.

6. LA CADUTA DEL GOVERNO VICEREALE La fronda catalana, la secessione di Montevideo e il progetto carlotista (1808) Nei mesi successivi, furente per l’umiliazione, l’Inghilterra decise una terza spedizione di 8.000 uomini al comando del tenente generale Arthur Wellesley (1769-1852), il futuro duca di Wellington. Dovette però sospenderla a seguito dell’occupazione francese del Portogallo, avvenuta in novembre con l’avallo spagnolo. Messa in salvo dalla flotta inglese, la famiglia reale portoghese raggiunse Rio de Janeiro all’inizio del 1808. Temendo un attacco anglo-portoghese, Alzaga, presidente della Junta de guerra, si recò a Montevideo per concordare i preparativi di guerra, ma la corte portoghese si limitò ad affidare un messaggio per Liniers al brigadiere Curado. Tuttavia quest’ultimo non riuscì a raggiungere Buenos Aires, perchè Elio lo trattenne a Montevideo col pretesto di inconcludenti conversazioni dilatorie - che gli consentirono comunque di guadagnarsi il sostegno anglo-portoghese quando, pochi mesi dopo, la Spagna insorse contro l’occupazione francese invocando l’intervento inglese. Fra le truppe che sbarcarono alla Corugna nel maggio 1808 c’erano anche 800 regolari spagnoli catturati sedici mesi prima a Montevideo e internati come prigionieri in Inghilterra. Designato in giugno Buenos Aires, ma detto anche dei colorados a causa delle giacche rosse britanniche, il battaglione fu aggregato all’esercito del generale Cuesta e decimato il 14 giugno alla battaglia di Medina de Rioseco. Venne però ricostituito e nel gennaio 1812 era ancora segnalato in Galizia. Nel maggio 1808, ricevuta l’investitura a conte di Buenos Aires e la nomina a “viceré interinale”, Liniers affrontò la crisi economica - determinata dall’interruzione del commercio con la Spagna e dal dumping inglese - inviando a Rio de Janeiro il cognato Lazaro de Rivera, funzionario di dubbia reputazione, per negoziare l’apertura dei porti brasiliani alle merci rioplatensi. Questa mossa consumò la definitiva rottura con il cabildo, dominato dalla fazione di Alzaga e dai mercanti catalani, timorosi di perdere il monopolio commerciale a vantaggio degli amici di Liniers. Soltanto alla fine di luglio Buenos Aires apprese che Napoleone aveva imposto al re Carlo IV di revocare l’abdicazione a favore dell’Infante Ferdinando, che il 2 maggio Madrid era insorta contro il presidio francese e che il 6 giugno Bonaparte aveva trasmesso la corona di Spagna al fratello Giuseppe. Due settimane più tardi sbarcò a Buenos Aires il marchese di Sassenay, spedito dall’imperatore ad assicurarsi della fedeltà di Liniers al nuovo sovrano spagnolo. Sapendo che a Siviglia una giunta di governo conduceva la resistenza nazionale in nome del re prigioniero Ferdinando VII, Liniers dette risposte evasive, commettendo però l’errore di sottolineare la sua origine francese nel messaggio per Napoleone. Questo passo falso, unitamente alla nomina di ufficiali francesi nei reggimenti di cavalleria creati da Liniers nelle province interne, dette spunto ad una campagna diffamatoria scatenata dal cabildo in preparazione di un ricorso all’Audiencia, invitata a pronunciare la decadenza di Liniers dall’incarico vicereale a seguito di violazioni disciplinari e cospicue malversazioni da parte del viceré e dei suoi più stretti collaboratori. Il cabildo intendeva sostituire Liniers con Huidobro, nel frattempo liberato dagli inglesi a seguito del rovesciamento delle alleanze e tornato a Buenos Aires con la nomina a viceré rilasciatagli dalla giunta di Galizia. Ma l’Audiencia, temendo di venir esautorata dal cabildo, trasmise a Siviglia il ricorso contro Liniers e dichiarò invalida, per difetto di potere, la nomina galiziana di Huidobro. Liniers pensò allora di reintegrarlo nel comando di Montevideo, che Elio esercitava in modo del tutto autonomo, forte del sostegno anglo-portoghese. Ma Elio rifiutò di rimettergli il comando e fece legittimare la sua insubordinazione dal cabildo locale, il quale proclamò la secessione da Buenos Aires nominando una giunta di governo sul modello di quella sivigliana. Nel suo rapporto del 14 settembre alla giunta sivigliana, il suo rappresentante presso il viceregno del Plata, brigadiere Manuel José de Goyeneche,

suggeriva di sostituire Liniers e di licenziare l’esercito, improvvisato e pletorico, che assorbiva ormai quasi tutte le entrate del viceregno senza alcun vantaggio per le casse peninsulari. Il 20 settembre gli “italiani” Belgrano, Juan Manuel Beruti e Juan José Castelli, con Vieytes e Saturnino Rodriguez Pegna, si rivolsero alla sorella di Ferdinando, Carlota Joaquina di Borbone, regina del Portogallo e Infanta di Spagna, offrendole la reggenza delle Indie. Avversi ai funzionari spagnoli ma leali alla corona, i futuri rivoluzionari del 1810 sostenevano che la Spagna era un’unione personale di regni indipendenti, che di conseguenza le Indie dovevano essere governate dagli americani e non dai peninsulari, accusandoli anzi di tramare un progetto repubblicano e dipingendo Alzaga come un feroce giacobino. Lasciate cadere le insinuazioni sull’asserita propensione filonapoleonica di Liniers, Alzaga lo accusò adesso di simpatie per il progetto carlotista, e si rivolse anch’egli all’Infanta supplicandola di sconfessarlo, prima che sfociasse in una rivoluzione “repubblicana”. L’Infanta sembrò seguire quel consiglio, dal momento che di lì a poco denunciò alle autorità rioplatensi il suo stesso agente, il medico inglese Diego Paroissien, che nel 1816-17 sarebbe stato uno dei principali consulenti tecnici del generale San Martin. Nondimeno il progetto restava in piedi, se il 16 novembre Felipe Contucci redasse per conto del ministro Rodrigo de Souza Coutinho una lista di 123 personaggi rioplatensi considerati filo-portoghesi (tra costoro 35 ecclesiastici, 18 funzionari, 13 avvocati, 4 ufficiali veterani, 23 dei nuovi reggimenti e 7 di milizia). La sconfitta del cabildo e la caduta di Liniers (1° gennaio - 26 agosto 1809) Il 17 ottobre si sparse la voce che la fazione di Alzaga stava per scatenare un colpo di stato in combutta con Elio, e il 31 i comandanti dei reggimenti creoli (tra cui Saavedra, Martin Rodriguez e Terrada) ma anche di alcuni corpi peninsulari o misti (come Garcia dei montagneses ed Esteve y Llach degli artilleros de la Union) indirizzarono a Liniers un memorial rinnovandogli la loro fedeltà e il giuramento di combattere fino alla morte contro qualunque movimento sovversivo. In vista del rinnovo del cabildo, Liniers ordinò l’acquartieramento delle truppe. La notte del 31 dicembre, vigilia del rinnovo, il viceré ricevette nella residenza vicereale del Forte una deputazione guidata Alzaga che gli intimava la rinuncia e il trasferimento dei suoi poteri ad una giunta di governo. Liniers cercò di prendere tempo, ma al mattino del 1° gennaio comparvero sulla piazza alcune centinaia di seguaci di Alzaga e di miliziani del tercio catalano (mignones) inscenando una manifestazione gridando “la giunta come in Spagna, abbasso il francese Liniers!”. Ma poco dopo furono contenuti e dispersi dall’intervento del colonnello Saavedra (1759-1829). con i patricios e gli andaluces. Tuttavia, per evitare uno scontro, Liniers accettò di rimettere ogni decisione al cabildo, il quale nominò una junta di governo dominata dai peninsulari, con due soli americanos, l’avvocato Mariano Moreno (1778-1811) e Juan de Leiva. Ma Saavedra si ribellò, dichiando l’intenzione di reagire contro l’illegale deposizione del viceré e alla fine i suoi sostenitori lo convinsero a ritirare le dimissioni estortegli con un atto di forza. Alla sconfessione della giunta nominata dal cabildo seguì l’arresto dei capi golpisti e la loro deportazione in Patagonia, dove presto riguadagnarono la libertà riparando a Montevideo. Furono sciolti inoltre 3 dei 5 reggimenti peninsulari, non solo quello dei mignones catalani che si era apertamente ammutinato, ma anche altri due considerati meno fedeli (vizcainos e gallegos). Segno dell’odio tra americani e peninsulari fu che Liniers dovette emanare specifico divieto di inscenare pubbliche canzonature (burla publica) contro i soldati dei reggimenti disciolti. L’8 febbraio 1809 l’esercito epurato giurò fedeltà alla giunta di Siviglia. Ma la fronda catalana covava sotto le ceneri e alla secessione di Montevideo seguì in maggio quella della provincia di Charcas. Qui i magistrati creoli avevano inizialmente aderito al progetto carlotista per scalzare l’odiato governatore Pizarro, ma quando quest’ultimo tentò di scavalcarli dichiarandosi a favore dell’Infanta, lo destituirono formando una giunta legittimista in nome di Fernando VII.

Intanto, tempestata dai contrastanti memoriali di Alzaga, Elio e Liniers, la giunta di Siviglia aveva nominato viceré il capitano di vascello Baltazar Hidalgo de Cisneros e conferito ad Elio il più alto incarico militare della colonia, vale a dire la Sub-inspeccion de Armas, col mandato di liquidare l’esercito di Liniers. Il passaggio delle consegne fu particolarmente laborioso. Sbarcato a Montevideo il 25 maggio, Cisneros dovette fermarsi a Colonia, perchè Pueyrredon e Belgrano ma soprattutto i colonnelli dei nuovi reggimenti, incitavano alla ribellione contro le decisioni della giunta sivigliana. Alla fine, per rimuovere la resistenza bonearense, Cisneros dovette disattendere uno degli ordini della giunta revocando il sotto-ispettorato delle armi ad Elio e attribuendolo al brigadiere Vicente Nieto, che lo aveva accompagnato dalla Spagna. A questa condizione Liniers accettò di passare le consegne a Cisneros e a tal fine il 26 agosto si recò a Colonia con tutti i comandanti di reggimento. L’intervento in Alto Perù e la riforma militare di Cisneros La repressione della rivolta creola di Charcas e di quella meticcia scoppiata il 16 luglio 1809 a La Paz, fu concordata tra Cisneros e il viceré di Lima, destinandovi rispettivamente il moderato Nieto (con i patricios di Saavedra) e lo spietato Goyeneche. Non poterono tuttavia intervenire contro la cospirazione di aristicratici creoli che in agosto depose il presidente intendente di Quito sostituendolo con un governo senatorio. l’11 settembre Cisneros approvò una riforma militare molto meno drastica di quanto auspicavano gli avversari di Liniers, limitandosi a sciogliere soltanto 2 battaglioni (III de patricios e cazadores de Carlos IV) e 4 squadroni (2° e 3° husares, carabineros e migueletes) e a ribattezzare con nomi monarchici le unità intitolate a Liniers e Pueyrredon (granaderos de Fernando VII e husares del Rey). In compenso costituì la milizia civica (cuerpo de comercio) riammettendovi gli ufficiali epurati in gennaio da Liniers. L’ultimo ordinamento militare della colonia spagnola del Plata prevedeva: a) tropa veterana
.2 Regimientos (de Infanteria e de Dragones) de Buenos Aires; 2 Cuerpos de Blandengues de la Frontera (de Buenos Aires e de Montevideo) e compagnia santafesina; .1 distaccamento del Real Cuerpo e della Real Maestranza de Artilleria.

b) milicias disciplinadas
.1 Batallon de granaderos su 6 compagnie (de Fernando VII , ex-de Liniers)(Juan Florencio Terrada); 5 Batallones de infanteria su 1 compagnia granatieri e 8 fucilieri (N. 1 e N. 2 ex-cuerpo de patricios, N. 3 ex-tercio de montagneses, N. 4 ex-tercio de andaluces, N. 5 ex-batallon de arribegnos); .1 Batallon de artilleria volante su 6 compagnie (ex-voluntarios de la Union); .1 Batallon de castas su 6 compagnie (formato con i due corpi di Indios, Pardos y morenos.) .1 Escuadron Husares del Rey su 3 compagnie di 50 uomini (ex-1° Husares de Pueyrredon) (Domingo French)

c) milicias urbanas
.3 batallones urbanos su 1 compagnia granatieri e 8 fucilieri (N. 6, N. 7 e N. 8, ex-cuerpo de comercio)

L’apertura al commercio inglese e la rivoluzione di maggio Il 25 marzo 1810, su 40.000 abitanti, la città di Buenos Aires contava ancora 3.000 militari accasermati, un costo insostenibile che aveva portato l’uscita annuale del viceregno a 3 milioni di pesos contro 1.2 milioni di entrate, quasi esclusivamente doganali. Fallito un tentativo di ottenere un prestito dai commercianti peninsulares e acquisiti i pareri del cabildo, del consolato e degli agricoltori creoli (gremio de hacendados y labradores) rappresentati da Mariano Moreno, Cisneros dovette rassegnarsi ad aprire il porto al commercio inglese, provvidenziale decisione che in un anno quintuplicò le entrate doganali a 5.200.000 pesos. Ma il 17 maggio 1810 giunsero a Buenos Aires catastrofiche notizie dalla Spagna. Dopo l’occupazione francese dell’Andalusia, anche la Junta di Badajoz, succeduta a quella di Siviglia, si era rifugiata a Cadice sotto la protezione inglese e si profilava ormai la definitiva sconfitta della Spagna. Nel tentativo di prevenire un pronunciamiento indipendentista come quello verificatosi il 19 aprile a Caracas, il 18 maggio Cisneros pubblicò un manifesto con la promessa di consultare i rappresentanti della capitale e delle province. Ma il 20 maggio Saavedra gli comunicò che non poteva più contare sul sostegno dell’esercito e il partito americano, che durante l’inverno aveva dato vita ad una società segreta e ad un nuovo periodico diretto da Belgrano, il Correo de comercio, impose all’alcalde Lezica di convocare per il 22 maggio un cabildo abierto. Vi intervennero soltanto 244 dei 450 convocati, un decimo ecclesiastici, un altro decimo giuristi e il resto negozianti, agricoltori e ufficiali. Il vescovo Lue sostenne che anche in caso di sconfitta totale della Spagna la direzione politica della colonia spettava ai peninsulares, mentre Saavedra e Castelli rivendicarono ai creoli il diritto all’autogoverno. Alla fine, con una risicata maggioranza, l’assemblea delegò al cabildo la designazione di una junta provvisoria che doveva governare al posto del viceré sino all’arrivo dei rappresentanti. Ma il giorno seguente il cabildo ristretto approvò un capzioso emendamento dei pensinsulares che atribuiva la presidenza della junta a Cisneros. Per due giorni la capitale fu percorsa dall’agitazione patriottica, culminata il mattino del 25 maggio con una manifestazione di piazza organizzata dal comandante degli ussari Domingo French. I manifestanti erano forse appena un migliaio, tutti appartenenti alla plebe, ma con loro fraternizzarono i granaderos de Fernando VII, il cui comandante Terrada era affiliato alla società segreta di Belgrano. Così la folla poté irrompere nella sala capitolare del cabildo e imporgli di affidare la presidenza della giunta provvisoria di governo allo stesso capo militare dei patricios, colonnello Saavedra e di mettere in minoranza la componente spagnola (due membri su nove) rispetto a quella patriottica, rappresentata da Belgrano, Moreno, Castelli, Paso, Alberti e Azcuénaga. La rivoluzione incruenta del Veinteycinco de Mayo, definibile in termini giuridici una “emancipazione” dall’amministrazione spagnola più che una secessione dalla Spagna, non mise ancora in questione né la forma monarchica dello Stato né la nominale autorità di Ferdinando VII. Né ottenne il riconoscimento internazionale, perchè fu impugnata dalla fuga di Cisneros a Montevideo (ancora controllata dal colonnello Elio) e dall’intervento armato delle forze vicereali del Perù. Nondimeno essa concluse l’epoca coloniale del Plata, dando inizio al processo dell’indipendenza nazionale argentina. Liniers confermò la sua lealtà alla corona spagnola tentando di organizzare la resistenza legittimista a Cordoba. Sconfitto, il 26 agosto 1810 venne fucilato dall’esercito che egli stesso aveva fondato quattro anni prima a Buenos Aires.

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II - LA DIFESA DELLA RIVOLUZIONE (1810-16)

SOMMARIO: 1. L’offensiva rivoluzionaria (1810-11). - 2. Le campagne di Asuncion e di Montevideo (1810-11). 3. La Patria en peligro (1811-12). 4. La vittoria di Tucuman (1812) - 5. Il nuovo ordinamento dell’esercito (1813). - 6. La fallita offensiva su Lima e la presa di Montevideo (1812-14). 7. Il fronte del Pacifico (1814). 8. - La caduta di Alvear e la sconfitta di Sipe-Sipe (1815). - 9. La guerra contro Artigas e l’invasione portoghese (1816-17).

1. L’OFFENSIVA RIVOLUZIONARIA (1810-11) La spedizione su Cordoba e l’Alto Peru (14 giugno 1810 - 11 gennaio 1811) La difesa militare della rivoluzione argentina (1810-16) presenta uno schema analogo a quella della rivoluzione francese contro la Prima Coalizione (1792-97), con l’unica, ma importante differenza che in Argentina la fase iniziale dell’offensiva rivoluzionaria si sovrappose, quasi precedendola, all’emigrazione controrivoluzionaria. Lo spodestato viceré Cisneros fece appena a tempo a sfuggire all’arresto rifugiandosi a Montevideo, dove il colonnello Elio assunse le funzioni e il titolo di viceré. Già autoesiliatosi a Cordoba, l’ex-viceré Liniers ebbe invece il tempo di organizzare un tentativo di resistenza con le locali milizie del colonnello Allende. Ma già il 25 maggio 1810, lo stesso giorno della sua proclamazione, la giunta governativa bonearense decretava una spedizione di 500 uomini, al comando del colonnello Ortiz de Ocampo, in appoggio agli elementi rivoluzionari dell’interno, finanziandola con gli stipendi del viceré e dei tribunali della Real Audiencia e con i proventi del monopolio dei tabacchi. Il 14 giugno l’Ejército Expedicionario de Auxilio a las Provincias del Interior lasciò il campo di Lujan al comando di Ocampo, affiancato dal parigrado Antonio Gonzalez Balcarce (1777-1819), dai commissari di governo Hipolito Vieytes e di guerra Antonio Del Pino e dall’auditore di guerra, il noto avvocato Feliciano Antonio Chiclana. Raddoppiato rispetto alla previsione iniziale, l’Ejército de la Libertad includeva 1.150 uomini:
.1 battaglione di 8 compagnie (2 dei reggimenti N. 1 e N. 2 Patricios, 6 dei regg. N. 3, N. 4 e N.5); 1 squadrone misto (Dragones, Husares e Blandengues); .1 sezione su 2 cannoni da campagna; .1 servizio sanitario (2 chirurghi, 1 farmacista, 1 praticante e 2 flebotomi).

Il 5 agosto Ocampo entrò trionfalmente a Cordoba. Subito inseguiti, Liniers, il colonnello Allende, il vescovo e gli altri capi ribelli furono catturati, ma, pressati dagli appelli del notabilato locale, Ocampo e Vieytes disobbedirono all’ordine di fucilarli sul posto, preferendo inviarli a Buenos Aires. Ma a

mezza strada la scorta dei prigionieri incontrò Castelli, il giovane ideologo del partito rivoluzionario mandato dalla giunta a sostituire l’irresoluto Vieytes, che il 26 agosto li fece fucilare alla Cabeza del Tigre, ad eccezione del vescovo, spedito nelle carceri della capitale. Come gesto di conciliazione, il governo conferì il grado di Allende al nipote Tomas, in premio del suo lealismo rivoluzionario. Chiclana rimase a Tucuman quale governatore intendente, lasciando l’uditorato di guerra a Norberto del Signo, e Ocampo, caduto in disgrazia, fu sostituito da Balcarce alla testa dell’esercito, ribattezzato Ejército Auxiliar a las Provincias del Norte e rinforzato dalle milicias regladas e da 1 compagnia di alabarderos tucumani. Intanto altre giunte rivoluzionarie furono proclamate il 20 luglio a Bogota, il 24 luglio ad Asuncion e il 18 settembre a Santiago. Il comandante realista dell’Alto Perù, generale José Cordoba y Rojas, era attestato al confine di Tupiza, trincerato con 1.300 uomini e 10 cannoni nella posizione di Cotagaita. Il 27 ottobre Balcarce lo attaccò invano, per quattro ore, con appena 300 uomini e 2 cannoni, ritirandosi poi senza essere inseguito. Soltanto alcuni giorni dopo, raggiunto dal maresciallo Nieto, Cordoba mosse a cercare il nemico con 1.000 uomini e il 7 novembre individuò i 500 uomini di Balcarce, accampato oltre il guado del Suipacha. Ingannati da una finta ritirata, i realisti furono attaccati in mezzo al guado e sbaragliati in mezz’ora. Cordoba e Nieto, che la Gaceta del 6 settembre aveva definito “sudicio, incivile, indecente vecchio immondo”, furono catturati e fucilati sul posto, assieme a Saenz, altro protagonista della repressione del 1809. Il 15 novembre, nella pampa di Arohuma, 2.000 insorti di Cochabamba, male armati e mal montani, sconfissero 450 fanti e 150 dragoni veterani del colonnello Pierola. Due giorni dopo Balcarce e Castelli entrarono a Potosì, dove il 29 novembre Balcarce proclamò la completa pacificazione dell’Alto Perù. Intanto accresceva le sue forze con il materiale catturato al nemico (inclusi 4 cannoni presi a Suipacha) e formava 2 nuovi reggimenti di fanteria (N. 6 di Tucuman e N. 7 di Cochabamba) e 1 di cavalleria (Dragones Ligeros del Peru). Ingrossato dalla cavalleria miliziana (Reggimenti di Tucuman, Canelones e Cochabamba) la forza dell’esercito dell’Alto Perù salì fino a 9.000 uomini. Ma il governatore intendente di La Paz segnalava che il popolo pretendeva di essere armato e che gli indiani rifiutavano di pagare il loro tributo fino all’arrivo dei soldati bonearensi. Riconoscendo l’importanza strategica della popolazione indigena, che tra l’altro forniva i servizi ausiliari dell’esercito (indiada) la giunta incoraggiò la convinta politica indianista di Castelli e il 10 gennaio 1811 dispose l’elezione di un rappresentante indigeno in ogni intendenza provinciale, eccettuate però quelle di Cordoba e Salta, dove i contraccolpi sociali sarebbero stati maggiori. L’alto comando (25 maggio - 6 dicembre 1810) Fin dal 25 maggio 1810 il presidente della giunta, Cornelio Saavedra, aveva assunto il comando general de Armas col grado di brigadiere, mentre il 28 il capo della fazione giacobina, Mariano Moreno, era stato nominato segretario del Dipartimento di governo e di guerra. Poco a poco la fazione moderata ispirata da Saavedra prevalse su quella giacobina di Moreno, che tentò invano di opporsi all’incorporazione nella giunta dei rappresentanti delle province e fu costretto a dimettersi. La nuova giunta fu proclamata il 18 novembre. Pur essendo ormai a netta prevalenza federale e conservatrice (15 membri contro 5) la giunta attuò un giro di vite nei confronti degli oppositori e dei peninsulari. Il decreto del 21 novembre impose la lettura della Gaceta dai pulpiti delle chiese, intimò ai vescovi di fornire la lista dei parroci e curati e requisì come caserme il collegio di San Carlos e l’edificio attiguo alla cappella della Cabeza. Inoltre intimò al vescovo di Buenos Aires, mons. Benito de Lue y Riega, di approvare, nella sua qualità di teniente vicario general del Ejército, una lista di candidati cappellani militari stilata dal governo. La circolare del 3 dicembre riservò ai soli americani il conferimento di nuovi impieghi civili e militari. Ma anche il potere personale di Saavedra fu ridimensionato, perchè il decreto del 6 dicembre sulla

soppressione degli onori gli sottrasse il comando militare attribuendolo collegialmente alla giunta. Le fabbriche di fucili e il polverificio militare (14 giugno 1810 - 25 gennaio 1811) Per armare l’esercito la giunta decretò, il 14 giugno e l’8 agosto, la requisizione di armi private e incaricò Moreno di acquistare armi all’estero. Sospettando che fosse un pretesto per allontanarlo dal potere, Moreno passò l’incombenza al fratello Manuel in coppia con Tomas Guidos, che non seppero conseguire alcun risultato. Il 2 settembre la giunta autorizzò inoltre l’appalto di due fabbriche di fucili a Buenos Aires e Tucuman. Il 29 settembre il primo appalto fu assegnato a Francisco Tarragona, sotto la direzione di Domingo Matheu, membro della giunta: la fabbrica consisteva però in un miserabile appartamento e l’artigiano Tomas Heredia doveva costruire i meccanismi di sparo dentro l’ex-cucina. Il 5 novembre la direzione dello stabilimento tucumano fu attribuita a Clemente Zaboleta, ma con scarsi risultati per mancanza di tecnici e di macchinari (il 25 gennaio 1811 Zaboleta fece ingaggiare una squadra di artigiani diretta dal mastro biscaglino Francisco Joaquin de Eguren, che secondo Belgrano era però soltanto “un praticon, sin entender palabra de mecànica”). Il 1° novembre fu inoltre impiantato un polverificio militare a Cordoba, nella quinta di Micaela de la Quintana. Tuttavia il gestore, tenente colonnello graduado José Arroyo, fu costretto a rinunciare ad un incarico che richiedeva cognizioni chimiche superiori alla sua empiria. L’“americanizzazione” e il riordinamento dell’esercito e della milizia (29 maggio 1810 - 16 marzo 1811) Il 26 maggio un bando della giunta comminava varie pene contro l’istigazione dell’odio tra americani e peninsulari, il che non impedì, nei giorni successivi, di affrettare l’“americanizzazione” dell’esercito. Il Proclama y Reglamento de las Milicias del 29 maggio stabiliva che “mision del ejército” era “salvaguardar los mas altos intereses de la Nacion” e che in ogni cittadino era necessario “reconocer un soldado”. Il proclama fissava inoltre un obiettivo di forza di circa 10.000 uomini elevando 6 battaglioni (1 granaderos e 5 di linea) al rango di Reggimenti, ciascuno su 2 battaglioni e 1.116 “teste”. A tal fine disponeva il richiamo alle armi dei militari congedati, ad eccezione degli addetti a pubblici servizi e degli artigiani, e ordinava una “leva rigorosa” dei vagos e disoccupati dai 18 ai 40 anni. La leva, affidata a partidas reclutadoras, fu condotta con sistemi inefficienti e arbitrari: il 21 agosto la giunta lamentava che le carrette delle reclute fossero lasciate incustodite consentendo ai peones di svignarsela e reiterava il divieto di reclutare persone addette a pubblici servizi. Il colonnello Domingo French, regista della manifestazione popolare del 25 maggio, reclutò tuttavia compagnie di “patrioti” che l’8 giugno ricostituirono su basi “americane” l’ultimo reggimento “peninsulare” - il 5° di linea derivato dal tercio de Andaluces - ribattezzato perciò América o Estrellas. Con lo stesso decreto granatieri e ufficiali indios e di casta passarono ai Reggimenti N. 2 e N. 3. Per compensare la scarsa professionalità di ufficiali e cadetti della guarnigione portegna, il 3 agosto la giunta ordinò ai comandanti di corpo di istruirli mediante conferenze quotidiane di un’ora e mezza e il 19 agosto istituì nell’edificio del Consolato una scuola di matematica tenuta dal tenente colonnello Felipe Santenach. Sotto la stessa data sergenti e caporali idonei e meritevoli furono ammessi ai posti di ufficiale, ma assai pochi furono effettivamente promossi. L’esercito fu riordinato con decreto del 3 novembre 1810. I reggimenti Fijo e N. 5 furono assorbiti dal Reggimento América (N. 5) e il comandante della guarnigione portegna, tenente colonnello Juan José Viamonte (1774-1843), fu spedito in Alto Perù a costituire il N. 6, con quadri portegni e 2 battaglioni reclutati a Tucuman e Santiago del Estero. Si formarono poi altri due reggimenti altoperuviani,

Dragones ligeros del Peru e Cochabamba N. 7 (costituito il 21 novembre con le partidas di Arohuma, al comando del governatore intendente Francisco Rivero). Inoltre il i Dragones de Buenos Aires e gli Husares de Carlos IV vennero fusi a formare il Reggimento Dragones de la Patria su 4 squadroni di 3 compagnie di 120 uomini (1.080). A loro volta i Blandengues de la frontera furono ribattezzati Voluntarios de caballeria de la Patria e gli Husares di Martin Rodriguez sostituirono l’appellativo del Rey con quello di Patricios. A seguito di questi provvedimenti l’esercito risultò ordinato su 12 reggimenti (17 battaglioni e 11 squadroni):
.Reg. de Granaderos de Fernando VII - ten. col. Juan Florencio Terrada (incompleto); .Reg. N. 1 de Patricios - brigadiere Cornelio Saavedra, interinale ten. col. Esteban Romero; Reg. N. 2 de Patricios (+ 1 compagnia de Indios) - ten. col. Esteban Romero; .Reg. N. 3 (ex-Arribegnos + 1 compagnia de Indios) - int. ten. col. Juan Bautista Bustos; Reg. N. 4 (ex-Montagneses) - col. Pedro Andres Garcia (frontiera indiana); .Reg. América N. 5 - col. Domingo French; .Reg. N. 6 (Alto Perù) - ten. col. Juan José Viamonte e José Bolagnos; .Reg. de Cochabamba N. 7 (Alto Perù) - col. magg. Eustaquio Diaz Vélez; .Bat. de Pardos y Morenos patricios (presidio di Buenos Aires) - ten. col. Miguel Estanislao Soler; .Reg. de Dragones de la Patria (4 squadroni) - col. José Rondeau; .Reg. de Dragones Ligeros del Peru (4 squadroni) ???;

.Reg. de Voluntarios de Caballeria de la Patria (2 squadroni. 1812: de la Frontera); .Esc. de Husares Patricios - ten. col. Martin Rodriguez; .Cuerpo de la Real Artilleria - capitani Angel Monasterio, Manuel Herrera e Mauricio Berlanga; .Bat. R.. de Artilleria Volante (poi Regimiento de Artilleria Ligera) - ten. col. Francisco Xavier de Viana.

Questo riordino implicava una nuova epurazione dell’esercito. Ne fecero le spese anche i colonnelli Agustin e Ambrosio de Pinedo, figli dell’ex-governatore del Paraguay e presidente del Charcas, il primo dei quali si rifugiò a Montevideo (ma suo figlio, omonimo, continuò a servire nell’esercito rioplatense diventando poi colonnello e generale). Nel gennaio-marzo del 1811 le milizie bonearensi furono riordinate su 8 reggimenti (uno negro di fanteria e sette bianchi di cavalleria):
.1 civico de morenos y pardos libres, milizia bonearense; 1“Guardia Nacional” (9 compagnie e 560 uomini) formato il 16 marzo 1811 al cuartel de Patricios di Buenos Aires con gli individui delle 4 compagnie di patrioti reclutate per ordine del governo da Manuel de Luzuriaga (vice Mauricio Pizarro); .6 di milicias de caballeria de la campagna di Buenos Aires (di guarnigione a Chascorus, Ranchos, Montes e Lobos) riorganizzati per ordine della Junta 21 gennaio 1811 dal sergente maggiore Carlos Belgrano, comandante di Las Conchas.

Altri 3 battaglioni di patricios locali furono organizzati nelle province di Cordoba, Salta e Jujuy, i primi due al comando del serg. magg. Juan Gregorio de Las Heras (1780-1866) e del colonnello Juan José Cornejo.

2. LE CAMPAGNE DI ASUNCION E MONTEVIDEO (1810-11) La spedizione di Belgrano in Paraguay (4 settembre 1810 - 9 marzo 1811) La facile avanzata su Cordoba e l’Alto Peru, indusse la giunta bonearense a “rivoluzionare” anche le altre due province orientali del Viceregno, cominciando dal Paraguay. A deguito della risposta interlocutoria data al suo emissario dal cabildo di Asuncion, il 4 settembre la giunta destinò a piegare la provincia riottosa uno dei due principali esponenti dell’opposizione democratica, l’avvocato Manuel Belgrano (1770-1820), affiancandogli un tecnico come Machain come “maggior generale” (cioè capo di stato maggiore) e il ricco gaucho José Gervasio Artigas (1764-1850), che intendeva sollevare la nativa Banda Oriental. Altri ufficiali superiori della spedizione erano il colonnello Rocamora, i tenenti colonnelli Benito Alvarez (N. 1 de patricios), Ignacio Warnes (N. 3 de arribegnos) e Miguel Estanislao Soler (pardos y morenos) e il maggiore Celestino Vidal. Promosso brigadiere, con giurisdizione su Santa Fe, Corrientes, Asuncion e Montevideo, il 18 settembre Belgrano si mise in marcia con 6 cannoni e meno di 400 uomini (100 arribegnos, 100 pardos e morenos, 100 granatieri e 60 ex-blandengues), contando sul rinforzo della milizia santafesina e correntina e sull’insurrezione democratica di Asuncion e della campagna orientale. Invece, lungi dall’accogliere Belgrano come un liberatore, il partito criollo di Asuncion sfogò il proprio secolare risentimento anti-portegno accorrendo in massa alla chiamata alle armi disposta dal governatore spagnolo Velasco. A metà dicembre, rinforzato da 1 compagnia di cavalleria santafesina, Belgrano accampò alla Candelaria, sulla sponda destra dell’Alto Paranà. Nella notte sul 19 dicembre, attraversato il fiume su barche e canoe, i bonearensi sloggiarono il picchetto di 40 paraguaiani di guardia al Campichuelo, proseguendo per la selva. Dopo una scaramuccia a Maracanà (6 gennaio 1811) Belgrano incontrò l’esercito di Velasco accampato 50 chilometri a Sud Ovest di Asuncion, presso il villaggio di Paraguary. Malgrado la superiorità di forze (800 fanti, 16 pezzi e 6.000 miliziali a cavallo contro 380 fanti, 120 cavalieri e 6 cannoni) Velasco non osò attaccare. Lo fece invece Belgrano la notte sul 19 gennaio. La sorpresa sbaragliò il centro nemico: 5 pezzi furono conquistati e Velasco fuggì togliendosi perfino l’uniforme. Ma alla luce dell’alba entrarono in azione le ali e gli altri 11 pezzi paraguaiani e Belgrano dovette ritirarsi. Rinforzato da 312 cazadores correntini (253 a cavallo e 59 a piedi) a metà febbraio Belgrano raggiunse il Tacuary. All’alba del 9 marzo fu attaccato di sorpresa, ad entrambe le ali, da 2.500 paraguaiani al comando di Manuel Atanasio Cabagnas. Dopo una iniziale resistenza, con 6 pezzi smontati dal tiro nemico, Belgrano si attestò con 500 uomini sul cerrito detto poi “de los Portegnos” e negoziò una resa onorevole, impegnandosi a lasciare il Paraguay. I paraguayani scortarono i portegni fino alla Candelaria, fraternizzando e discutendo di politica e suscitando i sospetti di Velasco, il quale si rifiutò di siglare l’accordo del Tacuary. La sconfitta della flottiglia fluviale (18 dicembre 1810 - 5 aprile 1811) Mentre Belgrano risaliva a piedi la destra del Paranà, la giunta aveva armato a San Nicolas una flottiglia fluviale per bloccare il commercio con Asuncion. Questo primo armamento navale argentino venne però limitato dalle scarse risorse finanziarie, dalla penuria di marinai e soprattutto dalla netta ostilità degli armatori privati, danneggiati dal blocco commerciale. Comandata dal capitano di vascello Hipolito Bouchard (1783-1837), alla data del 18 dicembre 1810 la flottiglia allineava comunque due squadriglie, con 12 legni, 72 cannoni e meno di 400 marinai:

.1a Escuadrilla: brigantino Veinteicinco de Mayo (Hipolito Bouchard e Manuel Suarez) goletta Invencible (Juan Bautista Azopardo) e palandra América (Angel Hubac) rispettivamente con 18, 15 e 3 cannoni e 108, 66 e 26 uomini; .2a Escuadrilla: brigantino Hiena (Tomas Taylor), sumaca Santo Domingo (H. Bouchard) e goletta Nuestra Segnora del Carmen (A. Hubac) da 15, 12 e 8 cannoni; 6 unità litoranee (1 chapman, 1 cannoniera, 1 feluca, 1 lancia ausiliaria e 2 petriere).

L’11 febbraio la giunta estese il blocco navale anche alla Banda Oriental proibendo ogni commercio con Montevideo e Belgrano spiccò i pardos y morenos patricios del tenente colonnello Miguel Estanislao Soler (1783-1849) ad impiantare una batteria a Soriano, alla confluenza del Rio Negro nell’Uruguay. Per proteggere alle spalle la posizione portegna, il 28 febbraio Pedro Viera e Venancio Benavidez formarono sulla sponda dell’arroyo Asencio la prima banda a cavallo orientale, con un centinaio di contadini della valle del Rio Yì. A rimuovere il blocco provvide però la divisione navale spagnola di Montevideo, comandata da Romarate, che, risalito il Paranà, piombò il 2 marzo sulla base di San Nicolas, catturando il grosso della flottiglia portegna. Romarate si recò poi a stappare anche la foce dell’Uruguay e il 5 aprile bombardò Soriano, sgombrando il Rio Negro sino a Mercedes. Infine tornò alla fice del Paranà a porre a sua volta il blocco a Buenos Aires. Tuttavia il mercantile comandato dal diciassettenne Francesco Saguì, nipote del ricco armatore orientale Juan José Seco, continuò ugualmente ad assicurare i collegamenti clandestini con i rivoluzionari di Montevideo. Il colpo di stato di Saavedra (5-6 aprile 1811) La giunta Saavedra reagì al disastro di San Nicolas ordinando a Belgrano di marciare su Montevideo e per rappresaglia decretò l’espulsione di tutti gli spagnoli celibi, circa 4.000 persone. Tale iniqua misura, rimasta peraltro inapplicata, fu presa a pretesto dalla fazione giacobina per intensificare la polemica antigovernativa e cercare alleanze tattiche per rovesciare la giunta. Allontanati Belgrano e Moreno - perito in mare il 4 marzo mentre, incaricato di una missione diplomatica, veleggiava verso l’Inghilterra - il controllo del club giacobino era passato al colonnello Domingo French. Tra gli 83 soci figuravano infatti 40 ufficiali, di cui 17 appartenenti ai due reggimenti comandati da French (7 degli ussari e 10 dell’América N. 5). Ma Saavedra controllava ancora i patricios e in una lettera del 15 gennaio 1811 confidava a Chiclana di essersi già allertato con opportune contromisure. La polemica sul decreto antipeninsulare convinse il capo della giunta che era tempo di prevenire il colpo di stato ordito da French. A tale scopo orchestrò una manifestazione popolare per imporre, tramite il cabildo, l’estromissione dal potere della minoranza giacobina. Il mattino del 5 aprile un migliiao di vecinos dei suburbi, base di reclutamento dei patricios, inscenarono una manifestazione sotto il palazzo del cabildo e, dopo aver fraternizzato con le truppe comandate dal colonnello degli ussari Martin Rodriguez, presentarono un elenco di 17 petizioni (ovviamente suggerite da Saavedra). La 16a reclamava l’adesione dei comandanti reggimentali. Furono convocati tutti tranne Saavedra e French e tutti sottoscrissero l’“appello del popolo”: Marcos Gonzalez Balcarce, Juan Ramon Balcarce, Juan Florencio Terrada, Francisco Fernandez de la Cruz, Juan Bautista Bustos, Francisco Pantaleon de Luna, Martin Rodriguez, Bernabé San Martin, Ignacio Alvarez Thomas e Francisco Pico. Costretto a recepire le petizioni del popolo e dell’esercito, il cabildo le trasformò in formali intimazioni al governo: espulsione dalla giunta dei 5 membri oppositori, richiamo di Belgrano per rispondere delle accuse a suo carico e affidamento del comando di tutte le milizie della capitale e delle province al presidente Saavedra. A sostituire Belgrano fu designato il colonnello José Rondeau (17731845). Inoltre, approfittando delle divergenze tra French e il tenente colonnello Antonio Beruti,

entrambi morenisti, contro il sargento mayor Alejandro Medrano, la nuova giunta saavedrista dette il comando del Reggimento América a Marcos Gonzalez Balcarce. Il primo assedio di Montevideo (9 aprile - 12 agosto 1811) Intanto, eseguendo l’ordine della giunta, Belgrano guidava l’Ejército Oriental attraverso il territorio entrerriano e il 9 aprile raggiunse la destra dell’Uruguay a Concepcion, sostandovi dieci giorni. Entrata il 19 nella Banda Oriental, il 21 l’avanguardia portegna catturò una partida realista al Paso del Rey e il 25-26 prese contatto con la guerriglia di Benavides a San José, dove furono presi 2 cannoni. Intanto Artigas sollevava la campagna orientale, la cui popolazione non superava i 10.000 contadini ma che gli mise a disposizione ben 4.000 guerriglieri, praticamente tutti i maschi atti alle armi. Il 14 maggio i giovani ufficiali paraguayani presero il potere ad Asuncion, deponendo il governatore spagnolo Velasco. Neutralizzarono così una possibile roccaforte realista, ma, lungi dall’aderire alla rivoluzione portegna, aderirono al programma autonomista che l’8 giugno portò all’elezione di una giunta provvisoria dominata da José Gaspar Rodriguez de Francia. Intanto Rondeau raggiunse l’Ejército Oriental al quartier generale di Mercedes e il 18 maggio, al Molino de las Piedras, la cavalleria orientale di Artigas aveva annientato una forte colonna spiccata dal viceré Elio per approvvigionare Montevideo, infliggendole 97 morti, 61 feriti e 482 prigionieri, incluso il comandante, colonnello Posadas. Il 21 maggio Rondeau assunse il comando, il 23 decampò da Mercedes con 1.183 uomini, inclusi reparti di milizia orientale ed entrerriana (Milicianos Patricios del Uruguay, Naturales de Infanteria de Yapeyù e Milicias patrioticas de Entre Rios) e il 1° giugno si attestò di fronte alle fortificazioni terrestri di Montevideo. Ma la divisione navale spagnola dominava incontrastata le comunicazioni fluviali e marittime e da Rio de Janeiro la regina Carlotta del Portogallo, sorella di Fernando VII, concesse al viceré Elio rifornimenti e truppe portoghesi, che furono peraltro contrastate dagli insorti di Maldonado capeggiati da Juan Antonio Lavalleja (1784-1853). Il blocco terrestre di Montevideo, impropriamente definito “assedio”, si protrasse fiaccamente per poco più di due mesi. Gli unici scontri si ebbero il 7 giugno al Cordon, dove la 2a Division patriota (capitano Agustin Sosa) tese un’imboscata a una colonna di 300 realisti (generale Vigodet) e il 15 luglio all’isolotto davanti al porto (Isola de las Ratas), preso con 75 incursori dal capitano Juan José Quesada. Intanto il capitano di vascello Manuel de Clemente risaliva il Paranà con 5 navi realiste, effettuando dimostrazioni e bombardamenti costieri. Il 19 luglio tentò anche uno sbarco a Corrientes, respinto dalle milizie del capitano Elias Galvan. Ma furono le gravissime conseguenze politiche e strategiche della sconfitta subita presso il lago Titicaca il 20 giugno a porre fine all’assedio. Avviati negoziati con Elio, il 12 agosto Rondeau firmò un armistizio, impegnandosi a sgombrare la Banda Oriental e la parte meridionale del territorio entrerriano in cambio del ritiro delle truppe portoghesi e della fine del blocco navale sul Paranà. Ma l’infelice accordo, che scontentava il governo portoghese e i settori realisti più reazionari, fu interpretato come un tradimento da Artigas, il quale si ritirò nel territorio delle missioni gesuitiche con le milizie orientali e i quattro quinti della popolazione contadina.

3. LA PATRIA EN PELIGRO (1811-12) La sconfitta di Huaqui e la ritirata a Salta (11 aprile - 20 giugno 1811) Perdute le miniere di Potosì e Cochabamba, il generale realista Goyeneche si era arroccato con 8.000 uomini nell’estremo angolo nord-occidentale dell’altipiano peruviano, dietro il Lago Titicaca e il suo emissario Desaguadero, accorciando la linea di rifornimento e sbarrando la strada per Lima. Accampato presso la riva meridionale del Titicaca, Balcarce lo fronteggiava con 2.500 regolari (N. 6 tucumano e N. 7 cochabambino), 2.200 truppe collettizie, 1.000 irregolari cochabambini e 17 pezzi. Ma la coesione dell’esercito era minata dall’inframmettenza del commissario politico Castelli nelle decisioni militari e dal rilasciamento della disciplina, mentre le requisizioni militari, la spocchia portegna e le forzature democratiche e indianiste dei liberatori avevano raffreddato l’iniziale entusiamo rivoluzionario della borghesia creola, memore della catastrofe provocata trent’anni prima dalla rivolta incaista di Tupac Amaru. Grazie all’efficiente servizio informazioni, il comandante realista, generale Goyeneche, conosceva le difficoltà dei patrioti e tentò di sfruttarle con una vigorosa spallata oltre il Desaguadero. L’11 aprile un picchetto di 12 ussari bonearensi respinse una ricognizione nemica sulle alture di Huaqui (dominanti la quebrada di Yuraicoragua ed entrambi i ponti dell’emissario) e il 3 maggio una intera divisione realista fallì per poco una sorpresa a Chiquiriya. Insicuro delle proprie forze, il 16 maggio Balcarce firmò una tregua di quaranta giorni, che il suo avversario seppe sfruttare meglio di lui. Castelli ne approfittò per proclamare, il 25 maggio tra le rovine di Tihuanaco, la fine della schiavitù indigena. Rompendo la tregua, il 6 giugno la Vanguardia realista del colonnello Picoaga (500 uomini e 2 pezzi) tentò invano di impadrirsi della quebrada, vigilata da 100 regolari portegni. Castelli decise allora di prevenire altre sorprese dell’infido nemico e per il 20 giugno ordinò l’offensiva. Il suo piano, che fu la principale causa della sconfitta, prevedeva di convergere sul ponte dell’Inca su due colonne parallele separate dalle alture di Huaqui: Balcarce ad Est, tra la quebrada e il lago, con le divisioni collettizie (Centro e Reserva); i colonnelli Viamonte ed Eustaquio Diaz Velez (1782-1856) ad Ovest, tra le alture e l’emissario, con quelle regolari (Derecha e Izquierda). La cavalleria irregolare cochabambina doveva passare più a valle il ponte Nuevo, per poi aggirare l’ala destra nemica comandata dal generale Ramirez. Fu una classica battaglia d’incontro, perchè anche Goyeneche aveva preso l’offensiva e precedette il nemico sboccando dal ponte dell’Inca. Ma, all’opposto dell’inesperto Castelli, il generale realista aveva opportunamente diviso le sue forze in tre colonne, anzichè in due, e quella centrale del colonnello Pio Tristan, forte di 1.000 uomini, si impadronì subito delle alture, separando e dominando entrambe le colonne patriote. Attaccati frontalmente e di fianco, alle 9 del mattino i reparti di Balcarce si sbandarono ritirandosi in disordine. Il reggimento cochabambino di Diaz Vélez (N. 7) resisteva validamente a Ramirez, quando sul suo fianco destro piombarono dalla collina di Huaqui le colonne vittoriose di Goyeneche e Tristan. Senza soccorrere il collega, Viamonte manovrò inutilmente col suo reggimento tucumano (N. 6) finchè non fu il suo turno. La cavalleria irregolare comparve a battaglia finita, alle 4 del pomeriggio. Sul campo i patrioti lasciarono appena 52 morti, 2 feriti e 1 prigioniero. Ma anche tutta l’artiglieria (4 pezzi d’artiglieria distrutti e 13 catturati) e il loro esercito si disintegrò e l’Alto Peru fu perduto per sempre. I realisti rioccuparono le ricche miniere di Potosì, e la sconfitta repubblicana determinò l’immediato voltafaccia della popolazione. I vescovi predicarono la guerra santa contro i rivoluzionari, che, fuggendo in disordine, furono trucidati in gran numero dalle popolazioni rurali dell’altipiano. Tuttavia 15 pueblos indigeni continuarono la resistenza alle spalle dei realisti, insidiando le loro

retrovie con la guerriglia. Soltanto una piccola colonna di 800 superstiti, riorganizzata alla meglio da Diaz Vélez, riuscì a sfuggire alla catastrofe ritirandosi da Potosì al comando di Pueyrredon, presidente del Charcas, il quale riuscì se non altro a salvare il tesoro e l’armamento, raggiungendo Tucuman il 25 agosto. Castelli, destituito e deferito al tribunale di guerra, morì mentre attendeva il processo. Il Triumvirato esecutivo e lo stato maggiore militare (23 settembre - 16 novembre 1811) Di fronte all’emergenza, la giunta bonearense cercò disperatamente di fare appello alla riconciliazione nazionale. Il 1° settembre concesse gli alimenti ai confinati e il pagamento dello stipendio maturato dagli ufficiali epurati. Il proclama del 4 settembre sulla “patria en peligro” enfatizzava la guerra, la virtù guerriera e l’educazione militare come scopo supremo del governo e stato naturale del cittadino. Infine, il 23 settembre, tolse ogni funzione esecutiva al presidente Saavedra, intitolandosi “giunta conservatrice” e trasferendo i propri poteri di governo ad un “triumvirato esecutivo” composto dai moderati Chiclana e Sarratea e dal democratico Juan Estéban de Paso, con tre segretari, José Julian Pérez, Vicente Lopez e Bernardino Rivadavia (1780-1845), figlio di un opulento commerciante gallego, già incaricato di missioni diplomatiche in Europa e studioso delle teorie politiche di Benjamin Constant e delle dottrine economiche liberiste di Bentham e Stuart Mill. Sottolineando la sua ispirazione liberale e nazionale, il 1° novembre il triumvirato soppresse il tributo indigeno, il 7 dichiarò sciolta la giunta conservatrice e il 22 promulgò uno statuto provvisorio, prima carta costituzionale argentina, assumendo il titolo di “governo superiore provvisorio delle province unite del Rio della Plata” e convocando un’assemblea legislativa composta non più soltanto dal cabildo portegno, ma anche dai rappresentanti delle province e da un certo numero di notabili eletti direttamente dai cittadini della capitale. Con decreto 16 novembre il triumvirato istituì inoltre il primo vertice tecnico dell’esercito, l’estado mayor militar. Ne mise a capo il comandante del battaglione d’artiglieria da campagna, il colonnello orientale Francisco Xavier de Viana, con un secondo segretario aiutante di fanteria e cavalleria, il tenente colonnello Ignacio Alvarez Thomas (1787-1857), 2 segretari aiutanti del genio e di artiglieria (capitani Angel Monasterio e Juan Marcos Rojas) e un ausiliario delle Finanze Reali nonchè primo ufficiale del commissariato di guerra (José Gomez Fonseca). Il 12 gennaio 1812 al capo di stato maggiore furono attribuite anche le funzioni ispettive (Inspeccion de Armas). L’epurazione dei saavedristi e la sollevazione dei patricios (6 ottobre -7 dicembre 1811) Uno dei primi atti del triumvirato fu, il 6 ottobre, il richiamo di French al comando del Reggimento América N. 5. Inoltre, annunciando tempesta sul capo degli ufficiali saavedristi, sulla Gaceta del 17 ottobre un anonimo “patriota” scrisse che gli ufficiali stavano perdendo lo spirito civico e si stavano trasformando in una casta altezzosa e separata dai concittadini (paesanos). L’epurazione dei saavedristi seguì il 13 novembre, quando la fanteria della capitale fu contratta su 3 soli reggimenti, accorpando i due di patricios nel nuovo N. 1 e i due di nel nuovo N. 2. Questa misura consentì inoltre di riabilitare anche Belgrano e Ocampo, che ne furono nominati comandanti (ma il comando tecnico dei patricios restò al tenente colonnello graduado Gregorio F. Perdriel) Tuttavia gli ufficiali epurati reagirono sobillando i sottufficiali e i soldati delle compagnie scelte (3 di granaderos e 1 di artilleros) dei patricios, che la notte del 6-7 dicembre si ammutinarono in caserma. Contrastati dagli ufficiali e dalla maggioranza degli altri soldati, i sediziosi rifiutarono gli appelli rivolti dai vescovi di Buenos Aires e di Cordoba, ma bastò un quarto d’ora di fuoco per indurli alla resa. A seguito dell’ammutinamento, Saavedra e i membri delle prima giunta governativa furono mandati in esilio.

I caporioni, 6 sottufficiali e 4 soldati, furono passati per le armi ed i loro cadaveri furono esposti in Plaza Mayor, mentre altri 20 furono condannati al servizio di frontiera. Le 4 compagnie ammutinate furono sciolte, ma si conservò in vita il reggimento, in riconoscimento della fedeltà dimostrata dagli ufficiali e dalla maggior parte della truppa. Tuttavia per punizione il 10 dicembre gli furono tolti l’uniforme e l’appellativo speciale di patricios (riconosciuto a tutti i reparti dell’esercito, inclusi husares e pardos y morenos) e il 30 dicembre fu retrocesso al N. 5. Di conseguenza al reggimento di French fu assegnato il N. 3, lasciando vacante il N. 1 (che gli ex-patricios riacquistarono però il 20 luglio 1812, in premio per il loro comportamento alla battaglia della Bajada di Paranà). Artiglieria, acquisto di fucili, fonderie e polverificio Il 1° gennaio 1812 furono epurati anche i vari corpi d’artiglieria, unificati in un solo reggimento di 12 compagnie, il cui comando fu attribuito allo stesso capo di stato maggiore Viana. Il materiale da campagna includeva cannoni da quattro, sei e otto libbre e mortai, in genere da tredici pollici. I pezzi e marciavano col parco alla testa dell’esercito e in battaglia venivano generalmente schierati a semicerchio, in modo da creare un campo di tiro incrociato, disposti alle ali e negli intervalli tra i battaglioni. La giunta saavedrista aveva spedito Juan Pedro Aguirre negli Stati Uniti col mandato di acquistare 10.000 fucili, 4.000 carabine, 2.000 paia di pistole, 8.000 spade e sciable e 1 milione di pietre focaie, con facoltà di acquistare sino a 41.000 fucili. In realtà Aguirre riuscì ad acquistare, per 15.000 pesos, soltanto 1.000 fucili e 300.000 pietre focaie dalla ditta Miller e Wambor. Il triumvirato scelse invece un colonnello austriaco, Edoardo Kaillitz barone von Holmberg, per riorganizzare l’artiglieria e il genio dell’esercito di Salta. Holmberg impiantò a Jujuy una fonderia per cannoni, mortai e obici, presto però travolta dalla ritirata su Tucuman. Nel giugno 1812 il tenente colonnello Angel Monasterio ne impiantò un’altra nella capitale, che produsse, fra altri lavori, 3 mortai da 12 pollici. Il primo, battezzato Tupac Amaru, venne fuso il 22 luglio e fu poi utilmente impiegato nell’assedio di Montevideo. All’inizio del 1812 il poliedrico chirurgo e farmacista Diego Paroissien, uno dei futuri tecnici della spedizione cilena di San Martin, riuscì finalmente ad avviare la produzione del polverificio cordobese, inizialmente manuale e poi incrementata con un mulino ideato dal vicedirettore dello stabilimento, tenente José Antonio Alvarez de Condarco, futuro capo del servizio topografico di San Martin.

4. LA VITTORIA DI TUCUMAN (1812) La Sociedad Patriotica e l’arrivo di San Martin (13 gennaio - 9 marzo 1812) Il 13 gennaio 1812 numerosi dignitari civili, militari ed ecclesiastici inaugurarono solennemente la Sociedad Patriotica, animata dall’avvocato tucumano Bernardo Monteagudo ed erede del club democratico di French. I membri più importanti della Sociedad Patriotica, centro di aggregazione dell’opposizione ma anche tendenzialmente il partito unico della classe dirigente argentina, appartenevano all’influente loggia segreta Lautaro (ne custodiva la lista il tenente colonnello José Matias Zapiola (1780-1874), che in vecchiaia la consegnò al generale Mitre). Modellata sulle logge di tipo massonico costituite nelle guarnigioni peninsulari e tra i circoli degli esuli spagnoli a Londra, la loggia era stata esportata a Buenos Aires da due giovani e ambiziosi parigrado di Zapiola, José de San Martin (1778-1850) e Carlos Maria de Alvear (1789-1853), entrambi ufficiali dell’esercito spagnolo, veterani della guerra Peninsulare e membri delle logge militari di Cadice. Nato in Paraguay da genitori spagnoli, figlio del colonnello Juan, governatore militare di Misiones, San Martin aveva servito nel Reggimento Murcia e il 15 luglio 1799 era stato catturato dagli inglesi a bordo della fregata Dorotea, affiliandosi durante la breve prigionia alla massoneria di obbedienza inglese e aderendo agli ideali liberali. Citato all’ordine del giorno per il valore mostrato nel 1808 alla battaglia di Bailen, era rimpatriato il 13 marzo 1812, non soltanto per difendere la rivoluzione rioplatense, ma soprattutto col proposito di inserirla nel quadro di una più vasta rivoluzione ispanoamericana, repubblicana e indipendentista. L’esperienza, il valore e il prestigio del giovane volontario peninsulare non potevano non impressionare la classe dirigente portegna, che ben si rendeva conto della scarsa professionalità degli ufficiali americani, in maggioranza provenienti dalle milizie rivoluzionarie e scelti con criteri politici. Così non stupisce che il 16 marzo, appena tre giorni dopo essere sbarcato a Buenos Aires, San Martin ottenesse il comando di uno squadrone di cavalleria scelta (granaderos a caballo), da organizzarsi “secondo i principi e le manovre della nuova tattica francese di cavalleria”. Una delle modifiche apportate al sistema spagnolo (ancora recepito dal regolamento rioplatense del 20 dicembre 1811) era la riduzione del numero delle compagnie da 3 a 2 per ciascuno squadrone. Fece ottima impressione che San Martin scegliesse personalmente non soltanto i 10 ufficiali, ma anche i singoli soldati, selezionandoli fra gli indios di migliore complessione fisica. Lo squadrone, montato ed equipaggiato mediante una pubblica sottoscrizione, fu alloggiato al Cuartel de la Rancheria, sede dei Dragones de la Patria. Alvear fu invece incaricato di addestrare la fanteria secondo i criteri francesi. La crisi del triumvirato e la congiura di Alzaga (31 dicembre 1811 - 11 settembre 1812) Il clima di apparente concordia nazionale fu presto dissolto dalla crisi politica e finanziaria. Nel dicembre 1811, sbarazzatosi dei saavedristi, il triumvirato dette un giro di vite anche contro il radicalismo democratico e contro la fronda peninsulare, istituendo l’Intendenza di polizia. Il 31 dicembre ridusse provvisoriamente gli stipendi dei pubblici funzionari e dei militari (di un decimo da 450 a 700 pesos, di un sesto da 700 a 1.000, di un quarto da 1.000 a 2.000, riducendo a 1.500 quelli superiori a 2.000) e ridusse il descuento a due sole aliquote, un decimo oltre i 600 pesos e un sesto oltre i 1.500. Il 4 febbraio 1812 dimezzò il soldo agli impiegati civili e militari non in servizio attivo e il 14 aprile la mezza paga fu estesa anche agli ufficiali, sergenti e caporali eccedenti i nuovi organici

reggimentali e aggregati agli stati maggiori di piazza (eccettuati però gli artiglieri). Infine il triumvirato impose ai commercianti due prestiti forzosi di 150.000 pesos al 5 per cento, uno nel dicembre 1811 e l’altro nell’aprile 1812, quest’ultimo gravante anche sugli stranieri. Il 5 luglio fu scoperta una vasta congiura realista capeggiata da Alzaga, accusata di progettare lo sterminio della classe dirigente rivoluzionaria in concomitanza con il previsto arrivo dell’esercito realista del generale Goyeneche, il quale, schiacciata la ribellione di Cochabamba, stava ormai per lanciare l’offensiva decisiva sul fronte saltegno. La reazione del triumvirato, che aveva inizialmente cercato un modus vivendi con i realisti, fece impallidire il ricordo della furia giacobina di Moreno e Castelli. Plaza mayor fu teatro di numerose esecuzioni - inclusa quella del docente militare di matematica, tenente colonnello Santenach - e più di un migliaio di peninsulari furono precauzionalmente deportati nell’inospitale frontiera di Lujan sotto la guardia dei blandengues e della milizia. Per rinforzare la sorveglianza nella capitale, l’11 settembre 1812 furono costituiti due nuovi squadroni, uno di milizia (lanceros civiles) e uno regolare (2° granaderos a caballo). Il 7 dicembre fu costituito anche il 3° granaderos, elevando il corpo al rango di Reggimento e il grado di San Martin a colonnello. La vittoria di Tucuman (17 dicembre 1811 - 8 ottobre 1812) Nel dicembre 1811 il triumvirato aveva formalmente riconosciuto a Pueyrredon il comando dell’Ejército del Norte - vale a dire dei 1.800 uomini che a Salta fronteggiavano le forze realiste dall’Alto Perù. L’ex-presidente del Charcas ne curò in particolare l’addestramento mediante appositi corsi di aggiornamento professionale per i quadri - academia per ufficiali ed escuela per graduati tenuti dai colonnelli Toribio de Luzuriaga e Ignacio Warnes. Il 17 dicembre il tenente colonnello Manuel Dorrego (1787-1828) saggiò le posizion nemiche sloggiando un picchetto realista trincerato nelle fattorie del villaggio di Sansana, ma l’effimera vittoria gli costò l’intero reparto (16 morti, 2 feriti e 16 prigionieri su 40 uomini impiegati). Più tardi, appreso che Cochabamba, non più presidiata dai realisti, era nuovamente insorta sotto la guida del colonnello Arce, Pueyrredon vi distaccò Diaz Vélez, che, respinto a Yavi il colonnello realista Picoaga, il 12 gennaio 1812 raggiunse il Rio Nazareno. Mentre lo attraversava, una piena improvvisa impedì alla fanteria di seguire la cavalleria, la quale fu messa in fuga dal nemico, lasciando sul terreno 27 morti e 107 feriti. Diaz Vélez potè riorganizzarsi a Humahuaca, ma l’episodio convinse Pueyrredon a chiedere di essere sollevato dall’incarico. Il triumvirato designò allora Belgrano, che strada facendo venne rinforzato dal battaglione di pardos y morenos della milizia cordobese comandato dal tenente colonnello José Superì. Giunto a Rosario, il 27 febbraio il brigadiere inalberò una bandiera bianco-celeste (un simbolo dellaVergine), salutata dalle salve della batterie Libertad e Independencia. Questo accostamento di richiami patiottici e religiosi, che intendeva forzare la politica rioplatense verso il programma indipendentista sostenuto dal radicalismo democratico, contrariò il triumvirato, entrando però nell’epopea nazionale argentina. D’altra parte quel gesto di devozione mariana rese poi più facile a Belgrano rimuovere l’incomodo vescovo di Salta e spedirlo al confino nella capitale con l’accusa di attività controrivoluzionaria. Nondimeno la situazione militare restava gravissima. Il 24 maggio il generale Goyeneche forzò Los Altos de Pocona e il 27, vinto un estremo tentativo di resistenza al cerro di San Sebastian, occupò e saccheggiò Cochabamba. Consolidate le retrovie, i realisti poterono così riprendere l’offensiva su Salta, con un’avanguardia di 3.000 uomini e 15 pezzi comandata dal generale Pio Tristan (battaglioni Real de Lima, Fernando VII, Abancay, Cochabamba, Paruro-Chicas e squadrone Tarija). Su ordine del governo, Belgrano sgombrò la fonderia di Jujuy e il 23 agosto evacuò anche Salta, iniziando il cosiddetto éxodo jujeno, una marcia forzata di 250 chilometri in cinque giorni tra le

colonne nemiche, che il 26 agosto e il 3 settembre, a Cobos e Las Piedras, inflissero gravi perdite alla retroguardia di Diaz Vélez. Alla fine della marcia Belgrano si attestò a Tucuman con 4 pezzi e 1.800 uomini - battaglioni cazadores de infanteria (Warnes), N. 6 de linea (Carlos Forest) e pardos y morenos cordobeses (Superì) e 3 squadroni di milizia tucumana e saltegna (Juan Ramon Balcarce, Diego Gonzalez Balcarce e José Bernaldes Pollego). Belgrano disobbedì all’ordine del triumvirato di proseguire la ritirata, ritenendo che in tal caso la maggior parte dei soldati avrebbe disertato per non allontanarsi dalle province natali. Attese dunque il nemico a Tucuman e la vigilia della battaglia rinnovò il solenne giuramento sulla bandiera del Paranà aggiungendovi la consacrazione dell’esercito alla Madonna della Mercede. All’alba del 24 settembre si schierò con le spalle alla città, lungo il camino di Santiago del Estero, con i 3 squadroni alle ali e in riserva e i 4 pezzi intervallati ai 3 deboli battaglioni. Un’incredibile leggerezza del comandante nemico aiutò la vittoria. Convinto che Tucuman fosse già stata evacuata, Tristan spedì infatti il parco d’artiglieria in città, dove fu subito catturato. Fece però in tempo a schierare la fanteria parallela al camino antiguo del Peru, con le spalle al Manantial. La fanteria di Balcarce attaccò frontalmente, alla baionetta, mentre gli squadroni dei due Balcarce penetravano tra lo squadrone realista e il battaglione di sinistra provocando il crollo del dispositivo nemico. Perduti 7 cannoni, il treno, 400 morti e 600 prigionieri, Tristan riuscì a riannodare una parte delle sue truppe 5 chilometri più indietro, intorno ad un reparto di riserva. Il giorno seguente Belgrano avanzò intimandogli la resa, senza però forzarlo a battaglia e così durante la notte Tristan poté levare il campo e tornare a Salta, dove si trincerò fortemente. I realisti tennero anche Jujuy, dove l’8 ottobre respinsero un assalto dell’avanguardia argentina. Il colpo di stato della loggia “Lautaro” e la costituente di Alvear (8 ottobre 1812 - 30 gennaio 1813) L’annunzio della vittoria di Tucuman giunse a Buenos Aires il 4 ottobre, quando già il triumvirato traballava sotto la dura opposizione della Sociedad Patriotica e della loggia Lautaro, la quale propugnava l’immediata proclamazione dell’indipendenza e della sovranità nazionale. L’opposizione democratica sostenne che il merito della vittoria era esclusivamente di Belgrano, il quale aveva opportunamente trasgredito gli ordini contraddittori del triumvirato. Il colpo di stato democratico ricalcò il medesimo schema di quello conservatore del 5-6 aprile 1811, ma con una maggiore enfasi “militare”, segno dell’accresciuto potere dell’esercito. L’8 ottobre 1812 il popolo riempì le piazze, reclamando un cabildo abierto e marciando sul palazzo capitolare assieme ai principali reggimenti della guarnigione, incluso San Martin alla testa dei suoi granaderos. Rimarcando implicitamente che stava soltanto cedendo alla forza, il cabildo volle ricevere i colonnelli per rimettere a loro la responsabilità di designare il nuovo governo. Ma i militari sventarono questa astuzia legalistica, replicando che l’esercito interveniva soltanto per difendere i diritti del popolo e che toccava al cabildo designare il nuovo triumvirato (ovviamente, però, scegliendo gli uomini discretamente suggeriti dagli stessi colonnelli). In tal modo fu confermato Juan Estéban de Paso, che il 19 giugno 1815, dopo la caduta di Alvear, sarebbe divenuto asesor y auditor general de guerra, mentre gli altri due triumviri furono sostituiti dal brigadiere Nicolas Rodriguez Pegna (1775-1853) e da Antonio Alvarez de Jonte, futuro uditore di guerra con San Martin (1814 Ejército del Norte, 1816 de los Andes, 1820 Libertador del Peru). Nella stessa occasione fu convocata un’assemblea costituente, la cui prima sessione si tenne la sera del 30 gennaio 1813. Era dominata dal partito repubblicano: infatti su 34 membri ben 25 erano iscritti alla loggia Lautaro e 10 di costoro erano anche ammessi alle sessioni ristrette in cui venivano prese le decisioni politiche. Tra costoro c’era anche il ventitreenne Alvear, designato dalla Loggia a presiedere l’assemblea. Quel consesso di solidi massoni si rifletteva bene nella rassicurante personalità di Alvear, il quale concepiva la politica in termini di mero potere personale, clientele e accordi interfamiliari, garantendo la classe dirigente dal pericoloso idealismo e dalle grandiose visioni strategiche del suo

collega e rivale San Martin. L’assemblea soppresse il nome di Fernando VII dalla formula del giuramento pubblico, dalle preghiere religiose per le autorità delle Province Unite e infine dal nome del Reggimento dei granaderos, ribattezzato de infanteria, come pure la sua effige sulle monete, sostituendola con il proprio simbolo, tipicamente repubblicano: due mani che si stringono sotto il berretto frigio. Per alcuni mesi l’assemblea rese obbligatorio calzarlo in pubblico, sotto minaccia di severe sanzioni. Inoltre aumentò la pensione alla vedova di Mariano Moreno. Tuttavia si guardò da qualsiasi definitivo pronunciamento repubblicano o independentista. Alla fine dell’anno la scoperta di una nuova cospirazione realista produsse una nuova ondata di repressione e di terrore. Furono rafforzati i controlli di polizia istituendo commissariati decentrati e comminate nuove condanne a morte di presunti congiurati e nuove deportazioni precauzionali di pensinsulari, ai quali fu inoltre interdetto l’esercizio di alcune attività commerciali e artigianali. Inoltre il 7 febbraio 1813, applicando il concetto giacobino della “nazione” come selezione politica del popolo, la costituente istituì la “carta di cittadinanza”, concessa soltanto ai peninsulari che potessero dimostrare servizi resi alla causa patriottica. Il decreto consentiva alla classe dirigente di salvaguardare a propria discrezione - mediante dichiarazioni e testimonianze - i peninsulari con i quali aveva stabilito relazioni familiari, di amicizia o di affari, ma al tempo stesso anche di consumare vendette e di epurare i più ambiti impieghi governativi, ora riservati esclusivamente a quanti potessero esibire la carta. Il 5 marzo la costituente ridusse i gradi dell’esercito lasciando come grado pià elevato quello di brigadiere, con stipendio mensile di 333 pesos.

5. IL NUOVO ORDINAMENTO DEL’ESERCITO (1813) Il controllo dello stato maggiore La fazione lautarina assunse anche il controllo dell’estado mayor militar. Nel settembre 1812 il vecchio triumvirato aveva spedito il capo di stato maggiore Viana presso il ricostituito Ejército Oriental di Rondeau, sostituendolo con Marcos Balcarce. Tra i due ufficiali era sorto un conflitto di attribuzioni, suscitato dalla pretesa di Viana di continuare ad ingerirsi anche nella gestione dello stato maggiore portegno e risolto dal vecchio triumvirato a favore di Balcarce. Ma il nuovo triumvirato se ne sbarazzò mandandolo in soccorso della rivoluzione cilena con una columna de auxiliares argentinos e mettendo a capo dello stato maggiore il neopromosso tenente colonnello Toribio Luzuriaga, già capitano dei granaderos a caballo di San Martin. Il 4 giugno Luzuriaga fu a sua volta sostituito da un uomo di Alvear, il colonnello Martin Rodriguez, e destinato invece a costituire il nuovo battaglione di linea (N. 7 de libertos) che si doveva reclutare attingendo al reggimento di milizia civica dei negri e mulatti liberi. In compenso, tornato a Buenos Aires, San Martin assunse il comando della guarnigione e il 28 agosto completò il suo reggimento con il 4° squadrone granaderos. Il 16 settembre la gendarmeria civica fu riorganizzata su 2 squadroni (husares de la Libertad e caballeria de la guardia civil). Le riforme militari della costituente La costituente approvò inoltre varie modifiche dell’ordinamento militare. Le due più rilevanti sotto l’aspetto politico furono l’attribuzione all’esecutivo del potere di cassazione (arreglo a ordenanza en ultimo grado) delle sentenze concernenti il fuero militar e la soppressione (decisa il 27 luglio) dell’avanzamento per anzianità, stabilendo che le promozioni si dovessero fare esclusivamente “per merito”. Eliminando le più importanti garanzie di equità e imparzialità della giustizia e della carriera militare a vantaggio degli ufficiali più giovani e politicizzati, queste disposizioni compivano inconsapevolmente un buon passo verso il caudillismo che nel gennaio 1820 avrebbe portato alla disintegrazione dell’esercito argentino. Su proposta di una apposita Commissione, composta da Monteagudo, Alvear e Anchoris, il 31 maggio la costituente creò un Istituto Militare per la formazione degli ufficiali, peraltro mai attivato. In compenso dal 1° gennaio aveva ripreso a funzionare il corso (academia) di matematica per ufficiali, tenuto ora da Pedro Cevigno. Nella stessa seduta la costituente creò anche il Cuerpo e l’Instituto Médico Militar, entrambi sotto la direzione del Primo medico e chirurgo maggiore dell’esercito Cosme Argerich (al cui nome è intitolato l’attuale Ospedale Militare di Buenos Aires). Il corpo medico prevedeva un regolare servizio sanitario d’armata (diretto da un capitano chirurgo) e reggimentale (con 2 subalterni e vari cadetti) ma non ancora un ospedale militare (i ricoveri avvenivano in corsie riservate (sala militar) presso gli ospedali civili convenzionati (quello betlemitico della capitale e i due minori di Cordoba e Salta). Infine il 29 giugno la costituente autorizzò l’esecutivo a nominare un vicario general castrense, designato però soltanto il 29 novembre nella persona di Diego Estanislao de Zavaleta, provveditore e governatore del vacante vescovado portegno. Costui introdusse il concorso pubblico per la nomina dei cappellani militari, ma di fatto questi erano designati dall’esecutivo e il vicario si limitava al formale conferimento delle facoltà ecclesiastiche. Uno di costoro era l’orientale padre Figueredo, emigrato nel 1812 da Montevideo e fervente seguace di Alvear.

La centralizzazione del reclutamento Il 1° gennaio 1813 era stato istituito nella Casa del Seminario, già caserma dei tercios civicos peninsulari (1807-09), un cuartel general (deposito) delle reclute, diretto dal tenente colonnello Prudencio Murguiondo, già comandante del vecchio tercio de vizcainos. Qui una asamblea di istruttori provvedeva all’addestramento formale, al manejo de armas e al tiro a fuoco. Il 26 marzo l’esecutivo decretò la centralizzazione del reclutamento, vietando ai comandanti di corpo di ammettere reclute non provenienti dal deposito bonearense. Disposizione però difficilmente applicabile, dato il decentramento della maggior parte delle truppe. Alla fine dell’anno il deposito fu classificato come unità di emergenza della guarnigione della capitale e il 13 dicembre fu disciolto, passando gli ufficiali al N. 7 e la truppa ai granaderos de infanteria, tornati in settembre da Montevideo e riorganizzati nella capitale al comando del nuovo colonnello José Moldes. Polverificio, fonderia di cannoni e fabbriche di fucili e armi bianche Nel marzo 1813 il polverificio di Paroissien e Condarco fu trasferito da Cordoba ad El Bajo del Pucarà (dove fu distrutto da un incendio il 10 aprile 1815). Il 23 gennaio, col ritiro di Zabaleta, la fabbrica di fucili di Tucuman aveva cessato la propria attività. La riprese però nel febbraio 1814 per impulso di San Martin, con la nomina del nuovo direttore Leonardo Pacifico, continuando la produzione di fucili sino al 1819. Alvear sembra aver avuto qualche interesse personale nella piccola industria militare portegna. Appartenevano infatti al suo clan sia il direttore della fonderia, Monasterio, sia il vicedirettore della fabbrica di fucili, Salvador Cornet, che il 12 dicembre 1813 subentrò al direttore Matheu, trasferito al commissariato del vestiario. In ogni modo Cornet migliorò la produzione ingaggiando due armaioli tedeschi, Johan Georg Fringe e Ferdinand Lamping. Il fabbisogno di sciabole per i granaderos a caballo di San Martin garantì un contratto anche all’armero mayor Manuel Rivera, il vecchio appaltatore della piccola fabbrica vicereale di armi bianche (armeria) che nel 1807 aveva costituito a proprie spese lo squadrone civico degli artigiani della Real Maestranza de Artilleria. Il 25 novembre 1813 i modelli furono approvati e Rivera impiantò la fabbrica a Caroya, a 50 chilometri da Cordoba. Tuttravia, a causa di gravi inconvenienti economici, il 18 gennaio 1815 l’esecutivo chiuse la fabbrica ordinando a Rivera di imballare macchinari e utensili e rientrare nella capitale. Il governo cordobese valutò, rinunciandovi, l’opportunità di acquistare l’attrezzatura. Il nuovo regolamento dell’amministrazione militare Importante modifica delle Ordenanzas di Carlo III del 1768, ancora in vigore, fu il regolamento del servizio amministrativo dell’esercito, che istituiva nella capitale una Comisaria general de guerra, con dipendenti commissari di guerra distaccati presso gli Ejércitos de la Patria e nelle città capoluoghi di intendenza o con guarnigioni di due o più reggimenti. Nelle guarnigioni minori l’amministrazione delle truppe era invece lasciata ai locali funzionari (ministros de Hacienda) affancati da ufficiali incaricati (comisarios accidentales de guerra). Il regolamento stabiliva che beni e servizi dovessero essere approvvigionati mediante appalto (asiento) per asta pubblica e talora anche a tariffa fissa, sotto controllo e collaudo del commissario di guerra e con l’intervento del governatore intendente o del comandante de Armas nonchè del colonnello più anziano dell’arma competente per il tipo di bene o servizio da approvvigionare. Naturalmente era vietato al commissario, sotto la blanda e del tutto teorica pena della rimozione dall’ufficio, ricevere o farsi promettere gratifiche, regali, diritti, emolumenti o gages sia dai

comandanti che dagli appaltatori (asentistas), cosa che si può ben immaginare costituisse anche nell’Argentina di quell’epoca - come del resto in tutti i tempi e sotto tutti i cieli - prassi abituale e ovviamente “fisiologica” delle forniture pubbliche, specialmente militari. Come in tutti gli eserciti gli approvvigionamenti erano ovviamente finanziati mediante ritenute fisse o variabili sulla paga del soldato, pari a 14 pesos mensili. Fisse erano le ritenute per il vestiario ordinario (1 peso e 2 reales) e la razione di pane (2 pesos). Diversamente dalla maggior parte degli altri eserciti, quello argentino forniva anche una razione giornaliera di 60 grammi di carne, ma siccome il costo era variabile la ritenuta si faceva sul prest, vale a dire sulla quota della paga che - in teoria - si doveva corrispondere direttamente al soldato e che invece, nella maggior parte degli eserciti veniva sequestata e intascata con pretesti vari, sempre per il bene del soldatino ignorante, dal commissario, dal capitano e dal bettoliere di compagnia. Almeno in questo più fortunati di molti loro commilitoni stranieri, il governo procurava però ai soldati argentini (naturalmente con altre ritenute forzose sul prest) anche tabacco nero e sigari del Paraguay senza i quali nessun reggimento aveva la forza di marciare, nonché, al posto del vinaccio annacquato e inacidito somministrato dai bettolini militari europei, yerba per l’infuso di mate, la bevanda nazionale. Siccome i soldati argentini oziavano poco (praticamente non avevano caserme, al massimo baracche, e stavano sempre in marcia) il regolamento del 20 gennaio 1813 fissava una frequenza del cambio del vestiario superiore alla media europea (ogni 14 mesi anziché ogni 24 per il corredo ordinario, ogni 28 mesi per il cappotto). Il corredo ordinario, del valore tariffario di 16 pesos, includeva casacca, cappello e giacchetto di panno, 2 pantaloni, 2 chalecos, 2 crovattini, 2 camiciotti, 1 gorra da caserrma e 1 da parata (di suola con 2 cordini e scudo) e 1 mochile di lana, 2 paia di scarpe, 2 di calze e, per la cavalleria, un paio di stivali forti. Naturalmente questa era la teoria. In realtà a causa della crisi finanziaria, il soldo veniva corrisposto con grande irregolarità e alla fine per niente, costringendo i soldati, come era avvenuto del resto nelle Armate della Rivoluzione francese e nei corpi di spedizione di tutti gli stati europei, a girare scalzi, sporchi e seminudi. E gli eserciti a vivere a spese del paese occupato, mediante tributi di guerra e requisizioni, con contorno di saccheggi, furti e rapine e con una rapida selezione naturale, soprattutto fra i generali e gli ufficiali, degli elementi moralmente peggiori, gli unici che riuscissero in qualche modo a sopravvivere e perfino ad arricchirsi. La ripartizione delle truppe nel 1812-13 Nel biennio 1812-1813 le truppe argentine furono distribuite in tre aliquote, i due Eserciti comandati dai brigadieri Rondeau e Belgrano (sostituito il 3 dicembre 1813 da San Martin) e la guarnigione di Buenos Aires (comandata dal luglio al novembre 1813 da San Martin). In queste tre aliquote si avvicendarono i seguenti reparti: A) Ejército Oriental (Rondeau)
A-1 reparti bonearensi: .Regimiento Granaderos de Fernando VII - col. Juan Florencio Terrada (dal gennaio 1813); .Regimiento N. 2 de linea (+ 2 compagnie de Indios) - col. Ortiz de Ocampo (dal giugno 1813 col. Carlos Maria de Alvear); .Regimiento América N. 3 de linea (dal settembre 1812) - col. Domingo French; .Regimiento N. 5 de linea (Patricios) (fino al settembre 1812) - ten. col. Gregorio F. Perdriel ); .Batallon de Pardos y Morenos N. 6 de linea - ten. col. Miguel Estanislao Soler; .Regimiento Dragones de la Patria (4 squadroni) - brig. José Rondeau .Regimiento Granaderos a caballo (3 squadroni) - col. José de San Martin (febbraio-luglio 1813);

A-2 reparti orientali: .Batallon N. 4 de linea (ex-blandengues orientali) - ten. col. orientale Ventura Vazquez; .Regimiento N. 7 de linea - col. José Artigas; .Caballeria Oriental - comandante Vargas; .Milicias del Campo.

B) Ejército del Norte (Belgrano)
.Regimiento América N. 3 de linea - col. Domingo French (da maggio a settembre 1812); Regimiento N. 1(5) de linea (ex-Patricios) - ten. col. Gregorio F. Perdriel e Francisco Pico (dal settembre 1812. Il 30 gennaio 1814 incorpora il N. 6 e il comando passa al ten. col. Carlos Forest); .Regimiento N. 6 de linea - ten. col. Juan José Viamonte, poi Ignacio Arnes, Miguel Aràoz e Francisco Pico. Il 24 novembre 1813 contratto a Battaglione, ten. col. Carlos Forest. Il 30 gennaio 1814 incorporato nel N. 1); .Batallon de cazadores de infanteria - ten. col. Ignacio Warnes, poi Manuel Dorrego (distrutto a Vilcapujo il 1° ottobre 1813); .Batallon de pardos y morenos cordobeses - ten. col. José Superì (distrutto a Vilcapujo il 1° ottobre 1813); .Batallon Alvarez del N. 2 de linea - col. Benito Alvarez. 300 uomini a Tucuman dal 9 dicembre 1812, poi N. 7, il 13 luglio 1813 2°/N. 8); .Batallon N. 2 del Perù (indios dell’Alto Perù e Potosì) (il 13 luglio 1813 diviene I Bat. del N. 8); .Regimiento N. 8 de linea - col. B. Alvarez. Costituito il 13 luglio e distrutto il 1° ottobre 1813 a Vilcapujo; .Batallon N. 7 de Libertos - ten. col. Toribio Luzuriaga (dal 30 gennaio 1814); .Regimiento de Dragones del Peru (4 squadroni) - col. Zelaya (costituito . .1° e 2° Escuadron granaderos a caballo (dal gennaio 1814); .Batallon de Decididos (milizia di Salta); .Milicianos de Tucuman - col. Bernabé Aràoz e Geronimo Zelarrayan; .Regimiento de Dragones de Milicias Patrioticas (Tucuman);

C) Guarnigione di Buenos Aires
.Regimiento Granaderos de Fernando VII - col. Juan Florencio Terrada (fino gennaio 1813); .Regimiento Granaderos de Infanteria - col. José Moldas (dal settembre 1813); .Regimiento Granaderos a caballo (3 squadroni) - col. José de San Martin (fino gennaio 1813 e poi dal luglio 1813. 4° Escuadron costituito il 28 agosto 1813); .Regimiento de Artilleria de la Patria (12 compagnie) - col. Francisco Xavier de Viana; .Cuartel general de Reclutas - ten. col. Prudencio Murguiondo (cost. 1° gennaio, sciolto 13 dicembre 1813); .Columna de Auxiliares Argentinos - col. Marcos Balcarce (cost. marzo 1813 poi trasferito in Cile sull’Itata); .Batallon N. 7 de Libertos - ten. col. Toribio Luzuriaga (costituito 31 maggio 1813, il 3 dicembre a Salta); .Compagnia de zapadores - ten. col. von Holmberg (cost. 8 settembre - disc. 13 dicembre 1813); .Regimiento civico de morenos y pardos libres .Escuadron de Lanceros Civiles (sett. 1813 Caballeria de la Guardia Civil); .Regimiento Voluntarios de Caballeria de la Frontera (2 squadroni); .Regimientos N. 1- N. 6 de caballeria de milicia de campagna.

6. LA FALLITA OFFENSIVA SU LIMA
E LA PRESA DI

MONTEVIDEO

(1812-14) La riapertura del fronte orientale e la battaglia del Cerrito (20 novembre 1811 - 31 dicembre 1812) Dopo estenuanti scaramucce diplomatiche col governatore realista Vigodet, il 20 novembre 1811 il primo triumvirato portegno aveva ratificato l’armistizio di Montevideo, cercando di rabbonire Artigas con la nomina a governatore di Yapeyù (capoluogo delle missioni gesuitiche) e con l’invio di un commissario di governo (Sarratea) e del 4° squadrone dragoni al campo correntino di Ayuì. Ma, obbedendo alle direttiva politiche di Rio de Janeiro, Vigodet aveva di fatto rinviato sine die l’esecuzione della clausola relativa al ritiro delle forze portoghesi e infine, nell’aprile 1812, aveva dichiarato esplicitamente che tali forze sarebbero rimaste nella Banda Oriental per impedire alle forze di Artigas di portarsi sul fronte di Salta in soccorso di Belgrano. Il 26 aprile il triumvirato aveva risposto mandando in rinforzo di Artigas il colonnello Rondeau, con gli altri 3 squadroni dragoni e 1 battaglione del N. 2. Il 6 maggio i portoghesi avevano aperto le ostilità attaccando senza successo l’avamposto correntino di Santo Tomé (sull’Uruguay) e il 9 una loro squadriglia fluviale aveva anche tentato di sbarcare truppe al Rincon. Tuttavia l’offensiva realista, la ritirata di Belgrano da Salta e poi la scoperta della congiura di Alzaga avevano sconsigliato di impegnarsi anche su un fronte ormai secondario come quello orientale. E in settembre, a causa dell’ulteriore peggioramento della situazione militare nell’Alto Peru, il triumvirato aveva ordinato a Sarratea di muovere su Tucuman con 8 pezzi (7 cannoni e 1 obice), 2 battaglioni (N. 4 ex-blandengues orientales e N. 6 de pardos y morenos patricios) e 2 reggimenti (dragones de la patria e cavaleria oriental di Vargas). Ma la sconfitta dei realisti e il colpo di stato di Buenos Aires mutarono di colpo la situazione strategica e il nuovo triumvirato, ridesignate le forze oltre il Paranà Vanguardia del Ejército Oriental, ordinò loro di marciare immediatamente su Montevideo, promettendo solleciti rinforzi. Le truppe si misero in marcia il 20 ottobre, attestandosi pochi giorni dopo al Cerrito presso Montevideo, in attesa dei rinforzi. Nel frattempo Vigodet, ben informato sui dissidi politici e personali tra Sarratea e Artigas, aveva spiccato il brigadiere Muesas, con 3.000 uomini, a cercare le due colonne nemiche e tentare di batterle separatamente. Tornato a Montevideo, la notte sul 31 dicembre Muesas tentò di sorprendere il Cerrito e all’alba espugnò gli avamposti tenuti dagli orientali, catturando il comandante Vargas. Riuscì poi a sloggiare i morenos di Soler dalla cima della collina e a respingere un primo contrattacco. Ma, caduto Muesas, i realisti cedettero la cima fuggendo in disordine e finendo sciabolati dai dragoni di Hortiguera. La riconquista di Salta (9 dicembre 1812 - 20 febbraio 1813) Anche sul fronte settentrionale l’anno era iniziato sotto i migliori auspici. Ricevuti il 9 dicembre 3 battaglioni portegni (due di ex-patricios e uno del N. 2), nel gennaio 1813, incurante delle torrenziali piogge estive, Belgrano era partito da Tucuman con 3.000 uomini e 16 pezzi per andare a riprendere Salta, dove Tristan si era attestato con 3.400 uomini e 10 cannoni (6 battaglioni e 1 squadrone). Il 14 febbraio l’avanguardia di Diaz Vélez prese il forte di Cobas, che sbarrava il passo del Portezuelo poco ad Est della città, dietro il quale due grosse batterie realiste attendevano i patrioti. Convinto che la

stagione avrebbe impedito qualsiasi itinerario alternativo, Tristan non aveva disposto vedette avanzate sulle alture di San Bernardo. In tal modo non poté accorgersi che l’intero esercito patriota lo stava aggirando da Nord per la quebrada di Cachapoyas, guidato dal capitano Apolinario Saravìa, saltegno ed esperto dei luoghi. In tal modo Belgrano tagliò le comunicazioni tra Salta e Jujuy, obbligando Tristan a dare battaglia a fronte rovesciato su posizioni non predisposte. La sera del 19 Belgrano si accampò all’hacienda di Castagnares, 40 chilometri a Nord di Salta. Al mattino del 20 febbraio, cessata la pioggia, l’esercito avanzò al campo de la Cruz e verso mezzogiorno si schierò su 5 battaglioni (Cazadores Dorrego, Morenos Superì, 2°/N. 6 Pico, 2°/N. 1 Forest, N. 2 Alvarez) con 12 pezzi inframmezzati e 4 squadroni alle ali. Mentre le batterie aprivano il fuoco, Dorrego attaccò la sinistra nemica. Respinto, intervenne lo squadrone di Zelaya, a sua volta caricato da quello nemico. Fermato da Alvarez un attacco della destra realista, Dorrego tornò all’assalto sbandando l’altra ala. Tristan fece allora intervenire i 2 battaglioni di riserva del marchese di Yavi, ma questi furono travolti dal cedimento del centro. La destra realista ripiegò combattendo fin quasi alla città, dove si arrese. Tristan tentò un’ultima resistenza dietro le palizzate di Salta, combattendo poi casa per casa finchè, abbandonato dai suoi uomini, si arrese. Le perdite dei realisti ammontavano a 500 morti, 117 feriti e oltre 2.000 prigionieri, ma, nell’intento di favorire una soluzione politica della guerra, Belgrano commise la generosa ingenuità di conceder loro la libertà, sulla parola - presto violata - di non impugnare mai più le armi contro le Province Unite. In ogni modo a Salta i patrioti conquistarono un vero arsenale: 120 bocche da fuoco e oltre 2.000 fucili, più il parque e la maestranza dei realisti. Il 27 marzo Buenos Aires ratificò la formazione reggimentale della cavalleria di Zelaya, che il 23 aprile venne ufficialmente denominata Dragones del Peru. Lo scontro di San Lorenzo e il blocco terrestre di Montevideo (14 gennaio - 8 settembre 1813) Benchè rinforzato in gennaio da altri 5 battaglioni (1°/N. 1, 1°/N. 2, 1° e 2°/América N.3 e granaderos de Fernando VII) Rondeau aveva appena 10 bocche da fuoco, insufficienti per un vero assedio di Montevideo. L’esercito sitiador dovette quindi limitarsi a tagliare le comunicazioni terrestri nel tentativo di affamare il nemico. Ma gli effetti erano abbastanza limitati, dal momento che la marina spagnola dominava ancora il mare e l’intero sistema fluviale. Intanto il 14 gennaio i capitani José Luna e Gregorio Samariengo fecero un’incursione sulla sponda entrerriana dell’Uruguay, catturando 3 imbarcazioni e 5 cannoni al Bellaco di Gualeguaychù. Non poterono però impedire alla flottiglia spagnola di Romarate, forte di 3 unità maggiori e 6 minori, di risalire il Paranà minacciando uno sbarco sulla riva destra. La difesa costiera mobile venne affidata a San Martin, con 125 granaderos a caballo (su 384 effettivi) dei primi due squadroni già costituiti. Il 31 gennaio la flottiglia spagnola dette fonda davanti al convento di San Lorenzo, presidiato da 100 miliziani del picchetto del Rosario, sbarcando il comandante Zabala con 250 soldati e marinai e 2 cannoncini. Meno veloce della flottiglia nemica, la cavalleria portegna aveva uno svantaggio di due giorni. Ma il nemico non attaccò subito la posizione e con marce forzate al trotto e galoppo San Martin potè raggiungere San Lorenzo nascondendosi dietro il convento. All’alba del 3 febbraio i due squadroni caricarono dai due lati. Sorpreso mentre bivaccava, dopo breve resistenza il nemico corse verso la flottiglia, i cui cannoni non potevano coprirlo a causa della riva fortemente scarpata. In un quarto d’ora Zabala perse 40 morti, 14 feriti e prigionieri, i cannoncini, 50 fucili e una bandiera, presa dall’alfiere Hipolito Bouchard a prezzo della vita. I granatieri Cabral e Baigorria caddero per salvare San Martin, disarcionato in mezzo al nemico. Il giorno seguente gli argentini concessero viveri freschi richiesti dal nemico per i propri feriti. L’impresa consolidò la fama del reggimento di San Martin, che in maggio fu elevato a 664 effettivi. Il provveditorato dell’Ejército sitiador fu naturalmente appaltato all’erede di Juan José Seco (deceduto nel 1812), mentre suo nipote Francisco Saguì continuò a curare gli interessi e la persona della vedova

rimasta a Montevideo, nonché a forzare il blocco delle marine spagnola e portoghese. In maggio la costituente istituì un contributo sulle principali attività artigianali e accrebbe l’imposta sul valore aggiunto da 8.200 a 20.000 pesos, nonostante la diminuzione del volume commerciale. La direzione dei lavori d’assedio fu attribuita a von Holmberg, che in agosto ottenne, su sua richiesta, il titolo ufficiale di ingeniero. Tuttavia il barone austriaco non si recò sul posto, dove sembra abbiano operato altri ufficiali (Monasterio, Manuel Herrera e Mauricio Berlanga). In ogni modo a dirigere le batterie e i lavori rimasero i capitani Mathias Yrigoyen e Jaime Martì de Jaume. Non esistendo ancora specifici reparti del genio, i lavori furono effettuati dai soldati di fanteria e soprattutto da manovali (peones a jornal). L’8 settembre, su proposta di San Martin, fu costituita nella capitale 1 compagnia di 100 zappatori, comandata da von Holmberg e dal capitano Martì de Jaume, con i subalterni José Maria de La Oyuela e Mariano Antonio Duran. Tuttavia non raggiunse l’esercito assediante, perché in dicembre fu utilizzata per ripianare le perdite dei granaderos de infanteria rientrati da Montevideo. Qui tuttavia Rondeau formò un’altra unità zappatori con i morenos fuggiti dalla piazzaforte, che raggiunse la forza di 1 battaglione di 457 uomini su 3 compagnie. Nel frattempo anche il Paraguay sfuggì definitivamente alla sovranità rioplatense. Il 30 settembre il congresso costituente di Asuncion proclamò la Repubblica e la rottura con la giunta di Buenos Aires e il 14 ottobre Francia fu eletto dittatore supremo, carica che tenne vitalizia sino al 1840. La fallita offensiva su Lima e la sostituzione di Belgrano con San Martin (19 giugno 1813 - 30 gennaio 1814) Sul piano strategico della guerra contro il viceré di Lima, la vittoria argentina di Salta fu bilanciata dal contemporaneo sbarco realista nel Cile meridionale e dalla riconquista di Talcahuano, Concepcion e Chillan, favorita dalla predicazione controrivoluzionaria dei francescani. Sopravvalutando le proprie forze e contando sulla ribellione indiana e sulla defezione dei reggimenti americani dell’esercito realista, Belgrano decise allora di sferrare una grandiosa offensiva finale su Lima, attraverso l’altipiano. Primo obiettivo era Potosì, dove si trovava Goyeneche col grosso dei realisti. Il 19 giugno, a Condor Condo, Zelaya avvistò l’armata nemica in ritirata verso Oruro, mentre a Pequereque le pattuglie avanzate si scontrarono con la retroguardia realista. Il 21 Potosì accoglieva nuovamente i liberatori. A Potosì Belgrano pianificò la seconda fase dell’offensiva, accordandosi con il cacicco Càrdenas, al quale conferì il grado di colonnello e il comando di una forza ausiliaria di 2.000 indios. Il 13 luglio formò un nuovo reggimento (N. 8) col battaglione portegno di Benito Alvarez e uno peruviano (N. 2 del Peru). Ma intanto l’inazione minava la disciplina delle truppe e favoriva la propaganda disfattista, mentre i realisti, destituito Goyeneche e affidato il comando al generale Joaquin de la Pezuela, in settembre ripresero l’iniziativa battendo gli indios ad Ancaicato e impadronendosi della corrispondenza di Belgrano, dalla quale appresero in dettaglio il piano offensivo avversario. Prevenendo il nemico, Pezuela marciò contro Belgrano, accampato nella pampa di Vilcapugio con 6 battaglioni (cazadores, morenos, 1° e 2°/N. 6, 1° e 2°/N. 8), 4 squadroni e 8 cannoni. La notte sul 1° ottobre i realisti valicarono le alture circostanti convergendo sul campo dei patrioti. Colto di sorpresa, Belgrano riuscì comunque a schierarsi e ad aprire il fuoco, caricando poi frontalmente a sciabola e baionetta. Verso mezzogiorno la linea realista cominciava a cedere, quando sul fianco della sinistra patriota piombò una colonna aggirante nemica, mentre all’ala opposta i dragoni sospesero l’attacco rientrando nelle linee. Nella fanteria si sparse il panico e i fuggiaschi travolsero la riserva. Perduta l’artiglieria e fallito ogni tentativo di rannodare le file, Belgrado dovette ritirarsi con poche centinaia di superstiti. Non inseguito da Pezuela, Belgrano potè ricostituire l’esercito a Potosì, con 1.000 veterani, 2.000

reclute e 6 cannoni leggeri e alla fine del mese spinse in ricognizione il tenente colonnello Gregorio Aràoz de Lamadrid (1795-1857). In questa occasione avvenne il famoso episodio dei “sergenti di Tambo Nuevo” - tre soldati (Gòmez, Albarracin e Salazar) promossi sottufficiali per aver catturato da soli un picchetto di 12 realisti. Convinto di poter ancora battere Pezuela, Belgrano decise di attenderlo nella pianura di Ayohuma, per schiacciarlo con il fuoco delle batterie e una carica frontale una volta sboccato da un passaggio obbligato. Era una mossa classica nelle guerre sudamericane dell’epoca, la stessa adottata da Tristan a Salta: ma, come Tristan, Belgrano commise l’errore di trascurare le vedette e soprattutto di occupare il cerro alla sua destra. Così il 14 novembre, mentre i patrioti caricavano frontalmente il nemico sboccato in pianura, furono colti sul fianco dalla colonna aggirante scesa dal cerro trascurato, secondo lo schema d’attacco già sperimentato da Pezuela a Vilcapugio. Coperti dalle cariche di Zelaya, scamparono soltanto 400 fanti e 80 dragoni, che dopo una marcia estenuante, con Dorrego in retroguardia, raggiunsero Salta. La notizia del disastro dette ad Alvear l’occasione per sbarazzarsi di tutti i suoi rivali attuali o potenziali. Manovrando attraverso la Loggia Lautaro sia la costituente che il secondo triumvirato, fece richiamare Belgrano e lo fece spedire in Europa assieme a Rivadavia, con la missione ufficiale di presentare a Ferdinando VII i reclami degli Americani contro gli abusi dei viceré e con l’istruzione segreta di negoziare con l’Inghilterra gli aiuti necessari al mantenimento dell’indipendenza. Il comando dell’esercito del Nord fu invece assegnato a San Martin, il quale partì il 3 dicembre col nuovo Batallon N. 7 de Libertos (reclutato da Luzuriaga fra gli ex-schiavi portegni e comandato dal colonnello Celestino Vidal) e da 250 granaderos (i primi due squadroni, lasciando gli altri due, con Zapiola, disposizione di Alvear). Il 14 gennaio 1814, prima dell’arrivo di San Martin, Belgrano dette il suo ultimo ordine, disponendo l’evacuazione di Salta e la ritirata a Tucuman, dove, il 30 gennaio, trasmise il comando al suo successore, che lo salutò con un caldo abbraccio di stima e solidarietà. La strategia di Alvear (3 dicembre 1813 - 1° giugno 1814) Come in un gioco a incastri, la rimozione di Belgrano aveva consentito ad Alvear di sbarazzarsi anche di San Martin, facendogli assegnare il periferico e sfortunato comando di Salta, in modo da togliergli quello, politicamente decisivo, della guarnigione della capitale, con la quale Alvear intendeva marciare su Montevideo rilevando il comando di Rondeau e assicurando a stesso la gloria di conquistare l’ostinata rivale di Buenos Aires. Ma per poterlo fare Alvear doveva premunirsi contro eventuali colpi di palazzo e rompere il blocco navale ispano-portoghese. La prima condizione venne realizzata facilmente nel gennaio 1814, facendo approvare dalla costituente una modifica dello statuto provvisorio che sostituiva il triumvirato con un unico “direttore esecutivo” e facendo eleggere a tale ufficio suo zio Gervasio Antonio Posadas, un notaio ecclesiastico di sentimenti realisti ma considerato erroneamente “morenista”, comunque abbastanza insignificante per non fare ombra alle ambizioni politiche del giovane nipote. Con l’occasione furono istituiti per la prima volta i “ministeri” degli interni, de hacienda e di guerra e marina, attribuiti a Nicolas de Herrera, Juan Larrea (1782-1867) e Francisco Xavier de Viana, già capo di stato maggiore e comandante dell’artiglieria. Ceduto il comando del N. 2 al colonnello graduado Ventura Vazquez, durante l’inverno Alvear organizzò nella capitale le forze destinate alla spedizione su Montevideo, tra l’altro ordinando a Monasterio di fondere 4 cannoni pesanti e costituendo 4 nuove unità con volontari di milizia, schiavi espropriati (rescatados) ai padroni peninsulari e le truppe orientali di Artigas:
.Escuadron de caballeria ligera (guardia nacional di Buenos Aires dai 16 ai 50 anni)

.Batallon N. 8 de Esclavos Rescatados (3 febbraio) - ten. col. Matias Balbastro; .Batallon N. 9 (3 marzo) - ten. col. José Vicente Pagola; .Batallon N. 10 - col. Manuel Artigas (proposto il 20 febbraio e sciolto il 28 aprile).

