LA VEGLIA DEI GIGANTI

a cura di GM Willo

Foto di copertina ed elaborazione grafica di GM Willo

1

ALTRE EDIZIONI WILLOWORLD

L'Albero delle Parole ­ a cura di GM Willo La raccolta delle opere dei membri di Willoworld.net, il  portale di creatività di GM Willo, nel suo secondo anno di  attività. Elia in cerca di amici nello spazio ­ di GM Willo Una favola per bambini davvero spaziale! Un Mondo a Gambe Aperte ­ di Gano Il primo libro del personaggio più caratteristico della  Giostra di Dante, il gioco dei poeti e degli scrittori. La Leggenda di Udrien e altre fantastiche storie ­  a cura di GM Willo Una raccolta fantasy presentata eslusivamente in veste  digitale.  Il Mondo oltre lo Spazio Disco ­ a cura di GM Willo Un e­book che raccoglie tutte le storie cyberpunk apparse  su Willoworld.net. Per le altre pubblicazioni consultare la pagina:  www.edizioniwilloworld.co.nr

2

PRELUDIO DI 101 PAROLE

Oltre le nuvole si trova la città dei giganti, fatta di palazzi  di nebbia e castelli di grandine. Ma i giganti son gente  ansiosa, si sa… Tengono sempre un occhio al suolo,  domandandosi come mai il loro mondo galleggi. La notte, per paura che mentre tutti dormono la città si  sfracelli a terra, tre di loro montano la guardia, e per non  addormentarsi si raccontano delle storie. Son storie  piccine, perché quelle lunghe potrebbero annoiare e far  sbadigliare… Raccontano di noi piccoli uomini, del tutto  ignari di una città di ghiaccio e nebbia che galleggia sulle  nostre teste. Le volete ascoltare?  GM Willo

3

4

INTRODUZIONE

Un amanuense, un giorno, si infuriò contro le macchine da  stampa, perché il suo lavoro diventava lento, folle, inutile.  I  caratteri  mobili  avevano  dato  una  spinta  alla  divulgazione delle idee, il mondo doveva apparire sull'orlo  di una crisi epocale: a Venezia Aldo Manunzio (1449­1515)  fondò  la  prima  tipografia  italiana  e  per  tutto  il  700  vi  si  stampava  la  metà  dei  libri  prodotti  in  Italia.  Non  si  pubblicava  tutto,  ovviamente:  i  costi  erano  ancora  altissimi, i libri erano un bene di lusso, la conoscenza era  per  pochi,  sia  la  sua  fruizione,  sia  la  sua  produzione.  Ed  intanto compare la prima lista nera dei libri proibiti.  Passano  secoli...  compare  l'informatica  dai  sogni  di  Turing: arrivano le prime stampanti ad aghi. Il suono quasi  alieno  di  quelle  macchine  all'opera,  che  iniziano  a  produrre  “istantaneamente”  nella  materia  un'idea,  a  concretizzare  una  storia  sotto  forma  di  un  bene  tangibile.  Stampanti  a  getto  d'inchiostro,  laser...  I  processori  accelerano i loro battiti, aumenta lo spazio nei dischi fissi,  in  maniera  esponenziale.  L'editoria  si  moltiplica,  il  tutto  durante l'arco di una vita umana. Ed arriviamo ad oggi. Chi aveva dei privilegi a pubblicare  un libro si infuria contro l'auto pubblicazione perché i suoi  costi sono addirittura inferiori al prezzo finale del libro, se  stampato  attraverso  una  casa  editrice  ufficiale.  Lulù,  ilmiolibro,  blurb,  sono  solo  alcune  delle  isole  felici  in  un  cui  un  uomo  può  scrivere  le  sue  idee,  ed  in  pochi  click,  pubblicare in forma cartacea il suo libro. Adesso  ascoltatemi,  lettori...  È  solo  la  tecnica  che  è  cambiata,  o  si  tratta  anche  e  soprattutto  di  un  cambiamento di vedute, di una rivoluzione dei costumi, di  un  mutamento  epocale?  Capisco  le  preoccupazioni  delle  case  editrici  ufficiali,  così  come  capisco  la  rabbia  dell'amanuense. 5

Sicuramente si troveranno in circolazioni dei libri che MAI  sarebbero stati pubblicati prima di oggi, veri e propri idoli  alla  cattiva  scrittura.  Ma  si  troveranno  ANCHE  libri  che  trattano temi scottanti, libri che incorrerebbero in censure  preventive,  libri  che  parlano  un  linguaggio  che  l'uomo  moderno  sembra  essersi  scordato:  la  sincerità,  l'onestà  intellettuale che ogni Uomo dovrebbe indossare come una  veste  magica  contro  i  vizi  del  mondo.  Libri  scomodi  che  infurieranno  nell'umanità,  alterando  le  nostre  idee,  cambiando  i  comportamenti.  La  reazione  a  questo  mutamento?  Lo  sgomento  o  l'innamoramento,  il  rifiuto  o  l'accettazione.  Sono  tempi  difficili,  ma  è  mai  esistito  un  tempo “facile” per l'umanità? Copiamo,  condividiamo,  rubiamo  all'altro  le  sue  IDEE:  è  anche  merito  nostro  se  le  ha  potuto  sviluppare,  merito  di  quella  cultura  contemporanea  di  cui  siamo  attori  e  spettatori. E non sentiamoci derubati se qualcuno sviluppa  un  tuo  romanzo,  un  tuo  racconto:  non  era  tua  neanche  quello, in fin dei conti... La scintilla vitale: quella era tua...  Quella  inesprimibile  essenza  che  è  la  tua  vita  puoi  usarla  al meglio o non usarla affatto. E  quando  un  libro  manifesta  questa  magnifica  volontà,  allora hai nelle mani un piccolo tesoro. Tommaso Guzzo

6

NOTE SULLE OPERE PRESENTATE Questo libro raccoglie i lavori di diversi autori appartenenti  a  Rivoluzione  Creativa,  una  community  on­line  gestita  da  GM  Willo  e  dedita  ad  ogni  forma  di  comunicazione  mediatica  nel  segno  del  copyleft  e  della  filosofia  del  file­ sharing. Alcuni di questi racconti sono legati a dei progetti  del circuito Willoworld, la pagina ufficiale di GM Willo, il  quale  si  occupa  da  tempo  di  alcuni  giornali  on­line  e  di  svariati  esperimenti  di  scrittura  creativa.  Uno  di  questi  si  chiama "La Giostra di Dante", il gioco di ruolo dei poeti e  degli  scrittori.  Infatti  gli  autori  Jonathan  Macini,  Gano  e  Aeribella  Lastelle  non  sono  altro  che  i  personaggi  di  un  gioco  di  rappresentazione  per  scrittori,  dietro  ai  quali  si  nasconde la mano dello stesso GM Willo. Sono  presenti  inoltre  alcuni  interventi  di  101  parole,  un  formato di racconto brevissimo presentato attraverso il blog  http://101parole.blogspot.com. Se  desiderate  partecipare  alla  community  e  alle  future  pubblicazioni  della  Edizioni  Willoworld,  registratevi  a  Rivoluzione  Creativa  e  iniziate  a  condividere  i  vostri  lavori: http://rivoluzionecreativa.ning.com.

7

8

SOLO UNA ROSA di Bruno Magnolfi

Vendere  fiori  non  sempre  era  semplice.  Si  doveva  avere  un sorriso per tutti, come il commercio al dettaglio spesso  richiede,  però  c’erano  anche  clienti  che  portavano  i  fiori  sopra a una tomba, altri che invece omaggiavano i vivi, che  facevano  la  corte  a  una  donna,  c’era  chi  festeggiava  una  nascita, o chi andava a una festa per un compleanno, e chi  a  un  matrimonio.  Poi  c’erano  quelli  che  amavano  i  fiori,  indipendentemente  da  tutto,  e  in  casa  propria  ne  riempivano  un  vaso  ogni  giorno,  e  infine  coloro  dei  quali  non si capiva quale ragione ci fosse per spingerli lì. Uno di  questi  con  uno  strano  cappello  si  era  infilato  dentro  al  negozio  con  l’aria  di  chi  non  sa  che  pesci  pigliare,  aveva  girato  con  gli  occhi  tra  tutti  i  colori  e  le  specie  di  piante,  infine aveva comprato solo una rosa. La settimana seguente  era  tornato,  ed  aveva  ugualmente  acquistato  una  semplice  rosa. Poi non si era più fatto vedere per un lungo periodo,  ma quando era tornato, ero da sola in negozio ed era quasi  l’ora di chiudere, si era fatto ancora confezionare una rosa,  la  più  bella che avessi, e alla fine, quando aveva pagato e  non gli restava altro da fare che uscire, si era invece girato  verso di me, mi aveva donato quel fiore, e in un fiato aveva  spiegato:  “Ciao,  Marisa,  tu  non  puoi  riconoscermi,  ma  io  sono  Eugenio,  il  tuo  compagno  di  giochi  di  quando  avevamo  dieci  anni”.  Naturalmente  io  rimasi  di  sasso,  primo  perché  quell’uomo  non  assomigliava  a  nessuno  che  io  ricordassi,  poi  perché  non  capivo  quel  suo  comportamento  un  po’  ambiguo.  Gli  chiesi  qualcosa  per  sincerarmi  che  fosse  davvero  l’Eugenio  che  io  ricordavo  tanti  anni  prima,  e  tutto  emerse  in  poche  parole  come  un  miracolo  dai  nostri  ricordi.  Era  impossibile  non  chiedergli  che  cosa  gli  fosse  successo,  perché  non  si  fosse  fatto  9

riconoscere  fin  dalla  prima  volta,  ma  lui  parlò  di  cose  difficili da dire e spiegare, che era meglio per tutti non fare  domande.  Parlammo  dei  nostri  anni  bellissimi,  di  quando  eravamo  bambini,  quando  le  cose  erano  ancora  tutte  da  essere,  e  la  vita  pareva  leggera,  priva  di  serietà  e  di  amarezze.  Mi  aiutò  a  chiudere  il  negozio,  poi  si  rimase  ambedue per un attimo fermi, in silenzio, da soli, lì, su quel  marciapiede, e a me venne da piangere, in maniera un po’  stupida, forse infantile, mentre l’ora serale ovattava le cose  e rendeva tutto forse più triste. La vita di ognuno di noi è  un  libro  da  scrivere,  pensai,  mentre  salutavo  Eugenio  ignorando  praticamente  tutto  di  lui:  però  delle  volte  certe  pagine combaciano in maniera inattesa, e forse è questo il  senso  di  tutto,  è  sufficiente  quell’attimo,  anche  se  giunge  solo una volta ogni tanto, perché dentro di sé ha già tutto, e  non serve nient’altro.

10

QUEL GIORNO A ZACATECAS di Massimo Mangani

Quando  la  Division  del  Norte  riuscì  a  sfondare  la  resistenza  delle  truppe  federali,  il  caldo  si  era  fatto  ormai  insopportabile  e  l’acqua  iniziava  a  scarseggiare.  I  giovani  soldati si arrendevano nella speranza di non essere fucilati  mentre  gli  ufficiali,  che  sarebbero  andati  incontro  a  morte  certa, si davano alla fuga dopo essersi tolte le uniformi. A mezzogiorno Zacatecas era tornata ad essere libera e gli  abitanti,  affacciati  alle  finestre,  salutavano  i  rivoluzionari  sventolando  lenzuola  e  fazzoletti  bianchi.  Sotto  un  meraviglioso  cielo  azzurro  i  prigionieri  venivano  condotti  nelle  caserme  della  polizia,  requisite  durante  l’attacco,  dove  sarebbero  stati  posti  davanti  ad  una  drastica  scelta:  arruolarsi  nella  Division  del  Norte  o  ricevere  un  proiettile  alla  nuca.  Ovviamente  quasi  tutti  sceglievano  la  prima  opzione  andando  ad  ingrossare  le  fila  della  Rivoluzione  che, visti gli ultimi sviluppi pareva essere vicina al trionfo  in tutto il Paese. Intorno alle due del pomeriggio la voce iniziò a circolare  in  città,  la  notizia  era  certa:  a  momenti  sarebbe  arrivato  il  Generale  Villa  in  persona.  Uomini,  donne  e  bambini  si  riversarono per le strade nella speranza di poter acclamare  il loro eroe, in pochi minuti una massa enorme si accalcava  nella  Piazza  della  Cattedrale.  Soltanto  alcuni  preti,  insegnanti  presso  il  collegio  lasalliano  si  erano  barricati  nelle  loro  stanze  pregando  affinché  tutto  quel  tumulto  finisse  alla  svelta.  La  paura  di  essere  arrestati  e  condotti  davanti  al  Generale,  che  aveva  fama  di  essere  un  gran  mangiapreti, li aveva ridotti ad esseri tremanti, incapaci di  fare  qualunque  cosa  che  non  fosse  stare  inginocchiati  davanti alle immagini sacre. 11

Così  quando  l’ufficiale  inviato  da  Manuel  Chao,  luogotenente  di  Villa,  bussò  alle  porte  del  collegio,  lo  spavento fu tale e tanto che i poveretti si misero a piangere.  Condotti  al  cospetto  dell’ufficiale  non  riuscivano  a  spiccicare  parola,  aspettandosi  di  veder  arrivare  da  un  momento all’altro il Generale, con il suo sombrero norteno  e gli inconfondibili baffoni neri. Arrivò  invece  il  Console  francese,  barcollando  vistosamente  dato  che  aveva  passato  le  ultime  due  ore  bevendo pulque in compagnia di Chao ed intercedendo, fra  un bicchiere e l’altro, affinchè i preti potessero continuare  ad insegnare ai ragazzini del collegio. Forse perché il “latte  di miele” era salito alla testa troppo in fretta, forse perché  in  fondo,  a  lui  di  quei  religiosi  non  gli  importava  un  fico  secco, alla fine aveva convenuto che le condizioni poste dai  rivoluzionari  erano  ben  ragionevoli  ed  aveva  acconsentito  ad andarle a proporre ai sacerdoti. Dato  che  il  console  strascicava  le  parole,  l’ufficiale,  con  fare gentile si propose di esporre le condizioni: 1)  Al  posto  di  lezioni  religiose,  insegnare  ai  bimbi  i  precetti  della  riforma  laica  dello  Stato  voluta  da  Benito  Juarez. 2)  Al  posto  delle  messe,  organizzare  eventi  di  pubblica  utilità. Rispettando  queste  due  semplici  condizioni  i  preti  avrebbero potuto continuare a dirigere il collegio. Nessuno  ha  mai  saputo  con  certezza  cosa  avvenne  dopo  che  l’ufficiale  ebbe  esposto  le  condizioni,  l’unica  certezza  è  che  mentre  il  Generale  Villa  cavalcava  alla  volta  di  Zacatecas  costeggiando  i  binari  della  ferrovia,  incrociò  un  treno  merci  che  correva  verso  la  frontiera  con  gli  Stati  Uniti;  pare  che  voltandosi  verso  Rodolfo  Fierro  abbia  esclamato: “Che mi venga un colpo, quel treno era pieno di  preti!” 12

PASSAMI LA CICCA di Marco Muzzi

Un  disperato  bisogno  di    vita…  danneggiando  i  rivestimenti  in  pelle  del  sedile  sulla  carrozza  24,  Stefano  ripercorreva  i  chilometri  passati  come  un  risucchio  doloroso.  Niente  ti  avrebbe  riportato  indietro  e  la  fuga  era  ora  possibile. Un groviglio di forchette ti divorava lo stomaco,  logoro  dagli  eccessi  e  dalla  rabbia  degli  ultimi  eventi,  la  vita  a  Roma  si  era  fatta  incandescente  e  gli  scontri  in  facoltà avevano dato l’occasione per ulteriori indagini della  polizia,  poi  le  perquisizioni,  l’intimità  violata,  il  senso  di  impotenza, gli scatoloni di libri nascosti per non alimentare  il  suo  profilo  di  persona  non  grata  alle  istituzioni.  Una  voglia di ordine e disciplina cozzava con lo spesso strato di  ideologie  e  convinzioni,  sempre  meno  lucide,  sempre  più  estreme,  ormai  ti  sentivi  come  un  cuneo,  senza  facce,  tendente a una dimensione sola, con un vertice che partiva  dalla  sommità  del  suo  capo:  un  razzo.  “Sono  un  razzo...”,  pensavi  “ora  parto,  sfondo  il  tetto  del  treno,    passo  in  mezzo ai fili e schizzo alla verticale, via”. Giovanna l’avevi  abbandonata  nel  momento  che  era  andata  in  bagno,  con  il  caffé  che stava fischiando dalla cucina... “Spegni il gas?” slam, la porta si chiude sferragliando le  inutili  catenelle,  rotte  quando  la  pula  aveva  forzato  dopo  che, alla vista del mandato, avevi impavidamente tentato di  richiudere.  Ora  l’avevi  aperta  di  fretta  come  un  ladro,  quella  porta  che  in  altre  occasioni  non  vedevi  l’ora  di  spalancare per vederla a cosce aperte tra l’odore d’incenso  e  fumo  scaldato.  E  ora  eri  lì,  a  guardare  la  famiglia  meridionale che torna dal paesello nelle livide pianure del  nord,  eppure  a  loro  dello  smog,  della  nebbia  e  delle  luci  gialle  non  importa,  tanto  hanno  i  Motta,  le  bicicross,  i  cinema, i negozi con le nuove marche di phon e i televisori  13

a  colori…  mica  la  Sila!  A  te  invece  la  cosa  spaventa,  si  passa  dal  giallo  pastello  dei  tramonti  capitolini  all’atmosfera saturnina di una Milano tignosa. “Macchè  Milano”,  Franco  aveva  ragione:  “ti  beccano  subito. Roma­Milano oggi è tutt’uno, la prima città su cui  indagare  è  quella,  devi  andare  un  po’  fuori”.  “Ma  fuori  dove?” gli chiedesti “Non conosco un cazzo di nulla di lì,  a  Fra’!”  Mentre  li  guardavi  accartocciavi  il  pacchetto  di  MS,  stringendo  con  le  grinze  delle  labbra  il  filtro  dell’ultima delle venti cancerose, un getto di vapore subito  dopo aver azionato il bic e... “Scusa passami la cicca...” “Eh?” “Sì, ho visto che è l’ultima, non avendo sigarette… me la  passi?” Aveva  gli  occhi  più  verdi  che  tu  avessi  mai  visto,  una  cornice  di  riccioli  le  incorniciava  un  viso  color  pesca,  ticchiolato  da  lentiggini  appena  sotto  gli  occhi,  respirava  affannosamente  sotto  la  camicetta  a  grinze  tenuta  a  bada  dalle varie collane che non servivano altro che a delineare  i due seni capricciosi che ti sovrastavano. Ti alzasti quasi di  scatto e il seggiolino sbatté con violenza scomparendo nella  parete  di  compensato,  porgendogli  la  mano  come  se  ti  dovesse mettere un anello, con la cicca dritta all’altezza del  viso. “Oh, piano, mica è ‘na canna…” rise, “ fumiamocela  con calma.” Perdesti il senso del tempo e dello spazio…

14

IL TEMPO PER AMARE di GM Willo

Malgrado Marina mi guardasse con gli occhi velati da un  pianto  represso,  io  continuai  a  riversarle  addosso  le  frasi  che avevo impresso così bene nella mente e che avrebbero  decretato  la  fine  della  nostra  lunga  storia.  Solo  adesso,  a  distanza  di  due  anni,  mi  accorgo  che  quelle  parole  erano  false, seppure le avessi ragionate ed in parte sentite. Ma la  verità  non  è  mai  così  semplice  come  la  si  immagina.  La  verità non è esclusivamente sentimento o razionalità, anche  se  è  probabilmente  figlia  delle  due,  e  soprattutto  non  è  definibile in un momento, ma solo attraverso il ciclo degli  eventi,  il  trasformismo  delle  cose  e  le  conseguenze  delle  proprie decisioni. Non ero io quell’uomo che la guardava negli occhi senza  vederla, in quel pomeriggio di marzo stranamente caldo nel  giardino di casa. Non era la mia voce quella che cercava di  convincerla  che  tra  noi  due  ormai  non  esisteva  più  nulla.  Non  erano  i  miei  gesti  quelli  che  mascheravano  la  mia  risoluzione.  “Non  tornare  indietro!  Non  cadere  nella  trappola”, continuava a ripetermi una vocina da dentro, un  disco  che  avevo  inciso  durante  i  giorni  in  cui  mi  ero  preparato ad affrontarla. Quando  incominciò  a  mancarmi  ignorai  i  sintomi.  Quando  stavo  male  davo  la  colpa  al  lavoro,  o  al  primo  capro espiatorio che mi capitava sotto mano; parenti, amici,  vicini di casa. Qualcuno iniziò a pensare che c’era qualcosa  di  sbagliato  in  me,  e  come  potevo  dargli  torto.  In  pochi  mesi ero diventato espertissimo a scansare le relazioni e a  rinchiudermi nel mio malumore. Quella fu la fase più triste,  ma  in  qualche  modo  meno  dolorosa,  perché  ancora  non  riuscivo  ad  ammettere  a  me  stesso  l’errore  che  avevo  commesso e quello che avevo per sempre perduto. 15

La  rividi  per  caso  in  un  sabato  di  pioggia,  era  settembre  ed io avevo superato la prima fase ed ricominciato il solito  tram­tram di incontri inutili, aperitivi, cene, sesso veloce e  mai  appagante  e  letti  vuoti  al  mattino.  Lei  passeggiava  insieme a un tipo sui quaranta, alto e con un certo charme.  Ricordava  me  tra  dieci  anni  e  la  cosa  mi  procurò  una  masochistica  soddisfazione.  Quel  giorno  mi  convinsi  che  ero  stato  uno  stupido  a  lasciarla  e  me  ne  feci  pure  una  ragione,  perché  nonostante  Marina  fosse  probabilmente  la  donna della mia vita, erano stati i tempi sbagliati a fregarci.  Di quale colpa avrei mai potuto accusarmi se non quella di  aver  ascoltato il mio cuore in quel pomeriggio di marzo e  averle detto come stavano le cose? Ed il mio cuore strillava  una  cosa  sola,  ed  era  paura.  Paura  con  la  “P”  maiuscola.  Potevo forse ignorarla? No, quella era l’unica verità. Dopo l’incontro passarono alcune settimane tranquille, un  periodo che ricordo come la classica calma che precede la  tempesta.  Poi arrivarono i matrimoni, tre in un botto solo.  Nel  giro  di  appena  un  anno  i  miei  amici  più  cari  si  erano  sistemati,  andando  contro  a  tutte  le  aspettative.  Artistoidi  matti,  ragazzacci  scapestrati,  zingari  per  natura  e  per  diletto,  tutti,  chi  più  chi  meno,  allo  scoccare  dei  trenta  avevano imboccato la strada verso l’altare. Una parte di me  li  detestava,  nonostante  li  amassi  come  sempre,  e  la  cosa  che mi faceva più rabbia era che mi sembravano felici per  davvero.  Cercavo  di  convincermi  dell’opposto,  ma  mi  accorsi  che  non  ero  più  così  abile  nell’ingannarmi.  Erano  felici  ed  invece  di  sforzarmi  di  essere  felice  per  loro  li  prendevo in giro pavoneggiandomi della mia vita da single.  Ed erano tutte bugie. Dopo la scenata del terzo matrimonio, alla fine del quale  io,  completamente  ubriaco,  brindavo  ironicamente  alle  semplici  vite  dei  tre  compagni  di  vita,  incominciai  a  non  rispondere  più  alle  chiamate.  Il  sentirmi  vittima  di  uno  strano gioco del destino mi faceva stare così male che, per  convincermi  della  mia  invincibilità,  iniziai  a  respingere  ogni affetto. Allontanare i miei amici, che avevano altro a  16

cui  pensare,  lavoro,  mutuo  e  bimbi  in  arrivo,  fu  più  facile  del previsto. Le serate iniziai a passarle insieme a gente alla  quale non mi sarei mai avvicinato in passato, ed in breve lo  spinello del sabato sera divenne due righe di coca, oppure  un  paio  di  pasticche.  Seguivo  un  tracciato  illuminato  a  giorno da fiaccole accecanti, una strada dritta e buia priva  di meta, e le luci delle città riuscivo appena a scorgerle al  di  là  del  guardrail,  mentre  spingevo  incurante  sull’acceleratore. Nella città vivevano i miei amici che non  si meritavano altro di essere derisi, e viveva anche Marina  col suo nuovo uomo, e forse era felice, più felice di quanto  non lo sarebbe mai stata con me. Mi  ci  sono  voluti  due  anni  per  capire  e  smettere  finalmente  di  punirmi  per  quelle  parole  che  le  dissi  quel  giorno. La paura non c’entra e il destino è un placebo per  menti  facili.  Ho  riaperto  finalmente  la  porta  del  cuore,  la  stessa  che  avevo  richiuso  quel  giorno  di  marzo  e  che  ho  tenuto  sbarrata  per  tutto  questo  tempo,  negando  l’accesso  persino ai miei amici più cari. Non  esistono  uomini  o  donne  della  vita.  Esiste  il  tempo  per amare, e quando c’è quello ci sono tutti gli ingredienti  giusti per creare qualcosa di meraviglioso. Adesso lo so; è finalmente tornato anche per me il tempo  per amare.

17

LA STORIA DI JACK IL VENTRILOQUO di Dario De Giacomo

Ho  scoperto  che  Jack  il  ventriloquo  vive  una  vita  normale. Che poi, pensaci!, non vuol dire proprio un cazzo  di  niente.  Quanto  vivi  tra  la  gente,  vivi  sempre  una  vita  normale, a modo tuo. Bene! Jack la vive proprio così la sua  vita,  ma  parla  con  la  pancia.  Lui  dice  che  parlare  con  la  pancia gli fa male, che in ogni caso è peggio che muovere  la  bocca.  Jack  ha  ragione:  lo  stomaco  non  mente,  quello  che  sente  lo  vomita  magari,  ma  difficilmente  lo  trattiene.  Jack però non vorrebbe parlarvi di questo. Lui, in una notte  di luna piena… già, ma Jack non è un licantropo, non fatevi  trascinare  dall’entusiasmo,  questa  non  è  davvero  una  nera  novella,  perché  lui  vive  una  vita  normale.  Dunque,  in  una  notte di luna piena Jack afferra il volante di pelle della sua  auto, ingrana la marcia, che entra sempre male, e parte. Gli  sfila  davanti  un  cunicolo  d’asfalto  pieno  di  notte,  buio, lunghissimo e anche a Jack, come a tutti quelli che lo  percorrono, sembra che quel rettilineo d’asfalto, duro sotto  le quattro ruote, non finirà mai. Tutto quel buio è presidiato  di  carne  avariata,  mignotte  incatenate  ai  due  margini  dell’incubo, illuminate dalla rapidità dei lampi: si sa che le  stelle declinano in fretta nel backstage, per trenta euro con  ingoio. Jack  ingoia  saliva  e  succo  acre,  dolciastro,  di  eroina,  accelera,  schiaccia  il  piede  dentro  quel  rettangolo  di  lamiera sparato nel buio. La sua auto è una discarica a cielo  aperto, puzza di gomma bruciata, come la strada, fetore di  rimmati. Dritta in gola brucia l’eroina, corre veloce Jack il  ventriloquo, ma la puzza la porta dentro, dentro quell’auto,  dentro quella strada dove la città scarica le immondizie di  esseri  umani.  Prima  o  poi  ti  abitui,  Jack,  a  sopportare  il  fetore dei tuoi tappetini di gomma lerci di birra e piscio. Ti  abitui  a  tutto  Jack,  prima  o  poi.  Devi  solo  correre  veloce!  18

Le mani strette sulla pelle lucida del volante, rattrappito, e  la  pancia  non  ti  farà  più  male,  soffrirai  di  meno.  Ora  lui  respira  con  la  bocca  per  non  parlare,  per  non  sentire  il  fetore. Jack  suda  come  un  malato  allo  stadio  terminale.  È  arrapato, non di sole puttane, e poi non ha con se il guanto.  Non  è  gentile  scopare  qualcuno  senza  il  guanto,  è  da  incivili scopare le puttane senza indossare il guanto: se te lo  sfili  troppo presto, puoi rischiare di beccarti un’emozione,  ma non c’è un guanto abbastanza duttile per il suo cuore, e  lui non vuole prendersi lo scolo del sentimento. Jack  è  arrapato,  sì,  ma  proprio  di  vita.  Per  questo  suda  come  un  maiale  scannato,  perché  quando  sbavi  dietro  alla  vita,  quella  ti  si  attacca  addosso  come  un  profumo  da  quattro soldi, il profumo che senti alla periferia dell’anima.  Perché,  Jack,  Tu  un’anima  ce  l’hai!  E  non  è  dentro  i  tuoi  coglioni,  come  pensi  sempre,  cercando  di  sborrarla  svelto  e  dappertutto,  ogni  volta  che  ti  si  riempie.  No  Jack!  Tu  l’anima  ce  l’hai  nello  stomaco,  ecco  perché  parlare  con  quello  ti  fa  star  male.  Però  ora  senti  solo  il  tanfo  alla  periferia del sentimento. Solo per questo. Cazzo  che  notte  stanotte,  una  notte  come  tutte  le  altre  notti, ma cazzo se è strana forte stanotte. Ma insomma Jack  che vai cercando qui, in culo ai lupi, fuori della tua tana? Slitta  il  rettangolo  di  lucido  acciaio,  sbanda.  Bestemmi  con cortesia. Jack è cortese, sapete?, sa come vivere tra la  gente, sa vivere normalmente, ma parla con la pancia e gli  fa  male.  Jack  guarda  che  ti  ammazzerai  così!  Non  te  ne  fotte  niente,  credo.  Figurati  se  importa  a  me  che  ti  vedo  sfrecciare veloce e nemmeno ti conosco, né stasera né mai. Jack non vede più nulla avanti a sé, immagina solo che la  strada  sia  dritta, l’ha sempre vista dritta davanti a sé. Ma!  Cristo!  Jack  punta  i  piedi,  si  riscuote  all’improvviso,  un  lampo freddo di coscienza, come i postumi dolorosi di una  sbronza.  Una  curva  maledetta  gli  si  para  di  fronte  all’improvviso.  L’auto  derapa,  slitta,  frena  scivolando  sull’asfalto, non la controlla, si anima e guida la sua corsa,  19

lambisce  il  parapetto  scintillando  frammenti  di  vita  metallica  che  si  spezzando  nel  buio.  Uno  stridio  ferroso,  Jack  curva,  curva  ed  esce.  Accosta  l’auto  e  scende.  Esce  alla luce. La luce. Sì Jack, la luce. Lui esce in un campo di  grano macchiato di papaveri rossi. Jack davvero non è stato mai bravo a scrivere i finali, ma  non importa ora. Qui c’è tanta luce bionda e il finale scatta  da  sé  e  la  storia  finisce. Allora  è  l’alba.  Dio  com’è  bella  quest’alba.  Allora  l’alba  è  proprio  così  e  odora  di  salmastro, mentre le grosse formiche nere gli ballano sulle  dita.  Ora  canta  una  canzone  di  pancia.  Cantare  di  pancia  non fa male ora sotto il cielo illuminato di luce immensa. “Sai  che  ti  dico?”  –  Jack  sorride  –  “  Cantare  di  pancia,  all’alba, in un campo di grano macchiato di papaveri rossi  non fa male!”

20

IL GESÙ DELLE PERIFERIE di Marco Filipazzi

La catastrofe era arrivata con un gran trambusto e se n’era  andata in silenzio, lasciando dietro di sé una scia di macerie  calpestata ora da rifugiati e profughi, stralci e caricature di  una civiltà che fu.  Tra  di  loro  vi  è  una  figura  che  in  molti  definiscono  un  profeta,  alcuni  addirittura  il  nuovo  messia,  perché  la  fede,  adesso,  è  l’unica  cosa  a  cui  ci  si  può  aggrappare  per  proseguire.  La  sua  silhouette  nera  si  staglia  all’orizzonte,  contro il cielo verdastro di esalazioni tossiche, e la sua voce  riecheggia  nella  desolazione  che  lo  circonda,  portata  dal  vento che sparge le sue parole come fossero semi. Diffonde  le sue canzoni come un microfono naturale. Un altoparlante  a  10.000  watt.  Canta  di  Città  del  Paradiso  dove  l’erba  è  così verde e le ragazze così belle. Canta di autostrade che  portano all’Inferno, dove non ci sono precedenze né limiti  di  velocità.  Canta  del  crollo  della  civiltà  del  ventunesimo  secolo. Indosso ha una toga logora, come se con quella toga  ci  fosse  nato  e  cresciuto,  come  se  la  indossasse  da  prima  della  catastrofe.  Ai  piedi  porta  un  paio  di  converse  scolorite,  tanto  usurate  che  sembrano  sul  punto  di  squarciarsi. Sul petto gli sobbalza una croce d’osso. Alcuni  dicono che si intagliata da un osso umano e lui non ha mai  confermato né smentito. Ha  il  volto  incorniciato  da  una  barba  bruciacchiata,  raccolta  in  piccole  trecce,  e  da  lunghi  capelli  bloccati  in  dreadlocks di sporco. Il suo sguardo incavato dalle occhiaie  di troppe notti insonni è celato dietro occhiali lucidi, come  se fossero nuovi, dalle lenti viola e tonde. Nel suo sorriso vi  sono pochi denti, sparsi come pedoni su di una scacchiera,  e  attorno  alla  bocca  si  notano  le  prime  increspature  delle  rughe.  Tra  le  labbra  secche  ha  sempre  stretto  qualcosa.  Spesso  è  un  ramoscello,  una  sigaretta  quando  qualcuno  fa  21

lui  carità,  saltuariamente  uno  spinello  e  non  necessariamente di marijuana. Su di lui circola uno sciame  di  voci,  alcune  fantasiose,  altre  più  realistiche,  tutte  che  precedono il suo arrivo. Vaga di città in città, dorme dove  può, mangia quando capita, ma cammina tutti i giorni, tutto  il giorno, dal sorgere al calare del sole livido, attraverso le  lande desolate, le macerie delle città, i villaggi che la gente  disastrata  cerca  di  rimettere  insieme.  Non  ha  pretese,  se  non quella di cantare il suo vangelo punk, fatto di estratti di  strofe,  frasi  scritte  da  apostoli  perduti  e  maledetti  che  la  catastrofe  non  l’hanno  mai  vista.  Hendrix,  Morrison,  Rotten, i fratelli Young, Axl Rose. Canta  a  squarciagola,  con  le  vene  rosse  e  gonfie  che  gli  affiorano sul collo magro, come gli aveva insegnato Darby  Crash nelle scene di The Decline of Western Civilization (e  mai  titolo  fu  più  appropriato)  in  un’altra  vita,  prima  della  catastrofe. Professa la sua fede fatta di parole che un tempo  suonavano  come  insulti,  eresie,  degenerazione  e  gioventù  consumate in fretta nelle tragedie dell’alcool, della droga e  del sesso perverso. Così almeno dicevano i perbenisti. Ora  tutto  questo  è  diventato  la  normalità,  senza  compromessi,  e  dei  perbenisti  non  si  sente  più  parlare.  Il  mondo è cambiato per sempre e le persone sono tornate ad  essere  animali,  gettando  le  maschere  di  ipocrisia  che  la  società  moderna  aveva  loro  donato,  rivelando  i  loro  veri  volti,  primordiali  e  selvaggi.  Lui  è  il  Gesù  delle  periferie,  non  ha  altri  nomi,  così  lo  ha  battezzato  la  gente  che  l’ha  incontrato,  ed  è  il  tipo  di  persona  che  prima,  qualcuno,  avrebbe  definito  pazzo.  Ora  va  su  e  giù  per  il  mondo,  a  cantare,  ed  il  suo  canto  stonato,  che  non  ha  accompagnamento,  riecheggia  nel  vuoto,  con  la  sola  pretesa  che  qualche  orecchio  lo  colga,  che  possa  portare  speranza,  anche  se  labile,  nei  cuori  di  chi  ascolta  le  sue  frasi tormentate.

22

INCOMPRENSIONI RAVVICINATE DI UNO  STRANO TIPO  di Aeribella Lastelle (101 Parole)

I miei nuovi amici venivano dalla costellazione di Ofiuco,  più precisamente dalla Nebulosa Farfalla che si trova lì nei  paraggi.  Erano  piccoli,  gialli  fosforescenti  e  sfoggiavano  una  manciata  di  antenne  che  spuntavano  dal  loro  capino.  Uno strano marchingegno che si portavano appresso e che  faceva  da  traduttore  simultaneo  ci  aiutava  a  comunicare.  Gli esserini si stavano divertendo, ma ogni volta che me ne  venivo  fuori  con  un  articolo  possessivo  il  marchingegno  s’inceppava. Mi dissero che nell’universo nessuno li usava. Andò  a  finire  che  con  tutti  i  “miei”,  “mio”  e  “nostro”  glielo  ruppi,  perciò  se  ne  andarono  e  non  tornarono  mai  più. 

23

L’ULTIMA MISSIONE DI COCISSE (DETTO DIO)  E LA NASCITA DELLA LUNA di GM Willo Tutti credono che esista ma nessuno lo ha mai visto Tutti lo chiamano ma lui non risponde mai Tutti dicono che è buono e onnipotente… …e di sicuro non gli manca il senso dell´umorismo. Il  capitano  Cocisse  fece  atterrare  l´astronave  su  un  promontorio  abbagliato  dalla  luce  di  quella  stella  appena  nata, che lui aveva immediatamente battezzato col nome di  “Sole”.  Il  razzo  a  forma  di  triangolo  bruciò  un  po’  d’erba  coi reattori, fece due balzelli e poi rimase immobile, primo  ed  unico  battello  spaziale  ad  aver  toccato  la  superficie  di  quello strano pianeta pieno d’acqua. «Siamo  arrivati.  Potete  raccogliere  le  vostre  cose  e  prepararvi  allo  sbarco»  disse  il  capitano,  e  la  sua  voce  rimbalzò  in  tutti  gli  altoparlanti  dell’astronave.  L’equipaggio,  un  centinaio  di  persone  in  tutto  equamente  divise in uomini e donne, incominciò a prendere posizione  vicino  allo  sportello  d’uscita,  brontolando  e  lamentandosi  come  solo  gli  uomini  sanno  fare.  Qualcuno  diceva  che  il  viaggio era stato terribile, che il cibo servito faceva schifo,  che  il  capitano  Cocisse,  che  tutti  chiamavano  col  curioso  soprannome di “Dio”, non sapeva guidare e che era stato un  miracolo, o semplice fortuna, che non era andato a sbattere  contro  un  nugolo  di  asteroidi  quando  ormai  erano  quasi  arrivati a destinazione. Il  capitano  s’infiló  tra  la  calca  che  attendeva  impaziente  di scendere e prese posto davanti allo sportello. Indossava  la  divisa  con  i  gradi  ben  in  mostra  sulle  spalle  e  la  barba  bianca  e  lanuginosa  gli  ricadeva  sulle  medaglie  vinte  in  gioventù,  quando  era  stato  un  pilota  provetto.  Ne  era  passato  di  tempo  da  allora.  Le  mani  non  erano  più  ferme  24

come il giorno in cui uscì dalla scuola di volo, ed era stato  per davvero un miracolo, o forse solo fortuna sfacciata, che  era  riuscito  a  scansare  quei  maledetti  asteroidi.  Sarebbe  stata  una  grande  beffa  inciampare  nella  sua  ultima  missione, prima della meritatissima pensione. Azionò  la  leva  che  apriva  lo  sportello  e  attese  con  gli  occhi  abbassati  che  i  meccanismi,  con  suoni  stridenti  e  sbuffanti, facessero il loro lavoro. Il sole splendette sul suo  volto  e  su  quello  degli  uomini  e  delle  donne  che  attendevano  alle  sue  spalle.  «Ecco  la  vostra  nuova  casa!»  dichiarò  Cocisse,  accendendosi  subito  una  sigaretta.  Non  che fosse vietato fumare a bordo, intendiamoci, ma nessuno  fumava  per  rispetto  di  quelli  che  non  fumavano,  ed  era  sempre stato così. I  passeggeri  discesero  lentamente  la  scaletta  dell’astronave  trascinandosi  dietro  ogni  sorta  di  bagagli,  borse, zaini, portacappelli, gabbie per uccelli e via dicendo.  Andarono  a  disporsi  in  semicerchio  sul  pratino  del  promontorio  lamentandosi  subito  dell’umidità,  del  vento,  del  sole,  e  delle  nubi  all’orizzonte  che  secondo  qualcuno  avrebbero  portato  pioggia.  Perché  si  sa,  gli  uomini  non  si  accontentano mai. Cocisse  rimase  ai  piedi  della  scaletta  pronto  a  dare  istruzioni. Appena ci fu un po’ di silenzio il capitano iniziò  a parlare al popolo impaziente. «Mi  auguro  che  vi  siate  letti  bene  le  regole  durante  il  viaggio.  In  ogni  caso  le  ripeterò  adesso,  prima  di  congedarmi  da  voi. Allora…»  Qualcuno  tra  i  cento  indicò  in cielo un uccello e molti si distrassero, ma Cocisse non ci  badò e proseguì. Ve ne furono molte di distrazioni durante  il suo discorso. «Regola  numero  uno:  non  litigate.  Cercate  sempre  di  andare  d’accordo  e  risolvete  le  vostre  incomprensioni  con  le  parole  e  non  con  la  forza.  Rispettatevi  a  vicenda,  sempre…» L’uccello, che era un tucano, era scomparso nel  frattempo dentro i boschi della valle. 25

«Regola  numero  due:  godete  dei  frutti  di  questo  mondo.  Non  sprecateli,  non  sfruttateli  oltre  il  necessario,  non  inquinateli  e  neanche  banditeli.  Questo  mondo  non  è  vostro, è solo in affitto, ricordatevelo…» Intanto qualcuno  si era messo a prendere il sole e poco sentiva di quello che  veniva detto. «Regola numero tre: riproducetevi e divertitevi nel farlo.  Se  per  caso  qualcuno  di  voi  preferisse  divertirsi  con  compagni dello stesso sesso, allora che si diverti pure senza  riprodursi,  che  di  sicuro  non  ce  ne  sarà  bisogno…»  Qui  alcuni  starnutirono  e  persero  metà  della  frase,  ma  erano  troppo  arroganti  per  chiedere  ai  vicini  che  cosa  era  stato  detto. «Regola  numero  quattro:  aiutatevi.  Se  qualcuno  è  in  difficoltà,  dategli  una  mano.  Ricordate  che  la  vita  è  un  gioco,  non  una  competizione…»  E  a  questo  punto  molti  alzarono  la  mano  per  chiedere  spiegazioni  perché  non  riuscivano a capire la differenza tra gioco e competizione.  Cocisse provò a spiegarglielo e tutti annuirono soddisfatti,  per non ammettere di non aver capito un bel nulla. «Infine, quinta ed ultima regola: amatevi e amate il vostro  mondo!»  Ma  a  questo  punto  molti  si  erano  già  dileguati  perché  pensavano  che  le  regole  fossero  finite.  Davanti  al  capitano  erano  rimaste  solo  una  decina  di  persone  con  le  mani  alzate  le  per  domande  di  rito.  Qualcuno  chiese  se  si  poteva eleggere un capo, ma un altro disse che era meglio  formare un governo. Una donna che aveva freddo domandò  se si potevano usare le pelli degli animali per vestirsi, e un  uomo  distinto  invece  parlò  di  qualcosa  di  assolutamente  astratto  che  si  chiamava  denaro  e  che  di  sicuro  avrebbe  semplificato la vita di tutti. Non mancarono frasi di elogio  al  capitano  e  un  gruppo  di  quattro  ammiratori  chiese  si  poteva  erigere  un  effige  in  suo  onore,  per  ringraziarlo  di  averli  portati  su  quel  nuovo  mondo.  Cocisse,  che  tutti  chiamavano Dio, rispose educatamente a tutte le domande  ma  nessuno  davvero  lo  ascoltò.  Poi  giunse  finalmente  il  tempo di ripartire. Risalì la scaletta, salutò le poche persone  26

rimaste  sul  promontorio  (le  altre  si  erano  già  allontanate  per  ispezionare  il  territorio  e  alcuni  di  queste  incominciarono  a  pensare  al  concetto  di  “proprietà  privata”)  e  riprese  posizione  nella  cabina  di  comando.  Il  razzo  a  forma di triangolo descrisse un arco nel cielo e in  pochi istanti sparì all’occhio dell’umanità. “Finalmente! Ora potrò riposarmi e godermi la pensione”  pensò  il  vecchio  capitano  mentre  si  lasciava  alle  spalle  il  pianeta  azzurro.  Peccato  che  non  fu  altrettanto  fortunato  come all’andata, e appena oltrepassò un pianeta tutto rosso  andò  a  schiantarsi  su  un  grosso  asteroide,  deviandone  la  traiettoria e portandolo su una nuova orbita. «Che  cos’è  quello?»  domandò  la  sera  stessa  uno  degli  uomini sbarcati sul nuovo pianeta. «Un satellite, credo…» rispose un altro. «Ma non ci avevano detto che questo posto era tranquillo.  Lo  sai  come  sono  i  satelliti,  con  le  maree  e  gli  sbalzi  di  umore…» «Non  ci  si  può  mai  fidare  delle  agenzie  planetarie!  Comunque,  almeno  di  notte  si  riesce  a  vedere  qualcosa.  Che ne dici se la chiamiamo Luna?» «Luna? E che razza di nome è? E poi è un satellite, cioè  un  maschio.  Chiamiamolo  Armando,  un  nome  importante…» «Armando! Ma tu sei scemo!» Così iniziarono a litigare,  infrangendo subito la prima regola. E non furono gli unici.

27

IL PICCOLO PIERROT di Fida (101 Parole)

Su  un  foglio  bianco  riporto  le  immagini  e  i  pensieri  che  nella  mia  mente  si  accalcano,  si  urtano  e  litigano  tra  loro  rendendo  tutto  estremamente  confusionario.  Riguardano  me,  te,  noi.  Se  è  vero  che  in  amore  e  in  guerra  tutto  è  permesso  allora  ho  fatto  di  tutto  per  tenerti  accanto  a  me.  Intanto,  i  miei  pensieri  prendono  il  volo  e  dalla  finestra  giungono  fino  alla  luna,  che,  luminosa  e  discreta,  mi  contempla dal suo angolo di cielo. Una lacrima scende sul  mio  viso  a  ricordo  di  un  amore  che  ancora  mi  tormenta  perché non ti ho mai scordato, non l'ho fatto mai. 

28

NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE di Miriam Carnimeo

Ho solo dei fogli per raccontare. “Quando  arriva  il  sole,  guardando  il  mare,  si  ricordano  grandi  storie  e  la  mente  smette  di  essere  prigioniera  di  uomini  e  di  donne,  di  case  o  città,  ed  ecco  che  il  tempo  altro  non  sembra  che…  un  miracolo  di  carta.”  E  la  carta  brucia, che contenga delle verità indissolubili o la storia di  un  orrore  piagnucolante,  la  carta  brucia.  Difficile  allora  diviene  raccontare  una  storia,  annoiati  la  si  sbuffa,  spaventati  la  si  dimentica,  ma  questo  cambia,  se  la  storia  altro  non  è  che  una  sensazione,  la  vera  versione  di  quello  che  sulla  mia  faccia  è  stampato:  file  di  denti  freddi  che  battono  abbondanti  fino  a  trovare  uno  strano  ordine  di  cose…  la  realtà.  Fosse  solo  la  tua  più  personale  fantasia,  l’immagine  al  rovescio  di  importanti  figure,  i  simboli  intoccabili ormai sbranati che ora sono famiglie massacrate  di termini e parole, le visioni ammesse, solo follie originali  di teste solo timidamente curiose. Gentilmente,  la  paura  diviene  tentativo  banale  di  difenderla  questa  realtà,  e  tutti  nudi  i  sentimenti  paiono  vergognarsi  e  così  si  coprono,  si  raggomitolano  e  poco  dopo  divengono  carta.  Carta  su  cui  scrivere  la  propria  presenza,  impreziosendola  di  nastri  e  musica,  alleggerendola  dei  mal  di  stomaco  e  della  febbre  che  non  passa.  Splendido  inchiostro  nero,  duro  da  cancellare,  meravigliose  parole  che  rendono  sacro  il  foglio  per  intuizione  o  come  semplice  gesto  regalato  ai  muri,  che  d’impatto  sembrano  farsi  più  morbidi  e  scricchiolano  per  ogni  idea  compresa.  Scrivere  di  un  tempo  che  si  blocca  e  della sua voce che bisbiglia, bisbiglia la sua storia, quella di  una  grossa  menzogna  che  si  è  venduta  la  nostra  vita  per  l’ennesima maschera da passante. 29

Intere  città  prendono  forma,  le  loro  finestre  sono  case  deserte  e  le  facce  sono  maschere  dalle  labbra  tirate,  fotografie inedite di lunghi anni trascorsi senza aria. Hanno  costruito  e  poi  abbandonato,  non  si  riesce  più  a  pensare  a  dolci frasi o ad occhi languidi, ci si diverte abbandonandosi  a  forti  forme  di  fame,  bugie,  raggiri.  Come  ciechi  si  cammina  sull’asfalto  che  pur  serpeggiando  non  porta  a  nessuna  verità.  Si  cammina  di  lato  senza  toccare  chi  solo  con  gli  occhi  ti  tramuta  in  profonda  ferita,  chi  pensa  di  rubare ciò che viene donato, senza timore. Con  delle  facce  senza  più  rispetto  si  diventa  seri,  non  si  ride  più,  vediamo  avanzare  chi  ha  fretta  di  esibirsi  e  lo  sguardo  sfugge,  trova  riparo  altrove,  tra  i  linguaggi  più  arditi, quello della bocca, meravigliosamente radicato tra le  luci di questa stessa mortale città. Sono notti uniche queste,  il vento gonfia le tende, cigola il ferro, la corrente elettrica  parla tra i muri… ed è così che la magia si racconta, nella  mano che di giorno si passa nei capelli e di notte sorregge  la  testa  con  tutti  quegli  occhi  e  quella  bocca.  Poi  attesa  calda  di  fronte  al  volo,  successioni  di  idee  imparentate  ai  ricordi,veloce  aprire  e  chiudersi,  batticuore  gonfio  fino  al  mattino. Ma  non  si  dorme  mai  ed  il  resto  vive  alle  spalle  degli  uomini  e  se  la  spassa.  Se  la  spassa  il  mare  in  burrasca  dentro  al  quadro,  e  se  la  spassano  le  lenzuola  sfacciatamente pulite, e i vetri, sempre quelli, appannati ora  dal  caldo,  se  la  spassano  le  arti  classiche  radicate  nel  prestigio  irremovibile,  e  la  luce  delle  ombre  fuori  e  passante  per  un  filo  dentro…  dentro  le  case,  curioso  accumulo  di  respiri,  come  traduzioni  di  stelle  in  terra,  le  case si accendono e viceversa si spengono. Tutto della notte  fa svegliare e le puttane non se la spassano. I visi amati si  moltiplicano, come stelle se ne accarezza la distanza ma dei  lineamenti  neanche  una  traccia.  Nel  vuoto  di  un  divano  illuminato le persone pensano all’amore con altre persone.  Ci sono da fare lunghi discorsi sull’attesa, su gambe e piedi  che più non avvolgono, su facce stanche che prima o poi si  30

stendono  nel  sorriso.  Le  ali  nello  stomaco  altro  non  sono  che  un  bel  pensiero  d’amore.  Andare  e  tornare,  anche  questo è amore, l’amore di chi si combina con la memoria,  scatola  piena  a  pressione,  risucchio  da  un  lato,  tampona  dall’altro.  L’amore  che  nidifica  nello  sguardo  strane  convinzioni  e  la  memoria  che  ne  mostra  la  nudità:  paesaggi, espressioni diverse che velocizzano l’azione fino  a renderla abitudine. Il miracolo allora affiora, la follia… …semplicemente, come la migliore delle idee, lo sfogo di  un genio isolato, nascosto nella bocca chiusa e negli occhi  brillanti. CLICK.

31

L'AUTOSTRADA DEL SOLE di Bruno Magnolfi

La  mia  casa  è  sotto  al  margine  del  cavalcavia  di  un  sentiero  poco  frequentato  che  scavalca  l’autostrada.  Quando mi metto a dormire, durante la notte, mi sembra di  vivere  il  confine  tra  la  civiltà  e  la  natura.  In  quel  punto,  attorno  a  quella  mia  specie  di  abitazione,  ci  sono  solo  campi  verdi  a  distesa  tra  file  sfumate  di  alberi,  e  per  arrivare  al  paese  più  vicino  ci  si  impiega  a  piedi  più  di  mezz’ora. Sopra la mia testa transitano pochi mezzi, lungo  quella via non ci passa quasi nessuno. In autostrada invece  il  traffico  non  termina  mai,  è  un  fiume  continuo  di  materiale  umano  e  di  merci  che  scorrono  accanto  a  me,  quasi ai miei piedi. Certe volte mi chiedo se qualcuno che  guida  tutti  quei  mezzi  non  immagina  che  ci  sia  io  al  margine della sua traiettoria, e poi qualche volta sogno che  qualcuno di loro si fermi e mi porti con sé. Non immagino  un  posto  preciso  dove  recarmi,  però  dentro  di  me  formicolano  spesso  così  tante  voglie  che  devo  per  forza  ricacciarle  all’indietro,  e  questo,  penso,  non  è  da  persona,  ed io, certe volte me lo ripeto per darmi più forza, sono una  persona, anche se sono da solo, e anche se sono arrivato fin  qui  non  mi  ricordo  neanche  più  in  quale  maniera.  Ho  ricavato  due  pareti  con  delle  lamiere  lungo  il  margine  del  cemento armato del ponte, e davanti a me, con delle assi di  legno,  mi  chiudo  la  notte  all’interno  del  mio  spicchio  di  mondo.  Il  rumore  continuo  del  traffico  sull’autostrada  è  fortissimo, però ci si abitua. Ho una vecchia bicicletta con  me,  e  con  quella  durante  le  belle  giornate  arrivo  fino  al  fiume, e lì a volte mi lavo, prendo l’acqua che mi serve per  la mia casa, mi siedo, osservo la natura bellissima di quella  campagna.  Qualche  volta,  di  giorno,  passano  da  sotto  al  cavalcavia gli operai che svolgono le manutenzioni, oppure  32

le squadre per il taglio dell’erba al margine dell’autostrada,  con i loro trattori giganteschi, le attrezzature meccaniche e  tutta  una  serie  di  segnali  luminosi  bellissimi,  e  a  volte  mi  salutano,  mi  gridano  qualcosa  nella  loro  maniera:  sono  calabresi,  rumeni,  marocchini.  Certe  volte  li  invidio,  mi  sembrano  persone  importanti,  svolgono  un  mestiere  che  li  pone al disopra di tutti: lavorano per gli altri, penso, per la  sicurezza  di  quelli  che  non  si  accorgono  neppure  che  c’è  chi  li  veglia.  Ho  conosciuto  Artur,  un  giorno,  uno  della  manutenzione  dell’autostrada,  con  la  polvere  e  l’asfalto  appiccicati  sui  suoi  vestiti  arancione  ed  il  viso  di  chi  non  ride  mai.  Ha  detto  che  la  vita  è  uno  schifo,  ma  io  gli  ho  sorriso,  non  poteva  dire  sul  serio.  In  primavera  l’erba  cresce giorno per giorno, siamo già usciti da questo inverno  freddo  e  piovoso,  tra  qualche  mese  lavorerò  nei  campi  vicini  a  raccogliere  gli  ortaggi,  poi  i  pomodori,  forse  mi  prenderanno per tagliare l’uva. La mia vita è naturale, con  la  luce  del  giorno  e  con  le  stagioni,  ed  i  miei  sogni  viaggiano  con gli autoarticolati che passano davanti a me.  Sembrano tutti uguali, ma non è vero. Uno di loro prima o  poi mi porterà via, in fondo a questo braccio di autostrada,  e sarà là che inizierà tutto il riscatto della mia vita. Ci sarà  qualcuno  su  un  camion  che  si  fermerà  sulla  corsia  di  emergenza,  sorriderà  senza  chiedermi  niente,  ed  io  andrò  assieme a lui e mi ricorderò che sono anch’io come lui, una  persona, e tutto inizierà ad andare in maniera migliore, ed il  futuro  mi  farà  scordare  del  tutto  di  avere  abitato  sotto  questo  cavalcavia. Forse tornerò indietro, un giorno in cui  tutto  scorrerà  per  me  nella  maniera  migliore,  cercherò  di  ritrovare  questo  cavalcavia,  e  gli  alberi,  i  campi,  anche  il  fiume,  e  aspetterò  la  squadra  della  manutenzione  dell’autostrada,  e  sarò  tanto  contento  di  ritrovare  tutte  quelle  persone,  perchè  potrò  dire  ad  Artur  che  si  era  sbagliato, che la vita non era come diceva lui.

