L'ERESIA NEL MEDIO EVO

L'

ERESIA

NBL MEDIO EVO
STUDI

FELICE TOCCO

IN FIKENZE
G. C.

Si

SANSONI, EDITORE

1884

PKOPRIETA LETTERARIA

Firenze

Tip. G. Carnesecchi e

figli.

ALLA

CARA E VENERATA MEMORIA
DI

MIO PADRE

*

AVVERTENZA

Messomi a studiare i rapporti tra la filosofia scolastica e la contemporanea eresia, se

non ho trovato quello che a prima giunta supponevo, mi venne fatto in compenso di formarmi un'opinione ben netta sulla genesi
e sul corso delle molteplici sètte eretiche. Il
risultato di questi studii pubblico nel presente
libro,

che per conseguenza non
storia degli eretici, e

è,

ne vuol

es-

sere

una

molto meno un

trattato

dommatico

sull'eresia.

L'ho

intitolato Studi

mlV eresia

del

Medio

Evo, prendendo quest' ultima parola nel senso

più ristretto del periodo, in cui domina la
sofia

filo-

scolastica.

L'età di transizione tra la

coltura antica e la nuova, in cui fiorisce la
Patristica, è affatto estranea al

mio compito.

Avrei dovuto occuparmi delle sètte contem-

vm
poranee
il

AVVERTENZA
al

moto francescano, che vanno

sotto

nome

di Flagellanti, Apostolici, Beghini e

Guglielmiti, e molti materiali avevo raccolti in-

torno a codesto argomento.
dello spazio

Ma la ristrettezza
uno

m'impedisce di trattarlo anche

superficialmente, e
studio a parte, se
i

mi

riserbo di farne

saggi, che ora pubblico,
accolti, del

saranno benevolmente
forte.

che dubito
al-

La mancanza
che
si

di spazio

m' impedisce

tresì di pubblicare nella loro integrità alcuni
testi inediti,

riferiscono all'abate Gioac-

chino, all'Evangelo eterno, ed al
cescano.

moto

fran-

Ne ho

solo riportati quei

frammenti,

che più s'affacevano al mio scopo.

Ho

forse

abbondato nelle note,
luta
citazione

ma non me

ne pento,
fonti

che nelle ricerche storiche la mancanza assola

manchevole

delle

parmi un vero danno. Del resto se
io gli sarò

al lettore

piace di saltare le note, e credermi in parola,

grato di tanta fiducia.
marzo 1884.

Firenze,

INTRODUZIONE

Il

Medio Evo, che a torto da amici ed avverconcordia e della pace,
dell'età nostra profondi
soffrire

sarii fu detto l'era della

ebbe a

non meno

e dolorosi travagli. Codesta unità delle menti e degli

animi, produttrice secondo gli uni di opere gran-

diose, segno secondo gli altri di fiacchezza e tor-

pore, fu sempre e dovunque vagheggiata, giammai
conseguita.
tre periodi,

Ne
in

ci

verrà mai fatto di trovarla nei

cui

vanno

divisi

i

secoli

che cor-

rono da Carlo

Magno

a Carlo di Boemia.

Il
il

primo periodo, che diremo

di preparazione, è

più lungo di tutti, protendendosi dal secolo nono

sino alla

metà
le

del decimosecondo.

in filosofia

dispute

faticose

Vi primeggiano intorno agli Uni-

versali, nate
la

da una frase dell'Isagoge Porfiriana,

quale racchiude in germe un problema sempre

risoluto e
Tocco

sempre da

L'Errsia ecc.

risolvere.

Quel che noi

di-

2
clamo
della
i

INTRODUZIONE
generi e
le

specie, sono forse entità reali,

anzi solo la vera

realtà, o

non piuttosto

artifìzii

mente per non smarrirsi nel laberinto della natura? Alla prima sentenza piegavano i Realisti, i
Nominalisti
alla

seconda; ed

il

loro dissidio, frutto di

una profonda antinomia della ragione, durava ostinato per secoli, e quando parca che fosse per comporsi, rinasceva sotto altra forma più vivace di prima. Secondo l'intuizione realistica gli individui
sono effìmere esistenze,
l'istessa
le

quali, a così dire, nel-

ora che nascono, scompaiono. Che siamo
et

noi uomini, presi individualmente? Pulvis

umbra.

Consacrati alla morte, un 'piccolo accidente distrugge
in

un punto quanti

fra noi aveano redata

maggior

consistenza e vigore.

La

sola che sopravvive a tante

mine,

e sfidando le ingiurie del

tempo, per volger
è quel
lo

di secoli

non cresce né scema,

che v'ha di
che diesseri

universale in noi, l'umanità.

E

stesso

ciamo degli uomini, possiamo ripetere degli
tutti.

Che anzi a quel modo che gl'individui umani sono frammenti dell'umanità,, questa è una piccola parte di un essere più sterminato di lei, l'animale.

E
il

1'

animale a sua volta è frazione del vivente, ed

vivente è anch'esso forma fugace di un Essere
è tutte cose,
ciò

immenso che
lare.

ma

nessuna in partico-

Questo solo è
s'

che permane immutato, è

l'ordito su cui

natura, è

trama della l'Oceano che serba costante il volume
intesse la variopinta

delle acque,

benché sull'immensa superficie
flutti

s'av-

vicendino

i

rumorosi. Questi

arditi

concetti

INTRODUZIONE
sono adombrati nel

3

De

divisione naturae di

Giovanni

Scoto Erigena/ Così nella prima metà del nono secolo quella Filosofìa, clie
si

dice serva del
il

domma,

prende
coli

le

mosse da un
alle

libro,

quale parecchi se-

dopo (nel 1225) da Papa Onorio III verrà
fiamme.^
in

condannato
*

Giovanni Scoto Erigena nacque

Irlanda (Scotia major)

cominciare del secolo nono. Carlo il Calvo non molto dopo il suo innalzamento al trono (843) lo chiamò a dirigere la scuola pasul
latina, e più tardi gif

commise

di

tradurre dal greco
il

le

opere del

pseudo Dionigi TAreopagita. Indarno

papa Niccolò I si dolse che questa traduzione fosse pubblicata prima di venire sottoposta alla censura. Scoto mori in Francia intorno all'anno 877. Secondo
l'Hauréau la
è
fine tragica in Inghilterra attribuitagli dagli
storici

una favola nata dallo scambio di due omonimi. ^ Le immagini adoperate da Scoto sono tutte improntate all' emanatismo neoplatonico. De divis. nat.^ IV, 5: pag. 311 Est autem generalissima quaedam et communis omnium natura, ab uno omnium principio creata; ex qua veluti amplissimo fonte per poros occultos corporales creaturae velut quidam rivuli derivantur, et in diversas formas singularum rerum eructant. Né crediate che questa coynmunis natura sia una cosa diversa dal principium. Basterebbero tra mille questi due passi a mostrarne l'identità,
se
III,

23:

pag. 249 Creatur enim a se ipsa in primordialibus causis, ac per hoc

ipsam

creat,

hoc

est in suis theophaniis incipit apparere,

ex occul-

tissimis naturae suae sinibus volens

inde

non duo a
,

se ipsis

emergere III, 17: pag. 238 Prodistantia debemus intelligere Dominum et
ipsum.

creaturam, sed
sistens
et

unum

et id

Nam

et creatura in

Deo

est sub-

Deus
in

in creatura mirabili et ineffabili

modo

creatur ....

omnibus creatum, et omnium factor factum in omniil primo rappresentante di quell'indirizzo filosofico, che attribuisce una realtà a sé ai concetti universali. Ac per hoc intelligitur quod ars illa, quae dividit genera in species, et pecies in genera resolvit, non ab humanis machinationibus sit iàcta, sed in natura rerum ab auctore omnium artium quae vero

omnia creans
bus. Scoto

Erigena è

,

artes sunt,

condita.

De

divis. nat.^ IV, 4, pag.

310. Cito l'ediz.

del 1838 pubblicata in Mtinster.

4

INTRODUZIONE

Né men
Nominalisti.
scellino e
i

libera ed ardita è la scuola opposta dei
Il

concetto

dal

quale partivano Ro-

suoi seguaci, affatto discorde da quello
è
il

dei

Realisti,

seguente:

la

sostanza prima è
astrazioni

l'Individuo; gli

universali

sono

che la
clie

nostra mente forma togliendo ed isolando ciò

han

comune gV individui, e lungi dall' essere la vera realtà, non hanno maggior consistenza del suono che li esprime/ Se il Realismo menava dritto
di
al

concetto di sostanza unica, di cui gl'individui son
il

gli accidenti,

nominalismo in quella vece
degli
individui,

di con-

seguenza in conseguenza riescir doveva
trina
dell'originalità

alla

dotaltre

o

in

parole

all'atomismo.^

Tali

erano

i

due

indirizzi

Anselm. De fide Trinit., cap. 2. UH utique nostri temporis imo dialectice haeretici qui non nisi flatum vocis putant esse universales substantias. Non metto in dubbio che l'espressione flatus vocis sia stata usata da Roscellino, il quale nella disputa contro i Realisti ebbe i suoi buoni motivi di opporre ad un'affermazione assoluta un'assoluta negazione. Dal che non segue però che si debba intendere alla lettera questa espressione
*

dialectici

,

polemica, come se Roscellino tenga
ai quali
*

gli

universali per puri nomi,

non corrisponda neanche un concetto.
nel trattato

Abelardo

De

Divis. et definii. {Ouv. inéd. d' Abe-

lardo pars V. Cousin, 1836, p. 471). Fuit autem, memini, magistri
nostri Roscellini

tam insana

sententia, ut

nullam rem partibus
,

constare vellet sed sicut solis vocibus species
bebat. In altre parole la scomposizione

ita et partes adscri-

del tutto

nelle sue parti
intellet-

(quando
tivo.

la totalità è

organica), è un processo puramente

può staccare una parte dall'altra senza distruggere la parte stessa, come ad esempio un membro divelto dall'organismo non è più cosa vivente, ma materia inerte. Ma se
In realtà
si

non

si

considera la cosa più da vicino,

il

vero nominalista non può

INTRODUZIONE
della speculazione di

5
i

quel tempo,

quali,

mutati

nomi

e fattezze,

si

sono conservati sino

ai nostri

giorni.

Ma

e l'uno e l'altro

sistema eran guardati

con sospetto dagli ortodossi, cui non isfuggì che
sotto

l'apparenza dell'accordo
e la
i

si

nascondesse un

grave dissidio tra la Fede
la quale

Filosofia.

Ben

fu

tentata una via di mezzo tra

due opposti estremi,

sembrava
il

s'

accordasse meglio colla tradi-

zione

;

ma
di

tentativo
di

gegno

Anselmo

non ostante la pietà e l' inAosta fallì; né a torto gli
l'ideali-

scolastici posteriori

ebbero a temere che

smo

dell'

arcivescovo di Canterbury non fosse
altri

meno
e dal

avventuroso degli

sistemi, né sapesse tenersi

egualmente lontano dal misticismo degli uni
razionalismo degli
altri.*

E

questi erano infatti gli

ammettere questa forza misteriosa, che conferisce alle parti un nuovo valore, e le trasfoiraa in membra vive di una totalità ideale.
Il

vero indivisibile per

il

nominalista non è dunque

il

tutto,

ma

Questo è lo Schietto individuo, ente semplice, che resta sempre eguale a sé medesimo, benché la mente
parti di sorta.

ciò che

non ha

nostra
derlo in
'

guardandolo da vari
altrettante porzioni.
S.

aspetti,

possa artificiosamente
Qiiaest.

divi-

Tommaso

nella
il

Summa
celebre

Theolog.

I,

ii,

art.

1, ri-

argomento di S, Anselmo: Sed hoc nomen Deus, statim habetur quod Deus est. Significatur enim hoc nomine id quo majus significari non potest: majus autem est quod est in re et in intellectu, quam quod est in intellectu tantum: unde cum intellecto hoc nomine Deus^ statim sit in intellectu, sequitur etiam quod sit in re. E lo combatte in questo modo: forte ille qui audit hoc nomen Deus non intelliget significari aliquid, quo majus cogitari non possit, cum quidam crediderint Deum esse corpus. Dato etiam quod quilibet intelligat hoc nomine Deus significari hoc quod dici tur, scilicet illud quo majus cocorda evidentemente
intellecto quid
significet

INTRODUZIONE
scogli, nei quali

tempo, in cui

i

rompeva la speculazione di quel filosofi, non usi ancora a infingersi,
secoli

come fu

stile

dei

posteriori,

traevano dai

gitari

non

potest,

quod

significatur per

sione intellectus

non tamen propter hoc sequitur quod intelligat id nomen, esse in rerum natura sed in apprehentantum. All'Aquinate non isfuggirono certo i pericoli
il

dell'identificazione del reale coli' ideale, e di quel semirazionalismo

che ne era la conseguenza, ed

meglio che potesse vi

si

oppose.

Valga ad esempio

il

confronto delle due interpretazioni del

domma

della Trinità. S. A^iselmo nel

Monol. cap. 47,

scrive:

At

si

ipsa sub-

stantia Patris est intelligentia, et scientia,

et sapientia et veritas, et scientia

consequenter colligitur quia sicut Filius est intelligentia
telligentiae, scientia
scientiae. Cap.

et sapientia et veritas paternae substantiae, ita est intelligentia in-

49:

getur

summus

spiritus se

amare

sicut sui

Quam enim absurde nememor est, et se intelmemoria
et intelli-

liget! .... otiosa

namque

et penitus inutilis est

gentia cujuslibet rei, nisi prout ratio exigit, res ipsa ametur vel reprobetur.
senza,

La

qual dottrina
le

mena

a questo risultato, che

non solo

l'es-

ma
il

anche

funzioni delle tre persone sono identiche; onde

se è salva l'unità di natura, corre pericolo la trina distinzione, o per

parlare

linguaggio

di

S.

Tommaso: Sed secundum Anselmum

sicut Pater est intelligens et Filius est intelligens, et Spiritus San-

ctus est intelligens; ita Pater est dicens, Filius est dicens, et Spiritus

Sanctus est dicens,

et similiter quilibet

eorum
non
est

dicitur.

Ergo
Patri

nomen Verbi
Il

essentialiter dicitur in divinis et

'p-ersonaliter.

che non è vero, perchè sicut

Verbum non
est {S. T.,
I,

commune

et Filio et Spiritui

Sancto

ita

non

verum quod Pater

et Filius
1).

et Spiritus Sanctus sint

unus dicens
il

quaest. xxxiv, art.

Questa risposta mostra
ser

metodo

di S.

Tommaso, che

è tutto fon-

libri canonici è scritto il Verbo non esPadre edallo Spirito, la relazione, che viene rappresentata dal Verbo, non può attribuirsi alle altre persone. E qualunque sieno i bisogni della Ragione debbono tacere innanzi

dato sull'autorità. Se nei

comune

al

alla sacra testimonianza, la quale sola ci
steri divini.

può dar contezza dei miPer rationem igitur naturalem cognosci possunt de Deo ea quae pertinent ad unitatem essentiae, non autem ea quae pertinent ad distinctionem personarum (Ivi, qu. xxxii, art. 1).

IN.TRODUZIONE
loro principii, saldi argomenti a trasformare
i

7

dommi

e le dottrine tradizionali.

Così

i

Realisti,

al

cui

misticismo nessun midella

stero ripugnava, tra le nebbie

credenza po-

polare s'argomentavano di scoprire le proprie teorie.

E

restaurando

il

vecchio metodo

dell' interpe-

trazione allegorica, già tanto usato ed abusato dai
gnostici, nel

domma

della trinità videro simboleg,

giato

un

ciclo

cosmogonico
dell' effetto

e

nella

redenzione

r eterna durata
lor volta,

garentita dal perenne ini

tervento della causa.*

Ed anche

nominalisti

alla

benché non spiccassero voli così
si

alti

e

ben lontani
gli

tenessero dal nebuloso speculare de-

avversari,
i

non cessavano per tanto
religiosi,

dallo

stu-

diare
l'

dommi

ne meno uso facevano del-

interpetrazione allegorica.

Le loro
stile

spiegazioni,
realisti,

non
eran

elaborate certo nel grande

dei

più piane e sarei per dire volgari,

ma

meglio cons'

facenti secondo loro a far luce piena dove più

ad-

densava

l'

ombra

del mistero.

La

setta nominalistica

o

concettualistica

*

che

dir si voglia
*

fu per tal guisa l'iniziatrice del ra22, pag. 124. Patri dat
. .

logia)

Scoto Erio., De divis. nat., ii, omnia facere, Verbo dat omnes.
fieri:

(Theo-

.

primordiales rerum pausas
in

aeternaliter

Spiritai dat ipsas primordiales causas

Verbo

factas in effectus suos foecundatas distribuere. v, 25, pag. 479.
si

Ac

causarum, quae in ea aeternaliter vivunt, non descenderet, causarum ratio periret; pereuntibus enim causarum effectibus nulla causa remaneret, siculi pereuntibus causis nulli remanerent effectus. ^ Molli scrittori distinguono il nominalismo di Roscellino dal concettualismo di Abelardo riferendosi al noto passo di Giovanni

aperte diceret: Si Dei sapientia in effectus

8
*
.

INTRODUZIONE
il

zionalismo, ed
l'infelice

suo più illustre rappresentante,
e stre-

Abelardo, ragionatore instancabile
dei diritti del
dialettica.

nuo propugnatore
reddidit Logica}

libero

pensiero,

cadde vittima della sua

Odiosum me mundo
ei

Per ben due volte

fu tradotto

davanti a Sinodi provinciali sotto l'accusa di eresia.

La prima

nel

1121 in quella stessa
di

città di

Soissons, dove pochi anni innanzi era stato con-

dannato Eoscellino per sospetto
Saresberiense {Metalogiciis^

triteismo

^
;

la

alius

II, 17, pag. 814, Amstelaedami 1664) sermones intuetur et ad illos detorquet quicquid alicubi meminit scriptum in hac autem opinione depreliensus est Peripateticus Palatinus, Abaelardus noster. La testimonianza di Giovanni (nato a Salisbm'y intorno al 1110 o 20, morto vescovo di Chartres nel 1180) è molto importante, comecché ei fusse discepolo di Abelardo tra
;

il

1136 e

il

1148, e degli scrittori di quell'età T unico che studiasse

di giudicare

spassionatamente

le

opposte scuole, senza abbracciarne

da supporre adunque che una differenza interceda tra il nominalismo di Roscellino e il concettualismo di Abelardo. II primo per opporsi bruscamente ai realisti disse gli universali pure voci, senza ricercare né se a questi nomi corrispondano
alcuna.
concetti determinati, né se questi concetti sieno formati dalla nostra

E

mente
definì

in

un modo arbitrario ovvero necessariamente. Abeut sic non sono entità reali, bensì concetti

lardo

meglio la dottrina nominalistica riempiendo questi

vuoti. Gli universali

che

il

nostro intelletto non può a

meno

di

formare sulla scorta
i

dei reali rapporti di somiglianza ed affinità tra

vari esseri della

natura.
*

Vedi

Heloisa
^

la commovente confessione ad Eloisa che comincia: quondam mihi in seculo cara, nunc in Christo carissima.
I,

{Opjp.^ ed. Cousin,

680).

Roscellino,

fuori,

non ammettendo altre realtà dagli individui in dovea profondamente modificare il senso tradizionale del
della Trinità.

domma

E

gli

erano aperte due

vie.

far ritorno al

monoteismo ebraico, tenendo
fatto subbiettivo

la distinzione delle
isi

persone per un

nato dalla necessità in

trova l'intelletto

INTRODUZIONE
seconda nel 1140 a Sens, dove egli sperava battere colle armi delle sue implacabili argomentazioni

l'accusatore suo S.

Bernardo.

Ma

né l'una volta

né l'altra

gli arrise la

fortuna; che a Soissons fa
colle sue proprie

condannato a bruciare

trodudlo ad TJieoIogiam, e come se ciò
fu chiuso in espiazione dei suoi
di S.
falli

mani V Innon bastasse
nel convento

Medard.

A

Sens poi

gli

sarebbe capitato an-

che peggio, se l'accorto filosofo, presentito l'imperversar della bufera, non se ne
al Pontefice.

fosse

appellato
le

E
il

ventura per
viaggio alla
di

lui che,

mancategli

forze lungo

volta di

Roma,

ripaaf-

rasse

nell'abbazia

Cluny,
il

ove

fu

accolto

fettuosamente da Pietro

venerabile, miracolo ed

esempio

di

vera carità cristiana. Se fosse proce-

duto oltre, non avrebbe trovata eguale accoglienza
nel

Papa Innocenzo

II,

il

quale non poteva

al

certo darla vinta al filosofo palatino contro quello
stesso S. Bernardo, alla cui opera egli

doveva in

parte

il

trionfo riportato

sul

rivale

Anacleto.^

E

nostro di guardare da tre aspetti diversi ciò che pure è uno in
sé; ovvero fare delle persone tre individui distinti, la cui unità, pu-

ramente nominale,
leri.

stia nella

conformità perfetta dei pensieri e vo-

Quest'ultimo partito sceglie Roscellino, come ne attesta San-

t'Anselmo

De

fide Trin.

e. 3.

Tres personae sunt tres res sicut

tres angeli aut tres

animae, ut voluntas et potentia dunque di Roscellino è il Triteismo di Giovanni Filopono non certo il Monarchianismo di Sabellio. S. Bernardo nella lettera a Innocenzo II (Ep. 330) chiama Abelardo Pier Dragone per metterlo a paro con Pierleone, l'antipapa Anacleto. Evasimus rugitum Petri Leonis, sedem Simonis Petri occupantem; sed Petrum Draconem incurriraus, fidem Siita

animae,

omnino
'

sint idem. L'eresia

10
d' altro lato

INTRODUZIONE

come mai quel Pontefice
all'

,

che

1'

anno

innanzi avea imposto silenzio

audace Arnaldo

da Brescia,
il

avrebbe ora dubitato di condannare
la

maestro e

guida

dell'

abborrito novatore ?

Non

eran forse questi due uomini stretti siffattamente
in

un pensiero, che
il

agli

occhi del

chiaravallese
il

l'uno paresse
diero?

gigante Golia, e l'altro

fido scu-

E
i

per

fermo

lo

stesso

ardore di

libertà

Entrambi volevano la riforma della Chiesa, l'uno spogliandola dei mal tolti beni temporali, cagion prima di scandali e corruzioni; 1' altro sciogliendola da quelle pastoie dommatiche
scaldava
loro petti.

che impedivano
religioso.

la libera

espansione del sentimento

Ed entrambi

sono specchio fedele di quell'età

turbinosa, in cui infranti nella lotta delle riforme
e delle investiture
il
i

vincoli

dell'

antica
e

disciplina,

prestigio della tradizione vien

meno,

Papi comIm-

battono contro Papi, come nello scisma di Cadalo,
di Guiberto, di Anacleto; vescovi contro Papi,

.peratori

contro

questi e
si

quelli

;

nulla

di

saldo e

durevole; ed oggi
chi
'Si

proclama campione

della Chiesa

domani vien condannato da eretico e fellone. comprende di leggieri come in queste lotte insi

cessanti crescesse e

dilatasse

lo

spirito critico,

e quale potere esercitasse sulle giovani menti

uno

monis Petri irapugnantem. Gioco di parole, che delicatamente ricordava al Papa servigi prestati al tempo dello scisma. V. lett. 189. Leonem evasimus sed incidimus in draconem, qui non minus forsan
i

nocet in insidiis

quam

ille

rugiens de excelso.

INTRODUZIONE
ingegno così acuto come quello
di

11

Abelardo, che

mise lo scompiglio nella teologia autoritaria colle famose antinomie del sic et non. La sua parola affascinava, la sua dialettica stringeva, e
ritrasse nel

quando
i

si

romitaggio del Paracleto,
alle

discepoli

accorrevano a torme

sue lezioni,
,

contenti di
dello scarso

vivere in miserabili capanne

non curanti

nutrimento, che

il

deserto luogo

concedeva.

Con-

fortato da queste prove di affetto, né fiaccato dalle

persecuzioni patite, T intrepido maestro continuava

a battere in

breccia illum fidei fervorem^
intelligatj credit^ et

qui

ea
Jiis

quae dicantur antequam
assentii ac recipit

prius
et

quam

quae ipsa sint videat^

a?i

recipienda sint}

Era naturale che questa
misura
i

critica as-

sottigliasse fuor di

donimi tradizionali, e
di

riuscisse alle

interpetrazioni razionalistiche

un

pallido deismo.
tre

Le

tre persone, ad

esempio, sono

nomi con
del

cui è descritta diligentemente la perla

fezione

sommo Bene;*
Theolog.,

creazione non è

li-

*

Introd. ad

Opp., ed. Cousin, Parigi 1859,

II,

pag. 78.

Nec quia Deus

id dixerat creditur, sed quia

hoc

sic esse

convincitur, recipitur ....

At nunquam,

si

fidei

nostrae primordia

statim meritum non habent, ideo ipsa prorsus inutilis est judicanda,

quam postmodum
...Nec quod
norabitur.

charitas

subsecuta obtinet, quod
stabilitate

illi

defuerat
et in

levitate geritur,

fìrmabitur.

Unde

Ecclesiastico scriptum

est:

Qui

cito credit levis est

corde et mi-

^ Op. cit., pag. 12 Videtur autem nobis suprapositis trium personarum nominibus summi boni perfectio diligentur esse de-

scripta .... Patris quippe nomini divinae magistratis potentia designatur, qua videlicet quidquid velit efficere possit .... Filii vero

Verbi appellatione sapientia Dei significatur quia scilicet cuncta

di-

12
bera,
colpa,

INTRODUZIONE

ma ma

necessaria;*

il

peccato

originale

non

è

trasmissione ereditaria della pena che al
^

primo

fallo successe;

il

Redentore

è

l'esempio delAt vero
Spiritùs

scernere valeat, ut in nullo penitus decipi queat.

Sancti vocabulo ipsa ejus charitas seu benignitas exprimitur, qua
fieri seu disponi. Lo Spirito Santo un rapporto di Dio a sé medesimo, ma ad altro. Introd. pag. 101: Procedere quod est Deum se per caritatem ad alternura extendere. Quodammodo enim per amorem unusquisque ad alterum procedit, cum proprie nemo ad seipsum caritatem habere dicatur. Notisi anche questo passo che pare scritto dalPErigena. Theol. Christ., I, 5, pag. 379: Bene autem Spiritum Sanctum animam mundi, quasi vitam universitatis Plato posuit. Quest'ultima opinione, cosi acerbamente censurata da S. Bernardo

videi; cet

optime cuncta vult
dire

non vuol

(Lettera citata:

Dum

multum sudat quommodo Platonera

faciat

christianum, se probat ethnicum) fu tolta a principale argomento

d'accusa nel Concilio di Sens, e poi sconfessata da Abelardo nel
tato

trat-

inédites d' Abélard ( Ouvrages par V. Cousin, Paris 1836, p. 475). Sed haec quidem fides platonica ex eo erronea esse convincitur quod illam quam mundi animam vocat, non coeternam Deo sed a Deo, more creaturarnm, originem habere concedit. Spiritùs enim Sanctus ita in perfectione divinae Trinitatis consistit, ut tam Patri quam Filio consubstan-

De

divisione et definitione

tialis et

coaequalis et coaeternus esse a nulla fidelium dubitetur.
il

Dal che

Cousin ha benissimo dedotto che questo trattato è po-

steriore alla Teologia, e scritto

dopo

il

Concilio di Sens.

Il

libro

dunque
'

della Dialettica citato nella

Teologia non può essere que-

sto de divisione pubblicato dal Cousin.

Theolog. christ.,v, pag. 566: Necessario itaque Deus munesse voluit, nec otiosus extitit, quia

dum
*

eum priusquam
:

fecit fa-

cere non potuit.

peccati,

Comm. in Epist. ad Rom. ii, pag. 238 Magis hoc acl poenam .... quam ad culpam animi et contemptum Dei referen,

dum
nisi

videtur.

Imperocché {Eth.

,

e.

13, pag. 615)

non est peccatum
per incidenza)

centra conscientiam. In questo punto
il

(sia detto

Abelardo rasenta
cenda sunt.

Kant

rentia sunt nec nisi

Opera omnia in se indiffeprò intentione agentis vel bona vel mala di{Eth., cap. 7):

INTRODUZIONE

13

Fuomo
timore
rola

perfetto che adempie al dover suo

ma

per amore
è

^
;

il

cristianesimo in

non per una palegge
filo-

non

altro

se

non un ritorno
si

alla

naturale, la quale è certo che fu seguita dai
sofi,

mentre

la

legge mosaica

appoggia su pre-

cetti più simbolici

che morali (magis figuralibus quam

naturalihus nitatur mandatis) ed
l'esterna che dell'interiore

abbonda più

del-

giustizia." S.

Bernardo,

ben consapevole

della gravità di questi arditi

comsibi

mentarii esclama tristamente:

Omnia

iisiirpat

humanum

ingenium^

fideì nil reservans.

Tentai altiora

se, fortiora scrutatur^ irruit in divina j sancta temer at

magis quam reserat,
diripit

claiisa et signata

non aperit sed

(Ep. 188).

Se non che era vano sperare che colla punizione
del filosofo si potesse soff'ocare la libertà del pensiero
,

la quale in quella vece si levava più fiera e

minacciosa

dalle

violenze

patite.

Colla

morte

di

Abelardo non perì l'indirizzo razionalistico, e Bernardo Silvestre trova nel platonismo inteso a

modo

suo la soluzione dei problemi religiosi;^ Guglielmo

*

Comm.

in Epist. ad Roni., ii, pag. 207 Est
:

illa

summa in nobis
amore

per passionem Christi dilectio, quae non solum a servitute peccati
liberat,

sed veram nobis filioruni Dei libertatem acquirit; ut

ejus potius
2

quam timore
i,

cuncta impleamus.
2.

TheoL ChrisL,
Sui
fratelli

'

presso Quimperlé, vedi

Première
il

partie,

e Bernardo, bretoni, nati a Moclan Hauréau, Histoire de la Phil. scofiastique^ Paris 1872, pag. 392, L'Hauréau ha dimostrato che

Thierry

vero autore del rinnovato realismo è Thierry, e che Bernardo

nell'opera sua, recentemente pubblicata dal Barach {^Bernardi

SU-

14

INTRODUZIONE
la

di Conclies attacca

superstizione

come
*
;

la

peg-

gior

nemica del progresso

intellettuale

persino

vestris

De mundi

universitate libri duo
fa se

seic

Megocosmus

et

Mi-

croscomus, Innsbruck 1876) non

non una parafrasi poetica
scritto di

delle

dottrine insegnategli dal fratello.

Lo

Thierry intitolato

De

sex dierurìi operibus
dall'

pervenuto mutilato, non più che il primo libro e parte del secondo, tuttora inediti. Dai frammenti pubblicati
ci

è

Hauréau riproduco

questo, che espone in

forma concisa

il

più

schietto panteismo (pag. 402): Unitas ipsa divinitas est.
singulis rebus
est, vel

At

divinità?

forma essendi

est,

nam

sicut aliquod ex luce

lucidum

ex calore calidum,

ita singulae res

ex divinitate esse suum

Unde Deus totus et essentialiter ubique esse vere perhibeunde vere dicitur orane quod est ideo est quia unum est. Bernardo nel Megocosìno non è meno esplicito (Barach. pag. 30). Rerum porro universitas mundus nec invalida senectute decrepitus, nec supremo est obitu dissolvendus, cura de opifice causaque operis, utrisque sempiternis, de materia formaque raateriae, utrisque perpetuis, ratio cesserit permanendi. Usia namque primarie aeviterna, et persesortiuntur.
tur,

veratio fecunda pluralitatis simplicitas.
in se tota

Una

est,

sola

est,

ex se vel

natura Dei.

E

qui torna la vecchia imagine neoplatonica

da Tierry. Ex ea igitur luce inaccessibili splendor radiatus emicuit .... Bernardo nato forse un dieci anni più tardi
già usata
di Gruglielmo di

Charapeaux (intorno
del quale

al 1080) gli
il

sopravvisse circa
1161, diciannove
lo fa scolare

quaranta. Guglielmo mori nel 1121, Bernardo
anni più tardi di Abelardo
,

una tradizione

(Charles de Remusat, Abelardo I, 272). Guglielmo nato a Conches in Normandia, insegnò per lungo tempo a Parigi, ove mori nel 1154. Oltre al commento del Timeo
*

e del

De
il

Consolatione
il

di

Boezio scrisse

la PhilosojpJiia

mundi,

che fu pubblicata sotto
e sotto

nome

di Beda nelle opere di questo padre,

Onorato d'Autun nel tom. XX della Maxitna Bibliotheca jpatrum. Se Guglielmo fosse stato conseguente a sé medesimo, avrebbe dovuto, come bene avverte T Hauréau, fare una

nome

di

confessione panteistica non diversa da quella di Thierry e Bernardo.
In verità
se lo
Spirito

Santo è l'anima del mondo, altrettanto
lo Spirito è tutt'uno in essenza.

deve

dirsi di

Dio Padre, con cui

Ma

Guglielmo non che ridursi a questo stremo, difende invece con

INTRODUZIONE
Gilberto
tiers,

15

Porretano;

*

dal

1142
a

vescovo

di

Poi-

costruisce

una dottrina
vien

della trinità così

poco
in-

ortodossa,

che

costretto

ricredersene

nanzi al concilio di Rheims del 1148.

grave inconseguenza
casi
!

il

dualismo ortodosso.
filosofo di

E

vedi stranezza di

Mentre

i

fratelli

Carnotensi non patirono nessun danno delle
il

loro audaci e franche rivelazioni,
trario,
assalti

Conches per

lo

con-

molto più timido e circospetto di loro, fu fatto segno agli dei zelanti. A capo dei quali si mise Guglielmo di S. Thierry,
aggiunse Gualtiero da
triste

cui

si

S. Victor,
il

ed entrambi chiamarono in^
basilisco,
fu

aiuto S. Bernardo, per ischiacciare

capo del nuovo

che

era pur mo' nato dal
zione, che

seme

dell'antico.

Però non

convo-

cato un concilio, bensì s'impose
ei
I,

all'accusato la pronta ritratta-

fece nel dialogo intitolato

Dragmaticon Philosophiae

(Haurèau,
*

pag. 432).

Gilberto, nato a Poitiers, era nei 1135 cancelliere della chiesa

di

Chartres. Nel 1140 scolastico di S. Ilario in Poitiers, e l'anno
Il

appresso vescovo di quella diocesi.
che tratta diffusamente delle
sei

suo libro Dei sei principii

ultime categorie toccate di volo

da

Aristotile,

ebbe

tal successo,

che fino al secolo xvi fu sempre

unito al pari dell'Isagoge porfiriana al trattato aristotelico.

Nel

commento
realistica,

al

De
il

Trinitate del pseudo Boezio è svolta la dottrina

che

contemporaneo Giovanni
II,

di Salisbury

espone nel
ori-

seguente
ginalis

modo

{Metal.,
et

17, pag. 817):

Est autem forma nativa

quae non in mente Dei consistit, sed in rebus creatis inhaeret. Haec greco eloquio dicitur EiS'og habens se ad idaeam ut exemplum ad exemplar; sensibilis quidera in re sensibili,

exemplum,

sed mente concipitur insensibilis

;

singularis

quoque

in sin-

gulis,

sed in omnibus universalis. Queste forme sono la vera realtà,

non sono esse nelle cose, ma piuttosto le cose in loro. Egli è ben certo che nel nostro mondo la forma non si può staccare dalla materia se non mentalmente; onde i due fattori sono talmente ine
trinsecati,
si

da poter chiamare sensibile o singola

la

forma,

in

quanto

badiamo bene, l'individuo non è nulla di originario, bensì il risultato della complicazione di fattori universali. La saggezza, la forza d'animo, la figura di Sileno ecc., formano quel tutto che si chiama Socrate, ma
manifesta e determina nelle cose individuali.

Ma

,

16

INTRODUZIONE
Contro

filosofi

mal dissimulato razionalismo di questi seguita sempre a combattere S. Bernardo
il

e non

meno

fiieramente di lui

i

Vittorini

Ugo

Ric-

cardo e Gualtiero. Quest'ultimo principalmente

non
i

perdona ne a

filosofi,

ne a teologi,

ma
il

nello stesso

biasimo coinvolge con Abelardo

e col

Porretano,

due dottori Pietro Lombardo detto

Maestro delle

ciascuno di questi fattori considerato da per sé è un universale

clie

^pnò trovarsi anche in Platone ed Aristotile. Questo tutto così com-> posto si può dire substans, in quanto è il soggetto degli accidenti;
il

che non importa che sia la vera sostanza, perchè anzi in tanto esiste in quanto ha per sé una parte di qneW 0U7ia che é l'uniche io tolgo dal-

versale. L'applicazione teologica é la seguente,
l'

Hauréau pag. 472: Dieu

est ainsi

que Socrate un individue du

genre de la substance; et comme la raison d'étre de Socrate est l'humanité qui vit en lui, de méme doit-on distinguer ce qui est Dieu, ce Dieu, (ie la forme essentielle qui est la Divinité. Méme raisonnement sur les personnes divines. EUes se distinguent de r essence et cependant elles participent non seulement de la méme essence, mais encore de la méme subsistance. Ce parquoi les personnes diffèrent entre
tori
elles est

en

elles

un principe

di distinction

formelle. In altre parole Dio

come
di

tutti gl'individui risulta

da

fat-

od elementi universali. Uno

di questi

elementi è

il

predomi-

nante, e costituisce l'essenza

Dio, o

la deità,

analogo a quello
in

che in Socrate chiamiamo Y umanità.

Ma come
di

Socrate

distin-

guiamo anche
distinguiamo

la

saggezza, la forza di volontà
Il

e simili, cosi in

Dio

le

persone.

principio

s'ha da trovare in

altri fattori universali,

centrale, e costituisce l'unità di
sunt,
tia,
i.

adunque non in quello che diremmo essenza. Quamvis enim in eo, quo
questa distinzione

e.

essentia,

quae de

est tamen ipsorura per

illis praedicatur sit eorum indifferenquaedam, quae de uno dici non pos-

sunt, ideoqui quae de diversis dici necesse est, differentia. Questa

dottrina

non parve meno sospetta
III. Il

delle

precedenti.

Nel 1146 due

arcidiaconi di Gilberto Calon e Arnauld lo denunziarono
tico al

come

ere-

Papa Eugenio

quale nel suo viaggio in Francia nel 1148
il

tenne un concilio, ove intervenne da promotore

terribile S.

Ber-

INTRODUZIONE
sentenze,

IT
di

ed

il

discepolo Pietro

Poitiers/ che

raccolsero in trattati scolastici ed in forma dialettica

esposero la
clie
1'

somma

del

sapere teologico.^ Se

non

opposizione di codesti mistici è una ben

debole diga contro l'irrompente fiumana. Realisti e
nominalisti seguitano a battagliare, e tra gli opposti

estremi nascono tanti sistemi intermedii, che a
tutti
si

noverarli

stanca

Guglielmo

di Salisbury.

E

sovra tutti mira ad innalzarsi quest'uomo singo-

lare, questo discepolo di

Abelardo, che pare appar-

tenga ad altra epoca, ed assai prima del Petrarca

nardo. Quattro proposizioni sospette, tolte dai

libri

di Gilberto, fu-

rono sconfessate, ma non per questo si approvarono le quattro opposte di S. Bernardo. Bensì furono sottoposte ad esame pochi giorni dopo nel concilio trasferitosi a Reims, e dopo molte concessioni reciproche
si

venne a

tali

formole, che sebbene suonassero
si

censure per Gilberto, pure non

sapeva con certezza qual parte
1173).

avesse vinto se l'accusatore, o l'accusato. Gilberto mori nel 1154.
'

Ugo (1096-1141) ebbe
si

a scolare Riccardo

(t

Ed

en-

trambi

chiamano

Vittorini dall'abbazia di S. Victor in Parigi di

cui facean parte. Gualtiero abbate delia stessa abbazia secondo Buleo {Hist. univ. parìs. I, pag. 404) scrisse contra manifestas et damnatas etiam in Conciliis haereses, quas sophistae Abaelardus, Lambardus, Petrus Pictavinus et Gilbertus Porretanus, quatuor la,
:

byrinti Franciae,

uno

spirito

aristotelico

afflati,

libris

sententiam

suorum acuunt,
BRic.
,

limant, roborant. Visse intorno al 1180. Vedi

Fanel

a.

q. n.

^

Pietro

Lombardo da Lumello morto vescovo
il

di Parigi

Liber sententiariim^ che fece poi da testo nelle scuole teologiche. Prima di lui \]gb da S. Vittore avea pubblicata la Siimma sententiaruìn sive eruditionis theologicae. (Opp., ed. Rotomagi, 1648, III, 417-472). E dopo di lui Pietro di Poitiers,

1164. Nel 1152 pubblicò

lihros sententiariim. (Fabricio, ed.
Tocco.

suo discepolo (morto arcivescovo nel 1205) scrisse quinque fior., V, 258).

L'Eresia ecc.

2

18

INTRODUZIONE
l'

professa come un culto per
in

anticliità

-^

classica, ed

mezzo

al

cozzo di tanti dommatismi vorrebbe rinal

novare l'antica Accademia. Così
della scolastica

primo periodo
nota
il

non manca neanco
quattro,
il

la

critica.

E

non più due
il

indirizzi soli si contrastano
realistico",
il

dominio

delle menti,
stico,

ma

nominali-

mistico, lo scettico.

II

Prima che

s'
,

aprisse
la

il

secondo periodo della
la

coltura medievale

guerra tra l'Impero e

Chiesa

s'era rinnovata con maggiore violenza, e tre antipapi
1'

un dopo
si

1'

altro contesero per venti anni

la tiara

ad Alessandro III (1158-1178).

E

durante

queste lotte

rinvigorirono le sette ereticali dei
si

Catari, Valdesi ed Arnaldisti, e accanto a loro

Giovanni da Salisbury nato tra il 1110 e il 1120, morto veI due noti libri il Policraticiis ed il Metalogicus furon pubblicati nel 1159 secondo lo Schaarschmidt
'

scovo di Chartres nel 1180.

(lohannes Sarisberiens. pag. 143 e 211).

Lo

stesso

autore giusta-

mente osserva (pag. 84): Grade darauf beruht

ein grosser Theil

des Interesses, welches man an ihm nehmen mass, dass er sich von der unerquicklichen Modewissenschaft der gelehrten Schuien seiner Zeit, der disputirenden Dialektik, zu den Alten als einer reìneren Quelle der Geistebildung gewandt hat, und ein Vorlàufer
des
in

Humanismus
.

die

Friichte

dieser seiner

classischen

Studien

und auszupragen bestrebt ist. von der Unzulànglickeit unseres Erkennens in Be(pag. 313) zug auf die hochsten Fragen durchdrungen, imraer auf das pi'aktisclie Gebiet der Ethilk hinuber eilte. Che Giovanni penda per la Fieigene Leistungen darzulegen
.
.

.

losofia

accademica V. Polio., VII,

1 e 2; 11, 22;

Metal,

11, 14; IV, 20.
i

I

INTRODUZIONE

10

fecero stj'ada gli avversarli di ogni credenza positiva, gi' Iftdifferenti
il
,

che riconoscevano a lor capo

grande

filosofo

arabo Averroè. Questi sosteneva

che tutte
agli

le religioni

occhi della

hanno egual valore innanzi ragione. Son tutte vere perchè
il

tutte

hanno

tal

forza morale da infrenare

ri-

belle volere delle

masse tutte
;

false,

perchè

la schietta

verità filosofica v' è ottenebrata da imagini ed allegorie. Certo

r importanza

e la perfezione
le varie
il

relativa

delle religioni è diversa

secondo

condizioni

dei tempi,

ma

ciò

mostra che

criterio di valu-

tazione delle religioni vuole essere storico, non speculativo.*

Questo nuovo nemico era

al certo

molto
i

più temibile dei precedenti, imperocché tra
*

fìlo-

col
di

Le opinioni filosofiche di Averroè s'accordavano tanto poco dommatismo religioso, che la sua alta posizione sociale di Kadì Cordova, e la fama che s'era acquistata colle sue faticose opere
lo salvarono dalle persecuzioni dei fanatici. *

non

tolte al

vecchio filosofo

tutte

predecessore
e

conferitegli, Io

Il re Almancour, da lui stesso e dal suo relegò in Lucerà presso Cordova;

le dignità

benché per intercessione altrui gli permettesse di far ritorno in Marocco, gì' ingiunse pertanto di passarvi il resto dei suoi giorni
nell'isolamento, e
si

come

in reclusione.

Da

quel tempo Averroè

non

mosse più

dalla

capitale, dove,

affranto dal destino

morì nel

1198, in età di settantadue anni. (Era nato a Cordova nel 1126).
Il

MuNK {Mélanges
in questi
si

de philosophie siiive
le

et

arabe, pag. 455-56)
:

espone

termini

opinioni del filosofo arabo

Malgré ses
lui

opinions

peu

d'accord avec ses
le

croyances religieuses, Ibn-

Roschd
rités

tenait

a passer pour bon musulman.
but plus elevé
d'
,

Selon

les

vé-

philosophiques sont

que l'homme puisse
qui puissent y parve-

atteindre,

mais

il

n'y a que peu

hommes

degli occidentali vedi e segg.

* Sul fanatismo dei Musulmani occidentali molto superiore a quftllo Dozy, HisL de l'Ularaisme^ Paris 1819, pag. 340

20
sofi

INTRODUZIONE
ed eruditi arabi
si

conservava la più ricca trasolo
la

dizione della coltura ellenica; ne

maggior
,

parte

delle
i

opere
più

aristoteliche

conoscevano

ma

benanco

importanti interpetri, Alessandro
Porfirio,

di Afrodisia,

Temistio,

Ammonio. Onde

Avicenna nei primordii del

imdecimo ed Averroè nel duodecimo scrissero i più estesi commenti allo Stagirita. I quali commenti voltati ben per tempo in ebraico e dall' ebraico in latino
secolo
,

furono

accolti

con

trasporto

dai filosofi

d' occi-

dente, che in tanta venerazione tenevano Aristotele,

per quanto scarsa conoscenza avessero delle

sue opere. Se non che lo studio di Aristotele attraverso questi infidi espositori non era senza pericolo
;

perchè
si

l'

interpetrazione più che
alle

al testo

di

Aristotele

confaceva

chiose

neoplatoniche,

onde
in

il

teismo aristotelico tramutavasi per tal via

un panteismo mistico, quale è svolto, ad esempio nel Fons vitae dell' Avicebronio. Gli effetti di
*
,

nir par la spéculation et les révélations prophétìques, qui étaient né-

horames les vérités éternelles, également proclamées par la religion et la philosophie, Nous devona tous dans notre jeunesse nous laisser guiderpar la religion et suivre strictement ses préceptes et si plus tard, nous arrivons à comprendre les hautes vérités de la religion par la voie de la spéculation, nous ne devons pas dédaigner les doctrines et les préceptes dans lesquels nous avons été élevés. Intorno agl'indifferenti riscon;

cessaires pour répandre parami Jes

tra
II,

Reuter, Geschichte der relig. Aufklarung im Mittelaltei\ 133 e segg. Suir importanza che ebbe nel secolo XIII il Fons vitae dell' Avicebronio il Munk, op. cit. pag. 151, dice: Il parait avoir exercé
'

une influence notable dans

les écoles

chrétiennes et avoir donne

INTRODUZIONE
questi
filosofi

21
.

agenti

dissolutori si

vedono chiari in due
il

che vissero tra la fine del secolo XII ed

principio del XIII,

Amorico

di

Bena

e

Davide di

naissance à des doctrìnes hétérodoxes que les théologiens jugeaient
assez redoutables pour s' armer contre elles de tous les arguments que leur fournissaient les dogmes religieux et une dialectique subtile. Les fréquentes citations du livre Fons vitae que nous rencontrons notamment dans les onvrages d' Albert le grand et de S. Thomas d' Aquin, témoignent de la grande vogue qu' avait alors ce livre et de la profonde sensation que faisaient les doctrines qui

y étaient développèes. Lo stesso Munk fece l' importante scoperta che il creduto filosofo arabo (moro dice Bruno), del quale nessuno sapeva dire quando e dove fosse nato, è un poeta e filosofo ebraico ben noto, Salomon-Ibn-Gebiroi, nome che passando per le bocche dei latini si corruppe in Avicebronio, nello stesso modo che Ibn-

Roschd divenne Averroé, Ibn-Sina Avicenna. Il y a peu de noms aussi populaires parmi le Juifs que celui de Salomon ben-Gebirol; un grand nombre de ses hymnes se sont conservés jusqu'à nos
jours dans la liturgie sinagogale de tous les pays. Mais tout ce
et qu'il recut

que nous savons de certain sur sa vie e' est qu' il était né à Malaga son éducation à Saragosse, où il composa en 1045
,

un
il

petit traité de morale (pag. 155). La dottrina dell'Avicebronio, venne compendiata da uno scrittore ebreo di nome Ibn Faléquera,

quale tradusse dall'arabo

i

luoghi più

importanti dei 5
il

libri

del

Fons
del

vitae, che gli parvero contenere tutto

sistema.

E

dalla
la-

traduzione di questo compendio, e dall'analisi del manoscritto
tino

Fons

vitae,

trovato

dal

Munk

nella biblioteca parigina

s'attinge ora esatta che

una notizia dell'Avicebronio molto più compiuta ed non dalle citazioni dei dottori scolastici. On reconnait
,

la

dans ce systéme l'influence de la doctrine des Alessandrins et philosophie de Ibn-Gebirol, serait à peu près identique avec
celle

de
il

Plotin
n' avait

et

de

Proclus

si,

domine par

le

dogme

reli-

gieux,

pas cherché à éviter les conséquences de ces do-

ctrines panthéistes
(pag. 231).

en se réfugiant dans l'hypothèse de

la volonté

22

INTRODUZIONE
eretici in
reli-

Dinan, condan.nati entrambi come
gione e panteisti in
filosofìa.*

Ma

la

Chiesa oramai era uscita più vigorosa

dalla lotta sostenuta con Federico. Alessandro III,

che seppe trovare un efficace aiuto nella forza giovane e rigogliosa dei Comuni, avea disfatto il suo
potente rivale così che neanche
il

matrimonio

di

Enrico

VI con Costanza
dell'

di Sicilia valse a restau-

rare le sorti

maturavano
assumeva

alla

Impero. Che anzi nuovi danni si causa imperiale, quando morto in

fresca età l'ardimentoso Enrico, del fanciullo erede
la tutela

una donna debole

e

bigotta, la
all'

quale non seppe trovar migliore protezione

in-

fuori del Papato, al cui soglio veniva in quel torno

levato uno dei maggiori uomini del tempo, Inno-

cenzo
gli
lici

III.

Questi procede con insolito vigore contro
della

avversarli

Chiesa.

In danno degli infe-

Albigesi bandisce nel 1209 una crociata, che
di

dopo lunghi anni
l'eresia,

guerre e calamità distrugge
il

ma

spegne con essa

fiore della coltura

provenzale.
ciale,

Nello stesso anno un

sinodo provin-

tenuto a Parigi, decreta che venga tolto alla
,

pace del sepolcro
il

e gettato in terra
,

non benedetta
;

corpo di Amorico
degradati e

morto due anni innanzi

che

sieno

condannati a carcere perpetuo
vescovo
di

parecchi ecclesiastici, convinti di eresia; che ven-

gano consegnati
'

al

Parigi

i

quaderni
'

Perversissimum dogma impii Amorici cujus mentem sic pater mendacii excaecavit, ut ejus doctrina non tam haeretica censenda sit, quam insana. (Mansi, XXII, 986).

INTRODUZIONE
-del

23
sia

maestro Davide di Dinaii; infine die

pronec

scritta da Parigi la lettura delle opere di Aristotile.

Nec

libri Aristotelis de naturali lìhilosophia

commenta legantur

Parisiis puhblice vel secrete.

Et

hoc poena excommimicationis inhihemus}
Insofferente di opposizioni Innocenzo taglia quei

nodi che non può sciogliere, e della supremazia
dell'

autorità sua su tutte le podestà della terra

ha
per

tale coscienza,

da costringere a ribellarglisi la sua

stessa creatura, l'Imperatore

Ottone lY.

animo gagliardo; ma dalle nuove opposizioni attinge maggior forza onde raunato nel 1215 un solenne concilio nel Laterano, vi scomunica l' Imperatore al quale oppone
ostacoli che incontri, vacilla quelP
;

il

suo pupillo Federico
il

;

spoglia dei suoi legittimi

possessi

Conte

di

Tolosa,

investendone Simone
l'

di Monforte, ricondanna solennemente
rico
si

empio

Amo-

e tutti gli altri eterodossi in

qualunque modo

chiamino,^ non dubita infine di tenere per de-

caduti dal trono quei principi
col ferro e col fuoco
1'

che non isvelgano
eresie.*

annoso tronco delle

'

Martène,

Thesaurus, IV, 166.
collegatas.

*

Universos haereticos, quibuscuraque nominibus censeantur,

facies

quidem habentes dìversas, sed caudas ad invicem
1.

(Manst,
*

e).

Moneantur saeculares potestates .... prò defensione fideì lìraestent publice juramentum, quod de terris suae jurisdictioni subjectis universos haereticos ab ecclesia denotatos bona fide prò viribus exterminare studebunt .... Si vero dominus temporalis reusitus et monitus ab ecclesia terram suam purgare neglexerit ab
liac

haeretica foeditate

....

excommunicationis vinculo innode-

24

INTRODUZIONE
istrumenti di
tali

Ed
clie

implacabili persecuzioni
dei

do-

veano essere quegli ordini religiosi

minoriti^

appunto in quel torno nascevano
isolati e neghittosi

,coir obbligo

di

non restarsene

nel
al

silenzio

del cenobio, bensì di vivere in

mezzo
i

popolo,

accattare da lui

giorno per giorno la sussistenza,
i

dividerne le gioie ed
pensieri,
il

dolori

,

spiarne

più segreti

onde non isfuggisse

al loro

acuto sguardo

più lieve indizio di opinioni e tendenze ereticali.
tutto questo bastava.

Le misure preventive e repressive, per quanto accorte e vigorose non po,

tevano eliminare

i

più profondi bisogni della ra-

gione. Il credo ut intelUgam di S.

sempre come insegna dunque necessario clie
Chiesa
si

delle
le

Anselmo restava menti superiori. Era

menti più elevate della

mettessero a scoprire la via di una con-

ciliazione tra la ragione e V autorità, e che si ri-

studiasse da capo

il

problema

filosofico
il

per metfilo-

terlo d'accordo, col religioso.

E come

grande

sofo era tuttora indiscutibilmente Aristotele, biso-

gnava esaminare se il commento e T interpetrazione araba fosse proprio quella che meglio rispondesse
tur.

Et

si

satisfacere

contempserit infra annum, significetur hoc

summo

pontifici: ut

ciet absolutos, et

fìdelitate denunterram exponat catholicis occupandam, qui eam

ex tunc ipse vassallos ab ejus

exterminatis haereticis sine ulla contradictione possideant, et in
fidei

puntate conservent.

Il

canone del concilio lateranense con-

tro l'eresia fu inserito nella legge contro gli eretici, che pubblicò

Federico II nel 22 novembre 1220 giorno della sua incoronazione. Quattro anni più tardi due altri editti più severi (Pietro delle

Tigne,

Lett., I, ep. 25-27.

Mansi, XXIII, 586).

INTRODUZIONE
al

25

pensiero

dell'

autore. Questo è T intendimento dei

maggiori
Vincenzo
del sapere

filosofi del

secondo periodo della scolastica,

di

Beauvais/ Alessandro di Halès, Alberto
raccoglitori
nelle lor

Magno, Tommaso d'Aquino, i più grandi
enciclopedie e nelle lor

contemporaneo che condensavano

somme,

libri cliiusi, cui

non
tutti

occorreva aggiungere o toglier verbo. ^
il

Ma

quale fu

risultato di tanti sforzi generosi?

Valga per

S.

Tommaso

che nell'inferno dantesco dipinto nel
^

camposanto pisano
eretici, l'Anticristo

è rappresentato
della chiesa,

come

il

vinci-

tore dei tre nemici

Ario capo degli

seminatore dello scisma, ed Aver-

roè principe dei

filosofi increduli.

'

Sul valore
il

di

zioni

Bartoli

nei

Vincenzo di Beauvais scrisse acute osservaPrecursori del Rinascimento, pag. 29, e nella
I,

Storia della letteratura italiana,
^

pag. 245.

Riscontrate

il

bellissimo capitolo del

Fiorentino

sulla

sco-

lastica,

nella nota opera Pietro

Pompazzi,

pag. 124 e segg., e

dello

stesso autore

Manuale

di storia di Filosofia,

parte

II,

pag. 94 e segg. Inoltre Renan, Averroès et l'Averroisme, pag. 225,
3*^

ediz.
*

Vedi Renan, op.
il

cit.

,

pag. 301 e segg.

Che
si

l'Anticristo sia
dall' affresco

messo come
del S.

rappresentante dello 'scisma
di

pare

Petronio
il

Bologna, ove accanto a Maometto ed Aver-

roè è messo

medio evo

nicolaiti, i quali non si confondevano nel maomettani, come dice il Renan, bensì rappresentavano i preti concubinarii, aspramente combattuti insieme ai simoniaci dalla chiesa rQmana. L'affresco del Gaddi nel cappellone degli Spagnuoli in Santa Maria Novella in luogo di Nicola ha Sabellip, che insieme ad Ario ed Averroè vengono rappresentati come confusi e vinti dal loro grande avversario. V. Hettner, Italienische Studien, Braunschweig 1879, pag. 115.

capo dei

coi

20

INTRODUZIONE

III

La prima cura

del Dottore Angelico,

come
il

del
dis-

suo maestro Alberto

Magno

fu di comporre
clie

sidio tra nominalisti e realisti

travagliò

il

pe-

riodo precedente. Concedevano ai nominalisti V universale

non

essere un'entità a sé/ e indipendente

dall'intelletto

che lo forma pel noto processo di
^
;

contempo davan ragione ai realisti in quanto che la formazione dei concetti di generi e specie non è punto arbitraria, ma ben fondata sulla natura delle cose. In una parola l'Universale non è sostanza sepaastrazione o eliminazione
nel
rata,

ma

ma

legge di natura. Per ben intenderci adun-

que bisogna distinguere l'universale ante rem, in
re, post rem!" L' ante

rem sono

le idee

di

Dio creaest

'

S.

Tommaso, Simima cantra Gentes,
est aliquid praeter

1,

26:

Quod

com65
:

muue multis, non

multa

nisi sola ratione. Ivi 1,

Universalia non sunt res subsistentes, sed habent esse solum in singularibus ut probatur in VII met.
'

S.

Tommaso, De univ. opusc. 50

ed.

Parma

1864, tom. XVII,

pag. 128 b. Et tangitur in hoc duplex esse universale:
est in rebus, aliud

unum quod

secuudum quod

est iu anima.

Et quantum ad

istud esse

quod

est rationis,

habet rationem praedicabilis; quantum
natura, et non est universale actu,
talis

vero ad aliud esse, est

quaedam

sed potentia; quia potentiam habet ut
ditionibus quae sunt bic et nunc.
®

natura

fiat

universali»

per actionem intellectus, .... depurantis ipsam (naturam) a conCito

il

noto passo di
I,

Alberto Magno, De natitra

et orig,
b.):

animae, Tract.
existens,

cap.

ii (

Opp.^ Lugduni 1651, tom. V, pag. 186

et tunc resultant tria

formarum genera; unum quidem ante rem
rerum, praehabens simpliciter

quod

est causa formativa

INTRODUZIONE
tore; quello in re
delle cose;
il il

27

divino pensiero, divenuto legge
infine
il

jjos^

rem

concetto o volgare

o scientifico, che noi

lungo lavorìo

di

uomini acquistiamo dopo un per dirla con un astrazione.
ante

noto esempio, l'universale

che r artista vagheggia nella

rem è il concetto sua mente 1' in re è
;

r attuazione di quello nel

marmo

o

nei colori

;

il

post rem la sua riproduzione nella mente dello spettatore e del critico. Posto termine in tal guisa agli
interni dissidii,
si

sperava di raccogliere in un fa-

scio tutte le forze contro l'eterno

nemico, Averil

roè,

il

quale di qui innanzi

diviene

rappresen-

tante dell'incredulità pervicace.
avversario così formidabile,
S.

Ed a prostrare un Tommaso non ridi

sparmia nessun' arte; né contento
nelle opere generali,
speciali,

combatterlo
trattati

scrive
il

contro

di lui

come ad esempio

celebre opuscolo:

De

imitate intellectus contra Averroistas}

La
dalle

libro

come è noto, oscurità della psicologia aristotelica. Nel terzo del De Anima lo Stagirita avea distinto l'inquistione dell'Intelletto nacque,
omnes
diversitates

formarum facformarum, quae fluctuant in materia et materiae sunt perfectiones; tertium antem est genus formarum, quod abstrahente iutelletjtu separatur a rebus, secundum modum speciei et generis et generalissimi in quolibet genere rerum. Et horum trium generum primum quidem est ante rem, ut diximus. Secundum autem est in re .... tertium autem
et immaterialiter et immobiliter

torura materialiter; aliud aiitem est ipsum genus

est post rem.
*

Anche Alberto Magno

scrisse:

De

unitate

intellectus con-

tra

Averrhoem. Opp., V, 218-37.

28

INTRODUZIONE
,

telletto passivo dall' attivo
tale,

e

V uno avea fatto mor-

l'altro

eterno

e

separato.

Cosa intendesse
è
difficile

Aristotele per questo
dire;
*

doppio intelletto

ma

secondo

il

principio fondamentale della psi-

cologia

aristotelica

che

le

potenze inferiori sono
superiori,
il

grado ed avviamento
sivo dovea significare

alle

Nous pas-

un

intelletto

luppato o in potenza, e l'attivo

venuto
elle
i

al

suo più alto grado di
i

non ancora sviun intelletto perenergia.^ Se non
intelletti,

caratteri, che separano

due
le

sono

così spiccatamente opposti, che

loro

differenze

più che di grado
specifiche;

si

dovrebbero tenere invece per
è fornito dell'In-

onde quell'Essere che

telletto attivo

non potrebbe

identificarsi

con

l'

Ente
e

fornito di solo intelletto passivo.^ In
l'Intelletto attivo sarebbe estrinseco

altre

parole

al passivo;

più che

il

supremo grado

della

mente umana saovvero quella
si

rebbe

invece l'intelligenza

divina,

'NÒTiOig voìiascog

che nel XII della metafisica

con-

fonde col Motore immobile. Tanto vero che uno
dei più sottili e fidi interpetri
stotelica,

della

dottrina ari-

Alessandro, che pure ha la tendenza di

eliminare ogni elemento mistico dalla filosofia peripatetica, mentre considera l'intelletto passivo
il

come

compendio

e l'integrazione

delle

potenze infe-

Vedi Zeller, Philosophie der Griechen, II, 2' pag. 566-78. Nel principio del cap. 5 del lib. Ili De anima, 430 a 10-14 Aristotele dice: che poiché in tutta la natura occorrono differenze di materia e forma potenza ed atto, si daranno anche nell'anima.
'

*

^

De

an.

Ili,

5,

pag. 430 a 23-25.

INTRODUZIONE
riori dell'

29

anima, pervenuto

all'intelletto attivo can-

gia metro, e lo dice tutt'uno con Dio, e lo
fuori
dell'

pone
i

uomo. Qual meraviglia adunque che

filosofi

arabi, dominati dalle intuizioni neoplatoni-

che,
la

non pure accettino questa interpetrazione, ma guastino e complichino fuor di misura ? Era confilosofare

forme all'indirizzo del loro
il

l'accrescere

numero delle entità intermediarie tra l' Unità suprema e il mondo sensibile onde a quel modo che Aristotele avea moltiplicato tante volte il motore
;

estrinseco, per quante sfere celesti gli offriva l'astro-

nomia

del suo

tempo, nella stessa guisa

i

filosofi

arabi moltiplicano l'intelletto attivo, e per ciascuna
sfera ne

zione
degli

immaginano uno, che ha la doppia fundi muovere la sfera ed illuminare le menti abitatori. Né questo è tutto, ma ben altra
Avicenna (980-1038)
il

stortura conviene aspettarci.

avea tenuto come sostanza separata
letto attivo,
il

solo intel-

quale aderisce o serve all'anima ra-

zionale siccome la luce all'occhio.' Averroè (1126-

1198), come se ciò non bastasse, dichiara esterno

anche
*

l'intelletto passivo,

che per tutti

i

suoi pre-

vel

Avicenna, De an. cap* x, (Venezia 1546): Haec igitur manatio, hoc a quo fit manatio, cum qua conjungitur anima, est substantia intellectiva non corporea, neque in corpore; sed est existens per se: quae inhaeret vel accidit vel assistit animae rationali, sicut inhaeret lumen visui. Verum lumen confert vel tribuit cum semplicitate essentiae suae visui virtutem super appreheusionem solum, et non formam apprehensam; et haec substantia confert vel
tribuit

cum simplicitate essentiae suae virtuti rationali virtutem super apprehensionem et facit in ea advenire formas apprehensibiles

etiam, sicut declaravinius.

30

INTRODUZIONE

come intrinseco all' anima umana, o per meglio dire, come la sua funzione
decessori era stato tenuto

più

alta.
,

Se

è esterna,

ei
i

dice, la

sorgente lumi-

nosa

esterni sono anclie
le cose.

raggi che da quella piosorgente
all'
s'

vono su
l'

E come
,

la

agguaglia

al;

intelletto attivo

ed

i

raggi

intelletto passivo

ragion vuole che l'uno

e l'altro si

tengano per esterni

all'anima umana; e l'uno e l'altro siano un solo e

medesimo

intelletto per tutti gli uomini.*

E

se volete
illu-

sapere che cosa sia questo intelletto unico, che

mina le nostre inferme fantasie, è subito detto. E il motore dell'ultima sfera celeste, che secondo l'antica astronomia è quella della luna onde non a torto
;

*

Aristotelis
fol.

1562

149 V

:

De anima cum Averrois commentar iìs, Venetiis Ex hoc dicto nos possumus opinari intellectum
in cunctis individuis.

materialem esse unicum

Destr. destruct

1,

dub. 8: prae caeteris assimilatur lumini, et sicut lumen

dividitur

ad divisionem corporum illuminatorum, deinde fit unum in ablatione corporum, sic est res in animabus cum corporibus. Per tal guisa Averroè crede di conciliare le due interpetrazioni di Alessandro d'Afrodisia e di Temistio. Questi ha ragione di sostenere esser l'intelletto attivo ed il passivo un solo e medesimo intelletto; ma ha torto d'intrinsecarlo coli' anima individuale, né per questo verso
si

può

dissentire dall' Afrodisio, a

mente

del quale

il

vero e com-

piuto intelletto è esterno all'anima umana. Prendendo dunque dal

Temistio l'identificazione dei due
riorità

intelletti, e dall'

Afrodisio l'este-

Averroè riesci va ad una dottrina psicologica di questa forma: Ciò che v'ha d'individuale e di diverso negli uomini è la forma del corpo organico, cioè l'anima come principio vitale. A quest' anima appartiene il sentire, l' immaginare, ed anche una certa virtù valutativa. Ma questo complesso di funzioni non forma ancora l' intelletto neanche in potenza. Occorre l' opera di una causa esterna, dell'intelletto agente, perchè da quella oscurità si sprigioni una scintilla, o in altre parole perchè l'anima sia capace di nuove

INTRODUZIONE
Astolfo sale fin lassù per pescarvi
il

31

senno di Orlando/
facili

Le conseguenze
tendere. In quel

di

questa dottrina sono
le

ad in-

adducevano dell'immortalità dell'anima, eran tutte cavate da
prove, che
si

tempo

questo concetto, che l'anima, avendo attività o funzioni s\XQ proprie, affatto separate
dalle corporee,

debba essere

una sostanza diversa da quella del corpo, ed agevolmente separabile. Il quale ragionamento sarebbe venuto meno quando fossero state
di

accoltele dottrine averroistiche. Imperocché se l'intelletto,

da qualunque aspetto
lei

si

consideri, è estrindi

seco all'anima, a
le

non restano

proprio se non

funzioni del senso e dell'istinto, le quali, comeccoli'

ché legate indissolubilmente
sano quando questo
loro rovina
il

organismo

,

cesnella

si

dissolva, e traggono

soggetto stesso senziente.
i

Era ben naturale che
quali
s'

dottori
d'

della Chiesa,

i

adoperavano a metter

accordo la scienza

colla fede, si volgessero a

combattere questo punto
e

dell'averroismo.
e S.

Ed
si

Alessandro

Alberto

Magno

Tommaso
in aperta

fecero a dimostrare esser le teofalse in sé

riche di Averroé non pure

medesime,

ma

contraddizione colle dottrine aristo-

teliche.

si

può negare che

la

interp etrazione

funzioni. Quindi

anche V

intelletto passivo è creazione dell' Intelletto

agente. Formatasi questa

nuova potenza o V

intelletto passivo

,

si

tradurrà in atto sotto T influsso permanente del vo'6^ 7Z0lX\TlXÒq,
e per tal guisa diverrà intelletto acquisito.
*

Epit. tneteor.

tr.

4:

Intellectus

ultimo

horum

in

ordine, et

autem agens ordinatur ex ponamus ipsum esse motorem orbis

Lunae.

32

INTRODUZIONE

più conforme allo spirito dell'aristotelismo è quella

appunto, che abbraccia

l'

Aquinate, secondo

la quale

r intelletto
che l'altro

attivo ed

il

passivo sarebbero bene una

stessa cosa, stanteccliè
è in atto;

l'uno è in potenza quello

ma

e l'uno e l'altro

s'han

da

tenere

come

funzioni dell'anima:

onde lungi

dall'essere unico l'intelletto, o attivo o passivo che
sia,
si

rompe

in quella vece in tanti intelletti sin-

goli,

per quante

anime dar

si

possano.*

Se non
fatto

fosse così, l'anima

umana non sarebbe gran
cadono
i

diversa dalla parete su cui
nosi; e

raggi lumisole,

come
,

la parete,
l'

benché illuminata dal

non vede
nulla.
lei

così

anima nostra benché rischiarata
nulla
di
è é lei

dall' Intelletto

agente non intenderebbe

E

se

non

che intende, così neanco

che vuole e opera,

ma

quell'Essere dal quale

spiccia la fonte della intelligibilità.^

'

Sumina

theol.,

I,

qu. 79, art. 3: Si noster intellectus

agens

non esset aliquid animae, sed esset quaedam substantia separata, unus esset intellectus agens omnium hominum, et hoc. intelligunt qui ponunt unitatem intellectus agentis. Si autem intellectus agens sit aliquid animae, et quaedam virtus ipsius, necesse est dicere quod sint plures intellectus agentes, secundum pluralitatem animarum, quae multiplicantur secundum multiplicationem hominum.
'

S.

Tommaso

nell'opuscolo

citato
:

De

Unitate intellectus^

Parma, Opp., XVI, 217 a, dice Se fosse vera la dottrina averroistica sicut igitur paries non videt, sed videtur ejus color, ita videretur quod homo non intelligeret, sed quod ejus phantasraata
ediz.

intelligerentur ab intellectu possibili. Come combatte Averroè colle stesse immagini da
rire le

si

vede

S,

Tommaso
est

lui

adoperate a colo-

proprie

dottrine;

né a torto

conchiude: Impossibile

ergo quod hic homo

intelligit

secundum positionem Averrois.

E

INTRODUZIONE

33

adunque clie S. Tommaso vide molto più addentro dei commentatori neo -platonici
indubitato

E

ed arabi.

Ma

quel pericolo che

crede

di sfuggire

da un lato,
a quel

gli si
clie

presenta dall'altro. Imperocché
l'intelletto attivo s'identifica col

modo

passivo piuttosto
della

secondo

lo

spirito che la lettera

psicologia aristotelica, così pure s'ha a dire
dell' intelletto

lo stesso
sia

passivo rispetto alla fanta-

ed alla percezione sensibile.
senza
il

E come

Aristotele

dice che

fantasma non potrebbe svolgersi
che l'anima
si

l'intelletto,^

così è impossibile

abbia

funzioni e vita propria, ove mai

sciolga da quel

corpo che in

lei

ingenera sensazioni e fantasmi. Lo
l'intel-

Stagirita senza dubbio tenne per mortale
letto passivo, e ove
la

mai

l'attivo ed
diritto

il

passivo son

medesima cosa, con qual
si

affermeremo deldel-

l'uno ciò che dell'altro
l'

nega? All'acume

Aquinate non isfugge questo pericolo, dal quale
,

argomenta di scampare ammettendo nell' anima una misteriosa tendenza verso il sensibile, la quale perdura sempre anche cpando s'infrangono i lacci
s'

corporei.^ Questa tendenza è

come un corpo
gli si

interno,

per conseguenza negato

l'intelletto,

lontà pag. 218 b et ita hic

homo non

erit

negherà anche la vodominus sui actus ....

quod
^

est divellere principia

moralis philosophiae.
restrizione,
est intellectum

Anche
t.,

S.

Tommaso, sebbene con

sto {S.

qu. 84, art. vii): Impossibile

ammette quesecundum

praesentis vitae statum, quo possibili corpori conjungitur, aliquid
iutelligere in actu nisi
^

convertendo se ad phantasmata.
aristotelico

S.

Tommaso da buon
anima

non può ammettere

l'as-

soluto dualismo tra

e corpo, che in tal caso la loro unione 3

Tocco

L' Eresia ecc.

,

34
del quale l'anima

INTRODUZIONE

non

si

sveste mai;

onde né

il

sentimento né
è per

i

fantasmi

le

verranno mai meno, ed
base su cui poggiano
le

sempre assicurata

la

più alte potenze intellettive e pratiche. Teorica codesta,

strana quant' altra mai, e per

giunta non

nuova ed attinta a quella stessa fonte neoplatonica,
dalla quale rampollava la

teorica degli intelletti

separati, che S.

Tommaso

ripudia/ Se non che ella

era un espediente inevitabile non solo per sottrarsi

sarebbe affatto accidentale. In 111 Sent.,
si

dist.

V,

qu. 3, art. 2:

corpus animae accidentaliter adveniret, unde hoc

de cujus intellectu est anima et corpus, se, sed per accidens, et ita non esset in genere substantiae. Altra conseguenza assurda dell'assoluto dualismo {S. t., I, qu. 76, art. 6): Dicendum quod si anima uniretur corpori solum ut motor, nib.il prohiberet, imo magis necessarium esset, esse aliquas dispositiones

nomen homo, non significaret unum per

medias inter animam

et corpus.

Contro questa separazione prote-

Ostensum est animae tantum. Cum igitur sentire sit quaedam operatio hominis licet non propria, manifestum est quod homo non est animo tantum, sed aliquid compositum ex anima et corpore. Ivi, qu. 90, art. 4: Anima autem cum sit pars humanae naturae non habet naturalem perfectionem nisi secundum quod est corpori unita. Unde non fuisset conveniens animam sine
sta pure l'esperienza psichica. Ivi, Qu. 75, art. 4:
sentire

quod

non

est operatio

corpore creari.
*

C.

Gentes,

li,

83:

Animae

igitur prius convenit esse

unitam corpori quam separatam. In Plotino si trova un accenno a questa dottrina. L'anima come ultimo termine della tr-iade partecipa per un verso della perfezione del noics che la generò, e per l'altro dell'imperfezione del

mondo
i

sensibile

da

lei

generato. Emi., V,

1, 7.

E

prima

di Plotino

gnostici aveano nello stesso

modo determinata

la posizione del-

l'ultimo eone, della sopliia o achanioth la quale bandita dai confini

del

beato regno del
il

lagrime sue nasce
gazione del mito.

pléroma vive in trepidazione, e mondo sensibile. Ireneo, 1, 4, 2 ci dà la

dalle
spie-

,

INTRODUZIONE
alle

35

conseguenze estreme della teorica dell'unità degl'intelletti; ma per conciliare altresì l'immortadell'anima colla teorica dell'individuazione.

lità

Questo problema dell'individuazione fu

il

pomo
XIII,

di discordia tra le scuole realisticlie del secolo

€ome

quello degli universali travagliò

i

secoli pre-

cedenti.

Abbiamo

già detto cbe

i

Realisti concor-

demente ammettevano oltre l'universale ante rem^ che esiste solo nella mente di Dio ed il post rem, che sta nella mente umana, anche un altro uni,

versale, che essi dicevano in re. vale a dire insito
nelle cose stesse.
cetti aristotelici,

Ora

le cose tutte,

secondo
e

i

con-

constano di materia

forma, in
posto

che dunque è riposto l'universale nell'uno o nell'altro di questi fattori? Aristotele stesso s'era

in qualche

modo

questo problema, quando facevasi

la

dimanda opposta, cioè che cosa fosse l'individuo. Ed egli dopo lungo contrasto venne nella conclusione: l'individuo non esser né la materia-, ne
la

forma,

ma

l'unità di entrambi,

egli diceva, dei

due universali.'

come Se non che amil

sinolo^

Che r indecisione ed il problema rimonti ad Aristotele stesso non v'ha dubbio. Nella Metafìsica Aristotele pone nettamente se la sostanza è il sostrato a cui tutto si può attribuire jl quesito mentre esso non s' attribuisce ad alcuno, che cosa s' ha a dire sostanza ? la materia, la forma o il sinolo di entrambe? (Z 3. 1029 a 2). A prima giunta sembra la materia, perchè essa sarebbe il soggetto
*
:

eli

tutti

i

predicati

qualitativi

e quantitativi

come

rosso,

bianco,

alto,

lungo e simili (a 18-26).

Ma

per un altro verso la materia

non

è mai separabile dalla forma.

La pura

materia, destituita di ogni
il

forma, è una astrazione, in realtà dacché

mondo

è eterno,

sono

36

INTRODUZIONE

messa pure questa soluzione aristotelica, il problema rinasce sempre sotto un'altra forma. Dei due fattori,
il

cui intreccio
il

costituisce

l'individuo, quale

dei due è

determinante e quale l'indeterminato,
il

o in altre parole dove sta
tionis?

principium individua-'
il

Per un certo rispetto sembra che
le

princi-

pio individuante stia nella materia: perchè la forma,

secondo
unico,
eterni
il

stesse parole
si

di

Aristotele, è

un tipo

quale
i

riproduce in tante differenti im-

ad esempio

quattro elementi nei quali la materia è intrin-

secata ad. una forma determinata («27).
della cosa (Z

Ma

neanche

la

forma è

la

vera sostanza, perchè ella è l'essenza espressa nella definizione
4,

1030 a

6).

E

se l'essenza fosse da per sé,

come
di

le

idee platoniche, non potrebbe
Z. 6. 1031 b 16.
i

mai predicarsi a soggetti
tutti

sorta

11

che è manifesto assurdo, che

distinguono

predicati essenziali dagli accidentali.
la

La

vera sostanza non è dunfattori universali

que né

materia né la forma che sono entrambi

;

ma

Se non che questa soluzione non é senza difficoltà. Aristotele stesso avea detto in un altro capitolo lasciarno pure da parte la sostanza composta dei due fattori, materia e forma, che dessa è posteriore ai coml'intreccio dell'uno e dell'altro (Z. 10. 1036 a 27).
:

ponenti. (Z. 3 1029 a 30).

E

poi o questa dualità di fattori é pusubbiettiva, ed in tal caso
il

ramente

ideale, o

come diremmo oggi
è.

non é
è

risoluto

ma

negato assolutamente

problema. L'individuo
in

originario,

ed è quello che

La scomposizione

materia e

forma non sarebbe reale, ma una necessità del nostro pensiero che guarda la cosa da due aspetti. Nella realtà delle cose non si darebbe né una materia che si specifichi, né una forma che s'individui per via; bensì esisterebbero individui che generano individui simili a sé (Z 8. 1033 b 33). Questo mostruoso individualismo, che ammetterebbe come originarli ed indeducibili non gli elementi
più semplici,
gli

atomi,

ma

le individualità
il

più ricche, è certo lontane

dal pensiero di Aristotele,
nesi dell' individuo.

quale non rinunzia a spiegare la ge-

Ed in tal caso torna sempre il problema. Ammettiamo pure che l'individuo o la sostanza vera consti di due fattori ma dei due qual'é il determinante e quale l'indeterminato?
;

INTRODUZIONE

37

pressioni per quanto diverse sono le materie in cui

s'impronta.
berto

E

questa fu la dottrina seguita da Al-

Magno

e dall'

Aquinate

*
;

ma non

senza gravi

*

S.

Tommaso

scrisse

un opuscolo

sul principio dell' individua-

zione, nel quale discute le ragioni della sua

teorica, e confuta le
aristo-

obbiezioni che gli
telico esser

si

posson muovere. Parte dal presupposto
sensibili

V individuo nelle cose

ipsum ultimum

in

genere

substantiae,

quod de nullo
cit.,

alio praedicatur,

immo

ipso est

prima

substantia {Opp., ed.

XVI

329

a).

E

stantechè la forma ha ca-

ratteri affatto opposti,

e di sua natura communicabilis est et in

multis accipi potest ....
viduis, così è chiaro che

cum una
il

sit

ratio speciei in

principio d' individuazione

si

omnibus indidebba porre

nella materia. 5.
in

t.,

I,

qu. 3, art. 2:

formae quae sunt receptibiles

materia individuantur per materiam quae non potest esse in

alio, cum primum sit subiectum substans. Ma S. Tommaso non si nasconde le difficoltà di questa posizione, che del resto erano state prima di lui chiaramente esposte da Aristotele medesimo. De Princ. ind. 329 b: Sed huic objici potest quod materia de sui natura communis est, sicut et forma, cum possit una sub pluribus esse. E s'ar-

gomenta
teria

di

schivare queste difficoltà per una scappatoia

come

nel-

l'opuscolo seguente

De
libet

ente et essentia (cap.

ii,

pag. 331 a): ma-

non quomodo

accepta est principium individuationis, sed che cosa
s'

sola materia signata.

Ma

ha da intendere per questo

sigillimi

Una

certa disposizione posta nella materia a ricevere

questa o quella forma,
vero un dato quantum,

come interpetra il cardinale Gaetano, ovcome vuole Egidio pel quale materia sinon materia quanta, o meglio una
materia? Quest'ultima interpetrazione cer-

gnata non vuol

dire altro se
di

determinata quantità

tamente è più conforme al testo tomistico. S. ?., 1, qu. 76, art. 6: dimensiones quantitativae sunt accidentia consequentia corporeitatem, quae toti materiae convenit. De ente et essentia, loc. cit.
consideratur signatio ejus esse sub certis dimensionibus, quae
ciunt esse et hic et nunc.
fa-

Però
di

si

corre

il

rischio di ridurre

le

differenze tra gl'individui alla sola

quantità, dottrina che appliS.

cata

all'

uomo

sarebbe gravida

conseguenze che

Tommaso non
il

saprebbe accettare.

Ma

indipendentemente da questo,

signum,
il

non

è già l'impronta di

una certa forma? Se dunque

princi-

38
e

INTRODUZIONE

ben fondate opposizioni da parte
mai,
si
^

delle altre scuole.
il

Come

diceva, sarà la materia

principium

individuationis

ovvero

la radice

di tutte le distin-

quando essa medesima è qualche cosa d'indistinto? Che cosa è la materia destituita di forma? Non è forse l'indeterminato, la potenza pura direbbe Aristotele, la quale appunto
zioni, e specificazioni
Il

per opera della forma acquista limiti e contorni?
sostrato
è
il

universale

dunque

è

la

materia,

e la

forma

principio che da questo
le

fondo comune

cava fuori
scussioni

specie e gl'individui/
coteste,
e
lo

Sembrano

di-

bizantine

stesso

Jourdain

così dotto nella

filosofìa

scolastica rimprovera

S.

Tommaso di esservisi cacciato dentro. Ma siamo giusti. Non è forse un profondo bisogno di qualsiasi filosofìa realistica la

deduzione o costruzione,

che dir

si

voglia,

dell'individuo? Il problema era

adunque

inevitabile, e più che a porlo sarebbe oc-

corsa molta industria per ischivarlo.
egli è fuor di

Comunque

sia,

dubbio che

il

problema

dell'indivi-

duazione servì a crear sul

finire del secolo

XIII due

nuove scuole, che

si

combattevano non meno aspra-

pium individuationis non sta nella materia pura, ma nella segnata, e se per ottenere questa designazione, o vogliara dire specificazione della materia è pur necessaria la forma, egli è chiaro esser questa e non quella il principio d'individuazione.
Scoto, quaest. in met. VII, qu. 13, scoi. 2 ( Opp. IV, 700» Lione 1639): Eadem materia quae est sub forma unius individui potest esse sub forma alterius consequenter. Ergo non est illud»
*
,

ed.

quo distinguuntur duo individua

et

quo hoc

est hoc.

INTRODUZIONE

39

mente
sero
*

delle anticlie, e che dai loro fondatori tol-

il

nome

di

Tomisti e

Scotisti.*

Intorno a Scoto tutto è

ancora oscuro,

il

luogo

di

nascita

non si Tanno stesso in cui nacque è incertose sia il 1274, proprio quello in cui mori S. Tommaso, ovvero il 1266. Giovanissimo entrò nell'ordine dei Francescani, e a soli 23 anni insegnava con gran suce cesso.

sa bene se sia in Iscozia, in Irlanda o nel Northuraberland,

Ma

ben presto

la

sua prodigiosa attività fu tronca dalla
il

morte
dine lo

che lo colse nel 1308, in Colonia, dove

Generale dell'or-

avea chiamato a dar splendore a quell'antica scuola. L'Erdma.nn (Grundriss der Geschichte der Philos., 3^ ed. I, 409 e segg.)

pone
stica.

il

nostro filosofo nel periodo della dissoluzione della scolain verità

Ed
il

quell'acume

di dialettica,

che fece meritare a
le dot-

Scoto

nome

di

dottor sottile lo rende più atto a criticare

trine altrui, che a costruirne nuove; a forza di distinzioni e suddistinzioni

notomizza e distrugge

1'

altrui pensiero;

ma a

questa forza

non corrisponde quella potenza sintetica, che risplende nei periodi creativi della filosofia. Per questa ragione lo Scoto atd'analisi

tende più
stessa;

al

modo come
lui

si

dimostra la dottrina, che alla dottrina

onde da
il

rovina

prende origine quel fare scettico che trae in dommatismo scolastico. Queste ragioni dell' Erdmann non
di

son certo
emuli, S.

poco valore;

ma

non valgono a scuotere

1'

antica tra-

dizione degli storici della filosofia di mettere assieme

i

due grandi

Tommaso

e Scoto.

Non

è punto vero che Scoto

non

ab-

bracci una dottrina a preferenza di un' altra. Tutt' altro. Egli invece
sostiene
costruire

un realismo, forse più logico di quello di S. Tommaso, a il quale ha bisogno di attribuire realtà e consistenza ai

concetti astratti più di quel che facessero gli scolastici posteriori. Voglio dare un esempio. Scoto combattè la dottrina tomistica degli
attributi divini,
i

quali solo a noi parrebber molteplici,

mentre in

realtà

si

riducono ad uno nella semplicità dell'essenza divina, e

non nasconde

le conseguenze pericolose di un siffatto docetismo, che minaccia la distinzione reale delle persone. Aggiunge che non perchè gli attributi divini debbano intendersi come infiniti, non per

questo perdono la loro natura.
stizia

E

se la saggezza, la bontà, la giu-

debbono elevarsi pel processo di eminenza al massimo grado, non ne segue che la distanza, che separa questi concetti, si raccorci. Questa critica è certamente fine, e se fosse stata rivolta

40

INTRODUZIONE

A
ma
il

rinfocolare le ire avrà contribuito senza

dub;

bio r antico livore tra Domenicani e Francescani

problema intorno a
di quello
si

cui disputavano
e

non era
qualun-

meno grave
tro
le

degli universali,

que soluzione

accettasse veniva a rompere condella teologia.
il

barriere

In verità

lo

Sco-

tismo, che, mettendo
nella

principio d'individuazione
di

forma/ ha l'aspetto

un Realismo più com-

contro tutta la posizione della scolastica, che cerca la luce dove

addensano le tenebre, potremmo benissimo mettere Scoto all' Occam. Ma la cosa non sta cosi. Scoto vive nello stesso ambiente di S. Tommaso, e combatte la dottrina di lui non per mostrare l'impossibilità di quell'ibrido accozzo di dommatismo, e razionalismo, ma per sostituire alla tomistica una dottrina non certo
più
si

accanto

più chiara,

ma

senza dubbio più vuota. Divinae perfectiones distinrei,

guuntur ex parte

non

realiter

quidem sed formaliter. Possiamo
il

al

più dire col Fiorentino che Scoto segna una transizione tra
della scolastica e quello della dissoluzione
*

periodo
110).

{Manuale,
Il

II,

Duns

Scoto, al pari dell' Erigena e dell'Avicembronio, attribuiil

sce alla materia

valore di sostrato universale.

quale sostrato,

benché destituito
zione,

di

ogni forma, non è una

mera

possibilità, un'astra-

ria

come dice S. Tommaso; ma una realtà bella e buona. Si matenon esset aliqua res actu, ejus entitas non distingueretur ab entinullam realem compositionem
7, art. 1,
fa-

tate et actualitate formae, et sic

cum ea .... materia habet formae. De rerum principio, Qu.
ceret

actualitatem aliam ab actualitate

3 {Opp., ed.

cit., Ili,

38).

E questo sostrato ma realtà vera, è
sibili

generalissimo, che ripetiamo non è un' astrazione
il

e le spirituali, e s'ha
3) cioè tale

fondo comune onde emergono e le sostanze senda chiamare materia primo priìna

(Qu. 8, art.

che non accoglie ancora nessuna forma né

accidentale né sostanziale, cujus actualitas est immediate prope nihil. (Ivi

pag. 51).

Da

questa iadXev\di primo priìna s'ha da distinguere
est

la

secundo priìna (quae
Se
s'

subjectum generationis
artis et

et corruptionis)

e la ter Ho

prima (cujuscunque
la

materia cujuslibet naturalis
il

particularis).

materia è

il

sostrato universale,

principio d'innella forma.

dividuazione

ha da trovare nel principio opposto,

,

INTRODUZIONE

41

patto, cade in quelle conseguenze panteistiche, clie

vedemmo non iscompagnarsi mai
realistiche.

dalle

intuizioni
il

il

Dottor

sottile se

ne dissimula
dell'

pericolo,

ma

aperto

e risoluto gli

va incontro diab borrito
tutto

chiarando di tornare alla posizione

Avicembronio

,

e

rappresentandosi

il

mondo

come un
la
i

albero bellissimo, la cui radice e seme sia
le foglie gli
,

materia prima,
il

accidenti, le frondi e
fiore

rami
il

creato corruttibile

il

ed
di

frutto la natura angelica.'
il

Ma

anima umana neanco è mondo
l'

peccato

Tomismo,
per via
di

nel quale le

dottrine filoartificiosi

sofiche

solo

espedienti

son

messe d'accordo coi dommi tradizionali. Così ad
esempio se Averroè seguendo Aristotele dimostra
l'eternità del

mondo,

S.

Tommaso non
s'argomenta

ardisce di
di

provare
in

il

contrario,

ma

mettere
ciò

salvo
si
^

la

fede collo stabilire che

non tutto

che
bile.

crede debba essere dimostrabile e conosci-

Parimenti

'

ei

non sconfessa
due passi seguenti.

le

conseguenze

*

Sono spesso

citati

i

qu. 8, art. 4, 24 (Opp., Ili, pag. 52):

De rerum principio^ Ego autem ad positionem

Avicembronis redeo;
sit

et

creatis per se subsistentibus,

una materia teneo.

primam partem, scilicet quod in onnibus tam corporalibus, quara spiritualibus, Loc. cit., pag. 53: Mundus est arbor quaedam
rami sunt creata
corruptibilia,

pulcherrima, cujus radix et seminarium est materia prima, folia
fluentia sunt accidentia, frondes et
flos

anima
*

rationalis, fructus

naturae consimilis et perfectionis nasi

tura angelica.

Averroè nega

la

creazione nel tempo, se non

vuole am-

mettere fuisse mutationem in ipso Deo ; et principium concessum ab omnibus est, quod nulla res se ipsam mutare potest. {Destr. destr.y
disp. 1, dub. 1). S.

Tommaso non

va certo tanto in

là,

ma

confessa

.

42
della

INTRODUZIONE
sua teorica dell'individuazione, ed interpe-

trando a suo

modo

natura angelica,
sia

ammette che la comeccliè destituita di materia non
la tradizione,

capace di differenze individuali, bensì delle sole

generiche e specifiche/
osa dire

Ma

dell'anima
salvarne

umana non
ad ogni co-

altrettanto, e per

sto l'individualità escogita quella teorica della ten-

denza
tale

al sensibile,

di cui

abbiam

fatta parola.

A
tra

dovea ridursi una mente
;

eletta,
il

come
è

quella

dell' Aquinate
il

segno evidente che
il

dissidio

contenuto filosofico ed

dommatico

ben sule

periore alla volontà degli uomini, e quel semira-

zionalismo, che vuol comporre in

armonia

più

opposte tendenze, riesce invece a dirimerle di vantaggio.
di

Onde alcuni contemporanei si argomentarono battere una via diversa dalla tomistica.
1,

{Summa st,
novitas

qu. 46, art. 2)

mundum

incipisse sola fide tenetur

.

.

mundi non demonstrationem recipere ex parte ipsius mundi unumquodque autem secundum rationem suae spedai abstrahit ab hic et nunc similiter etiam neque ex parte causae agentis, quae agit per voluntatem. Noi riconosciamo col Talamo {L' Aristotelismo della Scolastica, pag. 158, 3^ ed.) clae S. Tommaso non per ossequia ad Aristotele, ma in forza d'argomenti razionali sostiene la sua
dottrina.

E pensiamo

anche noi, che dell'autorità del

filosofo l'An-

gelico se ne sarebbe sbarazzato presto,
stione

come

fece nella stessa qui-

quando prese a combattere
contrasto in cui
si

gli

argomenti dell'ottavo della
gli

fisica. Il

dibatteva era più profondo, e stolti

erano quei murmurantes che chiudevano
*

occhi per

S. th.y

I,

qu. 50, art. 4.

De Ente

et essentia

e. 5.

non vedere. Sed quum
ibi

essentia simplicium
talis multiplicatio.

non

sit

recepta in materia, non potest

esse

Ed

ideo non oporteat quod inveniantur plura
illis

individua unius speciei in
tot sunt species.

substantiis, sed quot sunt individui,

INTRODUZIONE

43

IV

E
Dodor

primo

e più geniale fra tutti è S.
elle

Bonavenmistico
fede e

tura (1221-1274),
Seraphicus,

venne a ragione chiamato
alla

Animo profondamente
materie comuni

non crede che
alla filosofìa
il

nelle

ragionamento possa aggiunger nulla

di forza al

convincimento religioso.
ufficio

E

la

ragione

stessa

ha un

affatto

secondario,

comecché

serva solo di guida per elevare la mente per varii

gradi alla .contemplazione beatifica di Dio.

Ma

per-

venuti a quest'alta cima, lo splendore dell'infinita
luce ne abbaglia la vista; la forza del nostro argo-

mentare
si

si

fiacca, e

l'anima dimentica di sé stessa,

smarrisce nell'oggetto della sua contemplazione

e dell'amor suo.*
misticismo di S. Bonaventura
ricollega con
1.

*

Il

si

quello dei

"Vittorini. Itiìier.

mentis ad Deum, cap.
boni fruitio, et
effici

aliud

sit

quam summi

Cam beatitudo nihii summum bonum sit supra
.
.

beatus nisi supra seipsum ascendat Sed supra nos levari non possumus, nisi per virtutera superiorem nos
nos, nullus potest
.

elevantem.
nihil
fit

Quantumcumque enim gradus

inferiores

disponantur

divinum auxilium comitetur. La via di questa visione beatifica monta per sei gradi, corrispondenti a sei facoltà dell' animo, senso, ragione, intelletto, intelligenza, sinderesi, apex mentis. Nel primo grado si conoscono le cose esterne in peso, numero, e misura. Nel secondo queste cose esterne o macrocosmo vengono ripercosse nel microcosmo, e conosciute per mezzo delle specie sensibili. Nel terzo lo spirito si concentra in sé. Nel quarto già comincia ad escir di sé. Nemo cepit nisi qui accipit, quia magis est in
nisi

experientia effectuali

quam

in consideratione rationali.

Nel quinto

si

abbraccia l'unità divina. Nel sesto le tre persone.

44

INTRODUZIONE

Fra

gli oppositori del

Tomismo

si

potrebbe an-

noverare anche l'altro francescano Baimondo Lullo

(1235-1315), strano miscuglio
zionalistiche.

di capestrerie caba-

listiche ed astrologiche e sconfinate pretensioni ra-

Nel Lullo si rovescia afi^atto la relazione che pone Bonaventura tra la fede e V intelletto. Per Bonaventura l' intelletto è il mezzo e la fede o
,

la visione beatifica

da

lei
il

somministrata

il

fine;

per

Lullo invece la fede è
l'intenderlo,
il

mezzo per

elevarci a Dio, e
il

conoscerlo razionalmente
ai*

fine.

La

fede può bastare agli uomini volgari,
agi' ignoranti, ai mercenarii
;

contadini,

ma

quelli forniti di più

non se ne contentano, e fan bene perchè la ragione non è impotente a svelare i più alti misteri; e col nudo magistero della ragione il Lullo s'affida di distruggere non solo le false filosofie, ma benanco le false religioni e le eresie. Escogita anzi a questo fine una tal macchina ragionatrice, una specie
alto intelletto
di tavola pitagorica, coli' aiuto della quale senza sco-

modarsi molto,
scimento,*

si

può scoprire
lui
il

e dimostrare
filosofo del

qua-

lunque verità. Si sente in

Rina-

come

in

un
3;

altro francescano ed opposi-

*

Philos. princ.j

e.

Ars Magna,

part. 9,

e.

64.

Credere non

est finis intellectus sed intelligere;

verumtamen

fides est

unum

in-

strumentum ad elevandum suum intelligere cum credere; et ideo sicut instrumentum consistit inter causam et effectum, sic fides consistit inter intellectum et Deum. Sotto Gregorio XI l'inquisitore Eymerich estrasse dalle opere del Lullo cento passi incriminabili
tra
i

quali scelgo questi: 97.

Quod

fides est necessaria

hominibus
eleva-

insciis rusticis ministrantibus et

non habentibus intellectum
trahitur per rationem

tum

homo

subtilis

facilius

quam per

INTRODUZIÓNE
tore del pari
si

45

ravvisa già

il

precursore dei tempi

moderni.

Intendo parlare di Rogero Bacone (1214-1294),
di quel

genio solitario ed infelice, che scontò colle
il

più crude sofferenze

grave peccato

di

richia-

mare

sulla

buona via

le

menti smarrite dei suoi
ei

contemporanei. Straniero all'età sua
scoprire dove stessero
ei dice
i

ben seppe
e

veri impedimenti,

come
l'

maxima comprehendendae
l'

veritatis offendicula^
,

che sono la falsa autorità,
lusione del
lustre di
al

abito inveterato
di

il-

senso,

il

bisogno

nascondere colle

falso

un falso sapere la propria ignoranza. Ed metodo delle deduzioni arbitrarie ei vuol

una ben regolata esperienza, ed ai commenti sui libri naturali degli antichi uno studio diretto della natura, integrato e compiuto dalle costruzioni matematiche. Povero Bacone! La tua voce suona nel deserto, e correrà molto tempo
sostituire quello di

fidem. 98.

Ille
ille

qui cognoscit per fidem ea quae sunt fìdei
qui cognoscit per rationem

,

potest

decipi; sed

non potest

falli.

Voglio

injuriosi et vitiosi
p.

anche addurre l'articolo seguente 99: interficientes haereticos sunt etc. [Directorium inquisitionis, Roma 1635,
277). In seguito alla denunzia dell'inquisitore, udito
altri venti
il

parere di

Pietro vescovo d'Ostia ed
rio

maestri di teologia, Grego-

XI ingiunge all'arcivescovo

di

singulis eisdem personis vestrarum civitatum et

Terragona: quod omnibus et dioecesum doctri-

nam

seu potius dogmatizationem, et

usum hujusmodi librorumini

terdicere studeatis.
del 25 gennaio
Lullisti, e nel

La

bolla riportata nel Directoriuìn pag. 331 è

1376.

Non

ostante questa condanna seguitarono

rinascimento, benché fussero di nuovo condannate da
le teoriche del Lullo, talché

Paolo IV, ebbero grande importanza il Bruno scrisse MXiArs lulliana.

46

INTRODUZIONE

prima che un tuo omonimo riprenda e seguiti con migliori auspici l'opera da te intrapresa. Il secolo XIII era per fermo

immaturo a tanta riforma,
si

che per quante opposizioni gli

movessero

,

il

to-

mismo pur sempre dominava le menti, ed alle sue dottrine s'informavano non pure la teologia, ma
benanco
le lettere

di quel tempo.*

Una
filosofico

splendida prova del dominio
di S.

del pensiero

Tommaso

sulla letteratura è senza

dubbio

la

Divina Commedia^ nella quale con imfelici,

magini, spesso nuove, sempre
le

sono chiarite

più astruse dottrine
*

dell'

Aquinate. Valga per tutti
che
in

È commovente
somme

la storia di questo francescano,

luogo

di scrivere

teologiche o
fisici.

commenti

alle

sentenze, fa ricer-

che ed esperimenti
per nove anni.

Ed

in grazia di tali studii tenuto

per

mago

vien più volte molestato, e in fine messo in prigione ove languisce

E poco dopo

che ne esce muore pressoché ottan1'

tenne. Ipapi gli furono ora amici, ora avversi. Clemente IV (1265-68)

colò IV invece (1288-1292) fu inesorabile. Quanto valore dia

Opus majus\ NicRogero all'esperienza si può vedere nella parte 6* del suo Opus majus, cap. 1". Duo enim sunt modi cognitionis, scilicet per argumentum et experientiam. Argumentum facit concludere quaestionem sed non certificat neque removet dubitationem, ut quiescat animus in intuitu veritatis, nisi eam inveniat via experientiae. Il Bacone del selo apprezzò moltissimo, e lo eccitò a scrivere

colo XIII è

il

vero precursore del Verulamio.
quello

E
non

forse in

qualche
conto

punto

gli è

superiore; perchè mentre questi

fa nessun
di

della matematica,

comprende benissimo
et

quanto giova-

mento possa tornare
pars IV,
matica.
dist. 1.

alla scienza sperimentale.

Vedi Opus majus,
clavis est

Et harum scientiarium porta

mathe-

INTRODUZIONE
il

47
in bocca

XIII

del Paradiso, in cui

Dante mette

a S.

Tommaso

stesso

la

dottrina dell'universale

ante rem, o pensiero divino e dell' universale in re,

raggiamento della divina
Ciò che

luce.

Non

è se

non muore, e ciò che può morire non splendor di quelF idea

Che partorisce amando il nostro Sire. Che quella viva luce che sì mea Dal suo lucente, che non si disuna

Da

lui,

ne dall'Amor che in lor s'intrea,
il

Per sua bontate

suo raggiare aduna,

Quasi specchiato, in nove sussistenze,

Eternamente rimanendosi una.
Quindi discende all'ultime potenze.
Giti d' atto in atto, tanto

divenendo,

Che più non

fa che brevi contingenze;

E

queste contingenze essere intendo

Le cose generate, che produce Con seme e senza seme il Ciel movendo. La cera di costoro e chi la duce

Non
Onde

sta

d'un modo,
piìi e

e

però sotto
traluce
:

il

segno

Ideale poi
egli

men

avvien che un medesmo legno
spezie,

Secondo

meglio

e

peggio frutta.

E E

voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta
fosse
il

cielo in sua virtìi

soprema,

La

luce del suggel parrebbe tutta.

