Nel nome di Dexter

Un killer seriale tra letteratura e tv
a cura di vincenzo Cicero

Volume pubblicato con il contributo del Dipartimento di Scienze Cognitive e della Formazione – Università degli Studi di Messina

www.vitaepensiero.it
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© 2010 Vita e Pensiero - Largo A. Gemelli, 1 - 20123 Milano ISBN 88-343-1947-5

INDICE

Introduzione di Vincenzo Cicero
PARtE PRIMA

VII

Serialità televisiva, criminale ed ematologica Ritualità e ammiccamento in Dexter. Autopsia di una opening sequence epocale - MASSIMO SCAGLIONI Vicini di casa. Dexter, il crime televisivo contemporaneo e la serialità cable
LUCA BARRA VALERIA MACRì VALENtINA VELLUCCI

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Un serial killer fuoriserie
BENEDEttO SANFILIPPO

«Il sangue mi rende nervoso». Dexter ematologo, le ragioni di una scelta professionale
PARtE SECONDA

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Polarità personali e impersonali Figli e pronipoti di Hyde. Figure multipolari dalla letteratura al fumetto alla tv
SIMONA CORINNA GUGLIOttA VALERIO VILLANO BARBAtO

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Il Sinistro in Dexter. Un viaggio alla scoperta del Sé - DOMENICA MENtO Dexter e le sue menzogne, dal trauma all’autoinganno
SIMONA CORINNA GUGLIOttA

VI

INDICE

ANtONINO LAGANà

L’antinomia della coscienza nella figura di Dexter
VINCENzO CICERO

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Dexter e i suoi nomi
APPENDICE

Guida agli episodi della serie tv e ai romanzi di Jeff Lindsay
BIBLIOGRAFIA E INDICI

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Bibliografia dexteriana Filmografia telefilmografia Indice dei nomi Gli autori

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Introduzione

Si può amare un serial killer, tifare platealmente per lui nella sua partita maschia contro la polizia, aspettare quasi in trance che metta a segno il prossimo gol, senza con ciò provare alcun imbarazzo morale? Risposta a caldo: ammesso che non apparteniamo alla sua stessa categoria criminale e che non vogliamo emularlo, sì, questa passione è possibile, date però certe condizioni. Il serial killer 1) non dev’essere reale, ma finzionale, 2) non deve compiere atti di efferatezza gratuita o su innocenti, 3) dev’essere irresistibilmente simpatico come Dexter Morgan – un altro dei grandi personaggi penombrali e solitari lanciati nell’ultimo decennio dalla serialità televisiva americana, accanto a tony Soprano, Gregory House, Don Draper, Paul Weston, Cal Lightman... Risposta a freddo: sì, date tali condizioni si può essere, senza scrupoli morali, fan di un serial killer – purché però si sia già messa in questione la moralità e, quindi, quella che sola può costituirne la fonte: la libertà del singolo1.
In questa sede posso solo richiamare brevemente i termini della questione. Per ‘morale’ si intende in genere un insieme di princìpi – o codice di norme – che regolano le azioni umane in riferimento a moventi, mezzi e fini. Qui ne propongo però un’accezione più ristretta. Con una distinzione terminologica di cui non ci vorrà molto a riconoscere il gesto costitutivo hegeliano, e che utilizzo per i suoi indubbi vantaggi didascalici, riservo il sostantivo ‘morale’ al corpo di norme relative alle condotte di un singolo oppure di una microcollettività; e mentre la ‘legalità’ è la mera adesione formale (che p.es. può essere automatica oppure coatta), ‘moralità’ indicherà invece la libera conformità delle azioni dei singoli a queste norme speciali; con il sostantivo ‘etica’ designo poi il codice che vige all’interno di una collettività comunitaria ed è vincolante per le condotte di tutti i suoi membri (e ‘eticità’, distinta anch’essa dalla legalità, significherà allora la libera conformità a tali leggi generali). – In un tale contesto, ogni morale che voglia essere comunitariamente valida deve in generale ispirarsi alle leggi etiche; e ogni codice normativo, a sua volta, può far capo a una morale eticamente orientata oppure a una morale parziale, microcollettiva – e in questo secondo caso il codice può essere ‘amorale’, cioè indifferente alle istanze etiche, se non addirittura ‘immorale’, qualora contenga direttive comportamentali contrarie alle norme comunitarie o comunque in conflitto con esse.
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VIII

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Dexter è un assassino seriale il quale uccide rigorosamente solo quegli assassini seriali che, per un motivo o per un altro, sono riusciti a sfuggire alla giustizia dei tribunali. Le sue infrazioni etiche sono perciò chiare e gravi: innanzitutto è contrario all’etica l’assassinio perpetrato intenzionalmente; la serialità è poi un moltiplicatore di immoralità, per nulla attenuata dall’essere diretta verso soggetti ancora più immorali. Stabilito che la condotta di Dexter è contrapposta alle istanze etiche della sua comunità, rimane da esaminare se non gli appartenga quantomeno una ‘moralità speciale’ benché antietica, ossia la conformità liberamente scelta delle proprie azioni a un corpus di regole microcollettive in parte immorali – quella (im)‘moralità’ che caratterizza p.es. un personaggio come il boss mafioso tony Soprano. Il rigore con cui Dexter seleziona le sue vittime obbedisce a un insieme di regole impartitegli dal padre adottivo Harry Morgan, poliziotto della narcotici morto da una decina d’anni: il Codice di Harry (per il quale rinvio al mio saggio, §§ 6-7). La questione qui non è se questo codice si ispiri o meno a una morale eticamente orientata, ma quale sia la natura dell’adesione di Dexter alle sue norme, se sia cioè libera oppure accordata in maniera passiva. Ora, se la condizione della moralità è che le norme della condotta siano scelte liberamente, per intima consapevolezza e intenzione, mentre il Codice di Harry si è imposto, pur con le sue ragioni, quasi violentando la pubertà di Dexter, il quale non ha più osato metterlo in discussione: allora l’unica conclusione è che Dexter, almeno nel momento in cui facciamo la sua conoscenza, non abbia alcuna moralità e viva piuttosto in una drammatica – per lo più inconsapevole – condizione di illibertà. Specie se aggiungiamo che le ‘ragioni’ di Harry consistevano nella necessità di incanalare in una determinata direzione, ‘meno dannosa’ per la comunità, il periodico impulso-bisogno omicida che alberga in Dexter e che questi chiama il Passeggero Oscuro. Schiacciato tra i due signori della sua mente, il Codice e il Passeggero, quando inizia a raccontarsi Dexter è un essere che non ha la minima autonomia, un essere non libero, dunque senza moralità, che dà luogo sì ad azioni immorali e ne gode («Uccidere mi fa sentire bene... Mi piace quello che faccio, scusate se vi disturba»), ma è più agito che agente, più illiberato che deliberante, più colpevole che responsabile. Senza libertà attuale di decidere e quindi di agire, qualsiasi agente rimane in una sorta di limbo amorale, anche se ogni sua azione viene compiuta in piena adesione formale alle norme di un codice. All’inizio della narrazione, Dexter non ha quindi alcun grado di moralità. Non è libero di scegliere, di decidere, non sa deliberare il proprio essere e agire. Ma Dexter evolve, e il suo processo di formazione com-

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IX

porta una tormentata, dilaniante ridefinizione dei rapporti con il Codice di Harry e con il Passeggero Oscuro. I romanzi di Lindsay e la serie tv di Manos Jr. non ci presentano altro, in fondo, che la via angusta di una autoliberazione lastricata di contrapposizioni inaudite e dolori indicibili. Così nel nome di Dexter risuona uno strano trinomio, il polinomio di un’algebra sinistra – in sensi plurimi che verranno chiarendosi nel corso del volume. Se ora torniamo alla domanda d’esordio, si può dire che, pur con tutto l’affetto che nutriamo per un personaggio così, il quale inoltre sa anche autoesporsi con ironia e disarmante candore, non c’è assolutamente pericolo che la nostra bussola morale – se ne abbiamo davvero una – si smagnetizzi2. E nemmeno la bussola estetica, aggiungerò. Infatti nella serie tv, in particolare, Dexter è inserito in un contesto che – come è stato giustamente affermato3 – riconfigura per il pubblico televisivo gli stilemi del gotico, la rappresentazione della violenza e la mutilazione del corpo, di modo che agli spettatori venga sempre evitata la visione delle esecuzioni-dissezioni dexteriane, e questo è indispensabile per mantenere la simpatia verso il protagonista. Se dunque la serafica efferatezza di Jeffrey Dahmer ci fa orrore, e se la fine intelligenza di Hannibal Lecter non manca di sedurci, l’affabulazione ironica – con humour macabro – di Dexter Morgan può continuare ad appassionarci e divertirci senza che la nostra moralità e il nostro senso estetico vengano affatto pregiudicati. * * * Nel licenziare il volume, mi resta il rammarico di non aver potuto dedicare uno studio specifico all’evoluzione morale di Dexter. Ma mi consola il pensiero della genesi e realizzazione di questa fatica di gruppo. L’idea di un libro collettaneo e multidisciplinare sui serial killer mi fu comunicata nel novembre 2008 da Valeria Macrì, che accolse con favore la mia proposta di concentrarci monotematicamente sul serial killer più eccentrico del mondo; e a gennaio 2009 il progetto editoriale era già pronto. Nella primavera successiva organizzai a Scienze della formazione dell’Università di Messina un laboratorio di 30 ore sul tema: Mr. Dexter & Dr. House. Un parallelo in prospettiva logica, epistemologica ed etica.
2 L’immagine della bussola morale (moral compass) è impiegata a proposito di tony Soprano da Nöel CARROLL, Sympathy for the Devil, in R. GREENE - P. VERNEzzE, The Sopranos and Philosophy. I Kill Therefore I Am, Open Court, Chicago - La Salle (Ill.) 2004, p. 136. 3 Da Simon BROWN e Stacey ABBOtt, citati più avanti, pp. 27 e 51.

