Università di Roma "La Sapienza

"
Dipartimento di Economia Pubblica
CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN ECONOMIA POLITICA







TEORIA DELLA CRESCITA

Modelli esogeni e endogeni per il lungo
periodo






Anno accademico 2005-2006
Enrico Marchetti









1






1. Introduzione

Lo scopo di questo breve corso introduttivo è quello di presentare in maniera
sintetica alcune teorie della crescita economica partendo dall’analisi neoclassica
standard, il cui modello prototipico è stato sviluppato da Solow (1956), fino ad
arrivare alla discussione di alcuni modelli paradigmatici della ”nuova” teoria della
crescita endogena, emersa sul finire degli anni ottanta. Introduciamo per prima
cosa alcune definizioni e concetti essenziali. Nel seguito di queste dispense
assumeremo un approccio essenzialmente aggregato alla crescita; pertanto verrà
descritto lo sviluppo nel tempo di un’economia isolata che produce un singolo
bene, che chiameremo Y(t). Esso rappresenta il valore reale del prodotto
complessivo all’istante di tempo t. In questa economia la produzione avrà luogo
tramite una tecnologia che sarà variamente descritta; le ipotesi al riguardo, come
la natura e il numero degli inputs impiegati, la forma della funzione di
produzione, ecc., saranno differenti e spesso costituiranno il discrimine tra i vari
modelli e teorie della crescita che via via esamineremo. Tutte queste differenti
analisi saranno però accomunate da un fenomeno basilare: l’accumulazione di
capitale. Assumeremo che uno degli aspetti fondamentali del processo di sviluppo
quantitativo e dinamico di quest’economia sia dato dal fatto che il capitale può
variare ed essere accumulato nel tempo. Il capitale fisico disponibile al tempo t,
indicato con K(t) è un input necessario alla produzione di Y, e può essere pensato
come costituito dallo stesso bene omogeneo che rappresenta il prodotto finale.
Avremo pertanto, in tutti i modelli esaminati, una concezione della produzione
secondo cui l’output del sistema può essere ottenuto tramite l’impiego di una
quota dello stesso bene che rappresenta il prodotto.
Inoltre assumeremo sempre che sia necessario anche un altro input per generare il
prodotto, un input non riproducibile e/o accumulabile: il lavoro. Indicheremo con
L(t) la quantità di lavoro impiegata per ottenere Y(t), ovvero l’occupazione
complessiva del sistema
1
, e con N(t) l’ammontare disponibile di forza lavoro al
tempo t (pertanto sarà t t N t L ∀ ≤ ) ( ) ( ). Assumeremo inoltre perfetta conoscenza
(e previsione) da parte di ogni agente economico, ovvero un ambiente del tutto
deterministico.








1
Ipotizzando la stabilità del tempo di lavoro medio complessivo.
2
2. Il modello di Solow

La crescita bilanciata
Come si ricorderà, la teoria della crescita economica degli anni 40-50 era stata
elaborata a partire dalle analisi di breve periodo di Keynes da Harrod (1939) e
Domar (1946). Il modello che porta il loro nome procedeva in questo modo: in
primo luogo si cerca di stabilire (in un ottica keynesiana) il tasso di crescita del
reddito compatibile con le condizioni di offerta (relative alla produzione); in
secondo luogo si cerca di stabilire le equivalenti condizioni per il tasso di crescita
dal lato della domanda.
L’ipotesi di base è che la produzione sia caratterizzata da un rapporto
capitale/prodotto v Y K = / fisso. Cioè vY K = , e derivando rispetto a t: Y v K
& &
= .
Inoltre è anche vAN vY K = = , dove A è il progresso tecnico (esogeno e, in prima
istanza, coincidente con l’accumulazione delle conoscenze) e N la forza lavoro
(esogena)
2
; i loro tassi di crescita sono: a
A
A
=
&
e n
N
N
=
&
. Dividiamo Y v K
& &
= per
vY K = ed, essendo ) ( N A N A v Y
& & &
+ = , otteniamo: n a
Y
Y
K
K
+ = =
& &
. Questo è il
cosiddetto “tasso naturale”.
Le conclusioni del modello Harrod-Domar dipendono, tra le altre cose,
dall’ipotesi che il rapporto capitale/prodotto fosse fisso L’analisi neoclassica della
crescita parte proprio dall’abbandono di quest’ipotesi; si assume cioè che gli input
siano perfettamente sostituibili tra loro, e non rigidamente impiegabili in
proporzioni fisse. Ciò equivale ad ipotizzare una tradizionale funzione di
produzione aggregata di tipo neoclassico )) ( ) ( ), ( ( ) ( t L t A t K F t Y = al posto della
tecnologia con proporzioni fisse.
Il modello di Solow (1956), come tutti gli altri schemi analitici impiegati
nella teoria della crescita, si fonda su una serie di ipotesi di base che da un lato
cercano di individuare gli aspetti fondamentali e i fenomeni principali della
crescita, e dall’altro consento quella semplificazione d’analisi necessaria per
procedere alla formulazione e allo studio di un modello formale. Lo sviluppo
iniziale della teoria neoclassica della crescita da parte di Solow (1956; 1957) e di
Swan (1956) negli anni ’50 si poneva un duplice obiettivo; da un lato cercava di
rendere conto di alcuni fatti empirici di carattere generale propri del quadro di
sviluppo e di crescita delle economie capitalistiche in quel periodo; d’altra parte
essa era parte integrante del processo di generale riassorbimento degli spunti
teorici originali di Keynes nell’ambito della teoria tradizionale, ovvero era parte
integrante del progetto della “sintesi neoclassica”. Questi due obiettivi
implicavano un critica ed una riformulazione della precedente teoria della crescita
di Harrod e Domar. A tal fine, veniva sottolineato un aspetto delle esperienze
concrete della crescita in quegli anni che in qualche modo appariva problematico
all’interno dello schema interpretativo di Harrod e Domar: la capacità delle
principali economie industrializzate di manifestare sostenuti tassi di crescita nelle
principali variabili aggregate (gli anni 50 e 60 sono quelli della cosiddetta “golden
age” del capitalismo). Questa crescita era in parte legata alla contingenza

2
Si ricordi che si assume in tal caso che l’intera forza lavoro N sia impiegata, cioè L=N.
3
postbellica, ovvero a un contesto fortemente segnato dalle necessità di
ricostruzione e riaccumulazione lo stock di capitale andato perduto durante la
guerra soprattutto, in Europa e Giappone. Si trattava però anche di un processo di
crescita di diffusione notevole e per economie, come almeno quelle europee, che
comunque potevano ormai considerarsi mature, il cui sviluppo industriale datava
più di un secolo. Questi fatti sembravano non particolarmente in sintonia con
l’attenzione rivolta dalla teoria Harrod-Domar al problema della “lama di rasoio”,
cioè alla difficoltà di garantire stabilmente all’economia la possibilità di crescere
al tasso naturale, che consente il costante pieno impiego della forza lavoro.
Inoltre, sembrava comunque necessario ridimensionare il ruolo
dell’accumulazione del capitale come forza trainante dell’intero processo di
sviluppo a lungo termine dell’economia. Infatti Solow (1957) notava come una
parte assai consistente del tasso di crescita USA per il periodo 1909-1949 fosse da
imputarsi al progresso tecnico, un termine che in essenza racchiudeva quei fattori
di produzione non generalmente riconducibili al maggior impiego del lavoro o del
capitale. Sebbene una buona parte di quella imputazione fosse in realtà dovuta ad
imprecisioni nella stima empirica dei vari fattori produttivi (e all’omissione di
alcuni di essi), appariva comunque sempre più verosimile l’idea che fattori diversi
dall’accumulazione del capitale fossero responsabili della sostenuta crescita delle
economie avanzate. La teoria neoclassica della crescita cercherà proprio ottenere
in modo sintetico questa conclusione; il motore principale della crescita delle
variabili aggregate viene ad essere individuato in fenomeni di carattere
demografico o tecnologico. Similmente, la principale variabile prescelta come
indicatore del progresso materiale di un paese, il tasso di crescita del prodotto
procapite, è interamente determinato dal livello di sviluppo e dalla dinamica del
progresso tecnologico.
Chiaramente, il fenomeno della crescita è, come ogni altro fenomeno
economico importante, una realtà dalle molte sfaccettature, complessa ed
articolata. Il compito della teoria sarà quello di isolare in questa complessità
(tramite una qualche argomentazione plausibile che costituirà però parte
essenziale delle ipotesi della teoria) pochi aspetti essenziali che possono essere
considerati interessanti e ricchi di significato esplicativo riguardo al fenomeno in
oggetto. Lo sviluppo di un modello formale semplificato e la sua successiva
verifica empirica saranno pertanto dipendenti dalle ipotesi e dalle assunzioni
teoriche che hanno precedentemente isolato i fattori ritenuti interessanti.
Il modello di Solow non dovrebbe pertanto essere giudicato in base alla sua
semplicità ed essenzialità, ma piuttosto in base ai risultati che esso consente di
ottenere. Questa perlomeno è la giustificazione metodologica che è stata
principalmente fornita dai teorici neoclassici della crescita. In effetti il modello di
Solow appare davvero conciso e semplice, non solo per quel che riguarda la
rappresentazione stilizzata del sistema economico, ma anche per ciò che concerne
il meccanismo stesso della crescita: una singola equazione differenziale in una
variabile di stato cruciale sarà in grado di racchiudere gli aspetti fondamentali del
processo di sviluppo quantitativo dell’economia. Ciò traspare dalle ipotesi di base
stesse del modello, che possono essere ricomprese in tre gruppi:

1) Concorrenza perfetta
4
Si assume che l’economia sia caratterizzata da mercati perfettamente
concorrenziali. Ciò implica che in ogni istante di tempo l’occupazione sia sempre
quella di pieno impiego: tutte le forze di lavoro disponibili sono occupate senza
possibilità di sprechi. Pertanto sarà t t N t L ∀ = ) ( ) ( , e t t r
K
F
∀ =


) ( ovvero le
imprese sceglieranno K in modo da eguagliare in ogni istante di tempo la
produttività marginale del capitale al tasso di rendimento relativo a quel periodo.
Occorre notare che (in base alle ipotesi su F illustrate in seguito), ) (t r coincide
col saggio generale medio di profitto per l’economia. L’ipotesi di mercati in
equilibrio implica poi che in ogni istante di tempo risparmi ed investimenti siano
sempre uguali:

t t S t I ∀ = ) ( ) (


2) Esogenità del progresso tecnico e della dinamica della popolazione
Lo sviluppo nel tempo di A e di N è un dato per l’analisi; in particolare abbiamo
che:

) ( ) ( t N t N =
&
e a t A t A ) ( ) ( =
&


ovvero i tassi di crescita della popolazione e dell’efficienza tecnica del lavoro,
n t N t N = ) ( / ) (
&
e a t A t A = ) ( / ) (
&
, sono dati e costanti nel tempo

3) Tecnologia a rendimenti costanti che soddisfa le condizioni di Inada
La funzione di produzione )) ( ) ( ), ( ( ) ( t L t A t K F t Y = contempla due input: il
capitale fisico K e il lavoro in unita di efficienza tecnica AL (ricordiamo che A è
un parametro che indica l’impatto del progresso tecnico sull’efficienza dei
lavoratori
3
) La funzione F è in primo luogo a rendimenti di scala costanti. Ciò
significa che possiamo moltiplicarla per un parametro ed ottenere la stessa
rappresentazione della tecnologia; per esempio, varrà l’eguaglianza:

|
.
|

\
|
= 1 ,
AL
K
F
AL
Y
; ) (k f y =

ovvero possiamo esprimere il prodotto procapite y come funzione di un solo input:
il livello di capitale per unità di efficienza del lavoro k. La funzione F è well
behaved; ovvero le sue derivate parziali sono di questo tipo:


3
Questo tipo particolare di progresso tecnico è detto “labour augmenting”: si assume che il
progresso delle conoscenze influisca solo sul livello della produttività del lavoro; Nel caso
) , ( L AK F Y = avremmo avuto progresso tecnico capital augmenting, cioè che influenza solo la
produttività del capitale. Se infine fosse ) , ( L K AF Y = , il progresso tecnico verrebbe detto
Hicks neutral.
5
0 ; 0
2
2
<


>


K
F
K
F
e 0
) (
; 0
2
2
<


>


AL
F
AL
F


ovvero le produttività marginali sia del capitale che del lavoro sono strettamente
decrescenti. In virtù dei rendimenti di scala, tale andamento vale anche per la
derivata di f. Infatti, essendo
|
.
|

\
|
= 1 ,
AL
K
ALF Y si ha che:

) (
1
k f
AL k
F
AL
K
k
k
Y
K
Y
′ =


=




=




Ovvero ) (k f ′ coincide con la produttività marginale del capitale
K
F


. Le
condizioni di Inada, un’ipotesi tecnica ma di cruciale importanza, implicano un
particolare comportamento al limite per la ) (k f ′ ; deve essere: ∞ = ′

) ( lim
0
k f
k
e
0 ) ( lim = ′
∞ →
k f
k
. In pratica non occorre solo che la produttività marginale del
capitale sia decrescente, ma anche che lo sia in modo molto sostenuto: deve essere
elevatissima per valori piccoli di k e praticamente nulla per valori molto grandi. In
Figura 1 è illustrato un esempio di funzione f che soddisfa le condizioni di Inada:














Figura 1

Queste tre ipotesi delineano completamente le caratteristiche di fondo del
modello. Resta da specificare ancora un aspetto importante riguardante il
comportamento degli agenti. Analizzando la dinamica dell’economia rispetto
all’accumulazione di capitale in un ottica neoclassica, risulta infatti essenziale
ipotizzare una qualche regola di comportamento degli agenti riguardo le decisioni
di risparmio, tramite cui l’accumulazione di capitale stessa è finanziata.
Anziché sviluppare esplicitamente un’analisi delle scelte di allocazione
intertemporale di consumi e risparmi da parte delle famiglie, Solow adotta un
approccio che appare di sapore più keynesiano che neoclassico: egli assume che in
) (k f
k
y
6
ogni istante di tempo le famiglie risparmino una quota fissa di reddito, di modo
che:

sY S = ; e quindi ) ( / k sf AL S =

E’ immediato notare come la condizione precedente in un modello
macroeconomico standard della sintesi neoclassica (ad es. uno schema AD-AS)
individua via legge di Walras l’equilibrio nel mercato dei beni. In effetti si può
pensare l’analisi di Solow come uno schema walrasiano in cui il livello del prezzo
dell’output è parametrizzato all’unità e i prezzi dei fattori svolgono un ruolo
implicito di equilibrio nei rispettivi mercati. Tutto ciò emergerà più chiaramente
nelle sezioni successive, quando analizzeremo esplicitamente dei modelli di
equilibrio generale dinamici. Questi modelli di crescita ottimale mostreranno
infatti come l’ipotesi sul risparmio non incida sui risultati finali: le stesse
conclusioni di fondo del modello di Solow possono essere ottenute anche
considerando esplicitamente il problema di ottimo intertemporale delle famiglie.
Infine, la dinamica vera e propria del sistema sarà data semplicemente da
una condizione che in pratica è quasi una tautologia: la legge di sviluppo del
capitale fisico nel tempo:

K I K τ − =
&
(1)

secondo la quale la variazione nel tempo dello stock di capitale è pari
all’investimento lordo meno il rimpiazzo dei beni capitali esistenti, che si sono
logorati al tasso di ammortamento costante ed esogeno τ .
Derivando k nel tempo abbiamo:

) ( ) (
) (
) / (
2
n a k
AL
K
L
L
A
A
AL
K
AL
K
L A L A
AL
K
AL
K
dt
AL K d
k + − =
|
|
.
|

\
|
+ − = + − = =
& & & &
& &
&
&


Sostituendo la (1) e ricordando che sY S I = = , otteniamo:

k n a k sf n a k
AL
K sY
k ) ( ) ( ) ( τ
τ
+ + − = + −

=
&
(2)

che è l’equazione fondamentale del modello di Solow: essa esprime la dinamica
del sistema in funzione di una sola variabile endogena: il capitale per unità di
efficienza di lavoro k.
Si tratta di un’equazione differenziale non lineare in k, che possiede una
soluzione unica (il livello iniziale di ogni variabile endogena è un dato per la
teoria). Essa afferma in sostanza che la crescita del rapporto k nel tempo sarà
positiva ogni volta che il termine sf(k), che rappresenta il risparmio, sarà superiore
al termine k n a ) ( τ + + , che rappresenta in sostanza la quantità di capitale da
rimpiazzare: sia a causa del progresso tecnico (che aumenta la produttività del
lavoro rispetto al capitale), sia a causa della crescita della popolazione, sia per il
naturale ammortamento. Dato che il prodotto y dipende solo dal livello di k, se
quest’ultimo cresce allora anche y aumenterà nel tempo.
7
La (2) può essere risolta anche esplicitamente, ma per coglierne gli aspetti
principali è sufficiente un’analisi grafica mediante diagramma di fase, come
illustrato in Figura 2:




















Figura 2

L’equilibrio di steady state è dato dal valore k*, che soddisfa la condizione
* ) ( *) ( k n a k sf τ + + = . La curva rappresenta k
&
come funzione di k; ed è facile
vedere come tale funzione sia prima crescente e poi decrescente. La sua derivata è
infatti pari a: ) ( ) ( / τ + + − ′ = n a k f s dk k d
&
; per le condizioni di Inada avremo che
per dei k molto piccoli il termine sf’(k) sarà senz’altro maggiore di ) ( δ + + n a , e
quindi la curva è crescente. Essendo sf’(k) decrescente, essa, da un certo k in poi,
sarà minore di ) ( τ + + n a , facendo in modo che la curva risulti decrescente.
Inoltre, fintanto che la curva è positiva (cioè a sinistra di k*) si ha 0 > k
&
, quindi k
aumenta e si muove verso lo steady state. Quando la curva diventa negativa (a
destra di k*), si ha 0 < k
&
, e pertanto k diminuisce muovendo anche in questo caso
verso lo steady state. Le condizioni di Inada garantiscono pertanto la stabilità del
sistema: alla fine, da qualunque valore iniziale si parta, l’economia convergerà
verso il valore k* e lì vi rimarrà.
Ciò implica che i valori delle variabili rilevanti, il tasso di crescita dell’output
e del capitale fisico, saranno tra loro uguali, e proseguiranno stabilmente su un
sentiero di crescita detto sentiero di crescita bilanciata. Per vederlo, basta
calcolare i rispettivi tassi di crescita; ricordando che ) (k ALf Y = , il tasso di
crescita dell’output sarà:

k k f AL k f L A k Lf A
dt
k df
AL k f L A k Lf A Y
& & & & & &
) ( ) ( ) (
) (
) ( ) ( ′ + + = + + =
k
k*
k
&

( ) ( )k n k sf k τ α + + − =
&

0
8

ovvero, dato che in steady state 0 = k
&
:

n a
AL
L A
AL
L A
Y
Y
+ = + =
& & &
(3)

Per il tasso di crescita del capitale sarà sufficiente calcolare la derivata nel tempo
di K/AL ed eguagliarla a 0, dato che tale rapporto è costante in steady state:

0 0
) ( ) (
0
) / (
2 2
= − − → =
|
|
.
|

\
|
+ − → =
L
L
A
A
K
K
AL
L
AL
A
K
AL
K
dt
AL K d
& & & & & &


ovvero:

n a
K
K
+ =
&
(4)

Dalla (3) e dalla (4) si nota come i tassi di crescita dell’output e del capitale siano
uguali ed entrambi pari alla somma dei tassi esogeni di crescita della popolazione
e del progresso tecnico: questa è la principale conclusione del modello di Solow.


La convergenza
Dunque il risultato principale consiste nell’affermazione che i tassi di crescita
delle principali variabili reali dipendono esclusivamente da fattori esogeni di
carattere strutturale; in un’economia chiusa caratterizzata da concorrenza perfetta,
il motore fondamentale della crescita sarà infatti dato dall’andamento temporale
del progresso tecnico e dalla dinamica della popolazione. Il sentiero di crescita
che queste variabili seguono è detto bilanciato proprio perché in tal caso il
rapporto capitale lavoro K/AL=k* ha raggiunto il suo valore di steady state, è
quindi è costante nel tempo; l’economia si sviluppa (i tassi K K /
&
e Y Y /
&
sono
positivi) in modo tale che il rapporto tra gli input K e AL rimanga costante nel
tempo. Naturalmente, dato che il valore iniziale delle endogene, ad esempio del
capitale e del lavoro iniziali, possono essere ben diversi da quelli che
caratterizzano il valore di steady state del rapporto K/AL, è sempre possibile che
in una certa fase iniziale dell’arco di tempo considerato dall’analisi il sistema si
muova secondo una dinamica che implica una variabilità del rapporto tra gli input.
Ma la stabilità dell’equilibrio dell’equazione (2) garantisce che alla fine ci si
troverà sul sentiero di crescita bilanciata.
E’ interessante notare come ciò valga anche per i confronti tra vari sistemi
economici. Consideriamo ad esempio due economie che nell’istante iniziale di
tempo presentino la stessa tecnologia, la stessa propensione al risparmio e gli
stessi tassi di sviluppo demografici e del progresso tecnico, ma valori iniziali
diversi per le variabili endogene. Una delle due economie potrebbe partire con
una dotazione di capitale più alta dell’altra, e quindi avere un valore iniziale del
reddito complessivo superiore. Ciò potrebbe configurare un confronto tra
9
un’economia industriale sviluppata ed una più arretrata con un minore grado di
sviluppo economico. Se applichiamo ad entrambe il modello sintetizzato dalla (2),
abbiamo che esse dovranno convergere allo stesso steady state relativo al rapporto
capitale – lavoro, e quindi si troveranno alla fine sullo stesso sentiero di crescita
bilanciata: i loro tassi di sviluppo saranno uguali. Non solo: la velocità di
convergenza delle due economie verso questo sentiero bilanciato sarà diversa:
l’economia che parte da una dotazione di capitale proporzionalmente minore
convergerà al sentiero bilanciato più velocemente dell’altra economia più matura.
Queste due affermazioni costituiscono un’altra importante conseguenza del
modello di Solow: la tesi della convergenza. Per mostrare la prima parte della tesi
della convergenza è sufficiente notare come le due economie siano uguali in tutto
e per tutto, relativamente ai principali parametri esogeni; differiscono solo per le
posizioni di partenza. Dato che entrambi i sistemi sono stabili (per via della (2)) e
i sentieri bilanciati sono gli stessi per le due economie (dato che i tassi a e n sono
gli stessi), alla fine entrambe convergeranno allo stesso steady state k* relativo al
rapporto tra gli input. Ciò implica che da un certo punto in poi seguiranno lo
stesso andamento di sviluppo dinamico.
Per dimostrare la seconda parte della tesi della convergenza, quella relativa
alle diverse velocità di convergenza, occorre studiare l’andamento nel tempo del
tasso di variazione del rapporto capitale – lavoro k k /
&
; infatti, è questa la
variabile che indica le modalità di sviluppo dei due sistemi. Dato che il prodotto
dipende da k, tanto più veloce sarà il ritmo di crescita di quest’ultimo, tanto più
rapida sarà la crescita dell’output per occupato. L’economia che tra le due
manifesta il tasso k k /
&
più alto sarà pertanto quella che convergerà più
rapidamente al comune steady state k*. La tesi della convergenza afferma che
l’economia col valore iniziale più basso di k sarà quella con il tasso k k /
&
più alto.
Per mostrarlo è sufficiente una semplice applicazione del teorema di Eulero.
Infatti, per le funzioni di produzione a rendimenti costanti, il teorema di Eulero
garantisce che:

K
K
F
L A
L
F
Y


+


=
2
; dividendo per AL:
AL
K
K
F
A
L
F
AL
Y


+


=

Ponendo per semplicità A=1, otteniamo:

0 ) ( ) ( ) ( > ′ − = ′ − =


− =


k k f k f k k f y
AL
K
K
F
AL
Y
L
F
(5)

L’espressione (5) è dunque positiva, in quanto esprime la produttività marginale
del lavoro.
Ora, ponendo per semplicità anche 0 = τ , la (2) diventa:

nk k sf k − = ) (
&
, ovvero: n
k
k sf
k
k
− =
) (
&


10
che permette di studiare agevolmente l’andamento di k k /
&
in funzione di k:
basterà calcolare la derivata
dk
k k d ) / (
&
:

| | ) ( ) (
) ( ) ( ) / (
2 2
k f k k f
k
s
k
k f
k
k f
s
dk
k k d
− ′ =
|
.
|

\
|


=
&


In base alla (5) l’espressione ) ( ) ( k f k k f − ′ è negativa, pertanto risulta:
0
) / (
<
dk
k k d
&
. Il grafico della funzione n
k
k sf
k
k
− =
) (
&
avrà un andamento simile a
quello illustrato nella Figura 3:


















Figura 3


Sarà sempre decrescente e positiva per valori di k minori dello steady state. Ciò
implica che tanto minore sarà il valore di k, tanto più alto sarà il corrispondente
tasso k k /
&
. Quindi, se l’economia 1 ha un valore di partenza
1
k minore di quello
dell’economia 2,
2
k , l’economia 1 sperimenterà un tasso di crescita del rapporto
capitale – lavoro k k /
&
più elevato dell’economia 2, e un più alto tasso di crescita
del prodotto y. Entrambe convergeranno allo stesso k*, ma l’economia 1 lo farà
più rapidamente.
Data la possibilità di un esplicito confronto empirico, il risultato della
convergenza si presenta come una conseguenza assai importante della teoria della
crescita neoclassica. E’ però importante notare come il modello di Solow non
implichi quella che viene detta generalmente “convergenza assoluta” (cfr. oltre:
sezione 7): economie con differenti parametri n e s possono avere persistenti
differenze nei tassi di crescita, e quella più ricca può crescere più velocemente di
quella più povera (se ha un tasso di risparmio maggiore). L’osservazione empirica
sf(k)/k-n
– n
0
k*
k
k
k
&

1
k
2
k
11
dell’andamento delle economie sviluppate e meno sviluppate mostra differenze
piuttosto persistenti nei tassi di crescita tra i vari gruppi di nazioni; quelle più
sviluppate non riescono in genere ad essere raggiunte dalla maggior parte di
quelle arretrate, e queste ultime non mostrano con regolarità tassi di crescita
maggiori delle prime.






