GIUGNO CON: DARIA BONFIETTI, MARINA GIRARDI, PATRIZIA MORETTI, GIAMPIERO RIGOSI

Dal 1993, il giornale di strada di Bologna

fondato dalle persone senza dimora

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 ( conv. in L27/02/2004 N.46) ART. comma 2 DCB - Bo (Num. 2) per Poste Spa

facciamo giustizia

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PRODURRE QUESTO GIORNALE COSTA 0,75 EURO • QUELLO CHE DATE IN PIù è IL GUADAGNO DEL DIFFUSORE QUALSIASI RICHIESTA AL DI Là DELL’OFFERTA LIBERA NON è AUTORIZZATA

strilloni cercasi
Guarda chi legge

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DIVENTA DIFFUSORE!
Selezioniamo uomini e donne, di bella presenza oppure no, automuniti, appiedati e ciclisti, poveri ma se volete anche ricchi, chiunque abbia voglia di sbarcare il lunario sostenendo il giornale che dà voce alla città degli ultimi. Rivolgersi a info@piazzagrande.it; tel. 051 342328, oppure recarsi in via Gandusio 11 il lunedì, martedì e mercoledì dalle 10 alle 13.

Anche le grandi firme del giornalismo italiano non perdono un numero di Piazza grande. Nella foto qui sopra, gian Antonio Stella si immerge nella lettura del numero di marzo.

editoriale/ l’agenda del sindaco
p LeoNARDo TANCReDI

Il

In copertIna
il volto in prima pagina è quello di Chokri, 29enne tunisino arrivato a Bologna dopo essere sbarcato a lampedusa. la sua storia è raccontata a pagina 8. l’autore della foto è massimiliano orlando del gruppo fotografico di Bandiera Gialla (www.bandieragialla.it).

NuoVo SINDACo DI BoLogNA, VIRgINIo meRoLA, hA DeTTo Che TRA I PRImI ImPegNI NeLLA SuA AgeNDA C’è LA PeDoNALIzzAzIoNe DeL CeNTRo SToRICo. uNA BuoNA NoTIzIA, PeRLomeNo uN NeTTo PASSo AVANTI RISPeTTo ALL’ANNuNCIo DeL Suo PReDeCeSSoRe DI VoLeR RIPuLIRe LA CITTà DAI gRAFFITI NeI PRImI 100 gIoRNI DI mANDATo. AL PRogeTTo DeL CeNTRo SeNz’AuTo è STATo DATo gIuSTAmeNTe moLTo RISALTo, meRoLA, PeRò, NeL DISCoRSo DI INSeDIAmeNTo, hA INDICATo ANChe uN ALTRo PuNTo NeLLA SuA LISTA DeLLe PRIoRITà, meNo PuBBLICIzzATo: RISoLVeRe IL PRoBLemA DeI SeNzA DImoRA A BoLogNA. QuALChe SPuNTo Su Come INTeNDe FARe L’hA ANTICIPATo IN uN’INTeRVISTA PuBBLICATA Su QueSTo gIoRNALe AD APRILe. PRImA DI eSSeRe eLeTTo, IL NuoVo SINDACo hA VISITATo ALCuNI DoRmIToRI PeR CoNoSCeRe DIReTTAmeNTe ANChe QueSTA FACCIA DeLLA CITTà. SoLo uNA SoRTITA eLeTToRALe? oggI NoN PoSSIAmo DIRLo, mA CI AuguRIAmo DI No. AL NuoVo SINDACo SemBRANo PIACeRe Le SFIDe DIFFICILI, ComBATTeRe LA PoVeRTà SeNz’ALTRo è TRA QueSTe. SARà NeCeSSARIo DARe SeguITo A QueLLe VISITe, ASCoLTARe ChI IN QueI DoRmIToRI CI VIVe e ANChe ChI CI LAVoRA, STuDIARe uNA ReALTà Che SI FA SemPRe PIù ComPLeSSA. RISoLVeRe IL PRoBLemA DeI SeNzA DImoRA, o ALmeNo AFFRoNTARLo SeRIAmeNTe, SIgNIFICA meTTeRe mANo ALL’INTeRA STRuTTuRA DeI SeRVIzI SoCIALI. I CAmBIAmeNTI oPeRATI Su QueSTo VeRSANTe NegLI uLTImI ANNI SemBRANo eSSeRe FRuTTo DI Due VALuTAzIoNI, A NoSTRo AVVISo, SBAgLIATe: DISINCeNTIVARe L’ACCeSSo AI SeRVIzI (AD eSemPIo LImITANDoLo AI ReSIDeNTI) AVReBBe RIDoTTo I CoSTI SoCIALI DeL ComuNe; CoNSIDeRARe BoLogNA uN’ISoLA SePARATA DA uN CoNTeSTo TeRRIToRIALe BeN PIù AmPIo (DALLA RegIoNe AL meDITeRRANeo). BoLogNA, PuR NoN AVeNDo LA ComPLeSSITà DI mILANo, RomA o NAPoLI, è AL CeNTRo DI FLuSSI DI PeRSoNe Che SI muoVoNo DA SuD A NoRD e VICeVeRSA, moLTo SPeSSo IN CeRCA DI mIgLIoRI CoNDIzIoNI DI VITA. A VoLTe ARRIVANo SoTTo Le Due ToRRI DoPo meSI DI VIAggIo, ALTRe DoPo mezz’oRA DI PuLLmAN DALLA PRoVINCIA. e ChI SI SPoSTA moSSo DAL BISogNo, Che SIA DI SoPRAVVIVeNzA, DI LIBeRTà o DI SFuggIRe ALLA FAme, NoN SI FeRmA DAVANTI A RegoLe BuRoCRATIChe. IL moDo IN CuI SI RISPoNDe A QueSTI BISogNI RAPPReSeNTA uNA SFIDA DeLLA moDeRNITà: SI Può VoLTARe LA TeSTA SPeRANDo Che TuTTo PASSI IN FReTTA oPPuRe LAVoRARe PeR ReSTITuIRe DIgNITà e DIRITTI A VeCChI e NuoVI CITTADINI. IL NoSTRo CoNSIgLIo, ALLoRA, PeR L’AgeNDA DeL SINDACo è TIRARe uNA RIgA SuLLe PARoLe, eReDITATe DA PoLITIChe PReCeDeNTI, “ACCogLIeNzA DISINCeNTIVANTe” e SCRIVeRe ACCANTo “FAVoRIRe LA CITTADINANzA”. BoLogNA meTRoPoLITANA, muLTICuLTuRALe e SoLIDALe. Ce LA PoSSIAmo FARe QueSTA VoLTA? (LeoNARDoTANCReDI@PIAzzAgRANDe.IT)

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gerenza

Piazza Grande Giornale di strada di Bologna fondato dalle persone senza dimora “TeNDeRe uN gIoRNALe è megLIo Che TeNDeRe uNA mANo”

redazione Via Corazza 7/8 40128 Bologna, tel. 051 342328, fax 051 3370669 www.piazzagrande.it | redazione@piazzagrande.it CaPoredattore Pietro Scarnera Consulenza editoriale Agenda (www.agendanet.it) ProGetto GrafiCo Fabio Bolognini distriBuzione Redazione Piazza grande aBBonamenti & eventi: eva Brugnettini, erika Casali

COMITATO EDITORIALE Jacopo Fiorentino, giorgio mattarozzi, mauro Sarti DIRETTORE EDITORIALE Leonardo Tancredi direttore resPonsaBile Bruno Pizzica stamPa Industrie grafiche galeati Registrato presso il Tribunale di Bologna il 15/09/1995 n°6474

in redazione eva Brugnettini, erika Casali, Ilaria giupponi, Simone Jacca, olga massari, giuseppe mele, Salvatore Pio, mauro Sarti, Donato ungaro. Hanno CollaBorato a questo numero Annalisa Bolognesi, Francesca Bono, Valentina Bonoli, Daniele Brolli, Claudio Cannistrà, Chiara De gregoris, marika Di Cristina, Jonathan Ferramola, marina girardi, gruppo fotografico Bandiera gialla, Paolo Lambertini, Filippo maltese, gianluca morozzi, Laura Pasotti, Peppe, Sofia Pizzo, Nancy Poltronieri, Carmine Roccia, Simone Sabattini, Paola Sapori, mauro Striano, Alain Verdial.

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La voce di g. è triste, ma ha voglia di parlare: “Ricordo ogni momento dal giorno che sono stato arrestato”
signor g. ha sbagliato ed è il primo a riconoscerlo, ma prova tristezza, pensa di essere stato colpito troppo duramente dalla giustizia. Sommessamente mi chiede: “Sono capaci gli uomini di somministrare la giustizia?”. La domanda resta sospesa nell’aria tesa di quel mattino assolato di primavera. Io non ho la risposta. g. raccoglie gli attrezzi necessari per svolgere il lavoro che gli è stato assegnato quel mattino: un rastrello, delle cesoie, le cuffie per proteggersi dal rumore della macchina tosaerba; dovrà tagliare l’erba di un giardino. Lentamente si avvia, io lo seguo e la mia testa è piena di domande da rivolgergli. La prima che mi viene da fargli è: “Perché sei finito in carcere?”. ma ci ripenso, è una domanda troppo indiscreta e quindi la tengo per me. Poi chiedo: “Come sei arrivato alla semilibertà?”. g. risponde: “è una condizione che scatta automaticamente dopo aver seguito il procedimento standard di condannato e detenuto”; la sua voce è triste ma vi è anche un’inflessione strana, è la voglia di parlare. Continua: “Ricordo ogni momento dal giorno che sono stato arrestato, momenti di sconforto e di confusione. Il primo periodo