X

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Sette dei nove saggi presenti nel volume sono nati nel fervore ludico e creativo di quel contesto, con il contributo determinante dei sessanta studenti partecipanti. Gli scritti che seguono, compresi i due sopraggiunti in un secondo tempo, esprimono perciò una spiccata coralità, che certo non vuol dire unanimità di vedute e valutazioni. I loro titoli spigliati e insieme circostanziati sono così eloquenti che mi ritengo esonerato dal farne una qualsiasi presentazione. Un grazie di cuore va ad Aurelio Mottola, il direttore di Vita e Pensiero, che ha accolto il progetto editoriale dexteriano nella prestigiosa collana ‘Media Spettacolo e Processi culturali’. Ringraziamenti speciali indirizzo a due personalità che mi onorano della loro amicizia e senza le quali questo volume avrebbe avuto altra (o forse nessuna) forma: Pietro Emanuele e Fabio Cannavò. Rometta Marea, 3 ottobre 2010

Vincenzo Cicero

NB: I brani citati dai romanzi dexteriani di Lindsay e dalle stagioni del serial Dexter vengono segnalati come segue: a) nelle citazioni letterarie, un numero ordinale romano indica il romanzo (secondo l’ordine cronologico di pubblicazione; v. Appendice, pp. 133-134) ed è seguito da uno spazio e da una cifra araba relativa al capitolo; b) nelle citazioni dalla sceneggiatura della serie tv (ed. Fox Channels Italia), il simbolo ‘#’ precede un numero di tre cifre: la prima cifra indica la stagione, le altre due l’episodio (v. Appendice, pp. 129-132).

vIncenzo cIcero

dexter e i suoi nomi

1. Prologo su un certo fascino della criminalità seriale
Il predatore di esseri umani si muove nell’ombra perché il suo elemento è la tenebra, e il suo strumento la menzogna. Il serial killer abita la metà oscura dello spirito, e l’umbratilità entro cui dipana la propria esistenza, e tesse le proprie finzioni e recide le vite altrui, è una proiezione diretta di questa oscurità. ombra non di un corpo, dunque, ma di uno spirito essenzialmente tenebroso. anche le personalità più lucide proiettano zone scure; l’ombra scagliata dalla luce nera dell’omicida seriale, però, è cupa irruzione di morte inferta da un arbitrio perverso, è l’interferenza letale di malignità e corporalità entro le brusche molecole del tempo. Intrusione trista, tetra, mostruosa, ma non ferina. Il serial killer è certo un monstrum, un’entità formidabile e straordinaria – extraumana, viene da dire talvolta –, le cui modalità di apparizione (monstratio) concorrono in realtà tutte quante puntualmente ad ammonirci (monitum)1 sull’infondatezza delle opinioni consuete circa una ‘natura umana’ data e fissata una volta per sempre. non si tratta della semplice messa in crisi di un preconcetto o di un pregiudizio, come un’operazione efficace solo nella sfera intellettivo-astratta. la mostruosità di questo predatore eccentrico ed estremo ci sconvolge nell’intimo, ci azzanna alle viscere, rivela il baratro su cui sta sospesa la libertà enigmatica del nostro essere. Un omicida seriale non è affatto un’entità contronatura, a meno che non si intenda la parola nel senso di ‘contro la nozione ordinaria di natura umana’. Ma – insisto su questo – non è neppure una fiera, una belva, una bestia, né un essere parzialmente regrediente a uno stadio anteriore, primordiale, dell’evoluzione. Tanto nel profondo bisogno psichico in cui va individuato il suo primo movente, quanto nella faccia prettamente sadico-sessuale disegnata dal suo modus operandi, dall’assetto della scena del delitto e dal rapporto con le vittime, non c’è traccia di ferinità,
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Il connubio di mostrare e ammonire nella radice etimologica di ‘mostro’ è messo perspicuamente in rilievo da IsIdoro dI sIvIglIa nelle Etimologie (XI, III 3).

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di istintualità belluina – se non per metafora debole: perché l’atto sadico perpetrato da un essere ‘umano’ è abissalmente più annichilente della ferocia di qualsiasi altro vivente. e l’evento traumatico o la catena di traumi dell’infanzia a cui rimonta in ultima analisi il comportamento del criminale seriale escludono pure, già solo per il loro determinato carattere storico-personale, che l’involuzione comportamentale scavalchi a ritroso, verso presunte fasi arcaiche del genere umano, l’originaria lesione psichica; l’unica vera regressione riscontrabile è qui di matrice psicogenetica, non filogenetica (la filogenesi gioca piuttosto un ruolo importante sul piano dell’immaginazione simbolica, basti pensare a Jeffrey dahmer e alle rituali costellazioni di simboli che circondavano le sue pratiche necrofile e cannibaliche). davanti a questa irruzione di fosca mostruosità, capita alle ‘persone normali’ di avvertire confusamente, pur nello straniante raccapriccio, il richiamo fascinoso a un’affinità intima, a una strana familiarità, come se vi venisse alla luce un tratto umano costitutivo che sarebbe dovuto restare segreto e celato. Insieme sconvolgimento e fascino, nel segno dell’individuazione di una inopinata comunanza – e di una sorprendente duplicazione. ecco perché la figura del serial killer è alquanto inquietante, perturbante, in un senso prossimo allo Unheimliches freudiano.

2. Il perturbante tra angoscia ed emozione estetica
È in generale perturbante – straniante, spaesante, sinistro – ciò che suscita terrore e orrore in relazione a cose che ci sono da tempo note e familiari. secondo Freud, che in proposito si riallaccia a otto rank, il meccanismo del perturbante si innesca di solito in concomitanza col fenomeno del doppio e della ripetizione dell’identico, e si attua come ripresentazione di qualcosa di rimosso nel contesto di un annuncio di morte2. ora, il rapporto fra dexter Morgan e il fratello Brian Moser (narrato nel primo romanzo di lindsay e nella prima stagione del serial tv di James Manos jr.) sembra poter essere interpretato proficuamente sotto l’egida di questo concetto; ma con alcune divergenze significative. In primo luogo, il doppio in rank-Freud è endopsichico, un’entità che all’inizio sorge per garantire l’io del bambino dall’estinzione, benché negli stadi psichici ulteriori inverta letteralmente il proprio aspetto
2 cfr. s. FreUd, Il perturbante (Das Unheimliche, 1919), in Opere di Sigmund Freud, trad. it. di s. daniele, Bollati Boringhieri, Torino 1989, vol. IX, pp. 77-118. l’opera di o. rank a cui attinge Freud è Il doppio (Der Doppelgänger, 1914). cfr. il saggio di villano Barbato, § 1.

