Jesús Huerta de Soto, Cap. II, «Conoscenza e funzione imprenditoriale»

CAPITOLO II

CONOSCENZA E FUNZIONE IMPRENDITORIALE
Oggetto di questo capitolo saranno il concetto e le caratteristiche dell’attività imprenditoriale. Essa riveste infatti un’importanza fondamentale per la Scuola Austriaca, tant’è che la si può considerare come l’asse intorno al quale ruota l’analisi economica dei suoi esponenti. Di qui la grande importanza della spiegazione dell’essenza dell’imprenditorialità e del ruolo economico della conoscenza generata dagli imprenditori nel mercato. Soltanto in questa maniera sarà possibile comprendere la tendenza coordinatrice presente nei processi dinamici di mercato, così come l’evoluzione storica del pensiero economico della Scuola Austriaca, che sarà oggetto dei capitoli successivi.

2.1. La funzione imprenditoriale Per gli Austriaci la funzione imprenditoriale coincide con l’azione umana. Si potrebbe perciò affermare che qualsiasi persona che agisce per modificare il presente e per ottenere i proprî obiettivi nel futuro svolge una funzione imprenditoriale. Benché questa definizione possa sembrare a prima vista troppo ampia e in disaccordo con gli usi linguistici comuni, bisogna tuttavia tener presente che essa è in completo accordo con l’originale significato etimologico del termine impresa. Infatti, tanto l’espressione spagnola empresa, quanto quella italiana impresa, così come le accezioni francesi ed inglesi entrepreneur, derivano dal verbo latino in prehendo, che significa “scoprire, vedere, percepire, rendersi conto di qualcosa, catturare”; inoltre, l’espressione latina in prehensa comporta chiaramente l’idea di azione, significando “prendere, afferrare”. Insomma, impresa è sinonimo di azione ed infatti, in Francia, il termine entrepreneur era utilizzato fin dall’Alto Medio Evo per designare quelle persone che avevano l’incarico di effettuare azioni importanti che, in genere, avevano a che fare con la guerra o con la realizzazione di grandi progetti legati alla costruzione di cattedrali. In castigliano uno dei significati del termine empresa, secondo il Diccionario della Real Academia Española, è quello di “azione ardua e difficile che si inizia valorosamente”. In effetti, sin dal Medio Evo si iniziò ad utilizzare il termine per denominare le insegne di alcuni ordini di cavalleria che, sotto giuramento, si assumevano l’impegno di realizzare una determinata ed importante azione. Pertanto, il significato di impresa come azione è necessariamente ed ineluttabilmente unito ad un atteggiamento intraprendente, che consiste nel tendere continuamente a cercare, scoprire, creare o rendersi conto di nuovi fini e mezzi. In senso stretto, la funzione imprenditoriale consiste principalmente nello scoprire e nel valorizzare le opportunità di raggiungere un fine o, in un determinato contesto, nel comportarsi in modo tale da ottenere un guadagno od un beneficio sfruttando le circostanze. Così, Kirzner afferma che l’esercizio dell’imprenditorialità implica una speciale perspicacia (alertness), ossia un continuo stare all’erta, che

permette all’uomo di scoprire e di rendersi conto di ciò che gli sta accadendo intorno (KIRZNER, 1973: 46 e 75). Forse Kirzner utilizza il termine inglese alertness perché il termine entrepreneurship (“funzione imprenditoriale”) è di origine francese e nella lingua anglosassone non richiama immediatamente la valenza che prehendo ha nelle lingue romanze continentali. In castigliano l’aggettivo qualificativo perspicaz (perspicace, sagace) appare particolarmente adeguato per designare l’attività dell’imprenditore. Esso, infatti, sempre secondo il dizionario della Reale Accademia Spagnola, si riferisce “ad una vista o sguardo molto acuto che raggiunge un orizzonte ampio”. Allo stesso modo, il termine especulador (speculatore) deriva etimologicamente dal latino specula, utilizzato per designare le torri dalle quali le sentinelle erano in grado di scorgere da lontano chi sopraggiungeva. Tali concetti, pertanto, si connettono perfettamente con l’attività esercitata dall’imprenditore nel momento in cui decide quali saranno le proprie azioni e, prima di intraprenderle, ne valuta l’effetto nel futuro. Lo stare all’erta, pertanto, pur essendo accettabile come espressione che caratterizza l’attività imprenditoriale per il fatto che contiene l’idea di attenzione e di controllo, appare comunque meno adeguata di quella posseduta dall’aggettivo perspicace, forse perché implica un’idea di staticità.

