k ronstadt 59

periodico mensile Numero 59 Giovedì 22 Aprile 2011 ISSN 1972-9669

Il nemico

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Hic Sunt Leones
Sulla via di Damasco
di Gianluca Flego

Fenomenologia della corruzione
di Felix

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na nazione di bottegai e mercanti” all’interno, avvolta da una “esteriorità maschile: assertiva, sovrana e confidente”: è la descrizione della Siria in un recente bell’articolo del blogger siriano Maysaloon (http://maysaloon.blogspot.com). Questo lato femminile, di “noioso” buon senso, ha scandito per decenni le giornate siriane: per amore o per forza, quarant’anni di complessiva stabilità hanno cementato in molti l’idea che i grandi eventi dei giornali – tanti dei quali, a dire il vero, inscenati all’uscio di casa – “non potrebbero mai accadere qui”. La vita non è sempre stata così tranquilla, però. L’instaurarsi della dinastia degli Assad, con l’ultimo golpe del 1970, concludeva un periodo estremamente turbolento della politica siriana: un susseguirsi di colpi di stato militari di varie parti politiche e, dal 1963, di destra e sinistra interna dello stesso Partito di Resurrezione Socialista Araba (Ba’ath) tuttora al governo. Con Assad giunse al potere una sorta di “centro Ba’ath” che si dimostrò un punto d’equilibrio: in politica interna, col consolidarsi di un forte controllo statale sull’economia, fondato su parole d’ordine socialiste che pe-

rò non contestavano le prerogative dell’élite fondiaria e commerciale; in politica estera, con la scelta di una politica di autonomia pur dialogante da Washington che dura tuttora. Un altro paese mediorientale si attestava così sul classico modello di populismo autoritario, in cui élite e masse si accordano per la rinuncia alle rivendicazioni – in primis terriere – in cambio di una presenza ingombrante dello stato nell’economia, volta in primo luogo a creare lavoro per il popolo, e così consenso. Per decenni, regimi come quello iracheno, egiziano, libico, iraniano, si conformano grosso modo a questo schema, con importanti varianti quanto al grado di socialismo e confessionalismo delle ideologie adottate, e all’essere o meno esportatori di petrolio. Tra questi, il paese cui più assomigliava la Siria era l’Egitto: reddito pro capite simile (ca. 2500 $; Iran 4460 $, Libia 9529 $); analoga invadenza economica dello stato; regime poliziesco, nazionalista e laico; discreta frammentazione etnica; lotta senza quartiere contro il fondamentalismo dei Fratelli Mussulmani; infine, com’è ovvio, conflitto diretto con Israele.
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E

' stato fatto a mia insaputa”, “Non abbiamo fatto male a nessuno”, “L'abbiamo fatto per il popolo” oppure la “hit” più recente “Siete solo dei mistificatori prepotenti e bugiardi”. Parole diverse, stessa musica. E non ci si stupisce più nel sapere da quali individui vengono proferite queste frasi. “La corruzione è l'abuso di potere pubblico per ottenere guadagni privati, di ogni sorta”: e non è un caso che tale fenomeno venga pesantemente percepito nel nostro Belpaese, che sicuramente vanta di una storia tutta sua in termini di corruttori e corrotti. Lo disse anche Cicerone, nelle sue Verrinae: “Considerato l'attuale sistema giudiziario, un uomo ricco può sottrarsi alla giustizia, per quanto colpevole”. Secoli dopo, Cristoforo Colombo

lamentava il fatto che “chiunque possieda oro è padrone di avere tutto ciò che desidera”.Insomma, la corruzione è senza dubbio una piaga endemica e antica, e non riguarda solo l'Italia. Di “bustarelle” ne sono passate molte nel corso della storia. Ciò che risulta peculiare nel nostro paese però è che, pur essendo un paese democratico e civilizzato, vi sono fin troppi fatti e misfatti che vengono trascurati perché ignorati – in quanto non ci si stupisce più di nulla – o censurati – in quanto l'informazione viene costantemente manipolata. E si ha la sensazione che quei “pochi” che li considerano come ingiustizie conducano delle battaglie già perse in partenza. Perché?
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Interviste
Student*in crisi Vs Coordinamento per il Diritto allo Studio
a cura di Ginevra Sanvitale,il Sem e Giada la Gala

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ono successe un po' di cose nell'ultimo periodo in università, tra cui l'occupazione dell'Ex-Mondino e l'inizio dei lavori della Commissione Statuto, ovvero la commissione incaricata di redigere il nuovo statuto dell'università in modo da adattarlo alle novità introdotte dalla riforma Gelmini.

Abbiamo intervistato Bernardo e Paolo, rispettivamente del Coordinamento Udu per il Diritto allo Studio e del gruppo Student* in Crisi per sapere cosa pensano e cosa stanno facendo le loro associazioni riguardo questi avvenimenti
interviste a pagina tre

uando vai a scuola ti insegnano che in tutte le storie ci sono, generalmente, un protagonista e un antagonista. Solitamente l’antagonista è abbastanza difficile da sconfiggere, perché è piuttosto bravo nel fare il suo mestiere e ha un sacco di risorse e una mente diabolica. I nostri antagonisti, invece, sono molto spesso degli idioti. Non solo: sono degli idioti le cui armi sono così diverse dalle nostre da rendere pressoché impossibile un confronto alla pari. Noi ci battiamo per la cultura, per la libertà, per la meritocrazia, per il rispetto della dignità dell’uomo: provate a fare un discorso del genere a un deputato della Lega. In una battaglia normale si suppone che una volta scelta l’arma quella sia, dunque che a delle parole si risponda con delle altre parole. Il deputato leghista probabilmente risponderà con un rutto e una bestemmia in bergamasco – se va bene. Tutto questo ci mette un po’ in crisi: il nostro nemico non è assolutamente un nemico degno, né tanto meno valoroso. Sguainiamo le spade e ci rispondono con delle pistole ad acqua, facciamo roteare gli scudi e loro si annusano le ascelle. Combattere così è snervante e svilente. E quindi che cosa succede? Ci rivoltiamo contro i nostri simili. Finalmente armatura scintillante contro armatura scintillante. E ore e giorni e settimane e mesi e anni di interminabili dissertazioni e inutili punzecchiamenti. Intanto i nemici – quelli veri, quelli davvero cattivi – continuano indisturbati a banchettare. Ma poi, abbiamo davvero bisogno di avere qualcuno su cui puntare il dito per sapere chi siamo e per sentirci legittimati a fare quello che facciamo? Stiamo combattendo la nostra battaglia per qualcosa o contro qualcosa? Nietzsche ha detto: “Il pauroso non sa cosa significhi essere solo: dietro la sua poltrona c’è sempre un nemico”. Noi abbiamo abbastanza coraggio per sentirci persone migliori facendo il giusto invece che seguendo la strada semplice del rimproverare chi non lo fa come noi?

Ginevra Sanvitale

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Ricordate il contatore Geiger per fare la spesa!

