L’EMIGRAZIONE VALTELLINESE E VALCHIAVENNASCA NEL XVII SECOLO

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I motivi per una grande emigrazione
Il Seicento fu caratterizzato da una sostenuta emigrazione soprattutto stanziale, sia pure per molti limitata negli anni. Oltre alla modesta struttura economica della Valle, basata – ad eccezione di Bormio e Chiavenna – su un’agricoltura con poche coltivazioni che permetteva appena di sopravvivere e che obbligava già ad una forma di emigrazione stagionale nelle terre vicine, i burrascosi eventi del secolo ne determinarono il flusso inarrestabile e la notevole consistenza. Determinante per il Bormiese e il Chiavennasco risultò il commercio di transito, la loro maggior risorsa, che congiuntamente alla necessità di approvvigionamento e di scambio delle mercanzie, portava gli abitanti dei due contadi a recarsi negli Stati confinanti e in quelli del centro Europa, dove spesso finivano col stabilirsi. Di questo tipo d’emigrazione abbiamo un palese riscontro nel 1618, l’anno della catastrofica frana che sommerse Piuro: una parte dei suoi abitanti risultò dimorare non solo a Milano, Verona, Piacenza, Genova, Sarzana, Venezia e Palermo, ma altresì ad Innsbruck, Vienna, Lipsia, Norimberga e a Rouen, a Parigi, nonché a Praga, a Chiavarino in Ungheria, Graz, Danzica e in altre città d’Europa (32). Una ragione per lasciare la Valle era anche costituita da motivi di studio. I giovani con disponibilità economiche emigravano nelle principali città italiane o europee per frequentarne le prestigiose università, che permettevano di addottorarsi in legge, medicina, discipline umanistiche (33) o per trarre insegnamenti da insigni maestri di architettura, pittura, scultura. I poveri in canna, su segnalazione del parroco, risolvevano entrando negli istituti religiosi di Milano, Roma, Venezia. C’erano poi i nobili, a cui la presenza dei Grigioni sul territorio aveva sottratto onori e cariche, che spesso scarsi di fortuna e ricchi di solo valore (34), se ne andavano in cerca di sostentamento essi stessi, e di onori, presso le corti di Ferrara, Parma, Mantova, Torino, Napoli o in quelle più lontane, ma in compenso più gratificanti, di Parigi, Madrid, Vienna o della Polonia, della Svezia e Norvegia, riuscendo a farsi annoverare fra i gentiluomini di principi e di re. Molti arrivarono ad alti gradi militari, morendo sui più diversi campi di battaglia. Tanti finirono inquadrati, quali sudditi grigioni, in quei reggimenti svizzeri che i Borboni di Francia e di Napoli si riservavano a guardia personale. Al grado valorosamente rico-

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perto si deve il soprannome di Colonnelli acquisito dai Paravicini Cappello di Bedoglio e quello di Alfieri dai Paravicini di Dazio. A proposito dei Paravicini va ricordata la loro emigrazione forzata. Durante la repubblica di Valtellina, nel 1626, a tutti i protestanti fu ordinato di vendere i loro beni entro due anni, pena la decadenza a favore del fisco, unitamente al ritiro perpetuo dei relativi salvacondotti a garanzia della vita. Fu così che molti Paravicini, che avevano aderito alla Riforma, specialmente quelli di Caspano, lasciarono la Valle senza farvi più ritorno. I loro patrimoni sono andati dispersi (35). In aggiunta alla necessità di trovare altrove una forma di sussistenza contribuì infine all’abbandono della propria terra il richiamo dovuto alla presenza di compaesani in queste nuove destinazioni, dove si erano sistemati ed alcuni dei quali avevano anche fatto fortuna.

I sodalizi degli emigranti
Una volta sul posto i nostri emigranti, di cui la comune sudditanza, le invasioni e i saccheggi subiti, le pestilenze e la fame, la stessa fede messa a dura prova ne avevano rafforzato la solidarietà, non si disperdevano. Restavano uniti, formando delle proprie associazioni con tanto di statuto. Le famose Schole, di cui la più nota era quella di Gordona a Palermo, sono un esempio. Valchiavennaschi e Valtellinesi entravano a far parte delle stesse Confraternite e, qualora esercitassero la medesima attività o attività similari, anche della stessa Corporazione o Università di arti e mestieri. Il profondo e sincero sentimento patriottico-religioso che li legava alla terra d’origine portò ciascuna colonia alla creazione della cosiddetta cassetta, intitolata al patrono del loro paese: la cassetta di S. Bartolomeo per quelli provenienti da Caspano, la cassetta di S. Provino per quelli di Dazio, la cassetta di S. Caterina per quelli di Cevo, e così via. Con questa venivano raccolte le offerte e le quote che ciascuno si era impegnato a versare. Quindi si provvedeva non solo all’aiuto dei compaesani emigrati in difficoltà, ma soprattutto ci si occupava dell’acquisto di paramenti, arredi sacri, calici, croci, candelabri, spesso preziosi, o si commissionavano dipinti da inviare poi al parroco assieme a cospicue donazioni per abbellimenti, restauri o l’ampliamento della loro chiesa. E’ a questi lavoratori che si deve una parte rilevante del patrimonio artistico delle nostre chiese.

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Le arti e i mestieri praticati
Quanto alle attività svolte dagli emigranti erano tra le più varie. Alcuni si rifacevano a quei lavori stagionali che d’inverno, lasciata la campagna, andavano a praticare negli Stati confinanti. Altre erano condizionate dalla meta scelta e dalle specifiche esigenze del posto. Nelle città di mare, come Genova, Venezia, Livorno, Palermo, l’attività primaria si svolgeva nei loro porti ed era quella di facchino. Un lavoro, questo, che data la robustezza dei nostri montanari fu praticato anche nelle altre città. Vi erano poi un’infinità di professioni, che spaziavano dal settore alimentare a quello prettamente artigianale. Va inoltre ricordata la viticoltura e gli altri lavori di campagna, che occupavano chi si era stanziato nei dintorni delle città.

Le correnti migratorie
Le correnti migratorie si indirizzarono principalmente su tre mete. La prima, legata agli itinerari commerciali, veniva scelta per lo più dai Chiavennaschi e dai Bormini, il cui insediamento ai valichi di confine ne determinava le attività di mercatura e le conseguenti scelte legate al commercio di transito. La seconda era costituita dalle terre del ducato di Milano e da quelle della Serenissima, con cui intercorrevano relazioni politiche, economiche e culturali da secoli. La terza meta risultava quella di città itinerariamente impegnative: quali Genova, Livorno, Roma, Napoli e Palermo. La scelta di questi centri era anche a volte dovuta alle particolari congiunture politiche e religiose. A Roma il papato ed a Napoli e a Palermo il cattolicissimo re di Spagna, ad esempio, non potevano che favorire i Valtellinesi baluardo della loro stessa religione. Di tutti questi flussi migratori, il più consistente, sia per numero di convalligiani che lasciarono le proprie terre, sia per la molteplicità degli abitati coinvolti, fu indubbiamente quello diretto a Roma. Mai come nel Seicento si ebbe nella nostra Valle un’emigrazione di tale importanza ed anche così variegata nella sua diversità di arti e mestieri svolti.

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