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PAROLE A PORTATA DI VOLO
Quelli di Rivoluzione Creativa

A cura di GM Willo

http://rivoluzionecreativa.ning.com 2

EDIZIONI WILLOWORLD www.edizioniwilloworld.co.nr/

Tutto il materiale originale di questo libro è sotto il "Creative Commons License".

This work is licensed under a Creative Commons Attribution 2.5 Italy License.

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INTRODUZIONE Questo libricino raccoglie gli interventi di prosa e poesia apparsi sulle pagine di www.willoworld.net e Rivoluzione Creativa dall'agosto 2009 ad oggi. Gli autori che partecipano alla community on-line Rivoluzione Creativa si riconoscono tutti nella filosofia copyleft e si avvalgono della licenza Creative Commons. Le opere contenute in questo testo sono perciò riproducibili liberamente, anche singolarmente, basta se ne citi la fonte, l'autore e non lo si faccia mai a scopo di lucro. Il libro è suddiviso in quattro parti. La prima è dedicata agli episodi singoli di poesia e prosa dei vari autori ed è composta da sessanta interventi. La seconda parte è “Caramella”, un'affilata e passionale storia d'amore composta dall'autore “Mastro Tensione”. La terza parte raccoglie alcuni miei interventi di narrazione e riflessione che ho simpaticamente battezzato col nome di “Piccole Letture con Carne di Cuore Tritata”. L'ultima parte invece è la testimonianza di un piccolo gioco di composizione creativa tenutosi sulle pagine della community da un'idea di Dario de Giacomo. Si chiamano “Tautogrammi” e sono delle piccole liriche dove ogni parola incomincia per la medesima lettera alfabetica. La community Rivoluzione Creativa è aperta a tutti, basta registrarsi al sito http://rivoluzionecreativa.ning.com/. Si organizzano progetti di composizione, si pubblicano e-books e libri cartacei attraverso la casa editrice virtuale Edizioni Willoworld (che si appoggia sui servizi di autopubblicazione online), si crea insieme sempre in positività. Questo è il secondo libro fatto uscire dalla community nei suoi sette mesi di attività e ne sono in programma almeno altri due da fare uscire prima della fine di quest'anno. Ringrazio tutti i partecipanti ed i sostenitori del progetto R.C. e ringrazio di cuore Giulia Tesoro che ci ha omaggiato di uno dei suoi lavori per la copertina del libro.
GM Willo – Aprile 2010

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60 POESIE E PENSIERI
"La creatività non ha regole… altrimenti, che creatività sarebbe!"

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DOLL di Frost Bambola Più illusa di un burattino Ti credi libera Perché non hai fili Ti vesti bene Hai un tuo portamento Sei bella Non c’è dubbio Sei una bambola Sorridi sempre Il mondo é la tua ostrica Ti vanti con le amiche Piroetti ridendo Il sole negli occhi Un passo falso Un colpo secco Hai perso la testa Ma non te ne duoli Perché altro non sei Che una bambola.

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SPERO (da Indietro…) di Trouble Io voglio averti nella mia vita. Spero tu voglia tutta la mia vita, ora. Ti do le chiavi del mio mondo. Entra pure se vuoi e vedi nel profondo, vedi. E so di essere scettico, non lo nego. Anche se in fondo un po' io ci credo, ma… Se cerco ti vedo. Il silenzio corre e io ci spero. Se senti mi vedi. L’amore vero è nascosto agli occhi di chi non guarda oltre, mai. Fisso il tuo sguardo speciale. Tanto semplice e naturale. Intenso e pur così reale. Sostanza dei nostri giorni, opposti. E adesso! Ripenso a quei momenti insieme. Decido che non ti avrei mai perduta, mai perduta, perché ti voglio troppo. Manca un pizzico di amore. Quel poco tanto di timore. Quell’emozione di chi si tiene stretto, ma… Se guardo ti vedo. Il silenzio corre e io ci spero. Se senti mi vedi. L’amore vero è nascosto agli occhi di chi non guarda oltre, mai. Dentro ogni mio pensiero ci sei solo te. Sei un brivido che corre dentro. 8

Dimmi cosa c’è, io son qui per te. Ho un po' di paura sai. Voglio fare quei sogni. [nuovi sogni] E poi svegliarmi ogni volta insieme a te. Se sogno ti vedo. Il silenzio corre e io ci spero. Se senti mi vedi. L’amore vero è nascosto agli occhi di chi non guarda oltre, mai.

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VIVE CAVITÀ di sVanna È dopo, questo livido uterino riassorbito,dopo questa pozza secca di amnios e mummie asciugate di dolore e le bende che stringono ancora. È dopo, questo uovo vuoto di guscio incrinato che resta, come di solcatura, come di ruga, come di fulmine sulla pelle. È dopo che inaspettato ritorna vivo dare vita il giusto pianto il giusto riso e la eco li espande nella cavità accogliente di un ventre felice.

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LE SPECIE ANIMALI di Morgendurf Con la mano destra afferri il coppino e ti trascini fuori da casa, scaraventandoti là, dove penombre di luci ti attendono. Lisci il tuo pelo lucido e folto alimentato da pezzi d’età, da porte sfondate, aperte su mondi ordinati al servizio del comando, dove le scuse non esistono. Indossi per l’ennesima volta la tua vita a cipolla. Ti muovi dentro vicoli e cortili, sgattaiolando negli anfratti, trafugando ed azzannando ciabatte fruste e consunte, in cui accucciarti per qualche ora. Ma, prima di rientrare, marchi il tuo territorio; tracce di bava e di urina private del tuo DNA, a delimitare le tue proprietà, a sancire la tua vittoria. Ti rannicchi esausto nel tuo spazio, una sfera contrassegnata da lancette, in cui sicuro ti muovi mordendoti la coda come un cane. Ti aggomitoli, infine, nella tua tana, sgomitolando le tue occhiaie, sgomitando nella negazione dei tuoi errori. Acciambellato e sazio delle tue evasioni ti addormenti. E sogni di ghirigori di amori. Di spirali di trame fitte. Di labirinti di trame rotte.

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ANONIMO DILUIRSI NELLA FELICITÁ DI TE di Dario de Giacomo Se vivi nascosto da sempre, sognando gli artigli della fiera, avvertirai il disfarsi di tutti gli attimi di vita, e nessuna massa montante di parole arginerà la piena. Se spii da dietro i vetri, rapinerai all'umanità tutti i suoi stracci, il tempo è un inganno, che è già passato e non è ancora tempo. Se intorno c’è sangue e paura, acquisterai il tuo nome solo esalando l’anima nella polvere. Io! Alito sui vetri per lasciarti messaggi: Amore semplice, io ti aspetto qui Amore senza dolore non fai male. Anonimo diluirsi nella tua felicità alla luce del sole.

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A CUORE APERTO di Miriam Carnimeo L’apertura palpita. Una grossa ferita come occhio si lascia notare, Da quanto tempo è li? Ripulita dalle pause da me stessa, e nei brevi momenti di luce. Verrebbe voglia di coprirla o ricucirla, ma la posizione ed il suo ricordo hanno reso ormai possibile l’anomala geografia del cuore. Chiudere gli occhi ma ricordandosi del respiro, del getto fresco di un bacio, la pressione leggera di una carezza. Compiere salti nel buio, l’agile anima sollevarsi dagli inganni, sfumare dal rosso sangue al blu cobalto di un nuovo cielo. Strapparsi con un taglio preciso dallo ieri per riaprirsi all’oggi, quello che è stato ormai chiuso, dietro una finestra, dentro una casa, che odora di un niente dimenticato. L’amore si scopre un punto di vista, che non chiede contorti pensieri, giace spoglio, insegna senza avere, ti riempie nell’ovunque. Questo corpo così piccolo, diviene cucchiaino per assaggiarne i sapori, destinato a riempirsi per poi svuotarsi. Uno slancio improvviso, magari solo un passo che ignora le distanze, si cade ma ondeggiando verso l’incontro con un unico pensiero che tace. 13

Rinasci innamorato senza averlo mai toccato, con la semplice attenzione di una curiosità mai sazia, sorriderti tra i movimenti delle mani che sfiorano volubili l’aria che nell’ora soffia, su un cuore che pur aperto, non marcisce. L’amore non è un mistero, ti conserva in un luogo dove la verità ha solo un giorno, un punto di vista tra rosso sangue e un pensiero blu cobalto a guardarti dal cielo. Si pensa a questo, e il cuore è salvo, l’amore resta e la sola guerra da fare è quella con se stessi, sorridendo ancora, concedendoci un po' di luce, nel grande buio che trabocca.

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SPIRALE di Frost Spirale d’odio Flusso d’amore Mi ero perso Nel labirinto d’inganni Di una città volante Destinata a cadere. Spirale del tempo Corrente statica Da solo in un punto Finalmente ritrovo Me stesso e lei Che mi era accanto Sempre… …nonostante tutto! Spirale di morte Slancio di vita La mia rinascita Non cela alcuna rivelazione La risposta è facile Prepararsi a riceverla É lo sforzo più grande.

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SONO SOLO UNA DI PASSAGGIO di Morgendurf C’è un pensiero che mi sale e mi assale ed in esso sprofondo tento di scansarlo evitarlo come fosse nera pozzanghera cammino anche oggi sul marciapiede a passo lento sola lo sguardo basso abbozzo un sorriso circospetto quasi mi vergognassi di imitare quella felicità che sempre cerco che più non ho che più non trovo le mani affondate nelle tasche dita che afferrano quei fili spezzati dalla tua noncuranza - un tempo provavo a ricucirli, ora non più – mi ritrovo ad ascoltare un ticchettio mentre gli occhi trasudano sale non mi accorgo che è quasi estate che c’è il sole - brividi mi scuotono e più non mi addormento non ne sono capace troppe le distanze e la distanza per quel muro che inutilmente ho voluto demolire - vano tentativo di legarmi ad altre corrispondenze – - affinità, le chiamano bagnate dal mio sangue che esce e fuoriesce per caso 16

inaspettato ed incontrollato – la mia unica colpa, il mio solo peccato da labbra offerte ed usate violate ed umiliate che ora più non parlano e così penso che sia meglio per me ricominciare a scrivere non cercherò più il senso delle cose né quelle pulsazioni che mi terrebbero in vita ogni giorno – viva – o quel calore che mi farebbe arrossire mi sento vinta anche ieri ho perso – una volta di troppo – mi chiudo ancora e per sempre nel mio silenzio – come perla serrata dentro al guscio – divento nuovamente presenza muta ed assente essenza invisibile malinconica e consapevole di essere solo una di passaggio.

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DI UN CUORE AL CARBONIO, INCEPPATO DA UN SOLILOQUIO di sVanna Qui scontando la pena, di un sentimento che mi fa da carceriere, trama forte l’esplosione. Rancori. Un fremito sinaptico un istante livido un contatto. Il ricordo. La lingua cede, è una lama dissennata in preda a fervore. Disegnando arrossa l’esangue tempo. L’inganno nell’ombra, non s’avvistava contorno. Soltanto qualche soffio raggelava con subdola efferatezza. Pestava sangue che trema ancora. Febbre e vendetta. Ma il cuore è un cucciolo di lupo, sopravvivrà. Nonostante questo cielo infame gonfio di zelo che già provvede con aquile e falchi. Li vedrà scendere a picco, aggirarsi su di lui mentre i tuoni dai loro nidi urleranno una folgore dietro l’altra. Sarà fame sarà guerra. 18

Battaglie senza nome né bandiera. Nel cielo fermo, geometrico terrore. Resisti cuore, passerà. Li vedrai cadere giù morti, ad uno ad uno belligerando tra loro… riderai con le iene, comprendi anche questo. Conteso è il rintocco vermiglio, la forza unica del tuo slancio iniziale. Una campana impazzita che mai stanca mai doma, scuote l’alba e la consuma. Ogni volta un segnale. Batti, ribatti . Lasciali fare. Resisti cuore. Aspetta giorno aspetta notte cucciolo di lupo senza denti né latte, aspetta giorno aspetta notte passerà. Aspetta giorno aspetta notte, batti e ribatti, batti e ribatti, batti e ribatti… 19

DAL GIORNO ALLA NOTTE di Trouble Ogni giorno inizia con te dopo ogni notte sognata senza spiegarmi il perché ma ci penserò in giornata… Mi va di pensar agli attimi quelli che mi fanno star lì, sospeso tra terra e paradiso incantato dal tuo bel sorriso. Pensieri fra testa e cuscino, dove t’inseguo con una matita ti sento, e quando sono vicino sei via che mi sei sfuggita. Trepidante di tracciare… intensi momenti di felicità, per iniziare a volare… tra le tue piccole banalità. Le stelle si faranno spazio per lasciar posto al tuo volto, la luna dovrà pagar dazio… invidiosa di te, ed anche molto. Ormai la notte sta tornando… tu sali ancora, ed io scendo, desidero il sogno più bello… tu, colei che mi sta leggendo.

