Logica Matematica Corso A

Corso di Laurea in Informatica
Anno 2002-03

Indice

Indice 1 2 Introduzione Dal linguaggio naturale alla logica 2.1 Esercizi Logica proposizionale 3.1 Connettivi 3.2 Sintassi 3.2.1 Il linguaggio proposizionale 3.2.2 Analisi sintattica 3.2.3 Esercizi 3.3 Semantica 3.3.1 Tavole di verit` a 3.3.2 Esercizi 3.3.3 Validit` e conseguenza a 3.3.4 Esercizi 3.4 Sull implicazione Insiemi e algebre di Boole 4.1 Variabili 4.2 Algebra degli insiemi 4.3 Algebre di Boole 4.3.1 Esercizi 4.4 Algebra delle proposizioni 4.5 Rapporti tra proposizioni e insiemi

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Relazioni 5.1 Prodotto cartesiano 5.2 Relazioni 5.2.1 Esercizi 5.3 Relazioni d ordine 5.4 Relazioni di equivalenza 5.5 Funzioni Forme normali 6.1 Definibilit` dei connettivi a 6.1.1 Esercizi 6.2 Forme normali disgiuntive 6.3 Forme normali congiuntive 6.4 Esercizi Dimostrazioni 7.1 Dimostrazioni dirette 7.2 Distinzione di casi 7.3 Sillogismo disgiuntivo 7.4 Contrapposizione e M odus tollens 7.5 Dimostrazioni per assurdo 7.6 Dimostrazioni in avanti e all indietro Alberi di refutazione 8.1 Il metodo 8.2 Correttezza e completezza 8.3 Forme normali 8.4 Esercizi Variabili e quantificatori Linguaggi predicativi 10.1 Alfabeto 10.2 Termini e formule 10.3 Variabili libere e vincolate 10.4 Interpretazioni 10.5 Sui quantificatori ristretti 10.6 Esercizi ii

60 60 61 64 65 69 71 75 75 77 77 79 83 86 86 90 93 95 96 102 104 104 110 114 115 117 122 122 123 131 134 137 138

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Leggi logiche 11.1 Esercizi Quantificatori e dimostrazioni Sillogismi 13.1 Sillogismi categorici 13.2 Diagrammi di Venn Alberi di refutazione 14.1 Regole per i quantificatori 14.1.1 Esercizi 14.3 Applicazione ai sillogismi Il principio di induzione 15.1 I numeri naturali 15.2 Il principio di induzione 15.3 L induzione empirica 15.4 Il ragionamento induttivo 15.5 Esercizi 15.6 Definizioni ricorsive 15.6.1 Esercizi 15.7 Il principio del minimo 15.8 Varianti dell induzione 15.9 Errori e paradossi 15.10 Definizioni induttive 15.10.1 Esercizi

140 147 148 157 158 167 172 172 178 178 183 183 186 192 195 198 201 207 209 216 221 222 230

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Introduzione

Lo scopo di questo corso ` quello di rendere familiari con le forme di rae gionamento tipiche degli argomenti matematici; in informatica in particolare interessano soprattutto quelli che mirano a trovare la soluzione di un problema, a dimostrare che ` una soluzione e a presentarla come un algoritmo. e Un algoritmo ` un insieme articolato e connesso di istruzioni per risolvere e un problema; gli algoritmi non sono scritti in un linguaggio di programmazione, ma inizialmente nel linguaggio matematico o addirittura in quello naturale, e in questo devono essere formulati e riconosciuti tali, prima che la loro descrizione guidi alla traduzione nei relativi programmi. La maggior parte degli algoritmi che sostengono le prestazioni dei calcoltori non sono numerici ma riguardano manipolazioni di simboli (ad esempio l’ordinamento di una lista, o la fusione di due liste in una), quindi la prima consapevolezza - e competenza - da acquisire ` che il linguaggio e matematico non ` solo quello dei numeri, ma abbraccia qualsiasi argomento e che si possa riferire ad elementi strutturati. I ragionamenti relativi devono avere ed hanno lo stesso rigore di quelli numerici, e si svolgono con l’ausilio di un simbolismo appropriato, che ` e quello della logica matematica (= logica formale moderna). In vista della precisione richiesta, che non ammette licenze n´ eccezioni, e ` bene realizzare che ogni ragionamento si pu` rappresentare in forme stane o dardizzate di passaggi, e imparare a farlo, usando regole logiche e la propriet` a fondamentale dei numeri naturali che ` il principio di induzione. e Il corso ` l’equivalente di quelli che nelle universit` americane si chiamano e a di Introduction to Proofs, che contengono in genere anche elementi di matematica discreta (strutture finite, combinatoria). Tali corsi sono concepiti come ponte tra la scuola secondaria e il college, rivolti a studenti che hanno appreso la matematica come un insieme di ricette e di calcoli, senza aver mai imparato a seguire e tanto meno a fare una dimostrazione. Nella scuola italiana qualche esperienza con le dimostrazioni si acquisisce con la geometria, ma limitatamente alle sue costruzioni e senza approfondire le ragioni di tale forma di ragionamento tipicamente matematica. N´ tale problema sar` indagato in questo corso introduttivo: lo studio delle e a dimostrazioni e l’obiettivo della familiarit` con esse sono perseguiti non in a vista di spiegare il senso dell’impostazione deduttiva delle teorie, ma solo per abituare a vedere le connessioni tra i vari risultati, la loro mutua dipendenza e derivabilit`, il che aiuta anche a ricordarli meglio. a 1

Scrivere dimostrazioni presuppone comunque la comprensione degli argomenti trattati, e costituisce quindi un’occasione di ripasso di nozioni elementari di aritmetica che sono alla base del pensiero informatico. Nel testo, il segno !!! a margine segnala che si deve prestare particolare attenzione. !!! I riferimenti in nota del tipo “Horstmann, p. 186” rimandano al testo del corso di Programmazione C. S. Horstmann, Java 2 . Le parti scritte in corpo minore sono letture con informazioni integrative. Il segno 2 ` usato per indicare la fine di una dimostrazione, al posto del e tradizionale QED.

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Dal linguaggio naturale alla logica

La prima competenza che bisogna acquisire ` quella della formalizzazione, e ovvero della traduzione di frasi della lingua naturale, o del gergo matematico - misto di formule e di parole - in espressioni di un linguaggio semplificato e dalla sintassi precisa. La semplificazione ` guidata dalla volont` di restringersi ad espressioni e a matematiche o comunque di carattere logico. Non si considerano quindi frasi con indicatori di tempo e luogo (tempi dei verbi, avverbi di tempo, luogo e modo). Non si considerano espressioni di comando o di interrogazione, ma solo frasi dichiarative. Ci si riduce, come primo livello di semplificazione, a frasi elementari che esprimono fatti, e a loro combinazioni mediante particelle logiche. Le particelle logiche della lingua italiana sono parole come “e”, “oppure”, “se” e altre, che collegano frasi di senso compiuto. Nella lingua italiana queste parole da una parte sono polivalenti e ambigue, hanno diversi sensi - in generale discriminati dal contesto - e dall’altra si presentano in tante versioni equivalenti. La congiunzione “e” pu` ad esempio essere resa da una virgola, da “e o anche”, da “ma” e altre espressioni. Il senso avversativo di “ma” ` uno degli e aspetti che vengono lasciati cadere nel passaggio ad un linguaggio formalizzato, in quanto esprime un’aspettativa soggettiva. La congiunzione ` resa e anche da costrutti pi` complicati, come “sia . . . sia”: “vado sia che piova sia u che faccia bel tempo” significa “se fa bel tempo vado, e se piove vado”, magari con l’aggiunta di un “ugualmente” che di nuovo esprime una determinazione soggettiva. La stessa congiunzione talvolta esprime qualcosa di pi` o di diverso dalla u semplice affermazione di entrambe le proposizioni congiunte; talvolta pu` o significare “e poi”, come in “si sposarono e vissero felici”; talvolta significa “e quindi, come in ”si immerge una cartina di tornasole, e diventa rossa” (se questa frase ` intesa non come una descrizione di avvenimenti, nel qual caso e “e” significa “e dopo”, ma come come una caratterizzazione di particolari sostanze). La disgiunzione, “o” o “oppure”, talvolta ha un senso debole (“A o B o tutt’e due”), talvolta un senso esclusivo (“A o B ma non tutt’e due”). L’affermazione “piove o c’` il sole” ` compatibile con la situazione in cui e e piove da una nuvola anche se c’` il sole. Il latino aveva due parole diverse e “vel” e “aut”, ma la distinzione non ` rimasta nelle lingue moderne. La e 3

differenza non sempre ` espressa dalla semplice ripetizione di “o” (“o A o e B”) ma pi` spesso dall’enfasi della pronuncia; il tono e il contesto devono u essere tenuti presenti per capire il significato inteso. C’` voluto del tempo e per tornare a riconoscere due particelle diverse: Alcuni dicono che per la verit` di una disgiunzione si richiede a sempre che uno dei disgiunti sia falso, perch´ se entrambi fossero e veri non sarebbe una vera disgiunzione, come dice Boezio. Questo per` non mi piace. In realt` io dico che se entrambe le parti di o a una disgiunzione sono vere, l’intera disgiunzione ` vera (Walter e Burleigh, De Puritate, XCI, 3-19, XIV sec .) La disgiunzione in italiano talvolta ` resa con “ovvero”, ma questa parola e significa anche “cio`”, “vale a dire”. e Qualche volta la stessa frase pu` essere espressa sia con la “e” che con o la “o”. Si pu` dire equivalentemente sia “Tutti, bianchi o neri, hanno o un’anima”, sia “Tutti, bianchi e neri hanno un’anaima”. L’affermazione “mele e pere sono frutti” vuole anche dire che “se si prende una mela o una pera, si ha un frutto”. La negazione di una frase si realizza in diversi modi, di solito con la particella “non”, inserita per` (o soppressa) in vari modi nella frase da negare, o con diversi costrutti che coinvolgono altre parole, in particolare i verbi. Da “piove” a “non piove”, o “non ` vero che piove”; da “qualche volta piove” a e “non piove mai”; da “piove sempre” a “qualche volta non piove”; da “non ama nessuno” a “ama qualcuno”, da “` bello” a “` brutto”, e cos` via. Per e e ı negare “non piove” non si dice “non non piove” ma “piove” o “non ` vero e che non piove”. La parola “se” ` un’altra particella dai molteplici sensi, e dalle molteplici e rese, ad esempio con “B, se A”, “A solo se B”, “se A allora B”, “A implica !!! B, “A, quindi B” - ma “quindi” ha anche un significato temporale, come “poi”. Quando si afferma “se A allora B”, A ` detta condizione sufficiente per e B, e B condizione necessaria per A. “A ` condizione sufficiente per B” ` un e e altro modo di esprimere “se A allora B”. Al “se . . . allora” sar` dedicata una discussione speciale per la sua ima portanza rispetto all’inferenza logica. In considerazione di queste ambiguit` e molteplicit` di espressione, un a a primo passo ` quello di introdurre una sola versione fissa delle particelle e 4

logiche, sia come simboli che come significati; fatto questo tuttavia, la competenza pi` importante consiste poi nel saper tradurre le frasi della lingua u naturale, disambiguandole quando necessario e possibile, e trovando la versione formale corrispondente. Tale standardizzazione ` necessaria per poter comunicare con le macchine; e ma prima di parlare alle macchine occorre parlare ad altre persone e a se stessi per costruire gli algoritmi. Nell’apprendere a formalizzare si deve anche raffinare la propria logica naturale. Tuttavia non esiste un elenco completo di quelle che nei linguaggi naturali si riconoscono come particelle logiche. Non abbiamo menzionato ad esempio “n´ . . . n´”, o “a meno che”1 . Qualche volta, parole che non seme e brano particelle logiche possono essere usate in questo modo, e lo si riconosce nella formalizzazione: “quando” ` di solito una determinazione temporale, e ma “quando piove, prendo l’ombrello” pu` essere reso da “se piove, prendo o l’ombrello”. Nell’ottica della formalizzazione, chiedere cosa significa “quando piove, prendo l’ombrello” non ` altro che la richiesta di tradurre la frase in un’altra e in cui compaia una particella logica (una di quelle riconosciute tali) e scompaia “quando”; cos` si vede subito a quale delle particelle note la parola ` ı e equivalente; ma non sempre ` evidente una possibile riduzione di una frase e ad un’altra, n´ sempre una sola. e Esistono peraltro parole di difficile catalogazione, che sembrano particelle logiche in quanto legano due frasi, ma hanno sfumature che si perdono nella formalizzazione: ad esempio “siccome piove, prendo l’ombrello”, o “prendo l’ombrello perch´ piove” potrebbe essere espressa dall’asserzione unica “la e pioggia ` la causa del mio prendere l’ombrello”, che coinvolge per` la delie o cata parola “causa”; la frase contiene tuttavia una determinazione temporale (“siccome sta piovendo”), o anche una qualitativa (con un implicito riferimento forse a un particolare tipo di pioggia - a dirotto) che non la rende del tutto equivalente a “quando piove, prendo l’ombrello”. Esistono parimenti frasi di difficile interpretazione; la stessa “siccome piove, prendo l’ombrello”, o “poich´ piove, prendo l’ombrello” invece che e una frase pu` essere considerata un argomento, poich´ in essa si afferma o e un fatto, che piove, oltre a un legame condizionale. Potrebbe corrispondere
Si noti l’uso della “o” nella nostra frase, di nuovo scambiabile con “e”: si voleva dire che non abbiamo menzionato “n´ . . . n´” e non abbiamo menzionato “a meno che”; l’uso e e di “o” suggerisce un’altra versione equivalente: “una particella che sia “n´ . . . n´” o “a e e meno che” non l’abbiamo menzionata”.
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ad un esempio di modus ponens (si vedr` a suo tempo): “Se piove, prendo a l’ombrello. Piove. Quindi prendo l’ombrello”. Useremo simboli speciali per rappresentare alcune particelle logiche che sembrano di uso pi` comune, almeno nei discorsi meno sofisticati. Per queste u si potrebbero usare parole della lingua italiana - o comunque di una lingua naturale - fissando per convenzione in modo rigido il loro significato, come si fa ad esempio quando per la congiunzione si usa and, in informatica. Quando si usano and, e simili, si vuole che il linguaggio sia friendly perch´ e ci si deve concetrare su altro; noi invece vogliamo concentrarci proprio su quelle parole, per cui sono meglio simboli nuovi, insoliti, che sorprendano; la scelta di simboli artificiali ` pi` vantaggiosa anche perch´, procedendo, questi e u e simboli non saranno soltanto abbreviazioni, ma insieme ad altri diventeranno una struttura che ` essa stessa, se si vuole, oggetto di una teoria matematica, e con suoi problemi specifici. Ad esempio una prima questione comprensibile anche solo sulla base di quanto detto finora ` se le particelle scelte sono anche fondamentali, e in e che senso, o se sono sufficienti, o quante ce ne potrebbero essere. Un’altra riguarda l’equivalenza, affermata per alcuni esempi precedenti, tra frasi diverse espresse con particelle diverse. Queste strutture forniranno un ricco campo di scrittura di algoritmi non numerici ma simbolici, applicati a liste o alberi o altre strutture di dati, Il significato delle particelle logiche ` lo stesso a prescindere dal lessico, e e per studiarlo occorre non fissarsi su un linguaggio particolare; la trattazione deve valere per tutti, quindi useremo lo stesso artificio matematico di usare lettere (come p, q e altre) per indicare entit` non precisate, che nelle a applicazioni dovranno essere asserzioni sensate. Oggetto di studio saranno dunque configurazioni simboliche astratte del tipo “p e non q”2 che non rientrano apparentemente nell’esperienza comune; si consideri tuttavia che le persone sono in grado di pronunciare tutte le frasi del tipo “c’` una tavolo e non c’` una sedia”, “c’` una quadrato e non c’` e e e e un tavolo”, . . . e cos` via per tutte le circa diecimila parole del lessico di una ı persona (colta). Il numero di queste e di tutte le altre frasi (come “se c’` e un tavolo non c’` una sedia”) supera il numero dei neuroni del cervello, per e cui, anche ammettendo - che non ` - che ogni frase richieda un neurone o e una combinazione di neuroni per la memorizzazione, non si pu` pensare che o tutte le frasi della competenza linguistica siano immagazzinate in memoria;
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Al posto di “e” e “non” ci saranno i simboli speciali corrispondenti.

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questo significa che, insieme al lessico, sono immagazzinati invece schemi che possiamo immaginare di rappresentare (esternamente) come “p e non q”, e che questi fanno parte dell’inconscio cognitivo3 . Si tratta solo di diventarne consapevoli. L’oggetto di studio della logica sono tali schemi di frasi, non le frasi, e per questo si parla di logica formale. La formalizzazione del linguaggio naturale non ` qualcosa di meccanico e e di compiuto per l’intera gamma delle potenzialit` espressive. Esistono a argomenti controversi e ancora oggetto di discussioni e di proposte per una formalizzazione soddisfacente - che rientrano in studi pi` avanzati. u La restrizione alle frasi dichiarative ` uno di questi, dal momento che i e comandi ad esempio hanno un ruolo apparentemente importante nella programmazione. Abbiamo visto qualche difficolt` con “siccome”. Allo stesso modo ` disa e cutibile se “` necessario che . . . ” sia da considerare una particella logica: “` e e necessario che al giorno segua la notte”, o “al giorno segue necessariamente la notte”, non sembra equivalente a “al giorno segue la notte”, e neanche a “al giorno segue sempre la notte”, che ` equivalente alla precedente se “segue”, e privo di determinazioni temporali, assorbe il “sempre”; anche “necessariamente 2 + 2 = 4” forse dice di pi` di “2 + 2 = 4”, ma non ` del tutto chiaro u e che cosa. Ancora, ` possibile sostenere che il costrutto “` vero che . . . ” ` pleonase e e tico, in quanto “` vero che piove” ` equivalente a “piove”, ma ` altrettanto e e e possibile sostenere che non ` possibile farne a meno. e

2.1

Esercizi

1. Esaminare i seguenti discorsi (e altri tratti a scelta da fonti letterarie o giornalistiche) ed individuare le particelle logiche e le frasi elementari (racchiudendole tra parentesi e se necessario riformulando in modo equivalente i discorsi e le loro frasi). Se non ` possibile prevedere tutte le azioni delle persone ale lora o l’universo non ` deterministico o le persone non sono e perfettamente razionali. Chi sostiene il determinismo deve
Non freudiano. Significa che nel cervello ` memorizzato (hardwired ) uno schema del e genere; non sappiamo come, ma di esso diventiamo coscienti attraverso l’uso delle variabili.
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dunque sostenere che se le azioni delle persone sono prevedibili allora le persone sono perfettamente razionali. Se non ` possibile prevedere tutte le azioni delle persone ale lora o l’universo non ` deterministico o le persone non sono e perfettamente razionali. Chi sostiene il determinismo deve dunque sostenere che se le azioni delle persone non sono prevedibili allora le persone non sono perfettamente razionali. Suggerimento. Introdurre abbreviazioni per le frasi che si ripetono, in modo da arrivare, nel caso del primo brano, a Se non Prev allora o non Det o non Raz. Chi sostiene Det allora deve sostenere che se Prev allora Raz e ancora, togliendo il “chi sostiene”, a Se non Prev allora o non Det o non Raz. Se Det allora (se Prev allora Raz). Le abbreviazioni aprono la strada all’uso delle lettere per indicare proposizioni; quando si saranno anche introdotti simboli per le particelle logiche e se ne saranno viste alcune leggi, sar` anche facile esa primere un giudizio sulla corettezza o meno dell’argomento. Altri esempi: Se le persone sono interamente razionali, allora o tutte le azioni di una persona possono essere previste in anticipo o l’universo ` essenzialmente deterministico. Non tutte le e azioni di una persona possono essere previste in anticipo. Dunque, se l’universo non ` essenzialmente deterministico, e allora le persone non sono interamente razionali. Il numero di queste e di tutte le altre frasi supera il numero dei neuroni del cervello, per cui, anche ammettendo - che non ` - che ogni frase richieda un neurone o una combinazione di e 8

neuroni per la memorizzazione, non si pu` pensare che tutte o le frasi della competenza linguistica siano immagazzinate in memoria. 2. Con il costrutto “se . . . allora” e le frasi “dico x” e “x ` una verit`” e a esprimere: “dico tutta la verit` e solo la verit`”. a a 3. Scrivere con le giuste particelle logiche: a) non c’` fumo senza arrosto e b) fumo vuol dire fuoco. 4. Trovare altre particelle logiche della lingua italiana, oltre a quelle menzionate nel testo. 5. Discutere se “cio`” ` una particella logica o no, e a quali altre ` evene e e tualmente equivalente, in diversi contesti. 6. Cosa significa per voi “necessariamente 2 + 2 = 4”?

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3.1

Logica proposizionale
Connettivi
¬ ∧ ∨ ⊕ → ↔ per per per per per per la negazione la congiunzione la disgiunzione inclusiva la disgiunzione esclusiva il condizionale “se . . . allora” il bicondizionale “se e solo se”

Useremo per le particelle logiche i simboli:

senza escluderne a priori altri, e li chiameremo connettivi proposizionali. La negazione ` un connettivo unario (cio` agisce su una proposizione), gli altri e e indicati sono connettivi binari (cio` connettono due proposizioni). e Introdotti i simboli per i connettivi, occorre dare le loro precise regole d’uso, sia dal punto di vista sintattico (dove scriviamo ad esempio ¬ per formare la negazione di un’asserzione?), sia dal punto di vista semantico (come interpretiamo il significato delle frasi composte, in funzione delle frasi componenti?).

3.2

Sintassi

La necessit` di fornire regole rigide per la formazione delle frasi ` data dalla a e volont` di evitare le ambiguit` possibili nelle lingue naturali: a a la vecchia porta la sbarra ` un esempio di frase essenzialmente ambigua, se non sono indicati quali sono e soggetto e verbo. Si tratta di un’ambiguit` che ` risolvibile nel contesto della a e storia raccontata, e nel parlato soprattutto con le pause. Altre ambiguit` si riferiscono proprio alla distribuzione dei connettivi; a supponiamo ad esempio di leggere un problema: x2 + 4x + 3 < 0 e x < −3 o x > −2. Lo studente tende a rispondere “risolvo l’equazione, poi interseco con x < −3 e unisco con x > −2”, ma ` l’ordine di queste operazioni che conta, che non e sempre ` quello del first come, first served nella scrittura del problema. e Si pu` intendere che si chieda quali siano i valori per cui o si ha che o 10

x2 + 4x + 3 < 0 e x < −3 o si ha che x > −2; si pu` anche intendere che si chieda quali siano i valori per cui si ha o x2 + 4x + 3 < 0 ma ristretti ad essere x < −3 o x > −2. Nel primo caso la risposta ` (−2, +∞), nel secondo caso ` (−2, −1). e e Naturalmente l’ambiguit`, che nel parlato si risolve con le pause, nella a scrittura matematica si risolve con le parentesi, il primo caso essendo (x2 + 4x + 3 < 0 e x < −3) o x > −2 e il secondo caso x2 + 4x + 3 < 0 e (x < −3 o x > −2). La stessa soluzione delle parentesi1 adotteremo per le formule logiche. 3.2.1 Il linguaggio proposizionale

Le frasi di ogni linguaggio sono stringhe2 di simboli dell’alfabeto. L’alfabeto del linguaggio proposizionale contiene, oltre ai connettivi, le parentesi sinistra “(” e destra “)”, e un insieme L di lettere proposizionali. Tali lettere non le chiamiamo variabili, come talvolta si usa, perch´ il loro e dominio di variabilit` (le frasi) ` troppo indefinito. a e Le parole accettabili di questo alfabeto si chiameranno proposizioni , un termine tecnico per distinguerle dalle asserzioni dei linguaggi dotati di senso. Quello che importa delle proposizioni ` solo la loro struttura formale, che poi e si dovr` riconoscere nelle frasi dei linguaggi naturali o matematici, quando a
Le parentesi sono state anche aggiunte al linguaggio naturale, ma solo nella scrittura - almeno la saggistica, meno la letteratura - non nel parlato. 2 Con “stringa” s’intende o lista o successione finita. Non ` necessario entrare nei partie colari del tipo di rappresentazione dei dati che si sceglie, finch´ non si deve implementare. e
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il linguaggio proposizionale sar` interpretato sostituendo alle lettere frasi a relative ad un precisato argomento. Non tutte le stringhe di simboli dell’alfabeto sono ammesse come proposizioni. Una generica stringa, anche illecita, ` chiamata “parola”. e La definizione dell’insieme P delle proposizioni stipula innanzi tutto che: Per ogni lettera p ∈ L, (p) ` una proposizione atomica e (cio` non ulteriormente analizzata e scomposta nel contesto della trattazione). e Per il resto della definizione, occorre parlare di proposizioni qualunque e della loro composizione; ` quindi necessario avere delle variabili che variano e sull’insieme delle proposizioni, e che si chiamano metavariabili 3 ; useremo le lettere A, B, . . . Si danno quindi le seguenti clausole: 1 Se A ` una proposizione, anche (¬A) lo `. e e 2 Se • ` un connettivo binario, e se A e B sono proposizioni, anche (A • B) e lo `. e Le clausole della definizione sono anche regole di costruzione. S’intende che ogni proposizione si ottiene applicando un numero finito di volte le clausole della definizione. Esempi 1. (p ∩ q) non ` una proposizione perch´ ∩ non ` un elemento dell’alfabeto4 . e e e 2. p ∧ q non ` una proposizione, perch´: e e Ogni proposizione contiene almeno una parentesi5 .
La ragione di questo termine, non usato altrove in matematica, ` che queste variabili e indicano elementi di una struttura che ` anch’essa un linguaggio, e che contiene a sua e volta variabili (le lettere) che devono essere interpretate su frasi; “meta” significa “sopra”, “oltre”, e deriva dal greco, dove significava piuttosto “dopo”; ma dopo che sono stati chiamati “metafisica” i libri di Aristotele che seguivano quelli di fisca, ` venuta questa e variante di significato. 4 Per i linguaggi formali si chiede sempre che l’alfabeto e le sue diverse categorie di simboli siano insiemi decidibili, cio` tali che l’appartenenza o meno ad essi di un simbolo e possa essere decisa da un algoritmo. 5 Tutte queste propriet` diventeranno esercizi sul principio di induzione nel paragrafo a 15.
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3. )p( non ` una proposizione, come non lo sono p o )p), perch´: e e Ogni proposizione inizia con una parentesi ( e termina con una parentesi ). 4. ((p) → (q)) ` una proposizione perch´ ottenuta dalle proposizioni atome e iche (p) e (q) con una applicazione della clausola induttiva relativa a →. 5. (¬((p) → (q))) ` una proposizione perch´ ottenuta dalle proposizioni e e atomiche (p) e (q) con una prima applicazione della clausola induttiva relativa a → e una seconda applicazione della clausola relativa a ¬. 6. ((p) non ` una proposizione perch´: e e In ogni proposizione il numero di parentesi sinistre ` uguale al numero e di parentesi destre. 7. (pq) non ` una proposizione perch´ non ` atomica e non contiene nessun e e e connettivo. Se una proposizione ` della forma (¬A) o della forma (A • B), ¬ e • sono e rispettivamente il suo connettivo principale, e A e B le sottoproposizioni immediate. Si dice che (¬A) ` una negazione, citando il suo connettivo principale, la e negazione di A - e si legge “non A”; si dice che (A ∧ B) ` una congiunzione, e la congiunzione di A e B - e si legge “A e B”; A e B sono le proposizioni congiunte in (A∧B); analogamente per la disgiunzione6 (A∨B) - che si legge “A o B”; (A ⊕ B) si pu` leggere “o A o B”; (A → B) si dice un condizionale o - e si legge “se A allora B”; A si chiama antecedente, e B conseguente; (A ↔ B) si dice bicondizionale - e si legge “A se e solo se B”. 3.2.2 Analisi sintattica

Una proposizione ` una lista di simboli, ma ` anche passibile di una rappe e resentazione con una diversa struttura. A ogni proposizione ` associato un e 7 albero di costruzione, o di analisi sintattica , che ` un albero etichettato finito e binario.
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Chiameremo ∨ semplicemente disgiunzione, e ⊕ disgiunzione esclusiva o forte. In inglese parsing.

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Un albero binario8 ` un insieme parzialmente ordinato9 X con una ree lazione con le seguenti propriet`. a ` una relazione riflessiva, transitiva e e antisimmetrica10 . Gli elementi dell’albero si chiamano nodi . Se x y, si dice che y ` un successore, o un discendente di x. Esiste un nodo minimo e r tale che r x per ogni nodo di X, e si chiama radice. I nodi a tali che non esiste b = a per cui a b si chiamano foglie11 . Ogni nodo che non sia una foglia ha uno o al massimo due successori immediati12 , dove si dice che b ` un successore immediato di a se a b, a = b e non esiste un c tale che e a c b, con c = a e c = b. La rappresentazione usuale di un albero binario ` di questo tipo: e

• • • • ↓ • • ↓ •

dove con la freccia si indica il successore immediato, la radice ` in alto e e l’albero cresce verso il basso. Un ramo ` un insieme totalmente ordinato13 di nodi che va dalla radice e a una foglia. La sua lunghezza ` il numero di nodi che vi appartengono. e L’altezza dell’albero ` la massima lunghezza dei suoi nodi. e Un albero si dice etichettato se ad ogni nodo ` associato un elemento di e qualche insieme prefissato, che si chiama etichetta.
Esistono definizioni leggermente diverse, pi` o meno generali, ad esempio con una o u pi` radici; diamo quella che serve ai nostri scopi. u 9 Presenteremo in seguito la definizione di relazione d’ordine e della terminologia connessa; per ora ` sufficiente la rappresentazione data sotto. e 10 Questo significa che x x, che se x y ey z allora x z e che x y ey x implicano x = y. 11 Esistono sempre se l’albero, ovvero l’insieme dei nodi X, ` finito. e 12 Un’altra terminologia ` “figli”. Se ci sono due figli, s’intende che sono esplicitamente e distinti il primo e il secondo - sulla pagina, a sinistra e a destra. 13 Per ora basti intendere che ogni nodo del ramo salvo l’ultimo ha esattamente un successore immediato.
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L’albero sintattico di una proposizione ` definito in questo modo: e • la radice ` etichettata con la proposizione data e • ogni nodo ha nessuno, uno o due successori immediati a seconda che la proposizione etichetta del nodo sia atomica, o della forma (¬A), o della forma (A • B). Nel secondo caso il successore ` etichettato con e A, nel terzo caso i due successori sono etichettati rispettivamente con A e con B. Si chiama altezza della proposizione l’altezza del suo albero di costruzione. Esempio L’albero per (((p) ∧ (¬(q))) ∨ (¬(p))) ` il seguente: e (((p) ∧ (¬(q))) ∨ (¬(p))) ((p) ∧ (¬(q))) (p) (¬(q)) ↓ (q) (¬(p)) ↓ (p)

La sua altezza ` quattro. e Le etichette dei nodi dell’albero di costruzione di una proposizione sono le sue sottoproposizioni . Le lettere che compaiono nelle (proposizioni atomiche nelle) foglie sono le lettere che occorrono nella proposizione; si dice che un simbolo occorre in una proposizione se ` un elemento della lista (che ` la e e proposizione); le occorrenze di un simbolo in una proposizione sono i vari posti della lista in cui il simbolo si presenta. Se p, . . . , q sono le lettere che occorrono nella proposizione A, si scrive anche A[p, . . . , q]. Qualche volta si usa questa notazione anche se p, . . . , q sono solo alcune delle lettere che occorrono in A, o viceversa se le lettere che occorrono in A sono incluse tra le p, . . . , q; invece di introdurre notazioni apposite, la differenza sar` chiara a dal contesto o da esplicite precisazioni. Le parentesi sono essenziali per individuare il connettivo principale di una proposizione, e quindi per costruire il suo albero sintattico. Per individuare il connettivo principale, si usa un contatore di parentesi14 .
14

Horstmann, p. 76.

15

Il contatore scansisce la lista da sinistra verso destra, e scatta di +1 quando incontra una parentesi sinistra, di −1 quando incontra una parentesi destra. Condizione necessaria affinch´ una parola sia una proposizione ` che e e il contatore, inizializzato a 0, torni a 0 solo alla fine della parola. Perch´ poi !!! e la parola sia una proposizione bisogna che gli altri simboli siano distribuiti in mezzo alle parentesi in modo corretto. Ad esempio per (((p) ∧ (¬(q))) ∨ (¬(p))) il contatore assume i valori: 0 1 2 3 2 3 4 3 2 1 2 3 2 1 0. Per individuare il suo possibile connettivo principale, si elimina la prima parentesi, e si mette di nuovo in funzione il contatore su ((p) ∧ (¬(q))) ∨ (¬(p))) notando che esso assume questa volta i valori 0 1 2 1 2 3 2 1 0 quando arriva alla fine di ((p) ∧ (¬(q))). Questa parola ` candidata ad essere una sottoproposizione; nel prossimo e posto a destra compare un connettivo ∨, candidato a essere il connettivo principale, e se anche (¬(p)) ` una parola si sar` trovato che la parola data ` una disgiunzione di ((p) ∧ e a e (¬(q)) e di (¬(p)). Poich´ quest’ultima si vede facilmente che ` una proposizione, proseguiamo e e l’analisi di ((p) ∧ (¬(q))). Il contatore applicato a questa assume i valori 0 1 2 1 2 3 2 1 0 16

e applicato a (p) ∧ (¬(q))) i valori 0 1 0 alla fine di (p), individuando a destra il connettivo ∧, che lega (p) e (¬(q)). In questo modo si arriva a costruire l’albero sintattico. Alcune parentesi sono sovrabbondanti, ma solo quelle della coppia pi` esu terna e quelle nelle proposizioni atomiche, dove sono usate sia per uniformit` a sia per sottolineare la differenza tra una lettera come elemento dell’alfabeto e la lettera come proposizione15 . Ma ora per comodit` di scrittura e leta tura ` meglio ridurre il numero di parentesi con le seguenti convenzioni: e non si scrivono le parentesi intorno alle lettere nelle proposizioni atomiche, non si scrivono le parentesi pi` esterne, e si eliminano alcune coppie di paru entesi intorno ad alcune sottoproposizioni, con un criterio sufficiente a farle ripristinare in modo corretto formulato nel seguente modo. Si ordinano per priorit` i connettivi secondo le seguente graduatoria: a ¬ ∧ ∨ ⊕ → ↔ Data quindi una parola le cui parentesi non rispettano le condizioni per essere una proposizione (s` per` la parit`, il fatto che il numero di parentesi ı o a sinistre sia uguale a quello delle parentesi destre, il fatto che in ogni punto che non sia l’ultimo il numero di sinistre ` maggiore o uguale di quello delle e destre, e tutte le propriet` che si mantengono quando si eliminano alcune a coppie di parentesi corrispondenti16 ), le parentesi si rimettono secondo questo procedimento: prima si rimettono le parentesi a sinistra e a destra delle
Tra alfabeto e parole c` una differenza di tipo logico. Nei linguaggi naturali si presene tano alcune eccezioni, come le vocali “e” e “o” usate come parole, ma ` raro che si parli e dell’alfabeto; quando lo si fa, si scrive appunto “e” e non e. 16 In questo caso, in seguito, la chiameremo ancora proposizione.
15

17

lettere17 ; quindi si prende in esame la negazione, se occorre nella parola; si esamina un’occorrenza della negazione che non abbia immediatamente alla sua destra un’altra negazione18 . Alla sua destra c’` una parentesi sinistra e - altrimenti si pu` dire che quella parola non proviene dalla eliminazione o di coppie di parentesi da una genuina proposizione (brevemente, che non ` una proposizione). Sia σ la parola alla sua destra che termina con la e parentesi destra che chiude la parentesi sinistra. Per trovare la parentesi destra che “chiude” la parentesi sinistra si usa di nuovo il contatore in modo !!! ovvio. Allora si rimette una parentesi sinistra alla sinistra della negazione, se non c’` gi`, e una parentesi destra a destra di σ, se non c’` gi`, ottenendo e a e a (¬σ); si ripete per ogni occorrenza di ¬, quindi si passa ai connettivi binari e per ciascuno di essi •, nell’ordine di priorit`, si considerano le pi` corte a u sottoparole σ e τ a sinistra e a destra di • che sono chiuse tra due parentesi sinistre e destre, e si introduce una parentesi ( a sinistra di σ e ) a destra di τ , se non ci sono gi`, ottenendo (σ • τ ), e cos` via. a ı Per occorrenze dello stesso connettivo si conviene l’associazione a destra, cio` ad esempio con A → B → C si intende A → (B → C). e Esempi Data p ∧ ¬q ∨ ¬p, la reintroduzione delle parentesi avviene attraverso questa successione di passi: 1 2 3 4 (p) ∧ ¬(q) ∨ ¬(p) (p) ∧ (¬(q)) ∨ (¬(p)) ((p) ∧ (¬(q))) ∨ (¬(p)) (((p) ∧ (¬(q))) ∨ (¬(p))). Data p → ¬(q ∧ ¬¬r) 1 2
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(p) → ¬((q) ∧ ¬¬(r)) (p) → ¬((q) ∧ ¬(¬(r)))

Questo praticamente si pu` fare anche alla fine, per non appesantire la scrittura, se o lo si fa del tutto. 18 A parte questa condizione, l’ordine in cui si lavora sulle eventuali diverse occorrenze della negazione non ` rilevante; lo si pu` anche fare in simultanea. Lo stesso vale per gli e o altri connettivi.

18

3 4 5

(p) → ¬((q) ∧ (¬(¬(r)))) (p) → (¬((q) ∧ (¬(¬(r))))) ((p) → (¬((q) ∧ (¬(¬(r))))))

oppure, per rendere pi` chiara la lettura u 1 2 3 4 p → ¬(q ∧ ¬(¬r)) p → ¬(q ∧ (¬(¬r))) p → (¬(q ∧ (¬(¬r)))) (p → (¬(q ∧ (¬(¬r)))))

rimettendo infine le parentesi intorno alle lettere. Si noti che se fosse stata data p → ¬q ∧ ¬¬r la reintroduzione delle parentesi avrebbe portato a una diversa proposizione: ((p) → ((¬(q)) ∧ (¬(¬(r))))) (esercizio, e si confrontino i due alberi sintattici), per cui le due parentesi lasciate in p → ¬(q ∧ ¬¬r) sono essenziali, se si vuole parlare della !!! proposizione ((p) → (¬((q) ∧ (¬(¬(r))))) . Non ` comunque necessario n´ obbligatorio togliere tutte le parentesi; e e per agevolare la lettura, o all’inizio quando non si ` ancora fatta esperienza, e pu` essere conveniente lasciarne alcune, che pure grazie alle convenzioni si o potrebbero eliminare. Cos` ad esempio si potr` scrivere p → (q ∧ r) invece ı a di p → q ∧ r oppure (p ∨ q) → r invece di p ∨ q → r. Le parentesi si rimettono solo se si ha necessit` di capire quale ` il cona e nettivo principale, per svolgere l’analisi sintattica. Le parentesi esterne possono tranquillamente essere tralasciate, finch´ la proposizione non deve essere e combinata con altre mediante qualche connettivo. L’albero sintattico si pu` costruire direttamente anche per le espressioni o prive di tutte le parentesi, se si tiene presente la priorit` dei connettivi. Il a connettivo principale ` sempre quello di priorit` pi` bassa. e a u !!! Esempio L’albero per p ∧ ¬q ∨ ¬p ` il seguente, essendo ∨ il connettivo e principale:

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p ∧ ¬q ∨ ¬p p ∧ ¬q p ¬q ↓ q. ¬p ↓ p

Le etichette sono diverse, ma l’albero ` lo stesso della proposizione analizzata e in precedenza. Dal prossimo paragrafo, chiameremo “proposizioni” anche le parole ottenute da proposizioni per eliminazione di parentesi. 3.2.3 Esercizi (p ∧ (q) (p)) ∧ q) ((p) ∧ q) ((p) ∧ (¬(q))) ((p) → ∧) p ((p)). 2. Verificare quali delle seguenti parole sono proposizioni e quali no, costruendo l’albero sintattico e spiegando dove eventualmente la costruzione fallisce e per quale ragione: (¬(¬p)) ((p) → ((q) ∨ (¬(r)))) (¬¬((p) → (q))) ((((p) → (q)) ∧ (p)) → (q)) ((¬(p)) ∧ (q)) ∨ (r)) (((¬(p)) ∧ (q)) ∨ (r)).

1. Discutere se le seguenti parole sono proposizioni:

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3. Dare ragioni per le seguenti propriet` (e si vedano poi gli esercizi in a 15.10.1): Ogni proposizione ha lunghezza maggiore o uguale a 3. In ogni proposizione non atomica occorre un connettivo. In nessuna proposizione occorrono due connettivi consecutivi. In nessuna proposizione occorre la sottosequenza (), n´ )p. e In ogni proposizione la sua lunghezza (come lista) ` maggiore della sua e altezza. 4. Una misura di complessit` delle proposizioni ` una funzione dalle propoa e sizioni nei numeri naturali che soddisfa la condizione che la misura di una proposizione ` maggiore delle misure delle proposizioni compoe nenti, e le atomiche hanno tutte la stessa misura minima. Il numero (di occorrenze) dei connettivi ` una misura di complessit`, come lo sono e a la lunghezza (della stringa) e l’altezza (dell’albero sintattico). Trovare la relazione tra il numero di occorrenze di connettivi e l’altezza. Dimostrare con un controesempio che il numero di connettivi diversi non ` una misura di complessit`. e a 5. Eliminare le parentesi, applicando le convenzioni sulla priorit` dei cona nettivi, dalle seguenti proposizioni: ((p) ∧ ((¬(q)) → (¬(p)))) ((¬(¬(¬(p)))) ∨ ((p) ∧ (q))) (((¬(p)) ∨ (¬(q))) ∧ ((¬(p)) ∨ (q))) (((p) ⊕ (¬(q))) → ((p) ∨ (¬(q)))). 6. Reintrodurre le parentesi nelle seguenti parole in modo da ottenere, se possibile, proposizioni, o se no spiegare il perch´: e ¬¬p ¬p ∧ q ∨ r p → q ∨ ¬r (p → q) ∧ p → q p→q∧p→q 21

p ∨ q ∧ r → ¬p p ∧ q ∧ r ∨ ¬r p ∧ (→ r ∨ q) p ⊕ ¬q → ¬p ⊕ q p ⊕ q ∨ r.

3.3

Semantica

La semantica ha a che fare con le interpretazioni, grazie alle quali le proposizioni vengono ad assumere un senso (che a noi non interessa, lo bypassiamo) e diventano vere o false. Tale attribuzione finale di valori di verit` ` per noi ae l’operazione di interpretazione, che viene studiata in astratto per vedere se abbia propriet` generali, indipendenti dalle interpretazioni concrete. a I valori di verit` saranno rappresentati dall’insieme19 {0, 1}. Ci si colloca a con tale scelta nell’ottica della logica classica a due valori. Nell’insieme {0, 1} ` necessario introdurre un minimo di struttura20 : la e pi` per semple consiste in convenire che 0 < 1 e usare la sottrazione come se u 0 e 1 fossero numeri interi, con | x | a indicare il valore assoluto. Un’interpretazione ` una funzione21 i : L −→ {0, 1}; una valutazione ` e e una funzione v : P −→ {0, 1} che soddisfa le seguenti condizioni22 : v((¬A)) v((A ∧ B)) v((A ∨ B)) v((A ⊕ B)) v((A → B)) v((A ↔ B))
19 20

= = = = = =

1 − v(A) min{v(A), v(B)} max{v(A), v(B)} | v(A) − v(B) | max{1 − v(A), v(B)} 1− | v(A) − v(B) | .

Altre notazioni per i valori di verit` sono {V, F }, {T, F }, { , ⊥}, True, False. a Vedremo in seguito che si pu` considerare un’algebra di Boole. o 21 La notazione con la freccia sar` spiegata in seguito; per ora si intenda che a ogni a lettera corrisponde un valore di verit`, e per v sotto che a ogni proposizione corrisponde a o 0 o 1. 22 Si noti che in v((¬A)) e in altre espressioni analoghe ci sono due tipi di parentesi, che andrebbero tipograficamente distinte; quelle interne sono le parentesi della proposizione, quelle esterne servono per la notazione funzionale v(x).

22

In alternativa, si considerano 0 e 1 come interi modulo23 2, {0, 1} = Z2 con le solite operazioni aritmetiche e si scrivono le condizioni: v((¬A)) v((A ∧ B)) v((A ∨ B)) v((A ⊕ B)) v((A → B)) v((A ↔ B)) = = = = = = 1 − v(A) v(A) · v(B) (v(A) + v(B)) − v(A) · v(B) v(A) + v(B) 1 − v(A) · (1 − v(B)) 1 − (v(A) + v(B)).

Ogni interpretazione i si estende a una valutazione i∗ ponendo i∗ ((p)) = i(p) e definendo i∗ sulle proposizioni composte in modo da soddisfare le condizioni della definizione di valutazione. Per ogni valutazione v il valore di verit` di una proposizione A si ottiene a applicando ai valori delle sottoproposizioni immediate di A una funzione, che dipende dal connettivo principale di A. 3.3.1 Tavole di verit` a

Ad ogni connettivo ` associata una funzione di verit` , cio` una funzione da e a e {0, 1}n in {0, 1}, dove n ` il numero di argomenti del connettivo ({0, 1}n ` e e l’insieme delle n-uple di 0 e 1). Per il loro carattere finito queste funzioni sono rappresentate da tabelle, che sono dette tavole di verit` . a La tavola di verit` della negazione `: a e A ¬A 0 1 1 0 la tavola di verit` della congiunzione: a
23

Per chi non sa cosa significa, sar` spiegato in seguito. a

23

A 0 0 1 1

B 0 1 0 1

A∧B 0 0 0 1

la tavola di verit` della disgiunzione: a A 0 0 1 1 B 0 1 0 1 A∨B 0 1 1 1

la tavola di verit` della disgiunzione esclusiva: a A 0 0 1 1 B 0 1 0 1 A⊕B 0 1 1 0

la tavola di verit` del condizionale: a A 0 0 1 1 B 0 1 0 1 A→B 1 1 0 1

e la tavola di verit` del bicondizionale: a A 0 0 1 1 B 0 1 0 1 A↔B 1 0 0 1 24

Quando si deve trovare il valore di verit` di una proposizione, o di un nua mero finito di esse, sotto un’interpretazione, ` sufficiente considerare i valori e assunti dalle lettere che vi compaiono, quindi le interpretazioni diventano assegnazioni di valori 0 o 1 ad un numero finito di lettere, e per ogni proposizione ce ne ` un numero finito. Data una proposizione, il calcolo dei suoi e valori di verit` per ogni possibile interpretazione si pu` organizzare in una a o tabella con i valori progressivi attribuiti alle sottoproposizioni (individuate dall’analisi sintattica), come nei seguenti esempi: Se A ` p ∧ ¬p → q: e p 0 0 1 1 q ¬p p ∧ ¬p 0 1 0 1 1 0 0 0 0 1 0 0 p ∧ ¬p → q 1 1 1 1

Se A ` p ∨ r → ¬p ∧ (q → r): e p 0 0 0 0 1 1 1 1 q 0 0 1 1 0 0 1 1 r ¬p q → r ¬p ∧ (q → r) p ∨ r 0 1 1 1 0 1 1 1 1 1 0 1 0 0 0 1 1 1 1 1 0 0 1 0 1 1 0 1 0 1 0 0 0 0 1 1 0 1 0 1 A 1 1 1 1 0 0 0 0

Tali tabelle si chiamano tavole di verit` delle proposizioni. a Come si vede dagli esempi, ci sono proposizioni che per ogni interpretazione hanno il valore 1, altre che per alcune interpretazioni hanno il valore 0 e per altre interpretazioni il valore 1. Si possono dare esempi di proposizioni che per ogni interpretazione assumono il valore 0 (esercizio). Si ricordi che una proposizione, in quanto schema, non ` n´ vera n´ falsa; !!! e e e solo la sua tavola di verit` completa spiega tutti i possibili modi in cui lo a schema pu` realizzarsi nelle diverse interpretazioni. o 25

3.3.2

Esercizi (p → p) → p p → (p → p) p∨q →p∧q p ∨ (q ∧ r) → (p ∧ r) ∨ s p → (q → p).

1. Costruire la tavola di verit` delle proposizioni: a

2. Dire quale ` la disgiunzione usata nella programmazione, considerando e che ivi si adotta la valutazione pigra: “quando viene valutata una disgiunzione, e la prima condizione ` vera, la seconda condizione non viene e esaminata”24 . 3. Trovare le tavole di verit` corrispondenti a “a meno che”, “anche se”. a 4. Scrivere la tavola di verit` per le particelle logiche “n´ . . . n´” e “non a e e (` vero che) sia . . . sia . . . ”. e 5. Costruire la tavola di verit` per if . . . then . . . else. a Suggerimento. Si faccia attenzione che il costrutto if . . . then nei linguaggi di programmazione ` usato piuttosto come ↔; se lo statement e ` falso l’istruzione non viene eseguita: ad esempio se si esegue25 e if importo ≤ saldo then saldo = saldo - importo, “l’enunciato dell’assegnazione verr` eseguito sole se l’importo da prela evare ` minore o uguale al saldo”. e Nell’esercizio, si consideri invece “se . . . allora . . . , altrimenti . . . ”. 3.3.3 Validit` e conseguenza a

Se i∗ (A) = 1, si dice che A ` vera nell’interpretazione i, o che i soddisfa A, e o che i ` un modello di A, e si scrive anche e !!! i |= A.
24 25

Horstmann, p. 212. Horstmann, p. 186.

26

Se esiste almeno una i tale che i |= A, si dice che A ` soddisfacibile, o e (semanticamente) consistente. Se non esiste alcun modello di A, si dice che A ` insoddisfacibile, o (semanticamente) inconsistente, o contraddittoria, o e una contraddizione. Se per ogni i si ha i |= A, si dice che A ` logicamente e valida, o logicamente vera, o una tautologia, e si scrive |= A. Si dice che B ` conseguenza logica di A, o che A implica B, e si scrive e A |= B se per ogni i, se i |= A allora i |= B. Si noti che, grazie alla tavola di verit` a del condizionale, Osservazione 3.3.1 Per ogni A e B, A |= B se e solo se |= A → B. Se A ` A1 ∧ . . . ∧ An , A1 ∧ . . . ∧ An |= B si scrive A1 , . . . , An |= B. Se e T = {A1 , . . . , An }, allora si dice che i soddisfa T se e solo se i |= A1 ∧. . .∧An . Se A |= B e B |= A, si dice che A e B sono logicamente equivalenti , o anche solo equivalenti, e si scrive A ≡ B. Per ogni A e B, A ≡ B se e solo se |= A ↔ B. Si noti che |= e ≡ sono segni metalinguistici. Le tautologie, in particolare quelle che sono nella forma di equivalenze, sono dette anche leggi logiche. Un elenco di leggi logiche notevoli ` presentato nella pagina successiva. e

27

Leggi logiche notevoli 1 A→A legge dell identit` a A ↔ ¬¬A legge della doppia negazione A∧B ↔B∧A commutativit` di ∧ a (A ∧ B) ∧ C ↔ A ∧ (B ∧ C) associativit` di ∧ a A∨B ↔B∨A commutativit` di ∨ a (A ∨ B) ∨ C ↔ A ∨ (B ∨ C) associativit` di ∨ a A∧A↔A idempotenza di ∧ A∨A↔A idempotenza di ∨ A∧B →A eliminazione di ∧ A→A∨B introduzione di ∨ A ∧ (B ∨ C) ↔ (A ∧ B) ∨ (A ∧ C) distributivit` a A ∨ (B ∧ C) ↔ (A ∨ B) ∧ (A ∨ C) distributivit` a A ∧ (A ∨ B) ↔ A legge di assorbimento A ∨ (A ∧ B) ↔ A legge di assorbimento ¬(A ∧ B) ↔ (¬A ∨ ¬B) legge di De M organ ¬(A ∨ B) ↔ (¬A ∧ ¬B) legge di De M organ ¬A ∨ A legge del terzo escluso ¬(A ∧ ¬A) legge di non contraddizione A → B ↔ ¬B → ¬A legge di contrapposizione A ∧ ¬A → B Lewis, o ex falso quodlibet A → (B → A) af ermazione del conseguente f ¬A → (A → B) negazione dell antecedente (A → B ∧ ¬B) → ¬A legge di riduzione all assurdo (A → ¬A) → ¬A riduzione all assurdo debole (¬A → A) → A consequentia mirabilis ((A → B) → A) → A legge di P eirce (A → B) ∨ (B → A) legge di Dummett A → ((A → B) → B) modus ponens A → (B → C) ↔ B → (A → C) scambio antecedenti (A → C) ∧ (B → C) ↔ A ∨ B → C distinzione di casi (A → B) ∧ (¬A → B) → B distinzione di casi (A → (B → C)) → ((A → B) → (A → C)) distributivit` di → a (A → B) ∧ (B → C) → (A → C) transitivit` di → a A → (B → C) ↔ (A ∧ B) → C importazione/esportazione delle premesse

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Per verificare queste leggi, dove A, B, . . . sono qualunque, si devono prima verificare le stesse nel caso particolare che A, B, . . . siano atomiche (ad esempio p → p per la legge dell’identit`), e poi sfruttare il fatto che se A[p] ` a e una tautologia e B ` qualunque, allora anche il risultato della sostituzione di e B a p in A ` una tautologia (vedi esercizi). e Per le leggi che sono scritte come condizionali e non bicondizionali, si vedr` in seguito che l’implicazione inversa in generale non sussiste (salvo a alcuni casi, ad esempio per l’inverso della riduzione all’assurdo debole ¬A → (A → ¬A), che rientra nell’affermazione del conseguente). L’associativit` della congiunzione giustifica che si possa scrivere senza a ambiguit`, indipendentemente dalle convenzioni sulle parentesi, A ∧ B ∧ C a per (indifferentemente) A ∧ (B ∧ C) o (A ∧ B) ∧ C, o in generale A1 ∧ . . . ∧ An (e lo stesso per la disgiunzione). A ∧ (B ∧ C) e (A ∧ B) ∧ C sono diverse (si disegni il loro albero sintattico) ma si dice che sono uguali a meno di equivalenza logica. Anche le seguenti sono leggi logiche: A → B ↔ ¬A ∨ B (A ↔ B) ↔ (A → B) ∧ (B → A) A ⊕ B ↔ (A ∧ ¬B) ∨ (B ∧ ¬A) A ⊕ B ↔ (A ∨ B) ∧ ¬(A ∧ B). Si noti che le due leggi per ⊕ forniscono un esempio di come una particella logica possa essere espressa con diversi giri di frase equivalenti; queste equivalenze in genere mostrano cosa significa che frasi diverse vogliono dire la stessa cosa. Per mezzo di esse, dalle leggi elencate sopra se ne derivano altre; ad esempio dal modus ponens e dall’esportazione, con la prima, si ricava A ∧ (¬A ∨ B) → B sillogismo disgiuntivo.

