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LE MALEMOZIONI la raccolta
JN Alessandro Tagliapietra David Kumada Piero Ilaria Spes Andrea Mura Manolo Onnis Bruno Elpis Antonietta Terzano Vittoria Trebi Elizabeth Ferrali Scartabella Giulia Solari L'illustrazione in copertina è di: Michele Pala (www.michelepala.carbonmade.com)

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Proprietà Letteraria Riservata I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, di riproduzione o adattamento totale o parziale con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi previo consenso degli Autori che ne detengono i diritti. © 2011 Associazione Culturale LaPiccolaVolante 3

Indice Requiem............................................................. pag.5 Sono un eroinomane........................................... pag.10 La classe.............................................................. pag.15 Matlox................................................................ pag.20 I pirati................................................................ pag.27 È caduta una stella.............................................. pag.31 Passeggiata notturna........................................... pag.34 Il ritorno del 6 agosto......................................... pag.40 Raccolta differenziata.......................................... pag.46 Ondeggia bastarda.............................................. pag.52 Il perdono di Adamo........................................... pag.55 Anima nera......................................................... pag.59 Horror vacui....................................................... pag.64

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Requiem (di JN)
Non ricordo esattamente il momento in cui il suo cuore ha smesso di battere, ma d’altra parte, non ho neanche cercato di prevedere quale sarebbe stato l’ultimo dei suoi respiri. L’ascoltavo però: tutto quel parlare, quell’inveire alternato al piangere scuse, balbettii inutili, singulti, quando si voltava verso di lui a vedere le condizioni di quell’ammasso di carne. Fino alla fine, quando i conati hanno smesso di squassarle il corpo. Soffriva? Sinceramente non lo so: non ho avuto il tempo per appurarlo, anche perché prima di dedicarmi a Lui, le avevo tirato un calcio nel ventre così forte che chiunque sarebbe svenuto. Ma lei invece ha meravigliosamente iniziato a vomitare ed io ero troppo preso ad osservare i suoi sforzi e i consecutivi, sincroni movimenti di quel magnifico corpo per stare a misurare la quantità del suo dolore. Non avrebbe dovuto chiedermi scusa: le scuse sono dei deboli e da una donna come lei, la MIA donna, mi aspettavo la fierezza e una reazione; quanto meno un tentativo di difendersi. E invece no: piagnistei, lamenti, sorrisini ipocriti e accattivanti mentre tentava di rivestirsi. Quell’altro almeno ha avuto l’accortezza di non parlare, o forse era così sicuro di se stesso o del suo destino, che il mio improvviso ingresso in camera lo ha ammutolito. E io l’ho aiutato a rimanere muto, gli ho concesso il piccolo favore di evitare di sparare, davanti a Lei, l’ultima stronzata della sua vita. L’ho
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evirato e gliel’ho cacciato in bocca il suo cazzo, ancora umido di Lei. Così che invece potesse ricordare l’ultima stronzata della sua vita da stronzo e gustarne il successo: gloriarsene davanti a dio e a tutti i santi che avrà pregato quando ho cominciato a colpirlo sul viso. Si chiede se anche Lui ha sofferto? E cosa mai cambierebbe? Io non lo so: Non era col suo dolore che io dovevo trattare. Ma col mio, signor commissario; per guarire e risorgere dovevo vederlo galleggiare pesante nello sguardo esterrefatto di lei; un dolore così profondo che neanche può immaginare; profondo e buio quanto i suoi occhi, quando mi parlava e mi mentiva; giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno dopo. E cosa avrebbe potuto placarlo? Sarei dovuto entrare nel bar quando li ho visti assieme e sedermi con loro? Offrirgli anche da bere? Parlare del più e del meno? E magari stringere la mano per presentarmi a quell’inutile sudaticcio ciccione. Guardi che bene o male è proprio quello che ho fatto. Li ho seguiti fino a casa e ho aspettato. Con tanta, santa pazienza, l’ho osservato aprire la bottiglia del mio vino, prendere i bicchieri dalla mia credenza e versarlo alla mia donna. Ma è allora che il MIO dolore ha iniziato a montare e mi ha invaso il cervello.
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L’ho guardato negli occhi, come in uno specchio, attraverso i riflessi del bicchiere profanato dalla sterile bocca di quel cretino; e l’ho riconosciuto per bene; ci ho convissuto quotidianamente, dopo ogni menzogna, dopo ogni notte passata a masturbarmi, mentre lei mi si rifiutava con addosso l’odore di un altro corpo. E’ allora che ha iniziato a salirmi la nausea. Ma la Nausea, signor commissario, è un sentore che invece non mi posso permettere. La Nausea è uno status di incertezza, che ti prende dallo stomaco e sale e condiziona tutta la tua facciata, i tuoi muscoli, la tua percezione. E’ peggio del dolore, perché non ne sei cosciente, la senti salire piano, piano e ti riempie; ma non sai mai fino a che punto può arrivare. Sai solo che comunque poi resterà lì in attesa e ti influenzerà fino a che non si dissolverà, di nuovo, ma lasciandoti sempre quell’alone di attesa. Per ripiombare improvvisa quando meno te l’aspetti. Ma io non posso aspettare così tanto. Allora, come le dicevo, sono entrato in quella stanza. Mi sono seduto sul letto, mi sono presentato e il suo nome gliel’ho fatto pronunciare per bene. Così, mentre lei balbettava e cercava di rivestirsi; gli ho stretto la mano e non gliel’ho più lasciata mentre lo colpivo. Con le urla di lei che mi incitavano e facevano da controcanto ai suoi mugolii di terrore. Colpivo e l’ho sentita calare la nausea: si assopiva, e veloce tornava sotto le unghie come scoria di una faticosa giornata. Allora ho continuato e forse allora ho deciso di non smettere fino a quando tutto non fosse finito. Non so bene chi dei due sia morto per primo; loro non mi riguardavano più.

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Alla fine doveva restare solo il silenzio, un silenzio dove il mio dolore si potesse definitivamente sciogliere, volatilizzare per non trasformarsi nuovamente in quella quotidiana nausea traditrice e beffarda. Lei dice che ho commesso un crimine efferato, che sono un essere nauseabondo, Allora non mi ha capito. La nausea è caos, è incertezza E io non potevo convivere con un’altra incertezza. Se ancora non ci arriva, una cosa allora la deve capire: Avete visto il vomito per terra e sul corpo di lei, signor Commissario. Era quello di mia moglie: Mentre balbettava, urlava e inveiva, ho deciso di concederle la grazia di svuotarsi subito, di non tenersi dentro il rimorso per quello che mi aveva fatto, di non rimanere sospesa come me nella sua nausea. Quel vomito erano le sue scuse, il suo svuotarsi: era il definitivo e rassegnato riconoscimento del suo amore per me. E io la ascoltavo, sorridendole e la osservavo bene, cogliendo così ogni sfumatura di quel vomito, mentre davanti ai suoi meravigliosi occhi così neri, castravo lentamente quell’idiota. A Lui non gliel’avrei mai potuta concedere altrettanta pietà; Lo si leggeva negli occhi insipidi,che non sapeva minimamente cosa fosse la Nausea. La nausea è il privilegio di chi sa mettersi in gioco col dolore, di chi non lo abbandona rassegnato,. Ma lo stuzzica, lo provoca. E allora gliel’ho donata: ho fatto in modo che avesse anche lui questo incontro ravvicinato con quell’incertezza; gli ho lasciato il privilegio di
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sentirsela montare dalle ferite e salire attraverso le convulsioni, i conati, nel tremore e infine le lacrime, in quegli occhi così spenti e inutili in cui c’era oramai ben poco da vedere. Ma ho osservato bene anche lui mentre la sua nullità soffocava ed esplodeva, trovando così finalmente un senso nella Sua nausea. Lei ancora balbettava mentre spirava dissanguata. Poi finalmente è calato il silenzio e tutto il nostro dolore, tutta la nausea di questa stanza e dell’universo intero si sono dissolti nell’aria. Non lo sente adesso che quiete? Di cosa vorrebbe incolpami allora?

