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kronstadt 58

periodico mensile

Numero 58

Venerdì 18

Febbrario 2011

ISSN 1972-9669

Guardoni
Guardoni

Virus e sicurezza informatica

di Makka

  • M ilioni di "PC zombie" che obbediscono all'unisono ad un co-

mando giunto dalla rete. Chia- vette USB in grado di sabotare centrali nucleari. Informazioni sulle falle dei sistemi operativi acquistate a caro prezzo sia ille- galmente che alla luce del sole da società in grado di offrire pro- tezioni speciali ad i propri affi- liati. Esperti di sicurezza informatica provenienti da tutto il mondo che formano una "congiura" per sconfiggere un ne- mico comune, sconosciuto e introvabile ma potentissimo. Fantascienza? No, cronaca. E allora perchè non ne hai mai sentito parlare a Porta a Porta?

Comincia in questo numero un'analisi delle nuove frontiere

dei virus che colpiscono il mondo informatico, mondo che esploreremo guidati da Rebus, un esperto operante da anni nel settore della sicurezza informati- ca.

Caro Rebus, inizierei col chie- derti se il nostro lettore può effettivamente perdere tempo a leggere questo artico- lo o deve immediatamente correre al suo PC prima che sia troppo tardi...

Beh, possiamo concedergli i die- ci minuti necessari a leggere que- sta intervista. Ma è importante sapere che si tratta di un proble- ma che riguarda tutti, spe- cialmente chi è connesso a internet. Anche i coraggiosi utenti Linux o Mac non sono affatto esenti da rischi e, anzi, sa- ranno sempre più presi anch’es-

si di mira.

Cosa intendiamo con virus?

Il termine più generico è malware con cui si intende qua- lunque software realizzato con fi- nalità "malevole". Malware è però un termine troppo generi- co, per cui si ricorre a variegate classificazioni come virus,

worm, trojan horse, backdoor, dialer, spyware, dropper, hi- jacker, rootkit, keylogger… Davvero troppe per trattarle tutte in questa sede, anche perché talvolta diventano rapida- mente obsolete. Ad esempio ai loro esordi hanno avuto grande diffusione i worm, virus in gra- do di autoreplicarsi, ma oggi que- sta caratteristica è tanto comune da non rappresentare più un criterio significativo per distinguere un virus da un altro.

I virus attuali sono molto di- versi dai loro antenati degli anni 80-90?

Un tempo i virus provocavano

danni immediati e tangibili, con

lo

scopo principale di fare cla-

more. Oggi non è cosi. Prima i

tutto i virus si guardano bene dal fare dei danni al computer che li ospita, anzi, cercano di

farsi notare

il meno possibile.

Come accade per i virus biologi-

ci, che evitano di uccidere immediatamente l'organismo

che li ospita in modo da potersi

diffondere

il

più

possibile.

Se

un virus danneggiasse il siste-

ma che lo ospita, non potrebbe

prosperare. E’stato

soprattutto

da quando si è diffusa la connes-

sione "a banda larga" che il mondo dei virus ha cambiato completamente fisionomia.

continua a pagina cinque

Irlanda, la tigre zoppa d'Europa

di Gianluca Flego

N ell’ultimo periodo è stato varato un piano di salvataggio finanziario

del governo irlandese da parte dell'Unione Europea e del Fondo Monetario Internaziona- le, coll'ormai consueto corredo di tagli alla spesa pubblica. La sua sorte è, in qualche modo, sorprendente nel panorama eu- ropeo: l'isola è stata protagoni- sta di un boom economico che l'ha portata, tra il 1995 e il 2007,

a uscire dalla tradizionale po- vertà per affermarsi come uno dei paesi più ricchi d'Europa: tas- si di crescita tra il 6 e l'11% in una prima fase (1995-2001), poi uno stop nel 2002, poi di nuovo sviluppo sostenuto (5%) tra il 2003 e il 2007: e ciò in un perio- do, ricordiamolo, in cui i paesi virtuosi dell'Europa occidentale si attestavano intorno al 3% - e l'Italia tra l'1 e il 2%. Alla radice di questa bella storia

c'era una fortunata combinazio- ne di fattori: una tassazione delle imprese tra le più basse al mondo (10-12%), lavoratori anglofoni, qualificati, con salari inizialmente più bassi che in Eu- ropa e Gran Bretagna. Inoltre, un fuso orario favorevole che consentiva ai lavoratori irlande- si di compiere la prima mezza giornata lavorativa in anticipo ri- spetto ai colleghi americani, con grandi possibilità di divisio-

ne dei compiti. Ciò indusse nu- merose multinazionali a stabilirsi in Irlanda, creando la- voro e crescita. Sono gli anni della “Tigre Celtica”, in cui il paese cambia faccia, getta l'immagine di amabile periferia d'Europa, luogo di povertà e tra- dizionalismo, per prendere quella di un paese moderno e dinamico, capace di dar lezione persino ai vecchi dominatori bri- tannici.

continua a pagina tre

Il trionfo della mediocrità

  • V iviamo in una società mediocre. tutte

le

Al

di

varie

di

ed

eventuali eccezioni a questa re-

gola, non si potrà contestare che l’andamento generale sia questo. Una società mediocre ha politi-

  • ci mediocri e il loro tramonto

non potrà che essere anch’es-

so all’insegna della mediocrità. In molti sono infastiditi dall’eventualità che la caduta

  • di Berlusconi possa essere cau-

sata dallo scandalo delle escort invece che da uno dei tanti processi che da anni cerca di evitare con leggi ad personam ed escamotage più o meno leci- ti. E invece no. Non c’è alcuna ra- gione per essere infastiditi, tutt’altro: c’è da essere soddi- sfatti. La nostra epoca non me- rita alcun tipo di redenzione. Non merita che tra cento anni sui libri di storia si legga che

alla fine la giustizia trionfò e il vile marrano fu processato e condannato. Non merita di uscire dignitosamente da que- sta situazione. Non merita un bel niente. È giusto che Berlusconi cada a causa dell’esasperazione del connubio sesso-soldi-spasso su cui da anni fonda la sua lea- dership. I posteri devono rendersi conto dello squallore, della frivolezza e della grettezza di questo capitolo della nostra storia, dall’inizio alla fine. Berlusconi non sarà mai un Na- poleone che rifiuta di scappare in America preferendo l’impo- sizione dell’esilio ad una fuga repentina che ne decreterebbe la definitiva perdita dell’onore:

egli rimarrà sempre un medio- cre, e quando si parlerà di lui si ricorderà di come, durante la sua caduta, invece di coglie- re al volo l’ultima chance per mostrare un barlume di digni- tà non abbia fatto altro che peggiorare la sua condizione, fino al parossismo. Si parlerà

  • di quest’uomo piccolo -in tutti

    • i sensi- che giocava a fare

l’imperatore ed è stato elimi- nato proprio dalle sue puttane, mentre dormiva soddisfatto e ronfante nelle lenzuola impre- gnate dai suoi umori corporei e ornate dagli aloni del suo ce- rone. Si parlerà di questa me- diocre Italia: ormai i termini sono diventati pressoché sino- nimi.

Ginevra Sanvitale

2

L'ardente desio

locale

periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011
periodico mensile
Numero 58
Venerdì 18
Febbraio 2011

L'affaire Riso Scotti

P rovvedimenti come

quello sulla depenalizza-

zione del falso in bi-

lancio -o comunque in generale il modo in cui in Italia non vie- ne punito il reato finanziario- fa- voriscono il lavoro sporco nelle industrie. Pertanto non ci si de- ve affatto lamentare di come le cose procedano in questo Paese, al contrario gli oppositori di tale principio vengono puniti dalla lo- ro stessa intenzione di non accordarvisi, finendo-come molte industrie- con il perdere e il fallire. Quindi alla domanda come mai molte aziende con bi- lanci sani falliscono? La risposta è che non possono comunque e in nessun modo reggere la concorrenza di chi truffa. Un

esempio di azienda che non sta- va andando male finché non l'hanno "beccata" è il caso Riso Scotti Energia. Scorrendo vaga- mente il codice di procedura pe- nale al libro IV delle misure cautelari, sembrerebbe che so- lo in assenza di gravi indizi di colpevolezza non possa essere applicata la custodia cautelare in carcere. Ora, stando a ciò che si legge sui giornali (e qui la fonte preferenziale ha dovuto

per forza di cose, vista l'entità lo- cale del fatto, essere la Pro- vincia Pavese, cit. articolo del 30 Novembre 2010e 6 dicembre 2010) si evince che sia l'impugna- zione dell'ordinanza di Rizzi, ovvero la negazione della conces- sione di misure cautelari sia personali sia reali quali il seque- stro dei ricavi,28 milioni di euro che la carcerazione degli inda- gati siano state entrambe chie- ste ma non concesse. Ora la domanda sorge sponta- nea perchè il GIP ha negato entrambe queste richieste? Os- servando quella che è la legge nel nostro ordinamento giuridi- co, ci pare che al momento non sia tanto logico scegliere di non provvedere a quanto accaduto nelle misure in cui la legge stes- sa lo permetterebbe.Dal canto suo il Comune, certo non può re- starsene con le mani in mano ad attendere il 17 Dicembre, giorno della udienza del riesa- me. In sedi diverse da quelle giu- risdizionali, qualcosa già infatti si è mosso anche se però solo sul campo delle proposte, giacché si trattava di seduta consiliare del Comune. Depaoli consigliere comunale