Il 1° giugno fu anche costituito 1 squadrone escolta del direttore supremo (husares de la guardia). L’alleanza tra clan familiari, vera base del potere alvearista, viziava col sospetto e l’arbitrio anche la disciplina e la coesione dell’esercito. In marzo un modesto accenno di ammutinamento in una compagnia granatieri scontenta di imbarcarsi per Montevideo fu represso con insolita durezza, fucilando tre caporioni e passando tutti gli altri sotto un giro di bacchetta. Ma il comandante Fernandez, che in un accesso d’ira aveva ucciso un sergente di fronte al suo accampamento, sfuggì al castigo grazie alle sue relazioni familiari. Invece French, che pure era imparentato sia con Alvear che con Posadas, fu confinato sotto forte scorta, per decisione insondabile del direttore Posadas. La distruzione della flottiglia spagnola (10 gennaio - 17 maggio 1814) Per rompere il blocco nemico Alvear fece concedere numerose patenti corsare, specialmente a capitani nordamericani, e incaricare Guillermo Brown (1777-1857), un residente irlandese che aveva servito nella Royal Navy, di ricostituire da zero la marina rioplatense noleggiando mercantili armati o da trasporto (come quello del diciannovenne Francisco Saguì, che invece di diventare corsaro fu ingaggiato da Martin Thompson nella regolare marina da guerra argentina). Malgrado la scarsa collaborazione degli armatori e i pochi mezzi finanziari, in meno di due mesi furono allestiti 9 velieri:
.2 corvette (l’ammiraglia Hércules e il Cefir); 2 golette (Julia e Fortuna); .1 sumaca (Trinidad); .1 cannoniera (América); .2 feluche (San Martin e San Luis); .1 palandra (Carmen).

Brown salpò l’8 marzo, diretto ad impadronirsi dello strategico isolotto di Martin Garcia, che domina nel raggio del cannone l’accesso al Paranà e all’Uruguay. Fallito un primo tentativo l’11 marzo, riuscì quello del 19 e il giorno seguente Brown mise il blocco a Montevideo, fallendo il 28 un’azione navale all’arroyo de la China. Il 14 maggio quattordici unità spagnole forzarono il blocco. Non potendo affrontarle nel raggio delle batterie terrestri, Brown si ritirò per attirare il nemico in mare aperto, ma un’improvvisa bonaccia rinviò lo scontro al 16, all’altezza del Buceo, dove si arresero 3 navi spagnole. Ripresa l’azione all’alba del 17, altre 2 unità furono consegnate dagli equipaggi ammutinati e una sesta fu catturata. Seguì infine lo scontro finale, concluso con la distruzione delle 10 maggiori unità spagnole (4 corvette, 3 brigantini e 3 golette). La presa di Montevideo e lo scontro con Artigas (7 giugno - 4 ottobre 1814) Distrutta da Brown la flottiglia nemica, il 7 giugno Alvear marciò per Montevideo con 2 battaglioni (N. 8 e N. 9), 2 squadroni di granaderos a caballo (Zapiola) e 1 di cavalleria leggera bonearense. La piazzaforte era già allo stremo della resistenza, logorata meno dall’assedio quanto dal blocco dei rifornimenti e Alvear intavolò un negoziato di resa con Vigodet al quale fece promesse magnanime.

Ma Artigas, sentendosi nuovamente tradito, abbandonò l’assedio tornando nel territorio entrerriano con la cavalleria orientale. Sospettando un segreto accordo con Vigodet, Alvear decise di forzare la situazione e il 23 giugno scatenò l’assalto generale, un gesto che gli valse la gloria militare che ancora gli mancava ma nondimeno contrario agli usi di guerra. Ad offuscare la vittoria restava però il grave problema di Artigas, la cui influenza politica su Santa Fe e il territorio ad Est del Paranà si era ulteriormente rafforzata dopo la sconfitta di una spedizione punitiva portegna, battuta alla Cruz de Aguapey e a Gualeguaychù ed Espinillo. E Artigas aggravò la tensione mandando il suo luogotenente Otorgues, alla testa di 800 cavalieri, ad intimare la consegna di Montevideo. Una sortita di Alvear massacrò un quarto della cavalleria orientale, ma durante l’estate il contrasto politico si acuì e in settembre Alvear e Dorrego cercarono di riprendere il controllo dell’interno con una manovra a tenaglia, conclusa il 4 ottobre a Marmarajà, dove la cavalleria di Dorrego disperse le forze di Otorgues infliggendogli 71 perdite. In ogni modo la presa di Montevideo aveva consentito di riarmare e completare l’esercito rioplatense. Il bottino includeva infatti 7.000 uomini, 500 bocche da fuoco, 9.000 fucili, 99 imbarcazioni e immenso materiale bellico. Una parte dei prigionieri fu incorporata nella nuova guarnigione argentina, formata dal Batallon N. 6 de pardos y morenos patricios (tenente colonnello Anacleto Martinez) e dal nuovo Batallon N. 10. Quest’ultima unità fu costituita il 9 agosto aggregando al battaglione de zapadores del tenente colonnello von Holmberg le 3 compagnie di indios (una santafesina e le 2 aggregate al N. 2). Il 4 ottobre 1814 il Regimiento de artilleria de la Patria, riequipaggiato con il materiale di Montecideo, fu suddiviso in 2 battaglioni su 6 compagnie (1 volante, 3 a piedi, 1 d’assedio e 1 di maestranze) uno dei quali distaccato nella piazzaforte.

7. IL FRONTE DEL PACIFICO (1814) Il fronte del Pacifico da Chillan a Cochabamba (23 febbraio - 12 agosto 1814) Malgrado la sconfitta, la rivoluzione cilena e l’offensiva di Belgrano su Lima avevano ormai definitivamente superato la dimensione regionale altoperuviana della guerra di liberazione rioplatense, unificando, sotto il profilo geostrategico, un vero e proprio fronte del Pacifico, incluso negli assi LimaTalcahuano e Lima-Salta. Per questa ragione già nel giugno 1813 il triumvirato portegno aveva opportunamente spedito in soccorso della rivoluzione cilena una columna di auxiliares argentinos al comando di Marcos Balcarce e del sergente maggiore Juan Gregorio Las Heras. Aggregati alla Divisione cilena del generale Juan Mackenna, gli auxiliares si illustrarono sul fronte del Rio Itata, tra Chillan e Talcahuano. Il 23 febbraio 1814 un centinaio di argentini, comandati da Las Heras, respinsero l’imboscata delle partidas realiste sbucate dall’hacienda di Cucha Cucha e nel pomeriggio del 20 marzo l’intero battaglione contribuì a respingere l’assalto realista contro le ridotte del campo trincerato di Membrillar. Ma il 3 maggio le ostilità furono apparentemente interrotte dal trattato di Lircay, che impegnava il generale realista Gabino Gainza a reimbarcarsi e il Cile a riconoscere la sovranità di Fernando VII e ad inviare deputati alle Cortes. Appresa la notizia, il 1° giugno il direttore Posadas ordinò a Balcarce di ripassare le Ande e raggiungere Mendoza. Intanto a Tucuman San Martin riorganizzava l’esercito del Nord su 2 battaglioni (N. 1 ex-patricios e N. 7 de libertos), 2 squadroni granaderos (1° e 2°), 1 reggimento dragones e le milizie tucumane dei colonnelli Bernabé Aràoz e Geronimo Zelarrayan. Ma quest’ultimo bastione della rivoluzione portegna era in realtà efficacemente protetto dai due focolai di resistenza rimasti alle spalle nel nemico e dalla guerriglia gaucha che isolava e affamava la guarnigione realista di Salta impedendole di proseguire l’offensiva su Tucuman. Infatti nel Nordovest resistevano ancora le republiquetas di Santa Cruz de la Sierra e Cochabamba, al comando di Ignacio Warnes e del governatore intendente José Alvares de Arenales (1798-1862), che il 4 febbraio sconfisse a San Pedrillo una partida realista di 360 uomini. L’11 aprile, forzato il passo di Las Horcas, 800 realisti occuparono Santa Cruz de la Sierra, ma Warnes potè riunirsi ad Arenales, che il 24 maggio annientò nella valle della Florida la colonna nemica, uccidendone il comandante, colonnello Blanco. Colpito da ben 14 proiettili, il prode Arenales sopravvisse e, promosso brigadiere, il 4 luglio sterminò a Poster Valle una partida nemica di 200 uomini (ne scamparono appena 3). Intanto il grosso dell’armata realista era bloccato a Salta dalle piogge stagionali e affamata dalla guerriglia condotta fino alle porte della città da Martin Miguel Guemes (1785-1821), un ricco hacendado discendente in linea materna dal fondatore di Jujuy, con 800 infernales saltegni, armati alla gaucha con lancia, lazos e bolas e organizzati in piccole bande a cavallo di una ventina di uomini. Il 29 marzo Guemes annientò al Juncal de Velarde la controbanda realista del comandante Castro (45 perdite su 80 uomini). Ma sei settimane dopo trovò un avversario del suo calibro nel colonnello Marquiegui, uscito da Salta per vettovagliare la guarnigione e distruggere gli infernales, che dal 15 al 22 giugno subirono quattro sconfitte a Yavi, Fuerte del Valle, Pitos e Rio Pasaje. Finalmente il 26 Guemes riuscì a localizzarlo ad Anta, costringendolo a ritirarsi ad Ovest di Santa Victoria e il 4 luglio ne distrusse la retroguardia. Marquiegui tornò a Salta senza i viveri sperati, ma con importanti notizie sulla consistenza e dislocazione del nemico.

Così Pezuela decise di effettuare un nuovo tentativo di riaprire i collegamenti e il 12 agosto sconfisse i patrioti a Samapaita, favorito dal dissidio tra Arenales e Warnes. Tuttavia, indebolito dalle perdite, Pezuela non poté rioccupare Santa Cruz e decise di evacuare Salta. Complessivamente le vane offensive nel Nordovest costarono ai realisti ben 1.500 perdite. Guemes, promosso colonnello in ettembre, fu il primo a rientrare a Salta liberata. La decisione strategica di San Martin: da Tucuman a Mendoza In una lettera a Rodriguez Pegna, San Martin gli confidò la decisione di non muoversi da Tucuman e di non tentare alcuna operazione. Sul quel fronte - sosteneva - si poteva fare soltanto una guerra “puramente difensiva”, per la quale però bastavano “i valorosi gauchos di Salta con due buoni squadroni di veterani”. Pensare di “far altro” era “buttare uomini e denaro in un pozzo senza fondo”. Del resto “il (suo) segreto già lo conosce(va)”: “un esercito piccolo e ben disciplinato a Mendoza per passare in Cile e farla finita là con i godos, sostenendo un governo solido di amici. Alleando le forze passeremo per mare a prendere Lima; quella è la strada, non questa”. Poco dopo, il 27 aprile 1814, San Martin chiese il trasferimento dal governatorato tucumano a quello, privo di forze regolari, della provincia andina di Cuyo, che includeva Mendoza, San Luis e San Juan. Concessogli il trasferimento, in agosto Rondeau gli subentrò al comando dell’esercito settentrionale. Immune al sentimentalismo incaista di Castelli e Belgrano, San Martin non soltanto non credeva nella possibilità di convertire alla rivoluzione i contadini dell’altipiano peruviano, ma nemmeno lo auspicava, perchè avrebbero intralciato la rivoluzione liberale e cosmopolita intrapresa dalle élites illuminate della costa. Il fallimento delle due offensive patriote del 1811 e 1813 e delle controffensive realiste dimostrava che la guerra non poteva risolversi sull’impervio fronte altoperuviano. Con tutta evidenza l’esercito regio dell’Alto Perù non era un pericolo in sé, ma soltanto in cooperazione con quello del Cile, che, una volta sconfitti i rivoluzionari e rinforzato con i veterani della guerra peninsulare spediti dalla Spagna, avrebbe potuto varcare le Ande tagliando la ritirata all’Ejército del Norte e marciando poi su Buenos Aires. Di conseguenza il perno strategico della difesa non era Salta, ma Mendoza, chiave dei valichi andini e dei rifornimenti alle forze repubblicane cilene. Ma Mendoza non aveva soltanto valore difensivo. Essa consentiva di spostare la direttrice delle operazioni dall’altipiano al Pacifico, consentendo di sfruttare il sostegno inglese, soprattutto navale, all’indipendenza sudamericana. Tenendo un piede in acqua e un piede a terra, l’esercito repubblicano avrebbe potuto coprire grandi distanze in breve tempo, trasportato e rifornito dalle forze navali, puntando direttamente su Lima, capitale vicereale ed epicentro della resistenza spagnola nell’intero Sudamerica. Una volta guadagnata la superiorità navale sulla debole squadra spagnola, si poteva cooperare con le forze colombiane di Simon Bolìvar (1783-1830) per interrompere i rifornimenti marittimi del nemico e infine sferrare da Nord e da Sud l’offensiva finale congiunta su Lima. E’ chiaro che a questo disegno strategico corrispondeva una concezione geopolitica molto più ampia di quella di Belgrano e del partito indipendentista bonearense. Costoro miravano essenzialmente a mantenere l’unità del vecchio Viceregno del Plata a spese di quello del Perù: per questo avevano cercato di stroncare le tendenze centrifughe delle tre province settentrionali, concentrando il massimo sforzo sulle miniere dell’Alto Perù. San Martin era invece disposto a sacrificare gli interessi economici portegni al mantenimento dell’unità politica del Sudamerica ex-spagnolo. La riconquista spagnola del Cile e della Nueva Grenada Fernando VII cominciò a governare la Spagna nel maggio 1814. Sciolte le Cortes e ristabilito l’assolutismo, si sbarazzò degli incomodi veterani della resistenza mandandone 15.000 a domare la ribellione liberale sudamericana, al comando del generale Pablo Morillo (1877-1838). In aggiunta ai 16.000 veterani che presidiavano le colonie nel 1810, fino al 1821 la Spagna inviò complessivamente

altri 27.000 uomini: i due arrivi più consistenti avvennero nel 1813 e nel 1815, con 6.580 e 14.041 uomini. Nel 1817 ne arrivarono 1.220 e 1.950 nel 1818. Naturalmente a questi 41.000 peninsulari vanno aggiunti almeno altrettanti coscritti e volontari realisti reclutati sul posto. Inizialmente destinate a riprendere Montevideo e Buenos Aires, nel 1815 le truppe di Morillo furono dirottate sul Venezuela e la Nueva Grenada per piegare l’insurrezione bolivariana. Ma un’avanguardia di 600 (550 fanti del Reggimento Talavera e 50 artiglieri) raggiunse Lima già nel 1814 e di qui, il 13 agosto, sbarcò a Talcahuano, sbloccando l’esercito realista assediato a Chillan e costringendo quello repubblicano a ripiegare a Rancagua, dove fu annientato il 2 ottobre dal colonnello Mariano Osorio, il quale rioccupò tutta la costa meridionale del Pacifico e bloccò i passi andini per impedire il ritorno degli esuli, rifugiati a Mendoza. Pochi mesi dopo anche Bolivar fu sconfitto a Santa Marta da 12.000 veterani di Morillo, rifugiandosi in Giamaica e successivamente ad Haiti. A Mendoza arrivarono complessivamente 3.000 soldati ed esuli cileni, guidati dall’ex- presidente José Manuel Carrera y Verdugo (1785-1821) e dal generale sconfitto Bernardo O’Higgins (1778-1842). Il loro arrivo creò problemi non solo logistici, ma anche politici, sia per le rivalità tra gli esuli (il 21 novembre don Luis Carrera, fratello dell’ex-presidente, uccise in duello il generale Juan Mackenna) sia per la pretesa di Juan Miguel di esercitare i suoi poteri presidenziali anche nella provincia cuyana, che un tempo aveva appartenutio al Regno del Cile. I 708 veterani cileni furono presto allontanati, aggregandoli all’Ejército del Noroeste oppure alle guarnigioni di Santa Fe e Buenos Aires (dove furono trasferiti i 300 dragoni cileni). Legatosi a O’Higgins, San Martin si liberò presto anche di Carrera, prima confinandolo a San Luis e poi spedendolo a Buenos Aires, dove l’ex presidente si adoperò invano per convincere il governo argentino ad appoggiare un suo progetto di riconquista del Cile, respinto su parere contrario dello stesso San Martin, che lo giudicava prematuro e sconsiderato.

8. LA CADUTA DI ARTIGAS
E LA SCONFITTA DI SIPE-SIPE

(1815) L’ammutinamento di Rondeau e l’elezione di Alvear al direttorato supremo A Buenos Aires la nuova minaccia spagnola aveva contribuito ad aggravare la crisi del regime direttoriale, spingendolo a trovare un modus vivendi con i realisti e ad affidarsi sempre più strettamente al protettorato britannico, dando così nuove armi ai suoi oppositori. E il 6 agosto, per rinforzare la sicurezza interna, furono create nella capitale 2 compagnie ausiliarie di patriotas (capitani José Aguirre e Pedro Lobos), poste agli ordini di Manuel Belgrano (tornato dalla missione europea) per i servizi di ronda e altri concernenti la pubblica utilità. Alvear approfittò della rinuncia di San Martin per togliere di mezzo anche Rondeau, l’ultimo capo militare della prima generazione rivoluzionaria. Dopo il trionfale ritorno a Buenos Aires, l’eroe di Montevideo, insignito formalmente del titolo di “benemerito della patria”, si fece accordare il comando dell’Ejército del Norte e in novembre partì per Salta con rinforzi tratti da Montevideo (N. 6 de pardos y morenos patricios) e Buenos Aires (1.100 uomini del N. 2). Lo accompagnavano gli husares de la guardia e il colonnello Martin Rodriguez, il quale lasciava l’incarico di capo di stato maggiore per sostituire Rondeau anche nel suo comando reggimentale, quello dei dragones del Peru. L’inviato svedese J.A. Graaner scriveva che Rondeau si era installato come “un satrapo orientale”, tra donne di tutti colori, e che gli ufficiali dell’Ejército del Norte erano “petimetres”, di costumi sregolati, insubordinati, privi di talento militare, capaci soltanto di maltrattare i loro soldati, approfittando in modo oltraggioso della loro incredibile docilità e rassegnazione - mai la minima protesta, benchè fossero in credito di tre anni di paga (3 o 4 reales al giorno) e andassero in giro laceri e scalzi. Fatalmente il ruolo svolto dall’esercito nelle vicende della rivoluzione sudamericana aveva prodotto un pernicioso spirito di casta. La “presuncion” degli ufficiali argentini (“como si fueran de diferente raza”) fu segnalata anche nel 1818 dall’inviato statunitense Brackenridge (pur riconoscendo che restavano “repubblicani”). Le cronache di quegli anni registrano episodi di cittadini, rei di non portare la coccarda rivoluzionaria, insultati e picchiati da ufficiali e di due preti schiaffeggiati, uno dal brigadiere Soler per avergli rivolto la parola senza togliersi il cappello, l’altro dal comandante Ramon Correa per aver sparlato del suo reggimento. Rondeau era troppo debole per ribellarsi al volere di Alvear, ma gli ufficiali dell’armata erano decisi ad opporsi con tutti i mezzi alla radicale epurazione annunciata dalla sostituzione del comandante. Tuttavia, circostanza paradossale e anche un po’ sospetta, a promuovere la sedizione fu proprio un uomo di Alvear, il colonnello José Vicente Pagola, comandante del N. 9, uno dei nuovi reggimenti creati dall’ambizioso brigadiere per il fronte orientale e spedito in settembre di rinforzo a Salta. Infatti fu Pagola a convincere Rondeau a disobbedire al governo direttoriale, avanzando l’esercito 100 chilometri a Nord di Jujuy, alla quebrada di Humacahua, nella media valle del Rio Grande. E il 17 dicembre 1814, allegando pretese ingiustizie ai danni di “ufficiali distinti e meritevoli”, fu Rondeau a sfiduciare Posadas, provocandone le dimissioni e la crisi di governo. Benchè non si possa dimostrare che si sia trattato di una manovra politica concordata tra Pagola e Alvear, è indubbio che l’ammutinamento di Rondeau abbia fatto in definitiva il gioco di Alvear, consentendogli, il 9 gennaio 1815, di subentrare allo zio nel direttorato supremo.

Il controllo dell’esercito (13 gennaio - 22 febbraio 1815) Infatti, lungi dal punire Rondeau, il nuovo direttore si affrettò a riconfermargli il comando dell’esercito del Nordovest, che il 13 gennaio fu riclassificato II Cuerpo de Ejército. Sotto la stessa data anche l’Ejército Oriental e la poderosa guarnigione portegna furono ridesignati III e I C. de E., rispettivamente al comando del colonnello maggiore Soler e dello stesso direttore supremo. Non era un puro mutamento di nome, perchè a ciascun corpo d’armata venne attribuita una determinata giurisdizione territoriale, sovraordinando i comandanti ai governatori intendenti delle province incluse in tale giurisdizione. Naturalmente quella più ampia e importante fu attribuita al corpo d’armata al diretto comando di Alvear: includeva infatti l’interno (Cordoba e Santa Fe), il Litorale (Entre Rios e Corrientes) e la provincia andina di Cuyo, ponendo così San Martin alle dirette dipendenze di Alvear, che tra l’altro era amico personale di Carrera e di conseguenza prevenuto nei confronti di O’Higgins. Ben comprendendo il significato politico della subordinazione di Mendoza al I C. de E., il 20 gennaio San Martin chiese di essere esonerato dal comando, allegando pretestuose ragioni di salute. Alvear si affrettò ad accontentarlo, mandando a sostituirlo il comandante degli ex-patricios, colonnello Gregorio Perdriel. Mendoza lo accolse però ostilmente e il cabildo abierto del 16 febbraio reclamò la riconferma del governatore dimissionario. Il 22 Alvear cedette, autorizzando San Martin ad esercitare il suo ufficio nei limiti consentitigli dal suo stato di salute. Meno sottile e dissimulato fu il braccio di ferro con il fiero Guemes, che Alvear intendeva non soltanto porre in subordine a Rondeau, ma anche sostituire con il colonnello Hilarion de la Quintana, nominato governatore intendente di Salta. I rinforzi portati da Alvear a Salta erano rimasti agli ordini di Rondeau. La bassa forza del N. 2 venne incorporata nel N. 9 di Pagola, mentre gli ufficiali, tornati a Buenos Aires, ricostituirono il reggimento su 2 battaglioni, sulla base del 3°/N. 2, rimasto nella capitale agli ordini del tenente colonnello Pedro Conde. Alvear ne dette il comando al colonnello Juan Bautista Bustos, l’uomo che nel gennaio 1820 avrebbe promosso l’esiziale alzamiento di Arequito. Nel gennaio 1815 Alvear spostò la guarnigione - circa 6.000 uomini - dalla capitale al campo di Olivos, al duplice scopo di riorganizzarla e di sottrarla all’influenza dei suoi avversari politici. La misura accrebbe il malcontento dell’esercito, già innescato dal ribasso generale del soldo dei militari e dei pubblici impiegati decretato il 31 dicembre da Posadas. A Olivos furono costituiti, il 15 e il 28 gennaio, altri 2 squadroni della guardia direttoriale. Il conflitto con Artigas e la caduta di Alvear (10 gennaio - agosto 1815) Intanto la spedizione punitiva nella parte nord-occidentale della Banda Oriental era terminata in un disastro. Stanco di attendere l’arrivo della colonna Valdenegro, Dorrego aveva attaccato da solo, con 800 uomini, le forze riunite dei due luogotenenti artiguisti Bauzà e Rivera, vale a dire 1.200 cavalieri. Il 10 gennaio, a Guayabos, con varie cariche e finte gli orientali riuscirono a separare la cavalleria direttoriale dalla linea della fanteria per poi gettarsi su quest’ultima massacando 200 uomini. Nel disperato tentativo di risospingere Artigas ad Est dell’Uruguay, Alvear acconsentì a cedergli la piazza di Montevideo, evacuata il 24 gennaio, richiamando ad Olivos anche il Batallon N. 10 del colonnello Francisco Antonio Pinto. Ma questa prova di debolezza ottenne l’effetto contrario, facendo precipitare la situazione anche ad Ovest del Paranà. Infatti il 19 gennaio il colonnello Bustos, accorso da Cordoba, dovette respingere un attacco di cavalleria entrerriana e santafesina contro la posta di Herradura. Deciso a stroncare la dissidenza provinciale, ai primi di aprile Alvear marciò su Santa Fe con la sua guardia personale (gli husares, ribattezzati de la Union, e le guias de la escolta del capitano Antonio

Diaz) e una parte delle truppe di Olivos. Ma, giunto a Fortezuela con l’avanguardia, il colonnello Ignacio Alvarez Thomas si ammutinò, denunciando gli abusi del direttore. Alvear mandò a domare la ribellione la Divisione del fedelissimo Viana, ma gli ufficiali defezionarono unendosi ai ribelli. Il direttore spese i suoi ultimi giorni di potere in un larvato conflitto col cabildo portegno, ottenendo alla fine, anche con minacce, una condanna esplicita della dissidenza federalista capeggiata da Artigas. Ma il cabildo gli tenne testa accusandolo infine di tirannia, e a vibrargli il colpo di grazia fu Soler, che il 12 aprile sollevò anche i granaderos de infanteria. Dopo un ultimo tentativo di rimettere soltanto il comando militare conservando quello politico, Alvear cedette e il 17 aprile lasciò l’Argentina a bordo di un legno inglese. Al direttorato esecutivo fu eletto Rondeau, il quale, avendo appena iniziato una nuova offensiva dal campo di Humahuaca, delegò il direttorato interinale ad Alvarez Thomas, che il 21 aprile assunse il comando militare e il 6 maggio, giurato lo statuto provvisorio, anche quello politico. Il direttore interinale sostituì il capo di stato maggiore Rodriguez col suo segretario, l’italiano Antonio Berruti, rimasto in carica sino al 1817. Il comando generale delle armi venne però attribuito al brigadiere Belgrano, il cui aiutante di campo era l’italiano Emilio Salvigni. Fu congedato, per le sue compromissioni politiche con Alvear, anche il colonnello Monasterio. Gli subentrò alla direzione della fonderia militare il tenente José Maria Rojas, il quale provvide a riequipaggiare con un nuovo modello di cannone da 4 libbre l’artiglieria da campagna dell’esercito del Nord e poi anche quello delle Ande costituito nel 1816 agli ordini di San Martin. L’8 giugno il cabildo portegno decretò la costituzione di milicias civicas de imaginaria, chiamata in caso d’emergenza con la campana a martello (somaten) e il segnale “la patria se halla en peligro” (una bandiera rossa issata sulla torre del cabildo). Reclutata e comandata dal brigadiere Miguel de Azcuénaga, la civica contava 500 cavalieri e 3 battaglioni (ciascuno con 2 cannoni). La guerra gaucha, la sconfitta di Sipe-Sipe e la resistenza india 1816) (26 gennaio 1815 - 14 settembre

Nel Nordovest la campagna del 1815 si era aperta il 26 gennaio con l’infausta cattura del colonnello Martin Rodriguez, sorpreso con 40 uomini al campo del Tejar. L’11 marzo il maresciallo realista Ramirez aveva inoltre sconfitto al Valle de Santa Rosa, sulle rive del Rio Llalli, l’esercito indio del brigadiere Mateo Garcia Pumakahua. All’inizio di aprile Rondeau riapriva le operazioni con 4.000 uomini e il 17, lo stesso giorno del ritiro di Alvear, l’avanguardia del colonnello Francisco Fernandez de la Cruz catturava 100 realisti all’avamposto del Marques. Fu tuttavia l’unico successo della campagna, presto arenatasi per l’alto tasso di diserzioni e le carenze logistiche. Comunque Rondeau riuscì a raggiungere Cochabamba, dove le forze di Arenales furono regolarizzate col nome ufficiale di Regimiento N. 12 de linea, mentre Warnes scorreva il territorio occupato dal nemico. Ma l’autorità di Rondeau non era riconosciuta a Salta, dove il cabildo aveva già esautorato il governatore Quintana e in maggio, appresa la caduta di Alvear, aveva conferito a Guemes il comando politico e militare della provincia, costringendo Rondeau a dichiaralo fuorilegge. Abbandonando Rondeau e Arenales alla propria sorte, Guemes riorganizzò la difesa della provincia esclusivamente con forze locali, aggiungendo agli infernales 2.000 provinciali di linea e 5.000 miliziani gauchos. Giunto ad un massimo di 334 ufficiali e 7-8.000 uomini (su una popolazione provinciale di 50.000 abitanti), l’Ejército gaucho di Guemes finì per operare su un fronte di 800 km tra Tarija e Tucuman e comprendeva le seguenti unità:
7 Reggimenti di gauchos: Salta (5 squadroni); Jujuy (più piccolo del precedente): Oran; Quebrada de Humahuaca;

Frontera del Rosario; Santa Victoria; San Andres y la Puna; Guardias de Guemes: 3 squadroni scelti distaccati dai gauchos di Salta, Oran e della Frontera; Infernales de caballeria de linea de Salta: bande irregolari di Bermejo, San Lorenzo e Salinas; Regimiento Partidario (=partigiano) Veteranos de Salta; Regimiento granaderos a caballo de Salta; 3 unità di milizia (Escuadron de Saltenos: Coraceros de Salta: Dragones de Vanguardia); Regimiento de Decididos; Batallon Peruano (1.000); Compagnia Coronela (di guarnigione a città del Salta); Artilleria de Salta; 7 unità “corsarias” (La Coronela, La Corsaria, Valor, Pirata, Nazareno, Guemes, Carmen, Gobernador).

In settembre il governo direttoriale pianificò una spedizione navale contro il Callao, per costringere le forze realiste del Cile e dell’Alto Peru a mantenersi sulla difensiva. Ma in ottobre Pezuela riprese l’iniziativa marciando su Cochabamba. Il 20 ottobre Rodriguez - liberato da un scambio di prigionieri e tornato alla testa dell’avanguardia argentina (350 fanti e 150 dragoni di Lamadrid) - tentò di sorprendere a Villa y Media 2 battaglioni realisti comandati dal famoso colonnello Olagneta, un’azione avventata che gli costò tutta la fanteria. Inseguito dai realisti, Warnes dovette cessare ogni operazione in territorio altoperuviano e il 27 novembre dovette riconquistare, con uno scontro a Santa Barbara, anche la sua base di Santa Cruz de la Sierra, che durante la sua assenza era stata occupata dal realista Altolaguirre. Intanto Pezuela vibrava il colpo decisivo puntando su Sipe-Sipe, a 16 chilometri da Cochabamba, dove era accampato Rondeau con 8 reggimenti e 6 squadroni. Ripetendo la manovra attuata ad Ayohuma contro Belgrano, il 28 novembre Pezuela fissò il nemico con un attacco frontale, mentre la colonna aggirante lo sorprendeva sul fianco destro dalla costa di Viluma, annientando 2 battaglioni di negri portegni (N. 6 de pardos y morenos patricios e N. 7 de libertos) e 2 reggimenti locali (N. 11 tucumano e N. 12 cochabambino). Pur con forti perdite gli altri 4 reggimenti poterono rannodarsi a Chuquisaca, salvati dalle furiose cariche degli squadroni granaderos di Manuel P. Rojas (1792-1857) e Mariano Necochea (1792-1849). Iniziò poi la penosa ritirata, coperta dai dragoni peruviani di Lamadrid e dagli indios del cacicco Camargo, che il 31 gennaio e il 2, 3,12 febbraio e 27 marzo1816 sostennero vari scontri con l’avanguardia realista del brigadiere Alvarez, a Culpira, alla quebrada di Uturango, a Cinti, sulla riva del San Juan e ad Aucapunima, attestandosi poi a Tarija. Non trovando ospitalità a Salta, Rondeau dovette proseguire la ritirata fino a Tucuman, dove il colonnello Carlos Forest (N. 1 de Patricios) cospirò per deporlo. Ma Pagola (N. 9), che pure aveva espresso dure critiche contro il comandante, rifiutò la sua adesione, mentre Bustos (N. 2) e French (América N. 3) rimasero fedeli a Rondeau, consentendogli di destituire Forest e sciogliere il suo reggimento, incorporandone la truppa nel N. 9. Nell’Alto Peru continuarono a resistere le guerriglie indie di Ildefonso Escolastico de las Mugnecas (ucciso il 27 marzo a Cololo dal colonnello Camarra) e di Manuel Asensio Padilla, che, attaccato il 3 marzo al pueblito del Villar e sconfitto il 28 maggio a Yauparaez dal colonnello La Hera, l’11 luglio lo bloccò a Chuquisaca, continuando a combattere sino al 14 settembre, quando venne sorpreso dal colonnello Javier Aguilera e decapitato insieme alla moglie, la valorosa Juana Azurduy, alla quale Pueyrredon aveva concesso il grado di tenente colonnello.

9. LA GUERRA CONTRO ARTIGAS
E L’INVASIONE PORTOGHESE

(1816-17) La campagna santafesina e l’elezione di Pueyrredon (aprile - ottobre 1816) Nell’aprile 1816 il governatore santafesino Tarragona, che si reggeva sul presidio portegno comandato dal generale Viamonte, fu espulso da una sollevazione militare iniziata dalle truppe della frontiera santafesina, nelle quali serviva come alfiere il futuro caudillo Estanislao Lopez (1786-1838), subito rinforzate dai partigiani di Artigas sbarcati dall’altra sponda del Paranà, che si impadronirono della città dopo alcuni giorni di combattimento e di saccheggio. Il brigadiere Belgrano spedì a riprendere Santa Fe il colonnello Diaz Vélez, il quale venne però a patti con gli insorti, firmando il 6 aprile, a Santo Tomé, una convenzione che prevedeva le dimissioni di Belgrano e dello stesso Alvarez Thomas. Travolto dall’indignazione popolare, il direttore interinale dovette dimettersi, e così pure il suo successore Balcarce, sostituito a sua volta da una commissione provvisoria di governo composta da Francisco Antonio Escalada e Miguel de Irigoyen. Finalmente, nel maggio 1816, il congresso interprovinciale di Tucuman elesse direttore provvisorio Juan Martin de Pueyrredon, richiamato da San Luis, dove era stato confinato nel 1812. Prima dell’arrivo di Pueyrredon (che assunse i poteri il 29 luglio) la commissione di governo ordinò a Diaz Vélez di vendicare l’affronto di Santo Tomé. Il 12 luglio Diaz Vélez invase la provincia cordobese con 1.500 uomini e, disperse le montoneras, rioccupò Santa Fe, saccheggiandola per un mese e prendendo ostaggi fra i peninsulari per costringerli a pagare il tributo di guerra. Ma le forze artiguiste, guidate dal correntino Mariano Vera, attraversarono il Paranà e il 31 agosto Diaz Vélez si risolse a reimbarcarsi. L’occupazione portoghese di Montevideo e la difesa di Buenos Aires (18 settembre 1816 - 20 gennaio 1817) Sotto il profilo politico, il bilancio dell’operazione fu assolutamente catastrofico, dando il pretesto ad Artigas di proclamarsi “jefe de los Orientales y protector de los Pueblos Libres”, vale a dire le tre province del Litorale (Entre Rios, Corrientes e Montevideo), sottoposte ad un regime di vergogna e di terrore dalle sue feroci milizie personali, reclutate tra gli indios guaranies delle Missioni gesuitiche e comandate da José Eusebio Heregnù, “Andresito” (Andrés Cuacurari) e Fernando Otorgues, quest’ultimo poi sostituito dal più duttile Miguel Barreiro. Però proprio i metodi degli indios raffreddarono la propensione autonomista delle altre province rappresentate al congresso di Tucuman. Così l’8 ottobre la fedeltà delle milizie cordobesi e del picchetto veterano consentì al maggiore Francisco Sayos di soffocare sul nascere il tentativo del federalista Bulnes di sollevare Cordoba. Inoltre, proprio mentre Artigas pianificava una grande offensiva interprovinciale contro l’odiata capitale portegna, il governo portoghese spedì il generale Federico Lecor, con 5.000 uomini, ad occupare la Banda Oriental, ridesignata dai portoghesi “capitania Cisplatina”. Il 18 settembre Lecor occupò Maldonado, mentre il generale Curado rastrellava la zona circostante. Alla fine di settembre il colonnello Abreu costringeva le forze artiguiste del Rio Grande, comandate da Pantaleon Sotelo, a rifugiarsi sulla sponda entrerriana dell’Uruguay. Pochi giorni dopo Sotelo ripasssò il fiume per unirsi ad Andresito, che aveva accerchiato il vice di Curado, colonnello Chagas, ma il 5 ottobre fu intercettato a San Borje da Abreu, che gli inflisse 500 perdite. Un analogo tentativo del capo artiguista Verdun venne bloccato il 19 ottobre a Ibiracahy dal colonnello Menna Barreto. Intervenne allora lo stesso Artigas, con la sua riserva strategica di 1.200 uomini scelti, ma il 27 ottobre

ne perse 400 a Corumbe nel vano tentativo di avvolgere la forza del brigadiere d’Oliveira Alvarez, che subì soltanto 70 perdite. Resosi conto della superiorità militare portoghese, Artigas stimò più conveniente approfittare della debolezza militare e politica del governo argentino per coalizzare tutte le forze federaliste dell’Interno e vibrare il colpo finale alla supremazia bonearense, lasciando José Fructuoso Rivera (1790?-1854) con 1.000 uomini e Andresito con 500 a contrastare l’avanzata portoghese verso l’Uruguay e la piazzaforte di Montevideo. Ma il 19 novembre la forza di Rivera fu annientata a India Muerta dai 900 uomini del brigadiere Sebastian Pinto de Araujo. Artigas, che aveva concentrato 6.000 uomini in territorio santafesino, mosse ugualmente sulla capitale, dove il 16 dicembre fu disposta una leva di 2.000 schiavi dai 15 ai 60 anni, reclutati fra quelli residenti nel pomerio della capitale, inclusi stavolta anche quelli di proprietà degli hijos del pais, per costituire una Brigada de auxiliares argentinos su 4 battaglioni (1° Benito Lynch, 2° Miguel Riglos, 3° Manuel Luzuriaga e 4° Felipe Pereyra Lucena) al comando del brigadiere Antonio Gonzalo Balcarce. Intanto il governatore di Santiago del Estero fu rovesciato dal colonnello Juan Francisco Borges, che rifiutava di riconoscere l’autorità di Belgrano, al quale Pueyrredon aveva conferito il comando dell’Esercito del Nordovest. Sconfitto da Lamadrid il 27 dicembre a Pitambale, Borges venne fucilato ai primi di gennaio. Questo episodio, assieme alle misure difensive adottate a Buenos Aires e ai rapidi successi portoghesi, indusse Artigas a fare un estremo tentativo di scongiurare l’occupazione di Montevideo. Il 3 gennaio 1817, a Arapey, Abreu inflisse altre 80 perdite ad Artigas e il giorno dopo il maggior generale artiguista, colonnello Latorre, fallì una sorpresa a Catalan, lasciando i portoghesi padroni della strada per Montevideo. Il marchese di Alegrete rastrellava la parte occidentale della Cisplatina, distaccando Chagas per compiere una spedizione punitiva sulla riva dell’Uruguay. Annientati il 19 gennaio 500 indios di Andresito, Chagas saccheggiò e distrusse uno dopo l’altro Santa Cruz, Yapeyù, Santo Angel de la Guardia, Santo Tomé, Concepcion, Santa Maria e Martinez, lasciandosi dietro oltre 4.000 cadaveri. Intanto, il 20 gennaio, Lecor entrava trionfalmente in Montevideo. La crisi economica e finanziaria di Buenos Aires Costretto a sguarnire la capitale per alimentare l’offensiva strategica pianificata da San Martin, Pueyrredon dovette accettare un tacito modus vivendi con le province ribelli e subire, limitandosi a qualche minaccia verbale, l’occupazione portoghese di Montevideo. Infatti la situazione finanziaria, semplicemente catastrofica, non lasciava margini oltre lo sforzo compiuto per mantenere l’esercito di Tucuman (di fatto trasformato in forza di sicurezza interna) e consentire a quello di Mendoza di portare la guerra oltre le Ande, contando che San Martin riuscisse poi a farlo vivere esclusivamente sulle risorse locali. Ridotta al minimo indispensabile, l’amministrazione centrale sopravviveva a colpi di aumenti doganali e prestiti forzosi straordinari imposti ai commercianti: nel dicembre 1815 il consolato portegno dovette anticipare 10.000 pesos per acquistare le armi sbarcate all’Ensenada de Barragan. Nel gennaio 1816, per la prima volta, anche gli inglesi furono assoggettati al prestito di 200.000 pesos, ma in giugno furono esentati dalla nuova tassa mensile sul commercio, suscitando l’indignazone del consolato, che pronosticava ormai, non senza buone ragioni, la completa rovina delle imprese nazionali. Così in ottobre, in occasione di un nuovo prestito forzoso di 150.000 pesos, Pueyrredon ripartì il carico per quote etniche: 40.000 sugli inglesi, 60.000 sui peninsulari e il resto sugli americani. Per finanziare l’enorme debito pubblico, il governo emise ovviamente obbligazioni “a pace conclusa e ordine restaurato”, che certo potevano essere scontate subito, ma con un aggio che il mercato obbligazionario fissava attorno al 40 per cento, segno eloquente di scarsa fiducia nella tenuta e nella solvibilità dello stato rioplatense. Ad alleviare il disastro economico contribuirono le prede fatte dai corsari di Brown durante l’audace incursione del 1816 sulle coste peruviane ed ecuatoriane e la temporanea diminuzione della

concorrenza inglese (le importazioni scesero dalle 476.653 sterline del 1814 alle 311.658 del 1816) determinata dal progressivo innalzamento dell’imposta doganale, salita nel 1817 addirittura al 33 per cento. Ma era una misura di dubbia efficacia, perchè l’aumento delle entrate fu inferiore alle aspettative a causa della riduzione della domanda e dell’ulteriore incremento del contrabbando, mentre le importazioni dall’Inghilterra risalirono già nel 1817 a 548.689 sterline, raggiungendo le 730.908 nel 1818. Fu l’effetto di una nuova linea liberista inaugurata dal governo direttoriale, il quale, grazie al forte incremento delle esportazioni portegne di cuoio, poteva adesso permettersi di importare manufatti pregiati dall’Europa a spese delle arretrate e rozze industrie arribegne, già penalizzate dall’interruzione delle esportazioni verso l’Alto Perù. Naturalmente questo successo dell’economia portegna ebbe in contropartita negativa la diffusione di un sordo spirito di rivolta dalle province secessioniste del Litorale anche a quelle dell’interno. La politica militare di Pueyerredon (1816-17) Il 20 gennaio 1816 Alvarez Thomas aveva approvato l’apertura di un’accademia di matematiche e arte militare, diretta da Felipe Senillosa. Potevano esservi ammessi cadetti, ufficiali volontari e privati di età non inferiore a 15 anni, purchè in grado di leggere e scrivere e con qualche nozione elementare di matematica. Tuttavia le domande furono troppo poche per poter avviare i corsi. Il primo provvedimento militare di Pueyrredon fu il riordino dei due alti comandi periferici. Come meglio diremo nel prossimo paragrafo, il 1° agosto 1816 San Martin fu promosso colonnello maggiore e le truppe che aveva nel frattempo riunito e addestrato a Mendoza furono designate Ejército de los Andes (per le relative vicende organiche v. infra). Il 24 luglio Pueyrredon aveva inoltre disposto la sostituzione di Rondeau con Belgrano. Anche stavolta alcuni ufficiali dell’Ejército del Norte, capeggiati dal colonnello French, pensarono di opporsi alla sostituzione, come avevano fatto due anni prima, con successo, contro Alvear, ma il colonnello Bustos, che aveva spostato il suo reggimento (N. 2) al campo di Las Troncas, si adoperò per far rientrare i propositi sediziosi. In ogni modo i colonnelli French e Pagola lasciarono l’esercito insieme a Rondeau e nel febbraio 1817 furono anzi mandati al confino - assieme a Moreno e ad un altro famoso soldato politicante, l’avvocato-colonnello Chiclana - per aver criticato la sostanziale arrendevolezza di Pueyrredon nei confronti dell’invasione portoghese. Il reggimento di French (América N. 3) passò al comando del colonnello Blas José Pico e quello di Pagola (N. 9) fu incorporato nel N. 10 di Pinto. Il 3 settembre 1816 furono anche amalgamati i dragoni (de la Patria e del Peru) assegnati all’esercito di Tucuman, formando il reggimento Dragones de la Nacion al comando di Lamadrid. In ottobre si aggiunse però 1 squadrone di husares de Tucuman, mentre il 26 febbraio 1817 fu costituito un reggimento di cazadores a caballo su 4 squadroni. Il 21 ottobre 1816 fu approvato il Reglamento para Exercicio y Maniobras de la Infanteria En los Exércitos de las Provincias de Sud America, redatto da una Comision de guerra composta da Miguel de Azcuénaga, Ignacio Alvarez, Juan Ramon Balcarce, Eduardo Holmberg, Nicolas Vedio, Blas José de Pico, Manuel Pinto e José Olaguer Feliù. Per la cavalleria restava invece in vigore il Reglamento y ordenanza de S. M. para el exercicio, evoluciones y maniobras de la caballeria y dragones montados. Il decreto 21 ottobre 1816 ordinava la fanteria in 12 reggimenti di 2 o più battaglioni, ciascuno su 6 compagnie (1 di granatieri, 4 di fucilieri e 1 di cacciatori) con 5 ufficiali e 120 effettivi. La compagnia scelta del battaglione cacciatori era designata “carabinieri”. Ma il 13 novembre i Reggimenti furono ridotti a 2 (N. 1 de Patricios e N. 2) mentre le altre unità rimasero su un solo battaglione. Il 26 marzo 1817 Pueyrredon istituì a Buenos Aires l’Estado Mayor General, allo scopo di riordinare le singole armate (“los Ejércitos de la Patria”) e ciascun corpo delle varie armi secondo criteri e procedure uniformi. A capo dell’E. M. G. era posto il brigadiere Antonio Gonzalo Balcarce, in funzione dal 1° aprile, con il compito di coordinare i capi degli EE. MM. Particulares assegnati alle singole Armate. Alle sue dirette dipendenze erano poste le scuole militari, il Commissariato generale di

guerra e gli arsenali e stabilimenti militari. Gli articoli 1 e 2 del capo II del Regolamento costituzionale provvisorio del 1816 dichiaravano “soldados del Estado”, dai 15 ai 60 anni, gli americani, i peninsulari con carta de ciudadano, gli stranieri con diritto di suffragio nonchè gli africani e i pardos residenti nelle città e nei villaggi (esclusi, cioè, i braccianti delle estancias e delle aziende agricole). La legge li assoggettava al reclutamento nella milicia nacional reglada de infanteria e de caballeria, mentre il capo III autorizzava la costituzione di milicias civicas, formate dai residenti (vecinos) con finca o con proprietà non inferiore a 1.000 pesos, oppure padroni di bottega al dettaglio (tienda abierta). La legge poneva la civica alle dirette ed esclusive dipendenze del rispettivo cabildo, ad eccezione di quella della capitale, che era subordinata anche al director del Estado. Altri provvedimenti militari del direttorio erano collegati con il progetto di estendere la frontiera bonearense, allo scopo di fronteggiare la gravissima carestia di trigo, farina e carne salata colonizzando altre porzioni di pampa fino a raddoppiare l’estensione del terreno produttivo. Così il 6 dicembre 1816 la cavalleria di frontiera riprese ufficialmente le funzioni e il nome di Blandengues. Nell’estate 1817 il brigadiere Juan Ramon Balcarce fu nominato comandante generale della frontiera e, con decreto del 22 luglio, il direttorio invitò gli ufficiali licenziati per riduzione quadri a trasferirsi nei nuovi insediamenti di frontiera, promettendo loro assegnazioni preferenziali di terra nonchè la copertura delle prime spese di impianto della loro azienda agricola.

III - LA LIBERAZIONE DEL CILE E DEL PERU (1816-24)

SOMMARIO: 1. La preparazione dell’offensiva andina (1814-16). - 2. La liberazione del Cile (1817-19). - 3. L’implosione dell’Argentina (1817-23). - 4. La liberazione del Peru (1820-24).

1. LA PREPARAZIONE DELL’OFFENSIVA ANDINA (1814-16) La base di Mendoza (agosto 1814 - gennaio 1816) A Mendoza San Martin aveva trovato appena 28 blandengues in pessimo arnese e i 200 auxiliares argentinos richiamati dal governo il 1° giugno 1814 e riportati oltre le Ande da Las Heras. In ottobre era giunto però, col tenente colonnello José Maria Rodriguez, un piccolo rinforzo di 240 esclavos rescatados del N. 8 e 50 artiglieri con 4 cannoni e il 23 novembre Posadas aveva incaricato Las Heras di costituire a San Juan, sulla base degli auxiliares di Balcarce, un battaglione cui fu dato il N. 11. Alla fine del 1814, grazie ad una leva provinciale dei maschi tra i 14 e i 45 anni, 4 delle 6 compagnie del N. 11 erano già costituite, portando i regolari di Mendoza a 900, senza contare le milizie di cavalleria di Mendoza (1.200, generale José Albino Gutierrez), San Luis (1.800 su 15 compagnie) e San Juan (1.200). Il 13 marzo 1815 San Martin chiese a Rondeau di restituirgli il 1° e 2° squadrone granaderos. Il 26 luglio partì da Buenos Aires anche Zapiola con gli altri 220 granaderos a caballo (3° e 4° squadrone, capitano Victor Soler e tenente Juan Lavalle) e un treno di uniformi, polvere, munizioni e armi (200 fucili e 8 cannoni di nuova produzione). Così alla fine dell’anno San Martin disponeva di 1.543 regolari (300 del N. 8, 655 del N. 11, 415 granaderos, 30 blandengues e 143 artiglieri con 17 cannoni) e 4.344 miliziani. Il capitano Soler fu poi destinato a comandare il nuovo 5° squadrone granaderos, che formava la scorta del comandante in capo. Il 5 novembre 1815, ammirato dalle sue qualità, San Martin nominò il “geniale” francescano mendosino Luis Beltràn (1785-1827), già tenente dell’artiglieria repubblicana cilena, direttore della maestranza y laboratorio dello stato di Mendoza, il cui regolamento fu steso dallo stesso governatore. Ad Uspallata venne impiantata una fonderia di metalli ottenuti dalle miniere della Cordigliera e si fusero cannoni e si fabbricarono fucili, pietre focaie e una grande varietà di attrezzature militari di bronzo e di ferro. Meno fortunato fu invece il polverificio stabilito nella casa ceduta a tal fine da Tomas Godoy Cruz e diretto dal maggiore Alvarez Condarco, allievo del chirurgo e polverista Diego Paroissien. La polvere fabbricata era di eccellente qualità, ma le locali riserve di salnitro erano insufficienti, né fu possibile ottenerne dalla capitale. Pertanto la fabbrica diminuì la produzione fino a cessare l’attività nel settembre 1816. Inizialmente il chirurgo maggiore fu il capitano cileno Juan Isidro Zapata, che organizzò un ospedale da 200 letti e nel febbraio 1816 fece chiedere tramite San Martin materiale sanitario per 6.000 uomini (il governo ne mandò soltanto per 2.000). Il 24 settembre l’incarico di jefe del servizio sanitario passò

al maggiore chirurgo Diego Paroissien e Zapata divenne subjefe, responsabile dell’ospedale civile e militare di Mendoza. Oltre a costoro, il servizio includeva altri 6 chirurghi (aiutante Angel Candia, 2 frati assistenti e 3 frati empirici), 7 farmacisti (1° José Mendoza, 2° Blas Tello, 5 praticanti) e 36 subalterni (6 infermieri capi, 20 inservienti di sala, 2 rancieri, 2 lavandai, 4 aiutolavandai, 2 polizia di sala). Nel gennaio 1816 San Martin istituì una segreteria di guerra diretta da José Ignacio Zenteno e il N. 11 di Las Heras fu elevato al rango di reggimento su 2 battaglioni. Ma il 21 giugno, da Cordoba, Pueyrredon ordinò di trasformarli in battaglioni autonomi e San Martin trasformò il 2°/N. 11 in battaglione cazadores, detti poi de los Andes, al comando del tenente colonnello Rudecindo Alvarado (1792-1872). In tale reparto si arruolarono volontari anche un certo numero di residenti stranieri, incluso il colonnello inglese William Miller (1795-1861), che fu addetto allo stato maggiore di San Martin, nonché 100 “chasseurs” britannici al comando del capitano John Young. Tra costoro c’erano numerosi ex-prigionieri catturati nelle fallite spedizioni del 1806-07 che, una volta liberati, avevano preferito andare all’Ovest in cerca di fortuna (anche il colonnello Guemes aveva accolto nel suo esercito guerrigliero alcuni mercenari inglesi catturati a Salta). Tra rinforzi e nuove leve locali, nell’aprile 1816 San Martin aveva 1.773 regolari, saliti a 2.300 ai primi di settembre.

L’attacco del Callao e lo scontro di Guayaquil (20 gennaio - 16 febbraio 1816) Isolato dalla caduta del suo amico Alvear e dall’ammissione del suo rivale O’Higgins nella potente loggia Lautaro, a metà novembre 1815 Carrera lasciò Buenos Aires con 15.000 pesos ricavati dalla vendita dei gioielli della moglie e con l’intenzione di recarsi negli Stati Uniti per armare una squadra da guerra contro il governo realista cileno. Intanto, come abbiamo già accennato, l’ammiraglio Brown salpava con l’ammiraglia Hercules e 3 corsari argentini per ripetere l’impresa compiuta nel 1740-41 dall’ammiraglio inglese George Anson. Anche a Brown, come già ad Anson, doppiare il capo Horn costò una delle sue navi, e fu anche più sfortunato perchè un temporale gli impedì di raggiungere le Isole di Juan Fernandez, dove intendeva liberare i patrioti cileni deportati dai realisti. Ma il 20 gennaio 1816 comparve davanti al Callao e, coperto dalle batterie navali, penetrò nel porto con una flottiglia da sbarco, ritirandosi poi indenne. Il 21 avanzò a tiro delle batterie realiste colando a picco la fregata Fuente Hermosa e il 23 ne catturò un’altra, la Consequencia, ribattezzata Argentina e affidata al comando di Hipolito Bouchard. Il 30 Brown lasciò il Callao per dare la caccia al traffico spagnolo lungo le coste peruviane ed ecuatoriane e il 9 febbraio piombò sulle batterie realiste che difendevano l’estuario del Rio Guayaquil, inchiodando e smontando i cannoni. Dopo aver sbarcato truppe al villaggio di Guayaquil ed essersi avvicinato a tiro di pistola dal forte di San Carlos, uno dei corsari di Brown, con a bordo l’ammiraglio, si arenò per una repentina bassa marea. La nave fu subito abbordata dal nemico e Brown fatto prigioniero. Ma la comparsa dell’Hercules e dell’altro corsaro (Halcon) risolse l’increscioso episodio con uno scambio di prigionieri e il 16 gennaio Brown volse la prua verso Sud, tornando a Buenos Aires incolume, e con un ricco bottino. Il congresso di Tucuman e la dichiarazione di indipendenza (9 luglio 1816) Il congresso nazionale, convocato da Alvarez Thomas per riassorbire la dissidenza federalista, si riunì a Tucuman nel gennaio 1816. I 33 delegati (7 portegni, 5 cordobesi, 4 di Chuquisaca, 3 tucumani, 2 saltegni, 2 mendosini, 2 santiaguegni, 2 di Catamarca e 1 per ciascuna delle province di La Rioja, San Luis, San Juan, Mizque, Cochabamba e Jujuy) rappresentavano due razze, due civiltà, due progetti

politici radicalmente diversi e contrapposti. Da un lato portegnos e cuyanos, bianchi ed europeisti, che sostenevano un progetto “unitario” e “monarchico”. Dall’altro gli arribegnos, nativi e coloniali delle province del Nord, da Cordoba a Salta, che sostenevano una formula “federalista” e “repubblicana” a tutela della propria autonomia. Inoltre la stessa legittimazione democratica del Congresso era debole. Le province più vicine all’influenza di Artigas e Francia (Corrientes, Entre Rios, Santa Fe) non avevano voluto partecipare al congresso, mentre a Salta, che resisteva eroicamente contro gli spagnoli, l’elezione dei due deputati si era svolta al grido mueran los portegnos. Infine nella stessa capitale, culla della rivoluzione liberale, la partecipazione politica era ristretta all’oligarchia e il suffragio era solo nominalmente universale: soltanto nelle elezioni del 1817, per la prima volta, i votanti superarono le mille unità. Senza contare che votarono tutti nello stesso modo, plebiscitando all’unanimità i candidati indicati dal governo. Non a caso il nuovo presidente Pueyrredon, membro della Loggia Lautaro, mantenne al suo posto il capo, odiato ma temuto, dell’efficiente polizia politica, cioè il ministro dell’interno Gregorio Tagle, nominato da Alvarez Thomas. L’unico atto veramente storico del congresso fu, il 9 luglio, la formale dichiarazione d’indipendenza delle Province Unite del Sudamerica. La dichiarazione ebbe un preciso e voluto effetto strategico, quello di legittimare il sostegno argentino all’indipendenza cilena e quindi di consentire la spedizione di San Martin, considerata obiettivo strategico prioritario da Pueyrredon e già pianificata per il gennaio 1817. Ma non risolse il nodo costituzionale, pur avendo acclamato l’ingenua proposta mediatrice di Belgrano di stabilire sì una monarchia, come volevano i bonearensi, ma spostando la capitale al Cuzco e dando la corona ai discendenti degli inca anzichè ad una dinastia europea. Infatti gli unitari portegni proseguirono i loro tentativi - tutti però sabotati dalla diplomazia inglese - di affidare la corona ad un principe europeo (tra le varie candidature ricordiamo quella di Carlo Ludovico di Borbone Parma e del duca d’Orléans Luigi Filippo, futuro “re dei francesi”). Nel 1817, trasferitosi a Buenos Aires, il congresso poté finalmente elaborare un “regolamento provvisorio”, trasformato nella carta costituzionale degli “Stati Uniti del Rio de la Plata o Repubblica Argentina”, sanzionata e promulgata l’11 maggio 1819. Una costituzione di modello inglese, moderatamente liberale e temperata da principi aristocratici (composizione del senato e sistema elettivo indiretto), ma troppo unitaria e centralista per essere accettata anche dalle province e, secondo i repubblicani, anche troppo “monarchica”. Il servizio informazioni di San Martin Intanto San Martin impiantava in Cile un efficiente e capillare servizio di informazione e controinformazione (o de zapa) formato da qualche dozzina di emigrati cileni, inclusi alcuni seguaci di Carrera che San Martin aveva finto di esiliare allo scopo di accreditarli presso il nemico come apostati della causa repubblicana. Il servizio, diretto da Manuel Martinez, si avvaleva di un complicato cifrario redatto dallo stesso San Martin e di un formidabile agente doppio, il baqueano Justo Estay, il quale, fingendosi spia del governatore spagnolo di Santiago, maresciallo di campo Francisco Casimiro Marcò del Pont, gli dava false informazioni mediante lettere predisposte dallo stesso San Martin che recavano la firma (autentica) di una ignara spia spagnola, il peninsulare esiliato Castillo Alba. Per soprammercato don Francisco Casimiro faceva spesso alloggiare don Justo nelle caserme realiste, dandogli così modo di memorizzare dati di rilevante interesse militare, puntualmente riferiti al comandante argentino. Non volendo, come diceva, “marchar a la hotentote”, San Martin effettuò anche una sistematica raccolta di dati topografici desunti da rilevazioni cartografiche, ricognizioni dirette e resoconti di emigrati, viaggiatori, guide e mulattieri (arrieros). Il 31 maggio 1816, alla vigilia della dichiarazione di indipendenza che era implicitamente una dichiarazione di guerra al governo spagnolo del Cile, il

neopresidente Pueyrredon, non ancora entrato in carica, chiese a San Martin informazioni sui piani difensivo e offensivo della sua provincia. Il 16 giugno il governatore cuyano rispose di non poter trasmettere il piano offensivo, dal momento che mancavano ancora sei mesi all’inizio dell’offensiva e che nel frattempo il nemico poteva mutare la dislocazione delle sue forze. Aggiunse però di aver ormai ristretto la scelta a due soli itinerari distanti fra loro 60 leghe, quello principale di Uspallata e Los Patos (Aconcagua) diretto per Santiago e quello secondario del Planchon, che conduce a Curicò e San Fernando, a Sud della capitale cilena. Entrambi consentivano infatti di occupare subito le province più fertili e popolose e di attaccare il nemico al centro dopo averlo separato dalle sue ali e averlo costretto a disperdere le forze per presidiare i passi andini e le città retrostanti, che al momento opportuno dovevano essere liberate dai guerriglieri cileni oppure “conmovidas” dall’insurrezione repubblicana. Per effettuare la ricognizione della Cordigliera di Olivares e Iglesia, del passo del Portillo e di Valle Hermoso, che sovrastano le province cilene di Coquimbo e Aconcagua, fu istituita una apposita commissione presieduta dal maggiore Antonio Alvarez Condarco, che San Martin mandò poi a riconoscere anche il versante cileno affidandogli, come copertura, l’inutile incarico di notificare a don Marcò del Pont la dichiarazione di indipendenza argentina. Condarco partì infatti il 2 dicembre 1816 quasi cinque mesi dopo la dichiarazione e cinque settimane prima dell’offensiva - percorrendo la strada più lunga per Santiago, quella settentrionale, che passava per Los Patos e la valle del Putaendo. Confermando il pronostico di San Martin, il governatore spagnolo, fatto bruciare il documento dal boia, rispedì ingenuamente il latore a Mendoza per la strada più breve, quella per Los Andes e Uspallata, dandogli così modo di esplorare anche quella. Il 21 dicembre Condarco era di ritorno con tutte le informazioni memorizzate, che consentirono di decidere definitivamente a favore della strada più lunga, meno esposta alla reazione nemica, e di perfezionare gli schizzi degli itinerari assegnati a ciascuna colonna. L’Ejército de los Andes (agosto - dicembre 1816) Il 1° agosto San Martin fu promosso coronel mayor, con soldo annuo di 600 pesos, e le truppe al suo comando furono ufficialmente designate Ejército de los Andes. Il Congresso di Tucuman gli conferì titolo e prerogative di “capitano generale”, nomina sanzionata il 17 ottobre e riconosciuta il 30, ma San Martin rifiutò la promozione a brigadiere, impegnandosi formalmente a non accettare alcuna promozione per tutta la durata della sua carriera militare. Il comandante in capo era dunque inferiore di grado non soltanto ad O’Higgins, ma anche al suo capo di stato maggiore, brigadiere Miguel Estanislao Soler. Con decreto 20 agosto San Martin stabilì la comisaria de guerra, formata dal commissario Juan Gregorio Lemos (1764-1822), dal primo ufficiale Valeriano Garcia e dal provveditore generale Domingo Perez. Poichè la produzione alimentare della provincia cuyana non bastava a mantenere la forza prevista, San Martin potenziò il sistema di irrigazione e le comunicazioni per strada e su acqua. Inoltre impiantò una embrionale industria tessile, impiegando manodopera femminile per confezionare le uniformi e una manifattura di ferri da cavallo. E’ da notare che la ferratura dei quadrupedi non si usava in pianura ma era indispensabile per consentire alla cavalleria e ai rifornimenti di valicare le Ande. Si individuarono le tappe e le località dove, al momento della partenza, si dovevano stabilire i magazzini e depositi principali (Los Manantiales, Tambillos, Yalguaraz e Uspallata) e 2 secondari (Leiva e Los Patos) di viveri e foraggi sotto il controllo della milizia, calcolando 14 razioni giornaliere per 5.300 uomini e 14.000 quadrupedi: in tutto 35 tonnellate di charquican, 700 bestie da macello, 600 reses di galletta, frumento, farina di mais, più formaggio, aglio, cipolle, aguardiente e 1 bottiglia di vino per ogni uomo. La scarsità delle risorse idriche del versante argentino fu ovviata suddividendo l’esercito in numerose colonne di poche centinaia di soldati, che dovevano marciare a intervalli di 24 ore l’una dall’altra, in modo da consentire ai pozzi di riempirsi.

L’artiglieria di Mendoza (3° battaglione) contava 6 compagnie: 2 a piedi, 2 volanti, 1 da assedio e 1 di maestranza. Pur non potendo formare unità del genio, San Martin selezionò i minatori di Mendoza e San Juan per trarne 90 guastatori e minatori (barreteros de minas) necessari per sorvegliare i passi andini con trinceramenti e ridotte contro una possibile offensiva spagnola e aprire la strada per Uspallata e Los Patos. L’armata disponeva inoltre di attrezzi da fortificazione e di un ponte di maromas completo, della lunghezza di 65 varas. Alla fine di settembre, quando l’esercito si trasferì al campo di istruzione di Plumerillo, contava 3.000 uomini. A Plumerillo l’istruzione teorica e pratica degli ufficiali riguardava i regolamenti delle Armi. Zapiola esaminò gli ufficiali di cavalleria, ma concesse ai non idonei di ripetere l’esame un anno più tardi. Ai primi di novembre il 1° e 2° squadrone granaderos si trasferirono da San Luis al Plumerillo, portando la forza a 3.500 uomini e alla fine di dicembre giunse anche il resto del Regimiento N. 8, altri 900 morenos libres, ex-schiavi espropriati (rescatados) ai residenti spagnoli. Forse diffidando del comandante, colonnello Celestino Vidal, San Martin lo tolse di mezzo sdoppiando anche il N. 8 in due battaglioni autonomi, dando al I il N. 8 e al II il N. 7 (in omaggio alla memoria del battaglione di Libertos che nel dicembre 1813 l’aveva accompagnato a Tucuman ed era stato distrutto due anni dopo a Sipe-Sipe). Ne dette il comando ai tenenti colonnelli Pedro Conde (1785-1821) e Ambrosio Cramer, un francese veterano delle guerre napoleoniche, considerato il miglior esperto di tattica dell’esercito argentino. Il piano strategico realista e l’offensiva abortita da Tupiza su Mendoza marzo 1817) (19 settembre 1816 -

Sulla carta la forza dell’esercito delle Ande (3.819 regolari, 17 pezzi e 1.200 ausiliari) era leggermente inferiore a quella del nemico. L’Armata realista del Cile contava infatti 4.550 regolari, per quattro quinti cileni, più 2.000 miliziani di Concepcion. Spagnoli erano 700 fanti (battaglione Talaveras) e 400 dragoni, cileni altri 2.800 fanti (battaglioni Concepcion, Chillan, Chiloé e Valdivia), 260 Carabineros de Abascal, 140 Husares de la Concordia e 250 artiglieri con 16 pezzi. Ma le forze realiste non potevano sfruttare la propria superiorità, perchè non conoscevano la direttrice d’attacco e non erano in grado di concentrarsi più rapidamente del nemico, essendo vincolate al terreno dalle incursioni delle guerriglie repubblicane (montoneras) comandate dal leggendario Manuel Rodriguez ed esposte al piano insurrezionale che doveva scattare in tutti i centri abitati al momento in cui l’esercito di San Martin avesse iniziato la discesa sul versante cileno. Tuttavia, nel quadro del piano strategico definito a Lima, all’armata realista del Cile era affidato un compito strettamente difensivo. Dovevano infatti resistere allo sbocco dei passi andini facendo da incudine al grande martello che doveva abbattersi sulle retrovie cuyane partendo dall’Alto Peru. Il comando dell’operazione era stato affidato all’energico generale José de La Serna (1770-1832), futuro protagonista dell’ultima tenace resistenza nel cuore del Peru. L’operazione era eccessivamente ambiziosa, perchè si trattava di coprire in territorio impervio e ostile una distanza immensa - 1.300 chilometri in linea d’aria fra la base di partenza (Tupiza) e Mendoza. Non era però assurda, perchè sfruttava abilmente la frammentazione politica delle province argentine e il contrasto tra Guemes e Rondeau. Senza attaccare le roccaforti di Salta e Tucuman, La Serna doveva sfilare ad occidente col fianco destro coperto dalla Cordigliera e quello sinistro dal presidio di Tarija e da due diversioni su Jujuy e a Sud di Salta, che doveva essere occupata preventivamente per attirarvi le temibili forze saltegne. La diversione su Jujuy, difesa con 800 gauchos dal vice di Guemes, Campero, venne affidata al colonnello Antonio Pedro Olagneta che il 16, 19 e 23 settembre 1816 a Colpaio, Tilcara, Huacalera e Santa Victoria, ebbero i primi scontri con lo squadrone gaucho di Santa Victoria-La Puna (Antonio

Ruiz). Il 15 novembre Olagneta riuscì a sorprendere Campero a Yavì, catturandolo con 300 gauchos ed entrò a Jujuy il 6 gennaio 1817 - nelle stesse ore in cui a Mendoza San Martin dava rapporto finale ai comandanti di colonna e distaccamento. Più contrastata fu la diversione del colonnello Marquiegui a Sud di Salta, che dal 13 al 22 gennaio dovette sostenere scontri a Oran, Rio de las Piedras, Sora-Sora, Rio San Lorenzo, Rio Negro e Sierra di Zapla per poi raggiungere Jujuy, dove i realisti furono bloccati dagli infernales del maggiore Juan Antonio Rojas (che il 6 febbraio, a San Pedrito, decimò 200 cavalieri usciti a foraggiare) e poi dallo stesso Guemes con 17 compagnie locali (squadroni de la Corte, La Quintana, Carrillo e Iramain). Intanto a metà gennaio, mentre le avanguardie di San Martin iniziavano la marcia verso le Ande, il grosso di La Serna aveva occupato Humacahua, chiave dell’omonima quebrada a Nord di Jujuy, lasciandovi un piccolo presidio di 130 uomini e 7 cannoni, bloccato dai 3 squadroni gauchos della vallata (Prado, Pastor e Belmonte). Alla fine di febbraio, appresa la notizia della sconfitta di Chacabuco e del reimbarco di Marcò del Pont, La Serna abbandonò l’offensiva iniziando la ritirata verso Tupiza. Nel tentativo di tagliargli la ritirata, il 1° marzo Manuel Arias riprese Humacahua col 1° squadrone di Oran e due giorni dopo Lamadrid mosse da Tucuman su Tarija. Dopo aver catturato importante corrispondenza realista, il 14 marzo Lamadrid intimò la resa al presidio, che, sotto la minaccia di essere “pasado a cuchillo”, si arrese con 330 uomini, armamento e munizioni. Il giorno dopo, a Jujuy, Guemes ricacciò una rabbiosa sortita del colonnello Jerònimo Valdéz mentre, al pascolo dell’Alto de la Quintana, 40 infernales di Juan A. Rojas piombarono su 85 fanti del battaglione Gerona che custodivano la mandria di bovini e ovini destinata al vettovagliamento nemico. Il 19 Lamadrid catturò altri 50 realisti a Cachimayo e il 21 marzo attaccò invano La Serna, trincerato a Chuquisaca, senza potergli impedire di raggiungere Tupiza ai primi di maggio. Anzi, il 6 giugno, Lamadrid fu sorpreso da La Hera a Supachuy, perdendo molti prigionieri e una bandiera e tornando a Tucuman. In ricordo della campagna fu coniata una medaglia e Guemes, pienamente riabilitato da Pueyrredon, fu promosso brigadiere. Dopo di allora, da Yavì, i colonnelli realisti Olagneta, Valdéz, Antonio Vigil e Ramirez sferrarono soltanto offensive limitate, saccheggiando due volte Jujuy (14 gennaio 1818 e 28 maggio 1820) e due volte anche Salta (31 maggio 1820 e 7 giugno 1821), sempre però ricacciati dalla guerriglia gaucha (uno degli episodi più famosi avvenne il 2 febbraio 1818 ad Acoyte, dove 20 gauchos di Antonio Ruiz passarono al deguello 40 soldati del reggimento Extremadura).

2. LA LIBERAZIONE DEL CILE (1817-19) L’ordine di battaglia di San Martin (24-31 dicembre 1816) Trascurando l’offensiva realista su Jujuy, il 24 dicembre 1816 Pueyrredon spedì le istruzioni per San Martin, in 59 articoli relativi ai “rami” di guerra, politica e hacienda. Le istruzioni contenevano il regolamento provvisorio dello S. M. particolare dell’Esercito delle Ande, ripartito in 4 “tavoli” (mesas): 1° artiglieria e genio, 2° fanteria e cavalleria, 3° intendenza e sanità: 4° amministrazione e contabilità e così ordinato:
.Cuartel General: 1 comandante in capo e capitano generale (San Martin); 1 segretario di guerra (Zenteno); 1 segretario particolare (cap. S. Iglesias); 1 uditore (Antonio Alvarez de Jonte); 1 cappellano (fray L. Guiraldes); 3 edecanes (col. Hilarion de la Quintana, ten. col. chirurgo Diego Paroissien, magg. Alvarez Condarco); 2 aiutanti (cap. Manuel Escalada e ten. J. O’Brien); 1 direttore del Parque (magg. cileno Picarte); Estado Mayor: 1 quartiermastro e maggior generale (brigadiere Soler); 1 primo aiutante e sottocapo (colonnello Antonio Beruti); 2 capitani aiutanti (Aguirre e Acosta); 3 ufficiali d’ordinanza (Marigno, Francisco Meneses e F. A. Novoa), 1 colonnello cileno aggregato (J. M. Portus); .nucleo ufficiali cileni (Segunda Division): 1 comandante (brigadiere O’ Higgins), 1 colonnello aggregato (Francisco Calderon), 4 capitani aiutanti (J. M. de la Cruz e Domingo Urrutia) e aiutanti aggiunti (M. Saavedra e L. Ruedas);

Il 31 dicembre 1816 l’Esercito delle Ande contava 5.200 uomini, di cui 4.026 combattenti, inclusi 3 generali, 21 ufficiali superiori, 208 ufficiali e 16 assimilati:
. 2.928 fanti (inclusi 9 ufficiali superiori e 124 ufficiali) su 4 battaglioni: N. 7 (Ambrosio Cramer), N. 8 (Pedro Conde), N. 11 (Juan G. de Las Heras) e cazadores de los Andes (Rudecindo Alvarado); 801 granaderos a caballo (inclusi 4 ufficiali superiori e 55 ufficiali) su 4 squadroni (Matias Zapiola, Medina, Melian e Mariano Necochea) più 5° Escolta de San Martin (Victor Soler); . 288 artiglieri (inclusi 1 ufficiale superiore e 16 ufficiali) con 21 cannoni, inclusi 9 da montagna da 4 libbre (3° battaglione Artilleria de la Patria - ten. col. Pedro Reglado de la Plaza - su 2 compagnie).

Un decimo dei regolari era assente per diserzione, malattia, congedo o invalidità, ma furono in parte compensati da 200 complementi. In definitiva i regolari che presero effettivamente parte alla campagna erano 3.819, esclusi 90 guastatori e 1.200 miliziani addetti ai servizi logistici, nonchè 500 volontari cileni e 150 miliziani aggregati ai 4 distaccamenti incaricati di ingannare il nemico sull’effettiva direzione di marcia del corpo principale. I regolari erano tutti argentini: gli unici cileni erano il brigadiere O’Higgins, i colonnelli Calderon, Hermidia e Dios Vidal e altri 27 ufficiali e graduati del corpo de reserva, destinati ad inquadrare i reparti che si prevedeva di reclutare oltre le Ande per formare il nucleo del nuovo esercito repubblicano. Le salmerie, comandate dal colonnello cileno Hermidia, contavano 1.200 mulattieri e zappatori d’artiglieria con 1.200 cavalli (tutti ferrati) dei granaderos, degli stati maggiori e del quartier generale e 13.000 muli (7.359 da sella, 1.922 da basto e 2.719 per i distaccamenti). L’alto numero dei muli da sella dipendeva dalla decisione di risparmiare quanto più possibile le forze fisiche della truppa, in modo da consentirle di combattere una volta scesa in piano. I muli erano calcolati nella seguente proporzione: 3 da sella e 1 da basto ogni due ufficiali, 3 da sella ogni due granaderos o artilleros e 6

ogni cinque fanti, più 5 da soma per ciascuna compagnia. La piccola armata includeva infine 1 ospedale da campo, 1 compagnia di artificieri e operai, 1 parco e 1 treno d’artiglieria da campagna con 110 palle per ciascun pezzo, con un equipaggio da ponte e una riserva di mezzo milione di cartucce per la fanteria (altrettante erano distribuite ai reparti, in media 270 per ogni fucile). Il treno contava 180 carri con armi di riserva e viveri per 15 giorni (carne bovina, grano indiano tostato, biscotto, formaggio, aglio e cipolle). La marcia ai passi andini (4-31 gennaio 1817) Il 4 gennaio i guerriglieri cileni di Manuel Rodriguez iniziarono le operazioni preparatorie conquistando il villaggio di Melipilla, poco a Sud-Ovest di Santiago. Il 5 gennaio la bandiera argentina, ricamata dalla signora cilena donna Dolores Prats de Huici e da signorine mendosine, fu solennemente benedetta, consegnata all’Ejército de los Andes, consacrata alla Virgen del Carmen e salutata da 21 salve di cannone. San Martin tenne rapporto ai comandanti di colonna e distaccamento nel campo del Plumerillo, informandoli solo allora, con appena 72 ore di anticipo, dei rispettivi compiti, in modo da limitare al massimo il rischio di fughe di notizie. In realtà gli spagnoli erano completamente all’oscuro delle intenzioni del nemico e dovevano limitarsi a pattugliare i passi per poter dare l’allarme. Per trarli in inganno e costringerli a disperdere ulteriormente il proprio schieramento, San Martin fece trapelare la notizia di un suo abboccamento “segreto” con gli indios peuhenches di San Carlos, dando così a intendere di voler scendere sopra Chillan, attaccando Santiago da Sud anzichè da Nord. Inoltre spiccò 4 distaccamenti dimostrativi - con complessivi 750 uomini (80 regolari, 26 blandengues, 150 miliziani e circa 500 volontari cileni) - a compiere diversioni nelle province di Atacama, Coquimbo e Colchagua - le prime due a Nord e l’altra a Sud dell’Aconcagua e di Santiago, vera direttrice d’attacco:
.1° da Chilecito (comandante Davila e maggiore Francisco Zelada: 12 regolari e 200 cileni) per il passo di Come Caballos (5.160 m.) sulla provincia di Atacama (Copiapò) (20 gennaio - 12 febbraio); 2° da San Juan (comandante Juan M. Cabot e Ceballos: 60 regolari, 120 miliziani e 200 cileni) per Pismanta, Cordigliera di Olivares, passo di Azufre (3.600 m.), passo di Agua Negra e capanna di Los Patos sulla provincia di Coquimbo (La Serena) (20 gennaio - 14 febbraio); .3° dal Melocoton (capitano Lemus: 26 blandengues e 30 miliziani) per il passo del Portillo de Los Pinquenes, sulla provincia di Coquimbo (El Yeso) (27 gennaio - 6 febbraio); .4° da Mendoza (capitano Ramon Freyre: 100 regolari e 100 cileni) per Lujan, Carrizal, Rio Atuel, sorgenti del Tinguririca, costa della Cordigliera e passo del Planchon de Curicò (4.090 m.) sulla provincia di Colchagua (Rio Colorado, Rio Claro, Cumpeo, Curicò e Talca) collegandosi con i guerriglieri di Rodriguez (14 gennaio - 12 febbraio).

I primi movimenti ebbero inizio il 9 gennaio, quando il 1° distaccamento dimostrativo lasciò La Rioja per raggingere la base di partenza di Chilecito. Il 12 Rodriguez prese San Fernando (Colchagua) costringendo il presidio realista a ritirarsi a Rancagua e sgombrando il passo al 4° distaccamento, partito dal Plumerillo il 14. Il 15-16 gennaio i cavalli degli stati maggiori e dei granaderos furono spediti al deposito dei Manantiales in tre scaglioni di 400, per provvedere alla loro ferratura. Il 18 il bestiame da macello fu avviato alle varie tappe (Jahuel, La Higuera, Las Cuevas, Yalguaraz, Uretilla) per predisporre il vettovagliamento delle colonne. Lo stesso giorno partì dal Plumerillo la colonna Las Heras (800 fanti del N. 11, 30 granaderos, 1 squadrone della milizia di San Luis e 20 artiglieri con 2 cannoni comandati dal capitano cileno Picarte) seguita il 19 dal treno da campagna comandato da fra Beltran. Fatta tappa a Canota, il 20 Las Heras raggiunse Uspallata, salendo all’avamposto che fin dal 1814 guarniva l’omonimo passo (5.021). Il suo compito era di coprire il fianco sinistro del grosso mentre marciava verso Nord-Ovest per raggiungere

Valle Hermoso e il passo di Los Patos (3.565 m.). La scarsità delle risorse idriche aveva imposto di suddividere il grosso (2.745 regolari, 7 cannoni da montagna e 3.750 muli) in sei piccoli scaglioni (Melian, Alvarado, O’ Higgins, Cramer, Zapiola e San Martin), che partirono dal 19 al 25 gennaio, con 24 ore di intervallo l’uno dall’altro, per dar tempo ai pozzi di riempirsi. Il 20 partirono, da Chilecito e San Juan, anche i distaccamenti 1° e 2°. Il capo di stato maggiore Soler partì il 22 per prendere la testa della Vanguardia, formata dai primi due scaglioni (gli altri, comandati da O’Higgins, formavano il Centro). Il 24 gennaio un disguido del provveditore ai viveri (che portò i rifornimenti a Villavicencio anzichè alla tappa di Jahuel) determinò un giorno di ritardo sulla tabella di marcia. Il 25, mentre partiva l’ultimo scaglione, San Martin fece una breve visita a Mendoza per salutare gli amici e la famiglia. Trasferito il governo interinale della provincia cuyana al fedele colonnello Toribio Luzuriaga, lasciò poi la città salutato dal rombo delle campane, dalle autorità e dall’intera popolazione. Ultimo a partire fu, il 27 gennaio, il minuscolo distaccamento del capitano Lemus. Fu la colonna Las Heras a sostenere la prima scaramuccia con i realisti del maggiore Marquelli (250 uomini di Talaveras e Chiloé). Fin dal 17 la vedetta del posto di Uspallata, situata a Picheuta, aveva avvistato una pattuglia nemica. Il 24 Marquelli sorprese i 13 miliziani della vedetta, ma fu contrattaccato dal maggiore Enrique Martinez (1779-1870) con 83 fucilieri e dal tenente José Félix Aldao con 30 granaderos e costretto a ritirarsi a Los Andes con 17 perdite contro 11 feriti argentini. Il 31 gennaio, mentre i distaccamenti settentrionali di Davila e Lemus sorprendevano i posti di guardia realisti sulla Cordigliera sopra Atacama e Coquimbo, tutti gli scaglioni del grosso erano riuniti ai Manantiales e Las Heras, ripresa la marcia il 29, aveva raggiunto l’arroyo di Santa Maria. Il passaggio delle Ande e l’avanzata su Santiago (1° - 11 febbraio 1812) Il 1° febbraio, dopo una marcia nottura di 22 chilometri in 5 ore a quote tra 2.800 e 3.800 metri, Las Heras giunse al Paranillo de las Cuevas ai piedi della cumbre e l’avanguardia del grosso (1a Divisione Soler) valicò su 3 colonne la Portezuela del Valle Hermoso, accampandosi a sera alla Horqueta. In tal modo l’avanguardia e la colonna Las Heras convergevano da Nord e da Sud sulla città di Los Andes (60 chilometri a Nord di Santiago). Nei giorni seguenti valicarono le Ande, sempre intervallati di 24 ore, anche il Centro (2a Divisione O’Higgins), la Reserva (con 300 granaderos e gli ospedali) e il Parque, ma, nonostante la ferratura, l’itinerario si rivelò troppo arduo per i cavalli, che dovettero restare ai Manantiales. Tuttavia il colonnello Lucio Mansilla (1786-1871) poté ugualmente stabilire una linea di posti di corrispondenza, ciascuno con 1 ufficiale e 8 granaderos. Il 4 febbraio il distaccamento meridionale di Freire espugnò di sorpresa Las Vegas di Cumpeo, mentre, sulla strada di Uspallata, Martinez e Aldao sloggiavano alla baionetta una pattuglia nemica arroccata a Guardia Vieja sopra Los Andes. Quella stessa sera giunse a Santiago la notizia che gli argentini avevano varcato le Ande e stavano scendendo per la valle del Putaendo. Il 5 il maggiore Antonio Arcos e il tenente Juan Bautista Lavalle (1793-1841) penetrarono nel Valle Hermoso, occupando Ciénago e Achupilas e inseguendo per 10 chilometri un pattuglione nemico. Il 6 i granaderos di Necochea e Soler sbucarono dalla valle del Putaendo su San Felipe de Aconcagua. Durante la notte accorse da Los Andes il colonnello realista Atero, con 550 uomini e 2 cannoni, ma il mattino del 7, a Las Coimas, 200 carabineros cileni furono caricati a sciabolate da 140 granaderos di Necochea, perdendo 21 morti e 5 prigionieri. Lo stesso giorno San Martin sboccò sul versante cileno: il suo esercito aveva percorso 500 chilometri, attraversando quattro cordigliere a quote sino a 5.000 metri, le più alte mai registrate dalla storia militare. L’8 febbraio la 1a Divisione occupò San Felipe, dove a sera giunsero anche O’Higgins e San Martin,

che subito spedì a fra Beltran l’ordine di raggiungerlo a tappe forzate con l’artiglieria da battaglia. Nelle stesse ore Las Heras entrava a città delle Ande, già evacuata dai realisti e saccheggiata dai guerriglieri. Nell’informativa per Pueyrredon, redatta l’8 febbraio a San Felipe, San Martin calcolava di non poter dare battaglia prima del 14, dovendo attendere l’arrivo dei cavalli dai Manantiales e del treno da campagna da Uspallata. Intanto spedì le sue spie a riconoscere le posizioni nemiche, in particolare José Antonio Cruz e Justo Estay, il quale, travestitosi da mendicante, si appostò al ponte di Cal y Cuanto, sopra Mapoco, punto di passaggio obbligato delle truppe realiste che da Santiago accorrevano a sbarrare il baluardo naturale del Chacabuco, in modo da poterne riconoscere qualità e quantità. Il 9 febbraio, preceduto dai guerriglieri di Martinez, il grosso passò l’Aconcagua sui ponti di Villaroel e del Colorado, scendendo la vallata fino a Curimon, alle falde settentrionali del Chacabuco, dove a sera giunse anche la colonna Las Heras. Così, lasciato l’ospedale a Los Andes, tutto l’esercito riunito si accampò allo sbocco della quebrada di San Vicente, nei potreros a Nord del cerrillo delle Monache, dove fu abbondantemente rifornito dalle volontarie e gratuite contribuzioni della popolazione locale, le quali consentirono anche di rimontare i granaderos senza attendere l’arrivo dei cavalli argentini. Dal 9 all’11 gli ingegneri Arcos e Condarco fecero accurate ricognizioni topografiche levando lo schizzo del terreno. Nel primo pomeriggio dell’11 Estay informò San Martin che Santiago era nel massimo allarme, che gli insorti controllavano tutto il territorio dal Maule a Cachapoal e che tutte le truppe nemiche a Nord del Maule si stavano concentrando a Santiago per marciare al Chacabuco, dove si stava già dirigendo la guarnigione santiaguegna. Secondo Estay entro il 13 tutte le forze realiste, circa 4.000 uomini, sarebbero state in linea. Sulla base di queste esatte informazioni, San Martin decise di anticipare di due giorni la battaglia, rinunciando ai cannoni pesanti di Beltran e accontentandosi dei soli 9 pezzi da montagna che aveva sottomano (capitani Frutos e Fuentes). La battaglia di Chacabuco (12 febbraio 1817) La strada maestra per Santiago (camino real) era sbarrata da 1.327 realisti: 327 fanti spagnoli (Talaveras), 700 cileni (Chiloé e Valdivia), 230 carabineros, 50 husares e 20 artiglieri con 2 cannoni. La sera dell’11 febbraio ne assunse il comando il brigadiere Rafael Maroto. Convinto che il nemico non potesse attaccare prima del 14, Maroto pose il quartier generale nelle case della fattoria di Chacabuco, attestandosi con il grosso sulle alture sovrastanti, tra il Cerro Guanaco (detto poi della Vittoria) e il Morro del Chegue, dominando con 7 cannoni lo sbocco del camino real nel Valle de la Hacienda. Per difendere la posizione, Maroto distaccò sulla sua destra un avamposto al cerro delle Tortore Cuyane, che si erge assai ripido, con un tortuoso sentiero di accesso, sulla vallata dell’Aconcagua. Trascurò tuttavia ogni precauzione sull’altro fianco, giudicando sufficientemente protetto dall’impervia Cuesta Nueva di Chacabuco. Evitando ovviamente il camino real per non cadere sotto il tiro incrociato delle due batterie nemiche, San Martin ripartì l’esercito in due aliquote: la minore (2a Divisione O’Higgins, con 2 cannoni da montagna) per fissare il nemico scalando l’avamposto delle Tortore Cuyane e attaccando frontalmente la posizione retrostante: e l’aliquota maggiore (1a Divisione Soler e capitano Frutos con 7 cannoni) per aggirarlo sul fianco sinistro e tagliargli la ritirata. Quest’ultima, pur col vantaggio di restare nascosta alla vista del nemico dalla Cuesta Nueva, doveva però percorre la strada più impervia, scalando la Cumbre de la Cuesta (quota 1286) e sboccando nella vallata di Chacabuco dall’impervia valletta laterale (quebrada del Infernillo), all’altezza delle case della fattoria. Per attaccare posizioni dominanti entrambi i battaglioni di testa (il N. 7 di Conde e i cazadores di Alvarado) dovevano avanzare in “divisioni” di due compagnie, una delle quali in formazione “bersaglieri” (en tiradores o en guerrilleros). L’esercito si mise in marcia all’alba del 12 febbraio. Scalata la Cumbre, soltanto alle 11 Soler

cominciò a scendere dai cerros Corral de Pircas e Morteros, seguendo il letto dei torrenti e prendendo come punto di riferimento il Cerro del Hornito. In quel momento il cannone lo avvertì che la battaglia era cominciata, ma dovette fermarsi di fronte ad un ostacolo imprevisto (un ponte rotto). Anche O’Higgins era partito all’alba, con 844 soldati e 111 troperos, inerpicandosi per l’impervio sentiero che conduceva alla cima delle Tortore Cuyane, tenuta dal maggiore Mijares con appena 200 uomini. La salita gli era costata i suoi unici 2 cannoncini, precipitati a valle, ma le compagnie Corbalan e Ramallo del N. 7 avevano preso la cima, costringendo Mijares a ripiegare nel retrostante portezuelo, dove erano accorsi di rinforzo i carabineros di Quintanilla. Disobbedendo agli ordini di San Martin, che in quel momento aveva appena iniziato la salita alla cima, O’Higgins decise di attaccare senza attendere l’arrivo di Soler. Così i granaderos di Melian scesero dalla cima in fila indiana, riordinandosi a 400 metri dalle posizioni nemiche, e metà attaccarono en tiradores, bloccati però da una imprevista quebrada. Caricarono allora, alla baionetta, i rescatados del N. 7, sloggiando i realisti anche dal portezuelo, che offerse poi agli argentini un buon riparo contro i 2 cannoni nemici che sparavano a mitraglia dalla posizione principale. Dopo aver atteso un’altra mezz’ora per dar tempo a Soler di avvicinarsi, O’Higgins caricò nuovamente con 850 baionette, ma fu ancora bloccato da un’altra quebrada. Seguì per un’ora un intenso scambio di fucilate tra gli opposti reparti di tiratori, finchè gli argentini tornarono alle posizioni di partenza senz’essere inseguiti dal nemico, il quale subì la perdita del colonnello Elorreaga, comandante dell’ala destra. Giunto in quel momento sul campo di battaglia, San Martin temette che la giornata fosse compromessa e mandò a Soler l’ordine di attaccare al più presto il fianco del nemico. Finalmente, dopo mezzogiorno, l’avanguardia di Soler (170 cazadores di Salvadores e 165 granaderos di Necochea) si attestò nella vallata, sbarrando la ritirata al nemico. Alle 13, consultatosi con Cramer, O’Higgins decise di rischiare un attacco frontale, adottando la tattica francese in colonna. San Martin arrivò appena a tempo per prendervi parte alla testa del 1° e 2° granaderos appiedati, con Zapiola, Medina e Melian. A 400 metri i granatieri sopravanzarono la fanteria, penetrando nell’intervallo tra Talavera e Chiloé, uccidendo gli artiglieri nemici e infine caricando da tutti i lati l’odiato ma valoroso battaglione spagnolo. I carabineros cileni, in riserva dietro l’arroyo delle Margaritas, caricarono a loro volta i granaderos ma furono subito travolti e soltanto 80 trovarono scampo nella fuga. Intanto la colonna di O’Higgins e Conde (N. 7) scalava il Morro del Chegue, caricando poi alla baionetta il Chiloé e mettendolo in fuga disordinata. Il valoroso maggiore San Bruno, che aveva tentato un’estrema resistenza tra le case della fattoria coi resti del Talavera, fu preso prigioniero e fucilato pochi giorni dopo a Santiago, assieme al sergente Villalobos. Alle due del pomeriggio la battaglia era finita e la strada per Santiago era libera. Le perdite realiste ammontarono a 7 cannoni, 1.000 fucili, 3 bandiere incluso lo stendardo del Chiloé, 500 morti e 600 prigionieri (inclusi 32 ufficiali). San Martin perse soltanto 110 uomini: 12 morti (inclusi 3 cileni arruolatisi tra i granaderos) e 98 feriti. La presa di Santiago e Valparaiso, l’arresto di Carrera e il triumvirato lautarino 14 febbraio - 1° dicembre 1817) Evacuata Santiago, i resti dell’esercito realista riuscirono a raggiungere Valparaiso, dove il governatore si imbarcò per il Callao con 1.600 militari e civili, inclusi donne e bambini, abbandonando sulla spiaggia un migliaio di soldati e civili che non potevano trovare posto sulle imbarcazioni stracariche. Tra l’11 e il 12 febbraio, mentre si combatteva a Chacabuco, i distaccamenti di Atacama e Colchagua avevano già occupato di sorpresa Copiapò, Curicò, Talca e San Fernando. Quello di Coquimbo, sconfitti i realisti nella pianura della Salala, entrò alla Serena il 14. Nelle stesse ore San Martin e O’Higgins entravano a Santiago, acquartierandosi a San Pablo (artiglieria), all’Università (granaderos), al Congresso (N. 7) e a San Francisco (N. 8). Il 19 i cazadores di Alvarado occuparono Valparaiso.

Il 16 febbraio San Martin, proclamato direttore del Cile, ricusò l’onore a favore di O’Higgins e tornò a Buenos Aires per riferire a Pueyrredon. Uno degli scopi della missione di San Martin a Buenos Aires era di sventare le iniziative dell’ex presidente Carrera. Il 9 gennaio 1817 Carrera era infatti arrivato a Buenos Aires con 4 mercantili (fregate Cliffton e Devey e brigantini Salvaje e Regente) armati in guerra a Baltimora da una società nordamericana che aveva fornito attrezzature belliche al governo argentino. Sulla base delle informative di polizia, Pueyrredon aveva rifiutato di riceverlo e, dopo negoziati infruttuosi per convincerlo a cedere le sue navi al nuovo governo cileno o almeno a quello argentino, l’aveva fatto arrestare. San Martin andò a visitarlo in prigione, proponendogli invano un compromesso. Evaso dal carcere, Carrera si rifugiò a Montevideo, dove prese contatti con gli altri esuli politici cileni, come Diego José Benavente, e argentini, come Carlos Alvear, che lo aiutarono a pubblicare la Gaceta de un pueblo del Rio de la Plata, edita dall’Imprenta Nacional diretta dai nordamericani William P.Griswold e John Sharp. Anche i suoi fratelli Luis e Juan José, che avevano tentato di rimpatriare via terra per differenti itinerari, furono arrestati, tradotti a Mendoza sotto custodia di Luzuriaga e infine incriminati dalla procura cilena per cospirazione e tradimento. Tolti di mezzo i fratelli Carrera e tornato a Santiago, San Martin vi fondò una filiale della Loggia bonearense Lautaro, il cui statuto impegnava i membri eletti a cariche supreme di governo a sottoporre qualunque decisione di rilievo al parere dei confratelli. In tal modo la direzione strategica della guerra sudamericana veniva di fatto trasferita ad un triumvirato segreto composto da Pueyrredon, San Martin e O’Higgins. Argentini erano Zenteno, ministro di guerra e marina, e il colonnello Luis de la Cruz, che il 10 dicembre 1817, quando O’Higgins partì per il fronte, assunse il direttorato interinale. L’esercito e la marina cileni Intanto il nucleo di ufficiali cileni aggregato all’Ejército de los Andes aveva impiantato a San Felipe il centro di costituzione del nuovo Ejército de Cile, che il 4 marzo contava già 466 fanti e 329 artiglieri comandanti dal colonnello Dios Vidal e dal tenente colonnello Joaquin Prieto (1786-1854), futuro presidente cileno. Con decreto 28 marzo fu anche istituita una academia o escuela militar per ufficiali, sergenti e caporali cileni, diretta inizialmente dai maggiori Antonio Arcos e Mariano Necochea, poi sostituiti dal cileno Manuel Labarca e dal francese Georges Beauchef, un giovane veterano delle campagne napoleoniche. Dodici posti di cadetto erano riservati a giovani della provincia di Cuyo (uno dei quali fu Jerònimo Espejo, futuro generale argentino). I due squadroni di escoltas assegnati ai due eserciti di San Martin e O’Higgins furono ridesignati cazadores a caballos (de los Andes e de Chile) e il 1° ottobre quello cileno fu elevato al rango di reggimento (lanceros de Chile) su 4 squadroni, con ufficiali argentini e truppa cilena. Le truppe alleate, salite a quasi 8.000 uomini, restarono suddivise in due Ejércitos - de los Andes a Santiago e de Chile a Concepcion - rispettivamente comandati da San Martin e O’Higgins, entrambi a composizione mista. Il 30 novembre le unità cilene dei due eserciti includevano 4.765 uomini (3.630 fanti, 270 cavalieri, 705 artiglieri e 160 della scuola militare). Circa la metà erano assegnati all’Ejército de Chile, il quale contava 3.726 effettivi su 4 battaglioni (N. 1 e Arauco N. 3 de Chile, N. 7 e N. 11 de los Andes), 7 squadroni (2 granaderos e 1 cazadores argentini e 4 lanceros cileni) e 2 brigate d’artiglieria cilene (Blanco Encalada e Borgogno). La prima unità da guerra cilena fu il brigantino spagnolo Aguila (220 tonnellate e 16 cannoni), sequestrato nel marzo 1817 nel porto di Valparaiso dove, ignaro del reimbarco realista, era arrivato pochi giorni dopo Chacabuco. Posto al comando di Raimundo Morris, un irlandese che serviva nell’artiglieria repubblicana, la sua prima missione fu di riportare a casa i patrioti deportati nelle Isole Juan Fernàndez. In seguito l’Aguila (ribattezzato Pueyrredon) tagliò le comunicazioni tra le basi spagnole del Callao e di Talcahuano catturando il trasporto spagnolo Perla, e più tardi a Valparaiso se ne allestirono altri due (brigantino Rambler e fregata Maria), senza contare il primo corsaro (N. S. de

Las Mercedes o La Fortuna) seguito poi da altri cinque. La marcia su Concepcion e il blocco di Talcahuano (19 febbraio - 28 maggio 1817) Come si è accennato le province meridionali (Concepcion e Valdivia) erano ancora saldamente in mano dell’energico colonnello José Ordognez, che aveva un migliaio di regolari, sostenuti da 3 fregate o corvette (Venganza, Esmeralda e Minerva) e 1 brigantino (Potrillo) di base nella piazzaforte marittima di Talcahuano. Quest’ultima era stata fortificata nel 1816 dal famoso ingegnere Atero con due profondi fossati, uno trasversale tra le due rive del promontorio e l’altro perpendicolare, dal Morro (sul fianco sinistro della piazza) all’insenatura dell’isola di Reyes. Ordognez munì il fossato esterno di un ponte levatoio e di varie batterie e sulle alture retrostanti eresse 3 ridotte (Centinela, El Cura e Cabrera) con altri 10 cannoni. La difesa esterna contava la piazza costiera di Arauco, 4 fortini a cavallo del Rio Bio-Bio, le montoneras realiste e le indiadas delle tribù araucane del Litorale (indios angolinos), prezzolate con la libertà di saccheggio. Il 19 febbraio Las Heras partì da Santiago con 800 uomini (N. 11 e squadrone Melian), 4 cannoni e 2 obici per marciare su Concepcion, già isolata dai 600 uomini del distaccamento di Ramon Freyre (1787-1851), il futuro successore di O’Higgins. Las Heras raggiunse Talca soltanto il 9 marzo, quando Freyre, stanco di attenderlo, aveva già varcato il Rio Maule. Inoltre Las Heras sostò a Talca due settimane e soltanto il 2 aprile poté riunirsi con Freyre sulla riva destra del Diguillin. Due giorni dopo i patrioti sostarono al mulino di Curapalihue, a 30 chilometri da Concepcion, e la notte sul 5 respinsero con 11 perdite contro 17 - una sorpresa tentata dal colonnello Campillo col battaglione Concepcion. La sera Las Heras occupò il capoluogo - evacuato dai realisti che si erano chiusi a Talcahuano e nei fortini lungo il Rio Bio-Bio - e il 6 si attestò con 1.248 uomini e 6 pezzi sulle alture del Gavilan, bloccando la piazzaforte. Fin dalle prime ricognizioni, i patrioti si resero conto che le posizioni realiste erano molto più forti del previsto e che non potevano attaccarle con scarsa artiglieria, con l’inverno ormai incipiente e con le retrovie insidiate dai fortini e dalle montoneras. In attesa di O’Higgins, che stava marciando con ingenti rinforzi, Las Heras si limitò a qualche operazione di controguerriglia tra il Bio-Bio e il suo afflente Laja, recuperando 500 vaccine e 100 cavalli. Ma anche Ordognez attendeva rinforzi: 1.000 superstiti di Chacabuco, che il viceré del Perù, Joaquin de la Pezuela, non aveva fatto sbarcare al Callao e aveva rispedito a Talcahuano con un convoglio di 4 mercantili scortati dal brigantino armato Pezuela (ex-Justiniano). La notte sul 5 maggio, non appena avvistato il convoglio di soccorso, i realisti fecero una sortita contro il Gavilan e all’alba attaccarono su due colonne, Ordognez a destra lungo il Bio-Bio e Morgado a sinistra. Las Heras, che si attendeva il colpo, lo parò cambiando la posizione del N. 11 e facendo caricare i granaderos. Dopo aver ripiegato sul Cerro del Chepe, Ordognez attese l’assalto di Morgado, respinto da Freire con un contrattacco alla baionetta. Allora i realisti si ritirarono in buon ordine, lasciando sul campo 120 morti, 80 prigionieri, 58 feriti, 3 cannoni e 200 fucili, contro 6 morti e 73 feriti dei patrioti. Las Heras approfittò del successo per sloggiare i realisti dalla linea del Bio-Bio. L’8 maggio la partida del capitano Cienfuegos prese Los Angeles e il 13 il fortino di Nacimiento, perdendo 20 uomini su 70. Con altri 300 Las Heras occupò anche San Pedro raggiungendo poi Cienfuegos a Santa Juana. I piccoli presidi realisti erano ripiegati ad Arauco, sulla omonima baia a Sud di Talcahuano, trincerandosi con 200 uomini e vari cannoni sulla sinistra del Rio Carampangue, già ingrossato dalle prime piogge invernali. Il 26 maggio O’Higgins, giunto nel frattempo a Concepcion, ordinò a Freyre di prendere Arauco. La notte sul 28, sotto una pioggia torrenziale, Freyre guadò il Carampangue con 50 cavalli, ognuno con due uomini in groppa, piombando di sorpresa sul fianco nemico. Perse 15 uomini, per lo più annegati, contro 45 morti e 40 prigionieri nemici e all’alba entrò nel villaggio.