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Sono un eroinomane (di Alessandro Tagliapietra)
Sono un eroinomane. Sono un fottuto eroinomane. Sono solo e tremo. Ho i brividi e ho freddo, ma non è il freddo di questo fottuto inverno che non smette di infilzarmi il viso con i suoi aghi affilati e invisibili, quegli aghi che ti trafiggono la pelle, di continuo, senza sosta. Quegli aghi lì dell’inverno. Quelli non mi fanno paura, quegli aghi li non mi fanno male. Il freddo che dico io non è sulla pelle, il freddo che dico io è dentro, nella testa, e da li scende e si irradia come un parassita, e cresce, si insinua, si dirama nella carne, nelle ossa, nelle viscere. Come un cancro. Sì, ho il cancro. Ma non è quel cancro lì, quello che ha portato via la nonna due anni fa. Questo è più vigliacco, più subdolo. È un cancro freddo, ti stringe, ti stritola, ti fa piangere, ti fa piangere il cuore, da dentro. L’ho visto bene quel cancro lì, quando ho dato un pugno in faccia a mia madre, la prima volta. Lei non si è rialzata subito, è rimasta li con la testa china, a guardare le mie scarpe, con le mani appoggiate sul pavimento. Ha aspettato qualche istante, poi si è alzata. Aveva lo zigomo arrossito. Io stavo fermo e tremavo. Avevo paura. Ma non di lei, purtroppo. Lei mi ha guardato. Non ha detto niente. Mi ha guardato e mi ha dato quei fottuti cinquanta euro. Aveva gli occhi gonfi mentre prendeva quella carta dal barattolo dei bucaneve. Una volta ci metteva i bucaneve, in quel barattolo. Erano per me i bucaneve, una volta. Aveva gli occhi gonfi, ma non ha pianto. Mi guardava. E mi ha dato quei fottuti cinquanta euro. Non mi ha detto niente. Questo è il cancro. Ho visto il cancro quel giorno lì. Questo è il freddo.
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Ora sto appoggiato qui, alla pensilina del quarantatre, e dall’altra parte della strada c’è il tuo fottuto negozietto precisino. E ti guardo. Dentro alla tua edicola di merda, in mezzo a tutti quei giornali di merda. Lo sai che ci sono scritte un sacco di porcherie su quei giornali di merda ? E ti fai anche pagare per vendere quelle porcherie alla gente. Vigliacco. Non ti conosco, e non ti voglio conoscere. Mi stai davanti e ti guardo, ti guardo e mi fai schifo. L’hai vissuta bene la tua vita? Sembri una pera raggrinzita senza capelli dietro a quei fondi di bottiglia. Con quelle manine affusolate e piene di rughe. Le vedo da qui. Sei anche finocchio vero? Lo so che sei finocchio. Ti vedo che sei finocchio. Solo i finocchi hanno quelle manine affusolate del cazzo. Ti ho visto prima quando quel negro con la borsa piena di calzini e pacchetti di fazzoletti è entrato nella tua fottuta edicola. Quanto ti avrà chiesto? un euro? Aveva solo bisogno di aiuto, e tu l’hai sbattuto fuori. Sei un fottuto razzista. Ti guardo anche adesso sai, mentre parli con quella donna. Dai vendile qualche porcheria. Cosa fai? Le dai un fottuto pacchetto di sigarette? Sono Marlboro, le vedo. La nonna fumava due pacchetti di Marlboro al giorno lo sai? Li avrà comprati anche da te, sono sicuro che li avrà comprati anche da te. E tu glieli hai venduti. Vigliacco. Sei un falso opportunista vigliacco. A guardarti mi fai venire i brividi per quanto sei ripugnante. Ho freddo. Tremo. Cazzo tremo. Tremo tutto. Sto male. Sto male. Cazzo sto male.
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Devo farmi. Sì, devo farmi. Ho speso tutto ieri. Non ho più un grammo di un fottuto niente. E ho solo tre fottutissimi euro. Gaz ne vuole almeno trenta per una dose. Piccola. Tu ce li hai trenta euro in quel negozietto di merda vero? Sei solo ora, non ci sono clienti. Attraverso la strada. Ho freddo. Quel fottuto freddo. Apro la porta del tuo negozio. “Buongiorno”, mi dici. Quanto sei falso. Ho tanto freddo. Mi stritola la testa il freddo. Estraggo il coltello dalla tasca del piumino. È a scatto, chiuso. L’ho comprato un anno fa in ferramenta. Mi serve per dividere le dosi il mio coltello. È fatto bene, non è cinese, l’hanno fatto in Italia. “La lama e le giunture sono in acciaio AISI 400, assemblato a Mantova.” Me l’ha detto il commesso. Io non so cos’ha di particolare l’acciaio aisi quattrocento, ma sicuramente è acciaio buono, se è fatto a Mantova. Tengo il manico tra le dita e il pollice. Premo la levetta sul manico con il pollice. La punta della lama esce dal culo del manico e scatta veloce lateralmente, descrivendo un semicerchio. Poi fa clack, quel fottuto clack. Mi penetra le ossa quel fottuto clack della lama quando si incastra diritta sul manico. Mi sento forte con in mano il mio coltello. Anche se il freddo non passa. Non passa mai il freddo. “Dammi i soldi frocio di merda” ti dico io.
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Tu non dici niente. Apri la bocca e indietreggi dietro il bancone, stai li a guardarmi attraverso quei due fondi di bottiglia. Sembri un gufo. Un gufo incartapecorito di merda sembri. “Dammi i soldi nonno” ti urlo io e mi avvicino, con la lama diritta davanti a te, all’altezza della gola. Hai paura, ti vedo, tremi come una foglia. Anche io tremo come te. Anche io ho paura. Ma io sto male e devo farmi. Perché ho freddo. Tu apri la cassa e prendi le banconote da cinque, da dieci e da venti, poi me le dai. Tremi. Vuoi solo che io prenda quelle fottute banconote e me ne vada dalla tua vita. Lo so che vuoi questo. E so anche che sotto il cassetto hai quelle da cinquanta, lo so gufo di merda, ma non me ne frega un cazzo. Gaz ne vuole trenta per una dose e ad occhio nelle tue manacce incartapecorite ci sono i soldi per tre dosi. Ti strappo le banconote dalle mani, le accartoccio e le metto in tasca. Tu mi guardi e hai paura. Tu mi guardi e non dici niente. Mi guardi. Non mi devi guardare così, non lo sopporto se mi guardi così. Abbasso la lama, mi avvicino e ti do uno schiaffo. Forte. Quando ti colpisco sento la plastica degli occhiali che si crina, tra la mia mano e la tua faccia. Tu cadi all’indietro, sopra lo scaffale, i pacchetti di sigarette ti piovono addosso, insieme allo scaffale. Cade tutto a terra. Anche tu sei sdraiato a terra. Non t’ho fatto così male dai, alzati. Non ti alzi. Un brivido di freddo mi percorre le viscere, la testa mi pulsa. Mi fa male. Chiudo il coltello e lo metto in tasca, poi prendo una manciata di accendini bic li sul bancone, sulla destra, tutti allineati dentro la loro
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scatola aperta in alto. Me ne rimangono in mano quattro, due gialli e due verdi, gli altri cadono sparsi nella scatola e sul bancone. Metto in tasca i quattro, poi esco di corsa dal tuo fottuto negozietto precisino. Corro, corro lungo il marciapiede. La gente mi guarda mentre corro, li vedo che mi guardano. Ma nessuno si chiede perché corro. A nessuno frega un cazzo perché corro. E mentre corro piango. Non piango perché ho paura, piango perché sto male, piango perché sento freddo. Sento freddo dentro. Sono un eroinomane. Sono un fottuto eroinomane, e piango.

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La classe (di David Kumada)
Bernardo D. ammazzava il tempo con una delle sue solite ispezioni nasali durante la lezione di matematica. Il ricavato sarebbe stato devoluto in beneficenza, ovvero introdotto furtivamente nel panino di Paola P, mentre questa si assentava per spillare, a ricreazione, un po’ di grana ai ragazzi di prima, che dovevano così a pagarle il pizzo con una parte del frutto dei loro furtarelli pomeridiani. Mai avrebbero però osato ribellarsi: Paola era davvero enorme, forse per merito delle extra vitamine che riceveva sottobanco nel modo che vi ho descritto sopra. Il professor Gervasi si asciugo’ la fronte imperlata dal sudore. Non era proprio il caldo a mandarlo in escandescenze. Era Lalla Fioroni, che si avvaleva della sua posizione al primo banco per lanciargli, grazie ad un comodo allargamento di gambe, un messaggio sessuale neanche troppo subliminale. Era brutta di faccia ma in qualche modo doveva pur darsi da fare. Gervasi la guardava allusivamente ogni volta che con la scusa della trigonometria nominava seno e coseno. La preside, una maledetta zitella sadica e maligna, entrò in classe all’improvviso con al seguito il bidello, quello grasso, dal volto truce, che aveva precedenti penali per furto a mano armata e linciaggio. Si aggiustò gli occhiali a lunetta e storse il naso indispettita, come a descrivere con un unico gesto di stizza quanto l’aria nella stanza fosse viziata, o meglio sudicia. “Fortunato Alessio!”, sibilò calma, poi dopo una pausa teatrale aggiunse cattiva, “prima di venire a scuola si lavi quei boccaporti di ascelle che si ritrova...con l’acqua ossigenata!”.
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Il bidello sghignazzò nonostante fosse anch’egli causa di costante attenzione olfattiva, ovviamente non sapendo che Alessio Fortunato lavorava part time come sicario apprendista per un’associazione a delinquere abbastanza famosa e non sapendo che la notte prima il diciottenne e la preside stessa, in realtà una maniaca della puzza, avevano passato una notte nell’intimità di una camera d’albergo ed ora stavano perpetuando una specie di gioco illecito e segreto. “Dannati marmocchi senza futuro, imperativamente, “si va in gita!”. fate le cartelle!”, disse

Ululati di gioia selvaggia invasero l’aula. Volarono fischi, quaderni, preservativi sgonfi... Fu così che gli alunni furono, pur con qualche difficoltà, costretti in ordine sparso, ad attendere svogliatamente di entrare nel museo comunale. Sembravano davvero degli studenti normali, perché quando volevano, sapevano fingere davvero bene. Trovarono all’interno gli alunni della scuola privata, quelli ricchi, vestiti bene e sempre perfettini nelle loro divise inamidate. Molti di loro andavano a scuola con il taxi quando l’autista della loro BMW era ammalato. “Guarda, Ginevra!”, disse Pio Ponzini all’amica griffata, “ci sono quegli squallidi dell’istituto professionale!”. Se avesse avuto la R moscia sarebbe stato il ritratto perfetto del figlio di papà stronzetto. Fortunatamente riprendeva punti in tal rispetto grazie ad un orribile ricciolo permanentato ed una faccia insopportabile da damerino viziato. “Sì, atroce! Non hanno proprio stile questi falliti”, rispose Ginevra, detta Gin. Non era un semplice abbreviativo, era anche il nome

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dell’alcolico che la ragazza si scolava giornalmente per vincere la noia dei lunghi pomeriggi in solitudine. Gli alunni in divisa passarono schifati accanto alla mastodontica circonferenza del bacino di Paola e non trascurarono di sibilare a mezza voce epiteti coloriti quali “Vagone di Grasso” e “Palla di Merda”. La nostra giunonica eroina però, non si scompose poi troppo e sorrise malefica, temibile come un presagio di pestilenza. Più precisamente fece una breve nota mentale scrivendo a caratteri rosso sangue il nome di Milena Massari, una cretinetta con le labbra rifatte. La preside non aveva perso tempo ed aveva attaccato immediatamente bottone con Giacomo De Silvestri, figlio di un noto banchiere fraudolento: “quanti anni hai?”, “hai già la carta di credito, caro?”, chiedeva fregandosi le mani ma il giovane l’avrebbe già volentieri mandata affanculo se non avesse temuto di incorrere in incresciose norme disciplinari che avrebbero macchiato la sua reputazione immeritatamente immacolata: tentò miserrimamente di districarsi dalle grinfie della vecchia citando il quinto canto dell’Inferno di Dante. Si accorse solo in seguito che poco aveva a che fare con la sua situazione e che aveva un effetto alquanto erogeno sulla preside. All’uscita del museo nessuno dei rampolli si rese conto di essere stato abilmente borseggiato da Fulvio S., che ora stava generosamente devolvendo il lauto bottino in hamburger e patatine per tutti. Solo Paola, che in genere era sempre in prima linea in tutte le occasioni di scrocco autorizzato, sembrava essersi volatilizzata assieme a Mauro N., il fighetto della classe. I malpensanti, ovvero tutti compresa la preside ed il prof. di matematica, accolsero l’assenza con una risatina maliziosa ed un certo affascinato stupore.

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Milena Massari aprì la portiera della limousine con fare irritato e si diresse verso il portone del suo appartamento in un palazzo in stile finto neoromano, peraltro anche abbastanza pacchiano. Mauro la aspettava lì, appoggiato contro una colonnina ornamentale, e la fissò con il suo sguardo magnetico che la sciolse immediatamente come un Fior di Fragola in estate. “Ciao”, disse lui, e a Milena parve di toccare il cielo con un dito a sentire quella voce sinuosa e conturbante. “Non mi scocciare, stronzo”, disse lei tuttavia, e si diresse tutta impettita verso l’ingresso. Ma a Mauro bastò ignorarla per riprendere sapientemente l’attenzione della ragazza, che ora si stava girando verso di lui contrariata e partiva come una iena ferita alla carica. “Senti, guarda che qui non ci puoi stare!”, disse scontrosa. “Allora saliamo da te?”, rise lui. “Ci sono i miei”. Mauro lanciò uno sguardo consapevole verso la sua moto parcheggiata in bella vista. “Non ho il casco per tutti e due, ma puoi usare il mio”, la invitò lui. Milena non se lo fece ripetere due volte e si lasciò rapire dal suo Zefiro, che approfittò di lei dopo un breve corteggiamento nella cabina vuota di uno stabilimento balneare deserto. Milena era na una donna innamorata. Stavano per salire in moto per tornare a casa quando lui si voltò e si fece serio: “Milena...devo dirti una cosa”. “Cosa?”, chiese lei.
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“Ho l’AIDS” Minuti dopo Mauro saettava via sulla strada e Milena restava impietrita senza sapere bene cosa fare, il suo volto una maschera di rancore, terrore e rimorso, a cercare di fermare un taxi che da quelle parti proprio non passava. Scagliò in terra la borsetta di Gucci con un’imprecazione isterica e pianse. “Capo, mi devi 30 euro di benzina”, disse Mauro l’indomani. Paola sollevò lo sguardo dal giornale di gossip che stava leggendo e lo guardò con disinteresse, arrestando a metà strada la sua mano all’interno del sacchetto di patatine. “Sei proprio sicuro?”, chiese calma. Anche il cellophane sembrava ascoltare. Mauro intese bene la minaccia velata e nascosta in quella nella malsana sembianza di pace e rispose di no, prima di allontanarsi e di lasciare la maledetta panzona alle sue oscure macchinazioni ed ai suoi grassi saturi.