del Pd riferisce che alla propo-

dubbi sollevati sono state quelle

sta di Riso Scotti Energie di co-

di monitorare la situazione

struire un

più piccolo

della salute dei cittadini, trami-

inceneritore

atto

esclusiva-

te l'intervento di Asl, Arpa, Mau-

mente a bruciare la lolla del ri-

geri e Policlinico, istituire una

so, corrisponderebbe un intento implicito di mantenere vivo e attivo l'uso del primo incenerito-

commissione di controllo dei materiali, finanziata diretta- mente tramite i soldi delle

re per bruciare materiali non corrispondenti a quelli della norma di utilizzo di tali impianti.Le proposte
re
per
bruciare
materiali
non
corrispondenti
a
quelli
della
norma
di
utilizzo
di
tali
impianti.Le
proposte
tempesti-
ve
di
Depaoli
al
seguito
dei
aziende che propongono di co-
struire tali impianti. Le decisio-
ni non si sono evidentemente
fermate al presente, infatti c'è
anche l'intenzione di organizza-

re una più attento monitoraggio della situazione in tempo reale tramite un collegamento internet sul sito del comune per controllare le emissioni in modo tale da garantire la sicu- rezza e ultimo ma non meno importante, invitare il comune a non dare più dei "sì" alle pro- poste di costruzione di impianti in tutto il territorio co- munale. La nostra speranza è che le Isti- tuzioni Amministrative, che si dicono da sempre più vicine ai problemi reali delle persone ri- spetto ai tribunali, riescano in qualche modo a porre rimedio in maniera incisiva e definitiva. Il 26 Gennaio 2011, dopo più di un mese di attesa dalle ultime notizie, quello che si può sape- re dell'intera vicenda riguarde- rebbe misteriose somme di denaro, fondi neri che secondo i magistrati, pur non avendo fi- ni ben delineati sembrerebbero utili alla risoluzione di alcune problematiche.

Paola Blondet

Commons

C hi scrive andò a Londra per scrivere la tesi.

Non la scrisse, e tornò a Pavia. Alla cui stazione ferroviaria, vali- gia «American Tourist» sottratta alla zia novantenne trascinatasi per n.20 ore di viaggio (la vali- gia, non la zia), compreso un intero e imprevisto pomeriggio per le strade di Bergamo, città alta compresa (lunga storia!), vie- ne prelevato dai vecchi compari Warp e Schiavinski, che trascina- no morto di sonno e valigia pres- so il naviglio pavese, sperando il morto iperbolico di non di- ventare morto effettivo causa annegamento nel suddetto navi- glio, e ripassando nella mente annebbiata eventuali sgarbi ai due trascinatori di cui non fosse a conoscenza o si fosse dimenti- cato, ma che potrebbero avere concausato l'auto-imposto esilio britannico (misteri del subcons- cio. Indagare, ma non troppo.) I sospetti aumentano quando s'intravede fra la nebbia, menta- le ed effettiva, una sobria targhetta in ottone ricordante quella di un club di ottimi gentle- men siciliani, ricordi che pro- vengono direbbe lo scrivente, e scrive, dal film Il padrino [F.F. Coppola, 1972] o da puntata dei Simpson con scena disgustosa, voi sapete quale, voi sapete co- me, evito di rievocare oltre dato che in seguito si discuterà di ci- bo. Sulla targhetta inoltre è inciso il

sostantivo plurale inglese «Commons», specificazione che va a formare nella mente obnubi- lata dello scrivente l'entrata di certi club di ottimi gentlemen londinesi, ma essendo egli 'sta volta introdotto, ottiene definiti- va prova di trovarsi in quel di Pa- via. Per la precisione, all'interno di una sala ampia quanto certe in cui si possa tene- re una festa di laurea grandiosa (con ogni sempre più au- mentante probabilità non quella dello scrivente.) Lungo le pareti verde-acqua vede una biblioteca selezionata (Orwell, Pasolini, Foucault… poi si tranquillizza, ci sono anche i fumetti, e non tutti sono sceneggiati dai tre pre- cedenti); su quella in fondo os- serva la proiezione di video-art (e testé estrapola futuri cinefo- rum); e dietro di essa, intuisce un'altra saletta, di cui profetizza l'uso didattico (ed evangelizza, per gli interessati, lezioni linuxia- ne dal gestore Teo e chitarristi- che dalla moglie Mina – quando imparerà anche lei!. Nelle quali occasioni si potrebbe anche ri- passare il proprio greco mo- derno: pavesi di lungo corso, ma nacquero nell'isola di Corfù.) Nell'attesa di migliorare la pro- pria istruzione, lo scrivente e gli amici ritrovati approfittano delle abilità di bluesman del re- dattore Makka – mentre l'ex-pre- sidente Schiavinski approfitta delle sue di animale da balera. S'intende, occhieggiato a non

troppa distanza dall'ex-presi- dentessa. Si promette ottima mu- sica acustica. Anche ottima balera, SIAE concedendo. Nel corso della serata lo scri- vente, sentendo allontanarsi per il momento il pericolo di morte immediata e forse per quello pre- so da un insolito soprassalto di zelo, pensa come, prima di co- minciare colla tesi, debba obbli- gatoriamente scrivere del locale. Il giorno dopo dà quindi voce alla direttrice, la quale non solo approva, ma accompagna, affermando di voler far cono- scenza del posto e indi mollarci un mezzo-centinaio di copie del cartaceo su cui si spera e forse state leggendo queste righe; ma col secondo fine di sorvegliare sulla proverbiale pigrizia dell'infatti scrivente. Che in questa seconda e decisa- mente più lucida occasione, sco- pre da Marco, gestore del locale nonché disegnatore di tavolini e bancone, come il «Commons» fosse in precedenza un asilo ni- do; e come Marco, passeggiando fra i portici del naviglio, l'abbia trovato in stato d'abbandono e pensato perfetto per un vecchio progetto ideato coll'amico d'origi- ni elleniche. Questo avveniva a metà agosto 2010. Tribolazioni!, perché si pas- sa da terziario a commercio. So- prattutto, una tassa per il parcheggio: si paga in base alla metratura del locale, e viene ri- chiesta soltanto a quelli di re-

cente apertura. (Ci sembra una tagliola con cui le forze della conservazione [cioè, i matusa e il governo (comunale)] ostacola- no sviluppo e mutamento della scena cultural-divertentistica pa- vese. Indagare.) Fra Teo, Marco e Mina, che s'alternano nel discorso, scopria- mo come le tribolazioni venga- no superate la prima settimana

  • di dicembre: il locale può apri-

re. A parere di Marco, un esordio tardivo e sfigato, dato che gli studenti sono già incisi nella loro routine transumanti- ca. Decidiamo perciò di aiutare con una recensione speriamo grade- vole; e, quando ci viene chiesto

dei panini con seitan e tofu, ri- spondiamo «Ottimi»!. In realtà, pensiamo «buoni, perché asciu- gano la bocca e necessitano forse di una fetta di formaggio (chi scrive preferirebbe un “cheddar” a media stagionatura, ma capiamo come possa risulta- re di ostica reperibilità. Chi scri- ve suggerirebbe anche una fetta o anche due fette di tacchino, fra quella di formaggio, quella

  • di pomodoro, l'altra di tofu e le

due di pane. Senza che del resto la fetta di tofu debba essere sacri- ficata: la si potrebbe tenere per più vegetariani avventori.)» Ottima anche la spina, servita in un bicchiere di vetro ben strutturato, che vuole annuncia- re una via di mezzo fra 'piccola' e 'media' (3), e che ci sembra il

simbolo ideale di un locale alla ricerca dalla giusta misura, in quanto deciso a portare un po' di sano spirito hippie in una po- st-post-modernità pre- annunciatasi quanto mai borghese. Quella in bottiglia vie- ne invece fornita da un mastro birraio di Certosa. Ottimo anche lo spinone «Fre- do», che non è fornito dal birra-

io e trattasi in realtà un incrocio fra un labrador e un qualcos'altro; o forse solo un la- brador pigro, data la pinguedi- ne. Nome incluso, l'animale ha molto a che fare col figlio primo- genito di Don Vito Corleone, re- stando come al solito in tema. Infatti è il cane più coccolone, esibizionista ed inoffensivo del mondo. A tal proposito, meglio saprà forse dirvi la direttrice, ai cui stivaletti il cagnolone vo- lentieri s'accuccia. Rimproveriamo Marco, Teo & Mina per avere inflitto un danno forse mortale alla nostra carriera scolastica, e andiamo a scrivere. Durante, pensiamo che bisognerà chiedere scusa a Warp per averlo relegato a

comparsa; e a Schiavinski in quanto unico protagonista non canino dell'articolo associato al sostantivo 'animale.' Pensiamo anche a tutte le pagine di tesi che non abbiamo scritto coll'aiu- to decisivo di Schiavinski e Warp. Non ci scuseremo.

Domenico Santoro

periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011 Non solo mafia e mandolino esteri 3 Simone,

periodico mensile

Numero 58

Venerdì 18

Febbraio

2011

Non solo mafia e mandolino

esteri

3

Simone, pizza al taglio

S imone ha studiato econo-

mia del turismo a Rimini.

Perché la sua passione so-

no i viaggi e il suo sogno era di- ventare un direttore d’albergo. Si è laureato nel 2002. Non ave- va esperienza del mercato del la- voro e ha cominciato a lavorare alla Valtur. L’hanno spedito in Tu- nisia, a fare il receptionist. Do- po sei mesi è tornato in Italia, in attesa di una nuova convoca- zione. Questa volta volevano spe-

dirlo

in

montagna.