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IL VENTO NON URLA di Dario de Giacomo Farina bianca di sacco disegna le impronte del vento, fino al margine del bosco insegna le tracce. Notte, facciate anonime di notte, sferzate da violenza e grigiore e calcestruzzo, a secchi sul giorno che muore. Fatica e dolore, dolore di passi pesanti, impediti da mulini di vento. La mia finestra, cerchio di luce sul buio più fitto, è impenetrabile al vento. Si spezza contro i mattoni il vento, soffre nei cornicioni, muore sui davanzali: non entra qui il vento. C’è troppo spazio pieno qui. Collezioni di cose, vecchie e nuove: l’elenco della vita. Questo spazio è troppo pesante, troppo per una folata di vento. Farfuglio parole sconnesse, che come un braccio disarticolato pendono lungo il fianco. La fuori il vento. Non urla, non ruggisce, il vento soffia soltanto. Ogni cosa, al contatto, presta la sua voce al vento, ma il vento non ha voce. Il vento è tutte le voci che cantano le canzoni del vento: ma il vento non ha voci, solo tracce. Le seguirò fino al margine del bosco. Sarà come smarrire il fiato dopo la corsa, le mani a proteggere i fianchi, l’ansimo della voce che si perde, spezzata in frammenti, dentro lo stomaco. Estenuato al margine del bosco, sento dietro di me la deflagrazione potente di consonanti rumorose: il rumore dei mondi di parole che entra in collisione con la sintassi scardinata dal pensiero. 21

Il vento non ha pensieri, solo i soffi scandiscono il ritmo della sua vita. Un uomo segue le tracce, per imparare ad essere vento. Sono solo un uomo, reso folle dalle voci, che prova una struggente nostalgia del vento. A volte sosto, assorto come in preghiera, ma non prego mai. Mi assopisce il margine erboso del bosco, incerto se andare o tornare: allora rimango immobile, sospeso nelle voci. Ascolto le voci-Sono Ingannato, tiro fuori la mia voce-Inganno. Un inganno è la voce, che corrode il midollo. La voce che scorre sulla pelle, come una carezza, sussurra graffiando a sangue la schiena, massaggia gli stinchi. Sul margine erboso del bosco la voce è l’inganno: troppo seducente per l’abbraccio casto dei rami, irresistibile per un uomo. Un solo passo, di là. Coraggio! Occorre coraggio per inarcare la schiena in un passo che spezza le reni. Un morso che spezza le voci. Coraggio!

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GIARDINO D’INFANZIA di Frost Giardino d’infanzia Infanzia perduta In oscillazioni convulse Di un’altalena instabile. Giorni assolati Di un’estate innocente Scivolano via Nella sabbia e nel vento. Il cielo greve L’inverno alle porte Sul giardino dei giochi Si depositano gli umori Del sonno letargico Morte che non permane Ma addolora il cuore. Dov’è quel bimbo Che elargiva al sole Sorrisi insensati? È un uomo adesso Che ha finito di giocare L’altalena oscilla Ma è un triste strumento Il pendolo di Cronos.

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STORIA D’AMORE E DI FIORI di Miriam Carnimeo Ne conosco a miliardi, sono il mio cielo. Insegnano la verità cruda di una cruda filosofia esistenziale. Guardi in alto per non morire nel cemento. La prima storia d’amore è con mio padre. Vendeva frutta e verdura di giorno, e di notte come una lucciola si allontanava per pescare. Lo vedevo svanire nel mare, io l’avrei aspettato ad ogni scandire d’ora. A volte, lo vedevo ribaltarsi con il tre ruote perché lo caricava troppo! Le arance si perdevano per strada sotto la puzza di pesce morto da poco ed il sorriso sconsolato di mia madre. Lei è sempre stato il suo amore, per inseguirla avrebbe rubato interi giardini, gli massaggiava ogni notte il cuore per amarla senza dolore, dolore per una barca di niente ed un languore allo stomaco, che consumava ogni loro più piccola illusione del domani. Tutto era il solo presente, si dicevano solo, “Oggi ti amo e il presente è per sempre”. La mattina a fare l’amore dove si poteva, e di notte a ridere mentre mio padre gli toglieva le spine dei fichi d’india dal pancione. Era sempre incinta. I clienti la facevano piegare sulle bancarelle per guardarle le tette, e lei inevitabilmente si pungeva, tra il sorriso divertito di mio padre ed un occhiolino a me! La loro era una storia d’amore che si approfondiva nei campi, ed io come loro frutto, adesso valgo quanto un fiore. Mi chiedo solo, ma io posso essere un fiore anche se mi nutrono con il sangue? Dovrei compiere un gesto d’amore togliendomi la pietra che ho in 24

cuore accettando una sana passeggiata, lasciare passare il vento dove l’aria smuove ogni certezza, svela l’imprevedibile del mio essere viva. Lo confesso. La vita per me vale quanto un fiore, o l’anima contorta di un albero che di tanti anni ne fa una canzone. Sceglierei di vivere anche solo, per rivederli ancora, Guardando i fiori vivere di se stessi. Esistenze senza resistenza e senza paradossi. Ne guardo uno rosso, è bellissimo, sembra non chiedere nient’altro se non essere solo bellissimo. Spesso assisto alla loro fine d’amore, guardo un uomo regalarli alla sua donna. Senza radici imbavagliati nella carta, li vedo cadaveri spacciati per regali. Lo confesso. Sarebbe bastato un invito a guardarne un campo intero, tutti bellissimi attaccati alla loro voglia di vivere, e noi due in tutto questo… a guardarci.

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COME FIBRA CHE SI SQUAMA di Morgendurf Vedo la mia immagine intricata, riflessa nello specchio. Una me stessa che avanza ed oscilla tra due piani, rinchiusa in un’armatura forgiata dal freddo metallo. Obliqua mi avvicino all’uomo. Inizia la mia condanna nella stagione che si fa spasmo, nella linfa che fa ribollire il sangue. Le viscere nude, le radici annodate: partorisco immagini come fantasmi, genesi di nascenti meraviglie, fusione di una maturità gemella all’innocenza. Il mio naturale parallelo. Silenzio attorno a me. La solitudine incede rumorosa sui passi dell’uomo, ammanettata su un letto vitreo, approdo di un viaggio antiorario. Fianco a fianco. Si avvicina il maschile commiato, trasloca verso la mia invalida rivale, nell’inanimata vanità domestica. Come fibra che si squama.

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MENTRE IL MONDO DORME di sVanna Alveoli catramati da insonnie reiterate, prestabilite impotenze gelificate. Maligne congetture verniciano la notte dilatando l’ignoto ed io, ricamo suture annodo, il filo del silenzio.

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BLUES di “Il Mostro ” Eccomi qua, di nuovo… strane sensazioni e chiare voglie mentre il vecchio negro suona il blues. Quanta gente… Visti dall’alto sembrano piccole, frenetiche, formiche. Strane sensazioni, chiare, invece, troppo chiare le voglie. Rosa Rossa e Stella Nera, abbracciano il destino, finzione di una scelta. Bevono e pensano, fino a star male. Bevono e pensano, mentre il vecchio negro, suona ancora il blues.

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OGGETTI SENZA SOGGETTI di Dario de Giacomo Qualche volta mi accade di essere risucchiato in una stanchezza deprimente. Allora lascio la presa sui miei pensieri, che ne approfittano immediatamente, dileguandosi ognuno per suo conto, come i servi infedeli appena il padrone si allontana da casa. Io resto qui, solo nella mia penombra sonnolenta, assaggiando il gusto nuovo dell’irresponsabilità, loro, invece, se ne vanno in giro per il mondo, a godersi lo spettacolo alla luce del sole. Se sento bussare alla porta, maledico lo scocciatore che è arrivato a scompaginare l’ordine beato dei miei silenzi: perché devo parlargli almeno per maledirlo. Ah, sei Tu! – dico al visitatore, riconoscendolo. Ma nel mio tono non c’è la convinzione del malumore. La stanchezza ha approfondito il diaframma tra me e le sensazioni del mondo esterno. Lui è solo un oggetto, tra gli altri, che posso collezionare, sistemare come credo e poi spostare davanti o dietro di me. È questo il potere segreto contenuto negli oggetti, posso metterli dove voglio e, soprattutto, quando voglio io: quindi nessun fastidio per una cosa che, al limite, posso buttare. Si, sono io – mi risponde, con una voce stanca e abbattuta. Dunque, penso, lui è affaticato. Perché mi rifiuto di attribuire anche a lui quello che immagino sulla mia stanchezza. Però riflettendoci meglio, anche lui è stanco, e anche il portiere, prima, quando mi ha salutato per le scale, mi è sembrato stremato e anche… Un mondo di stanchezza, di cui Io… sono l’oggetto. Per arrivare, tranquillamente, in fondo ai miei pensieri, ho fatto accomodare la cosa importuna nella poltrona di fronte a me.

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Ora ci fronteggiamo esausti. Ma se io sono solo il suo oggetto e lui è il mio, chi è l’essere umano tra noi due?

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ACQUA di Frost Acqua Che scorri addosso Che lavi il mio corpo Scolpito nel tempo Scalfito di dentro E cerchi di entrarmi Come luce mi bagni Io potrei abbandonarmi Di te saziarmi Abbassare la testa Chiudere gli occhi… …e basta. Lavarmi l’anima Non puoi Ti lascio fuori Lo sai Siamo giare ermetiche In cui dimorano anime Votate al dio fuoco.

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L'ESPRIT DE L'ESCALIER di Morgendurf Ho attraversato molte strade di città straniere per sentirmi assente a fianco di un dio pagano e pigro mi sono illuso di vivere e di vedere ti racconto di queste cose davanti ad un fronte nuovo ma tu mi guardi e non dici niente non dici niente seduto in questa casa in disordine - come la mia vita ti guardo, ti penso e ti parlo di tutte le cose che ho visto di tutte le cose che ho fatto ma tu non dici niente non dici niente ho percorso migliaia di chilometri guidando i taxi lungo i binari di metropolitane ho fatto salire a bordo donne per farmi guardare con gli occhi di un cane ho abbracciato giacche di plastica ho giocato un match di "Testa o Croce" per telefono e non dici niente ho preteso risposte e poi sono scappato sazio di un'impressione di déjà-vu i tuoi occhi mi scrutano da questa foto che stringo il microfono muto non mi parla più del tuo sorriso e tu mi guardi e non dici niente non dici niente.