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per farsi nunzio di morte. In lindsay-Manos il doppio di dexter è invece reale, nell’infanzia costituiva un vero compagno di giochi, il fratello maggiore di un solo anno («gemelli irlandesi, come si suol dire», I 27), e quando da adulto reinterseca l’esistenza del fratellino non si limita ad annunciare morte, ma la procura rimettendola ostentatamente e provocatoriamente in scena. In secondo luogo, la teoria freudiana sostiene che il fenomeno perturbante del doppio è caratterizzato dalla serie di ripresentazioni angosciose di un rimosso, dunque di un contenuto psichico da lunghissimo tempo familiare, solo non riconosciuto nel suo riaffiorare e perciò scambiato per estraneo. Il trauma rimosso di dexter sta nell’aver assistito, quando aveva appena tre anni (insieme al fratello di quattro), alla morte della madre laura Moser, fatta a pezzi con una motosega da un trafficante di cocaina dentro un container del porto di Miami, e nell’essere rimasto (sempre col fratello) per due giorni e mezzo seduto al buio in una pozza di sangue accanto ai resti smembrati del corpo materno. Il graduale ritorno di questo complesso traumatico avviene qui grazie al doppio reale, Brian, regista raffinatissimo che allestisce per il fratello minore una serie di macabri spettacoli criminali con modalità che richiamano l’evento rimosso, e con indizi simbolici strategicamente collocati dentro e fuori le scenae criminis (lo specchietto retrovisore del camion frigo, la Barbie disarticolata, il numero 103). Indotto a entrare in questo circuito drammaturgico, invitato sottilmente a congiocarvi, dexter prova per la prima volta – a memoria sua – «sentimenti umani quali angoscia, disperazione, autentica tensione emotiva» (I 9), e di fronte all’ennesima installazione di membra pallide, esangui, bianco-azzurrognole, avverte indistintamente un’aria di famiglia («su tutto aleggiava l’impressione che questo mi fosse molto familiare», I 22); l’effetto più impressionante di questa strategia evocatrice approntata da Brian si può ammirarlo nella sequenza che culmina con il crollo di dexter dentro lo specchio di sangue nella stanza 103 del Marina view Hotel3. Ma – ecco il punto – il processo dexteriano di autoriconoscimento non è affatto dominato dall’angoscia, che pure è presente assieme alla paura4. Il perturbamento del protagonista è anzi interamente intriso, entro quella atmosfera di non-so-che familiarità, da veri e propri brividi

su questa sequenza cfr. il saggio di sanfilippo, § 4. cfr. p.es. I 25, dove peraltro il narratore dexter cita di passaggio il fondatore della psicoanalisi: «Per la prima volta, per quanto potessi ricordare, ebbi paura. non mi piaceva trovarmi in quel luogo [il porto di Miami], dove si aggiravano entità spaventose. [...] Mi sentivo il testimonial di una raccolta di fondi pro sigmund Freud».
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estetici. nei confronti del killer del camion frigo (alias Brian, il suo doppio reale), dexter comincia col provare sin dall’inizio una connessione estetica (aesthetic connection). dopo il secondo omicidio, la sola notizia di un nuovo corpo smembrato e dissanguato gli dà un vago senso di vertigine: Wonderful! – è il commento alla perfezione dei tagli, e lo spettacolo gli mette appetito: «la mia mente affamata girava intorno a quelle membra ripulite come un’aquila alla ricerca di un brandello di carne da lacerare» (I 6). le membra esangui delle prostitute uccise sembrano cantargli una rapsodia in bianco. l’assassino finisce col diventare il suo nuovo amico e artista preferito: «non c’erano mai coincidenze, con questo serial killer. Tutto era deliberato, tutto era studiato per ottenere un preciso effetto estetico, in funzione di una necessità artistica» (I 19). e nello stesso capitolo, commento finale alla scenografia di resti mozzati con maestria chirurgica: «era di una bellezza terribile. la disposizione era perfetta, coinvolgente, immacolata. dimostrava un grande spirito e uno straordinario senso della composizione. Qualcuno si era dato un gran daffare per realizzare una vera opera d’arte. Qualcuno dotato di stile, talento e morbosa ironia». Fino al momento dell’agnizione (allorché l’artista uscirà dall’ombra mostrando il volto quasiidentico al suo e ... tutto precipiterà), la direzione emotiva principale del perturbante in dexter è indiscutibilmente quella estetica. Fruizione di un’arte macabra, terribile ma bella da togliere il fiato. In terzo luogo, il perturbante freudiano è sempre legato alla coazione a ripetere, ossia all’istinto compulsivo alla reiterazione, che nell’inconscio ricopre un ruolo così predominante da ridurre spesso alla totale impotenza il principio di piacere5. Questa compulsione al ritorno dell’identico governa naturalmente anche la mente del predatore di uomini, il quale garantisce appunto uno sbocco seriale alla coazione a uccidere. Brian Moser, che condivide con dexter Morgan buona parte di dna e il medesimo trauma originario, è un serial killer da manuale e al tempo stesso – ciò che ne fa un personaggio a sua volta intrigante – coazione a ripetere vivente, cioè il doppio reale, anch’egli ‘artista’, del fratello minore: un perturbante al quadrato, quindi. dexter no. È un
5 In FreUd il piacere è la sensazione di appagamento di un bisogno, ed equivale alla diminuzione della libido (quantità di energia) della pulsione corrispondente al bisogno stesso. Il principio di piacere afferma che tutte le pulsioni inconsce tendono esclusivamente ad appagarsi in maniera immediata; è controbilanciato dal principio di realtà, mediante il quale l’io controlla le pulsioni differendone il soddisfacimento. Questi concetti e il loro nesso con la coazione a ripetere sono trattati sistematicamente da Freud nel breve Al di là del principio di piacere (1920), coevo al saggio sul perturbante.

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predatore di predatori6. e il rapporto con l’altro suo doppio, il doppio interiore, il Passeggero oscuro (Dark Passenger), viene a configurarsi sotto il segno non del perturbante, ma del numinoso, in un senso abbastanza differente dal Numinoses discusso da otto.

3. I momenti del numinoso secondo Rudolf Otto
cogliere l’essenza intima della sacertà nella maniera più radicale e pura possibile, così da risalire al senso originario dell’esperienza religiosa in generale e cristiana in particolare, dato il cristianesimo come la religione salvifica per eccellenza: è l’intento del saggio epocale pubblicato nel 1917 dal teologo luterano rudolf otto col titolo Il sacro7. Una tale prospettiva teorica è, manco a dirlo, evidentemente distante dalla cornice tematica di questo mio scritto; tuttavia è in essa che vanno collocati gli aspetti speculativi che adesso chiamerò in causa per cercare di meglio intendere il legame tra dexter e il Passeggero oscuro. l’intuizione feconda del teologo tedesco sta nell’aver colto che, dei tre lati tradizionali del sacro – morale, razionale, irrazionale –, il più caratteristico della sua essenza è il terzo, radicalmente ripensato però secondo la catena dei momenti strutturali che vi si riferiscono. Per farne risaltare con maggiore adeguatezza la peculiarità, otto lo ha ribattezzato con un neologismo ispirato alla lingua latina: das Numinose, da numen, «forza divina, energia sovranaturale». Il numinoso indica allora l’essenza originaria del sacro come arcienergia ‘irrazionale’, precisamente nel senso di forza pre- e ultra-razionale (come pure pre- e ultra-morale) che risulta indefinibile, concettualmente inafferrabile e, a rigore, ineffabile; si possono solo discutere per accenni i momenti categoriali di questa forza, che in linea fondamentale sono quattro, strettamente interconnessi: superpotens, mysterium tremendum, fascinans, augustum8. li tratteggio in breve.
sul profilo eccentrico della criminalità seriale di dexter cfr. il saggio di Macrì. r. oTTo, Il sacro. L’irrazionale nella idea del divino e la sua relazione al razionale (1917), trad. it. di e. Buonaiuti, se, Milano 2009. 8 oTTo elenca in realtà sei momenti categoriali, includendo nella lista anche la hy ´mnesis (preghiera con inni), glorificazione numinosa del nome di dio, e il deinós sofocleo, il portentoso (das Ungeheuere): ma è facile mostrare che la prima può rientrare nell’augustum, mentre il secondo va ricondotto al perturbante, cioè al tremendum. lo Unheimliches di otto è di tipo prettamente collettivo e recita il ruolo da protagonista nell’origine del fatto religioso; gli mancano le sfumature e le ambiguità del perturbante freudiano, che invece, come s’è visto, è analizzato innanzitutto con riguardo alla sfera psichica del singolo.
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a) Il momento del superpotens concerne il numinoso quando suscita nell’animo umano il timore e la prima risposta emozionale al sacro: il sentimento creaturale, nel quale l’uomo si scopre immerso nel proprio nulla e si annichilisce di fronte alla sovrapotenza di ogni creaturalità. b) Il secondo momento sorge dalla sintesi di due bracci inizialmente a se stanti: il tremendo e il misterioso. Il tremendum si impone come superpotere (superpotestas; ne è esempio tipico l’ira divina), come maestà suprema (majestas) assolutamente inaccessibile a cui la creatura può corrispondere in maniera acconcia solo trasformando l’iniziale tremore in trepidazione e umiliazione attiva (humilitas), lasciando cioè che l’energicum del numinoso metta in moto nell’animo quel fervore operoso che consente all’eccitazione interna di erompere all’esterno. Il mysterium autentico, prima di accoppiarsi con il tremendum, è il totalmente altro, incommensurabile alla nostra essenza, il mirabile a cui nell’animo corrisponde il meravigliarsi, lo stupor, lo stupore allibito. c) Intrecciato al momento repellente del tremendum, in uno strano ‘contrasto armonico’, è il momento attraente del fascino, l’elemento dionisiaco degli effetti numinosi. con il fascinans si accentua l’influsso del numen sul soggetto umano, infatti indica ciò che è beatificante per la creatura. d) l’augustum si ha infine quando l’autodeprezzamento della creatura porta con sé l’apprezzamento (la lode, l’esaltazione) del valore numinoso assoluto, scaturigine ‘irrazionale’ di ogni assiologia o valorialità: questo momento accentua nel numen l’aspetto oggettivo di essere valore assolutamente degno di rispetto per sé. In forma di estremo compendio si può dunque dire: per otto l’essenza del sacro consiste nell’energia originaria del numen divino pensata unitariamente come superpotente, tremenda-misteriosa, affascinante e augusta. a questa essenza e alla sua polivalente energia ‘oggettiva’ corrisponde nell’uomo una ‘soggettiva’ predisposizione ad accoglierla, un a priori emozionale a cui fanno capo determinate potenzialità energetiche, rispettivamente: timore e sentimento creaturale, stupore e umiliazione attiva, ebbrezza, autosvalorizzazione. come stanno ora le cose con il numen di dexter? È corretto parlare del Passeggero oscuro in termini numinosi, oppure in questo modo si dà corpo all’usurpazione – forse persino empia – di un nome di chiara pertinenza mitico-religiosa e teologica? e se chiamare numen il Passeggero oscuro si rivelasse invece determinante per un approfondimento inedito della numinosità stessa?