La vita in semilibertà
p CARmINe RoCCIA
trascorso all’infermeria, mentre accertavano il mio stato di salute, forse quello è stato il periodo più duro perché ero sconcertato, ancora non avevo accettato la mia condizione. In seguito mi hanno trasferito nella prima sezione, dove i detenuti sono ‘giudicabili’, in gergo vuol dire in attesa del processo. Io non ho avuto la fortuna di avere la libertà condizionata”. In questa sezione non si sta molto bene, le celle sono sovraffollate e anguste, si può godere solo di un’ora d’aria al giorno e i detenuti con cui si convive manifestano la loro angoscia dell’attesa e dell’incertezza, potete immaginare. una lunga pausa, il silenzio è rotto dal ronzio regolare del tosaerba. g. deglutisce, forse per la sete o forse per l’emozione che quei ricordi gli procurano. Poi lentamente riprende a parlare: “una volta celebrato il processo e avuta la condanna definitiva, sono stato trasferito in un’altra sezione, la II. Lì è cominciata la mia rassegnazione, non voglio dire di essermi rasserenato, ma rassegnato sì. ho cominciato a razionalizzare il tempo e le cose e ad accettare il fatto di dover scontare la pena”. In questo braccio si sta molto meglio che nel precedente, le celle sono più spaziose e meno affollate, le porte sono aperte e si può circolare per il piano, si

giornalismo D’asfalto

Il

può andare in biblioteca e nelle sale comuni. “Così è passato tanto tempo, ho pensato alla mia famiglia e a me stesso. Trascorsi i termini legali, ho cominciato a usufruire di permessi, poi finalmente la semi libertà”. Ritorna il silenzio, il sole è più caldo, la fronte di g. è imperlata di sudore, i suoi occhi tristi scintillano e nessuno dei due parla, ci rendiamo conto che non c’è molto da dire. Non è in nostro possesso la formula magica per modificare

le cose, però io penso questo: l’essere umano rimane tale e non smette di esserlo neanche se viene privato della libertà. g. monta agilmente in macchina, sembra un antico cavaliere sul suo cavallo scintillante, sembra allegro nell’affrontare le sue incombenze, trascorrerà la giornata lavorando e libero, ma sa che con il giungere della sera dovrà rientrare in prigione. Con la valigia piena di sentimenti e di speranze.

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Un ex detenuto dell’Istituto penale minorile racconta la vita di tutti i giorni dentro la struttura

Diario dal Pratello
p PePPe

A

volte la vita può cambiare da un momento all’altro. e le regole, i progetti, le abitudini cambiano radicalmente quando entri al Pratello. Riguardo a me posso dire che la mia esperienza è stata abbastanza faticosa, perché mi sono ritrovato in una situazione dove non volevo stare, per il semplice fatto di dover pagare degli sbagli commessi quando ancora ero un ragazzino. A me la scuola non è mai andata giù. Non è stato mai il mio forte studiare. Io non mi credo un santo ma non mi credo neppure un ragazzo da buttare. Da

un giorno all’altro, come uno schiocco di dita mi accorgo di essere finito in un percorso penale. Avendo quattro precedenti e tre denunce a piede libero mi accorgo di non potermi più giustificare. Nell’udienza di convalida poche parole sono state dette ma molte scelte sono state fatte. Per una semplice scelta di una persona mai vista in vita mia, mi sono ritrovato a dover condividere la stanza con quattro persone. Da quella doppia chiusura e da quella piccola fessura tutti i giorni quel corridoio mi faceva paura.

Tanti progetti fatti in Istituto consistono nel tener la mente dei ragazzi occupata. Le ore scorrevano facilmente tra chi aveva cose da recuperare, chi aveva da lavorare, chi voleva recitare e anche chi voleva studiare. Il colore della pelle non discrimina con chi ti devi confrontare. I consigli l’uno all’altro erano pochi, i litigi tra l’uno e l’altro erano molti. Per farmi pesare meno la giornata la facevo scorrere con la sveglia alle otto e trenta, più che una colazione biscotti inzuppati nell’acqua, sistemarmi le mie cose, nove e un quarto scuola per recu-

perare il tempo perso da cinno. Passate quelle quattro ore svagando la mente, si scendeva in mensa per il pranzo, un povero pranzo. Trenta minuti per ingozzarti per poi tornare in cella. Io potevo uscire dopo le tredici, per progetti di restauro della struttura. Tutto ciò mi faceva svagare la testa, facendomi evadere dalla mia condizione di galeotto. Il tempo passa, i pensieri diminuiscono e la capacità di rapportarsi con le persone migliora. La mia più grande forza è stata riuscire a cambiare un luogo ostile in un posto tutto da capire.

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facciamo

InchIesta

giustizia

Da ustica alle vittime delle forze dell’ordine, da Casaralta alla Bossi-Fini. ecco le storie di chi reagisce quando leggi e istituzioni non funzionano. Daria Bonfietti: “Quando capisci che ci sono dei diritti irrinunciabili, ti metti a lottare. e non lo fai più solo come parente, ma come cittadina”

p ILARIA gIuPPoNI FoTogRAFIe DI mATTeo moNTI

verità è un prezzo che vogliamo pagare”. Così Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei Parenti delle vittime della strage di ustica, comincia la prefazione di “Punto Condor. ustica il processo” (Daniele Biacchesi e Fabrizio Colarieti, Pendragon, 2002), libro che racconta la vicenda del DC9 Itavia I-TIgI, che per dirla come Andrea Purgatori nel 1981, “ha il sapore della fantascienza, finché non la si chiama col suo nome: strage di stato”. A imporsi perché venga riconosciuta tale è Daria Bonfietti, sorella di Alberto, quinta vittima del DC9 in quel micidiale ordine alfabetico stilato dai funzionari statali il giorno dopo la “scomparsa” degli 81 passeggeri del volo Bologna – Palermo del 27 giugno 1980. ufficialmente caduto per un “cedimento strutturale”. “In questa vicenda, fin da subito, ha prevalso questa tesi - racconta la Bonfietti - perché chi aveva il dovere, il potere, la conoscenza, per dire quello che era successo quella notte nei nostri cieli erano i militari, che davano le informazioni ai ministri, che rispondevano in parlamento alle interrogazioni fatte da onorevoli e senatori”. Dovremo aspettare il 1999 perché il giudice Priore possa sentenziare: “L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento”. oggi sappiamo che l’aereo è stato abbattuto a 30 km da ustica da un missile. Punto Condor. ore 20, 59 minuti primi e 45 secondi. Solo non sappiamo da chi. Non è dato conoscere i mandanti. ma anche per arrivare a questo tassello di verità la strada è stata lunga. “Nell’88 - continua la Bonfietti - mi sono ritrovata in casa – non mi chieda perché – l’elenco dei morti scritto dall’ufficiale giudiziario di allora, scritto a mano, con la calligrafia di allora, quelle belle calligrafie di vecchi segretari, di vecchi ufficiali, di vecchi personaggi lavoratori dello Stato, scritte con la stilografica: ‘millenovecentoottanta, 27 giugno, alle ore…’ e c’erano poi tutti i nomi, e c’erano i corpi ritrovati, e poi c’erano le date, c’erano gli indirizzi, c’erano gli anni… Insomma, c’era quello

“la

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InchIesta
“Solo nell’85 Sono Stata in grado di pormi il problema. ahimè, non ci Sono riuScita prima mi ricordo
che qualche rariSSima volta la televiSione parlava di queSta vicenda, e io la Spegnevo.

ero

lì con mio padre e non potevamo parlarne, non potevamo Sentire!”

q| il museo per la memoria di ustica, a Bologna

vo. ero lì con mio padre e non potevamo parlarne, non potevamo sentire! Questa è stata la nostra colpa. Quando sono stata in grado, ho detto: ‘Beh, mio fratello perché è morto? ’. Allora è cominciato tutto”. un percorso lungo più di vent’anni. “Quando nell’86 tutto questo è riuscito a venir fuori, abbiamo messo insieme (perché io non ero nessuno, facevo l’insegnante in una scuola superiore qui a Bologna, quindi non era certo facile farsi ascoltare) un gruppo di personalità autorevoli, chiamati appunto i Sette Saggi: Franceso Paolo Bonifacio, ex presidente della Corte Costituzionale, professor Franco Ferrarotti, Adriano ossicini, Pietro Ingrao, Pietro Scoppola. e con queste persone decidemmo di intervenire su questa vicenda. Si formò il Comitato per la verità su ustica fatto da questi personaggi, quindi non da parenti”. Chi ha perso una persona cara in quel mare ha bisogno di un po’ di tempo, anche anni, prima di reagire. Prima, spiega Bonfietti, c’era spazio solo per “la disperazione, l’angoscia del pensare al tipo di morte di mio fratello. Se si fosse riuscito a risolverla prima, sarei stata più disposta, aperta, a battermi fin dall’82, per sapere chi fosse stato ad abbatterlo, quell’aereo. Chi voleva nascondere, chi voleva mantenere questo

che era stato trovato sulle persone che erano su quell’aereo. Da lì ho scritto a tutti gli indirizzi che erano di fianco ai morti sperando di trovare i parenti delle vittime in questo modo. mi hanno risposto quasi tutti dicendo che… insomma sembrava che non aspettassero altro. Io l’avevo già fatta, l’associazione”. La prima assemblea si tiene il 20 marzo 1988 a Bologna “Sono arrivate molte persone. Poi il 27 giugno dell’89 ci siamo trovati per la prima volta a Palermo – perché fino ad allora non avevamo mai pubblicamente, ufficialmente, ricordato la strage di ustica, perché non esisteva ‘la strage’ di ustica. Allora a Palermo c’era il sindaco di allora Leoluca orlando, che ci ospitò in Consiglio comunale. Così incontrai per la prima volta la maggioranza dei parenti, che è siciliana, e la Sicilia è lontana”. La verità scelta per dare risposte su ustica è stata un’altra, sebbene fin dall’86 i periti avessero dichiarato che “tutti gli elementi a disposizione fanno concordemente ritenere che l’incidente occorso al DC9 sia stato causato da un missile esploso in prossimità della zona anteriore dell’aereo”. un’ipotesi, già scritta a due anni dalla tragedia dalla Commissione Luzzatti, sosteneva che non si era trattato di cedimento strutturale, ma che il DC9 fosse stato abbattuto da un missile o una bomba. era il 1982. “Io sono arrivata nell’85 a essere in grado di pormi il problema. Ahimè, non ci sono riuscita prima: scusate. ho dei flash, ogni tanto. mi ricordo che qualche rarissima volta – per fortuna, io dicevo allora – la televisione parlava di questa vicenda, e io la spegne-

segreto, avrebbe potuto dire nel 1986 che ci era riuscito. e invece non è stato così”. una raccolta di voci di parenti delle vittime non c’è: “No, non c’è, ma va bene così. Io credo che ufficialmente, come associazione, la nostra debba rimanere una battaglia non tanto rivendicativa o soltanto di dimostrazione del dolore, del lutto. Siamo diventati associazione perché c’era bisogno di lottare, era un’altra cosa. Non c’entrava più il lutto. Proprio quando non hai più solo voglia di piangere ti metti a lottare per dei valori, per dei principi, per dei diritti, che devono essere rispettati. Rifiutare il ruolo di vittima, diventare soggetti attivi di una battaglia. Il dolore va trasformato. Siamo persone, prima di tutto, e in quanto tali siamo cittadini: abbiamo il dovere di essere parte attiva di questa società”. La verità e la giustizia, secondo Daria Bonfietti, dovrebbero essere per tutti un principio, un diritto che tutti dovrebbero volere e potere difendere. “Io sono riuscita a fare questa battaglia quando ho superato il problema personale della rimozione e il bisogno di verità è diventato più forte. Quando capisci che ci sono dei diritti irrinunciabili. e ti metti a lottare. Allora non lo fai più solo come parente, ma come cittadina. era successo a me, ma a quel punto era quasi indifferente. A quel punto ho rimosso la particolarità, e ho fatto questa battaglia perché mi sembrava giusto farla”. (ilariagiupponi@piazzagrande.it) f