33

EREDITÀ SEGRETA di Aeribella Lastelle

Tullia si lasciò cadere dallo scivolo, col sole in faccia che  le rubava il sorriso. Atterrò sulla sabbia e si rialzò in piedi  di  scatto,  perché  la  sua  amica  Chiara  stava  venendo  giù.  Ebbe  una  breve  sensazione  di  vertigine  e  avvertì  qualcosa  di caldo e bagnato. Il primo pensiero, il più imbarazzante,  fu  che  si  era  fatta  la  pipì  addosso.  Ma  c’era  qualcosa  di  strano… Allungò le dita sotto la gonnellina di fiori, sfiorando una  patina umida che ricopriva le mutandine. Quando si guardò  i  polpastrelli  trattenne  un  urlo  e  scappò  via.  Le  amiche  erano troppo sorprese per correrle dietro. Sua madre l’aveva avvertita che sarebbe successo. Ormai  aveva  dodici  anni  compiuti,  e  le  ragazze  a  quell’età  diventavano donne, o almeno così si diceva dalle sue parti.  A  Chiara  ad  esempio  erano  venute  un  mese  prima,  ed  era  stata una mezza tragedia. A scuola si era data per malata e  ai giardini non si era vista per una settimana. Quando Tullia  la rivide sembrava davvero cambiata. Che strano che era il  corpo  delle  ragazze,  aveva  pensato.  E  adesso  succedeva  a  lei.  Doveva  tornare  subito  a  casa,  ma  non  dire  niente  al  papà  e  alla  mamma,  perché  quella  situazione  era  davvero  imbarazzante.  Glielo  avrebbe  detto  con  calma,  magari  a  cena, o meglio domani.  Entrò  in  casa  dalla  porta  sul  retro,  quella  che  dava  sul  giardino,  salutò  veloce  la  madre  che  era  impegnata  col  piccolo  Luca,  salì  le  scale  tre  alla  volta  e  si  infilò  nel  bagno.  La  doccia  avrebbe  gettato  troppi  sospetti  sul  suo  rientro  inaspettato,  così  optò  per  il  bidè.  Si  sfilò  le  mutandine e le gettò lontano, poi si sedette sopra l’acqua e  incominciò a pulirsi. Voleva vedere meno sangue possibile,  non perché le facesse impressione, figuriamoci, ma perché  la faceva sentire sporca. 34

La sua testa lavorava a cento all’ora. Doveva trovare quei  pannolini che usava la mamma, afferrarne uno al volo e poi  schizzare  veloce  in  camera  da  letto  per  cambiarsi.  Suo  padre era a lavoro e non sarebbe tornato fino all'ora di cena.  La  madre  la  chiamò  un  paio  di  volte  da  basso,  ma  lei  era  stata  veloce  a  risponderle  con  naturalezza  che  doveva  urgentemente  usare  il  bagno,  il  che  non  era  proprio  una  bugia.  Il  problema  più  grosso  erano  le  mutandine,  che  senza  neanche  degnare  loro  di  un’occhiata  aveva  scaraventato oltre il bordo della vasca da bagno. Giacevano  laggiù,  piene  di  sangue,  ad  imbrattare  la  ceramica  tirata  a  lucido  dalla  madre.  Le  avrebbe  sciacquate  velocemente  nella vasca e poi nascoste da qualche parte. Si riscosse da quei pensieri. Quanti minuti erano passati,  uno, dieci, cento? L’acqua del bidè continuava a lambirle le  parti intime. Poteva bastare, pensò, e chiuse il rubinetto. Si  asciugò  con  della  carta  igienica  per  non  lasciare  tracce  e  finalmente si alzò in piedi. Adesso le mutandine, pensò… Si avvicinò alla vasca da bagno, gettò lo sguardo oltre il  bordo,  e  vide  esattamente  quello  che  si  era  aspettata,  ma  non proprio… “Che  caspita significa?” sussurrò la ragazza appena fatta  donna.  Non  era  la  prima  volta  che  vedeva  il  sangue,  però  quello  era  diverso.  Glielo  aveva  accennato  la  mamma,  e  Chiara  le  aveva  detto  infatti  era  molto  più  scuro,  quasi  marrone.  Ma  ciò  che  vedeva  nella  vasca  era  ben  altro.  Quando  poco  prima  si  era  guardata  le  mani  non  ci  aveva  fatto caso. Il sole abbagliante le aveva giocato uno scherzo,  o  forse  era  stata  la  sua  testa,  fatto  sta  che  aveva  dato  per  scontato che fosse rosso. Invece… A Tullia non erano mai piaciuti i broccoletti. La mamma  ci faceva la pasta perché suo padre ci andava matto, ma lei  la  preferiva  col  burro  e  formaggio.  A  tavola  gli  adulti  parlavano dell’assicurazione dell’auto, delle ferie in agosto  e della lavatrice che perdeva acqua. Luca afferrava le penne  con le mani e se le metteva in bocca, sorridendo con i suoi  35

sei dentini. Aveva le guance così imburrate che riflettevano  il neon sopra la tavola. Lei invece spostava con precisione  la  pasta  rimastale  nel  piatto,  formando  piccole  figure  geometriche, un triangolo, un quadrato, un pentagono… «Che c’è Tullia, non hai fame?» domandò suo padre. Era  un uomo molto gentile, e a volte lei riusciva a perdersi nei  suoi  occhi,  ma  che  ne  poteva  sapere  lui  delle  ragazze  di  dodici anni e dei loro problemi. «No…» rispose lei svogliatamente. «C’è  qualcosa  che  non  va?»  incalzò  sua  madre.  Perché  dovrebbe esserci sempre qualcosa che non va se non si ha  appetito, pensò. Era sul punto di dare voce a quel pensiero  quando  si  fermò  e  abbassò  la  testa.  In  quel  momento  successe  qualcosa  di  veramente  strano.  Fu  come  se  un’ombra, non proprio cattiva ma in qualche modo aliena,  fosse calata sulla tavola. Persino Luca se ne accorse perché  smise  di  sorridere  e  lasciò  andare  la  penna  che  aveva  in  mano.  Tullia  alzò  lo  sguardo  e  vide  i  suoi  che  si  guardavano  intensamente  negli  occhi.  I  loro  volti  sembravano  cambiati,  il  silenzio  stava  diventando  ancora  più  imbarazzante  del  segreto  di  Tullia,  per  questo  la  ragazza decise di romperlo. «Che succede?» Allora la madre la guardò. «Ti sono venute?» La  ragazza  diventò  rossa  come  un  peperone.  «Ma  mamma…» mormorò lei, facendo un cenno con la testa in  direzione del padre, per lasciarle intendere che quelle erano  cose di cui non si poteva parlare in presenza di uomini. E  poi la questione era un po’ più complicata di così… «Di  che  colore…»  la  domanda  del  padre,  inaspettata  e  incompiuta, la fece voltare di scatto. «Cosa?» «Amore,  non  preoccuparti,  rispondi  a  tuo  padre»  la  rassicurò la madre. Un parte di lei voleva sputare fuori quell’assurdo segreto,  abbracciare  il  padre,  chiarire  quella  stupita  situazione,  ma  un  secondo  prima  di  riuscire  a  liberarsi  di  quel  peso,  fu  36

colta da un pianto isterico, irrazionale e diluviante. Lasciò  la tavola e corse al piano di sopra, sbattendo violentemente  la  porta  della  sua  stanza.  Poi  affondò  il  volto  nel  suo  cuscino. «Lasciatemi in pace…» Si era aspettata che sarebbero venuti a bussare alla porta,  ma  ce  ne  avevano  messo  di  tempo.  Lei  si  era  quasi  addormentata, e forse sarebbe stato meglio così, pensò. «Vuoi parlarne domani?» Era la voce di suo padre. Perché  lui?  Che  cosa  c’entrava  lui?  Quelle  erano  cose  che  normalmente  si  discutevano  insieme  alle  madri…  Ma  quella non era una situazione normale, e lei lo sapeva bene.  E poi quell’ombra caduta sulla tavola, pochi minuti prima,  che significava? «No,  entra…»  riuscì  a  rispondere,  ma  rimase  aggrappata  al cuscino. Se suo padre voleva davvero parlarle, allora lo  avrebbe fatto con la sua schiena. Lo sentì chiudere la porta  e  accomodarsi sul bordo del letto. Ascoltò il suo respiro e  avvertì  l’odore  pungente  del  dopobarba,  anche  se  a  fine  giornata  ne  rimaneva  ben  poco  ed  era  mescolato  al  suo  odore. C’era qualcosa nell’odore di suo padre che la faceva  sentire  strana,  più  vicina  a  lui  ma  in  modo  diverso.  Era  innegabile  il  fatto  che  si  somigliassero  molto,  lo  dicevano  tutti. «Se  hai  delle  domande  sono  qui…»  disse  lui.  E  che  cavolo  significava,  pensò  Tullia.  Certo  che  aveva  delle  domande,  mille  domande,  ma  lui  non  era  certo  la  persona  alla quale voleva porle. Oppure… «Siamo diversi, non è vero?» riuscì a dire, senza neanche  sapere bene perché. «Tutti siamo diversi, amore…» rispose lui. Al diavolo la difensiva. Al diavolo l’imbarazzo. Tullia si  alzò  mettendosi  a  sedere  sul  letto  di  fronte  a  suo  padre.  Aveva gli occhi bagnati di lacrime e i capelli arruffati. «Sanguino oro! Che cavolo significa papà?» Lui le prese le mani tra le sue e le disse: «Guardami!» 37

Tullia  guardò  negli  occhi  di  suo  padre,  occhi  castani  e  profondi,  e  li  vide  cambiare,  diventare  verdi  accesi,  come  due pietre preziose in controluce. Il respiro le si bloccò nel  petto.  Provò  a  parlare  ma  non  riuscì  ad  emettere  alcun  suono.  Seguì  invece  la  luce  di  quegl’occhi,  che  la  invitavano  a  guardare  più  da  vicino,  a  sprofondare  in  quell’abisso  smeraldino.  Avvertì  il  cambiamento,  ma  lo  riconobbe  solamente  nel  momento  in  cui  intravide  la  sua  immagine  riflessa  negli  occhi  del  padre.  Anche  gli  occhi  della ragazza erano cambiati. «Riesci a sentirlo?» domandò lui, stringendole più forte le  mani. Era il cuore di fuoco, fulgido e dirompente, pulsava  nel suo petto pompando sangue e lava. «Padre, chi siamo?» «Lo devi scoprire da sola… Seguimi…» E Tullia seguì il  padre dentro l’abisso. Vide cieli striati di nuvole e tramonti  su paesaggi stranieri, picchi innevati e valli incontaminate,  un  giro  di  giostra  nel  cielo  azzurro,  a  cavallo  di  un’aquila  reale  oppure di un pegaso, come nelle favole… Giravolte,  virate  e  picchiate,  col  vento  tra  i  capelli  e  il  profumo  dei  sempreverdi nelle narici. «Chi siamo…?» sussurrò ancora. Ma aveva già risposto a  quella  domanda.  Doveva  solo  convincersi.  Continuò  a  volare  insieme  al  padre,  perché  era  davvero  bellissimo  e  non  avrebbe  mai  voluto  smettere. Tullia  volò,  riscoprendo  le  sue  radici,  accettando  il  suo  destino,  abbracciando  l’ignoto. Sono un drago, pensò. È incredibile, ma è davvero  così… «E mamma?» domandò Tullia, una volta rientrata nel suo  corpo. «Mamma è umana…» rispose il padre. «E Luca?» «Ancora  non  è  possibile  saperlo.  L’eredità  si  riconosce  col passaggio all’età adulta.» «Capisco…» 38

Adesso  il  padre  aveva  assunto  un’espressione  distaccata,  quasi preoccupata. «C’è dell’altro, vero?» intuì la ragazza. «C’è sempre dell’altro…» rispose il padre sforzandosi di  sorridere.  «Però  per  adesso  può  bastare.  Sappi  solo  una  cosa;  c’è  una  guerra  in  corso  tra  noi  draghi  di  smeraldo  e  quelli di rubino. Sono ormai millenni che va avanti. Molti  di noi si sono persino dimenticati le ragioni che ci spingono  ancora a combatterci. Un giorno te ne parlerò…» «Ok papà…» I due si abbracciarono, uniti da un segreto troppo grande  per  il  mondo  di  tutti  i  giorni;  lavoro,  scuola,  assicurazioni  e lavatrici difettose. «Promettimi solo una cosa.» «Cosa?» «Se dovessi incontrare un Rubino… scappa!»

39

RACCONTAMI UNA STORIA di GM Willo (101 Parole)

“Papà, raccontami una storia...” L’uomo guardò il figlio e sorrise. Poi incominciò: “C’era  una volta…” “Che cosa?” domandò una vocina nella testa. “No, non è vero…” sussurrò l’uomo. Poi tornò a guardare  il figlio. “C’era una volta…” “Chi? Rispondimi. Risponditi! Chi c’era?” “Lasciami in pace!” urlò l’uomo alla vocina. Scosse  la  testa,  riprese  fiato  e  continuò:  “C’era  una  volta…” “…tuo figlio!” L’uomo  si  disconnesse  e  sprofondò  nel  pianto,  ma  il  programma  che  faceva  rivivere  i  ricordi  continuò  a  girare  nel deck. Poteva ancora sentire la voce del piccolo Matteo  dalle casse dell’apparecchio. “Papà, raccontami una storia...” Ma Matteo non c’era più.

40

L’UTILITÁ E IL DANNO DEL BIDET PER LA VITA di Dario De Giacomo

“Chi  non  sa  sedersi  sulla  soglia  dell’attimo,  dimenticando  tutto  il  passato,  chi  non  sa  stare  ritto  su  un  punto  senza  vertigini  e  paura  come  una  dea  della  vittoria  non  saprà  mai  cos’è  la  felicità,  e  peggio  ancora  non  farà  mai qualcosa che rende felici gli altri.” (Nietzsche) ­  È  bellissimo.  Vero?  –  ci  stringiamo  attorno  a  quella  culla,  spalla  a  spalla  nell’ambiente  angusto  e  caldissimo,  con occhi intenti. È arrivato oggi, da pochi minuti e, siamo  ancora increduli e indecisi. È nelle occasioni solenni che la  famiglia  si  stringe  come  un  pugno.  Oggi  siamo  qui  e  ci  siamo ritrovati proprio tutti. Solo  per  sciatteria  le  crepe  da  invisibili  che  sono  si  ingrossano, mettono radici fino a dilatarsi dappertutto. Così  se  non  oggi,  allora  sarà  domani,  preannunciato  da  scricchiolii  sordi  che  si  insinuano  negli  attimi  di  felicità,  però l’incrinatura presto si spezzerà in uno schianto. Ieri lo  schianto,  oggi  la  famiglia  è  riunita  per  ricucire  i  legami  solidi  della  lealtà  invisibile.  È  toccato  a  me  ieri  rovinare  sotto  il  peso  della  lesione:  mentre  ero  seduto,  il  bidet  ha  ceduto  aprendosi  in  due  come  il  mar  rosso  al  mio  passaggio.  Questo  strumento  di  civiltà,  bianco  come  un  trono, ci inquieta tutti e alimenta rancori generazionali. Sono tutti contenti che sia bellissimo il nuovo trono, però  nell’aria avverto una nota pesante di biasimo: mi accusano  di aver rotto il vecchio bidet. Però qui tra tutti loro mi trovo  bene, le riunioni di famiglia sono tranquille, conosco tutte  le domande e anche le risposte: ci rassicuriamo a vicenda in  questo bozzolo che altri hanno filato per noi, da sempre. Le  idee  nuove  attecchirebbero  male  qui  dentro,  le  troviamo  41

semplicemente  ostili,  spazzandole  con  il  piede,  distrattamente, appena arrivano a tiro. ­ Bada di non rompere anche questo, ora! – la voce di mia  madre  mi  colpisce  tra  le  scapole,  mi  manca  il  respiro  all’improvviso. ­ Non l’ho rotto – ­  Non  si  è  rotto  da  solo  comunque,  dunque…  –  la  sua  logica  stringente  rimane  sospesa  a  mezz’aria,  ondeggia  nelle  esplosioni  oro  delle  piastrelle.  Questo  bidet  nuovo  è  inquietante, come tutti i bidet di tutte le generazioni che lo  hanno  preceduto.  Sembra  innocuo,  ma  la  sua  malignità  è  sfacciata,  quasi  oscena:  ovale  perversione  geometrica  di  ceramica bianca, perfetta e senza centro. La storia delle mie  disgrazie inizia giusto al centro della sua perfezione. È  deciso.  –  Tu  non  sai  usarlo  –  mi  dicono  ,  allora  mi  guardo  intorno  cercando  alleati,  in  cerca  di  qualcuno  che  conosca  la  verità.  L’ho  rotto  perché  mi  ci  siedo  a  cavalcioni,  lo  cavalco  a  cosce  aperte  di  fronte  alla  rubinetteria:  adoro  sentire  il  fiotto  d’acqua  calda  che  mi  schizza  tra  le  gambe.  Per  questo  l’ho  rotto,  dicono.  Mi  sento perverso, lo uso contro natura. Mia madre giunge al  parossismo, si siede sul bidet per spiegarmi. Con le spalle  alla  rubinetteria  e  il  pudore  di  non  mostrare  il  sesso:  così  quella protuberanza metallica che spruzza l’acqua lambisce  il culo, scivolando tra le cosce. ­ È questo il modo giusto – urla. Cazzo se mi sento perverso ora! Devo smetterla di andare  contro corrente, anche contro la corrente della rubinetteria.  Bisogna  imparare  ad  usare  le  cose  nel  modo  giusto.  Sono  confuso! La tradizione mi aggredisce con tutto il suo peso,  generazioni  di  liberi  fruitori  del  bidet  mi  guardano  e  nel  loro sguardo leggo lo sgomento, il disprezzo. Non lo userò  più,  fino  a  quando  non  avrò  capito  la  segreta  virtù  delle  cose. Volto le spalle a tutti. Anche al bidet, finalmente!

42

L’ULTIMO LAMPIONE di Massimo Mangani

Ritto sulla balaustra affaciata sul fiume, me ne sto fermo  da  quasi  tre  secoli,  povero  vecchio  lampione  mezzo  arrugginito. Per la verità non sono come tutti gli altri; sono  l’ultimo  lampione  di  questa  antica  e  polverosa  strada  costruita per le carrozze ed ormai percorsa ogni giorno da  migliaia di mostri di latta rombanti e strombazzanti. Molti  di  voi  si  staranno  domandando  perché  mi  considero  l’ultimo e non il primo, la risposta è presto detta: io guardo  sempre verso l’oscurità! Un  tempo,  quando  il  padrone  della  città  era  un  certo  “Granduca”,  oltre  la  mia  fievole  luce  si  estendevano  immensi  campi,  ricchi  di  grano  viti  ed  olivi;  oggi  nell’era  dei  “sindaci”  il  panorama  è  completamente  cambiato  e  la  città, dopo di me, continua ad estendersi a perdita d’occhio.  Durante  il  giorno  sonnecchio  cullato  dai  rumori  della  metropoli  ma  all’arrivo  della  notte  mi  accendo,  inizio  a  vegliare,  divento  un  importante  punto  di  riferimento.  Anticamente  ero  l’ultima  luce  visibile  al  viandante  prima  del  buio  totale  poi,  piano  piano,  dopo  di  me  sono  stati  piantati  dei  moderni  lampioni,  altissimi  e  con  luci  troppo  potenti,  presuntuosi  da  morire!  Comunque  non  me  la  prendo  più  di  tanto,  in  fondo  posso  tranquillamente  considerarmi il segno di distinzione fra il centro della città,  bello ed elegante e la periferia, brutta, anonima, pericolosa.  Io  faccio  parte  del  centro,  i  lampioni  allo  Iodio  della  periferia! Certo,  in  questi  tre  secoli  ne  ho  viste  davvero  di  tutti  i  colori  ma  soprattutto  sono  cambiato  alquanto:  ricordo  ancora  quando,  con  il  serbatoio  pieno  d’olio  aspettavo  trepidante l’arrivo del lampionaio col suo attizzatoio. Tutti  quelli  che  ho  conosciuto  mi  hanno  sempre  voluto  bene,  si  sono presi cura di me, hanno curato le mie scalfiture e mi  43

hanno portato rispetto. Poi è arrivato il Gas e l’accensione  automatica ed i lampionai sono scomparsi… peccato, sono  cessati i rapporti diretti con il genere umano! Le scrostature  piano  piano  sono  arrugginite  e  ci  sono  voluti  anni  prima  che qualcuno se ne accorgesse e venisse a medicarmi. Le cose non sono migliorate con la corrente elettrica, anzi  il  momento  dell’accensione  è  diventato  un  pò  fastidioso:  appena  arriva  la  scarica  sento  un  formicolio  piuttosto  intenso  che  mi  attraversa.  La  ruggine  continua  ad  essere  lasciata sul mio corpo per molto tempo, e quando arrivano  i “tecnici del Comune” sono molto scortesi, frettolosi, non  si  fermano  a  parlare  neanche  un  pò  con  me.  Nonostante  tutto, da quassù continuo a vigilare sulla sicurezza notturna  dei  viandanti,  che  da  sporadici  si  sono  trasformati  in  “massa”  ed  ogni  notte,  per  buona  parte  di  essa,  affollano  questo  pezzo  di  strada  schiamazzando  e  bivaccando.  Solo  verso l’alba la via torna ad essere deserta, come un tempo,  le  persone  che  passano,  dopo  di  me  affrettano  il  passo  a  meno che non siano coppiette che si fermano ai miei piedi  per scambiarsi un ultimo bacio. Lontani  sono  i  tempi  delle  congiure  ordite  sapendo  che  tanto  io  non  avrei  mai  potuto  parlare…  quante  ne  ho  sentite,  andate  poi  a  buon  fine  o  meno!  Penso  che  a  volte  mi  sarebbe  piaciuto  davvero  parlare,  raccontare  al  mondo  intero  cose  viste  e  sentite:  “Signor  Granduca,  proprio  stanotte l’ambasciatore di Francia si è incontrato qui con il  capo  dei  rivoluzionari,  hanno  deciso  di  attentare  alla  sua  vita  all’alba  di  Venerdì…..”  oppure:  “Lord  Stratton  che  piacere,  sa  proprio  ieri  notte  sua  figlia,  quella  carina  che  pare  una  santerella,  era  qui  sotto  con  un  ragazzo  che  in  quattro e quattr’otto le ha rubato la verginità…” Certo  a  distanza  di  tre  secoli  le  cose  sono  cambiate,  di  verginità perdute ne vedo tutte le sere e se dovessi fermare  tutti  i  padri  che  passano  il  giorno  dopo,  starei  fresco!  Io  comunque  continuo  a  starmene  qui  fermo,  immobile,  impettito,  mi  accendo  al  calar  della  sera  e  mi  spengo  44

all’alba,  adesso  con  una  lampada  che  dice  faccia  risparmiare molti soldi al comune… bah! Mi  piace  specchiarmi  nel  fiume  e  soprattutto  continuare  ad  accompagnare  i  viandanti  verso  l’oscurità…  io,  povero  vecchio lampione mezzo arrugginito!

45

RADIO BLUES di GM Willo

La radio sta andando con un mood lento, da estate, perché  fuori  non  tira  un  alito  di  vento  ed  è  pieno  di  dannati  moscerini.  È  rimasta  solo  lei  a  raccontarmi  le  storie,  vecchia  scatola  nera  con  l’antenna  rotta,  riesci  ancora  a  prendere  quella  stazione  blues,  e  chissà  perché  continua  a  trasmettere. Ma quanti ubriaconi come me vivono in questa  maledetta città, e ascoltano vecchi pezzi di Tom Waits e dei  primi Deep Purple? Quanti? Lei  se  n’é  andata.  È  già  passata  una  settimana  e  non  accenna  a  piovere.  La  pioggia  fa  cambiare  gli  odori,  sapete?  Non  sopporto  più  di  sentire  il  suo  profumo  dappertutto,  in  camera,  in  salotto,  in  auto,  persino  nello  scantinato, tra gli scatoloni ammuffiti e la catasta di legna  per il camino. Ve lo dico subito, così evito di prendervi per  il culo; la colpa é solo mia. Quando sei lì con una birra di  troppo nello stomaco e una perfetta sconosciuta che ti apre  le  gambe,  se  sei  un  vero  uomo  non  ci  capisci  più  niente.  Non sai più distinguere il giusto dallo sbagliato. La vista ti  s’annebbia,  il  male  diventa  bene,  il  bene  diventa  roba  per  poppanti,  e  il  passato,  i  ricordi,  i  sacrifici  e  le  meraviglie  della vita di coppia, tutto questo diventa un’accozzaglia di  colori  sfumati,  un’immagine  poco  chiara,  come  uno  di  quegli  assurdi  quadri  moderni  che  piacciono  così  tanto  ai  ricchi.  No,  non  sto  cercando  scusanti.  Sto  solo  temporeggiando  per  vedere  se  finalmente  questo  tempo  si  decide a cambiare. Sento dei brontolii nella distanza, forse  la tempesta é vicina, forse l’odore cambierà… forse. Lee  Hooker  farfuglia  di  una  donna  che  lo  fregherà,  e  come  lo  capisco,  in  questo  istante  ti  sono  proprio  vicino  Johnny,  vai,  continua  a  strimpellare  quelle  corde  e  cantamela,  cantagliela  a  quelle  nuvole  ancora  troppo  lontane, oltre le colline, le colline che abbiamo percorso in  46

lungo e in largo, io e lei sul vecchio chopper. Cristo, perché  te  ne  sei  andata!  Potevamo  parlarne,  potevamo  passare  anche questa, come ne abbiamo passate tante… Il problema  é  che  ne  abbiamo  parlato  anche  troppo,  e  quando  non  c’é  più da parlare non ti rimane altro che bere. Bere, scrivere e  ascoltare vecchi pezzi blues. Ci siamo conosciuti a un rave per motociclisti nel lontano  ’87.  Ventidue  anni  insieme,  ve  ne  rendete  conto?  Lei  c’aveva due trecce platinate, sembrava uscita da una favola  dei  fratelli  Grimm,  io  invece  a  quel  tempo  ero  ancora  in  forma,  maglietta  dei  Motorhead  e  coda  di  cavallo,  nera  come il velluto. Oggi non posso dire altrettanto; il ventre ha  risentito dei fiumi di birra passati e il crine si schiarito per  l’età  e  ingiallito  per  le  cicche.  Però  mi  ritengo  ancora  un  bel figliolo, altrimenti la rossa di l’altra sera non si sarebbe  avventata  così  famelicamente  sui  miei  calzoni.  Maledetta  rossa! Era davvero bellissima la mia piccola. Le offrii la boccia  di  Jack  e  ce  l’andammo  a  bere  defilati,  mentre  il  povero  Ben  Scott,  pace  all’anima  sua,  urlava  dalle  casse  dell’apparecchio  stereo.  Al  rave  ci  saranno  state  più  di  cento  persone,  ma  era  come  se  fossimo  soli.  Lei  c’era  venuta col suo ragazzo, ma quando mi vide lo mollò su due  piedi. Ce ne tornammo a casa sulla mia prima Harley, forse  il mio unico amore. Cavolo,  questi  ricordi  fanno  troppo  male,  ma  sono  esattamente  le  scuse  che  cerco  per  versarmi  un  altro  bicchiere.  Tanto  la  radio  continua  il  suo  blues  ed  io  per  oggi non ho niente da fare. Anzi, per la verità la casa senza  di  lei  é  diventata  un  tugurio,  avrei  da  fare  la  lavatrice,  rimettere a posto la camera, lavare i piatti di tre giorni, ma  non  riesco  proprio  a  muovermi  da  questo  dannato  divano,  lo  stesso  su  cui  abbiamo  fatto  l’amore  cento,  forse  mille  volte.  JD  é  quasi  alla  fine  e  incomincio  a  vedere  storto,  come  quella  sera  balorda  insieme  alla  rossa.  Cacchio,  ci  mancava  solo  quel  Bowie  con  la  vocina  stridula  che  mi  racconta  dei  ragni  marziani.  Ma  aspetta,  forse  aiuta…  Le  47

nuvole sono più vicine adesso… ma si, è la radio, è come la  danza  della  pioggia,  quella  degli  indiani  d’america,  è  la  stessa cosa… forse se alzo il volume… Goccioloni grandi come sassi battono il tempo insieme al  vecchio  Bob  Dylan.  Ci  voleva  proprio  lui  per  far  piovere.  Ecco, l’odore è già cambiato, finalmente. Mi finisco il Jack  e poi vado fuori a farmi lavare via la tristezza. Mi è tornato  il buonumore, e se mi prende bene stasera scendo al bar per  vedere se ribecco la rossa… …perché  il  lato  positivo  di  ogni  brutta  storia  è  che  la  storia può sempre cambiare.

48

DOTTOR JACOB di Jonathan Macini (101 Parole)

Con Layla giocavamo a fare i dottori... Tutto incominciò per sbaglio, perché spesso succede così,  la vita intendo, è tutta un dannatissimo errore! L’attrazione,  il  sesso,  la  complicità,  l’amore  (o  quello  che  è)  e  poi  le  prime  litigate,  gli  umori,  le  noie… Arriva  il  tempo  in  cui  servono  distrazioni,  nuovi  stimoli,  accelerazioni  cardiache  e  sballi  di  testa. Ti prende una fantasia che poi proponi al  partner… e una cosa tira l’altra. Quello stupido gioco risvegliò qualcosa in me che doveva  rimanere per sempre sopito. “Chiamami  dottor  Jacob”  le  dissi,  avvicinandomi  con  il  bisturi in mano. Poi fu una pioggia di sangue. 

49

DIO TAGLIA 60 di Mastro Tensione

La  piscina  comunale  era  l’unico  posto  dove  andare  in  estate.  Con  le  scuole  chiuse  e  il  campetto  di  calcio  occupato  dalle  prime  roulotte  di  zingari,  non  ci  rimaneva  che  infilarci  il  costume,  e  correre  lì  con  le  bici.  Grazielle,  Bmx e strani ibridi di ferro con ruote di dimensioni diverse  e  senza  freni.  Qualche  volta  con  l’acciaio  dei  cerchioni  a  far scintille sull’asfalto. Immortali e bellissimi, a gruppi di  cinque  o  sei,  abbandonavamo  le  bici,  lasciandole  cadere  a  terra con non curanza. Tra noi non ce lo dicevamo, ma più  rimbalzavano  sull’asfalto  e  facevano  rumore  di  rotto,  più  eri  figo.  Ci  incamminavamo  verso  l’ingresso,  esaltati  dal  sole, con le croste che bruciavano. Le ferite sulle ginocchia  erano  le  peggiori.  Impiegavano  un  tempo  infinito  a  rimarginarsi. Era proprio un posto di merda per farsi male,  quello  più  complicato  da  asciugare  dopo  il  bagno.  All’ingresso  della  piscina  Squartapanza,  soldato  del  finto  esercito  dell’amministrazione  comunale  del  tempo:  tangenti e raccomandazioni, cascate di prosciutto e melone,  ostriche  e  falanghina  ai  matrimoni,  foto  con  dedica  di  Gianni  Morandi  e  Peppino  Di  Capri  per  le  figlie  degli  amici.  Il  trionfo  del  niente.  Spazzini  trasformati  in  infermieri, posteggiatori in consiglieri comunali, ex galeotti  in bagnini. Era questa la nostra democrazia, assolutamente  cristiana,  di  metà  anni  ‘80.  Tutti  amici  di  tutti.  Ognuno  aveva  uno  zio,  un  nonno,  un  cugino  che  conosceva  qualcun’altro che ti regalava l’abbonamento per la piscina.  Squartapanza se ne stava seduto in canottiera con gli angoli  dei baffi che pendevano verso il basso. “Uno alla volta, con  l’abbonamento  in  vista”.  Entravamo  così,  in  fila  indiana,  cercando di tenere una certa calma, con l’eccitazione che ci  pizzicava  le  pupille.  L’abbonamento  in  una  mano,  il  sacchetto  coi  panini  nell’altra.  Le  piscine  erano  due.  Una  50

piccola  per  noi  bambini,  l’altra,  quella  grande,  la  usavano  per  le  partite  di  pallanuoto.  In  quel  periodo  la  squadra  locale era così forte, da essere finita in serie A. Nonostante  nessuno  del  posto  avesse  idea  di  come  si  giocasse  quello  sport,  a  tutte  le  partite  gli  spalti  erano  strapieni.  Adulti,  bambini,  famiglie.  I  ragazzi  più  grandi  portavano  dentro  grandi  bidoni  di  ferro  su  cui  battevano  pesanti  mazze  di  legno. Ne veniva fuori un frastuono difficile da spiegare. I  giocatori  della  nostra  squadra  se  la  ridevano,  gli  avversari  invece  erano  terrorizzati.  Una  roba  così  non  si  vedeva  neanche  negli  stadi  di  calcio.  Di  quelle  domeniche  trascorse  sugli  spalti,  travolto  da  una  bolgia  senza  senso,  ricordo  distintamente  due  cose:  la  struttura  che  trema  ad  ogni  gol,  come  se  dovesse  venir  giù  da  un  momento  all’altro, e l’umidità da sauna. Era un continuo strofinare di  occhiali  appannati  sulle  magliette.  A  maniche  corte  a  Dicembre.  Sudati.  Scalmanati.  Non  capivo  bene,  ma  confuso  in  quella  folla  impazzita,  mi  sentivo  parte  di  qualcosa  di  grande  e  inattaccabile.  A  metà  settembre  la  piscina  veniva  chiusa  al  pubblico,  coperta  con  dei  teloni  color blu piscina, e dedicata solo a quello sport che in città  praticavano  in  dieci.  Una  disciplina  troppo  distante  dalle  nostre  vite.  Senza  terra  che  sale  in  gola,  dove  non  puoi  correre  e  fare  sgambetti,  senza  risse,  senza  pantaloni  strappati  e  gomiti  sanguinanti.  Senza  pallonate  in  faccia  che  spaccano  il  naso.  Una  roba  così  lontana  che  per  noi  manco  esisteva.  Per  noi  la  piscina  era  altro.  In  inverno  bidoni  di  ferro,  in  estate  pizzette  riscaldate,  Coca  Cola  in  lattina  grande  e  bomboloni  alla  fragola  con  la  gomma  dentro.  La  piscina  per  noi  era  quella  col  sole  che  sbatte  sulle mattonelle, fa evaporare l’acqua e salire il cloro fino  al cielo. Subito dopo il passaggio sotto gli occhi di Squartapanza,  c’era quello sotto gli occhi di Limbocchio. Sempre seduto  su uno sgabello altissimo, manco fosse un arbitro di tennis,  ci  osservava  sfilare  e  ogni  santa  mattina  ci  rivolgeva  la  solita porcata: “Uè, come stiamo a pesce oggi?”. Rideva lo  51

stronzo. Arrivare  per  primi  era  impossibile.  C’era  sempre  qualcuno che era lì prima di te. Nonostante l’ingresso fosse  consentito  dalle  9,00  e  noi  fossimo  lì  da  ben  prima,  c’era  sempre  un  gruppo di bambini già a mollo nell’acqua. Che  erano lì già da un po’, lo capivi dalle loro labbra viola. Mi  ero  convinto  che  abitassero  lì,  tra  gli  spalti.  In  realtà  in  questa  città,  lavorare  in  un  posto  significava  esserne  padrone.  Per  cui  se  eri  il  custode  della  piscina,  la  sera  potevi organizzarci una festa di compleanno solo con i tuoi  parenti, proprio come fosse casa tua. In piscina non c’erano regole particolari da rispettare. La  doccia prima di entrare in acqua non era obbligatoria, nè lo  era  indossare  la  cuffia.  Era  obbligatorio  avercela,  non  indossarla.  Sul  bordo  della  piscina  si  aggirava  il  bagnino:  Elpidio.  In  qualche  modo  era  parte  della  mia  vita,  benché  non lo sapesse. Grosso come un Apecar, si raccontava che  la domenica mangiasse sei fette di carne. Alto, imponente,  massiccio,  doppio,  duro.  Venticinque  anni  di  carcere  per  omicidio,  di  botte  con  gli  stranieri,  di  un’ora  d’aria  al  giorno,  di  pacchi  con  cibo,  vestiti  nuovi  e  sigarette.  Le  riviste  porno  gliele  portavano  gli  amici  più  cari.  Fedeli  compari  di  vita,  presenti  ai  colloqui  tutti  i  giovedì.  Per  venticinque  anni.  In  cella  aveva  accumulato  così  tanti  numeri  de  Le  Ore,  da  averli  legati  con  lo  spago  e  usati  come  sgabelli.  Elpidio,  di  tanto  in  tanto,  ci  controllava:  “Oeee,  la  cuffia?”  Ce  la  sfilavamo  dal  costume,  e  l’agitavamo sulle nostre teste per mostrargliela. Un giorno  mi  successe  di  perderla.  Forse  mentre  facevamo  il  gioco  della  200  lire.  Bisognava  lanciare  una  moneta  sul  fondo  e  recuperarla  in  apnea.  La  200  lire  era  la  più  difficile  da  recuperare perché più piccola di tutte le altre monete. Fatto  sta  che  quando  cercai  la  mia  cuffia  tra  l’elastico  del  costume  e  il  fianco  non  la  trovai.  Elpidio  fu  categorico:  “Senza  cuffia,  no”.  Parlava  senza  verbi.  Quella  mattina  i  soldi della pizzetta, li intascò Limbocchio in cambio di una  cuffia  nuova.  Non  potevi  mica  contestare  o  giustificarti.  Nessuno si era mai sognato una cosa del genere. Elpidio lì  52

dentro era la legge. Non aveva neanche bisogno di imporsi  o di fare la voce grossa. Bastava la sua presenza a far calare  il  silenzio.  Nonostante  siano  passati  più  di  venti  anni,  ricordo  perfettamente  l’impressione  di  grandezza  che  mi  fece  la  prima  volta  che  lo  vidi.  La  voglia,  il  desiderio  di  essere come lui. Se ne stava seduto sul bordo con le gambe  a mollo nell’ acqua e la pelle ricoperta di inchiostro. Sulla  schiena  una  madonna  enorme,  sul  braccio  un  pugnale  con  un serpente e una data, sul petto una bara con una croce e  un’altra  data.  Una  donna  nuda  a  gambe  aperte  sull’altro  braccio, poco sotto un cuore trafitto e una scritta che diceva  “mamma  perdonami”.  Indossava  un  costume  nero  che  quasi  spariva  sotto  la  piega  della  sua  pancia.  Aveva  un  posacenere di plastica gialla, con il logo di un autoricambi  Fiat,  appoggiato  sulla  pancia  e  la  sigaretta  che  penzolava  tra  le  labbra.  Di  certo  il  posacenere  glielo  aveva  regalato  mio zio, che all’autoricambi ci lavorava fin da ragazzo. Era  lui che mi aveva fatto avere l’abbonamento gratis. Prima di  allora non avevo mai visto un uomo tatuato. Su Elpidio si  raccontavano un sacco di storie, ma sempre e solo a mezza  voce e a debita distanza dalle sue orecchie. Avrebbe potuto  schiacciarci  con  un’occhiata,  tanto  era  grosso.  La  verità  è  che aveva ucciso un amico di famiglia, quando la figlia gli  aveva  raccontato  delle  sue  attenzioni  e  delle  sue  carezze.  Lo aveva accoltellato alla gola, incaprettato col fil di ferro  e  gettato  nel  Volturno.  Il  corpo  venne  a  galla  dopo  pochi  giorni.  In  città  tutti  sapevano  chi  fosse  stato  a  compiere  quell’omicidio  e  in  breve  la  notizia  giunse  anche  alla  polizia.  Assolto  dalla  gente,  se  ne  stava  seduto,  pieno  di  disegni, a far rispettare la regola della cuffia e a sindacare  sulle liti di noi bambini. “Colpa tua. Via dall’acqua”. Non  avevi scelta. Prendevi le tue cose e te ne andavi. Punto. Né  quell’estate,  né  quelle  successive,  lo  abbiamo  mai  visto  scendere  in  acqua.  Mai  una  volta.  Si  bisbigliava  che  neanche  sapesse  nuotare.  Non  aveva  nessuna  importanza.  Lui  il  bagnino  lo  faceva  a  modo  suo,  dal  bordo.  Come  quella volta in cui una ragazzina si lanciò nella piscina dei  53

grandi e finì quasi affogata. Si tuffò e sparì sott’acqua, per  ricomparire,  dopo  un  tempo  che  ci  sembrò  lunghissimo,  boccheggiando e agitandosi in cerca di un appiglio. Elpidio  tirò  fuori  le  gambe  dall’acqua  senza  dire  una  parola,  fece  due passi, piegò le ginocchia, infilò il braccio nell’acqua e  tirò fuori la bambina tenendola per i capelli come un mago  che  tira  fuori  il  coniglio  dal  cilindro.  Le  diede  un  paio  di  schiaffi  per farla respirare e la adagiò su un asciugamano.  Eccolo  l’eroe  senza  gloria.  Cazzuto,  calmo  e  pieno  di  inchiostro. Col potere della vita e della morte. Eccolo. Dio  taglia 60. Con gli occhi trasparenti e la voce che fa tremare.  Quando  tornai  a  casa  raccontai  tutta  la  storia  ai  miei  genitori. Ero entusiasta, parlavo e non riuscivo a star fermo.  Non capivano il mio entusiasmo. Non capivano perché non  si  fosse  tuffato  a  salvarla.  Non  capivano  che  lui,  ai  miei  occhi,  era  di  più.  Lui  non  aveva  bisogno  di  fare  le  cose  come  le  fanno  gli  altri. Aveva  il  suo  segreto,  prendeva  la  sua forza dal pugnale col serpente, non dall’ostia attaccata  al palato della domenica a messa. Mancavo  da casa dei miei genitori da un po’. Ero uscito  di  galera  da  due  giorni,  ma  mi  ero  preso  un  po’  di  tempo  per rendermi presentabile ai loro occhi. Dopo gli abbracci,  i  “come  stai”  e  i  “ma  sei  sempre  più  magro”,  è  stata  una  delle prime cose che mia madre mi ha detto. “Ah, sai chi è  morto  la  settimana  scorsa?  Elpidio.  Quello  che  faceva  il  bagnino alla piscina comunale, te lo ricordi?. Era diventato  talmente  grosso  che  nella  cassa  non  ci  stava.  Ne  hanno  dovuta  far  arrivare  una  apposta  per  lui  da  Napoli.  Gianlu’  ma hai capito Elpidio chi? Quello pieno di tatuaggi come a  te”.

54

ROSI E NIENT’ALTRO di Bruno Magnolfi

Avevamo trascorso un lungo periodo cercando lo scopo e  le  soluzioni  da  definire.  La  direzione  strategica  poi  mi  aveva assegnato a quella città del Nord, e di quei compagni  iniziali  con  i  quali  avevo  trascorso  i  primi  tempi  di  clandestinità non avevo avuto più alcuna notizia. Eravamo  tre  adesso,  e  ci  si  era  conosciuti  nello  snodo  della  metropolitana,  un  posto  pieno  di  gente  nella  fascia  oraria  che  avevamo  pattuito.  Si  era  finto  di  osservare  con  interesse  una  vetrina,  guardandoci  a  lungo  senza  farci  notare.  Io  ero  l’unica  donna.  Abitavamo  tre  appartamenti  differenti,  e  si  era  scelto  di  vedersi  solo  una  volta  a  settimana,  in  luoghi  e  giorni  sempre  differenti.  Quando  iniziammo  a  spiare  le  mosse  e  le  abitudini  dell’obiettivo  designato,  ci  vedemmo  più  spesso.  In  pubblico  non  parlavamo  mai  tra  noi:  ci  scambiavamo  furtivamente  dei  foglietti  con  su  scritte  le  idee  e  le  piccole  personali  decisioni.  Tutto  il  resto  ci  arrivava  nella  cassetta  per  la  posta con una scrittura in codice. Dei  miei  compagni  conoscevo  solo  i  nomi  di  battaglia:  Frenchi  e  Lesli.  Per  me  avevo  scelto  Rosi.  In  tutto  quel  periodo  di  solitudine  forzata  avevo  iniziato  a  ripensare  a  tante  cose:  mi  era  preso  anche  il  desiderio  struggente  di  telefonare alla mia mamma, poi l’avevo cancellato. Spesso  mi  divertivo  a  ricordare  i  miei  capricci  da  bambina.  Non  c’era  mai  un  vero  e  proprio  motivo  per  intestardirsi  su  qualcosa  che  desideravo  per  me  o  che  volevo  gli  altri  facessero.  Era  una  prova  a  cui  sottoponevo  chi  mi  era  vicino  per  misurare  i  loro  sentimenti.  Superata  quella  mi  sentivo dolce e affettuosa con tutti. Forse non ero cambiata  molto crescendo. 55

Il  mio  programma  di  lavoro  prevedeva  l’uscita  da  casa,  ogni mattina, alle ore sette e dieci. Qualche volta, sopra al  pianerottolo  del  palazzo,  incontravo  un  uomo  che  abitava  l’appartamento  accanto  al  mio.  In  genere  cercavo  di  evitarlo  anche  se  non  sempre  era  possibile.  Sua  moglie  dava l’idea della persona che origlia alla porta per riuscire  a  sapere  i  fatti  degli  altri.  Non  potevo  rischiare  niente,  neanche  che  mi  rivolgessero  qualche  domanda  sottile,  magari  sorridendo.  Così  normalmente  mostravo  fretta,  limitandomi  ad  un  semplice  e  generico  “buongiorno”.  Il  personaggio  cui  mi  ispiravo  era  quello  di  una  segretaria  impiegata  in  una  direzione  assicurativa.  Ma  per  tutto  quel  periodo nessuno chiese niente. Quasi  ogni  giorno  cambiavo  occhiali  e  parrucche  seguendo i percorsi del mio obiettivo. Mi sedevo sopra una  panchina, dentro a qualche bar, nella mia stessa auto, e mi  annotavo  gli  orari  dei  passaggi,  descrivendo  tutti  i  particolari  che  osservavo.  Non  era  troppo  difficile  far  trascorrere l’intera mattinata mentre studiavo, con modo di  fare disinvolto e insospettabile, tutte le possibili traiettorie  seguite dal mio uomo. Al pomeriggio tornavo a casa presto,  in  genere  verso  le  cinque,  e  sopra  le  piantine  dettagliate  delle strade cittadine ripercorrevo con matite colorate ogni  tragitto.  Tutte  le  informazioni  che  ogni  volta  riuscivo  a  completare  le  passavo  ai  miei  compagni  tramite  i  soliti  foglietti. Gli  avvistamenti  del  pomeriggio  e  della  sera  erano  un  compito di Lesli. Una sera andammo assieme nel quartiere  residenziale  interessato.  Si  fece  un  giro  a  piedi  fingendo  una  passeggiata  di  piacere.  In  realtà  tenevamo  sotto  osservazione tutto quanto. Non parlammo molto, giusto le  cose  essenziali.  Poi  Lesli  decise  di  entrare  in  un  bar.  Il  nostro  uomo  era  rientrato  in  casa  e  non  avevamo  praticamente  altro  da  fare.  “Sei  carina”,  disse  semplicemente,  quando  fummo  seduti  al  tavolino.  “Non  avrei  creduto  di  trovare  dei  tipi  come  te  nell’organizzazione”.  “Perché”,  risposi,  “cosa  ci  trovi  di  56

tanto strano?”. “Forse niente”, disse, “però immaginavo un  mondo  di  duri  che  non  si  preoccupa  del  trucco  o  del  rossetto,  tutto  qua…”.  Guardai  Lesli  negli  occhi  e  mi  accorsi  che  era  convinto  di  quello  che  diceva,  così  lasciai  cadere  l’argomento.  “Ti  sei  visto  con  Frenchi?”,  chiesi.  Prese tempo, guardò qualcosa oltre le mie spalle, poi disse:  “certo;  qualche  volta  sono  andato  assieme  a  lui  ad  osservare  i  movimenti  dei  conoscenti  del  bersaglio”.  Poi  pensò  qualcos’altro  che  voleva  dirmi,  ma  rimase  in  silenzio,  forse  per  evitare  di  parlare  di  sé.  Bevve  alcuni  sorsi della sua birra, poi riprese: “perché sei qua?”. Avevo  voglia di parlare di mille cose, ma non con lui, così risposi  con  uno  stupido  sorriso:  “e  tu?”,  dissi,  “pensi  di  cambiare  città una volta colpito l’obiettivo?”. “Certo”, disse, “questa  è  soltanto  una  prova;  sarà  soltanto  dopo  che  faremo  veramente  sul  serio”.  Ci  alzammo  lasciando  i  soldi  delle  bevute  sopra  al  tavolo,  e  un  quarto  d’ora  più  tardi  ci  salutammo senza enfasi. La  solitudine  pesava,  ma  avevo  come  l’impressione  di  abituarmi  velocemente  a  starmene  da  sola,  con  i  miei  pensieri,  i  miei  segreti.  Quando  rientravo  nel  mio  appartamento  evitavo  l’ascensore,  nonostante  i  quattro  piani di scale. Una precauzione in più: evitare contatti con  il vicinato, oltre al fatto di salire con calma per accorgermi  se  per  caso  i  poliziotti  mi  stessero  aspettando  sopra  al  pianerottolo.  Per  il  resto,  mi  sentivo  felice,  una  volta  in  casa. Mi guardavo allo specchio e pensavo: “sarà migliore  il  futuro;  dovranno  rendersi  conto  che  ci  siamo  sacrificati  per il bene di tutti. Dobbiamo solo superare questi dettagli;  alcuni  particolari  per  scuotere  le  coscienze.  Ma  di  fronte  alla  storia  sarà  un’inezia…”.  Poi  pensavo  alla  mamma.  Spesso mi perdevo a fantasticare sopra le giornate trascorse  a scuola, negli anni del liceo. Le battaglie contro il potere  dei  professori,  contro  l’usurpazione  dei  diritti  dei  poveri  studenti.  Mi  faceva  ridere  rivedermi  alle  assemblee,  a  sostenere il mio pensiero. 57

Al  pomeriggio  spesso  uscivo  a  fare  delle  compere.  Non  andavo  mai  due  volte  in  uno  stesso  negozio  o  in  un  supermercato,  per  cui  in  certi  casi  dovevo  fare  numerosi  giri  prima  di  trovare  quello  che  cercavo.  Avevo  a  disposizione  una  grossa  disponibilità  di  soldi  che  l’organizzazione mi aveva fornito, così non avevo problemi  di  quel  genere.  Mi  divertivo  a  cucinare,  pur  non  essendo  molto  brava,  così  variavo  il  più  possibile  la  mia  alimentazione.  In  casa  avevo  quattro  pistole  di  forme  e  calibri  diversi.  Ne  avevo  sistemata  una  in  ogni  stanza,  in  angoli  riparati  e  strategici,  esclusa  la  più  piccola  che  necessariamente portavo sempre con me. Dopo cena a volte  le pulivo e le tenevo in ordine, sempre ben cariche. Quando  ero  stata  nel  campo  paramilitare  di  addestramento  avevo  acquisito tutte le informazioni e la pratica che serviva. Una  delle  attività  importanti  della  mia  giornata  era  data  dalla  lettura  dei  quotidiani.  Considerata  l’importanza  politica  dell’obiettivo  cui  era  destinata  la  mia  militanza  di  quel  periodo  nell’organizzazione,  seguivo,  tramite  le  informazioni  e  i  commenti  dei  giornalisti,  tutto  ciò  che  in  qualche modo riguardasse la sua figura. Vista la quantità di  giornali che così mi vedevo costretta ad acquistare, per non  destare alcun sospetto, ero quasi costretta a girare con delle  grandi borse in cui infilavo giornali e riviste comperate in  edicole  diverse.  Nel  mio  appartamento  continuavo  ad  accumulare sopra uno scaffale, tutti i ritagli che risultavano  importanti. Una  sera  ci  ritrovammo  tutti  nell’appartamento  di  Frenchi.  Era  la  prima  volta  che  vi  mettevo  piede  e  mi  meravigliai di come fosse piccolo e scomodo. Ci sedemmo  in  cucina  e  dopo  pochi  minuti  arrivò  anche  Lesli  assieme  ad  un  altro  compagno  dell’organizzazione  che  non  avevo  mai visto prima. Parlammo a lungo di tutte le informazioni  che si era riusciti a mettere assieme, poi si decise di agire di  martedì, la terza settimana a partire da quel giorno, all’ora  in  cui  il  nostro  obiettivo  usciva  da  casa.  Per  i  dettagli  e  il  resto ci saremmo riuniti un’altra volta, da decidere. Lesli e  58

l’altro,  quasi  di  fretta,  si  alzarono  e  uscirono,  senza  aggiungere nient’altro, io decisi di rimanere ancora un po’. Frenchi  era  decisamente  un  bel  ragazzo.  Probabilmente  era più giovane di me, ma era uso nell’organizzazione non  farsi  mai  domande  personali.  “Penso  di  non  poter  essere  altro che contenta se questa faccenda riusciamo a risolverla  in fretta”, dissi. “Quest’attesa ha iniziato a snervarmi già da  parecchi  giorni,  e  non  riesco  più  ad  individuare  variabili  degne  di  nota  nelle  mie  osservazioni”.  Lui  continuava  ad  osservare le mie piantine del quartiere, quelle disegnate con  i vari percorsi. Poi sollevò gli occhi. “Credo che dovremo  preparare  un  colpo  per  autofinanziarci”,  disse.  “Ne  parlo  intanto  a  te,  ma  poi  lo  proporrò  anche  all’organizzazione.  Ho individuato una piccola filiale che gestisce gli stipendi  di una grossa azienda. Ci vorrebbero sei o sette persone al  momento che il portavalori scarica i soldi. Potrebbe essere  un gioco da ragazzi”. Frenchi  mi  pareva  completamente  sincero  nei  suoi  comportamenti.  Si  era  dedicato  agli  scopi  dell’organizzazione, e questo gli bastava. Pensai che in lui  ci  fosse  come  un  rifiuto  nell’affrontare  argomenti  che  investissero  altre  cose.  Per  cui  decisi  che  non  avrei  fatto  commenti.  “Sarà  meglio  che  ora  vada”,  dissi  con  semplicità.  “Aspetta”,  ribatté,  “immagino  che  dovremo  metterci d’accordo su qualcosa”. “Che cosa, per esempio?”,  dissi  mentre mi alzavo dalla sedia. Lui ripiegava con cura  le  mie  piantine,  poi  disse:  “penso  che  saremo  io  e  te  ad  andare  all’appuntamento  con  il  nostro  uomo”.  “Cosa  te  lo  fa  pensare?”.  “Niente,  solo  che  siamo  i  più  determinati”.  Riflettei  a  lungo  su  quello  che  dovevo  dire,  poi  mentre  infilavo il soprabito grigio, cercai di stanarlo sui suoi stessi  pensieri.  “Hai  paura  ad  andare  solo?”,  dissi  senza  guardarlo. Lui non rispose, solo ribadì il concetto: “vedrai,  toccherà a noi due…”. La strada per tornare al mio appartamento mi parve lunga  quella  sera.  Era  come  se  trovassi  molte  più  convinzioni  standomene  da  sola  a  portare  avanti  le  mie  attività,  59

piuttosto  che  incontrarmi  con  gli  altri  dell’organizzazione.  Quando  mi  misi  a  letto  stentai  a  prendere  sonno.  Avevo  voglia di portare in fondo quel lavoro di preparazione che  avevamo  intessuto  durante  tutto  quel  periodo.  Volevo  leggere  i  giornali  il  giorno  dopo;  vedere  le  prime  pagine  che riportavano la sigla dell’organizzazione, che riferivano  dell’esattezza,  della  meticolosità  della  nostra  operazione.  Tornò  mia  mamma  con  la  sua  voce  di  sempre  a  dirmi  qualche cosa. Poi mi addormentai. Due  settimane  dopo  fu  deciso  che  a  piedi,  sopra  al  marciapiede,  sarei  andata  incontro  al  nostro  uomo  con  calma,  camminando  lentamente.  Avrei  tenuto  una  mano  nella  borsa,  con  dentro  la  pistola  ed  il  dito  pronto  sul  grilletto. A  distanza  di  tre  metri  avrei  sparato  due  colpi,  il  secondo  di  sicurezza. Avrei  mirato  basso,  tra  le  cosce  e  le  ginocchia,  nello  stesso  momento  che  Frenchi,  con  una  grossa  moto,  si  sarebbe  fermato  accanto  a  me,  giusto  il  tempo per tirarmi su e schizzare via velocemente. Io avrei  avuto una parrucca, occhiali da vista con la montatura nera  e  un  trucco  vistoso  per  camuffare  i  lineamenti.  Frenchi  avrebbe  indossato  un  casco  integrale.  Lesli,  un’ora  dopo,  avrebbe  lasciato  un  volantino  con  la  rivendicazione  dell’attentato nella cassetta per la posta di una piccola sede  sindacale. Poi, per una settimana, avremo continuato la vita  d’ogni giorno. Fu la domenica precedente che qualcosa dentro me parve  prendere  una  piega  inaspettata. Avevo  tutta  la  giornata  da  dedicare  alla  lettura  dei  giornali  e  al  ripasso  generale  dei  gesti  e  dei  percorsi.  Un  giorno  da  trascorrere  in  casa,  conservando la calma dei gesti quotidiani, nella rilassatezza  delle convinzioni. Invece uscii, senza motivo, giusto per un  giro  senza  meta.  Avevo  indossato  un  tailleur  chiaro,  un  foulard  al  collo  ed  un  soprabito  semplice,  senza  alcun  eccesso.  Avevo  camminato  con  calma  lungo  alcuni  marciapiedi cercando di non pensare a niente. Poi ero stata  attratta  da  una  cabina  del  telefono.  Ero  entrata,  ancora  quasi  senza  motivo.  Avevo  composto  il  numero  in  fretta,  60

dopo avere inserito la tessera magnetica. “Pronto…”, aveva  detto la voce serena e compassata di mia madre. Io avevo  atteso  qualche  secondo,  poi,  proprio  mentre  stavo  per  riattaccare la cornetta: “…sei tu Silvia… come stai?”, ed io  avevo interrotto la comunicazione. Il martedì alle cinque di mattina ero già in piedi. Feci la  doccia, preparai tutto con calma e attenzione. Quando uscii  di  casa  erano  le  sette.  Velocemente  arrivai  nei  pressi  del  luogo  pattuito.  La  strada  era  deserta.  Lentamente  fiancheggiai  i  palazzi  residenziali  costeggiati  da  siepi  ben  curate. Poi, davanti a me, vidi il mio uomo. Non mi guardò,  come  invece  avevo  immaginato;  mi  venne  incontro  con  indifferenza,  senza  alcuna  variazione  rispetto  ad  ogni  mattina del mese trascorso. Quando ci incontrammo io non  mi fermai, continuai a camminare senza alcun gesto, senza  far  nulla.  Sentii  la  moto  di  Frenchi  che  frenava  alla  mia  destra.  Mi  volsi  e  andai  verso  di  lui.  Frenchi  non  disse  niente,  tirò  su  la  visiera  del  suo  casco  e  mi  guardò,  quasi  con  un’espressione  rassegnata.  Lo  abbracciai  mentre  la  moto  prendeva  velocità,  e  velocemente  ci  allontanammo  dalla  zona.  Piansi,  quando  la  tensione  mi  abbandonò,  ma  non seppi spiegarmene il motivo.