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NEI MIEI VUOTI DI TE di Miriam Carnimeo Il miracolo vivrà in un ricordo, nel tempo demone, nell’angelo, poi una luce, la cieca nebbia di una poesia, il mattino dallo sguardo lucido del sogno. I pensieri vestiti dei loro abiti migliori, timidi, non inventano un racconto né la metafora di una virtù, si stendono tra le lenzuola di un campo immenso tra i soli giochi ed il rumore del flettersi dei suoi fiori. Ho per te una speranza, addestro mani per accarezzarla, dimenticando leggera la triste sorte di ogni dolore, dovunque vorrà esistere, in questa vita come nelle altre. L’odore lascia tracce di mille solitudini avversarie, i cui piedi si fermano, sulle mie idiote parole. 33

Manca l’amore, di quel molto, che mi porta ad esplorarti, nei miei vuoti di te.

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QUELLO CHE RESTA di sVanna Svanisce la tensione la sfera collassa, asfissia atelectasica. Siamo trauma già troppo antico tralasciato dogma cromosomico. Come remota leggenda smarrita. Siamo distanza siderale tra idea e il segno. Assenza_Assenzio narcosi dello spazio amnesia del testimone. Siamo pane. E nessuna fame a reclamare.

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OPERA BUFFA di Morgendurf Saran passate tre ore da quando hai guardato l’orologio era vero… no, solo un sogno… mogio ti giri nel letto, senti la pena la tua Ofelia era serena e bella e ti veniva incontro… è dura la realtà, è un affronto… la mente naviga, vola … sarà in compagnia o forse è sola? Il passato ti è venuto a trovare anche stanotte, nessuna luce a rischiarare questo buio nero… proprio adesso che il tuo cuore è sincero. Senti che ti manca l’aria di quella purezza originaria che era alba ed aurora… il tuo cuore langue in questa notte solitaria daresti il sangue, il tuo cuore, la tua vita… ma, ahimè, lei è sparita, fuggita. Ricordi? era il cambio di luna pensasti alla tua sorte, alla tua fortuna due o tre parole… un’intuizione due o tre parole dette senza emozione a colei che ti amava… sì, amore che non soffocava ma la libertà… ah, la libertà è altra cosa di lei non ci si stanca mai, la si sposa. Due o tre parole, affondate nel suo cuore per diletto la tua lingua come uno stiletto rigirato come un coltello nella piaga per vedere il dolore, quello che appaga… mentre ora conti i minuti, le ore, i mesi pensi ai torti fatti, alle bugie, li soppesi 36

sulla bilancia della tua vita… provi una pena infinita… odi un suono no, un tuono senti il cuore che stantuffa, che ansima, che sbuffa deluso e stanco di questa tua vita… un’opera buffa, la cui recita è finita.

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RIASILLA PER LE PERIFERIE DELL’ANIMA di Dario de Giacomo Sogno viscere di cemento per tremare ad ogni nuova scossa di terra, interiora che annusano le vibrazioni nell’aria, prima che la terra manchi sotto i piedi. Sogno linfe che corrodono dentro i solchi tortuosi delle immagini risapute. Sogno di coltivarle a mani nude, nel grigio-verde di uno stabile mimetico, impermeabile agli eventi. Ci sono piante che non attecchiscono in casa.

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IL MAESTRO E MARGHERITA di "Il Mostro" Le corna del diavolo, son fatte di fumo azzurro. Scaglie dorate brillano sul dorso del drago. Non esiste l’odore di zolfo, quello è creazione dell’uomo: Profumo di fiori e santità annunciano il suo arrivo. Schiere di servi fedeli preparano la sala per il grande ballo: l’ospite d’onore è atteso, il mio posto è ancora vuoto. Brucia l’incenso, si scioglie la cera, calda, cola come sangue puro. Le corna del diavolo son fatte di fumo azzurro, come i sogni dei bambini. Il suo passo risuona sicuro nell’atrio... Inizia la messa: è giunta la luce.

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FILMOLOGIA di Morgendurf L’hai incontrata quel giorno lei era languida e malinconica come Audrey Hepburn di “Colazione da Tiffany” vitale e prorompente come Catherine Hepburn di “Susanna” elegante e sensuale come Grace Kelly di “Caccia al ladro” ma in lei ha visto solo una bionda la Marilyn Monroe di “Quando la moglie è in vacanza” e di “Facciamo l’amore” nessun romanticismo solo gesti di plastica e parole di vetro mentre guidi con lei seduta al tuo fianco conducendola nel solito motel a ore dove paghi in contanti dove non si lasciano le proprie generalità una terra sconsacrata dove benedire una storia che per te è solo sesso guardi ora il tuo corpo steso a letto un cadavere agonizzante che vorrebbe rianimarsi trasformarsi in George Peppard, in Cary Grant, in Yves Montand ma prima indossi i panni di Robert Mithcum di “Marlowe indaga” ed è allora che un telefono squilla ma dall’altra parte nessuno risponde.

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SUSSURRI E FRAMMENTI di Miriam Carnimeo Terra saccheggiata, battuta dal vento, incoraggiata dalla marea che con occhi secolari ama sotto cumuli di sabbia. Nello stesso lamento, trascinatore e trascinata. Frammenti colorati che si sfamano tra riflessi spigolosi che si accostano nel loro diverso infrangersi, dentro tante vite. Terra che offre all’anima l’odore della sua stessa carne e per riuscire a parlare si mette a fare forme con le nuvole. Le sue ombre hanno preferito la folla, nel giorno bianco che all’improvviso in lontananza si fa rumore. Ma qui, non c’è nessuno, solo il mare, con un’ unghia taglio il buio, svelo il suo mistero nella luce che adesso accolgo. Sono nel prolungamento delle sue braccia, gesto semplice, come un morso tirato ad un frutto che matura nella bocca, assaporo del vivo finalmente le nozze. Sulla pelle i suoi giorni che di me sono la voce, quella più nascosta , dietro quel fisso bisbiglio, che mi illumina la testa.

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RISVEGLIO di Frost Nell’abbraccio Di una solitudine amica Avvolto in trapunte Di sicurezza Soffice il cuscino Dell’abbandono Io dormo il sonno Del sognatore. Ma la notte è finita La luce già abbaglia Qualcuno ha scostato le tende E odo il brusio Del macinino elettrico Giù dabbasso E il profumo del caffè È la sveglia più dolce. È cominciato un nuovo giorno.

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NONOSTANTE di sVanna Sepolti nella giungla d’asfalto, brandelli di memoria, sotto lamine d’allumino respirano sottovoce. Affannati e intensi gli ingranaggi viscerali riprendono il moto. Sussultano di vivo tra il margine blu elettrico del cielo e una lamiera monocroma e glaciale. Il sole ancora prigioniero nella sfera di filo spinato scorge dietro un orizzonte guasto. Ma evade trapassa l’aria livida e commuove. Di nuovo sotterraneo batte il cuore trivellato di madre terra e il letto di un fiume raccoglie il sangue sperperato lo culla e lo consola dopo l’ennesima guerra.

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31 GENNAIO 2010 di Dario de Giacomo Gennaio di sera brunita da pioggia d’acciaio, rapidi scrosci sparsi su fini lenzuola di primavera, leggere agli schiaffi del freddo, ma gomitoli colorati per giocare in due, sotto il cielo che trascolora a Occidente. Blu notte lunghissima, di limoni gialli rubati e narghilè d’ottone, fumando baci spossati dal calore di una stanza d’angolo. Scheggiata di solido pietrisco, memorie che si sfidano a disfarsi senza segnare i cammini, dalla terra bruna sale il sapore di anime a smarrire il senso, per cercare solo l’odore blu nel giallo dei limoni.

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IL TUTTO di Lupus Infybula Toglietemi tutto, la voglia di combattere, di ricordare e soprattutto quella di provare e sperare. Toglietemi anche quel brandello di meritocrazia che ciondola lacerato dal cadavere della uguaglianza. Toglietemi i pensieri, fateli vostri e fotteteveli finché ne avrete la forza. Toglietemi il piacere, il sorriso. Toglieteci la lealtà, rendeteci lupi che sbranano lupi. Prendete l'onore e l'onestà e giocateci alla roulette russa, vediamo a chi per primo esploderà il cervello. Toglietemi tutto cosicché vagherò nudo nel vostro marcio deserto sterile. Ma quando, la sera, ferito e ansimante raggiungerò la mia tana ripenserò a tutti voi e affilerò le mie zanne, cercando un modo per riprendermelo... Il Tutto.

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PECCATO DI GOLA di Morgendurf Pensavo che l’amore fosse un sentimento ... tu mi guardavi... ed io cocevo a fuoco lento la mia carne era frollata dei tuoi odori marinata di tanto in tanto mi assaggiavi da ogni parte rigiravi la mia polpa tenera... profumata dei miei umori... che mangiata ti sei fatto hai leccato ‘sin il piatto... hai svuotato la marmitta ed ho pensato “ecco, sono fritta”.

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SINFONIA DELLE BALENE di Miriam Carnimeo Il senso è ovunque. Ovunque tra l’erba, nell’ombra veloce, sui tronchi degli alberi che dritti portano all’aria, di passaggi di polvere che bruciano caldi. Chiudendo gli occhi le emozioni discutono con il vento, senza ragioni ridono amaramente del timido coraggio, corteggiando con piccoli passi fino all’arrivo in un punto profondo, senza nome né appartenenza. La prima immersione, e dopo il ritornare. Si riaffiora leggeri, respiro e sguardo rapiti dal cielo, il pugno orma sciolto che solitario galleggia al sole. Fatale inciampo nell’abisso di noi stessi, lascia entrare.. ed in quel sospiro, il racconto dei nostri corpi, un bacio raccolto tra i denti, tra ricordi che sorprendono anche mani, già gravide d’acqua.. mentre l’anima, libera, avanza. 47

VENTO UBRIACO di sVanna Sono Vento di Marzo arrivo col sole sembro brezza pacifica poi leggera distruggo. Divelgo pollini quasi affermati, soffio e osservo petali precari, gambi piegati. Della resa non mi curo neanche del grido immaginario. Sono vento di marzo vengo dal mare e al mare torno, senza badare. Scaglierò nell’acqua il raccolto, il mediocre il pavido e l’incerto, danzeranno sull’orizzonte infranto dalla spuma. Sarò sulla riva ebbra di spettacolo e follia.

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VIA D’AMORE di Rebecca …sarà via d’amore l’afrore aspro di scogli selvaggi, l’aria ubriaca di sole sarà perdersi e cercarsi nei fondali di cristallo dell’oceano senza tempo sarà via d’amore risalire senza fiato la risacca del dolore…

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GIOCHI DI RUOLO di Morgendurf Seduto Tu m’osservi, vestito dei Tuoi occhi diversi ammantati d’un fascino severo che m’attanaglia m’inviti accanto a Te… nei Tuoi giochi perversi mentre il mio cuore martella… pulsa come mitraglia in silenzio verso Te trascino la mia carne muta come dolce geisha asservita al Tuo divino canto m’avvicino trepidante… attendo un cenno seduta e la Tua mano guardo… implorando il Tuo incanto dissetami la gola con la luce… con la Tua mente eternami di Te, approvami nel destino che Ti dono assieme al mio io… a Te asservito nel presente giorno… in queste ore affamate d’abbandono onoro la Tua immagine riflessa in uno specchio passo dal seppia al nero della Tua translucenza legata alla Tua anima…mi stendo e m’apparecchio implorando Te, il solo e Dio sacro all’indecenza mi prendi, mi conduci nel peccato della Tua vita mi trasformi… divento la Tua Musa Ispiratrice stretta tra nodi sciolti da mano esperta ed ardita del mio Signore io son l’unica perfetta meretrice.

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EQUINO di Frost Successo evolutivo Come nella favola di Swift Mi guardi imbrigliato Libero come mai io sarò Nonostante le cinghie… Hai sentito più volte Il vento nel crine La terra scorrere Sotto gli zoccoli Tu sai cosa vuol dire… Immobile Inchiodato all’asfalto Abbasso lo sguardo Incapace… Di ricambiare il tuo.