locale
Io sono individualista?
ottimi avvocati, notai e farmacisti. Pronti, credo, fra qualche anno, a lanciare bacinelle d'acqua dalle loro finestre quando verrà disturbato il loro riposo "sacro e sicuro". Ho citato prima l'occupazione dell'ex-Mondino da parte del collettivo universitario Student* in crisi e del gruppo CASP, i quali rivendicano spazi e servizi all'università. Ben venga, erano anni che non succedeva una cosa di questo tipo a Pavia. Peccato che il 41% degli intervistati dica di non saperne niente, e solo il 18% dei restanti di conoscere il gruppo. Il campione degli studenti intervistati non è altissimo ma questi dati fanno comunque pensare e riflettere. Contemporaneamente, durante i giorni dell'occupazione, non è stata molto chiara la posizione degli altri gruppi universitari che, allo stesso modo e con altri metodi, lottano per ottenere gli stessi diritti. Senza rivendicare niente a nessuno, senza puntare il dito – ognuno ha le sue colpe e la verità sta sempre nel mezzo – vorrei esprimere la mia posizione: credo, e sono convinta, che per poter portare avanti un progetto comune non bisogna ragionare per settori, per gruppi, ma cercare di accordarsi e portare avanti la stessa battaglia tutti insieme. In fondo siamo tutti dalla stessa parte e vogliamo tutti le stesse cose. Bisogna trovare dei compromessi velocemente, per non farci battere ancora una volta sul tempo, farci fregare di nuovo. Essere meno orgogliosi e individualisti come individui e come gruppi. Vorrei concludere con una citazione di un grande uomo e maestro di vita da non dimenticare mai, soprattutto adesso: “Io sono individualista come credo tutte le persone che nascono e crescono in un clima portato, improntato e impostato all’individualismo. Sono nato da una famiglia borghese che ha subìto il tentativo della borghesia stessa (dato che è questa classe dalla Rivoluzione francese in poi ad avere il potere) di fare delle divisioni precise all’interno della società, cercando di isolare gli individui il più possibile perché soltanto isolandoli aveva la possibilità di secernerli, di poterli controllare meglio, quindi di servirsene come meglio poteva. Collettivismo non è certo un termine di origine borghese a meno che non fosse stato scelto dai vari Robespierre per servirsene contro invece il settarismo di tipo aristocratico. A questo punto sono stato individualista nella misura in cui la mia classe mi ha individualizzato, cercato di isolare dagli altri, ho fatto e operato degli sforzi che mi sono serviti per rendermi conto che un uomo, al di fuori di quella che può essere la cerchia, anche ristretta, di amici oppure da quella che può essere una cerchia più ampia che può essere addirittura una classe, combina poco se non dei gesti quasi ed esclusivamente estetici da un punto di vista politico, questo l’ho detto anche in una canzone che si chiama Il bombarolo che è il culmine dell’individualismo estetico. In Storia di un impiegato c’è questo individuo isolato dal resto della gente, isolato per motivi politici, che arriva a compiere questo gesto di ribellione e non certo di rivoluzione. Perché la rivoluzione è individuale, dove la componente maggiore è forse l’esibizionismo”. Fabrizio De André.
L.A.

periodico mensile Numero 59 Giovedì 22 Aprile 2011 Come valuti la situazione degli spazi a Pavia?

ualche settimana fa abbiamo deciso di organizzare un sondaggio tra gli studenti dell'università di Pavia per sapere cosa ne pensassero degli spazi destinati agli studenti e, indirettamente, cosa ne sapessero dell'occupazione dell'ex-Mondino. Abbiamo suddiviso l'università in tre grandi aree – Centrale, Cravino, Nave – e intervistato 70 persone per i primi due poli e 60 per l'ultimo. La maggior parte degli studenti intervistati è convinta che gli spazi destinati alle loro attività siano sufficienti (41%), per il 23% buoni e per il 18 % ottimi, solo il restante 22% li considera scarsi o insufficienti. La domanda nasce spontanea: cosa intendono gli studenti di oggi per spazi universitari: aule studio, biblioteche? Forse! E di quelle ce ne sono a sufficienza, ma dove sono gli spazi di aggregazione che non hanno direttamente a che vedere con lo studio? Vorrei che mi venisse presentato un elenco di spazi destinati ai giovani per organizzare feste o eventi culturali, senza dover lottare con università (e Comune) per ottenere permessi e finanziamenti. Il 55% degli intervistati afferma comunque, nonostante la generale risposta positiva alla prima domanda, che mancano degli spazi. Spero, allora, che nel rispondere alla seconda si riferissero proprio a questi. Anche se mi fa un po' paura pensare che il 41% degli studenti sia convinto che da soli “Non siamo in grado di gestire degli spazi, servono delle regole”. Avranno ancora bisogno della mamma o del papà per diventare bravi studenti universitari? Di regole “dall’alto” hanno bisogno i bambini, non adulti universitari che diventeranno probabilmente

Credi che servano spazi ulteriori?

Ritieni che degli spazi possano essere completamente autogestiti?

Sai che un gruppo di studenti ha occupato l'ExMondino?

Pavia 2013: Anatomia di una città

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avia, dopo esser sopravvissuta al 21/12/2012, appare come una città infartuata, con evidenti segni di necrosi e di cicatrizzazione. È una città che, per compensare, è diventata ipertrofica, ossia dannosamente troppo grande per le sue esigenze. E il primo organo a risentire della carenza di ossigeno è il cervello. L'università, ormai lesionata dai tagli e da un territorio non più così favorevole alla sua crescita, va incontro a processi di atrofia, rimanendo intatti solo gli elementi necessari alla sopravvivenza: la formazione non di persone ma di competenze professionali. Infine è una città stanca, senza energie finanziarie, umane e dentro ad un circolo vizioso che

la porterà al collasso. Ma come si è arrivati a questo? Dovete sapere che c'è un'unica ragione per aumentare il settore commerciale dove non serve: riciclaggio di denaro. Il modo migliore sono i piccoli negozi, magari dentro ad aree commerciali. Vi dice nulla? Forse allora non avete ancora presente la triplicazione di un'area commerciale (Carrefour) totalmente destinata al non alimentare. Come se l'area la Vigentina necessitasse di altro commercio. Un altro sintomo sono i cantieri, caratteristici e “normali”, come ogni cosa vi deve preoccupare quando sono in eccesso. Il ricorso alle opere pubbliche è una pratica economica in periodo di crisi dal 1929. Una flebo di denaro entra nel

circolo economico, dando nutrimento al tessuto sociale. Peccato che dia nutrimento anche al tumore che cresce nell'organismo. Sono tutti processi fisiologici di compensazione. Segno di stato conclamato di malessere è la castrazione di idee non conformi alla fascia politica delle istituzioni. Questo rifiuto e diniego della criticità altrui, dell'idea diversa, corrisponde all'eliminazione di anticorpi specifici, lasciando ampi spazi di manovra a qualunque corruzione e infiltrazione. Se solo avessimo fatto un checkup nel 2008...

Quanta fiducia hai nel fatto che gesti come questo possano portare a risultati concreti?

Endriu

periodico mensile Numero 59 Giovedì 22 Aprile 2011

Il più scrauso su Ebay costa 50 euro.

locale
Intervista a Student* in Crisi
Cosa ne pensate della Commissione Statuto? Troviamo che la commissione non sia per niente democratica e tanto meno rappresentativa: gli studenti sono in assoluta minoranza rispetto alle altre componenti, pur essendo la maggioranza in quanto a “teste” presenti nel tessuto universitario. Inoltre i rappresentanti delle varie componenti presenti (fatti salvi i ricercatori) non sono stati eletti ma nominati. Infine non c’è alcuna trasparenza su quanto stanno facendo: non ci sono né verbali pubblici né altro documento fruibile a tutti che attesti l’andamento dei lavori. Noi crediamo che la legge Gelmini non vada applicata e di conseguenza che questa commissione non sia in alcun modo legittimata a farlo. Come avete intenzione di porvi, quindi, a riguardo? Avete intenzione di dialogare con la seppur esigua rappresentanza studentesca che vi partecipa? Il nostro obiettivo è quello di chiedere un voto referendario per l’approvazione definitiva dello statuto, in cui siano coinvolti tutti, dagli studenti, ai docenti, al personale tecnicoamministrativo. Per quanto riguarda i rappresentanti degli studenti, il loro numero è troppo piccolo per contare qualcosa, inoltre noi non riconosciamo la legittimità di questa commissione, dunque non vogliamo far pervenire alcun tipo di proposta che non sia il referendum. Dialogare con chi ha finto di mobilitarsi insieme ai baroni che trattano l'università come un loro feudo, per poi sedersi intorno ad un tavolo ad applicare quella stessa legge contro cui diceva di battersi non ci interessa né lo riteniamo utile. Spazi: le vostre rivendicazioni sono molto forti, ma dal risultato dei sondaggi non sembra emergere questa gran richiesta... Come prima cosa c’è da precisare che le nostre richieste erano un po’ più precise di “spazi”: spazio per sedersi nei cortili ce n'è, sono i servizi che mancano e che abbiamo intenzione di creare. Per quanto riguarda i sondaggi i risultati mi convincono poco: si parla di cose come i collegi o di luoghi di aggregazione? (agli intervistati abbiamo chiesto un giudizio complessivo, in cui rientrassero entrambe le cose, ndr) In ogni caso la scarsa neanche una parola su quelli non in uso. Insomma il suo censimento degli spazi messi a disposizione degli studenti dall'università è risultata essere uno sciorinamento di dati sui servizi offerti dalla stessa. Il giorno in cui si discuteva in CDA il progetto dello Spazio di Mutuo Soccorso, Stella, oltre a rifiutarsi di farsene promotore, non ha nemmeno permesso agli studenti di accedere alla sala