Ma

]a da sempre scema Similemente operando all' artista Che ha 1' abito dell' arte, e man che trema.

la

natura

Nelle ultime terzine è sfiorato
l'

il

problema

del-

individuazione, e la cagione della varietà dei frutti

48
di

INTRODUZIONE

uno stesso albero vien posta parte nella matein cui s' impronta il segno ideale, ria, o nella cera
,

e parte nella scarsa efficacia

delle

cause seconde.
aristotelico, at-

Imperocché Dante, come ogni buon
tribuisce
la

creazione
al

delle

individualità terrestri
,

non direttamente
air

primo motore
di Platone.

ma

a quella clie
certo senso
:

Aristotele chiama natura^ analoga in

un

anima

del
il

mondo

Seguitiamo

Se la

materia è

principio individuante,
specificata,

non

si

può dare
gli

una materia non
Scotisti.

come sostenevano

Questo cosiddetto sostrato universale è una

astrazione filosofica; in realtà:

Forma

e materia,

congiunte e purette

Uscirò ad atto che non avea fallo

Come

d'

arco tricorde tre saette.

{Farad.

^

xxix, 22).

Ed

a quel

modo che
forma,
dall'anima,

la
il

materia non può essere
corpo non può del tutto
l'integrità
della

staccata dalla
separarsi

e

persona

umana
menti.

sta

appunto

nell'

intrinsecazione dei due eledice nel Par. xiv, 43

Onde Salomone
Come
Piìi

la carne gloriosa e santa

Fia rivestita, la nostra persona

grata

fia,

per

esser tutta quanta.

Ed

è quindi

ben naturale che
il

gli spiriti eccelsi af-

frettino coi loro voti

giorno della risurrezione,
v' è

che anche nelle loro anime pure
irresistibile verso
il

quella tendenza

corpo, che

ammetteva l'Aqui-

nate :

INTRODUZIONE
Tanto mi parver subiti ed accorti

49

E runo

e l'altro coro a dicer

amme,
{Ivi,

Che ben mostrar

disio dei corpi morti.
61).

ili

corpo adunque non può essere considerato cpme
all'

talmente estrinseco
spogliare o vestire

anima, die
d'

ella se

ne possa

come

un
e

abito, e

debbono an-

dar messe tra
toniche
della

le

fole le utopie platoniche e neopla-

preesistenza
il

trasmigrazione delle
di

anime,

se

pur sotto

velame

questi miti

il

grande

filosofo

non abbia voluto

far trasparire

una

verità pivi peregrina.
Quel che Timeo
dell'

anima argomenta,
si

Non

è simile a ciò che qui

vede,

Perocché come dice par che senta.
Dice che l'alma alla sua stella riede,

Credendo quella quindi esser decisa, Quando natura per forma la diede.

E

forse sua sentenzia è d' altra guisa

Che la voce non suona, ed Con intenzion da non esser

esser puote
derisa.
iv,

{Farad.,

49).

questo solo

è l'errore dei platonici,

e degli in-

terpetri platoneggianti di Aristotele, che
tenti di avere così decisa

non con-

o staccata l'anima dal
in parti tanto

corpo, dividono ancora

l'

anima stessa
di
al

opposte fra loro, che, in luogo

frammenti di

un tutto solo, sembrano lità, o anime separate. I

contrario diverse tota-

fatti

più ovvii della espe-

rienza psichica stanno contro questo
Tocco

L'Eresia ecc.

4

50

INTRODUZIONE
error che crede

E

Che un'anima so vr' altra in noi s'accenda; però quando s'ode cosa o vede,
Che tenga
Vassene
il

forte a se l'anima volta,

tempo

e

1'

uom non

se

ne avvede.
IV,

{Purg.,

5).

Per

lo

che

alla teoria psicologica

fondata sulla

se-

parazione assoluta delle facoltà, bisogna sostituire
quella
piti

giusta di Aristotele e S.

Tommaso, che

fa svolgere le facoltà superiori dalle inferiori; es-

sendo

la radice di queste

potenze
un'alma
sola

Che vive

e sente è se in se rigira.

E

perchè meno ammiri la parola,

Guarda
Griunto

il

calor del sol che

si

fa vino
;

all'

umor che

dalla vite cola

[Pnrg., xxv, 74).

E se tutte le facoltà dell'anima si svolgono le une
altre,

dalle

anche

l'intelletto passivo

segue

la stessa legge,

ne

v'

ha teorica più assurda
Dall'anima
il

dell' averroistica

che

fé'

disgiunto

possibile intelletto:

(Furg., ivi, 64).

Come pure
la

è assurda la dottrina delle idee innate e

reminiscenza platonica; perchè

mano a lui che la vagheggia Prima che sia, a guisa di fanciulla Che piangendo e ridendo pargoleggia, L'anima semplicetta che sa nulla, Se non che, mossa da lieto Fattore,
Esce di
Volentier torna a lui che la trastulla.
(Purg,, XVI, 85).

INTRODUZIONE

51

Potremmo
«
le

continuare per nn bel pezzo a notare le
le

più evidenti coincidenze tra

teoriche tomistiche

dantesche e non pure in metafisica,
in

ma

in

etica,

teologia,

in

esegesi biblica.

In un sol

punto Dante discorda dal suo maestro, nelle quistioni politiche, dove
il

dissidio è tanto più aperto

per quanto più pieno fu l'accordo nelle altre dottrine.

L'antica e tragica lotta tra l'impero e

il

pa-

pato

s'

era già da

un bel pezzo rinnovata con mag-

gior vigore

da Gregorio

IX

in poi.
e dall'

non infingimenti da una parte
fini.

Non orpelli, altra, ma franca
il
i

e solenne dichiarazione delle loro dottrine e dei loro

Gregorio

afferma apertamente

diritto

del

papato

alla signoria

suprema su

tutti

principi e

popoli della terra, perchè lo stato non ha un valore
intrinseco,

ma

quello solo che gli viene dall'auto-

rità pontificia;^ e dal canto suo Federico II, antici-

pando
stato,

i

tempi moderni, difende l'autonomia dello
il

r indipendenza dalla podestà ecclesiastica ed
il

dritto e dovere di ridurre

papato

alla

povertà glo-

riosa dei primi secoli.^ S.

Tommaso
i

prese parte alla

disputa che ferveva animosa tra
^

giuristi imperiali,

Vedi

la lettera di

Gregorio IX a Federico
in apostolica

II

(Rieti

23

ot-

tobre) in Breholles, IV, 918 e segg., e principalmente

la lettera

d'Innocenzo IV del 1246. J: C.
tificalem sed et

regalem

constituit

sede non solum ponmonarchiam beato Petro ejusque

successorilìiis terreni siraul ac coelestis imperii
^

commissis habenìs.
1236 e
il

Vedi

la lettera di

Federico 20 settembre

celebre
d'

manifesto

del

febbraio 1246 in risposta alla scomunica

Inno-

cenzo IV.

52
e
i

INTRODUZIONE
canonisti; e traendo le ultime conseguenze dai

suoi presupposti filosofici sostiene

apertamente

le

ragioni dei papi.

Come l'anima
il

esercita

un asso-

luto dominio sul corpo, così
cipi
tutti

pontefice sui prin-

della terra.

Ei solo, rappresentante di

Dio, è la fonte dell'autorità; e di seconda

mano

da
Il

lui

la

debbon ricevere tutte
sta
al

le

altre
la

potestà.

pontefice

all'imperatore
pallido

come

splendida
luna,
e la

luce del sole

chiarore

della

spada che egli brandisce è di tanto più formidabile di quella che di

mette in pugno all'Imperatore,,
materia ; e
gì' interessi

quanto

lo spirito vince la

celesti sovrastano alle

meschine gare della

terra.*

A

queste dottrine, che sotto la sembianza di pietà,

religiosa nascondevano le più

smodate passioni mone nel

dane, non sapeva acconciarsi l'anima fiera del gran
fiorentino, e nella Divina

Commedia
si ribella.

De Mo-

narchia sdegnosamente vi

Strano contra-

*

De regimine

princip.,

I.

14: In lege Christi reges
il

sacerdotibus esse subjecti. Di questo opuscolo tutto
e
il
i

debent primo libro

quattro primi capitoli del secondo appartengono all'Aquinate;
resto, secondo
il

De Rubeis, al discepolo Tolomeo di Lucca. Parma, XVI, 501). Sulle dottrine politiche di S. Tommaso vedi Bauman, Die Staatslehre des h. Thomas^ Leipz. 1873, specialmente a p. 15, 75-81, 179. Lo Scaduto nel bel libro Stato
{S.

Thom. Opp.,

ed.

e Chiesa^ Firenze 1882, pag. 34, mette

teologica e l'opuscolo.

Ne

si

una differenza tra la somma può negare che nel De Regimine è
:

più nettamente formolata la superiorità della Chiesa sullo Stato

ma

anche nella Sum.ma
i

al disopra della legge

umana
la

è

messa

la

divina, e tanto nel

De Regimine

quanto nella Sicmìna

Chiesa puc^
s'allon-

sciogliere

sudditi dall'obbedienza verso

un Principe, che

tani dalla fede.

INTRODUZIONE
sto tra
i

53
del gentil

due sommi!
di

S.

Tommaso,

sangue

dei conti

Aquino, pronipote del Barbarossa e
colle tra-

cugino del secondo Federico, rompendo
dizioni degli avi suoi,
si

caccia nel fìtto della- mi-

schia, paladino di quella corte pontificia, che

avea

giurato e inesorabilmente compiuto lo sterminio di

casa sveva. Dante, che da giovane combattè nelle
file

dei guelfi, ricredutosi per

tempo

dell'
il

error suo,

si

converte alla fede ghibellina, ed
le

dominio tem-

porale e

cupidigie e le ambizioni della corte ro-

mana
sacro.

sfolgora nelle tremende invettive del

poema
disco-

A

quel genio divinatore ben presto
il

si

perse l'assurdo ed
poteri, e con

danno

della mistione dei

due

argomenti che calzano anche

ai nostri

giorni, sostenne arditamente l'autonomia dello stato,

o per dirla col linguaggio del tempo, l'indipendenza
dell'impero.*

Ma
che
le

non a torto
sue dottrine

ei

protesta di far parte da se,

politiche,

non

del

tutto con-

formi a quelle dei ghibellini,^ s'inspirano a quello
spirito umanistico, che fra

non molto farà rinascere

'

•discute:

Vedi principalmente la terza parte del De Monarchia, ove an autori thas monarchae dependeat a Deo immediate vel

ab

alio

und Werke,
ersten

Wegele, Dante Alighieri's Lehen muss zugleich auch als einer der ahnungsvoller Verkiindiger des modernem Staats begriifen
Dei ministro seu vicario.
3^ ediz., pag. 312: er

und anerkannt werden.
^

In questo senso accetterei la nota del Prof. Del

ghibellinismo di Dante

renze 1879,
i

II,

605).

Lungo sul {Dino Compagni e la sua Cronaca, FiNessuno dubita che Dante avesse a disdegno
dei suoi tempi, partiti

guelfi e

i

ghibellini

più municipali

che

54
la tradizione ed
il

INTRODUZIONE
culto dell' anticliità.

Per Dante

la storia antica

non era chiusa peranco, né poteva chiudersi giammai; imperocché la Provvidenza affidò al popolo romano il primato su tutto il mondo,
e gesta

né altra gente per alte virtù

gloriose se

ne rese più degna, né accadrà mai che questa ve-

neranda compagine delP antico stato

si

dissolva.
diritto

Al

popolo romano adunque appartiene di

l'im-

politici, e nutriti

da discordie e rivalità

di

famiglia più che

da

ben a proposito terzina del vi del Paradiso
contrasti di idee.

E

il

Del Lungo ricorda la nota

L'uno al pubblico segno i gigli gialli Oppone, e l'alti'o appropria quello a parte Si che forte a veder è chi più falli.

Ma
pi,

ad un cosi esperto conoscitore di quei temnon posso capacitarmi che Dante si fosse fatto ghibellina per forza e non per intimo convincimento. Se ghibellino nel suo
col debito rispetto
io

più alto significato è colui che
opinioni del tutto

abbracciava in fatto
sostenute

di

sovranità

sempre dai Papi a cominciare da Gregorio VII sino a Bonifacio Vili e Giovanni XXII, nessuno può dirsi ghibellino meglio di Dante, il primo che seppe ridurre a teoria la politica imperiale. Un altro forse prima di lui Engelberto, abbate di Admont, scrisse un libro de ortu, proopposte a quelle

gressu

ma né Dante conosceva quepuò reggere al paragone della dantesca. Sarebbe adunque strano che il primo teorico dell'Imperialismo fosse non un ghibellino, ma un guelfo. Ammetto bene che i guelfi non volessero distruggere la potestà imperiale, ma neanche i ghibellini la potestà papale. La quistione non era di distruggere l'una o l'altra
et

fine

romani imperii

\

st'opera, ne dessa

delle istituzioni, a cui tutti credevano; bensì o di sottomettere l'una
all'altra,

ovvero

di

rendere l'una dall'altra indipendente. Questa

voluto guelfismo

di

Dante ha indotto

il

prof.

Del

Lungo

nella

credenza che
(op.
cit., p.

il

Veltro debba essere un Papa non un Imperatore,

555), opinione vittoriosamente

oppugnata dal Fornaciari

{Studii su Dante, pag. 25).

INTRODUZIONE
perio,
cizio.

55

ed

ei
il

solo

Non

può commetterne a Cesare V eserpontefice, non i principi tedeschi sono
elettori dell'imperatore,

di

diritto

gli

ma

solo

il

popolo di

Roma/ Questa

teoria bastava a combattere

tutte le prentensioni

guelfe;

imperocché se l'imautorità.

peratore non deve al papa la elezione sua, non è

obbligato a riconoscer da lui la sua
essa

Ma

non era nata soltanto da un intendimento polemico, uè si può dire che sia un sogno da poeta. Fra non molto Ludovico il Bavaro, convocata un' assemblea popolare nel Campidoglio (11 gennaio 1328)
chiederà la corona imperiale, che per solenne plebiscito gli sarà conferita.

E

più tardi campione dei
leverà

creduti diritti di
lare,
il

Roma
il

si

un uomo singo-

quale assunto

dimenticato
il

nome

di tri-

buno, affermerà l'autorità sua e
potere di contro
al

non vano guo

papa

e

all'imperatore.
gli

E

gli

uomini più celebrati del suo tempo
ed
il

crederanno,

padre dell'umanismo,

gì'

indirizzerà

una

delle

sue più belle canzoni,^ e gli scriverà lettere di calda

ammirazione,

e

per cagion di lui

si

raffredderà coi

Colonna, vecchi suoi amici e protettori.

'

Vedi

la

seconda parte del

De Monarchia An Romanus
:

po-

pulus de jure monarchae ofììcium
^

sibi asciverit.

II

"Witte

ha ben

rilevata la continuità della tradizione classica.

Le

ragioni addotte dal D'

Ancona {Studii di

critica e storia

letteraria, pag. 72-83)
lo spirto gentil

mi pare mettano

fuori di controversia

che

non possa essere Stefanuccio Colonna. E fra tutte le ipotesi la più probabile resta sempre quella che riferisce la canzone a Cola, interpetrahdo le parole: len che non ti vide ancor da presso nel senso non ti vide tribuno.
;

56

INTRODUZIONE

Ma
mento
le

benché nel De Monarchia
pure
il

aliti

questo spirito

classico e democratico,

fondo del ragionatomistiche

è schietto medievale,

ed affatto

premesse che Dante pone per trarne conseguenze
filosofi di

affatto opposte a quelle dell'Angelico.

come

tutti

i

Anche egli, quel tempo, non sa concein

pire l'ideale se

non incarnato
onde

una meschina ed
il

angusta realtà

;

stabilita la necessità dell' uni-

ficazione delle genti, la quale soffochi

germe

di

guerre intestine, vien di conseguenza che quest'unità
si

debba impersonare in un corpo politico, l'impero, ed in un uomo, l'imperatore/ Ma altri avrebbe
il

potuto inferire

vero regno unico e cristiano es-

ser la Chiesa, e la

suprema autorità
le

delle

genti

il

Papa. Per toglier
negare
vi si
le

conseguenze facea mestieri di
l'

premesse, e dimostrare come
sia solo ideale,

unità del

genere umano

ed a tradurla in realtà

opponga non pure l' ordine delle cose, che vieta uno stato così mostruosamente sterminato; ma benanco
le

profonde ed insuperabili differenze che
il

la
le

natura e
nazioni.

corso della
siffatta

storia
si

hanno poste tra
scalzava

Per
di

guisa

quel falso
il

realismo, che dando corpo alle ombre, popolava

mondo
*

realtà

immaginarie.

Ma

opera

siffatta

Questa in fondo è

la

dimostrazione della prima parte del
sit.

De Monarchia: An
della giustizia,

de bene esse mundi monarchia necessaria
egli è spoglio

L'imperatore è la miglior guarentia della pace, della libertà e

perchè
il

di passioni, è

un essere so-

vrumano. Anche

Wegele pag. 348 riconosce
non ne
rilevi
il

la fallacia di que-

sto ragionamento, sebbene

carattere medievale.

INTRODUZIONE

57

non poteva essere tentata
tore della filosofia,
il

se

non da un riformaDante avea acqui-

quale in verità era già nato

e negli ultimi anni della vita di

stata

non poca fama nell'insegnamento.*
*

VI
Con Guglielmo Occam, (morto intorno
il

al
,

1349)
s'

vigoroso

ristauratore

del

nominalismo
dire,

apre

l'ultimo

periodo,

o vogliam

la

dissoluzione

della Scolastica. Il Realismo, travagliato dalle in-

terne scissure di tomisti e scotisti, battuto in breccia

da opposti

lati

per opera dei mistici

e

degli

esperimentalisti, era già

un

edifizio scrollato,

quando
assalto.

l'ardimentoso minorità gli dette l'ultimo

'

E

nota la disputa tra
il

il

Witte ed

il

Bohmer da una

parte

ed
la

il

Giuliani ed

babile la

Wegele dall'altra. congettura del Wegele che il
II,

A me

pare molto più pro-

libro sia stato scritto
riferite le

dopo

consacrazione di Enrico VII, al quale vanno
cap. I: reges et principes in

parole

del libro

hoc uno concordantes ut

adversentur
cipi.

Domino

suo, et uncto (non unico) suo
sia

Romano

prin-

Ma

benché questo libro

posteriore

agli

scritti frgJncesi,

cata.

che ricorderemo più sotto, pure ha una tinta medievale più spicIl Brice {The holy Roman Empire, 6^ ed., pag. 264) avea

già notato:
pire in

With Henry

the Seventh ends the history of the

Em-

und Dante's hook is an epitaph instead of a prophecy; con non minore acume il Wegele (op. cit. pag. 334): unter diesen rùckwàrtsstrebenden Geistern nimmt Dante den ersten Platz ein, und er hat diese scine Stimmung so entschieden und sinnreich ausgesprochen, sìe zu einem Sistem ausgebildet und poeItaly
,

tisch verewigt,

das

sie

stets ein grosses Interesse

hervorgerufen

hat,

obwohl

sie nichts

war, als das kraftvolle tragische Verneinen

des unabànderlichen Fortschrittes der Weltgeschichte.

58

INTRODUZIONE
bisogna,
*

Non

ei

diceva, moltiplicare gli Enti senza
ai

necessità

ne attribuire un' esistenza sostanziale

concetti della nostra mente.^
colta

La

realtà
;

può venir
^

soltanto
i

dalla

diretta

intuizione

ciò

cbe

supera

confini della percezione immediata, o

può da^quella essere mediatamente raccolto, argomento di scienza onde mal s' appongono i realisti di ragionare di Dio, e del modo come ei pensi, e delle idee che in lui si accolgano; mentre il nostro circoscritto intelletto non può penetrare i mi;

non non è

steri

dell'Essenza divina.*
il

Né meno

assurdo è di-

mandare

principio

dell'individuazione,

perchè

l'individuo è posto fin dall' origine tale qual' è , né acquista per via le note individuatrici.^ Questo audace
filosofo

seppe

al pari di

Dante sostenere
ne porse
il

le

teoriche

ghibelline, e
offerse

quando

gli se

destro, si

campione

del loro diritto a

Re
».

ed Imperaa Ludovico
la teo-

tori «
il

Tu me

defendas gladio,
te

diceva

Bavaro, ego

defendam calamo

Ormai

*

In 2 Seni, qu. 17:

Non

est

ponenda

pluralitas sine neces-

sitate.
^

Summa

totius logicae,

I,

cap.

xv: NuUura universale esse

aliqua substantia extra
'

animam

existentera evidenter probari potest.

In Sent, prolog., qu. 1: Notitia intuitiva rei est talis notitia

virtute cujus potest sciri
*

In 1 Sent.,

dist. 3,

quìdditas nec aliquid

utrum res sit vel non sit. qu. 2: Nec divina essentia nec divina intrinsecum Deus, nec quid quod est realiter
nihil potest probari natura-

Deus potest
liter
'

hic cognosci a nobis

cognosci in se nisi cognoscatur intuitive.
In 1 Sent, dist. 11, qu.
8.

Non

est

quaerenda causa individua-

tionis nisi forte extrinseca.

INTRODUZIONE

59

rica dell'indipendenza dello stato avea fatti grandi
passi.

E

per quanto la chiesa perdurasse negli an-

tichi concetti, e Bonifacio
di

Vili

li

esagerasse fuor

misura

*

altrettanto energica fu la protesta che
si

da tutte parti

sollevava.

E

Filippo

il

bello re-

spinse le pretensioni della Curia, ed una fiera po-

lemica insorse, di cui abbiamo anche oggi parecchi

documenti, a cominciare dallo scritto intitolato: disputa tra

un

cavaliere

ed un

chierico intorno alla

potestà commessa ai prelati della chiesa ed ai principi della terra..

Codesto è un dialogo molto vivace

*

Il

Kopp,
le

il

Theiner ed

il

Ficker aveano già pubblicata la
di

bolla inviata

da Bonifacio Vili all'elettore Duca
pratiche avviate presso

Sassonia perché

favorisse

Alberto d'Austria per la re-

trocessione alla Caria

romana

dei diritti imperiali sulla Toscana.

Gl'importanti documenti pubblicati dal signor Levi {Bonifazio
e le

Vili

sue relazioni col Coìuune di Firenze,
della

Roma

1882) mettono

fuor di dubbio

questo intendimento, e l'occulto fine del processo

contro Lapo Saltarelli e
lois.

missione affidata a Carlo di Va-

con certo minore accorgimento e prestigio tentava ciò che sarebbe parsa follia agl'Innocenzo III ed ai Gregorio IX! Questi fatti rendono molto improbabile l'ipotesi, che la
Bonifazio
Vili

repubblica fiorentina mandasse
ghieri, se a quel

da ambasciatore

al

Papa

l'Alli-

un libro cosi ostile alle pretensioni papali come il De Monarchia. Né parmi probabile che Dante lo scrivesse nel breve ed agitato tempo che
egli già pubblicato
il gennaio 1302 data della prima condanna. Si potrebbe ammettere come mi

tempo avesse

corse tra l'ottobre del 1301, data dell'ambasceria, ed

suggerisce un dotto e caro amico, che
scritto

il

prima
della

dell'

ambasceria e

pubblicato

De Monarchia fosse stato dopo. Ma quando ?

Prima

giori le sue

condanna? È possibile che Dante volesse rendere pegsorti, quando pendevano ancora indecise? Sulla pubblicazione del Levi vedi una bella recensione di Augusto Franchetti nella Nuova Antologia del 1* gennaio 1883.

60

INTRODUZIONE
alle

ed arguto, dove sono messi
tensioni del papa, ed

prese un prete,
le

che rincalza con sillogismi scolastici

boriose pre-

un

cavaliere clie

con appaIl

rente bonomia

li

ribatte ad

uno ad uno.

prete

tenendosi stretto all'argomentare tradizionale esce

ad esempio in questa tirata a majori ad minus: Se

non negate che

Cristo,

padrone del

cielo

e

della terra possa disporre dei beni temporali,

come
non
ri-

potrete senza rossore negare questa stessa facoltà
al suo vicario
si

in terra?
all'

Ma

il

buon

cavaliere

lascia prendere

amo, e tranquillamente
alterum humilitatis

sponde:

audivi a viris sandis ac devotissimìs
distingui^

duo
et

tempora in Christo

alterum potestatis. Humilitatis usque ad suam passio-

nem^ potestatis post suam resurrectionem

.

.

.

Petrus

autem constitutus
litatis ^

est Christi

vicarius
et

prò

statu

humipare

non prò statu gloriae

majestatis.

Questo
vi do-

dialogo venne attribuito all'Occam,

ma non

che

gli

appartenga/ Certo pel concetto che

mina

dell'

autonomia

dello stato
il

del filosofo francescano,

non sarebbe indegno quale in un trattato incause
di
l'

torno alla giurisdizione imperiale nelle

matrimonio
*

mise in tanto rilievo

indipendenza

GoLDAST, Monarchia, I, 13. Il Riezler, Die literarischen Widersacher der Pàpste zur Zeit Ludwig des Baiers, pag. 145
e segg.
,

r attribuisce

al

Dubois; perchè
più antiche

la sveltezza di

questo dia-

logo mal s'accorda colla gravità faticosa dei dialoghi autentici dell'

Occam. Oltreché

le edizioni

danno
si
si

il

dialogo per ano-

nimo, e solo dall'edizione parigina del 1498
all'Occam.

cominciò ad attribuirlo

Una fedele

esposizione del dialogo

può leggere nel

libro

dello Scaduto: Stato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 81 e segg.

INTRODUZIONE
del potere politico, che a lui si deve
della teorica del tutto
vile
*

01
il

primo schizzo
ci-

moderna

del

matrimonio

oltre

a questo piccolo scritto del

1342 Oc-

cam

scrisse altre opere più vaste.

Giova ricordare

le otto quistioni del

1339

e

il

dialogo del 1343, che va

diviso in tre parti, la

riguardava

la chiesa e

prima distinta in sette libri la seconda riprole eresie
;

duceva
ai

il

trattato
di

composto

sin

dal

1333 intorno
dovea
primi
sono peri

dommi

Giovanni XXII;

la terza infine di cui

andare suddivisa in nove trattati

venuti infino a noi ed anche mutili, soltanto
due. In questi lunghi e faticosi lavori,
le solite sottigliezze scolastiche,

non senza

ad uno ad uno tutti pure
i

gli
i

vengon combattuti argomenti papalini, e non
donazione

filosofici,

ma

tradizionali ricavati dai testi

biblici,

e gli storici fondati sulla pretesa

*

Tractatus de Jitrisdictione Bnperatoris in causis matritoni.
II, p.

monialihits (Goldast.,

21).

Cum

enim secundum
et

scri-

pturas sacras atque rationem naturalem Inter infideles [non fideles

come
riatur

è stampato dal Goldast] veruni licitum

legitimum repe-

conjugium

et (prout

etiam

Romanorum

Pontifioum decre-

tales testantur) infideles constitutionibus ecclesiasticis
tur, evidenti concluditur

non arcean-

argumento, quod causa matrimonialis ....

ad Imperatores legitimos .... pertinebat, p. 23. In specie autem de Sacramento matrimonii (quod etiam decretales Romanorum Pontificium dicunt

apud

Imperatorem,
Imperator

in

fideles et infideles existere) dicitur, quod ad quantum solummodo Imperator, eo quod pluries

extitit intìdelis,

causa matrimonialis .... spectat. Queste

citazioni bastano a provare
il

come T Occam senta vivo il bisogno che matrimonio diventi una istituzione dello stato indipendente dalle
argomento per

confessioni religiose. Intorno allo scritto sullo stesso

Marsilio da Padova, la cui autenticità è da molti revocata in dubbio,

vedi RiEZLER, op.

cit.,

pag. 234.

62
di Costantino e la

INTRODUZIONE
successiva traslazione

dell'Im-

pero nei Franchi.

che non è certo
lo spirito che

Una gran parte nuova, ma nuovo
la
affatto,

di queste criti-

è senza
Il

dubbio

informa

polemica.

misticismo

medievale scompare

che l'Impero, se non
isti-

è una creazione del Papa, non è neanco una

tuzione divina,

ma
pace

schiettamente storica. Essa nacet

que ex ordinatione humana
conservare
la

non ex divina
delle

lege

per

e

la

tranquillità

genti.

Quando questo scopo

fallisse,

e l'elezione dell'Im-

peratore lungi dal portar concordia,

dovesse pro-

vocare nuove guerre, non

esset talis
est

assumptio atten-

tanda; quia quod provisum
debet tendere
Il

ad concordiamo non

ad noxam}
era

concetto grandioso dell'Impero, vagheggiato

da Dante,
Marsilio da
riale

ben presto
al di

venuto

meno, talché

Padova

sopra della maestà impe-

mise

la sovranità del popolo.^

g'

tempo le idee degli stessi Ghibellini erano profondamente modificate. La lotta tra Bonigià da gran
'

E

GoLDAST,

II,

p.

877,

Anche Bonifazio

nella lettera all'elettore

di Sassonia

dice

alludendo all'impero: quod fuerat ad medelani
pag. 203 e segg. Scaduto, op. cit, pag. 118.

provisum, tetendit ad noxaro.
^

RiEZLER, op.

cit.,

Riscontrate anche l'opera recente del Labanca, Marsilio da Patere nel popolo la fonte della sovranità e

dova^ Padova 1882, pag. 135. Acconsento al Labanca che il metnon pure della temporale
della spirituale della Chiesa sia un concetto monon toglie che l'opera di Marsilio e pel fine che si propone, e pel metodo che tiene sa del medievale in confronto del Principe e dei Discorsi del Machiavelli, come ha ben detto il

dell'Impero,

ma

derno;

ma

ciò

Villari,

Niccolò Machiavelli^

II,

pag. 237.

INTRODUZIONE
facio e Filippo
il

63

Bello scoppiata per quelle stesse
il

ragioni che tante volte avean messi alle prese

pa-

pato e l'impero,

mostrava ben chiaro che nelle
pronostico di Fede-

lunghe
rico II

lotte

combattute non era in gioco soltanto
gli stati tutti. Il

r impero,
si

ma

avverò ben presto, e la primogenita della
le stesse

Chiesa vide torcere contro di sé

armi, che

avean ferita a morte

la casa sveva.

Se non che cia-

scuno stato difendendosi in questi contrasti colle sole
sue forze, acquistava piena consapevolezza della sua

indipendenza non pure dalla chiesa,
l'

ma

benanco dalce-

impero.

A

quel

fittizio

organamento imperiale, che

sotto le sembianze di

un vasto accentramento
le

lava in realtà lo sparpagliarsi di mille signorie feudali,

sottentravano ora

monarchie autonome, 'o già

formate, o in via di rapida formazione. L'individua-

lismo che in filosofia era rappresentato dalla scuola
dei nominalisti, in politica si ripercuoteva nella co-

stituzione degli stati autonomi.
dello scrittore del dialogo già

Ed

all'acuto sguardo

citato

non

isfuggi-

rono questi gravi mutamenti.
efi'etto

«

Quando,

ei dice,
il

per
re-

della divisione dell'impero carolingio
si

gno franco

separò dal resto

dell'

Imperio, tutti

quei diritti che pria spettavano all'Imperatore ven-

ner trasferiti integralmente
nei confini del suo

al re francese. Il

quale

regno può promulgare nuove
le

leggi

ed emendare o affatto abolire

antiche

».*

'

GoLDAST,

I,

p.

17:

regnum

Fraiiciae dignissima conditione
insignita, quicquid
privilegii et

Imperli portio est, pari divisione

64

INTRODUZIONE

Così l'Imperatore non vien più riconosciuto
la

come
i

suprema
i

autorità, intorno a cui gravitano

re

ed

principi,

come
stati,

pianeti intorno al sole. L'im-

pero non è più lo stato per eccellenza,
stato tra gli
il

ma uno

quale per giunta ha minore
lo

forza

delle

potenti

monarchie che
la

circondano.

Questa era già da gran tempo
di fatto,

vera condizione

ma prima

d'

ora non

s'

era mai apertamente

dimostrato che la condizione di fatto- rispondesse
all'intima

ragione del diritto.
le

E

per fare questa

dimostrazione occorreva che

menti sgombrassero

l'errore del vecchio realismo di dar corpo e consi-

stenza agli astratti concetti.

Quanto cammino abbia
nel volger di pochi anni
si

fatto la

mente umana

può raccogliere dal consolo

fronto tra
tura.

i

due grandi poeti della nostra letterae Petrarca.
i

Dante

Dante non

mostra una

grande riverenza per
glie e

filosofi scolastici,

ma

ne accoPetrarca

commenta poeticamente
stanco mai di
dialettici,

la dottrina;

non
gl'

è

colpire

dei

suoi frizzi questile,

importuni

quei barbari dello

che

fra le dispute astruse smarrirono la tradizione del

divino Platone, e lo
dignitatis retinet Imperli

stesso Aristotele
in parte una,

da dolce

e

nomen

hoc regnum Franagli scritti francesi et

ciae in parte altera. Questo pensiero è del 1303 cosi

comune

nel trattato JDe potestate regia

papali

di

Gionella
96).

vanni da Parigi (Riezler, pag. 153; Scaduto, pag. 93),

come

Quaestio de potestate papae (Riezler, pag. 142; Scaduto, pag.

Anche Occam, Dialogus^ in Goldast, II, 876, secundum diversitatem qualitatem et necessitatem temporum expedit regimina et dominia mortalium variari.

INTRODUZIONE
^oave che
-^ola

65

è,

tramutarono in rude scrittore. Sic
et

jam

philosophantis infantia

perplessa halbuties^ inut

nitens super cilio

atqtie oscitans^
est.

Cicero vocat, salo

pientia in honore

Nel Petrarca rivive
latino

scetti-

cismo

di

Cicerone, dell'autore
altri

che

sopra
al pari

tutti gli

avea caro.

E

ben volentieri
le

del suo duca e maestro
zioni dei filosofi invoca
e della tradizione.
losophi
.

contro

vane elucubradel

l'autorità

buon senso
illis

Sint piane Aristotelici^ sint phi-

.

.

ncque enim

darà

ìiaec

nomina

invideo^

quihus falsis etiam tument^ non mihi invideant humile

verumque christiani nominis

et

catliolici} Il

Petrarca

non
vali;
il

è più

dominato, come Dante, dalle idee medie-

ed a ragione vien da tutti riconosciuto come

primo restauratore del classicismo. Si comprende
ciò

da

come

in lui

il

concetto

dell'

Jmpero non possa
L'impero pel
classico
,

avere quel non so che di grandioso e mistico che
gli presta la fantasia dell' Allighieri.

Petrarca non è più di un ricordo

e la

grandezza

di

Roma
di

e la salute dell' Italia,
le

più che

l'unificazione

tutte

genti,

è

il

suo ideale.^
il

Venne notato molto opportunamente che
*

Petrarca

De

sui ipsius et multoruni ignorantia liber, ed. Basilea,

pag. 1037, 1043.
^

Anche

lo

Zumbini, che rivendica contro

il

D'Ancona F im-

perialismo del Petrarca, scrive egregiamente: « In mezzo a quelle
lotte della

Chiesa e

dell'

Impero, a quelle guerre crudeli, a quegli
il

scandali d' ogni maniera,

più offeso di tutti e insieme

il

solo in-

colpevole era

il

popolo romano.
lei

Roma

per

il

Petrarca era una
».

crrande vittima e intemerata, e

bisognava soccorrere anzi tutto

Studi sul Petrarca,
Tocco

p.

254.
\

L' Eresia ecc.

5

Q6

INTRODUZIONE

più che Dante insiste sui confini naturali che sepa-

rano

il

bel paese dalle

altre regioni; e

con mag-

gior compiacenza ricorda l'antica opposizione tra

barbari e latini:
Che fan qui tante pellegrine spade?
Perchè
il

verde terreno
si

Del barbarico sangue

dipinga?^

'

Fiorentino, Saggio sul Petrarca negli Scritti varii di

let-

teratura filosofia e critica. Bartoli,
letteratura italiana., pag. 485 segg. In

I primi due secoli della' una serie di lettere che il PeGenova e Veneed itahani. Lib. XI,

trarca diresse a parecchi in occasione della guerra tra
zia è ep,

messa in

rilievo quest'opposizione tra barbari

il 18 marzo 1351 al Doge Dandolo ( Fracassetti, Ergono ab Italis ad Italos evertendos barbarorum regum ): poscuntur auxilia. Unde infelix opem speret Italia, si parum est quod certatim a filiis mater colenda discerpi tur, nisi ad publicum

8 indirizzata

pag. 131

parricidium alienigenae concitentur? pag. 132: Postquara alpes et

maria, quibus nos moenibus natura vallaverat, et interjectas obseratasque divino munere claustrorum valvas, livoris avaritiae super-

biaeque clavibus aperiendos duximus Cimbris, Hunnis
ep. 5 al

etc. Lib.

XIV,

Doge

e Consiglio di

Genova dopo

la vittoria riportata dai

dem

Genovesi sui Veneziani (Fracassetti, pag. 295): Et de exterius quihostibus (cioè degli stranieri che pugnavano insieme ai Vene-

ziani)

non

doleo.

Quid enim laboribus

italicis

sua tela permiscent,

venale genus ac faedifragum, quos in longinquam infelicemque militiam
ai

nummus

impellit etc. Lib.
nei!'

Genovesi, quando
il

volsero contro

XIV, ep. 6, indirizzata parimente anno appresso alla vittoria sui Veneziani si re d'Aragona: Quod optabam video; ab ortu ad oc-

Hic precor incumbite, viri fortes, hoc agite hoc pium, hoc justum, hoc sanctura, hoc minime italicum bellum est. Lib. XVII, ep. 3, dopo la disfatta dei Genovesi (Fracassetti, pag. 432): ab initio et scraper a bello italico dehortatus eram: deinde autem de externo hoste quaesitae victoriae plauseram. Lib. XVIII, ep. 16, allo stesso Dandolo dopo le vittorie venevictricia signa convertite.

casum

ziane del 1354 (Fracassetti,

p.

jugulos patria et in publicam

506): Quousque enim miseri in necem barbarica circuraspiciemus

INTRODUZIONE

67

La

salute d'Italia, corsa da sfrenate

compagnie
;

di ventura, e in
la salute di

preda a incessanti guerre intestine
erede del

Roma

nome
il

antico, ed ora

vilmente abbandonata da Papi, ed Imperatori, questo è
si

runico scopo a cui intende

poeta.

Ed

ove per

possa conseguire, anche contro l'Impero, e per

opera di un generoso romano

poco possibile
glio di lui
della nobile
di

al

tempo
coi

di

— come parve Cola — nessuno
il

me-

affretterà

suoi voti

compimento
l'impresa
Papi, ora
ai

impresa/ Certamente
Petrarca
si

fallita

Rienzo

il

volgerà ora

agl'Imperatori perchè abbiano pietà della patria
infelice. Gli

sarebbe parso di mancare

al

suo do;

vere

,

se

non avesse cercate
si

tutte le vie di salvezza

ma non

dissimula

pertanto

che

sull'Impero

si

debba contare ben poco, ne che altra speranza vi sia fuor della concordia degl' Italiani. In una lettera al doge

Dandolo esprime chiaramente questi
io

pensieri: Italiano qiial
delle sventure d' Italia.

mi sono

.

.

.

lascia che parli

Ecco già correre
due più fiorenti

aW armi
città,.,

i

due

popoli più
in breve,
i

potenti.,

le

e

a

dirlo

due

pili splendidi astri d' Italia,

che a

mio

giudizio acconciamente si parve aver la
auxilia?

madre natura
nihil

Quousque qui nos strangulent predo conducemus

insanius

quam

qu.od tanta diligentia tantoque dispendio
:

Italici liomi-

nes Italiae conducimus vastatores, pag. 510 nec
reunte
*

tibi

persuadeas, pe-

Italia, Venetiam salvam fore. D'Ancona, Il concetto delV Unità politica nei poeti italiani negli Studi di Critica e Storia letteraria; Bologna 1880, p. 30-31. Bartoli, Appunti sulla politica del Petrarca nelìdi Rivista Euro-

pea, 16 gennaio 1878.

G8
quinci e quindi
cati^
all'

INTRODUZIONE
ingresso
vostro
al
dell' italico

mondo

collo-

perchè

cotesto

Settentrione

ed al Lerivolti,

vante e V altro al Mezzogiorno ed al Ponente
e voi

padroni

del

mare

di

sopra^ gli altri

di

quel

di sotto alle quattro parti del globo mostraste come
debilitato^ vacillante e

per poco non
,

dissi

disfatto al
e

tutto

V Impero Romano

fosse

pure V Italia signora

regina} Altre volte avea sperato che

Roberto

di

Napoli potesse ridurre in sua mano
penisola, perchè l'Italia prendesse

il

governo della

un posto onorato
il

tra le grandi monarchie d'Europa.^

Ma
*

torniamo

al

nostro minorità,

quale non
del tempo,
cit.

pure prese parte
Epist., Lib. XI, 8.
il

alle quistioni politiche

A ragione
la

il

Bartoli scrive (op.

pag. 489):

Come
l'altro

Petrarca

si riconnette

sembra stendere

da un lato coli' Allighieri, dalmano presaga al Machiavelli, il quale
suo ritratto del Principe.

coi versi di lui
^

chiuderà

il

Il

D'Ancona

(opera citata, pag. 34) ricorda la famosa lettera
7J indirizzata a Dionisio di S. Sepolcro rerum praesens status est, in hac

[De rebus familiaribus, ìli,

nel 1339: Certe ut nostrarum

animorum tam implacata discordia, nulla prorsus apud nos dubitatio relinquitur monarchiam esse optimam relegendis reparandisque viribus Italis, quas longus bellorum civilium sparsit furor. ut ego novi, fateorque regiam manum nostris morbis necessariam, sic te illud credere non dubito nullum me regem malie, quam hunc nostrum, cujus sub ditione vivimus. Si deve certo ammettere collo Zumbini {Saggio, pag. 84) che la speranza posta in Roberto non durasse lungo tempo, perchè ben presto il re napoletano si chiari indegno dei suoi alti destini. Epperó il Petrarca si volge altrove, ne indirizza al suo regale amico alcuna esortatoria, né sulla tomba di lui rimpiange le fallite speranze. Tutto questo è vero ed acutamente notato, ma ciò non toglie che in questa let-

Haec

tera

il

Petrarca parli sul serio, perchè Roberto, se
si

gli fosse le

bastato
più fa-

l'animo, era certo l'unico monarca, a cui
vorevoli occasioni per fondare

porgevano

un grande

stato.

INTRODUZIONE

69
dissidio tra

ma benanco
i

alle

religiose. Il

veccHo
il

due ordini frateschi era ricominciato nel 1321 a
eresia che
il

cagione di un'accusa di

domenicano

Giovanni Belna muoveva contro
rengario Tolon.
cano,
Il

francescano Be-

Papa

dette ragione al domeni-

ma

l'assemblea generale dei minoriti, tenuta

sotto la presidenza di Michele da Cesena, proclamò

come domma

di fede la

povertà assoluta di Cristo, e

dichiarò eretici e scismatici quelli

che non credeil

vano in questa dottrina, né seguivano
pio.

divino esemalla di-

Questo domma, che

menava

diritto

struzione del cosiddetto potere temporale, per quanto

tornasse acerbo al pontefice, di tanto vantaggiava lo

imperatore.

Onde
li

allorché Griovanni
i

XXII

lanciò la

scomunica contro
trina,

sottoscrittori della

nuova dot-

Ludovico

tolse sotto alla

sua protezione,

e

ne affidò

ai suoi

giureconsulti la difesa. L'Oc-

cam

era uno dei

sottoscrittori,
la

né è a dire con

quanto calore sostenesse
suo ordine,

causa del generale del

che

era

per giunta uno degli amici

della sua giovanezza.

E

coli'

Occam

si

associò

il

più

dotto giureconsulto di quel tempo Marsilio da Padova,
il

quale nel Defensor pacis avea stabilito non es-

ser la Chiesa costituita dal solo Pontefice e Cardinali,

ma

da

di essi,

maggior numero raccolto in assemblea solenne pronunzia una
tutti
i

fedeli; talché se

il

sentenza, le
'

si

deve inchinare
cit.,

il

Papa per

il

primo.*
pag. 148

RiEZLER, op.

pag. 215 e segg. Labanca, op.

cit.,

e segg.

Friedberg,

De finium

inter Ecclesiam et civiteìn regun-

dorum judicio,

pag. 71 e segg.

70

INTRODUZIONE

Dottrine che non tarderanno molto a trionfare nel
Concilio di Costanza.
rista patavino

contento di questo

il

giu-

nega clie il vescovo di Roma abbia un'autorità maggiore degli altri primati della Chiesa,
dubita della venuta di S. Pietro,
e,

quel che più

monta, mette

la scrittura al

di

sopra della tradisi

zione. In queste ardite sentenze

riconosce già

il

precursore di Vicleffo e Giovanni Huss. Senza dubbio
il

Medio-Evo
di già la

è

tramontato, e

dall'

opposto lido

spunta

splendida aurora del Risorgimento.
si

Riassumiamo. In tre periodi

divide

il

movi-

mento intellettuale del Medio Evo. Nel primo di essi mentre il Realismo promuove o si associa con
quelle sètte religiose, che giovandosi dell'allegoria,

trasformavano
lismo

le

credenze tradi'iionali,
parte vien penetrato

il

Nominale
si

dall' altra

da tutte

tendenze razionalistiche di quell'età. Nel secondo
costruisce quel mirabile sistema, nel quale

debbon
ed a

comporsi

tutti

i

dissidi
s'

dell'età precedente,
stabilire
lo

norma
diti,

del quale
la

hanno a

immutabili rapstato e
i

porti tra

scienza e la fede,

sud-

la chiesa e l'impero.

Questo sistema non doche ne accet-

mina
tano

solo, e

non pure vien combattuto da molti

filosofi

contemporanei,

ma

anche
nel

quelli,

le

dottrine fondamentali, ricusano poi le più

importanti

conseguenze

campo

politico.

Nel

terzo periodo infine la dissoluzione della scolastica
trae seco la rovina di quel grande edificio politico*
e religioso, che fu la gerarchia

medievale.

Ma

in

tutto questo lungo corso di

tempo non mancarono

t
(

INTRODUZIONE
profonde agitazioni religiose.
molte sette
disti nel
i

71
citate già

Ed abbiamo
i

ereticali,

i

Catari,
i

Valdesi, gli Arnal-

primo periodo,
di

Gioachimiti nel secondo,

seguaci

Michele

da Cesena nel terzo. Quali
filo-

rapporti hanno queste eresie colle speculazioni
sofiche e coi

Medio Evo ? Nel corso ael nostro lavoro esamineremo l'origine ed il carattere di tutte queste eresie, e dopo siffatto studio
moti
politici del

foise ci verrà fatto di rispondere al difficile quesito»

73

LIBRO PRIMO
DALL'ERESIA ALLO SCISMA

CAPITOLO
I

I

CATARI

I

Dall'eresia dei Catari/ che fu senza dubbio la

più

vigorosa
le

ed

infesta

al

cattolicismo

,

ha da

mosse chi voglia conoscere l'origine ed il corso delle opposizioni religiose nel medio evo. Noi adunque esporremo per sommi capi i dommi
prender
del Catarismo , e toccato in seguito
della diffusione di questa setta,
altre che vi si
Il
dell'

origine e

diremo infine delle

annodano.
si
il

sistema cataro

può riassumere in questi
ribocca di mali non
spirito

brevi tratti. Dacché

mondo
uno

può
*

essere tutto opera di

buono

e

prov-

si dicevano cosi dal greco catharòs puro, perchè reputavano mondi dal commercio col cattivo spirito. Hahn, Geschichte der Ketzer im Mittelalter, Stuttgart 1845 I,

I

Catari

essi soli si

,

pag. 50; ScHMiDT, Eistoire des Catliares^ Paris 1849,

II,

276.

74

LIBRO PRIMO

vidente/ Le cose buone, che non sono certo le sensibili,

ha create Iddio; ma le cattive, le vane, le transitorie non le fece lui, bensì uno spirito perverso che stampò nel loro disordine l'impronta della malvagità sua.^ Naturalmente non tutti i catari la pensavano ad un modo. Alcuni, come Giole

vanni di Lugio, non pure ammettevano quest' opposizione tra
il

cielo e la terra,

ma

la

tenevano per
le

eterna; perchè, dicevano, se non cessano

opposte
effetti;

cause debbono durare anche

i

due ordini di
il

onde è

falso

che col tempo possa sparire
il

mondo
ri-

visibile, e

che

Dio

della luce sia

mai per ripor-

tare piena vittoria sul suo rivale.^ Altri
gidi,

meno

come

i

Bogomil ed

i

Catari di Concorrezo,

riducevano di molto l'importanza del minor creatore attribuendo al

parte del

buon Dio la creazione di una mondo visibile, come a dire i quattro

Disputatio Inter Catholicum et Patarinum in Martène et Durano, Thesaurus, ¥,1706: Deum creasse omnia concedo. Intellige bona, sed mala et vana et transitoria et visibilia ipse non fecit, sed minor creator Lucifer. Vedi Ebrardus in Gretser, XII, 11, 136. Ermengardus, ivi, pag, 223. ^ Rainero Sacconi, Summa de Catharis et Leonistis in D\jPLEssis, Collectio judiciorum, pag. 48 a: Communes opiniones omnium Catharorum sunt istae videlicet quod Diabolus fecit hoc raundum; pag. b2 a. De opinionibus Balasinanza: Item quod utrunque principium sive uterque Deus creavit suos angelos, et quod iste raundus est formatus et creatus a malo Deo. ' Summa, pag. 52 b: Johannes de Lugio dicit quod omnes creaturae sunt ab aeterno bonae cura Deo bono, et malae cum Deo malo; pag. 53 b: Deus vult et potest omnia bona sed irapeditur haec
*
^

Dei voluntas

et potentia

ab hoste suo.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
elementi,* e credendo
del
il

lo
finale trionfo

fermamente nel
tutti si

bene sul male.^
di

Ma

accordavano nel dire
sia

mondo opera

un genio malefico,

che V avesse

creato lui stesso di pianta, o coll'ajuto del Dio buono.^

E

al

pari del

dello spirito del

mondo anche l'uomo è fattura male. Se non che V uomo secondo
,

la psicologia neoplatonica accolta dai catari, è for-

mato

di tre elementi,
si

il

corpo,

T anima
il

e

lo spi-

rito;* e se
^

può ammettere che

x3orpo

ed

il

Summa, pag. 54 b, Seqiiitur de 'propriis opinionihus Catharorum de Concorrezio: Deus ex nihilo creavit angelos et quatuor
elementa
stesso
.

. .

diabolus de liceniia Dei formavit omnia
ci

visibilia.

Lo

Rainero

fornisce preziose notizie sulle
I

varie sette catare,

in ispecialità italiane.

più rigidi erano chiamati, senza dubbio dal
I

luogo
divisi

di origine del

Catarismo, Alhanenses.
:

quali alla lor volta

Hujus partis (quella che si teneva stretta all'antica tradizione) caput est Balasinansa Veronensis eorum episcopus; alterius vero partis (la più esagerata) est Johannes de Lugio Bergamensis (pag. 51 b- 52 a). Da queste due parti che costisunt in duas partes
tuivano
perati,

debbono distinguere i dualisti temchiamavano da Concorrezo [non dalla modenese Correggio, né dalla dalmata Gorizia, come crede lo Schmidt (op. cit., II, 285), ma da Loncorrezo in Lombardia, circondario di Monza]; altri dicevansi Bagnolensi o Bajolensi [da Bai

dualisti

rigorosi
alcuni

,

si

dei quali

si

gnolo nel Milanese].
diffusi

Summay

pag. 51 brilli

autem de Concorrezo

sunt fere per totam Lombardiam; Baiolensi Mantuae, Brixiae,
et in

Bergami
seler in
^

comitatu mediolanensi. Alla frazione più temperata
gli Slavi

appartengono

Bogomil, o amici

di

Dio come spiega Gie-

Schmidt

loc.

cit.

di Lugio credeva quod omnes (?) animae libepoena et culpa {Su7nma, pag. 54 b). * BoNACuRsus in D' AcHERY, Spicilegiiim, I, 208: Sententia tamen omnium est illa elementa diabolum divisisse. * Moneta, Adversus Catharos, Roma 1743, pag. 105: lUi enim

Anche Giovanni
fine a

rabuntur in

Cathari, qui duo ponunt principia dicunt
tribus, scilicet corpore,

populum Dei constare ex
Questa

animo

et spiritu praesidente utrique.

76

LIBRO PRIMO

principio che lo vivifica siano fattura del Dio delle

tenebre, lo spirito per fermo, che è puro intelletto
e volontà,

vanta origine più nobile, né

altri

può

non il Dio della luce. Lo spirito dell'uomo dunque non è diverso da quelle creature angeliche ed immortali, che il principio buono crea ab aeterno nella pienezza dell' amor suo l' anima per contrario è tutt' uno colla funzione stessa del corpo organico e quando l' organismo si dissolve, perisce anch'essa.^ Ma come mai ha luogo questo accozzo di elementi così disparati? Per qual misterioso consenso gli opposti principii del bene
averlo creato se
^
; ,

e del male, che agiscono

sempre a

ritroso, or coo-

perano nella creazione dell'uomo?
Questo
difficile

senso dalle sètte

problema vien risoluto in vario catare. Ed alcuni come i Bogomil,

antica opinione che si riadduce alle distinzioni platonico-aristote-

anima era stata accettata dai Padri, come GiuVedremo che la Gnosi sapea distinguere nell'uomo due anime, la buona e la cattiva. Lo stesso affermano i
liche delle parti dell'

stino Taziano ecc.

Manichei. (Gieseler Kirchengeschichte,
*

I,

306).

Moneta, 105 B: Sciendum
ad Hebr.
I,

est,

quod per spiritum intelligunt
facit

isti

Heretici

Angelos, de quibus legitur « Qui
7)
».

angelos suos

spiritus (Paul,
*

Alanus, Adversus haereticos
corpore... Moyses
dicit

et tvaldenses, pag. 53:

Hi autem

volunt dicere, ideo resurrectionem non futurara, quia anima perit

cum

animam

esse in sanguine, et sic vi-

detur quod pereunte sanguine, pereat anima. In questo luogo par

che Alano non faccia distinzione tra
la immortalità dell'anima.

i Catari e quelli che negano Al contrario Moneta, pag. 416: In hoc autem non arguo Catharos (vale a dire animas hominum cum cor-

poribus iuterire). L'equivoco nasce dal doppio senso della parola

anima, ora intesa come

spirito,

ora come principio vitale.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
credono che
il

/

i

diavolo,

creato

l'uomo dal fango,

non potendo trattenere 1' anima nel plasmato organismo, chiedesse al Dio della luce uno spirito fra quelli da lui creati, die valesse a raffrenare gì' impeti della ribelle.

Ed

il

compiacente Dio, non

si

sa

perchè, piegatosi alle preghiere del suo nemico, gli
fu largo del richiesto aiuto/ Altri più accorti,

non
rie-

a Dio,

ma

allo

spirito

stesso

ed

alle

sue colpe

attribuiscono la ragione della caduta;

ma non

scono certamente per questa via a vincere
coltà.

le diffi-

Imperocché difficilmente

i

Catari possono me-

nar buono che un Dio perfetto immetta nelle sue
creature la funesta possibilità
del

peccare,

tanto

che la maggior parte di loro nega risolutamente
la libertà dell'arbitrio;
^

onde se questo spirito peccò

non fu certo per

elezione,

ma

per necessità di na-

tura; e la ragion del male per tal guisa risalirebbe

V. ScHMiDT, II, 59, che cita Euthymius Zigadenus, Narratio de Bogomilis, ed. Gieseler, Gottinga 1842, pag. 8.
*

-

Moneta,

pag. 63: de libero arbitrio
le ragioni di

quod
vi
si

isti

negant esse in
sottil-

populo Dei.

E

questa negazione

sono molto

mente

esposte.

Hujus

rei

caussa una est quia

populus Dei habe-

ad utrumque, scilicet ad bonum et ad maeodem fonte et eadem natura esset bonum et malum, sic ergo non esset necesse ponere duos Deos Secunda causa quia Deus non habet liberum arbitrium; non habet flexibilitatem ad bonum et ad malum. Unde ergo haberet populus Dei liberum arbitrium? L'Hahn, op. cit., I, 69, giustamente osserva che la negaret liberum arbitrium

lum, ab

.

.

.

zione del libero arbitrio è intimamente collegata colle dottrine dei
dualisti rigorosi,

perchè secondo loro, finché l'anima è in potere
far bene, e

del cattivo spirito del

non può consolamentum se ne

libera

quando al contrario non può far male.

in virtù

78

LIBRO PRIMO
al

sempre
dizione

Creatore stesso, che

si

voleva a tutti

i

costi scagionare.
si

A sfuggire questa evidente contradi

mezzo di miti/ E molti tra essi, immaginano che il Dio delle tenebre accompagnato dai suoi demoni desse la scalata
Catari, per
al cielo,

adoperano

e vinto
il

l'

arcangelo Michele, che gli con-

tendeva

passo, di viva forza ne togliesse la terza

parte delle creature celesti, che cacciò nei corpi de-

non meno fantastici dei primi, avvisano che il diavolo non delle violenze si fosse valso, ma dell' astuzia e con promesse e
gli

uomini

e dei bruti.^ Altri,

;

lusinghe avesse indotto nel peccato
cielo. ^

gli angeli del

come mai al Dio del male si debba attribuire maggior potenza che a quello del bene; ne gli altri spiegano come creané
gli uni dichiarano

Ma

ture perfette possano così facilmente divenir gioco
delle astuzie di

uno

spirito malefico.

Ma
*

lasciamo queste contraddizioni, che nessun

simbolismo religioso può rimovere. In questo conV. ScHMiDT, Histoire des Cathares,
II,

24.

^

Summa

in

Duplessis, pag. 52 a:

De

opinionibus Balasi-

nanza Diabolus cura suis angelis ascendit in coelum, et facto ibi proelio cum Michaele Archangelo, extraxit tertiam partem creaturarum Dei et infundit eas quotidie in humanis corporibus et brutis.
^

Moneta, pag.

4:

Credunt etiam quod Diabolus, invidens
ibi

Altis-

simo, caute ascendit in coelum Dei sancii, et

colloquio suo
cali-

fraudolento praedictas animas decepit, et ad terram istam et

ginosum aerem

duxit.

Rainero dice

di

Giovanni

di

Lugio {Sumnia

pag. 53 b): Igitur cuncta animantiaparticipabant calliditate, sed plus

omnibus serpens,

et ideo per

eum

est facta deceptio.

Ma

questo

inganno pare che non

sia volontario

né per chi l'ordisce né per
liberura arhitrium, etiam

chi lo soffre, perché nihii est

quod habet

Deus summus.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

79

vengono tutte
spirito celeste,

le
il

sette catare

,

essere in noi

uno

quale,

compiuta l'espiazione del
alla

suo

fallo,

farà ritorno
le

patria

antica.

Se non

che qui rinascono

discrepanze, e alcuni

ammet-

tono r unicità di questo spirito in tutti •gli uomini,
altri la pluralità.

I concorrezesi

ad esempio, ripro-

ducendo
che
la

il

traducianismo di Tertulliano, insegnano

alla

concezione di un nuovo individuo umano,
si

parte spirituale non

crea

ex novo;

ma

stac-

casi quasi per
renti,

gemmazione

dal tronco dei suoi pala

dai quali colla colpa eredita giustamente
lo stesso spirito o angelo,

condanna. Onde

che in-

formò

il

corpo di Adamo, seguita tuttora di geneil

razione in generazione
roso.^

suo pellegrinaggio dolo-

Le
di

altre

sette

catare,
i

come

i

seguaci
i

del

vescovo Balasinanza, e

Bajolensi e

Lugiani, in

luogo
duti.*

uno suppongono che più angeli fosser cail

Ma

loro

numero

dal dì della

colpa non

cresce ne diminuisce più, onde al dissolversi di

un

organismo passano in

altro,

e

da questo in altro
il

ancora, fino a che non sia compiuto

giro del-

*

Summa,

pag. 54 b: Diabolus formavit corpus primi hominis

unum angelum, qui in modico jam peccaverat. quod omnes animae sunt ex traduce ab ilio angelo Questo domma dell'unicità dell'elemento spirituale in tutti gli uomini ha una lontana parentela coli' intelletto unico e separato degli Averet in illum effudit Itera
roisti.
^

Summa,

pag. 55 b: Bajolensi conveniunt cura praedictis Ca*

tharis de Concorrezo fere in oranibus opinionibus excepto
licet,

hoc sciquod dicunt quod animae sunt creatae a Deo ante mundi constitutionem, et quod tunc etiam peccaverunt.

80

LIBRO PRIMO

l'espiazione/ Così vien rinnovata l'ipotesi della tras-

migrazione

metempsicosi, la quale vanta maggiore

antichità del traducianismo.^

Ma

traducianismo o trasmigrazione

clie

sia,

è necessaria certo a queste sètte

una

ipotesi,

che

assicuri la continuità dello spirito e spieghi e giustifichi
i

secolari dolori dell'umanità.
sètte

La

storia dei

quali è raccontata da tutte le

catare presso

a poco nello stesso modo.

Da

quell' ora funesta, esse

dicono, che trionfarono le arti dello spirito mali-

gno, gli angeli sedotti non ebber più riposo. Scacciati dal Cielo,

dimenticarono e la patria e l'origine

loro, né altro

Dio riconobbero da quello infuori

che

li

avea tratti a rovina.

Ed

a lui s'inchinarono

tremanti e vittime cruenti offersero per calmarne
il

furore e la bieca avidità di sangue. Così nacque

la

legge mosaica

;

così
il

per buona pezza

demone corruttore usurpò posto del buon Dio, ed ebbe
il il

autorità di codice sacro
lui ispirato,

vecchio Testamento, da

e nel

quale ben disvelò la sua indole

volubile, crudele e

menzognera.^

E

codesto ingan-

pag. 52 a: Et etiam de uno corpore eas transmittit donec omnes reducentur in coelum. ^ Anche l'antico manicheisnao insegnava questa dottrina. Socrate, Hist. eccl. cap. XVII: Manes... animorura ex uno corpore in aliud manifesto tradii, Empedoclis, Pithagorae et Aegiptiorum
'

Summa,

in alium,

secutus opiniones.
^

Quest'opposizione tra

il

vecchio e nuovo Testamento è un
Cathari

retaggio gnostico e manicheo. Moneta, pag. 143:
veteris testamenti
. . .

Deum
quae

reprobare nituntur.

.

,

Objectionem haereticocontrarietate,

rum ex quatuor

radicibus procedunt.

Prima ex

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
110

81

sarebbe durato ancora, se

il

principio del bene,

riscossosi alla fine, e risoluto di por fine al
del suo rivale,
figlio

regno
diletto

non avesse mandato

il

suo

per insegnare agli uomini la schietta verità.

Ma chi è
il

mai questo

figliuolo prediletto ?

È

forse

tutt'uno nella sua essenza col Padre,

come insegna
I

domina

del Concilio

Niceno
il

?

No.

Catari ricoe quello

noscono due
del male,
e

soli principii,
all'

Dio del bene

infuori

di

questi
si

altre divinità.

Onde
se

Cristo

non ammettono deve considerare come

un angelo, o
ili

vogliamo un arcangelo, che scende
nella diritta via gli smar-

terra per ricondurre
fratelli.'

riti

Quest' opinione
e

evidentemente riproi

duce l'arianesimo,

per questo rispetto

catari fu-

novum. Secunda ex mutabiliquae ex ipsis scripturis apparai. Tertia ex crudelitate ipsius, quae in scripturis ostenditur. Quarta ex mendacio (i! testo ha erroneamente: mandato), de quo Deus ipse in scripturis arguendus videtur. Concordi le altre testimonianze. Ebrardus in Gretser, tom. XII, pars 2, pag. 127: Ipsi vero contra conditovidetur inter vetus testaraentum et
tate ipsius Dei,

rem suum

latrant,

tanquam canes, Dominum ignorantes

et

hinc

inde de Veteri Testamento quae non intelligunt testimonia congregantes, siraplicium corda decipiunt.
cit.,

pag. 224: Dicunt haeretici

Ermengardus in Gretser, loc. Legem Moysi ab omnipotenti Deo

non esse datam, sed a principe malignarum spirituum. Anche intorno a questo punto v' ha differenza tra le sette catare. Summa, pag. 52 a: Balazinanzà tenet quod diabolus fuit auctor totius veteris Testamenti, exceptis his libris Job, Psalterio ecc.; pag. 54 b: Cathari de Concorrezo reprobant totum vetus Testamentum, putantes quod Diabolus fuit auctor ejus. Moneta, pag. 234 In hoc autem tertio capitulo de Christo «rrant» Cathari, qui puram creaturam eum confitentur pag. 239 Ad idem inducunt illud Apoc. VII, 2, ubi Johannes ait « vidi alterum angelum » si ergo fuit angelus, et non Deus.
'
:

;

:

Tocco

L'Eresia ecc.

6

82

LIBRO PRIMO
i

ron chiamati ariani/ sebbene fossero pochissimi
punti di contatto tra cotesti eretici, ed
alla
i

catari oltre

dualità di natura tra
il

Padre

e Figliuolo inse-

gnassero altresì essere

corpo di Cristo affatto ap-

parente non reale.* L'Arcangelo, essi dicevano, mandato a salvare gli uomini non avendo peccato come
gli altri angeli scacciati dal Cielo,

non deve
;

e

non

può assumere un vero corpo umano che ne
egli è meritevole,
la

di

pena

né d'altra parte sarebbe possibile
Catari insieme all'eresia

compenetrazione di uno spirito puro coll'immonda
i

fattura del Diavolo. Così
di

Ario rinnovarono
*

il

docetismo gnostico.' L' eresia
Lateranense, e in quello
di

Nel decreto d^l

conf^ilio

Federigo

II

si

parla di Fatar enos, Leonistas, Arrianistas.
^

Moneta, pag. 247: Qui eam (carnem) credunt a Diabolo

fa-

bricatam, Dicunr, enim quod non liabuit vere corpus

humanum

sed
'

phaniasticnrn. Liber inquisit. tholosanae, ed. Limborch, pag. 92r

cum

veruna corpus humanuna et veram carnem honoinis ex nostra
Il

natura ipsurn (Christum) denegas assumpsisse.

Sacconi nella

/St«m wa-attribuisce queste opinioni docetiche a Balasinanza, p.

52a:

quod Dei
et

filius

non assumpsit hutnanam naturam
nec vero coraedit
et bibit

in

veritate sed

ejus similem ....

oec vere passus est
sed fuerunt

mortuus

et sepultus,

nec ejus resurrectio

fuit vera,-

haec omnia

Lugio non pare abbia avute opinioni meno docetiche degli altri catari, perchè al passo della Sutrima citato dalTHabn, I, 65: quod Cristus natus est secundum
putative. Giovanni di

carnem

....

et

vere passus

est,

crucifixus
ista

mortuus

et sepultus,

segue quest'altro: putat quod omnia
periori et

fuerunt in alio

mundo

su-

non

in isto.

I

Concorrezesi soltanto dicunt quod Christus

non assumpsit animara humanam; sed fere omnes credunt eum assumpsisse carnem humanam de B. Virgine (pag. 55 a). Seconda
questa testimonianza
monofisiti.
^
i

Concorrezesi più che docetisti sarebbero

Anche Manes secondo

Socrate, loc.
dicit.

cit.

:

Christum natum esse

non

vult; illum

spectrum fuisse

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

83

ariana e la docetica sono agli antipodi, stantechè la

prima ponendo maggior peso all'elemento umano in
Cristo,

ne assottiglia talmente
all'influsso o

la

parte divina da

ridurla

ispirazione profetica; la se-

conda, invece rilevando l'elemento divino attenua di
tanto
il

lato

umano

clie lo tiene

per vana apparenza

(S'oberi TI;;).

Eppure

noii ostante l'aperto

antagonismo
di

e

Tuna

e

l'altra opinione
Il

vengono accolte
quale
se

conalla

serva nel Catarismo/

non crede

realtà del corpo, molto

passione e morte
gli

di

meno può prestar fede alla Gesù.^ Ben s'argomentarono

adoratori del falso Dio di troncare sul labbro del
rivelatrice;

Cristo la parola
gli

ma non

accorgendosi

stolti

dell'inganno orditogli, misero a morte

quel che
velo

non potea morire, un corpo etereo, nel cui
il

ben presto riapparve

Maestro

ai

discepoli

per confermarli nella nova fede.
'

Questo docetismo

lo

estendono anche alla vergine Maria.
illum

Moneta, pag. 243: Machinantur autem insuper
in muliebri

Angelum, qui
et et

forma appellatus

est Maria,

assumpsisse intra se alium

Angelum, qui
Domini Jesu

dictus est Jesus, et sic deceptorie
cit.
:

mater putaretur

diceretur ipsius. Liber inquisitionis loc.
Christi

Mariam matrera Dei

non esse nec fuisse mulierem carnalem asseris et mentiris, sed tuum ac tuorum ecclesiam... mentiendo confingis hanc esse Mariam virginem in tenebris dogmatizas. Il Sacconi attribuisce questo errore
fuit

ad un Nazario Concorrezese quod B. Virgo
:

Angelus (pag. 55

a),

ed

al

vescovo Balasinanza (pag. 52, B),
dices

vir-

ginem,
*

quam

dicunt esse Angelum.

Moneta, pag. 256: Forte
angustiam

quod non

est passus,

nec mor-

tuus, nec aliquara

sustinuit, licet ita videtur.

84

LIBRO PRIMO

II

Esposte
altrui. Essi

le

dottrine proprie dei Catari,

non sarà
dottrine

inutile esaminare

come combattessero

le

riconoscevano nella Chiesa primitiva la

vera Chiesa di Cristo, che custodiva con cura gelosa gl'insegnamenti del suo Maestro, e ne seguiva

scrupolosamente

gli esempi.

Ma

dall'infausta donasi

zione di Costantino in poi ella sero a governarla
i

corruppe, e tolnemici,

suoi più

fieri

che più

che a Dio servono
Silvestro,

al

Diavolo, a cominciare da quel
il

che accettando

funesto

dono, venne
e

meno

ai

precetti del divino

Maestro,
il

ben può
gli

dirsi l'Anticristo.^

Corrotto

costume, fu guasta

la dottrina, e

venner proclamati come
simboli e

dommi

errori più manifesti, che
alla lettera
i

metton capo nelP intendere
le

allegorie dell'Evangelo.

Così nacque

il

domma
il

della transustanziazione, seil

condo
Cristo,

il

quale

pane ed
del

vino

mutano

la pro-

pria natura in quella

corpo e del sangue di

conservando pure

gii accidenti della
le

prima
:

sostanza.^
*

Ma

Gesù nel pronunziare
in

parole

Hoc

BoNACURSUs

D'AcHBRY

Spicilegiitm, pag.
...

207: Beatura
ilio

Sylvestrum dicunt Antichristum fuisse
gere illud 2 Thessalon.
*

a tempore

dicunt Ecintelli-

clesiam esse perditam. Moneta, 263 et de Sylvestro volunt
II 3:

Homo

peccati, filius perdi tionis.
in altari est panis post con-

Alanus, pag. 134: Dicunt quod
ibi

sacrationem, quia

prius fuit panis, ed adhuc est forma panis.

EcKBERTus, sermo XI in Gallandi, XIV, 478: vos omnino renuitis credere quod ab aliquo sacerdote sive bono sive malo possit uUa
consecratione
fieri

corpus Domini.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
est

85

corpus

meum adoperava certamente un linguag-

gio figurato/ che stoltamente vien torto a significare un'assurda consacrazione di sostanze caduche
e create dal malefico Dio.^

intendeva

il

divino
il

Maestro che ogni giorno avesse a rinnovarsi
sacrifizio

suo

a prò' dei ministri del culto, che dal meri

cato delle messe traggono

loro più lauti profitti
i

;

né molto meno insegnò mai che
per afi'rettarne l'entrata in Cielo

suffragi dei sa-

cerdoti potessero applicarsi alle anime dei defunti
.^

*

Moneta, pag.
est

290. Alii

autem

intelligunt illa verba
1

Domini:
Cor.

Hoc

corpus

meum:

id est

signifìcat sicut illud in

4

autem Christus » idest signifìcat Christum. Ebrardus contra Waldenses cap. 8, in Gretser, XII, 2, pag. 146 sed objiciunt
« Petra erat
increduli

dicentes; verba sancta dicunt e&se

panem;

quia cibus

animae sunt verba evangelica. A sostenere la loro interpetrazione simbolica i Catari adoperavano per sino argomenti filologici, come quello strano citato da Ermengardo cap. 11, in Gretser loc. cit. pag. 231, hoc non refertur ad panem .... sed ad corpus suum. ^ Cujus opinionis causa prima est, quia istum materiale panem, et vinum mala esse dicunt; asserunt enim quidam eorum a Diabolo creata esse. (Moneta, pag. 295). Cfr. Swnma, pag. 49, verum tamen albanenses dicunt, quod ille panis non benedicitur, cum ipse panis sit creatura diaboli, et in hoc differunt a coeteris omnibus qui dicunt quod ille panis vere benedicitur. Nemo tamen ex iis credit quod ex ilio pane conficiatur corpus Christi. ^ Vedi nel Duplessis il brano della cronaca di Rodolfo Cogeshalense che
.

si

riferisce

all'eresia dei Poplicani o
2, pag. 239:

Paoliciani.

Ermengardus

cap. 17 in

Gretser, XII,

nec defunctos.

^-

;

vivorum beneficiis et orationibus relevari. Eckbertus, sermo IX, in Gallandi, XIV, 466: animae defunctorum vel in aeterna beatitudine
coUocentur, vel
aeternis suppliciis tradantur, atque hac ratione
eis

f

j nec malis prodesse nec bonis necessarium esse ut prò * iìant, aut missae cele bren tur.

orationes

86

LIBRO PRIMO

Ma

se la dottrina delle preghiere pei defunti, e

quelle del Purgatorio strettamente connessavi

non

potevano essere accolte dai Catari, pei quali V espiazione sta nel migrare
nell' altro,*
il

dell'

anima da un organism(^

molto meno accetto dovea lor tornare
della

domma

risurrezione della carne. Imperocallo

ché in esso s'attribuisce
si

strumento, col quale

opera, la pena o
si

il

premio proprio solo dell'opemette quasi a paro del puro
attribuisca ad

rante, e
spirito
il

glorifica e

corpo, che è fattura del Dio malvagio.*
si

Parimenti sembra loro strano che

un elemento di questo basso mondo, come l'acqua,' una virtù santificante ma più assurdo ancora pare
;

loro

il

battesimo dei bambini,

ai quali si

somministra
in istato di

un sacramento quando non ancora sono
accoglierlo
;

onde

il

più importante atto della vita
il

religiosa, qual è quello di riconoscere in altri

cre-

dente nella propria fede, diviene una cerimonia affatto

vana ed
Moneta

esteriore.*

Ne meno
haeretici

irragionevole è

il

*

371:

Omnes autem
(

tam

Cathari,

quam

pau-

peres Lugdunenses, hoc

Purgatorium) negant.

Summa

pag. 50 a:

Deus nemini inferi poenam purgatoriam, quam penitns esse negant ^ Moneta, pag. 347: Caihari horurn corporum resurrectionert
negant, et hoc
ideo quia ea a Diabolo creata vel facta creduni

esse.... artifex tantum reraunerabitur non corpus. Vedi Ebrardc
cap. 16.
' Liher inquisitionis tholosanae, pag. 37: Et sigillatira omnÌ£ sacramenta ecclesiae scilicet eucharistiae et altaris ac baptisra aquae corporalis damnant. Ivi pag. 85: baptismus .... fit in aqu£

corrupta.
*

sunt baptizandi

Moneta, pag. 284: Parvuli non sunt docendi.... ergo noi prius ergo est quod homo poeniteat de peccate
. . .

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
-culto delle

87

imagini, le quali contrariamente allo spi-

rito del Cristianesimo

non

si

tengono per simboli

degli Enti spirituali che rappresentano,
getti forniti di

ma

per og-

un potere magico

e miracoloso.'

Nello

4esso

modo che

s'intende per casa del Signore,

non
<li

il

cuore del credente,
e

ma

l'edifizio fabbricato

pietre e mattoni^

superbamente decorato
si

di

marmi
C£»to

e d'oro.^

E
e

per tal guisa

falsa

il

signifì-

delle cose,

croce, che fu

non si dubita di fare onore alla ed è uno strumento d'ignominia.^

Ili

Chi ha seguita

l'

esposizione delle dottrine

domil

matiche dei Catari potrà di leggieri indovinare

carattere severamente ascetico della loro morale, e
delle pratiche religiose.

Se

il

mondo
Vili,
1,

è

opera dello
Gallandi, XIV,

suo, deinde baptizetur.

Eckbertu?, sermo

in

464: Nana baptizandum quideni esse
'discretionis pervenerit.
*

hominem

dicitis

cum ad annos
in picturis et

Moneta, pag. 460: Irapugnant Ecclesiam etiam

imaginibus dicentes quod nos sumus Idolatrae, qui imagines ado-

Tamus.

Ebrardo, cap. 4, in Gretser, XII, 2, pag. 131. Objicìunt enim. Dominus non in manufectis habitat. Ermengardo, cap. 9, in Gretser, !oc. cit., pag. 230. Omnes haeretici Ecclesiam manufactam et altaria .... et omnia ornamenta ecclesiastica ad nihilum deputant et ad salutem animorum nihil proficere dicunt. ' Moneta, pag. 461: Et dicit quod ignominiam Christi adorainus, et ejus ignominiam nostrae fronti imponimus. Liher inquisitionis' tholosanae pag. 348: Item quod crux Christi non debebat ado^
^

rari,

quia nullus adoraret furcas in qui bus pater suus fuisset su-

spensus.

<S8

LIBRO PRIMO

spirito del male,

qualunque

affetto o desiderio

che

maggiormente

vi leghi lo spirito penitente, lo aldell'

lontana dal sospirato termine

espiazione. Il vero

cataro adunque, a simiglianza del divino Maestro,

non possiede né

case,

né campi, né altre ricchezze;/

tutto r aver suo mette in

comune
vita

cogli altri, e va
col

campando miseramente sue mani/

la

lavoro

delle

Ed

al pari delle ricchezze ei

condanna

gli onori

e la possanza, intorno alla quale si affatica la vana

ambizione degli uomini, non risparmiando guerre sanguinose o arti fraudolenti per conquistarla. Ma la
guerra é opera violenta, che
i

seguaci del cattivo

demone possono desiderare ed imporre nel loro furore, non certo le miti creature del Dio buono, i
quali invece la

condannano sempre, anche quando
altri,

provocata dagli

o fatta

a

propria difesa."
l'

E

non meno
*

della guerra riprovano

uccisione del

Nella lettera di Evervino a S. Bernardo (op. S. Bern., ed.
:

Mabillon, pag. 1487)

Dicunt qui se tantum Ecclesiam esse
agros, nec aliquid
i

et apo-

stolicae vitae veri sectatores perraanent, ea

quae mundi sunt non
possidentes sicut
Catari proibivano

quaerentes, nec

domum, nec

Christus non possedit.

É

importante notare che

anche V andare accattando al modo dei frati mendicanti. Moneta, pag. 451 Et de elemosynis quaerere victum et vestitum blasphemant Objiciunt etiam illud Matth. VI, 25 « Ne soliciti sitis ani:
.

.

.

mae

si enim quaerimus quotidie, inde sumus; pag. 453: Objiciunt etiam et dicunt quod contra verba Apostoli venimus, quia non laboramus manibus nostris.

vestrae quid manducetis ecc. »

soliciti

* Moneta, pag. 513. Isti etiam haeretici omne bellum detestantanquam illicitum, dicentes quod non sit licitum se defendere, pag. 515. Objiciunt etiam illud Matt. V, 38 « Audistis quia dictum est oculum prò oculo et dentem prò dente. Ego autem dico vobis.

tur

;

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

80

proprio simile così da negare fìnanco ai poteri pubblici
il

diritto

di

mettere a morte

i

cittadini clie

infrangono

la legge.

Questi eretici in mezzo ad una
1'

società efferata e violenta predicavan

abolizione

del patibolo/ I costumi dei Catari sono miti; e solo

contro

il

proprio corpo incrudeliscono, ne per rin-

tuzzare gli appetiti perdonano a digiuni e mortificazioni, di parchissimo vitto si contentano, e seve-

ramente proibiscono

il

nutrimento animale, perchè
gli

non

è

lecito

uccidere

animali,

e

distruggere

l'organismo ove può essere trasmigrata un'anima
peccatrice.^
non
resistere

E

non meno
»,

dei piaceri delle

mense

il

malo
».

pag. 506. Objiciunt Matt. XXII, 7

« Perdidit

homicidas

illos »,

pag. 507: et illud Matt. V, 44 «Benefacite bis qui

oderunt vos
'

Il

Sacconi, nella Sunima, pag. 48 b: Item quod potestates se-

cai arespeccant, mortaliter
il

mortaliter

si
il

puniendo malefactores vel haereticos. Che debba unire a puniendo non a jpeccant è provato
gli eretici

da Ebrardo,
obbiettare
:

quale riferisce a pag. 157 che

solevano

Vedi anche a pag. 159 cum sitis homicidae, homicidas occidere prohibetis. Erraengardo nel cap. XIX parla solo di occisione hominis non dell'impunità del malfattore. ^ Né il Moneta, pag. 138 e segg. né l' Alano pag. 169-70 scoprono il vero motivo del divieto di mangiar carne, comune a tutti
dictura est

non

occides.

i

sermo IV, ha in Gallandi omnis caro. Secondo questo autore, pag. 459 pare che ai Catari fosse concesso mangiar pesci. Sumina, pag. 48 b: Credunt quod comedere carnes, et ova, vel caseum, etiam in urgenti necessitate sit peccatum mortale. Ivi pag. 50 a: non enim gravius puniretur Catharus si biberet toxicum volens occidere se ipsum, quam si prò morte vitanda comederet pullum de Consilio medicinae vel in aliquo casu necessitatis. Bonac. in D'AciiERY, pag. 209: Quis manducaverit carnem .... damnationem sibi manducat. Sui testi biblici che solevano addurre, vedi BoNAC. in Mansi, Misceli. Baluz, II, 583.
credenti nella metempsicosi. Eckberto,

XIV, 458: Ratio

vestra, quia de coitu nascitur

DO

LIBRO PRIMO

cataro sa vincere gli allettamenti del sesso, ne s'il-

lude che alcuna differenza corra tra congiungimento
e

congiungimento, né stima

il

matrimonio meno

il-

lecito della

venere vaga.* Imperocché e Tuno e T altra

menano
di

alla stessa

conseguenza
il

di ritardare pel corso

nuove generazioni

ritorno delle anime alla lor

patria celeste.^
*

Moneta, 315: Haeretici conjunctionem istam illegitimam diquia credunt corpus maris et foecunt, idest contra Dei legem Matrimonium carnale fuit semper minae a diabolo fuis<e factum, mortale peccatum. Summa^ 48a: Item communis opinto omnium catharorum est quod matrimonium carnale semper fuit mortale peccatum, et quod non punietur quis gravius in futuro propter adulterium vel incestum quam propter legittimum conjugium. Fra limitavano il divieto alle seconde nozze. Eckbertus, i Catari alcuni sermo VI, 12, in Gallandi, XIV, 457: quidam vestrum, videlicet sequaces Hartuvini, mussitant quod illud conjugium solum justum est, in quo virgines conjunguntur, et quod unam prolem tantum
*
. . .

gignere debent.
*

Lo Schmidt osserva

(II,

88) che solo

i

Bogomil, e

i

Concor-

rezesi avrebbero diritto di

ammettere l'assoluto
di

divieto del matrisì

monio, perchè secondo loro colla nascita

nuovi organismi

creano nuove anime, e nuove vittime del demonio.

Ma non

cosi

dovrebbero pensare
rito solo o

dualisti assoluti, che ammettono o uno spiun numei-o determinato di anime trasmigranti. Queste finché si purificano debbono pure passare per altri organismi, e non si capisce perchè si vieti a coloro che non sono ancora peri

fetti

di

porre

al

mondo

nuovi organismi, e assicurarsi cosi la

di-

mora durante Y

espiazione che ancor resta da fare. L' osservazione

parmi più ingegnosa che vera, perchè tutti i Catari debbono condannare come impuro il commercio del corpo, creatura del diavolo. E r astensione dai piaceri corporei è il mezzo più acconcio perchè i meno perfetti si correggano. Eckberto, sermo V, 6 (Gallandi, XIV, 455) dice: Innotuit mihi per quosdam viros, qui exierunt de societate vestra .... dicitis enim quod fructus ille de quo
[traecepit

«J

Deus primo homini

in

Paradiso, ne gustaret ex eo, nihil

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

^1

Tutte queste massime mettono capo nel principio che

governa l'ascetismo:

lo

scopo della vita

essere la continua preparazione alla morte.

La quale
termine

per conseguenza non temuta e aborrita dal Cataro,
è invece

ardentemente desiderata, come
pellegrinaggio.
sia vietato

il

del doloroso

Talché

si

comprende
il

bene come nOn
cidio,

ma

raccomandato

sui-

quando

si

corra

il
i

pericolo di ricadere nelmalati, ricevuto l'estremo
la

l'impurità antica. Così

conforto

religioso,

affrettano

morte

coli' aste-

nersi dal cibo, o

mettersi,
si

come dicevano,

in en-

dura} Parimenti

mette in endura chi è per ca-

aliud fuit nisi mulier ....

Ex hoc

probatis,

omne genus humanum

.... natura esse ex fornicatione et nerainera salvari posse ni-i pur-

gatus fuerit per orationes et sanctificationes eorum, qui inter vos
perfecti vocantur.

Anche T Ha.hn

(op. cit., I, 86),

giustamente con-

nette col principio
il

fondamentale della mortificazione della carne

divieto della congiunzione carnale.
.

* Liber inqiiisitionis iholosanae pag. 179: Item tu (Petra Rayraonde de Hugonibus) ipse vitam corporalera volontarie tibi

subtrahis .... quia posuisti te in

illa

absthientia

quam

haeretici

qua endura jam per sex dies sine cibo et potu stetisti; pag. 204: Montolina .... in ultimo fine suo posuit se in endura haereticorum, in qua endura sine infermitate alia multis diebus perdurans fuit hereticata (ebbe il consolamentum); pag. 33: Guilielma uxor quondam Martini de Proaudo .... mortemque corporalem sibi accelerans, sanguinem minuendo, balneum frequentando, potumque letisferum .... avide assumendo ad mortem festinavit. In altro luogo è detto che Guglielma pregò la sua infermiera quod omnino perforaret eam cum dieta alzena (sutoris) in latere in illa parte in qua erat cor (pag. 71). I Catari di Monteforte nel 1030 divocat
in

enduram,

mus

chiararono secondo Landolfo seniore (Murat. Script. IV, 90) proxinoster, antequam animum damus, quoquomodo interficit nos.
In quanto al suicidio ricordiamo che S.

Ambrogio

e S.

Crisostomo

92
dere nelle

LIBRO PRIMO

mani
al

degli inquisitori, o cadutovi

venga

condannato
giuramento,

rogo/
difficile

Molto più
il

a

spiegare è

il

divieto del

quale era così assoluto che un Ca-

taro dichiarava agli inquisitori
se col

non giurerebbe anco
gli

giuramento suo potesse convertire

uomini

tutti al Catarismo.^

Che

fosse assolutamente proiIl

bita la

menzogna

è naturale.

diavolo è di sua
lo

natura che
rità

falso e bugiardo, e chi

imita non può

entrare nel regno del buon Dio.
il

S'intende anche
l'

rigorismo cataro possa per
la

condannare financo

amore della vemenzogna pietosa e la
il

necessaria;

ma

perchè s'ha da avere in orrore

giuramento, anche quando nell'interesse della giustizia e dello Stato serva a stabilire la verità?

Que-

sto senza dubbio è
stici di

uno dei tanti

tratti

caratteri-

quel misticismo

nebuloso, che per elevare

la Divinità, la

circonda di silenzio e mistero impeè chia-

netrabile.

L'Ente Supremo dagli gnostici

mato

jSo^òg (profondità) e Si^y) (silenzio), e dagli

gno-

stici e

neoplatonici insieme app-qroq (innominabile).
lo

Non

diversamente

concepiscono

i

Catari, ai quali

lodarono e
il

la

Chiesa santificò la fanciulla Pelagia, che per salvare
si

suo onore
Liher.
sibi

precipitò dal tetto di sua casa. Lecky,
II,

History of

European
*

moì-als,

49.
:

pag.

76

dieta Guilielma instanter petiit ....

quod

mors

acceleraretur timens capi per inquisitores.

^ Lami, Antichità toscane, II, 556. Moneta, 469: Gathari vero ponunt quod seraper fuit malum (il giuramento) sicut adulterium

et homicidiura.

Stimma, 486: Item quod non

licet

jurare in aliquo

casu, et ideo hoc esse peccatum naortale.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

93

sembra per conseguenza una profanazione che non solo si ardisca di nominarlo invano,* ma lo si chiami
a testimone nelle nostre meschine contese.^

IV

Ma non

s'

ha

a credere che tutti

i

Catari

adem-

pissero scrupolosamente agli obblighi imposti dalla
loro religione. Rinunziare alla proprietà,

abbando-

nare

la famiglia,

consacrarsi al celibato, digiunare
la

almeno due volte

settimana, astenersi rigorosadal burro,

mente
sti

dalla carne, dalle uova,

non era

certo da tutti; e se la

gravi

sacrifìzii,

nuova religione avesse chiele sue fila si sarebbero ben
fatte

presto diradate.
perfetti
e
i

Furon

adunque due

classi,

i

credenti.^

Questi ultimi non

doveano
le

seguire tutte le
Ebrardus
si

pratiche religiose, né lasciare
adduce

'

in Gretser, XII, 2, 241,
:

i

testi biblici

dei

quali
« sit
^

servivano

objicisillud «nobite jurare
est, est:

omnino». Item

objicis

sermo vester

non, non».
io

Questa spiegazione parmi, o che
(II,

m'inganno, migliore

di

quest'altra adottata dallo Schmidt

83): on ne

rougit pas, en

consentant à jurer de paraìtre capable de mensonge jusqu'à ce qu'on ait confìrmé la vérité par un serment. L'orgoglio di volere
essere creduto sulla semplice parola sarebbe un motivo molto impari al rigore del divieto, e poco conforme all'umiltà dei Catari.
*

In

una

lettera scritta dalla chiesa

di

Liegi a Lucio
I,

II,

nel

114-t, e

riportata

da Martène Amplis.
qui

collect.

776: Haeresis haec

diversis distincta est gradibus, habet

rem
II,

initiantur; habet credentes,

enim aitditores qui ad erroiam decepti sunt (Schmidt,

98).

Petrus Vallisarnensis Historia Albigensium cap. 2: Scieninter haereticos dicebantur Perfecti, sive
alii

dum autem quod quidam
Boni Homines,

Credentes.

94

LIBRO PRIMO

famiglie o spogliarsi dei beni, tna solo tenersi stretti
ai credenti nella stessa fede.

E

della

fede neanco
quelli solo

tutti gli articoli erano loro disvelati,

ma

che meno contrastavano

alle

credenze
eresie.*

antiche, o
così venne

eran già preparati da vecchie
fatto,

E

come diremo, a suo luogo, che una setta ben più affine al dualismo persiano che al monoteismo occidentale, mentite le sembianze di un cristianesimo più razionale,* riuscisse non rare volte a scalzare la religione dominante. Dai credenti dicemmo
doversi distinguere
sto
i

Perfetti^

ben meritevoli
di

di

que-

nome per

la vita

aspra e faticosa

che menatutti gli

vano, e per l'olocausto che facevano
affetti

ed allettamenti del mondo,

al quale,

come

opera del demonio, viveano affatto estranei.
questa via sebbene imprigionati nel corpo,

E
si

per
sen-

tivano uniti col Dio buono, di cui aveano accolto
il

santo spirito nel Consolamentum.^
*

ScHMiDT,
nisi

loc. cit., l'iproduce

questo passo dagli

atti dell'in-

quisizione di Carcassona.

Non omnibus
i

credentibus suis dicunt om-

nia...
^ I

solum bene

suis familiaribus et

bene

firmis.

Catari tenevano a chiamarsi

veri seguaci di Cristo, e viva-

mente protestavano contro l'accusa

di eresia.

Lo

Schraidt riporta

dagli atti dell'Inquisizione di Carcassona (manoscritti della Biblio-

teca Nazionale di Parigi) questo passo: Malae gentes nos vocant
haereticns, et nos

sumus

haeretici,

imo sumus boni

christiani.

Liber

inquisitionis tholosanae pag. 37; et nos omnes de ecclesia
versa vice asserunt haereticos et errantes.
^

romana

Manus

impositio vocatur ab eis consolaraentum et spirituale
b). L'in-

baptisma sive baptisma Spiritus Sancii {Sw/nma, pag. 48
quisitore schernisce la funzione catara con

un

bisticcio linguistico

secondo

il

gusto del tempo nel Liber inquisitionis pag. 33: con-

solamentum immo verius desolamentum.

DALL' ERESL\ ALLO SCISMA
Il

95

Consolammtum era

la

funzione religiosa più
ai loro ocelli più

importante dei Catari, che valeva
del

come essi condannassero il battesimo coli' acqua, uno degli elementi creati dal demonio,' Siffatta cerimonia non
battesimo cattolico.
già
fu istituita da Gesù,

Vedemmo

ma

dal Battista

il

quale
il

si

deve

tenere per falso profeta,^ onde a ragione
di S.

Vangelo
(I,

Matteo

(III,

11) e

i

Fatti degli apostoli

5)

opposero al battesimo con l'acqua quello con lo spirito o col fuoco.^

E

basta secondo

il

costume degli

apostoli imporre le

mani

sul

capo dell'iniziato, per-

chè su

lui

discenda lo spirito del Signore/

*

Moneta,

278. Dicunt

edam quod

smus, et ad
^

nihil utilis nisi

a Diabolo fuit ille baptiad impediendum Christi baptismum.

Summa,

pag. 52 a: caeteri Patres antiqui atque beatus Johan-

nes Baptista fuerunt inimici Dei. Questa sarebbe stata l'opinione di
Balasinanza, di Giovanni di Lugio (pag. 54
correzesi (pag. 55
a).
a),

e dei più tra

i

Con-

Baptistam

unum

esse

Johannem de majoribus Daeraonibus asserebant. EbrarPetrus Vallisarnensis,
cap. 2:

Dus, cap. 13: Diffidentes etiam de Domini praecursore vitam ejus repudiant et baptismum.
^ Moneta, 282. Ex quo patet quod Baptismus Ecclesiae alius est quam Baptismus Johannis et quam doctrina et impositio manuum. * Moneta, 280. In primis autem illud inducunt quod habetur

Actorum Vili

14, 17.

Ecce quod
in

ritum Sanctum per impositionem

aquae materialis, ergo

quod receperunt Spinon per baptismum baptismo non datur peccatorum remissio.
dicitur hic

manuum

et

L'imposizione delle mani è certo il miglior simbolo del battesimo col fuoco, perchè il porre le mani sopra una parte del corpo ne

aumenta il calore; ma ciò non pertanto parecchi catari alla stessa imposizione delle mani attribuivano poco valore. Summa, pag 48 : Albanenses enim dicunt quod ibi manus nihil operatur, eum ipso ex Diabolo sit creata secundum eos, ut inferius dicetur, sed sola oratione dominica quam ipsi tunc dicunt qui manus imponunt.

06

LIBRO PRIMO

Per conferire
rini

il

Consólamentiim bisognava esser

puri da peccato mortale, perchè d'accordo coi Patai

Catari credevano che non possa assolvere gli

altri chi pria

non abbia

assolto sé dal peccato/

Per

ricevere

il

Consolamentum bisognava esser ben prepratica.

parati; né solo conoscere la vera dottrina religiosa,

ma

pronti a metterla in
il

Imperocché chi
altresì

riceveva
terlo

Consolamentum poteva
altri.

trasmet-

agli

E come

sarebbe

stato capace di
colla

tanto, se

non avesse rotto qualunque vincolo materia impura ? Il consolato entrava adunque

nella

classe dei Perfetti^ e
le

da quel giorno incominciavano
sé,

sue terribili prove. Ei non apparteneva più a
alla

ma
se

Comunità. La sua vita non avea altro scopo
la verità,

non insegnare

combattere V errore, die faticoso apostolato

sporre e preparare gli animi alla comunione col Santo
Spirito.
gli
lui,

E

se in questo

duro
la

accadeva d'incontrare

morte, tanto meglio per

che la sua anima era ben certa di non ricadere

più nella terrestre prigione.

Avendo
collo spirito

il

Consolamentum

la

virtù di
e

-

sottrarre

l'anima all'impero del
del

Demonio,
ei

congiungerla
che pervenuti
si illi,

buon Dio,
Non
8, sit

pare

*

Summa

48 b:

aliqua remissio peccatorum
in

qui

raanus imponunt sint tunc

aliquo

peccato mortali. Racconta
fuit

EcKBERTO,
tatio

serrao XI,

in

Gallandi, XIV, 480,

mihi concer-

de bis rebus quadam vice in

domo mea Bunnae cum quodam
.

quod esset de secta Catharorum, et loquendum de sacerdotibus malis, et dicebat ita de eis: Quomodo fieri potest ut qui tam irrationabiliter vivunt distribuant in Ecclesia corpus Domini?
viro qui suspectus erat nobis
contigit ut incideremus ad

'

;

I 7

DALL' ERESIA ALLO SCISMA

07

a quest' alta cima, non si debba più ridiscendere a valle. I Perfetti adunque sarebbero non solo di nome

ma

di fatto,

e la

virtù
l'

religiosa

ne avrebbe

tal-

mente compenetrata
la

anima, che non potrebbero

più spogliarsene ricadendo nel peccato. Così par che

pensassero alcuni Catari,

ai quali
i

Moneta

'

rimdel

provera di tenere per impeccabili
Signore.

ministri

Ma

il

Moneta
d'
l'

stesso e tutte le altre testi-

monianze affermano
dei Catari teneva
dire che

accordo che la maggior parte

opinione affatto opposta, vale a
il

anche ricevuto

Consolamentum

si
i

potesse

ricascare nel peccato.^

Per questa ragione

più dif-

ferivano a prendere

il

Coyisolwìientum fino al punto di

morte, sentendosi allora solo sicuri di non tornare
vittima del Demonio. Durante la vita
si

era sempre

esposti alle sue seduzioni, che se ei fu da tanto da

corrompere

i

puri spiriti del Cielo

,

qual meraviglia

che riesca a riconquistare un'anima,
avvinta al suo corpo? Se non

pur sempre

che la ricaduta è

oltremodo pericolosa, e ben

diffìcile è il rilevarsi,

e più dure prove si chiedono per

essere

degni di

im secondo Consolamentum. Quelli che non ricevono

il

Consolamentum^
e se

J^n

sono uniti collo spirito del Signore,
'

muoiono,
potest

Moneta, pag.

274. Nullus Spìritum

Sanctum habens

peccare.

Moneta, pag. 275. Notandum quod aliqui Cathari dicunt modo non potest: sua fide recedendo, vel eura impugnando amittitur. Parrai che non ci sia tra i due passi contraddizione, come crede lo Schmidt; perchè il testo
^

quod

amitti potest, sed amissus recuperar!

274

si

riferisce

ad alcuni Catari, e ad
ecc.

altri

il

275.

Tocco

— L'Eresia

7

98
la loro

LIBRO PRIMO
anima, tuttora in balìa del demonio, deve

incarnarsi in
il

un

altro corpo

,

e

ricominciare di nuovo

corso della sua espiazione. Si comprende con che
il

ansia
i

Cataro aspetti questo sacramento, e come

Perfetti

non debbano risparmiare

fatiche e peri-

coli
si

per somministrarlo a chi lo richiegga.

E non
alle

risparmiavano davvero, che anche in mezzo
,

più occhiute persecuzioni
del moribondo,
il

apparivano presso

al letto

popolo

li

quando meno lo aspettavano; onde avea in grande venerazione e li chiacui
l'eresia dei

mava buoni uomini, ragione per
Catari fu detta des Bonshotnmes}

Oltre al Consolamentum poche altre funzioni religiose

ammettevano

i

Catari.^

Ad

imitazione della

Cena cristiana celebravano la benedizione del pane. Quando interveniva un Perfetto alla mensa dei fedeli,

diceva l'orazione domenicale, e poscia beneil

detto

pane

lo

spezzava, distribuendone
«

i

pezzetti

ai convitati, cui diceva

Che

la

grazia del Signore

*

Nel Concilio lombariense del 1165 venner condannati
©t ipsos haereticos

qui-

dai;^ qui se faciebant appellari

boni homines. Liber sententiarum
^'-

quos bonos ad salutem spiritum sanctum illis quos recipiunt. Anche in Germania pare che prevalesse questa denominazione. Vedi l'anonimo di Passau in Gretser, XII, 2,31: Sed perfecti qui consolati vocantur in Lombardia et in Theutonia boni homines vocantur. ^ Sum,m.a, 48b. Cathari quoque ad instar simiarum, quae hoinquisitionis tholosanae^
psig'-

homines appeilas

et

dicis,

tu

asseris posse dare

minis acta imitari conantur, quatuor habent sacramenta, falsa

ta-

men

et inania

illicita

et sacrilega

quae sunt: manus impositio,.

panis benedictio, poenitentia, et ordo.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
sia

99

sempre con voi »/ Così anche praticavano la confessione pubblica e solenne in luogo dell' auricolare, che

condannavano.^
vescovi

Della gerarchia cattolica la Chiesa Catara non

conservava se non due gradi,
coni.^

i

ed

i

dia-

Ogni vescovo avéa con
il

due ministri, uno
quale era

maggiore, l'altro minore. Alla morte del vescovo
gli

succedeva

ministro

maggiore,

il

ordinato e consacrato dal minore.^ Per togliere questo assurdo più tardi
si

decretò che

il

vescovo stesso

ordinasse colui che dovea succedergli.^

*

Sacconi

in

Sutmna, 48 b: Panis
b.

benedictio

est

quaedam
in

fractio panis
^

quam
ibi

ipsi quotidie faciunt tara

prandid*qnam

coena.

Summa,

pag. 49

Fit etiara ista confessio publica

coram

omnibus, qui
res
viri et

sunt congregati, ubi rauUoties sunt centura et pluest necessa-

mulieres et credentes eorura Cathari. Moneta, pag. 305.
sacerdoti et quod sutficiat

Peccant autem circa confessionem arbitrantes quod non
riura

objiciuiit illud Ezech.

Pag. 306, bora ingemuerit peccator etc. quacumque ' Summa, pag. 50 b, ordines Catbarorura sunt quatuor. Ille qui est in primo et raaximo ordine vocatur Episcopus. Ille qui in secundo filius major. Qui in tertio filius minor. Qui in quarto vocatur
fieri
si fìat

eam

Deo

soli.

Diaconus.
* Mortuo episcopo, filius minor ordinabat filium majorem in Episcopnm. Sum,ma, 51 a.
* Illa vero, quae supra dicitur de Episcopo mutata est ab omnibus Catharis morantibus extra mare, diceniibus quod per talem ordinationem videtur quod filius instituat patrem, quod satis appare! incongrum ; unde fit modo aliter in hac forma, scilicet quod

Episcopus ante mortem suam ordinat filium majorem in Episcopum. Sum,m^a, loc. cit.

100

LIBRO PRIMO

V
L'origine del Catarismo è molto
oscura, onde
i

ogni scrittore si crede in obbligo di combattere
tura.

suoi predecessori, ed escogitare una nuova conget-

Lo Schmidt, che

scrisse la migliore storia del

Catarismo, opina esser nata questa eresia sponta-

neamente presso i Bulgari sul cominciare del secolo decimo. Ei ricorda che non appena convertiti i Bulgari al Cristianesimo nelF 862 da Cirillo e Metodio r opera di questi missionarii fu ben presto intral»

ciata da due dissidii che dilacerarono in quel torno
la

Chiesa cristiana orientale.

Il

primo dei quali fu
e Costantinoil

dovuto all'antica rivalità tra
poli, rinfocolata poi

Roma

dall' essersi

re Bogoris ri-

volto al Pontefice
pissero

Romano
di

per missionarii che comIl

l'opera
gli

Metodio.

secondo

dissidio

nacque tra che usavano

Slavi convertiti da qualche secolo

la liturgia latina, e quelli

recentemente
il

conquistati alla fede da Metodio, ai quali

Papa
rinac-

avea concesso

l'

uso della lingua nazionale. Sino alla
la scissura fu soffocata,
i

morte
ai

di

Metodio

ma

que subito dopo, ed
prepotenti
latini.