Ma queste leggi soprattutto permettono di vedere che i connettivi ⊕, →, ↔ sono definibili in termini di ¬, ∧ e ∨. Alcune leggi sono spesso presentate in forma di regole di inferenza; ad esempio il modus ponens da

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A, A → B , B il sillogismo disgiuntivo da

A, ¬A ∨ B B o da

¬A, A ∨ B , B l’eliminazione della congiunzione da

A∧B A∧B e A B e l’introduzione della disgiunzione da

A B e . A∨B A∨B Le leggi corrispondenti permettono di asserire che se sono vere le proposizioni sopra la riga, o premesse della regola, allora ` vera anche la propoe sizione sotto la riga, o conclusione. Regole d’inferenza di questo genere si dicono corrette se le premesse implicano logicamente la conclusione - quindi le regole sopra elencate sono corrette. Per mezzo delle regole di inferenza si deduce una proposizione da un’altra, o da altre date, che si chiamano assunzioni; si dice che una proposizione B si deduce da un’altra A se A |= B e se questo fatto ` riconosciuto e certificato da una spiegazione. Un modo e per riconoscere la sussistenza di A |= B ` quello di inserire tra A e B altre e proposizioni legate tra loro dalla relazione di premesse-conclusione di regole corrette. Ad esempio per stabilire 30

(r → p ∨ q) ∧ r ∧ ¬p |= q si pu` eseguire la seguente deduzione: o (r → p ∨ q) ∧ r ∧ ¬p r →p∨q r ¬p p∨q q usando l’eliminazione della congiunzione, il modus ponens e il sillogismo disgiuntivo. La relazione di conseguenza logica ` evidentemente transitiva: se A |= C e e C |= B allora A |= B (esercizio). 3.3.4 Esercizi

1. Verificare con le tavole di verit` le precedenti leggi logiche. a 2. Spiegare perch´ e • Se |= A allora B |= A per ogni B. • Se |= A allora |= A ∨ B per ogni B. • Se |= A e |= A → B allora |= B. 3. Spiegare perch´ se A[p] ` una tautologia, anche la proposizione che si e e ottiene sostituendo p con una B qualunque ` una tautologia. e 4. Verificare la seguente generalizzazione delle leggi di assorbimento, che A ≡ A ∨ C se C |= A, e che A ≡ A ∧ C se A |= C. !!! 5. Verificare che A ≡ T ∧ A se T ` una tautologia e che A ≡ F ∨ A se F e ` una contraddizione, e dedurlo dal risultato del precedente esercizio. e 6. Verificare che A → B ≡ ¬(A ∧ ¬B) (sia con le tavole, sia in base alla definizione di interpretazione). 7. Verificare che A ⊕ B ` equivalente a ¬(A ↔ B), in base alla definizione e di interpretazione. 31

8. Verificare che |= A ⊕ B → A ∨ B ma non viceversa. 9. Spiegare perch´ A → A ⊕ B non ` logicamente vera. e e 10. Verificare che p ∨ q ` equivalente a p ∨ (q ∧ ¬p) ed a p ⊕ (q ∧ ¬p). e 11. Notare ¬(A ⊕ B) ≡ ¬A ⊕ B e A ⊕ ¬A ≡ A ∨ ¬A (provare a trovare frasi in italiano che si possono dire bene in entrambi i modi). 12. Verificare che la regola del sillogismo disgiuntivo ` corretta anche con e ⊕ al posto di ∨. 13. Verificare se A ⊕ (B ⊕ C) ≡ (A ⊕ B) ⊕ C. 14. In base al precedente esercizio, discutere quando A1 ⊕ . . . ⊕ An ` vera. e 15. Verificare che ¬¬¬¬A ≡ A e che ¬¬¬¬¬¬¬A ≡ ¬A. Generalizzare. 16. Si consideri il problema del merging di due liste List1 e List2 in una terza lista List3 (ad esempio nomi, in ordine alfabetico). Una prima formulazione dell’algoritmo ` la seguente: nello scorrere le e due liste, se List1 non ` esaurita e List2 ` esaurita oppure l’elemento e e in considerazione di List1 precede il primo non ancora inserito di List2, allora l’elemento di List1 ` inserito in List3. e Un’altra formulazione potrebbe essere la seguente: il prossimo elemento in List3 ` preso da List1 quando List1 non ` esaurita e List2 s` oppure e e ı, quando List1 non ` esaurita e l’elemento in considerazione di List1 e precede il primo non ancora inserito di List2. Usando lettere p, q, r per rappresentare rispettivamente “List1 non ` e esaurita”, “List2 ` esaurita” e “l’elemento di List1 precede quello di e List2”, scrivere le proposizioni corrispondenti alle due versioni delle condizioni (che portano entrambe a mettere in List3 l’elemento in esame di List1), e discutere se siano o no equivalenti, in base a quali leggi. 17. Si distribuiscono carte da gioco, e si sa che un giocatore ha in mano un Asso o un Re. Si considerino le seguenti due proposizioni: A: se c’` in mano un Asso, c’` un 2 e e B: se c’` in mano un Re, c’` un 2. e e

32

Che cosa si pu` dedurre se esattamente una tra le proposizioni A e B o ` vera? e Che cosa si pu` dedurre se entrambe le proposizioni A e B sono vere? o 18. Per conquistare la principessa, Aladino deve scegliere di aprire una di due scatole A e B; sa che in una c’` un anello di fidanzamento, nell’altra e un serpente velenoso. Sulla scatola A ` scritto: “Almeno una di queste e scatole contiene un anello”; sulla scatola B ` scritto: “Nella scatola e A c’` un serprente velenoso che uccide all’istante”. Ad Aladino viene e detto che o entrambe le scritte sono vere, o entrambe false. Quale scatola apre? 19. “Se io ho ragione, tu hai torto; se tu hai ragione, io ho torto; quindi uno di noi ha ragione”. Corretto o no? Perch´? e 20. “La storia insegna che non si impara niente dalla storia”. Vero o falso? Perch´? e Suggerimento. Riduzione all’assurdo debole.

3.4

Sull’implicazione

Abbiamo distinto il condizionale, che ` un connettivo, o il nome di una propoe sizione della forma A → B, dall’implicazione, che ` una relazione tra propoe sizioni, e non si scrive A → B ma |= A → B. “A implica B” significa “il condizionale A → B ` una tautologia”. e La terminologia ` qualche volta ambigua perch´ per leggere ad esempio e e una regola come il sillogismo disgiuntivo si trova anche detto “se A e ¬A ∨ B allora B”, in alternativa a “A e ¬A ∨ B implicano B”. Se si ` in un contesto e deduttivo si capisce forse che si sta parlando dell’implicazione e non leggendo semplicemente la forma di una proposizione. L’importante ad ogni modo non ` la terminologia quanto capire la differenza. e Il soggetto di “A implica B” non ` A ma A → B. Qualche volta - non e qui - si trova introdotto un simbolo speciale per l’implicazione (in analogia al caso dell’equivalenza), ad esempio A ⇒ B. Si dice ad esempio “il condizionale p → p ∨ q ha cinque simboli”, non “l’implicazione p → p ∨ q ha cinque simboli”, perch´ l’implicazione ` un e e fatto che sussiste o no, e un fatto non ` formato da simboli. Al massimo ` e e un predicato, sotto cui cadono alcuni condizionali, come in “il condizionale 33

p → p ∨ q ` un’implicazione”. Oppure si pu` dire che vale l’implicazione e o p → p ∨ q, ma non si parler` ad esempio dell’implicazione p → q ∨ r, che non a ` una tautologia. e Siccome purtroppo la terminologia non ` uniforme, e si possono trovare e usate entrambe le parole, bisogna fare attenzione al contesto.
Nella tradizione logica, il condizionale era anche chiamato “implicazione materiale”, per distinguere la relazione di conseguenza da altre forme di implicazione, o da altri sensi del costrutto “se . . . allora”. In effetti, il significato di “se . . . allora” ` polimorfo: e • significato logico (o inferenziale): Se tutti gli uomini sono mortali e Socrate ` un uomo, allora Socrate ` more e tale. • significato definitorio: Se ` scapolo, allora non ` sposato. e e • significato causale: Se si immerge una cartina di tornasole e diventa rossa, allora il liquido ` un e acido. • significato materiale: Se la Terra vola, allora la Terra ` piatta. e ` E difficile trovare qualcosa di positivo in comune tra queste diverse accezioni del “se . . . allora”. In particolare il caso che ha sollevato maggiori discussioni ` l’ultimo, come considerare il condizionale se antecedente e conseguente sono e entrambe false. Una cosa in comune ce l’hanno, ed ` che in tutte le accezioni l’unico modo e per dichiarare il condizionale falso ` quello di riscontrare antecedente vera e cone seguente falsa, anche per il significato materiale: “se la Terra ` rotonda, allora il e Sole ` freddo” si considera falso. e Allora il significato parziale comune si pu` esprimere riempiendo la tavola di o verit` con i valori che sono di fatto quelli di ¬(A ∧ ¬B): a !!! Un condizionale ` corretto [secondo Crisippo] se la negazione della e sua conclusione ` incompatibile con la sua premessa (Sesto Empirico, e Schizzi pirroniani, II, 110-2). Si ottiene cos` quella che gli antichi chiamavano implicazione materiale: ı

34

Secondo lui [Filone di Megara] ci sono tre modi in cui un condizionale pu` essere vero, e uno in cui pu` essere falso. Perch´ un condizionale o o e ` vero quando inizia con una verit` e termina con una verit`, come e a a “se ` giorno, ` chiaro”. Ed ` vero anche quando inizia con una fale e e sit` e termina con una falsit`, come “se la terra vola, la terra ha a a ali”. Analogamente, ` vero un condizionale che inizia con una falsit` e a e termina con una verit`, come “se la terra vola, la terra esiste”. Un a condizionale ` falso soltanto quando inizia con una verit` e termina e a con una falsit`, come “se ` giorno, ` notte (Sesto Empirico, Contro i a e e matematici , VIII, 113). Con questa scelta per la tavola di → si giustifica la regola del modus ponens, che ` quello che interessa, per l’uso che se ne fa nei discorsi con “se . . . allora”. e

Il motivo per cui il condizionale ` difficile e controverso ` che non gli si e e pu` associare una rappresentazione mentale immediata di quello che descrive. o Quando si ascolta A ∧ B, le rappresentazioni nella mente del fatto descritto da A e di quello descritto da B vengono fuse in un’unica rappresentazione, del fatto descritto da A ∧ B, affiancandole o integrandole; anche con A ∨ B le due rappresentazioni possono essere compresenti, con l’attenzione che si sposta dall’una all’altra e viceversa, come se si guardassero alternativamente due quadri vicini. Con il condizionale non ` possibile avere una rappresentazione e del fatto descritto da A → B, combinando quelle relative ad A e B. Non esiste una rappresentazione unica della falsit` di A. Vengono meno perci` a o gli ausili dell’immaginazione e della sensibilit`; l’unico modo per dominare il a condizionale ` quello di imparare bene fino a interiorizzarle le sue condizioni e d’uso, sia il calcolo dei valori di verit` sia le leggi e le regole che lo concernono. a La definizione del condizionale tuttavia non ` solo adeguata per svolgere e le dimostrazioni, grazie alla giustificazione del modus ponens, ma ` anche e comoda (nella scelta di dare il valore vero quando l’antecedente ` falsa) per e la costruzione generale dei linguaggi formali, e la trattazione delle variabili, come vedremo oltre.

35

4
4.1

Insiemi e algebre di Boole
Variabili

Esempi di proposizioni a cui si applicano utilmente le nozioni e le tecniche logiche sono le formule matematiche; in esse tuttavia compaiono le variabili x, y, . . . 1 Le variabili che occorrono in una formula, ad esempio 1 < x < 3, si chiamano anche variabili individuali, perch` prendono come valori gli elementi e dell’universo del discorso. In generale, un’asserzione in cui compare la variabile x sar` indicata con p(x). Possiamo considerare una formula del genere a come una proposizione, che afferma qualcosa a proposito di x; x denota un elemento non precisato dell’universo. Quanto visto finora sulla logica proposizionale ` gi` utile per alcune analisi e a logiche anche delle formule con variabili. Consideriamo di nuovo la formula aritmetica 1 < x < 3; immaginiamo che si stia parlando di numeri naturali (che cio` il dominio o universo di discorso sia costituito dai numeri naturali, e e < rappresenti la relazione d’ordine). Di una tale formula non si pu` dire se o ` vera o falsa, dipende. Si pu` dire che ` soddisfatta da certi (valori di) x; ` e o e e come se fosse presente un numero incappucciato, che dice “io sono compreso tra 1 e 3”. Se si toglie il cappuccio ed appare 2 ha detto il vero, se appare 0, o 3 o 5 o qualsiasi altro numero, ha detto il falso. Se il numero incappucciato continua dicendo “quindi io sono il numero 2”, bisogna ammettere che la deduzione ` corretta, anche senza sapere chi ` il e e numero incappucciato. La formula 1 < x < 3 ` soddisfatta dal solo elemento e 2, e possiamo affermare 1 < x < 3 → x = 2. Se invece l’universo di discorso, che dalla formula in s´ non si evince, ` !!! e e quello dei numeri reali, la formula ` soddisfatta anche da 1,1, da 1,9, da 2,5 e e da tutti gli infiniti elementi dell’intervallo (1, 3). La formula 1 < x < 3 d’altra parte ` un’abbreviazione per 1 < x ∧ x < 3; e perch´ un valore di x la soddisfi, questo valore deve soddisfare sia 1 < x sia e x < 3. Abbiamo dunque formule che assomigliano a quelle le linguaggio proposizionale, in quanto sono composizione mediante connettivi di formule atomAll’argomento delle variabili sar` dedicato ampio spazio in seguito, per la loro impora tanza, non solo matematica ma logica in generale; esse permettono di completare l’analisi linguistica in modo molto pi` approfondito di quello che si realizza limitandosi a considu erare i connettivi.
1

36

iche, solo che queste ultime invece di lettere sono espresisoni che contengono anche x. Si potrebbe dire che si tratta di un linguaggio proposizionale applicato. Ogni volta che si d` a x un valore, nell’universo fissato, ` come a e assegnare il valore vero o falso alle componenti atomiche. Parleremo per semplicit` anche in questo caso per ora di proposizioni, per non complicare a la terminologia, quando applicheremo risultati della logica proposizionale, oppure le chiameremo formule, in analogia alle formule matematiche.

4.2

Algebra degli insiemi

Se le proposizioni si riferiscono a un dominio di discorso costituito da un insieme U , “U ” per “universo”, ad ognuna di queste proposizioni p(x) ` e associato un insieme, che si pu` chiamare insieme di verit` di p(x): o a Vp(x) = {x ∈ U | p(x) ` vero in U }. e Nel linguaggio insiemistico, x ∈ X significa che x ` un elemento di X, o e che x appartiene a X; x ∈ X significa che x non appartiene a X. Con la notazione {x ∈ U | p(x) ` vero in U }, si indica l’insieme degli e elementi di U che soddisfano la condizione p(x) in U . Talvolta si scrive anche {x ∈ U | p(x)} o addirittura {x | p(x)} se ` chiaro l’insieme ambiente e U. Con la notazione {x1 , . . . , xn } si indica l’insieme i cui elementi sono x1 , . . . , xn . L’insieme {x, y} si chiama coppia (non ordinata) di x e y, che sono gli unici elementi di {x, y}: x ∈ {x, y} e y ∈ {x, y}2 , e inoltre z ∈ {x, y} → z = x ∨ z = y. La coppia {x, y} ha due elementi se x = y; altrimenti se x = y ne ha uno solo, si indica {x} e si chiama anche insieme unitario, o singoletto di x. L’insieme di verit` di p(x) ` anche l’insieme definito da p(x) in U . Ad a e esempio, se U = {a, b, c, d} e p(x) ↔ x = a ∨ x = b, l’insieme definito da p(x) in U ` {a, b}. e Se U ` l’insieme dei numeri naturali e p(x) ` la condizione “x ` divisibile e e e per 2”, l’insieme di verit` di p(x) ` l’insieme dei numeri pari, e tale insieme a e ` definito dalla condizione “x ` divisibile per 2”. e e
2

Talvolta si scrive x, y ∈ X per “x ∈ X e y ∈ X”.

37

Un insieme di verit` ` un sottoinsieme di U ; si dice che X ` un sottoinae e 3 sieme di Y , o che ` contenuto in Y , in simboli X ⊆ Y , se ogni elemento di e X ` anche elemento di Y : per ogni x, se x ∈ X allora x ∈ Y . e Qualche volta, raramente, si scrive Y ⊇ X per X ⊆ Y . Si dice che X ` un sottoinsieme proprio di Y , e si scrive X ⊂ Y , se X ⊆ Y e ma X = Y . Se X ⊆ Y e Y ⊆ X allora X e Y hanno gli stessi elementi; questo per definizione significa che X = Y . Quello che caratterizza gli insiemi non sono le loro eventuali definizioni ma i loro elementi; ad esempio l’insieme dei triangoli con due lati uguali e l’insieme dei triangoli con due angoli uguali sono lo stesso insieme. Cos` {x, y} = {y, x}, da cui la dizione “non ordinata”. ı Le operazioni insiemistiche principali, sui sottoinsiemi di un insieme U , sono le seguenti: Complemento. Il complemento di X (rispetto a U ) ` l’insieme degli elementi e di U che non appartengono a X: ∼ X = {x ∈ U | x ∈ X}. Differenza. La differenza di X meno Y ` l’insieme degli elementi di U che e appartengono a X e non a Y : X \ Y = {x ∈ U | x ∈ X ∧ x ∈ Y }. Differenza simmetrica. La differenza simmetrica di X e Y ` l’insieme degli e elementi di U che appartengono a X e non a Y o a Y e non a X: X Y = {x ∈ U | x ∈ X ⊕ x ∈ Y }. Intersezione. L’intersezione di X e Y ` l’insieme degli elementi di U che e appartengono sia a X sia a Y : X ∩ Y = {x ∈ U | x ∈ X ∧ x ∈ Y }.
Si distingue tra “essere contenuto”, che si riferisce a sottoinsiemi, ed “appartenere”, che si riferisce ad elementi.
3

38

X ∩ Y si legge: “X intersezione Y ” o “X intersecato con Y ” o “l’intersezione di X e Y ”. Unione. L’unione di X e Y ` l’insieme degli elementi di U che appartengono e ad almeno uno dei due insiemi X e Y : X ∪ Y = {x ∈ U | x ∈ X ∨ x ∈ Y } X ∪ Y si legge: “X unione Y ” o “X unito a Y ” o “l’unione di X e Y ”. L’intersezione di X e Y ` il pi` grande insieme che ` contenuto sia in X e u e sia in Y , nel senso che X ∩ Y ⊆ X4 X ∩Y ⊆Y e se Z ⊆ X e Z ⊆ Y allora Z ⊆ X ∩ Y mentre l’unione di X e Y ` il pi` piccolo insieme che contiene sia X sia Y , e u nel senso che X ⊆X ∪Y Y ⊆X ∪Y e se Y ⊆ X e Z ⊆ X allora Y ∪ Z ⊆ X. Per dimostrare X ∩ Y ⊆ X ad esempio, si osservi che se x ∈ X ∩ Y allora x ∈ X ∧ x ∈ Y , ma x ∈ X ∧ x ∈ Y → x ∈ X, quindi x ∈ X. Inoltre x ∈ X ∧ x ∈ Y → x ∈ Y , quindi X ∩ Y ⊆ Y . In modo analogo per le altre. Nella propriet` di minimalit` dell’unione troviamo la spiegazione dello a a scambio di “e” ed “o” osservato in precedenza in certe frasi. Se si indica con Y l’insieme delle mele, con Z l’insieme delle pere, e con X l’insieme dei frutti, allora la frase “mele e pere sono frutti”, intesa come “le mele sono
Si noti che non occorrono parentesi perch´ non ` possibile interpretare questa formula e e come X ∩ (Y ⊆ X) in quanto si avrebbe un’operazione tra un insieme e una proposizione - un errore di tipo, si dice in logica. Qualche volta le parentesi di mettono per agevolare la lettura.
4

39

frutti e le pere sono frutti” significa che Y ⊆ X ∧ Z ⊆ X, ma questa implica Y ∪ Z ⊆ X, cio` che “mele o pere sono frutti”. e Viceversa, se Y ∪Z ⊆ X, allora siccome Y ⊆ Y ∪Z si ha, per la transitivit` a di ⊆ - vedi oltre - che Y ⊆ X e analogamente Z ⊆ X, cio` “mele o pere sono e frutti” implica a sua volta “le mele sono frutti e le pere sono frutti”. Le operazioni insiemistiche corrispondono ai connettivi: l’appartenenza al complemento ` definita mediante la negazione, l’appartenenza all’intersezione e mediante la congiunzione, e cos` via. In analogia, si possono usare le stesse ı convenzioni sull’ordine di priorit` dei simboli di operazione (∼, ∩, ∪) per !!! a ridurre il numero di parentesi. Viceversa, ai connettivi proposizionali corrispondono le operazioni insiemistiche sugli insiemi di verit` delle proposizioni componenti. a V¬p(x) = Vp(x)∧q(x) = Vp(x)∨q(x) = ∼ Vp(x) Vp(x) ∩ Vq(x) Vp(x) ∪ Vq(x) .

In particolare si ha Vx∈X = X. Si pu` osservare allora che le operazioni non sono tutte indipendenti, ad o esempio: X \ Y = X ∩ (∼ Y ). Infatti X \Y = {x | x ∈ X ∧ x ∈ Y } = {x | x ∈ X ∧ x ∈∼ Y } = {x | x ∈ X ∩ (∼ Y )} = X ∩ (∼ Y ).

Ma le mutue relazioni delle operazioni le vedremo meglio pi` avanti. u L’insieme vuoto ∅ ` l’insieme che non ha alcun elemento, ed ` un sottoine e sieme di qualsiasi U , definito da una condizione contraddittoria qualunque: ∅ = {x ∈ U |p(x) ∧ ¬p(x)}, o 40

∅ = {x ∈ U |x = x}. Se si denotasse questo insieme ∅U e si definisse ∅V = {x ∈ V | x = x} si avrebbe ∅U = ∅V perch´ i due insiemi hanno gli stessi elementi, nessuno per e entrambi. Caratteristica dell’insieme vuoto ` che per ogni x, in qualunque U , x ∈ ∅. e Due insiemi X e Y la cui intersezione sia vuota, X ∩ Y = ∅, cio` non e abbiano alcun elemento in comune, si dicono disgiunti . Le relazioni tra le operazioni insiemistiche sono espresse da un gruppo di leggi.

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21

X ∩X =X idempotenza dell intersezione X ∪X =X idempotenza dell unione X ∩Y =Y ∩X commutativit` dell intersezione a X ∪Y =Y ∪X commutativit` dell unione a X ∩ (Y ∩ Z) = (X ∩ Y ) ∩ Z associativit` dell intersezione a X ∪ (Y ∪ Z) = (X ∪ Y ) ∪ Z associativit` dell unione a X ∩ (Y ∪ Z) = (X ∩ Y ) ∪ (X ∩ Z) distributivit` di ∩ rispetto a ∪ a X ∪ (Y ∩ Z) = (X ∪ Y ) ∩ (X ∪ Z) distributivit` di ∪ rispetto a ∩ a X ∩ (X ∪ Y ) = X assorbimento X ∪ (X ∩ Y ) = X assorbimento ∼ (∼ X) = X doppio complemento ∼ (X ∩ Y ) = (∼ X) ∪ (∼ Y ) legge di De M organ ∼ (X ∪ Y ) = (∼ X) ∩ (∼ Y ) legge di De M organ ∼∅=U ∼U =∅ X ∩ (∼ X) = ∅ legge dell inverso per ∩ X ∪ (∼ X) = U legge dell inverso per ∪ X ∩U =X legge dell elemento neutro per ∩ X ∪U =U X ∩∅=∅ X ∪∅=X legge dell elemento neutro per ∪ .

Esistono altre leggi che riguardano la relazione ⊆ (alcune gi` menzionate), a come 41

22 23 24 25 26 e propriet` come a

X⊆X ∅⊆X X⊆U X ⊆X ∪Y X ∩Y ⊆X

27 28 29 30 31 32 33

se X ⊆ Y e Y ⊆ Z allora X ⊆ Z X ⊆ Y se e solo se X ∩ Y = X X ⊆ Y se e solo se X ∪ Y = Y X ⊆ Y se e solo se X ∩ (∼ Y ) = ∅ X ⊆ Y se e solo se ∼ X ∪ Y = U se X ⊆ Y e X ⊆ Z allora X ⊆ (Y ∩ Z) se Y ⊆ X e Z ⊆ X allora (Y ∪ Z) ⊆ X.

Ma non tutte sono indipendenti. La loro dimostrazione pu` consistere nel o mostrare direttamente che i due insiemi implicati hanno gli stessi elementi. Esempi 3 X ∩ Y = Y ∩ X. Dimostrazione Se x ∈ X ∩ Y , allora x ∈ X ∧ x ∈ Y ; ma per la commutativit` della congiunzione si ha allora x ∈ Y ∧ x ∈ X, quindi a x ∈ Y ∩ X. Il viceversa, partendo da x ∈ Y ∩ X, ` analogo. e 4 X ∪ Y = Y ∪ X. Dimostrazione Se x ∈ X ∪ Y allora x ∈ X ∨ x ∈ Y . La conclusione segue come sopra per la commutativit` della disgiunzione. Oppure a usiamo la distinzione di casi: se x ∈ X, allora x ∈ Y ∨ x ∈ X per la tautologia A → B ∨ A. Se x ∈ Y allora per la tautologia A → A ∨ B si ha x ∈ Y ∨ x ∈ X. Quindi x ∈ X ∨ x ∈ Y → x ∈ Y ∨ x ∈ X e X ∪ Y ⊆ Y ∪ X. Il viceversa ` analogo. e 42

5

X ∩ (Y ∪ Z) = (X ∩ Y ) ∪ (X ∩ Z). Dimostrazione Mostriamo prima che X ∩ (Y ∪ Z) ⊆ (X ∩ Y ) ∪ (X ∩ Z). Se x ∈ X ∩(Y ∪Z) allora x ∈ X e x ∈ Y ∪Z. Ci sono due casi: o x ∈ Y o x ∈ Z. Nel primo caso, x ∈ X e x ∈ Y , quindi x ∈ X ∩ Y , e quindi x ∈ (X ∩ Y ) ∪ (X ∩ Z) per la 25, che supponiamo dimostrata5 . Nel secondo caso, x ∈ X e x ∈ Z, quindi x ∈ X ∩ Z e quindi x appartiene a (X ∩ Y ) ∪ (X ∩ Z), per la 25 e la 4. Si mostri ora nello stesso modo (esercizio) che (X ∩ Y ) ∪ (X ∩ Z) ⊆ X ∩ (Y ∪ Z), e l’uguaglianza ` provata. e

21

X ∪ ∅ = X. Dimostrazione Se x ∈ X ∪ ∅, allora x ∈ X ∨ x ∈ ∅, ma x ∈ ∅ quindi per il sillogismo disgiuntivo x ∈ X. Il viceversa segue dalla 25.

24

X ⊆ U. Dimostrazione x ∈ U → (x ∈ X → x ∈ U ) - quale legge logica interviene?

23

∅ ⊆ X. Dimostrazione Per ogni x, x ∈ ∅ → x ∈ X ` vera, qualunque sia X, e perch´ l’antecedente ` falso. e e

17

X ∪ (∼ X) = U . Dimostrazione Per ogni x, x ∈ X ∨ ¬(x ∈ X) ` vera per la legge del e terzo escluso. Cos` si dimostra ⊇, il viceversa ` 24. ı e

30

X ⊆ Y se e solo se X ∩ (∼ Y ) = ∅. Dimostrazione Se x ∈ X allora x ∈ Y ; se ora esistesse un x ∈ X ∩(∼ Y ) si avrebbe una contraddizione x ∈ Y e x ∈∼ Y .

Come si vede dagli esempi, alcune propriet` delle operazioni sono dia retta conseguenza delle omonime propriet` dei connettivi corrispondenti; dal a terzo esempio relativo alla 5 si vede anche che in dimostrazioni di questo tipo fa comodo, per saltare qualche passaggio, fare appello ad altre delle leggi elencate - pi` semplici, o intuitive o gi` dimostrate. Pi` in generale, u a u
5

La dimostrazione ` implicita nella precedente dimostrazione di 4. e

43

una volta dimostrate alcune delle suddette leggi in modo diretto, ` possibile e derivare le altre in stile algebrico, usando quelle gi` dimostrate e le leggi a dell’uguaglianza. Con leggi dell’uguaglianza si intendono le propriet` riflessiva, simmetrica a e transitiva di =, rappresentate dalle formule x=x x=y→y=x x = y ∧ y = z → x = z, e le propriet` di sostituzione, che sono di due tipi: a t = s → f (t) = f (s), dove t ed s sono termini del linguaggio in uso, e f (x) un altro termine contenente la x, e t = s → (p(t) ↔ p(s)), dove p(x) sta per una proposizione qualunque contenente x. Queste leggi sono tacitamente usate nei passaggi di trasformazione di formule algebriche, o di proposizioni di qualunque linguaggio che contenga l’uguaglianza. I passaggi da un’uguaglianza ad un’altra presuppongono il modus ponens: da t = s a f (t) = f (s) grazie a t = s → f (t) = f (s). Nel caso delle leggi insiemistiche in esame le variabili sono X, Y, . . . invece che x, y . . . , perch´ non si riferiscono agli elementi ma ai sottoinsiemi. e Esempi 1. La 15 segue dalla 14 e dalla 11 con i passaggi ∼∅=U ∼ (∼ ∅) =∼ U ∅ =∼ U ∼ U = ∅. 2. La 17 segue dalla 16 e dalle 12, 14, 11, 4, nell’ordine, con i seguenti passaggi

44

X ∩ (∼ X) = ∅ ∼ (X ∩ (∼ X)) =∼ ∅ (∼ X) ∪ (∼ (∼ X)) = U (∼ X) ∪ X = U X ∪ (∼ X) = U . 3. La 18 segue da 17, 7, 1, 16 e 21 con i seguenti passaggi X ∪ (∼ X) = U U = X ∪ (∼ X) X ∩ U = X ∩ (X ∪ (∼ X)) X ∩ U = (X ∩ X) ∪ (X ∩ (∼ X)) X ∩U =X ∪∅ X ∩ U = X. 4. La 31: X ⊆ Y se e solo se ∼ X ∪ Y = U , segue dalla 30 e da De Morgan con 11 e 14. Grazie alla validit` delle leggi associative per unione e intersezione, queste a operazioni possono essere generalizzate a pi` di due insiemi. u Se A1 , . . . , An sono n sottoinsiemi di U , la loro unione ` l’insieme i cui e elementi sono gli elementi di U che appartengono a qualche Ai , in simboli:

n

Ai = {x ∈ U | per qualche i, 1 ≤ i ≤ n, x ∈ Ai }
i=1

o anche
n i=1

Ai , o semplicemente

Ai .

L’intersezione generalizzata degli n insiemi ` l’insieme degli elementi che e appartengono a tutti gli Ai , in simboli:

45

n

Ai = {x ∈ U | per ogni i, 1 ≤ i ≤ n, x ∈ Ai }
i=1

o anche
n i=1

Ai , o semplicemente

Ai .

Per queste operazioni generalizzate valgono molte delle leggi dell’unione e intersezione, opportunamente riformulate, ad esempio le propriet` commua tativa, associativa e di assorbimento; valgono le leggi di De Morgan: ∼( e ∼(
n i=1 n i=1

Ai ) = Ai ) =

n i=1 (∼

Ai ) Ai ).

n i=1 (∼

Valgono le leggi distributive di una operazione generalizzata rispetto a una normale (non con entrambe generalizzate):
n n

(
i=1

Ai ) ∪ B =

(Ai ∪ B)
i=1

e
n n

(
i=1

Ai ) ∩ B =

(Ai ∩ B).
i=1

Pi` in generale ancora, si definisce l’unione u
i∈I

Ai o

{Ai | i ∈ I}

per una famiglia di insiemi indiciata6 da I ponendo che x∈
i∈I

Ai se e solo se esiste un i ∈ I per cui x ∈ Ai ,

e analogamente per l’intersezione. La definizione come si vede ` la stessa, e con “i ∈ I” al posto di “1 ≤ i ≤ n”.
Si chiama cos` e si indica anche con {Ai }i∈I un insieme i cui elementi corrispondono ı ciascuno a un elemento di un insieme I. Si veda alla fine del paragrafo 5.
6

46

4.3

Algebre di Boole

Indagando la reciproca derivabilit` delle varie leggi, ci si accorge che tutte a (sia quelle elencate che altre, quelle che sono valide per ogni famiglia di sottoinsiemi di un insieme) sono derivabili dalle seguenti:

3 4 5 6 7 8 9 10 16 17 18 21

X ∩Y =Y ∩X X ∪Y =Y ∪X X ∩ (Y ∩ Z) = (X X ∪ (Y ∪ Z) = (X X ∩ (Y ∪ Z) = (X X ∪ (Y ∩ Z) = (X X ∩ (X ∪ Y ) = X X ∪ (X ∩ Y ) = X X∩ ∼ X = ∅ X∪ ∼ X = U X ∩U =X X ∪∅=X

∩Y)∩Z ∪Y)∪Z ∩ Y ) ∪ (X ∪ Y ) ∩ (X

commutativit` dell intersezione a commutativit` dell unione a associativit` dell intersezione a associativit` dell unione a ∩ Z) distributivit` di ∩ rispetto a ∪ a ∪ Z) distributivit` di ∪ rispetto a ∩ a assorbimento assorbimento legge dell inverso per ∩ legge dell inverso per ∪ legge dell elemento neutro per ∩ legge dell elemento neutro per ∪ .

Queste leggi si chiamano assiomi delle algebre di Boole. La scelta degli assiomi non ` arbitraria (ci sono ragioni di analogia con altri sistemi di ase siomi per altre strutture) ma non ` univoca. Abbiamo visto ad esempio che e se ci fosse la 1, la 18 sarebbe superflua. L’importante ` la mutua e varia ine terderivabilit` delle leggi tra loro, e che tutte le leggi valide per i sottoinsiemi a di un insieme non vuoto U siano derivabili da quelle scelte come assiomi. La raccolta di queste negli assiomi ` solo, inizialmente, una comodit` mnemone a ica. L’insieme dei sottoinsiemi di un insieme non vuoto U , con le operazioni ∼, ∩, ∪ e gli elementi speciali ∅ e U ` una particolare algebra di Boole, che e si chiama algebra di insiemi . Vediamo come si derivano dagli assiomi alcune delle altre leggi prima elencate. 1 X =X ∩X

47

X X X X X 2 20 X =X ∪X X ∩∅=∅

=X ∩U = X ∩ (X∪ ∼ X) = (X ∩ X) ∪ (X∩ ∼ X) = (X ∩ X) ∪ ∅ =X ∩X (esercizio)

per la 18 per la 17 per la 7 per la 16 per la 21

X ∩ ∅ = (X ∪ ∅) ∩ ∅ X ∩ ∅ = ∅ ∩ (∅ ∪ X) X ∩∅=∅ 19 X ∪U =U (esercizio).

per la 21 per la 3 e la 4 per la 9

Prima di considerare altre leggi, occorre dimostrare l’unicit` degli elea menti neutri e del complemento. Per quello dell’intersezione, questo significa: 34 Se X ∩ Y = Y per ogni Y , allora X = U . Dimostrazione Sostituendo U a Y si ha X ∩ U = U ma X ∩ U = X per la 18, quindi X = U . Per l’elemento neutro dell’unione, l’unicit` significa: a 35 Se X ∪ Y = Y per ogni Y , allora X = ∅ (esercizio). L’unicit` del complemento, o dell’inverso, ` la propriet` che: a e a 36 Se X ∩ Y = ∅ e X ∪ Y = U allora X =∼ Y . Dimostrazione X =X ∩U = X ∩ (Y ∪ ∼ Y ) = (X ∩ Y ) ∪ (X∩ ∼ Y ) = ∅ ∪ (X∩ ∼ Y ) = (Y ∩ ∼ Y ) ∪ (X∩ ∼ Y ) = (Y ∪ X)∩ ∼ Y = U∩ ∼ Y =∼ Y per la 18 per la 17 per la 7 per l ipotesi per la 16 per la 7 per l ipotesi per la 18.

48

11

X =∼∼ X Dimostrazione Siccome X∩ ∼ X = ∅ e X∪ ∼ X = U , per la 36 ora vista con ∼ X al posto di Y si ha X =∼∼ X.

13

∼ (X ∪ Y ) =∼ X∩ ∼ Y Dimostrazione Per applicare la 36, facciamo vedere che (∼ X∩ ∼ Y ) ∪ (X ∪ Y ) = U e (∼ X∩ ∼ Y ) ∩ (X ∪ Y ) = ∅. La prima segue da questi passaggi (abbreviati, esplicitarli tutti per esercizio, serve anche la 19 di sopra): (∼ X∩ ∼ Y ) ∪ (X ∩ Y ) = (∼ X ∪ X ∪ Y ) ∩ (∼ Y ∪ X ∪ Y ) =U ∩U =U e la seconda (utilizzando 20) da: (∼ X∩ ∼ Y ) ∩ (X ∪ Y ) = (∼ X∩ ∼ Y ∩ X) ∪ (∼ X∩ ∼ Y ∩ Y ) = ∅ ∪ ∅ = ∅.

4.3.1

Esercizi A ∩ (B ∪ (C \ A)) = A ∩ B A ∩ B ∩ (A ∪ B) = A ∩ B A ∪ (C ∩ (A ∪ B)) = A ∪ (C ∩ B) (A \ B) ∪ (B ∩ A) = A (A ∩ (B ∪ C)) ∩ (∼ B ∪ A) = (A ∩ B) ∪ (A ∩ C).

1. Dimostrare

49

2. Dimostrare le propriet` 22 - 33 della relazione ⊆, a partire dagli assiomi, a usando 28 come definizione di ⊆7 . 3. Lo stesso, usando una volta 29, una volta 30 e una volta 31 come definizione di ⊆ 4. Dimostrare, a partire dagli assiomi delle algebre di Boole, tutte le altre leggi sopra elencate per le operazioni di un’algebra di insiemi.

4.4

Algebra delle proposizioni

Due altre notevoli algebre di Boole sono importanti, l’algebra 2 e l’algebra delle proposizioni. Quando si dice che gli assiomi sopra elencati sono gli assiomi delle algebre di Boole, non si intende che i simboli di operazioni usati nella formulazione degli assiomi denotino le operazioni insiemistiche di unione, intersezione e complemento; altrimenti le uniche algebre di Boole sarebbero le algebre di insiemi. S’intende solo che siano operazioni rispettivamente binarie (le prime due) e unaria (la terza), e che soddisfino le propriet` espresse dagli assiomi. a Pu` essere utile addirittura riscrivere gli assiomi con altri simboli8 : o

x◦ y =y◦x commutativit` a x+y =y+x commutativit` a x ◦ (y ◦ z) = (x ◦ y) ◦ z associativit` a x + (y + z) = (x + y) + z associativit` a x ◦ (y + z) = (x ◦ y) + (x ◦ z) distributivit` a x + (y ◦ z) = (x + y) ◦ (x + z) distributivit` a x ◦ (x + y) = x assorbimento x + (x ◦ y) = x assorbimento x ◦ (−x) = 0 inverso x + (−x) = 1 inverso x◦ 1=x elemento neutro x+0=x elemento neutro
La 22 e la 27, insieme a “X = Y se e solo se X ⊆ Y e Y ⊆ X” stabiliscono che ⊆ ` e una relazione di ordine parziale, secondo la definizione che sar` data nel paragrafo 5. a 8 Con l’ordine di priorit` −, ◦, +. a
7

50

e indicare la relazione definita da x ◦ y = x con ≤. Si ha 0 ≤ x ≤ 1 per ogni x (esercizio). La relazione ≤ ` un ordine parziale e per l’esercizio 1 di 4.3.1. L’algebra 2 ` l’algebra il cui universo ` {0, 1} con 0 < 1, rappresentata e e dal diagramma 1 ↑ 0 dove ↑ ` < e x + y = max{x, y} e x ◦ y = min{x, y}. e L’algebra 2 ` l’algebra dei valori di verit`. Le sue tre operazioni sono e a quelle che intervengono nel calcolo dei valori di verit` di negazioni, disgiuna zioni e congiunzioni. Esistono altre algebre di Boole finite, come ad esempio l’algebra 4 1 a 0 dove a e b sono inconfrontabili rispetto a ≤; ≤ ` proprio parziale. e Esercizio: definire le operazioni in modo che questa struttura diventi un’algebra di Boole. Esercizio. Dimostrare che ` l’algebra dei sottoinsiemi di un universo con e due elementi. L’algebra delle proposizioni si ottiene nel seguente modo; gi` si sono dia mostrate (considerando anche gli esercizi) quasi tutte le leggi logiche che hanno lo stesso nome degli assiomi delle algebre di Boole: b

A∧B ↔B∧A commutativit` a A∨B ↔B∨A commutativit` a A ∧ (B ∧ C) ↔ (A ∧ B) ∧ C associativit` a A ∨ (B ∨ C) ↔ (A ∨ B) ∨ C associativit` a A ∧ (B ∨ C) ↔ (A ∧ B) ∨ (A ∧ C) distributivit` a A ∨ (B ∧ C) ↔ (A ∨ B) ∧ (A ∨ C) distributivit` a A ∧ (A ∨ B) ↔ A assorbimento A ∨ (A ∧ B) ↔ A assorbimento. 51

Le equivalenze non sono uguaglianze ma si possono trasformare in vere uguaglianze tra (nuovi) oggetti con la seguente costruzione. La relazione ≡ ` una relazione di equivalenza, vale a dire soddisfa le e propriet`: a A≡A se A ≡ B allora B ≡ A se A ≡ B e B ≡ C allora A ≡ C rif lessiva simmetrica transitiva.

Si definisce allora per ogni A la classe di equivalenza di A come [A] = {B | A ≡ B} e si ha che [A] = [B] se e solo se A ≡ B (esercizio). Date due proposizioni A e B, esse o sono logicamente equivalenti o no. Nel primo caso, [A] = [B]. Nel secondo caso le due classi [A] e [B] sono disgiunte: se infatti ci fosse un elemento C in comune, vorrebbe dire che A ≡ C e che B ≡ C, ma allora per la transitivit` si avrebbe A ≡ B e a [A] = [B]. A si dice un rappresentante della classe [A]; ogni classe ha pi` rappresenu tanti, anzi infiniti. Se B ∈ [A] allora B ≡ A quindi [A] = [B] e B ` un altro e rappresentante di [A]. In particolare ad esempio [A] = [A∧A] = [A∧A∧A] . . . Si possono definire tra queste classi le seguenti operazioni: −[A] = [¬A] [A] ◦ [B] = [A ∧ B] [A] + [B] = [A ∨ B]. Le definizioni sono ben poste, in questo senso. Si tratta di operazioni sulle classi, ma la loro definizione fa riferimento ad un particolare rappresentante delle classi. Ad esempio −[A] ` definita con ¬A e non ad esempio con ¬¬¬A. e Se si cambia il rappresentante di una classe, si vuole che il risultato, che ` e una classe, sia lo stesso. 52

In effetti ` cos` per le operazioni sopra definite. Ad esempio se A1 ≡ A e ı e B1 ≡ B, siccome A1 ∧ B1 ≡ A ∧ B (esercizio - si veda anche paragrafo 6.1) si ha [A1 ] ◦ [B1 ] = [A ∧ B], cos` come [A] ◦ [B] = [A ∧ B], quindi ı [A1 ] ◦ [B1 ] = [A] ◦ [B]. Si giustifica in questo modo la dizione “a meno di equivalenza” con cui una proposizione ` considerata uguale ad ogni altra ad essa logicamente equivae lente, o almeno indistinguibile da quelle, ai fini della trattazione semantica. Date queste definizioni, le precedenti equivalenze danno allora origine alle uguaglianze: [A] ◦ [B] = [B] ◦ [A] commutativit` di ◦ a [A] + [B] = [B] + [A] commutativit` di + a [A] ◦ ([B] ◦ [C]) = ([A] ◦ [B]) ◦ [C] associativit` di ◦ a [A] + ([B] + [C]) = ([A] + [B]) + [C] associativit` di + a [A] ◦ ([B] + [C]) = ([A] ◦ [B]) + ([A] ◦ [C]) distributivit` a [A] + ([B] ◦ [C]) = ([A] + [B]) ◦ ([A] + [C]) distributivit` a [A] ◦ ([A] + [B]) = [A] assorbimento [A] + ([A] ◦ [B]) = [A] assorbimento. Tutte le tautologie sono tra loro equivalenti, e non equivalenti a nessuna proposizione non logicamente valida; lo stesso per le contraddizioni; denotiamo con 1 la classe delle tautologie, e con 0 la classe delle contraddizioni. Allora [A] ◦ (−[A]) = [A ∧ ¬A] = 0 e [A] + (−[A]) = [A ∨ ¬A] = 1 e possiamo quindi aggiungere: [A] ◦ (−[A]) = 0 [A] + (−[A]) = 1 [A] ◦ 1 = [A] [A] + 0 = [A] inverso inverso elemento neutro elemento neutro

completando la lista degli assiomi delle algebre di Boole. Le ultime due leggi seguono dal fatto (o lo esprimono in altra forma) che se T ` una tautologia A∧T ≡ A e se F ` una contraddizione allora A∨F ≡ A. e e La relazione [A] ≤ [B] ` definita da [A]◦[B] = [A], oppure dall’equivalente9 e [A] ◦ −[B] = 0.
9

O anche da [A]+[B] = [B] - a seconda dei casi converr` usare l’una o l’altra definizione. a

53

Inseriamo qui una dimostrazione dell’equivalenza tra due definizioni di ≤, dove si noter` l’analogia formale con quella fatta in 4.3.1 per la definizione a di ⊆ (la 28 e la 30 dell’algebra degli insiemi). Se x◦y =x allora 1 = x + (−x) 1 = (x ◦ y) + (−x) 1 = (x + (−x)) ◦ (y + (−x)) 1 = (y + (−x) 0 = x ◦ (−y). Viceversa se x ◦ (−y) = 0 allora x=x◦1 x = x ◦ (y + (−y)) x = (x ◦ y) + (x ◦ (−y)) x = x ◦ y. Esercizio. Dimostrare l’equivalenza con la (versione corrispondente della) 29. Dall’equivalenza booleana delle due definizioni di ≤ si deriva la seguente propriet` logica, che a A ≡ A ∧ B se e solo se |= A → B. Una dimostrazione logica di questo fatto ricalca la dimostrazione algebrica di sopra. Si noti che [A] = 0 significa che A ` una contraddizione. e Allora la seguente ` una deduzione del fatto che |= A → B segue da e A ≡ A ∧ B: A ∨ ¬A (A ∧ B) ∨ ¬A (A ∨ ¬A) ∧ (B ∨ ¬A B ∨ ¬A A → B. 54

Ogni proposizione o ` una tautologia o segue logicamente dalle precedenti e e da A ≡ A ∧ B, quindi l’ultima ` una tautologia. e Viceversa, se A ∧ ¬B ` una contraddizione e A ↔ A ∧ (B ∨ ¬B) A ↔ (A ∧ B) ∨ (A ∧ ¬B) A ↔ A ∧ B. Esercizio. Dimostrare in modo analogo che A ≡ A ∨ B se e solo se |= B → A. La corrispondenza tra le deduzioni algebriche e quelle logiche ` fondata e sulla corrispondenza tra [A] ≤ [B] e |= A → B. Il fatto che per ogni A, 0 ≤ [A] ≤ 1 corrisponde al fatto che una contraddizione implica qualsiasi proposizione, e una tautologia ` implicata da e qualsiasi proposizione. La relazione booleana ≤ ha le seguenti propriet`, che se a ≤ b allora a −b ≤ −a e per ogni c, c ◦ a ≤ c ◦ b e c + a ≤ c + b (esercizio). Queste propriet` corrispondono per l’implicazione al fatto che se |= A → a B allora |= ¬B → ¬A e per ogni C, |= C ∧ A → C ∧ B e |= C ∨ A → C ∨ B (esercizio). La propriet` transitiva di ≤ corrisponde alla transitivit` del condizionale, a a mentre la propriet` di sostituzione t = s → f (t) = f (s) corrisponde ad a un’analoga propriet` logica: se in una proposizione si sostituisce una sottoa proposizione con una equivalente, il risultato ` una proposizione equivalente e a quella iniziale. Conviene indicare l’operazione di rimpiazzamento di una sottoproposizione B con C in una proposizione A, con la notazione: A[B/ /C]. Si ha allora che se B ≡ C allora A ≡ A[B/ /C]. Nell’esempio di sopra A ∨ ¬A ≡ (A ∧ B) ∨ ¬A poich´ A ≡ A ∧ B. e Nella dimostrazione, per trattare i vari casi, si fa uso dei seguenti fatti Per ogni A e B, se A ≡ B, allora se A1 ≡ A2 e B1 ≡ B2 , allora ¬A ≡ ¬B A1 • B1 ≡ A2 • B2

che si dimostrano facilmente con le tavole di verit` per i vari connettivi. a

55

4.5

Rapporti tra proposizioni e insiemi

I rapporti tra algebra degli insiemi con operazioni insiemistiche, logica proposizionale con connettivi e algebra boleana sono molteplici e bidirezionali. Sostanzialmente l’argomento ` sempre lo stesso, con varianti formali, e a sece onda delle preferenze si pu` adottare l’uno o l’altro dei tipi di simbolismo o coinvolti; la familiarit` con l’uno aiuta anche nello svolgimento dell’altro, ma a il ragionamento ` identico. e Abbiamo visto come, per dimostrare le leggi dell’algebra degli insiemi (cio` identit` valide per tutti i sottinsiemi di un qualunque insieme non vuoto e a U ), procedendo direttamente in base alla definizione di uguaglianza tra insiemi (X = Y se e solo se X ⊆ Y e Y ⊆ X) ci si riconduca ad applicare leggi logiche a proposizioni costruite su atomiche della forma x ∈ X, x ∈ Y, . . . Si possono anche al contrario derivare le leggi logiche dalle leggi dell’algebra degli insiemi. In generale due proposizioni (con o senza la x) logicamente equivalenti10 hanno lo stesso insieme di verit` in ogni U . a Supponiamo infatti che p(x) sia equivalente a q(x). Allora siccome p(x) → q(x) e q(x) → p(x) sono sempre vere, Vp(x)→q(x) e Vq(x)→p(x) sono entrambi uguali a U ; ma siccome Vp(x)→q(x) = (∼ Vp(x) ) ∪ Vq(x) , se questo ` uguale a U e allora Vp(x) ⊆ Vq(x) e viceversa, quindi Vp(x) = Vq(x) . Vale anche il viceversa; diciamo che una proposizione p(x) ` valida in U e se Vp(x) = U ; allora se Vp(x) = Vq(x) in U si ha che p(x) ↔ q(x) ` valida in U . e Basta ripercorrere all’indietro i precedenti passaggi. Supponiamo allora di voler dimostrare |= ¬(p ∨ q) ↔ ¬p ∧ ¬q. Pensiamo ad un insieme qualunque U (che non c’` bisogno di precisare, e in accordo col fatto che usiamo leggi valide per insiemi qualunque). Consideriamo i sottoinsiemi Vp = {x ∈ U | p } e Vq = {x ∈ U | q }. Non importa che p e q contengano o no la x; basta che valga, per definizione, che x ∈ Vp ↔ p, cio` che Vp sia definito ponendo che x ∈ Vp ` vero se e solo se p ` vero. Se e e e p non contiene x, p o ` vera o ` falsa, indipendentemente da x. In tal caso e e Vp = {x ∈ U | p } o ` ∅ o ` U . e e Dalla definizione di insieme di verit` e dalla legge insiemistica a ∼ (Vp ∪ Vq ) = (∼ Vp ) ∩ (∼ Vq ),
10 Nel senso che p(x) e q(x) hanno sempre lo stesso valore di verit` calcolato a partire a dalla attribuzione di 0 e 1 alle loro componenti atomiche, anche se contengono x.