Nel

frattempo era stato contattato dal suo amico Daniele, laureato alla Luiss, di mestiere “revenue manager” per gli alberghi. È una figura che in Italia hanno so-

lo le catene, ha il compito di sele- zionare i clienti col portafoglio più pesante. Daniele proponeva un paio di mesi in Egitto con lui. Simone non ama la monta- gna e alla fine è rima- sto al Cairo due anni. Ha messo un po’ di soldi da parte, ha impa-

rato

il

mestiere di Da-

niele, ha deciso di

andare a Londra per esercitarlo. Ha lavorato per un’agenzia che offre questo servizio ad

alberghi

a

conduzione

familiare e a piccole catene. Era bravo nel lavoro, ma il suo ingle- se non era abbastanza buono e non gli piace- va mettersi in giacca e cravatta. Quindi ha la- vorato per tre ragazzi inglesi, proprietari di una catena. Mi di- ce che aveva aperto un ufficio, che aveva quasi raddoppiato i profitti dei suoi capi, che guada- gnava duemila sterline al mese e aveva quattro persone sotto di sé. Il problema era che dopo le cinque e mezza di sera e dopo il venerdì aveva poco da fare, a parte buttare il tempo nei pub. Il problema era che l’apice della

carriera è dirigere un albergo del centro, ma anche così lo sti- pendio non va oltre cinquemila al mese, mentre chi fa carriera in banca guadagna centinaia di migliaia di sterline solo di bo- nus. Il problema era anche che ogni giorno vedeva i suoi capi presentarsi al lavoro alle undici, con le loro Porsche, Bentley, Aston Martin. Nel maggio dell’anno scorso Simone s’è li- cenziato e ha deciso lanciare una catena di pizzerie. Simone non ha mai cucinato una pizza in vita sua. Sapeva che a Londra ci sono pochi loca- li che vedono pizza al taglio, sa- peva che voleva lanciare un franchising “come McDonald’s, ma con la qualità italiana,” sape- va che nel marchio ci doveva es- sere la lettera X, perché gli è sempre piaciuta. Ha cominciato

gliette, sui grembiuli, sui bi- glietti da visita. A Simone il progetto è piaciuto da matti e ha passato due mesi su Skype a ideare l’aspetto del locale col suo designer. Ha trovato un posto a due passi dalla metro di Farringdon, nel centro di Londra, in una zona co- lonizzata dagli yuppie. Il posto era un disastro. Ha proposto al proprietario un anno di affitto contro i lavori per ristruttu- rarlo. Ha passato tutta l’estate in compagnia di tre manovali. Ha scoperto muscoli di cui non sospettava l’esistenza e già che si trovava ha imparato un po’

del mestiere. La pizza, mi dice, non è stata la sua preoccupazione principale. Sapeva che voleva fare un buon prodotto e sapeva che non gli conveniva assumere un pizzaio- lo, perché sono costosi e poco affidabili. Trami- te un amico del padre ha co- nosciuto Pietro Petasecca. Pie- ro lavora come pizzaiolo da quando aveva

sedici

Vinceva

anni.

i

concorsi e do- po poco tempo aveva un locale di pizza al ta- glio a Roma. A Roma c’è una pizza al taglio ogni cinquanta metri, quindi Pie- tro ha deciso di cambiare. Ha au- mentato il prezzo, la varietà e la qualità dei suoi prodotti. S’è ritro- vato a gestire una catena di sedi- ci locali. Quindi ha venduto i negozi e ha aperto un’industria che fornisce basi e prodotti fini- ti alle pizzerie. Simone mi dice che era preoccu- pato perché non aveva i soldi per pagare le prime forniture.

periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011 Non solo mafia e mandolino esteri 3 Simone,

a lavorare da casa. Ha provato a disegnare il brand, ma non era capace. Ha contattato agenzie ita- liane e inglesi, tutte chiedevano troppi soldi. Ha contattato un freelance di Parma, che nel giro di due giorni gli ha inviato un progetto con un sito internet e un logo in cui le X diventavano triangoli. I triangoli diventava- no i tovaglioli e i box del take- way, per poi rotolare sulle ma-

Pietro però gli ha risposto che l’idea era buona, che doveva sta- re tranquillo e che aveva clienti fuori di settantamila euro. Pie- tro è anche venuto su per l’inau- gurazione, e dato che c’era più gente del previsto s’è messo un grembiule ed è andato in cucina per aiutare la madre di Simone. La parete sopra la scrivania di Si- mone è spoglia, tranne che per un post-it con scritto il numero

  • di Pietro.

La pizza è un po’ costosa per le

mia tasche, ma è buona. Ho pro- vato quella con patate e tartufo nero. L’impasto è soffice e un po- co friabile, il condimento è di qualità. Simone mi spiega che la maggior parte dei suoi clienti sono professionisti italiani e che il locale ha i conti a posto, ma che nei suoi piani dovrebbe lavo- rare un venti percento in più e avere meno alti e bassi. Mi spie- ga la difficoltà di soddisfare gli inglesi, innamorati dei loro sandwich. Mi dice che una volta ha provato a chiudere la pizza e metterla in scatole di plastica,

ma non ha funzionato. Mi dice che la sua idea era di vendere so- lo pizza e supplì, per dedicarsi a una sola attività e farla per be- ne, ma che ha dovuto differenzia- re, che ha dovuto mettere una macchina del caffè e un pentolo- ne per le zuppe. M’espone i suoi errori iniziali: le fette di pizza erano troppo grandi e co- stavano troppo. Il sabato pome- riggio si lavorava poco e avrebbe dovuto aprire subito il venerdì sera, per approfittare dei reduci dalle nottate in disco- teca. Mi spiega come sia diffici- le attirare di nuovo i clienti persi per gli errori da dilettante.

  • Mi spiega come funziona per le

licenze a Londra. Mandi alcune

lettere e un assegno all’ufficio

  • di competenza del tuo “council.”

Dopo un mese arriva l’ispettore. Se trova qualcosa fuori posto, non ti fa chiudere, come succe-

de in Italia, ma si limita a illu- strarti cosa bisogna sistemare e minaccia una nuova ispezione dopo sei mesi. Mi dice che pri- ma della crisi era semplice ave- re credito delle banche e che era riuscito ad avviare un mu- tuo con la sola garanzia del suo stipendio. Mi dice che non ha chiesto prestiti per il locale, ma che se si fosse presentato in banca col suo logo e col suo pro-

getto, avrebbe ottenuto con faci- lità ventimila sterline. In Italia avrebbe avuto bisogno della ga- ranzia dei suoi genitori. Ha inaugurato febbraio di que- st’anno. Il primo giorno la pizza era gratis e fuori c’era la fila. Mi mostra le foto, mi dice che se avesse ogni giorno una fila del genere sarebbe ricco, e si mette a ridere. Il locale ha pareti bianche e colori pastello, al se- condo piano ci sono tavolini, quadri di artisti locali e un cami- netto. La X di Simone, nella sua declinazione triangolare, torna dappertutto; e a giudicare dalle foto e dai pdf che mi mostra, il posto somiglia molto a com’era stato concepito nelle lunghe chiacchierate col designer. Simone mi dice che il locale cammina da sé, perché ha sele- zionato impiegati scrupolosi e bravi nell’accattivarsi i clienti, e che ormai a lui non resta tanto da fare. Mi dice che da un me- setto ha messo l’occhio su un posto vicino alla stazione Victo- ria, molto piccolo, ma con un affitto esoso, perché è una zona ad alto passaggio. Mi spiega che aprire un secondo locale, dedi- cato a una clientela diversa, sa- rebbe una scommessa. Mi dice anche che adesso ha di nuovo

molto tempo libero, che si anno- ia, e che almeno saprebbe da dove cominciare.

Domenico Santoro

Irlanda, tigre zoppa d'Europa

continua dalla prima

Con la crescita, poi, arriva un'altra piccola rivoluzione cultu- rale: la terra d'emigrazione di se- coli si trasforma in polo d'attrazione, con un 10% di popo- lazione immigrata nel 2007 (so- prattutto dall'Est Europa). Nella seconda fase, il boom è anche le- gato a una bolla immobiliare. L'aumento della domanda d'immobili, dovuto alla prima fa- se espansiva, genera un rialzo dei prezzi delle case che prende un momento autonomo: si co- mincia ad investire nel mattone ancora e ancora, poiché ogni nuovo investimento corrobora il trend ascendente - finché qualco- sa non interrompe il circolo. Questo qualcosa arriva nel 2008, con la recessione mondiale. Gli

investitori si rendono conto che l'offerta di immobili è a questo punto sproporzionata: 80000 ca- se, contro le 160000 del quindici volte più popoloso Regno Unito. I prezzi, naturalmente, crollano; e con loro, la capacità di ripaga- re di chiunque, com'è tipico, avesse preso denaro impe- gnando immobili. Milioni di eu- ro di prestiti delle banche irlandesi si rivelano – come si di- ce in gergo – inesigibili; e torna attuale il vecchio adagio, “se de- vi mille euro alla banca, è un problema tuo; se le devi un mi- lione di euro, è un problema della banca.” Entra così in scena il governo irlandese, che – come negli USA e altrove – interviene a evitare

il fallimento delle banche: e se le banche falliscono è dura, perché i loro primi creditori so- no i correntisti – cioè, noi. Con ciò, il problema di debiti privati si tramuta, in una serie di opera- zioni di nazionalizzazione pe- raltro gonfie di zone d'ombra, in un problema di debito pubblico. Il rapporto debito-PIL, indice ba- se della finanza pubblica, passa dai confortevolissimi lidi dove aveva trascorso i '90 e i 2000 nel pieno di un tifone in stile sudeu- ropeo. È’ qui che entrano in scena l'Eu- ropa e il Fondo Monetario. Benché la situazione irlandese sembri meno preoccupante di quella spagnola o italiana o gre- ca – tutto sommato l'economia è