61

STRIPPER di Fida (101 Parole)

Stasera si lavora e quelle donne lì fuori aspettano solo me.  Vogliono  che  le  faccia  divertire,  emozionare,  divagare:  cercano  in  me  quello  che  nei  loro  compagni  non  riescono  più a trovare. Il mio corpo è il loro nutrimento: è il cibo per  il  loro  spirito.  Urlano  il  mio  nome,  reclamano  la  mia  presenza:  ogni  sera  temo  di  essere  assalito  da  quell'orda  famelica  di  donne.  A  fine  serata  la  mia  più  grande  soddisfazione è aver dato loro una parte di me. Ormai  non  mi  imbarazza  più  presentarmi  a  loro  come  mamma mi ha fatto, perché sono le mie donne e le amo alla  follia. 

62

NOTTE A SHANGHAI di Hermes

Osservo  il  mio  viso  allo  specchio  dopo  essermi  truccata,  cerco  qualche  imperfezione,  dopo  un’attenta  analisi  mi  ritengo soddisfatta. I capelli perfettamente acconciati come  la  moda  occidentale  impone,  il  viso  un  ovale  perfetto  accarezzato  dalla  cipria,  sugli  occhi  un  velo  di  trucco,  le  ciglia marcate da una linea nera. La bocca rossa, un piccolo  cuore morbido in cui sbocciare. Indosso il vestito migliore,  lui ha scelto un raffinato tessuto di seta indaco con dei fiori  di  ibisco  color  crema,  il  taglio  aderente  e  la  forma  li  ho  scelti  apposta  per  provocarlo.  Un  ultimo  tocco,  apro  il  profumo,  il  contagocce  di  vetro  accarezza  il  mio  collo  bianco  e  i  polsi  lasciando  una  delicata  essenza  di  gelsomino. So bene quanto lo ecciti sentirlo sulla mia pelle. Ora  sono  perfetta,  sono  pronta  per  lui.  Mi  faccio  trovare  in  salotto  dove  verrà  servita  la  cena.  I  domestici  sono  addestrati  a  non  vedere  e  non  sentire.  Lui  è  a  capo  dei  servizi  segreti  e  la  sua  crudeltà  è  rinomata  in  tutta  Shanghai,  basta  un  suo  gesto  e  le  persone  spariscono,  lui  non  si  fida  di  nessuno  eccetto  me,  io  sono  la  sua  amante,  eppure mi tremano le gambe ogni volta che mi guarda.  Vedo  i  fari  dell’auto;  è  arrivato.  Poco  dopo  entra  in  salotto,  bello  con  il  suo  completo  di  sartoria  francese,  il  viso  è  tirato,  gli  occhi  di  una  fiera  braccata,  la  fine  della  guerra  ormai  è  questione  di  settimane,  abbasso  lo  sguardo  pudicamente  con  deferenza,  lui  adora  sottomettermi,  io  so  essere  una  perfetta  e  cedevole  concubina.  Mi  scruta  con  quello  sguardo  da  diavolo,  il  cuore  manca  un  battito,  mi  fingo  imbarazzata, lui ne viene lusingato… stupido uomo.  Ci  sediamo  a  tavola  ma  lui  non  tocca  cibo,  si  nutre  di  sguardi,  i  domestici  educatamente  si  dileguano,  sanno  che  griderò  stanotte.  So  cosa  vuole,  la  sua  sola  fame  è  quella  del mio corpo. Lo amo e lo odio al tempo stesso. 63

Poche  frasi  di  rito,  il  nostro  gioco  è  già  cominciato,  mi  interroga  su  come  ho  trascorso  la  giornata  e  io  inizio  pur  remissiva a provocarlo con lo sguardo. Questo lo eccita e lo  fa arrabbiare al tempo stesso, ma è proprio ciò che voglio.  Apre  un  porta  sigarette  d’argento,  me  ne  offre  una,  condiscendente  accetto  e  con  la  punta  della  lingua  distrattamente  umetto  il  labbro  inferiore,  mentre  porto  la  sigaretta  alla  bocca  appena  accesa.  Lui  non  perde  nessun  dettaglio,  soffio  delicatamente  il  fumo  azzurrognolo  verso  il  suo  viso.  Un  terribile  gioco  dove  la  vittima  provoca  il  carnefice,  sento  la  sua  eccitazione  aumentare,  il  mio  sguardo  si  fa  più  insolente,  attendo  una  reazione  decisiva  da  un  momento  all’altro,  mi  farà  molto  male,  ma  questo  non mi impedisce di eccitarmi. Spengo la sigaretta con insolente disprezzo mentre i nostri  guardi non vogliono lasciarsi. Ha ceduto, si alza di scatto e  mi afferra il braccio, mi sovrasta, so quanto adora lasciare  segni  sul  mio  corpo.  Bene,  ci  siamo  quasi,  mi  mostro  turbata  e  oppongo  un’indignata  quanto  vana  resistenza.  Questo lo sta facendo incazzare ancora di più. Mi trascina  verso la stanza da letto in stile coloniale, dopo tutto questa  villa  una  volta  era  l’ambasciata  britannica  prima  dell’invasione giapponese. Tento di divincolarmi e grido, la  mia  acconciatura  perfetta  tirata  dalle  sue  mani  crudeli  si  scioglie  in  una  cascata  di  boccoli  sulle  spalle.  È  eccitato,  conosco  quella  luce  nei  suoi  occhi,  mi  butta  per  terra  ai  piedi del letto a baldacchino davanti al grande specchio, io  rispondo  con  uno  sguardo  feroce.  La  pagherò  cara…  lo  schiaffo  arriva  in  un  istante,  neppure  l’ho  visto  partire  e  sono già terra, la stanza inizia a girare, la guancia pulsa, ma  và tutto bene… è quello che voglio. Devo  rimanere  concentrata  anche  se  sento  caldo  tra  le  gambe,  non  vedo  l’ora  che  mi  prenda.  Il  trucco  del  mio  viso  viene  rigato  da  false  lacrime  mentre  lui  si  toglie  la  cinta, la userà su di me lo so, la chiude intorno al mio collo  come  un  cappio,  l’aria  passa  appena  ma  non  oppongo  resistenza  neppure  quando  mi  strappa  di  dosso  il  mio  bel  64

vestito.  Con  il  tempo  ho  imparato  quando  smettere  di  oppormi  e  cedere  passivamente  ai  suoi  giochi  perversi,  prima costretta per dovere, poi con il tempo conoscendo un  piacere che mai avrei creduto possibile. Ora  sono  ai  suoi  piedi  in  ginocchio,  tenuta  al  guinzaglio  come una cagna. Nei suoi occhi leggo laida lussuria mentre  guarda il mio corpo nudo come la prima volta. Lui non si  spoglia,  lo  tira  semplicemente  fuori  dai  pantaloni  e  me  lo  sbatte  in  faccia.  La  sua  mano  ancora  mi  tiene  stretta  per  i  capelli  costringendomi  a  prenderlo  in  bocca,  provo  ad  opporre  una  vaga  resistenza  ma  la  verità  e  che  mi  eccita  farlo.  Adoro  il  suo  sapore,  la  calda  consistenza  della  sua  eccitazione  tra  le  mie  labbra  rosse. Alzo  lo  sguardo  come  piace  a  lui,  osservo  come  sussulta  ad  ogni  affondo.  Mi  costringo  ad  uno  sguardo  da  bambina  imbarazzata,  anche  se adoro quando scopa la mia bocca, ma questo è il nostro  gioco,  o  quello  che  voglio  fargli  credere.  Mi  gira  la  testa  obbligandomi  a  guardare  lo  specchio,  vedo  riflesso  il  mio  corpo  nudo  umiliato  a  terra,  totalmente  prostrata  alle  sue  perversioni.  Sento  le  ginocchia  cedermi  vedendo  la  mia  immagine  mentre  compio  quell’atto  volgare,  mi  vuole  umiliare,  non  sa  invece  che  la  mia  eccitazione  non  fa  che  crescere a dismisura e questo non aiuta i miei piani. Lui è  stato il mio primo uomo, la sua violenza mi da piacere, mi  scuote  il  corpo  e  mi  tocca  l’anima,  ma  ignora  quanto  sia  disposta a fare pur di raggiungere il mio obbiettivo. Cambia  gioco  e  mi  sbatte  sul  letto,  magari  si  deciderà  a  scoparmi,  non  aspetto  altro.  Dannazione,  odio  come  mi  tocca e fruga con quelle dita, non riesco ad essere razionale  quando  fa  cosi. Ti  odio,  glielo  grido  a  denti  stretti,  lui  mi  frusta  le  natiche  sino  a  farmi  urlare,  provo  a  divincolarmi  senza  successo.  Ancora  mi  obbliga  in  quella  posizione  oscena;  la  mia  faccia  affondata  sui  cuscini  e  il  sesso  oscenamente  esposto  al  suo  sguardo,  ora  la  sua  bocca  ha  sostituito  le  mani,  quella  lingua  mi  farà  impazzire  maledetto.  Sto  per  cedere  ma  non  voglio,  mi  serve  mantenere  controllo  e  lucidità.  La  necessità  mi  porta  a  65

rischiare. Con rabbia gli chiedo se è diventato impotente e  cosa  aspetta  a  scoparmi.  Non  ho  mai  osato  tanto.  Me  ne  pento  ben  presto,  mi  possiede  con  ferocia,  mi  accorgo  di  stare urlando di dolore e piacere al tempo stesso, urla che si  sentiranno per tutta la villa. Mi  fa  male,  devo  sopportare  il  dolore,  devo  tenere  duro  ancora  un  po’.  I  suoi  assalti  si  fanno  più  veloci,  il  suo  sudore  e  il  mio  si  mischiano.  Quanto  sa  essere  divino  in  questi  momenti,  come  una  serpe  non  solo  prende  il  mio  corpo ma avvinghia la mia anima in una morsa fatale, non  devo  cedere  al  piacere,  non  prima  di  lui.  Si  eccolo,  si  muove  più  veloce,  manca  poco,  non  resisto,  il  piacere  ci  raggiunge  ad  unisono,  lo  sento  esplodermi  dentro  ed  esausta  e  appagata  mi  accascio  sul  letto,  quindi  recito  la  mia  parte.  Prendo  fiato  e  rompo  il  silenzio  con  un  pianto  accompagnato  da  soffocati  singhiozzi.  Lui  sussurra  delle  scuse, pare davvero mortificato, odio questa sua debolezza,  mi  promette un gioiello, non immagina quanto ho goduto,  mai  come  stanotte  mi  sento  puttana  e  appagata  tanto  dal  sesso  quanto  dai  suoi  sensi  di  colpa.  Con  goffe  carezze  cerca di calmarmi, gli do l’illusione di esserci riuscito. Lui  si  alza  dal  letto  e  mi  osserva,  la  pietà  lo  costringe  a  rimanere, inizia a fumare e si accomoda su una poltrona di  vimini. Accanto, in una bottiglia di cristallo, il suo liquore  preferito  è  li  che  lo  attende,  si  versa  da  bere.  Osservo  dal  letto  in  posizione  fetale,  stringendo  le  lenzuola  e  trattenendo il respiro, lui trangugia il liquido scuro. Ancora  qualche istante, ecco fatto. Il collo gli si irrigidisce di colpo  e intravedo il suoi occhi spalancati dal terrore. Il bicchiere  cade a terra. Il veleno inizia a fare effetto. Mi  alzo  avvicinandomi  a  lui,  ma  fitte  dolore  mi  fanno  barcollare, avverto colare lungo le cosce seme e sangue, mi  avvicino  a  lui  osservando  i  suoi  ultimi  istanti  di  vita.  È  strano,  non  mi  aspettavo  che  fosse  cosi  doloroso  vederlo  morire, ma mi sforzo di ricordarmi chi è. Il carnefice della  mia famiglia e di centinaia di cinesi sta morendo davanti ai  miei occhi. Mi impongo di ignorarlo, mi rivesto in silenzio.  66

Scivolerò  fuori  dalla  villa  inosservata,  dopo  quello  che  è  accaduto  i  domestici  non  oseranno  disturbarci  prima  dell’ora di pranzo e per quell’ora sarò molto distante. Lascio la stanza con il suo sguardo ormai vitreo, mantiene  un’espressione carica di domande, non saprà mai chi sono  realmente  e  perché  l’ho  fatto.  Dopotutto  sono  una  spia  e  lui, per quando fosse l’uomo che ho imparato ad amare, era  un  traditore  collaborazionista.  Ed  io  ho  avuto  la  mia  vendetta.

67

LA LEGGENDA DEL BRISCOLONE di Gano

­ Brutta caccola, dov’eri finito! ­ ­ Come dov’ero finito, non mi sono mai mosso di qui, io!­ ­ Non è possibile, è la terza volta che faccio il giro della  piazza… ­ ­ Fatti una visita agli occhi, che ti devo dire… ­ ­ Vieni, monta, sennò si fa tardi. ­ Rocco e Pelo si conoscevano da una vita, o forse si erano  visti  anche  prima,  e  come  dicono  certe  filosofie  orientali  può  essere  che  quelle  due  anime  balorde  siano  destinate  a  reincarnarsi  all’infinito  per  stare  sempre  vicine.  Asilo  insieme,  scuola  insieme,  militare  insieme,  prima  volta  insieme,  ovviamente  sul  vialone,  non  c’era  cosa  che  uno  non  sapesse  dell’altro.  Neanche  le  rispettive  mogli  li  conoscevano come si conoscevano tra di loro. Il  giorno  di  cui  vi  racconto  era  uno  di  quei  pomeriggi  piovigginosi  di  novembre,  ancora  non  freddo  ma  buio  e  tristo. Rocco aveva fissato alle tre davanti al bar, e in effetti  Pelo era già lì alle tre meno un quarto, ma tra le sambuche  e  le  chiacchiere era rimasto ancorato al banco. Rocco non  c’aveva  le  traveggole,  era  davvero  passato  davanti  al  bar  due  volte  senza  trovarlo,  ma  Pelo  non  voleva  mai  pigliar  torto, e Rocco questo lo sapeva bene, così lo lasciava dire. ­ Ma quando ti decidi a pulirla questa carriola? ­ ­  Sta  a  vedere  la  prossima  volta  ti  verrò  a  prendere  in  limousine… ­ ­ Cosa vorresti insinuare, che non me la meriterei? Io ho  guadagnato  tanti  di  quei  soldi  nella  mia  vita  che  avrei  potuto comprarmi come minimo tre limousine. ­ ­ E invece non c’hai neanche il motorino! ­ ­ Perché me li son goduti io i quattrini. Mica come quegli  schifosi  che  si  fanno  chiamare  vip,  con  le  loro  donne  di  68

plastica,  il  Don  Perignon,  la  barca  in  Sardegna.  Li  ho  conosciuti sai, al casinò. Vanno tutti alla roulette a puntare  due fiches, per farsi notare e basta. A San Remo nel ‘98 io  ci lasciai mezzo miliardo al tavolo del poker, capito nini? ­ ­ Oh, ancora con la storia di San Remo? Basta, dai. ­ Il  traffico  era  quello  del  venerdì,  che  malgrado  fosse  ancora  primo  pomeriggio  c’erano  già  le  code  dei  rientri.  L’ignoranza  del  popolino  si  manifesta  in  tutto  il  suo  splendore tra gli scarichi delle marmitte e i semafori rossi.  L’omicidio  diventa  un’ottima  soluzione  ai  problemi  dell’uomo  medio.  Ma  i  nostri  due  eroi  erano  in  largo  anticipo  per  l’appuntamento  che  li  aspettava,  così  procedevano a singhiozzo su una vecchia uno verde, calmi  come  due  oranghi  sedati,  marlboro  light  per  Pelo  e  toscanello per Rocco. ­  Menomale  abbiamo  fissato  per  le  quattro,  con  questo  traffico c’è da diventar matti! ­ ­ Poi non ti credere, di sicuro Panfilo si farà aspettare… ­ Panfilo era il terzo in comodo, compagno d’avventure ma  defilato,  perché  lui  c’aveva  l’azienda  e  la  ganza,  e  quindi  non  c’era  praticamente  mai.  Ma  quando  c’era  ai  due  era  permesso  di  fare  un  salto  dal  greco,  che  imbastiva  il  briscolone con puntate più che dignitose. Panfilo assicurava  Pelo,  che  dopo  il  fattaccio  di  un  pagherò  saltato  era  stato  bandito  dalla  bisca,  e  prendeva  un  buon  venti  percento  delle  vincite,  se  c’erano.  Ma  con  Rocco  e  Pelo  al  tavolo  della briscola non c’era scampo per nessuno. Arrivarono davanti alla casa del popolo alle quattro meno  dieci, e dovettero aspettare quasi mezz’ora prima di vedere  sopraggiungere un omone col piumino e il berretto. ­  Guardalo  come  sta  con  quel  giubbotto,  come  se  fosse  freddo… ­ ­  È  sempre  stato  così  Panfilo.  Anche  d’agosto  con  40  gradi indossa camicia e gilet. ­ ­ Oh ragazzi, che siete già qui? ­ ­ No, ora s’arriva… ­ 69

­  Non  fare  lo  spiritoso  te,  che  se  non  fosse  per  quel  bischero  del  sottoscritto  col  cavolo  sederesti  al  tavolo  del  greco. ­ ­ Boni ragazzi, boni… ­ Entrarono insieme al circolino e ordinarono tre sambuche  con  quattro  mosche.  Quattro  era  il  numero  che  apriva  la  porta  della  stanza  del  greco,  quella  dietro  la  dispensa,  allestita con tre tavoli professionali da gioco. Non avevano  ancora  finito  il  caffè  che  una  ragazza  bionda  molto  fuori  luogo apparve dietro il banco accanto al vecchio barman, e  li  invitò  a  seguirla.  Passarono  per  uno  stretto  corridoio  illuminato da una trappola per zanzare, scavalcarono alcuni  fusti di vino e cocacola, attraversarono una tenda di ciniglia  verde vomito, e giunsero infine davanti a una porta chiusa.  La ragazza aveva la chiave e fece scattare la serratura. ­ Belle cosce! ­ ­ Eh già! ­ Ma  la  ragazza  non  si  girò  neanche  a  guardare  i  due  commentatori,  ovviamente  Rocco  e  Pelo.  Aprì  la  porta  e  una zaffata di fumo li investì. ­ Aria di casa mia… ­ ­ Parla per te, Pelo. ­ ­ Ah,  perdonami  Panfilo,  dimenticavo  che  hai  smesso  di  fumare da… quanti giorni? Tre? ­ ­ Boniiiii… ­ Il  tavolo  era  già  imbandito.  La  luce  puntava  il  mazzo  di  carte  Del  Negro  e  il  portacenere  mezzo  pieno,  sopra  una  pratino  verde  con  qualche  bruciatura  di  cicca.  Il  greco  sedeva  defilato  al  tavolo  di  destra,  con  una  vecchia  romagna  in  mano  e  una  senza  filtro  in  bocca.  Lui  riscuoteva  subito.  La  bionda  era  la  sua  compagna  ma  fungeva  anche  da  soubrette  e  da  cameriera.  Il  costo  delle  consumazioni subiva un leggero rialzo ai tavoli del greco,  qualcosa  tipo  un  caffè  quattro  euro  e  dieci  pezzi  per  i  superalcolici.  Ma  questo  era  accettato  da  tutti  i  frequentatori.  D’altra  parte  se  volevi  puntare  grosso  non  c’era che lui in città. 70

Ma  adesso  parliamo  degli  avversari  dei  nostri  due  eroi,  una coppia di tutto rispetto. In piazza erano conosciuti coi  nomi di Checco e Occhiolino, il primo perché sicuramente  faceva  di  nome  Francesco,  il  secondo  per  la  sua  reputazione di grande segnalatore di briscola. L’occhio più  veloce dell’Appennino, alcuni dicevano. Non c’era verso di  sorprenderlo  da  quanto  era  veloce,  ma  Pelo  quella  storia  l’aveva sempre snobbata; “ma quali segni… non penserete  che usino i segni classici, non lo fa nessuno ormai. Ti fanno  solo credere di stare al gioco, ma in realtà sono due figli di  buona  donna,  ecco  tutto!”  Rocco  invece  era  più  umile  e  riconosceva  il  valore  dei  due  avversari.  Li  aspettava  una  grande sfida, ma il piatto era un signor piatto, e poi c’era il  discorso  del  prestigio,  al  quale  Rocco  e  Pelo  tenevano  senz’altro  di  più.  Quella  sarebbe  stata  la  giocata  che  avrebbe proclamato la coppia campione. ­ Siete pronti per un bella risolata? ­ ­ Che canti già vittoria Pelo? ­ ­ Beh, con due morti come voi, anche a occhi chiusi… ­ ­ Non incominciare a offendere, eh! ­ ­ E chi offende… ­ ­ Bono Pelo, dai. Tu ci tiri addosso il malaugurio… ­ E  così  incominciò,  e  le  carte  girarono  per  ore  su  quel  tavolo  verde.  Panfilo  rimase  a  bere  e  chiacchierare  con  il  greco, la bionda fece un paio di su e giù coi bicchieri, e il  fumo  divenne  più  denso  che  mai.  Non  venne  nessun  altro  quel  giorno. La sala da gioco era tutta per loro. Diecimila  euro  di  piatto  e  una  tirata  assicurata  fino  al  mattino. Alle  otto  il  greco  se  ne  andò  a  cena  con  la  sua  bionda  e  un  giovane  tunisino  gli  dette  il  cambio. Anche  Panfilo  se  ne  tornò  a  casa,  ma  i  giocatori  si  accorsero  appena  di  questi  eventi. Le carte giravano, perché come girano loro girano solo i  coglioni  in  quelle  giornate  no,  specialmente  d’inverno  quando lo scaldabagno non ti funziona e ti è finita la scorta  di  Lavazza.  Fino  a  mezzanotte  i  nostri  due  eroi  potevano  dirsi  in  vantaggio,  ma  insieme  alla  stanchezza  subentrò  71

anche  quella  bastarda  della  signora  sfortuna.  Le  carte  avevano  smesso  di  girare  ed  erano  solo  dalla  parte  di  Checco e Occhiolino. Pelo schiumava, e non solo per colpa  della decima sambuca. Rocco si puntellava sui gomiti, col  toscanello che gli penzolava dalle labbra. ­ Ragazzi, ma non provate un po’ di vergogna per il culo  che vi ritrovate? ­ ­ Le carte girano, Pelo… ­ ­  Girano  un  paio  di  palle  Checco!  Son  cinque  mani  che  non ci entra una briscola decente! ­ ­  Ma  smettetela  di  lamentarvi!  Fino  a  due  ore  fa  ce  l'avevate voi le carte migliori! ­ Ma quando si sfora una certa ora, tipo le tre o le quattro di  notte  (o  per  alcuni  del  mattino)  la  realtà  incomincia  a  perdere consistenza, e se la storia diventa mito nessuno se  ne accorge. Dovete sapere infatti che al bar questo grande  briscolone  è  diventato  col  tempo  una  specie  di  cantata  epica,  e  ognuno  c’ha  il  suo  modo  di  raccontarla.  Perché,  prima di tutto, e ve lo dico subito così vi metto l’anima in  pace,  nessuno  ne  uscì  vincitore.  Poi  dei  nostri  quattro  giocatori solamente il povero Rocco, pace all’anima sua se  ne andato tre mesi fa, cancro bastardo, ha avuto il coraggio  di  raccontare  qualcosa.  Gli  altri  si  sono  tutti  chiusi  in  un  silenzio  imbarazzato,  tipico  da  dopo  sbornia,  e  hanno  smesso  di  giocare  a  briscola  e  di  frequentare  il  locale  del  greco. Per quello che ci è dato di sapere sembrerebbe che verso  l’alba  le  due  coppie  si  trovavano  nuovamente  in  parità,  e  mentre  si  avvicinava  l’ora  che  avrebbe  decretato  la  fine  delle  ostilità,  ovvero  le  sette  del  mattino,  i  punti  che  separavano  le  due  squadre  continuavano  ad  assottigliarsi.  Allo  scoccare  delle  sette  precise,  mentre  il  tunisino  se  la  dormiva della grossa e le bottiglie di vecchia romagna e di  sambuca  sul  tavolo  verde  erano  più  morte  del  mio  povero  nonno, i punti di Rocco e Pepe erano esattamente gli stessi  di  quelli  di  Checco  e  Occhiolino.  Cioè,  per  spiegarmi  in  parole spicce, soprattutto per i meno esperti di briscola, si  72

era verificata una situazione di parità assoluta che neanche  nella peggiore casistica ci si poteva aspettare. ­ E adesso cosa si fa? ­ ­ Come cosa si fa? La bella si fa! ­ ­ Vuoi dire una secca? ­ ­ Per forza! ­ E  così  tornarono  a  girare  le  carte  sul  tavolo.  Una  partita  meravigliosa,  trascinata  dagli  ultimi  residui  alcolici  nei  corpi  dei  quattro  eroi.  Ma  che  burla  del  destino  quando  andarono  a  contare  le  carte  e  si  accorsero  di  un’altra  incredibile parità: sessanta a sessanta. ­ Maremma impestata! ­ ­ Questo tavolo dev’essere stregato! ­ A quel punto la storia si fa confusa, o almeno è quello che  ci è dato di sapere. C’erano delle voci nella stanza, e le luci  sui tavoli sembravano si fossero smorzate da sole. Entrò la  donna  del  greco  vestita  da  regina  di  picche,  con  dietro  il  greco in persona, ma non era proprio lui. Era il re di picche,  ovviamente,  vestito  col  mantello  pellicciato  e  la  corona  pacchiana.  Insomma,  lei  si  avviò  al  tavolo  di  gioco  e  si  distese supina con la testa indietro rivolta a Pelo. ­ Come va la partita, ragazzi? ­ Subito  dietro  di  lei  c’era  il  re,  cioè  il  greco,  che  con  gli  occhi  lucidi  come  fondi  di  bottiglia  dichiarò:  –  Signori,  è  arrivata l’ora di levarsi dai coglioni! ­ Poi tirò su la gonna della regina e incominciò a fare i suoi  comodi davanti a tutti, con un ghigno spaventoso sotto due  baffi da greco. Il greco c’aveva i baffi, mi ero dimenticato  di dirvelo… Col vecchio su e giù la bionda di picche iniziò a cantare  l’Aida,  salendo  di  ottave  insieme  al  movimento  del  re.  I  quattro  giocatori  restarono  immobili  con  le  sigarette  in  bocca e le carte in mano (toscanello per Rocco, s’intende.) ­ Vai, vai, vai… ­ ­ E vadoooooooooo! ­

73

Più  stranulati  che  imbarazzati  per  quell’assurda  situazione,  i  quattro  si  guardarono  negli  occhi  e  insieme  proposero la patta. ­ Che si finisce qui? ­ E così sembra infatti che sia finita. Ognuno riprese la sua  parte  della  posta  in  gioco  e  ritornò  a  casa,  rimuginando  bene sull’accaduto. Sogno o realtà? Verità o delirio? Beh, vedete, quando alcuni personaggi di grossa caratura  come  quelli  di  cui  vi  ho  appena  narrato  le  vicissitudini  vengono  coinvolti  in  situazioni  estreme,  la  realtà  automaticamente  viene  alterata,  distorta  e  amplificata.  Colpa  dell’alcol,  del  fumo  e  della  stanchezza?  Ma  certo,  siete  liberissimi  di  pensarla  così.  D’altronde  è  più  facile  accettare  una  spiegazione  razionale.  Ma  il  mito  e  la  leggenda  si reggono sempre su delle  solide fondamenta di  verità.  Il  re  e  la  regina  di  picche  cavalcarono  il  tavolo  verde, decretando la fine del gioco, suggellando una parità  fuori dalla norma. Da quel giorno tutti e quattro smisero di  giocare a briscola, ma li potevi vedere insieme alla casa del  popolo  al  tavolo  del  ramino,  a  ridere,  scherzare  e  bere  sambuca.  Ma  se  qualcuno  tirava  fuori  in  loro  presenza  la  leggenda del briscolone, quelli lo guardavano storto e se ne  andavano.  Perché le leggende, specialmente quelle da bar,  bisogna saperle tramandare in segreto, farle aleggiare sopra  il  banco  delle  paste  e  i  tavolini  di  plastica.  Bisogna  prendersi cura di loro. Io,  nel  mio  piccolo,  spero  di  esserci  riuscito  con  questo  breve racconto.

74

IL CORVO E LA COLOMBA di GM Willo (101 Parole)

C’era una volta un corvo e una colomba nel mezzo di una  strada  di  periferia,  ed  eran  appena  le  sei  del  mattino  e  la  città  dormiva  beata.  Il  corvo  beccava  gli  angoli  di  una  paginetta  della  settimana  enigmistica.  Fu  in  quel  mentre  che la colomba gli si avvicinò. «Che fai?» «Leggo.» «Tu?» «Certo, perché le colombe non sanno leggere?» «Certamente… ah, ah!» «Perché ridi?» «Per la battuta di quella vignetta.» «Si, l’avevo già letta. Sto facendo il cruciverba, io…» «Difficile?» «No, l’ho quasi finito…» Presi  dalla  lettura  o  dalla  loro  vanità,  i  due  uccelli  non  udirono il camion del latte sopraggiungere. 

75

IL MALE di Bruno Magnolfi Iniziai  con  un  sottile  dolore  a  una  gamba,  in  una  zona  appena  sopra  al  ginocchio.  Passarono  i  giorni  ma  quel  penetrante  dolore  non  voleva  passare.  Concentrai  i  miei  pensieri proprio intorno a quel male, per parecchie sere, da  solo,  in  silenzio.  Infine  scomparve.  Poco  tempo  più  tardi,  una  sensazione  di  affaticamento  perenne  iniziò  a  farsi  sentire  dentro  al  mio  addome,  in  una  zona  compresa  tra  i  polmoni  e  lo  stomaco.  Pensai  quasi  di  tutto:  qualcosa  che  continuavo a mangiare e a cui ero allergico senza saperlo,  l’aria  inquinata  di  questa  periferia  puzzolente,  il  mio  nervosismo perenne. Mi concentravo, combattevo il dolore,  che intanto aveva iniziato ad emergere, con la forza di tutti  i pensieri che avevo, ma i risultati sperati non c’erano. Per  esorcizzare  il  mio  male  iniziai  a  pensare  alle  cose  più  brutte: ulcera, tumore, principio di infarto, qualunque cosa  mi  sembrava  possibile.  Pensai  alla  mia  morte  come  ad  un  evento  vicino,  ma  continuavo  a  passare  le  sere  concentrandomi  sulle  mie  sofferenze,  e  tutto  mi  sembrava  sempre  più  legato  ad  un  semplice  filo  sottile.  Mi  sentivo  sempre  più  in  bilico  tra  il  conservare  tutto  quello  che  ero,  se  il  mio  malessere  si  fosse  in  breve  risolto,  e  il  perdere  tutto in una babele infinita di ospedali, dottori, ricoveri, che  avrebbero  tolto  in  un  attimo  la  mia  libertà  di  pensiero,  il  mio equilibrio col mondo, il mio vivere così come lo avevo  impostato  da  sempre.  Confidavo  ogni  sera  nel  pensiero  finale,  prima  di  dormire  il  mio  sonno  agitato,  pieno  di  incubi  e  di  zone  non  chiare:  tutto  si  sarebbe  in  qualche  modo risolto, forse bastava girarmi nel letto nella posizione  più  giusta,  su  un  fianco,  oppure  sull’altro,  e  tutto  sarebbe  passato.  Mi  svegliai  una  mattina  con  l’assenza  miracolosa  e  insperata  di  ogni  dolore:  era  la  prova  esauriente  di  superiorità del pensiero rispetto alla carne, al concreto, alla  vile  materia.  Passò  un  po’  di  tempo,  poi  lo  stesso  dolore  76

riprese.  Stavolta  non  ci  poteva  essere  alcun  fraintendimento.  Cominciai  a  combattere  il  male  con  una  forza  cocciuta  che  contrastava  il  dolore,  e  tanto  sforzai  la  mia mente che alla fine non sentivo più niente. Sapevo che  il male era presente, qualcosa lavorava dentro di me senza  che potessi realmente aggredirlo, ma io ne tenevo a bada il  vigore,  e  con  indifferenza  superiore  a  qualsiasi  negativo  sentire,  ne  neutralizzavo  il  potere.  In  quel  periodo  la  mia  vita  si  era  di  fatto  avvitata  attorno  a  quel  duello  supremo,  gettandosi  dietro  le  spalle  ogni  altro  risvolto,  ma  il  fondamentale  equilibrio  tra  il  dentro  ed  il  fuori,  del  quale  ero  sempre  stato  sostenitore  agguerrito,  si  era  confuso  in  mezzo  ai  miei  sforzi;  la  mia  giornata  apparentemente  sembrava  identica  a  prima,  ma  in  realtà  era  radicalmente  diversa. C’ero e non c’ero, mi sentivo sparire in ogni attimo  che  pensavo  al  futuro,  tenevo  frenato  ogni  mio  desiderio  che mi spingesse più in là del presente, proprio ad evitare  qualsiasi delusione. Quando iniziai ad avere gli attacchi di  tosse  non  mi  parve  neppure  un  peggioramento  inatteso:  anzi,  questo  espellere  aria  e  catarri,  mi  parve  mostrasse  fuori  di  me  qualcosa  che  c’era  e  che  faceva  parte  del  mio  intimo  esistere;  niente  di  meglio  se  non  essere  chiaro,  esauriente, sincero con tutti. Ero quasi felice di mostrarmi  agli  altri  come  ammalato:  giustificava  ogni  mio  comportarmi,  i  pensieri  contorti,  il  mio  agire  a  volte  enigmatico,  il  mio  corpo  dalla  forma  non  bella,  forse  devastato  al  suo  interno  da  chissà  quali  tarme  che  ne  rodevano l’intimo, ne succhiavano le parti più molli, quelle  più  fragili  e  a  disposizione  di  ogni  predatore  di  umani.  Infine, mi fu raccontato, che in preda ad un attacco di tosse  e di asma, fui raccolto privo di sensi su un marciapiede di  fronte  alla  mia  abitazione.  Trascorsi  soltanto  tre  giorni  in  quella  clinica  medica,  e  quando  ne  uscii  ero  apparentemente guarito. Tutto era a posto, dissero i medici,  ma dentro di me, in quelle zone dove non si poteva scrutare  con il semplice ausilio di uno dei loro strumenti, mi sentivo  definitivamente  cambiato,  e  quel  fulcro  sul  quale  il  mio  77

equilibrio aveva sempre trovato la maniera per essere vivo,  efficace,  presente,  completamente  perduto,  come  la  mia  identità  che  da  allora  non  avrei  più  saputo  qual’era.

78

IL RE DEL PORNO  OVVERO “DAL COMPLESSO AL SUCCESSO” di Massimo Mangani

Francamente non ricordo bene quando è stato il momento  in cui ho capito di avere qualcosa di anormale; forse a otto  anni,  la  sera  in  cui  una  mia  cugina  adolescente,  dopo  avermi costretto a fare la doccia insieme a lei con la scusa  che  sporchi  non  si  può  andare  a  letto,  era  rimasta  per  un  sacco  di  tempo  inginocchiata  davanti  a  me  con  aria  stupefatta.  In  effetti  la  vicinanza  della  sua  faccia  al  mio  pisello lo aveva fatto lievitare a tal punto che me lo sentivo  esplodere  e  soltanto  allora  mi  ero  reso  conto  delle  sue  dimensioni abnormi. Ovviamente,  benché  intuissi  qualcosa,  ancora  non  riuscivo  a  realizzare  fino  in  fondo  il  perché  di  tanto  interesse da parte di una ragazza quindicenne, che da quel  momento  non  perse  occasione  per  restare  sola  con  me  facendomi  spogliare  con  le  scuse  più  bizzarre.  La  cosa  iniziò  a  diventare  alquanto  fastidiosa  quando  mia  cugina  smise  di  guardarlo  e  cominciò  a  pretendere  di  toccarlo.  Benché  inizialmente  avessi  provato  un  certo  piacere,  ben  presto  la  sensazione  predominante  iniziò  a  diventare  il  solletico: non riuscivo proprio a resistere e mi torcevo dalle  risate,  provocando  la  sua  ira.  Dopo  un  po’  quei  giochi  cessarono,  forse  perché  la  cuginetta  non  provava  abbastanza  soddisfazione  o  forse  a  causa  del  suo  primo  fidanzatino.  Da  quel  momento  tuttavia  iniziai  ad  essere  consapevole  dell’interesse  che  il  mio  membro  suscitava  ogniqualvolta  si  rendeva  visibile,  anche  da  sotto  un  indumento  intimo.  Quell’estate  infatti,  sulla  spiaggia  dove  ero solito trascorrere le vacanze con i nonni prima, e con i  genitori  poi,  mi  divertivo  ad  osservare  gli  sguardi  che  arrivavano  in  mezzo  alle  mie  gambe.  Devo  dire  che  tutti,  79

proprio tutti quelli che incrociavo, fossero uomini o donne,  giovani  o  anziani,  non  potevano  resistere  dal  dare  un’occhiatina  al  mio  costumino.  La  cosa  mi  appariva  divertente, tranne quando percepivo sguardi morbosi, per lo  più  di  uomini  di  una  certa  età,  ma  ben  presto  le  cose  cambiarono.  Già  l’anno  successivo  più  che  fierezza  cominciai a provare vergogna, non volevo più girare per la  spiaggia in costume e quindi rimanevo vestito. I  pochi  amici  che  mi  ero  fatto  mi  prendevano  in  giro  e  dicevano  che  ero  pazzo,  che  il  caldo  mi  faceva  male,  che  mi comportavo come i vecchi ma ciò non faceva altro che  rafforzare la mia percezione di essere diverso. Il fatto è che  avevo iniziato a fare confronti e mi ero reso conto di essere  davvero  l’unico,  almeno  fra  quelli  della  mia  età,  ad  avere  un  pisello  così  grosso.  Di  nascosto  leggevo  e  rileggevo  l’enciclopedia  medica  di  mio  padre  per  capire  se  quella  potesse essere una malattia, ma non riuscivo a trovare nulla  in  tal  senso.  Con  i  miei  genitori  non  avevo  intenzione  di  confidarmi,  non  ce  la  facevo  e,  nonostante  mi  vedessero  spesso nudo, il fatto che non dicessero nulla poteva essere  spiegabile  con  la  volontà  di  non  farmi  soffrire.  Un  po’  come  era  accaduto  ad  un  mio  compagno  di  scuola  che  si  era ammalato di leucemia e, nonostante avesse perso tutti i  capelli  e  fosse  dimagrito,  i  parenti  facevano  finta  di  nulla  finché  un  bel  giorno  era  morto.  Io  ero  convinto  che  avrei  fatto la stessa fine! Questa convinzione rimase viva fino al  mio ingresso nella scuola media, dove accadde un episodio  alquanto spiacevole che tuttavia mi fece capire che la data  della mia morte era ancora lontana. Durante  una  festa  di  compleanno,  alla  quale  i  miei  genitori  mi  avevano  costretto  a  partecipare  con  la  forza,  alcuni  miei  compagni  si  erano  chiusi  in  bagno  insieme  a  due ragazzine. Per mia sventura, visto che avevo una gran  voglia di fare pipì, avevo aperto la porta improvvisamente  e li avevo sorpresi: i maschi avevano pantaloni e mutande  a  mezza  gamba  mentre  le  ragazze  si  scambiavano  commenti  e  ridacchiavano.  Vedendomi  entrare  così  80

all’improvviso,  il  gruppetto  aveva  pensato  che  volessi  partecipare  al  gioco  e  le  ragazze  avevano  iniziato  ad  incitarmi affinché mostrassi il mio coso. Poiché ero fuggito  a gambe levate, e poiché le due pischelle erano considerate  le  più  carine  della  scuola,  iniziai  ad  essere  chiamato  “finocchio”. Fu uno dei periodi più tristi della mia vita, tutti  i  giorni  tornavo  a  casa  in  lacrime  dopo  esser  stato  sbeffeggiato da chiunque, quasi quasi anche dai professori.  “Finocchio”,  “ecco  il  finocchietto”  “chissà  che  cazzettino  minuscolo ti ritrovi!” e la più tremenda, pronunciata da una  ragazza:  “Sei  troppo  carino,  è  un  peccato  che  tu  sia  un  finocchio  di  merda!”  Le  due  cretinette  poi  non  perdevano  occasione  per  umiliarmi  finché  un  bel  giorno,  durante  un  corso di recupero pomeridiano, le trovai ridenti davanti alla  porta  del  bagno  delle  femmine.  Forse  fu  uno  scatto  improvviso  di  orgoglio,  forse  la  frase  abbozzata  da  una  delle due: «Ecco il finoch...» , fulmineamente le afferrai per  il  collo  e,  dato  che  ero  abbastanza  forzuto,  le  trascinai  dentro.  Chiusi  la  porta  a  chiave  e  le  spinsi  contro  il  muro  beandomi  dei  loro  sguardi  terrorizzati,  lentamente  mi  slacciai  la  cintura,  sbottonai  i  Jeans  e  li  feci  scivolare  insieme  alle  mutande.  Data  l’eccitazione  che  quella  situazione  mi  stava  provocando,  ce  l’avevo  talmente  ritto  che  svettava  oltrepassando  di  qualche  centimetro  l’ombelico. Subito le parole mi uscirono dalla bocca senza  che me ne rendessi conto, tremende: «ora me lo succhiate,  o  vi  ammazzo!»  Le  poverette  scoppiarono  a  piangere  riportandomi  alla  realtà,  senza  dire  una  parola  mi  rivestii,  aprii  la  porta  e  me  ne  andai  lasciando  le  due  cretine  singhiozzanti. Il giorno dopo successe il finimondo, i miei  genitori furono convocati dal preside ed io fui espulso dalla  scuola,  consapevole  che  quella  mia  malformazione  non  fosse altro che un’innocua disgrazia. La  mia  sofferenza  tuttavia  continuava,  il  senso  di  vergogna era più forte di me, non osavo guardare le ragazze  per  paura  di  innamorarmi  e  dover  rendere  pubblico  il  mio  problema.  Cercavo  di  non  pensarci,  ma  era  quasi  81

impossibile,  l’unica  cosa  che  potevo  fare  era  nasconderlo  indossando  indumenti  larghi.  Con  il  sopraggiungere  dell’adolescenza mi trovai a dover combattere con un vero  mostro che alzava la testa quando meno me lo aspettavo e,  nonostante  i  larghi  indumenti,  si  rendeva  visibile  agli  sguardi.  Improvvisamente  il  complesso  si  modificò;  avvenne il giorno che beccai mia cugina a letto con il suo  ennesimo fidanzato. Eravamo in campagna durante una rimpatriata familiare e  dopo pranzo gli adulti e i bambini più piccoli erano andati  a  fare  una  passeggiata  digestiva.  Nel  casale  eravamo  rimasti soltanto io, mia cugina ormai ventunenne ed il suo  fidanzato che per la verità avrebbe voluto rimanere da solo  con lei. Mi appisolai sulla sedia accanto al caminetto e fui  svegliato da alcuni gemiti provenienti dalla camera da letto;  subito  il  mostro  si  mise  sugli  attenti  e  la  mia  curiosità  divenne  irrefrenabile.  Ovviamente  sapevo  benissimo  cosa  stava accadendo ma preferii fare l’ingenuo, così mi alzai e  mi  recai  verso  la  fonte  di  quell’idillio.  La  porta  era  socchiusa e sbirciando si poteva vedere il letto su cui i due  stavano facendo sesso: mia cugina era sdraiata in posizione  supina,  le  gambe  larghe  ed  i  piedi  per  aria,  indossava  soltanto  un  paio  di  calze  autoreggenti  bianche,  il  suo  ragazzo,  completamente  nudo  si  muoveva  spasmodicamente sopra di lei, su e giù, su e giù, sempre più  veloce  finché  ad  un  tratto  i  due  iniziarono  ad  urlare  all’unisono. Dopo qualche istante di silenzio, il ragazzo si  scostò, si alzò dal letto ed iniziò a rivestirsi. «Devo proprio andare, i miei a casa mi aspettano.» Mi nascosi dietro la porta accanto, praticamente in bagno  ed attesi che se ne fosse andato. Rimasi fermo, immobile in  attesa che anche la cugina se ne andasse e sussultai quando  udii la sua voce: «Lo so che sei lì dietro, vieni un po’ qui!»  Era  ancora  nuda  sul  letto  e  mi  guardava  con  uno  sguardo  divertito;  erano  passati  ormai  i  tempi  in  cui  eravamo  due  bambini  che  giocavano  nella  doccia,  lei  era  una  donna  ed  anch’io non me la cavavo poi così male come uomo! 82

«E bravo il mio cuginetto, è tanto che non ci vediamo…  chissà come sarà cresciuto!» Notando il mio imbarazzo mi fece cenno di avvicinarmi,  il  mostro  tirava  da  impazzire  sia  per  la  scena  a  cui  avevo  assistito,  sia  per  la  posizione  che  la  cuginetta  aveva  assunto,  seduta  sul  letto  con  le  gambe  incrociate,  le  calze  sempre più lucide, la fica in bella mostra. Allungò le mani  ed  iniziò  ad  armeggiare  con  la  cintura,  dopo  pochi  istanti  l’affare  svettava  abnorme  e  lei  lo  strinse  guardandolo  avidamente. Feci per sdraiarmi sopra di lei ma mi respinse.  «Ho  appena  fatto  l’amore  con  il  mio  ragazzo,  non  posso,  ma voglio comunque farti capire una cosa… » Fece quello che sotto la doccia non aveva mai osato fare,  avvicinò le labbra al membro e, molto lentamente, lo prese  in  bocca.  Provai  una  sensazione  paradisiaca,  era  la  prima  volta  che  facevo  sesso,  non  mi  ero  mai  nemmeno  masturbato  e  se  qualche  volta  la  mattina  avevo  trovato  le  lenzuola  bagnate  da  un  liquido  appiccicoso,  avevo  immediatamente  cambiato  il  letto.  Adesso  non  potevo  ignorare  quelle  labbra  golose,  quella  lingua  ruvida,  quegli  occhietti assassini, stavo godendo da morire! Non  so  nemmeno  quanto  tempo  andai  avanti,  ricordo  soltanto  che  ad  un  certo  punto  mia  cugina  sfilò  il  mostro  dalla  bocca  se  lo  appoggiò  alle  labbra  continuando  ad  accarezzarlo con entrambe le mani. Ci fu un’eruzione, otto,  dieci  schizzi  di  un  liquido  biancastro  ed  appiccicaticcio  al  termine  dei  quali  il  viso  di  mia  cugina  era  una  maschera  acquosa.  Non  disse  più  nulla  ma  dopo  essersi  ripulita  e  rivestita sussurrò: «non sai che fortuna potresti avere fra le  gambe!» Poi se ne andò. Da  quel  momento  la  mia  attività  sessuale  divenne  a  dir  poco  frenetica,  mi  feci  tutte  le  compagne  del  college,  le  amiche di mia madre e perfino una professoressa che volle  constatare  se  le  voci  che  a  scuola  giravano  sul  mio  conto  fossero vere! Parevo la persona più felice di questo mondo,  ma in cuor mio ero triste, mi accorgevo che mi mancava la  cosa  più  importante:  l’amore!  Provavo  invidia  per  i  miei  83

amici che avevano la fidanzata, non facevano solo sesso ma  c’era  un  rapporto  fatto  di  tenerezze,  di  aiuto  reciproco,  di  poter contare sul partner nei momenti di difficoltà. Con me  le ragazze facevano sesso e poi… arrivederci e grazie! La  rabbia  mi  divorava  e  per  spregio  iniziai  ad  insidiare  le  fidanzate  dei  miei  compagni  che,  più  per  la  curiosità  che  per  altro,  spesso  cedevano.  Sovente  aspettavo  che  fossero  riaccompagnate a casa, che i ragazzi le credessero al caldo  sotto le coperte a dormire e non a scopare selvaggiamente  complimentandosi  per  le  dimensioni  del  mio  pene.  Raggiunsi  punte  di  cattiveria  così  alte  che  un  giorno,  durante il matrimonio di un mio ex compagno di classe, mi  scopai  la  sposina  nel  cesso  del  ristorante  mentre  lo  sposo,  che ci aveva sentiti, piangeva come un disperato battendo i  pugni sull’uscio, il tutto cercando di non farsi sentire dagli  invitati. Tutto ciò terminò quando conobbi Serena… Non voglio soffermarmi più di tanto sulla storia… Serena  era la ragazza perfetta… si era davvero innamorata di me.  Non chiese di fare subito sesso, anzi, trascorsero molti mesi  prima di farlo. A letto pareva indemoniata, è vero, ma per il  resto  era  la  ragazza  più  dolce  e  sensibile  che  avessi  mai  conosciuto! Iniziai a fare progetti… una vita insieme… dei  figli…  ero  finalmente  un  uomo  realizzato!  Ancora  non  posso credere che quel giorno sia stato reale: la telefonata  improvvisa di Serena. «Dobbiamo vederci, è importante!» L’incontro a casa sua, le parole secche come un proiettile  in mezzo agli occhi: «Ti lascio!» «Perché?» «Mi sono innamorata di Luigi, lui non è solo un cazzo, è  anche un uomo!» CRASH!!!! Ed eccomi qui, a 37 anni uno dei più famosi attori porno  del Mondo, 38 centimetri di cazzo, 4 in più del mitico John  Holmes,  milioni  di  dollari  sparsi  in  tutte  le  banche  del  mondo,  villa  a  Roma,  villa  a  Parigi  e  naturalmente  mega  84

villa a Beverly Hills, oltre ad una collezione invidiabile di  Ferrari d’epoca!  Dopo  la  storia  con  Serena  tutto  mi  è  stato  chiaro,  soprattutto le parole di mia cugina. È bastato un provino e  subito  i  miei  film  sono  divenuti  dei  cult…  porno  di  tutti  i  tipi, con trama e senza. Ho recitato sia con le più importanti  attrici  hard  di  Hollywood,  sia  con  le  studentesse  universitarie di Praga o Budapest, tutti i generi, dall’anal al  cum­shot, dal gang bang al fetish. Pagato profumatamente  non ho disdegnato di inchiappettarmi un paio di ragazzetti  ventenni,  film  divenuto  il  più  apprezzato  dalle  comunità  Gay internazionali ma anche il più scaricato dalle massaie  di  tutto  il  Globo  (e  ovviamente  dai  padri  di  famiglia).  Fama,  successo,  denaro  finanche  la  partecipazione  ad  un  film  non  porno,  una  commedia,  un  blockbuster  con  attori  famosissimi.  Ogni  tanto  mi  diverto  ad  andare  a  fare  la  spesa  al  supermercato  e  vedo  che  mi  riconoscono  quasi  tutti, dagli adolescenti che scaricano i film di nascosto, alle  madri  di  famiglia…  qualche  volta  qualcuna  di  loro  mi  si  avvicina,  mi  sfiora  accidentalmente.  Quando  esco  frugo  nelle  tasche  e  trovo  biglietti  con  numeri  di  telefono  ed  indirizzi. Solo  una  volta  ho  accettato  una  di  quelle  avances;  ero  a  Los  Angeles  in  uno  Wall  Mart  ed  ho  visto  entrare  una  donna,  molto  carina,  accompagnata  da  due  bambini  ed  un  uomo, un buzzurro che la trattava malissimo. La donna ha  aperto  bocca  ed  il  marito  l’ha  strattonata,  poi  ha  fatto  il  verso  di  darle  un  ceffone.  Ho  notato  che  l’occhio  sinistro  della  signora  era  nero;  lei  mi  ha  guardato  e  mi  ha  palesemente  riconosciuto.  Ho  aspettato  che  si  avvicinasse,  che  mi  sfiorasse  accidentalmente,  sono  uscito,  ho  frugato  nelle tasche… la sera l’ho chiamata. L’ho scopata 5 ore di seguito in un Motel sulla PCH, non  riuscivo  a  farla  smettere  di  ansimare,  scopava  e  rideva,  scopava  e  rideva!  Quando  se  ne  è  andata  era  felice…  qualche giorno dopo, per caso ho letto sul giornale che una  donna  di  Santa  Monica  aveva  denunciato  il  marito  per  85

violenze, l’aveva fatto arrestare per maltrattamenti ed abusi  sui  figli…  c’era  la  foto  del  buzzurro  e  me  ne  sono  rallegrato! Una scopata terapeutica. Qualche giorno fa però, mi è accaduta la cosa più curiosa:  stavo facendo il mio solito giro al supermercato quando mi  si  è  avvicinata  una  donna  allampanata,  pallida,  che  io  ho  scambiato per un’accattona. Invece del solito approccio, mi  ha teso la mano, ha abbozzato un sorriso e mi ha detto: «Ti  ricordi di me?» Sono rimasto interdetto. «Sono Serena, ricordi?» «Scusa, sono passati tanti anni… io non…» Siamo  usciti,  l’ho  fatta  salire  sulla  mia  Testarossa  e  ci  siamo diretti ad uno Starbucks vicino Malbù. Davanti ad un  buon caffè mi ha raccontato la sua storia: si era sposata con  Luigi e tutto sembrava filare liscio, avevano avuto tre figli  meravigliosi.  I  soldi  non  mancavano  e  nemmeno  dopo  la  separazione aveva avuto problemi economici. Poi Luigi era stato arrestato per corruzione e truffa, aveva  perso  tutto,  si  era  beccato  vent’anni  e  non  le  aveva  più  pagato l’assegno di mantenimento. Disperata aveva cercato  un  lavoro,  almeno  per  mantenere  la  casa,  ma  con  tre  bambini  era  stato  impossibile  e  così  si  era  ritrovata  a  dormire in macchina con le creature. I Servizi Sociali erano  intervenuti e le avevano tolto l’affidamento, i piccini erano  finiti  in  un  istituto.  Adesso  vivacchiava  con  lavoretti  saltuari,  dormiva  in  un  camper,  non  riusciva  a  riottenere  l’affidamento dei figli. La  guardavo  con  commiserazione,  pensavo  a  quanto  la  vita a volte può essere crudele… fosse rimasta con me… Si  è  fatto  tardi,  l’ho  riaccompagnata  al  camper,  ci  siamo  abbracciati,  lei  non  voleva  quasi  staccarsi…  ha  iniziato  a  singhiozzare. «Perdonami, perdonami!» «Non ci pensare, sono passati tanti anni!» L’ho guardata allontanarsi, ancora un po’ mi faceva male.  Prima  di  ripartire  ho  frugato  nelle  tasche,  ho  trovato  un  bigliettino  con  un  numero,  il  suo  numero.  Ho  messo  in  moto e in un baleno sono arrivato nella mia villa a Beverly  86

Hills, sono sceso dalla Ferrari e a passo svelto sono entrato  in  casa.  In  cucina  mi  sono  fermato  a  riflettere,  ho  rigirato  nelle mani il biglietto, l’ho letto e riletto. Ho aperto bene il  fogliolino, poi l’ho appallottolo, l’ho buttato nel trita rifiuti  e l’ho distrutto… …’sta stronza!