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I FIGLI DELLA FOLLIA di Dario de Giacomo Brevi assoli di giorni lunghi, da modulare arrotando i denti, con le vene gonfie di nostalgia, e il cuore fermo in una bugia. Notte di mattanza in punta di coltello. In via degli Orafi si scannano, senza guardarsi in viso. Il roquelaire drappeggiato sul caleidoscopio incosciente delle voglie, involontarie come il soffio del respiro, le nocche sporche infrangono mascelle e madri anemiche, con buchi sulle braccia grandi come monili, richiamano a gran voce i figli di nessuno: avventurieri part-time che tremano sul ciglio del pensiero. Con gli stivali lucidi del solito entusiasmo verrete a prenderci, Nuovi Persecutori di inquisizioni antiche: pugni sul portone che scavano fenditure nei gesti quotidiani. Perseguitati dai pensieri artritici e grotteschi, la voluttà del sole rende le vostre natiche frementi, e la lussuria vi incalza ad andare. Oggi vi svegliate morti. Perché nessuna consistenza ha il dolore quando si incrina nel punto esatto dove non fa rumore. Per sprigionare le forme intagliate nel cuore, flettete malignamente il pensiero: Urla e bestemmie! Nell’ora gravida di doglie 52

invocate ancora divinità oscure e chimeriche, per non sentirvi solo delle G R A V I D A N Z E I S T E RI C H E.

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IN UNA SERA di Morgendurf Ho visto il sole tramontare nei miei occhi scuri in una sera di una stagione che cambia colore lentamente si è spento un fuoco mentre con la mano accarezzavo un’ombra per l’ultima volta ho baciato una bocca indifferente ho ascoltato il soffio di una voce che non sapeva cosa voleva ho sentito scendere il gelo invernale in una sera di un frammento d’estate lentamente mi siedo sotto un albero e spoglia di parole racconto di una storia che fa male.

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LA MARCIA DEL MORTO di "Il Mostro" Suona la banda… Suona… Mentre la bella gente sfilava in TV, c’era un prete che parlava di cosa era giusto fare, mentre conosceva un bambino, come la Bibbia gli spiegava. Il presidente parla di pace, mentre con la destra accarezza l’arma, la mano sinistra preme il pulsante della vendetta. Pensieri cannibali divorano l’Italia dei fratelli Meravigliosi corpi straziati da pagine di storia. False testimonianze dalla sfera dei profani Il serpente non trova la coda, brace rossa nel buio… Suona la banda… Suona… Mi domando dove correte, forse il morto sta scappando?

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ORA IL SILENZIO di Rebecca …e ora il silenzio è un drappo scolorito dall’usura del tempo che prendo in prestito ancora per coprire un dolore mai vissuto che viene da lontano nato nel nulla della vita cresciuto nel fragore di un mondo inventato dalla nostra follia.

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SBOCCIA COME UN FARO di Miriam Carnimeo La poesia ha un tremore che commuove, anche la notte invece di urlare, si spinge a passi brevi a rivelarmi il suo nome. Lascia i giorni passati sotto inutili veli, inghiottire confini e vuoti di pancia, in una lunga passeggiata, per una seconda vita. Embrioni di colori e suoni sfacciati, implodono nella testa sveglia. Una scatola di carta riso, da aprire con delicatezza, con un’unica luce rimasta accesa, lampo veloce che attraversa confini di terra e tappi di cielo, sfogando l’immaginazione che a spintoni si sfama nella corsa. Sboccia come un faro a picco sul mare il pensiero che mi salva, una mano che nelle giornate fredde mi porta a visitare un paese caldo di gente che ride sotto gli alberi, con gli occhi lucidi di chi ricorda ancora il valore del pianto. Il respiro è un fermatempo, allo scuotere delle palpebre il silenzio della notte è già in attesa del suono del sasso che lancio nel fondo. Il mattino attraversa il sole con un lenzuolo bagnato, ha calpestato tra i salti l’abito vecchio e segue il mio odore, mi troverà, la stanchezza dissolta nel desiderio, che bacia la sua fronte.

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CRISALIDE di sVanna Avvolta ancora da ipotesi gelatinose attendo, definizione del mio mutare. Crisalide incognita elicoidale… Sogno Anarchico di Forma Perfetta: la sezione aurea nell’errore.

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CONNESSIONI di Frost Non i freddi fili d’acciaio Che strappano quarti di cielo Non sono quelle Le connessioni di cui parlo… Non le correnti d'onda Alle quali si aggrappano Miliardi di parole E rimbalzando sui satelliti Tornano indietro In un gioco di distanze Mai lontane… Non la tecnologia Non la scienza Non la modernità… Un piccione viaggiatore Può’ bastare… Ma le vere connessioni sono le spinte Gli intenti che si celano Dietro la mano Che lega il messaggio alla zampa dell’uccello Che afferra la cornetta del telefono Che batte sicura su quei dannati tasti… Sono solo quelle le connessioni del cuore.

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PLAYING di Morgendurf E venga la chiave ad aprir tutte le porte ad una ad una… a tener la vita viva di sospiri osceni… e allontani la morte dal cuore e dalla mente… e la saliva sia acqua, ossigeno, linfa vitale per chi ama con battito animale…

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NELLA SALA FREDDA di sVanna Addome indifeso svelato l’essenziale nel taglio ghiacciato longitudinale. Lembi lividi riversi sul marmo avviliti e arresi alla storia cruda. Sangue fermato a metà strada. Ribrezzo gustoso di occhi affamati sgranati sul fragile umano. Agevole e miserabile l’accezione del lontano. Lo specchio inappellabile del finale sottrae l’ immagine dell’accessorio prediletto. Nelle autopsie affettando non c’è più traccia di arroganza.

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MIO AMATO di Rebecca Accendi il lume stanotte mio amato e al suo chiarore respira nel mio respiro, quando cercherai le risposte tra le fiamme dei miei occhi raccogli con dita di cristallo, mio amato, le perle rare che solcheranno superbe le pieghe della seta lasciami bere alla fonte del tuo pianto, mio amato e intreccia ghirlande di sospiri tra i miei.

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SUADADE di Morgendurf Non riesci più a parlare di giocare non se ne parla ma non puoi fare a meno di pensare a chi c'era e che non ci sarà cerchi e frughi nella mente alla ricerca del tuo sorriso al ricordo di un bacio o di una semplice carezza e qualcosa intravedi per un attimo in mezzo al buio e ti aggrappi alla speranza che succeda ancora… ma una spia si accende… ogni notte qualcosa o qualcuno ti viene a trovare e ti fa compagnia anche se non vuoi è entrata nella tua vita e fa parte di te quell'idea che ti fa dire che niente è più uguale a prima e che mai lo sarà… sei costretta a muoverti in mezzo agli idioti ad ascoltare le loro risposte facili e devi replicare perché sei sotto test e devi dire sempre di sì… è la fine di un sogno che vedi arrivare una frase sparata che arriva dritta al cuore ed ogni volta che la leggi senti una fitta un senso d'affanno ed il fiato ti manca… ed avresti bisogno di urlare ma sai che non puoi… ogni notte qualcosa o qualcuno ti viene a trovare 63

e ti fa compagnia anche se non vuoi è entrata nella tua vita e fa parte di te quell'idea che ti fa dire che niente è più uguale a prima e che mai lo sarà… ogni giorno, da mesi, percorri la stessa strada fra poco sarà di nuovo primavera e poi l'estate ma non te ne accorgi perché senti l'autunno nel cuore ed anche l'inverno e mentre guidi pensi ad un lungo viaggio che duri in eterno e ti senti scoppiare la testa sei come un automa così scendi e ti svesti della tua saudade ti avvii indossando il sorriso più bello… quello che più non hai per qualche ora lo regalerai a lei… ogni notte qualcosa o qualcuno ti viene a trovare e ti fa compagnia anche se non vuoi è entrata nella tua vita e fa parte di te quell'idea che ti fa dire che niente è più uguale a prima e che mai lo sarà…

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COCCODÈ di Silvia Petrianni Vorrei essere un poeta Per parlare di te Per dirti del mio amore E invece volo basso Le mie ali sono corte Come quelle di una gallina Le mie lacrime sono Come quelle di tutti gli uomini Le libero senza rispetto per me stessa Vorrei trovare suoni e significati Ma non esistono suoni e significati Tu sei seduto su quella sedia E io sbatto le ginocchia a terra Tutte le volte Dicono che dovrei conservare Un po’ di dignità Ma sono cieca Dicono che dovrei Cercare una fine Ma tu sei un attimo di eternità Voci che fanno rumore Cerchiamo una fine La fine arriva da sola.

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FIORI DI PIETRAGLIA di Dario de Giacomo “Videte ergo quomodo audiatis: qui enim habet, dabitur illi; et, quicumque non habet, etiam quod putat se habere, auferetur ab illo“. Dimmelo, dammelo! Con tante filastrocche di parole di pongo, costruisco ogni giorno scenari sotto vetro, modello la magia per sgretolare l’impotenza. Dammelo, dimmelo, anche se non lo so il perché, ma ripetendo, ripetendo a memoria forse lo capirò. Dimmela la vera parola che apre i passaggi segreti nella pancia delle montagne. Dammelo un sapore che sia acre o dolce, ma che in bocca non puzzi di plastica. Dimmelo, dammela una luccicanza che non sia il riflesso di una luce artificiale. La parola diretta non distratta che vibri di pelle e carne animale quella che costa un niente e non fa mai male. Dimmelo, dammelo, dimmelo dammelo.

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INFINE L'INFINITO di Morgendurf Soltanto parole infine ingabbiate dentro ad un foglio per tenere ancorato il tempo annodarlo attorno a quella manciata d'ore che mi raccontano di com’ero di chi mi parlava manciate di parole in cerca di un amore che non atterrisce che non atterra lanciate come sassolini per essere cercata trovata con l’anima in disordine parole asimmetriche d’un itinerario obliquo che sa d’abbandono ho visto il sole in poche ore di chiara oscurità letto il mio nome cancellato sul retro della notte parole tronche d’una poesia interrotta differita all’infinito nei pensieri impuri.

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NAUFRAGHI di sVanna Un astro antico cade dalla sua orbita, la costellazione incompiuta fuorvia vascelli già senza rotta. Risucchiati dai gorghi del mare. Meduse minacciose girano a spirale avvelenano ventre e futuro. espulsi fuori dal blu oltremare, oltre misura, con le vele gonfie di venti incerti e la prua puntata verso il cielo che arriva a solo uno sputo di distanza ma non lo sfiora. Scaraventati frantumano. Galleggiano tavole rotte e marinai di pelle raschiata. Nervi scoperti e sale vulnerabilità diffusa totale.

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EMBOLO di Silvia Petrianni Con la forza non si dimentica Scappando non si sfugge Ripartendo non si cambia Il vuoto non esiste È tornato più forte Fa ancora più male La memoria si rinforza Solo in quell’angolo Dammi una soluzione Se non posso vivere di questa passione Strappa la mia carne Il sangue si fermerà Soli si può solo attendere Se insieme non è possibile Soli ci si può curare L’amore è un modo d’essere Non ha preso tutto Ma non mi fa vedere nulla Appare e se ne va La luce per cercarlo Dammi una soluzione Non posso vivere con questa passione Prendila e portala via O un embolo mi ucciderà.