012345678910111213141516 Lei è Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, ucciso nel 2005 a 18 anni da quattro poliziotti. Da allora lotta per ottenere giustizia, “con la forza che solo una madre può avere”

InchIesta

“La mia voce per Federico” “Ho
p mARIkA DI CRISTINA
combattuto fin dall’inizio, con la forza che solo una donna e una madre può avere”. Sono passati quasi sei anni da quella notte del 25 settembre 2005, quando nell’altrimenti tranquilla Ferrara il 18enne Federico Aldrovandi fu fermato, picchiato e infine ucciso da quattro poliziotti. Da allora Patrizia moretti, la madre di Federico, non ha mai smesso di combattere. La sua è la storia di una donna che si trova all’improvviso privata del bene più prezioso, ma anche isolata, abbandonata, non creduta. “Nessuno credeva al fatto che Federico potesse essere stato ucciso da quattro poliziotti – racconta Patrizia -, le pagine dei giornali nel primo periodo lo descrivevano come un tossicodipendente, un drogato, su di lui hanno detto le cose peggiori”. Secondo la polizia Federico era “fatto”, aveva aggredito gli agenti, e la causa della sua morte era da ascriversi a un mix letale di droghe: una versione rapidamente accettata dalla stampa e dall’opinione pubblica. Troppo rapidamente. Patrizia intanto girava casa per casa per cercare un testimone, qualcuno che parlasse e l’aiutasse a capire cosa era veramente successo, ma niente. “Io non riuscivo a capire, mi chiedevo: perché non succede niente? Perché nessuno fa niente per Federico?”. Ironia della sorte vuole che in via dell’Ippodromo, la strada dov’è morto Federico, ci fosse proprio un cartello che diceva “Strada del silenzio”. “Io non capivo – continua Patrizia -, sembrava un mondo egoista, qualche anziano veniva da me e mi diceva: ‘mi dispiace ma io sono sordo, sono vecchio, altrimenti sarei intervenuto io’. era come se questa cosa riguardasse me e basta, non gli altri. Avevo molta paura per questo”. A un certo punto però il silenzio si rompe. Patrizia apre un blog per chiedere che sia fatta luce sui lati oscuri della morte di Federico. “ho aperto il blog per avere giustizia, per fare sentire la mia voce, perché questo tipo di esperienze ti distruggono – spiega –. Federico è morto

Q| Patrizia moretti in alcuni fotogrammi del documentario “È stato morto un ragazzo”
per colpa di qualcuno, non potevo lasciare che questo qualcuno rimanesse impunito”. La famiglia raccoglie solidarietà e vicinanza, ma la svolta avviene grazie ad Anne marie Tsegue, una donna camerunense, testimone oculare dei fatti. grazie alla sua deposizione, e a una perizia che identifica la causa della morte di Federico nelle violenze subite, nel giugno del 2009 i quattro agenti (tre uomini e una donna) vengono condannati. Patrizia non sa davvero come definirli, ma sottolinea: “Non è possibile che gente del genere lavori nelle forze dell’ordine, spero che le istituzioni si disfino di loro dall’interno perché non hanno il diritto di rimanere in una posizione così importante”. La vicenda giudiziaria però non è ancora conclusa: solo pochi giorni fa a Bologna si è aperto il processo d’appello. Nel frattempo la stessa Patrizia, insieme al quotidiano “La Nuova Ferrara”, ha ricevuto una querela per diffamazione, per aver accusato la Pm maria guerra di aver lasciato il fascicolo in bianco all’inizio delle indagini sulla morte di Federico. “Queste sono vere e proprie intimidazioni – spiega – che mettono paura e limitano la libertà di opinione dei giornalisti”. Per questa donna coraggiosa e combattiva, il momento di abbassare la guardia, magari per piangere il proprio figlio come una madere qualsiasi, non può ancora arrivare. Forse proprio per questo Patrizia ha deciso di fondare un’associazione insieme ad altre donne e familiari che hanno un parente vittima delle forze dell’ordine. “L’associazione nasce da un’esigenza, condivisa con altre famiglie colpite, di concretizzare qualcosa in nome dei nostri figli, per sensibilizzare l’opinione pubblica e far sì che nulla venga taciuto e dimenticato, per far sì che questi ragazzi non rimangano senza voce”. Proprio così si chiama l’associazione, “La loro voce”, un’associazione fatta di madri, sorelle, come heidi giuliani e Ilaria Cucchi. “è una necessità anche per noi stesse – aggiunge Patrizia –. Siamo noi donne a sentire questa forza per lottare, perché altrimenti non sai come convogliare il dolore e come uscirne”. ma l’associazione serve anche a difendere una memoria che è sempre a rischio. “Ciò che mi stupisce – conclude Patrizia - è la gente che dice ‘sì ma Federico alla fine non era uno stinco di santo, cosa ci faceva fuori a quell’ora di notte?’, per non parlare dell’informazione, quell’informazione distorta che è come se l’avesse ucciso due volte. Voglio ringraziare invece chi ha dedicato a lui un articolo, una poesia, un film perché in tutte queste cose c’è un po’ di Federico”.

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È stato morto un ragazzo

uN DoCumeNTARIo PeR RICoSTRuIRe LA moRTe DI FeDeRICo ALDRoVANDI, mA SoPRATTuTTo QueLLo Che è VeNuTo DoPo. SI ChIAmA “è STATo moRTo uN RAgAzzo” LA PeLLICoLA gIRATA NeL 2010 DA FILIPPo VeNDemmIATI, DISPoNIBILe oRA IN VeRSIoNe LIBRo-DVD (19,90 €, PRomomuSIC).

012345678910111213141516 Intervista a Stefano Scaramazza, per 23 anni al lavoro nell’officina

InchIesta

Quel che resta di Casaralta
L’amianto che infestava l’ex fabbrica della Bolognina continua a fare vittime, ma i risarcimenti per gli operai sono a rischio
p LAuRA PASoTTI
inora sono 50 i morti accertati per esposizione all’amianto tra i circa 500 operai che, tra gli anni Sessanta e la seconda metà degli anni ottanta, hanno lavorato alla Casaralta, l’officina della Bolognina in cui si coibentavano le carrozze dei treni delle Fs. “ma, purtroppo, non si tratta di un elenco definitivo”, dice Stefano Scaramazza, delegato Fiom che per 23 anni ha lavorato alla Casaralta. Il mesotelioma della pleura ha, infatti, un’incubazione molto lunga (20/30 anni), ragione per cui l’elenco è andato allungandosi negli anni, facendovi rientrare anche casi di morti che in precedenza non erano stati ricondotti all’amianto. “Non è stato facile – spiega Scaramazza – perché la medicina tendeva a scremare: all’inizio nemmeno i carcinomi al polmone erano ricondotti all’esposizione alle fibre di amianto”. ma “la medicina” non è il solo ostacolo all’ottenimento della giustizia da parte degli operai della Casaralta. un altro problema è rappresentato dalla determinazione del rischio all’interno della fabbrica. “Ci sono stati morti anche tra gli impiegati – racconta Scaramazza – ma la determinazione dell’esposizione era fatta in base alla concentrazione di fibre per litro e alcune

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Q| stefano scaramazza, fotografia di Paolo lambertini
mansioni non erano considerate a rischio perché non entravano direttamente in contatto con l’amianto che, in realtà, era disperso in tutto l’ambiente”. L’amianto, infatti, non era utilizzato in aree protette, ma chiunque poteva entrarvi in contatto. “Veniva raschiato dalle carrozze con spatole e restava a terra, poi veniva spruzzato per la coibentazione – racconta Scaramazza – e quando le carrozze venivano smantellate le lamiere erano tagliate con la fiamma ossidrica e poi accatastate a terra e lasciate lì”. Non c’erano guanti, mascherine o altre protezioni. e poi c’era l’amianto della copertura dei tetti, che “quando pioveva si sbriciolava e lasciava delle macchie bianche a terra, quando l’acqua si asciugava”. e poi si arriva ai processi giudiziari. La Casaralta è stata chiusa nel 2003. Nel 2004 il processo di primo grado ha riconosciuto il risarcimento del danno agli operai. ora la società proprietaria, la Firema, è in amministrazione straordinaria e a rischio fallimento. “C’è il rischio che chi ha patteggiato la rateizzazione del risarcimento resti a bocca asciutta”, dice Scaramazza. Sarebbe un’ulteriore beffa, dopo quella di aver lavorato per anni in condizioni pericolose e aver visto prosciogliere l’ex direttore generale, Carlo Farina, dall’accusa di omicidio colposo a causa delle sue condizioni di salute (il fondatore della Casaralta, Carlo Regazzoni, era già morto). La maggior parte delle officine è stata demolita nel gennaio 2010 in seguito ai lavori di bonifica dell’area. Il progetto di riqualificazione prevede la realizzazione di appartamenti e uffici ma da allora è tutto fermo. Nonostante tutto però Stefano Scaramazza guarda al vuoto lasciato dalla chiusura della fabbrica con un nodo in gola. “Il buco che si vede, guardando l’area dall’alto, non è grande come quello lasciato a livello produttivo – dice –. Non c’è più nessuno a fare quel lavoro in regione, senza dimenticare poi che la fabbrica era un presidio del quartiere, mentre ora non c’è più niente”.