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Matlox (di Piero)
Sono tornato, rieccomi in città, non ricordo quanti anni sono trascorsi, la guerra è terminata, devo riniziare a vivere, a vivere sì, per continuare a brancolare in questa valle di letame che puzza più del giorno in cui l'ho abbandonata. Eccomi qui, Toughxy-Village, ultimo baluardo di Super-Città 1, emblema di ciò che i nostri Illuminati Governatori 2 hanno deciso che sarebbe stato il futuro. Tough-V è nata durante i primi scampoli di guerriglia nel SouhternBlue 3 , quando si pensò che per combattere i ribelli controrivoluzionari sarebbe bastato dotare altri criminali di super poteri e vestirli di una calzamaglia sponsorizzata dalla madre patria!

1Agglomerato urbano popolato da supereroi – essere dotati di super poteri.

2Elite che governa e decide sulla politica e le sorti del mondo.

3Guerra di liberazione dal regime oppressivo dei Governatori Illuminati.

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Un richiamo romantico ai comics supereroici che tutti conoscono era ciò che serviva per far sì che l'opinione pubblica vedesse di buon occhio l'ennesimo stupro culturale che il nostro paese andava affrontando per mettere le proprie mani sulle riserve di Treminox 4, che avrebbero poi fomentato la guerra per gli anni a venire! Sono appena tornato nel paese che chiamo casa e quello che vedo non mi piace assolutamente, a dire il vero non so nemmeno perché ci sono rientrato in questo cesso di posto popolato da schizoidi – super – psico eroi, ma eccomi qui, rieccomi pronto a riniziare a vivere! La mattina è fredda, pungente, eppure sudo, sento il sudore gelarmi le mani e il collo mentre attraverso la MainRoute del centro. Ai lati delle strade miriadi di paria mi guardando con occhi bisognosi, io ricambio un veloce sguardo, sono già tentato di mettere fine alle loro oscene vite svuotando il caricatore della Meg4785 che mi pesa sul cinturone … Tossicomani penso! Ecco cos'è riuscita a produrre questa città, migliaia di tossicomani... Continuo il mio tragitto verso il più vicino Pub, ricordo che, al GlueCroissant si beveva ancora discretamente prima che partissi; mi ci dirigo lentamente continuando ad ammirare lo spettacolo che mi si presenta: la città è completamente mutilata, non solo
4Lega combustibile dall’alto potenziale energetico.

5Pistola a pompa calibro 12 con proiettili esplosivi.

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architettonicamente, visto che buona parte dei monumenti e delle costruzioni sono state spazzate via dalle cannonate e dalle esplosioni degli scontri, io intendo, mutilata di qualsiasi futura speranza! La città è marcia e puzza di marcio! La gente che la popola è marcia e ancora più marci sono i suoi difensori, esempio lungimirante di futuro e progresso, i suoi paladini, i suoi Supereroi: Pazzi psicotici tramutati in esseri super potenziati, ne ricordo alcuni come: AracnoGuy, lo avevano fatto sfilare con un attillatissimo costume in latex per le vie del centro prima di farlo partire per il SouthernBlue, il pezzo di merda era da poco stato rilasciato dal GrandissanteAsylum, manicomio di massima sicurezza, in cui era stato ricoverato per aver ucciso e imbalsamato più di trenta ragazzi. Scherzi del destino, proprio a questo elemento il nostro Illuminato Governo aveva dato la possibilità di redimersi attraverso la lotta contro i ribelli, dotandolo di poteri che rispecchiavano quelli di un ragno, con tanto di ragnatele e agilità da aracnoide, ancora lo ricordo, fasciato nel suo completo in latex arancione, saltellante tra i palazzi della città durante la parata per l'entrata in guerra! Un altro strampalato elemento era PeculiarMate, anch'egli ricoverato nell'ospedale del Grandissante per via di una forte psicosi, era convinto di essere un alieno proveniente da un lontano pianeta e che gli esseri umani fossero il suo cibo. Prima che lo ricoverassero, il bastardo, s'era fatto fuori almeno nove vittime e, come per magia, dopo qualche mese, il Governatore Blash6 lo dichiarò guarito e meritevole di prendere parte
6Alto funzionario dell’ordine del Governo Illuminato.

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all'armata dei Patriots7! Sì, cosi era stato chiamato il gruppo di canaglie di cui facevamo parte, “Patrioti”, psicopatici super potenziati al soldo del governo! Il bastardo era pure stato dotato di una Mandibola Meccanica d'Acciaio (con la quale dilaniava le carni degli ostili) abbinata a un completino verde smeraldo. Tra le nostre file ricordo ancora MotherPain, infanticida sociopatica dissociata, dopo aver violentato e ucciso brutalmente i suoi due figli aveva raggiunto il culmine delle proprie folli gesta facendo una strage nell'asilo nido della città. MotherPain era stata rinchiusa nel Grandissante per poco più di una settimana per poi essere dotata di una forza straordinaria, un tutù rosa shocking ed essere spedita in missione. Comunque, è meglio che smetta di ricordare i vecchi tempi, adesso devo ricominciare, la mia vita continua e non c’è modo migliore di un buon BoozeMaister8 per iniziare una nuova giornata o una nuova vita! Arrivo al bancone del Pub, sto ancora sudando freddo, sono affaticato e nervoso, mi rivolgo al barista, chiedo Booze e Sparfaghi 9, mangio e mi disseto al bancone di questo sporco pub, sono circondato da altre anime
7Gruppo di mercenari super potenziati.

8Bevanda pesantemente alcolica.

9Piatto a base di spaghetti cinesi in salsa.

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solitarie, ma sono solo, sono solo con la disperazione che mi dilania l’anima. Sono un vecchio mercenario, non ricordo come si vive da civili, non ricordo quali sono le maniere per socializzare, ricordo solo le migliori tecniche per provocare dolore e per incutere timore. Termino il mio saporito drink e il mio rancio, mi aggiro un po’ ebbro per il localaccio, cerco guai, cerco guai perché ormai è l’unica cosa che sappia cercare … Scannerizzo l’ambiente circostante, delimito il perimetro di azione, sono di nuovo in missione! Target avvistato: un teppistello prende a calci il juke box che sta dall’altra parte del locale, mi avvicino lentamente, estraggo la Meg dal cinturone e gli caccio in bocca il calcio dell’arma, probabilmente non mangerà che minestre per il resto della sua vita. Ha il viso coperto di succo di pomodoro, ansimante cerca di dirmi qualcosa, pare voglia intimorirmi da come mi guarda, come se avessi appena commesso il peggior errore della mia vita! Mi volto e in un attimo sono circondato da teppisti agghindati come lui, saranno una ventina, tutti con le creste, i tatuaggi e le borchie; era ora penso! Una bella rissa mi rimetterà velocemente di buon umore! Srotolo la catena ad uncino che porto avvolta all’avambraccio sinistro e la faccio roteare tranciando una buona parte degli stronzi che mi stanno attorno, gli animi si agitano e iniziano a volare i primi colpi ben assestati. Con un gancio ne prendo tre in pieno volto e girandomi ne faccio volare, con un calcione, altri cinque per almeno tre metri … tiro fuori il ferro e faccio piazza pulita dei restanti.

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Succo di pomodoro per tutto il locale, mascelle spezzate, dita volanti e denti come coriandoli, mi sembra di essere a carnevale! Fiesta finalmente! Mi riavvicino al bancone e ordino il secondo Booze! Il barman mi guarda perplesso, magari pensa che sarà lui il prossimo ad essere martoriato, evento che effettivamente potrebbe rivelarsi plausibile! Mi serve il secondo drink e mi chiede di allontanarmi presto perché CapitanToxy, lo sceriffo della città, è di ronda e inconsapevolmente mi ero appena divertito parecchio a fare a pezzi i suoi tirapiedi, faccenda che non lo avrebbe reso molto contento. Chiedo al barista chi fosse questo sceriffo che avrei dovuto temere e lui mi informa che il CapitanToxy era colui che adesso dettava legge in città, mi dice che era un super potenziato dal Governo Illuminato e che gli era stato affidato il compito di proteggere e tenere pulita la città! Rido! Rido di gusto al pensiero di una città pulita, tant’è che mi faccio addosso dalle risate! Non vedo l’ora di incontrare questo deficiente in costume e fargli assaggiare un po’ della mia legge, e come spesso accade se parli del diavolo … Un montante al mento mi fa volare giù dallo sgabello dove sono seduto, eccolo di fronte a me, almeno due metri di struttura in calzamaglia beige, stella dorata al petto e mascherina al volto, ridicolo penso! Non vedo l’ora di vedere pure lui ricoperto di succo di pomodoro! Un balzo felino e lo stendo con un laccio californiano alla gola, sembra averlo tramortito ma si rialza più incazzato di prima, estrae una GunBlade10 e mi assesta due o tre colpi in pieno petto, poco male, ho il
10Pistola calibro 9 mm con proiettili incamiciati. 25

corpo foderato di lega in amianto e i suoi proiettili sono simili a punture di zanzara per me. Continuo il corpo a corpo, gli cavo gli occhi e gli strappo la lingua dalla bocca, tiro talmente forte che mi restano in mano pure le tonsille, quanto meno smetterà di pronunciare le frasi da Supereroe del cazzo, ho fatto un favore alla società penso! Il poveraccio è a terra carponi, gli assesto un calcione dritto in volto e vedo la mascella staccarsi di netto, finalmente il tanto amato succo di pomodoro, lo vedo scorrergli sul volto trasfigurato dal dolore. Lo guardo dritto negli occhi e mi presento: Ciao amico, Mi chiamo Matlox e da oggi penso sarò io lo sceriffo in questo merda di posto!

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I Pirati (di Ilaria Spes)

Tornano a soffiare venti di guerra. Anche i condottieri delle moderne crociate sono animati da istinti imperialistici che covano sotto falsi e logori proclami mistici. Dalle dune del Maghreb tuona l’ira dei carnefici e l’eco si propaga spietata e arrogante da costa a costa. Rimbalzando come una Fata Morgana dal deserto verso il mare. Il rais della Tripolitania, trincerato come una talpa rabbiosa tra bunkers e rifugi sotterranei, pianifica cateratte di sangue e benedice i cacciabombardieri, che volteggiano sulla terra del suo popolo, sganciando missili e distruzione. Oltre la mattanza, il miraggio delirante di un ritorno al trionfo e al potere. Bastasse questo! Devono tremare e pagare anche i farabutti traditori tra gli Europei un tempo amici. Così il tiranno vomita minacce e ordina di sciogliere i ceppi ai peggiori detenuti nei lager del Paese. Alcuni galeotti, liberi, possono riversare i loro istinti brutali, ingigantiti dalla cattività, su altre sponde del Mare Nostrum, sulle coste italiane, dove già convergono i binocoli e i tridenti della resistenza reazionaria.