Gli assalti di Talcahuano e la ritirata di O’Higgins (23 luglio - 6 dicembre 1817) Coi rinforzi di O’Higgins l’esercito di Concepcion salì a 1.984 uomini, inclusa la Division volante di Freyre. Il 22 luglio, dopo altre settimane di scaramucce tra pattuglie, il direttore supremo tentò l’investimento di Talcahuano, ma le artiglierie del maggiore Manuel Borgogno (Burgoyne) furono subito smontate dal tiro di controbatteria della piazzaforte e un violentissimo temporale mise fuori uso un decimo dei patrioti e l’intera dotazione di cartucce da fucile (30.000). Resosi conto che non era possibile sfidare i rigori dell’inverno con appena 60 tende non impermeabili, il giorno seguente O’Higgins dovette rientrare a Concepcion. Da agosto a ottobre si intensificarono le incursioni dei guerriglieri realisti e dei loro alleati araucani. Il 5 e il 7 agosto contro Chillan e Tomé, difese da Pedro de Arriagada e Félix Bogado, poi soprattutto contro Arauco, difesa da Freire e poi dal capitano argentino Agustin Lopez, ma saccheggiata e incendiata il 17 settembre dai montoneros cileni di Manuel Pinuer e Vicente Benavides e da un migliaio di lancieri araucani - che assediarono il fortino, senza poter impedire al maggiore argentino Juan Ramon Boedo di entrarvi con una colonna di soccorso di 200 uomini. Il 19 Lopez e Boedo fecero una sortita ricacciando l’indiada nel suo nido, sulle colline di Tubul. Riuniti 500 uomini ad Arauco, Freyre marciò su Tubul e all’alba del 27 piombò su 100 guerriglieri e 500 indiani, facendone grande strage. Malgrado ciò O’Higgins gli ordinò di radere al suolo Arauco, ritenuta non difendibile. Ai primi di ottobre un’indiada di 200 guerriglieri e 2.000 araucani dilagò oltre il Bio-Bio occupando San Juan, varcando il Lajo e spingendosi a Nord fino alla riva sinistra del Rio Nuble per minacciare Chillan. Il 15 Lopez riprese San Juan con 120 uomini, mentre due colonne spiccate da Concepcion (capitano José Maria de la Cruz) e Chillan (tenente colonnello Pedro Ramon Arriagada) convergevano sull’Isola del Lajo e poi su Los Angeles per tagliare la ritirata all’indiada. Ma un’altra banda, rimasta sulla sinistra del Bio-Bio, attaccò Nacimiento, difesa dal vecchio colonnello Andrés de Alcàzar con un’indiada rivale reclutata fra gli araucani della zona andina. Soccorso da Arriagada e Lopez, il 18 Alcàzar liberò la piazza con una sortita, gettandosi poi all’inseguimento degli indiani che rimontarono il Bio-Bio dalla sponda destra, devastando Los Angeles, San Carlos, Santa Barbara e Tucapel. Il 23 Lopez li sorprese a Santa Barbara, facendone strage, recuperando 10.000 capi di bestiame razziato e ricacciandoli a Sud del fiume. Ma la banda di Nacimiento fece ancora a tempo ad attaccare il villaggio. A questa grande incursione, costata 250 morti ai guerriglieri e agli araucani del litorale, seguì subito dopo quella di una banda di briganti e araucani andini comandata da José Antonio Pinheiro. Scesa dalla Cordigliera, la banda piombò su Chillan, difesa da pochi regolari e dalla cavalleria miliziana di Cauquenes del colonnello Juan de Dios Urrutia. Ma anche stavolta i banditi furono messi in fuga seminando 43 morti, 64 prigionieri, 100 cavalli e molte armi. Ottenuti nuovi rinforzi da Santiago, il 25 novembre O’Higgins avanzò con 3.300 uomini a Cerro Perales, a tiro di cannone dalla piazza, difesa da 1.700 uomini con 40 obici e cannoni. Rinunciando al suo disegno di attaccare i due punti più vulnerabili, sul lato di San Vicente, il generale si era lasciato persuadere dal suo capo di stato maggiore - il francese Michel Brayer, vecchio generale napoleonico ad attaccare il Morro, meglio difeso ma decisivo. Il 29 novembre, mentre O’Higgins e Brayer preparavano l’attacco, la fregata Minerva (una unità spagnola catturata ad Arica dal corsaro cileno La Fortuna) intercettò il brigantino spagnolo Santa Maria de Jesus, partito dal Callao il 5 per rifornire Talcahuano. I prigionieri rivelarono che al Callao si stava allestendo una grande spedizione con 3.000 veterani della guerra Peninsulare comandata dal brigadiere Mariano Osorio. Professore di matematica al Colegio Militar di Lima, Osorio si accingeva a ripetere l’impresa dell’agosto 1814, quando era sbarcato a Talcahuano e aveva schiacciato a Rancagua la prima repubblica cilena. Non appena informato, San Martin pensò a fortificare Valparaiso e riunire i due eserciti repubblicani, distanti tra loro 400 chilometri. Mentre ordinava ai suoi 4.000 uomini di spostarsi da Santiago a Las Tablas per marciare a Sud, spedì a O’Higgins l’ordine di sospendere l’attacco su Talcahuano e ritirarsi

immediatamente oltre il Maule, lasciando al nemico terra bruciata. Quest’ordine raggiunse O’Higgins quando aveva già fallito il suo attacco contro Talcahuano. Approfittando del forte vento del Nord che impediva alle navi nemiche di uscire dal porto, la notte sul 6 dicembre la brigata Las Heras aveva attaccato il Morro e la ridotta del Cura, mentre la brigata Conde effettuava una diversione contro il centro e il fianco destro nemico. Il reparto di testa, comandato dal francese Georges Beauchef, era riuscito a penetrare di sorpresa nella linea nemica e a prendere il Morro, ma non ad abbassare il ponte levatoio dal quale doveva irrompere Freyre con la cavalleria. All’alba l’assalto contro la ridotta Cabrera era stato spezzato dal contrattacco della riserva realista ed erano entrate in azione anche le artiglierie navali. Così O’Higgins aveva dovuto ordinare la ritirata, dopo aver inchiodato i cannoni del Morro, lasciando sul campo 150 morti e 230 feriti (le perdite realiste furono leggermente inferiori). La spedizione di Osorio e la sorpresa di Cancha Rayada (10 gennaio - 19 marzo 1818) Osorio sbarcò a Talcahuano il 10 gennaio 1818. Dieci giorni più tardi O’Higgins raggiungeva Talca, completando la lenta ritirata su tre colonne parallele, dopo aver fatto terra bruciata davanti al nemico. I profughi di Concepcion furono fatti proseguire per Santiago e il 2 febbraio O’Higgins firmò a Talca la dichiarazione d’indipendenza e un manifesto alle nazioni straniere, retrodatandoli al 1° gennaio, da Concepcion. L’atto fu pubblicato a Santiago dieci giorni più tardi, nel primo anniversario di Chacabuco, e giurato in ginocchio da San Martin, dal direttore interinale colonnello de la Cruz e da tutte le autorità repubblicane. Lo stesso giorno giurò a Talca anche l’Ejército de Chile, inclusi i reggimenti argentini. Il 25 febbraio l’esercito di O’Higgins marciò incontro a quello di San Martin, sostando a Curicò dal 27 al 7 marzo, mentre Osorio varcava il Maule con 5.000 uomini e occupava Talca. Il 10 marzo i due eserciti alleati, in tutto 6.600 uomini, si riunirono a Chimbarongo e il 13 marciarono insieme verso San Fernando, con l’intenzione di avvolgere il nemicodal fianco orientale. Il 14 Osorio accampò a Camarico e si ebbero i primi scontri a Quechereguas e Lircay e sulle sponde del Talca. Intuita la manovra patriota, Osorio la frustrò ripiegando a Talca, mentre gli alleati accamparono a Cancha Rayada. Alle 20 del 19 marzo, appreso da una spia che Osorio era uscito da Talca con 3.500 uomini, San Martin cambiò lo schieramento. Ma soltanto 2.000 uomini - la 1a Division de Chile del colonnello argentino Hilarion de la Quintana, comandata interinalmente da Las Heras - ebbero il tempo di completare la manovra. Alle 21, infatti, comparve l’esercito realista, sfilando sotto le nuove posizioni cilene. Las Heras gli fece tre scariche causandogli 300 perdite, ma Osorio proseguì la marcia piombando sul grosso dell’esercito mentre stava ancora levando il campo e soltanto l’avanguardia di Alvarado poté sganciarsi e riunirsi a Las Heras, salvando così altri 1.500 uomini. Gli alleati persero soltanto 120 morti e 170 feriti, ma anche tutta l’artiglieria (26 pezzi e il parque) e tutte le provviste. Ferito ad un braccio, O’Higgins si ritirò disperato a Nord del Lircay e di lì a Santiago, mentre San Martin e Las Heras riordinavano circa 4.000 superstiti a Pelarco e Chimbarongo. Nonostante le cautele, il 31 marzo la notizia del disastro trapelò a Santiago, gettando nel panico i repubblicani, che si prepararono ad emigrare nuovamente, come avevano fatto nel 1814 dopo la disfatta di Rancagua. A Mendoza la portò un sottotenente d’artiglieria, seguito poco dopo da Bernardo de Monteagudo, il dispotico avvocato tucumano che nel 1812 aveva fondato la Sociedad Patriotica e nel 1817 aveva sostituito Zenteno quale segretario politico di San Martin. A farne le spese furono i due fratelli dell’ex-presidente cileno detenuti nel capoluogo cuyano. Dalle loro celle non avevano smesso di complottare, tentando di sollevare la guarnigione, mentre il loro fratello era fuggito dal carcere di Buenos Aires salvandosi a Montevideo, dove si accingeva a far vela su Santiago con la sua flottiglia personale. Credendo che a Cancha Rayada l’esercito alleato fosse stato interamente distrutto, il governatore

Luzuriaga si preoccupò di togliere di mezzo i rivali di O’Higgins, potenziali referenti di una sollevazione nazionalista contro il proconsole della borghesia portegna che, per la seconda volta, sembrava aver condotto alla catastrofe l’indipendenza cilena. Luzuriaga fece fucilare i Carrera l’8 aprile, senza sentenza (“sin previa consulta”), sulla semplice base della requisitoria del fiscale cileno, rimaneggiata da Monteagudo per ordine dello stesso governatore interinale. Quella sera stessa giunse al galoppo un messaggero di San Martin con l’ordine di sospendere ogni procedura contro i Carrera e la notizia della splendida e decisiva vittoria riportata tre giorni prima a Maipù. La vittoria di Maipù (5 aprile 1818) Dopo la sorpresa di Cancha Rayada, San Martin si era ritirato alle porte di Santiago, formando un campo di istruzione. Il 2 aprile avanzò con 6.443 regolari e 21 cannoni pochi chilometri a Sud, fino al bivio per Melipilla e Lonquen, attestandosi sul ciglio meridionale della Loma Blanca (cerrillos di Maipo) che dominava le strade per Santiago e Valparaiso. Intanto O’Higgins, lottando con la febbre della ferita mal curata, fortificava Santiago, reclutando un esercito di riserva con 200 husares de la muerte e la leva in massa. Dopo una scaramuccia presso Rancagua coi granaderos del capitano Miguel Caxaraville, Osorio aveva passato il Rio Maipo al guado di Lonquén, obliquando poi a sinistra per la strada di Maipù e Valparaiso, con l’intento di aggirare il fianco destro di San Martin e cadere alle spalle della capitale. La sera del 4 aprile i realisti bivaccarono nel caserio dell’Espejo, 30 chilometri a Sud-Ovest dell’ignaro Ejército Unido. Soltanto all’alba del 5, domenica, San Martin apprese dalle avanzate di Freyre e José Antonio Melian che i realisti stavano per sfilare sul suo fianco destro e si affrettò a ruotare il fronte, avanzando di una decina di chilometri e schierandosi su due linee lungo il ciglione occidentale della Loma Blanca, con la cavalleria a l’artiglieria cilena alle ali e la batteria andina al centro e con una forte riserva (Quintana) 150 metri più indietro. La manovra nemica costringeva Osorio a mutare il suo piano, per non correre il rischio di essere colto sul fianco destro dall’intero esercito nemico. Dopo aver valutato l’opportunità di ritirarsi, all’ultimo momento decise di dare battaglia. Benchè inferiore di forze e soprattutto di cavalleria e artiglieria, fidava infatti nella superiorità qualitativa dei suoi reggimenti peninsulari (Infante don Carlos e Burgos), gli stessi che dieci anni prima, nel luglio 1808, avevano sconfitto i francesi alla battaglia di Bailen. Di conseguenza anche Osorio avanzò di una dozzina di chilometri sui cerrillos a Nord-Est del caserio, schierandosi di fronte al nemico. Le due alture, distanti dai 5 ai 3 chilometri, erano separate dalla hondonada del Llano di Maipo, dominato dai campi di tiro di entrambe le artiglierie avversarie (21 pezzi alleati e 14 realisti). L’Ejército Unido (San Martin e brigadiere Antonio Gonzalez Balcarce) contava 6.443 uomini (inclusi 372 ufficiali) su 3 Divisioni al comando dei colonnelli argentini Las Heras, Alvarado e Quintana:
.1a Division o Derecha (Las Heras): 2.371 (135 ufficiali) con 3 battaglioni (N. 11 de los Andes, Cazadores de Coquimbo e Infantes de la Patria al comando di Guerrero, Isaac Thompson e Bustamante), 4 squadroni granaderos y escolta de San Martin (Zapiola, Necochea e Bueras) e 8 cannoni (1° grupo de Chile di Manuel Blanco Encalada); .2a Division o Izquierda (Alvarado): 2.351 (134 ufficiali) con 3 battaglioni (cazadores de los Andes; N. 8 de los Andes; N. 2 de Chile comandati da Sequeira, E. Martinez e I. B. Caceres), 4 squadroni (lanceros de Chile y escolta de O’Higgins, comandati da Freyre e Ramirez de Arellano) e 9 cannoni (2° grupo de Chile di Borgogno); .Division de Reserva (Quintana): 1.721 (103 ufficiali) con 3 battaglioni (N. 7 de los Andes, N. 1 e Arauco N. 3 de Chile al comando di Conde, Rivera e Lopez), 1 squadrone escolta (Pizarro) e 4 cannoni (artilleria de los Andes di Reglado de la Plaza).

Osorio aveva circa 5.000 uomini (un numero imprecisato di ufficiali e 4.670 sergenti e militari di truppa) su 3 brigate, comandate dal brigadiere José Ordognez e dai colonnelli José M. Baeza e Joaquin Primo de Rivera (capo di stato maggiore):
.1a Brigada Derecha (Ordognez) con 2 battaglioni (2° Infante don Carlos e Concepcion), 1 compagnia zapadores, 3 squadroni (Lanceros del Rey, Dragones de Arequipa e de Chillan) e 4 cannoni (compagnia a caballo); .2a Brigada Centro (Baeza) con 2 battaglioni (2° Burgos e Arequipa), 2 squadroni (Dragones de la Frontera) e 4 cannoni (compagnia a pie); .Reserva o 3a Brigada Izquierda (Primo de Rivera) con 1 battaglione misto (le 8 compagnie scelte - granaderos e cazadores - dei 4 battaglioni di fanteria) e 4 cannoni.

Grazie alle spie e alla ricognizione, entrambi gli avversari conoscevano perfettamente le reciproche posizioni e sapevano che quella che si apprestavano a combattere sarebbe stata la battaglia decisiva. Per un paio d’ore si fronteggiarono in silenzio, consapevoli dei rischi di un attacco e sperando che l’avversario facesse la prima mossa. I rischi peggiori li correvano i patrioti, perchè anche attaccando nel punto più vicino, dovevano comunque percorrere mille metri allo scoperto sotto il fuoco del nemico. Alla fine, poco prima di mezzogiorno, San Martin fece aprire il fuoco, per rilevare dalla risposta nemica l’esatta posizione delle sue batterie. Ciò gli consentì di comprendere che il punto più debole di Osorio era l’ala destra. Fece allora un diversivo dalla parte opposta, mandando all’attacco il N. 11, che resse la carica della cavalleria realista (Morgado), a sua volta controcaricata dai granaderos di Zapiola. Intanto, all’altro capo del fronte, la fanteria di Alvarado retrocedevano sotto il fuoco della destra nemica. Ordognez provò a inseguirli con quasi tutta la fanteria realista (3.500), a sua volta accolta a mitraglia dalla batteria cilena di Borgogno. Quest’ultima fu attaccata dalla cavalleria realista, giunta fino ai pezzi ma subito volta in fuga dalla carica dei lanceros cileni di Freyre e Bueras, che venne ucciso. San Martin ordinò allora l’attacco generale, spiccando la riserva contro la sinistra e avanzando tutta l’artiglieria in appoggio a Las Heras e Alvarado per attaccare il centro e la destra nemici. Ma i 4 battaglioni di Baeza e Ordognez formarono i quadrati, sostenendo bravamente mitraglia, fucileria e cariche di lanceros. Lanceros cileni e cazadores andini travolsero le compagnie scelte nemiche, investendo poi con Alvarado il valoroso quadrato di Burgos. Alle 2 e mezza del pomeriggio Osorio fece suonare la ritirata. Decimata ma in ordine, tutta la fanteria realista ripiegò nel caserio, dove si trincerò fortemente, in attesa di potersi sganciare e ritirare col favore delle tenebre. Intanto protesse la ritirata di Osorio e della cavalleria. Benchè stremato, l’esercito patriota tallonò la fanteria nemica, avanzando tutta l’artiglieria, inclusa quella appena catturata. In quel mentre dalla capitale arrivò O’Higgins, in testa agli husares de la muerte e alle milizie di Aconcagua, Colchagua e Santiago, comandate dai colonnelli Tomas Vicugna, José Maria Palacios e Pedro Prado e seguite dai cadetti dell’Escuela Militar e da grande moltitudine di cittadini. Alle 17, dopo aver abbracciato il suo compagno d’armi cileno, San Martin ordinò l’attacco generale, che fu respinto. Intervenuta l’artiglieria, il secondo assalto ebbe successo. Poi fu matanza, casa per casa. Sul campo di battaglia i realisti lasciarono 1.300 morti e 2.289 prigionieri (inclusi 74 ufficiali), 12 cannoni, 4.000 fucili e 1.200 terzarole. Le perdite alleate ammontarono a 800 morti e 1.000 feriti. Il dominio del mare (21 maggio - 31 agosto 1818) Dall’Espejo scamparono soltanto 700 fanti e soltanto 90 arrivarono a Concepcion.Nello stesso tragitto

anche la cavalleria realista perse 200 uomini in scontri di retroguardia, specialmente coi granaderos di Caxaraville. Ma c’erano ancora forti guarnigioni realiste a Talcahuano e Valdivia e nell’Arcipelago di Chiloé (colonnelli Francisco Sanchez, Hojo e Quintanilla) e le province meridionali erano ancora in maggioranza fedeli ai francescani e decise a combattere por la Virgen y por el Rey. Inoltre il 21 maggio, ancora ignaro di Maipù, era partito da Cadice un convoglio di 11 trasporti con 2.000 veterani spagnoli, scortato dalla poderosa fregata Maria Isabel (1.220 tonnellate e 44 cannoni). Tuttavia, giunto a Trinidad, uno dei trasporti si ammutinò, raggiungendo La Boca e consegnando al governo argentino le istruzioni del convoglio con l’elenco dei rendez-vous e il codice di segnalazione della marina spagnola, pervenuti a Santiago il 16 settembre. A Santiago si aveva perfettamente chiaro che per liberare le province meridionali e il Peru occorreva conquistare il dominio del mare. Durante la missione compiuta a Buenos Aires dopo Chacabuco, fallito il tentativo di impadronirsi delle 3 navi che Carrera aveva lasciato a Montevideo, San Martin aveva inviato un suo agente ad acquistarne altre negli Stati Uniti. Allo stesso scopo O’Higgins aveva spedito a Londra l’ingegnere Alvarez Condarco, che già nel gennaio 1818 stava ingaggiando alcune centinaia di marinai e ufficiali scozzesi, incluso l’audace Lord Thomas Cochrane (1775-1860), conte di Dundonald, radiato nel 1814 dal parlamento e dalla Royal Navy per essersi schierato con l’opposizione e futuro campione dell’indipendenza cilena, peruviana, brasiliana e greca, che, tra le altre benemerenze militari, finanziò di tasca propria la costruzione della prima nave da guerra a vapore del Sudamerica (Estrella Nacional), consegnata al Cile nel 1822. Forzando il blocco spagnolo, il primo lotto di marinai inglesi era giunto a Valparaiso già nell’aprile 1818, con una fregata da 850 tonnellate e 46 cannoni (Windham, ribattezzata Lautaro) acquistata per 180.000 pesos da Alvarez Condarco e comandata da George O’Brien. L’ufficiale era perito il 27 aprile, alla prima missione, tentando di impadronirsi dell’Esmeralda, ammiraglia della squadra spagnola del Callao (presa in porto, due anni dopo, da Cochrane). Ma subito dopo la Lautaro aveva catturato in mare due milionari realisti di Santiago, costretti dal governo a pagare un riscatto di quasi mezzo milione di pesos, proprio la somma che occorreva per impiantare la marina cilena. Il governo ne spese infatti 263.000 per acquistare 3 mercantili, uno inglese (vascello da 1.300 tonnellate San Martin) e due nordamericani (corvetta Chacabuco e brigantino Araucano) armandoli con 64, 20 e 16 cannoni. Intanto Manuel Blanco Encalada organizzava la marina, impiantando l’Accademia dei guardiamarina e il Batallon de infanteria de marina comandato dal tenente colonnello Charles (caduto a Pisco il 12 novembre 1819). Nell’agosto 1818 la squadra di Valparaiso contava 2 unità maggiori (San Martin e Lautaro) e 3 minori (Chacabuco, Araucano e Pueyrredon) con 158 cannoni e 1.209 marinai e marinos: una forza già equivalente a quella della squadra spagnola del Callao comandata dal capitano di vascello Luis Coig (2 fregate da 44 cannoni, 2 corvette da 34 e 2 brigantini da 18 e 16). Alla squadra si aggiungevano 7 corsari cileni, uno dei quali (La Rosa de los Andes) scorreva la costa atlantica della Nueva Grenada. L’incursione navale su Talcahuano (23-28 ottobre 1818) A riprendere Talcahuano e Concepcion furono destinati Freire con 1.600 uomini e Blanco Encalada con 4 navi. Malgrado la chiusura dei porti decretata a scopo di sicurezza dal governo cileno, una goletta nordamericana fece in tempo ad informare El Callao dell’imminente spedizione navale da Valparaiso e Pezuela mandò subito a rifornire Talcahuano e riprendere Osorio, imbarcatosi l’8 settembre e arrivato al Callao il 23. Un mese più tardi, il 23 ottobre, Blanco Encalada doppiò Talcahuano e dette fonda nella baia di Arauco, dove intendeva intercettare il convoglio spagnolo in arrivo dal Capo Horn. Qui apprese di essersi lasciato sfuggire i primi 4 trasporti - che avevano già sbarcato 600 rinforzi - e soprattutto la famosa fregata Maria Isabel, già ormeggiata al sicuro sotto il cannone della fortezza. Ma il 28 ottobre, coperto dal fuoco della San Martin e della Lautaro e con 50 marinos, il tenente Bell

sorprese la guardia di 70 marinai spagnoli lasciata a bordo della fregata, respingendo poi per ore, in attesa del vento favorevole, ogni tentativo del nemico di riprenderla o incendiarla. All’alba del 29 Bell tagliò gli ormeggi raggiungendo incolume la squadra cilena. Nei giorni successivi, ingannandoli con la bandiera e le segnalazioni spagnole, Blanco Encalada catturò anche gli altri 5 trasporti - man mano che arrivavano al rendez-vous dell’Isola di Mocha - facendo prigionieri i militari spagnoli e le famiglie degli ufficiali. Nell’entusiasmo del successo, il senato cileno dette alla fregata predata il nome del direttore O’Higgins, a sua volta insignito del titolo di Gran Mariscal. Cochrane, arrivato in novembre a Valparaiso per assumere il comando in capo della marina cilena col grado di viceammiraglio, vi issò la propria insegna il 23 dicembre, lasciando il vascello San Martin al contrammiraglio Blanco Encalada, retrocesso a comandante in seconda. Nel frattempo la flotta si era arricchita di altri 2 brigantini inglesi il trasporto Intrepido donato dal governo argentino e il Galvarino, da 18 cannoni, acquistato per 70.000 pesos dal rappresentante cileno a Buenos Aires - salendo alla forza di 7 unità d’altura, con 220 cannoni e 1.600 uomini d’equipaggio. La riconquista di Concepcion (24 novembre 1818 - 17 febbraio 1819) Più lenta della squadra, la spedizione terrestre su Concepcion varcò il confine della provincia soltanto il 24 novembre. Rifiutata da Sanchez l’intimazione di resa, il 19 dicembre Freire avanzò con 1.600 uomini e 4 cannoni, occupando facilmente Chillan e infliggendo 50 perdite alla retroguardia realista. A temporeggiare era però soprattutto San Martin. In novembre i governi cileno e argentino avevano approvato la spedizione in Peru, ma, come meglio diremo più avanti, il piano strategico concepito dal capitano generale argentino puntava a logorare il nemico evitando battaglie campali e preparando il terreno per un accordo politico che conciliasse l’indipendenza dalla Spagna con il mantenimento dell’unità geopolitica del continente subamazzonico, possibilmente nel quadro di una monarchia sudamericana. Concepcion, dove la causa realista godeva di un forte sostegno popolare, era il terreno adatto per sperimentare la strategia concepita per il Peru. Per questo San Martin, dopo aver catturato Vicente Benavidez, il leggendario capo della guerriglia realista, l’aveva rimandato libero tra i suoi, sperando che mantenesse la promessa di seminare dissensi e raccogliere defezioni. Al contrario diffidava di Freire, troppo impaziente e settario per poter vincere senza combattere. Così San Martin convinse O’Higgins a metterlo in subordine a Gonzalez Balcarce, giunto a Chillan il 26 dicembre. Con i rinforzi portati dal fedele e flemmatico brigadiere argentino, l’esercito meridionale salì a 3.385 regolari, un terzo argentini (cazadores di Alvarado e granaderos di Manuel Escalada) e il resto cileni (N. 1 e N. 3 de Chile, escolta directorial e 8 cannoni). Finalmente il 15 gennaio 1819 Balcarce si mise in marcia verso Santa Fe, distaccando 200 uomini con Freyre su Quellon e Yumbal. Alvarado e Escalada, che formavano l’avanguardia di Balcarce, arrivarono al Rio Laja troppo tardi per impedire alla forza d’osservazione nemica di guadarlo al Salto e quando occuparono Santa Fe e Los Angeles, i 2.000 realisti di Sanchez avevano già guadagnato la sinistra del Bio-Bio, pur lasciandosi dietro 5 cannoni, armi, munizioni, una parte del bagaglio e, soprattutto, i primi disertori. Balcarce attese il 29 per passare il Bio-Bio e occupare senza resistenza Nacimiento e infine Concepcion, consentendo a Sanchez di ritirarsi per le colline sulla sinistra del Vergara e rifugiarsi nelle reducciones degli indios angolinos. Arrivati in mille a Tucapel, il 6 febbraio i realisti tennero consiglio di guerra: Sanchez (in seguito disapprovato dal viceré Pezuela) scelse di ritirarsi a Valdivia con i profughi realisti e con quanti soldati volevano seguirlo, lasciando gli altri liberi di restare alla frontiera con Benavidez per darsi alla guerriglia. Convinto di aver esaurito il proprio compito, il 17 febbraio Balcarce ripartì per Santiago con i 2 reggimenti argentini, lasciando i cileni a Concepcion, Los Angeles e Yumbal.

3. L’IMPLOSIONE DELL’ARGENTINA (1817-23)

Il crollo del “protettorato” artiguista del Litorale (26 dicembre 1817 - 22 gennaio 1820) La vittoria di Maipu e la fucilazione di fratelli Carrera, invano denunciata da José Miguel in un famoso Manifiesto a la América, ebbero contraccolpi indiretti anche nel Litorale rioplatense. La fedeltà delle milizie guaranies e il vessillo federalista impugnato da Artigas contro l’arroganza e l’egoismo della borghesia portegna non erano sufficienti per consolidare una vera confederazione politica fra le tre province “libere” del Litorale. Dopo l’occupazione portoghese di Montevideo, Artigas si era messo sulla difensiva, per conservare almeno il controllo di Corrientes, Entre Rios e Santa Fe tramite i suoi luogotenenti Andresito, Francisco Ramirez e Mariano Vera. Nella parte occidentale della provincia mesopotamica dominava però José Eusebio Heregnù, il quale non riconosceva l’autorità di Ramirez, pretendendo di dipendere direttamente da Artigas. Impressionato dai successi portoghesi, nel secondo semestre del 1817 Heregnù aveva avviato una trattativa segreta con Pueyrredon e in dicembre aveva chiesto anche una protezione militare. In aiuto di Heregnù era stato spiccato il colonnello Luciano Montes de Oca, ma, con abili negoziati dilatori, Ramirez lo aveva trattenuto il tempo necessario a ricevere rinforzi e il 26 dicembre lo aveva sconfitto completamente all’arroyo de Ceballos, consolidando la propria supremazia. Ma Artigas non gli consentì di estenderla anche alla parte occidentale del territorio entrerriano, preferendo mettervi a capo José Ignacio Vera, fratello del suo luogotenente santafesino. Fuggito a Buenos Aires, Heregnù tornò con le truppe di Balcarce e von Holmberg, sollevando le milizie comarcali di Gualegaychù e Gualeguay. Ma il 25 marzo 1818 Ramirez decimò i bonearensi a Saucesito, costringendoli a reimbarcarsi e assicurandosi il controllo totale della provincia. A questo punto il caudillo, pur restando formalmente alleato di Artigas, si rese del tutto indipendente, sostituendo i capi comarcali con i suoi ufficiali e organizzando un esercito ben più disciplinato delle milizie artiguiste e delle stesse truppe nazionali. Anche ad Entre Rios, come nelle altre province del Nordovest e del Litorale, il nerbo restava però la cavalleria miliziana: combattevano come i parti, con rapidi attacchi e finte ritirate per attirare la cavalleria regolare lontano dalla fanteria e dai cannoni e dividerla in piccoli reparti isolati da distruggere con le imboscate. Intanto, dalla Banda Oriental, il colonnello portoghese Chagas aveva invaso anche il “santuario” artiguista di Corrientes, penetrando fino alla riva sinistra del Paranà. Sconfitto a Nord della cittadina il 3 aprile 1818, Andresito vinse il 21 maggio e il 14 giugno a Queguay e Chapicuy (presso Guaviyù). Ma il 25 maggio la guarnigione veterana del capoluogo depose il governatore artiguista, iniziando un cauto riavvicinamento a Buenos Aires, subito troncato da una rapida incursione di guaranies capeggiata da Andrés Artigas. Sul fronte dell’Uruguay, il 4 luglio 100 irregolari riogradensi guidati dal generale portoghese Bentos Manuel occuparono di sorpresa il campo artiguista del Queguay Chico, dove il giorno dopo furono annientati da José Fructuoso Rivera. Il 3 ottobre toccò ai portoghesi respingere un analogo colpo di mano tentato da Rivera al Rabon. Il 15 giugno 1819 il colonnello Abreu catturò Andresito al passo di Hacurupì, sul Rio Camacuan, a Nord di San Borje. Invaso nuovamente il Rio Grande, il 14 dicembre Artigas sconfisse Abreu a Santa Maria (o Guirapita), infiggendogli 500 perdite e inseguendolo poi per 45 chilometri prima di essere ricacciato a Corrientes dai rinforzi portoghesi. Il conte di Figueiras varcò poi il confine con 3.000 uomini, fronteggiato da Andrés Latorre (che in assenza di Artigas comandava l’esercito orientale) con

2.000, battendolo in dicembre alla quebrada di Belarmino e il 22 gennaio, a Tacuarembò-Chico. Questa vittoria decisiva e la defezione del prestigioso Rivera (nominato dai portoghesi comandante generale di campagna), consentirono a Lisbona di proclamare, l’anno seguente, l’annessione della Provincia Cisplatina, conservata sino alla guerra del 1825. La guerra santafesina (8 ottobre 1818 - 12 aprile 1819) Nel luglio 1818 anche Santa Fe si emancipò dal protettorato di Artigas. Estanislao Lopez, ora colonnello e comandante delle truppe di frontiera santafesine, rovesciò infatti Mariano Vera, che si imbarcò sul Paranà con la sua fedele milizia di pardos y morenos. Eletto governatore, Lopez confermò tuttavia la completa autonomia santafesina dal governo direttoriale. Puerreydon, che gli osservatori inglesi qualificavano tory, aveva cercato di superare la crisi decretando la restrizione del corso legale, suscitando però l’immediata reazione della fazione whig, al punto che in agosto fu costretto a spedire al confino, assieme a Manuel Sarratea, anche Miguel Yrigoyen e Juan Pedro Aguirre, uno dei massimi esponenti del potere finanziario, custode di molti segreti della Nomenklatura portegna. Reagendo all’attacco della milizia cordobese, fedele al governo direttoriale, il 7 ottobre 1818 Lopez attaccò senza successo le forze del colonnello Juan Bautista Bustos a Fraile Muerto (odierna BellVille), ma riuscì poi a fermare i rinforzi regolari spediti da Tucuman, impadronendosi della loro caballada. Lopez si volse poi a Sud, attestandosi al passo di Aguirre, per sbarrare la strada di Santa Fe alla colonna bonearense condotta da Balcarce. Quest’ultimo, aggirata la posizione, entrò nel capoluogo ribelle il 27 novembre: ma il giorno dopo Lopez sorprese e annientò 600 regolari del colonnello Rafael Hortiguera e mise il blocco alla città. Così il 4 dicembre, esausto e demoralizzato, Balcarce iniziò la ritirata. Nel gennaio 1819, a causa di un incidente domestico, Pueyrredon chiese un congedo provvisorio, lasciando il direttorato interinale al brigadiere Rondeau, il quale ordinò a Balcarce di tornare a Santa Fe. La marcia delle truppe direttoriali fu però ostacolata anche dall’armata autonoma dell’inglese Campbell, che il 26 gennaio 1819, a Pergamino, sconfisse il colonnello Francisco Pico. Finalmente, l’8 febbraio, Balcarce si congiunse a San Nicolas con la colonna di Viamonte, accorsa dalla capitale e, con un esercito di 2.400 uomini, respinse facilmente, a cannonate, l’attacco abbozzato dalla cavalleria santafesina. Lopez si volse allora su Cordoba, fallendo il 18 e 19 due attacchi contro il passo dell’Herradura, saldamente difeso da Bustos con 700 cordobesi. Intanto Viamonte avanzava da San Nicolas, distaccando 400 uomini con Hortiguera a ripulire la destra del Paranà dalle montoneras santafesine. Ma il 10 marzo Lopez lo intercettò a Carcaranà, obbligandolo a retrocedere a Rosario e determinando una situazione di stallo conclusa dall’armistizio di San Lorenzo del 12 aprile 1819. Il ritiro di San Martin a Mendoza (1819) Come abbiamo accennato, nel novembre 1818 il senato cileno approvò l’Expedicion Libertadora del Peru e il governo argentino si impegnò a coprire metà del costo finanziario, ottimisticamente stimato sul milione di pesos. Ma l’aggravamento della crisi economica e del dissesto finanziario rese presto evidente che Buenos Aires non era in condizione di onorare il suo impegno. Nell’aprile 1819 i devastanti effetti politici dell’armistizio di San Lorenzo si sommarono alla psicosi di uno sbarco spagnolo e alla “congiura dei francesi” scoperta a Buenos Aires, e finita con la fucilazione degli ufficiali Robert e Lagresse. Proprio in quel momento il governo argentino ricevette un rapporto allarmistico di San Martin sulla situazione economica cilena, nel quale il capitano generale sosteneva che mancavano le risorse per la spedizione militare in Peru e annunciava il suo prossimo rientro a Mendoza.

A seguito di questo rapporto Pueyrredon ordinò il ritiro dell’Ejército de los Andes, un ulteriore colpo al Cile, ancora impegnato dalla resistenza realista nelle province meridionali. Il disimpegno argentino sembrava una pugnalata alle spalle, vibrata proprio mentre Cochrane, domato un ammutinamento sulla Chacabuco, bloccava e umiliava la squadra spagnola sotto i forti del Callao (10 febbraio - 8 maggio) e scorreva la costa del Peru e di Guayaquil, predando la goletta contrabbandiera Moctezuma, 10 mercantili e varie cannoniere con viveri e denaro. Il senato cileno reagì orgogliosamente, proclamando che l’esercito di O’Higgins e la marina di Lord Cochrane avrebbero liberato il Peru anche senza l’aiuto finanziario e militare di Buenos Aires. In realtà il ritiro delle truppe argentine era difficile, perchè erano ormai mescolate non soltanto le unità, ma anche i quadri e la truppa: gli argentini erano un terzo dell’Ejército de Chile, ma i cileni erano i due terzi dell’Ejército de los Andes. Alla fine rientrarono a Mendoza e San Luis soltanto i mille portegni e cuyani di Escalada e Alvarado (granaderos a caballo e cazadores de los Andes) reduci dalla spedizione di Balcarce su Concepcion, lasciando in Cile i 3 battaglioni di negri portegni (N. 7 e N. 8) e reclute cuyane (N. 11) e i 4 squadroni di truppa cilena (cazadores a caballo de los Andes). La rivolta federalista e l’ammutinamento di Arequito (11 maggio 1819 - 10 gennaio 1820) L’11 maggio 1819 il congresso rioplatense votò la costituzione repubblicana. Dopo averla promulgata, considerando ormai esaurito il suo compito, Pueyrredon rassegnò formalmente il mandato. In giugno, disperando ormai della situazione politica, si dimise anche Belgrano, sostituito dal generale Francisco Fernandez de la Cruz. Ma i federalisti della province - che ora, per distinguersi da Artigas, preferivano definirsi “liberali” insorsero contro la costituzione imposta dagli “unitari” portegni, accusandoli di tramare la restaurazione monarchica. L’11 novembre i comandanti della milizia tucumana deposero il governatore direttoriale de la Mota e imposero l’elezione del colonnello Bernabé Aràoz, il quale proclamò la Repubblica di Tucuman. Sempre in novembre Lopez e Ramirez strinsero alleanza e ripresero le armi, mentre Alvear e Carrera tornavano dall’esilio montevideano sbarcando a Gualeguaychù e mettendosi a disposizione di Ramirez. Per difendere il regime, Rondeau richiamò da Cordoba l’Ejército del Norte, forte di 3.000 uomini. Il nuovo comandante de la Cruz era fedele al governo direttoriale, come pure i comandanti reggimentali (Moron del N. 2, Blas José Pico del N. 3, Francisco Antonio Pinto del N. 10, Lamadrid dei dragones, Zelaya dei cazadores a caballo e Dominguez degli husares). Ma Bustos, promosso brigadiere per la difesa dell’Herradura, non aveva alcuna intenzione di perdere la posizione eminente che aveva raggiunto nella società cordobese per combattere in una incerta e selvaggia guerra civile tra la capitale e le province del Litorale. Nelle sue funzioni di capo di stato maggiore di Cruz, Bustos poté facilmente accordarsi con il colonnello Alejandro Heredia e con altri ufficiali superiori dei dragoni (José Maria Paz e Jiménez) e del N. 2 (maggiore Castro) per sollevare l’esercito non appena partito da Cordoba. Un progetto al quale i congiurati aderirono con motivazioni differenti: molti per ambizione personale o interesse di partito, pochi per non combattere una guerra fratricida. Il piano scattò quando l’esercito, partito da Cordoba l’8 gennaio 1820, fece tappa al villaggio di Arequito. Alla mezzanotte del 10 gennaio de la Cruz e i sei comandanti reggimentali furono arrestati e sostituiti da Bustos e dai rispettivi vicecomandanti, mentre Heredia divenne capo di stato maggiore. Proclamatosi neutrale nella guerra civile, Bustos tornò a Cordoba col suo vecchio reggimento (N. 2) e con quello di Balcarce (N. 6) che sorvegliava la frontiera santafesina. Cruz proseguì invece la marcia su San Nicolas con 1.600 lealisti, finendo circondato dalle montoneras santafesine. Ad impedire lo scontro fu Heredia, tornato a proteggere i suoi vecchi compagni d’arme con la cavalleria ammutinata, il quale intimò ai santafesini di andarsene. Questa prova di cameratismo sgretolò gli ultimi scrupoli morali dei soldati lealisti, che passarono in massa con gli ammutinati, tornando con loro a Cordoba. Lo

stesso de la Cruz legittimò la loro scelta rimettendo formalmente il comando a Bustos, prima di proseguire per San Nicolas con un pugno di ufficiali (tra cui Lamadrid, che tuttavia, cinque mesi più tardi, tornò anch’egli a Cordoba). Il 19 gennaio il cabildo abierto cordobese richiamò al potere José Javier Diaz, che aveva già governato nel 1815 per conto di Artigas. Bustos, vero uomo forte della provincia mediterranea, tentò anche, senza successo, di indire un congresso interprovinciale per stabilire un potere federale provvisorio. Inoltre, mandò Heredia a Tucuman e Salta ad offrire alleanza ad Aràoz e Guemes. Ma la missione fu un completo fallimento, perchè i due caudillos, che già rivaleggiavano ostilmente tra di loro, non avevano alcuna intenzione di sottomettersi a Bustos. E nemmeno San Martin e O’Higgins raccolsero le sue profferte di incondizionato sostegno nella guerra contro i realisti. L’ammutinamento di San Juan e il ritorno di San Martin in Cile (9 gennaio - 5 agosto 1820)

Il 9 gennaio, il giorno prima di Arequito, un sergente di colore aveva sollevato a San Juan anche il battaglione dei cazadores de los Andes, che non voleva tornare in Cile. Arrestati gli ufficiali e sconfitta la resistenza di una parte della milizia sanjuanina, i ribelli deposero il tenente governatore, il portegno de la Rosa, eleggendo suo cognato Mariano Mendizàbal (un capitano degradato ed espulso da San Martin per condotta immorale) il quale proclamò la Repubblica di San Juan. Dal canto suo Rondeau fece buon viso a cattivo gioco, acconciandosi a riconoscere la legittimità della sollevazione dei cazadores. Invece San Martin tornò subito in Cile per impedire che il contagio si estendesse alle truppe argentine rimaste a Rancagua. A Mendoza restava però Luzuriaga, il quale a sua volta spedì Alvarado a castigare il suo vecchio reggimento. La punizione venne però rinviata, non tanto per le suppliche del cabildo sanjuanino, quanto perchè a Luzuriaga giunse l’ordine di San Martin di raggiungerlo subito in Cile con i soli granaderos a caballo, cedendo il governo al cabildo mendosino e abbandonando al loro destino i cazadores ribelli. - Mendizàbal fu peraltro deposto dal suo vice, tenente Cono, che lo consegnò a Guemes (un anno e mezzo dopo, liberato il Peru, il caudillo saltegno lo spedì a Lima, dove Mendizàbal venne fucilato il 30 gennaio 1822). Quanto al battaglione, nel maggio 1820 marciò ostilmente su Mendoza, ma fu respinto dalla locale milizia del generale Cruz, che il 5 agosto lo annientò sul Rio San Juan. Intanto, dopo aver miracolosamente salvato dal naufragio la nave ammiraglia, Cochrane aveva attaccato le ultime basi spagnole del Cile meridionale. Nella notte sul 14 febbraio i maggiori Miller e Beauchef, con 75 marinos e 250 fanti scelti ceduti da Freire, avevano espugnato con incredibile audacia i poderosi forti di Valdivia, catturandovi il colonnello Hojo del Reggimento Cantabria. Miller era stato gravemente ferito il 19, perdendo 38 uomini nel vano tentativo di prendere anche il forte principale di Chiloé, difeso dal colonnello Quintanilla.

La fine del governo nazionale (1° febbraio - 19 aprile 1820) Le sollevazioni di Arequito e San Juan rovesciarono i rapporti di forza tra unitari e federalisti. Il 1° febbraio, a 40 chilometri ad Ovest di San Nicolas, 2.000 direttoriali schierati dietro la cagnada di Cepeda furono attaccati da 1.600 federali. La cavalleria di Lopez e Ramirez avvolse il nemico alle ali, costringendo Rondeau e Balcarce a mutare fronte e a combattere con le spalle alla palude. Perduta la cavalleria, la fanteria e l’artiglieria direttoriali ripiegarono a San Nicolas, ma passarono alcuni giorni decisivi prima che il regime di Rondeau avvertisse le fatali conseguenze politiche della sconfitta. Il 7 febbraio La Gaceta condannò “il partito dell’oppressione”. Il 10 l’esercito federale entrò a Oilar, spingendosi alle porte di Buenos Aires, difesa da Soler con appena 14 compagnie locali (tercios civicos 1°, 2° e 3°).

Lo stesso giorno Soler e gli altri capi militari fecero sapere che per ottenere la pace era necessario abolire gli organi costituzionali unitari. Autodiscioltosi il congresso e dimessosi Rondeau, l’11 febbraio il cabildo portegno assunse il governo della provincia bonearense e Juan Pedro Aguirre, alcalde de 1° voto, potè finalmente restituire a Tagle e Pueyrredon la condanna all’esilio con la quale, un anno e mezzo prima, avevano cercato di eliminarlo dalla scena politica. Il 17 febbraio Soler, Lopez e Ramirez sottoscrissero l’armistizio di Lujan, in virtù del quale il federalista Manuel Sarratea era designato governatore interinale della provincia bonearense. Il 23, col trattato del Pilar, il cabildo riconobbe il principio federativo e quello repubblicano. Poi una legislatura provinciale di 12 membri confermò governatore Sarratea. Contro questa decisione si svolse il 6 marzo, nella capitale, una grande manifestazione popolare per reclamare le dimissioni di Sarratea e la nomina di Juan Ramon Balcarce. Il giorno seguente Carrera costituì alla Chacarita, presso la capitale, un proprio Ejército Restaurador, reclutato tra i prigionieri cileni catturati dall’Ejército de los Andes. Dopo qualche giorno di incertezza, il 12 la cavalleria entrerriana e santafesina entrò in città occupando piazza della Vittoria e rimettendo in carica Sarratea, che il 14 sciolse lo stato maggiore affidando a Soler gli affari militari. Il 25 marzo Alvear tentò invano di impadronirsi del Cuartel de Aguerridos, validamente difeso dal sergente maggiore Anacleto Martinez, fedele a Sarratea e Soler, rifugiandosi poi con Carrera in territorio santafesino e accampandosi al Rincon de Grondona. I militari coinvolti nel fallito colpo di stato furono inquisiti dall’uditore criminale ordinario Antonio Esquerrenea e giudicati da un tribunale straordinario presieduto dal colonnello maggiore Hilarion de la Quintana (l’uomo che Alvear aveva mandato nel 1815 a sostituire Guemes) e composto dal parigrado Nicolas de Vedia e dal colonnello Luis Veruti (Luigi Berruti). Ma il 19 aprile la truppa veterana si sciolse e il popolo saccheggiò l’armeria del Forte, mentre la civica sprecava munizioni sparando in aria. Guerra di caudillos a Buenos Aires ed Entre Rios (14 giugno - 4 ottobre 1820)

Ottenuti gli obiettivi politici della guerra, Ramirez era rientrato nella provincia mesopotamica per ristabilirvi la propria autorità, minacciata dalle pretese di Artigas, che, dopo la vittoria portoghese, si era ritirato ad Entre Rios con 2.200 uomini. Rimasto da solo a controllare la situazione bonearense, Lopez pose la candidatura di Alvear al governatorato della provincia e per sostenerla il 14 giugno avanzò con 1.500 santafesini e cileni verso la capitale, ormai in preda all’anarchia. Da tempo malato, Belgrano morì il 20 giugno: ma quello passò alla storia come “il giorno dei tre governatori” (Ildefonso Ramos Mejia, il cabildo e Soler). Il 28 giugno Soler tentò di resistere alla cagnada della Cruz, ma l’ala sinistra del brigadiere French si impantanò nel punto più profondo dello stagno, cadendo prigioniera di Carrera senza aver sparato un solo colpo. Al centro, invece, Soler respinse Alvear, ma una carica dei dragoni santafesini lo costrinse a ritirarsi, lasciando sul terreno 200 morti, 200 prigionieri e 3 cannoni. Dimessosi Soler, i portegni elessero governatore Dorrego, mentre Lopez fece eleggere Alvear dal cabildo di Lujan. A contrastare questa mossa, che cercava di sfruttare l’antico risentimento della campagna bonearense contro la capitale, fu Juan Manuel Ortiz de Rozas, detto “Rosas” (1795-1877), proprietario dell’estancia “Los Cerritos”, una delle maggiori della provincia, il quale venne a rendere omaggio a Dorrego alla testa del reggimento di milizia di cui l’8 giugno Martinez l’aveva nominato colonnello. (A proposito del reggimento di Rosas vale la pena chiarire un equivoco piuttosto diffuso. Era il reggimento del distretto del Monte, il N. 5 de colorados: un appellativo che poi lo rese famoso, ma che in realtà era comune anche agli altri reggimenti della campagna bonearense e che induce talora a confonderlo con il N. 2 di Las Conchas, fondato nel 1810 da José Maria Vilela, uno dei futuri avversari unitari di Rosas. Fu il N. 2 di Vilela, e non il N. 5 di Rosas, a prendere parte alla guerra del 1826-28 contro l’Impero brasiliano. Quanto al nomignolo di colorados, indicava il tipico color ruggine della casacca e del copricapo dei gauchos, lo stesso dei camiciotti da fatica indossati dalla Legione Italiana

che vent’anni dopo, al comando di Giuseppe Garibaldi, avrebbe difeso Montevideo contro le truppe di Rosas.) Dorrego poté così marciare contro Lopez, Carrera e Alvear alla testa di 3.000 uomini e il 1° agosto sorprese a San Nicolas 700 cileni e alvearisti, facendo 60 morti e 450 prigionieri. Il 12, all’arroyo del Pavon, sconfisse anche 500 santafesini. Lasciata la fanteria a San Nicolas, Dorrego proseguì le operazioni con 600 cavalieri, che furono però annientati da 1.000 santafesini il 2 settembre al Gamonal, perdendo 300 morti e 100 feriti. In tal modo, riequilibrati i rapporti di forza, Lopez e Dorrego conclusero un accordo, che tra l’altro prevedeva la consegna di Carrera. Il 26 settembre l’ex-presidente cileno, con gli ultimi 140 fedeli, si mise in salvo rifugiandosi nel deserto. A Buenos Aires l’accordo con Lopez e la fuga di Carrera provocarono la caduta di Dorrego, sostituito da Martin Rodriguez. Un’ennesima sollevazione militare, tentata il 1° ottobre da Manuel Vicente Pagola, fu schiacciata tre giorni dopo dall’intervento dei mille colorados di Rosas. Negli stessi mesi Ramirez riuscì a riprendere il controllo della provincia mesopotamica. Malgrado la dura sconfitta subita il 15 giugno a Las Guachas dai suoi 400 dragoni, Ramirez si rifece il 24 alla Bajada del Paranà, dove la sua cavalleria riuscì ad attirare quella artiguista sotto il fuoco della fanteria entrerriana. Decimato dalla tattica montonera e risospinto verso Corrientes, Artigas tentò tre volte di costringere l’avversario a battaglia: il 17 e 22 luglio e il 3 agosto, a Sauce de Luna, al Rincon de los Yuquerus e ad Abalos. Finalmente, il 23 settembre, Artigas dovette rassegnarsi a passare in territorio paraguayano, dove, internato dal dittatore Francia, rimase fino alla morte, avvenuta ad Asuncion nel 1850. La fine dei caudillos (24 novembre 1820 - 5 agosto 1823) Neutralizzato Artigas, il maggior ostacolo ad una convivenza pacifica delle province argentine restava la relativa potenza militare di Ramirez. Ma col trattato di Benegas del 24 novembre 1820 Buenos Aires e Santa Fe si coalizzarono per imporre il disarmo entrerriano e neutralizzare Alvear e Carrera. Quest’ultimo si era internato nel deserto fino alle squallide tolderias araucane del Rio Colorado. L’equilibrio stabilito dagli accordi del 1810 tra il colonnello Pedro Andrés Pérez e il cacicco Quinteleu era stato rotto nel 1817 dalla nuova ondata di colonizzazione decisa da Pueyrredon e Balcarce, e gli araucani videro nell’arrivo di Carrera l’occasione di una rivincita. Per questo Quinteleu accolse con entusiasmo l’ex-presidente cileno, acclamandolo Pichi-Rey. Dopo un violento malon sferrato su Lobos in novembre, il 2 dicembre 2.000 araucani e carrerini saccheggiarono il villaggio di Salto. Non potendo colpire gli araucani, il governo bonearense decise una spedizione punitiva contro gli indiani pampas e il 15 dicembre Martin Rodriguez partì con le truppe regolari e 500 colorados di Rosas (peraltro non convinto dell’utilità della spedizione). Il 15 gennaio 1821 fu attaccato a Porrol Nelu Leufù dal cacicco Pichiloncoy: l’artiglieria tenne a bada i lancieri indiani uccidendone 150. Tre giorni dopo, raggiunta Chapaleofù, la colonna tornò a Buenos Aires. Carrera decise allora di tornare in Cile e, uscito dal deserto, prese San Luis, accampandosi poi a Chajan (Cordoba) dove il 6 marzo respinse l’attacco tentato da Bustos con 600 cordobesi. Poi marciò di nuovo verso San Luis per affrontare i 700 puntani di José Santos Ortiz e l’11 marzo, alle Pulgas, massacrò il colonnello Videla con l’intero quadrato della fanteria puntana. Anche a Santa Fe il patto di Benegas suscitò il risentimento dei circoli oltranzisti, più ostili a Buenos Aires che a Ramirez. Una congiura militare fu denunciata da una guardia carceraria e Lopez ne approfittò per riprendere il controllo delle milizie facendo giustiziare vari ufficiali, senza però infierire sui congiurati “eccellenti” per non sfidare la solidarietà di classe dell’oligarchia santafesina. Ramirez spese allora la sua temibile cavalleria, che l’8 maggio, alle porte di Rosario, disperse quella bonearense di Lamadrid. Ripiegato all’arroyo del Medio e collegatosi con i santafesini, il 24 maggio Lamadrid piombò con 1.500 uomini sui 700 entrerriani accampati a Coronda, ma fu travolto dalle abili

cariche di Ramirez. Con 300 superstiti Lamadrid potè comunque riunirsi ai 700 santafesini di Lopez, che il 26 maggio, ancora a Coronda, ottenne la rivincita attirando abilmente la cavalleria entrerriana sotto il fuoco della propria fanteria. La vittoria terrestre fu completata il giorno dopo da quella della flottiglia bonearense alla foce del Colastiné, dove il tenente Rosales, con 4 lancioni, abbordò la flottiglia entrerriana (1 brigantino, 2 golette e varie cannoniere) uccidendo il comandante Monteverde e catturando 1 goletta e 2 cannoniere. Ritiratosi a Desmochados con appena 400 uomini, Ramirez unì le forze ai 300 di Carrera. Il 16 giugno i due caudillos tentarono di prendere Cordoba, difesa da Bustos al passo della Cruz Alta con 200 fanti, 300 cavalli e 4 cannoni. Ma l’arrivo dei rinforzi di Lamadrid li convinse a ritirarsi su Fraile Muerto, dove si separarono. Ramirez morì il 10 luglio, a San Lorenzo del Chagnar, ucciso da una pallottola mentre fuggiva inseguito dal vicegovernatore cordobese Bedoya. Carrera fece ancora in tempo, il 23 giugno, a cogliere un’altra effimera vittoria sui cuyani, uccidendo il loro generale Bruno Moran. Poi rioccupò San Luis, ma, incalzato da cordobesi e riojani, si diresse verso Mendoza e San Juan per tornare in Cile. Fu sconfitto il 31 agosto, a Punta del Médano, dal generale José Albino Gutierrez e con lo stesso metodo usato tre mesi prima da Lopez contro Ramirez a Coronda: nascondendo la fanteria mendosina dietro la cavalleria, pronta ad aprirsi davanti alla carica di Carrera, in modo da attirarla sotto le scariche di fucileria. Consegnato dai suoi stessi uomini alle autorità di Mendoza, il 4 settembre il Pichi-Rey venne fucilato. Si era intanto conclusa anche la grande avventura di Guemes. Ai primi di aprile il caudillo saltegno, sostenuto anche dalla milizia santiaguegna, aveva fallito due spedizioni contro il suo rivale tucumano Aràoz, difeso dal capo jujegno Arias. E il 24 maggio dovette lasciare il campo del Chamical per riprendere il controllo di Salta, dove c’era stato un conato golpista. Ignorava che dall’Alto Perù, attraverso montagne impraticabili, una colonna realista al comando di Valdéz stava marciando su Salta. Nella notte del 7 giugno i realisti si infiltrarono in città e a mezzanotte freddarono un aiutante di Guemes nella piazza principale. Accorso agli spari, il caudillo venne mortalmente ferito, spirando nove giorni dopo al Chamical. Vendicatosi dell’uomo che per sei anni aveva umiliato l’esercito spagnolo, Valdéz abbandonò Salta il 14 luglio, dopo aver firmato un armistizio col cabildo. L’ultimo contraccolpo della guerra civile fu la congiura di Gregorio Tagle, l’ex-capo della polizia direttoriale, denunciata alla fine del 1821 dal colonnello Celestino Vidal. La scomparsa di Artigas, Ramirez, Carrera e Guemes consentì di ricostituire un minimo di unità nazionale intorno all’asse bonearense-santafesino, cui aderirono, col trattato del Quadrilatero del 25 febbraio 1825, anche Corrientes ed Entre Rios. Il 5 agosto 1823 anche Aràoz venne sconfitto e poi fucilato dal rivale Francisco Javier Lopez, che pose fine alla Repubblica tucumana. Le dimissioni di O’Higgins e i governi di Freire e Las Heras (1823-24) Anche il nuovo regime cileno attraversò una gravissima crisi politica. Nel novembre 1822 Ramon Freyre, intendente di Concepcion, dette avvio ad una vasta sollevazione militare contro O’Higgins, che nel gennaio 1823 fu costretto a dimettersi, lasciandogli il suo posto. Due mesi dopo toccò a Iturbide, costretto ad abdicare dalla ribellione del giovane generale Antonio Lopez de Santa Ana (1794-1876) e il Messico divenne Repubblica. Dal 1820 al 1824 si erano succedute a Buenos Aires le seguenti autorità di governo; il cabildo, Manuel Pagola e Carlos Maria de Alvear; poi i colonnelli Manuel Dorrego e Marcos Balcarce, Martin Rodriguez, il cabildo, ancora Rodriguez, ancora M. Balcarce, di nuovo Rodriguez, Juan José Viamonte, Rodriguez, Bernardino Rivadavia, Manuel José Garcia e il generale Francisco de la Cruz: poi nuovamente Rodriguez, i delegati Rivadavia e Garcia e ancora Rodriguez, affiancato da tre segretari: Rivadavia (esteri e interni), Manuel J. Garcia (finanze) e il generale Cruz (guerra e marina).

Rodriguez assicurò un triennio di pace, garantita da una provvida amnistia (ley de olvido) e dalle leggi sulla libertà di stampa e di coscienza, l’habeas corpus e l’inviolabilità della proprietà e culminata nel 1824 con la convocazione di un congresso generale costituente che in maggio elesse un uomo gradito ai federalisti, il generale Las Heras, già compagno d’armi del nuovo direttore cileno Freyre. A fare le spese dell’accordo fu Rivadavia, costretto ad abbandonare il suo dicastero.

4. LA LIBERAZIONE DEL PERU (1820-24) Il ripensamento di San Martin (1819-20) Nel corso del 1819, non sentendosi all’altezza dell’impresa confidatagli dal senato cileno, O’Higgins aveva fatto vari tentativi per convincere San Martin a tornare in Cile ad assumere il comando della spedizione liberatrice del Peru, mandandogli il comandante generale dell’artiglieria, José Manuel Borgogno (Burgoyne), con valutazioni più ottimistiche delle risorse cilene e della vulnerabilità del governo realista di Lima. Furono però i mutamenti strategici verificatisi in Sudamerica tra il giugno 1819 e il gennaio 1820 a modificare gradualmente la decisione di San Martin: in Argentina il ritiro di Pueyrredon e Belgrano e gli ammutinamenti antiportegni di San Luis e Arequito con la dissoluzione dell’esercito e dell’unità nazionale; nella Nueva Grenada l’epica marcia di Simon Bolivar (1783-1830) dal Venezuela, attraversando sette fiumi e le Ande, con la decisiva vittoria di Boyaca (7 agosto 1819), la presa di Bogotà e la proclamazione dell’indipendenza; in Cile l’impresa di Cochrane a Valdivia, l’esercito di ex-prigionieri cileni reclutato da Carrera a Buenos Aires e la scoperta a Santiago di una cospirazione “carrerina” ramificata tra i capitani dell’esercito cileno. Si aggiunsero poi gli immediati contraccolpi americani della rivoluzione spagnola: nel gennaio 1820 il giovane colonnello Rafael del Riego y Nugnez (1785-1823) aveva sollevato a Cadice le truppe di rinforzo destinate al Sudamerica e il 9 marzo il re Ferdinando VII aveva giurato fedeltà e ripristinato la costituzione liberale del 1812. Questo evento non soltanto vibrava un colpo decisivo alla capacità di resistenza delle ultime forze realiste in Sudamerica, ma ridava vigore al vecchio progetto “lautarino” di una monarchia liberale sudamericana legittimata dalle stesse Cortes spagnole, alle quali si poteva rimettere la designazione del sovrano. Lasciar ad O’Higgins la liberazione del Peru significava ridurla alla corta visuale del militarismo rivoluzionario e del nazionalismo cileno e, di fatto, lasciarne la direzione strategica a Cochrane, un vichingo che disprezzava la politica, la cui unica ossessione era di umiliare la flotta spagnola e ripetere al Callao l’impresa di Valdivia. Sconfitta o vittoriosa, una spedizione esclusivamente cilena in Peru avrebbe archiviato per sempre il vasto disegno sudamericano che, attraverso la Loggia Lautaro, San Martin aveva cercato di imporre - con l’ottimismo della volontà - al miope egoismo delle classi dirigenti di Buenos Aires e Santiago. Con Pueyrredon era venuto meno il pilastro argentino del progetto sudamericano, ma era a Lima che si giocavano le sorti, riaperte dalla rivoluzione liberale spagnola. Il 27 febbraio il governo ordinò a San Martin di rientrare a Buenos Aires per difendere l’autorità costituita. Ma San Martin rifiutò di obbedire con queste famose parole: “mi sable jamas saldrà de la vaina por opiniones politicas” e in aprile, con l’Acta de Rancagua, i comandanti e gli ufficiali gli riconobbero autorità suprema sull’Ejército de los Andes. Quando un emissario del governo bolivariano della Nueva Grenada giunse a Santiago a complimentare il governo cileno e a riscuotere 3 navi di aiuti finanziari e militari, San Martin accettò dal senato cileno la capitania generale della spedizione liberatrice, che solo nominalmente condivideva col direttore supremo O’Higgins.

L’Ejército libertador del Peru (20 agosto 1820) Nel 1820 le spese militari ordinarie - 600.000 pesos per l’esercito, 400.000 per la marina e 60.000 per la maestranza - assorbirono due terzi del bilancio cileno (un milione e mezzo di pesos) e le due armi vantavano crediti per altri 400.000. L’Ejército Libertador del Perù, con bandiera esclusivamente cilena, venne costituito in agosto affidando a san Martin e O’Higgins il comando supremo congiunto dei due eserciti delle Ande (2.818 in organico e 2.313 effettivi) e del Cile (1.987 in organico e 1.805 effettivi), entrambi comandati da colonnelli argentini (Juan Antonio Alvarez de Arenales e Toribio Luzuriaga). In tutto 4.805 in organico e 4.118 effettivi, inclusi 308 ufficiali e 6 cappellani, con 5.000 moschetti, 2.000 sciabole e 35 pezzi d’artiglieria:
.Ejército de los Andes (145 ufficiali, 4 cappellani, 305 graduati, 1.518 fanti, 701 cavalieri e 213 artiglieri) su 3 battaglioni (N. 7 Conde, N. 8 Martinez e N. 11 Deheza), 1 reggimento di cavalleria (granaderos di Alvarado), 1 squadrone escolta (cazadores di Necochea) e 1 battaglione d’artiglieria (maggiore Luna, 249 uomini); .Ejército de Chile (163 ufficiali, 2 cappellani, 176 graduati e 1.646 truppa) su 3 battaglioni di linea (N. 2, N. 4 e N. 5) e 1 d’artiglieria (301 uomini) più i quadri di 1 battaglione (N. 6) e 1 squadrone dragoni.

Argentino era anche il capo di stato maggiore, brigadiere Las Heras, con 22 aiutanti. Aiutante di campo di San Martin era il colonnello de Castillo. Monteagudo dirigeva la segreteria politica. L’artiglieria, comandata dal cileno Borgogno, contava 413 effettivi e 35 pezzi: 2 mortai, 2 obici, 10 cannoni da montagna e 21 da campagna (inclusi 4 da ventiquattro libbre, 2 da otto e 2 da sei pollici). Alla spedizione erano assegnati viveri per cinque mesi, un buon servizio di ambulanza e una tipografia per la propaganda, nonchè una riserva di altri 10.000 fucili e 4.000 uniformi per armare gli insorti peruviani. L’allestimento della flotta fu laborioso. Occorreva riparare l’avaria dell’O’Higgins, disincagliare l’Intrepido e sostituire gli equipaggi del vascello San Martin e della corvetta Independencia (acquistata negli Stati Uniti per 150.000 pesos) decimati da un’epidemia di chavalongo e quello della Chacabuco, ammutinatosi . Ma in agosto la squadra di Cochrane e Blanco Encalada contava 35 unità con 264 cannoni e 1.600 marinai, di cui 624 inglesi:
.1 vascello da 64 cannoni (San Martin); 2 fregate da 44 e 46 (O’Higgins e Lautaro); .1 corvetta da 26 o 28 (Independencia); .3 brigantini da 14, 16 e 18 (Pueyrredon, Araucano e Galvarino); .1 goletta da 7 o 14 (Moctezuma); .16 trasporti (Dolores, Gaditana, Consequencia, Emprendedora, Santa Rosa, Aguila, Mackenna, Perla, Jeresana, Peruana, Golondrina, Minerva, Libertad, Argentina, Hercules, Potrillo); .11 lance cannoniere.

Sulla carta i realisti erano molto più forti dell’armata rivoluzionaria. Il viceré Pezuela disponeva infatti di ben 17.000 uomini, di cui 1.000 al Callao, 4.500 a Nord di Lima (tra Asnapuquio e Chancay) e 2.700 a Sud-Est (sulla Sierra di Cuzco). Altri 2.400 erano nelle province meridionali di Arequipa e Puno e 6.500 in Alto Perù, al comando dei generali Ricafort e La Serna. La squadra di Coig, ancorata sotto le batterie del Callao, contava 2 fregate da 44 e 42 (Esmeralda e Venganza), 1 corvetta da 28

(Sebastiana), 3 brigantini, 6 mercantili armati e 27 cannoniere. Senza contare la fregata Prueba, da 44 cannoni: l’unica delle 3 unità salpate da Cadice il 10 maggio 1819 che era riuscita a doppiare il Capo Horn e che in dicembre si era abilmente sottratta alla caccia di Cochrane risalendo l’insidiosa insenatura di Punà, nella costa settentrionale del Peru. Lo sbarco a Pisco, la spedizione alla Sierra e il blocco di Lima (8 settembre - 30 ottobre 1820) Salpato da Valparaiso nel pomeriggio del 20 agosto, l’8 settembre 1820 Cochrane sbarcò l’Ejército Libertador 280 chilometri a Sud del Callao, nella baia di Pisco, che gli spagnoli avevano evacuato dieci mesi prima dopo l’incursione effettuata il 12 novembre 1819 dal comandante Guise con la Lautaro e il Galvarino. Nei giorni seguenti l’esercito occupò Saa, mentre la tipografia stampava il materiale di propaganda e si requisivano per l’esercito 650 schiavi negri impiegati nelle haciendas di Pisco, con lo stesso metodo usato per reclutare i battaglioni di libertos e rescatados portegni. Intanto, appreso dello sbarco cileno, anche la giunta di Guayaquil dichiarava l’indipendenza dalla Spagna. Il 4 ottobre San Martin spiccò una colonna di 1.138 uomini (N. 2 Chile, N. 11 Andes e 4 squadroni) e 4 cannoni al comando di Arenales e Lavalle per sollevare Huancavelica e Jauja e tagliare le comunicazioni tra Lima e la Sierra (Cuzco, Arequipa e La Paz) e in seguito gli mandò dietro altre due colonne (Bermudez e Aldao) di rinforzi e rifornimenti, con il materiale necessario per armare la guardia nazionale istituita nei villaggi via via attraversati. Sloggiati da Ica il 6 ottobre, perdute 2 compagnie passate al nemico e ridotti a 700 uomini, il 16 ottobre i realisti del colonnello Quimper persero altri 40 morti e 100 prigionieri a Nazca e Arenales poté iniziare la marcia alla Sierra. Nonostante la spedizione alla Sierra, la lunga sosta di Pisco esasperò Cochrane, le cui memorie stillano disprezzo per la pretesa “irrisolutezza” del capitano generale argentino. Finalmente il 29 ottobre le truppe si reimbarcarono, ma invece di sbarcare al Callao, come voleva Cochrane, San Martin prese terra ad Ancon, 20 chilometri più a Nord, per tagliare l’ultima linea di rifornimento terrestre del nemico. Cochrane rimase al blocco del Callao dove - senza informarne San Martin - aveva deciso di impadronirsi dell’Esmeralda (ammiraglia spagnola) e di un’altra nave sulla quale Pezuela aveva fatto caricare il tesoro vicereale - un milione di pesos (una precauzione contro eventuali insurrezioni o colpi di mano terrestri). L’incursione avvenne la notte del 30 ottobre. Forzato lo stretto passaggio tra le catene che sbarravano il porto, Cochrane penetrò in silenzio, con 11 lance cariche di 160 marinai e 80 marinos armati di pistola e machete. La sorpresa riuscì perfettamente, ma fu abbordata soltanto l’Esmeralda, dove si svolse una lotta ravvicinata e senza quartiere contro i marinai spagnoli che cercavano di resistere, sotto il fuoco delle batterie costiere che mitragliavano amici e nemici. Cochrane voleva rispondere coi cannoni di bordo, ma rimase ferito e il suo secondo Guise tagliò gli ormeggi prendendo il largo, alzando un segnale luminoso identico a quello che gli spagnoli avevano convenuto con due fregate neutrali (una nordamericana, l’altra inglese) le quali incassarono di conseguenza metà delle cannonate destinate all’Esmeralda. Cochrane la ribattezzò Valdivia, in ricordo della sua prima vittoria.

Il campo di Huacho e la dichiarazione di indipendenza (7 novembre - 29 dicembre 1820) San Martin rimase ad Ancon appena una settimana. Infatti il 7 novembre reimbarcò l’esercito sbarcandolo a Huacho, 100 chilometri più a Nord, e pose il quartier generale a Guauro, fortificandosi sulla linea del Rio Haura, in attesa della colonna Arenales, che marciava sulla Sierra seguita a notevole distanza dalle Divisioni La Serna e Ricafort, le quali disarmavano man mano i villaggi armati da Arenales. Sul Rio Mantaro il brigadiere Montenegro cercò di sbarrargli il passo con 1.000 uomini, ma l’11 novembre Arenales riuscì a forzare il ponte del Mayoc. Il 20 l’avanguardia di Manuel Rojas e Juan Lavalle entrò a Jauja e il 23 a Tarma, 160 chilometri a Nord-Est di Lima.

Il 15 novembre Cochrane aveva nuovamente messo il blocco al Callao, rinnovando senza esito i suoi tentativi di stanare il resto della squadra spagnola. Sul fronte costiero i due eserciti si limitavano ad attività di ricognizione attorno all’avamposto realista di Chancay, a metà strada tra Huacho e il Callao, comandato dal colonnello Jerònimo Valdéz e composto da 3 battaglioni (Numancia, Arequipa e Infante don Carlos) e 2 squadroni di dragoni. Il 27 novembre questi ultimi sorpresero presso Chancay una pattuglia di 18 granaderos argentini e la intrappolarono nella caletta dei Pescatori. Il tenente Juan Pascual Pringles (1795-1831) si difese strenuamente finchè, perduti i due terzi degli uomini, corse a cavallo verso il mare, preferendo annegare piuttosto che arrendersi. Ammirato da tanto coraggio, Valdéz gli salvò la vita accordandogli il passo verso le linee patriote. Appreso che Arenales stava arrivando, Pezuela ordinò a Valdéz di ripiegare a Lima. Lasciati in retroguardia, il 3 dicembre i 650 colombiani del Numancia piantarono in asso il colonnello Delgado passando in massa al servizio cileno e portando la forza dell’esercito di liberazione a 6.699 uomini (inclusi 746 cavalieri e 408 artiglieri). Il 6 dicembre Arenales catturò a Cerro de Pasco (150 chilometri a Nord-Est di Huacho) il brigadiere Diego O’Reilly con 350 dei suoi 1.000 uomini e Lavalle inseguì i superstiti per 100 chilometri. Tra i prigionieri realisti c’era anche il colonnello altoperuviano Andrés Santa Cruz (1792-1865), il quale passò poi nell’esercito patriota (nel 1825-39 fu dittatore della Repubblica di Bolivia e nel 1835-39 presidente della confederazione peruviano-boliviana ). Quando Arenales arrivò a Canta, San Martin gli mosse incontro fino a Retes. Cedendo alle pressioni del suo stato maggiore, Pezuela ordinò a La Serna di avanzare a sua volta su Retes, ma il suo avversario si sottrasse alla battaglia in campo aperto ripiegando celermente sulla posizione trincerata di Huacho. L’aggiornamento dell’offensiva su Lima rischiava comunque di nuocere allo scopo politico della spedizione peruviana. Per questo San Martin decise di far proclamare subito l’indipendenza peruviana dall’unica autorità esistente nel territorio controllato dai patrioti, vale a dire il governatore della provincia settentrionale di Trujillo, marchese de Torre-Tagle, che accettò di compiere l’atto il 24 dicembre e di riconoscere il titolo di Legion Peruana agli 800 volontari riuniti al campo di Huaraz. L’intento era di rassicurare l’opinione pubblica limegna sulle intenzioni dell’esercito di liberazione, ma soprattutto dissuadere le tentazioni imperialiste della borghesia cilena, incompatibili con il più vasto disegno geopolitico dell’unione sudamericana perseguito da San Martin. Anche la provincia (un tempo rioplatense) di Puno depose le autorità spagnole. Tuttavia il 29 dicembre Ricafort annientò a Huancay i 5.000 indios (di cui soltanto un decimo armati di fucile) organizzati da Bermudez e dal capitano Félix Aldao. Questo insuccesso e le epidemie che immobilizzavano un quarto dell’Ejército Unido erano buoni argomenti per temporeggiare tenendosi sulla stretta difensiva. Ma non il vero motivo.

Le spedizioni a Guayaquil e Arica e i colloqui con La Serna (29 gennaio - 27 maggio 1821) Esasperati dall’indecisione di Pezuela, il 29 gennaio 1821 i suoi ufficiali - e in particolare i colonnelli Jerònimo Valdéz e José Canterac (1775-1835) - lo obbligarono a dimettersi trasferendo i propri poteri al prode José de La Serna (1770-1832), il quale nominò Valdés capo di stato maggiore e Canterac comandante della Divisione di Asnapuquio, ma si mantenne sulla stretta difensiva. In caso di offensiva nemica, il suo piano era di abbandonare la capitale, destinata a capitolare per fame, per guadagnare le risorse logistiche ed operative dell’immenso e ben conosciuto altipiano, naturalmente lasciando al Callao una guarnigione di sovranità al comando del generale José La Mar y Cortazar. Ancora impegnato nella liberazione del Venezuela, nel gennaio 1821 Bolìvar spiccò il suo luogotenente Antonio José de Sucre (1785-1830) con 930 uomini (inclusi 100 volontari angloirlandesi) in soccorso di Guayaquil, difesa da 1.400 repubblicani contro 9.000 realisti attestati sulle

Ande tra Quito e Pasto. Era il primo segnale di un grande disegno geopolitico speculare a quello di San Martin: e potenzialmente confliggente. Sembrava che il perno strategico della storia sudamericana continuasse dannatamente a sgusciargli di mano, su per la costa del Pacifico: l’aveva inseguito da Mendoza a Santiago a Lima e adesso lo vedeva rimbalzare da Bogotà a Guayaquil. E San Martin non poteva accorrervi di persona, obbligato a bloccare Lima senza poterla conquistare, se voleva trovarvi una legittimazione politica paragonabile con quella accordata da Bogotà al suo più fortunato emulo venezuelano. A Guayaquil spedì intanto Cochrane, esasperato dalla flemma della Real Armada, a sbarcarvi Santa Cruz con 1.200 fanti della Legion Peruana di Trujillo e 96 granaderos a caballo argentini. Blanco Encalada, col resto della squadra, condusse invece a Sud il tenente colonnello William Miller, con 600 fanti e 100 granaderos, sbarcandolo il 6 maggio alla foce del rio Sama, poco a Nord di Arica, occupata l’11 con breve scaramuccia. Di qui Miller iniziò la cosiddetta “campagna dei porti intermedi” per propagare l’insurrezione, distrarre le forze nemiche e tagliare le comunicazioni con Arequipa e Puno. Inoltratasi verso la Sierra, il 14 la colonna prese Tacna e il 20 Tarma. Il 22 e 24 si scontrò a Mirave e Moquega con 520 realisti di La Hera, uccidendone 80 e catturandone 100. Occupata Jauja il 23, il 26 Miller disperse alla Calera le truppe di Rivero (in parte passate con i patrioti) e il 27 entrò ad Huancayo. Già modificato dalla sostituzione di Pezuela con La Serna e dall’arrivo di Sucre a Guayaquil, il quadro politico della campagna peruviana fu ulteriormente influenzato dall’esempio del Messico, dove, il 24 febbraio 1821, il comandante delle forze vicereali Agustin de Itùrbide (1783-1824) e il capo dei ribelli Vicente Guerrero (1782-1831) concordarono il “piano” di Iguala - poi accettato dall’ultimo viceré col trattato di Cordoba - che trasformava il Messico in una monarchia costituzionale, indipendente sì dalla Spagna e basata su nuovi principi democratici (primo fra tutti l’uguaglianza tra le razze), ma governata dal medesimo sovrano della Spagna. La formula di Iguala rilanciava, almeno nei suoi aspetti costituzionali se non in quelli geopolitici, il grand dessein di San Martin. E La Serna gli offerse la grande occasione proponendogli di incontrarsi a Punchauca. Qui San Martin propose di riunire il Peru e l’Alto Peru sotto un’unica monarchia costituzionale, alla quale si dovevano poi aggregare anche il Cile e l’Argentina. La designazione del sovrano del Sudamerica sarebbe stata rimessa alle Cortes spagnole e in via transitoria il Regno del Peru sarebbe stato governato da un consiglio di reggenza presieduto dal viceré. Ma l’ostentata assenza di O’Higgins e dello stesso Las Heras dai colloqui manifestò che San Martin era politicamente isolato e che l’esercito e la marina cileni non gli avrebbero consentito di proporsi come l’Iturbide del Peru. Senza contare che gli aspetti geopolitici del piano di San Martin cozzavano contro la rivalità commerciale delle borghesie sudamericane, con le ambizioni egemoniche di Bolìvar e con gli obiettivi strategici dell’imperialismo britannico. Inoltre, accettando le condizioni di San Martin, La Serna avrebbe rischiato la sollevazione dell’ala reazionaria dell’esercito realista. Senza respingerle, il viceré chiese di poter consultare Madrid: mera mossa dilatoria, con un re prigioniero e una costituzione paralizzata dalle sollevazioni militari, dalle guerre locali e dagli opposti complotti dei reazionari, dei moderados e degli exaltados. In attesa della risposta spagnola, il viceré contropropose un mero armistizio sulla linea del Rio Chaucai, all’altezza di Reyes. Ma, per sua natura, l’offerta di San Martin non era negoziabile né rinviabile: solo l’immediata fusione dei due eserciti poteva dare qualche sostanza al progetto di una monarchia liberale sudamericana. Preso atto della non fattibilità, il capitano generale dichiarò chiuso il negoziato. Più tardi, pressato dal partito della pace, il viceré chiese un nuovo incontro nel sobborgo limegno di Miraflores, che, almeno ufficialmente, non ebbe miglior esito: per quanto gli sviluppi successivi della drole de guerre lascino supporre esattamente il contrario. L’occupazione di Lima e il protettorato sul Peru (6 luglio - 19 settembre 1821)

Subito dopo Miraflores, San Martin ordinò l’investimento della capitale. (Era tempo: il 24 giugno Bolìvar concluse la liberazione del Venezuela con la grande vittoria di Carabobo e poté volgersi contro l’Armata realista di Quito). Lasciato Borgogno a presidiare il campo trincerato di Huacho, San Martin spiccò Arenales sulle posizioni settentrionali del nemico ed egli stesso si reimbarcò con la terza Divisione per bloccare Lima anche da Sud. Applicando il piano prestabilito, il 6 luglio La Serna delegò i suoi poteri al marchese di Montemira e ordinò alle forze mobili di seguirlo al Cuzco. Avutane notizia, San Martin modificò il piano decidendo di occupare subito il settore Mirones - La Legua per tagliare i collegamenti tra il Callao e la capitale, dove l’esercito patriota entrò il 9 luglio, quinto anniversario dell’indipendenza argentina. L’11 Arenales bloccò il Callao anche dalla parte di terra, ma nella notte tra il 12 e il 13 si fece sfuggire l’occasione di annientare la colonna di Canterac mentre usciva dalla piazzaforte per raggiungere la Sierra. San Martin fece solenne ingresso a Lima soltanto il 12, offrendo subito a Montemira un contingente per mantenere l’ordine pubblico e impegnandolo ad organizzare il pubblico giuramento dell’indipendenza peruviana, atto che si svolse solennemente il 28 luglio. Il 3 agosto si fece riconoscere il titolo di “Protettore del Peru”, assumendo il comando supremo politico e militare e insediando il suo segretario Monteagudo alla guida del governo provvisorio e del dicastero di guerra e marina. Fu lui a reclutare una Legion de la Guardia, nucleo del futuro esercito nazionale, e a darne il comando al peruviano Domingo Tristan, privo di esperienza militare e nominato brigadiere per meriti politici. Il 14 agosto i 1.600 difensori del Callao respinsero un violento attacco tentato da Las Heras con 1.200 uomini. E in seguito - forse col segreto consenso di San Martin - La Serna rimandò indietro Canterac, con 3.400 uomini, a riprendere il tesoro vicereale, rimasto a bordo delle navi bloccate al Callao. Disceso dalla Sierra e riattraversato il deserto, il 5 settembre Canterac giunse all’hacienda La Molina, sotto l’ala destra di Las Heras. Ma il Protettore ordinò di lasciarlo passare. Coprendosi il fianco destro con la cavalleria e 2 cannoni e sfilando sotto le posizioni nemiche, il 10 Canterac raggiunse il Callao, prelevò il tesoro e il 16 ritornò al Cuzco per lo stesso percorso, appena molestato in retroguardia dalla cavalleria di Miller. Il 19 settembre, conclusa l’operazione, La Mar alzò il segnale di resa sui forti del Callao e passò al servizio del nuovo governo peruviano.

La disfatta di Tristan e la vittoria di Pichincha (7 aprile - 18 giugno 1822) Proclamato imperatore del Messico dall’esercito, il 19 maggio 1822 Iturbide celebrò la propria autoinvestitura, forzando l’approvazione di un congresso riluttante. L’indipendenza brasiliana, proclamata dal principe reggente dom Pedro de Bragança (1798-1834), liberò San Martin da Cochrane, volato ad assumere il comando della squadra brasiliana e ad assediare Bahia, dove ancora garriva la bandiera portoghese. In Peru la stasi delle operazioni - sia pure interrotta il 7 dicembre dalla vittoria riportata a Cerro de Pasco dal colonnello realista Lòrida - si protrasse fino al marzo 1821, quando il Protettore, pressato dai suoi consiglieri, spedì Tristan, con 2.244 uomini, la tipografia e un arsenale di 4.000 fucili, ad occupare e armare le valli di Pisco e Ica - difese da appena 500 realisti del brigadiere Ramirez Orozco - allo scopo di tagliare i rifornimenti per il Cuzco. Ma la notte sul 7 aprile, alla Macacona, l’inetto brigadiere peruviano fu accerchiato dai 2.000 uomini di Canterac e dai 500 di Orozco, perdendo 1.130 prigionieri e 3.000 fucili e tornando a Lima con soli 600 superstiti. La notizia del disastro distrusse il declinante carisma personale di San Martin, accusato di essere il vero responsabile. Intanto Bolìvar marciava da Bogotà contro la sacca realista dell’altipiano equatoriano, dove i suoi luogotenenti Marino e Valdes avevano subito gravi sconfitte. Il 7 aprile lo stesso Libertador fallì l’attacco all’avamposto occidentale di Bombona, lasciando sul terreno 458 uomini e 1.500 armi. Ma il 14 Sucre marciò da Guayaquil col suo esercito multinazionale e il 21 forzò il guado del Rio Bamba,

dove dragones colombiani e granaderos argentini uccisero 52 realisti e ne catturarono 40, con la perdita di 2 morti e 40 feriti. Il 24 maggio Sucre sboccò nella pianura di Tumbamba, alla periferia di Quito e, aggirando la forte posizione nemica, attaccò dalle pendici del vulcano Pichincha. Costretto a mutare fronte e battersi in terreno non fortificato, il generale Aymerich perse 400 morti e 200 feriti contro 91 e 67 di Sucre. Il 25 Quito si arrese. Il bottino ammontò a 1.260 prigionieri, 1.700 fucili e 14 cannoni. Nella battaglia fu decisivo l’intervento del Batallon Albion (ex-British Legion) ma il 18 giugno, dal quartier generale di Quito, Bolìvar riconobbe che gran parte della vittoria era dovuta alla Division Peruana, alla quale concesse la cittadinanza onoraria colombiana e il titolo di “benemerita in grado eminente”. Inoltre promosse Santa Cruz brigadiere dell’esercito colombiano e accordò allo squadrone argentino (qualificato nel decreto “granaderos del Peru”, anzichè “de los Andes”) il titolo onorifico di “granaderos de Rio Bamba”. L’incontro di Guayaquil e il ritiro di San Martin (14 luglio - 20 settembre 1822) Il 14 luglio San Martin si imbarcò per Guayaquil, andando ad incontrare l’uomo che gli aveva strappato lo scettro della rivoluzione sudamericana. Il contenuto dei loro colloqui del 26 e 27 luglio è ancora controverso. Quel che è certo, è che discussero di piani operativi. San Martin chiese a Bolìvar di unire i loro eserciti per sbarcare in forze ad Arica, prendere Arequipa e marciare al Cuzco, cuore e perno del dispositivo nemico. Per una operazione del genere occorrevano almeno 4.000 uomini: San Martin ne aveva soltanto 3.000 a Lima, anche se sperava di ottenere 1.000 rinforzi dal Cile e 500 dall’Argentina. Bolìvar non contestò il piano operativo, la cui attuazione fu invano tentata nell’ottobredicembre 1822 da Alvarado e nel maggio-settembre 1823 da Santa Cruz e Sucre. Ma Bolivar non volle condividere il comando supremo. Al massimo era disposto a prestare a San Martin 1.400 colombiani, ma con compiti e istruzioni autonome. Accettare quell’offerta significava accrescere il rischio di un catastrofico fallimento. C’era un solo modo per ottenere la riunione delle forze peruviane e colombiane: cedere il comando a Bolìvar. E’ possibile che San Martin abbia illustrato a Bolìvar anche gli aspetti geopolitici, e non soltanto geostrategici, della sua proposta operativa, nel tentativo di guadagnare il suo interlocutore al grand dessein sudamericano? Di certo non gli sarebbero mancati argomenti. I vecchi viceregni iberici d’America si erano già trasformati in tre grandi Stati indipendenti, unitari e costituzionali: due Imperi (il Messico di Iturbide e il Brasile di dom Pedro) e una Repubblica (la Gran Colombia di Bolìvar). Da Lima poteva irradiarsene un quarto: il Sudamerica di San Martin. Gran Colombia e Sudamerica avrebbero convissuto pacificamente, solidali nella comune rivalità col Brasile e reciprocamente garantiti dall’impenetrabilità dell’immensa selva amazzonica. Ma le Ande collegavano troppo bene Lima e Bogotà, le due future capitali, divise dall’opposta concezione dello stato e della società - una monarchica e conservatrice, l’altra repubblicana e liberale e in fatale competizione per il dominio del Pacifico. Senza contare che il verdetto finale sul grand dessein non spettava a Bolìvar, ma alle banche britanniche, le quali l’avevano già pronunciato. Il 29 il Protettore si reimbarcò per Lima, nel frattempo insorta contro il suo segretario e ministro della guerra, il lunatico, dispotico e odiato Monteagudo. Presone atto, San Martin fece convocare un congresso nazionale al quale rimise i propri poteri il 20 settembre, imbarcandosi lo stesso giorno per Valparaiso, senza dare spiegazioni ufficiali del suo magnanimo gesto. Proseguì poi senza fermarsi per Santiago, Mendoza, Buenos Aires e l’Europa. Si ritirò a vita privata in Francia, lasciandola solo per brevi viaggi europei (soggiornò un mese anche a Roma, al Pulcin della Minerva, nel febbraio 1846). Morì il 17 agosto 1850, a Boulogne sur Mer. Le fallite spedizioni su Arequipa e l’arrivo di Bolivar(10 ottobre 1822 - 27 settembre 1823)

Come successore di San Martin il congresso peruviano elesse Riva Aguero. Rimpatriato il contingente cileno, quello argentino, rimasto al comando del generale Cirilo Correa, fu contratto a 2 reggimenti - Granaderos a caballo e Rio de la Plata (formato dai battaglioni N. 7 e N. 8) - comandati dai brigadieri Mariano Necochea e Rudecindo Alvarado. Rimasero anche Miller, comandante della cavalleria peruviana, e fray Beltran, capo della maestranza di Tarija. Attuando il piano operativo studiato da San Martin, il 10 ottobre Alvarado salpò dal Callao con 3.859 uomini ma, rallentato da una sosta a Pisco e da una lunga bonaccia, potè sbarcare ad Arica soltanto il 3 dicembre, risalendo poi la costa fino ad Ilo, dove prese la strada di Arequipa. Ma i ritardi nella tabella di marcia avevano consentito al nemico di far convergere nel settore minacciato le Divisioni di Arequipa e dell’Alto Peru, comandate da Canterac e Olagneta. Alvarado li incontrò il 19 gennaio 1823 al passo di Torata, 160 chilometri a Nord-Ovest di Arica e dovette ripiegare con 500 perdite al passo di Moquega, dove il 21 fu nuovamente sconfitto da Canterac, con un attacco frontale e un doppio avvolgimento delle ali. Alvarado dovette ripiegare in disordine ad Arica e reimbarcarsi, dopo aver inutilmente perduto 1.700 uomini. Riva Aguero chiese allora rinforzi a Bolìvar, che gli mandò 6.000 uomini comandati dal generale colombiano Manuel Valdes e accompagnati da Sucre in missione diplomatica. Il nuovo piano operativo prevedeva una manovra a tenaglia su Arequipa, con due Divisioni convergenti da Nord e da Sud, in modo da obbligare il nemico a dividere le forze. Prima a muovere fu la Divisione meridionale di Santa Cruz, salpato a metà maggio dal Callao con 5.000 uomini e sbarcato il 15 luglio ad Iquique (180 chilometri sotto Arica), risalendo poi la costa verso Arica e Tacna. La Divisione settentrionale di Sucre e Miller partì il 20 luglio da Lima, marciando via terra. La Divisione Santa Cruz incontrò quella realista di Arequipa (J. Valdéz) il 25 agosto, a Zepita, ricacciandola con 100 morti e 180 prigionieri. Tuttavia, nonostante l’arrivo dei rinforzi di Gamarra, dovette retrocedere sotto la minaccia di La Serna. La Divisione di Sucre fu invece più fortunata, e il 30 agosto l’avanguardia di Miller, con in testa i granaderos di Isidoro Suàrez, obbligò il colonnello Ramìrez a sgombrare Arequipa. Ma La Serna - nel frattempo rinforzato da truppe di Olagneta continuava a sbarrare il passo a Santa Cruz, il quale, valutata la disparità di forze, il 14 settembre rinunciò a dare battaglia, ritirandosi in disordine ad Iquique, dove si reimbarcò. Sucre - che si trovava già 40 chilometri a Nord-Est di Arequipa - ritenne di non poter affrontare da solo lo scontro con La Serna e il 27 si reimbarcò egli pure, ad Ito. Intanto Canterac era avanzato su Lima, provocando il panico e l’esodo dei repubblicani, mentre il congresso si chiudeva al Callao con la scarsa guarnigione, che includeva il Regimiento Rio de la Plata. Canterac dovette però tornare indietro ad affrontare l’esercito meridionale di Santa Cruz che a sua volta marciava sul Cuzco, e il 1° settembre Bolìvar sbarcò al Callao, dove il 10 il congresso gli conferì i supremi poteri. Si spostò poi a Trujillo, 500 chilometri a Nord del Callao, dove fray Beltran aveva allestito un poderoso arsenale, per riorganizzare l’esercito, lasciando Alvarado a guardia del Callao e Miller, con 1.500 montoneros, a guardia del Cerro de Pasco, 150 chilometri a Nord-Ovest di Lima e 200 a Nord del nemico. Il Regimiento Rio de la Plata e l’ammutinamento del Callao (settembre 1822 - gennaio 1824) Nel frattempo, con legge bonearense del 29 luglio 1823 il governo della provincia portegna aveva dichiarato alle proprie dirette dipendenze i resti della Division de los Andes, senza però assumersene il carico finanziario. Alla fine dell’anno, dopo aver speso circa 250.000 pesos per mantenere i due reggimenti argentini, il governo peruviano non era più in grado non soltanto di pagarli, ma neppure di vettovagliarli. Il 2 gennaio 1824 una delegazione di ufficiali della Divisione Argentina fu ricevuta dai rappresentanti peruviani ma il generale Martinez ne fece arrestare tre. Appresa la notizia, la notte stessa il Reggimento Rio de la Plata si sollevò per liberare gli ufficiali. La rivolta fu però soffocata dallo

stesso Alvarado, governatore della Fortezza, e dalle truppe peruviane e il capo fu passato per le armi. Tuttavia in seguito molti argentini disertarono calandosi dalle mura del castello. Una delegazione di 4 uomini inviata a Lima per spiegare le loro ragioni fu arrestata. Ma intanto gli argentini si erano segretamente accordati con i soldati realisti detenuti al Callao e il 4 febbraio consentirono loro di sollevarsi e prendere il controllo della fortezza al comando del generale Casariego, che il 29 febbraio la consegnò ad un distaccamento accorso dalla base realista di Chincha. I Granaderos a caballo da Junin e Ayacucho a Buenos Aires (1824-26) Nel marzo 1824 il viceré La Serna dominava dal Cuzco la parte meridionale del Peru, con 18.000 uomini su un asse di mille chilometri. L’ala settentrionale realista (Canterac e Rodil) minacciava la capitale peruviana con 5.000 uomini a Huancayo e 3.000 a Chincha, la prima oltre la Cordigliera Occidentale, 200 chilometri ad Ovest di Lima, l’altra sulla costa a Nord di Pisco, 200 chilometri a Sud del Callao, sulla cui fortezza, grazie alla ribellione del reggimento argentino, sventolava nuovamente il vessillo spagnolo. L’ala meridionale aveva 3.000 uomini ad Arequipa (J. Valdéz) e 6.000 (Olagneta) al confine con l’Alto Peru, il grosso trincerato al ponte dell’Inca sulla vecchia linea TiticacaDesaguadero, e un terzo in colonne mobili. Ma il 20 giugno l’ala meridionale fu gravemente indebolita dalla ribellione del generale Olagneta, il quale, appreso che l’intervento della Quadruplice Alleanza europea aveva schiacciato le forze costituzionali spagnole e restaurato l’assolutismo, si ribellò all’autorità di La Serna lanciando un manifesto reazionario e proclamandosi difensore della religione e dell’assolutismo. Valdéz dovette quindi sguarnire Arequipa per domare la ribellione oltranzista della retroguardia realista e Bolìvar ne approfittò per vibrare il colpo decisivo contro l’Armata settentrionale. Alla fine di maggio Bolìvar aveva raggiunto Miller e a metà giugno 3 divisioni realiste si erano messe in marcia per riunirsi sull’altipiano del Cerro de Pasco. Il 3 agosto Bolìvar mosse da Pasco verso il lato orientale del lago di Junin per intercettare la ritirata di Canterac, il quale tuttavia, a causa di un breve ritardo degli alleati, riuscì a sfilarsi attestandosi a Tarma-Tambo, davanti al lago Lauricocha, con 6.500 fanti, 1.300 cavalieri e 8 cannoni. Bolivar divise allora le forze, seguendo egli stesso i 900 cavalieri di Miller e Necochea nella pianura verso Condorcancha per cadere alle spalle del nemico, mentre Sucre, con la fanteria, prendeva la strada di montagna per attaccare frontalmente Tarma Tambo. Il 5 agosto, appreso che la cavalleria nemica minacciava il suo campo base di Jauja, dalla parte opposta del lago, Canterac le spedì incontro la propria, affrettandosi a seguirla col resto delle truppe. Lo scontro tra le due cavallerie avvenne il 6 agosto, nella pianura di Junin. Durò appena tre quarti d’ora e furono usate soltanto armi bianche. I realisti caricarono Necochea appena sbucò dalla quebrada, senza dargli il tempo di schierarsi e, nella confusa ritirata, i due primi squadroni dei granaderos colombiani sbandarono anche i seguenti. Ma lo squadrone degli husares peruviani comandato dall’argentino Francisco Suarez rovesciò le sorti della battaglia caricando il fianco e la retroguardia del nemico, provocandone il panico e la fuga disordinata. Gli alleati ebbero 42 morti e 91 feriti, contro 364 morti e 80 prigionieri realisti. Stimando di non poter resistere, Canterac abbandonò la provincia ritirandosi a tappe forzate (80 chilometri al giorno nei primi due giorni) che gli costarono altre 2.500 perdite tra disertori, dispersi e vittime di incidenti e della fatica, raggiungendo il Cuzco con appena 5.000 uomini. Tagliato fuori dalla Sierra, al brigadiere José Ramon Rodil non rimase che chiudersi nella piazza del Callao. Lasciato il comando operativo a Sucre, il 7 ottobre Bolìvar tornò a Lima per sbrigare gli affari politici e assediare il Callao. La Serna decise invece di giocare il tutto per tutto, sfruttando la sua relativa superiorità numerica e richiamando anche Valdéz, impedendogli di sfruttare il successo ottenuto a Lava contro il ribelle Olagneta. Nominato Canterac capo di stato maggiore e lasciati 1.000 uomini al Cuzco, La Serna marciò su Lima con gli altri 9.310, tre grosse divisioni di fanteria (Valdéz, Monet e Villalobos) e una di cavalleria (Ferraz), in tutto 14 battaglioni e 12 squadroni, con 14 pezzi d’artiglieria

comandati dal brigadiere Cacho. Privo di artiglieria, Sucre poteva opporgli soltanto 11 battaglioni (4 peruviani, 6 colombiani e 1 di rifles anglo-irlandesi) e 7 squadroni (4 di husares e granaderos colombiani, 2 di husares peruviani e 1 di granaderos argentini) anch’essi riuniti in 3 divisioni di fanteria - una peruviana (Gran Mariscal de La Mar) e due colombiane (Lara e Cordova) - e 1 mista di cavalleria (Miller). Il 3 dicembre Valdèz sloggiò la retroguardia patriota dalla quebrada di Corpahuaico, ma Sucre potè attestarsi nell’angusta strettoia di Ayacucho, ai piedi delle montagne di Condorcanqui, minacciando il fianco sinistro del nemico che scendeva dal Cuzco per la valle del Rio Apurimac. La posizione alleata era ben scelta, perchè la pampa di Ayacucho, incassata tra quebradas invalicabili, presentava un fronte di 1.600 metri e una profondità di 700, che impediva al nemico di far valere la propria schiacciante superiorità numerica. La battaglia si svolse il 9 dicembre, con uno scontro frontale. Nonostante il cedimento della loro ala sinistra, gli alleati presero subito il sopravvento alla destra e al centro, dove si distinsero i granaderos argentini di Alejo Bruix e gli husares peruviani (ora detti “de Junin”) di Suarez. In breve il centro spagnolo crollò, travolgendo anche le riserve ammassate troppo a ridosso. Il bilancio delle perdite fu di uno a cinque a favore degli alleati: 309 morti e 670 feriti contro 1.400 morti, 700 feriti e 2.584 prigionieri realisti. Lo stesso La Serna fu catturato mentre conduceva all’assalto il Batallon Fernando VII, e con lui 15 generali, 16 colonnelli e tutta l’artiglieria, mentre gli elmi di parata degli Alabarderos del Rey divennero un conteso souvenir dei patrioti. Canterac riuscì a riunire 500 superstiti, con i quali intendeva resistere al Cuzco, ma l’ammutinamento dei suoi uomini lo costrinse ad arrendersi il 24 dicembre. Il 1° gennaio 1825 l’Inghilterra riconobbe l’indipendenza dei paesi del Sudamerica. Intanto l’Argentina era tornata in campo, decretando il 14 luglio 1824 la costituzione di un Ejército de Linea nella provincia di Salta. Nel 1825 la divisione del colonnello Pérez de Urdininea, con i gauchos saltegni dell’Isla e del Cerro, conquistava il baluardo di Tupiza. Il 1° aprile, con gli ultimi reparti ancora fedeli, Olagneta marciò su Tumusla, dove si trovava il resto del suo stesso esercito che, sollevato dal colonnello Medinaceli, era passato alla causa patriota. Ma in battaglia le truppe di Olagneta si sbandarono, lasciandolo solo. Gravemente ferito, l’ultimo viceré spirò il giorno seguente. Il Callao, difesa per tredici mesi dal valoroso Rodil, fu l’ultima piazzaforte spagnola in Sudamerica ad arrendersi, il 22 gennaio 1826, undici giorni dopo Chiloé. All’atto della resa la bandiera del Reggimento ribelle degli ex-schiavi portegni fu nascosta da un sergente. Alla sua morte la moglie la consegnò al colonnello che la rimise al generale José Tomas Guido (1788-1866). Il 5 luglio 1826 costui la rimise a sua volta a Carlos Maria de Alvear, che nei vari rivolgimenti politici, era tornato al governo quale ministro della guerra e prossimo comandante in campo contro il Brasile. Congedati alla fine del 1825, i resti dei granaderos a caballo furono ricondotti in patria dal tenente colonnello Félix Bogado. Rientrati a Buenos Aires nel febbraio 1826, la maggior parte passarono a costituire l’Escolta Presidencial, lo squadrone d’onore di Rivadavia, primo presidente della Repubblica Argentina. Gli altri andarono invece ad inquadrare i nuovi reparti costituiti per la guerra contro il Brasile.