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attenzione per la tematica non mi stupisce molto: viviamo in una società sedata, che distorce la realtà. Anche per questa ragione non arriva tutta una serie di contenuti che noi proponiamo. Quale pensate che dovrebbe essere il livello di coinvolgimento di un’associazione di stampo studentesco nelle questioni non strettamente legate all’università ma comunque d’interesse politico e sociale? Abbiamo speso molto tempo a lavorare sul ruolo della formazione universitaria e su tutto ciò che è a essa collegato. Noi tentiamo di allargare il più possibile lo spettro di analisi e di coinvolgere tutte le parti sociali invischiate nelle stesse dinamiche: tagli e crisi sono presenti anche in altre realtà, da quella operaia a quella del precariato. Infatti il progetto Mondino doveva essere uno spazio di mutualismo che coinvolgesse tutti i soggetti toccati dalla stessa gamma di problemi che affrontiamo noi come studenti universitari e che derivano dai tagli imposti in nome della crisi.
a cura di Ginevra Sanvitale, il Sem, Giada La Gala

continua dalla prima

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ome è andata a finire la questione dell’exMondino? Ci sono stati degli incontri con il rettore, giusto? Abbiamo avuto un incontro il giorno seguente all’abbandono del tetto, Stella ha subito palesato l’intenzione di non fare fede ai patti presi la sera prima. In un documento firmato dal suo delegato (dott. Maccarini) in cui il rettore si impegnava a farsi personalmente “fautore e promotore” del progetto di uno spazio di mutuo soccorso da noi presentato, era esplicitato a chiare lettere che il rettore avrebbe controfirmato l’accordo stipulato ma non l’ha fatto, ricorrendo a fantasiose spiegazioni sulla natura polisemica del termine “controfirmare” e rifiutandosi di farlo. È stata poi redatta una relazione sulla situazione degli spazi universitari, come promesso nei precedenti incontri tenuti con lui durante l'occupazione dello Spazio di Mutuo soccorso, in cui però è stato fatto semplicemente un censimento dei collegi universitari e degli spazi utilizzati, senza spendere

del Consiglio per poterlo presentare. Ma cosa avete intenzione di fare del progetto ex-Mondino, ora? Le esigenze che ci hanno portati all’occupazione rimangono, dunque rimane anche il progetto.

Intervista al Coordinamento per il Diritto allo Studio - UDU

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n molti si sono chiesti perché non siate usciti con un comunicato o qualcosa di simile sulla questione dell’occupazione dell’ex-Mondino: spiegaci finalmente il perché. Quella dell’ex-Mondino è una battaglia della quale non siamo stati resi partecipi: è stato fatto tutto in segreto, noi non sapevamo che avessero intenzione di occupare lo stabile, a maggior ragione che il tutto è avvenuto durante la mobilitazione indetta dalla Fiom, che non lasciava presagire un tale tipo di rivendicazione. Però sono saliti degli studenti su di un tetto: qualcosa la si poteva dire comunque... Forse abbiamo sottovalutato quello che è il ruolo del Coordinamento in queste vicende: non ci aspettavamo che ci sarebbe stata una richiesta così forte di una presa di posizione a mezzo di comunicato, inoltre il gruppo di studenti che ha occupato l’exMondino non ha mai richiesto una legittimazione che passasse tramite rappresentanza. Si era creata una situazione di tensione tale tra noi e loro che la ricerca di un equilibrio nella posizione da assumere era

impossibile. Bene, parliamo ora della famosa “Commissione dei 15”, ovvero la commissione incaricata di redigere il nuovo statuto dell’università in linea con i dettami della riforma Gelmini. Con quale criterio sono stati scelti i delegati? Prima di parlare di criterio bisogna precisare che la riforma non ne prevede uno: le singole università hanno avuto la possibilità di decidere come fare. Noi inizialmente abbiamo proposto che i delegati previsti (due, ndr) fossero scelti seguendo il criterio di maggioranza: nelle ultime elezioni universitarie il Coordinamento per il Diritto allo Studio ha ottenuto in totale molti più voti di qualsiasi altra lista, nonostante ciò è stato deciso che nella commissione sarebbero entrati un nostro rappresentante e uno di Azione Universitaria. Noi abbiamo scelto Michele Orezzi, perché è il membro che attualmente ha più esperienza, essendo anche eletto in CNSU. Ma non sarebbe stato più giusto fare delle elezioni? La cosa è stata scartata a priori prima ancora che la proponessi-

mo: dispendiosa per l'università, e secondo le loro valutazioni rischiava di dilazionare nel tempo i lavori della commissione, con il rischio di essere commissariati dal ministero, cioè con il rischio che invece di scrivere noi il nostro statuto, l'avrebbe scritto un funzionario ministeriale Ma perché non state parlando di cosa accade nella Commissione? Gli studenti devono sapere! Non ne abbiamo ancora parlato perché in realtà non è ancora successo nulla di rilevante e siamo in una fase di stallo: abbiamo in programma di organizzare un’assemblea d’ateneo ma, finché non ci sono cose da dire, non ha senso farne una. Ad ogni modo abbiamo dato via a una campagna (tramite banchetti) sugli statuti: come è possibile allargare la democrazia negli atenei con la presenza degli studenti negli organi di rappresentanza, che assolutamente non sparirà, ma entrerà anche nei dipartimenti. In ogni caso dopo tutte le proteste contro la riforma non è un po’ contraddittorio partecipare ai lavori della commissio-

ne? Non partecipare ai lavori della commissione e impedirne lo svolgimento vuol dire lasciare che il ministero, in maniera indisturbata, scriva lo statuto al posto dell'università, applicando in maniera limitativa la riforma e compromettendo la situazione di democrazia, già difficile da ottenere del nostro ateneo. Inoltre crediamo che la rappresentanza possa lenire gli effetti negativi della riforma, ed è impensabile che si scriva uno statuto senza gli studenti – perchè questo sarebbe successo non partecipando ai lavori della commissione, inutile illudersi di poterla bloccare. Cambiamo argomento: parliamo di spazi. Cosa ha intenzione di fare la tua associazione e come valuti i risultati dei questionari che abbiamo fatto? Ciò che secondo noi è possibile fare tramite rappresentanza è sfondare il muro dell’ostilità pavese: siamo riusciti a ottenere una commissione sugli spazi (che non è ancora stata convocata) allo scopo di stabilire un dialogo tra l’università e le istituzioni. Per quanto riguarda i questionari, il problema

fondamentale degli spazi a Pavia è che di posti ce ne sono tanti: soltanto non vengono sfruttati. Noi vorremmo che l’università fosse non solo un luogo di studio, ma anche un luogo di aggregazione per gli studenti. Quale pensate che dovrebbe essere il livello di coinvolgimento di un’associazione di stampo studentesco nelle questioni non strettamente legate all’università ma comunque d’interesse politico e sociale? Il livello di coinvolgimento dovrebbe sicuramente essere ampio: siamo un’associazione che fa contrattazione sociale e, in quanto tali, è necessario rappresentare tutte le categorie sociali ed essere, inoltre, promotori del cambiamento. Chiunque faccia parte di un’associazione come la nostra dovrebbe avere una propria idea di società e impegnarsi per realizzarla.