p eRIkA CASALI

si chiamaVa ranBir

se non hai tutti i documenti in regola non puoi accedere a nessuna forma di assistenza da parte dei servizi sociali. ovviamente non puoi nemmeno rinnovare il permesso di soggiorno. così a 21 anni all’improvviso diventi disoccupato, clandestino e senzatetto. Vivi per strada, mangi alla mensa e muori su una panchina di un parco nel centro della città. ranbir non aveva una storia diversa da quella di tanti migranti che arrivano in italia dopo che la famiglia ha impegnato tutto per farli partire e ha riposto in loro tutte le speranze. l’eccezione di questa storia è il finale: una morte solitaria e senza un soldo. senza un semplice pezzo di carta non esisti. Pochi giorni prima di morire ranbir si era presentato all’ufficio di avvocato di strada con il decreto di espulsione rilasciato dalla Questura di Piacenza. il suo permesso di soggiorno era scaduto il 10 novembre del 2010; secondo la legge il documento non può essere rinnovato se la persona è disoccupata. Poco prima di Pasqua, giorno in cui è morto, ranbir che aveva preso contatto con i volontari del servizio mobile di Piazza grande, aveva manifestato per la prima volta la decisione di curarsi dalla dipendenza dall’alcol. grazie all’aiuto delle suore di madre t eresa di calcutta era già stata individuata una comunità che avrebbe potuto accoglierlo anche se non in possesso dei regolari documenti. Per sostenere la sua decisione di cambiare vita aveva accettato la proposta del servizio mobile di collaborare come operatore; nel frattempo avvocato di strada avrebbe inoltrato la richiesta per il permesso di soggiorno. secondo la famigerata legge Bossi fini, questo documento viene rilasciato a chi dimostra di avere un lavoro che ne garantisca il mantenimento economico. a questa regola generale si aggiungono i permessi di soggiorno speciali e quelli in applicazione del diritto di asilo che spesso però durano troppo poco e terminano con un foglio di via, un permesso scaduto e il considerevole peggioramento della situazione personale dell’immigrato, sia dal punto di vista economico che relazionale. nel caso di ranbir si è trattato di un insieme di tutte queste condizioni, sia legali che personali. l’operatore che ha seguito il suo caso fin dal principio racconta che “non chiedeva mai niente per sé. mi segnalava i casi che avevano maggiore bisogno di attenzione e mi portava le persone perché potessi indirizzarle ai servizi competenti”. Dopo due anni in italia, in cui aveva lavorato un po’ a sud e un po’ a nord erano ormai molti mesi che si trovava senza impiego e alloggio, la vita di strada l’aveva indebolito. ranbir si vergognava della sua condizione e di aver tradito le aspettative della sua famiglia, non gli abbiamo dato il tempo del riscatto. (erikacasali@piazzagrande.it)

012345678910111213141516 Da alcune settimane il dormitorio Beltrame ospita anche profughi tunisini: ecco che cosa raccontano

q| fotografia di Chiara de Gregoris

“Italia o Tunisia, stessa miseria”
p eVA BRugNeTTINI
hokri ha 29 anni, la pelle scura perché suo nonno viene “forse, dal Sudan”, due mesi fa ha preso una barca e dopo 18 ore di mare è sbarcato a Lampedusa. ha lasciato in Tunisia genitori, fratelli e sorelle. Abdelkader, che dorme in camera con lui, 36 anni, ha lasciato moglie e due figli piccoli. Jihad, altro compagno di stanza, di anni ne ha 19, ha fatto il tragitto in treno Taranto-milano chiuso in bagno, e nel suo francese ordinato dice di capire la situazione italiana e non si lamenta se non trova lavoro: “So che qui c’è la crisi e non c’è lavoro per nessuno. Vorrei fare apprendistato, anche gratis. All’ufficio di collocamento mi hanno detto di aspettare, intanto faccio un corso di italiano al Tpo”. Sono i ragazzi ospiti del dormitorio Beltrame, poco più di venti, che si ritrovano la mattina alle 9 davanti alla macchinetta del caffè, insieme agli altri ospiti, e poi fuori a cercar lavoro. gironzolano tutto il giorno tra Bologna e periferia, in bus o a piedi. Senza risultati. “Tunisia e Italia sono uguali, grande miseria comunque”, dice uno dei ragazzi.

Con lo spaccio basta un attimo e i soldi saltano fuori. ma Chokri, Jihad e Abdelkader non si fanno tentare: “Non siamo venuti in Italia per questo”

C

Arrivati in Italia, qualcuno dice di essere stato picchiato dalla polizia, qualcun’altro di essere stato spinto verso Francia o Belgio. Cosa che tanti hanno fatto, visto che oggi (24 maggio) in emilia-Romagna ci sono 688 profughi registrati nelle strutture pagate dalla Protezione Civile, 182 solo a Bologna e provincia. Numeri che poco hanno a che vedere con l’“esodo biblico” paventato dal ministro degli Interni Roberto maroni, in base al quale a metà aprile Regione e Protezione Civile dell’emilia-Romagna hanno organizzato un piano di accoglienza per 4mila persone. “C’è stato sicuramente un sovradimensionamento del dato tunisino, che ora abbiamo pianificato intorno alle 2mila persone”, spiega Ferruccio melloni, responsabile della Protezione Civile. Il piano funziona a scaglioni. Sono stati previsti 10mila arrivi, divisi per 18 regioni (la Sicilia ha già Lampedusa come punto critico, L’Abruzzo ha altro a cui pensare) in base al numero di residenti. In emilia-Romagna 838 presenze nella prima fase. e considerato che con gli ultimi arrivi, uno “stock di 23 persone da man-

duria”, le stime vanno a 711, la quota è quasi raggiunta. In un primo momento la Protezione Civile si è trovata nel caos, tra gli invii di profughi dalla direzione centrale e la schiera di tunisini arrivati in emilia-Romagna autonomamente. Per un po’, come conferma un funzionario del Comune, in strada c’erano un centinaio di tunisini con regolare permesso di soggiorno temporaneo, mentre posti vuoti aspettavano i profughi. Poi la Protezione Civile ha trovato una soluzione: “Abbiamo accolto 99 tunisini già presenti, la Asp Poveri Vergognosi ha aperto una lista per persone che man mano ospitiamo. ma gli invii del dipartimento hanno sempre la precedenza assoluta. Abbiamo l’obbligo di ospitarli perché fanno parte della percentuale che ci spetta. gli altri li prendiamo in carico autonomamente secondo un accordo di buon senso”. La doppia corsia tra “profughi veri” e tunisini in teoria non vale nei servizi del Comune: “Alla rete Sprar (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati che garantisce vitto, alloggio, orientamento

legale, sociale e percorsi di inserimento socio-lavorativo, NdR) possono accedere sia rifugiati che tunisini con permesso di soggiorno temporaneo, i progetti ci sono, le Asp stanno cercando di fare qualcosa. Bisogna dire che si stimano 6-7 mesi perché un richiedente asilo diventi autonomo, capisca il contesto, trovi lavoro, e si inserisca”, spiega il funzionario del Comune. giusto il tempo concesso dal permesso temporaneo. Sei mesi che scadono a ottobre e dopo i quali Chokri, Jihad, Abdelkader e i quasi 200 tunisini ufficiali presenti a Bologna, senza contare quelli che tuttora dormono in strada, tra fabbriche occupate e cartoni sui marciapiedi, si chiedono cosa succederà. Secondo melloni, un’ipotesi plausibile è che verranno rinnovati. Intanto gli ospiti delle strutture gironzolano a caccia di un impiego e non hanno intenzione di cedere ai “brutti lavori”. Perché per lo spaccio in montagnola “basta un attimo, e i soldi saltano fuori. ma noi vogliamo un lavoro regolare. Non siamo venuti in Italia per questo”. (evabrugnettini@piazzagrande.it)

Rimpatri, minacce e retate della polizia: con la crisi alcuni Stati Ue non vogliono più gli indigenti

homeless, Vietato circolare
p mAuRo STRIANo
diritto alla libera circolazione non è del tutto garantito nell’unione europea. Negli ultimi mesi, gran Bretagna, olanda e Irlanda hanno espulso, o minacciato di espellere, cittadini ue privi di mezzi di sussistenza, senza considerare le garanzie procedurali riconosciute comunitariamente in tema di libera circolazione. La libera circolazione è uno dei principi fondamentali dell’ue ma, nonostante sia parte del Trattato e oggetto di regolamenti e direttive, alcuni Stati europei, soprattutto dall’inizio della crisi econo-

Il

mica, sembrano voler accordare i diritti derivanti da tale principio solo alle persone economicamente attive, considerando coloro che si ritrovano in uno stato d’indigenza come un peso di cui lo Stato d’origine deve farsi carico. Numerosi Stati membri offrono il pagamento delle spese di rimpatrio verso il Paese di origine. Tuttavia, molti cittadini dell’ue senza residenza non vogliono assolutamente tornare indietro, nonostante la loro difficile situazione sociale. In effetti, una notevole percentuale di persone che sono state rimpatriate ha fi-

nito per ritrovarsi all’interno dei servizi per senza dimora, con poche speranze di trovare rapidamente un alloggio adeguato e sostenibile. uno degli esempi della nuova “politica” nei confronti dei senza dimora si è verificato pochi mesi fa in Danimarca. A Copenhagen, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2010, la polizia danese ha arrestato 69 persone senza dimora alloggiate in un centro di accoglienza privato, specializzato nell’assistenza a cittadini non danesi. Dopo questo raid, 47 persone sono state detenute per circa due settimane,

fino a quando il loro caso non è stato esaminato; di questi, 30 erano cittadini ue, e la maggioranza di costoro è stata rimpatriata per il solo motivo di non disporre di mezzi di sussistenza. La Federazione europea delle Associazioni Nazionali che lavorano con le persone senza dimora (Feantsa) ha condannato con un comunicato stampa le espulsioni arbitrarie e ha chiesto all’unione europea di stabilire regole affinchè i cittadini ue non autosufficienti abbiano almeno accesso all’accoglienza e all’assistenza di emergenza.