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DOVE COMINCI TU, INIZIO IO di Dario de Giacomo e Miriam Carnimeo Tristezza avvolta in carta crespa, blu del colore di notte. Sonno su calvizie di teste lucide e saggi baffi brizzolati, mai nati ancora prima che tu guardi l’amore di una donna costruire il suo presepe. Carta crespa tra le mani, l’appallottolare di fianchi, lo stirare di notti, per fissare il suo cielo con puntine da disegno. Essere di pietra, come vorrebbe il cuore. Apparire immutabile per un’era geologica, nelle mie ere di passaggi veloci e rapide discese e salite convulse, fino ai piedi del tuo apparire, dove si scioglie la luce, anche della necessità di domani. Porti il cuore di una strega, la musica nel vento, ritmi di ombre senza notti e giorni sul confine. Salperò da questa vita, al calare della luna io salperò, con il tuo bacio in tasca, mi muoverò al tocco della 70

tua carezza leggera tra i miei capelli neri. Cercavo solo questo: strappare al cielo il cielo blu del colore di notte, per il tuo bacio di un istante. La mano che amo arriva prima della sua stessa faccia, toccandomi mi insegna a togliere la mia dalla bocca, per l’amore che ho taciuto. All’inizio di me volevo uno specchio per guardare il mio sorriso. Ma era già dentro, solo fingeva di essere uno spettro. Ho di lei nei capelli ogni stupore, e dita affusolate che a loro hanno parlato a lungo di un mattino scoperto non più in disuso. I fianchi in quella mano si sono fatti prosperosi, giocando nell’allegria della notte, da cui più non mi difendo, aspettando solo le sue coraggiose braccia per sanare l’usura ingorda del tempo, senza maledire ogni mia ferita come una nemica. Chi mai l’avrebbe detto? Io dall’amore, mi aspettavo solo questo.

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TACE IL MONDO di Rebecca Ha mani tremanti sulla mia pelle sconosciuta il mio amore e voce muta e cuore impazzito, il mio amore. Ha riso e pianto nel singulto e mille sospiri da donarmi e nastri di seta colorati per legarmi i polsi, il mio amore. Ha negli occhi l’infinito e le parole perse di una lingua antica, il mio amore. Si placa il vento, arre… sta il suo respiro l’oceano immenso e la luna la sua giostra. Tace il mondo. Perché il mio amore è qui.

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LA BIBLIOTECARIA NON SA PIÙ LEGGERE di Morgendurf Sfogli le pagine scritte scorri impaziente le parole vi cerchi l’estasi trovi lo sconforto un periodo di stasi una sosta lunga un anno – o forse più – polvere accumulata sui dorsi e sulle brossure tomi intonsi abbandonati sulle tavole di legno nel tentativo di bendare la memoria era un bel giorno d’estate – ti ricordi? – in cui ascoltasti un assordante silenzio in cui la voce si smarrì in un attimo lungo come l’eternità e ti parlò con risposte reticenti hai trovato i libri dimenticati un tempo cari ora odorosi di muffa e lentamente li estrai ti sposti in un angolo e ti siedi per essere fuori dal tempo per non sentire il tocco delle ore inizi a leggere ma ti accorgi di non esserne più capace.

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RIMORSI di sVanna Zombie logorroici i miei versi affannati neanche somigliano a queste scorribande d’ombra, accanite sui miei fasci nervosi, quasi arresi. Al governo, una coda di colpa imperversa e trasfigura la memoria incrina e falla ogni garrito… Che venga la notte con tutto il suo oscuro sapere, a vedere come tremano i nidi delle aquile, sotto i cieli fragili.

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CARNI E ACCIAIO di Dario de Giacomo Qui. Da sola. Mi isola il contagio del tuo cuore irrancidito. Nella carcassa dei miei pensieri che attira gli sciacalli. Li spinge a rovistarmi fino all’osso. Mai più posso naufragare sull’isola delle mie speranze, illuminate dalla luna. Alle nostre paure lascio spalancate le porte. Tu sulla soglia deponi l’abbandono e le armi per difendermi, ma da preda. Non c’è violenza nel pallido metallo del colore di luna: duro, affilato. Esperta di carezze accolgo la canna del revolver, lascio che mi penetri la bocca. Alla fine provo una passione: il sentimento dell’acciaio limpido. Quel colpo ama solo me. 75

FACT OR FICTION di Morgendurf Emergono di notte le mille sensazioni nutrite di ricordi, di perenne attesa per quel fuoco che sa di tentazioni che mi legan alla vita, ad essa sospesa. Immagini appaiono ed un nome sale in gola, appiccicato come un odore disonorato da parole che fanno male dette in nome e per conto dell’amore. Il giorno avanza, con esso il significato inevitabile desiderio detto a bocca aperta ed il destino azzardo, prego il creato di vederti oltrepassare della porta l’erta. Allungo gli istanti plasmati da uno schermo appaio e scompaio, a te mi rivelo totalmente disgregata da me, aggregata al tuo io fermo che ancor possiede le forme della mia mente. Conto i numeri, arrivo a sette e m’arresto catturata da una realtà che appare artificiale cifra a me cara, pensando a te m’appresto a vestirmi come s’andassi ad un funerale. L’inconscio si schiude, ribolle e schiuma i sensi si sviluppano nella tua diversità alla mia uguale, carne che frigge e fuma per quell’eros che ci danna per l’eternità. Esisti dentro di me giorno per giorno mi auto-inganno col tuo comportamento 76

anelo che per noi vi sia un ritorno di quell’eccitazione che dà il tormento. Penso a te, in te prendo vita e forma coagulo pulsante d’istinti primordiali d’irrazionalità plasmata dalla tua norma significante mortale per noi esseri animali. A te asservita mi sciolgo come cera infuocata da sensazioni sempre diverse rinasco per te ed in te da mane a sera guidata dalle tue lusinghe perverse. Catturami con la tua reale apparenza sviluppa dentro di me la tua schiuma esisto nei tuoi sensi cui non sto senza disseta la mia gola della tua spuma. Spingi a fondo il tuo battito espansivo fin dentro al mio cerchio naturale percorrimi la pelle con fare lascivo schiudimi al tuo istinto ancestrale. Frizionami la bocca, i miei occhi chiusi adoran la tua danza ritmata dallo sterno legami le braccia nel gioco degli abusi o mio Signore, il solo e sempiterno.

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A MIO FIGLIO, NATO MENTRE CADEVA IL MURO DI BERLINO di sVanna A “LUPO”, MIO FIGLIO, 20 anni. Nascono fiumi di bene gonfi d’impeto e d’acqua che avanza fiera in un letto di futuro percosso dal presente… Offeso da noi adulti e potenti, macigni immobili ridotti all’inerme. Il tempo andato ci ha visti rotolare senza sosta ma ora, immemori e forti di rinuncia siamo l’ostacolo che l’infrange, dove il loro cuore va a schiattare in mille inutili frammenti. Passano i fiumi di bene li lasciamo scorrere indifferenti. Restano letti arsi e crepe e qualche rivolo di pioggia acida che serpeggia sotterranea bruciando radici intridendo petali innocenti che pagheranno il debito con una smorfia di maleodore. Poveri figli!…tra cielo e fetore soli ad inventare una diversità tra un mondo infame che prende prende …e l’altro che dà. 78

PETTINAMI LE CIOCCHE DOLCE MADRE di Dario de Giacomo Terra dilapidata delle sue lapidi antiche, sui margini bianchi di ogni vagito scrivi a matita la nuova domanda. Nel fragile granito delle stele sono incisi diversi cammini. Tu pettinami le ciocche che sfioriranno per altre mani di madri. Voli di falchi rapidi sorvoleranno l’eternità delle vigilie. Lapida le illusioni, Dolce Madre, con sogni rotondi, rotoleranno in acque dolci, per salare il cuore in quell’ora bianca che disfa il chiarore negli occhi.

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TI RICORDI DI MARIA MAGDALA? di Morgendurf Perché ci si può mettere a nudo anche senza spogliarsi. E così feci. E tu dall’alto – o dal basso – del monte mi guardasti, proiettando su di me le tue ombre. Un flash – un lampo – un neon. E fu lo scandalo. Venne organizzato un fastoso ricevimento per festeggiare l’evento. Una vipera si inerpicò sul campanile e suonò le campane a festa. A morto. Maria di Magdala pianse. Di notte scrivo. Con la mia penna traccio il disegno di un osso, di una siringa immersa nell’acqua sterile, di un giglio nero, di una rosa appassita. Scrivo di quando ho visto il melograno marcire e riflettersi nelle tue pupille. Scrivo di quando intonai una canzone in una casa disabitata. Scrivo di quando ho annusato l’odore di canfora, di naftalina, di formaldeide. Scrivo di quando hai gettato sul pavimento un batuffolo di cotone insanguinato. Brividi mi attraversano – ho freddo – se penso a quando sono caduta giù dal mondo ed ho preso una legnata sui denti. Ricordo ancora il dolore. Ho rischiato di perdere il mio domani. Oggi sei incerto mentre guidi. Sei costretto a rallentare agli incroci, ad arrestare l’auto ai semafori rossi, devi rispettare i limiti di velocità. Tutto questo ti infastidisce, ma lo devi fare. 80

Oggi riesci a sentire un palpito perché ammetti di esserti mosso tra i deserti. Erano il tuo regno indiscusso. Ecco a voi, signore e signori, vi presento il re del deserto, il signore delle piaghe, il maestro senza cattedra. Guardi le tue mani, odorano ancora di absinthe e di laudano. Prosegui il tuo viaggio, anche se adesso vorresti fermarti in quel luogo per riposare. Ma non puoi, non c’è tempo. E non c’è più nessuno.

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C A R A M E L LA
di Mastro Tensione

“Tu sei meravigliosa gli dei aspettano di compiacersi in te” C. Bukowski

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C – Chewingum Tutte i chewingum sono uguali prima di finire nella tua bocca. Tutti i chewingum non sono che stupido chewingum, finché tu non ci schiudi le labbra sopra e li accogli con la lingua. Nel momento in cui i tuoi denti ne spezzano la crosta di cera di carnauba, tutto cambia. La cera di carnauba si mischia alla tua saliva, ai suoi enzimi e diventa miracolo. Diventa la mia carne. Bevi caffè e divento caffè, per poterti entrare nelle viscere, per attaccarmi alle pareti del tuo stomaco, per starti dentro e restarci il più possibile. Mi incarno chewingum per essere morso da te, per far scendere il mio liquido dolce lungo la tua gola. Forse è questa la mia condanna. Sono una bottiglia d’acqua che qualcuno ha lanciato nella schiuma del fiume, disinteressandosi totalmente del mio destino. La corrente mi porta, mi sbatte da un capo all’altro della riva, mi riempie, mi affonda, mi fa schizzare a galla. Mi fa vedere cose nuove e guardare da una prospettiva diversa cose che ho già guardato milioni di volte. Mi fa sentire sapori nuovi, mi fa guardare con occhi che non sono i miei, in un modo in cui altrimenti non avrei potuto. E’ come guardare il mondo da dentro. Io stesso mi sento mondo. Mi rendi terra e fiume, corpo e sangue. Tu rendi possibile tutto ciò. I tuoi occhi mi rendono uomo. Tu sola rendi le mie gambe, gambe e le mie mani, mani. Se sapessi di non poterti toccare mai più, smetterei di essere tutto ciò che vedi. Ritornerei a usare le mani per cose stupide, a usare le gambe per camminare, gli occhi per vedere dove cammino e la testa per pensare a dove andare. Ma da oggi, dal momento preciso in cui sei entrata nella mia vita, io desidero altro. Desidero che il mio cuore smetta di essere un comune organo, desidero che si trasformi in una spugnetta beige, una di quelle che si usano per raccogliere gli aghi e gli spilli. Infilane pure quanti ne vuoi, uno dietro l’altro, delle misure che vuoi. Dritti, di traverso. Spezzali dentro di me. Voglio farmi male, voglio sanguinare. Voglio che tu sia la Maestra del mio dolore. Tu sei la Verità.