Per manovrare le leve del potere, nuovi Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra abbandonano i festini ove si sono ingozzati di ostriche e champagne. Stanno per dedicarsi al loro gioco di strategia, sullo scacchiere del bacino mediterraneo.
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In occidente, nelle centrali del potere, i dittatori subdolamente nascosti sotto le mentite spoglie della democrazia, affinano le armi dell’opportunismo. Come abili illusionisti pianificano nuove alleanze. Archiviano nel doppiofondo torbido della coscienza le transazioni miliardarie e gli sconci baratti con il diavolo. Sorseggiano un intruglio dell’oblio e così dimenticano che buona parte delle armi che insanguinano la Cirenaica sono prodotte da loro. E ordinano l’embargo. Il complesso telaio politico internazionale, sotto le luci della ribalta, tesse l’unanime condanna delle stragi nordafricane e spara colpi al fondamentalismo. Mentre il sud piange e invoca l’aiuto di mamma Europa per fronteggiare l’incubo di una diaspora biblica. Da un dammuso esce una strana litania, colonna sonora della notte alle Pelagie. Qualche barca penetra la profondità di Cala Croce. Oggi le tartarughe caretta caretta sono tornate a deporre le loro uova sull’Isola dei Conigli. Poi hanno riguadagnato la via del mare con percorsi sotterranei tra scogli e faraglioni. Il faro di Capo Grecale lancia barbagli intermittenti e rotatori sul mare. I falchi intessono voli concentrici sulla Baia di Mare Morto. Forse hanno fiutato l’odore di testuggini neonate. Da divorare. Nell’isola più afflitta la sera é calata. E sfuma nelle sagome multiformi proiettate dalle luci dei lampioni, che si incendiano per un automatismo puntuale. Quelle forme, cangianti nei contorni, ma senza spessore, si stampano per terra o sui muri, fluide ed evanescenti come fantasmi grigi e neri: sono le ombre di pedoni e di carri, di pensiline e di tettoie. L’alzaia si sta spopolando. Il mercatino smonta: gli artisti che hanno esposto i loro quadri piegano gli sgabelli, rassettano pennelli sciacquandoli in bicchieri di acqua ragia, riordinano colori e tavolozze, ripongono i quadri invenduti, caricano i cavalletti su carretti e biroccini.
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L’odore del canale giunge inframmezzato da vampate di vernici e solventi. Sottili e aspre esalazioni di sangue rigano le acque. Un manipolo di sentinelle scruta l’orizzonte con binocoli telescopici. La guardia costiera vigila sul mare a caccia di contrabbandieri di anime, caronti e traghettatori di spiriti provenienti da lidi desertici e solatii, anche oggi avvolti dalle vampe e dai fuochi dei bombardamenti. La burrasca del mare non si lascia ingabbiare. Nella nottata marittima il cielo schiatta di onde e la luna gronda di spuma. Il firmamento accende i suoi grappoli di stelle, disegni poligonali sul tessuto damascato dell’oscurità più salmastra. Le geometrie astrali tracciano rotte interrotte per i vascelli carichi di sofferenza umana. “Le condizioni meteo del canale di Sicilia sono in netto peggioramento con il mare in tempesta” gracchia la radio Londra nostrana. Lontani, gli alfieri del Nord continuano a puntare, ottusamente, i loro binocoli telematici verso un orizzonte tragicamente predefinito. Predoni a caccia di prede. Ancora una volta arroccandosi sulle torri saracene costruite da antenati ormai polverizzati dal fluire inesorabile del tempo. Lo scontro è terribile. Anche il mare esplode tutta la violenza che ha represso con intere giornate di bonaccia. La colonna sonora della scena sono spari che evocano i colpi di obici e cannoni. Poi, come sempre avviene, alla tempesta subentra la quiete. Alcuni cadaveri si abbandonano alla nenia fluttuante delle correnti e alle geremiadi malinconiche dei dammusi. E,

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sulla riva, c’è già un malemozionato pronto a dedicarsi all’arte della mistificazione.

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È caduta una stella (di Andrea Mura)
Sì, ma non chiedetemi il nome di quale stella sia caduta, perché davvero conosco poco l’astronomia! Quello che posso dirvi è che la caduta di questo meteorite così grande, ha provocato delle strane reazioni sulla terra. Sembra infatti che non solo abbia spostato l’asse, ma addirittura lo stesso pianeta di alcuni gradi. I suoi effetti, quelli dell’impatto, così a prima vista sembravano davvero poco considerevoli, qualche frana, qualche scossa di terremoto, qualche piccolo tsunami, ma nessun danno grosso o evidente. Ma era solo apparenza. Per qualche oscura ragione, con lo spostamento, e quindi l’avventurarsi verso una zona sconosciuta, si è verificato un repentino cambiamento d’umore degli esseri viventi. In primis negli umani, che in fondo non son così buoni come si vorrebbe credere. In questa nuova dimensione, gli umani stanno dando il peggio di se stessi. La cosa si sta verificando un po’ ovunque e in tutti i livelli sociali. Le mamme mettono i loro bimbi in lavatrice insieme ai panni per risparmiare tempo, i bimbi -anche piccoli- collocano bilie, giocattoli e sbavano volutamente nei pressi delle scale per far sì che gli adulti scivolino e si facciano molto male. I proprietari dei cani, legano questi ultimi al parafango delle auto e corrono all’impazzata per farli stancare a morte e trascinarli una volta sfiniti come stracci. I cani dalla loro si riuniscono in bande numerosissime, mordendo tutto ciò che arriva loro a tiro. Di solito aggrediscono le vecchiette che ritirano la pensione, o i ragazzini che giocano a pallone. Sembra però che abbiano una spiccata predilezione per le mamme che portano in giro i bambini in carrozzella. E’ molto frequente infatti, vedere una carrozzina spinta velocemente da una mamma affannante, inseguita da una muta di cani latranti. A prima vista questa situazione ricorda le slitte degli eschimesi, quelle trainate dai
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cani, con la sola differenza che qui i cani stanno dietro e non davanti al mezzo. Anche le case costruttrici d’auto non scherzano, ora in commercio ci sono auto elettriche, che a loro dire sono economiche ed ecologiche, ma se ti capita di avere le mani sudate, ti arriva una scarica di 20.000 volt e si trasformano automaticamente in sedie elettriche (in vera pelle però). Ma non è tutto, le cinture ormai vengono definite d’insicurezza, dal momento che all’improvviso si animano e ti si attorcigliano al collo strozzandoti, ancor peggio è l’airbag, che esplode a seconda di come gli gira. Le cinture puoi non metterle, ma a quel punto rischi d’incappare nei poliziotti, che aspettano giusto il momento in cui tenti disperatamente di liberarti dalle cinture, per multarti o addirittura spararti per aggressione a pubblico ufficiale. Sul piano ecologico poi è un disastro. Le petroliere vengono fatte affondare per divertimento da bande di delinquenti, che hanno ottenuto cannoni, mitragliatrici e bazooka con la sovvenzione dello stato. Il loro divertimento è centrare entro il terzo colpo la petroliera e vederla affondare, godendo della marea nera e oleosa che si crea di lì a poco. Il vincitore ha a disposizione una ragazza che può stuprare a piacimento e che poi cederà al gruppo. Ovviamente le petroliere si stanno attrezzando e rispondono alle cannonate con dei missili acqua terra aria e sabbia (di nuova concezione) che arrivano fino al gruppo di disgraziati e li fa esplodere riducendoli ai minimi termini. Non solo, anche le donne si stanno attrezzando, in commercio infatti si trovano lenti a contatto che se indossate, possono trasmettere raggi gamma JHDD, che portano al rigonfiamento spropositato dell’encefalo del violentatore, e l’aumento dei denti da 32 a 78, non solo possono agire sugli organi sessuali, creando lo spostamento degli stessi, in zone tipo ascella, orecchio etc etc. Sul campo farmaceutico poi non ne parliamo, il "bugiardino" delle medicine è diventato davvero bugiardino, anzi un
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bugiardo in maniera esponenziale, potrebbe dire di curare qualsiasi cosa, ma in realtà è più probabile che sotto il suo aspetto innocuo, si celi un lassativo o il letale curaro. Anche gli animali, come dicevo prima hanno risentito di questo inaspettato fenomeno. Ora è quasi impossibile distinguere un pesce rosso da un pirànha, uno squalo da un muggine, un gambero da uno scorpione. Le zanzare hanno smesso di ronzare e non le senti più. Sono anche diventate mimetiche, e addirittura indossano maschere antigas per evitare gli insetticidi. Le farfalle s’incastrano nei reattori degli aerei e li fanno cadere, distruggono i fiori, combattono con le api. I serpenti s’infilano nei cassetti e fanno finta d’essere delle cinture, quando gli indossi ti stritolano o ti mordono, alcuni sputano. I canarini e pappagallini, dopo aver visto gli uccelli di Hitchcock, cercano di emulare le gesta del film. I gabbiani defecano, con vero gusto, tutti i passanti specie quelli vestiti di bianco. Questa situazione non mi piace, anche io mi son incattivito, mi piace fare lo sgambetto agli anziani, rubare il gelato ai bambini, ma mi rendo conto che sarebbe meglio che le cose tornassero come prima, perciò mi rivolgo ad un mago astrologo, perché possa spostare il mondo e riportarlo nella vecchia posizione. Lui prima mi deruba, poi mi ascolta. Per farmi smettere di parlare mi pesta un piede con forza, e mi dice: “Il mondo non è poi così cambiato, la cattiveria è sempre esistita, pensa alle guerre, agli schiavi neri, o ai campi di concentramento, solo una cosa è cambiata, non esistono più i buoni e i cattivi, non esiste più chi s’approfitta dei più deboli, non ci son più vittime e carnefici, ma sono tutti cattivi in modo diverso!” Detto questo mi dà una martellata sul cranio.