2.2. Informazione, conoscenza ed imprenditorialità Per comprendere la concezione austriaca della natura della funzione imprenditoriale bisogna quindi prendere le mosse dal modo in cui l’attività imprenditoriale modifica o fa cambiare l’informazione o la conoscenza posseduta dall’agente. Da un lato, creare, percepire o rendersi conto di nuovi fini e mezzi suppone una modificazione della conoscenza posseduta dal soggetto agente, nel senso che questi scopre una nuova informazione che prima non possedeva. Dall’altro lato, tale scoperta modifica tutta la mappa o contesto di informazione o conoscenza che egli possiede. Di qui sorge una domanda fondamentale: quali sono le caratteristiche rilevanti che informazione e conoscenza devono possedere per l’esercizio dell’attività imprenditoriale? Secondo il punto di vista della teoria austriaca: 1) si tratta di una conoscenza soggettiva di tipo pratico e non scientifico; 2) si tratta di una conoscenza esclusiva, 3) si trova dispersa nella mente di tutti gli uomini; 4) è prevalentemente una conoscenza tacita e, pertanto, non articolabile; 5) è una conoscenza che si crea ex nihilo tramite l’esercizio della funzione imprenditoriale e, 6) si tratta di una conoscenza trasmissibile, principalmente in forma indiretta, attraverso processi sociali complessi il cui studio costituisce per gli Austriaci l’oggetto specifico di ricerca della scienza economica.

2.3. Conoscenza soggettiva e pratica In primo luogo, la conoscenza imprenditoriale, la più importante o rilevante rispetto all’esercizio dell’azione umana, è una conoscenza soggettiva di tipo pratico e non di natura scientifica. Per conoscenza pratica si intende tutto ciò che non può essere rappresentato in modo formale, ma che il soggetto agente apprende ed acquisisce attraverso la pratica, vale a dire l’azione umana esercitata in vari contesti.

Si tratta, come scrive Hayek, della conoscenza rilevante riguardo ad ogni tipo di circostanze particolari e alle sue coordinate soggettive nel tempo e nello spazio (HAYEK, 1948: 51 e 91). In altre parole, si sta parlando di una conoscenza riguardante concrete valutazioni umane, vale a dire tanto dei fini a cui aspira l’attore, quanto della conoscenza dei fini che egli crede perseguano altri attori. La sua caratteristica è quindi quella di essere una conoscenza pratica dei mezzi che l’agente ritiene d’avere a disposizione per raggiungere i proprî fini e, in particolare, una conoscenza di tutte quelle circostanze, personali o meno, che sono considerate rilevanti all’interno di ciascuna situazione concreta. La distinzione tra i concetti di “conoscenza pratica” e di “conoscenza scientifica” a cui ci si riferisce è quella di Michael Oakeshott (OAKESHOTT, 1991: 12 e15); ed essa è analoga alla distinzione hayekeniana tra “conoscenza dispersa” e “conoscenza centralizzata”, a quella di Michael Polanyi tra “conoscenza tacita” e “conoscenza articolata” (POLANYI, 1959: 24-25), e a quella stabilita da Mises tra la conoscenza degli «eventi unici» e la conoscenza del comportamento di «un insieme di fenomeni» (MISES, 1949: 103-09). Le affinità di questi quattro pensatori riguardo alla conoscenza sono riassunte nella seguente tabella.