Greco-slavi ebbero a cedere

Si

aggiunga che
presto
il

gli Slavi

non

potevano obbliare così
tanto vero che nell'SGO

l'antica

religione,

Concilio di Costantino-

poli fu costretto d'interdire ai Traci e

Macedoni,

convertiti sin dal settimo

secolo,

le

rimembranze

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
dell'antico culto.

101

Non

è

improbabile die in tale stato

d'incertezza tra l'antica e la nuova fede, da questa

prendessero Pidea monoteistica, e tramutassero
loro antichi

i

Dei nel diavolo, che avea tanta parte

nelle prediche dei missionarii del

medio evo. C est au milieu de ces circonstances que parut parmi les Slaves, peut-étre dès le commencement du dixième
siècle, l'hérésie

du dualisme Cathare. Est-ce une
si

opinion trop hasardée,

nous admettrons que ce
invasion

système sortit de quelque couvent greco-slave de la
Bulgarie, dont les moines, irrités de
l'

d'

un

eulte qui répugnait à leur nationalité, et se livrant

en

méme temps

à des speculations tour à tour subla

tiles

ou fantastiques, étaient arrivés à
le

conclusion

que deux principes se partagent

gouvernement du
il

monde,

et

que pour étre pur (^a^apòg)

faut affran-

chir l'esprit de toutes les entraves de la création

matérielle? (Schmidt, I, 7).

Questa ipotesi non pare che spieghi pienamente
l'origine
del

Catarismo. Potrebbe benissimo renagli

derci conto del culto reso in segreto
dei, trasformati in

antichi

demoni, come accadde dovunfu

que

la
;

religione

cristiana
ci

innestata

a

tronco
si attri-

pagano

ma non

spiegherebbe come mai
farlo

buisse al

demone tanto potere, da

creatore

dell'universo materiale.

Né molto meno

è facile

ad

intendere

mezzo a popolazioni semibarbare, appena convertite al Cristianesimo, nascesse il pensiero di paragonare la nuova religione non alla
in

come

propria,

ma

alla

mosaica, e quest'ultima conside-

102
rare

LIBRO PRIMO

come l'opera

di

un Dio maligno.* Nei primi
il

secoli del Cristianesimo, in quei centri cosmopolitici

che erano Alessandria ed Antiochia, ove
misticismo orientale,

pen-

siero filosofico greco

venne tante volte a contatto
si

col

comprende benissimo

come nascessero le audaci speculazioni dei gnostici.^ Ma non si capisce egualmente come siffatto movimento intellettuale dovesse aver luogo tra popoli,
che non poteano ancora assimilarsi
dizio
l'

antica coltura.

Quest'arditezza speculativa è già un sicuro in-

ma

non essere il Catarismo una creazione bulgara, ben piuttosto l'avanzo di antiche eresie, nate
tempo più propizio alla Non dubito dunque di seguire 1' ani

sotto altro cielo, e in altre condizioni sociali, e trapiantatesi in Bulgaria nel
loro diffusione.

tica tradizione, secondo la quale

Catari sarebbero
le difficoltà

manichei imbastarditi

^
;

ne temo che

op-

poste dallo Schmidt non sieno per rimuoversi facil-

mente. Ammettiamo pure che
cette

al

catarismo manchi

forme mithologique
Notiamo che
lo

si

remarquable qui est
tra le dottrine

'

Schmidt ammette
273).

primitive

del Catarismo la condamnation de V ancien

Testament

comme

oeuvre du démon
®

(II,

Der Gnosticismus mit der alexandrinìschen Religionsphìlosophie und dem Neuplatonismus unter einen und denselben Geschichtspunkt gehòrt. Alle diese Erscheinungen haben etwas gèmeinsames und verwandtes, sie sind ebenso religiòser als speculativer Natur. Baur, Vorlesungen iiber die christliche Dogmengeschichte,
'

I,

177.
l'antichità di questa tradizione
(lì,

Lo Schmidt ben conosce

253)

Au

onzième

siècle ils sont ainsi appelés

par

le

moine Adémar de

Chabanois, par Tévéque Roger de Gbalons

etc.

DALL' ERESIA ALLO SCISMA
particulière au

103

manicheisme

.

.

.

o anche l'idée gno-

stique de la matière (uXy]) en lutte avec la divinitè
(II, 256).

Ma

è forse strano

che una credenza, una

leggenda, un sistema filosofico trapiantandosi da

un luogo ad un

non perda molti caratteri, e ne acquisti altri per adattarsi al nuovo ambiente in cui deve vivere ? E che meraviglia se non trovi
altro

nel

Manicheismo

il

domma

del Consolamentum essen-

ziale alla religione catara?

la

formola ed

il

rito

Non trovi la parola, ne religioso; ma certo il concetto
anima
,

della purificazione dell'

che accolse in sé

il il

Santo Spirito, non manca. Nt)i non diciamo che
Catarismo sia
mitiva; tutt'
il

Manicheismo nella sua forma prialtro. Il tempo avea già scoloriti molti
Mani, ed
;

tratti della dottrina religiosa di

il

nome
per-

stesso
ciò ?

del

fondatore era
lo

già

obbliato

che

non accadde
i

stesso

nel

secondo secolo a

Valentino, a Basilide e ad altri fondatori di sètte
gnostiche,
cui

nomi erano sconosciuti a coloro
le

stessi che se

ne appropriavano

dottrine?

*

*

Non
i

sarà

inutile

dare in questa nota un breve cenno dei
lo

gnostici,

più antichi precursori dei Catari. Tutti gli storici della

Chiesa s'accordano nel dividere

gnosticismo in due grandi caIl

tegorie, l'alessandrino e l'orientale.

primo

s'

inspira

all'

emana-

tismo delle ultime speculazioni greche, e non arriva in pratica fino alle estreme conseguenze ascetiche, come il divieto del matrimonio.

secondo invece s'informa alle tradizioni orientali, e invece del monismo emanatistico pone uno spiccato dualismo. Alla prima categoria appartengono Basilide e Valentino, alla seconda Saturnino e Bardesane. Secondo Basilide, che insegnava in Alessandria intorno •al 125 d. C, dall'Entità suprema {theòs arrètos l'Innominabile) emaIl

104

LIBRO PRIMO

Del resto
della

non può fare a meno tradizione manichea. Quand on songe que les
lo Sclimidt stesso

nano

sette potestà

{dinàmeis) che sono noTus^ lògos, phronèsis

,

so-

phia, dinamis, dìceosynè, eirène\ ragione, verbo, saviezza, scienza»
potestà, giustizia, pace, le quali

ouranòs. Da questo primo

cielo

formano il primo regno degli spiriti» nasce un secondo, dal secondo un
cieli,

terzo e così di seguito fino a 365

coll'avvertenza che

il

se-

guente è sempre men'o perfetto

di quel

che precede. L' ultimo cielo

ha

sette angeli,

ciascuno dei quali è creatore del

mondo

terrestre;

ma più di tutti il primo angelo (ó archon) che è il Dio adorato dagli Ebrei. Perchè lo spirito umano torni al regno celeste, la prima delle potestà, il nous, si unisce nel battesimo colf uomo Gesù. Per Valentino [che nel 140 d. C. da Alessandria andò a Roma, e di là a Cipro ove mori nel 160] dall'Ente primo o &e7ò5 profondità emanano le
potestà, o eoni,

come

ei

li

vuol chiamati

;

ma

non è V ultimo eone,

che crea

il

mondo, bensì un essere
Spiriti.

affatto

impuro, ed escluso dal

corpo degli

Dalla Sofia

infatti,

ultimo eone, nasce una sag-

gezza bastarda Achamoth, la quale errando fuori del Pleroma, o

regno degli Eoni, dà vita alla materia, e nello stesso tempo produce il Demiurgo, che cotesta materia deve ordinare. Cosi nel mondo formato dal demiurgo combattono tre elementi, il pneumatico, la psichico, e il materiale: e il corso del processo cosmico tende a separare lo spirito e l'anima dalla materia, restituendo il primo al regno degli spiriti, ed il secondo a quel luogo mediano, dove abita Achamoth. A compiere siffatto ritorno, da tutti gli eoni emana una nuova entità, il salvatore, a quel modo che per ristabilire la pace nel regno eonico, turbata dal parto di Sofia, erano emanati due
altri eoni,

cioè Cristo e lo Spirito Santo. Saturnino in Antiochia»
di Basilide,

contemporaneo
si

ammetteva

le

emanazioni degradanti
spiriti

sino agli spiriti dei setti pianeti.

Ma
il

contro a questi buoni

leva

il

cattivo Spirito o Satana,
della luce,

quale agli uomini ispirati dal
di

buon Dio, o uomini

oppone una generazione

uomini

malvagi e tenebrosi. Per sottrarsi al contatto col cattivo Spirito i Saturniani si astenevano dal matrimonio e dal mangiar carne. Matter, Histoire du Gnosticisme, I, 324-31 ; Neandeii General

History of the Christian Religion, I, 14-26 Gieseler Lehrhuch der Kirchengeschichte 4* ed., I, pag. 179-192.
;

,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

105

souvenirs du maniclieisme s'étaient conservés long-

temps dans

les

couvents de

l'

orient notre opinion ne
(I, 8).

doit pas paraìtre dénuée de tonte probabilité

Nelle qnali parole egli

riconosce

essere
i

il

Maniil

cheismo

la

prima fonte onde attinsero
altri

Catari,

che non esclude che
religiosi accade quello

rivoli
i

secondarii vi

si

mescolassero per via. In tutti

grandi movimenti
del Catarismo,

che

notammo

nel quale intorno al nucleo della dottrina dualistica
si

aggrupparono

le

più vecchie eresie, che viveano

tuttora occulte e dimenticate nelle lontane solitudini dei pensatori.

E
all'

per tal guisa

si

formò un in-

sieme di donimi non molto omogenei,
contrasto sfuggiva
già

ma

il

cui

acume

dei recenti alleati.
alle tradizioni

Noi

trovammo più su accanto

ariane

della distinzione sostanziale tra

Padre

e

Figlio le

fantasticherie docetiche sul corpo apparente di Gesù.

Ed

insieme

alle

mistiche descrizioni del regno cedelle

leste, e della

trasmigrazione

anime

le

pole-

miche

di Claudio di

Torino contro V adorazione delle
Berengario con-

immagini,

e quelle più radicali di

tro r Eucaristia.*

Ma

non perchè queste continue
i

*

Questo intreccio delle diverse eresie spiega
eretici.

varii

nomi dati

Catarini con Patarini diremo più tardi. Il nome di Cathari ben presto per effetto dell'aspirata si tramutò in Cazari o Gazavi. QoTue %\ fosse oscurato in breve tempo il significato primitivo della parola lo provano le
a questi
Dell'identificazione
di

curiose etimologie di Alano. Hi dicuntur Cathari

;

idest diffluentes
casti,

per

vitia,

a Catha, quae est fluxus; vel Cathari, quasi

quia
ut

se castos et justos faciunt; vel Cathari dicuntur a cato, quia,

dicitur, osculantur posteriora cathi in cujus specie, ut dicunt, ap-

106

LIBRO PRIMO
al

aggiunte dieno una nuova impronta

Catarismo,

non per questo s'ha da sconoscere
parentela
coli'

la
*

sua

stretta

antico

manicheismo,

il

quale non

ispento dalle persecuzioni rifioriva prima in IspaGermania trovò favore questa suono tra Katze (gatto) e Ketzer (GiESELER, II, 2, pag. 540). Catari furon detti Pubblicani Concilio lateranense del 1179 in Mansi XXII, 232: alii Catharos, alii Patrinos, alii Publicanos] corruzione di paoliciani. Forse un'ulteriore corruzione è il nome Piphles, che seconlo Ecberto (G-allandi, XIV,
paret eis Lucifer. (Lib.
I,
e.

63). In

ultima etimologia stante

l'affinità di
I

\

pag. 447) sarebbe stato
di

Federico

detti

comune ne'le Fiandre. Nella costituzione (Huillard-Breholles, Hist. dipi., IV, 293) sono anche Speronisti, da un vescovo cataro Sperone del secolo xii
II II,

(ScHMiDT,
setta,
Il

282). Si dissero

ed Albigesi dalla diocesi

Bulgari, dal luogo d'origine di questa di Albi ove mise più profonde radici.
al pari

nome bulgaro

o corrottamente bougre significò più tardi
In

del

tedesco Ketzer l'eretico in generale.
teccendi
diìze

Francia

si

dissero

Textores o TissERANDS ab usu
era
il

Ecberto; perchè questo

davan più volentieri i Catari, obbligati dalle loro leggi a campar la vita col lavoro, non d'accatto. Si dissero anche Bonsliommes, perchè sappiamo già che boni homines si chiamavano loro Perfetti. Finalmente si dissero talvolta Manichei ed Ariani per le simiglianze di dottrine tra cotesti eretici e i loro
mestiere, cui
si
i

lontani progenitori. (Gieseler, loc.
*

cit.).

La Gnosi

di Saturnino,

che s'adattava mirabilmente
si

al

dua-

lismo orientale, da Antiochia

era rapidamente diffusa sino alla

Persia, e preparava quel sincretismo di Cristianesimo e Parsismo,

che fu più tardi predicato da Mani. Questo ardito novatore partiva dal presupposto dei due regni, l'uno di Dio o della luce, l'altro
di Satana, delle tenebre o della materia.

La

quale opposizione

si

ripercuote in ogni uomo, dove accanto all'anima buona o luminosa

combatte e spesso vince la rivale. La malvagia per lungo tempo conservò incontrastato dominio, grazie al prevalere delle false religioni come il Paganesimo ed il Giudaismo,
s'asside la malvagia, che

anime luminose sarebbero schiave, se a liberarle non fosse disceso dal Sole in terra uno spirito puro, Cristo, che per amor loro vesti un corpo apparente. Ma la dottrina cristiana noa
e tuttora
le

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

107
in

gna per opera di Priscilliano,* menia coi Paoliciani; di lì si
^

e più tardi

Ar-

diffuse tra gli Slavi;

e dalla
Italia,

Bulgaria pel tramite dei commerci passò in
e

quindi in Francia.
Onde
qual
tal-

fu bene intesa dagli Apostoli, e peggio ancora dai successori.

occorreva un apostolo novello, che svelasse tutta
paraclito ben s'intende essere Mani,
Il

la verità.

Il

Manicheismo rispondeva
il

mente
crebbe

ai

bisogni del tempo, che
del
si

non ostante

supplizio del suo
d.

fondatore per ordine
in

Re

persiano

Baharam (272-275
le

C. ),

breve ora, e

distese nelle provincie del vicino
ire

Impero

Orientale, e di

in

Occidente, sfidando

degl' Imperatori

(GlESELER,
*

I,

303-11).

Priscilliano fondò la sua setta in

Ispagna nel 379

d. 0.

L'anno
secondo

dopo, 380, fu condannato nel Sinodo
dell'usurpatore

di

Cesaraugusta, e per ordine
I

Massimo

giustiziato nel 385.

Priscillianisti,

la testimonianza di S.

corum
le

et

e. 70, maxime GnostiManichaeorum dogmata permixta sectantur. Non ostante

Agostino,

De

haeres.

persecuzioni

si

conservarono sino

al

VI secolo (Gieseler,

I,

2,

pag. 99-100).
^ r Paoliciani rimontano al 660 d. C, in cui un tal Costantino da Mananalide presso Samosata, appartenente alla setta gnostica di Marcione, ispirato dalla lettura di S. Paolo, si annunzia come

restauratore della chiesa paolinica.

A lui morto intorno al 684 succedono Simeone (t690). Paolo (t 715), Gennasio (t 745), (Giuseppe (t 775), Baanes fino all' 801, per opera dei quali il Paolicianismo si
Minore.
si

diffuse per tutta l'Asia

Sergio che neir801

si

oppose a
decise

Baanes, accusato
datore della
di

d'

immoralità,

può tenere come

il

secondo fon835
le
si

setta. Alla morte non nominare più un capo

Sergio accaduta

nell'

spirituale.
i

Ma

scoppiate

persecuil

zioni dell'imperatrice

Teodora,

Paoliciani fuggirono sotto

co-

mando
meno

di

Corbeade,

il

quale ben presto fattosi lor capo, divenne

così potente che unito ai Saraceni dette battaglia agl'Imperiali.

ardito fu

il

successore Crisocere, che nell' 867 fino ad Efeso
Vinti poi dall'imperatore Basilio, che di
i

estese le sue scorrerie.

persona
tore,

li

combattè

nell' 872,

Paoliciani

si

sottomisero

al vinci-

non rinunziarono alla loro fede. Ed un secolo più tardi nel 970 l'imperatore Giovanni Zimisce li mandò in Tracia presso

ma

108

LIBRO PRIMO

VI
Toccato dell'origine studiamo ora
la

dueata,

DIFFUSIONE, ed INTENSITÀ del movimeiito cataro.

Fino dai primi anni del secolo decimoprimo serpeggiava per TAquitania la nuova eresia, come ne
fa fede
sti e
il

cronista contemporaneo

Ademaro/ E quedi dieci

Rodolfo Glaber del pari fanno menzione

canonici di Orleans, scoperti
e dati alle

come manichei nel 1022, fiamme per ordine di Re Roberto.^ Ma
confini dell' Impero, conpaoliciani
il

Filippopoli, ove, a patto che custodissero

i

cesse loro piena libertà di coscienza.

A cotesti

Muratori

non a torto, perchè la setta paoliciana è la più vicina alla catara sia pel tempo sia per gl'insegnamenti. Certo non si possono negare nel paolicianismo gl'influssi manichei; e per questo rispetto il manicheismo è la remota sorgente di tutte
riadduce
i

Catari, e

queste eresie dualistiche;

ma

oltre alle opinioni dualistiche

il

Gik-

SELER,
la

II, 1,

pag. 15 e segg., 400 e segg., rileva nel paolicianismo
di

condanna

ogni esteriorità nel culto. Anche

il

Neander,

op. cit.

V, 362: Tbey maintained that by the multiplication of esternai rites und cerimonies in the dominant church the true life of religion had declined. Dicevano lo stesso i Catari. ' Ademaro, Cronaca Pauco post tempore per Aquitaniam
:

exorti sunt Manichaei seducentes plebera. Duplessis

1, 5, riferisce

anno 1010; Pertz, M)n., Genn. Script., IV, 138» all'anno 1018; Bouquet, Reciieil, X, 159, all'anno 1022.
l'avvenimento
^

all'

Decem

ex canonicis Sanctae Crucis Aurelianensis, qui Videprobati sunt esse Manichaei.

bantur
bertus

aliis religiosores,

Quos rex Rot-

cremari

iussit

[D'Arg.,

1,

5;

iJf.

G. script., IV, 143; Bou-

quet, X, 159 j. RoD. Glaber, Hist. lib. III, cap. 8 (Bouquet, X, 35) darebbe il 1023; Tertio de vicesimo infra iam dictum millenium apud

Aurelianensem urbem reperta

est cruda.

.

.haeresis.

Ma

la

cronaca

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
dacché secondo lo stesso Glaber
siffatto

109

movimento
clie tra

vien propagato dall'Italia, è lecito supporre

d'Auxerre (Bouquet, X, 271), anticipa d'un anno: MXXII Aure, lianis cremantur Clerici. .ac si denuo Manichaei haeretici. E questa data viene accettata dal Bouquet e dal Pertz, perchè è accer.

tato in
ci

conserva

un documento pubblico [Bouquet, X, 35, not. a]. Glaber il nome di due capi degli eretici; quorum unus Lisoius
.capitale scholae tenebant

in monasterio sanctae crucis clericorum clarissimus habetur, alter

idem Heribertus.

.

domìnium. Anche Ade-

uno di essi. Qui decem cum Liscio, quem Rex valde dilexerat. Ma tanto Glaber come Ademaro riferiscono imperfettamente il fatto, perchè da un documento pubblicato dal D'Achery {Spie, II, 167; Bouquet, X, 536) intitolato Gesta synodi Aurelianensis anno MXKII adversus novos Manichaeos sappiamo che Eriberto nonché capo era invece un prete recèntemente convertito per opera dei due prelati Stefanus et Lisojus, apud omnes

maro (Pertz,

IV, 143;

Bouquet, X,

159) conosce

autem

flamrais iudicati sunt supradicti

sapientia clari sanctitate seu religione magnifici.

Questo Eriberto

stava presso un Arefasto dei conti normanni, e tornato nella costui

casa da Orleans, dove
convertire
garsi alla
il

s'

era recato per istruirsi, pare che volesse

suo ospite alla nuova religione.
la

Ma

questi

non che
in

pie-

nuova dottrina

denunziò

al

conte Riccardo con pre-

ghiera di parteciparla al
e tenute

re.

Era una cosa ben grave che

Orleans

fosse apparsa l'eresia, e che vi partecipassero alte persone del clero,

grande stima, come Stefano confessore della renome Teodato morto tre anni innanzi nell'eresia (Ademaro in Bouquet, X, 159). Il re Roberto pensò
tutti in

da

gina, ed un canonico cantore di

quindi di riunire intorno a se un sinodo di prelati, che interrogas-

non smentirono le loro opinioni. prima usque ab horam nonam multifariam elaborarent omnes, ut illos a suo errore revocarent, et ipsi ferro duriores minime resipiscerent .... de gremio Sanctae Ecclesiae eiecti
sero gli eretici. Stefano e Lisojo
diei

Cumque ab bora

sunt. Qui

baculo,

cum ejicerentur Regina Stephani olim sui confessoris cum quem manu gestabat, oculum eruit deinde praeter unum clericum et unam monacham cremati sunt. La stessa narrazione d'accordo con Ademaro e Glaber ricorda le virtù dei capi dell'ere.

.

.

sia.

E

se

anche non ce

lo dicessero le fonti,

il

fatto solo di

non aver

110
noi
si

LIBRO PRIMO
manifestasse l'eresia molto prima del 1034,
di

anno in cui Girardo

Monteforte venne a furor

di

popolo bruciato vivo in Milano.'
decimo. D' altra parte

Ne andremo
fine del

lungi

dal vero se la faremo risalire alla
il

secolo

catarismo

militante vien

meno

al

cominciare del secolo
gli

XIV, quando

alle

cruenti crociate contro

Albigesi successero

le

non tenendo conto di qualche resto cataro, scoperto da Vincenzo Ferrer nel 1402 o in Lombardia, o nelle inaccesse valli
stragi dell'Inquisizione. Sicché

del Pellice e Clusone, la durata dell'eresia catara

nell'occidente oltrepassa

i

tre secoli.

Non meno

importante

è la diffusione, della

quale

ora terremo parola sommariamente, rimandando chi
desideri più estesi particolari alla monografìa dello

Schmidt.

A

cominciare dalF Italia settentrionale,

ri-

mentito né abiurato

sotto la

minaccia del rogo prova una gran
Il

forza di convincimento e di carattere.

che mal

s'

accorda colla
di

leggenda che

gli eretici
il

usassero raccogliersi di notte in una casa
diavolo, che

ad invocare con canti

non tardava

comparire.

Et tunc omnibus extinctis luminibus, quamprimum quisque potèrat mulierem arripiebat: sine peccati respectu et utrum mater, aut soror, aut monacha haberetur. Ex quo spurcissimo concubitu infans generatus, octava die ... in igne cremabatur.
tione colligebatur atque custodiebatur. Simili favole

Cinis venera-

non

inventa-

rono un tempo i Pagani in danno dei Cristiani? * Glaber, loc. cit. Fertur a muliere quadam ex
dente haec insanissima haeresis in Gallis exorta.
venire dal Perigord (ipsi decepti a
censi),
l'Italia.
il

Italia proce-

Ademaro

la fa

quodam

rustico Petragori-

Anche per

che non esclude che nel Perigord fosse importata dall'eresia di Cambrai del 1025 dicono gli atti del
/tnibiis advenisse {Matusi,

Sinodo
425.

di Arras ab Italiae Bouquet, X, 540).

Conc, XIX»

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
cordiamo che
elle
le

IH
chiesa

la

Lombardia riboccava

di eretici così,

sètte vi si moltiplicavano,

e la

mo-

derata di Concorrezo combattea la più rigida del

veronese Balasinanza, e quest'ultimo non andava

d'accordo con l'altro rigorista Giovanni di Lugio.

A

Ferrara spesseggiavano
il

gli eretici del pari,
al

e per

iscacciarneli
civile.*
lici,

vescovo ebbe a ricorrere
i

potere

In Modena
ed

catari

l'

impattavano coi cattouni accanto agli

tanto da vivere in pace gli
il

altri,

Muratori ricorda che nel 1192 furono

ricompensati con eguale misura catari e cattolici
per la distruzione che a causa di utilità pubblica

Toscana il Catarismo ebbe non pochi seguaci, ed il primo vescovo dei Catari moderati o concorrezesi fu un Piefu fatta di loro mulini.^
in tro

Anche

Lombardo da

Firenze. In questa città le donne

stesse s'adoperavano alla
e gli eretici

propagazione della setta

cresceano a tal segno che nel 1173

* Vedi in Muratori {Antiq. Ital., Piss. 60) il decreto di Ottone IV: omnes hereticos Ferrarie comraorantes, Patharenos sive

Gazaros imperiali banno subiacere,

nisi

ad unitatera Ecclesie se-

cundum mandatum
*

Ferrariensis episcopi convertantur.

Muratori, 1. e, pag. 446: Et prò molendinis Patarinorum, Cagnense dentur eis prò cambio molendina quae fuerent Bachedeferro ad congruum et convenientem fictum. Il documento è deir anno 1192. Non essendo nominato il proprietario cataro il Muratori crede che il molino fosse una proprietà collettiva degli eretici, che ivi teneano le loro adunanze. Lo Schmidt sospetta che il passo dello stesso documento: Molendina Patarinorum penitus destruantur, accenni a misura presa contro gli eretici, invece
et Petri de
trattasi
di

un'espropriazione

per

utilità

pubbblica,

come

si

di-

rebbe oggi.

112

LIBRO PRTMO
governo.'

dettero pretesto a mutamenti nel

Dalla

Toscana discese
renze
e

l'eresia

ad Orvieto, ove, oppressa

nel 1125, fu rilevata nel 1150 dal Diotisalvi di Fi-

da Girardo da
di

S.

Marzano. In seguito,
e Giuditta

scacciati questi missionari, ne seguitarono l'opera

due donne, Milita
Firenze.^
stessa

Monte Meato
si

da

Da Orvieto Roma fu salva
,

estese
si

a

Viterbo,

né la
di

anzi

serba memoria di una

esecuzione di Catari, fatta nel

1231

al

tempo

Gregorio IX.^ Perfino nella
attecchissero
i

remota Calabria par che
combatteva.*
passò
il

Catari a giudicarne almeno dall'arli

dore con cui l'abate Gioacchino
Dall'Italia,

come dicemmo,
fin dai

l'eresia

in

Aquitania, e Tolosa
della sua diffusione.^

primi tempi fu
s'

centro

Di

avanzò nel Perigord,

*

Lami, {antichità toscane,

II,

491) che riporta da

una cronaca

questo passo: MCLXXIII, XVIII. Kal. Maij: Indictione vi: propter

Paterinos amissum est officium in civitate Fiorentina.
sto passo male induce
il

Ma

da que-

Lami che

l'

eresia

non

si

propagasse prima
della Tosa.

del 1170 contro la testimonianza del Villani e di

Simone

E come
forza,

nel breve giro di tre anni l'eresia poteva acquistare tanta
il

quanta gliene attribuisce
e

cronista?

Lo

stesso

Lami pag. 498

dice: « che favoreggiavano

sostenevano Filippo Paternon (ve-

scovo cataro) alcuni possenti
dì Pulce,

cittadini .... Barone di Barone, Pulce Gherardo Cipriani, Chiaro di Manetto, Conte di Lingraccio» Uguccione di Cavalcante, e le famiglie Saraceni e Malpreso ». ^ Vedi sui Patarini di Orvieto lo studio del Furai. Arch. Stor.2

1875, 4^ dispensa.
^

I

Vita di Gregorio IX, Murat.,

Scriptum,

578. Ficker,

Die

gesetzliche Einfì'ihrung der Todestrafe fur Ketzer^ pag. 207,
Ioachira in Apoc, f. 131, 167. Ademaro all'anno 1022 (Pertz, IV, 143): Nihilominus apud Tolosam inventi sunt Manichei, et ipsi destructi et per diversa
*
»

,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
nel vescovado di Limoges, nella
,

113

marca di Poitiers, 'risalendo su sino ad Orleans ove trovammo a capo degli eretici alcuni sacerdoti, grandemente stimati
per la loro pietà.
talché
il

Ben

presto oltrepassò la Loira,

vescovo di Chalons, Rogero (1043-1062)

chiese a

Wazon

vescovo di Liegi se in vista del

pericolo imminente

non

si

dovesse procedere rigo-

rosamente contro

gli eretici.

Abbiamo
non vuole

tuttora la
la

risposta del pio prelato: Dio

morte,

ma

la

conversione

dei

peccatori; e la

sola

pena
let-

consentita dal Vangelo contro gli eretici sta nel-

r escluderli dalla comunione dei
vien suggerita fu nel fatto

fedeli.*

Questa

tera porta la data del 1048, e la pena che in essa

presso dal concilio di

comminata l'anno apReims.^ Tanto rapidamente
nord della Francia, ove

s'era diffusa l'eresia nel

già sin dal 1025 s'ebbe notizia di eretici, princi-

palmente a Reims, a Liegi, Arras
*

e

Cambray!^

occidentis partes nuntii antichristi exorti, per latibula sese occultare,

curabant

et

quoscumque poterant

viros et mulieres subver-

tebant.
*

Anselmi

,

Gesta episc. Leod. {M. G. Scrip.^ VI,

228).Ut

ipsi,

eisque comunicantes catholica

communione

priventur. Ivi, 227. Qui

non

vult mortem peccatorum .... sed per pacientiam et longanimitatem suam novit peccatores ad poenitentiara reducere. - Mansi, Concilia, XIX, 742. Et quia novi haeretici in galli-

canis partibus emerserant eos excommunicavit,
eis

illis

additis qui ab

aliquod
*

munus

vel servitiura acciperent.
riferisce gli atti del concilio di

Mansi, {Concilia, XIX, 424)

Arras tenuto nel 1025 da Gerardo vescovo di Cambray ed Arras. Riproduco questo passo col. 425 At illi referunt se esse auditores
:

Gandulfi cuiusdam ab Italiae partibus
datis et apostolicis informatos,

viri, et

ab eo evangelicis man-

nullamque praeter hanc scripturam
8

Tocco

L' Eresia ecc.

114
Dalla Francia
facile,

LIBRO PRIMO
il

passaggio in Germania è ben
III fece impiccare in
si

e già nel

1052 Enrico
rifiuto

Gosslar (Hannover) alcuni eretici, che

scopersero
pollo.*

per manichei dal

di uccidere

un

Nel

secolo susseguente,

come sappiamo
s'

dalla lettera di

Evervino a

S.

Bernardo, V eresia

era così diffusa
cataro.

in Colonia, che vi si stabilì

un vescovado

Arrestati nel 1146

il

vescovo col suo diacono, anzi
credenze,
salirono animosa-

che smentire

le loro

mente

sul rogo.

Pochi anni dopo nel 1160 furono

scoperti altri catari a

Bonn, con a capo Arnoldo
profondo della
scrit-

abile disputatore, conoscitore

tura ed entusiasta della sua fede.

A

capo a qual-

che anno

salito sul
le

rogo coi suoi diaconi, fu udito
« Fratelli,

gridare tra

fiamme:

siate

costanti

nella fede, oggi sarete riuniti ai martiri del Cristo ».

se recipere, sed
nella

hanc verbo

et

opere tenere. Rodolfo Coggeshale

sua cronaca (Bouquet, XVIII, 92), racconta di una bella fanciulla di Cambray, che scopertasi per catara o publicana ad

un

chierico, che le chiedeva
ecclesiastici.
,

amore, fu da costui denunciata

ai su-

periori

La

fanciulla alle

dimande

dei

giudici

non

ingenuamente se ne rimise alla sua maestra, il cui nome candidamente svelò. Furono condannate entrambe. La maestra riesci a fuggire in un modo miracoloso, secondo il croseppe rispondere

ma

ma la fanciulla igne consumpta est non sine admiratione multorum, cum nulla suspiria, nullos fletus, nullum planctum emitnista,
teret,

sed

omne

conflagrantis incendii

tormentum constanter

ala-

criter perferret, instar

martyrum

Christi, qui olim prò

Christiana

religione a paganis trucidabantur.

Anselmi, Gesta episc. Leod. {M. G. Script., IV, 228) non aliam condempnationis eorum causam cognoscere potuimus quam quia cuilibet episcoporum iubenti, ut puUum occiderent, inoboe'

dientes extiterant.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

115
clie in

E

in questo dire

una fanciulla catara,
si

grazia

della sua bellezza era stata sottratta al supplizio,

copertosi
col suo

il

volto

,

precipitò nel fuoco per morire

maestro/

L'Inghilterra fu salva dall'eresia.
di penetrarvi verso
il

Ben tentarono
volgar-

1160 alcuni

catari,

mente

detti

pubblicani

(paoliciani),

non ammonsolo tra loro
e segnati

tanti a più di trenta, tutti di nazione e lingua tedesca, e guidati da

un

tal Girardo,

il

che sapesse di lettere.
nella fronte da
tuti

Ma

furono scoperti
d'

un marchio

infamia, e poscia bat-

a verghe ed espulsi dalle città, e proibito
ospitarli.

a

chiunque di

Perirono per la campagna di

freddo e fame, vittime anch'essi devote e coraggiose
della loro fede
^
;

ma

altri

dopo

di loro

non

ritentò

l'ingrata prova.

Pari alla durata ed estensione

l'

intensità.

Senza

un gran vigore
zioni, che

di fede

il

catarismo non avrebbe
alle

potuto opporre così tenace resistenza

persecu-

massime dopo
19.

il

1200 infierirono senza

*

Caesar Heisterbach, V,
imponens,
ait:

Arnoldus discipulorum capitibus

manum
.... ex

Constantes estote in fide vestra .... virgo

quondam

speciosa, et quorundam compassione ab igne subtracta manibus illorum (teneutium) elapsa, facie veste tecta, super extinctì (Arnoldi) corpus ruit. Anche il Cantù in un passo, che riferiremo in seguito, ricorda senza citare la fonte, una fanciulla lombarda, che si getta nel rogo per morirvi insieme coi suoi parenti. ^ GuiLLELMUS Neubrigensis De rebus anglicis, II, 13, in D'Argentré, Collectio iudicionim, I, CI. Duce quodam Gerardo
,

.... solus aliquantulum litteratus

;

caeteri vero sine litteris et idio-

tae .... Princeps praecepit haereticae infamiae characterem frontibus

eorum

inuri, et spectante populo, virgis coercitos

urbe expelli.

116
misura.

LIBRO PRIMO

Un

rapido ricordo storico varrà meglio dì

qualsia dimostrazione. Il secolo decimoterzo, clie è
quello dei grandi uomini della Chiesa, Innocenzo
III,.

Gregorio IX, Alberto Magno, S. Tommaso, è altresì
il

secolo delle più fiere lotte, e più selvagge pas-

sioni.

Montato

sul

trono

Innocenzo III

mandò

suoi legati nella Francia meridionale per estirparvi
l'eresia, e

quando uno

di essi,

il

Castelnau, fu uci

ciso a

tradimento indisse la crociata contro
s'
il

po-

poli del mezzogiorno, che

erano allontanati dalla
legato Enrico
^

Chiesa.* Già

prima

di lui

vescovo

cardinale d'Albano, indetta la crociata
eretici albigesi,

contro gli

con gran seguito di truppe aveva
le

invase nel 1181

terre del visconte di Béziers,^

ed ottenuta

la resa del forte castello di

Lavaur.

Ma

questa prima crociata, benché non poco cruenta, fu
nulla a petto della seconda, alla quale presero parte

molti signori del nord della Francia, che sotto
pretesto
delle

il

della

religione

movevano
del

alla

conquista
Codesta»
di Si-

ricche

contrade

mezzogiorno.
il

guerra fu combattuta con furore, e

nóme

mone

di

Monfort restò tristamente^ celebre
dove
gli eretici

in quelle

infelici contrade,

furon trattati peg-

zelo succensi

Ili, Lib. IX, 26. Illis autem qui orthodoxae fidei ad vindicandum sanguinerà iustum .... viriliteF se accinxerint .... suorum remissioneni peccaminuna a Deo eiusque vicario secure promittatis- indultam (Petri Vallium Sarnay, Hist.
*

Epist. Inn.

in

Bouquet, XIX, 13). ^ Gaufridus in Bouquet, XII, 448.
'

Croisade cantre

les Alhigeois^ trad. Fauriel, v. 8693. Si
le

pour masI

avoir attisé le

mal

et éteint

bien, égorgé les

femmes

et

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
gio dei musulmani.*

117

Quando Béziers,
i

dojjo un'eroica

resistenza, cadde sotto
elle

colpi dei crociati, a quelli
di

io

chiedevano sul
il

modo

distinguere

i

rei

dagli innocenti,
deteli tutti,

legato Arnaldo rispose: ucciquelli

Dio riconoscerà

che

gli

appar-

tengono.^ Alla presa di Carcassona 400 arsi vivi,
e 50 impiccati
di Minerva,
il

come
si

eretici.^

Espugnato

il

castello

legato Arnaldo promise la salvezza
convertisse, perchè sapeva che
la

della vita a chi

nessuno dei credenti avrebbe rinnegata

sua fede.
scando-

Conosco
di

i

miei uomini, egli diceva a chi

lezzavasi di tanta mitezza.

avea torto, che più
fede.*

150 perirono

sul

rogo martiri della loro

sacre des enfants, un

homme

peut en ce

monde conquerir

le

règne

de Jesus-Christ,
le ciel.
*

le

comte
1055 et

doit pórter

couronne

et resplendir

dans

Croisckde

v.

le

monde

entier leur court sus et leur

porte baine plus qu'a sarrasins.
*

Caesar Heist, vi,

21, pag. 383 (ed. Col. 1591). Cedìte eos,

novit enim Dominus qui sunt eius.
Pietro di
intrantes

Vaux Cernay,

Il numero dei morti ce lo dà xv (Bouquet, XIX, 20) Statim a minimo ad maximum omnes fere necant, tradentes

Hist., cap.

:

incendio civitatem .... fuerunt usque ad septem millia de ipsis
v. 193. On ne pouvoit leur faire egorgea tous, on égorgea jusqu'à ceux qui s'étaient réfugiès dans la catbédrale.

Biterrensibus interfecti. Croisade,
pis,

on

les

'

Quadringenti combusti sunt, caeteri (quinquaginta) patibulis
cit.).

appensi. (Caesar Heist, loc.
*

P. de V.

Cernay (Bouquet, XIX,

32).

Ne

timeatis, quia credo

quod paucissimi convertentur .... erant autem perfecti haeretici centum quadraginta vel amplius. Praeparato igitur igni copioso, omnes in ipso projiciuntur. Croisade^ v. 1082. Et ils brùlèrent maint felon d'bérétique fils de pute chienne, et mainte folle mécréante qui brait dans
le feu.

118

LIBRO PRIMO
il

Presa Lavaur, ne fu impiccato

comandante, git-

tata nel pozzo la sorella, arsi quattrocento Catari/

E

più cruente

furono

le

stragi,
si

quando dopo

il

concilio latèranense del

1215
i

rinnovò la guerra

con tanta violenza die
conte di
la

superstiti ebbero a invi-

diare la sorte dei caduti in battaglia.

E

l'infelice

Tolosa Raimondo VII se volle ottenere

pace dopo trenta anni di guerre rovinose, ebbe
conferire

a giurare di combattere e punire gli eretici senza
pietà,
e

un premio

di

due scudi

di

ar-

gento a chi ne assicurasse qualcuno

alla giustizia.*

Ma

questi roghi, queste condanne in

massa senza

giudizio, son
riori. Si

pur da meno

delle persecuzioni postesiffatti

poteva attribuire
guerra,

orrori alla necesdegli

sità

della

all'eccitazione
;

animi,

al

diritto di rappresaglia
sti

d' ol'a

innanzi saranno impo-

dalla

fredda ragione. Prima di questo tempo,
il

come dimostrarono

Ficker

e

l'

Havet, la pena del

*

Croìsade,

v.

1551 e segg. Car jamais dans la chrétienté
je crois,

si

pendu avec tant d'autres chevaliers à ses cótés. Car des chevaliers seulement, il en fut là compiè plus de quatre-vingts, à ce que me dit un clerc. Quant à ceux de la ville on en ressembla dans un pré, jusqu'à quatre cents, qui furent brùlés et grillés sans y comprendre Dame Giraude que les (croisés) jettèrent dans un puits eVcouvrirent de pierres, dont ce fut dombaut baron ne
fut,

mage
'

et pitie.

GuiLLELMi De Podio Laurentii in Bouquet, XIX, 220. Et promisit quod iustitiam debitam faciet sine mora de haereticis manifestis .... Inquiret etiam diligenter .... solvat usque ad bien-

nium duas marcas
haereticum
ceperit.

argenti, et exinde in perpetuum

unam,

ei

qui

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
rogo contro
gli eretici

119

in nessun paese.^

non era stabilita per legge In Germania si solevano, è vero,

mettere a morte gli eretici o a furor di popolo,

come a Colonia nel 1163, o anche per ordine dell'imperatore, come a Gosslar nel 1052; ma quest'orline non fu dato in omaggio ad una legge, bensì per misura politica. Ancbe in Francia le molteplici
esecuzioni, cbe
tere, e

ricordammo, ebbero
altra

lo stesso carat-

prima

della legge di Luigi

Vili
gli

del 1226,
eretici
si

non ve ne ha

che condanni

al

supplizio del fuoco.

Con maggior ragione

deve

dire lo stesso della Francia meridionale e dell'Italia.

Che anzi mentre nel settentrione dell'Europa

la

pratica discordava dal diritto, e tacendo le leggi,

vigeva la consuetudine di mettere a morte gli eretici
s'
;

nel mezzogiorno al contrario e diritto e pratica

univano in una grande mitezza e tolleranza. Dopo
ri-

l'esempio di Girardo di Monteforte non v'ha

cordo
delle

di

altro

bruciamento

di eretici,

e l'autore

memorie milanesi dice espressamente che nell'anno 1233 ebbe luogo la prima esecuzione.^ In Modena ricordammo come accanto ai diritti degli altri
cittadini

eran riconosciuti quelli dei catari. Nella

Francia meridionale Giraldo vescovo di Albi non

' FicKER, Die gesetzliche Einfilhrung der Todesstrafe fiXr die Ketzerei {Mittheilungen des K. Instituts fitr òsterr. Geschichtforschung. 1880, IL Heft, pag. 180 e seg.). Havet, UHérésie et le
,

JBras séculier dans
tes,
^

le

moyen dge
cita

(Bibliot.

de

1'

école

des charpag. 402.

1880, pag. 489 e seg.).

FicKER,

loc. cit,

che

Mon. Germ. Script.,XWÌll^

120 dubitò
d'invitare

LIBRO PRIMO
gli

eretici

ad una pubblica di-

sputa a Lombers/

Questa tolleranza però cessò ben presto in tutti
i

paesi. Jl cardinale Pietro di

del

San Crisogono, legato papa nel Tolosano, condannò un Morand, ricco
beni ed alla distruzione delle case.

signore seguace e protettore dell'eresia, alla confìsca dei

E

costui

se volle salvarsi dalla miseria, ebbe a sconfessare

solennemente

la

sua fede, e subire l'ignominioso;
si

castigo della fustigazione.' Parimenti in Italia

serba memoria di un vescovo Guarnasia, legato dell'

imperatore Enrico VI, che confiscò per ordine imi

periale
case.
gli
^

beni dei patarini di Prato e ne distrusse

le

Ottone IV, in un suo decreto del 1210 contro

eretici di Ferrara,* e gli statuti di
il

Verona

:

che

rimontano secondo

Ficker, al di là del 1218, pre-

scrivono l'esilio degli eretici e la distruzione delle

*

Mansi, Concilia^ XXII, 157,

electis

ac statutis iudicibus ab

utraque parte.
*

RoGERo DE HovEDEN AunaUs^

Francf. 1601, 575 in Schmidt,

pag. 79.
In Christi nomine ego H. episcopus de Guarnasia, legatus domine Imperatoris Henrici et semper augusti, venientes Pratum prò facto domini imperatoris, bona patarenorum et patarenarum ibi morantium fecimus pubblicari et domos eorum fecimus subverti et destrui. Questo documento fu pubblicato dal Lami {Antichità
^
^

II, 523).
*

Decreto

di

Ottone IV

(in

Murat. antiq.

Ital.

med. V,

89) Fer-

rara 1210, omnes haereticos, Ferrane comraorantes Patharenos
sive Cataros

imperiali bauno

subjacere ....
et

omnia eorum

mobilia et immobilia publicentur
ulterius

domus

.... destruantur et

non

liceat alicui eas reaedificare.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
loro case. Questa stessa

121
è prescritta

pena
le

dell' esilio

nella legge di -Federigo li del 1220.*

Dopo poco
Il

altro

tempo

cose volsero in peggio.

papa chiedeva dall'imperatore una più energica
che avea rinla

repressione dell'eresia, e Federigo,

novato contro

Chiesa l'antica guerra per l'inlo si sospetla

dipendenza dello Stato, per tema non
tasse
di

poca ortodossia, acconsentì a mutare
!

sua prima legge.^ Strana ironia della storia

Quelpre-

r Imperatore che tenne più fermo contro
tensioni
di

le

Roma,

e

presso

i

contemporanei era

tanto in voce di miscredente ed epicureo, da non trovar grazia neanco presso
lino
;

il

gran poeta ghibel-

queir imperatore che avea ai suoi servigi gente

di diversa credenza, saraceni

egli per lo

appunto

è

il

non meno di cristiani, primo a sancire la pena

del rogo contro gli eretici,^ e in servigio dell» Chiesa

'

Decreto

di

Federico
,

II

in

Houillard-Bréholles,

II,

2-6:

omnes haereticos.

. .

perpetua

damnamus infamia,

diffidatnus atque

bannimus censentes ut bona talium confiscentur nec ad eos ultequod filii ad successionem eorum pervenire non possint. 2 V. la lettera di Federigo II a Gregorio IX del 28 febbraio 1231 in Bréholles, III, 268-269. Quia igitur ex apostolicae provisionis instantia qua tenemini ad extirpandam haereticam pravitatem potentiam nostram ad ejusdem haeresis exterminium preci bus et monitis excitatis, ecce ad vocem virtutis vestrae zelo fidei quo tenemur ad fovendam ecclesiasticam unitatem gratanter assurgimus .... et omnibus innotescat nos ardenti voto zelare pacem Ecclesiae et adversus hostes fidei et ad gloriam et honorem matris Ecclesiae
rius revertantur ita
ultore gladio potenter accingi.
'

Cfr. la

costituzione del 1231 in

Bréholles, IV, 7 presentis
pati

nostre legis edicto damnatos

mortem

Patarenos decernimus.

122
vien

LIBRO PRIMO

meno

alle

più fondamentali norme del diritto

vigente.

E

nel

luogo dei vescovi

stati

fin

oggi

i

giudici naturali delle eresie acconsente che entrino
i

frati predicatori, facendoli

almeno per

la

Germale

nia legati imperiali;* né

dubita di sancire

più

aperte infrazioni della regolare procedura,

ammetdel

tendo la testimonianza del correo o del delatore,^ e
tollerando che
si

tacesse

nei giudizii

il

nome

testimone.

Un

altro passo ancora, e

viglieremo più che colla morte del

non ci merareo non si estini

gua r azione penale,

ma

seguiti

il

processo contro

defunti, perchè gli eredi ne scontino la pena.^

in

Con queste misure violente l'eresia veniva stretta un cerchio di ferro, e ben pochi poteano sot-

trarsi alle occhiute vigilanze degl'inquisitori, edalle

quam affectant, ut vivi in conspectu populi comburantur fiammarum commissi judicio. Questa costituzione che era stata già pubblicata per la
blicata per la

Lombardia nel 1224 (Bréholles, II, 421-23) Germania nel 1232 (Bréholles, IV, 298),

fu ripub-

nel 1238

(Bréholles, V, 201) e nel 1239 (Bréholles, V, 279). * Constituzione del 1232 in Bréholles, IV, 302, fratres ordinis praedicatorum de Wirceburg prò fidei negotio in partibus Theotoniae contra hereticos deputatos .... sub nostra et imperiì speciali defensione receptos, et quod apud omnes sub ope ac recommendatione fidelium imperii esse volumus inoffensos. * Constituzione citata, p. 301, per viros ab eodem errore conversos ad fidem nec non per alios qui eos de haeresi convicerunt, quod- in hoc casu licite concedimus faciendum, evidens testimo-

nium habeatur.
propter sua immanitate

Liber inquisitionis tholosanae^ pag. 80, crimen heresis et enormitate non solum in vivis sed etiam in mortuis per jura promptissima debeat vindicari; pag. 81: predictas domos (dove morirono alcune catare) cum suis appendiciis .... funditus demendas; pag. 162; et maxime in casu in quo de'

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
insidie delle spie prezzolate o interessate.

123

Ma non
a profes-

ostante questi rigori

i

Catari non furon domi, e se
in segreto

non
sare

all'aperto, continuavano
il

loro culto.

E

taluno di essi seppe nascon-

dersi così, che
visse,

ma

non solo non fu disturbato finché dopo morto per poco non venne santifiIl

cato dai cattolici.

Muratori pubblicò

il

processo di
nel 1269,

un Armanno Pungilupo da Ferrara morto
dissenso tra la Curia e
ligia alla
i
,

intorno al quale per anni parecchi continuò aperto
Frati inquisitori.

La Curia

^

voce popolare

che dava

il

Pungilupo per

uomo

pio, e

morto

in

odore di santità, non solo

permise che fosse seppellito nella Chiesa maggiore
in magnifico mausoleo;

ma

raccolte le informazioni

sui miracoli che dicevano fatti da lui,

permise s'in-

nalzasse presso alla
fedeli v'accorreano

tomba un

altare votivo.

Ed

i

numerosi, e con giuramento at-

testavano al Vescovo di avere per intercessione del

beato

Armanno

ricuperata o la vita, o

il

moto

o

la parola, e taluno persino giurò d'essere stato li-

berato dai demoni, che lo possedevano.*
linquentis heredes ob

Ma

gl'in-

culpam sui actoris ad successionem admitti non debent, non obstante quod ipsis viventibus interveniente ipsorum morte per sentenciam non extit declaraturr». V. la costituzione di Federico, in Bréholles, IV, 30?, haeredes et posteros usque ad secundam progeniem benetìciis cunctis temporalibus, pubblicis officiis et

honoribus imperiali auctoritate privantes.
(ed.
Arretii 1778,
fìlia

•Muratori, Antiq. ItaL
Die
XII,

XII, 463-558):

exeunte Decembri nova mulier

quondam Mainardini
iurato in praesentia

de Maderio et uxor Johannini de Achille
venerabilis patris
sis. ... et dixit

Domini Alberti, Dei gratia, Episcopi Ferrarenquod passa est circa novem annos in oculo dextro.

^
.

124

LIBRO PRIMO

quisitori diffidavano assai di tal

taumaturgo, che
d'eresia,

pochi anni innanzi, nel 1254, convinto

dovè

la

sua salvezza all'abjura/

E

interrogati pa-

recchi, già appartenenti alla setta bagnolese, raccolsero che,

non ostante

la ritrattazione,

il

Pungi-

lupo continuò per tutta la vita nella fede catara ;^

ne fu solo credente^
e

ma

ricevette

il

consólamentmn
le

con ardore
,

si

mise a diffondere
il

dottrine ha-

gnolesi

e

predicando contro

lusso e la corruzione

dei preti,* fece nuovi seguaci alla sua setta. Istruito

in tal

modo

il

processo

si

venne

alla sentenza, ca-

gione di un violento dissidio tra

le

due autorità ec-

Et hodie personaliter contulit se ad maiorem Ecclesiam, ubi
quiescit corpus viri Dei

re-

Armanni .... oblationes

obtulit.

Qua

oblata
. .

tumor evanuit

visum recepit pag. 465. Marinellus Calegarius. pag. 468. Perpudam de Adria paraliticam toto corpore et lingua, ita quod non poterat loqui nec ire, et nunc liberata est pag. 478. Aloysia de Layde de Breet

coepit ire libere et sine baculo

,

sacramento dixit quod ipsa fuit detenta et oppressa quum ipsa hodie venisset ad tuex duobus spiritibus malignis. . mulum beati Armanni.... liberata est, pag. 485. * Anno millesimo duceutesimo quinquagesimo quarto.... Arstello.... suo
.

.

mannus

venìt ad praesentiam Fratris Aldovrandini Prioris Fratrum Praedicatorum etc. in quorum manibus abiuravit omnem haeresim (pag. 532). ^ Il Muratori dice male pag. 496 is vivebat vitam Pauperum
,
:

de Lugduno; perchè una testimone
le sètte

ci

sa dire perfino a quale tra

catare appartenesse:
504).
fuit

fuit

credens Haereticorum sectae de
iuratus dicit

Bagnolo (pag.
^

Albertinus qui

Haereticus.

,

. .

quod ipse

Pungilupus fuit catharus consolatus, recepit manus impositionem in Verona a Domino Alberto Episcopo sectae de Bagnolo (pag. 513).
*

Detrahendo ministris Ecclesiae, appellando eos Daemones et
526).

Lupos rapaces (pag.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

125

clesiastiche. L'inquisitore ordinò l'esumazione delle

spoglie di
la

Armanno,

e,

non obbedito, scomunicò
;

Curia e interdisse la Chiesa
si

la

Curia dal canto

suo respinse la sentenza, e
gorio X.

appellò al

Papa Gresi

Ma

né a costui né a parecchi dei succes-

sori fu dato di

comporre
di

le cose, e la

controversia
fine nel

prolungò per più
l'inquisitore

un trentennio. Alla

1301

dine di

Fra Guido Vicentino, consultati per orBonifacio Vili il Vescovo di Bologna e un
,

altro frate

domenicano anche
mausoleo

lui

,

pronunziò

la sen-

tenza, dal

Papa già dichiarata
il

inappellabile, che

dice: s'infranga

e l'altare inntilzato in
il

onore di Armanno, e dissepolto e bruciato
davere, ne
si

ca-

sperdano

ai

venti le ceneri.

E

le

im-

magini

e le offerte votive si

distruggano, e chiun-

que s'opponga a queste misure, o seguiti a ricordare
il

nome

e le opere dell'eresiarca, se privato incorra

nella scomunica, se chierico nella perdita dei suoi
benefizii, se università o terra nell'interdetto.*

Que-

sto solo fatto, accaduto nella seconda

metà

del se-

colo XIII

,

vale più di

un lungo

discorso a provare

quanto rigoglio avesse tuttora l'eresia dopo tante
persecuzioni, e
di estirparla.

come

riescisse difficile ai più zelanti
*

'

Et corpus eius profanum et ossa extumulari, et extra Ecal-

clesiam projici et ignibus concremari arcam lapideam. ... et
tare.... dirui, destrui et penitus dissipari....

omnes etiam

scul-

pturas et imagines.... destrui et abradi (pag. 550 e segg.)

126

LIBRO PRIMO

VII

La
storico.

diffusione,

la

durata,

la tenace

resistenza

dell'eresia

manichea sembrano un vero paradosso
si

Perchè se da una parte non
più.

può negare

che l'ascetismo cataro
s'

rigoroso

del cattolico

opponeva

al rifiorire

delle scienze, delle arti, dei

commerci,
altro

e

vincendo avrebbe ritardato di molto

tempo quel risorgimento classico, di già cominciato nel medio evo, dall'altra non è men vero che un misticismo così malsano e di colore schiet,

tamente

orientale

attecchì

quasi

dappertutto

in

Europa,
coltura.

ma

principalmente nei centri della nuova

E

così accadde che nello stesso linguaggio
i

in cui la
gli

nuova musa cantava

cavalieri, l'armi,
i

amori, un'altra voce più severa predicava

di-

giuni e le astinenze,

segnava d'infamia

il

matri-

monio, e
il

stillava nelle

menti un odio feroce contro
iddio.
,

mondo, creatura d'un malvagio
la

Non

giova

addurre
la

legge dei contrapposti
dall'

che fa passare
e della

natura

umana

estremo della frivolezza

gaja vita alla tetraggine di una inquieta ascesi.
si*

potrebbe invocare l'esempio recente della Ger-

mania, che nel tripudio del patriottismo trionfante
vide rinnovarsi la filosofia pessimistica. Ragioni ben

più profonde e

molteplici

spiegano

le

insperate

fortune del Catarismo.

E

la

prima

è questa, che la

nuova setta
stiche
si

al pari delle

antiche pitagoriche e gnoi

circondava di mistero, né tutti

suoi

dom-

DALL' ERESIA ALLO SCISMA

127

mi svelava agli iniziati o credenti pria die fossero per lunghe prove àÌYenuiì perfetti.^ Talché non in
grazia delle
il

dottrine

ignorate dai più

essa

facea

maggior numero

dei seguaci, bensì per l'opposi-

zione alla Chiesa dominante
dievale.

ed alla gerarchia medi libertà si sentiva più
il

E

come

il

bisogno

acutamente nelle contrade, ove

laicato parlava

già e scriveva una lingua diversa dal latino, ed una

nuova letteratura avea creata, ed espressi pensieri e sentimenti nuovi, era ben naturale che ivi si formasse
il

centro ed

il

focolaio dell'agitazione ereticale.
il

L'opposizione che
tolicesimo abbracciava

Catarismo movea

al

Cati

due capi,

le

dottrine ed

costumi. In quanto alle dottrine già
i

vedemmo come

Catari sapessero far tesoro delle opposizioni pre-

cedenti, ne fa meraviglia che agl'iniziati insegnas-

sero per prime

non

le

proprie idee,

ma

quelle in-

vece

,

che sebbene

ostili al

Cattolicismo, tornavano

più accettevoli pel ricordo delle antiche eresie. Ve-

demmo come
ligione,

il

catarismo fosse ariano, docetista,

nova renon che nemica, si diceva restauratrice del Cristianesimo, come quella che volea riaddurlo alla forma schietta dei primi tempi, alla cui sempliiconoclasta, berengariano. Per tal guisa la
'

Summa,
et

54

b.

Est etiam valde notandum quod praedictus

Johannes
desi

ejus

complices

non audent revelare

dictos

errores
i

credentibus suis, ne ipsi credentes discedant ab

iis.

Anche

val-

seguono queste precauzioni, come riferisce Davide nel suo Trattato su codesti eretici (p. 34 ed. Preger): Non enim facile cuiquam aperiunt secreta erroris sui, nisi postquam securi sunt quod
credat eis in omnibus, timentes qnod recedat ab
eis.

128
cita

LIBRO PRIMO
i

mal s'addicevano desta rinnovazione ben
lo

dommi

posteriori.*

A

co-

comprende come giovasse studio degli antichi documenti del Cristialiesimo.
si

Onde
i

i.

Catari facean pochissimo conto della tradi-

zione ed ai molti libri dei padri e dei dottori, che
Cattolici
il

solcano

addurre

^

opponevano un

libro

Nuovo Testamento, e quello studiavano e mandavano a mente, e traduceano nelle nove lingue
solo,

ed interpetravano ora alla lettera ora

allegorica-

mente, come faceva
il

il

bisogno.^ Per questi motivi

Catarismo parca come

una purificazione

della

coscienza religiosa, ritemprata alle pure fonti dei

tempi

apostolici.

Ed
ai

ecco un'altra cagione dei suoi
sacerdoti cattolici,

trionfi.

Di contro

ingombri

da superstizioni e talvolta così ignoranti da non sapere neanche leggere la Bibbia, i Perfetti catari parevano animati da una fede più razionale, e più
'

I

Catari di Arras dichiararono nel concilio del 1025 (Mansi,

XIX, col. 425). Lex et disciplina nostra quam a Magistro accepimus, nec evangelicis decretis, nec apostolicis sanctionibus contraire videbitur Haec namque hujusmodi est mnndum relinquere, cameni a concupiscentiis froenare, de laboribus manuum suarum victum parare, nulli laesionem quaerere, charitatem cunctis
. .
.

.

quos zelus hujus propositi teneat exhibere.

D'Arg., 44 b: Doctores autem damnant omnes. EcKBERTUs in Gallandi, XIV, 447: Muniti sunt verbis sacrae scripturae quae aliquo modo sectis eorum concordare videntur, et
^
^

BoNACc.

in

ex

eis sciunt

defendere errores suos,
gli eretici

et oblatrare catholicae veritati,

ponevano nella Bibbia il concilio Per questo studio che di Tolosa del 1229 severamente proibì: ne libros veteris Testamenti aut novi Laici permittantur habere nisi forte Psalterium, vel Breviarum prò divinis ofEciis sed ne praemissos libros
habeant
in vulgari translatos

(D'Argentré,

Collectio,

I,

76 b).

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
studiosi dei sacri testi.*
e l'altra,
listici
i

129
e l'ima

Era una apparenza

che

il

Catarismo coi suoi presupposti duaai

mal rispondeva

bisogni della ragione

;

e tra

sacerdoti catari

nessuno potè levarsi all'altezza
i

intellettuale di molti fra

cattolici.

Ma

tant' è

;

nelle

rinnovazioni religiose l'apparenza giova non
della sostanza, e le grandi

meno

masse con quella più che
alla

con questa

si

guadagnavano
I
cattolici

nova
i

fede.
si ri-

L'altra opposizione, che facevano
feriva ai costumi.
stessi

Catari,

levavano alte

grida contro la corruzione del clero, e basterà per
tutti ricordare

Benedetto IX, fatto Papa a dodici

anni,

il

quale dal 1033. al 1045, empì

Roma

di

scandali, ruberie ed assassinii.

a strappare dal-

l'indegno capo la tiara vi fu altro mezzo se non

comprarla a contanti, come fece
rio

il

buon Grego-

VI,

il

quale nonché rimproverato dell'aperta

simonia,

venne accolto dai più come restauratore

della Chiesa." Dalla

sommità

della scala gerarchica

*

Lo

stesso

Eckberto osserva mestamente nel luogo citato:
nostri, qui litteras sciunt, ut sint

Et

est

non parva verecundìa
S. Pietro

muti

et elingues in conspectu illorum.
^

Damiani

gì'

indirizza

una

lettera (1,1), nella quale

scandali: Reprimatur ad episcopales infulas anhelantium, evertantur cathedrae columbas vendentium numulariorum .... Primo Pisaurensis Ecclesia bonae spei clarum dabit iudicium. Nisi enira praedicta Ecs'

impromette dal nuovo papa

la fine degli

avaritia

clesia de

manu

illius adulteri,

incestuosi, perjuri, atque raptoris

auferatur, omnis
fuerit, funditus

populorum
enervatur.

spes,

quae de reparatione mundi erecta
stesso: Avaritiae

Cfr. Epist. I, 2, allo

quippe et elationis igne succensi, ambiunt quidem ad sacerdotium

promoveri, sed non student digni sacerdotes
Tocco

fieri.

L' Eresia ecc.

9

.

130
sino
agli

LIBRO PRIMO
ultimi gradini
si

faceva mercato

degli

ufiicii ecclesiastici.*

Ed

il

clero era

ognor più avido
il

di ricchezze, ed

alle

ricchezze aggiungeva
i

fasto

ed

il

potere.
,

Non

erano rari

vescovi principi e
il

militari

che con una

mano fecevano
Contro

segno

della

pace e dell'amore

e coli' altra

stringevano la spada
codesto
clero

ancor fumante di sangue.^
le

anime profondamente

religiose

gridavano: po~

verta e castità.
dai Catari, che

E

quel grido fu abilmente raccolte
sacri
,

sull'autorità dei

testi

inse-

gnavano

il

più rigido ascetismo

ed

il

rigore dei
i

precetti confermavano colle opere.

Anche

Catar

furono più volte accusati d'immoralità ed ingordigia

ma
S.

le stesse

testimonianze cattoliche come quella d
le accuse.

Bernardo smentiscono
lieti sul

Gli uomini, ch(

morivano
ai cui

rogo in olocausto

alla loro fede, co
;

noscevano bene

la virtù del sagrifizio

ed

il

popolo

mali essi provvedevano con sollecita ed instan
li

cabile cura, in opposizione al clero egoista

solevi

chiamare bonshommes. Altra causa codesta del fa
vore ognor più crescente del Catarismo.

E

questa cagione forse è la più forte di
i

tuttii

perchè nella lotta contro
sizione ereticale
si

vizii del clero

Poppo

collegava naturalmente colla cat

*

Damiani, Opere (Parigi 1664)

III,

54: Quis

enim

nesciat.

.

per occidentalia regna virus simoniacae haereseos lethaliter ebn
ut quod passim fiebant, licenter admissum, Damiani, Epist. I, 12: Arma potius, arma corripimus, v brantia telis tela conserimus et non verbo sed ferro contra nost ordinis regulam dimicamus.
lisse, ita
'^

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
tolica.

131
cattolici

Più tardi parleremo degli oppositori
ci

o patarini. Per ora

basta questo ricordo storico.
S.

Pochi anni innanzi che
tico

Arialdo levasse
,

il

grido di
ere-

guerra contro V alto clero milanese
ricoverato
nel castello
di

un Girardo

Monforte confessò
i

apertamente all'arcivescovo Ariberto, che egli ed
suoi seguaci,

ammontanti a più di tremila, non mangiavano carne, metteano tutto in comune, facean
la

voto di verginità, e se anche ammogliati rispetta-

vano

propria moglie come sorella.'

Una gran

parte di questi eretici, non volendo rinunziare alla

sua fede, fu data dal popolo tumultuante alle fiamme,

ma
stiti

certo

non

tutti perirono sul rogo, ed
si

i

super-

senza dubbio

fusero coi patarini.^ Così al-

l'ombra del movimento riformatore, capitanato da
Gregorio YII,
l'eresia.
si

dilatava

sicura

ed

inavvertita

Le ragioni finora addotte delle fortune del Catarismo mettono capo in quello spirito di opposizione alla Chiesa stabilita, per cui la nuova eresia
'

Landulphi Senioris, Mediai. Hist.,l,S8
laetuin
si

:

Qui Girardus cuni
vultu alacri ad

ante ejus vultum venisset, promptissimum gerens ad passionem ani

mum

vitam suppliciis gravjssimis
. . .

finirei,

omnia respondere paratus astitit. Nemo nostrum uxore carnaliter utitur, sed quasi matrem aut sororem diligens tenet. Carnibus nunquam vescimur .... omnem nostram possessionem cum omnibus hominibus communem habemus .... Pontificem habemus non illum

Romanum. ^ Come
dus
ipse, et

dice

il

cronista Landolfo, III, 18. Venientes
diversis, ac variis

namque

quidam suburbani

dogmatibus irretiti, et Arialipse quem animo prae omnibus diligebat, et aliquantis

cura Laicis, qui Girardi de Monteforte sententias fere consentiebant.

132

LIBRO PRIMO
le

facendo causa comune con tutte
l'aspetto
giosa.
di

antiche prende

una purificazione
distinguere

della coscienza reli-

Ma

oltre a questo elemento critico e

nega^

tivo

dobbiamo

nella

nuova religione

un

altro elemento,

dire

non meno importante, voglio l'ascetismo, pel quale non solo va d'accordo

col Cattolicesimo,

ma

lo

supera, offrendo così nuovo
alle

e più sostanzioso pascolo

anime mistiche. La
alla

Chiesa catara sottoscrive di gran cuore

mas,

sima cattolica che tre sono

i

nemici

dell'

uomo

il

mondo

,

il

demonio

,

la

carne

;

ma

ne trae

le

estreme

conseguenze. Fra

i

tre nemici, ella dice, che

sono
di
sia,

uniti contro l'anima, corre di certo

un rapporto

parentela, e
è

come l'anima, per malvagia che

dappiù della materia, così delle tre potenze avsi

verse la maggiore è quella del demonio; le altre

possono considerare come sue
sue geniture.

ausiliarie,

o meglio

Ed

eccoci in pieno dualismo.*

Ne

vo-

gliamo tacere che questa trasformazione favoriva
per soprammercato certe tendenze molto comuni nel
,

Medio Evo, ed anche oggi non estirpate del tutto, come a dire la fede nell'esistenza ed efficacia di spi-

Alanus, pag. 7, Item Christus ait in Evangelio venit enini princeps mundi hujus et in me non habet quicquam. Ibi Luciferum vocat principium mundi potius quam Christus .... Si peccatum in carne est, et caro sine peccato esse non potest, caro malum est et ita a Deo non est. Moneta, pag. 80: Unum (testimonium) est illuc Ecclesiastae, I, 2, Vanitas vanitatum et omnia vanitas et loquitui de creaturis istis visibilibus et transitoriis. Quomodo autem potes' esse quod in operibus boni Dei aliqua vanitas sit?
'
:

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
riti malefici,

133

che non solo assalgano gli eremiti del decaccino nelle popolose città, mescolani

serto,

ma

si

dosi in tntti

negozii, e talvolta nascondendosi negli

angoli delle case.

E

stato già notato

come

in queste

superstizioni diaboliche rivivesse l'antico culto pa-

gano. Per lo che non a caso

si

estesero e dilargarono

col rifiorire degli studii classici, ne solo nel

Medio

Evo ma
mente

più ancora nella Rinascenza

si

credè folle-

alle

streghe

e

agli ossessi.

Non

farà

dunque

meraviglia che

il

Catarismo

rispondendo a così diverse tendenze faccia tanti seguaci. Alle anime,
trarsi al ferreo

avide

di

libertà,

ofi"re

di

sot-

giogo

della
il

gerarchia; alle trava-

gliate dalla sventura svela

mistero dell'infelicità
del

umana,

e

promette

la fine

doloroso
coli'

pellegri-

naggio. Le menti vigorose alletta
zione allegorica dei
alla ragione
;

interpetraostichi
le

dommi, che tornano più
le

le

inferme seduce rafforzando

loro

credenze nel diavolo, e giustificando
e paurose superstizioni.

più strane
i

Non
l'

per tanto

due ele-

menti, che rilevammo nel Catarismo, non cessano
di essere eterogenei.

Che

uno tende

,

come dicem,

mo

,

alla purificazione del

contenuto religioso

l'

al-

tro per lo contrario favorisce la superstizione; l'uno

coir andare del

tempo riescirà alla reintegrazione della vita, l'altro ad una condanna di essa più cruda e recisa che non avesse fatto il Cattolicismo. Questi
elementi adunque, così discordi, dovranno separarsi.
Gli spiriti più geniali, e desiderosi di

una vera

rin-

novazione religiosa lasceranno

cadere l'ascetismo

134

LIBRO PRIMO

dualistico, importazione affatto orientale, e serbe-

ranno invece

l'altra

parte, frutto

dei

più grandi
di

pensatori dell'occidente

come Claudio
di

Torino,

Agobardo

di Lione,
i

Berengario

Tours. Per tal

guisa nascono

Valdesi.

CAPITOLO
I

II >

VALDESI

L' opinione dell'identità di Valdesi e Catari è stata

sostenuta da nemici ed amici.
tolici

Il

Gretser tra
le eresie del
i

i

cat-

ad esempio crede che tutte
si

Media
diffe-

Evo
renti

riducano ad una sola, e che

nomi
Pier

ricordati

da Raniero Sacconi e

delle

Vigne non accennino se non a varietà locali di una stessa eresia.* E così i Valdesi si chiamano catari non dal greco J«a^apò<9 come parrebbe^ a chi
ricordasse
il

nome che
non

si

solevan dare gli antichi

Novaziani, bensì dal tedesco Kaiser, Quale sia poi
l'origine di Kdtzer
è
difficile

dire.

Forse da
caio.

kàtzern dividere,

ma

più probabilmente da

Cur

autem major es nostri Germani haer etici nomen a caio
indiderint

promptum

erit

intelligere

ei^

qui proprie--

*

fuerint,

Gretser, XII, II, 10, cum et Gazari uno ex stipite Waldo prognati.

et

Patareni Waldensea

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
tates cedi
volet.

135

cwn

genio

et

indole haereticorum conferve

E

inutile discutere queste stranezze,

non

tol;

lerabili

neanche nel 1612 quando furono
Gretser. Secondo lui

scritte

ma

voglio notare solo la contraddizione in cui cail
i

deva

Valdesi non rimon-

tano prima del 1160 ed hanno per progenitore Pietro

Valdo/ Dunque
catarine furon
del

le eresie

anteriori, che nel
concilii

nome

di

condannate nei

di

Tolosa
Valdesi

1056
Il

e

1119, non possono essere valdesi.
i

bisogno polemico di fare apparire

nella luce più fosca, e di attribuire loro anche. gli
errori dualistici per

meglio combatterli, fuorviò

il

Gretser.

E

l'opposto disegno condusse
protestanti,

allo stesso
il

errore gli scrittori

come
e

Basnage,

l'Abbadie,
anch'essi

il

Monastier.^ I quali tutti sostenevano
di Valdesi

l'identità
le

Catari,

ma

cre-

devano che
sti

dottrine dualistiche, attribuite a que-

ultimi,

fossero
la

secutori.

Eppure

una invenzione dei loro perverità non era difficile ad aptestimonianze più
i

purare, perchè

le

antiche

non
Così

lasciano dubbio che

contemporanei sapessero già
dottrine dei Ca-

ben distinguere
il

la setta catara dalla valdese.
le

Sacconi dopo avere esaminato

tari,

e le varie sètte in cui si dividono, serba

un
di

capitolo a parte ai

valdesi,

di cui

parla

come

una
'

eresia tutt' affatto diversa, e che a nessuno ver-

Ivi, pag. 7.

Consentiunt ferme auctores sectam Waldensium
progenitore Petro

extitisse

in

Gallia

Waldo

circa

annum Do»

mini
^

MCLX.
V. ScHMiDT,
II,

268 e segg.

136

LIBRO PRIMO
colle precedenti/

rebbe in mente di confondere

Pa-

rimenti Stefano di Borbone distingue cbiaramente
i

poveri di Lione, che ebbero e
tal

nome

e dottrina
ei

da un

Valdense, dai Patarini o Bulgari, che

fa risalire direttamente a

Manichei.^ Più esplicito è

chiama senz'altro Guglielmo di Puy Laurent
e
altri

Mani

che nella sue cronaca dice: nelle provincie nar-

bonese ed albigese erano alcuni ariani,
nichei, altri infine valdesi o lugdunesi,
i

ma-

quali tutti

sebbene dissenzienti tra loro cospiravano pur contro la Chiesa cattolica. I Valdesi eran quelli che
più acutamente

disputavano contro

gli altri

ere-

*

Ecco

il

principio del capitolo in

ctum

est suffìcienter

de haeresi Catharorum

haeresi leonistarum , sive

D'Argentrè, 1 55 Supra dinunc dicendum est de pauperum de Lugduno, qui sunt divisi in
,
:

,

duas partes. È chiaro da quell'opposizione supra.... nunc, che r eresia di Lione non si può confondere con nessuna delle frazioni catare di cui parla di sopra. Ed è giusto quel che dice il Cantù
{Gli eretici,
desi.
I,

Ma

in

nessun luogo

79) che Raniero distingue affatto i Catari dai Valil buon frate parla di Valdesi, progeni-

tori degli Albigesi.

Ne sarebbe potuto cadere

in questo errore egli,

che a pag. 51 annovera

le chiese albigesi tra le catare di

Francia,

Tholosana, Carcassensis, Albigensis, e a pag. 55 nota che tutte e tre queste chiese si attengono alla dottrina di Balasinanza. Del resto il Cantù sembra non abbia un chiaro concetto del rapporto
tra Catari e Valdesi

che mentre a pag. 79 li distingue sulla testimonianza del Sacconi, a pag. 77 li confonde in uno. I suoi seguaci [dì Pietro Valdo] si dissero poveri di Lione o Catari, cioè puri. ' Stefano in Duplessis, I, 78: Waldenses autem dicti sunt a primo huius haeresis auctore, qui nominatus fuit Waldensis. Dicuntur etiam Pauperes de Lugduno, quia ibi inceperunt in pro,

fessione paupertatis, pag. 89.

garis .... originem habuerunt a

De Manicheis Patharenis vel Burquodam Persa, dicto Manes, qui

vere Maniacus etc.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
tici.'

137

Oltre a codesti

autori bisogna citare Alano
il

che consacra ai Valdesi

secondo libro della sua

opera ed

il

Moneta che non ignora esserci Valle

desi più vicini ai Cattolici dei Catari.

Del resto ove pongansi a raffronto
dei Catari con quelle dei Valdesi
si

dottrine

colgono a colpo

d'occhio le differenze.
zione sia più

E

perchè
'

la

nostra dimostragli autori

compiuta,
i

scegliamo

del

tempo

in cui

Valdesi avean già subito parecchi

influssi dei catari.

Togliamo ad esempio

il

Sacconi,

che scrisse nel 1250. Secondo questo inquisitore,
che conosceva di persona gli eretici,
i

Poveri di
oltremonti

Lione
ed
i

si

dividono in due rami, quelli

d'

lombardi.

La

dottrina dei primi
1**

si

assomma

in questi quattro punti:

ogni giuramento è vielice
3**

tato dall'Evangelo;

2"

non

alla potestà civile

punire di morte
consacrare
il

i

malfattori;^

qualsiasi laico
;

può
lom-

corpo di nostro Signore
è la Chiesa di Cristo.

4° la

Chiesa

Romana non
d' oltremonti,

I poveri

bardi s'accordano nei due primi punti coi fratelli

ma

intorno agli altri due vanno anche
alios acutissime disputabant.

*

Illi

quìdem "Waldenses centra
I,

(DuPLESsis D'Argentré,
^

94).

saeculari,

Sacconi in D'Argbntré, I, 55: et ìllud dicunt de justitia quod non licet Regibus et Principibus et Potestatibus

punire malefactores. Sospetto che innanzi a
tere mortaliter^
n. 1,

punire

si

debba metpasso del

come
i

nel luogo del Sacconi già riportato a p. 89
Si potrebbe intendere
si
il

che riguarda

Catari.

Sacconi nel senso che non
quelli

debbano punire come malfattori
in-

che

si

allontanano dalla Chiesa, ed in favore di questa
si

terpetrazione

potrebbe addurre questo passo dell'anonimo di

Passau:

Quod

nullus est cogendus ad fidem

(Gretser, XII,

II,

138
più in
là.

LIBRO PRIMO

Sostengono

clie

chiunque vive in peccato
il

mortale non possa consacrare
la

corpo di Cristo, e

Chiesa

Romana

raffigurano nella donna dell'Apo-

non vogliono obbedire, talché non credono peccato mangiare carne in quacalisse,

e ai

suoi precetti

resima

e nelle vigilie.

Questa esposizione
opposizione tra
le

ci

mostra

non pure
trine.

differenza

ma

due dot-

Non

solo nella dottrina valdese

manca qua-

lunque traccia del dualismo cataro,
Catari vietano

ma

mentre

i
i

assolutamente

il

mangiar carne,

poveri di Lione lo permettono anche nella quare-

sima

e

nella vigilia

;

e laddove quelli a simiglianza

dei cattolici

hanno sacerdoti, o
il

Perfetti,

ai quali
il

solo è lecito benedire la tavola spezzando
e

pane,

somministrare

consolamentum ; questi

al contra-

rio dicono

non

esservi bisogno di

un particolare
padre

in-

termediario tra l'Uomo e Dio, ed ogni figliolo potersi rivolgere direttamente al suo
celeste.
il

Col Sacconi

s'

accorda Pietro di Vauxcernay,
i

quale mettendo in raffronto
gesi dice che
i

Valdesi cogli Albiperversi dei secoi

primi sono

meno
i

condi, perchè in molti punti
tolici.

convengono

cat-

A

quattro
il

assommano

loro errori, portar

sandali secondo

costume degli apostoli, credere

28 ecc.) e questo altro dalle annotazioni marginali alla somma del Sacconi riportate dal D'Argentré, I, 50: quod non licet corporalera iustitiam facere, vale a dire che per le opinioni religiose non si debbano applicare pene corporali, bensì spirituali quali l' ammonizione o la scomunica.

Ma

parmi più probabile

la correzione

da

me

proposta.

DALL^ ERESIA ALLO SCISMA
che ognuno
consacrare
il

130

di

loro se anche

non ordmato possa
si giuri,

corpo di Cristo, vietare che

che

si

uccida per qualsiasi ragione anche giusta/

Davide

di

Augsburgo, che

nell'

enumerare

le

prin-

cipali dottrine dei valdesi si

accorda colle altre tei

stimonianze, aggiunge questa circostanza, che
veri di Lione
si

Po-

credevano così lontani dagli
al

eretici,

da domandare

mento del loro una vita conforme ai precetti dell'Evangelo.^ E adunque fuor di dubbio che i V aldesi non si possono accomunare coi Catari, e per la concordia
delle più antiche testimonianze e per
l'

papa Innocenzo III il riconoscisodalizio, come quello che menava

evidente di-

sformità delle dottrine.
ci

Ma

queste differenze non

1

debbono far dimenticare i punti di contatto. Valdesi non meno dei Catari adducendo il testo
si

evangelico: che dal frutto
'

conosca l'albero,^ solonge minus perversi ....
.... in quatuor consistebat

Historia Albingensium, cap.

2,

in multis

cum nobiscum conveniebant
....

error eorum: in portandis sandalis .... nulla ratione
vel

iurandum

occìdendum
^

quemlibet eorum abque ordinibus posse con-

iicere

corpus Christi.
Tractatiis de inquisitione /laeref/corz^m, ed. Preger,p. 25:
III

Postulantes autem a Domino papa Innocentio

mam
*

auctorìtate sua sibi ut sequacibus confirmari,

hanc vfvendi foradhuc recogno-

primatum apud ipsum residere apostolicae potestatis. Moneta, pag. 390, arbor ex fructibus cognoscitur ut habetur (Matth. 7, V. 7) fructus autem Romanae ecclesiae malus est, ergo romana Ecclesia mala est. Questa citazione non solo è comune ai
scentes
,

Catari e Valdesi,

ma

anche

ai

Cattolici

che volevano separato
di

il

temporale dallo

Valgan per tutti le terzine Soleva Roma, che il buon mondo feo Due Soli aver, che l'una e l'altra strada Faceaa vedere, e del mondo e di Deo.
spirituale.

Dante:

140

LIBRO PRIMO
la

stenevano concordemente

Chiesa cattolica non
i

potersi dire la vera chiesa di Dio/ Inoltre
desi al pari dei Catari

Val-

sesso;

ed
^

i

primi

si

condannavano qualunque poschiamarono perciò Poveri di

Lione

che a somiglianza di Valdo spogliaronsi dei che accettavano pingui prebende
lo stesso

loro beni, e reputavano indegni seguaci di Cristo

quei sacerdoti,
e
regalie.'
il

Per

motivo doveano condandei

nare

potere temporale

Papi,* e

Valdesi e

L'un

l'altro ha spento: ed è giunta la spada Col pastorale ; e 1' uno e l' altro insieme Per viva forza mal convien che vada;

Perocché, giunti, l'un l'altro non teme, Se non mi credi, pon mente alla spiga, Ch'ogni erba si conosce per lo seme. [Purg., XVI, 106-114).
'

Ecclesia dei non occidebat (Moneta, 394). Et homicidas de-

putant et perditos qui praedicant pugnandum contra Saracenos vel

Borbone in D'Argentré, I, 88 b). Stefano di Borbone in D'Argentré, I, 87 a Pauperes de Lugduno, quia ibi inceperunt in professionerri paupertatis. ^ L'Anonimo di Passau in D'Argentré, I, 93 Quod Clerici et Claustrales non debeant praebendas habere .... quod Episcopi et abbates non debeant iura regalia habere. Stefano di Borbone in D'Argentré, I, 89. Quod nostri clerici et sacerdotes qui habent divitias et possessiones sunt fìlii Diaboli et perditionis. Davide ed. Preger, pag. 34 Papa et episcopi nostri et clerici qui divicias seculi habent et sanctitatem apostolorum non imitantur, non sint
Albigenses. (Stefano di
^
: : :

ecclesiae

gubernatores, nec talibus

dignetur

Christus

dilectam

sponsam suam ecclesiam committere, qui eam potius prostituant
malis exemplis et malis operibus,
exhibeant, custodiendo
*

eam

in illa

quam virginem puntate quam
I,

castana Christo

accepit ab ipso.
i

Bonacursus
illius

in

D'Achery, Spicileg.,

209, riferisce che

Catari beatum Sylvestrum dicunt antichristum fuisse .... a tem-

pore

dicunt Ecclesiam esse perditam. Secondo
i

il

Sacconi,

Summa,

pag. 55 b,

poveri di Lione dicono: quod Ecclesia

romana

DALL' ERESIA ALLO SCISMA
Catari solean dire che da quel giorno in vestro accolse
tità primitiva
l'

141
cui Sil-

infausto dono di Costantino la sane la

venne meno

Chiesa di Cristo

si

tramutò nella donna dell'Apocalisse.*
queste massime pratiche sono
e Valdesi,

Ne
di

solo in

d'accordo e Catari
dottrinali

ma

in molti punti

grave
i

momento. Dimostrammo già
Catari per nascondere
il

a

suo

luogo che

loro

ascetismo orientale

sotto sembianze razionalistiche, solevano accogliere
le

più disparate
i

dottrine
li

eterodosse.

E
ci

ben per
via.

tempo

Valdesi

seguirono per questa
,

Vo-

gliamo tra tutte ricordare questa
testata da

che

viene at-

ima

delle

fonti più

antiche, dall'abate

non

est Ecclesia Christi

;

i

poveri lombardi aggiungono: Ecclesia

Christi permansit in episcopis et aliis praelatis

usque ad

b.

Silve-

strum
*

et in eo defuit

quousque
397.

ipsi

eam

restaurarunt,

tamen dicunt
eccle-

quod semper fuerint

aliqui, qui

Deum

timebunt, et salvabuntur.

Moneta, pag.

Ad

detestationem etiam

Romanae

{Apoc, 17, v. 3), ubi Johannes dicit se vidisse mulierem sedentem super bestiam coccineam .... Et in fine eiusdem « et mulier quam vidisti est civitas magna, quae habet regnum super reges terrae » non est dubium quod Romana Ecclesia tunc dominium habebat super reges terrae. Stefano di Borbone in D'Argentré, I, 89, dicunt Ecclesiam Romanam Babylon raeretrìcem de qua dicitur xvii Apoc. Questa interpretazione allegorica
siae induxit haereticus illud

della Apocalissi fu accolta
cattolici Ghibellini.

non pure

dai Valdesi,

ma

benanco dai

Di voi, Pastor,

accorse il Vangelista che siede sovra l'acque, Puttaneggiar coi Regi a lui fu vista Quella che con le sette teste nacque, E dalle diece corna ebbe argomento, Fin che virtute al suo marito piacque.
s'

Quando

Colei,

:

(Dante, Inf., xix, 106-111).

142
di Foncalclo.

LIBRO PRIMO
Dio, essi dicono, ripetendo
in
le

parole

dei Catari,
colle

non può albergare

una

casa, fatta

mani dell'uomo; ne fa d'uopo andare in chiesa per adorarlo. Lo s' adora con maggior frutto nelle stalle, nelle camere, cliè dappertutto il figliuolo può
invocare l'aiuto del padre suo/

Ed

oltre a questa coincidenza è notevole

l'

altra
al di

del peso che

davano all'autorità della Bibbia
le

sopra di tutte

altre. I Catari nelle loro

polemiti-

che non
rate a
fil

si

valevano tanto di prove

dottrinali,
,

di logica dai principii dualistici

ma

più

che altro della testimonianza del nuovo Testamento,
il
i

cui testo conoscevano profondamente. Parimenti

Valdesi possono
libri.

dirsi,

colla frase del

Comba, poil

polo unius
di

E

del loro capo racconta Stefano
latino, si
il

Borbone, che non intendendo bene

fece tradurre la Bibbia in volgare, ed avuto

pre-

*

Abbas Fontis

Calidi, cap.

7*^,

in

Gretser, XII,

II,

pag. 213

:

Haeretici vero nec

domum

Dei nec

domum

oratiouis vocant, nec in

cum electis orare curant, sed malunt in domibus suis quam in domo Dei orare. Quare ergo impii haeretici jactant se servare evangelium et sequi apostoios, cum non in tempio orent sed in
ea

thalamo, nec
pag. 221
:

ibi

doceant sed in foro et quidam clam in domu;
:

Et inquiunt
ilìuc

habitat in ecclesiis factis

cur iremus

excelsus non habitat in manu factis, non manu hominum. Si autem ibi non habitat ad orandum? Non dicevano diversamente i Catari
si

del 1028 (Mansi, XIX, col. 437) nihilque sanctum ex ea lapidea materia trahere in se contenditis, et ideo nihil differre quin in domiciliis et privatis mansionibus vestrìs orationes factae tantum valeaut, quantum et in tempio Saucto Dei. Riportammo già a pag. 87, n. 2, le testimonianze di Ebrardo ed Ermengardo.

nel Concilio di Arras

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
zioso testo, lo studiava assiduamente e ne

143
impri-

massime/ Accanto dunque a notevoli differenze s' hanno pur da ammettere non poche analogie tra i Catari

meva a mente

le

ed

i

Valdesi.

Ed

io

noardubito che tra

le

opposte opi-

nioni dei vecchi e dei nuovi espositori debba aprirsi
la via

una più moderata, che
dell'

si

tenga egualmente
e dell' altra parte,

lontana dalle esagerazioni

una

ed ammettendo pure una diversa origine pei Catari
e

pei Valdesi riconosca

l'

azione efficace che

gli

uni

esercitarono

sugli

aHri.

Sarebbe

veramente

strano

che una

agitazione

così

profonda,

come

non avesse prodotta una moltiplicità di sètte, come accadde più tardi al tempo della Riforma. Quando il sentimento religioso è soquella dei Catari,
vreccitato, e la forza
dall'

della tradizione

è svigorita

urto delle nuove dottrine, è vano sperare

V unità

di opinioni e nell'un

campo

e nell'altro.

Dal con-

trasto tra quelli,
gli altri,

che voglion distrugger tutto, e

che tutto intendon conservare, senza dub-

bio nasceranno non uno,
diani che
si

meavvicineranno qual più qual meno ad
parecchi partiti
del-»

ma

uno degli estremi. Così accadde che dal fondo
l'

eresia catara emergessero tante eresie di cui avre-

mo

a parlare in seguito, e perfino gli Ebrei tras-

sero partito da quell'arruffìo, gli Ebrei, che sono

pure

i

meno

atti

al

proselitismo religioso, e che
:

et

' Stef. di Bore, in D'Argent., I, 87 a quae cum saepe legeret corde tenus firmaret .... evangelium et ea quae corde retinuerat .... Vedi sopra pag. 9, n. 3.

144

LIBRO PRIMO
si

in quel tempo, in cui

diffondeva una eresia più

avversa della stessa Chiesa Cattolica al

Mosaismo,
videro
i

parca poco prudente
figli

si

rinzelassero.

Ma

d'Israello propizia l'occasione, e dalla dottrina

ariana, accettata dai Catari, della diversità di na-

tura delle tre persone trassero la conseguenza che

non valendo dappiù degli altri profeti del Vecchio Testamento, non avrebbe potuto distrugCristo

gere la legge mosaica, la quale vige sempre in
tutto
il

suo rigore
il

;

epperò chi vuol salvarsi ha da

osservare
tazione

sabato e circoncidersi/ Se dunque l'agiera così intensa che persino gli

religiosa

ebrei speravano di trovar

seguaci tra
si

i

cristiani,

ed anch' essi
la Chiesa
feti,^

al

pari dei Catari
al

appellavano contro
ai

romana

Nuovo Testamento ed

Pro-

qual meraviglia che pullulassero

altre sètte

più

meno

affini tra loro,

ma

tutte egualmente av-

verse alla Chiesa ufficiale?

Contro queste argomentazioni
durre
il

si

potrebbe ad-

fatto rilevato da tutti gli storici moderni,
l'

che
'

i

Valdesi nascono in Lione, dove
in D' Argentee,
I,

eresia catara,

BoNAcuRSUS

64 .... quod mosaica lex

ad literam observanda et quod Sabbatum et Circuncisio et aliae legales observantiae adhuc habere statura debeant. Dicunt etiam quod Christus filius Dei non sit aequalis Patri quod Pater et Filius et Spiritus Sanctus istae tres personae non sint unus Deus. Questi
sit
,

Bonacorso chiama Pasagii [secondo Ducange santise Schmidt, II, 294 vagabondi .... viaggiatori] vengono detti Circumcisi nella legge di
eretici

che

il

simi TracTàytog, secondo Fùslin, Jas

Federico IL

Totam Ecclesiam iudicant et condemnant .... novi menti ac Prophetarum testimonio (loc. cit.).
^

Testa-

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
per quanto
si

145

sappia, non è mai penetrata; né io
le

voglio dubitare del fatto, né addurrò
gioni contro le prove negative.

solite ra-

Ammetto benissimo

che l'impulso del moto valdese sia partito da Lione
e

per opera di un uomo, che certo non appartealla

neva

setta

catara.

Ma

questo moto

dove

si

propaga, dove diventa più largo e minaccioso ? Nei
paesi dove fervea l'agitazione catara, e le discussioni

religiose

commoveano

gli

animi e

le

menti.

Ivi l'eresia valdese si staccò

definitivamente dalla

Chiesa romana, e formò un corpo di dottrine in
parte tolte dal catarismo, in parte a lui
fece
alla
il

ostili.

Ivi

maggior numero di seguaci, sottraendoli setta rivale, ed è ben certo che senza questi
novatore lionese sarebbero

aiuti efficaci le idee del
state,

come quelle di Claudio, seme senza frutto. Qual'è dunque la vera patria dell'eresia valdese? Il luogo dove nasce e donde ben presto fu scacciata
o gli altri dove s'organizza, prende consistenza e

perdura? -Anche prima dei valdesi
di

gli eretici

Pietro

Bruys ed Enrico aveano fatto gran seguito nelle
al

Provincie di Arles e di Tours, già devote da gran

tempo

catarismo. In seguito gli Enriciani stenal'

dendosi sino

Reno posero

il

loro

quartiere ge-

nerale in Colonia, ove sappiamo già da Evervino

che pur

adunava gran copia di fatto accadde in Lombardia, ove
s'

Catari.*
l'

Lo

stesso

eresia catara si

*

Lettera a S. Bernardo, nelle Opere di quest'ultimo, ediz. MaI,

biUon,

1488.

Tocco

— L'Eresia

ecc.

1-0

146

.

LIBRO PRIMO
clie

era divisa e suddivisa in tante sètte,

al dir di

Stefano di Borbone, parecchi vescovi rappresentanti
ciascuno una frazione, riunitisi per trovar

modo

d'intendersi, riuscirono invece a scomunicarsi a vi-

cenda.* In questo paese così travagliato dai dissensi
religiosi
e fin

ebbero ben presto molti seguaci
si

i

Valdesi,
in sètte

da principio

divisero

anche

essi

parecchie. Alcuni col

nome

di

Poveri di Lione ser-

barono anche l'antica dottrina della povertà assogli altri, che si dissero Poveri Lombardi, pare luta
;

che transigessero su questo punto dei possessi; altri

negando
stri

il

bisogno di speciale consacrazione, souomini, ben inteso, non

stennero tutti gli uomini buoni potersi dire minidel
;

Signore,
altri

gli

le

donne

scartarono come assurda questa ultima

restrizione e così di seguito. Qual prova più con-

vincente di questa che mostra

come
^

i

Catari ed

i

Valdesi camminino di pari passo
*

?

Stefano
Ivi,

di

Borbone

in

D'Argentré,

I,

86

a.

*

86

b.

Stefano racconta che un eretico capitato a Joinville

di ritorno dalla

Lombardia, dove era rimasto 18 anni,

gli disse

non

esservi colà

meno

di

17 confessioni eterodosse.

Lo

stesso au-

tore, oltre a quelli

stae, Cathari, Pathareni,

che conosciamo (Arnaldistae, Speronistae, LeoniManichaei sive Burgari, a suis inventori1.

Pauperes de Lugduno, qui dicuntur Wal2. Pauperes de Lombardia, qui possessiones recipiebant. 3. Tortolani qui semel in anno et in coena solum posse confici a Magistro eorum solo perbus
sic dicti),

enumera:

denses .... damnant omnes terrena possidentes.

fecto, qui

tortellum faciunt, de quo ab eo comunicantur.
viros
6. Alii

4. Alii

dicunt

omnes bonos

stinguunt in sexu.

non di. sacerdotes non dicebantur, quia comqui communiati
mulieres. 5. Alii
Alii rebaptizati,

munia omnia dicunt esse debere. 7
zandos ab Ecclesia esse dicunt.

qui rebaptì,

-^

i

i

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

147

Dell'azione che l'antica eresia catara esercitò
sulla

nascente valdese fanno sicura testimonianza
dottrine

alcune

che non hanno nessun nesso coi
di Lione.

donimi fondamentali dei Poveri

Noi già
suo

ne abbiamo ricordato uno, che in nessun caso ne
per alcuna necessità sia lecito torre
la vita al

simile fosse anche per difendere la propria vita, o

per. la conservazione dello Stato o della Chiesa. Si

comprende che
sero
la

in opposizione alla Chiesa, inspira-

trice delle crociate contro gli eretici, questi doves-

mettere in rilievo l'orrore dell'omicidio.
illimitata

Ma
un
gli

condanna

della
i

pena

di

morte

è

retaggio cataro, perchè

nuovi manichei come

antichi proibivano severamente l'uccisione di ogni
vivente, tanto d'un pollo

come d'un uomo.* Un'altra
1'

dottrina

non propria

di Valdesi è

assoluto divieto

di giurare,

attestato concordemente da Stefano di
di

Borbone, Alano, Pietro

Vaux Cernay

e

Rainero

I Catari, come dice il Sacconi, Sumvia, 48 b, sostenevano quod peccaret gravius, quicumque ex iis occideret sponte avem aliquam, a minima avicula usque ad maximam, et quadrupedia a
'

E per conseguenza l'omicidio non può avere nessuna giustificazione (vedi più sopra, p. 89, n. 1). Senza ammettere le premesse Valdesi accettano le conseguenze. Dalle annotazioni che hanno per titolo Isti sunt errores Valdensium sive Insabbatorum (D'Arg., I, 57) tolgo questo passo del paramustella usque ad elephantem.
i
:

grafo 26:
liter.

omnem

iustitiam mortis esse illicitam et iudicium simiin

Stef. DI

Borbone

D'Arg., 1,-88: peccant omnes iudicium
occidere.

vel iustitiam sanguinis exequentes.

pag. 37.

Non debere quamquam
I,

Davide d'Ausburgo ìuPreger, Pietro di Vauxcernay

in D'Aro.,

93: nulla ratione occidendum.

148
Sacconi.*

LIBRO PRIMO

Che questa proibizione
V,

così rigorosa, ben(S.

ché possa* giustificarsi con citazioni bibliche

Gia-

como, Epist.
allo spirito

12; Mat. Ev.

v,

34) non risponda
lo

che informa l'eresia valdese,

prova
i

il

fatto, che

cadde nel protestantesimo.
il

E

se

Valdesi

v'insistono tanto da farne
trine, è

cardine delle loro dotalla tradizione catara.

dovuto senza dubbio

Che
colla

i

Catari, al pari dei gnostici
il

antichi,

aveano

tanto in orrore

giuramento da metterlo a paro
alla

menzogna Valdesi ereditano dai Catari la massima che il i nasconder la verità sia un peccato mortale non meno
grave
dell'

menzogna. Ed anche intorno

omicidio

;

ne valgono circostanze o buone

intenzioni a scemarne la portata.^

Un'altra traccia

si

riferisce al
i

matrimonio. Diil

cemmo

già

come

e

perchè

Catari condannino
differenza
I

matrimonio,
fiutando la

pongano nessuna
il

tra
ri-

l'unione legittima e

concubinato.

Valdesi

metempsicosi non potevano
e

avere gli

scrupoli dei Catari,

non

solo

tenevano per saai

cramento

il

matrimonio,
,

ma

tornando

tempi pala

triarcali avvisavano

secondo un'antica fonte, non
cu-

essere peccato torre in moglie la sorella o

*

Summa
modo

(D'Argentré,
iurando.

I,

56): In hoc concordant Pauperes>
.... quod non est salus Borbone (D'Argentré, I, 87).

de Lugduno
aliquo

cum Pauperibus Lombardi s
Stefano
lib.

di

dicunt enim

omne mendacium
Alanus,

esse mortale peccatum, et iuramen-,

tum

similiter.

2, cap.

18 e

19.

Nullo

modo

est

iuraii-';

dum. Petrus Vallium Cernaj, cap. 2, nulla ratione iurandum. ^ Stefano di Bore., pag. 876: Dicunt enim omne mendacium, esse mortale peccatum et juramentum similiter. j

DALL' ERESIA ALLO SCISMA
gina.^ Il che

149
si

spiega

come

nel Protestantesimo

sia tolto l'obbligo

del

celibato
il

pei sacerdoti. Ciò

non pertanto

è così stretto

Valdesi, che questi ultimi, se
il

legame tra Catari e pur non condannano

matrimonio,

libato.

Ne
;

tengono molto da meno del cevietano che quandochessia la moglie si
lo

separi dal marito

per attendere

ad una vita più

austera

ma
si

invece lodano questa che nel linguaggio

cattolico
sacro.^
là,

chiamerebbe infrazione
1'

Secondo

anonimo

di

un vincolo Passau vanno più in
di
il

e

tengono addirittura per peccato mortale

coniugio,
prole.^ Si

quando almeno non vi sia speranza di direbbe che mal tollerando il matrimotutte
le vie

nio,

cercano

per frapporgli
gli

ostacoli.

Similmente
Valdesi;

s'erano

adoperati
i

Enriciani,

che

come vedremo sono
ed aveano
le

più prossimi precursori dei
anch'essi proibite
se

non

le

prime almeno

seconde nozze.* Tutte queste pre-

L'anonimo annotatore del Sacconi, in D'Arg., I, 56 a, rifeNon est peccatum sì homo acciperet sororem suam vel risce consanguineara in uxorem. ^ Stefano di Borbone (D'Aro., I, 89). Quod uxor potest a
*
:

,

viro recedere, eo invito et converso et sequi

eorum societatem

et

vìam continentiae. Davide, pag. 30 ed. Pregar. Coniuges si quas ante habuerunt relinquunt. ® D'Arg., I, 94. Sacraraentum coniugii damnant, dicentes mortaliter peccare coniuges, si absque spe prolis conveniant. * Omnera coniugium vocant fornicationem, praeter quod contrahitur inter utrosque virgines masculum et foeminam (S. Bern. , Opp., ed. Mabillon, I, 1489). Che del resto anche Catari proi

priamente

detti talvolta interpretassero

il

divieto

del matrimonio-

come

proibizione soltanto o delle seconde nozze, o della convivenza»

150
scrizioni, clie
e

LIBRO PRIMO

ripugnano
che

allo spirito della
si

Riforma,

che ben presto cadranno, non

possono spiegare

se

non ad un patto
nella

taro

ammetta un influsso caformazione della nuova eresia. Farmi
,

si

adunque fuori
valdese
si

di controversia,

che sebbene l'eresia
catara e

distingua profondamente dalla
sia

indipendentemente da questa
e si diffuse

nata, pure crebbe
dai

per l'aiuto

datole

Catari,

e

per

questo intreccio delle due eresie nell'una sono penetrate dottrine proprie
dell'altra,
e fu possibile

che

gli storici posteriori

non

le

sapessero più di-

stinguere.

Resta ora da discutere

l'altra quistione del

tempo

in cui nacque la Chiesa valdese.