cresciuta per decenni a ritmi so- stenuti e, a differenza di com'è percepita la Spagna, non solo gra- zie al mattone – nel breve perio- do bisogna risparmiare tagliando la spesa pubblica. Però c'è un però: la crescita irlandese aveva molti problemi, ma è difficile sostenere che il pri- mo fosse l'eccessiva spesa pubbli- ca – insomma, non è una storia greca di soldi buttati e bassa cre- scita. Oltre ai correntisti, credito- ri del sistema irlandese sono i fondi pensione tedeschi. Questi portavano soldi nella periferia europea perché l'inflazione, du- rante il boom più alta che in Germania, facilitava qui il contrarre debiti: alla scadenza, poi, l'aumento dei prezzi (e

dunque del valore degli introiti) avrebbe reso più semplice resti- tuire il denaro. Ora, è politica- mente impossibile presentare ai tedeschi la possibilità di pagare i loro crediti a meno del loro va- lore. Ciò non toglie che in un prestito ci son sempre due lati:

chi ha preso denaro, contando sul valore in aumento delle pro- prietà, e chi l'ha dato, facendo la stessa scommessa. Di un cre- dito sbagliato, in altre parole, sono responsabili anche i fondi che l'hanno erogato, e in ultima analisi i risparmiatori che han messo i propri soldi proprio in quei fondi. È giusto tagliare ora gli asili in Irlanda per non dire questa verità?

Gianluca Flego

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The game: you just lost

internet

periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011
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Numero 58
Venerdì 18
Febbraio 2011

WikiLeaks: Se una notte d'inverno un'informazione

In una società libera l'informazione deve pe- netrare ovunque”. Que-

sta è una delle frasi cardine di

“Brazil”, film fantascientifico ispi- rato a “1984” di Orwell; potrebbe anche essere adottata come taci- to manifesto di WikiLeaks, orga- nizzazione internazionale no-profit che riceve, in forma anonima, e divulga documenti coperti da segreto, utili a svela- re comportamenti non etici di go- verni e aziende. Fondata nel 2006, nello stesso anno sale alla ribalta svelando un complotto mirato all'assassinio di espo- nenti del governo somalo da parte dello sceicco Hassan Da- hir Aweys, capo del Partito Isla- mico della Somalia. Nel 2007 vengono rese pubbliche le reali modalità di gestione del carcere di Guantànamo, rivelazioni che rendono all'organizzazione di Ju- lian Assange una risonanza me-

diatica mondiale. Dai segreti militari e di stato WikiLeaks nel 2008 passa alla divulgazione di segreti bancari: la banca svizze- ra Julius Bär esercita pressioni presso un tribunale californiano per la chiusura del sito dopo la pubblicazione di documenti re- lativi all'evasione fiscale e al rici- claggio di denaro sporco. Nel 2010 WikiLeaks diviene una vera e propria fucina di trapela- menti internazionali, tenendo desta ?l'attenzione mediatica con la rivelazione di aspetti sca- brosi della guerra in Afghani- stan quali uccisioni di civili e costituzioni di unità militari se- grete. Nello stesso anno vi è il co- siddetto «Cablegate», ovvero la pubblicazione di dispacci inviati a Washington dalle ambasciate americane nel mondo; i contenu- ti spaziano da rapporti Usa- Oriente, in cui entra in gioco

Il web invisibile

l'ambiguità dell'Arabia Saudita, alleata degli Stati Uniti e, al contempo, principale sovvenzio- natrice di Al-Qaida, a considera- zioni e analisi ben poco lusinghiere su leader europei e non. Nel contesto di questo enne- simo «-gate» entra in gioco la fi- gura di ?Bradley Manning, 23 anni, analista dell'intelligence militare americana, accusato di aver passato le informazioni a WikiLeaks, arrestato con l'accu- sa di violazione del codice milita- re e ?divulgazione di segreti legati alla difesa nazionale statu- nitense. Manning, difatti, avrebbe contattato, al riguardo del materiale da lui raccolto dai database dell'intelligence, un ex hacker, tale Adrian Lamo, e Ke- vin Poulsen, un giornalista del blog Wired; Lamo, vicino all'ambiente di WikiLeaks, avrebbe convinto Manning a rendere pubbliche le informazio-

ni in suo possesso. Dopo l'arre- sto del giovane soldato l'opinione pubblica e dei media si divide: è solo un ragazzo stanco della guerra, mosso da un anelito di democrazia, delato- re a fin di bene o terminale ulti- mo, oppure consapevole vittima, dei nuovi cospiratori della rete? Dal particolare di que- sto caso è possibile allargarsi all'universale, ovvero interro- garsi da una parte sulle effettive intenzioni e su un eventuale pe- ricolo che l'organizzazione di As- sange potrebbe rappresentare, rischiando potenzialmente di causare incidenti diplomatici, dall'altra domandarsi invece, in caso di questioni di importanza pubblica, quale sia il discrimine secondo il quale si definisce la ri- servatezza di informazioni o se addirittura sia legittimo che vi sia. Il sistema di «gola profonda» di WikiLeaks è una visione

distorta ed errata del concetto di come deontologicamente do- vrebbe essere l'informazione o è uno spasmo reazionario dettato da un malessere causato a sua volta da autoritarismo me- diatico? Il concetto di fondo del ro- manzo «Se una notte d'inverno un viaggiatore» è la frantumazio- ne nel molteplice di un'appa- rente unica realtà che porta all'ammettere che ciò che è ve- ro e ciò che è falso non è uni- versalmente riconoscibile, sta al Lettore giudicare singo- larmente; così, nel nostro caso, non possiamo definire se Wiki- Leaks sia un nuovo motore me- diatico corretto o meno, ma è nostra facoltà riconoscere quale sia l'informazione utile ad una fattiva presa di coscienza.

Francesco Vara

You are banned

S iamo tutti convinti che Google e gli altri motori di ricerca siano una finestra

spalancata sul Web grazie alla quale sia possibile trovare prati- camente tutto quello che esiste in rete. La verità è che non è co- sì. Esiste una porzione di internet “invisibile” e ne è la stra-

grande maggioranza: uno studio condotto nel 2000 dall’Universi- tà di Berkeley ha evidenziato che la parte del web inaccessibi- le dai motori di ricerca consiste di circa 91 mila terabyte, mentre quella “conosciuta” di appena 167. Svariate sono le tipologie di pagi- ne che fanno parte del Web invi- sibile: innanzitutto abbiamo quelle che sono inaccessibili ai motori di ricerca perché il loro creatore vi ha inserito tags spe- ciali che ne aggirano i software, alcune non sono visibili perché vi si accede solo dopo aver effettuato il log in, altre perché non sono linkate da nessun altro sito, altre ancora perché so- no pagine dinamiche (vengono cioè generate al momento dopo aver compilato dei form o in ri- sposta a particolari richieste) oppure degli script (raggiungibi- li solo da link realizzati in java- script o flash) o, infine, perché si tratta di pagine che non hanno contenuti testuali ma so- no video, archivi, file audio e co- se simili (queste ultime due categorie sono tuttavia ora raggiungibile da alcuni motori, uno su tutti Google). Il motivo per cui questi contenu- ti non vengono rintracciati dai normali motori di ricerca è semplice: Google e affini utilizza- no dei software chiamati craw- lers, che analizzano i contenuti