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IV - PROVINCE DISUNITE E DIFESA DELLE FRONTIERE (1825 - 1839)

SOMMARIO: 1. L’esercito della Provincia di Buenos Aires (1820-25). - 2. L’Ejército Nacional e la guerra contro il Brasile (1825-28). - 3. La guerra civile e la vittoria federale (1826-31). - 4. La politica militare del generale Rosas (1829-34). 5. L’occupazione inglese delle Malvine, la guerra contro la Bolivia, la difesa della frontiera indiana e il conflitto con la Francia (1831-39).

1. L’ESERCITO DELLA PROVINCIA DI BUENOS AIRES (1820-25) L’Esercito della Provincia di Buenos Aires Già il 14 marzo 1820 il nuovo governatore bonearense Sarratea aveva sciolto gli organismi del vertice politico-militare (ministero di guerra e marina e stato maggiore generale) per “precaver las trabas que puedon ofrecer en las circunstancias de dia, la existencia de un cuerpo intermedio”. Le competenze amministrative e di comando erano state trasferite alle “province castrensi”, attribuendo ai governatori le funzioni di capitano generale. Da Sarratea dipendeva il comandante general de mar y tierra, carica di carattere tecnico attribuita al brigadiere Soler, che si avvaleva di un proprio ufficio esecutivo (despacho de guerra) composto dai colonnelli maggiori Juan Domingo French (stato maggiore), Nicolas de Valdez (artiglieria e genio) e Juan Ramon Rojas (fanteria) e dal tenente colonnello José Antonio Segovia (amministrazione). Con decreto 28 febbraio 1821 venne ufficialmente istituito l’Ejército de la Provincia de Buenos Aires. A Soler furono attribuite anche le funzioni di stato maggiore e l’inspeccion general de armas, dalla quale, in virtù del regolamento 2 ottobre 1819, dipendevano anche le fabbriche di artiglieria, le scuole militari, i parchi e magazzini, nonchè la comisaria general de guerra, ricostituita il 14 agosto secondo il vecchio regolamento del 23 marzo 1812. Il 28 febbraio e il 1° luglio 1822 furono soppresse la comandancia de marina e la vicaria castrense. Infine la legge 5 dicembre 1823 ricostituì lo stato maggiore col nome di plana mayor del Ejército e con un organico di 22 ufficiali: 2 brigadieri (Soler e Azcuénaga), 2 colonnelli maggiori (Nicolàs de Vedia e Ignacio Alvarez), 6 ufficiali superiori e 12 inferiori. L’abolizione del fuero militar Soppresso il tribunale militare presieduto da Quintana, il 4 settembre 1821 Manuel Vicente Maza fu nominato auditor general de guerra y marina e consigliere generale del governo. Poco dopo fu nominata una nuova Commissione militare presieduta dal brigadiere Miguel de Azcuénaga, con i colonnelli José Gascon e Pedro Andrés Garcia come giudici e Manuel Dorrego come fiscale. Con decreto 12 aprile 1822 il privilegio giurisdizionale goduto in materia criminale e civile dai membri dell’esercito e della milizia (fuero

militar) fu abolito, mantenendolo però in via transitoria, a titolo personale, ai militari che già ne godevano. Tuttavia anche ques’ultimo privilegio fu revocato con legge 5 luglio 1823, a seguito dello scalpore suscitato dal caso del colonnello Celestino Vidal, che l’aveva invocato nel corso del giudizio a suo carico per la fallita congiura di Gregorio Tagle. Il trattamento economico degli ufficiali Il 25 ottobre 1820 Balcarce accordò alle milizie in servizio attivo lo stesso soldo della linea. Agli ufficiali di cavalleria e artiglieria senza impiego era corrisposto lo stesso soldo dei parigrado di fanteria, mentre il 5 ottobre 1820 fu stabilita la mezza paga per gli ufficiali aggregati agli stati maggiori di piazza. Il 14 novembre 1821 la giunta dei rappresentanti concesse la pensione ai militari retirados, pari all’intero per quelli con oltre 40 anni di anzianità, alla metà per quelli con anzanità superiore ai 20 anni e un terzo per quelli con anzianità non inferiore a 4 anni. Entro il febbraio 1822 si avvalsero della norma 250 ufficiali. La legge 26 agosto 1822 soppresse il beneficio, fatti salvi i diritti quesiti, ma altra del 25 settembre 1824 lo ripristinò, fissando limiti minimi di 5 anni per un terzo, 15 per la metà e 25 per la paga intera. Il nuovo soldo degli ufficiali venne determinato con legge 13 luglio 1822, riducendolo a 250 pesos per il brigadiere e 230 per i colonnelli maggiori e quelli di artiglieria e cavalleria (quelli di fanteria ne avevano 202). I tenenti colonnelli ne avevano 150 e 135, i maggiori 108 e 100, i capitani 80, 75 e 60, i sottotenenti 42 e 38. Cappellani e chirurghi erano pagati come i sottotenenti di fanteria (38). Il 12 dicembre 1825 venne emanato un regolamento per il versamento delle paghe in campagna, decentrandolo ai reggimenti. La legge 19 aprile 1821 aveva sospeso tutte le pensiones assegnate a familiari degli ufficiali, ad eccezione di quella goduta dalla figlia indigente del generale San Martin. La legge 14 dicembre 1821 le ripristinò limitatamente alle madri, alle vedove e agli orfani dei caduti, pur con il limite massimo di 500 pesos annui. La legge 2 ottobre 1824 assegnò la terza parte del soldo alle vedove o agli orfani, mentre quella del 31 dicembre 1825 elevò la pension a due terzi del soldo, limitandone il godimento da parte dei figli fino al compimento del 20° anno di età per i maschi o al matrimonio per le femmine. I nuovi reggimenti bonearensi Il 20 ottobre 1820 la giunta dei rappresentanti decretò la formazione di 3 nuovi reggimenti, uno di cavalleria di linea (husares de Buenos Aires) e due di gendarmeria (cuerpo de orden: su un reggimento di husares e uno di infanteria). Il 1° novembre furono sciolti il Reggimento dragones de linea e il cuerpo de blandengues e la truppa fu utilizzata per completare gli ussari di linea, trasferendo gli eccedenti a quelli di gendarmeria, mentre gli ufficiali passarono allo stato maggiore di piazza. Inoltre la brigata d’artiglieria di Buenos Aires fu contratta a battaglione. Fu però ricostituito il regimiento fijo de Buenos Aires. Il 15 novembre furono sciolti i tercios civicos, sostituiti da una legion patricia (colonnello veterano Blas José de Pico) su 3 battaglioni di 2 compagnie ma con appena 280 effettivi. Nel 1823 Pico fu sostituito dal colonnello maggiore Juan José Viamonte, già comandante delle guardie nazionali. Il 25 marzo 1823 la gendarmeria a piedi (infanteria de orden) fu riorganizzata al comando interinale del colonnello Félix de Alzaga ma agli ordini del capitano Manuel Arroyo e alle dirette dipendenze del generale Las Heras. Come si è già accennato nel precedente capitolo, con legge 29 luglio 1823 la Division de los Andes (reggimenti granaderos a caballo e Rio de la Plata) inquadrata nell’esercito peruviano fu dichiarata alle dipendenze ma non a carico - del governo della provincia di Buenos Aires. Il titolo III della ley de reclutamiento del 1° luglio 1822 autorizzava un Ejército permanente di 30 compagnie e 2.500 uomini ordinati in:
Ø3 reggimenti di cavalleria di linea su 3 squadroni di 2 compagnie di 65 uomini (1.180); Ø1 battaglione di artiglieria su 4 compagnie di 75 artilleros (320);

Ø1 battaglione di linea su 4 compagnie di 125 fusileros (500); Ø4 compagnie leggere autonome di 125 cazadores (500).

Il nuovo ordinamento dell’esercito permanente stabilito dalla ley de milicias del 17 dicembre 1823, prevedeva un organico di 4.000 uomini, con un aumento del 60 per cento rispetto al precedente:
Ø4 reggimenti di cavalleria su 4 squadroni di 2 compagnie di 70 effettivi (2.240); Ø1 reggimento di fanteria su 3 battaglioni di 6 compagnie di 80 effettivi (1.440); Ø3 compagnie d’artiglieria (320).

In realtà entrambi gli ordinamenti rimasero in larga misura inattuati, in particolare per la fanteria, limitata di fatto ad appena 520 uomini (otto compagnie di 64 fucilieri o cacciatori). Il Battaglione di linea (N. 1) fu costituito soltanto il 1° novembre 1822, sulla base del soppresso regimiento fijo, al comando del colonnello Benito José Martinez. Nel febbraio 1823 fu designato batallon de fusileros. Comandante dei cazadores era il maggiore Agustin Rabelo. La cavalleria di frontiera bonearense (1821-28) Anche la cavalleria fu completata soltanto in rapporto alle esigenze della frontiera meridionale. Nel 1818 correva per Pergamino, Rojas, San Miguel del Monte, Chascomus e Dolores, ma già nel 1822 avanzò sino al Rio Salado, con i nuovi insediamenti di Junin (Ancelò) e Chacabuco. La guarnigione venne affidata al Regimiento de voluntarios de caballeria de campagna, costituito il 14 novembre 1821 con un picchetto permanente di 13 carabineros e 4 compagnie di milizia. Il 21 febbraio 1822, su richiesta degli hacendados della parte meridionale della provincia, minacciati dalle incursioni degli indiani, gli husares del orden e i carabineros di tutti i corpi di campagna costituirono un secondo reggimento di cavalleria di linea col vecchio nome di Blandengues de la Frontera, con sede a Guardia del Monte. Il 28 febbraio un’aliquota del Regimiento de guardias nacionales fu mobilitata per formare il Regimiento N. 1 de caballeria patricia de Buenos Aires (colonnello Rafael Hortiguera). Assieme al Regimiento N. 2 (colonnello José Maria Paz) il N. 1 formò la Brigada patricia di cavalleria al comando del colonnello maggiore Juan Ramon Balcarce. La Brigata fu destinata alle campagne del 1823-25 per allargare la frontiera indiana, stabilendo guarnigioni a Fuerte de la Independencia, Canton del Salto e Puerto del Tigre. La nuova expedicion al desierto partì il 5 gennaio 1824 al diretto comando del generale Martin Rodriguez, che in maggio lasciò il governatorato della provincia al generale Las Heras. Il 29 ottobre, al paraje di Kaquel, il colonnello graduado Juan Lavalle costituì, col nome di coraceros de Buenos Aires, il terzo reggimento di cavalleria bonearense, autorizzato sedici mesi prima (10 giugno 1823) dalla giunta dei rappresentanti. Al termine della campagna, la nuova linea di frontiera oltre il Rio Salado correva per Junin, Azul, Tandil e Balcarce. Nel 1825 la cavalleria di linea bonearense presidiava i fortini di Lobos (Laguna Blanca), Chascomus, Independencia, Junin (F.te Federacion), del Tigre e del Salta:
ØN. 1 de husares (Lujan) - col. Antonio Souvidet, ten. col. Federico Rauch; ØN. 2 de blandengues de la Frontera (Lobos) - col. Manuel Ibarrola; ØN. 3 de coraceros (Chascomus) - col. Lavalle, poi Ramon Estomba (ten. col. Andrés Morel).

Nel luglio-agosto 1825 fu costituito anche il quarto reggimento di linea bonearense, autorizzato il 18 agosto 1824 (N. 4 de linea del ten. col. Nicolas Medina). Il 31 ottobre 1825 il 2° e 3° squadrone coraceros (comandante Andrés Morel) furono assegnati alla Commissione incaricata di rivedere la linea dei fortini (composta da Lavalle, dal colonnello del genio Felipe Senillosa e dall’hacendado Juan Manuel de Rosas) e rimasero di guarnigione a Chascomus. Come si è già detto, rientrato dal Peru il 13 febbraio 1826, lo squadrone granaderos de los Andes del tenente colonnello Félix Bogado formò l’escolta presidencial di Rivadavia. A seguito del decreto 10 luglio 1826 che sopprimeva i nomi particolari dei reggimenti allo scopo di rafforzare il carattere unitario e nazionale dell’esercito, i reggimenti coraceros, blandengues e husares bonearensi furono ribattezzati N. 5, N. 6 e N. 7 de linea, sempre restando in servizio alla frontiera. Altri due reggimenti di frontiera furono costituiti il 14 settembre (N. 17) e il 18 dicembre (Defensores del Honor Nacional o N. 11) comandati dal tenente colonnello Juan Pascual Pringles e dal colonnello maggiore Mariano Necochea. Il N. 17 venne formato dall’Escolta e dalla milizia della Guardia del Monte, mentre i Defensores raggiunsero la forza di 4 squadroni e 800 uomini. Il 29 gennaio 1827 Necochea fu nominato comandante generale della cavalleria di linea nella capitale e territorio di Buenos Aires. Nel giugno 1827 il N. 17 fu trasferito all’Ejército Oriental e il N. 11 fu disciolto il 1° aprile 1828. La formazione dei nuovi ufficiali (23 aprile 1823) Il 23 aprile 1823 fu soppresso l’istituto dei cadetti reggimentali e furono stabilti 20 posti di allievo nel Colegio de la Union, in attesa di stabilire il Colegio de Ciencias Naturales. Il 1° maggio la retta venne fissata a 120 pesos annuali. Requisiti per l’ammissione erano l’età minima di 14 anni, essere figli di ufficiali dell’Indipendenza e rispettosi delle leggi e ordini del paese, saper leggere e scrivere, possedere rudimenti di aritmetrica e dottrina cristiana, vantare buona condotta e meriti personali e l’assenso paterno. I corsi del I anno erano aritmetica e principi di analisi algebrica, geometria elementare, meccanica (teoria dei proiettili) e conoscenza delle macchine, principi di fisica e geografia matematica; quelli del II anno geometria e meccanica, architettura civile e militare, elementi di chimica. Materie comuni al biennio erano disegno, lingua inglese e francese, scherma bisettimanale e maneggio delle armi, nonchè una lezione a settimana di tattica, legislazione e storia militare. Erano previsti due esami, di ammissione al II anno e finale: la commissione era composta da 4 capi dell’esercito e 3 professori nominati dal governo su proposta dell’Ispettore generale. A domanda gli allievi promossi potevano essere ammessi nell’esercito coprendo le eventuali vacanze. Leggi sul reclutamento e sulla milizia activa (1822-24) Il decreto bonearense 19 aprile 1822 (abrogato dalla costituzione nazionale del 1826) dispose una leva de vagos, ordinando alle autorità di polizia di rastrellare disoccupati e senza fissa dimora (ociosos e vagos) senza riguardo a distinzioni sociali, da destinare all’esercito. Costoro erano assoggettati a ferma quadriennale (il doppio di quella volontaria) e potevano essere trattenuti alle armi per altri 4 anni qualora all’atto del congedo non avessero già trovato un’occupazione. In caso di insufficienza del contingente di vagos, la ley de reclutamiento del 1° luglio 1822 autorizzò l’arruolamento volontario dai 18 ai 40 anni, con ferma e rafferma biennali. Con legge 10 settembre 1824 la ferma volontaria fu raddoppiata a quattro anni, con premio di ingaggio di 25 pesos, mentre le rafferme supplementari divennero annuali, con premio di 10 pesos. Inoltre, in via transitoria, la legge prorogò le ferme prossime a scadenza sino al 31 dicembre 1825. La ley de milicias del 17 dicembre 1823, rimasta in vigore fino al 1872, sospese il reclutamento e la distribuzione dei contingenti di leva, confermando l’obbligo di autoregistrazione nella milicia activa, con ferma di otto anni, degli uomini tra 17 e 45 anni (purchè non coniugati o coniugati senza figli o con pochi figli). La legge prevedeva inoltre una milicia pasiva, di sola fanteria, formata dagli esenti e dalle classi

anziane (45-60), mobilitabile soltanto in caso di pericolo. In teoria i militi attivi (eccettuati funzionari pubblici, stranieri non residenti, praticanti e allievi di diritto e medicina, titolari di attività con capitale superiore ai 4.000 pesos, figli unici di madre vedova o con padre anziano o invalido) potevano essere arruolati nell’ejército permanente, con ferma biennale (quadriennale per i presidiarios). Tuttavia la legge dava facoltà al governo di formare il contingente mediante ingaggi volontari, anche fuori del territorio provinciale e di fatto il servizio attivo gravava soltanto sulla milizia dei villaggi di frontiera, che dovevano assicurare a rotazione il presidio dei fortini minori. In realtà fu il governo Las Heras ad organizzare concretamente la milicia activa, con decreto 17 dicembre 1824. La milizia, reclutata da commissioni periferiche di 4 membri (giudice di pace, suo tenente, ufficiale delegato dall’Ispettorato Generale e commissario di polizia), contava in tutto 4.175 effettivi (27 ufficiali e 132 sottufficiali veterani, 166 ufficiali di milizia e 3.850 militi):
Ø1 Reggimento di fanteria nella capitale, con 15 ufficiali e 52 sottufficiali veterani, 70 ufficiali di milizia, 1.440 fucilieri (3 battaglioni e 18 compagnie di 80), 150 artiglieri (3 compagnie) e 20 bandisti: Ø4 Reggimenti di cavalleria con 12 ufficiali e 80 sottufficiali veterani, 96 ufficiali di milizia e 2.240 effettivi (16 squadroni e 32 compagnie di 70): il 1° (patricios) della capitale , gli altri tre (colorados) corrispondenti ai distretti di campagna dell’Est (2 Las Conchas, 3 Lobos), del Sud (1 Chascomus, 5 del Monte) e del Nord (4 Lujan e 6 Junin).

Il 15 luglio 1825 la forza del Reggimento di fanteria fu accresciuta a 2.700 fucilieri e 150 artiglieri (3 battaglioni di 950 effettivi) e venne costituito un battaglione di formazione (N. 4 de la Capital) inviato all’esercito di osservazione alla frontiera dell’Uruguay. Il 7 settembre si aggiunse anche 1 Battaglione di pardos y morenos su 1 ufficiale e 17 militari veterani, 31 ufficiali di milizia, 720 fucilieri e 100 artiglieri, mentre il termine di congedamento fu esteso a 45 anni per gli ammogliati e 50 per gli scapoli. Alla fine del 1826 ad ogni reggimento permanente fu aggregato uno squadrone di 200 colorados in servizio attivo. Il 27 settembre 1827 la provincia bonearense dispose un nuovo arruolamento generale di milizia attiva sotto il controllo dell’Ispettorato generale. Per la prima volta la renitenza fu sanzionata da multe convertibili in arresto (10 pesos oppure 15 giorni per la prima mancanza, 20 o 30 in caso di recidiva). Importanti modifiche alle norme sul reclutamento dell’ejército permanente furono apportate però dalla legge del 10 dicembre 1824, rimasta in vigore con scarse varianti fino alla ley de reclutamiento del ejército del 22 settembre 1872. Stabiliva l’arruolamento per ingaggio volontario con ferma di 4 anni e premio di 25 pesos, con rafferme annuali a premio di 10 pesos. Inoltre prorogava il congedo del personale alle armi fino al 1825, fissando per quell’anno un contingente di 400 nuove reclute ripartito fra la capitale e i 6 distretti in proporzione della popolazione. Responsabili del reclutamento erano i giudici di pace distrettuali, con l’obbligo di esentare i capifamiglia e gli individui indispensabili all’agricoltura, industria e commercio nonchè di mantenere il numero di uomini prescritto per la propria giurisdizione, rimpiazzando gli eventuali disertori.

2. L’EJERCITO NACIONAL
E LA GUERRA COL

BRASILE

(1825-28) L’insurrezione orientale e la creazione dell’Ejército Nacional argentino (1° gennaio 1825) L’Inghilterra, che aveva saputo approfittare del decennio anarchico per aggiudicarsi la parte del leone nel commercio estero argentino, sfruttò la politica liberista di Rodriguez e Rivadavia per assumere il pieno controllo del sistema creditizio argentino, garantendosi l’egemonia finanziaria. Nel 1822 il capitale inglese ottenne la maggioranza assoluta del nuovo istituto di emissione (Banco de Buenos Aires) e nel 1824 il governo contrasse con la Baring Brothers un debito di un milione di sterline, praticamente inestinguibile, dando in garanzia tutte le terre demaniali. Altri privilegi furono concessi agli inglesi col trattato di amicizia, commercio e navigazione, concluso il 2 febbraio 1825, un mese dopo il riconoscimento dell’indipendenza argentina da parte dell’Inghilterra. Quest’ultima rafforzò poi ulteriormente la propria influenza sul versante atlantico del Cono Sur col classico sistema del divide et impera, vale a dire istigando e pilotando abilmente la guerra tra il Brasile e l’Argentina per il controllo della Banda Oriental, che alla fine divenne uno stato-cuscinetto, solo formalmente autonomo, ma di fatto mantenuto sotto il protettorato inglese. Come abbiamo narrato, il Portogallo l’aveva occupato nel 1816 e formalmente annesso nel 1821, quando l’Argentina non era in condizione di reagire militarmente. Ma nel 1825 il Portogallo dovette riconoscere l’indipendenza dell’Impero brasiliano. L’immediato contraccolpo, favorito dall’Inghilterra, fu la secessione dal Portogallo della Provincia Cisplatina, ancora occupata dalle truppe del generale Carlos Federico Lecor e annessa al Brasile. L’annessione della Banda Oriental al Brasile turbava ovviamente l’equilibrio strategico del Plata. Un primo riflesso si ebbe già al Congresso nazionale argentino, dove già il 12 marzo 1825 la commissione militare (composta dai deputati Lucio Manzilla, Juan José Paso, Alejandro Heredia e Manuel Vallanera, tutti veterani della guerra di indipendenza) presentò un progetto per la creazione di un unico Ejército Nacional formato da contingenti equipaggiati e organizzati in modo autonomo e a proprie spese dalle singole province. A prendere l’iniziativa della lotta armata, nella speranza di trascinare in guerra le Province Unite del Plata, fu tuttavia un ex-ufficiale artiguista, Juan Antonio Lavalleja (1784-1853) il quale, riuniti a San Isidro, sulla sponda entrerriana, 22 orientali e 11 argentini (i cosiddetti “Trentatré immortali”), attraversò l’Uruguay su due lancioni, sbarcando il 19 aprile 1825 al Rincon de la Agraciada. Il 9 maggio la commissione rioplatense approvò il progetto dei deputati militari, recepito due giorni dopo dalla nuova costituzione provvisoria. Quest’ultima, di impronta nettamente federale, riconosceva il pieno autogoverno delle province fino all’emanazione di una costituzione definitiva, ma le obbligava a finanziare la guerra, delegando provvisoriamente le funzioni di Potere esecutivo nazionale al governo bonearense, autorizzato ad anticipare fino a mezzo milione di pesos. Il progetto organico (ley fundamental) del nuovo Ejército nacional fu approvato il 31 maggio. Prevedeva uno stato maggiore generale residente a Buenos Aires presso il Potere esecutivo (non costituito) e una forza complessiva di 7.758 soldati e 484 ufficiali (80 compagnie) reclutata e mantenuta dalle province in proporzione della popolazione, con ferma di 4 anni e obbligo di rimpiazzare le perdite:
Ø2.400 di fanteria con 144 ufficiali, su 4 battaglioni con 24 compagnie di 100 effettivi; Ø4.800 di cavalleria con 306 ufficiali, su 6 reggimenti con 24 squadroni e 48 compagnie; Ø420 d’artiglieria con 30 ufficiali, su 6 compagnie;

Ø70 zappatori con 4 ufficiali (1 compagnia aggregata all’artiglieria).

Con decreto 10 giugno 1825 l’esecutivo nazionale approvò l’invio di una forza di sicurezza (Ejército de observacion, detto anche nacional, republicano o de vanguardia) da schierare nella provincia mesopotamica al campo dell’arroyo del Molino sulla riva occidentale dell’Uruguay. Il congresso di Florida, la dichiarazione di guerra e l’elezione di Rivadavia (28 agosto 1825 - 16 febbraio 1826) Intanto la sollevazione orientale aveva attecchito, grazie soprattutto all’adesione dei due autorevoli capi orientali che nel 1821 avevano accettato la sovranità portoghese, Julian Laguna e José Fructuoso Rivera, il quale era stato nominato dai portoghesi comandante generale di campagna. Grazie al loro appoggio, Lavalleja potè organizzare un governo provvisorio al pueblo di Florida, dove il 28 agosto un congresso orientale dichiarò nulla l’annessione della Provincia Cisplatina e proclamò al tempo stesso l’indipendenza della Banda Oriental e la sua alleanza con le altre Province Unite del Plata. Il primo scontro all’arroyo del Aguila, all’inizio di settembre, fu favorevole agli imperiali, ma il 29 settembre, al Rincon de las Gallinas, i 700 orientali di Rivera sorpresero e annientarono altrettanti imperiali del colonnello Gerònimo Jardim, uccidendone 140 e catturandone 200, con 800 cavalli. Il 12 ottobre, a Sarandì, i generali Bento Manuel Riveiro e Bento Manuel Gonçalves persero metà dei loro 2.200 uomini in una breve ma sanguinosa battaglia con i 2.000 di Lavalleja. Poco dopo la forza d’osservazione argentina, 4.000 uomini (3 battaglioni di fanteria e 5 reggimenti di cavalleria) con 4 cannoni, al comando del brigadiere Martin Rodriguez, raggiunse il campo dell’arroyo del Molino. Era composta dalle seguenti aliquote:
Øcontingente bonearense: a) truppe regolari: 2 compagnie fusileros (colonnello Félix Olazabal), 2 squadroni (3° husares, colonnello Juan Lavalle e 1° coraceros, aiutante Alejandro Damel) e 2 cannoni da campagna; b) milicia activa: Batallon N. 4 de la capital e Regimiento N. 2 de colorados de linea (350 miliziani di Las Conchas comandati dal colonnello José Maria Vilela); Øtruppe regolari delle province: a) Entre Rios: Escuadron Granaderos a Caballo, Batallon de Infanteria, 2 pezzi da quattro e Dragones de Mandisovì); b) Cordoba: Regimiento de Dragones e Batallon N. 2; c) Salta: Batallon de Cazadores trasformato in Regimiento N. 2 de caballeria de linea. Øcontingenti minori: 125 cavalieri di Corrientes (maggiore Manuel Urdinarrain), 71 santafesini, altri di Catamarca, Tucuman, La Rioja, Mendoza, San Juan e San Luis.

Il 25 ottobre il congreso general constituyente (convocato da Rodriguez e Rivadavia, ma gestito poi da Las Heras) riconobbe, d’accordo col voto espresso dal congresso orientale di Florida, l’incorporazione della Banda Oriental nelle Province Unite e lo notificò al governo imperiale. L’imperatore Dom Pedro I replicò il 10 dicembre, dichiarando guerra alle Province rioplatensi. Il 21 la squadra brasiliana mise il blocco al Rio della Plata. Il 1° gennaio 1826 il colonnello orientale Leandro Oliveira, varcata la frontiera con la provincia brasiliana di Rio Grande, sloggiava il maggiore Cabral y Costa dal Forte di Santa Tecla. Lo stesso giorno, a Buenos Aires, il congresso autorizzava il Potere esecutivo a “resistere all’aggressione dell’Impero brasiliano con tutti i modi consentiti dal diritto di guerra”. Il 2 gennaio l’esecutivo dichiarò nacionales tutte le forze regolarmente stipendiate dalle province, rivendicò il controllo centrale di tutte le milizie e dispose una nuova leva con un contingente massimo di 4.000 uomini a carico delle province. La nuova costituzione argentina, approvata il 6 febbraio, riservava al governo centrale la designazione dei governatori provinciali su proposta delle assemblee legislative locali, norma che impediva la riconferma

vitalizia dei caudillos. Il giorno seguente, con una rivoluzione parlamentare, gli unitari sfiduciarono Las Heras ed elessero Rivadavia primo presidente costituzionale della Repubblica Argentina, il quale chiamò al ministero di guerra e marina Carlos Maria Alvear. Sia l’impronta unitaria della costituzione che le nomine di Rivadavia e Alvear suscitarono però reazioni negative, innescando nuovi conflitti armati tra i caudillos unitari e federali e accrescendo la renitenza delle province nei confronti della guerra, i cui oneri finanziari furono interamente scaricati sul governo bonearense, già fortemente penalizzato dal blocco navale brasiliano. Prive di adeguato supporto finanziario e logistico, le truppe di Martin Rodriguez, che avevano passato l’Uruguay dal 27 gennaio al 16 febbraio marciando poi verso il tradizionale campo dell’Arroyo Grande, 140 chilometri a Nord-Ovest di Montevideo, furono di fatto abbandonate a sé stesse. Formate da reclute forzate, prive di addestramento, mal inquadrate ed equipaggiate, non ebbero alcun sostegno da Lavalleja, geloso dell’autonomia orientale: anzi uno dei capi orientali, Bernabé Rivera, intercettava sistematicamente i rifornimenti destinati all’esercito alleato. Si aggiunse poi la mancata collaborazione delle autorità entrerriane, culminata in luglio nel rifiuto di consentire il transito del reggimento N. 13 che intendeva raggiungere Misiones per effettuare una diversione su Arapiles. Di conseguenza le operazioni terrestri slittarono di un anno, fino alla seconda invasione del Rio Grande do Sul comandata personalmente da Alvear. Nel frattempo si svolsero quelle navali per contrastare, con qualche limitato successo, il micidiale blocco nemico.

Le operazioni navali: a) il blocco brasiliano e la vittoria di Juncal (9 febbraio 1826 - 27 febbraio 1829) Guillermo Brown aveva accettato il 12 gennaio di riprendere il comando della marina e già il 21 aveva catturato le prime prede: 1 cannoniera e 1 mercantile. Furono le prime unità della nuova flottiglia argentina, assieme a 2 vecchi brigantini (Belgrano e Balcarce) richiamati in servizio. Si fece poi ricorso a sottoscrizioni private per acquistare in Cile 3 gloriose unità della guerra di indipendenza, le fregate O’Higgins (ex-ammiraglia di Lord Cochrane) e Independencia e la corvetta Chacabuco, rispettivamente da 1.220, 830 e 450 tonnellate e con 44, 28 e 20 cannoni, ribattezzate 25 de Mayo, Republica Argentina e Congreso Nacional, cui si aggiunsero la goletta Sarandì e la goletta ospedale Pepa. Inoltre furono ampliati i porti bonearensi della Boca e dell’Ensenada di Barragan, dove il capitano José Maria Reyes modernizzò l’antica batteria. Il capitano Martiniano Chilabert (1801-52) ne eresse un’altra a Punta Gorda (Diamante) utilizzando manodopera entrerriana. Nel 1827, per difendere le batterie e le installazioni portuali contro le incursioni brasiliane, fu costituito anche un battaglione di Infanteria de Marina. Sfruttando i bassi fondali della costa occidentale, che impedivano alle maggiori unità brasiliane di inseguire le sottili unità argentine, Brown effettuava veloci sortite dalla fascia di sicurezza per attaccare le navi nemiche. Nel primo scontro, svoltosi il 9 febbraio a Punta Colares, di fronte a Buenos Aires, Brown catturò una delle 3 corvette imperiali, la Itaparica, che non fu riutilizzata, perdendo 1 morto e 25 feriti e rientrando alla fonda di Los Pozos, poco a Nord della capitale. Il 26 febbraio Brown si spinse addirittura ad intimare la resa a Colonia, sprezzando 4 navi e una guarnigione di 1.500 uomini con poderose batterie, con l’unico risultato di perdere la Belgrano, incagliatasi nel banco dell’Isola di San Gabriel. L’attacco fu però ripetuto il 1° marzo e stavolta, con un’incursione notturna, i capitani Leonardo Rosales e Tomas Espora riuscirono a incendiare il brigantino Real Pedro e ritirarsi sotto intenso fuoco nemico, che affondò 3 delle loro cannoniere. L’11 aprile Brown si spinse fino a Montevideo, dove l’ammiraglia 25 de Mayo perse 13 uomini in due ore e mezza di fuoco con la fregata imperiale Nitcheroy, ammiraglia del commodoro Norton. Il 25 maggio Norton tentò di rovinare la festa nazionale argentina attaccando di sorpresa, con 31 vele, la flottiglia nemica

alla fonda a Los Pozos. Ma il pescaggio impedì alle 7 navi maggiori di portarsi a distanza di tiro e un deciso contrattacco di Brown costrinse il nemico a ritirarsi. Identico esito ebbe l’analoga sorpresa tentata l’11 giugno dall’ammiraglio Pinto Guedes, che aveva sostituito Norton. Ma il 29 e 30 luglio la flottiglia fu nuovamente attaccata di fronte a Quilmes: accerchiata da forze superiori, la 25 de Mayo fu salvata dal resto delle altre navi e rimorchiata fino alla zona di sicurezza, ma la Rio di Rosales venne affondata. Tuttavia, rimesse in mare 2 unità, dal 26 ottobre al 25 dicembre Brown scorse le coste brasiliane fino a Rio de Janeiro, sfuggendo abilmente alla caccia nemica e tornando incolume a Buenos Aires. L’8 febbraio 1827, mentre Alvear aveva già iniziato l’invasione del Rio Grande, Brown intercettò all’Isola di Juncal, nell’estuario del Paranà Guazù, una forza brasiliana equivalente. L’azione fu sospesa dopo 2 ore di fuoco a causa del forte vento: riprese però il 9, concludendosi con la distruzione o la cattura di 10 delle 17 unità imperiali. Altre 5, rifugiatesi a Gualeguaychù, si arresero pochi giorni dopo. Tornando a Buenos Aires, il 24 febbraio Brown incontrò a Quilmes il resto della squadra nemica, che si sottrasse al combattimento. Tre giorni dopo Brown catturò altre 4 navi nemiche che avevano tentato di impadronirsi dei magazzini navali argentini di Villarino, sulla sponda orientale dell’Uruguay. Segue: b) la fallita rappresaglia brasiliana su Carmen de Patagones (5-7 marzo 1827) Reagendo alla doppia sconfitta navale e terrestre subita in febbraio a Juncal e a Ituzaingò, una squadriglia imperiale di 4 vele e 50 cannoni, al comando dell’inglese Shepherd, tentò una rappresaglia contro il lontano presidio di Carmen de Patagones. Sbarcato il 5 marzo con 400 uomini, Shepherd sbagliò strada, arrivando al Cerro della Caballada, dove venne affrontato e ucciso dal locale comandante, colonnello Martin Lacarra. Battuta dai cannoni del forte, affaticata dalla marcia in terreno argilloso, soffocata dal fumo dei campi incendiati dalle forze irregolari, la colonna cercò di tornare alle navi. Ma queste erano state catturate la notte del 6 dal capitano Santiago Jorge Bynnon, comandante della Chacabuco e il 7 la colonna si arrese a discrezione, con 2 bandiere e 28 cannoni. Segue: c) Brown sulla difensiva (7 aprile 1827 - 11 giugno 1828) Nonostante la dura sconfitta di Juncal, la squadra brasiliana mantenne il blocco. Tuttavia le 4 navi prese a Carmen de Patagones avevano raddoppiato la minuscola flottiglia argentina, incoraggiando Brown a tentare di forzarlo per compiere una nuova rappresaglia contro le coste brasiliane. Ma la notte sul 7 aprile i 4 brigantini di testa furono intercettati dal nemico e sospinti a Sud di Quilmes, sull’insidioso banco di Monte Santiago, dove 2 si arenarono. Uno riuscì ad allontanarsi prima dell’alta marea, ma gli altri tre dovettero sostenere un’intera giornata di fuoco. Una delle unità arenate fu incendiata dal nemico, l’altra dall’equipaggio che si mise in salvo sulla Sarandì. Cinque navi brasiliane subirono avarie e una sesta si arenò. L’insuccesso di Monte Santiago e la schiacciante superiorità nemica costrinsero Brown a mettersi sulla difensiva. Tuttavia, se non altro, gli attacchi imperiali furono sporadici e poco efficaci. Il 2 novembre, mentre tentava di prendere un legno argentino arenato di fronte alla costa del Sauce, si arenò a sua volta il lancione del capitano imperiale Santiago Wilson, catturato con 23 uomini dal tenente Prudencio Torres. Cinque giorni dopo i brasiliani attaccarono Puerto del Salado, incendiando il brigantino Ururao ma perdendo 1 goletta, colata a picco dalla batteria costiera diretta dal comandante del porto, José Ferrer. Il 15 gennaio 1828, con 1 brigantino e 3 golette, Brown sostenne all’Ensenada de Barragan uno scontro di esito incerto contro 3 corvette, 3 brigantini e 3 golette brasiliane. L’ultimo scontro navale avvenne alla vigilia della pace, il 19 giugno. Tornando da una crociera il Brandsen si incagliò a Punta Lara, dove, attaccato dagli imperiali, saltò in aria. Arrivato troppo tardi per salvarlo, Brown impegnò il nemico in un ultimo combattimento, ritirandosi al tramonto. L’organizzazione dell’esercito: a) i cinque battaglioni cazadores

Nel 1825 la fanteria argentina disponeva di 1.531 carabine: ma ne funzionavano appena 54. Soltanto un anno dopo la fanteria di linea crebbe da 8 a 29 compagnie di 65 uomini, riunite in 5 battaglioni di cazadores, uno su 5 e quattro su 6 compagnie (4 fusileros, 1 carabineros e 1 volteadores). I primi 2 battaglioni (N. 1 e N. 2) furono costituiti il 22 maggio 1826 per sdoppiamento del battaglione cazadores del maggiore Agustin Rabelo. Il N. 3 de cazadores, autorizzato il 12 settembre 1825, venne costituito al fronte il 17 luglio con reclute e compagnie sciolte. Il 4 agosto gli ultimi due numeri (N. 4 e N. 5 de cazadores) furono attribuiti al Batallon de Fusileros rimasto di guarnigione nella capitale e al N. 1 de linea già inviato nella Banda Orientale. I battaglioni ebbero i seguenti comandanti:
ØN. 1 - 22.5.1826 - ten. col. Manuel Correa; ØN. 2 - 22.5.1826 - col. José Gabriel Oyuela, poi Ventura Alegre: 1827 F. Sanchez de Zelis (magg. A. Rabelo); ØN. 3 - 17.7.1826 - col. Pablo Zufriàtegui: 30.11 col. Eugenio Garzon (magg. Pedro José Diaz); ØN. 4 - 4.8.1826 (ex-Fusileros) - ten. col. Francisco Sanchez de Zelis: 1827 Mariano Benito Rolòn: fine 1828 Pedro José Diaz (guarnigione di Buenos Aires); ØN. 5 - 4.8.1826 (ex-N. 1 linea) - col. Félix Olazabal (1797-1841) poi Antonio Diaz (magg. Fr. Garcia).

segue: b) dieci reggimenti di cavalleria nella Banda Oriental Il 10 gennaio 1826 i 3 squadroni di linea mobilitati per la Banda Oriental (3° husares, 1° coraceros, granaderos saltegni) e la compagnia correntina furono riuniti nel Regimiento N. 1 de caballeria nacional al comando di un oriundo francese, il colonnello Federico Brandsen (1785-1827) mentre il Batallon cazadores di Salta e uno squadrone di 150 puntanos di San Luis formarono il N. 2. Il 1° marzo seguì il N. 3 su 2 squadroni mentre da Buenos Aires giunse anche il N. 4 de linea. Il 19 e 30 giugno la cavalleria patricia e il contingente saltegno affluito a Buenos Aires formarono altri 2 reggimenti di linea (N. 13 e N. 14) al comando del colonnello Antonio Villalba e del tenente colonnello Escolàstico Morgan. Mentre quest’ultimo andò a guarnire la frontiera di Salta, in agosto il N. 13 sbarcò a Gualeguay con l’obiettivo di raggiungere Misiones per effettuare una diversione su Arapiles. Ma le autorità entrerriane lo obbligarono a reimbarcarsi e tornare a Buenos Aires, dove fu disciolto. Ai primi quattro reggimenti (NN. 1-4) se ne aggiunsero altri cinque (NN. 8, 9, 16, 10 e colorados) fra il 19 luglio e il 30 novembre 1826. Questi nove reggimenti presero tutti parte all’invasione del Rio Grande e alla battaglia di Ituzaingò del 20 febbraio 1827. Un decimo (N. 17) arrivò al fronte nel maggio successivo:
ØN. 1 - 10.1.1826 ØN. 2 - 10.1.1826 ØN. 3 - 1.3.1826 ØN. 4 - ?.8.1825 ØN. 8 - 19.7.1826 ØN. 9 - 19.7.1826 ØN. 16 - 4.8.1826 - col. Federico Brandsen (3° husares, 1° coraceros, granaderos saltegnos); - col. José Maria Paz e ten. col. Daniel Ferreyra (cazadores saltegnos e puntanos); - col. riformato Manuel Escalada, poi Angel Pacheco (1795-1869) (2 squadroni); - ten. col. Nicolas Medina (bonearense, arrivato nel maggio 1826); - col. Juan Zufriàtegui (costituito al fronte); - col. Manuel Oribe, uno dei “Trentatré Immortali” (Dragones Orientales); - col. José Olavarria (lanceros bonearensi di Lobos e Lujan);

ØN. 10 - 30.11.1826 - col. Pablo Zufriàtegui (ctg. prov.minori: costituito al campo dell’Arroyo Grande); ØColorados ØN. 17 - 14.9.1826 - col. Juan Maria Vilela e magg. Mariano Pestagna (riordinato all’Arroyo Grande); - ten. col. Pascual Pringles (escolta pres. e guardia del Monte, arrivato nel maggio 1827).

Il 1° agosto 1826 fu costituito anche il N. 15, con contingenti di Tucuman e Catamarca, al comando del governatore di Tucuman, Gregorio Aràoz de Lamadrid, ma, paralizzato dalla guerra civile, non poté raggiungere il fronte. Il 6 dicembre fu autorizzata la costituzione del N. 18, sulla base degli squadroni formati a San Juan, ma l’unità non venne attivata a causa della guerra civile. segue: c) la cooperazione tattica tra fanteria e cavalleria E’ da rilevare che il rapporto tra fanteria e cavalleria, anomalo rispetto ai coevi canoni europei, corrispondeva a quello dell’esercito brasiliano, nonchè, più in generale, a quello del minuscolo esercito permanente degli Stati Uniti, dovuto all’immensa estensione del territorio e alla grande disponibilità di cavalli. Sotto l’aspetto tattico le battaglie erano scontri all’arma bianca (lancia e sciabola) tra le opposte cavallerie, ma lo scopo reciproco era di portare gli squadroni nemici entro il raggio della propria linea di fuoco, formata dai cannoni e dai fucili, oppure di investire di fianco o alle spalle la linea di fuoco nemica. L’elementare autodifesa della fanteria, in genere efficace, contro le cariche all’arma bianca era, com’è intuitivo, il quadrato di fucilieri: con fuoco a righe alternate, un battaglione poteva frenare l’urto nemico con almeno due scariche ravvicinate di 30-50 palle per lato, con la probabilità di centrare 5-10 bersagli (uomini e cavalli) per ciascuna scarica. L’efficacia era esponenzialmente accresciuta non tanto dai ripari dei fucilieri, quanto dalla quota della posizione, dalla distanza, dalle asperità del terreno e dalla eventuale cooperazione dell’artiglieria con scariche a mitraglia. segue: d) artiglieria, zappatori, maestranza, academia e cuerpo médico Il 9 maggio 1826, con una parte del contingente correntino, venne costituito il Regimiento de artilleria ligera, comandato dal brigadiere Tomas de Iriarte (1794-1876), veterano della guerra Peninsulare contro Napoleone. Il materiale includeva 24 moderni pezzi da campagna (16 cannoni da otto pollici e 8 obici da sei) aggregati alle unità di cavalleria. Comandante del parque reggimentale era il famoso ingegnere mendosino fray Luis Beltran, che aveva comandato il parque dell’Ejército de los Andes e diretto la maestranza di Mendoza e poi quella peruviana di Trujillo alle dipendenze di San Martin e Bolìvar. Comandanti di compagnia erano i capitani Martiniano Chilabert, Benito Nazar, Guillermo Nunoz e José Maria Piran (che era anche aiutante maggiore), più il capitano aggregato Juan Arangreen. L’organico includeva 35 ufficiali (2 comandanti di squadrone, 1 sergente maggiore, 2 aiutanti maggiori, 1 chirurgo, 1 cappellano, 4 capitani, 8 primi tenenti, 8 secondi e 8 alfieri) e 449 sergenti, caporali e artiglieri. Il reggimento era ordinato su 2 squadroni di 2 compagnie di 7 ufficiali e 111 militari di truppa. Alla campagna presero parte però soltanto 15 ufficiali, 15 sergenti, 31 caporali, 13 trombettieri e 410 soldati artiglieri e conduttori. Nel dicembre 1826 venne costituita anche la compagnia de zapadores de artilleria al comando del tenente colonnello Domingo Eduardo Trole. Durante la campagna costruì il primo ponte militare sul rio Tacuarì, presso l’accampamento di Cerro Largo. All’inizio del 1827 Trole fu promosso colonnello e capo del departamento de ingenieros del estado mayor particular del generale Carlos Maria Alvear. Nel 1827 fu inoltre costituita la maestranza de artilleria, con sede nel Parque de artilleria della capitale. Impiegava 3 maestros mayores (di herraria y armeria, di carpenteria e montaggio e misto), 80 artigiani e 15 artiglieri, con possibilità di impiegare fino a 2 apprendisti per ogni operaio, pagati a giornata e figli degli artigiani della maestranza. Comprendeva laboratori di armeria (27), fabbro (24), carpenteria e montaggio (18), fabbrica munizioni (15), fonderia (3) e botti (3) e lateria (7). Il 20 giugno 1827 la maestranza venne subordinata ad una comisaria del parque de artilleria con 9 addetti (1 colonnello commissario particolare, 1 sergente maggiore guardamagazzino, 1 capitano aiutante, 1 tenente soprastante pagatore e 3 scritturali e 2 mozos de confianza).

Il 5 agosto 1828 il generale Manuel Dorrego istituì una academia teorico-pratica de artilleria per la formazione di ufficiali di artiglieria, alle dipendenze dell’Inspeccion general e del comandante generale dell’artiglieria e sotto la direzione di Francisco Biedma. Malgrado la successiva fucilazione di Dorrego, l’accademia fu mantenuta. Il 17 marzo 1830 vi furono destinati 2 aspirantes per ciascuna compagnia. Per effetto della legge 2 gennaio 1826 il chirurgo maggiore della capitale Mariano Vico divenne tale nell’Ejército Nacional, ma l’incarico di colonnello fu poi attribuito a Francisco de Paula Rivero. Il 1° luglio 1826 il cuerpo médico dell’Ejército de operaciones includeva 17 sanitari: il tenente colonnello chirurgo principale Muniz, 2 sergenti maggiori primi chirurghi, 3 capitani secondi chirurghi e 8 tenenti primi e secondi aiutanti chirurghi, più 1 capitano farmacista con 2 tenenti aiutanti. Le operazioni terrestri: a) la prima invasione del Rio Grande (1° dicembre 1826 - 19 febbraio 1827) Come si è detto, sul fronte terrestre non vi furono operazioni di rilievo per tutto il 1826, a parte, il 17 marzo e il 13 luglio, le modeste incursioni del maggiore José Maria Rana a Belen e del capitano Claudio Verdun alla Punta del Hospital. Ma il 6 agosto la partida di Verdun fu annientata alla Salida delle Palme. Di conseguenza, come era avvenuto nella prima campagna orientale del 1812-14, i brasiliani mantennero il controllo delle piazzeforti costiere di Colonia, Montevideo e Punta del Este e delle comunicazioni marittime e fluviali. Lo stallo fu sbloccato soltanto in luglio, quando Alvear assunse il comando delle truppe accampate agli arroyos Grande e Toledo, riorganizzandole e inquadrandovi anche i dragones orientali di Manuel Oribe. In dicembre, lasciato Rodriguez al campo con 500 cavalieri (N. 10), Alvear iniziò l’offensiva per tagliare le comunicazioni tra Rio Grande e Cisplatina, con 2.600 fanti, 400 artiglieri e altri 4.000 cavalieri - 8 reggimenti riuniti in due cuerpos de ejército, il II al diretto comando di Alvear (NN. 1-4 e 8-16) e il III di Soler (NN. 2-3 e 9-colorados). Raggiunto il Cerro Largo e gittato un ponte sul Rio Tacuarì, Alvear fece tappa a Melo, varcando poi l’arroyo delle Canne e risalendo il Rio Yaguaron fino a Bagé, primo villaggio in territorio riogradense. Di qui il 31 gennaio mosse in direzione Nord-Est, superando il forte di Santa Tecla e varcando il Rio Camacuà per minacciare il marchese di Barbacena, attestato con 9.000 uomini (5 battaglioni e 9 reggimenti di cavalleria) ai piedi della Sierra di Camacuà. Barbacena non dette battaglia e Alvear continuò la marcia a Nord-Ovest con la sinistra al Rio Yaguarì - Santa Maria e la destra protetta dal Rio Bacacay. Raggiunta Batovì, Alvear piegò nuovamente a Nord-Est raggiungendo il Bacacay a San Gabriel quasi contemporaneamente a Barbacena, il quale, passato il fiume più a valle, intendeva dare battaglia sulla riva sinistra. Il 13 febbraio, con le pattuglie avanzate del N. 8, Lavalle prese contatto con un distaccamento dell’avanguardia nemica (1.100 uomini, generale Bentos Manuel Rivera), costringendo Barbacena a ritirarsi più a Nord, con l’intento di schierarsi dietro il Rio Ibicuy. Alvear spiccò a inseguirlo il brigadiere Lucio Mansilla con 800 cavalieri (NN. 1, 2 e 16), che il 15 febbraio raggiunsero la retroguardia imperiale mentre passava il Rio Ibicuy al guado di Ombù, dove si svolse un sanguinoso combattimento. Comprendendo di non poter proseguire l’avanzata, Alvear decise allora di piegare ad Est per rientrare nella Cisplatina e, guadato il Rio Cacequi, affluente dell’Ibicuy, il 19 febbraio, con l’avanguardia, raggiunse il guado del Rosario do Sul sul confluente Rio Santa Maria. Ma il fiume era in piena e Alvear fu costretto ad acquartierarsi nei corrales. Intanto Barbacena aveva varcato Ibicuy e Cacequi e risalito il Santa Maria, sostando dietro le alture a Nord del nemico. segue: b) la battaglia di Ituzaingò (20 febbraio 1827) La sera del 19 Alvear si rese conto che la battaglia era inevitabile. Ma non poteva sostenerla con le spalle ad un fiume in piena, in un terreno inadatto alla cavalleria e in una valle dominata da alture prossime al

nemico. Decise allora di occuparle con gli unici reparti disponibili, il battaglione N. 5 di Olazabal e la batteria del capitano Chilabert, ai quali dette l’ordine di farsi uccidere sul posto piuttosto che arrendersi. Durante la notte Olazabal e Chilabert occuparono la costa meridionale delle alture, sopra la sinistra del ruscello Ituzaingò, affluente del Santa Maria. Convinto che Alvear stesse guadando il Santa Maria e che il battaglione di Olazabal fosse la retroguardia, anzichè l’avanguardia dell’esercito nemico, alle sei del mattino Barbacena occupò le alture sulla destra dell’Ituzaingò, dirimpetto al caposaldo argentino. Aveva 9.000 uomini e 5 cannoni: il suo capo di stato maggiore, maresciallo Gustavo Enrique Brown, aveva assunto il comando della 1a Divisione di destra (brigadiere Barreta) mentre il brigadiere Calado comandava la 2a di sinistra. Poco prima dello scontro, Alvear fece in tempo a schierare a sinistra di Olazabal la cavalleria scelta di Julian Laguna, reiterando l’ordine di resistere ad oltranza. Con tre furiose cariche Laguna rallentò l’attacco dei 5 battaglioni brasiliani, costringendoli a formare i quadrati, ma poi la fanteria imperiale riprese ad avanzare, contrastata dal fuoco dei cazadores di Olazabal. La valorosa resistenza del caposaldo dette il tempo ad Alvear di far affluire le altre unità man mano che arrivavano, schierandole opportunamente su una linea estesa quanto quella nemica, in modo da evitare l’accerchiamento. Appena arrivati, il reggimento N. 8 e lo squadrone coraceros sostituirono l’esausta cavalleria di Laguna. Poi caricarono anche i reggimenti N. 1, 2 e 3 e i brasiliani, temendo a loro volta di essere accerchiati, ripassarono il ruscello guadagnando le posizioni di partenza. Alvear ebbe così il tempo di completare lo schieramento, per un totale di quasi 7.000 uomini:
Ø26 compagnie di cazadores (NN. 1 Correa, 2 Zelis, 3 Garzon e 5 Olazabal); Ø19 squadroni (NN. 1 Brandsen, 2 Paz, 3 Pacheco, 4 Medina, 8 J.Zufriategui, 9 dragones Oribe, 16 lanceros Olavarria, colorados Vilela); Ø2 compagnie del N. 7 coraceros (aggregate al N. 4 di Medina).

All’ala destra, Lavalleja caricò coi dragones orientali e i coraceros bonearensi, mettendo in fuga i 5 reggimenti di cavalleria comandati dal brigadiere Abreu. I 2 battaglioni della sinistra brasiliana riuscirono a fermarlo, ma poi ripiegarono sotto la carica dei reggimenti 8 e 16 lanceros. Quest’ultimo cooperò poi con la carica dell’ala sinistra, condotta da Lavalle con altri 2 reggimenti bonearensi (N. 4 e colorados), che scompagnò anche l’ala destra nemica, formata dalla 2a brigata leggera (2 reggimenti) di Bentos Manuel Gonçalves. Ma i 3 battaglioni imperiali del centro (tra cui il N. 27 alemanno) ripresero l’avanzata contro i primi tre battaglioni cazadores, sia pur rallentati dalle cariche di Paz e Brandsen, caduto alla testa del suo reggimento (N. 1). Tuttavia Barbacena non osò continuare il combattimento, per non rischiare l’accerchiamento e la distruzione dell’esercito, e a mezzogiorno ordinò la ritirata. Aveva perso 1.200 uomini contro 397 (quasi tutti di cavalleria: i cazadores del N. 5 ebbero soltanto 3 morti e 6 feriti). segue: c) la seconda invasione del Rio Grande (13 aprile 1827 - 15 aprile 1828) Debolmente inseguito, Barbacena protrasse la ritirata fino al 3 marzo, mentre Alvear si attestò a Corrales, 150 chilometri a Sud-Ovest del guado di Rosario do Sul e 100 a Ovest di Bagé. Riorganizzate le truppe, il 13 aprile Alvear riprese l’offensiva contro il Rio Grande e il 18, dopo cinque giorni di marcia sotto una pioggia torrenziale, entrò nuovamente a Bagé. Ripetendo la manovra compiuta due mesi prima, il 23 aprile 2.500 cavalieri argentini e orientali (N. 1, 2, 8 e 9) varcarono il Camacuà Chico per sorprendere 1.600 brasiliani, i quali riuscirono a sganciarsi con 50 perdite. Gli argentini tornarono a Bagé per Santa Tecla, tuttavia l’azione provocò la dispersione delle 3 divisioni imperiali e lo stesso giorno Barbacena fu sostituito dal generale Carlos Federico Lecor.

Ma Alvear rimase bloccato a Bagé per mancanza di cavalli e il 16 maggio dovette distaccare Lavalle a procurare nuove cavalcature. La colonna si spinse a Sud-Est verso la Laguna Mirim. Raggiunta Yerbal il 21 senza aver trovato un solo cavallo, nel viaggio di ritorno Lavalle fu molestato da 200 irregolari di Calderon e Yucas Teodoro, con i quali ebbe uno scontro il 25. Il 19 agosto 1827 un distaccamento di 400 uomini, agli ordini del colonnello Isaac Thompson, fallì un attacco contro la munita fortezza di Punta del Este, espugnata però il 28 con l’apporto degli orientali di Arellano. Nel 1827 i colorados e i dragones orientales fecero una diversione sul Cerro Largo e nel 1828 accamparono successivamente a Sarandì, agli arroyos delle Canne e del Chivy, a Tacuarì e Sarandì. L’ultima operazione terrestre fu una seconda spedizione verso Yerbal e la Laguna Mirim alla ricerca di cavalcature fresche. La guidò Lavalleja, il quale si spinse poco più a Sud di Yerbal, fino all’accampamento nemico di Padre Filiberto, dove, il 22 febbraio 1828, sostenne uno scontro con gli avamposti. Ritiratosi, lasciò in retroguardia Laguna con il N. 16, che il 15 aprile, all’arroyo delle Canne, fu sorpreso da 3 battaglioni e 3 reggimenti imperiali comandati dal maresciallo Brown e costretto a ritirarsi su Melo (Cerro Largo) con gravi perdite. Il governo Dorrego e la pace di Montevideo (27 agosto 1828) Intanto le proteste dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti costrinsero i brasiliani a togliere il blocco navale a Buenos Aires. Ma quando l’Inghilterra convinse il Brasile a riconoscere l’indipendenza dell’Uruguay, Rivadavia fu accusato di aver compromesso la sovranità argentina e costretto alle dimissioni. Gli successe di fatto il suo principale accusatore, il colonnello progressista Manuel Dorrego (1787-1828), capo dei federalisti bonearensi. Ma fu proprio il governo Dorrego, pressato dall’Inghilterra, a negoziare la convenzione preliminare di pace firmata a Montevideo il 27 agosto 1828 dai rappresentati argentini Juan Ramon Balcarce e Tomas Guido. Entrambe le potenze rinunciavano alle rispettive pretese sulla Banda Oriental, che diventava stato indipendente sotto la garanzia congiunta delle potenze confinanti. Sospesa dalla successiva caduta di Dorriego e dalla guerra civile, la ratifica argentina slittò al luglio 1830, quando il governo Rosas riconobbe formalmente l’indipendenza uruguaiana. Per effetto della convenzione la 2a Division del brigadiere José Maria Paz, o Division argentina de observacion, composta da 1 battaglione cazadores (N. 3) e 5 reggimenti di cavalleria di linea (NN. 1, 2, 8, 9 e 17) rimase nella Banda Oriental fino all’insediamento del nuovo governo uruguayano. La Divisione si reimbarcò il 1° gennaio 1829 a seguito della guerra civile nel frattempo scoppiata in Argentina.

3. - LA GUERRA CIVILE
E LA VITTORIA FEDERALE

(1826-31) La guerra del Nordovest (9 ottobre 1826 - 6 luglio 1827) Come si è accennato, lo sforzo bellico contro il Brasile fu debilitato dalla contemporanea guerra civile tra i caudillos unitari e federali per il controllo delle nove province occidentali. Prodromi della guerra furono i colpi di stato federali a Mendoza e San Juan e quello unitario a Tucuman. E’ interessante osservare che a determinare il successo del colpo di stato mendosino fu proprio Juan Lavalle, futuro e ultimo campione della causa unitaria. Infatti il 28 giugno 1824 Lavalle intervenne, su richiesta di José Cabrero e Lorenzo Barcala, comandanti di due corpi di milizia mendosina, in appoggio alla sollevazione contro il governatore unitario José Albino Gutierrez, passato poi al governo della Catamarca. Analogo intervento compì a San Juan, il 9-10 settembre 1825, il brigadiere Félix Aldao, il quale, organizzata con milizie mendosine una Division auxiliar de los Andes, sconfisse a Las Lemas i ribelli unitari di Placido Fernando Maradona e rimise in carica il governatore Salvador Maria del Carril, che era stato deposto il 26 luglio. Fu invece il colonnello unitario Gregorio Aràoz de Lamadrid a deporre e sostituire, nel novembre 1825, Javier Lopez, caudillo federale di Tucuman. Nei mesi seguenti Lamadrid promosse una lega unitaria con Gutierrez e Juan Antonio Alvarez de Arenales, caudillos di Catamarca e Salta, alla quale si contrappose la lega federale stretta da Juan Bautista Bustos, Facundo Quiroga e Santiago Felipe Ibarra, caudillos di Cordoba, La Rioja e Santiago del Estero. Il 9 ottobre 1826 la milizia riojana, comandata dal capitano Pantaleon Argagnaràz, sconfisse a Coneta le truppe unitarie di Gutierrez, installando a Catamarca il colonnello federale Felipe de Figueroa. In due settimane, ripreso il potere grazie a truppe tucumane, Gutierrez fu nuovamente deposto dai riojani di Figueroa e, inevitabilmente, gli eserciti delle due province, forti entrambi di 1.000 uomini, si dettero battaglia il 27 ottobre a El Tala. Lamadrid ebbe la peggio, ma, salvato da una donna, sopravvisse a nove sciabolate e ad una pallottola a bruciapelo. Per quasi due mesi le truppe riojane devastarono la provincia tucumana, ritirandosi poi di fronte all’esercito saltegno del generale Francisco Bedoya, spedito da Arenales in soccorso di Lamadrid. A loro volta i saltegni invasero La Rioja, rallentati dai difensori con la tattica della “terra bruciata”. Il 31 dicembre, quando era già in vista della capitale nemica, Bedoya fu richiamato da Arenales per reprimere la rivolta nel frattempo scoppiata a Salta per opera di Francisco Gorriti. Il 7 febbraio 1827, mentre stavano tornando a Salta, i soldati di Bedoya furono circondati e massacrati a Chicana dai ribelli di Gorriti: uno solo scampò all’eccidio. Arenales riparò in Bolivia, ma il nuovo governatore continuò la sua politica, inviando nuovi rinforzi a Lamadrid, reintegrato al governo di Tucuman. Riorganizzato l’esercito tucumano, Lamadrid aperse un nuovo fronte spiccando contro Ibarra il colonnello Jerònimo de Helguera, battuto però dalle forze riojane e santiaguegne il 29 giugno a Palma de Redonda. La battaglia decisiva avvenne il 6 luglio al Rincon o Manantial, a 10 chilometri da Tucuman, dove Lamadrid fu sconfitto da Quiroga e costretto a raggiungere Arenales in Bolivia. Fuggì anche Gorriti, prevenendo l’imminente rivoluzione federale di Salta. In tal modo tutte le province occidentali fino a Santa Fe restavano in mano ai caudillos federali. E le successive dimissioni di Rivadavia, sostituito da Dorrego, completarono il trionfo dell’idea federale anche nella provincia bonearense, seppellendo la costituzione unitaria del 1826. Il governo Lavalle, la ribellione di Rosas e l’intervento di Lopez (1° dicembre 1828 - 29 marzo 1829)

Restava però in piedi l’esercito nazionale (ma di fatto bonearense), agguerrito da due anni di campagna contro l’esercito imperiale e furibondo per la svendita diplomatica della gloriosa vittoria di Ituzaingò. Non più controllato da Alvear, rimosso assieme a Rivadavia, le due divisioni nazionali erano rimaste al comando dei generali Paz e Lavalle. Come abbiamo visto, quest’ultimo aveva dato nel 1824 un contributo decisivo alla ribellione federale mendosina, ma la polemica con Dorrego lo riavvicinò alla fazione unitaria, vinta ma non doma. Il trattato di Montevideo consentì loro di ritorcere l’accusa di tradimento contro Dorrego, il quale reagì sospendendo la libertà di stampa. Ma intanto tornava la 1a Divisione nazionale al comando di Lavalle, che il 1° dicembre occupò piazza della Vittoria con i lanceros di Olavarria, i cazadores di Olazabal e i colorados di Vilela, impadronendosi della Fortaleza. La sera stessa, arringata dal dottor Julian Segundo Aguero, un’assemblea popolare riunitasi nella cappella di San Rocco dichiarò decaduto Dorrego eleggendo governatore Lavalle, il cui primo atto fu lo scioglimento della legislatura. In suo sostegno venne costituita anche una Legione formata dai residenti francesi e italiani. Il governatore spodestato raggiunse Juan Manuel Rosas, che aveva già riunito 2.000 colorados federali. Stimando però di non potersi opporre da soli ai 1.500 veterani di Lavalle, i due capi federali invocarono l’intervento del caudillo santafesino Estanislao Lopez. Il 6 dicembre, delegato il potere politico al contrammiraglio Brown, Lavalle marciò su Navarro, 80 chilometri a Sud-Ovest della capitale, dove si trovava il suo nemico. L’8 Dorrego respinse la resa onorevole offertagli da Lamadrid e il 9 si fece sconfiggere in battaglia, ritirandosi poi verso Areco con gli ultimi seguaci. Catturato dagli inseguitori, fu riportato a Navarro, dove il 13 venne fucilato per ordine di Lavalle. La fucilazione di Dorrego determinò la coalizione delle otto province più agguerrite (Cordoba, Mendoza, San Luis, San Juan, La Rioja, Santiago del Estero, Santa Fe e Entre Rios). Neutrali rimasero soltanto le quattro settentrionali, Tucuman, Catamarca, Salta e Corrientes, già devastate dalla guerra precedente. La coalizione ebbe però un valore esclusivamente politico e non militare: non venne infatti costituito alcun esercito comune, benchè Lopez si autonominasse “primo generale della Confederazione”, dando a Rosas (ripiegato a Rosario dopo la sconfitta di Navarro) il titolo di “secondo”. Intanto Lavalle venne rinforzato dalla 2a Divisione nazionale di Paz, rimpatriata dalla Banda Oriental ai primi di gennaio. L’asse strategico della seconda guerra bonearense - santafesina fu ancora una volta il Paranà. Il primo scontro si ebbe il 28 gennaio 1829 all’avamposto federale dell’arroyo del Medio (confine interprovinciale), sorpreso da una pattuglia di 17 husares lavallisti. Il 5 febbraio, al Rincon di Santa Fe, vi fu una sparatoria tra 150 montoneros santafesini e l’equipaggio della goletta Sarandì. Ma l’insurrezione federale della campagna bonearense aperse stavolta un nuovo fronte a Sud della capitale. Il 7 febbraio, alla Laguna delle Palmette, 500 montoneros rosisti di Manuel Mesa e José Luis Molina furono annientati dai colonnelli Isidoro Suarez e Juan Pascual Pringles con reparti del N. 5 husares e del N. 17. Pronto ormai a marciare contro i santafesini, Lavalle lasciò a fronteggiare i rosisti, a Nord-Ovest e a Sud della capitale, i colonnelli Federico Rauch e Ramon Estomba. L’uccisione di quest’ultimo, comandante della Frontera Sur (2 squadroni del N. 7 e 1 compagnia di fanteria a Fortaleza Protectora Argentina, Bahia Blanca) determinò subito lo sbandamento della colonna. Rauch fu invece sorpreso e ucciso il 28 febbraio alle Vizcàcheras presso il Rio Salado. Il 29 marzo, nello stesso luogo, subì identica sorte anche il colonnello del N. 4 Nicolas Medina, attirato nell’imboscata con un finto attacco su Monte. Il successo di Paz e la sconfitta di Lavalle (3 aprile - 26 giugno 1829) Secondo la tattica abituale, le montoneras santafesine non avevano opposto resistenza all’avanzata di Lavalle il quale, raggiunta inutilmente San Lorenzo, si rassegnò alla ritirata. Congiuntisi il 3 aprile a Desmochados, Lavalle e Paz decisero di aprire un nuovo fronte a Cordoba, dove Paz si diresse con la sua divisione veterana. Bustos si attestò a San Roque con le sue forze, costituite dagli avanzi, invecchiati e infiacchiti, del vecchio Ejército del Norte ammutinatosi nove anni prima ad Arequito. Ignorando le offerte di negoziato avanzate da Bustos, il 22 aprile, con una manovra sul fianco nemico, Paz sbandò le truppe cordobesi, i cui capi si rifugiarono dal caudillo riojano Quiroga.

Rimasto a Buenos Aires, Lavalle annaspava contro l’insidiosa guerriglia rosista e la crescente erosione del suo potere, per giunta ingolfato in un pericoloso braccio di ferro diplomatico con il console francese Mendeville, insorto contro l’inutile disposizione del 1° aprile che negava i passaporti d’uscita dalla capitale agli stranieri che non avessero previamente adempiuto all’obbligo di farsi registrare nei ruoli della milizia. Ormai con l’acqua alla gola, il 14 aprile spedì perfino emissari da San Martin ad offrirgli, invano, il comando militare e politico della provincia. Intanto Lopez era passato all’offensiva, accampandosi con Rosas alla Finca di Alvarez, sulla sinistra del Rio Las Conchas, poco a Nord della capitale nemica. La notte sul 25 aprile Lavalle sorprese il campo nemico, ma la cavalleria santafesina si disperse abilmente senza dare battaglia. Il giorno seguente Lavalle tentò nuovamente di annientare le forze di Rosas al Ponte di Marquez sul Rio Matanza (attuale Rio Reconquista), ritirandosi poi senza risultati decisivi ai Tapiales di Altolaguirre, a 4 leghe da Buenos Aires. Di ritorno in città, il 29 e 30, la cavalleria unitaria disperse due montoneras presso la Chacra di Larrea e al Paso di Burgos. Le due operazioni consentirono comunque di ristabilire un avamposto di 325 fanti e 1 cannone all’arroyo del Medio, dove il 6 giugno il generale Ignacio Alvarez respinse un’incursione di 400 montoneros. Ma, a seguito del contenzioso con Mendeville, il governo Lavalle dovette subire una grave umiliazione, perchè il 21 maggio il comandante della squadra francese, visconte di Venancourt, sequestrò varie navi argentine, col pretesto di cercare eventuali prigionieri francesi. Il braccio di ferro, strumentalizzato da Rosas, si concluse il 2 giugno col rilascio delle navi, ma contribuì a favorire una soluzione politica del conflitto bonearense. Così il 24 giugno, a Cagnuelas, Rosas e Lavalle firmarono la cessazione delle ostilità e l’elezione di un nuovo governatore al di sopra delle parti, concordando in una clausola segreta sul nome di Félix Alzaga e su una lista dei deputati che dovevano comporre la nuova legislatura provinciale. Le elezioni si svolsero due giorni dopo, ma videro il trionfo della lista ufficiale unitaria anzichè di quella segretamente concordata con Rosas. Così, cedendo alle proteste di Rosas, Lavalle annullò le elezioni, disgustando in tal modo anche gli ultimi seguaci. Intanto Cordoba era stata nuovamente sconvolta dal vano intervento di Quiroga per rimettere al potere Bustos. Falliti in maggio una prima incursione e un successivo tentativo di ottenere rinforzi puntani, ai primi di giugno Quiroga operò una seconda invasione da Rio Cuarto (190 chilometri a Sud-Ovest di Cordoba). Paz gli mosse incontro con 2.500 veterani, lasciando indifesa la capitale della provincia, subito occupata con abile manovra dall’intero esercito riojano. Lasciatavi la fanteria, il caudillo si attestò con 1.500 cavalieri alla Tablada, dove il 22 giugno fu attaccato da Paz. Le furiose cariche di Aldao e Quiroga, già contenute dalle controcariche di Lamadrid e Pringles, si schiantarono contro il fuoco dei cazadores (N. 5) sostenuti da 2 cannoni. Il giorno seguente, riuniti gli ultimi 1.000 cavalieri, Quiroga piombò sulla retroguardia dell’esercito unitario in marcia verso Cordoba. Benchè imbottigliati in una strettoia, i veterani di Paz riuscirono tuttavia a contrattaccare e disperdere i riojani. Il trionfo di Rosas (24 agosto - 6 dicembre 1829) Al successo di Paz corrispose la definitiva estromissione di Lavalle, che il 24 agosto, a Barrancas, sottoscrisse le dure condizioni pretese da Rosas, vale a dire il suo allontanamento da Buenos Aires e la designazione del generale Juan José Viamonte come governatore interinale fino alla convocazione della legislatura provinciale. Quest’ultima si riunì il 1° dicembre, anniversario del suo scioglimento da parte di Lavalle, che nel frattempo si era rifugiato in Uruguay. Sei giorni dopo Rosas fu eletto governatore e capitano generale della provincia bonearense e la legislatura provinciale gli conferì poteri straordinari. Appena entrato in carica lanciò tre distinti proclami, uno al popolo, un altro alle due forze armate e il terzo alle milizie della provincia, nel quale faceva intendere di considerarle il vero pilastro del suo governo. Tra i primi atti di governo, il 27 gennaio e il 20 marzo 1830, vi furono la restituzione ai proprietari dei cavalli requisiti a seguito del decreto 23 maggio 1829 e l’aumento della metà delle paghe e delle pensioni militari, raddoppiate per le truppe di frontiera, adeguandole al caro

vita verificatosi nell’ultimo quadriennio. Ma al tempo stesso Rosas tenne a presentarsi come lo scrupoloso difensore della legalità repubblicana, respingendo come “pericolosi per la libertà del popolo”, due progetti di legge del 9 dicembre che dichiaravano “libelli diffamatori” gli scritti antirosisti pubblicati sotto il governo Lavalle, gli conferivano il grado di brigadiere e gli dedicavano una medaglia d’oro della Provincia bonearense quale “restaurador de sus leyes” e col motto, ispirato all’esempio di Cincinnato, “cultivò su campo y defendiò la patria”. La sconfitta di Quiroga e la Liga del Interior (7 gennaio - 5 luglio 1830) Con l’esilio di Lavalle l’esercito di Paz era adesso l’unico ostacolo alla vittoria dei federali. Ma, lungi dal chiudersi nella roccaforte cordobese, Paz tentò di distruggere l’esercito riojano, perno del potere federale, ma il 7 gennaio 1830 il distaccamento del colonnello Justo Lobo fallì con gravi perdite l’attacco su Ancaste, dov’era accampato il generale José B. Villafagne, vicecomandate riojano. Poi lo stesso Quiroga invase nuovamente Cordoba con truppe fresche e il 18 febbraio Paz gli mosse nuovamente incontro. Il 24, quando si trovava ormai prossimo al campo nemico di Oncativo (60 chilometri a Sud-Est di Cordoba), Paz ricevette emissari di Rosas con la proposta di una soluzione negoziale. Tuttavia, non potendo costoro garantirgli il ritiro delle forze riojane dalla provincia invasa, Paz proseguì l’avanzata e all’alba del 25 febbraio attaccò con tutte le forze, su tre colonne, la sinistra federale, dove Quiroga fece convergere la cavalleria dell’ala destra. La carica di Lamadrid e Juan Gualberto Echeverria si infranse sugli 8 cannoni riojani, ma la cavalleria di riserva guidata da Juan Esteban Pedernera disordinò la sinistra federale, subito caricata anche dalla fanteria del colonnello José Maria Vilela. I federali cominciarono a perdere terreno, lasciando scoperta la fanteria del centro, che si difese valorosamente dentro un boschetto finchè non fu costretta ad arrendersi. Paz guidò personalmente, per 30 chilometri, l’inseguimento dei resti della cavalleria federale. Quiroga riuscì a salvarne soltanto una piccola parte, con la quale raggiunse Buenos Aires mettendosi sotto la protezione di Rosas. Padrone ormai dell’Interno, Paz spiccò i suoi luogotenenti a deporre i governatori federali delle province limitrofe: Lamadrid alla Rioja, Santiago Albarracin a San Juan, José Videla Castillo a Mendoza, Roman Deheza a Santiago del Estero. Queste province, con quelle di Tucuman, Salta, Jujuy, Catamarca e Cordoba formarono il 5 luglio una Liga del Interior, riconoscendo a Paz il supremo comando militare. Il Pacto Federal e l’annientamento degli unitari (4 gennaio - 4 novembre 1831) Il 4 gennaio 1831 Rosas e Lopez replicarono con il Pacto Federal, una alleanza offensiva e difensiva fra le province del Litorale (Buenos Aires, Santa Fe, Entre Rios e Corrientes) che, pur riconoscendo la più larga autonomia interna alle province confederate, assegnava a quella bonearense la direzione generale delle relazioni esterne e delle forze armate. Il piano strategico prevedeva una controffensiva di Quiroga su Rio Cuarto, una di Ibarra su Santiago del Estero e un’offensiva su Cordoba dei santafesini di Lopez e dei federali cordobesi di Francisco Reynafé, sostenuti, non appena possibile, da un contingente bonearense al comando di Balcarce, affiancato da Martinez quale capo di stato maggiore. Era però subito disponibile la forza di sicurezza del distretto settentrionale, composta da 3 reggimenti bonearensi (N. 5 husares e N. 4 e 6 colorados) e 600 miliziani santafesini, con la quale il 1° aprile 1830 il colonnello Angel Pacheco aveva affrontato e respinto una incursione indiana. Questa forza fu la prima ad entrare in azione contro Paz e già il 5 febbraio 1831 sbaragliò a Fraile Muerto (Bell Ville) la Divisione Pedernera, aprendo a Quiroga la strada di Rio Cuarto. I santafesini mossero su Cordoba il 4 febbraio: il 16 e il 17 le colonne di testa (colonnello Agustin Sosa e comandante José Diaz) sorpresero reparti unitari di sicurezza a El Tio (130 chilometri a Est di Cordoba) e alla Posta de Miranda. Il 1° marzo Sosa respinse a Totoral Chico, con 60 perdite, il maggiore Mariano Santibagnez. Il 3 marzo Paz e Lopez si affrontarono in una incerta battaglia d’incontro a Calchines, a 80

chilometri da Cordoba. Seguirono sei scontri minori, cinque dei quali vinti dai federali: Francisco Reynafé e Manuel Lopez il 7 marzo a Totoral Chico e all’Arroyo San José, Saturnino Arredondo il 5 aprile al passo del Carnero, Gervasio Espinosa il 9 al Manantial, Dionisio Coronel il 13 a Loreto. L’unico successo unitario lo riportò José Diaz il 18 aprile a Binara, contro il caudillo Severo Avila. I cacicchi Payné, Guete e Piena approfittarono della guerra civile per effettuare un malon alla frontiera cordobese. Il 7 maggio Sosa ne raggiunse una parte ai campi della Barranquilla recuperando 600 cavalli e 4.000 vaccine. Intanto era entrato in azione anche Quiroga, che il 5 marzo aveva ottenuto la resa di Rio Carto catturandovi 400 fanti cordobesi. Pringles aveva salvato la cavalleria, ma, inseguito dal colonnello José Ruiz Huidobro, era stato sorpreso e ucciso il 18 marzo presso Rio Cuarto. Il 24 un distaccamento di Quiroga era penetrato a Las Catitas (Mendoza), tagliando le comunicazioni di Paz con la provincia cuyana. Il 28 l’intero esercito di Quiroga aveva attaccato al Rodeo del Chacon la divisione del colonnello José Videla Castillo, forte di 2.000 uomini. La fanteria unitaria aveva sostenuto le cariche della cavalleria federale, disperdendosi però durante la ritirata. Tenendosi sulla difensiva, Paz conservava ancora la capitale e metà delle sue forze, ma l’imminente arrivo di Balcarce lo obbligava ad una disperata lotta contro il tempo. Così si risolse a dare battaglia contro Lopez: ma il 10 maggio, mentre effettuava una ricognizione alla Lagunilla, presso El Tio, fu agganciato da due luogotenenti di Reynafé, Esteban Costa e Bartolo Benavidez. Al calar della notte Paz cercò di esfiltrare, ma, riconosciuto, venne catturato. Assunto il comando, Lamadrid ricondusse la cavalleria a Cordoba, ma all’avvicinarsi di Quiroga dovette risolversi ad evacuare la capitale, rifugiandosi a Tucuman. Dopo la schiacciante vittoria riportata il 31 maggio ad Andalgalà dai riojani di Figueroa contro gli unitari di Gorriti, l’inverno sospese l’offensiva federale. Ma il 10 ottobre Quiroga marciò su Tucuman. Il 16, a Miraflores, gli unitari respinsero l’avanguardia del colonnello Juan de Dios Vargas e il 20 Javier Lopez sconfisse a Rio Hondo la colonna santiaguegna di Felipe Ibarra. Questi rovesci non fermarono però la marcia di Quiroga. Il 4 novembre, dopo aver percorso 1.500 chilometri in 24 giorni, 1.700 federali attaccarono 1.950 unitari, che Lamadrid aveva schierato davanti alla cittadella di Tucuman, con la fanteria e i pezzi al centro e la cavalleria alle ali. La cavalleria federale le attaccò simultaneamente: prima a cedere fu la destra di Javier Lopez, poi la sinistra di Pedernera. La fanteria unitaria, formata dal vecchio N. 2 de cazadores del tenente colonnello José Videla del Castillo, resistette due ore e mezzo: poi, perduti i cannoni, i 250 veterani di Ituzaingò furono acuchillados dai loro fratelli argentini. Anche i 33 capi unitari che si erano arresi furono giustiziati sul posto per ordine di Quiroga. La guerra era finita.

4. LA POLITICA MILITARE
DELL’HACENDADO

ROSAS

(1829-36) La expedicion al desierto (20 gennaio - 25 novembre 1833) Il 1832 fu il primo anno, dopo ben ventisei, trascorso interamente senza che sangue argentino fosse versato in battaglia. Ma Rosas lo impiegò per preparare l’expedicion al desierto, con la quale intendeva risolvere una volta per tutte, con la massima durezza, la secolare questione indiana, stabilendo una frontiera sicura dalle Ande alla Patagonia. La spedizione, nominalmente comandata dal brigadiere Quiroga, già malfermo in salute, prevedeva un’avanzata su tre colonne parallele. Rosas, che nel dicembre 1832 aveva lasciato il governatorato a Balcarce, si aggregò alla Divisione Izquierda (orientale) del colonnello maggiore Angel Pacheco, che doveva raggiungere il Rio Colorado e fare ricognizioni sul Rio Negro a monte di Choele Choel e fino alla confluenza col Neuquen. Ruiz Huidobro e Aldao assunsero invece il comando delle Divisioni Central e Derecha (occidentale), che dovevano proteggere i fianchi e le retrovie di Rosas e Pacheco raggiungendo, rispettivamente, il Rio Colorado e la confluenza dei fiumi Neuquen e Limay alle falde della Cordigliera andina. Con base a Monte, la Divisione bonearense era la più forte:
Ø1 battaglione negro (Libertos); Ø2 picchetti dei battaglioni Guardia Argentina e Defensores del Honor Nacional; Ø5 squadroni di cavalleria di linea (N. 3, 4, Escolta) e blandengues (N. 2 e 6); Ø1 picchetto di cavalleria di linea (N. 5 husares); Ø1 squadrone di caballeria patricia (Lanceros de Buenos Aires); Ø2 reggimenti colorados (N. 9 e 10); Ø1 reggimento sanjuanino di Auxiliares de los Andes; Ø52 artiglieri, 25 marinai, 42 maestranza, 16 medici, ingegneri e astronomi.

Prima che avesse inizio la spedizione, il colonnello Narciso del Valle, nuovo comandante del N. 5 colorados di Monte, dovette affrontare una razzia araucana sulle estancias di Madrid, Baudriz, Loberì e Arroyo de las Balleras, agganciando l’indiada il 20 gennaio e il 28 febbraio 1833 a Salinas Chicas e Cristiano Muerto e recuperando 3.000 capi. Quiroga partì poco dopo da San José del Morro con la Divisione centrale, riannodandosi a metà marzo a Rio Cuarto assieme al contingente cordobese fornito dal nuovo caudillo federale Reynafé. Ma l’avanzata nel deserto fu lenta e faticosa perchè ad ogni tappa occorreva scavare i pozzi per abbeverare uomini e quadrupedi. Il 16 marzo, alle Acollaradas (o Acolladeras), presso la Laguna Soven, i mille uomini di Ruiz Huidobro formarono i quadrati per respingere le cariche frontali di un migliaio di indiani guidati dal cacicco Yanquetruz. Alle operazioni cooperò anche la Divisione occidentale, che il 23 e il 31 marzo distrusse due tolderias, costringendo Yanquetruz a ritirarsi a Meuco e attestandosi poi a Limay Mahuida in attesa di collegarsi con le altre due Divisioni. Ma il 16 maggio gli araucani si vendicarono massacrando 30 soldati di Aldao, catturati in un’imboscata al Passo della Balsa.

Rosas e Pacheco erano partiti per ultimi, il 22 marzo. Alleatosi strada facendo con alcune tribù di indios amigos e stabilita una linea di collegamento con Monte, l’11 maggio Rosas si accampò a Médano Redondo sul Colorado. Dopo essersi fortificato, il 26 maggio spiccò vari distaccamenti a riconoscere il Rio Negro e collegarsi con le altre colonne: Delgado, Ramos, Miranda, Ibagnez e Pacheco, che il 26 giugno distrusse la tolderia del cacicco Payllarén. Il giorno seguente anche l’avanguardia della Divisione centrale (Torres) ebbe uno scontro con la banda dei cacicchi Coronado e Huinca Renanco, senza però poterla inseguire e annientare. Ma alla fine di luglio una grave crisi politica col governatore cordobese Reynafé costrinse Quiroga a ritirarsi e poi a sciogliere la Divisione rinviando i contingenti alle rispettive province. Reynafé lo sospettava infatti, probabilmente a torto, di aver istigato un complotto dei suoi nemici per togliergli il governo della provincia, peraltro sventato dalle truppe lealiste che il 14 luglio avevano schiacciato i ribelli alla Tablada. La ritirata di Quiroga scaricò su di lui la responsabilità del fallimento della spedizione al deserto, intrapresa con forze insufficienti, sparpagliate su un territorio immenso, con una caballada di pessima qualità e senza un previo accordo con il Cile, consentendo così agli indiani di rifugiarsi in un territorio sicuro. Rosas, che era il vero responsabile degli errori strategici, ebbe invece l’occasione di apparire come il salvatore della spedizione compromessa da Quiroga. Infatti Pacheco risalì il Rio Negro con uno squadrone del N. 4 stendendo fortini, alla fine di ottobre raggiunse la confluenza Neuquen-Limay e un mese dopo tornò al campo di Rosas a Médano Redondo, non senza aver annientato per via - il 25 novembre sul Rio Colorado la piccola banda dei cacicchi Cayupan e Archiman. Le dimissioni di Balcarce, l’uccisione di Quiroga e la dittatura di Rosas (11 ottobre 1833 - 1835) L’11 ottobre 1833, mentre Rosas era impegnato nel deserto, scoppiò nella capitale la cosiddetta revolucion de los Restauradores, vale a dire la sollevazione del 2° battaglione di fanteria di linea che aveva fatto parte della spedizione di Balcarce su Cordoba tornando poi nella vecchia caserma dell’Arsenale di Barracas. Capeggiati dal ministro Martìnez e da Pinedo, i partigiani di Rosas imposero le dimissioni di Balcarce, accusato di essersi allontanato dall’ortodossia unitaria. Si aperse in tal modo una intricata crisi istituzionale abilmente pilotata da Rosas, perchè lui ufficialmente rifiutava la rielezione al governatorato, ma nessun altro osava accettare la carica temendo di fare la fine di Balcarce. Il primo a rifiutare l’elezione fu Viamonte, il secondo lo stesso Rosas, malgrado la supplica rivoltagli dalla Sala de representantes. Seguirono i rifiuti di Tomas Manuel de Anchorena, Juan Nepomuceno Terrero e Angel Pacheco, finchè la carica fu assunta interinalmente dallo stesso presidente dell’assemblea, Manuel Vicente Maza, in modo da tenerla pronta per Rosas non appena tornato dalla campagna del deserto. Il rifiuto di Rosas rifletteva anche un certo timore di Quiroga, l’unico avversario potenziale rimastogli. La ritirata della sua Divisione aveva indebolito El Tigre del Llano, ma nel gennaio 1835 aveva riguadagnato prestigio mediando un accordo tra le province di Tucuman, Santiago del Estero e Salta, dopo la secessione di Jujuy sobillata dalla Bolivia e la battaglia di Castagnares, dove in dicembre i juguegni del neogovernatore José Maria Fascio avevano sconfitto i saltegni del governatore Pablo Latorre, fatto prigioniero e in seguito assassinato. Ma il timore di Rosas era inferiore a quello dei fratelli Reynafé, convinti che Quiroga avesse già tentato di prendersi Cordoba e che ci potesse riprovare. Con ogni probabilità furono proprio loro a commissionarne l’omicidio, mascherato da aggressione bandolera, avvenuto il 16 febbraio 1835 a Barranca Yaco, mentre tornava in carrozza a Buenos Aires. I due Reynafé furono poi condannati quali mandanti e fucilati il 25 ottobre 1836 assieme all’esecutore materiale, capitano Santos Perez, ma gli avversari di Rosas lo accusarono di essere il vero mandante dell’omicidio e di averne scaricato la colpa sui Reynafé. La notizia dell’uccisione di Quiroga sbloccò la crisi istiruzionale determinando, il 7 marzo 1835, l’elezione di Rosas, al quale fu inoltre conferita “la somma dei pubblici poteri”, formula più ampia delle “facoltà

straordinarie” godute nel precedente mandato. Inoltre la durata del nuovo mandato era stabilita in termini ambigui: all’articolo 1 si parlava di “un quinquennio”, all’articolo 3 di una durata discrezionale (“tutto il tempo necessario a giudizio del governatore”). I sei coraggiosi deputati che avevano espresso voto contrario furono destituiti e il provvedimento fu ratificato, con appena quattro voti contrari, da un farsesco plebiscito popolare. “Restauratore delle leggi”, come si definiva, o “nuovo Caligola”, come lo chiamavano i suoi nemici, Rosas continuò a definirsi federalista bollando gli avversari col titolo di “selvaggi immondi unitari”. Ma di fatto divenne il campione dell’egoismo economico portegno e il più fanatico assertore della sovranità della capitale sulle province. La sua politica fu improntata ad un liberalismo di fatto, privo però della progettualità riformista di Rivadavia e con un irrigidimento nazionalista nei confronti dell’influenza europea, in particolare quella francese, ritenuta potenzialmente sovversiva e dunque assai più pericolosa della dipendenza finanziaria dall’Inghilterra. Ossessionato dai nemici interni, instaurò un regime poliziesco protrattosi per 17 anni e, soprattutto negli ultimi dieci, di vero e proprio terrorismo, attuato dalla cosiddetta Mazorca (da “màs horcas” = “ancora forche”), una polizia segreta composta da sbirri, gauchos e delinquenti comuni, soprattutto di colore. Departamento de guerra y marina e Inspeccion y comandancia general de Armas Come ministro di guerra e marina Rosas scelse il brigadiere Juan Ramon Balcarce, dal quale dipendevano tre comandanti generali (il brigadiere Enrique Martinez de Armas, il colonnello Tomas Iriarte dell’artiglieria e il contrammiraglio Guillermo Brown della marina), l’uditore generale e il commissario del parque (una carica ripristinata il 16 ottobre 1830 per il colonnello Andrés Aldao). La comandancia general de artilleria fu poi soppressa in seguito al ritiro di Iriarte, trasferendone le funzioni al comandante del battaglione d’artiglieria. L’esercito includeva inoltre una plana mayor (4 brigadieri o colonnelli maggiori, 6 ufficiali superiori e 12 inferiori) alla quale fu aggregata nel 1833 anche l’Inspeccion de campagna. Nel dicembre 1832, quando Balcarce sostituì Rosas al governatorato, Martìnez gli subentrò al departamento di guerra e marina. Il 28 novembre 1834 il ministero fu riordinato in 1 oficina e 5 mesas, la prima delle quali assorbì le funzioni dell’inspeccion y comandancia de armas. Ma quest’ultima fu ripristinata nel 1835 nominando nell’incarico il colonnello maggore Agustin Pinedo. I nuovi reggimenti bonearensi (1829-36) I primi reggimenti di linea della provincia di Buenos Aires furono ricostituiti con decreto 1° ottobre 1829 sulla base dello squadrone Escolta, dei reggimenti di cavalleria N. 3, 4, 5 husares, 6 blandengues e 7 coraceros (colonnelli Félix Olazabal, Isidoro Suarez, Mariano Acha, Mariano Garcia e Anacleto Medina), dei battaglioni cacciatori N. 1 e 4 e del cuerpo de artilleria. Molto più forte di quello anteriore alla guerra col Brasile, nel 1829-33 l’esercito permanente della provincia contava un organico di 4.800 militari di linea, inclusi 800 fanti, 700 artiglieri e 3.182 cavalieri (inclusi 622 blandengues e 512 carabineros):
Ø2 battaglioni di fanteria di 400 uomini formati il 1° ottobre 1829 sulla base dei N. 1 e 4 di cazadores: N. 1 “Guardia Argentina” (col. Félix Olazabal: 1830 “Rio de la Plata”; 1832 “Guardia Argentina”; 1833 col. Antonio Ramirez; 1834 Mariano Benito Rolon) e N. 2 “Restauradores” (sciolto nel 1834 e ricostituito nel 1835 con personale di colore); Ø4 reggimenti di cavalleria di 640 uomini (inclusi 128 carabineros) formati il 1° ottobre 1829; N. 1 (ex-N. 3) ten. col. Hilario Lagos, con sede a Guardia de Rojas; N. 3 (4°/ N. 5 + Escolta) col. Gervasio Espinosa con sede a Buenos Aires; N. 4 (N. 4 + N. 7) ten. col. José Maria Cortina con sede a Junin (Fuerte Federacion); N. 5 (1°-3° e 5°/N. 5) col. Prudencio Rozas, 1831 José Maria Cortina, con sede alla Frontera Oeste; Ø1 reggimento di 522 blandengues (N. 6) ricostituito nel 1831 (col. Prudencio Rozas) con sede alla Frontera Sur (Chascomus, Quilmes e Lomas de la Ensenada);

Ø2 compagnie con 48 e 52 blandengues de la Nueva Frontera (col. Martiniano Rodriguez e ten. col. Manuelde Molina) costituite il 17.8. 1832 a Guardia Argentina (Bahia Blanca) in sostituzione del disciolto reggimento N. 2 de caballeria (costituito il 1°.10. 1829, col. Ramon Rodriguez) e poi raddoppiate a 4 compagnie (3 dragones e 1 cazadores); Ø1 Regimiento de Auxiliares de los Andes, formato a San Juan, incorporato nell’essrcito di Balcarce e poi trasferito alla Frontiera bonearense; Ø1 battaglione di artilleria (ten. col. José Maria Torres) a Barracas - 4 compagnie a piedi di 115 uomini; Øsquadrone di artilleria volante (col. Juan Pedro Luna) con sede a Monte, su 2 compagnie di 115 u. e 6 pezzi, più altre 2 di milizia aggregate; ØParque de artilleria (col. Luis Argerich) all’Arsenale di Barracas.

Quanto agli organici, il 1° battaglione Guardia Argentina contava 6 compagnie di 64 effettivi - quattro di fucilieri e due scelte (granatieri e cacciatori) più un picchetto di guastatori. Il 2° battaglione Restauradores sciolto a seguito dell’ammutinamento e ricostituito il 16 giugno 1835 sulla base del reparto negro della milizia attiva (defensores de Buenos Aires) e alloggiato nel vecchio ospedale Betlemitico e a Barracas - non aveva i guastatori, ma in compenso aveva una settima compagnia di artiglieri (capitano José Antonio Barbarin) distaccata all’Isola di Martin Garcia. Nel 1836 vennero costituiti altri 2 battaglioni, Independencia (2 compagnie scelte) e Libertad (7 compagnie inclusi granatieri, cacciatori e artiglieri) con sede nell’accampamernto generale di Santos Lugares, presso la capitale. In tutto 22 compagnie (12 fucilieri, 4 granatieri, 4 cacciatori e 2 artiglieri): dunque, in teoria, 1.400 uomini. Il Reglamento de exercicio y maniobras della fanteria fu pubblicato soltanto nel 1846, dodici anni dopo quello per la cavalleria. I reggimenti di cavalleria di linea contavano 4 squadroni su 2 compagnie di 64 effettivi, più 2 compagnie scelte di carabineros e 1 di milizia. Secondo l’ordinamento del 1829 l’artiglieria contava 6 compagnie attive (quattro a piedi e due volanti), ciascuna su 115 uomini e 6 pezzi, più altre 2 di milizia aggregate. Ma il battaglione d’artiglieria di Barracas fu sciolto nel 1834 per aver preso parte all’ammutinamento dei Restauradores e sostituito da deboli picchetti. Il 14 aprile 1835 fu ricostituita 1 sola compagnia con 3 soli ufficiali, al comando del maggiore Fernando Abramo. Tuttavia, come si è detto, furono poi costituite altre due compagnie autonome di artiglieria, aggregate ai battaglioni 2° Restauradores e 3° Libertad, con sede all’Isola di Martin Garcia e a Santos Lugares. La milizia attiva I corpi di milizia attiva bonearense organizzati durante la guerra civile (come ad esempio i granaderos de la guardia di Juan Esteban Rodriguez) furono sciolti dal governatore interinale Viamonte il 2 settembre 1829, mente Celestino Vidal riordinò i ruoli dei patricios della capitale (3 battaglioni e 1 squadrone lanceros) e dei colorados della campagna (12 squadroni a piedi e a cavallo di peones e gauchos riuniti in 6 reggimenti distrettuali). Aliquote di miliziani attivi prestavano servizio a rotazione semestrale presso le 6 compagnie di milizia aggregate (il 19 settembre 1829) allo squadrone di artiglieria volante di Monte e ai 4 reggimenti di cavalleria di linea, per un totale di 230 artiglieri e 256 cavalieri. Il minuscolo cuerpo médico permanente (appena 5 chirurghi e 3 farmacisti) era integrato dagli studenti di medicina, che il decreto 15 maggio 1834 assoggettò a 3 anni di servizio presso l’esercito (sostituibili con la partecipazione a 3 campagne). Il 14 ottobre 1830 il governatore delegato Marcos Balcarce riordinò la milizia attiva della capitale, sotto il controllo ispettivo del brigadiere Enrique Martinez, in due ruoli distinti per razza: il Reggimento dei patricios, nel quale erano iscritti i bianchi dai 17 ai 45 anni, inclusi gli stranieri e il Battaglione dei defensores de Buenos Aires, vale a dire negri e mulatti. Fu istituito inoltre un ruolo speciale degli auxiliares de policia (vale a dire la forza pubblica assegnata ai giudici di pace, agli alcaldi e ai loro luogotenenti) mentre alla milicia pasiva formata dagli esenti e dalle classi anziane si aggiunsero i ruoli speciali della plana mayor inactiva e quelli d’onore degli ufficiali senza incarico (guardia de honor) e dei veterani di San

Martin (Division de los Andes). Il decreto 4 dicembre 1830 sanzionava con 6 mesi di servizio di piazza la mancanza agli esercizi: in caso di recidiva la sanzione era di un anno di servizio nell’asamblea veterana. Nel 1840 il reggimento patricios fu riorganizzato su 20 compagnie (12 fucilieri, 4 granatieri e 4 artiglieri) raggruppate in 4 battaglioni (il 2°, 3° e 4° comandati dal generale Mariano Benito Rolon e dai colonnelli Augusto Robelo e Mariano Maza). Le disposizioni del 1845 prevedevano che l’istruzione avesse luogo nel tardo pomeriggio, nelle due ore prima del tramonto, ma poi fu spostata al primo mattino e portata a quattro ore, due prima e due dopo l’alba. La milizia passiva fu allertata soltanto nel 1831, al comando di Miguel de Azcuénaga, ma fu smobilitata il 19 settembre. Lo stesso anno, per sostituire le truppe di linea partite con Balcarce per il fronte cordobese, furono mobilitati 3 battaglioni (uno bianco e due negri) di milizia attiva. Il battaglione bianco, chiamato alle armi il 30 aprile, prese il nome di 4° patricios (colonnello Félix Alzaga e maggiore Juan Olleros) come il precedente battaglione mobilitato nel 1825 per la guerra contro il Brasile. I due battaglioni negri erano quello dei liberi (defensores de Buenos Aires) e quello dei liberti, costituito il 7 maggio col nome di Milicia activa de infanteria de libertos, reclutata in base ai decreti del 19 e 26 febbraio che obbligavano tutori e patroni a consegnare i liberti di oltre 15 anni alla caserma della guardia nazionale in Piazza di Marte (exRetiro), sotto pena di 400 pesos di multa da utilizzarsi per riscattare gli schiavi idonei che intendessero arruolarsi nelle truppe a piedi. Per la spedizione al deserto del 1833 le 4 compagnie di milizia aggregate alla cavalleria di linea mobilitarono altri 4 reggimenti di forza ridotta (N. 7 Junin, 8 Lobos, 9 Monte e 10 Chascomus) al comando del colonnello José Luis Molina, del tenente colonnello Francisco Sosa e dei comandanti del Valle e Juan Pablo Sosa. Il sistema di reclutamento dell’esercito permanente Il consistente aumento dell’esercito permanente amplificò i difetti del sistema di reclutamento basato quasi esclusivamente sull’arruolamento coattivo dei vagos e degli schiavi riscattati, un sistema al tempo stesso inefficace ed iniquo, fonte di cronica indisciplina e continua diserzione. L’unico provvedimento preso in merito direttamente da Rosas fu il decreto del 6 marzo 1830 con il quale, venendo incontro alle esigenze dei saladeros, si vietava di arruolare più della metà dei peones addetti ad una stessa azienda di produzione della carne salata e si consentiva ai saladeros di presentare rimpiazzi. Il già citato decreto di Balcarce del 14 dicembre 1830 imponeva altresì ai padroni (amos) di riscattare 2 schiavi idonei al servizio militare per ciascun peone alle proprie dipendenze, sotto pena di dover prestare 2 anni di ferma nella linea. Alla stessa pena era assoggettato il peone che, allo scopo di favorire l’elusione della legge, dichiarasse di essere schiavo anzichè libero. Il decreto 27 maggio 1832 beffò crudelmente i veterani dei presidi della Patagonia che stavano per essere congedati per fine ferma, perchè ne ordinò il trasferimento in 3 nuove compagnie di milizia (una per ciascuna delle tre armi) create in Patagonia. Il 21 dicembre, alla vigilia della spedizione al deserto, Balcarce concesse l’indulto ai disertori (veterani e di milizia) a condizione di presentarsi entro uno, tre o cinque mesi a seconda della residenza nella capitale, nella campagna oppure fuori della provincia. Trascorso tale termine i disertori catturati erano assoggettati a 3 anni di ferma: i veterani nel presidio delle Malvine, i miliziani nei corpi di linea. Il 13 gennaio 1835 si ordinò ai giudici di pace di procurare 2 reclute al mese ciascuno, rimettendole al comando generale delle armi tramite il capo della polizia. Ma il 16 giugno, per ricostituire il 2° battaglione di linea Restauradores, si fece ricorso ad uno dei 2 battaglioni negri di milizia attiva, quello dei defensores, destinati in blocco al servizio di linea. Il Campamento general di Santos Lugares L’accampamento di Santos Lugares (nell’attuale sobborgo General San Martin), appena Nord-Ovest della

capitale, sorse nel 1840 attorno alla nuova residenza di Rosas, ubicata nell’attuale Parque 3 de Febrero e composta da due grandi edifici circondati da una galleria coperta, comprendenti una cappella e la casermetta dell’Escolta, detta “maestranza”. L’accampamento includeva varie costruzioni destinate ad uffici, alloggi delle truppe, cucine, scuderie, infermeria e soprattutto il grande carcere detto della Crucija, destinato alla detenzione, alla tortura e alle esecuzioni degli avversari politici del tiranno. L’accampamento era alle dirette dipendenze del generale Agustin de Pinedo, inspector e comandante general de Armas, e in sua assenza del jefe del detall colonnello José Maria Montes de Oca. Costoro corrispondevano con Rosas tramite il capo della sua segreteria, il fedelissimo tenente colonnello Antonio Reyes. Nel 1847 l’esercito contava 4 battaglioni (Guardia Argentina, Restauradores, Libertad, Independencia), 3 squadroni (Escolta del Libertador, Dragones, Lanceros), 1 reggimento blandengues e 6 di cavalleria (N. 15 al Sud e N. 6 al Nord) e 1 compagnia di artiglieria di Buenos Aires. Nel 1848 il maggiore Ignacio Clavero organizzò al campo di Palermo un battaglione di formazione (Batallon Nueva Creacion) con elementi della Guardia Argentina, Escolta del Gobernador, Voluntarios Rebajados, 1° e 3° Patricios e 1 picchetto della brigata d’artiglieria. Nel 1849 il colonnello Martiniano Chilabert, che dal 1846 comandava l’artiglieria, organizzò all’accampamento di Santos Lugares la brigata d’artiglieria volante Honor Argentino, presente alla battaglia di Monte Caseros del 3 febbraio 1852.