87

LE TRE CARAFFE di GM Willo

Il vecchio piumato continuava ad osservarmi, in bilico su  una sola zampa, con le spalle rivolte al tempio ed il becco  all’insù, come se stesse annusando il vento. ­ Hai riempito le tre caraffe oggi? – domandò ad un tratto. ­ Le tre caraffe? ­ ­ Mente, cuore e corpo… le hai riempite, ragazzo? ­ ­  Vecchio,  non  ho  la  più  pallida  idea  di  cosa  tu  stia  dicendo. ­ Allora il vecchio ricoperto di piume (e ne aveva di tutti i  colori,  credetemi!)  si  mosse  e  mi  venne  incontro,  scendendo  i  gradini  del  tempio  con  le  sue  due  gambine  magre. Si avvicinò così rapidamente che i miei occhi fecero  fatica a metterlo a fuoco. ­  Le  tre  caraffe…  –  ripeté,  e  mi  toccò  in  tre  punti,  sulla  fronte, sul petto e sopra l’inguine. Le sue dita erano gelide.  Le sue piume puzzavano di humus. – Riempile e svuotale,  di continuo, e nel svuotarle riempi quelle degli altri, di chi  ti  è  vicino.  Non  farle  traboccare,  e  vivrai  una  vita  degna,  tutto qui. – Poi si voltò e prese il volo. Avevo  fatto  così  tanta  strada  per  arrivare  al  tempio  che  d’improvviso  la  stanchezza  mi  fece  vacillare.  Caddi  per  molte ore, o forse sognai solo di cadere. Quando riaprii gli  occhi mio figlio più piccolo mi stava porgendo un bicchiere  vuoto,  quello  del  succo  d’arancia,  e  mi  sorrideva  con  due  abissi negl’occhi.

88

IL PORTICO di Marco Muzzi

Un  soffio  di  vento  le  pettinava  i  capelli…  “che  miseria”  pensava,  aveva da poco intravisto il bagliore di un amore  e  lo  aveva  perso  per  la  testardaggine  di  una  convinzione  troppo  ostinatamente  espressa.  Ora,  quello  che  era  una  sirena sparata a 10.000 decibel delle sue urgenze di ormai  ex­adolescente,  le  ritornava    come  l’eco  di  un  fischio  lamentoso fra costole e costole. La pelle lucida delle gote a  mezza  pesca  si  divideva  a  strisce  dalle  lacrime  che  gareggiavano  a  file,  e  tutto  lo  sniffare  a  vuoto  le  faceva  sussultare il capo, ormai già abbassato alle ginocchia. Se ne  stava  sull’inutile  gradinata  del  chiaro  gazebo  con  i  suoi  vani vuoti ghirigori dove anni prima giocava ad incastrare  le  dita  e  scorrere  nelle  curve,  così  come  ripeteva  nella  testata  del  letto  matrimoniale,  quando  le  era  permesso  entravi,  aprire  gli  armadi,  toccare  la  pelliccia  di  volpe,  odorare  la  colonia  del  padre,  carezzare  i  fazzoletti  stirati.  La  solitudine  viziosa  dei  pomeriggi  infantili  era  un  dolce  rimpianto,  ora  che  non  aveva  consolazione  per  la  persa  innocenza.   “Che  miseria,  e  che  idiota”,  si  arrovellava  sui  possibili  inutili  passi  falsi  di  una  storia  i  cui  sviluppi  le  erano  sconosciuti;  nessuno  l’aveva  addestrata  sui  processi  dell’amore,  non  c’era  iniziazione  o  insegnamento  che  teneva  per  evitare  i  dolori.  S’era  fin  troppo  lasciata  ondeggiare nel fango del rimpianto, quando Lisa le prestò  finalmente attenzione. “Angela!”  (che  rabbia  quel  nome)  “Angela  hai  visto,  ormai le guardie hanno abbandonato le postazioni, saremo  liberi,  tutti,    tra  poco”. Angela  rispose  all’appello  con  una  smorfia  e  una  tirata  di  naso,  stabilendo  finalmente  un  contatto di sguardi con l’amica fraterna, saettando le orbite  a indicare le finestre della Villa. 89

“Ma  ti  stai  zitta!”  ringhiò  “…vuoi  svegliare  tutti?  Che  vuoi  che  m’importi  ora.  Già,  tu  non  sai  neanche  cosa  provo: le guardie, e questo e quello… Stupida! Almeno le  guardie  ci  davano  un  minimo  di  protezione,  ora  che  se  ne  vanno vedrai il casino…”

90

IL NASTRO ROSSO di Fida

Il salice piangente è la mia casa: non fraintendetemi, non  ho  né  una  capanna  sull’albero  né  vivo  accampato  sotto  di  esso. Ogni salice ha un suo spirito guida ed io sono uno di  loro:  il  mio  nome  è  Ghitash.  Il  mio  compito?  È  aiutare  i  puri di cuore a riconoscere e perseguire il proprio destino.  Non  si  tratta  di  magia,  ma  è  una  questione  di  propria  consapevolezza  interiore.  Sono  relativamente  giovane.  Ho  solo 1300 anni. La mia casa è subito riconoscibile: si trova in un giardino,  ha rami lunghi che toccano terra come braccia amorevoli e  su di ognuno c’è un nastro rosso annodato in ricordo di un  desiderio  avverato.  La  tradizione  vuole  che  il  giorno  del  solstizio  d’estate  chiunque  può  venire  da  me,  vedermi  e  farmi  una  domanda  o  esprimere  un  desiderio;  solo  annodando  un  nastro  bianco  ai  miei  rami  si  potrà  vedere  realizzato  il  proprio  desiderio  più  grande.  Una  volta  che  questo  accadrà,  allora  e  solo  allora  si  dovrà  tornare  per  sciogliere il nastro e sostituirlo con uno rosso. Ho visto ogni sorta di persone, dalla coppia col desiderio  di  un  figlio  alla  vecchietta  con  problemi  di  salute:  per  ognuna  di  loro  sono  stato  di  aiuto  e  conforto.  Ma  ancora  oggi  mi  rimane  un  dubbio,  una  perplessità:  ogni  giorno  guardo quel nastro bianco tra i tanti rossi. Un bianco che un  tempo era immacolato, un nastrino in raso che col tempo e  le  intemperie  ha  perso  di  lucidità.  Ricordo  la  ragazza  che  venne  ad  annodarlo:  aveva  circa  16  anni,  capelli  neri  e  lunghi,  una  pelle  candida  e  due  grandi  occhiali  che  le  coprivano  quasi  tutto  il  volto.    Sentivo  che  era  nervosa,  intimidita.  La  percepivo  nell’aria  la  sua  paura,  il  suo  timore, ma aveva qualcosa di diverso rispetto agli altri: lei  era impenetrabile. Se con le altre persone mi riusciva facile  capire  il  loro  desiderio  e  comprendere  il  motivo  che  le  91

spingeva a rivolgersi a me, con lei non mi è stato possibile  saperlo.  Ancora  oggi  non  so  perché  abbia  annodato  quel  nastro al mio ramo.  C’era tenerezza nei suoi gesti; ricordo  che le mani le tremavano e per ben due volte il nastrino le  cadde  a  terra  e  ci  mise  più  del  dovuto  per  fare  un  fiocco  come si deve. Ma ancora oggi, a distanza di due anni, quel  nastro è ancora là! Ogni giorno lo guardo e spero sempre di  poter penetrare il mistero che lo avvolge: cerco di carpirne  i segreti, i timori e le paure che la ragazza lasciò su di esso  attraverso le sue mani. Un  giorno,  quando  ormai  avevo  perso  le  speranze,  ecco  avvicinarsi  una  donna  al  salice:  lo  sguardo  triste,  la  pelle  chiara,  gli  occhi  arrossati  dal  pianto.  Indossava  un  abito  scuro, nero, e portava un fazzoletto in mano stretto con una  tale morsa che sembrava volesse che gli penetrasse le mani.  Questa  donna  aveva  qualcosa  di  familiare:  pensavo  fosse  venuta  ad  esprimere  il  suo  desidero  ma  poi  ripensandoci  non poteva essere così, poiché ancora non era arrivato il 21  giugno.  La  vidi  titubare,  guardarsi  attorno  come  per  non  farsi  notare  da  sguardi  indiscreti  e  poi  risoluta  avvicinarsi  ai  miei  rami.  Con  mia  grande  sorpresa  si  fermò  proprio  davanti  al  nastro  che  era,  per  me,  fonte  di  profondo  mistero.  Con  gesti  frettolosi,  sciolse  il  pezzo  di  stoffa  sostituendolo  con  un  nastro  di  un  rosso  splendente,  di  un  rosso  che  non  se  ne  vedono  tutti  i  giorni:  un  rosso  che  vuole dire “eccomi qui, esisto anche io!”. La  donna,  giunta  a  piedi,  a  passo  lento,  quasi  solenne,  davanti  alla  mia  dimora,  era  venuta  a  terminare  il  lavoro  che  la  giovane  donna  non  era  riuscita  a  finire.  Lei,  a  differenza della ragazza più giovane, mi permise di entrarle  dentro,  nel cuore e nell’animo, così da poterle leggere nel  profondo  e  scoprire  finalmente  che  il  desiderio  della  ragazza  si  era  avverato.  Quando  ebbe  finito  si  girò  per  andare  via  e  in  quel  momento  mi  venne  in  mente  di  apparirle  per  poterle  parlare,  rompendo  la  regola  che  vige  tra  noi  spiriti  dei  salici.  Nel  mentre  però  la  signora  si  92

fermò,  si  girò  e  con  voce  flebile  guardando  nella  mia  direzione pronunciò queste parole: “avrei voluto non dover  mai  venire,  avrei  preferito  rimanesse  per  sempre  bianco.  Ma  lei  voleva  essere  davvero  libera.  Di  notte  sognava  sempre di essere una farfalla piccola e delicata. Sognava di  volare via. Questo desiderava venendo qui: di poter lasciare  quel suo corpo pesante e ferito”. Terminato  che  ebbe  di  parlare,  dal  cielo  caddero  i  primi  fiocchi  di  neve,  di  quella  neve  che,  con  lo  splendore  che  conferisce al paesaggio, porta con sé un silenzio che non è  soltanto immaginario.

93

AMORE RITROVATO di Marco Filipazzi (101 Parole)

Quarant'anni  a  sezionare  cadaveri  in  una  stanza  sterile  dove il fascino e le ambizioni della medicina erano presto  sfumate in cinismo e noia. Ancora un paio di giorni, la fine  della settimana, e sarebbe arrivata la pensione. Quella  notte,  sul  lettino  dell'obitorio,  la  sua  paziente  era  una  donna  sulla  sessantina,  caucasica,  bionda.  Due  coltellate al petto, sopra il seno sinistro. Segni particolari: il  tatuaggio  di  una  piccola  farfalla  sulla  spalla;  lo  stesso  tatuaggio di trent'anni prima. Lui  la  osservò  meglio  riconoscendo  quel  volto,  celato  sotto un velo di rughe. Per la prima volta in quarant'anni di  servizio, pianse per una paziente. 

94

LA CALZA DELL’ACROBATA di Federica De Angelis

È  la  notte  di  San  Lorenzo  e  fa  un  caldo  cane,  me  sento  tutto  appiccicoso,  così,  me  dico,  vado  sul  terrazzo  del  palazzo  a  fumamme  ‘na  sigaretta  in  santa  pace.  Stasera  il  cielo  sembra  più  scuro,  non  ne  vedo  molte  di  stelle.  Me  rilasso cò ‘na bella sigaretta e poi domani che è sabato sai  che faccio? Me ne vado prima al bar a fà colazione, quello vicino alle  poste,  dove  c’è  Gina  la  bionda  che  me  fà  sempre  l’occhietto  quando  me  allunga  la  tazzina  der  caffè  e  se  sporge sempre a mostrà la scollatura quando me chiede se  lo  voglio  “corretto”.  Poi  dù  chiacchiere  cò  li  amici  fino  a  che  nun  se  fà  ora  de  pranzo,  tanto  tra  il  giornale,  la  schedina,  ogni  volta­  stavolta­  vinco  ­me  ­lo  ­sento,  e  qualche  mano  de  carte,  la  mattinata  vola.  Dopo  un  bel  piatto  de  bucatini  annaffiato  da  un  vinello  genuino,  me  faccio  il  solito  riposino;  così,  verso  le  cinque,  me  metto  a  lustro e col dopobarba, quello buono, che ho comprato alla  profumeria del centro commerciale, mica alla Conad vicino  casa, me ne vado al Bingo e dopo cena a ballà un bel liscio.  Oh sta colonia è infallibile, me lo sento, domani sera faccio  ‘na  strage  in  pista  …  anche  Gina  ieri  m’ha  detto  “Oh  ma  che  te  sei  messo  il  profumo?”  “Che  se  sente?”  gli  ho  risposto… e là ho capito che je piace… Salgo le scale mentre penso al sorriso di Gina, anzi, alla  scollatura della camicetta bianca che si slaccia sempre là in  mezzo,  sempre  al  punto  giusto,  né  troppo,  ma  mai  poco,  giusto giusto dove arriva il pendente della collana, proprio  quello  dove  tiene  la  foto  del  fratello  che  s’è  sfracellato  in  moto dieci anni fa, poveraccio… Arrivo sul terrazzo che c’ho già la sigaretta in bocca, …  figuramose, io fumo da quando c’ho 11 anni, ormai sto in  automatico, manco ce devo pensà a accennèla che già sto a  95

fumà…  insomma…  me  pare  de  vedè  con  la  coda  dell’occhio ‘na stella cadente. Cerco de riacchiappalla con  lo sguardo, me giro de scatto ma, .. niente! E poi non avrei  fatto in tempo a esprime manco un desiderio… ma che me  sò  impazzito?!  Le  stelle  cadenti,  il  desiderio…  …  Queste  sò cose da femminucce!!… me devo proprio èsse bevuto il  cervello… Mi appoggio coi gomiti al davanzale del terrazzo, è bello  alto  e  largo,  ce  potrei  salì  sopra  e  camminacce  come  ho  fatto ‘na volta, a mi moje je stava a pià ‘n colpo! A Marì ­je  ho  detto  –  lo  sai  come  me  chiamano  a  me  sur  cantiere?  L’acrobata!  Ce  sarà  ‘n  perché…  Perché  tu  marito  sui  ponteggi CE VOLA! Ecco perché… Me  metto  a  guardà  giù  per  la  strada.  I  soliti  movimenti.  Da quassù se vede pure fino all’incrocio cò Via Sarti dove  se  mette  sempre  Rosa,  eccola  là  che  se  la  sta  a  caricà  un  cliente,  me  viè  da  ride  se  penso  a  quella  volta  che  ce  sò  voluto annà pure io, eravamo in tre e gli abbiamo chiesto lo  sconto, ma allora era ancora bella, mo è vecchia e cò tutta  sta  concorrenza  de  belle  ragazzette  straniere  me  meravijo  che  sta  ancora  là  a  batte,  dovrebbe  pagatte  lei,  ma  qua  è  pieno  de  pervertiti…  guarda  che  te  riguarda,  vedo  che  la  finestra al terzo piano del palazzo di fronte al mio­ sa non  è  molto  distante  ma  di  notte  con  la  luce  accesa  si  vede  abbastanza  bene­  è  la  prima  volta  che  vedo  la  serranda  alzata,  di  solito  non  guardo  mai  da  quella  parte  perché  è  sempre chiuso, ma stavolta vedo nella penombra una figura  femminile. Ammazza quanto è bella! Avrà… boh non lo so  quanto  c’avrà,  ma  so  che  è  una  gran  figa,  lo  vedo  dalla  sottoveste che indossa, è seduta davanti ad un computer. La  luce  bianco  blu  del  monitor  evidenzia  i  contorni  del  suo  corpo. Ha i capelli raccolti sembra intenta a scrivere. E poi, cazzo, me se stanno a brucià le dita! Butto la cicca  giù  dal  terrazzo,  solo  per  un  attimo  me  ricordo  che  la  Signora Cambi ch’ha le lenzuola stese proprio là sotto, ma  che me frega! Manco un incendio me può distoglie ora. 96

Altro che venticello, quassù sento ancora più caldo… me  sposto pè vedè meglio la donna nella finestra. Mò la vedo  meglio, c’ha ‘na piccola lampada alla sua sinistra, la vedo  che  sta  a  scrive  e  guarda  lo  schermo,  sembra  che  sta  a  sorride,  poi  all’improvviso  se  slega  i  capelli  e  inizia  a  massaggiasse la nuca e poi lentamente se passa la mano sul  collo  e  poi  sul  viso  e  poi  sulle  labbra. A  quel  punto  sento  che  me  sta  a  venì  duro.  Me  tocco  un  po’  pè  sistemamme  ma, più me tocco e più me viene duro: è pazzesco, lei se sta  a  piegà  un  po’  sulla  sedia,  ha  una  mano  in  mezzo  alle  cosce, poi se slega i capelli e se gira di scatto verso di me.  Me so sentito gelà il sangue! Ma poi ho pensato ­ Come fa  a  vedemme  che  sto  più  in  alto  e  al  buio?..  Oh,  nun  ce  crederà ma me sò sentito ancora più eccitato, ho aumentato  il ritmo e poi la troia ­ lei me deve scusà ma io già avevo  deciso  che  era  una  troia,  perché  me  piaceva  pensà  che  m’aveva visto e che je piaceva pure a lei che io la stavo a  guardà  mentre  se  toccava  ­  la  zozza  continuava  ad  accarezzasse  e  a  toccasse  fino  a  che…  ho  visto  una  stella  cadente,  ma  era  grossa  e  faceva  pure  rumore,  almeno  me  sembrava che veniva sempre più verso de me, fino a che sta  stella, sta luce, nun è diventata come un faro, anzi proprio  un  faro,  e  il  rumore  sempre  più  forte,  ma  io  nun  sentivo  gnente perché stavo… ­ Insomma me so ritrovato de notte  sul terrazzo sopra casa mia, con la mano tutta bagnata ­ ha  capito  no?  ­  cò  sto  faro  davanti.  Poi  i  poliziotti  se  so  affacciati  dall’elicottero  coi  mitra  come  nei  film,  e  m’hanno  detto:  “Mani  in  alto!  Non  ti  muovere!”  e  io  le  mani in alto le ho messe, da quella destra un po’ bagnata e  appiccicaticcia  me  colava  pure  un  po’  de..  ha  capito  no?  Che  vergogna!…  N’  omo  all’età  mia  beccato  così  sul  terrazzo,  de  notte,  sorpreso  a  smanazzasse  come  un  regazzino su una sconosciuta… Lei si immagina la scena?  Lei  capirà,  io  c’ho  ‘na  reputazione  da  difenne  sur  cantiere…  al  bar,  cò  mì  moje,  che  m’ha  lasciato  sì,  ma  perché  nun  c’ho  ‘na  lira,  anzi  n’euro…  io  devo  esse  sincero, già qualche anno prima che mi moje me lasciasse,  97

pè  mettese  cò  quel  cornuto  del  fornaro,  cò  cui  me  paragonava sempre, che lei diceva un uomo tanto moderno,  al passo coi tempi, io nun è che la reggevo più de tanto, ...e  sempre  discussioni,  e  sempre  che  voleva  vedè  sti  film  pallosi da femmine, sempre robba da piagne, ste donne con  le camicie a scacchi e sti cappelli de paglia in testa che se  incontrano in mezzo ad un campo e se raccontano le storie  d’amore e piangono, oppure lui e lei che si amano tanto ma  poi arriva l’altro e indovina un po’?… E’ il Destino che li  separa  e  poi  si  rincontrano  e  poi…  ma  un  pover’omo  che  lavora  tutta  la  settimana  quanno  torna  a  casa  se  vole  distrarre un po’, vole vedè che so… un bel film de guerra,  d’azione, no robba da piagne tutte le volte, e poi me diceva  pure, “hai visto? Almeno nei film finisce bene. Mica come  te  che  sei  sempre  uguale  e  nun  ce  capisci  niente  da  sti  film…” Ma che ne so io Dottoreè, io dallo pissicologo prima nun  ce sò mai annato… mi moje me diceva che ce sarei dovuto  annà  ma  io  nun  c’avevo  ‘na  lira  pè  annà  a  vedè  le  partite  della Roma, figurate se c’avevo i soldi pè ste cazz… ehm  volevo dì pè ste cose. Le calze, durante la perquisizione m’hanno detto ­ che ci  fa lei con queste calze da donna a casa visto che sua moglie  non  abita  più  qui?  ­  Io  glielo  ho  detto  che  sono  l’unico  ricordo  de  mi moje che nun me vole vedè più e che io sò  romantico  alla  fine,  mica  come  dicevano  lei  e  mi  socera.  Ma  i  poliziotti  hanno  detto  sta  calza  è  un  sintomo  di  “feticismo”,  ­  oh  io  fascista  nun  ce  sò  mai  stato!  ­  gli  ho  risposto  ­  Dottoreè  glielo  giuro  ho  sempre  votato  comunista!! E poi hanno trovato qualche rivista, cò qualche signorina  un  po’  svestita,  ma  nun  so  le  mie,  glielo  giuro,  so  de  Maxim, il rumeno che lavorava con me e che qualche volta  rimaneva  a  dormì  a  casa  mia,  così  quando  lui  non  c’era,  beh, un’occhiata gliel’ho data, ma io je devo confessà che  preferisco  le  modelle  de  postalmarket,  m’attizzano  de  più  de ste porcate, c’è tutto un groviglio de corpi là sopra che  98

ce metto sempre un po’ a capì che sta a succede… io vado  sul classico invece, so n’omo de classe... Dottooreè  me  volevano  dà  20  anni!!!  Lo  sai  che  vor  dì?  Potevo morì ar gabbio, ecco che vor dì, e poi a me chi me li  ridà  i  giorni,  le  settimane  che  ho  perso  in  galera?  NESSUNO!  Tutti  i  colloqui  cò  voi  pissicologi,  pè  convinceme che io sò malato… ma i malati siete voi! Che  m’avete  condannato  e  mò  pure  assolto,  e  mò  me  tocca  fa  altri “colloqui” come li chiamate voi altri, perché così state  cò la coscienza a posto che io coi colloqui me ripjo… Ma che ne so io Dottoreè! Lei me deve da crede, io nun  c’entro  gniente  cò  sti  maniaci  de  internet,  sto  sfasebruk  come se chiama… ­  Si  si,  facebook.  Il  maniaco  adescava  le  sue  vittime  su  facebook  e  altri  social  network,  costruendosi  identità  fittizie, avvicinando e conquistando la fiducia delle vittime,  per  la  maggior  parte  donne  giovani  e  in  alcuni  casi  addirittura  minorenni,  per  poi  spiarle,  adescarle  e  perseguitarle,  forse  in  alcuni  casi  avrebbe  anche  potuto  abusarne se non lo avessimo fermato, ma oramai non deve  più  preoccuparsi  Sig.  Lama,  il  colpevole  è  stato  preso,  questa  volta  con  prove  INCONFUTABILI.  Purtroppo  il  colpevole aveva assunto una identità molto simile alla sua,  creandosi un avatar virtuale… ­ ­ Un che? ­ ­  …diciamo  che  aveva  creato  un  profilo,  costruito  una  descrizione molto simile a quello che è lei, cosa le piace, le  sue  abitudini  ecc…  sembrava  conoscerla  molto  bene,  fino  nei particolari più intimi tanto che nei suoi giochi virtuali si  faceva  soprannominare  “l’acrobata”.  Inoltre  il  segnale  del  computer  da  cui  proveniva  quello  tracciato  dalla  connessione  internet  veniva  dal  suo  stabile.  La  polizia  la  stava tenendo sotto controllo già da tempo. La notte del suo  arresto,  quella  che  lei  ha  appena  rievocato,  una  nostra  agente  sotto  copertura  aveva  preso  posizione  all’appartamento  al  terzo  piano  di  fronte  a  casa  sua,  ed  essendo  in  chat  in  attesa  del  maniaco,  ha  iniziato  a  99

provocarla sperando che lei si collegasse in modo da essere  colto in fallo. ­ ­ Eh proprio in fallo m’avete colto Dottoreè… e poi io il  computer  nun  lo  so  manco  usà,  avoja  a  spiegà  ar  maresciallo  che  de  computer  a  casa  mia  ne  è  entrato  solo  uno,  quello  de  Maxim  che  lo  usava  pe  telefonà  a  casa  in  Romania, diceva lui, anche se io nun j’ ho mai creduto, ma  come  se  fa  a  telefonà  cò  ‘n  computer,  mica  è  un  telefono  noooo?  ma,  me  dica  ‘na  cosa,  ma  chi  era  questo,  sto  maniaco, se po’ sapè? ­ ­ Ovviamente c’è il più stretto riserbo sulle indagini che si  sono  appena  concluse.  Tuttavia,  anche  se  non  abbiamo  ancora  divulgato  particolari  alla  stampa,  penso  che  glielo  dobbiamo, dopo questo imperdonabile errore commesso nei  suoi  confronti…  dunque…  grazie  ad  inconfutabili  prove  tecnologiche abbiamo scoperto che il maniaco era Sabino il  fornaio, quello del negozio sotto casa sua… ­ ­  Nooo!  Il  fornaro!!!  Quel  cornuto  che  s’è  pijato  mi  moglie… Ma tu pensa un po’… ­ ­  Si  proprio  lui.  Il  segnale  infatti  veniva  dallo  stabile  perché  il  Signor  Sabino  utilizzava  anche  lui,  come  il  suo  coinquilino  Maxim,  in  Romania  al  momento  del  suo  arresto,  una  chiavetta  internet  per  collegarsi  non  avendo  linea  telefonica  al  negozio…  non  è  stato  semplice  individuarlo  perché  dopo  il  suo  arresto  ha  cessato  completamente le sue perverse attività per un bel pò… ma  per  fortuna  per  lei,  alla  fine  ce  l’abbiamo  fatta  ad  inchiodarlo e ha confessato… ­ ­ Hai capito sto fijo de ‘na mignotta!!! L’omo romantico,  moderno e tecnologico, come diceva mi moje… beh anche  lui lo sapevo che nun gliela poteva fà alla fine a regge quei  film  pallosi  tutto  il  tempo  e  s’è  trovato  qualcos’altro  da  fà… sa che je dico? Evviva la tecnologia che m’ha liberato  in un colpo solo de mi moje e de ‘no stronzo! ­

100

COME UN FIUME di Bruno Magnolfi

Il  giorno  in  cui  decisi  di  entrare  in  clandestinità  i  carabinieri  mi  stavano  cercando  da  giorni.  L’unica  possibilità  che  mi  era  rimasta  era  quella  di  comprare  dei  documenti fasulli e di cambiare città. Gli amici mi avevano  fatto capire di tenermi fuori dal giro per un po’ di tempo, ed  io avevo seguito quel loro consiglio, e con quei pochi soldi  che avevo da parte mi ero preso un monolocale in affitto e  un  televisore  per  tenermi  aggiornato.  Ero  solo,  e  di  quella  città  dove  ero  arrivato  col  treno,  cambiando  diversi  convogli locali, non conoscevo un bel niente, e neppure mi  incuriosiva  andarmene  in  giro.  Niente  telefono,  niente  contatti,  niente  di  niente.  Ma  in  poco  tempo  quella  solitudine  che  inizialmente  mi  pareva  un  rifugio,  iniziò  a  trasformarsi  in  una  condanna  terribile.  Il  mio  monolocale  pareva  una  gabbia,  e  tutti  i  pensieri  che  riuscivo  ad  avere  tramavano  contro  di  me,  dimostrandosi  ogni  giorno  inconcludenti e monotoni. Così iniziai ad uscire, giusto per  vedere la gente, per sentire gli altri parlare e scambiarsi le  idee,  ed  anche  se  evitavo  di  entrare  in  locali  e  luoghi  affollati, le semplici persone che incontravo per strada o sui  marciapiedi  mi  sembravano  ricche  di  cose  da  dire,  forti  della loro vita ordinaria. Una sera un barbone mi chiese dei  soldi, ed io spontaneamente lo scansai, ma quando lo rividi,  qualche sera più tardi, gli misi nella mano gli spiccioli che  avevo con me. Quello mi guardò, come si guarda qualcosa  di strano, mi strinse leggermente la mano dentro alla sua e  mi disse: “Io ti conosco”, in un modo che mi fece tremare.  Non  era  vero,  non  poteva  essere  vero,  eppure  qualcosa  dentro ai suoi modi pareva affermare che la sua non era una  stupidaggine sparata lì a caso. Ritirai la mia mano e tornai  sui  miei  passi,  però  il  giorno  seguente  percorsi  di  nuovo  quel marciapiede dove in genere stava il barbone, e lui era  101

lì,  con  la  stessa  espressione  sorniona,  quasi  aspettandomi.  Gli chiesi se voleva qualcosa di caldo, così lo portai dentro  al bar poco lontano. Sorrideva, senza guardarmi, sembrava  perso  tra  sé  dietro  chissà  quali  pensieri.  Biascicò  qualche  frase,  come  parlasse  da  solo,  io  capivo  solamente  qualche  parola,  così  gli  chiesi  qualcosa,  niente  di  particolarmente  diretto.  Lui  continuava  a  sorridere,  e  rispondeva  a  suo  modo con qualcosa che aveva a che fare con la sua scarsa  memoria di vagabondaggio e probabilmente di alcol. Poi si  fermò,  come  se  avesse  d’improvviso  trovato  quello  che  in  mezzo  a  chissà  quante  altre  cose  della  sua  vita  andava  cercando;  mi  guardò  in  fondo  agli  occhi  come  già  aveva  fatto e disse di nuovo: “Conosco il tuo viso; la tua faccia è  quella  di  un  uomo  che  ha  paura  di  tutto,  anche  di  me.  So  cosa  significa  essere  in  fuga.  Si  inizia  un  giorno,  quando  siamo  pieni  di  tutto,  e  si  va  via.  Ma  poco  alla  volta  ci  si  sente  sempre  più  soli,  fino  al  punto  in  cui  non  è  più  possibile tornarsene indietro. Tu sei a quel punto, riconosco  il tuo sguardo. Del resto non so, per me non è interessante:  ognuno  ha  un  motivo  per  fare  o  non  fare  qualcosa,  non  esistono i buoni e i cattivi, esistono solo i pensieri difficili  e quelli più facili, ma certe cose si sentono dentro e non si  può  andare  contro  natura,  bisogna  essere  ciò  che  si  è,  bisogna dare fiato a ciò che sentiamo. Troverai anche tu la  tua soluzione: sarà stasera, fra un giorno o tra un anno, ma  quando  saprai  finalmente  che  cosa  vuoi  dalla  vita,  tutto  scorrerà  come  il  fiume,  non  ci  sarà  più  alcun  bisogno  di  chiedere in giro, di girare con lo sguardo perso nel vuoto”.  Cercai  anch’io  di  dire  qualcosa,  ma  le  sue  parole  non  lasciavano  spazio,  eppoi  non  avevo  veramente  niente  da  dire,  ero  vuoto,  così  come  lui  aveva  appena  finito  di  dire.  Uscimmo  dal  bar  poco  dopo,  lui  mi  salutò  nella  stessa  maniera con cui ringraziava chi gli allungava dei soldi, ed  io  ritornai  verso  il  mio  monolocale,  con  la  sensazione  di  sentirmi scoperto, nudo in quello che ero, ma consapevole  di avere davanti delle decisioni da prendere, in fretta però,  prima che l’inerzia mi prendesse la mano. 102

IL COLORE DELL'ANIMA di GM Willo

Mi  chiamo  Valerio  Parisi,  ho  cinquantotto  anni  e  da  tredici  mesi  combatto  una  malattia  terminale  che  a  breve  mi  porterà  nella  tomba.  Ne  hanno  provate  di  tutte,  ma  il  cancro  l’ha  avuta  vinta,  al  solito.  Ho  visto  morire  prima  mia madre e poi mia sorella; stessa storia, stesse procedure.  Chemio, sofferenze, false speranze, miglioramenti e poi la  sentenza.  Intendiamoci,  non  mi  aspettavo  di  guarire.  Quando  mi  hanno  diagnosticato  il  tumore  maligno  sapevo  come  sarebbe  andata  a  finire,  e  mi  va  bene  così.  Nessuno  piangerà  la  mia  dipartita.  Mia  madre  e  mia  sorella  mi  hanno  preceduto,  mentre  mio  padre  non  l’ho  mai  neanche  conosciuto,  e  quindi  sono  più  che  sicuro  che  morirò  da  solo, in pace, insieme ai miei fantasmi. Ma di uno di questi fantasmi, il più terribile e vergognoso,  vorrei  lasciare  testimonianza  in  queste  pagine.  Quando  qualcuno  verrà  a  ripulire  il  mio  appartamento  forse  si  metterà a leggere questo quaderno e scoprirà un assassino.  Per  allora  mi  troverò  beatamente  sotto  terra,  a  dare  da  mangiare ai vermi.  Questa non è una semplice confessione. Questo non è un  atto  di  redenzione.  Per  quanto  colpevole  di  un  orribile  omicidio,  non  cerco  né  scusanti  né  perdoni.  Questo  è  semplicemente  un  omaggio  alla  verità,  quell’inafferrabile  chimera che gli uomini hanno da sempre la presunzione di  rincorrere,  ma  che  solo  raramente,  o  forse  mai,  sono  in  grado di afferrare pienamente. Il  18  settembre  1983  invitai  a  cena  una  mia  collega  di  lavoro, tale Francesca De Luca, ventisette anni laureata in  giurisprudenza,  impiegata  presso  la  medesima  compagnia  d’assicurazioni  per  la  quale  ricoprivo  l’incarico  di  consulente.  Non  ho  mai  avuto  successo  con  le  donne  e  a  trentadue anni contavo solamente un paio di brevi relazioni  103

deragliate nella noia. Ma Francesca era una tipa in gamba,  me ne accorsi subito, come mi accorsi che era di un livello  troppo al di sopra di me. Sapete cosa intendo, vero? Prima  dell’attrazione  esiste  un  altro  importante  fattore  che  permette  a  due persone di convergere in una relazione, ed  ha che fare con l’anima. Si, l’anima. Io credo fermamente  nell’anima.  Quella  di  Francesca  era  fulgida  e  grande,  mentre  la  mia…  beh,  se  continuerete  a  leggere  queste  pagine,  ve  ne  renderete  conto  voi  stessi  di  pasta  è  fatta  la  mia anima. L’anima  è  qualcosa  di  più  complesso  di  un  codice  genetico  o  di  un  profilo  caratteriale.  Se  nasci  con  l’anima  sbagliata,  non  puoi  fare  altro  che  accettarla,  e  cercare  di  fare  meno  danni  possibile.  Quella  sera  presi  pienamente  coscienza  della  natura  della  mia  anima  e  da  allora  ho  sistematicamente  evitato  di  avvicinarmi  alle  persone,  per  paura di fare loro del male. Invitai  Francesca  a  cena  a  casa  mia,  un  incontro  di  cortesia  e  di  lavoro.  Ero  sicuro  che  avrebbe  rifiutato  ed  invece  accettò  e  si  presentò  alle  otto  in  punto  con  una  bottiglia di vino e la bozza di una presentazione che stava  preparando per la compagnia. Voleva avere la mia opinione  ed io ero felicissimo di poterla aiutare. Preparai la bistecca,  l’insalata,  bevemmo  il  vino  e  poi  sparecchiammo  insieme  e  incominciammo  a  parlare  di  lavoro.  Mi  mostrò  il  fascicolo  che  aveva  con  se,  lessi,  commentai,  feci  due  battute,  lei  rise,  versai  altri  due  bicchieri  di  rosso  e  bevemmo  di  nuovo.  La  serata  procedeva  alla  grande.  Poi  successe qualcosa di sbagliato. Prima di quella sera non avevo mai preso l’iniziativa con  una  donna.  Non  sono  mai  riuscito  a  percepire  i  segni  e  i  tempi giusti. Le donne che avevo avuto fino a quel giorno  avevano sempre fatto il primo passo, ma quella volta provai  ad  andare  contro  la  mia  natura  passiva  ed  insicura.  Le  afferrai  la  mano, la guardai e provai a baciarla. Gli eventi  che  seguirono  rimangono  confusi  nella  mia  mente,  nonostante  abbia  provato  per  molti  anni  a  riesumarli  nei  104

minimi dettagli. Ricordo che lei evitò il mio bacio e ritirò la  mano,  ricordo  che  si  alzò  dal  tavolo  e  disse  qualcosa,  ma  non ricordo assolutamente cosa. Ricordo che incominciò a  raccogliere  le  sue  cose  per  andarsene,  ma  non  ho  idea  di  come la raggiunsi davanti alla porta di casa, per afferrarle i  capelli e sbatacchiarle la testa contro il tavolino di marmo  dell’ottocento che avevo nell’ingresso. Ricordo le mie mani  che  le  stringevano  la  gola,  ricordo  lei  agonizzante  sulla  moquette grigia, ricordo il suo sguardo supplichevole poco  prima di esalare l’ultimo respiro, ma non ricordo affatto la  ragione per la quale mi era improvvisamente scattata quella  furia omicida. Rimasi  seduto  accanto  al  corpo  di  Francesca  per  più  di  un’ora, a contemplare l’abatjour riversa sul pavimento, con  la  lampadina  che  nella  caduta  doveva  essersi  svitata  e  perciò lampeggiava convulsamente. La contemplazione mi  aiutò  a  decifrare  il  colore  della  mia  anima,  ma  non  a  farmene  una  ragione.  La  mia  anima  è  nera,  obliante,  succhiatrice di luce, un assurdo vortice del nulla. Dopotutto  mi ritengo un uomo fortunato, o forse i fortunati siete voi.  Se  avessi  ascoltato  la  mia  anima  più  spesso  avrei  continuato  a  mietere  vittime,  invece  ho  preso  coscienza  della mia natura e mi sono fermato lì, nell’ingresso del mio  vecchio  appartamento,  accanto  al  corpo  senza  vita  di  una  giovane avvocatessa. Quello  che  successe  in  seguito  potreste  trovarlo  rivoltante. Se così fosse vi assicuro che il problema è solo  vostro.  Se  siete  della  anime  chiare  oppure  grigie,  potreste  pensare  di  me  come  ad  un  folle.  Se  siete  delle  anime  candide penserete che sia l’incarnazione del male. In realtà  questo  è  solo  un  gioco  di  percezioni.  La  verità  va  oltre  la  rappresentazione  di  noi  stessi  in  questa  farsa  che  chiamiamo  vita.  Ma  non  complichiamo  troppo  la  storia  e  cerchiamo di tornare al punto. Francesca  era  morta  e  niente  l’avrebbe  fatta  ritornare  in  vita.  Capii  che  il  bisogno  di  esorcizzare  quell’evento  e  di  fare i conti con il colore della mia anima era l’unica priorità  105

plausibile di quella storia di morte. Compresi che se avessi  cercato  di  accettare  la  mia  natura  con  troppa  leggerezza  avrei rischiato di rimanerne sopraffatto, per questo nascosi  immediatamente il corpo. L’anno prima un amico mi aveva  chiesto se avevo posto per un congelatore a pozzo, di quelli  che i bar usano per i gelati. Si era separato dalla moglie ed  era  tornato  a  vivere  con  sua  madre,  ma  era  in  attesa  di  comprare casa e andare a vivere da solo. Chissà per quale  motivo aveva fatto dodici rate per quel congelatore, che poi  aveva piazzato nel mio appartamento. Non è mai tornato a  riprenderselo, perché sei mesi dopo tornò a vivere con sua  moglie  e  non  c’era  spazio  per  quell’affare  che  alla  fine  rimase  a  me.  A  quei  tempi  i  cibi  congelati  non  avevano  ancora un grande mercato, ma io, vivendo da solo, lo trovai  molto  utile.  Congelavo  praticamente  tutto;  carne,  pesce,  pane,  verdure,  pasta  fresca.  Ciononostante  il  frigo  era  sempre mezzo vuoto. Quella sera lo svuotai completamente e ci infilai il corpo  di  Francesa.  Mi    preoccupai  di  toglierle  i  vestiti  prima  di  metterla  dentro,  per  una  semplice  questione  di  igiene.  Poi  ricoprii  il  suo  corpo  con  sacchettini  di  piselli,  broccoletti,  bistecchine  di  maiale,  ossi  buchi,  orate,  ravioli  di  patate  e  filoncini  da  mezzo  chilo.  Non  riuscì  a  ricoprirla  completamente.  Rimanevano  fuori  un  piedino  con  le  unghie  smaltate,  un  gomito  e  una  ciocca  di  capelli.  Pazienza, pensai, e chiusi il congelatore. Ci  furono  le  indagini  della  polizia  sulla  sua  scomparsa,  articoli  in  terza  pagina  sui  quotidiani  più  importanti  e  ne  parlò  anche  il  telegiornale.  Mi  aspettavo  che  la  polizia  irrompesse nel mio appartamento da un momento all’altro.  So  che  vi  parrà  strano  ma  la  cosa  non  mi  preoccupava  minimamente.  Se  avessero  bussato  alla  porta  li  avrei  condotti immediatamente al congelatore a pozzo. L’idea di  farmi l’ergastolo o di passare per un pazzo non mi turbava.  Avevo altro a cui pensare. Dovevo fare i conti con il colore  della mia anima. 106

Ancora  mi  chiedo  perché  nessuno  venne  a  chiedermi  niente.  Quella  sera  Francesca  venne  in  taxi,  quindi  la  polizia  avrebbe  potuto  risalire  a  me  solo  attraverso  il  tassista,  che  sicuramente  non  aveva  prestato  attenzione  a  una delle sue tante clienti. Ancora più strano mi sembrò il  fatto  che  non  avesse  parlato  con  nessuno  del  nostro  incontro.  Insomma,  anche  se  avessi  voluto  cancellare  gli  indizi  su  di  me,  non  ce  ne  sarebbe  stato  bisogno,  per  il  semplice fatto che non c’era alcun indizio su di me. Dopo  tre mesi nessuno parlò più di Francesca De Luca, neanche  a  lavoro,  eppure  lei  era  sempre  con  me,  sotto  i  pisellini  primavera e gli ossi buchi. A  quel  tempo  abitavo  a  poco  più  di  dieci  minuti  di  cammino dal mio ufficio, una passeggiata molto piacevole  interrotta da un cappuccino e un cornetto al bar Jolly che si  trovava  a  metà  strada.  Prima  del  bar  oltrepassavo  un  ponticino  che  dava  sopra  un  canale  di  scolo,  buio  e  melmoso.  Fu  in  quel  canale  che  nell’arco  di  tre  mesi  e  mezzo mi liberai del corpo di Francesca, un pezzettino alla  volta,  così  come  un  poco  alla  volta  accettai  la  mia  natura  deviata. Mi alzavo la mattina, facevo la doccia, prendevo il caffè,  e prima di vestirmi andavo a prendere, dalla cassetta degli  utensili,  il  flessibile  che  mi  ero  comprato  per  l’occasione.  Indossavo  una  mascherina  e  un  grembiule  bianco  impermeabile e aprivo il congelatore. Dopo avere estratto i  cibi in superficie, azionavo la lama rotante e amputavo un  pezzettino  del  suo  corpo.  Incominciai  con  la  mano  destra,  all’altezza  del  polso.  Il  flessibile  riscaldandosi  scongelava  velocemente  la  carne  e  qualche  gocciolina  di  sangue  schizzava  sulle  pareti  del  congelatore  oppure  sui  miei  occhiali di protezione, ma niente che non si potesse levare  con un colpo di spugna. Il pezzo lo infilavo in un sacchetto  di  plastica  per  alimenti  surgelati  (all’epoca  era  davvero  difficile  trovarli  per  uso  privato)  e  poi  rimettevo  tutto  a  posto, ragazza e broccoletti. 107

Per  quasi  quattro  mesi,  come  vi  dicevo,  me  ne  andai  a  lavoro  con  un  sacchettino  di  plastica  ed  un  pezzo  di  Francesca  nella  borsa  dei  documenti  della  compagnia.  Mi  fermavo  sopra  il  ponte  e  con  noncuranza,  senza  neanche  preoccuparmi  che  qualcuno  potesse  trovare  curioso  quel  mio  comportamento,  svuotavo  il  sacchetto  nel  canale  di  scolo.  Ogni  volta  che  eseguivo  questo  rituale  mattutino,  apparentemente  efferato  e  folle,  sentivo  una  strana  quiete  depositarsi  sul  mio  cuore,  come  una  cicatrice  che  si  rimargina  pian  piano.  Immaginavo  che  stessi  lentamente  chiudendo  la  porta  segreta  che  avevo  spalancato  dentro  di  me,  quella  sera  funesta  in  cui  mi  avventai  su  Francesca.  Volevo  chiudere  a  mandata  quella  stanza  e  gettare  via  la  chiave, segregando la mia nera anima una volta per tutte. E così riuscii a fare. Insieme all’ultimo pezzo di lei, il suo  piedino  sinistro,  in  una  bella  mattinata  di  marzo  tornai  ad  essere  quello  che  ero  prima  dell’omicidio,  tuttavia  cosciente delle mie crudeli potenzialità. Questa  è  la  verità.  Adesso  la  conoscete,  e  per  quanto  terribile dovrete anche voi fare i conti con lei, come li feci  io  sopra  il  canale  di  scolo.  Non  ho  rimorsi.  Non  ho  rimpianti, e credo che se esiste davvero un dio, dimostrerà  la sua comprensione nei miei confronti. Se davvero è stato  lui  a  soffiare  l’alito  di  vita  nella  mia  anima,  deve  averci  avuto i suoi motivi. Ed  io  non  mancherò  di  chiedergli  spiegazioni,  molto  presto, appena ne avrò l’occasione.

108

IL FIUME di Giulia Riccò

Asia  se  ne  stava  appoggiata  al  parapetto  del  ponte  e  guardava  lo  scorrere  del  fiume  in  piena. Accanto  a  lei  un  fagotto  di  lenzuola  arrotolate.  Restava  lì,  immobile  nella  notte, ad ascoltare i suoi pensieri sommersi dallo scrosciare  dell’acqua. A  quell’ora  non  passava  più  nessuno.  Era  sola  nella notte e così voleva essere. Un brivido la scosse. Dalle colline circostanti cominciava  a scendere la nebbia, e con lei una sottile pioggia. Si strinse  dentro  al  cappotto.  Lo  scrosciare  del  fiume  era  assordante  ed  ipnotico  e  Asia  rimaneva  lì  senza  sapere  che  fare.  Guardò il polso destro, un grosso livido nero si era formato  su  di  esso.  Le  lacrime  cominciarono  a  scorrere  silenziose  sul suo volto. Prima piano, poi divennero come il fiume in  piena.  Travolta  dalle  emozioni  che  fino  ad  allora  aveva  provato  a  reprimere,  Asia  si  accovacciò  piangendo,  una  mano aggrappata al bordo del parapetto, il corpo scosso dai  singhiozzi  che  dirompevano  dal  suo  petto.  Improvvisamente  si  alzò  urlando,  vomitando  in  quell’urlo  tutto il suo dolore, tutta la sua rabbia, tutto il mondo che in  un  solo  momento  si  era  rovesciato  dentro  di  lei  sconvolgendola  e  distruggendola.  Quell’urlo  feroce  scagliato  contro  il  mondo  la  lasciò  priva  di  forze,  ancora  piangente. La schiena appoggiata al parapetto del ponte. Sotto  di  lei  la  piena  aumentava.  Non  le  restava  nulla,  si  sentiva  come  morta,  appoggiata  a  quel  parapetto  di  dura  pietra. Le emozioni fino a poco fa provate si erano perse e  non  era  rimasto  che  il  suo  spirito  spezzato  dalla  violenza  dell’uomo.  Lentamente  Asia  si  alzò,  raccolse  il  fagotto  immobile  accanto  a  lei  e  scavalcò  il  parapetto.  Si  mise  a  sedere con entrambe le gambe a ciondoloni. Guardò come  ipnotizzata  l’acqua  che  scorreva  tumultuosa  sotto  di  lei.  Con  i  piedi  si  sfilò  le  scarpe  e  le  lasciò  cadere  tra  i  flutti  109

affamati  che  subito  le  inghiottirono.  Guardò  i  palmi  delle  mani. Erano ancora sporchi di sangue, del suo sangue. Poi,  prese  un  capo  del  fagotto  e  lasciò  che  il  suo  contenuto  si  riversasse nel fiume. Fantasmi bianchi macchiati di sangue  scuro  si  riversarono  nella  notte  abbracciati  tra  loro  nell’acqua  tumultuosa.  Asia  rimase  a  guardare  quei  silenziosi  testimoni  della  violenza  subita  con  freddo  distacco. Chiuse gli occhi, e si alzò in piedi sul parapetto.  Allargò  le  braccia  buttando  la  testa  indietro  come  a  voler  prendere  il  volo  sollevata  da  un  filo  invisibile.  Che  senso  aveva  ormai  stare  lì  in  quel  buio  freddo,  senza  nessuna  speranza, l’animo a pezzi, il corpo ferito. Che senso aveva  ormai? Il freddo l’avvolgeva, l’essenza stessa della vita non  era  altro  che  una  visione  lontana.  Esisteva  ormai  solo  il  buio. Buio e freddo. Aprì  gli  occhi  e  mentre  stava  per  lasciarsi  andare  nella  morsa gelida dell’acqua, all’orizzonte, si intravide una luce  leggera e delicata, ma abbastanza forte da penetrare la fitta  nebbia  della  notte.  Una  luce  abbastanza  calda  da  far  rialzare lo sguardo ormai cieco di uno spirito straziato. Un  uccellino  cantò  dando  vita  al  nuovo  giorno,  mentre  una figura stretta in un cappotto, camminava scalza lungo il  ponte ancora deserto.

110

L'UOMO CON TUTTE LE RISPOSTE di GM Willo (101 Parole)

Al  suo  risveglio  scoprì  di  non  avere  più  alcun  dubbio,  e  ciò  lo  rese  inquieto.  Camminò  quel  pezzo  di  strada  che  percorreva  ogni  giorno  per  recarsi  a  lavoro,  conscio  di  avere  una  risposta  per  ogni  quesito,  e  si  sentì  soffocare.  Sedette  alla  sua  scrivania  davanti  allo  schermo  acceso,  convinto di potersene restare lì tutto il giorno, immobile e  sereno, perchè niente poteva ormai sorprenderlo. Per  questo  motivo,  nonostante  il  vento,  la  pioggia  e  i  quindici piani sotto di lui, non esitò a spalancare la finestra  dell'ufficio. E il telefonò squillò. "Rispondo, poi si vedrà..." pensò. Ma mise un piede in fallo. 

111

SIMILE SONO IO, CHE PARLO DA SOLA di Miriam Carnimeo

Tra le lamiere di questa luminosa città, i topi se la ridono  nascosti  sotto  le  macchine.  All’angolo  di  una  strada,  una  banda  di  volti  segnati  dal  freddo  fa  partire  una  bella  canzonetta,  una  marcia  gioiosa,  sui  suoni  di  trombe  e  tromboni,  fa  ricordare  a  chi  siede  con  le  spalle  ricurve  su  solitarie panchine, le belle serate del dopo guerra trascorse  ubriache  a  ballare  sui  tavoli,  le  piccole  lucine  e  le  penombre  di  teste  che  oscillano,  le  voci  delle  donne  tra  cristalli e brindisi. Un assolo di tromba spacca la memoria,  all’improvviso, inghiottendo i passanti, gli amici, gli amori.  In un deserto di slanci, tra il rumore delle macchine veloci  e  il  suono  costante  della  corrente  elettrica  tra  i  muri  e  i  lampioni,  nascono  pensieri  tra  i  denti,  immagini  fisse  di  sagome  in  lontananza,  che  si  ingrandiscono  lunghe,  senza  mai  toccarsi,  così  stanche,  deboli  e  lente,  si  schiudono  come bolle di sapone nella testa. Guardi il mondo, lo guardi  molto ma sogni altro. Lo scandire di un "si" riempirebbe la  bocca,  fermerebbe  il  tempo  senza  lasciare  niente  al  cosa  resta. Adesso,  svolazzano  le  tende  adagiate  sui  vetri  delle  finestre,  amanti  di  questo  stesso  silenzio  costruiscono  fotografie  che,  in  questa  città,  sembreranno  domani  un  ricordo  ragionevole.  Ci  vorrebbe  una  bella  passeggiata  lontana dal posto in cui mi trovo, lontano dal rumore, dalla  forma  dell’acciaio  che  lampeggia  come  sedotto  dalle  luci.  Alzando  la  testa  guarderei  alcune  nuvole  come  sfumate  macchie  bianche  correre  veloci  nel  cielo  senza  aspettare  i  miei passi lenti e incerti, disegnerebbero nuovi percorsi da  seguire solo con gli occhi, senza più lacrime da dedicare al  tempo  ladro.  Ma  per  fortuna  c´è  il  mare,  lo  guardo  consolare  ogni  dentro  perso,  ogni  desiderio  di  sconfinare.  Mi  aiuta  a  godermi  un  sogno,  dell’intensità  di  un  grande  amore,  un  abisso  scuro  forse,  ma  materno  e  senza  porte  112

chiuse  in  cui  sentirsi  vigliaccamente  al  sicuro.  L´aquilone  di un bambino guarda con interesse il mio filo legato a lui,  intravisto, sottile, coreografico ponte tra le voci dei passanti  ed  i  loro  lamenti.  È  notte,  il  cielo  è  carico  a  scoppio,  le  stelle  sono  ovunque,  giù  e  su  si  confondono,  simile  a  me,  che  parlo  da  sola.  Calmo  le  urla  mentre  il  cuore  batte,  attendendo il momento in cui scorgere il volto di un uomo  che torna, ha con se solo l’entusiasmo di un presente, e la  raffinata  arte  della  dimenticanza.  Il  passato  non  più  punto  fermo  di  un  vissuto  senza  trasparenze  né  gioie  con  l’eco,  senza  più  gabbie  che  tra  i  fumi  emergono  immense.  Nell’adesso salvo, mai più perduto. Io, assettata di sincerità  morderei  il  suo  cuore  per  ricordare  del  mio,  il  senso.