Tabella 2.1 Due distinti modelli di conoscenza Tipo A pratica (tradizionale) dispersa tacita di “eventi unici” ECONOMIA (conoscenza di tipo B superiore alla conoscenza di tipo A) Tipo B scientifica (o tecnica) centralizzata articolata di “insiemi”

Oakeshott Hayek Polanyi Mises

Le relazioni fra i due tipi di conoscenza sono complesse. Per un verso, l’insieme della conoscenza scientifica (tipo B) contiene una base tacita non articolabile (tipo A). Per un altro verso, i progressi tecnici e scientifici (tipo B) si realizzano attraverso nuove conoscenze pratiche (tipo A) più esaustive. La scienza economica, da parte sua, è allora un insieme di conoscenze di tipo B (scientifiche) sui processi di creazione e di trasmissione di conoscenza pratica (tipo A). Tutto ciò consente di comprendere perché, secondo Hayek, il rischio principale che corre la scienza economica sia quello di elaborare le proprie teorie sulla base delle conoscenze di tipo A e di finire così per credere che in qualche modo gli “scienziati dell’economia”, o “ingegneri sociali”, possano conoscere perfettamente il contenuto specifico delle conoscenze pratiche di tipo A che gli individui creano ed utilizzano continuamente nello svolgere un’attività imprenditoriale. O, peggio ancora, che si possa giungere ad ignorare completamente l’importanza ed il contenuto specifico della conoscenza pratica, come ha stigmatizzato Oakeshott, secondo il quale, il razionalismo, nella sua forma più pericolosa, esagerata ed erronea, consiste nel credere «che ciò che ho denominato la conoscenza pratica non è in assoluto

conoscenza, vale a dire che, in senso proprio, non esiste altra conoscenza che quella tecnica» (OAKESHOTT, 1991: 15).

2.4. Conoscenza esclusiva e dispersa La conoscenza pratica è una conoscenza di tipo esclusivo e disperso. Ogni uomo possiede soltanto alcuni “atomi” o “bits” dell’informazione che si genera e che viene trasmessa globalmente a livello sociale. Tuttavia, paradossalmente, la possiede soltanto lui, nel senso che lui soltanto la conosce e riesce ad interpretarla in modo cosciente. Pertanto, ogni uomo che eserciti la funzione imprenditoriale lo fa in maniera strettamente personale ed irripetibile, poiché muove dal presupposto secondo cui cerca di ottenere alcuni fini od obiettivi in base ad una visione ed una conoscenza del mondo solo da lui posseduta in tutta la sua ricchezza e varietà di sfumature, una conoscenza che non si può replicare in modo identico in nessun altro uomo. Per questo la conoscenza alla quale ci si sta riferendo non è qualcosa di “dato”, disponibile nel mondo attraverso strumenti di immagazzinamento materiale dell’informazione (come sono i quotidiani, le riviste specializzate, i libri, le statistiche, i computer, etc.). Al contrario, la conoscenza rilevante per l’azione umana è una conoscenza nettamente imprenditoriale di tipo essenzialmente pratico e strettamente esclusiva, che si “trova” soltanto in forma dispersa nella mente degli uomini e delle donne che agiscono imprenditorialmente e che così danno un impulso all’umanità.

2.5. Conoscenza tacita La conoscenza pratica è quindi una conoscenza prevalentemente di tipo tacito, non articolabile. Ciò significa che l’agente sa come effettuare determinate azioni (know how), ma non conosce tutti gli elementi o le parti di ciò che sta facendo, e neppure se gli stessi sono veri o falsi (know that). Quando, ad esempio, una persona impara a giocare a golf, non sta apprendendo un insieme di norme oggettive di tipo scientifico che le permettono di effettuare i movimenti necessari come risultato di una serie di formule della fisica matematica ma, semmai, il processo di apprendimento consiste nell’acquisizione di una serie di comportamenti pratici abituali. È anche possibile citare, rifacendosi a Polanyi, l’esempio di quella persona che impara ad andare in bicicletta cercando di mantenere l’equilibrio muovendo il manubrio verso il lato dal quale sta per cadere, causando in tal modo una forza centrifuga che tende a mantenerlo in equilibrio. Tutto ciò senza che nessun ciclista sia cosciente né conosca i principî fisici sui quali si basa la sua abilità. Al contrario ciò che il ciclista utilizza è il suo “senso di equilibrio” che gli indica, in qualche modo, come comportarsi in ogni momento per non cadere. Polanyi giunge ad affermare che la conoscenza tacita è di fatto il principio dominante di ogni conoscenza (POLANYI, 1959: 24-25). Anche la conoscenza più altamente formalizzata e scientifica è sempre il risultato di un’intuizione o di un atto di creazione, che altro non sono se non manifestazioni della conoscenza tacita. La conoscenza formalizzata che è