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il Quinto alimento
p FRANCeSCA BoNo e SoFIA PIzzo

I picnic della decrescita

Torna la Par Tot parata
p VALeNTINA BoNoLI

Bicicentro

G

iugno, tempo di pic nic. Tante le iniziative che si stanno realizzando nella nostra città, una più lodevole dell’altra. Due ottime iniziative nel mese scorso. L’Associazione Terrarossa Terraverde in collaborazione con L’orto dei giusti ha realizzato un pic nic culturale e colturale per parlare di agricoltura sana, stagionalità e consumi, con la presenza di Andrea Segrè. Anche Piazza grande si è riunita in un Pic Nic Senza Dimora al parco della ex manifattura tabacchi per pulire il parco insieme ai senza tetto e alla cittadinanza. Per sensibilizzare alle tematiche ambientali nel 2010 è nato il PicNic4Degrowth che coinvolge tutto il mondo, compresa Bologna. L’idea del Picnic globale per la decrescita è stato accettato alla seconda conferenza sulla decrescita e la giustizia sociale a Barcellona nel marzo 2010. Il 5 giugno è la data scelta per l’edizione 2011. Se queste occasioni sono state perse, Bologna con i suoi colli consente sempre di organizzare giornate all’aria aper-

B

ta, cercando di rispettare l’ambiente, limitando l’utilizzo di plastica e cogliendo l’occasione di un pranzo informale per scambiare cibo e chiacchiere con gli amici e i vicini di prato. Le aree attrezzate in città sono sempre meno, ma si possono ancora trovare delle griglie a monte Donato, ai Prati di mugnano di Sasso marconi e al Parco del Paleotto a Rastignano. Villa Spada, Parco Cavaioni, Parco Talon, Villa ghigi, Parco Storico di monte Sole e Parco dei gessi; tante le aree verdi che si prestano non solo ai pic nic, ma anche a passeggiate e percorsi trekking.

ologna si prepara a scendere in strada: il 18 giugno lungo le vie del centro torna la Par Tot parata. organizzata dall’associazione “oltre”, nel 2009 l’iniziativa ha coinvolto circa 30 mila persone grazie a carri allegorici, musica dal vivo e performance circensi. In vista della parata sono nati numerosi laboratori che vengono attivati mesi prima e sono completamente gratuiti. La Par Tot, che in bolognese significa “per tutti”, si può definire ecologica, multiculturale e intergenerazionale perché usa materiale riciclato, e chiunque può parteciparvi senza distinzioni di età e nazionalità. Quest’anno la parata avrà un tema: “un altro lusso è possibile”, dove per lusso si intende la gioia di esprimersi liberamente attraverso colori, danze e costumi e rendere Bologna una città creativa dove è permessa l’esagerazione e l’eccesso almeno per un giorno. L’associazione ”Le fucine vulcaniche” porterà alla parata “il tempo della pietra”, sviluppando il concetto di un altro lusso possibile attraver-

so il ritorno alle origini. “è possibile vivere in un mondo senza sprechi – dice Pino, il presidente dell’associazione - e soprattutto senza l’uso del petrolio e del nucleare, come nell’età della pietra!”. Attraverso l’organizzazione di laboratori per la preparazione di carri allegorici l’associazione ha saputo coinvolgere anche gli ospiti del dormitorio Beltrame che potranno così partecipare attivamente alla parata. Inoltre, le loro opere sono a costo zero, poiché cercano di recuperare oggetti destinati alla spazzatura dando così un esempio di come è possibile creare riciclando. Quest’anno il Bicicentro di Piazza grande ha messo a disposizione un’officina per la costruzione dei carri allegorici. Per le Fucine vulcaniche la Par tot è una particolare esperienza che porta al coinvolgimento e alla collaborazione spontanea dei cittadini: durante la parata nessuno assiste da semplice spettatore, ma viene invitato a partecipare alla scia festante. “Per tutti” è l’idea da mettere in pratica.

Kilometri zero
riflessioni a filiera corta

p JoNAThAN FeRRAmoLA

consumare meglio per fermare gli sprechi

se siete in cerca di spunti per rif lettere sul colossale giro d’affari e malaffari che circondano il mondo del cibo, cattive abitudini alimentari e consumismo ipertrofico, vi consiglio di fare un’attenta lettura del libro scritto dal professor andrea segrè, preside di agraria all’università di Bologna e fondatore di last minute market, dal titolo “libro nero dello spreco alimentare in italia”. i dati forniti sono implacabili e danno la cifra della sconfitta del nostro modello di sviluppo: “Dal 1974 a oggi lo spreco alimentare nel mondo è aumentato del 50%; il 40% del cibo prodotto negli stati uniti viene gettato e in gran Bretagna si buttano tra i rifiuti 6,7 milioni di tonnellate di cibo ancora perfettamente consumabile, per un costo annuale di 10 miliardi di sterline. in svezia in media ogni famiglia getta via il 25% del cibo acquistato”. e in italia le cose non vanno certo meglio: “ogni anno, prima che il cibo giunga nei nostri piatti, se ne perde una quantità che potrebbe soddisfare i fabbisogni alimentari per l’intero anno di tre quarti della popolazione italiana, vale a dire di 44.472.914 abitanti”. insomma un’ecatombe inarrestabile e in crescita esponenziale alla quale sembriamo destinati a soccombere senza opporre resistenza. ma c’è una via d’uscita da questo delirante spreco globale? secondo segrè, l’unica e sensata ricetta sta nel consumare meno, ma soprattutto meglio, favorendo l’autoproduzione, il recupero ed una più efficiente distribuzione degli alimenti sul mercato. maggiori informazioni le trovate su www.lastminutemarket.it. (http://radiokmzero.

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Con il patrocinio dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna

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10 giugno - 10 luglio 2011 ingresso libero la Feltrinelli International Via Zamboni 7B Orari: lun-sab: 9.00-19.30

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non Parlate al conDucente

Merola scommette sui giovani in giunta
p SImoNe SABATTINI
è, allo stato, un’unica ragione per cui Bologna esce cambiata dalle Comunali, ed è anagrafica. La giunta appena varata da Virginio merola è di 15 anni più giovane di quella targata Sergio Cofferati. L’assessore “baby” di allora era giuseppe Paruolo, che con i suoi 46 anni sarebbe stato comunque più vecchio della media del nuovo esecutivo (44,5). L’assessore alla mobilità (forse la delega più “pesante”) è Andrea Colombo: ha 27 anni ed è il più giovane di tutta la storia cittadina. Il segnale dato da merola non va sottovalutato, o liquidato come un dettaglio folkloristico: la gerontocrazia italiana crea problemi enormi allo sviluppo del paese e intrappola l’idea stessa di un possibile cambiamento. Chi ha più di 60 anni fatica a ricordare quali erano le sue esigenze di 30-40 anni prima o peggio crede di conoscerle filtrandole attraverso la propria, parziale, esperienza di genitore. e’ meno ricettivo, meno coraggioso, più legato al passato che al futuro. Tutto noto, con buona pace di chi in questi casi si esercita in pur sacrosanti distinguo. merola in questo senso ha avuto coraggio. Non solo: nel dare spazio ai trentenni come ai 50-60enni ha salvaguardato il principio sempre poco applicato di piazzare persone competenti (almeno sulla carta) nelle deleghe corrispondenti: Patrizia gabellini è un’urbanista e va all’urbanistica, Silvia giannini è un’economista e va al Bilancio, lo stesso Colombo al San Vitale, dove era consigliere, si è

Allarme zingari (o forse no)
p DoNATo uNgARo

C’

sempre occupato di temi legati al Traffico, Amelia Frascaroli conosce bene i servizi sociali e ha preteso e ottenuto l’assessorato al Welfare. Però ci sono anche alcune zone d’ombra. La prima è politica e riguarda il rapporto con gli alleati: Sel e il Pd la pensano allo stesso modo sulle materne private, sui nuovi insediamenti urbanistici, sulle infrastrutture? L’Idv – che ha mandato in consiglio un ex guazzalochiano e in giunta una semisconosciuta che ha messo piede a Bologna per la prima volta il giorno della nomina – che intenzioni ha? Il secondo punto interrogativo è ancora più interessante ed è, per così dire, il lato B della promozione dei giovani. Colombo, Luca Rizzo Nervo, matteo Lepore, per citare i tre cosiddetti “merola-boys”, sono “nati“ e cresciuti nel partito e se non devono tutto alla fiducia accordatagli dal nuovo sindaco, poco ci manca. Riusciranno a far valere la loro freschezza anagrafica senza essere dei meri yes-man di chi gli ha dato una grande opportunità? L’Italia e la sua storia sono infarcite di pessime esperienze di fedeltà a tutti i costi. e la riconoscenza è spesso diventata un valore in sé, anche a dispetto del buon senso e del bene comune. Se c’è una sfida che questa giunta ha davanti, almeno nella sua parte potenzialmente più innovativa, è quella di trovare un giusto equilibrio tra inesperienza e indipendenza. Affinché il vantaggio di essere giovani non venga annullato dalla paura di contraddire i “vecchi”.