56

cio` e x ∈∼ (Vp ∪ Vq ) se e solo se x ∈ (∼ Vp ) ∩ (∼ Vq ), segue, siccome x ∈ ∼ (Vp ∪ Vq ) se e solo se ¬(p ∨ q), e analogamente per x ∈ (∼ Vp ) ∩ (∼ Vq ), che ¬(p ∨ q) ↔ ¬p ∧ ¬q ` vero qualsiasi siano p e q, la cui verit` o falsit` non gioca alcun ruolo nella e a a dimostrazione11 . Un altro modo pi` semantico ` il seguente. Siccome p e q non contengono u e la x, gli insiemi Vp = {x ∈ U | p } e Vq = {x ∈ U | q } come abbiamo detto sono o ∅ o U . Possiamo interpretare allora ∼ (Vp ∪ Vq ) = (∼ Vp ) ∩ (∼ Vq ) o direttamente ¬(p ∨ q) ≡ ¬p ∧ ¬q nell’algebra 2, riscrivendola formalmente come −(x + y) = −x ◦ −y, che ` una legge valida in 2. Questo significa che comunque si sostituiscano i e valori 0 o 1 a x e y l’uguaglianza vale, e questo ` un altro modo di dire che e comunque si diano a p e q i valori 0 o 1 si ottiene che ¬(p ∨ q) e ¬p ∧ ¬q hanno lo stesso valore, cio` la tavola del bicondizionale ¬(p ∨ q) ↔ ¬p ∧ ¬q e ha tutti 1 nella colonna finale. Un ragionamento semantico del genere pu` sostituire il modo di procedere o formale diretto, in cui una deduzione algebrica viene trasformata in una logica, come negli esempi di 4.4; occorre prestare attenzione alle insidie delle analogie formali quando ` coinvolta la relazione ≤. e Consideriamo la seguente dimostrazione booleana di una propriet` di x◦y a che formalmente corrisponde alla massimalit` dell’intersezione: a se z ≤ x e z ≤ y allora z ≤ x ◦ y. Algebricamente, nel senso delle algebre di Boole, se z ◦ (−x) = 0 e
Si vede in particolare che le leggi logiche dimostrate per il linguaggio proposizionale costruito astrattamente sulle lettere, valgono anche per proposizioni contententi variabili.
11

57

z ◦ (−y) = 0 allora z ◦ (−x) + z ◦ (−y) = 0 z ◦ (−x + −y) = 0 z ◦ −(x ◦ y) = 0 z ≤ x ◦ y. Si conclude quindi correttamente che z ≤x∧z ≤y →z ≤x◦y vale in tutte le algebre di Boole. Poich´ sappiamo che ≤ corrisponde a →, siamo tentati di scrivere e |= (C → A) ∧ (C → B) → (C → A ∧ B), ottenendo in tal modo la versione corrispondente della massimalit` della a congiunzione. Ma questo passaggio non ` corretto. Infatti se interpretiamo direttamente e la legge booleana z ≤ x ∧ z ≤ y → z ≤ x ◦ y nell’algebra delle proposizioni dobbiamo scrivere [C] ≤ [A] ∧ [C] ≤ [B] → [C] ≤ [A ∧ B], che equivale a se [C → A] = 1 e [C → B] = 1 allora [C → A ∧ B] = 1, o se |= C → A e |= C → B allora |= C → A ∧ B. Questa affermazione ` diversa e pi` debole di quella voluta (spiegare perch´). e u e Per ricavare booleanamente la legge della massimalit` della congiunzione a ci sono due strade. Bisogna dimostrare che ` uguale a 1 l’elemento booleano e corrispondente alla proposizione in questione; siccome essa contiene il condizionale, una possibilit` ` quella di eliminare il condizionale a favore di altri ae connettivi booleani, quindi ad esempio di dimostrare che −((−z + x) ◦ (−z + y)) + (−z + x ◦ y) = 1; 58

ma (−z + x) ◦ (−z + y)) = −z + x ◦ y per la propriet` distributiva, quindi ci si riduce a −a + a = 1, che ` vero. a e Altrimenti, si pu` associare anche al connettivo → un’operazione booleana o (non un’asserzione quale ` x ◦ (−y) = 0), come per negazione, congiunzione e !!! e disgiunzione. L’operazione binaria x ⇒ y associata12 a → ` introdotta come e ci si aspetta con la definizione x ⇒ y = −x + y. Si ha che x ⇒ y = 1 se e solo se x ≤ y (esercizio). La legge proposizionale |= (C → A) ∧ (C → B) → (C → A ∧ B) si ottiene dimostrando che ((z ⇒ x) ◦ (z ⇒ y)) ⇒ (z ⇒ (x ◦ y)) = 1 nel seguente modo: (z ⇒ x) ◦ (z ⇒ y) = (−z + x) ◦ (−z + y) = −z + (x ◦ y) =z ⇒x◦y quindi (z ⇒ x) ◦ (z ⇒ y) = z ⇒ (x ◦ y). Ma si noti che se a = b allora a ≤ b e quindi a ⇒ b = 1, e anche b ⇒ a = 1. Quindi risulta dalla dimostrazione anche il viceversa, e in effetti |= (C → A) ∧ (C → B) ↔ (C → A ∧ B). Le mutue relazioni illustrate tra insiemi, algebre di Boole e proposizioni che secondo gli assiomi valgono per le proposizioni scritte con i connettivi ¬, ∧, ∨ si estendono a tutte le proposizioni che contengono gli altri connettivi che sono definibili in termini di questi, come ⊕, →, ↔.

Questo ` il motivo per cui non usiamo questo segno per indicare l’implicazione |= A → e B, che booleanamente corrisponde all’asserzione x ≤ y.

12

59

5
5.1

Relazioni
Prodotto cartesiano

Un’operazione su insiemi diversa, e in un certo senso pi` importante, di quelle u booleane ` il prodotto cartesiano di due insiemi. e Si indica x, y la coppia ordinata di x e y, e x e y si chiamano rispettivamente prima e seconda componente di x, y . La coppia ordinata ` ben e diversa dalla coppia non ordinata {x, y}, per cui vale {x, y} = {y, x} e non ha senso parlare di primo o secondo elemento. Invece x, y = y, x a meno che non sia x = y; inoltre x, y = z, u se e solo se x = z e y = u1 . Il prodotto cartesiano di X e Y ` e X × Y = { x, y | x ∈ X e y ∈ Y }. L’operazione × ` diversa da quelle booleane in quanto se anche X ⊆ U e e Y ⊆ U , X × Y non ` un sottoinsieme di U ; ` un insieme di elementi e e strutturati, in generale un insieme pi` ricco; se ad esempio U ` la retta u e numerica2 , U × U ` il piano (cartesiano), dove ogni punto ` individuato dalle e e sue due coordinate, che sono le due componenti della coppia, e sono dette ascissa la prima componente, ordinata la seconda. Le coppie x, x formano la diagonale di U . Esempio Se X ` {a, b, c, . . . , h} e Y ` {1, 2, 3, . . . , 8}, X × Y si pu` e e o identificare con la scacchiera. Se X e Y sono due insiemi finiti, il numero di elementi di X × Y ` il e prodotto del numero di elementi di X e del numero di elementi di Y , da cui il nome. Il prodotto cartesiano di due insiemi non ` commutativo3 . e
Non spieghiamo l’artificio con cui si definisce la coppia ordinata; si ricordi tuttavia che x e y non sono elementi di x, y , e infatti si chiamano componenti, o proiezioni. 2 Con “retta numerica” si intende di solito l’insieme dei numeri reali; tuttavia a seconda del contesto pu` anche significare un altro sistema numerico. Ricordiamo che gli insiemi o dei numeri naturali, interi, razionali e reali si indicano usualmente con N, Z, Q, R. Se la retta numerica ` N o Z, il piano ` il reticolo infinito dei punti a coordinate naturali, o e e intere. 3 Non ` neanche associativo, anche se X × (Y × Z) e (X × Y ) × Z possono essere messi e in corrispondeza biunivoca e identificati; quindi con una opportuna definizione delle terne x, y, z si pu` definire il prodotto a tre fattori X × Y × Z, e anche quello a n fattori con o le n-uple come elementi.
1

60

Il prodotto X ×X si indica anche con X 2 , e X × · · · × X con X n , insieme delle n-uple di elementi non necessariamente distinti di X.
n

5.2

Relazioni

Un sottoinsieme di un insieme X × Y si chiama anche relazione tra X e Y . !!! Se X = Y una relazione R ⊆ X × X si dice anche relazione in X. La rappresentazione grafica usuale delle relazioni ` quella per mezzo di e un diagramma cartesiano, come il seguente:

YO · · · · · · · 2· · · •

· · · · · · · · · · · • · · · · • · · · · · 1

· · · • · · · · · · ·

· • · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · ·/ X

dove X = {0, . . . , 8} e Y = {0, . . . 9} e la relazione ` { x, y | y = 2x}. e Se gli insiemi sono infiniti, se ne pu` indicare solo una porzione; ad eso empio la diagonale · · · · · · · · • · · · · · · · · • · · · · · · · · • · · · · · · · · • · · · · Z ·O · · · • · · · · · · · · • · · · · • · · · · · · · · · · · • · · · · · · · · • · · · · ·/Z · · · ·

rappresenta la relazione { x, y ∈ Z × Z | x = y } solo in una regione limitata del piano a coordinate intere, ma si intende che va estesa uniformemente 61

all’infinito. Esempi La relazione di paternit` ` una relazione nell’insieme del genere umano, ae l’insieme di tutte le coppie x, y dove x ` un maschio che ha generato, e y e uno dei suoi figli. La relazione di discendenza genealogica nell’insieme del genere umano ` e l’insieme di tutte le coppie x, y dove x ` un antenato (maschile o femminile) e di y. La relazione di divisibilit`4 { x, y ∈ N × N | x | y } tra numeri naturali a ` rappresentata, nell’area limitata disegnata, dal diagramma: e

N O · · · · · · · · · ·

· • · • · • · • · • · • · • · • · • · •

· · • · · • · · • · · • · · •

· • · · · • · · · • · · · •

· · • · · · · • · · · · •

· · · · · • · · · · · •

· · · · • · · · · · · •

· · · • · · · · · · · •

· · • · · · · · · · · •

· • · · · · · · · · · •

/N

La relazione { x, y ∈ Z × Z | x = y 2 } ` parzialmente rappresentata da e
Con x | y indichiamo che esiste uno z tale che xz = y, e diciamo che x divide y o ` un e divisore di y o che y ` divisibile per x, o y ` un multiplo di x. Con questa definizione x | 0 e e perch´ x0 = 0, mentre escludiamo 0 | 0, che pure rientrerebbe nella definizione, perch´ e e quando si introduce la divisione si vuole l’uncit` del quoziente z in xz = y, mentre 0z = 0 a per ogni z.
4

62

· · · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · · ·

Z ·O · · · · • · · · · · ·

· · · · • · · • · · · ·

· · · · · · · · · · ·

· · · · · · · · · · ·

· · · • · · · · • · · · ·

· · · · · ·/Z · · · · ·

La relazione { x, y ∈ Z × Z | xy = 4} ` un insieme finito i cui elementi e sono tutti indicati nel grafico:

· · · · · · · · · · ·

· · · · · · · • · · · ·

· · · · · · · · · · ·

· · · · · · · · • · · ·

· · · · · · · · · · • ·

Z ·O · · · · · · · · · ·

· · • · · · · · · · · ·

· · · · • · · · · · · ·

· · · · · · · · · · ·

· · · · · • · · · · · ·

· · · · · · · · · · ·

/Z

mentre { x, y ∈ Q × Q | xy = 4} ` un insieme infinito; alcuni suoi punti5 e sono indicati nel grafico:
5 Le coppie ordinate che sono elementi di una relazione si chiamano anche punti, in analogia ai punti del piano.

63

· · · · · · · · · · ·

· · · · · · • · · · · ·

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · •• · · · ·•· · · • · · · ·

Q ·O · · · · · · · · · ·

· · · · • · · • ·•· · · • · · · · •· · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

· · · · · · · · • •· · · · · · · · · · · · · ·

/Q

Si dice talvolta che { x, y ∈ Q × Q | xy = 4} e { x, y ∈ Z × Z | xy = 4} sono la stessa relazione, { x, y | xy = 4} considerata una volta in Q e una volta in Z. Tale modo di esprimersi non ` corretto (al massimo, la e seconda ` una restrizione della prima), ancorch´ diffuso e innocuo, una volta e e che si abbiano le idee chiare: uguale ` la formula xy = 4 che definisce le e due relazioni, ma le relazioni in s´ sono due insiemi diversi. Spesso, negli e insiemi finiti soprattutto, perch´ gli insiemi infiniti trattabili sono solo quelli e definibili, non c’` alcuna formula definitoria. e Ad esempio, se U = {0, 1, . . . , 9}, l’insieme { 2, 4 , 2, 6 , 2, 8 } ` una e relazione in U . L’unico modo di caratterizzarla ` quella di elencare le sue e coppie. Considerare una relazione solo come l’insieme delle coppie di individui che stanno nella relazione stessa, e non la definizione (la propriet` che lega a le componenti delle coppie), significa trattare le relazioni dal punto di vista estensionale. Talvolta come notazione invece di scrivere che x, y ∈ R si scrive anche R(x, y), o anche x R y. 5.2.1 Esercizi { x, y ∈ N × N | x2 + y 2 < 20} { x, y ∈ Z × Z | x2 + y 2 < 20} { x, y ∈ N × N | x < 6 ∧ y < 4}. 2. Abbiamo visto esempi di relazioni finite e infinite; come ` { x, y ∈ e 64

1. Disegnare in un diagramma cartesiano le relazioni (o parte di esse):

Z × Z | xy = 1 }? 2

5.3

Relazioni d’ordine
dom(R) = {x ∈ X | esiste un y ∈ Y tale che x, y ∈ R } ⊆ X

Data una relazione R ⊆ X × Y si chiama dominio di R l’insieme

e si chiama immagine l’insieme im(R) = {y ∈ Y | esiste un x ∈ X tale che x, y ∈ R } ⊆ Y . Se R ` una relazione in U si ha sia dom(R) ⊆ U sia im(R) ⊆ U . L’unione e dom(R) ∪ im(R) si chiama anche campo di R e si denota campo(R)6 . Esempio Nella relazione di paternit` il dominio ` l’insieme di tutti gli a e uomini che hanno generato, l’immagine l’insieme di tutti gli uomini e tutte le donne7 . Le relazioni si distinguono e si classificano in base ad alcune propriet` di a cui possono o no godere. Una relazione R in un insieme U soddisfa la propriet` riflessiva se per a ogni x ∈ campo(R) x, x ∈ R. Invece si dice antiriflessiva se per ogni x ∈ campo(R) x, x ∈ R. Una relazione R in un insieme U soddisfa la propriet` transitiva se per a ogni x, y, z ∈ campo(R), se succede che x, y ∈ R e y, z ∈ R allora anche x, z ∈ R. Una relazione R in un insieme U soddisfa la propriet` simmetrica se per a ogni x e y ∈ campo(R), se succede che x, y ∈ R allora anche y, x ∈ R. Una relazione ` simmetrica se ` uguale alla sua simmetrica (nel piano, rispetto e e alla diagonale) che si ottiene scambiando ogni coppia x, y con y, x . Invece una relazione R si dice antisimmetrica se x, y ∈ R e x = y implicano y, x ∈ R, o in modo equivalente, per contrapposizione, se x, y ∈ R e y, x ∈ R implicano x = y. Esempi La relazione di paternit` ` antiriflessiva e non ` transitiva, ed ` antisimae e e metrica. La relazione di discendenza ` transitiva. e
La notazione non ` standard. e Qualcuno pu` non essere d’accordo sul caso critico di Adamo ed Eva, se ci crede; non o consideriamo i problemi della clonazione.
7 6

65

Le relazioni { x, y | xy = 4} e { x, y | x = y} sono simmetriche. La relazione { x, y | x = y 2 } non lo `. e La relazione di conseguenza logica, nell’insieme delle proposizioni, ` rife lessiva (legge dell’identit`) e transitiva (transitivit` del condizionale). a a Un tipo importante di relazioni ` quello costituito dalle relazioni d’ordine. !!! e Una relazione R in un insieme U si chiama relazione d’ordine se soddisfa le propriet` riflessiva, transitiva e antisimmetrica per gli elementi nel campo(R). a Si dice anche che R ` un ordine in U , un ordine del campo(R). e Per le relazioni d’ordine si suole usare il simbolo ; le condizioni a cui deve soddisfare sono dunque x x x x y∧y z →x z y ∧ y x → x = y.

Se a queste si aggiunge la condizione che due elementi qualunque siano confrontabili: x y∨y x

per ogni x, y ∈ campo( ), che si chiama anche condizione di connessione, allora ` un ordine totale di campo( ). e Altrimenti, se non ` verificata la condizione di connessione, si parla di e ordine parziale. Un insieme U si dice totalmente, o parzialmente ordinato, se esiste una relazione in U con campo( ) = U che ` un ordine totale o rispettivamente e parziale. Un insieme ordinato si indica spesso con la coppia U, , che mette in evidenza la relazione d’ordine. Esempi L’insieme N con la relazione ≤ ` totalmente ordinato. e L’insieme {0, 1, . . . n} con la relazione ≤ ` totalmente ordinato. e La relazione ⊆ nell’insieme dei sottoinsiemi di U ` un ordine parziale. e Un albero ` un insieme parzialmente ordinato. e Un ramo di un albero ` un insieme totalmente ordinato, e chiuso verso il e 8 basso .
8

Questo significa che se x appartiene al ramo e y

x anche y appartiene al ramo.

66

Dato un ordine si pu` sempre introdurre una nuova relazione con la o definizione x y ↔ x y ∧ x = y, che risulta antiriflessiva, antisimmetrica e transitiva. Viceversa, data una relazione antiriflessiva, antisimmetrica e transitiva, si pu` definire x o y ↔x y ∨ x = y e si ha una relazione d’ordine (si veda 7.3). Un maggiorante di x - rispetto a un ordine U, - ` un elemento y ∈ U e tale che x y. Il maggiorante ` stretto, o proprio, se x = y. e Un minorante di x ` un elemento y ∈ U tale che y e x. Il minorante ` e stretto, o proprio, se x = y. Dato un insieme totalmente o parzialmente ordinato U, , un elemento x ∈ U si dice minimo - rispetto all’ordine - se x y per ogni y ∈ U . Si dice massimo se y x per ogni y ∈ U . Dato X ⊆ U , un minimo di X ` un elemento x ∈ X tale che x y per e ogni y ∈ X; simmetricamente per il massimo. Il minimo di un insieme X ` unico; analogamente il massimo. e Dato un insieme parzialmente ordinato U, , un elemento x ∈ U si dice minimale - rispetto all’ordine - se non ha minoranti propri. Si dice massimale se non ha maggioranti propri. Se X ⊆ U , un elemento minimale di X ` un elemento x ∈ X tale che e per nessun y ∈ X, y = x si ha y x, cio` che non ha minoranti propri e appartenenti a X; simmetricamente per un elemento massimale. Gli elementi minimali o massimali non sono necessariamente unici. Esempi La relazione d’ordine totale ≤ nell’insieme dei numeri naturali ha un minimo, nessun massimo. Negli altri insiemi numerici degli interi, dei razionali e dei reali9 ≤ ` un ordine totale senza n´ minimo n´ massimo. e e e La relazione d’ordine parziale ⊆ nell’insieme dei sottinsiemi di un insieme U ha un massimo U e un minimo ∅. Nell’insieme dei sottoinsiemi non vuoti di U esistono tanti elementi minimali, gli {x}, quanti sono gli elementi x ∈ U . Nell’insieme di tutti gli insiemi contenuti sia in X sia in Y l’intersezione X ∩ Y ` il massimo. e In generale, in un’algebra di Boole, la relazione { x, y | x ◦ −y = 0} ` un e ordine parziale con minimo 0 e massimo 1.
I numeri complessi invece non possono essere ordinati in modo che la relazione d’ordine sia compatibile con le operazioni, ad esempio nel senso che se x y allora x + z y + z.
9

67

Dato un insieme X ⊆ campo( ), un elemento x ∈ U , anche non appartenente a X, si dice maggiorante di X se y x per ogni y ∈ X; simmetricamente per il minorante. Se esiste il minimo dell’insieme dei maggioranti di X, questo elemento di U si chiama estremo superiore di X; il massimo dell’insieme dei minoranti, se esiste, si chiama estremo inferiore di X. √ Esempio 2 ` in R l’estremo superiore dell’insieme {x ∈ Q | x2 < 2}. e Tale insieme non ha estremo superiore in Q. Un ordine si dice discreto se per ogni elemento x che abbia maggioranti propri esiste un elemento z, che si pu` chiamare successore immediato, tale o che x z e per nessun v sia x v z, e per ogni elemento x che abbia minoranti propri esiste un elemento y, che si pu` chiamare predecessore o immediato, tale che y x e per nessun u sia y u x.
t t

y

t

x

t

z

t

Esempio L’ordine dei numeri naturali e quello dei numeri interi sono ordini discreti. Un ordine si dice denso se dati due qualunque elementi distinti x e y, con x y, esiste uno z tale che x z y. Esempio L’ordine dei razionali e quello dei reali sono ordini densi. Una relazione d’ordine totale di un insieme U si dice un buon ordine se ogni X ⊆ U non vuoto ha minimo. Un insieme con un buon ordine si dice bene ordinato. Esempi Tipici insiemi bene ordinati sono {0, . . . , n} con la relazione ≤ e l’insieme N = {0, . . . , n, . . . } con la stessa relazione. L’insieme degli interi non ` bene ordinato da ≤. L’insieme dei razionali e non ` bene ordinato da ≤. e Il fatto che l’insieme dei naturali sia bene ordinato significa che al di l` a della catena formata da 0 e dal successore di 0, e dal successore del successore di 0 e cos` via, non ci sono altri elementi, come sarebbe ad esempio in una ı struttura del genere: 0 t
t t t t t t s s s s r qq t

68

e questo ` importante per le propriet` dei naturali che studieremo nel parae a grafo 15. Se al di l` di tutti i numeri raggiungibili da 0 ci fosse ancora ad esempio a una struttura ordinata come quella degli interi, cun una catena discendente
t

0

t

t

t

t

t

t

s s

s s r qq

qq q q r r s

l’insieme non sarebbe bene ordinato; il sottoinsieme formato dalla catena discendente da destra non avrebbe minimo.

5.4

Relazioni di equivalenza

L’essenziale sulle relazioni di equivalenza ` stato detto a proposito dell’algebra e delle proposizioni. Ricordiamo che una relazione R in un insieme U si dice una equivalenza se essa ` riflessiva, simmetrica a transitiva, vale a dire, per e gli elementi di campo(R): xR x xR y → yR x xR y ∧ yR z → xR z. Non ci sarebbe bisogno di richiedere la riflessivit` in quanto essa ` cona e seguenza delle altre due: infatti xR y ∧ yR x → xR x, quindi basta che x sia in relazione R con un elemento qualsiasi10 perch´ xR x. e Tuttavia si menziona la riflessivit` per la sua importanza. a Esempi 1. La relazione di uguaglianza ` una equivalenza. e 2. Nell’insieme U = {a, b, c, d, e} la relazione R = { a, a , b, b , c, c , d, d , e, e , a, b , b, a , a, c , c, a , b, c , c, b , d, e , e, d }
10

Se c’` solo x nel campo di R, allora deve gi` essere xR x. e a

69

` una relazione di equivalenza, rappresentata dal seguente diagramma11 . e

U O e· d· c• · b• · a• ·

· · • • · · · · • • · · • • · · · · · · • • · · • •c · ·e/ U · · b d

3. Nel dominio degli interi, la relazione di congruenza x ≡ y (mod p), p ≥ 2, che vale se la differenza x − y ` divisibile per p, ` una relazione e e 12 di equivalenza . 4. La relazione di parallelismo tra rette in un piano ` una relazione di e equivalenza. 5. La relazione di similitudine tra triangoli ` una equivalenza. e 6. La relazione di equivalenza logica ` una equivalenza. e Data una relazione di equivalenza R in un insieme U = campo(R), si definisce per ogni x ∈ U la classe di equivalenza di x come [x] = {y ∈ U | xR y } e x si chiama rappresentante della classe [x]. Date due classi [x] e [y ], queste o sono uguali (hanno gli stessi elementi) o sono disgiunte. Se xR y, allora ogni z ∈ [x], essendo xR z, ` anche zR y, e quindi z ∈ [y], e viceversa. Allora x e y sono due diversi rappresentanti della stessa classe. Se x non sta nella relazione R con y, allora non ci pu` essere uno z ∈ o [x] ∩ [y ], altrimenti si avrebbe zR x e zR y, e quindi xR y. L’insieme U ` ripartito dalla relazione di equivalenza R in una famiglia e di insiemi disgiunti, di cui U ` l’unione. Una tale famiglia si chiama appunto e partizione di U .
11 12

Il significato delle linee tratteggiate sar` spiegato in seguito. a x ≡ y (mod p) si legge“x congruo a y modulo p”.

70

Esempi Per la relazione dell’esempio 2 di sopra, [a] = [b] = [c] = {a, b, c} e [d] = [e] = {d, c}. Nel grafico si vedono i due agglomerati di punti che formano le due classi disgiunte. Per la relazione di congruenza x ≡ y (mod 2) ci sono due classi, quella dei numeri pari e quella dei numeri dispari. L’insieme {[x] | x ∈ U } delle classi di equivalenza di un insieme U , rispetto alla relazione R, ` detto il quoziente di U rispetto ad R, ed ` indicato e e con U/R . Il quoziente dell’insieme dei numeri naturali rispetto a x ≡ y (mod 2) ` e l’insieme {0, 1}. Se si definiscono operazioni e relazioni nel quoziente, a partire da operazioni e relazioni tra gli elementi di U , occorre sempre fare attenzione che siano bene definite, vale a dire che, nel caso di operazioni ad esempio, la classe risultante non dipenda dalla scelta dei rappresentanti delle classi argomento. Esempio Nel quoziente degli interi rispetto alla relazione x ≡ y (mod p), che si indica Zp , si definisce la somma con [x] +p [y] = [x + y], e analogamente il prodotto, rendendo possibile la cosiddetta aritmetica modulare. L’operazione13 +p ` ben definita perch´ se [x1 ] = [x] e [y1 ] = [y ], allora e e x = mp+r, y = np+s e x1 = m1 p+r e y1 = n1 p+s; quindi (x+y)−(x1 +y1 ) = (m + n − m1 − n1 )p ` divisibile per p e x + y e x1 + y1 appartengono alla e stessa classe. Nella congruenza (mod 2), in Z2 , 1 +2 1 = 0 corrisponde al fatto che la somma di due dispari qualunque ` pari. e

5.5

Funzioni

Una relazione R si dice funzionale se per ogni x ∈ dom(R) esiste un solo y tale che x, y ∈ R. Una relazione funzionale R tra X e Y si dice anche una funzione tra X e Y , o una funzione da dom(R) in Y . Se si parla di una funzione da X in Y s’intende che il suo dominio ` tutto X. e
13

Usiamo questo segno per distinguere la somma delle classi dalla somma degli interi.

71

Per le funzioni si usano di solito i simboli f, g, . . . . Se f ` una funzione e da X in Y si scrive anche f : X −→ Y . Se x, y ∈ f , si scrive y = f (x) e si dice che y ` il valore di f per l’argomento e x, o l’immagine di x mediante f . Sinonimi per “funzione” sono “mappa” o “corrispondenza”. Si dice pure che y corrisponde a x o che ` il valore associato all’argomento x, e talvolta e si scrive f : x → y per y = f (x). Se Z ⊆ X, l’immagine di Z mediante f ` l’insieme delle immagini f (y), e per ogni y ∈ Z: {f (y) | x ∈ Z}. Tale insieme si indica anche con f “Z, non con f (Z), ch´ Z ∈ dom(f ). e !!! Se y ∈ im(f ), l’insieme {x ∈ X | f (x) = y} si chiama controimmagine di y e si indica f −1 (y). f −1 (y) ` un insieme, e in generale con pi` di un e u elemento. Un modo abbreviato di presentare una funzione ` quello di scrivere la e formula che definisce la relazione, ad esempio si parla della funzione y = x2 , ma occorre allora precisare a parte il dominio e l’immagine della funzione. Una funzione f : X −→ Y si dice iniettiva o uno-uno se a elementi diversi corrispondono valori diversi: x = y → f (x) = f (y). Una funzione iniettiva si indica talvolta con la notazione: f :X →Y. Se una funzione f ` iniettiva, per ogni y ∈ im(f ) f −1 (y) ha un solo elemento e x che si chiama lui controimmagine di y. Viceversa, se ogni f −1 (y) ha un solo elemento, per y ∈ im(f ), f ` iniettiva. e Una funzione f : X −→ Y si dice suriettiva, o sopra se Y = im(f ), ovvero se per ogni y ∈ Y esiste almeno un x ∈ X tale che y = f (x). Esempi La funzione f : Z −→ Z x → 2x ` iniettiva, non suriettiva. e La funzione 72

f : Q −→ Q x → 2x ` iniettiva e suriettiva. e La funzione f : Q −→ Q x → x2 non ` iniettiva e non ` suriettiva, cos` come e e ı f : R −→ R x → |x|. La funzione f : R −→ R x → x3 − x. invece non ` iniettiva ma ` suriettiva. e e 1 La corrispondenza definita da x → x , o dalla formula y = una funzione tra Q e Q il cui dominio ` Q \ {0}: e f : Q \ {0} −→ Q 1 x→ x ` iniettiva e non ` suriettiva. e e La funzione f : Q \ {0} −→ Q \ {0} 1 x→ x ` iniettiva e suriettiva. e Una funzione f : X −→ Y che sia iniettiva e suriettiva si dice biiettiva, o una biiezione tra X e Y o una corrispondenza biunivoca tra X e Y . Se X = Y si parla di una biiezione di X in s´. e Esempi La funzione f : Q −→ Q x → 2x 73
1 , x

definisce

` una biiezione di Q in se stesso. e La funzione f : Z −→ Z x → 2x ` invece solo una iniezione di Z in s´. e e La funzione f : Q \ {0} −→ Q \ {0} 1 x→ x ` una biiezione di Q \ {0} in s´.. e e La funzione che a ogni i < n associa i + 1 e a n associa 0 ` una biiezione e di {0, 1, . . . , n} in s´. e Le biiezioni di un insieme finito in s´ si chiamano permutazioni dell’insieme. e Il concetto di “funzione” ` molto comodo per definire o collegare diversi e altri concetti matematici; abbiamo visto quello di “permutazione”; le sequenze a0 , . . . , an di elementi di X si possono definire come funzioni da {0, 1, . . . , n} in X; le disposizioni di X a n elementi, se X ha pi` di n elu ementi, sono le funzioni iniettive da {0, 1, . . . , n} in X; un insieme {ai }i∈I indiciato da I ` l’immagine di una funzione da I nell’insieme cui appartene gono gli ai ; un sottoinsieme X ⊆ U ` anche uguale a c−1 (1), dove cX ` la e e X funzione caratteristica di X, cio` la funzione U −→ {0, 1} definita da e 1 0 se x ∈ X se x ∈ X,

cX (x) =

e cos` via, tutte le nozioni matematiche si possono esprimere in termini inı siemistici. Se per una funzione f : X −→ Y il dominio ` un prodotto cartesiano e X = V × W , allora si dice che la f ` una funzione di due variabili, o di due e argomenti, e per ogni v, w ∈ V × W il valore di f si indica con f (v, w). Analogamente se il dominio ` un prodotto di pi` di due fattori. Per una e u funzione f di n argomenti il valore della funzione per la n-upla x1 , . . . , xn si indica con f (x1 , . . . , xn ).

74

6

Forme normali

Dopo aver imparato le definizioni riguardanti la semantica delle proposizioni, e alcune prime tecniche per stabilire in particolare se sono tautologie, sia direttamente con il calcolo del valori di verit` sia deducendole da altre con a passaggi logici o algebrici booleani, passiamo a porci alcuni problemi metateorici sul linguaggio proposizionale.

6.1

Definibilit` dei connettivi a

Ad ogni proposizione ` associata una tavola di verit`, come abbiamo visto e a negli esempi di 3.3.1. Viceversa, data una qualunque tavola di verit`, come a ad esempio p 0 0 0 0 1 1 1 1 q 0 0 1 1 0 0 1 1 r 0 1 0 1 0 1 0 1 ? 1 1 1 1 0 0 0 0

esiste una proposizione scritta utilizzando soltanto i connettivi ¬, ∧, ∨ che ha quella data come sua tavola di verit` associata. a La proposizione si costruisce nel seguente modo, appoggiandosi come esempio alla tavola di sopra. Sar` una disgiunzione con tanti disgiunti quante a sono nella tavola le righe che hanno il valore 1, quindi A1 ∨ A2 ∨ A3 ∨ A4 ; ogni disgiunto Ai dovr` essere vero solo per l’interpretazione della riga cora rispondente; la riga assegna valori 0,1 alle lettere, quindi 1 a certe lettere e 1 alle negazioni di certe altre lettere; una congiunzione ` vera se e solo se e tutti i congiunti sono veri; Ai potr` quindi essere una congiunzione di tante a proposizioni quante sono le colonne di entrata della tavola, nell’esempio 3, e ciascuna di queste proposizioni sar` una lettera o la negazione di quella a lettera a seconda che nella riga corrispondente la lettera abbia il valore 1 oppure 0. Quindi (¬p ∧ ¬q ∧ ¬r) ∨ (¬p ∧ ¬q ∧ r) ∨ (¬p ∧ q ∧ ¬r) ∨ (¬p ∧ q ∧ r). 75

Per le propriet` della valutazione della disgiunzione e congiunzione - che una a disgiunzione ` vera se e solo se almeno un disgiunto ` vero, e una congiunzione e e se e solo se tutti i congiunti sono veri - e della negazione, si pu` facilmente o vedere procedendo al contrario che la tavola associata a questa proposizione ` uguale alla tavola data, che era la tavola di p ∨ q → ¬p ∧ (q → r). 2 e Il risultato si esprime anche dicendo che tutte le funzioni di verit` sono a definibili in termini dell’insieme di connettivi {¬, ∧, ∨}, o che questo ` un e insieme adeguato di connettivi. Questo significa che non si ` perso nulla, !!! e quanto a capacit` espressiva, non ammettendo nell’alfabeto altri connettivi, a ad esempio quello per la duplice negazione “n´ . . . n´”; se avessimo introdotto e e un connettivo ↑ o nor per questa combinazione di proposizioni, con la tavola A 0 0 1 1 B 0 1 0 1 A↑B 1 0 0 0

a posteriori potremmo ora sostituire ogni occorrenza della proposizione p ↑ q con l’equivalente ¬p ∧ ¬q 1 . Vale la pena di notare esplicitamente cosa significa che un simbolo ` defini- !!! e bile (a differenza ad esempio dalla definibilit` di un insieme). a Un simbolo di operatore binario • si dice definibile (in termini di altri) se p • q ↔ A(p, q) oppure p • q = A(p, q), a seconda che p • q sia una formula oppure un termine, dove A ` un’espressione che non contiene • e contiene e solo gli altri simboli o nozioni nei termini dei quali • si dice definito. S’intende che il bicondizionale o l’uguaglianza devono essere validi nel contesto in esame: in logica sar` |= p • q ↔ A(p, q), mentre una uguaglianza a p • q = A(p, q) deve essere dimostrata nella relativa teoria, aritmetica o algebra o altro. Analogamente se il numero di argomenti ` diverso da 2. e Ad esempio in geometria piana per due rette “r//s ↔ r e s non si intersecano”, in aritmetica “x | y ↔ esiste uno z per cui xz = y”, o il
Se c’` una sola riga con valore 1, la proposizione costruita come detto sopra ` della e e forma A1 , dove A1 ` una congiunzione. Si pu` dire tuttavia che anche in questo caso la e o proposizione associata alla tavola ` una disgiunzione, pensando che A1 ≡ A1 ∨ A1 e
1

76

simbolo di elevamento a quadrato “x2 = x · x”, nell’algebra degli insiemi “X \ Y = X∩ ∼ Y ”. Ma il precedente risultato dice anche che gli stessi connettivi del linguaggio proposizionale sono sovrabbondanti, perch´ {¬, ∧, ∨} ` adeguato, e e e neanche il pi` ridotto possibile. Quando un sistema adeguato ` minimale, u e nel senso che nessun suo sottoinsieme proprio ` ancora adeguato, si chiama e una base, in analogia con le basi degli spazi vettoriali (si vedano gli esercizi). Si ha che p ⊕ q risulta equivalente a (¬p ∧ q) ∨ (p ∧ ¬q), e p → q ≡ (¬p ∧ ¬q) ∨ (¬p ∧ q) ∨ (p ∧ q) e analogamente p ↔ q (esercizio). Ognuna di queste equivalenze comporta l’eliminabilit` del connettivo a definito, cio` che all’interno di una proposizione una sottoproposizione, ad e esempio della forma A → B, pu` essere rimpiazzata dalla proposizione equivo alente (¬A ∧ ¬B) ∨ (¬A ∧ B) ∨ (A ∧ B). 6.1.1 Esercizi

1. Dimostrare che {¬, ∧} e {¬, ∨} sono due basi di connettivi, definendo la disgiunzione nel primo e la congiunzione nel secondo. 2. Dimostrare che {¬, →} ` una base di connettivi. e 3. Dimostrare che il connettivo “n´ . . . n´” da solo costituisce una base, e e definendo in termini di esso la negazione e la congiunzione. 4. Scrivere la funzione di verit` del connettivo ↓ o nand, “non entrambe”, a o “non sia . . . sia”, e dimostrare che costituisce da solo una base di connettivi. 5. Esaminare tutte le tavole di verit` a una entrata, e spiegare perch´ non a e esiste un connettivo per “` necessario che”. e 6. Discutere se ` possibile ripetere la trattazione di questo paragrafo con e ⊕ al posto di ∨ (associare a ogni tavola una proposizione con ¬, ∧, ⊕ che abbia quella data come sua tavola di verit`). L’insieme {¬, ∧, ⊕} a ` adeguato? E {¬, ⊕}? E {⊕, ∧}? e

6.2

Forme normali disgiuntive

La proposizione costruita a partire da una tavola di verit` nel modo sopra a descritto ha una forma particolare. Si chiami letterale una proposizione che 77

sia o una lettera p, letterale positivo, o la negazione di una lettera ¬p, letterale negativo. La proposizione associata alla tavola ha dunque la forma di una disgiunzione di congiunzioni di letterali. Una tale forma di chiama forma normale disgiuntiva. Poich´ ` evidente che ee Osservazione 6.2.1 Per ogni A e B che contengano le stesse lettere, A ≡ B se e solo se A e B hanno la stessa tavola di verit` a si pu` concludere che o Teorema 6.2.1 Per ogni proposizione A esiste una proposizione con le stesse lettere che ` in forma normale disgiuntiva ed ` logicamente equivalente ad A. e e Dimostrazione. Come nell’esempio di sopra, data A si calcoli la sua tavola, quindi si costruisca la proposizione in forma normale disgiuntiva associata alla tavola. Nel caso che la tavola di A non abbia alcun 1 nella colonna dei valori, quindi che A sia una contraddizione, la proposizione equivalente in forma normale disgiuntiva si pu` scrivere nella forma (¬p ∧ p) ∨ . . . ∨ (¬q ∧ q) come o disgiunzione di contraddizioni elementari, una per ogni lettera di A. 2 Anche una proposizione come ¬p ∨ q ` in forma normale disgiuntiva, e perch` il concetto di congiunzione e disgiunzione ` usato ovviamente in senso e e generalizzato, ammettendo due o pi` componenti, o anche una sola2 . Le u proposizioni in forma normale disgiuntiva associate a tavole di proposizioni non contraddittorie hanno l’ulteriore propriet` che in ogni disgiunto coma paiono le stesse lettere, e che in ogni congiunzione ogni lettera compare una sola volta, o positiva o negata3 . Qualche volta si usa l’aggettivo ulteriore regolare per indicare questa caratteristica delle forme normali. Una proposizione in forma normale disgiuntiva regolare permette di leggere direttamente i modelli della proposizioni, uno per ogni disgiunto: (¬p ∧ q) ∨ (p ∧ ¬q)
2 3

Vedi anche la nota 1 del paragrafo. Questa disgiunzione nel testo ` esclusiva. e

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ha due modelli, i1 (p) = 0 e i1 (q) = 1, e i2 (p) = 1 e i2 (q) = 0. Tale possibilit` di lettura sussiste peraltro anche per le forme normali a disgiuntive non regolari, considerando per` le interpretazioni come definite o in modo arbitrario sulle lettere che non occorrono in alcuni disgiunti: (¬p ∧ q) ∨ p ha tre modelli: da ¬p ∧ q viene i1 (p) = 0 e i1 (q) = 1, e da p viene i(p) = 1, che per` ne riassume due: i2 (p) = 1 e i2 (q) = 1, e i3 (p) = 1 e i3 (q) = 0. o Qualche volta, sempre per le forme non regolari, disgiunti diversi hanno modelli in comune; e ovviamente se in una congiunzione occorre sia una lettera sia la sua negazione quella congiunzione non ha modelli.

6.3

Forme normali congiuntive

Un altro modo di associare a una tavola una proposizione scritta solo con i connettivi ¬, ∧ e ∨ ` il seguente, dove sono scambiati i ruoli di 0 e 1 e e di congiunzione e disgiunzione: si cerca ora una proposizione che sia falsa esattamente nei casi prescritti dalla tavola data. In riferimento allo stesso esempio di prima, la proposizione deve essere falsa solo ed esattamente in corrispondenza alle ultime quattro righe della tavola, sar` perci` una cona o giunzione A5 ∧ A6 ∧ A7 ∧ A8 , e ogni Ai sar` la disgiunzione di tre letterali, a ogni letterale positivo o negativo a seconda che nella riga in questione la !!! lettera abbia il valore 0 oppure 1. Quindi: (¬p ∨ q ∨ r) ∧ (¬p ∨ q ∨ ¬r) ∧ (¬p ∨ ¬q ∨ r) ∧ (¬p ∨ ¬q ∨ ¬r). Per confermare che questa proposizione ha la tavola data come sua tavola di verit` occorre questa volta ricordare che una congiunzione ` falsa se e solo a e se una delle proposizioni congiunte ` falsa, e che una disgiunzione ` falsa se e e e solo se tutte le proposizioni disgiunte sono false. Una proposizione che sia una congiunzione di disgiunzioni di letterali si dice in forma normale congiuntiva. Esempio La forma normale congiuntiva di p → q, applicando il procedimento descritto, ` ¬p ∨ q, che ` forma congiuntiva, se si considera, come si e e considera, la congiunzione in senso generalizzato; ¬p ∨ q ` dunque in forma e sia congiuntiva sia disgiuntiva. Come sopra, risolvendo a parte anche il caso in cui nella tavola non ci siano 0, si ha: 79

Teorema 6.3.1 Per ogni proposizione A esiste una proposizione con le stesse lettere che ` in forma normale congiuntiva ed ` equivalente ad A. e e Le forme normali, non necessariamente regolari, sono convenienti per verificare in modo efficiente (alla sola scansione e ispezione della lista) la validit` !!! a logica o l’insoddisfacibilit`, ma ciascuna forma ` adeguata solo per una delle a e due propriet`. a Teorema 6.3.2 Una proposizione in forma normale congiuntiva ` una taue tologia se e solo se in ogni sua clausola c’` una lettera che occorre sia positiva e sia negata. Una proposizione in forma normale disgiuntiva ` insoddisfacibile se e solo e se in ogni suo disgiunto c’` una lettera che occorre sia positiva sia negata. e Dimostrazione. Per le forme congiuntive, una clausola in cui occorra una lettera e la negazione della stessa lettera ` una tautologia, e una congiunzione e ` una tautologia se e solo se lo sono le sue componenti. Una clausola in cui e non si verifichi la presenza di una lettera e della sua negazione pu` assumere o il valore 1 se a tutti i letterali si assegna il valore 1 interpretando a 1 le lettere dei letterali positivi e a 0 le lettere dei letterali negativi. Un ragionamento analogo vale per le forme disgiuntive. 2 Si noti che due proposizioni equivalenti non debbono necessariamente avere le stesse lettere, ad esempio q ∧ (¬p ∨ p) ` equivalente a q, e ¬p ∨ e p ` equivalente a q → q (sono tutt’e due tautologie); quando si controlla e che per ogni interpretazione le due proposizioni hanno lo stesso valore si considerano interpretazioni definite sull’insieme pi` ampio di lettere, ma si u possono trascurare in una proposizione i valori delle lettere non occorrenti. Le proposizioni in forma normale che si ottengono da una tavola non sono sempre le pi` semplici possibili. Se ad esempio il criterio che interessa ` quello u e della lunghezza, la forma ¬p ∨ q, ` preferibile alla forma normale disgiuntiva e regolare che si ottiene dalla tavola del condizionale. A ¬p ∨ q si pu` passare o dalla forma normale disgiuntiva regolare (¬p ∧ ¬q) ∨ (¬p ∧ q) ∨ (p ∧ q) con i seguenti passaggi: (¬p ∧ ¬q) ∨ (¬p ∧ q) ∨ (p ∧ q) (¬p ∧ (¬q ∨ q)) ∨ (p ∧ q) ¬p ∨ (p ∧ q) (¬p ∨ p) ∧ (¬p ∨ q) ¬p ∨ q 80

applicando le leggi distributive e la semplificazione delle tautologie (si noti che la seconda proposizione non ` in forma normale). e Come mostra l’esempio, esistono quindi diverse forme normali disgiuntive (e lo stesso per le congiuntive) equivalenti a una data proposizione; si parler` a perci` solo impropriamente della forma normale disgiuntiva (o congiuntiva) o di una proposizione A, ma si user` ugualmente tale dizione, intendendola a a meno di equivalenza logica; si chiamer` in tal modo una qualunque forma a normale disgiuntiva (o congiuntiva) che sia equivalente ad A4 , e si potr` a anche scrivere, se conveniente, dnf(A) (rispettivamente cnf(A)). Il risultato generale che ogni proposizione ` equivalente a una propoe sizione in forma normale disgiuntiva o congiuntiva si pu` ottenere anche apo plicando un algoritmo forma normale di trasformazioni successive come nell’esempio di sopra per il condizionale. Il procedimento ` il seguente: e • eliminare ⊕, ↔ e → • spostare ¬ verso l’interno con le leggi di De Morgan • cancellare le doppie negazioni, con la legge della doppia negazione • cancellare le ripetizioni, con le leggi di idempotenza • applicare ripetutamente le leggi distributive. L’ultima indicazione pu` sembrare vaga, ma si pu` rendere pi` precisa e o o u deterministica. Con i passi precedenti si ` ottenuta una proposizione equive alente che ` formata a partire da letterali con applicazioni ripetute di ∧ e e ∨, anche se non necessariamente nell’ordine che produce una forma normale. Supponiamo di volerla trasformare in forma normale congiuntiva (per la forma normale disgiuntiva il procedimento ` lo stesso con scambiati i ruoli e di ∧ e ∨). Consideriamo il connettivo principale della proposizione; se ` ∧, passiamo e alle due sottoproposizioni immediate trasformandole separatamente con il procedimento sotto descritto5 e facendo alla fine la congiunzione delle due
Non necessariamente con le stesse lettere, come mostra l’esempio delle due forme normali disgiuntive p ∨ (q ∧ ¬q) ≡ p. 5 L’algoritmo che stiamo presentando ` ricorsivo - si veda il paragrafo 15. e
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forme congiuntive cos` ottenute; se ` ∨, e la proposizione ` della forma A ∨ B, ı e e ` necessaria qualche preparazione. e Se in A non occorresse per nulla ∧, potremmo lavorare su B come detto sotto, dopo aver fatto, per la precisione, lo scambio con B ∨ A. Possiamo allora supporre che A sia della forma C ∧ D, perch´ se A a sua volta fosse e una disgiunzione C ∨ D, potremmo considerare al suo posto l’equivalente C ∨ (D ∨ B) e andare a cercare ∧ in C, oppure in D dopo aver fatto lo scambio con l’equivalente D ∨ (C ∨ B). La proposizione data si trasforma allora nella equivalente (C ∨B)∧(D∨B) e possiamo applicare ricorsivamente il procedimento alle due proposizioni pi` u corte C ∨ B e D ∨ B. Quando procedendo in questo modo si ` eliminato il e connettivo ∧ a sinistra di B, si passa a lavorare nello stesso modo su B. Esempio Da (p → q) → (r ∨ ¬p) ¬(p → q) ∨ (r ∨ ¬p) ¬(¬p ∨ q) ∨ (r ∨ ¬p) (¬¬p ∧ ¬q) ∨ (r ∨ ¬p) (p ∧ ¬q) ∨ (r ∨ ¬p), che ` in forma normale disgiuntiva e (p ∧ ¬q) ∨ r ∨ ¬p con due disgiunti unitari r e ¬p. Se invece si vuole la forma normale congiuntiva, si continua con (p ∨ (r ∨ ¬p)) ∧ (¬q ∨ (r ∨ ¬p)) (p ∨ r ∨ ¬p) ∧ (¬q ∨ r ∨ ¬p) che ` in forma normale congiuntiva. e Esempio Trasformare la forma normale disgiuntiva (p ∧ ¬q) ∨ (¬p ∧ q) in forma normale congiuntiva: (p ∧ ¬q) ∨ (¬p ∧ q) (p ∨ (¬p ∧ q)) ∧ (¬q ∨ (¬p ∧ q)). Il primo congiunto si trasforma in (p ∨ ¬p) ∧ (p ∨ q), 82

il secondo in (¬q ∨ ¬p) ∧ (¬q ∨ q), quindi la proposizione in (p ∨ ¬p) ∧ (p ∨ q) ∧ (¬q ∨ ¬p) ∧ (¬q ∨ q), da cui si possono ancora eliminare le tautologie, ottenendo (p ∨ q) ∧ (¬q ∨ ¬p). . Non ` detto che questo procedimento, che ha il merito di far vedere e la terminazione del compito, se lo si segue come filo d’Arianna, sia sempre il pi` efficiente; pu` essere utilmente integrato con l’applicazione in u o itinere dell’eliminazione delle ripetizioni, e con l’eliminazione delle tautologie dalle congiunzioni, e della contraddizioni dalle disgiunzioni, ogni volta che sia possibile; sono utili le leggi di assorbimento ed equivalenze come !!! ¬(A → B) ≡ A ∧ ¬B; oppure ci sono scorciatoie come quando, volendo mirare a una forma congiuntiva, si incontra una sottoproposizione della forma (A ∧ B) ∨ (C ∧ B) che conviene rimpiazzare direttamente con (A ∨ C) ∧ B. Le forme normali disgiuntive e congiuntive si trovano ai poli estremi di uno spettro su cui si immagini di collocare le proposizioni misurando la loro distanza con il numero di applicazioni delle propriet` distributive necessarie a per passare dall’una all’altra. Se si pensasse di decidere se una proposizione in forma normale disgiuntiva ` una tautologia applicando il teorema 6.3.2, e dovendola prima trasformare in forma congiuntiva, si affronterebbe un compito non inferiore come complessit` a quello di costruire la tavola di verit` a a completa (e forse pi` rischioso, se fatto a mano). u

6.4

Esercizi

1. Scrivere la forma normale congiuntiva e disgiuntiva, usando le tavole di verit`, delle seguenti proposizioni: a (p ∨ q → r) ∧ ¬p ∧ ¬r ¬p → ¬(q → p) (¬(p → q) ∨ ¬q) → p. 83

2. Per le proposizioni del precedente esercizio, trasformare la forma normale disgiuntiva in quella congiuntiva e viceversa con l’algoritmo forma normale. 3. Scrivere la forma normale disgiuntiva e congiuntiva, usando l’algoritmo forma normale, delle seguenti proposizioni: (p ∨ q) → ¬(p → (q → r)) (p ∨ q) → ¬(p ∧ (q → r)) p → (¬q ∨ p → (r → p)) p ⊕ (¬p ⊕ q) → q. 4. Trasformare le leggi logiche del paragrafo 3.3.3 in forma normale congiuntiva e disgiuntiva. 5. Osservare che la tavola della proposizione p ∨ q → ¬p ∧ (q → r) di 3.3.1 ` uguale a quella di ¬p (se questa ` estesa a una tavola a tre entrate e e p, q, r indipendente da q e r) e trasformare in ¬p la sua forma normale disgiuntiva ottenuta dalla tavola. 6. Scrivere ¬p ∨ q → ¬p ∧ q in forma normale disgiuntiva e leggerne i modelli. 7. Verificare, ai fini dell’applicazione delle trasformazioni con le leggi distributive, che ` e (A ∨ B) ∧ (C ∨ D) ≡ (A ∧ C) ∨ (A ∧ D) ∨ (B ∧ C) ∨ (B ∧ D) e analogamente (A ∧ B) ∨ (C ∧ D) ≡ (A ∨ C) ∧ (A ∨ D) ∧ (B ∨ C) ∧ (B ∨ D). 8. Verificare come si trasforma, applicando le leggi di De Morgan, la negazione di una forma normale congiuntiva (rispettivamente disgiuntiva) in una forma normale disgiuntiva (rispettivamente congiuntiva). 9. Spiegare, utilizzando le leggi di De Morgan e la legge della doppia negazione, perch´ cnf(A) ≡ ¬dnf(¬A) e dnf(A) ≡ ¬cnf(¬A). e L’osservazione fornisce un altro modo per ottenere la forma normale disgiuntiva, o congiuntiva, di una proposizione. Se si vuole ad esempio la forma normale disgiuntiva di A, si pu` provare a vedere se non sia o 84

relativamente facile ottenere cnf(¬A); ottenuta questa, la si nega e si applica De Morgan; spesso si evita cos` l’applicazione ripetuta delle ı leggi distributive. Errore frequente: lo studente ha trovato dnf(A) e per ottenere cnf(A) !!! nega dnf(A) e applica De Morgan, ricordando malamente l’esercizio 8, perch´ ottiene s` una forma congiuntiva, ma quella della negazione: e ı ` forse il residuo dell’idea di premettere due negazioni, uscnf(¬A). E andone una per trasformare dnf in cnf con De Morgan: ¬¬dnf(A), ¬(¬dnf(A)), ¬cnf(¬A). Di quella esterna per` ci si dimentica - se si o tenesse conto dell’altra negazione, una nuova applicazione di De Morgan riporterebbe a dnf(A). Due negazioni consecutive non possono creare nulla di nuovo. 10. In riferimento alle osservazioni del precedente esercizio, trovare la forma normale disgiuntiva e congiuntiva e confrontare i diversi modi per ottenerle, per le proposizioni (p → q) → (r → ¬p) p ∨ q → ¬p ∨ q p ∨ (q ∧ r) → (¬r → p).