5. L’OCCUPAZIONE INGLESE DELLE MALVINE,
LA GUERRA CONTRO LA

BOLIVIA,

LA DIFESA DELLA FRONTIERA INDIANA, E IL CONFLITTO CON LA FRANCIA

(1835-39) L’occupazione inglese delle Malvine L’interesse strategico dell’Arcipelago delle Malvine era riemerso nel corso della guerra di indipendenza con le operazioni navali argentine nel Pacifico, ma soltanto nel 1820, proprio nell’anno della grande anarchia e della fine dell’unità nazionale, il governo provinciale di Buenos Aires aveva deciso di formalizzare la propria sovranità spedendo il colonnello di marina David Jewett, con il corsaro La Heroina, a prenderne possesso, atto compiuto il 6 novembre a Soledad e notificato ai comandanti delle 50 navi mercantili e da pesca che in quel momento si trovavano nell’inospitale arcipelago. Il 28 agosto 1823 il governo concesse inoltre il diritto di colonizzazione e sfruttamento alla società promossa dall’amburghese Ludwig Vernet e dall’ex-capitano di blandengues Jorge Pacheco, che nel 1824 vi spedirono i brigantini Jerrick e Antelope e il peschereccio Rafaela comandato da Robert Schofield. Ma l’impresa si rivelò subito fallimentare, con una perdita di 30.000 pesos che indusse i soci a vendere le quote a Vernet. Non dandosi per vinto, nel 1826 Vernet ritentò personalmente l’impresa col brigantino Alerta e con alcuni coloni reclutati in Europa e Nordamerica. Resistendo contro ogni genere di difficoltà e contro lo scoraggiamento dei coloni, il 5 novembre 1828 Vernet ottenne dal governo Dorrego l’esclusiva della pesca e la proprietà di tutte le terre non concesse nel 1823 ad Angel Pacheco e di quelle riservate al governo argentino (10 leghe nella baia di San Carlos e l’Isola Staten-Land). Finalmente la colonia cominciò a prosperare grazie ai mercantili, ai quali offriva uno scalo più comodo anche se meno confortevole di quelli alternativi di Rio de Janeiro o Santa Catalina, troppo lontani dalla rotta. Ma la colonia era danneggiata dalla pesca e dalle matanzas di anfibi (in particolare lupi marini) effettuate dai pescherecci e dalle baleniere, le quali preferivano evitare Puerto Soledad facendo scalo nella vicina baia di San Salvador. Su suggerimento di Vernet il 10 giugno 1829 il governo Martinez gli riconobbe la “direzione e il governo politico-militare delle Malvine e della Terra del Fuoco”, suscitando la reazione del governo inglese, il quale raccomandò ai propri mercantili di fare scalo a Port Egmont per ribadire la propria sovranità almeno su quell’Isola. Ma la proibizione della pesca decretata dal governatore delle Malvine fu del tutto disattesa e provocò anzi, nel 1831, un grave incidente diplomatico con gli Stati Uniti quando Vernet fece bloccare 3 pescherecci con bandiera nordamericana, tra cui l’Harriet. Il 21 novembre il signor Slacum, che faceva funzioni di console statunitense a Buenos Aires, dopo aver inutilmente protestato con il ministro degli esteri Tomas Manuel de Anchorena, convinse il comandante della Lexington, una unità da guerra nordamericana che si trovava a Buenos Aires, ad effettuare una rappresaglia contro Puerto Soledad, che il 31 dicembre fu saccheggiata e distrutta. Il 10 settembre 1832 Balcarce nominò governatore delle Malvine il sergente maggiore d’artiglieria Esteban José Mestivier, che un mese dopo raggiunse Puerto Soledad con l’unica unità d’altura della minuscola marina militare bonearense, la goletta Sarandì. La comandava il tenente colonnello José Maria Pinedo, che il 3 gennaio 1833, morto Mestivier, non poté impedire al capitano inglese John Onslow, partito il giorno prima da Port Egmont con la fregata Clio, di sbarcare a Puerto Soledad e prenderne possesso in nome dell’Inghilterra.

Intanto, incoraggiato dall’Inghilterra, il Cile consolidava l’estremo confine meridionale occupando lo sbocco occidentale dello stretto di Magellano. Nel maggio 1843 su ordine del presidente Manuel Bulnes l’intendente di Chiloé spedì il capitano di fregata Julian Guillermos e il naturalista prussiano Bernardo Philippi, con la goletta Ancud, ad esplorare la Terra del Fuoco e i canali, per valutare la possibilità di stabilire una linea di rimorchiatori a vapore. Guillermos stabilì un fortino a Puerto Hambre (odierna Punta Arenas) presidiato da un picchetto di artiglieri e guardie nazionali. La guerra contro la Bolivia (13 settembre 1835 - 26 aprile1839) Come si è accennato, la secessione di Jujuy dalla provincia di Salta era stata istigata dal dittatore boliviano Andrés Santa Cruz, che aveva preso parte alla liberazione del Perù agli ordini di San Martin e poi di Sucre e di Bolìvar, al quale aveva intitolato la nuova Repubblica dell’Alto Peru. Nel 1835, intervenuto in Peru per soffocare una ribellione militare, Santa Cruz impose la confederazione delle due repubbliche e riprese l’ingerenza nell’inquieto Nordovest argentino sostenendo le attività sovversive dei fuoriusciti unitari ai quali aveva concesso asilo politico e approfittando delle faide tra caudillos federali. In particolare fu insidiata la sicurezza di Tucuman, governata da Alejandro Heredia, che il 19 settembre 1835, con truppe tucumane e santiaguegne, sconfisse a El Chiflon le truppe catamarquegne di Figueroa. Il 23 gennaio 1836, sulle rive del Famailà, Heredia sgominò anche Javier Lopez, che dalla Bolivia aveva invaso la provincia tucumana con gli esuli unitari, e due giorni dopo lo fece fucilare. Preoccupato dalla competizione commerciale con Lima e dal mutamento degli equilibri geopolitici, l’11 novembre 1836 il Cile dichiarò guerra alla confederazione panperuviana, col pretesto del mancato pagamento dei debiti contratti dal Peru durante la geurra di indipendenza. A volere la guerra fu soprattutto il potente ministro cileno Diego Portales (1793-1837), il quale fu però assassinato sette mesi dopo da militari ribelli. Merl conflitto, su proposta di Rosas, intervennero anche le Province Unite, rivendicando la sovranità argentina su Tarija, riconosciuta da Bolivar ma non da Santa Cruz. Il 13 febbraio 1837 le Province Unite ruppero le relazioni diplomatiche e il 19 maggio dichiararono guerra, designando comandante Alexandro Heredia e capo di stato maggiore suo fratello Felipe, governatore di Salta. Dopo aver facilmente respinto l’invasione cilena, a fine agosto i boliviani si occuparono del fronte saltegno, dove l’11 settembre il colonnello Campero occupò la quebrada di Humahuaca. Ma il giorno dopo Felipe Heredia, con 400 uomini, forzò il passo della Herradura costringendo Campero a parapettarsi sulle colline di Santa Barbara. Il primo assalto argentino, all’alba del 13, fallì per l’errata manovra dello squadrone di sinistra (Restauradores), coinvolgendo anche quello di destra (Cristianos de la Guardia). Il secondo, sferrato dalla compagnia tiradores e dallo squadrone di milizia, costrinse Campero a ritirarsi, ma a causa delòle perdite anche Heredia dovette retrocedere su Salta. A questo scontro seguirono otto mesi di stasi, interrotti l’11 dicembre e il 2-3 gennaio 1838 da due combattimenti a Vicugnay e al Rincon de las Casillas, presso Negra Muerta. Proseguirono tuttavia i tentativi boliviani di destabilizzare le province del Nordovest. Il 2 febbraio le forze lealiste schiacciarono ad Humahuaca la ribellione del Reggimento coraceros de la muerte, mentre il 29 marzo il colonnello Carrillo capeggiò una sollevazione contro Felipe Heredia a Santiago del Estero. Malgrado ciò alla fine di aprile, in concomitanza con l’offensiva cilena su Lima, mille argentini del Nordovest (colonnello Gregorio Paz) ne sferrarono una diversiva su Tarija, scontrandosi coi boliviani il 29 maggio a Laguna Acambuco e il 3, l’8 e il 9 giugno a Zapatera, San Diego e Pajonal. Una seconda colonna (colonnello Manuel Virto) partita il 5 giugno, venne fermata l’11 a Truya, mentre il 24 la retroguardia di Paz venne raggiunta e sconfitta alla Cuesta de Cayambuyo dalla fanteria boliviana. Intanto la morte del caudillo Estanislao Lopez, avvenuta il 15 giugno, dopo diciannove anni di governo, destabilizzò anche la provincia santafesina, dove il 2 ottobre il fratello, colonnello Juan Pablo Lopez, sostenuto da un contingente bonearense, si sollevò contro il nuovo governatore Domingo Cullen, battendo ai campi del Tala le forze lealiste del colonnello Pedro Rodriguez e assumendo il 21 ottobre, con l’aiuto del

caudillo entrerriano Pascual Echague, il governatorato della provincia. Il 20 novembre la guarnigione di Jujuy insorse contro il governatore Pablo Aleman, sostituito dal colonnello José Mariano Iturbe. Il 28 marzo 1839 il caudillo unitario Martiniano Rodriguez, che aveva tentato di rovesciare il caudillo federale cordobese, Manuel Lopez, venne sconfitto e fucilato agli Altos de Cordoba. Durante questi mesi erano proseguite, con alterne vicende, le operazioni navali, anfibie e terrestri attorno a Lima e al Callao. Il 20 gennaio 1839 Santa Cruz venne definitivamente sconfitto a Yungay dal generale cileno Manuel Bulnes (1799-1866) e dai ribelli peruviani del futuro presidente Agustin Gamarra (17851841) e costretto a rifugiarsi in Ecuador. Sciolta la confederazione, il 14 febbraio il nuovo presidente boliviano, generale Velasco, comunicò la fine della guerra, accettata e ratificata il 26 aprile dalle Province Unite. Nel 1841 Gamarra tentò a sua volta di annettere la Bolivia, ma il 18 novembre fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Ingavi, aprendo la strada al colpo di stato militare del Regenador Manuel Ignacio Vivanco e all’insurrezione costituzionale che nel 1844 lo sconfisse e lo esiliò, ottenendo poi la pacificazione del Peru. La sicurezza della frontiera indiana (22 ottobre 1836 - 2 ottobre 1843) Lungi dall’accrescere la sicurezza delle province bonearense, santafesina e cuyana, la spedizione al deserto innescò una violenta reazione delle tribù araucane. Il 1° ottobre 1836, alla Frontera Sur bonearense, i cacicchi Nayguin, Guele, Quiniher, Calfuin, Manguen, Collieo, Blan e Penchan, attaccarono Tapalqué, difesa dal colonnello Pedro Ramos. La battaglia durò tre ore ma tutti i cacicchi rimasero sul campo assieme a 200 guerrieri. Intanto si erano sollevati anche gli avipones, che il 22 ottobre furono annientati nella loro tolderia di Laguna Verde dal comandante interinale della Frontera Norte maggiore Domingo Pajon. Il 20 agosto 1837, a Bahia Blanca, il comandante del Fuerte Argentino, Martiniano Rodriguez, respinse dopo duro combattimento un attacco sferrato, con 1.600 guerrieri, dai cacicchi Alon, Meliguer e Milalco. Il 2 ottobre, ancora alla Frontera Sur, il colonnello Antonio Ramirez sorprese a Pozo del Parpa (o del Indio) un’indiada di 700 guerrieri guidata dal cacicco Miguel Cura, recuperando 1.600 cavalli e 5.000 bovini predati nella zona delle Barrancas del Salado. Il 25 giugno 1838 Ramirez sorprese nella sua tolderia del Resado un’altra indiada dei cacicchi Calfunao e Almada. Le tribù cilene dei ranqueles e boroganos vendicarono le stragi delle tolderias con una vera e propria offensiva militare contro le frontiere argentine, attaccando per prima quella santafesina al Ponte di Loreto con un migliaio di guerrieri, che furono però inseguiti e caricati al Pedernal da Juan Pablo Lopez. I guerrieri cileni investirono allora, una dopo l’altra, tutte e tre le Divisioni della Frontiera bonearense - comandate dai colonnelli Jacinto Andrada (Norte), Pedro Ramos (Centro) e Juan Pablo Sosa (Sur). Il 1° gennaio 1839 Ramos respinse i boroganos. Andrada, con appena 80 uomini, inseguì un’altra indiada verso la Laguna del Bagnal e il 10 marzo la sorprese ad Avispas Negras uccidendo 38 guerrieri, cattuandone 116 e liberando 6 ostaggi. Il 20 agosto Sosa, accampato a Tapalqué col 2 squadroni di linea (N. 3 e 6) e 2 reggimenti di milizia (Escolta de la Libertad e misto di colorados) fu attaccato di sorpresa da 1.200 ranqueles e boroganos. Il 3 novembre Sosa respinse un altro attacco di 600 guerrieri contro il Forte di Santa Catalina, uccidendone la metà. L’8 febbraio 1840 fu il maggiore dei dragones Francisco Iturra ad agganciare a Silque la banda del cacicco Rinquin, recuperando 1.500 capi di bestiame e 700 ovini. Soltanto nel settembre 1843 il cacicco Baigoirri poté effettuare un nuovo malon con un’indiada di 1.000 guerrieri. Il 2 ottobre ne caddero 140 all’arroyo del Medio, sorpresi dal colonnello Vicente Gonzalez, che recuperò 20.000 vaccine e 12.000 yeguarizos. La stazione navale arda e il secondo conflitto con la Francia (30 novembre 1837 - 11 ottobre 1838) Lo sviluppo del porto e dei cantieri navali della Boca, presso la capitale, fu dovuto sia al finanziamento della Baring Brothers sia alla massiccia immigrazione di marinai liguri, che fornivano capitano ed equipaggio al 70 per cento dei mercantili argentini, molti dei quali costruiti da cantieri “italiani” (come

Cichero e Badaracco). Inoltre la laboriosa colonia italiana della Boca era non soltanto più numerosa, ma anche più omogenea sotto il profilo regionale (essendo a netta prevalenza ligure) e meno turbolenta di quelle di Montevideo e di Rio de Janeiro, che erano invece le mete preferite dei fuoriusciti per ragioni politiche e gli epicentri delle attività rivoluzionarie italiane in Sudamerica. Ciò spiega l’interesse dimostrato dal Regno di Sardegna per il Rio della Plata, che fu visitato per la prima volta nel 1834 dalla fregata sarda Des Geneys. Nel 1837 - mentre l’ex-marinaio sabaudo Giuseppe Garibaldi (1807-82) combatteva contro il Brasile al comando della flottiglia della Repubblica Riogradense il Piemonte decise di istituire nel Plata, con base nell’isola di fronte a Montevideo, una Stazione Navale permanente. La prima unità assegnata alla Stazione fu la corvetta Euridice. Gli eccellenti rapporti con le banche inglesi, non turbati dall’occupazione delle Malvinas, e il sostegno alla comunità italiana, sponsorizzata dalla celebre Manuelita, la figlia adorata del dittatore, contraddicono la tesi della storiografia liberale che la politica estera di Rosas fosse improntata ad un cieco nazionalismo, addirittura con tratti xenofobi. Non va dimenticato che non fu Rosas, ma proprio il suo mortale avversario Lavalle a suscitare, nel 1829, il primo grave screzio con la Francia, relativo ai passaporti di uscita da Buenos Aires negati ai residenti stranieri che avessero contravvenuto all’obbligo di farsi registrare nella milizia bonearense. Il primo conflitto tra Rosas e la Francia scoppiò soltanto otto anni dopo, anche come reazione contro l’eccessiva influenza inglese. L’occasione fu la cattura di due cittadini francesi e la chiusura di una fabbrica di proprietà di un altro francese. Alla vibrata protesta elevata il 30 novembre 1837 dal viceconsole, seguì uno scambio di note diplomatiche, finchè il 24 marzo 1838 una divisione navale francese, comandata dall’ammiraglio Louis Leblanc, si presentò davanti a Buenos Aires intimando soddisfazione. Rosas replicò orgogliosamente di non riconoscere statuto diplomatico all’ammiraglio e il 28 marzo Leblanc mise il blocco ai porti occidentali del Plata. Poco tempo prima, per ragioni analoghe, un’altra divisione di 3 fregate, comandata dall’ammiraglio Charles Bandin, aveva bombardato il villaggio messicano di San Juan de Ulua costringendo la popolazione ad evacuarla. Nell’aprile 1838 i francesi occuparono Vera Cruz restandovi finchè, nel marzo 1839, non ottennero la soddisfazione pretesa dal governo messicano. Nel 1839 la Francia intervenne indirettamente anche nel conflitto tra il Brasile e la provincia secessionista del Rio Grande del Sud, occupando una parte del Brasile settentrionale, ufficialmente per impedire che l’anarchia si diffondesse anche alle limitrofe colonie francesi. Nel Plata l’unica azione di guerra francese avvenne l’11 ottobre 1838, quando la Stazione Navale del Plata, composta da 8 unità principali e altre minori, sbarcò a Martin Garcia 50 marinai e 500 tra colorados orientali ed esuli argentini comandati da Lavalle. L’isolotto era difeso da appena 3 cannoni e 125 uomini, comandati dal tenente colonnello Jerònimo Costa e del maggiore Juan Bautista Thorne, che si arresero dopo accanita ed eroica resistenza, costata 54 perdite argentine. Per rendere effettivo il blocco, il governo Thiers dovette allestire nelPlata una imponente squadra di 42 navi, comandata dall’ammiraglio Ange-René barone di Mackau. Ma nell’estate 1840, quando l’Ejército Libertador di Lavalle si imbarcò sulla flottiglia orientale del Paranà per attaccare Buenos Aires, l’Inghilterra fece pressione sulla Francia convincendola a togliere il blocco per riequilibrare i rapporti di forza regionali. Le relazioni franco-argentine furono poi normalizzate il 29 ottobre dal trattato Arana-Mackau, con il quale la Francia ottenne soddisfazione nell’essenza dei suoi reclami e le installazioni militari bonearensi furono ripristinate nello stato anteriore alle ostilità.

V - LA DIFESA DELLA CONFEDERAZIONE (1840-50)
SOMMARIO: 1. L’invasione dei fuoriusciti (1840-41). 2. L’assedio di Montevideo e la sconfitta di Rivera (1842-44). 3. L’intervento anglo-francese e la vittoria di Rosas e Urquiza (1845-50).

1. L’INVASIONE DEI FUORIUSCITI (1840-1841) Il ritorno di Lavalle e l’offensiva unitaria su Entre Rios e Corrientes (15 giugno 1838 - 3 febbraio 1840) Nel luglio 1830 Rosas aveva dovuto accettare la proclamazione della Repubblica della Banda Oriental dell’Uruguay, ma vi manteneva l’influenza argentina attraverso la sua alleanza con il generale Manuel Oribe (1790-1857), detto corta-cabezas, che rappresentava gli allevatori, i piccoli commercianti e il clero e il 1° marzo 1835 fu eletto presidente. Contro di lui insorse il suo rivale José Fructuoso Rivera, che il 19 settembre 1836 fu tuttavia sconfitto a Carpinteria e costretto a rifugiarsi nel Rio Grande. Riunito un esercito, per un terzo composto da esuli argentini comandati da Lavalle, il 15 giugno 1838 Rivera rientrò nella Banda Orientale e, dopo una fulminea vittoria al Palmar, marciò ad assediare Montevideo. Sostenuto dalla marina francese - alla quale, come si è detto, fornì 500 uomini per conquistare l’isolotto argentino di Martin Garcia - e ottenuta la capitolazione di Oribe l’11 novembre Rivera assunse il governo provvisorio dell’Uruguay. Con il consenso di Rivera Oribe si rifugiò a Buenos Aires. Rosas lo accolse però come legittimo presidente uruguayano, rifiutandosi di riconoscere Rivera a causa del suo stretto legame con i fuoriusciti argentini e delle truppe fornite alla Francia. Alleatosi il 31 dicembre con il caudillo correntino Genaro Beròn de Astrada, il 24 febbraio 1839 Rivera dichiarò la guerra: non contro il popolo argentino, ma contro la persona di Rosas. Pochi giorni dopo anche Astrada dichiarò guerra a Rosas e al suo alleato entrerriano Pascual Echague, che però lo annientò il 31 marzo alla battaglia di Pago Largo, a Sud-Ovest di Curuzù-Cuaitià. La battaglia fu caratterizzata dalla manovra della divisione entrerriana del colonnello Justo José de Urquiza (1801-70) che, dopo aver sbaragliato la sinistra correntina (Manuel de Olazabal), sfilò dietro la linea di battaglia per aggirare l’ala opposta del nemico (Antonio Ramirez), nel frattempo impegnata dall’ala sinistra entrerriana. Inutili furono i prodigi di valore dei correntini e la carica dei granaderos a caballo guidata personalmente da Astrada, caduto nell’azione. L’esercito correntino ebbe 2.000 morti, metà degli effettivi, inclusi 800 prigionieri che Echague ordinò di sgozzare. La manovra di Urquiza fu applicata altre tre volte, nel 1840-41, dalla cavalleria federale ma il 28 novembre 1841 venne ritorta proprio contro Echague dal generale unitario Paz. Installato a Corrientes un governatore federale, Echague tornò ad Entre Rios e poco dopo invase a sua volta la Banda Oriental con 5.000 uomini, fronteggiati da altrettanti orientali. In giugno Lavalle cominciò ad organizzare a Martin Garcia, ancora occupata dai francesi, l’Ejército Libertador, forte inizialmente di 160 esuli argentini. Forte ormai di 800 volontari, il 2 settembre Lavalle sbarcò a Landa, 20 chilometri a Sud di Gualeguaychù e il 12, all’arroyo Yeruà, sconfisse il colonnello Zapata, governatore delegato in assenza di Echague, che l’aveva affrontato con forze doppie, tagliando in tal modo le retrovie del caudillo entrerriano, bloccato nella Banda Oriental. Ma contro Lavalle scese in campo l’esercito federale santafesino guidato da Juan Pablo Lopez e, constatata l’ostilità della popolazione entrerriana, Lavalle preferì abbandonare Entre Rios e rifugiarsi a Corrientes, dove gli unitari avevano ripreso il potere deponendo il governatore federale installato da Echague. La ritirata da Entre Rios annullò il progettato sbarco lavallista a Nord di Buenos Aires, che, secondo i piani,

doveva essere appoggiato dall’insurrezione unitaria della capitale e degli hacendados meridionali (“los libres del Sur”). Alla fine di ottobre i congiurati della capitale furono arrestati dalla polizia rosista e il capo, Manuel Vicente Maza, venne fucilato. Ma gli hacendados si sollevarono ugualmente, riunendo a Dolores un esercito di 4.000 uomini al comando di Pedro Castelli. Per reprimere l’insurrezione Rosas ordinò alle guarnigioni di Monte, Azul e Tapalqué, comandate dai colonnelli Bernardo Vicente Gonzalez, Prudencio Rosas e Nicolas Granada, di convergere su Chascomus. Il 7 novembre, in tre ore di battaglia, i 1.300 veterani di Rosas annientarono l’armata raccogliticcia dei ribelli, facendo 500 morti e tornando nella capitale con la testa di Castelli infilzata su una picca. Intanto l’armata santafesina proseguiva l’avanzata su Corrientes per impedire a Lavalle di riorganizzare le proprie forze. Appoggiate dagli indios amigos del cacicco Nacitoquin, il 29 novembre le colonne santafesine di Dionisio Cabral e Jacinto Andrada distrusserro i gruppi lavallisti di Felipe Zalazar e Patricio Maciel al Paso de las Piedras e all’arroyo Balacuà, ma l’offensiva si arenò e Lopez ordinò la ritirata nella sua provincia. Echague fu allora costretto a rompere gli indugi e a dare battaglia a Rivera per non dar tempo a Lavalle di raggiungere il suo alleato. Come si è detto aveva forze equivalenti a quelle orientali (5.000 uomini), ma la superiorità della cavalleria entrerriana si rovesciava per la fanteria e l’artiglieria (quella riverista contava 20 cannoni). La battaglia, molto sanguinosa, si svolse a Cagancha il 29 dicembre, secondo il classico schema tattico entrerriano: attacco frontale con tentativo di avvolgimento su entrambe le ali nemiche, in questo caso frustrato dall’intervento della riserva orientale. Sconfitto con gravi perdite, Echague dovette ritirarsi ad Entre Rios. La vittoria terrestre di Rivera fu tuttavia compensata, il 17 gennaio 1840, dalla perdita della flottiglia orientale del commodoro Read, sorpresa e distrutta a Belen dai santafesini. Il successo federale fu completato il 3 febbraio da Cabral, che al Rincon de los Espinillos respinse il reparto unitario di Gregorio Barbosa, caduto nell’azione con altri 22 uomini. L’offensiva lavallista su Buenos Aires (16 marzo - 7 settembre 1840) Riorganizzato l’Ejército Libertador, il 16 marzo Lavalle riprese l’offensiva contro Echague, non senza aver distaccato su Santa Fe il colonnello Mariano Vera, con gli indios amigos e appena 150 volontari. Vera doveva congiungersi sul Rio Cayastà con la colonna santiaguegna di Francisco Reynafé, composta da 200 tiradores e 400 indios tobas, che stava marciando attraverso la parte settentrionale della provincia di Cordoba. Ma, giunta a contatto coi santafesini, una parte dei volontari di Vera passò coi federali e il resto fu annientato il 26 marzo non appena ebbe varcato il Cayastà. La colonna Reynafé subì la stessa sorte quattro giorni dopo, anch’essa sulla riva occidentale del Cayastà. Lo scopo della nuova offensiva di Lavalle non era né di difendere Corrientes né di occupare Entre Rios, bensì di poter raggiungere la nuova flottiglia orientale che lo attendeva sul basso Paranà per condurlo direttamente contro Buenos Aires. Ma Echague gli sbarrava il passo e il 10 aprile lo costrinse a battersi un giorno prima del previsto, a Don Cristobal. Fu un altro brutale scontro frontale con 500 caduti sul campo, sospeso dal calar della notte, che entrambi gli avversari si gloriarono di aver vinto. In ogni modo, il 13, fu Echague a ritirarsi, molestato sul fianco dalle pattuglie unitarie. Echague tentò nuovamente di fermare Lavalle il 15-16 luglio a Sauce Grande, 35 chilometri a Sud del Paranà. Durante la notte le pattuglie entrerriane presero contatto con gli avamposti unitari, che iniziarono un violento cannoneggiamento. Soltanto nel primo pomeriggio, diradatasi la nebbia, Lavalle potè iniziare il combattimento attaccando il fianco destro dei federali, ignaro di assecondare così il disegno del nemico. Infatti la cavalleria entrerriana, comandata da Oribe e Angel Maria Nunez, ripetè la manovra di Urquiza a Pago Largo, caricando in massa l’ala destra unitaria e volgendola in fuga, mentre falliva anche l’assalto centrale dell’unico battaglione unitario, che l’artiglieria, avendo sprecato le munizioni nell’inutile cannoneggiamento notturno, non fu in grado di coprire. Lavalle riuscì comunque a raggiungere Diamante e

di qui ad imbarcarsi per l’isola di Coronda, proseguendo poi per Buenos Aires. L’offensiva fluviale di Lavalle provocò tuttavia l’intervento diplomatico inglese e la revoca del blocco navale francese, consentendo alla flottiglia bonearense, ancora una volta riarmata nel porto della Boca dal vecchio ammiraglio Brown, di attaccare quella orientale, ora comandata dall’ammiraglio John Holstead Coe. Lo scontro si svolse il 3 agosto di fronte a Montevideo: le due flottiglie avversarie tornarono però alle rispettive basi con gravi avarie. Due giorni dopo 3.000 lavallisti sbarcarono sulla riva occidentale del basso Paranà, contemporaneamente al Baradero e a San Pedro, a monte e a valle di El Tala, dove si trovavano le modeste forze mobili rosiste, 1.500 uomini al comando di Pacheco. Quest’ultimo riuscì tuttavia a schivare l’accerchiamento e a collocarsi a Nord del nemico, in modo da poter insidiare la sua avanzata verso Buenos Aires. Nelle settimane seguenti a Lavalle si unirono altri volontari, portando le sue forze a 5.000 uomini: ma aveva bisogno di rimontare la sua cavalleria, sostituendo i quadrupedi lasciati a Diamante. In attesa di poter risolvere il problema, si limitò a spedire in avanscoperta 600 uomini. Li comandava il colonnello Nicolas Vega (1790-1879) che il 23 agosto disperse una colonna di 750 federali (Lorea), inseguendola fino a Lobos. Ma qui la colonna si congiunse con il grosso del colonnello Bernardo Vicente Gonzalez e Vega dovette ripiegare a Lujan. La marcia su Buenos Aires cominciò il 30 agosto. Il 3 settembre l’avanguardia unitaria disperse un distaccamento di 200 federali alla Cagnada della Paja, inseguendolo per 200 chilometri. Ma il 5 la colonna unitaria del tenente colonnello Santiago Orogno fu agganciata e distrutta alla Punta di Rojas dal capitano José Seguì, comandante interinale del Forte Federacion e il 7 un altro piccolo reparto unitario fu annientato alla Laguna del Trigo dallo squadrone di José Baldevenito. La confederazione del Nord e la ritirata di Lavalle (6 settembre - 20 giugno 1841) Ma il 6 settembre, non appena attestatosi a Merlo, alle porte della capitale, Lavalle sospese improvvisamente ogni operazione contro Buenos Aires. Quali ne fossero le ragioni è controverso. Probabilmente Lavalle si rese conto di non poter più contare sull’appoggio né della Francia, che aveva tolto il blocco navale e stava negoziando un trattato con Rosas, né della popolazione bonearense, rimasta in maggioranza fedele al dittatore. Può darsi infine che Lavalle, sopravvalutando le forze nemiche, si sia lasciato impressionare dal bluff di Rosas che gli era uscito incontro alla testa di 1.000 cavalieri, come se fossero l’avanguardia di un poderoso esercito, mentre erano praticamente tutte le forze mobili di cui il dittatore poteva disporre nella capitale. In ogni modo la disastrosa decisione di Lavalle fu condizionata anche dagli importanti sviluppi politicomilitari verificatisi nel frattempo. Infatti il generale José Maria Paz, evaso dopo otto anni di prigionia e rifugiatosi a Montevideo, aveva raggiunto Corrientes per riorganizzare le forze unitarie del governatore Pablo Ferré minacciate dall’esercito entrerriano di Echague. Inoltre le cinque province settentrionali (Tucuman, Salta, Jujuy, Catamarca e La Rioja) avevano dato vita alla Coalizione (unitaria) del Nord, ritirando la delega a Rosas della loro rappresentanza internazionale e nominando comandante in capo delle forze congiunte il governatore riojano, generale Tomas Brizuela. Aldao era subito intervenuto con le truppe federali sanjuanine e mendosine, ma l’11 settembre venne fermato da Lamadrid nella Pampa Redonda, 150 chilometri a Sud della capitale riojana. Lavalle concordò allora con Lamadrid un’azione congiunta per assicurarsi le retrovie e i rifornimenti logistici conquistando le due province federali di Santa Fe e Cordoba che lo separavano dal territorio della coalizione settentrionale, prima di vibrare il colpo finale al regime rosista. Mentre i riojani spedivano agenti a preparare il rovesciamento del debole governo cordobese, Lavalle spedì il generale Tomas Iriarte ad occupare la capitale santafesina, conquistata il 29 settembre dopo vari giorni di combattimento, catturando il generale Eugenio Garzon, tutti gli ufficiali e 300 soldati santafesini. Ma Lopez salvò il grosso dell’esercito santafesino, ritirandosi a Nord e lasciando terra bruciata al nemico.

Lavalle seguì Iriarte soltanto il 10 ottobre, non appena l’insurrezione unitaria ebbe rovesciato il governo federale cordobese. Nel frattempo aveva subito una dura sconfitta sul fronte bonearense, dove il 30 settembre il comandante rosista del Fuerte de Mayo annientò la retroguardia di Vicente Valdez, caduto sul campo, e Villalba, catturato e fucilato. Il 19 ottobre il tenente colonnello santafesino Jacinto Andrade riprese Coronda annientando il presidio lavallista comandato da Ciriaco Yascas. Il giorno dopo toccò ai bonearensi di Pacheco, in agguato al passo di Miura, infliggere una dura sconfitta a Lavalle, il quale perse anche una parte dei pochi cavalli che aveva. Il 9 e il 15 novembre fu ancora Andrade ad infliggergli 34 perdite alla Tapera de Crespo e 300 all’arroyo Aguiar. Queste azioni minori ritardarono la marcia dell’Ejército Libertador su Romero, dove Lamadrid lo attendeva per rimontare la cavalleria con 2.000 quadrupedi cordobesi: Lavalle vi giunse infatti soltanto il 27 novembre, quando Lamadrid si era già ritirato più a Nord per sfuggire alla minaccia santafesina. Il giorno seguente, a Quebracho Herrado, 4.500 unitari, in maggioranza appiedati, furono attaccati da 6.500 federali comandati da Manuel Oribe. L’artiglieria lavallista potè sparare appena 5 scariche, perchè la riserva di munizioni, perduta la strada, era finita a grande distanza dal campo di battaglia. Già insufficienti, e per giunta stremate dalla fame e da una marcia di 60 chilometri, le cavalcature unitarie non poterono sostenere l’urto della preponderante cavalleria federale. Protetto dal sacrificio della fanteria, Lavalle poté alla fine ritirarsi, ma perdendo tutta l’artiglieria e oltre metà degli effettivi: 2.000 morti e 500 prigionieri. La coalizione settentrionale era nel frattempo impegnata a piegare la resistenza di Santiago del Estero, unica enclave federale rimasta al Nord. In novembre il caudillo Ibarra aveva respinto le offensive sferrate da Lamadrid e dal governatore saltegno Manuel Solà, ma il 23 gennaio 1841 un distaccamento santiaguegno fu massacrato al paraje di Fragua dalla colonna di Federico Rauch, spiccata da Lamadrid. Oribe aveva distaccato Pacheco, con 1.100 uomini, a braccare Lavalle, costringendolo a manovrare per tre mesi in attesa del nuovo esercito di 2.000 uomini che Lamadrid stava cercando di allestire a Tucuman. La notte sul 19 gennaio Pacheco sorprese al bivacco il colonnello José Maria Vilela - il famoso rivale di Rosas che aveva fondato e comandato il 2° colorados delle Conchas - massacrandogli 400 uomini su 1.500, incluso il colonnello Manuel Rico. In marzo le forze mendosine di Aldao invasero nuovamente La Rioja, tagliando la strada a Lavalle, cui restavano appena 230 uomini. Lamadrid gli mandò incontro il colonnello Mariano Acha, richiamato dal fronte santiaguegno, ma la colonna mendosina di Nazario Benavidez riuscì ugualmente a sorprendere Lavalle la notte sul 20 (o 21?) marzo mentre bivaccava senza adeguata vigilanza a Machigasta (o a San Antonio de Arauco?). Lavalle riuscì a sganciarsi con gli ultimi seguaci e Benavidez dovette accontentarsi di sconfiggere due giorni dopo, al Saladillo, 200 unitari di Barandan. Il 30 aprile Oribe marciò da Cordoba col grosso dell’esercito federale, per sostenere le operazioni di Aldao e Benavidez. Il 10 giugno Lavalle sfuggì al colpo di grazia raggiungendo Lamadrid a Tucuman. Invece Brizuela, diffidando della fedeltà dei suoi 600 uomini, non volle lasciare la sua provincia e il 20 giugno affrontò Benavidez a Sanogasta, dove venne mortalmente ferito da suoi stessi soldati, in gran parte passati al nemico. A presidiare la provincia rimasero i mendosini, mentre Oribe, temendo l’armata unitaria tucumana, ripiegò a Cordoba. Il ridotto tucumano e la sconfitta della confederazione unitaria (22 luglio - 4 novembre 1841) La ritirata di Oribe consentì a Lamadrid di marciare su Cuyo, rioccupando La Rioja il 22 luglio. Acha, distaccato con 500 uomini a San Juan, la occupò il 13 agosto, trincerandosi ad Angaco, con le spalle ad una acequia. Aldao e Benavidez attaccarono il 16, con 1.300 uomini esausti per la marcia forzata, e le prime due cariche della cavalleria federale furono prese di infilata dai cannoni di Acha e respinte. Nella breve pausa, Acha ritirò la fanteria oltre l’acequia. Accortosene, Aldao vi lanciò contro invano prima la cavalleria (più volte respinta da quella unitaria) e poi anche la fanteria. Le perdite mendosine (mille morti su 1.300) fecero di Angaco la battaglia più sanguinosa della storia militare argentina in rapporto agli effettivi impiegati. Convinto di aver ormai annientato il nemico, durante la notte Acha ripiegò verso San Juan. Ma nelle stesse ore Benavidez riunì vari distaccamenti e, raccolti 700 uomini, il 18 sorprese gli unitari al sobborgo di

Chacarilla. Pur decimato, Acha riuscì a raggiungere San Juan arroccandosi nelle case con 100 superstiti, ma il 22, terminate l’acqua e le munizioni, fu costretto ad arrendersi. Benavidez gli aveva garantito la vita, ma il 15 settembre Aldao lo fece ugualmente fucilare e decapitare. La sua testa, infilzata su una picca, fu esposta alla Represa de la Cabra, in territorio puntano. San Juan fu poi ripresa da Lamadrid, che ai primi di settembre entrò in territorio mendosino, obbligando Aldao e Benavidez a riunirsi col resto dell’armata federale di Mendoza comandata da Pacheco. Sempre ai primi di settembre ripresero le operazioni anche Lavalle e Oribe. I due eserciti avversari avanzarono paralleli, gli unitari da Tucuman e i federali da Cordoba, ma Lavalle, inferiore di numero, riuscì ad eludere l’incontro. Così, raggiunta Tucuman, Oribe dovette tornare indietro a cercare il nemico, e Lavalle ne approfittò per interporsi tra la capitale tucumana e la retroguardia federale, costringendola, il 19 settembre, a dare battaglia con le spalle al Rio Famailla. Lavalle aveva 1.300 cavalieri (in gran parte tucumani del colonnello Torres) e appena 70 fanti con 3 cannoni, contro 1700 cavalieri e 700 fanti federali. Furono questi ultimi a travolgere il debole centro nemico e ad assicurare la schiacciante vittoria federale. Sul terreno rimasero un migliaio di unitari e appena 200 seguirono Lavalle nella fuga verso Jujuy. Cinque giorni dopo, il 24 settembre, anche l’esercito di Lamadrid venne annientato a Rodeo del Medio, 25 chilometri ad Est di Mendoza. Pachecho aveva atteso il nemico dietro una estesa ciénaga attraversata da un solo ponte, ma Lamadrid non cadde nella trappola, schierandosi di fronte al ponte a 1.200 metri di distanza, per tenersi fuori portata delle batterie federali. Non ebbe però il tempo (o la volontà?) di piazzare i suoi 9 cannoni in modo da battere il ponte, consentendo così a Pacheco di attraversarlo con tutto il suo esercito. Inoltre, invece di caricare i reparti nemici man mano che giungevano nella spianata, Lamadrid dette loro il tempo di schierarsi a battaglia, con le spalle alla ciénaga, lasciandosi dietro la linea anche lo spazio per la famosa manovra “urquiziana” delle ali di cavalleria (in questo caso la sinistra comandata da José Maria Flores, che durante la battaglia si spostò dalla parte opposta per avvolgere la sinistra unitaria). Con appena 200 uomini, Lamadrid riuscì a guadagnare la Cordigliera, lasciando sul campo 400 morti, 500 prigionieri, 9 cannoni, il parque, i bagagli e 4 bandiere. Il 9 ottobre, infermo, Lavalle lasciò il campo sotto Jujuy per andare a dormire in città, in casa del dottor Elias Bedoya. La stessa notte fu ucciso da una fucilata sparata dall’esterno attraverso la porta chiusa. Prive ormai di ogni difesa, le province ribelli furono rioccupate dai federali. Solo la Catamarca dovette subire ancora cinque giorni di violenza, dal 29 ottobre al 4 novembre, per la resistenza opposta al colpo di stato del colonnello Mariano Maza dal governatore Juan José Cubas, infine sorpreso e subito decapitato alla Quebrada del Infiernillo. Identica sorte subì anche il governatore tucumano Marco Avellaneda, sostituito dal colonnello Celedonio Gutierrez. Rifugiatosi in Cile dopo Rodeo del Medio, per un altro anno e mezzo Pegnaloza continuò a minacciare San Juan, ma Benavidez respinse i suoi ripetuti sconfinamenti battendolo il 18 luglio 1842 ai Manantiales, il 15 e 17 gennaio 1843 ai Bagnados de Illisca (175 chilometri a Sud della Rioja) e a Saquilan e l’8 maggio a Leoncito. Tornato in Cile, nel 1844 Pegnaloza offerse la resa a Benavidez, riconoscendo la Confederazione e rinunciando ad ogni attività politica. Le operazioni navali e la sconfitta entrerriana (24 maggio 1841 - 11 gennaio 1842) Mentre si combatteva nel Nord-Ovest, il fronte del Litorale rimase tranquillo, ad eccezione del blocco navale argentino e di due scontri nelle acque di Montevideo, svoltisi il 24 maggio e il 3 agosto 1841. Nessuna nave venne affondata per azione nemica, ma la flottiglia uruguayana subì avarie, perdendo inoltre il brigantino Montevideano (arenatosi sulla spiaggia per sfuggire alla cattura) e due golette, Palmar (dove l’equipaggio si ammutinò andandosi a consegnare alla Boca) e Rivera (affondata per un incidente mentre rientrava nel porto di Montevideo). La sortita tentata il 9 dicembre dall’ammiraglio Coe si risolse in 4 ore di combattimento, interrotto da un fortunale, e nella cattura di un altro brigantino orientale, il Cagancha, il quale, rimasto isolato, si difese valorosamente finchè, circondato dalle navi argentine al Banco di Ortiz, fu costretto ad arrendersi.

Soltanto alla fine del settembre 1841 l’esercito entrerriano riprese le operazioni terrestri, tentando di distruggere quello unitario riorganizzato a Corrientes dal generale Paz. Per quasi due mesi i due eserciti si fronteggiarono sulle due sponde del Rio Corrientes, cercando reciprocamente di indurre l’avversario a muovere per primo, in modo da poterlo colpire durante l’attraversamento del fiume. Alla fine fu Paz a fare la prima mossa, varcando il Corrientes al passo di Caaguazù nella notte dal 26 al 27 novembre. Sorpreso dall’abile manovra nemica, Echague dovette accorrere a sbarrargli la strada. La battaglia avvenne il mattino del 28, a ridosso di Caaguazù. Entrambi gli eserciti contavano 5.000 uomini e una dozzina di pezzi. Paz schierò i suoi tre battaglioni in colonna (in testa i cazadores, al centro i voltigeros e in retroguardia il republicano), col fianco sinistro coperto da un estero guadabile (perpendicolare al fiume) e da un paio di cannoni. A destra della fanteria schierò il resto dell’artiglieria e sull’ala 4 delle sue 6 “divisioni” (mezzi reggimenti su 2 squadroni) di cavalleria, in prima linea quelle di Ramirez e in seconda quelle del colonnello Velasco. Le ultime 2 divisioni (Nunez) le collocò all’ala sinistra. Echague assunse lo schieramento classico, al centro il suo unico battaglione con tutta l’artiglieria, 3 divisioni di cavalleria a ciascuna ala e altre 2 in riserva. Lo scontro iniziò con una carica di Nunez contro la destra entrerriana del generale Servando Gomez, seguita da una rapida ritirata dietro l’estero, mentre la fanteria manovrava, schierando i battaglioni di testa e di retroguardia lungo l’estero e quello di centro di fronte alla fanteria nemica. In tal modo l’ala destra entrerriana fu costretta a sfilare di fianco sotto la mitraglia e la fucileria unitaria, mentre Nunez proseguiva al galoppo dietro le linee per unirsi a Ramirez e Velasco che avevano già iniziato la carica contro l’opposta ala entrerriana. L’intervento della riserva non poté rovesciare le sorti della battaglia ed Echague dovette ordinare la ritirata e, pochi giorni dopo, cedere ad Urquiza il governo della provincia e il comando dell’esercito. Fu proprio Urquiza a salvare l’esercito entrerriano sfuggendo abilmente, l’11 gennaio 1842, all’accerchiamento tentato da Rivera e da Paz, collegati dai 1.000 cavalieri di Nunez.

2. L’ASSEDIO DI MONTEVIDEO
E LA SCONFITTA DI

RIVERA

(1842-44) La coalizione del Litorale, la flottiglia di Garibaldi e la vittoria confederata(18 marzo - 6 dicembre 1842) Benchè non definitiva, la sconfitta entrerriana determinò la defezione del caudillo santafesino Lopez, il quale strinse una precaria alleanza antirosista con Rivera e Ferré, il governatore correntino, per formare un esercito comune al comando di Paz. Urquiza spedì Echague a fronteggiare la nuova minaccia, mentre Rosas richiamava dal Nord le forze federali di Oribe e Pacheco e, malgrado l’amnistia prevista dal trattato del 1840 con la Francia, intensificava la repressione interna (secondo un ecclesiastico italiano, nel solo mese di aprile del 1842 la Mazorca rosista avrebbe assassinato 300 oppositori del regime, mettendone al bando altri 500). Il 18 marzo 1842 l’avanguardia di Echague, comandata dal colonnello Manuel Bàrcena, mise in fuga all’Arroyo del Pavon quella santafesina di Santiago Cardozo, Juan Arenas e Santos J. Figueredo. Analogo successo ottenne il 26, alla Cruz Alta, l’avanguardia di Pacheco, comandata dal colonnello José Maria Flores, contro il capo unitario Santiago Orogno. Fu però Oribe, il 12 aprile, a scontrarsi con Lopez a Coronda, dove l’esercito santafesino, forte di 3.000 uomini, fu costretto a ritirarsi su Corrientes, forzando il 16 aprile il Paso de Aguirre sul Colastiné e subendo altre perdite il 20, quando fu inseguito e sciabolato per 15 chilometri dalla cavalleria di Flores e Jacinto Andrada. Pur indebolito dagli scontri e dalle diserzioni, l’esercito santafesino poté comunque congiungersi con quelli correntino ed orientale a San José. Ma l’esercito comune era indebolito dai diversi e contrastanti scopi di guerra perseguiti dai tre caudillos. Ferré voleva soltanto difendere la sua provincia, Lopez intendeva riprendere lo stesso ruolo regionale esercitato dal defunto fratello, mentre Rivera si considerava l’erede di Artigas, cioè il “protettore” delle province del Litorale e, per liberarsi di Paz, proponeva di mandarlo a ripetere l’offensiva su Buenos Aires già tentata da Lavalle. Anche Paz voleva attaccare subito oltre il Paranà, ma Ferré non volle arrischiare la divisione correntina, facendo fallire il progetto e alla fine il generale, disgustato dalle rivalità politiche e dai ripetuti tentativi di screditarlo, rassegnò il comando, di fatto assunto da Rivera, che assunse una postura difensiva, ordinando all’esule nizzardo Giuseppe Garibaldi (1807-82), che lo serviva col grado di colonnello al comando della la flottiglia uruguayana (300 uomini e 3 piccoli velieri con 40 cannoni) di risalire il Paranà per portare armi a Corrientes e impedire ad Oribe di passare il Paranà. Ma la flottiglia fu allestita con grave ritardo, tanto che il 25 giugno Oribe poté sbarcare senza ostacoli alla Bajada del Paranà, collegandosi con l’esercito di Urquiza. Soltanto il giorno dopo, sfilando sotto la batteria rosista di Martin Garcia, Garibaldi poté forzare l’accesso al Paranà, inseguita da Brown. Dopo aver predato qualche mercantile a San Nicolàs, aver sostenuto qualche scaramuccia ed essersi collegato con Ferré alla Bajada, il 15 agosto Garibaldi si arenò a Costa Brava, presso San Juan, alla frontiera tra Entre Rios e Corrientes. Il 18 fu raggiunto da Brown con 7 navi e 3 lancioni, e dopo aver valorosamente sostenuto un impari combattimento, dovette sbarcare e trincerarsi. Attaccato a terra dalle truppe da sbarco federali comandate dal tenente Mariano Cordero, il 19 Garibaldi distrusse le sue navi e si internò nel tentativo, non riuscito, di raggiungere l’esercito alleato. In ottobre la convenzione di Paysandù riconobbe formalmente a Rivera il comando supremo dei tre eserciti alleati, forti complessivamente di 2.000 fanti, 5.500 cavalieri e 16 cannoni, che in novembre si misero in marcia verso il Rio Gualeguay, attestandosi ai primi di dicembre all’Arroyo Grande per sbarrare il passo all’esercito confederato di Oribe, leggermente superiore (2.500 fanti, 6.500 cavalieri e 18 cannoni), il quale marciava a sua volta verso l’Uruguay.

La notte del 5 dicembre i due eserciti bivaccarono a breve distanza, schierandosi al mattino per la battaglia, nell’ordine consueto, cavalleria alle ali e fanteria al centro. Più numerosa del solito, stavolta la fanteria giocò un ruolo decisivo. Fu infatti quella confederata ad iniziare la battaglia, sfondando alla baionetta il centro dello schieramento alleato e catturando i cannoni. Il varco consentì alla cavalleria di Oribe di avvolgere entrambe le ali nemiche. Urquiza, con l’ala destra confederata, travolse la cavalleria santafesina di Lopez e poi anche quella correntina dei fratelli Juan e Joaquin Madariaga. Perduti 2.000 morti e 1.500 prigionieri, l’esercito alleato si dissolse. Le legioni straniere di Montevideo Corrientes cadde per breve tempo in mano confederata: rifugiatisi nel Rio Grande, i fratelli Madariaga ritornarono con 100 guerriglieri e il 30 gennaio 1843 ripresero il potere, ripristinando la belligeranza della provincia a fianco di Rivera, che intanto cercava di riordinare le proprie forze nell’interno della Banda Oriental. Appresa la catastrofe, anche Paz accettò il compito disperato di organizzare la difesa di Montevideo, riattando le fortificazioni fatiscenti e armando i primi 4.236 uomini, in gran parte schiavi liberati e volontari stranieri, soprattutto argentini organizzati da Ciriaco Diaz Vélez, privi però di ogni esperienza militare. Il 16 febbraio 1843, quando Oribe comparve sotto Montevideo, l’esercito confederato contava complessivamente 12.640 uomini, di cui 5.000 a cavallo. E di fronte al porto incrociava la squadra di Brown, forte di 9 navi e 1.000 marinai (in gran parte oriundi genovesi). Ma Oribe commise l’errore di non attaccare subito, attardandosi ad erigere 4 grandi batterie e avviando così un assedio logorante, protrattosi addirittura per otto anni. A questo esito contribuì anche il minaccioso intervento della squadra inglese (commodoro Purvis), che il 29 aprile impose a Brown di non sbarcare sull’Isola della Libertà e di ritirarsi dal porto. Il 1° aprile Oribe notificò ai consoli stranieri che avrebbe trattato anche i residenti europei, i quali costituivano quasi metà della popolazione, come “ribelli selvaggi unitari”. Fu un gesto controproducente, perchè contribuì a mobilitare la più numerosa comunità europea, quella francese (6.300 su 31.000 abitanti) la quale formò una Legione di 2.000 uomini e poi addirittura di 3.500, al comando del vecchio generale Jean-Paul Thiébaut (1769-1846), veterano delle guerre napoleoniche, non senza suscitare le proteste della Francia, ancora monarchica e neutrale. Inoltre l’esempio francese fu subito imitato dalle comunità spagnola (colonnello Neira) e italiana (Giambattista Cuneo). Ma, a dire il vero, le cifre sembrano indicare che gli italiani, forse anche per le accese rivalità personali tra i rifugiati politici, fossero meno unanimi e decisi: dettero infatti 530 volontari su 4.205 residenti, una aliquota certo elevata, ma nettamente inferiore a quella dei francesi. Inoltre al primo scontro si dettero alla fuga, anche se Garibaldi lavò l’onta guidando i legionari nei combattimenti del Cerro (10 giugno 1843 e 28 marzo 1844) e delle Tre Croci (17 novembre 1843) e catturando vari mercantili nordamericani e argentini sotto il naso di Brown. Ma il 28 maggio 1844, fallito un complotto per far ammutinare la Legione italiana, il colonnello Angelo Mancini, il maggiore Santiago Danuzio e altri 9 ufficiali passarono al nemico (un nuovo ammutinamento vi fu il 15 dicembre 1845). Le continue sconfitte riveriste (19 agosto 1843 - 16 aprile 1844) Mentre Oribe assediava Montevideo, concentrando l’attacco sul lato occidentale, le forze riveriste si avvicinarono pericolosamente all’esercito assediante. Intervenne allora l’esercito entrerriano di Urquiza, costringendo Rivera a ritirarsi sul Rio Negro e a limitare le operazioni alla zona di Salto e Cerro Largo, al confine col Rio Grande, dove il 19 agosto un distaccamento fu sorpreso e messo in fuga dal comandante distrettuale Camacho (ad Arroyo de los Conventos, presso Melo). Il 24 fu il generale Angel M. Nunez, distaccato da Oribe per collegarsi con Urquiza, a respingere a Cagancha la divisione riverista del generale Anacleto Medina. Altri insuccessi minori subirono le forze riveriste di Venancio Flores, Jacinto Estivao,

Fortunato Silva, Mateo Vega e quella unitaria di Juan Mesa: il 31 agosto all’arroyo Santa Lucia, il 5 settembre alla Florida, il 19 a Palanco (dove il colonnello Manuel Urdinarrain catturò un convoglio di rifornimenti per Montevideo), il 27 al paraje delle Punte di Monzon (o del Cordobes), il 13 ottobre alle Punte di Sarandì, il 23 a quelle del Maciel, il 6 novembre a Cerro Pelado, il 13 a Olimar, il 18 a El Sauce, il 19 alla Sierra del Perdido (dove agirono le milizie oribiste del dipartimento di Minas) e a Salto (conquistata da Lucas Piris). Alla fine di dicembre l’invasione correntina di Entre Rios, con l’occupazione di Concordia e la rioccupazione di Salto, consentì a Rivera di sfuggire all’accerchiamento e di spostarsi con rapidissima marcia ad Est, piombando di sorpresa, il 31 dicembre, sulla Divisione entrerriana di Servando Gomez e costringendola a evacuare Maldonado, subito rioccupata da Fortunato Silva, accorso dal territorio brasiliano. Lo scontro del 17 gennaio 1844 all’Arroyo Grande (o Puntas del Palmar) tra 2.000 cavalieri correntini di Juan Madariaga e 1.300 entrerriani di Eugenio Garzon, si concluse alla pari (anche se fu Garzon a doversi ritirare), ma nella Banda Oriental i riveristi subirono altri rovesci il 1° gennaio alla Costa del Yì, il 24 all’arroyo del Sauce, il 6 febbraio alla Quinta de Vidal, il 17 al paraje Juan Chazo, il 4 marzo a India Muerta (dove fu catturato un secondo convoglio di rifornimenti), il 22 nell’attacco contro la guarnigione oribista di Villa de Melo, il 16 aprile all’arroyo della Legna (milizie del Minas). Le sortite di Paz e le imprese di Garibaldi (2 giugno 1843 - 5 dicembre 1844) Ma in undici mesi Paz effettuò dieci sortite, via via più audaci, contro un solo assalto che gli assedianti sferrarono con appena 1.600 uomini soltanto il 15 luglio 1843, dopo aver già subito le prime tre sortite dei difensori (due generali il 2 giugno e il 5 luglio e una parziale il 9 giugno). Nella quarta sortita (19 agosto) i difensori furono a stento contenuti dai 6 battaglioni del colonnello Jaime Montoro, che guarnivano la prima linea del settore tenuto da Pacheco. La quinta, respinta dal colonnello Mariano Maza, avvenne il 15 settembre, a seguito di un violento cannoneggiamento confederato che sembrava preludere ad un secondo assalto degli assedianti. Due volte sospeso a seguito dell’intervento diplomatico anglo-brasiliano, il blocco navale di Montevideo scattò definitivamente il 9 ottobre. Le conseguenze si fecero presto sentire, tanto che la sesta sortita, avvenuta il 31 agosto, servì a coprire l’incursione del colonnello Faustino Velasco sui magazzini del Buceo, 10 chilometri ad Est di Montevideo, dati alle fiamme dopo averne estratto tutti i viveri e i rifornimenti che si potevano trasportare nella città assediata. Come abbiamo detto, le forze federali riuscirono a intercettare due colonne di rifornimenti per Montevideo, né miglior esito ebbe l’attacco sferrato il 17 novembre da 700 riveristi contro il caposaldo di Tres Cruces, tenuto con 300 uomini dal colonnello entrerriano Jerònimo Costa. Soltanto il 7 febbraio 1844, coperta da un attacco diversivo delle colonne mobili riveriste di Silva ed Estivao contro la retroguardia dell’esercito assediante a Cagnada de Pache, la colonna Flores riuscì a forzare il passo del Salado tenuto da Nunez e a rifornire Montevideo di 500 vaccine. La settima sortita del 15 febbraio servì a distruggere alcune opere dell’assediante e a preparare quella più ampia del 25, sferrata con 2.600 uomini contro il settore tenuto da Nunez (arroyo El Pantanoso) ma frustrata dal buon dispositivo di sicurezza adottato dagli assedianti. Il 26 il maggiore José R. Devia riuscì inoltre a intercettare una colonna esplorante che tentava di esfiltrare da Montevideo per collegarsi con l’esercito riverista. Il 28 marzo (nona sortita) il settore di Nunez venne messo in seria difficoltà dall’attacco congiunto di Flores, il quale riuscì a infiltrare circa 250 uomini penetrando per 5 chilometri nel dispositivo dell’assediante, ma Nunez, pur costretto a ripiegare dietro il Pantanoso, mantenne saldamente il Corno del Paroldo, perno della sua linea difensiva. La decima e ultima sortita di Paz scattò il 24 aprile, impegnando tutto il presidio, circa 8.000 uomini. Il piano era di tagliare fuori il settore di Pacheco e annientare quello di Oribe sul Pantanoso. Paz condusse personalmente la colonna di 1.500 uomini che riuscì a sloggiare Pacheco dalle sue posizioni. Ma le truppe che dovevano impegnarlo frontalmente retrocedettero intimorite dall’intervento della cavalleria nemica, mentre quelle che, trasportate per via fluviale, dovevano sorprenderlo sul fianco, sbarcarono al suono della

fanfara, allertando il nemico: e, come se non bastasse, la loro artiglieria, comandata da José Maria Piran, finì nell’acquitrinio (fu tuttavia salvata dal capitano Bartolomé Mitre (1821-1906), futuro presidente argentino). Paz dovette così rientrare in città, lasciando in retroguardia la Legione italiana che sostenne valorosamente le cariche della cavalleria confederata. Alla sconfitta si aggiunsero poi, il 4 luglio, le nuove dimissioni di Paz. Disgustato dall’indisciplina e dalle rivalità politiche che minavano la difesa, il prode generale argentino preferì ritirarsi in Brasile. A tenere alto il morale degli assediati rimase la flottiglia di Garibaldi. Approfittando di un momentaneo ritiro della squadra argentina, il 20 e 27 agosto Garibaldì catturò 3 unità nemiche al Buceo (1 brigantino e 1 goletta) e a Pocitos (1 paqueboot). Ma il 29 il tenente colonnello federale Julian C. Sosa riconquistò il Buceo, mentre al Cerro de la Victoria falliva una sortita guidata dal maggiore Santiago Davila. L’ultima sortita fu respinta il 5 dicembre, a Tres Cruces, dal tenente colonnello federale Ramon Artagaveitia.

3. L’INTERVENTO ANGLOFRANCESE
E LA VITTORIA DI

ROSAS E URQUIZA

(1845-50) La sconfitta di Rivera e Lopez (27 marzo - 12 agosto 1845) Dopo aver subito altre sconfitte a El Perdido (27 agosto), Sierra del Pan de Azucar (8 ottobre), Quinta de Morello (11 gennaio) e Punte di Tacuarembò (6 febbraio), l’11 febbraio 1845 Rivera tentò di prendere la piazza di Cerro Largo, difesa da Dionisio Coronel, ma dovette ritirarsi dopo tre giorni di combattimento e affrontare una nuova offensiva di Urquiza. Sfruttando la migliore conoscenza dei luoghi, Rivera riuscì a sfiancare la caballada entrerriana con abili marce e contromarce, ma alla fine dovette risolversi a dare battaglia, che si svolse il 27 marzo a India Muerta. Prima ad attaccare fu l’ala destra entrerriana (Urdinarrain), poi intervenne Urquiza sbaragliando il resto dell’esercito riverista. Rivera lasciò sul campo 500 morti e 400 prigionieri, giustiziati sul posto, rifugiandosi nuovamente in Brasile. La vittoria federale di India Muerta ebbe effetti decisivi, consegnando ad Oribe il controllo incontrastato della campagna orientale. Gli ultimi focolai di resistenza restavano così Montevideo e Corrientes, dove il 17 gennaio 1845 il generale Paz aveva riassunto il comando dell’esercito di Madariaga, contando sull’intervento anglo-francese e sulla riapertura del fronte santafesino da parte dell’ex-caudillo Juan Pablo Lopez. Il 6 luglio un’insurrezione dei suoi seguaci riuscì a riprendere brevemente, dopo aspri combattimenti con le truppe lealiste, il controllo della capitale santafesina. Tuttavia la controffensiva sferrata dal governatore federale Echague con i rinforzi bonearensi costrinse Lopez ad evacuare Santa Fe e ritirarsi nella parte settentrionale della provincia, inseguito dal colonnello federale Matias Diaz che il 2 e il 5 agosto lo sconfisse all’Arroyo del Monje e a Rio Salado, causandogli 350 perdite. Fu tuttavia lo stesso Echague ad annientare, il 12 agosto all’arroyo del Mal Abrigo (campi di San Jerònimo), i mille uomini di Lopez (sul terreno ne rimasero 600, più 200 prigionieri, con tutto il loro armamento ed equipaggiamento). Benchè Paz lo avesse radiato dall’esercito unitario per le atrocità commesse durante la breve occupazione di Santa Fe, Lopez poté comunque riunirsi, coi resti delle sue truppe, all’esercito correntino. L’intervento anglo-francese (21 luglio 1845 - 16 gennaio 1846) All’Inghilterra, che fino a quel momento aveva moderato gli ardori guerrieri della Francia per non indebolire troppo Rosas, non conveniva una netta vittoria della Confederazione, che rischiava di togliere alle marine europee l’approdo di Montevideo e di riflettersi negativamente sul commercio inglese. Così il ministro inglese delle colonie, Lord Aberdeen, convinse il governo ad abbandonare la linea di equidistanza e ad impegnarsi assieme alla Francia per indurre il Paraguay a sostenere il governo correntino di Madariaga e per costringere Rosas alla pace sostenendo l’azione diplomatica con la minaccia di un nuovo blocco navale. Il dittatore riuscì a temporeggiare da maggio al 21 luglio, quando i plenipotenziari delle due Potenze intimarono direttamente ad Oribe di sospendere le ostilità durante i negoziati di pace. Il giorno seguente i comandanti delle due squadre alleate intimarono a Brown di restare nel porto di Montevideo. Il 2 agosto, quando le 3 unità argentine tentarono di uscirne, furono circondate da forze decuple e costrette alla resa. Alle proteste del governo argentino per il “robo de la escuadra”, i rappresentanti inglese e francese lasciarono Buenos Aires spostandosi a Montevideo, mentre Rosas vietava alle navi delle due bandiere la navigazione nel Paranà e sospendeva il pagamento degli interessi sul prestito della Baring Brothers. Concesse però al prode ammiraglio Brown il permesso di lasciare il comando per non dover combattere contro i propri connazionali, affidando la difesa costiera del Plata, del Paranà e dell’Uruguay ai generali Prudencio Rosas, Lucio Mansilla e Matias Diaz.

Il 12 agosto, lo stesso giorno in cui Echague annientava le forze di Lopez, le due Potenze replicarono a loro volta con la dichiarazione congiunta di guerra e aiutarono Montevideo ad allestire una squadriglia di 20 navi e 40 cannoni. Secondo il piano di guerra, gli ammiragli Howden e Lainé dovevano bloccare Buenos Aires e risalire il Paranà, mentre le forze orientali avrebbero riaperto l’Uruguay sino alla grande cascata di Salto, dove dovevano congiungersi con le forze correntine. Metà della Legione italiana rimase a Montevideo al comando di Luigi Botaro. Gli altri 250, al comando di Giacomo Anzani, si imbarcarono sulla squadriglia assieme a 300 orientali, con 6 cavalli e 2 pezzi da campagna. Il 31 agosto la “squadriglia montevideana” raggiunse le 10 unità da guerra alleate di fronte al fortino rosista di Colonia, che fu espugnato dai legionari (cannoneggiati - per errore o per odio ideologico - dal brigantino francese Ducoedic). Il 5 settembre gli alleati occuparono anche l’Isola di Martin Garcia issandovi la bandiera orientale. Imboccato l’Uruguay, il 20 settembre la flotta raggiunse Gualeguaychù, saccheggiata dalle fanterie di Garibaldi, e il 29 Paysandù. Non potendo proseguire a causa dell’eccessivo tonnellaggio, le navi alleate tornarono indietro per aprire il Paranà ad un convoglio di mercantili. Mansilla aveva sbarrato il fiume al Rincon de Obligado con una fila di barche incatenate alle due sponde. Su quella occidentale erano piazzate 4 batterie con 16 pezzi da dieci a ventiquattro libbre e una forza equivalente alle truppe da sbarco alleate (600 patricios, 300 miliziani locali e 2 squadroni di cavalleria). Howden e Lainé si presentarono all’alba del 20 novembre con 11 navi e 99 cannoni. I 10 brulotti argentini riuscirono a incendiare una nave nemica e l’ammiraglia inglese incassò ben 120 colpi, con gravi perdite dovute alla mitraglia, ma, a partire dalle 10 del mattino, i grossi calibri alleati fecero strage nelle batterie argentine. Mansilla continuò a dirigere la battaglia dalla batteria Restaurador, forte di 2 pezzi, mentre i patricios respinsero un primo sbarco nemico un chilometro a valle delle loro posizioni. Dopo mezzogiorno una squadra di marines spezzò a martellate le catene che trattenevano le barche di sbarramento. Il nemico le prese tutte tranne il brigantino Republica, fatto esplodere dall’equipaggio dopo averlo abbandonato. In tal modo alle 5 del pomeriggio le navi alleate poterono presentare il fianco alle batterie argentine. Esaurite le ultime unizioni, Mansilla le fece evacuare. Pochi minuti dopo erano distrutte dalle bordate nemiche. Poi la fanteria da sbarco alleata travolse quella argentina. Gravemente ferito, Mansilla venne sostituito dal colonnello Marcos Rodriguez, che alle 6 ordinò la ritirata, lasciando sul terreno 650 morti e feriti. Tuttavia, benchè padrona del Paranà, la flotta alleata non riuscì poi a trovare un punto in cui poter assicurare lo sbarco delle merci che era incaricata di scortare. Lo tentò il 9 gennaio 1846 al Tonclero (a monte di Ramallo) e il 16 a San Lorenzo, ma in entrambe le occasioni lo sbarco era fu dissuaso dalle batterie argentine, la seconda delle quali, con 8 pezzi leggeri ben piazzati sulla barranca, provocò 50 perdite a bordo delle navi alleate. L’occupazione di Salto, la minaccia paraguayana e l’offensiva entrerriana(3 novembre 1845 - 28 marzo 1846) Intanto la flottiglia orientale aveva forzato il passaggio di Paysandù sfidando il fuoco delle batterie terrestri e di alcune cannoniere argentine internate nell’arroyo Aguatero. Poi Garibaldi era sbarcato a Juanicò e, dopo aver respinto un contrattacco terrestre, si era collegato con i matreros (equivalente uruguayano dei gauchos) offerti dall’avventuriero irlandese Mundell. Col loro aiuto il 3 novembre aveva preso Salto, catturandovi 80 uomini e il 25 ne aveva catturati altri 100 con un attacco di sorpresa contro il campo nemico sul rio Itapebì, mettendo in fuga il generale Manuel Lavalleya. Intanto, ottenuto dal Brasile il riconoscimento della propria indipendenza, il Paraguay tentò di imporlo anche all’Argentina. Il trattato di alleanza offensiva firmato l’11 novembre con la provincia di Corrientes, impegnava Asuncion a mettere in campo un esercito di 10.000 uomini. Naturalmente il trattato indusse Urquiza a prevenire l’intervento paraguayano vibrando il colpo decisivo contro il ridotto correntino. Il primo obiettivo della nuova offensiva entrerriana fu ovviamente Salto: ma l’attacco del 6 dicembre venne respinto da Garibaldi, e il 23 Urquiza si ritirò lasciando a bloccare il fortino il generale Servando Gomez,

con in sottordine il tenente colonnello Gregorio Vergara e il comandante Diego Lamos. Garibaldi tentò di sbloccare Salto, ma il 2 gennaio 1846 fu respinto alle punte del Ceibal dal maggiore Marcos Nera. Lo stesso giorno, alla testa di 6.000 uomini, Urquiza varcava il confine correntino e il 16 la sua avanguardia batteva a Las Osamentas, presso l’antico campo di battaglia di Pago Largo, il colonnello correntino Nicanor Càceres. Il 4 febbraio, a Laguna Limpia, fu lo stesso Urquiza a disperdere, con 600 cavalieri contro 1.200, la divisione correntina di Juan Madariaga, facendolo prigioniero. Inferiore di forze e sempre più osteggiato dal governatore Joaquin Madariaga, Paz si chiuse allora nel ridotto settentrionale, reso impenetrabile dal terreno paludoso, trincerandosi a Ubajahì, protetto a Nord dall’Alto Paranà e a Sud dall’Estero di Santa Lucia, dove fece piantare da diecimila palafitte per renderlo invalicabile alla cavalleria entrerriana. Anche in Uruguay Venancio Flores aveva tentato di riaccendere la guerriglia riverista, attaccando il 16 gennaio la piazza di San Carlos, difesa dal colonnello Antonio Acugna. Ma Flores si era dovuto ritirare all’accorrere dei rinforzi, guidati dal colonnello Juan Barrios. Sul fronte di Salta, appreso che il colonnello Anacleto Medina stava finalmente arrivando con 200 uomini, Garibaldi gli andò incontro con 186 legionari e un centinaio di cavalieri orientali comandati da Bernardino Baez. Ma l’8 febbraio si scontrò alla fattoria di San Antonio con 300 fanti e 900 cavalieri di Gomez. Presto abbandonati dagli orientali, i legionari combatterono l’intera giornata, infliggendo forse 500 perdite al nemico e ritirandosi con 33 morti e 53 feriti a Salto, dove Anzani e altri 50 legionari avevano nel frattempo respinto un’incursione nemica (fu questa l’ “hazana del 8 de febrero” immortalata sulla bandiera nera col vulcano fiammeggiante offerta alla Legione Italiana). Medina raggiunse Salto il giorno successivo, ma solamente per restarvi bloccato. Il 26 febbraio e il 28 marzo, a Laureles e al Rincon de Tapeoy, Vergara e Lamos annientarono altre due piccole bande riveriste. Il ritorno di Rivera e la neutralizzazione di Corrientes (14 febbraio - 14 agosto 1846) Intanto, dissuaso dalle formidabili difese del ridotto correntino, Urquiza era tornato nella sua provincia, avviando una trattativa segreta con Madariaga per indurlo a rinunciare all’intervento paraguayano, sbarazzarsi di Paz e concludere la pace, con la garanzia di conservare il potere. Non soltanto a Corrientes, ma anche a Montevideo l’oltranzismo antirosista aveva finito per isolare e rendere odiosa alla maggioranza degli orientali la fazione degli esuli argentini. Il 14 febbraio un colpo di stato moderato, sostenuto dal Brasile, impose al governo di richiamare Rivera. Ma gli estremisti ripresero il sopravvento e il 1° aprile il governo vietò a Rivera di sbarcare. L’argentino Jacinto Estivao, che comandava il porto, fu ucciso per essersi opposto alle bande armate che avevano tentato di forzare lo sbarco. I volontari argentini dislocati lungo il perimetro difensivo, si concentrarono allora nella caserma della Legion argentina, abbandonando poi la città per raggiungere Paz nel ridotto correntino. Ma il 4 aprile, a seguito degli accordi con Urquiza, Madariaga gli tolse il comando dell’esercito. A sua volta la flotta alleata proseguì per l’Alto Paranà scortando rifornimenti per Madariaga. Il 6 aprile i 17 pezzi della poderosa batteria di Quebracho (a monte di San Lorenzo) provocarono qualche lieve avaria al nemico, ma 10 furono poi distrutti il 4 (o 16) giugno, quando le navi alleate ridiscesero il fiume tornando dalla missione politico-logistica a Corrientes. Mansilla (guarito e tornato in comando) e Prudencio Rosas colsero comunque qualche alloro il 19 e 21 aprile, l’uno recuperando una delle unità perdute al Rincon de Obligado, l’altro respingendo uno sbarco dimostrativo all’Ensenada di Barragan. La pace tra Urquiza e Madariaga venne firmata il 14 agosto ad Alcaraz. Il caudillo correntino riconosceva il Patto Federale e la delega delle relazioni esterne a Rosas, ma una clausola segreta lo esentava dall’intervento nelle ostilità in atto con le due Potenze europee e con il governo uruguayano (che nel frattempo aveva fatto arrestare Mundell e richiamato Garibaldi, il quale tornò a Montevideo il 5 settembre). Benchè il trattato ribadisse la formale supremazia del governatore bonearense, Rosas ne fu fortemente contrariato e non volle ratificarlo. Del resto la sua fondata apprensione per il crescente potere di Urquiza fu rafforzata dalle continue pressioni del caudillo entrerriano per una nuova “organizacion nacional”, che

implicava una insidiosa revisione costituzionale. Ma Rosas contava ancora sul sostegno dell’Inghilterra, dal momento che il contrasto era stato determinato proprio dal desiderio di evitare l’unificazione geopolitica del Plata, mentre il blocco navale di Buenos Aires, con la correlata sospensione dei pagamenti dovuti alla Baring Brothers, danneggiava anche gli interessi inglesi. La fine del blocco inglese, la vittoria di Urquiza e la resistenza di Rivera (1° gennaio 1847 - 9 marzo 1850) Il 9 gennaio 1847 Salto si arrese ad Urdinarrain, mentre in Uruguay le forze di Oribe ripresero l’offensiva, battendo le colonne Flores e Rivera a Campo de Colla (1° gennaio), ai campi di Solis Grande (27 gennaio) e a Picada de Lobos sul Rio Negro (10 febbraio) e prendendo le avanzate di San Carlos (11 gennaio), la piazza di Villa Mercedes (27 gennaio) e l’avamposto della Retama di Colonia (9 febbraio). Incalzate anche dalle truppe entrerriane, le forze riveriste subirono altre sanguinose sconfitte il 3 maggio alla Picada del Sarandì, il 1° e il 13 agosto ai Rincones di Araza e della Coronilla e il 29 settembre alla Barra de los Tapes. I nuovi rovesci subiti da Rivera convinsero l’Inghilterra ad affrettare la normalizzazione dei rapporti con l’Argentina. Il 15 luglio, dopo un colloquio con Rosas e un armistizio con Oribe, l’ammiraglio Howden tolse il blocco inglese (quello francese rimase sino al 15 giugno 1848, quando fu rimosso dal nuovo governo repubblicano: il 24 novembre 1849 il rappresentante inglese Souther stipulò un trattato di pace che nella sostanza accoglieva tutte le posizoni argentine, riconoscendo ai fiumi Paranà e Uruguay la qualità di acque “interne”). Riannodate le relazioni con l’Inghilterra, Rosas poté annullare il trattato di Alcaraz, ordinando ad Urquiza di sottomettere Corrientes. L’esercito entrerriano, forte di 6.000 uomini, partì il 20 ottobre da San Cala, marciando per la strada della Cuchilla Grande, utilizzata anche nelle precedenti invasioni. Man mano che avanzava, vari comandabti correntini passarono dalla sua parte: Càceres alla frontiera interprovinciale, Beron a Mercedes e Soto al Rio Corrientes. Imitando la strategia difensiva di Paz, anche Madariaga si era ritirato tra le paludi settentrionali, ma non nel vecchio ridotto di Ubajahì, bensì nel potrero di Vences, circondato da esteros, malezales e profondi zanjones. Sloggiate il 25 novembre le avanzate unitarie da Caà-Catì e completata la ricognizione preliminare, Urquiza decise di attaccare frontalmente, con la fanteria del comandante José Maria Francia, attraverso la stretta bocca del potrero, mentre le ali di cavalleria (Urquiza e Garzon) dovevano avvolgere il nemico attraversando stagni e fossati. Francia attaccò alle 11 del 27 novembre, appoggiato sulla sinistra da 5 cannoni, mentre la cavalleria guadava gli esteros per poi gettarsi su entrambe le ali nemiche. Malgrado la valorosa resistenza della Divisione santafesina di Lopez, l’esercito unitario fu annientato, lasciando sul campo 500 morti e 2.000 prigionieri. Il 14 dicembre, deposto Madariaga, Urquiza consegnava la provincia al suo luogotenente Benjamin Virasoro. Rifiutando di accettare la sconfitta, Rivera accorse allora a sbarrare la linea dell’Uruguay, marciando con un nuovo esercito su Paysandù. Avendo forze inferiori, Servando Gomez dovette ritirarsi e il 26 dicembre Rivera prese la piazza, malgrado la valorosa difesa del comandante Felipe Argento. All’inizio del 1848, tuttavia, Rivera controllava soltanto tre piazzeforti orientali: la capitale, Salto e Colonia, queste ultime assediate dai colonnelli José Maria Flores e Lucas Moreno. Difesa da Anacleto Medina, Colonia fu conquistata d’assalto il 18 agosto, con un breve ma sanguinoso combattimento (cento caduti in un’ora). Il 21 e 22 ottobre i difensori di Montevideo fallirono due sortite di 300 e 250 uomini contro il Pantanoso e il Cerro, respinte da Jerònimo Serrano e Baldomero Lamela, il primo con appena 100 uomini, l’altro con 70. Il 17 novembre ne fallì anche una terza, di 300 fanti e 70 cavalieri, fermata al Saladero de Sayago dalla resstenza di 60 federali del capitano Ubal e costretta a ripiegare dal contrattacco di Serrano. Lo stallo si protrasse fino all’ottobre 1851, appena interrotto all’inizio del 1850 da un fallito tentativo di sbloccare Salto condotto dal barone di Yacuy con truppe riogradensi e riveriste, sconfitte e respinte dal colonnello Lamas il 5 gennaio ai campi del Catalan e il 9 marzo al Paso de las Piedras.

Nota: la Stazione Navale della Regia Marina Sarda (1843-48) Nel corso della guerra anche la piccola Reale Marina Sarda tornò a “mostrare bandiera” nelle acque del Plata, soprattutto per controllare le attività della centrale rivoluzionaria italiana, trasferitasi da Rio de Janeiro a Montevideo, ma anche per difendere i sudditi sardi dai soprusi di Rosas, il quale li sospettava di simpatie unitarie. Nel 1843 la fregata Des Geneys dette prova di grande perizia nautica risalendo il Rio della Plata e nel 1844 fu avvicendata dal brigantino Eridano. La stazione sarda di Montevideo, inizialmente comandata dal contrammiraglio Giorgio Mameli, padre del patriota Goffredo, fu retta in quegli anni da MaurizioVillarey e infine dal barone nizzardo Augusto Corporandi d’Auvare, che durante la rappresaglia anglo-francese del 1845 mise in salvo sulla corvetta Aquila centinaia di quei sudditi francesi e inglesi di cui il consolato sardo aveva assunto, su preghiera dei rappresentanti, la tutela. Ma le relazioni diplomatiche col Regno di Sardegna si interruppero nel 1848, quando Rosas, prendendo a pretesto la mancata notifica dell’adozione del Tricolore quale nuovo vessillo sabaudo, espulse l’incaricato d’affari d’Hermillon, accusandolo di essere “il nemico più perverso, più feroce e più sanguinario” e di aver intrigato “con sfacciata insolenza contro la pace” curando gli interessi della Francia (Incisa, pp. 102-117).

VI - LA QUESTIONE PORTEGNA (1851-1863)

SOMMARIO: 1. La battaglia di Monte Caseros (1851-52). - 2. La secessione bonearense (1852-59). - 3. La guerra di unità nazionale (1859-63).

1. LA BATTAGLIA DI MONTE CASEROS (1851-52)

Il pronunciamiento di Urquiza e la liberazione di Montevideo (1° maggio - 21 novembre 1851) Rosas aveva tenuto testa alle due maggiori Potenze mondiali e sconfitto i suoi nemici del Nord-Est. Ma proprio il suo successo ne affrettò la fine. Abbandonati anche dai francesi, gli esuli argentini e il governo di Montevideo si volsero naturalmente verso Urquiza, che li aveva sconfitti ma che incarnava la crescente insofferenza delle province confederate nei confronti di Rosas, accresciuta dalle misure protezioniste con le quali il governo dittatoriale aveva sostenuto il blocco navale europeo. Alla quarta rielezione di Rosas, tutte le province gli riconfermarono la delega delle relazioni esterne, ma alcune si pronunciarono a favore del programma di “organizzazione nazionale” caldeggiato da Urquiza, reclamando in sostanza la convocazione di un congresso costituente. Nell’aprile 1851 Urquiza imboccò la strada dell’aperta ribellione, invitando le altre province a stringere alleanza per porre fine alla dittatura rosista e restaurare l’autentico federalismo e il 1° maggio il governo entrerriano notificò a quello bonearense il ritiro della delega delle relazioni esterne della provincia mesopotamica. Il 25 successivo Urquiza pubblicò nella capitale provinciale, Concepcion del Uruguay, un infiammato proclama nel quale si invitava la Confederazione a lottare per l’“organizzazione nazionale” e contro Rosas, e nel quale il vecchio motto confederato “mueran los salvajes unitarios” era sostituito da quello antirosista “mueran los enemigos de la organizacion nacional”, promuovendo in tal modo un programma di riconciliazione nazionale con i liberali. Quattro giorni dopo Urquiza firmava un trattato d’alleanza col Brasile e col governo di Montevideo, nel quale, in cambio dell’aiuto militare contro Rosas, riconosceva l’indipendenza dell’Uruguay, minacciata dalla presenza delle forze di Oribe. Il Brasile ne approfittò per stipulare col nuovo governo colorado di Montevideo i vantaggiosi trattati dell’ottobre-novembre 1851 che gli concedevano quasi tutte le Misiones Orientales del rio Yaguaron e della laguna Mirim, la neutralizzazione dell’Isola Martin Garcia e la navigazione comune sull’Uruguay con franchigia fiscale decennale, nonchè il diritto di intervento in caso di movimenti armati contro il governo orientale, mettendo a suo carico il mantenimento del contingente brasiliano. Diffidando della fedeltà del suo esercito, il dittatore preferì restare sulla stretta difensiva chiudendosi nella sua provincia, anche quando, il 28 luglio, Urquiza varcò la frontiera uruguayana per sbloccare Montevideo. Vari comandanti delle forze di sicurezza antiriveriste si unirono all’esercito entrerriano, ingrossandone le file fino a 9.000 uomini. L’unica reazione di Rosas fu, il 16 agosto, la formale dichiarazione di guerra al Brasile, priva però di ogni conseguenza operativa. Del resto le forze di Oribe sembravano inizialmente in grado di resistere da sole. Il 17 agosto gli assediati di

Montevideo fallirono infatti un’ennesima ed ultima offensiva nel settore del Pantanoso, respinta dal tenente colonnello Lamela, mentre il 12 settembre Dionisio Cabral, comandante di Cerro Largo, sorprese le forze riogradensi del barone di Yacuy ad Arroyo Chuy, che si sbandarono con un centinaio di perdite. Ma il 13 settembre Urquiza si accampò di fronte alle forze di Oribe, offrendogli una resa onorevole. Dopo un lungo negoziato, l’8 ottobre Oribe sottoscrisse la capitolazione del Pantanoso, consegnando l’esercito ad eccezione della sua persona. L’aliquota orientale fu incorporata nell’esercito del governo di Montevideo e quella argentina nell’esercito di Urquiza. Il 21 novembre un nuovo trattato gli riconobbe il titolo di presidente provvisorio e capitano generale della Confederazione, affidandogli il comando dell’Ejército Grande, composto da 22.000 uomini. Un terzo erano entrerriani, un terzo correntini delle due fazioni rivali (Madariaga e Virasoro) e il resto veterani del disciolto esercito di Oribe e antirosisti di tutte le tendenze, inclusi gli unitari come Bartolomé Mitre:
Ø8 battaglioni di 600 uomini: 2 entrerriani (Entrerriano, Urquiza), 4 bonearensi (1° Federacion, 2° Constitucion, 3° San Martin, 4° Buenos Aires) e 2 correntini (Defensor e Patricios); Ø22 divisioni di cavalleria: 10 entrerriane (1-9 e San Juan), 7 correntine (1-6 e Escolta) e 5 bonearensi (1-5); Ø2 squadroni di artiglieria: 1 entrerriano e 1 correntino. Ø3 squadroni di artiglieria volante: 1 entrerriano e 2 bonearensi.

Col medesimo trattato, Uruguay e Brasile si impegnarono a fornire ciascuno una Divisione ausiliaria di 3.000 uomini, e il Brasile anche una squadra navale nonchè le somme necessarie per la guerra, da restituirsi dopo la vittoria ad un interesse annuo del 6 per cento. Nel frattempo il Brasile concentrava in Uruguay una forza di 16.200 uomini al comando del generale Luiz Alves de Lima e Silva, duca de Caxias (1803-80). La sconfitta e la fuga di Rosas (9 dicembre 1851 - 3 febbraio 1852) Sulla carta, Rosas poteva opporre ben 46.600 uomini, di cui 28.800 veterani, concentrati attorno alla capitale:
Ø7.500 Division Norte (Echague) tra Coronda, San Lorenzo e Rosario, con tre nuclei a Ramallo (Martin de Santa Coloma), San Pedro (Jeronimo Serrano) e Zarate (Lucio Mansilla); Ø5.800 Divison Centro (Pacheco) a Lujan, con nuclei a Cortina (Manuel Rojas) e Aguilera (Barrancosa); Ø2.800 Division Sur (Cornet e Pedro Rosas) alla laguna de los Pardos, Tuyù, Salado ed Ensenada; Ø6.500 veterani al campo di Palermo; Ø6.200 veterani al campo di Santos Lugares; Ø17.800 miliziotti e ausiliari di polizia in città.

Il 9 dicembre il generale Santa Coloma riuscì a piegare facilmente la ribellione del colonnello Serrano. Ma il 17 dicembre 11 navi da guerra brasiliane, pur con qualche lieve perdita, forzarono il passo del Tonelero, invano difeso dal generale Mansilla con 7 bocche da fuoco, sbarcando la Divisione ausiliaria del marchese di Porto Alegre. E l’8 gennaio 1852, varcato il Paranà in più punti, l’esercito confederato si concentrò ad Espinillo. Tuttavia il morale dei confederati fu scosso dalla ribellione della Divisione Aquino, formata da veterani di Oribe che il 12 gennaio uccisero i comandanti e passarono dalla parte di Rosas. Urquiza li condannò tutti a morte, non appena fossero stati catturati. In ogni modo le truppe rosiste si ritirarono di fronte all’avanzata nemica. Un conato di resistenza fu schiacciato il 18 gennaio a Lomas Negras, mentre il 31, ai campi di Alvarez, 3.000 cavalieri confederati di Juan Pablo Lopez respinsero i 3.500 rosisti del colonnello Hilario Lagos, causandogli 200 morti e 200

prigionieri e obbligandolo a ritirarsi a Santos Lugares, dove si trovava il grosso dell’esercito rosista. Lo scontro finale avvenne il 3 febbraio a Monte Caseros, dove il dittatore attese passivamente l’attacco. Urquiza condusse personalmente l’ala destra, ben 10.000 cavalieri veterani contro 2.000 lancieri di Lagos. Poi avanzò la fanteria del centro (Division Oriental e Brigada Rivera), seguita con qualche ritardo dalla Divisione brasiliana e affiancata dall’ala sinistra di Urdinarrain. Vi fu una accanita resistenza nel caposaldo della casa di Caseros, dove l’artiglieria del colonnello Martiniano Chilabert sparò tutte le sue munizioni prima di ritirarsi. Ma sotto l’impeto della preponderante e agguerrita cavalleria mesopotamica l’esercito governativo si sbandò lasciando sul campo 7.000 prigionieri e 56 cannoni. Gran parte della Divisione Aquino fu catturata mentre cercava di raggiungere il campo di Palermo e subito passata per le armi. Rosas scappò travestito nella capitale, dove, firmate le dimissioni, si mise sotto la protezione del governo inglese che lo fece imbarcare su una nave da guerra relegandolo poi a Southampton. Mentre marciava verso Monte Caseros, Urquiza aveva distaccato il colonnello Juan Crisostomo Alvarez contro il governatore di Tucuman, Celadonio Gutierrez, l’unico caudillo provinciale rimasto fedele a Rosas. Il 4 e il 10 febbraio Alvarez aveva facilmente sconfitto le avanguardie tucumane ai Cardenas e a Tapia, ma il 15 Gutierrez lo aveva catturato a Manantial e il 17 lo aveva fatto fucilare assieme a vari ufficiali. Questa esperienza consigliò ad Urquiza di riconoscere come autorità legittime tutti i governatori in carica, incluso Gutierrez, ingoiando la fucilazione di Alvarez (Una nuova rivolta, diretta da Manuel Espinosa e appoggiata dal caudillo santiaguegno Taboada, scoppiò nel febbraio 1853, mentre Gutierrez si trovava al congresso di San Nicolas. Sconfitto e ucciso Espinosa, in ottobre il caudillo tucumano fece una spedizione punitiva contro Taboada, interrotta da un nuovo conato rivoluzionario).

2. LA SECESSIONE BONEARENSE (1852-59) Il trattato di San Nicolas e la secessione di Buenos Aires (31 maggio - 11 settembre 1852) La facile caduta dell’odiato tiranno infranse la precaria unità del fronte antirosista. E’ vero che Urquiza non seppe governare la politica di riconciliazione che gli aveva assicurato la supremazia militare e la vittoria di Monte Caseros. Forse sarebbe stato ancora possibile, in qualche modo, far convivere i caudillos in una confederazione nominale, continuando di fatto l’astuta politica del dittatore deposto. Ma, come Rosas aveva giustamente compreso, rimettere mano alla costituzione significava inevitabilmente far riesplodere tutte le contraddizioni geoeconomiche dell’Argentina e dunque riaprire l’irrisolvibile conflitto di interessi tra Buenos Aires e le province dell’interno di cui i caudillos e la violenza politica erano non la causa, ma l’effetto. Urquiza si illuse di poter dominare la fronda dei liberali bonearensi con l’occupazione militare della provincia e nella capitale e col reimpiego di molti esponenti di secondo piano del vecchio regime, a cominciare dal colonnello Manuel Rojas, nominato l’8 marzo comandante della nuova Guardia Nacional bonearense, che il 17 marzo assorbì anche le vecchie milizie urbana e di campagna. Anche il cruciale settore del Centro, includente la capitale, venne affidato ad un ex-rosista, il valente colonnello Hilario Lagos. In cambio della conferma, i caudillos provinciali riconobbero ad Urquiza, col trattato di San Nicolàs del 31 maggio 1852, la rappresentanza esterna della Nazione e il comando in capo degli Eserciti della Confederazione, dandogli mandato di convocare a Santa Fe una nuova Costituente per procedere alla “organizacion nacional” in base ai principi repubblicano e federale. Ma l’appoggio degli ex-rosisti e l’impegno sul carattere federele della nuova costituzione costarono ad Urquiza il residuo sostegno dei liberali portegni, scontentati anche dal criterio paritario, anzichè proporzionale alla popolazione, fissato per le rappresentanze provinciali al congresso costituente. Di conseguenza il 23 giugno la legislatura bonearense respinse la ratifica del trattato di San Nicolas, costringendo il governatore Vicente Lopez y Planes a presentare le dimissioni. Urquiza aggravò il conflitto imponendo a Lopez y Planes di restare e sciogliendo la legislatura, un atto che esorbitava dai poteri provvisori riconosciutigli dallo stesso trattato di San Nicolas. Dieci giorni dopo, quando Lopez y Planes presentò nuovamente dimissioni irrevocabili, Urquiza commissariò la provincia dandone il comando al suo luogotenente, generale José Miguel Galan. Questo intervento esterno fu controproducente, saldando il blocco del patriottismo bonearense e riportando sulla scena politica la borghesia, che trovò il suo esponente politico nel dottor Valentin Alsina e il suo dirigente tecnico-militare nel generale José Maria Piran. In agosto i congiurati si assicurarono il controllo della Guardia Nazionale, il cui comando fu assunto dal colonnello Bartolomé Mitre, veterano della difesa di Montevideo e molto gradito all’influente comunità italiana. L’insurrezione avvenne l’11 settembre e l’adesione non soltanto delle truppe bonearensi (Battaglioni San Martin, Buenos Aires e Federacion e cavalleria di Hornos e Ocampo) ma anche dei due battaglioni correntini costrinse Galan e Lagos ad abbandonare la città per raggiungere il quartier generale di Urquiza a Rosario. Deposte le autorità urquiziane, i rivoluzionari convocarono la vecchia legislatura che elesse governatore il generale Manuel Pinto. La vittoria bonearense (18 settembre 1852 - 24 luglio 1853)

Urquiza riunì 6.000 uomini per marciare immediatamente su Buenos Aires, ma, resosi conto di non poter contare sulla fedeltà di tutti i suoi comandanti, rinunciò alla spedizione, cercando di presentarlo come un gesto umanitario diretto a favorire una soluzione pacifica, affidando al colonnello Francisco Guillermo Baez il negoziato con la provincia secessionista. L’accordo del 18 settembre si limitò peraltro a riconoscere la situazione di fatto, lasciando irrisolti tutti i nodi politici. Il governo Alsina approfittò della debolezza di Urquiza per strappargli anche il controllo del Litorale. Il 16 novembre truppe portegne sbarcarono a Gualeguaychù al comando di Madariaga e del generale Manuel Hornos, che due giorni dopo sconfisse a Calà il generale confederato Crispin Velazquez, obbligandolo a ritirarsi a Paranà, quartier generale di Urquiza. Intanto Madariaga proseguiva con la flottiglia e 1.300 uomini su Concepcion del Uruguay, difesa dal giovane Lopez Jordan (figlio dell’omonimo generale) con 400 volontari. Tuttavia l’attacco del 21 novembre si infranse contro l’ostinata resistenza del presidio e Madariaga fu costretto a reimbarcarsi e tornare a Buenos Aires, mentre Hornos proseguiva per Corrientes. Il 1° dicembre il colonnello Lagos sollevò le milizie del settore centrale marciando sulla capitale portegna. Alsina dovette dimettersi, lasciando il governo a Pinto e il comando militare a Pacheco. Buenos Aires fu messa in stato di difesa, le paghe furono corrisposte a scadenza settimanale anzichè mensile per venire incontro alle esigenze dei volontari e Mitre curò la revisione delle liste della guardia nazionale, dove furono obbligati ad iscriversi, come era già avvenuto nel 1829, anche 25.000 residenti europei, inclusi 7.000 cittadini del Regno di Sardegna. Tuttavia questa volta un ex-ufficiale borbonico e veterano della guerra antirosista, l’abruzzese Silvino Olivieri (1829-56), organizzò anche un reparto di volontari, la Legione Italiana, che seppe guadagnarsi il titolo ufficiale di “valorosa” (Legion valiente). Le truppe confederate invasero la provincia nel gennaio 1853. Il 14 il colonnello Juan Francisco Olmos fu respinto a Laguna de Lastra da 2.000 miliziani fedeli al governo portegno, ma il generale Gregorio Paz li sorprese il 22 al Rincon de San Gregorio, catturando i loro capi (Pedro Rosas y Belgrano e colonnello Faustino Velazco). Pacheco, che aveva guidato una sortita su San José de Flores, dovette rientrare in città. Il 20 marzo il prestigioso generale José Maria Paz, difensore di Montevideo, divenne ministro della guerra del governo secessionista: ma Urquiza, che con 12.000 uomini bloccava la città dalla parte di terra, allestiva intanto anche il blocco navale, ingaggiando a tale scopo ingaggiò il capitano americano Coe. Il 17 aprile, nelle acque di Martin Garcia, la piccola squadra confederata distrusse quella portegna, benchè quest’ultima disponesse di un volume di fuoco superiore e fosse stata recentemente rinforzata da nuove unità. Ma, nonostante la sconfitta, il governo portegno respinse due offerte negoziali avanzate da Urquiza. Il 1° maggio la Costituente santafesina approvò la nuova costituzione, repubblicana e federalista, ispirata da Juan Bautista Alberdi (1810-84). Il giorno successivo i difensori della capitale risposero con una rabbiosa sortita. Mitre guidò 2 battaglioni fino al Potrero de Langdon, dove fu gravemente ferito alla testa. Ma l’asso dei portegni fu il tradimento di Coe, che il 20 maggio, in cambio di una forte somma di denaro, passò al servizio del governo secessionista. Poco dopo anche il colonnello confederato Laureano Diaz passò con 900 uomini nel campo portegno. A queste defezioni, che avevano già minato il morale delle truppe confederate, si aggiunse quella del generale José Maria Flores, già ministro del governo Alsina e poi luogotenente di Urquiza in Uruguay. Il 13 luglio Flores sbarcò al Baradero lanciando un appello all’insurrezione. Le truppe che dovevano fermarlo si unirono a lui marciando verso la capitale assediata. Preso tra due fuochi, Lagos dovette arrendersi e, con la mediazione anglo-americana, Urquiza accettò di evacuare la provincia entro il 24 luglio. Invasioni e guerra doganale (1854-56) Nel 1854, in attesa di un accordo con le altre 13 province, quella bonearense proclamò la propria piena sovranità. Urquiza reagì consentendo al generale Jeronimo Costa, esule a Santa Fe, di marciare su Buenos Aires con una colonna di 500 fuoriusciti portegni, che l’8 novembre fu però battuta e respinta a Tala dal generale Hornos (che disponeva di 1 battaglione, 1 reggimento di cavalleria e 5 cannoni).

Col Pacto de convivencia del 1855 Buenos Aires e la Confederazione convennero sull’uso di una bandiera comune, sull’integrità territoriale e sulla difesa reciproca in caso di aggressione straniera. Ciò non impedì, nel gennaio 1856, un nuovo tentativo di invasione, stavolta da parte del generale Flores. Mitre, divenuto nel frattempo ministro della guerra, lo sconfisse il 25 gennaio alla laguna di Cardozo, inseguendolo poi in territorio santafesino (che fu crudelmente devastato dagli indios alleati di Buenos Aires). Il generale Costa, che nel frattempo era sbarcato a Zarate, fu catturato il 31 gennaio dal colonnello Emilio Conesa e, in conformità agli ordini del governo portegno, fu passato per le armi assieme a 125 seguaci nel latifondo Villamayor. Intanto, approfittando del conflitto interno argentino, Brasile e Stati Uniti riuscirono ad imporre il riconoscimento della libera navigazione del Paranà, osteggiato non solo da Rosas ma da tutti i successivi governi argentini. Come si è detto, la rinuncia formale ad ogni rivendicazione argentina sull’antica provincia orientale del Viceregno spagnolo del Plata, era parte del prezzo pagato da Urquiza per ottenere l’appoggio militare e finanziario brasiliano contro Rosas. Tuttavia, subito dopo la vittoria di Monte Caseros, Urquiza aveva riconosciuto anche l’indipendenza del Paraguay, che solo pochi anni prima si era impegnato a sostenere la secessione correntina contro l’egemonia entrerriana e contro la dittatura di Rosas, ma era stato poi escluso dall’alleanza antirosista del 1851. In tal modo, pur rinunciando ad ogni ingerenza diretta nella Banda Oriental, Urquiza aveva di fatto favorito l’ingerenza del regime conservatore di Asuncion, il quale aveva dato asilo politico agli esuli del partito conservatore (blanco) uruguayano, appoggiando le loro trame per rovesciare il nuovo governo liberale di Montevideo, presieduto dal generale Venancio Flores. Ma a preoccupare il governo brasiliano era anche la secessione bonearense, con il rischio che il nuovo regime portegno potesse approfittare della debolezza militare di Flores per offrirgli la propria alleanza in nome dei comuni valori liberali, dandogli così il modo di emanciparsi dalla tutela brasiliana. Ciò indusse il Brasile a dare una dimostrazione di forza contro Asuncion, col pretesto di aver limitato la libertà di navigazione del Paranà. Nel febbraio 1855 il governo bonearense consentì ad una squadra di 20 navi brasiliane, con 130 cannoni e 3.000 uomini, di risalire il Paranà fino al territorio paraguayano e di imporre un accordo dall’anziano dittatore Lopez. Analoga impresa fu compiuta nel 1856 da una squadra statunitense per esigere riparazione delle cannonate sparate dal forte paraguayano di Itapirù contro un mercantile nordamericano. In tale occasione Urquiza, che si era ritirato nella roccaforte entrerriana lasciando il governo al vicepresidente e al ministro degli interni Santiago Derqui, offerse ad Asuncion la propria mediazione con il governo degli Stati Uniti. A sua volta il riconoscimento della libera navigazione del Paranà aggravò il conflitto di interessi tra la Confederazione e Buenos Aires, dove la legge confederale sui “diritti differenziati”, proposta dal ministro degli interni Derqui, fu interpretata come una dichiarazione di guerra doganale. Il governo portegno reagì trattenendo per intero il gettito della dogana marittima, cioè della maggior entrata argentina. Per compensare la perdita, il governo di Paranà decise a sua volta di fondare a Rosario un nuovo porto, con tariffe doganali inferiori a quelle bonearensi. Rappresaglie e controrappresaglie si susseguirono in un clima di crescente ostilità, destinato inevitabilmente a sfociare in un nuovo conflitto armato tra Buenos Aires e le altre province. L’esercito bonearense (1852-60) Il 18 novembre 1852 la fanteria permanente bonearense fu riordinata su 3 battaglioni (1°, 2° e 3°) di 623 effettivi, inclusa una compagnia armata di carabine rigate a ripetizione. Un 4° battaglione fu previsto il 14 novembre 1854, ma cancellato tre mesi dopo per ragioni finanziarie. La cavalleria prevedeva inizialmente 4 reggimenti (1° blandengues de la frontera, 2° granaderos a caballo, 3° husares del Plata e 4° dragones de la Patria), ma il 18 novembre 1852 furono ridotti a tre, accorpando gli ultimi due a formare il 3° coraceros. Comandati dai colonnelli Eustaquio Bustos, Eustaquio Prias e Matias Ramos, i 3 reggimenti avevano un organico di 495 effettivi, su 2 squadroni di 2 compagnie di 120 uomini.