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4. Applicazione delle categorie di Otto al Passeggero Oscuro
non è di sicuro un nume assoluto né trascendente, e con lui accanto (con lui alla guida) il numinato non trema e non teme nulla. Quindi sulla soglia del raffronto numinologico tra la figura del Passeggero oscuro e la concezione ottiana, di quest’ultima si devono mettere fuori gioco almeno tre elementi caratterizzanti: l’assolutezza, la trascendenza, il timore-e-tremore. senza i quali sembra quasi da stolti continuare a impiegare la nozione di sacro. eppure, se è vero che dexter non crede in dio, inteso come forza e potenza trascendente ultraterrena (verticale), c’è comunque un unico potere superiore (higher power), ma immanente, della cui esistenza è certissimo: appunto il Passeggero oscuro9. l’appartamento in coconut grove, Miami, dove un baule a doppio fondo nasconde gli arnesi di morte, mentre una grata dell’impianto di condizionamento custodisce come in un tabernacolo il cofanetto dei trofei, ossia i vetrini di sangue delle vittime, è un santuario in onore di questo nume10. È dunque per dexter in persona che il proprio rapporto con il Passeggero oscuro costituisce un vincolo sacro. Il numen va però trasferito – letteralmente – dal dominio extramentale all’interno della mente. vediamo allora che succede in un contrappunto con i momenti del numinoso descritti da otto. a) Innanzitutto emerge il dexter nullo e vuoto che annienta se stesso davanti alla sovrapotenza del Passeggero oscuro. non parlerei di sentimento creaturale, è chiaro, ma di un reiterato riconoscimento della propria costitutiva non-autosufficienza o non autonomia, di una consapevolezza unita, secondo necessità (quando urge il Need, il Bisogno), alla ossequiosa sottomissione al superpotens ospite interiore. b) Un ospite in fondo misterioso, ma parzialmente accessibile11, se non altro in forza della sua invadenza verso l’ospitante. ed è sì l’altro,
Immanente lo sperimenta dexter nei primi due romanzi e nelle stagioni tv fin qui trasmesse. alla luce dell’ulteriore sviluppo letterario del personaggio e del rapporto con il suo ospite interiore, si può comunque dire che, rispetto a dexter, al Passeggero oscuro spetti fondamentalmente una trascendenza orizzontale (in virtù della sua origine ‘terrena’ antichissima), che a un ‘certo’ punto diviene immanenza. 10 In #405, dopo che lo scoppio accidentale di un tubo in cucina ha messo a soqquadro l’appartamento e altri l’hanno preceduto sul luogo, le prime parole che dexter pronuncia entrando dalla porta sono: «Il mio santuario. non più privato e non più sacro» (My sanctuary. It’s private and sacred no more). Per la sua collocazione nella storia dexteriana, la scena è fortemente simbolica. 11 Fino a Dexter in the Dark, questo mistero non viene avvertito come un problema: «non ho mai avuto idea di cosa fosse il Passeggero oscuro o da dove venisse, e la
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ma non il totalmente altro, infatti dexter lo chiama l’‘altro me’, a conferma che l’ignoranza sull’origine della sua essenza numinosa non preclude affatto una familiarità, perfino una confidenza con le varie modalità della sua periodica manifestazione. Una majestas intermittente, e d’incontro una humilitas compartecipe, più ammirata che meravigliata. c) Un’umiltà che ha peraltro il suo ottimo tornaconto, dato che il lasciarsi dominare dall’energia del numen equivale a un’esplosione di ebbrezza dionisiaca: «Man mano che il Passeggero oscuro si sedeva al volante e prendeva il controllo, mi inebriavo dell’esaltante ondata di potere. È sempre stato eccitante farmi scaraventare sul sedile posteriore e lasciar guidare il Passeggero. le ombre sembrano farsi più definite e l’oscurità si anima di un grigio brillante che rende tutto più nitido. I rumori bassi diventano forti e chiari, la mia pelle freme, respiro a fondo, e anche l’aria mi sembra diversa, intrisa di aromi sconosciuti. non mi sentivo mai così vivo come quando il Passeggero oscuro era al volante» (II 3). Fascinans rude e generoso, che concede uno stato di grazia omicida. d) Tutto ciò che per dexter vale e disvale, ogni cosa evento o persona che ai suoi occhi merita apprezzamento o disprezzo (e quelli da lui soprattutto disprezzati sono i predatori di uomini insieme ai loro numina maligni – la ‘società dei numi estinti’), è tale sulla base del primo valore paradigmatico, al quale lui tributa rispetto autentico perché se ne sente a sua volta degnato di considerazione e – strano a udirsi – di amore: «Mi chiamo dexter e non so che cosa sono (what I am). so soltanto che c’è qualcosa di oscuro in me, e lo nascondo. certamente non ne parlo, ma c’è, sempre, questo Passeggero oscuro. [...] È tutto ciò che ho. nient’altro (Nothing else) potrebbe amarmi, neppure io, purtroppo» (#203). Numen augustum magnanimo, che ama il suo servo derelitto. Fin qui lo schematico parallelo delle tangenze numinologiche con la teoria di rudolf otto. oltre alle determinazioni già discusse, tuttavia, sono convinto che un ripensamento del nome numen entro lo speciale sistema-mente di dexter possa mettere a nudo delle direzioni significative del numinoso e del sacro finora intuite solo in parte.

cosa non è mai sembrata così importante» (III 5). a un certo punto il numen diventerà anche inaccessibile, dexter ne perderà le tracce, ne soffrirà l’assenza. cfr. il saggio di laganà.