3. Il modello neoclassico di crescita ottimale

Il modello si Solow assume come si è visto le principali ipotesi proprie della
teoria neoclassica (almeno riguardo ad una rappresentazione fortemente aggregata
dell’economia): tecnologia “well behaved”, mercati concorrenziali, equilibrio di
piena occupazione in ogni istante di tempo.
Esso però non tratta esplicitamente alcuni aspetti che invece uno schema
teorico che si rifà all’impostazione dell’equilibrio generale dovrebbe considerare
più approfonditamente. Infatti, il comportamento dei singoli agenti del sistema,
imprese e consumatori, non è studiato in modo esplicito. Si assume che essi si
comportino in modo ottimale (evidentemente massimizzando funzioni di utilità e
profitti), e che il loro comportamento possa essere adeguatamente sintetizzato da
alcuni parametri del sistema: la propensione la risparmio s, che sarà indicativa
delle scelte intertemporali tra consumo e risparmio da parte delle famiglie, e
l’assunzione che la produttività marginale ) (k f ′ rappresenti anche il tasso medio
di profitto del sistema
t
r (ciò implica la massimizzazione del profitto delle
imprese).
La teoria della crescita di impostazione tradizionale si è quindi adoprata per
includere esplicitamente questi aspetti nell’analisi, sviluppando dei modelli in cui
la decisioni intertemporali di allocazione del reddito tra risparmio e consumo sono
analizzate nel dettaglio. I risultati di queste analisi comunque si mostreranno
sostanzialmente compatibili con quelli raggiunti da Solow, soprattutto per ciò che
riguarda le determinanti dei tassi di crescita reali del reddito e del capitale,
Y
Y
&
e
K
K
&
; questi modelli consentono in realtà di qualificare meglio alcuni aspetti dei
risultati del modello di Solow, soprattutto riguardo alla natura del valore di k* di
steady state.
Analizzeremo principalmente due versioni della teoria della crescita ottimale:
una dovuta all’opera sostanzialmente pionieristica di Frank Ramsey (1928), e
un’altra sviluppata da Cass (1965) e da Koopmans (1965) più recentemente
4
.



4
Una discussione di questi ben noti modelli di crescita si può trovare in qualunque manuale
avanzato di macroeconomia; cfr. ad esempio Blanchard e Fischer (1989), Romer (1996), Rodano
(1996).
12
Il modello di Ramsey: il problema del pianificatore
Il modello di Ramsey, sviluppato con grande anticipo rispetto alle abitudini
analitiche dell’epoca (prima che Keynes scrivesse la Teoria Generale) considera
un’economia chiusa ed estremamente semplificata, analogamente a quanto visto
per il modello di Solow. Il problema originario era quello di immaginare un
pianificatore centrale “benevolente” (ovvero i cui obiettivi coincidono con quelli
della collettività), che dovesse determinare il sentiero temporale del consumo
aggregato e del prodotto complessivo di una collettività, con una tecnologia che
richiedesse l’impiego di capitale fisico oltre al lavoro per realizzare l’output
aggregato. Il pianificatore avrebbe dovuto scegliere tale sentiero in modo da
massimizzare una misura complessiva del benessere della popolazione, ipotizzato
funzione diretta del consumo: tale misura avrebbe dovuto riguardare un
determinato arco di tempo, idealmente un orizzonte infinito. In pratica il modello
di Ramsey può essere visto come uno schema adatto a fini normativi: esso mostra
quali dovrebbero essere le caratteristiche del processo di crescita di un’economia
pareto efficiente; descrive il sentiero di crescita ottimale (in senso paretiano) di un
sistema economico semplificato
5
.
Per semplicità si assume che tutti gli individui siano tra loro uguali, e siano
raggruppati in famiglie, in modo che il numero totale di famiglie nel tempo non
cambi (sebbene si possa avere crescita della popolazione). Ogni individuo avrà
una sua funzione di utilità, che assegna un valore al consumo in ogni istante di
tempo: ) (
t
c u , dove
t
c è appunto il consumo dell’individuo al tempo t; essa ha le
usuali proprietà: 0 , 0 < ′ ′ > ′ u u , ovvero utilità marginale positiva e decrescente.
La tecnologia è descritta in modo esattamente uguale a quello visto per il
modello di Solow: avremo una funzione di produzione aggregata a rendimenti di
scala costanti che soddisfa le condizioni di Inada: ) , ( AL K F Y = , con:

0 ; 0
2
2
<


>


K
F
K
F
, 0
) (
; 0
2
2
<


>


AL
F
AL
F


e ∞ = ′

) ( lim
0
k f
k
; 0 ) ( lim = ′
∞ →
k f
k


Per semplicità assumeremo A=1 e 0 = τ : ovvero assenza di progresso tecnico e
capitale non deteriorabile
6
; in tal modo avremo che l’accumulazione di capitale
sarà descritta dall’equazione: I K =
&
, mentre il prodotto sarà dato da:
) , ( L K F Y = . L’altra ipotesi di base, analogamente al modello di Solow, riguarda
la dinamica esogena della popolazione:

nt
t
e N N
0
=


5
O anche quello di un’economia centralmente pianificata e governata efficacemente da un
“dittatore benevolente” (se mai ne può esistere una).
6
Tali semplificazioni non alterano la qualità dei risultati né in questo modello né in quello di
Cass- Koopmans.
13
Il pianificatore sceglierà i sentieri di consumo in modo da far sì che in ogni istante
non vi siano risorse inutilizzate.
Ciò consente di formulare il vincolo dinamico che il pianificatore fronteggia;
in primo luogo, l’intero input di lavoro disponibile dovrà essere impiegato:

t N L
t t
∀ =

In secondo luogo, il prodotto dovrà essere completamente impiegato, pertanto
avremo:

t t
I C L K F Y + = = ) , (

ovvero esso dovrà dividersi tra consumi totali e investimenti complessivi;
ricordando che nk k
L
K
+ =
&
&
e usando l’equazione dell’accumulazione di capitale,
potremmo esprimere tale condizione in termini procapite:

nk k c
L
K
L
C
L
L K F
+ + = + =
&
&
) , (


e quindi, dato che F è a rendimenti costanti:

nk k c k f + + =
&
) ( ; c nk k f k − − = ) (
&
(6)

La (6) è il vincolo dinamico del problema del pianificatore espresso in termini
procapite.
L’obiettivo del pianificatore potrà essere rappresentato da una funzione
consistente nella somma delle utilità di tutti i membri dell’economia, sommate a
loro volta per tutti i periodi di tempo coperti dall’analisi. Ipotizzando famiglie
immortali, il periodo di tempo può essere considerato infinito, e nel tempo
continuo, tale obiettivo sarà dato da:




Φ =
0
) ( dt c u e U
t
t δ
(7)

Il termine Φ indica il numero costante di famiglie nell’economia; si può
ipotizzare, senza perdita di generalità, che sia 1 = Φ . La (7) in tal modo
rappresenta l’utilità di una famiglia rappresentativa. Si assume che tale utilità sia
scontata, in base al fattore
t
e
δ −
, dove δ rappresenta il tasso di sconto
intertemporale. In effetti, l’approccio originale di Ramsey rifiutava questa
operazione, ritenendola eticamente ingiustificabile (perché il pianificatore avrebbe
dovuto scontare le utilità degli individui?); al suo posto veniva adottata una
formulazione leggermente diversa, ma concettualmente non dissimile. Ramsey
adotta in realtà come obiettivo del pianificatore la minimizzazione di una funzione
“di perdita”:
14

| |


− −
0
) ( ) ( dt L U C U B

dove B è un “bliss point”: un valore ritenuto ottimale di benessere dalla
collettività; U(C)-U(L) è il flusso di utilità che gli individui ottengono dal
consumo e di disutilità che subiscono per il lavoro.
La motivazione dietro queste due formulazioni, sia quella con il bliss point
che quella con il valore scontato, è di natura essenzialmente analitica. Dato che il
pianificatore dovrà massimizzare (o minimizzare) uno dei due obiettivi, è
necessario che l’integrale converga in entrambi i casi. Ciò può essere ottenuto con
la formulazione bliss point o con lo sconto delle utilità (con 1 < δ ).
Il problema del pianificatore può essere descritto in questo modo:




0
) ( max dt c u e
t
t
c
δ

s.t. c nk k f k − − = ) (
&
; (8)

0
) 0 ( k k = ; ) ( 0 k f c ≤ ≤

dove
0
k è il valore iniziale del capitale, k la variabile si stato e c quella di
controllo. Il problema può essere risolto tramite i metodi standard, formando
l’Hamiltoniano: | | c nk k f c u e H
t
− − + =

) ( ) ( λ
δ
, dove λ è la variabile di costato.
Le condizioni di primo ordine per un massimo sono:

0 ) ( = − ′ =



λ
δ
c u e
c
H
t
cioè: λ
δ
= ′

) (c u e
t

| |λ λ ) (k f n
k
H
′ − = =



&

0 lim =
∞ →
k
t
λ

La condizione di trasversalità ha un significato interessante; data l’eguaglianza:
λ
δ
= ′

) (c u e
t
, essa può essere scritta: 0 ) ( lim = ′

∞ →
c u ke
t
t
δ
. Essa implica che al fine
del periodo considerato non rimanga più capitale non precedentemente impiegato
nel consumo. Infatti se ciò accadesse, significherebbe che quel capitale residuo
non potrebbe essere più impiegato per il consumo futuro, ed è solo il consumo che
genera utilità agli individui (è l’unica variabile endogena che compare nella (7)).
Infatti, λ può essere pensato come il prezzo ombra della variabile di stato, e
quindi come il prezzo ombra del capitale: la condizione di trasversalità afferma
che il valore finale del capitale, valutato al suo prezzo ombra, deve essere nullo.
Derivando nel tempo la prima condizione otteniamo:

λ δ
δ δ
&
& = ′ ′ + ′ −
− −
c u e u e
t t


15
che inseriamo nell’equazione differenziale del costato così da ottenere:

| | u e k f n c u e u e
t t t
′ ′ − = ′ ′ + ′ −
− − − δ δ δ
δ ) ( &

e quindi:

( ) k f n c
u
u
′ − + =

′ ′
δ & (9)

La (9) insieme alla (6) definisce il sistema di equazioni differenziali soluzione del
problema di ottimo:

( ) k f n c
c u
c u
′ − + =

′ ′
δ &
) (
) (
(10)
c nk k f k − − = ) (
&


nel senso che la sua soluzione k(t) e c(t) darà i sentieri temporali di consumo e
capitale che massimizzeranno l’utilità della famiglia rappresentativa
compatibilmente col vincolo (6):


La crescita in un’economia decentralizzata: il modello Cass-Koopmans
Il modello di Ramsey fornisce una buona descrizione stilizzata del
comportamento di un’economia centralizzata o comunque guidata da una
pianificazione di vasta portata. Il problema del comportamento di un’economia di
mercato decentrata è stato affrontato solo molto tempo dopo, negli anni ’60 da
Cass e da Koopmans, con i veri e propri modelli neoclassici di crescita ottimale.
Assumeremo che vi sia sempre un numero Φ fisso di famiglie e che la
tecnologia sia descritta esattamente come nel modello di Ramsey:

Y=F(K,L) 0 ; 0
2
2
<


>


K
F
K
F
, 0 ; 0
2
2
<


>


L
F
L
F


∞ = ′

) ( lim
0
k f
k
; 0 ) ( lim = ′
∞ →
k f
k


Anche in questo caso avremo: A=1, 0 = τ e
nt
t
e N N
0
= .
I mercati sono perfettamente concorrenziali; vi sono due tipi di agenti: le
famiglie e le imprese, e entrambe i gruppi di agenti hanno tutti informazione e
previsione perfetta.
Vediamo come è possibile rappresentare sinteticamente il comportamento
delle famiglie

Famiglie:
Essendo tutte uguali, ciascuna famiglia si troverà di fronte ad un problema di
scelta intertemporale analogo a quello di qualsiasi altra: come allocare tra
16
consumo e risparmio il prodotto in ogni istante di tempo dell’analisi (anche qui
avremo orizzonte infinito). Ogni famiglia avrà dotazioni identiche di fattori
(lavoro e capitale) e identiche preferenze; sarà uguale pure il numero di membri
per famiglia. Pertanto sarà sufficiente, per descrivere il comportamento
dell’economia nel complesso, studiare l’azione di una singola famiglia
rappresentativa.
Le famiglie possiedono tutto il capitale fisico e il lavoro dell’economia;
impiegando entrambe i fattori, cioè cedendoli alle imprese, si realizza un output
aggregato in ogni t, che le stesse famiglie acquisteranno sul mercato dei beni; esse
inoltre dovranno decidere come ripartire tale prodotto finale tra consumi e
risparmi in ogni istante di tempo. I mercati dei fattori e del prodotto finale sono
perfettamente concorrenziali, e l’offerta di lavoro delle famiglie è rigida rispetto al
salario reale: le famiglie offriranno tutto il lavoro disponibile, che nell’aggregato
coincide con l’ammontare della popolazione
t
N . L’equilibrio nel mercato dei
beni, dato dalla condizione
t t
I S = , farà in modo che le scelte di consumo delle
famiglie determinino anche la dotazione (offerta) di capitale dell’economia nel
periodo successivo e quindi l’ammontare impiegato dalle imprese. Ovvero,
l’offerta di capitale è inelastica in ogni periodo, essendo determinata da decisioni
prese precedentemente. La legge di Walras consente di fissare uno dei prezzi
dell’economia come numerario: verranno quindi analizzati solo i prezzi del
capitale e del lavoro; assumere il prezzo dell’output come numerario consente di
considerare agevolmente tutte le grandezze del sistema in termini reali.
Quanto appena visto, ci consente di assumere per la famiglia rappresentativa
una funzione obiettivo uguale a quella del modello di Ramsey:




Φ =
0
) ( dt c u e U
t
t δ
(7)

Quest’unità di consumo cercherà di massimizzare la (7) compatibilmente con il
proprio vincolo di bilancio. Nel definire quest’ultimo, occorre notare come non
sia vietato a priori ad ogni famiglia di consumare un ammontare superiore, in un
dato istante di tempo, alle proprie disponibilità di reddito relative a quell’istante
stesso. In altre parole le singole famiglie possono contrarre debiti, che vanno a
diminuire le loro dotazioni di ricchezza.
Il vincolo di bilancio per l’economia nel suo complesso in ogni istante di
tempo sarà dato da:

t t t t t
L w
dt
dV
V r C + − =

dove
t
C è il livello generale del consumo,
t
V la ricchezza complessiva detenuta
dalle famiglie,
t
r il tasso di rendimento della ricchezza investita (che in
concorrenza perfetta coincide col tasso di profitto) e
t
w il salario. Il vincolo
esprime il fatto che il consumo dovrà eguagliare in ogni istante di tempo il reddito
complessivo; quest’ultimo è infatti dato dal monte salario
t t
L w più i redditi da
17
capitale (profitti)
t t
V r , a cui vanno sottratti i fondi destinati ad eventuali aumenti
di ricchezza, rappresentati dal termine
dt
dV
.
Dato che le famiglie sono tutte uguali dal punto di vista delle dotazioni, per
passare al vincolo di bilancio della singola unità sarà sufficiente considerare la
versione procapite del precedente vincolo, ovvero:

t
t
t t t
w
L dt
dV
v r c + − =
1


dove
t t t
L V v / = è la ricchezza della singola famiglia. Ricordando che:

nv
L
V
L
L
L
V
L
V
v − = − =
& & &
&

Il vincolo di bilancio sarà dato da:

t t t t t
w nv v v r c + − − = & ;
t t t t t
w v v n r c + − − = & ) ( (11)

Nella definizione della ricchezza v devono entrare anche i debiti che la famiglia
può contrarre, se indichiamo questi ultimi in termini reali con
t
b , avremo che:

t t t
b k v − ≡

Chiaramente in questo contesto semplificato la ricchezza avrà solo forma fisica, e
sarà costituita in sostanza dal capitale accumulato.
Il problema decisionale della famiglia rappresentativa consisterà pertanto in
primo luogo nel trovare il sentiero di consumo che massimizza la (7)
compatibilmente con il vincolo (11). Ciò però non è sufficiente: l’aver introdotto
la possibilità per le famiglie di prendere a prestito richiede la specificazione di
ulteriori condizioni sull’andamento del debito nel tempo.

No Ponzi Game
Se infatti le famiglie fossero libere di prendere a prestito qualsiasi ammontare, la
soluzione del loro problema di ottimo sarebbe tanto scontata quanto irrealistica:
esse sceglierebbero di aumentare i consumi fino ad eguagliare a 0 l’utilità
marginale in ogni istante di tempo, e finanzierebbero questo consumo prendendo a
prestito l’ammontare necessario riducendo così la loro ricchezza. Ciò può essere
mostrato osservando il vincolo (11): un aumento di b determinerà una
diminuzione di v, ovvero un v& negativo. Dato che quest’ultimo compare con il
segno meno nella (11), ciò implicherà un valore di c più elevato, qualora tale
variazione di v& superi in valore assoluto il tasso ) ( n r
t
− .
Chiaramente, questa situazione è insostenibile: il debito crescerebbe a
dismisura nel tempo per il complesso delle famiglie è ciò non è possibile. Occorre
pertanto stabilire una condizione aggiuntiva che richieda che il debito non diventi
18
esplosivo nel tempo, o alternativamente che la ricchezza complessiva delle
famiglie calcolata su tutto l’arco di tempo dell’analisi sia non negativa. Questa
condizione prende il nome di No Ponzi Game (NPG), e stabilisce che:

0 lim
) (


− −
∞ →
t
o
dz n r
t
t
e v (12)

ovvero che all’ultimo periodo di tempo, la ricchezza, attualizzata con un adeguato
fattore di sconto, deve essere non negativa.
In effetti la condizione NPG può anche essere resa mediante questa
definizione:

somma scontata consumi nel tempo ≤ somma scontata ricchezza nel tempo (A)

E’ possibile mostrare come le due condizioni siano equivalenti. Per far ciò occorre
calcolare le somme della definizione (A). Innanzitutto calcoliamo il fattore di
sconto necessario per attualizzare i valori fino al tempo t; esso sarà dato da:


=
t
z
dz r R
0


ovvero dalla somma di tutti i tassi di interesse dal periodo iniziale al tempo t. La
somma dei consumi attualizzata per l’intera economia è data da:

∫ ∫
∞ − ∞ −

=

0
0
0
0 0
dt e c e L dt L c e
nt
t
rdz
t t
rdz
t t


la quale, ricordando che
∫ ∫
− − = + −
t t
dz n r nt rdz
0 0
) ( , diventa:


∞ − −

0
) (
0
0
dt c e L
t
dz n r
t


Ora calcoliamo la somma attualizzata della ricchezza; essa sarà data dalla
ricchezza iniziale più i redditi da lavoro conseguiti lungo tutto l’orizzonte
temporale considerato, ovvero:


∞ −

+
0
0
0
dt L w e V
t t
rdz
t


procedendo come per i consumi si ottiene:

19
|
|
|
.
|

\
|

+

∞ − −
0
) (
0 0
0
dt w e v L
t
dz n r
t


Ora possiamo esprimere la disuguaglianza (A) in termini formali:



∞ − −

0
) (
0
0
dt c e L
t
dz n r
t

|
|
|
.
|

\
|

+

∞ − −
0
) (
0 0
0
dt w e v L
t
dz n r
t


che possiamo scrivere anche in questo modo:


0 ) (
0
) (
0
0
≥ −

+

∞ − −
dt c w e v
t t
dz n r
t
(13)

Essa afferma in pratica che la ricchezza iniziale più tutti i redditi non consumati
deve essere non negativa.
E’ possibile mostrare che la (13) e la (12) sono in realtà equivalenti; la (13)
deriva in sostanza dal vincolo di bilancio (11) e dalla (12), considerati
congiuntamente:

¦
¹
¦
´
¦


+ − − =
− −
∞ →
0 lim
) (
) (
t
o
dz n r
t
t
t t t t t
e v
w v v n r c &


Il vincolo di bilancio può essere pensato come un’equazione differenziale lineare
a coefficienti variabili nella variabile v:
t t t t t
c w v n r v − + − = ) ( & , dove i
coefficienti variabili in t sono dati da
t t t
c w r e , . Queste equazioni sono
agevolmente risolvibili con i metodi classici; data una equazione simile nella
forma generale: ) ( ) ( t m x t l x + − = & , con coefficienti l e m, la formula risolutiva è:


+
∫ ∫
=
− −

t t
ldt t ld ldt
e d m e e t x
0 0 0
0
) ( ) ( β τ τ
τ
τ


dove β è una costante determinata dalla condizione iniziale.
Nel nostro caso è: l = - (r - n), m = w - c, x = v; quindi la soluzione sarà:

( )

+ −
∫ ∫
=
− − − −

t t
dt n r t d n r ldt n r
e d c w e e t v
0 0 0
) (
0
) ( ) (
) ( ) ( ) ( β τ τ τ
τ
τ

20

β sarà data dalla condizione iniziale
0 0
) 0 ( v t v = = , e risulta:
0
v = β .
Considerando un tempo di riferimento t=T e dividendo l’espressione per


T
dt n r
e
0
) (
,
avremo:

( )
0
0
) ( ) (
0 0
) ( v dt c w e e T v
T dt n r dt n r
t T
+ −

=


− − − −


Facendo infine tendere T ad ∞, otteniamo l’eguaglianza:

( ) 0 ) ( lim
0
0
) ( ) (
0 0
= + −

=


∞ − − − −
∞ →
v dt c w e e T v
t T
dt n r dt n r
T


Il primo membro dell’eguaglianza è proprio il limite che compare nella
condizione NPG, quindi l’integrale a secondo membro deve annullarsi: ciò
dimostra che la condizione (12) e la (13) affermano la stessa cosa. Quindi il
significato della condizione NPG è quello stabilito dalla (A): la somma della
ricchezza complessiva deve essere non inferiore alla somma dei consumi.


Imprese:
Il comportamento delle imprese è assai facile da rappresentare: esse
massimizzeranno il profitto, formulando pertanto una domanda di fattori
produttivi (ricordiamo che il mercato dei beni è in equilibrio e che il prezzo
dell’output e 1); Le imprese sono in numero dato e sono tutte uguali: dispongono
della stessa tecnologia e operano in concorrenza perfetta; quindi sarà sufficiente
studiare il comportamento di una singola impresa rappresentativa. Essa avrà dei
vincoli tecnologici rappresentati dalla funzione di produzione nella versione
procapite: y=f(k); l’(extra) profitto procapite sarà:
t t t t
k r w k f − − ) ( . Le condizioni
di primo ordine della massimizzazione di questa funzione danno le domande dei
fattori; ricordando il teorema di Eulero, la produttività marginale del lavoro sarà:
k k f k f k k f y
L
K
K
F
L
Y
L
F
) ( ) ( ) ( ′ − = ′ − =


− =


, e quindi le condizioni di ottimo
dell’impresa saranno:

) (
t t
k f r ′ =
t t t t
k k f k f w ) ( ) ( ′ − =

La concorrenza perfetta nel mercato del lavoro farà si che il salario w possa essere
considerato un dato nell’analisi e che si aggiusti in modo da equilibrare sempre
domanda ed offerta; quest’ultima poi è rigida per ipotesi, quindi le imprese
assorbiranno tutto il lavoro disponibile proprio grazie alla flessibilità del salario.
Lo stock di capitale deriva dalle decisioni di accumulazione e risparmio delle
21
famiglie prese nel periodo precedente, e quindi è fisso al tempo t. La flessibilità
del tasso di interesse (profitto) r farà si che le imprese impieghino tutto il capitale
disponibile. Ciò vale per ogni istante di tempo.


