26 Cultura & tempo libero

IL GIORNALE DELL’ARCHITETTURA, N. 96, LUGLIO 2011

MOSTRE ITINERANTI/PIER LUIGI NERVI A TORINO

Tutto Nervi a puntate: un’occasione per stimolare la ricerca
Il più noto ingegnere italiano del Novecento illustrato attraverso 12 icone e approfondimenti tematici via via diversi
La storia della costruzione e delle grandi opere d’ingegneria riscuote in questi ultimi anni un interesse crescente, come testimonia la fiorente pubblicistica. Pier Luigi Nervi (1891-1979), il più noto ingegnere italiano del Novecento, è il protagonista di una prima grande mostra monografica, dedicata alle sue opere e alle tecniche di cantiere da lui messe a punto. Alla vigilia del trentennale della morte del maestro, l’iniziativa è promossa dalla Pier Luigi Nervi Research and Knowledge Management Pro j e c t: associazione con sede a Bruxelles, presieduta dal nipote Marco e fondata dalla famiglia Nervi nel 2008 per divulgarne l’opera. «Pier Luigi Nervi. Architettura come sfida» è una mostra itinerante, inaugurata a Bruxelles nel giugno 2010, prodotta inoltre dal Civa (Centre international pour la ville, l’architecture et le paysage di Bruxelles) con il Maxxi e la collaborazione dello Csac di Parma. Dopo le tappe italiane di Venezia (a Palazzo Giustinian Lolin nell’agosto-novembre 2010) e Roma (al Maxxi nel dicembre-marzo 2010), ora è ospitata a Torino nel salone C del palazzo delle Esposizioni, capolavoro ideato dallo stesso Nervi. La mostra infine rivarcherà i confini per raggiungere le principali capitali europee, il Nordamerica e la Cina. Una stupefacente profusione di disegni originali e numerosi modelli in scala, appositamente realizzati, illustrano dodici tra le opere più importanti di Nervi, ormai note al punto da potersi indicare come «icone». Tra esse alcune architetture di esordio come il cinema-teatro Augusteo di Napoli (1924-29) e il memorabile stadio Berta di Firenze (1930-32), la cui audace pensilina aggettante e la dinamica scala elicoidale valsero a Nervi una fama internazionale. Altrettanto innovative e immaginifiche furono le straordinarie aviorimesse di Orvieto (1935-38) e Orbetello (1939-42): basiliche di una modernità tipologica e costruttiva riassunta dalle aeree e traforate volte nervate di cemento armato. Tra le costruzioni della maturità spicca la solenne sede dell’Unesco di Parigi (1952-58), che vede Nervi collaborare con un’équipe internazionale di rango, di cui fanno parte Marcel Breuer e Bernard Zehrfuss. Un discorso a parte meriterebbe l’Ambasciata italiana (196979) a Brasilia, universalmente apprezzata come la più elegante sede diplomatica della nuova capitale carioca. Queste architetture, esaltate nella componente iconica, costituiscono il corpo centrale della mostra che, allestita da Paola Garbuglio e Alessandro Colombo, affianca ai materiali più consueti video d’epoca, un documentario appositamente realizzato da Folco Quilici e alcuni scatti di Mario Carrieri che, stampati come gigantografie, restituiscono la modernità e la vivida coincidenza tra forma e struttura delle costruzioni. In ogni tappa dell’itinerario espositivo la mostra è ampliata con nuove sezioni tematiche, quando possibile connesse al luogo, che affiancano il nucleo originario delle dodici «icone». A Venezia la sezione locale presentava i p rogetti non realizzati di Nervi, in particolare gli ampliamenti per lo stadio Berta e il palazzo di Torino Esposizioni. Nella tappa romana la mostra si è arricchita di una sezione dedicata alle opere per le Olimpiadi di Roma del 1960 (curata da Sergio Poretti e Tullia Iori dell’Università di Tor Vergata), contraddistinta da un originale modello del cantiere del palazzetto dello sport (1956-57), l’opera più rappresentativa dell’evento olimpico e tra gli apici della maturità professionale di Nervi. La tappa torinese, che si dispiega sotto la straordinaria volta nervata del palazzo delle Esposizioni, dedica la sezione tematica alla committenza industriale, alla cultura architettonica e a quella politecnica, nella quale si segnalano per originalità i contributi sulle opere a elementi prefabbricati progettate per la Fiat fin dal 1947, sui legami con Pietro Maria Bardi e i progetti in Sud America; sul rapporto tra Nervi e l’Ismes, l’Istituto sperimentale modelli e strutture di Bergamo. La mostra, frutto di una lunga ricerca condotta presso il Politecnico di Torino e l’Università Sapienza (per i modelli in scala), con la collaborazione di un comitato scientifico internazionale, ha impegnato giovani ricercatori e affermati docenti e restituisce il profilo di un ingegnere e imprenditore che, mosso da quasi ossessiva ricerca dell’economia, ha magnificato le valenze espressive ed estetiche della costruzione cementizia. Marzia Marandola
«Pier Luigi Nervi. Architettura come sfida», Carlo Olmo, Torino Esposizioni, fino al 17 luglio. Catalogo Silvana Editoriale www.pierluiginervi.org

Torino (Padiglione C di Palazzo Esposizioni)

Bruxelles (Civa)

Roma (Maxxi)

