03 INTERNAZIONALE

2011.08.07

• APERTURA di Michelangelo Cocco - PECHINO La polemica Zio Sam, bolletta scaduta Il Tesoro accusa l'agenzia di rating: «Avete commesso un errore di calcolo», pari a 2.000 miliardi di dollari CINA Il primo creditore degli Usa ora esige garanzie per i suoi asset. È la fine di un'era «I giorni in cui lo zio Sam, piegato dai debiti, poteva facilmente dilapidare quantità infinite di prestiti stranieri sono ormai contati». E ancora, «nonostante il tesoro statunitense abbia subito criticato l'inedito declassamento, in molti al di fuori degli Stati Uniti credono che il taglio del rating sia come una bolletta scaduta che l'America deve pagare per aver accumulato altro debito e a causa dei miopi litigi politici a Washington». La reazione dura e preoccupata alla fine di un'era (quella dell'America con la tripla A) non è quella ufficiale del governo cinese ma le si avvicina molto. Arriva infatti attraverso la Xinhua, l'agenzia di stampa di Stato che, in casi come questo, può permettersi di dire a chiare lettere quello che la diplomazia comunica con toni differenti e attraverso altri canali. Nel comunicato di ieri della Nuova Cina c'è spazio anche per l'orgoglio nazionale, quando si ricorda che «Dagong Global, una giovane società di rating cinese, aveva declassato i buoni del tesoro statunitensi alla fine dell'anno scorso, ma la sua mossa era stata accolta con arroganza e cinismo da parte dei commentatori occidentali. Ora Standard & Poor's ha dimostrato che ciò che aveva fatto la sua controparte cinese non era nient'altro che aver detto agli investitori globali la dura verità». Il testo prosegue indicando le voci su cui Washington dovrebbe intervenire immediatamente, riducendo le spese militari e tagliando il welfare. Sì, perché il documento sostiene che Pechino, che è «il principale creditore dell'unica superpotenza mondiale, ha ora pieno diritto di chiedere agli Stati Uniti di affrontare i suoi problemi strutturali legati al debito e garantire la sicurezza degli asset cinesi in dollari». Si stima che la Repubblica popolare abbia in cassaforte circa 1.6 trilioni di dollari in buoni del tesoro Usa. Certificati che, col declassamento di S&P e l'aggravarsi della crisi economica Usa, valgono sempre meno. Tre giorni fa era stato il governatore della Banca centrale, Zhou Xiaochuan, a criticare le politiche Usa sul debito. L'altro ieri era toccato a Yang Jiechi invitare Washington a proteggere gli investimenti in dollari delle altre nazioni. La stoccata della Xinhua s'inserisce in un crescendo di pressioni per provare a far cambiare rotta un vascello impazzito nel quale nel corso degli ultimi anni Pechino ha investito il 70% delle proprie riserve in valuta estera. «Uno dei motivi per cui non crediamo che gli investitori stranieri inizieranno a vendere massicciamente i buoni del tesoro Usa è perché esistono ancora poche alternative in termini di spessore e liquidità» ha spiegato al South China morning post Vassili Serebriakov, analista della banca Wells Fargo. Ma ormai Pechino rivendica apertamente un ruolo globale per la propria valuta, quello yuan che su tutte le banconote porta stampato il ritratto di Mao, il fondatore della Repubblica popolare. La Nuova Cina ritiene infatti che «una supervisione internazionale sulla questione del dollaro dovrebbe essere introdotta e una nuova moneta, stabile e sicura come riserva globale può anche essere un'opzione per evitare una catastrofe causata da un singolo paese». «La crisi del debito Usa dà nuova spinta al governo cinese per cercare di promuovere lo yuan come moneta internazionale - ha spiegato alla Bbc Zhang Ming, funzionario dell'Accademia cinese di scienze sociali (Cass) -. Ciò ridurrebbe la dipendenza del paese dalle valutazioni sui buoni del Tesoro Usa». Pechino ha già compiuto dei passi in questa direzione: dal 2009 un gruppo di compagnie cinesi ha avviato attività di import-export utilizzando lo yuan e non il dollaro per le transazioni e un anno fa questo programma pilota

(con Argentina, Singapore, Malesia, Corea del sud, Indonesia) è stato ampliato. Primi tentativi di affrancamento dal dollaro in attesa del prossimo deprezzamento del biglietto verde che potrebbe arrivare già domani, alla riapertura delle borse.