Il sentiero ottimo del consumo e dell’accumulazione:
Possiamo ora formulare il problema di controllo ottimo delle famiglie:
massimizzare la (7) sotto i vincoli (11) e (12):




0
) ( max dt c u e
t
t
c
δ

s.t.
t t t t t
c w v n r v − + − = ) ( & ;
(14)

0
) 0 ( k k = ; 0 lim
) (


− −
∞ →
t
o
dz n r
t
t
e v

con v come variabile di stato e w e r dei dati. Possiamo costruire l’Hamiltoniano
del problema e, ponendo come usuale λ come variabile di stato otteniamo le
condizioni di primo ordine per un massimo:

0 ) ( = − ′ =



λ
δ
c u e
c
H
t
cioè: λ
δ
= ′

) (c u e
t

| |λ λ r n
v
H
− = =



&

0 lim =
∞ →
v
t
λ

Lo stesso procedimento usato per il problema di Ramsey ci consente di ottenere
l’equazione di Eulero, un’equazione differenziale in c:

r n c
u
u
− + =

′ ′
δ & (15)

Le condizioni che esprimono la soluzione del modello sono dunque queste:

r n c
u
u
− + =

′ ′
δ &
t t t t t
c w v n r v − + − = ) ( &
t t t
b k v − ≡
) (
t t
k f r ′ =
t t t t
k k f k f w ) ( ) ( ′ − =

La prima equazione (l’equazione di Eulero del problema (14)) fornisce delle
informazioni sul comportamento ottimale delle famiglie e consente di ottenere
un’interpretazione economica assai standard della regola dinamica di consumo
22
prescelta. In base alle ipotesi di partenza sulle preferenze, la funzione u(c) è
concava, quindi il termine u u ′ ′ ′ / è negativo. Dunque l’equazione
r n c u u − + = ′ ′ ′ δ & ) / ( stabilisce che i consumatori aumenteranno il consumo nel
futuro ( 0 > c& ) quando n r + > δ , cioè quando il tasso di interesse sarà maggiore
del saggio di sconto intertemporale (più l’aumento della popolazione). Viceversa,
diminuiranno il consumo nel futuro ( 0 < c& ) quando n r + < δ . Il saggio δ
rappresenta l’”impazienza” (o la miopia) dei consumatori; quando n r + > δ , i
consumatori vorranno rinunciare a del consumo attuale per accrescere quello
futuro 0 > c& ; in queste condizioni converrà loro risparmiare, cioè investire
nell’unico input accumulabile k; ciò perchè il saggio di rendimento reale
t
r che
possono ottenere dal risparmio (cioè dalla rinuncia al consumo) al tempo t è
maggiore del tasso δ a cui scontano l’utilità derivante dal consumo futuro
(incrementato dell’aumento della popolazione, dato che consideriamo consumi
procapite).
Occorre ora notare una cosa. Sebbene non sia a priori vietato alla singola
famiglia contrarre debiti per aumentare il consumo, nel sentiero di equilibrio
finale dell’economia il debito complessivo deve per forza essere nullo; dato che
tutte le famiglie sono uguali, sia nelle dotazioni che nelle preferenze, ciò dovrà
valere anche per le singole famiglie lungo il sentiero di equilibrio. Esse infatti
dovranno detenere uno stock di capitale positivo, e sebbene le posizioni debitorie
di alcune verrebbero compensate da quelle creditorie di altri, l’uguaglianza delle
famiglie impone in sostanza che tutti i soggetti siano in equilibrio rispetto
all’indebitamento, e quindi che questo sia nullo per ciascuno (ricordiamo che
siamo in un contesto di conoscenza e previsione perfetta). Quindi dovrà essere
t b
t
∀ = 0 e pertanto
t t
k v ≡ . Le condizioni di ottimalità sopra elencate daranno
quindi:

( ) k f n c
c u
c u
′ − + =

′ ′
δ &
) (
) (
(10)
c nk k f k − − = ) (
&


ovvero le equazioni del sistema (10): sotto l’ipotesi di concorrenza perfetta,
l’analisi dell’economia pianificata e quella dell’economia capitalistica decentrata
coincidono. In effetti, questa coincidenza altro non è che la versione del primo
teorema dell’economia del benessere per questo modello “semplificato” di
equilibrio generale walrasiano intertemporale e con orizzonte infinito.

Analisi dinamica
E’ ora possibile studiare il comportamento dinamico del sistema (10) per
determinare effettivamente i sentieri di equilibrio di c e di k. Prima però è utile
adottare alcune specificazioni per semplificare l’analisi.
Nella letteratura sulla crescita è molto diffuso l’impiego di una forma
funzionale particolare per la funzione di utilità istantanea delle famiglie u(c), che
consente di snellire l’analisi senza perdita di generalità.. Nella prima delle
equazioni (10) appare un termine u u ′ ′ ′ / ; questo termine può avere varie
interpretazioni: la principale è quella di una misura di avversione al rischio dei
23
soggetti. A sua volta tale misura risulta legata anche alla elasticità di sostituzione
intertemporale.
L’elasticità di sostituzione intertemporale tra due periodi
1
t e
2
t è data dal
coefficiente σ :

( )
( ) ) ( / ) (
/
/
) ( / ) (
1 2
1 2
1 2
1 2
t t
t t
t t
t t
c u c u d
c c d
c c
c u c u
′ ′
′ ′
− = σ

Il coefficiente di avversione relativa al rischio (simile alla misura Arrow-Pratt) è
invece definito in questo modo:

) (
) (
c u
c c u

′ ′


Le analisi empiriche mostrano come sembri verosimile assumere un coefficiente
σ costante e piuttosto piccolo: vicino o inferiore a 1.
Esiste una classe di funzioni di utilità che consente di ottenere un coefficiente
σ costante e una misura di avversione relativa al rischio costante anch’essa: si
tratta delle cosiddette funzioni CRRA (constant relative risk aversion). Una
funzione di utilità CRRA è nella forma:

γ
γ

=

1
) (
1
t
t
c
c u 1 , 0 ≠ > γ γ (16)

Per queste funzioni si ha:
γ −
= ′
t
c c u ) ( , e quindi:
γ −
|
|
.
|

\
|
=


1
2
1
2
) (
) (
t
t
t
t
c
c
c u
c u
. La derivata del
rapporto delle utilità marginali sarà:

( )
( )
γ
γ
+ −
|
|
.
|

\
|
− =

′ ′
1
1
2
1
1 2
1 2
/
) ( / ) (
t
t
t t
t t
c
c
c c d
c u c u d


e quindi per il coefficiente di elasticità di sostituzione avremo:

γ
σ
1
=

costante e minore di 1 per 1 > γ .
Per il coefficiente di avversione relativa al rischio avremo invece, nel caso
delle CRRA:

( )
| |
γ
γ
γ
γ
=

− =

′ ′


+ −
c
c c
c u
c c u
1
) (
) (


24
Che giustifica il nome di queste funzioni. Esiste quindi, nel caso delle CRRA una
relazione tra l’elasticità di sostituzione intertemporale e l’avversione relativa al
rischio:

σ
γ
1
) (
) (
= =

′ ′

c u
c c u


Adottando la funzione (16) nel problema di controllo ottimo delle famiglie (15),
siamo in grado semplificare la prima delle equazioni (10):

( ) | |c n k f c
c u
c c u
− − ′ =

′ ′
− δ &
) (
) (
e quindi: ( ) | |c n k f c − − ′ = δ σ &

Ora passiamo allo studio delle proprietà dinamiche del sistema:

( ) | |c n k f c − − ′ = δ σ & (17)
c nk k f k − − = ) (
&


Innanzitutto occorre calcolare i valori k* e c* di steady state, per 0 = = k c
&
& :

( ) n k f + = ′ δ * e ( ) * * * nk k f c − = (18)

da cui risulta che il livello di equilibrio del capitale k* è dato dai parametri del
sistema, ed è indipendente dal livello di equilibrio del consumo c*.
Per prima cosa possiamo sviluppare un’analisi grafica basata sul diagramma di
fase (nello spazio { } c k, ). Il livello del capitale di steady state è facilmente
rappresentabile:

















Figura 4

c
k
k*
25

Possiamo studiare il comportamento di c per valori di k diversi da k*,
considerando c& una funzione di solo k. In particolare avremo che:
0 ) ( < ′ ′ =


c k f
k
c
σ
&
, a causa dell’andamento decrescente della produttività
marginale. Quindi, per k maggiori di k* avremo un c& negativo, e quindi una
diminuzione di c; il contrario per k minori di k*; nel diagramma di fase è:















Figura 5

Il locus 0 = k
&
è invece una figura più complessa; l’equazione ( ) * * * nk k f c − =
descrive infatti una curva con andamento prima crescente e poi decrescente. Ciò è
facilmente verificabile, infatti la derivata di questo locus è data da:
n k f dk dc − ′ = *) ( * / * , e, ricordando le condizioni di Inada, avremo che la
produttività marginale del capitale è molto elevata per valori piccoli di k e tende a
zero rapidamente per valori crescenti di k. Quindi essa sarà prima positiva e poi
negativa, cosicché la funzione ( ) * * * nk k f c − = avrà un massimo locale
g
k :














Figura 6

k*
k
c
g
k
k
c
0 = k
&
26
Lo studio dell’equazione c nk k f k − − = ) (
&
come funzione di c ci consente di
indagare l’andamento di k; la derivata 0 1< − =


c
k
&
ci dice che per valori di c che
si trovano al di sopra della curva 0 = k
&
avremo k
&
negativo, e quindi k diminuirà;
il contrario per valori di c al di sotto della curva. Graficamente, sul diagramma di
fase:













Figura 7

Mettendo tutte queste osservazioni insieme possiamo tracciare il diagramma di
fase completo:






















Figura 8

g
k
c
k
k*
k
c
c*
g
k
27
L’andamento delle frecce sul diagramma di fase suggerisce (come mostra la
Figura 9) l’esistenza di un sentiero di sella SP: cioè di un unico sentiero dinamico
che porta le due variabili sul punto di equilibrio (k*, c*), mentre in tutte le altre
zone dello spazio delle fasi le traiettorie delle variabili sono instabili (divergono
dall’equilibrio).




















Figura 9

Questa congettura è confortata da un’analisi più precisa della stabilità locale del
sistema (10). Calcoliamo a tal fine la linearizzazione del sistema (10) in un
intorno dello steady state (k*,c*):


− ′ −
′ ′
=

*
*
) *) ( ( 1
* *) ( 0
k k
c c
n k f
c k f
k
c σ
&
&
(19)

essendo in steady state n f + = ′ δ abbiamo:



′ ′
=

*
*
1
* *) ( 0
k k
c c c k f
k
c
δ
σ
&
&


Dalla matrice degli autovalori u del sistema:


′ ′ −
δ u
σ u
1
* *) ( c k f


possiamo determinare l’equazione caratteristica:

c
k
k*
c*
g
k
SP
28
0 * *) (
2
= ′ ′ + − c k f σ δu u

che consente infine di calcolare i due autovalori:

2
* *) ( 4
2
2 / 1
c k f ′ ′ − ±
=
σ δ δ
u

Da tale espressione si evince facilmente che entrambi gli autovalori sono reali, e
che uno è negativo mentre l’altro è positivo: infatti il termine * *) ( 4 c k f ′ ′ − σ è
positivo, e quindi la radice sarà senz’altro maggiore di δ . Ciò conferma
l’esistenza di un punto di sella.
Dunque il sistema sarà instabile (ciò è dovuto alla presenza dell’autovalore
positivo), tranne che per un unico sentiero che conduce stabilmente allo steady
state: il sentiero di sella. L’esistenza di tale sentiero comunque è sufficiente a
garantire stabilità in senso economico al sistema. Ricordiamo infatti che siamo in
un contesto di informazione e previsione perfetta: gli agenti saranno in grado di
individuare il sentiero di sella formulando aspettative corrette (o razionali)
sull’andamento generale delle variabili endogene. In tal caso, potrebbero, con un
solo balzo discreto, portarsi sul sentiero di sella da qualunque posizione di
partenza fuori dall’equilibrio.
Osservando meglio il meglio il modello si comprende anche quale variabile
dovrà dare agli individui il segnale su come scegliere il livello iniziale di consumo
0
c in modo da portarsi direttamente sul sentiero di sella. Infatti, al tempo iniziale
0
0
= t , le condizioni di equilibrio del problema (14) prescrivono:

0 ) ( )) ( (
0 0
0
= − ′ =


⋅ −
t t c u e
c
H
λ
δ
, cioè: ) ( )) ( (
0 0
t t c u λ = ′

La variabile di costato λ rappresenta in realtà il prezzo (ombra) del capitale;
quindi sarà il sistema dei prezzi, in questo modello di concorrenza perfetta, ad
indicare agli agenti come dovranno fissare il consumo al tempo iniziale. E, se tale
sistema raggiungerà l’equilibrio di lungo periodo, questa informazione sarà
coerente con il posizionamento degli individui sul sentiero di sella sin dal primo
istante. Ci potrebbe chiedere perché il sentiero di sella SP è l’unico ottimale.
Infatti non è l’unico sentiero possibile per il sistema (17)-(19). Consideriamo altri
sentieri possibili dati da una situazione in cui per il valore iniziale
0
k del capitale
il consumo si posizioni inizialmente sopra oppure sotto il sentiero SP, cioè
rispettivamente nel punto A o nel punto B della Fig. 9bis:








29
























Figura 9bis


Se si parte da A, la dinamica implicata dalle frecce della Figura 8
descriverebbe un sentiero che alla fine si porterebbe su un punto come Q, in cui il
consumo è costante ma il capitale è nullo. Poiché in assenza di capitale non è
possibile nessuna produzione, il sistema non appena arrivato al punto Q dovrebbe
mostrare un salto discreto e istantaneo all’origine O. Un simile salto discreto non
è pro permesso dalla prima equazione differenziale delle (17)-(19), che prescrive
una variazione continua per c.
Se invece si parte da un punto come B, sempre le frecce della Figura 8
implicano un sentiero di aggiustamento che alla fine dovrebbe portare al punto Z
(in cui il locus 0 = k
&
incontra l’asse k), dove lo stock di capitale è sicuramente
positivo e costante nel tempo, ma il consumo tende ad essere nullo. Chiaramente
questo non può essere un punto ottimale, anche se l’economia può raggiungerlo
solo asintoticamente (per ∞ → t ); per dimostrarlo si può osservare la condizione
di trasversalità 0 ) ( lim = ′

∞ →
k c u e
t
t
δ
: ricordando le proprietà della funzione u essa
risulterà violata se c tende a zero
7
. Infatti, la condizione di trasversalità impone
che, se k è costante, l’utilità marginale del consumo ) ( ' c u deve crescere
8
meno di
quanto il termine
t
e
δ −
diminuisce al divergere di t, e quest’ultimo si riduce ad un

7
Si ricordi inoltre che il funzionale obiettivo (7) è crescente nel livello del consumo, quindi un
valore del consumo che si assesta a 0 non potrà essere ottimo.
8
Il consumo diminuisce, quindi la sua utilità marginale cresce.
SP
A
B
0
k
Z
Q
O
g
k
30
tasso costante pari a δ . L’equazione (10) stabilisce invece che l’utilità marginale
del consumo varia ad un tasso pari a ( ) δ δ > ′ − + =

k f n
c u
dt c du
) (
/ ) ( '
; esso risulta
maggiore di δ perché ad un certo punto il capitale supererà il livello di golden
rule
g
k , e quindi sarà: ( ) 0 > ′ − k f n . Pertanto da
g
k in poi il tasso di crescita di
) ( ' c u sarà superiore al tasso di (de)crescita di
t
e
δ −
, e la condizione di trasversalità
non sarà soddisfatta.
Dunque nessuna delle due alternative è ottimale, e pertanto l’unico sentiero
compatibile con le condizioni (17)-(19) e con la condizione di trasversalità risulta
essere proprio il sentiero di sella SP.

I modelli di Solow e di crescita ottimale a confronto
Ora è possibile effettuare un primo confronto tra le due analisi principali della
teoria tradizionale della crescita: l’approccio stilizzato di Solow e più dettagliati
modelli di crescita ottimale.
Dato che l’interesse precipuo della teoria della crescita si appunta sulla ricerca
delle determinanti ultime della crescita reale, ovvero sui fattori che determinano
principalmente il tasso di crescita del reddito reale Y Y /
&
, esamineremo le
conclusioni dei modelli di crescita ottimale riguardo a tale veriabile.
E’ facile osservare come i modelli di crescita ottimale diano in realtà lo stesso
risultato di Solow: nel lungo periodo il tasso di crescita del reddito è fissato dal
tasso di crescita della progresso tecnico e della popolazione. Nella versione
semplificata del modello di Solow confrontabile direttamente con i modelli dei
paragrafi precedenti, cioè con A=1 e 0 = τ , il tasso di crescita del reddito era dato
da:

n
Y
Y
=
&
uguale a quello del capitale: n
K
K
=
&


Nei modelli di crescita ottima avremo che una volta raggiunto il sentiero di sella, i
valori del consumo e del capitale procapite si assesteranno sui loro valori di
steady state, e quindi saranno costanti.
In equilibrio il debito di ciascuna famiglia dovrà essere nullo, e quindi la
ricchezza reale coincidere con capitale fisico. Pertanto, derivando nel tempo il
rapporto capitale lavoro:

0 = = − k
L
L
L
K
L
K
&
& &
in steady state

e dunque: n
K
K
=
&
anche in questo caso.
Riguardo al reddito, possiamo notare come in ogni istante di tempo debba essere:

Y=C+I e quindi: K C Y
&
+ =

31
In termini procapite sarà: nk k c
L
Y
L
K
L
C
L
Y
+ + = + =
&
&
; . Inoltre, avremo che la
derivata del reddito procapite
L
Y
sarà pari a:

) (
) / (
k nf
L
Y
n
L
Y
L
Y
dt
L Y d
− = − =
& &


Derivando l’eguaglianza reddito – consumi più investimenti procapite nel tempo
otteniamo:

k n k c
dt
L Y d
& & &
& + + =
) / (


in steady state tutte le derivate a secondo membro sono nulle, quindi:

) ( 0
) / (
k nf
L
Y
dt
L Y d
− = =
&
da cui:
) (
1
) (
1
k Lf
k nf
Y L
Y
=
&


ovvero: n
Y
Y
=
&
, anche in questo caso come nel modello di Solow. Inoltre, la
principale variabile indicatrice del progresso (almeno quantitativo) che un paese
può fare nello sviluppo delle condizioni di vita è dato dalla dinamica nel tempo
del prodotto procapite, cioè di L Y y / ˆ = . Il tasso di crescita di yˆ è dato da:

n Y Y y y − = / ˆ / ˆ
& &


Se assumiamo un progresso tecnico a tesso costante g, allora da quanto visto
sopra, sia nel modello di Solow che in quello di Cass-Koopmans, abbiamo che:

g n n g y y = − + = ˆ / ˆ
&


Un’importante conclusione teorica della teoria neoclassica della crescita è che gli
standard di vita di un’economia nel lungo periodo (raggiunto lo steady state) sono
determinati unicamente dall’evoluzione, del tutto esogena, del progresso tecnico.
Come mostrato sopra, i modelli di crescita ottimale danno esattamente gli
stessi risultati di Solow relativamente alla crescita di lungo periodo (di steady
state). Quale può essere allora il loro pregio aggiuntivo rispetto alla formulazione
più semplice e maneggevole di Solow? Esso va’ ricercato negli approfondimenti
che tali modelli consentono di ottenere relativamente all’analisi delle proprietà di
ottimalità della crescita.
In primo luogo, anche mostrare che gli stessi risultati di uno schema più
semplice possono essere ottenuti tenendo esplicitamente conto del comportamento
ottimizante degli individui è di per se’ un risultato. In secondo luogo, occorre
notare che il modello di Solow non solo non tiene esplicitamente conto delle
32
decisioni di consumo degli individui, ma conduce anche ad un risultato per certi
versi non ottimale. Il livello di consumo che deriva dallo steady state del modello
soloviano infatti può coincidere con quello prescritto dalla “regola aurea
dell’accumulazione” solo per caso. La regola aurea prescrive che il livello di
capitale procapite che massimizza il consumo deve essere determinato, in ogni
istante di tempo, eguagliando la produttività marginale del capitale al tasso di
crescita della popolazione.
Infatti, nel modello di Solow (sempre con A=1 e 0 = τ ), in steady state, il
consumo poteva essere definito come:

nk k f t c − = ) ( ) (

Il livello di k che massimizza il consumo (con k costante nel tempo) sarà
determinato in base alla condizione dc/dk=0, cioè:

n k f
g
= ′ ) ( (20)

questa è appunto la regola aurea.
Nello schema di Solow, il capitale di equilibrio dinamico era determinato in
base alla condizione:

* *) ( nk k sf =

dunque il livello di steady state sarà una funzione della propensione al risparmio
s: ) ( * s k k = . Inoltre la forma della funzione * *) ( nk k sf = ci consente di notare
che k* sarà una funzione crescente di s, come si può notare dalla Figura 10:

















Figura 10

Dove s’ è maggiore di s. Ciò implica che la propensione al risparmio degli
individui determinerà il livello k* che l’economia effettivamente raggiungerà, e
nk
sf(k)
s’f(k)
k*
k*’
k
33
tale livello potrà essere uguale solo per caso al livello prescritto dalla regola aurea
g
k . Nel caso i due dovessero differire, si potrebbe concludere che l’economia
soffre di inefficienza dinamica.
Nei modelli di crescita ottimale, il livello di steady state sarà dato dalla
condizione di equilibrio ( 0 = c& ) della prima delle equazioni del sistema (10);
dunque esso sarà pari a: n k f + = ′ δ *) ( . Ma tale valore, come mostrano le Figure
8 e 9, sarà necessariamente minore di quello che massimizza il consumo in ogni
istante di tempo, dato dalla (20). Infatti, affinché l’integrale dei problemi (8) e
(14) converga occorre che sia 1 0 < < δ ; la produttività marginale del capitale
) (k f ′ è però strettamente decrescente, quindi il valore k* ottenuto in base
all’equilibrio dinamico n k f + = ′ δ *) ( sarà necessariamente minore di quello
ottenuto in base alla (20): n k f
g
= ′ ) ( . Dunque anche i modelli ottimali
prescrivono una dinamica “inefficiente”, almeno rispetto alla regola aurea.
I modelli di crescita ottimale consentono però di indagare sulle cause di tale
inefficienza più a fondo di quanto non consenta il modello di Solow. Tale causa
va’ ricercata nella presenza di un saggio di sconto intertemporale δ positivo (e
maggiore di n). Un saggio di sconto positivo descrive in sostanza la “miopia” (o
l’impazienza) degli individui, ovvero il fatto che essi attribuiscono al consumo dei
periodi futuri un’utilità minore di quella del consumo presente. Tanto più vicino a
1 è δ , tanto maggiore sarà tale miopia; al contrario, tanto più δ tende a 0, tanto
più gli individui saranno disposti a considerare il consumo futuro sullo stesso
piano di quello attuale. Infatti, se δ fosse molto piccolo, allora il valore k* di
steady state e quello della regola aurea tenderebbero a coincidere.
Dunque, l’eventuale inefficienza dinamica dell’economia sarebbe dovuta
all’impazienza dei consumatori; essa però è comunque un dato strutturale
dell’economia: un parametro indicatore delle preferenze intertemporali. Pertanto il
giudizio di inefficienza dinamica andrebbe comunque molto attenuato; non a caso
la condizione n k f + = ′ δ *) ( viene spesso indicata come “regola aurea
modificata”.





4 Un modello di crescita nel tempo discreto con generazioni sovrapposte:
Diamond (1965).

In questa sezione analizzeremo un’altra versione del modello di crescita
neoclassico, che si differenzia rispetto alla teoria Ramsey-Cass-Koopmans per due
ipotesi: in primo luogo il tempo è trattato come una variabile discreta e,
soprattutto, l’agente rappresentativo con vita infinita viene sostituito da una
successione indefinita di agenti, ciascuno dei quali vive solo due periodi: uno in
cui è “giovane” e uno in cui è “vecchio”. In tal modo nel sistema sono presenti in
ciascun istante di tempo due gruppi di agenti: i giovani della generazione corrente
e i vecchi della generazione passata.
Questo tipo di schemi, conosciuti come modelli a generazione sovrapposte
(overlapping generations: OG), derivano da un contributo originario di
34
Samuelson (1958), e rappresentano un approccio molto utile e diffuso allo studio
di molti problemi macroeconomici. In particolare, la struttura generazionale
consente di analizzare in modo adeguato fenomeni come il profilo di lungo
termine del consumo e del risparmio, il finanziamento della previdenza sociale e
la dinamica di lungo periodo del debito pubblico.
Nell’ambito della teoria della crescita, la prima applicazione dello schema OG
si deve a Diamond (1965), e l’esposizione di questo modello sarà l’oggetto della
presente sezione. I modelli OG consentono di ottenere gli stessi risultati di fondo
della teoria della crescita neoclassica di Solow e di Ramsey-Cass-Koopmans, ma
la cosiddetta “doppia infinità” – dei periodi di tempo e del numero di agenti, dato
che le generazioni si succedono senza mai terminare – danno luogo ad alcuni
risultati che si discostano in maniera significativa da quelli della teoria neoclassica
con agente singolo a vita infinita.


Le imprese

Il lato della produzione è modellato come una versione in tempo discreto
dell’analoga analisi in Ramsey-Cass-Koopmans.
t
Y , che rappresenta la
produzione aggregata, è prodotto con capitale e lavoro in base a una funzione di
produzione a rendimenti costanti di scala che soddisfa le condizioni di Inada:

) , ( t t
t
L K F Y = (21)

Utilizzando le procedure già viste, si può esprimere la (21) nella forma
intensiva ) (k f y = ; come nella precedente sezione, supponiamo per semplicità
assenza di progresso tecnico. Le imprese massimizzano il profitto in ogni istante
di tempo; cioè, dato il saggio di salario reale
t
w e il saggio di remunerazione del
capitale
t
r , risolvono il problema:

t t t t t t
K L
K r L w L K F
t t
− − = Π ) , ( max
,


da cui si ottengono le condizioni di primo ordine:

t
t
t
t
L F
L
Y
w ∂ ∂ =


= / cioè:
t t t t
k k f k f w ) ( ) ( ′ − = (22)
t
t
t
t
K F
K
Y
r ∂ ∂ =


= /
cioè: ) ( '
t t
k f r = (23)

Anche in questo caso, le (22)-(23) rappresentano rispettivamente le funzioni di
domanda di lavoro e capitale per l’intera economia. L’accumulazione del capitale,
35
in tempo discreto sarebbe pari a:
t t t t
K I K K δ − = −
+1
; per semplicità si ipotizza
completo deprezzamento del capitale nel singolo periodo
9
t (cioè 1 = τ ):

t t
I K =
+1
(25)

La popolazione evolve nel tempo a un tasso di crescita costante n: n
N
N N
t
t t
=

+1
,
ovvero:

0
) 1 ( N n N
t
t
+ = (26)

con
0
N pari alla popolazione iniziale.


I consumatori

Nella descrizione del comportamento dei consumatori è cruciale la natura OG del
modello: si ipotizza che in ogni istante di tempo siano presenti nell’economia due
gruppi di individui-conumatori: i giovani, che offrono lavoro, consumano ed
effettuano risparmio, e i vecchi che consumano e utilizzano il risparmio
accumulato nel periodo passato – per semplicità si assume che ogni agente viva
solo due periodi. Sempre come ipotesi di comodo, si assume che vecchi e giovani
siano in ogni istante di tempo presenti sempre nella stessa proporzione (diciamo
metà e metà) e che la popolazione complessiva non vari nel tempo
10
. Dunque
nell’economia le generazioni si succedono seguendo questo schema:






Vecchi

Giovani


Vecchi

Giovani


Vecchi

Giovani


….


