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Relazione sulle Operette morali

Narrasi che in principio tutti gli uomini che da principio popolarono la terra,
fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo..
È così che iniziano le “Operette morali” di Giacomo Leopardi: dall’origine
dell’uomo. Naturalmente quest’opera è tutta incentrata sul genere umano e
sulla sua morale, o per meglio dire, sulla filosofia di Leopardi, che lui stesso
lascia facilmente trasparire in queste operette, nei racconti o nei discorsi.
Partendo quindi dalle origini, Leopardi cerca o meglio immagina il fondamento,
il punto di partenza da cui sviluppare la sua filosofia. Inizia quindi narrando che
quegli stessi uomini che, pascendosi di lietissime speranze, e traendo da
ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto
contento, e con poco meno che opinione di felicità, con il passare del tempo, si
resero conto che la terra aveva termini certi, che quella stessa non riusciva
loro di gran luogo così dilettevole e grata come a principio. Cresciuta la loro
mala contentezza, convertita la sazietà in odio, alcuni vennero in sì fatta
disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito, che nel primo tempo
avevano avuti in tanto amore, spontaneamente se ne privarono. È da qui che
inizia la visione pessimistica di Leopardi: la rinuncia alla vita e il rifugio nella
morte, come fine della noia e del desiderio di felicità. Leopardi però prosegue
nella sua narrazione che assomiglia sempre più a un racconto mitologico, e
nello specifico sembra avvicinarsi allo stile dei Dialoghi di Platone: partendo
dall’origine dell’uomo racconta poi gli sviluppi che lo hanno portato alla sua
attuale condizione, e in più porta altri racconti o dialoghi come ulteriore prova
a sostegno della sua filosofia; il tema però non è quello allegro e spensierato
dell’amore, come nell’opera di Platone, ma è il tema della felicità, per essere
più precisi, dell’impossibilità di raggiungere le felicità che sfocia nella
dominante infelicità. Il principio di questo stato d’animo che rende l’uomo
incompleto, lo troviamo appunto in questo racconto iniziale: gli dei, vedendo
che gli uomini continuavano ad uccidersi, decisero di migliorare lo stato
d’amino, e di indirizzarlo alla felicità con maggiori sussidi, ringrandendo la terra
di ogni intorno. Ciò però porterà a un giovamento solo provvisorio e
all’empietà: questo è considerato il periodo in cui ebbe inizio la malvagità,
causata solo dalle loro calamità. Leopardi allora attraverso Giove, inizia a
riflettere sulla natura degli uomini, che non può loro bastare vivere ed essere
liberi da ogni dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in
qualunque stato impossibile, tanto più si travagliano con questo desiderio da
se medesimi, quando meno sono afflitti dagli altri mali. Si può intuire da queste
sole parole dello stato di perpetua incompletezza, di insoddisfazione, di
continua ricerca in qualcosa di più, in un continuo miglioramento. Così Giove,
come per punire questo misero genere, infonde sulla terra dolori e malattie.
Mandò anche dei “fantasmi”: Virtù, Giustizia, Gloria, Amor patrio, ma neanche
questi esseri soprannaturali riuscirono a distogliere l’uomo dalla sua continua
proiezione verso l’infinito, verso qualcosa di irraggiungibile. E quindi l’uomo
non riuscendo ad accontentarsi mai di quello che gli dei gli misero a
disposizione, ricadde nella crudeltà e nella malvagità, desideroso di conoscere
la Verità, che la Sapienza aveva più e più volte promesso ai seguaci suoi. La
Verità infatti, genio grandissimo avrebbe garantito agli uomini altezza di
conoscimento, eccellenza d’istituti e di costumi, e felicità di vita, quasi
comparabile al divino. Questo quindi diventò il nuovo traguardo degli uomini: la
Verità venne a costituire il loro fine per il raggiungimento di uno stato assoluto
di perfezione e di felicità. Però sarà la stessa Verità, mandata da Giove sulla
Terra, che proporrebbe agli uomini stessi di continuo dinanzi agli occhi la loro
infelicità… non come solamente opera della fortuna, ma come tale che per
niuno accidente e niuno rimedio non la possono campare, né mai, vivendo,
interrompere. Vediamo quindi di nuovo l’uomo raggiungere il suo obbiettivo,
ma non la felicità, che quindi è qualcosa che prescinde dalla verità e dai beni
materiali, da tutto ciò che sembra raggiungibile dall’uomo e si pone come
qualcosa fuori della portata dell’uomo, al di fuori delle virtù e delle capacità
dell’uomo, è una felicità non possibile e non intesa, né da me, né da loro stessi
che la sospirano. È in questo stato di consapevolezza di infelicità, che
ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se
medesimo, diventando così non meno vile che misero, a tal punto da
abbandonare la luce spontaneamente. Troviamo di nuovo un altro rimedio da
parte di Giove, che ripone in Amore un mediocre conforto, capace di resistere
al potere distruttivo della Verità.