L

inea 19: in via Lame mi salgono a bordo, urlando, quattro o cinque zingari. mi lasceranno sul bus una puzza insopportabile, penso, e a terra le lattine di birra che hanno in mano. Altri la pensano così; lo si capisce da come alcuni passeggeri mi guardano, sperando che possa fare qualcosa. Chiudo le porte e parto, ricercando nella memoria le parole di martin Niemöller: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano”. Quelli del mio autobus non so se rubacchiano, ma ascoltano la musica a tutto volume. Non capiscono che danno fastidio agli altri? Vivono proprio usanze diverse, culture diverse e religioni diverse. “Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici”. Fosse almeno la musica che ascoltiamo tutti; che so io, Pop, Rock, Leggera. Anche il Liscio andrebbe meglio, ma questa è musica zigana, incomprensibile alla gente normale; ecco, alla gente normale, come me. “Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato perché mi erano fastidiosi”. Proprio persone che non hanno il senso della misura, che non sanno stare tra la gente per bene; sanno fare gruppo comune solo tra di loro, ma vivere tra i cittadini moderni del giorno d’oggi è ben altra cosa. “Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista”. Intanto eccomi arrivato a Casteldebole; capolinea e rientro in deposito. Fine del servizio, ma loro sono ancora lì; io li guardo dallo specchio e mi aspetto la discussione per farli scendere a forza dall’autobus. uno di loro mi chiede, testualmente: scusa capo, ancora una fermata per piacere? Scusa, per piacere; ma siete zingari, non ci stanno queste parole, in bocca a voi. I Rom devono bestemmiare, offendere, gridare; invece questo mi dice Scusa e Per piacere. Rispondo “Va bene”, sottovoce; e riparto verso l’ultima fermata. grazie, mi dice ancora; sorridendomi. “un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Quando e se mi verranno a prendere vorrei che ci fossero almeno gli zingari; e spero che allora potrò essere io a dire grazie: e a sorridere.

la Posta Degli altri
La redazione di Piazza Grande risPonde aLLe Lettere PubbLicate sui quotidiani boLoGnesi

Quando crollano i muri

lettera pubblicata su il resto del carlino del 31 maggio 201 1

il 19 maggio alle 14 ero sulla Porrettana nei pressi della rotonda di Borgonuovo. mi precedeva un’auto che ha investito un blocco di cemento in mezzo alla strada. Personalmente non ho avuto alcun danno.

caro lettore, non si preoccupi, probabilmente era solo un pezzo del muro di arcore. che non dovrebbe stare in piedi ancora per molto.

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in Viaggio
con
p DANIeLe BRoLLI
ndrea era uno che non aveva bisogno di prendere appuntamenti. La redazione di “Linus” all’alba degli anni ottanta era in un condominio con le piastrelle lucide, in un cortile davanti al palazzo Rizzoli dell’omonima via. Allora l’editore si chiamava ancora milano Libri, ma era già stato assorbito dal grande gruppo editoriale. Per arrivarci si prendeva la metropolitana verde, direttamente in Stazione Centrale, direzione Colognogessate, fermata Crescenzago. Si trattava di una meta cruciale per ogni autore di fumetti. Il direttore era (ma ancora per poco, perché se ne sarebbe andato sbattendo la porta per protesta contro gli uomini della loggia P2 che avevano colonizzato Rizzoli) oreste del Buono. Quando era in sede, se ne rimaneva chiuso nel suo studio e faceva rare sortite nell’open space della redazione. Redazione composta esclusivamente da donne. Andrea era il tipo del mascalzone latino. uno che con le donne sapeva farci. A differenza dell’autore medio di fumetti. All’autore di fumetti, specie se giovane, sudavano le mani per l’emozione all’idea di poter incontrare oreste del Buono (che di lì a poco sarebbe stato tra i fondatori de “L’eternauta”, un altro pezzo di storia delle riviste a fumetti, e avrebbe dato il suo contributo di idee, ma si favoleggia anche economico, alla nascita di “Frigidaire”…). e quando incontrava le ragazze della redazione, all’autorucolo venivano i crampi a causa dei sali minerali persi. erano ragazze capitanate dall’art director caporedattore Fulvia Serra, destinata dopo l’abbandono di odB ad assumere il ruolo direttoriale. Il giovane autore arrivando in redazione si ritrovava al centro dell’open space, in cui le scrivanie delle ragazze si fronteggiavano, e lì iniziava una specie di esame di stato, in cui donne che avevano tutto quello che un ragazzo timido teme nell’altro sesso, lo vivisezionavano: loro erano per la maggior parte carine; erano colte; erano argute; era-

Paz
no sarcastiche e non vedevano l’ora di esercitare i loro poteri sui malcapitati. L’immagine del gatto che si trastulla con il topolino tramortito scuotendolo e rollandoselo con le zampe, con la variante di un morso d’assaggio di tanto in tanto sarà anche abusata, ma in questo caso è esatta. Il giovane autore poteva anche essere un collaboratore acquisito, ma si sentiva continuamente messo in discussione. Sballottato tra battute e sguardi dubitativi, estraeva la cartella con le sue tavole a china, mostrava il tutto e rimaneva in pena di fronte alla pausa di silenzio. Arrivare da Bologna significava spesso essersi alzati al primo sole (d’inverno prima…), forse aver bevuto un caffè in fretta, essere saliti al volo in treno ed essersi risvegliati a destinazione con la bocca impastata e con lo stomaco che pulsava come un cuore aggiunto. Le ragazze di redazione facevano diventare il suo imbarazzo, la sua scarsa brillantezza, il diversivo della tarda mattinata. Andrea era uno che non era mai in difficoltà, perché aveva un bel sorriso, la erre dei seduttori e la battuta sempre pronta. era anche un bel ragazzo. Anzi, per essere precisi non era proprio un bello, ma era di bella presenza, che è quello che conta. Poteva succedere che lui piombasse in redazione anche senza appuntamento, all’ora che gli pareva, e che le ragazze squittissero felici. Come quella volta. Andrea aveva una voce nasale, o forse adenoidale, un po’ da vecchio nobile decaduto (come Totò nella memorabile interpretazione del barone ottone Spinelli degli ulivi detto zazà in Signori si nasce), e poteva chiedere qualsiasi cosa. Tu eri lì che stavi mostrando le tue tavole, lui ti salutava, salutava loro, e loro si dimenticavano di te. Le teste si giravano verso di lui e sembrava che stesse per iniziare un balletto di Grease. “Ciao, come va?” guardava i disegni del collega. “Belle queste tavole. Belle… è bravo questo ragazzo.” Ti segnalava declassandoti a un esordien-

Il 16 gIugno dI 23 annI fa morIva andrea pazIenza: noI lo rIcordIamo così
q| illustrazione di marina Girardi

A

te che mostrava i suoi primi lavori. Poi si disinteressava completamente di te come se fossi uno degli ombrelli dimenticati all’attaccapanni all’entrata, e passava allo show: “Ragazze, ce l’avete un tavolo per me che devo finire di disegnare una pagina?” “Ti sgombero la mia scrivania!” era la risposta moltiplicata per il numero delle ragazze. “Bene, prendo la tua… ma prima avrei bisogno di un piccolo favore.” “Sì…?” “Posso farmi la doccia, magari un bagno… ho visto che tanto avete la vasca… c’è l’acqua calda?” “Certo.” “Perché sono arrivato proprio adesso da Bologna e ho dormito solo due ore. Stanotte ho lavorato per finire i disegni. ma non ce l’ho fatta.” “Vieni, ti do un asciugamano.” “Ragazze, siete degli angeli.” Quindi baciava castamente le ragazze più vicine a lui, che arrossivano come liceali al primo incontro. Nel frattempo il fumettista giaceva mogio, in compagnia del suo appuntamento, dimenticato nei pressi di una scriva-

nia. Quella volta Andrea entrò nel bagno, riempì la vasca fischiettando allegro. Le ragazze si guardarono l’un l’altra con sguardi birichini: non riuscivano a trattenere risolini d’emozione, si coprivano la bocca con la mano alla ricerca della fanciulla in fiore dimenticata ormai in loro. Andavano avanti e indietro davanti alla porta del bagno per chiedere ad Andrea se aveva bisogno di qualcosa. Tutta la redazione era mobilitata, finché non arrivò la richiesta: “Ragazze, e quell’asciugamano che mi avevate promesso?” La porta del bagno era socchiusa dall’interno. La richiesta arrivò da quello spiraglio malizioso. Quale delle donne avrebbe avuto il privilegio del brivido, avvicinandosi a quella fessura dal sapore proibito? Ci fu una lunga pausa in cui si scambiarono sguardi che mescolavano paura, eccitazione, sfida, trepidazione… e infine invidia. Nel frattempo l’autore attendeva ormai rassegnato in un angolo, sfogliando svogliato alcuni cartonati francesi impilati su una scrivania vuota. Andrea era uno che non subiva le pause. I tempi morti li dirottava sugli altri.

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sPalle alla Porta Dal 6 al 10 luglio tornano i mondiali Antirazzisti

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Via ai Mondiali solidali
p ALAIN VeRDIAL
hi ha detto che gli unici mondiali di calcio sono quelli organizzati ogni quattro anni dalla Fifa? Associazioni come Progetto ultrà-uisp emilia Romagna, che da anni lottano per dare pari opportunità a tutte le persone con lo sport, hanno creato nel 1997 i mondiali Antirazzisti. Si tratta di una competizione multiculturale, dove l’incontro prevale sullo scontro, alla quale possono partecipare squadre provenienti da tutto il mondo, di tutte le condizioni economiche e sociali, e dove l’unico obiettivo è abbattere le barriere razziste e vincere il migliore dei trofei possibili: la solidarietà. Il risultato finora è stato più che positivo visto che quest’anno si terrà la quindicesima edizione e si spera di superare i numeri dell’anno scorso (oltre 7.000 partecipanti di 60 nazioni diverse). I XV mondiali Antirazzisti si svolgeranno dal 6 al 10 luglio, e nonostante il luogo sia cambiato (non più a Casalecchio di Reno ma a Bosco Albergati, in provincia di modena), lo spirito è sempre lo stesso. Nell’edizione di quest’anno si potrà partecipare, attraverso la solita iscrizione gratuita, alle competizioni di calcio

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p ANNALISA BoLogNeSI
uN NoTIzIARIo INTeRAmeNTe DeDICATo ALLe TemATIChe SoCIALI e AL moNDo DeL TeRzo SeTToRe. VA IN oNDA TuTTI I LuNeDì DALLe 18.05 ALLe 18.15 Su RADIo ITALIA ANNI 60 (Fm 102.1 – 102.3) IL “NoTIzIARIo DeL TeRzo SeTToRe DeLL’emILIA RomAgNA”. uN APPuNTAmeNTo SeTTImANALe PRomoSSo DAL FoRum TeRzo SeTToRe DI BoLogNA e CuRATo DALLA ReDAzIoNe DI BANDIeRAgIALLA. IL PRogRAmmA Dà AmPIo SPAzIo ALLe PRINCIPALI NoTIzIe, PRogeTTI e APPuNTAmeNTI DeL moNDo DeL VoLoNTARIATo, DeLL’ASSoCIAzIoNISmo e DeLLA CooPeRAzIoNe SoCIALe e INTeRNAzIoNALe e A TuTTe Le INFoRmAzIoNI uTILI PeR ChI oPeRA IN QueSTI AmBITI. NoN mANCheRANNo PoI I momeNTI DI APPRoFoNDImeNTo, CoN Le INTeRVISTe AD eSPeRTI DeL TeRzo SeTToRe DeLLA NoSTRA RegIoNe. Le oRgANIzzAzIoNI ADeReNTI AL FoRum TeRzo SeTToRe PoTRANNo SegNALARe Le PRoPRIe NoTIzIe mANDANDo uN’emAIL A: ReDAzIoNe@BANDIeRAgIALLA.IT. PeR ASCoLTARe IL NoTIzIARIo IN PoDCAST: WWW.BANDIeRAgIALLA.IT/TeRzoSeTToRe_BoLogNA.