9
In realtà la struttura generazionale fornisce una buona giustificazione per questa ipotesi: infatti t
è anche l’intervallo richiesto per il ricambio generazionale, cfr. oltre.
10
Si tratta di ipotesi semplificatrici: la qualità dei risultati che ci interessano non cambierebbe
molto con ipotesi più raffinate e realistiche.
Tempo

t = 0

t = 1


t = 2

….
Generazione
-1 0 1 2 ….
36


Gli agenti hanno tutti le stesse preferenze e dotazioni; un agente nato al tempo
t ha una funzione di utilità data da:

( )
1 2 1
) (
+
+ =
t t
c u c u V δ 1 0 < < δ , , 0 ' > u 0 ' ' < u (27)

t
c
1
è il consumo che esso effettua da giovane, mentre
1 2 + t
c quello che effettua da
vecchio – al periodo successivo t+1. Nel primo periodo, t, il vincolo di bilancio
del consumatore è:

t t t
w s c = +
1
(28)

il risparmio
t
s viene impiegato dal giovane nell’acquisto di nuovi beni capitali K
che fruttano un rendimento di mercato pari a
t
r , e vengono venduti nel periodo
successivo, cosicché l’intero ammontare – capitale più rendimento – può essere
utilizzato per finanziare il consumo da vecchio. Infatti, nel secondo periodo il
vincolo di bilancio è:

t t t
s r c ) 1 (
1 1 2 + +
+ = (29)

Sostituendo
t t t
s r c ) 1 (
1 1 2 + +
+ = nella funzione U, il problema di scelta del
consumatore è:

( ) ( ) | |
t t t
s c
s r u c u V
t t
1 1
,
1 max
1
+
+ + = δ
s.t.
t t t
w s c = +
1


Dalla condizione di primo ordine otteniamo:

0
) (
) 1 (
) (
1 2
1 2
1
1
1
= + −
+
+
+
t
t
t
t
t
dc
c du
r
dc
c du
δ (30)

in base ai due vincoli di bilancio,
t
c
1
e
1 2 + t
c sono entrambe funzioni di
t
s (e di w e
r): , dunque sostituendoli nella (30) otteniamo una funzione del risparmio:

) , (
1 +
=
t t t
r w s s ; (31)

Usando il teorema della funzione implicita, le derivate parziali della funzione di
risparmio (31) sono uguali a:


| |
2
1 1 2
1
) 1 ( 1 ) ( ' '
) ( ' '
+ +
+ +
= =
t t
t
w
r c u
c u
dw
ds
s
δ


37
| |
2
1 1
1 2
2
1 1 2
) 1 ( 1 ) ( ' '
) ( ' ' ) 1 ( ) ( '
+
+ + +
+ +
+ +
− = =
t t
t t t
r
r c u
c u r c u
dr
ds
s
δ
δ δ


Per cui è: 1 0 < <
dw
ds
, il cui significato è chiaro, mentre il segno di ds/dr è incerto.
Se il tasso di interesse aumenta, ciò infatti equivale ad una riduzione di prezzo del
consumo nel secondo periodo (effetto prezzo); però un aumento di r consente
anche di avere maggior reddito di capitale a disposizione, e ciò potrebbe
determinare una riallocazione di risorse anche verso il consumo presente (effetto
reddito)
11
.


Equilibrio dei mercati

Analizziamo ora l’equilibrio dei vari mercati in ogni istante di tempo, ricordando
che si assume concorrenza perfetta in ciascuno di essi. In ogni istante t sono attivi
nell’economia quattro diversi mercati: il mercato del prodotto finale (Y), il
mercato risparmi-investimenti (S e I), e i mercati dei due fattori di produzione:
lavoro (L) e stock di capitale (K).
Le equazioni (22) e (23) ci danno sufficienti informazioni per stabilire le
condizioni di equilibrio sul mercato dei fattori produttivi: infatti, le due equazioni
definiscono le funzioni di domanda macro dei due fattori produttivi, lavoro e
capitale, e si assume che le offerte macro di ambo i fattori siano rigide (costanti
rispetto ai loro prezzi) in ogni istante di tempo
12
; in effetti le offerte di capitale e
lavoro in ogni t sono rispettivamente pari a:
1 −
=
t t
I K (che è predeterminata al
periodo t) e
t t
N L = (tutti gli individui offrono inelasticamente un’unità di
lavoro).
L’equilibrio del mercato risparmi-investimenti, in ogni istante t, è definito
dall’eguaglianza:

t I S
t t
∀ = (33)

L’offerta di risparmi totale
t
S è pari a: ) , (
1 + t t t
r w s N , mentre l’investimento è dato
dalla (25). Unendo questi due elementi, si ottiene:

) . (
1 1 + +
=
t t t t
r w s N K (34)


11
E’ interessante notare come nel caso in cui c c u ln ) ( = , gli effetti reddito e quelli di consumo
si equivalgano esattamente, cosicchè la funzione del risparmio dipende solo dal livello del reddito
corrente (
t
w ).
12
Al contrario del lavoro però, l’offerta di capitale può variare da un periodo all’altro, a causa
dell’investimento. In realtà si assume che i consumatori – che sono nell’aggregato i proprietari
dello stock di capitale – offrano in ciascun istante t tutta la loro disponibilità di capitale alle
imprese per la produzione, e che tale offerta sia rigida (indipendente da r). Le decisioni di
investimento e risparmio (sempre prese dai consumatori) possono comunque far variare lo stock di
capitale da un periodo t al successivo.
38
Ora però occorre riportare le grandezze in termini pro-capite: ricordando che
) 1 /(
1
n N N
t t
+ =
+
, che
1 1 1
/
+ + +
=
t t t
N K k , la (34) può essere scritta in questo modo:
) . ( ) 1 (
1 1 + +
= +
t t t
r w s k n . Tenendo conto delle due equazioni (22) e (23), si arriva
infine a questa equazione alle differenze, nella sola variabile k:

| |
n
k f k f k k f s
k
t t t t
t
+

=
+
+
1
) ( ' ), ( ' ) (
1
1
(35)

Come nei più semplici modelli macro statici, questa descrive l’equilibrio nel
mercato del prodotto finale e quindi (per la legge di Walras) l’equilibrio generale
dell’economia al tempo t.
Più precisamente, un equilibrio sequenziale di mercato per l’economia OG
sopra descritta è una allocazione per le famiglie: ( ) { }

= + 1 1 2 1
, ,
t t t t
s c c , un’allocazione
per la prima generazione di anziani:
0 2 = t
c , un’allocazione per le imprese:
( ) { }

=1
,
t t t
L K , e una sequenza di prezzi: ( ) { }

=1
,
t t t
r w tale che:

1. 1 ≥ ∀t , dato ( )
t t
r w , , l’allocazione ( )
t t t
s c c , ,
1 2 1 +
risolve il problema di
ottimo: ( )
1 2 1
, ,
) ( max
1 2 1
+
+ =
+
t t
s c c
c u c u V
t t t
δ , s.t.
t t t
w s c = +
1
,
t t t
s r c ) 1 (
1 1 2 + +
+ = .
2. Dato
0
k e
0
r ,
0 2 = t
c risolve il problema di ottimo (della prima generazione
di anziani): ( )
0 2
0 2
max
=
=
=
t
c
c u U
t
, s.t.
0 0 0 2
) 1 ( k r c
t
+ =
=
.
3. 1 ≥ ∀t , dato( )
t t
r w , , l’allocazione ( )
t t
L K , risolve il problema di scelta
delle imprese: ( )
t t t t t t
K L
K r L w L K F
t t
− − = Π , max
,
.
4. 1 ≥ ∀t , tutti i mercati sono in equilibrio: ) (
1 −
= =
t
S
t
D
t
K K K (domanda di
stock di capitale uguale all’offerta),
t t
N L = (offerta di lavoro uguale alla
domanda) e
t t t t
s N K I = =
+1
(risparmi uguali a investimenti).

L’equazione (35) incorpora tutte le condizioni richieste per un tale equilibrio,
sicchè essa descrive l’andamento temporale che lo stock di capitale pro-capite
deve soddisfare quando l’economia si trova in equilibrio generale in ogni istante
di tempo; una volta stabilita la sequenza ottimale dei
t
k è possibile calcolare
anche le sequenze di equilibrio delle altre endogene.
E’ interessante (soprattutto ai fini della discussione che verrà svolta nella
sezione sull’inefficienza dinamica) determinare il vincolo complessivo delle
risorse che l’economia deve soddisfare in ogni t. Alla data t nell’economia
esistono
1 −
+
t t
N N (giovani nati a t più vecchi nati a t-1). I primi hanno come
vincolo di bilancio:
t t t
w s c = +
1
, mentre per i secondi deve valere:
1 2
) 1 (

+ =
t t t
s r c . Sommiamo i due vincoli di bilancio, per ciascun vecchio e per
ciascun giovane presente a t:

( ) ( ) ( )
1 1 2 1 1
1
− − −
+ + = + +
t t t t t t t t t t t
s r N w N c N s N c N
39

Il risparmio dei giovani
t t
s N dovrà finanziare la formazione dell’investimento
t
I , che si tradurrà nel futuro stock di capitale
1 + t
K . Al contrario, il risparmio dei
vecchi
1 1 − − t t
s N ha finanziato la produzione corrente come capitale correntemente
usato,
t
K . Quindi la somma dei vincoli è:
( ) ( ) ( )
t t t t t t t t t
K r w N c N K c N + + = + +
− +
1
2 1 1 1
. Ora, ricordando che
1
) 1 (

+ =
t t
N n N ,
dividiamo ambo i membri per
t
N :

( ) ( )
t t t t t t
k r w c
n
k n c + + =
|
.
|

\
|
+
+ + +
+
1
1
1
1
2 1 1


Usiamo ora le equazioni (22) e (23), riscrivendo il precedente vincolo in questo
modo:

( ) ( )
t t t t t t t t t
k k f k k f k k f c
n
k n c ' ) ( ' ) (
1
1
1
2 1 1
+ + − =
|
.
|

\
|
+
+ + +
+


Ovvero: ( )
t t t t t
k k f c
n
k n c + =
|
.
|

\
|
+
+ + +
+
) (
1
1
1
2 1 1
. Questo è il vincolo delle risorse
dell’economia (in termini procapite): il lato destro dell’equazione indica la somma
di consumo e investimento al tempo t; il lato sinistro invece comprende il prodotto
( )
t t
k f y = , più lo stock di capitale che deve essere reintegrato (è il
disinvestimento degli anziani, che consumano lo stock di capitale
t
k sotto forma
di risparmio passato
1 − t
s ).


Dinamica e equilibri di stato stazionario

Analogamente a quanto visto per Ramsey-Cass-Koopmans, cerchiamo di
determinare lo stato stazionario del modello: un equilibrio di stato stazionario per
il modello OG è una sequenza di endogene, analoga a quella definita sopra, con
l’unica caratteristica che i valori di ciascuna endogena sono costanti nel tempo.
Dunque, grazie alla (35), lo steady state sarà pienamente individuato da quel
valore dello stock di capitale pro-capite tale che: t k k
t t
∀ =
+1
. Chiamando * k
questo valore di stato stazionario, avremo che esso sarà definito come soluzione
dell’equazione:

| |
n
k f k f k k f s
k
+

=
1
*) ( ' *), ( ' * *) (
*

La continuità delle varie funzioni coinvolte (cioè s e f) potrebbe garantire
l’esistenza di un simile valore di stato stazionario (applicando un’appropriata
versione del teorema del punto fisso). Però ciò non garantisce che lo stato
40
stazionario abbia delle proprietà “attraenti” come nel modello Ramsey-Cass-
Koopmans: in primo luogo potrebbero esistere diversi stati stazionari. Inoltre,
alcuni di questi potrebbero essere economicamente non significativi. E infine,
anche le relative allocazioni di equilibrio sequenziale dei mercati sopra descritte
potrebbero non essere economicamente fattibili (prescrivendo magari sequenze
esplosive per qualche variabile endogena).
Un’analisi grafica analoga a quella sviluppata per modello di Solow, consente
di evidenziare alcuni di questi problemi. Per prima cosa vediamo la possibile
molteplicità degli steady states, e a tal fine consideriamo la (35) come una
funzione implicita in
1 + t
k e
t
k :

| | 0 ) ( ' ), ( ' ) ( ) 1 (
1 1
= − − +
+ + t t t t t
k f k f k k f s n k

e calcoliamo la sua derivata:

) ( ' ' ) ( 1
) ( ' ' ) (
1 1
1
+ +
+
− +

=
t t r
t t t w
t
t
k f k s n
k f k k s
dk
dk
(36)

Il numeratore della (36) è positivo (
w
s e () ' ' f sono infatti rispettivamente
positiva a negativa), ma il segno del denominatore è incerto. Potrebbe verificarsi
uno qualunque dei casi A, B o C illustrati nella Figura 11:



Figura 11

La retta a 45° rappresenta il luogo dei punti di stato stazionario. Le tre curve A, B
e C illustrano tre diverse funzioni tra
1 + t
k e
t
k compatibili con la (35). Nel primo
caso la (36) è sempre positiva, ma l’unico stato stazionario esistente si ha per
valori nulli del capitale (e quindi del prodotto). Nel caso C esiste un unico stato
t
k
1 + t
k
1 +
=
t t
k k
45°
A
C
B
41
stazionario economicamente significativo, mentre nel caso B esistono due diversi
stati stazionari (questo poiché
t t
dk dk /
1 +
cambia di segno).
Dunque, in assenza di ulteriori restrizioni sulle funzioni di produzione e di
utilità non c’è garanzia dell’esistenza di un equilibrio con capitale e prodotto
positivi. Ma anche qualora esistesse un unico steady state, non è detto che la
dinamica di transizione della (35) garantisca la convergenza verso tale valore
(cioè che k* sia stabile, come nel modello di Solow). Infatti, affinché si abbia
stabilità della (35), possiamo utilizzare un diagramma di fase analogo alla Figura
11e rappresentato nella successiva Figura 12:




Figura 12

Assumiamo che esista un unico stato stazionario economicamente significativo
k*, dato dal punto E nella Figura 12; inoltre, assumiamo anche che la (36) sia
sempre positiva, dando luogo al locus s nella figura.
Se l’economia parte da
0
k , relativamente basso, tenderà a generare tassi di
interesse relativamente alti che indurranno risparmio e quindi accumulazione di
nuovo capitale – il livello
1
k del periodo successivo. Questo processo di
accumulazione continua come mostrato dalle frecce, con incrementi di k sempre
più piccoli, finchè il sistema non raggiunge il punto E. Affinché vi sia questa
dinamica di transizione verso k*, è necessario che l’inclinazione del locus s sia –
in un intorno di E – minore dell’inclinazione della retta a 45° (il locus di punti
stazionari). Dunque la condizione di stabilità locale è:

1
*) ( ' ' 1
*) ( ' ' *
0 <
− +

<
k f s n
k f k s
r
w
(37)

t
k
1 + t
k
1 +
=
t t
k k
45°
E
k* k
0
k
1
s (locus del risparmio)
42
La condizione (37) può essere anche ottenuta tramite un’approssimazione
lineare della dinamica di equilibrio (35) attorno allo stato stazionario k*. Se infatti
consideriamo la nuova variabile *
ˆ
k k k
t t
− = (cioè lo scostamento del capitale dal
suo livello di stato stazionario) l’approssimazione del primo ordine della (35)
risulta pari a:

| | | | 0
ˆ
*) ( ' ' *
ˆ
*) ( ' ' 1
1
= + − +
+ t w t r
k k f k s k k f s n

cioè:

t
r
w
t
k
k f s n
k f k s
k
ˆ
*) ( ' ' 1
*) ( ' ' *
ˆ
1

− +

=
+
(38)

La (38) è una semplice equazione alle differenze lineare, la cui condizione di
stabilità è appunto data dalla (37). Questa condizione è verosimilmente soddisfatta
tanto più
w
s è piccolo e tanto più
r
s è positivo e relativamente grande. Infatti, se
si parte da uno stock di capitale k relativamente basso (minore di k*) il tasso di
interesse tenderà da essere alto (per la (23)); se in questa circostanza
r
s è grande e
positivo, l’alto livello del tasso di rendimento stimolerà il risparmio a sufficienza
e indurre un aumento dello stock di capitale, che si avvicinerà al valore di steady
state. Se al contrario 0 <
r
s , allora un alto tasso di interesse tenderà a ridurre i
risparmi, e ciò porterebbe ad un decremento dello stock di capitale che lo fa
allontanare ulteriormente dallo stato stazionario.
Per ottenere la stabilità occorre introdurre delle ipotesi aggiuntive su
tecnologia e preferenze che diano luogo ad una funzione del risparmio s tale da
soddisfare la condizione (37).


Inefficienza dinamica delle economie decentralizzate

Una caratteristica molto rilevante dei modelli a generazioni sovrapposte è che essi
generano implicazioni normative diverse da quelle degli altri modelli di equilibrio
generale (per esempio da quelli di tipo Arrow-Debreu; cfr. Impicciatore 2000).
Per comprendere meglio la questione, occorre analizzare l’allocazione
generata, nel modello precedente, da un pianificatore sociale che cerca di
massimizzare il consumo procapite; in altre parole, occorre calcolare l’allocazione
(o le allocazioni) pareto efficiente del modello. Procedendo in modo analogo a
quanto visto per il modello di Ramsey, si assume che il pianificatore cerchi di
massimizzare un’opportuna somma scontata delle utilità degli individui. Il
pianificatore, per ottenere un’allocazione pareto efficiente dovrà tener conto di
tutte le possibili generazioni future, e quindi avrà come obiettivo la seguente
somma delle utilità individuali:

( ) ( ) ( ) | |


=
+
+ + =
0
1 , 2 , 1 0 , 2
t
t t
t
c u c u R c u U δ δ (39)
43
Nella (39) è presente il saggio di sconto sociale R, che assumiamo positivo.
Analogamente a quanto visto per Ramsey, è necessario adottare questa ipotesi
altrimenti la somma delle utilità di tutte le generazioni può non convergere.
Il vincolo di fattibilità fronteggiato dal pianificatore è dato da:

( )
t t t t t t t t
c N c N I L K F K
, 2 1 , 1
,

+ + = +

ovvero, la somma dei consumi degli agenti presenti alla data t (i giovani, con
consumo individuale pari a
t
c
, 1
e i vecchi della generazione precedente con
t
c
, 2
)
più l’investimento, deve essere uguale alla produzione e al consumo di capitale
effettuato a quella data (dato che il deprezzamento è totale, il consumo di capitale
è pari a
t
K ). Esprimiamo il vincolo delle risorse in termini pro-capite, tenendo
conto dell’evoluzione della popolazione
t t
N n N ) 1 (
1
+ =
+
:

( ) ( )
t t t t t
c
n
c k n k f k
, 2 , 1 1
1
1
1
+
+ + + = +
+
(40)

Dunque si tratterà di massimizzare la (39) sotto il vincolo (40) nella sequenza
di coppie di consumi: ( ) { }

=
+
0
1 , 2 , 1
,
t
t t
c c . Si può anche procedere in questo modo:
dalla (40) si calcola: ( ) ( )
t t t t t
c
n
k n k f k c
, 2 1 , 1
1
1
1
+
− + − + =
+
e lo si sostituisce nella
(39), risolvendo il problema nella sequenza ( ) { }

=1
, 2
,
t
t t
c k :

( ) ( )


=
+ +

+
|
.
|

\
|
+
− + − + + =
0
1 , 2 , 2 1 0 , 2
,
1
1
) 1 ( ) (
ˆ
max
, 2
t
t t t t t
t
c k
c u c
n
k n k f k u R c u U
t t
δ δ

Le condizioni di primo ordine sono:

( )
| | ( ) ( ) 0 1 ) ( ) ( 1
ˆ
0
1
) (
ˆ
1 , 1 , 1
, 1 , 2
, 2
= ′ + − ′ ′ + =


= ′
+
− ′ =


− t t t
t
t t
t
c u n c u k f R
k
U
c u
n
R
c u
c
U
δ
(41)

La prima equazione è una condizione che stabilisce la regola di allocazione
del consumo intratemporale tra due generazioni presenti nello stesso istante di
tempo. La seconda equazione è invece una regola di allocazione intertemporale
analoga a quella dell’economia decentralizzata vista in precedenza. Infatti,
combinando le due si ottiene: | | ( ) 0 ) ( ) ( 1
1 , 1 , 2
= ′ − ′ ′ +
− t t t
c u c u k f δ .
La comparazione tra la soluzione decentrata e quella pareto efficiente della
(41) è meglio chiarificata se si confrontano I due stati stazionari. In effetti le (41)
determinano i valori di stato stazionario per tre variabili, *
1
c , *
2
c e * k :
44
( ) *
1
*) (
1 2
c u
n
R
c u ′
+
= ′ (42)
R
n
k f
+
= ′ +
1
*) ( 1 (43)

La (43) ha un significato economico ben preciso: per valori non alti dei due tassi n
e R, essa è l’analogo della golden rule modificata vista nel modello di Ramsey-
Cass-Koopmans. La (43) stabilisce dunque il livello dello stock di capitale che
consente di massimizzare il consumo pro-capite (il caso estremo 1 = R rende più
esplicita l’analogia).
Il valore di stato stazionario del capitale nel modello di economia decentrata
era dato da:

| |
n
k f k f k k f s
k
D D D D
D
+

=
1
*) ( ' *), ( ' * *) (
* (44)

Una semplice comparazione diretta mostra come la (43) e la (44) mostra come
le due non debbano essere necessariamente uguali – a meno di una specialissima
scelta di parametri – dato che il saggio di sconto sociale R è arbitrario e non
compare nell’equilibrio di un’economia decentrata.
La conseguenza è che l’allocazione di equilibrio generale, in concorrenza
perfetta, con mercati completi e tutte le altre ipotesi walrasiane, non è in generale
pareto efficiente. Si tratta di un risultato peculiare dei modelli a generazioni
sovrapposte, per I quali non vale in generale il primo teorema dell’economia del
benessere
13
. Per capire meglio quale sia l’origine di questa peculiarità, si può
ricorrere ad un esempio. Si ipotizzi di partire dall’allocazione di equilibrio di
mercato vista in precedenza e ci si ponga la seguente domanda: esiste un maniera
per cambiare questa allocazione facendo in modo che almeno una generazione stia
meglio di prima, mentre tutte le altre non peggiorano il loro benessere?
Effettivamente una simile riallocazione esiste: il pianificatore centrale (il governo)
potrebbe trasferire un certo ammontare di capitale dalla prima generazione dei
giovani alla generazione iniziale dei vecchi, cosicché questi ultimi possono
aumentare il loro consumo
0 , 2
c . Successivamente, il governo potrebbe risarcire i
giovani della generazione 1 trasferendo loro lo stesso ammontare di capitale
(adeguatamente scontato) che gli è stato prelevato, prendendolo dai giovani della
generazione successiva – la 2. Si potrebbe poi ripetere lo stesso trasferimento
intergenerazionale con le generazioni successive in modo che nessuna subisca un
peggioramento di benessere. Dato che le generazioni si succedono indefinitamente
nel tempo, questo processo può effettivamente portare ad un miglioramento
paretiano.
Dunque l’inefficienza dinamica nei modelli a generazioni sovrapposte emerge
dal fatto che essi sono caratterizzati da una cosiddetta “doppia infinità”: vi è
un’infinità di beni – fondamentalmente un bene di consumo diverso per ogni

13
In effetti questa proprietà è stata mostrata solo con riferimento allo stato stazionario, ma si può
mostrare come essa abbia validità più generale; ossia in un modello a generazioni sovrapposte la
sequenza di prezzi di equilibrio generale comporta delle allocazioni di equilibrio (come sequenze
di quantità) in genere diverse da quelle pareto efficienti (cfr. Impicciatore 2000).
45
periodo di tempo – ma anche un’infinità di agenti diversi, dato che le generazioni
si succedono nel tempo senza esaurirsi
14
. Ciò non accadeva nel modello di
Ramsey-Cass-Koopmans, in cui vi era solo un numero finito di agenti – in effetti
un solo agente rappresentativo con vita infinita; e in quel caso infatti i due teoremi
del benessere restavano validi.





5. Dalla vecchia alla nuova teoria della crescita

I modelli esaminati nei paragrafi precedenti rappresentano la cosiddetta
“vecchia” teoria della crescita. Abbiamo visto come lo schema fondamentale di
riferimento di quest’impostazione possa essere ravvisato nel modello originale di
Solow, dato che esso riesce a comprimere in una formulazione compatta e
semplice i risultati principali dell’analisi della crescita ottimale di equilibrio in un
economia decentralizzata.
A questa impostazione, dominante per più di trent’anni, sono state però mosse
nell’ultimo decennio numerose critiche, sia di carattere empirico che teorico.
Riguardo alle critiche di carattere empirico, una notevole importanza negli studi
sulla crescita degli anni 60 ha avuto il ben noto approccio di Kaldor (1963) basato
sui fatti stilizzati; in questo lavoro Kaldor elenca alcune di quelle che a suo
giudizio sembrano essere delle regolarità empiriche sufficientemente diffuse e
generali del processo di crescita:

- Il tasso di crescita del livello del reddito procapite tende a mantenersi costante
e non manifesta significative tendenze al declino secolare.
- Anche il livello del capitale procapite tende a crescere nel tempo: i tassi di
crescita del capitale e del prodotto tendono ad essere all’incirca uguali.
- I saggi di rendimento reali sul capitale sembrano essere sufficientemente
stabili e quasi costanti nel lungo periodo.
- Il rapporto tra capitale fisico e prodotto tende a mantenersi costante.
- Le quote dei due principali fattori produttivi, capitale e lavoro, sul reddito
nazionale sembrano anch’esse molto stabili.
- I saggi di crescita del prodotto procapite sembrano mostrare una significativa
e stabile differenza tra le varie economie.