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Dimostrazioni

Esaminiamo ora alcune semplici dimostrazioni per mettere in luce quali leggi logiche vengano utilizzate nei vari passaggi - e vedremom che tutte vengono usate, quelle chiamate notevoli - approfittandone per fare una rassegna (incompleta) delle diverse tipologie di argomentazione. Lo scopo di questa trattazione non ` quello di invitare a presentare sempre e le dimostrazioni con una pignola insistenza sui dettagli, quanto di insegnare ad esporle (a s´ e agli altri) attraverso un discorso chiaro e comprensibile; e quando si deve eseguire un passaggio logico, invece che un calcolo algebrico, si incontrano spesso difficolt` di espressione, perch´ si ha a che fare con a e una materia impalpabile, il linguaggio allo stato puro nelle sue articolazioni sintattiche che sono indipendenti dall’argomento concreto in oggetto; ci si accorge tuttavia con l’esperienza che la formulazione corretta e necessaria ` e gi` disponibile per cos` dire in una forma standard - e che non sono molti i tipi a ı di passaggi logici, al contrario sono quasi sempre gli stessi pochi ricorrenti. Non ` che nell’esposizione informale si saltino dei passaggi, come talvolta e si sente dire, ` che si usano spesso forme linguistiche compatte, non familiari e a chi non ` fluente nel parlare, ma tali forme sono valide, derivate da quelle e pi` semplici, e bisogna imparare ad usarle con disinvoltura dopo averne colto u la portata sezionandole su semplici esempi.

7.1

Dimostrazioni dirette

Un primo stile, in senso lato, molto frequente, di dimostrazione si chiama dimostrazione diretta, ed ` esemplificata dal seguente caso. e Consideriamo il teorema che (afferma che) se due numeri sono divisibili per 3, anche la loro somma ` divisibile per 3. e Il primo passo di formalizzazione consiste nell’indicare due numeri con n ed m, e nello scrivere l’ipotesi Ip. n ` divisibile per 3 e m ` divisibile per 3 e e o con un ulteriore passo di formalizzazione Ip. 3|n e 3|m. Un secondo passo consiste nell’espandere la definizione dei concetti in gioco - definizione che ha accompagnato l’introduzione dei simboli; in questo

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caso quello di divisibilit`: a Def. 3|n se e solo se n = 3i per qualche i e analogamente: Def. 3|m se e solo se m = 3j per qualche j. Il passo successivo sfrutta l’equivalenza delle definizioni per riformulare l’ipotesi in1 Ip. n = 3i ∧ m = 3j. Usiamo ora una legge che non ` propriamente una legge logica dei tipo di e quelle che abbiamo finora considerato, ma ` una legge dell’uguaglianza che e consideriamo universalmente vera in ogni universo (derivabile da quelle gi` a ricordate nel paragrafo 4.2). 2. n = 3i ∧ m = 3j → n + m = 3i + 3j. Da 1 e da 2, con un’applicazione del modus ponens 3. n + m = 3i + 3j. Di qui, si passa a n + m = 3(i + j), con una manipolazione algebrica diretta delle uguaglianze. In verit` questo passaggio suppone il riferimento ad un a fatto noto, valido nell’universo aritmetico che stiamo considerando, vale a dire la propriet` distributiva: a 4. n + m = 3i + 3j → n + m = 3(i + j); ` una nuova applicazione del modus ponens a 3 e 4 che fornisce e 5. n + m = 3(i + j). Dalla 5 si arriva alla conclusione voluta ripristinando le definizioni, per mezzo di equivalenze, vale a dire scrivendo che, siccome n + m = 3k per qualche2 k, in particolare per k = i + j, allora 3|(n + m), come si doveva concludere.2
La scomparsa di “per qualche i” e di “per qualche j”, e la ricomparsa pi` avanti, u rientra nella manipolazione delle variabili, di cui si parler` nella seconda parte del corso: a m, n, i, j sono variabili. 2 Vedi nota precedente.
1

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Un’altra possibilit` sarebbe stata quella di inserire, dopo a 2. n = 3i ∧ m = 3j → n + m = 3i + 3j, subito 4. n + m = 3i + 3j → n + m = 3(i + j) e quindi, con un’applicazione della transitivit` del condizionale, da 2 e 4 a 6. n = 3i ∧ m = 3j → n + m = 3(i + j) e la stessa conclusione di prima con il modus ponens da 1 e 6.2 Questo tipo di dimostrazione si chiama diretto, o in avanti , perch´ proe cede da proposizioni a proposizioni da esse implicate con l’uso sostanzialmente delle leggi logiche del modus ponens p ∧ (p → q) → q e della transitivit` del condizionale, o sillogismo ipotetico a (p → q) ∧ (q → r) → (p → r), o meglio delle regole associate. Quella del sillogismo ipotetico ` e p → q, q → r . p→r Anche la legge della distributivit` del condizionale a (p → (q → r)) → ((p → q) → (p → r)), che incontreremo in seguito in altri esempi, si pu` considerare nella stessa o categoria delle regole “in avanti”. Si noti, anche se non entriamo in dettagli sulle propriet` dell’uguaglianza, a che tutte le manipolazioni algebriche usuali, le sostituzioni, coinvolgono di fatto appelli al modus ponens applicato a leggi dell’uguaglianza come nella 4 di sopra. In verit` non abbiamo neanche segnalato tutti i punti in cui i passaggi a erano di tipo logico, e non aritmetico o riguardanti l’uguaglianza. Ad esempio la prima trasformazione dell’ipotesi “3|n e 3|m” avviene lavorando 88

separatamente sulle due affermazioni. Questo significa che da 3|n ∧ 3|m si passa prima a 3|n con una mossa che ` giustificata dalla legge logica e dell’eliminazione di ∧. Quindi da 3|n ↔ n = 3i e da 3|m ↔ m = 3j si passa a 3|n ∧ 3|m ↔ n = 3i ∧ m = 3j con leggi del bicondizionale che si verificano facilmente e che dovrebbero essere interiorizzate. A questo scopo, si usa in particolare la legge della introduzione di ∧ nel conseguente, o distributivit` di → su ∧, oppure una legge derivata che a afferma che (p → q) ∧ (r → s) → (p ∧ r → q ∧ s) (esercizio). Vale anche (esercizio): (p → q) ∧ (r → s) → (p ∨ r → q ∨ s). Un’altra regola che si pu` far rientrare nei procedimenti in avanti ` quella o e della affermazione del conseguente, che da p permette di dedurre q → p qualunque sia q. Questa mossa merita un commento perch´ in s´ sembrerebbe e e un indebolimento ozioso di p. La sua funzione ` quella di portare sotto e l’azione di ipotesi o fatti gi` stabiliti risultati che in verit` non ne dipendono, !!! a a ma che devono essere combinati con altri che ne dipendono. Ad esempio si consideri la dimostrazione che se n ` dispari allora anche e 2 n ` dispari. Se n = 2k + 1, allora si pu` fare appello a un prodotto notevole e o per affermare (2k + 1)2 = 4k 2 + 4k + 1, ma quindi, per l’affermazione del conseguente n = 2k + 1 → (2k + 1)2 = 4k 2 + 4k + 1. Questa implicazione serve perch´ insieme a e n = 2k + 1 → n2 = (2k + 1)2 permette di dedurre, con l’introduzione di ∧ nel conseguente n = 2k + 1 → n2 = (2k + 1)2 ∧ (2k + 1)2 = 4k 2 + 4k + 1 e per la transitivit` dell’uguaglianza, a 89

n = 2k + 1 → n2 = 4k 2 + 4k + 1, da cui segue poi n = 2k + 1 → n2 = 2h + 1, dispari, con h = 2k 2 + 2k.2 L’ultima cruciale implicazione si sarebbe anche potuta ottenere in un altro modo; con una legge di sostitutivit` dell’uguaglianza: a n = 2k + 1 → ((2k + 1)2 = 4k 2 + 4k + 1 → n2 = 4k 2 + 4k + 1), quindi, per la distributivit` si → a (n = 2k + 1 → (2k + 1)2 = 4k 2 + 4k + 1) → (n = 2k + 1 → n2 = 4k 2 + 4k + 1), e infine la conclusione voluta con il modus ponens dalla stessa implicazione di prima (n = 2k + 1 → (2k + 1)2 = 4k 2 + 4k + 1).2 L’affermazione del conseguente si sarebbe comunque potuta evitare del tutto, qui e in geenrale con lo stesso trucco: dal caso particolare della sostitutivit` dell’uguaglianza di sopra, si sarebbe potuto scrivere a (2k + 1)2 = 4k 2 + 4k + 1 → (n = 2k + 1 → n2 = 4k 2 + 4k + 1) con la legge dello scambio degli antecedenti, e quindi applicare il modus ponens con (2k + 1)2 = 4k 2 + 4k + 1.2

7.2

Distinzione di casi

Consideriamo ora il teorema che di tre numeri interi consecutivi uno almeno ` divisibile per 3. Per rappresentare tre generici numeri interi consecutivi e supponiamoli positivi - una possibilit` ` quella di indicarli con n, n + 1 e a e n + 2. L’enunciato del teorema allora diventa: o 3|n o 3|(n + 1) o 3|(n + 2). L’usuale dimostrazione si basa sulle propriet` della divisione e del resto, a che ` minore del divisore, quindi in questo caso uguale a 0, 1 o 2. Non e abbiamo nessuna ipotesi esplicita del teorema relativamente al dato che ` n, e ma abbiamo che per ogni n, grazie al teorema fondamentale della divisione: 1. n = 3q + r con r < 3 per qualche q ed r. Di qui per semplici fatti aritmetici si pu` affermare3 o
Non stiamo pi` a segnalare i punti in cui si procede in modo diretto; ad ogni modo, u in questo caso n = 3q + r con r < 3 significa n = 3q + r ∧ r < 3 cio` n = 3q + r ∧ (r = e 0 ∨ r = 1 ∨ r = 2) e per la distributivit` segue la formula di sopra. a
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2. n = 3q o n = 3q + 1 o n = 3q + 2. Ci sono ora tre possibilit`: se r = 0, cio` n = 3q, allora siamo a posto a e (cos` si dice). Ma cosa significa questo rispetto all’enunciato del teorema? Il ı teorema ` implicato da n = 3q, ovvero da 3|n, perch´ e e 3|n → 3|n ∨ 3|(n + 1) ∨ 3|(n + 2) per la legge logica di introduzione della disgiunzione. Abbiamo dunque 3. n = 3q → 3|n ∨ 3|(n + 1) ∨ 3|(n + 2). Se invece n = 3q + 1 allora n + 2 = 3q + 3 = 3(q + 1); quindi nell’universo aritmetico n = 3q + 1 → 3|(n + 2) e quindi di nuovo per l’introduzione di ∨ 4. n = 3q + 1 → 3|n ∨ 3|(n + 1) ∨ 3|(n + 2). Analogamente si ottiene 5. n = 3q + 2 → 3|n ∨ 3|(n + 1) ∨ 3|(n + 2). Ora per la legge logica della distinzione di casi, da 3, 4 e 5 si deduce che la disgiunzione dei rispettivi antecedenti implica la stessa conclusione, che non ` altro che l’enunciato del teorema; ma tale disgiunzione degli antecedenti ` e e 4 la 2, per cui per modus ponens si ha la conclusione .2 Altre applicazioni della distinzione di casi si sono viste nelle dimostrazioni relative all’algebra degli insiemi. Ricordiamo quella per: se Y ⊆ X e Z ⊆ X allora Y ∪ Z ⊆ X. Se x ∈ Y ∪ Z allora per definizione x ∈ Y ∨ x ∈ Z; se x ∈ Y allora per Y ⊆ X vale x ∈ X e se x ∈ Z allora per Z ⊆ X vale pure x ∈ X. 2 Altre situazioni in cui si fa naturalmente ricorso alla distinzione di casi sono quelle in cui per un’affermazione universale sui naturali si distinguono il caso pari e il caso dispari; oppure quando in un’affermazione universale numerica si distingue il caso positivo dal caso negativo e dal caso nullo.
Naturalmente le due circostanze che si verificano in questo esempio, che l’enunciato del teorema ` una disgiunzione, per cui a un certo punto interviene la legge della introduzione e del ∨, e che la dimostrazione si fa per casi, quindi con una disgiunzione degli antecedenti, perch´ anche l’ipotesi ` una disgiunzione, non hanno nessuna relazione tra loro. e e
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Ad esempio, per dimostrare che ogni numero reale non negativo ha una radice quadrata si parte esplicitando il dato, un generico numero non negativo, scrivendo 0 ≤ x, quindi, per la relazione tra < e ≤, x = 0 ∨ x > 0. I due casi si trattano in modo molto diverso; se x = 0 basta osservare che 0 ` una radice di 0, e quindi questa esiste; se x > 0 occorre la descrizione di e un processo che genera il numero che ` la radice di x, che comunque esiste e anche in questo caso; alla fine si applica tacitamente la distinzione di casi.2 Esercizio. Dimostrare e dire quali leggi logiche sono implicite nella dimostrazione del fatto che per ogni numero naturale n, n2 + n ` pari. e Un caso particolare della distinzione dei casi si ha quando i due casi sono del tipo p e ¬p, e sono introdotti come artificio ad hoc, e allora apparentemente si riesce a dimostrare un risultato che non dipende da ipotesi specifiche: da p → A e ¬p → A e p ∨ ¬p → A segue A con il terzo eslcuso. Supponiamo ad esempio di voler far vedere che ogni numero reale ` minore e o uguale al suo valore assoluto; ` da dimostrare e x ≤ |x|, senza alcuna ipotesi su x, salvo che si tratta di un numero reale (fatto che permette di richiamare tacitamente tutte le propriet` dei numeri reali). Ma a noi introduciamo l’alternativa x < 0 ∨ x < 0, come legge logica del tertium non datur , che si trasforma agevolmente (per le propriet` di <, vedi oltre) in a x < 0 ∨ x ≥ 0. Ora se x ≥ 0 allora x = |x|, quindi x ≤ |x|; se x < 0 ≤ |x|, allora x < |x|, quindi x ≤ |x|.2 Esercizio. Dimostrare che per ogni numero reale x, |x| ≥ −x. A volte sembra che si usi la distinzione di casi ma non ` cos` o meglio, e ı, ` anche cos` ma c’` una spiegazione pi` breve. Ad esempio, consideriamo e ı e u l’argomento con cui si dimostra che per p primo, se p|(nm) allora p|n oppure p|m. La dimostrazione di solito inizia nel seguente modo: mostriamo che se p |n allora p|m. (L’argomento matematico poi pu` continuare con un appello alla o 92

fattorizzazione dei numeri naturali: data la scomposizione di nm in fattori primi, tra essi compare p, ma raccogliendo quelli di n, p resta tra gli altri, cio` tra quelli di m.) e Se richiesto di un chiarimento sull’impostazione della partenza, chi parla probabilmente spiega: se p|n siamo a posto, se p |n allora . . . , con un’implicito appello alla distinzione di casi. Ma la spiegazione pi` semplice ` che q ∨ r ` equivalente a ¬q → r, u e e quindi p|(nm) → p|n ∨ p|m ` equivalente a p|(nm) → (p | n → p|m), e si e sta procedendo in modo diretto (e non c’` bisogno di dire “se p|n siamo a e posto”).

7.3

Sillogismo disgiuntivo

Mettiamo ora ordine nella trattazione delle relazioni d’ordine negli usuali sistemi numerici, di cui abbiamo gi` usato alcune propriet` familiari a a dall’esperienza scolastica. La relazione d’ordine pu` essere introdotta in due o modi diversi, a seconda che si privilegi la relazione di ordine stretto oppure quella attenuata. O si introduce prima5 ≤, e quindi si definisce < con x<y ↔x≤y∧x=y oppure si introduce prima < e si definisce ≤ con x ≤ y ↔ x < y ∨ x = y. Nel primo caso per la relazione ≤ si hanno a disposizione le leggi x≤x rif lessiva x≤y∧y ≤z →x≤z transitiva x ≤ y ∧ y ≤ x → x = y antisimmetrica x≤y∨y ≤x ordine totale e si dimostrano le propriet` a x<x antirif lessiva x<y→y<x antisimmetrica x<y∧y <z →x<z transitiva x<y∨x=y∨y <x ordine totale
Non stiamo a dire come si definisce, ch´ non ` rilevante, e d’altra parte si procede in e e modo diverso nelle diverse situazioni; ad esempio tra i naturali si usa definire x ≤ y se esiste un z tale che x + z = y; in altri casi si definiscono prima i numeri positivi, e poi x < y se y − x ` positivo. e
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nel secondo caso il viceversa. Diverse leggi logiche intervengono in queste dimostrazioni. Ad esempio per dimostrare la propriet` riflessiva di ≤, a partire dalle propriet` di <, si a a nota che x = x → x = x ∨ x < x, per la legge dell’introduzione di ∨ a partire dalla legge logica dell’identit` a x = x → x = x e quindi si ottiene la conclusione con il modus ponens da x = x che si assume sempre valida per l’uguaglianza. In questa dimostrazione quindi non intervengono propriet` di <.2 a Per dimostrare la propriet` dell’ordine totale per ≤, a partire dalle proa priet` di <, si dimostra, sfruttando la mutua definibilit` dei connettivi a a l’equivalente x ≤ y → y ≤ x. A tal fine si osserva che x ≤ y ` equivalente, per la definizione di ≤, a e x < y ∧ x = y, per una delle leggi di De Morgan. Ma con la propriet` di ordine totale di < a e due applicazioni del sillogismo disgiuntivo (precedute da un’eliminazione di ∧) x < y e x = y forniscono y < x che con l’introduzione del ∨ diventa y ≤ x: x<y∧x=y x<y x=y x<y∨x=y∨y <x x=y∨y <x y<x y < x ∨ x = y.2 Esercizio. Completare le dimostrazioni delle propriet` di ≤ a partire da a quelle di < e viceversa, cercando di non perdere la bussola. Nella dimostrazione di x ≤ |x| del precedente paragrafo siamo partiti da x < 0 ∨ ¬(x < 0) e abbiamo rimpiazzato x < 0 con x ≥ 0, appellandoci a propriet` di <, arrivando a x < 0 ∨ x ≥ 0. Ma quest’ultima formula, scritta a 94

come x < 0 ∨ x = 0 ∨ x > 0, ` la propriet` di ordine totale di <, e non e a ci sarebbe stato bisogno di derivarla facendo appello al tertium non datur e alla distinzione di casi, come abbiamo fatto prima. Il fatto ` che la propriet` di ordine totale di < equivale proprio a ripartire e a il dominio in tre insiemi disgiunti. Quando si ha il dominio ripartito in n insiemi disgiunti si possono seguire due vie equivalenti e difficilmente distinguibili. Si pu` usare la distinzione di casi (generalizzata a n), oppure si pu` o o usare ripetutamente il terzo escluso e il sillogismo disgiuntivo. Un altro esempio che abbiamo visto di uso del sillogismo disgiuntivo ` la e dimostrazione della legge booleana 21 X ∪∅=X Dimostrazione X ⊆ X ∪ ∅ segue da un’altra legge gi` vista, la 25; a viceversa, se x ∈ X ∪ ∅ allora x ∈ X ∨ x ∈ ∅; ma x ∈ ∅, quindi x ∈ X. Il sillogismo disgiuntivo non ` altro che una diversa formulazione del e modus ponens, che tuttavia ha una sua giusta autonoma formulazione per i casi come quello dell’ultimo esempio, in cui interviene in modo naturale una disgiunzione e la negazione di un disgiunto; altrimenti bisognerebbe artificialmente sostituire la disgiunzione con il condizionale (x ∈ ∅ → x ∈ X per x ∈ X ∨ x ∈ ∅) per applicare il modus ponens. Qualche volta invece la sostituzione di una disgiunzione con il condizionale non ` innaturale, ma al contrario pi` elegante, come abbiamo visto nel caso e u di p|(nm) → p|n ∨ p|m.

7.4

Contrapposizione e Modus tollens
(p → q) ↔ (¬q → ¬p)

La legge logica di contrapposizione

` spesso usata quando si deve dimostrare un condizionale. e Ad esempio per dimostrare P ∪ Q = ∼ (∼ P ∩ ∼ Q) si considera il bicondizionale x ∈ P ∪ Q ↔ x ∈ ∼ (∼ P ∩ ∼ Q) 95

e prima si assume x ∈ P ∪ Q derivando x ∈ ∼ (∼ P ∩ ∼ Q) (esercizio; si noti l’applicazione della distinzione di casi), quindi per l’implicazione inversa si assume x ∈ P ∪ Q e si deriva x ∈∼ P ∩ ∼ Q, dimostrando cos` di fatto ı x ∈ P ∪ Q ← x ∈ ∼ (∼ P ∩ ∼ Q) attraverso x ∈ P ∪ Q → x ∈ ∼ P ∩ ∼ Q, come richiesto.2 La legge di contrapposizione giustifica anche la regola del modus tollens che si schematizza con p → q, ¬q ¬p che si pu` vedere come un modus ponens applicato al condizionale ¬q → ¬p, o equivalente a p → q, e che ha le applicazioni pi` varie. u Un esempio dovuto a Lewis Carroll ` il seguente argomento: e a) I bambini sono illogici. b) Le persone che sanno come trattare i coccodrilli non sono disprezzate. c) Le persone illogiche sono disprezzate. d) Perci` i bambini non sanno trattare i coccodrilli. o L’argomento ` valido in quanto la conclusione d) segue dalle premesse con e questi passaggi: da b) e c) per modus tollens si ha che le persone illogiche non sanno come trattare i coccodrilli; quindi la conclusione segue da questo e da a) per transitivit`. a !!!

7.5

Dimostrazioni per assurdo

La contrapposizione ` collegata alla dimostrazione per assurdo, di cui ci sono e diverse varianti. La pi` comune ` quella in cui partendo dall’assunzione p si arriva ad u e una contraddizione, e quindi si conclude ¬p, secondo la legge di riduzione all’assurdo. Un esempio, dove la riduzione all’assurdo interviene come parte finale della dimostrazione, dopo altri argomenti, che includono la contrapposizione per modificare e meglio usare un condizionale, ` il seguente teorema: e 96

Se n divide (n − 1)! + 1 allora n ` primo6 , e la cui conclusione che n ` primo dimostriamo provando che p non divide n e 7 per ogni p < n . Ovviamente consideriamo p > 1. L’ipotesi ` n|((n − 1)! + 1). Osserviamo innanzi tutto che se p < n allora e ovviamente p|(n − 1)!. Questa condizione su p resta adesso fissata per tutto il ragionamento, o meglio p < n implica tutte le affermazioni seguenti. Ricordiamo il fatto noto che a|b ∧ a|(b + c) → a|c e contrapponendo a | c → a | b ∨ a | (b + c). Come caso particolare p | 1 → p | (n − 1)! ∨ p | ((n − 1)! + 1). Ma p | 1, quindi p | (n − 1)! ∨ p | ((n − 1)! + 1). Ma p|(n − 1)!, quindi p | ((n − 1)! + 1) per il sillogismo disgiuntivo. La conclusione parziale di questa prima parte diretta della dimostrazione ` che, per p < n, e p | ((n − 1)! + 1). Ora dobbiamo provare che p non divide n, e lo facciamo per assurdo. Assumiamo p|n. Siccome per ipotesi n|((n − 1)! + 1), se p|n avremmo per la transitivit` della relazione di divisibilit` che p|((n − 1)! + 1), una cona a traddizione con la conclusione della parte precedente della dimostrazione. Dunque p | n.2 Osservazione: Torniamo un momento indietro a vedere come funziona la condizione p < n che abbiamo usato nel corso della dimostrazione, dicendo che implicava tutte le successive affermazioni. Nella prima parte, quando abbiamo detto sopra “Ma p|(n − 1)!, quindi p | ((n − 1)! + 1) per il sillogismo disgiuntivo”, ci siamo espressi in modo corretto ma abbreviato; ci sono almeno tre modi in cui esplicitare le leggi logiche che intervengono. Primo modo. Noi in realt` avevamo che a
L’operazione “fattoriale” n! ` definita da n! = 2 · 3 · . . . · n. Si veda il paragrafo 15. e Tale formulazione ristretta ` equivalente alla definizione di primalit` perch´ i divisori e a e di un numero sono minori del numero stesso. Anzi basterebbe di meno (esercizio).
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p | (n − 1)! ∨ p | ((n − 1)! + 1) e inoltre p < n → p|(n − 1)!, ovvero quest’ultima e p|(n − 1)! → p | ((n − 1)! + 1). Allora per la transitivit` del condizionale si ha a p < n → p | ((n − 1)! + 1). Secondo modo. Da p|(n − 1)! → p | ((n − 1)! + 1). con l’affermazione del conseguente si ha p < n → (p|(n − 1)! → p | ((n − 1)! + 1)). e con p < n → p|(n − 1)!, e la distributivit` di → si arriva alla stessa conclusione. a Terzo modo. E’ quello che di fatto ` stato usato. Il sillogismo disgiuntivo e ` sempre valido anche relativizzato a una (stessa) condizione che implica le e due premesse e la conclusione: p → q, p → ¬q ∨ r p→r e la dimostrazione si pu` fare in generale come nel secondo modo di sopra.2 o La pi` famosa dimostrazione per assurdo della storia ` quella della iru e √ razionalit` di 2, che non faremo il torto di presentare (esercizio). a Una contraddizione ` normalmente un enunciato della forma q ∧ ¬q, ope pure due enunciati q e ¬q, ottenuti separatamente8 , q qualunque perch´ tutte e
Se si sono dedotti, separatamente, dalle stesse premesse, q e ¬q, si pu` derivare eso plicitamente q ∧ ¬q, ad esempio con due applicazioni del modus ponens alla legge logica q → (¬q → q ∧ ¬q), che a sua volta deriva dalla legge dell’identit` q ∧ ¬q → q ∧ ¬q e dalla a legge di esportazione.
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le contraddizioni sono equivalenti tra loro (per ex falso quodlibet da una di esse si pu` dedurre qualunque enunciato). o A volte si dice che certi enunciati, come 0 = 1, sono un assurdo, o una contraddizione in s´, ma in realt` non esistono contraddizioni in s´; la formula e a e 0 = 1 ` una contraddizione solo perch´ tra gli assiomi o i fatti noti si ha e e gi` 0 = 1. Se da p si deduce 0 = 1, allora da 0 = 1, per l’affermazione del a conseguente si ha anche p → 0 = 1, e ci si riporta alla contraddizione classica p → q ∧ ¬q. Lo stesso con altre formule. Ad esempio, dimostriamo che per verificare se n ` primo basta provare a e √ √ dividerlo per i primi che sono ≤ n , dove con n indichiamo la parte 9 intera della radice quadrata di n. Supponiamo che tutti questi primi non dividano n, e dimostriamo che allora n ` primo. Supponiamo per assurdo e √ che n non sia primo; allora n ` un prodotto di primi tutti maggiori di e n , 10 prodotto che ` maggiore di n, e si avrebbe n < n, assurdo .2 e La riduzione all’assurdo debole non ` pi` debole, ma solo un caso speciale e u della riduzione all’assurdo, in cui partendo da p si arriva a ¬p, ma anche a p, e allora la contraddizione ` data da p ∧ ¬p e la conclusione ` la negazione e e della premessa, cio` ¬p. Nel caso particolare in cui si parte da ¬p e si arriva e a ¬¬p, per la legge della doppia negazione si pu` concludere p, e questa legge o (¬p → p) → p, in cui si dimostra p assumendo ¬p e derivando p, cio` derivando quello che e si vuole dimostrare dalla propria negazione, ha talmente colpito la fantasia da essere chiamata consequentia mirabilis. Un teorema in cui si pu` riconoscere questa forma di argomento ` quello o e con cui si stabilisce che esistono infiniti numeri primi. Si pu` formulare la o stessa conclusione dimostrando che non ci sono solo k primi, qualsiasi sia k. Supponiamo che ci siano solo (esattamente) k primi p0 , p1 , . . . , pk−1 . Si considera il numero N = 1 + (2 · 3 · 5 · . . . · pk−1 ) e si dimostra facilmente (con un argomento simile ad uno visto in precedenza) che nessuno dei primi p0 , p1 , . . . , pk−1 ` un divisore di N , che peraltro ` mage e giore di tutti questi. Ora si applica una distinzione di casi. Se N ` primo, e
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√ Il pi` grande intero ≤ n. u n < n congiunta con l’antiriflessivit` di < d` una contraddizione. a a

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` un nuovo primo; se N non ` primo, ` divisibile per un primo maggiore e e e dei p0 , p1 , . . . , pk−1 , e in entrambi i casi non ` vero che i numeri primi sono e tutti i {p0 , p1 , . . . , pk−1 }, o che ne esistono solo k. Quindi non esistono solo k primi.211 Una riduzione all’assurdo si pu` vedere anche quando si applica il modus o tollens; infatti avendo p → q e ¬q si pu` dire che se si avesse p, si avrebbe o per modus ponens anche q, cio` insieme a ¬q una contraddizione; quindi ¬p. e Pi` esplicitamente, da ¬q segue p → ¬q per la legge di affermazione del u conseguente, quindi si ha sia p → q sia p → ¬q e si applica la riduzione all’assurdo. Viceversa la riduzione all’assurdo si pu` derivare dalla contrapposizione, o perch´ da p → q ∧ ¬q contrappondendo si ha ¬q ∨ q → ¬p, e q ∨ ¬q ` la legge e e del tertium non datur . Alcune dimostrazioni per assurdo possono dunque essere sostituite da applicazioni della contrapposizione. Ad esempio, si consideri la dimostrazione del fatto che se b e c sono interi e se l’equazione x2 + bx + c = 0 ha soluzioni razionali, queste in realt` sono a intere. Una dimostrazione in cui si usa la riduzione all’assurdo ` la seguente. e Si parte da −b ± √ b2 − 4c 2

x=

e si osserva che per essere x intero occorre che il numeratore, intero per ipotesi, sia pari. Per dimostrare che il numeratore ` pari, essendovi un radie cale che non ` facile decidere che propriet` abbia, viene in mente di conside a erare il quadrato. Abbiamo prima dimostrato che se un numero ` dispari, il suo quadrato ` e e dispari. Se vogliamo (provare a) fare uso di questo fatto, possiamo impostare una dimostrazione per assurdo, assumendo che il numeratore sia dispari. Allora il suo quadrato ` dispari. Ma svolgendo i conti, si vede facilmente che e il quadrato ` della forma 2m, cio` pari. Dunque che il numeratore sia dispari e e implica una contraddizione, e il numeratore ` pari.2 e
La complicazione dell’argomento ` dovuta anche alla complicazione della formulazione e dell’enunciato di partenza, un po’ artificiosa. Se si fosse detto semplicemente che si intendeva dimostrare: dati k primi, ne esiste uno maggiore, si sarebbe potuto fare una dimostrazione diretta.
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Altrimenti, ricordando sempre l’implicazione gi` dimostrata “n dispari a 2 → n dispari”, si pu` inserire la contrapposizione “n2 pari → n pari”, che o termina con la conclusione desiderata, e provare a dimostrare che il quadrato del numeratore ` pari. Elevando al quadrato e facendo i conti, si vede che e questo in effetti ` il caso.2 e Consideriamo un altro esempio. Per dimostrare che, per a e b razionali o reali, se ab = 0 allora o a = 0 o b = 0, si pu` per assurdo negare il o condizionale, e quindi supporre che ab = 0 e a = 0 e b = 0, per la legge sulla negazione dell’implicazione e De Morgan. Ma ora se a = 0 si pu` dividere ambo i membri della prima uguaglianza o per a, e si ottiene b = 0, e si ha una contraddizione.2 Si noti in questo esempio che si potrebbe anche vedere un caso di consequentia mirabilis, perch´ quando si arriva a dedurre b = 0 si pu` continuare e o con ab = 0 → b = 0 per l’affermazione del conseguente, quindi ab = 0 → a = 0 ∨ b = 0 per l’introduzione della disgiunzione, e quindi dalla negazione del condizionale da dimostrare si ` arrivati al condizionale stesso.2 e Infine invece in modo diretto si pu` assumere ab = 0 e dimostrare la o conclusione, che ` una disgiunzione, nella forma che a = 0 → b = 0. Questo e si ottiene come sopra dividendo ab = 0 per a.212 Tutte le varianti di dimostrazioni illustrate in questo paragrafo sono rese possibili dalla mutua derivabilit` delle leggi logiche proposizionali e dalla a equivalenza di diverse regole e sistemi di regole.
Quest’ultimo teorema non ` banale come sembra, dimostra che un corpo (come quello e dei razionali o dei reali) non ha divisori dello zero, cosa che pu` succedere in strutture o senza la divisione.
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7.6

Dimostrazioni in avanti e all’indietro

Una distinzione che viene fatta tra possibili impostazioni delle dimostrazioni ` quella tra il procedere in avanti (forwards), a partire dalle ipotesi, verso e la conclusione oppure nel risalire indietro (backwards), dalla conclusione a enunciati che implichino la conclusione, con l’obiettivo di arrivare tra questi alle ipotesi. La distinzione non coincide esattamente con quella tra le dimostrazioni dirette e le altre, anche se vi sono collegamenti; la scelta tra le due strategie dipende spesso dalla forma delle ipotesi e della conclusione, o dalle conoscenze che si hanno a proposito delle ipotesi stesse e di altri fatti connessi alla possibile conclusione. Se la conclusione ` un enunciato negativo, l’idea di una dimostrazione e per assurdo o per mezzo della contrapposizione ` plausibile, anche se non e garantita. Ma ci sono altri motivi per scegliere questa strategia. Ad esempio, per dimostrare che Se 2n − 1 ` primo, allora n ` primo, e e ` pi` facile, o almeno promettente, partire dalla conclusione in cui si parla e u di n, su cui con operazioni aritmetiche si pu` arrivare a 2n − 1, che non o n viceversa, visto che per estrarre n da 2 − 1 occorre passare attraverso un log2 . In effetti, assumendo n non primo, quindi della forma n = hk, con h > 1 e k > 1, si pu` osservare che o 2n − 1 = (2h )k − 1 = mk − 1 = (m − 1)(mk−1 + . . . + 1) che, per quel che si sa sui valori di h e k, fornisce una scomposizione di 2n − 1 nel prodotto di due fattori > 1.2 Analogamente, supponendo che si dovesse dimostrare x+ 1 ≥ 2, x

se x > 0, conviene partire dalla disuguaglianza da dimostrare, e compiere su di essa manipolazioni algebriche che forniscono espressioni algebriche equivalenti, fino ad arrivare ad un risultato noto che vale per ogni x > 0.

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x2 + 1 ≥2 x x2 − 2x + 1 ≥0 x (x − 1)2 ≥ 0, x vero per la regola dei segni. 2 Quando come in questo caso e in molti altri si usano equivalenze, nelle dimostrazioni all’indietro, bisogna fare attenzione a non perdere il senso della direzione13 . Qui l’ipotesi ` x > 0 (oltre al fatto che x ` un numero reale, e e o razionale) e si risale dall’ultima disuguaglianza alla prima che si doveva dimostrare. La dimostrazione ` diretta, ma all’indietro. e Nel caso delle trasformazioni algebriche il fatto che il legame sia quello dell’equivalenza permette di andare sia avanti che indietro, il che ` comodo e perch´ in genere non ` facile divinare enunciati validi che implichino la cone e clusione voluta - per lo meno non ci sono criteri generali. Gli esempi aritmetici di questo paragrafo sono stati di necessit` molto a semplici, perch` la maggior parte dei teoremi aritmetici si dimostrano con e una tecnica dedicata, l’induzione, che vedremo nel paragrafo 15.

I greci chiamavano analisi il processo per cui un problema, o un enunciato da dimostrare, era ricondotto ad altri di cui la soluzione era nota, e sintesi il processo inverso di controllo, con cui dalla soluzione dei problemi noti si ricavava la risposta a quello dato; alcune oscurit` delle loro descrizioni del metodo si chiariscono se si considera che essi a pensavano soprattutto ad equivalenze.

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8.1

Alberi di refutazione
Il metodo

La risposta alle domande semantiche, sulla verit` logica o sulla insoddisfacia bilit` delle proposizioni, si pu` dare con metodi pi` efficienti della ricerca a o u esaustiva offerta dalla costruzione delle tavole di verit`, che ` di complessit` a e a esponenziale. Uno di questi ` il metodo degli alberi di refutazione 1 . Il nome e deriva dal fatto che sono usati, per rispondere alla domanda sulla verit` a logica, secondo l’impostazione della ricerca del controesempio: si cerca di scoprire se esiste un’interpretazione che falsifichi la proposizione. Il metodo ha la propriet` che o la trova, se esiste, e quindi fornisce un’interpretazione a in cui la negazione della proposizione ` vera (controesempio: la proposizione !!! e ` falsa) oppure mostra che non ` possibile che esista, e quindi la proposizione e e ` una tautologia. e Pi` in generale, il metodo serve a stabilire se esista o no un’interpretazione u che soddisfa una proposizione composta, non partendo dal basso dalle possibili interpretazioni delle lettere (bottom up) ma dall’alto, dalla proposizione data, scendendo verso le sottoproposizioni componenti (top down); nel processo, si accumulano condizioni necessarie che l’ipotetica interpretazione, se esiste e soddisfa la radice, dovrebbe pure soddisfare - nel senso di quali altre proposizioni essa dovrebbe soddisfare o no - fino alle condizioni necessarie riguardanti le proposizioni atomiche; queste, se non sono incompatibili tra di loro, si traducono in condizioni sufficienti per la definizione dell’interpretazione. Gli alberi di refutazione possono dunque essere usati anche per rispondere alle altre domande semantiche, ad esempio quella sulla soddisfacibilit`. a Si chiamano in generale calcoli logici i metodi per rispondere ai quesiti logici sulla verit`, l’insoddisfacibilit`, la conseguenza, metodi che sono proa a cedure guidate dalla sintassi, e che si articolano in applicazioni iterate di regole che producono strutture come sequenze o alberi di proposizioni, che si chiamano derivazioni o dimostrazioni. Gli alberi di refutazione sono alberi etichettati con proposizioni. Identifichiamo per comodit` di scrittura i nodi con le loro etichette. Nella radice a ` una proposizione, di cui si vuole sapere se esiste un modello. L’albero ` e e
Altri nomi usati, insieme a qualche variante di presentazione, sono quelli di alberi semantici , oppure di tableaux semantici.
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sviluppato secondo la seguente procedura. Ad ogni stadio, si saranno gi` prese in considerazione alcune proposizioni, a messe tra parentesi quadre o segnate con un asterisco, e ne resteranno da considerare altre. Se sono gi` state considerate tutte, l’albero ` terminato; a e se no, si prende in esame una proposizione A non ancora considerata, e a seconda della sua forma si prolunga l’albero nel modo seguente, dopo aver segnato A e aver notato quali sono i rami non chiusi che passano per A, dove un ramo si dice chiuso se su di esso occorre sia una proposizone sia la sua negazione: • Se A ` una proposizione senza connettivi, non si fa nulla (si va al passo e successivo). • Se A ` B ∧ C, alla fine di ogni ramo non chiuso passante per A si e appendono alla foglia due nodi in serie etichettati con B e C, come nello schema: [B ∧ C] . . . ↓ F ↓ B ↓ C • Se A ` B ∨ C, alla fine di ogni ramo non chiuso passante per A si e aggiunge alla foglia una diramazione con due nodi B e C, come nello schema: [B ∨ C] . . . ↓ F B C

con l’ovvia generalizzazione (qui e nella prececente regola) che si ottiene applicando ripetutamente la regola se si tratta di una congiunzione o disgiunzione generalizzata. 105

• Se A ` B → C, alla fine di ogni ramo non chiuso passante per A si e aggiunge alla foglia una diramazione con due nodi ¬B e C, come nello schema: [B → C] . . . ↓ F ¬B C

• Se A ` ¬B e B non ha connettivi, non si fa nulla. e • Se A ` della forma ¬B e B ` ¬C, al fondo di ogni ramo non chiuso e e passante per A si appende alla foglia il successore C, come nello schema: [¬¬C] . . . ↓ F ↓ C • Se A ` della forma ¬B e B ` B1 ∨ B2 , alla fine di ogni ramo non chiuso e e passante per A si aggiungono alla foglia due nodi in serie ¬B1 e ¬B2 , come nello schema: [¬(B1 ∨ B2 )] . . . ↓ F ↓ ¬B1 ↓ ¬B2 con l’ovvia generalizzazione se B ` una disgiunzione generalizzata. e • Se A ` della forma ¬B e B ` B1 → B2 , alla fine di ogni ramo non e e chiuso passante per A si appendono alla foglia due successori in serie 106

B1 e ¬B2 , come nello schema: [¬(B1 → B2 )] . . . ↓ F ↓ B1 ↓ ¬B2 • Se A ` della forma ¬B e B ` B1 ∧ B2 , alla fine di ogni ramo non chiuso e e passante per A si aggiunge alla foglia una diramazione con due nodi ¬B1 e ¬B2 , come nello schema: [¬(B1 ∧ B2 )] . . . ↓ F ¬B1 ¬B2

Ovviamente se per il nodo in considerazione non passa alcun ramo non chiuso, non si fa nulla. Dalla formulazione ` chiaro che quando tutti i rami sono e chiusi il procedimento termina, anche se non tutte le proposizioni sono state considerate, e in tal caso l’albero si considera terminato e si dice chiuso. Non diamo le regole per il bicondizionale (esercizio) perch´ non sarebbero e altro che l’adattamento di quelle che derivano dal fatto che p ↔ q ` equivae lente a (p → q) ∧ (q → p). Lo stesso per ⊕, ma si preferisce eliminare prima questi connettivi (comunque si diano le regole per ⊕ esercizio), e questa ` e l’unica preparazione o trasformazione che si fa sulle proposizioni; altrimenti si prendono cos` come sono. ı !!! Si leggano con attenzione le regole, cogliendone tutte le informazioni e i vincoli: ad esempio, quando si lavora su di un nodo, si aggiungono proposizioni su tutti i rami passanti per quel nodo, ma non sugli altri. !!! 107

Esempio 1. Consideriamo la proposizione ¬((¬p ∨ q) ∧ p → q) che mettiamo nella radice dell’albero ¬((¬p ∨ q) ∧ p → q) 2. Lavorando su di esso, che ` la negazione di un condizionale, otteniamo e [¬((¬p ∨ q) ∧ p → q)] ↓ (¬p ∨ q) ∧ p ↓ ¬q 3. Lavorando su (¬p ∨ q) ∧ p otteniamo [¬((¬p ∨ q) ∧ p → q)] ↓ [(¬p ∨ q) ∧ p] ↓ ¬q ↓ ¬p ∨ q ↓ p 4. Lavorando prima su ¬q, senza alcun effetto, e poi su ¬p ∨ q [¬((¬p ∨ q) ∧ p → q)] ↓ [(¬p ∨ q) ∧ p] ↓ [¬q] ↓ [¬p ∨ q] ↓ p ¬p 108 q.

Non ` neanche necessario indicare che si sono presi in considerazione le e restanti proposizioni, perch´ il loro effetto ` nullo. L’albero ` chiuso, perch´ e e e e su uno dei sue due rami occorrono p e ¬p, e sull’altro occorrono q e ¬q. Se si deve interpretare come ` stato ottenuto un albero sviluppato, ` di e e aiuto che sia segnato a fianco di ogni proposizione l’ordine in cui ` stata presa e in considerazione, come in [¬((¬p ∨ q) ∧ p → q)]1 ↓ [(¬p ∨ q) ∧ p]2 ↓ [¬q]3 ↓ [¬p ∨ q]4 ↓ p ¬p Esempio ¬((p ∧ q) ∨ (¬p ∧ q) ∨ ¬q)1 ↓ ¬(p ∧ q)3 ↓ ¬(¬p ∧ q)4 ↓ ¬¬q2 ↓ q ¬p ¬¬p
chiuso

q.

¬q
chiuso

¬q

109

dove il ramo di destra con foglia ¬q non ` sviluppato con e ¬q ¬¬p ¬q

come dovrebbe essere per il lavoro su ¬(¬p ∧ q), perch´ il ramo ` gi` chiuso; e e a il ramo di sinistra non ` prolungato con e ¬¬p ↓ p perch´ anch’esso chiuso. e

8.2

Correttezza e completezza

Il primo problema con ogni algoritmo ` quello della terminazione, in partie colare per gli algoritmi di decisione; se l’algoritmo non si ferma sempre, con una risposta, dopo un numero finito di passi, non ci si pu` affidare ad esso o per decidere le questioni che interessano (nel senso di lanciarlo e stare ad aspettare). Lemma 8.2.1 (Terminazione) La costruzione dell’albero di refutazione inizializzato con una proposizione termina sempre in un numero finito di passi. Dimostrazione. Se ad ogni stadio si lavora su una proposizione di quelle che hanno altezza massima n tra quelle non ancora considerate, l’applicazione delle regole fa s` che dopo un numero finito di passi tutte quelle di altezza ı n siano state considerate, e l’altezza massima delle proposizioni non ancora considerate sia quindi < n. Infatti le proposizioni introdotte nell’albero con le regole hanno tutte altezza minore della proposizione che governa la regola, salvo il caso di B → C, per cui si introducono ¬B e C, e ¬B pu` avere la o stessa altezza di B → C (quando? esercizio); ma la successiva applicazione di una delle regole per proposizioni negate a ¬B, che si pu` eseguire subito, o la sostituisce con proposizioni di altezza minore. Anche se dunque nel corso del procedimento il numero di proposizioni nei nodi dell’albero cresce con il crescere dell’albero, diminuisce quello delle 110

proposizioni di altezza massima, e dopo un numero finito di passi ci saranno solo proposizioni di altezza minima, senza connettivi, non ancora considerate, e a quel punto il processo termina, se non ` terminato prima per la chiusura e dell’albero. 2 Quando si d` un metodo sintattico per rispondere a quesiti di natura a semantica (o un calcolo per risolvere un problema), si pone la questione, e la richiesta, della correttezza e completezza del metodo. Correttezza significa che le risposte che d` il metodo sono giuste, completezza significa che quando a la risposta c’` il metodo la d`, quella giusta. e a Qualche ambiguit` pu` sussistere quando le domande possibili sono dia o verse, e tuttavia collegate. Ad esempio per il fatto che Osservazione 8.2.2 Per ogni p, A ` una tautologia se e solo se ¬A ` insoddisfacibile e e ci si pu` porre come problema semantico sia il problema della verit` logo a ica sia il problema dell’insoddisfacibilit`. Un calcolo si pu` pensare sia a o come calcolo per stabilire la verit` logica sia come un calcolo per stabilire a l’insoddisfacibilit`. Scegliamo il metodo degli alberi di refutazione per il a problema dell’insoddisfacibilit`, e come risposta preferenziale affermativa la a chiusura dell’albero (un esito in generale pi` rapido e che non richiede ulteu riori elaborazioni); abbiamo allora Teorema 8.2.3 (Correttezza) Se l’albero di refutazione con radice A si chiude, allora A ` insoddisfacibile. e Dimostrazione 2 . Procediamo per contrapposizione dimostrando che se esiste un’interpretazione i che soddisfa A, allora a ogni stadio di sviluppo dell’albero esiste almeno un ramo tale che i soddisfa tutti le proposizioni del ramo. Allora l’albero non ` mai chiuso, perch´ se un ramo ` chiuso non tutte le sue e e e proposizioni possono essere vere in una stessa interpretazione. Allo stadio n, consideriamo un ramo σ le cui proposizioni siano tutte soddisfatte da i, e una proposizione B su di esso, quindi vera in i, e non
Per questo e per il successivo teorema diamo dimostrazioni complete, anche se, essendo per induzione, si potranno apprezzare solo in seguito. Si pu` tuttavia gi` cogliere o a ugualmente l’essenza del ragionamento e la ragione della validit` del risultato. a
2

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ancora considerata (se non ce ne sono, il lavoro su quel ramo ` terminato e senza che esso sia chiuso, e tale rimane alla fine, e l’albero finale non ` e chiuso). Se B ` una congiunzione, al ramo sono aggiunti due nodi che sono e anch’essi etichettati con proposizioni vere in i, e il ramo prolungato soddisfa, allo stadio successivo, la propriet` richiesta. Se B ` una disgiunzione B1 ∨B2 , a e 3 o il ramo σ B1 o il ramo σ B2 soddisfano la propriet` richiesta, a seconda a che B1 o B2 siano vere in i. Lo stesso vale per gli altri casi (esercizio). 2 Viceversa Teorema 8.2.4 (Completezza) Se A ` insoddisfacibile, l’albero di refue tazione con radice p si chiude. Dimostrazione. Dimostriamo che Lemma 8.2.5 Se l’albero non si chiude, allora per ogni ramo non chiuso e terminato esiste un’interpretazione i che soddisfa tutti le proposizioni del ramo, inclusa la radice. Dimostrazione del lemma. Sia σ un ramo non chiuso dell’albero terminato. Si definisca un’interpretazione i ponendo i(p) = 1 per ogni proposizione atomica p che occorre come nodo nel ramo σ, e i(p) = 0 per ogni proposizione atomica tale che ¬p occorre come nodo nel ramo σ. Si dimostra ora che ogni proposizione di σ ` vera in i. Supponiamo questo verificato per tutte le e proposizioni sul ramo che hanno un’altezza minore di un numero fissato n, e facciamo vedere che lo stesso vale per quelle di altezza n. Se B ` una e congiunzione B1 ∧ B2 , quando ` stata presa in considerazione B si sono e aggiunti come nodi del ramo sia B1 che B2 , che sono quindi in σ e hanno altezza minore di n e quindi si suppongono vere in i; dunque anche B ` vera e in i. Se B ` una disgiunzione B1 ∨ B2 , quando ` stata presa in considerazione e e B si sono aggiunti a tutti i rami passanti per B, incluso (quello che sarebbe diventato) σ, o B1 o B2 ; quindi una delle due ` su σ, e vera in i, quindi anche e B ` vera. Gli altri casi si trattano nello stesso modo. 2 2 e Se in un ramo terminato non chiuso manca una lettera che occorre nella radice, nel definire l’interpretazione si pu` dare ad essa il valore che si vuole; o ci` significa che al ramo ` associata pi` di una interpretazione. o e u
3

σ B1 ` il ramo prolungato con B1 ; la notazione ` quella della concatenazione di liste. e e

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L’esito complessivo dei teoremi di correttezza e completezza ` che il e metodo degli alberi prende in esame tutte le possibili strade per provare a definire interpretazioni, e se ce ne sono le fornisce tutte, e se non ce ne sono lo rivela. La dimostrazione delle propriet` di correttezza e completezza non prende a in considerazione l’ordine in cui si sviluppa l’albero. Il procedimento degli alberi di refutazione si pu` rendere deterministico fissando un ordine progreso sivo per le proposizioni introdotte e quelle da prendere in considerazione ma proprio il fatto che la dimostrazione ` indipendente dall’ordine permette di e vedere che la risposta dell’albero e le sue propriet` non dipendono dall’ordine a eventualmente fissato; lavorare su una proposizione prima che su di un’altra pu` modificare l’albero ma non la risposta finale; ogni mossa dipende solo o dalla proposizione in considerazione e non dalle altre presenti in altri nodi. Si pu` sfruttare questa circostanza (oltre che come si ` fatto nella dio e mostrazione della terminazione) per formulare utili regole euristiche, come quella di prendere in esame prima le proposizioni che si limitano ad allungare !!! i rami e non introducono diramazioni. Riassumendo Corollario 8.2.6 Per ogni A, A ` soddisfacibile se e solo se l’albero di refutazione con radice A non si e chiude mentre, nello spirito del controesempio, Corollario 8.2.7 Per ogni A, A ` una tautologia se e solo se l’albero di refutazione con radice ¬A si chiude. e Per la nozione di conseguenza logica, serve infine il Corollario 8.2.8 Per ogni A e B, |= A → B se e solo se l’albero di refutazione con radice ¬(A → B), o con radice A ∧ ¬B, si chiude. Si noti che ` indifferente avere nella radice ¬(A → B) oppure l’equivalente e A ∧ ¬B perch´ in entrambi i casi l’applicazione delle regole per la negazione e di un condizionale o per la congiunzione portano ad aggiungere alla radice 113

↓ A ↓ ¬B dopo di che si continua lavorando solo su A e su ¬B e loro sottoproposizioni. Si pu` addirittura partire con o A ↓ ¬B se interessa la domanda A |= B.