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Passeggiata notturna (di Manolo Onnis)
Al buio della luna e al cielo aperto stann seduti fumando dei cubani che creano dei fiumi sulle ombre che da terra si diramano sul mare e che franti dalle onde alla battigia diventano più oscure dell’oscuro. La luna, che sbircia da su in alto, intravede solo orrore indefinito: bocche digrignanti economia e calcoli di mondi da spartire; se riflessa è la luce che li vede, diretto è il pensiero che li muove. In un tavolo di triangoli incrociati in sei stanno ed ognuno ad un estremo. Mangiano carni rare e saporite e bevono vino di sudore umano. È un gran giorno questa notte per i sei, che nel caro e più esclusivo ristorante festeggiano vittoria e un’altra guerra con cui darsi battaglia l’un con l’altro.
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Imperio oggi ha vinto sul petrolio e ride forte e iroso e a squarciagola, felice dell’invidia non mostrata da chi ridendo accanto a lui è seduto. -“ Ridi come un porco” fa Dominio, -“Ha parlato Sporco Naso di Maiale” ribatte tra le risa Altroligarca, che con suoni simile a suino, fa cadere sulla sabbia il suo buon vino. Canti di natura in tutta l’aria son lanciati alla spiaggia dalle casse: sibili, ringhi e ululati ferini, che s’urtano col suono di maretta che fino a lor si asserpa dalla proda e genera asincronici stridii che il correr dei coltelli sopra al piatto riesce ad ammorbare ulteriormente. “Oggi stringo in mano la vittoria, sono io il nuovo capo del petrolio! Tutto il nero di sotto a questo mondo lo posseggo e decido un caro prezzo! Mi appartiene, esclusivamente è mio!
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Decidiamo cos’altro conquistare: grano, acqua, terra o mare?” Non ci son delle leggi in questo gioco, qui decide solo l’opportunità: se bisogna assoldare dei ribelli, dar fuoco a re sovrani, affamar mutilati, uccidere altri umani, mutilare affamati, che importa? il da far si fa, siamo umani e siamo tutti uguali, c’è solo chi più tiene e chi men’ ha. Si fa scuro il cielo e via la luna che chiude l’occhio e toglie la visuale a chi ha trovato in grassa lingua cibo. Nascosti i loro corpi nella notte li uccido e tolgo i loro risi al mondo che torna muto nel suo sciabordare. Andando alla ricerca di altra luce inizio sì ad udire di lontano rumore ancor più orribile dell’altro,
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che il bosco fuor rimanda a tratti a tratti e che richiama me e la mia attenzione: mi par sciolta canea maleducata in un mangiare ingordo e senza sosta; ma, luci di candele consumate, mi mostrano la vera e sozza fonte: son sei bifolchi umani in or di cena che in cerchio e con le mani sulla fronte divorano sul suol ciò che par merda, coi gomiti si fanno spazio al centro spingendosi feroci l’un con l’altro, e poi finito il cibo che sta in terra si rialzano composti ed educati con feci tutt’intorno alle narici su labbra, guance e pure giù nel mento: di certo è un pasto buono e prelibato. Mi vengono di contro con coltelli chiedendomi se voglia io assaggiare un goccio di quel sangue che rimane in lame rugginose ed assassine, in cambio mi propongono un affare: aver le lame in gola e stramazzare.
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“No grazie, ho già mangiato petrolieri, avevan sangue caldo e assai fluente e feci che ancor bolo mi hann saziato” Poi sputo i sei bifolchi che se n’ vanno. Rimango qui nel bosco e mi distendo sovra un rialto al margine d’un lago1 al buio di una luna che non vede e al suono del mio cuore che ribolle, ma un odore denso e acre mi distoglie: è il puzzo che diffonde il mio respiro, par sangue misto a sterco e pesce crudo. Riapro gli occhi e sans but mi dono al mondo che intravedo tra le ombre delle nubi che galoppano sul cielo e sulla terra. Poi traudisco ululati alla mia destra, son lontani e mi avvicino con gran calma: forse vado lì per veder la morte o forse vado solo per andare, ma un palpito di vita sento al cuore al pensier di vedere sofferenza.
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Cammino ancor più piano e senza fretta per godere nell’attesa del terrore, in mente scene truci e truculente: Sono umani divorati da animali? Sono bestie che si mangiano l’un l’altra? O è solo un uom che preda di sé stesso si fa a pezzi e si mangia a poco a poco? Un poco mi avvicino e di già fremo per quello che mi par di travedere: un mostro con sei bocche e il doppio d’occhi, che il doppio ancor di loro c’ha le zampe. Ma mentre mi avvicino ulteriormente tradisce un lampo in cielo quel che ho visto. Son sei corpi, ma di chi? Un altro lampo. Son bambini e tra loro se le danno! Senza sosta, contro altro e contro sé. Che quadro m’ha dipinto il chiaroscuro, pare scuola della vita nell’infanzia. Là li mollo e continuo senza meta in un tempo che il tempo non aspetta e che lascia il futuro nel passato: il dolore è irrevocabile.
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Il ritorno del 6 agosto (di Bruno Elpis)
Era un giorno del tempo, un mattino d’estate e ventilava il mare aperto il suo rigoglio. Diranno ancora “amate” i poeti di corte e la fede che prospera più cieca dell’orgoglio? Quel giorno a Hiroshima fu decisa la morte. Ora, se parla l’uomo, quale voce credente sarà la sua nel chiedere la fede che spergiura? Quel giorno a Hiroshima il tutto s’ebbe il niente del suo potere, l’empio mai fu così pietoso. “Lo sviluppo del mondo può passare soltanto attraverso questa porta: quella dell’energia atomica.” Il professor Hiroshima (mai cognome avrebbe potuto essere peggior presagio) socchiuse ulteriormente le già ristrette fessure di occhietti costipati dai tratti somatici della sua razza. Di fronte a sé aveva nientepocodimeno che un Nobel per l’astrofisica. “Sono convinta che ci sia bisogno del nucleare. Ci sono molte paure irrazionali ma non si può decidere sull’onda dell’emozione. Serve razionalità. È proprio il mio ambientalismo che mi fa dire sì: il nucleare è la fonte che, tutto sommato, inquina meno.” Margherita per me, prima di quelle dichiarazioni, era stata un mito.
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Quindi incalzai l’anziana scienziata, leggermente incuriosito e decisamente inorridito: “Margherita, tu che porti il nome di uno dei fiori più semplici e più romantici che Madre Natura abbia mai concepito, cosa intendi dire con queste tue minacciose affermazioni?” Lei mi rispose, evidentemente sviando il discorso, che io volevo incentrare sulle bellezze puerili del creato: “Fare un referendum ora significherebbe solo buttare soldi perché è ovvio che con la paura non si può trasformare un Paese in un mondo di scienziati che valutano razionalmente i rischi e i non rischi.” Del resto il professore giapponese, il sinistro Hiroshima, la spalleggiava e si rivolse a me con atteggiamento superiore, sprezzante e denigratorio: “Il mondo ha bisogno di energie alternative, mio caro Bruno.” Io replicai con modestia, facendomi piccolo piccolo per via dell’ignoranza che mi attanagliava: “Ma ho letto della forza del vento … anemo … come cavolo si chiama? E i pannelli solari, le energie pulite ... o sono tutte utopie?” Il prof. Hiroshima socchiuse nuovamente i suoi obliqui occhiettipertugio . La dottoressa Nagasaki, la sua avvenente assistente (pensate, aveva perfino sfilato, a Parigi, per l’eccentrico Kenzo!), gli sorrise con complicità, sfoderando tutta la sua sensualità per supportare un altro proclama a favore del nucleare. Per contro, Margherita – in quell’impari conflitto di forze contrapposte e di attriti - manteneva un atteggiamento da sfinge. Impenetrabile, inaccessibile.

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Poi articolò la sua mazzata finale, scandendo a chiare lettere le parole che proferiva: “In Italia il pericolo grosso del nucleare siamo noi italiani, perchè si ha l’abitudine di pigliare tutte le cose sotto gamba. Si ha tanta paura del nucleare e poi milioni di abitanti vivono intorno alle falde del Vesuvio, che non è morto, è bello vivo, e se sono decenni che non esplode, il giorno che esploderà sarà un vero disastro. La paura dell’atomo è dovuta all’ignoranza, ma l’Italia ha bisogno di questa energia, e anche l’incidente in Giappone aiuterà con nuove precauzioni.” Io la guardai annichilito. E, come al solito, non ebbi la forza di replicare. Ebbene sì, per la cultura, avevo un sacro terrore. E poi io, tapino, cosa ci facevo lì, tra professori e scienziati? In me si insinuò il ragionevole dubbio che si trattasse soltanto di un sogno … Perché nascondi il volto in un volto ch’è roso dalla sua lebbra ardente? Ogni attimo minaccia la grazia ch’ebbe il soffio sul suo fango mortale. Quel giorno Hiroshima si rovesciò la faccia dell’uomo nell’atroce risguardo del suo male, fu l’essiccata effigie dell’occhio che rintraccia la tenebra perenne, addentro nel fulgore d’un punto che vacilla ed è la sua pupilla. Se sia stato un sogno, questo non lo saprò mai.
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So soltanto che un’antica leggenda giapponese recita che il namazu, l’enorme pescegatto che vive nel fango sotto l’arcipelago giapponese, scuotendosi, provoca terribili maremoti o – secondo una terminologia più in voga – gli tsunami. Fatto sta che – sogno o realtà, poco importa – me li vedo tutti dinnanzi agli occhi, i nuovi demoni dell’epoca contemporanea: pesci volanti con denti da vampiro, uccelli antropomorfi che solcano cieli ionizzati e conducono vita anfibia per effetto di mutazioni irreversibili, esseri semiumani ricoperti di scaglie con occhi protuberanti e code piumate che si bagnano in acque gorgoglianti di polle radioattive. Mi interrogo sul nostro incerto e mutante futuro, angosciato dall’incubo che mi si para di fronte. E, memore di un passato poetico, il mio alter ego mi risponde con la terza strofa della poesia di Alfonso Gatto, “Sei agosto”: Un ordine la mano che fissa il suo potere, ma la voce era d’uomo che annienta le parole per non udirle, e aspetta: rigurgita il cratere di povere festuche umane che ogni fuoco bastava a incenerire, il fuoco che riscalda il gelo e la miseria degli anditi di carta, il tizzo del bambino che soffia sul suo gioco. Forse i morti non seppero s’era caduto il sole. Ora mi trovo, amici delle Malemozioni, di fronte al vostro tribunale.
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“Bruno, ma che c’entra? Questa volta sei proprio andato fuori tema!” E vi rispondo con la mia flebile apologia. In questa storia siamo tutti rei, più o meno confessi, tutti da condannare, tutti cattivissimi. Margherita perché, rilasciando quelle dichiarazioni, ha una delle più gravi responsabilità. Quella della scienza di fronte alla catastrofe. Il professor Hiroshima è colpevole, perché supporta una tesi disonesta. E poi, diciamocelo francamente, tutto quel socchiudere gli occhi per enfatizzare un’idea non è demagogico ed esagerato? L’assistente Nagasaki è parimenti condannabile: di acquiescenza verso una teoria autodistruttiva. E io, signori, io, Bruno, mi autoaccuso. Ogni volta che non esprimiamo la forza delle nostre idee – ogni volta, invariabilmente – siamo complici di chi ci sovrasta. E dobbiamo subire la stessa pena, magari in forma attenuata. L’omertoso (o meglio, il correo) deve essere sempre punito! Anche se, in cuor mio, vi decanto un’altra strofa del “sei agosto”: Quell’attimo d’un solo grido taciuto anch’esso, quell’attimo, la mira del fulmine che scarta nel sibilo la luce e ne dirompe l’iride. L’abbaglio ammonitore è fermo nella salda tenacia del ricordo: s’illumini il regresso dell’uomo al suo patire, con le sue mani livide la fredda guerra ci offra un obolo di pace.
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La poesia non finisce qui, ci sono altre strofe da leggere. “Bene, ma Alfonso Gatto, con questa sua stupenda poesia sul primo disastro atomico della storia, cosa c’entra? Che responsabilità può mai avere, lui, il poeta?” La mia coscienza critica m’incalza. Ci ho pensato, amici, ci ho pensato tanto ad assolverlo. E penso che, in fin dei conti, lui sia proprio il minor indiziato di questa terribile vicenda, anche se, come al solito, l’arte ha capacità tremendamente divinatorie. E lo dico mentre Enola Gay, gabbiano di metallo, vola sulla mia testa e lancia garriti sovrumani e modulati da sintetizzatori elettronici, che distorcono il grido del nostro animo straziato.