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5. Fratellanze nominali e ignoranze essenziali
Nomen numen – assai più che una semplice consonanza pseudoerudita, è una vera parentela, una fratellanza in voce latina con ascendente mesopotamico. secondo infatti la recente congettura formulata da giovanni semerano, in principio era nabûm, verbo accadico con varie accezioni semantiche come ‘nominare, invocare, chiamare, proclamare, comandare, decretare’, da cui discendono, tra le altre forme, sia nomen sia numen12. l’origine comune permette allora ciò che la riflessione teologica russo-ortodossa, con la sua filosofia del nome (Bulgakov, losev, Florenskij), ammette da tempo: pensare la nominazione, ossia l’atto di attribuire un nome e di istituire così un legame tra nominante e nominato, anche come numinazione, manifestazione di energia da parte di una volontà superiore; per converso, nel momento in cui con-suona come nomen (nel senso del nominans), il numen può venir colto in maniera più esplicita nel suo carattere di appello, di chiamata, quindi nel suo essere fondamentalmente energia vocante, potenza di una voce fascinosa. Il rapporto tra dexter e il Passeggero oscuro viene dispiegandosi entro una economia ‘nouminazionale’13 di questo tipo. Il nome dello stesso protagonista suona latino: dexter (in greco dexiterós, cioè propizio, di buon auspicio, favorevole, benigno), vocabolo sorto in sede rituale e riferito a dèi o a segni – dunque ancora una volta un contesto numinoso. ci vuole senza dubbio una buona dose di ironia per alludere a tali attributi mediante il nome di un serial killer, eppure bisogna riconoscervi il tocco felice dell’ambiguità, perché dal nocciolo maligno di questo predatore di predatori si rovesciano sul reale degli effetti ‘positivi’ per la società, quali le esecuzioni capitali dei criminali
12 Per lungo tempo i conati etimologici dei due nomi hanno seguito correnti diverse: nomen, insieme al cugino greco ónoma, è stato ricondotto a una radice indoeuropea (cfr. sanscrito nama, «nome»); invece per numen si è prestata interamente fede a Festo e varrone, che lo riferiscono al cenno della testa (nutus) come segno di comando (cfr. gli affini neúú, greco, e nauti, sanscrito). cfr. giovanni seMerano, Le origini della cultura europea. vol. II. Dizionari etimologici, olschki, Firenze 1994 (rist. 2002), s.v.; e inoltre: a. ernoUT - a. MeIlleT, Dictionnaire étymologique de la langue latine, klincksieck, Paris 20014, e P. cHanTraIne, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, 2 voll., klincksieck, Paris 1968-80. 13 non si tratta di mero gioco di parole: anche per l’etimologia di noûs, e quindi di nooúmenon, seMerano (Le origini, pp. XIX e 197 s.) chiama in causa il verbo nabûm attraverso l’ebraico ne’)m (‘parola, voce oracolare’) come anello intermedio. davvero interessante questa antica comunanza verbale di nome, nume e ‘mente’ – e non si ferma qui.

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seriali. e si tratta comunque solo di una porzione del potenziale allusivo globale del nomen: nella sua ‘dexterità’ ci sono anche la destrezza, come abilità nell’uso delle mani e del corpo (la padronanza dei ferri chirurgici, la pratica di ju-jitsu al college), poi l’acutezza ed elasticità mentale (l’alto QI, la velocità intuitiva), e persino un rinvio all’emisfero cerebrale – il destro – da cui la personalità di dexter riceve le sue (antinomiche) direttive14. Ma al di là dei semi augurali nell’etimo, la relazione di dexter con il proprio nome, e con il nome del proprio nume, mette in evidenza una circostanza singolare: la proliferazione delle denominazioni in proporzione inversa al sapere essenziale circa i denominati. ogni denominazione dipende in ultima istanza da una nominazione principiale (o da una rinominazione poietica), dalla quale riceve in misura variabile parte dell’energia creativa originaria, trasmettendola a sua volta al nome impiegato. Il nominare è un apporre nomi, il denominare un disporli per l’impiego; là si istituiscono sinergie con i nominati, qui si approntano vocaboli per i discorsi. ora, dexter è l’essere delle mille autodenominazioni, particolarmente inventivo nell’inghirlandare con aggettivi e apposizioni il proprio nomen quando, raccontando in presa diretta le sue intricate peripezie, giostra più veloce che mai attorno al nucleo (per lui) enigmatico della sua essenza. dexter sa benissimo questo non-sapere, lo confessa con disarmante franchezza a lettori e spettatori; e non è un caso che i numerosi autoepiteti riprendano per lo più l’iniziale del suo nome, quasi a voler declinare ironicamente il mistero di sé per via anaforica, come si può desumere anche dai titoli dei romanzi lindsayani e dalla seguente lista-campione un po’ ditzy (vertiginosa come lui in I 9): il delizioso, divertente, defunto-dentro, diligente, deragliato, delicato, depistato, deviato, delirante, dilettante, derelitto, deferente, disinvolto, defilato, disperato, dipsofobico, diurno, disarmato, disgraziato, deteinato, disintegrato, disadattato, detenuto, devoto, dipartito, delfino, docile, depresso, deliziosamente dimesso, demonico, deontologico... dexter! Ma l’ignoranza su se stesso, sul suo essere né-bestia-né-uomo, ha un fondo tragico e appare tutt’uno con la perdita del legame originario con chi gli ha dato il nomen. la vera scoperta di chi sia stato il nominans (la madre laura Moser) coincide infatti con la reviviscenza dell’evento traumatico: «e l’interno di un altro container mi apparve con estrema chiarezza. non c’erano scatoloni, ma c’era... qualcosa. vicino alla... mamma? distinguevo il suo volto: si stava nascondendo dietro alle... cose, se ne vedeva lo sguardo immobile, vitreo, inerte. dapprima mi
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cfr. il saggio di gugliotta.

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venne da ridere: la mamma si era nascosta così bene. non vedevo il resto, solo la faccia. doveva avere scavato un buco nel pavimento. si era nascosta in un buco e ora stava sbirciando fuori, ma perché non mi diceva niente, ora che l’avevo trovata? Perché non batteva ciglio? nemmeno quando la chiamai ad alta voce rispose, o si mosse. Mi guardava e basta» (I 27). da questo momento in poi si può dire inizi ufficialmente l’itinerario dexteriano di autoconoscenza nel e attraverso il proprio nomen, in vista della libera rinominazione di sé e del mondo. Intanto l’altra ignoranza, quella sull’essenza e provenienza del numen, viene compensata soprattutto mediante la metafora regina del Passeggero oscuro, tenebroso autostoppista che chissà dove e quando lo chauffeur dexter ha fatto accomodare sul sedile posteriore della dextermobile, per lasciargli volentieri la guida nelle battute predatorie durante i pleniluni15. la caratteristica più straordinaria dell’ospite oscuro è la voce con cui sussurra all’orecchio del docile autista: lontana, fredda, gelida, voce non-voce, tono muto, «pensiero a cavalcioni di un respiro» (I 13), che nelle notti di plenilunio diviene un grido, un ruggito, «lo stridore sinfonico di mille voci nascoste» (I 1), e sbocca all’esterno fondendosi con la voce di dexter. anche per il numen c’è comunque un rosario di denominazioni, spesso con iniziale maiuscola: l’entità, la cosa dentro, affamata, calma e gelida, il caro amico interiore, l’osservatore che ride, il danzatore sotto la luna, il me non-me, l’altro me, il mio io segreto ecc. solo più tardi, una volta che dexter avrà appreso il motivo per cui tanto tempo prima il Passeggero oscuro si è insediato nella sua mente e nel suo corpo, comincerà un processo di conoscenza del proprio numen che incrocerà il vettore autoconoscitivo. allora diventeranno più chiari certi aspetti numinosi individuati istintivamente mediante le denominazioni descrittive, come il gelo, la risata, l’osservare, nonché la
credo che la metafora sia un omaggio a george roMero e a stephen kIng: «noi siamo ‘esseri umani’, plurale. In ognuno di noi convivono due entità opposte. l’entità esteriore, che è quella che mostriamo a tutti, inibita, timida, patologicamente bugiarda. e poi c’è l’entità interiore, quella vera, appassionata, disinibita e libidinosa. Molti di noi tengono questa entità nascosta, soffocata. Ma uno scrittore di narrativa non la deve nascondere, al contrario deve rappresentarla, lasciarla crescere, portarla allo scoperto, farla vivere, respirare. Dategli le chiavi della macchina, dannazione, lasciatela correre, sì! chiaro? È questo il suo dovere. È essenziale. lo scrittore deve spingere fuori dalla gabbia l’entità interiore. deve lasciare che abbia voce in capitolo, altrimenti il lavoro stesso sarà inibito, timido, senza passione. sarà ipocrita e falso» (dalla sceneggiatura di The Dark Half [La metà oscura, 1993], che romero ha tratto dall’omonimo romanzo di king; corsivo mio).
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speciale empatia che fa comunicare la voce non-voce con gli altri Passeggeri oscuri («la cosa dentro lancia il suo richiamo nel vuoto quando riconosce un esemplare della sua stessa specie», I 19; e in I 22, mentre dexter è del tutto disorientato, il suo numen è già entrato in contatto con quello del fratello Brian). Però... Però c’è un’altra voce che attraversa le ossa di dexter, e che dalla terza stagione tv assume in maniera regolare i connotati di allucinazione visiva: è di Henry ‘Harry’ Morgan, il poliziotto della narcotici che aveva portato il piccolissimo dexter fuori dal container degli orrori, prendendolo in adozione. È giunto il momento di occuparmene.