di una rete (o di un database) in un modo metodico e auto- matizzato, seguendo i
di una rete (o di un database) in
un modo metodico e auto-
matizzato, seguendo i collega-
menti ipertestuali dei siti Web,
ma non riescono a penetrare
nelle tipologie di pagine sopra
descritte.
Accedere ad alcuni contenuti
del Web invisibile è però possibi-
le grazie ad alcuni trucchi.
Il primo, semplice consiglio è
quello di cercare direttamente i
database: se, ad esempio, voglio
documentarmi sugli incidenti ae-
rei digiterò su Google “plane cra-
sh database” e da lì inizierò a
spulciare direttamente le
banche dati esistenti sulla mate-
ria.
Un’altra possibilità è, invece,
quella di utilizzare siti internet
che facciano al posto nostro la ri-
cerca dentro i database e che rie-
scano ad esplorare anche i
contenuti nascosti della rete.
Alcuni esempi sono
www.deeppeep.com, un pro-
getto dell’Università dello Utah
che raccoglie le fonti del Web
invisibile in diversi domini ba-
sati su nuove tecniche di ri-
cerca, www.invisible-web.net
(al momento purtroppo non uti-
lizzabile poiché in fase di rinno-
vamento, ma dovrebbe presto
tornare attivo), infomi-
ne.ucr.edu, utile per cercare
tra le risorse accademiche pubbli-
cate in tutto il mondo e
www.deepwebwiki.com, un si-
to che utilizza lo stesso princi-
pio di wikipedia e al cui
sviluppo ognuno può contribui-
re segnalando siti e risorse intro-
vabili con i tradizionali motori e
tecniche di ricerca.
L 'affaire WikiLeaks, oltre
ad essere stato un interes-
sante test della larghezza
su
centomila,
quelle
persone
minima degli sfinteri di vari
capi di governo, ha costretto i
rappresentanti delle varie demo-
crazie mondiali ad esprimersi ri-
guardo ad un problema ormai
abbastanza noto: il controllo del
traffico di informazioni via
internet.
È cruciale specificare “via
internet” perché i mezzi tradizio-
nali sono già regolamentati e re-
golamentabili, ed è interessante
notare che quando la Cina ope-
ra un'operazione di controllo
per i cazzi suoi si chiama “censu-
ra” e la fanno perché sono dei co-
munisti sanguinari. Quando
una visione unanime.
La “sicurezza” che viene invo-
cata dai parassiti di ogni razza e
colore per voler monitorare i
traffici su internet (invece che,
che so, evitare di dire e fare
cazzate in primo luogo) non è
quella nazionale ma è semplice-
mente quella delle loro poltro-
ne, perché una cosa che la rete
ha insegnato è che i tempi buro-
cratici della democrazia posso-
no essere ottimizzati alla
grande, tanto che celebrità inuti-
li che nei vecchi media avevano
una visibilità che durava genera-
zioni (e in certi casi dura ad
mortem, e.g. “i grandi della musi-
ca italiana”) ora non durano più
di un mese, e la possibilità che
me o per chiunque dei miei co-
noscenti, ma per una persona
che in ogni democrazia che si ri-
spetti sono più uguali degli altri.
C'è anche una sorta di parados-
so conturbante
in tutto ciò. La
classe dirigente mondiale si è
dimostrata estremamente inaffi-
dabile e infame nell'abuso della
propria
illusione
di
ri-
servatezza, a che titolo queste
persone possono
ora da una
parte reclamare la segretezza –
in
modo
che
nessuno sappia
più che l'Arabia Saudita sta invi-
tando un po' chi le pare a
bombardare l'Iran – e dall'altra
un maggiore controllo della re-
te? Ad opera di chi? Di un ente
super partes nominato
da loro? Non è molto
saggio, se
i diretti inte-
ressati vogliono riguada-
gnarsi la fiducia dei loro
sudditi.
Nel frattempo Julian As-
sange, il fondatore di Wi-
kiLeaks, è stato
arrestato
e
poi
scarce-
rato con qualche restri-
zione, fra
cui una palla
di metallo di un quinta-
le legata al collo. E
sempre da WikiLeaks
arrivano
dichiarazioni
invece
la
chiama
propone Frattini si
“sicurezza nazionale”.
le
cazzate
fatte
da
politici e
Certo, l'Italia non ha molto da di-
re in fatto di libertà di espressio-
ne, ma è estremamente
preoccupante notare come di
fronte al rischio di vedere espo-
sto tutto il gossip diplomatico de-
lobbies ai danni dei loro sudditi
(nel primo caso) o dei loro
clienti (nel secondo) vengano a
galla immediatamente e siano
diffuse prima di accumularsi fi-
preoccupate sulle restri-
zioni del traffico
internet imposte dal de-
creto Romani, che è un
po' modo italiano di ri-
solvere i problemi scomodi (al
governo, mica a me) legati alla
rete; come se servisse a qualco-
sa.
Marco Cabizza
a
un grosso problema; non per
no
creare effetti disastrosi è
Ginevra Sanvitale
gli
ultimi 40 anni ci sia stata
periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011 Seguite Kronstadt anche online ! internet 5 Virus

periodico mensile

Numero 58

Venerdì 18

Febbraio

2011

Seguite Kronstadt anche online!

internet

5

Virus e sicurezza informatica

continua dalla prima

Ma se non fanno danni qual è l'obiettivo dei virus di oggi?

in Pakistan. Ogni paese ha la sua normativa sui reati informati-

  • di di tempo limitati per cui

sero veicolare i virus. Da parecchio tempo le cose non so-

Li fanno, i danni, ma di tutt’altro tipo. Tralasciando i ca- si di spionaggio industriale, il vi- rus non è solitamente interessato al contenuto del PC che infetta, ma è piuttosto inte- ressato a sfruttarne a distanza le risorse, prima di tutto la connes- sione ad internet. I computer infettati divengono controllabili a distanza e vengo-

E tutto questo a cosa serve?

ci, per cui può succedere che un fatto che qui è reato altrove non sia perseguibile e non è detto, in ogni caso, che le forze dell'ordine abbiano i mezzi per occuparsi di una truffa informati- ca che ha colpito una persona dall'altra parte del mondo. Poi le informazioni utili alle indagi- ni vengono conservate per perio-

no più cosi semplici. Oggi un virus può nascondersi anche dentro un'immagine, un filmato, un file mp3, un docu- mento... Anche se il file non è di per sé eseguibile, esso viene co- munque aperto utilizzando dei programmi applicativi che po- trebbero essere affetti da proble-

no detti "zombie" o "bot". Attra- verso internet tutti i PC infettati dallo stesso virus formano una botnet, una rete da centinaia, mi-

frequentemente si arriva in ri- tardo. Infine, coordinare indagi- ni internazionali richiede molto tempo mentre il bot master deci-

mi di sicurezza. Ci sono programmatori specializzati nel trovare le "falle" di questi appli- cativi e utilizzarle per far compie- re ai programmi operazioni

gliaia o persino milioni di PC in

de da che nazione agire nel giro

arbitrarie.

grado di rispondere simultanea-

  • di pochi minuti.

Se un visualizzatore di immagi-

mente all'arrivo di un singolo co- mando. Una potenza di fuoco micidiale. E l'ordine può arriva-

In che modo avviene l'infezio- ne?

ni ha una vulnerabilità, questa può essere sfruttata dal cyber-cri- minale per inserire un virus in

re attraverso qualsiasi canale o si-

Il veicolo principale sono i co-

un'immagine. Qualunque altro

to, come una chat pubblica, Twitter, Facebook...

siddetti trojan: giochi, applicati- vi, programmi di varia utilità, perfettamente funzionanti e ge- neralmente gratuiti, che vengo-

un virus. Ma la stessa cosa può

software probabilmente vedrà so- lo l'immagine e ignorerà le li- nee di codice aggiunte, o magari dirà che il file è danneggiato.

Se volessi commettere delle atti- vità criminali tramite internet, non userei la mia connessione di casa, che il provider mi forni- sce con un contratto a mio no- me, ma sfrutterei piuttosto la connessione di un PC infetto in

Ma una volta scoperto da do-

no installati con grande soddisfazione dall'utente che non sa che contengono anche

avvenire anche installando un’applicazione Facebook o aprendo incautamente l’allegato

Ma quando l'immagine verrà aperta dal software adatto il vi- rus verrà eseguito. Chiaramente maggiore è la diffu- sione del software per cui è stato studiato il virus e maggiori sono le possibilità che il virus

modo da non essere diretta-

  • di un’e-mail.

avrà per diffondersi. Per questo

mente rintracciabile. Il tipico utente medio, che usa internet per cercare "tette e gatti- ni", probabilmente non sospetta

E qual è il canale in cui uno trova questi programmi "con la sorpresa"?

la maggior parte dei virus attaccano i browser o diretta- mente il sistema operativo windows.

che dalla sua stessa connessio- ne qualcuno fa acquisti con carte di credito rubate, oppure

Il principale è il peer to peer e tutti i circuiti di file sharing, co- me eMule o bittorrent.

Non so cosa ne pensi il letto- re, ma io comincio ad essere

Per prima cosa bisogna acquisi-

Parliamo degli antivirus...

bonifici fraudolenti con cre- denziali di home banking cattu- rate tramite phishing, oppure sta mandando mail di phishing o conducendo nuove campagne vi- rali...

Sistemi come Megaupload o Rapidshare, che tecnica- mente non sono peer to peer, sono più sicuri?

No, il rischio è lo stesso. La possi-

preoccupato. Cosa bisogna fa- re?

re la consapevolezza dell'esi- stenza di questi problemi e agire di conseguenza. Per ora

Grazie alla banda larga e ai contratti flat, che inducono l’utente a lasciare il PC perenne- mente acceso e collegato alla re- te, oggi è possibile fare tutto questo senza che l'utente si accorga di nulla per mesi o per anni.

ve arrivano gli ordini non ho anche informazioni circa

bilità di scaricare gratuitamente software commerciali come Pho- toshop sembra un affare, ma chi si prende la briga di sbloccare e mettere a disposizione questi programmi? "Crackare" un pro- gramma commerciale richiede ore di lavoro di un programmato- re esperto. Forse quindici o venti anni fa si faceva per ottene- re popolarità o per fare dispetto a Microsoft, oggi è semplice-

più o meno è entrato nella testa della gente che esistono i virus e si dovrebbe installare un antivi- rus, il prossimo passo è convincerli che bisogna mante- nerlo aggiornato almeno quoti- dianamente, altrimenti è come non averlo.

quale usare e perché?

l'identità

di

chi

sfrutta la

mente un lavoro molto remune-

Esistono siti come www.av- comparatives.org in cui sono ri-

botnet?

 

rativo.

portati risultati di test comparati-

Non necessariamente. Gli

vi effettuati sugli antivirus più

account

vengono

 

creati

uti-

Che percentuale di sofware

diffusi. Questi vengono parago-

lizzando

catene

di

macchine

"crackato" ci si può aspettare

nati in termini di efficacia ma

infette.