Queste regolarità sono state oggetto di una vasta letteratura di ricerca storica ed
empirica (cfr. ad esempio Maddison 1982; Denison 1974; Dougherty 1991;
Young 1994;) e sembrano in buona parte ancor oggi valide, con l’eccezione forse
della stabilità dei saggi di rendimento reali.
Il modello di Solow venne sviluppato anche con l’obiettivo di fornire
conclusioni coerenti con questi fatti stilizzati, e in effetti i primi quattro fatti
stilizzati implicano un sentiero di crescita bilanciata, come quello predetto dalla
teoria neoclassica standard della crescita. La faccenda è più problematica per i

14
Si può infatti mostrare come l’inefficienza dinamica non valga nel caso in cui esista una data e
una generazione terminale.
46
restanti fatti stilizzati, in particolare per la spiegazione relativa alle differenze tra i
tassi di crescita delle varie economie; inoltre anche la coerenza generica con
alcuni di questi fatti stilizzati non vale di per sé a confermare o smentire il
modello, dato che predizioni con un’analoga coerenza possono essere prodotte da
teorie differenti. Tentativi di valutazioni dell’approccio soloviano-esogeno alla
crescita sulla base dell’evidenza empirica sono comunque possibili, ma questi
richiederanno delle analisi quantitative più approfondite e sofisticate, che
verranno brevemente esaminate nella sezione 6, insieme ad una breve discussione
degli sviluppi generali dell’analisi empirica della crescita.
Le critiche teoriche che possono essere mosse alle vecchia teoria della crescita
sono d’altra parte molte e di portata differente, riguardando sia aspetti di fondo
che specifici assunti analitici. Da un punto di vista assai generale, appare
sicuramente questionabile la scelta di operare con modelli estremamente
semplificati ed aggregati: economie chiuse con un unico bene e solo due fattori di
produzione (di cui uno, il lavoro, praticamente esogenamente determinato),
caratterizzate poi da agenti tutti uguali per quanto riguarda gusti e dotazioni. Per
quanto rilevanti, queste critiche affliggono però molti modelli macroeconomici
vecchi e nuovi, e quindi non sembrerebbero più di tanto cogenti. C’è da dire che
le più recenti analisi macroeconomiche di lungo periodo hanno affrontato
direttamente il problema teorico dell’agente rappresentativo, soprattutto in merito
allo studio della relazione esistente tra crescita e distribuzione del reddito (o della
ricchezza). In questi studi l’agente rappresentativo viene esplicitamente sostituito
da agenti eterogenei, soprattutto riguardo alla loro dotazione di risorse iniziali.
Vi sono poi critiche più puntuali alla vecchia teoria, che sembrano avere un
impatto più forte. In primo luogo, và detto che tutti i modelli analizzati finora
adottano delle ipotesi di equilibrio molto forti, sia da un punto di vista di breve
periodo che in un’ottica di lungo termine. Si assume che la struttura perfettamente
concorrenziale dell’economia assicuri il pieno impiego di tutte le risorse, e in
particolar modo del lavoro: sia nel modello si Solow che in quelli di crescita
ottimale non vi è disoccupazione in nessun istante tempo. Il capitale è determinato
in base a scelte di accumulazione, per cui la sua quantità in ogni momento è
fissata da scelte fatte nel passato, le quali erano comunque compatibili con
l’ottimizzazione del consumo in tutto l’arco di tempo dell’analisi. La flessibilità
del saggio di profitto r garantisce che tale quantità di capitale sia poi
esaustivamente impiegata in ogni t, in modo che anche il capitale sia utilizzato
senza spechi. Dal punto di vista del lungo periodo, occorre notare come la teoria
stessa sia interessata esclusivamente a quelli che chiama stati uniformi, ovvero
situazioni di equilibrio in cui tutte le variabili endogene si sviluppano ad un tasso
di crescita costante, e comunque in cui le variabili chiave sono fissate al loro
livello di equilibrio dinamico.
In secondo luogo, secondo la vecchia impostazione, il motore principale della
crescita va’ riconosciuto nella tecnologia e nella dinamica della popolazione, due
dati esogeni per la teoria. Chiaramente, nel lungo periodo (forse anche nel breve),
sia la dinamica della tecnologia che quella demografica interagiscono con il
contesto economico generale. Però, a meno di non disporre di adeguate teorie
dell’innovazione o dell’evoluzione demografica, nulla vieta di considerare tali
fenomeni come esogeni nell’analisi della crescita, e l’analisi economica di questi
due fenomeni appare a tutt’oggi ad uno stadio quantomeno iniziale.
47
Il fatto che la crescita sia governata da questi due fattori, ha portato a definire
la vecchia impostazione come una teoria della crescita esogena, termine che però
va’ inteso in un senso particolare. Infatti, in qualsiasi modello analitico del
fenomeno della crescita appariranno delle variabili endogene e delle variabili
esogene, e la procedura di soluzione del modello consiste nell’esprimere le prime
in funzione delle seconde. Pertanto, in qualsiasi modello la crescita alla fine
risulterà “esogena” in senso strettamente metodologico.
Nella letteratura sulla crescita invece, il termine “esogeno” si riferisce al fatto
che i tassi di crescita delle principali variabili economiche (endogene) sono
governati da fattori che non risentono delle preferenze degli agenti. Infatti nelle
soluzioni n
Y
Y
=
&
e n
K
K
=
&
non compaiono i parametri relativi alle scelte dei
consumatori: σ δ , e γ (che comunque sono dei dati, e quindi “esogeni”,
metodologicamente parlando). Nella letteratura, un modello viene detto di crescita
esogena se questi ultimi parametri non influenzano i tassi di crescita del prodotto
e del capitale di stato uniforme. Al contrario, un modello sarà di crescita endogena
quando tali tassi saranno funzione di almeno uno dei parametri σ δ , e γ .
L’esogenità della crescita dei modelli tradizionali è una conclusione
importante e che ha suscitato molte discussioni: si tratta infatti di un risultato assai
forte: esso afferma in pratica che la dinamica di espansione non viene influenzata
dalle decisioni degli individui, o meglio dalla specifica forma delle loro
preferenze. Si tratta di una conclusione in fondo piuttosto controintuitiva, almeno
in un impostazione fondata sull’equilibrio generale, all’origine di crescenti
insoddisfazioni e critiche, sia teoriche che empiriche. Dal punto di vista teorico, le
scelte di allocazione tra consumo e risparmio dovrebbero giocare un ruolo più
attivo nel sentiero dinamico finale dell’economia, e sarebbe naturale aspettarsi in
un modello di equilibrio generale che i parametri che governano tali scelte lo
influenzino. Da un punto di vista empirico se si cerca, come osservato in
precedenza, di rendere coerente il modello esogeno con i fatti stilizzati della
crescita kaldoriani, allora oltre alla crescita bilanciata il modello dovrebbe
spiegare anche le notevoli e persistenti disparità tra i tassi di crescita dei vari
paesi. L’unica spiegazione offerta dalla teoria tradizionale si basa in sostanza sulla
differente dinamica tecnologica che le varie economie sperimenterebbero. Tale
spiegazione appare però largamente insoddisfacente per vari motivi. In primo
luogo appare forse eccessivo ridurre la complessità di un fenomeno fondamentale
coma al crescita di lungo periodo ad unico fattore per di più interamente
“esogeno” (nel senso specificato in precedenza). In secondo luogo, nel lungo
periodo la tecnologia dovrebbe comunque diffondersi in maniera abbastanza
capillare a livello internazionale; sempre con un orizzonte temporale
sufficientemente lungo, il progresso tecnologico (perlomeno nel modo in cui è
trattato nel modello esogeno) dovrebbe essere una sorta di bene liberamente
disponibile per i vari sistemi economici nazionali. Inoltre, paesi con livelli e tassi
di sviluppo minore dovrebbero avere condizioni di accumulazione di capitale più
favorevoli di quelle di economie più mature, e ciò dovrebbe favorire sia un rapido
afflusso di capitali che un (conseguente) trasferimento tecnologico
15
.

15
Tutto ciò sarebbe valido nell’impostazione tradizionale esogena a parità di altre condizioni,
quali ad esempio i vari fattori di natura socio-politica che influenzano le convenienza
48
La teoria si è mossa pertanto in tempi recenti verso una soluzione di questo
problema, cercando di endogenizzare il tasso di crescita dell’economia; in tal
modo si risolverebbero non solo i problemi teorici della crescita esogena, ma si
offrirebbe anche una spiegazione delle differenze internazionali nella crescita:
queste sarebbero riconducibili a quei fattori che fanno in modo che le preferenze
σ δ , e γ influiscano sul tasso di crescita del reddito.
Nonostante la varietà dei modi in cui questo obbiettivo è stato perseguito e
raggiunto (almeno parzialmente) nell’ultimo decennio, tali schemi di crescita
endogena possono essere però raggruppati in tre classi fondamentali di modelli
(Kurz e Salvadori 1998):

Capitale umano: oltre ai due fattori di produzione considerati dall’analisi
tradizionale, viene aggiunto un altro fattore, il capitale umano, che in sostanza
agisce sulla produttività del lavoro. Il capitale umano di un lavoratore può essere
considerato semplicemente come “il livello generale delle abilità e delle capacità
di questo individuo” (Lucas 1988), ed è un fattore di produzione accumulabile
come il capitale fisico. Gli individui dovranno scegliere come ripartire le risorse
tra il consumo e l’accumulazione di capitale umano.

Rendimenti decrescenti del capitale: In questi modelli si cerca in sostanza di
imporre un “pavimento” all’andamento della produttività marginale del capitale,
dato che nel modello originale di Solow l’assenza di tale limite inferiore era
responsabile della convergenza allo steady state di k, e quindi dell’esogenità della
crescita. Ciò può essere fatti in vari modi; Jones e Manuelli (1990) considerano un
modello in tempo discreto in cui sono direttamente rimosse le limitazioni di Inada;
King e Rebelo (1990) procedono invece considerando due soli fattori di
produzione entrambi accumulabili (escludendo quindi il lavoro e/o la terra), che
vengono prodotti in base a diverse funzioni di produzione.

Progresso tecnico endogeno: è possibile endogenizzare la crescita rendendo
endogena almeno una parte del progresso tecnico (il coefficiente A di Solow),
studiando cioè come le risorse vengono ripartite tra produzione di beni e
produzione di nuove conoscenze (per una rassegna vedi: Solow 1994, Romer
1996). Ciò può essere fatto in vari modi: o attraverso modelli di “learning by
doing”, in cui l’accumulazione di conoscenze deriva dall’attività stessa di
produzione, o cercando di sviluppare una più esplicita teoria delle innovazioni.
Aghion e Howitt (1992) ad esempio adottano un approccio schumpeteriano in cui
gli imprenditori innovano per appropriarsi degli extraprofitti derivanti dal
momentaneo monopolio che le innovazioni consentono.

Dunque i modelli di crescita endogena appaiono molto differenti tra loro: essi
cercano di endogenizzare la crescita puntando l’attenzione su fattori e fenomeni
molto diversi; tali schemi posseggono però una serie di importanti caratteristiche

all’investimento nelle economie meno sviluppate. D’altra parte questo tipo di fattori non veniva in
genere indagato in maniera approfondita nella teoria tradizionale, e sarà invece oggetto di più
accentuato interesse nelle analisi successive, specie quelle basate sulla teoria “endogena” e sul
cosiddetto “capitale sociale”.
49
in comune
16
. In primo luogo sono tutti modelli di equilibrio generale:
analogamente alla teoria standard della crescita esogena, si assume che i mercati
siano perfettamente concorrenziali, e quindi che non vi siano inefficienze
dinamiche o statiche. L’unica eccezione riguardo a questo punto è costituito dai
modelli di sapore schumpeteriano, come quelli di Aghion e Howitt (1992): in
questo caso la gara tra gli imprenditori per l’innovazione si svolge in un contesto
diverso dalla concorrenza perfetta.
In secondo luogo, anche questi modelli (a parte ancora le analisi a là Aghion e
Howitt) cercano di ottenere e/o studiare esclusivamente soluzioni di stato
uniforme. Ciò è importante, poiché consente di notare come la questione dei
rendimenti di scala non sia in realtà importante per la crescita endogena. Si
potrebbe pensare infatti che i responsabili dell’esogenità della crescita siano i
rendimento costanti assunti nei modelli tradizionali, ma un’analisi più
approfondita (Solow 1994) mostra come anche in presenza di rendimenti crescenti
il modello di Solow dia lo stesso risultato.
Infine, è possibile notare come tutte e tre le classi di modelli di crescita
endogena seguano in un certo modo una comune linea teorica di spiegazione.
Quello che infatti sembra fondamentale per ottenere l’endogenità è sovrapporre
all’analisi tradizionale un qualche meccanismo che faccia in modo che il saggio di
profitto non cada troppo rapidamente man mano che lo stock dei fattori di
produzione accumulabili cresce nel tempo. Si tratta dunque evitare che lo stimolo
all’accumulazione divenga ad un certo punto insignificante, e ciò può essere
ottenuto in vari modi: i modelli del secondo gruppo operano in modo molto
diretto, agendo sulla produttività del capitale, ma tale fine può essere raggiunto
anche tramite vie più indirette, come quelle seguite dagli altri due gruppi di
modelli.





6. Progresso tecnico endogeno e learning by doing: il modello di Romer

Esternalità nella produzione: la conoscenza accumulata
Esamineremo ora quello che può essere considerato storicamente il primo modello
di crescita endogena: quello sviluppato da Paul Romer nel 1986. Il ruolo centrale
in questo modello è svolto da un’analisi progresso tecnico più dettagliata e
profonda di quella che caratterizza la teoria standard neoclassica della crescita.
Nei modelli visti in precedenza il progresso tecnico era infatti descritto come
interamente esogeno: la dinamica della variabile A(t) era determinata e
caratterizzata da un tasso di crescita dato e costante. Il progresso tecnico dipende
naturalmente da un moltitudine di fattori, le cui interazioni ed i cui legami di
interdipendenza dipingono un quadro di grande complessità; forse per questo
motivo l’analisi economica non si è avventurata nello studio di questo aspetto
della dinamica sociale ed economica con grande costanza: gli studi approfonditi

16
Per una rassegna ragionata dei principali modelli di crescita endogena cfr. Musu e
Cazzavillan (1997).

50
sul modo in cui le tecnologie cambiano nel tempo e le innovazioni si diffondono è
praticamente un campo di frontiera della teoria economica, ben lontano dal
conseguire i risultati standard e consolidati di altri settori della disciplina.
Chiaramente, il progresso tecnico ha alcuni aspetti che possono essere
tranquillamente considerati esogeni rispetto alle esigenze di un’analisi di tipo
economico. Altri lati importanti del processo di mutamento delle tecnologie però
si intrecciano in profondità con fattori propriamente economici. Nonostante la
sporadicità dei contributi, questo difficile campo è stato esplorato da alcuni grandi
studiosi sia nel passato che in tempi più recenti. Già Marx (1989, Libro Primo) e
Ricardo (1976) avevano affrontato questo problema, per loro di cruciale
importanza nello studio della dinamica dell’economia capitalistica. Schumpeter
(1964), riprendendo alcuni spunti dei classici, ha tracciato la linea di fondo
dell’analisi moderna di questo fenomeno, ponendo ulteriormente l’accento sulla
stretta interazione tra economia e tecnologia (cfr. ad esempio Rosenberg 1982).
Tutti questi studi mettono certo in luce la complessità delle interrelazioni
esistenti tra la dinamica tecnologica e i comportamenti e le istituzioni
economiche; è possibile però concentrare l’attenzione su uno solo di questi
meccanismi di interazione: il fatto cioè che lo sviluppo del progresso tecnico
necessita di un corrispondente sviluppo delle conoscenze, e che queste sono, tra le
altre cose, legate all’esperienza e alla pratica che i produttori hanno accumulato
nel corso dell’attività di produzione stessa.
Arrow (1962) ha descritto gli aspetti economici di questo fenomeno, detto
learning by doing; esso possiede due principali caratteristiche: in primo luogo, le
conoscenze si accumulano nel tempo in seguito all’esperienza che gli individui
acquisiscono nella produzione, e un livello maggiore di conoscenze aumenta le
possibilità produttive del sistema. In secondo luogo, le conoscenze così acquisite
sono in realtà liberamente disponibili ai produttori (al limite dopo un breve lasso
di tempo dovuto al processo di diffusione e agli eventuali diritti di proprietà) e
quindi esse hanno dei forti caratteri di esternalità e di beni pubblici: esse sono
certamente non rivali (l’uso da parte di alcuni produttori non pregiudica quello da
parte di altri) e ogni singola impresa può beneficiare del livello complessivo di
conoscenza acquisito dall’intera economia.
Il modello di Romer (1986) segue queste linee e quindi inserisce nella
funzione di produzione di ogni singola impresa un termine che riflette l’effetto
dovuto alle esternalità prodotte dal learning by doing. Si assume che le imprese
siano tutte uguali e che utilizzino capitale e lavoro secondo una tecnologia di tipo
Cobb – Douglas; per l’impresa i avremo:

0 ; 1 0 ) ( ) ( ) ( ) (
1
> < < =

ψ β
ψ β β
t X t L t AK t Y
i i i


Il prodotto di ciascun impresa dipende quindi anche dal termine X(t), che
rappresenta appunto le conoscenze accumulate. Per l’intera economia avremo che
il prodotto totale sarà dato dalla relazione:

ψ β β
) ( ) ( ) ( ) (
1
t X t L t AK t Y

=

Seguendo le indicazioni di Arrow (1962), si può assumere che X sia in qualche
modo incorporato nello stock complessivo di capitale dell’economia. L’insieme di
51
conoscenze ed esperienze quindi prende forma attraverso le caratteristiche che i
beni capitali acquisiscono; si può pensare a qualcosa di simile alle continue
migliorie che l’esperienza dei produttori apporta ai beni capitali, aumentandone
così l’efficienza. Quindi X potrà essere rappresentato dal capitale complessivo K:

) ( ) ( ) ( t K t K t X
i
i
= =



Potremo quindi esprimere il livello di prodotto pro-capite in questo modo:

ψ
β
ψ β
K
L
K
A K Ak t y |
.
|

\
|
= = ) (

Dato che le imprese sono tutte uguali e che siamo in concorrenza perfetta, avremo
che in ogni istante di tempo salario e profitti eguaglieranno le produttività
marginali dei fattori (occorre notare che le singole imprese sceglieranno solo il
livello di k):

r K Ak
k
y
w K Ak
L
y
= =


= − =


− ψ β
ψ β
β
β
1
) 1 (




I consumatori
Il resto del modello segue le linee degli schemi di crescita ottimale neoclassica. I
consumatori cercheranno di massimizzare il flusso dei consumi nel tempo sotto il
vincolo di bilancio intertemporale, che impone l’eguaglianza in ogni t tra prodotto
e somma di consumi e investimenti. Per semplicità adotteremo una funzione di
utilità di tipo CRRA e assumeremo che il progresso tecnico esogeno sia costante,
che non vi sia ammortamento (quindi a = 0, 0 = τ ) e che la dinamica della
popolazione sia nulla con popolazione iniziale parametrizzata a 1 (quindi n = 0 e
N = L = 1). Il problema di ottimo dei consumatori sarà:


dt
c
e
t
c

∞ −

|
|
.
|

\
|

0
1
1
max
γ
γ
δ
(21)
s.t c rk w k − + =
&
,
0
) 0 ( k k =

L’Hamiltoniano sarà: ) (
1
1
c rk w
c
e H
t
− + +
|
|
.
|

\
|

=


λ
γ
γ
δ
, e le condizioni di primo
ordine saranno date da:

52

λ λ
γ δ γ δ
= ⇒ = − =


− − − −
c e c e
c
H
t t
0 (22)
r
k
H
λ λ − = =



&
(23)
0 lim =
∞ →
k
t
λ (24)

procedendo in maniera usuale otteniamo un’equazione differenziale per c; dalla
(22) avremo infatti:

| | c c c e
t
&
&
γ γ δ
γ δ λ
− − − −
+ − =
1


che sostituita nella (23) dà (con γ σ / 1 = ):

c r c ) ( δ σ − = &

un’equazione analoga a quella ottenuta con il modello di Cass–Koopmans.
Utilizzando le condizioni di ottimo per le imprese per sostituire w e r, otteniamo
infine le due equazioni differenziali fondamentali del modello:

c K Ak k
c K Ak c
− =
− =

ψ β
ψ β
δ β σ
&
& ) (
1


Nello studio delle condizioni e della dinamica di equilibrio possiamo considerare
K unitamente a k, ovvero tenere conto dell’effetto esterno delle conoscenze
accumulate; ricordando che K = Nk = k, avremo:

c Ak k
c Ak c
− =
− =
+
− +
ψ β
β ψ
δ β σ
&
& ) (
1
(25)

Ora è possibile studiare le caratteristiche dinamiche del sistema (25); Lo steady
state sarà dato dalle due condizioni:

*
*) (
1
c Ak
k A
=
=
+
− +
ψ β
β ψ
δ β
(26)

e quindi la linearizzazione di (25) in un intorno di esso sarà:

( )


+ −
− +
=

− +
*
*
/ 1
*) )( 1 ( * 0
2
k k
c c k A c
k
c
β δ ψ β
ψ β σ β
ψ β
&
&


Dalla matrice degli autovalori u :

53
( )

+ −
− + −
− +
β δ ψ β u
ψ β σ β u
ψ β
/ 1
*) )( 1 ( *
2
k A c


otteniamo l’equazione caratteristica:

( ) ( ) 0 1
2 1 2
= − + + + −
− + − ψ β
ψ β σ β u ψ β δβ u k A c

e quindi i due autovalori:

( ) ( )
2
) 1 ( 4 /
2 2 2 2
2 / 1
− + −
− + − + ± +
=
ψ β
ψ β βσ ψ β β δ β ψ β δ
u
Ak A c
(27)

Utilizzando la condizione * c Ak =
+ψ β
, la (27) può essere ulteriormente
modificata:

( ) ( )
2
) 1 ( 4 /
) 1 ( 2 2 2 2 2
2 / 1
− + −
− + − + ± +
=
ψ β
ψ β βσ ψ β β δ β ψ β δ
u
k A A


e quindi:

( ) ( )
2
) 1 ( 4 /
2 1 2 2 2
2 / 1
δ ψ β σ β ψ β β δ β ψ β δ
u
− + − + ± +
=
− −
A


da cui infine:

( ) ( )
2
) 1 ( 4 /
1 2 2
2 / 1
− + − + ± +
=
− −
ψ β σ β ψ β β δ β ψ β δ
u
A
(28)

il segno della (28) dipenderà dunque in modo cruciale dal discriminante:
( ) ) 1 ( 4
1 2 2
− + − +
− −
ψ β σ β ψ β β A , e questo dipenderà a sua volta dalla
grandezza del termine ψ β + . In pratica, essendo 1 < β , la dinamica del sistema
dipenderà crucialmente da parametro ψ , che rappresenta l’entità dell’esternalità:
se essa è molto debole, sicché: 1 < +ψ β , allora è facile notare come la (28) darà
luogo a due autovalori reali uno negativo e uno positivo che definiscono un
equilibrio di sella: lo stesso risultato del modello di Cass-Koopmans, e quindi
crescita esogena. Se al contrario 1 > +ψ β , ovvero l’esternalità è molto forte, è
facile osservare come la (28) darà luogo a due autovalori reali entrambi positivi,
dato che σ è in genere piuttosto piccolo. In tal caso avremo un sistema instabile,
e la crescita proseguirà nel tempo in modo esplosivo: i tassi di crescita del
consumo e del capitale tenderanno ad infinito al divergere del tempo.
Questa condizione non appare attraente dal punto di vista della teoria:
abbiamo ricordato nella sezione precedente come la teoria della crescita endogena
sia interessata in particolare a quegli stati in cui l’economia si sviluppa in modo
54
equilibrato ed uniforme. Pertanto ci si concentrerà sui tassi di crescita di stato
uniforme, ovvero considereremo solo quella situazione in cui i tassi di crescita di
tutte le variabili endogene sono costanti nel tempo. Mostreremo come tale
situazione corrisponde al caso in cui è: 1 = +ψ β , che viene indicato pertanto
come la situazione di crescita endogena vera e propria.


Il sentiero di stato uniforme
Ponendo 1 = +ψ β il sistema (25) diventa:

c Ak k
c A c
− =
− =
&
& ) ( δ β σ
(29)

ovvero un sistema di equazioni differenziali lineari. Osservandolo si nota come la
dinamica del consumo pro-capite sia in realtà indipendente dall’andamento del
capitale: i soggetti sceglieranno prima il sentiero del consumo, fissando così il
tasso di crescita di quest’ultimo, e poi l’andamento dinamico del capitale sarà
automaticamente determinato dal vincolo di bilancio. La prima delle equazioni
(29) può essere facilmente risolta:

t
e c t c
η
0
) ( = dove ) ( δ β σ η − = A (30)

La (30) fornisce però solo una soluzione generica per il consumo: non possediamo
infatti una condizione iniziale su quest’ultimo che ci consenta di determinare il
valore di
0
c . In realtà tale condizione può essere derivata dalla condizione di
trasversalità (24), che però impone dei limiti alle variabili al divergere del tempo.
Tutto ciò apparirà più chiaro dopo aver risolto la seconda delle (29) e quindi
determinato il sentiero dinamico del capitale. Sostituendo la (30) nel vincolo di
bilancio dinamico, quest’ultimo diventa:

t
e c Ak k
η
0
− =
&
(31)

La (31) è un’equazione differenziale lineare a coefficienti variabili, che può essere
risolta tramite i metodi standard. Per equazioni nella forma generica:

) (t b Ay y + = &

la soluzione è data dalla formula:

| |

+ =

D dt t b e e t y
At At
) ( ) ( dove D è una costante.