6. La legge del padre (adottivo)
al momento in cui comincia la narrazione dexteriana, Harry è morto da una decina d’anni. la sua presenza nelle vicende in corso è quindi disincarnata, ma ciò non gli impedisce di incidere ancora nell’esistenza del figlio adottivo in misura persino superiore alla già di per sé ingombrante influenza del Passeggero oscuro. secondo la modalità attuale ed efficace del suo essere, non è né un nomen né un numen, benché condivida alcuni tratti centrali dei loro significati. È un nomos. dexter lo chiama: the Harry Code, il codice di Harry. nel XX secolo il concetto di nomos è stato riconsiderato in maniera rilevante dal filosofo del diritto carl schmitt nell’opera Il nomos della terra16. collegandosi alle ricerche del linguista tedesco Jost Trier, schmitt ha inteso recuperare il nesso arcaico con l’occupazione della terra contenuto nel senso presocratico della parola greca, e ha invitato a non tradurre più quest’ultima con il consueto Gesetz, ‘legge’, ma a lasciarla semmai intradotta, in quanto il nomos sarebbe piuttosto la misura e forza giuridica originaria, legata alla terra, di ogni legalità17. senonché, il pre-

c. scHMITT, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello ‘Jus Publicum Europaeum’ (1950), trad. it. di e. castrucci, adelphi, Milano 20033 (nelle citazioni alla nota seguente ho ritoccato la traduzione). 17 cfr. ibidem, I 4, pp. 36, 40, 42: «Nomos è la prima misurazione che fonda ogni successivo criterio di misura, la prima occupazione di terra come prima partizione e spartizione dello spazio: l’originaria divisione e distribuzione. [...] In seguito la parola è stata usata per statuti, statuizioni, provvedimenti e decreti d’ogni tipo. [...] Nomos viene da nemein, una parola che significa tanto ‘dividere’ quanto ‘pascolare’. [...] Nomos è la misura che distribuisce e localizza il terreno e il suolo della terra in un certo ordinamento, e la forma così risultante dell’ordinamento politico, sociale e religioso. [...] Il nomos nel suo senso originario è proprio la piena immediatezza di una
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supposto etimologico sul quale si basa il discorso schmittiano – secondo cui nomos verrebbe dal verbo nemein, ‘dividere, pascolare’, quindi ‘occupare e distribuire la terra’ – è stato mostrato scorretto da semerano, che ha ricondotto nemein al sostantivo accadico namû, ‘terra da pascolo’, e nomos invece al già incontrato verbo nabûm, in cui è insito senz’altro il senso della misura e della forza, mentre solo periferico può apparirvi il rinvio alla terraneità e all’occupazione fondiaria. Poiché seguo anche qui il filologo italiano, affermo allora che il nomos, pensato sul filo dell’etimologia insieme a (e come) nomen-numen, indica il frutto di un nominare autorevole la cui energia normativa è in grado di durare e sussistere da sé anche quando il nominante (lo chiamerò: il nomiurgo) non sia più presente. Il codice di Harry ne è un caso tipico. lo scopo fondamentale del nomos di Harry è di aiutare dexter nell’arduo compito di controllare il suo numen. ecco il primo sgorgare di questa fonte – flashback con le parole pronunciate dal poliziotto al figlio adottivo quattordicenne sotto un cielo di stelle eccezionalmente brillanti, attorno a un fuoco ormai spento, a elliott key, Florida meridionale, metà anni ’80 (Harry aveva da poco scoperto la fossa comune in cui da un anno e mezzo il ragazzino andava seppellendo gli animali uccisi per soddisfare il proprio Bisogno): «Quello che ti è successo prima che ti prendessimo con noi, anche se non te lo ricordi, dexter, ha avuto un influsso su di te. Ho cercato di mettere le cose a posto, ma era troppo forte. Troppo. Ti è entrato dentro presto e ci rimarrà. non ci puoi fare niente. non lo puoi cambiare. Tuttavia puoi incanalarlo. controllarlo. scegliere cosa o chi uccidi. c’è un sacco di gente che se lo merita, dex» (I 4). È alla canalizzazione e al controllo dell’energia numinosa che viene dunque orientato l’imperativo principale (‘ipotetico’, per dirla con terminologia kantiana, non certo ‘assoluto’) del codice di Harry – Kill only the deserving, ‘uccidi solo chi se lo merita’. Tutte le altre sono norme che il Buon Piedipiatti (the Good Cop) ha impartito a dex affinché corrisponda scrupolosamente all’imperativo e non incappi nelle conseguenze penali delle sue uccisioni dei ‘meritevoli’: devi essere sicuro al cento per cento che se lo meritino, spara solo per salvare una vita, stai attento, sii prudente, preparato e preciso, non lasciare tracce, evita coinvolgimenti emotivi, làvati, vèstiti bene, fingi, mimetìzzati, non destare attenzione, comportati normalmente, sii noioso e simili. non mi viene in mente un termine migliore di amorale per etichettare un sistema normativo di questo tipo18. né lo scopo fondamentale
forza giuridica non mediata da leggi; è un evento storico costitutivo, l’unico atto di legittimità che conferisce significato alla legalità della mera legge in generale». 18 Per una definizione di ‘amorale’ cfr. la mia Introduzione.

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né l’imperativo principale del codice mostrano la benché minima ispirazione o aspirazione a un bene comune; i meritevoli di morte vanno uccisi in ultima analisi non perché appunto meritino di morire (ammesso che qualcuno possa in generale guadagnarsi un simile ‘merito’), ma per evitare che la fame del Passeggero oscuro venga saziata da vittime ‘immeritevoli’. cfr. il dialogo tra dexter e Brian in #112: «B: le tue vittime sono tutti degli assassini? – d: sì. – B: come una specie di vendicatore? – d: non è per quello che uccido». rispetto a questa assenza di istanza morale nella codifica di una mera arbitrarietà individuale, è quindi secondario che il criterio per stabilire chi merita di morire sia la criminalità seriale conclamata, e che dexter giunga talvolta a falsificare delle prove per far assolvere il serial killer in tribunale, così da poterlo poi macellare sul tavolo al centro della stanza Pulita del Passeggero oscuro, «imbiancata prima, spazzata, disinfettata per quanto possibile» (I 1). È secondario, ma non insignificante. Il codice non contempla infatti l’omicidio dei ‘semplici’ assassini, dei criminali che procurano la morte altrui occasionalmente e per motivi contingenti, ma ha di mira la categoria dei predatori di uomini, coloro nel cui spirito tenebroso cova, fino a esplodere di tempo in tempo, la coazione a uccidere, quelli che sono così simili – i più simili – a dexter. senza il codice di Harry, l’esplosione energetica del nigrum numen di dexter si abbatterebbe sulla realtà secondo le modalità perverse dei serial killer. Il punto davvero importante di questo nomos (Henrici) è che, senza alcuna pretesa di essere un codice etico, ha voluto assumere per il nomen (Dexteri) un valore di redenzione («È stato Harry a spianarmi la strada verso la salvezza», #103), instaurando da subito, all’atto del suo pronunciamento, un’economia religiosa (religio nel senso di legame sacro tra padre e figlio) che ha di fatto preparato e pre-figurato il futuro vincolo sacro del ragazzo con il numen (Obscuri Viatoris). sin da piccolo dex ha avuto per il padre adottivo un’autentica venerazione, sfociata dopo la morte di Harry in un culto del nomos ancora più pervasivo, perché officiato quotidianamente, del culto extra-ordinario e ‘lunatico’ dedicato al numen – due sacralità che, instauratesi in tempi e modi differenti, risultano in definitiva complementari19. ecco perché all’inizio della narral’economia ‘religiosa’ del nomos investe il dex quattordicenne nella notte stellata di elliott key, e si consolida ulteriormente dopo la morte di Harry (cioè dopo i vent’anni); l’economia sacra del numen inizia a insediarsi nel dex diciannovenne con l’uccisione della Perfetta Infermiera (v. saggio di Macrì, § 1), per rafforzarsi e affinarsi anch’essa progressivamente dopo la scomparsa del padre.
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zione l’esistenza di dexter ci appare segnata dal servizio a due padroni, votata senza residui a una duplice obbedienza20. Il valore redentivo del nomos di Harry, benché di portata dichiaratamente individuale, ci annuncia pure qualcosa di non banale sulla funzione salvifica del sacro e sulla salvazione stessa. È di moda citare a proposito del tema della salvezza due versi del canto Patmos di Friedrich Hölderlin: «Ma dove c’è pericolo, cresce / anche ciò che salva», ai quali molte pagine ha dedicato Martin Heidegger nelle sue meditazioni sull’essenza del sacro (nella parola das Heilige, ‘il sacro’, il filosofo tedesco pensa insieme l’azione del verbo imparentato heilen, ‘sanare, salvare’). Qui mi limito a mettere in luce che se il salvare hölderliniano viene letto solo in senso ablativo, ossia come salvezza-da (in questo caso da pericolo), allora se ne riduce drasticamente l’ampiezza; la sua direzione più profonda e duratura è invece oblativa: è il salvare-per (per rimettere a se stesso chi viene salvato) a coronare l’intera azione conferendole vera pregnanza liberatrice. ora, dexter resta eternamente grato a Harry per averlo salvato dal diventare un mostro omicida di pura perversione, dal restare in balia esclusivamente delle risa gelide e degli stridori sinfonici del Passeggero oscuro. Il codice di Harry è solida garanzia di una salvezza ablativa. Ma per che cosa è stato salvato dexter?