II

Gli scrittori valdesi per fini apologetici
di avere tolto
il

negano loro nome da Pietro Yaldez, merche cominciò
a

catante lionese,

spargere

le

sue

dottrine nel 1170, e credono

che la loro Chiesa
gli

rimonti assai più indietro nel tempo. Anche
tichi Valdesi si

an-

davano

il

vanto di essere

gì'

imme-

un passo già riportato, e che ad illud quod mussitant quidam vestrum, videlicet seguaces Hartuvini quod illum coniugium sohim iustum est, in quo virgines coniunguntur, et quod unam tantum prolera gignere debent, et postea statim ab invicem discedere, nea
lo dice espressamente Ecberto,
in

mi piace

di ripetere:

Veniam

et

,

unquam deinceps ad coniugalem thorum convenire. In questo passo sorprendiamo sarei per dire nel fatto la trasformazione dei Catari
in Valdesi.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
diati successori degli apostoli/

151

Ma

certo essi in-

tendevano che durante
tra

il

lungo tempo che corse

mancarono santi uomini, mondi dalla generale corruzione,^ non certo che il loro patriarca fosse contemporaneo di papa Silvestro.^ Ed il prof. Comba opportunamente ricorda che i primi scrittori valdesi come il Perrin ed il Gillio accettano la comune ed antica tradizione dell'origine lionese.* Fu il primo Léger che prese a favoleggiare di una origine più remota,
Costantino
e

Pietro Yaldez

non

e dietro a lui seguirono altri scrittori fino al

Muforti

ston, al Monastier, all'Hahn.
le

Le ragioni più

traevano codesti scrittori

dall'

antica letteratura
lì.

valdese, che facevano rimontare al 1100 o giù di

Ma

il

Dieckhofl prima ^ e poi l'Herzog
le

dimostra-

rono evidentemente, che
erano invece posteriori
i

opere, credute antiche

ai taboriti.

Più tardi trovati
si

celebri manoscritti di

Cambridge, che
anche
la

credevano

dispersi, fu constatato che

creduta antichissima dal
*

Nobla Leyczon, Raynouard, è posteriore

Nel trattato

di

Davide, ed. Preger, pag. 26. Dicunt se apoet

stolorum successores
^

habere apostolicam auctoritatem et claves

ligandi et solvendi. Vedi anche

Bonaccursus

in

Martène, V,

1775.

Siimma, pag. 55
Solo
le fonti

b, semper fuerunt aliqui qui timebant

Deum

et Salvatorem.
®

di Seyssel parlano di
'

molto tardive come il pseudo Pilichidorf e Claudio un Leone socio di Silvestro.

COiMBA, Storia della

Riforma in

Italia, Firenze 1881,

pag. 234 e segg.
*

Prima

del Dieckhoff
il

il

Maitland avea avuto qualche sentore
scritti valdesi.

delle frodi del Perrin,

primo manipolatore degli

CoMBA,

op. ci t., pag. 270.

152
al

LIBRO PRIMO

1400, perchè nel famoso verso: Ben ha mil et cent ancz si deve aggiungere un piccolo quattro,
visibilmente

raschiato
lettere.*

in

un

codice,

ed

altrove

scritto a tutte

Così fu tolto ogni valore

alle fonti valdesi,

e

benché l'Herzog seguitasse a
sarebbe ben
difficile

farne gran conto, pure è fuori di dubbio che senza
le

fonti cattoliche

sceverare

negli scritti valdesi la parte antica della dottrina

moderne aggiunte.^ In questa sentenza convengono ormai tutti gli scrittori più autorevoli. Solo il Muston non si dà
dalle

per vinto

,

e

con nuovi argomenti rincalza
i

l'

antica

sua tesi, che

Vaudois

delle valli piemontesi e pel

dialetto che parlano e pei libri che scrissero si chia-

riscono molto più antichi di Pietro Valdo, ed indigeni dei luoghi, ove da "tanti secoli abitano.^
la teoria

Ma

del

Muston, che

il

dialetto valdese sia

d'origine schiettamente italiana, e

non provenzale

contraddice ai risultati più certi della filologia neolatina,

come ha dimostrato un'autorità ben comil

petente,

prof. Forster di Bonn.*

E

la

quistione

Melia, TJie origin^persecutions and doctrines of the Waldenses. London, 1870, pag. 53-55. Comba., op. cit., pag. 271,550. ' Sarà benissimo che il Dieckhoff sia caduto in esagerazioni come dice il prof. Comba, op. cit., pag. 270, nota 6; ma se anche
1

dovessero tenersi per

meno

giovani,

le

opere valdesi, hanno senza

dubbio un'antichità assai minore

delle fonti cattoliche.

* Muston, Apergu de l'antiquité des Vaudois des Alpes, Pignerol 1881. L'antica opera del Muston, Israel des Alpes, fu ri-

stampata nel 1880. * Rivista Cristiana, Firenze, Marzo 1882, pag. 97 e segg.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
dell'

153

antichità

dei

Valdesi
senso

si

può

dire

ormai con
cattoliche.

certezza risoluta nel

delle

fonti

Ma
vestro,
secoli

se è

vana
è

la pretensione dei Valdesi di far
ai

rimontare la loro setta sino

tempi

di

papa

Sil-

punto falso per passati si scoprano qua

non

lo contrario,
e là

che nei

segni precursori

nuove eresie. La continuità della Chiesa valdese dai tempi apostolici sino a noi è una favola;
delle
la lenta

preparazione delle sue dottrine nei secoli

un fatto storico. Così non a torto i Valdesi adducono tra i loro predecessori Claudio, cappellano di Ludovico il Pio, e vescovo di Torino dair822 air 839.^ Certo le sue opinioni iconoclaanteriori è

stiche

non

lo

metton fuori dalla Chiesa
concilio

cattolica,
,

che

le decisioni del

Niceno del 787

non

che accolte negli Stati occidentali, furono invece
respinte nel concilio di Francoforte del 794; e lo
stesso Carlo

Magno

e molti prelati

non dissimulaimmagini.

vano

la loro avversione al culto delle

Ma

è strano che Claudio proscriva

perfino l'adorazione

della Croce, rappresentante agli occhi suoi,

come a

quelli dei Catari
di

,

non un pio ricordo

della passione

Gesù,

ma uno

strumento d'ignominia.^ Questo di-

fetto di ogni senso pel simbolismo religioso

non

è

però
ai

il

tratto che più raccosta
;

il

vescovo

di

Torino

moderni valdesi perchè più

del culto delle imagini, le

condanna ragioni che adduce per
della stessa

sostenerla arieggiano al fare protestante. Lui
*

move
52.

^

MoNASTiER, Histoire de VÉglise vaudoise, pag. 21. Hahn,. Geschichte der Ketzer im Mittelaher, I, pag.

;

154
la

LIBRO PRIMO
il

tema che

volgo,

confondendo
li

il

simbolo col

simboleggiato, insieme
tico

adori ricascando nell'an-

paganesimo.

A
si

questo timore

s'aggiunge
al sia, e a

il

convincimento, die
tore

debba inchinare solo
per grande che

Crea-

non

alla creatura

Dio

solo rivolgerci senza l'inutile. scorta d'intermediarii

onde insieme
l'invocazione
terci nel

al culto

delle

imagini proscrive anche
le litanie.

dei Santi e
dei

Non

col

met-

seguito

Beati noi partecipiamo alla
coli'

loro beatitudine,
di giustizia e
quelli. Siffatta

ma

attingere alla stessa fonte
assoluta,
di usi

di

carità

a

cui

attinsero

condanna

e riti tradizionali

vien giustificata dalla profonda differenza che corre
tra l'essenza della religione e le sue manifestazioni

storiche; che per quanto pura ed elevata è la prima,
altrettanto imperfette e facili a corrompere son le

seconde.

E

l'essenza intima

della religione

non

è

aperta a tutti, bensì a pochi ingegni privilegiati,

come

quello di Agostino, cui

il

nostro Claudio, al

pari dei Protestanti, mette al di sopra degli altri

padri della Chiesa.

E

per questo appunto che la
si

spiritualità della religione ideale

offusca nel corso

della storia, è necessario

che
i

di

tempo

in

tempo

nascano coraggiosi
tregua
gli errori,

prelati,

quali combattano senza

e faccian rifiorire la purità pri-

mitiva. In questi pensieri è racchiusa in
solo la riforma della dottrina cattolica,

germe non
benanco

ma

un'ulteriore trasformazione razionalistica.*
*

V. Reuter, Geschichte der religiòsen Aitfkliirung
I,

im

Mit-

telalter^

20 e segg. Er scheint ein biblischer Ref9rmator und

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

155

Al pari
clasta
libro cantra

di Claudio

vescovo di Torino, è iconodi

Agobardo arcivescovo

Lione/ autore

di

un

eorum superstitlonem, qui imaginibus et piduris sandorum adorationis ohsequium deferendum
putcmt.

Ma

l'

opera di Agobardo giovò più alla causa
a quella
scritti di

del razionalismo che

della riforma,

e la

maggior parte degli
rizzati contro le

Agobardo sono
popolari.

indi-

superstizioni

Nel libro

de grandine
volgo,
il

et

tonitriiis ,

combatte l'ignoranza del
corso
della natura.
Il
i

quale crede che con preghiere ed esorciil

smi

si

possa torcere

che
suoi

importerebbe non pure che Dio possa mutare
consigli,

ma

che nel governo del
i

parte quelli, mediante
tamenti. Contro
il

quali

mondo abbiano accadono questi muun predivinità

duello giudiziario scrive

zioso trattato, Liher adversus legem Gtmdobaldi, in
cui mette a
di opere,

nudo l'assurdo

di chieder

la

che spetta a noi compiere, come

la ricerca
si

della verità. Chi ci assicura che la Divinità
al

presti

piacer nostro^ e che la vittoria non sia

dell' in-

nocente,
fare, anzi

ma
il

del più abile?

La

virtù lungi dal trion-

più delle volte suole essere oppressa;

ein kritischer Aufklàrer zugleich

gewesen zu

sein.

Il

Reuter crede

anzi che abbia giovato più nell'ultimo senso che nel primo (pag. 24),
il

che THerzog non ammette
'

la

Kirchengeschichte II, 118). e morto 1' 841. Percorse rapidamente sua carriera ecclesiastica. Divenuto arcivescovo di Lione dovè
(
,

Nato

sotto Carlo

Magno

mescolarsi nella lotta tra l'imperatore Ludovico e
in favore dei quali scris>e
il

i

suoi figliuoli

prò

filiis
II,

Liber apologeticxis^ Ludovici Pii Jni'peratoris adversus patrem. (Hahn,
libro
intitolato:

op. cit,

33).

156

LIBRO PRIMO

talché al cristiano s'insegna di nulla sperare e nulla

temere da questo mondo. Questi trattati

si

rivol-

gono contro pregiudizii
né certo in
gici
essi,

e

superstizioni

popolari;

ma

in quelli schiettamente teoloalle idee

troveremo qualche accenno
sostiene

che più

tardi saranno sostenute dai Valdesi. Così nel libro

contro Fredegiso
intendere sempre
certo divino,

non doversi
che
il

la

Bibbia
è

alla lettera,

contenuto

ma

la
,

forma, vale a dire imagini e
e adatte
alla

parole

,

sono

umane
,

condizione dei

tempi. Tutto ciò che è

mai

all'

infallibilità

e

umano non può pretendere la principale virtù dell' uomo

é l'umiltà, nella quale si riconosce la propria fra-

Dal che l'avversario Fredegiso nell'interesse polemico dedusse che Gesù, praticando l'umiltà, si
gilità.

riconosceva capace di peccare. Conseguenza giusta,

argomenta di sfuggire adducendo esser l'umanità di Cristo di una natura sua propria,
a cui
s'

Agobardo

non assimilabile a quella degli altri uomini. La qual risposta avrebbe porto argomento a discutere
e

del rapporto delle due nature in Cristo

;

ma

la

pose-

lemica non ebbe seguito.
guito r altra discussione
zione.

Come anche non ebbe
sull'

eternità della

Reden-

punti,
e

Agobardo volendo conciliare insieme i due che non si é salvi se non per opera di Cristo,
la salute

che

abbia potuto aver luogo in tutti

i

tempi, ammetteva la preesistenza del Salvatore all'

Incarnazione.

Il

che veniva negato da Fridegiso

—————

sull'autorità di Agostino.* Ma. né questa quistione
Reuter,
op.
cit.,
I,

32-41.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

la

157
ri-

precedente
;

si

connettono colle polemiclie
il

formistiche

onde non a torto

Monastier tien più

conto di Claudio che di Agobardo, e questo ultimo
solo in

un senso molto largo
si

si

potrebbe annoverare

tra

i

predecessori dei Valdesi.

Ne

può contare a

stretto rigore

neanche Be-

rengario

(999-1088), sebbene nella polemica che

questo coraggioso prete sostenne contro Lanfranco

sono ben messi in rilievo due punti di molto interesse nel Protestantesimo;
il

carattere simbolico
alla

dell'Eucaristia, e

la

preferenza data

Bibbia

(purché la

s'

interpetri nel suo spirito) in confronto

della tradizione religiosa.

Ma

più

ci

avviciniamo al

secolo

XII,

ed

cursori della
laico di

maggior numero scopriamo predottrina valdese. Verso l'anno 1110 un
in
di

Amsterdam,
clero

nome Tanchelino,
agostiniana, che
i

insurse

contro

il

corrotto.

Par che cominciasse dal
doni di

combattere

la dottrina

Dio arrivano sempre a chi li riceve con fede, anche se il messo che li porta sia indegno come Giuda.* Egli invece predicava non giovare il sacramento se

non
'

in ragione della santità di

chi

l'

amministra.^

Sono due
2.

le fonti principali

stola Trajectensis Ecclesiae

intorno a Tanchelino: L Epiad Fridericum Archiepiscopuìn Co'

loniensem;

Vita S. Norberti di un anonimo. Nella prima è

detto: Contra has sententias (cioè

dona Dei pervenire ad
per

eos, qui

cum

fide accipiunt,

etiam

talis est

quem

accipiunt qualis Juda

fuit) ille

declamans, dehortabatur populum a perceptione sacramenti,
Ecclesiae exhiberi (D'Argen11).

prohibens etiam decimas ministris
TRÉ,
^

II,

Ex

meritis et sanctitate ministrorum
(loc.
cit.).

vìrtutem

sacramenti»

accedere

., .

158
Dottrina,
clie
s'

LIBRO PRIMO
era già fatta strada tra
di
i

Patarini

e per averla
di
la

prima

Tanchelino predicata un tale

Cambray

fu arso vivo, esecuzione iniqua contro

quale protestò Gregorio VII, chiedendone stretto
al clero

conto

cameracense.*
l'

Ma

pare che non s'ar-

restasse a questo punto

eresiarca di
di

Amsterdam

Se

i

Sacramenti non valgono

per sé,

ma

solo

in quanto mettono in

comunione le anime pie e devote, non sono dappiù di un simbolo; ne hanno

alcuna virtù sovrannaturale, e ogni
somministrarli.^

uomo

pio può

Non

e'

è

dunque ragione

di prestare

un ossequio superstizioso ai sacerdoti e vescovi. Ogni fedele, di anima pura, è sacerdote, massime
se è sotto

l'ispirazione

diretta del

Santo Spirito.

E

tale

è

Tanchelino

,

che predicando la schietta

verità,
scovi,

non è solo al di sopra dei sacerdoti e vema può aspirare a ben più alti onori. Ne la
stessa di Gesù, la Vergine Maria, gli rifiuta

madre
la

sua mano. Anzi queste mistiche nozze, a quel

'

gorio VII è
(lib.

Su questo fatto torneremo a suo luogo. La lettera di Gread Jusfredum episcopian parisiacensem, dell'anno 1077
,

IV, ep. 20).
^

D'Aro., I, 10: Sacramentum Dei iniobsequium episcoporum et sacerdotum nihil esse diceret, et sacrosancti corporis et sanguinis Domini nostri Jesu Christi perceptionemad salutem perpetuam denegaret. Concorda con queste
vita S. Norberti in

Ex

raicus ....

notizie un'antica cronaca. Sacri ordinis ministros et episcoi)alem

ac sacerdotalem gradum nihil esse dicebat corporis et sanguinis
Christi perceptionem sumentibus

ad salutem prodesse negabat.

.

.

sed

riec

post ejus mortera error ipsius

tam

facile extirpari possit.

Continuazione alla cronaca di Sigeberto, Pertz, M. G. Script., VI,
449. D'Aro.,
I,

15.

^

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
che dice un cronista, furono celebrate con
e donativi.
il

159

pompe

Tanto potere

s'

era acquistato sulle turbe

nuovo Profeta, che vestito di gemme, e legati i capelli da triplice nastro, procedeva alla testa di
acqua del suo bagno/ Non ostante questo favore popolare, Tanchelino fu ucciso da un prete nel 1125 secondo alcuni, nel 1115
punto da bere
l'

tremila persone che lo veneravano più che santo,
fino al

secondo

altri.

Contemporaneamente a questo movimento Fiandre ne scoppia un altro nel mezzogiorno
Francia, e dalla provincia arelatense
si
si

nelle
della

estende e

dilarga more pestis validae., dice

l'

abate di Cluny.
il

Il

capo
il

di

questa eresia è Pietro di Bruys,

quale

nega

battesimo dei bambini,
fabbricati

la necessità di

con-

sacrare

appositi

al

culto,
le

l'adorazione

della croce, l'eucaristia,

infine

messe, orazioni

ed elemosine in suJBPragio dei defunti.^ Dottrine che
^ Epist. in D' Aro., I, 12 .... Ut etiam se Deura diceret quin plenitudinern Spiritus Sancii habuisset balnei sui aquam

potandam dividerei .... manumque imaginis manu contingens, S. Mariam sibi desponsavit. ^ Il Mayer negli Annali di Fiandra sulla fede di un antico manoscritto sta pel 1125 (D'Arg.,
I,

13).

Un' altra cronaca

in

Pertz,

M.

G. Script., VI, 459, adduce
'

il

1115.

Anno Ilio

Petrus de Bruis impiae sectae in arelatensi Pro-

vincia dux fuit ....

Primum capitulum negat parvulos .... Christi baptismate salvari posse .... non aliena fides sed propria salvai
in taberna .... invocatus

secundum templorum fabricam fieri non debet, quoniam aeque Deus audit. Tertium cruces sacras confringi praecipil. Quartum capitulum .... veritatem corporis et sanguinis Domini negai.... Quintum capitulum: sacrificia orationes, eleymosinas et reliqua bona prò defunctis (D' Argentré» I, 14),
....

160

LIBRO PRIMO
viste mescolate a tante altre nel

abbiamo già
loro

Ca-

tarismo, e clie fra non molto saranno accolte nella

numero dei seguaci s'ingrossava rapidamente, ed uno dei discepoli, il monaco Enrico, ebbe tal seguito che gli eretici di quel tempo vanno più col nome di Enriciani, che non Petrobrusiani/
integrità

dai Valdesi. Il

Enrico cominciò in Tours
contro
il

le

sue predicazioni

fasto e la dissolutezza del clero.
di proposito,
i

E

l'ar-

gomento non era fuor
i

cbè non ostante

rigori dei Pontefici,

preti perduravano nelle an-

tiche consuetudini, e più d'

gregoriane
stretto

il

concilio

un secolo dopo le riforme lateranense del 1177 fu coi

ad inserire un canone contro

sacerdoti

concubinarii.^ Il terreno era
la vittoria certa.

dunque bene scelto, e Adoperava le stesse armi dei Pae,

tarini e di

Tancbelino,

nuovo Arialdo, sapeva
così,

accendere l'animo del popolo
ira della turba

che

il

vescovo

Ildeberto ebbe a durar fatica se volle salvare dall'

i

sacerdoti e

i

lor

figli.''

Espulso

'

Par che corresse

differenza tra la dottrina di Pietro e quella

di Enrico,

a quel che scrive l'abate Cluniacense: sed post regum
ejus Heinricus ....

Petri de Bruis, haeres nequitiae

doctrinam

diabolicam non quidem emendavit sed immutavit.
*

Canone XI
suis

del concilio lateranense 1179 sotto Alessandro III:

Clerici, qui in sacris

ordinibus constituti mulierculas suas indoabjiciant eas
et con-

mibus

incontinenti nota tenuerint, aut

tinenter vivant, aut ab officio et beneficio ecclesiastico fiant alieni.

(Mansi, XXII, 224).

vecchio codice pubblicato dal Mabillon, Atialect. Ili, 512. Verumtamen mirum in modum facundus erat .... Qua hae'

Da un

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
dalla diocesi di Tours, continuò la sua

161

propaganda

nel Poitou, e di là sino a Tolosa.
così rapidi progressi, che

E

l'

eresia faceva

Eugenio IIP fu costretto

mandare per suo legato nel Tolosano il cardinale Alberico, clie scelse a suo compagno S. Bernardo. Di questo ultimo abbiamo ancora due lettere, in cui il pericoloso monaco è ritratto coi più neri coa
lori; lo si

rimprovera d'incontinenza, ingordigia e
si

venalità;" gli

appone a colpa sinanco
il

il

peregri-

nare di città in città secondo

costume apostolico.*
le

Ma

queste accuse mal nascondono
il

ansie del santo

abate,

quale ben conosce
il

il

valore dell'avversario

suo, né si dissimula

successo
ei

da
il
i

lui

riportato.

Vuote son
sacerdoti,
i

le

chiese,

dice,

popolo

senza

sacerdoti senza autorità,

Cristiani senza

resi plebes in

clerum versa

est in furorem,

rum minarentur
militate mitigaret,
taverat.

cruciatus .... Denique

adeo quod famulis eoidem Hildebertus modis

omnibus procuravit qualiter furorem

plebis ratìone pariter et hu-

quam Henricus

centra clerum seditiose conci-

A Diocesi Cenomannorum expulsus fuerat ad Pictavos adiit, tum Petragoras, Burdigalam et Tholosam. Cum autem numerus
*

haereticorum iniHes ibi cresceret, Eugenius papa III Albericum S. R. E. cardinalem delegavit in Tolosanam illam provinciam adversus haereticos, sive Henrici sectarios, sive Manicheos et Arrianos,

Socium autem laboris Bernardum (D' Argentee, I, 16). S. Bernardo, Lettera 241 ad Hildefunsum Comitem Sancii Aegidii: Homo apostata est, qui relieto religionis habitu ad spurcitias carnis et saeculi, tamquam canis ad suum vomitum est reversus .... vangelizabat ut manducaret .... cum meretricibus in*

ventus est praedicator insignis.
' Prae confusione h abitare Inter cognatos nens .... factus gyrovagus et profugus.

et

notos non

susti-

Tocco

L'Eresia ecc.

11

162
Cristo.* Il che

LIBRO PRIMO

mal s'accorda col ritratto che ei fa di Enrico, essendo ben diffìcile che un uomo sì corrotto operi tali miracoli, ed un freddo ed astuto
calcolatore valga a infondere altrui
il

fuoco sacro.
studiate

La

verità

non s'ha da cercare

nelle

accuse dei polemisti,
vecchia cronaca,
ci
il

ma

nelle

ingenue parole della

cui autore

pur non credendoci,

parla della fama di santità e di scienza che acil

compagnava

novatore.^

E

per testimonianza degli

stessi cattolici gli eretici o

manichei o petrobusiani

o che altro fossero, appunto per questo ottenevano
presto
della
il

favor popolare, che di contro alla mollezza
del

maggior parte

clero

menavano una

vita

austera e faticosa.' Pellegrinavano di paese in paese,

sempre stranieri dovunque, non possedendo in alcun luogo o un tetto o un campo per sé, solleciti soltanto della salvezza delle loro anime, non altro tesoro portando seco, fuor
dell'invitta fede

che

li

animava.* In olocausto alla quale essi sacrificavano
*

Basilìcae sine plebibus, plebes sine sacerdotibus, sacerdotes

sine debita reverentia sunt.

rito.

Idem namque mirae sanctitatis et scientiae rumore non me(D'Argentré, I, 16). " Lo stesso S. Bernardo, Serm. 65, pag. 1492. Tam quod ad vitam moresque spectat, neminem circumvenit, neminem super'

greditur, neminem concutit. Pallent infusa per ora jejuniis, panem non comedit otiosus, operatur manibus unde vitam sustentat. * Vedi un discorso degli eretici nella lettera di Everviuo preposto di Steinfeld presso Colonia a S. Bernardo (S. Ber., Opp.^ pag. 1489). Nos pauperes Christi, instabiles, de civitate in civitatem

fugientes .... nos hoc sustinemus, quìa de

autem mundi amatores, cum mundo pacem
estis.

habetis, quia de

mundo non sumus: vos mundo

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

"

163

la lor vita, gittandosi lieti e volenterosi nelle

fiamme.

Costanza eroica, degna dei primi martiri del Cristianesimo, e non ultima causa del rapido dilatarsi
delle dottrine eterodosse!
*

Gli è vero, che Evervino parla qui dei Catari,

ma

egli stesso ci narra di altri eretici,
i

i

quali

pur

non accettando

principii dualistici,
et

evacuant sa-

cerdotium Ecclesiae

dannant sacramenta praeter
adultis .... in sufifra-

baptismum solum et liunc in giis sanctorum non confidunt

orationes vel obla-

tiones prò defunctis annihilant.
*

vino,

il

Possiamo addurre la preziosa testimonianza dello stesso Evei*quale dopo aver detto che gli eretici tormentum ignis non so-

lum cum patientia sed etiam cum laetitia introierunt, et sustinuerunt dimanda ingenuamente: unde istis diaboli membris tanta fortitudo,
quanta vix etiam invenitur
qual dimanda S. Bernardo
della potenza che esercita
in

valde religiosis in fide Christi. Alia
far

poco conto ma anche sui cuori delle sue creature; quanta sit potestas diaboli non modo in corpora hominum, sed etiam in corda, quae semel permissus possederit. E bisogna ben guardarsi dal paragonare la costanza
risponde
il

non doversi demonio non solo sui

corpi,

dei martiri colla pertinacia di costoro
illis

;

quia mortis contemptum in

pietas, in istis cordis duritia

operatur. Distinzione molto co-

moda, ripetuta
pag. 88). «
ì

ai nostri giorni dal la

Cantù {Gli eretici in Italia^

Ma

colpa onde più concordemente sono rinfacciati

Paterìni è T ostinazione. Fra strazi i e tormenti, al cospetto di morte

obbrobriosa, non che convertirsi più s'induravano, protestavansi
al Signore. In Lombardia serbauna fanciulla di cui la bellezza e l'età mettevano in tutti compassione e desiderio di salvarla. Perciò vollero assistesse, mentre padre, madre, fratelli venivano consunti dalle fiamme, sperando si sarebbe pel terrore convertita; ma no: poi che ebbe

innocenti spiravano cantando lodi

rono memoria

d'

durato alquanto lo spettacolo

svincola

dalle

braccia dei suoi

manigoldi, e corre a precipitarsi nelle fiamme e confondere l'ultimo suo coir anelito dei parenti >\ Questo pel Cantù non è eroismo,
è colpa di ostinazione
!

164
Il

LIBRO PRIMO
qual passo della lettera di Evervino
in breve

come
al

tempo

le

dottrine di

mostra Enrico e di
ci

Pietro dalle rive della Garonna sieno arrivate sino

Reno, ove questi antichi protestanti non pur

si

distinguevano dai Catari,

ma

entravano bene spesso

con

essi in

polemiche ardenti/ Questo ebbe luogo
al
si

negli ultimi anni di Eugenio III, e prima ancora

che fosse assunto
barossa. Dal che

trono imperiale Federigo Bar-

comprenderà come
papi Adriano

tal

movi-

mento

si

dilatasse e divenisse più minaccioso negli
i

anni successivi, in cui

IV ed Ales-

sandro III ebbero a sostenere contro Federigo I

non meno aspra e difficile di quella che pressoché un secolo prima s' impegnò tra Gregorio VII ed Enrico IV. Ed in quegli anni appunto in una
lotta

cui
e
i

il

mondo

cattolico era diviso tra Alessandro III

tre

antipapi,

che successivamente

gli

furono

opposti, s'udì in Lione la voce di Pietro Valdez,^

che venduto tutto
ai poveri, si
lui

il

suo, e distribuitone
di

il

prezza
che da

mise

alla testa

una
e

setta

prese
e

il

nome

di

Valdesi,

dal luogo
si

onde
disse

mosse,

dalla vita

mendica che menava

anche dei Poveri di Lione.

'

Pag. 1489. Sunt item
discordantes per

istis

alii haerétici quidam in terra nostra ab quorum mutuam discordiam et contentionem

utrique nobis sunt detecti.
' II vero nome del novatore lionese è Waldez secondo il Rescriptum heresiarcharum Lombardiae ad pauperes de Lugdimaì quae sunt in Alamania^ pubblicato dal Preger, Beitrclge zur-\ Geschichte der Valdesiev im Mittelalter, 1875, pag. 18.
,

DALL' ERESIA ALLO SCISMA

165

III

Le

fonti
la

non sono d'accordo
alla

sull'occasione die

provocò

risoluzione del Yaldez.

L'anonimo
di

di

Passau l'attribuisce

morte improvvisa

un

signore di Lione convenuto col Yaldez ed altri amici

ad un'adunanza;'
cenno
di

il

cronista laudunense invece fa
della vita di S. Alessio, che
il

un racconto

avrebbe siffattamente tocco
carsi sull'istante presso

nostro Pietro da redi teologia

un maestro
sinoggi ai

per

chiedergli della vera via di salute.

Ed

il

mercasta nel

tante lionese,

arricchito

danni altrui,

ottiene in risposta che la via della salute
disfarsi di tutto, e seguir Cristo, essendo
facile

molto più

che un cammello entri nella cruna di un ago,

anzi che

un

ricco in paradiso.* Forse

il

primo racgli

conto sarebbe più verisimile, e anche di Budda dicesi che lo spettacolo delle miserie

umane

abbia

acceso nell'animo
sia,

il

fervore religioso.

Ma

comunque

l'apparizione del Yaldez,

non

è

un

fatto isolato,

'

Anonimo
eis.

di

iores pariter essent in
bito

coram
^

Passau in D'Argentré, I, 92. Dum cives maLugduno, contigit quodam ex eis mori suUnde quidam inter eos tantum fuit territus quod
pauperibus erogavit.
XIII, 680. Fuit
in

statim

magnum thesaurum
Chron. laud.,

Bouquet,

enim locus nar-

rationis eius (ioculatoris) qualiter beautus
sui beato quievit.
aliis

Alexis in

domo

patris

Facto mane .... quaesivit a magistro quae via
esset atque perfectior. Cui magister dominisi

omnibus certior

cam

sententiam proposuit:

vis esse

perfectus,

vade

et

vende

omnia quae habes.

166

LIBRO PRIMO
difficile

a spiegare. Già prima di lui altri novale

tori

avean predicate

stesse dottrine.

E

tutte le

anime religiose sentivan bene che a lungo andare
la

Chiesa cattolica sarebbe stata logorata da quei

mali, che

un Pier Damiani ed un Bernardo confes-

savano apertamente.
che per
al

la

Chiesa dei Catari, seble

bene più austera della sua rivale, potea farne
veci,
le

stranezze dei

dommi mal

s'

accomo-

dava

genio occidentale.

Kon

restava dunque se

non una riforma
e radicale di

del Cattolicismo molto più profonda

quella cominciata
clero

da Gregorio VII.
le

E

giacché

il

non ostante

vittorie patari-

niche continuava negli antichi errori, se salute era
possibile, del laicato solo si

aveva a sperare.
il

In queste condizioni sorge Pietro Valdez, ed

primo atto del suo apostolato é di spogliarsi delle male accumulate ricchezze.* E lasciata alla moglie,
secondo
la

cronaca laudunense, tutta

la

sostanza

immobiliare, dotate convenientemente

le figlie

che

chiude in un convento,
buisce tra
i

il

resto dei suoi averi distri-

poveri.

Lo

stesso cronista ci racconta
la

che infierendo in quel tempo la carestia per

Francia e

la

Germania,
chiunque

il

Valdez soleva distribuire

pane

e carni a

gli capitasse. Così la
;

fama
tutti
ei

della sua carità si spargeva di città in città
i

bisognosi facevan capo a
l'

lui, e

per soccorrerli

spendeva

ultimo

denaro.

Ben

si

maravigliavano

gli amici, e lo
*

tenevano per pazzo,

ma egli

seguendo
sibi pecii-

Chron. laud. qui per iniquitatem foenoris multas

nias coacervaverat.

DALL' ERESIA ALLO SCISMA
la

167

sua via, nel dar fondo a tutto

il

suo, stimavasi

affrancato da una grande servitù.* Per tal guisa iK

mercatante di Lione cresciuto tra
lezze si

gli agi e le

mol-

compiacea
battendo

di
alle

tornar povero, ed accattava
porte dei compagni antichi.^
prelati della Chiesa, che

anche

lui

Quanta differenza dai

non

istanchi di accumulare ricchezze, misuravano la di-

gnità del loro ufficio dallo splendore delle vesti e
dal lusso degli equipaggi!
Il

primo punto dunque
è la

dell'

insegnamento

di

Yaldez
salute.

povertà volontaria, principale mezzo di

I

Patarini

ed

i

Catari

sull'autorità
le

degli

stessi testi evangelici

avean sostenute

medesime

dottrine, facendone

monia
'

del
civis

clero. ^
et amici

un'arma potente contro la siMa mentre i Catari obbligano
!

mei

non enim

insanie,

sicut vos

putatis,

sed ultus
laud.^ Ice.
*

sum de
cit.).

hostibus meis qui

semper plus essem soUìcitus de

me fecerunt sibi servum, ut nummo quam de Deo. {Chron.
mandu-

quodam candum prò Deo
311

A

cive

quondam

socio petiit dari sibi ad

(loc. cit.)

DiECKHOPF, Die Waldenser ini Mittelalter, Gottinga 1851,
si

crede che la vera novità della setta valdese per cui

distingue

da

tutte le altre affini è la libera predicazione,

che ciascuno benché

laico e senza licenza dell' autorità ecclesiastica

può intraprendere.
la

Lucio
contro

III

nel

suo decreto contro

gli eretici

rimprovera

predi-

cazione dei Valdesi, prohibiti vel non missi. Alano apre la discussione
i Valdesi sulla tesi: nullus debeat praedicare nisi sit a majore Praelato missus. Il che vuol dire che questo ei considera come l'errore fondamentale dei Valdesi. Contro il Dieckhoflf THerzog, Die romanische Waldenser, Halle, 1853, p. 117, osserva che non è verosimile, ne alcuna fonte ci dice essere stato questo del predicare il primo impulso dell' intrapresa del Valdez. Ed io aggiungo" che prima di mettersi nella predicazione bisognava che Valdez

168

LIBRO PRIMO
i

anche
mani,

perfetti a vivere del

lavoro delle proprie
il

e
lo

vietano

severamente l'accattonaggio,
inculca
col
di umiltà.

Valdez

predica, e lo

suo esempio

come severa prova
i

Per questa ragione seguaci dell'apostolo lionese accanto alla denomisi

nazione di Poveri di Lione

gloriano di portare

quella di Umiliati.* Più tardi questa dottrina della

fosse già in possesso della verità da predicare o della vera vìa di
salute.

Ma se non possiamo accettare
dell'

l'interpetrazione del Dieckhoff,,
felice;
il

neanche quella

Herzog

ci

par

perchè sebbene sin dal

principio della sua carriera apostolica

Waldez avesse avidamente

come racconta Stefano di Borbone, può dire che questo ritorno alle fonti bibliche sia il principio del movimento valdese (pag. 118.) È molto più verisimile, e le fonti concordemente ce lo attestano, che il movimento del "Waldez ebbe al principio un carattere più pratico e meno dottrinale. La vita fastosa rimprovera il Waldez a preti e laici, non r obblio della Bibbia. II nome che i Valdesi stessi si davano indica chiaramente quello che essi ponevano al di sopra di tutto, come l'unico mezzo della salute. E codesto nome non è: fratelli, vuoi
cercato d'istruirsi nella Bibbia,

pure non

si

predicatori,

vuoi biblici;

ma

invece poveri di Lione, umiliati.
il

Il

primo documento che parla
ce
li

di loro,

decreto del 1183 di Lucio

III,

presenta come eos qui se Humiliatos vel Pauperes de Lugduno

falso
'

nomine mentiuntur.

Chron. Usperg., pag. 243: olim duae sectae in Italia exoralii Humiliatos, alii Pauperes de Lugduno se nominabant. Il Tron, Pierre Valdo Pignerol, 1879, appoggiandosi a Reinero e a Stefano di Borbone che dice: Vocant se pauperes spirito, crede che la povertà si debba intendere in un senso molto largo. L'amour de l'argent, ce ver qui range le pauvre aussi bien que
tae,

quorum

le riche, tei est

donc
il

le

mal que

les

amis de la pauvreté

spirituelle
51).

et volontaire eussent
fonti,

voulu extirper de leur coeur (pag.

Ma

le

a cui attinge

Tron, sono molto tardive. Le più antiche e

schiette,

parlano della povertà nel vero senso della parola. E la cronaca laudunense racconta che la moglie di Valdo, saputo come il marito accattasse la vita da un amico, non mediocriter contri-

.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

169

povertà assoluta, e del gran merito dell'accattare
verrà ripresa e sostenuta calorosamente dai Francescani.

Questa dottrina della povertà se potea suonare

come protesta contro il fasto e le mollezze dell'alta prelatura, non era certamente anticattolica, né abbiamo motivo a negar -fede all' anonimo laudunense che racconta essere stato
il

Valdez granaltro

demente lodato
fatto
di
lo
il

da papa Alessandro III pel voto

volontaria povertà.*
stesso

Ma

sovra un

punto
egli

Papa non poteva

transigere, né

suo

successore

vi si piegarono,

voglio
la

dire sulla predicazione. Il

Valdez conosciuta
in

vera

via della salute,

non fuggì

un lontano romitag-

gio per consacrarsi alla preghiera ed alla penitenza

secondo

il

costume degli antichi cenobiti
il

;

ma

bene
Val-

invece sentì
altri quello

profondo bisogno d'insegnare agli
lui

che a

venne fatto

di scoprire. Il

dez avea l'istinto del riformatore religioso, e ben

sapeva trasfondere altrui
stata sed velut

l'

intimo

suo

convinci-

amens

effecto

ad Archiepiscopum urbis cucurrit.

.

.

Tum

ex praecepto Praesulis Burgensis hospitem

praesentiam Praesulis duxit. At raulier arripiens
pannos,
ait:

suum secum ad vìrum suum per
te pec-

Numquid non melius

est, o

homo,

ut ego in

cata raea eleemosynis
licuit ei

redimam, quam

ex praecepto archiepiscopi in

Et extunc non ipsa urbe cum aliis cibum
extranei.

sumere quam cum uxore (loc. cit.), A questa testimonianza aggiungiamo l'altra dì Alano, pag. 225: Dicunt etiam praedicti haeretici quod nullo modo propriis manibus laborare debent, sed ab
illis

quibus praedicant recipere necessaria.
*

Valdesium amplexatus

est

Papa approbans votum quod

fe-

cerat voluntariae paupertatis (loc. cit).

170

LIBRO PRIMO

mento.

Ne

solo lui,

ma

tutti

i

discepoli, a simiglianza

degli apostoli, andavano pellegrinando per la terra a

spargere la nova parola; ne ha torto
di

41

Dieckhoff

chiamare

il

sodalizio

fondato

dal

Valdéz col

nome

di liberi

predicanti.

E
i

come ad imitazione
d' Assisi o frati

dei poveri di Lione sorsero

poveri

minori, così ad imitazione dei predicatori valdesi

nacquero
cavano,

i

frati predicatori.
i

In queste faticose pel-

legrinazioni

Valdesi non solo sulla povertà predi-

ma
i

su tutto l'indirizzo morale e religioso,
libri sacri,*

spiegando

che Valdo avea a sue spese

fatto volgere in provenzale da due ecclesiastici,

Bernardo Idro che scrivea ed uno Stefano di che dettava la traduzione.^ Essi non furono i primi
a volgarizzare la Bibbia, avendoli preceduti
tari che dei testi tradotti faceano largo
i

un Ansa
Ca-

uso nelle

loro polemiche

contro la

Chiesa cattolica. Certo
i

nessun' altra setta ebbe in tanta venerazione
testi, la

sacri

cui

autorità

più tardi sarà messa al di

sopra della tradizione; e se lo studio della Bibbia

non

è

il

tratto più

novo

e più caratteristico della

Stef. di Borbone in D'Argentrè, loc. cit. Evangelia et ea quae corde retinuerat per vicos et plateas praedicandp multos homines et mulieres ad idem faciendum ad se convocando firmans
*

eis

Evangelia.
^

Incoepit

illa

secta per

cepi a pluribus qui priores

hunc moduni secundum quod ego aceorum viderunt, et a Sacerdote ilio....
prò pecunia
ei

qui dictus fuit Bernardus Ydros, qui cuna esset iuvenis scripsit
dicto Valdensi priores
libros
in

Romano, quos

ipsi

habuerunt, transferente et dictanti
loc. cit.).

Stephano de Ansa. (Stef.,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

171
degli

nuova
altri

setta,

certo

non

è

meno importante
ed
il

già descritti.
la

Ed

io sarei

per credere che la
culto
della

povertà,

libera
si

predicazione

Bibbia non

possono scindere l'uno dall'altro da

chi voglia riprodurre tutta intera la fìsonomia della

nuova setta. Le autorità ecclesiastiche mal tolleravano che dei laici idioti od illetterati non solo usurpassero
l'ufficio

della predicazione,
i

ma

s'adoperassero

a

vanno interpetrati e commentati con molta cautela. Talché lo stesso
spiegare
libri

santi,

i

quali

Alessandro, che avea lodato
dal Valdez, interrogato

il

voto di pbvertà fatto
il

forse

concilio

raccolto

nel Laterano nel 1179, vietò a lui ed ai suoi

com-

pagni

di predicare senza

il

permesso dell'autorità

ecclesiastica locale.*
*

Già questa, ben conscia dei peloc. cit.

Cronaca lauditnense,

anno Domini 1178
est

[leggi 1179].
tertio ce-

Concilìum lateranense a Papa Alexandro huius nominis
lebratur .... Valdesium amplexatus

Papa, approbans votum quod fecerat voluntariae paupertatis, inhibens eidem ne vel ipse aut sodi sui praedicationis officium praesumerent nisi rogantibus sacerdotibus. Che i Valdesi si fossei'o presentati ad Alessandro III ci viene attestato da Gualtiero Mapes, De Nugis curialiwm, pubstampa, riferisco

blicato dal

Wright, London 1850. Non avendo potuto avere questa dall' Usser: Gravissimae quaestionis de Christianarxim Ecclesiaruin successione et statu Historica eccplicatio (Ha-

noviae 1658, pag. 168). Vidimus in concilio

Romano, sub Alexandro
qui

Papa
in

III

celebrato, Valdesios,

homines

idiotas illiteratos ....

librum Domino Papae presentaverunt lingua conscriptum gallica,

quo textus

et

Glossa Psalterii plurimorumque legis utriusque

librorum continebatur. Hi multa petebant instantia, praedicationis
sibi confirmari. L'accordo colla cronaca laudunense mostra erronea la correzione, voluta da qualcuno, di Alessandro III con Innocenzo III.

authoritatem

172
ricoli di

LIBRO PRIMO

una predicazione
vescovo
di

laica,

lungi

dall'

incorag-

giarla, l'avea repressa, e Stefano di

Borbone ricorda
i

che Giovanni,

Lione, chiamati a sé

Valdesi, proibì loro di occuparsi della Bibbia e di

commentarla

e

divulgarla per la vie.*

Non
cesi

per questo smesse l'ardito novatore, e dialle

che

ingiunzioni del vescovo rispondesse

come
dei

l'apostolo al principe dei sacerdoti, doversi ob-

bedire più a Dio che agli uomini.^
sacerdoti, Lucio III,

Ma

il

principe
e
le
i

scomunicò

lui

suoi

seguaci,^ e da quel

giorno cominciarono

ardue

prove per

la novella società. Espulsi

da Lione, an-

darono raminghi per diverse contrade, non cessando
dal loro apostolato, e pare che convinti della propria

ortodossia contro

il

decreto di Lucio, s'appellassero

*

Stef. di Bore.,

loc, cit.

Cum autem ex temeritate sua et ignoran-

tiamultus errores scandala circumquaque diffunderunt, vocati ab epi-

scopo Lugdunensi, qui Ioannes vocabatur, prohibuit eis ne intromitterent se de scripturis exponendis vel praedicandis. Non possiamo

ammettere che questo
dro
III,

divieto sia posteriore
lo

a quello di Alessan-

perchè Stefano ce

presenta non come esecuzione degli

ordini di

Roma, ma

quale misura presa spontaneamente dal vescovo.

Inoltre dal racconto di Stefano la proibizione del conciUo del 1179

illa terra,

parrebbe posteriore a quella del vescovo locale. Post expulsi ab ad concilium quod fecit Romae ante Lateranense vocati
et pertinaces, fuerunt schismatici postea indicati.
*

Magister eorum usurpans Petri officium, sicut ipse respondit

principibus sacerdotum, ait: obedire oportet magis

Deo quam

ho-

minibus (Stef. di
'

B., loc. cit).

Omnes

qui vel prohibiti, vel non missi, praeter authoritatem

ab apostolica sede vel episcopo loci susceptam, publice vel private praedicare praesumpserint .... pari vinculo perpetui anathematis innodamus (Mansi, XXII, 477).

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
ad Innocenzo
III,

173

dal quale

invocavano eziandio

l'approvazione del loro sodalizio/

Innocenzo

al certo

poneva differenza tra Catari
eterodossi trattava

e Valdesi, e questi

come meno
di

con maggiore indulgenza. Prova ne sia quel Du-

rando de Osca, capo

una frazione detta degl'Inzabattati, il quale appellatosi a lui dalla scomunica deir arcivescovo terraconese, non solo fu riammesso

nel seno della Chiesa,

ma dopo

esplicita dichiara-

zione di fedeltà alla Santa Sede

ebbe licenza di
trovarono

conservare

il

suo

istituto.^

Non

però

eguale accoglienza gli

altri leonisti,

che non vollero
Bibbia.

abbandonare
della

le

dottrine della predicazione laica, e
della

libera

interpetrazione

Contro

costoro Innocenzo tenne duro, e in luogo di essi

Per r appello ad Innocenzo ci sono due testimonianze, l'una Davide d'Asburgo (Ivoneto), l'altra della cronaca urspergense. Il primo scrive: apud Lugdunum fuerunt quidam simplices layci, qui
*

di

quodam
bant, se

spiritu infiammati et

supra ceteros de se presumentes iacta-

omnino vivere secundum evangelii doctrinam, et illam ad literam perfecte servare, postulantes a domino Papa Innocentio hanc vivendi formam sibi et suis seguacibus confirmari, adhunc recognoscentes primatum apud ipsum residere apostolicae potastatis. (Vedi Preger, pag. 25). La cronaca urspergense all'anno 1212: Vidimus tunc temporis aliquos de numero eorum» qui dicebantur Pauperes de Lugduno apud sedem apostolicam cum

magistero suo

quodam

ut puto

Bernhardo, et hi petebant sectam

suam a sede

apostolica confirmare. Essendo

dunque

attestati

da

molte fonti tanto l'appello ad Alessandro III, quanto l'altro ad Innocenzo III, bisognerà ammettere col D'Argentré che si tratti
di

due appelli
^

differenti,
III,

non

di

uno scambio

di

nomi.

Innocenzo
II,

Epistolae, Lib. XI, ep. 196. Vedi Gieseler,

Lehrbiich,

2,

632.

174

LIBRO PRIMO

approvò un altro sodalizio, che pur facendo voti di povertà come i Valdesi, ne respingeva le pericolose dottrine. Questi nuovi zelanti, clie col
dal loro capo prenderanno
il

tempo

nome

di francescani,

dicevansi allora poveri minori, e più tardi per non

andar confusi cogli emuli di Lione
minori.*

si

dissero frati
i

E nel concilio

lateranense del 1215

Valdesi

furono scomunicati non

meno

dei Catari e dei Pas-

sagini, e condannati al pari di loro al ferro ed al

fuoco.

Le persecuzioni
società valdese
trade.
si

si

fecero allora più feroci, e la

disperse in opposte e remote conil

Dove
il

sia

andato

Valdez non

si

sa, e

il

luogo e
la

tempo della sua morte s'ignora. Certo sua memoria crebbe venerata tra i suoi seguaci,
ebbero per santo
così

che lo

da rimproverare
al

i

Poveri Lombardi che non credessero all'impeccabilità
di lui,

come

di

nessun altro

uomo

mondo.

IV
Dalla condanna del concilio lateranense, o forse

anche più in su dal giorno in cui Innocenzo respinse le proteste dei Valdesi, cominciò per
loro

un nuovo periodo, che diremo

delle lotte, per di-

stinguerlo dal periodo precedente

o

delle

origini.

*

Chr.

TJrsp.y

1.

e.

quosdam

alios, qui se

Dominus Papa in loco eorum exsurgeutes appellabant Pauperes minores confirraavit

qui praedicta superstitiosa et probrosa respuebant .... maluerunt
appellari Minores Fratres

quam Minores Pauperes.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

175

La

differenza tra questi due periodi fu già rilevata

dal Diecklioif, clie

seppe ben classificare

le

fonti
il

secondo un
perchè
gli

criterio cronologico.'
scrittori
di

so

capire

cose

valdesi

siensi

allon-

tanati dalla via

così

luminosamente tracciata dal

loro predecessore. Si

abbia errato in

può ben dire che il Dieckhoff qualche punto secondario, come ad
di quel

esempio che faccia l'Alano più antico
sia
;

che

può negare che in Alano e nel Foncaldo la dottrina valdese poco s' allontani dal cattolicismo, e che se ne stacchi molto di più nel
si

ma non

Borbone, nel Moneta, nel Sacconi,

e

rompa

di tutto

punto in Davide
fonti è dovuta

d'

Ausburgo. Questa disparità

delle
al

al

tempo

in

cui apparvero, ed

successivo sviluppo della dottrina valdese.^

Dal principio, come dicemmo,
nevano per buoni
cattolici,
^

i

Valdesi

si teil

né sapeano intendere

perché un laico non avesse da leggere ed interpe*

DiEKHOFF, Bie Waldenser im Af/«eZa?fór, Gòttingen, 1851,

pag. 155-58.
^

Stefano

di

Borbone

in

D'Argentrè,

1,

87,

ben conosce questi

periodi successivi. Hii ergo, Valdenses videlicet et sui, primo ex

praesuntione et
tiam,

officii

apostolici usurpatione ceciderunt in inobedien-

contumaciam, demura in excommunicationis sententiam .... Postea in Provinciae terra et Lombardiae cum aliis haereticis se admiscentes, et errorem eorum bibentes et serentes,
in

demum

haeretici sunt judicati infestissimi et periculosissimi.
'

L'abate

di
i

Foncaldo, verso

il

1209, aveva tuttora speranza
della
:

di

richiamare

Valdesiani nel grembo
2,

Chiesa: Adversus

Valdenses, in Gretser, XII,
dignitas ac auctoritas, quo
runt, humiliter

pag. 207
sit

legimas ad ostendendum quanta

pauca de multis colepiscoporum ac sacerdotum
cui

cognito qui hactenus eis ribelles fue-

eisdem obtemperent.

176
trare la

LIBRO PRIMO
Bibbia, e gli fosse conteso di spandere
popoli la parola del Signore.*

presso

i

Non

erano

forse laici gli apostoli, che

andavano

di contrada in

contrada predicando la buona novella ?

E

non leg-

giamo

nell'antico

Testamento che Mosè lungi dal
neanco nei nuovi tempi

portare invidia ai profeti, desiderava invece che tutti
profetassero?^ Del resto

mancarono

laici,

che predicassero con successo la

parola del Signore, e dalla Chiesa non che impediti

venner levati sugli

come ad esempio il beato Onorato e santo Equizio. ^ I Valdesi non capivano che in una Chiesa costituita gerarchicamente non
altari,

possano commettersi a chiunque

uffici così delicati

come r interpetrazione
zione.

dei sacri testi e la predicail

Ed

attribuivano perciò

divieto all'invidia

alla gelosia del clero,
la

che non volendo abbracciare
altri

povertà voluta dal Cristo, mal tollerava che

e colla
*

voce e
in

coli'

esempio la predicasse.* D'una
:

Gretser, pag. 203 Ab omni qui scit verbum praedicandum esse. Quoniam Jacobus dìcit « scienti bonum facere et non facienti peccatum est iili ». Quare autem si scimus evangelizare et cepimus graviter peccamus? ^ FoNCALDO, in Gretser, pag. 204: Moyses non invidit prophetantibus, imo desideravit, ut omnis populus prophetaret. Clericorum autem ordo obsistit nobis, et invidet prophetantibus id est
FoNCALDO,
,

dei in pòpulis seminare,

exponentibus mysteria Dei.
' FoNCALDO, pag. 205. Ad hoc dicunt quod multi laici verbum Dei in populo fideli dìsseminaverunt sicut fecit B. Honoratus et

sanctus Equitius .... Denique et primi apostoli idiotae et sine
teris fuerunt.
*

li-

licet Laici, verbum Ausburgo, ediz. Preger, pag. 26. Illi (Valdenses) autem contempserunt in hoc claves ecclesie, dicentes clericos hoc
isti

Et

omnes,

Dei praedicaverunt.

Davide

d'

facere per invidiam quia viderent eos meliores se esse et melius

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
ingiunzione, dettata da motivi
lecito e
siffatti,

177
era dunque

doveroso non tener conto, perchè secondo
agli

Pietro

non

uomini

ma

a Dio bisogna obbedire.*

La disobbedienza
e dal concilio fu
il

agli ordini emanati dal

Papa

primo atto

di aperta opposizione

dei Valdesi,^ die provocò polemiche astiose, e novelle scissure. I cattolici sulP autorità del

concilio

lateranense sostenevano che l'ufficio di predicazione
spettasse ai soli sacerdoti, e

non a

tutti,

bensì a

quelli prescelti dai vescovi.^ I Valdesi protestavano

contro queste restrizioni,

e

stimavano
Signore

lecito a
il

chiun-

que sapesse

la

parola

del

predicarla,

decere et maiorem ex hoc populi favorem habere,
et perfecto opere nullus debeat vel possit

cum

prò bono
il-

excomunicari .... Et

lam excomunicationem reputabant
ctrina evangelii

aeternam benedictionem, gloriantes se apostolorum successores esse, quod sìcut illi prò dosibi esse

a scribis

et

phariseis

extra

synagogam

eiecti

maledictioni

eorum

et persecutioni

subiacebunt, ita et ipsi a clericis

similia paterentur.

Alanus, adversics haereticos, pag. 1881. Isti Valdenses neminem debere obedire alicui nisi Deo freti auctoritate quae est in actis apostolorum. Foncaldo, pag. 209, sed inquiunt: obedimus Deo non hominibus, sequens Petrum qui dixit: obedire oportet Deo magis quam hominibus. * Foncaldo, p. 198. In primis igitur arguuntur de inobedientia, quia scilicet non obediunt ecclesiae Romanae. ' Alano, pag. 184. Laico autem praedicare periculosum quia non intelligitur quod dicit nec scripturas intelligit. Foncaldo, pag. 199 Ex quibus aperte datur intelligi quod nullus praesumere debet decere aliquam viam perfectionis nisi sit in civitate id est
'

asserunt

:

in sancta ecclesia, et Christi sit discipulus. Pag. 207 Ex his omnibus videtur nec Clerico nec Laico cujus habitatio ignoratur (imo
:

etiamsi sciatur ubi habitet) esse licitum vineara id est plebem et

gregem alienum excolere cujus curam spectat.
Tocco

sine licentia Episcopi vel Presbyteri ad

L'Eresia ecc.

12

178

LIBRO PRIMO

senza distinzione ne di sesso ne di età né di condizione/

E

che anche

le

donne possano esercitare

l'apostolato lo provavano colP autorità della lettera

a Tito, e

coli'

esempio di una profetessa.^ Coteste
l'

dottrine erano diametralmente opposte,

una ripedel

teva

il

diritto
l'

della

predicazione

dalla

scelta

vescovo,

altra dall' ardore e della scienza dell'in-

segnante.
gli altri

E

trapassando
religiosi,

dall'

insegnamento a

tutti

uffici

l'una dottrina
l'

non

te-

neva conto
rito.*

se

non

dell'

ordinazione,

altra del

me-

Dal che seguiva questa conseguenza notevole,

tirata dagli Arnaldisti
ai

prima dei Valdesi, che solo sacerdoti o ministri buoni bisogna obbedire, vale
quelli

a dire a
loro
si

che nella loro vita e nei costumi
apostoli.*

mostrano degni seguaci degli

Im-

*

Pag. 202: Praedicant omnes passim, et sine delectu condì-

tionis, aetatis vel sexus.

FoNGALDO, pag. 113. Foeminas quas suo consortio admittunt, decere permittunt, cum hoc sit apostolicae doctrinae contrarium. Pag. 114 sed dicunt inimici veritatis mulieres debere decere eo quod apostolus dicat ad Titum: .... non criminatrices non multo vino servientes, bene docentes. Item hunc errorem confirmare scituntur exemplo Armae propheticae, Lue. 2. ' Alano, pag. 191:Magis operatur meritum ad consacrandum .... quam ordo vel officium. Per l'opposto il cattolico deve sostenere secondo il Foncaldo pag. 200: Spiritus sanctus plerumque potius dignitatem sacerdotis pensai quam meritum. * Alano, pag. 186. Forte dicunt quidam haeretici quod bonis Praelatis obediendum, et bis qui apostolorum vicarii sunt vita et
*

:

officio.

Obediendum

Tutto al contrario la dottrina cattolica è questa (pag. 183) esse dominis suis, non solum modestìs sed etiam di:

scolis. Lo stesso ripete Foncaldo (pag. 200): Sacerdotibus etiam peccatoribus peccatores nequitias suas confiteri debent.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
perocché se
il

179

merito solo e non V ordinazione è la
ministero, hanno

fonte della dignità sacerdotale, quelli die nelle opere
loro
si

mostrano impari
siffatta è

all'alto

perduto non ostante l'ordinazione ogni autorità/
Dottrina
tolica,
all'

non

solo contraria

alla cat-

che non riconosce altro giudice del sacerdote
del

infuori

superiore

gerarchico;

ma

benanco

alla protestante,

che attribuisce minor merito alle
fede.^

opere che non
Arnaldisti, ed
i

alla

Con

tutto

questo e gli
ci

Valdesi la professavano, come

viene concordemente attestato da fonti antichissime,
quali
rità

Alano

e

l'

Abate

di

Foncaldo

,

la
^

cui

auto-

nessuno può revocare in dubbio.

Questa dottrina del merito in opposizione

al-

l'ordine venne formolata in occasione della predi'

Per mostrare l'accordo
della dottrina
cito

delle fonti in questo punto e la con-

tinuità

dall'origine
di

sino

all'ultimo
in

periodo

della

Chiesa valdese,

Stefano

Borbone

D'Argentré,

1,89.

Item dicunt
liere;

nuUam esse sanctitatem nisi in bono horaine vel muMoneta, pag. 408: Audacia Valdensium, qui ab ecclesìa romana propter quorundam viti a exire praesumpserunt .... si enira Scribis et Pharisaeis, qui nequissimi fuerunt de lege Moysì obtemperandum fuit propter officium et ordinem sacerdotis usque ad consummationem legis, quanto magis sacerdotibus et praelatis obediendum est de lege Chrisd licet mali sint. Riferiremo altrove un luogo di Davide, ediz. Preger, pag. 27. * Dieckhoff, op. cit., p. 178. Der waldensische Satz stùtzt ja die Kràftigkeit und Wahrheit der geistlichen Amts und seiner Thàtigkeiten nicht auf den obiectiven Christus in der Gemeinde. Pag. 181 Das èvangelischi Protestantismus steht auf Seiten des Alanus. ' Il Preger, Beitrdge ziir Geschichte der Waldesier im Mited
il
:

telalter^ dubita a torto delle

fonti cattoliche,

perchè l'accordo di
diversi e per

queste fonti, che

e per nazionalità

emanano da è una prova

inquisitori

ben

tempo

inconfutabile della loro veridicità.

180
cazione;
si

LIBRO PRIMO

ben certo che a non lungo andare applicò anche ad altre funzioni religiose, prima
è

ma

tra le

quali fu senza

dubbio

la

confessione.
si

Che

dal sacerdote legittimamente ordinato
la

ascoltasse

messa, o

si

ricevesse

la

cresima non portava
si

pregiudizio alla nuova associazione, la quale

cre-

deva sempre sinceramente cattolica, e nessuno dei
sacramenti voleva negare.
i

Ma

non era
si

possibile che

membri

del

nuovo sodalizio

confessassero a sa-

cerdoti cattolici, che faceano ai Valdesi

non meno aspra e spietata che ai dunque svigorire l'autorità della confessione cattolica, e sostituire a quella un'altra forma che meglio convenisse ai progressi della
tale

una guerra Catari. Bisognava

nova
i

società.

A

uopo solean
ribelli

dire

i

Valdesi, che
del

sacerdoti cat-

tolici

ai

precetti
le
^

divino maestro,

potranno assolvere
sabile,

colpe altrui se

non prima non si
indispen-

lavano dalle proprie.

la confessione è

perchè chi perdona non è sacerdote,

ma Dio

stesso, e
trito,

quando a Dio ci rivolgiamo col cuor conche uopo v'ha del sacerdote?^ Certo il conconsigli, e cogli

fessore talvolta ci aiuta coi suoi

'

lUis solis potestas ligandi et solvendi

data

sit,

qui doctrinam

simul et vitam apostoli servant. (Alano, pag. 187). Cfr. Davide,
ediz.

Frege r, pag. 27: Dicunt etiam quod sacerdos peccator non

possit aliquem solvere et ligare,

cum
laicus

ipse sit ligatus peccato,

et

quod
^

quilibet

bonus

et

sciens

possit

alium absolvere et

paenitenciam imponere.

Alano, pag 196. Si vero ante confessionera, per contrìcionem Deus per se ìpsum sine ministerio sacerdotis ei debitum omnìno relaxat quid dimittit Sacerdos?
cordis,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

181

ammonimenti

suoi;

ma

quest'ufficio
e

simpegnato da qualunque laico/
fessione cristiana

può essere dila prima con-

non

si

faceva in segreto,

ma

in

pubblico, non presso un sacerdote solo,
la

ma

presso

comunità dei
Il

fedeli.

principio
il

di

tutte queste
al solo

argomentazioni è
merito
si

sempre

medesimo, che

debba

attribuire valore, onde soltanto

chi s'è saputo ri-

fare nell'intimo della sua coscienza, così da detestare le colpe commesse, questo solo sarà perdonato

da Dio. Quando manchi
assolvere, perchè

la

contrizione

è

assurdo

non

e'

è nulla fuori della coscienza

che possa la coscienza purificare. Talché non s'ha

da credere

di poter

comprare

l'

indulgenza a denaro
il

sonante, o in qualsiasi altra guisa, che non sia

profondo ed intimo dolore
le

di aver peccato.^

E

se
ai

indulgenze non giovano ai vivi, tanto
i

meno

morti,

quali

non hanno più modo

di

rinnovarsi,

essendo chiusa ormai loro la via dell'operare.^

E

ormai sono quel che furono, dannati

se vissero male,

beati se vissero bene.* Insieme colla dottrina delle

'

Alano, pag.
sacedotibus
si

193.

Non

est necesse

hominem peccata

sui con-

fiteri
*

praesto

sit laicus, cui

possit peccata confiteri.

Stefano

di

Borbone,

in

D'Argentrè, 1,88: Derident

indul-

gentìas Papae et absolutiones et Claves ecclesiae.
^

FoNCALDO, pag. 114-15. Audentjanr insani
nihil

haeretici eìs quos

seducunt dicere: defunctis
tiones prò eis factas.
*

prodesse fìdelibus vivorum eleemo-

synas, jejunia, orationes, nec etiam missarum solemnia, seu ora-

FoNCALDO, pag. 217:Sed ad hoc objiciunt inimici

veritatis

post raortem hanc praedictas nulli prodesse

Ex

bis verbis

182
indulgenze
si

LIBRO PRIMO
legano sempre quelle dei suffragi pei
i

defunti, e del Purgatorio; ed

Valdesi che negariescire
alla

vano

le

prime doveano anche

nega-

zione dei secondi.*

In questi punti par che fossero d'accordo tutti
i

Valdesi,

il

che non esclude la possibilità della
altri.

divergenza in divergenza

solo possibile tornava questa

ma

necessaria, perchè la dottrina valdese

era in continuo movimento, ed ogni giorno

come

vedemmo
secondo
Chiesa
il

e

vedremo s'aggiungevano novi
ed
i

articoli

le

vicende della lotta, che sostenevano colla bisogni della polemica. Oltreché

ufficiale,

sodalizio

valdese parte pel bisogno dell'aposto-

lato, parte

per isfuggire

alle

persecuzioni degl'in-

quisitori s'era sparso pressoché in tutta l'Europa,
e nelle diverse regioni

venuto in contatto con eresie

diverse

si

era fuso con esse, prendendone dottrine,

che
ci

al principio gli

erano estranee. Di
le

tali divisioni

dicevano già qualche cosa
il

antiche fonti
il

come

Stefano di Borbone,
il

Moneta, ed
e che

Sacconi.

Ma

Preger trovò recentemente un monumento più
il

antico di queste fonti,

tenuto come

solo

non può essere autorevole, come par che prese

tenda

lo scopritore, é certo di

grandissimo interesse,
che conti una
è

essendo l'unico

d'origine

valdese

rispettabile antichità. Codesto

documento

una

let-

liquet

quod post mortem tenebris poenaruna

involvitur qui in

hac

luce viam Dei perambulare contempserit.
*

FoNCALDO, pag. 217: Negant enim ignem purgationis.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
tera che
d^
i

183

Poveri Lombardi mandano

ai loro fratelli

oltremonte intorno
e in

ai dissensi nati tra le

due so-

cietà,

gran parte composti in una conferenza
nel 1218.' Questi Poveri Lombardi,
altre fonti, erano per

tenuta a

Bergamo

come già sappiamo da
rispetto
fratelli

qualche
loro

più avversi alla Curia

Romana

dei

oltremontani

^
;

e

par certo che sien nati con Arnaldisti, forse con

dalle fusioni di Valdesi

prevalenza dell'ultimo elemento.

credo

ci

sia
^

ragione di
dei

farli risalire

col

Preger agli Umiliati^
la

quali

è

tuttora

incerta
le

provenienza,

ma

bisogna pur convenire che

due frazioni valdesi
Poveri Lombardi

par che abbiano coscienza della loro diversità di
origine.*

E

senza dubbio alcuno

i

citati,

Questo documento, pubblicato dal Preger nei Beitràge già fu riprodotto presso di noi dal Comba, Storia della Riforma in Italia, pag. 541 e segg.
'

'Sacconi,

Summa,

pag. 55. Pauperes Lombardi concordant

cum

primis in juramento et justitia saeculari.

De corpore vero
est

Domini sentiunt pejus quam primi, dicentes quod concessum
cuilibet

homini, sine peccato mortali esistenti, consecrare illud. Item dicunt quod Ecclesia Romana est Ecclesia malignantium, et bestia et meretrix quae leguntur in Apocalypsi.
'

Anche

il

Tiraboschi, alla cui opera Vetera
il

Humiliatorum

Preger ricorre, dice candidamente (I, 76): ea fere omnia quae ad prima humiliatorum tempora pertinent incerta sunt. La corporazione degli Umiliati era un ordine religioso, il quale è fama che abbia ricevuto qualche regola da S. Bernardo, né certo s'è mai allontanato dalla Chiesa. E se ne togli l'obbligo del lavorare, che del resto anche i Catari s'imponevano, non parmi che ci sia niente altro di comune tra gli Umiliati ed i Poveri Lombardi. * Da questa frase adoperata dai Poveri Lombardi (§ 3): Con(Med. 1766)
troversia quae
inter nos
et

monumenta

electos Valdesii socios

jam

diu ver-

184

LIBRO PRIMO

non attribuiscono al Valdez quella santità ed impeccabilità che, come già dicemmo, era un articolo di
fede pei fratelli oltramontani.* Un'altra differenza
tra loro era
il

lavoro manuale. I Poveri di Lione
gli apostoli

sostenevano che

non avessero da pensare
la parola del Signore,
il

ad altro fuor che a diffondere
accattandolo dai fedeli;

ne quindi poteano procacciarsi
i

necessario se
al

non
condi-

Poveri Lombardi

trario a somiglianza dei Catari e dei Patarini

cevano dovere anche
delle

gli apostoli vivere del lavoro

proprie mani.^

Una
della

terza

differenza riguarsocietà.
Il

dava l'organamento
lizio

nova
di

soda-

oltramontano non era solidamente costituito.

I Valdesi credevano

sempre

formar parte della

vasta società cristiana, talché non stimavano utile
di creare rettori

ed amministratori della nuova soche viveano secondo
del pari
il

cietà. Tutti quelli

costume

di Valdez, erano
cietà;

membri

della

nova so-

ma non

si

doveva

stabilire

nessuna differenza

e gerarchia tra loro.

E

se

pure occorresse talvolta
Poveri Lombardi non

satur, si
si

deve riconoscere coi Preger che

i

sentivano compagni o socii del Valdez.
*

mortuis questione respondimus

Facta enim adhuc quadam super Valdesio et Viveto Valdesium et Vivetum si prò omnibus culpis et offensionibus suis satisfecerint ante obitum posse salvari quam dicti ultramontani penitus respuentes ecc. Pare però
§ 15:
:

:

che la disputa

si

potesse comporre nella formola accettabile da
esset

ambe
*

le parti:

dicimus Valdesium in dei paradyso esse.
aliis

§ 6:

Valdesium dixisse quod cum de omnibus

pax

et concordia inter

eum

et fratres italycos

,

nisi

separarentur labo-

rancium congregationes. A ragione il Preger si serve di questo testo per mostrare la grande autorità esercitata dal Valdez.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
di

185
il

ridurre nelle

mani

di

qualche ministro
gli si

go-

verno della nova società,
tere queir ufficio
cietà,

dovrebbe commet,

temporaneamente perchè una soche nasce in opposizione alla gerarchia, non
tollerarla nel suo seno.
I

può certo

Poveri

Lom-

bardi la pensavano diversamente. Ei rimontavano

ad una società, che cominciò fin dal tempo di Arnaldo da Brescia, e ben sapeva che per conservarsi nell'urto delle opposte confessioni bisognava

solidamente organizzarsi. Credevano perciò indispensabile

nominare dei

rettori.*
il

Altri punti di quistione par che fossero

bat-

tesimo coir acqua, quello dei bambini, e la indissolubilità del

matrimonio. Intorno
altrove, che
i

ai

primi due punti

dicemmo già
lore, e

Catari al battesimo del-

l'acqua voleano sostituito quello del fuoco o del ca-

che condannavano recisamente la sommini-

strazione del battesimo a chi

non fosse in grado di capirne l'importanza. Era ben possibile che queste
due dottrine fossero penetrate nella società valdese;^

ma

certo è che nel convegno di
di

Bergamo pensarono

bene
*

non

dipartirsi dall'insegnamento cattolico.*

§ 4: Valdesium dixisse videlicet se nolle aliquem in socieultramontano rum aut ytalicorum fratrem fore prepositum in vita sua nec post mortem. Anche in questo punto si trovò modo d'intendersi: commune nostrum.... eligat prepositos aeternaliter vel rectores ad tempus secundum quod utilius communi videbitur vel amplius ad pacem pertinere.
tate
'

Il

Sacconi dice che

i

Poveri Lombardi sostenevano quod

in-

fantes salvabuntur sine baptismo
^

{Summa,

pag. 55

b.).

Dalla formola adottata nella lettera
il

(§ 8)

parrebbe tutto V op-

posto di quel che pretende

Sacconi, perchè gli ultramontani par

186
In quanto
al

LIBRO PRIMO

matrimonio già sappiamo che i Valdesi oltremontani in seguito ad influssi catari
preferivano la verginità allo stato coniugale, e tol-

leravano
rito
si

clie

pei bisogni della nova società
dalla

il

maella

dividesse

moglie anche quando

non v'acconsentisse. I Poveri Lombardi par che facessero maggior conto del matrimonio, e solo in
due casi ne permettevano
lo scioglimento, o

quando

entrambi

i

conjugi fossero d'accordo a separarsi,

per causa di adulterio/

Queste divergenze per quanto gravi non erano
tali
l'

che con poche concessioni da una parte e dal-

non fossero per comporsi. Intorno ad una però non era possibile 1' accordo, e riguardava un punto d'un grandissimo interesse e dommatico e
altra

pratico: l'Eucaristia. I Valdesi d' oltremonte benché

nova società fosse lecito di predicare e di confessare, pure non erano ancora venuti all' estrema conseguenza di
tutti
i

ammettessero che a

membri

della

permettere loro la celebrazione della messa. Certo
è che essi ascoltavano la
tolici,

messa dei sacerdoti catmiracolo
eucaristico
si

e

credevano che

il
il

compisse anche quando
che avessero bisogno
eos credere et

ministro fosse indegno di
vera fede

di essere richiamati alla

:

hoc oramus

fateri.

La

professione di fede suona cosi:

nemo

aquae màterialis baptismum respuens potest salvar!. § 9: Credimus legitimos conjugatos nisi ob fornicationis causam aut utriusque consensu nemìnem debere separare. Cfr. Stefano di Borbone in D'Aro., I, 89. Item in matrimonio carnali dicunt quod uxor potest a viro recedere eo invito, et e converso et sequi eorum societatem vel viam continentiae.
*

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

187

operarlo. Questa opinione era senza dubbio in con-

traddizione

coli' altra

più

generale

che

nessuna

funzione religiosa potesse esercitarsi dal ministro

indegno.
s'
il

Ed

a

rimovere

siffatta

contraddizione

adoperavano in diverse guise. Alcuni dicevano che miracolo della transustanziazione si opera per

virtù

non

del sacerdote, bensì delle parole mistiche

da
la

lui pronunziate.* Altri

sostenevano che se

il

sa-

cerdote cattivo non potesse celebrare la messa, per

medesima ragione non dovrebbe somministrare il battesimo, mentre è risaputo che il battesimo ha sempre valore fosse anche dato dalla levatrice.^ Altri infine non negavano la partecipazione del sacerdote,

ma
dell'

la

dicevano sopraffatta ed assorbita
il

dall'

opera

Uomo-Dio,

quale in fine è

il

vero autore del

miracolo.^
I Poveri

Lombardi, che discendevano in diretta

linea dagli Arnaldisti, ed alla purità del sacerdote

'

§ 16:

Una

est (sententia), ut

ferunt,

quod panis

et vini substancia

lacionem vertitur in Christi homini sed verbis Dei virtutem attribuimus. * § 17: Altera quorundam Valdesii sociorum sententia de panis fraccioni haec est nemo potest baptizare, qui Christi corpus non
;

quidam ex Valdesiì sociis proper solam verborum Dei procorpus et sanguinem addentes: non

valet confìcere.
'

§ 18: Dixerunt

enim per neminem

sive

bonum

sive

malum,
et vini

nisi

per

eum

qui est deus et

homo,

i.

e.

Christum, panis

visibilem in corpus Christi et

sanguinem transubstanciari substan-

tiam, et hucusque de hac tertia sacramenti hujus responsione nos
et
illi

concordes fuimus. De hoc autem quod addiderunt: oracioadulteri sive malitiosi in hoc a domino ea?aiidiri et recipiy
quia a veritatis tramite deviat dissentimus.

nem
ab

eis

188

LIBRO PRIMO

attribuivano infinito valore, non potevano accettare

nessuna

di queste versioni dei

Poveri oltramontani.
miracolo eucaristico

Non
il

la

prima, perchè se

il

s'operasse solo in virtù delle parole mistiche, anche

Giudeo od

il

Pagano potrebbe
il

operarlo.*

Non

la

seconda, perchè tra

battesimo e l'eucaristia non

può correre l'analogia voluta dagli oltramontani, altrimenti anche .il laico anche la donna potrebbe rompere il pane benedetto, laddove per gli oltramontani stessi al solo sacerdote è commesso que,

j^t'

ufficio.*

La

terza

opinione potrebbe accettarsi,
oltre

purché s'aggiunga che

all'opera dell'Uomo-

Dio per compiere

il

miracolo eucaristico occorre la

preghiera del sacerdote, e che questa preghiera non
sarà accolta da Dio quando venga sciolta da labbra

impure.^ Questa terza opinione, non è dunque la
stessa della prima,

come

dice

il

Preger, perchè la

*

§ 16: Quisquis sive Judeus sive gentìlis verba Dei super paet

nem
ciet.

vinum proferens

....

Christi

corpus et sangulnem confipiù opposte, né solo
fosse valido,
le

Questa opinione

di alcuni

oltramontani era cosi indeterminata,
le

che poteva servire a dimostrare
il

tesi

che

sacramento amministrato dai

cattolici

ma

valido

altresì quello di

qualunque altro sappia dire
I,

sacre parole. In

questo ultimo senso intende la dottrina degli oltramontani Stefano

autem (Valdenses) qui in aliquo hoc errant, quia dicunt corpus Christi posse confici a quocumque bono vel consecrari qui dicit verba ad hoc statuta, licet, non sit ab homine ordinatus. '" § 17: Interrogati etiam a nobis de pane fraccione confessi sunt hoc sacramentum non per mulierem, non per laycum, sed per solum confici sacerdotem. ' § 20: Item quod dominus iniquorum ministracionem non reDI
in

Borbone

D'Arg.,

89: lUi

videntur minus male

sentire in

cipiat, et

eorum oracionem non

exaudiat.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

189

prima non può essere accettata in nessun modo, e la terza con opportune aggiunte viene ammessa. La
prima pare una superstiziosa deificazione della parola, la

terza rileva

l'elemento soprannaturale
esclude per

del sacramento,

ma non

questo l'ele-

mento umano. Modificando questa terza opinione s'iia la vera che non attribuisce il miracolo eucaristico al solo intervento di Cristo,

alla sola virtù

del sacrificante,

ma

all'uno ed all'altro insieme.
il

Se

mancasse l'opera

dell' Uomo-Dio,

sacerdote per

degno
digio.

clie

fosse,

non potrebbe operare tanto prose

Come pure

venisse

meno

l'orazione

del

celebrante, o, che torna lo stesso, se questa orazione
fosse detta da chi
sacrifizio

non
e

si

non avesse il diritto di dirla, il compirebbe neanco. Occorrono dunil

que

i

due fattori:

subbiettivo o la bontà del sao l'opera
del
Cristo.

cerdote,

l'obbiettivo

Ma

pare che quest'aggiunta non sia stata accettata e

che la conciliazione
cato.

fallisse in questo punto deliPerchè l'ultima formola degli oltramontani
:

era questa
sia

il

sacerdote ordinato dalla Chiesa, finché
ufficio

mantenuto in

dalla
il

grande famiglia dei

Cristiani,

opera sempre

miracolo eucaristico, o
e

buono o malvagio che
role da lui pronunziate

sia,
il

dopo

le
il

mistiche pavino
si

pane ed

tra*

mutano
'

nel

corpo

e

nel

sangue del Signore.

I

§ 22: Ecco la formola degli oltramontani: a sacerdote ab

ecclesia

Romana

ordinato, donec congregatio

baptizatorum
acceperit

susti-

net

eum

in officio, sit justus vel iniustus, si

panem

et

vinum

et eura benedixerit in

commemoracionem

corporis et san-

190

LIBRO PRIMO

Valdesi non potevano

giammai

accettare

questa

dottrina/ Forse potevano spingersi all'ultima concessione di attribuire un valore alla comunione, per-

chè in luogo della preghiera del ministro indegno
sott entra quella più efficace del comunicando.^

Ma

che l'opera del sacerdote
detta dal sacerdote
la

sia

pressoché nulla, e che
la

Dio voglia accogliere sempre

preghiera purché

anche quando impure labbra

mormorino,

i

Poveri Lombardi non sapeano
alla confessione

accettare.'

Anche intorno
dissenso tra
i

par che
gli

ci fosse

Poveri Lombardi e
i

oltramontani.

Un tempo
i

credettero

lombardi

all'afficacia della

confessione auricolare,
fratelli d'

ma
li

ora non più, e neanco

oltremonte

potrebbero far cambiare
è

d'opinione,

perchè non

lecito

sottomettere

di

nuovo
ne

alla servitù della

legge chi come Paolo se

sia affrancato.*

guinis Dei, credimus
et sanguis fiat Dei.
*

quod post benedicionera ab eo dictam corpus
-confessionem,

Loc.
§ 18

cit.

Hanc Valdesianorum
si

quam

contra

divina testimonia faciunt, omnino respuiraus.
quis ad recipiendum hoc sacraraentum dignus quod licet non per ministri indigni et reprobi oracionem a domino impetrat quod exoptat, i. e. corpus domini ad
'^

:

Tamen

accesserit credimus

sui

salutem juxta suum recipit desiderium
'

(loc.

cit).

Loc

cit.

Si

Deus oracionem exaudierit, credimus panis
et

et

vini

substanciam post benedictionem esse Christi corpus
per se .... ad se
i.

et sane.

guinem, alioquin minime quod ad se
per se
*
i.

quan-

tum ad ministrantem reprobum etiam
e.

si

ipse ratione presumpserit,

per ejus orationem

si

alicui alio tradere voluerit.

§ 25:
factus

Cum
sum

essem parvulus loquebar ut parvulus.
vir,

Quando

autem

evacuavi quae erunt parvuli .... Nec etiam.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

191

Da

queste divergenze, che nella lettera
quel

non sono
si

dissimulate, possiamo raccogliere

che già

sapeva dal Sacconi, che
più
ostili

i

Poveri Lombardi fossero
d' oltre-

alla

Chiesa dei loro confratelli

monti. Perchè questi ultimi credevano tuttora

di

formar parte insieme

ai

cattolici

di

una

sola

e

grande famiglia, quella dei battezzati o credenti in
Cristo; in qualche punto rilevante
stia,

come l'Eucarisacerdote,

attribuendo

il

miracolo ad opera sovrannatucoefficienza del

rale indipendente

dalla

s'adattavano molto più alla dottrina cattolica, che
ai

presupposti della loro setta; infine, colla scorta
dottrine potevano
ricevere la

di queste

seguitare ad ascoltar
cattolici

messa

e

comunione dai preti

senza tradire la nuova fede.
L'interpetrazione fin qui esposta dell'importante

documento, pubblicato dal Preger, non s'accorda con
quella del dotto editore;

ma

io

non saprei ammetspeciale,

tere senza sforzo che nel paragrafo sedicesimo della
lettera si tratti

non d'un punto

ma

del

fondamento stesso della dottrina valdese. La quale

tet

Valdesiani in hoc nos vellent cogere, volumus confiteri. Oporenim obedire Deo magis quam hominibus. Nec enim Paulus volentibus eum in legis servi tutem redigere, ut ipse testatur, ad horum subjectione cessit. Questo luogo mi pare una chiara prova che gli ultramontani ai quali s'indirizza la lettera dei Lombardi erano forse una frazione dei Valdesi, rimasta ancora in moltissimi punti ligia alia Curia Romana. Con nessun' altra ipotesi si potrebbe
licet

spiegare questa sollecitudine per la confessione auricolare, che tra
i

sacramenti fu

il

le fonti più antiche,

primo ad essere abbandonato, come ne fan fede Alano e l'Abate di Foncaldo.

192

LIBRO PRIMO
il

secondo

Preger sarebbe
che cioè
il

affatto identica

a quella

di Lutero,

diritto al sacerdozio si
i

debba
il

ripetere dal battesimo, talché tutti
ipso jiire sacerdoti.

battezzati sieno

A me

pare, o m' inganno, che

significato attribuito alla parola di

Dio
gli

sia

molto più

profondo di quel che intendevano

oltramontani,

stando almeno alla testimonianza del Borbone, che

egregiamente s'accorda in questo punto colla
tera dei Poveri Lombardi.
testo
si

let-

Non nego

che dal con-

potrebbe ricavare

il

senso voluto dal Preger,

ma

interpetrata così la lettera dei Poveri
le altre fonti

Lombardi

contraddirebbe a tutte

che la prece-

dono
del

e

la

seguono.

E

sarebbe veramente strano

che a tanti inquisitori, esercitati nelle controversie

tempo, fosse sfuggito

il

vero principio

della

dottrina valdese così da sostituirvene uno affatto

opposto. Colla nostra interpetrazione invece

si

met-

tono d'accordo tutte

le

fonti, e nel

modo
i

più sem-

plice si spiega che cosa intendessero

Valdesi ol-

tramontani per
in

la

comunità dei battezzati, e perchè

un punto

speciale della loro dottrina contraddi-

cessero ai loro principii medesimi.

V
Dall' esposizione precedente si racccoglie che la
lettera dei Poveri

Lombardi compie

ma non
si
i

con-

traddice alle altre fonti più antiche, che

riferi-

scono
della

ai Valdesi.

E

resta pur sempre tra

principii

nuova fede questo, che venne giustamente

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

193

rilevato dal DieckliofF, che la dignità dell'ufficio si

misura dal valore di chi

l'

adempie

,

e la

validità

dell'opera dal merito dell'operante. Se la cosa sta
così,

è

ben

certo

che non tutti

i

fedeli

possono
sono
co-

esercitare l'ufficio apostolico, perchè

non

tutti

meritevoli

del

pari.
colle

Ma come
altre

s'accordano

deste sentenze
dalle

conservateci parimente

fonti più

antiche:

che ogni Valdese possa
il

predicare la parola del Signore, e sciogliere
fratello dal peccato, e

suo

somministrare ove occorra

ogni sacramento? Le due proposizioni: magis operatur meritum
cerdotes,^

quam ordo; omnes bonos

esse sala

non vanno bene d'accordo, perchè

prima
e

mena
spetto

alla

conseguenza di distinguer tra fedeli

fedeli, nello stesso

modo che
ed
ai

faceano

i

Catari ri-

ai

Perfetti

Credenti^ la seconda di

queste distinzioni non può far conto, perchè
tutti pari quelli

son

che venner moralmente rinnovati
contraddizione avea

dalla fede in Cristo.
Il

Dieckhoff per sanare

la

proposto d'interpetrare in un senso restrittivo la

seconda sentenza, come se dicesse
deli rito

:

non

tutti

i

fe-

ma

solo
il

i

buoni, quelli che eccellono per

me-

hanno

diritto di esercitare le funzioni sacer-

dotali.

Ma

di

queste attenuazioni

il

Preger non

vuole sapere, e preferisce di tagliar netta una delle

due proposizioni per lasciare intatta
principio, secondo
*

l'

altra. Il

nuovo

lui,

proclamato dai Valdesi sala

Di queste due sentenze,

prima

ci

viene

conservata da

Alano, la seconda da Stefano di Borbone.
Tocco

L'Eresia ecc.

13

194

LIBRO PRIMO
:

rebbe questo

che

al di

sopra àegV individui sta la
offici,

comunità dei battezzati. Essa nomina agli
o alle dignità, sieno

meglio; scioglie
senso
dei

il

temporanee o a vita come stima matrimonio anche senza il con-

conjugi

quando

l'interesse

generale lo

richieda; essa è

la conservatrice

della grazia

che

investe

l'

uomo appena

ricevuto

il

battesimo. Chiunè di pieno
la

que entra a
diritto

far parte di questa

comunità
si

buono, perchè rinnovato dalla fede, talché
di

frase di Stefano

Borbone, non

deve

intennel-

dere nel senso pregnante

del Dieckhoff,

ma

r assoluto che
tra

tutti

i

Valdesi senza distinzione pos-

sano esercitare
i

le sacre funzioni.

Sarà pur vero che
il

Valdesi

ci

siano di quelli che meritano

nome
i

di perfetti a distinzione dei credenti,

e che solo

primi sostengono
dell'apostolato;

i

duri travagli

della

povertà e

ma

codesta perfezione è

un comi

pito morale per l'individuo,

non una condizione per

esercitare uffici che spettano egualmente a tutti
battezzati.^

Che valore ha codesta interpetrazione delPreger? Notiamo in primo luogo che egli ha dovuto modificare le sue opinioni nel più recente lavoro intorno

a Davide d'Asburgo, stante che questo scrittore
parla chiaramente di una distinzione tra perfetti e
credenti riguardante l'ufficio non la perfezione
rale.^

mo-

questa distinzione, che

i

Valdesi copiarono

dai Catari, appartiene solo ai tempi di Davide, perchè
*

*

Beitràge zur Geschichte der Waldesier, p. 22-23. Der Tractat des David von Aushurg^ Muncheal878,p. 15-16.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
già Stefano di Borbone ne fa cenno/
Il

195
trovarsi nello

stesso Stefano tanto la distinzione dei perfetti dai

credenti, quanto la frase: tutti

i

buoni possono funi

gere da sacerdoti ed amministrare, se occorre,

sacramenti,^ è una prova fortissima che codesta frase
si

debba intendere in senso

restrittivo. Nell'origine

non era necessaria nessuna distinzione, perchè la nuova società, molto scarsa di numero, non abbracciava se non gli uomini che sentivano profondamente il bisogno di una rinnovazione redella setta
ligiosa,
al

né erano meno ardenti del loro maestro,

e

pari di lui pellegrinavano faticosamente predialla

cando ed insegnando. Oltreché

nuova società
ed
alla

non occorrevano
funzioni religiose

speciali ministri, restringendosi le
alla

predicazione

con-

fessione, ed accettando tutte le altre dai preti cattolici.

Ma

ben presto

le

condizioni mutarono.

La

so-

cietà valdese per ingrossarsi

dovea accogliere anche
dei loro beni,

coloro che, sebbene inchini al nuovo insegnamento,

non

fosser disposti a

spogliarsi

avessero vocazione pel rude ministero dell'apostolato.

D'altra parte

lo

stacco
alla
le

dal

Cattolicismo

si

facea

sempre più netto, ed

nuova società facea d'uopo
funzioni religiose, che in-

provvedere per tutte
*

In D' Argentee,

I,

87.

Et inveni per multas confessiones eo....

rum

in jure

tam perfectorum quain credentium
liei tura

Tamen

aliqui

eorum
^

dicunt, ut ab eis audivi,

timore mortis esse eis, qui non
89. Quilibet

sunt perfecti,
Dei

mentire et jurare.

Stephanus,
efficitur,

in D'

fìlius,

sicut Christus

Argentee, I, eodem modo
ibi

bonus homo

sit

....

cum homo

poenitens

bonus

tunc est

verns baptismus.

190

LIBRO PRIMO
ai preti cat-

darno in tanta rottura veniano chieste tolici. In fine col crescere che facea
cietà avea

la

nova soclie

bisogno d'un organamento più saldo

non

fosse quello dei primi tempi,

quando

i

Valdesi

credendosi

membri

della vasta famiglia cristiana

mal
ben

tolleravano di costituirsi in corpo separato. Per tutte
codeste ragioni,
presto
si

ammesse

in parte dalPreger,*

formò

la distinzione

tra

Perfetti e Crei

denti, ed ai
nistri valdesi.

sacedoti cattolici sottentrarono

midella

Con questa innovazione s'apre quel periodo
che
il

storia dei Valdesi, che per noi sarà l'ultimo, stante

successivo

della

trasformazione di Valdesi

in Protestanti

esce dai confini del nostro lavoro.
le

In questo periodo
pre
pili fiere,

persecuzioni

si

facevano sem-

ed

il

Santo Uffizio non metteva alcuna

differenza tra Catari o Valdesi: o per

poco o per
rogo.

molto

tutti

s'

allontanavano del pari dalla Chiesa e
il

tutti eran meritevoli della stessa pena,

La

comunanza del martirio strinse mente i legami tra le due sètte,
eresie,
si

allora più

forte-

e la società val-

dese accogliendo gli elementi assimilabili delle altre

ordinò in comunità separata ed opposta

alla cattolica.

E

continuando da una parte

le

per-

secuzioni e dall'altra le resistenze, ognor più s'allaro:ava
il

solco che dividea

l'

antica dalla nova Chiesa.

Preger, op. cit., pag. 16: Natiirlich konnte man nun nicht was aufànglich fùr den Predigerverein galt, auch zur Vorschrift filr die Gemeinden machen.
'

Alles,

,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

197

Le
sono
il

fonti di cui ci

varremo
il

in

questo periodo

Borbone,

il

Moneta,
di

Trattato di Davide
e
il

d'Ausburgo, l'anonimo

Passau

Libro del-

rinquisizione tolosana. Stefano di Borbone fin dalle

prime pagine c'informa
nuta, ripetendo anclie

della trasformazione avvecolle

lui

fonti

più

antiche

che
in

i

Valdesi hanno
di

il

giuramento

e la

menzogna

conto

peccato mortale,

ma

soggiunge che
perfetti

queste massime rigide vennero nella pratica temperate, ed a coloro
,

che non erano tra

i

venia concesso di mentire e di giurare, se minacciati
di morte.*

una trasformazione ancor più profonda riguarda l'ufficio sacerdotale. D'accordo colle fonti più antiche Stefano ed il Moneta ci riconfermano
la

Ma

massima, che
sue
opere,

la

santità

del

ministro

si

ripete

dalle

non dall'ordine

ricevuto.^
di

E

con

maggiori particolarità Stefano racconta
stro valdese che gli

un mae-

poneva queste distinzioni: v'ha
altri

taluni che

non sono ordinati ne dagli uomini né da
i

Dio,

come

laici

malvagi;

sono ordinati dagli
per contrario sono

uomini,

ma non

da Dio;

altri

ordinati da Dio e
laici,
i

non

dagli uomini,

come

i

buoni

quali possono legare, sciogliere, consacrare,

ordinare, purché profferiscano le parole divine se*

Vedi più sopra,

p. 195, n. 1,

ediz. Preger, pag. 35:
facilius

da riscontrarsi con Davide, § 18, Olim desiniverant jurare omnino, sed quia
dispensaverunt

per hoc depreliendebantur, caute

modo

jurare prò se vel alio a morte defendendo.
*

Stef. di Bore., pag. 89: Nullam esse sanctitatem nisi in bonok

homine vel muliere.

198

LIBRO PRIMO
il

condo

rito/

Dapprima

le

funzioni religiose, che
i

credevano di poter esercitare

Catari
i

si

restringe-

vano

al predicare

ed assolvere

peccati.

Ora trag-

gono
i

altre più

gravi conseguenze
i

dalle loro pre-

messe, né soltanto

Poveri Lombardi,

ma benanco
efficacia alle

Valdesi

d'

oltremonti sostengono, cbe se non può
coli'

predicare chi toglie

esempio ogni

sue parole, se non può sciogliere altrui chi è già

da per se legato, a maggior ragione non può spez*zare
il

pane del Signore chi non

sia

degno

di

nutrirsene.^

Ed

in

luogo

dei
i

sacerdoti indegni è
i

necessario che sottentrino

buoni,

quali per laici

che sieno, potranno non pertanto celebrare la messa

con maggior frutto. Taluni, aggiunge Stefano, conce-

devano questa facoltà non solo agli uomini,

ma

be-

nanco

alle

donne, quando al pari di quelli sieno pe-

netrate dallo spirito del Signore.''
STEF.f pag. 88: Sunt quidam qui non sunt ordinati a
alii

*

Deo

vel ab hominibus ut mali laici:

dotes nostri et non a Deo:

alii

ab hominibus ut mali sacera Deo etsi non ab hominibus, ut
Dei, qui possunt ligaré et solvere,

boni

laici,

qui servant

mandata

et consecrare et ordinare, si proferant
^

Stef., loc.

posse ligare et

verba Dei ad hoc statuta. Item dicunt malos, qui sunt in peccato, non solvere vel indulgentias dare, vel peccatorum relacit.

xationes, vel consecrare, vel aliquid tale facere,

ratum.

— Riscontrate
I,

quod Deus habeat l'anonimo di Passau (Pseudo Rainero) in
fiat in

D'Aro.,

93.

Item dicunt quod transsubstantiatio non
ediz.

manu

indigne confìcientis sed in ore digni sumentis et confici posse in

mensa communi. Davide,
sustanziazione)

Preger, pag. 27:

Hoc

(cioè la tranfieri, alii

autem quidam dicunt tantum per bonos
sciunt.
fuit,

autem qui verba consecrationis
^

Stef., p. 88: Vidi haereticam quae combusta
altaris parati

quae super

^

arcam ad modum

consecrare se credebat

et attentabat.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

199

faceva intoppo che mancasse l'ordinazione
;

regolare

stante die nei primi tempi del Cristianesi-

mo non

occorrea, e bastava V elezione della comunità

dei fedeli, perchè

qualunque membro

di essa fosse

riconosciuto per sacerdote. Per siffatta guisa un ministro,

che fosse scelto a questo modo, come accadde
di Pietro Valdez, è sacerdote

un tempo

chi sia stato consacrato dal

non meno di vescovo/ Questo novo

modo

di

ordinazione

,

ovvero V elezione per parte

della comunità,

permetteva che nella nova società

s'introducesse la gerarchia, né andò molto

tempo
Val-

che alla divisione in Perfetti e Credenti
gesse anche la distinzione di
desi del
il

si

aggiun-

uffìcii sacedotali. I

Piemonte

ebbero ad imitazione dei Catari
lui subordinati.

Barba, e due ministri a
i

Gli altri

Valdesi conservarono
cattolica,
il

tre

gradi della gerarchia
il

vescovo

il

sacerdote ed

diacono.^ Colla
coli'
si

distinzione dei Perfetti dai

Credenti, e

intro-

duzione di speciali funzioni sacerdotali
la quistione del

collega

matrimonio, che noi toccammo altre
ci

volte, ed

ora

conviene

di

riesaminare.

Non

é

'

Moneta, pag. 403: Quidam dixerunt quod Valdesius

ordi-

nem

habuit ab universitate fratrum suorum,

Eorum autem,

qui hoc

dixerunt, principalis

auctor fuit quidam haeresiarcha pauperum lombardorum Doctor perversus Thomas. Hoc autem probare taliter
illa

visus est: Quilibet de

congregatione potuit dare Valdesi© jus
illa

suum
illum
^

scilicet

regere seipsum, et sic tota congregatio

potuit

conferre et contulit Valdesio regimen

omnium,

et sic

creaverunt

omnium Ponteficem
Moneta, pag. 402:

et
Ipsi

Praelatum.

ad minus triplicem confìtentur

(ordi-

nem)

scihcet Episcopatum, Presbyteratum, et Diaconatum.

200

LIBRO PRIMO
i

dubbio che nei primi tempi

Valdesi non solo non

condannavano

il

matrimonio,
all'

ma non

lo

tenevano

per un ostacolo

Però in grazia degV influssi catari preferivano il celibato, ed il Valdez stesso, come narrammo, abbandonò la moglie e la
apostolato.*

casa e mise

le

figliuole in convento. Sulle

orme

di

lui alcuni Valdesi, a quel

che ne riferisce Stefano,

sostenevano esser lecito separarsi dalle mogli per
consacrarsi a Dio, anche quando quelle non vi consentano.^

certo la scabrosa missione del Perfetto

potevp, essere

adempiuta con zelo da chi fosse
il

le-

gato ad una famiglia, di cui
l'

più delle volte era

unico sostegno e difesa.

Non
il
i

restava che un passo

per condannare del tutto
ragione per dubitare che
citazioni che essi erano

matrimonio, né

Valdesi di

ha Germania non
v'

l'abbiano fatto, perchè già sappiamo da precedenti
i

piti

disposti a farlo.^

*

L'abbate

di

Foncaldo tra

le altre

obbiezioni contro alla

li-

bera predicazione dei Valdesi move questa (pag. 208): Qui uxores
liabent

aut pondere terrenae solicitudinis opprimuntur ad disseDei idonei non sunt.
altrove
89).
il

minandum verbum
'

Riportammo
I,

passo

:

Uxor potest a

viro recedere

eo

invito (D'Aro.,
'

Davide,

ediz.

Preger, pag. 27:

Matriraonium dicunt esse

fornicationem juratam,
luxurie immundicias

nisi continenter vivant.

Qualescumque

alias

magis dicunt esse licìtas galem. Continenciam laudant, sed urente libidine concedunt
tisfieri

quam copulam

conjuei sa-

quocumque modo

turpi.
,

traddizione col precedente

Questo ed è poco credibile.
in

ultimo tratto è certo in con-

Ma non
come
D'Aro.,

per questo
il I,

s'ha da revocare in dubbio tutta la testimonianza,
op.
in

fa

Preger,
94, dice

cit., pag. 18. Anche T anonimo di Passau un passo già riportato: Sacramentum conjugii damnant, dicentes mortaliter peccare se conjuges si absque spe prolis conveniant.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

201
dei

Ma
laici

la

celebrazione della messa per parte

dovea portare di conseguenza che il rito si semplificasse, ed alle complicate funzioni cattoliche fosse sostituita la semplice frazione del pane ad
imitazione della cena di Cristo.
Il

Libro dell'Inqui-

sizione tolosana più volte fa cenno di siffatta cerimonia.' Codesta semplificazione del rito dovea

portare di conseguenza l'attenuazione della dottrina, e Davide riferisce che i Valdesi della Germania

'

Abbiamo

riportato sopra, pag. 198, n. 2,

il

passo

dell'

di

Passau

et confici

posse in

mensa communi. Davide

in

anonimo Preger,

pag. 27:
illa

Hoc etiam in conventiculis suis celebrant recitantes verba evangeli! in mensa sua et sibi mutuo partecipantes sicut in
Christi.

Liher inquis, tholos., pag. 216: Item oravit cuni Yaldensibus pluries ante prandium et post inclinatus super bancam secundum modum et ritum ipsorum. Cfr. pag. 222-23; 229. Dobbiamo dunque ammettere col Preger, che continuasse la celebracaena
zione dell'Eucaristia;

ma
I,

che

il

rito fosse

semplificato, e la fun-

zione cattolica messa da banda lo dice
di

esplicitamente l'anonimo

Item dicunt quod missa nihil sit, quia Apostoli eam non habebant et fiat propter quaestum. L'anonimo del codice Claromontano ci da una descrizione della cerimonia

Passau

in D'Aro.,

93:

forma forse era celebrata una Pasqua; D'Aro., I, 56: Dicti Pauperes de Lugduno solum semel consecrant in anno, in coena Domini, et
della consecrazione, che in questa

volta sola l'anno, nella

tunc quasi iuxta noctem:

ille

qui praeest intereos,

si

est Sacerdos,

convocai omnes de familia sua utriusque sexus, et facit ibi ante eos preparar! bancum seu unum scannum, et poni desuper unum

mundum

gausape, cui postea supponunt unum bonum scyphum de vino bono et puro, et unam fugaziam azymam .... Postea vero surgunt et tunc il!e qui consecrat, signat panem et scyphum,
et fracto

dat omnibus bibere
fìnitur

pane dat omnibus astantibus particulam suam et postea cum Scypho, et stant semper in pedibus et sic
sacrificium et credunt firmiter et confitentur

eorum

quod

istud est corpus et sanguis

Domini

nostri Jesu Christi.

202

LIBRO PRIMO

toglievano al sacramento quel colore soprannaturale,

che pur sempre nel periodo precedente era gelosai Valdesi intendevano il sacramento eucaristico in un modo affatto simboil corpo di Gesù debba prendere nel senso letterale, bensì allegorico, come quando dicesi: Cristo esser la pietra

mente conservato. Ormai
lico

;

e

ripetevano coi Catari che

non

si

su cui

si

eleva la Chiesa di Dio/

La Chiesa
cata
dalla

valdese adunque

si

è del tutto stac-

cattolica,

almeno in Germania.

fa
le

meraviglia che ad uno

ad uno condanni tutte

dottrine ed istituti tradizionali. Intorno al battesimo
dei

bambini vedemmo già come fossero dissensi
i

tra

Valdesi.

E

pare che

i

Poveri Lombardi solo
gli

per amore di conciliazione e deferenza verso oltramontani
cia.
si

piegassero ad ammetterne

l'

effica-

Più tardi

le

cose mutarono, e gli oltramontani

stessi a confessione di

Davide stimarono che
ai

il

bat-

tesimo non possa giovare
dere o discredere.^

bambini, inetti al cre-

I suffragi pei defunti, la dottrina del

Purgatorio

e quelle delle indulgenze già

sappiamo che furono

*

Davide, pag. 27: Corpus Christi
corpus
Cliristi, sicut dici tur:

et

sanguinem non credunt
qui in figura

vere esse, séd
dici tur

panem tantum benedictum,

quadam

Petra autem erat Christus, et

Hoc autem quidam discunt tantum per bonos fieri, alii autem per omnes verba consecrationis sciunt. ^ Davide, in Preger, pag. 17: Quidam autem dicuntbaptismum non valere parvulis, eo quod nondum actualiter possint credere.
simile.