113

MADONNA DI STRADA di Dario De Giacomo

Sul  mio  corpo  ruderale  non  cresce  l’erba.  Con  questa  consapevolezza, stamattina, mi sono insinuato di nuovo nei  vicoli  stretti  di  una  città  qualsiasi  affacciata  sul  mare.  Dentro  ho  l’ansia  furiosa  che  cerca  madonne  antiche,  di  cappella in cappella, per strappare una grazia. Sto frugando  tra i miei pensieri, nell’acqua sporca di ieri dove le donne  lavavano  i  panni  sporchi,  strofinando  pezzi  squadrati  di  sapone, così grossi da enfiarmi la pelle fresca di bucato. Nella Chiesa del Carmine c’è un’aria stagnante di incensi,  imputridita di litanie ripetute a bassa voce. Quando varco la  soglia  soprannaturale  divento  serio,  l’ho  imparato  da  mia  madre, ma non ho ancora imparato a segnarmi: è un gesto  talmente  strano,  come  salutare  un  morto.  Invece  mi  piace  sedermi  tra  i  banchi  di  legno,  perché  mi  accascio  e  sonnecchio reggendomi la testa tra le mani. C’è il cristallo  spesso,  appannato,  intorno  alla  teca,  per  proteggere  la  verginità  di  questa  madonna  dai  fedeli,  che  depongono  peccati  rancidi,  primizie  marcite,  ai  suoi  piedi.  Vorrei  incontrare  i  suoi  occhi,  almeno  una  volta  nella  vita,  ma  sono rivolti al cielo, scavati nell’incarnato cereo solcato da  gocce  di  sangue  grosse  come  grani;  sono  gli  occhi  sfuggenti della verginità che hanno orrore del peccato. Le madonne vere non fissano mai i loro sguardi nei nostri.  Dentro  il  broccato  prezioso  degli  abiti  candidi  la  Vergine  non sanguina, se ne sta in disparte, con il cuore già altrove  fermo per sempre.  All’improvviso,  nel  buio  intriso  di  porpora,  stinta  da  ginocchia  umane,  avverto  la  freddezza  diabolica  di  quella  forma  in  cera,  prigioniera  della  sua  santità:  l’indifferenza  fatale del piede che schiaccia il serpente. Provo pena per le  spire  esanimi  del  serpente,  mi  ci  avvolgo,  attorciglio  e  ne  114

faccio  un  rosario.  In  fretta  esco  alla  luce  del  giorno,  che  esplode nel buio oltre il confine della fede. ­ Mi lascio alle spalle la tua gloria, Madonna! ­ urlo. I  lastroni  di  pietra  nel  cortile  della  Chiesa  del  Carmine  scivolano  verso  Piazza  Mercato,  stridente  di  urla  forsennate,  che  strozzano  i  sensi.  Precipito  tra  la  folla,  urtando  corpi  di  carne  scintillanti  di  sudore.  Svolto  in  direzione  della  stazione  degli  autobus,  palpando  avidamente lo squallore del luogo. In un attimo mi assale lo  sgomento del contrasto di colori, ma incontro occhi umani  in quell’attimo di vertigine. Sono gli occhi della Madonna  di  strada,  selvaggia  nell’umanità  nera  dei  suoi  capelli  scomposti,  che  non  pretende  preghiere.  Lei  mi  parla  col  torbido linguaggio di movimenti languidi; già troppe volte  ha  abbandonato  la  verginità,  sbattuta  contro  i  muri  della  città,  nel  clamore  dei  vicoli.  Spogliata  delle  virtù  sovrumane,  la  Madonna  di  strada  vive  soltanto  di  virtù  piccole, stringe i denti cattiva quando la adorano, sorride se  la  amano.  L’ho  vista  fumare  cento  sigarette  al  bar  della  stazione, respirando fiati alcoolici al braccio di un barbone  e  l’ho  riconosciuta  così.  Quando  barcollo,  avvicinandomi,  mi  si  fa  incontro  e  mi  stende  la  mano.  È  calda  ed  ha  il  sapore di pelle viva, senza il profumo di santità scostante.  Sono  belli  i  suoi  colori,  gialli  grassi  e  azzurri  intensi,  scrostata  rozzamente  sul  selciato  dalle  mani  spaccate  dei  madonnari  anonimi.  I  madonnari  sanno  inginocchiarsi  senza arroganza, senza adorazione, per disegnarla in fretta  con quattro rapidi colpi di gessetto. E non c’è gloria, non c’è osanna nel suo colore, nessuna  indifferenza nel suo dolore per noi. Mi fa cenno di seguirla.  Mostra i denti tra la folla che la insegue. Quando restiamo  soli mi parla. ­ Non mi piego sulle ginocchia, non lo faccio mai. ­ ­ Perché? ­  ­  Perché  mi  inginocchierei  solo  per  dio  umile,  che  non  pretenda interessi usurari sulla sofferenza. ­ Poi si siede sui talloni, sento di amarla, così vicina. 115

­ Vieni – mi dice. ­ Guarda! mi inginocchio davanti a te.    Ma  ricorda!  Sarò  sempre  solo  una  Madonna  di  strada.  ­

116

CLARISSA di Jonathan Macini

La  notte  che  uccisi  Clarissa  scoprii  l’irresistibile  fascino  della morte. Ma prima di raccontarti questa storia, mia cara  lettrice, desidero che tu conosca una grande verità: più ti è  vicina  la  persona  reclamata  dalla  nera  signora,  più  meravigliosamente profondo è l’abisso in cui la tua anima  vorrebbe abbandonarsi. L’omicidio di Clarissa incominciò per gioco. Glielo dissi  pure, mentre possedevo il suo corpo minuto e spigoloso sul  tavolo della cucina. Nella luce morbida degli spot, ricordo  i suoi seni appena accennati, come quelli di una tredicenne,  la sua bocca vorace, i suoi occhi con quel taglio vagamente  orientale, sopra un nugolo di deliziose lentiggini. “Vienimi  dentro!”  mi  urlò.  Ed  io,  trascinato  dall’onda  irrefrenabile  dell’orgasmo, le risposi “Prima o poi ti uccido, Clarissa!” Il  giorno  dopo  mi  portò  il  caffè  a  letto,  ed  era  più  dolce  del  solito. A me basta una puntina di zucchero per ammazzare  l’amaro,  invece  ne  aveva  messo  un  intero  cucchiaino.  Appena  lo  assaggiai  mi  venne  la  bizzarra  idea  che  avesse  paura  e  che  inconsciamente  avesse  zuccherato  il  caffè,  pensando così di potere addolcire anche me. “Davvero  mi  vuoi  uccidere?”  sghignazzò  lei,  arruffandomi con la mano i capelli. “Difesa  personale” gli risposi. “Ti ucciderò prima che tu  uccida  me…”  Poi  risi,  e  quella  fu  la  mia  prima  risata  macabra. Col tempo sono riuscito a perfezionarla, e adesso  ne  vado  quasi  fiero.  Lei  rise  di  rimando,  ma  non  riuscì  a  nascondere lo sforzo che faceva per rimanere allegra. Il  gioco  continuò  per  una  settimana,  poi  lei  cedette.  Una  sera  mi  chiese  di  smetterla  con  gli  scherzi  sulla  morte  perché la mettevano a disagio. Io le dissi “va bene” e non  ne  parlammo  più.  Ma  intanto  nella  mia  testa  l’idea  aveva  117

già  assunto  proporzioni  ben  più  realistiche  di  un  semplice  gioco. Il  pensiero  più  affascinante  fu  la  scelta  dell’arma.  Come  avrei rubato la vita della piccola Clarissa, gracile come un  fuscello, una bambola di pelle candida profumata di fiori di  pesco? Il coltello lo trovai subito troppo scontato, l’arma da  fuoco  troppo  volgare  e  il  veleno  assolutamente  borghese.  Mi ci volle un mese per prendere una decisione, ma posso  dire adesso di aver fatto bene i miei calcoli. Quando chiudo  gli occhi posso ancora avvertire sui palmi delle mie mani il  viscido  calore  dei  suoi  liquami,  rievocare  il  profumo  dei  suoi  organi,  rimirare  il  cremisi  delle  sue  interiora,  un’esperienza davvero straordinaria. L’altro  dettaglio che mi premeva era il momento, perché  richiamare  la  morte  è  una  specie  di  atto  liturgico.  Il  movente in realtà è assolutamente irrilevante, ma il modo e  il  tempo,  così  come  il  luogo,  sono  elementi  essenziali  per  portare a termine il rituale in modo soddisfacente. Il luogo  era quasi scontato; il letto in cui ci eravamo amati per più  di un anno. Mancava solo il tempo… Fu lei a porgermi la  data su un piatto d’argento. “Amore, cosa facciamo venerdì?” “Venerdì? Cosa succede venerdì?” “Ma come che succede? È il tuo compleanno!” “Ah, già… lo dimentico sempre…” Ma quella volta non me lo dimenticai… Cena a base di pesce, antipasto freddo servito su un letto  di  ghiaccio  tritato,  risotto  all’astice  e  lime,  spiedi  di  calamari  e  gamberoni  alla  brace  con  radicchi  ed  erbe  aromatiche. Un pinot grigio per annaffiare ed una bottiglia  di Berlucchi per festeggiare. Lei vestita di classe, col nero  che  le  dona  sempre,  io  in  jeans  e  camicia,  nonostante  il  ristorante di livello. Non ho mai sopportato i completi e le  cravatte… Usciamo  sazi  e  lievemente  ubriachi.  Fumo  la  mia  cicca  prima  di  entrare  in  auto,  lei  manda  due  messaggi  col  118

cellulare, poi mi chiede se voglio che guidi lei. Le rispondo  di  no  e  le  apro  la  portiera,  come  un  vero  gentleman.  È  davvero bella… Le  chiedo  del  mio  regalo  e  lei  mi  guarda  con  un  sorriso  malizioso negli occhi. Mi dice che ce l’ha indosso e che me  lo  mostrerà  tra  poco.  Al  provocante  invito  rispondo  con  fare  lento,  lasciandomi  scorrere  addosso  il  momento.  Non  ho  fretta  di  arrivare  a  casa.  Ho  tutta  la  notte  a  mia  disposizione  e  non  voglio  commettere  errori. Ai  semafori  gialli  rallento  e  mi  fermo,  evitando  scrupolosamente  di  superare i limiti di velocità. Lei intanto gioca di nuovo con  il telefonino. «A chi scrivi?» le chiedo. «A Linda. Domani andiamo a fare shopping…» «In centro?» «Si…»  No,  Clarissa,  domani  sarai  alla  corte  della  nera  signora,  penso  io,  stringendo  più  forte  il  volante  in  similpelle della C3. Saliamo  nel  suo  appartamento,  che  è  stato  anche  il  mio  per  quasi  quattro  mesi.  Convivere  è  meraviglioso.  Solo  vivendo  sotto  lo  stesso  tetto  riesci  veramente  a  conoscere  qualcuno,  o  comunque  una  parte  sostanziale  di  questo  qualcuno. Vedere Clarissa lavarsi i denti, sentirla imprecare  per  una  macchia  sul  pavimento,  annusare  i  suoi  vestiti  sporchi,  trovare  i  suoi  capelli  dalla  vasca  da  bagno,  sono  state  emozioni  molto  più  intense  delle  scopate  che  facevamo  nei  primi  tempi,  quelle  di  puro  abbandono.  Il  sesso  non  mi  è  mai  veramente  interessato,  anche  se  non  gliel’ho mai dato a vedere. Lei  s’infila  in  bagno  mentre  io  mi  verso  un  goccio  di  J&B.  Mi  trovo  in  uno  stato  quieto,  fluido.  Sento  che  i  movimenti  usciranno  fuori  da  soli,  basterà  lasciar  fare  al  demone che ho coltivato negli ultimi mesi, come una bestia  affamata  prigioniera  dentro  la  mia  anima.  Credo  che  alla  fine ce l’abbiamo tutti. La differenza tra me e te, carissima  lettrice, è che io non ho più paura di aprire la sua gabbia. 119

Metto su un po’ di lounge e mi distendo sul letto, vestito  e  con  il  bicchiere  in  mano.  Per  adesso  faccio  fare  a  lei.  Devo  conservare  le  energie  per  ripulire  la  stanza,  quando  tutto  sarà  finito.  Lei  esce  dal  bagno  con  indosso  un  completino blu che riesce appena a mostrare le sue forme,  tanto è minuta. Si avvicina, mi leva il bicchiere di mano e  incomincia a baciarmi. Le sue mani armeggiano abilmente  i  bottoni  della  camicia,  ma  quando  si  spingono  più  giù  le  blocco. Continuiamo per un po’ così, poi le sussurro: “ti vá  di fare un giochino?” Mi guarda sorpresa, è una cosa nuova  per noi, ma oggi è il mio compleanno e pare si senta quasi  in  obbligo  di  dirmi  di  si.  Scendo  dal  letto  e  frugo  nell’armadio  sotto  i  miei  vestiti.  So  bene  cosa  cerco;  due  paia  di  manette.  Ce  le  ho  messe  la  sera  prima,  insieme  a  qualcos’altro… Torno da lei e le leggo un velo di paura negli occhi, ma io  la  tranquillizzo  con  un  bacio  e  la  promessa  di  un  piacere  nuovo.  Con  movimenti  dolci  e  lenti  l’aiuto  a  posizionarsi  nel mezzo al letto, le passo attorno ai polsi il freddo metallo  dei  ceppi  ed  infine  la  fermo  alla  testiera  di  ferro  battuto.  Inizio  a  baciarla,  scendo  giù  con  esperienza,  sosto  per  un  po’  attorno  all’ombelico,  poi  le  sfilo  delicatamente  le  mutandine.  Dopo  averla  provocata  abbastanza,  le  affondo  la  bocca  nella  vagina,  iniziando  a  muovere  dolcemente  la  lingua.  La  sento  gemere,  dimenarsi,  salire  fino  alle  alte  vette  dell’orgasmo.  Il  suo  urlo  di  piacere  precede  di  un  attimo  le  contrazioni  muscolari  del  corpo  e  delle  sue  gambe,  strette  attorno  alla  mia  testa.  Adesso  tocca  a  me,  penso. «Lo voglio in bocca…» mi dice. «No  aspetta, ho un’altra idea…» le rispondo. Poi vado a  prendere la corda, il nastro adesivo e le cesoie… La  notte  che  uccisi  Clarissa  scoprii  l’irresistibile  fascino  della morte. Fu lei la prima, e come in amore, la prima non  si  scorda  mai.  Adesso  hai  capito,  mia  piccola  lettrice,  120

perché  nel  mio  guardaroba  conservo  ancora  la  sua  pelle,  liscia, candida, profumata di fiori di pesco. Su  tesoro,  smettila  di  tremare.  È  arrivata  l’ora  del  rituale…

121

IL PENSIONATO di Massimo Mangani

Seduto su una vecchia poltrona, sto leggendo un Elizabeth  George  d’annata  circondato  dal  silenzio  della  mia  casa  solitaria.  Sono  ormai  arrivato  alla  rispettabile  età  di  75  anni,  da  circa  dieci  sono  stato  collocato  a  riposo  dopo  35  anni  di  insegnamento,  mai  un  giorno  di  assenza,  sempre  ligio al mio dovere di servitore dello Stato. Purtroppo mia  moglie  mi  ha  lasciato  cinque  anni  fa,  dopo  una  brutta  malattia ed io sono rimasto solo, o meglio con due figli, un  maschio ed una femmina che ormai non abitano più con me  da  tempo,  viste  le  brillanti  carriere  che  hanno  fatto:  Lorenzo è diventato uno stimato cardiochirurgo ed opera a  Firenze,  Londra  e  New  York  mentre  Gemma  ha  da  poco  vinto il concorso come prima ballerina all’Operà di Parigi.  Come  padre  dunque,  non  posso  che  essere  orgoglioso,  anche  perché  almeno  una  volta  la  settimana  ricevo  una  telefonata da ciascuno e, pensate, la visita di entrambi ogni  Natale.  Con  la  mia  povera  pensione  tiro  avanti  dignitosamente,  pago  regolarmente  le  bollette  e  riesco  a  cucinare  tutti  i  giorni  qualche  prelibatezza.  Per  fortuna  l’appartamento  in  cui  abito  è  di  proprietà  e  in  più,  tutti  i  mesi,  ricevo  metà  dell’affitto  dagli  inquilini  della  casa  che  i  miei  poveri  genitori hanno lasciato a me ed a mio fratello. Non avendo  dunque  da  rendere  conto  a  nessuno,  passo  le  giornate  immerso nella lettura. Mi è sempre piaciuto leggere di tutto anche se la mia vera  passione  sono  i  gialli:  ho  iniziato  a  12  anni  con  le  “Inchieste  del  commissario  Maigret”  di  Simenon,  e  da  allora  ho  cercato  ossessivamente  libri  che  riproducessero  quelle ambientazioni, dove la ricerca di un colpevole fosse  il fulcro della storia. In pochi anni ho divorato tutti i libri di  122

Agatha  Christie, di Conan Doyle e sono perfino riuscito a  procurarmi  alcuni  introvabili  romanzi  di  S.S.  Van  Dyne.  “Dieci Piccoli Indiani” è stato per molto tempo il mio libro  della  buonanotte  sostituito  qualche  volta  dal  “Mastino  dei  Baskerville”.  Città  fredde  e  nebbiose,  villaggi  sperduti,  località  balneari  calde  e  spensierate  sono  stati  i  miei  paesaggi  interiori,  accomunati  da  quella  cosa  molto  inquietante ma anche molto umana che si chiama “delitto”.  Questa mia passione mi ha portato a seguire sempre anche  i delitti reali, quelli di cui si sente parlare al Telegiornale e  che  tengono  con  il  fiato  sospeso  milioni  di  persone.  Così  fin  dalla  gioventù  non  mi  sono  perso  un  approfondimento  su Cogne, uno speciale Garlasco, un Talk Show su Perugia.  Sarà  perché  sono  nato  e  cresciuto  in  una  città  che  ha  vissuto  uno  dei  più  inquietanti  romanzi  gialli  della  storia  italiana  e  dove  tutt’oggi  la  vera  identità  del  “mostro”,  l’assassino, è avvolta in una coltre di mistero. Il Ticchettio dell’orologio continua imperterrito a pulsare  nel mio cervello in questa fredda serata autunnale, la trama  di “Scuola Omicidi” della cara Elizabeth si fa più intricata  e credo a questo punto di aver bisogno di una pausa caffè,  ben zuccherato e con panna. Mi avvio verso la cucina, apro  la caffettiera (una vecchia moka Bialetti) metto l’acqua fino  alla valvola e riempio il filtro di fragrante polvere marrone.  Mentre  aspetto  di  sentire  l’inconfondibile  gorgoglio,  constato  che  la  panna  sta  per  finire.  Domani  dovrò  uscire  ed andare a fare un po’ di spesa. Dovrò stare molto attento  a  non  far  tardi  perché  altrimenti  rischio  di  perdermi  la  nuova puntata dell’ “Ispettore Barnaby”. Dopo aver bevuto  il  caffè  torno  a  sprofondarmi  in  poltrona,  apro  il  libro  al  segno e ricomincio a leggere. Improvvisamente un pensiero  mi balena nella testa… cerco di scacciarlo ma si fa sempre  più  insistente…  oggi  quando  la  polizia  è  venuta  a  farmi  visita… La signora del piano di sotto ha purtroppo avuto un brutto  infarto,  è  stata  trovata  morta  dalla  donna  delle  pulizie  e  tutto  sarebbe  sembrato  regolare,  se  non  fosse  stato  per  il  123

fatto  che  anche  i  suoi  cinque  gatti  sono  stati  trovati  cadaveri,  forse  morti  di  fame.  Effettivamente  potrebbe  essere  una  trama  perfetta  per  un  giallo,  un  cadavere  in  un  appartamento,  cinque  gatti  morti  stecchiti  ed  un  assassino  che  si  cela  nel  condominio…  mi  sarebbe  sempre  piaciuto  scriverne uno. Poso nuovamente il libro e mi metto a pensare… continue  liti condominiali, i gatti danno fastidio, puzzano, miagolano  di notte, i vicini sono esasperati finché qualcuno decide di  farla  finita,  con  il  metodo  più  elegante  che  esista…  una  buona dose di veleno! La vecchia Agatha ci insegna che il  Curaro  provoca  l’arresto  cardiaco  ed  è  pressoché  impossibile  da  individuare…  anche  oggi,  con  i  moderni  sistemi  autoptici  è  molto  difficile  rilevarne  le  tracce  in  un  organismo. Sarebbe bastato poco, un tè come segno di pace  e poi, nella più classica delle maniere un pizzico di polvere  nella  tazza  della  vittima  che,  ignara  di  tutto,  muore  rapidamente.  Poi  viene  il  turno  dei  gatti  e  per  quello  è  molto facile, basta mettere il veleno nella ciotola del latte.  Fatto  tutto  questo,  l’assassino  se  ne  torna  nel  suo  appartamento  con  la  boccetta  di  Curaro  in  mano,  meglio  non lasciarla in giro, se ne libererà in un secondo momento. Proprio  sul  più  bello  il  campanello  suona,  mi  alzo  dalla  poltrona  e  vado  a  chiedere  chi  è:  «Commissario  Bianchi»  apro e mi trovo davanti il poliziotto che con un sorriso mi  dice  che  il  corpo  della  vicina  è  stato  rimosso  e  di  non  preoccuparmi,  di  dormire  tranquillo,  si  è  trattato  di  una  morte  naturale.  Gli  sorrido,  tendo  la  mano  e  lui  me  la  stringe, mi chiede se prima di andarsene può fare qualcosa  per me. «Potrebbe buttare la nettezza nel cassonetto, così mi evita  di  uscire  a  quest’ora,  con  questa  umidità».  Gli  porgo  il  sacchetto  che  contiene  quasi  interamente  vetro,  bottiglie,  boccette… Il Commissario riprende la sua aria da duro, mi  saluta quasi militarmente e se ne va. Dalla  finestra sento il cassonetto aprirsi, rumore di vetri,  come se qualcuno stesse frugando fra le bottiglie poi, dopo  124

un interminabile istante in cui il tempo pare essersi fermato  sento il tonfo ed il rumore del cassonetto che si richiude. Tiro  un  sospiro  di  sollievo?  No,  caro  lettore  perché  quel  sacchetto  non  contiene  la  bottiglietta  di  veleno.  È  troppo  difficile procurarsi del Curaro, quello che mi è avanzato lo  conservo… non si sa mai! Serenamente  mi  rimetto  in  poltrona,  posso  tirar  nottata,  tanto i gatti non miagolano più.

125

L'EROE di Aeribella Lastelle (101 Parole)

L’eroe sa che non farà ritorno, ma ha bisogno di legare ad  un  filo  la  speranza.  Ci  sono  la  pioggia,  il  vento  e  le  montagne,  e  poi  chissà  quante  strane  creature  si  frapporranno  tra  lui  e  la  sua  meta;  lupi,  orsi  e  ragni  giganteschi. La foresta nasconde antichi segreti. Sulle alture abitano i  giganti  delle  rocce.  Piccolo  eroe,  fin  dove  credi  di  poter  arrivare? Ma  è  solo  nell’intento  che  si  nasconde  tutto  l’ardire  dell’avventuriero.  “Andiamo…”  sussurri.  La  tua  piccola  casa sembra un palazzo. Vorresti rimandare la partenza, ma  sai bene che non puoi. È il vento che ti supplica di partire. 

126

L'UOMO A FUMETTI di Bruno Magnolfi

Il  disegnatore  di  fumetti  generalmente  partiva  da  un  personaggio  per  poi  costruirci  attorno  una  storia.  Era  sufficiente  che  ne  disegnasse  il  viso,  i  capelli,  i  vestiti,  le  mani, il resto veniva quasi da sé. Tutto dipendeva da pochi  dettagli: stilizzava un’espressione, un gesto, la posizione, e  poi tutto cominciava a ruotare, a prendere forma, come se il  suo  personaggio  uscisse  all’improvviso  dal  foglio  di  carta  e  si  disegnasse  da  solo.  Certe  volte  le  storie  che  venivano  fuori  sembravano  lo  specchio  di  quello  che  lui  aveva  pensato quel giorno, o che gli era ritornato alla mente da un  periodo  passato  per  chissà  quale  ragione;  ma  in  certi  rari  casi nessuna relazione, a striscia finita, pareva sussistere tra  sé e quel suo nuovo fumetto. Ed erano questi i personaggi  a cui lui si affezionava di più. I suoi fogli, disegnati e finiti,  in  quelle  occasioni  pareva  prendessero  vita,  come  se  avessero  voglia  di  parlare  di  se  stessi,  come  se  avessero  dentro uno spirito, e lui certe volte cercava di dar seguito a  questa  esigenza,  ma  in  tanti  casi  la  stanchezza  diventava  fortissima,  e  lui  si  sentiva  stremato,  perdeva  quella  concentrazione di cui aveva bisogno, e tutto fermava il suo  corso. Ma quella sera qualcosa era diverso. Aveva ritrovato  nella confusione del suo tavolo da lavoro, una striscia che  non  aveva  finito,  e  si  era  messo  a  pensare  come  poteva  continuare  la  storia.  Una  ragazza,  sopra  al  suo  motorino,  libera, lungo le strade della città. Non sapeva di molto, ma  era un inizio. L’aria fresca della sera sul viso, immagini di  gente sui marciapiedi, negozi scintillanti delle loro vetrine:  andare incontro a qualcosa come sfuggendo a qualcos’altro  che  sa  di  saputo,  voglia  di  nuovo,  di  diverso  da  quell’ordinario, e poi i colori, la velocità, tutto alle spalle,  in  una  ricerca  spasmodica  di  qualcosa  che  sta  un  po’  più  avanti.  Una  ragazza  come  tutte  le  altre,  come  tutte  quelle  127

ragazze  che  hanno  quindici,  sedici  anni,  ma  con  qualcosa  dentro  al  suo  casco  che  non  è  proprio  da  tutti:  la  voglia  improvvisa  di  sentirsi  diversa,  migliore,  non  incastrata  dentro  ad  un  ruolo  egoistico,  non  un  pensiero  solo  per  sé,  ma per tutti, come compiere un gesto che lascia gli altri di  stucco,  che  li  fa  ragionare,  li  porti  a  pensare  che  non  c’è  storia  per  chi  pensa  soltanto  a  se  stesso.  Le  strade,  le  piazze,  continuano  a  correre  inseguendo  il  suo  motorino,  quello  della  ragazza,  e  il  disegnatore  di  fumetti  cerca  disperato di dar vita al suo bisogno di esistere, di essere al  di fuori di sé, di un disegno finito, completato, esauriente,  ma che manca ancora di spirito. Poi, l’idea finale per il suo  fumetto  si  fa  strada  poco  alla  volta,  dentro  a  un  pensiero  che  diverge  dal  resto:  la  ragazza  corre  da  lui,  dal  disegnatore  strampalato  di  quei  fumetti,  a  portargli  lei  stessa  il  finale  di  tutta  la  striscia,  e  lui  è  ancora  giovane,  dentro al disegno, ha la sua stessa età, può aspettarla uscire  da dentro la carta, da quelle strade grigie che adesso sanno  di lei, della sua libertà, e vogliono assomigliare a quel suo  meraviglioso  entusiasmo.  Perché  è  di  questo  che  la  città  adesso  ha  bisogno,  della  voglia  di  amore  e  di  gioia  che  superi il grigio della gente sui marciapiedi, e dei negozi che  continuano  imperterriti  ad  ammaliarla,  con  le  loro  vetrine  scintillanti e monotone che non hanno niente di nuovo, e in  questo slancio oltre le cose, tutti possono di nuovo ritrovare  le idee, i sentimenti più forti, l’energia, quella creatività che  era venuta a mancare da tempo.

128

MASTRO LINDO di Gano

«Che c’è Ciccio?» Al  bar  Mastro  Lindo  chiamava  tutti  “Ciccio”,  perché  i  nomi  non  erano  il  suo  forte.  L’interesse  disinvolto  che  dimostrava per le persone aveva un che di genuino. Lungo  e magro come un giunco, si chinava con la testa pelata per  guardarti  in  faccia  e  stabilire  un  contatto. Aveva  gli  occhi  lucidi, inumiditi dai troppi camparini, ma azzurri e sinceri  come quelli di un cucciolo. Riusciva a vederti dentro, non  so  se  mi  spiego.  Ci  sono  persone  che  nonostante  abbiano  imboccato  strade avverse e con gli anni siano diventate le  ombre di una città malata, rimangono in qualche modo pure  dentro, e quella purezza affiora nei momenti più impensati,  magari verso l’ora dell’aperitivo quando la giornata ce l’hai  tutta  sul  groppone,  e  ti  aggrappi  al  negroni  come  un  naufrago, perdendo lo sguardo oltre le porte a vetri del bar,  dove la pioggia batte e l’asfalto graffia. «Che c’è Ciccio?» Me  lo  chiese  a  me  quella  volta,  perché  era  un  giorno  di  quelli.  Ne  ho  pochi,  per  fortuna,  ma  ogni  tanto  arrivano.  Sono  i  giorni  in  cui  detesti  ogni  fibra  del  tuo  corpo,  ogni  particella del tuo vivere, ogni frammento di secondo del tuo  incessante  scorrere,  un  inutile  e  claudicante  trascinamento  di  membra  già  in  putrefazione.  In  quei  momenti  sei  consapevole  solo  dell’esistenza  delle  tue  appendici;  la  lingua,  il  cazzo  e  il  buco  dell’ano.  Sono  gli  unici  interruttori  capaci  di  farti  sentire  un  po’  vivo.  Ma  poi  ti  ritrovi  a  pensare  a  tutte  quelle  dannate  budella  che  si  trovano  nel  mezzo,  quelle  lasciate  ai  gatti  di  strada  e  all’ennesima ribevuta… «Niente Mastro, sto bene. Non preoccuparti…» «No Ciccio, non stai bene… dai mettiti a sedere, ti offro  qualcosa…» 129

Esistono  le  forze  della  natura  e  le  forze  da  bar.  Mastro  Lindo era una forza da bar, uno tzunami di buoni propositi  e sorrisi gentili. Ti prendeva il braccio e a volte ti stringeva  un  po’  forte,  ma  anche  quando  ti  faceva  male  era  un  piacere, perché ti sentivi al sicuro vicino a lui. Era più alto  di  quanto  sembrasse,  perché  se  ne  stava  un  po’  gobbo.  Di  sicuro  toccava  il  metro  e  novantacinque.  Teneva  la  zucca  pelata  in  bella  mostra  e  i  neon  del  bar  vi  si  riflettevano  sopra  come  sulle  palle  da  biliardo.  Sulla  pelle  tirata  spiccavano un paio di fitte, reminescenze di alcune ferite da  curva. Il calcio era una delle sue fisse. «Insomma  Ciccio,  che  cosa  c’hai?  Non  ti  ho  mai  visto  così…» Perché non mi faccio mai vedere così, pensai io. Gano al  bar  ci  va  quando  è  di  buon  umore.  Le  “giornate  no”  le  passo sotto le coperte ad osservare il soffitto e a stringermi  le trippe. Ma oggi è successo tutto così d’improvviso, tutto  così dannatamente di botto… «Che  ti  devo  dire  Mastro,  è  la  vita.  A  volte  fa  proprio  schifo…» «Ma no dai! Là fuori forse, ma qui dentro si sta d’incanto.  Guarda che vestitino si è messa la Giorgia oggi…» Si, la Giorgia stava divinamente con quel vestitino a fiori  e  i  capelli  tirati  su.  E  fuori  effettivamente  era  tutto  una  merda,  e  starsene  ai  tavolini  di  plastica,  cullato  dal  brusio  del  bar  e  dall’ennesimo  aperitivo,  era  come  sedere  alla  corte di Giove circondato dalle ninfette. Però… «Si,  c’hai  ragione,  ma  oggi  è  una  di  quelle  giornate,  sai…» «Dai Ciccio, che te ne frega! Pensi davvero che potrebbe  andare meglio di così? Pensi che una moglie, dei figli, una  casa  col  giardino  possano  farti  sentire  meglio  di  come  ti  senti adesso, su queste seggiole da quattro soldi? Pensi che  il grano ti possa risolvere tutto? O le Mauritius? O che ne  so…  No,  Ciccio,  non  farti  fregare.  Se  le  cose  andassero  meglio  non  te  accorgeresti  neanche,  ma  lo  avvertiresti  130

subito se andassero peggio. Perché le cose possono sempre  andare peggio, non pensi?» Aveva  centrato  il  punto,  e  lo  sapevo  bene  perché  erano  esattamente  le  frasi  che  io  ero  solito  dispensare  alla  gente  del  bar.  Grande  Mastro  Lindo,  ce  l’hai  fatta,  pensai.  Hai  detto proprio quello che volevo sentire. Beviamoci su… E così rimanemmo a bere fino all’ora del TG. È passato mezz’anno da quando la cirrosi si è portata via  il  vecchio  Mastro.  A  volte  gli  occhi  mi  diventano  umidi  senza  che  me  ne  accorga.  Ripenso  alla  sua  testa  pelata,  al  suo sorriso e a quegli occhi celesti e giusti. Alla sua anima,  che adesso vaga solitaria nell’etere del bar, sopra le fettine  di  limone  adagiate  dentro  i  bicchieri  del  campari  soda. Al  suo  “Ciccio”,  che  metteva  allegria.  Alla  sua  postura,  piegata dall’altezza ma non dalla vita… Penso a tutto ciò ed è come se fosse ancora qui… …e forse è qui per davvero.

131

NEVE AL SOLE di Silvia Petrianni

La porta si chiudeva, lasciando sempre tra quelle quattro  mura  tutta  l’amarezza,  le  paranoie,  l’inquietudine  che  ancora, dopo tre anni, non lo mollavano. Tirava su col naso,  usciva  di  casa  e  non  potevi  fare  altro  che  camminargli  affianco.  Lui  aveva  il  suo  passo,  il  suo  ritmo,  accompagnato solo dalla sua musica. Da  dietro  era  uno  schianto.  Quei  lunghi  capelli  oscillavano  sotto  i  glutei  verso  destra  e  sinistra,  come  un  pendolo,  seguendo  la  cadenza  dei  suoi  passi.  Le  spalle  larghe e dotate rimanevano immobili. Un cazzotto sferrato  bene  sarebbe  potuto  arrivare  all’improvviso,  che  lui  avrebbe  proseguito  a  camminare,  perché  il  dolore  non  esiste,  il  dolore  è  solo  una  percezione  e  le  parole  che  ci  mettiamo su sono una perdita di tempo, domani moriremo  e il dolore non può fermarci oggi. Gli occhi freddi perché  feriti ma allo stesso modo intensi, perché vivevano ancora,  erano  visibili  solo  nel  buio  senza  fenditure.  Come  piccoli  riverberi bianchi, rivelavano che i cazzotti fanno male. Per  questo, in quel letto riscaldato, tornava con le spalle girate  e il vuoto davanti. E lei gli arrivò proprio da dietro. Lei che gli tirò i capelli.  Morbida e pura come la neve che non si fa toccare, come la  neve fredda e dissetante ma come la neve così delicata, con  un  po’  di  calore  si  scioglie  e  con  il  fuoco  di  una  stella  scompare.  Morbida  e  pura  come  la  neve,  che  è  morbida  solo  se  la  guardi,  che  è  pura  solo  se  la  guardi.  Che  se  la  tocchi contamini, che se la tocchi ti ghiaccia i polpastrelli,  che  se  te  ne  innamori  ti  ferma  il  cuore  e  se  non  ne  hai  riguardo  ti  travolge,  che  se  l’accarezzi  si  scioglie  e  che  al  fuoco di una stella scompare. Gli tirò i capelli e le spalle rimasero immobili, ma il buio  è  dietro  l’angolo  a  brillare.  Finito  di  bere,  il  dolore  fu  132

percezione e domani moriremo ma oggi siamo vivi e oggi  continuiamo  a  farci  ferire,  ancora  più  se  fingiamo  che  la  sedia  sia  a  terra  e  che  il  vuoto  stia  sotto.  Lei  si  sciolse  e,  come  la  neve  a  un  sole  feroce,  senza  travolgerlo,  scomparve. Lui chiuse la porta dietro di sé e da dietro era  uno schianto, con le spalle larghe e dotate che rimanevano  immobili  e  i  lunghi  capelli  che,  fino  a  sotto  i  glutei,  oscillavano verso destra e sinistra, seguendo la cadenza dei  suoi passi.

133

UN ATTIMO DI VITA di Daniela Silvestro

E  così  quell’angelo  cadde,  cadde  qui  sulla  terra  e  ne  fu  felice. Fu felice perché gli fu data la sua possibilità, gli fu  data la vita e la morte e fu gioia per lui, che viveva la sua  monotona esistenza, intrappolato nel destino crudele che gli  era    stato  assegnato.  Lui  voleva  soffrire,  voleva  dormire,  voleva sperare, ma soprattutto voleva amare… E allora vi chiederete che stupido angelo è questo, e lui vi  dirà “se vivere è da stupidi, allora io voglio essere stupido.  Nulla  è  più  divino  di  un’emozione,  un’emozione  che  da  angelo  non  ho  mai  provato,  un’emozione  che  solo  adesso  sento viva dentro di me… Si, ora finalmente mi sento vivo  e ringrazio di essere caduto”. Quell’anima  silente  aveva  trovato,  volando  attraverso  le  stelle, il suo posto nel mondo, il suo flebile respiro lo aveva  reso innocuo dinanzi agli occhi di Sophie, che era rimasta  incantata  nel  guardarlo  solo  respirare,  e  le  sembrava  di  sentire  l’eco  di  quell’anima  antica,  e  lui  era  felice  di  quel  sudore che gli scendeva lungo la fronte, perché sudare era  un  problema  umano.  Ora  lei  poteva  vederlo,  lui  che  tanto  aveva vegliato sui suoi sogni. Lei vedendolo soffrire gli domandò «Cosa succede ora?» Lui le sorrise e disse  «Sto male…» Allora  Sophie  gli  fece  una  triste  domanda  «Stai  forse  morendo?» Lui fece cenno di no con la testa. «No, non sto morendo,  sto nascendo» disse e chiuse gli occhi per sempre. E la sua vita durò poco più di quanto dura un brivido, ma  quell’angelo aveva vissuto finalmente la sua vita: era sorto,  aveva  amato,  aveva  sorriso  e  aveva  sofferto,  poi  si  era  incamminato verso l’ultimo viaggio. Ma lui ora era felice,  e sarebbe stato per sempre nel cuore di Sophie. 134

L'AMORE INGOMBRANTE di GM Willo (101 Parole)

La storia d’amore, con i suoi slanci e i bruschi arresti, le  passioni  iniziali  e  le  domande  del  poi,  delle  serate  pigre,  davanti ad un bicchiere o ad un piatto di pasta insipida. Gli  occhi di lei che non ti guardano, la forchetta che batte sul  bordo del piatto, la sua pelle che non profuma più come il  primo  giorno.  Il  cellulare  vibra  e  diventa  il  pretesto  per  lasciare la tavola. Qualcosa di unico è rimasto sommerso da  uno strato di noia. O  forse  l’amore  è  diventato  così  ingombrante  da  non  riuscire più a mostrarsi? «Io esco?» «Quando torni?» «Non so…» 

135

GLI AMANTI DELLA FINE DEL GIORNO di Bruno Magnolfi

Il  silenzio  nella  radura  era  perfetto.  Il  Presidente  dell’Associazione, una volta che tutti erano scesi dalle loro  auto private parcheggiate alla meglio al bordo della strada  statale, e affrontato con le loro scarpe da trekking il lungo  sentiero che li aveva portati fin lì, si era auspicato, da parte  di  tutti,  e  nella  sua  mente  sin  da  quando  aveva  convocato  quella  bella  comitiva  di  quasi  cinquanta  persone  in  quell’insolito  posto  di  meditazione  e  d’incontro,  un  riguardo  adeguato  al  motivo  che  li  aveva  spinti  in  quel  luogo,  ed  un  rispetto  coerente  con  gli  scopi  della  loro  escursione. Mancava ancora molto al tramonto del Sole, ma  alcuni  membri  del  gruppo  avevano  già  mostrato  dei  segni  evidenti  di  frenesia  e  agitazione.  In  quella  primavera  avanzata le colline apparivano verdi, e le piante rigogliose  e  brillanti,  formicolanti  di  vita.  Il  piccolo  lago  al  fondo  della  vallata  specchiava  tremolando  il  cielo  ancora  luminoso e azzurrino, e la luce nell’aria aveva ormai preso  il colore di un giallo sempre più teso verso l’arancio. Tutti  si erano portati delle coperte per sistemarsi seduti o sdraiati  sul prato destinato alla loro riunione, e camminando con gli  zaini  colmi  di  oggetti  diversi,  non  ultime  le  lampade  portatili  per  illuminare  la  strada  al  ritorno,  ognuno  aveva  continuato a parlare in maniera vivace, conversando con il  proprio  vicino  delle  proprie  emozioni,  e  dell’ultima  riunione  che  si  era  tenuta,  o  magari  di  quella  che  l’aveva  preceduta,  distillando  con  parole  forbite,  pensieri,  sensazioni,  esperienze,  tutto  quello  che  avevano  tratto  da  quelle  serate.  Poi  ognuno  si  era  sistemato  nel  posto  assegnato, e ogni conversazione lentamente aveva spento la  foga iniziale, lasciando ad un progressivo silenzio e ad un  uso sempre più rarefatto delle parole, la porzione di tempo  sempre  più  breve,  fino  alla  scomparsa  definitiva  del  136

Giorno.  Il  Presidente  dell’Associazione,  solo  con  i  gesti  delle sue mani, aveva richiamato l’attenzione di tutti su di  un  gruppo,  affascinante  per  forme  e  colori,  di  nuvole  ammantate di arancio, su un lato della porzione di cielo che  era stata assunto a spettacolo per quella serata, e quando il  disco solare era entrato in contatto con la collina di fronte,  traspirando  la  luce  tra  i  rami  degli  alberi  che  sembravano  mani ammalate a reclamare una goccia di linfa vitale, una  soffusa vocale di infantile stupore era sfuggita alla maggior  parte  dei  membri  presenti.  La  porzione  di  tempo  che  intercorreva tra quel circoscritto momento e l’istante in cui  anche  l’ultimo  barbaglio  di  Sole  spariva,  era  ben  definito,  e  alcuni  riuscivano  a  provare  un’estasi  vera  solo  in  quel  determinato  lasso  di  tempo,  come  se  tutto  il  resto  dell’intera  giornata  concentrasse  la  forza,  la  determinazione,  la  sua  vera  sostanza,  solo  in  quei  pochi  minuti.  Poi  il  Sole,  ormai  rosso,  si  avviò  a  compiere  l’ultimo  balzo,  lasciando  la  porzione  di  cielo  interamente  avviluppata  dalla  sua  ingombrante  presenza  e  sparendo  infine  alla  vista,  e  in  quell’attimo  stesso  qualcuno  lanciò  delle  grida  soffuse  assolutamente  involontarie,  proprio  nel  momento  in  cui  il  cielo  rimaneva  privo  del  suo  potente  inquilino,  lasciando  il  suo  spazio  sterminato  preda  del  nulla.

137

LA NATURA PERDUTA proseguo de "Gli amanti della fine del giorno" di Bruno Magnolfi

Dalla  cima  deldo  spegneva  la  sua  motosega,  il  vento  in  mezzo  alle  foglie,  l’aria  fresca  che  accarezzava  il  fianco  della  collina,  la  contemplazione  di  quella  natura  speciale.  Per questo quel giorno, quando vide quel gruppo di uomini  e  donne  nella  radura  giù  in  basso,  fermo,  in  un  orario  un  po’  insolito,  a  fine  giornata,  rimase  per  lunghi  momenti  incuriosito  e  perplesso.  Aveva  fatto  un  po’  tardi  per  via  della  luce  brillante  di  quella  giornata  serena,  e  il  sole  a  quell’ora,  fiammeggiando  da  sopra  una  lontana  montagna,  arrossava  gli  alberi  e  il  cielo  di  sfumature  e  di  tinte  più  chiare e più scure, tutte imparentate tra loro, come uscite da  una  medesima  tonalità  di  colore.  Scendendo  lungo  il  sentiero era arrivato alle spalle del gruppo, e aveva chiesto  ad uno degli ultimi che cosa stessero a fare sopra quel prato  a quell’ora. Non ci fu una vera e propria risposta, ma solo  l’indicazione  del  cielo  al  tramonto,  senza  alcuna  parola,  con  un  gesto  esaustivo  che  contemporaneamente  lasciava  qualcosa nel vago. Il taglialegna si fermò assieme agli altri,  forse  aspettando  qualcosa  di  strano  di  cui  lui  non  era  a  conoscenza:  un’eclissi,  il  passaggio  di  un  meteorite  nel  cielo,  una  stella  cometa,  ma  quando  vide  che  quelle  persone  si  ubriacavano  del  semplice  tramonto  del  sole,  comprese che forse lui, nonostante le difficoltà che doveva  affrontare  ogni  giorno,  era  più  fortunato  di  loro.  Se  ne  andò,  allora,  riprendendo  con  calma  il  sentiero  che  conosceva perfettamente anche a quell’ora serale, e quando  arrivò  all’osteria  del  paese  si  fece  versare  un  bicchiere  di  vino,  un  vino  speciale,  il  migliore  che  avessero  in  quella  bottega,  e  senza  spiegare  niente  a  nessuno  degli  amici  presenti, brindò prima di tutto a se stesso e alla sua vita, e  138

poi  a  tutti  coloro  nel  mondo  che  non  potevano  neanche  capire cosa avessero perso.la collina non si vedeva un gran  panorama, giusto il paese lungo la strada che si snodava su  un  fianco,  con  i  suoi  tetti  rossicci,  e  alcune  altre  colline  grigie e sfumate proprio davanti. Però il senso di libertà che  si  respirava  là  sopra,  lui  non  avrebbe  proprio  saputo  dove  altro  trovarlo,  e  questo  concetto  era  quello  che  nella  sua  mente  aveva da sempre giustificato la sua scelta di fondo.  Certo,  c’erano  stati  momenti  di  crisi  in  tutti  quegli  anni,  durante  i  quali  aveva  pensato  perfino  di  smettere,  di  cercarsi  un  mestiere  diverso,  dipendente  presso  una  ditta,  per  esempio,  come  altri  in  paese  facevano,  invece  di  continuare a tagliare alberi e boschi in solitudine per farne  legna  da  ardere.  Ma  era  il  suo  mondo,  gli  era  stato  tramandato  così  da  suo  padre,  non  aveva  neanche  avuto  bisogno  di  scegliere,  e  lui  si  sentiva  parte  attiva  di  quel  divenire, anche mentre gestiva la sua attività in accordo con  le stagioni e con la natura, e doveva resistere a quell’odore  forte  di  legno  tagliato  nelle  narici,  e  a  quelle  sue  mani  callose  perennemente  macchiate  di  tannino  e  di  resina.  Ormai sapeva tutto sugli alberi, sui boschi, sulle ceduazioni  da  fare  e  su  quelle  che  avrebbe  fatto  l’anno  seguente,  conosceva perfettamente colline e sentieri di tutti i dintorni  del  suo  paese,  per  chilometri  e  chilometri,  senza  fermarsi,  in un’area così vasta ma anche così familiare da sentirsela  un  po’  casa  sua.  Ogni  sera  rientrando  al  paese  passava  dall’osteria  a  bere  un  bicchiere  di  rosso,  e  tutti  gli  chiedevano sempre qualcosa sul lavoro e sul bosco, con suo  grande  piacere.  L’abitudine  a  starsene  ogni  giorno  da  solo  a lavorare in mezzo a quegli alberi, era un altro aspetto del  quale  si  sentiva  particolarmente  orgoglioso:  era  bello  il  silenzio  quando  spegneva  la  sua  motosega,  il  vento  in  mezzo  alle  foglie,  l’aria  fresca  che  accarezzava  il  fianco  della  collina,  la  contemplazione  di  quella  natura  speciale.  Per questo quel giorno, quando vide quel gruppo di uomini  e  donne  nella  radura  giù  in  basso,  fermo,  in  un  orario  un  po’  insolito,  a  fine  giornata,  rimase  per  lunghi  momenti  139

incuriosito  e  perplesso.  Aveva  fatto  un  po’  tardi  per  via  della  luce  brillante  di  quella  giornata  serena,  e  il  sole  a  quell’ora,  fiammeggiando  da  sopra  una  lontana  montagna,  arrossava  gli  alberi  e  il  cielo  di  sfumature  e  di  tinte  più  chiare e più scure, tutte imparentate tra loro, come uscite da  una  medesima  tonalità  di  colore.  Scendendo  lungo  il  sentiero era arrivato alle spalle del gruppo, e aveva chiesto  ad uno degli ultimi che cosa stessero a fare sopra quel prato  a quell’ora. Non ci fu una vera e propria risposta, ma solo  l’indicazione  del  cielo  al  tramonto,  senza  alcuna  parola,  con  un  gesto  esaustivo  che  contemporaneamente  lasciava  qualcosa nel vago. Il taglialegna si fermò assieme agli altri,  forse  aspettando  qualcosa  di  strano  di  cui  lui  non  era  a  conoscenza:  un’eclissi,  il  passaggio  di  un  meteorite  nel  cielo,  una  stella  cometa,  ma  quando  vide  che  quelle  persone  si  ubriacavano  del  semplice  tramonto  del  sole,  comprese che forse lui, nonostante le difficoltà che doveva  affrontare  ogni  giorno,  era  più  fortunato  di  loro.  Se  ne  andò,  allora,  riprendendo  con  calma  il  sentiero  che  conosceva perfettamente anche a quell’ora serale, e quando  arrivò  all’osteria  del  paese  si  fece  versare  un  bicchiere  di  vino,  un  vino  speciale,  il  migliore  che  avessero  in  quella  bottega,  e  senza  spiegare  niente  a  nessuno  degli  amici  presenti, brindò prima di tutto a se stesso e alla sua vita, e  poi  a  tutti  coloro  nel  mondo  che  non  potevano  neanche  capire cosa avessero perso.

140

L’ATTILLATO proseguo de "Gli amanti della fine del giorno" di Bruno Magnolfi

L’angoscia si era diffusa dentro di me giorno dopo giorno.  Senza  neanche  sapere  perché,  mi  ritrovavo  a  tremare,  a  stringere  le  ginocchia  tra  le  braccia,  a  mettermi  le  mani  dentro  ai  capelli,  certe  volte  anche  a  piangere.  Spesso  desideravo  con  tutto  me  stesso  che  arrivasse  qualcuno  o  qualcosa  ad  interrompere  una  situazione  così  negativa,  anche se sentivo nel profondo che era impossibile. A volte  facevo un giro a caso con la mia macchina e mi sembrava  incredibile  che  ancora  si  costruissero  case,  strade,  palazzi,  sterminate periferie incolori dove la gente perdeva qualsiasi  identità. I vestiti attillati mi erano sempre piaciuti, le pieghe  e  le  grinze  mi  pareva  deturpassero  il  corpo,  dovevano  essere addosso nel numero minore possibile, e piccole. La  stoffa di troppo attorno alla pelle era qualcosa che rovinava  l’estetica  della  persona,  ne  cambiava  qualsiasi  connotato,  andava  evitata.  Qualcuno  mi  disse  che  dovevo  conoscere  gente, scambiare le idee, confrontare i pensieri con quelli di  altri, così entrai dentro ai bar della zona cercando di essere  un po’ spiritoso per attaccare bottone con qualche soggetto  che si giocava la briscola o segnava i punti al biliardo, ma  non  legai  con  nessuno,  e  un  paio  di  persone  mi  dissero  di  levarmi dai piedi. Non ci credevo, non credevo più a nulla,  mi  pareva  tutta  una  fregatura  continua,  mi  rendevo  conto  che  nessuno  aveva  bisogno  di  me.  Giravo  per  strada  e  vedevo  persone  che  erano  più  corazzate  di  me,  e  quindi  stavano bene. Spesso, con il mio abbigliamento attillato, io  mi sentivo più nudo degli altri. Non avrei potuto cambiare  i calzoni con un paio meno stretti, non era per me, non sarei  stato lo stesso: alla mia identità ci tenevo. Quando mi misi  con quel gruppo di persone completamente fuori di testa, lo  feci perché mi sembrarono subito pieni di tanto entusiasmo,  141

ma  soprattutto  perché  non  mi  chiesero  niente.  Mi  chiamavano,  a  volte,  ci  si  ritrovava  in  luoghi  improbabili,  spesso c’era anche gente che non conoscevo, che non c’era  la volta passata, e mi offrivano qualcosa da bere, dei panini  imbottiti,  erano  tutti  cortesi  e  parlavano,  qualche  volta  parlavano anche con me. Ci si sistemava sull’erba, a volte  seduti sopra le pietre, e poi si guardava il tramonto. Infine  si  tornava  alle  macchine  e  via,  ognuno  per  sé.  Una  volta  dissi  a  qualcuno  che  avevo  iniziato  a  guardarlo  anche  da  solo  il  tramonto,  ma  quello  si  arrabbiò,  fece  un  mezzo  casino,  alla  fine  andò  a  dirlo  anche  al  capo,  un  tipo  che  faceva il discorso per tutti, e quello venne da me, scuro in  faccia  come  la  notte,  e  mi  disse  che  non  dovevo  tornare.  Non capii dove avevo sbagliato, però fui contento lo stesso:  avevo detto la mia, non ero stato del tutto a quello stupido  gioco;  e  poi  quella  gente  portava  mantelli,  giacconi,  tuniche, tutti vestiti larghi e pieni di grinze e di pieghe, non  avrei  potuto  andarci  d’accordo  parecchio,  anzi  forse  era  troppo anche quel poco di tempo che era appena trascorso.  Me ne andai, e questo fu tutto.

142

GLI AMANTI DI FACEBOOK proseguo de "Gli amanti della fine del giorno" di Bruno Magnolfi

Il silenzio era forte. Dava quasi fastidio, tanto costringeva  ad ascoltarne il respiro. Come fragili animali impauriti, tutti  si  erano  assiepati  tra  loro,  accucciandosi  e  abbassando  le  teste.  Il  mare,  sotto  al  costone  di  terra,  appariva  grigio  come  il  ferro  ed  immobile,  e  la  cala,  come  un  anfiteatro,  zeppa  di  vegetazione  spontanea,  sembrava  cedere  il  suo  naturale  color  verde,  variegato  sotto  al  sole  in  ogni  sfumatura  possibile,  a  quel  crepuscolo  che  non  concedeva  più  alcuna  tonalità,  con  il  cielo,  così  come  era,  coperto  di  nubi, e l’orizzonte poco lontano, confuso con l’acqua e con  l’aria.  Qualcuno  aveva  cercato  tra  i  propri  pensieri  una  parola  che  riuscisse  a  descrivere  l’immagine  che  avevano  tutti di fronte, ma nessuno aveva osato parlare. Poi, uno per  tutti,  si  era  sollevato  dalla  posizione  che  gli  altri  avevano  assunto, e con voce vibrante aveva scandito il nome latino  del sole, come a invocarne la forza, pur nascosto com’era.  Ma  niente  era  cambiato,  neppure  il  silenzio  che  in  fretta  aveva  recuperato  il  suo  spazio.  Avevano  tutti  camminato  per  diversi  chilometri  prima  di  arrivare  fin  lì,  le  nubi  li  avevano  colti  mentre  erano  a  metà  del  tragitto,  ma  tutti  imperterriti  avevano  finto  indifferenza  completa,  spingendosi  avanti.  Il  loro  rituale  non  era  assolutamente  mai  stato  in  discussione:  il  sole  coperto  di  nubi  non  cambiava  la  sostanza  alle  cose.  La  fine  comunque  era  prossima,  lo  si  intuiva  da  diversi  fattori,  ed  anche  se  non  sarebbe stato possibile individuare l’esatto momento in cui  il  giorno  cedeva  il  suo  potere  alla  notte,  il  meccanismo  degli  astri  non  avrebbe  registrato  variazioni  di  sorta.  Improvviso  un  uccello  rapace  attraversò  l’aria  ferma,  spandendo  il  suo  grido  sopra  di  loro,  per  sparire  in  un  attimo oltre le cime degli alberi. Forse fu reputato quello il  143

momento  finale,  e  tutti  alzarono  gli  occhi  come  per  un  ultimo saluto ad un periodo e ad un giorno che non sarebbe  mai  più  ritornato.  Forse  fu  quello  il  momento  per  una  riflessione  più  forte:  niente  era  assurdo  come  fingere  persino  a  se  stessi  che  il  mondo  si  dominava  solo  raggruppandosi  assieme.  Non  era  così,  la  paura  naturale  instillata  dentro  di  loro  fin  da  quando  il  sole  aveva  cominciato a girare, non sarebbe stata sconfitta associando  il  terrore  di  ognuno  in  una  matematica  somma,  bensì  da  ciascuno  di  loro,  nella  solitudine  silenziosa  per  lui  più  congeniale,  combattendo  dentro  di  sé  la  propria  battaglia,  per  poi  confrontarne  i  risultati  con  gli  altri.  La  luce  si  spense,  il  silenzio  dominò  la  radura:  ognuno,  dentro  se  stesso, si riappropriò poco per volta della propria dignità di  individuo. Poi, scese la notte.