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A – Cicche Le cicche che lanci e che non superano il limite del marciapiede si accumulano. Saranno una cinquantina. Si accumulano a casaccio, in un ordine folle. Le venisse a studiare un professore, forse troverebbe un nesso con la disposizione delle stelle, una sorta di nuovo calendario Maya. Un ordine folle, come quello dei vestiti accumulati sul nostro letto. Un ordine che rompiamo ogni volta e che ogni volta fingiamo di ricostruire, pronti a disfarlo mille volte ancora. Fare e disfare. Odiarti. Dirti “ti odio” è chiamare ordine il disordine. C’è una logica in tutto questo, non sappiamo riconoscerla, ma c’è. E’ evidente. Una logica assurda. I miei pensieri, i tuoi sorrisi, il fumo delle mie sigarette soffiato sul tuo viso, il tempo trascorso insieme, si accumulano come le nostre cicche sul marciapiede. Quando passerai, guardale. Guarda che belle le tue cicche miste alle mie, indistinguibili. Vuoi sapere quali sono le tue, quali le mie? Avvicinati. Vai a guardarle negli occhi. Chiedi alle mie quali erano le parole che la mia bocca ha taciuto mentre fumavo. Chiediglielo. Se ne avranno voglia, te lo diranno. Io un po’ i tuoi pensieri li conosco. Spiegarne il perché è un’impresa inutile. Meglio vivere che tentare di spiegarci la vita. Ecco: tu per me sei vita, non sei pensiero. Sei baci, sei bocca, sei mani, sei occhi, sei parole, gesti, sospiri. Sei carne. Sei capelli, vestiti, canzoni, pagine di libri. Sei le parole che pronunci mentre muoio nei tuoi occhi. Questo è quello che mi fa venire i brividi: la consapevolezza che tu sia reale. La consapevolezza di averti nella mia vita. La consapevolezza che tutte queste cose – baci, bocca, mani, occhi, parole, gesti, sospiri, carne, capelli, vestiti, canzoni, pagine di libri – mi appartengono. Mi fai venire i brividi, mi fai stare bene. Averti nella mia vita mi fa sentire speciale. R – Ossa Entrarti dentro e riuscire a toccare la tua anima, anche se ti ostini a dire che dentro hai solo un enorme vuoto, è come aprire una cassaforte senza averne le chiavi. Immaginami pure con lo 84

stetoscopio ascoltare i tic tic della combinazione giusta. E’ così che mi vedo io. Un lavoro duro che richiede pazienza e dedizione. Io che spacco tutto per una stronzata qualsiasi, sono disposto a trascorrere ore a cercare la combinazione giusta per aprirti. Riuscire a guardarti dentro è appagante. E’ come stendersi sul letto dopo una giornata in fabbrica, come bere acqua a volontà quando sei assetato dal sole di Agosto. Tu mi stanchi, mi sazi, mi sfinisci. Mi riempi e mi svuoti. Ho fame e sete. La tua stessa fame, la tua stessa sete. La fame e la sete sono bisogni primari e io sono disposto a tutto pur di appagarli. La fame e la sete non conoscono ragioni. Non guardano in faccia a niente e a nessuno: convenzioni sociali, giudizi, anelli, morali, principi. La fame e la sete non guardano in faccia alla paura di farsi del male, né alla paura di fare del male. Soddisfare un bisogno primario è un diritto. Infilarti la lingua in bocca, farla scivolare sulla tua, succhiarti le labbra, misurare con le mie mani ogni singolo millimetro del tuo corpo, afferrarti le anche, entrarti dentro e spingere finché ce n’è, piegarti in due, tenerti i polsi, morderti, spingerti con la faccia nel cuscino, spingere e spingere e spingere ancora fino a toccarti la punta dell’anima è un mio diritto. Sottrarmi alla morte attraverso la tua carne è un mio diritto. Un tuo splendido regalo. Tu sei la mia fame e io farò di tutto per saziarla. Per saziarti. Voglio spezzarti la schiena a furia d’amore. Lo desidero più della mia vita. Spezzarti la schiena a furia d’amore. Non vivrò che per questo. Per sentire il crack delle tue ossa sotto le mie. A – Lacci Fare l’amore con te è come tornare a casa. E’ vedere il posto che desideri vedere, respirare l’aria con il profumo che sai di voler respirare. E’ camminare a luci spente, sapendo già dove andare. Fare l’amore con te è respirare dopo anni di apnea, è risorgere. E’ come tornare a casa quando sei stufo di girare. Come inciampare nei lacci delle scarpe, cadere e riderne. Fare l’amore con te è 85

grazia divina, è follia, è perdersi. Fare l’amore con te è avere voglia di stare bene, di non desiderare di essere sei metri sotto terra. E’ passare davanti allo specchio e non avere voglia di spaccarlo. Fare l’amore con te è scordarsi di chi si è. Fare l’amore con te è andare oltre, è spaccarsi le gambe, la schiena e sudare e sudare e sudare. E’ darsi senza riserve, nutrirsi. E’ guardarti attraverso lo specchio mentre ti sono dentro e non credere a quello che vedo. Fare l’amore con te è avvicinarsi a Dio, toccargli la barba con la punta del cazzo e tornare indietro. Stanco. M – Buco Ti sento scivolare lenta sulla mia schiena. Con un movimento quasi impercettibile, guadagni millimetri sugli anelli della mia spina dorsale. Sento che entri dentro la mia carne, sento che la mordi: “Qual è il tuo buco?” “Il mio buco sei tu”. Il mio buco si chiama Caramella. Il mio buco ha molto a che vedere con il dolore della roba. Perché tu sei altrettanto devastante. Penso a te come a una formica che mangia un enorme pezzo di pane in solitudine. Un morso alla volta. Un piccolo insignificante morso alla volta. Questo è il lavoro che fai con me. Mi divori, mi stremi, mi stracci, un piccolo morso alla volta. Finirà che ti uccido, lo so. Questo è il mio amore per te. Il mio amore non ama la felicità. Sono bacato dentro, lo sai. Io voglio distruggerti. Voglio annullarti, annientarti, ridurti in schiavitù. Il mio amore per te è desiderio di possesso, di sopraffazione, di sangue, graffi, grida, schiaffi. Sogno la rubrica del tuo telefono con il mio solo nome. T’immagino indossare, devota, una collanina d’oro con appeso un ciondolo con la mia immagine serigrafata, come quelle che indossano le mamme che perdono i figli. A te che sei Dio, mi ribellerò come ho sempre fatto. Ribellarmi è il mio talento. Tutti hanno un talento. Il tuo è devastarmi, occupando con il tuo pensiero ogni singolo maledetto 86

secondo della mia vita, il mio è ribellarmi. Ti legherò ad una sedia e non ti darò da bere, né da mangiare. Ti guarderò dimagrire a vista d’occhio e scoperò davanti a te con tutte le persone che più ami: tua sorella, le tue amiche, tua madre. Ti lascerò al buio, così che non potrai vedermi piangere. Se non posso averti, ti ucciderò. Ti ucciderò perché ti amo come nessuno ha mai fatto prima. Tu sei La verità, tu sei Dio… ma io non so se sarò in grado di reggere tutto questo a lungo. Davanti a te non sono niente, davanti a te sono un uomo che si ribella a Dio. Per questa elementare ragione, io ti ucciderò. E – Sabbia Odio la tua vita, odio le persone che ti sono accanto. Odio le tue risate lontane da me e oggi odierò il mare in cui ti bagnerai. Odierò ogni singolo sbuffo che farai per via del caldo, odierò ogni gesto che farai per scrollarti la sabbia dalle gambe. Odierò ogni volta che inspirerai dal flacone di abbronzante e penserai che ha un buon odore. Odierò la birra che berrai. Odierò ogni volta che ti scosterai i capelli dal viso per guardare verso un posto che non sia io. Odierò il vento che ti asciugherà quando uscirai dall’acqua. Odierò l’asciugamano sul quale ti sdraierai e che ti lascerà segni asimmetrici addosso. Odierò l’attimo in cui, scorgendo la spiaggia, dirai “ecco, siamo arrivati”, l’attimo in cui porgerai l’accendino che ti ho regalato al coglione di turno, che farà finta di non averne uno. Odierò il fumo delle tue sigarette che non potrò osservare svanire nel nulla. Odierò il modo in cui conserverai gli occhiali per non farli graffiare dalla sabbia. Odierò tutte le volte che volgerai lo sguardo alla tua pelle, per controllare che si sia scurita un po’. Odierò ogni volta che penserai a me, ogni volta che sospirerai. Odierò la telefonata che desidererai farmi e che invece non farai. Odierò ogni volta che squillerà il tuo cazzo di cellulare e non sarò io a chiamare. Odierò ogni sms che riceverai e che ti farà sorridere. Odierò il mare che ami, quello stupido mare in cui ti bagnerai. Quel mare che, senza chiedere, 87

senza sofferenza, potrà averti, bagnarti interamente, senza sentirne il privilegio, senza sentirne la responsabilità. Odierò il sudore che colerà sulla tua fronte, come sangue dalla fronte Cristo. Odierò l’acqua che berrai per dissetarti, il pane che morderai per sfamarti. Odierò tutte le malinconie che ti attraverseranno, tutti i respiri che farai, tutte le orme che lascerai sulla sabbia. Odierò la tua ombra che si allungherà e accorcerà assecondando la distorsione che il sole vorrà regalarle. Odierò il soffio di vento che ti farà chiudere gli occhi e girare la testa all’indietro, come se fossi in uno spot di una crociera sul Mediterraneo. Odierò ogni volta che dirai che il mare in cui ti bagni è sporco, che la sabbia che calpesti scotta, che la gente intorno a te ti fa schifo. Odierò ogni volta che incrocerai lo sguardo di un’altra donna e ti sentirai superiore a lei. Odierò ogni volta che infilerai le dita nel costume per sistemartelo addosso, ogni volta che guarderai l’orologio, ogni volta che scoprirai che il sole si fa sempre più basso sul mare. Odierò ogni volta che sentirai una canzone e penserai che è stupida, ogni volta che ricorderai con nostalgia quando al mare ci andavi con i tuoi. Odierò ogni granello di sabbia che non ti parlerà di me. Odierò l’acqua, il sole, il vento, l’ombra che ti riparerà dai raggi del sole. Odierò la medusa che non si attaccherà alla tua gamba. Ti odierò con tutto me stesso e ancora di più. Ti odierò mentre ti aspetto. Mentre aspetto di poterti guardare negli occhi, per dirti che non è te che odio, ma la tua assenza. Un cancro al culo l’avrei sopportato meglio. Intanto aspetto. Imperterrito. L – Asfalto Se è vero che fare l’amore, scopare, fottere – dillo come ti pare – significa colmare distanze, allora è di questo che ho bisogno: di colmare questa infame distanza che ci divide. Niente più chilometri d’asfalto tra noi. Niente case, palazzi, montagne storte, corsie di autostrade, alberi, fiumi putrescenti. Nessun orizzonte tra noi. E’ questo quello di cui ho bisogno: affacciarmi dalla 88