 

che contenga virus?

anche di altri tipi di

 

A occhio, direi più del 90%. Mi-

performance: un antivirus che

Bisognerebbe risalire con un'indagine mondiale a tutti i

passaggi fatti. La lotta è impari, perché da un lato c'è il bot master con migliaia o milioni di PC a sua disposizio- ne, che con un solo comando

lioni di persone scaricano que- ste risorse, sono milioni di PC che entrano in una botnet e c'è gente disposta a pagare parecchio per questo.

elimina tutti i software intrusi ma rallenta eccessivamente il computer potrebbe essere più fa- stidioso del virus stesso! Tra quelli gratuiti uno dei miglio- ri è Avira AntiVir , che ha un co-

può inviare milioni

di mail

di

Oltre ai software crackati a co-

sto contenuto ed è persino

spam

che

partono

da

tutto

il

sa bisogna stare attenti?

gratuito per scopi non

mondo. Dall'altra parte si osserva che gli

Niente è al sicuro, in teoria. A tutto! Una volta si riteneva che

commerciali). Spesso l'antivirus gratuito o pa-

ordini un giorno partono da un

fosse sufficiente fare attenzione

gato qualche decina di euro ottie-

PC

in

Italia, il giorno

dopo in

ai file .exe e che solo questi, ma-

ne in questi test risultati

Nuova Zelanda, il giorno dopo

gari nascosti o rinominati, potes-

sorprendentemente migliori ri-

spetto

a

celebri

software

tette e gattini.

commerciali che costano anche

dieci volte tanto.

Ok. Una volta installato anti-

Se hai sospetto su un singolo fi-

virus e firewall sono al sicu-

le,

ci

sono siti (come virusto-

ro?

tal.com) in cui

puoi caricare il

Manca ancora almeno un terzo

file

e quarantina di antivirus aggiornatissimi.

farlo controllare da una

punto chiave: gli aggiorna- menti. Tenere aggiornatissimo il sistema operativo, quale che sia (Windows, Mac, Linux): se

E

come

giudichi

l'idea

di

c'è una vulnerabilità nel siste-

installare un antivirus crackato? Conosco diverse persone che lo fanno. Geniale! E' come farti installare

ma operativo qualunque attività diventa a rischio. Ma anche i singoli programmi vanno aggiornati, perchè se qualcuno

l'antifurto della casa da un noto

trova per esempio una vulnera-

e famigerato

ladro

di

apparta-

bilità in iTunes e fabbrica un

menti. Tu vai da chi scrive i vi-

mp3 che la sfrutta per installare

rus

e

gli

chiedi

un

antivirus

del malware sul tuo PC, ti salvi

cosa puoi aspettarti?

solo se qualcuno ha scoperto

Dopo l'antivirus?

quella vulnerabilità ed ha rea- lizzato una versione aggiornata

Beh, generalmente si può affiancare un anti-spyware per ampliare le proprie difese verso programmi che non sono pro-

del software che la risolve! Quindi l'mp3 su una vecchia versione del software installerà il virus, mentre se aperto dalla

priamente virus ma che posso-

versione aggiornata risulterà un

comunque considerarsi indesiderati.

no

mp3 normale. L'aggiornamento rende i programmi immuni ai

Questo non lo fa già l'antivi- rus?

virus conosciuti che sfruttano vulnerabilità risolte. Il metodo più semplice per fare

A volte si, a volte serve un pro-

un virus è seguire le discussioni

gramma specifico. Ad esempio, certi antivirus trattano i tool di hacking, password recovery e amministrazione di rete come se fossero virus, etichettandoli come “riskware”, altri antivirus invece adottano una catalogazio- ne diversa per cui potrebbero ignorarli. Non bisognerebbe fare a meno, poi, di un buon personal firewall.

sui forum dei bug-hunter. Qui vengono spesso segnalate delle vulnerabilità appena scoperte, prima ancora che i produttori del software abbiano potuto pre- disporre una patch (lette- ralmente una "pezza") per eliminarla. Dal momento in cui la vulnerabilità è segnalata a quando viene pubblicato l'aggiornamento, un virus può

Non avevo mai pensato di aver bisogno di un muro di

agire indisturbato. E poi conti- nuerà ad agire su tutti i sistemi che non verranno prontamente

fuoco, ma ora che mi ci fai pensare...

aggiornati! Per questo è fonda- mentale avere computer

Molti hanno sentito parlare di fi-

aggiornatissimi, altrimenti si ri-

rewall,

non

tutti

sanno

di

sulta vulnerabili anche rispetto

averne

bisogno,

pochi

sanno

a problemi che sarebbero già ri-

esattamente a cosa serve, quasi

solti!

nessuno sa come configurarlo...

Incoraggiante. Cos'è?

E' un software che permette di monitorare e filtrare le connes- sioni in ingresso e in uscita dal PC. Da Windows XP (SP2) tutti hanno un firewall installato di default, ma è configurato per bloccare solo le connessioni in entrata, senza preoccuparsi di co- sa esce. E' meglio installare un buon firewall che integri anche funzioni di Intrusion Detection System o, meglio, di Intrusion Prevention System (IPS), che in pratica ti avvisa e ti chiede co- me comportarsi ogni volta che ri- leva tentativi di connessioni dall'esterno al tuo PC oppure ogni volta che una applicazione in uso cerca di comunicare con l’esterno. Ne esistono anche di gratuiti che fanno benissimo il lo- ro lavoro, ma spesso sono visti dagli utenti solo come una seccatura durante la ricerca di

Quindi,

qual

è

la

ricetta di

Rebus per la sicurezza

informatica?

 

La sicurezza totale non esiste,

ma almeno è possibile ridurre

la

propria

esposizione

al

ri-

schio.

Riassumendo:

antivirus,

personal

firewall,

 

aggiorna-

menti software. E poi il

comportamento dell'utente: evi-

tare

di

scaricare

programmi

crackati o

di origine dubbia

e

chiaramente evitare di fare cose

come

rispondere

alle

mail

di

phishing... Ancora oggi c'è gente

che non

si insospettisce di fronte a mes-

saggi come "tu dare a me tua

password di

conto". E

per que-

sto non

ci

sarà

mai soluzione

perché non esiste una patch per

la stupidità umana...

Makka

6

Sopra a quel palazzo c'è un povero cane pazzo, date un pezzo di pane a quel povero pazzo cane

strumenti

periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011
periodico mensile
Numero 58
Venerdì 18
Febbraio 2011

Piazza della Loggia

28 maggio 1974 – 16 novembre

2010

«Presto ci sarà un grosso botto a Brescia. Un botto in una piazza bresciana, proprio come a piazza Fontana». Giancarlo Esposti, de- stra eversiva milanese -nella testi- monianza di Biagio Pitarresi (già Msi) – Corte d’assise di Brescia, marzo 2009.

Primavera 1974

  • D a diversi mesi ormai, la città di Brescia è teatro di eventi legati al

mondo dell’eversione nera:

Il 15 febbraio un ordigno esplo- de davanti alla Coop in viale Ve- nezia. Viene rivendicato dalle Sam (Squadre di Azione Mussoli- ni). L'8 maggio viene aperta una borsa «dimenticata» da alcuni giorni davanti all'ingresso della sede provinciale della Cisl. Al suo interno verranno ritrovati otto candelotti di dinamite e tre etti di tritolo innescati con un de- tonatore ed una miccia spenta. Il 9 maggio vengono arrestati alcuni personaggi dell'eversione nera nell'ambito dell'inchiesta sul Mar e sulle Sam. Finisce in carcere un folto gruppo di neofa- scisti: tra loro alcuni accusati di aver realizzato, nel febbraio del 1973, un attentato dinamitardo alla Federazione provinciale so- cialista di largo Torrelunga ed as- solti nell’ambito del processo a Roma contro Ordine Nuovo. Nella notte tra il 18 e il 19 maggio in piazza Mercato, a po- che centinaia di metri da piazza Loggia, salta in aria il giovane Silvio Ferrari, collegato agli ambienti neri veronesi e sanbabi- lini, intento a trasportare un ordi- gno esplosivo sulla propria motoretta. Il 21 maggio, durante i funerali vengono arrestati cinque esponenti del gruppo veronese neo- nazista «Anno Zero». La Federazione Cgil-Ci- sl-Uil distribuisce un volantino in tutte le fabbriche della città e della provincia de- nunciando che gli attentati dei giorni e dei mesi precedenti rientrano in un «dise- gno costruito da chi ha mezzi ed obiettivi molto precisi». Il sinda- cato decide una rispo- sta corale che solo uno sciopero generale può garantire, e orga- nizza una manifestazione unita- ria con il Cua (Comitato Unitario Antifascista). Il 22 maggio, durante i lavori del direttivo della Federazione Unitaria viene indetta, per il giorno 28 maggio, una manifesta- zione antifascista con un’astensione dal lavoro di

quattro ore.

Alle 10 e 12 del 28 maggio 1974, sotto una pioggia insistente, mentre il segretario della federa- zione lavoratori metalmeccanici Franco Castrezzati sta tenendo il suo discorso, in piazza esplo- de una bomba collocata nel cesti- no dei rifiuti posizionato accanto alla colonna di marmo dei portici, vicino alla più meri- dionale fra le due fontane. Il rumore dell’esplosione è secco, forte, e fa ricordare il botto di un potente petardo. S'alza un fumo grigio-azzurro ed un odore acre si diffonde nell'aria. Dopo un attimo di si- lenzio, voci si levano dalla folla che prima ondeggia compatta, poi comincia a sussultare, a sbandare, mentre gli striscioni cadono a terra. La gente urla, impreca, fugge scompostamente. Sul selciato ri- mangono sei morti e qualche de- cina di feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. Due di questi moriranno nei giorni successivi in seguito alle ferite riportate.