a cura di Ginevra Sanvitale, il Sem, Giada La Gala

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Libia: Crisi dei datteri

rivolte
Lukashenko, dittatore ma con stile
alla vigilia del suo terzo mandato, legittimato da un'apposita modifica costituzionale, i giovani bielorussi dissenzienti vennero brutalmente ripresi dal nostro. Come tutti i presidenti dei paesi dell'ex Unione Sovietica, Lukashenko è un uomo che forse non ha chiari i concetti di democrazia e di pluralismo, che non esita neanche a fare alleanze con oligarchi e mafiosi (vedi Putin, nel 2002) che comunque ha adottato una politica che ha impedito agli speculatori del capitalismo europeo ed americano di accaparrarsi le risorse del paese, ha ri-nazionalizzato le aziende dei settori strategici dell’economia e ha ricostituito alcuni spazi di gestione operaia sui posti di lavoro, dando tutta una serie di prerogative ai sindacati che, sotto la guida di Leonid Kozik, hanno voltato le spalle alla Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) di tendenza social-liberale, per aderire invece alla storica Federazione Sindacale Mondiale (FSM) fondata dai comunisti nel 1945. Sul fronte internazionale, poi, la Bielorussia è oggi un partner strategico di tutti i paesi antiimperialisti, come la Cina, l’Iran e i paesi in transizione al socialismo latinoamericani come il Venezuela di Chavez e la Bolivia di Morales. Il governo rivoluzionario di Cuba ha addirittura insignito il presidente Lukashenko di una medaglia al valore per i suoi meriti nella difesa di un modello di sviluppo sociale basato sulla sovranità e l’indipendenza e a favore di un mondo multipolare. Ecco il perchè di quell'80% di consensi elettorali... Che stile!

periodico mensile Numero 59 Giovedì 22 Aprile 2011

Benghazi: in rivolta dal 1996

iocatore di Hockey, cinico critico dell'Occidente, ammiratore di Hitler, instancabile repressore del dissenso e, per citare le parole di un segretario di stato americano, "ultimo tiranno d'Europa". Tutto questo, signori, è Aleksandr Lukashenko. Il nostro eroe tiene saldamente le redini del Paese da lui comandato – ops, pardon! – governato fin dal 1994; come? Semplice, fossilizzandolo all'epoca del Diktat sovietico. La Bielorussia è caratterizzata dalla peculiarità di essere un regno eremita, pressoché impenetrabile per noi corrotti capitalisti occidentali. Le istituzioni internazionali sono spesso e volentieri osteggiate dal governo, le banche d'affari e le multinazionali hanno avuto una scarsissima penetrazione nel tessuto economico del paese: insomma niente Mc Donald's né Merryl Lynch. Ora, sebbene la pretesa di voler difendere il proprio paese dalle presunte aggressioni economiche e politiche di potenze straniere non sia di per sé una cosa negativa, c'è da dire che quello che il buon Aleksandr ripete instancabilmente ai suoi elettori – ovvero che "Il nostro paese non sarà mai schiavo delle potenze occidentali" – non sembrerebbe del tutto una bonaria espressione di un genuino sentimento nazionalista ma, in realtà, nasconderebbe l'ossessione di una persona per il proprio potere personale e il culto della propria immagine (come è del resto già stato visto in altre importanti dittature del passato). Lukashenko ha e vuole dare la sensazione ai bielorussi di essere venerato come un Dio e, come un Dio eroso, punisce severamente chi lo offende, come accadde nel 2010 quando,

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Daniele Bianco

’ difficile parlare di Libia. Non a causa di quanto è successo nelle ultime settimane: lo era già da prima. Ho vissuto a Tripoli tre anni e non mi sono bastati per capire profondamente come le cose funzionassero lì. Quello che saltava subito all’occhio erano le piccole “mafie”, gruppi ristretti di persone che facevano i propri comodi in città: nonostante fosse illegale possedere droghe o alcolici, ad esempio, loro potevano averne. Loro erano quelli con la macchina grossa dai finestrini oscurati, magari parcheggiata di fianco ad uno scaldabagno con gli specchietti retrovisori tenuti su con lo scotch. E nessuno poteva ribellarsi apertamente: fare il nome di Gheddafi, o di qualche altro pezzo grosso, per strada, era già qualcosa di rischioso. Difatti molta gente è stata arrestata per aver espresso idee contrapposte a quelle del regime. Mi sono chiesta più volte quale motivo avesse realmente spinto, improvvisamente, alla rivolta popolare libica. Certo, le rivoluzioni avvenute in Tunisia e in Egitto hanno galvanizzato i libici ma la loro situazione è molto differente rispetto a quella degli altri due Paesi. E’ diversa non perché, come dicono tanti, in Libia si sta fondamentalmente meglio: i poveri esistono, e non sono pochi. Anche se nel Libro Verde [1] si professa il diritto insindacabile del singolo al minimo necessario per condurre una vita dignitosa (casa, macchina, cibo), basta uscire dalle vie principali per rendersi conto di quanto tale diritto non venga rispettato. La Libia è diversa da Egitto e Tunisia per la presenza di un leader unico, a differenza di Ben Alì e Mubarak che hanno visto, bene o male, una opposizione politica ben definita. Gheddafi, finora, ha realmente permeato ogni giorno della vita del popolo: fin dalla scuola elementare si insegna che Gheddafi è il leader indiscusso della Libia e che ogni buon libico non abbandona il proprio leader; per strada, ogni due cartelloni pubblicitari, si trova una gigantografia del Mudir in pose che esprimono, di volta in volta, superbia o trionfo. Da bravo dittatore tradizionale, ha posto se stesso al pari di una divinità. Andando indietro nel tempo, però, ci si rende facilmente conto di quanto un profondo sentimento anti-Gheddafi fosse già nato anni fa e che, dunque, la rivolta popolare libica sia stata tutt’altro che improvvisa. Mi riferisco a quanto accaduto nel 1996: il carcere di Abu Salim, a Benghazi, era pieno di prigionieri politici, persone che avevano espresso idee differenti da

quelle del regime. Madri, padri, fratelli e figli di quei detenuti andavano regolarmente a trovarli e scorreva tutto relativamente liscio. All’improvviso, però, le guardie carcerarie hanno iniziato a tenere gli ospiti fuori, dicendo loro che il detenuto aveva commesso un reato troppo grave e non gli potevano essere concesse visite. Questo per mesi, anni, prima che venisse a galla quanto

stati 42 anni di regime, i libici sono stati bombardati dal loro stesso leader e sono stati lasciati a se stessi per settimane. Non posso evitare di credere che, senza l’intervento militare occidentale, ora i ribelli sarebbero praticamente tutti morti, per quanto, da quando il comando è passato alla NATO, la situazione sembri essersi ulteriormente complicata e sia stata completamente

accaduto: più di 1200 detenuti erano stati uccisi. Secondo i racconti di qualche superstite, i prigionieri erano stati radunati, una notte, nel cortile del carcere, dove era stata fatta esplodere una bomba. Chi non fosse morto a seguito dell’esplosione era stato cercato per essere ammazzato a bruciapelo. Naturalmente il governo ha sempre smentito il massacro. Non c’è da meravigliarsi che Benghazi sia nota come città fortemente “contro” il leader. Anche davanti all’offerta di denaro, alle famiglie dei detenuti, per chiudere la faccenda, i cittadini hanno dignitosamente rifiutato. Da quando la verità su Abu Salim è venuta a galla, ogni sabato, a Benghazi, i cittadini si riuniscono nella piazza principale, chiedendo che almeno siano restituiti loro i corpi dei figli, fratelli, padri. In pratica, ogni sabato c’è una manifestazione e sono le donne a stare in testa al corteo, perché un poliziotto non si sognerebbe mai di colpirle. Quello di Abu Salim è sicuramente uno dei casi di repressione più eclatanti da parte del regime ma, probabilmente, Gheddafi ha fin da subito usato il pugno duro contro il suo popolo: pare infatti che già nel 1974, dopo cinque anni dalla sua salita al potere, non esistessero più sindacati né opposizioni riconosciute (tale processo di eliminazione del dissenso era comunque stato avviato dal primo e unico re di Libia, Idris dei Senussi, caduto appunto con il colpo di stato del 1969). Oggi, come se non fossero ba-

persa la mira, precedentemente ben tesa verso le truppe di Gheddafi. Non si può certo provare gioia nel vedere quanto sta accadendo, per chissà quali interessi occidentali (c'è chi parla di petrolio, altri di gas, altri ancora di popolarità dei leader interventisti all'interno del proprio Paese) ma neppure riesco a pormi dalla parte di chi grida alla guerra imperialista. Almeno, per adesso. Non per ignavia bensì per un motivo molto più semplice: i ribelli libici hanno chiesto aiuto. Non come in Iraq (per citare l’esempio che spesso si porta a confronto) dove di rivolte non si era vista l'ombra. “Stanotte, se Dio vuole, la Francia bombarda e noi prendiamo Sirte” è una dichiarazione di un ribelle fra i tanti, qualche giorno prima che la NATO portasse scompiglio. Credo valga più di altre cento parole e spero solo che lui e i suoi compagni non debbano ricredersi proprio adesso.
Emme
[1] Il Libro Verde, firmato Muhammar