144

L'ALLUCE di GM Willo

Potrei  rimanere  delle  ore  ad  osservarmi  l’alluce.  In  quel  dito vi è nascosto un mistero, ne sono certo. La botta non è quella di sempre. Non mi ricordo neanche  com’era  di  solito,  perché  sono  tre  mesi  che  non  mi  faccio  un giro coi santi, il creatore e le sue puttane, ma qualcosa  mi dice che questa volta è diverso. Con la coda dell’occhio  rilevo  Friz  in  collasso  pieno  nell’angolo,  ma  non  mi  distraggo dall’alluce, per paura di perderlo. La  roba  ce  l’ha  data  uno  nuovo,  un  certo  Phon,  proprio  come  l’aggeggio  per  asciugarsi  i  capelli.  Friz  diceva  di  conoscerlo,  ma  secondo  me  mentiva  in  stile  piena  astinenza,  che  per  convincermi  ad  andare  a  braccetto  insieme si sarebbe tranquillamente venduto anche l’anima.  Io questo lo sapevo bene perché mi ci ero trovato più volte  nei  suoi  panni,  ma  anche  se  ero  pulito  non  me  ne  fregava  un  cazzo,  perché  tanta  era  la  voglia  di  farmi  un  giro  sull’ottovolante.  Eppure  ve  lo  ripeto,  questa  storia  è  diversa. C’è qualcosa che non riesco a capire. Friz è sempre  lì…  e  chi  lo  muove!  Ha  ancora  l’ago  nel  braccio  che  gli  penzola  come  un  lampione  rotto.  Cavolo,  che  paragone  di  merda! Dicevamo  dell’alluce.  Ne  vado  fiero  e  non  lo  nascondo.  Ho dei bei piedi, io. Anche se ho fatto la vita del tossico per  dodici anni i piedi me li sono sempre curati. L’essenziale è  avere  le  scarpe  buone,  la  soletta  che  respira  e  il  calzino  giusto.  Cavolo  che  alluce  bello  che  c’ho,  anche  se  non  riesco  a  capire  come  mai  non  riesco  a  muoverlo.  Forse  è  proprio per questo che mi sembra che la botta sia diversa. La  stanza  di  Friz  è  un  letamaio,  ma  almeno  non  ci  disturba nessuno. I suoi sono fuori e comunque non entrano  mai qui dentro. Friz è un stronzo patentato che arriva anche  a ricattare la madre con la siringa sporca per una ventina di  145

euro. Io queste cose non le ho mai fatte. A diciotto anni mi  sono infilato il primo ago e due mesi dopo ho lasciato casa.  Poveri  vecchi,  per  quale  ragione  avrei  dovuto  dar  loro  la  pena di convivere insieme a un tossico? Loro non mi hanno  mai  fatto  niente  di  male,  anzi,  sono  stati  due  genitori  esemplari.  Chissà  cosa  penserete  adesso,  ma  è  vero.  Mi  hanno  insegnato  tutto  quello  che  c’era  da  insegnare  per  vivere una vita degna, per trovarmi una ragazza, un lavoro,  una  casa  e  così  via,  e  forse  avrei  potuto  farle  tutte  queste  cose,  se  una  sera  di  dicembre  non  fossi  andato  insieme  a  Elvis a farmi un bagno nella vasca di Bacco, riempita fino  all’orlo  degli  umori  sessuali  di  Afrodite.  Elvis  mi  sussurrava  Tread  Me  Nice  con  le  sue  labbra  sensuali.  Gli  chiesi un pompino e lui si avventò sull’uccello e per poco  non mi succhiò anche l’anima. L’alluce  rimane  immobile.  C’è  qualcosa  che  non  va,  adesso  ne  sono  tremendamente  sicuro.  Vorrei  chiamare  Friz,  anche  se  probabilmente  sarebbe  inutile  perché  da  quanto  riesco  a  vedere  mi  sembra  più  andato  di  me.  Comunque  le  mie  corde  vocali  sono  morte. Amplificatore  spento, ragazzi… Forse  dovrei  metterci  dello  smalto,  mi  vien  da  pensare.  Forse  sono  finocchio.  Smalto  alle  unghie  dei  piedi  e  pompini  di  Elvis.  I  segnali  ci  sono  tutti.  Non  che  me  ne  freghi  poi  molto.  Nella  mia  vita  avrò  scopato  per  piacere  non  più  di  una  decina  di  volte,  più  qualche  centinaio  di  sveltine per portarmi a casa la pagnotta. Cazzo,  non  ci  avevo  pensato.  E  se  fossi…  ma  no,  dai!  Eppure  fuori  è  già  buio.  Saranno  le  otto  ormai  e  questo  vuol  dire  che  sono  tre  ore  che  ci  siamo  fatti  e  Friz  non  accenna  a  muoversi,  mentre  io  sono  ancora  rapito  dal  grande  mistero  dell’alluce.  Che  cazzo  ci  sarà  mai  di  così  interessante in un dito di un piede? Ma no dai, non può essere… …siamo morti! Cazzo che figata! 146

AMPLESSO FURTIVO di Fida (101 Parole)

Piegata  in  magazzino  alla  ricerca  di  una  scatola,  d'un  tratto mi sentii toccare da dietro. Sobbalzando mi girai e lui  mi  prese  e  mi  baciò.  La  lingua,  calda  e  avvolgente,  entrò  nella  mia  bocca ed io non seppi resistere. Ero già sua. Mi  toccò  le  cosce,  il  sedere,  mi  avvolse  con  il  suo  corpo,  mentre il suo membro si strusciava sul mio ventre. Sentivo  il desiderio salire fino alla bocca dello stomaco: ero agitata,  emozionata,  eccitata.  Mi  alzò  la  gonna  ed  "iniziò  l'amplesso":  questione  di  due  minuti  e  mi  fece  sua,  poi  lo  lasciai lì, a risistemarsi i calzoni. 

147

LA PRIMA VOLTA di Massimo Mangani

La  ragazza  mi  fa  accomodare,  sorride  meravigliosa  nel  suo vestitino corto attillato, le gambe affusolate avvolte in  un  paio  di  calze  color  carne.  L’emozione  è  fortissima,  tremo eccitato dalla testa ai piedi e non riesco a spiccicare  parola,  sono  consapevole  del  mio  sorriso  ebete  stampato  sulla bocca ma non posso farci davvero niente. La mente è  confusa,  non  mi  rendo  conto  se  13  anni  sia  l’età  giusta  o  meno  per  la  “prima  volta”;  so  che  c’è  chi  ha  vissuto  quest’esperienza  prima  di  me,  ma  la  maggior  parte  la  sperimenta dopo, qualcuno anche da adulto. Certo un po’ di  paura credo sia normale: paura di non farcela, di non essere  all’altezza  della  situazione,  di  scoppiare  a  piangere  una  volta  iniziato.  L’importante  è  tenere  sempre  presente  che  bene o male finirà, che si tratta di un misero attimo rispetto  all’intera  vita,  di  un  istante  rispetto  all’eternità  dell’universo. La ragazza si china su di me, mi lascia intarvedere i suoi  seni, mi sussurra qualcosa all’orecchio, credo abbia capito  perfettamente  il  mio  stato  d’animo;  inizio  a  sudare  copiosamente,  lei  si  volta  e  si  allontana  sculettando  molto  dolcemente,  è  bellissima  con  i  suoi  riccioli  neri.  Paradossalmente  non  riesco  ad  apprezzarla  più  di  tanto,  il  pensiero di ciò che sta per accadere offusca la mia mente.  Sotto  di  me  percepisco  la  potenza  che  inizia  a  scatenarsi,  penso  ai  miracoli  che  l’uomo  è  in  grado  di  fare  e  segretamente  gioisco  di  tanto  vigore;  tra  qualche  istante  l’oggetto di tante passioni si ergerà libero ed incontrastato,  pronto ad essere ammirato e desiderato. La ragazza torna da me, in una mano stringe un bicchier  d’acqua  mentre  nell’altra  tiene  un  piccolo  involucro  d’alluminio,  molto  sottile  ma  con  un  rigonfiamento  al  centro,  un  omaggio  per  rendere  più  piacevole  la  nostra  148

avventura.  Fisso  le  sue  splendide  gambe  e  per  un  istante  penso  come  sarebbe  bello  poterle  toccare,  sentire  sotto  le  dita  il  nylon  liscio  e  delicato,  ma  subito  un’ombra  oscura  questo pensiero: la consapevolezza che ogni giorno decine  di  occhi  ammirano  quelle  bellezze  e  probabilmente  desiderano  deliziarsi  con  esse.  D’altronde  è  il  suo  lavoro,  intrattenere persone che la tormentano con le richieste più  starne,  esaudire  le  voglie  dei  clienti,  anche  quelli  più  bizzarri.  Probabilmente  è  felice  di  potersi  prendere  cura  ogni  tanto  di  un  ragazzino  della  mia  età,  di  poterlo  coccolare,  vezzeggiare  liberando  una  punta  di  istinto  materno,  consapevole  di  doverlo  accompagnare  delicatamente  per  tutta  l’esperienza  evitando  il  più  possibile traumi che potrebbero rivelarsi molto duri. Con  mano  tremante  bevo  l’acqua,  sento  crescere  la  potenza,  percepisco  vibrazioni  fortissime  che  francamente  mi  mettono  a  disagio,  afferro  l’involucro  di  alluminio  ed  inizio  a  scartarlo.  Contiene  una  specie  di  palloncino  trasparente,  un  pò  viscido,  non  riesco  a  capire  bene  cosa  sia. Finalmente  la  ragazza  mi  si  siede  accanto,  mi  guarda  un  pò  divertita  e  mi  domanda  se  so  come  usarlo.  Annuisco  imbarazzato, mi porge il palmo aperto della mano, le rendo  l’oggetto  misteroso  e  lei  mi  da  una  dimostrazione  pratica,  con le dita e la bocca! Rimango estasiato, improvvisamente  sento  la  sua  mano  che  cerca  la  mia,  gliela  stringo,  una  mano dalla pelle morbida e delicata… finalmente ci siamo,  non resisto davvero più! I  motori  girano  al  massimo,  non  riesco  a  muovermi,  guardo la ragazza che mi sorride proprio mentre prendiamo  il  volo…  sorride…  sorride  ad  uno  stupido  ragazzino  impaurito  che  stringe  in  mano  un  palloncino  con  scritto:  “Lufthansa vi da il benvenuto!”.

149

QUANDO HANNO ABBATTUTO IL PONTE… di Dario De Giacomo Dietro di sé il narratore ha uno specchio, che lo riflette nell’atto di scrivere. (Jack il ventriloquo) Quando hanno abbattuto il ponte io non c’ero. Al ritorno  da  un  viaggio  al  suo  posto  ho  trovato  un  buco  riempito  d’aria.  Ma  questo  lo  so  perché  l’ho  sentito  in  treno,  dicevano  che  avevano  demolito  il  ponte  della  ferrovia,  quello che divide via Oberdan in due. Mi chiedo dove passa  il treno ora: mi faccio sempre un mucchio di domande così. Non  trovo  più  il  ponte  dentro  la  mia  testa,  né  la  prospettiva  di  case  in  fuga  dietro  l’arco.  Il  fatto  è  che  io  proprio  non  ricordo  mai  nulla  e  le  immagini  sono  ammucchiate  alla  rinfusa.  Ma  se  la  mia  memoria  è  vuota,  penso, non sono mai vissuto? Questo pensiero mi spaventa,  perché  anche  della  mia  infanzia  conservo  solo  ricordi  lontanissimi.  Sono  convinto  che  tutti  ricordino  tutto  e  che  soltanto io sono escluso da questa festa di memorie, se non  per brevi, dolorosissimi lampi. Mio padre è un rigido abito  marrone  in  un  letto  contro  il  muro,  senza  sorriso.  Gli  occhiali da sole nel taschino della giacca. Le persiane sono  abbassate  per  proteggere  i  singhiozzi.  Al  buio  si  muore  meglio, perché si dimentica più in fretta la luce. Alla  mia  fermata  scendo  dal  treno,  subito  in  cerca  del  ponte  per  orientarmi,  ma  ovviamente  non  c’è.  Allora  avverto  una  fitta  tra  lo  stomaco  e  lo  sterno  che  mi  dà  la  nausea,  non  so  perché.  Senza  il  ponte,  qui  nella  mia  città,  mi sento in un altro luogo. Sono altrove da sempre. Ignoro  tutti i nomi delle strade e quando mi chiedono indicazioni  fingo  di  essere  straniero,  dissimulando  l’imbarazzo,  e  non  sono  nemmeno  capace  di  tirare  una  linea  dritta  tra  gli  angoli, i vicoli, le curve che girano intorno agli edifici. Ora  il  calore  alle  tempie  cresce.  Sono  di  nuovo  altrove:  mentre festeggiano il mio compleanno. Tutti si affollano tra  150

le  mie  cose,  ma  io  mi  sento  spaesato  perché  questa  non  è  casa  mia.  “Voglio  tornare  a  casa  mia”  urlo,  mentre  lo  stupore  corre  divertito  da  un  volto  all’altro  di  tutti  gli  stranieri che affollano le stanze. Perché gli altri riescono a  ricordare  gli  eventi,  i  volti,  i  luoghi  con  una  precisione  nitida e nella trama della mia vita, invece, ci sono dei buchi  enormi? Mi  ricordo  di  un  attimo:  stringo  il  pigiama  di  mio  padre  tra  le  mani,  ne  accarezzo  la  stoffa  ruvida,  la  annuso.  Nell’angusto vano del bagno di servizio sento il suo odore.  Ora non so che svanirà. Ancora ignoro che le immagini di  ieri  spariranno.  Mio  padre  è  morto  in  una  sera  di  giugno:  svanito,  come  il  suo  odore.  Semplicemente  ha  smesso  di  muoversi, poi si è decomposta la sua immagine, poi la sua  memoria.  Ora  hanno  abbattuto  anche  il  ponte,  che  sosteneva tutta la fragile impalcatura dei miei passi dentro  la  città.  Le  cose  sono  messe  lì  apposta  per  indicarci  dove  andare  e  come  arrivarci.  Altrimenti  è  il  caos,  una  mappa  disegnata senza punti di riferimento. Deve  esserci  qualcuno  che  costruisce  i  ponti,  le  strade,  i  vicoli  che  tagliano  in  due  le  arterie  principali  per  abbreviarci il cammino quando siamo diventati abbastanza  abili  da  camminare  speditamente.  Noi  poi,  dentro  la  testa,  rinominiamo quegli oggetti per ritrovarli facilmente. Ma io  alcuni  li  ho  dimenticati  subito  e  gli  altri  vanno  e  vengono  come  sabbia  nella  clessidra.  Però  se  il  panorama  cambia  troppo rapidamente mi sento smarrito e anche se mi sforzo  di  esumare  i  luoghi,  com’erano  prima,  è  tutto  inutile.  Perché  le  immagini  sono  come  un  ponte.  Dopo  la  demolizione, nello spazio vuoto, restano solo i moncherini  aggrovigliati  di  fili  metallici:  il  treno  passerà  da  un’altra  parte, ma non so dove, e io non riuscirò a trovare la strada. La folla, in piazza Matteotti (ho dovuto leggere la targa di  pietra  in  cima  al  muro  di  fronte),  davanti  alla  stazione,  sciama scompostamente in tutte le direzioni. Ognuno però  con  un  orientamento  netto,  preciso.  Cioè  sanno  dove  andare, mentre io rimango immobile dentro lo spazio vuoto  151

che prima era un ponte. Mi abbandono a quel vuoto senza  nemmeno  la  speranza  di  un  appiglio,  è  come  morire.  Il  mistero delle superfici vuote che diventano talmente piene  da  poterne  seguire  il  perimetro  con  le  dita,  e  si  disfano,  prima o poi, senza nemmeno il ricordo nell’aria. Ogni  volta  che  tento  un  passo  mi  assale  l’incertezza.  È  vero, so che è tardi, devo andare. Ma per andare da qualche  parte devo decidere la direzione, ed è come riempire i miei  buchi con qualcosa molto più duro di uno sforzo di volontà.  Se decido, poi non ho problemi con la volontà, magari mi  lascio andare ma cammino comunque. Ma senza il ponte la  fatica è tremenda. A poco a poco, continuando ad entrare ed uscire dalla mia  consapevolezza  del  luogo,  noto  che  la  folla  traccia  delle  forme precise nel suo fluire e rifluire al centro della piazza.  Prima  non  ci  avevo  fatto  caso.  Ognuno  segue  la  sua  direzione,  ma  tutti  insieme,  impercettibilmente,  creano  delle  tracce.  Se  avessi  una  matita  rosso­blu  con  me  potrei  sottolinearle, per tenerle meglio a mente. In  un  punto  la  massa  si  coagula  densa,  come  un  trombo  duro  nelle  arterie  principali  di  questa  città.  Fluisce  lentamente, addensandosi. Inizio a camminare seguendo la  traccia  corposa  di  gente  che  cammina,  spintonandosi,  urtandosi.  Una  fiumana  di  carne  che  si  precipita  in  quella  direzione, come una guaina attorno alla mia trama sfibrata.  Ho sentito dire a qualcuno che vanno verso il ponte. “Dove  prima c’era il ponte della ferrovia?” chiedo ansiosamente. Nessuno lo sa. Ma andiamo insieme.

152

SUL TETTO DEL MONDO di Marco Muzzi

Le  avevano  detto  che  il  suo  nome  traeva  origine  dalla  Luna, e con essa poteva crescere e ciclicamente rinnovarsi,  le  avevano  detto  di  chiamarsi  Thana,  e  che  i  raggi  della  luna  l’avrebbero  protetta,  come  la  giovinetta  che  nel  pericolo di essere violata venne soccorsa da essi, uccidendo  il  persecutore.  Le  avevano  anche  detto  che  la  Luna  che  si  arrampicava  sulla  sommità  della  volta  oscura  era  intoccabile, ma i raggi l’avrebbero attinta egualmente, non  vi  era  necessità  dunque  di  arrampicarsi  per  esserle  più  prossima,  tanto  meno  per  raggiungerla.  Thana  era  papacs  del  patriarca  Vel,  che  amava  sopra  ogni  cosa,  perfino  dei  genitori,  tanto  che  qualsiasi  segno  negativo  del  cielo,  dei  boschi o degli animali era oggetto di consulenza benevola  dell’avo. “Papa,  che  vuol  dire  quando  il  passero  cambia  direzione  con una capriola?” “Papa,  ho  sognato  la  capra  destinata  al  sacrificio  che  mi  parlava, che significa?” Papa  (l’avo),  che  degli  aruspici  aveva  appreso  la  nobile  arte,    trovava  sempre  una  risposta  pronta,  leggeva  le  interiora  e  dispensava  consigli  e  saggezza,  sebbene Thana  richiedesse  più  del  dovuto  e  si  tentava  di  carpire  responsi  oltre  il  necessario,  carezzando  il  capo  all’avo,  come  ogni  nipote sa fare per intenerire e ottenere il regalo sperato. Ma  Thana  andava  oltre  e  il  fascino  della  Luna  non  l’abbandonava;  aveva  sentito  dire  che  la  sommità  del  monte  era  raggiungibile  da  un  sentiero  più  visibile  al  crepuscolo  che  durante  il  giorno,  per  cui  ogni  sera  di  plenilunio  (o  anche  qualche  giorno  prima  o  dopo)  si  inerpicava dopo essersi tolta gli stivaletti a punta e essersi  calzata  i  sandali,    per  il  suo  particolare  rito  si  cingeva  la  vita con i rami di un’erba profumata e si metteva il tutulus  153

per poi scoprire il capo all’ultimo, liberare i capelli quando  giungesse  alla  sommità  del  monte,  lasciando  scintillare  la  chioma  ai  riflessi  lunari.  Più  saliva,  più  sentiva  una  leggerezza nell’animo, le disgrazie che avevano costretto la  famiglia ad abbandonare i lussi antichi e la scomparsa della  madre  diventavano  più  sopportabili,  sentiva  una  forza  sovrannaturale che la portava quasi a correre, salendo, per  raggiungere  il  prima  possibile  la  punta  del  monte.  La  montagna,  era  appuntita  alla  sommità  da  una  cresta  rocciosa non facile da arrampicare, ma le membra giovani  e la leggerezza del corpo di Thana non offrivano resistenza  e  la  ragazza  raggiungeva  con  rapidità  fulminea  la  punta.  Sulla  vetta  osservava  i  campi,  la  vallata  delle  abitazioni,  che  insieme  alla  sua,  costituivano  uno  dei  centri  più  importanti, l’orizzonte era sfumato dal chiarore bianco latte  e  quando  alzava  gli  occhi,  il  satellite  appariva  con  un  pallore  accecante,  un  lume  freddo  che  per  un  istante  le  infastidiva l’iride. Sulla vetta Thana si sentiva l’essere vivente più in alto di  tutti,  le  piaceva  pensare  di  essere  privilegiata  e  di  avere  libero  accesso  ai  segreti  della  notte,  libera  com’era  di  staccarsi dal suolo, a due bracciate dal cielo.

154

EUPHORIA di Marco Filipazzi

La luce è soffusa. La grande sala è appannata di fumo. La  musica  rimbomba.  La  massa  brulica,  si  muove  come  un  cumulo di formiche intrappolate che stanno per impazzire,  ma anche in mezzo a loro la scorgo. La sua massa di capelli  arancioni  si  agita  forsennata.  Cattura  subito  la  mia  attenzione. Finisco  la  birra  d’un  fiato  e  le  vado  incontro.  Getto  il  bicchiere  di  plastica  a  terra,  un  secondo  dopo  viene  calpestato  sotto  una  miriade  di  suole  sporche.  Mi  faccio  largo  tra  la  folla.  Quando  la  raggiungo  lei  non  mi  nota  subito.  Continua  a  dimenarsi  al  suono  di  quel  punk  frastornante. Ac/Dc. Ramones. Germs. Emana un odore di  fumo  e  sudore.  Ha  una  minigonna  rosa  shocking  con  motivo  scozzese.  Le  calze  a  rete  bucate.  Una  maglietta  scolorita  dei  Punkreas  annodata  a  scoprirle  la  pancia.  Un  borsello  borchiato,  tempestato  di  spille  tonde,  portato  a  tracolla.  Le  sobbalza  su  un  fianco.  Finalmente  si  gira.  Si  accorge di me. Mi fulmina con lo sguardo. Mi cattura. La  canzone  cambia.  Balliamo  insieme  quella  canzone  stonata.  Al  secondo  ritornello  lei  si  getta  verso  di  me,  le  braccia  attorno  al  mio  collo,  e  mi  ficca  la  lingua  in  bocca  con tanta violenza che quasi mi fa male. È una forza della  natura. Non so come si chiama, ma per me è la Regina del  Punk.  Si  struscia  un  po’,  poi  avvicina  la  bocca  al  mio  orecchio e sussurra. “Vieni con me.” Mastica una gomma. Prendendomi per mano mi trascina tra la folla. Mi porta in  bagno. Mi spinge dentro uno dei cessi e chiude la porta. La  serratura scatta. Clack! Il fetore di piscio e fumo e vomito  è  insopportabile.  Lo  sguardo  di  lei  è  lucido  di  libido.  Suppongo debba esserlo anche il mio. Con foga mi slaccia  i  pantaloni  e  a  quel  punto  sono  disposto  a  farmi  fare  di  tutto. Di tutto. 155

“Sei  carino”  dice  lei.  Si  toglie  la  gomma  dalla  bocca  e  l’incolla  alla  parete.  Rovista  nel  borsello  con  una  mano,  con l’altra si infila nei miei boxer. “Anche tu non sei male” dico. Le parole mi escono come  un  mugugno.  Lei  sorride  maliziosa.  Mi  poggia  una  mano  sullo sterno e mi costringe a sedermi sul water. “Hai  qualcosa  per  mandarci  in  orbita?”  si  mette  a  cavalcioni su di me.  Sorrido. Un sorriso da ebete. Mi metto una mano in tasca  e le agito davanti al naso un sacchetto. Dentro ci sono delle  pastiglie rosse. Pastiglie di Euphoria. Quanto di più potente  esista sul mercato per mandarti in orbita e fare punk tutta la  notte. Fresche fresche dalla Colombia. Il suo viso si contrae  in una smorfia di sadico piacere. Mi toglie il sacchetto dalle  mani. Si toglie da sopra di me. Pantaloni e boxer ricadono  a  terra,  sul  pavimento  sudicio.  Si  acciambellano  intorno  alle mie caviglie. “Rilassati” mi dice. Mi ordina. Getto la testa all’indietro,  l’appoggio contro il muro. Chiudo gli occhi. Mi concentro  sul piacere. Poi tutto accade in meno di un secondo. Mi  sento  accarezzare  la  gola  dalle  sue  dita  fredde.  Un  brivido  mi  percorre  la  schiena.  Mi  scende  giù  nello  stomaco. Riapro gli occhi e provo a dire qualcosa. L’unico  suono  che  mi  esce  dalla  gola  è  un  rantolo  strozzato.  Attorno  a  me  le  pareti  del  bagno  sono  affrescate  con  glifi  rossi. Rosso sangue. Mio sangue. Alzo gli occhi su di lei. Si  è  appiattita  contro  la  porta  del  bagno.  Alcuni  schizzi  di  sangue le hanno rigato la maglietta. La pancia. Mi porto le  mani alla gola come per cercare conferma. Si, sono io che  sanguino.  Noto  un  taglierino  nella  sua  mano.  Gocciola  gocce  vermiglie.  Lei  sorride  malefica.  Attende  la  mia  morte. Mentre  le  forze  mi  abbandonano  la  vedo  sfilarsi  la  parrucca arancione. Una cascata di capelli neri, lisci come  spaghetti, le ricadono sulle spalle. Solo allora la riconosco.  Una  delle  puttane  di  Don  Fernando.  La  più  pericolosa.  Il  156

suo nome d’arte è Black Julie, mi pare. Ed io mi sono fatto  inculare una partita di Euphoria per un pompino. In  fondo,  forse,  meglio  morire  così  che  affrontare  il  mio  boss.

157

NOTTURNO D'AMORE di Giulia Riccò (101 Parole)

Seduta in giardino, guardavo le stelle.  Improvvisamente le sue mani si posarono sulle mie spalle,  e mi baciò sul collo. «Vieni dentro?» mi chiese dolcemente. «No, fa caldo, e voglio le stelle come spettatrici» gli dissi  alzandomi  e  attirandolo  a  me.  Lo  baciai.  Cominciammo  a  spogliarci  l’un  l’altra.  Piano  mi  allargò  le  gambe  e  cominciò a farmi godere con le sue mani forti e delicate. Lo  fermai e lo sdraiai sull’erba mettendomi sopra di lui. «Oggi  comando  io»  gli  sussurrai.  Lo  possedei  con  dolce  passione  fino  a  che  le  nostre  urla  di  piacere  non  fecero  arrossire le stelle che osservano invidiose. 

158

IL TEMPIO di GM Willo

Dio  mi  ha  parlato  attraverso  un  canale  criptato.  Era  lui,  adesso lo so. Al  Tempio  le  anime  venivano  e  andavano,  più  per  curiosare che per altro. Il server poteva ospitare fino ad un  miliardo  di visitatori, ma a volte era costretto a rallentare.  Le anime non si lamentavano. Pensavano che facesse parte  della  visione,  e  poi  il  servizio  era  pagato  dalla  pubblicità  all’entrata,  o  almeno  così  tutti  credevano;  Midas,  la  bibita  del  profeta.  Chi  non  era  soddisfatto  del  servizio  o  se  ne  andava o se ne stava zitto. Facevamo  un  mucchio  di  soldi  io  e  il  prete.  Il  prete  l’avevo conosciuto dentro una blind­orgy, quell’esperienze  di sesso random che andavano di moda lo scorso anno. Non  erano  male,  ma  poi  quando  hanno  cominciato  a  usare  le  ragazze  spot  mi  sono  scocciato.  Mi  ero  beccato  molte  più  spinte  pubblicitarie  di  quanto  potessi  soffrire.  Me  ne  accorsi  quando  mi  risvegliai  d’improvviso  davanti  a  uno  scaffale di sapone per l’igiene intima. Dissi basta, e tornai  alle  normali  pink­chat.  Però  rimasi  in  contatto  con  questo  Thomas  Serpe,  come  si  faceva  chiamare.  Ci  eravamo  incontrati in una di quelle situazioni estreme di gioco; isola  di sabbia bianca, palme color verde smeraldo e un centinaio  di ragazze in bikini a nostra completa disposizione. ­  Questi  fanno  un  mucchio  di  soldoni  con  gli  innesti  pubblicitari – dissi io, mentre afferravo per la vita un paio  di bionde. ­ Appena esco mi faccio un bel lavaggio. Se vuoi ti passo  il programma?­ offrì lui. ­  Volentieri.  Maledetti  spot!  Però  adesso  funziona  tutto  così. ­ ­ Beh, non ci sono solo gli spot? ­ ­ Che vorresti dire? ­ 159

­ Ho un progetto in mente ma mi manca liquidità. Se vuoi  te ne parlo, "fuori" però… ­ E così ci demmo appuntamento  in un locale del centro, uno dei pochi rimasti ancora attivi  "fuori". Metà dei clienti era comunque attaccata al deck del  tavolino,  con  le  bevande  lasciate  a  mezzo  e  ormai  trasformate in brodaglie imbevibili. Thomas  era  vestito  come  un  vero  uomo  d’affari,  con  un  completo beige di marca e una valigetta di pelle nera. Forse  voleva  fare  impressione,  oppure  gli  piaceva  vestirsi  bene.  Non mi sentivo a disagio con i miei jeans, specialmente in  quel locale defilato. ­ Cosa posso offrirti? ­ ­ Una birra va benissimo. ­ Quella  sera  fondammo  il Tempio,  qualcosa  di  veramente  sensazionale. Qual’è il migliore settore per fare affari dopo il porno? La  droga,  è  ovvio.  E  dopo  quella?  La  religione…  miliardi  di  consumatori  sparsi  in  tutto  il  mondo.  Adesso  immaginate  un  mercato  che  fa  convergere  questi  ultimi  due.  Ecco  che  cos’era  il  Tempio.  La  promessa  di  vedere  dio,  di  poterci  parlare,  di  poterlo  addirittura  toccare,  questo  era  ciò  che  vendevamo  io  e  il  prete.  Ovviamente  nessuno  sospettava  che elevassimo le anime con le ultime sinto­droghe digitali  in  circolazione.  I  fedeli  entravano  in  chiesa,  vedevano  la  pubblicità  della  bibita  e  si  sedevano  tranquilli  davanti  alle  effigi  sacre.  Poi  arrivava  il  prete  per  il  sermone,  e  nel  frattempo  un  programma  ghost  alterava  le  derivazioni  dei  clienti  con  un  boost  di  roba  ben  tagliata.  La  visione  era  assicurata  e  gratuita,  almeno  la  prima  volta.  Se  poi  l’esperienza  divina  ti  prendeva  bene  potevi  sempre  abbonarti; dodicimila crediti l’anno. Dopo il primo mese di  attività avevamo già quattrocentomila registrazioni in PRO,  e un traffico di due milioni di visite al giorno. Il mio conto  in banca nel frattempo era decuplicato. Gli sbirri avevano annusato la roba, ma noi saltavamo da  un  server  all’altro  con  la  rapidità  di  una  cavalletta.  Era  160

praticamente  impossibile  risalire  ai  nostri  indirizzi  e  conti  correnti.  Qualcuno  dette  l’allarme,  ma  la  gente  preferisce  credere al divino che alla cruda realtà, e come biasimarla. Il  Tempio era il luogo della rivelazione, la cosa più sacra mai  accaduta  dall’invenzione  della  fibra  ottica.  Alcuni  interruppero  l’abbonamento  quando  la  voce  sulla  droga  venne  fuori,  ma  fu  una  goccia  nell’oceano.  L’afflusso  di  visite  ci  costrinse  ad  investire  e  ad  esporci  di  più.  Per  mantenere  la  reputazione  non  potevamo  più  nasconderci.  Contattai un vecchio amico che ci sapeva fare e, sotto lauto  compenso, gli chiesi di insabbiare il programma ghost che  innestava  la  roba.  Se  ne  uscì  fuori  con  un  piccolo  capolavoro.  Gli  sbirri  potevano  piombare  sul  server  in  qualunque  momento  e  non  avrebbero  trovato  niente  di  strano.  Eravamo  pronti  ad  uscire  dalla  tana  e  a  fare  un  mucchio di soldi. Alla fine dell’anno il Tempio era la sensazione. Quindici  milioni di iscritti e cento milioni di visitatori. Io e il prete  avremmo  potuto  ritirarci  davvero  su  un’isola  deserta  insieme  a  un  centinaio  di  ragazze  in  carne  e  ossa,  invece  rimanevamo  attaccati  al  deck,  fino  a  venti  ore  il  giorno.  Perché  il  denaro  è  una  fottutissima  droga,  la  peggiore  di  tutti. Credetemi! Sapevamo  che  sarebbe  venuto  il  giorno  in  cui  la  bomba  sarebbe  esplosa. Avevamo  trasformato  milioni  di  fedeli  in  tossicodipendenti. Bussavano alle porte del Tempio ad ogni  ora e non se ne volevano più andare. Si erano avute diverse  overdosi  e  alcuni  casi  fatali  di  disidratazione  al  deck.  Cercammo  di  sedare  le  voci,  mettemmo  la  questione  in  mano  ad  un  buon  avvocato  e  inserimmo  nuove  regole  per  gli  utenti.  Prendemmo  tempo,  ma  sapevamo  entrambi  che  non  poteva  durare.  Il  prete  venne  da  me  un  giorno  e  mi  disse in tutta sincerità che dovevamo staccare tutto, finché  ci  era  concesso.  Io,  accecato  dalla  bramosia,  provai  a  prendere  ancora  un  po’  di  tempo.  Litigammo  e  lui  se  ne  andò sbatacchiando la porta. Non lo rividi mai più. 161

Tirai  avanti  da  solo  per  un  mese,  poi  le  cose  si  fecero  ancora  più  complicate.  Chi  ci  vendeva  la  roba  pretendeva  di  entrare  in  società,  una  questione  che  era  sempre  stata  fuori discussione, ma il prete se n’era andato e da solo non  riuscivo  a  stare  dietro  a  tutto.  I  casini  si  moltiplicarono  velocemente  una  volta  che  gli  spacciatori  presero  sotto  il  loro controllo il programma di innestamento. La roba perse  di  qualità,  le  overdosi  aumentarono,  la  polizia  ci  fu  nuovamente col fiato sul collo. Mentre guardavo rifluire le anime nel Tempio, molte delle  quali si trascinavano come amebe, cercai di dare un senso  alla follia di cui ero stato, insieme a Thomas, l’artefice. Fu  in quell’istante che si aprì una finestra bianca ed accecante,  una  luce  rotta  da  un  cursore  nero  come  lo  spazio  infinito,  un  occhio  abissale  che  lampeggiava  in  alto  a  sinistra.  Le  parole presero forma lentamente, lettera dopo lettera. “Fermati adesso! Te lo ordino.” ­ Chi sei? – domandai, senza accorgermi di tremare. “Fermati,  figlio.  Hai  venduto  abbastanza  bugie  e  falsi  miracoli  da  far  rimpiangere  il  mio  nome  per  almeno  un  altro secolo. Basta!” ­ Vuoi dire che tu… ­ Ma  la  finestra  di  luce  era  già  stata  inghiottita  dalla  matrice. Dio mi ha parlato attraverso un canale criptato. Non posso  provarlo, ma questa è la ragione per la quale ho distrutto il  suo  falso Tempio  e  ho  accettato  di  farmi  questi  venti  anni  dentro la cella di un penitenziario: solo così, forse, riuscirò  a riedificarne uno vero, dentro di me.

162

IL SENSO AUTOCRITICO di Bruno Magnolfi

I ragazzi adesso apparivano tutti abbastanza tranquilli. Si  erano  agitati  nel  pomeriggio,  tutto  per  causa  di  due  o  tre  incomprensioni,  ed  erano  subito  volate  parole  offensive,  frasi di scherno, segnali che dimostravano la scarsa volontà  di  capire  ognuno  le  ragioni  dell’altro.  L’argomento  era  sempre il medesimo: scegliere le strategie più adeguate per  reclutare  sempre  nuovi  sostenitori  della  causa  a  fondamento  della  vita  civile.  Qualcuno  provocatoriamente  aveva  spiegato  che  era  giunto  il  momento  di  dare  una  spallata  ai  modi  garbati  usati  da  sempre  in  quel  gruppo;  i  volantini  e  gli  appelli  non  servivano  a  niente,  aveva  spiegato,  si  doveva  provare  a  percorrere  strade  diverse,  sistemi  per  scrollare  in  maniera  più  forte  le  persone  assopite  davanti  ai  televisori  e  ai  computer.  Qualcun  altro  aveva risposto che era giusto lasciare la libertà di spendere  il  tempo  ognuno  come  voleva,  ed  altri  avevano  incalzato  che unicamente lo stimolo per cambiare le cose era il solo  possibile  elemento  da  introdurre  nella  vita  ordinaria  di  persone  qualsiasi,  alle  quali  tutto  andava  bene  così.  Uno  poi  si  era  alzato  e  aveva  parlato  senza  mezze  parole  di  superficialità e di “opinioni dettate dalla cultura assorbita”,  che  quindi  non  erano  proprie,  bensì  indotte  da  un  sistema  che  portava ciascuno a credere di avere pareri individuali,  ma  che  alla  fine  dei  giochi  erano  quelli  di  tutti,  foggiati  sopra  un  modello  di  disinteresse  diffuso  verso  qualsiasi  diverso argomento. Metà dei ragazzi, a queste parole, si era  scagliata  contro  l’altra  metà:  sembrava  impossibile  che  ogni  persona  non  avesse,  in  base  a  quanto  spiegato,  la  libertà  vera  di  stabilire  che  cosa  era  bello  e  che  cosa  era  brutto,  o  meglio,  che  cosa  a  loro  piaceva  e  che  cosa  risultava  sgradevole,  mentre  gli  altri,  incalzando  con  termini accesi, continuavano a dire che il senso autocritico  163

di  porre  le  cose  era  ormai  inesistente,  e  che  tutto  era  plasmato  dai  mezzi  di  massa,  i  quali  con  facilità  plasmavano  anche  i  pensieri  e  i  cervelli.  Fu  trovato  l’accordo soltanto più tardi, quando ciascuno di loro tornò  sui  suoi  passi,  e  moderando  i  termini  e  i  modi,  fu  deciso  che  si  sarebbe  messo  in  campo  di  nuovo  la  strategia  già  adoprata,  scegliendo  così  di  non  scegliere  niente,  conservando  in  questa  maniera  almeno  ciò  che  era  stato  fino ad allora raggiunto.

164

FRENESIA di Massimo Mangani

Nel traffico congestionato di Firenze, con il mio vecchio  motorino,  mi  trovo  spesso  a  riflettere  sullo  scorrere  della  vita  quotidiana. La routine è sempre la stessa: sveglia alle  6.00, abbondante colazione leggendo la rassegna stampa su  internet,  alle  7.00  sveglia  di  moglie  e  figli  e  fin  qui  la  dimensione  quotidiana  appare  ancora  sostanzialmente  umana.  Dopo  aver  salutato  la  consorte  ed  accompagnato  i  pargoli  a  scuola,  salgo  in  sella  al  mio  vecchio  catorcio  e,  proprio in quel momento, inizia la Frenesia! Con  un  occhio  all’orologio  sul  cruscotto  e  l’altro  alla  strada,  mi  infilo  nella  bolgia  fra  fumo  azzurrognolo,  colpi  di  clacson  e  berci  di  automobilisti  esasperati.  Ogni  sorpasso, ogni incrocio costituiscono un rischio, i pali della  luce  sono  tappezzati  di  fiori  e  foto  di  morti…  più  che  i  viali… il Vietnam! Una piccola emozione, tutte le mattine,  all’apparire  dello  skyline  del  centro  città,  la  Cupola,  il  Campanile,  Palazzo  Vecchio,  poi  nuovamente  nella  ressa  per  accaparrarmi  la  pole­position  ai  semafori  rossi.  Verso  Piazza  Pitti  c’è  un  attimo  di  tregua,  il  traffico  è  ridotto  ai  minimi  termini  grazie  anche  alla  ZTL,  così  posso  percorrere  via  Sant’Agostino  senza  il  terrore  di  essere  schiacciato  da  un  momento  all’altro  da  un  camion  della  nettezza.  Passato  S.  Spirito  ecco  che  faccio  l’incontro.  Proprio  all’incrocio  con  via  de’  Serragli,  fuori  da  una  piccola  bottega,  come  poche  sono  rimaste  in  città,  un  anziano  se  ne  sta  seduto  su  una  seggiolina  di  vimini.  Ufficialmente  è  un  venditore  di  libri  usati,  basta  sbirciare  nel suo negozio per rendersene conto… in realtà osserva…  Richiama alla memoria quei filosofi greci, studiati sui libri,  che  praticavano  l’Agorazein,  l’osservazione  del  genere  umano in piazza! Ebbene sì, con un’aria serafica che mi fa  un’invidia pazzesca, il vecchietto osserva lo scorrere della  165

quotidianità  e  quando  qualcuno  gli  passa  davanti  a  passo  svelto,  lui  sorride  e  saluta…  la  cosa  straordinaria  è  che  tutti,  di  fronte  a  quel  disarmante  atto  umano,  rallentano  il  passo e ricambiano il saluto. Sorride, saluta, osserva… sorride, saluta, osserva… Dall’interno  della  mia  boccia  di  vetro  sposto  lo  sguardo  sull’anziano signore, pronto a distoglierlo immediatamente  qualora  venisse  ricambiato.  Tutte  le  mattine  mi  chiedo  come  abbia  fatto  il  venditore  di  libri  usati  a  non  lasciarsi  coinvolgere  dalla  frenesia  del  mondo  contemporaneo;  confesso  che  la  prima  volta  che,  passando  di  lì  l’ho  visto,  ho  provato un po’ di pena… quella botteguccia malandata  coi  vecchi  libri  accatastati  in  terra,  senza  nessun’insegna,  nessun  espediente  che  possa  attirare  l’attenzione  dei  passanti  occasionali,  che  so,  l’immagine  di  una  donna  nuda… Riflettendo  ho  capito  che  forse  non  avevo  capita  nulla!  Quello  sguardo  sereno,  quel  sorriso  vero  e…  (beh,  ci  ho  messo  un  po’  a  realizzarlo)  beffardo  sono  la  rappresentazione  di  come  dovrebbe  essere  l’umanità  per  poter vivere degnamente. Da un lato il traffico, i fumi che  bruciano  i  polmoni,  i  vaffanculo  pronunciati  per  qualche  metro in più, dall’altro una botteguccia piena di libri usati,  dal cui interno si percepiscono appena, in maniera ovattata,  i  rumori  del  mondo  contemporaneo.  Da  un  lato  facce  incazzate,  congestionate,  dall’altro  lo  sguardo  serafico,  il  sorriso solare! Una mattina, dopo l’ennesimo litigio ad un semaforo con  conseguente svuotamento di bile, sono arrivato davanti alla  bottega  e  come  al  solito  ho  dato  una  sbirciatina…  questa  volta  l’anziano  libraio  mi  ha  anticipato,  i  suoi  occhi  gia  puntati  verso di me. Non fosse stato per il rombo del mio  catorcio  avrei  creduto  di  sognare  quando,  con  il  solito  sorriso  sulle  labbra,  il  libraio  mi  ha  fatto  cenno  di  entrare  nella sua bottega. D’istinto ho sgassato e mi sono involato  verso Piazza del Carmine. 166

Lì per lì mi è mancato il coraggio ma, dato che suppongo  l’invito  sia  sempre  valido,  una  mattina  ho  deciso  che  mi  fermerò… entrerò nella bottega dei libri usati e forse… …non ne uscirò più…

167

TERRORISTA PER FORZA di Bruno Magnolfi (101 Parole)

Vorrei  non  avere  ancora  nelle  orecchie  il  sibilo  delle  sirene. In questura mi trattarono male, mi interrogarono per  tutta  la  notte. A  niente  era  valso  continuare  a  ripetere  che  niente  c’entravo  con  i  terroristi  di  cui  andavano  in  cerca.  Sulla rubrica di quello che avevano preso c’ero anch’io, ma  neanche  io  sapevo  spiegarmi  il  perché.  Infine  arrivò  l’avvocato  d’ufficio  e  mi  disse  di  stare  tranquillo.  Al  processo  mi  condannarono,  mi  fecero  uscire  solo  perché  avevo  la  fedina  penale  pulita.  In  seguito  fui  contattato  dall’organizzazione,  e  così  diventai  terrorista  davvero,  tanto ormai ne avevo la fama. 

168

LO SPETTACOLO DI SPYRA PER IL CAOS di Jonathan Macini

Un demone l’aveva ribattezzata Spyra, e quello era adesso  il suo nome. La via oscura parrebbe la più facile, ma sono  molti  i  sacrifici  che  attendono  colui  che  desidera  entrare  nella  cerchia  dei  prescelti,  e  guardare  oltre  il  velo  dell’oblio, là dove la morte muore e qualcosa di orribile ed  eterno incomincia. La donna attraversava i corridoi del tempio con una torcia  in  mano.  Portava  i  capelli  sciolti,  neri  e  lunghi  fino  alla  vita, e aveva indosso soltanto una veste leggera, blu scura,  che  le  ricadeva  sulle  forme  prosperose,  grossi  seni  dai  turgidi  capezzoli  e  fianchi  sensuali.  Conosceva  tutti  gli  aspetti  di  quel  rituale.  Le  prime  volte  che  se  n’era  servita  era  stata  male,  ma  il  ricordo  dell’umiliazione  e  del  dolore  era  ormai  stato riposto in quei cassetti della mente che un  mago  deve  sapere  tenere  ben  chiusi.  Spyra  avanzava  con  passo deciso, i nudi piedi sulla fredda roccia del pavimento,  il  profumo  di  muschio  e  acqua  stagnante  nelle  narici,  il  rumore  smorzato  delle  cascate  sopra  il  tempio.  Lei  era  la  sacerdotessa  suprema,  divinatrice  e  negromante,  conoscitrice  dei  subdoli  giochi  dei  signori  della  morte.  Aveva  bisogno  del  loro  aiuto,  aveva  bisogno  di  altre  risposte,  e  sapeva  bene  qual’era  il  prezzo  che  doveva  pagare… A volte, anche nella quotidanietá degli eventi più terribili,  ai  quali  ci  si  abitua  perché  la  mente  di  un  uomo  non  ha  confini,  affiorano  dei  ricordi  inaspettati,  non  voluti.  Spyra  ricordò  la  canzone  che  cantava  insieme  a  suo  fratello,  nel  cortile  della  fattoria  in  cui  era  cresciuta,  in  tempi  antecedenti  la  grande  guerra.  Afferrò  una  serie  di  cinque  note,  che  ripeté  nella  sua  testa  per  cercare  di  ricordare  il  resto  del  ritornello,  ma  per  quanto  si  sforzasse  non  ci  riusciva.  Si  sentì  sciocca  a  pensare  a  Demion,  ucciso  169

durante una delle tante scorribande degli orchi. Neanche un  graffio sulla corteccia del suo cuore. Neanche l’accenno di  una lacrima. Era solo la canzone che la turbava, perché non  riusciva a venirne a capo. Era  quasi  giunta  in  fondo  al  corridoio.  Oltre  una  porta  scura  di  legno  e  ferro  vi  era  la  sala  delle  invocazioni.  Laggiù non ci sarebbe stato posto per degli insulsi giochi di  musica.  Cancellò  dalla  mente  il  ritornello  e  appoggiò  la  mano sulla maniglia, avvertendo il freddo contatto col ferro  umido.  Spalancò  la  porta  ed  entrò  in  una  sala  circolare,  rischiarata  lievemente  da  due  bracieri  posti  ai  lati  di  un  altare  di  pietra.  La  temperatura  della  stanza  era  più  temperata,  grazie  ai  due  fuochi,  e  l’aria  leggermente  fumosa.  Spyra  inalò  le  essenze  sparse  sopra  il  fuoco  dai  suoi assistenti, che avevano preparato la sala, assaporando  i  primi  effetti  stordenti  che  aiutavano  il  rituale  evocativo.  Sul  pavimento  sette  cerchi  tracciati  con  della  polvere  d’argento  si  intersecavano  nel  punto  in  cui  si  trovava  l’altare.  Spyra  prese  posto  davanti  al  tavolo  di  roccia,  calcato da strani disegni. Gettò la torcia in un angolo della  stanza  e  appoggiò  le  mani  sulla  fredda  pietra  che  le  stava  davanti. Controllò il respiro, chiuse gli occhi, alzò la testa  e poi incominciò a toccarsi… L’incantesimo  le  salì  alla  bocca  come  un‘entità  distinta  dal  suo  volere.  Con  gli  occhi  chiusi  salmodiò  la  litania  scandendo  perfettamente  ogni  sillaba,  attenta  ad  ogni  cambio  di  tonalità.  Un  errore  poteva  costarle  molto  più  della  vita.  E  mentre  le  parole,  graffianti  e  indecifrabili,  gremivano  le  ombre  della  stanza,  la  mano  dell’evocatrice  scendeva  verso  il  basso,  sotto  la  veste  turchina,  tra  le  insenature  del  piacere. Adeguò  il  movimento  al  ritmo  del  salmodiare, lasciandosi trasportare dalle onde calde che dal  basso  ventre  le  salivano  fino  alle  guance.  Il  canto  salì  di  tonalità  e  di  volume,  la  bocca  carnosa  della  negromante  intrecciava articolati vocaboli di un linguaggio sicuramente  non  umano,  la  luce  dei  bracieri  divenne  più  intensa,  tremolò  e  si  offuscò  alla  cadenza  del  movimento  del  suo  170

bacino. Spyra, ormai preda e predatrice del suo organo del  piacere,  appoggiò  un  piede  sull’altare,  divaricando  al  massimo  le  cosce. Accostò  la  sua  vulva,  piena  e  rossa,  al  bordo  della  pietra  rituale,  continuando  a  sfregarla  avidamente  con  le  sue  dita.  L’evocazione  era  giunta  al  culmine.  Dai  bracieri  una  luce  gialla  ed  abbagliante  si  riversò  nella  stanza.  La  temperatura  era  diventata  quasi  insopportabile.  Rivoli  di  sudore  le  scendevano  copiosi  dal  volto,  deturpato  dagli  spasimi  di  piacere,  ma  lei  non  accennava a fermare la sua ascesa. Si adagiò con la schiena  sulla  fredda  pietra  dell’altare  e  continuò  a  urlare  l’incantesimo, cavalcando onde di piacere inarrestabili. La  porta  era  stata  aperta  e  qualcuno  la  stava  guardando.  Demoni  e  anime  corrotte,  nefandezze  dell’oscurità,  esseri  dimoranti  nel  caos,  frattaglie  di  esistenze  un  tempo  appartenute  all’umanità.  Lo  spettacolo  era  per  loro,  per  invitarle al suo cospetto, e in tal modo poterle corrompere  per un ennesimo bagliore di conoscenza. Il finale le montò  in gola, insieme all’orgasmo. L’ultima parola della canzone  si  perse  in  un  urlo  di  piacere,  infrangendosi  sui  bracieri  e  spegnendoli  definitivamente.  L’oscurità  l’avvolse,  ma  non  aveva bisogno di vedere chi era entrato nella stanza. Spyra  rimase  dov’era,  distesa  sull’altare  a  riprendere  fiato,  conscia del drappo scostato. «Ti è piaciuto lo spettacolo, demone?» «Come  sempre,  Spyra»  rispose  una  voce  grave  come  la  notte delle notti. «Allora  adesso  mi  dirai  ciò  che  ho  desiderio  di  conoscere…» «Certo,  tesoro»  disse  il  demone.  «Poi  ci  divertiremo  un  po’…»

171

CERCHI DI FUMO di Miriam Carnimeo

L’ennesima partenza nel viaggio di una vita.. Ancora abbracciata alla notte, guardo i primi occhi di luce  venir  fuori  dal  morbido  grigiore.  I  sassi  della  strada  sono  ancora  illuminati  dalle  stelle  basse  ed  i  neon  riflessi  sui  piccoli tavolini, lasciano spiare scarpe rosse di donne dietro  muretti e finestre crepitanti di fuochi e coperte avvolgenti.  La pioggia lucida di specchi, ondeggia su figure di ombrelli  dietro porte che chiudendosi fanno vibrare l’acqua rimasta  a  guardare.  C’è  una  donna  affacciata  ad  un  balcone,  si  muove vibrante al ritmo del vento, con capelli, erba e fiori,  che si muovono nello stesso movimento. Fa muovere il suo  piede  attraverso  una  ringhiera  per  stendere  bene  una  gamba,  dopo  tanto  cammino  il  vento  le  arrossa  la  faccia  con  un  sorriso  senza  fretta,  sagome  e  contorni,  persi,  tra  l’ombra scura dietro di se di un abbraccio ed un tuffo dritto  nella  carne.  Non  trattengo  la  sua  immagine,  ma  vivo  l’atmosfera  con  il  suo  stesso  sapore,  con  quello  stesso  freddo  che  indaga  nelle  ossa,  seccando  la  pelle  nel  vuoto  gridare di uno scroscio. I passi rintronano ormai nella notte,  un pensiero di pietra nei muri ascolta, la storia del silenzio,  tra la calma dei tiepidi movimenti dei fianchi e la tempesta  dei rumori fuori. Spunti per inventarsi la notte, tenda, coperta, cielo rosso,  si riflettono sulla spalla. I pensieri più agili si snodano tra i  fumi  dell’aria  a  riscaldarne  l’invisibile  pelle,  le  luci  colorate  della  strada  ed  i  suoi  slanciati  lamenti. Anche  la  luna  buca  la  notte  come  nero  inchiostro  sulla  carta.  Mi  raccolgo  in  un  letto  con  un  idea  sull’amore,  ha  le  braccia  stese per tener lontano il freddo, i brividi sui vetri, lo strillo  che viene su con la notte. Cerchi  di  fumo  fatti  volare  via  da  un  sospiro,  la  bella  immagine  di  una  bocca  che  si  stringe  in  un  bacio  come  172

fosse  una  risposta.  Si  raggiungono  quei  cerchi  dentro  un  eco.  Niente  più  parole  tra  cieli  fatti  di  strade  e  la  carezza  calda della sorte. Le mani fredde si chiudono tra le gambe,  i pensieri finalmente respirano e bagnati aspettano. Sia  benvenuta  la  pioggia,  i  piedi  fradici  ed  i  capelli  a  coprire gli occhi.