possibile acquisire grazie a formule, libri, grafici, mappe etc., è importante soprattutto perché aiuta a riorganizzare il nostro contesto di informazione pratica imprenditoriale secondo punti di vista differenti, ogni volta più ricchi e proficui, schiudendo così nuove possibilità per l’esercizio dell’intuizione creativa. L’impossibilità di articolare la conoscenza pratica si manifesta non soltanto “staticamente”, nel senso che ogni affermazione apparentemente articolata contiene informazioni nella misura in cui è interpretata grazie ad un insieme di credenze e di conoscenze previe non articolabili, ma anche “dinamicamente”. Tant’è che il processo mentale utilizzato per portare a compimento ogni tentativo di articolazione formalizzata è essenzialmente, in se stesso, una conoscenza tacita e non articolabile. Un altro tipo di conoscenza non articolabile che, svolge un ruolo essenziale nello sviluppo della società, è costituito dall’insieme di abitudini, tradizioni, istituzioni e norme giuridiche e morali che, costituendo il diritto, rendono possibile la società, e alle quali gli individui imparano ad adeguarsi senza essere capaci di teorizzare, o di spiegare dettagliatamente, il ruolo esatto che tali norme svolgono nelle situazioni e nei processi sociali in cui intervengono. Lo stesso si può dire per il linguaggio e per la contabilità finanziaria e dei costi utilizzata dall’imprenditore per effettuare quel calcolo economico che guida la sua azione. Tutto ciò non è che un insieme di conoscenze o di tecniche pratiche che, utilizzato all’interno di un determinato contesto di economia di mercato, serve agli imprenditori come una guida d’azione generale per conseguire i loro obiettivi. E questo anche se tali imprenditori, nella loro stragrande maggioranza, sono incapaci di formulare una teoria scientifica della contabilità e di spiegare in che modo essa aiuti nei complicati processi di coordinazione che rendono possibili la vita economica e sociale. Si può pertanto concludere che l’esercizio della funzione imprenditoriale, così come la intendono i teorici della Scuola Austriaca (capacità innata di scoprire e di valutare opportunità di guadagno attuando un comportamento cosciente per sfruttarle), consiste principalmente in una conoscenza di tipo tacito non articolabile. 2.6. La creattività della funzione imprenditoriale La funzione imprenditoriale non esige alcun tipo di mezzo per essere realizzata. L’imprenditorialità non suppone alcun costo e, pertanto, è essenzialmente creativa. Il suo carattere creativo è dato dal fatto che dà luogo a benefici che, in un certo senso, sorgono dal nulla e che, pertanto, possono essere detti benefici imprenditoriali puri. Per ottenere benefici imprenditoriali non è quindi necessario disporre preventivamente di alcun mezzo, ma occorre soltanto esercitare adeguatamente la funzione imprenditoriale. È bene anche mettere in evidenza che, come conseguenza di ogni atto imprenditoriale, si producono tre effetti di straordinaria importanza. In primo luogo, la funzione imprenditoriale crea nuova informazione che prima non esisteva. In secondo luogo, tale informazione si trasmette nel mercato. In terzo luogo, come conseguenza dell’atto imprenditoriale, gli agenti economici coinvolti apprendono a comportarsi ognuno in funzione delle necessità degli altri. A motivo della loro importanza è pertanto opportuno soffermarsi sulle conseguenze del processo

imprenditoriale così come sono state elaborate dagli esponenti della Scuola Austriaca.