7. L’inevitabile crollo di un mito e la trasformazione di un’idea in vita reale
la triade nomen numen nomos (dexter – Passeggero oscuro – codice di Harry) circoscrive compiutamente la personalità tricotomica di quel personaggio dividuale che a un certo punto della sua vita decide ch’è giunto il momento di confidare a qualcuno il proprio orribile segreto – a qualcuno diverso da un serial killer steso su un tavolo e avvolto da cellofan nell’attimo che precede la sua morte. Et incipit narratio...21
20 se vi aggiungiamo il tributo ineliminabile che l’ematologo forense paga – come tutti noi – alle istanze pressanti della realtà, parrebbe proprio di poterlo assimilare al ‘povero io’ freudiano servitore di tre padroni severi: il mondo esterno, il superio e l’es (cfr. s. FreUd, Introduzione alla psicoanalisi, lez. 31). al di là della suggestione delle corrispondenze apparenti (io=nomen, Super-io=nomos, Es=numen), i due contesti sono molto diversi, ed è soprattutto insostenibile l’equivalenza tra es e Passeggero oscuro (benché quest’ultimo sia un It). resto comunque dell’avviso che un loro confronto puntuale – impossibile da condurre in questa sede – sarebbe senz’altro proficuo per una maggiore definizione del mosaico-dexter. 21 Perché dexter decide di confessarsi e di ‘narrarsi in tempo reale’ allo spettatore al di là dello schermo? cfr. il saggio di gugliotta-Mento.

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durante il corso delle vicende narrate, le dinamiche rapportuali fra i tre nomi di dexter si modificano sensibilmente, dando vita a un’evoluzione interiore (ed esteriore) che si può definire in termini di emancipazione del nomen, accidentata ma progressiva, dagli influssi di numen e nomos, per dar forma a un’esistenza finalmente propria. gli eventi-chiave sono tre: 1) la reviviscenza dell’evento traumatico (I 27); 2) l’ascolto delle vecchie bobine di Harry del 1973, in cui è registrata anche la voce di laura Moser (#205-206); 3) la presa d’atto della scomparsa (temporanea) del Passeggero oscuro (III 13). naturalmente non vanno intesi come rigidi istanti puntuali o lineari, piuttosto come intensi momenti-snodo inanellati a più catene e dimensioni temporali. sopra ho già toccato il primo e accennato al terzo in un’ottica conoscitiva. Infatti, poiché il processo di autoliberazione non può mai andare disgiunto da un’adeguata consapevolezza e conoscenza di sé e del mondo, i tre eventi corrispondono all’avvio del superamento di tre ignoranze dexteriane essenziali: 1) l’ignoranza tragica riguardo al proprio nomen, al proprio essere né bestia né uomo; 2) l’ignoranza mitica sui risvolti nascosti del rapporto con il nomiurgo Harry; 3) l’ignoranza conscia ma non problematica circa l’essenza e la provenienza del numen. Ho battezzato ‘mitico’ il secondo non-sapere di dexter in quanto all’inizio Henry Morgan è per lui un mito assoluto come uomo, come padre di famiglia, come poliziotto. lo sgretolamento di questo mito si avvia per caso in #109, con la notizia della morte del padre biologico di dex, Joseph driscoll (Harry gli aveva spacciato per morti da anni in un tragico incidente entrambi i genitori, negando di averli mai conosciuti: «Harry mi diceva sempre la verità... Ma ora Harry ha mentito, perché l’ha fatto?»), e viene provvisoriamente sospeso per l’incalzare dei misfatti spettacolari inscenati dal fratello Brian. Il vero shock demitizzante dexter lo subisce qualche mese dopo aver rivissuto la scena del trauma, quando certi nastri magnetici di quasi trent’anni prima gli restituiscono le voci di un giovane Henry Morgan e della mamma laura Moser, e dai contenuti dei dialoghi, dai toni confidenziali, dai bisbigli, desume in maniera inequivoca che non solo il padre adottivo conosceva la sua madre biologica, ma se ne era servito come informatrice-esca contro quei narcotrafficanti di Miami che poi, scoprendo il suo doppio gioco, l’avrebbero uccisa (così Harry si rivelava indirettamente responsabile della morte orrenda della madre, quindi del trauma criminogeno di Brian e di dexter ecc.), e per giunta i due erano anche amanti. Mentre crolla così l’immagine del perfetto padre di famiglia e del marito fedele, cresce invece il mi-

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stero intorno alla vera personalità di Harry e ai reali motivi dell’adozione e del nomos22. Ma quello che sarà di lì a poco il colpo di grazia al mito, inferto con l’emersione dal passato dell’ennesima verità contraffatta, si trasforma nella occasione per una svolta decisiva nel processo di autoliberazione del nomen. Harry, cardiopatico per anni, è morto a causa di un ispessimento delle arterie coronariche: questa la versione ufficiale. Quando però in #210 il sergente doakes allude al fatto che ai piani alti del Miami Metro Police department hanno secretato ogni cosa relativa a quella morte, dexter costringe il capitano Matthews a rivelargli la verità (consegnata allora a un referto autoptico subito fatto sparire): Harry si è suicidato con un’overdose del suo farmaco cardiaco. «Il leggendario Harry Morgan, il vessillo della giustizia, l’architetto di tutto ciò che sono – suicida! non ha alcun senso». Questa delusa perplessità dura finché doakes non usa un’espressione (Stay away from me!, «stammi lontano!») che rievoca in dexter un fatto avvenuto giusto tre giorni prima della morte del padre adottivo. Il magnaccia Juan ryness, incriminato per aver pestato a morte una delle sue ragazze, era stato scagionato per un vizio formale, e Harry, protagonista della cattura dopo estenuanti appostamenti, aveva preso malissimo la decisione del giudice, tanto da lasciarsi scappare a solo con il figlio un amaro «Ho fatto la cosa giusta addestrandoti. Questo lo prova»; quel dexter ventenne aveva letto le parole come un’autorizzazione a procedere, così aveva catturato e ucciso ryness; ma Harry, entrato nel garage dell’omicidio nel pieno della dissezione del cadavere, era rimasto esterrefatto, poi aveva vomitato in un angolo, infine pregato il figlio di stargli lontano. Il ricordo di tale circostanza toglie a dexter ogni dubbio e perplessità, e riabilita in parte il padre adottivo (d’ora in avanti non più mitizzato, semplicemente riumanizzato): «sono stato io. l’idea di un codice era un’idea grandiosa, una nobile causa. Ma vederla applicata nella realtà... Harry si è trovato di fronte ciò che aveva creato, e non poteva sopportarlo. Ho ucciso mio padre!». le nuove acquisizioni conoscitive producono subito in dexter una specie di vertigine cognitiva, un disorientamento creativo, come un magma di possibilità vitali sul punto di eruttare in forme imprevedibili. È la vertigine della libertà, per questo dexter è stato salvato: «nessuno
22 vedi #206: «a quanto pare, mio padre adottivo e mia madre biologica avevano una storia... Ma mi chiedo: si sentiva responsabile della sua morte? È per questo che mi prese con sé? la amava o la usava soltanto? o usava me? Ho sempre pensato che il codice di Harry fosse un metodo rapido di risoluzione dei problemi, ma forse lo aveva inventato per far regolare i conti a me».

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piange i cattivi. credo che Harry lo sapesse fin dall’inizio, ecco perché mi ha dato un codice. gli è costato la vita, ma mi ha mantenuto vivo in mezzo a incredibili difficoltà. Il codice è mio adesso, e solo mio. così come le relazioni che ho coltivato [con la compagna rita e i figli astor e cody]. non sono più solo dei diversivi. ne ho bisogno, anche se mi rendono vulnerabile. Mio padre non approverebbe, ma non sono più il suo discepolo. ora sono il maestro, un’idea trasformata in vita. e quindi questo è il mio nuovo percorso, che assomiglia molto a quello vecchio, solo che ora è mio. Per rimanere su questa via devo lavorare molto, esplorare nuovi rituali, evolvermi» (#212). sono le parole di un esaltato, ma chiariscono a sufficienza che l’emancipazione di dexter da Harry è da interpretare come demitizzazione (del Buon Padre e Buon Piedipiatti), non come desacralizzazione. Il legame ‘religioso’ con il nomos resta pressoché intatto, solo che da ora in poi si tratterà di una religiosità adulta, criticamente vagliata, liberamente sposata. Più spiccato il ridimensionamento del legame sacro con il Passeggero oscuro, sulla cui energia numinosa sembra essere calata una gabbia a sbarre strette o rovinata la volta di una grotta23. Mentre urla di star «volando senza un codice», dexter assapora l’ebbrezza di riuscire finalmente da solo a controllare il numen («posso scatenare la bestia quando voglio», #211) e prova un’emozione intensa per l’erompere di una potenza interiore nuova («ucciderò, ma non ne sento più il bisogno: questo è potere», #206), un’energia non irrorata dal numen, ma proprietà del nomen che lui è ormai chiamato a essere.