Nella primavera del 1974 in piazza Loggia muoiono 8 perso- ne: Giulietta Bazoli, insegnante di francese al liceo ginnasio Arnaldo, moglie dell’allora asses- sore comunale Luigi Bazoli, mili- tante di Avanguardia operaia; Livia Bottardi Milani, Clementi- na Calzari, Alberto Trebeschi, insegnati, iscritti alla Cgil Scuo- la; Euplo Natali, operaio in pensione dell’Atb, iscritto al Pci a Urago Mella; Bartolomeo Talenti, operaio della Perazzi Armi iscritto alla Flm; Luigi Pinto, originario di Foggia, insegnante di Applicazio- ni tecniche a Montisola, mili- tante della Cgil Scuola; Vittorio Zambarda, operaio edile appena pensionato, iscritto al Pci di Sa- lò.

mente. Nel 1977 vengono

rinviati a giudizio 30 imputati tutti appartenenti al mondo dell’eversione nera bresciana.

  • Di costoro, solo due verranno

condannati in primo grado qua-

  • li esecutori materiali della stra-

ge: Ermanno Buzzi e Angiolino Papa. Il primo, già marchiato co- me informatore dei carabinieri

sul periodico Quex - redatto dai carcerati

  • di destra- verrà trasfe-

rito subito dopo la

sentenza nel carcere

  • di massima sicurezza

  • di Novara, dove mori-

rà, il secondo giorno

  • di detenzione,

strangolato con lacci

  • di scarpe. Sulle pare-

ti della cella compa- re una scritta: “Buzzi Buzzi sento odore di infamuzzi”. Il secondo, Papa, verrà invece successi- vamente (e definiti- vamente) assolto con formula piena: “per non aver commesso il fatto”.

Nel 1984 viene aperta una nuova istruttoria. L’ipotesi accusatoria, muovendo dalle dichiarazioni di alcuni pentiti e dalle indagini sorte sulla morte di Buzzi, vede quali autori materiali della strage due esponenti bresciani di Ordine Nero (già Ordine Nuovo): Ales- sandro Stepanoff e Cesare Ferri. Il nome di Ferri non è nuovo agli inquirenti. Individuato tra i mandanti dell’omicidio Buzzi, Ferri compariva già negli atti del primo processo: nella testi- monianza di un prete, don Ga- sparotti, che aveva dichiarato di averlo visto la mattina della stra- ge intorno alle 7.30 presso la chiesa di S.Maria Calchera, a po- chi passi da piazza Loggia. Verranno entrambi assolti, con formula dubitativa pri- ma, piena poi. Cesare Ferri otterrà dalla Corte di Appello di Brescia cento milioni di risarcimento per ingiusta detenzione.

Novembre 2008: muo- vendo da un’istruttoria nata nel 1993, oggetto di ben quattro richieste di pro- roga e un totale di otto- centomila pagine di atti, vengono chiamati a compa- rire in giudizio davanti alla Corte d’Assise di Bre- scia -con l’accusa di concorso in strage- sei imputati: Carlo Maggi, ex militante di Ordine Nuovo; Francesco Delfino, ex ge- nerale dei carabinieri e responsa- bile del nucleo investigativo ai tempi della strage; Giovanni Mai- fredi, già collaboratore di Delfi- no; Pino Rauti, ex segretario nazionale del Movimento socia-

le; Delfo Zorzi, destra eversiva, ora cittadino giapponese; Mauri- zio Tramonte, già militante di Ordine Nuovo e informatore dei

servizi segreti. La tesi accusato- ria delinea un legame preciso

tra la strage bresciana e quella di piazza Fontana, imputando altresì responsabilità precise in capo ai vertici di Ordine nuovo

solo ed esclusivamente testimo- niali. Non lo si può esigere quando ve- rosimilmente gli effettivi re- sponsabili sono da quello stesso sistema già stati assolti, o semplicemente ignorati. Non lo si può esigere finché chi ancora oggi geloso custode delle prove di quanto accaduto,

6 Sopra a quel palazzo c'è un povero cane pazzo, date un pezzo di pane a

“al servizio” dei servizi segreti de- viati. 16 novembre 2009: dopo 166 udienze la seconda sezione pena- le della Corte d’Assise di Brescia proscioglie tutti gli imputati ai sensi dell’art 530, 2 cpp “manca, è insufficiente, contraddittoria la prova”.

Trentasei anni sono trascorsi da quella terribile primavera. Trentasei anni di indagini, confessioni, ritrattazioni, istrutto- rie, udienze, rinvii. La sentenza da ultimo emessa dalla Corte d’Assise di Brescia de- lude, addolora, esaspera; un’amnistia cala su quelle otto morti, e su uno dei più atroci capitoli della storia d’Italia. Appare, tuttavia, doverosa, una riflessione. L’articolo 27 della nostra Costitu- zione recita: “La responsabilità penale è personale”. Ebbene: si può (giuridicamente, non politicamente) condannare un contesto, un ambito, un intreccio? La risposta è no. Le ragioni per cui ad oggi la giu- stizia italiana non ha saputo da- re un nome e un cognome agli autori di quei fatti, sono molte- plici. Esiste, purtroppo, un discrimi- ne tra verità giudiziaria e verità storica. E sebbene il sistema debba sempre aspirare a far sì che esse combacino, non si può esigere che ciò avvenga ad ogni costo. Non lo si può esigere quando l’accertamento dei fatti in causa è reso drammaticamente, inevi- tabilmente, difficoltoso (quando non del tutto inficiato) da prove

non deciderà infine di conse- gnare quelle stesse prove all’Au- torità giudiziaria. Allora sì, quelle due verità oggi così dolo- rosamente lontane, potranno fi- nalmente combaciare.

“Io so. Io so i nomi dei responsabili di

quello che viene chiamato "golpe"

(e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di pro- tezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre

1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. […] Probabilmente - se il potere ameri- cano lo consentirà - magari deci- dendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi sa- ranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori re- sponsabili contro maggiori re- sponsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano mi- gliori). Questo sarebbe in definiti- va il vero Colpo di Stato.” (Pier Paolo Pasolini - Corriere della se- ra, 14 novembre 1974).

Carlotta Mainardi

6 Sopra a quel palazzo c'è un povero cane pazzo, date un pezzo di pane a

Vicende giudiziarie

Quattro istruttorie, otto gradi di

giudizio,

centinaia

di

testimo-

nianze, migliaia di ore di dibatti-

mento.

Ad

oggi nessun

responsabile.

Le

indagini

sui

fatti

del

28

maggio

iniziano

immediata-

periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011 "con la cultura non si mangia" cultura 7

periodico mensile

Numero 58

Venerdì 18

Febbraio

2011

"con la cultura non si mangia"

cultura

7

O kamchatka, o morte! Small World

  • C iao giovane! Di cosa mai parlerà stavolta la rubri- ca dei nuovi giochi da ta-

volo più amata da quelli che leggono Kronstadt*? Beh ma guardate il titolo invece di porvi ste domande inutili! Con "Small World", sottotitolo "In fondo è un piccolo mondo di massacri!", abbiamo finalmente trovato un'applicazione utile al razzi- smo. Il gioco consiste, infatti, nel cercare di occupare, un po' come Risiko ma senza dadi, il maggior numero di territori di una mappa con delle razze fanta- sy. Il meccanismo di gioco è il seguente, al primo turno ciascu- no deve scegliere una razza con cui invadere Small World, senza entrare nel dettaglio le scelte si possono compiere tra 6 vessilli Razza estratti casualmente e po- teri speciali associati altrettanto casualmente a ciascuna razza, La varietà ludica è qui garantita dalla possibilità di accoppiare 20 poteri speciali e 14 razze fra

cui Elfi, Amazzoni, Giganti, Troll, Tritoni e altre, si tratta cioè di 280 possibili combinazio- ni di cui alcune, e bene tenerlo presente, notevolmente più azzeccate di altre. Sui vessilli razza e sulle tessere poteri spe- ciali compaiono dei numeri la cui somma indica il numero di truppe di quella razza che dovre- te prendere e usare in questo pri- mo turno. Successivamente il turno di ciascuno giocatore po- trà essere di diverso tipo si po- trà scegliere di continuare a conquistare con la razza che si controlla o farla andare in de- clino. E perché mai dovreste far andare in declino la vostra razza? In questo modo non controllerete più la razza in de- clino che però continuerà a darvi punti per i territori occu- pati e vi darà l'occasione di sce- gliere un'altra razza nel turno successivo, potrete però avere solo una razza attiva in gioco, e una in declino, nel senso che se

declinate due volte dovrete eli-

minare dalla mappa i segnalini

della

prima razza

in

declino.

Quello che non dovete mai de-

clinare

è

l'invito

a

giocare

a

Small World, un

gioco che

ri-

sulta senz'altro vario e

dall'ambientazione comico-

fantasy

divertente

e

colorata.

Potrete giocarci da 2 a 5 giocato-

ri,

grazie anche ai

quattro ta-

belloni

modulari,

 

con

una

durata di tempo di 1-2 ore.

Strategicamente non è eccelso

meno aleatorio di suo nonno Risiko.

ma

sicuramente

risulta

E'

giunto il momento di acco-

miatarsi, ciao

a tutti

orchi, uo-

mini ratto, mezzuomini o

lettori di Kronstadt!