2.7. Creazione dell’informazione Ciascun atto imprenditoriale implica la creazione ex nihilo di una nuova informazione o conoscenza, la quale ha luogo nella mente della persona che per prima esercita tale funzione. Infatti, una persona C che si rende conto dell’esistenza di una possibilità di guadagno, crea all’interno della sua mente una nuova informazione che prima non possedeva. Inoltre, una volta che C intraprende l’azione e si pone, ad esempio, in contatto con A e con B, comprando da B ad un prezzo conveniente un bene che possiede in eccesso e rivendendolo più caro ad A che ne ha bisogno, si crea ugualmente una nuova informazione nelle menti di A e di B. In questo modo, infatti, A si rende conto che quella risorsa di cui aveva tanto bisogno per ottenere il suo fine, ma di cui non disponeva, è presente in altre parti del mercato in maggior abbondanza rispetto a quanto credesse e che, pertanto, può intraprendere senza problemi l’azione che non aveva iniziato perché non la riteneva esistente. Da parte sua, B si rende così conto dell’importanza della risorsa alla quale non aveva dato il giusto valore, della quantità di persone che la desiderano e, pertanto, anche dell’importanza di conservarla e di venderla ad un buon prezzo.

2.8. Trasmissione dell’informazione La creazione imprenditoriale di informazione implica simultaneamente la sua trasmissione nel mercato. Di fatto, trasmettere qualcosa a qualcuno significa fare in modo che questo qualcuno generi o crei nella sua mente parte dell’informazione che era stata già scoperta o inventata da altri individui. Nell’esempio precedente è stata trasmessa in forma diretta a B l’idea che la sua risorsa è importante e che non deve essere sprecata e, ad A, l’idea di poter raggiungere un obiettivo che precedentemente riteneva irraggiungibile per la supposta mancanza di quella risorsa. Inoltre, in questo modo si è comunicato in ondate successive al mercato o società –tramite i rispettivi prezzi di mercato, che sono un sistema di trasmissione molto potente giacché forniscono numerose informazioni a basso costo– che, essendoci una richiesta, è opportuno conservare ed economizzare la risorsa in questione. Così, a tutti coloro i quali non intraprendevano azioni pensando che tale risorsa non esistesse, che possono contare su di essa e proseguire con i proprî progetti. Logicamente, l’informazione rilevante è sempre soggettiva e non esiste indipendentemente da chi la scopre; in questo modo a creare, percepire e trasmettere l’informazione son sempre gli individui. Un’idea erronea riguardo all’oggettività dell’informazione è quella che ritiene che l’informazione soggettiva creata dall’attività imprenditoriale si plasmi “oggettivamente” attraverso segnali (prezzi, istituzioni, norme, imprese, etc.) che possono essere scoperti ed interpretati soggettivamente dagli individui nell’ambito delle loro azioni particolari, facilitando così la creazione di nuove informazioni soggettive ogni volta più ricche e complesse. Tuttavia, a prescindere dalle

apparenze, la trasmissione dell’informazione sociale è essenzialmente tacita e soggettiva; vale a dire, non espressa né articolata e, allo stesso tempo, molto sintetica. Pertanto, di fatto si trasmette e si capta soggettivamente soltanto lo stretto indispensabile per coordinare il processo sociale; cosa che, d’altro canto, permette di sfruttare nel miglior modo possibile la limitata capacità della mente umana di creare, scoprire e trasmettere costantemente nuova informazione di tipo imprenditoriale.