8. Epilogo
rudolf otto ha confinato il timore demonico (die dämonische Scheu) in uno stadio primitivo di manifestazione del numinoso (c. Iva), destinato a essere superato nei gradi storico-evolutivi più elevati e più nobili. la sua concezione implica infatti un irresistibile affinamento e un impreziosimento, un divenire-storicamente-sempre-più-sublime-e-sacro del numinoso, che ha risonanza nel corrispettivo sviluppo della disposizione al sacro insita a priori nell’animo umano (cc. XvI, XIX, XXII). anche la distinzione tra demone e demonio (c. XII) è enunciata nella medesima ottica: rispetto al demonio (daimónion), che in senso stretto è

23 In #401, il Passeggero oscuro è «un minatore intrappolato che non smette di picchiettare, di farmi sapere che è ancora lì, ancora vivo».

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il genio malvagio, lo spirito maligno, e costituisce solo una contraffazione apocrifa sorta dalle rappresentazioni fantastiche del numinoso, il demone (daímon) è invece una concreta pre-divinità, uno stadio inferiore ancora conchiuso e trattenuto in sé del numen, a partire dal quale il divino non può che crescere gradualmente per manifestazioni sempre più elevate, arricchite via via dall’innesto di elementi razionali ed etici (nell’ambito dell’antico Testamento, all’epoca dei profeti e dei salmisti la fase arcaica del timore demonico era già stata superata da molto tempo). Il culmine di questo processo, dice otto, sta nell’annuncio da parte di cristo del vangelo del regno, l’oggetto più numinoso che si possa pensare (c. XIII). secondo me la visione ottiana è affetta da un ottimismo eccessivo, erede in ciò dei grandi affreschi cosmostorici dell’ottocento (alla Hegel e alla comte). la progressione disegnata dalla sua teologia del sacro trionfa nel nome del numen lumen. Per lui l’evoluzione del numinoso non può non avere una direzione ascendente verso il massimamente luminoso (Christus Lumen mundi), e tutto quanto devia da questo corso principale dell’umanità staziona infecondo nella piazzola d’uno stadio anteriore. al contrario, sono convinto che il numinoso, tanto come ‘oggetto’ quanto come disposizione umana ‘a priori’, contenga possibilità evolutive altrettanto raffinate (superpotenti, tremende-misteriose, fascinose, auguste – corroborate da speciali afflati razionali, e talvolta persino ‘morali’) anche lungo una differente direzione sacralizzante, il cui termine ultimo sarebbe però un nigerrimum numen. Proprio dexter Morgan, nel raccontare il complicato rapporto con il suo numen, ci costringe anzitutto a guardare dritti negli occhi i rampolli delle concrezioni numinose oscure, gli orrorifici nipotini di Jame ‘Buffalo Bill’ gumb e di Hannibal lecter, e poi di rimbalzo a sostenere la vista delle nostre stesse pupille. Il numinoso ‘soggettivo’ (la disposizione a priori nell’animo umano) è un’energia inizialmente staminale, che viene attivata e convogliata in un verso o in un altro a seconda della direzione (luminoso-angelica, oscuro-demoniaca, né-l’una-né-l’altra) dell’energia ‘oggettiva’ del numen che giunge a impattarla e a legarla a sé. Tale circostanza impedisce allora di poter considerare il numinoso in generale, secondo la posizione di otto, come l’elemento caratterizzante del sacro – a meno di riconoscere la possibilità e realtà di una sacertà oscura, in una scala di forme che vanno dal primitivo all’ipertecnologico, dal gelosamente individuale al collettivo. se però si procede a un tale riconoscimento, non si può certo più pensare di fare del numinoso la precondizione essenziale del sacro cristiano. anzi, la stessa

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vIncenzo cIcero

espressione ‘sacertà cristiana’ verrebbe a depauperarsi collocandosi accanto ad altre sacertà numinologicamente concorrenti, di varia luminosità e oscurità, incapace di esibire una vera nota distintiva del proprio rapporto con il divino e di legittimare la propria missione salvifica. In altre parole, il proprium del cristianesimo non può essere colto nella dimensione numinosa. e se si vuole continuare a parlare di sacro cristiano, si può farlo solo nella coscienza che sua precondizione originaria ed essenziale è cristo-logos, ‘oggetto’ più-che-numinoso, e che il suo a priori ‘soggettivo’ è la struttura ideale dell’essere, specchio creaturale privilegiato dell’essere divino24. c’è del numinoso in ogni economia sacra, dunque, ma nel cristianesimo questa può instaurarsi autenticamente solo a partire dall’attivazione consapevole nella mente umana di un a priori diverso, non emozionale ma trascendentale, fonte di un’energia non psichica ma eidetica (cioè una energia scaturente dall’eidos dell’essere): è attraverso tale a priori trascendentale e eidetico che si rivela il Logos cristico e che discende il suo battesimo di fuoco. l’a priori del sacro, inteso in senso cristiano, è una forma ‘anà Lógos’, conforme al logos, e la sua struttura risulta perciò genuinamente analogica. a questo legame genuino tra logos divino e análogon creaturale si deve se, come aveva colto Platone ed espresso aristotele, tutto ciò che è – ogni essente – partecipa in modo analogico dell’essere25. del resto, perché in generale si istituisca un legame sacro tra nomen e numen non basta che si leghino e colleghino tra loro le due energie numinose (l’una ‘soggettiva’, l’altra ‘oggettiva’). occorre inoltre che, tramite un sistema di immagini e simboli, il vincolo venga ritualizzato, e ciò non è possibile se non con l’entrata in gioco della dimensione eidetico-analogica, che peraltro è la struttura fondamentale su cui si costruiscono anche ogni razionalità e ogni moralità.

24 È in senso principiale che cristo è logos, cioè nomos o nomen nominatum, ed è presso il nominans, il cui nomen autorivelato a Mosè è: JHWH, essere. – Per l’idea (o struttura ideale o eidos) dell’essere, filosofema di chiara derivazione rosminiana ma che io ripenso secondo la lezione di Filippo Bartolone e in connessione con un personale approfondimento logico-speculativo dell’analogia, rinvio alla mia Introduzione al volume: F. BarTolone, Socrate. L’origine dell’intellettualismo dalla crisi della libertà (1959), a cura di v. cicero, vita e Pensiero, Milano 1999, in particolare pp. XvIIXXIv. 25 cfr. v. cIcero, Filosofia, matematica e storia in Platone, in k. gaIser, Il discorso delle Muse sul fondamento dell’ordine e del disordine, vita e Pensiero, Milano 1998, in particolare pp. 11-49, e s. carIaTI - v. cIcero, Tò metaphorikón. Una interpretazione della definizione aristotelica della metafora, gabriele corbo, Ferrara 1992, pp. 68-78.

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nel caso di dexter, il «tremendo fulgore di libertà» provato all’atto di compiere il primo delitto (della Perfetta Infermiera, I 16) è stato certo lo sprigionarsi di un’energia trattenuta per lunghissimo tempo, ma se ha assunto il carattere sacro dell’iniziazione («avevo ancora quella goccia di sangue secco sul vetrino», I 17) ciò è avvenuto perché nella mente del giovane si era già prima fissato eideticamente il legame con il codice: ecco allora che il legame con il numen si è potuto sacralizzare grazie a un’azione eseguita secondo il nomos e per ordine diretto del nomiurgo (infatti era stato Harry ad autorizzare l’uccisione dell’infermiera serial killer). Il culto di dexter per il Passeggero oscuro deve tutto al culto anteriore per il codice di Harry, e quest’ultimo legame sacro (fondamentalmente amorale) dipende a sua volta, come ogni legame in genere, dalla legge analogica dell’essere. Dexter ci dice diverse cose che ignoravamo o facevamo finta di ignorare sul nostro rapporto con il numinoso. e credo che al riguardo la coppia lindsay-Manos jr. abbia in serbo ancora altre sorprese. Perché amano spiazzarci. come nell’alienante esordio di Dexter in the Dark e nello sconcertante, imprevedibile finale della quarta stagione tv.

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