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Raccolta differenziata (di Antonietta Terzano)
Come piove! Sono felice che le nuvole siano venute a piangere di gioia assieme a me. Manuel, viscido verme, schifosissimo bastardo, sei morto! Come ti piaceva scopartene una, o anche più di una, ogni notte! Bionde, more, rosse, castane: tutte ti andavano bene, pur di soddisfare il tuo istinto d’infimo maiale! E a me, ci pensavi mai? No, non te ne importava niente. D’altra parte, come darti torto? Avresti voluto una brava mogliettina, cui mettere il burqa, mentre a me non fregava un accidente di servire e riverire uno stronzo come te! Credevi che sarei rimasta zitta e buona, a sopportare i tuoi porci comodi? Sapevi che anch’io ti tradivo. Con vendicativa soddisfazione, osservavo come ti rodevi il fegato, non sapendo chi fosse il mio amante. T’incazzavi più di una iena: detestavi essere un gran cornuto. Bene, ora che sei morto stecchito, posso confessartelo: di notte, quando andavi a caccia di sgualdrinacce in loschi bar o assordanti discoteche, me la spassavo con quel demente di Anselmo. Sì, proprio lui: il figlio ciccione della portiera. Manuel, ormai tra di noi c’erano soltanto urla, pugni, morsi, calci. Ero proprio stufa delle nostre liti manesche! Hai avuto la fine che meritavi: avvelenato come un topo di fogna! Ti dona molto il purè di patate sulla faccia. Hai schiumato come uno stallone imbizzarrito alla sua ultima corsa, prima di piantare il tuo sudicio volto nel piatto, dopo l’estremo rantolo di vita. Ti ho tirato su per i capelli: adesso sputo sui tuoi resti di maledetta carogna che sei sempre stato, addirittura più da vivo che da morto. Guardami negli occhi, Manuel: questa era la tua ultima cena qui a casa. Per te è arrivato il momento di togliere il disturbo. Ci penso io a farti scollare quelle chiappe puzzolenti da sopra la sedia della mia
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cucina. Sì, finalmente questa è solo e soltanto la mia cucina, come questo è solo e soltanto il mio appartamento. D’ora in poi, sarò la vedova più allegra dell’universo! Non mi mancherai per niente. E adesso, senza storie – che tanto non puoi più farne – sparisci in questo bel sacco nero per l’immondizia, e andiamo a fare una bella gita sull’Arno. La tua ultima gita. Sono al settimo cielo per averti ammazzato! Vediamo un po’ se Anselmo può venire subito, così mi dà una mano a portarti giù in macchina… - Buonasera signora Lucy! Ti serve aiuto? - Oh Anselmo, vieni, entra. Oggi ho sfoltito un po’ il mio armadio: quanti abiti che ormai non indosso più! Sono lì, in quel sacco nero. Mi aiuteresti a portarlo giù in macchina? Così buttiamo tutto nel cassonetto giallo sabbia. Sai, con questa novità della raccolta differenziata… - Ok signora Lucy! - Prima che mi dimentichi… come va con la nuova dottoressa? Tua madre mi ha detto che, come regalo per i diciotto anni, hai voluto cambiare psichiatra. - La nuova dottoressa è una vera babbiona, peggio di quel dottore brutto e cattivo che avevo prima. - Ah sì? - Magari, dopo il bidone giallo sabbia, noi due possiamo fare un sacco di sozzerie. Ah ah ah ah! – Tutte le porcherie che vuoi! Basta che ti sbrighi ad aiutarmi.

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Manuel, sei sempre stato un grandissimo stronzo! Tra poco l’Arno inghiottirà la tua carcassa. Questo viadotto in aperta campagna è l’ideale per liberarmi finalmente delle tue fetide carni… - Signora Lucy, come mai ti sei fermata sul ponte? - Zitto, stupido! Aiutami a buttare il sacco giù nel fiume. - Che cosa? Ma i vestiti si buttano nel bidone giallo sabbia! - Non fiatare e aiutami! Altrimenti non faremo niente di quello che vuoi tu! - No, ti prego, signora Lucy! Chi se ne frega dell’inquinamento! Non parlo più! - Perché non conservare un trofeo ricordo di questa notte di liberazione? Che idea geniale! Manuel, mio becero tesoro, non ho potuto avere il tuo cuore da vivo, lo avrò ora che sei morto… Anselmo, mio bellissimo ragazzone biondo… - Signora Lucy, me lo dicono tutti che sono un grassone… - Se fai una cosa per me, prima di buttare il sacco nel fiume, ti prometto che sarò tua tutte le notti che vorrai. - Davvero? Forte! Meglio che scopare con quell’antipatica di Giovanna, che ha quei brutti occhi da cinese… - Prendi la sega che sta nella cassetta degli attrezzi, lì sul sedile posteriore. Poi scendiamo dall’auto e tiriamo fuori dal bagagliaio il sacco nero. - Però piove troppo! - Vuoi la tua ricompensa? E allora non discutere!
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- Ok signora Lucy! Prendo la sega. Sciocco Anselmo! Pezzo di merda! Mica si sbriga! Se, per un’improvvisa iella cosmica, passasse qualche figlio di puttana in macchina, il mio piano andrebbe a rotoli… - Ehi, signora Lucy, ma qui nel sacco c’è tuo marito Manuel! Che cazzo gli è successo? - L’ho avvelenato. Era uno stronzo bastardo! Ti dispiace che l’abbia fatto fuori? - A me? No! Per niente! Anzi! Ah ah ah ah! Meglio che è morto! Mi stava proprio sulle scatole! Ah ah ah ah! - Piantala di ridere! Se prometti di mantenere il segreto, potrai venire a casa mia tutte le volte che vuoi, a fare qualsiasi porcheria. - Che bello! Sono felice che il signor Manuel si è tolto dai piedi! Ah ah ah ah! - Ti ho detto basta ridere! Strappa il sacco e sega le costole qui, sul petto. Voglio il cuore di Manuel! - Ok signora Lucy! Questo energumeno di Anselmo ha una forza davvero bestiale! Sembra che stia affettando del burro. Che schifo! Quanto sangue! Orribile! Gli infila le mani nel torace. Il cuore di quello stronzo di Manuel ora sarà mio! - Visto come sono stato bravo? - Metti il cuore in questa busta. Poi getta il cadavere nel fiume. Presto! Che siamo fradici! E voglio tornare subito a casa! - Ok signora Lucy! … … … Ecco fatto!

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- Bene! Adesso, da bravo, siediti sul parapetto del ponte, con le gambe verso di me. - Signora Lucy, perché hai quella pistola in mano? - Sta’ zitto! Siediti immediatamente come ti ho detto! - Ok signora Lucy, ma non sparare! Non dirò niente a nessuno! Lo giuro! Basta solo che scopiamo subito, qui, adesso, in macchina. - Siediti e chiudi il becco! - Ok signora Lucy! Mi siedo. Contenta? Adesso basta con questo fottuto gioco! Perché non saliamo in macchina e me la fai tocc…… ? Bang! Bang! Bang! Che mira! Tre colpi a segno su quel grugno da deficiente! Ecco che cade all’indietro, giù nel fiume… Addio Anselmo, lurido squilibrato pervertito! Sei in buona compagnia, nell’Arno, con quell’altro depravato di Manuel. Vado a casa. Devo cambiarmi i vestiti zuppi di pioggia: non vorrei buscarmi un raffreddore. E poi ho ancora da sparecchiare la tavola. - Chi diavolo citofona a quest’ora del mattino? - Signora, ci scusi. Siamo gli operatori ecologici. Un attimo. Indosso la vestaglia e mi affaccio al balcone. Maledetti spazzini! Sempre a stufare con questa raccolta differenziata del cavolo! - Buongiorno signora. Oggi è venerdì: noi ritiriamo il secco residuo, da raccogliere nell’apposito secchio grigio.

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- Le facciamo presente che lei, nel suo secchio grigio, ha depositato un sacchetto trasparente con dentro delle interiora. È un errore: dobbiamo assegnarle un bollino rosso. Gli scarti di macelleria vanno nel secchio marrone, quello per l’umido organico, che viene ritirato lunedì, giovedì e sabato. Chiedo scusa. E’ che ieri sera ho ucciso mio marito Manuel. Espiantargli il cuore… che trovata psicopatica! L’avevo sistemato in congelatore, ma poi ci ho riflettuto: neppure il più ambito organo del defunto porco poteva restare a casa con me. E voi due, signori netturbini, non guardatemi così! Non avete mai desiderato far fuori qualcuno? Sicuramente sì! Non comportatevi da conigli ipocriti e moralisti! Ebbene, io l’ho fatto per davvero: ho avvelenato quel puttaniere di mio marito. E non sono per niente pentita! Lo ammazzerei ancora, ancora, e ancora… all’infinito! Il secchio grigio, per i rifiuti non riciclabili, era perfetto per buttare via il suo cuore da suino. No, non spaventatevi. Soprattutto, non disturbatevi a chiamare la polizia. Indosserò il mio vestito rosso sexy e farò una tranquilla passeggiata fino al più vicino commissariato. Dopo tutto, oggi splende il sole: è una bellissima giornata di primavera.

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Ondeggia bastarda (di Vittoria Trebi)
Alla fine ci sono riuscita, l’ho fatta sparire. Lei, la lurida scroccona arrampicatrice sociale. Pensava di poter arrivare qua e prendersi in tranquillità tutto quello che è mio ma aveva fatto male i suoi conti. Decisamente male. Non mi interessa quello che la gente potrebbe dire, anche se mi dovessero scoprire so di aver agito nella maniera corretta perché ho solo assecondato il mio istinto. E questo mi provoca un piacere immenso. Ci ha provato in tutti i modi la bastarda a farmi licenziare, rubandomi un poco alla volta il lavoro e la mia indipendenza, sparlando di me alle mie spalle con i colleghi e facendomi piazza pulita intorno isolandomi ogni giorno di più. Non si è risparmiata neanche con il capo, sottolineando le mie pecche e spacciandosi per la salvatrice dell’azienda. E non parliamo di tutte le balle che si è inventata su presunti errori da me commessi. Almeno la metà sono stati frutto della sua stupidità: l’eccessiva sicurezza in se stessi può essere pericolosa. Ci godeva un mondo a far star male la gente, la sua soddisfazione personale esplodeva di fronte alla mortificazione altrui. Era quello il suo obiettivo principale. Sappiamo benissimo tutti quali erano le sue vere doti e sappiamo perfettamente che non prevedevano l’uso dei vestiti. Ha fatto sempre così anche dove lavorava prima. Quante donne ha fatto licenziare? Tutte quelle più belle di lei di sicuro. E pure quelle che potevano tenerle testa, giocando sporco ha infangato la loro reputazione e le ha fatte sparire. Quante volte l’ho sentita vantarsi dei suoi sordidi tranelli! A poco è servito ricambiarla con la sua stessa moneta, lei era sempre un passo avanti a me. Ma non poteva durare, nessuno mi avrebbe tolto quello che volevo.
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E quel biglietto scritto di suo pugno? A far bella mostra di sé sopra la mia relazione. Quella su cui avevo sgobbato più di tre settimane per poterla consegnare in tempo al mio capo. Volevano fare di me la sua assistente, vedere se potevamo collaborare. Ma lei voleva tutto e la condivisione non apparteneva al suo essere. Quelle venti pagine dovevano convincere il mio titolare a non licenziarmi. «Vi squarterete eventualmente con calma poi» aveva detto ridendo come di consueto in maniera sadica, «vedremo chi sopravvivrà alla fine dell’anno». Per fortuna sono riuscita a intercettare il biglietto e le correzioni in tempo, se non fossi entrata per caso in quell’ufficio sarebbe stato un totale disastro. “Credo di poter pretendere qualcosa di meglio... Leggi tutte le mie annotazioni in rosso e capirai! D’altra parte, la vera preparazione si distingue sempre dalla banalità! Ora posso scegliere io una persona alla mia altezza come assistente???” Diceva così il post it giallo, messo lì per attirare tutta l’attenzione del mio capo ancora una volta. A quel punto non ci ho più visto, ho capito che la bastarda era una piaga da combattere senza ritegno. Quanta fatica ho fatto a trattenermi dal ridere ogni volta che correva in bagno dopo aver bevuto i miei caffè “corretti” con i medicinali scaduti che portavo da casa! Poi sono passata ai detersivi ma il suo ricovero in ospedale mi ha fatto capire che potevano scoprirmi. E che dovevo pensare a qualcosa altro di più drastico e sottile. Più mi ingegnavo e più godevo. Credeva di potermi superare in cattiveria? Di essere più geniale o più furba? Io alla fine vinco sempre. E ora cosa crede di poter fare da lì sotto? Ondeggia mossa dalle correnti del fiume la bastarda, attaccata per la caviglia al masso che ho scelto appositamente per lei. Ho lasciato nella sua macchina parcheggiata lì vicino, appiccicato sul volante, il suo post it maledetto. Ma ho avuto l’accortezza di tenere solo la prima frase. “Credo di poter pretendere qualcosa di meglio...” Tutti vedranno che la
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scrittura è la sua, penseranno a una dichiarazione di frustrazione ormai ingestibile, d’altra parte la bastarda voleva sempre di più, non si accontentava mai. E lo sapevano tutti. Chissà quanto le rode di non aver avuto l’ultima parola anche questa volta. Quanto a me vogliono prendere una stagista in ufficio come tuttofare. Sono già piena di idee su come riuscire a piegarla alle mie regole.