MOSTRE ITINERANTI/GERRIT THOMAS RIETVELD AL MAXXI

Viaggiare, viaggiare! Andare per mostre, in Italia e nel mondo
«B runo Taut. Arquitectura alpina», Circulo de las bellas artes; Madrid, fino al 17 luglio. O rganizzata in collaborazione con l’Akademie der Künste di Berlino e curata da Inaki Ábalos, la mostra presenta il progetto dell’utopica città sulle Alpi elaborato fra il 1917 e il 1919 dall’architetto tedesco (1880-1938), autore del celebre padiglione per l’industria vetraria al Werkbund di Colonia del 1914 e fratello dell ’ a l t re ttanto noto architetto Max Taut. Il progetto è presentato nella sua i n t e rezza attraverso 36 tavole mai esposte prima. « A rchitettura del Novecento a Reggio Emilia», Chiostri di San Domenico, Reggio Emilia, dal 24 giugno al 24 luglio. Oltre a tracciare l’evoluzione dell’architettura reggiana tra fascismo, ricostruzione, dopoguerra e boom economico tra gli anni trenta e settanta, la mostra presenta una campagna fotografica di Alessandra Chemollo che documenta lo stato attuale degli edifici. Realizzata in collaborazione con la Fototeca della Biblioteca Panizzi e con numerosi archivi pubblici e privati, è nata da un progetto di ricerca del dipartimento di Architettura e Pianificazione Territoriale (Dapt) dell’Università degli Studi di Bologna, realizzato grazie al sostegno e al contributo della Fondazione Pietro Manodori di Reggio Emilia, che ha finanziato anche la realizzazione del catalogo a cura di Andrea Zamboni e Chiara Gandolfi (Bruno Mondadori e d i t o re).

Non ha fatto solo la sedia e casa Schröder
Anche la tappa romana riabilita l’architetto olandese nella sua dimensione globale, per decenni messa in ombra dalle sue icone più gettonate
ROMA. A rileggere con un certo

distacco le vicende dell’architettura contemporanea più o meno recente, si fanno interessanti scoperte e si hanno improvvise rivelazioni. Abbondano i luoghi comuni e i giudizi assoluti, ostracismi e santificazioni possono essere stati applicati con equanime imparzialità allo stesso personaggio o alla stessa opera d’architettura. La conseguenza è che, di fatto, siamo spesso prigionieri d’icone, simboli del bene e del male, come le classiche rappresentazioni del buono e del cattivo architetto (quello senza occhi e senza mani). Questa banale riflessione nasce da un’occasione affatto banale, la bella mostra «Universo Rietveld» nella sua tappa romana. La premessa e la p reoccupazione principale dei curatori, sia nell’edizione olandese che in quella di Roma, per la quale sono state inserite significative variazioni, è senza dubbio quella di una riabilitazione di Rietveld nella sua dimensione globale, per decenni messa in ombra dalle sue icone più gettonate, la sedia rosso-blu (1923) e Casa Schröder (1924). Oggetti di culto, icone appunto, che per motivi facilmente intuibili sono di-

ventate i riferimenti identificativi preferiti dalla critica per innalzare Gerrit Thomas Rietveld (1888-1964) alla gloria degli altari (possibilmente neoplastici). Ma questo è uno dei viziosi (e arroganti) diritti congeniti della critica, che con la lusinga e/o con la violenza utilizza l’opera di un artista o di un architetto per costruire e confermare le proprie teorie. Sarebbe ovviamente ingenuo e quasi commovente pretendere «l’oggettività», da chi scrive e commenta, ma ogni tanto un momento di riflessione non guasta. Dunque assistiamo alla riabilitazione di Rietveld, sottratto ai suoi ammiratori e ai suoi

esegeti, aiutati in questo dai generosi curatori della mostra: scopriamo allora che l’architetto olandese non è morto nel 1925 (data che potrebbe essere suggerita dalle icone suddette e dalle loro repliche), ma nel 1964; s c o p r i re m o a nche che il suo lavoro è continuato sulla linea di una ric e rca non estetizzante ma attenta alle richieste del sociale soprattutto in anni oscuri, con progetti di case economiche la cui qualità è in linea con le migliori ricerche contemporanee (Werkbundsiedlung di Vienna, del 192932), con sperimentazioni sulla prefabbricazione b a s ata su nuovi materiali che ri-

chiamano immediatamente le più note esperienze di Prouvé e che si ramificano nei suoi modelli di arredi «industriali». Si ricostruisce con estrema chiarezza una linea di ricerca che, partendo dalla p o l t rona in legno naturale del 1918 (quella su cui Rietveld è seduto davanti al suo laboratorio in una celebre foto), arriva fino alla sedia Steltman (1963): ma in mezzo, anche soltanto limitandosi alle sedie, oltre ai suoi studi sull’urbanistica o sulle residenze, troviamo proposte sempre innovative, dalla Birz a (1927), alla Zig-Zag (1938) o alla poltrona in alluminio (1938). Un’antologia di forme, materiali e tecnologie che, in trasparenza, hanno vegliato sullo sviluppo del design. E dell’architettura. E pensare che, a ben guardare, tutto era già in quella vecchia foto del 1918: la seggiola certo, ma bastava guardare un po’ meglio lo sguardo e gli occhi di Rietveld: guardavano lontano. Enrico Valeriani
«Universo Rietveld», a cura di Domitilla Dardi, Maristella Casciato e Ida Van Zijl, Roma, fino al 10 luglio. Cataloghi Electa e NAi Publishers www.fondazionemaxxi.it