JCO

[1] Si tratta di una piccola razza in estinzione di circa 5-6 persone tra cui compaiono alcuni redattori, ubriaconi del Sottovento e asociali del RadioAut.

periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011 "con la cultura non si mangia" cultura 7

Non di sola gnocca vive l'uomo 4

N on di sola gnocca vive l'uomo presenta un arti- colo tratto dal blog“Take-

da, Sun and Rain”. Autore Eugenio Laino. Da buon aspirante informatico tendo a schematizzare tutto ciò che mi circonda. Schematizzando

e schematizzando mi è venuta in mente una bella relazione tra i tanti generi vi- deoludici e i vari tipi di femmine di homo sapiens sapiens, co- munemente indicate con il termine “donne”, derivante dal latino, domna, o essendo più specifi- ci, domina. Tanto per comincia- re ognuno di noi ne prova svariate nella vita. Dopo un po’ si secca, o perché le ha sviscerate fino in fondo, o perché le trova ripetitive, o semplicemente perché si rende conto che non sono il suo genere. Capita anche che, arri-

vati a una certa età, ci si stabi- lizzi con una sola donna,

solitamente

con un gameplay

molto profondo e poco ripetiti- vo. Queste variano da donne Ha- lo a donne Team Fortress a donne Street Fighter. C'è anche chi diventa succube della pro- pria compagna, in quel caso si parla di donna WoW, queste ulti- me richiedono molto tempo e

dedizione, ma soprattutto molto danaro. Tra i tanti tipi, per espe- rienza personale, ne ho ricono- sciuti alcuni di cui ora vi

parlerò.

Le

più diffuse, per

esempio, sono le donne CoD, di

bell'aspetto

e

molto

richieste

dai più, ma con una IA molto

bassa,

diciamo

totalmente as-

sente.

Quelli che prediligono

questa specie usano cambiarle

molto

spesso, stabilizzandosi

per poco e senza stabilirci alcun

legame sentimentale.

Esistono poi quelle donne che

parlano

un sacco, ma che alla

fin fine ripetono sempre le stes-

se cose. Solitamente danno po-

co

spazio al

compagno se non

per azioni guidate e piuttosto ba-

silari.

Queste sono

definite

femmine jrpg. Possono piacere ai tipi privi di spirito d’iniziativa e un po’ svogliati, naturalmente anche queste richiedono grosse quantità di tempo e prima o do- po vengono a noia. Naturalmente ci sono anche le

sa, hanno un gameplay visto e stravisto, impressionano solo maschi in età adolescenziale e con poca esperienza. Dall'altro lato ci sono invece le indie

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cazzute, intellettualmente supe- riori e con uno stile decisa- mente accattivante. L'unica pecca è che sono estremamente stravaganti e durano molto po- co, tempo ben speso in ogni ca- so. Un tipo molto rompi-balle inve- ce sono le donne Stealth. Que- ste tendono a privare il partner di ogni svago cui era abituato, costringendolo a far tutto di na- scosto. In caso si venga sco- perti, sarà una bella rogna riconquistare la loro fiducia e tornare alla normalità. Passiamo ora ai miei tipi prefe- riti. Le donne Zelda e le donne action stilysh. Le prime offrono una relazione molto piacevole. Sono perfette per passarci tanto tempo, vaste e tutte da scopri- re. Esplorare tutti i loro dungeon sarà un esperienza mi- stica che richiederà anche l'uti- lizzo di vari accessori. Sono silenziose e di poche parole ma molto concrete. Il secondo tipo invece è piuttosto difficile da trovare e molto combattivo. So- no donne che sanno il fatto lo- ro, con i nervi saldi e un sacco di qualità, ardua l'impre- sa di ottenere il loro rispetto. Sia caratterialmente che esteti- camente appaiono accattivanti e particolari. Anche loro nella sfera sessuale amano i gadget strani e le posizioni acrobati- che, senza contare che a letto spesso hanno loro il comando. Da sposare insomma.

donne indie, che a loro volta si

suddividono

in due categorie.

Le

finte indie, che di solito

pensano di essere diverse e

alternative

ma in realtà sono

a cura di Giovanni Bonaschi

anch'esse omologate alla mas-

Reg. Trib. Pv n° 594 - ISSN 1972-9669 - Stampa: Industria Grafica Pavese SAS, Pavia - Chiuso in redazione 11-02-20101- Tiratura 2000 copie - 2011, Alcuni diritti riservati (Rilasciato sotto licenza Creative Commons 2.5 Ita by-nc-sa)

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"Si sta, come d'autunno, sugli alberi, le foglie"

racconti e poesie

periodico mensile Numero 58 Venerdì 18 Febbraio 2011
periodico mensile
Numero 58
Venerdì 18
Febbraio 2011

Il re è morto

andato a prelevare. Fuma di na- scosto sotto il tavolo. Fumare

l’hanno

vietato

dappertutto

adesso. Si sente audace, un po’

come prima,

adesso si toglie

anche

la

giacca.

I

rossi

e

i

verdi corrono ancora sul posto,

li

considera

appena,

registra

soltanto

che

corrono

ancora.

Non è stato a lungo via. La ca-

meriera viene al suo tavolo questa volta ordina una

e

guinness, una guinness

grande,

non

devono

pensare

che sia tirchio. Tirchio non lo è stato mai. Oculato – a volte – ma tirchio, questo di lui non si può dire, e non lo deve neppu- re pensare nessuno, perciò be- ve una guinness grande. Con

Cocito, ora Alfonso Maria Petrosino tratto da "Autostrada del sole in un giorno di eclissi" edizioni
Cocito, ora
Alfonso Maria Petrosino
tratto da "Autostrada del sole in un giorno di eclissi"
edizioni OMP

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Direttore responsabile

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Kronstadt periodico mensile Numero 58 La redazione di Kronstadt è aperta ad ogni tipo di collaborazione.
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R agazzi visore,
R
agazzi
visore,

saltano

sullo

le dita tamburella sul tavolo la melodia pressante emessa dalle casse. Canticchia anche una o due righe, benché non capisce di cosa parla la canzo- ne. L’inglese è stato per lui a scuola sempre penoso. E le turi- ste inglesi, che d’estate assedia- vano le spiagge e le strade, con le loro voci stridule, le gambe grassoccie bianche e bruciate dal sole in gonne troppo corte e variopinti tacchi di plastica, coi quali ogni cinque minuti ri- manevano incastrate nel pavè, per lui non sono valse mai neanche la fatica. Tuttavia gli piace qui al Finne- gans, ma questo poi non è di- rettamente inglese, anche se non era sicuro di quale debba essere la differenza. Tamburella di nuovo con le dita sul tavolo. La birra gli fa bene. Di tanto in tanto chiacchiera con Lisa. Lei con i capelli burrascosi e gli occhi di antracite. Lei non c’è più. Da tempo ormai. Ma lui ci chiacchie- ra ancora ogni tanto. A Lisa sarebbe piaciuto qui, ma forse anche no, aveva biso- gno di più confusione, anche se non è silenzioso qui. Lisa. Regina Lisa. Lisa e lui sulla moto. Lisa accanto a lui nel suo letto, mezza vestita, trucco tra- scorso. Non la farebbe mai più andare da sola. Mai più

schermo piatto del tele-

alcuni

rossi,

altri verde scuro, correndo eternamente dietro alle macchie in pelle nera e bianca. In sottofondo musica pop degli anni novanta. Il whiskey lo butta giú quando gli chiedono di pagare. Sa che vogliono dire che deve andarse- ne. Quindi butta giù il whiskey e va via. Butta giù il whiskey perché loro vogliono dire che deve andarsene. Non se lo la- scia chiedere, è abbastanza furbo per capire che vogliono dire che deve andarsene. Se ne va con la gola ancora che brucia. Brucia ancora quando sbatte la porta e la attraversa. Sa che deve andarsene, sa che non si sta seduti con un’ordinazione per molto prima che vogliano che uno se ne vada. Poi inizia- no a guardarsi intorno, poi vengono e domandano se si vuole ancora qualcosa, sorridono, ma non lo pensano. Domandano, ma in realtà impongono, inti- mano un ultimatum, voglio- no che uno se ne vada, se ne vada o ordini qualcosa, ma preferibilmente che se ne vada, perché chi ordina senza che non venga solle- citato, è poco apprezzato, la mancia la lascerà appe- na, spreca tempo e fatica, fa- rebbe meglio ad andarsene. Addosso aveva la sua camicia migliore, di colore arancione. Trova che gli stia bene, trova anche che lo faccia più giova- ne, ancora più giovane, perché non è vecchio. Vecchio non si può dire, non arrivava ancora ai cinquanta, ancora per molto non arrivava ai cinquanta, in ogni caso relativamente anco- ra per molto non ci arrivava. Butta quindi gìù il whiskey e se ne va. Se ne va, ma non va lontano, innanzitutto cade, ca- de per terra, si rialza veloce. La testa l’ha sbattuta contro il tombino. Ci sposta sopra i capelli, questo non riguarda nessuno. Prosegue, ma non molto, per dove dovrebbe già andare. È venerdì sera, non è per nulla tardi, non sono neanche le nove. Va al banco- mat sull’altro lato della strada. Lo stato del conto non lo controlla. Non vuol rovinarsi l’umore, non in un venerdì se- ra, non oggi, quando ha su la camicia di colore arancione. Preleva due banconote dalla macchinetta e rimette la carta nel portafoglio, attraversa la strada e ritorna da dove era ve- nuto prima. Si siede al suo vecchio posto, ma all’inizio si tiene addosso la giacca, non vuole dare nell’occhio, non vuo- le che si accorgano che era

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da sola con la moto. Il suo sguardo si muove verso l’alto. I rossi si abbracciano, per lui è uguale. Pubblicità. Sempre le stesse immagini. Il re è morto.

Sarah Ablett Traduzione: Serena Gregorio

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Credits in brevis: le immagini sono tratte dal web. Si ringrazia per la pazienza tutta la redazione di Kronstadt che ha dovuto aspettare più del dovuto per l'impaginazione.

KRONSTADT: iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla Commissione A.C.ER.S.A.T. dell'Università di Pavia nell'ambito del programma per la promozione delle attività culturali ricreative degli studenti. Altre entrate sono rappresentate da eventi.