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Il perdono di Adamo (di Elizabeth Ferrali)
- NO! - gridò Adamo nel cellulare – Non è possibile! - E invece ti dico che è possibile, caro. - rispose la voce sensuale di Iris all'altro capo del telefono. - Allora useremo un altro metodo. La pagherà, è una promessa! Ci sentiamo. Senza aspettare risposta, l'uomo chiuse la chiamata corrugando la fronte. Si fermò a guardare il mare burrascoso ancora per un attimo. Numerosi schizzi di acqua salata e gocce di pioggia gli bagnarono il viso olivastro e il lungo cappotto nero sbatteva violentemente assecondando i capricci del vento. Improvvisamente la fronte si appianò e lo sguardo di Adamo divenne torvo nel dire: -Non riuscirai a sfuggire alla forza della tempesta. Stavolta cadrai nella mia trappola Emma. Voltò le spalle al mare ormai rabbioso e la sua ombra nera scomparve nella nebbia. - Iris sei tu? - chiese una donna bionda dal volto angelico con un tono preoccupato - Si. Chi diav... Ah! Sei tu, Emma... parlavo con Adamo, ma è caduta la linea... - Adamo... - sussurrò l'altra. - Non ti preoccupare mi ha detto che ti ha perdonato per quello che gli hai fatto. Ero venuta a prenderti per portarti da lui, perché voleva dirtelo personalmente. Ero così felice di potervi aiutare a risolvere la
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questione... ma poi... quando ho visto cascare quell'impalcatura a teatro... e pensare che tu avresti dovuto essere proprio in quel punto durante le prove... Che miracolo! Con uno slancio Iris abbracciò singhiozzando l'altra donna. - Si hai ragione cara... su su...non è successo nulla - diceva Emma tentando di divincolarsi – Cosa mi dicevi? Adamo vuole perdonarmi...? Driiin! Driiin! - È di nuovo Lui – disse Iris. Emma era assorta nei suoi pensieri e guardava distrattamente Iris, quando questa assunse un'aria sconvolta. Chiuse il telefono precipitandosi verso di lei e stringendole violentemente le braccia con le mani: - È nella tempesta! È sullo yacht! Stava rientrando per raggiungerci! O mio Dio! Morirà! No! NO!!! - Chiamiamo la guardia costiera... - No io vado ad aiutarlo non l'abbandono in mezzo alla tempesta!!! Uso la tua imbarcazione! - Ma cosa...?! - Emma non fece in tempo a dire altro che l'altra le strappò la borsa e corse sulla sua macchina e sfrecciò in un'oscurità soffuse del giorno che diventa notte sotto una coltre di nubi possenti. L'attrice rimase perplessa per un poco e poi sbottò: - Eh, no! Il rovinare mio yacht per salvare quel relitto umano? Preferirei sfasciarlo con le mie mani!!! Emma scattò nel camerino prese le chiavi di riserva della sua auto e partì all'inseguimento. Visibilità era ridotta per la pioggia abbondante, ma non c'era nessuno per la strada. Un pensiero la tormentava: che cosa ci faceva Iris a teatro? Per dirle che Adamo l'aveva perdonata... ma come poteva quell'anima vendicativa perdonarle qualcosa? E soprattutto di avergli sottratto la metà del suo enorme patrimonio? No, lei al posto suo
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non l'avrebbe fatto... E se l'incidente non fosse casuale? Allora lei si stava dirigendo verso un'altra trappola... Emma frenò bruscamente ma ormai era troppo tardi. A causa della nebbia e della sua rabbia accecante non aveva visto l'auto di Iris ferma in mezzo alla strada a ridosso della banchina portuale. Sbam! Si era aperto l'airbag. Emma aveva un forte dolore alla testa e alla schiena, ma era illesa. Mentre scendeva barcollante dalla macchina, gridò: - Puttana eri mia amica una volta! Iris, adesso sei solo un puttana! Ti sei venduta ad Adamo! Solo per i suoi soldi! - Non è quello che hai fatto anche tu?- le disse una pacata voce maschile poco lontana. Voltandosi Emma scorse la sagoma di un uomo. - Adamo... - Ti sbagli Emma! Non ero tua amica! - gridò la voce sensuale di Iris che la strinse con una corda intorno al collo e le sussurrò in un orecchio – Mi sono avvicinata a te per arrivare ad Adamo. Se mi dai tutti i soldi che gli hai fregato ti salvo... a te la decisione! - Scordatelo! Iris strinse più forte la corda e la sua vittima svenne. La caricò sull'auto e le riallacciò la cintura di sicurezza. - Ah... Iris, come farei senza di te! - Ce l'hai la somma che mi avevi promesso per sbarazzarti di lei? Mettendosi con disinvoltura un paio di guanti neri, Adamo le si avvicinò, le prese dolcemente il mento con una mano e la guardò intensamente. La mano scivolò sul collo e poi Iris vide un lampo nei suoi occhi mentre lui la strangolava.
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- Farei molto bene senza di te, una puttanella di troppo in questo mondo che conosce troppe cose di me... Trascinò il corpo nell'altra auto tamponata, fracassò la testa contro il parabrezza po posizionò con cura il corpo sul seggiolino del guidatore. Accese il motore tolse il freno a mano e l'auto cominciò a scivolare lentamente verso la banchina senza protezioni. Poi si prese cura di Emma spostandola sull'altro sedile, accese il motore, fece retromarcia e aspettò con la portiera del guidatore aperta. Quando la vettura di Iris stava per scivolare nel fiume, Adamo dette una sgassata in quella stessa direzione e un attimo prima dello scontro fra le auto si lanciò fuori dall'abitacolo rotolando sul cemento e osservando le due vetture con le due odiate donne cadere nel fiume. Emma non sapeva nuotare perché aveva sempre avuto paura dell'acqua: anche se si fosse ripresa sarebbe morta lo stesso. Iris non lo avrebbe più ricattato. Nessuno avrebbe potuto sospettare di lui: le due baldracche si erano uccise per gelosia, per essere l'unica donna di un multimilionario. Adamo sapeva già che presto sarebbe rientrato in possesso dell'altra metà del suo patrimonio... Poco più che un'ombra scura, l'uomo sparì nella notte mormorando qualcosa: Emma, ti ho perdonato per sempre.

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Anima nera (di Scartabella)
Nello specchio del lavabo, c’è un uomo di mezz’età. Lui mi guarda e lo guardo anch’io. Occhi, faccia, tutto uguale. Dal colletto della camicia ci spuntano perfino gli stessi peli bianchi come erba del Sepolcro. Dalla manica spunta la mano rannicchiata a pugno, cucù, il coltello non c’è più. Sono l’Uomo Mosca. Un condominio. Cinque piani, a ogni piano un’anima in odore di dannazione. Verranno le televisioni e inquadreranno: il citofono, il balconcino col geranio e i panni stesi, il vicino che dice “Era tanto una brava persona”. Con ogni probabilità, quel vicino sarò io e avrò la mia faccia grigia da tutti i giorni. Verrà la morte e avrà degli occhi qualsiasi. I miei, per esempio. L’Uomo Mosca che raspa e che striscia. Il coltello ha fatto quasi tutto da solo. Ho stretto l’impugnatura e un’idea è partita, fulminea e semplice come uno scatto d’acciaio. Uno: buttare il coltello nell’ascensore
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Due: sperare che qualcuno lo raccolga. Non importa chi. Tre. Salire di corsa le scale fino a casa. Piazzarmi dietro lo spioncino e osservare Le lucine dell’ascensore che si accendono in sequenza come quelle dell’albero di Natale. T di Terra e ritorno. L’Uomo Mosca che rumba e sghignassa. Quinto piano. L’inferno dell’Ambrogini è un figlio che si buca. In casa, sopravvivono una vecchia poltrona e un calendario di Frate Indovino degli anni '80, il frigo, rotto, è pieno di siringhe, cucchiaini e spicchietti di limone mezzi spremuti. L’Ambrogini in poltrona impugna il coltello come fosse il telecomando. Prova a cambiare canale e si taglia. Non ci fa caso e continua a premere a casaccio. Il sangue che esce a fatica è grasso, vischioso. La Mosca freme. Il suo apparato boccale formato all’Uomo che è arrivato il momento dell’aiutino. tromba, sussurra