173

L'UNICORNO di Aeribella Lastelle (101 Parole)

L’unicorno  era  confinato  in  un  recinto  di  filo  spinato  e  corrente  elettrica.  I  dottori  gli  facevano  di  continuo  dei  prelievi  per  trasformare  il  suo  sangue  dorato  in  costose  medicine.  Gli  scienziati  invece  studiavano  i  suoi  poteri  telepatici per applicarli all’industria bellica. Un cameraman  lo  seguiva  ventiquattro  ore  su  ventiquattro  per  il  reality  show  più  in  voga  del  momento.  Ogni  tanto  la  creatura  guardava  dritta  nell’occhio  della  telecamera,  come  se  volesse parlare al suo accalorato pubblico. Di solito in quel  preciso istante partiva lo stacco pubblicitario, per ricordare  alla  gente  che,  malgrado  gli  orrori  e  le  ingiustizie,  lo  spettacolo doveva andare avanti.

174

LA MEMORIA DEL SASSO di Dario De Giacomo

Mi  accade  così,  all’improvviso,  di  scoprire  che  la  mia  casa è un museo di stili scadenti, eppure è ancora familiare,  ma  opprimente  come  un  abbraccio  decrepito.  Poi  il  buio  tracima nelle stanze e avverto la presenza della mia donna. ­ Non ho fatto niente io. ­ Quelle parole di Milena naufragano ad intermittenza sulla  mia  esasperazione.  Pugno  batte  carta,  la  morra  del  nostro  amore. Lei mi tiene sigillato qui dentro casa, con il silenzio  e  la  pelle.  Ma  io  vivo  superfluo  rasente  i  giorni,  perché  è  una  vita  che  mi  assento  spesso  da  me  stesso.  Ci  sono  talmente tanti cassetti chiusi nella mia mente, così zeppi di  rabbia  e  odio  repressi  che  potrei  far  esplodere  questa  palude tra me e lei. Io  cerco  di trovare qualcosa che mi tenga tranquillo. Ma  la notte arriva sempre, cala giù fino in fondo allo stomaco  e  lo  riempie  di  immagini  sconnesse  e  affilate.  Rabbrividisco  quando  il  buio  mi  sorprende,  spiandomi  dallo  spazio  vuoto  tra  i  mobili.  Provo  a  scappare  a  piedi  nudi  sul  pavimento  gelato,  ma  annego  in  quello  spazio  vuoto,  senza  luce,  dove  non  c’e’  colpa  solo  punizione,  nessun  dolore  solo  orrore.  La  pelle  nuda  di  Milena  è  una  sforbiciata  netta  nello  stomaco,  uno  scandaglio  gettato  in  fondo agli incubi, che avvolge di oscurità le mie immagini.  Forse stanotte non riuscirò a diradarle. La  memoria  è  un  sasso  tondo  e  molti  sassi  formano  un  mucchio compatto. Qualcuno me li ha fatti ingoiare tutti in  questi  anni,  però  è  strano  che  questa  notte  li  senta  più  pesanti.  Milena  sta  rannicchiata  contro  la  parete,  con  la  testa  chinata  in  avanti  diventa  piccola  piccola.  Le  braccia  magre sono strette intorno al corpo, i capelli le nascondono  lo  sguardo.  La  sua  innocenza  ha  uno  spessore,  ragiona  di  175

neri  desideri  e  si  struscia  pesante,  lasciando  le  sue  tracce  addosso a me. La sua ingenuità diventa minuscola, vittima  di quella stanza enorme che la contiene. ­ Io non ho fatto niente – ripete. Ma il colpevole non è l’assassino, è la vittima. Milena ha  imparato  a  resistere  senza  muoversi.  La  lapido  con  i  miei  sassi e lei si copre il volto con le mani, perché ha paura che  possa scoprire qualcosa dentro il suo sguardo. Anni oscuri,  molti  anni  di  dolorose  memorie  si  sfaldano  in  quel  gesto,  sgretolandosi  un  secondo  dopo  l´altro.  Il  nostro  passato  marcisce nero, come un dente marcio che ci ha storditi per  mesi  ed  ora  ci  solletica,  di  tanto  in  tanto,  con  una  fitta  estranea.  C´è  un  lungo  istante  in  cui  le  parole  divampano  come la brace, ma salgono verso l´alto in spirali di fumo e  scompaiono, portandosi dietro il loro significato. ­ Sono stata iniziata al sesso con la violenza. ­ ­ Dentro ogni gesto che fai – le dico – sento che usi la tua  vita per disarmare la mia. ­ Ma era ineluttabile che la sopraffacessero, necessario. Lei  usa  il  suo  sesso  con  gli  uomini  come  si  usa  un  bisturi,  affondandolo dove sono più sensibili, incidendo i loro nervi  scoperti e provocando dolore. Sì, molto dolore. Il perverso  gioco  di  Milena,  la  sopraffazione,  una  slot  machine  per  guadagnare la loro fiducia: ottengono quello che vogliono,  quando  lo  vogliono.  Si  avvolge  rampicante  dentro  il  loro  orgoglio, fino allo spasimo dell’umiliazione. Allora affonda  il  bisturi  ben  affilato.  Dolore.  Poi  li  umilia  con  le  loro  stesse  parole,  tra  le  sue  mani  quelle  parole  diventano  cera  liquida  che  si  scioglie  sui  corpi.  Bastarda,  la  eccita  umiliarli.  Ma  non  umiliarli  davanti  agli  altri,  no,  deve  umiliarli  davanti  a  loro  stessi.  Ride  quando  si  torturano  le  loro virilità inermi per lei. Ora  i  sassi  mi  pesano  nello  stomaco,  mi  fanno  male.  La  notte  sa  bene  come  cucire  insieme  le  immagini  dentro  la  mia  testa.  Una  depressione  fredda  nelle  viscere,  lei  che  sculetta  su  tacchi  altissimi  e  tutti  la  guardano.  Milena  guarda  gli  uomini  negli  occhi,  non  li  spia,  li  guarda  176

affamata.  Sto  gelando.  Sussurra  frasi  ambigue  gli  altri,  a  me invece sorride, con quel sorriso che mi inchioda ad una  colpa. Una colpa mia, mia, mia! Prima  Milena  ha  telefonato  a  qualcuno,  la  sentivo  ridere  forte,  sguaiata.  Fa  caldo  ora.  Ascolto  la  sua  voce  e  sto  meglio, ma poi odierò il suo tono mellifluo. Lo so. Sempre  uguale.  Carta  batte  pugno,  la  nostra  morra  d’amore.  La  colpa di Milena è vivere. Vivere ingenuamente in un corpo  insinuante.  Un’anima  sottile  dentro  una  carne  enorme  e  nera. Il suo movente, forse, l’ingenuità. Ho  voglia  di  farla  finita,  con  questa  notte  e  con  tutte  le  altre.  Le  mie  mani  stringono  la  sua  gola,  è  calda,  pulsa  ancora  sensualmente.  Si  contorce  come  se  danzasse  e  ancora  non  riesco  ad  uccidere  la  sua  ingenuità.  Gli  occhi  neri sbiancano appena, liquidi di una voglia nuova. ­ Non ho fatto niente, io – lo dice di nuovo. ­ Lo so. Ora lo so davvero. Buonanotte amore mio.­

177

LE REGOLI SOCIALI di Bruno Magnolfi

L’interminabile  corridoio  dal  pavimento  di  piastrelle  chiare e lucide lasciava intravedere, lungo i muri a destra e  a  sinistra,  due  serie  di  porte  grigie  posizionate  in  maniera  regolare  e  simmetrica  tra  loro,  e  la  sala  d’attesa  a  quegli  uffici,  ricavata  mediante  batterie  di  sedie  collegate  tra  di  loro  e  poste  in  quattro  o  cinque  file  uniformi  nella  larga  sala che fronteggiava il corridoio stesso, era piena a metà di  persone  che  attendevano  pazienti  il  proprio  turno. Andrea  era appena arrivato, si era seduto nel primo posto libero che  aveva  visto  osservando  contemporaneamente  il  suo  talloncino  numerato  distribuito  da  una  apposita  macchina  all’entrata, confrontandolo con l’altro numero che riportava  il  grande  tabellone  elettronico  che  fronteggiava  tutta  la  stanza. Aveva  immediatamente  dedotto  tra  sé  che  avrebbe  schiacciato  in  quella  sala  d’attesa  non  meno  di  una  mezz’ora, forse anche molto di più, così aveva cercato con  lo  sguardo  un  qualche  elemento  confortevole  che  gli  potesse  far  trascorrere  quel  tempo  nella  maniera  migliore.  Ma  poco  dopo  era  arrivata  lei,  apparentemente  una  donna  qualsiasi, forse quasi timida, ma di un modo di intendere la  timidezza  assolutamente  fuori  dal  comune.  Non  aveva  numero,  naturalmente,  solo  una  strana  cartella  con  dentro  fogli e documenti: si era soffermata un momento, quasi per  prendere fiato, poi a voce alta aveva chiesto, senza riferirsi  a nessuno di preciso, ma neanche parlando proprio a tutti,  come  funzionasse  il  meccanismo  per  accedere  agli  uffici.  Qualcuno  razionalmente  le  aveva  detto  del  numero  in  funzione  di  ciò  che  aveva  da  trattare,  ma  quasi  subito  lei  aveva tirato fuori le sue carte, spiegando le proprie cose e  coinvolgendo  più  persone  circa  i  propri  guai.  I  suoi  argomenti  erano  particolari,  ma  ciò  che  più  colpiva  era  l’ingenuità  con  cui  manifestava  le  sue  cose,  come  se  178

rifiutasse  l’accesso  a  regole  sociali  da  tutti  accettate  e  confermate.  Infine  si  era  stufata,  forse  anche  troppo  in  fretta,  di  tutte  le  raccomandazioni  che  sembravano  continuare a farle le due o tre persone che si erano occupate  di  lei,  e  togliendo  d’improvviso  interesse  e  importanza  a  ciò che aveva chiesto fino allora si era seduta casualmente  accanto  ad  Andrea,  dopo  essersi  fatta  consegnare  un  talloncino numerato da qualcuno dei presenti più gentile e  paziente degli altri. Aveva subito sistemato bene quei fogli  all’interno  della  sua  cartella,  tolto  il  soprabito,  ravviato  i  capelli lunghi e sciolti, sistemato con attenzione e in modo  adeguato  il proprio corpo sopra la sua sedia, accavallando  le  gambe  in  due  o  tre  maniere  differenti,  invadendo  di  profumo  l’aria  intorno  e  guardando  dappertutto  come  per  carpire  qualcosa  che  ancora  non  le  era  perfettamente  chiaro. Poi, come se non avesse ascoltato niente fino allora,  aveva  chiesto ad Andrea con fare distaccato, ma con voce  calma  e  pacata,  se  era  giusto  l’ufficio  al  quale  era  stata  consigliata di rivolgersi, e se andava bene fare tutta quella  attesa per quei suoi piccoli problemi. Andrea, nella risposta  aveva  usato  il  minimo  di  parole  disponibili,  cercando  di  sviare l’interesse verso di lui, ma lei aveva insistito subito  pungolandolo  con  due  o  tre  domande  abbastanza  dirette  alle  quali  era  impossibile  non  dare  seguito.  Era  venuta  in  soccorso  la persona accanto, che aveva detto il suo parere  in modo simpatico e puntuale, ma a lei evidentemente non  interessava  affatto  far  parlare  qualcuno  che  non  fosse  chi  aveva deciso, così aveva chiesto ad Andrea se le teneva il  posto  mentre  lei  cercava  il  bagno.  Tornò  in  un  attimo,  ringraziando  con  larghi  sorrisi  e  con  apprezzamenti  impersonali  per  quegli  uffici,  cosa  alla  quale  Andrea  si  mostrò  subito  solidale.  Infine,  sempre  parlando,  si  alzò  immediatamente quando si aprì la prima porta grigia lungo  il corridoio, sparendo dentro a quell’ufficio e lasciando tutti  come scemi.

179

NATALE AL BAR di Gano

È  una  di  quelle  giornate  fredde  di  dicembre  in  cui  hai  bisogno  sicuramente  del  doppio  calzino,  specialmente  se  i  calzini  ce  l’hai  tutti  bucati.  È  un  vecchio  trucco  quello  di  metterne due paia per tappare i buchi, ed io li conosco tutti  i vecchi trucchi. A dicembre, se il sole basso abbaglia, vuol  dire  che  fa  un  freddo  della  madonna. Te  ne  accorgi  anche  dai  vetri  delle  finestre  appena  metti  il  naso  fuori  dalle  coperte,  però  non  ce  la  fai  a  rimanere  a  letto  perché  quel  sole è proprio una meraviglia, pare quasi dipinto e forse lo  è per davvero, ti chiedi perplesso picchiettando con l’indice  la colonnina di mercurio in terrazza, che durante la notte è  scesa abbondantemente sotto lo zero. Ti avvii in cucina per  preparare il caffè e ti accorgi che ti hanno appena tagliato il  gas. Ti spieghi il freddo padrone della stanza, ti spieghi le  bollette abbandonate ancora chiuse sullo scaffale, ti spieghi  anche perché il mondo faccia così schifo; tagliare il gas ad  un povero cristo proprio la vigilia di Natale. Quasi quasi ti  vien da ridere, se solo il freddo non ti avesse paralizzato i  muscoli della faccia. Unica soluzione; il bar. Spingi la porta a vetri e subito ti rendi conto che non sei il  solo  ad  averla  pensata  alla  stessa  maniera.  Certo  non  è  proprio Natale, è solo la vigilia, ma tutti sanno che il 25 il  bar  resta  chiuso  e  quindi  è  meglio  approfittarne.  I  tavoli  sono  già  occupati  dai  soliti  avventori.  Avranno  tagliato  il  gas pure a loro, ti chiedi. E mentre te lo continui a chiedere  ordini  quel  maledetto  caffè  che  non  sei  riuscito  a  farti  a  casa.  La  Giorgia  ha  un  cappellino  rosso  che  è  una  meraviglia.  Ti  sorride  e  si  adopera  a  farti  una  crema  che  sveglierebbe anche Morfeo. «Mettici  un  po’  di  mommo,  tanto  son  gia  le  nove…»  le  dico, e lei sa già dove andare a pescarlo, il mommo. Bevo il  corretto e incomincio il giro. Fantomas col cappuccino e la  180

Gazzetta,  il  Lalli  spaparanzato  con  la  Repubblica,  Giulianino appoggiato al frigo dei gelati con gli occhi persi  su  una  foto  della  Ventura  in  mezzo  al  Venerdì  (sempre  quello  della  Repubblica,  il  giornale  dei  finti  comunisti),  e  poi  c’è  il  Mignozzi  col  telefonino  in  mano  a  messaggiare  alla  ganza,  tutti  in  posizione  come  se  fosse  un  giorno  normale,  ignari  delle  palline  colorate  e  delle  lucine  disseminate per il bar. «Buon  Natale  ,  ragazzi…»  saluto  io.  Nessuno  si  muove.  Tutti fanno finta di nulla, ma è ordinaria amministrazione.  Bisogna aspettare perché la gente del bar c’ha i suoi tempi.  In ritardo, ma una reazione arriva sempre. «Oh  Gano,  anche  oggi  qui  a  rompere  i  coglioni?»  domanda il Lalli da dietro il giornale. Avrete già capito che  personaggio  è  questo  Lalli.  Parlarne  in  maniera  più  dettagliata sarebbe come sparare alla croce rossa. Il Lalli è  semplicemente il Lalli, una grande faccia di culo…. «Che  fanno  i  tuoi  amici  DS  quest’anno?  Tortellini  in  brodo  e  lenticchie a fine anno?» rispondo io, graffiando il  suo cuoricino rosso bandiera. «L’ho sempre saputo io che il Gano è un fascistone» dice  lui  di  rimando.  Ma  in  verità  a  me  la  politica  non  ha  mai  detto  niente.  Destra  e  sinistra,  alla  fine  mi  sembrano  tutti  uguali,  specialmente  in  quest’ultimi  tempi.  A  me  interessano concetti più semplici, diciamo pure basilari, che  alla  fine  son  solo  due;  il  bel  mangiare  e  lo  stare  in  compagnia, cose che tra l’altro si fanno bene insieme, ed è  proprio per questo motivo che propongo un bel pranzo dal  Freddy… «Quando,  domani?»  chiede  Fantomas,  ripiegando  la  Gazzetta. «Si  fa  il  pranzo  di  Natale;  bollito  misto,  tortelli  e  vinello… Che ne dite?» rilancio io. Il  Mignozzi  se  n’esce  fuori  con  una  “’sta  stronza!”,  e  rimette  in  tasca  il  cellulare.  «Io  ci  sono!»  aggiunge,  poi  guadagna l’uscita per accendersi una sigaretta. 181

«Vai,  ci  sono  anch’io»  conferma  Giuliano,  sfogliando  le  cosce della Simona. «E  tu  Lalli,  cosa  ne  dici?»  lo  provoco,  perché  so  che  vorrebbe  dirmi  di  no  per  farmi  uno  spregio,  ma  questo  significherebbe passare il Natale da solo. «Ma, ora ci penso…» risponde lui, ed io so già che dovrò  chiamare il Freddy e prenotare per cinque. «Bene, a posto allora» dico io, poi me ne vado a farmi il  primo cicchetto. È incominciata la vigilia. I santi zampettano un cha­cha­ cha  nei  cieli,  il  vecchio  Santa  ritira  l’assegno  dalla  Cocacola, gli elfetti se lo menano tra di loro, Gesù fa finta  di  rinascere  anche  se  non  è  il  suo  giorno,  i  bimbi  aprono  milioni  di  regali  inutili  e  l’economia  continua  a  macinare  carne umana. Però  le  palline  colorate  e  le  lucine  mettono  tanta  gioia,  non trovate anche voi? «Giorgia, fammene uno…» «Arrivo Gano!»

182

AMBARABACCICCICOCCÒ di Fida (101 Parole)

Rannicchiato  nell'angolo  della  sua  stanza  il  piccolo  Valerio si stringeva le gambe al petto. Con gli occhi chiusi  cantava una canzoncina imparata a scuola, per non sentire  le urla che provenivano dal salotto. Le lacrime scendevano  dai  suoi  occhi,  leggermente  a  mandorla  e  del  colore  del  cielo.  Desiderava  fuggire,  non  essere  lì,  per  non  dover  sopportare  l'ennesima  lite  dei  suoi  genitori;  d'un  tratto  un  ultimo  urlo,  un  rumore  tonfo  alla  porta  e  poi  dei  passi  pesanti  che  si  avvicinavano  veloci.  Una  mano  lo  aveva  afferrato  per  i  capelli  e  trascinato  fuori:  ora  lui,  avrebbe  "preso il resto". 

183

NOTTE SILENTE di Marco Filipazzi

Un  elicottero  tagliò  il  cielo  notturno  come  una  lama  di  rasoio,  gettando  luci  rosse  e  blu  tutt'intorno.  Rallentò  in  prossimità di un'imponente edificio scuro. Dalla finestra il  Commissario  lo  vide  scomparire  dalla  propria  visuale,  immaginandoselo mentre si poggiava delicato sul tetto e un  drappello di poliziotti saltava giù, portandosi dietro il loro  uomo. Tra  le  mani  il  Commissario  si  passò  una  pallina  anti  stress. Aveva  la  fronte  umida  di  sudore  ed  una  morsa  allo  stomaco  di  strana  tensione,  ancestrale  paura.  La  porta  dell'ufficio si spalancò alle sue spalle. “Portatemelo  qui  e  lasciateci  soli”  disse  senza  nemmeno  voltarsi,  senza  nemmeno  ascoltare  veramente.  Quando  l'agente uscì, il commissario attese qualche attimo prima di  andare alla sua scrivania e far sparire la pallina anti stress  dentro  uno  dei  cassetti,  quindi  tornò  davanti  alla  finestra.  Quella pallina gli sarebbe mancata. Il tempo di socchiudere gli occhi, poggiare la testa contro  il  vetro  freddo,  ed  un  rumore  alle  sue  spalle  lo  strappò  di  nuovo  alla  realtà.  Il  Commissario  si  voltò  a  guardare  di  sottecchi,  ed  eccolo  lì.  Il  loro  uomo  se  ne  stava  seduto  all'altro  capo  della  scrivania,  le  mani  legate  dietro  la  schiena, le caviglie ammanettate alla sedia, la testa china ed  una  massa  di  capelli  unti  che  gli  ricadevano  sul  viso.  La  porta  si  richiuse  e  tutto  ripiombò  nella  penombra.  Il  commissario si poggiò con la schiena alla finestra e tacque  per un lungo attimo. I rumori della città notturna arrivavano  da fuori. “Sai,  vedo  persone  come  te  un  giorno  si  e  l'altro  pure,  quindi  non  pensare  di  impressionarmi  con  il  tuo  fare  da  duro,  ok?”  il  Commissario  si  staccò  dalla  finestra  e  andò  184

verso un mobiletto scuro, relegato in un angolo. “Per farti  capire,  negli  ultimi  tre  giorni  ho  avuto  a  che  fare  con  la  reincarnazione  di  Elvis  ed  un  sodomita  di  cani,  tira  tu  le  conclusioni”  prese  una  bottiglia  ed  un  bicchiere  dal  mobiletto. “Questo solo nell'ultima settimana eh, immagina  che ho visto in vent'anni di servizio. Cose da non credere. Il  lato  peggiore  della  specie  umana.  E  adesso  arrivi  tu.  Per  quanto  mi  riguarda  non  mi  fai  né  caldo  né  freddo.  Whisky?” Il tizio tacque. Il Commissario rimise a posto la  bottiglia ed ingollò un sorso di liquore. “Ammetto che la trovata dei canini è stata ingegnosa e la  stampa ci è andata a nozze. Hai regalato un po' di brivido a  questa  città  morta,  il  che  non  è  da  tutti,  ma  lascia  che  ti  spieghi una cosa: Bela Lugosi è morto da un pezzo e come  forse avrai già capito da te, a me non vanno proprio a genio  certe buffonate.” Il  tizio  cacciò  un  rantolo  soffocato  ed  un  filo  di  bava  mista  a  sangue  gli  colò  dal  mento.  Il  Commissario  si  sedette alla scrivania; sospirò, guardò l'ora. “Le tre. La mezzanotte del Diavolo. Un orario perfetto per  la  resa  dei  conti,  no?”  bevve  un  sorso  di  whisky.  “Ora,  voglio che tu sappia che sei fottuto comunque, ma la spada  di  Damocle  qui  la  faccio  io.  Hai  sette  cadaveri  nella  tua  cantina, tutti completamente dissanguati, una prova più che  sufficiente  per  sbatterti  in  un  manicomio  criminale  questa  notte  stessa,  buttare  la  chiave  nel  cesso  e  tirare  lo  sciacquone,  solo  che  abbiamo  un  problema,  non  grandissimo  ma  c'è.  La  scientifica  ha  trovato  tracce  di  un  ottava  vittima.  Macchie  di  sangue  incrostato  in  un  barattolo. Sangue non appartenente a nessuna delle vittime.  Come ho detto, sei fottuto comunque, ma se ci dici dove sta  la numero otto allora forse potrei presentare alla corte una  perizia  clinica  con  su  scritto  che  soffri  di  ematodipsia  o  qualche  altra cazzata del genere e magari ottieni pure uno  sconto  della  pena”  bevve  un'altra  lunga  sorsata.  “Ora  la  palla torna a te, campione.” 185

Nell'oscurità e nel silenzio, fu allora che il tizio parlò per  la prima volta in un sussurro morente. “A cena...” disse. Il Commissario aggrottò la fronte. “Come, prego?” “Non  dove  mangia,  ma  dov'è  mangiato.  Un  concilio  di  politici vermi cena con lui.” “Bravo Amleto, hai studiato Shakespeare, vuoi un dieci in  pagella?  No,  perché  questo  non  ti  aiuterà  a  salvare  il  tuo  culo  secco”  finì  il  whisky  nel  bicchiere,  quindi  si  sporse  sulla scrivania, verso il tizio. Emanava un odore rancido di  cane bagnato. “Dimmi dove hai messo il corpo.” “In  cielo.  Mandatelo  a  cercare  lassù.  Se  poi  non  lo  trovate,  andatevelo  a  cercare,  voi  di  persona,  a  quell'altro  recapito.  Se  non  lo  trovate  neanche  lì,  entro  il  corrente  mese vi salterà lui stesso al naso su per la scala del faro.” Il Commissario agguantò il telefono e compose il numero  di  un  interno.  “Al  faro!  Mandate  subito  una  pattuglia.  E  venite  a  riprendervi questo stronzo tra dieci minuti. Prima  me  lo  torchio  ancora  un  po'...”  dopodiché  riappese.  Senza  esitazioni fece il giro della scrivania ed andò alla porta. Il  tizio seguiva i suoi movimenti con lo sguardo basso, celato  dietro  il  muro  di  capelli.  Il  Commissario  fece  scattare  la  serratura  e  si  allentò  il  nodo  della  cravatta,  quindi  si  avvicinò  alle  spalle  del  tizio.  Si  chinò  su  di  lui  e  gli  fece  scivolar via le manette dai polsi e dalle caviglie. “Senti,  te  lo  dirò  una  sola  volta  e  te  lo  dirò  chiaro.  Ho  preso  in  mano  quest'indagine  dal  quarto  omicidio  in  poi  e  ho fatto di tutto per evitare questo momento, ma tu quando  ti  muovi  sembri  un  elefante  che  si  lascia  dietro  un  olocausto di prove, quindi mi è stato inevitabile catturarti.  Solo che non voglio. Hai reso un grande servizio a questa  città uccidendo i capisaldi di alcuni tra i più pericolosi clan  della città. C'è gente scontenta di ciò, molto scontenta, ma  non  io.  Ho  combattuto  nella  merda  per  una  vita  e  poi  mi  sono  reso  conto  che  la  merda  infestava  anche  questa  centrale.” Il tizio si alzò, voltandosi a fissare il Commissario. 186

“Per  quel  che  mi  riguarda  posso  solo  dirti  grazie.  Hai  avuto  le  palle  di  fare  quello  che  io  ho  solo  e  sempre  sognato.  Far  cagare  addosso  Don  Fernando,  Kiriyama  e  tutto il resto della feccia.” Il  tizio  non  disse  nulla,  solo  un  flebile  spicchio  d'avorio  fece  capolino  attraverso  la  giungla  di  capelli  corvini.  Un  secondo  dopo  il  Commissario  venne  tramortito  da  un  gancio che pareva un tir e finì lungo e disteso a terra. Quando  rinvenne  il  tizio  era  sparito,  di  lui  restava  solo  l'odore rancido dei suoi vestiti. 

187

LA SPIAGGIA di GM Willo

La linea che divide l’acqua dalla sabbia segna il passaggio  tra  due  mondi.  Camminare  seguendo  quella  linea  è  come  galleggiare  in  un  limbo  a  metà  strada  tra  due  verità.  La  spiaggia  è  il  luogo  in  cui  convergono  le  domande.  Le  uniche  risposte  che  sarai  pronto  a  dare  saranno  tracciate  sulla sabbia dai tuoi piedi. Cento, mille, diecimila impronte  lavate  via  dal  vento  e  dalla  risacca.  E  animali  antichi  ti  guarderanno  da  dentro  i  loro  rifugi,  piccole  conchiglie  disseminate  lungo  il  percorso.  Le  loro  risa  stridenti  rimbomberanno tra le galassie più remote del cosmo. Avanzare col sole in faccia è conveniente. Con la scusa di  esserne  accecato  puoi  far  finta  di  non  vedere  quelle  domande, ed ignorare gli scherni degli dei. Il sole ci sa fare,  anche  in  ottobre  avanzato.  Il  sole  è  il  tuo  unico  amico.  L’unico problema è che devi tornare indietro, e allora avrai  il  sole  alle  spalle,  e  si  alzerà  un  vento  bastardo  che  ti  sputerà  ingiurie  in  faccia,  perché  il  vento  arriva  sempre,  prima o poi… Segui  la  linea.  Non  pensare  al  ritorno.  Può  succedere  a  volte  che  la  linea  curvi,  che  una  striscia  di  sabbia  si  protragga verso l’acqua, formando un piccolo appendice di  spiaggia. Quello potrebbe diventare il tuo nuovo obbiettivo. Adesso il sole ti scalda da un lato del volto e dall’altro c’è  il vento che te la canta. Davanti a te la distesa d’acqua è tua  completa  disposizione.  Potresti  anche  approfittarne  per  affogare una ad una quelle domande… Succede  a  volte  che  una  barca  appaia  dal  nulla.  Se  dovesse accadere proprio adesso, sarai pronto a saltarci su,  e a lasciarti alle spalle la spiaggia e tutto il resto?

188

ASSEMBLEA di Bruno Magnolfi

I primi dissensi sugli argomenti di fondo si manifestarono  quando  qualcuno  disse  tra  i  denti  che  così  non  si  sarebbe  andati  lontano.  Le  ultime  riunioni  erano  scivolate  via  in  modo tranquillo ma probabilmente era stata soltanto calma  apparente.  La  sostanza  cambiò  durante  l’ultima  assemblea  generale.  “In  questa  associazione  trovo  che  ormai  l’interesse  individuale  abbia  soppiantato  quello  pubblico”,  disse  uno  appena  avuta  la  parola;  “perciò  dichiaro  che  da  questo  momento  tramonta  la  mia  esperienza  con  voi”.  Ecco, fu come aver rotto la diga, tutti da quel momento si  dichiararono solidali con quella presa di coscienza iniziale,  e  i  più  lo  fecero  in  maniera  verbalmente  violenta,  autoritaria,  quasi  come  se  fino  ad  allora  non  si  fossero  accorti  di  niente,  o  non  volessero  rimanere  tra  quelli  più  silenziosi che pensavano a come salvare il salvabile. Alcuni  dissero  che  se  l’erano  immaginati  fin  dall’inizio  che  tutto  prima  o  poi  sarebbe  andato  per  quel  verso,  però  ci  furono  altri che fecero notare quanto interesse individuale ci fosse  nelle  parole  di  chi  si  indignava  per  l’interesse  individuale  degli  altri,  e  così  tutto  quanto  divenne  un  inestricabile  continuo distinguere e distinguersi gi uni dagli altri, fino a  trovare posizioni leggermente diverse e isolate per ciascuno  di  coloro  che  prendeva  la  parola  e  spandeva  sugli  altri  la  propria  dichiarazione.  A  fine  assemblea  a  terra  rimasero  una moltitudine incredibile di stampe, di fogli, fogliacci di  carta, appunti strappati e tessere usate, mozziconi di sigaro  e  sigarette  di  ogni  tipo  e  misura,  gomme  già  masticate,  penne,  lapis,  e  altre  cianfrusaglie  rotte  e  inservibili.  Il  personale  incaricato  di  svolgere  le  pulizie  non  capì  cosa  fosse accaduto là dentro, però tutti loro compresero subito  che  l’impegno  richiesto  per  far  ritornare  tutto  pulito  era  tanto, e forse persino superiore alle loro piccole forze. 189

OGGETTI SENZA SOGGETTI di Dario De Giacomo

Qualche  volta  mi  accade  di  essere  risucchiato  in  una  stanchezza  deprimente.  Allora  lascio  la  presa  sui  miei  pensieri, che ne approfittano immediatamente, dileguandosi  ognuno  per  suo  conto,  come  i  servi  infedeli  appena  il  padrone  si  allontana  da  casa.  Io  resto  qui,  solo  nella  mia  penombra  sonnolenta,  assaggiando  il  gusto  nuovo  dell’irresponsabilità, loro, invece, se ne vanno in giro per il  mondo, a godersi lo spettacolo alla luce del sole. Se sento  bussare alla porta, maledico lo scocciatore che è arrivato a  scompaginare  l’ordine  beato  dei  miei  silenzi:  perché  devo  parlargli almeno per maledirlo. ­ Ah, sei Tu! – dico al visitatore, riconoscendolo. Ma nel  mio  tono  non  c’è  la  convinzione  del  malumore.  La  stanchezza  ha  approfondito  il  diaframma  tra  me  e  le  sensazioni del mondo esterno. Lui è solo un oggetto, tra gli  altri,  che  posso  collezionare,  sistemare  come  credo  e  poi  spostare davanti o dietro di me. È questo il potere segreto  contenuto  negli  oggetti,  posso  metterli  dove  voglio  e,  soprattutto,  quando  voglio  io:  quindi  nessun  fastidio  per  una cosa che, al limite, posso buttare. ­  Si,  sono  io  –  mi  risponde,  con  una  voce  stanca  e  abbattuta. Dunque, penso, lui è affaticato. Perché mi rifiuto  di  attribuire  anche  a  lui  quello  che  immagino  sulla  mia  stanchezza. Però riflettendoci meglio, anche lui è stanco, e  anche il portiere, prima, quando mi ha salutato per le scale,  mi è sembrato stremato e anche… Un mondo di stanchezza, di cui Io… sono l’oggetto. Per  arrivare, tranquillamente, in fondo ai miei pensieri, ho fatto  accomodare  la  cosa  importuna  nella  poltrona  di  fronte  a  me. Ora ci fronteggiamo esausti. Ma se io sono solo il suo  oggetto e lui è il mio, chi è l’essere umano tra noi due?  190

SHARONA di GM Willo

Tra  meno  di  un’ora  sarà  qui.  Lei,  con  quel  portamento  elegante  da  fotomodella,  sofisticata  come  una  straniera,  lunghe  ciglia  di  velluto  che  ombreggiano  uno  sguardo  austero  in  cui  adoro  perdermi.  Lei,  Sharona  come  la  canzone, che stringe il mio corpo con le sue lunghe gambe  quando mi vuole dentro, che urla disinibita con le finestre  aperte,  mentre  l’orgasmo  le  esplode  nella  gola.  Al  solo  pensiero tremo, e mi sento già in tiro… Il  sugo  bolle  da  un’ora.  Ho  preso  la  macinata  magra  perché so che le piace. Le pennette sono quelle piccole per  la  sua  bocca  minuta,  coperta  appena  da  una  patina  di  rossetto.  Poi  la  carne.  Bistecca  al  sangue  per  lei  che  la  vuole sugosa, perché la fa sentire vampira al punto giusto.  Il vino è un Sassicaia, dato che per lei non bado a spese. E  poi l’insalatina di radicchi, la frutta, il gelato, il caffè… A  stomaco pieno il sesso ludico è giustificato. Sharona conosce tutto di me eppure io non conosco nulla  di  lei.  Sharona  è  stata  dai  miei  genitori  ed  ha  fatto  una  buonissima impressione a mio padre. Mia madre d’altronde  non mi parla più. Mia sorella la odia. Per due ore ha tenuto  testa  a  tutti,  davanti  alla  tavola  imbandita  a  festa  con  l’agnello  sacrificato  e  i  pisellini  verdi.  Una  pasqua  con  i  tuoi può essere peggio di un pasto in una cella del braccio  della  morte.  Mi  alzai  per  andare  in  cantina  a  prendere  il  moscato  e  lei  mi  venne  dietro.  Mia  madre  ci  sorprese  mentre mi costringeva ad andarle giù, alla tenue luce della  lampadina  a  quaranta  volt  del  seminterrato.  Difficile  resistere alla dolcezza dei suoi succhi… Sharona è un mistero di odio­amore, di sesso frenetico, di  donna  allo  stato  puro.  È  come  se  incarnasse  il  femmineo  spirito  della  terra  nel  tepore  delle  sue  cosce,  dentro  gli  abissi  smeraldini  dei  suoi  occhi.  Non  so  niente  di  lei.  È  191

apparsa  d’improvviso  nella  mia  vita  o  forse  vi  ci  sono  sbadatamente  inciampato.  Ricorderò  sempre  quel  primo  caffè insieme e le sue domande a bruciapelo, accompagnate  da lunghi ed imbarazzanti sguardi. No, non è mai stata mia  una scelta… Tra  mezz’ora  sarà  qui.  Lei  spacca  sempre  il  minuto.  La  magnolia  intensa  del  Dior  precede  il  suo  ingresso  sul  palcoscenico  della  mia  vita.  Io  sono  un  mero  spettatore  delle  sue  imprese.  Dannazione,  devo  girare  il  sugo  altrimenti  rischio  di  bruciare  tutto,  e  se  dovesse  accadere  per me sarebbe la fine… Sharona  mi  sta  divorando  un  pezzettino  alla  volta  ed  io  non  riesco  a  fermarla.  Non  voglio  fermarla. Adoro  questa  pratica cannibalesca che lei sapientemente porta avanti già  da  un  anno.  Non  è  rimasto  molto  della  mia  anima.  Lei  succhia,  succhia,  succhia  ed  io  la  lascio  fare.  Ed  è  bellissimo  così.  Le  servirò  l’aperitivo  dentro  i  bicchieri  di  mia  madre,  quelli  antichi.  È  una  sorta  di  rituale  contro  il  bigottismo della mia vecchia. Sharona sa che mia madre è  un  punto  dolente.  Quando  mi  lega  al  letto  e  si  siede  su  di  me, contorcendo la sua schiena come una lamia, mi guarda  dritta negli occhi e mi dice che mia madre ci sta guardando  dal  buco  della  serratura,  e  mentre  ci  guarda  scopare  lei  si  tocca,  non  ne  può  fare  a  meno.  È  così  che  mi  fa  venire,  sempre… Ormai  manca  poco.  Metterò  sul  fornello  l’acqua  per  la  pasta  e  inizierò  a  preparare  l’insalata. Voglio  che  sia  tutto  pronto  per  quando  arriva.  Ho  staccato  il  telefono  e  presto  spengerò  anche  il  computer.  Lascerò  accese  solo  le  luci  della  cucina  e  le  candele  sparse  per  la  casa.  A  lei  piace  giocare con la cera… Ecco, questa è la sua auto. Ne riconoscerei il suono anche  nel  traffico  cittadino  all’ora  di  punta.  O  forse  avverto  semplicemente  la  sua  presenza,  l’energia  che  sprigiona,  qualcosa  che  ha  che  fare  con  le  frequenze  che  legano  noi  umani  agli  spiriti  della  natura.  L’essenza  femminea  della  192

terra.  Sharona,  il  sugo,  le  bistecche,  mia  madre…  driiin,  driin…  Sto arrivando…  Sono tuo!

193

IL PICCOLO TOBIAS di Jonathan Macini (101 Parole)

La mamma del piccolo Tobias era diversa quella sera. Se  n’era  rimasta  tutto  il  pomeriggio  a  fissare  la  TV  sintonizzata su un canale morto, due vacui occhi ancorati al  tremolante  nevischio  grigio. Tobias  giocava  tranquillo  con  i  treni  sul  tappeto rosso del soggiorno. Quando sua madre  gli  disse  di  mettersi  il  pigiama  gli  sembrò  la  cosa  più  naturale del mondo. Lei gli avrebbe rimboccato le coperte  e, prima di spengere la luce, dato un bacio sulla fronte. La  sua  testolina  non  ebbe  il  tempo  di  spiegarsi  perché  quella  sera  sua  madre,  invece  di  augurargli  la  buonanotte,  gli infilò le forbici negl’occhi. 

194

L'UOMO DI CASA di Bruno Magnolfi

Era  da  quando  aveva  compiuto  otto  anni  che  la  nonna  aveva  iniziato  a  rivolgersi  a  lui  dicendo:  “ecco  il  mio  ometto…”; oppure: “eccolo qua il nostro uomo di casa…”;  e Robertino quelle volte si era sentito ancora più timido di  come  era  davvero,  non  all’altezza,  tanto  da  arrossire  e  abbassare  i  suoi  occhi,  nonostante  gli  piacesse  da  matti  sentirsi  grande,  importante,  o  forse  anche  proprio  per  questo.  La  mamma  lavorava  tutto  il  giorno  e  rientrava  sempre tardi a fine giornata, sempre di corsa com’era, con  quelle  buste  di  spesa  del  supermercato  per  preparare  in  fretta  la  cena  e  poi  dopo  poco  metterlo  a  letto.  Al  pomeriggio Roberto stava con lei, con la nonna, e si sentiva  bene  quando  incontrava  il  suo  sguardo  pacato  uscendo  da  scuola  assieme  ai  compagni,  ci  trovava  un  senso  di  rassicurante in quei suoi vestiti, in quell’espressione dolce  e  simpatica  che  aveva  tutta  per  lui.  La  mamma  non  era  così,  la  mamma  era  sempre  nervosa,  certe  volte  non  lasciava  neanche  il  tempo  di  dire  le  cose.  Del  periodo  quando  il  papà  abitava  ancora  con  loro,  Robertino  non  ricordava  quasi  più  niente,  giusto  qualche  giorno  speciale  in  cui  era  successo  qualcosa  di  bello,  una  gita,  un  regalo,  ma  pochissime  cose;  soprattutto,  se  proprio  doveva  pensarci, ricordava le discussioni di sera con quelle stridule  voci  mezze  gridate,  e  la  difficoltà,  nonostante  il  cuscino  sopra  la  testa,  nel  riuscire  a  prendere  sonno,  con  quelle  porte sbattute che certo non erano mai un bel segnale. Poi  era andato via, suo papà, quasi senza avvertirlo, ma lui era  ancora  piccolo,  e  non  aveva  mai  detto  alla  mamma  che  quell’assenza  gli  sembrava  terribile.  La  nonna  gli  aveva  spiegato qualcosa, ma Robertino non voleva sapere, non gli  interessavano gli affari dei suoi genitori, così aveva sempre  cambiato discorso, non voleva saperne di niente. La nonna  195

gli aveva anche promesso che il papà sarebbe andato spesso  a trovarlo, magari all’uscita da scuola, ma era successo solo  tre o quattro volte, e quelle volte suo padre era andato lì, lo  aveva  tenuto  per  mano  per  dieci  minuti,  gli  aveva  chiesto  come  gli  andava,  poi  basta.  Ma  quel  giorno  di  maggio  sembrava fosse cambiato qualcosa: la mamma aveva detto  che il papà avrebbe fatto un giro con lui, quel pomeriggio,  lo  avrebbe  portato  con  sé,  a  fargli  trascorrere  un’ora  diversa,  e  Robertino  era  rimasto  in  silenzio,  non  aveva  detto niente, ma solo per paura di sbagliare parole, perché  dentro  di  sé  si  era  sentito  contento,  contento  come  mai  prima.  Era  venuto  a  prenderlo  con  la  sua  moto  nuova,  il  papà, la nonna gli aveva fatto un sacco di raccomandazioni,  aveva coperto Roberto fino all’inverosimile, poi finalmente  loro due erano partiti. Sotto di loro la moto rombava, era la  prima volta che Roberto ci saliva, il vento arrivava da tutte  le parti e lui si stringeva forte al papà, proprio come lui gli  aveva  spiegato  di  fare  mentre  lo  sistemava  sopra  la  sella.  Era  bello  vedere  le  case  che  scappavano  via,  dietro  le  spalle,  e  Roberto  guardava  le  macchine,  gli  alberi  lungo  i  viali, le persone sui marciapiedi. Era bella quella strada che  facevano  assieme,  a  Roberto  piaceva  tantissimo,  e  con  la  mente cercava di rallentare ogni fase, come a gustarsi più a  fondo  ogni  particolare.  Poi  si  erano  fermati  ai  giardini,  ad  un  tavolo  di  un  chiosco  all’aperto,  giusto  il  tempo  per  mangiare  un  gelato.  Non  aveva  parlato  molto  Roberto,  e  neanche  suo  padre,  però  si  erano  guardati,  e  forse  andava  bene  così.  Poi  erano  saliti  di  nuovo  sopra  la  moto,  e  via,  verso  casa.  Adesso  Robertino  si  sentiva  più  triste,  chissà  quando avrebbe rivisto il papà: giurava a se stesso che nei  giorni  seguenti  avrebbe  scrutato  tutte  le  moto  lungo  la  strada,  quando  usciva  da  scuola,  nella  speranza  di  vederlo  arrivare. Ma adesso assaporava ancora quegli ultimi attimi  prima  di  arrivare  ai  saluti,  e  si  stringeva  ancora  più  forte  sopra  la  moto,  e  pensava  tra  sé  che  non  gli  sarebbe  importato  un  bel  niente  se  la  nonna  non  lo  avesse  più  chiamato “l’ometto di casa”: suo papà adesso era lì, proprio  196

con  lui,  stretto tra le sue braccia, e lui non lo avrebbe più  voluto  lasciare;  ma  Roberto  si  sentiva  ancora  troppo  bambino,  e  sapeva  benissimo  che  quelle  sue  braccia  non  erano davvero quelle di un uomo, come diceva la nonna, e  per  quanto  avesse  potuto  sforzarsi,  erano  deboli,  non  sarebbero mai riuscite a tenere suo padre con sé.

197

LO STRANO CASO DELLA SIGNORINA PARISI di Aeribella Lastelle

La  Terra  scrive  sul  mio  corpo.  La  gente  ammira  i  miei  tatuaggi,  segni  tribali  e  simboli  simmetrici,  poi  mi  chiede  chi me li abbia fatti ed io rimango interdetta. Mi piacerebbe  dire  loro  la  verità  ma  non  posso  perché  mi  prenderebbero  per  matta.  Allora  m’invento  qualcosa  per  non  destare  sospetti. L’ultimo di questi, una serie di cerchi concentrici  all’interno di un triangolo (anche se secondo me si tratta di  una freccia), me lo sono fatto in Portogallo la scorsa estate.  È  questo  quello  che  ho  raccontato  in  giro  e  i  miei  amici  l’hanno  bevuta.  Se  invece  sapessero  la  verità,  probabilmente  smetterebbero  di  chiamarmi  e  mi  consiglierebbero un buon dottore. Ma io non ho bisogno di  dottori,  sto  benissimo.  Anzi,  non  mi  sono  mai  sentita  meglio. Ammetto  che  all’inizio  la  faccenda  mi  disturbava  alquanto. Svegliarmi sudata nel mio letto dopo strani incubi  che non riuscivo mai a ricordare, e poi guardarmi il corpo  allo  specchio  per  scoprire  se  il  sogno  aveva  lasciato  il  segno, come succedeva quasi sempre. Sono due anni che va  avanti questa storia, esattamente dal giorno in cui mi persi  nel  bosco.  Proprio  come  Pollicino,  dannazione…  Che  scema!  Gettai  nel  cestino  dei  ricordi  tre  anni  di  relazione,  sbattendo la porta in faccia a Nicco dagli occhi verdi, gran  bell’affare!  Ubriaco  alla  festa  di  ognissanti  si  era  buttato  sulla  sua  ex  e  poi  era  venuto  con  la  coda  tra  le  gambe  a  chiedermi  scusa.  Il  minimo  che  si  meritava  era  che  lo  mandassi  al  diavolo,  ed  è  quello  che  feci.  Schiumante  di  rabbia  incominciai  a  girare  a  vuoto  col  motorino  per  le  strade  di  una  periferia  che  non  conoscevo.  Poi  mi  lasciai  alle spalle anche le case e mi ritrovai sulle colline. Sentii la  marmitta scoppiettare e solo in quel momento mi resi conto  che  ero  rimasta  senza  benzina.  Che  stupida…  Lasciai  il  198

motorino sul bordo della statale e provai a tornare indietro  a piedi, ma la strada saliva ripidamente e le luci della città  erano sulla mia destra, oltre gli alberi. Così lasciai la strada  con  l’intenzione  di  tagliare  per  il  bosco.  E  feci  la  fine  di  Pollicino…  Il  buio  mi  sorprese  che  ero  ancora  tra  la  vegetazione. Non vedevo più niente, né strade né luci, solo  alberi,  rami  ed  arbusti.  Nonostante  tutto  provai  una  strana  sensazione di quiete. Mi sedetti su un letto di foglie secche  per riprendere fiato ed invece mi addormentai. Fu la prima  volta che sognai quelle cose che non riesco mai a ricordare.  Quando  mi  svegliai  era  giorno  e  mi  rimisi  subito  in  cammino.  Non  potevo  credere  di  aver  passato  la  notte  nel  bosco, da sola. Era tutto molto strano. Era come se mi fossi  appena appisolata, anche se mi sentivo fresca e riposata, e  non  come  se  avessi  appena  passato  la  notte  sulla  terra  umida di un bosco alla fine di ottobre. Quando  tornai  a  casa  mi  buttai  sotto  la  doccia  e  lo  vidi,  poco sopra la caviglia destra. Era il primo messaggio della  Madre  sul  mio  corpo,  una  farfalla  stilizzata,  poco  più  grande  di  un’unghia.  Da  quel  giorno  è  successo  altre  ventitre  volte.  Il  mio  corpo  è  il  foglio  bianco  della  mia  signora, che piange per le pene inflittele dai suoi figli. Ella  ci  parla  in  molti  modi,  ma  noi  continuiamo  ad  ignorarla.  Per due anni mi sono chiesta perché io. Perché la Madre ha  scelto  di  parlare  specificatamente  a  me.  Ancora  non  conosco  la  risposta,  ma  so  che  il  giorno  in  cui  riuscirò  ad  afferrare il senso dei miei sogni, sarò in grado finalmente di  leggere i simboli di cui il mio corpo è ormai disseminato. E fino a quel giorno sarà un onore per me essere la carta  da lettere della mia signora. Questa  nota  è  stata  ritrovata  nel  diario  della  signorina  Parisi,  il  giorno  dopo  il  tragico  attentato  in  cui  hanno  perso  la  vita  alcuni  dei  personaggi  più  influenti  del  panorama  economico  ed  industriale  del  paese.  La  signorina Parisi ricopriva da circa un anno la funzione di  “personal  assistent”  per  l’ingegner  Damiani,  noto  199

imprenditore  anche  lui  vittima  dell’esplosione  di  venerdì  scorso.  Gli  inquirenti  presumono  che  la  ragazza  abbia  agito da sola e che il suo gesto sia stato il risultato di una  lunga  e  convulsa  escalation  di  stati  mentali  deviati.  Qualcuno  invece  sospetta  che  la  storia  dei  tatuaggi  possa  aver  a  che  fare  con  altri  strani  fenomeni  che  si  stanno  ripetendo  negli  ultimi  tempi,  come  i  sempre  più  numerosi  casi  inspiegabili  di  cerchi  di  grano  nel  nord  Europa.  Purtroppo  l’esplosivo  indossato  dalla  Parisi  ha  completamente divelto il suo corpo e non è stato possibile  accertare la presenza di questi peculiari tatuaggi, anche se  i conoscenti della ragazza dichiarano di averli visti in più  occasioni. Ci  si  chiede  a  questo  punto,  nel  caso  la  favola  della  Parisi  contenesse  un  minimo  di  verità,  a  quante  altre  persone la Terra stia parlando in questo momento, e quante  altre bombe ad orologeria stiano per essere innescate.

200

UNA CAREZZA ANCORA, PASSERA' di Claudia Cafarelli (101 Parole)

Un'autostrada  corre  libera  e  veloce;  i  treni  sfrecciano  nervosi  sui  binari;  un  uomo  sotto  un  ombrello,  ventiquattrore in mano. Un istante. La  strada  è  ora  bloccata,  i  binari  deviati,  l'uomo  fermo.  Lontano, una macchina rovesciata. Un bambino la osserva  incredulo  tra  i  vetri  appannati  dalle  lacrime  di  un  cielo  livido. Passa oltre. Da qualche parte suona un telefono. Chi  lo  sente,  se  lo  sente,  forse  percepisce  il  tono  diverso  di  quello  squillare.  Se  non  risponde,  ad  avvertirlo  sarà  il  silenzio  di  quattro  mura  appena  illuminate;  raggi  di  luce  invadenti  riescono  a  intrufolarsi  nella  stanza  deserta.  Fredda sensazione del nulla. Un vuoto. 

201

IL VERME ZANNATO di GM Willo

Ho  solo  trentatre  minuti  per  raccontarvi  tutto,  e  dico  proprio  tutto,  perché  se  mi  dimentico  di  qualcosa  potreste  fare  la  mia  stessa  fine,  perciò  devo  essere  preciso.  No,  niente introduzioni, solo fatti. Fatti. Mi trovo nel sottosuolo cittadino e posso già sentirlo, un  rumore  distinto  e  greve  dal  centro  della  terra.  L’ho  svegliato con il tocco di un pensiero. Non volevo, vi giuro,  ma adesso è sveglio e sta venendo a prendermi. Siete liberi  di non credermi, ma vi sono cose oltre gli spazi di memoria  consentiti  che  possono  distorcere  completamente  la  realtà  come la si conosce, e non solo la realtà. Per anni abbiamo  sentito  la  necessità  di  dividere  il  mondo  reale  da  quello  binario, del tutto ignari dell’esistenza di un terzo mondo, o  forse  addirittura  di  un  quarto,  di  un  quinto  e  di  chissà  quanti  altri.  Perdersi  in  un  sogno  alterato  dalle  droghe  digitali  è  come  viaggiare  attraverso  molte  dimensioni.  La  tua essenza si assottiglia, diventa un filamento di luce. Amo  avvolgermi attorno alle comunità mentali o alle proiezioni  dei  sognatori,  entrare  in  una  storia,  una  di  quelle  che  la  gente  spara  inavvertitamente  nella  ruota  del  giro­tempo.  C’è  chi  cerca  ancora  di  imprimere  il  tempo  alla  matrice.  Sciocchi… Lo sapete tutti il motivo, no? È perché il tempo  è  solo  stramaledettissimo  denaro,  ecco  perché.  Quando  si  sono  accorti  che  laggiù  il  tempo  non  esiste  hanno  provato  di  tutto,  ma  nessun  simulatore  è  in  grado  di  convincerti  della tua caducità. Soldi sprecati. Fatica sprecata. L’oblio è  solo l’oblio. Ma  non  divaghiamo,  perché  siamo  a  fare  i  conti  con  la  realtà adesso, e non mi rimane più molto tempo. Il rumore  sale,  ad  ogni  minuto  si  fa  più  vicino,  insistente,  miete,  rastrella,  mangiucchia  pezzi  di  crosta  terrestre.  È  un  baco  con fauci d’avorio che rode la terra sotto i miei piedi. È il  202

dio  dell’oscurità  che  viene  a  pranzare  insieme  a  me,  con  me,  di  me.  C’è  un  buco  oltre  il  tredicesimo  quadro,  nei  fondali  sconfinati  della  matrice.  Laggiù  ognuno  deve  fare  con  quello  che  ha.  Galleggiano  meduse  letali  e  fameliche  murene,  ma  di  pesciolini  curiosi  ve  ne  sono  sempre  tantissimi.  La  libertà,  quella  totale  e  imbarazzante,  ha  il  prezzo  più  alto.  Il  tredicesimo  quadro  è  un  luogo  buio.  Laggiù  i  codici  ritornano  indietro  a  sbalzi  e  spesso  si  alterano,  mandando  in  corto  il  sistema.  Più  volte  mi  sono  risvegliato di botto senza capire dove mi trovavo o da dove  ero  riemerso.  Laggiù  il  filamento  può  perdersi  in  un  labirinto di specchi, e farti assaggiare un brivido di eternità.  Roba  da  farti  perdere  la  testa!  Ma  c’è  un  buco.  Forse  è  proprio uno di quegli specchi che, mutandosi, ha creato una  voragine, un accesso verso qualcosa di se possibile ancora  più obliante. E laggiù ho risvegliato Lui, il verme, colui che  striscia  attraverso  chilometri  di  cunicoli  sotterranei  anelando la mia anima. Ancora dieci minuti e sarà qui. Ne  esistono  molti  altri  come  lui.  Ve  ne  sono  migliaia  e  dimorano  nelle  profondità  della  terra.  Come  faccio  a  saperlo?  Me  lo  ha  detto  lui,  prima  che  iniziasse  la  sua  rapida  ascesa.  Nella  grotta  la  sua  testa  dentata  si  è  sporta  fin  sopra  il  filamento  che  mi  rappresentava.  La  sua  forma  anelloide si è avvinghiata al mio non­corpo, sussurrandomi  parole  feroci.  Mi  ha  anche  detto  il  suo  nome,  ma  l’ho  dimenticato,  oppure  semplicemente  non  sono  in  grado  di  decodificarlo  in  questa  sembianza.  Adesso  lo  chiamo  il  Verme Zannato, e mi sembra un nome bellissimo. Il  rumore  è  diventato  insopportabile.  Le  pareti  della  stanza  hanno  incominciato  a  tremare,  i  vetri  delle  finestre  che  danno  sui  marciapiedi  della  città  tra  poco  esploderanno,  perché  il  dio  della  terra  farà  il  suo  ingresso  per il banchetto. Addio, corpo, ti lascio per sempre. Sarai la  colazione del mio sublime signore, Verme Zannato, essere  dormiente e padrone di una razza defunta. Vieni… sono il  tuo pranzo... 203

E  voi,  prestate  molta  attenzione.  Non  anelate  troppo  l’oblio, perché lui adora soddisfare le vostre richieste…

204

LA SAGGEZZA DEL VECCHIO di Bruno Magnolfi

Tutto è già stato spiegato; la comprensione delle cose non  ha  più  scopo:  tutto  è  ormai  chiaro,  evidente,  palese.  La  libertà che offre il nuovo stato di cose è enorme, e chiunque  gioisce  in  cuor  suo  dello  scopo  raggiunto.  Solo  qualcuno,  isolato dagli altri per le più differenti ragioni, non è conscio  dei cambiamenti avvenuti. Tra loro un vecchio che vive da  solo, in una casa lontana. Lui ogni giorno, quando il sole è  su in alto, si siede sopra una pietra, e riflette su quel mondo  imperfetto  da  cui  fortunatamente  vive  distante.  Poi,  un  pomeriggio,  qualcuno  lo  vede,  si  avvicina  cautamente,  lo  saluta  con  un  gesto  forse  un  po’  esagerato,  come  per  accennare alla nuova stagione, regalando alla sua direzione  un sorriso che è persino troppo sfarzoso, tanto da apparire  un  po’  falso,  inadeguato.  Il  vecchio  ricambia  con  un  semplice cenno, poi, lentamente, come fa sempre, si alza da  sopra  la  pietra,  e  senza  guardarsi  più  attorno  rientra  nella  sua casa, scomparendo alla vista.