>

ì

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

203

ben per tempo revocate
ora progredisce
il

in

dubbio dai Valdesi/
e

Ma

loro razionalismo,

dacché di-

chiararono simbolica l'eucaristia, simbolici saranno

non pure
sima

i

misteri della

religione

ma

benanco

i

>sacramenti del battesimo, della penitenza, della cree dell'estrema unzione,^
i

quali ultimi per giunta

essendo da
venire
all'

meno

degli altri possono

senza danno

aboliti.^

Inoltre

avendo tolto ogni valore
il

ordinazione canonica, trasformarono
sacerdote, cioè di

concetto

del

un

essere sacro, mediatore

tra l'uomo e Dio, nell'altro più umile di ministro,

che aiuti e sorregga

il

fedele nel suo

cammino,

ma

non

si

sostituisca a lui,

né interrompa

la libera e

*

Davide,

loc. cit.

Dicunt non esse purgatorium sed omnes

celum vel infernum; ideo suffragia prò defunctis ab ecclesia facta asserunt non prodesse. Unde dicunt
morientes statina
transire in

quod oblaciones factae prò defunctis prosunt clericis, qui concedunt» non animabus quae hujusmodi non utuntur. ^ Stefano di Borbone, pag. 89: cum dicunt se credere Incarnationem, Passionem, Resurrectionem Christi, dicunt quod illam credunt veram Conceptionem Christi, Nativitatem, Passionem, Resurrectionem et Ascensionem cum bonus homo concipitur, nascitur, resurgit per poenitentiam vel ascendit in coelum; cum martyrium patitur,
se credere
illa est

vera passio Christi. Similiter,

cum

dicunt

Baptismum, Poenitentiam, et sic de aliis sacramentis dicunt ipsa esse vera sacramenta solum et tunc compleri cum homo poenitens bonus efficitur, tunc est ibi verus Baptismus, Conflrmatio, Eucharistia vera, quia tunc efficitur Corpus Christi, tunc ordinatur, tunc fit in eo conjugium et unctio. Et per istam spiritualitatem fidem nostram plurimi eorum in articulis et sacramentis
,

annihilant.
*

Dav.,
et

loc. cit.

unctionem extremam respuunt
valere plus

et

oleum conse-

cratum

crisma

nil

quam

aliud.

204

LIBRO PRIMO
il

diretta comunicazione tra lui e

suo creatore.^

Ma

insieme

alla

mediazione del sacerdote,

più tardi

soppressero quella dei Santi, che secondo la testi-

monianza
tali,

di

Davide sarebbero così lontani dai morsi

tanto assorbiti nella loro beatitudine da non porivolgono.^
abolita l'adorazione dei santi cadono anche
i

tere accogliere le preghiere che a loro

Ed
le

feste, le vigilie,^

digiuni,* le benedizioni, gli

Valdesi

L'anonimo di Passau, in D'Arg., I, 93, tra gli errori dei di Germania conta questi: XI, quod non sit obediendum praelatis sed tantum Deo. XII, quod nemo fìt major altero in Ecclesia. XIII. Quod nemo debet flectere genua Sacerdoti. L'anonimo
*

del codice claromontano in D'Arg.,

I, 57 dice parimente: Tricesimo, quod Sacerdos non est nisi pronunciator. Step. di Borbone.

pag. 89: Sufficit ad salutem soli
*

Deo non homini

confiteri.

audiunt oraciones fìdelium; nec venerationes quibus eos honoramus,

Dav., pag. 28: Dicunt etiam quod sancti in coelo non

attendunt, arguentes, quod

cum corpora sanctorum
sint

hic

mortua

jaceant et spiritus

tam remoti

a nobis in

celo, nullo

modo

oraciones nostras valeant auditu percipere ncque visu. Dicunt quoque sanctos non orare prò nobis, et ideo non oporteat nos implorare
suffragia

eorum

qui absorpti gaudio

intendere. Cfr. l'an. di Passau in

ctum credunt Deum.
'

nisi

codesti nobis non possint D'Arg. I, 94. Item nullum sanApostolos, nullum sanctum credunt nisi solura
Irrisibiles dicunt

Stef. di Bore., pag. 89:

qui

faciunt festa

Sanctorum et quod non peccant qui in eis laborant. L'Anonimo di Passau in D'Arg., I, 94: Canonisationes Translationes et Vigilia sanctorum contemnunt. Dav., pag. 28: unde derident solempnitates quas in sanctorum venerationem celebramus et alia quibus eos honoramus. ' Davide, loc. cit. In quadragesima et in aliis diebus jejuniorum ecclesiae non jejunant sed carnes comedunt ubi audent, dicentes quod Deus non delectatur in afflictionibus amicorum suorum. Stef. di Bore., pag. 89: Non peccare dicunt illos, qui jejunia
,

statuta solvunt

quacumque

die, et qui ibi

carnes comedunt.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
uffici* tutto

205 che

quel complesso
culto esteriore,

eli

usi e cerimonie
il

formano
principio

il

contro

quale fin dal

s'

eran ribellati

i

Valdesi, condannando la

consacrazione delle chiese,^ l'adorazione delle imagini e financo della Croce,

come prima

di loro in-

segnavano
Questo

i

Catari.^
il

è

cammino percorso

dall'eresia valdese.

L'intendimento primo del riformatore di Lione non
fu di staccarsi dalla Chiesa, bensì d' introdurvi
vita
colla

nuova

partecipazione operosa del
la

laicato.
l'

Ma

fin dal

principio

nuova società subì

influsso

delle eresie

contemporanee, principalmente dei Ca-

'

Stef. di Borb.,

ioc. cit., irrident

eos qui luminaria offerunt
et

sanctis .... irrident cantus Ecclesiae

officium divinum.

Dav.»

pag. 27: Festa, feriarurn jejunia, ordines, benedictìones, officia ecclesiae et similia respuunt
*

omnino.
già ricordaranao
il

Intorno alla consacrazione delle chiese
gli

Foncaldo, che tra

errori dei Valdesi

nota questo (pag. 218):
thalamis

Malunt orare

in stabulis vel cubiculis seu

quam
:

in

Ec-

clesia Dav., § 11, [non pubblicato dal Martène] pag. 31

Sicut Sy-

quod apostoli prò pauperibus collectas domibus fideliuni, quando nondum ecclesiae constructae fuerunt, quando docebant vel sacra misteria celebrabant, vel ad predicandum per diversas provi ncias discipulos destinabant, qui fundarent ecclesias vel firmarent. L' anonimo del codice Claroraontano in D'Aro. I, 57 locis sacris nullam exhiin ecclesia procurabant et in

mea

.... imitantur .... id

bent reverentiam.

Stef. di Borb., pag. 89: solum Deum adorandum dicunt omni genere adorationis et dicunt peccare eos qui Crucem, vel illud quod nos dicimus et credimus corpus Christi, adorant, vel sanctos alios a Deo, vel eorum imagines. L'Anonimo di Passau
'

in

D'Aro., pag. 94: Reliquias sanctorum contemnunt item sanctam crucem reputant ut simplex lignum, ed item lignum S. Crucis
horrent propter supplicura Christi, nec

unquam

signant

se.

206
tari,

LIBRO PRIMO
così da accogliere

massime

e dottrine, a loro

affatto straniere, e che piti tardi saranno

abbandodalla

nate

dai

Protestanti/
,

In seguito,
costretti

respinti

€hiesa

ufficiale

furono

a

sostenere

un

nuovo concetto
stito e

del sacerdozio che tolsero in pre-

dai

Catari e

dagli Arnaldisti.

Ma

questo

concetto ha una portata molto maggiore di quel

che

si

crede, perchè smagliato

un

anello,

l'aurea

catena va tutta in pezzi.
sivi,

E

così nei periodi succesi

r uno dopo r altro
i

tutti

donimi tradizionali

vennero combattuti, ed
cietà novella,

Valdesi formarono una so-

non più

cattolica,

benché non ancora
e la dottrina della

protestante, perchè le

mancava

predestinazione, e quel che più conta, l'altra della
giustificazione per la fede.

Nel corso
noi
si

della nostra esposizione

abbiamo più

volte dovuto ricordare gli Arnaldisti, che secondo

connettono strettamente coi Patarini.

E

degli

jini e

degli altri discorreremo nel capitolo seguente.

*

Haec
statis.

fuit

Davide conosce molto bene questo processo: § 5, pag. 26: prima haeresis eorum, contemptus ecclesiasticae pote-

Ex hoc traditi Sathanae precipitati sunt ab ipso in errores innumeros, et antiquorum haereticorum errores suis adinvencionibus miscuerunt.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

207

CAPITOLO

III

PATARINI ED ARNALDISTI

Il

Decreto di Lucio III oltre

ai Catari,
i

Passa-

gini, Poveri di
gli Arnaldisti.

Lione colpisce anche
i

Patarini e
stessa cosa

Chi erano

Patarini?

La

dei Catari o Catarini, o

una

setta affatto differente?
essi, e

E

gli Arnaldisti

sono eretici anch'

qual dot-

Rimontano ad Arnaldo da Brescia, ovvero, come par che voglia il Giesebrecht, ad un vescovo cataro di nome Arnaldo? Per rispondere a queste dimande dobbiamo rifarci molto indietro, e
trina professano?

seguire passo

per passo la storia di quel partito
riforma della Chiesa non certo nel
i

che voleva

la

domma, come opinavano
i

Catari ed in parte anche

Valdesi, bensì nel costume e nella disciplina.
d'eresia,

E
gli

non che peccare

ne accusava invece

avversarli, perseveranti negli
sofferenti delle riforme.

antichi abusi ed in-

Nel secolo xi, in quell'età funesta, in cui il Papato era in balìa or dei Crescenzi, or dei conti
di Tusculo,
il

partito delle riforme prese

nome

e

colore

imperiale.

Nessun' altra potenza

all'

infuori

s

208

LIBRO PRIMO

dell'Impero sarebbe riescita a liberare la Chiesa
dalla soggezione de' nobili romani, e per conseguire

quest'alto scopo

i

migliori ecclesiastici

acconsen-

tirono che l'elezione del Papa, sottratta al popolo

romano, fosse affidata all'Imperatore, ed accolsero con gioia i pontefici nominati da lui Clemente II
(1046-47),

Damaso
della

II (1048),

Leone IX (1049-54),
tre papi si condi

Vittore II (1054-57)/

Prima
tendevano

nomina imperiale

l'alto ufficio.

Benedetto IX dei conti
;

Tuscolo, nominato ancor dodicenne nel 1033
vestro III, levato su
si

Sil-

dalla

fazione, cbe nel
;

1044

ribellò contro
il

il

dissoluto pontefice
di S.

e

finalmente

Gregorio VI,

buon arciprete

Giovanni che
Tutti

per far cessare lo scisma avea comprata nel 1045
la tiara pel reddito e tre
i

dell'obolo di S. Pietro.

papi furono deposti nel concilio di Sutri,^
il

ed in luogo loro fu scelto da Enrico III
scovo di

ve-

Bamberga Clemente

II,

il

quale

convo-

cato ben presto
del

un solenne concilio nel gennaio 1047 fulminò il primo decreto contro la simonia

'

forme

Quanta speranza ponesse nell'Imperatore il partito delle lo attesta tra tante la lettera di Pier Damiani ad Enrico

ri-

III,

in occasione della sentenza imperiale contro l'arcivescovo di

Ra-

venna {P. Damiani

Epist., VII, 2; Opp. Parigi 1664, pag. 109, A).

Nam
esse

in expulsione Uniquerii

vox omnium
violenti

in

laudem

sui Creatori

attoUitur, Ecclesia
totius

de

manu

praedonis eripitur, et salus

coeli, et

mundi vestra Incolumitas judicatur. Laetentur ergo exultet terra quia in Rege suo vere Christus regnare coII,

gnoscitur.
'

GiESEBRECHT, GeschicJite der deiitschen Kaiserzeit,

404.

.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
del clero, riconfermato

209

due anni dopo da Leone IX.*
ufficii

Questo della compra e della vendita degli
ecclesiastici era
il

primo abuso

al

quale
dal

si

dovea

por riparo
insieme

,

che tutti

gli ecclesiastici

supremo

Gerarca alV ostiario"' non erano mondi di colpa.

Ma

con questa un'altra riforma

si

reputava

necessaria, quella del matrimonio dei preti. Perchè,

sebbene

il

celibato fosse sino dai tempi remoti della

Chiesa tenuto in grandissimo pregio, pure nel secolo

decimoprimo eran tanti

i

preti ammogliati ed
di

in Italia e fuori, che

Leone IX temendo

metces-

tere sul lastrico tante povere donne,

permise che

seguitassero a vivere coi loro mariti, purché
sasse tra loro ogni

commercio

carnale.^

'

Mansi, XIX, 627 Concilii Romani anno 1047 habiti Canon.
: ,

.

.

NuUum aut ecclesiarum consecrationem aut clericatus ordinationem, aut Archi presbyteratum, aut commendationes altarium, aut
traditiones ecclesiarum, aut abbatias, aut praeposituras vendere.

Quisquis contradixerit aut vendiderit anathema

sit.

Del Concilio

romano

dell'anno 1049,

il

Mansi, pag. 722, toglie
la frase:

lettera di S.

Pier Damiani

le notizie da una ad Enrico arcivescovo ravennate. In

questa lettera è notevole

Ponamus
,

itaque ut simoniaci

in nullo a caeteris haereticis

differant

che è forse un amplifica-

zione retorica.
^

Come

dice Enrico III

(

in

Glaber, V,

2)

Vos autem

(qui vice

Christi in Ecclesia constituti estis) avaritia et cupiditate corrupti, qui

dura conferre deberetis in hujusraodi transgressionis dando et accipiendo canonem maledicti
siastici

a

estis .... Omnes quippe gradus Ecclemaximo Pontificeusque ad ostiarium opprimuntur persuae

damnationis pretium.
'

Mansi, XIX, 696 Omnino confitemur non licere episcopo pre:

sbytero, diacono, subdiacono

abjicere a cura sua, scilicet ut

propriam uxorem causa religionis ei victum et vestitum largiatur:

sed non ut
Tocco

cum

illa

ex more carualiter jaceat.
14

L'Eresia ecc.

210
I

LIBRO PRIMO
mercatanti dei beneficii spirituali furon detti

simoniaci da quel Simone

Mago

degli

Atti

degli

Apostoli, che si fece cristiano per

comprare a consacerdoti o

tanti

il

segreto dei miracoli apostolici, superiori ai
i

suoi sortilegi.' Nicolaiti poi eran detti

ammogliati o concubinari in ricordo

di un'antica setta,
si

menzionata nelP Apocalisse.^
elle

Ma

non

deve credere
ri-

sotto questi

nomi

di

Simoniaci o Nicolaiti

vivessero eretici, sostenenti con ragioni
la legittimità del traffico

dommatiche

trimonio dei preti.

maCertamente non mancavano ardei beneficii, o del
dottrinali in favore di quello

gomenti

e

storici
il

e

che era allora

costume più generale. Si poteva
l'

ad esempio distinguere
st'

ufficio

ecclesiastico

dal

beneficio temporale annesso; e sostenere che que-

ultimo al pari di tutti

i

beni e possessi fosse ben

lecito cedersi

od acquistarsi.^ Si poteva aggiungere
della Chiesa del terzo e

*

Simone Mago è tenuto dai padri

quarto secolo come uno dei quattro capi dello gnosticismo. Le lettere clementine già lo danno per il principale. Ma questo solo par
probabile che egli, appartenendo alla setta samaritana, cercasse
di

combinare insieme

la

nuova religione

col samaritanismo.

Il

che

debba a lui, come non si deve ne al suo discepolo Menandro, né aDositeo;ben piuttosto a Cerinto, che è l'ultimo dei quattro nominati dai Padri: Schmid, Kirchengeschichte Erlangen, 1880, Voi. I, pag. 64. * Apoc.y 11,6. Cfr. Ireneo, I, 29. Clem. Strom., I, 3. ' Il decreto di Clemente II (Mansi, loc. cit,), già parla de haeresia

non importa che

la dottrina gnostica si

simoniaca.

La

stessa espressione

si

trova in Arnolfo, Gesta^ìih.
Il

Ili,

cap. XI (Pertz,

Mm.

SS., Vili 19).

biografo di Arialdo, Andrea,

cap. XI, 7 (PuRicELLi, pag. 86), riferisce alcune ragioni che l'ar-

civescovo, insieme alla maggior parte del clero e dei nobili, nonché
di molti del

popolo minore solevano portare contro la proibizione

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
che la mercede chiesta dai chierici pei loro
si

211
uffìcii
i

dovesse tenere come una pia elemosina, perchè

ministri del Signore era

spese della
dei
i

ben giusto che vivessero a comunità/ In quanto poi al matrimonio
poteva fare
appello,

preti

si

come

fecero

i

prelati milanesi, all'antica

comunità cristiana,
e
le

e

alla autorità

degli

Evangeli

di S.

Paolo.

^

Ma

benché non facessero difetto

ragioni, né temes-

della vendita:

Haec naraque doctrina
profecto
nisi

ad profectum venerit nobis
vivere
expedit.

nostrisque
est nostra

fìliis

nullo

modo

Quae enim

vita

ecclesiarum beneficia quae

a nobis assidue

ma

venduntur et emuntur? Certo queste ragioni erano deboli assai; provano in ogni modo che si faceva una discussione e taluni
sostenevano
'

la legittimità del traffico.
:

Landulfi, Hist. Mediai., II, 36 (Pertz, Vili, 73) Itaque bis et aliis mìsericordiarum multarum elemosynis si quid offensionis laicis inhaerebat, et sacerdotibus illos moribus bonis imbuentibus
,

solvebatur.
II, 35 (Pertz, Vili, 70): Si autem in virnon habens permanere non posse fateretur, humanam ac fragilem naturam sciens restringi non posse nisi Dei misericordia adjutus, continuo in testimonio bonorum virorum secundura legem humanam licentia a pontifice accepta, uxor tamen virgo illi desponsabatur; unde apostolus: Qtd se non continet, nvbat. Et unusquisque excepta causa fornicationis suam uxorem habebat; qua accepta non minus venerabatur et amabatur quam si sine uxore idem degeret .... Usus enim ecclesiae totius tam

Land., Hist. med.,

ginitate

uxorem

aliquis

latinae
78):

quam graecae

per tempora multa

sic se

habebat.

Ili,

7 (Pertz,

Sed

nostri sacerdotes

Deo

gratias usque hodie nec sunt nec

nominati sunt adulteri, sed curiose observant apostolicum praeceptum, ut sint unius mulieris viri. Queste parole sono messe in bocca
all'arcivescovo. Altre

non meno energiche sono attribuite all'arcidiacono Guiberto ed al diacono Ambrogio III, 23, 24 (Pertz, 89-91), né meno incalzanti sono le risposte che fa il sacerdote Andrea ai
discorsi tenuti

da Arialdo a Landolfo

III,

26 (Pertz, 92-93).

212
sero di dirle

LIBRO PRIMO
coloro

che dai decreti pontifìcii ve-

nivan colpiti, pure vere sètte eretiche allora non
sursero per questi due capi.
in questo, che
il

E

la

ragione forse sta

moto

ereticale di quel

tempo era
si

fieramente avverso tanto al matrimonio, quanto al
possesso delle ricchezze, talché
i

Catari

unirono

piuttosto coi seguaci del Papa, che cogli avversarli
suoi.

E

per tal guisa la simonia ed

il

concubinato^
di

vennero da tutti tenuti pel frutto non
vincimento teorico,
tica,

un con-

ma

di

una intemperanza prarichiamavano
di vita,
gli eccle-

che s'ha da punire

e svellere dalle radici.

I decreti dei Papi, che
siastici a

norme più rigorose
il

incontravano

dappertutto tenaci resistenze,
in

ma

più che altrove
dei sacer-

Lombardia, dove

maggior numero

doti per antica consuetudine avean moglie e figliuoli,
e la

vendita dei beneficii era uno dei maggiori pro-

venti della nobiltà.^ Oltreché l'arcivescovo milanese,

capo ad un tempo della Chiesa e dello Stato, s'era
pressoché liberato dalla soggezione di Roma,^ e sin
'

BoNiTH., in Jaffé, 11,648: Sed venditores ecclesiarum, me-

diolanenses capitane! et valvassores,
dari, contristabantur.

cum

viderent se pecuniis nu-

^ BoNiTH., lib. VI (Jaffé, II, 638): Ecclesia Mediolanensis» quae fere per 200 aunos superbiae fastu a Romanae ecclesiae se subtraxerat dicione. Arnulfi, Gesta, 111, 15 (Pertz, Vili, 21):

insensati mediolanenses, qui vos fascinavit? Heri
sellae

clamastis unius

primatum,

liodie confunditis totius ecclesiae

cetur enim in

posterum; subjectum
in

Romae Mediolanum.
raccontare che
il

statum .... DiQueste
il

amare parole sfuggono
gli si sottomise.

al cronista nel

popolo

milanese dopo essersi levato

tumulto contro

legato di

Roma

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
eia

213
si

gran tempo antico
le

la

Chiesa di Lombardia

distingueva da tutte
rità liturgica/

altre in qualche particola-

Ma

tutte queste

ragioni, che rendelle riforme,

devano

così

difficile

l'introduzione

servivano maggiormente ad eccitare lo zelo
ecclesiastici che le voleano.

degli
ri-

Perchè un partito

formatore non poteva

al certo

mancare
l'

in

Lombardia

dove
e

piti

aperto era

il

contrasto tra

alto clero, ricco

sfarzoso,

ed

il

basso

povero ed oppresso. Tra
la nobiltà

queste due parti della Chiesa dovea esistere lo stesso

antagonismo che separava
dal popolo minuto.

maggiore o

dei

capitani dalla minore o dei valvassori,

E

coli'

ePuna e l'altra andare del tempo le due
i

opposizioni formarono una sola, e gli artigiani,

commercianti,
al clero

i

servi della gleba si strinsero intorno

minore, e gli assicurarono la vittoria sul-

l'alto clero. Così

nacque in Lombardia
si

la setta dei

Patarini, a capo della quale
della classe dei valvassori,

misero un sacerdote

di

nome

Arialdo, ed

un

nobile della classe dei capitani, Landolfo.^
BoNiTH. in Jaffé
di S.

*

II,

638:

Gregorius

.

.

.

.

mediolanensem
secondo il
III,

€cclesiam .... secundum antiquum

morem

[vale a dire

costume orientale
Ijrosiani post
^

Arabrogio| cantare constituit. Arnolfo,
illas

17 (Pertz, pag. 12): Interea Arialdus .... letanias

quas Ara-

ascensionem celebrant .... praedicabat execrandas. Arnolfo, III, 10 (Pertz, pag. 19): Qui (Arialdus) cum moet

dicae foret auctoritatis, humiliter utpote natus, praevidit applicare
sibi

Landulfum quasi generosiorem

ad hoc idoneum .... Lanac vocis,

dulfus vero

cum

esset

expeditioris linguae

nimiusque
sibi

favoris amator, repente

dux verbi
etc.

efficitur,

usurpato

contra

morem
«iasticis

ecclesiae praedicationis

offitio.

Hic cum

nullis esset eccleIII,

gradibus alteratus

Landolfo, Hist. med.,

5 (Pertz,

214

LIBRO PRIMO
Chi erano codesti Patarini,
e

onde trassero
i

il i

loro

nome ? E
tari,

qual rapporto corre tra

Patarini, e

Ca-

che di

a poco vengono chiamati con evidente

analogia di suono, Catarini? Che nei secoli posteriori
i

due nomi
se

si

scambino,

e

che V abate Gioacgli eretici

chino non chiami in altro
listici

modo

dua-

non patharenos,
il

è fuor di discussione.

Ma
dice

al principio

nome

di Patarini

ebbe un' origine

ed un significato del tutto differente.

Come

ci

Arnolfo, questa denominazione nacque per caso, e
forse fu

un termine d'ingiuria, che

i

fautori dell'alto

clero appiccarono ai loro avversari,

come

se

des-

sero loro del cenciajuoli o cenciosi,
si

Pataria infatti
i

diceva in Milano

il

luogo ove s'adunavano
tenessero

Pa-

tari,

ovvero

i

rivenduglioli di panni vecchi, e forse
si

o perchè in quel luogo
le

le
il

prediche e

adunanze dei novatori, o perchè

grosso del

partito fosse formato da questi minuti trafficanti,

o infine per le due ragioni insieme, certo

è,

secondo

pag. 76), conferma intorno ad Arnolfo le notizie dell'altro cronista: Landulphus de magna prosapia oriundus .... Unus de notariis

(grado ecclesiastico inferiore

al

sottodiacono). Di Arialdo dice sol-

tanto: alium forensfm clericum, levitam (diacono) tantum, Arialdus

nomine, ortus
gister.

in loco Cuzago prope Cantuiium artis liberae maBoNizoNE (Jaffé, pag. 639); Landulfus ex majore prò*

sapia natus .... Arialdus ex equestri progenie trahens

originem.

Andrea,

cap.

I

(Puricelli, pag.

14),

Bezo quidam, cum Beza....

notiiles utrique

natione sed nobiliores probitate; cap, ix, pag. 81: Qui progenie altior erat Landulphus. Tutte queste notizie concorderebbero se s'intendesse Vhumiliter del cronista milanese in senso

relativo

non

assoluto.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
la testimonianza di

215

un contemporaneo die da Padi Patarini/
i

taria fu tratto

il

nome

Non
dassero

è a dire
i

però die tra

Patarini non

si

cac-

Catari. Ricordo

die gli eretici di

Mon-

forte furono per la

prima volta noti nel 1045 in

un viaggio che
levavano
i

fece per la

Lombardia
il

l'

arcivescovo
si

Ariberto, predecessore di quel Guido, contro cui
Patarini.

Ricordo che

numero

dei

Catari di Monforte era già salito a tremila e che
i

seeruaci

della
si

nuova dottrina del
il

castello

della

Contessa

erano sparsi per tutto

Milanese. Sa-

Arnolfo, III, 13 (Pertz, 20): Hos talps cetera vulgaritas hyronice Patarinos appellai. IV, 11 (Pertz, 28): non quidem indu'

stria

sed casu prolatum.

Bonizone,
il

lib.

VI (Jaffé,
id

pag.

639):

eisque

paupertatem

improperantes,

paterinos

est

pannosos,
dialetto

vocabant.

Anche oggi secondo
i

Cherubini pattarla in

milanese v«ol
setta,

dire, ciarpe, cenceria, sferre vecchie.

E

dall'essere

denominati patari o patarini novatori si disse pataiia la loi'o ed in seguito la dottrina da loi-o insegnata. Land., Hist. III,
12 (Pertz, 81):

Cum

cujus inauditae
:

Pataliae placitum

cogitasti

9 (Pertz, 79) Tu solus per execiabilem pataliam flamraam .... super nos accendis. Arnolfo nel luogo citato del libro quarto aggiunge ingenuamente: dum in quodam etymologiaeoramovere.
Ili,

rum tomo nuper

plura revolverem, ita scriptum reperio: Pathos
in-

graece latine dicitur perturbatio. Unde justa meae parvitatis

geniolum statim conjicio, qnod Patavini possunt perturbatoies rite nuncupari, quod piane rerum probat effectus. Si perdona questa
partigiana etimologia
al

cronista, che ebbe molto a soffrire dalle

agitazioni patariniche;

ma

non

si

può perdonare

al

nostro Cantù
II:

quest'altra etimologia, tolta di peso dalle costituzioni di Federico

]patarini furon delti da pati perchè ostentavano penitenza, o

dal pate?^ che era loro preghiera {Gli eretici in Italia, pag. 77). Cfr. Breholles, Hist. dipi., IV, I, pag. 298: Patarenos se nominant velut expositi passioni.

216

LIBRO PRIMO
gli eretici

rebbe veramente strano che

non

si

fosi

sero valsi della propizia occasione, che offrivano

tumulti milanesi per spandere inavvertitamente la
loro dottrina.* Tanto più clie
nella parte

(

pratica

erano del tutto

d'

accordo coi novatori, e se conil

dannavano in
cavano
il

tutti

matrimonio, tanto più

lo

do-

veano aborrire nei ministri del Signore;
disprezzo
delle riccliezze
e

se predi-

della gloria
il

mondana non potevano
il

certo approvare

fasto ed
alla

lusso dell'alto clero milanese.

Ed

in

quanto

parte teorica sapevano tacere a tempo quei

dommi

che non andavano
Solo a pochi e più
trina;

ai
fidi

versi del

maggior numero.
i

svelavano tutta la loro dot-

nei

nuovi

affiliati

bastava che gettassero

semi dai quali col tempo sarebbero germogliate

le

nuove convinzioni.*
cronista contemporaneo Landolfo conosce bene
eretici. Lib. Ili,

*

Il

questo

nesso dei novatori cogli
et Arialdus ipse, et ipse

19 (Pertz, 87). Venientes
variis

nainque quidam suburbani diversis, ac
aliquantis

dogmatibus

irretiti,

quem animo prae omnibus
filios

diligebat, et
fere

cum

Laicis, qui Girardi de Monteforte sententias

consentiebant, quos ipse paulo ut

Nel cap. 26 dello stesso

libro

complexus deosculabatur ecc. viene riferito un discorso del sacer-

dote decumano Andrea, ove è notevole questo passo (Pertz, pag. 93): Forsitan adhuc illa sententia implicitus es, qua olim illi de Monteforte
te

imbuerant, qui

tangere et genus
'

omnem christianitatem mulierem non humanum sine semine virili apum more nasci
),

dicentes, falsis sententiis affirmabant?

Andrea
a

nella vita di Arialdo, cap. iv, 4 (Puricelli pag. 78
:

attribuisce al santo novatore questo discorso
Discite
.dicit:

me

quia mitis sum, et

Ecce Christus clamat: humilis corde. Et iterum de se

hominis non habet, ubi caput reclinet. Et item Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est Regnum Coelorum. E contra
Filius

,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
JJson è

217
si

dubbio adunque cbe coi Patarini
i

sieno

mescolati

Catari,
si

patarinico ne

movimento credevano, né erano per quel mocerto
i

ma

capi del

mento

eretici;

che anzi tutti

i

loro atti, anche

i

più

audaci e

meno
perchè
i

rispettosi della dignità

sacerdotale
è

furono approvati da Roma.
vigliare
la

certo

da merafare

Curia

romana teneva a

osservare

suoi decreti sopra tutto in Milano, ove

r arcivescovo già da gran tempo era divenuto l' emulo del Papa. Da gran tempo nella Chiesa milanese alitava tale spirito d'indipendenza, che quando
il

legato di

Roma, Pietro Damiani, nell'assemblea

raccolta in

Duomo
s'

prese la presidenza
,

spettante

per

grado

al" arcivescovo

lo
all'

stesso
alto

popolo che
clero
,

giorni prima
vero ut

era

ribellato
Sacerdotes

levossi

inspicitis, vestri

,

qui

effici

possunt dìtiores in

terrenis rebus, excelsiores in aedificandis turribus et domibus, su-

perbiores in honoribus, in moUibus delicatisque vestibus pulchriores, ipsi

putantur beatiores.

En

ipsi,

ut cernitis, sicut laici
scelesti laici,

palam

uxores ducunt: stuprum, quemadraodum

sequuntur

atque ad nefandum hoc opus patrandum tanto sunt validiores, quanto a terreno labore minus oppressi videlicet viventes de Dono Dei.
;

Possiamo confrontare questo discorso con le accuse che i Catari faceano alla Chiesa cattolica. (V. Moneta, pag. 60, e 303). Ecclesia
Christi imminentibus tribulationibus saepe esuriebat ....

Romana

Ecclesia in divitiis multis est et in deliciis induta purpura et bysso,
et epulatur quotidie splendide et secure, et stabilis in

hoc mundo

non laborat manibus

suis,

sed ipsa lasciva et otiosa devorat alioruin

labores .... Ecclesia Christi contemnebatur et blasphemabatur a

mundo,
tali

e

converso Ecclesia
11 (Pertz, 19):

Romana
nel

a

mundo

honoratur. Altret-

riferito da Pro luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam cocci sunt duces vestri sed numquid potest coecus coecum decere. Nonne ambo in foveam cadunt?

simiglianze scopriremo
III,

discorso di Arialdo

Arnolfo,

218

LIBRO PRIMO

quindi in furore per rivendicarne l'oltraggiata dignità.*
di

Urgeva adunque
il

di ridurre alla

soggezione
la

Roma
facea

riottoso primate,

e

col

fiaccarne

potenza, che da signore feudale s'era acquistata,
si

un gran passo.
a

Ed
perchè

questa
si

s'aggiungeva un'altra

ragione

Roma

stringesse coi Patarini. L'arcive-

scovo Guido, creatura di Enrico III, e nominato

benché non fosse della classe più nobile, era certamente legato alla causa imperiale molto più del suo predecessore Ariberto.^ Per
lui all' alta dignità,

da

lo contrario la Curia

Romana
morte
di

ed

il

partito
le

delle

riforme, che da principio
sorti all'impero, alla
le fazioni

avea commesse

sue

Enrico

III,

quando
il

presero a travagliare la corte della debole
gli si volse contro.
il

reggente

Era ormai maturo

tempo, perchè

Papato, che per opera di Enrico
si

s'era liberato dalla prepotenza dei conti romani,

liberasse alla sua volta anche dalla tutela imperiale.


'

tardò

molto
III,

ad

affermarlo
Taraen

pubblicamente

il

Arnolfo,

14 (Pertz, 21)

:

in presenti coetu, quia

Romanus
litas,

erat, archiepiscopo

praesidere contendit.

Unde

subito

factus est popularis in urbe turaultus, ut nisi cessisset illius humi-

quod suum erat, fecisset impetum, non quidem gratia WiAmbrosiani causa honoris. Pietro Damiani, Ojpp., 42, rimprovera Arnolfo di non aver mantenuta la promessa fatta in quel tumulto, che si sarebbe chiuso in un convento se avesse
donis, sed

avuta salva la
^

vita.

Paéch, Die Palarla in Mailand, pag.

15;

Arnolfo

III,

2

(Pertz, pag. 17); Heinricus

neglecto nobili ac sapienti primi

ordinis clero, idiotum et a rure venientem elegit antistitem, cui

nomen

fuerat

Wido.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

219
nel concilio
il

nuovo pontefice Niccolò
del

II,

il

quale

1059
dal

stabilì

che da indi innanzi

Papa non
opposizioni

sarebbe scelto né dal popolo, né dall'Imperatore,
bensì
collegio
cardinalizio.

Fiere

dovea suscitare quest'audace misura,
di fatto
la
;

e le suscitò

e

la

guerra apertamente dichiarata tra

Chiesa e l'Impero non poteva cessare né agedi certo alla Curia
e

volmente né presto. In queste congiunture non giovava

Romana

che l'arcivescovato
il

milanese conservasse
all'

crescesse

suo

prestigio

ombra del favore imperiale. E ben si comprende come mettesse in opera tutti i mezzi per favorire
i

Patarini

ai

danni dell'arcivescovo,

e

della

sua

potestà temporale.

A

noi non tocca

di rifare

un

racconto, già fatto maestrevolmente da altri;'

ma

ricordando
il

le

misure prese dalla Corte
delle lotte

Romana lungo

mostreremo come la politica dei varii papi fosse sempre la stessa, né si smentisse neanche se per favorire la Pataria ne
ventennio
patariniche,
fosse

andata di mezzo
i

la

rigidità

dell'ortodossia.
in grazie

Quando
invasero a

Patarini, cresciuti di

numero

della pietà di Arialdo e dell'eloquenza di Arnolfo,

mano armata
l'

il

Duomo

per iscacciarne
i

di viva forza

arcivescovo, celebrante

divini ufficii,
i

Stefano

IX

prese sotto la sua protezione
violenza,

promo-

tori di questa

che a

lui

si

appellarono

*

Vedi tra

le altre

l'importante

memoria

dello Schupfer:

La

società milanese all'epoca del risorgimento del

comune

{Archi-

vio Giuridico,

voi. III-IV,

principalmente

voi. IV, pag.

308esegg.).

220

LIBRO PRIMO

dalla scomunica del sinodo provinciale.

Ed

i

legati

che

il

Papa mandò per comporre
i

i

dissidii della classe

milanese, furono

più validi sostegni della Pataria,
di Lucca.'

Ildebrando ed Anselmo
Pier Damiani, che
il

E

l'altro legato

nuovo papa Niccolò II mandò in Lombardia, benché forse meno aspro dei suoi
predecessori verso
arcivescovo, lo condannò pure ad una grave multa in punizione della simonia, e
l'

lo costrinse a prestargli

il

giuramento
gli ordini,

,

ed a sot-

toscrivere la dichiarazione, che d'ora innanzi

somdei

ministrerebbe gratuitamente

né più oltre

sopporterebbe
preti.^

il

matrimonio

o

concubinato

La

resistenza dell'arcivescovo era ormai fiac-

cata, talché fu obbligato a prender parte a quel concilio

romano, che tra

le

nuove misure

sulla

nomina

*

Il

Paech

(op.

cit.,

pag. 24) dimostra questo viaggio molto

Anselmo ed Ildebrando che nel 18 ottobre erano a Roma (Mansi, XIX, 866), e nel 27 dicembre sono in Pòhlde
probabile, perchè

{Man.

Germ., VII, 246), avranno ben toccato Milano
(III,

nel

loro

viaggio. Io aggiungo che la notizia di Landolfo

13) è

confer-

mata da Bonizone
scopos mente.
*

(pag. 640): et confestim misit a latere suo epi-

et

cum
di

eis

Deo amabilem Hildebrandum archidiaconum
(III,

per tacere

Arnolfo

14),

che

la

dà pure

ma

molto confusa-

Pietro Damiani

si

comportò con molta prudenza, che a

ta-

gliar corto coi simoniaci le chiese sarebbero rimaste senza sacerdoti. Ma gl'intransigenti non gli perdonavano questa temperanza. (Vedi Bonizone, pag. 643). Quod aliquibus visum est culpabile, sapientibus valde laudabile. Quod enim laudabilius ea tempestate

poterai inveniri,

quam
di

ut talis ecclesia sacerdotio non deperirei?

Vedi

la

lettera

Pietro

Damiani ad Ildebrando riportata

in

Mansi, 887.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
del Pontefice/
e la

221

condanna dei simoniaci cacciò

un articolo contro le investiture laicali.* Ed in omaggio a questo articolo il primate di Milano ebbe a ricevere nova mente dal Papa

come

di soppiatto

l'investitura già avuta da Enrico III.^

In questo stesso concilio fu preso per
volta contro
i

simoniaci ed

i

prima un grave concubinarii
la

provvedimento, ripetuto dappoi molte altre volte.
Si prescrisse,
di

non dovere

i

fedeli ascoltare la

messa

quel sacerdote die riconoscano per certa scienza

concubinario.* I cronisti del
alte

meraviglie

quando

tempo fecero le più Gregorio VII ripropose
del

questa misura, che capovolgea tutta la gerarchia,
e

facea

dei

laici

i

giudici

clero/

Ma

dessa

*

Mansi, Concilia,

XIX,

pag. 907: Si quis

apostolicae

sedi

sine concordia et canonica electione

ac benedictione cardinalium

episcoporum, ac deinde sequentium ordinum religiosorum clerico-

rum
^

intronizatur,

non papa

vel apostolicus habeatur.
quilibet clericus aut presbyter obpretio.

Ut per

laicos nullo

modo
nec

tineat ecclesiam, nec gratis
'

Paech

(op.

cit.,

pag.
le

30), con

Giulini

e

Giesebrecht in-

tende in questo senso

parole di Arnolfo: accepto ab eo (papa)
(III,

anulo apostolicae gratiae ac totius potestatis ecclesiasticae

15;

Pertz, pag.
*

21).
scit

Ut uullus missam ad audiat presbyteri quem

concubinam

indubitanter habere, aut subintroductam mulierem.

hoc decretum (quello

Script., V, 218). Ad versus Gregorio VII contro i preti ammogliati) infremuit tota fractio clericorum; hontinem piane haereticum et vesani dogmatis esse clamitans qui oblitus sermonis Domini, quo ait: non omnes capiunt* hoc verbum, et apostolus: qui se non continet nubat: melius est nubere quam uri, violenta exactione ho^

Lamberti Annales (Pertz, Mon.
di

mines vivere cogeret

ritu

angelorum. Sigìberti Chronica (Pertz,^

Mon.

Script., VI, 862). Gregorius

papa celebrata synodo symonia-

222

LIBRO PRIMO
si

era un' arme di guerra, e guerra aperta teva da
clero

combated
il

gran tempo tra

la

Curia

Romana
si

milanese.
alla

E

le

ire

vie più
i

rinfocolarono

quando
già

morte
in

di

Niccolò

cardinali

levarono
di

sul soglio pontificio

quell'Anselmo vescovo
e

Lucca,
delle

legato

Milano,

creduto promotore

agitazioni patariniche/ Nello scisma clie allora insorse tra
ratrice,
il

il

Papa
di

dei Cardinali e quello dell'Impe-

clero milanese seguì in

grande maggioprovocò nuovi

ranza

le

parti

quest'ultimo.

E

rigori dalla Curia

Romana, die ormai non abborriva

di conseguire la vittoria col ferro e col fuoco. Talché

Alessandro II non dubitò di consegnare una bandiera pontificia nelle

mani

di

Erlembardo, valoroso

guerriero tornato testé dalla Palestina e succeduto
al fratello

Arnolfo nella difesa della causa patarinica."

cos anathematizavìt, et uxoratos sacerdotes a divino
et laicis

officio

removit,

novo exemplo ut et multis visura est inconsiderato praejudicio contra sanctorum palrum sententiam, qui scripserunt quod sacramenta quae in ecclesia fiunt, baptisma scilicit, crisma, corpus et saugnis Christi, Spiritu Sancto latenter operante eorumdem sacramentonim effectum, seu per bonos seu per malos intra ecclesia Dei dispensentur. Landolfo, III, 5 (Pertz, 77) crede che Anselmo sia stato

missam eoruni audire

interdicit,

'

l'istigatore di Arialdo ed

Arnolfo.
il

Il

racconto del cronista, per
,

inesatto che sia,

come dimostra
III,

Paech

pag. 19, è una chiara
di

prova
^

delle voci che

correvano sul conto del vescovo

Lucca.

Arnolfo,

17 (Pertz, 22) vorrebbe non credere ad Er-

lembardo, tanto

gli

sembra

incredibile quel cUe ei racconta. Prae-

terea gloriatur Arlembardus idem ab ipsa
Petri se accepisse

Roma
sibi

bellicum sancti

vexillum contra omnes

adversantes.

Quod

appensum lanceae homicidiorum videtur iudicium; cum profecto
sit

nefas tale aliquid suspicari de Petro, aut aliud habuisse vexil-

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
Quest'atto
civile;

223
della

era la

consacrazione

guerra
decisa a

ma

la

Corte

Romana ormai

era

tutto,

perfino a

scomunicare l'arcivescovo, pochi
crollo alla bilancia
lo

anni innanzi investito dallo stesso papa. Tale misura però dette
il
;

ed

i

Patarini

furono sopraffatti dai nemici, e

stesso Arialdo,

costretto a fuggire, fu preso e messo a morte dalla

nipote dell'arcivescovo/ L' alto clero trionfava,

ma

luna praeter

quod datura
il

est in

Evangelio:

Qui vult post me
gita di

ve-

nire
a

ecc.

Che

vessillo fosse dato nella

prima

Erlembardo

è detto da Andrea, cap. xiv [Puric, pag. 92), come osserva Paech contro Giesebrecht, pag. 36. Una conseguenza grave dell'elevazione di Erlembardo a milite della Chiesa era questa rilecum esset vata da Arnolfo, III, 11 (Pertz, 21): Arlembardus

Roma

il

laycus, quasi fraternae gratia pietatis opus sibi

praesumpsit inde-

bitum .... et quae sunt peccata dijudicans
judicat, clericus
'

Dum

ergo laicus

tantum vapulat. Arnolfo, III, 20 (Arlembardus) excommunicationis litteras dedit archiepiscopo, quod pluribus grande visum est civitatis obprobium ... ad ultimum factis in medio ecclesiae partibus, clamoroso Remansit pene solus Animpeto vicissim in sese consurgunt
tistes.

Quem

pars aggrediens inimica, fustibus crudeliter caesum et

quasi semivivum reliquit. In crastinum visa tanta crudelitate cives

horrescunt mente confusi. Communiter igitur statuunt, aut tantum
punire facinus aut vivere nolle amplius.

Arialdus .... incidit
.... penitus
di

Unde factum ut fugiens manus quaerentium animam ejus .... quem interficiunt. Arnolfo (III, 30) non parla della nipote

Guido. Bensì Landolfo (III, 30): juxta locum Legnani a manibus fidelium domnae Olivae, dorani Guidonis neptae, tentus et
captus est .... in insula

quadam juxta Lacum Majorem

.... ver-

nulae Olivae furialiter in

linguam ejus de sub mentonem trahentes, in insula semimortum reliquerunt. Questo racconto è confermato da Andrea (cap. 29, pag. 108) il quale non appena si diffuse in Milano la notizia della morte di Arialdo recatosi presso il Lago Maggiore, ne seppe alcuni particolari da un
prosilientes,

eum

224

LIBRO PRIMO

non

elle

a capo di dieci mesi Erlembardo

non

potesse rifarsi dei suoi danni, e muovere armata mano

contro l'Isola Madre per riscuotere dall'empia Jezabel,

come

ei la

chiamava,

il

corpo del martire-

suo compagno.* Le sorti in breve ora mutarono, e
rientrato Erlembardo in Milano colla venerata salma,
riprese le persecuzioni contro l'alto clero, certo più
spietate di

prima.

Non
si

furono risparmiate né

le

case né le vite, e a tale

venne che

i

legati ponti-

prete Martino, altri ne raccolse in seguito; pag. Ili: Quapropter

nasus ....
sunt
dicitus

cum

labio superno est abscissus .... deinde arabo oculi

effossi.

Postea vero dextram detruncant
genitale

manum.

Belline ra-

membrumque amputant
III,

postea vero de sub

gutture linguam extrahunt.
*

Landolfo,

30 (Pertz, 96) racconta

che la salma di

Arialdo fu seppellita in Arce Trevali in apotheca Sancti Ambrosii;

ma

poscia pel gran fetore ipsam apothecam aqua usque umbelicum

coarctantes foetorem repleverunt. In seguito alle minacce di Er-

lembardo, corpus jamdiu truncatum mulieris (causa) fere emarci-

qua jacuerat foetens .... orritraditura est. Andrea al contrario (cap. 30, pag. 112) racconta che Tempia JezabeJ, ola nipote di Guido valde fecit saxa ingentia circa ipsum innecti et in profundum laci demergi, e che in seguito un fedele di nome Algisio
propter
in
bile

dum minimeque

aquam

nimis ac visu teterrimum,

illis

vide in riva al lago

il

candido praeter octo

membra quae

corpo ^el santo sano e meravigliosamente ei erant cum ferro amputata.

Pare che sia più probabile il racconto di Andrea almeno nella prima parte, perchè entrambi i cronisti s'accordano nel dire che
il

cadavere fu seppellito

in

acqua, e Landolfo colla virtù dell'acqua
spoglie del martire sulle rive

spiega perchè non putisse. S'accordano poi entrambi i cronisti anche
in questo, che
i

Patarini ripresero

le

del Ticino. Bonizone, pag. 649, dice soltanto: Herlembardus

tam

dierum castra propinquorum archiepiscopi obsedit, donec corpus venerabilis Arialdi ei reddiderunt. Quod Mediolani delatum in ecclesia Sancti Gelsi

summo cum honore humatum

est.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
fìcii

225
gli stessi

ebbero a dare ordini severi contro

loro partigiani/

La

lotta s'era fatta

sempre più aspra;
venti

e

non cbe

smettere nuove ragioni s'apprestarono a rinfocolarla.
L'arcivescovo Guido,
la

che da

anni reggeva

Chiesa di Milano, stanco

dell'

interminabile lotta,

e

ben sapendo che
al

i

Patarini prendevano accordi
il

intorno

successore da dargli, pensò di cedere
lui,

suo ufficio ad un ecclesiastico, più nobile di

a

nome
poco

Goffredo.^ L'imperatore, Enrico IV, uscito da
di tutela,

accolse di

investitura, nella
i

buon animo la dimandata speranza che col nuovo arcivescovo
cessati
le

dissidii

sarebbero

e

l'autorità imperiale
il

rinvigorita.^
'

Ma
III,

per

opposte ragioni

papa non

Arnolfo,

21 (Pertz, 23).

Ad quod

sedaiidum lidgium
Silvae candidae et

contigit tunc temporis

Maginardum episcopum

Minutum
lanum.
. .

cardinalern presbyterum

Romanos

legatos venisse Medio-

deinde inter clerum judicantes et populum eleganti scripto
fieri

constituunt quid

debeat in posterum. Si comprende perchè
che prescriveva:
in judicio

Arnolfo lodi questo

scritto,

graduum clericum ex
illud beneficium

suxpicioni damnari ....

prò cujusquam peccati culpa
in

neminem predictorum nuUum clericorum laicorum amodo esse ....

quod cuiquam clericorum aufertur, nuUus laicus

accipiat.... incendia, depraedationes, sangiiinum multasque injustas violentias omnimodo prohibemus ne faciant. Mansi, XIX, 347-48. * Arnolfo, III, 21 (Pertz, 23): Arlembardus .... caute subintulit juramento causam futuri eligendi pastoris post discessum praeeffusiones,
sentis .... Archiepiscopus cura tot nequiret imminenCfes

suum usum

tollerare

pressuras, aevo

jam maturus

et

diuturno languore membris omniille

bus dissulutus arbitratus est fore conveniens ut quod
praeviderat, ipse quoque destruendo praeveniret.
'

faciendum

Boniz., pag. 652:
est.

animumque
et

regis utpote adolescentis facilse

lime venatus
et

Nam

Pataream promittebat

destructuruta

Erlembardum vivum capturum.
Tocco

L'Eresia ecc.

15

4

226

LIBRO PRIMO
i

volle saperne di questa nomina, che frustrava

di-

segni da lungo tempo concepiti, e contraddiceva
al

canone contro

le investiture laicali

votate nel con-

cilio del

1059. Perlocliè Goffredo fu scomunicato* ed

alla

morte di Guido Erlembardo fece scegliere coldi

r intervento del delegato un sacerdote
zone."

nome Azaccairri-

Per

tal

guisa

i

partiti tornarono più

nitamente

alle prese. L'alto clero fu

talmente

tato dalla nuova scelta, che ruppe in aperta violenza,

nuovo eletto alla chiesa di S. Maria, ed ivi più morto che vivo gli fu fatto giurare che non salirebbe mai sulla cattedra di S. Pietro.^ Né vi salì, ma non vi salì neanche Goffredo, combattuto fieramente da Erlembardo. (1071). A costui per verità non venne fatto
ed a furor
di

popolo fu trascinato

il

d'impadronirsi del forte di Castiglione, ove l'arci-

vescovo scomunicato
*

s'

era rinchiuso

;

ma

riesci in

Nelle lettere di Gregorio VII più volte è fatta menzione di

Goffredo. Cosi nella lettera undecima del primo libro indirizzata
alle contesse Beatrice e

Matilde

il

24 giugno 1073 (Japfé,

II,

21):

Longobardorum episcopi .... Gotefredum symoniacum, et ob hoc excommunicatum atque damnatum sub specie benedicdonis maledixerint et sub umbra ordinationis execratum hereticum constituerint. Cfr.
I,

15, 1 luglio

1073 ad Longobardos.

Ivi,

pag. 26

:

Gote-

fredus vivente Guidone dicto Archiepiscopo mediolanensi

eandem

ecclesiam .... quasi vilem ancillam praesumpsit eraere. Certo tra

due prelati erano corsi patti, tanto che secondo Arnolfo (I, 22 ) Guido riprese il suo ufficio e fece lega con Erlembardo col pretesto che Gotefredo non avea mantenute le sue promesse. ' Sull'elezione di Attone vedi Landolfo, HI, 25. Bonizone, (pag. 653) lo chiama Ottonem, ejusdem ecclesiae clericum, nobilem quidem genere sed nobiliorem moribus.
i

'

BoNiz., loc.

cit. Il

Papa

dichiarò nullo

il

giuramento.

DALL' ERESIA ALLO SCISMA

227

quella vece a sbarrare le porte di Milano, e a ri-

durre in sua

mano

il

governo della

città.

In quel tempo (1073) fu assunto
Ildebrando, l'amico ed
e questi
clie
si
il

al pontificato

protettore di Erlembardo,

credeva ormai così sicuro del suo potere,
suo odio e disprezzo

ogni giorno più cresceva di audacia ed intemil

peranza. Così per mostrare

contro

i

vescovi, che aveano riconosciuto a lor capo
l'olio

uno scomunicato, calpestò pubblicamente

da

uno
il

di loro consacrato, sostituendovi altro d'ignota

provenienza.

E

ricusando
ferie

i

vescovi di somministrare
di

battesimo

nelle

pasquali

quell'anno e

del

seguente, ingiunse ad un semplice prete Luifacesse le
loro veci.
alte
le
^

prando, che
violenze

Contro queste

suonarono ben

grida del clero,*

ed in occasione di un incendio, cbe in quel torno
distrusse la bella chiesa, ove fu consacrato Attone,
si

disse essere codesto

un giusto giudizio

dell'

em-

pietà commesse. L'ira dei Milanesi allora

non co-

*

Arnolfo, IV, 6 (Pertz,

27):

Crisma sacrum, quod unus

ilio-

rum dominicae coenae misterio metropolitanae direxit ecclesiae, sicut mos est deficiente pontifice, profusum humi coram omni populo calcibus proculcavit, suum producens in medium, a quo
confectum vel unde venerit incognitum. IV, 9 (Pertz, 28): Liutprandus quidem presbyter nuncupatus . jussu ac virtute illius ordinariorum usurpavit officium, venientes inconsulte baptizans.
.
. .

^

Il

Paech

cita

una

lettera
I,

del

vescovo

Verdun a Grevoce che
gli

gorio VII (Martène, Thes.,
atti di

214),

ove è

riferita la

Erlembardo non fossero senza l'approvazione del Pontefice:
ilio

Vestro

praecepto vel motu vel assensu, in partibus Italiae
effusa, sed et projecta et pedibus

veneranda misteria .... non
conculcata.

228
;

LIBRO PRIMO

nobbe più freno i nemici di Erlembardo non posero tempo in mezzo ad irrompere armata mano
contro di lui, ed
il

valoroso capitano cadde colla
fede.'
le

spada in pugno, martire della sua
la

Non

però

morte

di

Erlembardo restaurò

forze di Gof-

fredo; e lo stesso Enrico lo ebbe ad abbandonare,

scegliendo in sua vece un
daldo.''

uomo

più accetto, Te-

Ormai

i

dissidii

milanesi scomparivano nella

lotta delle investiture^ die

per la sua grandezza

supera tutte

le

altre finora combattute.

II
Il

gran disegno

di ridurre tutto

il

clero

mag-

giore e minore in balìa del Pontefice era attuato

a mezzo fino a che un altro potere,
in sua

il

laicale, avesse

mano

i

beneficii;

onde Gregorio non dubita
e contrastare all'Im-

di trarre le

estreme conseguenze,

'

BoNiz., pag. 663:

Eodem quoque tempore

Mediolanensis

ci-

vitas toto incendio

concrematur .... omnes sive amici sive inimici quasi una voce clamabant, hoc esse peccatum Paterinorum. Post pascha vero, de repente congregato exercitu et multitudine conjuratorum Herlembardum nihil male suspicantem invadunt eumque
bellare teraptantem in
'

media platea

interficiunt.

Intorno a Tedaldo vedi

le lettere di

Gregorio VII,

III,

8-9,

(Jaffé, 214-218). Nel Concilio del 1078 fu sospeso dall'ufficio e vescovile e sacerdotale insieme a Guiberto di Ravenna (Jaffé, p. 305). Scomunicato di nuovo nel Concilio del 1079 (Jaffé, pag. 355) ed

non pertanto resse la Chiesa di Milano per nove anni, tre mesi e ventun giorno e mori il 25 maggio 1086. Vedi il catalogo dei vescovi milanesi, in Pertz, Script., VIII, 104. ' GiESEBRECHT, GeschicJite^ III, r, pag. 186, cfr. 132-33.
in quello del 1080. Ciò
,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
peratore anticliissimi
diritti.

229
il

Ora

si

chiariva

se-

greto pensiero del Papa. La potestà pontificia dovea
essere la fonte di
spirituali. Il

tutte le autorità e temporali e

clero

non dovea inchinarsi ad
Gerarca, e da
lui solo

altro

capo fuor del

sommo

avea

a riconoscere non pure T ufficio suo spirituale,

ma
sa-

benanco
rale.

il

possesso dei beni ed

il

dominio temposi

faceva intoppo

che per tal guisa
le
il

rebbero capovolte tutte
litiche del

tempo;

e

che

norme giuridiche e pofeudatario in omaggio

Papa avrebbe talvolta negata obbedienza al suo signore. Ormai il supremo signore era il Pontefice,
al
e le parti tra
il

Papato

e

l'Impero affatto invertite.
il

L'Imperatore avrebbe nominato

Papa, non
ufficio

il

Papa l'Imperatore, perchè
ha
la potestà

se

il

sommo

sacerdote
alcuni

d'immettere nel loro

principi dell' Impero, è naturale che eserciti lo stesso
diritto sul Principe dei Principi.

E

questo era vela

ramente
di di

l'ideale

di

Gregorio VII,
il

costituzione
il

una

società mondiale,

cui capo fosse

vescovo

Roma, suprema

autorità feudale, da
i

cui

come

vassalli dipendessero tutti

principi

,

e

primo fra

tutti l'Imperatore.*

*

Vedi

il

cosìdetto Bictatus

Papae (Mansi, Concilia^ XX, 168-69),
i

ove
cilio

in brevi

sentenze Gregorio VII compendia

diritti e le

dignità

del Pontefice:

Quod

legatus ejus omnibus episcopis praesit in con-

etiam inferioris gradus et adversus eos sententiam depositio-

nis possit dare. -

Quod

solus possit uti

imperialibus insiguiis. -

Quod
in

solius

papae pedes onanes principes deosculentur.
ecclesis recitetur. -

Quod

illius solius

nomen in - Quod illi mundo.

Quod unicum

est

nomea

liceat imperatores deponere.

230

LIBRO PRIMO

Ma
tra
il
il

ora

si

scopriva una strana

contraddizione

principio e la fine del

movimento riformatore,
il

quale cominciato dal contrastare
il

fasto, la dis-

solutezza e talvolta
clero,
finiva
col

potere principesco dell'alto
in

mettere

mano

maggior copia di ricchezze, onori e dana. Se al supremo Gerarca è lecito di circondarsi degli splendori di una corte, perchè non debbono seguire il suo esempio e vescovi ed abbati? La riforma disciplinare sarà dunque messa in seconda
linea, al
si

Papa la potestà mondel

ed or che ne
fare

l'

arcivescovo di Milano, né altro
alla

mondo può

ombra

Curia Romana, non

contrasterà più la potestà territoriale dei prelati.

E

purché questi riconoscano nel Papa

la fonte del-

l'autorità loro, vivano a lor
sulle

modo,

e

camminino pure

orme degli Ariberti e dei Guidi. Per tal guisa i mali della Chiesa s'esacerbavano,

e
le

secondo la testimonianza preziosa di S. Bernardo,

intemperanze del clero metteano nuove radici e

tanto più profonde, per quanto la Chiesa grandeg-

giava di potenza e splendore.* Nettampoco la qui-

di ribadire le

Per questa ragione nei concilii posteriori si crede necessario antich^condanne e cosi ad esempio nel Concilio di Reims, nel 1119, Callisto II conferma le sentenze dei suoi prede* i

cessori contro

simoniaci (can.

I);

contro

le

investure laicali (can.

II);

contro

i

concubinarii (can. V): Presbyteris et diaconibus, concubi-

narum
236).
Il

et

uxorum contumaciam prorsus interdicimus

(Mansi,
I):

XX,
ordi-

Concilio lateranense del 1123 fa altrettanto (can.

prohibemus. quemquara per pecuniam vel promoveri Can. HI: Presbytheris, diaconibus vel subdianiconibus concubinarum et uxorum contuberniapenitus interdicimus (Mansi, XX, 282).
nari

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
stione politica era risoluta, che
di
e

231

Canossa la vittoria del

non ostante i trionfi Papato vacillava non poco,

dopo tanto battagliare Callisto II, ebbe a sottoscrivere il compromesso del 1122, il quale se chiudeva la grande lotta delle investiture, non ispengeva

germe di nuovi contrasti. Il dissidio tra la Chiesa e r Impero, insorto una volta non sarà più per comporsi; né solo colla Germania avrà da battersi il
il

Papato,
nato di

ma

colla Francia, coli' Inghilterra, col Setutti quei
le

Roma, con

governi in una parola,

che mal tolleravano

usurpazioni e frammettenze

del potere ecclesiastico.
di violenti
e

E

queste lotte in quell'età

rudi

costumi tornavano egualmente

funeste allo Stato ed alla Chiesa; e minacciavano
l'esistenza stessa di ogni civile consorzio.
III

In questo tempo appare nella storia la misteriosa figura di

Arnaldo da Brescia.*

Innocenzo

II,

nel Concilio di Clairmont del 1130

sancisce (can.

I):

Si quis simoniace ordinatus fuerit ....

reat, et nota
et

honore male adquisito cainfamiae percellatur. Can. IV: qui a subdiaconatu
officio

supra uxores duxerint aut concubinas habuerint

atque
la-

beneficio ecclesiastico careant (Mansi,

XXI,

438).

Nel Concilio

teranense del 1139, infine fu necessario
quis simoniace ordinatus fuerit, ab officio
cite usurpavit.
officio
.

decretare di nuovo:

Si
ille-

omnino cadat quod

VI: Qui . .uxores duxerint aut concubinas habuerint, atque beneficio ecclesiastico careant. II: nullus missas eo.

rumaudiant quos uxores vel concubinas habere cognoverint. (Mansi, XXI, 527). GiESEBRECHT, ArnoM von Brescia {Sitzungsherichte der h. Ak.der Wìss.zu Miinchen, 1873, l,pag. 139 e segg.). Il Giese*

232
Il

LIBRO PRIMO

moto patarino ebbe per
ai

risultato di togliere
territoriale

in molti luoghi

vescovi la potestà

che passò nei comuni, e così nacquero quelle repubbliche medievali con consoli e consigli e
e pretensioni baronali
sui
diritti

minori comuni.

Questo

accadde in Milano, e sarà accaduto anche in Brescia,

ove però

il.

vescovo non fu spogliato di tutta
prendesse parte coi Consoli

l'autorità,

ma sembra

air amministrazione della Repubblica/ Si

comprende
e sospet-

come dovesse

riescire faticoso questo
si

governo misto,
del

nel quale gli opposti elementi

odiavano

tavano a vicenda; e come
si

le

scissure

governo

ripercotessero nel popolo, diviso anche lui in pare fazioni.

titi

Uno

dei capi del partito

antivescoVHìHist.

brecht ben rileva l'importanza che ha per la vita d'Arnaldo
storia Pontificalis, pubblicata
del
dall' Arndt nei

Monum. Germ.

Pertz, XX, 515

e segg. L'illustre

storico attribuisce

questa

cronaca a Giovanni

di Salisbury.

Della monografia del Giesebrecht

fu pubblicata per cura dell'Odorici, anche lui biografo di Arnaldo,

uua traduzione
fonte

italiana

(Brescia, tip. Appollonio, 1876). Un'altra

importante fu scoperta dall'infaticabile prof. Monaci nella

È un poema del secolo xii che tratta dei Gesta per imperatorem Fridericum Barbam Rubeam in partibus LomVaticana.

bardiae

et Italie.

Il

valore di questa nuova fonte fu riconosciuto dal
il

Giesebrecht {Sopra

poema
I.

recente^nente scoperto intorno al-

Lettera al prof. E. Monaci. Roma, 1879). Di questo poema il Monaci pubblicò un frammento. {Il Barbarossa e Arnaldo da Brescia secondo un antico poema inedito esistente nella Vaticana. Roma, 1878). Vedi anche Arnaldo da l'imperatore Federico

Brescia e la rivoluzione romana del secolo XII, studio di Giovanni De Castro, Livorno, 1875, con una compiuta bibliografia sull'argomento. Bonghi, Arnaldo da Brescia, ueìY Antologia del
15 agosto 1882.
'

De Castro,

op.

cit.,

pag. 253 e segg.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
vile

233
quale benché

par che fosse
s'

il

famoso Arnaldo,
Ini rivivesse

il

prete e frate,'
tal

ispirava alle tradizioni patariniche,
lo

che pareva in

spirito

austero

degli Arialdo ed Erlembardo, santificati dalla Chiesa.

Questo rigido sacerdote, che
loontificalis

al dire

àelVHisforia

cameni suam indumentorum asperitate et inedia macerabat,* mal tollerava che il clero s'inframil

mettesse nei negozii mondani,^ e contro

proprio

vescovo, semprepiù avido di maggior potere, levava
alta la voce,

infiammando

il

popolo a

tal segno,

che
potè

nel tornare quel prelato

da Roma,

a fatica

rientrare nella sua diocesi.*

Non
e

diversamente s'era
1'

condotto un tempo Arialdo,
milanese e
il

contro

arcivescovo

clero maggiore ben più gravi tumulti

avea sollevato nel popolo.

Ma

ora

i

tempi eran

mutati, ne sulla cattedra di S. Pietro sedevano gli

*

Hist. pontif., cap. 21, in Pertz,

XX,
Il

537. Erat hic dignitate

sacerdos, habitu canonicus regularis, et qui

carnem suam indumeninter-

torum asperitate
petra che
*

et inedia

macerabat.

Bonghi, pag. 603,

si sìa fatto

monaco

agostiniano, diventando più tardi

abate dell'ordine.

Poema, v. 153. Vir nimis austerus dureque per omnia vite. Anche San Bernardo conferma questo tratto; ma, come sempre
accade in lui, l' elogio finisce in iraconda ingiuria. Homo est neque manducans neque bibens, solo diabolo esuriens et sitiens sanguinem animarum; utinam tam sanctae esset doctrinae quam districtae est vitae. (Ep. 195).
'

Poema,

v.

172.

Namque

Sacerdotes reprobos
cit.

sequaces ....
ptus
*

Omnes

censebat. Hist. pontif.^ loc.

Simonisque Et contem-

mundi vehemens praedicator. Dura episcopus Romam profectus aliquantulum moraretur,
civium
flexit

sic interim

animos, ut episcopura vix voluerint admit-

tere. {Hist. pont., loc.

cit.).

234

LIBRO PRIMO
i

Alessandro II e
Corte pontificia

Gregorio VII, né gl'interessi della
del secolo decimosecondo pareg-

giavan quelli dell'undecimo.

Di queste condizioni consapevole
sciano s'appellò a

il

prelato bre-

Roma

contro

il

mal capitato ca-

non ottenne dal Concilio lateranense del 1139 la condanna esplicita delle dottrine arnaldiane, ebbe dal Papa quello che più gli premea di
nonico,
e se
'

conseguire,

l'

allontanamento del pericoloso oratore.
deposto con decreto pontificio

Arnaldo

infatti fu

dall'uffìzio suo, e cacciato in

bando oltrementi.^
anche
il

E

dubbio se

gli

fosse

proibito

predicare.

Ottone
alla
all'

di

Frisingalo dice apertamente;^
di

ma
;

S.

Ber-

nardo non sa nulla

questo

divieto

né forse

Curia romana premeva di chiudere la bocca

esule sacerdote, convinta che fuori della patria

la sua parola

non sarebbe né cercata né temuta.
fuor di dubbio che Arnaldo riparò

Comunque

sia, é

in Francia, ove secondo Ottone di Frisinga era già

*

E falso
eretico.

che

il

Concilio lateranense abbia condannato Arnaldo
é

come
quale

nel canone xxiii, né nel xxiv

nominato Ar-

naldo, né S. Bernardo sa nulla di questa condanna conciliare, la
gli

accuse. Vedi

avrebbe porti nuovi e più vigorosi argomenti alle sue De Castro, Arnaldo da Brescia^ Livorno, 1875^
cit.

pag. 261, 262.
^

Hist. pont., loc.
et

Ob quam causam a domno Innocentio
Italia, descendit in

papa depositus
adhesit Petro

extrusus ab

Franciam,

et

nunc cardinalis
^

Ott.,

II,

Abelardo partesque ejus cura dorano est, adversus abatem Clarevallensem studiosius fovit. 31 Ne perniciosum dogma ad plures serperet, imJacinto, qui
:

ponendum

viro silentium decernit. del Giesebrecht.

I

dubbi intorno a questa

testi-

monianza sono

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

235
*

stato da giovane per udirvi le lezioni d'Abelardo.

E

vi

tornò appunto in quel tempo, in cui

il

Con-

cilio di

Sens dovea decidere
accusato

sulle sorti del filosofo

palatino,

da San Bernardo. L'esule bre~

sciano s'adoperò gagliardamente pel suo maestro,^
e

quando fu pronunziata la sentenza, e l'infelice condannato si ridusse nella solitudine di Cluny, ei restò impavido sulla breccia, ed occupata la cattedra deserta, seguitò ad esporre la Bibbia nello
di
stile

Abelardo, e forse più di
i

lui

insisteva sul con-

trasto tra
allora

primi vescovi della Chiesa, e quelli che
il

disonoravano
desio di beni

loro ministero coli' avarizia
e
alle

ed

il

mondani,

mollezze del

secolo s'abbandonavano, e voleano edificare la Chiesa
sul sangue.^

Dell'efficacia di questo

insegnamento non

è a

dubitare. Chi l'impartiva, educato agli studii classici,

possedeva

il

segreto dell'eloquenza, che vince

'

Ott., 11,20.

Petrum Abailardum olim praeceptorem habuerat.
il

Di questa notizia non dubitano né

Giesebrecht

(

pag. 13) né

il

De

Castro (pag. 151).
^

deW Historia pontificalis riferito più sopra Bernardo, ep. 156. Execratus quippe a Petro Apostolo, adhaeserat Petro Abaelardo, cuius omnes errores, ab Ecclesia jam deprehensos atque damnatos, cuna ilio defendere
Vedi
il

passo
S.

confermato da

acriter et pertinaciter conabatur. Ep. 189:

Squama squamae

con-

jungitur, nec spiraculum incedit per eos.
^ Postquam Petrus Cluniacum profectus est, Parisiis manens monte S. Genovefe, divinas litteras scolaribus exponèbat apud S. Hilarium .... Episcopis non parcebat ob avaritiam et turpe questum,et plerumque propter maculam vitae et quia Ecclesiami

in

Dei in sanguinibus edificare nituntur. (Hist. pont.,

loc. cit.).

236
le

LIBRO PRIMO
e

maggiore autorità dava alle sue parole coir esempio di una vita intemerata ed austera che imponeva il rispetto anche ai nemici. Talché
menti/
S.

Bernardo, ben conto dei pericoli che sovrastaal silenzio

vano all'opera sua, s'adoperava in tutte le^uise
per ridurre
al

questo nuovo apostolo, pari
e dottrina,

maestro per ingegno

ma
del

d'animo più
concilio con

gagliardo. Già fin dalla chiusura
lettere affannose
la

avea sollecitata da Innocenzo II
e del bresciano insieme;
,

condanna del palatino
il

pervenutogli poi

decreto pontifìcio

che non pure

condannava
si

i

novatori

ma
si

ne ordinava l'arresto,^
prestasse ad eseguirlo.
il

mise in cerca di chi
fallitogli
il

E

tentativo presso

re di Francia, dal

quale ottenne solo ed a stenti l'espulsione di Arnaldo,^
si

volse

al

vescovo di Costanza nella cui
far

diocesi s'era

quegli rifugiato,* pregandolo di
Facundus audax confidensque

*

Poema

,

v.

155.

et

sui

,

vir

multe litterature. S. Bernardo, Ep. 196, cujus conversatio mei et
doctrina venenum.
*

Ecco

il

testo del rescritto

:

Per presentia scripta

"fraternitati

vestrae

mandamus, quatenus

P. Abailardum et

Arnaldum de

Brixia,

perversi dogmatìs fabricatores et catholicae fìdei impugnatores, in
religionis locos ubi melius vobis visum, faciatis includere.
'

Abbatem
si

.... arguebat

taraquam vane glorie sectatorem
nominis erat in
litteris

et

qui omnibus invideret, qui
religione,

alicuius

aut

non essent de scola
ejiceret

sua. Obtinuit ergo abbas, ut

eum

christianissimus rex
loc. cit.).
*

de regno Francorum. {Hist. pont..,
la lettera

Al 'vescovo
più sopra.

di

Costanza è indirizzata

195 che

ci-

Nec mirum si non horam praevidere aut nocturnum furis imgressum observare quivistis. Mirum autem, si deprehensum non agnoscitis, non tenetis, non prohibetis exportare spolia

tammo

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
discacciare
il

237

ramingo, se pur non

gli riescisse di

chiuderlo in prigione.'

Ma
;

non

tutti la

pensavano

come l'impetuoso abate. Né soltanto T ordine di arresto non fu eseguito ' ma perfino un cardinale
di S. Chiesa, e legato

per giunta,^ in luogo di perlo

seguitare

il

profugo sacerdote,
lo

accolse ospital-

mente,
il

e della sua egida

ricoperse.

E

indarno

Chiaravallese gli scrisse una delle sue lettere più
*
;

ardenti

l'

accorto porporato non
ei

si

lasciò

prendere

all'amo,

che

ben sapea discernere gl'interessi

della Chiesa

da quelli del fanatismo. Pare anzi che

con

lo stesso legato

Arnaldo abbia fatto ritorno in
non
ci

vestra. Della
ti/ìcalis,

dimora
in

in Zurigo

dice nulla V Historia pon-

ed

questo punto sembra meglio informato Ottone

(II, 21): ibique in oppido Alemanniae Turego officium doctoris assumens, perniciosum dogma aliquot diebus seminavit. La qual testimonianza concorda colla lettera surriferita al vescovo di Costanza nella cui diocesi era compresa Zurigo. (Giesebrecht op.
,

cit., p.
*

135).
,

S. Bern. 1. e. Melius auferre malum ex vobis. Quamquam amicus sponsi ligare potius, quam fugare curabit, ne jam discur-

reret.

scribendo raandavit... sed non

dominus Papa fieri bonum. ' Il Giesebrecht (p. 135) dalle parole Francia repulit, Germania abominatur argomenta a ragione che tanto Arnaldo quanto il legato si trovassero entrambi in Germania. Questo legato non è dunque Guido di Castello, che fu poi Celestino II (seti. 1143, feb. 1144), ma un altro Guido, legato per Boemia e Moravia nel^

S.

Bernardo,

lettera 195.

Hoc enìm

et

fuit

qui faceret

l'agosto 1142.
*

A

questo cardinal legato è indirizzata la lettera 196 di San
erit funiculus tri pi ex, qui diffi-

Bernardo. Si accessit favor vester,
cile

rumpitur.

.

.

Securus annuntiabit
et

et

facile

persuadebit quae

volet domesticus

contubernalis legati

apostolicae sedis... Fa-

vere huic domino papae contradicere est, etiam et

Domino

Deo.^

238
Italia, e

LIBRO PRIMO
che per opera di
lui si sia

rappattumato

col

novo papa Eugenio

III.*

Sembra molto strano che

l'esule bresciano,

il

proscritto da Innocenzo, trovi grazia appo Eugenio,

presso quello stesso Papa, che avrebbe dovuto più

che

altri

seguire

i

consigli

di

S.

Bernardo, stato

già suo maestro;^ e qualcuno potrebbe essere indotto a dubitare della veracità àeìV Historia pontificalis.

Ma

la

testimonianza del Sarisberiense, come

ha dimostrato il Giesebrecht, è fuor di discussione; ed io stimo che si possano sciogliere le dubbiezze, ove si studii più addentro nei fatti.'
Exinde post mortem domni Innocentii reversus est in Itapromissa satisfatione et obediencia Romane ecclesie a dorano Eugenio receptus est apud Viterbum. {Hist. pont., loc. cit.). Il"" Historia non ci dice le ragioni di questa conciliazione; ma è lecito parrai argomentarle per congetture come ho fatto nel testo.
*

liani, et

*

S.

Bernardo, udita la nuova dell'elezione

di

Eugenio

III,

suo

discepolo, scrisse ai cardinali la famosa lettera 237, ove non na-

sconde i suoi timori. Parcat vobis Deus, quid fecistis? Nisi Dorainus supponat manum suam, heu necesse est obruatur et oppriraatur onere et nimio. Ma dacché la cosa è fatta et sicut raulti dicunt, [par che ne dubiti] a Deo factum est, ei per primo s'inchina al nuovo eletto. E nella lettera 238 che gli dirige lo chiama
,

dominum meum, né

ardisce dargli

il

nome

di figlio,

quia

filius in

patrem, pater mutatus est in

neanche a lui tace le sue trepidazioni. Ego etsi nomen patris deposui sed non timorem sed non anxietatera. Altiorem quippe locum sorti tus es sed non tufilium.
.

Ma

.

tiorem.

E

per confortarlo dei suoi consigli nella scabrosa via gli

manda
ideo

l'aureo opuscolo

De Consideratione ove candidamente
,

gli dice:

Non enim

si

bene

te

novi, quia pater
te

pauperum

factus,

non pauper

spiritu es.

Monebo

proinde non ut magister

sed ut mater,
* Anche il Bonghi, p. 617: « Ma come si può spiegare? Arnaldo non poteva ritornare in Italia senza licenza del Papa, e que-

.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

239

Non appena

assunto al pontificato Eugenio III

ebbe dal suo venerato maestro il libro De Consideratione, ove è svolta maestrevolmente la quistione
del giorno, quella stessa, cbe solea trattare
nelle sue predicazioni, e

Arnaldo

che oggi

si

direbbe del

potere temporale. S. Bernardo comincia dallo stabilire

cbe la Chiesa non possiede per diritto apoche gli apostoli non potevano dare quel cbe stolico
;

non aveano.*
farsi

E

se

non possiede per
di
si

se,
di

mal può
possessi.

distributrice

terre,

e giudice

Quale apostolo mai

attribuì questo potere?^

Ne

tampoco la Chiesa è fatta per dominare, che a lei non lo scettro, ma il sarchio si conviene; e chiaramente traspare dagli Evangelii il divieto della dominazione mondana.^ Né mai Pietro si ornò di

sta licenza
savire.

non era

possibile conseguirla senza promettere di rin-

Ed Arnaldo

promise. Era già da cinque anni lontano dalla

patria sua, se ne struggeva.
la

E

forse in terra straniera

non sentiva

sua parola efficace; non avea amici, conforti, speranze. L'animo che non piegò avanti alla morte, non resse ad un esilio, per neforse la spiegazione è un'altra ». Quest'altra spiecessità ozioso.
di

gazione ho cercato
*

dare quassù forse con troppo lungo discorso.

6, p. 419. Nam quid aliud dimisit sanctus Apostolus. ...cumipsedicat: Argentum et aurum nonestmihi?...

De

Consid.,

II,

Esto, ut alia
jure.

quacum ratione haec tibi vindices, sed non apostolico Nec enim tibi ille dare, quod non habuit, potuit. Quod hadedit, sollicitudinem

buit

hoc
^

super Ecclesia.

Non monstrabunt ubi aliquando quispìam apostolorum judex sederit hominum aut divisor terminorum, aut
Consid.,
I,

De

6.

,

distributor terrarum.
^

De

Cons.,

II, 6.

sed enim ad quid,

Factum superiorem dissimulare nequimus omnimodo est attendendum. Non enim ad domiDisce sarculo
tibi

nandum opinor....

opud esse non sceptro, ut

.

240

LIBRO PRIMO
o di sericlie vesti, né su bianco cavallo fu
si

gemme
nistri.*

portato, ne gli

stringevano attorno soldati e mi-

Ed
di

i

possessi eli dominio, e l'aureo

manto
re e

e

Farmi non spettano a
pascere
il

chi fu

commesso l'umile
ai

ufficio

suo

gregge;^ bensì
giova che l'una

principi

della terra.
i

podestà

invada

confini dell'altra, e

meni
si

la

sua falce nel-

l'altrui messe.^

Ma

non perchè

spogli di queste

mal

tolte attribuzioni, la dignità del

sommo
si

sacer-

dote vien menomata. Che per quanto egli

estolga

su tutti gli

altri

uomini, non può certo farsi

mag-

giore del Signor suo, né al discepolo conviene usur-

pare

titoli

ed

ufficii

che

al

maestro non piacque

di assumere.*

E

d'altra parte ridotta al solo spirituale

l'autorità del

Papa non

cessa per tanto dal soprai

stare a quella di tutti

principi della

terra;

non

E più appresso Numquid dominationem ? Reges gcntium dominantur eorum (Lue. 22, 55). . Audi ipsum. pianura est, Apostolis interdicitur dominatus. .. si utrumque siopus facias prophetae.
. . :

.

.

mul habere
*

voles perdes utrumque.

IV,

3.

Petrus hic

est,

qui nescitur processisse aliquando vel

gemmis

ornatus, vel sericis;

non

tectus auro,

non vectus equo non
est

albo,

nec stipatus milite, nec circumstrepentibus septus militibus.
* Ivi.

Etsi purpuratus etsi deauratua incedens,

tamen

quod horreas operam curamve pastoralem, Pastoris heres.
'

De

reges et

Habent haec infima et terrena, judices suos, principes terrae. Quid fines alienos invaditis ? Quid falcem
Cons.,
I, 6.

vestram in alienam messem extenditis? * De Consid., I, 6. Itane imminutor est dignitatis servus si non vult esse major domino suo? ... Quis me constituit judicem?
ait ille

dominus

et

magister (Lue, 12, 14), et

erit

iniuria

servo

discipuloque nisi judicet universos? ....
in possessionibus potestas vestra.

Ergo

in criminibus,

non

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
essendovi alcun re o imperatore, cui

241
al

come

Papa

appartengano
rituale.*

le

due spade,

la

temporale

e la spi-

Con questa

differenza clie quella viene sguai-

nata per suo cenno,

ma non

dalla sua

mano, questa

anche dalla mano. La spada temporale deve essere

adoperata per la Chiesa, non dalla Chiesa.^
queste citazioni è facile raccogliere la dot-

Da

trina di S. Bernardo.

Non avendo

lo Stato

un con-

tenuto morale suo proprio, la podestà terrena fino
ti

che non sia consacrata dal Capo della Chiesa, pare

agli occhi del Chiaravallese rude forza

non ancora
il

tramutata in diritto; concetto comune a tutto

Medio Evo,
stessa

e dai

ghibellini
ciò

non meno accettato
la

che dai guelfi.

Ma

non importa che

Chiesa

debba godere autorità
i

territoriale. Superiore

a tutti

principi della terra, ella

dere al loro livello, ne esercitare
riale

non può discenun potere mate,

come

il

loro

;

fonte di

ogni autorità la imsé
Il

partisce

agli altri, senza

serbare per

nessuna
concetto

parte che non sia del tutto spirituale.

* Epist. 256 ad Eugenio III dopo T insuccesso della Crociata. Exserendas est uterque gladius. , Petri uterque est. Be Consid.^lW^ 3. Uterque ergo Ecclesiae et spiritalis scilicet gladius et materia.

lis.

Sul quale passo

si

fonda

il

Giesebrecht per dimostrare che

Bernardo è più gregoriano di quel che si creda. Farmi che l'egregio storico non abbia tenuto nel debito conto le restrizioni delle quali parleremo nella nota seguente. * Epist. 256. Uterque Petri est, alter nutu, alter sua manu evaginandus. Questa stessa restrizione è ripetuta colle stesse parole nel De Consideratione IV, 3. Sed is quidem prò Ecclesia,
S.
y

ille

vero ab Ecclesia exserendus:

ille

Sacerdotis,

is militis

manu,

sed sane ad
Tocco

nutum

sacerdotis et

jussum imperatoris.
16

L'Eresia ecc.

242
di S.
Il

LIBRO PRIMO

Bernardo dovea menare
la

diritto

al vicariato.

Micado per dedicarsi esclusivamente

agi' interessi

spirituali tralasqia

cura delle terrene

cose
i

,

la

cui amministrazione affida al
del paese.

primo tra
lia

principi

E

questi,

il

Taicun,

bensì

il

vero po-

tere nelle mani,

ma

Pesercita nel

nome

del Micado.

Non dobbiamo
sistema,
il

qui dare

un

giudizio di questo

più ecclettico che sia mai apparso.

Ma

certo è che ad Eugenio sorrise

non poco,
che

e

ben presto
colla

messolo in pratica nell'accordo

strinse

Repubblica romana,

si

fece restituire

dal

popolo
di tra-

romano
sferirne
vicario.*

il

diritto di

sovranità, esercitata dai suoi

predecessori,
il

ma
è

nel

contempo s'impegnò

potere nel Senato

Non

come suo improbabile che a questo comporomano
,

nimento assentisse anche Arnaldo, e per tal guisa spiegheremmo agevolmente come andasse assolto
dalle antiche censure, e gli

fosse data licenza

di

starsene a

Roma.
si

Ma

non andò molto che

scopersero

i

vizii

di quell'artifizioso congegno, che

metteva
di

alle

prese

due autorità, una di nome, l'altra

fatto.

Non
certo

conosciamo

le scissure
il

che ebbero luogo in quel
il

tempo

tra

Papa ed

Senato

di

Roma;
Fallito

è che nella

primavera del 1146 Eugenio fuggì da
appresso
dall'Italia.

Roma,
vigore.

e l'anno

così

l'accomodamento ricominciò

la

lotta

con maggior

Ormai non era più tempo

di mezzi termini,

*

Gregorovius, Storia di Roma,

lib.

8.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
ed Arnaldo riprese
il

243

linguaggio antico, e nelle sue
i

calde predicazioni sfolgorava per primo

cardinali,

nuovi scribi e farisei

clie

si

adunano nel tempio,
di negozii

come
miava

in mercato, a trattar
al

mondani

e

provvedere
il

loro fasto ed ingordigia.

rispar-

stolico e

Papa, a cui negava il nome di uomo apopastor delle anime; percliè gli apostoli
e rapine

non promoveano incendi
sangue fondavano
bedienza ne
la al
il

come

lui

;

ne nel

loro

regno

spirituale.*

E

da

queste premesse diritto conclude

Papa ne
;

ai

non doversi obCardinali, che non sono
il

vera Chiesa di Dio
rientri
lei la

ne aversi a tollerare che
città, cui

Papa

in quella

vuole ridurre a

servitù,

fonte della libertà, la sede dell'im-

pero e la regina del mondo.''

*

Jam palam

cardinalibus detrahebant, dicens co^ventum eo-

rum
dinis

ex causa superbie et avaricie, ypocrisis et multimode turpitu-

non esse ecclesiam Dei

,

sed

domum

negociationis et spelun-

cam latronum

phariseorum vices exercent in , populo Christiane. Ipsum papam non esse, quod profitetur, apostolicum virum et animarum pastorem, sed virum sanguineum, qui
qui scribarum et
incendiis et homicidiis praestat auctoritatem, torto rem ecclesiarum,

innocentie concussorera, qui nihil alìud facit in

mundo quam

car-

nem

pascere et suos replere loculos
1.

et

exaurire

alienos. {Hist.

pont.,

e).

Poema,

v.

179:

Pontifices rebus magnos intricare caducis Et prò terrenis celestia spernere, causas Nocte, die, precio sumpto trutinare forenses.
V.

186:

Heu mala romana presertim sede
^

vigere.

Dicebat quod sic apostolicus est et non apostolicam doctriimitatur aut vitam, et ideo
ei

nam
non

obedentiam aut reverentiam

deberi. Preterea

non esse homines admittendos, qui sedem

244

LIBRO PRIMO

Arnaldo era dunque l'oratore della Repubblica,
il

temuto tribuno che nel breve giro di pochi mesi
il

avea saputo guadagnarsi

favor popolare così da

movere le masse a suo talento. Ben comprese il Senato romano di quanto giovamento potesse tornargli
questo sacerdote, di vita austera ed intemerata, che

spietatamente metteva a nudo
e
il

le

magagne

del clero,

ad un profondo sentimento religioso aggiungeva
culto della

Roma

antica, e la fede

invitta nei

suoi nuovi destini.

E

con giuramento solenne Arsi
l'

naldo ed

il

Senato romano

strinsero in

un
i

patto,

quegli di consacrare tutta

opera sua in servigio
costi

della Repubblica, questi di difenderlo a tutti
dalle insidie neniiche.

L'uno e l'altro seppero mantenere la lor fede.^ E quando nel 1149 fu costretto il Senato a rappaciarsi con Eugenio, non permise che rientrando il Papa nella città eterna, ne fosse
bandito lo scomunicato tribuno. Mirabile fermezza,

che permise ad Arnaldo di seguitare a vivere in

Roma, ove sarebbe rimasto
di

tuttora se

il

successore

Eugenio

e di Anastasio,

Adriano IV, fulminando

imperii, fontem libertatis

bjicere servituti. {Hist. pont.,

romanae, mundi dominam, volebant suIl poema, v. 175, aggiunge: 1. e).
sacra.

Nec debere illis populum delieta faterì Sed magis alterutrum nec eorum sumere

Che non
*

si

debba né confessarsi con sacerdoti malvagi, né

ascol-

massima dei Patarini adottata nei Concilii. Hist. pont. p. 537. Sed pacem tum multa prepediebant, tum maxime quod ejicere nolebant Ernaldum Brixiensem qui honori
tarne le messe era una
,

urbis

et

reipublicae
ei

juramento. Et
liomines et

Romanorum se dicebatur obligasse prestito Romanus vicissim auxilium centra omues nominatim contra domnum papam.
populus

ì

ì

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
l'interdetto,

245

non avesse indotto
destini di

il

credulo popolo

a chiederne lui stesso l'allontanamento.

Da
cisi.

quel giorno
i

i

Arnaldo furon dedel

Indarno

Visconti di Compagnatico lo sottraspotere

sero al cardinale Odone, in

quale era

caduto presso Bricole in Val d'Orcia.^ Pochi uomini
di

Federigo Barbarossa bastarono a ritoglierlo
il

ai

suoi salvatori; né

re tedesco, cui

premeva
farlo

di

sgom-

brarsi la via all'incoronazione, dubitò di consegnarlo
al

Papa.

E

questi

non pago
il

di

mandare a

morte,^ ne fece bruciare

cadavere e disperdere nel

*

Vedi su questi particolari
2.

il

Giesebrecht,

trad.

it.

,

p.

33,

nota
^

Secondo

il

poema Arnaldo imprigionato

e condotto al sup-

plizio

non

volle ricredersi della dottrina sua, che ei riteneva giusta

e

degna

di sacrificarle la vita.

razione dei presenti, ed

anche

di Federigo,

Tanta fermezza riscosse l'ammiche ebbe una tarda

compassione per la sua vittima. Codesti versi mi permetto di riferirli tutti, che contengono particolari interessanti sugli ultimi momenti di Arnaldo, v. 219 e segg.
:

Hic igitur regi delalus nunc Friderico, Judice prefecto romano, vincitur illuin.

Namque
Set

jubet rector causam dìscernere Dampnaturque suo doctor prò degniate

notani,

doctus.

cum supplicium

sibi

cerneret ipse parafi

Et laqueo coUum fato properante ligari, Quesitus pravum sì dogma relinquere vellet Atque suas culpas sapientum more fateri,
Intrepidus fidensque sui, mirabile dictu

Respondit proprium

sibi dogma salubre videri Nec dubitare necem propter sua dieta subire,

In quibus absurdum nil esset niique nocivum. Orandique raorara petiit prò tempore parvura,

Nam

Christo culpas dicit se velie fateri.

Tunc genibus flexis, oculis manibusque levatis Ad celum, gemuit suspirans pectore ab imo Et sine voce deum celestem mente rogavit, Ipsi commendans animam; paulumque moratus

246

LIBRO PRIMO
le

Tevere

ceneri, ne a stolida plebe corpus ejus ve-

neratione habetur,

come

dice

il

cronista/ Preziosa

confessione, che mostra in qual concetto di santità

era tenuto

il

tribuno, e di quanto odio lo rimeri-

tasse la Curia

Romana.

IV
Qual'era la dottrina di Arnaldo, per quanto al-

meno possiamo

raccoglierla dalle

scarse
le

testimolotte

nianze? Noi dicemmo già quali erano
e la civile, e di quanti mali fosse
dissidio.^

che

scoppiarono in quel tempo tra l'autorità religiosa
cagione questo

A

questi mali così profondi ed annosi
infallibile e tale

un
che

rimedio solo s'aveva energico,
li

avrebbe tagliati dalla radice, e

la

grande mente
il

del bresciano seppe scoprirlo.

Perchè

mondo abe

bia pace,

ei

diceva, fa d'uopo che la Chiesa torni

alla purità e semplicità dei
si

tempi apostolici,
tollera

ben

persuada che

il

Vangelo non

anzi vieta

/

Tradii ad interitum corpus tolerare paratus Constanter, penanti lacrìmas fudere videntes, Lictores eciam moti pietate paruraper; Tandem suspensus laqueo retìnente pependit. Set doluisse datur super hoc rex sero misertus.
'

Ottone,

loc. cit.

*

Un

capitolo del Concilio di Guastalla tenuto nel 1106 sotto

Pasquale II incomincia cosi (Mansi, XX, 1209): Per multos jam annos regni Theutonici latitudo ab apostolicae sedis unitate divisa '""^ """'' ""* ut, factum est, "* est. In quo nimirum schisraate tantum periculum ^""' quod cum dolore dicimus, vix pauci sacerdotes ant clerici catholici uci

—— —

.

i

|

in tanta terrarum latitudine reperiantur,

DALL' ERESIA ALLO SCISMA
ai ministri del
rali, e

247

Signore

il

possesso di beni tempoa spogliarsi delle

clie i preti e frati renitenti
si

molte ricchezze
al

danneranno irreparabilmente.
proprietà
delle

Non
ora

clero

spetta

la
al

terre

che

sfrutta, bensì

Principe o allo

Stato, al

quale

deve restituirsi questa gran massa di beni, perchè
sia

adoperata in servigio non di una casta,

ma

della

sembrano scritte ai nostri giorni, ma di quei tempi doveano riuscire ben dure ad intendersi. Ricordiamo che prima di Arnaldo uu Papa d'alta mente. Pasquale II (10991118), a por fine alla guerra con Enrico V, avea
società tutta.* Fatidiche parole, che

pattuito che l'Imperatore rinunziasse
ture, e per

alle investii

compenso

i

vescovi restituissero

lor

feudi all'Impero.^

Ma

il

pensiero geniale del Papa,

benché meno radicale

di quello di
i

Arnaldo, non fu

meglio accolto da entrambi

partiti.

La

società

non era ancor matura per queste ardite innovazioni, e come nel 1109 Enrico Y ai vescovi tedeschi, tumultuanti nel S. Pietro, dichiarava non desiderare la separazione propostagli dal Papa, così parecchi
anni più tardi, nel 1154,
*

il

Barbarossa

si

fa ese:

Ott. Frising.

,

II,

20, in

Pertz, M. G. Script., XX, 403 Dicebat
,

enimnec

Clericos proprietatem, nec Episcopos regalia

nec

mona-

chos possessiones habentes, aliqua ratione salvari possent. Ciincta
liaec Principis esse,

ab ejusque beneficentia in usum tantum Lai809-10. Sia dovuto
di

corum cadere
^

oportere.
cit.
,

V. GiESEBRECHT, op.
II

III,

2, p.

il

pen-

siero di Pasquale

ad una geniale anticipazione
il

nuovi tempi,

oppure,

come pretende
gli

Giesebrecht, alle necessità del
di levarsi

momento

che non

permettevano

in

altro

modo

d'impaccio,

certo è che era bene

immaturo un

cosi ardito diseerno.

248

LIBRO PRIMO

cutore della vendetta pontificia contro quel sacer-

dote che sosteneva a viso aperto

i

diritti dello Stato.

Ma

se le idee di

Arnaldo non erano conformi
si

allo spirito dei

tempi, non per questo

doveano

tenere per eretiche.

Lo

stesso Pasquale II nel trat-

tato stretto con Enrico
ai canoni,

V

avea dichiarato contrario

che

il

clero coprisse

un

ufficio politico,

e prestasse servizio nell'esercito, e si fosse insieme

servi dell'altare e della Corte.*

Ne suonavano
il

di-

verse le dichiarazioni di S. Bernardo,

quale ben

comprendeva come tutte le idee di Gregorio VII non potessero attuarsi di pari passo, essendo il primato politico della Chiesa il più forte ostacolo alla
riforma della disciplina.

Non

fa

dunque meraviglia
le

che qualche ecclesiastico abbracciasse
sua fede ed suo

opinioni

di Arnaldo, senza credere per questo di venir
alla
al

meno
com'è

ufficio.

Questo sappiamo
il

dallo stesso breve di

Eugenio

III,

quale,

stato più volte notato,

chiama Arnaldo scismatico

non
*

eretico.^

Paschalis Papae II Epist. (Mansi, XXII, 1007). Ad Henricum V Iraperat. Divinae legis institutionibus sancitum est et sacris canonibus interdictum, ne sacerdotes curis saecularibus occupantur.... in vestri autem regni partibus, episcopi
curis saecularibus
et militiam

vel abbates

adeo

occupantur, ut comitatum assidue frequentare
cogantur: quae nimirum aut vix aut nullo

exercere

modo

sine rapinis, sacriiegiis, incendiis, aut homicidiis exhibetur.

Interdicimus etiam et sub anatheraatis districtione prohibemus, ne
qui episcoporum seu
regalia invadant.

abbatum praesentiura

vel

futurorum eadera

Nel rescritto d'Innocenzo II (Mansi, XXI, 565), Arnaldo ed Abelardo sono chiamati perversi dogmatis fahricatores^ et cathO'
"

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

249

E

certamente se

le

dottrine arnaldisticlie aves-

sero avuta attinenza soltanto col potere politico o
la posizione

economica del clero, non potrebbero

esser dette ereticali.

E dovremmo
Arnaldo
di

assentire al Gie-

sebreclit che scagiona
eresia.

ogni accusa di
quelle
si

Ma

non possiamo negare che con

dottrine

politiche
altre,

ed economiche strettamente

legavano

che non sono rigidamente ortodosse.

Arnaldo

stesso,

come già riferimmo
il

dalla Historia

pontifìcaUs , sosteneva

Collegio dei cardinali
il

non

essere la Chiesa di Dio,

Papa non
il

essere

un uomo

apostolico, e a lui
riverenza.'

non doversi né obbedienza né
linguaggio degli

Non

più aspro era

licae fidei impugnatores. Il breve di Eugenio (Q AKo-t^io, Annales^ ad an. 1148) ha: Arnoldiim tanquam scJiistnaticicm modis omnibus devitetis. Ma nella lettera a Guibaldo lo stesso Eugenio usa
la

frase,
I,

Arnoldo haeretico (Martène, Ampi.,
537).

coli.

II,

553;

Jaffè,
'

Anche

nel breve di Eugenio

III

è rilevato in preferenza que-

sto punto: et cardinalibus atque archipresbyteris suis obedientiam

et reverentiam promittere et exhibere debitam contradicant, vedi

pure Gerhohus Reicherspergensis,
Praesules eorum non episcopi,

De investigatione Antichristi: quemadmodum quidam nostro temdi

pore, Arnaldus nomine, dogmatizare ausus est plebes a taliura epi-

scoporum obedentia dehortatus. La testimonianza
importante, perchè nessun odio di parte
gli fa

Geroo

è

molto

velo alla mente.

Anche
teri.

egli al pari di

Arnaldo deplorava

la

mistione dei due po-

Statu Ecclesiae

De corrupto Gallandi, Bibl., XIV, 557. Audiaot haec episcopi, qui nitro et contra justitiam plerumque bella movent.. .. Officiumque militis et sacerdotis in una persona confundunt comitis
Cfr.

ad esempio questo passo
in

tolto dall' opuscolo

et pontifìcis dignitatem simul administrant .... esurimus et sitimus

hanc justitiam,

ut judicio et negotia spiritalia per spiritales, sae-

cularia per saeculares ita peragantur, ne termini a patribus con-

250
eretici,
le

LIBRO PRIMO
cui invettive,

I

imagini,

e

citazioni son

fedelmente riprodotte dagli arnaldisti. Basta leggere la lettera, che uno di essi
il

Wezel,* scrive a
i

Federico

I.

I preti d'oggi, ei dice, sono

falsi

dot-

tori di cui parla Pietro, che per avarizia

mercan-

teggiano

anime loro affidate, gozzovigliano nei conviti, e gli occhi han pieni di adulterio. Ei son quelli per cui la via della verità sarà bestemmiata,
le

e di loro si

può

dire essere fonti senz'acqua.^
:

possono ripetere con Pietro
te

tutto

abbiamo

lasciato e

.abbiamo seguito^ o signore^ ne molto meno: io non

ho ne argento ne oro.

Ne

di

loro

si

può
il

dire che

sono

il

sale della terra,
:

o la luce del

mondo come
versetto

dice Matteo

ma
il

piuttosto lor conviene
sale diviene
insipido.,

che segue:

se

con che salese

rassi egli? non vai inìi nulla siffatto
essere gittato
via.,

sale.,

non ad

e calpestato dagli

uomini.^ Chi dice

stitutì
l'

negligantur.

Inoltre

della

fine

tragica di

Arnaldo, e

del-

odio della Curia
alle

Romana

portava un severo giudizio; né par

che credesse
quali
il

voci ad arte diffuse in quel tempo, secondo le

Prefetto di

Roma

puta del Papa:.

Quem ego

avrebbe ordinata l'esecuzione ad insavellem prò tali doctrina sua, quamvis

tum

prava, vel exilio vel carcere aut alia poena prceter mortem puniesse, vel saltem taliter occisum, ut Romana ecclesia seu Curia
ejus necis quaestione careret.
la nostra

Un'uomo

cosi schietto merita tutta

fiducia, e

se egli attribuisce ad Arnaldo
dritto di

«na dottrina

poco ortodossa, non abbiamo alcun
la

revocare in dubbio

sua autorità.
*

Martène, Amp.,
II.

coli.

II,

554; Jaffé,

I,

539, 43.

^

Pet.

2,

1

;

3,

14 e 17.

^ Riscontrate il seguente passo del Moneta, pag. 433: Quod autem non possint ministrare sacramenta volunt probare haeretici

j

,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
di credere in Cristo

251
lui, e clii

deve camminar come

non conosce Dio,
menti mentisce.
le

e

non osserva
non mi

i

suoi
:

comandanon farò

E
^

Cristo stesso disse
credere.

se

opere del padre

E

se a Cristo

che fu senza peccato non s'avea a credere senza
le

opere,

come mai

si

dee prestar fede a costoro,
il

clie

mal. s'avvisano ed operano

male pubblica-

mente? Come potete parlare del bene, quando siete cattivi? Non ha detto il signore stesso la vostra E come mai costoro fede senza le opere è morta ? ingordi di ogni ricchezza, possono ascoltare il primo tra i precetti dell' Evangelo beati i poveri di spirito ?
*
:

Degli

stessi testi si servivano

i

Catari e

si

var-

ranno
Papa.

i

Valdesi per combattere la supremazia del

Ma

da queste premesse traevano agevolmente
:

la conclusione

che se

i

preti sono ormai così lon-

tani dal

Vangelo non
Il

si

può loro obbedire senza

peccato.

sacerdote,

dicevan gli eretici, è capo

della Chiesa, ed a quel
il

capo,

tutte le

modo che ove sia infermo membre illanguidiscono, così il
Onde
poca

sacerdote non può essere indegno senza coinvolgere
nella colpa sua tutta la Chiesa che governa.
egli è

come

il

lievito di cui al dir di S. Paolo,

qui Cathari dicuntur, et etiam Pauperes
illud Mattb.

Lombardi

bis modis, per

V,

v.

