Studiando economia si scopre che i beni comuni presentano due caratteristiche distintive derivanti dalla loro limitatezza e dal

fatto di essere sfruttate in comune da più utilizzatori: la non escludibilità e la rivalità nel consumo. Un bene non escludibile è un bene a cui difficilmente si può negare l'accesso agli utenti. La rivalità invece è quella caratteristica per cui l'utilizzo del bene da parte di qualcuno pregiudica l'utilizzo di qualcun altro. L'esempio classico è quello di una prateria piena di bisonti: ogni cacciatore può accedervi liberamente, ma ogni animale cacciato minaccia la possibilità altrui di fare lo stesso. Il tipico comportamento, in assenza di regole e di istituzioni, è quello del freerider: ritornando al caso dei bisonti, ogni cacciatore cercherà di massimizzare la sua utilità immediata, ovvero cercherà di cacciare quanti più bisonti per fra fronte alla concorrenza. Lo stesso comportamento generalizzato condurrà ad un esaurimento della risorsa, quindi ad un'estinzione dei bisonti. Il comportamento razionale del singolo porta ad un equilibrio non ottimale che danneggia la collettività, per un risultato collettivamente irrazionale. La teoria dei giochi studia il comportamento degli individui in situazioni del genere, arrivando a delineare le tendenze del comportamento umano in presenza di scelte con ricadute sulla collettività. In assenza di istituzioni la cooperazione tra individui non è impossibile (esiste uno zoccolo duro di cooperatori che ci dice molto sulla natura umana), ma fortemente minoritaria. L'esistenza di regole (oltre alla creazione di reti di fiducia) invece favorisce la cooperazione, rendendola la strategia dominante. Questa pedante introduzione può aiutarci nel ragionamento di questa sera: oggi come non mai l'importanza di un'adeguata gestione delle risorse comuni appare fondamentale. Pensando all'acqua non possiamo non scorgere delle analogie con la situazione sopra descritta. Abbiamo infatti scoperto che questa preziosa risorsa è soggetta a scarsità, che dunque un impiego sregolato ed egoistico della stessa riduce la possibilità di goderne di un'importante fetta della popolazione mondiale. Le guerre dell'acqua si prospettano come lo scenario del futuro, impattando contro una visione idealizzata dell'abbondanza di questa risorsa (come mi disse una signora durante un volantinaggio sul referendum per l'acqua pubblica: “di acqua ce n'è tanta!”). L'argomento puramente accademico si trova necessariamente a diventare problema politico e sociale dal momento che le risorse comuni sono minacciate dalla privatizzazione da un lato, mentre dall'altro occorre escogitare forme di sfruttamento sostenibili e democratiche. Il concetto di risorsa comune è quindi di fondamentale importanza per il suo essere potenzialmente estensivo e per le fortissime implicazioni politiche messe in gioco. Oggi infatti il capitale sta allargando il proprio campo di influenza portando alle estreme conseguenze la sua logica privatizzatrice e predatoria, minacciando proprio quelle risorse comuni che, in parte, eravamo riusciti a mantenere al sicuro dalla speculazione e dal meccanismo del profitto. La privatizzazione dell'acqua è il fenomeno più evidente, ma sarebbe il caso di far luce sulle altre declinazioni della mercificazione in atto. Pensiamo al sapere, alla conoscenza: siamo una società sempre più complessa e specializzata, dove le conoscenze giocano un ruolo fondamentale nel caratterizzare la consapevolezza e l'identità collettiva, nonché nel fornire le discrimanti per la divisione del lavoro. Il sapere è un tipico esempio di esternalità positiva: un'Università, un centro di ricerca, una biblioteca, non producono effetti solamente per gli utenti diretti, ma influiscono sull'ambiente circostante, creando una circolazione diffusa delle conoscenze. Esiste dunque una sorta di rendita, un effetto benefico che travalica le mura dei luoghi di “produzione” della conoscenza per diffondersi a beneficio potenziale della collettività. Anche qui grava però la minaccia degli intenti privatizzatori. Il moderno cittadino istruito è considerato dal pensiero economico come “capitale umano”, cioè come un serbatoio pieno di conoscenza utile per essere impiegata nella produzione per la creazione di valore. Questo ci riporta ad un altro tipo di privatizzazione in corso, quella del sapere e delle sue “chiese”, sempre più assoggettate ad un funzionamento aziendalistico ed utilitarista. La riforma