8.3

Forme normali

Gli alberi di refutazione permettono di ottenere altre informazioni sulle proposizioni a cui si applicano. Se A ` una proposizione soddisfacibile, e quindi e l’albero di refutazione con radice A non si chiude, una forma normale disgiuntiva di A si pu` ottenere nel seguente modo: per ogni ramo terminato o e non chiuso, si faccia la congiunzione di tutti i letterali che sono nodi del !!! ramo, quindi si faccia la disgiunzione di queste congiunzioni. Le propriet` a dimostrate della correttezza e della completezza garantiscono che questa disgiunzione ` proprio equivalente a A (esercizio). e Esempio ¬(p ∨ ¬q) ∨ q ∨ ¬(p → q) ↓ ¬(p ∨ ¬q) q ¬(p → q) ↓ ↓ ¬p p ↓ ↓ ¬¬q ¬q ↓ q.

114

L’albero non ` chiuso e la forma normale disgiuntiva della radice ` (¬p ∧ q) ∨ e e q ∨ (p ∧ ¬q); i tre modelli dati dai tre rami non chiusi sono i1 (p) = 0, i1 (q) = 1, i2 (q) = 1, i3 (p) = 1, i3 (q) = 0 dove il secondo sta per due interpretazioni, di cui una per` coincide con la o prima; rami diversi non danno necessariamente interpretazioni diverse. La !!! proposizione non ` una tautologia in quanto manca l’interpretazione i(p) = e i(q) = 0 tra i suoi modelli. Se l’albero per A si chiude, si sa che A ` una contraddizione e una forma e normale disgiuntiva si scrive direttamente. Dall’albero di A non si legge invece la forma normale congiuntiva di A; per ottenere questa, una via indiretta ` la seguente: si mette nella radice ¬A, !!! e si sviluppa l’albero per ¬A e si trova una forma normale disgiuntiva di ¬A. Quindi si nega questa premettendo una negazione, e si applicano le leggi di De Morgan. Poich´ l’albero terminato e non chiuso permette di leggere i modelli della e radice, per verificare che A ` una tautologia si pu` anche sviluppare l’albero e o con radice A, e controllare che ci siano alla fine 2n interpretazioni associate ai rami non chiusi, se A ha n lettere. Ma se la domanda ` se A sia una tautologia, e ` pi` conveniente impostare l’albero con ¬A, perch´ se la risposta ` positiva !!! e u e e essa arriva dalla chiusura dell’albero, in generale pi` in fretta dello sviluppo u integrale dell’albero con radice A.

8.4

Esercizi

1. Verificare con gli alberi di refutazione le leggi logiche del paragrafo 3.3.3. 2. Verificare con gli alberi di refutazione se le seguenti proposizioni sono tautologie, e se no indicare i controesempi: (p ∨ q) ∧ (r → ¬p) → (r → q) ((p → ¬p) ∧ (q → p)) → ¬q (p ∧ q) ∨ (¬p ∧ q) ∨ q 115

(p ∧ q) ∨ (¬p ∧ q) ∨ ¬q. 3. Verificare con gli alberi di refutazione che le seguenti proposizioni sono insoddisfacibili: ((p ∨ q) ∧ (¬p ∨ q) ∧ ¬q) → q (p → ¬q) ∧ (¬p ∨ q) (p → ¬q) ∧ ¬p ∧ q (p → ¬q) ∧ p ∧ q (p ∨ ¬q ∨ r) ∧ ¬r ∧ (¬p ∨ q) ∧ ¬p. 4. Trovare con gli alberi di refutazione la forma normale disgiuntiva e i modelli delle seguenti proposizioni: p ∧ q → (p → q) p ∧ q → (p → q ∧ r) (p → (q ∨ (p ∧ r))) ∧ (¬p ∧ (q → p)). 5. Con gli alberi di refutazione trovare la forma normale congiuntiva delle seguenti proposizioni: p ∧ q → (p → q ∧ r) (p ∨ q → r) ∧ ¬p → (p ∨ r) (p → (q ∨ (p ∧ r))) ∧ (¬p ∧ (q → p)).

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9

Variabili e quantificatori

Finora abbiamo considerato le variabili solo in relazione a formule contenenti una variabile x, a cui abbiamo associato, in ogni universo U , un insieme di verit`. La variabile sembrerebbe un elemento alieno del linguaggio che a compare solo nei simbolismi matematici, ma non ` cos` e ı. Gli insiemi di verit` si incontrano invero quasi solo in matematica, dove ` a e proprio tipico lo studio di insiemi definibili. Ad esempio dopo aver introdotto la definizione dei numeri primi ci si chiede come ` l’insieme dei numeri primi e (risulta che ` infinito), si elaborano algoritmi per trovare i suoi elementi, se e ne studiano sottoinsiemi. Tuttavia la definizione dei numeri primi - in simboli x > 1 ∧ (y |x → y = 1 ∨ y = x) - si pu` dare a parole: un numero ` primo se ` maggiore di 1 e un o e e numero che lo divide ` o 1 o il numero stesso. Il ruolo della variabile x ` svolto e e da “un numero”. Veramente nella definizione compare anche il riferimento ad y, con qualche ambiguit` nella frase in italiano, per la doppia occorrenza a di “un numero”, che tuttavia non ` fonte irrimediabile di confusione, grazie e alle potenzialit` espressive dei linguaggi naturali, che hanno altre soluzioni. a L’uso delle variabili corrisponde alla funzione nel linguaggio di diverse parole come “uno”, “chiunque”, “ogni, “qualche” e simili. I pronomi servono a formare nuove frasi collegando frasi che hanno un riferimento in comune; nella frase “se uno ha un amico, ` fortunato” si ine dividuano due proposizioni componenti “uno ha un amico” e “` fortunato”. e La seconda frase non presenta il soggetto, ma s’intende che ` lo stesso della e prima; si pu` ripetere (“uno ` fortunato”) oppure pi` spesso, in altri casi, si o e u deve precisare, con un indicatore che faccia capire pi` esplicitamente che il u soggetto ` lo stesso (ad esempio “egli”, “colui”, e simili). e Nella seconda di due frasi, il soggetto della prima pu` apparire come o oggetto, come in “se uno ` generoso, di lui tutti dicono bene”. e Anche per questo tipo di parti del discorso, si hanno molte versioni equivalenti, ciascuna con i suoi vantaggi e la sua convenienza, ad esempio “chiunque abbia un amico ` fortunato”, “coloro che hanno un amico sono fore tunati”; talvolta addirittura basta un’unica frase indecomponibile, come “i generosi sono lodati” per “coloro che sono generosi sono lodati”1 . Nei linguaggi simbolici moderni il ruolo dei pronomi ` svolto appunto e
1 La possibilit` di questa espressione ` all’origine di una diversa analisi del linguaggio, a e che ha portato alla prima logica formale della storia, nell’opera di Aristotele, come vedremo trattando i sillogismi.

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dalle variabili: “se x ha un amico, x ` fortunato”. L’uso delle variabili o e della loro versione con pronomi presenta tuttavia aspetti delicati. Nella frase “se uno ha un amico, uno ` fortunato” - oppure “se x ha e y come amico, x ` fortunato” - ci sono due tipi di “uno”, il primo “uno” e soggetto, presente tacitamente anche come soggetto di “` fortunato”, e il e 2 secondo “un” di “ha un amico” . Il primo “uno” significa “chi”, “chiunque”, il secondo significa “qualche”. La stessa parola “uno”, e le corrispondenti variabili x e y possono cio` avere sia un senso universale che uno particolare. e Anche se il senso della frase ` ovvio, si pu` dire meglio “chiunque abbia e o qualche amico ` fortunato”. La variet` di costrutti linguistici disponibili e a ha la funzione di evitare possibili ambiguit` in altre frasi di non immediata a decifrazione. Un esempio di frase ambigua, se presa isolatamente, ` “uno che segue il e corso di Logica si addormenta”. Il professore spera che voglia solo dire che si conosce uno studente che tende ad addormentarsi, ma magari gli studenti intendono che tutti si addormentano sempre. L’uso delle variabili da sole non risolve le ambiguit`, anzi le potrebbe a accrescere, se vengono a mancare le differenze di significato dei pronomi specifici; in “se x ha y come amico, x ` fortunato”, se y fosse presa in senso e universale, come la x, allora la frase significherebbe che chi ` amico di tutti e ` fortunato, che ` discutibile, piuttosto ` un santo. e e e La stessa analisi si pu` svolgere sul precedente esempio della definizione o di numero primo. Un altro esempio ` il seguente: nelle due frasi di argomento aritmetico e un numero moltiplicato per se stesso d` 1 a e un numero sommato al suo opposto d` 0 a “un numero” ` da intendersi in modo diverso; nel primo caso l’unico numero e con quella propriet` ` 1, e la frase potrebbe essere una sua descrizione esae trapolata dal contesto, o un indovinello: “quale ` . . . ?”; nel secondo caso e “un numero” significa “qualunque numero”.
Non c’` differenza tra “uno” e “un”; si potrebbe dire in entrambi i casi “una persona”, e ristabilendo l’uniformit`. A seconda del contesto, “uno” pu` essere reso da “una cosa”, a o “uan persona”, “un numero”, “un Tizio” e simili varianti inessenziali.
2

118

La differenza si coglie se si formalizza, la prima frase con x · x = 1 e la seconda con x + (−x) = 0, ma non basta, si devono considerare gli insiemi di verit`. L’insieme di verit` di x · x = 1 ` {−1, 1}, mentre l’insieme di verit` a a e a della seconda formula ` dato da tutti i numeri. e Tuttavia usare la x e calcolare gli insiemi di verit` per capire il senso a richiede del lavoro, e spesso non ` nemmeno sufficiente. e Supponiamo di stare ragionando su questioni di aritmetica, e di voler ad esempio dimostrare che se un numero ` pari, il suo successore ` dispari. e e Il primo passo della versione aritmetica ` quello di scrivere: e se x ` pari, allora x + 1 ` dispari. e e Questa abbiamo visto che ` una delle funzioni delle variabili3 , quella di indie care un elemento generico. Quindi occorre sostituire i termini tecnici con le loro definizioni, continuando con se x ` divisibile per 2, allora x + 1 non ` divisibile per 2. e e La frase “x ` divisibile per 2” significa che esiste un numero (indicato con y, e perch´ non lo conosciamo, e non possiamo conoscerlo se non conosciamo x, o e finch´ non conosciamo x4 ) che moltiplicato per 2 d` x, o x = 2y; ma questa e a formula ` da intendere nel senso che x ` uguale a 2 moltiplicato per qualche e e y, non che x ` uguale a 2 moltiplicato per tutti i numeri. La sola scrittura di e y non basta a chiarire. La frase successiva “x + 1 ` dispari” infatti, resa da x + 1 = 2z, ` diversa, e e significa che tutti i numeri z moltiplicati per 2 sono diversi da x + 1. In italiano, si direbbe correttamente: se per qualche y si ha x = 2y, allora per nessun z si ha x + 1 = 2z. Nel gergo matematico, si scrive se x = 2y, allora x + 1 = 2z,
L’abbiamo gi` considerata nell’introduzione al paragrafo 7.1, col passaggio da “un a numero” a “m”. 4 Non possiamo dire che y ` x/2 perch´ a rigore non abbiamo l’operazione di divisione, e e se stiamo considerando solo i numeri naturali, anche se questa possibilit` di espressione, a ` comoda, quando ` disponibile; in generale per` y non ` una funzione esplicita di x. e e o e
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119

ma le variabili non rendono la duttilit` delle parole che indicano se si parla a di uno, qualcuno o tutti. S’impone di nuovo una standardizzazione, nei linguaggi formali. Si introducono due simboli che si chiamano quantificatori , rispettivamente universale ∀ ed esistenziale ∃, e questi segni si premettono alle formule con variabili per segnalare che, nel loro raggio d’azione determinato dalle parentesi, le variabili stesse devono essere intese nel senso di “tutti” ovvero nel senso di “qualcuno”. La frase precedente diventa allora ∃y(x = 2y) → ∀z(x + 1 = 2z). Vero ` che questi segni devono essere eliminati per svolgere le dimostrazioni e che richiedono manipolazioni algebriche di formule, e si dovr` arrivare a a x = 2y → x + 1 = 2z, ma l’aver scritto i quantificatori aiuta a ricordare come devono essere trattate le variabili. In questo caso, dato x, anche y ` determinato e fissato (ancorch´ sconoscie e uto, vedi nota precedente); x + 1 = 2z ` un’affermazione relativa a tutti gli z e (a tutti i numeri da pensare presi come valori di z) e va dimostrato come si dimostrano le affermazioni universali, riferite a z. Ad esempio per assurdo, oppure per induzione, tecnica che vedremo in seguito. Si noti che anche in italiano si passa spesso, nei ragionamenti, da frasi che contengono i quantificatori “qualche”, “tutti”, o equivalenti, a frasi con “uno”, o equivalenti, vale a dire di quelle che prese isolatamente sarebbero ambigue. Ad esempio, per giustificare l’affermazione “chi segue il corso di Logica non impara niente” si potrebbe argomentare nel seguente modo, prima eliminando un quantificatore universale e infine ripristinandolo: chiunque segue il corso di Logica (prima o poi) si addormenta; uno che segue il corso di Logica si addormenta; uno che si addormenta perde qualche spiegazione; uno che perde una spiegazione non capisce neanche il resto; quindi uno che segue il corso di Logica non capisce la materia, quindi, come volevasi dimostrare, tutti quelli che seguono il corso di Logica non imparano niente. Vedremo in seguito l’organizzazione in un formato standard di queste mosse logiche. I quantificatori si tolgono nel corso di un argomento per poter lavorare solo a livello proposizionale o algebrico; tale eliminazione ` soggetta a precisi e vincoli che vedremo. Nelle definizioni invece occorre scrivere tutti i necessari 120

quantificatori nel modo corretto; non ` lecito ometterne alcuni; la definizione e di “x ` primo” ` e e “x ` primo” se e solo se x > 1 ∧ ∀y(y | x → y = 1 ∨ y = x). e o pi` esplicitamente u “x ` primo” se e solo se x > 1 ∧ ∀y(∃z(y · z = x) → y = 1 ∨ y = x). e Lo stesso rigore occorre quando si vuole fare un’affermazione il cui senso deve essere esplicito e netto. La frase “uno che ha un amico ` fortunato” e diventa, schematizzata, ∀x(∃yA(x, y) → F (x)). Per spiegare come ci arriva, dobbiamo introdurre i simboli dei linguaggi predicativi, spiegando come sono analizzate e costruite ora le frasi simboliche, non solo come composizione proposizionale di frasi pi` semplici ma anche u grazie ai legami stabiliti dalla presenza di soggetti o complementi in comune, quindi rappresentando la struttura interna delle frasi atomiche.

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10
10.1

Linguaggi predicativi
Alfabeto

Le frasi elementari nel linguaggio naturale sono di diverso tipo, ma in tutte si pu` individuare un soggetto, un verbo e un complemento (eventualmente o pi` soggetti e pi` complementi, o nessuno). I verbi possono essere transitivi u u o intransitivi, ed esprimere azioni o stati. Si possono tutti standardizzare nella forma della attribuzione di una propriet`, o di un predicato, o di uno stato a uno o pi` termini. Questo cora u risponde se si vuole ad avere un solo verbo, la copula “essere”, nelle due versioni “essere qualcosa” per i verbi intransitivi e “essere nella relazione . . . con” per i verbi transitivi: “Giovanni dorme” pu` diventare “Giovanni ha la o propriet` (la caratteristica) di stare dormendo”, o “Giovanni ` dormiente”; a e “Giovanni sta dormendo” significa che Giovanni ` nello stato di sonno; “Gioe vanni possiede un Piaggio 50” diventa “la relazione di possesso sussiste tra Giovanni e un Piaggio 50”, o meglio “la relazione di possesso sussiste tra Giovanni e una cosa, e questa cosa ` un Piaggio 50”; “Giovanni ama Maria”, e cos` come “Maria ` amata da Giovanni”1 , vuol dire che la relazione di amore ı e sussiste tra Giovanni e Maria (ma non necessariamente tra Maria e Giovanni, perch´ la relazione di amore non ` simmetrica). e e Le frasi matematiche elementari, uguaglianze e disuguaglianze, “` uguale e a”, “` minore di”, rientrano in questa tipologia. Cos` quelle insiemistiche con e ı “appartiene a”, cio` “` un elemento di”. e e I soggetti e gli oggetti non sono denotati solo da nomi propri, ma anche da descrizioni, o da pronomi. Ad esempio oltre ai nomi propri, come “Giovanni” e “2”, si possono avere descrizioni come “il padre di Giovanni”, “il presidente della Repubblica”, “la radice quadrata di 2”. Tali descrizioni coinvolgono funzioni, quando sono univoche, come nei precedenti esempi2 . Chiamiamo funzione “il padre di . . . ” in analogia a quello che ` “la radice di . . . ”. e Si introducono perci` simboli per designare predicati, e altri per costruire o termini, che corrispondono alle descrizioni. Useremo preferibilmente le lettere P , Q, R, . . . per predicati, le lettere f , g, . . . per funzioni, le lettere a, b, c, . . . per costanti (corrispondenti dei nomi propri), le lettere x, y, . . . per variabili, con o senza indici.
La distinzione tra forma attiva e passiva ` inessenziale. e Per “padre” non ` un controesempio alla funzionalit` la famosa Lola, figlia di cento e a padri e una madre sola.
2 1

122

Tuttavia la rappresentazione grafica dei simboli non ` rigida, per comodit` e a di traduzione si possono anche usare altre lettere, come le iniziali delle parole italiane (A per “essere amici”), o addirittura complessi di lettere o parole intere, magari in caratteri particolari, come amici(x, y). Quando non si ha una funzione che indica un individuo, come in “il figlio di Tizio” - a meno che non si sappia che Tizio ha un solo figlio - la descrizione non ` univoca; sarebbe meglio dire “uno dei figli di Tizio”, e si pu` prevedere e o che l’espressione corretta richieda giri di frase pi` complicati, con variabili u (“uno”), che sono tuttavia possibili con un alfabeto del tipo descritto: “figlio di . . . ” ` una relazione. Una frase come “Maria ama un figlio di Giovanni” e diventa “Maria ama uno , e quest’uno ` figlio di Giovanni”. e Per ottenere i linguaggi predicativi, all’alfabeto costituito dai connettivi e dalle parentesi si aggiungono dunque le variabili, con i due quantificatori, e simboli di predicato, di funzione e di costante. Le variabili sono disponibili in quantit` illimitata, anche se ogni volta se ne utilizzeranno solo un numero a finito. Gli altri simboli differiscono da linguaggio a linguaggio, possono anche mancare, anche se almeno un simbolo di predicato deve sempre essere presente.

10.2

Termini e formule

La struttura di base di un’affermazione atomica ` l’attribuzione di un predie cato a uno o pi` termini. Ogni (simbolo di) predicato ha un numero fisso di u posti; i predicati a un posto, o monadici, sono anche detti propriet` ; quelli a a pi` di un posto relazioni . Se t1 , . . . , tn sono termini, non necessariamente u distinti3 , si scriver` a P (t1 , . . . , tn ) a indicare che il predicato P (o pi` precisamente la propriet` P se n = 1, o u a la relazione P se n > 1) sussiste per gli individui denotati dagli n termini. I termini sono le costanti, le varibili, e se f ` un simbolo di funzione a n e posti, e t1 , . . . , tn sono n termini, non necessariamente distinti, f (t1 , . . . tn ) ` e un termine. I termini chiusi sono i termini che non contengono variabili. !!!
Si potrebbe anche dire: “data una n-upla di termini”, dove le componenti di una n-upla non sono necessariamente distinte.
3

123

Quando si trattano argomenti matematici, si usano le convenzioni a cui si ` abituati, di scrivere i simboli delle operazioni usuali4 in mezzo ai termini, e laddove la notazione funzionale preferisce mettere il simbolo di funzione davanti; la stessa notazione infissa si adotta per le relazioni =, < e ≤. Esempio Supponiamo di avere una costante 0 e un simbolo funzionale a un argomento, indicato con ; scriveremo x per (x) e quindi x per (x ) , . . . I termini sono 0, x, y, . . . per tutte le variabili 0 , x , y , ... 0 ,x ,y ,... ... L’insieme degli infiniti termini pu` essere enumerato in una successione unica, o ad esempio 0, 0 , x, 0 , x , y, 0 , x , y , z, . . . Il criterio che guida l’enumerazione ` quello, dopo il primo passo iniziale 0, 0 , e di introdurre una nuova variabile, aggiungere un apice ai termini precedenti, e ricominciare con una nuova variabile. L’insieme dei termini distribuito in una matrice infinita viene percorso secondo le diagonali:

0 0 0 0 . . .

x x x

y y y

z ... ...

...

U U   c   U  

U  

4 In aritmetica e algebra si parla preferibilmente di operazioni, ma sono la stessa cosa delle funzioni. Qualche volta il segno di moltiplicazione non si scrive.

124

Se le variabili sono indicate con t2 , t3 , . . . , e 0 con t1 , si pu` determinare o
m

esplicitamente con operazioni aritmetiche il posto di tn . . . , in funzione di n ed m5 . L’enumerazione per diagonali della matrice infinita i cui posti sono individuati dalla riga n-esima e dalla colonna m-esima dimostra che N × N ` in !!! e corrispondenza biunivoca con N. I termini 0, 0 , 0 , . . . sono quelli che denotano i numeri naturali. Talvolta si pensa che ci sia a disposizione una costante diversa per ogni numero naturale, perch´ si pensa a 0, 1, 2, 3, . . . , ma le cifre distinte sono solo dieci. Gli e altri numeri sono denotati da termini chiusi, quelli che si possono formare con la rappresentazione posizionale. Pensare di disporre di infinite costanti ` possibile teoricamente, ma non ` realizzabile in concreto. e e Se ` presente anche un solo simbolo di funzione a due argomenti l’insieme e dei termini ` molto pi` complicato. e u Esercizio. Si elenchi l’insieme dei termini chiusi del linguaggio che ha le costanti 0 e 1 e il simbolo di operazione binaria +. Le versioni formali delle frasi saranno chiamate formule, in analogia alle formule matematiche. Le formule sono definite nel seguente modo: 1 Se P ` un predicato a n posti e t1 , . . . , tn termini, (P (t1 , . . . , tn )) ` una e e formula. 2 Se A ` una formula, anche (¬A) lo `. e e 3 Se A e B sono formule e • un connettivo binario, anche (A • B) ` una e formula. 4 Se A ` una formula, e x una variabile, anche (∀xA) e (∃xA) sono formule. e Le parentesi si riducono con le stesse convenzioni viste per le proposizioni, dove ora i quantificatori sono al primo posto nell’ordine di priorit`, insieme a alla negazione (se adiacenti, si procede prima dall’interno, o da destra verso sinistra, come gi` per la negazione nel linguaggio proposizionale). a
5

Esercizio, dopo il principio di induzione.

125

Esempio ∃xP (x) ∧ ∃y¬Q(y) → ¬∃x∃yR(x, y) rimettendo le parentesi, non intorno alle formule atomiche e la coppia esterna, diventa ∃xP (x) ∧ ∃y¬Q(y) → ¬∃x(∃yR(x, y)) ∃xP (x) ∧ ∃y¬Q(y) → ¬(∃x(∃yR(x, y))) ∃xP (x) ∧ ∃y¬Q(y) → (¬(∃x(∃yR(x, y)))) ∃xP (x) ∧ ∃y(¬Q(y)) → (¬(∃x(∃yR(x, y)))) ∃xP (x) ∧ (∃y(¬Q(y))) → (¬(∃x(∃yR(x, y)))) (∃xP (x)) ∧ (∃y(¬Q(y))) → (¬(∃x(∃yR(x, y)))) ((∃xP (x)) ∧ (∃y(¬Q(y)))) → (¬(∃x(∃yR(x, y)))) da cui si vede la struttura, che ` quella di un condizionale con l’antecedente e che ` una congiunzione e il conseguente che ` una negazione; ∧, → e ¬ cole e legano tra loro formule quantificate (che iniziano con un quantificatore). Per le formule si possono costruire gli alberi sintattici individuando il segno logico principale, che ora pu` essere un connettivo oppure un quantifio catore, per le formule del tipo (∀xA) e (∃xA). Nei nodi dell’albero sintattico di una formula occorrono le sottoformule della formula stessa. L’albero per ∃xP (x) ∧ ∃y¬Q(y) → ¬∃x∃yR(x, y) ` il seguente: e ∃xP (x) ∧ ∃y¬Q(y) → ¬∃x∃yR(x, y) ∃xP (x) ∧ ∃y¬Q(y) ∃xP (x) ↓ P (x) ∃y¬Q(y) ↓ ¬Q(y) ↓ Q(y) ¬∃x∃yR(x, y) ↓ ∃x∃yR(x, y) ↓ ∃yR(x, y) ↓ R(x, y).

Esempi 1. Tipiche formule atomiche di argomenti aritmetici e algebrici sono x − 1 = 0, x · y + x = x · (y + 1), x + (y + z) = (x + y + z), x < x + 1, e in generale t1 = t2 e t1 ≤ t2 o t1 < t2 dove t1 e t2 sono termini.

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2. Le identit` booleane sono altri esempi di formule atomiche, ma si sono a anche incontrate altre formule pi` complesse del linguaggio insiemistico, u ad esempio le definizioni ∀x(x ∈ X ∩ Y ↔ x ∈ X ∧ x ∈ Y ) X ⊆ Y ↔ ∀x(x ∈ X → x ∈ Y ) o teoremi come ∀x(x ∈ X → x ∈ X ∨ x ∈ Y ), che prima avevamo scritto senza quantificatori universali per l’abitudine che c’` nell’esposizione matematica di ometterli quando si tratta di e identit` (cio` di formule valide per ogni x). a e In queste formule X, Y, . . . non sono variabili, ma simboli predicativi a un posto; x ∈ X ` una scrittura alternativa per la notazione predicativa e 6 X(x) . 3. La frase “chi ha un amico ` fortunato”, ` formalizzata con l’enunciato e e ∀x(∃yA(x, y) → F (x)) dove A ` un simbolo di relazione binaria, che sta per “essere amici”, e e A(x, y) per “x e y sono amici”, F un simbolo di propriet` che significa a “essere fortunato”, e F (x) per “x ` fortunato”. e 4. “Giovanni possiede un Piaggio 50” ` formalizzata dall’enunciato e ∃x(P1 (g, x) ∧ P2 (x)), dove g ` una costante, che sta per “Giovanni”, P1 una relazione binaria, e P1 (x, y) significa “x possiede y”, e P2 la propriet` di essere un Piaggio a 50.
Si pu` anche considerare ∈ come un simbolo di relazione tra insiemi, quando si studiano o questioni pi` avanzate che coinvolgono insiemi di insiemi, insiemi i cui elementi sono u insiemi, e non si fa una distinzione logica tra individui ed insiemi; tutte le variabili variano su insiemi e si possono trovare formule come x ∈ y ∧ y ∈ z.
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127

5. “Maria ama il figlio di Giovanni” ` formalizzata da e A(m, f (g)) dove m e g sono costanti, m per “Maria” e g per “Giovanni”, ed f un simbolo funzionale per “il figlio di . . . ”. 6. “Maria ama un figlio di Giovanni” ` formalizzata da e ∃x(A(m, x) ∧ F (x, g)) dove F ` un simbolo relazionale a due posti, e F (x, y) sta per “x ` figlio e e di y”. 7. “Maria ama i figli di Giovanni”, che significa che Maria ama tutti i figli di Giovanni, si formalizza con ∀x(F (x, g) → A(m, x)) e non con ∀x(A(m, x) ∧ F (x, g)); questa significa che tutti sono figli di Giovanni, e che Maria li ama tutti; il che implica che Giovanni sia Dio, e forse Maria la Madonna. La frase “Maria ama uno che ` figlio di Giovanni”, che significa “Maria e ama uno, e questi ` figlio di Giovanni”, che corrisponde a A(m, x) ∧ e F (x, g), potrebbe essere interpretata in modo ambiguo, ad esempio rivoltandola in “uno ` figlio di Giovanni, Maria lo ama”; ma questa e non va confusa con “uno che ` figlio di Giovanni, Maria lo ama” che va e resa da F (x, g) → A(m, x) (si veda il paragrafo 10.5 sui quantificatori ristretti). 8. La frase “dati due numeri, uno minore dell’altro, esiste un terzo numero compreso tra i due”, vera nel campo reale, pu` essere resa da o ∀x∀y(x < y → ∃z(x < z ∧ z < y)). La congiunzione x < z ∧ z < y si pu` abbreviare, secondo l’uso matemo atico, con x < z < y. ` Il complesso ∀x∀y . . . si legge “per ogni x e per ogni y . . . ”. E anche !!! 128

lecito abbreviare con ∀x, y . . . , cos` come ∃x∃y . . . con ∃x, y . . . . ı Non esiste un quantificatore che quantifichi sulle coppie; ci si comporta come se la frase fosse “dato un primo numero e dato un secondo numero . . . ”. Ma “un primo” e “un secondo” servono solo a facilitare l’espressione, si sarebbe potuto dire anche “dato un numero e dato un numero . . . ”, con qualche difficolt` nel seguito per i riferimenti approa priati. Si faccia attenzione che neanche la presenza di “due” vuol dire che i numeri devono essere considerati diversi; tale forma comune di espressione distingue il modo, il momento in cui i numeri sono presentati, o pensati, ma non ` escluso che si presenti lo stesso numero due e volte. Le parole “un primo”, “un secondo”, . . . , o “Tizio”, “Caio”, . . . sono quelle che corrispondono alle diverse variabili di un linguaggio matematico o logico; le variabili corrispondenti potrebbero essere indicate con x1 , x2 , . . . ; anche x1 e x2 (o x e y) come variabili sono diverse ma, pren- !!! dendo tutti i valori, possono anche prendere un valore uguale. Se si dice “dati due numeri esiste la loro somma” - formalmente ∀x∀y∃z(z = x + y) - non si eslcude che esista x + x, anzi lo si comprende. “Dati due numeri” significa “fatta due volte la scelta di un numero”, e le scelte possono cadere sullo stesso numero. Quando tuttavia si mette la condizione “uno minore dell’altro”, allora si esclude che possano essere uguali perch` la relazione “minore di” non e ` riflessiva. Tuttavia lo si esclude solo attraverso una deduzione, non e con la semplice scrittura: se x e y denotano lo stesso numero, e bisogna considerare anche questo caso, x < y → ∃z(x < z ∧z < y) ` soddisfatta e come condizionale con valori falso-falso. Con “un terzo” di nuovo si vuol dire semplicemente “un numero”, e che sia diverso dai primi due segue automaticamente se “compreso” significa “strettamente compreso”, altrimenti, se fosse inteso come ≤ allora potrebbe anche essere uguale a uno dei due; non ` questo il senso e della frase, che vuole esprimere la densit` dell’ordine dei numeri reali a - e anche dei razionali. Se nella stessa formula il segno di relazione ` e interpretato su di una relazione riflessiva, come ∀x∀y(x ≤ y → ∃z(x ≤ z ∧ z ≤ y)), o pi` in generale u 129

∀x∀y(R(x, y) → ∃z(R(x, z) ∧ R(z, y))) ∧ ∀xR(x, x), allora la formula ` banalmente vera per ogni relazione7 . e 9. La frase “dati due numeri diversi tra loro, esiste un numero che ` proe priamente compreso tra i due numeri dati” si rappresenta con ∀x∀y(x = y → ∃z(x < z < y ∨ y < z < x)). La frase tra parentesi ` soddisfatta da tutti gli x e y, anche quando e x = y, perch´ allora l’antecedente ` falso. e e 10. La frase “ogni numero positivo ha una radice quadrata”, vera nei reali, si rappresenta come ∀x(0 < x → ∃y(x = y 2 )). 11. La frase “esistono due numeri primi consecutivi” si rappresenta con ∃x∃y(x = y + 1 ∧ pr(x) ∧ pr(y)), dove pr(x) ` un’abbreviazione per la definizione di “x ` primo” gi` vista e e a x > 1 ∧ ∀z(∃u(z · u = x) → z = 1 ∨ z = x). Che i numeri siano due non risulta dallo scrivere ∃x∃y ma da x = y + 1 che implica x = y; infatti si potrebbe anche scrivere: ∃x(pr(x) ∧ pr(x + 1)), dando per scontato (vedremo che si tratta di un assioma dei numeri naturali) che x = x + 1 e i numeri sono due.

Con “banalmente” s’intende che dati x e y come z si pu` prendere o x o y, e la formula o non ci d` veramente informazioni. a

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130

10.3

Variabili libere e vincolate

La clausola 4 della definizione del linguaggio predicativo8 ` la clausola nuova, e rispetto al linguaggio proposizionale. In una formula del tipo (∀xA), o (∃xA), A si chiama raggio d’azione del primo quantificatore universale, o rispettivamente esistenziale. Tutte le occorrenze di x all’interno del raggio d’azione vanno intese in senso o universale, o rispettivamente esistenziale. Naturalmente in (∀xA) fuori dal raggio d’azione del primo quantificatore non c’` nulla, ma si potrebbe costruire (∀xA) ∧ B. e Per le occorrenze di x al di fuori del raggio d’azione del quantificatore, se non cadono dentro al raggio d’azione di un altro quantificatore, il senso in cui vanno interpretate non ` determinato. L’interpretazione di tutta la formula e allora ` ambigua, o necessita di ulteriori precisazioni per essere compresa. e Ad esempio ∀x(x2 + 1 > 0), che si legge “per tutti gli x, x2 + 1 > 0”, ha un senso compiuto, ` l’affermazione di un fatto, e in particolare ` vera in e e tutti i domini numerici usuali ordinati; nella formula (∀x(x2 + 1 > 0)) ∧ x < 0 invece l’ultima x ` indeterminata, non cadendo nel raggio d’azione di nessun e 9 quantificatore . Si pu` studiare l’insieme di verit` associato; nell’universo dei o a reali, per esempio, tale insieme ` l’insieme dei numeri negativi; nell’universo e dei naturali, ` vuoto. La prima parte ∀x(x2 + 1 > 0) della congiunzione ` e e vera in entrambi i casi e non contribuisce nulla alla delimitazione dell’insieme di verit`. a In ∀x(x2 + 1 > 0) ∧ ∃x(x < 0) l’ultima occorrenza di x cade nel raggio d’azione di ∃x, e si ha la congiunzione di due formule che corrispondono entrambe ad affermazioni di senso compiuto, vere negli interi, razionali o reali, mentre la seconda ` falsa nei naturali. e Le occorrenze di una variabile entro il raggio d’azione di un quantificatore relativo a quella variabile si dicono vincolate dal quantificatore (e cos` pure la ı x adiacente a ∀ in ∀x o a ∃ in ∃x, che spesso non viene neanche menzionata); altrimenti si dicono libere.
Con “linguaggio” s’intende talvolta il complesso di alfabeto, regole sintattiche e nozioni semantiche, altre volte semplicemente l’insieme delle formule (o delle proposizioni per il linguaggio proposizionale). 9 Abbiamo messo ancora le parentesi esterne a (∀x(x2 + 1 > 0)) perch´ fosse chiaro dove e finisce il raggio d’azione del quantificatore universale.
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131

Se si vuole mettere in evidenza che la formula A contiene occorrenze libere di x si scrive A(x), se contiene occorrenze libere di x e di y A(x, y). Qualche volta si dice brevemente che x ` libera in A per dire che in e A vi sono occorrenze libere di x, o che x ` vincolata per dire che vi sono e occorrenze vincolate, ma bisogna fare attenzione che allora come abbiamo visto una variabile pu` essere sia libera sia vincolata in una formula. o Le formule in cui non ci sono occorrenze libere di variabili si dicono enunciati . Sono le formule per cui ha senso chiedere se sono vere o false (una volta fissata l’interpretazione con il dominio di discorso). Le formule che non sono enunciati non esprimono frasi, piuttosto definiscono insiemi, o relazioni, a seconda di quante variabili libere hanno. Un’altra loro funzione ` quella di intervenire nel procedimento per dee cidere se gli enunciati sono veri o falsi. In ∀x(x2 + 1 > 0) ∧ x < 0 le prime due occorrenze di x sono vincolate; la terza ` libera. e In ∀x(x2 + 1 > 0) ∧ ∃x(x < 0) tutte le occorrenze della x sono vincolate, ma le prime due dal quantificatore universale, le altre dal quantificatore esistenziale. Un quantificatore pu` cadere entro il raggio d’azione di un altro quantifio catore, come si ` visto in diversi esempi. e Ma un quantificatore relativo a una variabile x pu` anche cadere entro il !!! o raggio d’azione di un altro quantificatore relativo alla stessa x. Ad esempio, dopo aver considerato la formula del tipo p(x), con una variabile x che occorre libera: ∀x(x2 + 1 > 0) ∧ x < 0 nel dominio degli interi, e aver verificato che il suo insieme di verit` non ` a e vuoto, si ottiene un enunciato vero premettendo ∃x. Infatti Vp(x) = ∅ se e solo se ∃x(x ∈ Vp(x) ) se e solo se ∃xp(x). Ma allora si ottiene l’enunciato ∃x(∀x(x2 + 1 > 0) ∧ x < 0), che richiede di essere letto con attenzione. Quando nella costruzione di una formula si premette ad A un quantificatore con la variabile x, questo quantificatore vincola tutte le occorrenze di x che sono libere in A, e solo quelle. 132

Proprio per come ` stato ottenuto, ` chiaro che il quantificatore esistenziale e e nell’esempio vincola l’occorrenza di x che prima era libera, cio` l’ultima, e e solo quella. L’azione del quantificatore esistenziale premesso ∃x scavalca la !!! parte . . . in ∀x(x2 + 1 > 0)∧ x < 0, dove non ci sono occorrenze libere di x, per agire su x < 0 dove x occorre libera. Le occorrenze vincolate di x in . . . , essendo gi` vincolate, sono a insensibili all’azione di un altro quantificatore. In effetti, ` come se fosse e scritto ad esempio ∀z(z 2 + 1 > 0) ∧ x < 0, e si ottenesse perci` o ∃x(∀z(z 2 + 1 > 0) ∧ x < 0), che ` un modo di scrivere l’enunciato pi` chiaro, ed equivalente. Se si legge la e u frase in italiano si vede bene che non c’` interferenza tra le occorrenze libere e e vincolate di x, perch´ si possono usare locuzioni diverse; “esiste un numero e tale che, mentre ogni numero elevato al quadrato e aumentato di 1 ` maggiore e 10 di 0, lui ` negativo” . Ancor meglio, conviene leggere: “mentre ogni numero e elevato al quadrato e aumentato di 1 ` maggiore di 0, esiste un numero che e ` negativo”. Infatti un altro modo di evitare difficolt` interpretative ` quello e a e di andare a piazzare il nuovo ∃x dove ` richiesto, cio` scrivendo e e ∀x(x2 + 1 > 0) ∧ ∃x(x < 0). Vedremo in seguito che tali trasformazioni equivalenti sono legittime. Infine un quantificatore relativo ad una variabile x si pu` premettere ano che a una formula che non contenga alcuna occorrenza di x libera, ad esempio ∃x∀y(y 2 + 1 > 0) o anche ∃x∀x(x2 + 1 > 0) o ∀x(y < 0). La definizione di “formula” non lo esclude11 . In questi casi l’effetto del primo quantificatore ` nullo, la sua presenza superflua, e la formula ottenuta equivalente a quella e originaria.
Si ` usato qui “mentre” come congiunzione, per sottolineare la non connessione tra le e due parti della frase. 11 Non lo esclude perch´ sarebbe stato complicato inserire la condizione sulle occorrenze e libere nella definizione stessa iniziale.
10

133

10.4

Interpretazioni

Le formule matematiche presentate negli esempi del paragrafo 10.2 possono essere interpretate in diversi domini numerici; alcune sono vere negli uni e false negli altri. La possibilit` di diverse interpretazioni ` ancora pi` evidente a e u in formule del tipo ∀x(∃yA(x, y) ↔ F (x)), dove ci sono simboli predicativi A e F che non hanno un’interpretazione nemmeno nell’uso comune (come ` il e caso dei simboli matematici), e questa ` la caratteristica della logica formale. e ∀x(∃yA(x, y) ↔ F (x)) pu` essere interpretato nell’universo delle persone, o e significare che chi ha un amico ` felice, e solo se ha un amico - se A e F sono e interpretati in questo modo12 ; ma lo stesso enunciato pu` essere interpretato o nei numeri naturali, usando A(x, y) per “x ` divisibile per y con quoziente e maggiore di 1 e minore di x” e F (x) per “x ` un numero composto”, e e l’enunciato ` vero in questa intepretazione. e Prima di chiedersi se un enunciato ` vero o no occorre precisare quale e interpretazione si ha in mente, vale a dire innanzi tutto quale sia l’universo del discorso, che deve essere un insieme non vuoto U ; quindi si devono stabilire le relazioni e funzioni su questo insieme che corrispondono ai simboli predicativi e funzionali che occorrono nell’enunciato. Se ci sono costanti, bisogna fissare gli elementi di U di cui le costanti sono nomi. Dare un’interpretazione significa conoscere gli insiemi definiti dalle loro formule atomiche, o i loro insiemi di verit`13 a Dare un’interpretazione comporta anche in particolare di determinare quali elementi denotano le costanti e tutti i termini chiusi, e se questi elementi stanno o no nelle relazioni in esame, e quindi se gli enunciati atomici sono veri o no. Un enunciato privo di quantificatori, ma contenente connettivi, ad esempio 1 = 1 + 0 ∨ 1 = 1 ` vero in un’interpretazione U se assume e il valore 1 quando sia considerato come una proposizione costruita a partire dagli enunciati atomici, ai quali sono assegnati 1 o 0 a seconda che siano veri o no nell’interpretazione U . Un enunciato che inizia con un quantificatore universale ∀xA ` vero in !!! e un’interpretazione U se l’insieme di verit` di A ` tutto U . Si dice anche in a e
Qualcuno potrebbe non essere d’accordo che l’enunciato ` vero, perch´ il suo amico e e ` un cane, e se l’universo ` l’universo delle persone, l’∃y non ` verificato dal cane; se si e e e vuole inserire anche gli animali nel discorso, allora l’universo deve essere modificato di conseguenza a tutti gli esseri viventi. 13 Non si intende che queste conoscenze siano effettive, ma solo determinate in linea di principio.
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tal caso che la formula A ` valida nell’interpretazione. e Un enunciato che inizia con un quantificatore universale ∃xA ` vero in e un’interpretazione U se l’insieme di verit` di A non ` vuoto. Si dice anche a e che la formula A ` soddisfacibile nell’interpretazione U . e L’insieme di verit` di una formula composta si ottiene ricordando la cora rispondenza tra i connettivi e le operazioni insiemistiche, a partire dagli insiemi corrispondenti alle formule atomiche. Tuttavia l’interrelazione tra quantificatori e connettivi nella valutazione14 di una formula ` resa complicata dal fatto che i quantificatori possono trovarsi e non solo all’inizio di una formula. Ad esempio nell’insieme dei numeri interi Z, l’insieme di verit` di a x > 0 ∧ ∃y(x = 2y) ` l’intersezione dell’insieme dei numeri positivi {x | x > 0} e dell’insieme e {x | ∃y(x = 2y)}. Per determinare questo insieme, occorre prima considerare l’insieme di coppie { x, y | x = 2y }, che ` una relazione, ed ` l’insieme di verit` della e e a formula x = 2 · y nell’insieme Z × Z (esercizio: rappresentare questo insieme in un sistema di assi cartesiani xy nel piano), e quindi prendere le ascisse x di queste coppie. Questo ` in generale l’effetto di un quantificatore esistenziale e ∃, quello di eseguire una proiezione secondo l’asse della sua variabile. Analogamente per ∀. L’insieme {x | ∀y(x |y)} si ottiene dall’insieme { x, y | x |y } considerando tutti e soli gli x tali che tutti i punti della retta parallela all’asse y passante per l’ascissa x stanno nella relazione. Per questo l’effetto di una quantificatore universale si chiama anche cilindrificazione. In questo caso si ha solo x = 1. Nell’ultimo esempio si ` usata l’abbreviazione “x divide y”, la quale tute tavia a sua volta nasconde un quantificatore ∃z(x · z = y). L’insieme ` seme plice da rappresentare,e si decide facilmente quali coppie vi appartengano, ma in teoria si sarebbe dovuto seguire una strada assai poco intuitiva, partire da un insieme di terne { x, y, z | x · z = y} e proiettare secondo l’asse z, prima della cilindrificazione.
14

Si chiama anche qui valutazione l’estensione dell’interpretazione a tutte le formule.

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zT
r x, xz, z ¨¨ ¨¨ ¨ B ¨ ¨¨

y

xz¨¨¨ .....r x, xz ¨ ....... ... ¨ ....... ¨¨ ...... ¨ ..... ¨¨ ....... x

¨

E x

La definizione di verit` in U di un enunciato A ` allora la seguente: a e siccome se un enunciato A ` vero in un’interpretazione su U , l’insieme {x ∈ e U | A vero in U } ` U , e se ` falso ` ∅, possiamo dire in generale che un e e e enunciato ` vero in U se il suo insieme di verit` ` tutto U . e ae In particolare si noti che ∀xA ` vero in U se e solo se A ` valida in U . e e Si giustifica cos` l’abitudine delle esposizioni di matematica di omettere i ı quantificatori universali, ad esempio davanti agli assiomi, presentati come formule valide. La verifica della verit` di un enunciato si riduce quindi al calcolo del a suo insieme di verit`, ∅ o U , calcolo che pu` richiedere, come si ` visto a o e nell’esempio di sopra, la considerazioni di sottoinsiemi di U × U o di spazi di maggiori dimensioni. L’insieme di verit` di una formula soddisfa le seguenti condizioni: a se A ` della forma ∀xB, l’insieme di verit` di A ` la cilindirificazione e a e dell’insieme di verit` di B; se A ` un enunciato, il suo insieme di verit` ` U a e ae se l’insieme di verit` di B ` U , altrimenti ` ∅; a e e se A ` della forma ∃xB, l’insieme di verit` di A ` la proiezione dell’insieme e a e di verit` di B; se A ` un enunciato, il suo insieme di verit` ` U se l’insieme a e ae di verit` di B non ` vuoto, altrimenti ` ∅; a e e se A ` della forma ¬B, l’insieme di verit` di A ` il complemento dell’insieme e a e di verit` di B; a se A ` della forma B ∧ C, l’insieme di verit` di A ` l’intersezione degli e a e insiemi di verit` di B e di C; a se A ` della forma B ∨ C, l’insieme di verit` di A ` l’unione degli insiemi e a e 136

di verit` di B e di C; a se A ` atomica, il suo insieme di verit` ` dato dalla relazione corrispone ae dente al suo simbolo relazionale. ` E palese la maggiore complessit` della valutazione delle formule rispetto a alle valutazioni proposizionali, e tanto pi` ` auspicabile trovare un riduzione ue meccanica di tale compito. Per lo studio di questioni logiche, si cercher` di usare ove possibile intera pretazioni costruite su insiemi finiti, ovviamente pi` maneggevoli; ma non u sar` sempre possibile, perch´ esistono enunciati che hanno solo modelli in- !!! a e finiti, ad esempio l’enunciato ∀x¬R(x, x) ∧ ∀x∃yR(x, y).

10.5

Sui quantificatori ristretti

L’interpretazione intesa per una formula spesso si coglie e si fa capire leggendo opportunamente i quantificatori, visto che le variabili variano - prendono valori - nell’universo U fissato. ∀x si pu` allora leggere a seconda di come ` o e U , “tutte le persone . . . ” oppure “tutti i numeri naturali . . . ”. Le variabili non variano mai sulla totalit` delle cose esistenti, ma su un a insieme (di volta in volta) fissato, anche se ` chiamato universo. Ma ` detto e e anche opportunamente “modello”. In molte frasi tuttavia i quantificatori apparentemente non si riferiscono a tutti gli elementi dell’universo ma a parti pi` ristrette; in un’interpretazione u aritmetica per esempio non iniziano con “tutti i numeri” ma con “tutti i numeri positivi”, o “tutti i numeri primi”; e raramente si parla di tutti gli esseri viventi, ma piuttosto di tutti gli uomini, o di tutte le donne, o di tutti gli italiani e cos` via restringendo. ı Talvolta si usano diverse specie di variabili, che variano su sottoinsiemi dell’universo, come ad esempio quando si stanno studiando i numeri reali e si dice che si useranno le lettere m, n a indicare numeri naturali. Non ` tuttavia necessario avere a disposizione diversi quantificatori ristretti o e diverse specie di variabili perch´ si realizzino queste possibilit`, grazie all’uso e a del condizionale materiale. Per affermare che tutti i numeri positivi hanno una radice quadrata, si ` e scritto ∀x(0 < x → . . . ); per affermare che tutti i numeri primi maggiori di 2 sono dispari si scrive 137

∀x(pr(x) ∧ 2 < x → . . . ); per affermare che tutti i tedeschi sono biondi si scriver` ad esempio a ∀x(T (x) → B(x)), dove il quantificatore ∀x ` letto rispettivamente “per tutti i numeri” o “per e tutte le persone”, cio` con la x che varia su tutto l’universo. Il senso voluto e ` garantito da un predicato restrittivo nell’antecendente del condizionale. Se e l’ultimo enunciato ` vero per tutte le persone, allora ogni tedesco rende vero e l’antecedente e quindi vero il conseguente, ed ` vero che tutti i tedeschi sono e biondi; se viceversa ` vero che tutti i tedeschi sono biondi, anche l’enunciato e di sopra che si riferisce con ∀x non ai tedeschi ma a tutte le persone ` vero: se e uno ` tedesco, allora ` biondo e il condizionale ` vero; se uno non ` tedesco, e e e e il condizionale ` comunque vero avendo l’antecedente falso. e In pratica, gli aggettivi sono resi da predicati con l’ausilio del condizionale: in “tutte le persone tedesche sono bionde” l’aggettivo “tedesco” diventa il predicato “essere tedesco” e la frase “tutte le persone, se sono tedesche, sono bionde”. “Tutti i P sono . . . ” e “qualche P ` . . . ”, dove P delimita il campo di e variabilit` del riferimento, si realizzano introducendo un predicato unario P a e scrivendo rispettivamente ∀x(P (x) → . . . ) e ∃x(P (x) ∧ . . . ). Si noti ovviamente la differenza nel caso del quantificatore esistenziale, dove la restrizione ` realizzata con la congiunzione, che viene dalla traduzione di “esiste uno che e ` P e che . . . ”. e Ricordiamo che sono frequenti abbreviazioni del tipo ∀x > 0 . . . per ∀x(0 < x → . . . ), ad esempio ∀x > 0 ∃y(x = y 2 ), o ∀x = y . . . o ∀x ∈ X . . . , e analogamente per ∃. Bisogna tuttavia ricordare la forma estesa con i connettivi (→ nel caso di ∀ e ∧ nel caso di ∃), per interpretare tali abbreviazioni in modo corretto. Ad esempio ∀x ∈ X(x ∈ Y ) significa ∀x(x ∈ X → x ∈ Y ), cio` X ⊆ Y , mentre ∃x ∈ X(x ∈ Y ) significa ∃x(x ∈ X ∧ x ∈ Y ), cio` e e X ∩ Y = ∅.

10.6

Esercizi

1. Scrivere in linguaggio predicativo tutte le definizioni relative alle relazioni d’ordine del paragrafo 5.3 (massimo, maggiorante, . . . ). 2. Quali sono gli insiemi di verit` in N di a 138

∃y(2y = x ∧ ∃z(2z = y)) e ∃y(2y = x ∧ ∃y(2y = x)) ? 3. Quali sono gli insiemi di verit` in N di a ∃y(xy = 2 ∧ ∃z(yz = 2)) e ∃y(xy = 2 ∧ ∃y(xy = 2)) ? 4. In un’assemblea di politici, questi si dividono in onesti e disonesti, e si sa che a) esiste almeno un politico onesto; b) presi due politici a caso, uno almeno ` disonesto. Si formalizzino le condizioni sui politici. e Se nell’assemblea ci sono cento politici, si pu` decidere quanti sono gli o onesti e quanti i disonesti?