13 vos estis sai terrae .... postquam Praelatus
Istud credunt

evanuit non potest condire alium .... et ita sacramentorum etiam
ministrati© facta ab ipso inefficax
et
est.

omnes Cathari
di questa
illud

Pauperes Lombardi.
*

Anche
(2, Y.

i

Catari e più tardi

i

Valdesi

si

varranno

citazione.

Moneta, pag.
18
ecc.).

391. Objcit haereticus

malo Praelato

Jacobi

252

LIBRO PRIMO

quantità empie di se la pasta tutta.

Non

si

pos-

sono servire due padroni nello stesso tempo, secondo

Matteo
ei elle

;

onde

il
il

prete malvagio non può servire Dio,
diavolo, né può essere di quello
i

serve

il

degno ministro presso
conseguenze
vera né
zione
il

fedeli/

Traevano

le stesse

gli Arnaldisti.

A

loro

non
o

si

rimpro-

dualismo, né la metempsicosi, né l'abolidignità
ecclesiastiche
delle

delle

feste

'

e

delle pratiche religiose.

No,
i

il

solo punto nel quale

essi differiscono dai Cattolici é questo,

che dicono

non doversi accogliere
si

sacramenti dal prete che

riconosce malvagio

^
;

tutto al contrario della dotil

trina cattolica secondo la quale
è indelebile,

carattere sacro
del sacer-

qualunque siéno

le

opere

dote, fino a. che
zione.

E

fino a

non abbia avuto luogo la deposiquesto punto non è lecito negare
molto meno disdegnare
Il

obbedienza
la

al sacerdote, e

somministrazione del sacramento.

sacerdote in

*

Basteranno poche citazioni del Moneta tra
est.

le

moltissime che

potrei addurre: (pag. 431). Sic objiciunt Cathari et Pauperes

bardi: Praelatus Ecclesiae caput
erunt,
si

LomQuomodo erga membra sana

caput est languidum? Inducunt illud Matth, VI, 22, noCor. V,

mine

oculì volunt intelligere Praelatum. Si praelatus est tenebroI,

sus tota Ecclesia tenebrosa (pag. 432). Inducunt iilud
nescitis

6,

quia

modium frumentum totam massam corrumpit? Ex
quod
in Ecclesia

quo

videtur,

non posse esse praelatus malus, nec
I,

etiam subdolus.
^

Bonaccurso (D'Achery,

214 B), questo solo rimprovera agli

arnaldisti:

Quod prò

malitia clericorum sacramenta Ecclesiae di-

cunt esse vitanda, e loro oppone recisamente: tu qui es qui alienum servum judices? citammo più sopra i versi del poema che si
riferiscono alla confessione ed alla messa.

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
rapporto
del

253

sacramento non
si

è se

non uno struil

mento passivo, né perchè
caristico

compia

miracolo eu-

importa che
corpo
,

il

celebrante sia puro.
il

Anche
si

contro
verte

i

meriti di chi lo consuma,
di Cristo; e sia
ei

pane

conil

nel

pure indegno

confessore

l'

assoluzione che

pronunzia ha sem-

pre la stessa efficacia di lavare ogni macchia di

peccato/

Possiamo dunque concludere che
altri

se rispetto agli

sacramenti Arnaldo e
,

gli Arnaldisti

erano orto-

dossi schietti

né abbiamo alcuna prova che errasquel che riguarda
tutt' altrimenti

sero intorno all'eucaristia; per

l'ordine sacro la pensavano invece
dai Cattolici.

Prima
conclusioni

degli Arnaldisti erano venuti alle stesse
i

Patarini,

i

quali nel combattere

i

preti

concubinari o simoniaci, finivano collo sconoscerne
il

caratterd|sacerdotale
si

,

prima che l'autorità com-

petente

fosse pronunziata.

Ricordammo

altre volte
al

quel tale di

Cambra y che predicava intorno
ai preti

1077
fedeli

non doversi obbedienza

simoniaci o coni

cubinari, né potere essi celebrar messa, né

*

Le
II,

decretali

sono molto chiare su questo punto (Decreti,

pars

caus.

XV,

qu. Vili, cap. v).

Non

potest aliquis

quantumcum-

que pollutus fuerit, divina polluere sacramenta quae purgatoria cunctarum contagionum existunt; nec potest solis radius per cloacas
et latrinas transiens aliquid exinde contaminationis attrahere. Qua-

liscumque enim sacerdos
possunt ....
stat, aliis

sit,

quae sancta sunt coinquinari non
aliis

cerea fax accensa sibi quidem detrimentum prae-

vero lumen in tenebribus administrat, et unde

com-

modum

exhibet, inde sibi dispendium praebet ....

254
ricevere da loro
i

LIBRO PRIMO
sacramenti.
eretico, e
Il

p atarino francese
al

fu giudicato

come

condannato

rogo, e

sebbene Gregorio VII protestasse contro la selvaggia esecuzione, e volesse punirne gli autori, pure

non
del

si

può negare che V accusa
di

di eresia

non

fosse

niente affatto infondata.^ Senza dubbio la dottrina

predicatore

Cambray non
VII sosteneva,
concilii

era
^

diversa

da

quella che Gregorio

ed avea fatto
succedettero

accogliere
dal

nei

varii

che

si

1059 in poi
^

ma non

per questo diveniva più
la

ortodossa,

e

non andrà molto tempo che

Curia

Epist. Gregorii F/7, 20 (Mansi, XX, 226). Ad Josfredum episcopum parsiacensem. Item relatum nobis est Cameracenses hominem quemdam flammis tradidisse, eo quod simoniacos et presbyteros fornicatores missam non debere celebrare, et quod iliorum officium minime suscipieudum foret, dicere ausus fuerit. Quod quia nobis valde terribile, et si verum est, omnis rigore canonicae severitatis vindicandum esse videtur, fraternitatem tuam solicite hujus rei veritatem inquirere admonemus et si*eos ad tantam crudelitatem impias manus suas extendisse cognoveris, ab introitu et omni communione ecclesiae auctores pariter et complices hujus sceieris separare non differas.
'
:

^

Gregorio VII (Mansi,

XX,

433). Si qui vero (presbyteri, vel

subdiaconì) in peccato suo perseverare maluerunt, nullus vestrura

eorum audire praesumat
in
^

officium, quia benedictio eorura vertitur
in

maledictionem et oratio

peccatum.
253
il

Abbiamo

riferito nella n. 1, p.

testo delle decretali

che
pas-

stabilisce la dottrina cattolica del sacerdote
sivo.

come strumento
il

A

questi testi

così

espliciti

si

opponeva
di

canone: nullus
Al tempo

audiat missam, da noi riportato altrove, e ripetuto moltissime volte
in diversi concilii a cominciare dal
di Lucio III (1181-1185),

romano

Niccolò

II.

quando

la lotta delle investiture era finita

da più di un secolo parvero evidenti queste contraddizioni, e l'accorto papa cerca di schermirsene facendo distinzioni sottili, le quali
servono a ripristinare
la dottrina

antica.

Riscontrate le decretali

,

DALL'ERESIA ALLO SCISMA
stessa la ripudierà

255

condannando negli Arnaldisti quei
levati sugli altari.

Patarini che

un tempo avea

Se occorressero altre prove della scarsa ortodossia degli Arnaldisti, potrei addurre questa che

mi sembra di non poca importanza. Già dicemmo a suo tempo che i Valdesi si dividevano in Poveri di Lione, e Poveri Lombardi. La dottrina particolare di questi ultimi, come apparisce dall'anonimo di Passau, aiFerma non potere il cattivo sacerdote
consacrare
alle
il

corpo di Cristo, ne Dio
di
lui.

discendere
capitolo

preghiere

Notammo
i

già

nel

precedente, che su questo punto
si

Poveri Lombardi

mostravano inconciliabili con
che
ci fa

quelli d' oltremonti.

Il

intravvedere che
i

i

Valdesi, venuti in

Lombardia
al

e trovati ivi

seguaci di Arnaldo, che
si

dir

àelV Historia ponfificalis

chiamavano già

eretici lombardi, si fusero

con

loro, e tra gli altri

gregoriane,

lib. Ili, tit.

2, cap. 7: Lucius tertius

....

Vestra duxit de-

votio inquirendum et infra. Alicubi dicitur, nullus audiat

missam

sacerdotis,
legitur

quem

scit

indubitanter concubinam habere. Alibi vero

quanturacumque pollutus fuerit, divina Ceterum aliud est crimen notorium aliud occultum, notorium diffinitur, de quo presbyter canonici condamnatur; occultum quod ab ecclesia toleratur. Caeterum aliud est quando crimen notorium non diffitetur presbytero, vel de ipso est canonice condamnatus aliud est pene occultum, quod ab ecclesia
aliquis

non potest

polluere sacramenta

;

toleratur. Item aliud est a talium officiis abstinere, ut peccandi

li-

centìa caeteris

auferatur,
si

trahantur; atque aliud
misteria respuantur.
ricis et presbyteris

hujusmodi ad poenitentiae fructum totum tamquam in fornicatione jacentium
et

Sine dubitatione itaqué teneatis quod a clefornicariis,

quamquam

quamdiu

tolerantur, nec

habent operis évidentiam,

licite

divina misteria audiantur et alia

recipiantur sacramenta ecclesiastica.

256

LIBRO PRIMO

punti di dottrina questo misero in evidenza, in cui e Valdesi ed Arnaldisti concordavano, che al mini-

debba prestare ne onore ne obbedienza. Quali conseguenze si possano
stro
si

creduto indegno non

trarre da questo concetto

non
il

è mestieri

che dica.
la gerar-

Solo noterò che

coli' elevarsi

fedele a giudice dei

sacerdoti viene scossa

dalle

fondamenta
la via

chia cattolica, e crollato questo edificio così sapien-

temente architettato, è aperta
più radicali riforme.

ad ulteriori e
del

Anche in questo punto il risultato mento patarinico dovea cozzare col suo
ciavano di levarsi in alto contro
tensioni del
i

movi-

principio.

Cominciato dal combattere quei prelati, che minacdiritti e le
coli'

pre-

sommo

Gerarca, finisce

introdurre

un principio che a lungo andare sarà per distruggerne l'autorità. Io non voglio affermare che gli
Arnaldisti avessero consapevolezza della loro rottura
col cattolicismo
;

le loro

divergenze erano limitate

a pochissimi punti, ed anche in questi potevano

invocare in loro favore l'autorità dei concilii, tal-

ché

pivi

che eretici

si

potevan dire e furon detti
si

scismatici.

Ma

ove pure essi

credessero in buona

fede migliori cattolici dei loro avversari, ciò

non
che

prova che fossero
Lione
si

in

realtà.

Anche

i

Poveri di

credevano così schiettamente
il

cattolici,

chiesero a due pontefici
sodalizio.

riconoscimento del loro

DALL' ERESIA ALLO SCISMA

257

Ed
(li

ora possiamo riassumere tutto lo sviluppo
Il

questo moto ereticale.

principio di questa proreligioso
s'

fonda agitazione dello

spirito

ha

da

porre nel catarismo, che voleva sostituito

al

domma

dell'unicità di Dio, o del creatore quello del dua-

lismo, ed alla Chiesa cattolica già gerarchicamente
costituita
i

opponeva un'altra, che avesse anch'essa suoi sacerdoti e vescovi, e perfino anche un papa.
per combattere la Chiesa di

Ma

Roma

il

catarismo

dovea accogliere e difendere tutte quelle dottrine,
che nate da ben altr^ tendenze avean pure lo stesso
risultato
di

scalzare

l'

edificio

cattolico.

Il

cata-

rismo è iconoclasta, berengariano, docetista e simiglianti. Il

che fa

che nella vecchia eresia

si

for-

mino due nuclei eterogenei; il primo formato dalle dottrine dommatiche dualistiche, cagione di austero
ascetismo
,

e

di

stravaganti superstizioni

;

il

se-

condo composto in gran parte dalle dottrine più

meno

razionalistiche,
il

che cercavano di ridurre
limitavano
,

ognor più

mistero,

al

possibile

la

sfera d' azione dell' autorità

e

tendevano a soppri-

mere a poco a poco il bisogno degl' intermediarii tra l'uomo e Dio. La differenza, anzi opposizione
tra queste due parti fece
sì,

che la seconda
si

si

stac-

casse dalla prima, e mentre quella

rendea sempre
questa seguia
17

più

estranea
Tocco

al

genio

occidentale,

L'Eresia ecc.

258
trionfante
il

LIBRO PRIMO
suo
corso,
e col

tempo da valdese

tramutossi in protestante.

Ma

i

Catari ed

i

Valdesi per quanto discordi
si

nei convincimenti dommatici

accordano nell'incostumi
il

dirizzo pratico delle dottrine, e contro le ricchezze
e gli ozi del clero vogliono far rifiorire
apostolici, e
i

non apprezzano
la

se

non

la povertà,

disinteresse,

rinunzia ad

ogni bene o piacere

mondano. In questo indirizzo pratico conviene una terza setta, la quale benché più ortodossa dei Valdesi, non è meno di loro sollecita delle riforme
dei costumi.

Questa terza setta è quella che
delle

al

principio

riforme

si

chiamò

dei

Patarini, e più tardi

venne detta degli Arnaldisti.
qualche
lei

Non
s'

è a dire che in

punto dommatico non
costituita,

allontani
ella

anche
si

dalla Chiesa

ma

forse

cre-

deva sinceramente cattolica a che non
setta
si

e si conservò tale fino

fuse

coi

Valdesi.

E

quando questa
massime.

scomparve, un'altra ne sorse in luogo suo
le stesse

predicando con maggiore energia

E

questa è la setta dei Gioachimiti,
l'

che ricono-

scono a lor capo
fetico dotato,
il

abate calabrese, di spirito pro-

quale alla dottrina della povertà

e dell'abnegazione attribuisce

cato più generale, e
rare non pure
i

un valore e significrede che ella debba rigenei

preti e

frati,

ma

la società tutta,

che dovrebbe a mente sua formare un vasto cenobio;
talché mutato con questa trasformazione l'ordina-

mento

della società e della Chiesa, sottentrerebbe

DALL'ERESIA ALLO SCISMA

259

una nova età, un terzo periodo nella storia del

mondo,
fase,

il

'regno dello Spirito Santo.
dell' eresia

Gioacchino la storia

Con F abate entra in una nuova
al

che ha caratteri affatto opposti

precedente.

Nel primo periodo
attenuazioni
si

dell'eresia catara per successive

riesce allo

scisma arnaldistico, nel

secondo dallo scisma gioachinita per successivi rinforzamenti
si

arriva all'eresia degli apostolici.

261

LIBEO SECONDO
DALLO SCISMA ALL'ERESIA

CAPITOLO

I

L'ABBATE GIOACCHINO

Sono molto discordi
Di

i

giudizii intorno al

Calavrese abate Gioacchino
spirito profetico dotato,

né fa maraviglia; perchè chi attenda alla sua incontrastata pietà, all'ampia e solenne dichiarazione
di sottomettersi al giudizio di

Roma,
si

e ritrattare

tutto quello che nei suoi scritti

trovasse di
il

meno
miraChiesa

ortodosso

;

chi ricordi l'ordine florense ed
se

cenobio

da
coli
i

lui fondato,

anche non presti fede
lui,

ai

che

si

raccontano di

certo lo metterà tra

piti

ortodossi asceti del

medio evo.
nell'

E
si

la

stessa lo disse beato, e permise che
altare
sul

levasse
^S.

un

suo

sepolcro
i

abbazia di

Gio-

vanni in Fiore, né solo
i

Benedettini,

ma

benanco

Gesuiti ne inserirono la vita nelle agiografie.

Ma

d'altra

parte non

si

può negare che nel Concilio

262

LIBRO SECONDO

lateranense del 1215 furono solennemente condan-

nate alcune dottrine teologiche dell'abate calabrese,
e

più tardi nel 1254 una Commissione

di

cardi-

nali raccolse dalle sue opere autentiche

una messe

abbondante

di

opinioni e sentenze poco ortodosse.

Oltreché lo stesso

nome

di profeta

appar sospetto
la

alla rigida autorità ecclesiastica,

perchè di santi

Chiesa cattolica ne riconosce moltissimi,
feti

ma

di pro-

neppur uno

,

che secondo molti dottori la vena

profetica andò del tutto esaurita dopo la venuta del

Messia, quando nuU'altro aveano a predire

i

veg-

genti del futuro, fuor che

novità
i

pericolose. Co-

desta disputa tra gli apologisti e
dell'abate calabrese dura da

contraddittori

un pezzo, né sarà per

ismettere, attendendo gli uni alla purità degl'in-

tendimenti, e gli altri al tenore delle dottrine.

Ma
di

comunque
Perchè
se

si

componga, a noi corre l'obbligo
lui

aprire questo

secondo libro col profeta calabrese.

anche dell'ortodossia di
punto,
e

non

si

fosse

dubitato

concordemente

fosse

venerato

sugli altari,

non sarebbe men vero per questo che
si

nel suo
le

nome

levarono, e dalle sue opere presero
sètte

mosse alcune

manifestamente

ereticali.

Dell'abate

Gioacchino è molto

difficile

ricomperve-

porre

la biografia sulle scarse notizie a noi

nute. Del cenobio di Fiore, da lui fondato,

non resta

ormai se non l'antica mole,

e

se

dura l'incuria

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
nostra
,

263

tra poco cadrà ancor quella. I tesori e le
della ricca abbazia

memorie

andaron

dispersi, ed

i

cronisti antichi

bisogna adoperarli con molta
si

cir-

cospezione, se non

vuol cadere in gravi errori,

come toccò

al

De

Lauro.* Nessuna cronaca ci dice

né la data della nascita ne quella della morte.
quest'ultima può essere determinata

Ma

con certezza
e già

dà due documenti riportati
nel giugno

dall'

Ughelli, dove ap-

pare ancor vivo nel settembre del 1201
frattempo, e propriamente

morto
nel

1202. La morte adunque accadde
il

30 marzo 1202; perchè sappiamo da Luca che morì di sabato quindici
giorni avanti la Pasqua.^

Non

è così facile deter-

*

II

De Lauro, abbate
Greco.

cassinese scrisse un'apologia dell'abbate

Gioacchino, facendo tesoro di un'antica biografia pubblicata prima
di lai dal
di

Ma come

si

vedrà in seguito è tale

la

mancanza
possiamo

critica e l'inesattezza dell'apologista

cassinese, che

pochissimo giovarci dell'opera sua. Non so comprendere perchè il Rousselot {Joachim de Flore, Paris 1867) si serva della vita
del Barrio, attinta alle stesse fonti di quella del Greco, ma con minore accorgimento. La vita del Greco, ristampata dai Bollandisti fu ricavata da una cronaca antica, come dice lo stesso autore {Ada Sanctorum, Maggio, VII, 123). Omnia quae descripsimus [novissimo excepto, quod de ore fratris Andreae accepimus] de libello manu-

scripto in raonasterio

S.

Joannis de Flore
raonasterio,

|existente| a
fui t

tempore

monachatus mei

in

eodem

quod

sub anno Domini

millesimo quingentesimo octogesimo sexto, transcripsimus et adnotavimus, nec de eorum substantia aliquid addidisse, diminuisse, aut

immutasse, tantum

aliis

verbis retulisse, sub

mento
usu

confi temur.

Qui quidem libellus

eodem Domini juratum vatustate tum etiam

cum quadara
* Il

quasi difficultate legebatur.

questi documenti riportati dall' Ughelli {Italia Sacra, Venetiis 1721, IX, 453), si riferisce alla fondazione di una
di

primo

,

264

LIBRO SECONDO
I calcoli del

minare l'anno della nascita.

De

Lauro,

che lo crede nato nel 1111 sono tutti fondati sopra

una profezia die avrebbe

fatta

Gioacchino sulla
così la profezia

neonata principessa Costanza.

Ma

come
che
il

tutto

il

racconto intorno a questa principessa,
attinse dal Fazelli, è
il

De Lauro

un tessuto

di

favole.

Un

altro biografo,

Greco, o perchè l'abbia*

trovato in documento antico, o
,

perchè prenda la

media della vita umana mette tra la nascita e la morte un settanta anni. Secondo questo calcolo
Gioacchino sarebbe nato intorno
al

1132.

Che
contano
feta

alla

mamma

e al

babbo apparissero prima
visioni
lo rac-

della nascita del
i

bambino parecchie

biografi,

né fa meraviglia, perchè un propreannunzia-

non poteva non essere preceduto da quelle

apparizioni, che negli antichi tempi

casa florense.
5 ind

Anno Domino Incarnationis 1201 mense Septembris Nos Simon de Mamistra Dominus Fluminis Frigidi ....

proposuimus aedifìcare
rabilis

domum

Religionis infra fines terrae no-

strae Fluminis Frigidi .... vocavimus vos

Domine Joachim

vene-

Abbas

Floris rogantes

vos omni devotione, quatenus tam

administrationem ipsus monasterii,
ciperetis in

quam ipsnm monasterium

ac-

manus

vestras et successorum vestrorum. Questa do-

nazione fu confermata
vi

da Riccardo vescovo di Tropea, il quale aggiunse la chiesa di S. Domenica e di S. Pietro e altri beni

e diritti

come

risulta

dalla

lettera

papale

di

conferma.

Ma

nel

frattempo l'abate Gioacchino era morto, perchè la lettera del ved'

scovo tropeano del giugno 1202 riportata nella bolla di conferma Innocenzo III è indirizzata all'abate Matteo, successore di Gioac-

chino, e ricorda quest'ultimo

abbati JoachimJ.

come già morto (venerabili quondam La determinazione del giorno della morte è data

dal Papebrochio nelle note al Greco.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
vano
santi.
la nascita degli eroi,

265

e nei nostri quella dei
le

Ma

è

strano

che tra

cose

rivelate

dal-

l'angelo ai genitori ci fosse questa, che

non

s'avesse

a battezzare strano che
i

il

figliuolo

prima dei

sette anni, e più

genitori aspettassero

non pure

i

sette

anni prescritti,

ma

dieci

addirittura.

Non

saprei

veramente come spiegare questo curioso racconto.
Giovane
fatto
di prestante

ingegno, bello della pered

sona, largamente fornito di beni di fortuna, avrebbe

gran cammino nel mondo
lo

,

il

padre ben

per tempo

applicò

alla

regia curia, ove pare

che avesse un uffizio importante anche lui;
splendore della corte non abbagliò
trizio
il

ma

lo

giovane paaltri

che

si

sentiva chiamato a

ben

destini,

e delle miserie della vita già si

mostrava
ei

insoffe-

rente.

Che pensieri
difficile

si

agitassero nella
certo è che

sua mente
sentendosi

è

ben

dire,

ma

a disagio nella patria sua ottenne dal padre di fare

un viaggio per
fede. Lui

l'

oriente

ad atty;igere ispirazioni

dagli stessi luoghi, ove ebbe nascimento la nostra

non moveva quell'inquieto ardore, che
Polo nelle lontane regioni della Mongolia,
avventure

menerà
né desio
che
il

i

di

;

ma un

sentimento indefinito
viaggio non
servi

dove nacque

il

Cristo, gli verrebbe scoperto
il

segreto del suo destino. Intraprese
,

a foggia di pellegrino

bensì circondato da

ed amici, che manteneva a proprie spese. Era ben
raro anche a quei tempi che
desse

un privato intraprenseguito di
il

un

così lungo viaggio con tanto

gente

e, se

s'ha a credere

al cronista,

giovane

266
signore ne invanì.*
forse qualche
le vittime,
il

LIBRO SECONDO

Ma

giunto a Costantinopoli, ove

morbo contagioso mieteva a migliaia
sentimento mistico prese
il
i

di sopra,

e spogliate le ricche vesti, e congedati

suoi

comri-

pagni air infuori
nunziato
al

di uno, cinse

il

saio del pellegrino,

e seguitò faticosamente la sua via.^
ai piaceri della vita,

Ormai avea

ed

ei

stesso narrava

suo compagno Luca d'una vedova siriaca, ancor
bella,

giovane e

che accolto in casa l'austero viag-

giatore, cercò indarno di soggiogarlo coi suoi vezzi.'^

Salito sul
la

monte Tabor

è

fama che

vi restasse tutta

quaresima tra digiuni
'

e preghiere.

E

se

non

si

Greco, 96 B. Succedente vero Paschatis
coe|)it

festo, parat'n sibi

vestimentis novis sui ipsius spiritum amoris vagete percepii, eoque

impulsus

de temporalibns cogitare, arqiie illorum voluptaRiportato quMsi a parola dai

De Lauro, che solo aggiunge di suo, essere accadut.» qiesto invaniniènto cum Bizantium pervenisset, mentre invece il Greco aiette in Bizanzio il
tibus solicitari.
vi

ravvedimento.
*

Greco,

loc. cit.

Ceterura ad Thraciae

Bosphorum Byzantium

ingressus, ibidem, tallente

manu Domini

urbetn illam, plurimum

hominum multitudinem interire conspexit qui se cernens absolutum periculo, prorstis se mundo rennntiaturum vallavit. Anche Valdo
allo spettacolo della

morte sente sorgere

in lui

una nuova voca-

zione.

II

De Lauro che copia

quasi a parola dal Greco, tace que-

sta circostanza.
'

Gioacchino stesso raccomava questo aneddoto all'amico suo
loc.
cit.,

Luca (Boll.,

pag, 93 F). Retulit mihi aliquando cura in

assumpto, solus fui-set apud quandam vidnam hospitatus illa in eum ociilis impudicis intuens, lasci viis ipsum ad crimen invitare tentavi t, sed servus Dei
;

Syria juvenculiis, habitu jara Religionis

resistit sapienter et fortiter. V. De Lauro, cap. 8°, p. 12, che al suo solito amplifica il racconto, e lo trasporta dalla Siria all'Asia Minore, interpetrando male la frase del Greco, p. 98 A: in ea

Asiae parte quae Euphrate ac mediterraneo mare concluditur.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
può credere
pisse
il

267

al

biografo, che su quel

monte conceattinse
il

disegno di opere scritte molto più tardi e

sul cadere degli anni, certo è che vi

pro-

posito di dedicarsi tutto alla religione di Cristo.*

Tornato in patria, se pure non
si

è vero è

che

ei

nascondesse

ai

suoi genitori^ certo

che non

volle

rientrare nella

casa paterna,

ma

invece per

fecondare quei gerani che avea seco portati di Palestina entrò nel

monastero

di

Sambucina. Se non
^
;

che non volle legarvisi con voti

che

ei

non aveva

'

Greco, 97

F.

Nam

tria

opera exorsus

fuit,
vr,

quae omnia

fe-

lici

consuramatione complevit. Gregorio, cap.

riportando a que-

sto

tempo

la visio'ie della
i,

quale parla Gioacchino

neW Esposizione
difficultates
vidit,

dell'Apocalisse, cap.
le

tesio 13

(contro questa anticipazione vedi

giuste osservazioni del Pap-brochio] dice: nam omnes, simnlque quaestionum involucra perspicaciter

memo-

riter 'enuit et spiriiualiter intellexit (!!!)
^

Greco,

p.

98 C- Qui vnllem Chraiis ingressus, justa Bisentium
in

gr^diens, urbem Conseniiae, ne forte agno>ceretur, abhorruit. Io

non so capire come mai Gioacchino, tornato
intei>dimenti religiosi,
si

patria con

alti

nascondesse per non essere conosciuto
i

da quegli
dare
di

stessi

cuntprranei tra
la

quali

spargere

parola del Signore. Pnrmi, o
sìa fatfo tutto
tìglio,

non avrebbe dovuto tario m'inganno,
di re-

che questo racconto
l'incontro di padre e

nell'intendimento retorico del-

che

si

miniscenze classiche, e

di citazioni

scambiano discorsi pieni bibliche. Greco, loc. cit.

e

De

Lauro, pag. 15. ' Greco, 98 E
jugo colla
di luce
filiale

:

Licet enira in ipso monasterio adhuc

Regulae

non

subilidisset.
di

Questo fatto vale a spargere un po'
Gioarchino.
fu

sulla
di

cronologia
di

L'abbazia
il

di

Sambucina,

quella

Casimari,

fondata, secondo

Papebrochio,

nel 1157,
iv.

come apparisce da una

antica cronologia manoscritta,

cap 2 del Greco, pag. 99 C). La data del 1160, riportata dal Manrique si riferisce probabilmente agli atti posteriori
nota
9, al
Il

di dotazione.

De Lauro

la crede invece fondata

molto prima,

ma

2QS

LIBRO SECONDO

in mira di chiudersi nel silenzio di
di

un

chiostro,

ma
si

spandere

la

parola del Signore di gente in gente.

E

a capo d'un anno dal monastero sambucinese

portò nei dintorni di Rende per predicare
e trasfondere in loro
il

ai popoli,

fervore religioso che scal-

dava

il

suo petto.*
del suo

E

strano che Gioacchino nel
fosse

principio

apostolato

ancor laico,

e

par che non avesse nessuna fretta a prendere
ordini.

gli
;

questo è un fatto isolato nella sua vita

che nella sua peregrinazione per

la Palestina, seb-

bene avesse fatto voto

di castità, e vestita la

bianca

tunica del frate, pure tornò laico quale era partito.

E

tornato in patria, benché

si

chiudesse per un

anno nel monastero sambucinese, pure né si fece frate, né prese gli ordini. E quando più tardi fu
fatto

abate di Corazzo non vide l'ora di fuggire

dal convento e tornare a predicare all'aere aperto.

Questi

fatti

hanno certamente un 'nesso
il

fra loro,

né può darsi che
(

ritardo di Gioacchino a pren.

non per

altra ragione se
di

non per non essere costretto a fare Oioaclui.

chino più giovane
nato nel 1111,

quel che vuole

Infatti se

Gioacchino è

ammesso anche che

fosse

entrato nell'abbazia di

anno della fondazione, avrebbe contati 49 abbiamo mostrato più sopra che la cronologia del De Lauro tutta fondata sopra il fatto della famosa profezia non regge alla critica. Ed ammettendo col Papebrochio che Gioacchino nacque intorno al 1131 avrebbe contati dai 26 ai 27 anni quando entrò nel convento di Sambucina tra il 1157 e il 1158. * Joachim Dei famulus, aesiuans spiritus fervore concepto a memorato coenobio Cistercensium Sambucinae secedens, contra elatae vallis Chratis terram, ubi Bucchita est nomen,juxta Rendarum oppidum transvolavit (Greco, 99 D).
nello stesso

Sambucina

anni.

Ma

noi

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
der gli ordini
sia

269
era di quegli

accidentale. Egli

uomini, che sentivano indispensabile una riforma
della Chiesa, se

pur non
e

si

volea perpetuare

le lotte

tra

il

Papato

l'Impero, che riaccese nel 1154

continuarono a lacerare la cristianità, e produssero
durante
e
il

pontificato di Alessandro III

un lungo
clero

disastroso

scisma.

Forse istintivamente sentiva
partire dal
di

che questa riforma non potesse
stesso, che troppo avido
si

dimostrava

dominio,

ed in vista di temporali vantaggi non rifuggiva
dal

muovere una guerra

ingiusta,
I

come

quella di

Adriano contro Guglielmo
nella

di Sicilia.

Non

bisogna

dimenticare che Gioacchino visse per qualche tempo
curia
i

cosentina, e dei

contrasti tra

i

Nor-

manni ed
vatori, or

Papi, che or
li

li

benedicevano come sale ladroni,

scomunicavano come empi

dovea sapere qualche cosa.
ei fin

sarebbe strano che

da giovane avesse un lontano presentimento
che più tardi sarà per svolgere.
sia, è
si

delle idee

Comunque
ancor da laico

fuor di dubbio che Gioacchino
alla

mise

predicazione,

come

al

principio del secolo avea fatto Tanchelino, e qualche

anno dopo

di lui farà

Valdo.

Ma

la

Chiesa non po-

teva permettere che un laico assumesse un ufficio

proprio del sacerdote, né dubito punto che a Gioac-

chino fosse proibita la predicazione dal vescovo di

Cosenza. Così

si

spiegherebbe
gli ordini,

il

fatto,

che

egli

volendo prender

per seguitare nel suo
si

apostolato senza impedimenti, non

rivolse

al

ve-

scovo della sua diocesi, come era pur naturale,

ma

270

LTBRO SECONDO

recossi invece nella vicina Catanzaro,' ove fu ordinato

da Norberto, terzo vescovo di quella diocesi.' Il cronista racconta che nel viaggio per Catanzaro arrivato
cense
al

Crotalo (Corace) smontò all'abbazia cisterCorazo.

di

Ed

ivi

dall'abate

Colombano

fu

indotto a restare per prepararsi convenientemente
all' ufficio

sacerdotale che volea imprendere, e dopo

non molto si lasciò persuadere a prendere i voti. La via della libera predicazione, per la quale s'era messo, gli era stata chiusa; né forse con suo rammarico.
Alla sua indole

mite e poco battagliera
più calma della predicaei

s'addiceva una missione
zione, e
la

riforma che

vagheggiava

la

potea

promuovere più collo studio e gli scritti che colla parola. E benché finora non avesse voluto né legarsi con voti, né prendere gli ordini, pure per la tempra
dell'animo suo più inchino alla vita contemplativa

che
*

all'attiva,

era

un cenobita nato.
il

Il

cronista (99 E) racconta
di

fatto nel

modo

che torni più

ad onore
in dies se
fuit,

Gioacchino; ast in

agro dominico uberiores fructus

producere comperiens, scrupolositate quadara turbatus
exercere. Più appresso soggiunge

metuit siquidem absque praevia Episcopi ordinatione praedi-

cationis

munus

:

Propterea Ca-

thazarii civitatem

ad

tale

munus habendum, devotione maxima non

imparatus adire
*

constituit.
la tolgo dall'opuscolo del

Questa notizia

De Riso

Siili'

abbate

Gioacchino^ pag. 143, nota 11, che cita un catalogo antichissimo
manoscritto dei
vescovi catanzaresi. Se
la data del 1168 è vera,

bisogna inferire che per dieci anni Gioacchino continuasse a me-

nar

la

vita
ivi

da

laico

dopo

l'uscita dal

monastero

di

Sambucina

(dato che

sia entrato nel 1158).

E

gli ordini gli

avrebbe presi

a 37 anni.

Il

De Riso che
li

accetta la data del Lauro dovrebbe am-

mettere che

abbia presi a 57 anni e non a 50.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

271

gli

Divenuto frate cistercense, seguitò con ardore dai quali mal tollerava d' andar studii biblici
,

distolto.
i

E

quando

alla

morte dell'abate Colombano

confratelli levarono lui all'alta dignità, forse per-

chè più schivo di tutti, ricusò l'impaccioso onore.

E

per sottrarsi

alle

pressure, abbandonato

il

suo

convento, riparò prima in quel d'Acri, e poscia. nel

Sambucinese, dove era stato anni prima. fuga non intiepidì l'ardore dei suoi
l'umiltà sua traevano
rarlo

Ma

questa

elettori,

che dal-

novo argomento per desidealcuni dignitari
il

a capo.

E

frappostisi

della

Chiesa gli convenne accettare'
cio, nel

non. ambito uffi-

quale e per la relazione di famiglia, e per

essere stato egli stesso

un tempo addetto

alla curia

forse potè giovare più che ogni altro. Certo è che

sotto

il

suo governo l'abbazia, come dice

il

cronista,

ottenne nuovi privilegi, come ne fa fede un docu-

mento

del

1178 riportato dal Greco, in
ai giusti

cui

Gu-

glielmo II ordina al suo rappresentante nella Puglia

che sia fatta giustizia

reclami dell'abate

Gioacchino di Corazo.'

Ma

sebbene adempisse scru-

' Greco, 99 F. Insciis fratribus ex monasterio recessit, et in cenobium Sanctae Trinìtatis ad oppidum Acrae aufugit et inde in Sambucinara repedavit .... sciens tandem nolle acquiescere esse quasi peccatum ariolandi, in* communi exaltatione abbas in Cura-

tium
*

rediit.
Il

Redemptoris nostri anno milregnante Domino Guiglielmo gloriosissimo rege Siciliae tertio decimo mensìs februarii, duodecimae Indictionis nos Gualterius de Moac Regìi fortunati Stolji ammiratus ...,dum essemus in Baroli prò regiis agendis, Joachim venerabilis abbas Sanctae Mariae de Curatii
cosi:

documento comincia

lesimo centesimo septuagesimo octavo et tertio decimo

272

LIBRO SECONDO
ai

polosamente

doveri del suo ufficio, pure, anzi

appunto per questo, non cessava di sentirne il peso. Tra quei conflitti di case religiose, che si disputa-

vano e terre e
strazione di
rito lo

benefìcii, tra le cure dell'amminigli

un vasto patrimonio,
vita.

parve smar-

scopo della sua

E

l'irrequietezza dei

primi anni rinacque, e quell'alto fastidio, che un

tempo
altro

lo allontanò dalla
dall'

corte cosentina, lo mise

ora in fuga

abazia coracense.*

Ma

non

v'

era

mezzo per essere sgravato dal faticoso incarco, quando i suoi confratelli non volessero, se non impetrarlo per grazia dall'autorità del Papa.

E

l'abate

Sacra Regia Maj estate, quarum continentia Panormi duodecimo die mensis Decembris indictione duodecima. Il De Lauro, pag. 83 crede che la prima data sia sbagliata, e che la seconda si riferisca airanno 1149, primo di Guglielmo il Malo, in cui ricorreva la duodecima
detulit sacras litteras a
talis est:

segue

la lettera datata,

indizione (anche

il

Greco diceva che questa

lettera fosse di

Guin-

glielmo
la

il

Malo).

Il

Papebrochio, pag. 92 D, invece ritenendo giusta
II,
il

data del 1170, riferisce la lettera a Guglielmo

quale

fatti salito al

trono nel maggio 1166 contava tredici anni di regno

nel 1178.

Che sia fuggito dal monastero si raccoglie da un luogo degli Statuta Capituli generalis (Martène, IV, 1272). Le ragioni della
*

adduce egli stesso nella prefazione al Salterio, fol. 227, Sed cum mihi qui (ut jam videbatur) cogitatione et aviditate illius superne civitatis habitator^effectus, fruebar secundum interiorem hominem non modica visione pacis, accidere illud quod sibi multi etsi frustra accidisse queruntur, ut rursum ecclesie cura rei familiaris cogeret implicari negotiis monasterii, quae secundum
fuga
le

coi 1-2.

cujusdam

coloris sui speciem vere secularia sunt, aut pene secu-

laria judicanda,

compulsus sum iterum cum cordis gemitu non sine

formidine exclamare:
est ecc.

Heu mihi quam

incolatus

meus prolongatus

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
corazzese,

273

ben risoluto questa volta

di

andare fino
Lucio III,

in fondo, prese la via di

Roma,

ed

a

salito dal 1181 sulla cattedra di Pietro, chiese di

venire esonerato dall'ufficio, che gli toglieva
di

il

modo

compiere

il

commento

e l'interpe trazione della

Bibbia, da lui per tanto
l'insolita e

tempo vagheggiata. Al-

dimanda fra tanti che chiedevano privilegi favori fece buon viso il Pontefice, né solo perla

mise che deponesse

dignità

abbaziale,

ma

gli

dette licenza di prendere stanza ove meglio gli paresse.*

Così Gioacchino

tornato in Calabria,
di

ab-

bandonò per sempre l'abbazia
lenzio di Pietralata, ove

Corazzo
si

,

e

ad imisi-

tazione degli anacoreti dell'oriente

ridusse nel

non giungea

l'eco delle

discordie fratesche, ed ei libero di cure a
alti

ben

piii

pensieri potea volgere la mente.

Da
le

Pietralata par che andasse pellegrinando per

abbazie cistercensi, lavorando dovunque indefese

samente,

partecipando altrui

i

frutti del suo la-

voro. Questo almeno possiamo raccogliere dalla te-

stimonianza preziosa di Luca, che lo conobbe per
la
si

prima volta nell'abbazia di Casamari, ove egli trattenne più di un anno a compiere ed emenil

dare
'

libro della

Concordia^ ed

il

commento

al-

Greco, 102 A. Ceterum comperiens Pontifex (Lucius III), quanta Joachim spiritus illustratione fulgeret, superindictae scribendi facultati adjunxit prò talenti multi plicatioiie, ut de cetero,
arcanis

deposito temporaiium monasterii onere enodandis sacrae paginae se dederet .... 102 B. At Romani Pontificis auctoritas,
expetita seniori Consilio suspendens,

Joachim

et

ab onere Curatii

absolvit et alibi consedendl potestatem adjunxit.

Tocco

L'Eresia ecc.

18

274

LIBRO SECONDO
,

V Apocalisse

e

por mano nel contempo all'ultima
,

Che una di queste opere fosse già cominciata quando Gioacchino si presentò a Lucio III è attestato non solo da Luca,* ma dalla lettera di Clemente III.^ E non è improbabile che l'ammirazione per il disegno ed il metodo della Concor dia non fosse ultimo motivo deldelle sue opere
il

Decacordo.

^

Tarrendevolezza del Papa.
queste opere furono
guito,

Ma

è fuor di dubbio che

compiute ed emendate in sedi abbazia in ab-

appunto nel pellegrinaggio

bazia.

Ed

è certo del pari
ai

che se queste opere ardite
,

potevano piacere
per
le
si

pochi

ai

più tornavano ostiche
luogo. Quei frati
colpiti nelle

ragioni che diremo a suo

che

vedevano così spietatamente

oper&

del santo abate,
'

non

glie la

perdonavano

di sicuro,*

Boll., pag. 93 C. Ego Luca archiepiscnpus cusentinus, anno secundo Pontificatus Domini Pape Lucii (cioè nel 1182) jam mo-

nachus primo in Casa Mani, vidi vimm nomine Joaciiim tunc abbatem Curatii ..., Mansit autem in Casa Marii sedulo quasi anno uno et dimidio, dicfans et emendans siraul librura Apocalipsis et Concor (j||ae. Che anche il Decacordo fosse cominciato a Casamari lo dice Gioacchino stesso nella prefazione a quel libro,
,

fol.

227, col. 2.
*

Loc.

cit.

Tunc coram eodem Domino Papa

et

Consistono

ejus, cepit revelare intelligeniiae

Scripturarum, et utriusque testa-

noenti
'

Concordiam.

Cum

ergo, jubente et exhortante te beatae memoriae Lucio nostro expositionem Apocalipsis et opus Con-

Papa praedecessore

Papae Urbani auctoritate comClemente III, in Greco, pag. 102 A. Contro queste due testimonianze cadono tutti gli argomenti del De Lauro, pag. 59-60, che vuole sia stato papa Urbano e non Lucio che abbia dato a Gioacchino la licenza di scrivere il commento sulla Bibbia, ed il permesso di allontanarsi dall'abbazia.
cor diae inchoasse et postraodum de
posiiisse judicaris. Lettera di

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
e

275
il

non

è

improbabile cbe abbiano supplicato

Papa

perchè imponesse silenzio all'importuno censore.
forse per giustificarsi delle accuse mossegli,

E

come

sospetta

il

De

Riso, o

per presentargli l'opera
si
il

della Concordia^
il

Gioacchino

recò a Verona presso

novo papa Urbano III,

quale

confermato
il

il

decreto del

suo predecessore, incoraggiò

santo

abate a compiere l'opera sua/
cessarono
le

Ma

non per questo
stessa^par

accuse, e la Corte

Romana

che non fosse del tutto sgombra da sospetti. Cle-

mente

III,

almeno nella lettera citata più sopra,
ai

benché riferendosi

decreti dei suoi predecessori
lui la licenza

Lucio ed Urbano, confermasse anche
di seguitare lo studio intrapreso,

pure

gli prescrisse

che non appena compiuto
a

si

recasse al più presto

Roma

per sottoporlo all'esame del Pontefice.^

E

la lettera stessa

che Gioacchino premette

alle

sue

opere, in cui scusatosi di
sentare
al

non averle potute prePontefice per strettezza di tempo, diad Urbano
III è

'

La

gita

raocontatà da Vincenzo Beanvais,

partibus

Per hos dies venìt ex Calahriae ad Urbanum papam Veronae comnoenaorantun) quidam ab. Joachim de quo ferebant quia eum primum non plurimum
Specul. hist.,
lib.

29, cap. 40.

didicisset, divinitus accessit intelligentiae

donum,adeout facunda
Scripturarura. Al
;

disserteque enodaret difficuUates

quasdam

tempo
le fonti

del Beauvais s'era già cominciato a formar la leggenda

ma
il

più autorevoli

come Luca non sanno

nulla di questa voluta ottu-

sità primitiva, la quale serve

mirabilmente a rilevare
citius se

merito e

l'ispirazione divina del Profeta.
*

Et veniens ad nos quam
cit.

opportunitas dederit, di-

scussioni apostolicae sedes et judicio te praesentes (lettera di Cle-

mente, loco

).

276

LIBRO SECONDO

chiara di voler ritirare ogni parola che la Chiesa

possa trovare poco ortodossa, questa lettera,
è

ripeto,,

un chiaro segno
i

delle

accuse e dei sospetti che

circolavano tra

contemporanei.

Non

ultima delle ragioni che

alimentavano

la

guerra contro Gioacchino, era senza dubbio
di chiesa,

la fran-

chezza e la severità con cui rampognava gli uomini

non risparmiando neanco

i

suoi correli-

gionari benedettini, che

dappertutto trovava non

dissimili dai corazzesi, e meritevoli di

una severa

riforma.*
il

Ad un

carattere

austero e mistico
le

come

suo mal s'affacevano e

simulazioni e gli ac-

corgimenti diplomatici, talché disdegnando la vita
molle dei suoi correligionari,
solitudine di Pietralata.
si ritirò

nella sua cara

Ed

ivi

seguitava nelle sue

meditazioni, ne a nessuno faceva mistero della nuova

ed ardita interpetrazione della Bibbia, che uno studio perseverante e diligente gli avea suggerito. Così
il

romitaggio di Pietralata divenne in breve ora

*

Vedi ad esempio Ecopositio in Apoc.^

fol.

80, col. 3.

Plura

sub quinto cursu ecclesiastici temporis sub beati Benedicti nomine fundata esse monasteria, que et usque ad presens tempus perdurant, in quìbus aliquanto regule capitula ita absorta sunt ac
si

non
efc

sanctus Benedictus ediderit, ut est precipue de opere

manuum,

de abstinentia ciborum ac potus, quod ideo accidisse cognoscitur quia dum divites esse voluerunt sub regule paupertatis facti sunt
delicati et facti sunt invalidi et infirmi, facti sunt quibus lacte opus,
sit,

non

solido cibo.

Ne mirum. Quis enim unquam
castitatis
et vicos

inter divitias

et delitias potuit tenere

multi sunt

cibi.

inopem vitam et Taceo quod infra urbes

propositum ubi
pluraque

mona-

steria sita ecc.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

277

un centro dal quale s'irraggiava nova luce/ come
parecchi

anni innanzi era
Il

stato

il

Paracleto per

opera di Abelardo.
più cresceva, a

numero
la

dei discepoli

ognor

misura che

fama

del

maestro

s'ingrossava; e molti non sapeano staccarsi dal fianco
di chi scopriva
il

nuovi orizzonti. Così a poco a poco

piccolo romitorio di Pietralata

non bastò più a

contenere tante persone e fu d'uopo edificare altrove un'abbazia. Gioacchino scelse per la nuova costruzione
il

luogo più lontano dai centri popolosi,

e nel cuore della Sila, sovra

un poggio che

si

leva

per mille metri dal livello del mare, piantò la rocca
dell'ordine novello. Il pittoresco sito è
l'alta e tranquilla

ben atto

al-

meditazione.

Il

suo silenzio non

non dal mormorio delle acque dell' Arvo e del Neto, che venute da lontane sorgenti, si riuniscono ai piedi di quel monte per formare il maggior fiume della Calabria. Di faccia ha il Monte Nero, il più elevato della Sila, ed ai fianchi
è interrotto se

tempo più che in oggi vestiti da folta vegetazione. Su quella cima par di essere separati dal mondo che dovunque
e alle spalle altri

monti

in quel

,

volgi lo sguardo,

ti

si

rizzano
la valle

barriere

che semdinanzi
invalica-

brano insuperabili,
angusta
bile delle stesse

e

che s'apre

e profonda, pare

un burrone 'più

montagne. Questo luogo selvaggio

'

Greco, pag. 102 C, dice che Pietralata

chiamò anche

Pietra dell'olio: et hoc non immerito, unctionem etenim Domini in

se non

parum

proficisse cognovit.

278

LIBRO SECONDO

chiamavasi Fiore,' nome mal rispondente a quelle
alpestri balze,

ove fu costruita la chiesa

dell'abIl

bazia e dedicata a S. Giovanni Battista.

paese,

che più tardi vi
i

si

due nomi, fu detto e

formò attorno riunendo insieme si chiama tuttora S. Gio,

vanni in Fiore.

Quando
non
sa dire,
il

fosse aperta la

nuova abbazia,

il

Greco

precisa,

De Lauro invece adduce una data Luglio 1189, 6^ indizione, regnante 18
il

ma

Guglielmo

il

Bono

^
;

ma non

cita la fonte di

que-

sta notizia. Certo è che la bolla di Celestino III che

approva

la

fondazione dell'ordine nuovo, e ne con-

ferma
il

gli statuti

non rimonta

al di là del

1196

;'

ed

decreto imperiale che assegna alla nuova abbazia
rendita di cinquanta bizantini d'oro appartiene

la

*

Si
la

potrebbe sospe^fare che questo luogo fosse chiamato Fiore

fondazione dell'abbazia a siruboieggiare che da quel tempo le stanze di feroci animali furon mutate in ameni giardini. Ma it Greco dice al contrario che si chiamasse già Fiore, 105 B: Placuit

dopo

ergo, Deo disponente

in Albanetho (parola inventata forse dal Greco stesso dai duo fiumi Arvo o Albo, e Neto) ubi proprie de

Flore est nonien, vestigia premere. Lo stesso dice De Lauro, pag. 67. Potrebbe sospettarsi che il hiogo si chiamasse Fiore, dal nome di qualche famiglia, che vi possedeva; ma non saprei dir altro.

De Lauro, pag. 6S. A Petra Olei prorsus recesserunt anno Domenicae nativitatis 1189 die 18 mensis Julii (i* indictione io utiaque Sicilia bono Guillelmo regnante, pace ubique vigente. ' De Lauro, pag. 100. Celestmus Episcopus servns servomm
'
,

Dei.

Dilectis

filiis

Joachino abati et conventui de

Flore salutena

et apostolicam

benedictionem .... Dat':m Sepiembris Poti tifica tus nostri anno sexto. [Celestino

Romae

octavo Kalendas
fu

consacrato

il

U

aprile U9\\.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
all'anno innanzi,

279

1195/

E

probabile che la fonda-

zione definitiva dell'abbazia
di là del

non
le

risalisse

molto

al

decreto imperiale, perchè pare che l'abbazia
e

sia

nata a poco a poco
di

per

offerte di parecchi,
il

non per largizione

un

solo fondatore,

cui

nome

sarebbe stato ricordato nelle memorie del convento,

come fu ricordato
che fondò
la

quello del signore di
filiale

Mamistra

casa

di

Fiumefreddo.

E
si

se la

cosa è andata come noi sospettiamo, ben

comall'in-

prende che

gli

agenti del fisco

si

opponessero

grandimento successivo dell'eremitaggio, ingrandi-

mento che portava

di

necessità s'abbattessero

le

foreste e s'occupasse parte del

demanio pubblico.
far cessare queste

E

si

comprende
Il

altresì

come a
si

opposizioni Gioacchino

recasse dal

Re

stesso in

Palermo.
di

Re, cui forse non piaceva la creazione
cistercense, che avrebbe destato
il

un nuovo ordine

le invidie e le gelosie dell'antico, offrì all'abate

mo-

nastero di S. Martino presso Bisignano.

Ma

Gioac-

chino che mirava non

al

possesso

d' un'

abbazia,

bensì alla riforma dell'istituto, ricusò la generosa
offerta,

né altro chiese fuorché

di essere lasciato in

'

Il

decreto imperiale riportato dal Greco, pag. 108 E. Henf.t

ricus Sextus, divina

venie

gratia

Romanorum

imperator sem-

per augusius

et

rex Siciliae .... innotesc^t quod nos attendentes

honestrt(em et religionem ?ibbitis Sancti Joannis de Flore, dilecti
nostri, constituimus perpetuo prò

redemptione animae nostrae moincarna-

nasterio ejus quinquaginta aureos Byzantiuos de redditibus salinae

de Netho .... Datura apud S.
tionis millesimo

Maurum anno Dominicae

centesimo nonagesimo quinto.

280
pace, lui e
pestri
i

LIBRO SECONDO
suoi compagni, tra
i

silenzi delle al-

montagne. Benché non favorita dal Governo,
si

la

nuova

isti-

tuzione cresceva e

dilatava. Sfortunatamente
dalla
cistercense.

non

sappiamo in che
bolla di Gregorio

differisse

Dalla

IX, che proibisce
solo

ai cistercensi

di accogliere tra loro chi fosse stato scacciato dai

Florensi,

si

ricava

che la

regola

di

questi
si

ultimi era più stretta e rigorosa.

Non

però

ar-

rivava alla povertà abbracciata più tardi dai francescani, perchè,
istituto

come vedemmo, quando
fiorire accettò

il

nuovo
di

cominciò a

le largizioni

Enrico VI, e più tardi dell'imperatrice Costanza.

nuovo ordine furono agitati dalle contese tra gli Svevi ed i Normanni, e il De Lauro per mettere in luce il dono profetico di Gioacchino, racconta che egli al tempo in cui
Gli anni in cui nasceva
il

avvennero
la

i

disastri dello

Svevo prevedesse
e

di già

sua vittoria finale, e saputo di queste profezie
minacciasse di di-

Tancredi montasse in furore
struggere tutti
i

conventi florensi.

Ma

tutto questo
sulle

racconto è fallace perchè è fondato
di
lità

lettere

Gioacchino,

che non hanno maggiore credibi-

di quelle attribuite a Platone.
il

Ed

è

molto im-

probabile che
il

fondatore

di

un nuovo ordine,

quale dovea combattere

contro tanti ostacoli e

rivalità rendesse più difficile

dosi in negozi politici.
rico

E

V opera sua mescolanverisimile invece che Enistituzione

VI

favorisse la

nuova

non

in grazia

dei sentimenti politici del fondatore,

ma ben

piut-

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
tosto

281

o

per

il

suggerimento

di

Costanza, donna

molto pia, che gran stima facea del santo abate,
ovvero

perchè
;

l'ordine florense
e

aveva acquistato

molto sèguito

ad una nuova signoria giova pro-

muovere le istituzioni giovani die par che nascano ad un parto col nuovo dominio.

Comunque
donativi
e

sia,

l'abbazia
così

di

Fiore ebbe molti

crebbe

rapidamente,

che vivente
filiali

Gioacchino cominciò a spiccare rami
torno.

all'in-

Ma

l'austero

abate,

pur rallegrandosi
il

di

queste prospere sorti, volgea non per tanto
siero al romitaggio, ove

pen-

ebbe nascimento

il

nuovo

ordine.

E

sentendo appressarsi l'ultima ora,

ivi fece

ritorno, e nella stessa camera, che ricordava le più

feconde sue meditazioni, volle chiudere
sua travagliata carriera.

il

corso della

Nella vita di Gioacchino

si

possono distinguere
ad un so-

nettamente tre periodi. Quello del giovane signore
che senza prender
dalizio religioso, fa
gli ordini, o ascriversi
il

pellegrinaggio di Terra Santa
l'

e tornato in patria

imprende

apostolato della pre-

dicazione. Quello del frate cistercense, che divenuto

abate,

non trova posa finché non

sia libero dal pe-

noso incarco per consacrarsi tutto alla meditazione
ed
al

commento

delle

scritture.

Quello infine del

riformatore che mette in atto una parte delle sue
idee fondando

un nuovo ordine più severo del
il

ci-

stercense, al quale apparteneva. In tutti questi periodi

domina
è

misticismo. Fin da giovane Gioac-

chino

più sollecito del cielo che della terra, e

282

LIBRO SECONDO
corte, ove

fugge dalla
di

avrebbe potuto conseguire
il

i

primi onori, per fare da povero pellegrino
era legato da voti religiosi,

viaggio

Terra Santa. Fin da giovane, quando ancor non
si

consacrò ad una vita

aspra ed austera, e già vecchio ricordava con com-

piacenza
seduzioni

le

battaglie

sostenute e vinte contro

le
il

della

bellezza.

Fin da giovane sentì
religiosa,

bisogno
laico si
l'

di

una rinnovazione

bisogno in-

distinto ed indefinito, eppure sì prepotente che ancor

mise a predicare penitenza.

Ma
le

la vita del-

apostolo, che trae seco le genti, colla parola calda,
il

e

piglio risoluto di chi sa

dominar

anime, non
al fare.'

è per lui, nato più al

contemplare che

La

lotta lo scoraggia, sebbene

posta dal dovere.

E

non la sfugga, se imchi non ha V energia e V ardore

Gioacchino stesso

al

ji

sopra delT eloquenza mette
fol.

la

con-

templazione. Cosi xìeìVApocafhse,

48, col. 4: Proprietas pre-

dicanoli verbi est incarnati; pr<>p' ietas spiritus sancti silentium

magis

expectat
silendo

quam sermonem, et neqiiaquara vociferando ingerat, sed inspiret. E nella Concordia, IH, a, 8, fi>l. 31, col. 4: Coraest status Ecclesiae de Lia in Rachel, de verbi eloquentia

mutandus

ad spiritualem intellectum, de frondium pulchiitudine ad soavitatem

pomorum. Hoc
niet ad vos
(

est
,

enim

illud: nisi

ego abiero, paraclitus non
et signa mystei-ium.

ve-

Joh.

xvi, 7).

Nota veibnm

Omnis

eloquentia pertinet ad verbum, omnis intelligentia spiritualis ad
spiritura .... Fol. 22, col. l:.precessit

regum tempore
Precessit

eloquentissi-

mus

Esaias qui

dii it:

E'ce e^o mitte me. Secutus est Hieremias
quia puer sum.

qui dicit:

nescio loqui

Paulus facun«le-

dissimus predicando in Asra, secutus est Joannes cujus setmo
spicabilis est, sed

tamen spiritualis gratie ubertate fecundus. Quin me quod ntilins fiat dominus ipse demonstrat >-um dicit: (Joh., xvi, 1) «Ego veritatem dico vobis, expedit vobis ut ego vadam;
«
si

ego non abiero paraclitus non veniet ad vos,

si

autem abiero

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
del soldato,

283

né sa piegare

al

suo volere l'altrui, non

move
rito di

le turbe.

Non un

riformatore,

ma un

mistico
spisi

veggente era Gioacchino, né in

lui riviveva lo

Enrico o di Arnaldo da Brescia. Se non vi
,

opponessero moltissime dissimiglianze
pari del filosofo palatino
cogli scritti, se

si

potrebbe
al

paragonare ad Abelardo almeno in questo, che
ei le

crede di potere agire
opere, e al pari di lui

non con

mette uno studio indefesso nella Bibbia, e pur con
intendimento diverso adopera
l'

lo stesso

metodo

del-

interpetrazione allegorica.
è

Ma

in opposizione

ad

una mente mistica, alla quale piace più la penombra della visione, che la chiarezza del ragionamento. Egli non é un filosofo, ma un profeta, e tale lo stimarono i contemporanei, e Vincenzo di Beauvais nel parlare di lui spiega come si possa avere il dono della preveggeniia, né Dante ad un secolo di distanza, lo chiama altrimenti.
Abelardo Gioacchino

Non

intendiamo profeta nel senso comune della
i

parola di tale che preconosca

fatti

avvenire in

tutte le loro particolarità e nell'ordine cronologico

con cui

si

svolgeranno. Di queste volute profezie
disce-

non abbiamo alcun cenno nell'opera del suo

polo Luca, che per noi è la fonte più importante,
«

mittam eurn ad vos

».

Tale est enitn ac

si

diceretur: nisi cultum

eloquentie subtraho, iu quo

intellectus, propter eos quibus lacte opus erat aliquando et non solido cibo, spiritualem intellectum accipeie non potestis. Eo nempe ciica S|iiritum raens declarari nequit quo magis animus pasciiur sua vitate verborum, et
cariialis pascitur

eo plus fructus spiiitus quante
foris resonat carnalibus

sit

dulcedinis sentitur, quo quicquid
et infirmis seponitur.

hominibus

284

LIBRO SECONDO
che, inchino a scorgere nel suo maestro

come quei
profezie
note.

virtù soprannaturali,
di

non avrebbe certo taciuto delle Gioacchino, ove mai gli fossero state
anche
si

nelle opere autentiche si trovano le pre-

dizioni, ricordate dai suoi biografi; ne se

trovassero
tosto

ci

darebbero

il

diritto di attribuirle piut-

all'ispirazione

divina,
le

che all'accorgimento che
gli
si

umano. Imperocché
buiscono sono queste
nato Federico
della Chiesa
*
;

profezie

attri-

tre,

che da Costanza sarebbe

II,

il

futuro e più pericoloso nemico

che fra tre giorni perverrebbe V ansarebbe stato

nunzio dell'espugnazione di Gerusalemme per gl'infedeli; che infine
il

figlio di Tancre.di

ucciso,

spegnendosi con

lui la

casa normanna.

E

nessuna

di queste previsioni si

può

dire che ecceda

le facoltà

umane. Non era

difficile

trarre cattivi

auspici dall' unione della casa sveva colla normanna,

ed uno sguardo acuto avrebbe potuto intravvedere
i

futuri

contrasti tra

i

Papi ed

i

discendenti di

Enrico IV, che divenuti ad un tempo imperatori e
re
di
Sicilia

difficilmente
di vassallaggio

avrebbero rinnovato
al

il

giuramento

Papa, prestato dai

Questa sola profezia delle tre ricordate dal Greco è conosciuta dal Salimbene, pag. 4. Ideo verifiratum videtur in Friderico
'

verbum
de
fìlio

abbatis Joachim,

quod

dixit Imperatori patri ejus quaerenti

suo cura adhuc esset puer, qualis esset futurus, respondit:

perversus puer tuus,

nequam

fìlius et

heres tuus o princeps.

Nam

dominus turbabit terram, sanctos
raus in MccLXXxiii.

altissimi conteret.

Omnia

ista ia

Friderico impleta fuerunt, ut vidimus oculis nostris qui nunc su-

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
normanni/ Parimente
per la terza, perchè
passato da un pezzo
;

285

le

esperienze fatte dalla se-

conda Crociata faceano concepire scarse speranze
il

tempo
s'

degli entusiasmi era

era più rinnovata quella

fermezza
ciata.^

e

concordia di propositi della prima Croper quanto crescevano
le

E

discordie

nel

campo
di

cristiano e più che altrove nel regno stessa
si

Gerusalemme, altrettanto
della

rafforzava l'impero

di Saladino.

Parimenti non era impossibile la previttoria dello Svevo,
il

visione

quale se patì

una prima sconfitta, poteva e dovea scendere di nuovo più forte d'uomini e d'armi; e la fine della

*

Che

la

Gioacchino

lo dice

pace tra la Chiesa e l'Impero non abbia a durare chiaramente più volte. Vedi ad esempio nella
,
:,

Concordia, III b, 6, fol. 41 col. 4 Quantum tamen secundum coaptatìonem concordie exstimare queo, si pax conceditur ab hìs malis usque ad annum raillesimum duecentesimum incarnationis dominice; exinde ne subito ista fiant, suspecta mihi sunt omnimodis
et

tempora et momenta. Parimenti IV, 22, fol. 54, col. 2 hoc tum imputandura est inertie sacerdotum qui consolantur eam
:

todi-

centes: pax

paxcum non
ut te

sit

pax, de quibus dicitur: (Threni,

II,

14)

Prophete
^

niam tuam
lui fatte,

falsa et stulta, nec aperiebant ignomìad penitentiam provocarent. Sulla Crociata del 1190 Gioacchino non ricorda previsioni da
tui viderunt tibi

ma
poco

scrive invece
fidi

melanconiche

riflessioni,

che mostrano

come
fol.

ei

nel valore delle armi cristiane. Cito VA2}ocalissey

134, col. 4, riserbandorai di citare altrove

della Concordia:

Dictum

Eufratis ut preparetur via

un luogo parallela quod siccande essent aque Regibus ab ortu soHs, quod sine geraitu
est antera:

dicendum non est, initiatus quedam terribilis jam precessit, super eo scilicet quod nuper accidit super inclito ilio exercitu Frederici magni et potentissimi imperatoris et aliis exercitibus popuii christiani qui transeuntes

mare

in infinita

multitudine, vix in paucis.

reliquiis

pene sine effectu reraearunt ad propria.

286
dinastia

LIBRO SECONDO

normanna,
la

alla

morte

di Tancredi, del solo
,

uomo che
minente.

seppe ritardare

era per fermo im-

Se Gioacchino
previsioni,

avesse

fatto

veramente queste
in lui

dovremmo scorgere

l'uomo che
le

conosce da vicino la società in cui vive, ne
dide

splen-

ma

passeggiere vittorie lo abbagliano, e non

vede la meta vicina per desiderio che abbia di toccarla,

ne per

-i

vantaggi del presente trascura di
i

porre in calcolo

danni dell'avvenire.

Non

sarebbe

certamente impossibile, che in Gioacchino

al misti-

cismo della fede andasse congiunta

1'

esperienza con-

sumata
ei
s'

della vita.

Per

le

sue particolari condizioni

era trovato in contatto colle persone più emi-

nenti del suo tempo, né sarebbe strano che conoscesse le discordie degli uni, la vanità degli altri,
e prevedesse

un avvenire molto più buio
si

di quel

che

i

suoi contemporanei

raffigurassero. Anzi in

questa previsione la fede mistica e l'esperienza della
vita si sarebbero incontrate, ed

entrambe avrebbero
veggente nella

contribuito a confermare

il

solitario

persuasione che bisognasse mutar cammino per ridar
la

pace e la giustizia

alla travagliata cristianità.

nel

Comunque sia di queste previsioni di Gioacchino, modo come le abbiamo esposte qui sopra, certo
si

è che nei termini in cui ci son raccontate dai biografi

tradiscono facilmente per tardive e mal-

caute invenzioni, intrecciate di grossi errori e storici e

cronologici. Questi racconti appartengono alla
sotto
il

stessa epoca, in cui

nome

di

Gioacchino

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
andavan pubblicate e visioni e profezie,
mini
si

287
e
gli

uo-

consolavano

dell'

acerbità dei loro mali colfine.

r annunziarne facile ed imminente la

In quel

tempo nacque una copiosa letteratura pseudoprofetica, cbe non ha nulla di comune colle opere genuine dell' abate calabrese, ove non si preveggono
i

fatti

avvenire nei loro

particolari,

e
il

più volte

vien dichiarato che solo Iddio conosce
cui sarà per cominciare
il
*

giorno in

nuovo periodo della storia
è di

umana.

Per questo rispetto Gioacchino
inferiore
agli

gran lunga
quella

antichi profeti.

A

lui

manca

potente fantasia, che col magistero di" grandiose
allegorie e di visioni estatiche sa
il

bene anticipare
il

futuro.'

Non

gli fa difetto certo

profondo sen-

timento dell'infelicità presente, né

la viva aspirazione

ad un migliore avvenire,
d,ono

ma

il

suo pennello non

sa colorire questi lontani orizzonti. Ei
il
il

non possiede dell' ispirazione profetica come non conosce
sue
si

segreto dell'eloquenza; ed in luogo di bandire

profezie

contenta

d'

interpetrare

le

altrui.

Chi sulla fede di Dante pensasse di trovare nelle
opere di Gioacchino
'

le

smaglianti pitture di tempi
Que omnia quidem ventura
et

Apocalisse^

fol.

207, col. 4

:

esse

credendo m est; sed quibus modis
docebit rerum experientia. Fol.
erit

quo ordine veniant magis tunc 210, col. 4: Quo consumato prelio
a principio seculi, cujus terminus

magna pax
'

qualis

non

fuit

erit in arbitrio Dei.

Sui profeti dell'antico Testamento e principalmente su Eze:

chiele vedi le belle pagine del Castelli

La

profezia nella Bibbia,

Firenze, Sansoni, 1882, pag. 378 e segg.

288
nuovi, ben presto

LIBRO SECONDO
si

sgannerebbe. L' abate calabrese
scolastico e pesante

non

è

un profeta, ma uno
il

com-

un lembo dell'avvenire fruga e rifruga nel passato, e non che sciorre il volo pei campi indefiniti della speranza,
mentatore,
quale per
scoprire

s'indugia in faticosi calcoli di date

e.

generazioni.

Ma

r

effetto

cbe Gioacchino produceva nei suoi
colle

contemporanei non possiamo certo vagliarlo
nostre misure.
Il

suo

commento
da

alla

Bibbia era seinterpetrazioni

condo

il

gusto dei tempi,

quelle
sottili

sforzate, e che balzan fuori

ragionamenti,
i

avean grande presa
quanto più strani
riscotevano.
e

sugl'intelletti,

ed

riscontri per

tormentosi tanta maggior fede

faceva intoppo la sconfinata libertà

d'interpetrare allegoricamente quello, che inteso alla
lettera

non avrebbe dato il senso voluto. Si era da gran tempo avvezzi a questo giuoco, né faceva
certo meraviglia che Sara ad esempio ora s'inter-

petrasse

come

il

simbolo della vecchia legge, ed ora

della nuova, secondo che la si di Elisabetta o di Agar.'
torti

metteva in confronto

E

tanto più questi con-

commentarli
risultati

e questi calcoli artificiosi

doveano
si

essere accolti con favore, in quanto che da essi

cavavano
*

rispondenti ai più profondi bifol.

Concordia^

II,

1,

18, 3:

dare

cum Sarra

quia utraque sancta raulier
et

Invenimus Helisabette concorsterilis fuit, utraque
sua. Utraque
....

visitata

divinitus concepii,

peperit in senectute

autem antiquam illam hebraeorum desìgnavit ecclesiam

Cum

vero libere Sarrae jungitur Agar ancilla, tunc profecto Sarra mutat significationem. Illa enina vetus, haec novum significat testamen-

tum

....

Cum

vero Agar, amota eidem Sarra, jungitur Rebecca,

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
sogni del tempo.
Il

289

secolo

decimosecondo fu tralotte e religiose e

vagliato quanto altri
politiche.

mai da gravi

Mostrammo
di

nei capitoli precedenti quanto

vigore avesse spiegato V eresia, che pochi anni dopo
la

morte

Gioacchino fu bandita una crociata per
lotte inoltre tra la Chiesa e

estirparla.

Le

l'Impero

dettero luogo ad uno scisma lungo e tormentoso,

che durò non
alfine

meno

di

un ventennio,

e se la pace fu

composta, tutti prevedevano che non sarebbe

durata, e che presto o tardi ricomincerebbe la lotta

con maggior furore. Queste discordie perenni, queste battaglie

sanguinose

si

tenevano allora non come
storia,

una legge inesorabile della

ma

quale effetto

passeggiero e transitorio della corruzione umana,

come
le

il

segno manifesto dell'appressarsi dell'ultima

ora pel vecchio mondo.'

Non

erano ancora spente
le

paure millenarie, se non che

menti più ardite

non osavano più preannunziare
rinnovazione
.sociale.

la fine delle cose,

tante volte indarno aspettata, bensì una profonda

E

Gioacchino fu l'interpetre

in fede

tunc Sarra signifìcat synagogam quae defuncta est, quare defuit Rebecca vero ecclesiam quae intravìt et obtinuit taberna;

culum

ejus. Ili, 1, 16, fol. 32, col. 4: Igitur Helias

qui aliquando
5)

et alicubi desigrnat Spiritum

Sanctum, in hoc loco (Malach., IV,
fol.

et in aliis signifìcat Christum.

Vedi ad esempio
et

la

Concordia, IV, 24,

53, col. 4: Sicut

de nostra temporis hujus angustia

quam

a diebus, ut jam diximus,
preteriri,

Leonis pape
illud

Henrici theotonicorum regis olerantes portamus,
est silentio

quod nobis proprium

non expedit

imo

nec sine cordis gemitu

et dolore proferre

Hieremie increpationem,

que peccata judeorum enumerane non simus, redundat.
Tocco

in nos, qui christiani dicimus et

L'Eresia ecc.

19

290

LIBRO SECONDO

di questi pensieri die ei facea scaturire dallo studio

assiduo della Bibbia, e dalla profonda ed instancabile osservazione dei mali presenti.

E

le

sue parole

destavano un' eco tanto più larga
alto era
il

,

per quanto più

posto onde veniano profferite.

E

non

è

strano che fossero avidamente credute
di

le previsioni

un uomo eminente, che

e

per la pietà e la dotabate, e in se-

trina insieme fu per forza creato

guito divenne o fondatore, o almeno rinnovatore di

un ordine fratesco. Le circostanze certamente favorirono

assai

il

progresso delle idee gioachimiticlie, e la creazione
dell'ordine francescano, e le scissure che ben presto

lacerarono quel sodalizio, vi contribuirono non poco.

Ma
ne

anche prima
sia

di

quel tempo

le

ardite

divina-

zioni di Gioacchino levarono grande rumore.
il

Prova

fatto raccontato da Rodolfo di Coggesale,

che capitato a
volle avere
alle

Roma

nel 1195 l'abate di Perseigne

una conferenza con Gioacchino intorno famose sue profezie.* E non meno curioso fu

'

Histoire lettéraire^ XVI, pag. 438; 540-41. Mi piace riproil

durre

passo del cronista inglese, pubblicato prima dal Martène,
collectio, V, 839, e poi dal
extitit

Amplissima
tempestate
cisterciensis,

Bouquet, XVIII 76. Hac quidam abbas non ionge ab urbe Roma, ordinis sed cisterciensibus minime subjectus, qui quamdam
,

Expositionem

in

septem visiones Apocalypsis
sapientia

edidit, accepta,
illiteratus. In

ut

ajunt, divinitus

cum

fere esset prius

hac
con-

autem expositione evidenter
dicit

ostendit vetus

Testamentum Novo

cordare .... Quintam vero persecutionem
agi temporibus nostris a

quam sub

quinta visione
Dicit etiara

Saladino

quod anno Dominicae incarnationis MCXCIX incipit S3xta visio et sexti sigilli apertio, sub qua visione probat auctoritate Apocalypsis,
I


DALLO SCISMA ALL'ERESIA
Riccardo re d'Inghilterra, che
al

.

291

dire di

Roggero

Hoveden
calisse.

fece venire a belfa posta in Messina l'abate
sull'

per conferire seco lui

interpetrazione

àeW Apo-

Noi certo non
parola, e

lo

teniamo per un profeta, né
si

nel significato razionale che

suol dare a questa

molto meno nel sovrannaturale;
lui

ma

ri-

conosciamo volentieri in

un animo onesto e possiamo dividere le sue idee sul corso della storia, non gli possiamo negare un' acuta osservazione delle
calamità del suo tempo.
tastici
i

una mente elevata ed desideroso del bene. E se non

E

per quanto sieno fan-

rimedii che
i

ei

consigliava di apprestare,

non pertanto
affaticarono
le

suoi

disegni per più

d'un secolo

menti, e certo avrebbero grandese
il

mente giovato all'umanità,
di chi
li

loro valore intrin-

seco fosse stato pari alla purità degl'intendimenti

pensava.
II

Benché molte opere vadano sotto
Gioacchino
,

il

nome

di

tre sole sono riconosciute autentiche dai

più, la Concordia

deW antico

e

nuovo Testamento.,

il

Commento alV Apocalisse ed il Salterio delle dieci corde. Il Preger recentemente ha dubitato anche di que«
.

__

.

.

antichristi persecutio et ejusdem mors et persecutionem dicit evangelium Christi ubique praedicandum. Post antichristi vero imperium quot annorum vel dierum fieret expletio sigilli sexti, id est, mortuorum resurrectio
perJitio, sed ante ejus
et septimi sigilli inchoatio, id est, sanctoruna
soli

quod complebitur omnis

aeterna glori ficatio,

Deo cognitum

esse fatetur.

292
ste,

LIBRO SECONDO

ma

le

sue prove non reggono, come ha bene
il

dimostrato

Reuter,

alle cui

ragioni in favore del-

l'autenticità
altra, è

mi sia lecito di aggiungerne qualche che non va trascurata.' Ed in primo luogo
le tre

da notare col Reuter, che

opere sono già

citate

da Guglielmo Alverniate, morto cinque anni

avanti al 1254.

Ne

ci

farebbe meraviglia che qual-

che altra citazione più antica, frugando meglio negli
scrittori

medievali,

si

trovasse.

Certo è notevole
citi
l'

che

il

gioachimita Salimbene non

opera prinil

cipale di Gioacchino la Concordia^ o

almeno che

solo passo riferibile a questa

non

solo sia sospetto

d'interpolazione,
nella Concordia
il

ma

sbagliato di pianta, stantechè

pontefice

Unni,

è

messo in
il

Leone I, che arrestò gli confronto non con GiosafPatte^

come vuole
vero.

Salimbene,

ma

con Asa,

le

cui pre-

ghiere misero in fuga gli Etiopi.^ Tutto questo è

Ma
il

che cosa s'ha da inferire? Che forse
la

il

Salimbene non conosca
perchè

Concordia'^

No

certo,

non

citare o citar

male non vuol dire non
averla sott' occhio nel

conoscere un'opera,

ma non

'

Le

tre

opere sono state pubblicate in Venezia nel 1517
le altre

la

prima, e nel 1527
cità

due.

nella

Ihim.

memoria letta aeternum und Joachim von

Pregar ne ha combattuta T autentiall'Accademia di Monaco, Dos EvangeIl

Floris,

Mùnchen

1874.

Il

Reuter
356-60.
,

confuta la dimostrazione del Preger nella sua grande opera Gèschichte der religiosen
^

Aufklàrung

ini Mittelalter

^

II,

Preger,

op.

cit., I

pag. 22 che cita Saliaìbene, Chronicon
(vide in libro figurarum

pag. 85. Hic est

Leo

qui

secundum abbatem Joachim concordiam
Joachymi

:

habet

cum Josaphath Rege Judae

\

et in libro Concordiae).

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

293

momento
dere die

clie si scrive.
il

Né tampoco

si

può conclaiu-

Salimbene conosca

la Concordia^

ma

l'abbia in sospetto quale opera spuria,
il

come opina
il

Preger. Nessuno oserebbe attribuire tanta finezza
al

di critica

Salimbene,
il

e

molto meno

Preger,

che non ignora

passo della Cronaca^ ove è citata

un' altra opera a parer suo pur ancbe spuria, V Esposizione

deW Apocalisse.^ Perchè dunque

il

Salimbene

non avrebbe saputo scoprire questa, se avea già scoperta la falsificazione ben più difficile della Concordia? La verità è che il Salimbene non è critico, né molto ne poco, e sarebbe ben strano che le tre
opere maggiori facessero intoppo a
per autentici
cui
falsità
i

lui,

che teneva
Isaja, la

commentari a Geremia ed

era

più facilmente riconoscibile.

Che

anzi

nel

Salimbene scorgiamo maggiore predilei

zione per

libri apocrifi,

che cita molto soventi. In

un luogo della Cronaca ei ci dice di non aver da gran tempo né letta né vista VEsposizione délV Apocalisse.

E

noi gli crediamo, che ai francescani anai versi quelle

davano più

credute opere di Gioac-

jchino, ove le allusioni ai frati minori erano certe e

trasparenti, e più determinate le profezie. Codesta

letteratura apocrifa acquistando ogni giorno

magla

gior credito metteva in seconda linea la genuina.

Così

ci

spieghiamo come

il

Salimbene

citi
si

male

Concordia.

La

citazione probabilmente

riferisce

non
*

alla

Concordia^ posta
:

in secondo luogo

nella

Salimbene, pag. 325

quìa Expositionem abbatis Joachym su-

per Apocalypsim habebam,

quam super omnes

alias

reputabam.

294
parentesi,

LIBRO SECONDO

ma

al

Liher figurarum, che forse era un

rifacimento della Concordia.^

Un
duce
il

altro passo della

Cronaca del Salimbene indell'

Preger a dubitare
il

autenticità della Con-

cordia. Se

frate avesse

conosciuto o tenuta per
dire

autentica la Concordia,

come avrebbe potuto

che Gioacchino non determina l'anno in cui ha da
cominciare
il

terzo periodo
il

è chiaramente fissato

mentre in quell' opera 1260?^ Ma anche questo
;

ragionamento non stringe.
chino non assegni

Il

Reuter ha già notato

che nel passo di Salimbene non è detto che Gioacil

tempo, bensì che alcuni cre-

dano

di sì, altri di no.

Ed

io

soggiungo che questa

doppia interpetrazione era giustifìcatissima. Perchè

sebbene in più luoghi come vedremo, Gioacchino
stabilisse
il

1260 come anno
altri

in cui avrà fine

il

se-

condo periodo, pure in
steri,

luoghi mostra di dubise

tare di aver colto giusto, e

ne rimette
Si poteva

ai

po-

che saranno spettatori degli avvenimenti, o
li

a Dio che

ha predeterminati.

dunque

Liber figurciriim. è citato altre due volte (vedi pag. 124 e 224). Che il Salimbene faccia più conto dei libri apocrifi si raccoglie da questo passo, ove parlando delle opere di Gioacchino» mette in prima linea l'esposizione di Geremia, pag. 102. Hi duo sollicitabant me ut scriptis abbatis Joachira crederem et in eis
'

11

stud'-rem.
et

Habebant enim expositionem Joachim super Jeremiam
cit.,

multos alios libros.
pag. 27, che riferisce questo passo della
Igitur

" Preger, op. Cronaca pag. 103.

quem certum terminum,

abbas Joachim non limitavit omnino alilicet videatur quibusdam quod sic. Sed

posuit plures terminos dicens: « Pofens est Deus

adhuc clariora

demonstrare mysteria sua

et

illi

videbunt, qui supererunt ».

,

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
ben
ei

295
genera-

dire

:

Gioacchino dai calcoli
il

fatti sulle

zioni, prestabilisce

1260;

ma

l'esattezza del conto

non garentisce,
dopo

e niente vieta

che

il

terzo pe-

riodo entri o avanti o dopo quest'anno misterioso.
Si poteva e
il

1260

si

doveva dire

così, se

pur

si

volea

salvare la reputazione

profetica

del

grande abate. Qual meraviglia clie il Salimbene accolga questa spiegazione, die rovescia sui cattivi

interpetri

la

colpa, che molti attribuivano a
le parole,

Gioacchino? Al che s'aggiunga che
in

messe

bocca a Gioacchino per iscusare l'incertezza della determinazione numerica, sono tolte di peso da un

luogo della Concordia^ che facilmente saltava agli
occhi e poteva puranche tenersi a mente, perchè
si

trova nel penultimo capitolo verso la fine del-

l'opera, in
Il

una commovente esortazione ai fedeli.* passo adunque che il Preger adduceva contro
prova più decisiva in favore dell'autenConcordia che in questo luogo senza nodiscussione potremo sbrigarci più

è forse la ticità della

minarla viene esattamente citata.

Dopo questa

sollecitamente delle altre prove del Preger. In

un
Fe-

luogo della Concordia^

ei

dice, viene ricordato

derico per metterlo a riscontro con Assalonne.^
'

Non

Fol. 135, col
raihi

2.

nemo
sua\
*

molestus

fit,

compellat, potens est
fol.

134, col. 2,
;

De exhibendo veio misterio hujus numeri nemo me ultra statum limitem transire enim Deus clariora adhuc facere mysteria dietura numerum non est meum si queris

dicere neque scire

quod nobis datura est hoc solvimus. Preger, pag. 27, che cita il luogo della Concordia^ fol. 95, dove dopo aver paragonato Assalonne il figlio ribelle, all'Anti-

296
si

LIBRO SECONDO

può intendere, seguita il Preger, Federigo Barbarossa, perchè questi dopo lunghe lotte si riconciliò colla Chiesa, e non morì come Assalonne combattendo contro
il

padre suo. La citazione

si
i

rife-

risce piuttosto a Federico II, che

da

tutti

Gioa-

chimiti era tenuto per l'Anticristo, o almeno per

uno

dei precursori dell'Anticristo. Così la intendeva
di

l'anonimo

Passau, che per questa ragione apl'

punto tiene per ispuria

opera

della

Concordia.
si

Ma

tutto codesto ragionamento cade,

quando
si

vo-

glia leggere col

Reuter tutto

il

luogo che

rife-

risce a Federigo. Gioacchino

avendo già paragonato
di

Salomone,

il

figlio prediletto

Davide, a Cristo,
il

dovea riscontrare nell'Anticristo

figlio

ribelle,

Assalonne. Se non che l'analogia non tornava, per-

chè Davide pianse la morte del suo
ribelle,

figlio

benché

mentre

la

Chiesa non potrebbe se non ral-

legrarsi della fine dell'Anticristo. Assalonne quindi

non può essere l'imagine dell'Anticristo vero, ma di uno dei precursori, che potè benissimo tornare infesto alla Chiesa, ma non spezzò con lei tutti i vincoli di filiale affetto, e

con questo intendimento potornò nel suo grembo. Certo

teva essere ben citato Federico I, che dopo avere

combattuta

la Chiesa,

qualche dissonanza resta pur sempre, ed è vero che

cristo,

in

quem illuna maxinaum persecutorem Dominus Jesus interfìciet spiritu oris sui, sed aliquem aliuria secundum quod jam roraanam sedem legimus aliquos usurpasse, et
signifìcari
,

aggiunge: Absalon non

nisi forte

quia Antichristi multi erunt aliquis dìcat

nuper sub Federico imperatore accidisse comperimus.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

297

Federico non morì combattendo contro suo padre
al pari di

Assalonne.

Ma

la

congruenza tra
particolari.'

il

vec-

chio ed

il

nuovo Testamento non deve estendersi
i

secondo Gioacchino a tutti

Ed
si

in ogni

modo

il

disaccordo sarebbe maggiore se

trattasse

di Federico II, al quale la Chiesa

non perdonò mai

né vivo né morto, e non che piangere sulla sua
fine,

giurò un odio pertinace ai suoi discendenti,
il

né smise se non quando ebbe mozzo

capo sul

patibolo l'ultimo rampollo della stirpe odiata.
Il

Preger sforzato dalla sua logica demolitrice,
le tre

deve revocare in dubbio la lettera di Gioacchino, ove citate
sottoposte

opere in discorso, vuole che sieno
di

Roma, e vi si cancelli tutto ciò che possa parere meno ortodosso. Non è strano, aggiunge il Preger, che scriva a tal modo
al

giudizio

un
la

profeta,

il

quale é ben sicuro del fatto suo, e

detta sotto l'impulso di una alta ispirazione?

Chiesa avrebbe potuto concedere licenza a chic-

chessia di pubblicare scritti profetici, la cui portata

non era in grado r altra osservazione
da chiamare

di

misurare.^

Ma

né l'una né
s'

é esatta.

Gioacchino se pur

ha

così, é

profeta a

modo

suo; pieno di
ai

scrupoli e d'incertezze.

E

la lettera

confratelli

' Cono., IV, 1, fol. 42, col. 3: .... Sicut ergo sunt arbores sii ve plurime, que in stipitibus sunt similes, sed tamen in ramis foliisque

dissimiles, sic et

duo testamenta

in

rebus quidam generalibus

si-

milia sunt, sed in specialibus dissimilia.
* Preger, pag. 29-30. La lettera di Gioacchino è premessa r edizione a stampa cosi alla Concordia come al Commento
l'

nel-

del-

Apocalisse.

298

LIBRO SECONDO
opere delle quali abbiamo

è scritta nello stile delle

già riportato parecchi passi, dove non traluce certo
l'arditezza
forze. dei

profeti

e

la

fiducia nelle

proprie
la pietà

*

Ed

i

papi che conoscevano per prova

non potevano dubitare dell'opera sua; ma ciò non pertanto ingiungevano che gli scritti avanti di pubblicarsi fossero mandati a Roma. Infine dell'autenticità della lettera non si può dudel santo abate

bitare, se ne fu tenuto conto nel Concilio latera-

nense del 1215, appena tredici anni dopo
di Gioacchino.

la

morte

Riconosciuta

l'

autenticità di questa lettera, se-

gue che sono genuine non pure la Concordia^ ma benanco V Esposizione dell'Apocalisse citata dal Salimbene, ed
il

Salterio

delle

dieci

corde.

lu que-

st'ultima opera sono esposte alcune opinioni sulla

Trinità conformi a quelle condannate nel Concilio
lateranense.

E

l'Engelhardt da questa conformità

argomentava che il trattato contro Pietro Lombardo non fosse in realtà se non il primo libro
del Decacordo. Io riconosco col

Preger che questa

opinione non regge, perchè l'opuscolo condannato
nel Concilio lateranense dovea essere indirizzato no-

minatamente contro il libro delle sentenze, laddove nel primo libro del Decacordo non è citata alcuna
opera.

Ed

in secondo

luogo

il

Decacordo è opera

espositiva,
io

non polemica.

Ma

se per questo rispetto

sono d'accordo col Preger, non posso acconsenche l'indirizzo di quest'opera sia
aflfatto

tirgli

con-

trario a quello dell'opuscolo incriminato.

Le dot-

DALLO SCISMA ALL' ERESIA
trine intorno alla Trinità,
si

299

condannate dal Concilio,
il
il

trovan

tutte nel Decacordo^ ed

dotto Pape-

brochio non è riescito di mostrare
vi

contrario.

manca V allusione bene non lo citi, *nè
Il

al
lo

Maestro

delle sentenze, sebdi proposito.*
di

combatta

presupposto dunque del Preger
del Decacordo
il

un'oppoe
il

sizione tra l'opuscolo

condannato nel Concilio

primo
tal

libro

guisa tutto

non regge, e cade per ragionamento costruitovi sopra.
è e vuole
le

Nel Decacordo V autore
ed in moltissimi punti
differenti dalle
piìi

restare cattolico,

sue dottrine

non sono
forse

ortodosse.
del

Ma
,

è

questa
il

una prova

dell' ipotesi

Preger che

Decacordo
nell'

sia stato scritto

da un pio Gioachimita
il

inten-

dimento di scagionare
certo,

maestro dalle accuse ? maestro
e

Non
sen-

perchè
le

il

contraffattore

non avrebbe dovuto
il

ne ripetere

accuse contro

delle

tenze, né sostenere

apertamente

senza attenua-

zioni la dottrina gioachimita della Trinità, già con-

dannata nel Concilio. Più innanzi esporremo questa
dottrina, e riporteremo altri

passi del Decacordo,

Per ora

ci

basterà

concludere

che

il

Decacordo é

autentico al pari della Concordia e àoiV Esposizione'^
ramos

'

Fol. 229, col. 2. Neqiie ut tres

uni radici infixos

,

ut

substantiam radicem et tres ramos ipostasis arbitraris jiiaita ali-

quorum perfidiam, quod

est inducere quaternitatem. Ivi, col. 3: Item quod his nequius est, nescio que tria preter substantiam nova adinventio assignare presumpsit.
^

Sulle antiche testimonianze, che provano l'autenticità delle
il Ren^n, Joachim de Flore et l'Évangile eterne! Revue des devx mondes; tome LXIV, pag. 98.

tre opere, vedi

nella

300
deir Apocalisse. loro
,

LIBRO SECONDO
Queste tre opere sono legate tra
le

perchè non solo Grioacchino

cita

tutte e

tre nella lettera al Papa,

ma

l'una cita Taltra.

Dalla prefazione
il

del

Decacordo

sappiamo che
era

primo libro

di quest'ultima

opera fu scritto quando
clie

si

trovava nel convento di Casamari, e poi

stata già composta la Concordia e V Apocalisse} Co-

desta notizia

ci

vien

confermata da Luca, che
si

ci

dice benanco l'anno, a cui
il

riferisce Gioacchino,

1182.

Ed

un'altra conferma la ricaviamo dalla
di

lettera del
le

1188

Clemente

III,

ove è detto che
scri-

opere di Gioacchino

furono cominciate a

vere

per incarico di Lucio III (1181-1185) e di
III (1185-87).

Urbano

Da

questa stessa lettera ricaviamo che nel giule

gno 1188

opere non erano

finite

ancora, sicché

la pubblicazione dev' essere posteriore a quell' anno,

ma

quando accadesse non sappiamo. Certo
volte
citata di

la Con-

cordia ebbe a precedere le altre opere, perchè nella
lettera più

Gioacchino del 1200 è

detto che la prima opera fu
altre

non ancora.

E

mandata al Papa, le probabile che nel 1195 la Con-

cordia fosse già pubblicata, perchè in quell' anno le
profezie dell'abbate Gioacchino erano così note, che

'

Fol. 227, col. 2.

Cum

accidit in

me

velut haesitatio

l'occasione, che gli cordia (quod opus incepimus primo)
fu
lissi^

essem apud cenobium Casemaris.... quaedam de fide Trinitatis ecc. Qnesta fece scrivere il Decacordo dopo la Cone V Esposizione dell'Apocaoranimodis exitum rei) nescio qua Dei

quae (ignorante

me

providentia ex eadem nascendo processit.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

301
il

come dicemmo l'abbate
siderio di discorrerne

di

Perseigne mostrò

de-

con l'autore. L^ Apocalisse poi

fu scritta intorno al

1196 o poco dopo, perchè in un
Patarini mandarono
il

luogo l'autore dice aver saputo l'anno innanzi ovvero
il

1195 che

i

legati ai

Saraceni.* L'ultima delle opere,

Decacordo^ benché

composta dopo, fu certamente pubblicata insieme al Commento dell'Apocalisse^ perchè in un luogo di
quest'opera è citato
il

secondo libro
le

di quella.^

Da
avverte

queste tre opere in fuori

altre

sono ma-

nifestamente apocrife.
il

E

a condannarle basta,

come

Renan,

la lettera di

Gioacchino premessa

così alla Concordia

come

a\V Esposizione deW Apocalisse.

In questa lettera, ricordate la Concordia in cinque
libri,
titoli,
il

Decacordo in tre,

e

V Esposizione in otto
altri piccoli

aggiunge

di avere scritto

opu-

scoli contro gli Ebrei, e

contro gli avversarli della

fede cattolica. In quest'ultima categoria può benis-

simo entrare

lo scritto

polemico contro Pietro

Lom-

bardo, del quale abbiamo parlato più sopra,
restano escluse tutte
le

ma

opere di argomento dottri-

'

/l^oc,

fol.

134 ,

col. 2.

Mirumquod
providus

praeterito
et timen.s

anno veniens qui

a partibus Alexandriae, in qui bus detentus fuerat in viuculis, dixit se audisse a

dam

vir satis (ut apparebstt)

Deum

quodam magno Sarraceno
illos

mississe

Patharenos Legatos suos
et

ad

postulantes ab eis

communionena

pacem

....

Hoc

au-

divi ipse

ab eodem viro in civitate Messana, anno millesimo centesimo nouagesimo quinto incarnationis dominis tertie decime indictionis.
'

Apoc,

fol.

26, col. 3.

De quibus

in

secundo

libri psalterii sufìi-

eienter diximus.

802
naie, e clie

LIBRO SECONDO

non sieno
lo scolare

indirizzate contro qualcuno,.

Anche Luca,

ed

il

copista di Gioacchino,

cita soltanto queste tre opere.

Sono evidentemente
che ebbero
tanta

falsi

i

Vaticinia Pontificum^

celebrità nel
di Cirillo

Medio Evo,* ed
,

i

commenti

alle profezie

di

Merlino

e della

Sibilla Eritrea.'

Non

vogliamo entrare nell'esame

sott' occhi parecchie edizioni di questi vaticinii col comPaolo Scaligero. Pauli Principis de la Scala et Hungariae Marchionis Veronae etc. Domini Creutzburgi Prussiae, primi tomi miscellaneorum de rerum caussis atque successibus, atque secretiori methodo ibidem expressa effigies ac exemplar nimirum vaticiniorum et imaginum Joachimi abbatis Florensis Calabriae et An'

Ho
di

mento

selmi episcopi marsicani super statu suraraorum Pontificum roraa-

nae ecclesiae, contra falsam iniquam vanamconfictara et seditiosam cuiusdam Pseudomagi, quae nuper nomine Theophrasti Paracelsi in lucem prodiit, pseudomagicam expositionem, vera certa et indubitata explanatio, Coloniae Agrippinae ex officina typografica Theodori Graminaei anno mdlxx. Dei trenta vaticini i primi quindici sono attribuiti a Gioacchino. Il primo vaticinio si riferisce a Papa Niccolò III (1277-80), qui non veretur decalvare sponsam ut comam ursae nutriat; il quindicesimo si riferisce a Urbano VI (137889), fera crudelis
^

universa consumens.

Salimbene, pag. 176, conosce questi commeriti: scripsit etiam sibi (cioè all'imperatore Enrico VI). Espositionem Sybillae et Merlini anno Domini mcxcvi. La Sibilla, di cui qui si fa parola
Il

è l'Eritrea, che vien citata insieme alla Tiburtina in questo altro

luogo (pag.

62).

Verba sunt
in

ista

cujusdam Sybillae sed non inveni
vidi.

ea nec in Erithrea nec

Tyburtina. Scripturas aliarura non

Di queste opere io non conosco alcuna stampa.

Un

libercolo, stamil

pato a Venezia, promette nell'intestazione di pubblicare

com-

mento di Gioacchino alle profezie di Cirillo, ma poi in luogo dì un opuscolo attribuito a Gioacchino ne stampa un altro di Telesforo Cosentino, abbreviato da un frate Rusticiano. Non sarà inutile

riprodurre l'intestazione del libro, ed

il

principio dell'opuscolo
in

sulle ultime tribulazioni.

Haec subjecta continentur

hoc

libello

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

303

particolareggiato di tutta questa letteratura profetica, elle
ci

menerebbe molto fuor

di strada,

ma

questo solo notiamo, che ove pure

sieno state in

voga prima
Merlino

di Grioaccliino le cosiddette profezie di
Sibille, ei

non le cita mai nelle opere autentiche che abbiamo ricordato più sopra. Senza dubbio persone molto rispettabili, come Alano di Lilla, tennero in gran conto i vaticinii che andavano sotto il nome del mago inglese.* Ma Gioace delle
Expositio magni prophetae Joachim in librum beati
Cirilli

de lua-

gnis tribulationibus et statu sancte matris Ecclesie ab hiis nostris

temporibus usque ad finem seculi, una
versis Prophetis

cum

compilati one ex di-

figurata et pulchra in

Item explanatio Apocalypsim de residuo statu Ecclesie et de tribus veh venturis debitis semper adjectis textibus sacre scripture ac prophetarum. Item tractatus de antichristo magistn Joonnis Parisiensis ordinis predicatorum. Item tractatus de septem
novi ac veterìs testamenti.

statibus Ecclesie devoti doctoris fratris libertini de Casali ordinis

minorum. Venetiis per Bernardinum Benalium (p. 5.). Incipit liber ile magnis tribulationibus in primo futui'is, compilatus a docto et devoto presbytero et heremita Theolosphoro de Cusentia provincia Calabriae, collectus vero ex vaticiniis novorum prophetarum seu beati Cirilli, abbatis Joacchim, Dandoli et Merlin! ac veterum
Sibillarum. Deinde abbreviatus per venerabilem fratrem Rusticia-

num

.... addidi sane paucissima locis opportunis predicta a sancto Yincentio nostro et Brigida. In un codice della biblioteca lauren-

ziana (pluteo

LXXXIX,
II,

Gioacchino

il

cod. XLI, a pag. 103) va sotto il nome di Liher Syhillae, già pubblicato tra le opere di Beda
251.

ediz. Basilea,
*

di Alano di Lilla pubblicato a Francoforte il 1608 XIV, 420, dice: 1603). Ecco il titolo: Prophetia Anglicana et Romana hoc est Merlin! Ambrosi! Britanni ex incubo olim ante annos mille ducentos in Anglia nati vaticinia, a Galfredo Monumetensi latine conscripta una cum septem libris explanationum in eandem Prophetiam, excellentissimi sul
Il

commento

(,VHist. Ut.,

temporis oratoris

Polyhistoris et Theologi, Alani de Insulis,

^

304

LIBRO SECONDO
il

chino non mescola

sacro col profano
infuori della

,

né rico-

nosce altra autorità

all'

Bibbia e dei

Padri, e se anche avesse conosciute queste pseudoprofezie,
tito
e
si

sarebbe ben guardato dal trarne parapocrifi sono

commentarle.

Non meno
agli altri

commenti ad Isaja e profeti minori, nonché quel trattateli© che
i

serve d' illustrazione

alle

minacce profetiche
quali

,

una
pene

specie d'indice geografico delle provincie del
intero per ciascuna
delle
si

mondo
le

notano

che loro sovrastano.
fetico questo

È

noto che nel linguaggio prodi

cumulo

colpe e

minacce

è detto
le

onus, onde onera

prophetarum sono chiamate
provinciarum
le

in-

vettive, dei profeti, ed onera

colpe

di ciascun paese.*

Che

il

trattato

geografico non

Germani, Doct. universalis et Academ. Paris ante annos 300, Rectoris amplis. Addita sunt vaticinia et praedictiones Joaccbimi

abbatis Calabri qui vixit

circa

annum

1200.

Una cum

annotatioprì-

nibus et explicatione

Joannis

num

pubblici juris

rumque

Adrasder.

Opus nunc

factum

et lectoribus

ad historiarum multa-

rerum cognitionem non parum
Secondo YHist.
1174 e
il

lucis

aliaturura

Francofurti, Typis Joannis Spiessii, sumptibus Joannis
Possii MDCViii.
fu scritto tra
il

Jacobì

littér.^

XVI, 419, questo commento un pagano ricorda Giobbe

1179. Nella prefazione l'autore per giu-

stificare lo studio

che

fa delle profezie di

e le Sibille (p. 4):
erat,

Nec mirura de beato Job, cui similis in terra non cum Sibyliam non Erythraeam sed Cumanam tanta et tam
;

vera de Christi incarnatione, passione et morte .... prophetasse^
noverimus.
'

Il

commento ad
il

Isaia fu pubblicato in

Venezia nel 1517. Su
è utile fermarsi
d'Isaia,
^

questa edizione, che

Renan non potè vedere,
riunite tre opere: 1°
(fol.
il

alquanto. In essa sono

Commentario
Il

o meglio dei primi undici capitoli

1-9 recto); 2°

De oneribus

projphetarum trovato dal Renan

nel 3595 dell' antico fondo, e nel-

DALLO SCISMA ALL' ERESIA
appartenga a Gioacchino è agevole
questi poclii passi, che io
tati dal

805
provarlo

da

aggiungo a
al

quelli ripor-

Renan. Nell'annotazione

ducato Spoletino
e

è fatto

cenno dei due ordini francescano

domeni-

cano, che al pari di luminose stelle sorgono a predicare un'altra volta
di ruvidi sacchi.
il

Vangelo

del

regno coperti paragola

La Chiesa

di Sardi viene

nata a quella dei monaci, cassinesi, che
coi loro desiderii carnali, e col

macchiano

non distinguersi in nulla dai secolari. Certo Gioacchino ha rimproverati soventi i frati anche del suo ordine, ma è ben
r 836 Saint Germain e 865 Saint- Victor,
e segg.); 3° Il
(fol.

9 verso

- fol.
n.

10

;

fol.

25

De

onerihus jprovinciarum trovato nel

836 Saint

che

Germain (foL 11-27). La prima opera è divisa in dieci capitoli si succedono con numerazione regolare. Non cosi la seconda, i cui capitoli prendono il numero non dall'ordine con cui si succedono, ma dal capitolo del Profeta che commentano. Per esempio dopo il capitolo 23 che commenta il xxiii d'Isaia, Onus Tyri ^
si

salta al 30, che
si

commenta
la

il

xxx, 6

d'Isaia,

Onus jumentorum

Austri. Dal 30

retrocede al 19, commentario al xix, 1 d'Isaia,

mentre

prima opera si riferisce solo ad Isaia; gran parte ad Isaia, ma principia colla citazione del xx, 17-27, di Geremia, seguita col commento del XIII dell' istesso profeta, e finisce coi commenti ai profeti minori. Perciò sarebbe bene intitolarlo Onera prophetarum, secondo
Inoltre
si

Onus Egypti.
la

seguente

riferisce in

la

nota a fol. 96, che avverte il lettore: hic ponentur undecim onera secundum Esaiam, quibus adduntur tres alia secundum prophetas minores.
colle

fare

altre,

La terza opera, o l' indice geografico, non ha che come si vede anche ad occhio, perchè è stamil

pata a caratteri più piccoli, ed
volte

raccoglitore stesso per ben due
il

adduce

il

motivo

di

questa inserzione. Di queste tre opere

Salimbene par che conosca soltanto la Seconda, perchè a pag. 176 dice che Gioacchino scripsit lecturam Isaie super oneribus, ed a pag 191: .aliquando legi sibi Expositionem abbatis Joachim de oneribus Isaie.
Tocco

L'Eresia ecc.

