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“CON LE PAROLE GUERRA ALLE PAROLE”: LE APPENDICI CRITICHE A “LA PERSUASIONE E LA RETTORICA” DI CARLO

MICHELSTAEDTER

Ingiustamente dimenticate per lungo tempo, le “Appendici critiche” a “La persuasione e la rettorica” di
Carlo Michelstaedter ne costituiscono, allo stesso tempo, il crogiuolo di fusione ed il completamento.
“Ogni parola detta è la voce della sufficienza: - quando uno parla, afferma la propria individualità illusoria
come assoluta”. Inizia, con queste parole della Appendice I, intitolata “I modi della significazione
sufficiente”, una riflessione assai originale sul linguaggio: la dimensione della realtà viene a coincidere con
quella della potenza del linguaggio, tanto che la realtà stessa diviene “assoluta reale” per chi parla. Il
significato della cosa detta, scrive Michelstaedter, sta nell’intenzione del parlante, in ciò che questi crede di
volere. Non esiste, quindi, alcuna oggettività nel linguaggio, quanto un rapporto profondo e pervasivo con il
valore individuale, e il linguaggio diventa a sua volta pervasivo della realtà, fino ad assumere una
dimensione autonoma. “L’infinito d’ogni attualità è dato per finito, ogni concetto arbitrariamente chiuso”.
Questa caratteristica del linguaggio è responsabile della potente costruzione simbolica della retorica: un
apparato di parole, di gesti, di istituzioni, creato perché “bisogna vivere”, per “essere per qualcuno”, per
combattere il dolore, per entrare in una correlatività relazionale con gli altri e con il mondo che garantisca
“un valore stabile”, attribuendo “valore alle cose”. Un uomo rinuncia ad essere assoluto per cercare
l’assoluto, rinuncia ad essere giusto perché cerca la giustizia. L’altro lato dell’iperbole è la persuasione, così
descritta da Michelstaedter: “non manco di niente, che mi si finga a fine nel futuro, ma ho il fine ragionevole
ora qui tutto nel presente, non aspetto, non cerco, non temo, ma sono persuaso”1. Per sottrarsi alla violenza
della rettorica e per disvelarne il meccanismo non resta che dichiarare “con le parole guerra alle parole”
(frase in epigrafe alle Appendici), perché “è pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la
risputi"2.
La polarità persuasione e rettorica deriva dalla polarità originaria Platone- Aristotele. In gran parte delle
“Appendici” Michelstaedter svolge un’analisi puntigliosa delle pagine dei due autori, utilizzando in larga
misura l’originale testo greco, e, d’altra parte, il laboratorio per la riflessione su persuasione e rettorica nasce
dal profondo interesse dell’autore per la filosofia e per la cultura greca. La lettura della Pro Quinto Ligario
di Cicerone, nella traduzione di Brunetto Latini, durante gli anni universitari fu l’episodio che dette origine
alla scelta delle sua tesi di laurea, appunto “La persuasione e la rettorica”.
La rettorica porta alla fissazione della realtà in schemi, comportamentali, cognitivi, produttivi:
all’origine di tale processo sta il pensiero di Aristotele, il “primo motore di tutte le codificazioni nei secoli
che seguirono”, “filosofo erede e volgarizzatore della grande vita filosofica della Grecia”, strumento del dio
per la κοινωνία κακών per “anticipare la via del futuro: la rettorica attuata nella vita”, cosicché “ognuno
credendo viver la propria vita muova gli altri e sia dagli altri mosso e abbia certa la via per vivere fra gli
altri”.3

1
P. e R. 55
2
P. e R. 3 (prefazione dell’autore)
3
App. 299-300

prima di spedirla a Firenze e di andare incontro al suo destino. 143 5 App. ad autori come Hofmannsthal. “rinuncia alla propria vita e […] si pone in posizione conoscitiva”5. Questo sistema. Guardo e chiedo la vita la vita della mia forza selvaggia perch’io plasmi il mio mondo e perché il sole di me possa narrar l’ombra e le luci – la vita che mia dia pace sicura nella pienezza dell’essere. il linguaggio si fa sempre più tecnico e vela la realtà. che non dà le cose. la parola è “un ornamento dell’oscurità”: non a caso. piuttosto che dirla. la lingua diventa sterile e perde la sua capacità creativa. libero. ma un nome vuoto di senso”. Temi che saranno fondamentali nel dibattito novecentesco: basti pensare alla Sprachkritik. una pratica. buono.Il rapporto con Platone emerge dalla seconda “Appendice” (Nota alla triste istoria). la domanda sull’essere posta da Socrate “chiedeva il valore per sé stesso persuasivo. La critica linguistica è la chiave con cui Michelstaedter svela i meccanismi paralizzanti messi in atto dalla rettorica rispetto al desiderio di autenticità di chi inizia il cammino della persuasione. ma è uno stile di vita. illimitato sistema dei nomi. le “Appendici” furono l’ultima parte del testo della tesi cui lavorò Michelstaedter. piacevole ecc. (Paola Meneganti) 4 App. Secondo Michelstaedter. 4 Platone.poiché una cosa che non fosse un bene. un porsi di fronte alla vita. non cercando più in essi la propria vita. Wittgenstein (“Alle Philosophie ist Sprachkritik”). ma parla a proposito delle cose. costruendo un sapere che altro non è che “l’indifferente. un valore. Nel regno della rettorica. non era una cosa per Socrate. si piega alla necessità definitoria. Verosimilmente. utile. 144 6 Idem . <<quale valore?>> . Musil. cerca un contenuto per i concetti. La persuasione non ha carattere contenutistico e prescrittivo. invece. ammette cose che possano servire alla determinazione di un concetto e “dicano tutto ciò che esso è”. egli sostituisce come scopo alla persuasione nella vita”6. e chiedeva il valore adeguato alla vita assoluta da ogni elemento irrazionale […] Il <<cosa?>> per Socrate non era che <<quale bene?>>. Egli liberava il concetto dai contenuti finti dagli uomini e valevoli solo in riguardo all’una o l’altra vita inadeguata.