finestra di un palazzo qualsiasi, chiamarti ed essere sicuro che tu possa sentirmi. Ed essere sicuro che tu possa sentirmi dovunque tu sia, qualsiasi cosa stia facendo. Se è vero che fare l’amore, scopare, fottere – dillo come ti pare – è colmare distanze, perché se ti chiamo non rispondi? Se è quello che vuoi anche tu , a d e s s o, perché da qui non riesco a vederti? Perché la mia mente deve rincorrere l’ultima volta che ho potuto guardarti negli occhi, per ricordarsi della piega delle tue palpebre? Perché, perché, perché? Perché se allungo le braccia non tocco che un fottuto monitor e quattro tasti rotti? Perché? Dimmelo tu. E dimmi perché, se guardo fuori, non vedo che persone che non camminano come cammini tu, che non parlano la tua stessa lingua, che non si toccano i capelli come fai tu? Perché? Perché lasci che questa maledetta distanza non si colmi? Perché, anche se spalanco le orecchie, non sento un sibilo, che sia uno, della tua voce? Immagino la strada che ci divide accartocciarsi come un foglio di carta stagnola. Un foglio d’asfalto che semplicemente smette di esistere. Questo è quello che desidero, nient’altro che questo. Lascia che mi riconcili con la puttana madre terra. Se ti chiedo acqua, smettila di darmi aceto. Non ho nessuna croce alla quale farmi inchiodare, né un padre infinitamente buono e degno a cui rivolgere preghiere e offrire sofferenze. A me, se m’inchiodano, al massimo mi mangiano i corvi. L – Bestemmia Il giorno della bestemmia è il giorno in cui è chiaro che non hai bisogno di me. Il giorno della bestemmia è oggi. E’ il giorno in cui tirerò giù dal paradiso i santi, le madonne, Dio. Alzerò lo sguardo al cielo con le vene del collo gonfie e maledirò ogni singolo momento della tua vita, l’alito di vento che te l’ha donata. Maledirò tutti i bambini che, nascendo, alimentano inconsapevolmente l’insana illusione che l’uomo possa essere migliore in futuro. Un futuro che è un minuto fa. L’attimo in cui 89

mi passi davanti distratta, l’attimo in cui le tue labbra non cercano le mie. Tu non hai fame di me, io non avrò mai più fame di te. Mangerò, m’ingozzerò, ma non di te. La mia fame non porterà più il tuo nome. La mia fame è muta. Grida forte, ma è muta. Una fame mutilata dal tuo sorriso distante. La tua bellezza non ti salverà. Se non hai fame di me, se non chiedi di mordere la mia carne, se non la brami, allora diventi pure carne da macello. La prenda chi la vuole, ma non più tu. Perché da oggi la mia carne non è più la tua carne e la tua carne non è più la mia. Mi accorgo che non lo è mai stata. Mi accorgo adesso che è stato solo un bellissimo sogno. Riguardati piccina. A – Ulivo Il fatto che tu sia ontologicamente inferiore non mi impedisce di amarti più di quello che è comunemente detto socialmente accettabile. Una sporca cagna, questo è quello che sei. Non sei niente, eppure non riesco a liberare la mia mente dal ricordo del tuo respiro sul mio collo. La vita mi ha giocato un brutto scherzo, facendoti nascere, lasciando che ti incontrassi una mattina, per caso. Sogno di ucciderti vestita di bianco, di cavarti i denti dalla bocca uno per uno. Se trattengo il respiro e ascolto il silenzio, quasi riesco a sentire la presa delle tue mascelle sulla mia mano, lo stridere dei tuoi denti sulla lama del mio coltello. Sogno di vedere il bianco del tuo vestito contaminarsi con il rosso del tuo sangue. Sogno di vedere la tua bocca contrarsi in una smorfia anomala, di vedere i muscoli del tuo collo tendersi come elastici. Sogno di testare la tua sopportazione, di vederti socchiudere gli occhi e perdere i sensi. Tu non conosci l’odore del tuo sangue, nessuno che non sia io lo conosce. Il tuo sangue puzza. Il suo olezzo si attacca alla pelle, come le piattole ai cani. Non c’è modo di lavarlo via. Sogno le tue labbra tremare e fare bolle di sangue, sogno di vederlo colare sul tuo sterno, di osservarne la discesa tra i tuoi seni. Sogno di risalirne il percorso al contrario con la lingua, come pesci che nuotano controcorrente. Sogno di succhiarlo 90

avidamente dal fondo del tuo ombelico. Sogno il pavimento allagato dal tuo sangue. Degenero nel desiderio degenere del tuo battito fievole. Corde stringono i polsi, lividi concentrici rimandano a movimenti sconnessi, disperati. La mia lingua schiocca sul palato, un sapore pungente di ruggine invade la mia bocca. Le tue piastrine adesso si agitano nel mio stomaco. Tu fai parte di me e io non ne ho ancora abbastanza. Se seguissi il mio istinto, dovrei scollarti le retini dagli occhi, infilarti un tubo nel naso, fin dentro i polmoni, e pisciarti nel culo. Infibularti mi renderebbe sereno, mutilarti nel piacere placherebbe la mia ansia. Ti ho uccisa dentro di me, in un punto preciso sotto il costato, che non è il cuore ma molto più dentro, ed ho piantato un ulivo sulla tua tomba. Non ne è nato niente, se non un ramo secco, senza vita. Dal niente non può che nascere il niente. Ho piantato un ulivo dentro di me e non ne è nato niente, se non un misero silenzio. Non c’è luce che nasca dal buio e dal buio non può che nascere silenzio. Non ho spezzato quel ramo, ne ho strappato via le radici. Quello che rimane è una buca dai contorni irregolari e puzza di umido. Ombre al posto della luce e una musica che non viene più dalla tua playlist, ma da un posto distante mille anni luce. Io distante mille anni luce da me. Lasciarmi cadere senza opporre resistenza, assecondando la caduta, inerme, stanco, ferito, deluso, è tutto ciò che farò.

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PICCOLE LETTURE CON CARNE DI CUORE TRITATA
di GM Willo

“La vita è gioco, non competizione”

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9002703230131 In un mondo in cui la normalità è diventata l’eccezione, e la mente dell’uomo moderno è intrappolata nell’assurdo inganno del bis-pensiero, galleggiare sul mare dell’ambiguità diventa l’unica vera alternativa. Pensare e non pensare. Dire e non dire. Fare e non fare. Tutto è giustificabile e niente è definitivo. Per ogni giullare esiste un maestrino. Per ogni vanesio vi è un geloso. Per ogni voce urlata nel vento c’è un bisbiglio che alimenta odio e intolleranza. Il fiume diventa pericoloso solo quando rischia di andare fuori dagli argini. Ognuno di noi rappresenta una corrente. Scontrandoci ci annulliamo, creando vortici, ingoiando foglie cadute. Ma una moltitudine di correnti lanciate nella medesima direzione creano la piena. Evitiamo di confluire. Corriamo insieme, evitando di rompere gli argini. 900270324231 Ho raccolto nel vento marino il ricordo di un’altra vita, passata a trascinare le reti lungo le coste di un continente sconosciuto. Laggiù vissi in semplicità, col sole che m’induriva la pelle e il sale sulle labbra. Laggiù conobbi una donna che si chiamava Rosa. Veniva al molo con un cestino pieno di frutta e una brocca di vino annacquato. Noi pescatori la salutavamo da lontano, mentre rientravamo col peschereccio. Prima di scaricare il pesce ci mettevamo attorno a lei e mangiavamo le pesche rosate del suo giardino e bevevamo di gusto. Rosa rideva insieme a noi, ci chiedeva un paio di mormore o di saraghi da portare a casa e noi le davamo sempre i pesci più grossi. Mi chiedo che bisogno c’era di evolversi in questo modo, di complicarsi così la vita. Computer, cellulare, lettore mp3, balocchi già vecchi l’anno dopo. Il vento invece è sempre lo stesso. Non invecchia mai. E lo sento ancora, profumato di mare…

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900270324141 Connessioni. L’impegno è minimo; una chiamata, un messaggio, una e-mail, magari anche solo un pensiero. Connettendoci creiamo sempre un qualcosa. Provochiamo l’occasione per sviluppare un’idea, immortalare un momento, smuovere un’intenzione, o anche solamente dare luogo a uno scenario per scatenare una battuta… ridere. Il fritto misto dell’universo. Una risata in compagnia può valere quanto un romanzo epico. Non bisogna avere paura di connettersi. Non bisogna rimandare. Possiamo farlo subito, adesso, in questo stesso momento. Basta un click. - Pronto ciao, come stai? - No, ma senti chi c’è!! – - Non potevo fare finta di dimenticarmi di te… – - Vecchio balordo che sei… ah, ah, ah! – Il fritto misto dell’universo. 900270524151 Puoi fare quello che vuoi. Puoi essere quello che desideri essere. Puoi dire quello che ti senti di dire. A me importa poco… A me quello che interessa è esserti accanto, ascoltarti, magari anche prendere uno schiaffo o un cazzotto, ma esserci, comunque. E l’unica cosa che voglio in cambio è che ci sia anche tu. Esserci significa essere pronti a ricevere. Anche uno schiaffo può trasformarsi in oro ed arricchirti. Ma se vorrai venire da me solo per dare, ti prego, non farlo. Lo scambio è l’essenza del rapporto. Le strade che ci uniscono devono essere sempre e solo a doppio senso di marcia. Per questo motivo ti prego di tendermi le mani e di accettare queste mie parole. Se ti fanno male, fai come diceva mia nonna; mettile accanto al bene.

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900270624411 Dio è di moda. Dio è assolutamente cool, tanto quanto il diavolo. Gesù e Lucifero se ne vanno a braccetto per le strade del centro a farsi un aperitivo al bar. Spilluzzicano salatini ordinando due negroni, si appoggiano al bancone e si mettono ben in mostra. Gesù ha gli occhiali da intellettuale, alla moda, con la montatura nera e squadrata. Lucifero ovviamente porta due lenti a specchio. Arrivano i negroni, alzano i bicchieri e fanno cin-cin. Brindano al loro successo. Best sellers mondiali nelle librerie e tanto sano rock’n’roll. Le azioni della Jesus & Luxifer non potrebbero andare meglio, nonostante la crisi. - Che ti avevo detto Lou… Son passati duemila anni e siamo sempre sulla cresta dell’onda. - Hai sempre avuto un grande fiuto per gli affari, J. – - Propongo un altro brindisi… A noi! – - A noi! – Il clangore dei bicchieri provò ad assordare una manciata di atei, gli ultimi rimasti. Ma i senza-dio furono lesti a tapparsi le orecchie. “Non ci avrete mai!” pensarono. Poi tornarono a contemplare il vuoto. 900270620221 L’unico elemento a nostra disposizione che ci permette di analizzare concetti quali l’infinito e l'eternità è la nostra immaginazione. Potremo fare l’esempio di una retta su un foglio, impossibile da rappresentare nella sua interezza ma indicabile con una semplice linea che attraversa la pagina. Perciò potremo pensare che questi due concetti non appartengano alla realtà, nonostante influenzino continuamente la nostra vita reale. Perché l’uomo moderno è così impegnato a delimitare i confini tra la realtà e la fantasia, sminuendo l’importanza della seconda? Dato che entrambe fanno parte della sua vita, non sarebbe meglio per lui percepirle come esperienze di pari impatto emotivo? Siamo quello che siamo e anche quello che immaginiamo di essere. 95

900280208141 Non c’è inizio né fine. C’è solo un fluire infinito di storie meravigliose. L'oscurità è uno stato di apnea. Prima o poi finisce, e la luce rifluisce. Dio è una parola di tre lettere. Il Male invece ce ne ha quattro. Non farti influenzare da termini così piccoli. Pensa a cose Meravigliosamente Mirabolanti. Prima o poi arriva il tempo del distacco. Ogni uomo è solo prima di ritornare ad essere parte. Tutto questo me lo ha detto il vento. E voi, vi fidereste del vento? 900270306412 Siamo in balia di un grande equivoco, intrappolati da catene etiche spuntateci d’improvviso sotto i piedi. Le abbiamo accettate e pensate giuste: il rispetto per gli altri, la tolleranza, i diritti umani, il bene, il male, la grande comunità globale. Abbassiamo il capo davanti a una legge della società e non riconosciamo più le leggi dell’uomo. Il condividere, ad esempio. La percezione che si ha del primo mondo è quella di un mare piatto, una superficie oleosa su cui sciaguattano barche senza meta. Ieri ho visto un marinaio che soffiava sulla sua vela. Qualcuno lo ha creduto pazzo, e gli ha tirato addosso pesci morti. Io mi sono appollaiato sull’albero maestro e l’ho guardato soffiare. Ho fatto due versi e poi me ne sono andato verso oceani più movimentati, laggiù dove gabbiani e pellicani combattono continuamente per un pugno di sardine. Laggiù dove il caos genera nuove storie.