20

306

LIBRO SECONDO
il

lontano di applicare loro
questa amara invettiva
si

testo

àeW Apocalisse. In
il

scopre facilmente

men-

dicante francescano che non può perdonarla al fastoso benedettino.

NelP annotazione

alla

provincia

narbonese

si
il

fa parola della crociata che sarà

ban-

dita contro

focolare dell'eresia albigese/

Ma

non

occorrerebbero né questa né altre prove per dimostrare che
il

trattato appartiene al -tempo dei

com-

mentatori di terza o quarta mano, che per dir qual-

che cosa di novo hanno bisogno di scendere a minuti particolari, e trovare

un motto almeno per
sia.
i

ciascuna provincia o città che

Parimenti apocrifi sono
ai profeti

commenti ad Isaja ed
citazioni

minori.

Ed

a

provarlo poche

basteranno. Nelle

opere autentiche di Gioacchino

come

nel Commentario deU' Apocalisse^ la

donna am-

mantata di oro che fornica coi Regi, è Roma in quanto rappresenta non la Chiesa dei giusti, ma la moltitudine dei reprobi. Anzi per togliere ogni equivoco questa moltitudine di reprobi non è chiusa
nelle

mura
l'orbe

della

eterna

città,

ma

si

dilarga per

tutto

del

cristiano

impero. L'autore della
al-

lettera ai fedeli

non avrebbe potuto tenere un
si

tro linguaggio, ed egli che

dichiarava servo de-

Fol. 11 b duo ordines ac sì stellae lucidae orientur ad prè dicandum regni evangeliura iterato saccis cilicinis amicti. Fol. 13o ecclesiam sardensem designare monachos cassinenses utique suair carnalibus desideriis inquinantes. Fol. 17 b. Timeo ne ad eorura (cioè dei tolosani) infamiam dissolvendara vexillum crucis evidene
'
:

elevetur.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

307

voto della Chiesa non avrebbe potuto raffigurarla
nella

donna àeWA^JOcaUsse. Ben altrimenti
le

si

com-

porta lo scrittore del Commento, che contro

Roma
Arnasi

adopera

stesse parole, dai Catari, Valdesi ed
il

naldisti.* Sotto

nome

di

Gioacchino mal

sconde un frate francescano, che ingenuamente confessa essere nati
occiflentale.
i

due ordini a flagellare
accenno
il

la

Chiesa

Questo chiaro

ai

due ordini

che

si

ripete moltissime volte, e

ricordare che

fa soventi di Federico II, sono segni certissimi della

tarda età del Commento.^ Io non saprei certamente

determinarla con esattezza

;

"ma come ha notato

il

Renan

pel libro di Geremia, debbo anch' io notare
l'

per questo d'Isaia che
solo contro
i

autore mette in guardia non

tedeschi,

ma benanco

contro

i

fran-

'

Il

commento ad

Isaia interpetra

il

18 Apoc. in questo modo,

(fol.

4 recto): mulier auro inaurata indifferenter
:

cum

terrae prin-

cipibus effeminatis moribu^ fornicatur
ista est

Romana

ni fallor ecclesia

quae

in

Babylonem

vitae confusione transfusa moechatur,
si

....

cardinales et presules ac

in

coelo lucifer dignitate su-

perbi ecc. In ben diverso

modo
(fol.

interpetra lo stesso testo Gioac194, col. 2): Haric

chino nella sua Esposizione

magnam

di-

xerunt patres catholici esse

Romam, non quoad

eccJesiam justo-

rum que peregrinata est apud eam, sed quoad multitudinem reproborum qui blasphemant et impugnant operibus iniquis eandem apud se peregrinantem ecclesiam .... Non ergo in uno regno aut in
una provincia querendus est locus hujus famosissime meretricis, sed sicut per totam areara christiani imperli diflfusum est triticum
ebetorum et per proborum.
^

omnem
ai
II

latitudinem ejus

disperse sunt palee re-

L'accenno
Federico

due ordini
è

è ripetuto

molte volte;

fol. 5, 7,

11»
Sil-

28

ecc.

nominato

nel

fol.

4 a: verumtaraen in

vestri vaticinio de

Federico secundo

et ejus posteris ecc.

308
cesi.*
Il

LIBRO SECONDO
che vuol dire che
il

tempo degli entusiasm angioini era già passato. Ed in un luogo parmi cht
sia sfuggito al

malcauto autore l'anno della comstat(

posizione del libro, ove parlando del terzo
dice che sarà compiuto tra novant'anni dopo
e trecento, espressione
il

mill<

ben strana per uno che noi
di

fosse

contemporaneo
il

Bonifacio VIII.^ Seconde
Isaja

questa congettura

commento ad
Il

sarebbe
fatt(

posteriore al Salimbene.

che s'accorda col

già da noi rilevato che Salimbene conosce gli Onere

non

il

Commento.

Gli

Onera in verità sarebber(
molto posteriori
al

più antichi,

ma

certo

1201

come
Il

si

raccoglie da una frase sfuggita allo stesse

autore.^

commento a Geremia appartiene
il

allo
i

stessii|

tempo, perchè

Salimbene racconta che

due
e

frat"

francescani Bartolomeo Ghiscolo da

Parma

Ghe

rardino da Borgo S. Donnino sulla fede nell'espo
sizione
di

Geremia faceano

tristi

pronostici delL

crociata che S. Luigi apparecchiava nel 1248.*
'

Dun

Fol. 6 verso:
Fol. 30 verso:

cavendum
si

erit

a germanis et francis.

ipsi ad statum ecclesiae tei tium referuntur profecto in nonaginta annis futuris ab anno mcc
^

vero anni

prostrabitur prorsus
^

mundi superbia.

Tempus Sedechiae regis tangit concordite presentem generationem inceptam anno 1201 a Christo sub pon tifìce romano post obitura Celestini. Si potrebbe sospettare che ii
Fol. 34 recto.

luogo di

1201 s'abbia
il

a leggere 1301, e che

il

papa

Celestini

qui ricordato non sia

predecessore d'Innocenzo IH,

ma

Pietri

«

Morrone
che
il

addirittura.

Ma

pur lasciando

il

passo com'è, par chian

libro sia stato scritto dopo il 1201. Et cum rex Franciae tempore ilio cum aliis crucesignati praepararet se ad transfretandum isti subsannabant et deridebanl
'

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
jue la composizione
al

309
risale
al

di questo

commentario

di

là di

quest'anno.

Ma
il

forse

non indietro
si

1239, anno,
tra
il

come nota
Guelfo

Renan, in cui
Federigo II

la rottura

partito

e

fece

più

aperta. Certo son
vettive che si

degne

di quel

tempo
le

le

fiere in-

leggono in questo libro contro l'Imquale

peratore,

al

adattandovi

parole

d'Isaja

vìen dato del basilisco, che esce dalla radice del serpente, della vipera e del serpente volante.

gli

;iri-

sparmiano
condo.* Il

gli

epiteti

più

obbrobriosi,

superbo,

astuto, lascivo, avaro, tortuoso, perfido, violento, ira-

nome

in verità qui, a differenza del

com-

mento ad

Isaja, è taciuto;

ma

Tallusione a Fede-

rigo II è trasparentissima. Questo commentario, che
dice tante insolenze dell'

Impero

si

suppone indiriz-

zato ad Enrico YI, ed

il

profeta non dubita di anil

nunziargli

che

il

leone d' Isaja vuol significare
I), la

padre (Federigo
seguenza

radice serpentina lui stesso
il

Enrico, e da lui escirà
il

basilisco, che è per con-

figlio

di

Enrico

VI

o Federigo II. Più

chiaramente in un altro luogo è descritto l'albero
genealogico di Federigo II risalendo ad Enrico IV,

che

il

commentatore chiama primo, perchè fu
alla Chiesa.

il

primo degli Enrichi ad opporsi
dicentes quod male caderet

E come

ei si iret, sicut

postea demonstravit

eventus. Et ostendebant mihi in expositione

Joachim super Jere,

miam
*

et

multos alios

libros.

Fol. 46, col 3: Leviathan

Salimbene, pag. 102. quoad superbiam serpens quoad
,

astutiam, cetus quoad avari tiara
lubricus
sevitiam,

tortuosus quoad doli

nequitiam.

quoad

lascivi am, voracius

quoad perfidiam, virulentus quoad

mare quoad iracundiam.

310
se

LIBRO SECONDO
indicazioni, vi
figli si

non bastassero tutte queste giunge l'altro particolare, che i
contro
il

ag-

ribelleranno

padre, accennando alla fellonìa di Enrico,

ed alla sua morte.*

Quest'ultimo particolare

ci

darebbe una indi-

cazione più precisa dell'età in cui fu composto questo

commento
1239

,

il

quale dev' essere posteriore
al

non

solo al

ma

benanco

1242 anno

della

morte
fatto

di Enrico.

Ma

sulla quistione del

tempo torneremo
il

di qui a poco.

Ora basti notare che

solo

dell'allusione a Federico

IP

toglie ogni

credito a

*

Vedi

la

genealogia dì Federico,

fol.

45, col.

4;

fol.

46»
rumunus

col. 1. In quest'

ultimo luogo è accennato

alla ribellione
filii

ed alla

morte del

figlio di

Federico

II;

vel quia ejus
in

latera sua
illius

pent per discordiam, et tandem
Christi paret.
^

defectum senectutis

contra alterum insurgendo unus pereat, alter

praetium ecclesiae

del

mago

Tutta questa letteratura pseudoprofetica che va sotto il nome Merlino, della Sibilla Eritrea, e dell'abate Gioacchino,
al

pur non essendo benevola
peratore.
stesso

Papa, non

fa grazia
II,

neanche all'Im-

E

tutti

hanno
vel

in

odio Federico
fol.

commento a Geremia,

58, col. 4.

come ne fa fede lo Sed si secundum Eri-

tbream 60 pedes
quae
bis 5

annos habere describitur heres tuus, quod etiam Esaias sentire videtur (xxni, 1) in spiritu sub figura Tyri,
respicit Siciliam

decadum; qui

légis intelligas et

equo vultu, mirum quomodo Merlinus euru non centenarium sicut son-

niat imperitus. Praeterea in 60 annis terminari debet afflictio ju"

xta prophetam

tam

in imperio

quam

in

regno. Nescio quo spiritu

ducitur Eritrea, ubi

post
et

successorem in imperio

primam tam dico heredem regno suo aquilam secundam introducati
Aquilam

62 (correggi 64), col. 1: Eritrea: post et pedes 60 colore pardi ad livorem» vulpis quoad fraudem, leonis quoad terrorem. Quia forte sub occasione patarenorum coercendorum dolose incedet contra ecclesiam. Un'altra versione di questa profezia che andava sotto il nome della

quod Merlinus

subticet. Fol.

haec veniat Aquila habens caput

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
questo commento, e
ci fa

311

maravigliare come anche

dalI'Engelliardt sia stato attribuito all'abate Gioacchino.

Ma

oltre all'allusione a Federico II,
ai

troviamo

chiari e

numerosi accenni

due ordini dei minori e
il

dei predicatori.

Ne

questo soltanto, ma,
i

commen-

tatore sa bene che
dai

nuovi ordini sono combattuti
questi

prelati, sospettosi di

novatori che ve-

stono in strane fogge, e predicano dottrine di un'assoluta

povertà non mai sentite,
calamità.*

ed a chi non

li

segue predicono

si

nasconde che la
levare

causa dei prelati viene sostenuta benanco dal pontefice,

sicché l'autore

non dubita

di

anche

sibilla

Eritrea fu trovata dal BréhoUes in un manoscritto della Cro-

naca ghibellina De rebus in Italia gestis, pag. xxxvi. {Chronicon placentinum ecc. edidit J. L. A. Huillard-BréhoUes, Parisiis, 1856). Et veniet Aquila habens caput unum et pedes lx, cui acrescent duo capita, cujus color sicut Pardi et pedes sicut Leonis et dicet paa? ut pacifice capiat. Marni llis Spense Agni lactabitur usque dum accrescat ei caput majus in Eneade terciumque minus, eruntque sibillancia a Germanis usque Tyrum. Et dabitur ei galina una ex Mauris alteraque orientalis et duo pulii ex quibus vorabit unum ecc. I sexaginta pedes, che il Bréholles non sa spiegare, noi già sappiamo dai passi del pseudo-Gioacchino surriferiti che vogliono dire
60 anni, perchè la
profezia
*

tìne

dell'Impero

si

calcolava per

il

1260, e la

si

suppone

fatta nel 1200.
2.

Fol. 44, col.

Satis

congruum

est ut cardinales

et

etiam
eis

summus

pontifex immendaces

praedicatores

veritatis
eis

percutiant

affligendo et (ponant in

nervum) silentium

imponendo ne

annuncient mala futura in clero a Romano Imperio. Ivi, col. 4: Masculus (Hier. xx, 15) est ordo seraphicus in ecclesia oriundus, ^ater

summus

pontifex, ubi

doctores

cardinalesque prelati de illorum

ortu et profectu valde dolebunt, tanquam
vertentur adulterantes

eorum

solicitudine sub-

verbum

Dei. Fol. 47, col. 1:

Sed quia sum-

mus

pontifex superbiae nititur, ab exauditione repellitur.

312

LIBRO SECONDO

contro lui la sua voce.

E

le

parole che egli pro-

nunzia contro la Chiesa
vibrate di quelle che
Isaia,
Il

Romana non

sono meno

leggemmo nel commento di né ripugnano meno alla pietà di Gioacchino.*
alla

che vuol dire che avanti

composizione dei

libro era scoppiata la

scissura nell'ordine france-

scano, e la parte più intransigente era già per volgersi contro
i

vescovi,
le

i

cardinali ed

il

papa, che

mal tolleravano

nuove dottrine. Una prova ma-

nifesta l'abbiamo in

un passo ove

i

nuovi ordini

sono chiamati predicatori dell'evangelio eterno, parola che nelle opere autentiche di Gioacchino

non

s'incontra mai.^

Tutte queste prove mettono fuori dubbio che
l'opera
*

non

è di Gioacchino, e
4.

che la data del 1197,^
si

Fol. 9, col.

Igitur

Romana

ecclesia ac

altera tribus

recessit a Christo ....

Quod etiam negasse Petrum

et redisse

Juda ad
for-

pompas

Diaboli et

mundi

illecebras hujus, seu principes saeculares,

cum

quibus est polluta per munera, contaminata per suffragia,
:

nicata per fastigia dignitatum .... Fol. 49, coi. 1

Hi (pastores) sunt
luxuria.

Lazarus quatriduanus, qui jam mortui sunt
Fol. 52, col. 2.

in tribus. in avaritia,

in perfidia, in superbia, quarto loco scatent et fetent in

Aut enim prava
,

vita, et

doctrina ecclesiae latinae,

quae est Romae intelligenda est ipsa pollutio .... dominam babylonem ecclesiam, quae magistra est omnium meretricura.
^ Fol. 43, col. 2. Sed nunc predicatores Evangelii aeterni frangent doctrinam doctorum fìdelium sacraeque scripturae in conspectu ecclesiae generalis. Fol. 51, col. 3: per omnem orbem et

fere

omnibus regnis terrae praedicabitur Evangelium eternum. Fol. 53, col. 1 Agitur enim nunc 1197 annus ut extendetur ista vexatio in 64 annos deteriores prioribus. Vedi fol. 45, col. 3-4, ove invece appare scritto il 1200*. 42 menses 42 generationes sunt in quibus affligendus est populus christianus et terminatur in anno
*
:

Christi 1260

in

60 annis termiiiabitur

afflictio ecclesiae.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
in cui si dà per iscritto questo commentario, è

313

una
nota

pia
il

frode del commentatore. Se Gioacchino

,

Renan, avesse fatto questo commentario nel 1197,
lettera
ai

nella

fedeli scritta

nel

1200 l'avrebbe

certamente rammentato.

E

noi da alcuni passi ab-

biamo potuto raccogliere, che né nel 1197, né nel 1200 fu potuto scrivere questo commento, bensì posteriormente alla morte del ribelle figlio di Federico II, vale a dire al 1242. E forse neanche a questo tempo dovremmo arrestarci, perché anche
qui,
il

linguaggio violento che

si

usa contro Roma,

l'accenno alle persecuzioni subite dal nuovo ordine
dei frati

minori,

il

nome

di

Evangelio

eterno ci

menerebbe ad una data molto posteriore. E nella stessa opinione ci confermerebbe l'accenno alla Francia,

che secondo questo commento sarebbe come la
si

canna che ferisce chi vi

appoggia.*

Non saremmo
commento

dunque lontani

dall' attribuire

a questo

la stessa età dello scritto su Isaja.

vale

il

notare che questo commento ha do-

vuto essere scritto

prima del 1260, perché in qualche passo appar verde la speranza che in quelP anno
fatale

avranno

fine le
il

calamità del mondo.

Né tam-

poco importa che
'

Salimbene abbia avuto conj

Fol. 7,

coL

4.

Videat

Romanum

capitulum
si

si

non

fìet

eis

arundineus baculus potentia gallicana, cui

quis innititur perforat

manus

ejus. Cfr. fol. 59, col. 2.

Necessario Francia .... videbitur

quod quanto divine voluntati et dispositioni displiceat ex Consilio perpenditur Hieremiae .... Habet euim hoc diffidentiae humana debilitas ut magis confidet in homine quam. in Deo, et iccirco, unde sperat auxilium, justo judicio corruat.
ecclesie adhaerere,

814
tezza di questo
certo che questa
è

LIBRO SECONDO
libro
sin dal

1248. Imperoccliè è

letteratura pseudo-profetica

non

nata tutta d'un getto in un anno determinato.

E

può darsi benissimo che il commentario, che abbiamo noi oggi di Geremia sia soltanto in parte
quello conosciuto dal Salimbene;^ e molte aggiunte

ed interpolazioni vi sieno state
se ne farebbero

fatte, e

molte altre

ancora, se
il

queste profezie aves-

sero

anche oggi

credito

che

riscuotevano nel

Medio Evo.

Le pseudo-letterature hanno questo
si

carattere, che

considerano come un patrimonio
è proprietario in
le

comune, del quale nessuno
prio, ed

pro-

ognuno

vi

può apportare
si

modificazioni

che crede più opportune. Così

spiega come di
sola, o

due opere distinte se ne faccia una
due;

di

una

come

si

aggiunga ora un particolare ed ora
pena
è

un

altro senza darsi la
il

di verificare se stoni

con tutto

resto.

Questo

accaduto alla lettera-

tura profetica del neopitagorismo, e del neoplatonismo, e senza notevoli differenze
sodalizio francescano.
si è

ripetuto nel

*

Il

Salimbene

infatti

a pag. 176 cita questo finale del

com-

mento a Geremia. Ecce Cesar, virgam

furoris Domini. Sufficenter

est Jeremias explicitu^ qui in replicandis afflictionibus saeculi ubique cernetur implicitus, utinam et tu non usque expers sis divinae formidinis cum ad radicem imperialis arboris ponenda sit evangelica jam securis. Il finale stampato è ben diverso, e più deter,

minato l'accenno alla ruina dell'impero. In ipso quoque finitur imperium, quia etsi successores Christi fuerunt, taraen imperiali vocabulo ex romano fastigio privabuntur. Cum.decies et 1300 anni Antichristus nascetur demone plenus post partum Virginis alme.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
Intorno
alle

315

opere manoscritte dell'abate Gioac-

chino posso aggiungere alle notizie date dal

Renan

alcune altre attinte ai codici laurenziani. In un codice
della

biblioteca Santa Croce oltre all'esposisi

zione di Geremia
l'abate
calabrese,

trovano

altri

due

scritti del-

uno

intitolato

De

ulfimis
Il

tribù-

lationihus, e l'altro

De

articulis fidei.

primo è

un' esposizione delle ultime guerre che dovrà soste-

nere l'umanità,

analoghe

a

quelle

sostenute nel

Vecchio Testamento.
tico,

Non

oserei dire che sia auteni
i

ma non

vi

ho trovati

caratteri delle opere

evidentemente apocrife, come
ed Isaia.*

commenti

a

Geremia

L'altro opuscolo è quello ritenuto perduto dal

Renan,

e di cui ei

pubblicò alcuni brani riportati

dal resoconto

d'Anagni.

Non

credo giusta l'opi-

Renan che sia lo stesso di quello scritto contro Pietro Lombardo, perchè questo opuscolo non è affatto polemico e le opinioni sulla Trinità
nione del
, *

Riproduco

il

principio

di

quest'opuscolo

che
:

si

trova

nel

cod. XI, plut. IX, dext. Santa Croce, carte 54 tergo

De

ultirnis tribu-

lationibus disputantes in opusculis nostris posuimus diversorum opi-

niones et nostrana; sed quia sicut aliquando brevitas,

ita

quam
est

multiplicitas

verborum

parit obscuritatem, praesertim ubi

impetus aliquid absolute dicendi sed exponendi in

nonnunnon serie quod

occurrit in libris, opere precium credidimus quid inde nostra opinio

teneat in summa in hac brevi oratiuncula semper quidem et multis modis compilare. Studio est Sathanae concitare scandalum ecclesiae Dei, et durat tempus principatus ejus non annis, non mensibus, non diebus, nec cessai quantum in se est a persecutionibus electo-

rum

.... Tria

magna

et quasi

necessaria bella noscitur gessisse

sub veteri Testamento, et totidem gerere demonstratur in novo.

316

LIBRO SECONDO

sono espresse forse più temperatamente che non
nel Decacordo e
sia citato dalla
no)!'' Apocalisse.

Benché questo
io

libro

Commissione d'Anagni,

sospetto

fortemente della sua autenticità. Gioacchino non

avea bisogno di circondar di mistero
che
gli

le

dottrine

aveva di già esposte in altre
sarebbe giovato di occultare

opere.

poi

le teorie teologi-

che, espresse in questo libercolo, che in

sostanza

non

differiscono
le

dalle

ricevute

comunemente;

ma

ben piuttosto

altre sui tre stati, che qui

sono

interamente taciute.*
p. ^^ recto dello stesso cod.XI, plut. IX. primo capitolo erano già riferiti dal resoconto d'Anagni in questo brano che io pubblico secondo il codice della Sorbona 1726: « Item habetur apertius in libello ipsius Joachim
*

L'opuscolo leggesi a
il

Il

prologo ed

« de articulis
«

fidei

descripto ad

querumdam

fìlium

suum Johantibi

nem, quod opus suspectum

est ex ipso prologo, ubi sic ìncipit
attentius,.fili

« dicens »: Rogasti

me

(Joachim),
in

Johannes, ut
illa

compilatos traderem articulos
rerent scripturarum loca,

fidei, et

notarem

quae occurte,

quibus solent simplices frequenter

errare: ecce subiecta pagina invenies quod petisti.
et lege

Tene apud

sub

silentio,

observ^ns ne perveniat' ad manus eorum qui

rapiunt verba de convallibus, et curruut cum clamore ut vocentur ab hominibus rabi, habentes quidem speciem pietatis, virtutem autem eius penitus abnegantes. « Ecce qualiter in hoc prologo
« vult iste Joachim articulos fidei legi in abscondito,

more

haere-

« ticorum, qui in conventiculos dogmatizant. Item inhibet ne tra-

suus veniat ad manus magistrorum, quos etiam tam impudenter quam superbe vituperat ». (Fin qui fu già pubblicato dal Renan, op. cit. pag. 99, n. 1) « Sed de hoc non curetur, « quin potius diligenter attendatur. Primum capitulum huius com« pilationis, quod intitulatur de fide trinitatis ubi sic ait Joachim »:
« ctatus «

Ante omnia

intellige

Deum tuum
simul tres

esse

tres

tegras atque perfectas, ita ut credas singulum esse

personas plenas inplenum atque

perfectum Deum,

et

unum Deum totum

simplicem»

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

317

In un altro codice laurenziano, ove già tro-

vammo

il

liber Syhillae,
il

esiste la lettera di

Gioac-

chino, che

Renan trovò

nel manoscritto

3595

et

totum aeternum {totum invunt, totum, cod. laur.) invisibilem impalpabilera. Spiritus eniin est Deus non corpus, et idcirco
si

mirari non debes
tres
;

tres sunt

unum,

et

unus (unum, cod. laur.)

unum tamen dicimus non singularem, non utique sicut diciraus unum sidus, unum jaspidem, unum smaragdum; sed unum ab unitale, utpote cum dicimus unum gregem, unum populum, unam turbam. Unde bene dicunt gramatici: populus currunt, et turba ruunt, ut id, quod unum taliter dicitur, pluralis esse nu-

meri intelligatur, loquens ( loquimur) ad intellectum non ad simplicem vel perfectam similitudinem, ut videlicet per visibilia invisibilia intelligamus. Si

de duabus tribubus Israel
suo: veni

dicit

Scriptura:

dixit

Judas Symoni

fr9.tri

pugna mecum

in sorte

mea,
di-

ut et ego
citur

pugnem
si

in sorte tua,

mìratur

homo

si

tota trinitas

unus Deus?

una massa &uri distinguatur {distinguer etur)
si,

-in tres statuas

maxime

ut solent fieri in arte fusoria totae tres
laur.) essent coniunctae, sic dice-

partes

(manca partes nel cod.

retur singula statua esse

unum aurum,
Et miratur
et

at

tamen simul
si

tres

non

dicerentur nisi
tatis

unum aurum.

homo

singula divini-

persona dicitur esse unus Deus,
clibano

simul tres unus Deus? Si
ligna, licet deesse vi-

incalenti

proicierentur

stipulae et

derentur fiamma et carbones repente tamen in uno loco, idest in

ardore (male cod. in
apparerent.
Si

uno ilio hoc ardore) tota tria ipsa pariter flammae adhaerenti sulphuri adhiberetur competamen
Sed
etsi

tens fomentnm, licet deesse viderentur carbones, repente
in

uno

ilio

tota tria iila habentur pariter.

carbo solus ades-

set,
Il

mox

adhibitis stipulis, tota tria illa pariter integra apparerent.
s'intitola

secondo capitolo

cia cosi (cod. laur. p. 60):

De incarnatione verbi Dei e cominFuerunt quidam haeretici qui dicerent

Christum unius esse naturae: fuerunt qui dicerent matremvirginem non deum sed tantum hominem genuisse. Tu autem horum omnium devitans perfidiam crede Christum unam personam ex duabus et in duabus consistentem naturis, secundum quod oliva inserta oleastro cum ipso oleastro una est arbor, atque hoc totum, quod Christus
dicitur, genuisse.

virgine, gignere

Quod si dicis, verbum dei, quod aliunde venit in non potuit virgo, ergo nec corruptibile semen viri

818
dell'antico

LIBRO SECONDO
fondo.

E una

esortazione ai fedeli di

mutar via
giorno

e pentirsi delle proprie colpe

perchè

il

della

tremenda espiazione
ragione perchè

è

vicina.^
si

Non

v'ha nessuna
autentica,

non

debba dire

sono

i

come autentici anche secondo il Renan due componimenti poetici stampati alla fine

del Decacordo.^

gignere potest mulier,

et

quoniam ipsum semen aliunde
nisi

venit ad

ipsam. Neque enirn gignere de ipsa potest mulier
cipiat.

aliunde con-

quod caeterae mulieres concipiunt ex hominibus, haec autem sola virgo concepit et peperit semen divinum, verbum scilicet quod caro factum est et habitavit in nobis. Gli altri capitoli sono: 3. De sacramento baptismi et penitentia. - 4. De sacramento crismatis. - 5. De sacramento corporis
interest
et sanguinis Christi. - 6.

Hoc autem solum

De

libero arbitrio et gratia. - 7.
8.

De

pre-

destinatione et prescientia Dei. pariter et amari. - 9.
et juditio. - 11.
13.

Quomodo
- 12,

possit
10.

Deus timeri

De De timore

fide et operibus. -

De misericordia

et

amore.

De

laetitia et tristitia. -

De

vita conjugali et coelibatu, sive de abstinentia et gustatione
-

ciborum.

14.

De opere manum

et

sancto

otio. -

15.

Item

de
uti-

eodem.

- 16.

De

quiete claustri et frequenti mysterio. - 17.

De
il

litate praedicationis et virtute silentii. - 18.

De

resurrectione raorreso-

tuorum. Manca
*

nel

codice V ultimo

capitolo che secondo
fidei.

conto d'Anagni s'intitolava Confessio
Plut.

LXXXIX,

cod.

XLI,

e.

108 verso: Universis

Christi

Joachim dictus vigilate et orate ne intretis in tentationera. Loquens dominus abbas: Ezechieli prophetae quem tempore transmigrationis Babiloniae speculatorem constituerat domai Israel, post multa quae ei seribenda commiserit, comminatus est dicens: si me dicente impio morte raorieris, non annunciaveris ei, ipse quidem in impietate sua morietur. Sanguinem autem eius de manu tua requiram eie. ^ Fol. 279, col. 3: Incipit hymnus eiusdem abbatis Joachim de patria celesti. Fol. 280, col. 1: Incipit Visio eiusdem preclara ac plurimum admiranda de gloria paradisi.
fìdelibus,

ad quos

litterae istae pervenerint, frater

,

:

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

319

III

Esponiamo ora breveinente le idee di Gioaccliino prendendo le mosse dalle opinioni teologiche, condannate nel solenne Concilio del 1215. Queste opinioni
si

riferiscono al

domma
le

della trinità, intorno

al quale

rinacquero sempre
finite,

dispute quando

me-

glio

parevano

comecché non fosse possibile
opposti estremi,

tenersi egualmente lontano dagli
e col

dare maggior rilievo alla diversità delle per;

sone,

V unità divina correva pericolo per contrario dando maggior peso all'unità divina, la differenza
delle

persone diventava affatto secondaria ed eva-

nescente. Nella prima difficoltà ruppe Ario, nella se-

conda

Sabellio.*

dissidio, e

quando pareva composto il grave trovato il punto di equilibrio tra queste
il

E

opposte tendenze,
il

fatto smentì le previsioni, ed
alla

problema rinacque intorno
quelli che

natura di Cristo.

Anche qui
vano
il

davano maggior importanza

all'unità delle due nature divina ed

umana, corre-

rischio di assottigliare di tanto quest'ultima

da renderla qualche cosa di simbolico (docetismo);

*

Gioacchino nel Psalteriutn decein cordaruìn,

fol.

229, col. 4,

rileva questa difficohà:

hunaana temeritas quam ceca semper!
pietati

inimica semper

humane

presumptio!

Si sic

extimastì

simplicera divinam substantiam, uti seorsum a personis cogitaveris
illam, Sabellium sub Arrio palliasti;
si

seorsum a substantia tres

personas, Arriura sub Sabelli palliatione excusas.

,

.

320

LIBRO SECONDO

quelli al contrario che

mettevano in sodo

la realtà

della

persona umana minavano Tintrinsecazione delle
difficile

due nature. Era ben
concilii stessi

trovare un punto fermo
i

tra gli opposti indirizzi di Cirillo e Nestorio, ed
talvolta ebbero

a contraddirsi.

Non
ma-

farà dunque meraviglia se la discordia rinacque nel

decimosecondo secolo

,

e gli

stessi

pericoli si

nifestarono, e parve novamente difficile di causare
Scilla senza incorrere in Cariddi.

Nella mente di Pietro Lombardo,
tore del libro delle sentenze
l'
,

il

grande au-

la cura dell' unità del-

essenza divina appare manifesta. L' essenza divina

è qualche cosa di differente dalle persone, perchè

r essenza
si

è unica e le

persone sono

tre.

Quindi non
l'

potrebbe mettere in luogo delle persone

essenza,

e dire

ad esempio che

!'•

essenza del Padre ha ge,

nerato r essenza, del

figlio

e

V essenza del

figlio
si

quella del verbo. Contro questa esposizione

levò

l'abate Grioacchino,

il

quale pare che scrivesse un
il

opuscolo polemico contro

grande Lombardo, acle

cusandolo di mettere tale stacco tra V essenza e
persone, che in luogo della trinità
si

dovrebbe am-

mettere una quaternità in Dio, vale a dire un'essenza e tre persone. L' opuscolo è andato perduto

ma

le

accuse

sono ripetute nel

primo

libro

del

Decacordo^ ove è esposta molto chiaramente la dottrina opposta a quella del Lombardo.*

Le tre persone, loro come l'ulivo,
'

ei
il

dice,

non vanno

distinte tra

mirto e la palma, che sono
fol.

Vedi anche VExpositio in Apocalipsim^

34, col. 2.

,

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
alberi di diversa natura e specie
tre ulivi, che
;

321

ne tampoco come

sono bensì della stessa natura,

ma

di proprietà differenti; tati

né quali tre rami impiancosicché

nello

stesso

tronco,

questa rappreil

senti la sostanza e

quelli le persone,

cbe tor-

come ammettere una quaternità. Bisogna metter da banda codeste imagini, e prennerebbe
lo stesso

dere la similitudine da quella luce,
tutti
gli

che illumina
e

uomini che vengono

al

mondo,

dalla

quale procede quel calore che tutte cose avviva.

Da

questa luce, che

si

chiama

luminosi e calorifici,
figlio,

promanano i raggi come dal Padre promana il
sole,
le

che discese per illuminare

menti, e lo spi-

rito per infiammarle.

Tra

il

calore e lo splendore

del sole

non

sai

mettere distinzione, e frattanto, tu
;

non

dubiti che sien due

oh
di

!

perchè vuoi scindere

la divina sostanza per credere alla trinità di

Ma

un errore più grave
le

questo è l'altro,
il

Dio ? nova
si

invenzione dei nostri tempi, secondo

quale

dosic-

vrebbe ammettere
ché in questa
trinità,
si

persone oltre la sostanza,

riponga l'unità ed in quella la
il

come

se dicendo che

foco celeste e la luce
sieno lo stesso sole

ed
si

il

calore che ne
il

promanano

voglia sotto

nome

del sole indicare

una quarta

cosa oltre alle

tre.*

'

Psalt.,

fol.

229, col.

3.

Inter calorem et splendorem scissioet

nem
vis

facere nequis, et

tamen eos non dubitas esse duos;

divinam

substantiam scindere, ut trinum
his nequius est, nescio

deum

credere possis? Item

quod

que

tria preter

substantiam nova adin-

ventio assignare presumpsit, ut in altero unitas in altero trinitas
Tocco

L'Eresia ecc.

21

322

LIBRO SECONDO

Un'

altra

imagine che chiarisce
è

il

mistero della

Trinità è quella del Salterio dalle dieci corde. Questo

strumento musicale

uno, perchè sebbene al pari di
si

ogni corpo possa dividersi, pure ove
è più quel dato isfcrumento.

divida,

non
sia

Ma

non ostante che

uno, ha tre
lati o corni

lati

e tre

vertici, e ciascuno di questi

non deve essere preso
Il lato

nel senso di linea,

bensì di superficie.
perficie in

orientale è tutta la suil

quanto prospetta sull'oriente,

lato oc-

cidentale è la stessa superficie in quanto prospetta
sull'occidente, e dite parimenti del lato meridionale.

Così la stessa superficie ha tre prospettive differenti,

ed ecco come tre può essere uno, ed uno

tre.*
il

Non

discuto queste similitudini, che lasciano
far

tempo che trovano, né riescono a
l'incomprensibile.

comprendere

discuto dell'ortodossia della

dottrina. Il Concilio del

1215

maso molto più

tardi la

condannò e S. Tomcombattè notando che se
la

egli è vero che le tre persone

hanno pari valore,

demonstretur quasi cum substantiam illam igneam, que in celo est, et radium qui ex ea nascitur, et calorem unum solem esse dicimus, quartum aliquod solis nomine assignamus. Cfr. fol. 229, col. 2. * PsalL, fol. 230, col. 4: Inter cetera ergo opera domini, que
misterium exhibent
trinitatis,

raagnum tenet locum decacordum

Psalterium. Est enim, ut diximus, vas
dividi per partes potest, quia corpus est,

unum musicum, quod
non tamen ut esse

etsi

possit

decacordum Psalterium, quamdiu ergo Psalterium est, indivisum est. Si dividitur in partes non esse desinit id quod erat. Igitur vas ipsum unum est, sed tamen in tribus cornibus miro modo consistens. Adeo enim tria cornua ipsa unitas possidet indivisa, ut
et tria videantur esse

unum

et

unum

tria.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

323

non

è

men

vero

clie si

debba adoperare ima parola

per indicare ciò che esse han di comune, ed un' altra
pel differente; talché se la parola persona è tolta

a dinotare
ficare

le differenze, quella di

essenza deve signi-

V unità,
la

e viceversa

quest' ultima parola deve
si

esser lasciata da

banda quando
il

tratti

di espri-

mere

differenza dei rapporti,

non

l'identità della

natura.

Quindi a ragione

Concilio
:

respinse

al

pari di Pietro

Lombardo

la

formola

1'

essenza ge-

nera l'essenza.

Parrebbe dunque che fosse quistione
e così

di parole,

giudicano

i

più delle quistioni teologiche;

ma

in

verità trattasi di gravi

divergenze

d'indi-

rizzo.

E

nessuno ad esempio può sconoscere nella

teorica dell'abate Gioacchino

una tendenza a dar

risalto alle differenze personali a discapito dell'unità

d'essenza. Per lui V unitas ben differisce dalVuniis,

ha da attribuire all' individuo solo, laddove V unitas si può e si deve dire di una collezione d'individui che convengano in un pensiero, o abbiano un volere solo. Un aggregato d'individui come il popolo, la tribù non si potrebbe dire uno assolutamente, come se fosse una persona .sola, ma alVunus si deve aggiungere il suo sostantivo, tmus populuSj una plebs. Così parimenti le tre persone
L'
s'

unm

della Trinità,

avendo un solo

intelletto,

un volere

ed un potere possono ben

dirsi tinitas^

unum^

ma

non tmus

se

non

vi si
;

aggiunga unus

deus. Sotti-

gliezze senza dubbio

ma

in fondo trasparisce chiaro

l'intendimento di attribuire maggior valore alla dif-

324

LIBRO SECONDO

Gerenza delle persone, e ridurre la misteriosa unità di

natura ad una comunanza di pensiero o di volontà.*
Certo egli crede di restare nei confini della dottrina

ortodossa, né dubita di avere ben fondata)
di

l'unità
egli,

essenza.

Chi potrebbe imaginare, dice

maggiore fusione del fuoco che si aggiunga a fuoco? Eppure v'ha più profonda ed intima unità,
quella dello spirito che
si

unisce collo spirito così

da formare uno spirito
insista

solo.

Ma

con tuttoché egli
a

sull'unità

dell'essenza, e nell' adoperarsi

rinsaldarla usi talvolta espressioni, che S.

Tommaso
si

farebbe sue,

ciò

non pertanto

il

suo pensiero

ferma con compiacenza

sulla diversità delle persone,

e sull'incompatibilità dell'ufficio

che a ciascuna di
è
il

esse è attribuito. Soltanto
il

il

Padre

genitore, solo

Figlio è generato, solo lo Spirito procede da enil

trambi. Parimenti soltanto
e lo Spirito
;

Padre invia
s'

e

il

Figlio

soltanto

il

Figlio

incarna, solo lo Spi-

rito discende in

forma

di colomba.^

E

per questa di-

'

Psalt.y

fol.

231, col. 2: Aliud sonat unus, aliud sonat unitas.

Unus non absolute dici nequit, nisi de una persona. Unitas vero proprie dici non potest nisi de duobus ad minus. Neque enim curri iubemur consistere in unitate, ad singularem personam referri posse credendum est, licet ad populum, ad conventum, ad plebem. Cum enim dicitur absolute: unus est hic aut illic, non est in loco iile
nisi

unus, persona incunctanter intelligo;

cum

vero dicitur: unitas

est in loco ilio, profecto nihil aliud intelligimus,

cor

unum
*

et

animam unam
fol.

;

hoc

est

quam multorum unam voluntatem et unum
est, solus

consensum.
Psalt.,
240, col. 1: Solus

tamen Pater genitor

Filius genitus, solus Spiritus sanctus ab utroque procedens. Solus antera Pater sic mittit Filium et Spiritum sanctum, ut a nullo mit-

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
Tersità
di

325

funzioni
;

spetta a ciascuna persona
s'

un

nome
di rito

diverso
il

il

Padre

ha da chiamare con nome
che
ci

Timore,

Figlio con quello di Sapienza, lo Spidi Carità. Il

con quello

spiega come
il

il

principio della sapienza stia nel timore, ed

fine

nella carità. Il Padre, creando dal nulla le cose volle

mostrare

il

poter suo, ed

incutere
e

terrore

negli

uomini perchè non peccassero,

non che correggere

blandamente
ribile

i

peccatori,
Il

li

ebbe a punire con ter-

severità.
i

Figlio invece

non

colla

potenza
inspira

debellò
e
dell'

superbi,

ma

colla dottrina della sapienza

umiltà.

Lo

Spirito

Santo infine

e'

V amor di Dio
il

e dei nostri simili, così

che scacciato

timore noi

ci

rallegriamo

dell'

essere liberi.

E

nello

stesso

modo che sono
i

diverse le persone divine, sono

diversi del pari

doveri nostri verso di loro.

Ed
;

a

cagione del Padre-timore siamo tenuti ad obbedire;
a cagione del Figlio-sapienza dobbiamo leggere
a
e

a cagione dello Spirito-carità dobbiamo cantare pregare ed amarci come
fratelli.*

Ma

se diversi
il

sono

gli ufficii delle tre

persone
si

e diverso anche

modo come

gli

uomini

com-

tatur, et idcirco eterna Patris divinitas

communis
est.

est Filio et Spiritui

sancto. Incarnatio vero Filli propria Filii
vel iguis propria Spiritus sancii, etsi
*

Assumptio columbe

Psalt.,

fol.

240, col. 2: Sicut

Bapientie Filium, ita charitatis
Fol. 241, col. 3: In actionis

una sit operatio trium. autem timoris nomine Patrem, nomine intelligimus Spiritum sanctum.

obtinentia timor domini, in lectionis

studio sapientia, in oratione et confessione operatur dilectio. Te-

nemur

obedire per timorem, qui est Pater; tenemur legere per sa-

pientiam, qui est Christus; tenemur psallere et orare per charita-

tem, qui est Spiritus sanctus.

326

LIBRO SECONDO
egli è

portano verso di loro,
nella storia del

ben chiaro che digli

verso è l'influsso che ciascuna di esse ha esercitato

mondo. Secondo che

uomini pro-

grediscono, ed ai sentimenti del terrore sottentra^
la

brama del sapere, e poscia l' amore del prossimo, muta il regno delle persone. Fu un tempo in cui gli uomini non conobbero se non il rigor della legge,
e

dominava incontrastato

il

Padre.

A

questo lungo

periodo successe l'altro in cui fu scoperta la verità,
sulla quale era

da secoli tirato un

fitto

velo, fu

il

regno del Figlio, o dell'eterna sapienza.
questo secondo periodo non
storia, L'
si

Ma

con

chiude

il

corso della

uomo
e la

teme,

sa,

ma non

ancora

ama quanto
non an-

dovrebbe,

fiamma

del santo

spirito

il suo cuore; onde è necessario che al regno del Figlio sottentri quello dello Spirito.* Io non credo che questa dottrina dei tre stati

cora scalda

sia la

conseguenza

di

un ragionamento teologico,
Altre radettata, e

come parrebbe

dalla nostra esposizione.
l'

gioni senza dubbio
l'invitta fede in
nità.

hanno

prima fra tutte

Ma

la

genitrice di

un migliore avvenire della cristiadottrina della trinità se non è la proquella dei tre stati, le ha certo fornito i

'

Che una connessione corra
Pro eo enim quod Deus

tra

la

dottrina della trinità e
fol.

quella dei tre stati lo dice V Expositio in Apocalipsim.,
col. 2.

142»
cer-

trinitas est, in tribus

magnis

taminibus oportebat dissolvi regnum mundi hujus a compage sua»
ut statueretur perpetue
col. 4.

regnum

Dei. Cfr. Concordia,

II, I, 6, fol.

S,

una persona esset deus, nec tria distincta opera essent querenda, nec in uno tamen concordia assignari valerti.
Alioquin
si

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
migliori

327

argomenti

di

una dimostrazione.

A

chi

tanto insisteva sulla successione dei due regni del

Padre

e del Figliuolo

dovea parere strano che fosse

lasciato da parte lo Spirito.

Per

giustificare

l'

esclu-

sione sarebbe stato uopo di provare

che la terza

persona non avesse un carattere così spiccato come
quello del Padre e del Figlio,
il

che sarebbe as-

surdo, perchè la teologia attribuisce alle tre per-

sone pari valore. Così pari efficacia debbono esercitare nella storia del

mondo.
ci

Quest'ultima ragione
tanti
delle

suggerisce due imporè

considerazioni.

La prima

che se V azione

persone è parimenti
stati,

efficace, nello studio dei
si

due regni o

che finora ebbero luogo,

deb-

bono scoprire più profonde analogie di quel che si creda comunemente; e la durata del regno ad
esempio dev'essere
la stessa,

perchè pari è l'inten-

sità dell' azione delle

due persone. La seconda con-

siderazione è questa: che guardando bene addentro
nelle due storie per iscoprirvi la meravigliosa con-

sonanza, non solo conosceremo nella verità sua
passato,

il

ma
fol.
,

divineremo

1'

avvenire.'

Perchè in ogni

*

Apoc,

3,

col. 2:

Est enim clavis veterura notitia futu1
:

rorum. Conc.

Intelligentia illa quae Concordia que a deserto porrigitur ad civitatera, interppsitis locis hnmilioribus, in quibus se viator ambigat iter rectum adire, et nihilominus interpositis jugis moutium, a quibus possit posteriora et anteriora respicere, et residui itineris
II, 5, fol.

8, col.

dicitur similis est vie continue,

rectitudinera ex retroactae viae contemplatione nietui.
qui

Omnis enim,

coram

facie gradiiur, ubi

itineris

vestigium non apparet, ex

aspectu retroacti agendi rectitudinem pensai.

328

LIBRO SECONDO
l'azione
dello Spirito

modo meno

non dovrà
si

essere da
il

delle altre
il

due persone,

e conosciuto

prin-

cipio ed

corso di un processo storico
la fine.

può age-

volmente predeterminare
Questo è
il

pensiero fondamentale del più antico
,

e più originale dei libri di Gioacchino

la Concordia,

In opposizione agli

eretici

contemporanei, che po-

nevano uno studio a rilevare le contraddizioni tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento, questo opera di

Dio

,

quello del Diavolo

,

Gioacchino mette in luce

un' armonia e concordanza anche in quei punti, dove

V occhio comune non sa scoprirla. Ben vero ei non nega le stonature non solo tra i due testamenti, ma
ben anco tra
le

varie parti del Testamento Nuovo.*

poteva certo dissimularsele egli che in un se-

colo , in cui la critica

non

esisteva

ancora
sacro

,

osava

pur distinguere tra

libri e libri del

canone,

né dubitava di attribuire minor valore agli evangeli

non

apostolici di

Marco
e

e

Luca

in confronto degli

apostolici di
ebrei, che

Matteo

Giovanni, ed approvava gli

fanno maggior conto delle storie di Giobbe
di

ed Ester in paragone

quelle di

Tobia

e Giu-

*

Cono. ,

II, 1, 1, fol. 6, col. 3.

Multum ergo

distat inter

utrumque

celum, multum

inter

utrumque testamentum

differentia est. Differuot

sane utriusque nativitates, differunt vite, differunt bella, differunt et victorie. Illi enim ex carne, isti ut jam dixì ex aqua et spiritu
nati sunt ....
illi

faciebant uxoribus libelluna repudii ....

isti

in

typo Christi et ecclesie singuli singulas teneri jubentur .... illi prò terrenis possessionibus pugnaverunt, isti non tam prò terra aut qualibet terrena substantia,

sed prò sancte liberiate ecclesie et salute

spirituum suorum preliare noscuntur.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
ditta/

329

Ma

non ostante
il

le critiche

audaci ad una
il

vera opposizione tra

Vecchio ed

Nuovo Te-

stamento non prestava fede, ed era convinto che, ben cacciando lo viso a fondo, quello che pareva
alla

prima contrasto, andava risoluto in un accordo.
alla lettera,

Bisognava solo non tenersi

ma

inter-

petrare in un senso allegorico ciò che nel letterale

porgeva argomenti a dubbiezze.^ Epperò dell' interpetrazione allegorica nessun Cataro, nessun Valdese
fece
il

mai uso come Gioacchino, che spesso ripete
:

detto dell' apostolo

« la lettera

uccide

,

lo spirito

vivifica,

e ciò che inteso intellettualmente edifica,

preso alla lettera è insipido ed ingannevole

»/

Ma
*

che cosa intende

il

nostro autore per alle-

goria? Ascoltiamo lui stesso. L'allegoria egli dice,
Apoc,
fol.

3, col. 1.

evangelia data sunt ....
apostoli

Duo

Pro quattuor autem historiis quattuor vero medii Marcus et Lucas non
et

sunt, sed

apostolorum discipuli

audita potius

quam,

visa describunt. Sicut ergo

apud nos

si

humano

liberaretur judicio,

quam quod non tam visa quam audita scripserunt, ita historiarum quattuor, prime et ultime, Job scilicet et Hester majorem judeorum presbiteri auctoritatem dederunt, quam duobus mediis, Tobie vero et Judith.
apostolorum
discipuli
*

majoris auctoritatis esse quis diceret que apostoli visa,

Cono.,

II, I, 1, fol. 7,

col. 2.

altare testamenti prioris prò

Oportet inquam nos in hoc opere dono omnipotentis Dei ordinate com-

ponere, fundentes et statuentes desuper
aliud
inter aliud, ac
si

aquam testamenti novi, ut rota infra rotam inesse per concordiam

videatur. Invisibilem

de

tertio celo dirigere,

autem spiritum ignem suum spiritualem veluti ut, veniente quod perfectum est, evacuet

quod ex parte.
*

Conc.^

Ili ^^

18, fol. 29, col. 4.

Attendamus ergo

spiritualiter

quae
liter

spiritualiter dieta sunt, et

quemadmodixm

aedifìcent spiritua-

resoluta quae, carnaliter intellecta, insipida sunt.

330

LIBRO SECONDO

è la simiglianza del

minimo

col

massimo, come ad

esempio del giorno

coli'

anno, della persona colP or-

dine, colla città, col popolo e simiglianti. Così Abramo
è

un uomo

e significa

V ordine dei patriarchi. Paricreda che con questa distinvalore ed
il

menti Zaccaria.'

si
il

zione vada ristretto
l'

significato del-

allegoria; perchè l'autore sa noverarne sei specie,
delle
il

l'ultima

quali

suddivide in

sette altre, così

da toccare
anagogica,

sacro

numero

dodici.

Le

sei

specie

sono: storica, morale, tropologica, contemplativa,
tipica.^

Parrebbe che

la

storica

fosse

un' interpetrazione letterale e tutt' altro

che alle-

gorica. No, risponde Gioacchino,
storica è diversa dalla storia, e

l'

interpetrazione

Abramo ad esempio
figli.

diviene

il

rappresentante degli uomini obbedienti a
il

Dio,

come Isacco
Cono., .Prol.,

rappresentante dei buoni

*

fol. 8,

col. 1.

Allegoria est similitudo cujuscus-

que

rei

parve ad

maximam

tem, persona ad ordinem ve! ad
mille talia. Verbi gratia

dies ad annum, ebdomada ad etaurbem ad gentem ad populum et Habraam unus est homo et significai or-

ac

si

dinem patriarcharum, in quo multi sunt homines. Zacharias unus est homo et hoc ipsum significat. Sarra una est femina et signiiìcat Synagogam .... Datus est filius Sarrae, filius non carnis sed permissionis temporis senectutis suae. Hoc est quando venit plenitudo temporum ut mitteret Deus filiura suum; ergo Elisabethe illud idem significat. 2 Conc, lib. V, cap. I, fol. 60, col. 3, 4; Apoc, fol. 14, col. 3.
Tutte queste interpetrazioni
col. 3.
si

riducono a quattro principali,
1.°

fol 61,

Quia ex

hiis

omnibus quatuor sunt

intelligentie prin(Mpales,

que ceteras omnes continet infra se
ralis

Historica seu et

2° mo-

S° contemplativa

(

sub cujus nomine continentur duo tropo-

logica et anagogica, q'narum prima inferior est contemplativa, se-

cunda superior]

et 4.° typica,

que dividitur

in

septem speciebus.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
L' interpetrazione morale in luogo dell'
in rilievo
la qualità

331

uomo, mette

dominante, come a dire nel-

Tancella

Agar

vien raffigurata la concupiscenza car-

nale. L' interpetrazione tropologica
se

non

lia di

mira

non

il

modo come

in quel fatto o persona possa
;

intendersi significata la parola di Dio

così ad esem-

pio
la

Agar
donna

o l'ancella rappresenta la lettera, Sara
libera,
lo

spirito.
i

L' interpetrazione

con;

templativa riguarda

varii gradi dell'attività

umana

r ancella ad esempio rappresenta la vita attiva, la padrona per lo contrario la contemplativa. L' interpetrazione anagogica
così
ci solleva dalla

terra al cielo,

Agar rappresenta

la

vita

presente,

Sara la
divide
al tal

futura.
L' interpetrazione tipica già
in
sette

dicemmo

si

specie.

La prima

si

riferisce

soltanto

Padre, né esce dal Vecchio Testamento. Per
guisa se
Ebrei,

Agar rappresenta, poniamo, la plebe degli Sara la tribù di Levi. La seconda specie si
cbe nel suo regno
la
;

riferisce al Figlio, ed agl'istituti

prevalsero
secolari,

così

Agar rappresenta

Chiesa dei

Sara quella degli
riferisce allo Spirito,

ecclesiastici.

La

terza

come ad esempio nelr ordine monastico, che fiorisce nel terzo stato, Agar rappresenta i conversi, Sara i professi. La quarta specie si riferisce al Padre e Figlio insieme. Agar è la Sinagoga, Sara la Chiesa dei latini. La quinta specie si riferisce invece al Padre ed allo Spirito. Agar è di nuovo la Sinagoga ma Sara muta e rapspecie
si
;

presenta la Chiesa spirituale, che

fiorì

al

principio

332
presso
i

LIBRO SECONDO
Grreci nella religione
si

monastica (anacoreti).

La

sesta

riferisce al Figlio ed allo Spirito,
la

come

a dire Agar rappresenta
che durerà sino alla
settima specie infine

Chiesa per

le

sue colpe

serva ed oppressa, Sara invece la Chiesa spirituale

consumazione dei
si

secoli.

La
le

riferisce

a tutte e tre

persone insieme. Agar rappresenta la Chiesa passata e presente, vale a dire tanto la giudaica quanto
la cristiana,

Sara invece la Chiesa futura.*
di

Seguitando
diversi

questo

passo ad

enumerare

i

scopi a cui può

essere indirizzata l'inter-

petrazione allegorica, potremo
dodici

contare

non

solo

ma
si

infinite specie di allegorie.

Questa viziosa
quanta
li-

classificazione giova soltanto a mostrare

bertà

prenda

il

nostro autore nelP interpetrazione

come senza scrupolo passasse da un' interpetrazione ad un' altra quando la prima non gli faccia più al caso. Con quest' agile manovra non è difficile far convergere tutti i testi, ed elimidei sacri testi, e

nare tutte

le

contraddizioni. S. Paolo ad es. parla
gli anti:

per ben due volte di vescovi ammogliati, e
chi

patarini solevano citare con compiacenza quel passo

non voglia bruciare

si

ammogli.

A

Gioacchino

propugnatore della castità riesce agevole d'interpetrare a

modo

suo questo incomodo testo, intendendo
la

per moglie non
ostacolo più
ci

donna
il

ma

la Chiesa.^

Così nessun

sbarra

cammino, perchè l'interpe-

'

Concordia, V,

2,

fol.

61, col. 1; cfr.

II,

I,

29, fol. 28, col. 2.

=^

Apoc,

fol.

63, col. 4.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
trazione allegorica
i

333

non

lia

nessun confine.

Non
e

solo

personaggi

biblici,

ma

le loro

opere altresì hanno

un significato simbolico, come la passione di Cristo vuol dire il Vecchio Testamento e
rezione
il

morte

la risur-

Nuovo. Né

i

corpi celesti, ne gli elementi

della natura

vengono
il

sottratti a questa ^trana
i

mesolo

tamorfosi; che

sole, la luna,

pianeti

non

sono creati a risplendere nella volta del
significare

cielo,

ma

a

ben anco

la luce invisibile.
il

E

codesta
Talvolta

siil

gnificazione

muta secondo

bisogno.

sole vuol dire Cristo, la luna è la Chiesa, le stelle la

moltitudine dei fedeli
la vita

;

tal' altra il sole

rappresenta

contemplativa, o se vogliamo la Chiesa
,

me-

ditante

e la

luna invece la vita attiva, o la Chiesa
esclusa però

predicante.

Non è

una
il

terza,

una quarta
al pari del

interpetrazione,

come

a dire

sole rappresenta la

vita futura, la luna la vita presente.
sole e della luna sono simbolici
celesti.

Ed

anche

gli altri corpi

Saturno mettiamo a quel che dicono, di nail

tura freddo, e che più lentamente compie

suo giro

intorno al sole, rappresenta

il

padre Adamo, che

tremò dal freddo in paradiso, e visse più di tutti gli uomini, che da lui nacquero. Dopo questo esempio non parrà strano che al pianeta Venere di qualità
temperata
si

agguagli
il

il

giusto

Noè né che
;

si

metta
sim-

in confronto

sapiente Mercurio con quel vaso di

scienza che fu Moisè.

certo è più strano
il

il

bolismo degli elementi, secondo

quale

l'acqua,

con cui

si

battezzano

i

Cristiani, rappresenta la grazia

che fu data agli uomini nel secondo periodo, V aria^

834

LIBRO SECONDO

quella che s'impartisce ora nel principio del terzo,

ed

il

fuoco

l'ultima e più meravigliosa

che sarà
le

impartita nel dì della risurrezione/ Secondo
di
di

idee

Gioacchino
voler

i

Catari non avrebbero avuto torto
al

sostituire

battesimo

coli'

acqua quello

col fuoco,,
si

un calore che comunichi da corpo a corpo imponendo le mani
bruci,

un fuoco che non

sul capo del convertito.

Ma

torniamo

al

metodo

allegorico.

In grazia

di questo

meraviglioso processo,

che sciogliendo

tutte cose nel mistico vapore dei simboli, raccosta
le

più lontane, accorda
di

le

più opposte, non sarà certo
il

malagevole

fondere in uno

vecchio ed

il

nuovo

Testamento, non ostante
siate discreti,
i

le loro

antinomie. Purché

né vogliate
dubitare

la

rassomiglianza in tutti
vecchio Testamento

particolari,' la

dimostrazione é presto fatta, né

alcuno potrà

che

il

non abbia valore per

sé; bensì

come simbolo pre-

cursore del nuovo. Questa è la cosiddetta Concordia dei due Testamenti, o vogliam dire simiglianza
di giusta proporzione tra
il

nuovo ed

il

vecchio Te-

'

Queste strane allegorìe
fol.

si

leggono nel
3.

Commento alVApo-

calisse,
^

53, col. 4; fol, 54, col. 3, 4.
I,

Sciendum quoque quod consed secundum quod clarius et evidentius est; non secundum cursum historie, sed secundum quid .... Ita novum testamentum simile est veteris testafol.

Conc, IV,

42, col.

2,

cordia non secundum totum exigenda est,

menti .... Sicut ergo sunt arbores sylvae plurimae quae
pitibus sunt similes sed

in sti-

duo testamenta

in

tamen in ramis foliisque dissimiles, sic et rebus quidem generalibus similia sunt sed in

specìalibus dissimilia.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
stamento, giusta in quanto
alla dignità,
al

335
in quanto

numero non

stantechè persona e persona, ordine e
si

ordine, guerra e guerra,

raffrontano tra loro,

come

Abramo
i

e Zaccaria,

Sara ed Elisabetta, Isacco e
e

Giovanni Battista, Gesù in quanto uomo
dodici patriarchi ed in pari

Giacobbe,
'

numero gli apostoli. Il parallelo numerico è adunque la base della concordanza, epperò vanno numerate accuratamente le
generazioni cbe precedono e quelle che seguono la

venuta di Cristo.
colo,

E

se
la

una volta non torna
seconda

il

cal-

bisogna rifarlo

e la terza colla co-

stanza e la fede di un cabalista; perchè non è da
dubitare che da quel congegno sottile
e sottrazioni di

somme
^

balzerà fuori la cifra

dell'

avvenire.

Basteranno pochissimi cenni per comprendere
questa nuova aritmetica. Matteo nel primo capitolo
'

Conc,

II,

I, 2,

fol. 7,

col. 2.

Concordiam proprie esse

dici-

mus

similitudinem aeque proportionis novi ac veteris testamenti,

eque dico quoad numerum non quoad dignitatem, cuna videlicet persona et persona, ordo et ordo, bellura et bellum ex parilitate

quodam mutuis
Sarra

se vultibus intuentur, utpote

et Elisabeth,

Isaac et Joannes Baptista, et

Habraam et Zacharias, homo Jesus et

Jacob, duodecim Patriarche et numeri ejusdem apostoli, et quodli-

quod totum ubicumque occurrerit non prò sensu allegoduorum testamentorum facere certum est, unum vero spiritualem intellectum ex utroque procedere. ' Conc, II I, 10, fol. 10, col. 3. Non igitur secundum intellectum numerum annorum extimanda sunt tempora ista, sed secundum numerum generationem. Etenim ab Adam usque ad Christum fuerunt gènerationes quadraginta et tres, et ab Osia usque ad finem secundi status sexaginta tres; ab Osia namque initiatum est testamentum novum quod confirmatum est in Christo, ne prius
bet simili,
rico sed prò concordia

videretur deficere vetus
rainaret ex

quam novum

seminatura et radicatum ger-

humo

et

produceret fructum.

336
del suo vangelo

LIBRO SECONDO

numera

le

quaranta generazioni,
la

che precorsero secondo
cominciare da

lui

nascita di Cristo a

Abramo per terminare
l'

a Giuseppe.
le tre

Non

deve far caso che
di

Evangelista trascuri

generazioni

Ochozia, Gioas ed Amasia, che tra-

mezzano tra Gioram ed Uzzia; perchè chiudendosi con Gioram un periodo della storia ebraica, e cominciandone un nuovo con Uzzia è agevole inserire tra questi due estremi un periodo di transizione, nel quale si contengano tre termini: l'antico non ancora finito, il nuovo non ancora cominciato, ed un intermezzo tra il vecchio ed il nuovo. Sistema
molto ingegnoso per accomodare
gusti. Il perchè poi
la storia ai nostri
si

con Gioram

chiuda un pe-

riodo
detto.

e

con Uzzia ne cominci un altro è subito
risale oltre

Matteo non

Abramo, ed a ragione
l'impero
di quella

perchè con

Abramo comincia
calcoli di

legge della circoncisione, che durò fino a Cristo.

Ma
e
il

compiendo
creazione

i

Matteo
il

e risalendo sino alla

dell'

uomo

tra

primo padre Adamo
le
1'

primo patriarca,

col quale comincia la legge, si con-

tano venti generazioni. Se dunque dopo
venti generazioni
s'

prime

è chiuso

un periodo,
la

analogia

vuole che dopo
altro. Così

le

seconde venti se ne chiuda un

con Gioram, che è

ventesima gene-

razione dopo

Abramo

si

chiuderà un periodo, e tra-

scurando

le tre

generazioni lasciate da Matteo, con
^

Uzzia

si

aprirà

di un' età

un nuovo. E che Uzzia sia il padre nuova non è a dubitare, perchè ha molta

^

analogia con

Adamo

e

con Cristo. Al pari

di

Adamo
j

,

DALLO SCISMA ALL' ERESIA
venne punito per
luogo santo
;

337

la

superbia,

e

scacciato da
i

un
gli

al pari di Cristo vinse
il

Filistei e

Ammoniti, ed
gnore.'

suo

nome risuonò

fino nel lontano

Egitto, e volle essere egli stesso sacerdote del Si-

E

ben strano

in verità che Gioacchino
il
,

metta

analogia tra Cristo,
dine
di

vero sacerdote secondo l'or-

Melchisedec

ed

il

re Uzzia

che assunse

V ufficio sacerdotale indebitamente, e per la sua prepotenza appunto venne punito colla lebbra. Ma la
logica dei paralleli consente queste licenze, e pos-

siamo tenere per provato che con Uzzia comincia

un nuovo periodo.
con Cristo, cioè
il

Ma

quale periodo comincia con

Uzzia? Quello stesso che in un altro senso comincia
periodo dei sacerdoti.

E

perchè

non faccia intoppo questo doppio incominciamento, si sappia una volta per tutte che in ogni periodo storico si deve distinguere il tempo in cui si spargono e fecondano i semi, e quello in cui si raccolgono i frutti. Per tal guisa il primo periodo della storia germoglia con Adamo e fruttifica con Abramo, e parimenti il secondo germoglia con Uzzia e fruttifica

con Cristo. Queste anticipazioni sono un pre-

zioso espediente, la cui

mercè Gioacchino può sco-

'

Oltre alle suddette analogie Gioacchino sa scoprirne un'altra

riferita. Conc, IV, 2 ad concordiam pertinere non est dubium, quod sicut Eva prima mater corrupta per serpentera genuit geminos in peccato, quorum junior a primogenito interfectus est;
fol.

che per la sua singolarità merita di esser
43, col. 2.

Sed

et illud

ita,

ut traditur, tempore predicti Osie mater populi romani, que vo-

cata est

Rhea

vel Ilia,

geminos concepit de stupro,
occidit.

et nihilominus

primogenitus juniorem
Tocco

L'Eresia ecc.

22

338

LIBRO SECONDO
il

prire cristiani prima di Cristo, e spirituali avanti

regno
tre
i

dello spirito, e talvolta vede effigiati tutti e

periodi nei più

antichi patriarchi,

Abramo
il

Isacco e Giacobbe.*

Dopo

queste spiegazioni

facciamo di nuovo

calcolo. Alle quaranta o meglio quarantatre generazioni, che

precedono Cristo, aggiungendo
il

le

venti

che

si

contano tra

primo parente ed Abramo,

avremo un sessantatre generazioni, ventuna per ciascuno dei tre periodi in cui si può dividere il tempo
trascorso avanti Cristo;
il

periodo che precede la
il

circoncisione, quello della circoncisione, ed

terzo

dei profeti. Così prima di Cristo abbiamo già una

*

Conc,

II,

I,

5,

fol. 8,

col. 2.

Habet autem

iter istud,

quo

pergere cupimus, duce deo, aliquid securius utpote

quam non

aliquo

casu agitur aut agi
versis

capit,

sed in dei sapientia et doctrina habens

stationes suas certis limitibus designatas.

Qui videlicet limites

dì-

modis considerandi sunt, largo seu et districto secundum majora tempora et secundum mediocra et minora quod totum de numero generationum et temporum proprietate colligi tur. Aliud namque tempus fuit, in quo homines vivebant secundum camera,
;

hoc

usque ad Christum, cujus initiatio facta èst in Adam, Aliud in quo vivitur inter utrumque, hoc est inter carnem et spiritum, usque scilicet ad presens tempus, cujus initiatio facta est ab Heliseo propheta, sive ab Osia rege Juda. Aliud in quo vivitur secundum spiritum usque videlicet ad finem mundi, cujus initiatio a
est

diebus beati Benedicti. Fructificatio itaque vel
temporis, sive ut dicimus melius, primi Status ab

proprietas primi

ad Zachariam patrem Joannis
ficatio

Baptiste, initiatio

Habraam usque ab Adam. Fructi-

secundi status a Zacharia usque ad generationem quadragesimam secundam; initiatio ab Osia sive a diebus Asa sub quo

vocatus est Heliseus ab Helya propheta. Fructificatio tertii status ab ea generatione, quae fuit vigesimasecunda a Sancto BenedictOj

usque ad consumationem seculorum ;

initiatio

a Sancto Benedicto.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

339

tripartizione clie contiene in effìgie le tre età del

mondo.*

E

se

vogliamo seguitare

oltre nella

divi-

sione, divideremo l'èra precristiana in sei

periodi

da dieci generazioni l'una, perchè anche il dieci è un numero perfetto. Il primo periodo da Adamo
al diluvio

(Noè);

il

secondo dal diluvio

alla distruil

zione di

Sodoma

e

Gomorra (Abramo)
degli stranieri;

;

terzo sino

ad Obed che fu contemporaneo
deir alleanza in
a Gioas

di Elia, e vide
il

V arca

mano

quarto fino

quando Israele cominciò ad essere stermiil

nata da Azael re di Siria;
tività di Babilonia,

quinto sino alla catfino alla

ed

il

sesto

venuta di

Cristo.^

Ma

queste sessanta generazioni non bastano
le tre

se

pur s'hanno da contare

trascurate da Matteo,

ed avremo così

lo spazio

per un settimo periodo,
Sicché tutto
il

composto
zioni,
'

di tre generazioni sole.
si

pe-

riodo precristiano

come
II

in sette

può suddividere età vedremo che
Ab Adam

in sette sesi

divide la

Conc,

a, 18, fol. 13, col. 1.
:

fuerunt generationes 21

a Jacob usque ad Asa

et alio

usque ad Jacob modo usque

ad Osiam generationes 21; licet enira judices qui prefuerunt populo Israel non pertineant ad ordinem generationum taraen prò
;

generationibus accipiendi sunt, quia quedam propagatio spiritualis
fuit in eis sicut ut in regibus Jude et Israel. Exinde ab Asa usque ad Achim, sive ab Osia usque ad Christum generationes 21. ^ Conc, II I, 19, fol. 13, col. 1. Quia denarius numerus per-

fectus est integer in seipso, in eo velut in fonte aliorum statuendus

esset finis inquisitìonis nostre .... Si

quidem ab

Adam

usque ad

diluvium generationes decem, a diluvio usque ad subversionem So-

domorum generationes decem. Exinde usque ad Obed, qui fuit contemporaneus Hely, generai. X. Exinde usque ad Joas, in cujus diebus cepit sterminari Israel ab Azael rege Siriae, gen. X. Exinde «sque ad trasmigr. Babilonis gen. X.

840
storia

LIBRO SECONDO
del

mondo.

E

questo

sacro

numero

sette

ritorna più volte nei divini libri, a cominciare dai
sette giorni della creazione nel Genesi sino ai sette

candelabri, ed alle sette Chiese, ed ai sette angeli

ed

ai sette suggelli àelV Apocalisse.^

Determinate così
delle altre

le divisioni e suddivisioni del-

l'èra cbe precede Cristo, sarà più facile lo studia

che seguono.
le

E

stabiliremo in primo-

luogo che

generazioni del secondo periodo dole

vendo pareggiare
né meno

antiche debbono essere né più,

ben inteso che queste sessantatre generazioni non si debbono contare dalla venuta di Cristo, bensì dal re Uzzia; perchè la prima parte del secondo periodo, ovvero Fetà della fecondazione incomincia,^ come dicemmo, di là. Quindi in verità al periodo cristiano in proprio non spettano
di sessantatre,

non quarantadue generazioni che noi, nati, come vedremo nella quarantunesima, possiamo bene pase
,

ragonare
accordo.

colle

antiche

per

scoprirne

il

mirabile

Questo paragone vien fatto per minuto confrontando principalmente la serie dei papi ed imperatori con quella dei re
di

Giuda

e d' Israele.
l'

È

naturale che

in molti errori è dovuto incorrere

autore in

omag-

Conc, II, 1, 23, fol. 14, col. 3. Et que sint illa septem signacula (memorata in libro Apocalipsi) septem signa quorum sex peracta sunt in labore fìliorum Israel, septimum in otium. * Conc, II, I, 9, fol. 10, col. 2. Primus status tenendus est ab
*

Adam

tertius a beato Benedicto

usque ad Christum, secundus ab Osia rege usque ad presens» usque ad consumationem seculi.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
gio alla desiderata simmetria; ed ei stesso
se

341

ne

riconosce
delle

colpevole, ed attribuisce alla

corruzione

cronache quello che in grandissima parte è
al

dovuto
ria.*

suo

modo

di studiare

ed elaborare la sto-

Ne

noi lo seguiremo in questi raffronti;
il

ma
me-

daremo soltanto pochi esempi per mostrare
todo ed
il

risultato della ricerca.

La duodecima generazione, che ebbe
tevoli

principio

sotto Costantino imperatore e Silverio papa,
riscontri
colla

ha no-

duodecima generazione giudaica, a cominciare da Giacobbe. Imperocché in questa il popolo d'Israele ebbe un re unto dal
Signore (Davide)
disfatti
i
,

ed in quella

il

popolo dei

gentili,

nemici della vera fede, sortì finalmente un

re cristiano (Costantino). Neil' antico fu eletta

Ge-

rusalemme e messa al da David; nel nuovo
primato sopra

di la

sopra di tutti
Chiesa di

i

tabernacoli

Roma

ebbe

il

le orientali.

E

cominciò per la do-

nazione di Costantino quel potere temporale la cui
legittimità Gioacchino riconosce, a patto però che

supremo sacerdote abbia la suprema potestà, ma non l'uso, perchè non accada che chi milita con Dio non si mescoli nei negozi temporali. Un altro
il

maxime in

autem lectorem moneo et annorumnumeris studiosum, ut si forte in distinctione pontificum et imperatorum aliquid per generationes singulas invenerit corrigendunQ, quod ex corruptione multimodo chronicarum accidesse posse non nego, liberum sit ei pie tamen et veraciter emendare, ne forte sicut ego in diversis diversa repperi, ita accidere potuerit ud ad summara veritatis venire ne'

Cono., IV, 24,

fol. 53,

col. 4. Illud

legendis historiis et notandis

quierit ....

342
"benedettino,

LIBRO SECONDO

come dicemmo
le

altrove, avea manifestate

prima

di

Gioaccliino

stesse idee sulla

potestà

terrena dei papi/

Nella generazione che succede alla duodecima

non trova Gioaccliino un imperatore che pareggi per
sapienza
il

corrispondente re Salomone;
dottori

ma

se

mancò

l'imperatore, non mancarono

della Chiesa

come
stino,

Ilario,

Girolamo, Giovanni Crisostomo ed
il

Ago-

che non temono

confronto del sapientissimo

monarca,

e riconoscono la loro scienza dall'ispira-

zione di Gesù Cristo, che è
piti

un

altro

Salomone ben
ingenostro autore

alto. Il

trovato è ingegnoso!^
i

Né meno
il

gnosi sono

riscontri che scopre

*

Cono., IV,

3, fol.

44-45.

II

raffronto

si

chiude con queste

parole:

Quod

intelligens Constantinus imperator beato

papa Silve-

stro imperialem,

quam

ipse

tenere videbatur,

Christo regi sponte obtulit dignitatem.

tamquam deditam Verumtamen quia regnum

Christi non est ex hoc mundo, sic visum fuit romanis pontificibus. debitam semper a Christo accipere potestatera, ut tamen usum

temporalis regni vel potius

honorum

corporalis regiminis
hi,

illis

co-

gerentur permittere, qui mundi gloriam querunt, ne

qui juxta

Apostolum

militant deo, impiicarentur temporalibus negociis. Gioac-

chino conosce ed apprezza grandemente l'opuscolo di S. Bernardo
indirizzato a

papa Eugenio. {Conc.^ V,
nihil

64,

fol.

94, col. 4).

Bernar-

dus noster abbas Claravallis, qui misso ad Eugenium papam,

in libro

suo de Consideratione

de negligentiis aut gravamine su-

bjectorum derelictum est in tantum, ut adeo liber ipse alter leviticus esse putaretur. Et quamvis sanctus vis mordacius argueret in romano pontifice occupationem, non tamen absolute occupationem»
sed illam quae est secundum seculum, per

quam

ea,

que

est secun-

dum Deum
IV, imperator
*

occupatio, periit.
fol.

hac generatione aliquis.' similis Salomoni in sapientia reperitur. Et tamen per spiritualem intellectum complelura 'est in hac eadem generation^:
5,

46, col.

1.

Non enim

in

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
nella sedicesima e diciottesima generazione.

343

Come

Asa

re di

Giuda

(II,

Parai.

^

14, 11) con la fervida
i

preghiera fatta a Dio mette in fuga

nemici, così
il

Leone papa

colla forza della sua parola arresta

barbaro Attila, a cui nessun braccio armato avea saputo sbarrare
la

via

dell'eterna città.

Ed

a quel

modo
ed

che Teodorico re dei Goti mise a morte Boezio,
il

altri cristiani,
i

re biblico che

vi corrisponde,
al

Joram, uccise

suoi fratelli.

E come E

tempo

di

Joram
dente

fiorì

il

profeta Eliseo, così nelP età corrisponvisse
:

cristiana

S.

Benedetto.

quest' altro
si

raffronto è specioso

Gerico, dove Eliseo

mise a

capo dei profeti, fu data in possesso
niamino, unica tribù, che
si

ai figli di

Be-

fuse colle altre due di
si

Levi e di Giuda. Eliseo dunque
tore
tra

può
S.

dire

media-

queste

due tribù, come
i

Benedetto è

r anello

di

congiunzione tra

monaci greci e latini,

tenendo da una parte ferma
l'

la fede di Pietro, e dal-

altra abbracciando la regola dei basiliani. Il paè tirato su

ragone
latini.
*

come Dio
il

vuole,

ma

è

importante

pel giudizio che porta

nostro abate su greci e

E

per la stessa ragione è da ricordare
il

il

con-

fronto che fa tra

re Josia e

Leone IX.

Il

primo

non credendo che

l'invito a sottomettersi, fattogli

secundum aliquod mysterium Salomonis, quia Christus Jesus, quern significat Salomon altius pre solito per quosdam preordinatos servulos abnndanter influxit .... Hylarius, Hieroniraus, Joannes Chri-

sostomus, Augustinus.
«

Conc, IV,

6,

fol.

46, col. 4; IV, 8,

fol.

47, col. 4; fol. 48,

col. 1.

344

LIBRO SECONDO

dal re egiziano, fosse ispirato da Dio, uscitogli incontro nella pianura di Nieghiddo, morì nel combat-

timento (II Parai.

^

35, 22);

il

secondo volle del
i

pari non ostante la sua pietà muovere contro

Nor-

manni

e fu sconfìtto.
le

Benché non

lo dica aperta-

mente, pure

imprese guerresclie dei papi non

vanno a sangue a Gioacchino, ne Gregorio VII è tenuto da lui in quella venerazione che gli tributavano i guelfì italiani. Quando parla di lui non
ricorda
i

gloriosi fatti,

ma

soltanto T esilio.*

A

quel

modo,

ei dice,

che Joachaz fu fatto re dei Giudei

a dispetto del re egiziano Neco, Gregorio

acclamato pontefice in
il

VII fu odio dell'Imperatore. E come
Joachaz,
elevando

re egiziano sbalzò di seggio
il

invece di lui

fratello

Joachin; così l'Imperatore

in luogo del Papa, che ebbe ad esulare in Salerno,

mise

l'

arcivescovo ravennate col

nome

di Clemente.

Non una

parola sola di rimpianto pel gran Papa,
ini-

che morendo sclamava: Dilexi justitiam, odivi
quitatem, propterea morior in exilio.

A

Gioacchino,

così penetrato dell'umiltà cristiana poco

andavano
d'Ilde-

a versi le imperatorie nature

come

quella

brando, né dubitava di porlo a riscontro con quel

Joachaz, che secondo

il

IV Be 32

fecit

malum

co-

ram Domino.

*

* Il cap. IV, 17, fol. 52, col. 2-3, che riguarda Leone sì chiude con queste secche parole per Gregorio VII Denìque et in sequenti generatione, que respicit Joachaz (Joachin), quia sine consensu im-; periali electus est Gregorius VII in roraanum pontificem,obsessusab ; imperatore idem papa, sublatusque idem a duce normandorum du:

i

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

345

A

queste citazioni

mi permetto
i

di

aggiungerne

qualche altra importante per

giudizii che Gioac-

chino porta su avvenimenti di cui è stato testimone.

Morto Joachin prese a regnare Jeconia, rimosso
il

quale dal re di Babilonia gli fu sostituito lo zio

Sedechia, iniquo e pessimo uomo. Allora venne in

estrema confusione

il

regno

di

Giuda, né più sei

condo l'ordine
Giuda,

di
il

generazione regnarono
ora
il

re

di

ma

ora

fratello,

nepote, ora lo zio,

ora insieme e l'uno e l'altro. Lo stesso intervenne
alla Chiesa,

ove

si

vide due vescovi contempora-

neamente

fatti papi, e

l'Imperatore combattere la

libertà della Chiesa.

Tutto questo accadde durante
Barbarossa.

la

trentanovesima

generazione al tempo di Alessandro III e Federigo

ai successori suoi

Lucio e massime

Urbano

III arrisero le sorti; ed
le tristi

anche oggi, seguita
conseguenze del dise di Enrico.

Gioacchino, portiamo
sidio scoppiato al

tempo

di

Leone

E non

senza gemito del cuore e dolore dobbiamo ripetere
le

rampogne

di

Geremia, che ben

si

applicano a

noi, che ci diciamo cristiani e

non siamo. Già da

due anni era
nocenzo
III,

salito sulla cattedra di S. Pietro In-

quando Gioacchino proferiva queste severe parole, e il famoso quomodo sedei sola civitas
ctus est usque ad Salernum. In cujus locum idem imperator substituit Gilbertum, ravennatem episcopum, vocavitque euru Clementem.

Completa
Joachaz,

est

autem

in

hoc

facto

similitudo ei

qua

accidit regi
in eo»

quem rex Egypti amovit a Hierusalem, ne regnaret
Joachim fratrem ejus prò
eo.

et substituit eì

^

346

LIBRO SECONDO

applicava alla Chiesa di Pietro, e contro gl'inerti
sacerdoti volgea queste parole dei Treni: Iprofeti
tuoi

han veduto vanità
il

e cose

scempie (2, 14):
e le pietre

Han
san-

mutato colore

buon oro

fino^

del

tuario sono state sparse in capo d' ogni strada (4, 1)/

Le fortune d'Innocenzo non
pace,
cristianità, prestava fede:

lo illudevano,

ne alla

che parca dovesse finalmente arridere alla

ma

invece nuove guerre

predicea, nuove calamità, perchè essendo già cominciata col

1201

la

quarantunesima generazioile, non
il

molto andrà che
dersi.

secondo periodo sarà per chiu-

E

pria che spunti l'alha del nuovo giorno,

gravi mali travaglieranno ancora l'umanità,

come
ed
i

previdero

i

profeti

del

vecchio Testamento

veggenti del nuovo.

Ora possiamo conoscere il risultato di questi faticosi riscontri. Dal paragone di generazione a
generazione
finire
si

cava la conclusione che siamo sul
periodo,
e

del

secondo

che

il

comincia-

*

Conc, IV, 22-25,

fol.

53, col. 2; fol. 54, col. 3.
ille,

Riporto solo la

fine di questo

lungo passo. Etenim ordo

qui prò ciarliate sa-

pientie dici poterai

in

aurura.modo obscuratura est et rursum velut nigrum plumbura. Et hii, qui quasi lapides preciosi contineri
sunt in capite

consueverunt in claustro cordis,
spersi

negocia, dirimentes

modo percurrentes vias latas, diomnium platearum, disponentes exteriora eas et lites judiciorum non honorum .... Nunc
pene habentes de imitatione
et terrena sectantur.

autem

ipsius ecclesie exigeniibus culpis, hii qui successerunt in ipso
,

ordine sacerdotali
nis, terreni sunt
^

nihil

celestis

homi-

omnino

IV, 30,

fol.

55, col. 4. In

ecclesia vero incipit generatio qua-

dragesima prima anno domini 1201 .... Sed tamen expectandum
est

cum

ingenti timore.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
mento
piamo
della

847

nuova èra non
sia questa

si

farà aspettare lungo
lo sap-

tempo. Che cosa
,

nuova èra già
,

il

regno dello Spirito

che tien dietro a

quello del Figliolo. Questo terzo periodo della storia

dell'umanità per un certo rispetto è già cominciato;

perchè a quel modo che
rata nell'ultimo scorcio

l'

èra di Cristo fu prepa-

della precedente, così ac-

cade dell'era nuova, che se non dà frutti ancora,
certo è germogliata

da un pezzo.

Quest' anticipa-

zione noi già l'abbiamo accennata parlando di San

tempo della diciottesima generazione fondò un nuovo ordine monastico, nel quale
Benedetto, che
cenobitismo
al
il

greco fu innestato

alla

tradizione

latina, e dal quale
età, in cui

senza dubbio comincia la nuova
discordie

posto fine agli abusi del chiericato, ed
le

eliminate

due cause principali

delle

umane, l'orgoglio

e l'avidità, sarà finalmente assi-

curata la pace del mondo. Nello stesso luogo ab-

biamo ricordata ancora

la

parentela che corre tra

il

profeta Eliseo dell'antico Testamento e S, Benedetto
dei nuovi tempi. In grazia di quest'analogia l'anti-

cipazione del terzo periodo dovrebbe scoprirsi nell'

antico Testamento stesso al

tempo

del re Asa.


il

è strano questo

doppio incominciamento, perchè
il

terzo periodo

essendo

regno dello Spirito, che

procede insieme dal Padre e dal Figliuolo, era ben
giusto che mettesse capo nel vecchio e nel nuovo

Testamento.* L'interessante è che tornino
*

i

calcoli

Conc.^

I,

8, fol. 9, col. 3:

Habet

et

raonachorum ordo iraaginem

Spiritus Sanctì qui est

amor Dei;

quia non posset ordo ipse des-

348
numerici.

LIBRO SECONDO

E

torneranno

di sicuro,
il

che sarà nostra

tempo quanto basti. come da Adamo a Cristo corrono Così ad esempio
cura accorciare o prolungare
sessantatrè

generazioni, sarebbe

desiderabile

che

altrettante ne corressero da Eliseo sino a S. Bene-

detto

;

ma

se questo

non

è possibile, sceglieremo

un

altro termine, quello ad esempio in cui la regola be-

nedettina prese nuovo vigore per opera dei cistercensi,*

ed

il

calcolo torna, e

possiamo con sicu-

rezza predire che l'ora tremenda sta per sonare.

Ma

quando? possiamo noi sapere e l'anno e il giorno della catastrofe, o dobbiamo rassegnarci a più o

meno probabili approssimazioni? Noi già notammo come Gioacchino proceda molto cauto, e soventi
ricusa di addurre determinazioni precise,

come

si

pare dai parecchi passi in cui esprime le sue dubbiezze, e a chi gli dimandi
ciò che ei dice, risponde

maggiore precisione
che solo Iddio sa
il

di

fu-

picere mundurn, et ea quae sunt
et tractus

mundi

nisi prò vocatus- amore

ab

eodem

Spiritu, qui expulit

dominum

in

Dei desertum,
ab

veruntamen
bulat sed

spiritijalis dictus est

quia non secundum carnem am-

secundum

spiritura. Igitur

primus ordo

initiatus est

Adam, secundus ab

Osia rege Juda, tertius secundum aliquid

ab Heliseo propheta, secundum aliquid a beato Benedicto. Quare sic? Quia Spiritus Sanctus a patre filioque procedit. * Cono. II a, 14, fol. 11, col. 4 Si autem incipis ab Asa sub quo vocatus est Heliseus ab ipso usque ad trigesimam septimam generationem ab incarnatione Domini sub qua et convaluit pre
,
:

,

,

solito

ordo monasticus sub regula sancti Benedicti in partibus Galliarum generationes sexaginta tres, usque vero ad initium tertii

status septuaginta.

DALLO SCISMA ALL' ERESIA
turo/

349

Ma

in

questo punto, nella determinazione

dell'anno in cui dovrà cominciare la terza età del

mondo

è più esplicito di quel

che

ci

aspetteremmo.

Quando sarà per entrare la 42* generazione Dio solo lo conosce,' ma quando sia per finire si può argomentare da un gran numero di prove, le une
più indubitabili delle altre. In primo luogo
detto che stante
il

si

è già

la

concordia dei due testamenti

secondo periodo deve durare in tutto 63 gene-

razioni, e stante che 21 appartengono al periodo di

non 42 generazioni. La generazione dev' essere presa non secondo la carne, ma secondo lo spirito. E come il Signore non cominciò ad avere figli spirituali se non
fecondazione, non restano da Cristo in poi se

a 30 anni,

il

che era già prefigurato nella unzione

II, I, 14, fol. 11, col. 3: Et rursus a sancto Beneusque ad consumationem seculi eadem existimatio manet sub eo tamen dierum numero, quem novit ipse solus, qui fecit omnia
*

Conc,

dicto

secundum consilium

voluntatis sue. Ivi, III, 6, 7,

fol.

42, col. 3:

Ego autem mediani horam

(Apoc. , 8

,

13) in loco isto

prò dimidio

anno accipiendum esse puto. Quid tamen de hoc verius sit judicio domini relinquendum. V. 64, fol. 95, col. 1: Sed utrum natus sit puer, qui designatus sit in Salomone aut in primo nasciturus, deus melius novit. Quia initia semper obscura et intellectu difficilia. V. 118, fol. 134, col. 2: Si queris dierum numerura non est meum dicere neque scire; quod nobis datura est hoc solvimus. * IV, 31, fol. 56, col. 2: In ecclesia incipiet generatio 42 anno vel bora quam Deus melius novit. Non è meraviglia che si possa conoscere la fine di una generazione e non il principio, perchè
Gioacchino
più volte ripete che la durata della generazione

può

essere maggiore o minore del

numero medio. Così Cono.

II, I, fol. 12.

Generationis in veteri Testamento variae fuerunt et inequales.

350

LIBRO SECONDO

di David, e nell'iniziazione di Ezechiele, così trenta

anni

deve

durare

ogni
il

generazione

nel

nuovo

tempo. Saputo dunque
42, e
la

numero

delle generazioni,

durata di ciascuna di esse, 30, basterà

moltiplicare l'un

numero per

l'altro, e sarà deteril

minato l'anno fatale, ovvero

1260/

Il

qual nu-

mero ritorna nei giorni che Elia
in quelli che passò nel deserto la

stette nascosto,^

donna àeìVApoca-

Conc, II, 1, 16, fol. 12, col. 3: Igitur in Testamento novo non secundum cameni accipienda est generatio sed secundum spiritual. Et quoniam triginta annorum erat dominus quando cepit habere fìlios spirituales, quod et perfiguratura fuerat in unctione David
*

et inchoatione prophete Ezechielis prophete, recte spatium gene-

novo Testamento triginta annorum numero terminatur nimirum quod perfectio ipsius numeri ad fìdem pertinet trinitatis. Inde est quod nemo absque magna necessitate debet in novo Testamento suscipere sacerdoti! dignitatem ut fiat pater spiritualis
rationis in
nisi sit triginta
tio

amorum

.... Igitur generationes ecclesie sub spa-

XXX annorum

singule sub singulis tricenariis accipiende sunt,

ita ut sic Mattheus comprehendit tempus primi status sub spatio generationum 42, ita tempus secundi super eodem generationum numero terminari non sit dubium, maxime cum ostendatur significatum in numero dierum, quo mansit absconditus Helias (III Reg.

quo mulier amicta sole, que designatur ecmansit abscondita in solitudine a facie serpentis, {Apoc, XII, 6) accepto haud dubium die prò anno et mille ducentis se19) a facie Acab, et
clesia,

xaginta diebus prò totidem annis.
*

V, 15,

fol.

67, col. 4

:

Sic

quondam
eodem

Helias certis temporibus
tri-

diebus vel annis mansit absconditus a facie Jezabelis, hoc est

bus annis et mensibus sex,
dieta est

ita in

spatio dierum et

annorum

memorata
et

stetisse in solitudine,

hoc

est 1260 (^i^oc, XII, 6).

Hoc tempus

dimidium temporis, quia vero numerus iste dierum vel annorum noctibus sit ad agnoscenda tempora dies etannos, et in secundo hujus operis libro sufficienter demonstratuni est. Cfr. V,75, fol. 104, col. 2.

tempora

et

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
lisse^^

351

mesi che Giuditta restò vedova^ e la coincidenza torna sicura. Né fa intoppo che il terzo periodo cominci non alla metà delle 42 generazioni,
e nei

che restano dopo Cristo, cioè alla 21% ma invece alla 16* come dice in un altro luogo della Concordia.^
Questi ritardi od anticipazioni non iscoraggiano
l'in-

trepido calcolatore, al quale non torna malagevole

aggiungere se occorra fino a quindici generazioni. Non disse il Signore ad Ezechia: Io aggiungerò
quindici anni al

tempo

della tua vita?
i

E
li

non

fece

tornar T ombra indietro per

gradi per

quali era

discesa nell'orologio di Achaz, cioè per 10

gradi

(IV Re^ 20, 6-11)?*
*

E

se la serie delle generazioni
2.

Conc, V, 89,
ibi

fol.

118, col.

Quod ergo mulier ista
et ut fugeret

ascen-

derat in eminentiorem
publica,
se
et

partem domus,

consortia

contegerat

cum

puellis suis, quid nisi

vìtam con-

templativam

anacoreticam significare creditur maxime
fol.

cum

scri-

ptum
^

sit in libro

Apocalypsi de muliere amicta Sole, et mulier fugit
160, col. 2.
fol.

in solitudinera ut pascat ibi diebus 1260. Cfr. Apoc.^

Vidua Judith ecclesiam orientalem sicut puto designat .... mansit autem Judith in viduitate sua annis tribus et mensibus sex. Magnum istud piane et apertum mysterium. Hic est enim ille magnus numerus qui universa hec continet facta. Sunt etenim menses 42 si ve dies 1260, nihilque aliud designant quam annos 1260, in quibus novi testamenti sacramenta consistunt. ' II, I, 14, fol. 11, col. 8. Ordo monachorum secundum aliquid ab Heliseo propheta, qui vocatus est ad gratiam prophetie in extremo tempore Asa regis Juda, et secundum aliquid a beato Benedicto, qui quantum datur intelligi ex his que legimus in libro dialogorum vocatus est a domino ad ordinem monachatus circa
Conc.^
1.

e,

117,

col. 4.

extremitatem 16 generationis ab incarnatione Domini. * Cono., II a, 25, fol. 15, col. 2. Reversus est autem Sol decem lineis in diebus Ezechiae qui fuit decimus tertius a Salomone, ut
,

bis

decem generationes numerari debuissent.

352

LIBRO SECONDO
ri-

secondo la carne non torna neanche dopo questi

mendi, possiamo invocarne un'altra che corra più spedita per gradi di parentela spirituale. Sta bene che Cristo discenda dai re d'Israele, ma questi alla
lor volta

non sono i successori dei Giudici?* Noi dunque possiamo movere dal primo Giudice, Moisè,
e pei suoi successori Giosuè,

Othonel

ecc. arrivare

dopo ventuna generazioni ad Asa, a quel buon re che negli ultimi anni della sua vita vide Israele in

mano
Cristo

di

Acab, l'iniquo persecutore
i

di Elia

ed Eliseo.
sino

Ormai

calcoli tornano.

Perchè da Asa

a

si

contano ventitre generazioni secondo Matle tre

teo; aggiuntevi

che questi trascura,

si

ha

ventisei; aggiunte ancora le sedici che s'interpon-

gono tra Cristo e S. Benedetto, si ha il famoso numero quarantadue. E sommate queste generazioni colle ventuna che furono tra Mosè ed Asa, torna il numero sessantatre, e così le generazioni
tra

Adamo

e Cristo

pareggiano in numero quelle

che s'interpongono tra Moisè e S. Benedetto.

Non
ri-

vogliamo più
petere gli

oltre

paragonare

le

due serie né
,

artificii

adoperati dall'autore per dissi-

mularne
quello

le

discrepanze, che già ben sappiamo, e

che Gioacchino ha voluto dimostrare e la

via tenuta nel dimostrarlo.
*

Cono.,

II

a, 12,

fol,

10, col.

4.

Quod

in sequentibus diligen-

tius

quod a Jacob patriarcha velut duobus viis descenditur usque ad David seu per judices et rectores populi, altera per patres ut ipse unus David veluti quidam prepotens annis duos in se rivos suscipiat ex uno quidem fonte progressos, sed diversis usque ad se aquarum ductibus venientes.

prosequendum

est liquet

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

353

IV
Che
il

giorno tremendo sia prossimo
lo

,

Gioacchino

non pnre
stamenti,
descritti

dimostra dalla concordia dei due Tedallo

ma

studio
:

dei

segni precursori,

neìV Apocalisse

grandi

calamità

,

guerre

disastrose,
ribile

scismi ed eresie, e finalmente più ter-

di

tutti l'Anticristo.

Molti di questi segni
già
visibili,
si

secondo

Gioacchino
che

erano

e

se

gli
allo

uomini non se ne addavano ancora,
scarso studio

doveva

facevano

delle

antiche

rivela-

zioni in confronto delle condizioni presenti.
sto studio si mette
calisse è
il

A

code-

Profeta con ardore.

L'Aposi

giustamente prediletta da quanti affatica

l'ansioso problema dell'avvenire; ed a chi

com-

piaccia d'interpetrare allegorie, nessun libro né nel

nuovo né nel vecchio Testamento offre materia più copiosa. Era dunque ben naturale che Gioacchino ne desse una minuta esposizione, interpetrandolo e commentandolo dalla prima all'ultima parola, e
dappertutto scoprisse segni di verità arcane, anche

dove
solo

il

senso letterale è pianissimo, e diventa oscuro
se

quando

ne sospetti altro più nascosto.
:

Così sin dalla prima pagina alla dimanda

persole

chè

l'Evangelista mandi

il
,

suo scritto

alle

sette Chiese dell'Asia

minore

mentre
i

egli più degli

altri apostoli suole volgersi
*

a tutti

fedeli,^

Tespo-

Apoc.

,

fol.

27, col.

4.

Querendum

est

nobis ....cur beaecclesiis

tus Johannes, apocalipsis

librum eisdem septem

quasi
23

Tccco

L'Eresia ecc.

354
sitore
si

LIBRO SECONDO
risponde:

perchè queste

sette

Chiese non

debbono prendere nel senso proprio

ma

nel

metribù

taforico.

La concordia

tra

il

vecchio e nuovo Tele

stamento c'insegna che come dodici furono

del popolo eletto, così dodici sono le Chiese principali fondate sugli albori del Cristianesimo.

Que-

ste dodici si dividono in due gruppi,
l'altro di sette;
il

uno di cinque primo comprende le Chiese di

Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Roma; l'altro gruppo abbraccia le sette
Chiese dell'Asia minore.

Ed

a ragione l'Apocalisse
le

non nomina

se

non queste ultime, perchè
l'età,

prime
le

cinque simboleggiano

che precorsero Cristo,

ultime invece quella, che da lui comincia.* Potrebbe
fare intoppo che
il

periodo precristiano

si

partisca
si

in cinque e

non

in sei o sette periodi

come

disse

più sopra.

Ma

a questa difficoltà è subito rimediato.

Le cinque Chiese corrispondono a cinque tribù d'Israele, Ruben, Gad, Manasse, Effraim e Giuda. La terza di queste tribù fu suddivisa in due parti, una restò al di qua del Giordano e l'altra passò
oltre.

Così

le

cinque tribù diventano
le

sei,

e

ben

rappresentano

sei

età del periodo

precristiano.

spiritualiter delega verit, qui

non modo ex parte
aliis fidelibus

ut prophetae ceteri

sed generalius prae multis
'

loquitur universis.

29, col. 3. Igitur quod ad quinque tribus generaab exordio temporum usque ad Christum consumxnatum est. Et non in eisdem quinque tribubus oiiines illorum temporum electorum progenies intelligendae sunt, que fide et operibus
Ivi, fol.

liter

spectat,

bonis eterne rearnum beatitudinis hereditare

meruerunt.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
Le prime
nerazioni
sino
cioè
tre,

355

dimoranti all'oriente del Giordano,
il

rappresentano
clie

sorgere del genere

umano
legge
;

,

le

ge-

si

succedono da
stabilimento

Adamo

sino a Mosè,
le

allo

della

altre

tribù, cbe restano al di

qua del Giordano, rappre-

sentano

le

generazioni succedute a
il

Mosè
figli

sino

a

Cristo, cioè

periodo

j90S^ legem.

Dei

d'Israele

Ruben perdette ogni
contaminato
il

diritto di preferenza
di suo

per aver

talamo

padre {Gen.^ 49, 4),
i

ed a Giuda invece s'inchineranno
dalla sua tribù

suoi fratelli, e
j

non sarà rimosso

lo scettro (Ivi, 8, 9)

così le generazioni posteriori allo stabilimento della

legge, furono più accette a Dio delle precedenti,
clie

spesso l'obbliarono; e parimenti la Chiesa di

Roma
meglio

andò innanzi
di

alle
il

altre

che la precorsero
della
ci

,

e

loro

serbò

tesoro

tradizione.

Queste

coincidenze
le

meravigliose

tolgono

ogni
età

dubbio che

cinque Chiese rappresentano
le

le cin-

que o meglio

sei

tribù, e

per esse

le

sei

che precedono Cristo. Le rimanenti sette Chiese
o sette tribù debbono dunque rappresentare le età

che

lo

seguono, vale a
arriva
sino

-dire il

lungo periodo che
di

da

Cristo

ai
si

giorni

Gioacchino.

Quest'ultimo periodo poi

suddivide in sette, e
ragioni evidentissi

non

in

sei

o

cinque, per

due

sime: la prima che a tal

numero

dodici, la
i

compie il sacro seconda perchè prima di Cristo
fedeli

modo

erano ben pochi
sola nazione,

ed appartenenti ad una
di tutte le

dopo Cristo son molti e

nazioni, e ad una turba così numerosa

Giovanni

85G
lia

LIBRO SECONDO

da volgere

la parola

per aprirle

il

segreto del-

l'avvenire.*

Dopo

questa interpetrazione non farà meravi-

glia che in quei pochi luoghi dove Giovanni spiega

da se medesimo
stro

il

senso delle sue allegorie,

il

no-

autore non gli creda, e l'interpetre stesso e

la spiegazione addotta intenda

come una nuova allegoria. Ormai si monta di nube in nube, e la terra sempre piti sfugge allo sguardo. Così quando in fine
del

primo capitolo
delle

si

legge che
e

le sette stelle
i

son

gli

Angeli

sette

Chiese,
I,

candelieri

d'oro le

Chiese stesse (J^.,

20), non dobbiamo intendere

tutto questo alla lettera, a quel

modo

che non biso-

gna intendere
che spiega
i

alla

lettera la spiegazione, che Giu-

seppe recò del sogno di Faraone. Perchè Giuseppe
sogni e distribuisce
le

vettovaglie è

il

simbolo dell'ordine
*

contemplativo,

che

svela

gli

Et recte quoque Ruben et Gad et orientalem laborum suorum premia perceperunt, quia prime ille generationes seculi, que ab Adam usque ad Noe, a Noe usque ad Habraam, ab Habraam usque ad Moysen, quasi due tribus et dimidia sine lege vixerunt, et mundi origini adjacentes fuerunt velut ad plagam orientalera,

In Apocal.,

fol.

29, col.

1.

dimidia tribus Manasse ad plagara

hoc

est in etatibus primis, in quibus sine lege vivebant. Ivi, col. 2:

Igitur a

Moyse usque ad Christum

reliqua

Manasse

tribus dimidia,

Effraim quoque et Juda velut ex hac fluminis parte hereditatem
acceperunt, quia sicut duas etates et dimidiam ante legem, sic

duas tium

et

dimidiam sub lege Deus onnipotens esse
initio

voluit.

Septem
ini-

vero distinctiones temporum ab
tertii in

secundi status usque ad

hac vero etate sexta, secundum quod

liber iste docet,

instituit, ut et

quinarii ac septenarii
la

numeri duodenarii servaretur integritas, et perfectio si qua alia non de essent. In questo luogo cita
in

Concordia: de quibus

opere ConcorcZze fecimus mentionera.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
iircani e distribuisce le grazie spirituali.