139

11

Leggi logiche

La terminologia semantica introdotta per i linguaggi proposizionali si estende agli enunciati predicativi. Un’interpretazione (del linguaggio) dell’enunciato A si dice modello di A se A ` vero nell’interpretazione. e Un enunciato A si dice logicamente vero se ` vero in ogni interpretazione, e e si scriver` |= A. a Un enunciato B si dice conseguenza logica di A se in ogni interpretazione in cui A ` vero anche B ` vero, e si scriver` A |= B. e e a Un enunciato B si dice logicamente equivalente a un enunciato A se A |= B e B |= A. Un enunciato A si dice insoddisfacibile o contraddittorio o inconsistente se non ` vero in nessuna interpretazione. e Vale ancora che per ogni A e B, A |= B se e solo se |= A → B se e solo se A ∧ ¬B ` insoddisfacibile. e Qualche volta, poich´ gli enunciati sono pur sempre formule, si dice anche e “A logicamente valida” per |= A. Ma inoltre si estendono le definizioni in modo da applicarle proprio anche a formule con variabili libere. Se A ` una formula in cui occorre x libera, A e si dice logicamente valida se ∀xA ` logicamente vero, cos` come si dice valida e ı in un’interpretazione se ∀xA ` vero in quell’interpretazione. Una formula si e dice soddisfacibile se esiste un’interpretazione in cui essa ` valida1 . e Le formule logicamente valide continuano a chiamarsi anche leggi logiche. Esempi di leggi logiche si ottengono facilmente partendo da tautologie proposizionali e rimpiazzando le lettere che vi compaiono con formule qualunque di un linguaggio predicativo, la stessa formula a tutte le occorrenze della stessa lettera. Ad esempio da |= p ∨ ¬p segue |= ∃xP (x) ∨ ¬∃xP (x). Infatti, data una qualunque intepretazione, con un qualunque predicato per P , in essa ∃xP (x) risulter` o vero o falso. Se risulta vero, ` come se si assegnasse il valore 1 a e a p nella proposizione; se risulta falso, ` come se si assegnasse 0 a p nella e proposizione; ma questa ` una tautologia, per cui risulta vera in entrambi e i casi, e i calcoli che si fanno a partire dai valori di p per arrivare al valore dalla proposizione p ∨ ¬p sono gli stessi che si fanno a partire dal fatto che ∃xP (x) ` vero o no per arrivare a dire se ∃xP (x) ∨ ¬∃xP (x) ` vero o no. Non e e
1 Si ricordi che invece una formula A si dice soddisfacibile in un’interpretazione U se ∃xA ` vero in U ; e generalizzando, se A ` del tipo A(x, y), s’intende ∃x∃yA(x, y) vero. e e

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c’` bisogno di considerare alcuna interpretazione e vedere se in essa ∃xP (x) e ` vero o falso, perch´ comunque essa sia, e comunque sia l’interpretazione di e e P , e quindi il valore di ∃xP (x), in essa ∃xP (x) ∨ ¬∃xP (x) risulter` vero. a Lo stesso succede con qualsiasi altra tautologia, e con la sostituzione di una qualunque formula. Quindi tutte le leggi logiche proposizionali restano tali considerando ora le lettere A, B, . . . che vi compaiono come formule di un qualunque linguaggio predicativo. Ma esistono anche altre leggi logiche per formule con quantificatori che non si ottengono in questo modo. Ad esempio ∀x¬A ↔ ¬∃xA ` una di queste2 . e Per verificarlo si ragiona nel seguente modo: in una qualunque interpretazione, se ∀x¬A ` vero, l’insieme di verit` di ¬A ` tutto l’universo, quindi e a e l’insieme di verit` di A ` vuoto; allora ∃xA ` falso, e quindi ¬∃xA ` vero. a e e e Analogamente nell’altra direzione (esercizio). 2 La legge si pu` considerare una generalizzazione di quelle di De Morgan, o se si pensa che affermare ∀xA(x) sia come fare una grande congiunzione per tutte le A(x), e affermare ∃xA(x), cio` che A vale per almeno un x, sia come e fare una grande disgiunzione. Si ` visto gi` nella definizione di unione e intersezione generalizzate come e a i quantificatori esistenziale ed universale siano usati come generalizzazione della disgiunzione e della congiunzione. Se si combina questa legge logica con quella della doppia negazione si ottengono altre versioni, come ¬∀x¬A ↔ ∃xA o ∀xA ↔ ¬∃x¬A che mostrano come i due quantificatori non siano indipendenti, ma l’uno definibile in termini dell’altro, e della negazione.
Nella verifica di questa e delle successive leggi logiche, come gi` nella precedente a A ∨ ¬A, supporremo per semplicit` che si tratti di enunciati, per mostrare solo in modo a pi` facile l’idea soggiacente. u
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La legge tipica del quantificatore universale ` la legge di particolarize zazione ∀xA(x) → A(t), dove A(t) si ottiene sostituendo il termine t a tutte le occorrenze libere di x in A. Questa legge intuitivamente esprime il fatto che, se in una qualunque interpretazione vale ∀xA(x), allora A vale per un qualsiasi individuo, in particolare quello descritto da t; ma occorre prestare attenzione alle insidie linguistiche non percepibili in una trattazione formale. La lettura della legge ` e corretta se affermando che vale A(t) si intende che la propriet` espressa da a A vale per l’individuo rappresentato da t, sempre la stessa propriet` applia cata a diversi individui. Alcune sostituzioni sintatticamente lecite tuttavia modificano il senso di A(t). Se ad esempio A(x) ` la formula ∃y(x = y), allora ` vero che, poniamo e e nei naturali, ma qualsiasi interpretazione con almeno due elementi andrebbe ugualmente bene, ∀x∃y(x = y) e in particolare ∃y(0 = y), ∃y(1 = y), ∃y(1 + 1 = y), come pure ∃y(x2 = y) o ∃y(z = y). Se per` si sostituisce a x la variabile y allora non si ha pi` la stessa o u propriet` affermata per y, come prima lo era per x, o per z o per x2 , ma si a ha ∃y(y = y), che a parte che ` falsa, non ha pi` lo stesso significato. e u Un esempio tratto, forzosamente, dal linguaggio comune potrebbe essere il seguente, dove si suppone di usare “Tizio” e “Caio” come variabili: invece di dire che ognuno ha un padre, si dica “ogni Tizio ha un Caio per padre”; particolarizzando, non si pu` dedurre “Caio ha Caio per padre”. o Le sostituzioni richiedono cautela anche al di fuori del contesto della particolarizzazione; ad esempio, posto che x|y ↔ ∃z(x · z = y) significa che x divide y, allora (2x)|y significa che 2x divide y, 1|y che 1 divide y, 0|y che 0 divide y, u|y che u divide y, ma z|y significa che y ` un quadrato. e Quando si applica la legge di particolarizzazione per dedurre A(t) da !!! ∀xA(x) perci`, t per essere ammissibile non deve essere e non deve contenere o variabili quantificate in A e tali che qualche occorrenza libera di x cade nel raggio d’azione di tali quantificatori. I termini chiusi sono sempre ammissibili. Le applicazioni della legge sono frequenti; gli assiomi di una teoria sono in genere enunciati che iniziano con un quantificatore universale (oppure sono presentati come formule valide, supponendo tacitamente una possibilit` di a 142

sostituzione di termini qualsiasi alle variabili che ` di fatto un’applicazione e della particolarizzazione). Si trovano esempi in cui t ` chiuso come esempi in cui contiene variabili. e Esempio La legge boleana dell’unicit` dell’elemento neutro dell’addizione a ∀x(x + y = x) → y = 0 si pu` dimostrare in questi due modi. o Applicando a ∀x(x + y = x) la particolarizzazione con 0 si ottiene 0 = y = 0 da cui con trasformazioni algebriche, utilizzando y + 0 = y, si arriva a y = 0. Applicando invece a ∀x(x+y = x) la particolarizzazione con −y si ottiene −y + y = −y, quindi 1 = −y e y = 0. Nell’esempio la formula quantificata universalmente ` del tipo ∀xA(x, y), e e −y ` ovviamente ammissibile perch´ A(x, y) non contiene quantificatori. e e Una legge simmetrica rispetto a quella di particolarizzazione, che si chiama anche di generalizzazione esistenziale, o di indebolimento esistenziale, afferma che ` logicamente valida e A(t) → ∃xA(x), con le stesse restrizioni su t. Ad esempio, siccome y + (−y) = 0 vale negli interi, si pu` dedurre ∃x(y + o x = 0); qui bisogna pensare che A(t) ` y + (−y) = 0, con −y per t, e che e ` ottenuta da y + x = 0 per sostituzione di −y a x. Ma potrebbe essere e stata ottenuta per sostituzione di −y a z in y + z = 0 e si pu` altrettanto o correttamente dedurre ∃z(y + z = 0). Un’applicazione di questa regola appare nella prima dimostrazione del paragrafo 7.1, a proposito della propriet` che se due numeri sono divisibili a per 3 anche la loro somma lo `. Allora partendo da n = 3i e m = 3j ed e arrivando a n+m = 3(i+j) si concludeva correttamente che ∃k(n+m = 3k). Se si combinano in serie particolarizzazione e generalizzazione esistenziale si ottiene ∀xA(x) → ∃xA(x), 143

che ` valida in quanto si considerano solo sempre interpretazioni in cui e l’universo non ` vuoto3 . e Sono leggi logiche anche le leggi di rinomina delle variabili vincolate, ∀xA(x) ≡ ∀yA(y) e ∃xA(x) ≡ ∃yA(y), ` dove y ` una variabile che non occorre in A(x)4 . E come se in italiano una e frase venisse espressa una volta con un “tutti” una volta con “chiunque” o altro costrutto. Altre leggi stabiliscono dei rapporti tra connettivi e quantificatori che permettono di trasformare le formule in altre equivalenti con un diverso segno logico principale: ∀x(A ∧ B) ≡ ∀xA ∧ ∀xB ∃x(A ∨ B) ≡ ∃xA ∨ ∃xB distributivit` di ∀ su ∧ a distributivit` di ∃ su ∨ a

sono immediate conseguenze del significato dei simboli logici. Mentre ` pure ovvio che siano logicamente valide e ∀xA ∨ ∀xB → ∀x(A ∨ B) ∃x(A ∧ B) → ∃xA ∧ ∃xB, non valgono le implicazioni inverse. Se ad esempio U ` un insieme con due elementi {a, b} e l’interpretazione e di P ` {a} e l’interpretazione di Q ` {b}, allora in questa interpretazione e e ∀x(P (x) ∨ Q(x)) ` vero, mentre sono falsi sia ∀xP (x) (l’insieme di verit` di e a P (x) non ` tutto U ) sia ∀xQ(x). e Esercizio. Si trovi un’interpretazione in cui ∃xA∧∃xB ` vero e ∃x(A∧B) e ` falso. e Sono particolarmente importanti le leggi che regolano i rapporti tra quantificatori e condizionale. Mentre ` facile convincersi che la distributivit` di ∀ e a su →
Se si scegliesse come U l’insieme di tutte le creature della fantasia, non si potrebbe pretendere, come non si pretende, che ivi valgano tutte le leggi della logica. 4 Sarebbero possibili condizioni meno forti sull’eventuale presenza di y in A(x), che tuttavia devono sempre evitare che si verifichi il fenomeno di stravolgimento di senso illustrato a proposito della particolarizzazione, e che non ` il caso di approfondire. e
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∀x(A → B) → (∀xA → ∀xB) ` logicamente valida, l’inversa non lo `. Per trovare un controesempio, si e e deve pensare ad un’interpretazione in cui ∀xP (x) → ∀xQ(x) sia vero semplicemente perch´ ∀xP (x) ` falso, mentre non ` vero ∀x(P (x) → Q(x)). e e e L’insieme U = {a, b, c} con {a, b} per l’insieme di verit` di P (x) e {b, c} per a l’insieme di verit` di Q(x) risponde allo scopo. a Se A non contiene x libera, allora ∀x(A → B(x)) ≡ A → ∀xB(x) e ∃x(A → B(x)) ≡ A → ∃xB(x). Per verificare la prima, dato un U qualsiasi e supposto che A sia un enunciato, distinguiamo due casi. Se A ` falso, A → ∀xB(x) ` vero, ma d’altra parte e e anche ∀x(A → B(x)) ` vero perch´ l’insieme di verit` di A → B(x), che ` e e a e sempre soddisfatta se A ` falso, ` tutto U . e e Se A ` vero, l’insieme di verit` di A → B(x) ` uguale all’insieme di verit` e a e a di B(x). Se ` uguale a U , ∀x(A → B(x)) ` vero, ma anche ∀xB(x) lo `, e e e e cos` pure A → ∀xB(x). Se non ` uguale a U si ha falso da entrambi i lati. 2 ı e Queste leggi esprimono un caso particolare della possibilit` di mettere il a quantificatore nella posizione in cui il suo raggio d’azione esplica la sua funzione effettiva, sulle occorrenze libere della variabile (spostarlo all’indentro). Altri casi analoghi sono le leggi ∀x(A ∨ B(x)) ≡ A ∨ ∀xB(x) e ∃x(A ∧ B(x)) ≡ A ∧ ∃xB(x) se x non occorre libera in A. Dello stesso tipo, ma pi` sorprendenti forse sono le leggi u ∀x(A(x) → B) ≡ ∃xA(x) → B e ∃x(A(x) → B) ≡ ∀xA(x) → B 145 !!!

se x non occorre libera in B. La prima legge corrisponde al seguente uso linguistico: quando si dice che qualche cosa, espressa da B, dipende solo dal fatto che (l’insieme di verit` di) A non sia vuoto, e non da un particolare elemento (come sarebbe a se x occorresse in B e dovesse soddisfarla), allora si pu` enfatizzare che o qualunque elemento va bene. Se si afferma “se uno ha un amico ` felice” e ∃xA(x, y) → F (y) - si vuol dire che qualunque sia l’amico, anche un cane, porta felicit` (a y). a Per la dimostrazione, si supponga ∃xA(x) → B vero, quindi B vero o ∃xA(x) falso. Se B ` vero, allora l’insieme di verit` di A(x) → B ` tutto e a e l’universo, perch´ per ogni elemento il condizionale ha il conseguente vero. Se e ∃xA(x) ` falso, di nuovo l’insieme di verit` di A(x) → B ` tutto l’universo, e a e perch´ per ogni elemento il condizionale ha l’antecedente falso. e Se invece ∃xA(x) → B ` falso, allora B ` falso e ∃xA(x) ` vero, quindi e e e almeno un elemento soddisfa A. Quando si esamina la formula A(x) → B, per questo elemento si ha vero-falso per il condizionale, che risulta falso, e quindi l’insieme di verit` di A(x) → B non ` tutto l’universo e ∀x(A(x) → B) a e ` falso. 2 e L’altra analoga legge si ricava nello stesso modo; se ∃x(A(x) → B) ` vero e in U , allora qualche elemento di U soddisfa A(x) → B; se B ` vero, anche e ∀xA(x) → B lo `; se A(x) non ` soddisfatto da questo elemento, allora e e ∀xA(x) ` falso e ∀xA(x) → B ` vero. e e Se ∃x(A(x) → B) ` falso, per qualunque elemento A(x) → B non ` e e soddisfatta, quindi il calcolo del condizionale porta a un vero-falso, e A(x) deve essere soddisfatta e B deve essere falso; ma allora ∀xA(x) ` vero e B ` e e falso e ∀xA(x) → B falso. 2 Le equivalenze che permettono di spostare all’interno i quantificatori permettono anche di spostarli all’esterno; si ottiene cos` che ogni formula ` ı e equivalente ad una formula in cui tutti i quantificatori sono all’inizio - e formano il cosiddetto prefisso - seguiti da una formula senza quantificatori detta matrice; una formula scritta in questo modo di dice in forma prenessa 5 . Ad esempio ∀xP (x)∨∀xQ(x) → ∀x(P (x)∨Q(x)) ` equivalente (esercizio) e a ∃x∃y∀z(P (x) ∨ Q(y) → P (z) ∨ Q(z)). Esistono altre forme prenesse della stessa formula, a seconda dell’ordine in cui si esportano i quantificatori.
L’interesse di tale trasformazione sta nel suo essere il passo preliminare di un’elaborazione su cui si basano i dimostratori automatici pi` efficienti. u
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Leggi logiche notevoli 2 ∀x¬A ↔ ¬∃xA interdef inibilit` dei quantif icatori a ¬∀x¬A ↔ ∃xA ∀xA ↔ ¬∃x¬A ∀xA(x) → A(t) particolarizzazione (t ammissibile) A(t) → ∃xA(x) generalizzazione esistenziale ” ∀xA(x) ↔ ∀yA(y) rinomina ∃xA(x) ↔ ∃yA(y) rinomina ∀x(A ∧ B) ↔ ∀xA ∧ ∀xB distributivit` di ∀ su ∧ a ∃x(A ∨ B) ↔ ∃xA ∨ ∃xB distributivit` di ∃ su ∨ a ∀xA ∨ ∀xB → ∀x(A ∨ B) distributivit` parziale di ∀ su ∨ a ∃x(A ∧ B) → ∃xA ∧ ∃xB distributivit` parziale di ∃ su ∧ a ∀x(A → B) → ∀xA → ∀xB distributivit` parziale di ∀ su → a ∀x(A → B(x)) ↔ A → ∀xB(x) (x non libera in A) ∃x(A → B(x)) ↔ A → ∃xB(x) (x non libera in A) ∀x(A ∨ B(x)) ↔ A ∨ ∀xB(x) (x non libera in A) ∃x(A ∧ B(x)) ↔ A ∧ ∃xB(x) (x non libera in A) ∀x(A(x) → B) ↔ ∃xA(x) → B (x non libera in B) ∃x(A(x) → B) ↔ ∀xA(x) → B (x non libera in B) ∀x∀yA(x, y) ↔ ∀y∀xA(x, y) scambio dei quantif icatori ∃x∃yA(x, y) ↔ ∃y∃xA(x, y) scambio dei quantif icatori

11.1

Esercizi

1. Trasformare in forma prenessa le seguenti formule: ∀x∃yR(x, y) ∧ (∃xP (x) ∨ ∃xQ(x)) ∀x∃yR(x, y) ∨ (∃xP (x) ∧ ∃xQ(x)) ∀xP (x) ∨ ∀x(Q(x) → ∃zR(x, z)) ∀x(P (x) ∨ ∀xQ(x)) → ∃x(P (x) ∨ Q(x)). 2. Dedurre la generalizzazione esistenziale dalla particolarizzazione universale e da De Morgan generalizzata.

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Quantificatori e dimostrazioni

Completata la presentazione del linguaggio dei predicati possiamo rivedere alcuni casi di dimostrazioni; quelli trattati finora riguardavano anche formule contenenti variabili, ma i passaggi logici discussi erano solo quelli di tipo proposizionale, glissando sulla gestione delle variabili. Le frasi matematiche presenti nelle premesse e conclusioni di una dimostrazione sono rappresentate da enunciati di linguaggi predicativi, mentre i passaggi intermedi di solito sono formule, formule algebriche1 o loro combinazioni proposizionali, con variabili libere; si tratta di vedere come si fa a togliere e (ri)mettere i quantificatori. Queste mosse sono le sole da aggiungere; per il resto restano valide tutte le regole logiche e le strategie gi` considerate, visto che le regole di inferenza a che rispettano la relazione di conseguenza logica valgono anche quando le lettere indicano formule di linguaggi predicativi. Riprendiamo l’esempio di se x ` divisibile per 2, allora x + 1 non ` divisibile per 2, e e che in simboli diventa, come abbiamo visto, ∀x(∃y(x = 2y) → ¬∃y(x + 1 = 2y)). Per dimostrare questo enunciato, dimostriamo la formula ∃y(x = 2y) → ¬∃y(x + 1 = 2y), quantificando alla fine universalmente la variabile x trattata in senso universale nel corso della dimostrazione. Per dimostrare un condizionale, assumiamo come premessa l’antecedente e deduciamo il conseguente. Data ∃y(x = 2y), diciamo “sia c un elemento tale che x = 2c” e scriviamo x = 2c, dove c ` una nuova costante. e
Una definizione generale di “formula algebrica” potrebbe essere “formula atomica con predicato = o < e termini complessi”.
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Si dice che x = 2c ` ottenuta per esemplificazione esistenziale. La mossa e riassume il ragionamento “introduciamo un nome temporaneo per uno2 di questi elementi che soddisfano la formula x = 2y”, nome che non pu` eso sere uno di quelli disponibili nell’alfabeto perch´ non si sa quale sia questo e elemento3 . Ora da x = 2c occorre dedurre ¬∃y(x + 1 = 2y). La forma negativa suggerisce di fare una dimostrazione per assurdo; si assume quindi ∃y(x + 1 = 2y). Di nuovo, sia d una nuova costante, per cui x + 1 = 2d. d non solo deve essere nuova non solo rispetto a quelle del linguaggio originario, ma anche rispetto a quelle introdotte nel corso dell’argomentazione; in attesa di ulteriori elaborazioni non si sa infatti e non si pu` dire se l’elemento sia lo stesso o o diverso4 . Ora occorre svolgere le conseguenze di x = 2c ∧ x + 1 = 2d. c e d vengono da due mosse indipendenti che non permettono di sapere come sono fra loro i due elementi cos` denotati; si devono quindi considerare tutte le possibilit`, ı a che c = d, che c < d, che d < c. c = d porta a una contraddizione x = x + 1; d < c porta a una contraddizione x + 1 < x; c < d porta, per sottrazione, a 1 = 2(d − c) ≥ 2; in ogni caso una contraddizione, a partire da ∃y(x + 1 = 2y), e da x = 2c, quindi ¬∃y(x + 1 = 2y), come si voleva dimostrare5 . ¬∃y(x + 1 = 2y) ` stata dedotta da x = 2c, ma nella conclusione non si e parla di c, utilizzata come appoggio nel ragionamento; il che ` bene, perch´ e e non sarebbe opportuno concludere un teorema con una formula in cui occorre un elemento sconosciuto. D’altra parte l’obiettivo della dimostrazione, fissato
In questo esempio particolare ce ne pu` essere solo uno, ma in generale, col quantifio catore esistenziale, non si sa quanti ≥ 1 ce ne sono. 3 Siccome c dipende da x, si dovrebbe piuttosto avere una funzione di x, o una notazione del tipo cx , che per` sarebbe inutilmente pesante. o 4 Se alla fine dovesse risultare che d ` uguale a c, vuol dire che si sono attributi due e nomi allo stesso elemento, che non ` inusuale, sia nella vita comune sia in matematica, e ogni volta che si dimostra che due termini sono uguali, ad esempio 0 = 0 + 0. 5 Ripasso di logica proposizonale: se da p e q segue una contraddizione C, p ∧ q → C, ne segue ¬(p ∧ q), le due proposizioni sono incompatibili, ma quale salvare? ¬(p ∧ q) ` e equivalente sia a p → ¬q sia a q → ¬p. Tuttavia dallo svolgimento della dimostrazione si vede che in realt` si ` dimostrato l’equivalente, per importazione/esportazione, p → (q → a e C), da cui p → (¬C → ¬q) e quindi p → ¬q (perch´?), e la scelta ` dunque implicita e e nell’impostazione della dimostrazione.
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all’inizio, non contemplava elementi sconosciuti, ma enunciati determinati. E infine nella dimostrazione non si ` usata alcuna propriet` di c, se non il e a fatto che x = 2c. Si conclude allora che ¬∃y(x + 1 = 2y) ` stata in realt` dedotta da e a ∃y(x = 2y). 26 Quest’ultimo passaggio tecnicamente chiude l’applicazione della regola dell’esemplificazione esistenziale, che copre tutti i passi dal momento in cui si dice “sia c un elemento tale che x = 2c” fino a quando scompare la c. Esso pu` sembrare diverso da una meccanica applicazione di una regola sintattica o (una o due premesse e una conclusione immediata). Prima di discutere questo fatto, vediamo un altro esempio: dimostriamo che se un numero ` divisibile per 4 allora ` divisibile per 2. In questo caso e e l’elemento sconosciuto apparentemente si mantiene fino alla fine, nella conclusione, ed allora deve essere eliminato da questa con un’applicazione della generalizzazione esistenziale. Da ∃y(x = 4y) si passa a x = 4c x = (2 · 2)c x = 2(2c) Di qui si vede che x ` divisibile per 2, ma non si pu` terminare con questa e o formula. Per generalizzazione esistenziale invece, considerata la formula x = 2(2c) del tipo A(t), con A(y) uguale a x = 2y e t uguale a 2c, si pu` allora o dedurre ∃y(x = 2y), quest’ultimo passaggio come applicazione della generalizzazione esistenziale, per concludere ∃y(x = 4y) → ∃y(x = 2y)
La dimostrazione termina poi scrivendo prima ∃y(x = 2y) → ¬∃y(x+1 = 2y) e quindi poich´ x era qualunque, ∀x(∃y(x = 2y) → ¬∃y(x + 1 = 2y)). e
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e ∀x(∃y(x = 4y) → ∃y(x = 2y)). 2 Il problema logico della regola di esemplificazione esistenziale consiste nel fatto che A(c) non ` conseguenza logica di ∃yA(y), e quindi nella successione e di formule che costituiscono la proposta dimostrazione non ogni formula ` e conseguenza logica delle precedenti (o un assioma del dominio in oggetto o una legge logica). A(c) non ` conseguenza logica di ∃yA(y) perch´ pu` succedere che in e e o un’interpretazione ∃yA(y) sia vero ma c non sia uno degli elementi che soddisfano A. Ad esempio ∃y(0 < y) ` vero in N, ma se c denota 0 allora 0 < c e ` vero che noi affermiamo A(c), ma questa si presenta come una ` falso. E e nuova assunzione su c, non come una conseguenza di ∃yA(y). Si pu` tuttavia dimostrare che, nelle condizioni della regola applicata a !!! o ∃yA(y), se B ` una formula che non contiene c, e se B ` conseguenza logica e e di A(c) allora B ` conseguenza logica di ∃yA(y) - nonostante A(c) non sia e conseguenza logica di ∃yA(y). Noi facciamo vedere che la regola di esemplificazione esistenziale si pu` o giustificare con una serie di regole logiche usuali, nel senso che le sue applicazioni possono essere sostituite da altri ragionamenti che non ne fanno uso. Consideriamo di nuovo l’esempio di ∃y(x = 2y) → ¬∃y(x + 1 = 2y). Se si ricorda la dimostrazione precedente, il problema ` sempre quello di e togliere i quantificatori, in modo da poter manipolare poi le formule atomiche che si trovano nell’antecedente e nel conseguente. Poich´ y non ` libera nel conseguente, si pu` scrivere in modo equivalente e e o ∀y(x = 2y → ¬∃y(x + 1 = 2y)); come nell’esempio dell’amico che rende felici, che pu` essere qualunque, anche o ora si dice che y pu` essere qualunque, purch´ soddisfi poi l’antecedente o e x = 2y. Allora y ` trattata in questa versione della dimostrazione come una varie abile universale. Data una y qualunque, occorre dimostrare che 151

x = 2y → ¬∃y(x + 1 = 2y), ovvero x = 2y → ∀y(x + 1 = 2y). Il quantificatore del conseguente pu` essere spostato nel prefisso, dopo aver o eseguito un’opportuna rinomina, e la formula da dimostrare ` equivalente a e ∀z(x = 2y → x + 1 = 2z); quindi possiamo provare a dimostrare x = 2y → x + 1 = 2z, con tutte le variabili intese in senso universale. Per assurdo, assumiamo la negazione del condizionale, quindi x = 2y ∧ x + 1 = 2z, e con gli stessi calcoli fatti sopra, con y e z al posto rispettivamente di c e d, arriviamo a una contraddizione. Abbiamo quindi x = 2y → x + 1 = 2z, e quantificando universalmente ∀x∀y∀z(x = 2y → x + 1 = 2z), da cui con le leggi logiche pertinenti ∀x(∃y(x = 2y) → ∀z(x + 1 = 2z)). 2 Si noti che di solito nel gergo matematico, dove non si usa indicare i quantificatori, attraverso un’interpretazione (corretta) dell’enunciato da dimostrare si imposta direttamente proprio se x = 2y, allora x + 1 = 2z. Altro esempio. Per dimostrare ∃y(x = 4y) → ∃y(x = 2y) 152

si trasformi la formula nell’equivalente ∀y(x = 4y → ∃y(x = 2y)) e si provi a dimostrare x = 4y → ∃y(x = 2y). Partendo da x = 4y si fanno gli stessi passaggi di prima, x = (2 · 2)y, x = 2(2y) e quindi con la generalizzazione esistenziale ∃y(x = 2y). 2 Un altro problema delle esemplificazioni esistenziali, non logico ma pratico, ` che non c’` l’abitudine di usare coerentemente costanti, ma spesso si utie e lizzano le variabili. In riferimento all’esempio precedente, dato ∃y(x = 2y) si propone: “sia y un elemento tale che x = 2y”. L’uso di variabili ` legittimo, ma richiede diverse cautele. e La variabile y di “sia y tale che A(y)”, a seguito di ∃yA(y), non deve comparire libera in eventuali altre formule gi` utilizzate nella dimostrazione, a e che pongono vincoli sull’elemento denotato da y, mentre di questo si sa solo, e si vuole usare solo il fatto che soddisfa A(y). Nel caso in esame, ∃y(x = 2y) ` la prima assunzione da cui si parte, quindi non si presenta questo problema, e altrimenti si deve usare una nuova variabile e dire “sia w tale che A(w)” o fare prima una rinomina di ∃yA(y). Questo ha anche il vantaggio, se la variabile ` insolita, di ricordare il suo status speciale. Il termine usato per e l’esemplificazione esistenziale deve essere appunto un termine, vale a dire un’espressione che denota un elemento (sconosciuto salvo per il fatto che deve soddisfare A) delle interpretazioni. Che il simbolo nuovo sia un c non presente nell’alfabeto, o un simbolo w presente nell’alfabeto ma mai usato, e si chiami di conseguenza costante o variabile non fa nessuna differenza, se lo si gestisce in modo corretto. Se ` una variabile, questa variabile libera ha un e senso particolare, non universale, condizione che deve essere tenuta presente nel corso di tutta la dimostrazione, finch´ essa non scompare. e La variabile introdotta in un’esemplificazione esistenziale scompare nello stesso modo come abbiamo visto scomparire la c, ad esempio per generalizzazione esistenziale7 .
E in genere il destino pi` comune delle variabili introdotte a partire da un quantificau tore esistenziale.
7`

153

La dimostrazione prosegue come sopra: si deve dimostrare che da x = 2y segue ¬∃y(x + 1 = 2y). Per assurdo, si assume x = 2y e ∃y(x + 1 = 2y) e di nuovo si applica l’esemplificazione esistenziale. La regola richiede che si utilizzi una variabile diversa da quelle che occorrono libere nella parte precedente, in questo caso da y. Si perviene cos` a x = 2y ∧ x + 1 = 2z da cui segue una contraddizione ı con gli stessi calcoli di sopra, con y e z al posto rispettivamente di c e d. 2 Altro esempio. La dimostrazione di ∃y(x = 4y) → ∃y(x = 2y) si svolge come sopra assumendo ∃y(x = 4y) ed esemplifcando: sia y uno di questi, per cui x = 4y x = (2 · 2)y x = 2(2y) ∃y(x = 2y), quest’ultima per generalizzazione esistenziale. 2 ` E come se il quantificatore ∃y, staccato dall’ipotesi, restasse a seguire dall’alto i vari passi e trasformazioni della sua y, in questo caso in 2y, per poi alla fine ripiombare nella posizione dovuta. Useremo sempre le costanti per le esemplificazioni esistenziali, ma si deve essere avvertiti della possibilit` di incontrare l’uso di variabili. Talvolta si a incontrano soluzioni intermedie, ad esempio simboli come x0 , k che sembrano diversi dalle variabili8 . La regola relativa all’eliminazione temporanea del quantificatore esistenziale afferma dunque che si pu` esemplificare un’affermazione esistenziale o ∃yA(y) con A(c) o A(w) se per questa via si perviene a una conclusione che non contiene la costante o non contiene libera la variabile usata per l’esemplificazione. Finch´ la costante o la variabile introdotte come esemplificazione di un e quantificatore esistenziale non sono scomparse, l’argomento ` incompleto, e e
“Teorema: se esiste un massimo interno al dominio, esiste un punto in cui la derivata si annulla. Dimostrazione: sia x0 un punto di massimo . . . ”. “Teorema: se x ` pari allora e . . . Dimostrazione: sia x = 2k . . . ”.
8

154

non terminato, come in sospeso, per il riferimento a questo elemento sconosciuto. La costante o variabile pu` scomparire o per passaggi proposizionali o (come sopra, una dimostrazione per assurdo di un altro enunciato, oppure per il taglio di un modus ponens), o per generalizzazione esistenziale. L’affermazione ∃yA(y) introdotta per generalizzazione esistenziale comporta un’affermazione apparentemente pi` debole, generica, rispetto a A(t), u che sembra indicare esplicitamente un elemento con la propriet` A, ma nelle a applicazioni come si ` visto, se t deriva da un’esemplificazione esistenziale, e allora in realt` anche la sua denotazione ` vaga. a e Quello che bisogna assolutamente evitare ` di quantificare universalmente !!! e una variabile che sia stata introdotta come esemplificazione di un quantificatore esistenziale (in questo l’uso di una costante ha ovvi vantaggi). Un esempio di errore clamoroso dovuto a una simile disattenzione ` la e seguente dimostrazione di ∃x∀y(x < y) a partire da ∀x∃y(x < y). Assunto ∀x∃y(x < y), per particolarizzazione si ha ∃y(x < y); per esemplificazione esistenziale, sia y tale che x < y. Se ora dimenticandosi della natura esistenziale di y si affermasse ∀y(x < y) si potrebbe concludere per generalizzazione esistenziale che ∃x∀y(x < y). Ma questa conclusione non ` conseguenza della premessa, come si vede e dal fatto che la premessa ` ad esempio vera negli interi, mentre la conclusione e non lo `. e A differenza di ∀x∀y e ∃x∃y, non, si possono in generale scambiare tra !!! loro i quantificatori in ∀x∃y e ∃x∀y 9 . Anche la gestione della introduzione del quantificatore universale ` pi` e u delicata di quanto finora abbiamo lasciato intendere. Si possono legittimamente (ri)quantificare universalmente le variabili libere che derivano per particolarizzazione da un quantificatore universale, ma non ` questa tutta la e storia. A volte sembra di lavorare con varibili libere che non derivano da una particolarizzazione, e che pure hanno un significato universale. La vera condizione ` che le variabili non occorrano libere nelle premesse. e !!! Ad esempio, se si parte da 0 < x e con un argomento corretto, utilizzando le propriet` dei numeri reali, si conclude ∃y(x = y 2 ), non si pu` affermare a o ∀x∃y(x = y 2 ) - c’` una condizione restrittiva su x stabilita dalla premessa. e In realt` l’argomento che porta da 0 < x a ∃y(x = y 2 ) stabilisce 0 < x → a
9

Capita con prefissi diversi di due forme premesse equivalenti di una stessa formula.

155

∃y(x = y 2 ) per x qualunque, senza alcuna premessa (salvo le propriet` dei a numeri reali espresse da enunciati, senza variabili libere). Quindi x non ` e libera nelle premesse della derivazione di quest’ultima formula, che non ci sono, e si pu` correttamente quantificarla in ∀x(0 < x → ∃y(x = y 2 )). o Un altro caso del genere si ha nell’esempio precedente “se x ` pari allora e x + 1 ` dispari”. La dimostrazione che da “x ` pari” porta a “x + 1 ` dispari” e e e stabilisce “x ` pari → x + 1 ` dispari” senza premesse che non siano gli e e assiomi dei numeri naturali, espressi da enunciati. Quindi si pu` quantificare o universalmente la x. Un esempio di errore dovuto a cattiva gestione della quantificazione universale ` il seguente. Da ∀x∃y(x < y), per particolarizzazione si ha ∃y(x < y) e e per esemplificazione, sia c tale che x < c. Se ora si quantifica universalmente x si ottiene ∀x(x < c) e per generalizzazione esistenziale ∃y∀x(x < y). La conclusione, che afferma l’esistenza di un massimo per <, ` palesemente falsa e nei naturali, dove invece la premessa ` vera. Ma la premessa ` un enunciato, e e e sembrerebbe quindi che non vi fossero variabili libere nelle premesse. La spiegazione sta nel fatto che quanto si dice “sia c tale che x < c” inizia, come !!! abbiamo detto sopra, un argomento particolare, una sorta di dimostrazione a parte che non si considera conclusa finch´ tale c non sparisce legittimamente. e In questa dimostrazione subordinata, x < c ` una premessa, e x ` libera in e e x < c, e non ` lecito perci` quantificare universalmente la x. e o Queste sottigliezze sono precisate e rese di agevole applicazione nei sistemi di regole che costituiscono i calcoli logici per i linguaggi predicativi, ad esempio il calcolo della deduzione naturale, che rientrano negli argomenti non propedeutici. Esercizio. Si deduca con una dimostrazione la risposta all’esercizio 4 di 10.6.

156

13

Sillogismi

I sillogismi sono forme di ragionamento studiate fin dall’antichit` che coina volgono enunciati di linguaggi predicativi, ancorch´ di un tipo semplificato; e molti argomenti del linguaggio comune si presentano in tale forma, e rappresentano perci` un utile esercizio, sia di formalizzazione sia di deduzione, o anche al di fuori della matematica. Gli enunciati che intervengono nei sillogismi contengono solo predicati monadici, e inoltre sono di una forma particolare. Gli enunciati presi in considerazione e combinati tra loro affermano sempre una delle seguenti circostanze: che tutti quelli che hanno una propriet` a P hanno anche la propriet` Q; che nessuno di quelli che hanno una propriet` a a P hanno la propriet` Q; oppure che qualcuno che ha la propriet` P ha anche a a Q, o infine che qualcuno con la propriet` P non ha Q. a Enunciati di questa forma si chiamano, nella tradizione logica, proposizioni categoriche1 . A prima vista si direbbe che il loro studio costituisca un’analisi dei quantificatori, ma ` forse pi` corretto dire che mette in evidenza e sfrutta alcune e u relazioni insiemistiche della sola intersezione, e precisamente A ∩ B = A, A ∩ B = ∅, A ∩ B = ∅, ovvero ovvero ovvero A⊆B A e B sono disgiunti A e B non sono disgiunti.

Le proposizioni categoriche venivano scritte e lette nel seguente modo, dove a fianco mettiamo la versione insiemistica e quella logica moderna: A E I O Tutti i P sono Q Nessun P ` Q e Qualche P ` Q e Qualche P non ` Q e P P P P ⊆Q ∩Q=∅ ∩Q=∅ ⊆Q ∀x(P (x) → Q(x)) ∀x(P (x) → ¬Q(x)) ∃x(P (x) ∧ Q(x)) ∃x(P (x) ∧ ¬Q(x)).

Le lettere a sinistra sono la sigla con cui venivano indicate le corrispondenti
Si ammetteva un’estensione a proposizioni contenenti termini singolari come “Socrate” introducendo un predicato S per “socraticit`”, con un unico elemento, e traducendo a “Socrate ` mortale” con “Tutti quelli che hanno la propriet` S sono mortali”. e a
1

157

proposizioni2 : A ed E sono proposizioni affermative, rispettivamente universale ed esistenziale; I e O sono negative, rispettivamente universale ed esistenziale. Le parole “tutti”, “nessuno”, “qualche” diventavano superflue, sostituite dalla sigla prefissa; scrivendo “A : P Q” si intendeva la frase “tutti i P sono Q”, con “I : P Q” la frase “qualche P ` Q”, e cos` via. Il simbolismo logico e ı come si vede ha una lunga storia. Siccome c’era sempre solo una variabile, non si ` sentita l’esigenza di e indicarla. Il verbo era sempre il verbo “essere”; tuttavia noi sappiamo che nei casi di quantificatore universale (ristretto a P ) esso viene reso dal connettivo condizionale e in quelli particolari dal connettivo congiunzione.

13.1

Sillogismi categorici

I sillogismi categorici3 sono inferenze in cui occorrono due premesse e una conclusione, tutte e tre proposizioni categoriche, costruite con tre predicati, di cui uno inevitabilmente occorre due volte nelle premesse, per stabilire un legame, e si possono presentare ad esempio nel seguente modo: I : E: O: P S S M M P.

Il predicato S si chiama di solito soggetto, il predicato P predicato e il predicato M termine medio. Un sillogismo ` valido se la conclusione ` conseguenza logica delle pree e messe. Tutti i possibili sillogismi si caratterizzano per due aspetti; il primo ` e il tipo di proposizioni categoriche che nell’ordine lo costituiscono, si chiama modo, ed ` rappresentato da tre lettere; ad esempio il modo del sillogismo di e sopra ` I E O. e
I simboli per i quantificatori vengono probabilmente da questa tradizione di usare le lettere per indicare il tipo di quantificazione. In tutte le lingue dei logici moderni, italiano, inglese, tedesco, “esiste” inizia con “e”, mentre “tutti” inizia con “a” in tedesco e inglese. Le lettere A e I sono le prime vocali di affirmo, E e O quelle di nego. 3 D’ora in avanti diremo soltanto “sillogismi”.
2

158

Il secondo parametro ` la disposizione dei tre predicati nelle tre propoe sizioni, e si chiama figura. Se si standardizza le presentazione, ad esempio chiedendo che la conclusione contenga sempre la coppia S P nell’ordine - da cui il nome di questi due predicati4 -, osservando che il termine medio deve sempre comparire in entrambe le premesse - altrimenti si vede facilmente che il sillogismo non ` valido5 - e che l’ordine delle premesse non ` rilevante (per e e la terminologia, si chiama premessa maggiore quella che contiene S, e minore l’altra) si ottengono in tutto quattro figure: SM P M SM MP MS MP MS P M.

I sillogismi possibili sono 256 (esercizio), ma quelli validi solo 156 . Dimostrare la validit` di un sillogismo equivale a dimostrare che la cona clusione ` conseguenza logica delle premesse, e questo si pu` fare con la e o derivazione della conclusione dalle premesse con passaggi che conservano la conseguenza logica. Per dimostrare che un sillogismo non ` valido, quando e non lo `, non basta non riuscire a costruire la derivazione dalle premesse, e occorre trovare un controesempio. Per svolgere le dimostrazioni, occorre usare solo, sulle premesse, la regola di particolarizzazione sugli enunciati universali e quella di esemplificazione esistenziale sugli enunciati esistenziali; questa conviene applicarla prima della particolarizzazione. Quindi si applicano leggi proposizionali e infine i quantificatori si reintroducono o con la generalizzazione esistenziale, se la conclusione ` esistenziale, o con quella universale, se la conclusione ` universale. e e

Esempi Derivazione della conclusione dalle premesse del sillogismo valido
Sono grammaticalmente il soggetto e il predicato della conclusione. A meno che la conclusione non coincida con una premessa. 6 Una lunga controversia ha riguardato il fatto di considerare o no predicati vuoti, decisione che influenza la validit` o meno di certi sillogismi. Nell’antichit` si preferiva evia a tarli; nella trattazione moderna prevale l’interpretazione cosiddetta booleana, che ammette predicati vuoti. Sono 15 i sillogismi validi nell’interpretazione booleana.
5 4

159

E: I : O: ovvero

P S S

M M P,

∀x(P (x) → ¬M (x)) ∃x(S(x) ∧ M (x)) ∃x(S(x) ∧ ¬P (x)). Presentiamo la dimostrazione nella seguente tabella, in una colonna in versione formale, con la successione di formule, nell’altra con la loro lettura in linguaggio naturale. Linguaggio predicativo ∃x(S(x) ∧ M (x)) S(c) ∧ M (c) S(c) M (c) ∀x(P (x) → ¬M (x)) P (c) → ¬M (c) per contrapposizione M (c) → ¬P (c) da questo e da M (c) ¬P (c) da questo e da S(c) S(c) ∧ ¬P (c) ∃x(S(x) ∧ ¬P (x)) Linguaggio naturale Qualche S e un M. ` Sia c un S che e anche un M. ` Allora c e un S e ` c e un M. ` N essun P e M. ` Se c e un P allora c non e un M, o ` ` Se c fosse un P non sarebbe un M. Se c e un M allora non e un P. ` ` M a siccome c e un M, ` allora c non e un P. ` Siccome c e un S, ` c e un S che non e un P. ` ` Qualche S non e un P. ` 160

In modo del tutto analogo, si dimostri (esercizio) la validit` del sillogismo: a

A: O : O: ovvero

P S S

M M P,

∀x(P (x) → M (x)) ∃x(S(x) ∧ ¬M (x)) ∃x(S(x) ∧ ¬P (x)).

Un altro esempio di sillogismo valido ` il seguente: e

A: I : I: ovvero

M S M P S P,

∀x(M (x) → S(x)) ∃x(M (x) ∧ P (x)) ∃x(S(x) ∧ P (x)).

con la dimostrazione:

161

Dimostrazione Linguaggio predicativo ∃x(M (x) ∧ P (x)) M (c) ∧ P (c) M (c) P (c) ∀x(M (x) → S(x)) M (c) → S(c) S(c) Linguaggio naturale Qualche M e P. ` Sia c un M che e anche un P. ` c e un M. ` c e un P. ` T utti gli M sono S. Se c e un M allora c e un S. ` ` Siccome c e un M, ` c e un S. ` Siccome c e un P ` c e un S che e anche un P. ` ` Qualche S e un P. `

S(c) ∧ P (c)

∃x(S(x) ∧ P (x)) Valido ` anche il sillogismo e A: A : A: ovvero

S M M P S P,

∀x(S(x) → M (x)) ∀x(M (x) → P (x)) ∀x(S(x) → P (x)),

162

con la seguente dimostrazione: Dimostrazione Linguaggio predicativo ∀x(S(x) → M (x)) S(x) → M (x) ∀x(M (x) → P (x)) M (x) → P (x) per transitivit` da 2 e 4 a S(x) → P (x) ∀x(S(x) → P (x)) Linguaggio naturale T utti gli S sono M. U no che sia un S e anche un M. ` T utti gli M sono P. U no che sia un M e anche un P. `

U no che sia un S e anche un P. ` T utti gli S sono P.

Si noti che “Qualche S ` P ” sembra pi` debole di “Tutti gli S sono P ”, e e u quindi si potrebbe pensare che sia conseguenza delle stesse premesse. Invece il sillogismo A: A : I: ovvero S M M P S P,

∀x(S(x) → M (x)) ∀x(M (x) → P (x)) ∃x(S(x) ∧ P (x)),

non ` valido in quanto, se S ` vuoto ∃x(S(x) ∧ P (x)) ` falso, nonostante e e e 163

∀x(S(x) → P (x)) sia vero (da ∀x(S(x) → P (x)) segue ∃x(S(x) → P (x)) verificato da un elemento non appartenente a S - non ∃x(S(x) ∧ P (x)))7 . Per verificare che un sillogismo non ` valido occorre trovare un controee sempio, vale a dire un’interpretazione in cui le premesse sono vere e la conclusione falsa. Ad esempio il sillogismo ∀x(S(x) → M (x)) ∃x(M (x) ∧ P (x)) ∃x(S(x) ∧ P (x)) ` falsificato dalla seguente interpretazione: U = {a, b, c}, S = {a}, M = e {a, c}, P = {b, c}. Un argomento in linguaggio naturale8 si dice corretto se ` un caso partie colare di un sillogismo formale valido. Si consideri il seguente argomento: I progressisti sono sostenitori dello stato sociale Alcuni ministri del governo sono sostenitori dello stato sociale Quindi alcuni ministri sono progressisti. Si chiede se ` corretto. Prima di proseguire, si prenda tempo (non troppo) e e si dia una risposta. La maggior parte delle persone risponde s` Un modo tradizionale di ı. convincere che non lo ` ` quello di osservare: sarebbe come dire che ee siccome I cavalli sono veloci e Alcuni asini sono veloci allora Alcuni asini sono cavalli. “Sarebbe come dire” significa che se il primo argomento fosse corretto
Questo ` un esempio di un sillogismo non valido nell’interpretazione booleana, mentre e sarebbe valido se non fossero ammessi predicati vuoti. 8 O in un formalismo interpretato, ad esempio una dimostrazione aritmetica.
7

164

allora il sillogismo A: I : I: P S S M M P

sarebbe valido e allora anche il nuovo argomento, della stessa struttura formale, dovrebbe essere corretto. Ma quest’ultimo ovviamente non lo `. e Che non lo sia, e quindi che si sia esibito un controesempio, non ` mai del e tutto chiaro se gli esempi sono fatti in linguaggio naturale. Nessun insieme definito nel linguaggio naturale ha i confini esattamente delimitati senza ambiguit`. Per questo i controesempi devono essere insiemi astratti, dove gli a elementi e i non elementi sono individuati in maniera precisa e indiscutibile. Nel caso in oggetto, un controesempio ` fornito da U = {a, b, c, d} con e S = {c, d}, P = {a, b} e M = {a, b, c}. Un esempio dello stesso tipo ` il seguente. L’inferenza e Nessun triangolo rettangolo ` equilatero e Qualche triangolo isoscele ` equilatero e Quindi qualche triangolo rettangolo non ` isoscele e ` corretta? e Dopo aver risposto . . . , si consideri che sarebbe come dire Nessun cerchio quadrato ` equilatero e Qualche triangolo ` equilatero e Quindi qualche cerchio quadrato non ` un triangolo e conclusione che implica che esiste un cerchio quadrato. Oppure sarebbe come dire Nessun cane ` un ruminante e Qualche quadrupede ` un ruminante e Quindi qualche cane non ` un quadrupede. e Il sillogismo E: I : O: S P S M M P

165

non ` valido se S ` vuoto oppure se S ⊆ P . e e Nel valutare la correttezza logica di un argomento, non bisogna utilizzare nessuna conoscenza non esplicitata relativa ai predicati concreti che vi sono !!! coinvolti.

Avevamo presentato a suo tempo un argomento di Lewis Carroll: a) I bambini sono illogici b) Le persone che sanno come trattare i coccodrilli non sono disprezzate c) Le persone illogiche sono disprezzate d) Quindi i bambini non sanno trattare i coccodrilli. Questo argomento non ` in verit` un sillogismo perch´ ` formato da quate a ee tro proposizioni categoriche; tuttavia si pu` spezzare in due sillogismi cono catenati; gli argomenti riducibili a catene di sillogismi si chiamano soriti . L’argomento di Carroll si pu` dimostrare corretto con la seguente scomo posizione. Consideriamo prima l’argomento: b) Le persone che sanno come trattare i coccodrilli non sono disprezzate c) Le persone illogiche sono disprezzate e) Quindi le persone illogiche non sanno trattare i coccodrilli che ` un sillogismo di modo EAE, figura e P M S M valido, con M uguale a “essere disprezzato”, S uguale a “persone illogiche” e P uguale a “saper trattare i coccodrilli”. Combiniamo ora la conclusione e con a: a) I bambini sono illogici e) Le persone illogiche non sanno trattare i coccodrilli d) Quindi i bambini non sanno trattare i coccodrilli ottenendo sillogismo di modo AAA valido, e si ha la conclusione d. Dimostriamo che il sillogismo sopra considerato 166

E: A : E: ovvero

P S S

M M P

∀x(P (x) → ¬M (x)) ∀x(S(x) → M (x)) ∀x(S(x) → P (x)) ` valido: e Dimostrazione Linguaggio predicativo ∀x(P (x) → ¬M (x)) P (x) → ¬M (x) per contrapposizione M (x) → ¬P (x) ∀x(S(x) → M (x)) S(x) → M (x) per transitivit` di → a S(x) → ¬P (x) ∀x(S(x) → ¬P (x)) Linguaggio naturale N essun P e M. ` U no che sia P non e M. ` Allora uno che sia M non e P. ` Ogni S e M. ` U no che sia un S e M. ` Quindi uno che sia un S non e P. ` N essun S e P. `

Esercizio. Si mostri che il sorite di Lewis Carroll si pu` anche spezzare in o due sillogismi di cui il primo ha come premesse b) e c). Quale ` la conclusione e intermedia?

13.2

Diagrammi di Venn

I tre predicati che intervengono in ogni sillogismo sono rappresentati da tre insiemi, come in figura, senza escludere a priori nessuna possibilit` per quanto a 167

riguarda le loro intersezioni (i loro complementi sono le regioni esterne ai cerchi).

S

'$ '$

P

'$ &% &% &%

M

Nel disegno sono presenti diverse aree: S, S ∩ P , S ∩ M , S ∩ P ∩ M , S \ P , S \ M , S \ (P ∪ M ), . . . (completare per esercizio). Alcune possono essere vuote, altre no, a seconda degli insiemi, e di quanto su di essi stipulano le premesse. Le premesse dei sillogismi si riferiscono solo ad alcune delle aree e sono equivalenti all’asserzione che certe intersezioni sono vuote o non vuote: A:S E:S I: S O:S M M M M S ∩ (∼ M ) = ∅ S∩M =∅ S∩M =∅ S ∩ (∼ M ) = ∅

e cos` le proposizioni categoriche che coinvolgono altre coppie di predicati. ı Dato un sillogismo, se le aree corrispondenti a una sua proposizione risultano vuote le tratteggiamo, se non vuote mettiamo una crocetta all’interno. !!! Esempi Consideriamo il sillogismo: A: P O: S O: S ovvero 168 M M P

∀x(P (x) → M (x)) ∃x(S(x) ∧ ¬M (x)) ∃x(S(x) ∧ ¬P (x)). La prima premessa ci fa tratteggiare P ∩ (∼ M ), che deve essere vuota. La seconda premessa ci fa mettere una crocetta in S ∩ (∼ M ). Quest’area sarebbe composta di due parti, quella che interseca P e quella che non lo interseca; ma la prima ` tratteggiata, in quanto S ∩ (∼ M ) ∩ P ⊆ P ∩ (∼ M ), e gi` considerata; quindi la crocetta si mette in S ∩ (∼ M ) ∩ (∼ P ). a

S

'$ '$ P ¡¡¡ ¡¡¡¡¡¡¡¡ ×'$ ¡¡¡¡¡ ¡¡¡ ¡ ¡¡¡ ¡ ¡¡¡ ¡¡¡ ¡ ¡ &% &% &%

M

Ora si interpreta quello che dice la figura, come conseguenza delle due premesse, confrontandolo con quello che afferma la conclusione. La conclusione afferma che deve esserci una crocetta in S ∩ (∼ P ) e infatti la crocetta ` stata e disegnata in quell’area, come conseguenza delle due premesse; ` stata messa e prima di guardare la conclusione. Un altro sillogismo valido ` e E: P I: S O: S ovvero ∀x(P (x) → ¬M (x)) ∃x(S(x) ∧ M (x)) ∃x(S(x) ∧ ¬P (x)). La prima premessa ci fa tratteggiare l’area P ∩ M che deve essere vuota 169 M M P

perch´ P ⊆ ∼ M . La seconda premessa ci fa mettere una crocetta nell’area e S ∩ M , ma di fatto nell’area S ∩ M ∩ (∼ P ) perch´ S ∩ M ∩ P = ∅. e

S

'$ '$

P

'$

× &% &%
&%

M

Come conseguenza si ha una crocetta in S ∩ (∼ P ), che ` quello che afferma e la conclusione: S ∩ (∼ P ) = ∅.