Completava l’esercito 1 reggimento di 413 artiglieri con un treno di 24 moderni pezzi da campagna, elevato il 29 agosto 1853 al rango di division (colonnello Benito Nazar) su 2 brigate, una de plaza (tenente colonnello José Pons) e una ligera (maggiore Joaquin Viejobueno). Un organico inferiore ai 4.000 uomini, con guarnigioni di frontiera a Bragado, 25 de Mayo, Azul, Bahia Blanca e Fuerte Junin. Il 20 agosto 1856 fu organizzato un Cuerpo Médico Militar permanente di 16 ufficiali (1 chirurgo maggiore, 1 principale, 8 chirurghi, 4 aiutanti, 1 farmacista e 1 aiutante). Il 12 settembre furono riviste le norme sul trattamento pensionistico dei militari, garantendo la pensione alle vedove dei caduti, nonchè alle figlie nubili e ai figli maschi minori di 20 anni. Infine il nuovo regolamento del 25 settembre 1857 fissò procedure rigorose per gli appalti militari, istruiti dalla Comisaria de guerra e approvati dal governo. Erano previsti asta pubblica, capitolati d’oneri, malleveria del concessionario e penalità per i danni e pregiudizi arrecati all’amministrazione dalle eventuali inadempienze. Nel gennaio 1853 i battaglioni 1° San Martin e 2° Buenos Aires passarono a far parte della Guardia Nazionale. Il 21 gennaio 1856 fu disposto un nuovo arruolamento per i battaglioni di Guardia Nazionale. Nel 1860 la cavalleria della campagna bonearense fu riordinata su 18 reggimenti (NN. 1-18) comandati dai colonnelli o ufficiali superiori Pedro Naòn, Wenceslao Paunero, Martin de Gainza, Cruz Gorordo, Manuel Sanabria, Jacinto Gonzalez, Alvaro Barros, Antonio Llorente, Juan Antonio Cascallares, Manuel Lescano, Domingo Boado, Diego Babio, Manuel Lopez Canelo, Eduardo Revilla, Agustin Noguera, Pedro Escalada, Benito Machado e José Carballido. L’esercito confederato e i raffronti esteri (1852-60) Il 2 agosto 1852, prima della secessione bonearense, Urquiza, titolare del comando supremo degli eserciti della Confederazione, aveva costituito una Comisaria general de guerra y marina, sotto la direzione provvisoria di Santiago Albarracin. Il 5 giugno 1854 il generale Urdinarrain fu nominato Ispettore generale dell’Esercito e della Guardia Nazionale, una carica di fatto attivata soltanto nel 1856. Il 7 marzo 1860 il nuovo presidente Derqui nominò Urquiza “comandante in capo dell’Ejército de linea”. Il 1° maggio i colonnelli Cesareo Dominguez, Indalecio Chenault e Jeronimo Espejo furono nominati direttori delle academias teorico practicas, istituite per la qualificazione gli ufficiali delle tre Armi. Il 28 aprile 1854 la Confederazione adottò una legge-quadro sulla Guardia Nazionale, nella quale dovevano essere iscritti tutti i residenti idonei dai 17 ai 60 anni, stabilendo i livelli di forza minimi (600 e 200 iscritti) occorrenti per organizzare un battaglione o uno squadrone. Le forze permanenti (Ejército de linea) della Confederazione equivalevano a quelle della sola provincia secessionista: contavano infatti 3.971 effettivi, ordinati su:
Ø2 battaglioni di linea (N. 1 al Cuartel General di Urquiza, N. 2 a Corrientes); Ø6 compagnie autonome di linea (NN. 2 e 3 a Fuerte Tres de Febrero, Sud di Cordoba; N. 5 nel Chaco; N. 7 alla Frontiera Nord di Santa Fe; N. 10 a Paranà); 10 reggimenti di cavalleria (N. 1 Escolta e N. 2 al Cuartel General; N. 3 a San Rafael, Mendoza; N. 4 al Fuerte Constitucional; N. 5 nel Chaco; N. 6 a Salta; N. 7 a Fuerte Tres de Febrero; N. 8 alla Frontiera Nord di Cordoba; N. 9 a Santa Fe; N. 10 alla Frontiera Sud di Santa Fe); Ø1 compagnia autonoma di cavalleria (N. 1 a Paranà); Ø1 brigata d’artiglieria di linea (N. 1 al Cuartel General); Ø5 compagnie autonome d’artiglieria (N. 1 a Paranà, N. 3 a Fuerte Tres de Febrero; N. 4 a Rosario; N. 5 a Corrientes; N. 6 alla Frontiera del Chaco); Ø200 musicanti.

Naturalmente erano reparti puramente nominali, con organici minimi, appena sufficienti per i servizi di

guarnigione. Del resto quello era allora il modello militare diffuso in tutto il Continente americano. Nello stesso periodo l’esercito uruguayano contava infatti appena 1.830 uomini (2 battaglioni, 4 squadroni e 1 brigata d’artiglieria) senza neppure la guardia nazionale, ripristinata soltanto nel 1858 dopo il rimpatrio del corpo di sicurezza brasiliano. L’esercito più potente del vecchio viceregno del Plata, e il secondo del Sudamerica dopo quello brasiliano (25.000), era in quel momento quello paraguayano, con 6.018 effettivi permanenti (4 reggimenti granatieri, 6 battaglioni fucilieri, 4 reggimenti di cavalleria). Era un esercito moderno, dotato di 90 pezzi d’artiglieria, un buon arsenale con maestranze inglesi, collegamenti telegrafici e servizio sanitario. I servizi tecnici erano diretti da due ufficiali inglesi (il colonnello George Thompson e l’ingegnere capo William Whitehead) e da uno tedesco (Robert Herman von Fischer). Inoltre, caso unico in Sudamerica, il Paraguay disponeva di una riserva addestrata di 25.000 uomini, alimentata dalla coscrizione obbligatoria con ferma selettiva integrata da periodici richiami delle classi in congedo. Nei paesi confinanti, al contrario, il reclutamento continuava ad essere basato sugli ingaggi volontari integrati dall’arruolamento forzato dei vagabondi e degli asociali, il che assicurava agli immigrati italiani, tra i quali non pochi espatriati per reati comuni e politici, una buona fetta dei soldati e dei marinai argentini. Le campagne del 1855-57 contro gli indios A beneficiare del conflitto civile erano stati anche gli indios dei cacicchi Calfucurà, Catriel e Cachul, i quali, dotati ora anche di armi da fuoco, avevano intensificato le razzie alla frontiera bonarense, tutt’al più sorvegliata ma non presidiata da un pugno di fortini semisguarniti. Nel 1855 il governo bonearense decise di colpire le tolderias dei cacicchi più pericolosi con due colonne di 700 e 400 uomini agli ordini del ministro Mitre e del colonnello Diaz. Partito il 27 maggio da Azul, Mitre si diresse sulle tolderias di Catriel, situate sulla Sierra Chica. L’attacco fu sferrato il 30 maggio, ma la sorpresa fallì perchè le guide (baqueanos) avevano sottostimato le distanze. Così Catriel ebbe il tempo di scappare e riunirsi con Cachul, accorso in suo aiuto, piombando poi con mille guerrieri sulle guardie nazionali che in gran parte si erano disperse per saccheggiare le toldas. Con grande difficoltà Mitre potè salvare una parte della sua colonna, resistendo fino a notte per poi sganciarsi col favore delle tenebre e tornare alla base (un episodio simile al famoso massacro del 7° cavalleggeri del generale Custer al Little Big Horn, avvenuto nel 1876 nel Montana). La mancata sorpresa determinò anche il fallimento dell’altra colonna, che doveva annientare la tribù di Cachul. Infatti quando Diaz piombò sulla sua tolderia, la trovò deserta, perchè il cacicco era accorso in aiuto di Catriel. Il 31 Diaz dovette poi sostenere un furioso attacco di Calfucurà e, pur avendolo respinto, pochi giorni dopo dovette sospendere le operazioni e rientrare al Saladillo. Il fallimento della spedizione punitiva convinse il governo portegno a trattare con gli indios. Catriel e Cachul accettarono di rinunciare alle scorrerie in cambio di forniture trimestrali di viveri, tabacco, gin e vino. Catriel, nominato generale dell’esercito bonearense, contribuì anche a respingere l’invasione confederata del gennaio 1856, razziando poi in territorio santafesino. Calfucurà rifiutò invece il trattato, continuando le scorrerie. Il 31ottobre 1857 il suo luogotenente Canumil subì dure perdite al paraje Sol de Mayo e il giorno dopo fu attaccato lo stesso Calfucurà, il quale riuscì tuttavia a sganciarsi. Per dargli la caccia, il governo mobilitò 3.000 uomini con 11 cannoni, Costeggiando la Sierra di Curamalal, il 15 febbraio 1858 la colonna incontrò Calfucurà e Canumil all’arroyo Pigué. Caddero molti guerrieri, ma il resto riuscì a dileguarsi all’interno della pampa senza perdere la capacità combattiva. La cavalleria bonearense li inseguì inutilmente fino a Salinas Grandes e l’avanguardia di Conesa si spinse fino alla laguna di Chilihué senza poterli agganciare. Di conseguenza si dovette ordinare la ritirata generale e gli indios ripresero le loro scorrerie. La Legione agricola militare di Bahia Blanca (1855-59)

Nel 1855 il ministro Mitre aveva incaricato Olivieri, nel frattempo riscattato dalle galere pontificie su intercessione del governo bonearense, di organizzare una Legione “agricola militare” di 600 uomini, in gran parte veterani della Legione italiana integrati da qualche altro europeo, da un pugno di gauchos e alcune dozzine di donne, per impiantare una colonia agro-pastorale a Bahia Blanca. La squadra navale che nel febbraio 1856 trasferì la spedizione era comandata dal colonnello Giuseppe Muratori. In novembre, esasperati dalle condizioni di vita e dalla dura disciplina, una ventina di ammutinati trucidarono il colonnello e il cappellano. Fucilati i due caporioni ed abbandonate le velleità colonizzatrici, l’insediamento si trasformò in una base a carattere puramente militare, comandata da un energico e capace ufficiale d’artiglieria ex-garibaldino, il sardo Giuseppe Antonio Susini-Millelire (1819-1900). Così il 19 maggio 1859 i legionari, al comando di Susini, del maggiore Ciarlone e dei capitani Radino e Caronti, respinsero valorosamente un attacco di 3.000 indios guidati dal cacicco Ancalao (soprannominato “Baccalà” dagli italiani), uccidendone circa 200. In seguito, sotto l’impulso del capitano Filippo Caronti, fondatore della colonia “Nuova Roma”, Bahia Blanca si avviò verso un grande sviluppo urbano e portuale, culminato alla fine del secolo nella costruzione della maggiore base navale argentina, Puerto Belgrano, costruita nelle vicinanze dall’ingegnere italiano Luiggi. Ingelosito e preoccupato dal successo della colonia di Bahia Blanca, anche il governo confederale di Paranà promosse un’iniziativa analoga, affidando ad una società inglese il compito di reclutare una Legione mista anglo-italiana, un cocktail di veterani piemontesi reduci dalla Crimea e di rifiuti della società internazionale arruolati nei bassifondi londinesi da ufficiali inglesi di dubbia reputazione (il colonnello Crawford, il maggiore Grenfell e il capitano Shepperd). L’iniziativa si risolse però in un completo fallimento. La Balaklava, la nave che trasportava il primo scaglione, si incagliò nel porto d’approdo (Diamante, nella provincia di Entre Rios) e appena sbarcati i legionari si ubriacarono attaccando briga con la popolazione finchè il comandante della piazza, colonnello José Maria Francia, mobilitò la guardia nazionale ordinandole di uccidere “todos estos gringos”. A seguito di un ammutinamento lo scaglione fu epurato e soltanto una sessantina di coloni soldati giunsero a destino. Furono però subito congedati quado si seppe che nel frattempo il secondo scaglione si era ammutinato a Montevideo e si era diretto a Buenos Aires anzichè a Paranà (Incisa, op. cit., pp. 144-152).

3. LA GUERRA DI UNITA’ NAZIONALE (1859-61) Il conflitto per la provincia di San Juan Il conflitto tra la Confederazione e la provincia secessionista, incubato dalla lunga guerra doganale, fu aggravato dalle cospirazioni liberali, appoggiate da Mitre, nelle province settentrionali. Nel 1858, dopo 19 anni di governo, il caudillo federale di San Juan, Nazario Benavidez, perse il potere a vantaggio del liberale Manuel Vicente Bustos. Benavidez tentò di riprenderselo, ma nonostante l’appoggio del suo amico Urquiza, perse le elezioni finendo poi in prigione con l’accusa di cospirazione. Il 23 settembre 1858, prevenendo l’arrivo di Derqui, spedito da Urquiza per ottenere la liberazione di Benavidez, costui fu assassinato in carcere. L’ultima vittoria di Urquiza (7 luglio - 23 ottobre 1859) Il conflitto, incubato dalla lunga guerra doganale, fu scatenato dall’ammutinamento della fanteria di marina imbarcata sulla nave bonearense General Pinto. I ribelli catturarono il loro comandante, José Murature, e uccisero il fratello Alejandro, comandante di un’altra unità navale, che aveva tentato di fermarli, volgendo poi la prora su Rosario e unendosi alla flottiglia confederata. Buenos Aires reagì con una rappresaglia contro le batterie costiere di Rosario, cannoneggiate il 5 ottobre dalla flottiglia portegna al comando di Susini. La flottiglia confederata, comandata da Mariano Cordero, replicò il 14 forzando il passo del Paranà dopo duro combattimento con la batteria portegna di Martin Garcia e raggiungendo Rosario per mettersi a disposizione di Urquiza. Fu questo scontro a decidere la guerra. La legislatura confederata autorizzò Urquiza a riportare la provincia secessionista in seno alla Confederazione “con la pace o con la guerra” e quella portegna conferì al proprio governo i poteri necessari per respingere l’aggressione confederata. La guerra fu decisa in una sola battaglia, svoltasi il 23 ottobre a Cepeda, dove Mitre, ora governatore, era attestato con 9.000 uomini e 24 cannoni (fanteria in prima linea con l’artiglieria al centro, cavalleria in seconda linea alle ali). L’esercito confederato - 14.000 uomini con 32 cannoni - impiegò alcune ore per guadare l’Arroyo del Medio, confine interprovinciale. La fanteria confederata, inferiore a quella bonearense, fu accolta dal fuoco di sbarramento delle batterie nemiche, inducendo Urquiza a spostarla su entrambe le ali, formate dalla sua famosa cavalleria. Mitre accennò a mutare fronte spostando forze sulla destra, ma dovette rinunciarvi perchè nel frattempo l’ala destra confederata, guidata personalmente da Urquiza, aveva travolto l’ala sinistra portegna travolgendo la cavalleria nemica e poi il quadrato del battaglione N. 2, penetrando in profondità alle spalle dello schieramento nemico, dove molti reparti si arresero o disertarono. Tuttavia, grazie all’eroico contrattacco della Legione italiana di Susini (detto poi “l’eroe di Cepeda”), Mitre potè resistere sino a notte e, col favore delle tenebre, sganciarsi con 2.000 superstiti sfilando in mezzo alla cavalleria nemica. Due giorni dopo le due flottiglie si affrontarono in un confuso scontro nelle acque di San Nicolas. Il patto di San José de Flores e la convenzione integrativa (10 novembre 1859 - 6 giugno 1860) Il 7 novembre l’esercito confederato si attestò a San José de Flores, circondando la capitale nemica con 20.000 uomini, privi però di artiglieria d’assedio e con poca fanteria. Stavolta, grazie alla mediazione paraguayana, il governo portegno accettò il negoziato e il 10 firmò il Patto di San José de Flores, ratificato il giorno successivo, con il quale, in cambio del ritiro delle forze confederate, la provincia accettava di rientrare nella Confederazione, rinviandone le modalità a successivi accordi. La sconfitta bonearense provocò anche la caduta del caudillo liberale di San Juan. Sfuggito ad un attentato

il 22 dicembre 1859, Bustos fu rovesciato nel gennaio 1860 da una cospirazione ispirata dal generale Angel Vicente Pegnaloza (1803-63) detto El Chaco, sceso in campo per vendicare la morte del suo amico Benavidez. Poco dopo la vittoria Urquiza si dimise dalla presidenza e si ritirò a vita privata, pur conservando il comando in capo dell’esercito di linea e non mancando di manifestare pubblicamente il suo dissenso sulla politica del suo successore Derqui. Fu quest’ultimo a concludere con Mitre la convenzione del 6 giugno 1860 sul rientro di Buenos Aires nella confederazione, subordinato all’accoglimento, da parte di una apposita convenzione nazionale, di alcune modifiche costituzionali proposte dalla legislatura portegna. L’accordo prevedeva che il Congresso nazionale costituente di Paranà avrebbe prolungato le sue sessioni con l’integrazione dei deputati portegni, rinviando ogni decisione sulla sede definitiva della capitale nazionale e sull’eventuale nazionalizzazione della dogana bonearense. Fino a quel momento la provincia avrebbe conservato la propria autonomia (ad eccezione delle relazioni esterne) e corrisposto alla Confederazione un sussidio mensile di 1 milione e mezzo di pesos per il controllo della dogana. La sconfitta di Urquiza e il crollo della Confederazione (16 settembre 1860 - 13 dicembre 1861) Il compromesso non funzionò, anche perchè Mitre continuò ad appoggiare le cospirazioni liberali nelle altre province. Il 16-23 settembre l860 le fazioni filomitriste presero il potere a Santiago del Estero e il 16 novembre anche a San Juan, dove il governatore federale José Virasoro fu assassinato. Derqui reagì decretando l’intervento federale a San Juan, concluso con l’esecuzione sommaria del nuovo caudillo liberale Antonio Aberastain, catturato l’11 gennaio 1861 alla Rinconada del Pocito dalle truppe federali del colonnello Mariano Clavero. La propaganda mitrista sfruttò l’episodio per screditare il governo di Paranà, benchè Derqui avesse sconfessato l’esecuzione deferendo il responsabile alla giustizia. La rottura definitiva tra Buenos Aires e la Confederazione si consumò tuttavia soltanto il 15 aprile 1861, quando il Congresso nazionale invalidò l’elezione dei deputati portegni, svoltasi secondo la legge provinciale e non secondo la procedura fissata dalla costituzione nazionale. Buenos Aires insorse contro quello schiaffo: Mitre dichiarò di respingere, “anche a costo della guerra”, la richiesta di Derqui di ripetere le elezioni. Derqui rispose a sua volta inducendo il Congresso a porre al bando la provincia ribelle, dichiarando decadute tutte le sue autorità, sostituendole con delegati federali e ponendo le forze bonearensi al comando di Urquiza. La virata bellicista di Mitre, incoraggiata dall’Inghilterra, poggiava sul sostegno del Brasile e della più importante banca del Sudamerica, il Banco del barone de Manà. L’ingente finanziamento brasiliano gli costò la rottura col Paraguay, ma gli consentì di armare un esercito di 16.000 uomini, del quale facevano parte la Legione di Bahia Blanca e una seconda Legione italiana inquadrata dai veterani di Montevideo. Inoltre Mitre spedì a Roma il poeta Manuel Ascasubi, tenente colonnello della guardia nazionale, per tentare di reclutare 1.000 mercenari svizzeri già al servizio pontificio, mentre il consolato di Roma trasmetteva un elenco nominativo di 120 ex-ufficiali e sottufficiali del disciolto esercito delle Due Sicilie rifugiatisi in territorio pontificio disposti a “servire nelle Americhe”, aggiungendo che erano disponibili altri 400-500 veterani siciliani accompagnati dalle famiglie (Incisa, op. cit., p. 143). Urquiza disponeva di forze equivalenti, ma con diversa composizione fra le tre armi. Era in vantaggio per numero di cannoni (42 a 35) e per entità (11.000 contro 7.000) e soprattutto qualità della cavalleria, ma Mitre prevaleva nella fanteria, non solo più numerosa di quella confederata (9.000 a 5.000) ma soprattutto più solida e addestrata. Questa volta fu Mitre, certo della vittoria, a prendere l’offensiva, mentre Urquiza si tenne sulla difensiva, attendendo il nemico sulla sinistra dell’Arroyo del Medio. Sostenuto dalla flottiglia del Paranà, l’esercito portegno raggiunse la frontiera santafesina l’8 settembre, varcandola otto giorni più tardi. La battaglia avvenne il 17 settembre, sui campi del Pavon. Appresa la dura lezione di Cepeda, stavolta Mitre predispose una solida riserva, tenendola a distanza di sicurezza dal nemico. L’attaccò portegno fu immediato e frontale, si tutto il fronte. Le deboli ali di cavalleria bonearense si sacrificarono contro quelle

entrerriane per attirarle lontano dal centro. Qui la superiore fanteria bonearense caricò alla baionetta, abituata a proteggersi i fianchi con i bersaglieri, anzichè con la cavalleria, e prese le batterie confederate, voltando i pezzi contro il nemico. Impegnata dalla riserva portegna, la cavalleria confederata non potè prendere alle spalle la fanteria nemica. Urquiza ne salvò a stento una parte, sacrificando interamente le altre due armi. Il 4 ottobre Mitre si mise in marcia per Rosario con 14.000 uomini, preceduto da un proclama che prometteva pace, ordine e libertà. Vari corpi santafesini passarono con gli unitari, il governo federale si ritirò a Paranà e Rosario fu occupata l’11 ottobre senza colpo ferire e dichiarata libera. Fu il principio del crollo: gli avanzi dell’esercito federale si dispersero per il paese dandosi al saccheggio e solo con grande difficoltà il nuovo comandante, generale Benjamin Virasoro (1812-97), riuscì a riunire un nucleo ancora in grado di combattere. Il 5 novembre Derqui rimise i poteri al vicepresidente Pedernera e si imbarcò per Montevideo sulla nave inglese Ardent. Il 13 il governatore federale di Cordoba, Allende, fu rovesciato dal colonnello mitrista Manuel J. Olascoaga. In soccorso di Allende intervennero i caudillos di Mendoza e San Luis e Mendoza, Juan de Dios Videla e Juan Saà, comandante dell’Ejército confederato del Centro. Ma da Rosario Mitre spiccò su Cordoba il colonnello Luis Alvarez con 400 cavalieri, seguito il 20 novembre dal commissario di governo Marcos Paz e del generale Wenceslao Paunero con altri 200 cavalieri e 2.400 fanti (I cuerpo de ejército). Lo stesso giorno Olascoaga e Alvarez sbloccarono l’assedio di Cordoba con una sortita su Molino di Lopez. Il 22 novembre gli ultimi 1.300 uomini di Virasoro furono sorpresi e battuti dal generale mitrista Venancio Flores alla Cagnada di Gomez, in territorio santafesino, e, perduti 300 morti e 150 prigionieri, l’esercito confederato cessò di esistere. Videla si rifugiò in Cile, mentre Saà si sottomise a Paunero il 7 dicembre, rinunciando al governo di San Luis. Il 13 dicembre Pedernera dichiarò dimissionario l’esecutivo confederale e sciolte le autorità nazionali. In Argentina l’unica autorità effettiva restava quella di Mitre. L’ultima resistenza federale (4 ottobre 1861 - 30 maggio 1862) Resistevano tuttavia ancora le forze federali del Nord. Il 4 ottobre 1861 il generale Octaviano Navarro aveva sconfitto all’arroyo Manantial il governatore liberale di Catamarca, Villafagne e il 1° novembre aveva rioccupato Santiago del Estero, ma soltanto per doversi ritirare fino a Tucuman e Catamarca sotto la controffensiva della montonera mitrista guidata dai fratelli Manuel e Antonino Taboada. Il 17 dicembre i Taboada sbaragliarono a Ceibal (campo del Manantial) anche 2.400 tucumani del governatore Celadonio Gutiérrez e nel gennaio 1862 il colonnello Ignacio Rivas completò l’occupazione di Cuyo. Paunero e Taboada si volsero allora contro la Catamarca, difesa da 600 llaneros (saltegni e riojani) di Pegnaloza (III Cuerpo dell’Ejército del Centro) accorsi da Guaja in dicembre in aiuto del generale Navarro. El Chaco avanzò fino alle porte di Tucuman, ma il 10 febbraio fu sconfitto a Rio Colorado (Monte Grande) dal governatore tucumano, colonnello José Maria del Campo. Rifugiatosi nella sua provincia, l’11 marzo Pegnaloza fu nuovamente sconfitto ad Aguadita de los Valdeses (Salinas del Moreno) dal colonnello sanjuanino Ambrosio Sandes e alla fine del mese il Battaglione N. 6 di linea (tenente colonnello José Miguel Arredondo) occupò la capitale rojana. Paz tentò allora una soluzione negoziale tramite il prete José Facundo Segura, fallita tuttavia per la diffidenza di Sandes e Rivas. Pegnaloza riprese così le operazioni, marciando su San Luis, dove il 3 aprile, a Chagnaral Negro, il colonnello unitario José Iseas aveva sconfitto 300 montoneros federali di Fructuoso Ontiveros. Sfuggito a Rivas, il 12 aprile El Chaco costrinse Iseas a ritirarsi da Casas Viejas e il 17 assediò San Luis, con 1.500 uomini contro 300. Ciò gli permise di negoziare un accordo col governatore Juan Barbeito che in cambio del ritiro garantiva l’amnistia generale. Ma Rivas non lo rispettò, attaccando la retroguardia del Chaco e uccidendo 37 uomini. Pegnaloza riuscì tuttavia a rifugiarsi nei Llanos, da dove spedì partidas a bloccare La Rioja e costringendo Paunero a negoziare. Il 30 maggio i suoi delegati Eusebio Bedoya e Manuel Recalde firmarono l’accordo della Banderita, che garantiva a Pegnaloza il grado di “general de la Nacion” e la vita e

i beni dei suoi uomini. L’ex-governatore Nicanor Caceres resisteva ancora nella campagna correntina, minacciando le città controllate dalle nuove autorità liberali. Il 6 agosto Caceres sconfisse a Curuzù-Cuaitià le forze regolari dei colonnelli Rojas, Julian Romero e Antonio Acugna, caduto nell’azione. L’elezione di Mitre e la nuova costituzione argentina (1862-63) Frattanto, il 12 aprile, la maggior parte delle province aveva approvato una ley de compromiso che delegava a Mitre l’esercizio del potere esecutivo con il compito di convocare un congresso nazionale e riorganizzare il paese sulla base della costituzione del 1853, riconoscendo Buenos Aires come capitale nazionale provvisoria, sino alla decisione del congresso. In settembre 1862 gli insorti unitari delle province elessero Mitre alla presidenza della Nazione, affiancato da Marcos Paz come vicepresidente. Mitre fu proclamato presidente il 12 ottobre, ma già il 1° ottobre aveva nazionalizzato le istituzioni provinciali bonearensi, incluso il vertice militare, confermando ministro di guerra e marina e comandante generale delle Armi i generali Juan Andrés Gelly y Obes e Wenceslao Paunero, assistito dal colonnello d’artiglieria Jeronimo Espejo e dall’ingegnere Juan F. Cztez. In compenso il 18 ottobre la provincia di Buenos Aires riconfermò la propria parziale autonomia militare istituendo l’Ispettorato generale delle Milizie, affidato al comandante di milizia Martin de Gainza. Nel gennaio 1863 le funzioni dell’Ispettorato delle Armi furono assorbite dalla comandancia general, costituita da una segreteria e 7 uffici (mesas): di coordinamento, affari generali, fanteria, cavalleria, artiglieria, entrate e ingegneri (per l’approntamento dei piani di difesa). Infine, con legge del 17 ottobre 1862, lo spazio non colonizzato compreso tra i limiti geografici della Repubblica e quello amministrativo delle province meridionali, fu dichiarato territorio nacional. La nuova costituente ratificò in sostanza la costituzione santafesina del 1853, salvo alcuni emendamenti, tra i quali l’espresso divieto di conferire poteri straordinari o plenipotenze. Il modello era quello degli Stati Uniti: una Corte suprema; un “Presidente della Nazione Argentina”, con mandato sessennale e affiancato da un vicepresidente e otto ministri; e due Camere, quella dei deputati eletti a suffragio diretto e il senato, composto dai rappresentanti designati dalle assemblee provinciali. A Buenos Aires, dichiarata sede del governo centrale per il successivo quinquennio, furono assicurati piena autonomia e tutti i privilegi fino a quel momento esercitati di fatto, ma in compenso furono nazionalizzati i proventi della dogana bonearense. L’unificazione nazionale fu completata dal Codigo civil, redatto nel 1863-64 da Dalmacio Vélez Sarsfeld. La storica svolta fu sottolineata dal trattato di riconoscimento, pace e amicizia con la Spagna, firmato a Madrid il 21 settembre 1863 dal plenipotenziario argentino Mariano Balcarce e dal marchese de Miraflores. Il governo Mitre ricompensò l’Inghilterra sloggiando migliaia di contadini creoli dalle terre espropriate a vantaggio del Ferrocarril Central Argentino, finanziato dalla banca britannica vincolata al Foreign Office. Inoltre cercò di risollevare il dissesto dell’erario con una politica di rigore finanziario ispirato all’ortodossia liberista. L’ultima montonera del “Chaco” (29 marzo - 12 novembre 1863) Nelle tormentate province andine la pace durò poco più di un semestre. La fame e le vendette dei liberali estremisti scatenarono nuove montoneras nella provincia della Rioja e nel marzo 1863 Pegnaloza spinse tre colonne, comandate da Fructuoso Ontiveros, Felipe Varela e Francisco Clavero, contro San Luis, Catamarca e Mendoza. Il 29 marzo Mitre nominò director de la guerra il governatore di San Juan, il futuro presidente Juan Faustino Sarmiento (1811-88), ordinandogli di reprimere i ribelli con “una simple campagna de policia”, senza riconoscere loro la dignità di avversari politici. Le tre colonne ribelli furono facilmente schiacciate da Sandes e Iseas: Varela a Las Chacras il 31 marzo, Ontiveros a Punta del Agua (La Angostura) il 2 aprile, Clavero ad Algarrobo Grande a fine mese. Ma,

respinta l’intimazione di dimettersi, il 16 aprile El Chaco lanciò un proclama alle province argentine, proprio mentre Catamarca, Tucuman e Santiago del Estero si coalizzavano contro le sue “orde”. Il 3 maggio i contingenti delle tre province al comando di Manuel Taboada sconfissero a Malpaso la colonna federalista della Rioja (200 fanti e 800 cavalieri) che perse 120 morti e 36 prigionieri. Il 20 maggio fu lo stesso El Chaco, forte di 1.500 uomini, ad essere battuto a Lomas Blancas da 600 puntani del colonnello Sandes, ferito nello scontro. I vincitori non fecero prigionieri. La ribellione sembrava schiacciata, quando il 10 giugno insorse la guarnigione di Cordoba, che il 13 accolse trionfalmente El Chaco, accorso con i suoi ultimi montoneros. Ma Paunero mosse su Cordoba con 4.000 regolari armati di moderni fucili Enfield (inclusi i reggimenti N. 2 e 7 di cavalleria), marciando su sei colonne parallele. Il 28 giugno Pegnaloza e Simon Luengo, capo dei ribelli cordobesi, tentarono invano di fermarlo a Las Playas, 7 km a Sud della città: in un’ora di combattimento persero 300 morti, 40 feriti e 700 prigionieri contro i 14 morti e 20 feriti del loro avversario. Il 21 agosto la Guardia Nazionale puntana (comandanti Luis Bustamante e Antonio Loyola) sconfisse a San Francisco 200 montoneros di Ontiveros, raggiunto e ucciso il 25 a Rio Seco. Ancora indomito, alla fine di ottobre El Chaco ricomparve 250 chilometri più ad Ovest, alla testa di altri mille uomini. Ma il 30 ottobre, con appena 150 cavalieri e meno di un centinaio di fanti, il maggiore Pablo Irrazabal lo fermò alla Puntilla del Caucete, 20 km a Sud di San Juan, uccidendo 70 federalisti e disperdendo i superstiti. Isolato e braccato, il 12 novembre, all’aldea de Olta, Pegnaloza si consegnò con la famiglia al comandante dell’avanguardia governativa, capitano Ricardo Vera. Sopraggiunto, Irrazabal lo trafisse con la lancia, poi i soldati lo fecero a pezzi. La sua testa mozzata e infilzata su una picca, fu esposta nella piazza di Olta. Ufficialmente il governo deplorò l’esecuzione illegale, annunciando, senza attuarle, misure punitive contro Irrazabal, promosso anzi colonnello del 1° cavalleria di linea. Pochi mesi dopo Cordoba fu nuovamente sconvolta dalla ribellione del governatore Roque Ferreyra, sconfitto però il 19 febbraio 1864, agli Altos de Cordoba, dalle forze lealiste del colonnello Esteban Pizarro e del comandante Aureliano Cuenca. I piani del 1864 per il consolidamento della frontiera meridionale. Conclusa la guerra civile, la marina fu limitata a 3 cannoniere fluviali (Republica, Paranà e Uruguay) e l’esercito nazionale a 6.500 uomini (7 battaglioni di fanteria, 8 reggimenti di cavalleria e 1 di artiglieria) distribuiti tra le frontiere dell’Interno (1.919), di Buenos Aires (3.337) e del Chaco (1.213) comandate dal colonnello Iseas e dai generali di brigata Emilio Mitre (fratello del presidente) e Antonino Taboada. Nel gennaio 1864 Paunero sottomise al ministro Gelly y Obes due progetti alternativi di consolidamento della frontiera meridionale, minacciata dalle continue scorrerie (malones) dei 6.000 guerrieri indiani (un terzo ranqueles e loro alleati, un terzo pampas e il resto tribù araucane confederate sotto il nonagenario capo Callvucurà). Il progetto più ambizioso prevedeva di creare una fascia di sicurezza avanzando la prima linea di fortini sul Rio Grande o Colorado, con un avamposto sul Rio Negro all’isola di Choele Choel. Il secondo progetto prevedeva invece di occupare almeno la base di partenza delle scorrerie araucane, che si trovava 200 chilometri a S-O dei fortini avanzati bonearensi e 180 a N-E di Bahia Blanca, tra le lagune di Carhué e la Sierra della Ventana, appoggiando il nuovo presidio all’Arroyo e alla Sierra di Guaminì. Entrambi i progetti furono archiviati dalla guerra contro il Paraguay, nondimeno si concesse ai veterani congedati di fondare nuovi villaggi attorno ai fortini di Las Tunas (Cordoba) e Melincué (Santa Fe) e nella frontiera di Buenos Aires (Tres Arroyos, El Chagnar e Olavarria).

BIBLIOGRAFIA (capitoli IV-VI)
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VII - LA GUERRA DEL PARAGUAY (1865-70)

SOMMARIO: 1. La Triplice Alleanza (1864-65). - 2. La Sebastopoli del Sudamerica (1866-67). 3. Il fronte interno (186669). 4. L’offensiva alleata e la ritirata paraguaiana (1867-68). - 5. La vittoria mutilata (1869-70).

1. LA TRIPLICE ALLEANZA (1864-65) Genesi della guerra (1861-64) Nel 1862 Francisco Solano Lopez (1827-70) assunse la presidenza del Paraguay. Succedeva al padre Carlos Antonio, che aveva efficacemente difeso l’indipendenza del paese contro Rosas e attuato caute aperture alle influenze esterne, aderendo nel 1851 alla coalizione antirosista delle limitrofe province argentine, sostenuta dall’Inghilterra e dal Brasile. Come si è già accennato, all’inizio dell’ultima guerra civile argentina (1859-61) Carlos Antonio aveva esercitato una efficace mediazione tra Mitre e Urquiza, che proprio nel 1859 aveva accordato il definitivo riconoscimento dell’indipendenza paraguayana. Ma il governo di Asuncion era poi rimasto isolato dalla ripresa della guerra e dalla definitiva vittoria bonearense, ottenuta grazie al sostegno finanziario brasiliano procacciato dalla diplomazia britannica. Nondimeno, fiducioso di poter difendere con la forza delle armi e l’abnegazione dei cittadini-soldati valori “spartani” opposti a quelli “ateniesi” espressi dalla società mercantile della costa atlantica, il nuovo presidente-dittatore del Paraguay accarezzava l’idea di creare un vasto impero subamazzonico aggregando Bolivia e Uruguay e assicurandosi così un doppio sbocco sul Pacifico e sull’Atlantico. Perno di questa politica era il sostegno al nuovo governo conservatore (blanco) di Montevideo. Ma quest’ultimo era di fatto accerchiato tra l’ostilità del Brasile e la protezione accordata da Mitre al generale Venancio Flores, che da Buenos Aires dirigeva la resistenza del partito liberale (colorado) uruguayano. La situazione precipitò il 19 aprile 1863, quando Flores, col sostegno esplicito della stampa bonearense e quello sotterraneo di Mitre, riprese le armi contro il regime di Montevideo. Dopo uno scambio di note diplomatiche, in cui intervenne anche il Paraguay, in novembre l’Uruguay ruppe le relazioni diplomatiche con l’Argentina che aveva rifiutato di sciogliere il comitato rivoluzionario di appoggio a Flores. Richiamato da Montevideo, l’ambasciatore argentino José Marmol convinse Mitre a studiare un’azione comune col Brasile, al quale il trattato di alleanza del 1851 riconosceva il diritto di intervento in caso di movimenti armati. A seguito dei colloqui avuti con Marmol a Rio de Janeiro, il Brasile incaricò il consigliere José Antonio Saraiva di una missione ultimativa presso il governo uruguayano e schierò una forza al confine per impedire alle truppe governative di attaccare Flores. Intanto il viceammiraglio Joaquim Marques de Silva barone di Tamandaré si presentò con 5 navi nelle acque di Montevideo, dove Mitre spedì il ministro degli esteri Rufino de Elizalde, accompagnato dagli ambasciatori inglese e uruguayano, Edward Thorton e Andrés Lamas.

La mobilitazione paraguayana e l’intervento brasiliano in Uruguay (agosto-settembre 1864) Nell’intento di impedire un’alleanza argentino-brasiliana, Lopez mobilitò 30.000 uomini, pari al 6 per cento della popolazione (30 battaglioni di fanteria, 23 reggimenti di cavalleria e 4 d’artiglieria). Fu una misura controproducente, perchè spinse Mitre ad accogliere con favore le proposte brasiliane proprio per scoraggiare la temuta alleanza tra Lopez e Urquiza, ancora padrone di Entre Rios. Ma Lopez rinunciò a tentare un coordinamento con la forte dissidenza argentina che simpatizzava con il Paraguay contro l’odiato Brasile, mentre Urquiza, puntando alle elezioni presidenziali del 1868, raffrenò le frange estremiste del suo stesso partito, che avrebbero voluto sollevare nuovamente la provincia Mesopotamica e quelle limitrofe di Corrientes e Santa Fe. Dal canto suo, pur diffidando della lealtà di Urquiza, Mitre era vincolato dal debito contratto nel 1861 con la diplomazia inglese e con la banca brasiliana del barone di Manà, la più importante del Sudamerica. Dovette quindi correre il rischio di una guerra impopolare che poteva riaccendere la guerra civile tra le province e la capitale. Così il 22 agosto 1864 Elizalde e Saraiva firmarono un protocollo di difesa reciproca e il 14 settembre l’avanguardia brasiliana passò la frontiera uruguayana collegandosi con le forze ribelli di Flores. Lopez reagì chiamando alle armi la riserva e accampandosi tra Cerro Leon e le piazzeforti di Encarnacion (sul Paranà) e Humaità (sul Paraguay) con ben 80.000 uomini - un quarto cavalieri (40 reggimenti) e un quarto artiglieri con 350 cannoni, inclusi alcuni da 150 mm - collegati da un ottimo servizio telegrafico. L’esercito brasiliano di pace contava appena 25.000 uomini - 22 battaglioni di fanteria, 6 reggimenti di cavalleria, 1 d’artiglieria a cavallo, 5 battaglioni d’artiglieria a piedi, 1 battaglione del genio e 1 equipaggio da ponte. Ma il Brasile era in grado di mobilitare almeno 30.000 guardie nazionali (57 battaglioni e 22 unità di cavalleria) e disponeva di un’assoluta superiorità navale. Infatti, in attesa delle 5 moderne unità da guerra commissionate da Lopez (3 navi con torri corazzate e 2 batterie corazzate) la piccola marina fluviale paraguayana contava appena 1 cannoniera di costruzione inglese (Tacuarì) e 16 mercantili armati, più una forza costiera di 6 compagnie di fanteria e 1 di artiglieria navale. La marina brasiliana contava invece ben 43 unità - 4 fregate, 9 corvette e 14 unità minori a propulsione eolica, 1 fregata e 7 sloops ad elica e 8 steamers a ruota - più un consistente corpo di Fuzilheiros Navais. Inolte proprio nel 1864 varò le prime due corazzate sudamericane, Barroso e Tamandaré, presto seguite da una terza unità similare, il Bresil. L’Ejército Nacional argentino nel 1864 L’Ejército Nacional argentino era stato riorganizzato da Mitre con decreto 29 gennaio 1864 su 7 battaglioni di fanteria (i primi due su 5 compagnie - 1 granatieri, 1 cacciatori, 3 fucilieri - gli altri su 4 1 granatieri e 3 di cacciatori) e 8 reggimenti di cavalleria (su 2 squadroni di 2 compagnie), più 4 compagnie e 2 squadroni autonomi e 1 reggimento d’artiglieria leggera, tutte unità largamente sotto organico. Gli effettivi erano infatti appena 6.472, di cui 1.213 presidiavano i 740 chilometri della frontiera settentrionale e 5.259 la frontiera meridionale, estesa per 1.900 chilometri da Punta del Agua (dipartimento di San Rafael) a Carmen de Patagones:
Ø1.919 alle 4 Fronteras del Interior (300 Mendoza, 775 San Luis, 650 Sur de Cordoba, 194 Oeste de Santa Fe) comandate dal colonnello José Iseas, dal tenente colonnello Antonino Baigorria, dai comandanti Manuel J. Olascoaga, Augusto Segovia, Reinaldo Villar e José Maria del Prado e dal maggiore Juan Ayala. Le truppe consistevano in 1 battaglione di fanteria (N. 6 a San Luis e Mendoza) e 4 reggimenti e mezzo di cavalleria (N. 4 a San Luis, N. 7 a Rio Cuarto, N. 2 e N. 8 ai forti cordobesi di Las Tunas e Los Morteros, Squadrone Guias a Est di Santa Fe); Ø2.976 alle 4 Fronteras de Buenos Aires - 816 Norte, 805 Oeste, 805 Sur, 550 Costa Sur - comandate dal generale Emilio Mitre (fratello del presidente) e dai colonnelli Julio de Vedia, Ignacio Rivas e Benito Machado. Le truppe includevano 4 battaglioni (N. 1 e N. 2 a Buenos Aires, N. 3 a Junin e N. 4 ad Azul) e 3 reggimenti e mezzo di cavalleria (N. 1 e squadrone Dragones a Buenos Aires, N. 3 a Junin e N. 5 a Bragado, Nueve de Julio e Tabalqué)

più 1 reggimento di artiglieria leggera, 2 compagnias de orden (Rosario e Santa Fe) e 2 fijas (1a a Buenos Aires e 2a all’Isola di Martin Garcia) senza contare un migliaio di indios amigos della tribù di Cipriano Catriel; Ø361 della Legione italiana (196 Bahia Blanca e 165 Carmen de Patagones) comandati dal tenente colonnello Julian Murga e dal comandante italiano Giovanni Ciarlone (Juan Charlone); Ø1.213 sulle quattro fronteras settentrionali - 650 Norte santafesino, 175 Cordoba, 198 Santiago del Estero e 190 Salta - rispettivamente comandate dai colonnelli Emilio Conesa e Luis Alvarez, dal generale Antonino Taboada e dal sergente maggiore Emilio Alfaro. Le truppe includevano 2 battaglioni (N. 7 a Corrientes e N. 8 alla Frontera del Chaco) e 1 reggimento di cavalleria (N. 6 alla Frontera Norte santafesina).

Per completare gli organici, con legge 13 luglio 1864 la guardia nazionale (cavalleria) fu assoggettata anche al servicio de fronteras interiores, limitato alle province minacciate dalle incursioni degli indiani, con ferma massima di due anni e cambio ogni sei mesi (la diserzione da questo iniquo e micidiale servizio è il tema iniziale del Martin Fierro, il famoso poema gaucho pubblicato da José Hernandez nel 1872). La legge di bilancio del 1864 aveva previsto di spedire giovani argentini al Politecnico militare francese di Saint Cyr, ma nessuno degli aspiranti aveva la formazione liceale necessaria per frequentare un’accademia militare europea. Così nel gennaio 1865 si pensò di effettuare corsi triennali di preparazione e a tale scopo il ministro Juan Andrés Gelly y Obes riservò alcuni posti presso la Escuela de Artes, Oficios y Argonomia di Palermo diretta dall’ingegner Jacinto Febrés de Rovira, dando la soprintendenza degli allievi militari al tenente colonnello Mariano Moreno. L’iniziativa peraltro abortì per effetto della guerra. Le offensive paraguayane sul Mato Grosso e su Corrientes (29 dicembre 1864-13 aprile 1865) In ottobre Lopez intimò il ritiro delle truppe brasiliane, ma invece di puntare subito e in forze sull’obiettivo principale, distaccò 6.000 uomini per un attacco indiretto contro lo stato brasiliano del Mato Grosso, dove il 29 dicembre 1864 le sue truppe espugnarono con gravi perdite il forte di Coimbra. Ma nello stesso momento i brasiliani sferravano il colpo decisivo al regime blanco: il 2 gennaio 1865, dopo uno spietato bombardamento, catturarono il presidio blanco di Paysandù passando per le armi gli ufficiali. Poco dopo Montevideo si arrese ai colorados di Flores. Ormai tardivamente, Lopez decise di invadere l’Uruguay e il 14 gennaio chiese all’Argentina di concedergli il passo attraverso la provincia di Corrientes, allegando il precedente del 1855, quando il governo liberale di Buenos Aires aveva consentito alla squadra brasiliana di risalire il Paranà. In febbraio Mitre comunicò il rifiuto argentino, conforme alla neutralità proclamata nel 1863 e al rifiuto già opposto ad analoga richiesta del governo brasiliano. Il 18 marzo, su proposta di Lopez, il parlamento di Asuncion deliberò segretamente la guerra, offrendogli il titolo e la spada di Mariscal, con uno strabiliante stipendio annuo di 60.000 pesos, quindici volte quello percepito dal padre. Sottovalutando le immense difficoltà logistiche e il rischio di epidemie, il disastroso piano strategico del Mariscal - che i suoi scalzi soldati chiamavano Caray guazù (“grande padre”) prevedeva una grandiosa quanto irrealizzabile manovra a tenaglia, con 10.000 uomini (generale Antonio Estigarribia) lungo l’Uruguay e 20.000 (generale Robles) lungo il Paranà. Per aprire la strada a Robles, il 13 aprile 1865 cinque vapori paraguayani piombarono di sorpresa sul porto argentino di Corrientes, bombardando e occupando la città, con la cattura di 2 delle tre navi da guerra argentine (Veinteycinco de Mayo e Gualeguay) e di molti prigionieri, tra i quali numerosi marinai nordamericani, italiani e francesi.

La Triplice Alleanza e l’alto comando argentino (17 aprile-17 luglio 1865) In risposta all’aggressione paraguayana, il 17 aprile l’Argentina decretò la creazione di un Ejército Nacional de campagna di 14.000 uomini:
Ø4.500 regolari con 6 battaglioni di fanteria (N. 1-6) e 1 di zappatori (maggiore Alejandro Diaz) e 2 reggimenti di cavalleria (N. 1 e 3) e 1 di artiglieria leggera (colonnello Joaquin Viejobueno); Ø9.500 guardie nazionali su 19 battaglioni inquadrati da ufficiali improvvisati, purchè di sicura fede liberale, più 1 battaglione studenti (Belgrano) e 3 reggimenti di cavalleria (1 santafesino e 2 bonearensi).

Riunitisi a Buenos Aires, il 1° maggio i ministri degli esteri brasiliano, argentino e uruguaiano firmarono la cosiddetta Triplice Alleanza contro Lopez. Il trattato impegnava le tre Potenze a non concludere pace separata e affidava a Mitre il comando supremo (ma di fatto nominale) delle operazioni terrestri e all’ammiraglio brasiliano Tamandaré quello delle operazioni navali. Il 3 maggio l’Argentina ricevette la dichiarazione di guerra paraguayana e il giorno seguente deliberò a sua volta la guerra, formalmente dichiarata il 9. Le forze alleate ammontavano complessivamente a 50.000 uomini: 8.500 argentini, 5.000 orientali e 36.000 brasiliani (di cui 13.000 in Uruguay e altrettanti nel Rio Grande del Sud). L’armamento e l’equipaggiamento del contingente argentino erano un campionario di mezzi di fortuna, assegnati con priorità alla linea, in prevalenza armata di fucili ad avancarica americani (Springfield mod. 1859 cal. .58) e belgi (J.J. Gerard mod. 1860 cal. 15 mm). Erano in dotazione anche 1.000 baionette francesi St-Etienne, pochi fucili rigati Minié e qualche mitragliatrice a 10 canne Gatling mod. 1865 (30 colpi al minuto e gittata di 1.200 metri). Sei fucili Enfield a retrocarica furono assegnati il 4 dicembre 1865 a titolo sperimentale. Gli ambasciatori a Washington e Parigi, Domingo Faustino Sarmiento e Mariano Balcarce, acquistarono rispettivamente una partita di fucili Sharp e 6.500 uniformi (3.000 di fanteria, 3.000 di cavalleria e 500 di artiglieria). Nel 1863 il parco d’artiglieria allineava 285 bocche da fuoco di tutti i calibri. Nel 1865 fu commissionata ad un artigiano italiano, l’“ingegnere” Antonio Massa, la rigatura di 4 batterie di cannoni di bronzo ad anima liscia destinate ad armare il 1° reggimento leggero (su 2 squadroni di 2 batterie). L’ordinamento delle forze argentine era “binario”: inizialmente ciascuno dei 2 Corpi d’Armata contava 2 Divisioni di 2 Brigate (su 1 battaglione di linea e 1 di guardia nazionale). Si deve osservare che secondo gli standard europei, la forza dell’intero esercito da campagna argentino corrispondeva al coevo organico di guerra di una Divisione rinforzata, con brigate equivalenti a semplici battaglioni europei. Nella primavera del 1866 le Divisioni argentine furono raddoppiate ad 8 (numerate 1a-4a per ciascun corpo d’armata), metà delle quali con appena 3 battaglioni. I due Corpi d’armata brasiliani avevano invece organici europei, contando ciascuno 2 Divisioni su 3 brigate di 3 battaglioni, più robusti di quelli argentini. Il 12 luglio 1865, assumendo il comando supremo di campagna, Mitre delegò le funzioni di governo al vicepresidente Marcos Paz. Analogamente, assumendo le funzioni di capo di stato maggiore del comandante in capo, il generale Juan Andrés Gelly y Obes delegò interinalmente le funzioni di ministro della guerra e marina al colonnello Julian Martinez. Invece il generale Wenceslao Paunero, Ispettore e Comandante generale delle Armi, cumulò l’incarico con il comando del I Corpo d’Esercito (nel 1867 Paunero sostituì Martinez alla guida interinale del ministero). Quello del II Corpo fu attribuito inizialmente al generale Nicanor Caceres, presto sostituito da Emilio Mitre. I primi due divisionari del I Corpo furono i colonnelli Ignacio Rivas e José Miguel Arredondo (oriundo orientale), cui poi si aggiunsero Luis Maria Campos (1838-1907) e José Iseas. Divisionari del II Corpo erano i generali José Maria Bustillo, Emilio Conesa e Arguero e il colonnello Giuseppe Antonio Susini-Millelire (1819-1900), un ufficiale d’artiglieria sardo ex-garibaldino. Circa un decimo dei 500 ufficiali mobilitati era addetto agli stati maggiori. Quello del

Comandante in capo ne contava 25 (il capo, l’aiutante di campo con 3 ausiliari, l’aiutante del capo, il capo ufficio con 5 ausiliari, 12 aiutanti “di dettaglio” e il capo della polizia dell’esercito). Ciascuno dei due stati maggiori di corpo ne contava 10, più l’auditore di guerra, il chirurgo maggiore e il farmacista. Nel 1865 erano in servizio appena 15 medici militari. Il servizio sanitario di campagna, diretto dal chirurgo maggiore Hilario Almeira e dai chirurghi principali Caupolican Molina e Joaquin Diaz de Bedoya, prevedeva 46 chirurghi e 4 farmacisti, più gli infermieri tratti dall’Ospedale di Buenos Aires, presso il quale funzionava una sezione per i feriti di guerra (Hospital de Sangre del Retiro) gestita da una Commissione medica presieduta dal dottor Juan José Montes de Oca. La mobilitazione della guardia nazionale argentina La legge 5 giugno 1865 autorizzò l’esecutivo ad accrescere l’esercito di campagna fino a 25.000 uomini, con un massimo di 10.000 soldati di linea e 15.000 guardie nazionali, ma questi effettivi non furono mai raggiunti. Infatti nel corso di quattro anni furono inviati al fronte soltanto altri 15.000 complementi, in media 500 per ciascuno dei 28 battaglioni, alcuni dei quali incompleti (le compagnie erano in tutto 132, anzichè 140) portando il totale degli effettivi impiegati a 29.000 uomini, di cui :
Ømeno di 9.000 di linea, per mantenere 9 battaglioni (N. 1-6, Legion Militar, 9 e 12) con 45 compagnie più 2 reggimenti e mezzo di cavalleria (N. 1 e 3, 1° Sq./N.8), 1 di artiglieria leggera e 1 battaglione zappatori; Øoltre 20.000 di guardia nazionale per 19 battaglioni (5 bonearensi e 1 per ciascuna delle altre province) con 87 compagnie, più 1 battaglione volontari (Belgrano) e 3 reggimenti di cavalleria (N. 9 San Martin, N. 10 Santa Fe, N. 11 General Lavalle).

A al fine la legge citata disponeva inoltre l’arruolamento nella guardia nazionale di tutti i cittadini idonei dal 17° al 45° anno (al 50° per gli scapoli), eccettuando temporaneamente i capataces e consentendo l’affrancazione mediante una somma (personeria) di 5.000 pesos (il 14 febbraio 1866 una parte dei proventi fu destinata alle famiglie delle guardie nazionali bonearensi cadute al Paso de la Patria). La renitenza e la diserzione erano punite rispettivamente con 2 e 4 anni di ferma nella linea, aumentati a 5 se la diserzione era commessa da appartenenti ai contingenti provinciali. L’iniquità sociale del sistema risalta dalle cifre: tenendo conto che la popolazione si avvicinava ormai al milione (quasi il doppio di quella paraguayana), fu arruolata meno della metà degli obbligati (160.000) e soltanto un ottavo di costoro (20.000, poco più del 2 per cento della popolazione) fu effettivamente spedito all’infernale fronte paraguayano, dove almeno un terzo trovò la morte, soprattutto per stenti ed epidemie. I 5 battaglioni bonearensi (Division de Buenos Aires, assegnati al II Corpo) furono reclutati e alimentati senza eccessive difficoltà, ma nelle altre province - dove i resti della fazione federalista simpatizzavano col Paraguay e aborrivano l’“innaturale” alleanza col secolare nemico brasiliano la coscrizione dei contingenti per il fronte suscitò una vasta renitenza e frequenti ammutinamenti, tanto che spesso le reclute furono costrette a marciare incatenate. Il 26 giugno 1865 l’ex-capataz Amelio Zalazar sollevò le reclute del battaglione riojano, organizzandole in montonera fino al 10 novembre. Anche le reclute entrerriane disertarono in massa due volte, in luglio a Basualdo e in novembre a Toledo, sobillate da una fazione dissidente del partito urquicista capeggiata dal generale Ricardo Lopez Jordan, nipote di Francisco Ramirez, El Supremo Entrerriano. Urquiza mantenne però fede al trattato del 1861, benchè Mitre gli avesse rifiutato il comando dell’Ejército Nacional de campagna, assegnandogli invece quello, secondario, delle forze locali di autodifesa delle province di Corrientes ed Entre Rios, ciascuna delle quali doveva allestire un corpo di 5.000 gauchos a cavallo, armati di lance rudimentali (cagna tacuara con un coltello legato in cima) ma anche di più efficaci lazos e boleadoras. Inoltre il ricco patrimonio equino delle due province (rispettivamente 1 milione e un quarto di milione di capi) fu dichiarato di importanza

bellica, fissando l’indennità di requisizione a 10 pesos per un cavallo e 15 per un mulo (ma le indennità fissate il 7 giugno 1866 per i 5.000 cavalli e 1.500 muli requisiti a Buenos Aires, Santa Fe e Entre Rios erano di 25 e 30 pesos). I mercenari europei, i volontari garibaldini e la Regia Marina italiana La guerra costrinse ad archiviare il progetto presentato nel 1864 dal colonnello Benito Machado, comandante della Frontera Costa Sud, di reclutare una nuova Legione agricola militare di 1.300 uomini. Furono comunque reclutati 151 gallesi, giunti il 28 luglio 1865 a Puerto Madrin, per fondare nuovi villaggi in Patagonia (Trelew e Gwin). Come era già avvenuto nel 1861, anche nel 1865-67 Buenos Aires reclutò mercenari europei con esperienza militare, forse un migliaio, tramite due impresari. Questi ultimi erano Eduardo Calvari, appoggiato dall’ambasciatore a Parigi Mariano Balcarce, e la società commerciale Rufino Varela & C.ia, rappresentata dal poeta Hilario Ascasubi, tenente colonnello della guardia nazionale, che già nel 1861 aveva trattato a Roma l’ingaggio dei militari svizzeri congedati dall’esercito pontificio e di quelli borbonici rifugiati oltre frontiera. La prima offerta di Ascasubi prevedeva una spesa di 850.000 franchi (di cui 500.000 anticipati) per 1.000 mercenari belgi, svizzeri, polacchi, prussiani e tedeschi da avviare alla spicciolata, in gruppi di una cinquantina di uomini, a cominciare dal settembre 1865. Alla fine il governo gliene commissionò 500 con ingaggio quadriennale, per un importo totale di 92.500 patacones (pesos forti) di cui soltanto 4.000 corrisposti direttamente ai mercenari. Principali centri di smistamento furono Marsiglia e Genova, eludendo la blanda sorveglianza disposta dal governo italiano in formale ottemperanza alla propria neutralità. Da documenti parziali - relativi ad 8 spedizioni effettuate dal 5 settembre 1865 al 22 luglio 1867 - risultano partiti o arrivati a Buenos Aires almeno 600 mercenari, inclusi almeno 140 italiani, veterani delle campagne del 1859-61, imbarcatisi a Genova il 17 ottobre 1865 sulla nave Emilia. Nel gennaio 1866 al deposito di Extramuros del Batallon N. 1 (comandato dal tenente colonnello Emanuele Rossetti) si trovavano già 267 mercenari stranieri, non pochi dei quali si trasferirono definitivamente proseguendo la carriera militare nell’esercito argentino. E’ opportuno ricordare che alla guerra contro il Paraguay parteciparono inoltre molti italiani residenti, quasi tutti di origine ligure, i quali formavano il nerbo degli equipaggi navali argentini e della brigata di artiglieria da costa installata nel marzo 1867 nell’Isola di Martin Garcia per controllare l’accesso alle foci del Paranà e dell’Uruguay. Altri italiani immigrati nel 1856 formavano la Legion militar di Bahia Blanca (fusa però col Batallon N. 8), prima al comando di Giuseppe Antonio Susini-Millelire e poi del colonnello Giovanni Ciarlone, caduto a Curupayty (22 settembre 1866) insieme al colonnello Rossetti. Anche Susini, passato al comando della squadra fluviale, poi della 4a Division e infine della 1a del II C.E., si distinse a Tuyutì e Curupaytì. Decorato di medaglia d’oro al valore argentino, lasciò poi il servizio rientrando in Italia. Infine non vanno dimenticati il Batallon de Voluntarios garibaldinos dell’esercito brasiliano impiegato alla battaglia di Yatay (17 agosto 1865) e le due forze navali della Regia Marina italiana, la Stazione Navale del Plata (potenziata a 3 unità) e la Divisione Navale dell’America del Sud comandata dal contrammiraglio Vincenzo Riccardo di Netro. Alla guerra franco-prussiana del 1870-71 parteciparono circa 400 volontari argentini, arruolati nell’Armata francese dei Vosgi comandata dal generale Giuseppe Garibaldi. La controffensiva alleata (25 maggio - 17 agosto 1865) La prima operazione alleata fu la rioccupazione di Corrientes, presidiata da 1.600 paraguayani

senza artiglieria. Appoggiato dal fuoco delle navi brasiliane del viceammiraglio Barroso, Paunero vi sbarcò il 25 maggio con 1.200 uomini (Battaglioni argentini N. 1-3 e brasiliano N. 9) riprendendola con 150 perdite contro 300: nel duro scontro Ciarlone fu gravenente ferito da una sciabolata alla testa. Ma due giorni dopo gli alleati dovettero reimbarcarsi di fronte al resto della Divisione paraguaiana del Sud, che il 3 giugno prese la città costiera di Goya sloggiandone il maggiore Aguiar. Per coprire il fianco meridionale della forza d’invasione, la notte sul 12 giugno la flottiglia paraguaiana del Paranà (8 vapori e 6 chiatte con 46 cannoni e 2.000 soldati) cercò di sorprendere quella brasiliana (9 navi con 59 cannoni e 2.300 soldati) alla fonda del Riachuelo, a Sud di Corrientes. Ma vari contrattempi ritardarono l’attacco, che si svolse alle prime luci del mattino, facendo fallire la sorpresa. La superiorità di fuoco brasiliana costò ai paraguaiani l’affondamento di 3 vapori e la cattura delle chiatte, con la perdita di 300 uomini, incluso il comandante, Pedro Ignacio Meza. Barroso sfruttò il successo rioccupando Goya, ma il quando le navi brasiliane cercarono di proseguire, caddero sotto il tiro delle batterie volanti manovrate lungo la costa correntina dal colonnello paraguaiano Bruguez (il 12 agosto la batteria di Cuevas costrinse le navi a rientrare a Goya). Tuttavia il generale Robles, comandante della Divisione paraguaiana del Sud, non seppe approfittarne, tanto che il 23 luglio, sospettandolo di tradimento, Lopez lo fece arrestare (e poi fucilare). Peraltro neppure il suo successore, brigadiere Resquin, osò proseguire l’avanzata, preferendo trincerarsi sul Rio Santa Lucia. Così l’esercito argentino del Paranà (10.000 uomini) si divise in due aliquote: il generale Caceres rimase a fronteggiare Robles e poi Resquin con la guardia nazionale correntina mentre Wenceslao Paunero marciò verso l’Uruguay col I Cuerpo de Ejército (Divisioni Arredondo e Rivas) e 24 pezzi per unirsi all’esercito orientale di Flores e prendere di fianco l’altra Divisione paraguaiana del generale Estigarribia che, marciando lungo entrambe le sponde del fiume, scendeva l’Uruguay inseguendo la ritirata brasiliana. Il 17 agosto, alla confluenza degli arroyos Yatay e Despedida, Flores e Paunero incontrarono una colonna paraguaiana di 3.000 uomini che scendeva per la destra dell’Uruguay. Privo di artiglieria, il colonnello paraguaiano Duarte ebbe appena il tempo di trincerarsi, schierandosi con la fanteria a destra (BI 28, Provisorio e 16) e la cavalleria a sinistra (RC 24 e 26). Senza contare l’ala sinistra, formata dalla cavalleria correntina di Madariaga e Suarez, Paunero disponeva di 15 battaglioni, 4 squadroni e 24 pezzi. Gli argentini (9 battaglioni - inclusi BI 1-4 e 6 di linea, RC 1 e squadrone Escolta) formavano il centro e la riserva, la brigata brasiliana (3 battaglioni) l’ala destra. L’attacco frontale, appoggiato dall’artiglieria, fu tuttavia sferrato dai Voluntarios Garibaldinos e dagli orientali (BI 24 de Abril e Florida e squadrone Castro). Gli alleati subirono 500 perdite, ma dalla sponda orientale dell’Uruguay Estigarribia assistette al massacro della colonna Duarte senza intervenire e, rimasto con 7.000 uomini, si lasciò poi circondare nella città di Uruguayana. La resa di Uruguayana e la ritirata paraguayana ad Humaità (18 settembre 1865 - 31 gennaio 1866) Al campo alleato di Uruguayana, comandato dal generale brasiliano Manuel Marques de Souza barone de Porto Alegre e dall’ammiraglio Tamandaré e forte di 18.000 uomini, giunsero Mitre e poi lo stesso imperatore Dom Pedro II accompagnato dai generi e dal ministro della guerra duca di Caxias. Non fu però un assedio, bensì un semplice blocco, senza neppure l’impiego dell’artiglieria. Resosi conto dell’impossibilità di tentare uno sganciamento imbarcandosi su zattere improvvisate, il 18 settembre Estigarribia si arrese consegnando 5 cannoni e 5.500 uomini sopravvissuti alla fame e alle epidemie, dichiarati prigionieri o costretti ad arruolarsi nella Legione collaborazionista paraguaiana organizzata dai brasiliani.

Il 7 ottobre anche l’altra Divisione paraguaiana cominciò la ritirata da Corrientes, completandola il 3 novembre e arroccandosi al confine, 50 chilometri a Nord-Est di Corrientes, nel grande campo trincerato di Humaità, alla confluenza del Paraguay nel Paranà, dove Lopez concentrò 30.000 uomini, sostenuti da un efficiente e disciplinato servizio ausiliario femminile. A Lopez la disastrosa campagna era costata già 21.000 uomini, un terzo uccisi o prigionieri e il resto periti di fame e malattie. Ma gli alleati, in particolare gli argentini, non erano in condizione di inseguire il nemico nel suo territorio: i portegni contestavano la disciplina, i provinciali disertavano a frotte. Gli entrerriani, sobillati dagli emissari di Lopez Jordan, si sbandarono, il battaglione correntino si ammutinò. Fu quindi necessario richiedere e attendere ingenti rinforzi. Alla fine dell’anno al campo di Corrales, sulla sinistra del Paranà, erano concentrati 45.000 alleati (30.000 brasiliani, 12.000 argentini e 2.800 “orientali”) con 90 pezzi d’artiglieria. Ma per poter traghettare il Paranà dovevano attendere l’arrivo delle unità da guerra (1 monitore, 3 corazzate, 18 cannoniere ad elica) e da trasporto (30 vapori, 150 barconi e 30 chiatte) ed erano logorati dalle continue incursioni delle audaci canoe nemiche. Le più importanti avvennero il 29 e il 31 gennaio 1866 a Pehuajò e Corrales, dove gli alleati persero 4 colonnelli e 900 uomini assaltando all’arma bianca un migliaio di paraguaiani arroccatisi su un’altura. Finalmente, nel marzo 1866, arrivarono le corazzate di Tamandaré.

2. LA SEBASTOPOLI DEL SUDAMERICA (1866-67) L’investimento di Humaità e la sortita di Tuyutì (5 aprile - 18 luglio 1866) Il villaggio costiero di Humaità, sulla sponda orientale del Paraguay, formava il vertice nordoccidentale di un quadrilatero difensivo con 16 chilometri di fronte e 13 di profondità, appoggiato a Sud-Ovest al caposaldo costiero di Curuzù-Curupaity (10 chilometri a valle di Humaità) e a SudEst ad una vasta palude (Estero Bellaco Norte), in parte parallela alle fortificazioni paraguaiane e attraversabile soltanto in 4 punti obbligati (passi di Gomes, Leguizamon, Yataity-Corà e Minas). L’insalubre campo trincerato era inoltre coperto da una zona di frenaggio, resa impervia da lagune e macchie, compresa tra le paludi settentrionale e meridionale del Bellaco. L’avamposto meridionale paraguaiano si trovava oltre l’Estero Bellaco Sur, proprio alla confluenza fra Paraguay e Paranà. Qui sorgeva il forte di Itapirù, dove Lopez si attendeva l’attacco alleato, e che fu progressivamente smantellato dal bombardamento delle navi brasiliane. Il 5 aprile gli alleati finsero di volerlo investire sbarcando 2.000 uomini nel banco prospiciente. Furono contrattaccati la notte sul 10 e nella feroce battaglia perirono 1.000 alleati e 900 paraguaiani. Ma il punto scelto per lo sbarco alleato si trovava invece alle spalle del forte, sulla sinistra del Paraguay. Qui, protetti da 19 navi, la notte sul 16 aprile sbarcarono i 15.000 brasiliani del generale Osorio, fatto per questo barone d’Herbal. La notte seguente passarono altrettanti argentini e “orientali”, che formavano il II Cuerpo de Ejército, ora al comando di Flores ed Emilio Mitre, assistito da Gelly y Obes come capo di stato maggiore. Lopez fu costretto a sgombrare Itapirù e imbastire una linea di resistenza più arretrata a Nord del Paso de la Patria, schierando 25.000 uomini e 100 cannoni tra le paludi dell’Estero Bellaco. Lo fronteggiavano ben 40.000 alleati con 150 cannoni in gran parte rigati: l’armata da campagna più grande della storia militare sudamericana. Il 2 maggio 5.000 paraguaiani sorpresero le posizioni dell’avanguardia alleata sull’Estero Bellaco Sur, tenute dai battaglioni orientali. A chiudere la falla furono i battaglioni brasiliani, mentre un contrattacco argentino completò l’annientamento della colonna nemica. Lopez perse 4.000 uomini, ma altrettante perdite subirono gli alleati. Il 24, anticipando nuovamente gli alleati, Lopez attaccò in massa con 23.000 uomini su 4 colonne, una (Resquin) per fissare l’ala destra alleata (argentini) e tre (Marcò, Diaz e Barrios) per sfondare e aggirare l’ala sinistra, formata dagli orientali e dai brasiliani (1a-4a Divisione di fanteria e 5a di cavalleria), schierati tra la Laguna Piris e l’Estero Bellaco Norte. Sboccata dal boqueròn di Potrero Sauce, la colonna centrale dell’ala sinistra paraguaiana (Diaz) aggirò la piccola Laguna di Carapà mettendo in rotta 3 battaglioni orientali, ma venne inchiodata dalla 2a Divisione brasiliana (Brigate XIV, XVIII e XII) e da una retrostante batteria di 26 pezzi, che infranse anche i tre attacchi sferrati dalla colonna di sinistra (Marcò). Coperta dal boqueron, la colonna di destra (Barrios) sfilò lungo la sponda orientale della Laguna Piris minacciando l’aggiramento, ma accumulò un forte ritardo, consentendo ai brasiliani di fermarla al Boqueròn Centro con un contrattacco della Brigata di cavalleria leggera appoggiata da 2 battaglioni. Frattanto l’ala sinistra paraguaiana (Resquin) aveva attraversato l’Estero Bellaco Norte: la fanteria a destra per i passi di Yataitì-Corà e Leguizamon e la cavalleria a sinistra per quello di Minas. Quest’ultima prevalse sulla cavalleria argentina (RC 1 e 3), ma il I C. E., arroccato sulla posizione di Tuyutì e appoggiato da 3 batterie, infranse l’attacco nemico, sferrando poi un efficace contrattacco (i reparti di linea includevano i BI 1-6, 9 e 12).

Nella furiosa battaglia, la più cruenta della storia sudamericana, Lopez perse più di metà dell’esercito: 6.000 morti, 7.000 feriti, 350 prigionieri, 4 obici, 5.000 moschetti e 5 bandiere. Ma anche gli alleati persero 4 o 5.000 uomini e non furono in grado di completare la vittoria, dando tempo a Lopez di rimpiazzare le perdite. Le sanguinose spallate contro Humaità (10 giugno-22 settembre 1866) Tuttavia nelle settimane seguenti gli argentini si impadronirono dello sbocco meridionale di Yataitì-Corà, e il 10-11 giugno respinsero, con 200 perdite contro 400, tre tentativi nemici di riprenderne il controllo. Lopez tenne però saldamente il boqueròn di Potrero Sauce, piazzando batterie avanzate all’Isla Carapà. I brasiliani attaccarono la posizione il 16 luglio arrivando sino alla trincea esterna, ma il contrattacco nemico li costrinse a ritirarsi con 1.600 perdite. Altri 2.500 uomini costò agli alleati il fallito attacco del 18 luglio contro il Sauce e punta Narò. Nelle due battaglie Lopez ne perse 2.500. Il 21 luglio il rapido contrattacco del maggiore Lucio V. Mansilla (1831-1913), figlio dell’eroe della Vuelta de Obligado, valse a mantenere il controllo del passo del Palmar, appena espugnato dal colonnello paraguaiano Aguilar. Intanto la pubblicazione sulla stampa inglese delle clausole segrete del trattato di alleanza, che prevedevano compensi territoriali nel Chaco e la smilitarizzazione del Paraguay, accrebbe i timori della Bolivia e delle Repubbliche Occidentali (Cile, Perù, Ecuador, Colombia) che il 9 luglio rinnovarono le loro lamentele e l’invito agli alleati a porre fine alle ostilità. Ma il Brasile rifiutò seccamente l’offerta di una mediazione peruviana e gli alleati atlantici ignorarono le note di protesta degli Stati del Pacifico. Proprio allora, del resto, arrivavano al fronte altri 15.000 brasiliani e il generale Porto Alegre assumeva il comando militare congiunto, mentre l’ammiraglio Tamandaré pianificava l’attacco contro Curupayty, ultimo caposaldo sul Paraguay prima di Humaità, difeso da 5.000 uomini e 90 cannoni. Il 2 settembre, coperto dal fuoco di 6 corazzate, il II Corpo d’armata brasiliano (Porto Alegre) sbarcò con 8.500 uomini all’avamposto di Curuzù, 2 chilometri e mezzo a valle di Curupayty. La guarnigione paraguaiana perse 700 morti e 30 prigionieri su 2.500 effettivi, ma il generale Diaz riuscì a salvare 1.800 uomini, quasi tutti feriti.. Il 12 settembre Lopez volle incontrare Mitre e Flores al passo di Yataytì Corà per proporre di negoziare la pace. Il governo argentino autorizzò la trattativa, ma quello brasiliano ribadì che gli obiettivi fissati dal trattato di alleanza non erano negoziabili e che Lopez doveva capitolare. Così il 22 settembre, protetto da 5 corazzate, 14 cannoniere e 3 chiatte, il presidente Mitre diresse personalmente un massiccio attacco contro Curupayty, difesa dal generale Diaz con 7 battaglioni (BI N. 4, 36, 38, 27, 7, 2 e 40), vale a dire 5.000 uomini ben trincerati tra la costa e la Laguna Lopez e sostenuti da 16 cannoni. Il massiccio attacco alleato scattò a mezzogiorno, preceduto da 4 ore di bombardamento navale, rivelatosi del tutto inefficace. Entrambi gli alleati vi contribuirono con 10.000 uomini, in tutto 4 gruppi divisionali incolonnati in uno spazio angusto battuto dall’artiglieria nemica. L’ala sinistra, comandata da Porto Alegre, era formata da 6 brigate brasiliane (III, II, VII, I, Auxiliar e IV) e 10 pezzi, mentre il centro e la destra erano formati dai due corpi argentini (Paunero ed Emilio Mitre) con altri 12 pezzi. Durante 5 ore la fanteria alleata sferrò due vani assalti frontali: accolti da un uragano di fuoco, entrambi si infransero sul secondo trinceramento nemico. Gli alleati persero 3.000 fucili belgi e 4.000 uomini (1.950 brasiliani e 2.050 argentini, pari rispettivamente ad un quinto e ai due quinti della forza effettivamente impiegata), contro appena un centinaio di perdite nemiche. Nella battaglia si distinsero i battaglioni brasiliani N. 20, 8 e 46. Gli argentini ne impiegarono 17 (inclusi gli 8 di linea presenti a Tuyutì), perdendo la maggior parte dei comandanti, alcuni morti (come i colonnelli Rossetti e Ciarlone e i comandanti Fraga e Diaz) e altri feriti (come il colonnello Rivas, promosso generale sul campo, il maggiore Mansilla e i

comandanti Ayala e Luis M. Campos). Nove mesi di stallo (23 settembre 1866-21 luglio 1867) Alla sconfitta di Curupayty seguirono nove mesi di stallo, resi infernali dalla mancata concessione di licenze e avvicendamenti e soprattutto dall’epidemia di colera scoppiata nelle putride retrovie alleate del Paso de la Patria (Itapirù) e subito dilagata anche nel campo avversario e tra le popolazioni civili (ogni giorno si ammalavano in media 300 soldati alleati e nel maggio 1867 i malati erano 13.000, con un tasso di mortalità del 60 per cento e un lungo periodo di convalescenza per i sopravvissuti). Per finanziare lo sforzo bellico il governo argentino dovette lanciare un prestito di guerra (Montepio Militar) mentre un consorzio di banche inglesi concesse un credito di 1 milione e mezzo di sterline al 75 per cento, rimborsabile in 33 anni (cioè sino alla fine del secolo) con un tasso annuo di interesse del 6 per cento e un ammortamento dell’1 per cento. L’attività militare si ridusse a duelli d’artiglieria, ricognizioni e brevi combattimenti all’arma bianca, come quello del 17 febbraio a Tuyù-Cué, per impadronirsi di un’altura di yatayes. L’unica novità di rilievo fu l’impiego, da parte alleata, di palloni aerostatici per osservare le posizioni paraguaiane e dirigere il tiro delle batterie. Flores, Tamandaré e Porto Alegre si presero lunghe licenze. Il 20 novembre 1866 il prestigioso duca di Caxias assunse il comando militare effettivo e dal febbraio 1867 esercitò interinalmente anche quello supremo, nei cinque mesi in cui Mitre dovette trattenersi a Buenos Aires per placare il malcontento della capitale ed affrontare la grave ribellione delle province andine, di cui tra poco diremo. Nel gennaio 1867 gli alleati lasciarono cadere nel vuoto anche l’offerta di mediazione degli Stati Uniti, accettata invece da Lopez, ponendo come condizione irrinunciabile che El Mariscal abbandonasse il paese. In agosto, quando erano già riprese le operazioni alleate, si mosse anche il governo inglese con una missione diplomatica al quartier generale paraguaiano. Agendo di propria iniziativa e senza informare il proprio governo, l’incaricato G. Z. Gould ottenne da Lopez l’accettazione del disarmo e del proprio “ritiro in Europa”. L’ultimo ostacolo sembrava rimosso e la stampa argentina sostenne che la pace era imminente. Ma il punto relativo al ritiro di Lopez fu poi sconfessato dal ministro degli esteri paraguaiano Luis Caminos, affossando l’apparente successo di Gould e archiviando la mediazione inglese. Del resto, con l’eccezione della Francia di Napoleone III (impegnata nella sciagurata impresa messicana e nel sostegno agli Stati Confederati durante la guerra civile nordamericana) tutti i governi europei, e in primo luogo l’Inghilterra, appoggiavano senza riserve la coalizione “liberale” delle borghesie mercantili europeizzate di Buenos Aires, Montevideo e Rio de Janeiro contro il conservatorismo politico e culturale in cui vivevano le province rurali dell’interno, popolate ancora da indios, meticci e superstiti della prima immigrazione spagnola. Di conseguenza, se i governi europei si offrirono quali intermediari per un negoziato di pace, lo fecero sempre con scarso impegno, tra l’altro incoraggiando la recezione della propaganda argentina e brasiliana che dipingeva Lopez come un mostro sanguinario, unico responsabile della catastrofe del suo popolo.

3. IL FRONTE INTERNO (1866-69) La ribellione delle province cuyane (20 aprile - 9 novembre 1866) Intanto, come si è accennato, il fronte interno argentino era stato gravemente scosso da una nuova ribellione federalista scoppiata nelle province andine. Una prima sollevazione armata, scoppiata il 20 aprile 1866 al confine tra La Rioja e San Juan, si era conclusa un mese più tardi con la sconfitta dei ribelli e la fucilazione del promotore, Juan Bernardo Carrizo. In autunno, lungi dal provocare un’ondata patriottica, l’inutile carneficina di Curupayty rinfocolò l’avversione delle province alla politica bellicista di Mitre. Ma la scintilla fu la sollevazione del 9 novembre a Mendoza, insorta contro lo strapotere di un clan familiare sostenuto dal governo. Molti ex-capi federalisti ne approfittarono per tornare dall’esilio cileno, da dove il 6 dicembre il colonnello Felipe Varela lanciò un proclama che accusava Mitre di tradimento, inneggiando invece ad Urquiza, ma anche alla pace e all’amicizia col Paraguay, all’Unione Americana e agli eroi della guerra del 1825-28 contro il Brasile. L’intervento nazionale (21 novembre 1866 - 26 marzo 1867) Il vicepresidente Marcos Paz aveva reagito fin dal 21 novembre, nominando il generale Paunero commissario nazionale nelle province andine e comandante dell’Ejército del Interior, che il 21 dicembre accampò a Fraile Muerto (Bell Ville). Il governatore santiaguegno Antonino Taboada assunse invece il comando dell’Ejército del Norte, formato dalle milizie delle province limitrofe. Intanto il comandante della frontiera cuyana, colonnello Pablo Irrazabal, marciò su Mendoza, ma fu respinto dal colonnello ribelle Juan de Dios Videla, che si spinse sino a San Juan. Su quest’ultimo obiettivo marciò allora il governatore riojano, colonnello Julio Campos, con 1.500 guardie nazionali e le “guide” di Irrazabal, ma le forze mendosine di Videla, circa 2.000 uomini, lo fermarono il 5 gennaio 1867 alla Rinconada del Pacito, costringendolo a ritirarsi a San Luis in attesa di Paunero. L’avanzata dei regolari indusse Videla a sgomberare San Juan, da dove Paunero lanciò un ultimatum ai ribelli. Ma riservatamente il generale avvertì il governo di non potersi fidare di una parte delle sue truppe (il battaglione sanjuanino e il BI 7 di linea) e tramite il ministro della guerra, generale Julian Martinez, chiese l’invio di veterani dal fronte paraguaiano. Il 16, su suggerimento del generale Conesa, anche il ministro degli esteri Elizalde chiese a Mitre di spedire a Paunero la Divisione della guardia nazionale bonearense, politicamente affidabile, e non truppe di linea, tantomeno quelle reclutate nell’interno. Il 24 gennaio, dal campo di Tuyutì, Mitre rispose annunciando l’arrivo della Divisione Arredondo con 2 cannoni da montagna e 1.600 veterani (3 battaglioni di guardia nazionale e BI 6 di linea), elevando così le forze a disposizione di Paunero a 3.000 regolari con 10 pezzi. Ma lo stesso giorno Paunero dovette ritirarsi in fretta dal confine mendosino per non essere preso alle spalle dall’improvvisa sollevazione della provincia puntana, capeggiata dai caudillos Juan e Felipe Sàa. Tuttavia il 31 gennaio, nella Pampa del Portezuelo, la retroguardia di Paunero (colonnelli José Iseas e Placido Lopez) respinse l’attacco del colonnello Felipe Sàa, che perse 200 morti, 25 feriti, 54 prigionieri su 1.100 uomini (nonchè metà dei cavalli e delle armi) contro appena 10 feriti governativi. Così il 5 febbraio Paunero poté accamparsi a Membrillos, dove il 15 fu raggiunto da Arredondo.

Intanto i ribelli avevano eletto Carlos Juan Rodriguez General y director de la guerra, spedito il colonnello Manuel J. Olascoaga ad acquistare armi in Cile e formato due eserciti di circa 5.000 uomini, uno a Sud tra Mendoza e San Luis (Ejército Revolucionario de Cuyo) e l’altro a Nord in Catamarca. Comandati dal generale Juan Sàa e dal colonnello Varela, fronteggiavano rispettivamente gli eserciti governativi dell’Interior (Paunero) e del Norte (Taboada). La pacificazione di Cuyo (1° aprile 1867 - 27 marzo 1869) Per dividere le forze nemiche e batterle separatamente, Sàa strinse alleanza con i ranqueles. Costoro effettuarono infatti un’incursione contro Villa Mercedes, costringendo Paunero a distaccarvi Arredondo. Nel pomeriggio del 1° aprile, al passo di San Ignacio, Saà piombò con 3.200 cavalieri sui 1.600 veterani di Arredondo. Ma Paunero, che si trovava a 15 chilometri di distanza, accampato sul Rio Quinto al passo de las Carretas, gli spedì di rinforzo il colonnello Augusto Segovia con mille cavalieri di linea (RC 1, 5 e 7). La battaglia durò due ore e mezza. L’agile e preponderante cavalleria cuyana prevalse facilmente su quella regolare, ma Arredondo autorizzò il comandante L. M. Campos a contrattaccare alla baionetta e fu proprio il discusso battaglione sanjuanino del tenente colonnello Teofilo Ivanowski (m. 1874) a prendere la batteria nemica. I ribelli ebbero 575 perdite contro 379 (46 morti, 153 feriti e 180 dispersi). Promossi sul campo Arredondo e Campos, il 4 aprile Paunero entrava in San Luis e il 13 in Mendoza, già sgombrata da Sàa e Rodriguez, rifugiatisi in Cile con gli ultimi 200 seguaci. Paunero dette poi la caccia ai ranqueles, la cui ribellione fu sfruttata per far approvare dal congresso la legge 13 agosto 1867 che ordinava, al termine della guerra col Paraguay, l’occupazione della linea Rio Neuquen-Rio Negro, dalle Ande all’Atlantico. Gli indiani dovevano stabilirsi in riserve demaniali e, a condizione di sottomersi, potevano sceglierle in accordo col governo. Il colonnello Segovia, con le guardie nazionali, inseguì invece la montonera mendosina di Pedro Perez, luogotenente di Videla, decimandola in vari scontri: a Polanco de Segovia il 27 maggio, a Los Barriales il 12 giugno e ad Allon il 4 dicembre. Sàa, rientrato a Cuyo con 600 montoneros, ne perse metà, il 29 gennaio 1868, ad Alto de Los Loros. Il 27 marzo 1869 il maggiore Antonio Loyola, capo delle forze Nord di San Luis, annientò a Jarrillo la montonera puntana del caudillo Guayama, già luogotenente dei Sàa. La pacificazione di Salta (18 febbraio 1867 - 28 ottobre 1869) Veniamo ora al fronte saltegno. Il 18 febbraio 1867 l’avanguardia di Varela, comandata dal mercenario cileno Estanislao Medina, aveva occupato Chilecito e il 4 marzo aveva espugnato dopo fiera resistenza l’avamposto governativo di Tinogasta, fucilando il vicecomandante superstite. Il 26 marzo Varela aveva proseguito verso la Catamarca incontro a Taboada e nel pomeriggio del 10 aprile, ignorando ancora la sconfitta di Sàa, aveva attaccato Taboada, attestato a Pozo de Vargas, 2 km a N della Rioja. Anche qui la battaglia si era protratta per due ore e mezza fino a sera. Inferiori di numero, i governativi avevano tenuto la posizione grazie agli Sharp americani acquistati dall’ex-governatore Sarmiento, perdendo però 700 uomini contro 700 e senza poter impedire alla cavalleria di Varela di sganciarsi ritirandosi a Jachal. Braccata in territorio sanjuanino dal comandante Martiniano Charras, la montonera di Varela era stata poi decimata il 5 e 7 giugno a El Durito e Cuesta de Chilechito. Invano inseguito da Arredondo e dal generale ex-confederato Octavio Navarro, Varela si era rifugiato ad Antofagasta, al confine cileno-boliviano. Rientrato in territorio saltegno, il 29 e 30 agosto Varela sconfisse il colonnello Pedro J. Farias ad Aimacha e Los Molinos. Molti prigionieri si unirono ai ribelli, ingrossandone le file fino a 1.300 uomini. Navarro gli mosse però incontro con 2.500 uomini e il 5 ottobre il colonnello Francisco Sentero lo sconfisse a Cachi. Mentre fuggiva verso la Bolivia con 800 superstiti, il 10 ottobre Varela saccheggiò Salta, combattendo

casa per casa con i 250 difensori, e il 13 anche Jujuy, varcando infine il cofine boliviano il 5 novembre. Nel gennaio 1869 Varela riapparve nuovamente nella Punta Saltegna alla testa di un centinaio di montoneros. Responsabile della frontiera Nord di Salta era adesso il tenente colonnello Julio Argentino Roca (1843-1914), comandante del BI N. 7 e futuro ministro della guerra e presidente della Repubblica. Fu però il colonnello di milizia Pedro Corvalan a intercettare la montonera alla Salina dei Pastos Grandes, ricacciandola in territorio boliviano. Abbandonati i suoi uomini, Varela si rifugiò invece in Cile, dove morì l’anno seguente. Il 28 ottobre 1869 una compagnia di cazadores de Catamarca, comandata dal maggiore Froilan Muro, massacrò gli ultimi montoneros varelisti a Tilcara, presso Salta. Rivolte e ammutinamenti del 1867-69 Poco dopo la sconfitta cuyana, un conato rivoluzionario si verificò anche a Cordoba, dove il 16 agosto 1867 Simon Luengo (il futuro assassino di Urquiza) approfittò della visita del ministro di guerra e marina per prenderlo in ostaggio. Ma al primo accenno di intervento delle truppe di Conesa i ribelli fuggirono. Il 22 dicembre si sollevarono a Santa Fe i colonnelli José e Patricio Rodriguez, ma il governatore, generale Orogno, li indusse a deporre le armi. Una ribellione fu tentata nell’ottobre 1868 anche dal generale Nicanor Caceres, deferito al consiglio di guerra, e il 31 ottobre il presidente Sarmiento espulse dall’esercito il colonnello Martin Cornejo per essere intervenuto in materia elettorale. Ma le tensioni non erano finite: l’ammutinamento del RC N. 5 a Longague, soffocato il 26 marzo 1869 dal colonnello Antonio Lopez Osorio, annunciò la futura ribellione entrerriana capeggiata da Lopez Jordan (v. infra, cap. VIII).

4. L’OFFENSIVA ALLEATA E LA
RITIRATA PARAGUAIANA

(1867-68) La manovra del duca di Caxias (22 luglio 1867 - 4 agosto 1868) Mentre Paunero e Arredondo domavano la ribellione cuyana, il duca di Caxias aveva iniziato una lunga e complessa manovra per avvolgere il Quadrilatero puntando su Tayì, località fluviale a monte della piazzaforte di Humaità. Lasciato il barone di Porto Alegre con 11.000 uomini (inclusi 700 argentini) e 84 pezzi a fronteggiare le linee paraguaiane, il 22 luglio 1867 il duca marciò verso Nord con altri 21.500 (inclusi 6.000 argentini con 13 pezzi, al comando di Gelly y Obes). Il lungo giro fuori dal raggio delle batterie nemiche copriva quasi 100 chilometri e l’avanzata fu rallentata da duri scontri a Tuyù Cué e San Solano. La manovra delle truppe doveva essere secondata dalla parallela avanzata della flotta, ora comandata dall’ammiraglio Joaquim Luis Ignacio. Il 15 agosto Ignacio riuscì a forzare il passaggio di Curupayty, sbarrato anche da torpedini, ma non osò poi affrontare i cannoni di Humaità. Giunti a Isla Tayì, il 3 ottobre gli alleati respinsero una ardita ricognizione nemica guidata dal maggiore Caballero, malgrado le violente cariche della cavalleria paraguaiana e il tiro micidiale delle batterie pesanti di Humaità. Nella stessa giornata i granaderos a caballo argentini si distinsero a Tuyù Cué. Altri scontri avvennero il 21 e 28 ottobre a Tatay Jbà e Potrero Obella, dove i brasiliani persero 150 e 370 uomini, contro 550 e 140 paraguaiani. Ma infine, passato un piccolo affluente e aggirato il carrizal di Potrero Obella, il 2 novembre l’avanguardia brasiliana (generale Mina Barreto) espugnò il ridotto improvvisato di Tayì, massacrando i 400 difensori e piazzandovi una batteria di 14 pezzi per rispondere al fuoco delle navi paraguaiane, due delle quali (Olinda e 25 de Mayo) furono colate a picco. Il giorno seguente i difensori di Humaità reagirono con una sortita di 6.000 uomini dalla parte opposta del fronte, sfondando la linea dell’Estero Bellaco Nord. Grazie alla sorpresa, i paraguaiani travolsero la brigata argentina del colonnello Guillermo Baez e 4 battaglioni brasiliani accorsi a turare la falla. Il campo di Tuyutì fu devastato e i magazzini dell’ala destra alleata furono dati alle fiamme. Sia pure in extremis e con gravissime perdite, Porto Alegre riuscì tuttavia a ricacciare il nemico improvvisando un contrattacco in cui si distinsero la cavalleria correntina e 2 reggimenti argentini al comando del generale Manuel Hornos. Le perdite alleate ammontaromo a 1.200 uomini, quelle paraguaiane a 2.200. Il 2 gennaio 1868 le cannonate paraguaiane, intenzionalmente dirette sui quartieri generali nemici, uccisero il vicepresidente argentino Paz e più tardi anche il presidente uruguayano Flores. La morte di Paz e la candidatura di Urquiza alle elezioni presidenziali costrinsero Mitre a tornare di nuovo a Buenos Aires, e il 18 gennaio rimise, stavolta definitivamente, il comando supremo a Caxias. Raggiunta ormai una schiacciante superiorità di forze (50.000 contro 15.000), il 18 febbraio gli alleati ripresero l’offensiva espugnando con forti perdite il ridotto di Sierva, strenuamente difeso dal maggiore Olavarrieta. Il giorno seguente la flotta, rinforzata da 3 monitori, forzò il passaggio di Humaità, spingendosi il 24 a cannoneggiare Asuncion. La notte del 1° marzo gli incursori paraguaiani abbordarono di sorpresa 2 corazzate brasiliane, ma le altre navi apersero il fuoco a mitraglia, spazzando la coperta delle due unità e impedendone la cattura. Fatta trasferire la capitale a Luque, Lopez incaricò Thompson di allestire una seconda linea di resistenza 60 chilometri più a monte, alla foce del Tebicuary. Poi, filtrando abilmente tra gli assedianti che controllavano entrambe le rive del Paraguay, Lopez fece traghettare i feriti, i

magazzini, le artiglierie migliori e 8.000 uomini sulla riva argentina e, attraversato il Chaco Austral, li fece reimbarcare a Porto Lindo, proseguendo sino al caposaldo di San Fernando, sul Tebicuary. A coprire la ritirata strategica, Lopez lasciò 4.000 veterani comandati dal prode Caballero, promosso generale sul campo. Il 21 marzo il generale brasiliano Osorio fallì un attacco contro il caposaldo di Espinillo, ma la Divisione Argolho prese quello del Sauce. Il giorno dopo Caballero evacuò gli avamposti chiudendosi nel quadrilatero. Coi suoi 100 cannoni la “Sebastopoli del Sudamerica” continuò tuttavia a bloccare i brasiliani per altri quattro mesi. mentre Lopez processava i fratelli e uccideva centinaia di esponenti della classe dirigente paraguaiana accusati di aver complottato contro di lui con l’incaricato statunitense ad Asuncion. La resa di Humaità (4 maggio - 5 agosto 1868) Sia pure tardivamente, Caxias tagliò i collegamenti tra Lopez e Caballero spedendo il generale Rivas ad occupare la sponda argentina del Paraguay. Il 4 maggio i paraguaiani reagirono attaccando il fianco di Rivas ad Arata, mentre la guarnigione del Quadrilatero effettuava una sortita contro il ridotto alleato di Anday. Ma entrambe le operazioni fallirono, e nove settimane dopo, logorati dal blocco, i difensori di Humaità dovettero evacuare la linea del Quadrilatero e chiudersi nella piazzaforte, che il 15 luglio respinse l’attacco del generale Osorio. Tre giorni dopo, ad Alagnasa, il colonnello Miguel Martinez, che stava conducendo temerarie ricognizioni nel Chaco, fu tagliato dal resto delle forze di Rivas, trovando la morte nel successivo combattimento. Pochi giorni dopo la guarnigione di Humaità, ora comandata dal colonnello Martinez, reiterò il tentativo di aprirsi il passo verso il Chaco. La notte del 24 luglio le canoe traghettarono le truppe migliori sulla sponda argentina e la notte del 30 attraversarono la Laguna Verà tentando di sorprendere le canoe argentine. L’attacco fu respinto, ma il combattimento all’arma bianca fra le canoe cariche di soldati fu particolarmente micidiale. Il 2 agosto Rivas fu nuovamente attaccato dalla parte di terra: ma il nemico venne respinto dalle scariche di mitraglia e dalle baionette del maggiore Teòfilo Ivanowsky. Fu l’ultimo tentativo di Martinez. Privo di alternative, il 5 agosto si consegnò a Rivas con 1.324 superstiti, mentre i comandati Cabral e Gil consegnarono Humaità. Quasi sedici mesi d’assedio erano costati la vita di 60.000 uomini. L’offensiva su Asuncion (26 agosto 1868 - 5 gennaio 1869) Appresa la caduta di Humaità, il 26 agosto Lopez arretrò ancora la linea, trasferendola sul rio Piquisirì, al confine tra la regione degli acquitrini e le colline fertili: una di queste, ribattezzata Jta Jvaté, divenne il suo quartier generale. Gli restavano 100 cannoni e 10.000 uomini, per due terzi vegliardi e giovanetti, schierati tra l’Angostura e gli stagni boscosi del Potrero Marmol. Il primo scontro sulla nuova linea avvenne il 28 settembre: durante la battaglia il tenente colonnello Donato Alvarez caricò una batteria con 70 granaderos a caballo, distruggendo 3 cannoni. Il 1° ottobre, dopo un violento scambio di colpi con le batterie terrestri nemiche, la squadra alleata forzò il passo dell’Angostura. In ottobre entrò in carica il nuovo governo argentino (1868-74) presieduto da Sarmiento, già ministro plenipotenziario a Washington. Quale ministro di Guerra e Marina fu nominato Martin de Gainza, Ispettore generale della milizia bonearense. Gelly y Obes conservò il comando dell’Armata da campagna, mentre Paunero ottenne la legazione di Rio de Janeiro. Caxias pianificava intanto l’aggiramento della posizione paraguaiana per prenderla alle spalle. In vista dell’offensiva finale, il 5 dicembre 1868 il presidente Sarmiento concesse l’indulto ai

disertori a condizione di presentarsi ai corpi entro tre mesi per completare la ferma. Lasciati 8.000 argentini e orientali a fronteggiare la linea del Piquisirì e costruita in tre settimane una strada di 50 chilometri attraverso il Chaco, 30.000 brasiliani seguirono lo stesso percorso di Lopez e il 6 dicembre sbarcarono a San Antonio, a monte delle posizioni paraguayane. Lopez spedì Caballero a fermarli, ma il 6 e l’11 dicembre perse 5.500 uomini contro 4.000 in due sanguinosi scontri al ponte di Itororò e al torrente di Avahy. L’ultima resistenza si concentrò così attorno alla posizione di Jta Jvaté. Caxias attaccò il 21 coi soli brasiliani, ma fu contrattaccato e respinto oltre le trincee di partenza, perdendo 4.000 uomini. L’operazione fu ritentata il 25, assieme agli argentini di Gelly y Obes, dopo che Lopez ebbe respinto una nuova offerta di resa. Il combattimento, sospeso dalla notte, riprese il 26, ma ancora una volta gli alleati furono respinti, rinviando la decisione al 27. Gelly y Obes guidò l’assalto frontale su tre colonne, mentre Rivas aggirava l’altura per tagliare la ritirata. In mezz’ora di fuoco le batterie nemiche furono smontate e subito occupate dalla colonna di sinistra, poi quelle del centro e di destra espugnarono le trincee. Con 1.500 morti e feriti e 1.000 prigionieri l’esercito paraguayano fu completamente annientato. Lopez scampò per un vallone non vigilato, assieme allo stato maggiore e a 200 uomini della sua scorta. Il giorno seguente gli alleati investirono Angostura, dove i granaderos a caballo di Alvarez presero le batterie dell’estrema destra. La piazzaforte si arrese il 30, con 1.200 superstiti e 16 cannoni. Il 1° gennaio 1869 gli alleati sbarcavano ad Asuncion, occupata il 5. L’unico reparto argentino impiegato in questa operazione era il Batallon Legion Militar (BI 8).