Nel nostro caso è:
t
e c t b
η
0
) ( − = , e quindi:

| |

+ − =

D dt e c e e t k
t At At
) ( ) (
0
η


55
ovvero:

| |

+ − =

D dt c e e t k
t A At
0
) (
) (
η


da cui:

( )
A
e c
De e
A
e c
De t k
t
At At
t A
At

− =

− =

η η
η η
0 0
) (

Per la variabile conosciamo la condizione iniziale:
0
) 0 ( k t k = = , e ciò ci consente
di determinare la costante D:

η −
+ = = =
A
e c
De k t k
0
0 0
0
) 0 ( ovvero:
η −
− =
A
c
k D
0
0


La soluzione finale sarà:

At t
e
A
c
k e
A
c
t k
|
|
.
|

\
|

− +

=
η η
η 0
0
0
) ( (32)

Ora, la condizione terminale (24) impone che tale grandezza (o meglio il prodotto
di questa per il suo prezzo ombra) tenda a zero per t che tende ad infinito. Usando
la (24) e la (22) abbiamo che:

0 ) ( lim =
− −
∞ →
t k e c
t
t
δ γ


essendo:
t
e c t c
η
0
) ( = , avremo che:
t t A t
e c t c e
δ δ β γσ γ γ δ − − − − − −
=
) (
0
) ( e quindi, ricordano
che γ σ / 1 = :
tt A t
e c t c e
β γ γ δ − − − −
=
0
) ( . La condizione terminale diventa:

0 ) ( lim
0
=
− −
∞ →
t k e c
t A
t
β γ


ovvero:

0 lim
0
0
) ( 0
0
=

|
|
.
|

\
|

− +

− − −
∞ →
At t A t A
t
e
A
c
k e
A
c
e c
η η
δ β σ β γ


E’ possibile effettuare alcuni semplici passaggi:

| |
0 lim
) ( 0
0
) 1 ( 0
0
=

|
|
.
|

\
|

− +

− − + − −
∞ →
t A A t A
t
e
A
c
k e
A
c
c
β β σ δσ γ
η η


56
| |
0 lim
) 1 ( 0
0
) 1 ( 0
0
=

|
|
.
|

\
|

− +

− − + − −
∞ →
At t A
t
e
A
c
k e
A
c
c
β β σ δσ γ
η η
(33)

Osservando la (33), si nota come il primo termine, con l’esponente
( ) | | β σ δσ A − + − 1 , converga a zero per ∞ → t a condizione che i parametri del
problema siano in questo rapporto:
δ β
β
σ

<
A
A
, qualunque sia il valore di
0
c . In
realtà è sufficiente che il termine σ sia semplicemente minore dell’unità. Le
stime empiriche di solito concordano con questa condizione. L’elasticità di
sostituzione del consumo è in genere relativamente piccola.
L’altro termine però può convergere a zero solo se il capitale iniziale e il
consumo iniziale sono in un certo rapporto, dato che ( )A β − 1 è strettamente
positivo. Ciò ci consente di individuare la condizione iniziale sul consumo
cercata. Infatti, essendo
0
k un dato, esisterà un solo valore iniziale del consumo
che farà sì che il limite (33) sia rispettato, quello che soddisfa questa condizione:
0
0
0
=


A
c
k
η
, ovvero: ( )
0 0
k A c η − = . Se il consumo viene fissato inizialmente a
questo valore, allora le equazioni (30) e (32) individuano effettivamente dei
sentieri ottimali di crescita per l’economia.
Se tutte queste condizioni sono soddisfatte, i tassi di crescita del consumo e
del capitale sono costanti nel tempo; per rendersene conto, notiamo che la prima
delle (29), è:

) ( δ β σ − = A
c
c&


e quindi il tasso di crescita del consumo è costante. Usando la condizione
( )
0 0
k A c η − = , la (32) diventa:

t
e k t k
η
0
) ( =

la quale implica che il tasso di crescita del capitale k k /
&
è costante anch’esso, e
pari a:

) ( δ β σ − = A
k
k
&


Dunque entrambi i tassi di crescita nello stato uniforme ottimale sono costanti ed
uguali tra loro.
E’ importante notare come i due tassi di crescita dipendano non solo dalle
variabili tecnologiche del sistema, ma anche da quei parametri che esprimono le
preferenze (intertemporali) dei consumatori: γ e δ . Questo è il risultato di
endogenità della crescita cercato: tanto maggiore l’elasticità di sostituzione
intertemporale, tanto più alto il tasso di crescita delle variabili endogene. E anche:
57
tanto minore il saggio di sconto, tanto più elevata la crescita. Quest’ultimo
risultato è facilmente intuibile: se gli individui terranno in forte considerazione il
futuro, saranno più propensi ad investire, e quindi, accrescendo il capitale e le
conoscenze tramite il learning by doing, faranno in modo da sostenere la dinamica
del sistema nel tempo. Infatti, è facile notare come anche il prodotto procapite
crescerà ad un tasso governato da quello del consumo, e quindi dipenderà dai
valori di γ e δ . Il prodotto è pari ai consumi più gli investimenti:

k c y
&
+ =

Quindi, la variazione nel tempo di y sarà data da:

k A c k c y
&
&
& &
& & ) ( δ β σ − + = + =

Si possono immediatamente notare le differenze con la teoria esogena della
crescita. Secondo quest’ultima, gli standard di vita di un’economia rappresentati
dal prodotto procapite L Y y / ˆ = , evolvono nel lungo periodo solo in base alla
dinamica del progresso tecnico esogeno (cfr. pag. 30), sicché: g y y = ˆ / ˆ
&
in steady
state. Nel modello di Romer invece la dinamica del prodotto procapite (che per
semplicità possiamo considerare pari a y
5
) dipende anche dai tassi di crescita
procapite del consumo e del capitale: è una tipica caratteristica della crescita
endogena. La differenza rispetto al modello di crescita neoclassico è ben
rappresentata anche dalla dinamica del consumo nel tempo; nel modello
neoclassico infatti il tasso di crescita del consumo tendeva a zero, data la
convergenza verso lo steady state; nel modello di Romer invece tale tasso si
mantiene costante nel tempo, come esemplificato dalle Figure 11 e 12
rispettivamente.















Figura 11 Figura 12


5
Si può agevolmente mostrare come questo risultato sia validi anche nel caso più generale di
popolazione e progresso tecnico esogeno A entrambi variabili.
t
c&
c&
t
η
58

Le conclusioni di endogenità della crescita nel modello di Romer sono state
ottenute agendo in realtà sulla produttività marginale del capitale. L’introduzione
dell’esternalità legata all’accumulazione delle conoscenze ha infatti consentito di
modificare la produttività marginale del capitale; Nel modello neoclassico essa era
(con una formulazione Cobb-Douglas) pari a:
1 − β
βAk , ed essendo 0 1< − β
tendeva a diminuire man mano che il capitale si accumulava. Nel modello di
Romer invece, la produttività marginale del capitale è pari ad A, ed è costante
rispetto all’accumulazione del capitale. E’ proprio questo fatto che determina
l’endogenità della crescita: via via che il capitale si accumula, la sua produttività
non subisce deterioramenti, grazie all’esternalità delle conoscenze acquisite. Ciò
farà si che lo stock di capitale possa essere accumulato vantaggiosamente per
ottenere maggior consumo in futuro. Proprio perché la produttività si mantiene
alta (o comunque costante) nel tempo, incrementi dello stock di capitale
consentono incrementi non decrescenti nel prodotto realizzabile, e quindi
potenziali incrementi non decrescenti di consumo futuro.
Il modello di Romer consente di fornire una risposta ai dubbi sia teorici che
empirici legati all’analisi tradizionale della crescita esogena, basata sul ruolo
fornito dall’accumulazione di conoscenze learning by doing. Non è più necessario
che le varie economie ora convergano tutte sugli stessi tassi di crescita esogeni,
come previsto dal modello di Solow, ma ogni paese sperimenterà tassi di sviluppo
diversi legati alle decisioni dei propri consumatori relativamente a quanto capitale
investire per aumentare l’effetto di esternalità.
Ci sono comunque dei problemi anche con questo tipo di spiegazione. In
primo luogo, le differenze tra le nazioni più sviluppate e quelle in via di sviluppo
sono così forti che per essere spiegate in base alla diversa tecnologia a cui esse
hanno accesso occorrerebbe postulare un accumulazione di conoscenze troppo
diversa tra i paesi. Per rendere conto di tali differenze, sarebbe necessario
ammettere in base a questo modello che ad es. l’India adotta delle tecnologie nel
complesso più arretrate di quelle dei paesi europei di un ordine di grandezza di
alcuni secoli, ciò che è difficilmente sostenibile, dato che le tecnologie dopo un
certo tempo tendono comunque a diffondersi.
In secondo luogo, è proprio il processo inevitabile di diffusione delle
tecnologie a porre in linea di principio i limiti maggiori a questo tipo di
spiegazione. Se infatti le tecnologie sono incorporate nei beni capitali, la loro
diffusione sarà connessa ancora una volta al processo di circolazione di questi
ultimi e all’investimento estero da parte delle nazioni più ricche. Per quanto vi
siano alcuni limiti a questo processo, legati soprattutto alle condizioni di
affidabilità politico-istituzionale delle economie meno sviluppate, è difficile
affermare che tali limiti persistano nel tempo così a lungo da rendere conto dei
persistenti divari di sviluppo. Tanto più che le economie arretrate sono interessate
ed avvantaggiate dallo stesso investimento estero.
Per questi motivi principalmente, le esternalità legate al learning by doing non
sembrano sufficienti a spiegare le dinamiche della crescita, e perciò sono stati
sviluppati modelli, come quello di Lucas, in cui vi è una fonte alternativa di
crescita.


59




7. Crescita e capitale umano: il modello di Lucas

Consumo e capitale umano
Esamineremo ora un’altro dei principali e più noti modelli di crescita endogena,
quello sviluppato da Lucas nel 1988, e che pone al centro della dinamica
dell’economia la dinamica del capitale umano.
In effetti, il modello di Lucas si differenzia dall’analisi neoclassica
tradizionale proprio solo per l’aggiunta di questo particolare tipo di fattore di
produzione accumulabile. Il capitale umano può essere pensato come il livello di
abilità personale che caratterizza ciascun individuo: esso sarà dunque funzione, in
primo luogo, delle conoscenze che il lavoratore sarà stato in grado di accumulare
durante la sua vita; non solo: per accrescere e accumulare il capitale umano, sarà
necessario dedicare ad esso delle risorse. Tante più risorse personali (in genere di
tempo) un individuo dedica allo sviluppo capitale umano, tanto più grande sarà la
“quantità” di esso di cui potrà disporre in futuro.
E’ importante notare che la caratterizzazione che Lucas da’ al capitale umano
è senza dubbio particolare ed in qualche modo anche eccessivamente restrittiva.
Infatti, in questo prospettiva il capitale umano appare come un qualcosa che può
essere accresciuto solo dedicandovi tempo sottratto ad altre attività produttive; si
potrebbe pensare che il capitale umano cresce solo in funzione del tempo che
l’individuo dedica, poniamo, allo “studio”, tenendo conto che per studiare deve
sottrarre tempo ad altre attività (tempo libero e lavoro). Il capitale umano allora si
accrescerebbe secondo una dinamica opposta a quella del processo di learning by
doing di produzione delle conoscenze: in tal caso infatti la stessa esperienza del
lavorare porta ad un accrescimento di conoscenze che possono essere impiegate
per aumentare l’efficienza del lavoro. Nella visione di Lucas, il capitale umano
sarebbe invece caratterizzato da un processo di learning by not doing: il solo
tempo di formazione utile allo sviluppo di capitale umano è quello sottratto al
lavoro per essere dedicato allo “studio”: dall’esperienza lavorativa non si trae
arricchimento conoscitivo.
Se chiamiamo h(t) il capitale umano del singolo individuo al tempo t, queste
considerazioni possono essere riassunte in una legge dinamica di accumulazione
e/o produzione dl capitale umano nel tempo:

) (
2
l G h h
ζ
=
&
(34)

dove G’>0 e G(0) = 0, mentre
2
l è il tempo dedicato alla formazione di capitale
umano. Lucas impone che l’accumulazione del capitale umano sia caratterizzata
da rendimenti non decrescenti, ovvero che 1 ≥ ζ . Infatti, se fosse 1 < ζ il suo
modello non sarebbe in grado di generare crescita endogena.
La versione utilizzata della (34) è di tipo semplificato: si assume 1 = ζ e G
lineare:

60
2
l h h ρ =
&
(35)

con 0 > ρ . Il resto del modello segue le linee dello schema microfondato di Cass
– Koopmans. Si assume che le famiglie cerchino di massimizzare il flusso di
utilità nel tempo, ovvero l’integrale:

dt t N
c
e
t
) (
1
0
1

∞ −

|
|
.
|

\
|
−γ
γ
δ


scegliendo il livello di consumo c e il tempo di “studio”
2
l . E’ importante notare
che il tempo libero, cioè il tempo residuo rispetto al tempo dedicato al lavoro e
allo studio, è per Lucas un dato. Gli individui devono quindi solo scegliere come
ripartire il loro tempo per attività produttive tra studio e lavoro: una volta fissato
uno, l’altro è automaticamente determinato.
I vincoli a cui sono sottoposti i consumatori sono rappresentati dall’equazione
(35) e dalla condizione di ripartizione del prodotto complessivo tra consumi ed
investimenti:

( ) | | cN h hN l K K − − =
− φ β β 1
2
1
&


La funzione di produzione è quindi data da: ( ) | |
φ β β
h hN l K Y

− =
1
2
1 . Si nota
come l’output sia funzione del capitale umano individuale h, dato che esso agisce
come un fattore che incrementa la produttività del lavoro. Lucas aggiunge però
anche un altro effetto dovuto al capitale umano; un’esternalità nella produzione
rappresentata dal fattore
φ
h . h rappresenta il livello medio di capitale umano
dell’intera economia; dunque, la produzione non dipende solo dall’apporto dei
singoli al capitale umano, ma anche dalla quantità complessiva di quest’ultimo.
Tanto più grande il livello complessivo di capitale tanto più efficiente sarà la
produzione, dato che la produttività dei singoli sarà influenzata dal livello
generale di abilità che caratterizza il sistema.
Il ragionamento sviluppato da Lucas è in realtà molto semplice; il tasso di
crescita del capitale umano dipende positivamente da una decisione degli
individui: quanto tempo dedicare all’accumulazione di capitale umano stesso. A
sua volta, il tasso di crescita di quest’ultimo farà variare in maniera positiva il
tasso di crescita dell’output, dato che il capitale umano è un input. Quindi il tasso
di crescita dell’output dipenderà dalle decisioni degli individui in merito alla
ripartizione del tempo tra lavoro e formazione del capitale umano, ovvero
dipenderà dai parametri che governano queste scelte, e quindi sarà endogeno.
Come nota Solow (1994), il risultato della crescita endogena è in un certo senso
interamente già contenuto nell’equazione (35).
Il problema di ottimo dell’economia sarà dato da:

dt t N
c
e
t
l c
) (
1
max
0
1
,
2

∞ −

|
|
.
|

\
|
−γ
γ
δ
(36)
s.t. ( ) | | cN h hN l K K − − =
− φ β β 1
2
1
&

61

2
l h h ρ =
&


Ponendo come variabili di costato
1
λ e
2
λ per le due variabili di stato,
rispettivamente K e h, avremo l’Hamiltoniano:

( ) | | | |
2 2
1
2 1
1
) 1 (
1
hl cN h hN l K N
c
e H
t
ρ λ λ
γ
φ β β
γ
δ
+ − − +
|
|
.
|

\
|

=




e le condizioni di primo ordine:

1 1
0 λ λ
γ δ γ δ
= ⇒ = − =


− − − −
c e N N c e
c
H
t t
(37)
| | 0 ) 1 ( ) 1 (
2
1 1
2 1
2
= + − − − =


− − −
h h h N l K
l
H
ρ λ β λ
φ β β β β
(38)
| |
φ β β β β
β λ λ h h N l K
K
H
− − − −
− − = =



1 1 1
2
1
1 1
) 1 (
&
(39)
| |
2 2
1 1
2 1 2
) 1 ( ) 1 ( l h h N l K
h
H
ρ λ β λ λ
φ β β β β
− − − − = =



− − −
&
(40)
0 lim 0 lim
2 1
= =
∞ → ∞ →
h K
t t
λ λ

Ora, una volta determinate le condizioni di equilibrio, possiamo considerare h
come un endogena, e la possiamo porre pari ad h. In tal modo, dalla seconda
equazione otteniamo:

| |
2
1
2 1
) 1 (
) 1 (
λ
ρ
β
λ
β φ β β β
= −

− − −
h N l K (41)

Derivando nel tempo la prima equazione otteniamo: | |
t
e c c c
δ γ γ
γ δ λ
− − − −
+ − = &
&
1
1
;
ora deriviamo in t l’equazione (41):

{
}
1
1
2 1 2 1
1 1
2
2 1
1 1
2 1
1
2
1
2
) 1 ( ) ) 1 (( ) 1 ( ) 1 ( ) (
) 1 ( ) 1 (
) 1 (
λ λ β λ β φ
λ β λ β
ρ
β
λ
β φ β β β β φ β β β φ β β β
β φ β β β β φ β β β
& & &
& & &
− − − − − − − − −
− − − − − − − −
− + − − + − −
+ − + −

=
h N l K N h N l K h h N l K
l h N l K K h N l K

Ora eguagliamo questa espressione al valore di
2
λ
&
dato dalla
2
λ
&
=



h
H
;
dividiamo poi la risultante espressione per il termine
β φ β β β
β
− − −
− h N l K
1
2
) 1 ( , così
da ottenere infine un espressione nei tassi di crescita:

( )
β
ρ
β
β
β
β φ
φ β β β β
− =

+ − −

+

+
+ − − − −
n h N l K
h
h
l
l
K
K 1
1
1
1 1 1
2
1
2
2
& & &


62
dove n è il tasso esogeno di crescita della popolazione. Ricordando che il tasso di
crescita del capitale è dato da: ( )
K
N
c h N l K
K
K
− − =
+ − − − − φ β β β β 1 1 1
2
1
1
&
otteniamo
infine:

K cN n
h
h
l
l
/
1
1
2
2
+ −



− =
− β
ρ
β
β
β
β φ
& &


che possiamo anche esprimere in termini di
1
l , il tempo di lavoro, ricordando che
1
2 1
= + l l . Avremo:


1 1 1
) 1 (
) ( ) 1 (
l
K
N
c l
n
l

− −

+
− +
=
β
ρ β φ
β
β ρ
&


Con una procedura simile possiamo facilmente ottenere un’espressione per c& :

( ) | |c h N l K c δ β
γ
φ β β β β
− − =
+ − − − − 1 1 1
2
1
1
1
&

Il sistema di equazioni differenziali di equilibrio sarà dato da:

1 1 1
) 1 (
) ( ) 1 (
l
K
N
c l
n
l

− −

+
− +
=
β
ρ β φ
β
β ρ
&

( ) | |c h N l K c δ β
γ
φ β β β β
− − =
+ − − − − 1 1 1
2
1
1
1
& (42)
( ) | | cN h hN l K K − − =
− φ β β 1
2
1
&

) 1 (
1
l h h − = ρ
&


Ora, invece di concentrarci sullo studio della dinamica del sistema (42), per
individuarne le caratteristiche di stabilità locale, seguiremo l’impostazione di
Lucas e ci concentreremo sull’analisi dei tassi di crescita impliciti che questo
sistema genera; ciò consentirà comunque di arrivare a mettere in luce i principali
risultati in termini di crescita endogena.


I tassi di crescita
Lo scopo principale dell’analisi successiva sarà quello di individuare i tassi di
crescita delle variabili endogene che derivano dalle condizioni di ottimo
intertemporale del problema (36), ovvero i tassi di crescita del reddito, del capitale
fisico, del capitale umano e soprattutto del consumo. Mostreremo come tali tassi
di crescita siano tutti in funzione del tasso di crescita del consumo c c / & , che
rappresenterà pertanto la variabile cruciale del modello. Infine, mostreremo come
il tasso c c / & sia endogeno, ovvero dipenda, tra le altre cose, anche dai parametri
63
δ e γ . Quindi tutti i tassi di crescita di equilibrio dl modello dipenderanno dai
parametri che esprimo le preferenze dei soggetti, ovvero saranno endogeni.
Come nel modello di Romer, terremo conto solo dei tassi di crescita di stato
uniforme, ovvero considereremo solo quella situazione in cui i tassi di crescita di
tutte le variabili sono costanti nel tempo. Affinché ciò sia possibile è necessario
che il tasso di crescita di
1
l sia nullo; infatti, osservando la (35), notiamo come ciò
sia necessario per avere un tasso di sviluppo del capitale umano costante nel
tempo, e quindi un tasso di crescita costante per la altre due variabili.
Consideriamo la seconda equazione del sistema (42):

( ) | |c h N l K c δ β
γ
φ β β β β
− − =
+ − − − − 1 1 1
2
1
1
1
&

La possiamo scrivere così:

( ) | | δ β
γ
φ β β β β
− − =
+ − − − − 1 1 1
2
1
1
1
h N l K
c
c&


da cui:

( )
φ β β β β
β
δ γ
+ − − − −
− =
+
1 1 1
2
1
1
/
h N l K
c c&
(43)

Se assumiamo che il tasso di crescita del consumo sarà costante nel tempo, allora
anche il termine ( )
φ β β β β + − − − −

1 1 1
2
1
1 h N l K sarà costante nel tempo. Ora
consideriamo l’equazione di moto del capitale fisico:
( ) | | cN h hN l K K − − =
− φ β β 1
2
1
&
; la possiamo scrivere in termini del tasso di
crescita dello stesso:

( ) | |
K
N
c h hN l K
K
K
− − =
− − φ β β 1
2
1
1
&
, ovvero:
K
N
c
c c
K
K

+
=
β
δ γ / &
&


Nello stato uniforme avremo che anche il tasso K K /
&
sarà costante nel tempo.
Dunque, dato che
β
δ γ + c c / &
è costante, anche il termine cN/K sarà costante nel
tempo. Quindi lo possiamo derivare in t ed eguagliare il risultato a 0:

0 = − +
K
K
N
N
c
c
& &
&
ovvero: n
c
c
K
K
+ =
&
&


Ora prendiamo la (43), calcoliamone il logaritmo e deriviamolo nel tempo; nello
stato uniforme il termine
β
δ γ + c c / &
sarà costante e quindi il membro di sinistra si
annullerà. Alla fine otterremo:
64

n
h
h
l
l
K
K
) 1 ( ) 1 ( ) 1 ( ) 1 ( 0
1
1
β φ β β β − + + − + − + − =
& & &


Abbiamo visto come nello stato uniforme
1
l raggiunge il livello di steady state, e
quindi il suo tasso di crescita è nullo. Pertanto avremo:

n
h
h
K
K
) 1 ( ) 1 ( ) 1 ( β φ β β − + + − = −
& &


Ricordando che n
c
c
K
K
+ =
&
&
, alla fine otteniamo:

c
c
h
h &
&
) 1 (
) 1 (
φ β
β
+ −

= (44)

La (44) ci consente già di notare alcune cose importanti. In primo luogo, il tasso
di crescita del capitale umano
h
h
&
è, nello stato uniforme, minore del tasso di
crescita del capitale fisico. In secondo luogo, in assenza dell’esternalità sul
capitale umano, cioè quando 0 = φ , il tasso di crescita del consumo e quello del
capitale umano coincidono.
Ora calcoliamo i tassi di crescita delle due variabili di costato del problema
(36). In primo luogo, dalla (39) abbiamo che:

| | ) / (
1 1 1
1
1
1
1
c c h N l K &
&
γ δ β
λ
λ
φ β β β β
+ − = − =
+ − − − −
(45)

Ora, calcoliamo il logaritmo della (38) e deriviamolo in t:

1
1
1
1
2
2
) 1 ( ) 1 (
λ
λ
β φ β β β
λ
λ
& & & & & &
+ − + + − + − = + n
h
h
l
l
K
K
h
h


Usando la (45) e la (44), otteniamo un’espressione per
2
2
λ
λ
&
:

|
.
|

\
|
+ − − +
+ −
− −
+
|
.
|

\
|
+ =
c
c
n
c
c
c
c
n
& & &
&
γ δ β
φ β
β φ β
β
λ
λ
) 1 (
) 1 (
) )( 1 (
2
2


e quindi:

65
n
c
c
c
c
+
|
.
|

\
|
+ −
+ −
=
& &
&
γ δ
φ β
φ
λ
λ
) 1 (
2
2
(46)

Dalla condizione (40) sappiamo che:

| | ) 1 ( ) 1 (
1
1 1
1
2
1
2
2
l h N l K − − − − =
− − −
ρ β
λ
λ
λ
λ
β φ β β β
&
(47)

e dalla (38) sappiamo che:

| |
β φ β β β
β
ρ
λ
λ
− + − −

=
1 1
1
2
1
) 1 ( h N l K
h


Sostituendo questo valore del rapporto
2
1
λ
λ
nella (47), otteniamo:

ρ ρ ρ
λ
λ
− = − − − = ) 1 (
1 1
2
2
l l
&
(48)

A questo punto possiamo eguagliare la (46) e la (48):

n
c
c
c
c
+ |
.
|

\
|
+ −
+ −
= −
& &
γ δ
φ β
φ
ρ
) 1 (


e risolvere rispetto a c c / & :

| | n
c
c
+ −
− + −
+ −
= δ ρ
φ γ φ β
φ β
) 1 (
) 1 ( &
(49)

La (49) è il principale risultato del modello di Lucas: essa afferma che il tasso di
crescita ottimale (in stato uniforme) del consumo dipende dai parametri del
modello, inclusi quelli che rappresentano le preferenze: δ e γ . I tassi di crescita
delle altre variabili endogene del modello dipendono tutti da quello del consumo,
infatti è:

c
c
h
h &
&
) 1 (
) 1 (
φ β
β
+ −

=
n
c
c
K
K
+ =
&
&


per cui anche questi dipenderanno dai parametri δ e γ ; è questa la crescita
endogena.
66
La differenza qualitativa rispetto ai tradizionali modelli neoclassici risalta
soprattutto se consideriamo il tasso di crescita dell’output; Nel modello di Lucas
abbiamo:

K Nc Y
&
+ =

Considerando i logaritmi e derivando nel tempo, otteniamo:

K
K
n
c
c
Y
Y
&
& &
&
&
+ + = dove: n
c
c
K
K
+ =
&
&
& &


Quindi:

| |

+ −
− + −
+ −
+ = n n
Y
Y
δ ρ
φ γ φ β
φ β
) 1 (
) 1 (
2
&


il tasso di crescita del reddito dipende anche dai parametri delle preferenze degli
individui: è endogeno secondo terminologia discussa nella sezione precedente.
E’ importante notare come l’endogenità della crescita nel modello di Lucas
non sia dovuta precipuamente né alla considerazione dell’effetto di esternalità
legato al capitale umano, né alla rimozione dell’ipotesi di rendimenti costanti
6
,
quanto al fatto che il capitale umano è un ulteriore fattore accumulabile e il suo
livello deve essere deciso dagli individui tramite la scelta di
1
l . Infatti, se poniamo
0 = φ (ovvero assenza di esternalità), allora la funzione di produzione diventa
omogenea di grado 1 nel fattore complessivo “lavoro per capitale umano”, ma il
tasso di crescita del consumo diventa:

| | n
c
c
+ − = δ ρ
γ
1 &


che è ancora endogeno.
E’ infine interessante notare come il risultato di endogenità di questo modello
dipenda fortemente dall’ipotesi che il tempo libero dei consumatori è un dato e
non una variabile di scelta. Moscarini e De Santis (cfr. Solow 1994) hanno infatti
messo in luce come considerando anche la scelta del tempo libero, oltre a quella
del tempo di lavoro e di studio, il modello di Lucas genera dei tassi di crescita
esogeni esattamente uguali a quelli del modello standard neoclassico.