205

F I N E S T R E I N S O N N I di Miriam Carnimeo

Una donna guarda fuori dalla finestra, un uomo le cinge le  spalle e le bacia il collo, lei continua a guardare fuori quasi  impassibile, sembra che in quel buco di vetro trovi riposo,  un passaggio segreto da un dentro apparentemente ordinato  ad  un  fuori  caotico  ma  interessante.  Anche  in  inverno,  molte finestre rimangono aperte, molti i volti scrutare dalle  trasparenze,  gli  sguardi  rivolti  verso  l’alto  come  cercando  di se il più intimo pensiero . Così anche quando si cammina, quando distrattamente la  testa spinta dal basso cerca un buco nell’aria, quel pezzo di  cielo sembra farti ricordare la tua umanità. I tuoi passi sono  tra migliaia di scarpe, automobili, buste di plastica, edifici  compatti, così simili e a volte anche tristi, se non fosse per  quelle finestre e per alcuni balconi, piccoli giardini sospesi,  talmente  fitti  da  riuscire  a  malapena  ad  affacciarsi,  ma  spezzano  il  grigio  e  lo  fermano  il  passo.  Attraverso  le  finestre le giornate si lasciano guardare già dal primo sole  del  mattino,  il  suo  spegnersi  lento,  lo  sviluppo  di  una  fotografia  a  colori  che  d’improvviso  muta  in  impressionante  bianco  e  nero.  Solo  a  tratti  si  illumina  di  piccole  macchie  gialle  sfumate  dai  silenzi  chiusi  dei  lampioni,  falene  che  ci  girano  intorno  ed  i  soliti  gatti  già  nascosti nei buchi del cemento. La  luce  di  ogni  finestra  accendendosi,  racconta  storie,  umori,  sogni  sudati,  canzoni  che  spesso  echeggiano  nell’aria, lasciando sperare nella carezza finale di una vita  che corre. In estate con il caldo le vedi aprirsi al volo libero  delle  rondini,  facendo  gustare  agli  occhi  e  alle  labbra  il  sapore dolce del mare fattosi vicino alle risate frettolose dei  passanti.  Nel  freddo,  i  suoi  vetri  diventano  fogli  su  cui  alitare il caldo fiato dei propri pensieri, in attesa che il buio  li inghiotta. 206

Qualche  volta  accade,  certe  espressioni  dell’anima  divampano nello sguardo attento, richiamato da una donna  dai capelli rossi che attraversando una strada, regala sorrisi  senza  conoscere nessuno, lei sembra  avere solo quello, un  bel sorriso che emerge tra maschere e passanti. Guardi tutte  quelle facce nascoste tra le mani, i passi stanchi di chi non  ha  ancora  dormito,  un  padre  che  saluta  la  figlia  dalla  sua  finestra  gridando  il  suo  nome,  un  uomo  seduto  su  un  muretto  che  si  lascia  accarezzare  dal  vuoto,  una  ragazza  grassa  guardarsi  preoccupata  in  uno  specchio.  Con  le  gambe a ciondoloni delle ringhiere i bambini ci guardano,  e  nei  loro  occhi  il  ricordo  di  come  eravamo,  loro,  ancora  seduti su una soglia, verso mattini che conservano odori e  piccole mani di un mondo che non riesce a pensarli. A loro rimane almeno il tempo di sorridere, a volte anche  un  semplice  osservare.  Un  pensare  lento  nello  scorrere  veloce che riconosce solo il presente, senza nessuna paura  di vivere né di morire. Così, illuminati dalla luce filtrata dai  vetri, la loro vista accompagna il tatto emozionante del dito  contro l’aria, cancellando ogni tempo. Questa è l’immagine  che viene fuori dal caos con tenerezza infinita, si scrive da  sola su un muro, suggerendo l’interruzione del giorno in un  miracoloso, simbolico fermarsi. “Basterebbe  guardarci  negli  occhi  per  osservare  di  ognuno la propria storia e la verità canterebbe con la stessa  voce.” In  certe  notti,  la  parola  si  presenta  come  semplice,  coreografico fantasma di se stessa, ha l’odore della polvere,  crepita  dal  di  dentro  come  legna  sul  fuoco,  tutta  sotto  i  vestiti, resa ormai gracile da un’autentica fame di ritornare  ad  essere.  In  quest’ora  tutto  non  si  muove.  La  nostalgia  indaga sulla notte aperta. Percepisco l’aria e i dintorni con  la  pelle  che  d’improvviso  si  fa  dura  e  tesa,  anche  il  vento  ha cominciato a soffiare, ma solo per un istante, su ciocche  di  capelli  e  profili,  di  un  caldo  fiato  tra  naso  e  bocca.  Chiudo  gli  occhi,  le  ombre  brillano  su  ponti  di  polvere  207

vivendo immagini di lenti passi e parole in lontananza. Nel  regno  sensibile  ,  il  visibile  imprime  e  si  svela,  il  buio  in  piedi  mentre  la  mente  si  risveglia.  Quanto  cammino  per  arrivare in questo luogo così lontano dalle luci della città ed  il respiro malato delle strade. Dalla  finestra, ora, il corpo abbondante di una montagna  ancora  vestita  di  abiti  estivi,  di  un  verde  fitto  e  spesso,  come coperta da una vernice indelebile, si ha la sensazione  che rimarrà sempre così, poi gli odori aprono un taglio, si  svuotano  leggeri  dentro  quella  piccola  fessura,  e  la  memoria ne viene fuori con occhi di un diverso colore, lei,  amichevolmente  che  accoglie  e  ricorda,  finalmente  dimenticando  un  presente  schiacciato  dal  continuo  borbottare del suo stesso stomaco. In  questa  stanza  la  scopro  tacere  e  spingersi  oltre  il  mistero della logica, ogni perché si scandisce nel ritmico e  cadenzato ticchettare delle mie unghia sul vetro. La luce si  spegne  mentre  la  mano  sorregge  ancora  i  sogni  di  un  leggero  vibrare  di  cuore  tra  il  cuscino  e  la  memoria  della  luce che domani, spaccherà immensa la finestra. Mi scopro  tradita  dal  mio  stesso  pensare,  così  tutto  ridiventa  e  nell’attimo dopo si ricrea. Poi  qualcuno  apre  la  bocca,  tira  fuori  una  rabbia  con  la  faccia da mostro, e seminando fiamme allontana emozioni  che  debolmente  divengono  banali  e  troppo  delicate  per  i  suoi bruschi gesti. Quella voce si alza, scuote i muscoli ad  ogni  variare  di  frequenza,  soffoca  il  silenzio  come  mano  ingorda,  padrona  del  giorno  si  aspetta  solo  un’ambigua  stanchezza a risucchiare ogni nera energia. Facile davvero,  penso. Poi  trovi  puttane  di  sentimenti  vendersi  al  miglior  offerente, e gli animali nei piatti d’argento, con odori forti,  aromatizzati per palati esigenti, flusso di macchine colorate  soffiare fumo già ai primi attimi di respiro. Al primo urlare  è  già  pronta  una  bestemmia  covata  nell’insonnia  e  dalle  mancanze  che  hanno  scavato  buchi  profondi  nell’anima,  marci e della stessa puzza dei rifiuti per strada. 208

In  questi  luoghi  dove  nascerebbe  la  poesia?  Una  voce  fuori campo suggerisce, nella prima luce che si specchia sul  viso,  ma  dovresti  svegliarti  di  soprassalto  per  inseguirla,  magari  obbligandola  a  rimanere  nuda  per  imparare  a  goderla in silenzio. Arriva  l’odore  del  caffé,  ha  già  una  forma,  lasci  che  si  estenda  nella  tua  camera  di  pensieri  scheletrici,  le  dai  una  voce  corposa  che  ravvivi  la  gola  di  un  suono  che  diventa  canzone,  magari,  la  poesia  sta  nel  cantarla  solo  al  vento  freddo  dell’inverno  che  ghiaccia  il  cuore  in  un  solitario  toccarsi. La luce dura poco, il buio si protrae. L’ispirazione  è  una  sposa  dal  velo  lungo  che  strisciando  ti  lascia  inciampare. La scrittura di un inchiostro nero che sporca il  claustrofobico bianco di emozione incredula, ad ogni tratto  ti convince a lasciarla da sola ed in luoghi più aperti. Poi  se  la  ride  in  un  portacenere,  dove  una  sigaretta  non  aspirata  si  brucia autonoma. Attimi dopo qualcosa accade,  un  altro  qualcuno  che  conosci,  apre  la  porta,  si  siede  con  fare nervoso e ti guarda simpaticamente rilassato. Ha fatto  una passeggiata ieri sera, camminato nell’unico giardino di  fronte ad una fontana, le tasche piene di mollica di pane per  sfamare  uccelli  e  pesci  di  un  appetito,  senza  rimedio.  Continuava a fare domande a passanti solo con gli sguardi,  loro con la testa bassa e le mani trattenute da guanti di lana  a  mezze  dita.  Lui  ha  sempre  cercato  la  poesia,  senza  conoscere  sfumature,  né  aria  fresca  nel  naso,  per  assaporarne  le  intuizioni.  In  quel  suo  giorno  il  cielo  ha  cominciato  a  lamentarsi,  la  pioggia  ha  inondato  ogni  possibile memoria, solo il presente a strizzargli gli occhi di  lacrime poggiate sulle labbra cadenti. Poi  le  mani,  tempo  visibile  tra  le  macchie  scure  tinteggiargli  la  pelle,  non  più  chiuse  nel  pugno  di  un  esistenza trascorsa a difenderla nel contenuto. Il suo sangue  scorrendo  firma  la  propria  presenza  in  uno  spazio  così  piccolo  da  non riuscire ad accettare la ragione del proprio  smarrimento.  La  memoria  ancora  emerge,  come  sacco  pesante,  che  continua  a  ricordargli  il  valore  intoccabile  di  209

una  semplice  carezza  accolta  ad  occhi  chiusi  e  sole  in  faccia.  Tutti  i  suoi  resti  sono  nel  palmo  segnato,  che  si  stende  come  una  benedizione  sulla  testa.  Raccolto  nel  cappotto  scriveva  racconti  senza  penna,  poi  di  corsa  a  raggiungere  il  calore  di  una  luce  così  accogliente  da  far  rabbrividire  anche  i  vetri.  Sotto  una  finestra  ad  immaginarne  il  calore,  poi  con  le  orecchie  sul  palo  della  luce  per  catturare  l’unica  voce  di  una  notte  di  strada.  Lui  una memoria c’è l’aveva, gli bastava aprire di più gli occhi  per  ricostruire  paesaggi,  volti,  luoghi,  e  raccontare  il  tutto  come guardandolo galleggiare in uno specchio. “Quanto hai scritto tanto?” e poi rideva di me. “Io  scrivo  di  cuore”  mi  diceva  “e  non  ho  bisogno  di  scrivere,  ci  sono  altri  che  scrivono  di  culo  non  avendo  niente  da  dire,  io  non  li  ho  mai  visti  sia  ben  inteso,  ma  quelli che scrivono di testa e di cuore si!” La  testa  te  la  possono  rubare,  facile  preda  con  i  suoi  preziosi  pensieri  e  nomi,  ma  il  cuore,  quello  no,  quello  viene con te ovunque e parla anche quando fuori ma molto  freddo, le sigarette sono finite, e poco lontano bruciano un  vecchio  sulla  panchina  addormentatosi  magari  nel  tuo  stesso  sogno.  Nell’odore  di  quell’aria,  le  parole  diventano  così  piccole  da  perdere  ogni  valore,  ed  è  solo  il  cuore  a  ricordare e a saperne scrivere. Questo tipo di poesia non si inventa, non chiede nulla ma  felicemente  esiste.  Adesso  leggi  pure,  mi  disse,  siamo  quello  che  scriviamo,  con  delle  ali  nello  stomaco,  nidificando  in  ogni  sguardo  il  senso  di  ogni  memoria  e  della sua consolante nudità.

210

CYBERBLUES  di GM Willo

Una bottiglia di bourbon e il cielo grigio della città. Non  ho  bisogno  di  altro  per  stasera.  Il  malto  attanaglia  le  budella come solo lui sa fare, e la testa galleggia tra le note  di un vecchio disco, lontana dai baci e dalle carezze di lei,  che non è più con me… Si chiamava Alice, ma per gli amici era solo uno dei tanti  modelli Kaifer­5600, ed io per lei me li sono giocati tutti…  gli  amici.  No,  non  era  un  semplice  oggetto  da  vetrina.  Io  l’amavo,  com’è  vero  questo  cielo  grigio  ed  il  bicchiere  vuoto  che  ho  in  mano.  Non  me  n’è  mai  fregato  niente  di  quello che pensava la gente. Come se non lo sapessi di che  pasta erano fatti quegl’ipocriti dei miei colleghi… Io sono un tipo all’antica. Da quando hanno legalizzato i  programmi Truesex, le bimbe di lattice sono diventate roba  per  i  nostalgici.  Le  ho  provate  quelle  dannate  Orgychats,  ma  non  sono  mai  riuscito  a  partire  completamente.  Le  simulazioni  sono  così  esatte  che  non  puoi  fare  a  meno  d’intuire l’inganno. Alla fine il sesso è solo nella tua testa,  e il risveglio è assolutamente deprimente. I vecchi modelli  Kaifer invece sono una sicurezza… Alice  mi  guardava  attraverso  due  smeraldi  sintetici  e  lunghe  sopracciglia  in  similcorno.  I  suoi  occhi  dicevano  sempre la verità. Il nostro amore è cresciuto nel tempo, tre  anni  e  undici  mesi  dissipati  di  momenti  meravigliosi;  le  serate  al  teatro  olografico,  il  ristorante  tailandese  al  cinquantatreesimo  piano  del  boulevard,  le  corse  in  auto  sulla  sopraelevata,  ma  soprattutto  le  notti  d’amore  tra  le  sete porpora del nostro letto. Dio come l’amavo… Ricordo  la  sera  che  mandai  a  quel  paese  il  mio  capo.  Eravamo a una cena di lavoro e lei era bellissima. Accanto  alle mogli dei miei colleghi, Alice sembrava una regina in  mezzo  a  un  manipolo  di  mummie.  Sorrideva,  parlava  211

disinvolta  senza  mai  sembrare  invadente,  sensuale  e  intelligente  al  tempo  stesso.  Tutti  sapevano  quanto  era  importante per me che la trattassero con il dovuto rispetto,  ma  la  gelosia  è  una  brutta  bestia.  Al  mio  capo  uscirono  dalla bocca un paio di battute fuori luogo e io non ci pensai  su due volte; mi alzai dal tavolo e mandai al diavolo tutti i  presenti, poi me ne uscii fiero con lei accanto, splendida nel  suo  completo  in  vinile  rosso.  Quella  notte  si  dette  a  me  completamente,  attingendo  ai  programmi  più  seducenti,  improvvisando sulle informazioni che aveva registrato fino  ad allora, mostrandomi senza mai rivelarmi l’inganno. Ma  potevo davvero parlare d’inganno con lei? No, e adesso lo  so.  Ho  amato  un  modello  Kaifer,  e  allora?  Non  sono  il  primo uomo che ha perso la testa per una macchina, e non  sarò neanche l’ultimo. Il disco è finito e la bottiglia pure. Lei giace riversa sulla  poltrona,  con  gli  smeraldi  chiusi  e  il  led  spento.  Una  manciata  di  cavi  le  ricadono  sul  collo.  Ho  provato  a  recuperare  qualche  dato,  ma  il  disco  è  completamente  partito;  niente  back  up!  Quasi  quattro  anni  di  relazione  cancellati  per  colpa  di  un  dannato  corto  circuito.  Dio,  perché mi hai fatto questo… Ma dio non c’entra niente. Anche lui è roba da nostalgici,  perché una donna perfetta come Alice dio non sarebbe mai  riuscito a concepirla. Addio amore. Non ti dimenticherò…

212

LIBERO di Bruno Magnolfi

La  posizione  che  ho  dovuto  assumere  nel  letto  è  scomodissima. La cinghia attorno alle braccia mi ha quasi  tagliato  la  carne,  e  il  dolore  nella  schiena,  che  non  posso  muovere  neppure  di  un  millimetro,  mi  impedisce  di  chiudere  gli  occhi  nonostante  l’iniezione  di  tranquillante.  Non li capisco questi infermieri, si sono arrabbiati con me  solo  perché  me  la  sono  fatta  addosso.  E’  normale,  cosa  devo fare? Mi hanno gonfiato di botte e mi hanno lasciato  nudo  sul  materasso  umido:  unica  accortezza,  mi  hanno  coperto  fino  alle  spalle  con  un  lenzuolo,  che  non  si  veda  niente,  che  tutto  appaia  normale,  e  invece  sono  loro  che  non riescono a vedere oltre il proprio naso. Di là dalla mia  stanza piccolissima e vuota, a parte il letto, c’è una ragazza  che  urla  da  ore  e  si  lamenta  di  continuo.  Sono  tutti  pazzi  qui dentro, e il personale tratta tutti nello stesso modo. Ma  io  non  sono  così,  non  sono  come  loro.  Io  sono  posseduto,  se ne accorgeranno presto. Non mi conoscono ancora, è da  pochi giorni che sono qui, ma dovranno cominciare presto  a  capire  che  con  me  è  tutta  un’altra  cosa.  Il  mio  vero  problema è che siccome l’unica cosa da cui sono attratto è  la contemplazione, non posso essere distratto quando sono  in  questa  fase.  Potrei  stare  ore  ad  osservare  un  ragno  mentre  tesse  la  sua  tela,  o  ad  ascoltare  le  microvariazioni  del motore di un frigorifero. E’ quando vengo interrotto in  queste mie attività che dentro di me si scatena qualcosa che  non  sono  più  io,  è  il  mio  inquilino  che  non  desidera  interruzioni  di  alcun  genere.  Sono  posseduto,  non  posso  dirlo, non mi crederebbero, però è così. Guardo un angolo  sporco  della  stanza,  e  in  quell’angolo  ci  vedo  tutto  il  mondo.  Non  mi  importa  osservare  dalla  finestra,  o  strisciare lo sguardo sulla gente. La gente non è niente, non  capisce.  Un  capello  che  si  muove  con  l’aria  di  un  213

ventilatore:  è  sufficiente,  è  tutto  quello  che  mi  attira.  Lì  dentro  c’è  tutto  quello  di  cui  abbiamo  bisogno,  lo  dovrò  dire in giro un giorno o l’altro. E’ la contemplazione l’unica  soluzione a tutti i problemi. Il mio inquilino lo sa, forse lo  ha capito anche prima di me, e lascia che io faccia le mie  osservazioni  anche  per  lui.  Però  non  provate  ad  interrompermi.  Il  mio  inquilino  mi  picchia  da  dentro,  si  arrabbia  e  mi  percuote  la  testa,  lo  stomaco,  tutto.  Mi  fa  provare  dei  dolori  assurdi  quando  viene  interrotta  la  contemplazione, e per ora se la rifà solo con me, ma io so  che  non  durerà  per  molto.  Questi  infermieri  non  hanno  ancora  capito  niente.  Vengono  qui  e  mi  legano,  come  se  fosse  una  soluzione.  Non  hanno  ancora  capito  che  il  mio  inquilino  può  sciogliere  tutte  le  loro  cinghie,  può  farmi  alzare  da  questo  letto,  farmi  andar  via,  ma  io  non  voglio.  Non  voglio  ritrovarmi  per  la  strada  dove  c’è  tutta  quella  gente  che  si  muove  in  fretta  e  cambia  continuamente  immagine  davanti  ai  miei  occhi.  No,  questo  non  va  bene,  perciò  l’ho  detto  al  mio  inquilino,  bisogna  stare  qui  e  sopportare le idiozie degli infermieri. Bisogna stare al loro  gioco,  finché  è  possibile,  fino  al  punto  in  cui  io  e  lui  non  perderemo  del  tutto  la  pazienza.  La  contemplazione  è  il  motore  del  mondo:  lo  lessi  sopra  a  un  libro  quando  ero  ragazzo, e dopo che l’ebbi letto seppi che era vero, che era  così,  come  diceva  il  libro.  Fu  allora  che  qualcosa  iniziò  a  muoversi  dentro  di  me,  a  dirmi  che  non  c’ero  solo  io,  a  farmi  capire  che  ero  posseduto.  Lo  farò  capire  a  tutti,  un  giorno  di  questi,  e  quando  finalmente  lo  capiranno,  sarò  libero.

214

PREFERENZE di Federica De Angelis (101 Parole)

«Sara  mi  piace  perché  è  una  bambina,  così  ingenua.  Vittoria invece perché è una donna, sexy e consapevole di  sé. Di Roberta mi ricordo solo il culo, ma proprio bene. E  di Elisa mi è sempre piaciuta la sua allegria...» «Lo  sai  che  mi  fa  soffrire  tutto  questo,  a  me  che  ho  sempre  voluto  essere  l’UNICA.  Io  bambina,  io  donna,  io  con  il  mio  culo,  con  la  mia  allegria.  Perché  mi  provochi  questo dolore? Perché mi dici che mi ami se continuano ad  esserci anche loro?» «Perché  tu  sei  l’unica  che  sa  delle  altre  e  nonostante  questo continui ad amarmi.» 

215

GENERAZIONE DISTACCATA di GM Willo

­ Perché fai quella faccia? ­ ­ Niente… ­ ­ Dai, su col morale! È Natale! ­ ­ Appunto. Il minimo sarebbe passarlo insieme a mà e pà,  invece guardali… chissà dove sono adesso… ­ Jeremy  e  Gaia  facevano  colazione  sul  tavolino  della  cucina, fiocchi d’avena e latte biologico. La luce era forte  e  veniva  dalla  finestra,  perché  nonostante  fosse  il  25  dicembre la giornata era spettacolare e l’inverno sembrava  lontano  molte  settimane.  Babbo  Natale  era  stato  generoso  quest’anno;  upgrade  originali  per  il  sistema  operativo  di  Jeremy  e  un  nuovo  interfaccia  per  la  sorellina.  Il  divertimento era assicurato per entrambi, eppure… ­ Da quanto tempo sono dentro? ­ ­ Da ieri sera. Quando sono rientrato dalla festa del liceo  erano già lì. ­ ­ A proposito, come è andata? C’era anche Linda? ­ ­ No… ci siamo lasciati. ­ ­  Cavolo  fratellino,  com’è  possibile  che  non  riesci  a  durare neanche un mese con le ragazze? ­ Jeremy contemplava la montagna di schiuma sopra i piatti  sporchi,  quelli  del  giorno  prima,  e  i  riflessi  multicolori  su  ogni singola bollicina. La schiuma l’aveva fatta lui prima di  sedersi a mangiare, cospargendo le stoviglie di abbondante  sapone e aprendo il getto a doccia del rubinetto. La cucina  aveva bisogna di una risistemata, ma ci avrebbe pensato la  donna  delle  pulizie  dopo  le  vacanze.  Fino  ad  allora  sua  madre  avrebbe  continuato  ad  ammucchiare  piatti  nel  lavandino, incurante del casino. Tanto valeva darsi da fare,  pensava lui. Se sua sorella gli dava una mano sarebbe stata  questione di una mezz’ora al massimo. ­ Dai, puliamo questa roba. ­ 216

­ E loro? ­ ­  Li  lasciamo  attaccati.  Lo  sai  che  non  vogliono  essere  disturbati. ­ ­ E il pranzo di Natale? ­ ­ Ti va il cinese? ­ Papà  e  mamma  erano  immersi  nel  programma  natalizio,  con tanto di renne, elfetti e col vecchio Santa adagiato sulla  slitta,  più  grasso  che  mai.  L’esperienza  era  offerta  dalla  medesima  bibita  che  aveva  inventato  l’omone  rosso  che  porta  i  regali.  La  promessa  nello  slogan  di  presentazione  aveva richiamato oltre 300 milioni di accessi nei giorni che  precedevano  la  festa  sacra:  “In  Christmasworld  2032  tornerai a credere a Babbo Natale!” Più tardi un ragazzo di  nome  Lee  suonò  il  campanello  e  porse  a  Jeremy  un  sacchetto  di  carta  con  dentro  due  porzioni  di  gamberi  agrodolci e quattro involtini fritti. ­ Ci sediamo in salotto? ­ ­  No,  ti  prego.  Non  ne  posso  più  di  sentire  il  frinio  del  processore. Andiamo in terrazza, che si sta bene… ­ Fratello  e  sorella  consumarono  il  pranzo  di  Natale  in  silenzio,  nell’arietta  gentile  di  quello  strano  dicembre.  Diciassette anni lui, dodici lei. Alcuni già la chiamavano la  “Unplugged Generation”.

217

LE POLITICHE di Gano (101 Parole)

Mirco  dondolava  insieme  alla  sua  Tennent’s,  la  cenere  lunga  sul  punto  di  cadere,  il  corpo  magro  piegato  innaturalmente  dall’ultima  pera.  Si  stava  insieme  al  banco  ad aspettare il mio corretto… «Gano, te che sai tutto, chi le vince le politiche?» La  Giorgia  mi  sistemò  la  tazzina  davanti  e  si  girò  ad  afferrare  la  bottiglia  di  Stravecchio,  una  manovra  d’anche  sublime che mi fece fare un balzo al cuoricino. «Credo  che  questa  volta  vincerà  la  sinistra»  risposi,  sorridendo alla Giorgia. «Speriamo  Gano!»  esclamò  Mirco,  grattandosi  il  ginocchio e sfregandosi violentemente il naso. “Perché,  che  differenza  farà  mai!”  pensai  io,  girando  il  caffè. 

218

ELISA A NATALE di Bruno Magnolfi

Molte  volte  si  era  ripetuta  tra  sé  nei  momenti  in  cui  lo  sconforto era stato maggiore, che lo svolgere quel lavoro di  positivo aveva diversi elementi: le permetteva di conoscere  molte  persone,  per  esempio,  di  interagire  con  loro,  di  imparare cosa dire, come sorridere, come parlare, in poche  parole ad essere più socievole di come non fosse mai stata  in  precedenza.  Ma  non  era  facile,  neppure  così,  neanche  con  l’entusiasmo  che  continuamente  cercava  di  avere,  affrontare  i  problemi  che  ogni  giorno  le  si  presentavano.  Erano  trascorsi  solo  due  mesi  da  quando  era  stata  assunta  come  commessa  in  quel  negozio  di  abiti  confezionati  per  uomo e per donna, e certi giorni per lei erano stati davvero  duri,  pesanti,  infiniti,  quasi  insopportabili.  Le  era  stato  detto già al primo giorno che non c’era una scuola, doveva  essere sveglia, imparare da sé, fare quello che facevano le  altre, le sue colleghe, non c’era il tempo per darle consigli.  E  lei  aveva  fatto  così,  pur  avendo  tantissimi  dubbi.  Poi,  dopo  la  prima  settimana  si  era  sentita  più  forte.  Però  non  riusciva a capire perché quei clienti certe volte fossero così  scortesi,  aggressivi,  mai  soddisfatti.  Se  assumeva  l’espressione  della  servizievole,  della  vittima  a  disposizione di chi voleva provare le giacche, le camicie, le  gonne,  i  calzoni  e  tutto  quello  che  era  esposto  dentro  al  negozio, allora era peggio. L’unica possibilità per resistere  era  quella  di  dare  poca  importanza  a  ciò  che  veniva  richiesto, ascoltare una persona alla volta e incoraggiarla il  più  presto  possibile  a  comprare  ciò  per  cui  era  entrata  dentro  al  negozio,  magari  usando  soltanto  un  semplice  gesto,  un’espressione  del  viso,  o  una  brevissima  frase,  o  uno  stupido  giudizio  affettato.  Il  cliente  alcune  volte  non  chiedeva  nient’altro  se  non  quel  minimo  apprezzamento,  quel  surrogato  sociale  di  incoraggiamento  alla  vita,  quella  219

semplice spinta a stare con gli altri, a sentirsi bene con gli  altri,  ed  era  sufficiente  quella  sua  convinzione,  non  occorreva nient’altro. Lei certe volte si vergognava di quei  modi  che  imparava  ad  usare,  si  sentiva  finta,  ridicola,  insulsa,  ma  vedeva  le  altre  colleghe  più  esperte  di  lei  e  capiva che era quello il modello a cui stare dietro. Però con  tutte quelle ore in piedi ogni giorno a fare la sorridente con  tutti  per  quei  pochi  soldi,  e  con  un  contratto  che  scadeva  dopo sei mesi, le pareva che il mondo reale fosse più triste  di quello che si era aspettata. Elisa aveva quasi vent’anni, si  era  presa  quel  diploma  irreale  ed  inutile  con  sacrificio,  perché  studiare  e  andarsene  a  scuola  non  le  piaceva,  e  quindi  aveva  cercato  un  lavoro  appena  le  era  stato  possibile,  con  gioia,  con  un  senso  di  liberazione,  e  aveva  girato e bussato alle porte di tutti, solo per rendersi conto in  un  anno  di  tempo  che  era  ben  più  difficile  di  quello  che  aveva  pensato.  Poi  era  capitata  quella  occasione,  tramite  qualche  amicizia  dei  suoi  genitori,  e  si  era  ritrovata  lì,  ad  occuparsi  di  taglie,  colori  e  camerini  di  prova,  ma  lei  si  sentiva una tosta, non avrebbe mollato, voleva un lavoro e  quello era tale. Poi era arrivato il periodo di Natale, e tutto  si  era  complicato  in  un  modo  incredibile:  non  vedeva  neanche più le persone dentro al negozio, correva avanti e  indietro  cercando  di  dire  a  tutti  le  medesime  cose,  sorridendo  quando  era  il  momento,  ripiegando  continuamente  camicie  provate  che  non  andavano  bene  e  spiegandone altre, per cercare lo stile, il colore, la maniera  di  far  contento  il  cliente.  Poi,  nella  confusione  di  un  pomeriggio  identico  a  tutti,  era  arrivato  quel  ragazzo  carino, un po’ timido, che era entrato dentro al negozio con  le  idee  poco  chiare;  sottovoce  le  aveva  chiesto  qualcosa,  una camicia e una giacca, e lei si era subito immedesimata  nei  pensieri  di  lui,  quasi  come  se  i  loro  desideri  fossero  identici. Elisa gli aveva consigliato i capi di abbigliamento  migliori, o quelli che a lei piacevano di più, ma soprattutto  aveva visto le cose tramite lui, attraverso i suoi occhi, i suoi  modi, i suoi gusti, i suoi giudizi garbati, senza spiegarsi il  220

perché.  Lui  si  era  lasciato  convincere,  la  giacca  che  Elisa  aveva  consigliato  andava  benissimo,  anche  la  camicia,  le  aveva  spiegato  che  era  per  andare  a  una  festa,  a  una  cena  importante, e lei lo aveva visto già lì, in mezzo alla gente,  con  la  sua  giacca,  con  quella  camicia  e  quei  suoi  modi  cortesi.  Poi  lui  era  andato  alla  cassa,  aveva  pagato,  si  era  fatto piegare la camicia e la giacca dentro a una busta e si  era incamminato verso la porta, già proiettato al di fuori da  lì, come tutti i clienti quando ormai avevano scelto, quando  soddisfatti  lasciavano  tutto  alle  spalle,  ma  prima  di  uscire  era tornato un momento da Elisa: “Grazie”, le aveva detto  con  semplicità,  “Vorrei  tanto  tu  fossi  con  me  a  quella  festa…”.

221

CINDERELLA di GM Willo

Chiara  era  un  ricordo,  o  forse  solamente  un  sogno.  Il  corpo magro privo di forme, la pelle candida, gli occhioni  da  cucciola,  le  efelidi  attorno  al  naso  all'insù  e  i  lunghi  capelli  castani  formavano  un  delizioso  avatar  di  carne.  Quattordici  anni  appena  compiuti,  prima  liceo,  ragazza  a  posto,  ubbidiente,  buoni  voti,  pochi  amici,  nessun  fidanzato.  Chiara  passava  le  giornate  nella  sua  cameretta  rosa,  circondata  dagli  orsacchiotti  e  dalle  bambole.  Sua  madre,  accostando  l'orecchio  alla  porta  per  controllare  se  tutto andava bene, poteva sentire distintamente il ronzio del  processore, quello che i suoi genitori le avevano comprato  per il compleanno. Le avrebbe fatto comodo per la scuola,  pensavano... Ma nella cameretta Chiara non c'era. Vi si trovava il suo  corpicino,  le  caviglie  strette  dagli  elastici  dei  calzini  di  cotone,  quelli  coi  disegni  scozzesi,  la  gonna  sotto  il  ginocchio  e  le  mutandine  di  cotone,  assolutamente  rosa,  e  poi  gli  elastici  per  i  capelli  e  il  ferretto  ai  denti  per  correggerle il sorriso. Tutto quanto era lì, disteso sul letto,  ma Chiara era altrove, anzi non era era neanche più Chiara.  Nei  luoghi  che  amava  visitare,  rapita  dal  cybersonno,  l'innocente ragazzina si faceva chiamare Cinderella. Laggiù  il  suo  corpo  era  quello  di  una  donna  fatta,  eppure  quando  accettava  un  incontro  era  costretta  a  rivelare  la  sua  vera  natura.  Questo  mandava  sempre  su  di  giri  l'altro,  e  l'altro  poteva essere tante cose... Tutto  era  iniziato  per  gioco,  perchè  queste  cose  incominciano  sempre  così.  Un'amica  le  aveva  dato  gli  accessi  per  i  mondi  proibiti,  quelli  ormai  lasciati  fuori  controllo  dalla  polizia  della  rete.  Laggiù  si  aggiravano  gli  orchi  e  i  vampiri,  e  le  emozioni  forti  erano  sempre  222

assicurate.  La  prima  volta  fu  un  banale  incontro  random.  L'avatar  dell'uomo  le  si  avvicinò  con  un  sorriso  stretto,  il  membro maldestramente allungato da alcuni programmi di  dubbia  fama,  il  corpo  statuario  poco  credibile.  Lei  era  rimasta  lei,  perchè  all'inizio  non  era  capace  di  alterare  la  sua  immagine.  Incominciò  a  giocare  attingendo  alla  sua  immaginazione.  Non  aveva  neanche  mai  visto  un  uomo  nudo, né nella realtà né tanto meno laggiù. Lui non era un  esperto  ma  le  regalò  un  piacere  che  non  avrebbe  mai  creduto  potesse  esistere.  Al  risveglio  avvertì  un  grande  calore  tra  le  cosce  e  una  senzazione  umida  e  piacevole.  Mentre  cercava  di  ricomporsi  per  l'esperienza  appena  vissuta, avvertì la mancanza, come un colpo al basso ventre  che  ti  toglie  il  fiato.  Il  bisogno  di  quella  sensazione  le  si  insinuò violentemente nella testa, e non potè fare altro che  riconnettere in cavi al plug sotto pelle. Nel  giro  di  due  mesi  Cinderella  è  diventata  una  habituè  della  Loggia,  il  portale  di  giochi  erotici  più  in  voga  del  momento.  Gli  esaltatori  sensoriali  di  nuova  generazione  permettono  rapporti  multiplici  in  tempi  ristretti.  In  questo  modo  la  piccola  Chiara  riesce  a  soddisfare  fino  a  trecento  proiezioni  in appena due ore. Le proiezioni non sono solo  uomini e donne ma spesso anche creature bizzarre, oppure  animali.  Le  era  capitato  di  farsi  penetrare  dalla  verga  d'acciaio  di  un  uomo  di  metallo,  di  ingoiare  litri  di  seme  rosso fuoriusciti dal membro di una creatura antropomorfa,  di ritrovarsi in una stanza imbottita insieme a trentacinque  incontri  random  in  una  volta  sola.  Chi  si  trovava  dietro  queste  rappresentazioni  virtuali?  Durante  l'atto  sessuale  spesso lei riusciva a riconoscere l'identità del proiettore. La  maggior parte delle volte si trattava di sconosciuti, persone  che probabilmente abitavano dall'altra parte del mondo, ma  in un paio di occasioni intuì chi si nascondeva dietro quelle  perverse  proiezioni.  Il  professore  di  matematica  amava  assumere  la  forma  di  un  uomo  grosso  provvisto  di  seni  e  vagina, e con un membro grande quanto un braccio. E poi  c'era  il  prete  ovviamente,  quello  che  le  aveva  fatto  la  223

comunione.  Non  sembrava  molto  preoccupato  di  poter  essere  riconosciuto  dentro  quella  Babilonia  di  impulsi.  Il  suo avatar era ottimo, assolutamente reale, e poi ci sapeva  fare davvero. Più di una volta Chiara aveva pensato di fare  un  salto  alla  chiesetta  in  fondo  alla  strada  e  constatare  di  persona le qualità di Don Gilberto, ma sapeva bene che era  sempre  meglio  non  mischiare  la  realtà  con  il  sogno.  Ogni  mondo ha le sue regole... Anche  oggi  Chiara  è  tornata  a  casa  con  due  ottimi  voti.  Dà un bacio alla madre che prepara il sugo in cucina e poi  sale  in  camera  per  accontentare  un  irrefrenabile  impluso  che regolarmente le sale ogni pomeriggio dal basso ventre.  Lei non sa che l'impulso si chiama Aphrodite, e che si tratta  dell'ultimo  virus  elaborato  dalla  Hamato  Videogames,  la  società  produttrice  di  videogiochi  per  adulti  più  famosa  della rete.

224

POI TI HA BACIATA di Mastro Tensione (101 Parole)

Dopo  venti  anni  e  truccata  da  puttana  è  stato  difficile  riconoscerti. L'odore dell'erba incolta, il prurito alle gambe,  un Super Santos per cuscino: "Mi piace Maurizio". Perché  ti piacesse non l'ho mai capito. Ha ancora lo stesso taglio di  capelli  che  aveva  alle  elementari  e  la  stessa  faccia  da  vincente. "Tu sei la mia ragazza non può piacerti un altro".  Ridesti e dicesti che ti aveva anche baciato sulla bocca, giù,  nel garage. La sera stessa lo stesi nel parco, mi sedetti su di  lui schiacciandogli le mani con le ginocchia. Maurizio era  amico mio, ma poi lui ti ha baciata. 

225

IL RAGAZZO E LA STRADA di Bruno Magnolfi

Le  giostre  andavano  avanti  come  sempre  avevano  fatto.  C’era stato un periodo di crisi negli ultimi due anni, ma con  qualche  rinnovamento  alle  attrezzature  le  cose  adesso  sembravano avere ripreso. La vita dietro alle quinte del mio  Luna Park era sempre la stessa. Si viveva con la gente, in  mezzo  alla  gente,  si  cercava  ogni  giorno  di  capirne  le  voglie,  di  interpretarne  le  idee,  di  immedesimarsi  nel  bisogno  di  tutti  di  tornare  bambini.  Quel  ragazzo  era  arrivato dal nulla, aveva chiesto se poteva lavorare con noi,  ed  io  gli  avevo  risposto  che  si  poteva  fare  un  periodo  di  prova.  Era  sveglio, imparava le cose  alla svelta, sembrava  non  avere  un  passato;  e  poi  parlava  poco  ed  era  italiano,  l’ingrediente  più  strano  di  tutti.  “Ehi,  ragazzo”,  a  volte  dicevo; e lui scattava in piedi e faceva subito quello che gli  si chiedeva di fare. Al mattino si faceva la manutenzione ai  meccanismi, e lui con le mani piene di grasso faceva la sua  bella figura, perché si vedeva che aveva fatto il meccanico,  e se ne intendeva di ferri e motori. Altro non si riusciva a  strappargli  di  bocca:  certo,  in  galera  non  c’era  mai  stato,  questo lo avevo saputo da subito, e poi non sembrava uno  che  scappasse  da  qualcosa  o  qualcuno,  piuttosto  era  come  se  avesse  di  dentro  una  febbre,  un  ingrediente  diverso  da  tutti, che ne faceva quasi un estraneo, uno che non sarebbe  mai stato dei nostri, neanche fossero passati cent’anni. Per  il  pomeriggio,  quando  le  giostre  erano  in  funzione,  gli  avevo trovato un compito di tutto rispetto, e lui lo svolgeva  senza  distrarsi,  con  tutto  l’impegno  che  ci  voleva. A  volte  era simpatico, aveva quasi l’età dei miei tre figlioli, ma era  migliore  di  loro,  mi  sarebbe  piaciuto  che  si  fosse  fermato  con  noi  ad  insegnarci  qualcosa  nelle  serate  di  magra,  quando  c’era  più  tempo  per  parlare  e  ascoltarci.  Invece,  com’era arrivato, andò via. Mi incontrò quasi per caso, tra  226

i corridoi che formavano i baracconi del tiro al bersaglio, e  mi  disse  soltanto:  “devo  smettere,  vado  a  raggiungere  un  amico”, non ricordo più in quale città. Non era vero niente,  naturalmente,  ed  io  pur  lisciandomi  i  baffi  quanto  potevo,  non  riuscivo  per  nulla  a  capire  perché  andava  via  proprio  adesso,  ora  che  aveva  imparato  quel  che  c’era  da  sapere,  che  si  era  guadagnato  il  rispetto  di  tutti,  che  qualcuno,  quasi  senza  saperlo,  aveva  iniziato  a  volergli  anche  bene.  Probabilmente la sua strada era quella, lui lo sapeva, aveva  qualcosa  di  dentro  che  lo  trascinava  da  qualche  parte,  qualcosa che non avrebbe mai rivelato a nessuno. Gli detti  i suoi soldi, anche qualcosa di più, lo abbracciai, come si fa  sempre  tra  noi,  e  non  gli  chiesi  più  niente,  era  inutile;  e  invece lui disse che mi avrebbe spedito una lettera. Non ci  credetti, naturalmente, ma dopo un po’ iniziai a chiedere, a  volte,  se  era  arrivata  posta  per  me,  come  se  ci  sperassi  davvero.  Non  mi  passava  di  mente,  speravo  che  dopo  un  periodo  di  tempo  ritornasse  da  noi,  che  riprendesse  a  lavorare  alle  giostre.  Dopo  un  anno  invece  arrivò  la  sua  lettera.  Poche  righe,  un  solo  foglio  piegato,  lo  lessi  d’un  fiato e non capii niente, così lo rilessi da capo. Non diceva  un bel niente, non chiedeva un bel niente, però tra le righe  si  capiva  che  era  lui  che  scriveva,  che  mi  voleva  dare  qualcosa  di  sé.  Rilessi  di  nuovo  tutto  da  capo,  e  infine  capii.  Parlava  di  un  sogno  che  aveva  sempre  avuto,  ma  neanche  lui  sapeva  cos’era.  Diceva  di  un  percorso  che  aveva iniziato, tutto dentro ai suoi sentimenti, alla sua testa.  “Forse sono un po’ matto”, spiegava; “però devo seguire la  strada che sento, non sarei una persona se non facessi così”.  Poi  passava  ai  saluti,  e  mi  diceva  che  era  contento  di  avermi  conosciuto,  perché  gli  avevo  dato  molto  di  più  di  quello  che  io  avevo  creduto  di  dargli;  e  poi  concludeva:  “non preoccuparti per me, le risposte ad ogni domanda che  adesso ti poni è lì, sopra ai tuoi baffi…”.

227

CUCCIOLO di GM Willo

Al piccolo Giacomo piaceva la sua scimmietta di peluche,  quella  con  le  calamite  sui  palmi  e  gli  occhi  leggermente  storti.  Gliel'avevano  regalata  a  maggio  durante  la  gita  al  parco degli animali, un'occasione speciale per festeggiare il  suo  quarto  compleanno,  trascorso  meravigliosamente  insieme  ai  suoi  genitori,  che  purtoppo  vedeva  solo  nel  weekend, o a sera tardi prima di andare a letto. Loro erano  molto  indaffarati;  lavoro,  appuntamenti,  amici,  palestra,  tutti i giorni c'era qualcosa, e anche il sabato poteva vederli  solo  di  sfuggita,  perchè  c'era  la  spesa  da  fare  e  poi  tutte  quelle cose che non avevano il tempo di sbrigare durante la  settimana. Insiema a Giacomo ci stava la tata, Carmela, una  donna  un  po'  strana  con  la  pelle  scura  ma  sempre  gentile.  La  domenica  invece  c'era  la  partita;  papà  se  ne  stava  in  salotto  davanti  alla  TV,  a  volte  c'erano  anche  degli  amici,  mentre  la  mamma  si  metteva  a  leggere,  oppure  andava  a  fare  shopping  quando  i  negozi  restavano  aperti.  Lui  il  pomeriggio rimaneva nella sua cameretta a giocare a duplo  oppure  con  i  treni,  e  ogni  tanto  si  affacciava  in  soggiorno  per  chiedere  un  bicchiere  di  latte  o  un  biscotto,  con  la  scimmietta  sempre  avvolticciolata  al  braccio.  Non  la  lasciava mai. Proprio  perchè  poteva  vederli  solo  di  rado  le  giornate  insieme  ai  suoi  erano  sempre  delle  occasioni  di  festa.  In  estate  succedeva  anche  due  volte  al  mese,  perchè  la  domenica  non  non  c'era  il  campionato  e  le  giornate  erano  belle  e  fuori  si  stava  d'incanto.  Allora  lo  portavano  ai  giardini  oppure  al  mare,  e  poi  al  ristorante  dove  poteva  ordinare un piatto di patatine fritte tutto per lui, e al ritorno  si  addormentava  in  macchina  ed  era  bellissimo  lasciarsi  cullare dalle vibrazioni dell'auto. Quelli erano i momenti in  cui  sentiva  tanto  caldo  al  cuore,  una  sensazione  228

meravigliosa  che  lo  lasciava  tramortito.  Era  l'amore  che  provava  per  suo  padre  e  sua  madre.  Li  osservava  seduto  nell'oscurità  della  monovolume,  con  le  luci  dell'autostrada  che  rimbalzavano  sui  finestrini.  Si  perdeva  nel  profilo  aguzzo  di  lui,  concentrato  alla  guida,  gli  occhiali  con  la  montatura  fine,  il  ciuffo  appena  striato  di  grigio  che  gli  ricadeva  sulla  tempia  destra.  E  poi  accanto  c'era  lei,  bellissima con la sua chioma dorata dalla quale spuntava un  orecchio perfetto, soffice come un marshmallow. Oh, come  amava i suoi genitori. Avrebbe voluto stare sempre insieme  a loro, sera e mattina. Ma c'era l'asilo e poi tra poco sarebbe  iniziata  la  scuola.  Il  padre  aveva  appena  ricevuto  una  promozione  e  quindi  il  lavoro  sarebbe  aumentato,  e  la  madre  aveva  intenzione  di  scrivere  un  libro  e  quindi  avrebbe  avuto  ancora  meno  tempo  da  dedicare  a  lui.  Di  sicuro però ci sarebbero state altre giornate come quella al  parco degli animali, per il suo compleanno e poi per le feste  di natale, oppure in agosto quando tutti vanno in ferie. Il pensiero di quelle prossime avventure lo cullò insieme  alla  musica  di  sottofondo  dell'autoradio.  Il  piccolo  Giacomo,  col  calore  confortante  all'altezza  del  petto,  si  lasciò  andare  al  sonno  di  un  amore  limpido  ed  incondizionato. Ore  dopo,  davanti  ai  volti  stravolti  dei  suoi  genitori,  il  medico  disse  che  il  suo  cuoricino  aveva  semplicemente  cessato di battere.

229

PAMELA di Jonathan Macini (101 Parole)

Dovevo assolutamente trovare l'assassino di Pamela, non  per vendicarla ma per riuscire finalmente a dormire la  notte. Appena chiudevo gli occhi lei arrivava, con quel  vestitino bianco a fiori tanto grazioso, lo stesso che  indossava quando la trovammo riversa nel vicolo dietro il  Saturnia, il locale dove lavorava. Dopo aver interrogato ogni inserviente di quel postaccio,  mi convinsi che l'assassino non poteva nascondersi lì. Nel  frattempo riuscivo a tollerare i mal di testa causati  dall'insonnia solo grazie alle pillole che mi allungava un  informatore. Alla fine gli indizi mi condussero ad un seminterrato a tre  isolati dal bar. Era il mio. 

230

INDICE DELLE OPERE

SOLO UNA ROSA di Bruno Magnolfi  QUEL GIORNO A ZACATECAS di Massimo Mangani  PASSAMI LA CICCA di Marco Muzzi  IL TEMPO PER AMARE di GM Willo  LA STORIA DI JACK IL VENTRILOQUO  di Dario De Giacomo  IL GESÙ DELLE PERIFERIE di Marco Filipazzi  INCOMPRENSIONI RAVVICINATE DI UNO STRANO  TIPO di Aeribella Lastelle (101 Parole)  L’ULTIMA MISSIONE DI COCISSE (DETTO DIO) E  LA NASCITA DELLA LUNA di GM Willo  IL PICCOLO PIERROT di Fida (101 Parole)  NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE di Miriam Carnimeo  L'AUTOSTRADA DEL SOLE di Bruno Magnolfi  EREDITÀ SEGRETA di Aeribella Lastelle  RACCONTAMI UNA STORIA di GM Willo (101 Parole)  L’UTILITÁ E IL DANNO DEL BIDET PER LA VITA  di Dario De Giacomo  L’ULTIMO LAMPIONE di Massimo Mangani  RADIO BLUES di GM Willo  DOTTOR JACOB di Jonathan Macini (101 Parole)  DIO TAGLIA 60 di Mastro Tensione  ROSI E NIENT’ALTRO di Bruno Magnolfi  STRIPPER di Fida (101 Parole)  NOTTE A SHANGHAI di Hermes  LA LEGGENDA DEL BRISCOLONE di Gano  IL CORVO E LA COLOMBA di GM Willo (101 Parole)  IL MALE di Bruno Magnolfi  IL RE DEL PORNO OVVERO “DAL COMPLESSO  AL SUCCESSO” di Massimo Mangani  LE TRE CARAFFE di GM Willo  IL PORTICO di Marco Muzzi  IL NASTRO ROSSO di Fida  AMORE RITROVATO di Marco Filipazzi (101 Parole)  LA CALZA DELL’ACROBATA di Federica De Angelis  COME UN FIUME di Bruno Magnolfi  IL COLORE DELL'ANIMA di GM Willo  IL FIUME di Giulia Riccò  L'UOMO CON TUTTE LE RISPOSTE  di GM Willo (101 Parole) 

 9 11 13 15 18 21 23 24 28 29 32 34 40 41 43 46 49 50 55 62 63 68 75 76 79 88 89 91 94 95 101 103 109 111

231

SIMILE SONO IO, CHE PARLO DA SOLA  di Miriam Carnimeo  MADONNA DI STRADA di Dario De Giacomo  CLARISSA di Jonathan Macini  IL PENSIONATO di Massimo Mangani  L'EROE di Aeribella Lastelle (101 Parole)  L'UOMO A FUMETTI di Bruno Magnolfi  MASTRO LINDO di Gano  NEVE AL SOLE di Silvia Petrianni  UN ATTIMO DI VITA di Daniela Silvestro  L'AMORE INGOMBRANTE di GM Willo (101 Parole)  GLI AMANTI DELLA FINE DEL GIORNO PT.1­2­3­4  di Bruno Magnolfi  L'ALLUCE di GM Willo  AMPLESSO FURTIVO di Fida (101 Parole)  LA PRIMA VOLTA di Massimo Mangani  QUANDO HANNO ABBATTUTO IL PONTE…  di Dario De Giacomo  SUL TETTO DEL MONDO di Marco Muzzi  EUPHORIA di Marco Filipazzi  NOTTURNO D'AMORE di Giulia Riccò (101 Parole)  IL TEMPIO di GM Willo  IL SENSO AUTOCRITICO di Bruno Magnolfi  FRENESIA di Massimo Mangani  TERRORISTA PER FORZA di Bruno Magnolfi (101 Parole)  LO SPETTACOLO DI SPYRA PER IL CAOS  di Jonathan Macini  CERCHI DI FUMO di Miriam Carnimeo  L'UNICORNO di Aeribella Lastelle (101 Parole)  LA MEMORIA DEL SASSO di Dario De Giacomo  LE REGOLI SOCIALI di Bruno Magnolfi  NATALE AL BAR di Gano  AMBARABACCICCICOCCÒ di Fida (101 Parole)  NOTTE SILENTE di Marco Filipazzi  LA SPIAGGIA di GM Willo  ASSEMBLEA di Bruno Magnolfi  OGGETTI SENZA SOGGETTI di Dario De Giacomo  SHARONA di GM Willo  IL PICCOLO TOBIAS di Jonathan Macini (101 Parole)  L'UOMO DI CASA di Bruno Magnolfi  LO STRANO CASO DELLA SIGNORINA PARISI  di Aeribella Lastelle  UNA CAREZZA ANCORA, PASSERA'  di Claudia Cafarelli (101 Parole)  IL VERME ZANNATO di GM Willo 

112 114 117 122 126 127 129 132 134 135 136 145 147 148 150 153 155 158 159 163 165 168 169 172 174 175 178 180 183 184 188 189 190 191 194 195 198 201 202

232

LA SAGGEZZA DEL VECCHIO di Bruno Magnolfi  F I N E S T R E I N S O N N I di Miriam Carnimeo  CYBERBLUES di GM Willo  LIBERO di Bruno Magnolfi  PREFERENZE di Federica De Angelis (101 Parole)  GENERAZIONE DISTACCATA di GM Willo  LE POLITICHE di Gano (101 Parole)  ELISA A NATALE di Bruno Magnolfi  CINDERELLA di GM Willo  POI TI HA BACIATA di Mastro Tensione (101 Parole)  IL RAGAZZO E LA STRADA di Bruno Magnolfi  CUCCIOLO di GM Willo  PAMELA di Jonathan Macini (101 Parole) 

205 206 211 213 215 216 218 219 222 225 226 228 230

233

234

FINITO DI PUBBLICARE NEL GENNAIO 2010

Ogni opera presente in questo libro è protetta dalla  licenza Creative Commons. È possibile divulgare  liberamente i suoi contenuti citando sempre la fonte e gli  autori e comunque mai a scopo di lucro.  www.willoworld.net http//:rivoluzionecreativa.ning.com

235

RINGRAZIAMENTI Ringrazio tutti i membri di Rivoluzione Creativa che  hanno reso possibile la realizzazione di questo libro. Spero  di poter dare molti seguiti a questa prima raccolta della  community, sempre nel segno della positività e della  condivisione. 

GM Willo, Gennaio 2010

236

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful