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FAVOLE DAL PAESE SENZA EROI

di GM Willo

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Edizioni Willoworld www.edizioniwilloworld.co.nr www.willoworld.net www.rivoluzionecreativa.co.nr

Favole dal paese senza eroi di GM Willo

Prima edizione: 2010

In copertina “City by Night” di Kartworks

Tutto il materiale di questo libro è sotto “Creative Commons Attribution 2.5 Italy License.”

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INTRODUZIONE DI 101 PAROLE

Nel paese senza eroi la gente vive serena raccontandosi un mucchio di storie. Neanche nelle storie ci sono eroi, perché nessuno sa cosa siano. Persone importanti? Valorosi guerrieri? Principesse temerarie? Ma forse esiste una spiegazione più semplice. In questo remoto paese dalle case piene di colori, tutti gli abitanti sono un poco eroi, e per esserlo non sentono il bisogno di sentirsi tali. Allora un bel giorno gli eroi hanno smesso di esistere. Ci sono uomini saggi, donne piene d'amore e bambini che fanno sogni stupendi. E poi ci sono le zie... ...sono sempre loro che raccontano le favole più belle.

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Dello stesso autore:

Il Libro di Floria - 2007 I Musikanti di Amberyn - 2008 Elia in cerca di amici nello spazio – 2009

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INDICE
Il Coniglio e l'Armadillo Beppino il Gatto Il Folletto Storia di un Tartarugolo Il Treno di Alì Bolla di Sapone Onno La Favola dei Fiori Una Penna a Sfera di Nome Linda Il Drago che Aveva Paura del Fuoco L'Orso e il Cacciatore La Scelta Mio Padre e la Luna La Canzone di Fragole e Mirtilli Il Palazzo del Barone Prezzemolo Gioco di Bimba La Bambina dei Ragni Piccola Favola sulla Libertà Il Lombrico Calzolaio Il Bagnetto di Mimì Morale su Uomini e Gnomi Il Pipistrello e la Lucertola La Canzone dell'Anello di Fumo Il Ragno Francesco I Colori di Ninì L'Ultima Storia 7 10 14 15 20 23 24 28 32 35 37 39 43 48 51 54 56 57 60 62 63 71 72 76 82 86

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IL CONIGLIO E L'ARMADILLO

C’era una volta un coniglietto di nome Filippo che viveva in una buca sotto la collina, insieme a tutta la sua comunità di coniglietti, che erano un bel po’… C’erano il babbo, la mamma, i suoi otto fratelli tutti più grandi di lui, e poi c’erano zia Verusca, zio Ernesto, zio Luigi (anche se non era proprio uno zio, ma tutti lo chiamavano così) e poi, col manto un po’ spelacchiato ma sempre arzillo, c’era anche nonno Gilberto. Filippo era proprio piccolino e il mondo fuori dal suo buco sembrava tanto grande e pericoloso. Di notte aveva una paura terribile di Silvio il gufo, che planava all’improvviso quando la luna si nascondeva dietro le nuvole. Una sera il povero Carlino non lo vide arrivare e così l’uccello affondò gli artigli nella sua pelliccia trascinandolo su nel cielo scuro. Quella notte Filippo non riuscì a chiudere occhio… Ma un giorno sotto la collina vide passare un animale strano che nessuno aveva mai visto. Alcuni da lontano
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lo scambiarono per una talpa, ma Filippo, che aveva gli occhi buoni, disse subito che era qualcos’altro perché sulla schiena c’aveva una specie di armatura. “Oh, anche a me piacerebbe avere un’armatura come quella” pensò il coniglietto ad alta voce. “Così potrei andarmene a giro anche di notte senza temere che il malvagio Silvio mi afferri e mi trascini nella sua tana…” Mentre diceva queste parole gli si avvicinò nonno Gilberto, che tra tutti era il più saggio. «Lo sai come si chiama quell’animale?» domandò il nonno. «No, nonno, non lo so» rispose il coniglietto. «Quello laggiù è un armadillo, e se ha quella corazza è perché deve difendersi da animali ben più grossi di Silvio il gufo.» «Quali animali?» chiese curioso Filippo, che l’animale più grosso che aveva visto era Fernando il gatto. «Puma, giaguari, pantere… Sono felini, proprio come il vecchio Fernando, ma molto più grandi e pericolosi» spiegò il nonno, corrugando la fronte grinzosa. «E dove si trovano?» «Lontano… in un altro paese.» «E che cosa ci fa lui qui?» domandò allora Filippo indicando l’armadillo. «Non lo so. Forse è scappato dallo zoo, oppure si è stancato di vivere sempre nella paura e ha deciso di lasciare la sua terra.» «Ma come può aver paura lui che ha quella corazza?» «Oh, mio caro ragazzo, tutti hanno paura, anche i grandi
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felini. Ricordati che nessuna corazza, per quanto spessa, e nessun artiglio, per quanto lungo ed affilato, è in grado di sconfiggere la paura. Perché la paura non è fuori» disse il nonno, indicando gli alberi ed il cielo sopra la collina, «ma qui dentro» concluse, toccando la testolina del giovane coniglio. «Ma nonno, io ho paura di Silvio…» confessò il povero Filippo. «E Silvio ha paura della grande aquila, e la grande aquila ha paura dei cacciatori, e i cacciatori hanno paura di tante di quelle cose che stenterai sicuramente a crederci. Insomma, quello che voglio dirti è che se non vuoi più aver paura del gufo Silvio, smettila di temerlo, tutto qui.» L’armadillo proseguì verso la valle e presto scomparve alla vista di tutti. Allora gli altri conigli tornarono a giocare a rincorrersi. Filippo ripensò alle parole del nonno e lentamente prese coraggio. Ma quando scese il buio e il canto di Silvio risuonò nel cielo scuro, la paura tornò a ghermirlo. «Nonno, ho provato a smetterla di aver paura, ma quando ho sentito la sua voce non ho potuto fare a meno di temerlo» disse Filippo il giorno dopo. Allora il nonno gli sorrise e rispose: «Non si vincono le paure dal giorno alla notte. È per questo motivo che ci è stato dato il tempo di una vita.»

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BEPPINO IL GATTO

Tra i cassonetti ed i luridi vicoli della città viveva Beppino, un gattino tigrato magro magro, con gli occhi gialli come la luna e quattro zampine rapide che lo facevano zampettare a destra e a sinistra, su e giù e poi ancora di lato, e non c'era randagio o altro felino della città che riusciva mai a stargli dietro. Infatti Beppino era probabilmente il mammifero più veloce di tutto il paese, che era un paese moderno, fatto di cemento e d'acciaio, e gli animali esotici come la pantera o il ghepardo se ne stavano nelle gabbie degli zoo, con i musi mogi appoggiati sulle zampe anchilosate. Beppino, appena vedeva un topo, gli balzava addosso, ma di solito non se lo mangiava, perché l'appetito era l'ultimo dei suoi interessi. Gli piaceva però correre, e allora a volte dava al topo un po' di vantaggio e poi gli andava dietro, saltava, slittava, si arrampicava per i muri e sulle tegole dei tetti fino ad avercelo proprio sotto, ma se non era
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l'ora di pranzo lo lasciava andare miagolandogli “Ti è andata bene topolino, oggi non ho fame...” A Beppino piaceva così tanto correre che a volte lo vedevi andare dietro alle auto e spesso le raggiungeva e superava, tanto andava forte. Un giorno però successe una cosa brutta. Stava rincorrendo un taxi su una corsia preferenziale, un gioco da ragazzi dato che sul quel tratto stradale il limite di velocità era trenta chilometri orari, e come si sa i tassisti rispettano sempre le regole della strada. Beppino raggiunse il taxi con lunghe falcate. La donna che sedeva sul sedile posteriore del veicolo si sporse dal finestrino per guardare meglio quel gattino. Aveva in braccio un chiuaua che appena vide il felino saltò giù dal finestrino per rincorrerlo. Beppino non lo vide e continuò a correre davanti al taxi, la donna urlò disperata ma nel rumore del traffico nessuno la sentì. Quando un semaforo rosso segnò la fine della corsa, Beppino rallentò e il chiuaua gli fu addosso. Non che avesse paura di un misero cagnolino rinsecchito, ma la sorpresa di trovarselo alle spalle gli fece fare un balzo fin dall'altra parte della carreggiata, dove un auto lo colpì di striscio mandandolo a finire sul marciapiede. Beppino provò a rialzarsi e si accorse che c'era qualcosa che non andava. Una zampina si era rotta e gli faceva un male tremendo. Ma Beppino, nonostante gli fossero rimaste solo tre zampe, si mise a correre, e correva sempre più velocemente del chiuaua che si lasciò dietro in quattro e quattr'otto. Il dolore si fece un po' più
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sopportabile e se ne tornò a casa, ovvero sotto il viadotto che univa il centro della città con la periferia industriale. Stanco e sconsolato, si addormentò subito. Il giorno dopo guardò quell'appendice pelosa attaccata al suo corpo, provò a muoverla ma non successe nulla, e allora capì che non avrebbe mai più potuto usare quella zampina. La disperazione lo colse. Provò a fare due passi ma riuscì a malapena a uscire dalla sua tana. “In queste condizioni non durerò neanche due giorni”, pensò scoraggiato, e si mise a piangere. Un corvo che se ne stava appollaiato sulla ringhiera del viadotto udì quel miagolio disperato. Incuriosito, svolazzò verso quel suono e si trovò davanti il gattino. - Che succede? Cosa c'hai da piangere? - domandò il corvo, che era un signore importante con un accento strano, probabilmente del nord. - Oh, sono proprio un disgraziato. Ieri un'auto mi ha investito e adesso non riesco più a camminare. Guarda la mia zampa come sta... - rispose Beppino, continuando a miagolare di disperazione. - Oh, è proprio un bel guaio. Raccontami come è andata... - chiese allora il corvo, che si chiamava Freddy. Così Beppino raccontò per filo e per segno la sua avventura con il taxi ed il piccolo chiuaua, ma poco prima di finire il corvo lo interruppe. - Aspetta un po', mi stai dicendo che dopo che ti sei ferito hai seminato il cane che ti dava la caccia e sei riuscito a tornare a casa senza problemi? Allora puoi
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camminare! - affermò l'uccello. - Ma no, non ce la faccio... - Certo che ce la fai. Su, muoviti! - Ma no. Mi fa male... - È solo nella tua testa. Muoviti, lumacone! - A quella parola Beppino, che era stato il gatto più veloce della città, alzò la testa e le orecchie, poi fece un balzo verso il corvo, che nel frattempo si era alzato in volo. - Hai visto che puoi camminare, e saltare, e zampettare lo stesso... - gli disse Freddy, gracchiando da sopra la ringhiera. Beppino se ne stava in piedi su tre zampe, che non era proprio il massimo ma era sempre meglio di niente. Il corvo aveva ragione. Era la paura di non riuscire più a camminare che lo bloccava. Adesso non era più arrabbiato con l'uccello. - Grazie corvo. Grazie di tutto! - disse. - Di niente, felino. Ma stai attento adesso, che con tre zampe puoi ancora correre e saltare, ma se un giorno te ne ritrovassi solo due, per quanta fiducia in te stesso tu possa avere, non sarà molto ciò che potrai fare.

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IL FOLLETTO

Nel riflesso di uno specchio, dentro a un gioco di un bambino, dimora un folletto birichino. È il bambino che lo muove, oppure è il folletto che guida la sua mano? Vi giuro, non c’è niente di strano! Cose di questo tipo succedono dappertutto, trasformano il bello nel brutto, ma più spesso il brutto nel bello. Ho visto il riflesso correre lungo il muro bianco, l’ho visto sparire nella finestra e ritornare di fianco. Il bimbo gli andava dietro, rideva rapito. Il folletto sul muro correva divertito. Una nuvola! «Babbo, dove è andato il folletto?» «Era stanco. È andato a letto.»

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STORIA DI UN TARTARUGOLO

Questa è la storia di un Tartarugolo. Un Tartarugolo non è una semplice tartaruga, ma un piccolo tartarughino girovago che cammina eretto e corre addirittura. Avvenne un giorno che il Tartarugolo si svegliasse completamente nudo, spogliato della sua benamata casetta. Grande fu il suo dispiacere quando si accorse che qualcuno gli aveva portato via il suo bel monolocale. L’animaletto senza tetto raggiunse una discarica di rifiuti e, fortuna volle, riuscì a trovare una lattina di birra vuota che gli calzava a pennello. Ci lavorò un po’ sopra trasformando il contenitore di latta in una casetta provvisoria. Non era gran cosa ma sempre meglio che nulla. Poi partì alla ricerca del suo guscio. Dopo molte ricerche il Tartarugolo si diresse verso una lontana terra in cui si diceva vivesse una terribile creatura: l’uomo. Con la casa di latta sverniciata che si
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trascinava appresso incontrò, mentre il sole scendeva all’orizzonte, un Lumacolo vagabondo. Dovete sapere che il Lumacolo non è una semplice lumaca, ma un lumachino eretto con un cilindro per cappello e un bastone da passeggio. «Salve Tartarugolo!» salutò cordialmente il Lumacolo. «Felice d’incontrarti» rispose con aria afflitta il Tartarugolo. «Cosa è mai successo alla tua casa? Sei stato forse sfrattato?» domandò premuroso il Lumacolo. «Purtroppo sono stato derubato» ammise amaramente l’altro. «Derubato? Forse conosco chi è stato…» «Chi? Ti prego, dimmelo!» «Non ti servirebbe a niente saperlo, credimi» disse sconsolato il Lumacolo. «Anche se tu conoscessi l’identità del ladro, non riusciresti mai a recuperare la tua casetta. Mi spiace…» «Dimmi ugualmente chi è. Non ti costa niente» insistette il Tartarugolo. «Ve bene! Te lo dico… È stato l’uomo! L’uomo che abita in quella torre laggiù» rispose il Lumacolo indicando col bastone l’orizzonte. Lontano svettava la guglia di un'antica rocca. «Non coltivare speranze, amico. L’uomo non vuole parlare con noi.» I due rimasero per un po’ a fissare la torre, poi il Lumacolo si allontanò fischiettando tra se un motivo molto triste. Ma il Tartarugolo non si tirò
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indietro, e col suo tipico passo (molto pacato) s’incamminò verso la rocca. Giunto in prossimità dell’imponente costruzione, pensò ad un modo per entrare, ma una vocetta stridula colse la sua attenzione. «Che cosa cerchi viandante dentro il gigante di pietra?» domandò un Brucolo che si era affacciato da una fessura del muro. Puntualizzerò che un Brucolo non è un semplice bruco ma uno di quei bruchini un po’ strani che amano travestirsi da pagliacci. Il Tartarugolo sorrise al nuovo amico e semplicemente rispose: «Cerco la mia casa.» «Perché la cerchi qui?» domandò nuovamente il Brucolo. «Un mio amico mi ha detto di cercarla qua dentro. Potresti per favore entrate tu e guardare se è vero? Nel caso non ci fosse me ne andrei subito senza perder tempo» chiese cordialmente il Tartarugolo. «Per due foglie di lattuga accetto!» disse l’altro. «D’accordo!» E l’affare fu fatto. Così, mentre il Tartarugolo rovistava nel suo zaino alla ricerca di un paio di foglie di lattuga, il Brucolo si avventurò tra le fessure della torre fin nelle sue viscere. «Avevi ragione!» disse il bruchino affacciandosi d’improvviso. «La tua casa è davvero qua dentro e quell’uomo vuole gettarla nel suo calderone bollente…» «Allora devo sbrigarmi» rispose l’altro, porgendo le due foglie d’insalata.
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«Grazie di tutto, Brucolo!» «Grazie a te per la lattuga!» e se ne tornò dentro il muro. Così il Tartarugolo si avvicinò alla porta della torre e bussò tre colpi gentili. Toc, toc, toc. Poi ascoltò: Tum, tum, tum! Erano i passi dell’uomo che si avvicinavano. La porta si aprì. «Scusate signor Uomo» incominciò il Tartarugolo, «non è che per caso avete la mia casetta?» L’uomo, davanti al piccolo esserino avvolto nella latta sverniciata, esibì un ghigno malefico e con voce grossa tuonò: «E anche se fosse?» «Sarebbe davvero una bella fortuna! Me la darebbe per favore?» domandò speranzoso il Tartarugolo. «E se non te la volessi dare, cosa mi fai? Mi salti addosso e mi sbrani?» rispose l’uomo con una risata. «Vede signore, la stagione sta cambiando ed incomincia a fare freddo. Potrei riavere la mia casa?» chiese nuovamente il Tartarugolo un po’ spazientito. «Buona davvero questa!» disse l’uomo continuando a ridere. «Non le la chiedo solo per il mio bene, ma anche per il suo» proseguì l’animaletto con uno strano modo. Ma l’uomo non sembrava ascoltarlo. «Per l’ultima volta; potrebbe consegnarmi la mia casa?» chiese per la terza volta il Tartarugolo. Ma l’uomo, stanco dello scherzo, sbatacchiò la porta in faccia al piccoletto. Come finisce la storia?
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Beh, vi è una cosa che non vi ho ancora detto riguardo ai Tartarugoli. Ogni saggio viandante conosce questa regola: “Mai fare ripetere tre volte una cosa a un Tartarugolo, altrimenti…” Fu così che il Tartarugolo, per niente scoraggiato, incominciò a fare degli strani gesti e a battere le mani. Un tremolo, poi tutto svanì. La torre, l’uomo e tutto il resto si sgretolò come un sogno al risveglio. Ma proprio nel punto in cui sorgeva la rocca c’era qualcosa. Il Tartarugolo si avvicinò con calma alla sua casetta e vi entrò dentro. Poi, con passo leggero, s’incamminò verso una nuova storia.

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IL TRENO DI ALÌ

C’era una volta un bambino di nome Alì che amava moltissimo i treni, e ogni tanto li vedeva passare dalla finestra di camera sua, una baita di legno che dava sulla valle e sul paesino vicino, dove c’era una piccola stazione di mattoni rossi. Si domandava dove fossero diretti e chi portassero, e se anche lui un giorno sarebbe montato su un treno che lo avrebbe condotto lontano. Passarono gli anni e quel giorno arrivò. Alì salì su un treno tutto giallo che andava veloce e senza sbuffi. Attraversò la valle ed i verdi pascoli, aggirò le montagne e tagliò in due il paese, fino a che non raggiunse il mare. Là vi era un grande porto in cui vi era ormeggiata una barca con due enormi vele multicolori. Alì seppe nel momento in cui la vide che quella era la sua barca. Allora montò sopra e il capitano della nave, che si chiamava Augusto, gli dette il benvenuto e subito si preparò a mollare gli ormeggi.
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La barca condusse Alì in mare aperto, e per molti giorni veleggiò col sole mattutino in faccia. Finalmente raggiunse un’isola, e su questa vi era una pista d’atterraggio, piccola e con un unico aeroplano. Alì seppe, nel momento in cui lo vide, che quel velivolo aspettava proprio lui. Il pilota gli fece un segno col capo e lo invitò a salire a bordo. Decollarono insieme nel cielo blu, si lasciarono l’isola alle spalle e andarono verso sud, dove l’aria era calda e la gente piena di allegria. Poi si diressero ancora ad oriente fino alla penisola di un continente lontano lontano. L’aereo atterrò vicino ad una rampa di lancio sulla quale una navetta spaziale era pronta per il decollo. Alì riconobbe subito lo shuttle e senza esitazione indossò una tuta spaziale e vi s’infilò dentro. Gli altoparlanti scandirono sonoramente il conto alla rovescia. Meno dieci, meno nove, meno otto, meno sette… La navetta lasciò la Terra con una scia di fumo bianco, e viaggiò rapida attraverso il sistema solare, oltre Nettuno e Plutone, e poi raggiunse le prime stelle, più veloce della luce attraversò l’intera galassia, fino a che non trovò un pianeta piccolo piccolo con un letto a baldacchino, e quel pianeta era talmente minuto che non c’era posto che per quel letto. Alì seppe che quella era la sua meta. Azionò il comando di espulsione e, grazie ai reattori della sua tuta, raggiunse il piccolo pianeta. Ed era così stanco che, di fronte a quel letto, s’infilò subito sotto le coperte e appena chiuse gli occhi si addormentò.
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Sognò di trovarsi al binario della stazione del suo paese, ad aspettare il suo treno…

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BOLLA DI SAPONE

L’alito di un bimbo sorridente nasconde un’oncia di magia. Per questo motivo prendo forma e mi sollevo, volteggio presa per mano da una brezza, mi libro nell’aria e faccio festa. Con le altre ingaggio un girotondo, l’allegra danza, e se posso mi fingo perla di luce, oppure sfera di cristallo. Sono la figlia dell’incantesimo. Una vita effimera certo, attimi fuggenti, le risa di un bambino, il sole che mi bagna ed io che lo rifletto, tatuandomi d’arcobaleno. E poi sempre più su, verso le nuvole. Tre, quattro cinque metri d’altezza. Guardo giù e penso: “Volo!”. Ma è solo un attimo… puff!

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ONNO

Onno era un cane infelice. Non che se la passasse male, anzi... Viveva in una bella casa con un grande giardino, una cuccia calda e comoda, nessun gatto nevrotico nelle vicinanze e un enorme frigorifero a sua completa disposizione. I suoi padroni se ne andavano a lavoro presto la mattina e tornavano a casa a sera inoltrata, ma Onno poteva scorrazzare dovunque voleva, distendersi comodamente sul tappeto del soggiorno, approfittare del divano e di quei soffici cuscini di velluto, finanche a salire al piano di sopra nella camera da letto, e sprofondare nella coperta imbottita di piume d'oca. Se voleva fare i suoi bisogni, se ne sgusciava fuori da una porticina ricavata dalla porta della cucina, una di quelle a molla che di solito usano i gatti, ma Onno era una cagnolino di piccola taglia e ci passava benissimo. Con
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la pratica aveva imparato ad aprire il frigorifero con le zampe anteriori, salire su uno sgabello della cucina e servirsi succulenti piatti a base di polpettine, bastoncini di pesce fritto e cavoletti di Bruxelles. Oh si, lui andava matto per i cavoletti di Bruxelles! Ma nonostante avesse tutte queste comodità, Onno era infelice, e quando saprete il motivo vi verrà da ridere, perché penserete che non si può essere infelici per una tale piccolezza. Eppure il mondo è pieno di gente infelice per delle piccolezze... Onno era infelice perché odiava il suo nome. “Ma che razza di nome è Onno?” si chiedeva, e non riusciva a darsi pace. “Perché mi hanno messo un nome così brutto? Eppure mi vogliono bene, mi fanno stare anche sul divano e posso mangiare tutto quello che voglio, ma quel nome proprio non lo sopporto... non che lo usino spesso, visto che se ne stanno sempre fuori, però nei fine settimana diventa un tormento... Onno qui, Onno lì, Onno prendi la palla, Onno lo vuoi l'osso... e ogni volta che lo sento mi viene il mal di testa. ” Onno era così scocciato da questa situazione che per vendetta si mise a mangiare tutto quello che c'era nel frigorifero. Si mangiò un piatto di maccheroni al ragù del giorno prima, un pezzo di pecorino con la crosta, una fetta di torta alla ricotta che aveva fatto la madre della padroncina, quattro salsicce di quelle piccanti, un barattolo di yogurt dietetico alla fragola, una confezione di wurstel da sei, tre bignè alla crema rimaste dalla
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domenica che un amico di famiglia aveva portato per cortesia, un etto e mezzo di salame ungherese, un mezzo barattolo abbondante di marmellata di fichi e cotogne e una confezione di gelato al tartufo. Non contento, svuotò anche lo sportello delle meraviglie, dove la padroncina nascondeva la cioccolata bianca ed i baci perugina. Uscendo dalla cucina, con la pancia che gli dondolava a destra e a sinistra, Onno pensò: "Adesso si decideranno finalmente a cambiarmi nome". Ma i suoi padroni quando tornarono a casa e trovarono il frigorifero vuoto e il povero cane in preda ad un terribile mal di pancia, erano lungi dal capire le ragioni di quella abbuffata. Si preoccuparono per la salute di Onno, che però il giorno dopo stava già molto meglio, e decisero di mettere un bel catenaccio al frigorifero, in modo da evitare altri incidenti. Allora Onno decise un bel giorno di non mangiare affatto. Se ne rimaneva nella sua cuccia tutto il giorno e usciva solo per fare i suoi bisogni. Per una settimana non toccò cibo, neanche lo spezzatino che gli aveva preparato la padroncina insieme agli immancabili cavoletti di Bruxelles. Lei glielo servì su un piatto speciale e, accarezzandogli teneramente le orecchie pelose, gli disse: “Onno, amore mio, guarda che cosa ti ho preparato.... dai su, mangia...” Ma lui non le dava soddisfazione e, malgrado la pancia brontolasse come fa il cielo prima di una tempesta, Onno rimaneva stoico. “Questa volta capiranno il mio problema e mi
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cambieranno nome!” Ma niente da fare. La padroncina lo portò dal veterinario che non si capacitava che cosa avesse. Intanto il povero cagnolino diventava sempre più magro e debole. Ma un giorno la bambina della porta accanto, che sia chiamava Cecilia, scavalcò il recinto del giardino per riprendere la palla che le era caduta dall'altra parte, e vedendo il povero Onno arrancare verso la porta della cucina, si fermò e lo chiamò: “Ehi Bello, vieni qui...” Onno si fermò e guardò in direzione di quella vocina inaspettata. Pensò “Mi ha chiamato Bello... che nome stupendo!” e si mise a scodinzolare con la poca energia rimastagli, poi raggiunse la bambina per farsi accarezzare. Da quel giorno i due divennero amici e Cecilia ogni tanto entrava di nascosto nel giardino di Onno per giocarci insieme. Lui rincominciò a mangiare e la vita riprese come al solito, fino al giorno in cui la padroncina tornò a casa prima del previsto e trovò la bambina nel suo giardino. Ovviamente non si arrabbiò, perché le faceva piacere che qualcuno giocasse insieme al suo cane, ma Cecilia colse subito l'occasione per togliersi una curiosità, e disse alla donna: “È proprio un bel cane il suo. Come si chiama?” E fu così che il nostro amico Onno, cane fortunato ma col nome buffo, ricadde miseramente in depressione.

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LA FAVOLA DEI FIORI

Sappiate che, nei remoti giorni in cui tutto aveva un mondo proprio ed ancora il grande maestro non aveva incominciato a baloccarsi con il “Giuoco del Miscuglio”, vi era un pianeta in cui regnavano i fiori. Essi vivevano in grande armonia colorando gli sterminati prati della loro terra, ma non erano fiori uguali a quelli che oggi conosciamo. Questa storia narra di un melodioso popolo di bellissime creature che regnavano su un intero mondo, ed avevano la capacità di comprendere, comunicare e muoversi a propria scelta. Erano i favolosi giorni del Primordio, tempo in cui tutto ciò che oggi ci circonda altro è non era che un sogno. Viveva, in mezzo a questi prati colorati, un fiore spavaldo di nome Freio, una creatura imperfetta tra i perfetti, forse il primo degli scherzi di Aocs, il dio del Caso. Infatti, oltre ad essere estremamente pigro, Freio era anche oltremodo sfacciato e arrogante. Nonostante ciò i suoi compagni lo tolleravano come meglio
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potevano. La superbia e l’accidia di Freio diventavano ogni giorno più insopportabili, forse anche a causa dell’indifferenza che gli altri fiori dimostravano nei suoi confronti. Egli riconosceva il suo torto, ma la sua incapacità di pentirsene lo rendeva ancor più schiavo della sua arroganza. Venne poi l’estate e il sole incominciò a bruciare il cielo e i prati. I grandi saggi della comunità dei fiori, preoccupati per la torrida stagione, si riunirono in consiglio per decidere come risolvere il problema. Se la condizione non fosse cambiata al più presto, molti fiori sarebbero morti. Al termine della riunione i saggi comunicarono alla comunità che la miglior cosa da fare era lasciare i campi e recarsi sulle vicine montagne, dove la terra era più umida e i numerosi ruscelli avrebbero sostentato le loro necessità di nutrimento. Adesso bisogna dire però che anche se all’epoca i fiori avevano la capacità di muoversi, dovevano faticare non poco anche solo per coprire piccole distanze. Ma la situazione si faceva ormai sempre più disperata, e così il popolo dei fiori si decise a partire. Ma quel povero diavolo di Freio, standosene ben piantato per terra, si rivolse a suoi compagni e disse: “É estremamente indecoroso che una comunità di tali proporzioni debba farsi intimorire da una un po’ di solleone. Se davvero lascerete questi bei campi di sole per raggiungere le montagne, non farete che confermare
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ciò che avevo sospettato da tempo, ovvero che siete solo un mucchio di pistilli di pasta frolla!” A questo insulto i compagni indignati risposero con un coro di protesta, ma senza badarci Freio concluse: “Ebbene, se volete intraprendere questo sgombero, non sarò certo io ad impedirvelo. Ma una cosa è certa; io non mi muoverò da qui!” Gli altri, dimenticando i rancori, gli risposero: “Ma è una pazzia compagno! Se presto non pioverà il sole ti ucciderà. Vieni con noi e salvati!” Ma Freio non desistette e rispose: “Andate sciocchi! Quando mai si è visto che un fiore debba camminare così a lungo per qualcosa che gli è dovuto sin dalla nascita. È ovvio che pioverà!” Così, a un passo impercettibile, la comunità si avviò verso le montagne lasciandosi dietro di se il borioso compagno. E Freio non si mosse di un centimetro. Rimase lì, svettante sopra l'erba ormai secca, esibendosi nel più arrogante degli atteggiamenti, un vero e proprio affronto alle leggi della natura. Attese la pioggia, ma il cielo rimase limpido per giorni e giorni, finché il sole inevitabilmente essiccò i suoi petali ed inarcò il suo stelo. Ma prima di morire, una timida brezza prese per mano i suoi semi già maturi per esser piantati, e lentamente quello strano vento li depositò sulla Terra. Fu così che dai figli di Freio vennero generati tutti gli altri fiori, progenie che per scelta del loro primo antenato era condannata a restar piantata nel punto in cui
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nasceva, non possedendo più la capacità di viaggiare. Tra i fiori è stata tramandata una leggenda che spesso, in una lingua non udibile agli uomini, viene cantata nei prati colorati. Freio sui monti non volle andar Rimase da solo sul grande prato Bruciò così il suo cuore ostinato Oggi qui siam costretti a restar.