Gheddafi, è stato diffuso negli anni immediatamente seguenti la Rivoluzione Verde del 1969, che ha portato il leader al potere. Vi è esposta quella che, secondo l’autore, è la Terza Teoria Universale (alternativa al Comunismo e al Capitalismo), basata su una totale assenza dei partiti, una sostanziale laicizzazione dello stato e una economia di stampo socialista.

periodico mensile Numero 59 Giovedì 22 Aprile 2011

"Tutto deve cambiare perchè niente cambi"

rivolte
compito per un eventuale governo democratico. La successione tra Hafiz al-Assad e il figlio Bashar, nel 2000, aprì il varco a modeste riforme di privatizzazione. Inoltre, il trend rialzista del prezzo del petrolio e l’ostilità dell’amministrazione Bush riuscirono, come per l’Iran, a far mettere da parte i dissensi e riunire, temporaneamente, la popolazione intorno ai governanti. Accanto a questo, Bashar si è speso per limitare i mali più tipicamente odiati dei regimi autoritari: corruzione e inflazione, prime radici del malcontento egiziano. A lungo, la Siria è stata un paese ordinato: il frutto, ora, è un margine di consenso da amministrare. È difficile prevedere l’evoluzione della crisi: molti ricordano il massacro di Hama del 1982 in cui, scampato a una serie di attentati, Assad padre impiegò l’esercito per stroncare un’insurrezione fondamentalista, togliendo la vita a 20000 persone. Per quanto forte possa essere il deterrente, però, è improbabile che il regime possa percorrere di nuovo questa via: i manifestanti non sono certo solo fondamentalisti; soprattutto, i metodi di blackout mediatico impiegati allora sono oggi difficilmente replicabili. Dall’altra parte, lo spettacolo della Libia potrà forse dissuadere l’opposizione da uno scontro all’ultimo sangue. Ma comunque vada, la storia si è di nuovo presa la briga di tirare il bottegaio siriano per la giacca: la decisione su come vivere la sua vita è di nuovo anche in mano sua. È la prima volta in quarant’anni; cioè, per molti, la prima volta nella vita.
Gianluca Flego

Sulla via di Damasco
continua dalla prima

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A distinguerla, un livello minore di corruzione e molto maggiore di repressione (resa necessario anche dalla predominanza nel regime di Assad della minoritaria setta degli Alawiti); inoltre, per gli anni ’70 e ’80 in particolare, la presenza del petrolio. La sua produzione consentì d’alimentare una pletora di enti statali la cui principale ragion d’essere erano i posti di lavoro – analogamente alla Libia: il minerale però non era abbastanza per protrarre il gioco quanto là. Così, verso la fine degli anni ’80, con il suo prezzo in calo e i pozzi in esaurimento, la stagnazione di un’economia inefficiente e drogata dallo stato diventò una zavorra troppo grande persino per il regime che l’aveva creata. Ma, come in altri analoghi casi, riformare un regime che si sostiene su un 20% della popolazione che lavora in imprese pubbliche è difficilissimo. Non più facile sarà il

Fotografie del passato, diapositive del presente, dal futuro un impromptu Riflessioni di un'appassionata di lingue

I

nsurrezione: da insurgere lat. sollevarsi, levarsi contro, rizzarsi.

Rivoluzione: il moto di un corpo celeste intorno al suo centro di gravitazione; sovvertimento violento dell'ordine sociale. Dal latino revolutio-onis, rivolgimento, “far rotolare” derivato di revolvere = rivoltare, ritornare a, rivolgere, da cui “révolution” francese di rivoluzione. Rivolta: da rivolgere = indirizzare a una certa direzione, dirigere; formazione latina di origine indoeuropea = revolvere lat. rivoltare, ritornare a da volvere, “voltare”, avvolgere, volgere. Manifestazione: da manifestare, manifesto significa “preso alla mano”, composto di manus e festo (festus) ostile, molesto (infesto) sost. di “foglio affisso”; dal XX secolo diventa “fare una dimostrazione” Dimostrazione: da demonstrare formazione latina di origine indoeuropea “indicare” e “provare” da monstrare “indicare” derivato di monstrum “segno”, “prodigio”, Mostro Sono giunta al momento in cui le parole che ho appena scritto, sto scrivendo e scriverò (a parte il copia/incolla ut supra) non hanno più nessun senso oramai per me, persa nella dissociazione più completa con chi le parole le ha inventate: col mondo, quindi che le usa; col mondo, in definitiva.

Perciò, prima di darmi alla musica strumentale questa sera, in cui voglio dimenticare che esistono – purtroppo – e vanno per forza usate, le parole – che schiavitù che mi portano ma è così... – dirò che, innanzitutto io non so scrivere e secondo me in realtà quasi nessuno dei molti, e soltanto alcuni dei pochi, ne è ancora capace. Oddio, so battere a computer, so scrivere nel senso che la struttura sintattica non manca a me né ai molti e anche per questo penso che, tutto sommato, non è male l'idea di scrivere e nemmeno quella di parlare. No anzi pardon, parlare è necessario. Vitale per esprimere i propri bisogni – almeno, fino adesso. Ora, dopo questo breve “excursus” (va bene? Si dice così ? E’ giusto? Oggi un ungherese mi ha corretta mentre parlavo... non è proprio giornata, chiedo scusa in anticipo) Mi piacerebbe spiegare brevemente cosa mi conduce a fare quanto sto per fare nella prossima riga. Sui giornali si leggono tantissimo le parole “rivolta”, “insurrezione” oppure “manifestazione”e non si riesce a capire perché le si usi con gli stessi identici criteri, o quasi, più o meno. Insomma, io credo che bisognerebbe leggere più spesso da dove vengano le parole, per capire dove vanno invece di stuprarle come vecchie prostitute (cit. Ghianni Ritsos). Ma tant'è… Manifestare, ovvero indicare, diventa ben di più che un sempli-

ce gesto deittico, bensì una concretizzazione attraverso una serie di azioni del mostrato, o meglio, di ciò che una persona pensa debba essere fatto notare. Che poi alla fine sembrerebbe ancora di più distaccarsi e obbligare a una ulteriore ricerca etimologica e magari anche filologica, tutto ciò. Siamo proprio sicuri che se usassimo le parole secondo l'etimo tutto ciò che facciamo sarebbe uguale o impregnato dello stesso significato? In definitiva rivoltarsi a qualcuno, manifestare qualcosa o, semplicemente, dimostrarlo, sono la stessa cosa? Sicuri sicuri? E come mai allora si finisce per semantizzare tutto il sentibile di queste parole in una gigantesca stessa area? Dubbi irrisolti. Io personalmente ho paura di parlare oramai. Ma no anzi che dico! Certo che no! Ne avrei, se tutti insieme sapessimo che cosa stiamo facendo... Io non lo so, mi appresto a scoprirlo ora insieme a voi, se vi va, probabilmente molti voi lo sapevano già ma pazienza, anzi chi ne sa di più mi contatti per favore! Se fare una rivoluzione implica etimologicamente "rivolgersi a qualcosa o qualcuno" o comunque "rivoltarcisi contro", diverso allora sarà il dimostrare, che è "fare una dimostrazione o darla". La prima è una forma tale per cui si ha in mente il concetto di indirizzo verso qualcuno, a scopo di far sentire un proprio malcontento: di qui la rivoluzione, parola che porta

con sé il peso di nascere, comunque, dalla fisica e quindi di riferire un cambiamento (vedi descrizione etimologica, da dizionario Le Monnier, di sopra), quindi usata per "sovvertire", da cui sovvertimento dell'ordine sociale. Ben diversa la manifestazione, come accenno qualche riga sopra questa. Quanto analizzato finora porta già a pensare che le parole non sono tutte uguali... Chi avrà deciso di fare i sinonimi avrà dovuto in qualche modo riferirsi ai costumi della società dell'epoca. Senza ignorare la norma d'uso linguistica, che ormai permette flessibili utilizzi di quasi qualsivoglia termine, per quanto esulante da un dato contesto, è da dire che comunque “protesta” viene spesso usato in luogo di “rivolta” o viceversa. Vorrei far notare che le due non indicano la stessa cosa. Ad esempio, a Lampedusa c'è chi parla sia di protesta che di rivolta. Se una popolazione è afflitta dalla fame e non viene ascoltata darà una “dimostrazione”, semmai; se poi verrà maltrattata allora si metterà a protestare, la rivolta accadrà contro dei principi a più ampio raggio. Per sovvertire l'ordine sociale di un paese (ovvero “rivoluzione”) si partirà ovviamente da diversi episodi di malcontento. Anche temporalmente e ritmicamente (nel senso proprio di accadimenti) queste parole indicano diversi usi e si vede. Interessante, vero? Viviamo in un’epoca di facili costumi difficili da indossare... Un governo difficile da capire, con