5. LA VITTORIA MUTILATA (1869-70) La catastrofe del Paraguay (6 gennaio 1869 - 28 febbraio 1870) Con Jta Jvaté la guerra sembrava finita. Invece, riunitosi alla guarnigione uscita da Asuncion, Lopez si rifugiò sulla Cordigliera, fondando la terza capitale a Peribebuy, dove in pochi mesi ricostituì un esercito di 13.000 uomini e 36 pezzi. Grazie alla ferrovia controllava ancora buona parte del paese e grazie alle macchine e alle 70 maestranze europee, quasi tutte inglesi, scampate dalla capitale poté ricostruire l’arsenale e la fonderia a Cea Copé. Il generale Guillermo Xavier de Souza, succeduto a Caxias, dette priorità all’occupazione della parte settentrionale del paese per riaprire le comunicazioni con il Mato Grosso e soltanto in marzo si preoccupò di iniziare la caccia a Lopez. Ma il 16 aprile 1869 anche de Souza fu sostituito dal genero dell’imperatore, il maresciallo Luigi Filippo Gastone d’Orléans conte d’Eu, che il 1° maggio si mise in marcia da Sud-Est verso la Cordigliera, dove convergeva anche un’altra colonna proveniente da Encarnacion. Il 5 maggio la fonderia fu distrutta e le maestranze catturate. Il 25 e il 29 i paraguaiani subirono altre due sconfitte a Paraguarì e Tupipità, e in giugno affondarono gli ultimi 6 vapori, cessando ogni attività fluviale. Dopo aver conquistato tutta la ferrovia per assicurarsi una linea di rifornimento, il 1° agosto 20.000 brasiliani sferravano l’offensiva finale sulla “terza capitale” di Lopez, nel frattempo dichiarato fuorilegge dal triumvirato collaborazionista che gli alleati avevano installato ad Asuncion. Il 10 agosto i brasiliani presero la conca di Peribebuy, intimando invano la resa a Caballero. Due giorni dopo la 2a Division argentina guidò l’attacco alla “terza capitale”, e il suo comandante, colonnello L. M. Campos, ricevette la più alta decorazione imperiale al valore. Il 14 agosto la Divisione si distinse ancora nella presa del caposaldo di Azcuna e il 16 annientò la retroguardia di Caballero a Barrero Grande (sopra l’arroyo Peribebuy), impadronendosi dell’artiglieria nemica. Il 21 l’avanguardia alleata, comandata da Emilio Mitre, incalzò i resti dell’esercito di Lopez sul monte Caraguatay. Qui il maresciallo fondò la sua “quarta capitale”, spostandosi il 17 ottobre al Panadero. Ma intanto la tenaglia alleata si stringeva inesorabilmente attorno a lui. L’8 febbraio 1870 Lopez si attestò con gli ultimi mille uomini e 6 cannoni a Cerro Corà, nella provincia di Concepcion. Qui, il 28 febbraio, avvenne l’ultima battaglia. Circondato, Lopez rifiutò più volte di arrendersi finchè non cadde ucciso. Tra i suoi uomini vi furono appena 254 superstiti. Quella guerra allucinante, al tempo stesso moderna e primordiale, della terra contro il mare, di Sparta contro Atene, aveva sostituito il genocidio differito e culturale con un vero sterminio. In un lustro la popolazione del Paraguay era scesa da 525.000 abitanti ad appena 221.000, di cui solo 29.000 maschi adulti. Il negoziato di pace e la tensione argentino-brasiliana (1870-76) Nel lungo negoziato di pace (1870-76) con il nuovo governo paraguaiano i margini diplomatici dell’Argentina furono condizionati dalle due ribellioni entrerriane (aprile 1870 - febbraio 1871 e maggio - dicembre 1873) e poi dalla fallita rivoluzione mitrista (settembre - novembre 1874). Inizialmente il nuovo ministro degli esteri Mariano Varela tentò di configurare una tutela argentina sul governo provvisorio paraguaiano, in nome della solidarietà ispanica tra due antiche province rioplatensi.

Ma il 16 aprile 1870 il tenente colonnello Napoleon Uriburu partiva da Jujuy, con 1 ufficiale del genio e 250 soldati, per esplorare il Chaco Austral, levando mappe topografiche e combattendo con gli indigeni tobas prima di raggiungere la nave da guerra che lo attendeva sulla destra del Paranà (a San Fernando, oggi Resistencia, dirimpetto a Corrientes). L’unico effetto della controproducente spedizione fu di insospettire e irritare il governo di Asuncion, inducendolo a concludere un accordo unilaterale di tregua con il ministro degli esteri brasiliano Silva Paranhos, firmato il 20 giugno grazie alla mediazione statunitense. L’accordo, che dava in pegno ai due alleati 88.000 chilometri quadrati di territorio paraguaiano, accordava al Brasile più di quanto previsto dal trattato della Triplice Alleanza, ma a spese delle mire argentine sul Chaco Central. Ne derivò una tensione col Brasile, aggravatasi nell’aprile 1872 a seguito del trattato di alleanza tra il Brasile e il Paraguay. In novembre fu però il Brasile a protestare contro il programma di riarmo deciso dall’Argentina (crediti militari per 2 milioni e mezzo di pesos, nuova legge sul reclutamento dell’esercito, creazione dell’Istituto Militare e dell’Accademia e dei comandi navali). Sarmiento seppe giocare bene le sue carte diplomatiche, spedendo Mitre a calmare Rio de Janeiro. Intanto l’ambasciatore ad Asuncion, Carlos Tejedor, concordò con Sosa, incaricato speciale del nuovo presidente paraguaiano Jovellanos, la cessazione del regime di occupazione militare, che implicava il ritiro delle forze brasiliane. Inefficace fu invece la missione compiuta da Mitre ad Asuncion nel marzo 1873. Anzi i rapporti col Paraguay tornarono a guastarsi nel 1874 a seguito della pubblicazione del parere di Mitre sull’assoluta necessità di ottenere acquisti territoriali nel Chaco, “unico trofeo” bellico rimasto all’Argentina. La pace fu infine firmata dal governo Avellaneda (1874-80), il 13 febbraio 1876.

VIII - LA CONQUISTA DELLE FRONTIERE E LA FEDERALIZZAZIONE DI BUENOS AIRES (1870-80)

SOMMARIO: 1. La difesa dell’unità nazionale. - 2. La conquista del deserto. - 3. La federalizzazione di Buenos Aires. - 4. Le frontiere naturali.

1. LA DIFESA DELL’UNITA’ NAZIONALE Le riforme del presidente Sarmiento Sarmiento varò oltre 400 leggi di riforma, in gran parte scritte di suo pugno e imposte contro l’opposizione del Congresso, ricorrendo due volte al veto contro le leggi proposte dalla fazione federalista e approvate a maggioranza semplice, che spostavano la capitale nazionale in sedi periferiche dell’interno (la prima a Rosario, la seconda a Viela Maria). Tra le misure di maggior rilievo vi furono il primo censimento della popolazione, la prima Scuola Normale (a Paranà, poi spostata a Tucuman), 5 nuovi collegi normali (San Luis, Jujuy, Santiago del Estero, Rosario e Corrientes), le scuole serali per gli operai, l’aumento della popolazione scolastica da 30.000 a 100.000, altri 750 chilometri di ferrovie, il completamento dei collegamenti telegrafici con tutte le province e il primo cavo sottomarino con gli Stati Uniti e l’Europa. Questo sviluppo fu reso possibile dai redditizi investimenti inglesi, che nel periodo 1862-75 ammontarono a 23 milioni di sterline. Più di un quarto riguardavano lo sviluppo delle ferrovie, impiantate nel 1866 e costruite da operai italiani e baschi con paghe nettamente superiori alla media europea. La prima guerra di Entre Rios (11 aprile 1870 - 26 gennaio 1871) Oltre che dalla tensione col Brasile (1872), dalle riforme liberali e dallo sviluppo dell’istruzione e dei collegamenti, la presidenza Sarmiento fu ancora segnata dai postumi della guerra civile e dall’abitudine alla violenza politica. Il 1869 trascorse in relativa calma, ma in gennaio Varela fece la sua ultima scorreria al confine saltegno, in marzo Chumbita e Carmona provocarono sommosse a La Rioja, San Juan e San Luis e i seguaci di Mitre sollevarono Salta. E infine si ammutinarono 80 reclute del 5° reggimento entrerriano assegnate al gravoso servizio di frontiera. Il 3 febbraio 1870 Urquiza celebrò il 18° anniversario della battaglia di Caseros assistendo insieme a Sarmiento alla sfilata di 15.000 miliziani entrerriani, in aperta sconfessione della fazione estremista del suo stesso partito capeggiata dal generale Ricardo Lopez Jordan, come pure dei rifugiati del partito blanco uruguayano capeggiati dall’ottuagenario generale Anacleto Medina. Il 5 marzo scoppiò in Uruguay l’insurrezione blanca capeggiata dal generale Timoteo Aparicio, la cosiddetta Revolucion de las lanzas. L’11 aprile il cordobese Simon Luengo, alla testa di 200 facinorosi, tra cui molti orientali, assassinò Urquiza nel suo palazzo di San José. Il 14 i deputati entrerriani elessero governatore Lopez Jordan, che nel discorso inaugurale solidarizzò con gli assassini. Il 14 e 19 aprile Sarmiento creò due Ejércitos de Observaciones sull’Uruguay e il Paranà al comando dei generali Emilio Mitre (BI 3, 6, 9 e 10 e RC 4) ed Emilio Conesa (BI 1, 4, 5 e 12 e RC

2 e 7). Lo stesso 14 Mitre arrivò a Gualeguaychù con una cannoniera e truppe imbarcate e il 20 Sarmiento dichiarò nulla l’elezione di Jordan, che rispose mobilitando la cavalleria entrerriana. Nella capitale Jordan aveva anche dei simpatizzanti e Onésimo Leguizamon, presidente del Comité de la Paz, tentò una mediazione. Ma a favore dell’intervento premevano il quotidiano mitrista La Nacion e i ministri della guerra e della pubblica istruzione, Martin de Gainza e Nicolas Avellaneda. Così il 25 aprile Sarmiento dichiarò ribelle Jordan, assegnando a Mitre il comando in capo e al generale Gelly y Obes quello della milizia correntina. Il 28 dette il comando dell’aliquota lealista della cavalleria entrerriana al generale Miguel G. Galarzo e chiuse i porti dell’Uruguay, il 2 maggio proclamò lo stato d’assedio e il 5 radiò gli ufficiali jordanisti. Intanto, sbarcato a Diamante con 1.200 fanti, 1.800 cavalieri e 160 artiglieri con 6 cannoni, Conesa si inoltrò verso oriente per congiungersi con Mitre e il 20 maggio fu attaccato all’arroyo Sauce, affluente del Nogoyà, da 9.000 cavalieri entrerriani. Ma le loro cariche si infransero contro la batteria del tenente colonnello Joaquin Viejobueno e le scariche di fucileria e Lopez Jordan dovette ritirarsi lasciando sul terreno 150 o 200 uomini. La cavalleria governativa (RC 2 e 7) non poté inseguire quella nemica per non perdere l’appoggio di fuoco che compensava la propria inferiorità numerica, ma la milizia entrerriana si scoraggiò e a fine mesi vari reparti cominciarono ad arrendersi. Il 6 giugno il vaporetto Garibaldi sbarcò a Gualeguay le truppe governative e il 12 i porti fluviali furono riaperti. Ma il 12 luglio Concepcion del Uruguay si arrese ai giordanisti e, malgrado il 19 fossero stati respinti a Gualeguaychù dal colonnello Reinaldo Villar, il 23 Sarmiento decise nuovamente la chiusura dei porti, chiedendo inoltre un credito supplementare di 2 milioni di pesos forti (le due rivolte entrerriane costarono in tutto oltre 10 milioni). Il 15 agosto il colonnello Donato Alvarez respinse un’imboscata giordanista a Yuquerì Grande. Il 23 e 24 il tenente colonnello Eduardo Racedo (1843-1918) e il comandante Nicolas Levalle (il genovese Nicola Levaggi: 1840-1902) sgombrarono la sinistra del Paranà occupando Villa Urquiza e Diamante. Sul fronte orientale i giordanisti furono sconfitti il 27 agosto alle Punte del Palmar (affluente dell’Uruguay) dal colonnello Wenceslao Taborda e il 7 settembre a Rosario del Tala, sulla destra del Gualeguay. Malgrado ciò, Luengo, l’assassino di Urquiza, riuscì a raggiungere Cordoba, pur senza riuscire a sollevarla. Intanto Gelly y Obes avanzava da Diamante con l’Ejército del Paranà e il 12 settembre incontrò il nemico, forte di 9.000 uomini, alle Punte del Don Cristòbal. Lo scontro si risolse però in un semplice duello di artiglierie, perchè Lopez Jordan preferì sganciarsi ritirandosi verso Nord-Est, inseguito dai RC 2 e 3 che il 16 e il 21 si scontrarono con la sua retroguardia, rispettivamente all’arroyo del Quebrado e a Maria Grande. Ma il 12 ottobre, presso l’arroyo Santa Rosa, affluente del Gualeguaychù, il caudillo dovette dare battaglia, con 9.000 uomini contro i 4.000 dell’Ejército del Uruguay, comandato dal colonnello Ignacio Rivas (BI 3, 10 e 12, RC 2, 3 e 5 e guardia nazionale). Anche stavolta le cariche della cavalleria entrerriana si infransero contro i quadrati di fanteria armati con i moderni fucili a retrocarica Remington mod. 1869 cal. .43, mentre un tentativo di avvolgere la retroguardia nazionale fu neutralizzato dalla riserva di Rivas. Battute in campo aperto, le forze entrerriane erano però ancora in grado di condurre una insidiosa guerriglia. Villar, che continuava a presidiare Gualeguaychù con 200 uomini, dovette arrendersi il 19 novembre a 1.200 giordanisti. Altri 3.000, comandati dal colonnello Carmelo Campos, bloccarono il 5 dicembre città del Paranà, dirimpetto a Santa Fe, dove era scoppiata una ribellione capeggiata dal colonnello Benicio Gonzalez. Il presidio, comandato dal colonnello Francisco Borges, contava appena 200 uomini, ma era sostenuto da 2 mitragliatrici Gatling e 2 cannoniere e il 12 Campos dovette togliere il blocco, mentre la ribellione santafesina venne facilmente soffocata dal RC 9. Ciononostante, temendo uno sbarco giordanista sulla sponda occidentale del Paranà, il 22 dicembre Sarmiento dette il comando militare di Entre Rios al generale José A. Arredondo, il 26 mobilitò 2.000 guardie nazionali bonearensi per custodire il confine santafesino e il 28 incaricò

Paunero, ambasciatore a Rio de Janeiro, di acquistare in Brasile 6.000 sciabole, 4.000 carabine a ripetizione e 4 o 6.000 fucili, anche di seconda mano. Ma prima di sbarcare a Santa Fe, Jordan pensò di assicurarsi le spalle scacciando i governativi da Corrientes, dove il generale Evaristo Lopez aveva già riunito 2.500 insorti. Mentre il caudillo entrerriano risaliva la sinistra del Paranà con 7.000 uomini e 9 pezzi, puntando contro il caposaldo lealista di Goya, il governatore correntino, tenente colonnello Santiago Baibene, gli marciò incontro con la milizia, 6 cannoni e 2 battaglioni di linea - incluso il BI 7 del tenente colonnello Roca. Baibene incontrò l’avanguardia nemica il 26 gennaio 1871, alla laguna Naembé, poco a Sud-Est di Goya. Dopo un iniziale sbandamento, i lealisti contrattaccarono e la fuga dell’avanguardia entrerriana finì per travolgere anche il grosso. Lopez Jordan perse 600 morti, 550 prigionieri e tutta l’artiglieria. Fu una sconfitta decisiva. Non riuscendo più a riunire le forze, un mese dopo il caudillo passò l’Uruguay con un migliaio di seguaci, proseguendo poi per il Brasile. Non vi riuscirono invece i distaccamenti meridionali dell’esercito entrerriano. Infatti Arredondo mosse loro incontro da Concepcion del Uruguay e il 14 febbraio sconfisse i 1.500 uomini di Campos all’arroyo Genà, affluente del Gualeguaychù. Altri 900 del colonnello Leiva, che tentavano di resistere a Punta del Monte, ad Ovest del Gualeguay, furono battuti il 6 marzo dai 620 nazionali di Donato Alvarez. Gli ultimi reparti giordanisti furono sconfitti il 13 e il 24 marzo ad Arroyo Grande e Paranacito, occupata da Villar. Il 13 marzo Sarmiento decretò la riapertura dei porti entrerriani. Il 17 luglio le truppe di Montevideo sbaragliarono ai Manantiales i blancos di Aparicio e Medina, ai quali si era unita una parte degli uomini di Jordan. Rivolte e violenze del 1871-73 Nonostante la sconfitta jordanista, nel gennaio 1872 i colonnelli Desiderio Sosa e Valerio Irisaurralde deposero il nuovo governatore di Corrientes, Agustin Pedro Justo. Evaso dalla prigione, Justo ottenne il supporto armato del predecessore Baibene, ma Sosa li sconfisse il 4 marzo a El Tabaco. Intanto, a San Rafael, il RC 1 si sollevò contro il governo mendosino e il 27 marzo Sarmiento rimosse il colonnello Federico Mitre per essersi ingerito in questioni elettorali. Un anno più tardi il governatore della Rioja, don Pedro Gordillo, mobilitò la milizia contro il comandante del presidio, colonnello José Olegario Gordillo, scontrandosi il 6 marzo 1873 al Chagnar. Per riportare l’ordine, Sarmiento dovette decretare l’intervento nazionale, inviando nella provincia il generale Teofilo Ivanowski. Altri problemi venivano dall’odio xenofobo contro la potente comunità italiana di Buenos Aires. Nel 1869 quasi un quarto dei portegni era nato in Italia ma gli italiani rappresentavano oltre la metà dei commercianti e dei proprietari di fabbriche, nonché dei 1.610 poliziotti municipali (cuerpo de vigilancia). Nel 1872 nascevano a Buenos Aires l’ospedale, la prima delle due banche e il primo dei tre quotidiani italiani, nonchè la prima associazione internazionale dei lavoratori con una sezione italiana, una francese e una spagnola (seguì nel 1877 il monumento a Mazzini). Al risentimento sociale si aggiunse la propaganda reazionaria contro gli italiani, accusati non del tutto a torto di essere il veicolo della sovversione, dell’anticlericalismo e della massoneria. Nel gennaio 1872 una banda di gauchos che ostentavano la fascia rossa, distintivo della vecchia mazorca del generale Rosas, massacrò 17 contadini italiani a Tandil, quasi 300 chilometri a Sud della capitale. Ma gli italiani non erano da meno: nel 1871 attaccarono il carcere di San Carlos e fucilarono un detenuto, nel 1875 andarono in corteo ad incendiare il collegio gesuitico del Salvador, nel 1876 cento contadini italiani dettero la caccia ad una banda di malviventi che aveva assassinato una famiglia, nel 1878 altri 50 sequestrarono un giudice di pace ottenendone la destituzione.

La seconda guerra di Entre Rios (1° maggio - 22 dicembre 1873) Intanto Lopez Jordan era tornato in Uruguay, dove il generale colorado Caraballo era passato coi ribelli e insieme a costui il 1° maggio 1873 varcò il confine entrerriano, contando di poter formare un esercito di 18.000 uomini. Il 3 Sarmiento proclamò lo stato d’assedio, chiuse i porti, limitò la circolazione delle persone e dei beni, dichiarò risorsa bellica il patrimonio equino della provincia, stanziò 2 milioni e mezzo di pesos per la guerra e dette il comando delle operazioni allo stesso ministro della guerra Gainza, autorizzandolo a noleggiare vapori e altri mezzi di trasporto e ad acquistare carbone, foraggio, armi e materiali da guerra. Da Gainza dipendevano tre colonne mobili (Fuerzas de linea y milicia movilizada):
ØCosta dell’Uruguay (colonnello Luis M. Campos poi Francisco Borges, capo di S. M. ten. col. Maximo Matoso) formata da truppe di linea e milizie entrerriane; ØCosta del Paranà (colonnello Juan Ayala) soltanto con milizie entrerriane; ØProvincia di Corrientes (generale Julio de Vedia, capo di S. M. col. Emilio Vidal) con le milizie correntine.

Diversamente dalla campagna del 1870, stavolta Lopez cercò di evitare lo scontro, marciando parallelo alle tre colonne governative e logorandole con rapide azioni di guerriglia. Trovò tuttavia avversari più abili di lui. Il 9 maggio Campos disperse i giordanisti che si radunavano a Gualeguaychù e il 13 i comandanti Octavio Olaz e Aquiles Gonzalez ne sconfissero altri 700 alle Punte di Ayuì. Il 16 giugno Ayala respinse un colpo di mano su città del Paranà e il 28 il comandante Salvador Maldonado e il maggiore Pedro Castro (RC 2) sloggiarono 200 giordanisti di Mariano Querencio al Rincon de Fortuna. Il 26 e 28 luglio Ayala e Campos sorpresero il nemico agli arroyos delle Punas e di Lucas. Soltanto il 3 agosto Lopez occupò La Paz, Nogoyà e Diamante, evacuandole però di fronte all’avanzata delle forze di Gainza. Il 30, sconfitti da Ayala alla foce dell’arroyo Espinillo, tra Paranà a Villa Urquiza, molti guerriglieri della colonna Leiva passarono dalla parte dei nazionali e il 31 Levalle rioccupò La Paz. Intanto Jordan cercava di attirare la colonna di Corrientes sino alla frontiera, dove attese invano l’arrivo di armi dall’Uruguay. Il 17 ottobre un reparto della milizia entrerriana lealista aggregata alla colonna Campos (reggimento Nogoyà, colonnello Emilio Vidal), respinse 2.000 giordanisti all’arroyo Atencio, affluente del Feliciano. Ma lo stesso giorno il colonnello giordanista Luciano Gonzalez attaccò i subborghi di Gualeguaychù, dove il 18 sbarcò il Batallon Quinze de Abril. Il 31 tremila giordanisti occuparono La Paz, già evacuata dalla guarnigione, forte di 500 uomini (il comandante Ricardo Mendez fu perciò processato e degradato). Un altro scontro vi fu il 10 novembre alle Punte di Mandisavì Chico. Il 22 novembre, per prevenire sbarchi e insurrezioni, Sarmiento creò una quarta Fuerza de linea y milicia movilizada nelle province di Santa Fe, Cordoba e San Luis, dandone il comando a Ivanowski. L’8 dicembre, disobbedendo agli ordini di Jordan, il suo luogotenente Carmelo Campos si lasciò tentare da un reparto isolato della colonna governativa del Paranà. Al Talita, affluente dell’arroyo Alcaraz, i Remington della fanteria di linea gli inflissero 250 perdite (più 160 prigionieri) contro 1 morto e 7 feriti governativi. E ancor più grave fu la sconfitta subita da Jordan il giorno dopo, sorpreso dal BI 10 mentre tentava di attraversare l’arroyo Don Gonzalo. Alle 3 del pomeriggio, dopo un prolungato duello d’artiglieria, i ribelli tentarono l’accerchiamento, ma furono ricacciati dal contrattacco di Gainza. L’ala destra dei giordanisti cedette dopo due giorni di resistenza, ma Lopez perse 600 morti (metà dei quali affogati nel tentativo di guadare il Don Gonzalo), 250 prigionieri, tutta l’artiglieria, 500 fucili, 100 carabine e tutte le salmerie. L’ultima azione militare si svolse il 22 dicembre presso La Concha (Nogoyà), dove il tenente colonnello Reinaldo Villar disperse, con 300 uomini, la banda uruguayana del generale Caraballo. A Jordan non restò che ripassare il confine. All’inizio del 1874 si stabilì di nuovo in Brasile, a Santa Ana do Livramonte.

La cospirazione nazionalista (19 agosto 1873 - 24 settembre 1874) Ma soprattutto a Buenos Aires saliva la febbre politica in vista delle elezioni presidenziali del 1874. Puntando sulla propria ricandidatura, Mitre sollevò la questione della “nazionalizzazione” della vita politica e delle stesse istituzioni provinciali, per riaffermare l’egemonia portegna sul resto della Repubblica, a suo avviso compromessa dalla politica di Sarmiento. Però il programma di Mitre finì per rompere l’unità del vecchio partito liberale. Infatti il vicepresidente Alsina sfidò la ricandidatura dell’ex-presidente contrapponendogli un programma “autonomista”, basato sulla netta distinzione dei ruoli tra le istituzioni portegne e quelle nazionali. Inoltre tra i due sfidanti si profilarono anche le candidature alternative dei ministri degli esteri e della pubblica istruzione, il bonearense Carlos Tejedor (inizialmente sostenuto dall’energico generale mitrista José Maria Arredondo) e il federalista moderato Nicolas Avellaneda, preferito da Sarmiento. Le tensioni della capitale si riflettevano su quelle provinciali: nel gennaio a San Juan la violenta campagna elettorale varcò i muri delle caserme provocando disordini nella guarnigione. La tensione si aggravò il 19 agosto 1873, quando Sarmiento tolse ad Arredondo il comando della Frontiera di Cordoba, San Luis e Mendoza richiamandolo nella capitale. Il colonnello Segovia tentò di resistere sollevando il presidio di Mendoza, ma finì per arrendersi alle truppe di San Luis (RC N. 4) comandate dal colonnello Ivanowski, promosso generale sul campo e in seguito nominato comandante della Fuerza de linea y milicia movilizada creata il 22 novembre nelle province di Santa Fe, Cordoba e San Luis. Nelle elezioni parlamentari bonearensi del 1° febbraio 1874, i mitristi furono sconfitti per 300 voti dagli autonomisti, subito accusati di broglio. Il 16 marzo Alsina ritirò la propria candidatura a favore di Avellaneda, fondendo i rispettivi partiti (Autonomista e Nazionale) nel nuovo Partito Autonomista Nazionale (P. A. N.). Il 12 aprile Avellaneda prevalse su Mitre in tutte le province tranne Buenos Aires. La doppia sconfitta elettorale spinse i nazionalisti sulla strada della cospirazione sovversiva. In giugno si sparse la voce che Mitre avesse preso contatti con l’esule Lopez Jordan e Sarmiento allertò di nuovo la guarnigione della provincia mesopotamica, dandone il comando ai colonnelli Juan Ayala e Donato Alvarez. In realtà Mitre stava mettendo a punto un vero e proprio colpo di stato, che doveva scattare il 12 ottobre, data dell’insediamento del nuovo presidente. Il piano prevedeva di sollevare le milizie della campagna facendole convergere sulla capitale, dove 200 tiratori scelti dovevano bloccare le caserme. Alla congiura aderivano i generali Arredondo e Rivas e i colonnelli Borges, Machado, Baibene e Juan Boer, nonchè il tenente colonnello Erasmo Obligado, comandante della cannoniera Uruguay, incaricato di arrestare il ministro della guerra Gainza e andare a prendere Mitre e le armi a Montevideo. Allegando pretestuosi motivi di salute, a metà settembre Arredondo ottenne da Sarmiento il permesso di tornare nella provincia cuyana, restando a Mercedes sotto la stretta sorveglianza del generale Ivanowski. Solo una quarantina di capi erano a conoscenza del progetto eversivo, ma il 23 settembre Sarmiento ne ebbe già qualche sentore, telegrafando a Ivanowski di rafforzare la sorveglianza su Arredondo. A sua volta, temendo di essere denunciato, quella stessa notte Obligado anticipò la sua parte catturando la cannoniera Paranà. Il 24 Arredondo sollevò i mille soldati di Mercedes (BI 3, RC 4 di linea e RC 3 di guardia nazionale) rinforzati dall’indiada dei cacicchi Cayupan, Mariqueo e Simon. Ivanowski preferì farsi uccidere piuttosto che arrendersi. La guerra civile (24 settembre - 7 dicembre 1874) Intanto Sarmiento proclamò lo stato d’assedio a Buenos Aires, Santa Fe, Entre Rios e Corrientes e il 25 Mitre rispose intimandogli le dimissioni. A difendere il governo accorse il colonnello Hilario Lagos coi reparti della Frontera Oeste, affidando la difesa del Forte Lavalle all’energica vivandiera negra, Carmen Ledesma, sargento primero del RC 2. Rimase fedele anche il

comandante della Frontera cordobese, il colonnello Roca, già ufficiale di Urquiza alle battaglie di Cepeda e Pavon, che aveva guadagnato il grado sul campo di battaglia di Naembé il 26 gennaio 1871. Ma la maggior parte delle sue truppe (RC 7 e 10) passò con gli insorti e Roca dovette ritirarsi a Ballesteros e Bell Ville con appena un centinaio di uomini. Il 26 Sarmiento estese lo stato d’assedio a tutta la Repubblica e telegrafò a Rivas e Borges per invitarli a stare tranquilli, bluffando di aver già sconfitto la rivoluzione, il 27 fece appello ai veterani del Paraguay, allettandoli con un forte premio di reingaggio e il 28 nominò Roca comandante dell’Ejército Nacional da riunire a Chucul. Disorientati dall’imprevisto, i mitristi reagirono fiaccamente. Rivas si limitò ad ordinare il concentramento degli insorti a Sud della capitale per marciare poi su Chivilcoy, ad Ovest della capitale. Su Chivilcoy si diresse anche un secondo battaglione ribelle, il BI 4, di stanza in Patagonia (alla Laguna di Blanca Grande, ad Ovest di Bahia Blanca). Al governo ne restavano comunque altri otto, tre a Buenos Aires (BI 2, 5 e 6) e cinque a Entre Rios (BI 1, 7, 8, 9 e 10). Il 2 ottobre Sarmiento ordinò la formazione di 5 Divisiones de reserva di 3.000 effettivi (4 battaglioni di guardie nazionali da campagna) nelle province di Buenos Aires, Cordoba, Santa Fe, Entre Rios e Corrientes, nonchè il concentramento attorno alla capitale di 11.000 regolari e guardie nazionali - con carabine Remington, 17 pezzi e 2 mitragliatrici - per formare i campi trincerati di Las Pulgas e Altamirano (colonnelli Luis Maria e Julio Campos). Il 3 ottobre Arredondo entrò in Cordoba, ma la città lo accolse ostilmente, costringendolo a tornare a San Luis. Intanto il RC 1, di stanza a Rio Cuarto, si unì a Roca, consentendogli di avanzare a Villa Maria, dove per ferrovia giunsero anche le guardie nazionali di Rosario e Cordoba. Il 9 ottobre Arredondo avanzò da Rio Cuarto a Mercedes con 2.500 uomini, inclusa la milizia puntana, ma il consenso delle truppe di linea cominciò a vacillare, costringendolo a fucilare vari sergenti e caporali del BI 3. Inoltre il governatore di Mendoza gli sbarrò il passo a Santa Rosa con le 2.000 guardie nazionali del tenente colonnello Amaro Catalan. Il 12 ottobre Avellaneda poté insediarsi alla presidenza, affidando ad Alsina e a Bernardo de Irigoyen i ministeri di guerra e marina e degli esteri. Il 15 ottobre il nuovo governo nominò Jefe de la Escuadra Nacional il colonnello Luis Py e radiò l’equipaggio della cannoniera ribelle. Nel frattempo - fallito il tentativo di far ammutinare il presidio di Chivilcoy (dove il tenente colonnello Saenz riuscì a mantenere fedele il BI 2) - Rivas era tornato a Sud della capitale accampandosi con 3.000 uomini a Las Flores, dove il 20 ottobre si presentò, con le sue 1.500 lance, anche il suo fedele amico Cipriano Catriel. Ma Rivas aveva pochi fucili e dovette ritirarsi a Rauch quando dal campo di Las Pulgas il colonnello L. M. Campos gli marciò incontro con 3.000 regolari. Il 26 ottobre la flottiglia rivoluzionaria di Mitre raggiunse il porto di Tuyù, dove Borges e Segovia la attendevano con poche centinaia di insorti disarmati. Mitre lanciò subito il suo proclama, ma una sola delle imbarcazioni noleggiate a Montevideo poté sbarcare il suo carico di armi: il resto fu sequestrato nel viaggio di ritorno a Montevideo dalla nave da guerra El Pavon. Il 29 ottobre Arredondo forzò lo sbarramento di Santa Rosa (Catalan cadde falciato dalla mitragliatrice dei ribelli) e il 1° novembre entrò a Mendoza. Ma il resto delle province rimase tranquillo, inclusa la roccaforte mitrista di Santiago del Estero. Unica eccezione la città correntina di Goya, sollevata dal tenente colonnello Placido Martinez. Il 6 novembre il governo assegnò ai colonnelli Juan Ayala e Lucio V. Mansilla i comandi dell’Ejército de reserva (formato dalle 5 divisioni provinciali) e delle Fuerzas Movilizadas di Cordoba e l’11 affiancò a Roca, quale vicecomandante dell’Ejército del Norte, il colonnello Leopoldo Nelson. Il 10 istituì inoltre una commissione per l’acquisto di armi e materiale per i laboratori del Parco d’artiglieria.

Il 10 novembre, all’arroyo Gualicho, a Sud di Flores, la colonna mitrista del comandante Francisco Leyria (BI 4 e RC 9) inflisse 180 perdite alle truppe di Julio Campos. Ma il 18, finite le scorte, Obligado si arrese consegnando le cannoniere Uruguay e Paranà. Lo stesso giorno Catriel fu catturato a Olavarria e riconsegnato alla sua tribù per essere giudicato. Naturalmente al valoroso cacicco, che aveva aderito alla ribellione soltanto per fedeltà al suo compagno d’armi Rivas, andò molto peggio che al suo amico e agli altri capi golpisti. Infatti, bramoso di succedergli alla testa della tribù, suo fratello Juan José lo fece condannare a morte e fu lui stesso ad eseguire la sentenza infilzandolo con la sua lancia. Intanto, raggiunto Rivas a Las Flores, Mitre aveva assunto il comando del sedicente Ejército Constitucional (5.500 uomini con appena 800 fucili moderni) e stava marciando lentamente verso Nord-Est, ostacolato dalle pessime condizioni delle strade. Il 25 novembre si accampò di fronte al caposaldo di La Verde, 45 km a S-E di Nueve de Julio, difeso dalla Division Oeste del colonnello Arias (160 uomini del BI 6 e 700 dei RC 3 e 11). La battaglia si svolse il 26 novembre: per tre ore Arias respinse l’attacco dei reggimenti ribelli di Leyria e della Division Sol de Mayo (Machado). Borges cadde alla testa del Batallon 24 de Septiembre. Al sopraggiungere dei rinforzi governativi guidati da Julio e Luis Maria Campos, Mitre ordinò la ritirata, lasciando sul terreno 300 uomini e cercando di proseguire per la capitale. Ma già il 27 Arias si pose all’inseguimento e il 28 si riunì a Veinteycinco de Mayo con il colonnello uruguayano Conrado Villegas (1840-84), proseguendo insieme per Bragado. Il 2 dicembre, raggiunta Junin, Mitre e Rivas decisero la resa, consegnandosi ad Arias assieme a 41 ufficiali superiori, 295 ufficiali e circa 3.000 uomini (inclusi 300 di linea). Restavano in armi i 4.500 uomini di Arredondo, ben trincerati a La Rosa, in una posizione migliore di quella scelta in precedenza dallo sfortunato Catalan. Roca ne aveva altrettanti a Mercedes - incluse 4 unità di linea (BI 7 e 10 e RC 6 e 8) - ma attese altri rinforzi da Buenos Aires prima di avanzare su Mendoza. Il 2 dicembre il RC 6 espugnò l’avamposto ribelle di La Paz, catturando il presidio e il 4 Roca giunse di fronte a Santa Rosa. Dopo una attenta ricognizione della posizione nemica, il mattino del 5 Roca intimò la resa ad Arredondo, informandolo della resa di Mitre. Arredondo pose tuttavia delle condizioni, respinte da un telegramma di Avellaneda. Così nel pomeriggio del 5 i governativi effettuarono un finto attacco frontale, approfittando della notte per sfilare sulla destra attestandosi alle spalle dei ribelli, sulla strada principale per Mendoza. Al mattino del 7, accortosi di essere stato tagliato fuori, Arredondo ripiegò sulle vecchie posizioni di Catalan, dove i governativi lo travolsero. Il tenente colonnello Pedro Timote cadde alla testa del RC 8, ma i ribelli ebbero 300 morti e 2.000 prigionieri, incluso Arredondo. Promosso generale sul campo, Roca segnò il suo ingresso nella vita politica disobbedendo all’ordine presidenziale di fucilare sul posto il generale ribelle, al quale consentì invece, con callida magnanimità, di mettersi in salvo. Entro i primi di gennaio le forze governative rastrellarono le ultime sacche di resistenza a Sud di Buenos Aires e nella provincia di Jujuy, dove Laureano Saraiva, che si era sollevato con 800 uomini, fu battuto a Quera il 4 gennaio 1875 da 700 lealisti del governatore José Maria Prado, perdendo 200 morti e 230 prigionieri. Il 12 gennaio Avellaneda spedì un battaglione di linea ad espellere il governatore mitrista da Santiago del Estero. Il 18 dicembre 1874 i ribelli di Buenos Aires e Mendoza furono deferiti a due distinti consigli di guerra, presieduti dai generali Tomas Iriarte e Juan Madariaga, fiscali i colonnelli José Ignacio Garmendia e Eliseo Acevedo. Il 30 aprile e il 24 maggio 1875 Avellaneda rivide le loro sentenze, mitigando quelle del Consiglio di Mendoza, più severo dell’altro. Nel corso della dura repressione contro il partito nazionalista, furono arrestati anche alcuni italiani, accusati di cospirazione comunista ma in seguito scagionati. Finalmente il 27 luglio 1875 Avellaneda concesse l’amnistia a Rivas e Mitre, ma la fazione nazionalista, esclusa dalla vita politica, non cessò di cospirare anelando alla rivincita.

Il potenziamento della marina e dell’esercito (1872-75) Le ingenti spese effettuate dal governo Sarmiento, lasciarono in eredità al suo successore una grave crisi economica, che toccò il momento peggiore nel 1876. Ma la nuova politica di Avellaneda favorì un rapido sviluppo agricolo e industriale e l’avvio di un periodo di crescita economica e di prosperità che determinò la grande corrente immigratoria europea, soprattutto italiana. La guerra contro il Paraguay aveva dimostrato la necessità di impiantare una regolare forza navale a carattere permanente. A tale scopo, nel 1872 Sarmiento aveva istituito l’Accademia Navale e ripartito la frontiera marittima in tre Regioni Navali e in un comando navale autonomo:
Ø1a Regione Navale a Puerto Belgrano, con giurisdizione da Punta Medanos a Punta Ninfas; Ø2a Regione Navale a Puerto Deseado, da Punta Ninfas al Capo dello Spirito Santo; Ø3a Regione Navale a Rio Santiago, con giurisdizione sul sistema fluviale del Nord-Est; ØComando Navale autonomo della Terra del Fuoco ad Ushuaia.

In riconoscimento del ruolo avuto dalle forze navali durante l’insurrezione del 1874, nel 1875 Alsina varò un piano di potenziamento dell’Escuadra, commissionando 10 nuove unità costiere, incluse le due prime corazzate argentine, ai cantieri della Boca, monopolizzati dagli immigrati liguri:
Ø2 monitori corazzati guardacoste da 1.535 tonnellate (El Plata e Los Andes): Ø4 cannoniere a “ferro da stiro” (Constitucion, Republica, Bermejo e Pilcomayo) Ø2 corvette (Paranà e Uruguay) Ø2 feluche portuali (Resguardo e Vigilante).

Quanto all’Ejército Nacional, dopo la guerra col Paraguay le leggi di bilancio avevano fissato un tetto di 10.000 uomini pari a 24 scheletrici “reggimenti” (10 di fanteria, 12 di cavalleria, 1 di artiglieria leggera e 1 equivalente ai minori reparti autonomi) che nel 1875 erano così dislocati:
ØFrontera del Interior: 4 battaglioni (N. 3 Rio Cuarto; N. 7 Villa Mercedes; N. 9 Mendoza, La Rioja, Santiago e N. 10 F.te Cap. Sarmiento Nuevo) e 5 reggimenti di cavalleria (N. 4 F.te Cap. Sarmiento; N. 7 San Rafael; N. 8 F.te G.ral Gainza, Sur de Santa Fe; N. 9 Villa Mercedes e N. 10 Este, Centro e Norte de Cordoba); ØFrontera del Chaco: 2 reggimenti di cavalleria (N. 6 Norte de Santa Fe; N. 12 Frontera de Salta, a Dragones, G.ral Gorriti, G.ral Lavalle); ØEntre Rios e Corrientes: 2 battaglioni (N. 8 ex-Legion Militar a Concepcion e N. 11 a Reconquista); ØFrontera de Buenos Aires: 4 battaglioni (N. 1 Baires; N. 2 F.te G.ral Lavalle; N. 5 Blanca Grande e N. 6 Baires) e 5 reggimenti di cavalleria (N. 1 F.te G.ral San Martin; N. 2 F.te G.ral Paz; N. 3 Junin; N. 5 Blanca Grande e N. 11 F.te G.ral Belgrano) più 1 di artiglieria leggera (N. 1 Baires), 1 brigata artiglieria da costa (Isola di Martin Garcia), 1 compagnia di zapadores e l’Escuadron Escolta del gobierno (Baires).

La catena di comando includeva il Presidente della Nazione (Sarmiento) e il ministro di guerra e marina (generale Martin de Gainza), che si avvaleva dell’Inspeccion y Comandancia General de Armas (colonnello Luis Maria Campos) e della Comisaria de guerra, riorganizzata il 1° dicembre 1868 in 4 uffici (Laboratori, Cassa, Magazzini, Lista de Revista) e 3 mesas (Guerra, Marina e Ingaggi, Entrate e Uscite). Ma i servizi logistici e quello sanitario erano praticamente inesistenti, riducendosi al Parque de Artilleria e all’Hospital Militar di Buenos Aires. Nel periodo 1870-72 il Parque distribuì ai reparti 3.131 armi bianche, 5.312 fucili e carabine di 10 tipi diversi e appena 8 cannoni, con relativo munizionamernto. Dopo otto anni di progetti e su impulso di Sarmiento, il 19 luglio 1870 era stato finalmente inaugurato il Colegio Militar, diretto dal comandante degli ingegneri Juan F. Czetz, con sede

nell’ex-residenza di Rosas e Urquiza e corsi quinquennali stabiliti da una commissione composta dal generale Emilio Mitre, dai colonnelli Czetz e Mariano Moreno e dal sergente maggiore V. L. Peslouan. L’esame d’ammissione era di livello liceale ed è interessante osservare che verteva anche sul francese, mentre i cadetti studiavano poi inglese e tedesco. Peraltro all’inizio erano soltanto una dozzina e la prima graduacion, uscita nel 1872, contava appena 4 alfereces che furono assegnati al RC 1. Sarmiento non riuscì invece a riformare il diritto militare, ancora basato sulle Reales Ordenanzas spagnole del 1768. La commissione per la redazione del codice penale militare, nominata il 6 marzo 1875 era presieduta dall’insigne giurista Dardo Rocha e composta dai colonnelli José Ignacio Garmendia e Lucio Victorio Manzilla, ma soltanto quest’ultimo trasmise al ministero, nel 1876 e senza esito, un proyecto de ordenanzas generales del ejército. Il reclutamento delle truppe di linea, regolato dalla legge 28 settembre 1872, era assicurato sia mediante ingaggio (enganche) volontario (con ferma quadriennale, premio e indennità di congedamento) sia mediante l’incorporazione forzata (destinacion) di vagabondi e delinquenti, quest’ultima già disciplinata dal regolamento 31 ottobre 1862. Qualora enganchados e destinados fossero insufficienti al fabbisogno, la legge consentiva il sorteggio di contingenti provinciali complementari (proporzionati alla popolazione) tra le guardie nazionali fra i 18 e i 45 anni riconosciute idonee al servizio attivo. La ferma era quadriennale e una volta congedati i coscritti restavano esenti da qualsiasi servizio richiesto alla guardia nazionale. Erano comunque esenti dal sorteggio per il servizio di linea i sostegni di famiglia nonchè i veterani della guerra del Paraguay. In ogni provincia esistevano uffici di reclutamento (Oficinas de Enganche) e depositi delle reclute. In aggiunta al servizio di linea, restava quello di frontiera della guardia nazionale, che nel 1870 assicurava il 44 per cento del personale assegnato ai fortini. La legge 11 ottobre 1871 ne aveva attenuato l’iniquità distribuendo il carico fra tutte le province, incluse quelle “non minacciate”, mentre la predetta legge di reclutamento del 1872 aveva limitato il servizio obbligatorio di frontiera ai fortini di seconda linea. Ma con legge provinciale 17 ottobre 1872 (e relativo regolamento del 15 novembre) Buenos Aires stabilì che le proprie guardie nazionali chiamate in servizio di frontiera dovessero essere rimpiazzate da altrettanti volontari assoldati a spese della provincia. Inoltre, con decreto provinciale 22 febbraio 1875, la città di Buenos Aires si autoesentò di fatto dal servizio di linea, stabilendo che il proprio contingente di sorteggiati fosse incorporato non già nei reparti di linea, bensì in uno speciale Regimiento Guarnicion de la Capital (le reclute dell’8° distretto erano invece destinate ad un “reggimento di artiglieria di guardia nazionale”). Dal 1865 al 1878 gli argentini registrati nella guardia nazionale salirono da 160.000 a 360.000.

2. LA CONQUISTA DEL DESERTO La minaccia indiana (22 novembre 1866 - 8 agosto 1874) Durante la guerra contro il Paraguay si erano verificate tre scorrerie indiane. La prima, nel territorio di Rio Cuarto, fu annientata il 22-23 novembre 1866 al Pozo del Poleo e ai Tagueles dal RC N. 7 e dal capitano Egidio Sosa, promosso maggiore sul campo. Il 25 febbraio 1868 il colonnello Julio Campos, comandante della Frontera Sur bonearense, intercettò un altro malon a Sayago, presso la Laguna di Cuatro Reyes. Il 23 novembre furono gli araucani a saccheggiare il capoluogo dipartimentale di La Paz (Mendoza), liberato dai regolari del colonnello Augusto Segovia, recuperando anche parte del bottino. Pur senza dare esecuzione alla legge 13 agosto 1867, che ordinava di avanzare la frontiera interna meridionale sino alla linea formata dai fiumi Neuquen e Rio Negro, nell’autunno del 1870 Sarmiento fece esplorare non soltanto (come si è detto) il Chaco Austral, ma anche il territorio dei ranqueles a Sud di Cordoba. Partito il 30 marzo da Forte Sarmiento e accompagnato dai francescani Marcos Donatti e Moises Alvarez, il colonnello Lucio Victorio Mansilla si spinse fino alle tolderias indiane, effettuando rilievi topografici e firmando accordi con vari cacicchi, come Ramon, i fratelli Mariano ed Epumer Rosas e Manuel Baigorrita (la sua relazione, pubblicata dalla Tribuna di Buenos Aires col titolo Exploracion a los indios ranqueles, fu premiata al Congresso internazionale geografico di Parigi del 1875). In ogni modo nel biennio 1871-72 la minaccia principale furono le scorrerie (malones) indiane alla frontiera bonearense. La base era Carhué, 470 chilometri a S-E della capitale e 180 a N-E di Bahia Blanca, tra la Sierra della Ventana e le lagune della pampa. Da qui i guerrieri araucani, ranqueles e pampas partivano per sequestrare ostaggi e razziare bestiame da rivendere in Cile, che consideravano la loro patria. Nel 1870 si distinse il comandante militare di Bahia Blanca, José Llano, che il 26 agosto, al Paso di Calvento, riprese 2.000 capi di bestiame razziato. Il cacicco Manuel Namuncurà riunì 2.000 guerrieri per attaccare il caposaldo patagonico, ma fu dissuaso dall’accanita resistenza incontrata il 23 ottobre all’avamposto di Napostà, difeso dal tenente Rufino Romero con appena 10 soldati e 4 coloni armati. Due settimane prima, il 5 ottobre, il tenente colonnello Mariano Ruiz aveva respinto un’indiada che tentava di varcare il Rio Colorado. Il malon del 1871 investì la Frontera Sur di Buenos Aires, nel settore di Azul. Il primo scontro avvenne in aprile a La Picasa, contro il distaccamento di Forte Lavalle, comandato dal maggiore Enrique Godoy (RC 2). Il 2 maggio i cacicchi Calfuquì e Manuel Grande, che si ritiravano con il grosso dell’indiada e del bottino, furono intercettati e uccisi dal colonnello Francisco De Elia, con 200 regolari e 300 indios amigos di Cipriano Catriel. Invece il cacicco Epumer Rosas, assalito il 5 maggio dal tenente colonnello Salvador Maldonado (RC 2), riuscì a sganciarsi dopo cinque ore di combattimento e a sorprendere Forte Lavalle, razziandovi 200 vaccine e 600 cavalli. Ma ai primi di marzo del 1872 il capo Callvucurà, ormai quasi centenario, riunì a Carhué 6.000 guerrieri “cileni”, con i quali si spinse a 200 chilometri a Sud-Ovest della capitale (tra Alvear, Veinteycinco de Mayo e Nueve de Julio) sequestrando 500 ostaggi e razziando 200.000 capi di bestiame. Per mettere in salvo la refurtiva, gli indiani dovevano percorrere una distanza tripla rispetto a quella degli inseguitori: inoltre tutta quella quantità di bestiame non soltanto li rendeva meno veloci, ma li costringeva a seguire percorsi dove poter trovare abbastanza acqua e pascolo, di modo che, quanto maggiore era il bottino, tanto più facile era per gli inseguitori individuare e raggiungere gli indiani costringendoli a combattere. Così l’8 marzo, con una colonna di 280 regolari, 200 guardie nazionali e 1.200 indios amigos di vari cacicchi, il generale Ignacio Rivas

scovò la mandria a 350 chilometri dalla capitale (presso il Forte di San Carlos, partido di Bolivar) e se la riprese dopo aver decimato i 3.000 guerrieri di Callvucurà, uccidendone 200 e recuperando 30 ostaggi e 7.000 capi. La razzia indusse il governo a riprendere il vecchio progetto di avanzare la frontiera sul Rio Negro. In ottobre il tenente colonnello di marina Martin Guerrico risalì il fiume sino all’isola di Choele Choel, proseguendo poi per altri 25 chilometri verso la confluenza con i fiumi Neuquen e Limay. Intanto il maggiore Mariano Bejerano, accompagnato dal capitanejo Manuel Linares e da 5 indios amigos, esplorava le sorgenti del Limay (zona andina del lago Nahuel Huapì o Pais de las Manzanas) avviando colloqui con i cacicchi Saihueque, Naucucheo, Williqueo e altri. Furono attuate anche rappresaglie e operazioni preventive: il 24 gennaio e il 24 maggio 1871 il colonnello Juan Baigorria, comandante della Frontera Este di Buenos Aires e poi delle Fronteras Sur e Sur-Este di Cordoba (RC 4 e 7), devastò varie tolderias già evacuate dagli indiani. Il 15 novembre 1872 il tenente colonnello Hilario Lagos, con 400 uomini della Frontera Oeste di Buenos Aires, disperse i guerrieri che il cacicco Pincén stava radunando sui Montes di Sinos. Piccoli scontri con bande di razziatori furono sostenuti da distaccamenti minori il 27 agosto 1871 (Las Salinas, Regimiento Guias); il 7 ottobre (paraje di Santiago Pozo, Forte Charlone), il 16 marzo (cagnada di San Antonio, fortino Aguarà), il 18 luglio (Laguna del Morro, RC N. 2) e il 2 ottobre 1872 (Laguna Los Tropales, Forte Fraga); il 22 dicembre 1873 (Coihueco, guarnigione di San Rafael, Mendoza); il 21 gennaio (Catorce Jaguales, presso il Tapalqué) e l’8 agosto 1874 (La Candela, dove la guardia nazionale catturò il cacicco Corla). Callvucurà morì di vecchiaia il 4 giugno 1873, raccomandando al figlio sessantaduenne Manuel Namuncurà di “non abbandonare Carhué al huinca”. Strategia nazionale: il piano Alsina e il parere Roca (4-19 ottobre 1875) Dando esecuzione alla direttiva congressuale del 1867, Alsina concepì una graduale avanzata per linee successive fino al Rio Negro, presentando come primo passo un piano più circostanziato, ma in fondo non molto diverso da quello minimo ideato nel 1864 dal generale Paunero. La differenza era che il piano Alsina aggiungeva la fondazione di nuove colonie miliari (General Acha nella pampa bonearense, San Pedro e Colonia Caroya a Cordoba) e prevedeva di collegare i nuovi fortini (Puan, Carhué, Guaminì, Trenque Lauquen e Ita-lò) con un vallo (zanja) di 374 chilometri da Bahia Blanca alla Frontera Sur di Cordoba (Fuerte Capitan Sarmiento Nuevo), progettato dall’ingegnere francese Alfred Ebelot. Il piano fu approvato con legge 4 ottobre 1875, cui si aggiunse uno stanziamento di 200.000 pesos per il collegamento telegrafico fra la capitale e le 5 comandancias di frontiera. Il piano rifletteva una strategia moderata e strettamente bonearense sulla questione indiana: era, secondo Alsina, “contra el desierto para poblarlo, y no contra los indios para destruirlos”. In realtà, come ben aveva capito il vecchio cacicco Callvucuré, l’occupazione di Guaminì e Carhué bastava a chiudere per sempre l’epoca dell’economia di rapina a spese delle estancias della provincia bonearense. Ma lasciava pur sempre agli araucani “cileni” il controllo effettivo dell’immenso deserto meridionale, che in prospettiva poteva diventare oggetto di un possibile espansionismo orientale dello Stato cileno. Per affermare in concreto la sovranità argentina sul territorio ad Est della Cordigliera meridionale non c’era altra soluzione che sbarrare a monte e a valle il cosiddetto camino de los Chilenos, che da Valdiva e Temuco, attraverso il valico di Pino Hachado (Paso de los Indios), scendeva per la valle del Rio Neuquèn al Rio Negro e a Carmen de Patagones sull’Atlantico. Era dunque di vitale importanza nazionale ruotare l’asse difensivo da Sud ad Ovest, fino a farlo coincidere con la frontiera “naturale” rappresentata dalla Cordigliera andina, con perno strategico al lago di Nahuel Huapì, 800 chilometri a Sud di Mendoza (dove poi sarebbe sorta Bariloche).

Quanto sfuggiva alla prospettiva strettamente portegna di Alsina era invece ben chiaro al trentaduenne generale Roca (n. 1843), creolo e tucumano come Avellaneda e veterano di Caseros, Pavon, Naembé e Santa Rosa nonchè delle frontiere cuyana e saltegna. E la sua crescente caratura politica consentiva a Roca di sfidare apertamente il governo nonostante l’approvazione parlamentare del piano Alsina. Il generale fece infatti pervenire alla stampa di opposizione, che lo pubblicò, il parere reso al ministro il 19 ottobre 1875, nel quale criticava duramente il piano Alsina, giudicandolo “difensivista” e rinunciatario. Roca criticava i fortini, che a suo avviso servivano a ben poco, se non a distruggere la disciplina e decimare l’esercito con le epidemie. Sosteneva invece che si doveva risolvere la questione indiana “una volta per tutte” (una vez), con la stessa durezza adottata a suo tempo dal dittatore Rosas, cioè formando “un reggimento di truppa ben montada” per andare a scovare gli indiani nelle loro garidas e (con evidente eufemismo) “sottometterli”. A tal fine Roca chiedeva un “piano di due anni”, uno per preparare la campagna di “sottomissione” e uno per eseguirla. L’ “invasion grande” e la “Maginot del deserto” (14 dicembre 1875 - 16 ottobre 1876)

Ma proprio le voci sull’imminente avanzata della frontiera scatenarono la disperata reazione di una parte degli indiani, decisi a morire da guerrieri piuttosto che rassegnarsi a vivere alle condizioni dettate dai bianchi. A scatenare la guerra furono le tribù di Namuncurà e Pincén, che odiavano i cristiani, ma stavolta, dopo aver rinnegato la politica di Cipriano Catriel per quella del fratricida Juan José, si ribellarono anche gli indios amigos insediati all’interno della Frontera Oeste di Buenos Aires. Così nel dicembre 1875 i cacicchi Namuncurà, Baigorrita e Pincen scesero con 4.000 guerrieri dalla Sierra della Ventana, varcarono la Frontera Sur fra Tres Arroyos e Alvear, uccisero 400 persone nelle estencias comprese fra i pueblos di Tandil, Azul e Tapalqué e infine cercarono di rientrare alla base con 500 ostaggi e 300.000 capi di bestiame. L’invasione sparse il terrore anche nella capitale e per calmare l’opinione pubblica con decreto 14 dicembre 1875 Alsina dovette ordinare il licenziamento di tutte le guardie nazionali in servizio ordinario di frontiera, riservando d’ora in poi la difesa dei fortini esclusivamente alla truppa di linea. Ma anche stavolta, come era avvenuto nel 1872, il malon si era spinto troppo in profondità, facilitando la reazione dell’esercito, che durante l’inverno 1876 concentrò alla frontiera bonearense 7 battaglioni (BI 1-3, 5, 6, 8 e 11) e 6 reggimenti di cavalleria (RC 1-5 e 11). Comandante della Division Sur (BI 1 e 5 e RC 1, 2, 5 e 11) era l’oriundo ligure Nicolas Levalle (Levaggi). Il 1° gennaio 1876 il comandante del Forte Lavalle, Lorenzo Wintter, intercettò una parte dell’indiada recuperando 170.000 capi. Il giorno seguente, dal campo di Blanca Grande, il colonnello Conrado Villegas si gettò all’inseguimento di altri indigeni che cercavano di sfilare tra i fortini Rodriguez e Reunion, recuperando altri 2.800 capi. Il 10 marzo 400 regolari del comandante Salvador Maldonado agganciarono 2.000 guerrieri di Catriel a Horqueta del Sauce, uccidendone 130. Otto giorni dopo Levalle ne uccise altri 30 presso la piccola laguna Paraguil (nel partido di Laprida, a metà strada tra Azul e la Sierra de la Ventana). Respinta l’invasione, Alsina diresse personalmente l’avanzata verso la nuova frontiera meridionale, ripartendo le truppe di Levalle in 3 piccole Divisioni - ciascuna su 1 battaglione di fanteria (BI 1, 2 e 3) e 1 reggimento di cavalleria (RC 2, 3 e 8). Partite rispettivamente da Olavarria, Nueve de Julio e Rio Cuarto al comando dei colonnelli Marcelino Freyre, Villegas e Leopoldo Nelson, le Divisioni raggiunsero rispettivamente Guaminì il 30 maggio, Trenque Lauquen il 12 aprile e Ita-lò il 25 maggio. Si distinse in particolare il RC 2 del comandante e poi tenente colonnello Enrique Godoy, che scontratosi il 30 marzo a Laguna del Monte con 300 guerrieri di Catriel, due mesi più tardi distrusse le loro tolderias sulla riva del Guaminì. Intanto il 24 aprile, dopo dieci giorni di marcia e di combattimenti, Levalle occupò Carhué e il 31 maggio

respinse una controffensiva tentata da un migliaio di guerrieri. Alla fine di luglio Namuncurà e Catriel fecero una nuova scorreria su Olavarria con 1.600 guerrieri. Il 4 agosto Freyre ne uccise 30 a Laguna del Monte, e l’8 furono dispersi da Antonio Donovan con un reparto di costruttori della linea Alsina (Batallon N. 8 de ingenieria), che recuperò anche 50.000 capi razziati. Ai primi di ottobre altri 1.500 guerrieri del cacicco Alvarito devastarono l’area di Nueve de Julio e e General Paz, scontrandosi il 10 alla Laguna del Cardon con i colonnelli Ignacio Garmendia e Maximo Matoso e l’11 alle Salinas Grandes con Levalle. Il 16 ottobre, durante l’occupazione di Masallé, il RC 2 incontrò ancora qualche resistenza da parte degli indiani “cileni”. Furono le tribù già pacificate a fornire la mano d’opera per la costruzione della zanja da Carhué a Nord-Ovest fino a Fuerte Sarmiento Nuevo (Frontera Sur di Cordoba). La linea correva quasi lungo il confine attuale della provincia di Buenos Aires. Da Bahia Blanca a Nord-Ovest i nuovi presidi avanzati erano Fuerte Argentino, Puan, Belgrano, Carhué, Guaminì, Trenque Lauquen, Lamadrid e Ita-lò. Quella “Maginot del deserto” escludeva la pampa occidentale guardando le provenienze dai fiumi Salado e Colorado e formando con la linea dei vecchi fortini una fascia di sicurezza con circa 200 chilometri di profondità e una superficie di 56.000 chilometri quadrati. Inoltre, su rilievi topografici del sergente maggiore Jordan Wysocki, tra la capitale e le 5 comandancias della frontiera bonearense fu impiantato il Telegrafo Militar con 12 uffici e 42 addetti, diretti dal tenente colonnello Higino Vallejos e dal professor Carlos Segui. Oltre ad accorciare i tempi di reazione in caso di malon, il telegrafo consentiva di risparmiare personale e quadrupedi. In ogni modo il rischio era fortemente diminuito perchè si calcolava che le perdite subite nel 1872 e 1876 avessero neutralizzato due terzi dei guerrieri (indios de pelea) riducendoli ad appena 2.000. Il nuovo sistema difensivo pose fine all’epoca plurisecolare dei malones. Il 10 dicembre i presidi dei forti Lavalle e Junin (colonnello Manuel Sarabia e comandante Ataliva Roca) bloccarono l’ultima offensiva del cacicco Pincén. Un mese dopo, il 10 gennaio 1877, attaccato da Levalle nelle sue tolderias, Namuncurà offerse la pace. Il governo la accettò, respingendo tuttavia l’assurda condizione posta dal cacicco, vale a dire la restituzione di Carhué. La reazione contro i minimi disordini fu immediata e severa. Il 22 ottobre 1877 i maggiori German Sosa e Rafael Solìs punirono la tolderia di Trenque Lauquen che il giorno prima aveva rubato 120 quadrupedi della Divisione Villegas, uccidendo 52 indigeni e sequestrando 300 cavalli. L’11 novembre toccò alla tolderia di Treyco, della tribù di Catriel, devastata dal colonnello Teodoro Garcia. Il 17, dopo una marcia di quattro giorni, Villegas disperse i guerrieri riuniti da Pincén ai Monti di Malal. L’ultima incursione di Lopez Jordan (25 novembre 1876 - 7 gennaio 1877) Nell’illusione di poter approfittare della gravissima crisi economica e politica della Repubblica e dell’impegno dell’esercito alla frontiera meridionale, il 25 novembre 1876 Lopez Jordan sbarcò per la seconda volta, con 24 irriducibili, sulla sponda entrerriana dell’Uruguay, respingendo l’attacco di uno squadrone di 100 regolari. Preavvisati da un telegramma del presidente uruguayano, Avellaneda e Alsina reagirono immediatamente. Il 30 novembre i colonnelli Ayala e José I. Arias furono posti al comando delle due Fuerzas Movilizadas del Paranà e dell’Uruguay, responsabili delle operazioni ad Est e ad Ovest del Rio Gualeguay. Inseguito da Arias, l’ultimo caudillo argentino poté riunire meno di 800 uomini, che il 7 dicembre Ayala sorprese ad Alcaracito uccidendone un centinaio e guadagnandosi la promozione a generale. Jordan si rifugiò allora a Corrientes, dove il 7 gennaio 1877 si lasciò arrestare da un semplice alcalde, che lo portò a Curuzù-Cuatià consegnandolo al colonnello Luciano Caceres. Imbarcato a

Goya, la cannoniera Republica lo condusse prigioniero a Paranà. Qui rimase un anno, incriminato per l’omicidio di Urquiza e oggetto di un conflitto di giurisdizione fra la corte federale e quella entrerriana. Il 3 febbraio 1878 il generale Marcos Azcona insorse contro il governo correntino e il 18 sconfisse i lealisti ai campi dell’Ifran presso Goya, uccidendo i colonnelli Caceres e Onofre Aguirre. Ma Jordan non potè beneficiare della rivoluzione correntina, perchè il 6 gennaio era stato prudenzialmente trasferito alla prigione santafesina di Rosario. Ne evase l’11 agosto 1879 grazie allo stratagemma della moglie e alla complicità di un custode. Rimpatriato dall’esilio uruguayano a seguito dell’amnistia concessagli dal presidente Juarez Celman, fu assassinato a Buenos Aires il 22 giugno 1889. La “conciliazione” e la morte di Alsina (marzo - dicembre 1877) Nel marzo 1877 le elezioni parlamentari bonearensi furono vinte dall’ala estremista (republicana) del partito autonomista, capeggiata da Aristobulo Del Valle e appoggiata dall’ex-presidente Sarmiento e da El Nacional. Ciò produsse per reazione un riavvicinamento tra gli autonomisti moderati (liricos) di Alsina e i nazionalisti di Mitre, i quali rinunciarono al nuovo colpo di stato progettato per il 9 maggio dal generale Rivas. In cambio Avellaneda riammise nell’esercito gli exufficiali golpisti, invitandoli a presentarsi in caserma nella ricorrenza della festa nazionale del 25 maggio, mentre la legge 29 luglio ampliò i termini dell’amnistia. Inoltre autonomisti e nazionalisti si accordarono per contrapporre a Del Valle un candidato comune al governatorato di Buenos Aires e il 28 settembre proclamarono Carlos Tejedor, già ministro della pubblica istruzione del governo Sarmiento ma gradito anche ai mitristi. Il 2 ottobre Avellaneda richiamò agli esteri l’antico ministro della presidenza Mitre, Rufino de Elizalde, e affidò ad un mitrista anche il dicastero della pubblica istruzione. Cinque giorni dopo, in plaza de Mayo, di fronte ad una folla di 20.000 persone, il ministro della guerra Alsina restituì solennemente a Mitre le spalline di generale. Certo che la “conciliazione” gli avesse ormai spianata la strada alla presidenza della repubblica, Alsina si recò ad ispezionare la frontiera tra Azul e Carhué, l’antica base strategica degli araucani, dove il BI 5 stava già impiantando una nuova colonia. Ma a decidere il suo destino fu l’inquinamento idrico della Patagonia. Contratto il tifo alla fine di ottobre, il 23 novembre Alsina tornò in barella, per spegnersi il 29 dicembre. Giustamente la colonia di Carhué fu poi intitolata al suo nome. Il piano Roca (4 gennaio - 23 agosto 1878) Il 4 gennaio 1878 Avellaneda conferì al suo conterraneo Roca, il dicastero militare lasciato vacante da Alsina, ma, colpito anch’egli da febbre tifoidea, il generale poté assumere la direzione del dicastero soltanto in giugno. Il 1° maggio Tejedor fu eletto governatore di Buenos Aires, e nel suo primo discorso sottolineò che il governo nazionale era un semplice “ospite” (huésped) della provincia bonearense. Il generale e l’ex-diplomatico apparivano i leader politici del momento, entrambi già protesi verso le elezioni presidenziali del 1880. Principale confidente ed agente politico di Roca era suo cognato Miguel Juarez Celman, ministro di governo di Cordoba e promotore di una “lega dei governatori” provinciali in sostegno della candidatura del giovane ministro della guerra. Deciso a realizzare il “piano dei due anni” suggerito nel 1875 ad Alsina, ma anche a consolidare il prestigio e la popolarità necessari per la candidatura presidenziale, in luglio Roca ordinò ai comandanti di frontiera di iniziare le ricognizioni in vista dell’offensiva generale contro le tolderias e guaridas degli indiani “cileni” della Patagonia. Il 24 luglio il tenente colonnello Manuel José Olascoaga conseguì un primo importante risultato firmando con i cacicchi ranqueles

Epumer Rosas e Manuel Baigorrita un trattato di pace, ratificato il 30 luglio da Avellaneda. Mentre proseguivano le accurate ricognizioni preparatorie, i cui risultati affluivano al nuovo ufficio topografico del ministero della guerra, il 14 agosto Roca rimise al Congresso il progetto di legge relativo all’occupazione del Rio Negro con la richiesta di uno stanziamento di 1 milione e mezzo di pesos. Il progetto fu approvato il 23 agosto e la legge 947 del 5 ottobre concesse un ulteriore credito di 100.000 pesos. A Villegas, promosso generale, Roca affidò la pianificazione e il coordinamento delle operazioni, riservando a sé stesso l’avanzata sull’obiettivo maggiormente simbolico, vale a dire l’Isola fluviale di Choele-Choel. In realtà l’obiettivo più difficile, ma più importante sotto il profilo strategico, era l’avanzata parallela alla Cordigliera andina fino all’alta valle del Rio Neuquen, 400 chilometri a Sud di San Rafael, che fino ad allora era stato l’avamposto più meridionale della provincia di Cuyo. Il compito di sbarrare il camino de los Chilenos impiantando un fortino alla confluenza tra l’arroyo Curre de Leunì e il Neuquen venne affidato al colonnello Napoleon Uriburu, mettendogli a disposizione i reparti migliori, tra cui il BI 12 del colonnello Rufino Ortega e il RC 2 del tenente colonnello Lorenzo Wintter (1842-1915), comandante della Frontera di Bahia Blanca. Come al solito, anche l’esercito di Roca pullulava di stranieri. Per compensare la scarsa preparazione dei quadri argentini, il ministro aveva infatti ingaggiato numerosi ufficiali francesi, inglesi e austriaci, ma anche italiani, come Morosini, Crovetti e Gardini. Veterano di tutte le guerre argentine, ferito in quella del Paraguay, era invece il rude tenente colonnello bergamasco Daniele Cerri (1841-1914), espatriato quattordicenne per aver bastonato un croato: in seguito Cerri divenne generale e ispettore del servizio telegrafico nazionale. Ma l’italiano più importante della spedizione era senza dubbio padre Giacomo Costamagna, capo di una missione salesiana la quale, ammansiti gli indiani con la forza transeunte delle armi, doveva mantenerli buoni con quella permanente della religione. Il tenente colonnello Olascoaga e l’ingegner Ebelot curavano invece la missione dell’Instituto de Ciencias di Cordoba, formata dai professori tedeschi Lorenz, Dahring, Niederlein e Schulz. Dirigeva il servizio sanitario della spedizione il dottor Marcelino Vargas. Le ricognizioni offensive preliminari (2 ottobre - 11 dicembre 1878) L’avanzata fu preceduta da una serie di ricognizioni offensive, dirette a individuare e distruggere le tolderias e i gruppi di guerrieri a ridosso della linea di partenza. Fu Wintter ad effettuare la prima ricognizione da Fuerte Argentino al Rio Colorado. Il 2 ottobre, durante la marcia di ritorno, si scontrò con i ranqueles a Frumancal (arroyo Chagicò), catturando il cacicco Marcelino Catriel con un centinaio di guerrieri. Lo stesso giorno la colonna del comandante Octavio Olazcoaga disperse altri indigeni a Los Palmitos. A distruggere le tolderias provvidero invece le colonne di Guaminì (Freyre), Trenque Lauquén (Villegas) e Villa Mercedes (Rudecindo Roca). Il 6, 7 e 14 ottobre i colonnelli Freyre e Garcia e il maggiore Moritan distrusserro le tolderias della Valle del Chiloé, di Hucal Grande e di Anquelén, catturando oltre 300 indios e liberando 6 ostaggi. Il 14, dopo una marcia di otto giorni, Freyre piombò sui guerrieri radunati da Namuncurà a Utran. Il 2 e 8 novembre si misero in marcia anche le altre due colonne, Villegas contro la tolderia di Pincén e R. Roca contro quella comune di Epumer e Baigorrita (a Poitague), distrutte rispettivamente il 6 e il 18. Tre giorni dopo i due cacicchi tentarono di vendicare il massacro di Poitague, ma furono volti in fuga dalle micidiali scariche dei quadrati di Roca. Il 25 anche Levalle partì alla ricerca della tribù fuggiasca di Namuncurà, ma, non riuscendo a sorprenderla, dovette sfogarsi contro le sue tolderias semideserte. Il 7 dicembre furono Garcia e Wintter a trovarlo a Lehué-Colel, uccidendo una cinquantina di guerrieri e vari capitanejos. Delle tribù di Epumer e Baigorrita si occupò infine Racedo, comandante della Frontiera di Rio Cuarto, che l’11 dicembre riuscì a catturarne 778, recuperando anche 86 ostaggi.

L’avanzata al Rio Negro (2 gennaio - 11 giugno 1879) L’avanzata impegnò 18 dei 23 reggimenti argentini, riuniti in 5 “divisioni” di 1.500-2.000 uomini:

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Compito della 1a e della 4a divisione era di rastrellare e occupare la linea più lontana dalla vecchia frontiera, vale a dire quella formata dal Rio Negro e dal suo affluente settentrionale (Neuquen), aggiungendo al vecchio forte spagnolo di Carmen de Patagones quello intermedio di Choele Choel (Fuerte General Roca) e un altro all’estremità andina, per sbarrare l’alta valle del Neuquen (Fuerte 4a Division). La 3a e la 5a divisione dovevano invece assicurare il collegamento e le retrovie di Roca e Uriburu convergendo, rispettivamente da Nord e da Est, verso la linea più prossima alla zanja Alsina, formata dal Rio Colorado e dal suo affluente Salado e avente alle estremità Bahia Blanca e San Luis (queste due divisioni dovevano effettuare la marcia più breve, attestando i rispettivi comandi a Leuvucò e Luan Lauquen). Parallela alla 5a Divisione di Lagos, ma 100 chilometri più a Sud, doveva marciare anche la 2a Divisione di Lavalle, non però per concorrere al rastrellamento del Rio Salado, bensì per proteggere le retrovie della 1a attestandosi alla laguna Trahué (Trarù) Lauquen, 270 chilometri a Nord di Choele Choel. La spedizione non contava artiglieria, tranne 2 batterie (4° squadrone del RAL 1) destinate al futuro presidio di Choele Choel. La traversata di centinaia di chilometri di deserto fu una prova durissima per l’esercito argentino. Oltre al tifo, molti soldati contrassero il vaiolo dagli indiani. Le tappe erano calibrate in funzione del rifornimento idrico ed ogni ritardo sulla tabella di marcia poteva costare la vita all’intera colonna. Per accrescere la mobilità si rinunciò alla carne bovina, assegnando alle salmerie mandrie di yegua. In compenso gli ultimi guerrieri sopravvissuti alle ricognizioni preliminari fecero scarsa resistenza. Il 15 gennaio 1879, sorpresa a Cochicò da 40 cavalieri del capitano Vicente Lasciar, l’intera tribù di Cahuil si lasciò catturare senza opporre resistenza. La 4a Divisione fu l’unica a dover sostenere qualche scaramuccia mentre discendeva la pianura tra la Cordigliera e il Rio Atuel, affluente del Salado. L’8 gennaio e il 14 marzo reparti del RC 2 si scontrarono con i cacicchi Pichun e Payué e il 15 marzo catturarono ad Aincò il capitanejo Huinca. Ricevuta la resa dei cacicchi Catriel e Cagnumil, il BI 8 si fermò sul medio Colorado, per collegarsi con la 3a Divisione. Il BI 12 proseguì invece per il Neuquen, che risalì fin sotto il passo di Pino Hachado, dove piantò il fortino Cuarta Division. Il 18 luglio, al Paso de los Indios, Manuel Baigorrita, l’ultimo dei ranqueles, attese il nemico da solo, con lancia e pugnale. Gravemente ferito, si sottrasse ad ogni soccorso dandosi la morte. La 5a Divisione raggiunse Luan Lauquen il 23 maggio. Il BI 2, avanguardia della 1a Divisione, raggiunse la riva del Rio Negro il 24. Il giorno seguente Roca vi celebrò la festa nazionale e ricevette la visita dell’ufficiale di marina Martin Guerrico, che, ripetendo l’impresa del 1872, aveva risalito il Rio Negro col vapore Triunfo. L’11 giugno reparti della 1a e 4a Divisione si incontrarono alla confluenza del Neuquen e Limay nel Rio Negro. A presidiare la linea Roca e la zanja Alsina rimasero Villegas e Levalle, con i quartieri generali rispettivamente a Choele Choel e Carhué. Tra le due linee correva una nuova fascia di sicurezza di 75.000 chilometri quadrati. Il 30

dicembre 1880 fu inaugurata una linea marittima con Buenos Aires, servita da un vapore intitolato a Villarino, il piloto della Real Armada spagnola che giusto un secolo prima aveva esplorato la foce del Rio Negro. Il “miracolo della pampa” La colonizzazione del deserto fu, non meno del capitale internazionale, all’origine del cosiddetto “miracolo della pampa”, cioè lo sbalorditivo sviluppo economico e demografico dell’Argentina. Le due avanzate del 1876 e 1879 fruttarono agli agrari centomila chilometri quadrati di terreno fertile. La ley de premios concesse ai veterani della campagna del deserto lotti di 100 ettari, accordando però agli ufficiali lotti variabili da 4.000 a 8.000 ettari a seconda del grado. La maggior parte dei beneficiari preferì tuttavia venderli agli speculatori (compagnie di colonizzazione) che ricavarono enormi guadagni lottizzando fattorie da 50 a 400 ettari (contro i 64 ettari di quelle nordamericane e i 6 delle italiane). In parallelo il capitale internazionale finanziò le 2 reti ferroviarie, quella costiera a gestione inglese e quella orientale, la cui proprietà fu mantenuta dalla Provincia bonearense. Nel 1880-1913 la rete aumentò da 2.313 chilometri a 33.478, le merci trasportate da 772.000 tonnellate a 43 milioni, il capitale da 63 milioni a 1.359 e la rendita da 3.5 a 53 milioni di pesos oro. Ferrovie e speculazione decuplicarono ogni decennio il valore del terreno, consentendo agli azionisti della Central Argentina Land Company di realizzare profitti annui dal 12.5 al 22.8 per cento del capitale investito, che finanziarono urbanizzazione e speculazione edilizia. Infine l’assenza di vincoli e tasse sulla terra, la maggiore fertilità naturale, la riduzione dei noli marittimi e ferroviari e il libero scambio internazionale sradicarono l’agricoltura dall’Europa continentale trapiantandola nei dominions britannici (Canada, Australia, Nuova Zelanda) e nelle due economie rioplatensi a capitale inglese (Uruguay e Argentina). Senza contare l’immigrazione stagionale dei braccianti (golondrinas, le “rondinelle”) quella permanente raggiunse in mezzo secolo (1880-1930) 2.6 milioni, soprattutto italiani (47%) e spagnoli (33%). In trent’anni (1865-95) la superficie coltivata passò da 95.000 a 5 milioni di ettari, arrivati a 14 nel 1914, con 75.000 piccoli proprietari. La produzione cerealicola investiva soltanto due terzi della terra: il resto produceva foraggio ad alto valore proteico (alfalfa) per la zootecnia intensiva di tipo inglese e l’industria della carne congelata, monopolizzata da 7 società. Nel 1875 il valore della lana esportata aveva superato quello del cuoio. Nel 1890 la lana cedette il primato ai cereali e nel 1900 passò in testa la carne. E il valore delle esportazioni argentine aumentò di quasi 12 volte (1.183%) in mezzo secolo (1865-1914) superando nel 1897, con 102 milioni di pesos, il bilancio dello stato. La specializzazione assicurava la prosperità e vertiginosi arricchimenti, ma non uno sviluppo equilibrato e duraturo. Lana, cereali e carne erano praticamente le uniche merci esportate, mentre l’industria restava non competitiva. Non certo per mancanza di protezioni: dal 1860-64 al 1905-09 i dazi medi quasi raddoppiarono (dal 18 al 35%) e dal 1890 l’inflazione dimezzò il costo del lavoro. Anche il capitale straniero fece la sua parte: nel 1900-13 gli investimenti stranieri aumentarono da 1.1 a 3.1 miliardi di dollari oro e l’incidenza di quelli industriali dal 27 al 46 per cento, a spese di quelli nelle ferrovie (scesi dal 41 al 33) e in titoli di stato (dal 32 al 21). Eppure, paradossalmente, ad un’agro-zootecnia ad alta intensità di capitale continuò a corrispondere un’industria ad alta intensità di manodopera. Nel 1914, infatti, i due settori assorbivano rispettivamente il 23.6 e il 37.5 per cento della manodopera (Stati Uniti 32 e 39, Italia 45 e 31) mentre nel 1928 il valore del prodotto industriale era meno della metà di quello agrozootecnico, benchè in meno di un ventennio (1895-1913) gli investimenti industriali fossero cresciuti da 475 a 1.788 milioni di pesos oro, le imprese da 23.300 a 48.779, la potenza da 60.000 a quasi 700.000 cavalli vapore e gli addetti da 167.000 a 410.201. Aggiungendovi 107.000

ferrovieri, 118.000 edili, 20.000 forestali e gli addetti alle motottrebbiatrici, nel 1913 la classe operaia argentina sfiorava le 700.000 unità attive su 7.8 milioni di abitanti.

3. LA FEDERALIZZAZIONE DI BUENOS AIRES La ribellione autonomista di Buenos Aires (23 aprile 1879 - 2 giugno 1880) Grazie a Juarez Celman, all’inizio del 1879 la candidatura di Roca poteva già contare su 11 governatori (San Juan, Mendoza, San Luis, Cordoba, Catamarca, La Rioja, Santiago, Entre Rios, Salta, Jujuy e Santa Fe). Ma il 23 aprile 1879 mitristi e liricos bonearensi, riuniti nel nuovo Partito Liberale, lanciarono per primi la candidatura congiunta di Tejedor, in coppia con il ministro degli interni Saturnino Lespiur, sostenuto dai mitristi correntini. I loro avversari republicanos (autonomisti intransigenti) erano ancora incerti tra Roca, Sarmiento e altri candidati. Sottolineando la sua differenza di soldato con i “politicanti” della capitale, Roca attese a Choele-Choel la sospirata notizia che Cordoba aveva finalmente proclamato la sua candidatura. Ma poco dopo la polizia sequestrò grossi quantitativi di armi spediti dal ministero della guerra alle province, e il ministro degli interni Lespiur accusò Roca di preparare un intervento militare contro l’autonomia della capitale. Lo scandalo esacerbò la lotta politica. Respingendo l’accusa di aver montato la questione delle armi per danneggiare il candidato rivale, il 25 agosto Lespiur si ritirò dalla competizione offrendo la vicepresidenza di Tejedor a Sarmiento. Il 1° ottobre, mentre una ennesima rivoluzione locale insanguinava Jujuy, Avellaneda credette di risolvere la crisi con un rimpasto del governo, escludendo i due ministri rivali e dando il dicastero militare all’avvocato Carlos Enrique Pellegrini, amico di Mitre e figlio di un esule politico torinese coinvolto nel moto costituzionale del 1821. Ma il rimpasto non abbassò la febbre politica, aggravata dal concentramento di truppe alla frontiera bonearense. Forzando l’indole moderata di Tejedor, i suoi sostenitori lo spinsero ad adottare misure di difesa e riarmo. Nominò un ministro de milicias, scegliendo Martin Gainza, già ispettore della guardia nazionale bonearense e ministro di guerra e marina nel governo Sarmiento. Inoltre aperse a Palermo un tirassegno (Tiro Nacional) dove ufficiali di linea appositamente dimessisi dall’esercito addestravano 13 battaglioni di guardie civiche, 1 di artigiani (ingenieros), 1 di guardie carcerarie e 1 di guardie municipali (vigilantes). Come era già avvenuto nelle precedenti mobilitazioni bonearensi, anche stavolta la comunità italiana dette un contributo determinante: ben 7.000 italiani, in maggioranza liguri, si arruolarono nella guardia civica (uno dei 13 battaglioni era composto interamente da “bersaglieri” italiani, e italiani erano anche la maggior parte dei vigilantes). La situazione si aggravò ulteriormente nel febbraio 1880, quando i mitristi presero in ostaggio il governatore di Cordoba, reo di aver lanciato la candidatura di Roca. Reagendo alla provocazione, il governo nazionale spedì truppe a riportare l’ordine a Cordoba e il 15 febbraio 1.500 soldati di linea, con cannoni Krupp, occuparono il tirassegno di Palermo. I sostenitori di Tejedor reagirono concentrando 5.000 guardie civiche in Plaza Lorea, ma una Comision de Paz presieduta dal mitrista moderato Felix Frias riuscì a scongiurare lo scontro. L’11 aprile Roca vinse le elezioni in tutte le province, tranne Buenos Aires e Corrientes, ma il P. A. N. non conquistò la maggioranza assoluta al Congresso nazionale. I liberali conquistarono invece la maggioranza alla legislatura bonearense, consentendo così a Tejedor di ottenere i fondi necessari per armare la sua provincia e tentare di sollevare anche le altre, a cominciare da Corrientes.

L’11 maggio Tejedor ripristinò la Inspeccion General de Milicias, senza peraltro nominarne il titolare e il vicepresidente della Repubblica, il portegno Mariano Acosta, difese la legittimità degli allestimenti militari bonearensi. Con Tejedor si schierarono anche alcuni alti ufficiali che nel 1874 avevano combattuto dalla parte del governo, come José Ignacio Arias, Julio Campos e Hilario Lagos:
Alti Anno 1874 Ufficiali Lealisti Ribelli J. I. Arias x J. M. Arredondo x S. Baibene x J. Campos x L. M. Campos x M. J. Campos A. Donovan T. Garcia H. Lagos x N. Levalle x F. Leyria x B. Machado x J. Martinez J. Murga x N. Ocampo x J. C. Paz x E. Racedo I. Rivas x J. A. Roca x M. Taboada x N. Uriburu C. Villegas x Anno 1880 Lealisti Ribelli x x x x x x x x x x x x x x -

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Il ritiro del governo a Belgrano e il blocco della capitale (2 - 16 giugno 1880) Il mattino del 2 giugno sbarcarono alla Boca 5.000 fucili Schneider e mezzo milione di cartucce, acquistati all’estero dal governo bonearense. Il colonnello José Inocencio Arias, che proteggeva l’operazione con un battaglione civico, fece aprire il fuoco su una feluca della capitaneria di porto (Resguardo) che aveva tentato di interferire. A sera, scortati dalla guardia a cavallo (Escuadron Escolta del Gobierno) Avellaneda e Pellegrini si presentarono alla caserma del RC 1 a La Chacarita de los Colegiales, dando appuntamento al resto del governo al pueblo di Belgrano, 120 chilometri a Sud della capitale, proclamato residenza delle autorità nazionali. Tutti i ministri raggiunsero il governo, ad eccezione di quello degli esteri Lucas Gonzales, il quale preferì dimettersi e restare in città. Il 4 Avellaneda dichiarò ribelle il governo Tejedor e il 5 anche quanti avessero obbedito ai suoi comandanti delegati. Inoltre mobilitò la guardia nazionale di Buenos Aires, Santa Fe, Entre Rios e Corrientes e ordinò alla marina, forte di 11 navi da guerra, di bloccare i collegamenti fluviali e marittime con la capitale. Ancor più decisivo che nel 1874 si rivelò il mantenimento da parte del governo del pieno controllo dei collegamenti ferroviari e telegrafici (Avellaneda ricompensò poi i servigi prestati dal colonnello Vallejos dandogli la direzione di un autonomo cuerpo telegrafico militar). Il 13 giugno, assenti i rappresentanti bonearensi e correntini, il collegio elettorale consacrò l’elezione di Roca, con 3 soli voti di maggioranza. Attorno alla capitale il governo aveva già 3 battaglioni e 6 reggimenti di cavalleria, tra la Chacarita (BI 3 e RC 1 e 6), Maldonado (RC 3) e i pueblos di Zarate (BI 8), Chivilcoy (RC 10 e 12) e

Belgrano (BI 9 e RC 2). Altri 6 battaglioni furono richiamati dalle frontiere di Rio Cuarto (BI 10), General Acha (BI 1), Trenque Lauquen (BI 7 e 11), Fuerte Argentino (BI 6) e Choele-Choel (BI 2, che arrivò col vapore Villarino). Già il 4 giugno Tejedor aveva affidato la difesa della capitale al colonnello Julio Campos, nominando Arredondo Ispettore generale della milizia e Arias comandante delle 12 circoscrizioni della guardia nazionale della campagna, con l’ordine di concentrarla sulla capitale. Il 7 Tejedor nominò Gainza ministro de milicias e il 9 firmò un’alleanza difensiva e offensiva con il governo correntino, impegnandosi a spedire di rinforzo il generale Arredondo con 1.000 fucili, 4 cannoni Krupp e 300.000 pesos. Non potè tuttavia mantenere l’impegno, perché la marina governativa occupò il porto fluviale di San Nicolàs, interrompendo le comunicazioni tra le due province. Gli unici rinforzi giunti a Corrientes furono il contingente di guardie nazionali entrerriane mobilitato dal governo, che si ammutinò a Concordia passando con gli insorti a Monte Caseros. Frattanto Arias mobilitava le truppe e, grazie a ferrovia e telegrafo, il 15 giugno aveva già riunito a Mercedes 10.000 tra miliziani e gendarmi (policia rurales), benchè senza uniformi né equipaggiamento e con armamento insufficiente (appena 1.200 Mauser senza baionetta, 1.000 sciabole e 2.000 lance). Così, quando il colonnello Eduardo Racedo sbarcò sulla sponda occidentale del Rio della Plata, Arias dovette ripiegare per ferrovia sulla capitale. Gli scontri di Barracas, Puente Alsina e Los Corrales (17-22 giugno 1880) Il 17, giunto alla stazione Olivera, tra Mercedes e Lujan, Arias dovette accettare un combattimento difensivo, riuscendo però a ricacciare Racedo. Le truppe ribelli raggiunsero poi la stazione Remos Mejìa, dove, distrutto il treno, proseguirono a piedi, schivando lo sbarramento governativo di San José de Flores e piegando a Sud per San Justo. Al mattino del 18 Arias si accampò con 7.000 uomini di fronte a Puente Alsina, sulla sponda settentrionale del Rio Matanza (Riachuelo), aspettando invano la colonna di rinforzo del collega Julio Campos e scontrandosi con le prime pattuglie del RC 1. Il 20 giugno l’avanguardia governativa, comandata da Levalle e forte di 800 uomini, attaccò l’avamposto ribelle del ponte di Barracas, ma fu respinta dal comandante Leyria. Il mattino del 21 Levalle, Racedo e Luis Maria Campos attaccarono rispettivamente i ponti Barracas e Alsina e la Meseta de Los Corrales, difesi da Leyria, Arias e Lagos. Leyra fu il primo a dover ripiegare sino alla barranca di Santa Lucia e Plaza Constitucion, consentendo a Levalle di varcare il Riachuelo. Poi, minacciato di aggiramento, anche Arias ripiegò sui Corrales, riunendosi con Lagos. Due reggimenti bonearensi (1° Buenos Aires, 2° Policia Rural) e 1 compagnia di “bersaglieri” italiani sostennero tre assalti della Division governativa di Olascoaga (BI 8, battaglione provinciale entrerriano e 4 cannoni), ma alle due del pomeriggio, quando Lagos si stava preparando ad inseguire i governativi del colonnello Manuel J. Campos in ritirata su Las Flores, Gainza ordinò il ripiegamento sulle trincee interne della città. Nei quattro giorni di scontri erano stati coinvolti 20.000 uomini e 80 cannoni, con l’impressionante bilancio di 3.000 morti. Il 22 Avellaneda dichiarò lo stato d’assedio e Tejedor rispose dichiarando Buenos Aires en estado de asamblea e creando, il 23, un Consejo militar de defensa presieduto da Mitre. L’ex-presidente si recò allora a Belgrano per negoziare con Avellaneda le dimissioni di Tejedor e il disarmo della guardia civica in cambio dell’amnistia. La federalizzazione di Buenos Aires (1° luglio - 8 dicembre 1880) Il 1° luglio la legislatura portegna accolse le dimissioni del governatore, ma il congresso nazionale non ratificò l’accordo di Belgrano, mentre l’11 agosto respinse quasi all’unanimità le dimissioni di Avellaneda. Intanto il 3 luglio le forze governative si erano mosse su Corrientes, che il 15 fu sottoposta al governo militare. Lo stesso avvenne a Buenos Aires, dove il 21 agosto il generale

José Maria Bustillo sciolse la legislatura, rinnovata il 31 dal corpo elettorale. Assunta la presidenza il 12 ottobre, Roca manifestò l’intenzione di spostare la sede del governo nazionale a Rosario, ma ne fu dissuaso dal timore di favorire una nuova secessione della provincia bonearense. Alla fine si trovò la soluzione di federalizzare la città di Buenos Aires che l’8 dicembre 1880 fu dichiarata capitale della Repubblica e assoggettata direttamente al governo nazionale, mentre la sede del governo provinciale fu trasferita nella nuova città della Plata. Il cambiamento fu solennizzato dall’imponente traslazione nella capitale della salma del Libertador. Tra le conseguenze della federalizzazione di Buenos Aires vi fu lo scioglimento dei locali corpi di polizia municipale (cuerpo de vigilancia) e dei pompieri (bomberos), sostituiti da una Policia Federal dipendente dal ministero dell’Interno. Il vertice della nuova P. F. comprendeva 1 jefe, 5 ispettori generali capidivisione (Central, Judiciaria, Investigaciones, Administrativa e Bomberos) e 5 commissari ispettori circoscrizionali. Da questi ultimi dipendevano le comisarias seccionales, eventualmente articolate in distaccamenti (dependencias policiales), con personale in borghese (commissari, sottocommissari e ispettori) e in uniforme (cabos e agentes). Il 29 aprile 1885 la Guardia Nazionale della capitale fu riordinata su 8 Reggimenti, con complessivi 25 battaglioni (i reggimenti N. 1 e 6 ne contavano quattro, il N. 8 due, gli altri tre).

4. LE FRONTIERE NATURALI Il trattato con il Cile e la campagna di Nahuel Huapi (23 luglio 1881- 24 marzo 1884) La duplice avanzata parallela del 1879 sui due versanti della Cordigliera - quella cilena verso Nord contro il Perù e la Bolivia e quella argentiva verso Sud fino alla valle del Neuquen - fu preceduta nel 1878 dal primo confronto armato tra le due Potenze sudamericane circa la Terra del Fuoco e lo Stretto di Magellano. Entrambe le marine furono mobilitate ed entrambe le camere respinsero sia l’accordo Barros Arana - Elizalde sia quello raggiunto in dicembre da Fierro e Sarratea. Ma in seguito l’impegno bellico del Cile, la stretta neutralità osservata dall’Argentina, l’occupazione del Camino de los Chilenos e la mediazione inglese favorirono la ratifica del trattato confinario del 23 luglio 1881, con il quale al Cile restava il controllo dello Stretto di Magellano e all’Argentina veniva riconosciuto quello della Patagonia orientale. Il Cile riconosceva come frontiera, sino al 52° parallelo Sud, la linea della Cordigliera corrente per le cime più elevate; l’Argentina lasciava al Cile la quasi totalità dello Stretto di Magellano tranne una piccola striscia costiera di 10 chilometri tra Lobo Virgenes e Punta Dungenes. Quanto alla Terra del Fuoco il confine era definito in forma equitativa. All’Argentina toccavano le Isole degli Stati, gli isolotti vicini alle Isole atlantiche ad Est della Terra del Fuoco e le coste orientali della Patagonia, mentre il Cile ottenne le Isole a Sud del Canale di Beagle fino a Capo Horn e ad Est del territorio fuegino. Restava tuttavia pendente la precisa delimitazione del confine sulla Cordigliera, ma il trattato rimetteva ogni futura controversia all’arbitrato di Sua Maestà britannica. A seguito di uno scontro con un centinaio di indios verificatosi il 3 ottobre 1881 ad Anca Mahuida, Roca affidò al collega Villegas il compito di raggiungere l’obiettivo finale, vale a dire il lago Nahuel Huapì. Ai primi di gennaio, mentre il maggiore Carlos O’Donnell effettuava una ricognizione preliminare sulle coste del Rio Agria, l’indomito cacicco Namuncurà riunì per l’ultima volta un migliaio di guerrieri. Il 6 gennaio 1882, durante un inseguimento, due ufficiali del RC N. 5 furono uccisi a Pulmary. Il 16 il piccolo presidio del Fuerte 1a Division (17 uomini) respinse un breve attacco diversivo di Namuncurà, ma tre giorni dopo 300 guerrieri sorpresero il Forte Guanacos massacrando l’intera guarnigione di 30 uomini. Altri scontri con indios tehueles si verificarono il 10 e 22 febbraio ancora a Pulmary e nelle pianure di Apulé, mentre il 10 marzo un

distaccamento di Forte Belgrano (tenente colonnello Benito Herrero) annientò la tribù del cacicco Domingo a Isla Monzon sul Rio Salado. In aprile, finalmente, la 1a Brigada (BI 2 e 12) avanzò dal Forte Cuarta Division nella valle del Norquin, rastrellando la zona del Rio Agria e soffocando gli ultimi focolai di resistenza indiana. Assicurato così il fianco destro, in settembre il BI 6 (colonnello Ignacio Fotheringham) risalì il Rio Negro e il Limay, raggiungendo Nahuel Huapi in ottobre. Qui si diresse dal Rio Negro anche il colonnello Rufino Ortega con i RC 2 e 11, sostenendo vari scontri a Chimehuin, La Trinchera, Pulmary e Lonquimay e sottomettendo il cacicco Villarain detto “Buitre de Oro” (novembre 1882 - gennaio 1883). Ormai isolato e braccato, il 24 marzo 1884 Namuncurà finì per consegnarsi con gli ultimi 300 superstiti al tenente colonnello Pablo Bellisle. Il cordone sanitario cileno dal deserto di Atacama (1884-1900) Nel 1884 il Cile, che a seguito della tregua firmata con la Bolivia occupava il deserto di Atacama, stabilì un cordone sanitario sul versante orientale delle Ande per impedire il contagio di un’epidemia di colera scoppiata nelle province di Salta, Jujuy e Catamarca, rimuovendo le autorità locali argentine. Benchè ripetutamente sollecitato dal governatore di Salta, il governo argentino non reagì neanche sul piano puramente diplomatico. Proprio questa mancata reazione indusse l’arbitrato inglese del 1900 a riconoscere “per fatto notorio” la sovranità cilena sul tratto di Cordigliera interessato dal cordone sanitario. L’avanzata dal Rio Negro e l’indiada su Chubut (1884-85) Nel 1881-84 furono effettuate quattro campagne scientifiche a Sud del Rio Negro, l’ultima delle quali condotta dal colonnello Lino de Roa con un centinaio di soldati. La legge 16 ottobre 1884 formalizzò l’occupazione del deserto meridionale istituendovi i territori federali di La Pampa, Neuquen, Rio Negro, Chubut, Santa Cruz e Terra del Fuoco. Intanto la linea fu potenziata con altri 11 fortini:
Ø4 Rio Negro (Comandante Palacios, Paso de los Andes, Comandante Suarez e 24 de Mayo); Ø5 Neuquen (Chos Malal, Pino Hachado, Lonco Pue, San Martin de los Andes, Hua Hum); Ø1 Pampa ( Pichica Vilò); Ø1 Buenos Aires (General Villegas).

Nel 1884 i cacicchi Sayhueque, Nacayal, Trojol e altri attaccarono le colonie gallesi del Chubut. Il comandante della frontiera, generale Lorenzo Wintter, vi distaccò il tenente colonnello Vicente Lasciar con un picchetto del RC 5, appena 30 uomini ma sufficienti a domare il cacicco Follar e altri capitanejos. Ricevuti rinforzi, in circa tre mesi di rastrellamenti Lasciar costrinse Follar e Sayuheque ad arrendersi. Nel 1885 il cacicco si presentò al forte di Junin de los Andes, consegnandosi al comandante del RC 7, tenente colonnello Marcial Nadal. Nel 1887-88 e 1890, temendosi nuove scorreria indiane dal confine cileno, il colonnello Victoriano Rodriguez e il generale Liborio Bernal stabilirono cordoni di sicurezza, rispettivamente tra General Acha e Junin de los Andes e tra Rio Negro e Nahuel Huapi. L’11 e il 22 ottobre 1890 un picchetto del RC 9 (capitano Santiago Fierro) si scontrò a Monte Pico e Avispa Colorado con la banda del cacicco Carmelo che aveva razziato Colonia Piazza. L’occupazione del Chaco Austral e Central (ottobre 1878 - dicembre 1884) Già nell’ottobre 1878, contemporanamente alle ricognizioni alle frontiere meridionali, il colonnello Manuel Obligado, comandante della Frontiera Nord di Santa Fe, aveva effettuata anche

la prima esplorazione oltre la frontiera settentrionale santafesina, fino alle tolderias del Chaco Austral. Nel 1883 si svolsero altre due esplorazioni, una militare comandata da Obligado (10 aprile - 16 luglio) e una scientifica diretta dal governatore Francisco Bosch (16 aprile - 28 maggio). Obligado combatté quasi ogni giorno con gli indiani, rientrando con 93 prigionieri e 700 capi di bestiame sequestrati, ma anche Bosch ebbe uno scontro il 5 maggio. Durante il primo semestre 1884 Obligado tracciò infine la linea dei fortini a Nord del 28° parallelo, che tuttora segna il confine settentrionale santafesino. Il BI 7 (II/5) del colonnello Fotheringham si spinse oltre il Rio Bermejo, nel Chaco Central, sostenendo vari scontri con alcune tribù (tra cui quella del cacicco Inglés) e occupando Formosa, sulla destra del Paraguay, a monte della confluenza del Bermejo. Il RC 6, rinforzato da 1 squadrone del Reggimento Indigena, si attestò più a Sud-Ovest, tra Fapenaga e le lagune dell’Encrucijada, fondando una colonia di indiani sottomessi tra quelle di Ocampo e Las Toscas. In seguito la legge 13 settembre 1884 stanziò mezzo milione di pesos per l’occupazione militare del Chaco. L’operazione, diretta personalmente dal ministro della guerra, generale Benjamin Victorica (1831-1913) prevedeva un’avanzata dai quattro punti cardinali, convergendo verso La Cangayé, principale foco degli indiani mocovies, allo scopo di impedire alle tribù indiane di rifugiarsi oltre il Pilcomayo in territorio paraguayano. La forza includeva sei colonne:
ØFormosa (BI 7 e RC 6 ): colonnello Fotheringham e tenente colonnello Luis Fontana; ØResistencia (BI 9): colonnello Julio Figueroa; ØSalta (180 uomini del RC 10): tenente colonnello Rudecindo Ibazeta; ØSantiago del Estero (RC 12): tenente colonnello José Maria Uriburu; ØCordoba (BI 4): colonnello Carlos Blanco; ØSan Nicolas (Batallon de Marina, 1 picchetto del RC 5 e 90 artiglieri): generale Victorica, imbarcata sulla Forza navale (3 corazzate e 2 cannoniere) del colonnello di marina Ceferino Martinez e del maggiore Valentin Feilberg.

Figueroa partì per primo, il 29 settembre. Seguirono Uriburu il 10 ottobre, Forheringham il 15, Fontana il 26 e Ibazeta il 30. Victorica si imbarcò il 1° ottobre e, risalito il Paranà-Paraguay, sbarcò a Puerto Bermejo, poco a monte dell’antica piazzaforte paraguayana di Humaità. Qui la flottiglia si sdoppiò per proseguire la sua specifica missione, vale a dire lo studio della navigabilità dei due fiumi che segnano il confine meridionale e settentrionale del Chaco Central: Martinez risalendo il Bermejo e Feilberg il Paraguay fino ad Asuncion per poi imboccare il Pilcomayo. Intanto il RC 12 (Uriburu) proteggeva la missione topografica e florofaunistica pattugliando il Bermejo fino alla confluenza col Teuco e i BI 7 (Fotheringham) e 9 (Figueroa) occupavano la linea tra Puerto Bermejo e Salto de Izò, stendendo una linea di sicurezza, con casamatte per 5 uomini ogni 25 chilometri, fortini al paso del Bote e alla laguna Casornochitz e un accantonamento ad Aquino. Il 17 novembre, quando Victorica raggiunse La Cangayé, Blanco (BI 4 a Monigotes e Marina a Las Chilcas) iniziò il rastrellamento tra il Bermejo e la destra del Rio Salado, altro affluente del Paraguay, mentre Fotheringham (BI 7) e Ibazeta (RC 10) rastrellavano la sinistra sottomettendo i cacicchi Santiago e Cambà e spingendosi poi fino alla destra del Pilcomayo per collegarsi con Feilberg. Ibazeta, che godeva di grande ascendente sugli indiani, ottenne la sottomissione del cacicco José Petiso. La campagna di Victorica, conclusa in dicembre, consentì di stabilire comunicazioni dirette tra Corrientes, Salta e Jujuy e di rendere navigabile il Bermejo, fondando i porti Bermejo ed Expedicion. Naturalmente l’occupazione del Chaco Central suscitò apprensioni in Bolivia e un fitto scambio di note diplomatiche tra i due governi. La controversia si risolse nel 1889, con la rinuncia boliviana alla punta di Atacama e quella argentina a Tarija.