2.9. Coordinamento e adattamento È infine necessario mettere in evidenza il modo in cui gli agenti imparano a comportarsi nella società ciascuno in funzione dell’altro. B, ad esempio, in conseguenza dell’azione imprenditoriale intrapresa da C, non dilapida o spreca la risorsa di cui disponeva, ma, seguendo il proprio interesse la conserva. A, da parte sua, disponendo di tale risorsa, può perseguire il suo fine ed intraprendere così l’azione che prima non compiva. Entrambi, in definitiva, imparano ad agire in modo coordinato, ossia a modificare e a disciplinare il proprio comportamento in funzione dei bisogni degli altri. Imparano inoltre nel miglior modo possibile: senza rendersi conto di imparare e motu proprio, vale a dire volontariamente e nel contesto di un piano in cui ognuno persegue i proprî fini ed interessi particolari. Questo e nessun altro è il nucleo del processo tanto intrigante, quanto semplice ed efficace, che rende possibile la vita in società. Si deve infine osservare che l’esercizio dell’imprenditorialità da parte di C rende possibile non soltanto un’azione coordinata che prima non esisteva tra A e B, ma permette anche, nel contesto delle loro rispettive azioni, di portare a termine un calcolo economico con dati ed informazioni di cui prima non disponevano e che permettono loro di conseguire i rispettivi fini con maggiori possibilità di successo. Il calcolo economico, inteso come giudizio estimativo riguardo al valore delle differenti alternative, è reso così possibile proprio grazie alle informazioni che si generano nel processo imprenditoriale. Detto in altri termini, senza l’esercizio della funzione imprenditoriale che si svolge liberamente in un’economia di mercato non si genera l’informazione necessaria affinché ogni agente possa calcolare o stimare in maniera adeguata il valore posseduto da ciascuna possibilità di scelta. Senza funzione imprenditoriale, il calcolo economico non è possibile. Questa è una delle conclusioni più importanti alle quali si giunge grazie all’analisi economica compiuta dalla Scuola Austriaca. Tale analisi, come si avrà modo di vedere, coincide col nucleo del teorema dell’impossibilità del calcolo economico socialista scoperto da Mises e da Hayek. Le precedenti osservazioni costituiscono i più importanti ed elementari insegnamenti della scienza sociale e permettono di concludere che la funzione imprenditoriale, è senza alcun dubbio, la funzione sociale per eccellenza poiché rende possibile la vita in società adattando e coordinando il comportamento individuale dei suoi membri. Senza funzione imprenditoriale, infatti, non è neanche possibile concepire l’esistenza della società.

2.10. Il principio essenziale Comunque, l’elemento teorico più importante per la Scuola Austriaca non è tanto da ricercare nell’azione di chi esercita la funzione imprenditoriale (pur essendo la cosa più importante nella pratica), quanto nella mancanza di restrizioni istituzionali o legali al suo libero esercizio. Ognuno, in realtà, può esercitare al meglio le sue doti imprenditoriali creando nuova informazione e sfruttando l’informazione pratica di tipo personale che scopre nelle circostanze quotidiane. Non è pertanto una mera coincidenza il fatto che, in generale, la maggior parte dei teorici della Scuola Austriaca siano, nell’ambito politico, filosofi liberali profondamente coinvolti nella difesa dell’economia di libero mercato. Studiare nel dettaglio l’origine di quella forza innata dell’uomo, che gli permette di muoversi imprenditorialmente in ogni suo campo d’azione non è però compito dell’economista, ma dello psicologo. All’economista interessa solamente mettere in evidenza il principio essenziale secondo il quale, l’uomo tende a scoprire l’informazione che gli interessa. Pertanto, se esiste la libertà di perseguire i fini e gli interessi, questi faranno da incentivi e renderanno possibile, a colui che esercita una funzione imprenditoriale ispirata da tali incentivi, la percezione e la scoperta di quell’informazione pratica rilevante e necessaria per il perseguimento dei fini proposti. Se, al contrario, e per qualsiasi ragione, si delimita o si chiude il campo per l’esercizio dell’imprenditorialità in una determinata area della vita sociale (mediante restrizioni di tipo legale, istituzionale o tradizionale, o attraverso misure interventiste imposte dallo stato nel campo dell’economia), allora gli uomini non prenderanno in considerazione nemmeno la possibilità di giungere ad ottenere dei fini in quelle aree proibite o limitate. Se, invece, non fosse possibile perseguire il fine, questo non potrà agire da incentivo e, come conseguenza, non si percepirà né si scoprirà l’informazione pratica necessaria per il suo perseguimento. In tali circostanze, come conseguenza della restrizione istituzionale (interventismo o socialismo), nemmeno le persone danneggiate saranno coscienti dell’enorme valore e dei molteplici fini che non potranno essere raggiunti. Infine, bisogna considerare che ciascun “uomo agente” possiede alcuni atomi di informazione pratica che, come già si è visto, tende a scoprire e ad utilizzare per ottenere un fine; un’informazione che, a prescindere dal suo valore sociale, possiede solamente lui e che soltanto lui conosce ed interpreta in forma adeguata. La sola informazione o conoscenza rilevante a livello sociale è allora quella conosciuta soggettivamente in forma cosciente, anche se nella maggior parte dei casi tacitamente, da qualcuno in ogni momento storico. L’uomo, inoltre, ogni volta che agisce imprenditorialmente, agisce in un modo suo proprio e caratteristico, agisce cioè in modo personale ed irripetibile. Tale modo di agire ha la sua origine nell’aspirazione a conseguire alcuni obiettivi, o visioni del mondo, che fungono da incentivo e che nelle loro distinte caratteristiche e circostanze, possiede solamente lui. Ciò permette a ciascun essere umano di ottenere conoscenze o informazioni che scopre solamente in funzione dei suoi fini e di circostanze particolari che non sono ripetibili in forma identica in nessun altro essere umano. Da ciò la necessità di non sprecare la funzione imprenditoriale di nessuno. Anche le persone più umili, che detengono una minore importanza sociale, o che