parole della burocrazia e della politica noiose da mantenere in vita. Anglicismi violenti, a volte cattivissimi, che influenzano ancora di più i concetti relativi alla nostra lingua italiana che dovrebbe circoscriversi a una società di un paese Italia. A meno che non stiamo utilizzando un calco semantico o lessicale. Per sfortuna tutte le parole sopra citate derivano dal latino. Ovviamente questo mi porta a pensare che l'influenza con la società odierna venga da ciò da cui viene la nostra odierna società. Torniamo alla società odierna e chiediamoci quanto gli anglicismi (ma anche altri forestierismi di altre lingue come francese o spagnolo, solo per citare esempi) abbiano potuto influenzare la struttura sociale. Perché in realtà, se sono stati immessi nel vocabolario italiano, era perché servivano parole che non derivano dai nostri abituali costumi ma da quelli di un altro popolo. Tuttavia utilizziamo ancora certe nostre parole italiane e lo facciamo in maniera spesso errata. Leggiamo tutti insieme il dizionario etimologico, per favore, faccio questo appello impegnandomi a essere fra le/i prime/i che lo faranno e soprattutto a cercare di parlare e scrivere nella maniera più corretta possibile.

Paola Blondet

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Scandalo manifesti contro le toghe rosse nei tribunali: Il rosso non è più di moda. Crollano le azioni di Valentino.

strumenti
Fenomenologia della corruzione
vi sia un incentivo a fare le grandi opere mentre sia un'impresa ardua fare quelle “piccole”; ecco perché si possono costruire a Milano svariati grattacieli ma non si riesce a fare qualche metro di pista ciclabile; ecco perché funziona l'alta velocità ma non i treni per i pendolari; perché le consulenze agli enti pubblici sono divenuti il grande business e vi sia un fiorire di società di consulenza legate ai politici. Ma la reazione al fenomeno è ancora più preoccupante. E' errato, purtroppo, pensare che la vicenda di Tangentopoli abbia creato “i giusti anticorpi” nella società civile, anzi, ha indotto “un'evoluzione della specie”, con un'evoluzione delle tecniche corruttive, appunto. Al posto di condannare il fenomeno, c'è l'atteggiamento del “così fan tutti”, con le varianti “tutti rubano nella stessa maniera” e “noi lo facciamo dimettere, voi no” o cose simili. Da parecchio prevale questa logica, questo strabismo applicato ai casi di escort, ai vari Cinziagate e al caso Marrazzo: destra e sinistra sono sempre in pareggio e così nessuno è più colpevole di nulla. Siamo tutti derubati? Secondo degli studi socio-economici, tra corruzione ed evasione fiscale, paghiamo ogni anno una tassa “occulta” che supera i 170 mld di euro, che approvvigionerebbero il fisco italiano. Cioè ognuno, neonati compresi, paga ogni anno 2800 €: tutti soldi tolti alla scuola, alla sanità, ai trasporti che finiscono (o restano) nelle mani dei “furbetti” di turno. Come non ci si può sorprendere, ad esempio, che il 70-80% degli aiuti internazionali ai Paesi poveri si perda in rivoli di corruzione, fagocitata in primo luogo della termodinamica: ogni azione genera altro caos! Anche se ignorassimo le scarse condizioni igieniche, degne di un bazaar di Istanbul, il fatto che ci sia un solo e malconcissimo bagno, gli inesistenti sforzi per la rimozione delle barriere architettoniche, la sicurezza consistente in un metal detector spento piazzato all'ingresso e qualche agente della penitenziaria che gironzola sonnolento, il tribunale è comunque per l'avvocato pavese l’equivalente di Dante del purgatorio. Se diamo un'occhiata, ad esempio, alle cancellerie – per i "profani" del diritto, quel luogo dove si depositano gli atti e si ritirano le sentenze – ben vediamo che, in barba a tutte quelle simpatiche riforme che ad alta voce il governo proclamava dalle organizzazioni internazionali che gestiscono i soccorsi; o che la stragrande parte del tuo “8 per mille” vada a finire nella Banca del Vaticano; e così via. Da un punto di vista sociologico, chi detiene il potere si sente legittimato a trasgredire: può permettersi determinati atti proprio perché detiene la forza, uno stato sociale alto, e viola le leggi e la morale comune per ricevere o fare favori. Quel che è peggio, tuttavia, è che chi inganna non si sente colpevole e quindi è il primo a non fare autocritica. Difatti, i responsabili si giustificano sempre con le medesime litanie (più o meno quelle con cui ho introdotto l'articolo). Come dice Roberto Saviano, se nessuno degli indagati di corruzione e/o concussione aveva la percezione dell'errore, tanto meno del crimine, cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato?
Felix

periodico mensile Numero 59 Giovedì 22 Aprile 2011

Semplicemente, perché corruzione e potere vanno a braccetto. Chi non ce l'ha non viene ascoltato, indipendentemente dai motivi. Questo perché c'è già qualcuno che opera per il bene nostro e del nostro paese... di conseguenza, noi non dovremmo né indispettirci né arrabbiarci, tanto va tutto per il meglio. Ma ahinoi, nella classifica di Transparency International sulla percezione della corruzione nella pubblica amministrazione, l'Italia si trova al 67° posto a livello mondiale con 3,9 punti, dopo il Ruanda (66° con 4 punti) e prima della Georgia (68° con 3,8 punti), quando solo l'anno scorso eravamo al 63° posto con 4,3 punti. Di ben quattro posti siamo scesi quindi e, considerata la scala di corruzione dove lo 0 indica i massimi livelli di corruzione il 10 i più bassi, c'è poco da stare allegri. In testa alla classifica ci sono a pari merito Danimarca, Nuova Zelanda e Singapore, con una media di 9,4 punti, mentre a fare da fanalino di coda troviamo Afghanistan, Myanmar e Somalia con una media di 1,2 punti. Sicuramente, siamo al di sotto di tutti i più grandi Paesi europei con cui siamo soliti confrontarci. Perché l'Italia è un terreno fertile La corruzione nasce e prospera solo dove trova un terreno fertile. Veri e propri incentivi alla corruzione sono le dimensioni della transazione, la tempestività dei pagamenti e la natura dei beni in oggetto. In aggiunta, l'assenza di politiche anti-trust efficaci e il ridotto livello di concorrenza in alcuni ambiti incidono, facendo sì che alcune attività siano più esposte al ricatto della corruzione. Questo spiega perché in Italia

Tribunale di Pavia: brevi impressioni di un giovane praticante

Q

uando ero un ingenuo e ancor più giovane studentello di giurisprudenza pensavo ancora che i tribunali italiani fossero luoghi cool, per intenderci posti non troppo dissimili da quelli che si vedono nei telefilm legali americani come Law and Order, AllyMcBeal, Boston Legal ecc. Quasi a volte fantasticavo su lindi uffici efficienti come un orologio svizzero e su ampie sale intarsiate di mogano, ove sexy avvocatesse declamavano accorate arringhe in difesa dei loro clienti di fronte ad attonite giurie e solennissimi giudici. In realtà nulla era più lontano dal vero, anzi una volta iniziata la (ahimè, lunga) gavetta della pratica forense ben presto scoprii che nulla poteva essere più lontano dall'essere "fico" di un tribunale italiano, e per ciò che strettamente mi riguarda del tribunale del capoluogo ticinese. Nel nostro tribunale infatti sembra che tutto concorra affinché venga costantemente attuato il secondo principio

sulla informatizzazione della Giustizia, voluminosissimi quanto polverosi fascicoli si accatastano sui tavoli e sugli scaffali, e guai se capiti a chiedere la copia di un provvedimento se quel giorno l'impiegato ha la luna storta! Vogliamo parlare delle udienze? Due parole regnano sovrane come un mantra: “ritardo” e “rinvio” e non sia mai che nel nostro tribunale un'udienza si svolga puntualmente nel giorno e nell'ora stabilite dal giudice mesi prima. Giudici e Pubblici Ministeri? Indaffarati e scorbutici i primi, irreperibili i secondi, perennemente sostituiti da giovani delegati, e meno male che queste persone sono stipendiate da 5000 euro in su. E gli avvocati? Beh, qui v'è da dire che è un piccolo specchio in versione legalese della nostra società: si passa dal giovane e logorroico principe del foro che non lascia parlare nessuno in udienza e che per soldi