Indosso le scarpe col tacchetto e la punta tali e quali a quelle dello strozzino. Passeggio davanti alla porta di casa dell’Ambrogini. Accosto le labbra al battente e sussurro “Domani”. Nel petto mi si accende una fiammella tiepida di soddisfazione. Smetto solo quando incomincia a piagnucolare. Tornando al coltello. Laggiù, c’era un tenente che mi aveva inquadrato – A te- mi disse –ti piace lanciare il sasso e ritirare la mano. Sei un’anima nera PietriniSiamo tutti Uomini Mosca.
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A volte basta poco: Prendo un foglio, colla e ritagli di giornale (già pronti) e creo un collage anni '70. In mezzo al foglio scrivo un nome., poi attacco l’immagine di un paio di scarpe e disegno una freccia che punta le parole: PER TE. Silenzioso come una loffa, scivolo fino al quarto e imbuco la letterina sotto la porta della donna in carriera che passa le nottate a parlare da sola e a fumare. Parla, fuma e passeggia per casa indossando tacchi dodici. All’alba si affloscia sul divano abbracciata all’orso di peluche, la faccia affondata nel pelame giallognolo, un sussurro roco a chiedersi, chi è, chi è quella carogna che in ufficio gli sta facendo le scarpe. Samantha B. -gli risponde l’orso con la sua voce inudibile di pezza e polvere. Lo stesso nome che c’è sul biglietto che fa capolino sotto la porta. Guarda un po’. L’Uomo Mosca è un grosso lettore di fumetti dark. In sua compagnia i fumetti degenerano, diventano pulp, trash e splatter. La vecchia del terzo ha infilato il gatto di Samantha B. in lavatrice. Lo trovo che gira quando scendo a fare il bucato. Sembra un collo di pelliccia ma ogni tanto il cestello si ferma e allora vedo il muso schiacciato sull’oblò con le gengive tirate sui denti e gli occhi spalancati di Fofi. Torno a casa, telefono a Samantha, gli dico –Ho visto Fofi -. Lei mi chiede dove ed io gli rispondo che sta girando in lavanderia. La pura verità. Sam è una tosta. In qualità di Uomo Mosca piombo a casa sua e la trovo accosciata sulla tazza. E’ una situazione che mi piace un fottio. Lei non ci fa caso e mi chiama paparino. Gli racconto della vecchia. Gli racconto del gatto. Mi soffermo sul particolare del muso dietro l’oblò e gli viene
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una faccia impenetrabile. – La faccio crepare a forza di Black Sabbath – ringhia. Gli faccio notare che è solo una speranza e lei mi ride in faccia –La speranza è il lusso della gioventù, paparino. – Un giorno mi ha raccontato quello che fa insieme al capoarea nello stanzino delle scope. E’ una ragazza di belle speranze la Sam e mi fa ben sperare. Dai tempo al tempo, mi dico. Giù in cortile i gemellini bruciano le lucertole, gli fanno il rogo con i fiammiferi che gli fornisce l’Ambrogini nei momenti di lucidità. Gli dà pure chiodi storti per sbuzzarle e candeggina per farle venire bianche. Tempo al tempo. Ho seminato un coltello. Attraverso lo spioncino vedo passare il figlio dell’Ambrogini. Cammina ingobbito nella giacchetta jeans, i capelli brizzolati e le scarpe da ipermercato, enormi e bianche come iceberg alla deriva. Apro la porta e gli presento la banconota ripiegata. Lui, manco mi guarda e smazza il grammo in automatico. Mentre armeggia con le tasche, scorgo il manico del coltello che gli sporge dal retro dei pantaloni. E’ un po’ come rivedere un caro amico. E raccolgo tempeste. Un guizzo si accende dietro quelle palpebre morte Chiudo piano e vado a buttare la roba nel cesso... Poi mi rimetto a pensare al tenente. Il mio tenente, quello che diceva –Sei un’anima nera, Pietrini, però ti amo62

Che errore amare l’Uomo Mosca. E’ andata come volevasi dimostrare . Ridevo e incollavo lettere di giornale su un foglio bianco preparando la tua rovina. Caro tenente, in mezzo a quei barboni ti ho riconosciuto subito. Sei dimagrito, sei zozzo, ma sei tu. Il coltello, il tuo. Quando l’ho visto per terra, confesso che mi sono emozionato. Mi hai detto – Solo con te provo il brivido- e io non ti ho deluso. Tu, invece sì, l’attrazione per il Male è cosa banale. Stanotte penserò a te. E al coltello che troverà la strada per arrivare fino a te. Quel giorno avrò la mia faccia di mosca e le mani vuote. Non conosco dolore.

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Horror vacui (Giulia Solari)

La vita in una bolla di sapone gommosa si trascorre rimbalzando, percependo la forma degli oggetti che si toccano ma vedendo solo rosa gomma. La vita in una bolla di sapone è la prigionia volontaria di chi smette di vedere. Sei tu e il vuoto di un' illusione. Combatterai o perirai?

Lui mi parlava sempre dolcemente, non aveva pretese, avrei potuto smettere di fare qualsiasi cosa, diventare una larva; Lui mi avrebbe sempre accettato e anzi gli sarei piaciuta di più. Mi dava forza ascoltarlo : '' Non ha più paura del nulla quando smetti di volerlo comprendere, non ha più paura quando decidi di non combatterlo. E' una lotta cieca, non puoi sapere dove finisce il vuoto e iniziano le persone. Continui a colpire nel buio perché impossibile distinguere i contorni delle cose, avvolge tutto e tutto è nero. Avvolge tutto e tutto è niente.'' Correvo, i piedi sbattevano pesanti sull'asfalto. Al mio fianco c'era Lui. Scalpitava veloce, seguiva il mio passo, mi guardava sorridendo. Il terrore non ombreggiava la sua mente, in fondo perchè avrebbe dovuto essere spaventato? Avevamo appena appiccato un incendio nella zona del porto vecchio e ora correvamo verso il bosco.
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Perché avrebbe dovuto tremare? Lui dirigeva i giochi. Il caldo ci inseguiva,nel sangue il ritmo ardente delle nostre azioni, nel cuore la fierezza della vittoria, uno squarcio nella bolla e finalmente il bosco. Avevamo fatto presto stavolta, le sirene urlavano già nel cielo. Come era facile per loro, coscienze ben pensati, occuparsi dei problemi materiali. Troppo distratti ad occuparsi della facciata lasciavano libero il nulla di divorare tutto ciò che si trovava davanti. Ma noi no, noi volevamo lottare e lanciavamo continui segni d'allarme che nessuno, nessuno mai ha recepito. Per esercitarci avevamo cominciato con gli incendi isolati, casolari fuori mano, appartamenti non abitati, insomma colpi occasionali. Acquisita la giusta sicurezza miravamo a chiudere il cerchio, l'obbiettivo? Gli studi di un famoso canale televisivo in via Dante, il tacchino di capodanno, il nostro colpo grosso nonche' l'apoteosi dell'ipocrisia globale. Suppongo che fossero la mira di molti gruppetti di criminalità organizzata in cerca di soldi, ma il nostro scopo era un altro, per questo ci saremmo riusciti. Rinascita. Finita la scuola me ne sarei andata finalmente, dove non sapevo ancora. Avrei cercato la mia pienezza nel profondo della foresta amazzonica o nella cultura indiana? Non sarebbe importato comunque, io sapevo che in ogni dove i miei passi si sarebbero fermati ero destinata a qualcosa di più completo, bastava solo aspettare. Non avevo bisogno di nessuno perchè stavo in armonia con me stessa. Il mio animo era capace di produrre autonomamente tutte quelle sensazioni di gioia, dolore, noia che normalmente derivano da un rapporto con la socialità. Potevo essere
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Giulia o Roberto, un padre e una madre ed ero sempre me stessa in ogni forma. Dopo aver impiegato anni a perfezionare aspettative ingigantite e promesse ora avevo poco tempo per ri-crearmi un futuro realistico. Quando vivi in completa apertura con la parte più profonda di te stessa il confine tra realtà e finzione si fa sempre più labile fino a scomparire. Dove mi trovavo? Chi ero? Come un fiore in un giardino, preoccupata a scoprire ogni piccola sfaccettatura dei miei petali, il resto non contava. Io ero l'unico fiore, l' unica cosa per cui valeva la pena combattere e avrei dominato e fatto perire se necessario, solo per sopravvivere. Io ero lo scopo, non una tappa nel cammino ma la meta finale e splendida. Non ricordo il momento preciso in cui decisi di esonerare le persone dall'imbarazzo delle conversazioni con me. Comunque non sapevo cosa dire o come esprimerlo, così decisi che non avrei detto più niente. Uscivo, a volte. Fu durante una mia breve gita fuori porta che lo conobbi. Non lo incontrai mai per la prima volta perché lo conoscevo già prima che la sua immagine prendesse corpo davanti ai miei occhi. "Non avrai più paura, non avrai paura mai." E non ebbi più paura. E' una scintilla e tutto prende corpo. Il fuoco era il mio depuratore, inghiottiva il buio della notte salendo su,su fino all'infinito. Il fuoco nasce per liberare il mondo dal nulla eterno, nasce e riempie e quando

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perisce dona allo spazio una verginità nuova, la possibilità di un inizio inedito e privo di errori. Volevo liberare dalla bolla inconsapevoli e volontarie. Loro non lottavano... Ma come avrebbero potuto? Nessuno mai li aveva informati sulla loro condizione. Nessuno mai aveva mostrato loro la verità...come avrebbero potuto conoscerla? "Sbagli, sbagli e continui a sbagliare loro, loro sanno. Loro creano e distruggono...è il male, è il male che non ti lascia più." Il giorno che lo incontrai mi lasciai soffocare in una bolla invalicabile. Nemico o salvatore? Conoscevo le mie catene ma non facevo nulla per liberarmene. Così ha annientato la paura, sostituendola con l'assuefazione con la passiva accettazione? Dovevo liberarmi da lui, avrei liberato me stessa e dato vita a una liberazione globale. Questo era lo scopo dell'attentato allo studio televisivo, avrei eliminato uno degli uteri che permetteva la crescita dell'embrione :"Nulla". Stimolati dal segnale tutti gli schiavi avrebbero sciolto le proprie catene, adattandosi presto allo scoppio della bolla, la grande illusione dell'infinito vuoto. Tutto era stato programmato.
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tutte quelle persone prigioniere

Martedì 21 Dicembre. 21:3=7. 7 ascensori 3 piccole bombe in ognuna di esse. Martedì, il giorno 2 della settimana più 21, il giorno del mese, meno 12, Dicembre, uguale 11, il numero dei morti. Ognuno è protagonista della propria storia. Tu rappresenti i confini del tuo mondo, tu sei l'unica cosa che potrai conoscere, che potrai combattere. Ci saranno cose o non ci sarà niente nel tuo mondo ma cose e niente non saranno per sempre, solo tu ci sarai sempre per te stesso. Sei il tutto eterno dei tuoi confini. Sei causa e fonte, sei causa e padrone dei tuoi mali, della tua paura. Non girarti indietro, non pentirti, ora, no. Quando sei in cima senti più forte l'essenza del vuoto che ti chiama a sè. Il vuoto è il nulla, è il tutto e non esiste vuoto. Ero in cima e l'aria mi spinse giù, avevo commesso un errore...forse? No... ma ora volavo,volavo ed ero parte di Lui. Estasi dei sensi, materia che si dissolve. Non avrebbero mai capito, ero stata la loro fortuna più grande ma chissà...desiderano gli uomini libertà? Avevo imposto la morte nelle loro vite come dignità più grande di qualsiasi altra azione che avrebbero mai concluso in futuro. Futili esistenze che mi impediscono di innalzarmi verso la purezza, mi allontanano da me stessa. Pedine e colpevoli nelle mani del fato che quel giorno mi svegliò. Loro mi avevano creato, fatta ormai di pensieri sbagliati avevo voluto
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ripagarli con un regalo più grande. E ora mi premiavo, volavo e mi schiantai. Caddi e l'avevo ucciso. Avevo ucciso colui che avevo sempre cercato di conoscere e combattere. Non c'è morte per qualcosa che non è mai esistito, e così comincia a vivere parassita dell'anima. Una voce continua a urlare: "Io sono il vuoto, mi trovo in tutti voi."

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