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UNA PENNA A SFERA DI NOME LINDA
Dedicata alle nuove generazioni che cresceranno nel segno della condivisione

C’era una volta una penna a sfera, di colore blu e col cappuccio, di quelle semplici ma che funzionano sempre bene, e corrono veloci tra le righe piroettando come ballerine. Si chiamava Linda e sapeva il fatto suo, perché si era già figurata che sarebbe diventata famosa. Dal cappuccio sarebbe passata alla molla, poi qualcuno l’avrebbe rivestita di metallo ed infine si sarebbe trasformata in una stilografica di prestigio. Era certa che tutto ciò sarebbe accaduto appena qualcuno le avesse pubblicato il suo primo manoscritto. Si trattava un malloppone di trecentoventisette pagine che lei si tirava dietro con un carretto improvvisato, una pedana di matite colorate e due gomme da cancellare
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come ruote. E dire che era una bella faticaccia portarselo sempre appresso, ma lei se lo teneva stretto perché era sicura che l’avrebbe resa famosa, e poi temeva che qualcuno potesse rubarglielo. Ah si, il mondo era pieno di penne gelose pronte a scopiazzare le opere degli altri e a derubarti della celebrità. Ma Linda, come ho detto, sapeva il fatto suo e perciò non lasciava mai il manoscritto incustodito. Ogni mese lo trascinava fino alla fotocopiatrice dall’altra parte dell’ufficio in cui abitava, ne faceva un paio di copie da spedire agli editori e poi lo chiudeva a chiave in un cassetto. Paziente attendeva la risposta dentro il suo portamatite, mentre le sue amiche le chiedevano di raccontare loro la storia che aveva scritto, perché erano un po’ curiose, ma volevano anche incoraggiare la loro compagna scrittrice. Linda però non si fidava di loro e così non si lasciava scappare una sola parola, perché l’idea era solo sua e nessuno gliel’avrebbe portata via. Passarono i mesi ma gli editori continuarono ad ignorare il manoscritto. Linda però non si dava per vinta ed aspettava. Intanto le amiche incominciarono a perdere interesse per la cosa, che nel frattempo era iniziata la competizione annuale degli appunta-lapis, e il record da battere era dodici punte di matite in un minuto di tempo. Le giornate si susseguivano noiose. L’autunno era arrivato con le sue piogge, ma ancora nessuna risposta. Fu in un quieto pomeriggio di dicembre, con l’ufficio semi vuoto perché era venerdì e tutti gli impiegati se ne
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tornavano a casa prima, che una mano afferrò distrattamente Linda, le tolse il tappo, che lei aveva sempre chiamato “cappello”, e scarabocchiò due righe su un taccuino. Ma non riuscì a terminare la frase che l’inchiostro era finito. Con noncuranza la stessa mano gettò Linda nel cestino della carta. Nell’oscurità di quel cestino si ritrovò accanto a un vecchio evidenziatore giallo. - Ehi, ti va di ascoltare una storia? – domandò Linda, con un filo di voce. - Certo – rispose il pennarello fosforescente. – Ma quanto è lunga? - Trecentoventisette pagine… ma non preoccuparti – lo rassicurò lei, – abbiamo tutto il weekend a disposizione prima che le donne delle pulizie vengano a svuotare i cestini. Allora Linda attaccò a raccontare, e mentre raccontava si sentì grande e bella come una stilografica, e felice come non era mai stata. Perché niente è più appagante del condividere con gli altri le proprie storie.

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IL DRAGO CHE AVEVA PAURA DEL FUOCO

C’era una volta un drago, grosso come una collina e rosso come il sole al tramonto. A differenza dei suoi simili, che amavano fare razzie e bruciare villaggi, lui se ne stava nella sua grotta, lontano dagli affari degli uomini. Usciva di rado e solo per cacciare. Un giorno un cavaliere entrò spavaldamente nella sua tana, perché lo credeva il responsabile di alcuni incendi scoppiati vicino al suo castello. - Mostro sputa-fuoco, è arrivata la tua ora! – urlò gettandosi con la spada in pugno sull’enorme corpo del drago dormiente. - Ma veramente io… – provò a dire il drago, svegliandosi di soprassalto, ma purtroppo il fendente era già partito.
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Mentre esalava gli ultimi respiri, la gigantesca lucertola disse al cavaliere: – E pensare che per paura del fuoco non ho mai usato il mio soffio, e adesso muoio per una colpa non mia. Che strano destino per un drago… Il cavaliere sentì che il drago stava dicendo la verità, ma non provò rimorso. Dopotutto era sempre un drago, anche se innocente. Raccolse il suo tesoro e si avviò verso l’uscita della grotta. - Aspetta uomo. Non lasciarmi così. La tua ferita potrebbe metterci delle ore prima di richiamare l’oscura signora. Finiscimi, ti prego… Il cavaliere si voltò, fece una smorfia e disse: – Non è un mio problema… – Poi se ne andò. MORALE: Quando vogliono gli uomini sanno essere cento volte più spietati dei Draghi.

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L'ORSO E IL CACCIATORE

Il bosco non è sempre un luogo oscuro e pericoloso. È bello a volte giocare vicino ai suoi margini, sbirciare dentro per vedere fin dove arriva lo sguardo e magari incontrare per caso uno scoiattolo che corre veloce lungo il tronco di un albero. Ma se ci si addentra al suo interno, perdendo di vista il punto da dove si è entrati, è possibile smarrirsi e cadere in brutti pasticci. Come successe a Giada, un giorno lontano di una terra remota, mentre seguiva i sentieri dei cinghiali che si perdevano tra gli alberi fitti. Ad un certo punto sentì da dietro dei cespugli un orribile grugnito, e il suo cuore si fermò per un momento quando un enorme orso bruno spuntò davanti ai suoi occhi, alto più del doppio di lei e con le fauci già aperte per morderla. Giada se ne stette ferma come un sasso, con le gambe che non volevano più muoversi. Ma fu soltanto un attimo, poi si volse e incominciò a correre con tutta la forza che aveva.
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L’orso scavalcò il cespuglio e le andò dietro, e meno di un minuto sarebbe durata quella rincorsa se un cacciatore, apparso d’improvviso come dal nulla, non fosse intervenuto. Si chiamava Airone, ed era un abile maestro d’arco. Veloce come un serpente, il cacciatore scagliò una freccia proprio davanti all’orso bruno che, sorpreso ed intimorito, si fermò. L’animale volse lo sguardo verso l’uomo e parve capire il pericolo che si celava dietro una nuova freccia che era puntata su di lui. Con due balzi poderosi l’orso si allontanò dalla ragazza e scomparve nell’oscurità del bosco. Ancora in preda alla paura, Giada esclamò: «Perché non lo hai ucciso?» Airone la guardò con un sorriso nascosto tra la sua folta barba, e rispose: «Non ce n’era bisogno. Uccidere fa parte della natura dell’orso, non della natura dell’uomo» Mentre rimontava a cavallo il cacciatore indicò alla ragazza come uscire velocemente da bosco e gli raccomandò di non rientrarci più. Poi scomparve tra gli alberi per raggiungere in fretta le grandi praterie ad oriente, una strada che lo avrebbe condotto verso altre avventure. Da quel giorno Giada si tiene molto lontana dalle profondità del bosco, e consiglia ai suoi amici di fare lo stesso. Ed ogni tanto pensa anche alle parole del cacciatore, e più il tempo passa più acquistano significato.
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LA SCELTA
Dedicata a tutte le scelte che si credano importanti

Portavo a passeggio Yashin, il bastardino fulvo della mia vicina, in una giornata come le altre, vestita dell’opaco colore di mezza estate. A dispetto di una routine quanto mai comune, mi attendeva quel giorno un’avventura ricca di sorprese e significati, qualcosa di apparentemente irrilevante. Seguendo il mio giro abitudinario, imboccai una strada laterale che, dopo un centinaio di metri, immetteva nella piazza della chiesa, una costruzione gotica tipica del Nord Europa, con alte guglie che svettavano al di sopra delle chiome degli alberi che la circondavano. Ed erano proprio quegli alberi la principale attrattiva di Yashin, sempre in cerca di nuovi luoghi per lasciare i suoi messaggini. Ma quel giorno, il furbo cagnolino della mia vicina, non avrebbe potuto soddisfare i suoi bisogni nel suo luogo
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preferito. All’entrata della piazza infatti si trovavano delle transenne che ostruivano il passaggio, e un cartello rosso indicava il divieto di introdurre animali all’interno della zona delimitata. Una guardia se ne stava appoggiata allo sbarramento, una figura che riconobbi subito: l'agente Teleio dell’Ordine Pubblico. In mezzo alla piazza intravidi una folla di curiosi che si chiudevano in cerchio, per osservare qualcosa che all’apparenza sembrava molto interessante. Così mi avvicinai alle transenne, e mi rivolsi in tono amichevole alla guardia: «Buongiorno agente! Che succede oggi di così insolito in piazza?» Il buon vecchio Teleio si arrotolava una sigaretta mentre mi rispondeva. «L’indecisione ha colto Sua Maestà. Non sa più che scelta fare!» mi guardò di sbieco mentre si accendeva la cicca. «É un bel problema no?» e sorrise. «Vuoi dire che Sua Maestà La Blatta si trova nella piazza? Ma non sarà pericoloso?» domandai io incuriosito. «E noi cosa ci stiamo a fare?» rispose Teleio indicando anche le altre guardie che si aggiravano attorno alla chiesa. Mi piacque la sua idea, ed accesi a mia volta una sigaretta. Yashin intanto fiutava con un certo nervosismo fin dove il lungo guinzaglio a molla gli permetteva di arrivare, e a volte pareva soffermarsi col naso sotto vento, nella direzione in cui la gente era radunata. «Dimmi un po’ di cosa si tratta!» dissi poi.
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«Beh, stamattina Sua Maestà voleva farsi una bella passeggiata in città, così abbiamo organizzato una scorta e l'abbiamo accompagnata nei suoi bizzarri giri che come sempre non avevano senso. Dopo aver attraversato tutto il centro, siamo giunti qui ed allora la nostra cara sovrana, mentre si arrampicava su quella panchina laggiù..» e cercò di indicarmela con la mano «…ora non si vede perché tutta quella gente la nasconde, ma hai presente, no? Comunque, come ti stavo dicendo, mentre si arrampicava scorse, disteso sulla panchina, un delizioso savoiardo (e tu sai quanto sia golosa Sua Maestà di quei biscotti!). Beh, davanti a quella prelibatezza la nostra regina non ha potuto resistere e, dimenticandosi del pranzo che l'attendeva, ha fatto fermare la scorta ed ha ordinato di proteggere il luogo dagli eventuali pericoli. Poi si è messa a pensare.» «A pensare cosa?» domandai io, tirando il guinzaglio che tratteneva il sempre più nervoso Yashin. L’agente Teleio tirò una profonda boccata di fumo e risputandolo mi rispose: «A pensare a come papparsi il bocconcino. Sono due le possibilità; insieme ad una tazza di caffellatte oppure ad una di cioccolata. Una scelta impegnativa che la sta facendo pensare già da due ore, ma come vedi ancora non ha deciso. Solo il Caso sa come andrà a finire!» «Allora vuol dire che dovrò inventarmi un nuovo giro per il piccolo Yashin.» ma nell'istante in cui dicevo queste parole, sentii il guinzaglio ricadere senza
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trazione, e un attimo dopo mi accorsi che Yashin era fuggito! Nessuno si era accorto di nulla, né io, né l’agente Teleio e neanche le altre guardie e la folla in mezzo alla piazza. Yashin se ne andava libero verso quel gruppo di persone che curiosava, e curioso pure lui si fece largo tra le gambe della gente fino a raggiungere la panchina dove si trovava la regina, sempre indecisa davanti al savoiardo. E tra le urla dei presenti si pappò in un sol boccone La Blatta ed il biscotto! Un attimo dopo le guardie intervennero, e prendendo per la coda il bastardino, cercarono di fargli risputare Sua Maestà, ma il cagnolino tenne duro e non se lo lasciò sfuggire. Allora il regno sembrò inclinarsi, ma fu solo una sensazione, poi tutti tornarono verso le loro case, alle loro importanti faccende. Due giorni dopo Yashin venne fucilato, ma il povero bastardino ebbe la soddisfazione di digerire il regale boccone. La signora Baggerman, mia vicina e proprietaria del cagnolino, venne arrestata e condannata a pagare una multa alquanto salata. Fortunatamente il mio amico Teleio non rivelò la mia negligenza alle autorità, ed io potetti andarmene via dal paese senza nessuna conseguenza. Adesso mi trovo da un’altra parte, ma le cose non sono poi molto cambiate. A volte porto a passeggio il cane della mia nuova vicina, un terranova dei più giocherelloni, e spesso una scorta armata accompagna per le strade della città il sovrano di questo mio nuovo paese; sua santità La Locusta.
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MIO PADRE E LA LUNA

Era la notte del solstizio d’estate, e faceva un caldo bestiale. Lo sapete che quelle notti sono un po’ magiche, o almeno così diceva mia nonna. Mi affacciai alla finestra e vidi i pipistrelli girare come matti. Erano quasi le dieci ma c’era ancora un po’ di luce nel cielo. Per un bambino non era certo presto, ma io di sonno non ne avevo, così rimasi a guardare la luna, piena e gialla come un lampione. Anche lei aveva qualcosa di magico… D’improvviso la vidi venir giù. No, non stava cadendo, sembrava invece che qualcuno la stesse tirando con una corda. Doveva averci un bel po’ di forza, pensai. «Babbo! Babbo!» gridai io. Mio padre entrò di volata nella mia stanza. «Che c’è , Amore?» Io lo guardai al chiarore dell’astro, ed è così che me lo ricordo ancora. Sono passati tanti
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anni, e lui se n’è andato da un bel po’, ma quando chiudo gli occhi lo rivedo proprio come quel giorno. I capelli arruffati, gli occhiali con la montatura sottile, la camicia a quadretti rigirata alle maniche e due occhi ricolmi d’amore. «Babbo, stanno rubando la luna!» «Cosa?» E guardò fuori dalla finestra. Anche lui la vide che scendeva, sempre più in basso. Adesso era proprio sopra le cime degli alberi del bosco, quello vicino al villaggio. «Presto, dobbiamo muoverci!» mi disse, ed io lo seguii, anche se ero in pigiama. Ma la notte era calda, e non c’era bisogno della giacca e delle scarpe. «Dove andate?» domandò la mamma, vendendoci sfrecciare attraverso il soggiorno. «Un missione importantissima…» iniziò mio padre. «…dobbiamo salvare la luna!» conclusi io. Ed imboccammo la porta di casa. Salimmo in auto e prendemmo la strada verso il bosco. Le luci e i suoni delle televisioni che fuoriuscivano dalle finestre dei vicini mandavano segnali rassicuranti, ma una volta che ci lasciammo il villaggio alle spalle la notte divenne meno gradevole. E poi il cielo adesso era completamente buio, perché la luna se l´erano portata via. Mio padre parcheggiò al limitare del bosco, afferrò la torcia elettrica da sotto il sedile e uscì dall’auto. Io lo seguii. Avevo il cuore in gola, ma ero felice.
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Percorremmo il sentiero guidati dal fascio di luce. Il bosco era fitto e tenebroso, e c’erano rumori strani, e i pipistrelli continuavano a volare bassi. Mi venne in mente la storia di un ragazzino del villaggio, che era stato attaccato da un pipistrello. Gli si era aggrappato ai capelli e non voleva mollare la presa. Glieli dovettero tagliare con le forbici, poverino. Più avanti vedemmo una luce distante, tra le ombre degli alberi e dei cespugli. «Ecco, sono là! Andiamo!» Era la luna. Erano riusciti a tirarla giù, e adesso rischiarava quella parte del bosco. Corremmo in quella direzione, guidati dalla luce dell’astro. “Che avrebbe fatto mio padre?”, mi chiedevo. Ovvio, avrebbe preso a pugni il ladro e poi liberato in cielo la luna, come ogni eroe. Perché ovviamente lui era il babbo più coraggioso del mondo. Mi facevo mille film in testa mentre correvo e sentivo il sangue correre nelle vene, sentivo il pericolo, la gioia, l’amore, e quando diventai grande e ripensai a questa storia capii che tutte quelle sensazioni insieme significavano che mi sentivo vivo! Ero pronto a tutto, ma ancora una volta rimasi sorpreso, perché le notti magiche sono imprevedibili. Quando raggiungemmo la radura in cui l’astro era stato adagiato, venimmo abbagliati dalla sua luce e solo in un secondo momento riuscimmo a distinguere cosa stava succedendo. La luna era fissata a terra con corde ed arpioni. C’erano due uomini, all’apparenza normalissimi, con tute di jeans e
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casacche fosforescenti. Su retro di queste vi era stampata la scritta “Prontoluna”. «Che succede?» domandò mio padre. «Buonasera, niente di cui preoccuparsi» rispose uno dei due uomini. «Solo un controllo di routine. Cambio delle lampadine, verifica dei fusibili, normale amministrazione.» Mio padre sembrò sollevato. Mi rivolse uno sguardo rassicurante e disse: «Hai visto Amore… nessun problema. I signori sono del Servizio Luna.» «Prontoluna» precisò l’uomo, e consegnò a mio padre il suo biglietto da visita. «Se ci sono dei problemi, non avete che da chiamarci.» concluse. Poi si rivolse al compagno. «Tobia, sei pronto per lasciarla salire?» «Si, possiamo liberarla.» E così assistetti al più straordinario spettacolo della mia vita. I due uomini recisero le corde che tenevano la luna ferma a terra, queste schizzarono nell’aria per la tensione e in un baleno l’enorme palla gialla incominciò a sollevarsi, sempre più in alto, immensa e fulgida, ma leggera come una farfalla. Riprese posizione nel cielo insieme alle stelle, più splendente che mai. Mio padre ed io ce ne tornammo a casa, frastornati e felici. Lui mi accompagnò a letto, mi rimboccò le coperte perché nel frattempo la temperatura era calata, e fece per chiudere la persiana. «Babbo, lasciala aperta stasera. Voglio vedere ancora la
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luna.» «Va bene Amore. Però poi dormi, va bene?» e mi baciò. Non posso affermare con sicurezza se questa storia sia realmente accaduta. Forse era solo una delle tante favole che mio padre mi raccontava prima di addormentarmi, quelle in cui amavo perdermi. In ogni caso, a me piace crederci, perché ogni volta che guardo la luna ripenso a lui.

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LA CANZONE DI FRAGOLE E MIRTILLI

Salice ascoltava il canto della civetta, assurdo musicante nello scenario di grattacieli e auto in corsa della città. Lasciate le spoglie di ragazzo, abbandonate le terre delle favole, egli viveva adesso la via della svolta, l’approssimarsi dell’età adulta, mentre gli occhi schiariscono e il giallo dei capelli sbiadisce, un drappo che ovatta le percezioni cala drasticamente sul cuore. Solo le rare civette della città abbracciata dalla notte riescono a far breccia oltre quel drappo. Prendere la corsa di un autobus significa rimanere prigionieri dei propri pensieri per un po’ di tempo. I lampioni gettono pozze di luce arancione sull’asfalto, un paesaggio che con molta fantasia può distorcersi e prendere un significato totalmente diverso. La civetta calò sopra una pozza di luce nella strada diventata vuota. Salice, in piedi accanto alla fermata del bus, divenne testimone e protagonista di quel nuovo
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scenario. «Salice, ti ricordi di me?» Non sentiva le parole proferite dalla civetta. Le assaporava sulla lingua come se fossero fatte di zucchero. «No, non mi ricordo. Chi sei?» La civetta spiccò il volo verso di lui mentre la pozza di luce s’increspava come fosse fatta d’acqua. Volò fino a sopra la sua testa posandosi sul cartello che indicava la fermata. «Non ti ricordi la passeggiata nel bosco insieme al tuo amico ed il bivacco con la tribù dei Cappelli Rossi?» Le parole avevano adesso il sapore dell’anice e della liquirizia. Salice ricordò un sogno lontano e sorrise. «È vero, adesso ricordo. Tu ci cantasti la canzone delle fragole e dei mirtilli, e fu il migliore dei dessert dopo quel delizioso stufato preparato dalla gente del bosco!» «Già, fu davvero una bella serata. Però tu non l’hai mai raccontata…» Le ultime parole lasciarono sulla bocca di Salice un retrogusto amaro. «Scusami civetta, non volevo fare torto a nessuno, ma di questi tempi sono molto indaffarato. Famiglia, bambini, lavoro, tutte cose molto importanti che prendono il mio tempo. Ti prometto però che appena ho un minuto prenderò carta e penna e scriverò la nostra piccola storia.» La civetta fece un balzo verso di lui e si posò sulla sua spalla. Adesso le parole erano mielate. «Sarebbe
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fantastico! Aspetterò con impazienza nella mia forma vagante della Rete. Laggiù sono una falena, lo sapevi?» «No, è bellissimo. Vieni pure nel mio mondo quando vuoi. Tu e i tuoi amici siete tutti ben accetti!!» «Verremo senz’altro. Ma come intitolerai la storia?» Salice ci penso un attimo poi rispose: «La Canzone di Fragole e Mirtilli» «Perfetto!» esclamò zuccherosamente la civetta, e con un balzo si tuffò nella pozza di luce sull’asfalto. Quando le increspature si dispersero la pozza tornò ad essere luce riflessa, le auto tornarono a correre avanti e indietro e l’autobus si fermò davanti a Salice. Prima di pensare a qualcos’altro si augurò di perdere presto un’altra corsa.

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IL PALAZZO DEL BARONE PREZZEMOLO

- Figliolo, vedi il palazzo ritratto in quella foto lassù? - Si zio, lo vedo. - Un giorno il barone Prezzemolo decise di demolirlo, malgrado tutti fossero dell’opinione che il palazzo fosse il cuore di quel paesaggio. Infatti come vedi era proprio una bel palazzo. La gente del paese ricorda ancora questa storia come una Leggenda Fuggente… - Raccontami ti prego, zio Garibaldi! Si schiarisce la voce e si prepara a narrare (il vecchio zio che la sa lunga…) - Dunque, successe che un giorno il barone Prezzemolo, signore supremo del paese, giunse davanti al suo palazzo, non sapendo che fosse il suo. All’epoca era abitato da una comunità di Orfani del Fuoco Amico, gente senza una dimora che si erano rifugiati nell’edifico vuoto. Per il barone girellone fu una gradita sorpresa
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sapere che il palazzo si trovava sul suo territorio. Pensando al modo in cui utilizzare l’edificio, avrebbe occupato per un po’ i suoi tediosi giorni da monarca (e credimi era davvero un bella fortuna…) La prima cosa che fece fu di ordinare alle sue guardie di scacciare gli Orfani del Fuoco, magari con delle sane brutte maniere. L’ordine venne subito eseguito e la povera gente fu presa a calci nella schiena. - Vorrei ricordarti che a quell’epoca, tempo in cui i ruggenti Draghi cavalcavano sopra enormi trattori alla volta delle miniere d’oro, e le sirene intonavano i canti sacri, andava di moda distruggere e ricostruire. Era davvero un piacevole passatempo per le persone ricche. Così il barone Prezzemolo fece chiamare la Congrega dei Maghi Demolitori, e dopo averli pagati profumatamente, ordinò loro di distruggere il palazzo. I maghi studiarono con cura la costruzione e prepararono gli incantesimi necessari per attuare il loro proposito (erano dei veri professionisti!) In breve tempo il progetto di demolizione fu pronto, ma qualcuno disse che il palazzo era ancora abitato. Allora tutti osservarono le finestre dell’edificio e in effetti si accorsero che c’erano delle sagome che si muovevano all’interno. Così la demolizione fu rinviata, e alcune guardie andarono a controllare dentro l'edificio. - Quando queste fecero ritorno dissero al barone che non c’era nessuno dentro il palazzo, a parte un inutile gruppetto di fantasmi che si aggirava senza scopo da un
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piano all’altro. I maghi, irritati per un così insignificante contrattempo, demolirono in fretta e in furia l’edificio, e se ne andarono veloci verso qualcos’altro da distruggere (il tempo per loro era denaro!) Nessuno si preoccupò dei poveri fantasmi che di sicuro fecero una brutta fine. Così il Barone Prezzemolo riuscì a portare a termine il suo progetto, e dalle fondamenta del vecchio palazzo fece costruire la sua tredicesima stazione televisiva. - Splendida storia zio. Ma è vera? - Come no! Vedi figliolo, possono cambiare i mondi, possono finire le epoche e incominciarne di nuove, si possono usare parole e nomi diversi, ma purtroppo alla fine i riflessi rimangono sempre gli stessi.

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GIOCO DI BIMBA
Ispirata alla canzone de “Le Orme”

Questa è la storia di due bottoncini che vivevano in una camiceria. Si chiamavano Tip e Top, ed erano piccoli, neri e bruttini. Non andavano bene per nessun indumento, ed il sarto non sapeva proprio dove piazzarli. Per le camice erano troppo scuri, per i pantaloni troppo piccini, e non andavano bene neanche per le giacche ed i maglioni di lana. Erano proprio due bottoni sfortunati. Gli anni passavano, e loro rimanevano in fondo alla cassetta del cucito. Ogni volta speravano che, essendo rimasti gli ultimi, fosse venuto il loro momento. Invece il sarto li ricopriva con una montagna di nuovi bottoni, deludendo ogni loro speranza. Dentro quella scatola Tip e Top erano diventati famosi. I rocchetti di filo li rispettavano. Quei presuntuosi degli aghi che li conoscevano fin dall’inizio, non li snobbavano come usavano fare con gli altri bottoni. E poi c’erano gli spilli,
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le cerniere e gli elastici. Tutti quanti conoscevano Tip e Top e si auguravano che presto trovassero la loro strada fuori dalla camiceria. Il Ditale d’Argento, che era il Re della scatola, li aveva nominati suoi scudieri. Ma Tip e Top erano molto tristi, perché tanto desideravano essere attaccati. In fondo erano venuti al mondo per quello scopo, e non per rimanere al buio dentro una cassetta del cucito. Un giorno la figlia del sarto entrò nella camiceria. Era proprio una bambina deliziosa, ed era anche molto creativa. Voleva farsi una bambola di pezza, così si mise subito a lavoro. Prese ago, filo, forbici e la stoffa che il padre aveva scartato, e in pochi minuti diede forma a una bambola davvero stupenda. Aveva proprio tutto; una testa, due braccia, due gambe e un bellissimo vestito rosso. Le mancavano solamente gli occhi. Allora la figlia del sarto cercò attentamente nella scatola del cucito. Voleva due bottoncini speciali, che dessero alla sua bambola un sguardo dolce e profondo. Quando vide Tip e Top capì che erano perfetti. E fu così che i due bottoncini lasciarono la camiceria. Non facevano parte di un vestito, ma di qualcosa di infinitamente più bello. Erano diventati un gioco di bimba.

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LA BAMBINA DEI RAGNI

La Bambina dei Ragni pizzica le corde dei suoi amici, invitandovi alla danza. È un ballo per pochi, la festa degli insetti e degli aracnidi. Qualcuno potrebbe spaventarsi, pensare male, o che so io, spruzzare del DDT. “Maledetti insetti”, pensa la gente, tra gli scaffali del supermercato. “Un prodotto concentrato, ecco quel che ci vuole!” Il ragno penzola sul filo e fa una giravolta. A pranzo lo aspetta un moscerino. Ascolta la musichina, poi risale su. Ha le sue faccende da sbrigare. Gli uomini intanto continuano a comprare: DDT, bagnoschiuma, latte a lunga conservazione. La Bambina dei Ragni riprende a suonare.

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PICCOLA FAVOLA SULLA LIBERTÀ

Un corvo, nero come le notti d'inverno, osò affacciarsi alla finestra di un negozio che vendeva uccelli. Era la fame che lo aveva spinto così vicino agli affari degli uomini. Per un po' se ne stette ad osservare i grassi pennuti che si sbafavano, al riparo delle loro gabbie, ciotole stracolme di semi, semini e grani prelibati. Un pappagallo con le piume verdi come il muschio e una cresta porporina, vide il corvo rinsecchito che lo guardava con un occhio spiritato (perché gliene mancava uno), e per poco non gli andò di traverso un grosso chicco di granturco. Passata la paura, grazie soprattutto alle sbarre della gabbia che lo proteggevano, si schiarì la voce e disse: - Oh, guardate quel povero uccello. Certo, è libero di volare, di planare e di gracchiare, ma si vola, si plana e si gracchia male quando la fame ci attanaglia la pancia! Un altro pappagallo, con piume lunghe e rosse come i tramonti settembrini, aggiunse: - Eh già! Se ne
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affacciano tanti come te, pochi corvi a dire il vero, ma tanti piccioni e anche qualche gabbiano. Ve ne state tutti lassù alla finestra a guardarci mangiare, invidiando la nostra fortuna. La disperazione vi si può leggere sul becco! Noi qui all'asciutto, con tutto questo ben di dio, ed il gentile zio Fernando che ci pulisce la gabbia ogni due giorni. Una vita di lusso... Da un'altra gabbia si alzò la voce cinguettante di una canarina, tra tutte la più vanitosa: - E poi guarda le nostre piume come sono lisce e robuste, merito del cibo che ci danno e di questa bella stanza temperata, non come voi, poverini, che vi tocca a mangiare quel che trovate per terra e a starvene al riparo sotto le grondaie e sugli alberi. Poi fu la volta di un signor usignolo, tutto impettito perché si credeva un uccello importante. - Inoltre, se permettete, qui nessuno litiga mai. Ognuno ha la sua gabbia ed è contento. Magari a volte succedono dei battibecchi, ma nessuno si fa male. Invece mi hanno detto che là fuori ve le date di santa ragione, anche per un misero tocco di pane. Che creature sfortunate! Il corvo, che se ne stava appollaiato alla finestra con la pancia che gli brontolava dalla fame, non ne poteva più di tutti qui petulanti cinguettii. Gracchiò qualcosa in corvesco antico che nessuno capì e prese il volo. Mentre raggiungeva il suo albero preferito, ripensò a tutte le cose che quegli uccelli nelle gabbie gli avevano detto. Per un momento vacillò, complice la disperazione
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arrecata dalla fame, e incominciò a dubitare della grandezza della libertà. Eppure lui, forse più di ogni altro della sua specie, era un vero spirito libero. Stava pesando col suo cervello o con la sua pancia? Poi finalmente raggiunse il suo albero, una grande quercia che dominava la città. Si appollaiò sul ramo più alto e si guardò in giro. “Eccolo!” e si buttò in picchiata verso il verme che si era affacciato dal terreno, piccolo ma abbastanza gustoso da far zittire per un po' la pancia brontolona e far tornare il buon umore al nostro amico corvo.

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IL LOMBRICO CALZOLAIO

Viveva in Lombricolandia il Lombrico Calzolaio. Un giorno venne la guerra e il generale dell’esercito dei millepiedi chiese al Lombrico Calzolaio di preparare gli stivali per la campagna militare. Ma nel momento in cui il povero lombrico terminò il suo lavoro, la guerra era già finita. Quando allora si presentò dai millepiedi richiedendo il suo dovuto compenso, essi lo scacciarono dicendo che ormai la guerra era terminata e che degli stivali non sapevano più cosa farne. Sconsolato e abbattuto il Lombrico Calzolaio, con appresso un milione di paia di stivali, se ne andò da Lombricolandia cercando di vendere il suo lavoro altrove. Girò in lungo e in largo, in alto e in basso, ma non incontrò nessuno interessato ai suoi stivali. Così un giorno, stufo di girovagare senza successo, li gettò tutti nel mare. Col passare degli anni l’acqua gonfiò gli stivali trasformandoli in contorti scarponi sdruciti, e le correnti
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li trasportarono in tutte le acque del mondo. Ecco perché, se un pescatore non sa dove gettare l’esca, probabilmente riuscirà a tirare su solamente uno di quei vecchi scarponi del Lombrico Calzolaio.