Gelmini è solamente l'ultimo atto di un processo di squalificazione della scuola pubblica volto a creare scarsità, e quindi valore, creando delle roccaforti esclusive e classiste di studio e conoscenza. Lo stesso si dica per il lavoro. Il lavoro può essere considerato una risorsa comune per il suo essere non solo prerogativa del singolo, ma attività sociale, di cui trae beneficio la collettività tutta, dalla cui qualità dipendono gli equilibri e i rapporti sociali. Su una equa ripartizione dei ruoli e su salari dignitosi si basa la tenuta della democrazia. Il movimento contraddittorio tra produzione collettiva di ricchezza e appropriazione privata della stessa caratterizza però l'ordinamento capitalista: oggi questo movimento tende ad apparire totalmente sbilanciato a favore del capitale, il quale non riuscendo nemmeno più ad attuare una minima redistribuzione aggrava così la conflittualità, allarga i divari sociali, accresce l'inaccettabilità della sua quotidiana espropriazione. In questo quadro vanno a collocarsi i durissimi attacchi rivolti nei confronti dei lavoratori e dei loro rappresentanti, cioè nella volontà, ormai pratica trentennale, di riappropriazione da parte del padronato di un dominio incontrastato sulla classe lavoratrice e sui processi di produzione. Se negli anni '60 e '70 il lavoro era riuscito ad imporsi come soggetto forte ed autonomo, conquistandosi spazi di democrazia, di controllo e di potere per certi versi inediti, a partire dagli anni '80 la controffensiva del capitale ha progressivamente cancellato l'unità di classe e così la sua forza, ha ridotto salari e pensioni, ha reso precari i rapporti di lavoro, ha smantellato i sindacati ed ha impedito una rappresentanza istituzionale dei lavoratori. Una risorsa che si stava conquistando il suo essere “comune” è stata riassoggettata con la forza al controllo delle forze private. Il lavoro torna ad essere pura merce, mera variabile dipendente del tutto assoggettata alle leggi della domanda e dell'offerta, unicamente considerata nella voce dei costi, merce generale e astratta equivalente alle altre merci. La soggettività del lavoratore scompare, come scompaiono la fatica, i diritti, la dignità, la giustizia sociale. Le persone sono sempre più dipendenti dalla volontà altrui per quanto riguarda l'attività fondamentale della loro esistenza: il lavoro. Il precariato è la forma più lampante di come riuscire a trasformare un'attività vitale in un fattore di produzione flessibile, accessorio, temporaneo. La privatizzazione comporta la riduzione degli spazi di autodeterminazione personale e collettiva, affidando a gruppi di tecnocrati (manager, finanzieri, banchieri) le scelte in merito a tempi, ritmi, finalità, compatibilità. La stessa logica sembra aver impregnato anche la politica istituzionale, la quale appare del tutto subordinata al mercato e ridotta ad una gretta attività di ratifica e amministrazione dell'esistente. Non più conflittualità e dibattito, nessuna connessione con le parti sociali, ma operatività ed efficacia a senso unico, sottratte alla capacità di giudizio del politico inteso come spazio di elaborazione comune. Un mondo tecnocratico di questo genere, dove tutto è subordinato al mercato e alle sue categorie, necessita di un'organizzazione peculiare, la quale si allontana dalla democrazia, dalla discussione, dalla dialettica anche conflittuale tra le parti sociali. La sfida quindi deve essere quella di ristabilire e riconquistare una coscienza del “bene comune”, allargando il campo ad un estensivo ed utopico motto: “tutto è di tutti”. Attenzione però, il “pubblico” non basta: la pubblicizzazione è condizione non sufficiente per una gestione davvero collettiva dei beni, soprattutto in un'epoca in cui anche il settore pubblico è modellato su logiche privatistiche, verticistiche e aziendaliste. Un nuovo paradigma è più che mai necessario per fare un passo ulteriore, tanto radicale quanto possibile, verso una nuova stagione di conquiste popolari. Costruire il comune nelle forme di gestione, nel controllo dei fini e dei modi della produzione, i quali devono rispondere al benessere collettivo e ne devono quindi dipendere strettamente. La capacità di trasformare l'utopia in realtà risiede nel saper disegnare modalità collettive di controllo, forme democratiche di gestione degli elementi vitali per un'esistenza degna, umana: l'energia, il sapere, l'acqua, il lavoro. Una sfida che non sta confinata in un orizzonte invisibile e irraggiungibile, ma trova consistenza in

una serie di battaglie che ci si pongono a brevissima scadenza. Una su tutte, quella del referendum sull'acqua pubblica e sul nucleare, può significare un immenso passo avanti nella sovranità popolare nei confronti di una risorsa vitale come l'acqua e nel rifiuto di una tecnologia dannosa e insostenibile come il nucleare.