6
La funzione di produzione usata in questo modello ha rendimenti di scala crescenti per 1 ≥ φ .
67


8. Studi empirici sulla crescita

L’analisi empirica della crescita economica è un campo di studi che ha conosciuto
notevoli sviluppi dagli anni cinquanta in poi. Le finalità di questa analisi sono
molteplici; chiaramente tra le principali vi è il desiderio di capire le determinanti
causali del fenomeno della crescita, e recentemente anche quella di fornire
qualche metodo per validare o criticare le principali teorie contemporanee della
crescita.
Lo sviluppo delle analisi empiriche ha risentito fortemente sia del background
teorico che della disponibilità e della qualità dei dati, ed entrambi questi elementi
hanno subìto negli ultimi 50 anni significativi cambiamenti. In generale si può
specificare quali sono requisiti che un’indagine empirica del fenomeno della
crescita deve avere, in primo luogo riguardo alla natura dei dati numerici che essa
impiega. Come sottolinea Malinvaud (1998), essendo la crescita il principale
fenomeno di lungo periodo studiato dalla macroeconomia, occorre che i dati siano
rappresentativi di caratteri “strutturali” delle economie in questione: che riflettano
cioè una sintesi del loro comportamento profondo e dotato di elevata
“persistenza” nel tempo; comunque non alterato da fenomeni legati a fattori che
operano nel breve periodo, come il ciclo economico. Possono essere utilizzati a tal
fine due tipi di dati: se si considera una sola economia, serie storiche relative alle
variabili aggregate particolarmente lunghe, oppure, se si studiano più sistemi
economici, serie storiche delle stesse variabili meno lunghe ma relative ad un
elevato numero di paesi o aree. Nel primo caso, la più significativa raccolta di dati
aggregati di lungo periodo è quella realizzata da Angus Maddison (1982; 1991;
1995), in cui sono presenti serie storiche per i principali paesi industrializzati,
spesso per la durata di circa un secolo. Naturalmente i problemi relativi alla stima
di questi dati per i periodi iniziali sono davvero formidabili, e in tal caso il ricorso
ad ipotesi per determinare un valore preciso (per es. per il PIL per un periodo
molto addietro nel tempo) è necessario. Nel secondo caso, fino agli anni 60 non
era in effetti disponibile un data base accettabile; da quel periodo in poi però è
stato possibile realizzare una raccolta sufficientemente estesa (il Penn World
Table, PWT, di cui si dirà più avanti) che ha consentito molti studi econometrici.
Anche qui ci sono comunque problemi di affidabilità dei dati dovuti
principalmente all’accuratezza delle rilevazioni di contabilità nazionale di alcuni
paesi.
Pur con tutti i caveat che occorre segnalare, i dati numerici possono essere
impiegati in modi differenti nello studio delle caratteristiche empiriche del
fenomeno della crescita di lungo periodo. Un’elencazione sintetica ne può
enumerare sostanzialmente tre (Malinvaud 1998):

1) l’indagine storica
2) la “contabilità della crescita”
3) le regressioni econometriche su dati cross-country


68
L’indagine storica
L’indagine diretta delle caratteristiche storiche in senso generale è un area di
studio senza dubbio importante per un fenomeno con le caratteristiche della
crescita. I fenomeni di lungo periodo si prestano naturalmente ad essere indagati,
nei loro tratti empirici, secondo una prospettiva storica. Questa consente un grado
di approfondimento e di conoscenza degli aspetti specifici del processo di
evoluzione delle economie che un’analisi statistica basata su dati sintetici e in
genere fortemente aggregati non potrebbe certamente dare. Ciò si rivela
particolarmente utile se si considera che nel lungo periodo le influenze di
particolari caratteri del contesto economico di fondo possono ragionevolmente
avere un peso importante nel plasmare il percorso e i risultati di sistema
economico. Inoltre la specificità e il grado di approfondimento delle analisi
storiche consentono di cautelarsi efficacemente contro delle generalizzazioni
indebite od affrettate che potrebbero essere suggerite dalla semplice analisi diretta
dei dati numerici; queste potrebbero infatti rivelarsi ingannevoli e oscurare
fenomeni importanti, data la natura aggregata delle osservazioni. L’analisi
statistico-econometrica nasconde poi non pochi problemi e limitazioni di carattere
sia concettuale che operativo, a cui si accennerà più avanti. Ciò nondimeno,
l’analisi storica presenta anch’essa difetti tutti suoi. L’elevata capacità di
risoluzione consentita da questo approccio ha infatti come conseguenza il classico
problema della foresta e degli alberi. Spesso un’indagine approfondita delle
caratteristiche storiche dello sviluppo di un determinato paese o area economica
non consente agevolmente di enucleare ed evidenziare tratti di fondo comuni, nel
tempo o rispetto ad altre realtà geografiche, del fenomeno stesso. Se da un lato
l’analisi storica consente una critica minuziosa delle generalizzazioni affrettate,
per sua natura essa si rivela poco adatta alle generalizzazione tout court. E’
difficile formulare o avanzare in base allo studio storico ipotesi esplicative di
natura prettamente teorica: esso risulta non particolarmente adatto alla
elaborazione di generalizzazioni. Pertanto, anche il processo di validazione o
falsificazione di specifiche teorie risulta non sempre agevole o chiaro se ci si deve
basare solo o principalmente su questo approccio.


La contabilità della crescita
La contabilità della crescita costituisce in effetti uno dei primi tentativi di indagare
in modo sistematico il fenomeno della crescita economica con l’ausilio sia dei dati
che della teoria economica. I primi studi approfonditi in questo campo sono quelli
ben noti di Denison (1962) (le prime applicazioni si devono in effetti ad
Abramovitz 1950; e Solow 1957) e, sebbene nel corso del tempo questa
metodologia abbia mostrato i suoi limiti e sia stata ultimamente in qualche modo
spiazzata dal metodo delle regressioni econometriche, costituisce comunque un
importante metodo di indagine ancora in grado di essere utile
7
.
In pratica, la contabilità della crescita consiste nel tentativo di decomporre
il tasso di crescita dell’output nei tassi crescita di quelle variabili aggregate che
sono ritenute le determinati più vicine dell’output stesso. Successivamente è
possibile procedere cercando di ricondurre le determinati più vicine a quelle più
remote, ma questo può essere un problema assai complicato. Per effettuare la

7
Una discussione sul tema è in Griliches (1994).
69
decomposizione, si utilizza uno schema teorico ben preciso: quello della teoria
neoclassica (usualmente esogena) della crescita. I due punti partenza fondamentali
sono l’adozione di una funzione di produzione aggregata a rendimenti di scala
costanti ) , , ( t L K F Y = , sostanzialmente analoga a quella del modello di Solow, e
l’ipotesi che i fattori produttivi (K e L) ricevano una remunerazione pari alla loro
produttività marginale (concorrenza perfetta). Nella funzione di produzione, t
rappresenta il fatto che la funzione stessa possa variare nel tempo, cioè l’effetto
del progresso tecnico. In generale si adotta una versione con progresso tecnico
(Hicks) neutrale, cioè:

)) ( ), ( ( ) ( ) ( t L t K F t A t Y = (50)

dove A(t) è chiamata total factor productivity (TFP). Derivando nel tempo la (50)
si ottiene:

L
Y
AF
K
Y
AF
A
A
Y
Y
L K
& &
& &
|
.
|

\
|
+ |
.
|

\
|
+ =

Questa espressione può essere opportunamente convertita in:

L
L
L
Y
AF
K
K
K
Y
AF
A
A
Y
Y
L K
& & & &
|
.
|

\
|
+ |
.
|

\
|
+ =

e, in equilibrio generale, si ha che le produttività marginali
K
AF e
L
AF sono pari
ai prezzi dei fattori, cioè a r e w. Pertanto, i termini ) / ( Y K AF
K
e ) / ( Y L AF
L

rappresentano le quote distributive dei due input sul prodotto totale, che, dati i
rendimenti costanti, possono essere indicati con ) (t α e ) ( 1 t α − . Dunque si
ottiene:

( )
L
L
t
K
K
t
A
A
Y
Y
& & & &
) ( 1 ) ( α α − + + = (51)

La (51) rappresenta la decomposizione del tasso di crescita dell’output cercata:
esso è pari alla somma dei tassi crescita dei fattori di produzione (in analisi più
raffinate possono essere anche più di due) ponderata per la quota distributiva degli
stessi, più il contributo del progresso tecnologico alla produttività: A A/
&
, che
viene generalmente chiamato residuo (o anche residuo di Solow). Il tasso di
crescita dell’output e i due termini relativi al contributo alla crescita da parte dei
fattori sono empiricamente calcolabili, mentre ciò non è in generale possibile per
il residuo. Essendo:

( )
L
L
t
K
K
t
Y
Y
A
A
& & & &
) ( 1 ) ( α α − − − =

70
la (51) fornisce quindi un metodo per stimare (date le ipotesi) il contributo alla
crescita offerto dal progresso tecnico, o da quegli altri fattori di produzione che
non è agevole o possibile determinare in modo quantitativo.
Data la sua formulazione nel continuo la (51) è utile più da un punto di
vista teorico che pratico; nelle concrete applicazioni di contabilità della crescita
viene usualmente impiegata una versione nel discreto (cfr. Barro e Sala i Martin
1999, pag. 347):

( )
|
|
.
|

\
|
− −
|
|
.
|

\
|

|
|
.
|

\
|
=
|
|
.
|

\
|
+ + + +
t
t
t
t
t
t
t
t
L
L
t
K
K
t
Y
Y
A
A
1 1 1 1
ln ) ( ˆ 1 ln ) ( ˆ ln ln α α

Si considera dunque la differenza logaritmica come approssimazione per il tasso
di crescita istantaneo, e le quote distributive sono considerate come medie tra i
due periodi di riferimento: | | 2 / ) 1 ( ) ( ˆ + + = t t α α α .
I risultati delle principali analisi di contabilità della crescita mettono in
luce alcuni fenomeni interessanti (cfr. Barro e Sala i Martin, 1999). Nei paesi
industrializzati, per il periodo postbellico fino al 1973 la crescita della TFP è stata
assai alta: per molti paesi è stata vicina alla metà del tasso di crescita dell’output.
Le cose cambiarono dopo il 1973, in cui si verifica il cosiddetto productivity
slowdown: il tasso di crescita della TFP cade in modo sensibile dal 1960 al 1990
Nonostante si debba considerare il complessivo rallentamento della crescita del
prodotto in quel periodo, per molti paesi il tasso di crescita della TFP si assesta
intorno all’1,5%. Un altro dato interessante riguarda le cosiddette “tigri asiatiche”
(Corea, Singapore, ecc.)
8
: la loro crescita nel ventennio 70-90 è stata davvero
tumultuosa, ma la crescita della loro TFP è stata invece assai bassa; la maggior
parte del contributo all’espansione di quelle economie emergenti sembra
provenire dall’accumulazione del capitale e dall’impiego del lavoro.
In effetti sono molte le limitazioni che tale approccio, specie se lo si
considera come uno strumento applicativo di una determinata impostazione
teorica. In primo luogo tutta questa analisi empirica dipende sensibilmente dalle
ipotesi fatte sulla natura della tecnologia e sui mercati. Nel caso in cui non
valessero i rendimenti di scala costanti o la concorrenza perfetta, la contabilità
della crescita non sarebbe a rigore applicabile. Ad esempio, l’ipotesi di
concorrenza, implica che le quote distributive siano fissate in modo tale che la
remunerazione privata (di mercato) dei fattori sia uguale alla loro produttività
sociale. Ciò non è più vero in caso di esternalità, che possono giocare un ruolo
cruciale nella crescita – come evidenziato da alcuni modelli di crescita endogena.
Ma un’altra critica è forse ancora più pesante. La decomposizione del tasso di
crescita nelle sue determinanti assume implicitamente che queste siano
indipendenti l’una dall’altra e ciò appare particolarmente irrealistico. Soprattutto
se si considera un’analisi sufficientemente dettagliata della contabilità della
crescita in cui per esempio vengono separati i contributi dati dall’educazione (il
capitale umano). Si potrebbe argomentare che l’incremento nella qualità della
forza lavoro aumenta, accrescendone la produttività, anche i salari reali. Questi
poi potrebbero portare a maggiori tassi di risparmio che indurrebbero a maggior
accumulazione di capitale fisico. Dunque potrebbe essere difficile sostenere che la

8
Cfr Young (1992).
71
crescita del capitale fisico e dell’educazione siano indipendenti, e in tal caso
l’esercizio di contabilità della crescita sottostimerebbe il contributo dato
dall’educazione a favore di quello dato dal capitale fisico. Ad ogni modo questo
tipo di analisi si è anche concentrato su problemi importanti e strettamente
connessi ai più recenti sviluppi della teoria, come l’indagine sull’impatto dei
differenti livelli qualitativi di lavoro (e quindi alla questione importante e
connessa della quantificazione dei rendimenti dell’educazione) e dalle spese in
R&S dei paesi per cui questi dati sono disponibili.


Gli studi econometrici cross-country
Le limitazioni imposte dalle analisi empiriche basate sulla growth accounting
hanno in pratica determinato una diminuzione di interesse nei confronti del
problema della crescita da parte della maggioranza degli economisti per tutto il
ventennio che va’ dalla metà degli anni 60 alla metà degli anni 80. In effetti, a
determinare questo calo di interesse non è stata solo l’inadeguatezza della growth
accounting come strumento di validazione o critica della (allora) prevalente teoria
della crescita, ma, come notato in precedenza, anche le stesse limitazioni teoriche
dell’impostazione neoclassica di tipo “esogeno” hanno aggravato la situazione.
Nel corso di quel ventennio però è stato svolto un grande lavoro di raccolta
di dati, che ha premesso, proprio nella seconda metà degli anni 80, di mutare
sostanzialmente la situazione per quel che riguarda la disponibilità di data sets
utili all’analisi applicata. Inoltre, proprio all’inizio di questo periodo, compaiono i
primi lavori della “nuova” teoria della crescita. Questa fortunata coincidenza ha
giocato certamente un ruolo non trascurabile nel riaccendersi dell’interesse degli
economisti per i problemi macro di lungo periodo, che ha caratterizzato così
marcatamente gli ultimi quindici anni.
Ottenere un data set di grandezze macroeconomiche per un numero
sufficientemente grande di paesi è un compito davvero complesso e carico di
questioni sia metodologiche sia pratiche di non facile soluzione. Infatti occorre
che i dati per la varie economie siano comparabili tra loro, affinché possano essere
usati per analisi statistiche significative. In prima battuta si potrebbe essere tentati
di applicare alle varie grandezze macroeconomiche i tassi di cambio correnti per
ottenere le stesse grandezze in un'unica valuta rappresentativa (diciamo dollari).
Ciò però non è chiaramente valido in generale ai fini della comparabilità: non è
difficile notare come lo stesso ammontare di dollari acquisti panieri di beni
differenti in diversi paesi, ovvero come i tassi di cambio effettivi si discostino
usualmente dalla parità dei poteri d’acquisto (purchasing power parity: PPP). Per
ottenete dei tassi conversione adeguati occorre calcolare quindi dei veri e propri
indici di PPP per i vari paesi, usando una valuta speciale costruita in modo che
una sua unità acquisti lo stesso paniere di beni in tutti i paesi. Il Progetto ICP
(International Comparison Project) delle Nazioni Unite, varato negli anni ’60, era
dedicato proprio a questo fine, e grazie alla partecipazione di oltre 90 paesi è stato
possibile costruire questi indici di PPP. I dati così ottenuti sono stati poi incrociati
con quelli di contabilità nazionale delle varie economie da Summers e Heston
(1984; 1988; 1991; 1993), ottenendo così un data base, il PWT, contenente serie
storiche confrontabili relative a reddito reale, consumo e investimento privato,
72
spesa pubblica e popolazione per un centinaio di paesi e per un periodo che va’
dal 1959 al 1988.
La PWT è stata usata estesamente in questi ultimi anni per scopi e progetti
di ricerca applicata assai differenti. Tra questi vanno sicuramente menzionati due
in particolare: il confronto con i dati della teoria neoclassica esogena della crescita
e la questione della convergenza.


Crescita esogena ed evidenza empirica
Il più noto, e discusso, studio che si è occupato di confrontare le implicazioni
della teoria Soloviana della crescita con i dati cross-country PWT è sicuramente
quello di Mankiw, Romer e Weil (1992) (MRW). Nel loro lavoro, utilizzando un
procedura OLS standard, MRW hanno cercato in primo luogo di stabilire la
coerenza con i dati del modello di Solow discusso nella sezione 2. Una delle
implicazioni di quel modello era il valore di steady state del rapporto capitale-
lavoro effettivo. Utilizzando un funzione di produzione Cobb-Douglas, esso
risulta pari a | |
) 1 /( 1
) /( *
α
τ

+ + = g n s k . Sostituendolo nella funzione di produzione
espressa in termini procapite (Y/L), si ha: | |
) 1 /(
) /( ) ( * /
α α α
τ

+ + = = g n s t A Ak L Y ,
e usando i logaritmi:

) ln(
1
ln
1
ln
) (
) (
ln
0
τ
α
α
α
α
+ +



+ + =

g n s gt A
t L
t Y
(52)

MRW cercano in primo luogo di confrontare le predizioni di questo modello con i
dati PWT riguardo gli standard di vita, espressi appunto dal valore di steady state
del reddito procapite dato dalla (52). La specificazione del modello empirico
assume che i tassi crescita esogeni siano gli stessi per ogni paese, e che questi
ultimi differiscano solo per uno shock aleatorio nelle condizioni di partenza della
tecnologia (che riflettono guerre, eventi naturali, ecc.), cioè si assume che sia:
ε + = a A
0
ln , dove ε è l’errore normale. Ciò implica che i tassi di risparmio e
quelli di crescita della popolazione siano indipendenti da ε . Quindi viene in
effetti stimato il modello:

ε τ
α
α
α
α
+ + +



+ =

) ln(
1
ln
1 ) (
) (
ln g n s a
t L
t Y
(53)

su vari campioni (tre: uno comprendente tutti i paesi tranne quelli petroliferi, uno
con solo i paesi con dati affidabili e un altro solo per l’OCSE)
17
. I risultati portano
ad un buon fit: il valore
2
R corretto è intorno al 60%, mentre il coefficiente di
s ln è pari a circa 1,43. Il modello di Solow sembra quindi adattarsi bene ai dati,
ma in realtà è possibile una procedura di verifica più completa. Infatti, il modello

17
Il valore di τ è desunto in base a studi sull’economia USA ed posto pari a 0,03; quello per g
invece è desunto, coerentemente col modello di Solow, dal tasso di crescita medio del reddito
procapite del campione: 0,02. Inoltre vengono stimati due modelli: uno in cui i coefficienti per s e
per τ + + g n sono diversi e uno con lo stesso coefficiente.
73
di Solow fa anche delle previsioni sulla quota distributiva dei fattori. In questa
versione a due input, α corrisponde alla quota distributiva del capitale sul
prodotto. Un valore di 1,43 per il termine ) 1 /( α α − implicherebbe un valore di α
pari a circa 0,59. La maggior parte delle analisi empiriche sulla quota distributiva
portano però ad un risultato diverso: in genere tale quota è intorno ad 1/3 del
prodotto totale. Pertanto questo risultato viene considerato da MRW come una
evidenza contro il modello di Solow standard esemplificato dalla (53).
Gli autori hanno allora cercato di verificare un altro modello esogeno, in
cui vi sono tre fattori: capitale fisico, lavoro e capitale umano. Nonostante la
presenza del capitale umano, il modello è comunque esogeno, dato che il capitale
umano H(t) viene trattato come un normale input a produttività marginale
decrescente. Infatti il modello studiato è dato dalla funzione di produzione:

β α β α − −
=
1
)) ( ) ( ( ) ( ) ( ) ( t L t A t H t K t Y

che implica delle equazioni dinamiche per l’accumulazione dei due input K/AL e
H/AL simili a quelle di Solow, dato che il capitale umano si accumula nel tempo
con processo analogo a quello del capitale fisico e con uno stesso tasso di
ammortamento. Le equazioni dinamiche sono

h g n y s h
k g n y s k
h
k
) (
) (
τ
τ
+ + − =
+ + − =
&
&
(54)

dove 1 < + β α e
k
s e
h
s sono i tassi di risparmio delle due forme di capitale; si
tratta in sostanza di un modello di Solow “esteso”, dotato di tutte le caratteristiche
qualitative dell’originale. E’ immediato calcolare dalle (54) i valori di steady state
di k e h:

β α
β β
τ
− −

|
|
.
|

\
|
+ +
=
1
1
1
*
g n
s s
k
h k
;
β α
α α
τ
− −

|
|
.
|

\
|
+ +
=
1
1
1
*
g n
s s
h
h k


Questi valori possono essere sostituiti nella funzione di produzione per ottenere lo
standard di vita di lungo periodo, e usando la stessa specificazione del modello
(53) si ottiene:

ε τ
β α
α β
β α
β
β α
α
+ + +
− −
+

− −
+
− −
+ =

) ln(
1
ln
1
ln
1 ) (
) (
ln g n s s a
t L
t Y
h k
(55)

che viene effettivamente stimata
18
. In questo caso i risultati sono nettamente
migliori di quelli del modello (53): si ottiene un
2
R corretto addirittura pari
all’80% circa, e il valore di α implicato dai coefficienti della regressione è

18
Come proxy per il saggio di risparmio del capitale umano MRW usano la percentuale della
popolazione in età di lavoro che frequenta la scuola secondaria sul totale della popolazione.
74
proprio intorno a 0,3 per i due campioni estesi
19
. MRW concludono che i dati
rifiutano una semplice versione del modello di Solow mentre offrono sostegno ad
una sua versione (sempre esogena) estesa con il capitale umano
20
.