35T

Ed

i

sette

anni grassi rappresentano

le

età del Yeccliio

Tedelle

stamento, nelle quali

si

fece incetta del

grano

sacre parole, e gli anni

magri

si

riferiscono

all'

età

nostra povera di nuove rivelazioni,
terpetre
delle

ma

studiosa insi

antiche.
i

Non dimandiamo come

dicano

magri

tempi del Cristianesimo in para-

gone, per giunta, non dell'avvenire,
giudaico;

ma

del passato

sarebbe ingiusto richiedere esattezza e
d' interpetrazioni.

coerenza in tanta mobilità

Nocan-

tiamo solo che per
delabri
le

le

sette

stelle

ed

i

sette

non

si

debbono intendere, come parrebbe,
i

sette partizioni dell'era cristiana, bensì

sette

doni dello Spirito Santo. Infatti, dice Gioacchino,
le

stelle 'poste alla destra di
si

Gesù, raffigurano qual-

che cosa di cui

riconosca l'eccellenza su Gesù
lo Spirito si

medesimo.

E

certamente

vantaggia sul
dell'amore so-

Verbo
Spirito

di

quanto

la pienezza e gioja

vrasta sulle

angustie della scienza; talché non lo
il

ma

Verbo
e

s'incarna
del

ed assume
porta
le

le

seme

bianze del servo,
le

servo

fatiche

stanchezze; alla libertà dello Spirito invece per-

fino l'apparenza del

servaggio ripugna. Questo
stelle

si-

gnificato delle

sette

ha tanto valore che

si

estende

alle Chiese,

contraddicendo alla spiegazione

precedente. Secondo questa nuova interpetrazione

cinque delle dodici Chiese

s'

hanno a

riferire

non

più al padre, bensì al figliuolo, del quale rappre-

sentano
passione

le
,

cinque
la

opere principali: la nascita, la
,

risurrezione

1'

ascensione

e

l'

invio

358
del Paracleto
il
;

LIBRO SECONDO
le altre

sette
lo

naturalmente anzicliè
Spirito ovvero
i

figliuolo

rappresentano

suoi

sette doni/

In un altro luogo
sentano più
i

le

sette^ stelle

non rappre-

sette

doni

dello

Spirito,

ma

sette

grandi uomini, rappresentanti sette periodi. Adamo,
la cui

lunga vita

per la

accomuna con Saturno; Noè clie sua temperanza si assomiglia a Venere;
lo

Abramo padre

dei fedeli parallelo a Giove clie

dai

Gentili fu detto padre

degli

uomini

e degli

Dei;

Moisè sapiente come Mercurio; David valoroso più
di

Marte; finalmente Giovanni ed Elia raffigurati
sole.* Si

nell'umida luna e nelF infocato
all'antica interpetrazione

ritorna così

delle

sette Chiese, colle
i

quali possono andare benissimo paragonati

sette

nomini, perchè

1'

angelo di Efeso ha di comune con

'

In Apoc,

fol.

48,

col. 2.

Veruni quod

filius

Dei, qui proprie
lassi-

dicitur sapientia,

formam
et

servi assumpsit, in

qua sustineret

tudinera et laborera, Spiritus vero Sanctus, qui vocatur Dei charitas,

non assumpsit; quia
afflictionis

nos in addiscenda sapientia angustamur»

affligimur et laboramus, in

amando vero quem amare "libet, nuUas

snstinemus angustias .... Et quia quinque sunt, ut jam diximus corporis sensus, in quibus se mortalis homo ad studium actionis exercet, septem vero dona spiritus, quibus homo interior
.efficitur spiritalis,

merito quinque principales ecclesie unigenita Dei
sunt, septem vero Spiritui Sancto .... quinque
fuit,

Filio attribuenda

opera Christì .... primum opus Christi nativitas

secundura

passio, tertium resurrectio, quartum ascensio, sane quintum opus
ipsa est ostensio linguarum et missio spiritus sancti....
*

Fol. 54, col. 2

quid enim
ut vix aut

velit

septem planetarum

di-

stinctio cogitare compellimur, presertim

tante perfectionis

sit,

cum sepfcenarius numerus nunquam possit carere non dico
fide,

qualicumque sed perfecto mysterio. Querimus ergo

rationa

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
David
la

359
l'

prerogativa

del

governo

,

angiolo

di

Smirne pareggia Giovanni nella sofferenza,
di seguito.

e così

Codesti grandi uomini sarebbero

i

p atriarclii
delle

di

sette ordini, quello dei coniugati, dei laici continenti,

degli apostoli, dei martiri,
gini, dei conventuali,

dei dottori,

ver-

sebbene una esatta corrisponaltri

denza tra
prire.*

gli

uni e gli

né Gioacchino Plia

mai dimostrata, ne

forse

sarebbe agevole a sco-

Comunque

sia,

se per le sette stelle o can-

delabri o Chiese

s'ha da

intendere

codesti

sette

ordini, par che in esse

vada

effigiata la storia

non

del solo

periodo

cristiano,

ma

di

tutti

i

tempi;

perchè

1'

ordine dei coniugati e laici continenti rap-

presenterebbe l'èra precristiana; quello degli apostoli,

martiri

e

dottori

la

cristiana;

e

infine
alla

le

vergini

ed
già

i

conventuali accennerebbero

età

nuova,

cominciata

con

S.

Benedetto.

E

con

siffatta interpetrazione

andrebbe in parte d'accordo
dell'Agnello (Apoc.^Y^ 6),
il

l'altra dei sette occhi

ciascuno dei quali rappresenterebbe

dono confe-

rito dallo Spirito a ciascun ordine, la fortezza dei

juvante, et invenimus in electorum agminibus septem

ros proprietate
gatos.

quosdam viquodam in misteriis ab illorum multitudini segreAdam, Noe, Abraam, Moyses, David, Joannes Baptista,

Helias .... deus omnipotens misit in

mundum

hos septem viros
ut quasi

magnos et nominatos per diversa intervalla temporura, quosdam novos cursus peragerent preceptorum Dei.
*

Fol. 57, col.

1.

tates sunt.

eorum

,

in

quibus

Sunt itaque istorum radii septem propriesimilitudines septem ordinum denotatae

360
prelati,

LIBRO SECONDO

T intelletto dei dottori

e

simiglianti.*

Ma"
l'iu-

in quest'ultimo passo già comincia a

mutare

terpetrazione, perchè
di

i

sette ordini

non sono

quelli

prima,
gli

e si parla

ora di prelati e

di diaconi,
all'

e

ordini par

che tutti

appartengano

èra

cristiana.

In questo senso certo vanno interpetrati

i

sette

suggelli del famoso libro scritto dentro e di fuori,

perchè codesto libro non

è se

non

il

Nuovo Testa-

mento
dire

e le successive rotture dei suggelli vogliono

altrettante fasi

nello

svolgimento dei tempi

cristiani. Così alla rottura del

primo suggello V Evan-

gelista vede

un

cavallo bianco,

montato da un cavala

liere dall'arco,

che ebbe una corona e fu dichiarato

vincitore (Ap., VI, 1).

Questo cavallo bianco è

Chiesa primitiva, ed

il

cavaliere è Cristo medesimo.
alle-

In altre parole abbiamo la rappresentazione
gorica del primo periodo

della Chiesa, governata

dagli Apostoli, e candida della sua purità. Alla rot-

tura

del

secondo suggello esce fuori un cavallo
di to-

sauro,
gliere

montato da un cavaliere, cui fu dato
la
i

pace della terra.
la

Questo cavallo sauro

sono

sacerdoti pagani,

che combattono spieta-

nuova Chiesa. Siamo già nel secondo periodo, quello dei martiri. Un cavallo negro esce
tamente
fuori
alla

rottura del terzo

suggello, ed

il

cava-

* Fol. Ili, col. 4. Congruit namque proprietate quadam fortitudo praelatis, scientia dyaconibus, intellectus doctoribus, sapientia contemplatoribus, consilium conventualibus, pietas eis qui misera-

tur pauperibus, timor conjugio alligatis.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
liere

361

che

lo

monta ha una

bilancia in

mano

{Apoc.

,

VI, 5). Questo cavallo morello secondo Gioacchino è il clero ariano, ed il cavaliere, Ario stesso, che
tenendosi

strettamente alla lettera

sotto

l'appa-

renza di una esatta e ben pesata interpetrazione
uccide lo spirito della nuova dottrina. Ecco
il

terzo
?

periodo dei contrasti dommatici,
i

il

terzo ordine

dottori.

Rotto
si

il

quarto suggello, sopra un palla

lido

cavallo

mostra un cavaliere per nome
il

Morte. Questo cavallo che ha
del livore
,

colore dell'odio e

vuol significare

l'

empia genìa dei muestensione
della

sulmani che disertarono moltissime Chiese dei Greci,
ed

occupano

anch'oggi

grande

terra.

Questa quarta calamità ha la sua rispondenza

nella cattività di Babilonia. All'apertura del quinto

suggello l'Evangelista non vede più cavalli,

ma

le

anime degli

uccisi

per la parola

di

Dio,

che di

sotto all'altare

gridano

con gran voce: Infìno a
il

quando, o Signore, non vendichi

nostro sangue?

Qui

è

chiaramente annunziata secondo Gioacchino
e

una quinta persecuzione,
in Grecia, la

come

la

prima ebbe
la

luogo nella Giudea, la seconda in Roma,

terza

quarta in Arabia, così la quinta è

scoppiata nella Mauritania e nella Spagna, ove un

gran numero dei

cristiani superstiti alle precedenti

persecuzioni, vennero uccisi.
detto, che riposino ancora
sia

A

queste anime vien
di

un poco
dei

compiuto

il

numero

fratelli

tempo finché che han da
una
sesta.

essere uccisi, perchè

dopo questa quinta persecuoggi, succederà

zione,

che ha luogo

362

LIBRO SECONDO
sia l'estrema

Gioacchino dunque crede che l'età sua
udì un gran tremuoto, ed
e la luna rossa

del quinto periodo/ All' apertura del sesto suggello
si
il

sole si fé' nero
e

come
e
i

un sacco
grandi
e

come sangue,
i
i

le stelle

del cielo caddero in terra, ed
i

re della terra

capitani e
si

i

ricchi e

possenti

e

ogni

servo e ogni libero

nascosero nelle spelonche e

nelle rocce (Ap.^ YI, 12 e segg.). Questo eviden-

temente
al
si

è l'ultimo

giorno, che in

un senso

stretto

s'ha da riferire

al giudizio universale,

avente luogo

termine della storia umana;

ma

nel senso largo

può intendere per

la

fine di

ciascun periodo,^

ed in quest'ultimo significato l'intende Gioacchino.
Alla quinta persecuzione, che accadde
ei

ai giorni suoi,

prevede abbia a seguirne una più dura ancora;
s'illude

che

i

mali dell'età
età
del

sua sieno per ces-

sare;

anzi

nell'ultima

secondo

periodo,
si

ovvero nel sesto tempo (sesto suggello),
veranno, e se
i

aggra-

miscredenti e una parte di fedeli

morrà per

la

propria fede, un'altra, forse la

magme-

giore, sarà per perderla.

E

l'ordine monastico

'

Vedi r interpetrazione
117, col. 3,
si

dei suggelli

In Apoc,

fol.

114 e segg.
sigillum,

Nel

fol.

legge questo passo importante per la crono-

logia di Gioacchino: Constet autem
in cujus extremitate
^

quod post quintum

Fol. 118, col.
et

nos sumus, restai adhuc martyrum pugna. 1. Volo enim illum scire, duobus modis accipi

diem ultimum

quodam

diem judicii. Accipitur enim largo modo prò tempore .... et accipitur stricto modo de conclusione ipsius temporis, quando consummatis cunctis mysteriis, ibunt impii in supplicium eternum, justi autem in vitam eternam. Cfr.
incerto
fol.

139, col. 4.

.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
desimo, del quale erano
corruzione, volgerà
a dire clie
il

363
i

così

evidenti
il

segni di

all'

estrema mina,

che è come

sole si oscurerà.*
si

Non

occorre dire del

clero secolare, al quale
della luna fatta color di
è

può applicare l'imagine sangue, perchè in lui non
e
celeste/^

più niente di
il

spirituale
si

Finalmente
che
il

rotto

settimo suggello,
di

fece silenzio nel cielo
1). Il

lo spazio

una mezz'ora (Apoc.^ Vili,

vuol dire che alle guerre e calamità succederà

riposo, al secondo periodo così tormentato princi-

palmente negli ultimi suoi giorni, terrà dietro Tetà
nuova, nella quale regnerà
contemplativa.
*
'^

il

silenzio

della

vita

Fol. 118, col. 4. Cura ordo

ille

preclarus, qui letus et ylaris
(fol.

esse debuit, splendore lucidus et candore
tibus contra

119, col.

1),

accideneffi-

votum

contrariis, prò merito pi-avitatis sue tristis

citur et obscurus.

enim mnltura laborat et parum profìcit, dum ninais occupatur in exterioribus prò stipendiis carnis, a studio vite spiritualis incipit esse alienus .... Obscuratur aurum, cum splendor vite contemplative in ordine monasticho inanescit, mutatur et color optiraus, cura hii qui positi sunt ad speculanda celestia, inhiare
incipiunt lucra terrena.
^

Dum

Fol. 119, col.

2.

Sed

et in

vita clericorura,

que primo radios

lucis sue effundere solebat

populo, proli dolor! in sanguinem

versam esse videmus. Nihil enim in ea spirituale, nihil celicum; sed omne pene lub ricura, totum carnale, totura caro et sanguis et evisceratio spiritus. Ubi lites, ubi scandala, ubi rixe, ubi invidie, ubi
emulationes? Nonne in ecclesia clericorura? Nonne Inter eos qui lucem exemplorura suorum dare subjectis plebibus debuerunt ?..

Denique
terra
,

et stellas celi

absque numero cadere (VI, 13) videmus in
lapsu

sive

ruina pravitatis heretice, sive (ut in pluribus)

carnis.
^

Fol. 123, col.

1.

Silentium sacri sabbati silentium est vite

contemplative. Sileni enim sancii consumatis mysteriis ut audiant

quid loquatur in se dominus deus.

1

S6

LIBRO SECONDO

Da

ora in avanti non

si

mnta più
mondo,

l'interpetra-

zione. I sette angeli, a cui furon date sette trombe,

rappresentano
si

le sette età del

sei nelle quali
si

esaurisce
il

il

secondo periodo, ed una in cui

riassume

terzo.

E

inutile entrare nei particolari,

ed

il

lettore

può

colla scorta delle
le altre.

interpetrazioni

precedenti indovinare

La

stella,

ad esempio,

ardente come un

torcliio, clie al

suono della terza
la terza parte

tromba cade
stà dei
il

nelle, acque,

convertendo

di esse in assenzio, è senza

dubbio Ario, per one-

costumi uno dei sacerdoti più specchiati,
caduto nell'eresia trae seco innumerevole
e

quale

turba
al

di vescovi

di

preti.

Un'altra stella cade

suono della quinta tromba, in quella che l'anapre
il

gelo

pozzo dell'abisso, onde sale un fumo

così denso da ottenebrare l'aria, e
locuste, cui fu dato
terra.
il

vengono

fuori

potere degli scorpioni della

La nuova

stella dev'essere

un

altro eresiarca

non dissimile da Ario, prete e letterato come lui. Di costui Gioacchino non sa dire il nome, ma accenna vagamente ai filosofi del suo tempo, che al
pari di Abelardo vogliono tutto comprender colla
ragione.*

Le locuste sono

i

Patarini, che al

tempo

di Gioacchino s'erano moltiplicati a segno, che pochi

anni dopo, Innocenzo ebbe a bandire una crociata
contro. Questi eretici sono
il

vero Anticristo, come

previde chiaramente Giovanni, che in una sua let*

Fol. 130

,

col. 3.

Quis

fuit

miser

iste ....

deus

scit,

clericum

tamen

fuisse et

imbutum

scientia litterarum ex huius textu lectionis

apparet.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
tera (1 Joh., 2, 22) dice cliiaramente
Cristo sia venuto in carne è
:

365
clii

nega che

lo stesso

Anticristo.

(Evidentemente qui

lo

scrittore della lettera parla

del docetismo a lui contemporaneo, che poi venne

accolto nel Catarismo).

E

se tutti questi eretici

medirà

ritano
l'avrà

il
il

nome
loro

di Anticristo,

a

maggior ragione
si

re

che secondo V Ajpocalisse

Abadon
gitore
sciuti

(Ap.^ X, 11) ed in greco Apollion, distrug-

(!)

E

stante che gli eretici patarini erano creal

d'audacia e di numero

tempo

di
si

Gioac-

chino, ei

non dubita che anche
l'

quei, che

metterà

alla loro testa, sia già nato,

sebbene non

sia
si

ancora

scoccata

ora della sua rivelazione, perchè

mani-

festerà soltanto nell'età seguente, o sesta ed ultima
dell'

evo cristiano.* Questa età, come già sappiamo,

è la

prossima futura, e Gioacchino

la

crede già co-

Fol. 133, col. 1. Siquidem ut

cebantur, ita et in secta ista multi
auctoritate perfidie dicendi

omnes illis Christi domini dijam precesserunt, qui essent prò Antichristi; maxime cum dicat Joannes

utens presenti vel preterito prò futuro: sicut audistis quia Antichristus venit, nuuc Antichristi multi facti sunt. Et quia protinus subinfert (JoANN., 1): Unde scimus quia novissima bora est, sequi non longe post ipsum magnum Antichristum deraonstrat, quem ego considerans universas facies scriptiirarum et introitifs et eooitiis concordiarum presentem pitto esse in miindo^ etsi necdtmi venerit hora revelationis ipsius. Oportet enim secundum Hieronimum desolari romanum imperium, quod resistit ei, antequam reveletur .... revelabitur autem manifeste sub sexto Angelo tuba canente, etsi antea velut é^jculte operari incipiat. Tem^

pus siquidem sexti Angeli oranino credimus esse breve.
riferisca Gioacchino è

A

chi

si

ben difficile dire. Non sarebbe impossibile che accennasse a Federigo II, a quel tempo pupillo d' Innocenzo III. Molti guelfi dubitavano che il Papato non avesse a pentirsi del-

366
minciata
al

LIBRO SECONDO
suo tempo, sebbene non fosse* chiusa

ancora l'età precedente. In essa seguiteranno gli eretici con maggior vigore, stantechè ai patarini
si

uniranno

i

saraceni,
le

come tentarono

di fare nel

1195 secondo

un

tale tornato

da da Alessandria in Messina. Questi

notizie che Gioacchino raccolse

novi eretici nati dalla fusione dei precedenti sono rappresentati dai cavalli àeìV A2:)ocalisse a testa di
leone, e
dalla
cui

bocca escono fuoco

e

fumo

e

zolfo, e sul cui dorso

montano

cavalieri dagli usber-

ghi di foco
chino, già

(A2).,

IX, 17). Contro essi non varrà più

resistenza alcuna,
si

come pur troppo, aggiunge Gioac-

cominciò a sapere per esperienza or

non

è molto, quando gli eserciti di Federico primo
infedeli.^

furono disfatti dagli

A

questa età sesta succede, come già sappiamo,

la settima,

durante

la quale

secondo l'espressione
casa sveva, e Gioacchino

r aiuto prestato ad un discendente
poteva essere bene uno
di costoro.

di

è molto più probabile che accennasse vagamente ad un re dei Saraceni, ad un nuovo Saladino, che avrebbe recati maggiori danni del suo predecessore non meno
alla Chiesa che
*

Ma

all'

Impero.

de quo secundum id, quod proprium est, futurum esse sentimus, ut tamen secundum aliquid sumpsisse exordium videatur .... Igitur in quantum capere queo, tempus quidem sexti Angeli initiatum est, sed tamen tempus quinti nec<lum usque ad presens consumationem accepit. ' Citammo altrove il passo che si riferisce alle notizie avute in Messina. Ora citeremo quest'altro, dal quale si narra più chiaramente che r Anticristo per Gioacchino non può essere un imperatore cristiano, ma un pagano, fol. 134, col. 4. Dictum est autem quod siccandae essent aquae Euphratis, ut preparetur via Regibus
Fol. 133, col. 3.
sexti angeli tuba canentis,

Tempus

in presente capitalo

sermo

est, ita

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
dell'

867

Apocalisse
si

(X

,

7) si

compirà

il

segreto di Dio ^

ovvero
elle il

chiuderà la storia dell'uomo, a quel

modo

settimo giorno cliiude la settimana. In questo
letterale succederà la
nell' iride

nuovo periodo all'intelligenza
spirituale,
il

che vien rappresentato

che

circonda

il

settimo angelo, e che nel linguaggio sim-

bolico di Gioacchino vuol dire o lo stesso Spirito

Santo, o l'intelletto ripieno
suo pie destro sul mare ed

dello

spirito.

E

per

ciò nelV A20ocaUsse (X, 2) è detto che l'Angelo
il il

pone

sinistro sulla terra,
la lettera del

perchè in questa è rappresentata

Vec-

chio Testamento, ed in quello la lettera del Nuovo,

che vengono entrambe superate
allegorica,
la

dall'

interpetrazione
letterale

quale

sta

all'intelligenza
all'

come il fuoco all' aria e Anche nel Commento
secondo periodo, e
il

acqua.*

slV Apocalisse
il

come

nella

Concordia Gioacchino pone nel 1260

termine del

cominciamento del terzo. Quelegge che
gentili

sta data vien suggerita da moltissimi luoghi. Nel-

V Apocalisse X, 2
ranno
la

si

i

calpeste-

santa

città

quarantadue mesi o meglio

ab ortu

solis,

quod

sine gernitu

dam
ilio

terribilis

precepit super eo

dicendum non quod nuper

est, initiatio

quaeinclyto

accidit sub

exercitu Frederici

magni

et potentissimi

Iraperatoris et aliis

exercitibus populi christiani, qui transeuntes
titudine, vix in

mare

in infinita mul-

paucis

reliquiis

pene sine effectu reraearunt ad

propriam.
^

Fol. 140-141. Et sciendum quod aqua magis assimilatur rei

viventi

quam
ignis

terra,

unde aquam vivam dicere consuevimus, magis
aqua, quia dignius est Testamentum
vite.

autem

quam

novum Te-

stamento

veteri,

multo magis proximum eterne

368

LIBRO SECONDO
il

mille duecento sessanta giorni, calcolato

mese a

trenta giorni in media.

E

per 1260 giorni è data

facoltà nel paragrafo seguente ai profeti di profetare. Inoltre la
a'

donna intorniata dal
luna, e

sole, di sotto

cui piedi era la
di

sopra la cui testa una
aver partorito
le nazioni,
il
fi-

corona

dodici stelle, dopo

gliuol maschio, che

ha da reggere

fugge

nel deserto perchè sia quivi nudrita mille ducento

sessanta giorni.

(Ajooc.^

XII, 6). Alla bestia dalle
data potestà di

dieci corna e dalle

sette teste fu

durare quarantadue mesi, che secondo Gioacchino

valgono 1260 giorni (Apoc.^ XIII,
denze non sono a caso,
si
i

5).

Queste coincitutte mirabil-

spiegano

mente,

se

intende
le

sono se non
tano,

quarantadue mesi non quarantadue generazioni del secondo
che

periodo, che calcolate a trenta anni l'una, impor-

come già sappiamo, il corso di 1260 anni.^ Dopo tutto quello che abbiamo detto e del corso
tempo,
e

del

delle

calamità

che

sovrastano
le

alla

Chiesa,

non sono

difficili

ad interpetrare

altre

allegorie àelV Apocalisse.

La donna

vestita

di

sole

in generale rappresenta la Chiesa,

ma

in particolar

'

Riunisco in questa nota

i

passi

deW Esposizione, che

si

ri-

feriscono al terribile anno 1260. Fol. 145, col.4: calcanda (Ecclesia)

perhibetur ab eis mensibus quadraginta duobus, quod est dicere

secundum Lucam donec impleuntur tempora nationum.
col. 3:

Fol. 157»

Et mulier

fugiit

in

solitudinem, ubi pasceret illam

Deus

diebus 1260.

Numerus

iste quid significet liber

quem

propter ipsum

et secundum ipsum edidimus (evidentemente accenna alla Concordia) manifeste declarat. La Concordia è citata esplicitamente a fol. 165, col. 3-4, neirinterpetrazione della frase di Daniele: in

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

369

modo

la

vergine madre, die

è

tante dell'ordine degli eremiti.

come la rappresenLe dodici stelle saple

piamo ormai che rappresentano
que minori e sette maggiori.
concupiscenza carnale o
a quel

dodici virtù cinè
lo

Il sole

spirito
i

divino che la riscalda, la luna che ha sotto
è la
la gloria del

piedi

mondo.

Ma
al

modo che

la

donna

vestita di sole, oltre

rappresentare V ordine verginale, simboleggia an-

cora la Chiesa in generale, che dura da Cristo fino
ai nostri

giorni; così

il

drago che
i

le

s'oppone rap-

presenta in un simbolo solo tutti
nei periodi successivi della storia.

suoi persecutori,
così accade che

E

ha

sette teste corrispondenti alle sette età che noi
e

ben conosciamo,
dieci re.

dieci

corna che rappresentano

La

stessa interpetrazione devesi dare della

bestia, che sale dal

mare {Ap.^ XII, 1) anch'essa
quattro bestie di Daniele

fornita di sette teste e dieci corna. Essa riassume
in

uno

i

caratteri

delle

(VII, 3), essendo simigliante ad un pardo, coi piedi
d'

orso e la bocca di leone e dal drago riceve

il

suo

potere. (Apoc.^ XIII, 2). Questa bestia
sonifica in sé
i

dunque per-

diversi nemici della Chiesa di Cristo,

tempus et tempora et dimidium temporis, che Gioacchino intende per 3 anni e raezzo ovvero 42 mesi. Fol. 164, col. 3: Daniel scripserat: (VII, 24) ....

Decem cornua, que
Et

vidisti in bestia, ipsius

regni

deum reges

erunt.

alius consurget post eos, et ipse po-

tentior erit prioribus, et tres reges humiliabit, et

sermones contra

excelsum loqueretur,
possit

et sancto altissimi conteret, et putabit

quod

mutare tempora et leges, et tradentur in manu ejus in tempus et tempora et dimidiara temporis .... Nec aliud quod dicit Joannes datum est ei facere raenses quadraginta duos.
:

Tocco

— L'Eresia

ecc.

24

370

LIBRO SECONDO
tutti la

prima fra

sinagoga degli Ebrei, poi quella
peccato che
testo di Daniele
la sina-

dei pagani, quindi la terza degli ariani, e poi l'ul-

tima dei saraceni

:

il

non gli permetta di aggiungere per quinta goga dei patarini/

Ma
di

ci

sarà posto anche per questa, perchè foralla

tunatamente neìV Apocalisse oltre

prima

si

legge

una seconda
all'

bestia, che sale

dalla terra, e in luogo di dieci
simili

non dal mare ma ha due soli corni
e

agnello.

E

fa

gran segni,

persuade

gli

uomini ad adorare

la

prima

bestia, che

un tempo

fu ferita mortalmente in

una

delle sue teste,

ma

ora del tutto è risanata. L'allegoria è trasparente

secondo Gioacchino.

Questa seconda bestia
che
si

sono

appunto
stiani e

i

Patarini,

danno per

i

veri cri-

non sono,

e stringono,
i

alleanza coi saraceni,

quali
la

come già dicemmo, un tempo quando al
priina

grido

di

Urbano

si

riunì

crociata (qui

sbaglia la data e in luogo del 1079 mette

furono sconfìtti
tite,

;

ma

poi

si

rifecero delle
difficile,

1015) perdite pail

e disfarli

oggi torna ben
nell'

ne sarà posquesta

sibile

neanche
parola.'^

avvenire se non forse colle armi
di

della

E

chiara la simiglianza

nuova bestia
'

col piccolo

corno di Daniele (Dan.,

fol.

Vedi i'interpetrazione della donna ammantata di sole nel 154, col. 3; quella del drago, fol. 156, col. 2; infine quella
fol.

della bestia dalle sette teste,
^

162, col. 2-4.
tot annis

Fol. 1G4, col.

4.

Sarracenorum vero ex

semel

iu-

choata perfidia perseverat in malo, et ubique christianum nomen impugnare prò viribus non desistit .... forte futurum est ut christiani prevaleant

predicando magis

quam

preliando.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
VII, 8), che
e
lissi di

871

lia

occhi simiglianti a quelli

bocca che profferisce cose
Daniele e Giovanni
la

d'uomo grandi. Le due Apocachiariscono a vicenda.
gli abidell'

si

Secondo Giovanni,
tanti della terra
,

nuova bestia seduce

e fatta fare

una imagine

an-

tica bestia, le infonde

uno

spirito che parli, e così
e

piega tutti

gli

uomini all'adorazione del mostro,
li

quelli che vi si rifiutano

uccide.

E

tutti
il

debbono
della

portare sulla
bestia o
il

mano

o sulla fronte
del suo

nome

numero

nome. Questa imagine
bocca dei
falsi profeti,

della bestia, che parla per
è

senza

dubbio quel re undecimo di Daniele, che

(VII, 24) succederà agli altri dieci raffigurati nelle
dieci
e

corna, e proferirà parole contro l'Altissimo,
i

penserà di mutare

tempi

e la

legge. Codesto

re sarà senza dubbio dei Saraceni, ed avrà ai suoi

bianchi qualche gran prelato p atarino simile a

Simon

Mago,
Paolo.

e

rappresentante l'Anticristo di cui parla
l'uno e l'altro sono rappresentati nel-

E

VAjMcalisse da un

numero 666^ perchè 600 vuol dire le sei età del mondo, 60 la parte che appartiene alla sesta età, 6 il sesto tempo di quest'età.*
Concorde con
della
*

siffatte

interpetrazioni è
la

l'altra

gran meretrice {Apoc.^ XVII), con
Fol. 168, col.
I.

quale

Sicut prima bestia, que egressa est de mari,
visione Danielis, in qua agitar de qua-

omnino concordai cum sexta
de terra

tuor bestiis egressis de mari magno, ita hec secunda, que ascendit

cum septima

visione ipsius, in qua agitur de
illa,

rum

.... Sicut bestia

que ascendit de mari, habitura
sit

Hyrco capraest quem-

dam magnum

regera de secta sua, qui simllis

Neronis, et quasi

iraperator totius orbis, ila bestia, que ascendit de terra, habitura

372
lian trescato
li

LIBRO SECONDO
re della terra, e del vino della cui

fornicazione sono stati inebbriati gli abitanti della
terra.

Che non s'abbia da intendere

in

un senso
ella

diverso dalla bestia che viene dal mare, lo dicono e
il

sedere sull'acque della meretrice, e l'avere

parimenti sette teste e dieci corna. I padri cattolici

sogliono intendere

Roma, non
un luogo,
terra.
i

in

quanto rapè sparsa per

presenta la Chiesa,

ma

bensì la moltitudine dei re-

probi non
tutte
le

si

raccoglie in
della

ma
i

latitudini

Ed

re

coi quali

ella fornica
il

s'intendono

prelati,

cui è

commesso
compia-

governo
sono
corso

delle anime, e che talvolta per
il

cere agli uomini, trascurano
teste
i

dover loro. Le sette

regni che furono molesti alla Chiesa

nel

del

tempo; Erode, Nerone, Constanzo
o Cosroc re dei Persiani sono
Il
i

ariano,

Maometto
alla

primi quattro capi.
travaglio

quinto è chi cominciò a dar

Chiesa nelle lotte delle investiture
Il sesto

(Enrico IV).
Daniele.
Il

è

il

re

undecimo

di cui parla

settimo capo della bestia è quello danil

nato alla morte, spento
sit

quale risplenderà la pace.*
sìt

quemdam magnum-

prelatum, qui

similis

Simonis Magi,
et

et
ille

quasi universalis Pontifex in toto orbe terrarum,
Antichristus, de quo dicit Paulus

ipse

sit

quod extollitur et adversatur supra omne quod dicitur deus, aut quod excolitur. Fol. 169, col. 1-2. Igitur et in sexcentis comprehenditur totura quod pertinet ad sex etates mundi, in sexaginta specificatur illa pars que pertinet ad sextam etatem et in sex sextum tempus hujus sexte etatis.
*

Fol. 195, col.

3.

Civitas, ut

jam

dixi,

riproborum que dieta est

Babylon non tantum romana civitas existimanda est, aut ipsa (quod absit) secundum totura, sed universa multitudo impiorura et natorum secundum cameni. Fol. 196, col. 3: Primum caput fuit regnum

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
Le
dieci

373

corna, ovvero

i

dieci re

debbono inten-

dersi forse di altrettanti sovrani che
tutti nel sesto re,

van compresi
i

poniamo ad esempio
la città santa.*

successori

di quel

famoso Saladino, re dei turchi, dal quale

non ha guari fu presa

VI
Tutte quante
e del
le

interpetrazioni e della Concordia

Commento

all' Apocalisse

concordano nel dise-

gno di dividere la storia delP umanità in sette età. Le prime sei ora rappresentano le epoche ebraica
e cristiana insieme , ora la sola cristiana
;

la

settima

Herodis et successorum ejus; secundum, imperium

romanorum
sextum qua-

usque at Diocletianum;
tuor in opere

tertiuna,

quartum, quintum

et

memorata regna arrianorum; septimum caput, regnum Sarracenorum .... Et reges septem sunt ut non isti septem reges

singuli per singula capita, sed alio

singola septem

temporum

cundus Nero

.... tertius

modo surgere intelliguntur per Horum priraus fuit Herodes .... seCi)nstantius arrianus .... quartus Mahomet
....
is

vel potius Cosroe rex persarum.,.. quintus
tibus occiduis

qui primus in par-

cepit fatigare ecclesiam prò investitura ecclesiarum
dicitur, et unus est et ille est rex tempore aperienda est ad liquidum percutienda nova Babylon .... Post cujus percus-

.... sextus

autem rex, de quo
in Daniele in cujus

undecimus

revelatio ista et

sionem occidetur septimum caput
ecclesie Christi.
'

bestie, et dabitur

tranquillitas

Fol. 197, col

L

Et decem cornua qne

vidisti in bestia

reges sunt .... hoc autem
ut sub

quomodo

intelligi possit

decem non video nisi

nomine

sexti regis alius surgere intelligatur post alium, qua-

tenus post illum, de quo dicit Joannes. Unus est, quera propter

tempori» instantiam puto fuisse Saladinum, famosissimum illum

regem turchorum, a quo nuper capta
est Christus.

est illa civitas, in

qua passus

Surgat alius in successionem ipsius ....

374

LIBRO SECONDO

sta da sé e sarà forse la più breve e di

poco lonle

tana dalla fine del mondo.

Ma

non perchè

due

epoche precedenti
dire che

alla settima si

possano suddivi-

dere ciascuna in tre parti, non per questo s'ha da

non abbiano un carattere unico anch'esse. Noi già sappiamo come la pensi Gioacchino, il quale crede che nella prima epoca abbia regnato il Padre,
il

nella seconda

Figlio, e nella terza sarà per re-

gnare

lo Spirito.

La

storia dell'umanità

dunque

fa-

cendo astrazione dalle più minute suddivisioni in
tre grandi periodi si

può
il

partire. Il
il

primo in cui
secondo sotto

si
il

vive sotto

il

rigore della legge,
grazia,
terzo

favore
grazia

della

nella pienezza
la

della

medesima. Nel primo ha luogo
secondo
si

servitù

servile, nel

la filiale, nel terzo la libertà.
,

Nel primo

vive in timore

nel secondo

si

riposa

nella fede, nel terzo s'arde di carità. Il

primo pegiovani,
il

riodo appartiene ai vecchi,
terzo ai fanciulli.
liberi,
stelle
,

il

secondo

ai
il

Il

primo

ai servi,

secondo

ai

il

terzo agli amici. Nel primo rilucevano le

nel secondo biancheggia V aurora, nel terzo è
se-

giorno pieno. Nel primo domina l'inverno, nel

condo
dusse
Il

la

primavera, nel terzo l'estate.
il
il

Il

primo proi

le ortiche,

secondo

le
le

rose,

il

terzo
il

gigli.
il

primo l'erbe,
Questi

secondo

spighe,

terzo

grano.'

paragoni
fol.

spargono
112, col. 2,

alquanta luce
troverà

*

Nella Concordia, V, 84,
testo. Ivi si

si

il

passo

che tradussi nel

legge: priraus senum, secundus juve-

num,
segua

tertius

puerornm. Il che sarebbe come a dire che l'umaniià un cammino a ritroso dei singoli uomini, cominciando

DALLO
sugi' intendimenti

SCISxMA ALL'ERESIA

375
il

dell'autore,

secondo

quale

i

tre stati in cui si divide la storia dell' urÉfanità dalla

creazione al giudizio finale, hanno un corso conti-

nuo;
frutto.

sicché

l'uno nasce dall'altro

come da

fiore

solo continuo,

ma

progressivo, dal

meno

al più perfetto, dal alla libertà.

timore all'amore, dalla servitù

Ed
sono cono a

agli stati corrispondono gli ordini, che ora

sette,
tre,

ora cinque,
il

il

più delle volte
il

si

ridu-

coniugato,

clericale,

il

monastico.

L' ordine dei coniugati ebbe principio in

Adamo
la

e

cominciò a fruttificare in Abramo, ed ebbe
sione
di

mis-

crescere e

moltiplicare.

L'ordine dei sa-

cerdoti prese principio da Uzzia, che offrì sebbene

non impunemente l'incenso
con Cristo, che è
dei
il

al signore, e fruttificò

vero re e sacerdote. L' ordine
S.

monaci ebbe principio da
questi* tre ordini

Benedetto

e

avrebbe
agli

cominciato a gettar frutti

ai

tempi

di Gioacchino.*

Di

il

primo vien paragonato

dalla

v(^cchiezza e

Commento
tur amici.
'

all'Apocalisse,

terminando nella puerizia. Altrimenti dice nel fol. 139, col. 2: in primo erudiuntur

parvuli, in secundo instituuntur adolescentes, in tertio inebriabun-

Conc,

II, 1, fol. 8, col.

3

(cfr.

Apoc,

fol. 5, col. 3-4), fol. 8, col. 3.

oido initiatus ab Adam, fructificare cepit ab Habraam. Clericorum ordo initiatus est ab Osia, qui cum esset de tiibu Juda obtulit incensum domino, etsi non impune. Fruciificavit
Coiijugatorum

autem a Christo, qui verus est rex et sacerdos. Monachorum ordo secundum quandam propriam formam, cui spiiitus sanctus, qui est
auctor br'aiorum, perfectam exhibuit auctoriiatem, incepit a beato Benedicto, viro utique claro, miraculis ope et sanctitate, cujus
fructificatio in

temporibus

finis (ìstis?).

376

LIBRO SECONDO

animali terrestri che non guardano al di là della
terra su
ciii

vivono

;

ai pesci il

secondo, perchè la

vita dei santi sacerdoti passa nello studio della scrit-

tura,

come

quella dei pesci nell'acqua; finalmente
il

agli uccelli

terzo perchè
si

i

monaci

nella mistica
in aere

contemplazione

movono liberamente come

più salubre. L' ordine dei coniugati in un altro luogo

porta l'imagine del padre, perchè non è stato
tuito da Dio se

isti-

non a procrear

figliuoli;

l'ordine

dei sacerdoti è fatto ad imagine del Figlio, verbo
del Padre, perchè fu posto

appunto per parlare ed
Signore
;

insegnare

al

popolo

la via del

1'

ordine dei

monaci porta
dispregio
il

infine l'imagine dello Spirito
si

Santo,

che è l'amor di Dio, perchè non

mondo

e le sue

cose se

può avere in non si è in-

fiammati dell'amor divino, e portati da quello stesso
spirito che

menò Gesù

nel deserto.*

ben si raccoglie che cosa voglia intendere Gioacchino. Ei concentra tutta la storia
questi passi

Da

dell'umanità in quella dell'ordine sacerdotale.

E

nel

primo periodo trova

leviti

che di poco

si

distin-

guono dagli
*

altri

uomini, e attendono come loro a

Conc, II, I, 8, fol. 9, col. 3. Habet ergo conjugatorum ordo imaginem patris, quia sicut pater ideo pater est qui habet fìliura, ita ordo conjugatorum non nisi ad procreandos filios istitutum est a Deo .... habet et clericorum ordo imaginem filii, quia verbum
patris. quia ad hoc constitutus est ipse, ut loquatur et doceat populum viam domini, et ostendat ei continue legitimaDei sui .. habet et monacorum ordo imaginem spiritus sancti, qui est amor Dei, quia non posset ordo ipse despicere mundumnisi provocatus amore dei et tractus ab eodem spirita, qui expulit dominum la deserto.
.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
procrear
figli,

377
beni

e della propria famiglia e dei

terreni sono solleciti.

Nel secondo periodo fu vieche
si

tato

menar moglie

a quelli

consacrano

al
si

divino ministero, sebbene talvolta per eccezione

conceda.

Ma

i

sacerdoti vivendo tuttora in contatto
alle

colla società

prendono parte

passioni e cupilaici e

digie

mondane.

E

più

si

mescolano coi

più

si

corrompono allontanandosi dall' esempio di Cristo. Chi voglia serbarsi puro bisogna che rompa questo contatto e si

raccolga come S. Benedetto nel
Così è già cominciato
il

silenzio del cenobio.

terzo
sotto-

periodo, in cui
posti ad

i

ministri del Signore
disciplina,
e

vengono
le

una più severa
infuori
del

né altra cura
passioni

hanno
del
e nella
Il

all'

cielo,

spente
nella

secolo,

spendono

la loro vita

preghiera

contemplazione.

primo concetto di Gioacchino è questo senza dubbio, una storia del sacerdozio che cominciato dai
leviti, proseguito nel clero secolare, si compia nelr ordine benedettino, riformato secondo una regola più rigorosa. Se non che codesta angusta filosofia

della

storia,
s'

fatta

in

servigio

di

nastico, gli

allarga tra le mani.

E

un ordine mocome nel primo
la

periodo l'ordine dei coniugati non rappresenta solo
i

leviti,

ma

tutti quelli

che vivevano sotto

legge

della circoncisione, così l'ordine dei sacerdoti deve

abbracciare tutti quelli che vivono
del Cristo, e l'ordine dei

sotto la legge
cui

monaci

tutti coloro,
l'

scalda lo stesso amore delle cose celesti e

odio delle

mondane. La storia dell'ordine sacerdotale diventa

378
per
tal

LIBRO SECONDO
guisa la storia delP umanità, e
le

opposizioni
di

tra preti e frati acquistano

una importanza fuor
di
il

misura, e

diventano

il

segno

quella lotta che
l'

sarà sempre combattuta fra

passato e

avvenire.

Per
dente,

ciò che riguarda
il

i

due primi periodi del-

l'umanità

contrasto secondo Gioacchino è eviè evidente la

come

profonda differenza dei
le

due Testamenti. Differiscono, già dicemmo,
scite, le vite, le guerre, le vittorie
;

na-

perchè

gli

Ebrei

nàcquero dalla carne,
loro mogli,

i

Cristiani dall'acqua (batte-

simo) e dallo spirito. Quelli poteano far divorzio dalle
questi la debbono tenere presso di sé
di Cristo,

secondo V esempio
della sua Chiesa
;

che è sempre
i

lo

sposo

quelli

combatterono per
la terra,

possessi

terreni, questi

non tanto per

quanto per

la libertà della Chiesa.

Ma
il

se tanta è la differenza

tra

il

primo ed

il

secondo periodo, non deve corsecondo ed
la
il

rerne altrettanta tra

terzo? Nel

secondo periodo fu abolita
il

legge che dominava

vecchio mondo,
le

fu proscritta la circoncisione,

furono abolite

vittime di animali, ed al rigore e
la

severità della legge mosaica sottentrò
del cristianesimo.

mitezza

Pari innovazione dovrà succedere
a quel

rispetto

al

cristianesimo, ed

modo che

il

J

fuoco di Elia consumò la catasta del sagrifizio e

ne lambì l'acqua, così sarà mutato l'evangelo, perchè quando sorge
ciò

che è perfetto,

è necessario

che l'imperfetto tramonti.'
'

Conc.y
(I,

li

a, 1,

fol.

7, col.

1.

Construendum

est nobis

cum
in-

Helia

Reg.,

18, 31-38) altare

de terra ipsa, terra collocanda

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

379

Ma

die mai sarà

codesto

stato

nuovo? Quali
il

leggi cadranno, e quali

piglieranno

posto delle

prime? Come sarà composta
per ipotesi
clie il clero

la società?

ammettiamo

secolare scomparisca, e le

funzioni attribuite ai vescovi e parroci sieno indi

innanzi

esercitate

dagli

abati

e

dai

conventuali,

cesserà forse puranche la divisione tra laici e sacerdoti, e la società diverrà forse

un vasto cenobio?

E

se diventa

un cenobio come farà a perpetuarsi?
casta, e più devota
,

La generazione più saggia, più
sarà forse V ultima per
idillio

V umanità

e

dopo questo
dell'uomo,

di

pace

sarà troncata la storia
il

ed avrà

luogo

giudizio finale e la resurrezione

della carne ? Il genio profetico intorno a questa di-

manda

si

sarebbe travagliato, ed una pittura fre-

sca e viva di questa

nuova società
nostro autore

ci

avrebbe data

a preferenza.
lerius, ut

Ma

il

non s'estende
nobis ignem

aqua desuper

locari queat, expectantibus

de celo, qui consumai ten-ara et aquaiu, expectantibus spirituaiem
intellectum, qui terrenam illam superficiem litere, que de terra est
et de terra loquitur,

evacuando consumai,
crassa,

et nihilominus

evaogese-

licam duclrinam designalam hic in aqua lambendo couimuiet,

ciuidum et aqua
dos
lileo
(2

illa

quam

posuil in altari

Neemias

sacer-

Machah.^ 1,20), conversa est in igne, aut sicut in cena Gaaqua commutata est in vino. Conc.^ V, Q^, col. L In primo
illi

(periodo) solius patris gloria revelata est populo

antiquo,

in-

docto, terreno et animali nescienti intelligere quod esset

verbum

domini aut
spiritus, ut

spiritus oris ejus; in

secundo gloria
est.

filli;

et

ex presenti
glorificati

gloria spiritus sancti. In tertio reverenda es: periecta gloria ipsins

evacuetur quod ex presente

Plus ergo
plus

sunt homines secundi status, quia plus noverunt;

gluritìca-

buntur homines

tertii,

quibus revelata facie loquetur idem spiritus

omnem

veritatem ....

380

LIBRO SECONDO

tant' oltre, e la rappresentazione del terzo periodo

dobbiamo comporla noi stessi raccogliendo qua e ma ben ci guarderemo dal dare là sparsi accenni ai pensieri dell'autore maggiore determinatezza o rilievo che non abbiano. nuova epoca è Il primo carattere di questa
;

questo, che non ci saranno più misteri,

i

veli

che

coprivano l'esatta intelligenza dell'antica e nuova
lettera saranno squarciati, e sarà dato cogliere la

verità attraverso le molteplici allegorie.*
l'

Come
così
l'

cessò

osservanza

dell'

agnello pasquale allora che fu codel

minciata

quella

corpo

di

Cristo,

nello

schiarimento dello Spirito Santo
razione
della figura.^

cesserà

ammi-

Ma

se

gli

uomini vedranno

non s'ha da credere pertanto che Gioacchino descriva 1' età futura come il
la verità faccia a faccia,

secolo del razionalismo, nel quale la scienza ripor-

terà grandi vittorie sulla fede. Egli ha scarsa
nella scienza.

fìducia*^

Ingegno mistico

e vaporoso,

abborre

la precisione e l'aridità del

ragionamento. La ve-

rità
'

secondo
In Apoc,

lui resta

nascosta ai prudenti e sapienti,

secundura quod

col. 3. Fuit enim claritas secundi status, idem apostolus: videmus nunc per speculum in enigmate; claritas vero tertii erit jatn prope secundum totum, secundum plenitudinem veritatis, quod est videre fa ci e ad faciem^
fol. 86,

dicit

parvissima valde obsistente interpositione velaminis.
'

Conc, V,

74,

fol.

102, col. 4. Sicut

enim evacuata

est obser-

vatio agni paschalis in observatione corporis Christi, ita in clarificatione Spiritus Sancii cessabit observatio figure, ut

non sequnnet eos,

tur ultra homines fìguras, sicut ipsara semplicissiraam veritatem,

que significatur in igne, dicente domino: spititus est deus, qui adorant eum in spiritu et ventate, oportet adorare.

DALLO SCISMA ALL' ERESIA
e
si

381

svela soltanto ai fanciulli, per confondere la

vanità della superstizione filosofica. L'argomentazione dialettica
ciò

non vale quindi

se

non a chiudere

che prima era aperto, o rendere oscuro quello

che prima era chiaro.
e contrasti di parole,

E
La

da essa nascono questioni

ed invidie e contese e befede,

stemmie
ragione.
volta,

e corruzioni.

come ha dimostrato

l'abate di Chiaravalle, è al di sopra dei cavilli della

La scienza non edifica, ma distrugge talcome attestano quegli scribi, che gonfiati di

vanità ed arroganza a forza di ragionamenti cad-

dero nell'eresia.*

La conoscenza
tutti
i

della

verità per lui,

come per

mistici dei vecchi e nuovi tempi, è la visione

non per via dell'intelletto, ma del sentimento, non col raziocinio, ma colla preghiera. Epperò il fondatore dell' ordine cenobitico impose l'obbligo di frequenti cori. Tra i
intuitiva, alla quale si arriva

suoni che salgono e

si

ripercotono per
e
le

le

volte del

tempio, e

i
l'

profumi degl'incensi,

misteriose

penombre,

anima sente
'

e

vede ciò di che non può
altri.

render conto ne a se stessa ne agli

E

co-

desta mistica visione, che ora è privilegio di pochi,
1 Cono., I, 9, fol. 5, col. 4. Claudit et nemo aperitabscondens a prudentibus et sapientibus verba vitae et revelans ea parvulis ut

omnem
stituti,

philosophicae superstitionìs vanitatera excludat.

In Apoc,

fol. 70, col. 3.

Tales sunt

illi

scribi infra

qui inflati vanitate seculi et

sanctam ecclesiam conscentia mundi et magisterium

sibi

pravi dogmatis arroganter usurpant,
et Arrius,
fol.

quorum superbe mentes
et fautores eo-

avium sunt, rum. Cfr. Apoc,
nidi

Eunomius, Macedonius

87, col. 3.

382
forse allora sarà

LIBRO SECONDO

comune

a tutti,

percliè
il

alle diil

strazioni della vita attiva succederà

silenzio ed

raccoglimento della contemplativa, a Lia sott entrerà
Rachele. In questi pensieri ben
si

scopre

il
il

mistico

cenobita non dissimile, come bene avverte
selot,

Rous-

dai Vittorini/
i

Ma
meno nome
della

mistici del secolo

decimosecondo non sono
,

arditi dei

loro avversarii razionalisti

ed in
libertà

del

sentimento

reclamano

la

stessa

d'interpetrazione, che gli altri chiedevano in

nome
nes-

ragione.

E

già
i

sappiamo come Gioacchino
diritti dell' interpetre, e

spinga troppo oltre per salvarne

suna violenza risparmii
lo spirito.

alla

lettera

della

Bibbia
dell'in-

Rimosso l'ostacolo

telligenza letterale, l'interpetrazione allegorica

non
che

La

piti

freno che la moderi. In quest'assoluta inla libertà

dipendenza della mente divinatrice sta
Gioacchino attribuisce
trasse
spirito
il

ai

nuovi tempi. Cristo sotdell'antica lettera,
rigori
della
lo

mondo
deve

ai

rigori

ci

liberare

dai

nuova.

Questo cammino dalla servitù

alla libertà si riscontra
il

anche nei tre ordini.
dei

Il
il

primo passò sotto
terzo
è

giogo
ai

precetti
della

legali;

secondo fu sottoposto
il

travagli

passione;

destinato
il

alla

libertà della contemplazione secondo
spiritus^
ibi

testo:

Uhi

libertas.^

Questo è un altro carattere

dei
*

tempi nuovi.
RoussELOT, Joachim de Flore, pag.
Cono.,
II b,

43.
labo-'

^

5, fol. 20, col. 3.
filius

Pater siquidem imposuit

rem

legi

quia timor est;

imposuit laborem discipline, quia

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

383

Non
lativa
tuiti
,

è a dire clie nel periodo cristiano sia

man-

cata la libertà; c'è stata di certo,
elle alle

ma una

libertà re-

catene dell'antica legge vennero sosti-

più miti legami. Solo nei nuovi tempi sarà data
il

un'assoluta libertà, e

vincolo che stringerà gli

uomini

e

Dio non sarà

il

timore né in larga ne in

istretta misura,

ma l'amore. L'amore

governerà

gli

uomini, ecco un altro segno del terzo periodo. Gioac-

chino non nasconde nessuna delle calamità del tempo
suo, e gli odii che dividevano gli uomini, e le sangui-

nose guerre, che laceravano in allora la Chiesa, ben

prevede che non saranno per cessare; anzi pria che
il

secondo periodo volga

al

suo termine raddoppiei

ranno d'intensità.
ed

Ma

per quanto più gravi sono
il

mali, altrettanto più vivo è
fine,
il

desiderio della loro

vivo desiderio

il

più delle volte fa tramu-

tare la speranza in certezza.
in cui

Anche

ai nostri giorni

un grande
le

statista

non dubitò

di ripetere

:

la

force

prime

droit^ e le

guerre se non più lunghe
e rovinose di

sono certo più sanguinose
nostri giorni appunto
si

prima,

ai

fa

un gran parlare

della

lega della pace e degli arbitrati internazionali. Qual

meraviglia che in pieno secolo decimosecondo, Gioacchino non vegga nelle calamità e nei tumulti del

tempo suo

se

non un avviamento ad un migliore
che travagliavano l'ultima parte del
exhibet libertatem quia

assetto della società? Egli forse credeva che nelle
terribili lotte,

sapìentia est; Spiritus Sanctus

amor

est.

Ubi enim timor,

ibi servitus;

ubi raagisterium ibi

disciplina; ubi

amor

ibi libertas.

384
secondo periodo,
uni cogli
altri.
i

LIBRO SECONDO
violenti
si

sarebbero distrutti gli
diluvio

E

dal
gli

nuovo

non sarebbero
che
piti

scampati se non
di sé

animi miti

e generosi,

amano

gli altri,

ed in ognuno che soffra e
e

preghi veggono un

fratello,

con esso padre/

si

confon-

dono nell'amore

di chi a tutti è

E un

sogno
sogno

forse che verrà giorno in cui le passioni violente

faranno luogo agli

affetti

più miti,

ma un

che riposa e ristora, e soventi T umanità l'ha sognato, ed è probabile che seguiti a sognarlo ancora altre volte.

Questa

nova

età di pace

e

di

chino la presente vicina, perchè fra

amore Gioacnon molto l'uomo
cuore
e

sarà del tutto purificato, e svellerà dal suo
gli affetti egoistici;

ne vi sarà più lotta pel mio
tutti faranno quel
la ricchezza,

pel tuo, e dei beni

mondani

conto

che meritano, ne sarà pregiata
nei periodi precedenti,

come

ma

invece la povertà.*

Non

una cosa nova questa della povertà. Il Vangelo, come è noto, fulmina contro i ricchi quelle terribili parole È più facile che un cammèllo entri
era certo
:

catum

In Apoc, fol 179, col. 1. Igitur odium cordi radicatum pecest ad mortem et peccatum nihilominus contra spiri tum sanctum. Nana spiritus sanctus amor est, quod est peccatum amori
'

contrarium
"

nisi

odium?
col. 4.

In ^p oc, fol. 1 80,

Primara perditionis causam peccatum

esse superbie .... peccans utique in ipsum Christum, qui parvus
et humilis factus est ....

Qui, scieus paupertatem regis sui, eruoffendit

bescit egere,

nonne Christum

positum
,

in

presepio? Qui
sibi

erubescit ascendere mite

animai Christi

et

spumantis equi

arrogantiam querit, nonne regem suum asinum reminiscitur.

offendit,

quem

ludisse super

DALLO SCISMA ALL'ERESL\
nella

385
cieli.

cruna ermi ago, che un ricco nel regno dei
altro è

Ma
i

parlar di morte, altro
il

il

morire; e dui

rante tutto
preti, e

periodo cristiano non solo
i

laici,

ma
di

non pure

preti

ma

i

frati si

sono mo-

strati

non meno

avidi dei loro predecessori.

E

tutte le guerre medievali, a cominciare dalle gran-

diose tra Chiesa e

Impero

alle

minutissime tra una
delle

casa di

frati

e

un'altra,

non piccola parte

loro ragioni la ripeteano dal tornaconto offeso.

E

pure quanto più crescea Pavidità delle ricchezze,
altrettanto pel solito

contrasto

si

facea più calda

ed insistente la predicazione della povertà. Nella
riforma, che Gioacchino fa dell'ordine suo, non entra
l'obbligo della povertà;

ma

secondo

lui quello

che

non poteva

farsi al

tempo

suo, facente parte an-

cora del secondo periodo, sarebbe accaduto di certo
nell'avvenire.* Quest' obbligo della povertà sarà im-

posto

ai

soli

conventuali o agli uomini tutti?
i

Ne
non

Gioacchino, né
teso parlare se
è escluso

seguaci suoi par che abbiano indei

non

monaci

soli

;

ma

certo

che

la società tutta diventi

un vasto ce-

nobio. Anzi sarebbe necessario che divenisse, per-

chè

il

terzo periodo è tenuto per un'età di perfe-

zione, e la perfezione

non può ottenersi

se

non

in

una

vita cenobitica, in cui fossero abolite le classi,

'

In Apoc,

fol.

183, col. 2. Qui ergo vere

monachus

est nihil

reputat esse

suum

nisi

citharam. Conc, IV, 39,

col. 59, fol. 3.

Necesse
sicut

quippe ut succedat similitudo apostolica
batur possessìo terrene

vite, in

qua non acquire-

hereditatis, sed vendebatur potius

scriptum

est.

Tocco

~

L'Eresia ecc.

25

^

386
gli

LIBRO SECONDO
onori e le supremazie sociali. Tutti sarebbero

pari allora

non
le

nelle ricchezze, che nessuno
e

pensa

ad accumulare, bensì nella povertà,
per tal guisa
di risolvere
il

cesserebbero

invidie e le gelosie. Curioso
se

modo

problema del pauperismo,
"di

mai fosse
ci

surto al

tempo

Gioacchino
ritratto

!

Per compiere il resta un sol tratto,

del

tempo futuro
le

la castità.

Certo a quel

modo
cupisen-

che nel lontano avvenire saranno spente
digie e le ambizioni, così anche
suali,

gli

appetiti

ed un'altra fra

le

molte ragioni delle discordie

tra gli uomini sarà eliminata.

Non v'ha
terzo

dubbio che
Gli

dovrà

succedere

codesto

nel

periodo.

uomini, da carnali che erano nei periodi anteriori

non saranno divenuti è uno dei doni più
Chi
è tutto

spirituali?

E

la castità

non

spiccati dello
dell'

Spirito

santo?

penetrato

amore
a'

del cielo
si

posto ad amori terreni?* Anche qui
gresso notevole dall'Ebraismo

può far nota un protutti diritto

nostri giorni. Se-

condo
di tor

il

Vecchio Testamento aveano

moglie non solo,
si

ma
laici,

più mogli financo. Nel
il

Cristianesimo

proibisce la poligamia,
ai

matripreti
è

monio

si

permette

ma

si
;

vieta
ai

ai

facendo talvolta qualche eccezione

monaci poi
il

negato risolutamente. La riforma infine ed

miglio-

*

Conc,

III,

I,

20,

fol.

37, col.

3.

Danielem vero prophetam

significare spiritum sanctum, sicut et Joseph et Josue et Samuel,

ìpsa prerogativa casti tatis insinuat, quae ubique pene
spiritui

sancto solet ascribi, eo quod

fit

ipse

cum occurrit amor Dei et effusor

spiritualis voluptatis,

quam

nerao novit

nisi qui accipit.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
ramento dei
la disciplina,

387
rinforzare

secoli

avvenire

starà

nel

rendere più rigorosa la castità.

Ma

anche qui
luto del

si

può chiedere

se questo
i

divieto
i

asso-

matrimonio riguardi

preti e

frati sol-

tanto, o tutti gli uomini.

E

la risposta

sarebbe più

imbarazzante ancora; perchè se nel terzo periodo
gli

uomini fossero divenuti così
la

spirituali

da non

pensare a perpetuarsi,

generazione posteriore a

Gioacchino sarebbe stata l'ultima della specie.

Ma

guardiamoci dal

dare

ai

concetti

di

Gioacchino

maggiore determinatezza di quel che comportino. L'avvenire si mostra a lui sotto un colore fortemente ascetico, né altra immagine gli soccorre a raffigurarlo fuori del cenobio. Ma più di questo non
gli chiedete,

che per quanto lo dicano profeta,

il

fu-

turo

non

è

meno per

lui

che per

gli altri

uomini

ricoperto di nebbia densissima.

V
Qual'è l'origine della dottrina che più tardi fu
detta gioachimita o gioachita?
Il

Renan

fu

il

primo
origini

a sostenere che se ne debbono
nella Chiesa

cercare le

greca. L'abate

Gioacchino,

ei

dice;

per tutta la sua carriera fu nei rapporti più intimi

La Calabria, dove egli visse, e dove la sua scuola si continuò per una tradizione appena interrotta, era un paese per metà greco. I suoi
colla Grecia.

principali discepoli,
i

i

redattori della sua leggenda,
lo si

personaggi profetici, coi quali

mette in rap-

388

LIBRO SECONDO
più.

porto, sono greci. Egli stesso viaggia in Grecia

volte per adoperarsi in favore della riunione delle

due Chiese, e codesta riconciliazione è

il

pensiero dola

minante di
trina.

tutti

coloro die seguono

sua doti

Giovanni da Parma passa molti anni presso
la scuola di

Greci, e al termine della sua vita voleva andare a

morire tra loro. Tutta
secolo XIV

dell'Evangelo eterno

da Gioacchino a Telesforo

Cosenza

alla fine del

non ha

se

non una

sola voce per pro-

clamare

la

Chiesa orientale superiore alla latina, e
alla futura innovazione. Coll'ajuto

meglio preparata

dei Greci trionferà la riforma della Chiesa carnale
dei latini, e questa riforma

non sarà

altro se

non

un ritorno
vero, ne si
di

alla

Chiesa dei Greci.* Cotesto è in parte

può dubitare che la Calabria fino al tempo Gioacchino fosse un paese quasi greco. Dacché
la rivendicò

Narsete

all'Impero fino ai
d' Italia

Normanni
l'

questa estrema provincia
ministrazione
di

rimase sotto

am-

ministri

greci.

L'invasione lonvittorioso,

gobarda fu qui arrestata nel suo corso

i

Carolingi vi miser piede, e
il

gli

stessi

Sara-

nono e il decimo secolo fondaronvi qualche colonia, non bastarono a ridurre in loro potere tutta la contrada. E in meno di un anno
ceni, che tra

neir ottocento ottantacinque per opera del valoroso

Niceforo tutte

le

Calabrie tornarono sotto

il

governo

imperiale. Nello stesso
il

Macedone, affrancati
V Renan,

tempo l'imperatore Basilio tremila schiavi, li mandò a

op.

cit.,

pag. 153.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

389

ripopolare alcune terre di Puglia e Calabria desosolate

nella guerra dei
si

Musulmani,*

e così greco

sangue

mescolò

al

calabrese, e la lingua greca,

già da gran tempo lingua ufficiale del paese, fu an-

che popolare, ed in greco
atti pubblici,

si

scrissero

non pure

gli

ma

benanco

le

magre cronache,
questo è tutto;

princifin dal

palmente

le

agiografie.

Ne

tempo

di

Leone
la
i

l'Isaurico,

quando scoppiò
sottratti
al

vimento

iconoclasta, furono
giurisdizione

moPapa e
il

messi sotto
stantinopoli
e

del Patriarca di Co-

vescovati della Sicilia, della Calabria

della Puglia.
i

E

per rendere più docili a questo

mutamento
vati
le

vescovi, s'innalzarono
di

ad arcivescoed Otranto.

sedi

Reggio,

S. Severina,

E

l'arcivescovo di Reggio, da cui dipendevano tre-

dici suffraganei, fu detto

primate della Calabria, come
Filosofo dell' anno 887. Più

nella novella di
tardi,

Leone
la
il

il

quando

Chiesa greca ruppe apertamente
patriarca di Costantinopoli Luitdel

contro la latina,

prando con editto

968 impose

alle

chiese di
il

Puglia e Calabria in luogo del rito latino

greco.

Alcune chiese resistettero,

ma non
il

poche obbedianche

rono, e molte conservarono

rito greco,

quando dopo

la

conquista normanna ritornarono

sotto la giurisdizione di

Roma.^ Così

le

diocesi di
e

Bova ed Oppido, l'arcivescovato
'

di S. Severina^

*

Amari, Storia dei Musulmani in Sicilia, I, 441. Rodotà, Storia del rito Greco in Italia, I, 153, 174 e Pegg.

'

rito

Che nell'aicivescovato di S. Severina si fosse conservato il greco lo prova una lettera d'Innocenzo III, dalla quale si rac-

390

LTI3R0

SECONDO

più di tutte la chiesa di Rossano, ove nel 1092 fu

ben

scelto

un vescovo

latino,

ma

gli

abitanti

non

vollero accomodarsi al cangiamento del rito, e tanto

s'adoperarono presso Ruggiero, che l'accorto duca
acconsentì alle loro dimande, ed
indisturbato fino al 1460, in cui
dei minori osservanti lo
il
il

rito

greco visse

vescovo Matteo

mutò

nel latino/

A

conservare
i

il

rito e la tradizione

greca con-

corsero

basiliani, venuti in Calabria al

tempo
si

delle

persecuzioni iconoclastiche. Cotesti frati
dire
i

possono

precursori di Gioacchino, e parecchi di loro

vennero
profeti.

parimenti in riputazione di

santi

e

di
la

sarà inutile raccontare
tra
loro

brevemente

vita

di

qualcuno

per

conoscere più
l'

da

presso r ambiente nel quale visse

abate calabrese.

La

regola di S. Basilio, più rigida della bene-

dettina, prescriveva

una

vita

austera,
le

né poneva
tracce degli

inciampo che qualche frate seguisse
antichi anacoreti. Per tal guisa
i

basiliani acquistail

rono ben presto gran credito presso
la loro autorità

popolo, e

crebbe grandemente nei tempi così
delle

trepidi e burrascosi

incursioni

seracinesche,

talché di parecchi fra loro, che
ispirata incuoravano
i

colla loro

parola

fedeli nella

guerra santa, è
si

rimasta viva la tradizione in Calabria. Tuttora

coglie che un Pietro Guiscardo, protettore
i

tlei

Florensi, minacciava

canonici

di

strappare

Irò

le

mogli, se non acconsentivano di

affidare ai Florensi in
di

danno

dei cistercensi di

Corazzo la chiesa

Calabro Maria. (Uohelli, IX, 479). * Uohelli, Italia Sacra, IX, 302, 307.
k

DALLO SCISMA ALL'ERESL\
Tenera nel Monteleonese
S.

391

Leoluca o Leone Luca

da Corleone
monastero
tardi
di

in

Sicilia,

un monaco basiliano che

all'appressarsi

dei Saraceni fuggì in Calabria nel

Mula presso Cassano, ne diventò più abate, e fondate case filiali a Vena e Mon*

teleone morì intorno al 900.

Più famoso ancora è un altro basiliano, siciliano pur lui, da Enna o Castrogiovanni, e chiamato
Elia
il

giovane. Fornito del carisma profetico, prei

vide a dodici anni che

Saraceni sarebbero entrati
s'

nel castello di S. Maria, ove la sua famiglia
rifugiata, e perfino
i

era

nomi

di quelli

che sarebber

caduti nella mischia

seppe dire;
stesso

ma

pur troppo

non previde che

egli

sarebbe stato preso

ben due volte di seguito. La prima par che fosse stato ricompro e liberato da un cristiano; ma la seconda fu menato in Egitto, dove a quel che narra il biografo ebbe a patire la
dagl'infedeli, e per

sorte del casto Giuseppe. Certo

è

che ben presto

chiarita la sua innocenza, fu lasciato partire per la

Palestina, ov^ prese

l'abito

monacale
il

dalle

mani
il

del patriarca Elia, di cuitolsepuranche

nome. Dopo

tre anni di soggiorno nei luoghi santi, fallitogli

disegno di recarsi in Persia,
Antiochia.

si

fermò per poco in

E di là saputo che un'armata bizantina comandata da Basilio Nasar moveva a combattere
Saraceni,
fece

i

ritorno

in

patria,

ove

riprese
sconfitta

le

sue profezie e predisse ai Reggini la

*

BoLLANDisTi, maggio,

II,

48; Amari, op.

cit.,

I,

519.

392
che

LIBRO SECONDO
avrebbero patito
i

Musulmani, già
di

rotti

una

volta presso le coste dell'Eliade. Restaurate
delle

le sorti

nuovo in Oriente col compagno Daniele, che in Taormina gli s' era messo ai fianchi. Riparò prima nel Peloponneso, e di là
in Corfù, dove gli era più agevole tornare alla sua
diletta Calabria.

armi nemiche fuggì

E

vi tornò, ed in

Gapo dell'Armi, detto
siliano
l'
;

Saline,

un luogo presso fondò un convento bala via del-

ma

ben presto dovè riprendere

esilio

per campare dal furore dei Musulmani, che

disfatto neir

888

il

navilio imperiale a Milazzo, mi-

nacciavano Reggio. Eccolo di nuovo a Patrasso nel

Peloponneso, donde posate

le

armi approdò di nuovo

in Calabria, ed in luogo più sicuro, sul vertice del

monte

S. Elia, tra

Palmi

e

Seminara, fondò un altro

monastero basiliano. Di

là,

chiamato dall'imperal'Oriente,

tore Leone partì ancora una volta per

ma
e

arrivato a Tessalonica le forze gli vennero
nelle braccia del suo fido discepolo.*

meno^

morì

Questo eroico cenobita, che non trova mai posa^

una forte generazione di Calabresi e Siciliani, che fan da mediatori tra l'Oriente e r Occidente, e s' adoperano a comporre i dissidii
è

come rappresentante

di

dei due centri cristiani

per rivolgere concordi

le

forze contro gl'invasori musulmani.
fine lavora
dall'

Ed

a questo

un

altro Elia, da Reggio, detto Speleota
alla vita solitaria,

amore che porta
nel

anche

lui

fuggente

Peloponneso

dall'ira

dei

Saraceni,

Mori intorno

al 903.

Bollano., agosto, IH, 489 e segg.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
anche
lui

393
tal

dotato

dello

spirito

profetico,

che

predice la morte

del

patrizio Bizalone ribellatosi

all'Imperatore intorno al 920. Succeduto ad Elia
juniore nella direzione del convento presso Palmi,
vi

morì intorno

al

960/
il

Discepolo di Elia Speleota è un Luca da De-

mona

in Sicilia, che lasciato

convento basiliano
quale divi-

di S. Filippo d'Argira, ove era entrato giovanetto,

recossi in Calabria dal santo eremita,

il

buone disposizioni del novizio, lo mise a parte della sua scienza. Venuto anche in possesso
nate
le

dei doni profetici, previde

nuove incursioni dei Sa-

raceni, dalle quali riparò in

un luogo, posto a confine tra la Calabria e la Lucania, detto Noja. E dopo essere stato ivi per ben sette anni, venne ad un
convento di S. Giuliano presso
là all'appressarsi

vecchio e diruto
il

fiume Agri.

Di

di

Ottone

I,

che muoveva contro l'imperatore Niceforo nell'an-

montagne delle Armi in Lucania, ed ivi fondò un nuovo monastero detto Armento. Su questo ermo sito ei si teneva sicuro, e non a torto che neanco riuscirono ad espugnarlo i Saraceni, contro i quali uscito animosamente con i più validi dei suoi monaci li mise in fuga. Morì
no 968, fuggì
coi suoi sulle
,

sul cadere del secolo

decimo nel 993.^

Taccio

di

altri

due santi basiliani, a cui la
e S.

tradizione non attribuisce la virtù profetica, S. Vitale
'

da Castronovo morto nel 994
Boll., settembre,
III,

Filareto

343 e segg.

'

Boll., ottobre, VI, 332 e segg.

394

LIBRO SECONDO
il

morto verso il maggiore
Rossano,

1070.

Ma

ben dirò

di S. Nilo, forse
il

di cotesti profeti,
il

nato verso

903

in

città, dice

cronista, a tutti nota, perchè

la sola che finora sia sfuggita all'ira dei Saraceni.

L'amore
vento di

della vita ascetica

ben tardi

si

accese nel

suo petto,

ma
in

così fervido che fattosi frate nel con-

S.

Nazario, non che convivere cogli altri

si ritrasse

luogo alpestre e
aspre

solitario,
gli

dove in
parea
di

compenso
nire.

delle

mortificazioni
si

vedere l'invisibile, e gli

facea presente l'avvedel

Testimone

di

una incursione saracinesca

951, indarno preveduta dall'amico suo Fantino, ed

appena scampato da un'altra posteriore per
accadute altre più
sarebbe disfatto
pose, che
S.
i

essersi

riparato in Rossano, ei predicea che ne sarebbero
terribili,

e distoglie lo stratego

Basilio dal costruire

un oratorio, che ben presto dalle orde nemiche. Ne mal s' apdi nuovo,
e

Saraceni vennero
ricevuta
dall'

benché
tenne

Nilo avesse
lettera

emiro Abu-1-Kasem
pure non
si

una

piena

di rispetto,

sicuro, e lasciata per

sempre

la Calabria, riparò nel

principato di Capua, ove ebbe lieta accoglienza dai
frati di

Montecassino dapprima, racconteremo più oltre

e poscia

da quelli

di Valle Lucia.

Non
remo

la

sua vita, né di-

dei conventi basiliani, che ei fondò a Gaeta

e Grottaferrata.

Ma

toccheremo soltanto

di quello

che a noi più preme, dei discorsi che tenne in Montecassino, e
le profezie

che in quegli anni

gli

si

attribuiscono. In quanto alle dispute ben s'intende

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

395

che doveano essere ben frequenti tra gli ospiti benedettini, seguaci del rito latino, ed
il

frate basi;

liano che

non ismetteva V abito

e

l'

uso greco

ma

egli avea la risposta pronta

ad ogni obbiezione.
vita
ei

A

chi forse

menomava

il

valore della

solitaria,

che molti basiliani amavano di menare,

rispondeva
di questi

che

l'

eremita non era più uomo,

ma uno

due, o angelo o demone.
i

A
il

tale,

che rimproverava

Grreci di

non digiunare
ei

sabato a simiglianza
il

degli antichi Ebrei,

diceva che
ai

digiunare di

sabato

era

comune puranco
si

Catari.

Tutte

le

difficoltà
.della

che gli

faceano sui punti più scabrosi

Bibbia risolveva, come più tardi Gioacchino,
lo

con una interpetrazione allegorica, che salvava
spirito sacrificando la lettera.

Più notevoli sono
gere contro

le

sue profezie, o

le

minacce che

coir accento risoluto del profeta non temeva di voli

grandi

,

principi o pontefici che fos-

sero. Alla principessa di

Capua, accusata di avere

instigato

il

proprio figliuolo all'uccisione di un cu:

gino, che poteva contrastargli il trono, disse ben alto

non bastare

le

orazioni e le

elemosine ingiuntele

dal vescovo a lavarla dal suo peccato; bensì dovere

in espiazione della sua colpa consegnare l'uccisore
alla famiglia dell'ucciso,
e le predisse

che nessun
le sorti di

rampollo della sua casa reggerebbe più

Capua. All'abate

di

Montecassino, seduto a tavola

tra suonatori di cetra, predisse che

non passerebbe

molto tempo che
con
lui, gli

il

principe capuano, venuto a lotta

farebbe cavare gli occhi. Le profezie non

396

LIBRO SECONDO
le

saranno state così determinate, come ex eventu
sa dire
il

biografo;

ma

io

non dubito

dell'ardi-

mento del santo, che in altra occasione seppe tenere non meno aspro linguaggio collo stesso Papa e coir Imperatore. Trattavasi di un conterraneo, di
Filogato da Rossano, che venuto in grazia dell'imperatrice di Costantinopoli
e poi
S.
,

diventò prima vescovo

papa

in opposizione di Gregorio V.
l'

Pare che

Nilo avesse dissuaso

amico suo dal provocare
e alla Chiesa ed

uno scisma, che sarebbe tornato a lui stesso di grandissimo danno;
gione

ma quando

seppe

l'antipapa caduto, e cacciato in fondo di una pri-

dopo essergli stato barbaramente mozzo
e la lingua, e cavati gli occhi,

il

naso

non

stette alle

mosse

e partì per
il

Roma. Dal Papa

e dall'Impera-

tore impetrò

perdono del vinto, che oramai non

poteva recare più nessun danno, e pare che l'uno
e l'altro glielo promettessero.
il

Ma

qualne

sia stato

motivo, vennero

meno

alle

promesse,

e l'infelice

antipapa così malconcio e vestito dei paludamenti
pontificali fecero trascinare
alla

coda di un asino

Roma. Tonò contro l'osceno spettacolo il nostro santo, e predisse al Papa ed all'Imperatore che Dio non avrebbe perdonato loro, come essi non perdonarono al vinto nemico. Questo arper
le vie di

dito linguaggio
e la

non

è insolito in

tempi burrascosi,
che non saCerto che
ei

fama

del santo era così diffusa,
offesa.

rebbe stato prudente recargli

seguitò a fondare nuovi sodalizii, e grave d'anni

morì verso

il

998, mentre

si

costruiva

il

convento

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
di Grottaferrata, che in seguito sarà
l'

397
il

centro del-

ordine basiliano/

La

vita di S. Nilo
i

mostra quanta importanza

abbiano avuta
secolo decimo.
posteriori sotto

monasteri greci della Calabria nel
seguitarono ad averla nei secoli

E
i

Normanni,

i

quali

non pure
Saraceni,

re-

staurarono
altri

i

conventi rovinati

dai

ma

non pochi ne crearono di nuovi. Ed i privati emulavano in ardore i governanti, talché secondo il Barrio a mille ammontarono i conventi basiliani
del continente, ed a cinquecento
quelli di Sicilia.
di

Celebre fra tutti fu

il

monastero

S.

Salvatore

presso Messina, fondato dal conte
pliato dal figliolo.

Ruggero ed am-

A

capo di questo insigne con-

vento fu messo S. Bartolommeo da Simmeri presso
Catanzaro, già abate del monastero di Patire presso

Rossano. La vita di S. Bartolommeo non differisce

gran fatto
anche

dalle

altre

di

santi

basiliani.

Dotato

lui di spirito profetico,

fondò un nuovo conl'

vento, forse quello di Patire, ed avutane

approva-

zione da Pasquale II (1099-1118), ne divenne abate.

Più tardi

si

recò dall'imperatore Basilio per progreci e latini,

movere

la desiderata concordia tra

e rifiutata un'abbazia nella capitale bizantina tornò
in Calabria, e da

Ruggero, come dicemmo, fu fatto
il

archimandrita, perchè

convento di

S. Salvatore,

al quale fu preposto, esercitava giurisdizione su

44

conventi.
*

Morì nel 1130.'

Boll., settembre, VII, 283 e segg.

*

Boll., settembre, Vili, 810 e segg.

398

LIBRO SECONDO
Codesti santi basiliani sono
i

veri precursori di
di
lui

Gioacchino. Tutti menano
stenti e di
fatiche, e

al

pari

vita di
il

tormentano spietatamente
di
lui

loro corpo per dare più libero volo al loro spirito.

Tutti

amano

al pari

la solitudine, e di

si ri-

traggono negli alpestri

silenzii

a poco a poco per opera loro
cenobio, di regola ognor
piìi

un eremo, ove sorgerà un nuovo

stretta e severa.

Ma

e nell'eremo e nel cenobio tutti questi santi spen-

dono

la loro vita tra lo studio

dei libri sacri e le

frequenti salmodie, e la mente educata in

questi

severi esercizii levano alle mistiche contemplazioni,

ove par che
più
al

si

squarci

il

velame del futuro. Dal

meno

codesti padri basiliani sono dotati del

carisma profetico, e nei giorni angosciosi delle incursioni saracene, ai popoli minacciati negli averi,
nella libertà e nella fede, fan sentire la loro voce
ispirata, che or

promette

la vittoria

per incorag-

giare la resistenza, or predice nuove sventure per

indurre

il

pentimento dei propri

falli.

Su questa via aperta dai basiliani fece gran cammino l'abate calabrese. E se ai suoi tempi non si temevan più le incursioni saracene, gli animi non erano meno agitati da paure, né l'avvenire si
mostrava men fosco
erano stati
disfatti;
ai

chiaroveggenti. Gl'infedeli
i

ma

Cristiani seguitavano a

battagliare tra loro, e con alterna fortuna Svevi e

Normanni

si

contrastavano

il

dominio della

Sicilia.

D'altro canto la Chiesa e l'Impero eran di nuovo
tornati alle offese, e contro
il

Papa

dei Guelfi si le-

DALLO SCISMA ALL'ERESL\
vava
nei
il

399

Papa
e

dei Ghibellini

,

e tra queste scissure si

faceva largo l'eresia, una d'intento, bencliè diversa

nomi

dogmi. Così tra

gli scismi, l'eresie, Je

guerre, le calamità rinasceano le paure dei millenarii,

che di un

mondo

così tormentato

prevedeano immigli scritti

nente la
fetici,

fine.

E

tornavano in onore

pro-

da gran tempo dimenticati, talché nel 1142 un

Gaufrido di

Mounmouth

tradusse dall'antico bret-

tone in latino alcune profezie del bardo o
lino; ed altre

mago Mer-

ne tradusse per incarico di Roberto,

vescovo di Oxford, quel Giovanni di Cornovaglia che
nel

1170

scrisse

un elogio

di

papa Alessandro IH.
sia
il

Ed

intorno a codeste profezie un grave scrittore,
Lilla,

Alano da

che è disputato se

dottore

universale,

non

disdegnò

di

comporre un lungo

commentario.
o almeno

Non

è da meravigliare, scrive questo

grave commentatore, che un bardo forse pagano,

non fervido
una
di

cristiano, abbia sortite queste

virtù profetiche, perchè anche le Sibille ebbero tali
virtù, ed

esse

predisse l'avvenimento del

Signore.

ci

sarebbe da ridire se Merlino fosse
e

nato da una vergine
ed a quel che

da un incubo, perché anche
il

Perizione ebbe da Apollo

suo figliolo Platone,

afferma Apulejo tra la luna e la

terra errano spiriti, che
d'incubi. profeti
,

assumono talvolta la forma Tanto era viva in quel tempo la fede nei
si

tanto bisogno

sentiva

delle

profezie

^
!

L'abate Gioacchino non é dunque una manifestazione isolata.
*

E
di

prima

e

dopo

di

lui

viveano
n. 1.

Sul

commento

Alano vedi più sopra, pag. 303,

400
altri

LIBRO SECONDO

veggenti come quel S.

Cirillo, priore dei

Car-

melitani,

morto

intorno

al

1224,

che

secondo
vide in
d'

im' antica biografia

celebrando la messa,

una nube un angelo che reggea due tavole

ar-

gento scritte in caratteri greci, tavole che recate
dal cosentino Telesforo all'abate Gioacchino furono

da

lui

dottamente interpetrate

e

commentate/ Tutto

questo racconto è un tessuto di errori cronologici,

ed evidentemente apocrifo è
tradizione

il

commento

alle

pro-

fezie di Cirillo, attribuito a Gioacchino.

Ma

siffatta

mostra

come

la

letteratura

profetica

traesse sempre
tra
l'

novo alimento dallo scambio d'idee
l'

Oriente e

Occidente, che durava tuttora per

opera dei
*

frati calabresi.
I,

Boll., marzo,

498. Fuit S. Cyrillus Presbyter Mentis Car-

meli .... Ipse

dum

prò reverenda celebritate B. Hilarionis abbatis
.... nebula

missarum solemnia inchoasset

condensa

sibi

adstit.
ot-

Ipso igitur stupescente, angelus .... in ipsa nebula visus ....

ferens virgam liliatam et duas tabellas argenteas, litteris Graecis
descriptas, dixitque: cura

sacramenta compleveris, has scripturas
et constans tabellas formabis in calicem
et

transcribes in
et thuribulum

membrana,

ad libanda

addenda

in

ara

sacrificii

matutini

.... Dura igitur sanctus iste eas tabellas transcripsisset et conflasset hujusmodi

transcriptum per Telesphorum

monachum

abbati

Joachim, viro sancto et illuminato, transmisit instantias supplicando
ut ratione

suae magnae obscuritatis super eo coramentariolum quoddam conficeret, quo abscondita perducerentur in lucem .... Quod abbas Joachim ad instantiam S. Cyrilli facere minime desistebat, rescribens ei epistolam, in
S. Cyrillum stellam
coli

qua

inter cetera

nominat ipsum
due oradi

manentem

in ordine sanctitatis. Questi

insieme alla lettera dì S. Cirillo ed alla risposta

Gioacchino

furono pubblicati da Lezana nel 1663. Edidit postea Abbas Joachim

commentarium
quae aliquibus

sive interpetrationem hujus oraculi, paullo fusiorera,

quam Lezana non audet
pusillis

transcribere, quia reperit aliqua contineri,

saltem scandali occasionem afferre possent.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
Per tutte queste ragioni ben
Gioacchino,
clie
si

401

comprende come
dei basiliani,

cammina

sulle

orme

debba fare grandissimo conto della Chiesa orientale in paragone della romana, nello stesso modo
che mette S. Giovanni, rappresentante secondo
la
lui

Chiesa greca,

al di
si

sopra di S. Pietro, fondatore
altresì

della

romana.
che
i

E

comprende

lo studio,

Greci faceano dei libri

come apprezzi sacri con magsi

giore cura ed assiduità dei preti latini, e del loro

metodo d'interpetrazione allegorica
tinuatore.
alla vita
al

faccia con-

E

lodi assai la preferenza data dai Greci

contemplativa in confronto dell'attiva ed
,

canto corale a paragone della semplice lettura

e

levi a cielo la vita faticosa ed aspra,
i

che menano
frati

cenobiti

greci di molto
se

superiori ai molli
la*

latini.*

Ma

per questi rispetti tiene
altri la

Chiesa

greca superiore alla latina, per

stima assai
del

da meno, come ad esempio per

la tolleranza

matrimonio dei
In Ajìoc,
quo

preti.^

E

perciò Gioacchino veste

*

fol,

143, col. 4.
incepit;

•Tohannis, a

et

Graecorum populo datus est Beatus perfectorum religio monachorurn. Fol.
veritate,

144, 3. Igitur reliquia

Graecorum, agnita

que

est in spiritu,

convertentur ad unitatem Ecclesiae. Et reliquie Judaeonmi pari modo convertentur ad dominum. Fol. 145, col. 2. Intelligamus mo-

nachorurn ordinem, quem designai Johannis, a Graecis pervenisse ad Latinos .... revertetur ad eum populnm, de quo venit ad nos, permansurus in eodem populo usque ad finem. Conc, II, 1, 27,
fol. 17, col. 3. Verumtamen ut in populo ilio claruerunt Helias et Heliseus .... ita inventi sunt in populo grecorum magis heremite et abbates, habentes plures discipulos in monastica perfectìone.
*

Conc, V,

47, fol. 82, coi. 1.

cundum

grecos, non

secundum spiritum

Siquidem clericorum ordo secepit ambulare sed secun26

Tocco

L'Eresia ecc.

^

402
l'abito

LIBRO SECONDO

monacale in un convento
da Benedetto

di

benedettini

non
ché

di If&siliani, e

fa

cominciare

il

terzo periodo dell'umanità,

non da
al

Basilio.

E

ben-

la dottrina dello Spirito santo

insegnata dalla
suo proposito di

Chiesa greca rispondesse meglio

attribuire eguale efficacia alle tre persone, pure la
rifiuta,

ne soltanto ammette

la

doppia processione,,

ma

se

ne serve, come vedemmo, per ispiegare l'anostorici. L' influsso della

malia di certi riscontri

Chiesa

greca in Calabria se dunque può rendere ragione
di

alcune

parti

della

dottrina di

Gioacchino, ne

lascia inesplicate molte altre. Gioacchino dalle scuole

ben ricavare l'interpetrazione allegorica della Bibbia, potè sulle orme dei santi bama quella insiliani divenire un profeta anche lui
basiliane potè
;

gegnosa

filosofia

della storia, che sulle tracce del
le vie del

passato gli fa scoprire

futuro,

ei

non

la

trova ne nelle scuola basiliane, né nelle bizantine.

alcun contemporaneo od eremita o filosofo o

profeta era arrivato sino a questo punto.
Io son d'avviso, che la dottrina di Crioacchino
si

connetta strettamente col Catarismo. Che Gioaci

chino conosca
sizione

Catari è fuori di dubbio. Dall' espoegli

abbiamo già veduto come

applichi a

dum litteram. Monacorum vero qui ab eìs quidem iucepit, sed tamen processu temporis transiit ad latinos, audìens consilium apostoli
de
castitate,

magis
(1,

elegit

ambulare secundum spiritum quam

se-

cundum

literam

Cor,, 7).

Non

enirn siinpliciter voluit audire

de sacerdote unius uxoris viro, sed magis illud: qui sine uxore est soUicitus est que domini sunt quomodo placeat Deo; qui autera
cura uxore
est, sollicitus est

quomodo

placeat uxori.

DALLO SCISMA ALL' ERESIA
questi
profeti,
eretici

403
dei
falsi

quel che dice V Apocalisse

che saranno per precedere la

fine del

mondo.

Ma

se rifinta la parte

dommatica

della loro dottrina,

se quel loro dualismo gli ripugna, e

peggio ancora

quella critica dei domrai cristiani, che fanno sulla

scorta della ragione, e quella loro concezione docetica di Cristo e di Maria,

non pertanto va d'ac-

cordo con loro nelle applicazioni etiche. Quell'asce-

tismo esagerato, che nega ogni valore alla terra, ed

ogni diritto

al

corpo; che ingiunge la più rigorosa

astensione dal nutrimento animale, e dichiara col-

pevole ogni piacere od affetto terreno; quell'asce-

tismo che volentieri distoglierebbe gli uomini dalla
procreazione, e vedrebbe con gioja la fine del mondo,

non

è

dubbio che risponde
Catari di mordere

ai

più intimi convintutti
i

cimenti di Gioacchino.

Ne hanno
il

torti,

se-

condo

lui,

i

clero cattolico, che

mena

vita intemperante. e fastosa, e

semprepiù

si

allontana dall'ideale ascetico,* ed anch'egli,

come

vedemmo, non risparmia

preti e frati, ed è d'av-

viso che ormai la corruzione dei cristiani è venuta a
'

In Ap.

,

fol.

131, col. 1. Patharenì haeretici raundos se

coram

populo, justitia preditos esse simulant, tamen ex occulto circa finein
verbi producunt aculeos erroris sui, quibus

promittentur

ferire,

sed

illos

tamen non servos Dei homines, qui mnndanas delitias concu-

piscunt .... prò subsidiis temporflibus (credentcs) adheserunt eis
(perfectis) sicnt ex relatu

nituerunt, didicimus ....
collectas
divitias

eorum, qui tum fuerunt inter eos et pedenique convenientes in unum faciunt
et
si

bonorum suorum,

quos vidont inopes anhelare ad
affectum mìsericordiae et raise-

mundi, primo ostendut

eis

rationis: deinde culpant Christianos diviles et
et

maxime Sacerdotes

clerum qui deberent

(ajunt) servare

apostolicum vitam et suble-

404
tale,

LIBRO SECONDO
da essere imminente una innovazione radicale

nelle pratiche e nei costumi. I mali estremi sogliono

essere

il

segno

di

una età che

si

chiude e di un'altra
di

che comincia; perchè in quel periodo faticoso
duta ogni legge, ed è perduta nel fatto
posto ad un' altra.

dissoluzione e di preparazione, pare che sia per-

ma

per far
Catari

E

Gioacchino

al pari dei

desidera e presente vicina una radicale mutazione

non nei dommi o
essi,

nelle dottrine

,

come pretendono
pratiche
del

bensì

nella

disciplina

e

nelle

cristianesimo.

E
sue

questa previsione, a cui s'informano tutte
ei

le

opere,

l'attinge

da quello stesso
la

metodo
alle-

d'interpetrazione biblica, che solevano così larga-

mente adoperare
gorica.

gli

eretici,

spiegazione

Certo per un verso Gioacchino è l'anta-

gonista dei Catari, e se quelli scoprono ripugnanze
e contraddizioni tra
i

due Testamenti, questi invece
le

ne dimostra in un libro speciale
la stessa

armonie.

Ma

opposizione mostra fra loro una certa pae

rentela

;

Gioacchino ben concede che ove
i

si

preninne-

dano

alla lettera

libri sacri, l'opposizione è

vare miserias pauperis et egeni, ut nerao esset egens in religione Christiana, sicut non erat in Ecclesia primitiva. Deinde dicunt eos

autem persecutores justorum, sicut sacerAd ultimum fatentur se scire homines qui servent ad integrum apostolicam fidem, ita ut fit aliquis inops jnter eos, et qui pauper venit ad illos, proexcidisse a fide, factos

dotes Judaeorum, qui persequeLantur apostolos.

tinus efficetur

dives. Haec et his similia quasi rationabiliter coNciNNANTES munda animalia se esse fìngunt quousque percutiant homines ex improviso dicentes: Et tu quoque si vis esse de creden-

tibus in fidem etc.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
gabile, e secondo lui la concordia nasce solo

405

quando
Catari

s'intenda l'antico Testamento non per
fu,

quello che
I

ma

quale anticipazione del

Nuovo/

avrebbero potuto accogliere questa interpetrazione,
e

lavorando

di allegoria anch'essi

trovare non pure
usi,

nel

Nuovo Testamento, come erano
i

ma

anche

nel Vecchio

germi

delle loro dottrine.
si

E

nel ri-

sultato finale agevolmente

sarebbero trovati d'acsi

cordo con Gioacchino, perchè anch' essi

credevano

uomini

spirituali di contro a quelli,

che tanto tene-

vano
al

alla lettera dei

due Testamenti; ed anch'essi
quello

battesimo dell'acqua volevano sostituito
il

del fuoco, ed

loro

Consolammtum stava appunto

Tra molti luoghi in cui Gioacchino critica il Vecchio Testamento scelgo questo della Concordia^ II, 15, fol. 6, col. \. Qui
' i

sciebat duritiam cordis eorum, qui terreni erant,

promisit eis multa, quae non decet sanctos, promisit

adhuc prò tempore non celestia
patria

sed terrena, temporalia non eterna.

Ergo ne prò terrena

fundendus
est

est sanguis, et ut

longo vivamus tempore serviendum
singulis regionibus multiplicati sunt

Deo

.... Si prò justitia sua Habraara patriarcha multiplicatus
in'

est in
filli

semine carnis, quare
creduiìtatis ejus

Adam

in gentibus iiicredulis et

non obedientibus Deo?
ut reges

Si

prò

munere

datum

est ei,

egrederentur de

lumbis ejus, numquid non merito paganorum filii preferre potuere numiua idolorum suorum, qui colentes et servientes eis etiam in

Sed quasi per tot annos data non servantibus legem Dei, neque obiemperantibus Moisi servo Dei? Col. 2: Quoraodo aliam vitam permisere prophete, quam ea quam vere permiserat Moyses observantibus legem? .... Si ista, quae deorsum est Hierusalem civitas revera justorum est et mater credentinm, quomodo in ea regnasse impii,
.

toto

mundo imperasse noscuntur ?

. . .

est terra ipsa gentibus

et justi et

innocentes

viri interfecti

leguntur? .... Restai ergo ut
(II,

fateautur

veram esse sententiam

illam Apostoli

Cor.^ 3,

6),

qua

dictum est: litera occidity Spiriiiis autetn vivificat.

406

LIBRO SECONDO

neir accogliere entro T anima, pressoché sciolta dai
vincoli
del

corpo, la pienezza

del

Santo Spirito.
di

Tutti qu-esti riscontri
la

mettono fuor
le

dubbio
catare

profonda rassomiglianza tra

dottrine

e le gioachimite, ed anche qui troviamo confermata
l'ipotesi fatta al principio dei nostri studii,
la

secondo

quale dal Catarismo per successive restrizioni o

attenuazioni

sono provenute tutte
si

le

altre

eresie
di-

medievali. Certo Gioacchino, che

credeva e

chiarava apertamente cattolico, avrebbe energica-

mente protestato contro chi
cogli eretici
;

l'avesse

messo a pari

ma

di

quanto

s'

allontanino dalle tra-

dizionali le dottrine gioachimite lo

mostreranno nel

fatto le sètte, che saranno per abbracciarle.

E
fili

che
alla

queste nuove eresie

si

riannodino per occulti

catara lo prova luminosamente un riscontro storico,

che forse parrà strano

ma non

è

meno
I

evidente.

La

dottrina dell'abate Gioacchino ha molti punti

di rassomiglianza col

Montanismo.

Montanisti

si

non per ispirazione dello Spirito Santo. L' uomo, dice Montano, si riferisce al Santo Spirito come la lira all'arco
davano per
profeti, né parlavano se

che ne cava
l'

i

suoni.* Certo v'

ebbero profeti e nel-

antico e nel

lo

nuovo Testamento, perchè sempre Spirito Santo ispirò alcune anime elette; ma da
il il

ora in poi l'azione dello Spirito è continua ed

profetismo non è più

fiore,
i

bensì la radice della
fondatori della nuova
s'

vita religiosa, né soltanto

dottrina,
*

ma

tutti quelli

che vi credono
,

hanno
57.

BoNWETSCH, Die Geschichte dea Montanismus pag.

DALLO SCISMA ALL'ERESIA

407

a dire uomini spirituali o pneumatici; a differenza
degli
altri,

che

sono soltanto psichici.*
perchè

Codesta

nuova profezia non distrugge

la dottrina cristiana,
il

ma

la

compie

e l'integra,

Paracleto secondo
restitutore. Nella
è

Tertulliano non è institutore,

ma

natura, seguita
il

il

grande Apologista,
il

dapprima
le

seme, poi

la radice,

fusto,
il

i

rami,

foglie,

le
si

gemme,
matura.

il

fiore, infine

frutto

che per gradi
dal
profeti venne

Così la giustizia
la

umana cominciò
i

temere Dio, quindi per
alla fanciullezza, di poi

legge e

per l'evangelio vigoreggiò

da giovane, ora per mezzo del Paracleto arriva
alla maturità.

Codesta maturità o perfezione sta nel
disciplina della Chiesa, nel tenere in
la verginità, sicché

rinvigorire

la

grande onore

non pure

si

vie-

benanco le prime si permettano solo come un male necessario nel rintuzzare gli appetiti della carne per mezzo di più severi
tino le seconde nozze,
;

ma

e frequenti digiuni; nel rinunziare al

mondo
mena
i

e

con

gioja

andare incontro

al

martirio.

Senza dubbio
diritto

codesto è un ascetismo rigoroso che
alla

distruzione del
i

mondo. Né

lo

negano

Mon-

tanisti,

quali sono pure chiliasti o milieu arii, e crealla vigilia di quel

dono che noi siamo
deìV Apocalisse
rifascio, e
^

gran giorno

in cui e terra e
la

spenta

andranno a vita terrestre dell' uomo, ne
cielo

comincerà un'altra celeste ed immortale. Codeste
idee riappariscono, di
certo modificate
e rielabo-

rate nella Concordia e nel Commento olV Apocalisse,
*

BoNWETscH, pag.

56.

408
Cosicché

LIBRO SECONDO

dopo più

di

mille

anni

ritornarono
i

le

credenze nella fine del mondo, e rivissero

profeti

che l'annunziavano, e riebbe credito
inteso a diminuire
Il
i

Tascetisma

danni dell'estrema ruina.

Montanismo fiorì nella seconda metà del secondo secolo, quando ferveano le lotte tra la Gnosi
e

r Ortodossia.

E

benché

tutti

i

Montanisti, e prini

cipalmente Tertulliano, fossero tra
sitori dei gnostici,

più

fieri

oppo-

pure qualche cosa attinsero dai
la

loro avversarii.
dell' ispirazione

Ammettiamo pure che
profetica e
l'

dottrina

ascetismo intransigente
di dottrine e precetti
si

non siano

se

non esagerazione
;

schiettamente cristiani

ma

difficilmente

può

re-

vocare in dubbio che a cotesta esagerazione abbia
contribuito la gnosi.

E

per effetto di questo influsso

l'ispirazione profetica fu

messa

al

di

sopra della

tradizione e dell'autorità, ed una istituzione

come

quella del matrimonio, approvata e santificata dalla

Chiesa,

si

disse che solo per legge,

ma non
le

in realtà

differiva dal concubinato.

La

stessa relazione che

corre tra

sètte del

secondo secolo noi poniamo in quelle del decimosecondo,
fosse
tari,
flusso.

ed

ammettiamo che benché Gioacchino
ed implacabile oppositore dei Casottrarsi al

costante

non per questo seppe

loro

in-

Ed

anche

lui al pari dei Catari

pensava che

l'avvenire appartenesse al più rigido ascetismo; e

che

fosse d'uopo

d'una profonda rinnovazione e

sociale e religiosa.

Ed anche

lui al pari dei

Catari

non temeva

di affermare

che codesta rinnovazione

DALLO SCISMA ALL'ERESIA
in confronto della Chiesa

409
la

dominante fosse come

carne in paragone dello spirito. Si può dunque ben
dire che rinnovatosi
si

dopo

dieci secoli lo Gnosticismo,
il

dovea puranco rinnovare

Montanismo. La storia
e

certo

non

si

ripete

monotonamente,
disparati

grandi
;

diffe-

renze vi scopre chi vi guardi ben addentro
periodi più
lontani e

ma

nei

dominano pure le stesse leggi, che derivano da ciò che v' ha di permanente nello spirito umano.

CAPITOLO
AMORICO DI BENA ED
IL

II

MOVIMENTO FRANCESCANO

I

La fama

di Gioacchino

par che non tardasse a

diffondersi fuori d'Italia, e già

dicemmo che

il

re

d'Inghilterra e l'abate di Perseigne nel loro viaggio
in
Italia vollero

conoscere di persona quest'uomo

misterioso, che tanto facea parlar di sé.

parrà

strano che l'eco delle sue idee

si

ripercuotesse in
di

Francia, ove

i

discepoli di

Amorico
si

Bena

le

ac-

colsero per innestarle alle loro dottrine filosofiche.
Il

Rousselot crede che l'innesto

rico stesso.'

certo

la

debba ad Amecronologia porrebbe in-

*

Rousselot, Joachitn de Flore^ Paris, 1867, pag.

53.

410

LIBRO SECONDO
le

ciampo a codesta opinione, perchè sebbene
dell'

opere

abate Gioacchino siano state pubblicate intorno
e

al 1200,

non molto più
condannate

tardi quelle di Amorico,

che
a

venner

dalF Università

parigina

nel 1204,* pure dopo

questo tempo Amorico andò
dell'

Roma
e

per appellarsi dalla sentenza
nulla
vieta

Univer-

vsità,

che a

Roma
,

sapesse

qualche

cosa delle

dottrine di Gioacchino
all'

come nove anni

'prima era occorso

abate di Perseigne.
la

sareb-

be temerità
quella di
religioso,

il

supporre che a tergere
l'

sua dot-

trina da ogni macchia, ne mostrasse

accordo con

un santo uomo, fondatore
e

di

un ordine

tenuto dalla S. Sede in grande venein

razione. Questa prova
tato,

verità

perchè

il

Papa

ribadì la

non avrebbe frutcondanna dell'Uni-

ed Amorico, tornato a Parigi, fu costretto nel 1207 a ricredersi pubblicamente, e ne morì,
versità,

come

dicevasi

,

dal dolore

^
;

ma

ciò

non

toglie che

la prova,

avrebbe
dottrina.

pur non giovando alla causa del filosofo, contribuito non poco al successo della
.
.

Non
dotti, io
lot,

ostante questi nuovi argomenti da

me

ad-