Nonostante nelle operette morali vengano affrontati diversi temi, il tema
dell’infelicità sembra essere quello dominante. In diversi dialoghi infatti
possiamo notare come questo diventa fonte di confronti e di riflessioni. Nel
Dialogo tra Malambruno e Farfarello, Leopardi sembra continuare il suo
pensiero, esponendo un'altra tesi che attesta l’impossibilità di raggiungere la
felicità(in questo dialogo tra l’altro il diavolo F. nega a M. la possibilità di
renderlo felice anche per un momento solo): Dunque amandoti del maggiore
amore che tu sei capace, necessariamente desideri il più che puoi la felicità
propria; e non potendo mai di gran lunga essere soddisfatto di questo tuo
desiderio, che è sommo, resta che tu non possi fuggire per nessuno verso di
non essere infelice. A questa verità di fatto, ne consegue la tragica conclusione
che il non vivere è sempre meglio del vivere, come d’altronde la privazione
dell’infelicità è semplicemente meglio dell’infelicità. Lo stesso tema
dell’infelicità nella vita e della morte, viene ripreso in latri due dialoghi: Dialogo
della natura e di un’anima e Dialogo di un fisico e di un metafisico. In
quest’ultimo un metafisico contesta l’invenzione di un fisico che consente
all’uomo di allungare la durata della propria vita. Infatti l’uomo non ama la vita,
ma la propria felicità, e non il semplice essere, ma il solo essere felice, è
desiderabile. E inoltre con l’andare del tempo l’uomo non fa altro che annoiarsi
della vita, perciò per fare un beneficio all’uomo, il fisco dovrebbe fare in modo
di moltiplicare le sensazioni e le azioni loro, rendendo così la vita viva. Mentre
in questo dialogo appare anche il tema della noia, che non fa altro che
contribuire all’infelicità dell’uomo, nell’altro dialogo troviamo la grandezza che
addirittura rende l’infelicità maggiore. Anche in questo caso, come nel primo
dialogo citato, viene negata la felicità, e questo lo si può intuire fin dalle prime
righe dove con sarcasmo la Natura dice a un’Anima: “Vivi, e sii grande e
infelice”. Da una parte vediamo come gli uomini per necessità nascono e
vivono infelici, sono assegnati in preda all’infelicità, senza colpa della Natura,
ma nello stesso momento hanno in se il desiderio che li spinge a cercare la
Felicità; il “male” peggiore che impedisce di raggiungerla è l’eccellenza,
poiché l’eccellenza delle anime importa maggiore intensione della loro vita; la
qual cosa porta maggior sentimento dell’infelicità. L’eccellenza presenta però
due aspetti come si può vedere in seguito: da una parte ben potrà essere o di
bisogno o di profitto al conseguimento della gloria, che è considerata dalla
maggior parte, come il maggior bene che sia concesso ai mortali; dall’altra
però tira violentemente all’infelicità. E anche in questo caso alla
consapevolezza di questa condizione che le spetterà, anche l’anima prega la
Natura di accelerare la morte il più che si possa. E questa stessa anima sembra
rappresenta un comportamento moralmente giusto secondo Leopardi:
rinunciare alla gloria e di conseguenza anche alla vita, e piuttosto desiderare al
morte e la non infelicità, perché come visto ogni tentavo per raggiungere la
felicità è vano. Come viene detto in n altro dialogo, Dialogo della Natura e di un
Islandese, gli uomini combattendo continuamente gli uni cogli altri per
l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando
e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che
affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto
più la cercano. E questa ricerca senza tregua non fa altro che continuare, fin
quando ci si rende conto, come l’Islandese, che la vita è imperfetta, perché
priva di cioè che ella desidera naturalmente: i piaceri, che soddisfatti
contribuiscono al conseguimento delle felicità. Ed in questo momento che si
rimane privi di ogni speranza, e con una sola domanda a cui né la Nature, né il
Leopardi sembrano poterci dare risposta: a chi piace e a chi giova cotesta vita
infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose
che lo compongono?