La convergenza
Un’altra importante conclusione teorica del modello neoclassico tradizionale
riguarda la convergenza. Come già messo in luce sopra, il modello di Solow non
implica in effetti una tesi forte di convergenza. Ogni paesi tenderà a convergere
verso il suo steady state, ma lo steady state di una particolare economia può ben
essere diverso da quello di un’altra. E’ sufficiente che i due sistemi abbiano dei
tassi n, g o s diversi. La tesi secondo cui tutte le economie dovranno comunque
convergere ad uno stesso steady state viene detta convergenza assoluta, mentre la
tesi secondo cui si ha convergenza verso uno steady state comune solo per quei
gruppi di economie con caratteristiche comuni (cioè, ad esempio, n, g e s uguali),
viene detta convergenza condizionata. Ad ogni modo, sia che si tratti di
convergenza assoluta che condizionata, entrambi i concetti si riferiscono all’idea
che un gruppo di economie tenda a muoversi nel tempo verso un comune valore di
equilibrio finale. Tale processo è legato alla distanza dal punto di partenza: i paesi
che partono da livelli più bassi di reddito procapite sperimentano tassi di crescita
più elevati di quelli che partono da situazioni di ricchezza maggiore. Questo
concetto viene indicato in gemere come β -convergenza. Un altro concetto di
convergenza spesso discusso nella teoria della crescita riguarda invece la tendenza
alla riduzione della variabilità del livello del reddito procapite nel tempo, sempre
per un gruppo di paesi. Questo fenomeno viene detto invece σ -convergenza, e
non va’ confuso con il precedente.
La β -convergenza è stata a lungo studiata nelle analisi empiriche della
crescita. In questo caso si cerca usualmente di vagliare un modello del tipo:

it t i t i
y b a y ε + − + =
−1 , ,
ln ) 1 ( ln (56)

che può anche essere espresso come:

it t i t i t i
y b a y y ε + − = −
− − 1 , 1 , ,
ˆ ln ˆ ln ˆ ln (57)

dove
t i t i t i
L Y y
, , ,
/ ˆ = è il reddito procapite dell’economia i al tempo t. Se vi è
convergenza verso un comune steady state per il gruppo di economie, allora il
coefficiente b (usualmente indicato come β , da cui prende il nome questo tipo di
convergenza) deve essere positivo e minore di 2. Le analisi empiriche condotte su
questo modello
21
hanno sempre smentito la presenza di β -convergenza assoluta.
Ad esempio, Barro e Sala i Martin (1999) notano che per il campione PWT

19
Per i paesi OCSE invece è pari a 0,14.
20
Un’esposizione accurata di alcune delle principali problematiche metodologiche del lavoro di
MRW è contenuta nel primo capitolo di Favero (1996).
21
Tra le prime analisi su questo filone va’ ricordata quella di Baumol (1986), discussa
approfonditamente e criticamente da DeLong (1988).
75
completo, costituito da 118 paesi, il modello (57) da’ un b leggermente negativo, e
comunque l’analisi non consente di rigettare l’ipotesi di 0 ≠ b . Le cose stanno in
maniera diversa se si considerano campioni di paesi diversi, in qualche modo più
omogenei. Sempre Barro e Sala i Martin (1999) osservano che per i 20 paesi
OCSE il modello (57) da’ un parametro b significativamente positivo. Le cose
sono più a favore della β -convergenza se si considerano non paesi diversi ma
regioni diverse all’interno di un stessa nazione, come gli Stati continentali degli
USA
22
: in questo caso si ha un valore assai significativo di b pari a 0,017; la
convergenza in questo caso è sicuramente presente ma piuttosto “debole” (b è
piccolo).
Dunque la conclusione è che appare convergenza forte per campioni di
economie “omogenee” mentre non c’è lo stesso tipo di convergenza a livello più
ampiamente internazionale. Ci si può però chiedere se valga invece una qualche
forma di β -convergenza condizionata a livello internazionale. La risposta più
nota a questa domanda viene ancora dall’articolo di MRW (1992). In quel lavoro
viene infatti presentata anche un’analisi della convergenza condizionata del
modello di Solow esteso (53). Tale modello consente di formulare delle
conclusioni quantitative sulla convergenza, cioè sul valore di b delle (56)-(57). Si
può dimostrare che una linearizzazione intorno allo steady state del modello di
Solow esteso genera l’equazione:

| | * ˆ ln ) ( ˆ ln
) ( ˆ ln
y t y
dt
t y d
− − = λ (58)

dove L Y y / ˆ = e * ˆ y è il valore di steady state. Il parametro
) 1 )( ( β α τ λ − − + + = g n indica la velocità della convergenza. La soluzione della
(58) è data da:

0
ˆ ln * ˆ ln ) 1 ( ) ( ˆ ln y e y e t y
y t λ λ − −
+ − = (59)

dove
0
ˆ y è il valore del reddito procapite ad una qualche data iniziale 0. Se nella
(59) si sostituisce il valore di steady state dato dalla (55) otteniamo:

0
0
ˆ ln ) 1 ( ) ln(
1
) )( 1 (
ln
1
) 1 (
ln
1
) 1 (
ˆ ln ) ( ˆ ln
y e g n
e
s
e
s
e
y t y
t
t
h
t
k
t
λ
λ
λ λ
τ
β α
β α
β α β α


− −
− − + +
− −
+ −

+
− −

+
− −

= −
(60)

Il tasso di crescita dell’output è funzione delle determinanti dello steady state e
del livello iniziale del reddito
0
ˆ y . La (60) mostra come la tesi sulla convergenza
condizionata possa essere testata; anche MRW (usando i dati PWT) trovano che la
convergenza assoluta non è supportata dai dati: la stima di un modello analogo a
quello della (57) dà un b pari a 0,094 per il primo campione (non-oil) e a –0,0042

22
Barro e Sala i Martin (1999) calcolano una regressione del tasso di crescita (in logaritmi) medio
del reddito procapite dei vari stati nel periodo 1880-1990 contro il suo valore iniziale.
76
per il campione intermedio, il valore di λ implicato è pari a –0,0036 e 0.00017;
l’
2
R è però quasi zero in entrambi i casi. Risultati diversi si ottengono stimando
un modello del tipo (60), cioè controllando per le determinanti dei diversi steady
states: il tasso di risparmio del capitale fisico, quello del capitale umano e
) ln( τ + + g n . In tal caso si ha che i coefficienti delle variabili esplicative hanno i
segni indicati dalla teoria, e si ottiene un valore di λ che varia tra 0,014 e 0,018
per i due campioni; inoltre l’
2
R mostra dei soddisfacenti valori intorno al 50%.
Dunque un modello di Solow esteso con il capitale umano offrirebbe anche una
buona spiegazione del processo di convergenza condizionata della crescita
economica dei vari paesi. Questi risultati sono spesso stati usati come evidenza a
favore della teoria della crescita esogena contro quella endogena; infatti i modelli
endogeni (come il modello AK di Romer 1986) non predicono forme di
convergenza di nessun tipo tra i paesi: i tassi di crescita del reddito possono
mantenersi stabilmente diversi tra i vari sistemi.
Senza specificare esplicitamente il framework teorico utilizzato, sono state
poi fatte molte regressioni che includono tutta una serie di parametri ritenuti
importanti per la crescita (vengono di solito indicate come “Barro regressions”, di
cui un buon esempio è dato dallo studio in Barro e Sala i Martin 1999, Cap. 12).
Tipici regressori usati in questi studi sono, oltre a quelli dell’equazione (60),
misure dell’instabilità politica, il black-maket premium sullo scambio estero come
misura della distorsione indotta sui mercati (cioè le particolari restrizioni sui tassi
di cambio imposte dalle autorità), la spesa pubblica, i terms of trade, le aliquote
fiscali sui beni capitali, ecc.
Riguardo alla σ -convergenza, occorre in primo luogo esplicitare le
relazioni che questo concetto intrattiene con quello della β -convergenza. Tale
relazione è stata esplicitata da Furceri (2005), che mostra i nessi di causalità tra
σ -convergenza e β -convergenza. Considerando il modello (56), si può calcolare
la dispersione del reddito tra le varie economie al tempo t, usando la varianza
campionaria (cfr. anche Barro e Sala i Martin 1999):

| |
2
1
,
ˆ ln
1

=
− =
N
i
t t i t
m y
N
D

dove N è il numero di economie e
t
m è la media del reddito procapite al tempo t
per il campione. La σ -convergenza si ha quando la dispersione del reddito
procapite
t
D decresce nel tempo:

t t
D D <

o anche: 0 > −
+τ t t
D D (61)

cioè, dopo un certo intervallo di tempo 0 > τ comunque scelto, la varianza del
reddito tra i paesi è diminuita rispetto a quanto registrato nel momento iniziale t.
Riformuliamo ora il modello (57) della β -convergenza in questo modo:

it t i t i t i
y b a y y ε
τ
+ − = −
+ , , ,
ˆ ln ˆ ln ˆ ln (62)

77
E’ del tutto analogo al (57), solo che si considera un lag temporale generico
0 > τ , eventualmente maggiore di 1. Data la linearità del modello (62), e
considerando la differenza
t i t i
y y
, ,
ˆ ln ˆ ln −

come un'unica variabile, sappiamo che
una buona stima campionaria del parametro b è data da:

( ) | |
( )
t i
t i t i t i
y
y y y
b
,
, , ,
ˆ ln var
ˆ ln , ˆ ln ˆ ln cov −
− =


ovvero da:

( ) | || | { }
| |



− − − − −
=
+ +
i
t t i
i
t t i t t t i t i
N m y
N m y m m y y
b
/ ˆ ln
/ ˆ ln ˆ ln ˆ ln
2
,
, , , τ τ


Il segno di b dipende dal segno della grandezza a numeratore, che possiamo
scrivere come: ( )( ) ( )( ) { } N m y m y m y m y
i
t t i t t i
i
t t i t t i
/ ˆ ln ˆ ln ˆ ln ˆ ln
, , , , ∑ ∑
− − − − − −
+ + τ τ
.
Ricordando che : | |
2
1
,
ˆ ln
1

=
− =
N
i
t t i t
m y
N
D , il numeratore diventa pari a:

( ) ( ) | |
t t i t i
D y y b + − =
+ , ,
ˆ ln , ˆ ln cov sgn sgn
τ
(63)

Dalla statistica di base, possiamo usare la formula per la varianza di una
differenza di variabili, che implica:

( ) ( )
t t t i t i t i t i
D D y y y y − − − = −
+ + + τ τ τ , , , ,
ˆ ln ˆ ln var ˆ ln , ˆ ln cov 2 (64)

Sostituendo la (64) nella (63), si ottiene:

( ) ( ) | |
t i t i t t
y y D D b
, ,
ˆ ln ˆ ln var sgn sgn − + − =
+ + τ τ
(65)

Un confronto diretto della (65) con la (61) evidenzia che:

i) ogni qualvolta c’è σ -convergenza ( 0 > −
+τ t t
D D ), c’è anche β -
convergenza;

ii) ci può essere β -convergenza anche se non c’è σ -convergenza (cioè se
0 < −
+τ t t
D D ); basta che ( )
t i t i
y y
, ,
ˆ ln ˆ ln var −

sia abbastanza grande.

Dunque la σ -convergenza è solo condizione sufficiente per la β -convergenza.
All’opposto, la presenza della β -convergenza è condizione necessaria per avere
σ -convergenza: infatti, in base alla (65) non è possibile che sia 0 < b e
contemporaneamente 0 > −
+τ t t
D D . Osservando la (65) si nota che per avere un
calo della dispersione del reddito (cioè 0 < −
+τ t t
D D ) in genere b dovrà essere
78
abbastanza grande, e la dispersione tra i valori iniziali e finali del reddito (cioè
( )
t i t i
y y
, ,
ˆ ln ˆ ln var −

) dovrà essere piuttosto piccola.
Gli studi sulla σ -convergenza danno di solito risultati meno netti di quelli sulla
β -convergenza: emerge una certa tendenza alla riduzione della dispersione del
reddito procapite soprattutto a livello delle aree economiche maggiormente
integrate, ma vi sono anche episodi di sensibili allontanamenti da questa tendenza.


Critiche alle analisi econometriche cross-country
Gli studi sulle regressioni cross-country sono stati oggetto di approfondite
discussioni, anche di taglio critico. I principali problemi attribuiti a questo
approccio sono sia di natura metodologica che concettuale; tra i più dibattuti (cfr.
Temple 1999) si possono menzionare la questione degli effetti non osservabili
legati alle differenze nei livelli iniziali della tecnologia, la difficoltà di ipotizzare
un sostrato comune per i vari paesi, il problema degli outliers, e quello
dell’incertezza sul modello. Vi sono poi questioni rilevanti legate all’errore di
misurazione, all’endogenità e alla correlazione dell’errore.
Il primo problema è quello del potenziale ruolo degli effetti non
osservabili. Il modello MRW sintetizzato dalla (55) implica che il livello del
reddito procapite di lungo periodo risenta in realtà del valore iniziale del
parametro
0
A , cioè del livello iniziale della tecnologia; tale variabile non è
chiaramente osservabile e pertanto è in effetti omessa nella regressione. Come
accade di solito in questi casi, se la variabile omessa è correlata con gli altri
regressori, è possibile che questi risultino distorti. Non è irragionevole ipotizzare
che le economie meno efficienti (con un
0
A piccolo) siano anche caratterizzate da
tassi di risparmio e investimento minori, e simili correlazioni potrebbero valere
anche per gli altri regressori nella (55).
Un altro importante problema è quello della eterogeneità dei parametri
nella (55) (o anche nella (60)). L’approccio MRW assume infatti che tutti i paesi
in oggetto siano caratterizzati da un sostrato comune, identificabile nella forma
generale della funzione di produzione Cobb-Douglas (aumenta col capitale
umano). Ma chi assicura che paesi molto diversi tra loro possano condividere in
maniera così forte un sostrato comune come quello ipotizzato? Per affrontare
questo problema sono stati utilizzati recentemente varie tecniche statistiche (cfr.
ad esempio Durlauf e Quah 1998, Durlauf e Johnson 1995), ma la migliore
soluzione sembrerebbe quella di aspettare la disponibilità di serie storiche più
lunghe di tipo Panel su cui applicare analisi appropriate. Problemi analoghi sono
posti dalla possibile presenza di outliers, cioè di unità (paesi) con comportamenti
di crescita molto differenti; in tal caso sarebbe particolarmente indicata l’adozione
di tecniche diverse dagli OLS.
E’ stato notato come la significatività statistica delle variabili esplicative
impiegate nelle regressioni cross-country dipenda in realtà dalla scelta delle
variabili esplicative stesse. Quando si cambia l’insieme delle variabili considerate,
la significatività di alcune di esse può ridursi notevolmente. Ciò implica la
presenza di forte incertezza riguardo la specificazione e la forma del modello.
Levine e Renelt (1992) sono stati tra primi a condurre uno studio di questo
problema cercando di determinare la robustezza di alcune correlazioni.
79
Gli ultimi punti problematici riguardano l’endogenità, la presenza di errori
di misurazione e la correlazione degli errori. La questione dell’endogenità è in
effetti seria per le regressioni cross-country. E’ verosimile che molte variabili
usate come regressori in modelli del tipo (60) possano in realtà essere causalmente
legate alle variabili endogene. Ad esempio non è difficile argomentare che il
livello medio dell’investimento (usato per misurare
k
s ) è sia causa della crescita
del reddito sia causato dal tasso di crescita di quest’ultimo. Generalmente, per
limitare il problema della simultaneità si impiegano variabili esogene nei loro
livelli iniziali, oppure si usano variabili ritardate. Ad ogni modo questo non
sempre riduce le potenziali difficoltà. Riguardo alla questione degli errori di
misurazione nei dati, occorre dire che data sets come il PWT sono certo soggetti a
questo potenziale problema, che nello specifico potrebbe essere assai dannoso per
l’intero esercizio. La strategia migliore per affrontare la questione potrebbe essere
duplice: o cercare di isolare le variabili particolarmente soggette ad errori di
misurazione, o applicare tecniche specifiche per valutare la sensibilità dei risultati
all’errore di misurazione stesso. Infine, è stato a volte notato come i disturbi
impiegati nelle regressioni possano non essere distribuiti indipendentemente, ma
correlati, un problema che potrebbe essere legato a quello delle variabili omesse.
In effetti spesso accade che l’aggiunta di una dummy regionale aggiunga molto
potere esplicativo alla regressione. Si tratta certo di un problema che merita
analisi ulteriori.






9. Conclusioni

I modelli esaminati in questa breve introduzione suggeriscono come la questione
centrale posta dalla nuova teoria della crescita sia strettamente legata alla
produttività marginale del capitale e alla natura di equilibrio generale dei modelli
stessi.
Infatti, nel quadro di equilibrio, la produttività marginale del capitale coincide
con il livello medio del saggio di profitto, ed è quest’ultimo che costituisce lo
stimolo finale ad investire. Il vincolo di bilancio dinamico comune a tutti questi
modelli (sia quelli neoclassici che quelli di crescita endogena) è c rk w k − + =
&
;
perciò, tanto più alto è il saggio di profitto r, tanto più elevato sarà l’investimento
k
&
e quindi tanto più sostenuta la dinamica del sistema. Un elevato saggio di
profitto consente infatti, tramite l’aumento della capacità produttiva legata
all’accumulazione, aumenti dei consumi futuri, ed il consumo è l’unica variabile
a cui gli individui sono direttamente interessati (l’unica che compare nel loro
funzionale obiettivo).
Nei modelli neoclassici, la produttività marginale del capitale diminuiva nel
tempo, e quindi faceva cadere anche il saggio di profitto, riducendo pertanto lo
stimolo ad investire. E’ per questo motivo che il sistema, dopo un necessario
periodo di aggiustamento, si adagiava su uno steady state in cui l’unico impulso
80
dinamico dato all’economia proveniva dai fattori esogeni come la crescita
demografica. I modelli di base della nuova teoria della crescita cercano tutti di
superare questo problema agendo sul saggio di profitto e quindi sullo stimolo ad
investire; è in vista di questa finalità teorica che nei modelli come quello di Romer
e di Lucas la produttività del capitale viene modificata in vario modo.
Chiaramente, se agire sul nesso saggio di profitto-produttività del capitale è
una condizione sufficienti per ottenere una crescita di tipo endogeno, non è detto
che ciò sia l’unico modo. Occorre infatti ricordare che i modelli fin qui mostrati
sono tutti analisi di equilibrio, in cui si assume piena occupazione del lavoro in
ogni istante di tempo. Spingendosi fuori da quest’impostazione è certo possibile
ottenere risultati diversi da quelli neoclassici. Non a caso, le più recenti correnti di
analisi nella teoria della crescita endogena si sono spinte verso tematiche quali il
ruolo del sistema finanziario, del conflitto distributivo e del commercio estero
nella crescita economica.
Per quel che concerne gli studi empirici, i notevoli progressi compiuti negli
ultimi quindici anni grazie alla possibilità di effettuare studi cross-country
sembrano aver raggiunto un livello ormai “stazionario”. Come accennato nella
sezione 7, la moltitudine di lavori in questo campo ha stimolato un approfondito
dibattito critico e metodologico, e i lavori su questi ultimi due aspetti dell’analisi
costituiscono forse la quota maggiore dei contributi attualmente offerti. La
copiosità e il livello di approfondimento delle critiche alle regressioni cross-
country potrebbero far pensare che si tratti di un filone di ricerca ormai
sostanzialmente esaurito, ma occorre notare che in effetti le metodologie
alternative non offrono un approccio inequivocabilmente migliore allo studio
empirico (o alla verifica delle teorie) della crescita. Ad esempio, l’impiego delle
metodologie delle serie storiche appare non soddisfacente per questo tipo di
fenomeni: le caratteristiche di serie storica sembrano sostanzialmente legate agli
aspetti di breve periodo dei fenomeni macroeconomici, come le fluttuazioni, e
quindi non utili allo studio degli aspetti genuini di lungo periodo delle economie
(cfr. Temple 1999). D’altronde, le analisi cross-country meglio condotte hanno
effettivamente consentito di evidenziare alcuni fenomeni nuovi e importanti su cui
c’è un consenso sufficientemente vasto. Ad esempio è accettato ormai che i
rendimenti del capitale fisico sono decrescenti, in accordo con la teoria
neoclassica nella versione di Solow. C’è anche consenso sul fatto che le spese in
investimenti infrastrutturali fatte dallo Stato hanno una robusta correlazione
positiva con la crescita; infine, uno dei risultati più interessanti è la robusta
correlazione negativa più volte riscontrata tra gli indici di disuguaglianza
economica e la crescita del reddito.










81
BIBLIOGRAFIA


Abramovitz M. (1950) Resources and Output Trends in the United States Since
1870, American Economic Review 46, pp. 5-23.

Aghion P. Howitt P. (1992) A Model of Growth through Creative Destruction,
Econometrica, 60, pagg. 323-351.

Arrow K. (1962) The Economic Implications of Learning by Doing, Review of
Economic studies, 29, pagg. 155 – 173.

Barro R. Sala I Martin X. (1999) Economic Growth. Cambridge, MIT Press.

Baumol W. (1986) Productivity Growth, Convergence and Welfare, American
Economic Review 76, pp. 1072-1085.

Blanchard O. Fischer S. (1989) Lezioni di Macroeconomia. Bologna, il Mulino.

Cass D. (1965) Optimum Growth in an Aggregative Model of Capital
Accumulation, Review of Economic Studies, 32, pagg. 233-240.

DeLong B. (1988) Productivity Growth, Convergence and Welfare: Comment,
American Economic Review 78, pp. 1138-1145.

Denison E. (1962) The Sources of Economic Growth in the United States and the
Alternative Before Us. New York, Committee for Economic Development.

Denison E. (1974) Accounting for United States Economic Growth, 1929-1969.
Washington, The Brooking Institution.

Diamond P. (1965) National Debt in a Neoclassical Growth Model, American
Economic Review, 65.

Domar E. (1946) Capital Expansion, Rate of Growth and Employment,
Econometrica, 14, pagg. 137-147.

Dougherty C. (1991) A Comparison of Productivity and Economic Growth in the
G-7 Countries, non pubblicato, Harvard University.

Durlauf S. Johnson P. (1995) Multiple Regimes and Cross-country Growth
Behaviour, Journal of Applied Econometrics, 10, pp. 365-384.

Durlauf S. Quah D. (1998) The Empirics of Economic Growth, CEP discussion
paper n. 348.

Favero C. A. (1996) Econometria. Modelli e Applicazioni in Macoreconomia.
Roma, Carocci.
82

Furceri D. (2005) β and σ -convergence: A mathematical relation of causality,
Economics Letters, 89, pp. 212-215:

Griliches Z. (1994) The Residual: Past and Present: A personal View, mimeo,
Harvard University.

Harrod R. (1939) An Essay in Dynamic Theory, Economic Journal, 49, pagg. 14-
33.

Impicciatore G. (2000), Equilibrio economico generale, tempo e incertezza,
Padova, CEDAM.

Jones L. Manuelli R. (1990) A Convex Model of Equilibrium Growth. Theory
and Policy Implications, Journal of Political Economy, 58, pagg. 1008-1038.

Kaldor N. (1963) Capital Accumulation and Economic Growth, in Lutz F. e
Hague D. (eds.) Proceedings of Conference Held by the International Economic
Association. Amsterdam, North Holland.

King R. Rebelo S. (1990) Public Policy and economic Growth: developing
Neoclassical Implications, Journal of Political Economy, 98, pagg. 126-150.

Koopmans T. (1965) On the Concept of Optimal Economic Growth, in The
Economic Approach to Development Planning. Amsterdam, North Holland.

Kurz H. Salvadori N. (1998) The 'New' Growth Theory: Old Wine in New
Goatskins, in Coricelli F. Di Matteo M. Hahn F. H. (Eds.) New Theories in
Growth and Development, London, Macmillan.

Levine R. Renelt D. (1992) A Sensitivity Analysis of Cross-country Growth
Regressions, American Economic Review 82, pp. 942-963.

Lucas R. (1988) On the Mechanism of Economic Development, Journal of
Monetary Economics, 22, pagg. 3-42.

Maddison A. (1982) Phases of Capitalist Development. Oxford, Oxford
University Press.

Maddison A. (1991) Dynamic Forces in Capitalist Development. Oxford, Oxford
University Press.

Maddison A. (1995) Monitoring the World Economy. Parigi, OECD.

Malinvaud E. (1998) Macroeconomic Theory Amsterdam, Elsevier

Mankiw G. Romer D. Weil D. (1992) A Contribution to the Empirics of
Economic Growth, Quarterly Journal of Economics, pp. 407-437.
83

Marx K. (1989) Il Capitale. Roma, Editori Riuniti.

Musu I. Cazzavillan G. (1997) Introduzione alla Teoria della Crescita
Endogena. Roma, Laterza.

Quah D. (1993) Galton’s fallacy and Tests of the Convergence Hypothesis,
Scandinavian Journal of Economics 95, pp. 427-443.

Ramsey F. P. (1928) A Mathematical Theory of Saving. Economic Journal, 38,
pagg. 543-549.

Ricardo D. (1976) Sui Principi dell’Economia Politica e della Tassazione.
Milano, Mondadori.

Rodano G. (1997) Lezioni sulle Teorie della Crescita e sulle Teorie del Ciclo.

Romer D. (1996) Advanced Macroeconomics. New York, Mc Graw – Hill.

Romer P. (1986) Increasing Returns and Long Run Growth, Journal of Political
Economy, 94, pagg. 1002-1037.

Rosenberg N. (1982) Inside the Black Box. Technology and Economics.
Cambridge, Cambridge University Press. Traduzione italiana: Dentro la Scatola
Nera. il Mulino, Bologna, 1991.

Samuelson P. (1958) An Exact Consumption-Loan Model of Interest without the
Social Contrivance of Money, Journal of Political Economy, 66.

Schumpeter J. (1964) Business Cycles. A Theoretical, Historical and Statistical
Analysis of the Capitalist Process. McGraw – Hill. Traduzione italiana: Il
Processo Capitalistico. Bollati Boringhieri, Torino, 1977.

Solow R. (1956) A Contribution to the Theory of Economic Growth, Quarterly
Journal of Economics, 70, pagg. 65-94.

Solow R. (1957) Technical Change and the Aggregate Production Function,
Review of Economic and Statistic 39, pp. 312-320.

Solow R. (1994) Lezioni sulla teoria della crescita endogena. Roma, NIS.

Summers R. Heston A. (1984) Improved International Comparisons of Real
Product and its Compositions: 1959 – 1980, Review of Income and Wealth, 30,
pagg 207-262.

Summers R. Heston A. (1988) A New set of International Comparisons of Real
Product and Price Levels: Estimates for 130 Countries, 1950-1985 , Review of
Income and Wealth, 34, pagg 1-25.
84

Summers R. Heston A. (1991) The Penn World Table (Mark 5): an Expanded set
of International Comparisons: 1950 – 1988, Quarterly Journal of Economics,
106, pagg 327-368.

Summers R. Heston A. (1993) The Penn World Tables Version 5.5, disponibile
presso il National Bureau of Economic Research, Cambridge MA.

Swan T. (1956) Economic Growth and Capital Accumulation, Economic Record,
32, pagg. 334-361.

Temple J. (1999) The New Growth Evidence, Journal of Economic Literature 37.

Young A. (1992) A Tale of Two Cities: Factor Accumulation and Technical
Change in Hong Kong and Singapore. In Blanchard e Fischer (eds.) NBER
Macroeconomics. Cambridge MIT Press.

Young A. (1994) The Tyranny of Numbers: Confronting the Statistical Realities
of the East Asian Growth Experience. non pubblicato, MIT.


Sign up to vote on this title
UsefulNot useful