il terzo settore È on air

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Q| fotografia di antonio amendola (shoot4Change)
- maschile e femminile -, basket, pallavolo, rugby e cricket (lo sport novità del campionato dell’anno scorso), in aggiunta ad altre attività sportive come yoga e pilates. Per i meno sportivi sarà possibile partecipare a laboratori e dibattiti su temi come le diversità di genere e l’omofobia, oppure la lotta contro la discriminazione di Rom e Sinti. Sébastien Louis, capitano della squadra dell’Associazione Luxembourg Against Racism, campionessa della Coppa mondiale Antirazzisti (il trofeo dedicato a coloro che più si sono distinti durante l’anno in attività per l’uguaglianza sociale) ha definito così l’esperienza: “Qualcosa di eccezionale, cinque giorni di diversità e apertura dello spirito fra i giocatori e il pubblico. In un momento di delicatezza estrema, economica e sociale, un evento come questo è più che necessario”. Sébastien e la sua associazione partecipano ai mondiali Antirazzisti dal 2004. Il prossimo 10 luglio Piazza grande sarà presente a Bosco Albergati per scoprire il nome della squadra vincitrice. La squadra campione uscente, e quindi da sfidare, è quella composta da un gruppo di rifugiati politici somali. Sicuramente il giocatore che alzerà la coppa non firmerà contratti a sei zeri ma, come tutti gli altri partecipanti, tornerà a casa con un bagaglio umano importante. Info su www. mondialiantirazzisti.org.

un’assurda stagione
p gIANLuCA moRozzI

cronaca Delle Partite PreceDenti

ci sono solo tre cose assurde che non sono capitate quest’anno al Bologna: 1) ramirez non ha interrotto un’azione di contropiede per baciare appassionatamente ekdal davanti agli spettatori esterrefatti, avendo scoperto proprio in quel momento di amarlo. 2) Portanova non ha strangolato mudingayi sospettandolo erroneamente di essere l’amante di sua moglie. 3) malesani non si è strappato di colpo la maschera per rivelarsi un invasore alieno ghiotto di midollo spinale terrestre. tutto il resto è accaduto: i cinque presidenti in un anno, i tre punti di penalizzazione, il crollo finale, zanetti che appare e scompare, la vicenda dei pass invalidi, davvero, non ci siamo fatti mancare niente. Per fortuna eravamo a quaranta punti già due mesi fa con un sacco di squadre alle spalle, il Bari già retrocesso, il Brescia messo male. tutte le altre, ci dicevamo, non si metteranno mica tutte a fare i miracoli, chievo, Parma, catania, cesena, lecce, sampdoria, magari qualcuna, ma mica tutte, cavolo. Be’, invece hanno fatto i miracoli proprio tutte: tranne una, per fortuna. la sampdoria è entrata nella storia delle retrocessioni più assurde e insapettate, galleria abitata dall’ultimo Bologna di mazzone e dal Verona di malesani – da brividi, a pensarci -, si è fatta stendere dal genoa al novantasettesimo, battere in casa dal Palermo, mentre tutte le altre, chievo, Parma, catania, cesena e lecce si trasformavano nel Barcellona e decollavano oltre la zona pericolo. Questo mentre il Bologna perdeva tre a uno a Brescia, due a zero in casa col napoli, due a zero – con gol di marcolini da metà campo! - a Verona, due a zero in casa col cesena, uno a zero a milano, e lasciava la maledetta quota quaranta solo grazie a un telefonatissimo e assai poco combattuto pareggio in casa col Parma. Quando poi ci eravamo convinti che non avremmo mai e poi mai segnato un gol fino alla notte dei tempi, ramirez di testa ha siglato il pareggio che a firenze ci ha portati alla rassicurante quota quarantadue. giusto il tempo per una sontuosa figuraccia all’ultima di campionato, in casa col Bari già in serie B da secoli, quando undici sconosciuti con la maglia del Bologna, facendo movimenti a caso e tirando pallonate in giro, anziché divertire il pubblico con un pirotecnico cinque a tre di fine stagione, hanno pensato bene di subire uno, poi due, poi tre gol dal giovanissimo esordiente grandolfo, e poi di pigliarsi anche il quarto, così, per cifra tonda. un congedo straordinario. ora si riparte. il nuovo allenatore sarà Bisoli, da Porretta t erme, il consulente di mercato sarà salvatore Bagni, i soldi, pare, non tanti. Bisognerà sacrificare un pezzo pregiato della rosa, Britos, forse, forse anche la metà di Viviano. chissà. Quel che è certo è che tra un po’, dopo aver smaltito le tossine di una stagione eterna e stranissima, noi tifosi cominceremo a studiare avidamente le più improbabili notizie di calciomercato. che esamineremo con cura il tabellone di coppa italia, per capire se ci toccherà l’accoppiamento con la sangiovannese o con la Pro Patria. ad aspettare con ansia l’apertura della campagna abbonamenti. e poi l’uscita dei calendari della serie a, che attenderemo lamentandoci che tutte le altre si sono rinforzate più di noi, che siena o catania hanno fatto un mercato molto migliore del nostro, cosa che abbiamo detto negli ultimi anni anche di t orino, atalanta e sampdoria, tutte retrocesse. e poi sarà l’ora di alzare il sipario. ancora e per fortuna in serie a.

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luciano e la rossa
p gIAmPIeRo RIgoSI r| illustrazione di nancy Poltronieri
e così ha strappato una risata alla Rossa, che ha scosso la testa, gli ha ridato il bicchiere ed è ripartita. Luciano, con struggimento, le ha tenuto gli occhi incollati addosso fino a quando non ha svoltato in fondo al vialetto. Poi ha abbassato lo sguardo. Nel bicchiere c’erano ancora due dita d’acqua, e il segno del rossetto sul bordo. ha posato le labbra in quel punto e l’ha svuotato buttando la testa all’indietro. Nell’attimo preciso in cui l’acqua gli è scesa in gola, ha stabilito il suo piano. Si è dedicato alle piantine con tutto l’amore di un giovane agricoltore al suo primo raccolto. ha scoche pianta una fila di cipolle o controlla la crescita delle zucchine, e la vede passare con saltelli atletici, inguainata in tutine aderenti verde elettrico, fucsia o arancioni, decisamente coraggiose per una della sua età (Luciano, a occhio e croce, valuta che la Rossa vada per i cinquantacinque, anche se portati a meraviglia). La cosa certa è che ha due belle tette. Quando passa, Luciano la segue con lo sguardo, godendosi prima il davanti, poi, mentre si allontana, l’elastica rotondità del suo sedere, che ballonzola sodo dentro la tuta elasticizzata. Luciano non la conosce, la Rossa, però non gli dispiacerebbe fare amicizia. Delle volte si è detto: non sarebbe male scambiarci quattro chiacchiere. Però come si fa? Quella passa di corsetta, taf taf taf taf, e tira dritto per la sua strada, non può mica mettersi a rincorrerla e attaccare discorso dal nulla. e con che scusa, poi? No, niente da fare. Luciano pensa che dovrà rassegnarsi a guardarla passare, fantasticando su un improbabile incontro amoroso, nel quale con grande piacere le slaccerebbe il reggipetto, per verificare al tatto la solidità di quel seno che balzella su e giù, su e giù, ipnotico e delizioso. ma un pomeriggio afoso di fine giugno è capitato il miracolo. Luciano stava annaffiando i pomodori, quando la Rossa si è fermata a riprendere fiato proprio davanti al recinto del suo orto. Con una mano si è appoggiata al paletto smaltato di verde, mentre con il polso dell’altra si asciugava il sudore dalla fronte. – Che caldo! – ha sbuffato la Rossa. – mi scusi, non è che mi farebbe prendere una sorsata d’acqua? In quel momento, Luciano ha benedetto in cuor suo la soffocante calura estiva, contro la quale, fino a qualche secondo prima, masticava silenziose imprecazioni. – Ci mancherebbe altro, – ha detto, girando il rubinetto per ridurre il getto e passandole il tubo sopra la rete. La Rossa lo ha ringraziato con un sorriso e si è chinata a bere, offrendogli lo spettacolo mozzafiato del suo seno che si affacciava dallo scollo della canottierina. – Correre fa bene, – ha osato Luciano. – ma lei col suo fisico non ne avrebbe bisogno. – è troppo gentile. – No, che gentile. Se lo lasci dire. ha un corpo che fa invidia. – eh, se non ci si tiene in forma è la fine, – ha risposto la Rossa, restituendogli il tubo. – Questo è vero, – le ha dato ragione Luciano, battendosi il palmo sulla pancia. – un po’ di ginnastica farebbe bene anche a me. – Be’, – ha detto lei, asciugandosi la bocca con il dorso della mano, – adesso è meglio che mi rimetta in moto, se no mi raffreddo. grazie ancora per l’acqua. Luciano l’ha guardata allontanarsi, e in quell’istante ha sentito il suo cuore sessantenne battergli in petto come non succedeva da parecchio. un po’ di ginnastica mi farebbe bene senz’altro, ha pensato. ma so io a che sport mi piacerebbe allenarmi. – oh, Luciano! – gli ha gridato marzocchi, il suo vicino di orto. – Ti sei incantato? guarda che se continui così affoghi le patate! Lui si è scosso, ha abbassato lo sguardo alla pozza che s’era formata tra i suoi piedi e, mentre dirigeva di nuovo lo spruzzo alla pianta di pomodori, ha mandato benevolmente al diavolo marzocchi. Intanto, però, il ghiaccio era rotto. La seconda volta che si sono parlati è stato un giorno che quelli degli orti avevano organizzato una delle loro mangiate. Le fette di pancetta sfrigolavano sulla brace. Luciano stava stappando una bottiglia, quando marzocchi gli ha dato di gomito. Lui ha alzato lo sguardo e l’amico gli ha strizzato l’occhio, indicando con il mento il vialetto di ippocastani. Stava arrivando al trotto la Rossa, con indosso una tuta elasticizzata di un azzurro quasi fosforescente. Luciano ha fatto schioccare il turacciolo proprio quando lei gli passava davanti. – Posso offrirle un bicchiere di vino? – ha detto, alzando la bottiglia. La Rossa si è fermata e ha abbassato il volume del walkman. – La ringrazio, – ha risposto ansimando. – ma se bevo adesso casco per terra. un bicchiere d’acqua però lo accetto volentieri. Luciano ha riempito un bicchiere di minerale e si è alzato per portarglielo. – Perché non si ferma a mangiare con noi? La carne è quasi pronta. – Lei è molto gentile, – ha risposto la Rossa. – ma sono tutta sudata. e poi sono vegetariana. Luciano si è stretto nelle spalle. – Nessuno è perfetto. perto che la Rossa, salvo maltempo, faceva il suo allenamento il lunedì e il giovedì, dalle sei alle sette di pomeriggio. Così un giovedì di metà settembre, alle undici di mattina, con il sole bello alto nel cielo, ha raccolto il cespo di lattuga più bello, qualche carota, un peperone rosso e uno giallo, un mazzo di ravanelli e tre o quattro cipollotti da pinzimonio. è andato a casa e ha lavato e rilavato tutto quanto più volte, accuratamente, stando attento a non rovinare l’insalata. Poi ha messo le verdure ad asciugare ed è uscito. è entrato in cartoleria che mancava poco a mezzogiorno. Dalla rastrelliera ha scelto un bel foglio di carta argentata e trasparente, se l’è fatto arrotolare e soddisfatto del suo acquisto se n’è tornato a casa. I ravanelli, lucidi e scarlatti, li ha piazzati al centro, assieme ai cipollotti e alle carote, i peperoni, con tocco d’artista, li ha sistemati appena un po’ di lato, per far risaltare i loro colori sgargianti nel contrasto con il verde vivo dell’insalata, che avvolgeva tutto nel suo morbido abbraccio gli altri ortaggi. Dopo aver fasciato gli ortaggi nella carta argentata, ha alzato la confezione ammirando l’effetto. Sembrava proprio un bel mazzo di fiori. Alle cinque e tre quarti è andato a piazzarsi su una panchina all’ombra degli ippocastani. Le verdure nascoste in una sportina del supermercato, ai suoi piedi. Quando l’ha vista sbucare in fondo al vialetto, il cuore gli ha accelerato, e lui non ha potuto trattenere un sorriso. ha scosso la testa, impercettibilmente, intenerito da quella sua emozione da quattordicenne. La Rossa è venuta avanti con la sua falcata energica. Quando è stata a una decina di metri, Luciano si è alzato in piedi e lei ha rallentato, andando a fermarsi proprio davanti alla sua panchina. – Salve, come va? – gli ha chiesto sorridendo, mentre spegneva il registratore agganciato in cintura. – Bene, – ha risposto lui. – Se permette, ho un omaggio per lei. Poi si è chinato e, con tutta la calma di questo mondo, ha tirato fuori il mazzo di ortaggi. è in questo modo – e da allora è diventata leggenda in tutto il quartiere – che Luciano, l’ex fabbro in pensione, ha conquistato il cuore e il letto della Rossa con un chilo scarso di insalata e pinzimonio.