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IL BAGNETTO DI MIMÍ

Dagli atolli equatoriali ai freddi mari del nord, dal remoto oriente fino all’oceano aperto, evitando scogli ed iceberg, in barba ai pirati e alla flotta della regina, la nave del capitano Martin continua la sua avventura, spingendosi sempre più in là. I marinai salutano i delfini che nuotano vicino al vascello, ed i grandi cetacei che spruzzano acqua nel cielo azzurro. “Padre, dove siamo diretti?” domanda la figlia del capitano. “Lontano tesoro, in un posto chiamato Australia…” E così il vascello continua a navigare… «Mimì, hai finito di fare il bagno? Su, vatti a mettere il pigiama!” “Uffa! Va bene mamma…”

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MORALE SU UOMINI E GNOMI

«Sono sicuro che questa volta vincerò io!» «Anche lo scorso anno dicesti così, Droll, e ti ricordi come andò a finire. La scampammo per un pelo.» «Kit, devi fidarti di me. La mia invenzione stupirà tutti quanti. Non potranno fare a meno di darmi il primo premio e di portarmi in trionfo da Re Gnhor.» «Forse si, almeno che questo marchingegno non esploda nel mezzo della dimostrazione.» «Se continui così attirerai gli spiriti della sfortuna. Stattene zitto un po’ e guarda dove metti i piedi.» I due gnomi procedevano lentamente lungo la strada che portava alle Grotte del Lago Azzurro. Laggiù ogni anno si teneva la grande festa autunnale degli gnomi della regione. Era un evento che tutti attendevano perché
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coinvolgeva i Cappelli Verdi delle colline a sud, i Cappelli Celesti delle rive del lago e i Cappelli Rossi delle montagne ad est. Tutti e tre i grandi popoli degli gnomi convergevano in quel luogo e per tre giorni si sfidavano nelle più improbabili competizioni. C’era il lancio del boccale pieno, il salto del fosso di grilli, la corsa sulle pietre del fiume e naturalmente la più importante di tutte, la gara delle invenzioni. Chi si aggiudicava quest’ultima poteva portarsi a casa una pentola di monete d'oro ed uno splendido mulo nano. Droll e Kit erano dei Cappelli Celesti, ma vivevano lontano dal lago, dentro la grande foresta che si estendeva verso nord. Per raggiungere le grotte dove si teneva la fiera dovevano camminare tutto il giorno, portandosi appresso la curiosa macchina di Droll, montata appositamente su un carretto a due ruote. La macchina esternamente sembrava una grande cassapanca, con due tubi che sporgevano dal coperchio e una specie di oblò di una decina di centimetri di diametro che si apriva sulla facciata. «Ma a cosa serve questo coso?» domandò Kit fermandosi di nuovo e asciugandosi il sudore. La giornata appena incominciata diventava velocemente calda ed umida. «Sei sempre il solito curioso Kit. Lo vedrai alla dimostrazione. Sai che non mi piace rivelare le mie invenzioni prima della competizione.» «Si ma non è giusto. Devo spingere questo aggeggio per
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centinaia di passi e non sapere neanche di cosa si tratta.» «Si, ma avrai come ricompensa mezza pentola di monete.» «Se vincerai…» «Puoi contarci. Quest’anno non ci saranno dubbi sul vincitore. Dai forza, affrettiamoci che incomincio ad aver fame. Laggiù al lago staranno già friggendo le frittelle, e sai come sono buone quando sono ancora calde.» «Hai ragione Droll, andiamo!» Il sentiero proseguiva spedito verso il lago. Era infatti la strada dei mercanti, e gli gnomi solitamente la evitavano per paura di fare qualche brutto incontro. Ma Droll e Kit trasportavano un fardello troppo pesante per passare attraverso la foresta, e quindi avevano deciso di prendere il sentiero. I loro orecchi attenti avvertirono la melodia fischiata dallo straniero molto prima che questi svoltasse la curva e li avvistasse. Purtroppo però non avevano abbastanza tempo per nascondersi nel bosco ai lati del sentiero senza dover lasciare il loro bagaglio. Così si ritrovarono davanti allo straniero, che subito trasmise loro una brutta sensazione. Era piccolo e magro, ma sempre tre volte più alto di loro, ed emanava un odore pungente, come di pesce avariato. Aveva gli occhi umidi e i capelli unti, e una dentatura che ricordava le Montagne della Follia. «Salve maestri della foresta, che piacere incontrarvi» sibilò lo straniero con una voce da vipera.
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«Salve» risposero i due gnomi, cercando di non rallentare e passare oltre. Ma lo straniero, appostato al centro del sentiero, aveva altri progetti per quei piccoli amici. Si diceva infatti che gli gnomi fossero dei pregiati ingredienti per potenti pozioni magiche, e le streghe pagavano profumatamente per quei simpatici corpicini. Poi era risaputo che le barbe portassero fortuna se intrecciate e usate per legare le sacche dei denari. “Chiamavano le monete”, si diceva. «Cosa trasportate di bello?» domandò l’uomo fintamente interessato. «Niente. Una cassapanca per mio zio che abita vicino al lago» mentì Droll mentre pensava a un modo per uscire da quella situazione. «Che strana cassapanca, con quei due tubi sporgenti. Credo che tu ti stia prendendo gioco di me, piccolo amico.» L’uomo mostro un maligno sorriso e avvicinò il suo volto a quello dello gnomo. «No signore, non è vero» cercò di difendersi Droll. «È senz’altro una cassapanca, ma non come tutte le altre.» «Che vuoi dire?» Droll guardava Kit cercando un appoggio, ma il compagno sembrava ancora più impaurito di lui. Poi gli venne un idea. «Beh, io la chiamo la “cassapanca dei ricordi”.» «E cosa sarebbe?» «Non è facile spiegare. Ci vorrebbe una dimostrazione.» «Che vuoi dire?»
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«Che se vuoi posso farti vedere come funziona. È la mia invenzione, qualcosa che nessuno ha mai pensato» «E cosa farebbe?» «Con questa cassapanca puoi rivivere i tuoi ricordi.» «Adesso mi prendi davvero in giro, piccolo amico. Mi stai dando molti motivi per diventare scortese, e tu e il tuo amico non volete che diventi scortese, non è vero?» «No signore, ci mancherebbe» si affrettò a rispondere Droll, con Kit dietro di un passo che scuoteva la testa terrorizzato. «Mi lasci mostrare come funziona» e montando sul carretto Droll aprì la cassapanca e ne tirò fuori un bel cuscino rosso ricamato, comodo e grande per la testa di uno gnomo, ma appena sufficiente per poggiarci l’orecchio di un uomo. «Ecco qua» disse Droll, porgendo il cuscino allo straniero. «Lo provi!» «E cosa ci faccio?» «Ci appoggi la testa, chiuda gli occhi e ripensi ai suoi ricordi più belli.» L’uomo guardò il cuscino con uno sguardo privo di espressione. Non credeva che lo gnomo lo stesse prendendo in giro, perché non poteva non riconoscere la minaccia incombente. Allora perché si comportava così stranamente, porgendogli quel cuscino? L’uomo, non vedendoci niente da perdere, decise di assecondare lo gnomo. Afferrò il cuscino tra le mani e lo avvicinò a un lato della testa, e subito incominciò a
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ricordare. Trovò alquanto strano il fatto di non fare nessuna fatica nel riportare alla mente i ricordi più belli. Rimase stupito di averne così tanti, la maggior parte dei quali nascosti nei più reconditi cassetti della sua memoria. Dopo qualche minuto avvertì la voce dello gnomo che gli diceva di ridargli il cuscino. Provò un certo dispiacere, e fu un po’ come risvegliarsi da un bel sogno. Porse il cuscino rosso alla piccola creatura borbottando qualche incomprensibile frase di scontento. «Ecco, adesso mettiamo il cuscino pregno dei suoi bei ricordi dentro la cassapanca e mettiamola in funzione» e dopo avere chiuso il coperchio, Droll afferrò una leva nascosta che spuntava da un lato e la tirò verso il basso. Subito la cassapanca incominciò a vibrare e ad emanare una specie di ronzio. Tutto durò pochi secondi, poi tornò normale. Pareva proprio che non fosse successo nulla, ma ad un tratto, dal piccolo oblò sulla facciata della cassa, fuoriuscì una debole e calda luminosità. «Ci guardi dentro» disse Droll invitando lo straniero. L’uomo si avvicinò pian piano alla cassa e con una certa insicurezza abbassò lo sguardo verso l’oblò. Subito il suo volto s’illuminò, non solo per la luce che usciva dalla cassa, ma soprattutto per quello che riusciva a vederci dentro. Con la voce strozzata e le lacrime che gli salivano agli occhi lo straniero sussurrò una parola. «Mamma!» «Adesso avvicini l’orecchio al tubo di sinistra» lo invitò nuovamente lo gnomo.
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L’uomo obbedì nuovamente e con la voce ormai rotta dal pianto disse: «La canzone degli gnomi che mi cantava per farmi addormentare!» Droll guardò Kit sorridente, ormai quasi convinto di averla scampata. «Adesso avvicini il naso al tubo di destra.» Lo straniero obbedì di nuovo e questa volta un pianto dirompente lo investì. «È l’odore delle crostate della Mamma, quelle che le insegnarono gli gnomi della foresta. Le più buone al mondo!» L’uomo ormai piangeva a dirotto e non riusciva a fermarsi. «Ah, che sciagurato di figlio! Lei che mi ha amato così tanto, ed io non ero al suo fianco quando morì. Che figliolo ingrato…» Straziato dal dolore e dal pianto, l’uomo incominciò a correre verso dove era venuto. Incuriosito Droll gli chiese: «Dove va?» «Sulla tomba della mia povera madre, a provare di rimediare alle mie colpe. Grazie piccoletti di avermi fatto ricordare. Grazie davvero» e sparì lungo il sentiero che proseguiva verso il lago. Solo allora i due compagni tirarono un lungo sospiro di sollievo e poterono tornarsene al loro viaggio verso la grande fiera degli gnomi. MORALE: Gli Gnomi conoscono l’importanza dei ricordi, gli Uomini non ne intuiscono la pericolosità.
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EPILOGO Ovviamente quando Droll e Kit fecero la dimostrazione davanti a Re Gnhor durante la grande competizione degli inventori, la cassapanca dei ricordi esplose con un rumore sordo, e le grotte del Lago Azzurro vennero invase da un fumo rosato. Anche quell’anno il povero Droll se ne tornò a casa senza il premio, ma promise a se stesso che ci avrebbe riprovato l’anno successivo. Kit invece decise che non avrebbe più seguito il suo amico in nessuna altra avventura. Infine l’uomo, mentre cercava il cimitero dove era sepolta sua madre, si scordò che cosa stava cercando, e se ne tornò nel bosco a caccia di gnomi.

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IL PIPISTRELLO E LA LUCERTOLA

Alla fine si sposarono, malgrado tutti dicessero che non avrebbe mai funzionato. A lei piaceva il sole e passava le giornate abbarbicata sul muro, mentre lui se ne stava sotto il tetto a dormire. Poi la notte lui cacciava e lei andava a letto. Di tempo da passare insieme ne avevano poco, ma il tempo si sa, è un vecchio burlone, e ci sono momenti che durano eternità. S’incontravano sempre al calar della sera per guardare insieme il tramonto. Poi al mattino lui ritornava con degli insetti prelibati, e facevano colazione ammirando l’alba. Ebbero un figlio davvero magico; lo chiamarono Drago.