L'Era del Diritto & il Sindacato Improbabile

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'articolo 18 dello statuto dei lavoratori afferma che ogni licenziamento è valido e possibile solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo. Appare chiaro che un tale assunto sia alla base della tutela di ogni lavoratore italiano e di conseguenza ben si comprende la levata di scudi generale, capitanata dalla cavalleria dei difensori del lavoratore, i sindacati, messa in campo allorquando il governo Berlusconi Secondo tentò maldestramente di abolirlo (correva l'anno 2003). Quello che forse in pochi conoscono è che tale articolo non si

applica ai dipendenti dei sindacati (che possono essere un sindacalista di professione, ma anche l'umile portiere di una sede sindacale), in quando gli stessi sono giuridicamente associazioni non riconosciute, come i partiti, e che quindi sarebbero libere di licenziare dall'oggi al domani. Cosa per altro talvolta avvenuta senza troppo clamore. Nel tentativo di ovviare a tale anomalia, durante il recente direttivo della CGIL, una sparuta minoranza ha chiesto che venisse inserito nel regolamento interno sui dipendenti un comma che estendesse formalmente le garanzie

dell'articolo 18 anche all'interno della stessa CGIL. La risposta è stata negativa e senza possibilità di appello. Sembra assurdo ma è così: proprio coloro che pretendo il rispetto dei diritti dei lavoratori in fabbrica, non accettano che tali diritti possano esistere a casa propria. In aggiunta a tutto ciò, l'esito della votazione a Mirafiori: forse è il caso che i lavoratori italiani comincino a pensare di difendersi da soli, direttamente, senza ipocrisia e intermediari improbabili.
Matteo Bertani

e fama difenderebbe anche Hannibal Lecter, al vecchio, saggio ed eccentrico Azzeccagarbugli che con sagacia zen vede oltre la causa e si identifica nel nirvana della vittoria. Che può pensare di tutto ciò un giovane praticante come me? Beh, che il magico mondo del diritto, per come viene "vissuto" nel tribunale della mia città, è quanto di più lontano avrei mai immaginato negli eleganti paroloni e nelle affettate lezioni dei tempi dell'università, un meccanismo complesso e inefficiente, che mi lancia delle sfide ogni giorno di pratica legale, è l'inizio di un'avventura e forse se non fosse così farsescamente complesso questo mondo neanche mi affascinerebbe tanto...
D. Weizmann

periodico mensile Numero 59 Giovedì 22 Aprile 2011

Se avrò mai un serpente lo chiamerò Shhhhhhhhhhhilvio.

cultura
sentato da una rondella “ordine”) può scegliere due di tre possibili azioni (che rappresentano il compenso): erigere uno stupa [2], inviare emissari nelle regioni adiacenti (delimitate dalle strade) o ricevere in dono degli yack. Queste ricompense concorrono ad aumentare rispettivamente l'influenza religiosa, l'influenza politica e l'influenza economica. La struttura del turno è particolare: ciascun giocatore ha 6 segnalini turno coi quali può indicare una delle 5 possibilità di azione: muoversi su terreno ghiacciato, su terreno roccioso, su terreno acciottolato, non muoversi o commerciare. Questi sono disposti in ordine segretamente e poi eseguiti uno alla volta secondo l'ordine dei giocatori. E’ quindi da evidenziare come le strade che partono da ciascun centro religioso sono sempre una di ciascun tipo e ciò fa si che la sequenza di azioni è determinata in maniera univoca dai segnalini turno. Il giocatore vincente sarà, nel caso si giochi in tre, quello che totalizzerà il maggior punteggio in due delle tre influenze, se si gioca in quattro quello che, tra quelli che non sono ultimi per influenza religiosa e politica, sono primi per influenza economica. Oltre alla versione base, nella scatola è presente l'occorrente per la versione avanzata che vede finalmente la discesa in campo del mitico Yeti [3]! Ciascun giocatore viene munito di tre tessere evento che potrà usare quando vuole durante uno dei 6 turni di gioco. Il segnalino “impronte dello Yeti” blocca la strada tra due villaggi, il segnalino “tempesta di neve” richiede un segnalino movimento per essere attraversato e il segnalino “giorno di mercato” consente di prendere da un villaggio con risorse una qualsiasi risorsa invece che quella meno rara. In generale si tratta di un titolo con una coreografia piacevole. Il fatto di poter giocare solo in tre o quattro è un discreto limite così come la presenza un filo eccessiva della fortuna e il fatto di non poter molto diversificare la strategia. Il gioco ha invece il suo forte nell'interazione fra giocatori grazie all'organizzazione segreta del proprio turno e nel poter sorprendere gli avversari con le proprie mosse. Se voleste approfondire vi consiglio “Messner R., Yeti. Leggenda e verità, Feltrinelli (1999)” e "Messner R., Annapurna. Cinquant'anni di ottomila, CDA & Vivalda (2000)". Per gli amanti della montagna e di Reinhold Messner!
JCO

O Kamchatka, o morte! Himalaya

Recensione a Soap&Skin, "Lovetune for Vacuum"

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iao affezionati lettori, spero che entrambi stiate bene. Oggi vi porto nelle gelide atmosfere de Himalaya: "Massiccio dell'Annapurna, la frontiera tra il Nepal e il Tibet [...] le carovane di yack percorrono instancabilmente i colli e le vette innevate dell'Himalaya per perpetuare il baratto, l'economia ancestrale, essenziale per la sopravvivenza delle tribù della montagna..." Qualcuno si potrebbe domandare: perché, se devi fare un gioco ambientato sull'Himalaya, non lo fai sul Everest (nome tibetano: Madre dell'universo) piuttosto che sull'Annapurna (dal sanscrito: Dea dell'abbondanza)? Sulla questione ho sviluppato una personale convinzione che vorrei condividere con voi: l'autore di questo gioco è il francese Régis Bonnessée. Nel 1950 i francesi organizzarono quella che sarebbe diventata la prima spedizione per raggiungere la vetta di un 8.000 proprio sull'Annapurna. L'Everest, invece, fu scalato per la prima volta senza l'ausilio delle bombole d'ossigeno dall'italiano Reinhold Messner (Altissima, Purissima, Levissima); lo sciovinismo potrebbe quindi aver influito sull'ambientazione del gioco… Il giocatore impersona un capomercante di una della quattro tribù Himalayane: Dolpo-pa, Bhotia, Sherpa o Tamang, ed è il proprietario di una carovana di yack [1] che gira per i vari villaggi con lo scopo di soddisfare le necessità economiche di diversi villaggi (con monasteri e templi) sparsi sulla mappa, sulla quale si trovano anche le risorse da recuperare. Sia le zone con risorse che con ordini economici devono essere sempre 5 (sui 20 centri religiosi) e sono collocati casualmente da un dado. I villaggi con risorse possono avere fino a 5 merci scelte casualmente tra Sale, Orzo, Tè, Giada e Oro, in ordine di rarità; quando un capo mercante vi finisce sopra può prendere la risorsa meno rara. Quando invece un capo carovaniere soddisfa un ordine (rappre-

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'è qualcosa di più, nella voce, non c'è niente da fare. Il nostro cervello è programmato per decifrarla. La voce non mente. La voce colpisce diritto. Le infinite sfumature di una persona, di una vita, le senti in un modo di usare la voce. E non è una questione di timbro, o di tecnica. Ti riconosci in una voce ed è persino disarmante, tutto questo potere. Una musica è splendida, lo sai e lo credi, ma se la fai cantare a qualcun altro è, semplicemente, un'altra cosa. Come sarebbe Nick Drake se fosse un altro a cantarlo? Come Tim Buckley? Come José González? Un pezzo

[1] Bestia della famiglia dei bovini. Lo yack selvatico, Bos grunniens mutus, vive sull'altopiano del Tibet, nel Pamir e alle pendici dell'Himalaya, fino a 6000 metri di altitudine. La varietà domestica viene allevata anche per il trasporto le pelli e la carne di cui Messner è tuttora molto ghiotto. [2] Uno stupa (dal sanscrito stupa) è un monumento buddhista, originario del subcontinente indiano, di cui Messner è molto ghiotto. [3] Creatura leggendaria ricoperta di folto pelo bianco che si ritiene viva nell'Himalaya, in realtà si tratta di una specie di scimmia ormai estinta a causa del fatto che Messner ne era molto ghiotto.