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900211525111 L’inganno lo puoi svelare soltanto facendo un passo di lato. Il treno prosegue la sua corsa, lanciato a cento all’ora su un tracciato ciclico; la valle, il mare, le praterie, la città e poi di nuovo la valle. Non te ne accorgi che stai girando introno perché quando guardi dal finestrino il paesaggio sembra sempre cambiare. Non ti soffermi sui dettagli, che immancabilmente ritornano, uno dopo l’altro. Con il treno in corsa fare un passo di lato significa abbandonarsi ad una caduta azzardata. Puoi trovare dell’erba soffice sulla quale rotolare, oppure speroni rocciosi sui quali sfracellarti. Eppure il gioco può valere la candela. Ti rialzi tramortito, dolorante per le contusioni, polveroso ed arruffato. Osservi il treno che continua la sua corsa e finalmente ti soffermi sul paesaggio. C’è un edificio in lontananza, un vecchio fienile e la fattoria di un contadino. C’è anche un fuoco che arde. Te ne accorgi dal fumo che fuoriesce dal comignolo. Forse c’è anche un bicchiere di vino che ti aspetta… Di quello buono. 900221208590 La paura di essere buoni è uno dei mali del nostro tempo. Gira il vento e l’aquilone che si porta appresso, fa una virata strana, sembra sul punto di sfracellarsi su un platano, spogliato dagli umori novembrini, poi s’impenna d’improvviso, vola alto sopra le case, il filo si strappa ed è finalmente libero… Abbandonarsi all’amore è un lusso, non una debolezza. L’aquilone è solo e ha un po’ di paura ma non si lascia scoraggiare. Prosegue la sua avventura, mentre il vento soffia più forte e la tempesta s’avvicina. L’aquilone sa che la pioggia lo sbatterà sul duro asfalto, ma sa anche che quella è la fine più giusta per un aquilone libero. Accettare di fare parte di qualcosa di grande è come chiudere gli 97

occhi e saltare… L’aquilone è solo un puntino nel cielo ormai. Le prime gocce cominciano a cadere, la carta si bagna ma lui resiste ancora. Un‘ultima virata prima che, appesantito dall’acqua, si lasci precipitare. Amare è intrepido e bellissimo. È come volare senza filo. 900221137401 Ciò che tu immagini esiste già e le cose in cui credi sono più reali di quelle che ti vengono raccontate. Un pensiero che si evolve da un universo delimitato porta a conclusioni circoscritte. Quello libero e privo di confini, che si basa sulla percezione dell’infinito, si sostiene attraverso un equilibrio assoluto, determinato da infinite variabili, infinite possibilità, infinite realtà. Per questo motivo ciò che tu immagini esiste già, e la morte è esattamente come tu te l’aspetti. 010210417411 Sporgo la testa, mi affaccio, mi allungo cercando di afferrare il senso, il movimento di questo assurdo domino che, nonostante continui a far cadere pedine, nessuno vuole fermare. Sono un pezzo che sta al di fuori, l’osservatore del mondo in caduta, additato come l’estraneo, il folle, segregato dentro muri di mattoni e batuffoli di cotone, curioso avvicino l’occhio allo spioncino di un gioco di specchi, che riflette il vero e lo distorce, lo amplifica e a volte le rende ancora più vero. Il segreto è nel rimanere immobili, ascoltare le voci e decidere placidi, ogni volta, ogni singolo istante, perché la vita è proprio questo, una scelta continua. Non esistono compromessi, la scelta rimane scelta, mai una condanna. Il peggio che ti può capitare è 98

cadere, ma tanto cadrai lo stesso e allora meglio cadere da soli che essere spinti a terra dal gioco del domino. 010220514011 Spara fucile, spara, che altro non sei che l’estensione d’acciaio del mio braccio, e per quanto cerchi di essere tutt’uno insieme a te, una comoda sensazione di distacco ci separa. Il mio dito fa solo il suo lavoro, il tuo grilletto è solo un ingranaggio, e anche la pallottola che esplode nel corpo del bersaglio altro non è che un oggetto innocuo, un gingillo di metallo e polvere nera. Tutte queste cose insieme danno esito a un evento di morte, ma è un risultato soggetto a troppe variabili, una catena infinita di comandi, responsabilità e conseguenze che, una volta davanti al fatto di sangue compiuto, perde significato. Le responsabilità si assottigliano. Le regole del sistema sussurrano le parole al politico che le rigira alla TV, vengono riprese poi dai miei diretti comandanti, che fanno la voce grossa per stemperare le mie emozioni. Il mio dito è il loro dito. Il grilletto del mio fucile reagisce all’occhio della cinepresa dell’ultimo telegiornale. La pallottola è l’indice del politico, e il sangue che sgorga dal petto squarciato del mio nemico è l’inchiostro con cui si stampa la moneta corrente. Ecco perché non oso abbassare la mira e voltare le spalle. È un gioco troppo più grande di me.

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TAUTOGRAMMI
"La Parola è un essere nudo e privo di anima. Bisogna saperlo educare e vestire per elevarlo al rango di Significato."

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MALEDIZIONE MORTALE di Dario de Giacomo Maledetti mascalzoni! Mentre mi malmenavano malamente, menavo malrovesci minacciosi. Ma morii miseramente, molto malato, manifestando malesseri meschini. Mi meritavo male? Mistero! Muoio meditando: manderò molti mali. Malnati maledetti, moriranno mentre mangeranno, masticando malattia: morso mortale. Merda!

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CARLOTTA di Gano (Poeta Ubriacone) Conobbi Carlotta Candida come cocco Cicala campestre Cantava con clamore Chiedendo cazzo, Che cavalcandola Cercai con cura clito. Coito costretto Cantai colmandola Caddi così contento Contro culo Clarinetto contro contrabbasso. Che cosa clamorosa Carlotta!

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SUPPLICA di Morgendurf Spazio senza sosta silente…. seduttiva sogno sola… solo stagioni scosse sui sensi… sposto sensazioni superiori sulle spalle… sui seni… spargo speranze struggenti… su sentieri scoscesi salgo… scendo sino strane similitudini… spingo sullo sterno… spendo sorrisi… strappo sparute saldezze… stesa sulla seta svolgo sembianze… sire straziami… strapazzami… stropicciami… sii soprattutto supremo sovrano… supplicante sono… soddisfarò sempre sua signoria… sarà sirena… sincera…sottomessa… sfamerò segreti sibillini… sazierò strani sospiri.

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PULZELLA di Morgendurf Partorisco pensieri poco puri permeabili plasmati per perpetuare passioni pongo pudiche pose plastiche plasmo parole per piacerti passi piacevoli proporzionati per porgerti presenti pudicamente penetro per percorsi pascio, peregrinando per parole postille pieghevoli per persone poco pronte pregnanti passione posseggo provocazioni polverose pensate per provarti perennemente prego prevedendo piacere per possederti, pulzella.

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AMAMI AMORE di Morgendurf Assieme all’anima attendo aurore… annuso aromi… ah… anelato amore… assiso… assonnato… avvolgo anelli attorno all’aureo aspetto accarezzo arricciate aureole… amami avvinghiata… aspirami… attenderemo abbracciati albe… amami amore.

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MUOIO MATURANDO di Miriam Carmineo Mentre Medito Mani, Muovendo memorie, Misere Masse. Meriteremmo Menti, Mari Migliorare Malumori, Meno Meschini Minuti, Menzionando Miracoli Mirati, Mai Menzogne!

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SENZA TITOLO di Dario de Giacomo Come colui che cammina con calma, cantando con cori celesti cesello cuori calmo corpi, conosco chimere. Chiamami cara, credimi, certamente costruirò canti che caleranno caldissimi. Cuore che corri Calmati, corri con calma Chi-amami!:-)

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VOLTO VIRGINALE di Morgendurf Voglio vederti vacillare venire verso visioni vivimi voracemente viso vagheggiato vienimi vicino voluttuosamente versami vini vorticose voglie viluppano vene vibranti, veraci verso virginale volto.

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DESIGNAZIONE DANNATA di Jonathan Macini Destato dal demonio Dominerò da dentro Desideri di dei deformi Designazione dannata Destituitami dal diavolo Dono dolente Debosciato Deleterio Degradante Dispenserò deprecabili diatribe Discorrendo di dei disillusi Disfacendo domini di duttilità Donerò dottrine dannate Discutendo Dividendo Depredando Destino dissacrante Disegno diffamatorio Disincanterò diplomaticamente Deriderò duramente Disarmerò devotamente Destinazione deforme… Defluiranno dazi… Debellerò Dio, defecandolo. 109

CELATE CONCITAZIONI di Morgendurf Cerco colonne con cui costruire costrizioni circumnavigo case concettualmente curiose capto consigli concettualmente confidenziali causati con cattiva conoscenza colgo cenni cosparsi con circospezione confuso coagulo conglomerati con cadenti certezze ciò che chiedo… che colei collabori con celate concitazioni.

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TRE SENZA TITOLO DI DARIO di Dario de Giacomo Dario delira discretamente, dissipando doti date da dio. Destinato dal destino, divenne demente; dopo Dario, dilettante del dire, delirarono doviziosamente dei dotti dicitori, deliziandoci di doni. “Deh! Divulghiamo detti danni”, Desiderio di dire, dannata demenza, domina da despota. Vate, vagheggio vele! viaggiando. Vater, vagheggio vasi! vomitando. Voluttà verso vanità: Vedrò vino vetusto versare vane visioni. Viaggiano voci,versi verso voi, vivificando vite vanagloriose. Vivo vanamente, Voglio validamente, Versifico voracemente, Voci vengono: Vai, Vater, validamente vinci!

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Meravigliosa Miriam mi mancavi. Maneggio magnifiche malefatte, ma misteriose malinconie metafisicamente montano, minacciando: mudù, mudù! Migliorerò ma mi mancavi, Miriam, mare mio magno.

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SENZA TITOLO di GM Zittisco zelante Zampillando zaffiri Zingaro zotico Zoppicante zimbello Zzzzzzzzzz.

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SENZA TITOLO di Miriam Carnimeo Trovandomi tesa tra tendini trafitti, ti traduco… tutto te: ti tocco. Tra travianti tentativi, timidamente tenace, trapassi turgido. Tu, tumefacendomi taci! Ti temo torpore, tralasciandoti tramo… terribile taglio, tastando tesse. Tuo teorema.

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SENZA TITOLO di Dario de Giacomo Pomposi palestrati pompano, privilegiando pesanti pene: pericolosa pazzia: Potrei parlare, poi pagherei pegno; più preferisco perverse prostitute per pazzi piaceri, privilegiando penose posizioni.

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TESORO TENTATORE di Dario de Giacomo Tentami tanto tesoro, tuttavia, ti tasterò tutta tollerando torti, temendo tendini tremanti, tramortiscimi, Tu tarlo totale.

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AUTORITRATTO di Morgendurf Attendo approvazioni assisa accanto all’anima ascolto acerbi asprezze ausili abitualmente aperti accomodata aggomitolata attonita ammutolita attardo attenzioni accertate apparenze anelo accoglienze accertando accanite accuse.

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SENZA TITOLO di Massimo Mangani Mamma mia mai mi misi maglie marroni, meglio morire manco mancasse materiale. Ma mostro mise meravigliosa mi metto marche magistrali meglio modarolo ma mai misero!

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MALEDETTA MIGNOTTA di Morgnedurf Mastica menzogne maledetta mignotta muso malefico manda miasmi mette mostruose maldicenze mortalmente maligna malvagia.

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Finito di pubblicare nell'aprile del 2010

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