Consideriamo ora un sillogismo non valido: A: S I: M I: S ovvero ∀x(S(x) → M (x)) ∃x(M (x) ∧ P (x)) ∃x(S(x) ∧ P (x)). La prima premessa fa tratteggiare S ∩ (∼ M ) che ` vuota essendo S ⊆ M . e La seconda premessa ci fa mettere una crocetta in M ∩ P , ma questa ` divisa e in due sottoaree M ∩ P ∩ S e M ∩ P ∩ (∼ S), e non sappiamo dove mettere la crocetta. La si mette sulla linea di divisione delle due sottoaree, proprio !!! per indicare che non si sa in quale parte metterla. M P P

170

S (( P (( ( ( ((( (( (( ( '$ ( (( ( ( ( +
&%

'$ '$

&% &%

M

Ma la conclusione dice che dovrebbe esserci una crocetta in S ∩ P e questa indicazione precisa non ` conseguenza delle premesse; la crocetta ` sul bordo, e e non ` comunque nell’interno dell’area S ∩ P , potrebbe essere in (∼ S) ∩ P . e Per certe esemplificazioni particolari dei predicati in gioco risulta in effetti cos` esiste un controesempio, anche se questo i diagrammi di Venn non lo ı, esibiscono. Esercizio. Si usino i diagrammi di Venn per verificare che il sillogismo E: I : O: S P S M M P

non ` valido e trovare se possibile un controesempio in base a quanto suggerito e dal diagramma. Per non solo dimostrare la validit` dei sillogismi, ma trovare i controea sempi in modo meccanico, soccorre un metodo che estende gli alberi di refutazione a enunciati predicativi.

171

14
14.1

Alberi di refutazione
Regole per i quantificatori

La tecnica degli alberi di refutazione si estende agli enunciati dei linguaggi predicativi aggiungendo le seguenti regole: • Se A ` ∃xB, si introduce una nuova costante c e alla fine di ogni ramo e non chiuso passante per A si appende alla foglia il successore B(c)1 , come nello schema [∃xB] . . . F ↓ B(c) • Se A ` ¬∀xB, si introduce una nuova costante c e alla fine di ogni ramo e non chiuso passante per A si appende alla foglia il successore ¬B(c), come nello schema [¬∀xB] . . . F ↓ ¬B(c) • Se A Se A ` ∀xB, allora alla fine di ogni ramo non chiuso passante per e A, per tutti i termini chiusi t1 , . . . , tn che occorrono in qualche enunciato del ramo, e tali che B(ti ) non occorre gi` nel ramo, si appendono alla a foglia n + 1 nodi in serie, prima B(t1 ), . . . , B(tn ) e poi ancora ∀xB, !!! come nello schema
1

S’intende che se B non contiene la x libera B(c) ` B. e

172

[∀xB] . . . F ↓ B(t1 ) ↓ . . . ↓ B(tn ) ↓ ∀xB • Se A Se A ` ¬∃xB, allora alla fine di ogni ramo non chiuso passante per e A, per tutti i termini chiusi t1 , . . . , tn che occorrono in qualche enunciato del ramo, e tali che B(ti ) non occorre gi` nel ramo, si appendono alla a foglia n + 1 nodi in serie ¬B(t1 ), . . . , ¬B(tn ), e poi ancora ¬∃xB, come !!! nello schema [¬∃xB] . . . F ↓ ¬B(t1 ) ↓ . . . ↓ ¬B(tn ) ↓ ¬∃xB 173

Se l’albero ` inizializzato con un enunciato, tutti i nodi dell’albero sono e etichettati con enunciati, di un linguaggio possibilmente arricchito con nuove costanti. Il ruolo dei letterali ` ora svolto dagli enunciati atomici e dalle e negazioni degli enunciati atomici. Basterebbero due regole, perch´ quelle per la negazione di un quantificae tore sono ottenute considerando che ¬∀ ` equivalente a ∃¬ e ¬∃ a ∀¬. Le e prime due regole corrispondono all’esemplificazione esistenziale, le altre due alla particolarizzazione. Nell’applicazione della regola per ∃xB la costante deve essere diversa da quelle che occorrono gi` in enunciati del ramo - nuova perch´ le informazioni !!! a e disponibili non permettono di dire se l’elemento che esemplifica B sia uno gi` a noto o no - ma non necessariamente diversa da quelle che sono solo su altri rami. Ogni ramo ` una strada indipendente dalle altre; tuttavia per evitare e confusioni ` bene ogni volta prendere una costante che sia diversa da tutte e quelle che occorrono in tutto l’albero. Il senso delle due ultime regole ` il seguente; si vorrebbe sostituire a x e tutti i termini chiusi; ma questi sono in generale infiniti, e neppure ben determinati, per il fatto che successive applicazioni delle altre regole ad altri nodi possono introdurre nuove costanti sui rami considerati; allora s’incomincia a sostituire i termini esplicitamente esistenti, ma si riscrive l’enunciato ∀xB in modo che quando eventualmente (se il ramo non si ` nel frattempo chiuso) si e torna a considerare l’enunciato, se nel frattempo si sono creati nuovi termini chiusi anche i nuovi vengano sostituiti (si veda l’esempio qui sotto). Se in una prima applicazione delle ultime due regole non esistono termini chiusi negli enunciati dell’albero, si introduce una nuova costante c e si sostituisce quella (ma si tratta di un’eccezione, da non confondere con la regola !!! per ∃; ` come se ci fosse sempre una costante iniziale, ad esempio in c = c e congiunta alla radice). In pratica, non c’` bisogno di riscrivere ∀xB, basta non marcarlo come e gi` considerato e ricordarsi di tornare periodicamente a visitarlo. E quando a tutti gli altri enunciati siano stati considerati e non ci siano altri termini da sostituire, lo si marca definitivamente per terminare. Esempi L’albero: 174

¬(∀x(P (x) → Q(x)) → (∀xP (x) → ∀xQ(x)))1 ↓ ∀x(P (x) → Q(x))5 ↓ ¬(∀xP (x) → ∀xQ(x))2 ↓ ∀xP (x)4 ↓ ¬∀xQ(x)3 ↓ ¬Q(c) ↓ P (c) ↓ P (c) → Q(c) ¬P (c)
chiuso

Q(c)
chiuso

` chiuso. e L’albero: ∃xP (x) ∧ ∀x(P (x) → ∃yQ(y)) ∧ ¬∃yQ(y)1 ↓ ∃xP (x)2 ↓ ∀x(P (x) → ∃yQ(y))3,7 ↓ ¬∃yQ(y)4,8 ↓ P (c) ↓ P (c) → ∃yQ(y)5 ↓ ¬Q(c) ¬P (c)
chiuso

∃yQ(y)6 ↓ 175

Q(d) ↓ P (d) → ∃yQ(y) ↓ ¬Q(d)
chiuso

` chiuso. Sono state eseguite due applicazioni della regola per ∀ e ¬∃ a e ∀x(P (x) → ∃yQ(y)) e a ¬∃yQ(y); la seconda scatta dopo che ∃yQ(y) ha prodotto Q(d), introducendo la nuova d. ` E quasi superfluo dire che, come si ` fatto nei due esempi, conviene ap- !!! e plicare prima le regole per ∃ e ¬∀ e dopo le regole per ∀ e ¬∃. Applicheremo il metodo degli alberi di refutazione solo a enunciati che non contengono simboli funzionali, sicch´ i termini chiusi potenziali si riducono !!! e alle costanti. Anche con questa restrizione tuttavia non vale pi` la propriet` di termiu a nazione, come mostra l’albero per l’enunciato ∀x∃yR(x, y) ∀x∃yR(x, y) ↓ ∃yR(c, y) ↓ R(c, c1 ) ↓ ∃yR(c1 , y) ↓ R(c1 , c2 ) ↓ ∃yR(c2 , y) ↓ . . . Valgono per` le propriet` fondamentali di correttezza e completezza. o a Teorema 14.1.1 (Correttezza) Se l’albero di refutazione con radice A si chiude, allora A ` insoddisfacibile. e

176

I precendenti esempi di alberi chiusi verificano il primo che ∀x(P (x) → Q(x)) |= ∀xP (x) → ∀xQ(x) e il secondo che ∃xP (x)∧∀x(P (x) → ∃yQ(y)) |= ∃yQ(y). Teorema 14.1.2 (Completezza) Se A ` insoddisfacibile, l’albero con radice e A si chiude. La dimostrazione come nel caso proposizionale segue dal Lemma 14.1.1 Se l’albero di refutazione con radice A non si chiude, allora per ogni ramo non chiuso, finito e terminato, o infinito, esiste un modello di A. Considereremo solo alcuni esempi per mostrare come si definiscono le interpretazioni per i rami non chiusi, per enunciati che non contengono simboli funzionali. Esempio L’albero P (c) ∧ (∃xP (x) → ∃xQ(x) ↓ P (c) ↓ ∃xP (x) → ∃xQ(x) ¬∃xP (x) ↓ ¬P (c)
chiuso

∃xQ(x) ↓ Q(d)

mostra che l’enunciato P (c) ∧ (∃xP (x) → ∃xQ(x)) ` soddisfacibile con e un modello, dato dal ramo di destra, perch´ quello di sinistra ` chiuso. e e L’interpretazione ` definita nel seguente modo: l’universo ` l’insieme delle e e costanti che occorrono in enunciati del ramo, in questo caso U = {c, d}; !!! quindi i predicati sono definiti in base a quali enunciati atomici occorrono sul ramo, in questo caso P = {c}, che deve rendere vero P (c), e Q = {d}, che rende vero Q(d).

177

Le propriet` di correttezza e completezza assicurano che quando l’albero a termina, la risposta ` quella giusta; inoltre, poich´ se un albero si chiude e e esso si chiude dopo un numero finito di passi, in tutti i casi in cui la radice ` e insoddisfacibile l’albero lo rivela chiudendosi; quando la radice ` soddisfacie bile, pu` darsi che l’albero termini, e lo riveli, come pu` darsi che continui o o all’infinito, e non ` detto che ci sia mai uno stadio in cui ci accorgiamo che e l’albero andr` avanti a crescere all’infinito (altrimenti ` come se sapessimo a e che non si chiude). Un metodo con queste caratteristiche si dice metodo di semidecidibilit` a e l’insieme degli enunciati insoddisfacibili ` semidecidibile. e 14.1.1 Esercizi

1. Verificare con gli alberi di refutazione tutte le leggi logiche finora incontrate. 2. Verificare con gli alberi di refutazione che ∃xP (x)∧∃xQ(x) → ∃x(P (x)∧ Q(x)) e ∀x(P (x) ∨ Q(x)) → ∀x(P (x) ∨ ∀xQ(x)) non sono logicamente veri. 3. Trovare con gli alberi di refutazione un controesempio a ∀xP (x) → ∀xQ(x) |= ∀x(P (x) → Q(x)).

14.2

Applicazione ai sillogismi

Gli enunciati che contengono solo predicati monadici e non contengono simboli funzionali formano un linguaggio monadico. Rientrano in questa categoria le proposizioni categoriche che intervengono nei sillogismi, ma anche molti altri enunciati pi` complicati. u Si pu` dimostrare facilmente che l’albero con un enunciato monadico nella o radice termina sempre in un numero finito di passi. Gli alberi di refutazione costituiscono perci` un metodo effettivo per de- !!! o cidere se un enunciato monadico ` logicamente vero o no. Quindi la logica dei e linguaggi monadici ` decidibile, come quella proposizionale. In particolare e gli alberi permettono di decidere se un sillogismo ` valido o no. e Che un albero con un enunciato monadico nella radice termini sempre lo si pu` vedere nel seguente modo. Innanzi tutto bisogna preparare l’enunciato, o se non ` ancora nella forma voluta, in modo che non presenti quantificae tori incapsulati, o nidificati, cio` nessun quantificatore cada dentro al raggio e 178

d’azione di un altro. Questa trasformazione ` possibile applicando le leggi e logiche sui quantificatori. Ad esempio ∀x∃y(P (x) ∨ ∃zQ(z) → Q(y)) diventa ∀x(P (x) ∨ ∃zQ(z) → ∃yQ(y)) quindi ∃x(P (x) ∨ ∃zQ(z)) → ∃yQ(y) e ∃xP (x) ∨ ∃zQ(z) → ∃yQ(y). Un esempio pi` difficile2 ` il seguente u e ∀x∃y(P (x) ∨ ∀zQ(z) → P (x) ∨ Q(y)) che diventa ∀x(P (x) ∨ ∀zQ(z) → ∃y(P (x) ∨ Q(y))) ∀x(P (x) ∨ ∀zQ(z) → P (x) ∨ ∃yQ(y)) ∀x(¬(P (x) ∨ ∀zQ(z)) ∨ P (x) ∨ ∃yQ(y)) ∀x((¬P (x) ∧ ¬∀zQ(z)) ∨ P (x) ∨ ∃yQ(y)) ∀x(((¬P (x) ∨ P (x)) ∧ (¬∀zQ(z) ∨ P (x))) ∨ ∃yQ(y)) ∀x((¬∀zQ(z) ∨ P (x)) ∨ ∃yQ(y)) (∀x(¬∀zQ(z) ∨ P (x))) ∨ ∃yQ(y) (¬∀zQ(z) ∨ ∀xP (x)) ∨ ∃yQ(y) ¬∀zQ(z) ∨ ∀xP (x) ∨ ∃yQ(y). Eseguita la trasformazione si adotta la seguente euristica di sviluppo !!! dell’albero. Se alcuni enunciati inseriti nell’albero hanno un connettivo come segno logico principale, si applicano ad essi e ai loro eventuali risultati le
Non vogliamo nascondere che il risultato non ` banale; per la dimostrazione occorre e sfruttare, come s’intravvede dall’esempio, le forme normali disgiuntive e congiuntive della matrice, dopo aver messo l’enunciato in forma prenessa.
2

179

regole proposizionali relative, finch´ si perviene alla situazione in cui tutti gli e enunciati non ancora considerati, se non sono atomici o negazioni di atomici, iniziano con un quantificatore o con la negazione di un quantificatore. A questo punto si lavora prima sugli enunciati che iniziano con un ∃ o un ¬∀, il cui effetto ` quello di introdurre nuove costanti - e sono i soli che introe ducono nuove costanti. Essi danno origine a enunciati privi di quantificatori, per l’assenza di quantificatori incapsulati. Ora si applicano le regole agli enunciati che iniziano con ∀ o ¬∃, eseguendo tutte le sostituzioni possibili delle costanti, che danno di nuovo origine a enunciati privi di quantificatori. Tali enunciati non devono essere riscritti, perch´ il seguito del lavoro non costringer` pi` a tornare su di essi; non si e a u generano pi` altri enunciati che iniziano con ∃ o ¬∀. Ai nuovi enunciati u privi di quantificatori si applicano eventualmente le regole proposizionali del caso, ma l’applicazione di regole proposizionali dopo un numero finito di passi termina. Esempi Il sillogismo ∀x(S(x) → M (x)) ∃x(M (x) ∧ P (x)) ∃x(S(x) ∧ P (x)) equivalente all’affermazione che ∀x(S(x) → M (x)) ∧ ∃x(M (x) ∧ P (x)) |= ∃x(S(x) ∧ P (x)) ` controllato per mezzo del seguente albero: e ∀x(S(x) → M (x))3 ↓ ∃x(M (x) ∧ P (x))1 ↓ ¬∃x(S(x) ∧ P (x))4 ↓ M (c) ∧ P (c)2 ↓ M (c) ↓ 180

P (c) ↓ S(c) → M (c)5 ↓ ¬(S(c) ∧ P (c))6 ¬S(c) M (c)

¬S(c) ¬P (c) ¬S(c) ¬P (c)
chiuso chiuso

Due rami sono chiusi; gli altri due danno le stesse informazioni, in quanto contengono entrambi M (c), P (c), ¬S(c). Il controesempio fornito da questo albero ` U = {c} con M = {c}, P = {c} e S = ∅. e Questa non ` l’interpretazione proposta a suo tempo come controesempio, e che era stata U = {a, b, c}, S = {a}, M = {a, c}, P = {b, c}, ma ques’ultima si ottiene dalla presente aggiungendo a e b all’universo; l’interpretazione fornita dall’albero ` minimale, e lo ` sempre3 . e e ` E raro che si trovi un solo modello di un enunciato, in realt` non ce ne ` a e 4 mai uno solo, ma la dimostrazione ` complicata . e

Il sillogismo: ∀x(M (x) → S(x)) ∃x(M (x) ∧ P (x)) ∃x(S(x) ∧ P (x)) ` valido. L’albero: e ∀x(M (x) → S(x))2 ↓ ∃x(M (x) ∧ P (x))1
3 Si potrebbe dire che ` minima, a meno di biiezioni che rispettano i predicati in gioco, e e si chiamano “isomorfismi”. 4 Viene in mente ∀x(c = x), che sembrerebbe avere solo un tipo di modello, con un solo elemento, ma non ` cos` perch´ l’interpretazione di = potrebbe essere solo una relazione e ı e di equivalenza.

181

↓ ¬∃x(S(x) ∧ P (x))3 ↓ M (c) ∧ P (c) ↓ M (c) ↓ P (c) ↓ M (c) → S(c)4 ↓ ¬(S(c) ∧ P (c))5 ¬M (c)
chiuso

S(c) ¬P (c)
chiuso

¬S(c)
chiuso

` chiuso. e

182

15

Il principio di induzione

Come si fa a dimostrare che un enunciato universale1 ∀xA(x) vale in un universo infinito? Non si possono certo passare in rassegna tutti gli elementi dell’universo. Alcune regole logiche sembrano utilizzabili, in particolare la riduzione all’assurdo o quelle che permettono di derivare enunciati universali da altri, gi` per` noti, come la distributivit` di ∀ su →: a o a ∀x(B(x) → A(x)) ∀xA(x). ∀xB(x)

Con le sole regole logiche si dimostrano solo enunciati veri in tutte le interpretazioni, non in una particolare. Un insieme infinito peraltro non pu` essere dato se non attraverso una o definizione, che ne mette in evidenza alcune propriet` caratteristiche. Queste a sono assunte in genere come assiomi della struttura, e a partire da essi si deducono altre propriet` vere nella struttura stessa (e in tutte le eventuali a altre che soddisfano gli assiomi). !!! Le strutture numeriche classiche, che sono insiemi infiniti, hanno poi ciascuna qualche caratteristica particolare che permette di svolgere ragionamenti tipici ed esclusivi2 , ad esempio la continuit` per i numeri reali. La pi` sema u plice struttura numerica ` quella dei numeri naturali N. e

15.1

I numeri naturali
0, 1, 2, . . . , n, n , . . .

I numeri naturali3

sono descrivibili in modo compatto e uniforme come se fossero tutti generati da un primo che ` lo 0. Non ` raccomandabile usare all’inizio le cifre 1, . . . , 9 e e perch´ esse presuppongono la rappresentazione in una base, che ` argomento e e di l` da venire. Meglio scrivere: a
Diciamo brevemente cos` per un enunciato che inizia con un quantificatore universale, ı anche se non ` corretto; gli enunciati universali sono quelli che in forma prenessa hanno e solo quantificatori universali nel prefisso. 2 E questo vale anche per strutture finite, per cui sono pure disponibili tecniche particolari. Si veda ad esempio 15.7. 3 Consideriamo anche 0 tra i numeri naturali, anche se non ` molto naturale rispetto e alla prima funzione dei numeri, quella di contare; talvolta i numeri naturali senza lo 0 sono anche detti numeri di conto.
1

183

0, 0 , 0 , . . . , n, n , . . . che rappresenta visivamente il fatto che ogni numero4 n, salvo lo 0, ha un successore indicato con n , e iterando il successore non si ottiene mai un numero gi` considerato, perch´ i successori di due numeri diversi sono diversi. a e Queste propriet` sono esprimibili con enunciati predicativi: a ∀x∃y(y = x ) ∀x(0 = x ) ∀x∀y(x = y → x = y ) che costituiscono i primi assiomi dei numeri naturali. Si ` abituati a dire che ogni numero si ottiene dal precedente con “+ 1”, e ma l’operazione di addizione compare, ` definita, solo nella pi` ricca struttura e u che si ottiene sulla base della definizione fondamentale. Quando si parte da zero5 per introdurre N, si vuol dire innanzi tutto che N ` un insieme infinito; la definizione ` la seguente: un insieme X ` infinito e e e se esiste una iniezione di X su un sottoinsieme proprio di se stesso. I tre assiomi sopra presentati esprimono questo fatto, con la funzione iniettiva (terzo assioma) “successore” che manda tutto l’insieme N (primo assioma) nel suo sottoinsieme proprio N \ {0} (secondo assioma)6 . Ora per` N non ` solo un insieme infinito: ogni suo elemento si ottiene o e da 0 iterando un numero finito di volte l’operazione di successore. Non ci sono altri elementi al di fuori di questa catena senza fine. La condizione non sembra facile da esprimere, perch´ per parlare di iterare un numero finito e di volte il successore parrebbe necessario avere gi` la nozione di numero a naturale. Tuttavia soccorre questa idea, derivata dalla precedente intuizione, che se una propriet`, espressa da una formula A(x), ` tale che si trasporta nel a e passaggio da n a n , o che ` invariante, cio` ` tale che se vale per un generico e ee n allora vale per n , in simboli A(n) → A(n ), allora come ogni numero si ottiene da 0 passando attraverso una catena di successori, cos` se A vale per ı 0 allora A vale per tutti i numeri.
Il fatto che n nella successione venga dopo i puntini, non significa che ` un numero e grande; n ` una variabile che indica un numero qualunque, e pu` assumere anche i valori e o 0, 1, . . . 5 In tutti i sensi. 6 Dopo si vede che ` sopra: ∀x(x = 0 → ∃y(x = y )). e
4

184

Un’immagine comoda per rappresentarsi la situazione ` quella di una e successione di pezzi di domino messi in piedi in equilibrio precario, distanti tra loro meno della loro altezza. Cos` se un pezzo cade verso destra fa cadere ı verso destra quello adiacente. Se cade il primo, fa cadere il secondo, che fa cadere il terzo, e tutti cadono.
E¤¤ ¤¤ ¤¤ ¤¤ ¤¤ ¤¤

In alternativa, si pu` esprimere in termini insiemistici l’idea che N deve o essere il pi` piccolo insieme infinito con l’affermazione u 0 ∈ X ∧ ∀x(x ∈ X → x ∈ X) → N ⊆ X, che N ` il pi` piccolo insieme che contiene 0 ed ` chiuso rispetto al successore7 . e u e Da questa condizione, sostituendo a X l’insieme di verit` di una fora mula A(x), o dalle precedenti considerazioni intuitive, si ricava l’assioma di induzione A(0) ∧ ∀x(A(x) → A(x )) → ∀xA(x), dove A ` una formula qualsiasi del linguaggio aritmetico, che all’inizio cone tiene solo 0 e , oltre a =. Non sviluppiamo la costruzione sistematica dell’aritmetica a partire da questi assiomi, che tuttavia sono sufficienti, perch´ tale trattazione non fa e parte del programma. Nel seguito ci limiteremo a familiarizzarci con le conseguenze dell’assioma di induzione in una variet` di esempi, e per far questo a daremo per note alcune propriet` aritmetiche, algebriche e geometriche elea mentari. In particolare useremo il fatto che dalla definizione dell’addizione (che daremo in seguito) segue che n = n + 1 e adotteremo questa notazione per il successore.
N ` contenuto in ogni insieme che sia infinito grazie alla stessa iniezione “successore” e e con lo stesso elemento non appartenente all’immagine dell’iniezione
7

185

Supporremo anche definita8 la relazione d’ordine totale ≤ con minimo 0.

15.2

Il principio di induzione

Dall’assioma di induzione segue una regola dimostrativa che si chiama propriamente principio di induzione e che si pu` schematizzare nel seguente o modo: A(0) ∀x(A(x) → A(x + 1)) ∀xA(x). Base P asso induttivo

Per dimostrare ∀xA(x) sono sufficienti due mosse: la prima consiste nel dimostrare A(0), e la seconda nel dimostrare ∀x(A(x) → A(x + 1)). Si dice allora che ∀xA(x) ` stata dimostrata per induzione su x, e A(x) e si chiama la formula d’induzione. La base non si riferisce necessariamente solo a 0. Se a cadere verso destra non ` il primo domino, ma il sesto e

d

d ¤¤ ‚ d ¤¤ ¤¤ ¤¤ ¤¤ ¤¤

a cadere saranno tutti i domino dal sesto in poi. In corrispondenza a questa idea si ha una formulazione pi` generale del u principio di induzione: A(k) ∀x ≥ k (A(x) → A(x + 1)) ∀x ≥ kA(x).
8

Base P asso induttivo

Per mezzo dell’addizione la definizione sar`: x ≤ y ↔ ∃z(x + z = y). Per ora la a possiamo pensare postulata, per poter fare esercizi con formule familiari e per scrivere alcune formule in modo pi` comodo. u

186

Se si deve dimostrare ad esempio ∀x > 0 A(x) si dimostra come base A(1)). La dimostrazione del passo induttivo ` la parte pi` importante e delicata; e u la base di solito si riduce a calcoli di verifica. Trattandosi di un enunciato universale, la dimostrazione di solito si imposta come dimostrazione di A(x) → A(x + 1) per un x generico. Si assume quindi A(x), chiamandola ipotesi induttiva e si cerca di dedurre A(x + 1): A(x) . . . A(x + 1). Come abbiamo osservato in precedenza, se si riesce a dedurre A(x + 1) dall’assunzione A(x) si stabilisce A(x) → A(x + 1) senza alcuna assunzione particolare, a parte gli assiomi che sono enunciati, e quindi si pu` quantificare o universalmente ∀x(A(x) → A(x + 1)). Una volta dimostrato il passo induttivo - e la base - la conclusione ∀xA(x) segue come bonus. Errori umoristici non infrequenti: da A(x), per sostituzione, A(x + 1) oppure da A(x), direttamente per generalizzazione ∀xA(x). Qualcuno giustifica questi errori alludendo a difficolt` immaginarie dovute a a una pericolosa somiglianza tra quello che si deve dimostrare e quello che si assume. Ma nella dimostrazione del passo induttivo la tesi ∀xA(x) non interviene per nulla. Quello che si assume nel passo induttivo, A(x), ` che A e valga per un elemento, ancorch´ non precisato; quello che si vuole dimostrare e in grande ` ∀xA(x), cio` che A vale per tutti gli elementi; in piccolo, nel passo e e induttivo, si vuole solo dimostrare che A vale per un altro elemento, una bella differenza, anche sintatticamente visibile, se si usassero i quantificatori. Se ci sono difficolt` ad ogni modo, sono le difficolt` tipiche della manipoa a lazione di variabili e quantificatori. 187 !!! Ipotesi induttiva

Esempio Dimostrare per induzione9 che 1 + 2 + ... + n =
n(n+1) . 2

S’intende, poich´ l’espressione di sinistra ha senso solo per n ≥ 1, che si deve e dimostrare ∀x ≥ 1 (1 + 2 + ... + x = x(x+1) ), ma useremo la variabile n come 2 d’uso10 . Chiamiamo P (n) la formula di induzione11 . La dimostrazione per induzione della formula si svolge nel seguente modo: Base: per n = 1, P (1) ` 1 = 1(1+1) , e l’espressione di destra si riduce a 1, e 2 quindi P (1) ` dimostrata; e Passo induttivo: ammesso 1 + 2 + ... + n =
n(n+1) , 2

cio` P (n), aggiungendo n + 1 ad ambo i membri si ha e 1 + 2 + ... + n + (n + 1) = = = che ` P (n + 1). 2 e Sono possibili diversi sviluppi del passo induttivo, in avanti o all’indietro; in avanti si procede come nell’esempio, si scrive l’ipotesi induttiva P (n) e poi la si manipola cercando di arrivare a P (n + 1). Nel procedimento all’indietro si pu` partire da quello che si deve dio mostrare, P (n + 1):
Uno dei primi algoritmmi che si chiede di scrivere (Horstmann, p. 45) e quello per la somma 1 + 2 + . . . + n. 10 L’uso di n come variabile libera universale per i numeri naturali ` tipica della scrittura e matematica; se si usano i quantificatori introducendo la notazione logica ` meglio tornare e alla x. Il passo induttivo pu` comunque essere sempre presentato come dimostrazione di o A(n) → A(n + 1). 11 Usiamo P perch´ ` una formula atomica. ee
9

n(n+1) 2

+ (n + 1)

n(n+1)+2(n+1) 2 (n+1)(n+2) 2

188

1 + 2 + . . . + n + (n + 1) = riscrivere questa somma come

(n+1)(n+2) , 2

(1 + 2 + . . . + n) + (n + 1) =

(n+1)(n+2) , 2

facendo emergere un’espressione 1 + 2 + . . . + n che ` parte di P (n), di cui e in particolare P (n) afferma l’uguaglianza con altra espressione; si osserva quindi che “per ipotesi induttiva”, cio` facendo giocare a questo punto un e ruolo a P (n), essa si pu` sostituire secondo quanto detta P (n) ottenendo o
n(n+1) 2

+ (n + 1) =

(n+1)(n+2) ; 2

si verifica quindi che quest’ultima uguaglianza ` valida, perch´ diventa e e
(n+1)(n+2) 2

=

(n+1)(n+2) 2

e quindi P (n + 1) ` dimostrato. 2 e Avvertenza P (n + 1) ` dimostrato dai passaggi di sopra non perch´ da !!! e e esso segua un’identit`; lo studente di logica sa che dal fatto che A → B sia a vero e B sia vero non segue la verit` di A. a In realt` i passaggi di sopra vanno letti all’indietro partendo dall’ultima a uguaglianza, e tutte le uguaglianze scritte sono tra loro equivalenti (se si assume P (n)). P (n + 1) ` conseguenza di P (n) e di n(n+1) + (n + 1) = e 2 (n+1)(n+2) , che ` un’identit` aritmetica. e a 2 In questa impostazione, ci sono due movimenti logici all’indietro: innanzi tutto si parte dalla tesi da dimostrare P (n + 1), quindi si sviluppa una serie di uguaglianze, che tuttavia, essendo collegate da equivalenza, vanno lette nell’ordine inverso, dall’ultima identit` fino a P (n + 1). Se si a disagio, in ala ternativa si pu` partire, sempre in un’impostazione parzialmente all’indietro, o non da P (n + 1) ma dall’espressione 1 + 2 + ... + n + (n + 1) = ?, di cui si vuole trovare il valore che confermi P (n + 1). Un primo passo ` quello di riempire l’ignoto “?” con qualcosa di noto, ad e esempio 1 + 2 + ... + n + (n + 1) = (1 + 2 + ... + n) + (n + 1),

189

valida per la propriet` associativa, quindi si osserva che “per ipotesi induta tiva” 1 + 2 + ... + n + (n + 1) = e con i soliti calcoli si arriva a 1 + 2 + ... + n + (n + 1) =
(n+1)(n+2) . 2 n(n+1) 2

+ (n + 1),

La formula P (n + 1) ` stata cos` dimostrata ma assumendo a un certo punto e ı P (n), quindi si ` stabilito P (n) → P (n + 1). 2 e Nella dimostrazione del passo induttivo possono intervenire tutte le strategie dimostrative. Illustriamo un problema in cui interviene la distinzione dei casi. Esempio Dimostrare che
1 1 1 − 2 + 1 + . . . + (−1)n−1 n 3

` sempre strettamente positivo. e S’intende che si deve dimostrare che per ogni n ≥ 1
1 1 1 − 2 + 1 + . . . + (−1)n−1 n > 0. 3

Dimostrazione Base: Per n = 1 la somma ` 1 e 1 > 0. e Passo induttivo: Consideriamo
1 1 − 1 + 1 + . . . + (−1)n n+1 2 3

e distinguiamo due casi. Se n + 1 ` dispari, allora la somma fino a n + 1, riscritta come e
1 (1 − 1 + 1 + . . . − n ) + 2 3 1 n+1

1 a si ottiene da quella fino a n sommando n+1 , una quantit` positiva. 1 1 1 Siccome per ipotesi induttiva anche (1 − 2 + 3 + . . . − n ) > 0, si ha la conclusione voluta.

Se n + 1 ` pari, la somma e 190

1 − 1 + 1 + ... + 2 3 si pu` riscrivere o

1 n

1 n+1

1 (1 − 1 ) + ( 1 − 1 ) + . . . + ( n − 2 3 4

1 ) n+1

per la propriet` associativa, e quindi osservare che ` la somma di quana e tit` tutte positive. 2 a Si noti che l’ipotesi induttiva interviene solo in uno dei due casi in cui ` e distinta la dimostrazione del passo induttivo, ma comunque interviene. Se si fosse voluto dimostrare che
1 1 − 2 + 1 + . . . + (−1)i−1 1 + . . . − 3 i 1 2n

>0

non ci sarebbe stato bisogno dell’induzione e si sarebbe potuto procedere come nel precedente caso pari con la sola propriet` associativa. a In verit` anche questa propriet` dipende dall’induzione, perch´ in una a a e trattazione sistematica l’associativit` della somma, come anche il fatto che a la somma di un numero finito di addendi positivi ` positiva, si dimostrano a e loro volta per induzione, e lo vedremo pi` avanti quando discuteremo della u somma generalizzata. Tutti i risultati aritmetici dipendono dall’induzione, perch` questo ` il solo e e assioma dell’aritmetica, a parte quelli riguardanti 0 e successore. Tuttavia c’`un uso prossimo e uno remoto dell’induzione; se si conoscono dei risultati e (comunque a loro volta siano stati dimostrati) e li si usa in modo diretto in una dimostrazione, questa per parte sua non ` una dimostrazione per e induzione. Esistono casi in cui invece si ha una scelta tra due metodi dimostrativi, uno per induzione e uno no. Ad esempio si pu` dimostrare per induzione che o 3 3 n − n ` multiplo di 3: partendo da (n + 1) − (n + 1) e (n + 1)3 − (n + 1) = n3 + 3n2 + 3n + 1 − n − 1 = (n3 − n) + 3n2 + 3n che ` divisibile per 3 in quanto somma di addendi tutti divisibili per 3 (il e primo per ipotesi induttiva). 2 Ma si pu` anche fattorizzare n3 − n in (n − 1)n(n + 1) e osservare che uno o dei tre consecutivi deve essere divisibile per 3. 2

191

Di solito quando sono disponibili due vie, una per induzione e una che potremmo chiamare algebrica, la seconda d` maggiori informazioni, in quanto a lega il problema dato con altri. Nell’ultimo esempio abbiamo commesso un errore nell’esposizione della dimostrazione per induzione, un errore che lo studente non deve commettere, !!! quello di aver trascurato di dimostrare la base. La leggerezza in questo caso ` innocua, perch´ subito rimediabile: per e e 3 n = 0 n − n vale 0 che ` divisibile per 3. Ma in altri casi pu` essere fatale. e o Si consideri ad esempio la seguente dimostrazione sul valore della somma dei primi n pari: 2 + 4 + + 2n = n(n + 1) + 5. Se indichiamo la somma con Sn = 2 + 4 + + 2n, ` facile verificare che e Sn = n(n + 1) + 5 → Sn+1 = (n + 1)(n + 2) + 5 ma la formula ` falsa. Lo si vede subito per n = 0 ed n = 1. Si potrebbe e pensare che valga solo da un certo punto in poi, e si pu` provare con altri o valori, ma sempre con esito negativo. Viene il dubbio che sia sempre falsa, e cos` `, ma questa affermazione ı e richiede a sua volta una dimostrazione (trattandosi di un’affermazione universale infinita: sempre, per ogni n, Sn = . . . )12 . Una facile dimostrazione si trova se viene in mente di osservare che n(n + 1) + 5 ` sempre dispari, come somma di un pari e di un dispari, mentre e la somma di pari ` pari (ma le stesse considerazioni si potrebbero fare con e n(n + 1) + k, k > 0 qualunque).

15.3

L’induzione empirica

Come non si deve trascurare la base, cos` non si deve trascurare il passo indutı tivo. Se non si dimostra il passo induttivo, non c’` traccia di dimostrazione e per un’asserzione del tipo ∀xA(x). Al massimo si possono verificare alcuni casi particolari iniziali, per numeri piccoli. Questa verifica ` talvolta detta e induzione empirica.
12

E quindi si pu` dimostrare per induzione (esercizio). o

192

Con “induzione empirica” si intende il passaggio da un numero finito, limitato, di osservazioni, alla formulazione di una legge generale; dal fatto che tutti i cigni osservati sono bianchi alla affermazione che tutti i cigni sono bianchi. L’esempio, classico nei testi di filosofia della scienza, ` stupido, ma ` difficile trovarne di sciene e tifici, nonostante si pensi che l’induzione caratterizzi le scienze empiriche, perch´ e forme di induzione di questo genere sono in verit` del tutto estranee alla ricerca scia entifica. La parola ` usata comunque in contrasto con “deduzione”, a indicare un e passaggio dal particolare all’universale (come se la deduzione fosse, cosa che non `, e se non raramente, un passaggio dall’universale al particolare13 ). L’induzione empirica ` anche detta induzione per enumerazione, dizione che suggeriamo di evitare e perch´ non faccia venire in mente i numeri. e Quando all’inizio dell’et` moderna si ebbe una ripresa della ricerca matematica, a la parola “induzione” era usata nella scienza per indicare la formulazione di leggi generali suggerite e verificate da un certo numero di casi particolari. Anche i matematici, figli del loro tempo, usavano la parola in questo modo e per essere scienziati pretendevano di usare anch’essi l’induzione. Lo si riscontra soprattutto in quegli autori, come Eulero, che basavano le loro congetture su molti calcoli ed esplorazioni delle propriet` dei numeri. Il primo autore che formul` e propose a o il principio d’induzione matematica nella forma moderna fu Pascal, ed egli volle chiamare cos` questo principio, che implicitamente era stato usato gi` da Euclide ı a 14 , considerandolo la vera forma d’induzione adatta e da Fermat in altra versione a, o tipica della matematica . In verit` non v’` alcun rapporto; ` vero che con a e e l’induzione matematica si arriva a una conclusione valida per l’infinit` dei numeri a con due soli passaggi, ma si tratta di due dimostrazioni, non di due osservazioni.

L’esplorazione di un piccolo numero di casi non ` mai sufficiente a die mostrare ∀xA(x); al massimo pu` servire a trovare un controesempio, se si o ` fortunati. L’induzione empirica addirittura pu` essere ingannevole quando e o sono tanti i casi confermati; “tanti” ` sempre relativo; ad esempio il polinomio e f (n) = n2 + n + 41 ` tale che f (n) ` un numero primo per n = 0, 1, 2, . . . , 39 (verificare qualche e e caso). La congettura che si potrebbe indurre che f (n) sia sempre primo ` e tuttavia smentita dal controesempio f (40) = 402 + 40 + 41 = 402 + 80 + 1 = (40 + 1)2 = 412 .
13 14

Lo ` solo nelle applicazioni della particolarizzazione universale. e Il principio della discesa finita, discusso pi` avanti. u

193

Di fronte alla congettura che f (n) sia sempre primo, naturalmente viene naturale l’idea di controllare gli eventuali zeri e scomporre il polinomio (se si sa che gli zeri permettono una scomposizione). Il tentativo di dimostrare il passo induttivo invece fallisce per mancanza di idee. L’esplorazione empirica ` utile tuttavia e raccomandabile quando non !!! e viene proposta una formula da dimostrare, ma la si deve trovare, quando cio` bisogna formulare una congettura - e poi dimostrarla. e Ad esempio se si vuole trovare una formula per
1 2

+

1 2·3

+

1 3·4

+ ... +

1 , n(n+1)

se si calcolano i primi valori dell’espressione n=1 n=2 n=3
1 2 1 2 1 2

= + +

1 2 1 2·3 1 2·3

= +

2 3 1 3·4

=

3 4

n si pu` arrivare alla congettura che la risposta in generale sia n+1 , quindi o provare a dimostrarla (esercizio, e come ulteriore esercizio trovare e dimostrare la formula in modo algebrico senza induzione).

Quando come in questo caso si esegue un’induzione empirica, conviene fare attenzione che i calcoli possono dire di pi` che suggerire solo la conu gettura, possono anche suggerire la traccia della dimostrazione del passo induttivo. Consideriamo ad esempio come si possa valutare e dimostrare l’espressione per la somma dei primi dispari 1 + 3 + ... + (2n + 1) I primi calcoli mostrano come risultato dei quadrati, n=0 n=1 n=2 n=3 1=1 1+3=4 1+3+5=9 1 + 3 + 5 + 7 = 16

ed ` semplice forse il riconoscimento puro e semplice della legge, ma si pu` e o fare di meglio: se si riporta nella riga sottostante il valore ottenuto, per la 194

somma dei primi termini, e se si indica sempre l’ultimo addendo con 2i + 1, come suggerisce l’espressione iniziale, si ottiene: n=2 n=3 n=4 1 + (2 · 1 + 1) = 4 22 + (2 · 2 + 1) = 9 32 + (2 · 3 + 1) = (3 + 1)2 .

All’inizio si possono avere dubbi: 4 = 22 pu` essere 4 = 2 · 2, anzi lo `, o e ovviamente; il problema ` quale scrittura sia pi` suggestiva della direzione e u giusta da prendere; qui diventa presto trasparente la formula del quadrato (n + 1)2 = n2 + 2n + 1. Un ulteriore passo di conferma d` a n=5 42 + (2 · 4 + 1) = (4 + 1)5

e quello che si intravvede ` lo schema del passo induttivo: e 1 + 3 + + (2n − 1) + (2n + 1) = n2 + (2n + 1) = (n + 1)2 . L’uso dell’ipotesi induttiva 1 + 3 + . . . + (2n − 1) = n2 per sostituire 1 + 3 + . . . + (2n − 1) con n2 in 1 + 3 + . . . + (2n − 1) + (2n + 1) corrisponde nei calcoli precedenti ai successivi rimpiazzamenti di 1 + 3 con 4 = 22 , di 1 + 3 + 5 con 9 = 32 , di 1 + 3 + 5 + 7 con 16 = 42 . La dimostrazione per induzione non ` diversa dai calcoli che hanno fatto e intravvedere la risposta; sono gli stessi calcoli che si ripetono (non i risultati parziali, o non solo quelli), e che passando alle variabili si trasformano nel passo induttivo. Per riuscire a vedere lo schema bisogna che si facciano s` i calcoli con i ı numeri piccoli, ma non guardando solo al risultato, bens` allo spiegamento ı delle operazioni aritmetiche implicate; si ottiene il tal modo il collegamento o il passaggio dall’aritmetica all’algebra; l’algebra, rispetto all’aritmetica, non ` altro che questa attenzione non al risultato numerico - che non pu` e o esserci, in presenza delle variabili - ma alla struttura e all’organizzazione delle operazioni da eseguire, e il loro trasporto alle variabili. L’importante ` e lasciare indicate sempre le espressioni dei calcoli eseguiti.

15.4

Il ragionamento induttivo

L’induzione non ` solo una tecnica di dimostrazione, ma una tecnica di rae gionamento, che porta a trovare il risultato. Bisogna imparare a ragionare !!! 195

per induzione. Il ragionamento induttivo ` il ragionamento che costruisce una situazione e dinamica: s’immagina un insieme di n elementi e ci si chiede: cosa succede se se ne aggiunge un altro? Consideriamo l’esempio del numero di sottoinsiemi di un insieme; se U ha 0 elementi, U = ∅, l’unico sottoinsieme di U ` U , che quindi ha un e sottoinsieme; se U = {a} ha un elemento, i suoi sottoinsiemi sono ∅ e {a} = U ; se U = {a, b} ha due elementi, i suoi sottoinsiemi sono ∅, {a}, {b}, {a, b}. I conti empirici sono abbastanza complicati, da 2 in avanti; per essere sicuri di avere elencato tutti i sottoinsiemi, occorre in pratica fare il ragionamento che presentiamo sotto, e che consiste nel considerare il passaggio da un insieme con n elementi ad uno con n + 1; il ragionamento si pu` e si deve o fare prima di avere la risposta; questa pu` essere lasciata indicata, come o incognita funzionale, con la scrittura f (n) per il numero di sottoinsiemi di un insieme con n elementi. Il ragionamento necessario ` il seguente: supponiamo che un insieme con n e elementi abbia f (n) sottoinsiemi; se a un insieme U di n elementi si aggiunge un a ∈ U , tra i sottoinsiemi di U ∪ {a} ci sono quelli che non contengono a, che sono quindi tutti i sottoinsiemi di U , e quelli che contengono a. Questi tuttavia si ottengono tutti da sottoinsiemi di U aggiungendo a a ciascuno di essi; o detto in altro modo, se a ciascuno di questi si sottrae a si ottengono tutti i sottoinsiemi di U . Quindi anche i sottoinsiemi di U ∪ {a} del secondo tipo sono tanti quanti i sottoinsiemi di U . In formule l’insieme dei sottoinsiemi di U ∪ {a} ` dato da e {X | X ⊆ U } ∪ {X ∪ {a} | X ⊆ U }, e la cardinalit` di questo insieme ` f (n) + f (n). Ne segue ovviamente che a e f (n + 1) = 2f (n). Una funzione definita in questo modo, per cui il suo valore per un numero qualsiasi si ottiene eseguendo operazioni note sul valore della funzione per il numero precedente, si dice che ` definita ricorsivamente. Funzioni di questo e genere si ottengono di solito quando si esegue un ragionemento induttivo. L’argomento delle funzioni definite ricorsivamente sar` affrontato tra breve. a In alcuni casi casi, come l’attuale, da equazioni ricorsive come quella di sopra, che definiscono implicitamente una funzione, si ricava un’espressione esplicita. 196

Il ragionamento ` di nuovo induttivo; tenendo conto anche della cone dizione di base, f (0) = 1, si ricavano i seguenti valori n=0 n=1 n=2 n=3 n=4 f (0) = 1 f (1) = 2 f (2) = 2 · f (1) = 2 · 2 f (3) = 2 · f (2) = 2 · 2 · 2 = 23 f (4) = 2 · f (3) = 2 · 23 = 24

e quindi si pu` non solo congetturare la risposta f (n) = 2n ma dimostrarla, o con il passo induttivo f (n + 1) = 2f (n) = 2 · 2n = 2n+1 . In alcuni casi di definizioni ricorsive l’espressione esplicita si ricava con particolari manipolazioni algebriche. Ad esempio, se si vuole valutare la somma della progressione geometrica di ragione 2: 1 + 2 + 22 + 23 + ... + 2n = f (n) si pu` osservare che o 1 + 2 + 22 + 23 + ... + 2n = 1 + 2(1 + 2 + 22 + 23 + . . . + 2n−1 ) trovando la relazione ricorsiva f (n) = 1 + 2f (n − 1); ma se il primo membro si scrive f (n − 1) + 2n si ha f (n − 1) + 2n = 1 + 2f (n − 1) e quindi f (n − 1) = 2n − 1, da cui 1 + 2 + 22 + 23 + ... + 2n = 2n+1 − 1, caso particolare della somma della progressione geometrica di ragione r 1 + r + r2 + . . . + rn = 197
rn+1 −1 . r−1

15.5

Esercizi

Sono diversi i campi in cui l’induzione si rivela utile. Il pi` ricco di appliu cazioni naturalmente ` quello della e

Aritmetica
Si dimostri per induzione, e anche in altro modo se possibile: 1.
1 2

+

1 2·3

+

1 3·4

+ ... +

1 n(n+1)

=

n n+1

2. 1 + 4 + 9 + . . . + n2 = 3. 2 + 4 + . . . + 2n = ?

n(n+1)(2n+1) 6

4. 2 + 6 + 12 + . . . + (n2 − n) =

n3 −n 3 n(n+1)(n+2) 3

5. 2 + 2 · 3 + 3 · 4 + . . . + n(n + 1) = 6. n3 + 3n2 + 2n ` divisibile per 6 e 7. n5 + 4n + 10 ` divisibile per 5 e 8. n ≥ 3 → (n + 1)2 < 2n2

9. n > 0 → 2n | (n + 1)(n + 2) · · · (2n) 10. 1 + r + r2 + . . . + rn =
rn+1 −1 . r−1
m

11. Calcolare il posto del termine tn . . . nell’enumerazione dei termini vista nell’esempio del paragrafo 10.2

Problemi divertenti:
12. Ammettiamo di avere francobolli da 3 e da 5 centesimi. Far vedere che qualsiasi tassa postale maggiore di 7 pu` essere pagata con bolli da 3 o e 5. Suggerimento: prima si suppone che per n si sia usato almeno un bollo da 5; poi, se si sono usati solo bolli da 3, si osserva che n deve essere almeno 9. Alternativa: distinguere i tre casi: n = 3k, n = 3k + 1, n = 3k + 2. 198

13. Lo stesso con bolli da 2 e 3, tutti gli n maggiori di 1, bolli da 3 e 7, tutti quelli maggiori di 11, bolli da 2 e da 2k + 1, tutti quelli maggiori di 2k − 1.

Esercizi di geometria:
14. Quante rette passano per n punti (di cui mai tre allineati)? Suggerimento: impostare un ragionamento induttivo “se si aggiunge un punto . . . ”. 15. Quante sono le diagonali di un poligono convesso di n lati? 16. Quante diagonali non intersecantesi occorrono per dividere un poligono convesso di n lati in triangoli disgiunti? 17. La somma degli angoli interni di un poligono convesso con n lati ` e π(n − 2).

Argomenti di analisi:
18. Se n intervalli su una retta sono a due a due non disgiunti, la loro intersezione non ` vuota. e Suggerimento: anche se la base ` n = 2, nella dimostrazione del passo e induttivo occorre (almeno nell’impostazione in mente a chi scrive) utilizzare il caso n = 3, che va dimostrato a parte, sfruttando propriet` di a connessione degli intervalli (se due punti appartengono a un intervallo, tutti i punti intermedi anche vi appartengono).

Combinatoria:
19. Quante sono le funzioni da un insieme con n elementi in un insieme con m elementi? Suggerimento. Per induzione su n, con un ragionamento induttivo. Supposto di conoscere quante sono le funzioni da un insieme X con n elementi in un insieme Y con m elementi, si aggiunga a X un elemento a ∈ X. Le funzioni di dominio X ∪ {a} si ottengono da quelle di dominio X aggiungendo una coppia a, y con y ∈ Y . 199

20. Quanti sono i sottoinsiemi di un insieme con n elementi? 21. Quante sono le relazioni tra un insieme con m elementi e un insieme con n elementi? 22. Quante sono le permutazioni di un insieme con n elementi? 23. In una festa, le buone maniere richiedono che ogni persona saluti con un “Buona sera” ogni altra persona, una sola volta; se ci sono n persone, quanti “Buona sera” sono pronunciati? E se ci si d` la mano, quante a strette di mano occorrono? 24. Con quale degli esercizi precedenti si gi` risolto il problema 20? a Facciamo osservare che molti problemi in cui il passo induttivo, se s’imposta un ragionamento per induzione, consiste in un +n, come alcuni di quelli di sopra, si possono risolvere anche direttamente con un conto del numero di eventi rilevanti, che porta non a caso a risultati in forma di prodotto; ` un’applicazione del cosiddetto principio fondae mentale del conteggio che vedremo pi` avanti. u

Teoria degli algoritmi:
25. La Torre di Hanoi. Ci sono tre aste verticali; all’inizio su di una sono infilzati n dischi con un buco in mezzo, di raggio decrescente dal basso verso l’alto. Bisogna spostare la pila in un’altra asta, muovendo un disco alla volta da una pila e infilzandolo in un’altra, servendosi anche della terza asta come passaggio. La condizione ` che in nessun momento e su nessuna pila ci sia un disco al di sotto del quale ce ne ` uno di raggio e minore.

Dimostrare che lo spostamento ` possibile, per induzione su n, risole vendo prima n = 3, e calcolare quante mosse (ogni mossa ` lo spostae mento di un disco) sono necessarie. 200

Fondamenti:
26. Dimostrare che la funzione successore N −→ N \ {0} ` suriettiva, o e sopra N \ {0}. Osservazione. Questo equivale a dimostrare che ∀x(x = 0∨∃y(x = y )).