Le operazioni di polizia militare nel Chaco Central (3 gennaio 1887 - 16 aprile 1890) Intanto proseguirono le operazioni di polizia militare. Nel gennaio 1887 picchetti del RC 12 (alfiere Angel Herrera, maggiore José Arias e capitano Fenelòn Avila) attaccarono a Conchas, La Cangalla e Selvas de Rio de Oro (presso PuertoBermejo) una banda di razziatori capeggiata dai cacicchi Dahajchu e Chilaloy. Il 10 marzo un reparto del RC 6 (tenente colonnello Juan Gòmez) uccise 50 indigeni che si erano sollevati a El Rabon. Nel gennaio 1888 il RC 5 fu impegnato a difendere il territorio saltegno da una banda di razziatori infiltratisi dal Rio Teuco. Il capitano Francisco Ynsay li inseguì da Santa Victoria, mentre l’alfiere Mariano Marquez distrusse per rappresaglia la tolderia di Pluma del Pato (presso Forte Dragones) inseguendoli poi oltre il Teuco e scontrandosi il 19 febbraio a Canal de Ibarreta. Intanto il piccolo presidio (alfiere Juan Alberti e 10 uomini) del fortino Pérez Millàn respinse un attacco di 200 matacos. Anche un picchetto del RC 2 fu impegnato il 28 febbraio a Carreré, dove fu ucciso il tenente Casildo Ferreyra. Altre due tolderias furono distrutte il 14 maggio, a Cabeza del Chancho, da un picchetto del RC 11 (tenente 1° Lorenzo Machado). Il 22 luglio, a Vibora Asada, il tenente Angel Alegre (RC 5) respinse un nuovo sconfinamento verso Forte Dragones. L’ultimo scontro (tenente 1° Juan Boer) si verificò il 16 aprile 1890 a Tres Lagunas, contro una banda reduce da una razzia a Colonia Bernas. Antartico e Malvine (1881-88) La grande questione strategica ancora irrisolta restava così quella del controllo dell’Atlantico meridionale e dei diritti argentini sull’Antartide. Nel 1881-82 la corvetta a vela Cabo de Hornos, con comandante ed equipaggio argentini, fu messa a disposizione della missione scientifica Antartica patrocinata da Cristoforo Negri, presidente della Società Geografica italiana, e diretta dal tenente di vascello della Regia Marina Giacomo Bove (1852-87), che nel 1878-79 aveva preso parte al viaggio della Vega da Karlskrona a Yokohama passando a Nord della Siberia. Si deve ricordare che la Regia Marina italiana manteneva ancora a Montevideo la Stazione Navale del Plata e che proprio nel 1882 il comandante della R. N. Caracciolo otteneva dal governo uruguayano, con la minaccia di bombardare Montevideo, il rilascio di due connazionali arrestati e catturati. Lo stesso anno, in occasione dei solenni onori funebri tributati anche a Buenos Aires al defunto re Vittorio Emanuele II, una compagnia di marinai italiani aveva sfilato assieme alle rappresentanze delle locali istituzioni italiane (incluse 5 logge massoniche). Nel 1886 Roca, che aveva un genero italiano e vantava egli stesso lontane ascendenze italiane, si recò in visita privata a Roma, dove fu peraltro ricevuto con grande solennità, rimpatriando poi sul piroscafo italiano Duca di Galliera. Naturalmente Roca ignorava che proprio nel 1886 l’Italia stava valutando l’opportunità di procedere al bombardamento dei porti brasiliani per accelerare il defatigante negoziato con Rio de Janeiro circa gli indennizzi statali spettanti alle vittime della xenofobia anti-italiana, manifestatasi con violenze e saccheggi al grido di “viva Menelik!”. Alla missione Bove, che rivendicava i diritti argentini sull’Antartide, seguì il tentativo di ribadire la sovranità argentina sulle Malvine, intercettando la corvetta statunitense Lexington che ne aveva violato le acque. L’incidente suscitò le proteste del console nordamericano a Buenos Aires, reiterate nel 1884 e 1886, cui si aggiunsero nel 1884 quelle dell’ambasciatore inglese per l’annunciata pubblicazione di un atlante ufficiale, in cui le Malvine erano indicate come parte integrante del territorio nazionale. L’Argentina respinse le note e il 12 giugno 1888 affermò il proposito di mantenere la propria sovranità sull’Arcipelago.

IX - L’EJERCITO E L’ARMADA DA ROCA A ROCA (1881-1902)

SOMMARIO: 1. Le riforme militari degli anni Ottanta. - 2. La politica degli anni Novanta. 3. Pace armata sulle Ande. 4. La parità navale col Cile.

1. LE RIFORME MILITARI DEGLI ANNI OTTANTA

Il ministero e l’Estado Mayor General (1884-90) Naturalmente il generale Roca accentrò il comando militare. Il decreto 10 dicembre 1880 limitò le attribuzioni militari dei governatori subordinando la Capitale e la provincia di Buenos Aires alla Inspeccion y Comandancia general de Armas e le altre 13 province a 6 autorità militari regionali (sub-inspecciones e Intendencias generales del Ejército):
SI-IGE 1 - Salta e Jujuy SI-IGE 2 - Tucuman e Santiago SI-IGE 3 - La Rioja e Catamarca SI-IGE 4 - San Luis, Mendoza e San Juan SI-IGE 5 - Cordoba e Santa Fe SI-IGE 6 - Entre Rios e Corrientes

La legge 18 ottobre 1881 declassò il ministro di guerra e marina (il generale Benjamin Victorica) a mero organo esecutivo tecnico del presidente della Repubblica. Inoltre con decreto 2 gennaio 1884 fu istituita la carica di Capo di stato maggiore generale, jefe superior inmediato dell’Esercito nonchè suo comandante in tempo di pace, ma gerarchicamente subordinato al ministro di guerra e marina, responsabile politico e sovrintendente generale dell’amministrazione militare. L’Estado Mayor General Permanente, che assorbiva le funzioni del Vecchio Ispettorato e Comando generale delle Armi, era così ordinato:
Ø1 consiglio superiore consultivo militare e di guerra, presieduto dal ministro e composto dal capo di S. M. e dai 7 capi sezione; Ø7 sezioni dell’EMG: 1 Direzione SMG e Comando generale dell’Esercito; 2 Ispettorati d’Arma; 3 storia militare, biografia e biblioteca; 4 genio e topografia; 5 parco e arsenali; 6 commissariato; 7 sanità; Ø11 uffici della 1a sezione: 1 ayudantia general, 2 artiglieria, 3 fanteria, 4 cavalleria, 5 pensioni, 6 presidi particolari, 7 reclutamento, 8 statistica, 9 contenzioso, 10 contabilità, 11 dettaglio.

L’attività degli uffici fu poi disciplinata con regolamento interno 27 luglio 1885. Nel 1888 prestavano servizio presso l’EMGE ben 148 ufficiali, inclusi 2 generali di divisione, 11 colonnelli, 57 ufficiali superiori, 26 capitani e 52 subalterni. A seguito dell’insurrezione radicale del 26 luglio 1890, l’EMGE fu riordinato su progetto del nuovo capo di S. M., tenente generale Juan Ayala, approvato il 29 ottobre. In particolare la 2a sezione fu articolata in tre sotto-ispettorati (fanteria, cavalleria e artiglieria) attribuiti ai divisionari José I. Garmendia e Julio de Vedia e al brigadiere Francisco Reynolds. Il decreto 29 dicembre 1890, ispirato dal capo di stato maggiore pro tempore, tenente generale Juan Ayala, elevò il generale di brigata aiutante generale a sottocapo (2° Jefe) di S. M. G., estese le competenze ispettive della 2a sezione ai corpi di guardia nazionale e aggiunse

“statistica” e “veterinaria” alle attribuzioni delle sezioni 4e e 7a. Reggimenti e guarnigioni (1881-87) Già nel 1879, da ministro, Roca aveva trasformato il RC 8 nel Regimiento artilleria ligera (RAL) N. 2, confermandone il comando al colonnello Nelson. Il 26 marzo 1881 fu aggregato al RAL 1 un corso d’addestramento biennale per sottufficiali (escuela de cabos y sargentos) e fu ricostituito il BI 4, sulla base del Batallon Avellaneda di Cordoba. In compenso fu sciolto il RC 4 mentre il RC 10 e l’Escuadron escolta furono accorpati coi RC 6 e 1 (il RC 10 fu però ricostituito nel marzo 1882 con preesistenti reparti autonomi di Salta). A metà del 1881 le guarnigioni erano le seguenti:
Ø12 battaglioni fanteria: N. 1 General Acha, N. 2 F.te Cuarta Division, N. 3 Corrientes, N. 4 Cordoba, N. 5 Concepcion del Uruguay, N. 6 Choele Choel, N. 7 Guaminì e Azul, N. 8 Capital Federal, N. 9 Reconquista, N. N. 10 Frontera di Cordoba, N. 11 Formosa, N. 12 F.te Cuarta Division; Ø9 reggimenti di cavalleria: N. 1 Capital Federal, N. 2 F.te G.ral Roca e Rio Negro, N. 3 Patagones, N. 5 F.te G.ral Roca, N. 6 Trahué Lauquen, N. 7 F.te G.ral Roca, N. 9 Villa Mercedes, N. 11 F.te 1a Brigada, N. 12 (Dragones de Rivadavia) Santa Fe, Chaco e Santiago del Estero; Ø2 reggimenti artiglieria leggera: N. 1 Capital Federal (con uno squadrone a Choele Choel) e N. 2 Rio Cuarto; Ø1 brigada de artilleria de plaza (185 uomini) all’Isola Martin Garcia, con distaccamenti a Bahia Blanca, Ita-lò e all’Escuadra; Ø1 compagnia zappatori e 1 cuerpo telegrafico militar (30 luglio 1880 - 28 dicembre 1885).

Il 31 gennaio 1883 i 12 battaglioni furono riuniti in 6 reggimenti di fanteria (RI) di 600 uomini, che assieme ai 10 reggimenti di cavalleria (RC) e ai 2 di artiglieria leggera (RAL) furono assegnati a 4 Divisioni territoriali, ciascuna con 2 o 3 comandi di brigata, con la seguente composizione: a) Reggimenti di fanteria
RI 1 (A. Donovan) - BI N. 1 (G.ral Acha) e N. 8 (Capital Federal poi Chaco): 45 uff., 596 tr.; RI 2 (Rufino Ortega) - BI N. 2 (G.ral Roca) e N. 12 (Norquin, San Martin e Mendoza); RI 3 - BI N. 3 (Corrientes) e N. 10 (Entre Rios); RI 4 - BI N. 4 (Cordoba, poi Norte S. Fe) e N. 5 (Norte S. Fe); RI 5 (Fotheringham) - BI N. 6 e N. 7 (Capital). 1885 N. 7 (Formosa) e N. 9 (Resistencia); RI 6 (Franc. Bosch) - BI N. 9 (Resistencia) e N. 11 (Formosa). 1885 N. 6 e N. 11 (Capital);

b) Divisioni territoriali
1a Div. Capital Federal: RI N. 5 (1885 N. 6), RC N. 6 (Chacarita) e RAL N. 1 e N. 2; 2a Div. Rio Negro y Neuquen (2 brigate) 1a tra Norquin (RC 3 e RC 11) e San Martin (BI 12); 2a tra G.ral Roca ( BI 2, RC 2 e RC 5) e Choele Choel (RC 7); 3a Div. Pampa Central (3 brigate) 1a Cordoba (BI 4), 2a R. Colorado (RC 9) e 3a G.ral Acha (BI 1 e RC 1); 4a Div. Chaco y Misiones (3 brigate) 1a Chaco (BI 8 e RC 12 poi RC 10), 2a Resistencia (BI 9) e 3a Formosa (BI 11 e RC 10; 1885 Uriburu: BI 7 e RC 12 ).

Con decreto 7 gennaio 1886 le 40 compagnie di cavalleria furono ridesignate “squadroni”, eventualmente riuniti a coppie in “divisioni”. Nel 1888 fu soppresso il RC 10, costituendo al suo posto il battaglione del genio. Reclutamento e mobilitazione (1886-92) A quell’epoca l’Argentina si vantava di avere “più maestri che soldati”. E infatti nel 1886 l’esercito contava appena 7.324 uomini, di cui 3.550 di fanteria, 2.844 di cavalleria e 930 di

artiglieria e del genio. Era un organico squilibrato, con battaglioni inferiori ai 300 uomini e un corpo ufficiali elefantiaco; ben 1.396, uno ogni cinque soldati (inclusi 27 generali, 479 ufficiali superiori e 892 ufficiali inferiori). Per compensare questo limite, su proposta del ministro Racedo, Juarez Celman federalizzò la guardia nazionale (347.653), integrandola nel sistema di mobilitazione dell’esercito. Con decreto 14 marzo 1887 i sei reggimenti di fanteria furono sdoppiati sulla base dei vecchi battaglioni di linea, i quali formarono il I battaglione (su 250 uomini in pace e 500 in guerra) aggiungendo a ciascun reggimento altri 2 (II e III) di G.N., secondo il seguente schema:
RI 1 RI 2 RI 3 RI 4 GN Capital Fed. GN B.Aires GN San Luis GN Cordoba RI 5 RI 6 RI 7 RI 8 GN Santa Fe GN Tucuman GN San Juan GN Catamarca RI 9 RI 10 RI 11 RI 12 GN Salta GN Entre Rios GN Corrientes GN Mendoza

Inoltre furono soppresse le Oficinas de Enganche e per accrescere la forza di linea a 8.188 uomini si fece ricorso per la prima volta al sorteggio di mille reclute provinciali, di cui 357 portegne e bonearensi. Tuttavia si dovette presto tornare al reclutamento per ingaggio, che nel 1891 lo stato maggiore cercò di centralizzare istituendo alle sue dirette dipendenze un Deposito di reclute su 6 compagnie più il reparto musicanti. Ma il 24 ottobre 1892 il deposito fu soppresso ripristinando 15 uffici di reclutamento provinciali, inclusi uno centrale gestito dallo stato maggiore e due nei centri portuali di La Plata e San Nicolas. La legge 5 giugno 1888 sanzionò l’amalgama fra l’esercito di linea e le prime 17 classi della guardia nazionale (17-34 anni). In caso di mobilitazione costoro dovevano formare un Ejército activo di 100.000 uomini, mentre le 7 classi più anziane (35-40) della Capitale e delle province di Buenos Aires, Cordoba, Santa Fe e Entre Rios dovevano costituire una riserva di 33.000. Gli esenti e le ultime 10 classi (40-50 anni) formavano il cosiddetto ejército pasivo. Ordinato per la prima volta con parametri europei, l’esercito di prima linea era ripartito in 3 corpi d’armata (Cuerpos de Ejército, C. E.) di 33.000 uomini, con 6 Divisioni di 16.000 e 12 Brigate di 8.000:
I CE II CE III CE - 1. Div. Capital e B.Aires - 1. Div. Cordoba e Tucuman - 1. Div. Santiago e Catamarca 2. Div. Entre Rios, Corrientes e Santa Fe 2. Div. San Luis, Mendoza e San Juan 2. Div. La Rioja, Salta e Jujuy

La guardia nazionale della capitale era stata riorganizzata dal colonnello di milizia Hortensio Miguens, nominato ispettore generale il 6 maggio 1881. I decreti 12 marzo e 23 dicembre 1883 regolarono l’aggiornamento delle liste e il 29 aprile 1885 il contingente fu riordinato su 8 reggimenti di fanteria con 25 battaglioni. Nel 1887, con l’incorporazione di Flores e Belgrano, il contingente portegno salì a 9 reggimenti di fanteria e 4 di cavalleria e nel 1888 disponeva di un nucleo permanente di 55 istruttori (2 colonnelli, 15 tenenti colonnelli, 13 capitani, 12 subalterni e 13 sergenti). Forza effettiva e bilanciata, paghe e spese militari Il 15 marzo 1888 la forza effettiva contava 7.792 uomini. Tuttavia uno su otto (999) non era attivo. Il personale non disponibile era così costituito:
Ø400 ufficiali (57 del C. E. de reserva, 23 istruttori delle scuole militari, 42 della G. N. della capitale, 162 U. superiori a disposizione, 111 invalidi e 5 guerreros de la independencia);

Ø599 militari di truppa (42 istruttori, 236 allievi, 302 invalidi e 19 guerreros).

Gli ufficiali attivi erano 1.038, inclusi 3 tenenti generali, 5 di divisione, 11 di brigata, 47 colonnelli e 258 ufficiali superiori. Quasi uno su sei prestava servizio nello stato maggiore (148) e uno su dodici (84) nel genio, nell’artiglieria e nella direzione degli arsenali. I cappellani erano 9, più il Vicario generale castrense. L’avanzamento era regolato dalla legge 3 novembre 1882. I militari di truppa in forza effettiva ai 24 reggimenti erano 5.755, con una deficienza del 16.6 per cento (1.144) rispetto alla forza bilanciata, tanto che nessun “reggimento”, tranne i due di artiglieria, arrivava a 300 soldati e cinque non arrivavano neppure a 200 (BI 3, 7 e 9, RC 1 e 5):
Armi fanteria cavalleria artiglieria genio totale Forza bilanciata 3.000 2.745 894 260 6.899 Forza effettiva 2.638 2.217 655 245 5.755 Deficienza 362 528 239 15 1.144

Le paghe mensili variavano dai 100 pesos dell’alfiere ai 200 del capitano, aumentando di cento pesos per ogni grado successivo sino ai 500 del colonnello. I generali di brigata e divisione e il tenente generale avevano paghe di 600, 800 e 1.000 pesos, più, qualora fossero in comando di Grandi Unità, indennità di 100, 200 e 300 pesos per spese di rappresentanza e mensa e 500 per spese d’ufficio. Agli altri ufficiali spettava un sopprassoldo per il servizio presso le truppe (50 pesos per gli ufficiali superiori e 30 per gli inferiori). Al soldato di prima classe, come al trombettiere e al tamburino, spettavano appena 12 pesos, 20 al caporale, 35 al sergente di seconda classe, 40 al furiere, 60 al calzolaio, 80 al maniscalco, 100 al sellaio e 120 all’armaiolo. Nel periodo 1884-91 il bilancio dell’esercito si mantenne su una media di oltre 7 milioni di pesos carta, pari al 70 per cento delle spese militari. Peraltro le spese militari aumentarono meno velocemente della spesa pubblica, per cui la loro incidenza complessiva scese nel periodo considerato dal 25 al 20, e quella del solo esercito dal 17 al 14 per cento (proprio nell’anno, 1890, in cui il bilancio toccò il tetto eccezionale di 9 milioni e mezzo in conseguenza del colpo di stato contro il presidente Juarez Celman):
Anno 1884 1885 1886 1887 Guerra m$ - % 6.1 - 17 7.4 - 17 7.0 - 17 7.4 - 17 Marina m$ - % 2,5 - 7 3.5 - 8 2.5 - 7 3.0 - 8 Anno 1888 1889 1890 1891 Guerra m$ - % 7.0 - 15 7.4 - 15 9.5 - 14 7.0 - 16 Marina m$ - % 2.5 - 5 3.0 - 5 3.0 - 6 3.0 - 6

Addestramento (1884-92) Varie riforme furono attuate in campo scolastico e addestrativo. Nel 1884, su proposta del colonnello Czetz, caposezione del genio e direttore del Colegio Militar, il 5° anno del corso fu reso facoltativo per quanti volevano uscire col grado di tenente anzichè sottotenente (soltanto in quest’ultimo anno si insegnavano “arte militare” e, dal 1886, anche diritto costituzionale e internazionale). Nel 1888 il quadro permante contava 14 ufficiali e 23 militari di truppa. Gli allievi erano 124, con 30 promozioni all’anno (14 fanteria, 12 cavalleria e 4 artiglieria). Su proposta del nuovo direttore, generale Alberto Capdevilla, nel 1891 il 5° anno fu riservato agli ufficiali d’artiglieria, genio e stato maggiore e il numero dei cadetti scese a cento, 75 becados e 25 pensionados. Metà dei cadetti era destinata alla fanteria, 30 alla cavalleria e 20 alle armi dotte, in modo da formare 24 ufficiali all’anno (12, 8 e 4) cioè uno per reggimento. Il Colegio non era però

l’unico canale di reclutamento degli ufficiali. Un’aliquota era riservata ai sergenti con 4 anni di anzianità nel grado, mentre il grado di tenente poteva essere concesso, a domanda, a naturalizzati che fossero già ufficiali di eserciti esteri. Dopo il Colegio Militar gli ufficiali del genio completavano la formazione presso la facoltà di ingegneria, ma per evitarne l’esodo verso la professione civile, il 1° dicembre 1884 il colonnello Czetz istituì un corso speciale (academia) presso la 4a sezione dello S. M. G., regolamentato il 5 febbraio 1886, divenuto biennale nel 1893 e infine soppresso il 7 settembre 1895. Invece per i corsi di stato maggiore, fino al 1900 l’Argentina continuò a dipendere dall’estero, inviando i migliori ufficiali presso scuole e accademie di guerra straniere. Tra costoro due ufficiali di origine italiana, il tenente Angel Allaria, allievo alla scuola di guerra di Torino e il capitano Pablo Ricchieri, futuro direttore degli arsenali, capo di stato maggiore e infine ministro della guerra all’inizio del nuovo secolo, formatosi a Bruxelles. Nel giugno 1888 il maggiore d’artiglieria Ricardo A. Day e il capitano di fanteria Augusto A. Maligne furono incaricati di redigere un regolamento unico di tattica e di servizio. Nel dicembre 1883 furono istituite le scuole serali reggimentali per i militari analfabeti, mentre la scuola sottufficiali (cabos y sargentos) d’artiglieria fu estesa anche alle altre armi. Nel 1888 contava 13 ufficiali, 6 militari di truppa e 112 allievi. Il 2 settembre 1890 fu ridesignata Escuela normal de clases de tropa del Ejército - con corsi di tiro, ginnastica, scherma, armi, amministrazione e regolamenti - e gli allievi furono ridotti a 100 caporali o sergenti annualmente distaccati dai reggimenti (uno per ogni compagnia, squadrone e batteria). Va comunque sottolineato che la scuola era un istituto di addestramento e non di reclutamento dei sottufficiali. Infatti caporali e sergenti erano scelti dai rispettivi colonnelli fra i militari di truppa con almeno sei mesi di anzianità nel grado precedente. Il 28 marzo 1887 lo stato maggiore istituì una escuela normal de tiro con corsi quadrimestrali per istruttori. Corsi analoghi furono organizzati dalla guardia nazionale a Corrientes, Cordoba, Salta, Entre Rios, San Juan e Jujuy. Come Sarmiento, neanche Roca riuscì ad aggiornare le Ordenanzas del 1768. Non produssero alcun risultato le due commissioni nominate il 21 gennaio 1881 rispettivamente per le norme penali e amministrative (includevano i generali Octavio Olascoaga, il sergente maggiore d’artiglieria Cesareo Dominguez e i dottori Manuel Obarrio, Estanislao Zeballos, Carlos Pellegrini e Rafael Ruiz de los Llanos). Artiglieria, genio, armamento e arsenali (1879-92) Quanto all’ordinamento dei reparti tecnici, il 28 dicembre 1885 fu sciolto il Cuerpo de telegrafistas, ma il 10 aprile 1888 fu costituito il Batallon de ingenieros (capitano Orfilio Casariego poi maggiore Arturo Orzabal). Contava 1 compagnia zapadores, 1 mineros, 1 pontoneros e 1 mista ferrocarrilleros-telegrafistas con un organico di 2 ufficiali superiori, 20 ufficiali e 210 uomini in pace e 420 in guerra (ma gli effettivi del marzo 1888 erano di 17 ufficiali e 245 uomini, mentre i 2 reggimenti d’artiglieria ne contavano 60 e 591). Il 31 luglio 1890 il Reggimento d’artiglieria costiera della Marina fu trasferito all’Esercito e trasformato in RAL 3 (colonnello Carlos Sarmiento), su 4 squadroni di 2 batterie, con sede nella Capitale Federale e distaccamenti a Zarate e Santa Catalina. Il RAL 1, sciolto per la sua partecipazione all’insurrezione radicale del 26 luglio 1890, fu tuttavia ricostituito il 17 ottobre. Il 9 gennaio 1892 fu costituito a San Juan il primo RA da montagna, su 3 batterie (colonnello Eufrasio Valdéz). Gli effettivi dell’ejército activo furono commisurati all’armamento disponibile nel 1887, vale a dire 100.000 fucili e carabine Remington a ripetizione (rolling block) mod. argentino 1879, adattati al munizionamento Mauser cal. 7,65, revolver Smith & Wesson cal. 10.66, mitragliatrici Gatling mod. 1865 e cannoni Krupp Mod. 1880 da montagna (75/13) e da campagna (75/24). Nel 1887 fu

preso in considerazione il sistema di artiglieria brevettato dal colonnello francese Bange, scartato però da una perizia del colonnello ingegnere Czetz, favorevole invece al materiale Krupp Mod. 84 e 89. Per questo materiale fu poi adottato un sistema di puntamento argentino, brevettato nel 1892 dal colonnello Juan Penna. La precisione del nuovo materiale era però compromessa dalla scarsa densità e purezza della polvere da sparo. Per migliorare la produzione, fu istituita a Holmberg (Rio Cuarto) una nuova Fabrica Nacional de Polvoras, inaugurata il 6 novembre 1883.Il 12 marzo 1888 fu istituito a Flores un secondo arsenale di guerra, mentre nel 1891 si cercò invano di privatizzare il Polverificio di Rio Cuarto, la cui produzione (10 tonnellate all’anno) superava il fabbisogno dell’esercito. Nel 1888 la direzione degli arsenali impegnava 1 generale di brigata, 2 colonnelli e 4 tenenti colonnelli. Ispettorato di sanità e Ospedale militare (1884-92) Capi dei servizi sanitari dell’esercito e della marina furono negli anni Ottanta i chirurghi Eleodoro Damianovich e Pedro Mallo. Il 17 ottobre 1881 fu approvato un regolamento provvisorio del servizio sanitario proposto da Damianovich e nell’ottobre 1883 fu acquistato, per 56.304 pesos, un terreno di 5 ettari a Sud della capitale per costruirvi l’Ospedale Militare. Nell’estate 1884 il progetto dell’architetto Aberg fu approvato da una commissione di 7 membri (oltre a Damianovich e Mallo includeva i generali Viejobueno, Bustillo e Levalle e i rappresentanti dell’Istituto nazionale di igiene e del genio civile, dottor Inocencio Torino e ingegner Francisco Tamburino). La spesa di costruzione e impianto, largamente sottostimata, sfiorò alla fine il milione di pesos, ma l’ospedale venne finalmente inaugurato il 13 marzo 1888. Diretto dal dottor Fernando E. Sotuyo, contava 17 edifici e 8 padiglioni, di cui 2 per la marina, 2 per gli infettivi e 2 per gli ufficiali. Con legge 18 ottobre 1888 n. 2377 l’organico del corpo sanitario dell’esercito venne fissato a 71 ufficiali (34 medici, 31 farmacisti e 15 veterinari). L’approvvigionamento dell’attrezzatura ospedaliera venne affidato ad un sanitario di origine italiana, il dottor Alberto Costa, il quale effettuò a tale scopo, fra il 1888 e il 1893, varie missioni a Londra e a Roma, attirandosi anche qualche velata critica che non gli impedì, nel 1898, di giungere al vertice della sanità militare argentina. Lo sviluppo della marina Già durante il suo ministero, Roca aveva iniziato un modesto incremento della Marina. Nel 1879 aveva infatti costituito 1 battaglione di artiglieria costiera, seguito nel 1880 da 1 battaglione di infanteria de marina per la difesa delle batterie e delle installazioni portuali. E sempre nel 1880, mentre le flotte cilena e peruviana si davano battaglia nel Pacifico, aveva ottenuto il finanziamento del secondo programma navale argentino, completato nel 1885 con l’entrata in servizio di altre 8 unità, inclusa una terza corazzata migliorata:
1corazzata guardacoste a batteria centrale da 4.260 tonn e 26 pezzi (Almirante Brown) Ø1 “ariete-torpediniera” da 520 tonnellate (Maipù) Ø4 torpediniere da 52 a 110 tonnellate Ø1 corvetta (La Argentina) Ø1 incrociatore non protetto da 1.419 tonn e 20 pezzi (Patagonia).

Nel periodo 1884-91 il bilancio della marina salì gradualmente da 2 milioni e mezzo a 3 milioni di pesos carta, mantenendo però un’incidenza media del 7 per cento sul totale della spesa statale e del 30 per cento sulla spesa militare complessiva. Nel settembre 1884, in vista della spedizione del Chaco, le maggiori unità vennero riunite nel primo comando navale operativo, la Fuerza de

Maniobra, composta dalle 3 corazzate guardacoste (Almirante Brown, El Plata, Los Andes) e dalle cannoniere Republica e Bermejo. Nel 1886 la flotta includeva 3 corazzate, 1 incrociatore non protetto, 6 cannoniere, 4 torpediniere di prima classe e 4 di seconda e 13 unità minori per complessivi 72 cannoni, 16.112 tonnellate e 12.855 cavalli vapore. L’Armada Nacional contava 1.871 uomini, inclusi 171 della Division de Torpillas. Gli ufficiali erano 345, inclusi 1 contrammiraglio, 2 capisquadra, 18 ufficiali superiori, 25 capitani, 82 subalterni, 56 allievi, 16 pagatori, 65 macchinisti, 16 medici, 2 cappellani, 23 piloti e 49 della squadriglia torpediniere. Nel 1887 le unità di artiglieria costiera e il Batallon de marina vennero riunite nel Regimiento de artilleria de costas. Tuttavia, come si è detto, il 31 luglio 1890 quest’ultimo fu trasferito all’esercito quale RAL 3, rimpiazzando un reggimento ammutinato. Ancora all’inizio degli anni Novanta la marina argentina restava una forza puramente fluviale e costiera, incapace di contrastare la marina oceanica cilena, politicamente rafforzata dalla vittoria sul Perù e dal sostegno alla vittoriosa rivoluzione parlamentarista del 1891. All’inizio del decennio le risorse furono destinate al potenziamento della difesa costiera, completando nel 1890 l’incrociatore protetto Veinteycinco de Mayo (4.780 tonnellate e 40 pezzi) subito seguito da 2 piccole navi da battaglia costiere (Independencia e Libertad), 2 cannoniere torpediniere da 520 tonnellate e 14 pezzi (Espora e Rosales), 8 torpediniere di prima classe e 10 di seconda. Altri 2 incrociatori protetti (Nueve de Julio e Buenos Aires) furono completati nel 1893-94 assieme ad un’altra cannoniera torpediniera (Patria). Inoltre nel 1893, per presidiare le nuove e numerose batterie costiere, venne temporaneamente ricostitito il battaglione di fanteria di marina. 2. LA POLITICA DEGLI ANNI NOVANTA La crisi economica e il riformismo di Juarez Celman (1886-89) La presidenza Roca (1880-85) fu segnata da un forte incremento della rete ferroviaria, delle esportazioni cerealicole, degli investimenti inglesi (saliti nel quinquennio da 25 a 45 milioni di sterline all’anno) e dei profitti delle banche, aumentati di oltre il 50 per cento, ma anche dall’inflazione determinata dalla necessità di fronteggiare enormi flussi di immigrati (nell’anno 1890 ne arrivarono addirittura 260.000). La crisi finanziaria del 1884 costrinse Pellegrini, nel novembre 1885, a chiedere un prestito di 8 milioni e mezzo di sterline alle banche europee, dando in garanzia le rendite della dogana argentina, e in seguito a vendere agli europei oltre 100.000 chilometri di terre demaniali in Patagonia. Nonostante qualche colpo di coda, i vecchi oppositori liberali e nazionalisti di Mitre erano fuori gioco. Nel luglio 1885 il RI 3 fu spedito a Corrientes di rinforzo al RI 7 per reprimere la sollevazione del colonnello Toledo, mentre nel 1886 il governo argentino chiese spiegazioni a quello di Montevideo per l’attività cospirativa svolta in Uruguay dal generale Arredondo. Ma la candidatura di Celman alla successione di Roca spaccò il P. A. N., dal quale si separarono gli altri due aspiranti, Bernardo Irigoyen e Dardo Rocha. In ogni modo, col sostegno dei governatori e l’avallo di Roca, che lo considerava il male minore, il cordobese Celman vinse le elezioni in coppia con il portegno Pellegrini, e scelse il generale Eduardo Racedo per il dicastero militare. Tuttavia Celman non fu in grado di governare l’ostilità portegna contro il suo deciso riformismo antioligarchico, né l’insofferenza del potente cognato per il suo tentativo di assumere un proprio profilo politico. E intanto immigrazione e industrializzazione importavano quadri e metodi della nuova opposizione di classe. Il primo sciopero, dei tipografi, si era svolto nel 1878. Nel 1888, l’anno in cui moriva Sarmiento, si svolse il primo sciopero dei metallurgici ed Errico Malatesta (1853-1932) sbarcò in Argentina a fondare i primi circoli anarchici e la rivista La

questione sociale. La violenta sollevazione del 6 gennaio 1889 contro la ricandidatura del governatore di Mendoza, repressa dal RAL 2, provocò le dimissioni del ministro dell’interno Eduardo Wilde, avviando la crisi di governo. Il 1° settembre un’assemblea capeggiata da Leandro N. Alem fondò il movimento giovanile dell’Union Civica. Intanto si organizzava il Centro Internacional Obrero, nucleo del futuro Partito socialista, mentre la legge 1420 sulla laicizzazione dell’insegnamento mobilitava anche l’opposizione dei cattolici. La cospirazione militare e il golpe del luglio 1890 Il 10 aprile 1890 il governo rassegnò le dimissioni su proposta del ministro degli esteri Estanislao Zeballos. Celman affidò allora il ministero della guerra al generale Levalle, che fece affluire nella capitale 4 reggimenti, uno da Zarate (RI 2) e tre dal Chaco (RI 1 e 8 e RC 6). Ma il 13 aprile le opposizioni convocarono una grande manifestazione popolare al Fronton, dando vita all’Union Civica (U. C.) formata dai partiti liberale (Mitre), cattolico (Estrada) e repubblicano (Aristobulo Del Valle), dal Comitato argentino (Dardo Rocha), dai radicali (Alem e Bernardo Irigoyen) e da indipendenti come Manuel Ocampo e Lucio V. Lopez. Il 18 aprile 13 giovani ufficiali, riunitisi in casa del sottotenente José Felix Uriburu - membro di una delle quattro più importanti famiglie saltegne - dettero vita ad una cospirazione militare ramificata in 7 reggimenti (RI 1, 4, 5, 9 e 10, RA 1 e Ingenieros) nonchè nel Collegio militare di Palermo e nello stesso Stato maggiore. I congiurati ne offersero poi la direzione al generale Manuel J. Campos, che vi aderì assieme a vari uficiali superiori dell’esercito e della marina. Il colpo di stato era fissato per il 21 luglio, ma alla vigilia il maggiore Palma, del RC 11, lo denunciò ai suoi superiori. Campos fu arrestato, e il 26, quando alcuni congiurati mossero ugualmente i reparti ribelli, Levalle riuscì a riunire al parque, nelle caserme del Retiro, 7 reggimenti fedeli (RI 2, 6, 8 e parte del RI 4, RC 6 e 11 cavalleria, RA 2) più la polizia e i pompieri. Dopo una giornata di combattimenti, con 250 morti e 1.000 feriti, il 27 luglio i ribelli, rimasti a corto di munizioni, proposero una tregua, che consentì al governo di ricevere rinforzi da Cordoba, Santa Fe e Rosario. Il 29 i ribelli negoziarono la resa in cambio dell’impunità. Le presidenze Pellegrini, Saenz Pegna e Uriburu (1890-98) Nondimeno il 6 agosto Celman dovette dimettersi, sostituito dal vicepresidente Pellegrini, il quale confermò Levalle alla guerra e chiamò Tomas S. de Anchorena e Roca ai ministeri degli esteri e degli interni. Nel nuovo governo la presenza portegna cresceva dalla metà ai due terzi dei portafogli, procurandogli l’apprezzamento di Mitre ma alienandogli il sostegno delle oligarchie provinciali. Frattanto l’ala radicale dell’opposizione sollevò formalmente la pregiudizale antisistema, contestando come truffaldino e antidemocratico il meccanismo delle elezioni presidenziali (con le candidature oficialistas) e parlamentari (lista completa, che assegnava tutti i seggi alla lista di maggioranza relativa) previsto dalle leggi del 1857-77. Il suffragio era “universale” per i maschi nati in Argentina, ma il voto, palese, era falsato da frodi legalizzate e violenze - poi sostituite dal meno cruento acquisto del voto - e da una scarsissima affluenza alle urne, un decimo o un quinto degli aventi diritto, in maggioranza squadristi o comparse prezzolate. In realtà le elezioni erano in mano ai caciques di collegio, dando di fatto al governo elector il potere di determinare la composizione delle due camere federali e delle legislature provinciali. Nel giugno 1891 la pregiudiziale radicale spaccò l’eterogenea Union Civica protagonista della rivolta del parque, con la scissione dell’opposizione antisistema da quella costituzionale e la

nascita di due partiti contrapposti, l’U. C. Nacional di Mitre e l’U. C. Radical di Irigoyen, espressione dei ceti medi urbani, con forti simpatie tra i militari, che scelse l’astensionismo e la strada della cospirazione e dell’insurrezione armata contro il regime conservatore. Nella provincia di Buenos Aires, roccaforte dell’U. C., un terzo delle sezioni del partito (33 su 99) aderì all’UCR. La scissione radicale favorì peraltro l’accordo tra Roca e Mitre, che accettò di appoggiare Pellegrini. Ma Roca si sbarazzò abilmente della “candidatura nazionale” di Mitre, assicurando, anche mediante brogli elettorali, l’elezione del portegno Luis Saenz Pegna - capo dell’ala modernista del P. A. N. - in coppia con José E. Uriburu. Il 25 gennaio 1895 anche Saenz Pegna fu costretto a dimettersi lasciando la presidenza ad Uriburu, rimasto in carica sino al 12 ottobre 1898. Gli interventi federali nel periodo 1880-98 La curva dell’instabilità politica può essere misurata dalla frequenza delle intervenciones federales (commissariamenti) nelle province disposte dal regime conservatore. Senza contare la reazione governativa contro il colpo di stato del 1880 e la ribellione bonearense del 1890, nel periodo considerato in questo capitolo gli interventi federali furono 19, dieci su richiesta locale e nove d’autorità ex-art. 6 Costituzione. In media uno all’anno, ma con una frequenza minima (uno ogni tre anni) durante la prima presidenza Roca e un picco di sei nel 1893, sotto Saenz Pegna. Gli interventi riguardarono essenzialmente le province andine (più spesso Santiago del Estero e San Luis), ad eccezione di San Juan, Jujuy e Salta - l’unica provincia rimasta sempre tranquilla, forse anche perchè era quella più rappresentata nei governi conservatori, ai quali fornì oltre un decimo dei ministri nonchè due presidenti (Uriburu e più tardi de la Plaza).
Presidenze 1880-86 (1a Roca) N° 2 Anni e Provincie 1883 Santiago 1884 Catamarca 1887 Tucuman 1889 Mendoza 1891 Catamarca (2 int.) 1892 Santiago 1892 Mendoza 1893 Santa Fe - San Luis 1893 San Luis 1893 Catamarca 1893 Tucuman - B. Aires 1893 Corrientes (2 int.) 1895 La Rioja 1895 Santiago 1896 San Luis 1897 San Luis 1898 Santiago - La Rioja Beneficiari Titolo

1886-90 (Juarez Celman) 2 1890-92 (Pellegrini) 2

1892-94 (L. Saenz Pegna) 7

1894-98 (Uriburu)

6

opposizione ex-art. 6 opposizione ex-art. 6 opposizione richiesta autorità locali richiesta autorità locali richiesta opposizione richiesta opposizione ex-art. 6 autorità locali richiesta autorità locali richiesta autorità locali ex-art. 6 neutralirichiesta opposizione ex-art. 6 autorità locali richiesta opposizione richiesta opposizione ex-art. 6 autorità locali ex-art. 6 opposizione ex-art. 6

Si deve osservare che soltanto 7 interventi, poco più di un terzo, furono effettuati per difendere le autorità costituite contro sollevazioni armate dell’opposizione (3 volte a San Luis, 1 a Mendoza, Catamarca, Santa Fe e La Rioja). Oltre la metà degli interventi, 10, furono diretti contro ribellioni dell’autorità locale e a favore dell’opposizione (ben 4 volte a Santiago del Estero, 1 a Mendoza, San Luis, Catamarca, La Rioja, Tucuman e Corrientes) mentre in altre 2 occasioni (Buenos Aires e Tucuman) il governo rimase neutrale tra le fazioni in lotta. Nel luglio 1891 un gruppo di sottufficiali sollevò il battaglione provinciale di Corrientes e il RI 3 dovette intervenire nella provincia di Catamarca, ma l’episodio più grave fu l’insurrezione civica

di Cordoba, repressa con un bilancio di 23 morti e 171 feriti. Il 26 luglio scoppiò una nuova insurrezione diretta da Manuel Campos. Gruppi radicali guidati da Marcelo T. de Alvear bloccarono a Temperley l’avanzata delle truppe lealiste. In varie località si svolsero combattimenti, il più importante a Ringuelet. A San Luis vi furono 4 morti. Il 30, dopo 38 ore di combattimenti con un bilancio di 104 morti e 268 feriti, i radicali si impadronirono anche di Santa Fe e Rosario, formando una milizia di 8.000 uomini a Buenos Aires e un governo provvisorio a La Plata. Il gabinetto d’emergenza presieduto da Aristobulo del Valle intavolò un negoziato coi ribelli, mentre il generale Rudecindo Roca riprendeva Rosario. Ma in settembre i radicali ripresero Santa Fe e Tucuman. Il presidente Saenz Pegna proclamò lo stato d’assedio e spedì Pellegrini a ristabilire l’ordine col generale Francisco Bosch e 1.200 uomini (2 battaglioni di fanteria, 1 del genio, 1 squadrone e 2 batterie, trasferiti per ferrovia (3 convogli e 93 vagoni). Il 2 ottobre Alem fu catturato. L’ultima insurrezione dell’anno avvenne in dicembre ancora a Tucuman, dove il RI 3 schiacciò la sollevazione del RI 11. Intanto l’industrializzazione, la caduta dei salari reali degli operai favorita dall’immigrazione (da 1.5 a 0.81 pesos nel decennio 1880-91), la sindacalizzazione e la cospirazione anarco-comunista importata dagli italiani configurarono un nuovo tipo di resistenza sociale all’ordine borghese. Nel 1895, l’anno in cui venne ufficialmente costituito il Partito socialista operaio internazionale, si verificarono 19 scioperi, coinvolgendo 22.000 partecipanti e una trentina di categorie, in particolare ferrovieri, grafici, metallurgici, portuali, muratori, tranvieri carrettieri e panettieri (il cui sindacato era la roccaforte degli anarco-comunisti). L’ondata di scioperi dei marittimi, portuali e ferrovieri proseguì fino al 1898 (vi fu anche un tentativo di piegare lo sciopero dei ferrovieri ingaggiando crumiri a Genova, frustrato dalla solidarietà internazionalista dei disoccupati italiani). I ministri di guerra e marina e la Junta superior de guerra (1890-98) Nei tre governi conservatori del 1890-98 si avvicendarono al ministero della guerra e marina i generali Levalle (1890 Pellegrini), Victorica (1892 L. Saenz Pegna) e Guilliermo Villanueva (1895 Uriburu). Tuttavia nel 1893 Aristobulo del Valle assunse il dicastero ad interim, per 36 giorni. Il divisionario Joaquin Viejobueno divenne capo di S. M. G. nel 1894. Nel 1891 il generale Alberto Capdevilla sostituì Czetz alla direzione del Colegio Militar, potenziato e trasferito in un nuovo edificio a San Martin, mentre il 14 gennaio 1892 la legislazione e i regolamenti militari furono sottoposti alla supervisione di una Junta Superior de Guerra presieduta dal tenente colonnello Emilio Mitre e composta dai divisionari Viejobueno, Julio de Vedia, Luis M. Campos e Lucio V. Mansilla e dai brigadieri Enrique Godoy e Capdevilla. Soppressa il 10 maggio 1893 da Saenz Pegna per “aver esaurito il suo compito ed essersi arrogata facoltà incompatibili con l’autorità del capo dello stato”, la Junta superior de guerra fu ristabilita il 12 agosto sotto la presidenza dell’anziano tenente generale Juan Gelly y Obes, confermando i soli Mansilla e Godoy e sostituendo gli altri quattro con i generali José Maria Bustillo, José M. Arredondo, Francisco Bosch e Manuel J. Campos. La Giunta, che doveva conciliare le varie fazioni politiche dell’esercito, rimase di di fatto quiescente e fu soppressa nel 1897 dalla legge di bilancio. Il protezionismo industriale e la dilatazione delle spese militari (1891-99) Avversato dagli agrari, ma sostenuto dalle banche straniere e dal nascente “complesso militare industriale” argentino, Pellegrini inaugurò una politica protezionista a favore dell’industria meccanica, culminata nella legge 30 dicembre 1892 n. 2923 che aboliva i diritti doganali sull’importazione di materie prime (ferrovecchio, acciaio e stagno in lingotti) e di manufatti (navi e locomotive) e tassava a 25 pesos la tonnellata l’esportazione di ferrovecchio.

Inoltre nel 1891 Pellegrini e Levalle inviarono in Europa una Comision de armamento guidata dal direttore degli arsenali, il colonnello santafesino, ma di origine italiana, Pablo Ricchieri (18591936). La commissione propose l’acquisto di 220.000 fucili e carabine Mauser cal. 7,65 e 200 mitragliatrici Maxim Nordenfeldt con canna Mauser. Con legge 16 dicembre 1892 n. 2911 il Mauser fu dichiarato “arma dell’Esercito”, vietandone la vendita ai privati. Un successivo decreto del 16 gennaio 1893 approvò l’acquisto del fucile Mauser riformato secondo il modelo argentino. L’ingegnere Angel Francisco Chiesanuova costruì inoltre un fucile a retrocarica sperimentale “criollo”, a ripetizione, calibro 7,65, derivato dal Mauser mod. 1891. L’acquisto dei Mauser avviò altre ingenti commesse terrestri e navali, debolmente giustificate dalla controversia confinaria con il Cile e volano di una vertiginosa dilatazione della spesa pubblica complessiva. Con l’acquisto dei fucili Mauser e delle mitragliatrici l’incidenza delle spese militari balzò nel 1892 dal 22 al 40 per cento, mentre nel quinquennio 1895-99 l’incremento della forza bilanciata e delle spese di funzionamento fece lievitare l’incidenza del bilancio militare ordinario attorno al 30 per cento di quello statate. Va tuttavia aggiunta, per i bilanci 1896-97, l’incidenza delle spese straordinarie per l’acquisto delle navi Ansaldo e Orlando e delle artiglierie Krupp, pari ad un ulteriore 17 per cento, portando quella complessiva ai massimi storici del 44 e 46 per cento, con gravissime ripercussioni inflazionistiche e sociali. Nel decennio considerato il bilancio dell’esercito triplicò da 7 a 20 milioni di pesos carta nel 1897, quello della marina addirittura quintuplicò da 3 ad oltre 15 nel 1899:

Anno

Guerra m$ - % 7.0 11.0 13.5 15.8 15.5 - 16 - 26 - 26 - 24 - 20

Marina m$ - % 3.0 4.0 6.8 8.3 9.0 - 6 - 14 - 13 - 13 - 12

Anno

Guerra

Marina m$ - % 12.1 - 11* 10.8 - 10* 11.9 - 12 15.5 - 13 11.2 - 12

m$ - %

1891 1892 1893 1894 1895

1896* 1897* 1898 1899 1900

18.0 - 17* 20.0 - 19* 19.3 - 20 17.0 - 17 13.0 - 14

* l’incidenza si riferisce al solo bilancio ordinario: le spese straordinarie dell’esercito e della marina incidono complessivamente per un ulteriore 17% del Bilancio dello Stato.

3. PACE ARMATA SULLE ANDE Il contenzioso con il Cile e la corsa al riarmo (1891-95) Come si è eccennato, l’enorme espansione della spesa militare fu giustificata con l’argomento della minaccia cilena. Ma nel 1891 era stata proprio l’Argentina ad avviare il processo di riarmo con l’acquisto dei Mauser. E proprio mentre il Cile era devastato da sette mesi di guerra civile con 10.000 vittime e un costo di 100 milioni di pesos - tra l’opposizione parlamentarista, appoggiata dalla marina, e il governo liberal-radicale di José Manuel Balmaceda, sostenuto dal grosso dell’esercito. Inoltre la vittoria della coalizione liberal-conservatrice favorì la ripresa del negoziato sulla delimitazione della Cordigliera. Il 1° maggio 1893 Norberto Quirno Costa per l’Argentina e

Isidoro Errazuriz per il Cile firmarono un protocollo aggiuntivo al trattato del 1881, confermando i rispettivi diritti sui due versanti delle Ande. Le complicazioni sorsero nei mesi successivi, durante il lavoro di demarcazione dei confini, a proposito delle interpretazioni sul principio del divortium aquarum, spingendo il presidente cileno ad invocare il ricorso all’arbitrato inglese. Ma il vero allarme si verificò nel giugno 1895, quando il capo di stato maggiore cileno, generale Emilio Koerner, imitò Ricchieri recandosi anch’egli in Germania per acquistare armi e ingaggiare docenti tedeschi per la nuova Academia de guerra destinata a formare lo stato maggiore cileno (una istituzione che Ricchieri imitò poi nel 1900 con l’Escuela superior de guerra argentina). Koerner tornò in ottobre, accompagnato da Wilhelm Ekdahl, storico militare e futuro direttore dell’Academia, e dai futuri docenti di tattica, kriegspiel, storia militare, balistica e servizio di stato maggiore (Rogalla von Bieberstein, Baldomir Drenthel, Eduardo Banza, Egon von Wulfeb, Carl Zimmermann e Keller Meister von der Lund). La missione europea di Koerner sembrò confermare il timore che il Cile, raggiunta ormai una potenza navale doppia di quella argentina e un potenziale terrestre di ben 150.000 uomini, si accingesse a cogliere l’occasione per costringere l’Argentina a capitolare. Ma soprattutto offerse a Roca e ad Uriburu un magnifico pretesto per creare un clima di union sacrée, mobilitando la guardia nazionale alla frontiera andina e accettando la costosa corsa al riarmo col Cile. Ricchieri, nominato direttore e presidente della Comision Tecnica degli arsenali da guerra, fu spedito nuovamente in Germania per acquistare cannoni Krupp da 75/24 mm Mod. 95 da campagna e da 75/13 Mod. 96 da montagna. Nel 1895 la rivoltella Colt sostituì la vecchia Smith & Wesson 1879 e nel 1898 Ricchieri effettuò un terzo viaggio in Germania, acquistando altri quantitativi e materiale Mod. 98, inclusi pezzi da 75/28 da campagna e obici da 105/12. Intanto il 14 e 16 agosto 1895 Uriburu ordinò la ricostituzione dei RC 4, 8 e 10 e il concentramento di 5 reggimenti d’artiglieria (RA 1 montato, 2 e 3 a cavallo, RA 1 da montagna) e del genio a Villa Mercedes, per formare una Division de artilleria addestrativa al comando del generale Francisco Reynolds. Con legge 4 settembre il capo di S. M. G. fu designato “comandante superiore immediato dell’esercito e delle ripartizioni militari del paese”, lasciando alle dirette dipendenze del ministro soltanto gli arsenali, le fabbriche di polvere e il servizio amministrativo. Inoltre lo S. M. G. fu riordinato su 1 segreteria e 3 divisioni (1. tecnica, 2. addestramento, 3. ispezioni) cui poi si aggiunse l’Intendenza di guerra (decreto 12 ottobre). Con legge 22 novembre 1895 n. 3318 (regolamento 28 gennaio 1896) il territorio nazionale fu ripartito in 6 regioni militari:
RM 1 Capital - C.do Esercito (Capital Federal, Buenos Aires) RM 2 Chaco - Paranà (Santa Fe, Entre Rios, Corrientes, Misiones, Chaco e Formosa) RM 3 Norte - Salta (Jujuy, Salta, Tucuman, Santiago del Estero) RM 4 Centro - Cordoba (Cordoba, Catamarca, La Rioja) RM 5 Cuyo - Mendoza (San Luis, Mendoza, San Juan) RM 6 Litoral - G.ral Roca (Pampa, R. Negro, Neuquen, Chubut, S. Cruz, Tierra Fuego).

Le circoscrizioni furono però modificate il 27 dicembre 1895: il territorio di Neuquen fu infatti separato dalla RM 6 formando la nuova RM 2 Neuquen con sede a Bahia Blanca. Di conseguenza tre RM (3, 4 e 6) cambiarono numero (diventando RM 7, RM 6 e RM 4) e una (RM 2) anche nome e sede (RM 3 Uruguay - Concordia). Lo svecchiamento dei quadri (1895)

La legge 1° luglio 1895 n. 3239 consentì di svecchiare i quadri, fissando il limite di età a 45 anni per la truppa e 50 per i subalterni, con aumento di due anni per ogni grado successivo sino a colonnello, e 63, 65 e 68 per i tre gradi generali. Si largheggiò tuttavia nella concessione delle pensioni: il minimo, pari al 50 per cento dello stipendio, maturava con 10 anni di servizio per la truppa e 15 per gli ufficiali, il massimo (pari all’intero stipendio) con 20 e 30 anni. Senza contare che il periodo di servizio alle frontiere era computato il doppio e che il personale congedato per sopravvenuta inidoneità fisica continuava a godere di stipendio intero. Inoltre la legge 29 ottobre 1895 n. 3310 consentì un reclutamento straordinario di 150 sottotenenti di fanteria e artiglieria e 100 alfieri di cavalleria fra i cittadini dai 17 ai 23 anni idonei al 5° anno del Colegio Nacional. Il grado era conferito all’atto del reclutamento, ma i nuovi subalterni dovevano frequentare un corso annuale speciale presso il Colegio Militar (la norma fu abrogata con legge 10 novembre 1896 n. 3349 prima che il reclutamento straordinario fosse stato completato). L’aumento della forza bilanciata da 8.000 a 12.000 uomini Nel 1895 la forza bilanciata salì a 12.200 uomini, con un aumento del 50 per cento. In compenso il numero degli ufficiali scese sotto il migliaio, oltre un terzo in meno rispetto al 1886. Diminuirono in particolare i generali (5 di divisione e 11 di brigata) e gli ufficiali superiori, 105 nel 1898 contro i 479 del 1886:
Reparti 48 compagnie 44 squadroni 24 batterie 4 cp genio totale Jefes 36 31 24 6 97 U. inf. 384 266 138 44 832 Sottuff. 1.392 830 402 135 2.759 Truppa 2.969 2.620 2.471 399 8.459 Totale 4.781 3.747 3.035 584 12.147

Guardia nazionale e coscrizione (legge 23 novembre 1895) Altri provvedimenti urgenti riguardarono il finanziamento del Tiro Federale Argentino (legge 30 settembre n. 3301), l’addestramento degli scapoli dai 17 ai 30 anni nelle prime domeniche dei mesi aprile-luglio (legge n. 3063), l’impiego della G. N. nel servizio di guarnigione (regolamento 23 settembre mod. 9 aprile 1896) e un piano di conferenze per l’aggiornamento degli ufficiali della G. N. Il regolamento 28 gennaio 1896 autorizzava la formazione di Reggimenti di G. N. soltanto su base quaternaria: occorreva riunire, all’occorrenza con reparti di differenti province, 4 battaglioni di fanteria, 4 squadroni di cavalleria o di sanità oppure 4 compagnie del genio. Facevano eccezione quelli d’artiglieria, per i quali bastavano 3 sole batterie. Il 19 novembre 1897 nei territori federali furono istituiti Ispettorati delle Milizie, agenzie periferiche dell’EMGE, poste tuttavia alle dipendenze dei governi locali. Infine la nuova legge di ordinamento (organizacion) e reclutamento del 23 novembre 1895 n. 3318 (con regolamento 28 gennaio 1896 e modifiche del 23 maggio 1898) consentì al governo di chiamare alle armi, anche in tempo di pace, la classe di guardia nazionale che compiva il 20° anno di età. La chiamata alle armi fu avviata a partire dal 15 aprile 1896. Ovviamente era selettiva: ad esempio sui 34.000 coscritti della classe 1879 ne furono chiamati 14.542 e ne furono incorporati soltanto 12.118, vale a dire poco più di un terzo. La ferma, a scopo addestrativo, era limitata ad un massimo di 60 giorni, ma per i dieci mesi successivi i coscritti restavano a disposizione del governo per eventuali richiami di emergenza. La renitenza era punita con 2 anni di ferma obbligatoria nell’Ejército Permanente (E. P.). Fatta salva

la facoltà del governo di ricorrere al sorteggio della guardia nazionale, l’E. P. era reclutato mediante ferme volontarie annuali senza premio, contratti biennali con premio di 200 pesos-carta (metà al congedo) e rafferme biennali con premio di 100 pesos. A tal fine la legge 3318 introduceva per la prima volta l’obbligo di autoregistrazione nella guardia nazionale entro una settimana dal compimento del 18° anno di età, regolarizzando a cadenza quinquennale le verifiche provinciali relative alle classi più anziane. Inoltre riduceva la durata del servizio nella G. N. a 40 anni per gli ammogliati e a 45 per gli scapoli, destinando soltanto questi ultimi al servizio activo, ridotto da 17 a 12 classi (18-30 anni). Al servizio di reserva venivano destinate le prime 12 classi di ammogliati e 5 classi di scapoli (31-35). L’ejército pasivo veniva sostituito dalla guardia territorial, formata dagli esenti e dalle classi anziane, 10 di ammogliati (31-40) e 5 di scapoli (41-45). Al 28 febbraio 1897 la G. N. era salita a 434.137 uomini, inclusi 91.219 di riserva e 108.137 territoriali. L’aliquota attiva (235.000) era così ripartita:
Capitale Fed. Buenos Aires Entre Rios Santa Fe Corrientes Santiago E. Cordoba Tucuman 21664 57091 17477 19800 15488 12550 24481 20799 Mendoza Salta San Luis San Juan Catamarca La Rioja Jujuy Pampa 8533 7222 5378 5228 4891 3651 2760 2281 Rio Negro Misiones Santa Cruz Chaco Neuquen Chubut Formosa Terra Fuoco 1218 1148 1055 652 531 190 132 41

Nel 1897, a seguito di una risoluzione della Corte suprema, l’esercito dovette congedare i militari ventenni coniugati. Per quanto riguarda gli ingaggi volontari, nel 1898 si tornò brevemente al sistema centralizzato, ma il 24 ottobre il Deposito delle reclute fu nuovamente soppresso (ad eccezione del reparto musicanti) ripristinando per la seconda volta gli uffici di ingaggio provinciali. Le mobilitazioni del 1896-99 Il 17 aprile 1896 il ministrodegli esteri Amancio Alcosta concluse col Cile un protocollo aggiuntivo sulla questione confinaria. Malgrado ciò il 12 marzo fu chiamata alle armi la classe 1876 e furono mobilitati 44 battaglioni, 42 squadroni e 32 batterie di G. N. (di cui 16, 9 e 6 bonearensi). In agosto esercito attivo e riserva disponevano di 130.000 fucili e 20.000 carabine Mauser e 50.000 Remington modificati. Furono così costituiti a Villa Mercedes 2 nuovi reggimenti di artiglieria (RA 4 e 5) al comando dei tenenti colonnelli Juan Bourre e Juan Duclos e le seguenti Grandi Unità:
ØDivision Cuyo (gen. Ignacio Fotheringham) con la 1. brigata a Cordoba (RI 7) e la 2. a San Juan (RI 1, RC 8); ØDivision Sur (gen. Enrique Godoy) con il RI 8; ØDivision Buenos Aires (gen. Luis Maria Campos) con la brigata nella Capitale e la 2. al campo di Pigue e Cura Malal nel partido di Suarez (RI 6, 10 e 11, RC 4); ØBrigada Entre Rios (gen. Francisco Leyria) con il RI 12 (4 btg GN) e il RC 11; ØBrigada San Rafael (mobilitata il 12 giugno 1896).

Nel 1897 furono mobilitate - non tutte contemporaneamente - le Divisioni 1. Capital (25 gennaio), 6. Centro (11 giugno), 5. Cuyo e 2. Los Andes (15 giugno), 4. Litoral (12 agosto) e la 7. Brigada Norte (25 novembre):
ØDivision Capital (Félix Benavides) RI 2, 3, 4 e 8, RAC 2 e R. Ingenieros;

ØDivision Los Andes (Rudecindo Roca) con 3.963 uomini su 2 brigate: 1. a F.te G.ral Roca (RC 1, 6 e 7 e RAM 2) e 2. a Las Lejas (RI 2, 3 e 9) e distaccamento andino; ØDivision Litoral (Lorenzo Wintter) RI 10 e 12, RC 11 e 12 e RAC 6; ØDivision Cuyo (I. Fotheringham) su RI 1, RC 1, 4 e 8, RAM 1 e RAC 5; ØDivision Centro (Nicolas Palacios) con la 1. brigata a Rio Cuarto (RI 5, 7 e 9 e RC 6) e la 2. (generale Francisco Reynolds) a Villa Mercedes, centro di formazione dell’artiglieria da campagna (RAC 3 e 4). ØBrigada Norte su RI 11, RC 5 e RAC 1 e distaccamento andino.

Il 1° giugno 1897 fu inoltre costituito, su 4 compagnie, il Regimiento ingenieros della G. N. della Capitale, al comando dell’ingegner Emilio Palacios e del geografo Agustin Rodriguez. Intanto la linea telegrafica militare fu prolungata a San Rafael, Mendoza e Chos Malal (capitale del Neuquen) e il generale Rudecindo Roca fondò la colonia di San Martin delle Ande, suscitando una nota di protesta cilena che fu respinta dal governo argentino. Il 18 gennaio 1898 con la 4a e la 5a batteria da montagna fu costituito a Choele Choel il RAM 2 (tenente colonnello Eduardo Oliveros Escola). Il 21 maggio, sulla base della 6a batteria di Salta, fu costituito anche il RAM 3. Il 12 marzo 1898 fu chiamata alle armi la classe 1878, trattenendone alle armi la maggior parte sino al gennaio seguente. Con i coscritti vennero inoltre costituiti 2 speciali Destacamentos andinos simili a quelli cileni, per un totale di 14 compagnie di cazadores (BCA 1-5) che, assieme alla 6a batteria da montagna (RAM 3) e alle sezioni telegrafisti e pontieri da montagna, furono assegnati alla Division de los Andes e alla Brigada Norte. Divenuto capo di stato maggiore, il colonnello Ricchieri sollecitò più volte all’ambasciata italiana l’invio di un “numero rilevante” di sottufficiali e un gruppo di ufficiali istruttori degli alpini, ma l’Italia concesse soltanto un consulente, il maggiore d’artiglieria Villavecchia (in compenso nell’annata 1900 la Rivista Militare pubblicò un ampio studio sull’esercito argentino). In tal modo nella seconda metà del luglio 1898, esclusi il genio e la compagnia ministeriale archivisti e velocipedisti, la forza alle armi raggiunse i 19.121 uomini, con 44 mitragliatrici, 72 pezzi da campagna da 75/24 e 75/28 e 24 da montagna da 75/13, 8.681 cavalli e 1.709 muli. In tutto 38 unità reggimentali (147 compagnie) così dislocate:
Ø12 reggimenti di fanteria con 48 compagnie di linea (439 ufficiali, 6.031 soldati e 109 cavalli): N. 1 Mendoza, N. 2, N. 3 e N. 8 Buenos Aires, N. 4 San Juan, N. 5 e N. 7 Rio Cuarto, N. 6 Choele Choel, N. 10 Santa Fe, N. 11 San Lorenzo (Salta) e N. 12 Paranà; Ø5 battaglioni cazadores con 14 compagnie reclute (106 ufficiali e 1.540 soldati): N. 1 San Juan, N. 2 Salta, N. 3 e N. 5 San Lorenzo (Salta) e N. 4 Mendoza; Ø11 reggimenti di cavalleria con 44 squadroni e 11 batterie mitragliatrici (243 ufficiali, 3.701 soldati e 4.871 cavalli): N. 1 Cuadro Nacional, N. 2 Las Lajas, N. 3 San Martin de los Andes, N. 4 Carodilla (Mendoza), N. 5 San Lorenzo (Salta), N. 6 Mercedes, N. 7 G.ral Roca, N. 8 San Juan, N. 9 Las Lajas, N. 11 Paranà e N. 12 Formosa, più l’Escuadron Escolta di Buenos Aires; Ø6 reggimenti di artiglieria leggera con 18 batterie da campagna (124 ufficiali, 4.770 uomini e 4.293 cavalli): N. 1 Cordoba, N. 2 Buenos Aires, N. 3 Paranà, N. 4 Mercedes, N. 5 San Juan e N. 6; Ø3 reggimenti di artiglieria da montagna con 6 batterie (45 ufficiali, 1.308 uomini e 863 cavalli): N. 1 Mendoza (batterie 1a, 2a e 3a), N. 2 Choele Choel (batterie 4a e 5a) e N. 3 Salta (6a batteria, per le valli Calchaquies); Ø1 battaglione del genio (50 ufficiali, 45 sergenti, 90 caporali e 399 soldati) su 2 compagnie zappatori e 2 ferrovieri più 2 sezioni pontieri (campagna e montagna) e 2 sezioni telegrafisti (campagna e montagna).

Nel bilancio per il 1899 le spese militari rappresentavano il 29 per cento della spesa pubblica in pesos-carta (quasi 28 milioni su 95 e mezzo). L’esercito assorbiva 16 milioni di pesos-carta (circa 32 milioni di lire italiane 1900) pari al 57 per cento delle spese militari. Regolamenti e addestramento (1895-99)

Il 25 luglio 1895 fu approvato il regolamento di manovre e combattimento della fanteria redatto dal generale Capdevilla. Il 13 e 19 settembre seguirono un nuovo progetto di regolamento degli ufficiali Day e Maligne e il regolamento sul servizio di guarnigione. Nel 1896 una commissione (colonnello Carlos E. O’ Donnell e maggiori Agustin E. Alvarez e Antonio Romero) fu incaricata di redigere una ordinanza generale per l’esercito. Nel 1897 furono adottati vari provvedimenti per formare istruttori e quadri. Il 9 gennaio entrò in funzione, presso il I Bat/RI 4 a San Juan, un corso (escuela) provvisorio per istruttori di tiro con armi Mauser diretto dal maggiore Alberto von Sydow. Col sostegno del Jockey Club (l’esclusiva istituzione voluta da Pellegrini per dirozzare la gentry argentina) il 25 gennaio lo stato maggiore ingaggiò un’équipe di 6 maestri di scherma italiana, diretta da Eugenio Pini, per addestrare 40 allievi istruttori. Il 21 giugno il Collegio Nazionale avviò un ciclo di conferenze (academias) militari riservate agli ufficiali della G. N. Il 5 novembre fu istituita una Commissione consultiva ed ispettiva sull’educazione (ensegnanza) militare, composta dai generali Viejobueno, Victorica e Capdevilla, segretari il tenente colonnello Amedeo Baldrich e il capitano Antonio Tassi. Istituito il 1° settembre, il corso (escuela) “teorico pratico per l’istruzione e l’avvio di graduati di truppa ai corpi dell’esercito permanente” ebbe inizio il 9 novembre con 340 allievi (180 fanteria, 100 di cavalleria e 60 di artiglieria). Alla fine dell’anno fu anche approvato un regolamento di ginnastica. Con i decreti 8 febbraio 1898 e 26 aprile 1899 la scuola per istruttori di tiro (escuela de tiro) divenne permanente, con due corsi annuali di 5 mesi, frequentati da due subalterni di ciascun reggimento. Arsenali, rimonta, intendenza, sanità e giustizia (1895-99) Con decreti 13 gennaio e 23 marzo 1898 furono istituiti, entrambi alle dirette dipendenze del ministro della guerra Levalle, la Direzione generale degli arsenali (Ricchieri) e l’Ispettorato generale di rimonta (colonnello Victoriano Rodriguez). Ne dipendevano 1 arsenale principale di 600 addetti a Buenos Aires e 4 regionali a Rio Cuarto (Centro: ex-polverificio nazionale), Rosario (Litoral), Tucuman (Norte) e General Roca (Rio Negro), nonchè 2 fincas (Bell Ville e San Carlos) e 1 deposito di rimonta (Choele Choel). Il servizio di rimonta consentì un forte risparmio sulle spese per l’acquisto di cavalli, che nel 1891 ammontavano a 120.000 pesos. Con legge 11 ottobre 1895 le due Commissioni di Guerra e Marina furono sostituite dalle due Intendenze dell’Esercito e dell’Armata, con organici poi stabiliti dal decreto 29 gennaio 1896. La razione alimentare fissata il 1° gennaio 1897 includeva 1200 grammi di carne, 400 di pane, 60 di riso, 60 di fagioli, 50 di granturco, 35 di sale, 30 di zucchero, 15 di caffé e 65 di yerba mate, nonchè 15 sigarette. Variavano a seconda della stagione le dotazioni di grasso (20-30 grammi), sapone (30-40) e legna forte (2-3 chili). L’acquavite (0.2 litri) era riservata alle sole truppe del Litorale Sud. Del tutto trascurata rimase la questione dell’accasermamento. La maggior parte delle truppe rimase, come in precedenza, alloggiata in caseggiati o in misere baracche di fango e paglia. A giudizio della Rivista Militare italiana, delle 3 o 4 caserme in muratura esistenti nella capitale una soltanto si poteva considerare accettabile. Con decreti 30 maggio 1895, 26 febbraio e 27 aprile 1896 furono approvati i regolamenti sui servizi di sanità di campagna e della guardia nazionale ed istituito il servizio di chirurgia di guerra nell’ospedale militare, diretto dal dottor Diogenes Decoud. In seguito i dottori Fernando E. Sotuyo, Filomedes Antelao ed Enrique Pietranera si avvicendarono alla direzione dell’ospedale militare, dove il 25 gennaio 1898 fu istituita la scuola d’applicazione di sanità militare. Nel marzo 1897 Sotuyo sostituì Damianovich all’Ispettorato di sanità dell’esercito, dove nel 1898 subentrò Alberto Costa. Con legge 6 dicembre 1894 vennero finalmente approvati i nuovi codigos militares per l’esercito

e l’armata, redatti da una commissione composta dal generale Garmendia, dal commodoro Clodomiro Urtubey e da cinque insigni giuristi (Manuel Obarrio, Amancio Alcorta, Ceferino Araujo, Agustin Alvarez e Osvaldo Magnasco). Il codice aveva un’impronta garantista e umanitaria, pur mantenendo la pena di morte e alcune pene corporali (barra e pianton, limitati ad un massimo di 24 e 2 ore). Istituiva un tribunale di revisione (Consejo de guerra y marina) di sette membri - cinque militari e due civili con i requisiti per la Corte Suprema - e prevedeva consigli di guerra (differenziati per ufficiali e truppa), nonchè consigli di disciplina per le infrazioni minori, da attivarsi di volta in volta, con larga autonomia dei comandi periferici e notevole lentezza del procedimento. Tali inconvenienti furono rilevati già nel 1896 dal ministro Villanueva e il 16 luglio 1897 il suo successore Levalle incaricò il dottor José Maria Bustillo di redigere progetti di riforma delle norme procedurali, penali e disciplinari, rispettivamente approvati con leggi 10 gennaio e 4 novembre 1898 nn. 3679 e 3737 e regolamento 13 gennaio 1899. Tra l’altro la riforma Bustillo rendeva permanenti i tre Consigli di guerra di primo grado (uno misto per gli ufficiali, gli altri due per i militari di truppa dell’esercito e dell’armata), istituiti il 1° aprile 1898 (il 28 aprile ne fu istituito un quarto a Villa Mercedes, San Luis, per la Divisione delle Ande). 4. LA PARITA’ NAVALE COL CILE Ferdinando Maria Perrone e le corazzate Ansaldo (1895-1902) L’industria nazionale non era però in grado di assicurare all’Armada una moderna componente oceanica. Già nel 1890 Roca aveva suscitato l’imbarazzo dell’incaricato d’affari italiano a Buenos Aires, con la richiesta di una missione navale per l’addestramento della flotta. Ma nel 1895 l’exgaribaldino Ferdinando Maria Perrone (1847-), immigrato nel 1885 e divenuto redattore della Prensa nonchè influente personaggio della vita politica argentina, si propose come agente commerciale dell’Ansaldo di Genova, convincendo i proprietari, fratelli Giovanni e Carlo Marcello Bombrini, a battere la concorrenza dei cantieri inglesi offrendo al governo argentino di consegnare subito 2 dei 4 modernissimi incrociatori corazzati da 7.350 tonnellate che i cantieri genovesi stavano costruendo o impostando per conto della Regia Marina italiana su direttive del ministro Benedetto Brin (1833-98) e progetto dell’Ispettore del Genio Navale Edoardo Masdea (1849-1910). La corazzatura in acciaio e nichel includeva una protezione verticale spessa 150 mm in cintura, un ponte corazzato di 38 mm e un ridotto centrale con traverse di 130 mm. L’apparato motore, in grado di assicurare una velocità di 19-20 nodi, comprendeva 2 macchine alternative a triplice espansione con potenza di 14.000 cavalli vapore. L’armamento includeva 1 cannone da 254/40 in torre corazzata prodiera, 2 da 203/45 in torre corazzata poppiera, 14 da 152/40 in batteria protetta, 4 lanciasiluri da 450 mm, armi anti-siluranti e minori. Un generoso finanziamento della Legione italo-argentina (con le medesime uniformi e il medesimo ordinamento dell’esercito italiano, alpini inclusi) favorì il consenso argentino. Quanto al consenso italiano, negato dal ministro della marina, viceammiraglio Enrico Costantino Morin (1841-1910), Perrone lo ottenne direttamente dal re Umberto I, prospettandogli una crescita dell’influenza italiana in Argentina e del suo prestigio internazionale. Questa abilissima transazione commerciale, che fruttò poi a Perrone l’acquisizione dell’Ansaldo, ebbe infatti un certo rilievo diplomatico, potendosi sostenere - benchè con notevole esagerazione - che le navi italiane, colmando lo squilibrio di forze in Sudamerica, avevano salvato la pace. Così nel 1896 entrarono in servizio le prime unità oceaniche argentine, gli incrociatori corazzati da 7.350 tonnellate Garibaldi e Varese (ribattezzato San Martin), seguiti da altre 2 unità similari in

allestimento per la marina italiana (General Belgrano e Puerreydon, quest’ultimo mantenuto in servizio addirittura fino al 1954) e l’Argentina commissionò all’Ansaldo altre 2 unità della stessa classe (Moreno e Rivadavia). Sempre nel 1896 l’Argentina acquistò dai cantieri Orlando di Livorno i suoi primi 4 cacciatorpediniere (Corrientes, Misiones, Entre Rios e Santa Fé, che fu tuttavia perduto poco dopo per un incidente). Infine nel 1898 furono commissionati in Italia altri 6 cacciatorpediniere e la nave scuola Presidente Sarmiento. L’Armada argentina nel 1899 Naturalmente, con l’entrata in servizio delle nuove unità, fu modificato anche l’ordinamento della flotta argentina. La componente oceanica (San Martin, Pueyrredon, General Belgrano e Buenos Aires) formò infatti la Divisione navale di Bahia Blanca, mentre le maggiori unità costiere (Almirante Brown, Independencia, Libertad, Veinteycinco de Mayo e Patria) formarono la Divisione navale del Rio de la Plata. Nel 1899 il biancio della marina sfiorò i 12 milioni di pesos-carta, pari al 43 per cento della spesa militare. Comandata da 1 viceammiraglio e 2 contrammiragli, la forza bilanciata della nuova Armada Republica Argentina (A.R.A.) era passata nel triennio 1896-98 da 5.320 ad 8.193 effettivi, inclusi 250 della flottiglia torpediniere e 1.500 della fanteria e artiglieria navale (ma nel 1898 questi ultimi furono nuovamente traferiti all’esercito). Gli ufficiali erano 676: 322 di stato maggiore, 56 di sanità, 179 macchinisti, 7 torpedinieri, 53 contabili, 14 elettricisti, 9 piloti, 4 cappellani, 16 di fanteria di marina e 16 di artiglieria costiera. L’Escuadra contava 46 unità principali:
Ø4 incrociatori corazzati da 7.350 tonnellate (G.ral Garibaldi, G.ral San Martin, G.ral Belgrano, Pueyrredon); Ø1 corazzata a ridotto centrale da 4.260 tonnellate e 26 pezzi (Almirante Brown); Ø2 corazzate a barbetta da 2.500 tonnellate (Libertad, Independencia); Ø2 monitori corazzati obsoleti da 1.535 tonnellate (El Plata, Los Andes); Ø3 incrociatori protetti da 4780/3200 tonn e 39/40 pezzi (Buenos Aires, Nueve de Julio, Veinteycinco de Mayo) Ø1 incrociatore protetto da 1.419 tonnellate e 20 pezzi (Patagonia); Ø1 incrociatore-torpediniere (Patria); Ø1 incrociatore-scuola (Presidente Sarmiento); Ø6 cacciatorpediniere (1 da 520 tonn tipo Espora, 2 tipo Misiones e 3 tipo Entre Rios); Ø10 torpediniere di 1a classe da 110 tonnellate (6 tipo Bat Hurst e 4 tipo Alerta); Ø10 torpediniere di 2a classe da 15 a 16 tonnellate (N. 1 - N. 10); Ø5 trasporti principali (Pampa, Chaco, Guardia Nacional, Santa Cruz, Primero de Mayo).

La rielezione di Roca e l’autonomia della marina (11 ottobre 1898) Naturalmente la rutilante eccitazione guerresca del 1896-98 preludeva alla grande rentrée del Cincinnato argentino, presidente del senato dal 1895 e trionfalmente rieletto alla presidenza della Repubblica in coppia con Norberto Quirno Costa. Ministri degli esteri e dell’interno del nuovo governo Roca erano Luis Maria Drago e Joaquin V. Gonzalez. Alla vigilia del suo insediamento, la legge 11 ottobre 1898 n. 3727 sulle funzioni dei ministri separò per la prima volta i dicasteri della guerra e della marina, dove a Levalle subentrarono rispettivamente il generale Luis Maria Campos e il commodoro Martin Rivadavia. Ma l’art. 12 della legge declassava i due ministri a meri esecutori tecnici delle direttive militari presidenziali (erano infatti responsabili dell’“attività relativa all’esercizio dei poteri di guerra del presidente nella sua qualità di comandante in capo”

delle forze armate e della milizia). Capo di stato maggiore dell’esercito era il colonnello Alejandro Montes de Oca, poi sostituito da Ricchieri. L’abrazo del Estrecho (12 febbraio 1899) Roca chiuse rapidamente la controversia confinaria col Cile che gli aveva assicurato il trionfo elettorale. Congedati i coscritti e smobilitato l’esercito, Roca si accordò col suo collega cileno Federico Errazuriz per un vertice a Punta Arenas, dove i due presidenti arrivarono accompagnati dalle rispettive flotte e dove il 15 febbraio 1899 firmarono l’accordo a bordo dell’incrociatore cileno O’Higgins, immortalandolo con il famoso “abrazo del Estrecho”. Poi la fregata argentina Presidente Sarmiento accompagnò la flotta cilena a Valparaiso e l’incrociatore cileno Centeno seguì quella argentina a Buenos Aires. La visita di Ricciotti Garibaldi (luglio 1899) Nel luglio 1899 Roca ricevette la visita di Ricciotti Garibaldi (1847-1924), figlio dell’Eroe dei Due Mondi, nato a Montevideo ed ex-comandante della 4a brigata dell’Armata dei Vosgi durante la guerra franco-prussiana del 1870-71, alla quale avevano appartenuto anche i volontari argentini e spagnoli. Accompagnato dal poeta dialettale Cesare Pascarella (1858-1940) - cantore dell’epopea garibaldina e autore del poemetto La scoperta dell’America (1893) - e dagli aspiranti finanziatori, principe Baldassarre Odescalchi e marchese Medici del Vascello, Ricciotti propose un progetto di colonizzazione italiana della Patagonia, troppo vago e ambizioso per poter modificare la decisione del governo argentino di affidare la colonizzazione dei territori di frontiera (Patagonia e Chaco) ai contadini nord-europei, ritenuti più sobri, resistenti e laboriosi degli italiani, ai quali si pensava semmai di riservare gli incarichi di carattere tecnico ed edilizio. La campagna del Chaco Austral (estate 1899) Proprio per preparare la colonizzazione del Chaco Austral, a metà del 1899 il generale Lorenzo Vintter effettuò una nuova campagna a Sud del Rio Bermejo con la cosiddetta Division de Caballeria Chaco (RI 12, RC 1, 6, 8, 11 e 12 e RAL 3) coprendo una distanza di 500 chilometri fino a Reconquista e ai fortini Chicas e Tostado e sottomettendo circa 4.500 indiani. Relativamente ai confini settentrionali del Chaco Central, compreso tra i fiumi Bermejo e Pilcomayo, nel novembre 1899 l’Argentina concluse col Paraguay un trattato di arbitrato decennale analogo a quello appena concluso con l’Uruguay. I Pactos de mayo e il disarmo navale bilanciato (1902) L’Abrazo del Estrecho fu ulteriormente consolidato con gli accordi bonearensi del maggio 1902. Oltre ad un trattato generale di arbitrato che rimetteva al sovrano britannico la designazione di una commissione arbitrale sulla controversia confinaria, i Pactos de Mayo comprendevano la convocazione di un convegno sulla limitazione bilanciata degli armamenti. Ne derivò l’unico accordo sul disarmo sottoscritto in Sudamerica nel XX secolo, con il quale l’Argentina accettava di disarmare una aliquota di navi già in servizio e di vendere quelle ancora in costruzione oppure, in mancanza di acquirenti, di lasciarle incomplete nei cantieri. Di conseguenza fu sospesa la costruzione di 2 corazzate da 15.000 tonnellate e rescisso il contratto coi cantieri Orlando per i 6 cacciatorpediniere, mentre gli ultimi 2 incrociatori corazzati (Moreno e Rivadavia), già quasi completati dall’Ansaldo, furono venduti al Giappone.

L’intervento europeo in Venezuela e la doctrina Drago (1902) Il 2 dicembre 1902 navi inglesi, tedesche e italiane (incrociatori Carlo Alberto, Bausan ed Elba) catturarono la squadra venezuelana e cannoneggiarono i porti, ufficialmente per imporre il pagamento dei debiti dovuti da privati o dallo Stato venezuelano a forti creditori inglesi e tedeschi (tra cui la Disconto Gesellschaft di Berlino, creditrice di 50 milioni di bolivares) ma soprattutto per soffocare sul nascere la Revolucion restauradora scatenata dal generale Cipriano Castro contro i caudillos e la borghesia mercantile finanziata dalla New York and Bermudez Company. Per questa ragione l’intervento europeo fu inizialmente approvato dagli Stati Uniti. Unica ad opporsi fu invece l’Argentina, il cui ministro degli esteri Luis Maria Drago sollecitò gli Stati Uniti a riconoscere il principio che “il debito pubblico non può dar luogo all’intervento armato e neppure all’occupazione materiale del suolo delle nazioni americane da parte di una potenza europea”. La cosiddetta doctrina Drago fissava in tal modo un importante principio del diritto internazionale dell’emisfero americano, seguito poco dopo dal “corollario Roosevelt” alla dottrina Monroe del 1823, che rivendicava agli Stati Uniti, in nome dell’ideale panamericano, l’esclusivo diritto di esercitare un’azione di persuasione nei confronti di uno stato americano debitore cronico, anche nel caso in cui i creditori fossero europei. Con la mediazione americana il 24 febbraio 1903 terminò l’ultima azione coercitiva europea nel Continente Americano.

X - LA POLITICA MILITARE DEL REGIME CONSERVATORE (1900-1916)

SOMMARIO: 1. Da Roca ad Yrigoyen. - 2. La politica estera e militare. - 3. Lo Stato maggiore. - 4. Le truppe. - 5. Marina ed aviazione.

1. DA ROCA A YRIGOYEN La crisi del regime e la terza insurrezione civico-militar (1898-1905) Nelle elezioni del 1898 la competizione era ridotta alle due formazioni politiche tradizionali, i liberali (U. C. N.) di Emilio Mitre e i conservatori (P. A. N.) di Roca e Pellegrini, invano sfidati nel 1901 dalla nuova lista antiroquista (democrata) di Roque Saenz Pegna, un antico sostenitore del riformismo di Juarez Celman che in occasione della I Conferenza Panamericana del 1889 aveva contestato l’eccessiva ingerenza degli Stati Uniti. Ma durante la seconda presidenza Roca crebbero anche, soprattutto nella capitale e nella provincia bonearense, il Partito socialista e l’U. C. R., dove l’affermazione dell’ala estremista guidata da Hipolito Yrigoyen provocò la scissione dei Radicales di Bernardo Irigoyen. A differenza dei vecchi partiti, che si appoggiavano alle clientele dei caciques distrettuali, socialisti e radicali erano partiti di militanti, con sezioni organizzate e con una rete di quotidiani nazionali e locali. Nel 1902 si svolse il primo sciopero generale. Benchè non avesse ancora finalità politiche, Roca rispose proclamando lo stato d’assedio e varando una ley de residencia, presentata come “de seguridad y defensa”, che consentiva l’espulsione degli stranieri rei di delitti comuni o di condotta pericolosa. Inoltre negli ultimi sei anni del regime roquista (1901-06) furono disposte sei intervenciones (commissariamenti di province):
Presidenze 1898-1904 (2a Roca) N° 4 Anni e Provincie Beneficiari Titolo ex-art. 6 ex-art. 6 richiesta ex-art. 6 richiesta ex-art. 6

1904-06 (Quintana)

2

1899 Buenos Aires autorità locali 1899 Catamarca opposizione 1900 Entre Rios autorità locali 1903 Buenos Aires (2 int.) autorità locali 1904 San Luis opposizione 1905 Tucuman opposizione

D’altra parte Roca offerse spazi di rappresentanza all’opposizione con la riforma del sistema elettorale, proposta dal ministro degli interni Joaquin V. Gonzalez, che adottava il voto segreto e il collegio uninominale, approvata il 12 dicembre 1902. Pellegrini, che aveva osteggiato la riforma e difeso il diritto di vendere il voto, convocò assieme a R. Saenz Pegna una “conferenza dei notabili”, dalla quale si riprometteva di trarre la propria candidatura alle presidenziali del 1904. Ma la fazione di Roca e del governatore bonearense Ugarte sabotò l’iniziativa, garantendo l’elezione del portegno Manuel Quintana, antiroquista ma isolato, in coppia con il cordobese J. Figueroa Alcorta (peraltro gradito a Pellegrini).

Tra le prime misure di Quintana vi fu il ripristino del vecchio sistema elettorale della lista completa. Fu la causa scatenante della terza ed ultima insurrezione civico-militar, scoppiata il 4 febbraio 1905 ed estesasi ad una dozzina di unità dell’esercito, in particolare del genio. Nella capitale il piano, nel quale erano coinvolti i RI 2 e 6, il RC 9 (Escolta) e la scuola sottufficiali, fu scoperto e neutralizzato, ma nell’interno si sollevarono varie guarnigioni, a Bahia Blanca il 1° zappatori, a Rosario il RI 9, a San Lorenzo il RAC 3. A Cordoba il RI 8, il RC 10, il 3° ferrovieri e il 4° telegrafisti attaccarono senza successo la caserma del RAC 2, rimasto fedele al governo. Ma gli scontri più duri si verificarono a Mendoza, dove si sollevarono il Batallon Cazadores de los Andes, il RC 1 e i RAM 1 e 2, in tutto alcune centinaia di uomini con 11 cannoni, sconfitti a Panquehua dalle truppe lealiste del colonnello Antonio Tiscornia. Il bilancio fu di almeno 300 vittime: un centinaio a Cordoba, 80 (20 morti e 60 feriti) nella capitale, 41 (12 m. e 29 f.) a Santa Fe e 50 a Mendoza. A seguito della rivolta, il 28 settembre furono approvate le leggi n. 4707 e 4708, che ribadivano l’incompatibilità tra il comando di truppe attive e la partecipazione ad attività politiche (consentendo però la candidatura elettorale) e autorizzavano il presidente, in caso di emergenza interna, a istituire tribunali speciali di guerra, dove non si ammettevano difensori civili. La sconfitta di Roca e la repressione sociale (1906-1910) Intanto Pellegrini preparava la rivincita da Londra e al suo ritorno sfidò il governo incontrando i dirigenti dell’U.C.R. esiliati dopo la fallita insurrezione, nonchè Saenz Pegna, che, nominato da Quintana ambasciatore a Berlino, aveva già incontrato a Losanna il vecchio oppositore cattolico Indalecio Gomez, concordando con lui un vasto progetto di riforma democratica. Nelle elezioni parlamentari del 12 marzo 1906 una massiccia affluenza alle urne vanificò il ripristino della lista completa, assicurando la vittoria delle opposizioni, alleate nella Coalicion Popular. Stremato dalla tensione, Quintana morì proprio quello stesso giorno, lasciando l’ufficio a Figueroa Alcorta. Fu allora il turno di Roca di prendersi una lunga vacanza in Europa, da dove tornò nel 1907 per dare la sua ultima battaglia. Pellegrini, morto nel 1906, non poté sostenere il nuovo presidente contro la fronda dei republicanos, che nel 1907 lo abbandonarono per protesta contro il commissariamento di Corrientes e tentarono di provocarne le dimissioni ritardando l’approvazione della legge di bilancio. Alcorta reagì convocando in novembre sessioni parlamentari straordinarie, senza tuttavia piegare l’ostruzionismo. Finchè, il 25 gennaio 1908, dichiarò chiuse le sessioni e approvato il bilancio e fece occupare il congresso dalla Policia Federal. Il golpe de estado isolò il blocco roquista, abbandonato da molti caudillos oficialistas e dai repubblicani mitristi e sconfitto alle elezioni di aprile. Per piegare il notabilato provinciale, Alcorta fece ricorso al commissariamento ben 7 volte, più di ogni altro presidente. Soltanto in due casi fu necessario impiegare le truppe, nell’aprile 1907 a Santiago del Estero (dove il RI N. 19 rimise in carica il governatore José D. Santillana) e nel 1909 a San Luis (RI N. 16). Cordoba, ultima roccaforte roquista, fu commissariata nell’agosto 1909:
Presidenze 1906-10 (Fig. Alcorta) N° 7 Anni e Provincie 1907 San Luis 1907 San Juan 1907 Corrientes Beneficiari autorità locali opposizione opposizione Titolo richiesta richiesta ex-art. 6 ex-art. 6 ex-art. 6 ex-art. 6

1909 San Luis - Cordoba opposizione 1909 Corrientes opposizione 1910 La Rioja opposizione

Ma Alcorta usò il pugno di ferro e lo stato d’assedio soprattutto contro gli scioperi generali del 1909 e 1910. Nel 1909, per vendicare gli scioperanti uccisi dalla polizia e dall’esercito, un anarchico assassinò il capo della polizia, colonnello Ramon L. Falcon, assieme al suo giovane segretario Lartigau. I grandi festeggiamenti per il centenario della rivoluzione di maggio furono turbati da nuovi massacri di operai e dall’occupazione militare della capitale. Ma la minaccia sovversiva era ancora ben lontana dal livello raggiunto con la “settimana rossa” del gennaio 1919. Infatti i gruppuscoli anarco-comunisti (FORA Quinto congreso), e in particolare quelli anarcoterroristi ispirati a Ravachol, erano un’infima minoranza. La maggior parte dei 69 sindacati anarchici era di tendenza soreliana (FORA Decimo congreso), mentre i 30 sindacati aderenti all’U.G.T. seguivano la linea pacifista e “revisionista” della socialdemocrazia tedesca e i 36 sindacati maggiori si dichiaravano indipendenti. La riforma elettorale e la vittoria dei radicali (1910-16) Nel 1909 la riforma democratica del sistema elettorale era ormai all’ordine del giorno, al punto che numerosi alti ufficiali, incluso forse lo stesso generale Ricchieri, ex ministro ella guerra del secondo governo Roca, aderirono all’U.C.R., la quale dopo la fallita insurrezione del 1905 aveva abbandonato la strategia cospirativa e riconosciuto la leadership di Yrigoyen. Anche l’ala riformista del regime conservatore si riorganizzò nel 1909, come Union Nacional, attorno al progetto democratico elaborato da Gomez e Saenz Pegna, il quale giunse a qualificare Roca “el mas inlustre enemigo de la democracia argentina”. Ciò non gli impedì ovviamente di accettare l’appoggio del notabilato provinciale ex-roquista che gli consentì di vincere le presidenziali del 1910 in coppia col saltegno Victorino de la Plaza, già ministro degli esteri nella prima presidenza Roca. Il rifiuto opposto da Yrigoyen alle aperture di Saenz Pegna non rallentò comunque l’impegno riformista del nuovo governo, che il 10 febbraio 1912 ottenne finalmente l’approvazione della riforma elettorale proposta dal ministro dell’interno Indalecio Gomez, basata sul sistema della lista incompleta che predeterminava il numero di seggi assegnati alla minoranza. A seguito dei due rinnovi parziali della Camera svoltisi nel1912 e 1914, la rappresentanza dei partiti tradizionali si ridusse a 73 deputati, contro 47 dei nuovi partiti di opposizione (33 radicali, 11 socialisti e 3 della Liga del Sur, un dinamico partito regionalista santafesino fondato nel 1908 da Lisandro de la Torre e che derivava dai radicales di B. Irigoyen). Colpito da grave impedimento fisico nel febbraio 1914, Saenz Pegna morì in agosto, subentrandogli prima interinalmente e poi a pieno titolo il vicepresidente de la Plaza. L’improvvisa interruzione delle esportazioni temporaneamente determinata dallo scoppio della grande guerra europea, provocò il panico dei risparmiatori e il ritiro dei depositi dalle banche. I divieti di cambio in oro ed esportazione di preziosi emanati dal governo non poterono impedire una forte diminuzione delle riserve auree, ma il risconto dei documenti commerciali e la moratoria dei prezzi consentirono di superare l’emergenza. La crisi del mercato mondiale spinse i riformisti moderati a riaggregarsi attorno ad un programma protezionista e nazionalista, fondato sul controllo statale delle esportazioni e sullo sviluppo dell’industria e della marina mercantile. Nella nuova fomazione politica (Partido Democrata Progresista) vecchi oppositori come Gomez e de la Torre figuravano accanto ad ex-ministri del regime come Quirno Costa e Gonzalez, nonchè allo stesso figlio di Roca (Julio A. jr.). L’improvvisa minaccia alla prosperità del ceto medio accrebbe però anche lo spazio politico dell’U.C.R., che assorbì i resti dell’U.C. e vari partiti locali (democristiano, liberale, costituzionale, demosociale) avanzando a Santa Fe, Cordoba e Mendoza come nel Nord e a Corrientes. La partita finale tra P.D.P. e U.C.R. si giocò alle presidenziali del 1916, quando la guerra europea stava portando nuova prosperità all’Argentina. Tra i 300 grandi elettori i due schieramenti si

equivalevano, ma alla fine prevalse di misura Yrigoyen, in coppia con Pelagio B. Luna, aprendo una nuova fase della storia argentina. 2. LA POLITICA ESTERA E MILITARE La politica estera Fu in definitiva l’integrazione nel mercato imperiale britannico ad assicurare lo sviluppo dell’Argentina a spese dell’Europa continentale. Questa ormai secolare dipendenza economica e finanziaria dagli inglesi imponeva una coesistenza pacifica con gli altri Stati sudamericani, e in particolare col Cile e il Brasile, rispettivamente tutelati dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. Da Roca a Yrigoyen, tutti i governi argentini cercarono di bilanciare il capitale inglese con la cooperazione navale e militare con l’Italia e la Germania e con la rivendicazione di un ruolo guida sui tre stati limitrofi che avevano fatto parte del viceregno spagnolo del Plata (Bolivia, Paraguay e Uruguay) e perfino sul Cile e il Perù. Per questa ragione, proprio mentre gli Stati Uniti conquistavano con la forza gli ultimi due bastioni dell’impero coloniale spagnolo, Cuba e le Filippine, Roca intensificò i rapporti di amicizia e cooperazione culturale con la Spagna e omise dall’inno nazionale le strofe antispagnole. Anche i suoi successori contrapposero l’hispanidad alla latinidad dei brasiliani, rifiutando ogni progetto di unità “panamericana”. Proprio Luis Maria Drago - il ministro degli esteri di Roca che nel 1902 aveva provocato il “corollario Roosevelt” alla dottrina Monroe - contrapponeva una concezione “globalista” dell’America a quella “emisferica” di Monroe: “l’America all’umanità”, anzichè “l’America agli americani”. In ogni modo l’Argentina non poté impedire a Cile e Inghilterra di consolidare il rispettivo controllo dei passaggi a Sud-Ovest e dell’Antartide. Nel 1904, dopo averle gradualmente occupate, il Cile reclamò la sovranità sulle tre isole all’imboccatura atlantica del canale di Beagle (Picton, Nuova e Lennox) e nel 1908 il governo inglese dichiarò che le isole Georgie, Shetland e Sandwich Australi e la Terra di Graham facevano parte della giurisdizione delle Falkland. Nel 1909 Figueroa Alcorta e il suo ministro Estanislao Zeballos ruppero le relazioni diplomatiche con La Paz a causa delle violente proteste di piazza contro l’arbitrato argentino nella controversia territoriale boliviano-peruviana. I rapporti furono ristabiliti solo il 13 dicembre 1910, con le scuse del governo boliviano. Saenz Pegna e il suo ministro Ernesto Bosch dovettero invece affrontare la crisi paraguayana del 1911, sfociata nella guerra civile tra il governo colorado del generale Caballero, sostenuto dagli agrari e dal Brasile, e gli insorti liberali, espressione dei ceti medi urbani e degli esportatori. Diversamente dal governo, gli insorti rifiutarono di aderire all’invito del corpo diplomatico di Asuncion, promosso dalla legazione argentina, di dichiarare la capitale “città aperta” e le cannoniere ribelli colpirono anche navi argentine. Alla proteste ufficiali, Buenos Aires fece seguire l’invio della cannoniera Paranà che più tardi, assieme al vapore Lambaré, accolse a bordo oppositori e ribelli, di fatto sostenuti dal nuovo governo riformista argentino. Il 23 gennaio 1912 quest’ultimo ruppe le relazioni diplomatiche con i colorados, subito ristabilite dal nuovo governo liberale di Liberato Rojas. L’andamento della spesa militare Nel periodo esaminato si avvicendarono al ministero della guerra il generale Luis Maria Campos (1898), il colonnello Pablo Ricchieri (1901) e i generali Manuel Godoy (1904), R. M. Fraga (1906), Rafael Aguirre (1908), Juan Gregorio Velez (1910) e Allaria (1914). Nel 1916 Irigoyen

assegnò ministero della guerra e jefatura di polizia a due dirigenti del partito, Elpidio Gonzalez e Julio Moreno, che nel 1918 si scambiarono gli incarichi. Nel 1900 Roca e Campos non sostennero il piano di potenziamento dell’esercito presentato dal capo di S.M. Ricchieri, che prevedeva una spesa di ben 38 milioni di pesos, più del doppio dei 16 milioni concessi per il 1899. Il nuovo governo antepose infatti lo sviluppo delle linee ferroviarie e dei porti di Rosario, Santa Fe e Bahia Blanca e nel biennio 1900-01 ridusse anzi il bilancio dell’esercito da 16 a 13 milioni. In compenso la legge 4031/1901 consentì ai militari in congedo passati ad altra amministrazione pubblica di cumulare stipendio e pensione intera. Divenuto ministro, Ricchieri ottenne però lo stanziamento nel bilancio 1902 di 5 milioni per l’ammodernamento dell’esercito, determinando nuovamente un’economia di riarmo. Questa politica fu duramente criticata da Pellegrini nel suo intervento del 27 dicembre 1902 al senato sul bilancio di previsione del 1903. In polemica col governo, Pellegrini osservò che la spesa militare dell’Argentina superava in proporzione al bilancio quelle della Russia, dell’Italia, della Spagna e del Belgio, restando inferiore soltanto a quelle della Francia e della Germania, cioè delle due Potenze maggiormente soggette alla “doble calamidad” del militarismo e della pace armata. Pellegrini ne indicò la causa nel fatto di aver assunto come bilancio normale di pace quello che, all’epoca ormai conclusa della tensione con il Cile, era stato votato come bilancio di guerra. Secondo la Commissione finanze della Camera dei deputati il finanziamento della coscrizione obbligatoria adottata nel 1901 e delle nuove caserme previste in funzione delle esigenze di mobilitazione e radunata imponeva drastiche economie nell’amministrazione militare, in particolare una revisione delle norme sull’avanzamento e sul trattamento di quiescenza. La Commissione rilevava altresì l’impossibilità di una razionale pianificazione determinata dalle variazioni di spesa in corso d’esercizio e che la tendenza all’aumento dei quadri, saliti nel 1903 da 1.700 a 1.800 unità, poteva diventare entro dieci anni una “calamidad publica”. La legge organica del 20 settembre 1905 n. 4707 elevò da 45 a 55 anni i limiti di età per i sottufficiali, li abbassò drasticamente per gli ufficiali (inferiori 40-46 anni, superiori 50-57, generali 60-63), elevò il servizio minimo pensionabile a 15 anni e limitò il computo degli anni di campagna ai soli fini della liquidazione. In tal modo fu possibile stabilizzare il bilancio dell’esercito al 9 per cento della spesa statale e quello della marina al 7 e poi al 6 per cento. Il proporzionale aumento del bilancio statale consentì comunque di accrescere il valore assoluto e anche reale degli stanziamenti, tanto che nel 1910 fu possibile raddoppiare gli organici dell’esercito da 12.000 a 24.000 uomini senza variarne l’incidenza sulle spese Tuttavia nei bilanci 1911-16 si stanziarono fondi straordinari per l’ammodernamento e il potenziamento delle due forze armate, pari nei primi due esercizi ad un ulteriore 6 per cento della spesa statale, dimezzata in ciascuno dei tre esercizi successivi fino allo 0.6 per cento. Peraltro a partire dal bilancio del 1912 le spese ordinarie della marina furono accresciute del 50 per cento, portandole quasi allo stesso liv