sono meno formate da un punto di vista della conoscenza articolata, possiedono, infatti, in modo esclusivo, perlomeno piccole porzioni o parti di conoscenza e di informazione che possono avere un valore rilevante nell’ambito delle dinamiche sociali. Da quest’ottica, risulta evidente il carattere essenzialmente umanistico della concezione dell’imprenditorialità la quale fa dell’economia, così come intesa e coltivata dalla Scuola Austriaca, la scienza umanistica per eccellenza.

2.11. Concorrenza e funzione imprenditoriale Il termine “competizione” proviene etimologicamente dal latino cum petitio (concorrenza simultanea di pretese riguardo alla stessa cosa rivendicata da più proprietari) formato da cum (con) e petere (chiedere, attaccare, cercare). La competizione consiste, pertanto, in un processo dinamico di rivalità e non nel cosiddetto “modello di concorrenza perfetta”, nel quale vari offerenti fanno la stessa cosa, vendono tutti allo stesso prezzo, e nel quale paradossalmente nessuno entra in competizione con sé stesso (HUERTA DE SOTO, 1994: 56-58). La funzione imprenditoriale, quindi, è per definizione sempre competitiva. Ciò significa che, una volta che l’attore scopre una determinata opportunità di guadagno ed agisce per sfruttarla, tale opportunità tende a scomparire, nel senso che non può essere apprezzata e sfruttata da altri attori. Se però l’opportunità di guadagno si scopre solo parzialmente o, essendo stata scoperta nella sua totalità, è stata sfruttata dall’attore soltanto parzialmente, tale opportunità rimarrà nascosta per essere eventualmente scoperta e sfruttata da altri attori. Il processo sociale, pertanto, è chiaramente competitivo, nel senso che i differenti attori rivaleggiano gli uni con gli altri, in modo cosciente ed incosciente, per cogliere e sfruttare le opportunità di guadagno prima degli altri. Ogni azione imprenditoriale scopre, coordina ed elimina, disomogeneità sociali e, in funzione del suo carattere essenzialmente competitivo, fa in modo che, una volta scoperte e coordinate, tali disomogeneità non possano più essere percepite o eliminate da nessun’altro imprenditore. Si potrebbe erroneamente pensare che il processo sociale mosso dall’imprenditorialità potrebbe, per una dinamica interna, fermarsi o scomparire allorché l’impulso dell’imprenditorialità avesse scoperto ed esaurito tutte le possibilità di accordo sociale esistenti. Tuttavia, il processo imprenditoriale di coordinamento sociale non si ferma, né si esaurisce mai. Ed è così poiché l’elementare atto coordinatore consiste principalmente nel creare e nel trasmettere una nuova informazione che deve per forza modificare la percezione generale degli obiettivi e dei mezzi degli imprenditori implicati. Ciò che dà origine a nuove ed infinite disomogeneità che, a loro volta, creano ulteriori opportunità di guadagno imprenditoriale in un interminabile processo dinamico che fa avanzare costantemente la civiltà. La funzione imprenditoriale, infatti, oltre a rendere possibile la vita in società coordinando il comportamento privo di ordine dei suoi membri, stimola lo sviluppo della civiltà creando continuamente nuovi obiettivi e nuove conoscenze che si estendono per tutta la società attraverso ondate successive. Infine –e questo è molto importante–, tutto ciò permette che tale sviluppo sia, in ogni circostanza storica e nel rispetto della condizione umana, appropriato ed armonioso, perché