15.6

Definizioni ricorsive

Supponiamo di conoscere due funzioni numeriche15 e consideriamo la seguente coppia di equazioni: f (x1 , 0) = g(x1 ) f (x1 , x ) = h(x1 , f (x1 , x)). Per ogni m ed n il valore f (m, n) pu` essere calcolato in modo effettivo o attraverso la seguente successione di valori: f (m, 0) = g(m) f (m, 1) = h(m, f (m, 0)) f (m, 2) = h(m, f (m, 1)) e cos` via fino a f (m, n). ı Lo abbiamo gi` visto in un paragrafo precedente a proposito della funzione a definita da f (0) = 1 f (n ) = 2f (n). Qui abbiamo considerato il caso di una funzione a due argomenti, di cui uno funge da parametro. Pi` in generale, se sono date due funzioni: g(x1 , . . . , xr ) a r argomenti u e h(x1 , . . . , xr , x, y) a r + 2 argomenti16 , dove r pu` essere 0, la coppia di o equazioni f (x1 , . . . , xr , 0) = g(x1 , . . . , xr ) f (x1 , . . . , xr , x ) = h(x1 , . . . , xr , x, f (x1 , . . . , xr , x))
Con “funzione numerica” intendiamo ora una funzione f : N −→ N, o f : N × N −→ N, o anche a pi` argomenti. u 16 In verit`, per considerare tutti i casi possibili, g ed h non devono avere necessariamente a lo stesso numero di parametri, e h pu` non dipendere da x. o
15

201

definisce ricorsivamente f (x1 , . . . , xr , x) a partire da g e h. Questa forma di ricorsione si chiama propriamente ricorsione primitiva, ma non cosidereremo forme pi` generali di ricorsione17 . u In una ricorsione primitiva, il valore di f ( con valori fissati dei parametri) per ogni numero x maggiore di 0 dipende, attraverso operazioni note, dal valore di f per il predecessore x. x si chiama anche variabile di ricorsione. ` E ovvia la differenza rispetto alle definizioni esplicite; l’equazione di ricorsione f (x1 , . . . , xr , x ) = h(x1 , . . . , xr , x, f (x1 , . . . , xr , x)) non ` del tipo e 18 f (x) = . . . dove . . . non contiene f , come richiesto dalla definibilit` esa plicita, al contrario la definizione appare circolare. Un teorema generale, che dipende solo dalla struttura fondamentale di N, cio` dagli assiomi che abbiamo proposto, afferma che questo tipo di e definizione individua una e una sola funzione che soddisfa le equazioni di ricorsione per tutti i possibili argomenti. Dal precedente esempio, ` chiaro come si possa ottenere ogni valore con e un numero finito di passi. L’unicit` della funzione si dimostra nel seguente modo. Supponiamo che a due funzioni f1 ed f2 soddisfino entrambe le equazioni. Dimostriamo per induzione su x che f1 e f2 hanno sempre lo stesso valore: Base: f1 (x1 , . . . , xr , 0) = g(x1 , . . . , xr ) = f2 (x1 , . . . , xr , 0). Passo induttivo: Se f1 (x1 , . . . , xr , x) = f2 (x1 , . . . , xr , x), allora f1 (x1 , . . . , xr , x ) = h((x1 , . . . , xr , x, f1 (x1 , . . . , xr , x)) = h((x1 , . . . , xr , x, f2 (x1 , . . . , xr , x)) = f2 ((x1 , . . . , xr , x ).2 Con ovvie modifiche si definiscono ricorsivamente funzioni N \ Nk −→ N con equazioni del tipo f (k) = n0 f (x ) = h(x, f (x)) x ≥ k.

Con una semplice ricorsione primitiva si definisce l’addizione:
17 18

L’argomento rientra in un’introduzione alla teoria della calcolabilit`. a x sta per una n-upla di elementi, n imprecisato.

202

x+0 x+y

= x = (x + y) .

In queste equazioni + ` il nuovo simbolo per la funzione da definire, a due e argomenti; x funge da parametro e y da variabile di ricorsione. Le funzioni date sono per la prima equazione la funzione identit` x → x e per la seconda a la funzione successore. Si vede che, se con 1 si indica 0 , allora x + 1 = x + 0 = (x + 0) = x . Con l’addizione a disposizione si definisce ricorsivamente la moltiplicazione come una iterazione dell’addizione con le equazioni: x·0 x·y = 0 = x · y + x.

In modo analogo si definiscono la potenza, come iterazione del prodotto, e altre operazioni aritmetiche. Ad esempio il fattoriale 0! = 1 x ! = x! · x . La definizione del prodotto permette di dimostrare che la cardinalit`19 a c(X × Y ) del prodotto cartesiano di due insiemi X e Y ` c(X) · c(Y ): e Siano X e Y due insiemi di cardinalit` rispettivamente n ed m. Se a Y a si aggiunge un elemento a ∈ Y , allora X × (Y ∪ {a}) = (X × Y ) ∪ { x, a | x ∈ X}. Ma ovviamente c({ x, a | x ∈ X}) = c(X) = n, ed inoltre X × Y e { x, a | x ∈ X} sono disgiunti (vedi esercizi), per cui c(X × (Y ∪ {a})) = n · m + n = n · (m + 1). 2 A questo risultato si d` addirittura il nome di Fundamental Counting Prina ciple per la sua untilit` in combinatoria, quando si devono contare i casi. a Quando una funzione ` definita per ricorsione, la dimostrazione delle sue e propriet` ` svolta nel modo pi` naturale per induzione. Ad esempio dimosae u triamo la propriet` associativa dell’addizione: a
19

Il numero di elementi.

203

(x + y) + z = x + (y + z), per induzione su z. Base: (x + y) + 0 = x + y = x + (y + 0). Passo induttivo: Se (x + y) + z = (x + (y + z), allora (x + y) + z = ((x + y) + z) = (x + (y + z)) = x + (y + z) = x + (y + z ).2

Con la ricorsione non si definiscono solo funzioni numeriche, ma anche funzioni non numeriche che dipendono da un parametro numerico. Ad esempio l’unione e l’intersezione generalizzata di n insiemi A1 , . . . , An si possono definire con    e rispettivamente   
1 i=1 n+1 i=1 1 i=1 n+1 i=1

Ai

= A1
n i=1

Ai = (

Ai ) ∪ An+1

Ai

= A1
n i=1

Ai = (

Ai ) ∩ An+1 .

Se gli insiemi sono dati come A0 , . . . , An l’unione si definisce come  0  i=0 Ai = A0 
n+1 i=0

Ai = (

n i=0

Ai ) ∪ An+1

e analogamente per l’intersezione. Se invece si vuole definire un’unione generalizzata su infiniti insiemi 204

i∈

N Xi ,

o
∞ i=0

Xi ,

si ricorre come si ` visto alla generalizzazione della definizione originaria: e x ∈ i∈N Xi se e solo se esiste un i ∈ N tale che x ∈ Xi . Analogamente per l’intersezione. In modo ricorsivo si definisce anche la somma generalizzata, o sommatoria da 1 a n (per la sommatoria da 0 a n si applicano agli indici le stesse modifiche di sopra per l’unione):   
n i=k 1 i=1 n+1 i=1

ai

= a1
n i=1

ai = (

ai ) + an+1 ,

o pi` in generale u

ai , per n ≥ k ≥ 0, con
k i=k n+1 i=k

  

ai

= ak
n i=k

ai = (
∞ i=0

ai ) + an+1 .

La sommatoria infinita ate in Analisi.

ai rientra negll’argomento delle serie, studi-

Anche le relazioni possono essere definite per ricorsione, sostituendo equivalenze alle uguaglianze, ad esempio x<0 x<y ↔ x=x ↔ x < y ∨ x = y,

o con un altro metodo che vedremo in seguito e che utilizza anche nella notazione la definizione di relazione come insieme di coppie ordinate. 205

La ricorsione primitiva pu` essere combinata con altre forme di definizione, o come la definizione per casi, o essere usata per definire simultaneamente due funzioni. Un esempio ` la seguente definizione di quoziente e resto per la divisione e di m per n, con m ≥ n > 0 (n ` fissato, la ricorsione ` su m). e e    qm+1 =        rm+1 =  qm qm + 1 rm + 1 0 se rm < n − 1 se rm = n − 1 se rm < n − 1 se rm = n − 1

(qm ` un’altra notazione per q(m); si dovrebbe scrivere q(m, n) o qm,n , ma e non ` il caso di appesantire la notazione). e Come base della ricorsione si pone, per m = n, qn = 1 e rn = 0. Si dimostra (esercizio) per induzione su m, con base m = n, che m = nqm + rm con 0 ≤ rm < n,

ottenendo quindi il teorema fondamentale della divisione ∃q∃r(m = nq + r ∧ 0 ≤ r < n). Alcune forme frequenti di ricorsione non hanno apparentemente il formato della ricorsione primitiva; ad esempio la successione20 dei numeri di Fibonacci ` definita in modo che, a parte i primi due, arbitrari, ogni elemento dipende e dai due immediati predecessori21 :  = 1  a0 a1 = 1  an+2 = an + an+1 . Tali forme di ricorsione sono di fatto riconducibili alla ricorsione primitiva, e le propriet` di una successione come quella di Fibonacci possono essere a meglio dimostrate con un’induzione appropriata, come vedremo, oltre che con quella normale.
Una successione a0 , a1 , . . . di elementi di un insieme U non ` altro che una funzione e N −→ U tale che n → an , e si indica {an | n ∈ N} o brevemente {an }. 21 Horstmann, p. 273 e p. 646.
20

206

15.6.1

Esercizi

1. Dimostrare per induzione che se due insiemi finiti X e Y sono disgiunti, c(X ∪ Y ) = c(X) + c(Y ). Suggerimento: l’induzione ` su c(Y ), ma occorre dimostrare a parte il e caso in cui c(Y ) = 1, cio` che se a X si aggiunge un elemento a ∈ X e allora c(X ∪ {a}) = c(X) + 1 (e questo ` l’unico momento della die mostrazione in cui interviene la condizione che gli insiemi siano disgiunti). La dimostrazione richiede il teorema 15.7.1, ne ` un immediato e corollario. 2. Dimostrare la propriet` distributiva x·(y+z) = x·y+x·z per induzione a su z. 3. Dimostrare per induzione la propriet` associativa della moltiplicazione. a 4. Definire ricorsivamente mn e dimostrare mp+q = mp · mq . 5. Dimostrare per induzione che x ∈ n Ai se e solo se x appartiene ad i=1 almeno uno degli Ai (l’unione generalizzata era stata introdotta proprio con questa definizione, che ora va dimenticata a favore di quella ricorsiva; oppure si veda l’esercizio come una dimostrazione dell’equivalenza delle due definizioni). 6. Dimostrare per induzione che x ∈ tutti gli Ai . 7. Dimostrare che tutti gli ai = m.
n i=1 n i=1

Ai se e solo se x appartiene a
n i=1

m = m · n, dove

m significa

n i=1

ai con

8. Trovare e dimostrare per induzione la formula per la somma dei primi termini della progressione aritmetica di ragione k: n (a + ik). i=0 Suggerimento: le somme, gi` considerate, dei primi n numeri, dei primi a n pari e dei primi n dispari sono casi di somme di progressioni aritmetiche, le pi` semplici, di ragione 1 e 2 a partire da a = 0 o a = 1. u 9. Definire ricorsivamente il prodotto generalizzato n ai e dimostrare i=1 che se gli ai sono numeri interi allora n ai = 1 se e solo se ai = 1 i=1 per ogni i = 1, . . . , n.

207

10. Dimostrare per induzione che se ai ≥ 0 per ogni i = 1, . . . , n, allora n i=1 ai ≥ 0. 11. Dimostrare per induzione che i = 1, . . . , n. 12. Dimostrare che
n i=1 n i=1

a2 = 0 se e solo se ai = 0 per ogni i
n i=k+1

ai =

k i=1

ai +

ai per ogni 1 ≤ k < n.

13. Data la definizione ricorsiva di < del testo, dimostrare che x < y ` e equivalente a ∃z = 0(x + z = y). 14. Definire ricorsivamente ≤ e dimostrare che x ≤ y ↔ ∃z(x + z = y). 15. Dimostrare che per la successione di Fibonacci, per ogni n > 0
n i=0

ai = an+2 − 1.

208

15.7

Il principio del minimo

Abbiamo detto che un insieme X ` infinito se esiste una iniezione di X su e un sottinsieme proprio di se stesso. Il motivo per cui questa propriet`, che si a chiama anche riflessivit` di X, ` stata assunta come definizione di “infinito” a e ` che essa ` intuitivamente falsa per gli insiemi finiti. e e La sua negazione ` una caratteristica positiva degli insiemi finiti, che ` e e 22 utile nelle dimostrazioni che li riguardano, e in combinatoria ` nota come e il principio dei cassetti (in inglese Pigeonhole Principle): se si distribuiscono m oggetti in n cassetti, con m > n, in almeno un cassetto c’` pi` di un oggetto. e u In altre parole, non esiste una iniezione di un insieme con m elementi in un insieme con n < m elementi, o ancora: ogni funzione da un insieme con m elementi in un insieme con n < m elementi non ` iniettiva. e In una sistemazione rigorosa dei concetti di finito ed infinito, una volta scelta la riflessivit` come definizione fondamentale di “infinito”, ed aver fora mulato gli assiomi per N, il principio dei cassetti diventa dimostrabile. Consideriamo come tipici insiemi finiti gli insiemi Nn = {0, 1, . . . , n − 1}, con N0 = ∅. Un insieme si dice finito se esiste una biiezione tra di esso e un Nn . Abbiamo allora Teorema 15.7.1 Se m > n, non esiste una iniezione di Nm in Nn . Dimostrazione La dimostrazione ` per induzione su n. Si noti che la formula e di induzione questa volta non ` atomica, ma inizia a sua volta con un ∀. e Base: N0 ` ∅ e non esiste nessuna funzione da un insieme non vuoto e nell’insieme vuoto23 . Passo induttivo: Supponiamo vero per n che per ogni m > n non esista un’iniezione di Nm in Nn ; supponiamo per assurdo che esista invece un m > n + 1 con un’iniezione di Nm in Nn+1 , chiamiamola g. Nn+1 = Nn ∪ {n}. Deve essere n = g(i) per qualche i < m, altrimenti g sarebbe una iniezione di Nm in Nn .
La combinatoria ` proprio lo studio degli insiemi finiti. e Poich´ X ×∅ = ∅ esiste solo una relazione tra X e ∅, la relazione vuota - ∅ ` un insieme e e di coppie ordinate (e di ogni altra cosa) perch´ ` vero che per ogni x, se x ∈ ∅ x ` una ee e coppia - ma il dominio di ∅ ` ∅, non X. e
23 22

209

Se i = m − 1 eliminiamo la coppia m − 1, n ; altrimenti scambiamo tra di loro i valori attribuiti da g a i e a m − 1, ed eliminiamo m − 1 col suo nuovo valore n; consideriamo cio` g1 cos` definita: g1 (i) = g(m − 1), e e ı g1 (j) = g(j) per ogni altro j < m − 1, j = i. g1 risulta un’iniezione di Nm−1 in Nn , con m − 1 > n, contro l’ipotesi induttiva. 2 La caratteristica del “finito” di non essere iniettabile propriamente in se stesso ` collegata a propriet` intuitive, come il fatto che in qualunque modo e a si conti un insieme finito si arriva sempre allo stesso numero. Se esistesse una iniezione g di Nm in Nn , con m > n, e se contando gli elementi di un insieme si fosse arrivati a m − 1, usando tutto Nm , si potrebbe contarli assegnando a ogni oggetto il numero i < n tale che g(j) = i dove j ` il numero attribuito e all’oggetto nel precedente conteggio, e si arriverebbe a contare al massimo solo fino a n − 1. Nonostante “finito” e “infinito” siano l’uno la negazione dell’altro, ci sono molte analogie strutturali tra N e gli insiemi Nn . Sono insiemi totalmente ordinati e per di pi` bene ordinati. u La propriet` di buon ordine per N si esprime con il principio del minimo: a ∅ = X ⊆ N → ∃x(x ∈ X ∧ ∀y ∈ X(x ≤ y)) o equivalentemente: ∅ = X ⊆ N → ∃x(x ∈ X ∧ ∀y < x(y ∈ X)). Il principio del minimo giustifica l’induzione: se l’induzione fallisse per qualche propriet` A(x), allora si avrebbe A(0) e ∀x(A(x) → A(x )) ma ∃x¬A(x) e a quindi ¬A(c) per qualche c. Ora c = 0 e quindi ha un predecessore c1 tale che c1 = c. Deve essere ¬A(c1 ) perch´ A(c1 ) → A(c). A sua volta c1 = 0 e deve avere un predecessore c2 tale che c2 = c1 e per cui ¬A(c2 ), perch´ e A(c2 ) → A(c1 ), e cos` via. Allora l’insieme {. . . , c2 , c1 , c} ı 0 t
t t t t t t s s s s r qq qq q q r r c s

non avrebbe un minimo. 2 Dal principio del minimo si ricava anche un’altro principio di induzione. Se A(x) ` una qualunque formula aritmetica, considerando come X il suo e insieme di verit` {x ∈ N | A(x)} se ne deduce un analogo principio del a minimo per formule, vale a dire che 210

∃xA(x) → ∃x(A(x) ∧ ∀y < x¬A(y)). Poich´ questo vale per ogni formula, possiamo considerare una formula che e inizi con una negazione, che scriveremo ¬A, e abbiamo ∃x¬A(x) → ∃x(¬A(x) ∧ ∀y < xA(y)). Di qui, contrapponendo ¬∃x(¬A(x) ∧ ∀y < xA(y)) → ¬∃x¬A(x), ovvero ∀x¬(¬A(x) ∧ ∀y < xA(y)) → ∀xA(x), e infine ∀x(∀y < xA(y) → A(x)) → ∀xA(x)24 . La validit` di questo schema giustifica un’altra forma di dimostrazione per a induzione, che si chiama induzione forte, o induzione completa o pi` corretu tamente induzione sul decorso dei valori . Per dimostrare ∀xA(x) ` sufficiente dimostrare che ∀x(∀y < xA(y) → e A(x)), ovvero, a parole, che per ogni x la validit` di A(x) segue dal fatto che a A vale per tutti gli y < x: ∀x(∀y < xA(y) → A(x)) ∀xA(x) P asso induttivo

con ∀y < xA(y) che si pu` considerare l’ipotesi induttiva, nel passo induttivo, o e non c’` pi` bisogno della base. e u Questo non significa che lo 0 sia trascurato; il fatto ` che se si dimostra e il passo induttivo nella sua generalit`, cio` per ogni x, la dimostrazione vale a e anche per 0, per particolarizzazione, e quindi ∀y < 0A(y) → A(0). Ora tuttavia ∀y < 0A(y) ` sempre vero, essendo ∀y(y < 0 → A(y)), ed essendo e l’implicazione soddisfatta da ogni y per l’antecedente falso y < 0. Quindi si ` dimostrato (qualcosa che implica) A(0). e Bisogna fare attenzione che la dimostrazione del passo induttivo non sta- !!! bilisca la validit` di ∀y < xA(y) → A(x) solo per x da un certo punto in a
24

Si faccia attenzione che qui e nel seguito ∀y < xA(y) sta per (∀y < xA(y)).

211

poi, ad esempio diverso da 0, eventualit` che si pu` presentare, e allora i a o primi casi restanti vanno trattati e dimostrati a parte. Ma non ` la base e dell’induzione, ` una distinzione di casi all’interno del passo induttivo. e Se interessa dimostrare ∀x > kA(x) naturalmente, ` sufficiente dimostrare e come passo induttivo ∀x > k(∀y(k < y < x → A(y)) → A(x)). La giustificazione consiste nel fatto che N \ Nk+1 (la catena che si ottiene cominciando da k + 1 invece che da 0) ` anch’esso bene ordinato e anche per esso vale il e principio del minimo. Oppure formalmente si consideri la formula B(x) ↔ x > k → A(x) e si applichi l’induzione forte a B, cio` si mostri che da e ∀x > k(∀y(k < y < x → A(y)) → A(x)) segue ∀x(∀y < xB(y) → B(x)) e quindi si applichi l’induzione forte a B per concludere ∀xB(x), vale a dire ∀x > kA(x). Da ∀x > k(∀y(k < y < x → A(y)) → A(x)), per importazione delle premesse, portando all’interno x > k, ∀x(∀y(k < y < x → A(y)) → (x > k → A(x))), che si pu` riscrivere, utilizzando di nuovo l’importazione delle premesse, o ∀x(∀y(y < x → (y > k → A(y))) → (x > k → A(x))), cio` proprio e ∀x(∀y < xB(y) → B(x)).2 Esempi Il teorema che ogni numero naturale > 1 ammette una scomposizione in fattori primi25 si dimostra per induzione forte nel seguente modo: dato un numero n, o n ` primo, oppure ` il prodotto di due numeri minori di e e n e maggiori di 1. Se la propriet` vale per tutti i numeri minori di n e a
La formulazione concisa significa che ogni numero > 1 o ` primo o ` un prodotto di e e numeri primi. Vale anche l’unicit` della scomposizione, che non dimostriamo. a
25

212

maggiori di 1, per ipotesi induttiva, questi due o sono primi o ammettono una scomposizione in fattori primi, e allora anche il loro prodotto n ammette una scomposizione in fattori primi. 2 Nella dimostrazione del passo induttivo per
1 1 − 1 + 1 + . . . + (−1)n−1 n > 0 2 3

si erano distinti due casi, a seconda che n fosse pari o dispari. Con l’induzione forte la distinzione rimane ma non porta a due dimostrazioni diverse. Si pu` o ragionare nel seguente modo: se la disuguaglianza vale per ogni m < n allora se n ` pari vale e 1 − 1 + 1 + ... − 2 3 e quindi 1 − 1 + 1 + ... − 2 3
1 n−2 1 1 + ( n−1 − n ) > 0 1 n−2

>0

1 e perch´ ( n−1 − n ) > 0, mentre se n ` dispari e 1

1 − 1 + 1 + ... − 2 3 e quindi 1 − 1 + 1 + ... − 2 3
1 n−1

1 n−1

>0

+

1 n

> 0. 2

Consideriamo di nuovo il problema di pagare qualsiasi tassa postale maggiore di 7 con francobolli da 3 e da 5 centesimi. La dimostrazione ` gi` stata e a fatta per induzione, ma si pu` fare in modo pi` rapido con l’induzione forte. o u Dato un numero qualunque n > 7, ammesso che la possibilit` di affrancare a con bolli da 3 e 5 valga per tutti i numeri minori di n e maggiori di 7, si consideri n − 3. Questa cifra pu` essere realizzata con bolli da 3 e 5, per cui o basta aggiungere un bollo da 3. Tuttavia il ragionamento funziona per gli n tali che n − 3 sia maggiore di 7, quindi non per 8, 9, 10. Quindi il passo induttivo come svolto sopra non copre tutti i numeri, e questi tre casi devono essere trattati a parte per completare il passo induttivo. 2 Come si vede dal confronto, rispetto alle dimostrazioni per induzione normale con l’induzione forte si riduce la parte prettamente aritmetica. Tale 213

possibilit` ` forse la ragione della attribuzione di “forte” a questo tipo di a e induzione. Da un punto di vista logico, la giustificazione dell’appellativo “forte” ` e che la stessa conclusione ∀xA(x) si ottiene nell’induzione forte da un’ipotesi ∀x(∀y < xA(y) → A(x)) pi` debole di A(0)∧∀x(A(x) → A(x+1)). Questa ulu tima affermazione sulla forza delle rispettive ipotesi a sua volta si giustifica col fatto che una stessa conclusione A(x) si ottiene una volta con un’assunzione forte come ∀y < xA(y) e una volta con l’assunzione pi` debole che A valga u solo per il predecessore. Si tratta tuttavia di impressioni psicologiche. Il motivo per cui la dizione “forte” non ` del tutto appropriata ` che l’induzione forte ` equivalente a e e e quella normale. La conclusione ∀xA(x) a partire da ∀x(∀y < xA(y) → A(x)) si pu` giuso tificare infatti formalmente nel seguente modo. Si considera la formula B(x) ↔ ∀y < xA(y) e si dimostra ∀xB(x) (da cui segue ovviamente ∀xA(x)) per induzione su x, utilizzando anche ∀x(∀y < xA(y) → A(x)) nel corso della dimostrazione: Base: B(0) ` immediato perch´ y < 0 ` falso. e e e Passo induttivo: Ammesso B(x), cio` ∀y < xA(y), da questa segue A(x), e e quindi ∀y < x A(y) che ` B(x ). 2 e Viceversa l’induzione normale si giustifica in base a quella forte in questo modo. Supponiamo A(0) ∧ ∀x(A(x) → A(x )); per ottenere ∀xA(x), in base all’induzione forte ` sufficiente dimostrare ∀x(∀y < xA(y) → A(x)). e Distinguiamo due casi; un numero o ` 0, e allora abbiamo A(0) e quindi e ∀y < 0A(y) → A(0), oppure se ` diverso da 0 ` un successore e possiamo e e indicarlo x , e dobbiamo dimostrare ∀y < x A(y) → A(x ). Ma ∀y < x A(y) implica A(x), e con ∀x(A(x) → A(x + 1)) anche A(x ). 226 Il principio del minimo ` anche equivalente all’affermazione che non ese istono catene discendenti infinite; se una successione {an } fosse tale che
La dimostrazione formale dell’equivalenza tra induzione e induzione forte si trasporta alla dimostrazione dell’equivalenza tra il fatto che N sia bene ordinato e il fatto che N sia il pi` piccolo insieme che contiene 0 ed ` chiuso rispetto al successore. u e
26

214

. . . < an+1 < an < . . . < a0 , l’insieme {an | n ∈ N } non avrebbe minimo. Viceversa, dato un insieme non vuoto X, preso un suo elemento a0 , se non ` il minimo di X si pu` trovare un altro suo elemento a1 < a0 , e se e o neanche a1 ` il minimo si continua, ma siccome la successione cos` generata e ı non pu` essere infinita, si trova un ak che ` il minimo di X. 2 o e Al principio del minimo si d` ancora un’altra formulazione nota come a principio della discesa finita. Esso afferma che se una propriet` P vale per a un k > 0, e quando vale per un n > 0 qualunque allora vale anche per un numero minore di n, allora P vale per 0. Infatti in queste ipotesi, in cui l’insieme degli n che soddisfa P non ` e vuoto, il minimo deve essere 0, perch´ un n > 0, non sarebbe il minimo, in e quanto anche qualche numero minore soddisferebbe P . Viceversa, ammesso il principio della discesa finita, e dato un insieme X non vuoto, consideriamo la propriet` P di appartenere a X. O la propriet` a a P vale per 0, e 0 ` allora ovviamente il minimo di X, oppure 0 non ha la e propriet` P . In questo caso, non ` vero per P che per ogni n che ha la a e propriet` P anche uno minore ha la propriet` P . Quindi esiste un n che a a soddisfa P ma tale che nessun suo predecessore soddisfa P , ed n ` il minimo e di X. 2 Un’ovvia variante ` che se una propriet` P vale per un h > k e quando e a vale per un n qualunque > k allora vale anche per un numero < n e ≥ k, allora P vale per k. Il principio della discesa finita ` alla base delle dimostrazioni di termie nazione degli algoritmi, quando ad un algoritmo si associa una propriet` P !!! a che decresce ad ogni esecuzione di un passo dell’algoritmo. Un esempio ` la e dimostrazione di terminazione per l’algoritmo di costruzione degli alberi di refutazione proposizionali, nel Lemma 8.2.1. Il principio del minimo fornisce un comodo e utile metodo di definizione di funzioni: a ogni x (o a pi` elementi se si tratta di funzione a pi` argomenti) u u si associa il minimo y tale che A(x, y), ammesso di sapere che esistono degli y tali che A(x, y), dove A(x, y) ` una formula. e La definizione di minimo comune multiplo di due numeri ` un esempio e ovvio del ricorso a tale possibilit`, che ` molto frequente in aritmetica, e si pu` a e o combinare con la ricorsione per definire funzioni effettivamente calcolabili. Ad esempio si definisce per ricorsione la successione dei numeri primi {pn | n ∈ N } ponendo innanzi tutto p0 = 2, quindi osservando che se ` noto e 215

pn allora esiste (teorema di Euclide) un numero primo maggiore di pn , e uno che dalla dimostrazione dell’infinit` dei primi si sa che ` minore o uguale a a e 2 · 3 · 4 · . . . · pn + 1. Si definisce allora pn+1 come il minimo numero primo maggiore di pn . La definizione ` corretta in base solo al principio del minimo, ma l’esistenza e di un confine superiore la rende anche effettivamente calcolabile in modo elementare (eseguendo una ricerca limitata a priori). A ricorsione primitiva e operatore di minimo corrispondono nei linguaggi di programmazione strutturata i costrutti repeat (for i = 0 to n) e while . . . do.

15.8

Varianti dell’induzione

Tra l’induzione normale e quella forte esistono varianti intermedie, in cui per ogni x la validit` di A(x) ` dimostrata a partire da quella di A per alcuni a e specificati predecessori. Ad esempio A(0) A(1) ∀x(A(x) ∧ A(x ) → A(x )) ∀xA(x). Base Base P asso induttivo

Questa forma di induzione si giustifica, come quella forte, con l’induzione normale, considerando la formula B(x) ↔ A(x) ∧ A(x ) e dimostrando ∀xB(x) (da cui ovviamente ∀xA(x)) per induzione, utilizzando le assunzioni relative ad A: Base: B(0) segue da A(0) e A(1). Passo induttivo: Ammesso B(x), quindi A(x) ∧ A(x ), dal passo induttivo per A si deduce A(x ), quindi A(x ) ∧ A(x ), cio` B(x ). 2 e Varianti di questo genere corrispondono ad analoghe varianti della ricorsione primitiva, e permettono di dimostrare le propriet` della funzioni cos` a ı definite. Ad esempio la forma di induzione di sopra ` quella adatta a die 27 mostrare propriet` della successione di Fibonacci a
Nella precedente definizione si era posto a0 = a1 = 1; con questa, altrettanto usata, si premette uno 0 e gli altri valori sono solo slittati di un posto.
27

216

0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, . . . Esempio Mostriamo un legame inaspettato dei numeri di Fibonacci con numeri irrazionali, in particolare con la sezione aurea. Indicate con √ √ α = 1 (1 + 5) e β = 1 (1 − 5) 2 2 le radici dell’equazione x2 − x − 1 = 0, o x2 = x + 1, dove α ` la cosiddetta sezione aurea, si ha e an = Dimostrazione Base: Per n = 0 la formula si riduce a a0 = 0 e per n = 1 a a1 = 1. Passo induttivo: Poich´ e an = an−1 + an−2 per ipotesi induttiva si ha an = quindi an =
1 √ (αn−2 (α 5 1 √ (αn−1 5 1 √ (αn 5

− β n ).

− β n−1 + αn−2 − β n−2 )

+ 1) − β n−2 (β + 1)).

Ma α + 1 = α2 e β + 1 = β 2 , per cui an =
1 √ (αn 5

− β n ). 2

217

L’induzione doppia ` un’altra variante dell’induzione. e Quando la formula da dimostrare ` del tipo ∀x∀yB(x, y), se si esegue e un’induzione su x la formula di induzione ` ∀yB(x, y) e nel passo induttivo, e quando si deve derivare ∀yB(x, y) . . . ∀yB(x , y) pu` darsi che ∀yB(x , y) richieda di essere derivata a sua volta per induzione o (anche con l’utilizzo di ∀yB(x, y) che ` l’ipotesi induttiva dell’induzione su e x). Si parla allora di induzione doppia, anche se si tratta di due applicazioni di un’induzione normale, solo che una ` all’interno del passo induttivo e dell’altra; bisogna fare attenzione a indicare con pulizia le varie tappe della dimostrazione, perch´ nel passo induttivo dell’induzione su y si avr` a dise a posizione l’ipotesi induttiva relativa all’induzione su y e l’ipotesi induttiva relativa all’induzione pi` esterna su x. u Non ` facile trovare esempi elementari in cui il ricorso all’induzione doppia e ` proprio necessario28 . Diamo un esempio per mostrare come si organizzano e i passi della dimostrazione, scegliendo la commutativit` dell’addizione, ana che se per questa propriet` l’induzione doppia si potrebbe evitare (e dopo a mostreremo come). Dimostriamo quindi ∀x∀y(x + y = y + x), e iniziamo con un’induzione su x. Basex : Dobbiamo dimostrare ∀y(0 + y = y + 0). ovvero ∀y(0 + y = y).
Nel primo teorema del paragrafo 15.7 abbiamo visto un esempio in cui la formula d’induzione era universale ma non ha richiesto l’induzione doppia.
28

Ipotesi induttiva

218

e lo dimostriamo per induzione su y: Basey : 0 + 0 = 0. Passo induttivoy : Ammesso 0 + y = y, si ha 0+y = (0 + y) = y.

Passo induttivox : Assumiamo, come ipotesi induttivax , che ∀y(x+y = y+x) e dimostriamo ∀y(x + y = y + x ) per induzione su y. Basey : Da dimostrare ` e x +0 = 0+x. Ma 0 + x = (0 + x) = (x + 0) (il precedente passaggio per l’ipotesi induttivax particolarizzando ∀y a 0) = x = x +0 . Passo induttivoy : Assumiamo l’ipotesi induttivay che x + y = y + x e dimostriamo x + y = y + x . x +y = (x + y) = (y + x ) = (y + x)

dove si ` usata l’ipotesi induttivay . e D’altra parte 219

y +x

= = = =

(y + x) (x + y ) (x + y) (y + x)

dove si ` usata prima l’ipotesi induttivax particolarizzando ∀y a e y , e infine di nuovo l’ipotesi induttivax particolarizzando ∀y a y. Naturalmente si sono anche usate le equazioni della definizione ricorsiva dell’addizione, in particolare la seconda. Quindi il passo induttivoy ` dimostrato 2 e e con la sua conclusione ∀y(x + y = y + x ) anche il passo induttivox . 2 Vediamo ora come si dimostra pi` facilmente ∀x∀y(x + y = y + x). Ocu corrono pi` applicazioni dell’induzione, ma nessuna induzione doppia. u Abbiamo gi` dimostrato per induzione la propriet` associativa della somma, a a e che ∀x(x + 0 = 0 + x), nel corso della precedente dimostrazione. Dimostriamo ora per induzione su x che ∀x(x + 1 = 1 + x). Si ricordi che in base alla definizione di addizione x = x + 1. Base: 0 + 1 = (0 + 0 ) = (0 + 0) = 0 = 1 = 1 + 0. Passo induttivo: Ammesso x + 1 = 1 + x,

1+x

= = = =

(1 + x) (x + 1) (x + 1) + 1 x + 1.2

Ora infine, usando questi risultati, dimostriamo per un x generico che ∀y(x + y = y + x) per induzione su y: 220

Base: x + 0 = 0 + x. Passo induttivo: Ammesso x + y = y + x, abbiamo x + y = (x + y) = = = = = = (y + x) (y + x) + 1 y + (x + 1) y + (1 + x) (y + 1) + x y + x.2

15.9

Errori e paradossi

Alcuni errori delle dimostrazioni, come il dimenticare la base, sono stati gi` a segnalati. Altri possono essere pi` difficili da scoprire, e alcuni portano a u divertenti paradossi. Si consideri il seguente Teorema 15.9.1 Tutte le mele hanno lo stesso colore. Dimostrazione Basta dimostrare che, comunque si prendano n mele, queste hanno tutte lo stesso colore. Se prendiamo una mela, tutte le mele nell’insieme hanno lo stesso colore. Sia dato un insieme di n + 1 mele. Se togliamo una mela a, otteniamo un insieme di n mele che per ipotesi induttiva hanno lo stesso colore. Ma se rimettiamo a nel mucchio e ne togliamo un’altra b, abbiamo un altro insieme di n mele che devono avere tutte lo stesso colore; quindi b ha il colore di mele che hanno lo stesso colore di a, quindi a ha lo stesso colore delle altre. 2 Mentre nella precedente dimostrazione ` presente un vero errore, diverso ` e e il caso di ragionamenti come i seguenti, che lo studente ` invitato a discutere. e Sul primo non sarebbero d’accordo i sollevatori di pesi. Teorema 15.9.2 Chiunque ` in grado di sollevare un mucchio di sabbia pee sante quanto si vuole. Dimostrazione Dato un granello di sabbia, chiunque ` in grado di solle evarlo. Se una persona ` in grado si sollevare un mucchio di sabbia, e al e mucchio si aggiunge un granello, la stessa persona ` in grado di sollevare il e 221

nuovo mucchio. Qualunque mucchio di sabbia, di qualsiasi peso, si ottiene accumulando un numero sufficiente di granelli di sabbia. 2 Sul prossimo sarebbero d’accordo i matematici, e non si pu` dire che sia o un errore, n´ un paradosso, sembra solo paradossale. e Teorema 15.9.3 Ogni numero ` interessante. e Dimostrazione Iniziamo con un’induzione empirica. 0 ` interessante, al punto e che si continuano a scrivere libri su di esso, rappresenta il vuoto, il nulla . . . 1 ` molto interessante, genera tutti gli altri. 2 ` il primo numero pari, e e e rappresenta tutte le dicotomie che danno origine alla vita, la divisione nella coppia, maschio e femmina, il bene e il male . . . , 3 ` la trinit`, il primo primo e a dispari, somma dei suoi predecessori . . . , 4 ` il primo numero composto, ci e sono i quattro cavalieri dell’Apocalisse . . . , 5 in effetti non sembra avere nessuna caratteristica unica; beh, questo ` interessante di 5, che ` il primo e e numero non interessante . . . Si vede ora come svolgere la dimostrazione, nella forma del principio del minimo: l’insieme dei numeri non interessanti ` vuoto, perch´ se no avrebbe e e un primo elemento, e questo sarebbe interessante, come primo numero non interessante. 2 Non sembra invece accettabile Teorema 15.9.4 Ogni numero ` piccolo. e Dimostrazione 0 ` piccolo, e se n ` piccolo anche n + 1 ` piccolo. 2 e e e Una dimostrazione per induzione forte che contiene evidentemente un errore ` la seguente, secondo cui le derivate di una qualunque potenza xn e sarebbero tutte nulle, cos` come Dx0 = 0, la derivata di una costante: ı Per la regola del prodotto, e usando l’ipotesi induttiva che la derivata di x sia identicamente 0 per ogni i < n + 1,
i

Dxn+1 = (Dx1 ) · xn + x · (Dxn ) = 0 · xn + x · 0 = 0.

15.10

Definizioni induttive

Le definizioni induttive sono quelle che si appoggiano ai numeri naturali, ma si riferiscono ad altri enti; definiscono funzioni con dominio N ma valori 222

diversi dai numeri, in generale insiemi, relazioni. La formulazione pi` genu erale quindi si d` in termini insiemistici; una tipica definizione induttiva si a presenta nella forma seguente. Dato un insieme B e una funzione F che manda insiemi in insiemi, si pone I0 = B In+1 = F (In ), oppure, nella forma cumulativa, che garantisce che In ⊆ In+1 per ogni n, I0 = B In+1 = In ∪ F (In ). Quindi si pone I= {In | n ∈ N}

e si dice che I ` definito induttivamente, o per induzione, mediante F , con e base B. I risulta un insieme qualunque, dipende da B e F , pu` anche essere un o insieme di coppie, o un insieme di altre strutture. F anche ` una funzione qualunque, ma in generale si prende crescente, e rispetto all’inclusione, nel senso che se X ⊆ Y allora F (X) ⊆ F (Y ), e continua, rispetto all’unione, nel senso che “F della unione uguale unione degli F ”: F ( {Xj | j ∈ J }) = {F (Xj ) | j ∈ J }.

Si pu` sempre fare in modo di utilizzare una funzione crescente ponendo o F (X) = X ∪ F (X). Se F ` continua, la definizione cumulativa si pu` anche e o esprimere con In = F ( avendo posto  
i<n Xi = n−1 i=0 i<n Ii )

Xi

se se

n>0 n=0

∅ 223

e ovviamente F (∅) = B. Esempi L’insieme dei polinomi in x a coefficienti reali si pu` definire con o P0 =R Pn+1 = {x · p + c | p ∈ Pn , c ∈ R} e P = {Pn | n ∈ N }.

(Esercizio: Esaminare quali siano gli elementi di P1 e P2 .) Come si vede dall’esempio, la base B non ` necessariamente un insieme e finito. La funzione F in questo caso ` e F (X) = {x · p + c | p ∈ X, c ∈ R}, che si vede facilmente essere crescente e continua, come sar` anche negli a esempi successivi. L’insieme dei termini T costruiti con 0, 1, x, + e · si pu` definire con o T0 = {0, 1, x} Tn+1 = Tn ∪ {t1 + t2 | t1 , t2 ∈ Tn } ∪ {t1 · t2 | t1 , t2 ∈ Tn } e T = {Tn | n ∈ N }.

L’insieme I definito induttivamente mediante F , con base B, ` carattere izzato dalla seguente propriet`: a I ` il pi` piccolo insieme che contiene B ed ` chiuso rispetto a F , e u e dove si dice che un insieme X ` chiuso rispetto a F se per ogni Y se Y ⊆ X e allora F (Y ) ⊆ X; con “pi` piccolo” s’intende che se J ` un insieme che u e contiene B ed ` chiuso rispetto a F allora I ⊆ J. e I due tipi di definizione si dicono anche definizione dal basso (quella induttiva con l’unione) e dall’alto, per intersezione. 224

Un modo di esprimere in simboli il fatto che un insieme X ` il pi` pice u colo insieme che ha una certa propriet` P ` infatti quello di dire che X ` a e e l’intersezione (generalizzata) di tutti gli Y tali che P (Y ), quando l’intersezione ha ancora la propriet` P . a !!! Questo succede ad esempio se la propriet` P consiste, come nel caso a attuale, nel contenere un dato insieme o nell’essere chiusi rispetto a una funzione. Non ` sempre cos` ad esempio nel campo reale l’intersezione di tutti e ı, gli intervalli che contengono propriamente l’intervallo (−1, 1) ` l’intervallo e chiuso [−1, 1] (estremi inclusi), che ha ancora la stessa propriet`; invece a l’intersezione di tutti gli intervalli aperti (−x, x) ` l’insieme {0}, che non ` e e 29 un intervallo aperto . Facciamo vedere che le due definizioni di I sono equivalenti, se si usa l’induzione cumulativa ed F ` crescente e continua, e a questo scopo chiamie amo J l’insieme definito dall’alto: J= {X | B ⊆ X ∧ ∀Y (Y ⊆ X → F (Y ) ⊆ X)}.

Dobbiamo dimostrare che I = J. Per I ⊆ J basta far vedere che per ogni n In ⊆ J, cio` che se X ` tale che e e B ⊆ X ∧ ∀Y (Y ⊆ X → F (Y ) ⊆ X) allora In ⊆ X. Lo si verifica facilmente per induzione (esercizio). Ne segue che I ⊆ J per la propriet` di minimalit` a a dell’unione. Per J ⊆ I basta far vedere che I ` uno degli insiemi di cui J ` l’intersezione, e e quindi che B ⊆ I e I ` chiuso rispetto a F . B ⊆ I ` ovvio. e e ` E sufficiente controllare la propriet` di chiusura per sottoinsiemi finiti a di I. Infatti ogni Y ⊆ I, ogni Y in verit`, ` l’unione dei suoi sottoinsiemi a e finiti, Y = {Z ⊆ Y | Z finito}, e se F ` continua F (Y ) = {F (Z) | Z ⊆ e Y e Z finito}. Ora se Z ⊆ I e Z ` finito, allora Z ⊆ In per qualche n30 , e F (Z) ⊆ e F (In ) ⊆ In+1 , quindi F (Z) ⊆ I. 2 Questo ` il motivo per cui si sceglie la forma cumulativa dell’induzione e anche quando non sarebbe necessario; in tal modo si garantiscono le propriet` a richieste dalla dimostrazione, e le supporremo sempre verificate anche se la presentazione della definizione induttiva non lo mostra esplicitamente.
Con intervallo aperto (−x, x) s’intende {y | −x < y < x}. Perch` Ir ⊆ Ir+1 : allora ogni elemento di Z ` in qualche Ir , e tutti sono quindi nel e e massimo di questi.
30 29

225

Di solito infatti la funzione F ` precisata da una serie di operazioni da e compiere sugli elementi dell’insieme In per ottenere In+1 e allora per ogni operazione si ha una clausola induttiva. La definizione del precedente insieme di termini T si presenta nel seguente nel seguente modo:  0, 1, x sono termini  Base: Clausola induttiva 1: Se t1 e t2 sono termini, anche t1 + t2 ` un termine. e  Clausola induttiva 2: Se t1 e t2 sono termini, anche t1 · t2 ` un termine. e Qualche volta si aggiunge, ma pi` spesso si trascura, una u Clausola di chiusura: Null’altro ` un termine. e Per dare una definizione induttiva di un insieme I in sostanza, prima si dice esplicitamente che certi elementi appartengono a I; quindi si afferma che se certi elementi, di una determinata forma, appartengono a I, anche altri, di altra forma collegata, appartengono a I. La clausola di chiusura ` da intendersi nel senso che non solo I contiene gli e elementi della base ed ` chiuso rispetto alle operazioni indicate dalle clausole e induttive, ma ` il pi` piccolo insieme del genere. Quindi ` uguale all’insieme e u e {In | n ∈ N } e qualcosa ` in I se e soltanto se ` in un In , cio` lo ` in e e e e base all’applicazione iterata un numero finito di volte delle clausole di base e induttive. Esempi La definizione delle proposizioni P aveva la forma induttiva Base: Una proposizione atomica ` una proposizione. e Clausola induttiva 1: Se A ` una proposizione, anche (¬A) lo `. e e Clausola induttiva 2: Se • ` un connettivo binario, e se A e B sono propoe sizioni, anche (A • B) lo `. e Si tratta di una definizione per induzione cumulativa: quando (A • B) ` e inserito in In+1 , A e B non sono necessariamente entrambe in In , ma in uno qualsiasi dei livelli precedenti. Definiamo l’insieme A degli alberi binari finiti (qui brevemente “alberi”), intesi come insiemi finiti con un ordine parziale:

226

Base: Un singoletto {•} ` un albero, che ` radice, in quanto non ha predee e cessori immediati, ed ` foglia in quanto non ha successori immediati (o e figli). Clausola induttiva: Dato un albero, se ad alcune sue foglie si aggiungono uno o due successori immediati si ha un albero. Vediamo come sono formati alcuni primi livelli di A. La base A0 contiene solo l’albero • mentre A1 contiene • • ↓ • • • •

e A2 oltre a quelli di A1 • ↓ • ↓ • • • • ↓ • • • • • • • • • • • • ↓ • • 227 • • •• • ↓ • • • • • • ↓ • • • • • • • ↓ • •

• • • •

Infine mostriamo come si definisce una relazione, come insieme di coppie, anche se spesso per le relazioni si adottano equivalenze di tipo ricorsivo, come abbiamo visto per <. Proprio la relazione < si pu` definire con o I0 = { x, x | x ∈ N } In+1 = In ∪ { x, y | x, y ∈ In }, e I = <, che mostra come < sia l’iterazione della relazione “successore” (che ` la base I0 ). e La definizione ricorsiva che abbiamo visto in precedenza, da cui segue x < y ↔ ∃z = 0(x + z = y), mostra anch’essa come < sia l’iterazione del successore, dal momento che l’addizione ` l’iterazione del successore; quest’ultima equivalenza peraltro ` e e piuttosto la definizione di una formula, che a sua volta definisce la relazione, che non la definizione della relazione come insieme. Un altro modo di presentare la relazione < ` quello di definirla come la e chiusura transitiva della relazione successore S = { x, x | x ∈ N }. La chiusura transitiva di una relazione S ` la pi` piccola relazione che e u estende S ed ` transitiva; se scriviamo e T rans(R) per ∀x, y, z( x, y ∈ R ∧ y, z ∈ R → x, z ∈ R), e T C(S) per “chiusura transitiva di S” allora T C(S) = {R | S ⊆ R e T rans(R) }.

L’intersezione non ` fatta sull’insieme vuoto, perch´ esiste sempre almeno e e una R soddisfacente le condizioni richieste, ad esempio la relazione totale. Anche la chiusura transitiva di S ammette in generale una definizione induttiva dal basso (come quella vista sopra per <), data da I0 = S In+1 = In ∪ { x, y | ∃z( x, z ∈ In ∧ z, y ∈ S)}, e T C(S) = Esempi 228
∞ i=0 {In }.

La relazione d’ordine parziale negli alberi ` la chiusura transitiva della e relazione di successore immediato che ` inclusa nella definizione ricorsiva e degli alberi. La relazione “B ` una sottoproposizione di A” ` la chiusura transitiva e e della relazione “B ` una sottoproposizione immediata di A” della definizione e del paragrafo 3.2.1. Quando un insieme I ` definito induttivamente, per dimostrare che ogni e elemento di I ha una propriet` P si pu` usare l’induzione. a o Ad ogni elemento x ∈ I ` associato un numero, il pi` piccolo n tale che e u 31 x ∈ In . Chiamiamo altezza di x questo numero . Esempio L’altezza di un polinomio rispetto alla definizione induttiva di P ` il grado del polinomio. e Un’induzione sull’altezza di x ` un’induzione su n, che tuttavia prende in e esame non solo tutti i numeri naturali, ma tutti gli elementi di tutti i livelli In della gerarchia in cui ` strutturato I. Essa si presenta nella seguente forma: e Base: Ogni elemento di altezza 0, cio` ogni elemento di I0 , ha la propriet` e a P. Passo induttivo: Ammesso che ogni elemento di altezza n abbia la propriet` a P , si dimostra che ogni elemento di altezza n + 1 ha la propriet` P . a
n−1 Gli elementi di altezza n sono gli elementi di In \ i=0 Ii . Se si vuole che l’ipotesi induttiva riguardi tutto In occorre utilizzare l’induzione forte:

Passo induttivo: Ammesso che ogni elemento di altezza minore di n abbia la propriet` P , si dimostra che ogni elemento di altezza n ha la propriet` a a P. Esempio Dimostriamo che :
Nella definizione delle proposizioni del paragrafo 3.2.1 le proposizioni atomiche avevano altezza 1, mentre nella terminologia attuale hanno altezza 0; lo stesso per gli alberi, secondo la definizione del paragrafo 3.2.2 l’albero • aveva altezza 1, mentre ora ha altezza 0; non ci sarebbe alcuna difficolt` ad adattare la notazione delle definizioni induttive in modo a da ristabilire l’accordo, usando N \ {0} o N \ Nk invece di N.Tuttavia nella trattazione generale delle definizioni induttive, non c’` motivo per non usare tutti i numeri, incluso 0. e La precedente definizione di altezza di un albero si giustificava intuitivamente in base alla nozione di lunghezza dei rami.
31

229

Ogni proposizione ha un numero pari di parentesi. Dimostrazione Per induzione forte. Supponiamo che tutte le proposizioni di altezza minore di n abbiano un numero pari di parentesi. Indichiamo con A il numero di parentesi di A. Sia A una proposizione di altezza n. Se n = 0, la proposizione ` atomica, e della forma (p), e ha due parentesi. Se n > 0, A ` una proposizione composta, e il fatto cruciale ` che le sue e e componenti hanno altezza minore di quella di A. Si danno due casi. Se A ` (¬B), per ipotesi induttiva B ` un numero pari e A = B + 2 ` e e e anch’esso pari. Se A ` (B • C) composta con un connettivo binario, per ipotesi induttiva e B e C sono pari e A = B + C + 2 ` anch’esso pari. 2 e Insieme alle dimostrazioni induttive, anche le definizioni ricorsive si estendono agli insiemi definiti induttivamente. L’estensione di un’interpretazione i a una valutazione i∗ del linguaggio proposizionale (paragrafo 3.3) ` una !!! e definizione ricorsiva sull’altezza delle proposizioni. Altre volte si usano misure di complessit` diverse dall’altezza. Per poter a fare dimostrazioni induttive per tutti gli elementi di un insieme X, quello che importa ` che X si possa rappresentare come ∞ Xi , indipendentemente da e i=k come ` stato originariamente definito. e Esempio L’algoritmo di trasformazione di una proposizione in forma normale congiuntiva (o disgiuntiva) del paragrafo 6.3 presentava una ricorsione sulla lunghezza delle proposizioni. L’esecuzione delle operazioni sintattiche da compiere su una proposizione era riportata, attraverso l’applicazione delle leggi distributive, a proposizioni di lunghezza minore: da A∨B ≡ (C ∧D)∨B via (C ∨ B) ∧ (D ∨ B) a C ∨ B e D ∨ B. Data una forma normale congiuntiva per queste ultime, si ha una forma normale congiuntiva anche per A ∨ B. Si noti che C ∨ B e D ∨ B potrebbero avere invece la stessa altezza di A ∨ B, se prevale l’altezza di B. La misura di complessit` associata in modo naturale alla definizione delle a proposizioni ` l’altezza dell’albero di parsing, ma vale anche e P=
∞ i=3

Li

dove Li ` l’insieme delle proposizioni che hanno (come liste) lunghezza i e (alcuni Li sono vuoti, vedi esercizi), o la gerarchia cumulativa 230

P=

∞ i=3

L≤ i

dove L≤ ` l’insieme delle proposizioni che hanno lunghezza ≤ i. i e 15.10.1 Esercizi

Dimostrare per induzione 1. Ogni proposizione contiene almeno una parentesi. 2. Ogni proposizione inizia con una parentesi sinistra e termina con una parentesi destra. 3. In ogni proposizione il numero di parentesi sinistre ` uguale al numero e di parentesi destre. 4. Se si considera una sottosequenza iniziale propria di una proposizione, in essa il numero di parentesi sinistre ` maggiore di quello delle parentesi e destre. Questo risultato ` quello che giustifica il fatto che il contatore di pare entesi torna a zero solo alla fine di una formula. 5. Ogni proposizione ha lunghezza (comme lista) maggiore o uguale a 3. 6. In nessuna proposizione occorrono due connettivi consecutivi. 7. In ogni proposizione non atomica occorre almeno un connettivo. 8. In nessuna proposizione occorre la sottosequenza “()”, n´ “)p”. e 9. Se Li ` l’insieme delle proposizioni di lunghezza i, trovare quali sono e gli i che sono lunghezze di proposizioni (per cui cio` Li = ∅). e 10. In ogni proposizione la sua lunghezza ` maggiore della sua altezza. e 11. Dimostrare per induzione sul numero di lettere che il numero delle interpretazioni delle proposizioni A[p1 , . . . , pn ] ` 2n . e 12. Determinare e dimostrare quanti sono gli alberi di altezza n. 13. Determinare e dimostrare quante sono, al massimo, le foglie e i rami di un albero di altezza n. 231

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