Il

parco è un rettangolo di circa sei ettari, delimitato su tre lati dai giardini condominiali palazzi e sul quarto dal canale

scoperto. Lungo le stradine asfaltate passeggiano nonni e nipoti, pedalano i ciclisti, qualcuno porta a spasso il cane, arrancano ansimando i volenterosi in tuta e scarpette da ginnastica, ogni tanto sfreccia qualche motorino abusivo. Su un angolo del parco c’è la zona degli orti: un quadrato di terra suddiviso in porzioni, che ogni pensionato ha delimitato a suo modo: con basse siepi di rosmarino o di salvia, file di assi, canalette di scolo o piccole staccionate di paletti di legno. Con il tempo, gli anziani si sono organizzati, tirando su un paio di baracche di lamiera ondulata, attrezzate con cucine economiche, giradischi e un paio di vecchi frigoriferi. Luciano ha superato da un po’ la sessantina, è vedovo da dieci anni e in pensione da tre. Negli ultimi tempi mandava avanti un piccolo laboratorio da fabbro, per conto suo, e prima ancora lavorava alla Weber, dove assemblava carburatori. Adesso che si è ritirato, e a casa non ha nessuno che lo aspetta, passa la maggior parte del tempo a curare il suo ritaglio d’orto. ma quella dell’orto è più che altro una scusa per stare in compagnia e scambiare quattro chiacchiere con gli altri che, come lui, sono indaffarati a zappare, seminare, annaffiare. Più o meno ogni due settimane, i pensionati si mettono d’accordo e organizzano una mangiata. Fanno una colletta e un paio di volontari si incaricano di comprare una quintalata di carne: salsicce, braciole e costolette che poi verranno cotte su un grosso bidone arrugginito, riempito di vecchie assi di legno e per l’occasione promosso a barbecue. Qualcuno fa suonare sull’antiquato giradischi dei lisci o delle polke, si stappano le bottiglie di lambrusco e, mentre i fuochisti si occupano di arrostire la carne, le donne, alla fiamma dei bomboloni, fanno dorare le crescentine in padelle annerite da decenni di fritture. La Rossa non c’entra con gli orti dei pensionati. Lei fa jogging nel parco, con le cuffiette del walkman e i suoi capelli ricci, tinti di rosso tiziano, che sbucano fuori da sotto il cappellino con visiera. Luciano, della Rossa, sa poco o niente. ha sentito dire che è separata, e che abita in uno dei condomini che danno a est. Delle volte è lì nel suo orto,

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Intervista a enza Negroni, che torna con un biopic sullo scrittore di Reggio emilia, “Lo chiamavamo Vicky”

dalle stalle alle stelle
p CLAuDIo CANNISTRà, DISegNI DI PAoLA SAPoRI

«Vi racconto Tondelli»
p eVA BRugNeTTINI
nza Negroni, bolognese, già regista di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, ha diretto documentari a sfondo sociale e biografico. Con lei abbiamo parlato di cultura a Bologna partendo da “Lo chiamavamo Vicky”, documentario presente al Biografilm Festival su Pier Vittorio Tondelli. Perché una biografia? è un ottimo linguaggio per parlare di oggi e di ieri, soprattutto in un grave momento di crisi culturale come quello attuale. Rifarsi a personaggi che hanno dato molto offre un esempio ai giovani. Ci parli di “Lo chiamavamo Vicky”... Il documentario racconta la formazione culturale di Tondelli, gli anni ‘70 a Correggio, in un contesto sociale, culturale e politico di provincia, lontano dalle grandi città ma capace di creare talenti. Pier Vittorio Tondelli abbandona il suo paese ma resta legato a quell’ambiente di scrittura, teatro, cinema, molto lontano dal presente. era un panorama culturale vivace, il Comune offriva strumenti ai giovani, in contatto costante con le istituzioni. oggi sono completamente scollegati e senza spazi. Siamo in una fase decadente a livello culturale

Ariete

SI ATTeNuA L’eNTuSIASmo

Bilancia

LA PRImA DeCADe INCoNTRA DIFFICoLTà

E

e politico, le due cose vanno insieme. E a cosa si deve? Negli anni ‘70-80 c’era un forte senso della collettività. gruppi giovanili facevano esperienze trasversali dalla politica alla musica, all’arte, creavano un’offerta culturale che trovava una domanda. La nascita delle reti televisive private ha portato all’impoverimento del cinema, alla chiusura delle sale, e alla chiusura nelle case. Le persone non vivono più le piazze. Poi le responsabilità politiche, sempre più tagli alla

cultura, si è voluto investire in altro. Com’è la situazione a Bologna? Ci sono grandi concerti ed eventi ma l’underground, bacino di formazione dei giovani, è ristretto. I movimenti giovanili non ci sono, o fanno fatica a esprimersi, il pubblico è disperso. guardare indietro può essere utile anche all’amministrazione che pensa alla mobilità ma meno alla cultura. gli assessori alla Cultura da anni sono praticamente senza portafoglio. Si pensa a ridurre il tragitto dall’aeroporto alla stazione, si dà priorità a minutaggi poco rilevanti nella vita dei bolognesi. C’è qualche segnale positivo? Nel mondo cinematografico la mancanza di un fondo regionale audio-visivo e di studio ha fatto sì che i fondi andassero ai documentari, che non hanno bisogno di strutture, c’è un teatro naturale bellissimo. grazie agli investimenti regionali i registi hanno realizzato opere, ci sono rassegne, festival, case di produzione piccole ma in crescita. e questo risponde a una determinata politica culturale e alla richiesta delle persone, le due cose vanno insieme. Forse si sta troppo in silenzio, bisogna chiedere di più, in modo più forte. (evabrugnettini@piazzagrande.it)

Toro

QuALChe NeRVoSISmo DI TRoPPo, DISSoLTo A FINe meSe

Scorpione
ImPoSSIBILe LA QuADRATuRA DeL CeRChIo!

Gemelli

VeNeRe NeL SegNo FAVoRISCe I SeNTImeNTI

Sagittario
megLIo LA PRImA PARTe DeL meSe DeLLA SeCoNDA

Cancro

APPRoFITTATe DI uNA mIgLIoRe CAPACITà DI LoTTA

Capricorno
uNA BoCCATA D’ARIA D’ALTA moNTAgNA

leone

I mALumoRI SI ACComPAgNANo ALLe eSAgeRAzIoNI

Acquario
SI ACCeNTuANo Le CoNTRARIeTà

Vergine

mIgLIoRANo ToNo e FoRmA FISICA

A goNFIe VeLe I NATI IN FeBBRAIo

Pesci