gli squilibri che costantemente si creano con il progressivo avanzare della civiltà allo stesso tempo tendono ad essere scoperti ed eliminati dalla stessa forza imprenditoriale dell’azione umana. La funzione imprenditoriale è perciò la forza che consolida la società e che rende possibile il suo sviluppo armonioso, dal momento che tende a coordinare le disomogeneità che inevitabilmente si producono in tale processo. Il processo imprenditoriale dà così luogo ad una specie di continuo big bang sociale che consente la crescita senza limite della conoscenza. E così, come s’è visto, la Scuola Austriaca offre come alternativa al modello di equilibrio generale o parziale dei Neoclassici, un paradigma basato sul “processo dinamico generale” o, se si preferisce, un “big bang sociale” in continua espansione e tendente alla coordinazione. Si è giunti a calcolare che il limite massimo di espansione della conoscenza sulla terra è di 10 elevato 64 bits (BARROW e TIPLER, 1986: 658-677); e in base ad esso sarebbe possibile aumentare di più di cento mila milioni di volte i limiti fisici di crescita considerati fino ad ora. Gli stessi autori hanno dimostrato matematicamente che una civiltà umana con base spaziale potrebbe espandere le sue conoscenze, la sua ricchezza e la sua popolazione senza limite. Pertanto, fondandosi sul contributo di Hayek, secondo il quale un sistema economico produce conoscenza immateriale, più che cose materiali (TIPLER, 1988: 4-5), appare anche possibile compiere un’analisi corretta dei limiti fisici alla crescita economica.

2.12. Conclusione: il concetto di società secondo la Scuola Austriaca Si può così concludere definendo la società come un processo (vale a dire una struttura dinamica) di tipo spontaneo, non disegnato coscientemente da nessuno; molto complesso, perché è costituito da milioni e milioni di persone caratterizzate da un’infinita varietà di obiettivi, gusti, valutazioni e conoscenze pratiche, tutte in continuo cambiamento; di interazioni umane (relazioni di intercambio che spesso si concretizzano attraverso prezzi monetari e che si effettuano sempre secondo norme, costumi o modelli di condotta) mosse e spinte dalla forza della funzione imprenditoriale, la quale costantemente crea, scopre e trasmette informazione o conoscenza, adattando e coordinando in modo competitivo i piani contraddittori degli individui e rendendo possibile la vita in comune di tutti attraverso un numero, una complessità ed una ricchezza di sfumature e di elementi di volta in volta sempre maggiore. L’oggetto della scienza economica consisterà allora nello studiare il processo sociale così come è stato definito. È esattamente per quanto si è detto che gli economisti austriaci ritengono che l’obiettivo principale dell’economia consista nell’analizzare in quale modo, grazie all’ordine sociale spontaneo, sia possibile sfruttare quell’enorme quantità di informazione pratica, e non disponibile in maniera centralizzata, che si trova dispersa o disseminata nella mente di milioni di individui. L’oggetto dell’economia consiste pertanto nello studiare questo processo dinamico di scoperta e di trasmissione d’informazione che è continuamente stimolato da quella funzione imprenditoriale che tende ad adattare e ad equilibrare i progetti degli individui, rendendo possibile la vita in società. È questo il problema

economico fondamentale. Di qui la critica del modello di equilibrio sostenuto dai fautori del dominante paradigma neoclassico il quale, secondo Hayek, non è scientificamente interessante poiché parte dall’erroneo presupposto che l’informazione, nella sua totalità, sia “data” e che, pertanto, il problema economico fondamentale sia stato già previamente risolto (HAYEK, 1948: 51 e 91).

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