Torno subito

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all'alto della società contemporanea si erge un grido di aiuto o di protesta forse, perché, per quanto si possa dire, fare o pensare del mondo che ci circonda, qualcosa non va. E se già se ne fossero tutti accorti non è spiegabile continuare a viverci come se nulla fosse per Michele ed il suo amico Alberto. Dai problemi della condizione

di precariato giovanile, alle relazioni sociali di tutti i giorni, alle litigate con le varie fidanzate, due amici inizieranno una sorta di viaggio che li riunirà, legandoli forse in maniera ancora più forte di prima. Il primo lungometraggio italiano in alta definizione distribuito gratuitamente sul web, firmato Simone Damiani, sembra suggerire una visione di questo tipo. Un film lunare e corale, come

definito da Repubblica, dopo un passaggio su Current tv compie un tragitto opposto, rispetto al cinema tradizionale, trasferendosi dal piccolo schermo del web al grande schermo delle sale. http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/11/15/news/torno_subi to-9137116/
Paola Blondet

può diventare insignificante, e c'è un senso d'impotenza nel constatarlo. Il genio musicale può venire annichilito dalla semplice assenza di quell'unico elemento di vissuto. Il disco di cui parlo è scritto da Anja Plaschg, in arte Soap&Skin, una ragazza austriaca di diciott'anni. È un disco ispiratissimo, e questo è gran parte di ciò che c'è da dire. È, essenzialmente, musica per pianoforte, voce e manipolazione elettronica. Le canzoni sono piuttosto classicamente organizzate intorno alla melodia e a una struttura a strofa e ritornello. Sono prevalentemente in minore e dominate da toni cupi. Il paragone più diretto, sia dei testi che delle musiche, è chiaramente con Nico; la nostra ha già provveduto ad omaggiarla in una buona cover di Janitor of Lunacy. Ma è una grande artista, e dunque un mondo espressivo a sé stante. Chiariamolo per differenza: la voce di Nico è declamatoria, bianca, volutamente inespressiva. È una voce da sciamano: una voce che sa e che ti dice cosa fare – a prescindere dai testi. Sappiamo della catastrofe esistenziale della sua detentrice, ma la sua voce la celava: svolgeva, od officiava, una funzione impersonale di medium. La voce di Soap&Skin proietta dentro una vicenda personale, o meglio un clima psicologico: quello di una persona segnata da espe-

rienze di grande sofferenza, senz'altro; fragile; inoltre, precisa ed intensa agli estremi. Non si perde in chiacchiere, il suo sguardo è nitido e tagliente. In un'intervista descrive il processo di scrittura come "un corpo a corpo", e non si stenta a crederlo. I tredici brani prendono ciascuno corpo da una "scena", così la definisce l'autrice, un'intuizione atmosferica iniziale che non deve essere tradita. Riuscire a svolgerla in una narrazione conchiusa, senza perdere la tensione iniziale, senza superfluo, richiede un immenso sforzo di concentrazione. Tenerla davanti a sé, vivida come quando s'è presentata, e dipanarne le conseguenze: un lavoro che assomiglia a quello del matematico. Si lasci dire che la coerenza e la maturità estetica cui l'autrice è pervenuta ha del miracoloso. C'è una consequenzialità evidente, pur enigmatica, in questa serie di conflagrazioni psichiche e di filastrocche. I loro testi oscillano tra il visionario e l'infantile, anzi il fetale. Raramente hanno un senso coerente; si sconfina spesso nel lallare. La prostrazione che fa tornare indietro, sempre più indietro, fino allo stato di coscienza del bambino perduto, che cerca con la bocca il seno materno. L'espressione si immerge al di sotto del definito, nella sequenza di climi emotivi di una coscienza prostrata. Spesso le parole si susseguono per assonanza e il senso è da cercare nell'accostamento di concetti: "I swell without a scar / to the end of time / a shell without a star / to the end of time" ("mi gonfio senza cicatrici / fino alla fine del tempo / una conchiglia senza stella / fino alla fine del tempo"). Il perno, grammaticale ed emotivo, è quel "without": il senso di mancanza, mutilazione, nudo, oltre il proprio oggetto; la stessa capacità di definirlo demolita dal dolore. Questo mondo espressivo è chiaramente imparentato con quello di Elfriede Jelinek – un'altra austriaca – o di Francesca Woodman – un altro talento precocissimo e martoriato –. Qualcosa di simile, inoltre, si vedeva nel finale di Rock Bottom di Robert Wyatt, nello sconnesso lallare di "Alife my larder", "Alife mia dispensa": folle ricerca di una riserva di calore in Alife, la moglie, al fondo di dello strazio in cui l'autore fu condotto dalla paralisi alle gambe. Più di questo non ha senso dire. Non perdetevi quest'album.
Gianluca Flego

Reg. Trib. Pv n° 594 - ISSN 1972-9669 - Stampa: Industria Grafica Pavese SAS, Pavia - Chiuso in redazione 10-04-2011 - Tiratura 2000 copie - 2011, Alcuni diritti riservati (Rilasciato sotto licenza Creative Commons 2.5 Ita by-nc-sa)

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l Maggio pavese è un contenitore di idee, eventi e momenti di aggregazione.è un festival che dura un mese, comprensivo di 22 serate musicali, conferenze, mostre ed esposizioni e concorsi, il tutto riferito

Il costume da Watta non è valido per lo sconto.

eventi
Maggio Pavese
a un target giovane come quello degli studenti superiori ed universitari di pavia, troppo spesso dimenticati o ridotti a semplici consumatori e utenti passivi della vita cittadina.maggio pavese è organizzato da alcune associazioni giovanili pavesi (Gippa, rockline,unionpv,circolo arci radioaut, coordinamento udu per il diritto allo studio),che collaborando con lo spazio giovani di Pavia, in maniera totalmente gratuita hanno creato per la terza volta in tre anni un imponente festival,con una programmazione caratterizzata da una molteplicità di offerte, dando la possibilità di vivere tutto il mese di Maggio, con praticamente un evento diverso

periodico mensile Numero 59 Giovedì 22 Aprile 2011

ogni sera.Maggio Pavese è totalmente gratuito,e ci auguriamo che possa rimanerlo per sempre.

"Trema anche la penna"
riflessioni ed emozioni da sopravvissuti

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oncorso letterario legato all'iniziativa "trema anche il pensiero". Scrivi un breve racconto sugli eventi cataclismatici, la disperazione, il dolore e la fatica di ricominciare, e di non ricominciare, di costruire o restaurare. Scrivi dando un tratto forte. I racconti verranno letti il 5 maggio all'osteria letteraria Sottovento, in via Siro Comi. Al miglior lavoro (giudicato da una giuria di esperti) un buono consumazione di 50€ spendibile al Sottovento.

A cura dell'associazione culturale "Giusto per Sognare" (http://www.giustopersognare.org/)

La KRedazione: Direttore editoriale Ginevra Sanvitale Direttore responsabile Salvatore Gulino Vicedirettore Matteo Bertani Caporedattore Emmanuela Pioli Vicecaporedattore Paola Blondet Vignettista Felix Sattari Impaginatore Andrea Michielon I pdf dei vecchi Krosta sono gratuitamente scaricabili da: www.scribd.com/kredazione

periodico mensile Numero 59 La redazione di Kronstadt è aperta ad ogni tipo di collaborazione. Potete contattarci a: www.kronstadt.it info@kronstadt.it
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