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LA CANZONE DELL'ANELLO DI FUMO

Esistono delle domande così banali che spesso pensiamo non valga neanche la pena porsele. Ad esempio: per quale motivo quando fumiamo un buon sigaro, ci perdiamo a volte nel futile gioco degli anelli di fumo? Penserete ovviamente che non esista un motivo particolare, ma che sia semplicemente una conseguenza casuale, un mero gioco per intrattenersi. Beh, che ciò sia casuale è sicuramente vero, ma c’è di più. Premetto che non voglio assolutamente convincere nessuno; si tratta solo di una spiegazione come mille altre. Ebbene, se l’Etere fosse visibile ai nostri occhi, scopriremmo un’infinità di sorprese galleggiare attorno a noi. Una di queste sono delle creature che chiamerò “Tuffatori”. Il motivo per il quale assegno loro questo
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nome è che hanno la curiosa proprietà di passare il tempo a tuffarsi dentro gli anelli di fumo. Appaiono d’improvviso, anche se non li vediamo, e si posizionano sulla testa del fumatore. Aspettano gli anelli e poi vi si tuffano dentro. Ovviamente non tutti ci riescono, ed ecco perché subito dopo l’anello si dissolve nel nulla (sembra che i barboni dell'etere raccolgano il fumo disperso per rifumarselo; ma questa è un’altra storia). Se si accorgono che il fumatore non sa fare gli anelli o nemmeno ci prova, se ne vanno da un’altra parte, e a volte, qualche soggetto più dispettoso, può invocare la malasorte contro di lui. Ma allo stesso modo, chi riesce a comporre gli anelli più belli, viene premiato dalla buona sorte. Capisco che tutto ciò suoni incredibile, ma esiste una canzone, persa nelle pagine del tempo, che conferma in parte quello che ho appena raccontato. Un cuor di dama volle conquistare Il più prezioso e raro monile Il principe promise di donare Alla fanciulla dal volto gentile Ogni dove in cui lui si spingeva Di mille ori venne in possesso Ma lei ogni volta respingeva L'amor che un dì avea promesso
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La fanciulla di malvagia indole Il principe aveva accecato Colla bellezza del rovente sole Gli occhi di lui avea bruciato Ma lui non si disse affatto vinto E ad un saggio chiese consiglio Poiché per amor sarebbe giunto Fin’anche all’ultimo suo miglio Il vecchio di un antico oggetto Spiegò le magiche proprietà L’anello di fumo del folletto Che si dissolve se non v’è verità Dopo mille cerche ed una di più Il principe l’anello alfin trovò E cento speranze ed una in più Alla sua dolce dama regalò Quando lei vide quel raro prezioso Un finto sorriso a lui rivolse Ma poi lo indossò, e fu curioso Al dito della dama si dissolse Entrò così il saggio nella stanza Si avvide dell’insolita malia
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E subito espresse la sentenza La dama proferiva una bugia E dalla corte fu scacciata A se stessa abbandonata! E dalla corte fu bandita Nessuno più l’avrebbe amata!

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IL RAGNO FRANCESCO

Il piccolo ragno Francesco filava una tela di fresco appeso ad un filo rideva che bello filare, diceva. Da una parte stava la siepe dall’altra il muro e le crepe “di sicuro quassù ci casca” sperava, pensando alla mosca. Ma la mosca era una in gamba di nome Clara e un poco stramba volava alta come una saetta al ragno diceva “Aspetta, aspetta…” Di sicuro lui non era senza un bel bagaglio di pazienza
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ma la fame è una bestia abietta e al predatore mette fretta. Francesco ignorava il lamento della pancia allo sfinimento cantava allegro sempre filando un occhio alla mosca prestando. “Non mi prendi, ragnetto!” gridava la Clara a dispetto ma il ragno la lasciava parlare e intanto pensava a filare. “Che gran lavoratore che sei!” lo canzonava di continuo lei Francesco cantava e rideva “É matto!” la mosca credeva. “Son vicina ma ancora lontana!” urlava lei con voce villana lui si mise più forte a cantare per non udir la pancia brontolare. “Inutile, son troppo veloce!” gridò la mosca capace s’era tuffata a mo’ di candela passando di tramezzo alla tela.
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Ma il ragno quell’acrobazia l’avea già vista fare ad Isaia un noto talentato moscerino famoso in tutto il giardino. Così non le dette soddisfazione e attese con garbo un’altra azione che le prede vivan solo per quello rimaner fregate in un tranello. “Ragno, dov’è la tua esca?” domandò ad un tratto la mosca “Sarò io la tua esca, vedrai fautore di tutti i tuoi guai!” “Ma fammi il piacere adesso sei canterino e pure fesso ti credi che solo per diletto voglia cadere nel tuo piatto?” “Oh Clara come sei carina in cielo sei una ballerina la grazia certo non ti manca ronzi e voli e mai sei stanca!” “Hai detto proprio giusto a volar io ci prendo gusto
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starei a ronzar tutta la sera veloce, guizzante e leggera.” “E allora vola, moschina tutta la notte fino a mattina nel mentre io resto a cantare e la ragnatela a filare.” Così la mosca vanitosa che vola e mai si riposa invece di mettersi a letto danzò per l’amico ragnetto. E lui la guardò per due ore girare su un rovo di more ed era quasi il tramonto che il ballo si fece un po’ lento. “Non ti vedo quasi più, moschina perché non ti fai più vicina danza presso il muretto soltanto per il tuo ragnetto…” Trascinata dal suo balletto Si avvicina a lui con diletto “Guarda che roba!” le dice girando e ronzando felice.
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Ma è forse per stanchezza o per avventatezza la mosca si lascia tradire e nella tela va a finire. “Hai visto che alfine ti ho presa premiata è stata l’attesa finalmente è pronta la cena finale della tua messinscena.” “Ti dissi infatti che sarei stato l’esca che ti avrebbe fregato perché tra preda e predatore corre un vincolo d’amore.” “Ma adesso non temere, moschina mia buona e bella bocconcina ti arrotolerò perbene per starcene un poco assieme.” “Voglio che tu sappia infatti che riempirai molti dei miei piatti che grossa e grassa come sei in una volta non ti mangerei.” La mosca più non ronzava E neanche si muoveva
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Era stanca di tutto quel ballare Finalmente poteva riposare. Chiuse tutti i mille occhi Ma suonava nei suoi orecchi Proprio come un vecchio disco La canzone di Francesco. “Smettila, ti scongiuro” disse la mosca sul muro che mentre l’arrotolava il ragno se la cantava. “Ma io canto solo per te come tu ballasti per me siamo preda e predatore quasi un affare di cuore.” Il ragno proseguì a canticchiare e sopra la mosca a filare quand’ebbe finito mangiò e a letto anche lui se ne andò.

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I COLORI DI NINÍ

Nel profondo della foresta, la luce del sole era in festa. Niní il cerbiatto camminava di soppiatto, e si guardava intorno come un gatto. Vedeva le felci, mirava le foglie, godeva di tutte quelle meraviglie. Niní era giovane, e poco sapeva, della vita, del mondo, del tempo che scorreva. Neanche il suo manto aveva colore, era proprio giovane il piccolo Ninì. Se ne andava a zonzo tra le bellezze del mondo, pensando che il suo manto potesse diventare, di un colore assai particolare. Ma era anche un po’ triste perché credeva, che nessun colore gli apparteneva. Nella foresta tra alberi e felci, si colorò di verde e dei riflessi azzurri.
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Era bello quel manto, lo indossava con vanto, ma non era il suo, e se ne andò dalla foresta e dal suo incanto. Venne un grande temporale, tuoni, fulmini e saette, ma il cerbiatto riparato se ne stette. Poi ad un tratto la tempesta finì, ed il giovane Niní, sulla collina se ne andò. Guardò l’arcobaleno, ed indossò le sue tinte. Com’era bello quel magico ponte, di mille sfumature variopinte. Il manto di Niní era ancor piú bello, ma non era certamente il suo. No, non era quello! Povero Niní, che cerbiatto scoraggiato! Era proprio l’abito sbagliato. Niní correva per il prato, tra i cespugli e tra le rocce, galoppando forsennato, alla fine era assettato. E sapete cosa fece? Scese giù verso il ruscello, che scorreva limpido e veloce,
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verso la lontana foce. Da quant’era dissetante diventò come le acque, limpido e baluginante a lui quel colore piacque. Correva l’acqua attraverso la foresta, Niní si specchiò tutto soddisfatto, ma subito si accorse che neanche quello, per quanto bello, era il colore di un cerbiatto. Piccolo Niní non si capacitava, con quali tinte il suo manto andava? Rosso, verde, giallo o cobalto? E raggiunse l’altra sponda con un salto… Arrivò l’inverno insieme al gelo, ed il bianco fece da padrone. Niní era attratto dal candido velo, di neve bianca come il latte; lo indossò come un adone, e in cima al colle se ne stette. Vedeva i fiocchi volteggiare, in quella bianca meraviglia, ma non poté fare a meno di pensare che non era la sua maglia. Il cerbiatto senza tinta, non voleva fare finta, era solo costernato
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e per giunta anche avvilito. Niní non sapeva piú che cosa fare. Qual’era il manto giusto da indossare? Mentre il sole discendeva dentro il mare della sera, Niní mirò i colori della rossa sfera, che nel cielo tutto dipingeva. Forse è proprio come quel tramonto Il vero colore del mio manto? Si chiese il piccolo cerbiatto Davanti all’ocra e allo scarlatto. Ma poi qualcuno gli venne incontro. Chi era? Nella luce della sera, un altro cerbiatto si avvicinava, uguale a lui in tutto, fuorché nelle vesti che indossava. Allora Niní, guardò l’altro e capì, che i suoi veri colori erano proprio come quelli lì. Mentre il sole discendeva dentro il mare della sera, il suo vero manto indossò, ed insieme al nuovo amico se ne andò.

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L'ULTIMA STORIA

«Babbo, che cosa stai facendo?» «Scrivo storie, piccino.» «Che tipo di storie?» «A volte sono storie di avventure, altre volte sono favole per bambini.» «Per chi le scrivi?» «Per te, amore, e per i tuoi fratelli.» «Me ne racconti una?» «Certo! Quale vuoi ascoltare?» «Non lo so... L’ultima che hai scritto!» «Ma non è ancora finita…» «Non importa. Raccontala fino a dove sei arrivato.» «Ma senza un finale non la capiresti…» «Te lo scrivi io il finale, babbo!» «Davvero?» «Certo!» «E allora, come finisce?» «Così…» Allora il bimbo abbracciò il padre e gli dette un bacio. «Ti voglio bene babbo» disse.
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NOTE Questo libro raccoglie molte nuove favole più alcune già comparse in precedenti pubblicazioni ma riarrangiate per l'occasione, e coprono un arco temporale che va dal 1994 al 2010. Compaiono inoltre delle storie pubblicate già sotto lo pseudonimo Aeribella Lastelle, per il progetto La Giostra di Dante: http://www.lagiostradidante.co.nr/

Finito di pubblicare nel settembre 2010

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