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P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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Peer to Peer ed Evoluzione Umana
Sulla dinamica relazionale P2P come premessa per la prossima fase della civiltà
di: Michel Bauwens, michelsub2003@yahoo.com

Tavola dei contenuti
Tavola dei contenuti 0. Sommario orientativo 1. Introduzione 1.A. Di cosa parla questo saggio 1.B. L’uso di uno schema integrale 1.C. La sociologia della forma 1.D. Ringraziamenti 2. P2P come struttura tecnologica del capitalismo cognitivo 2.1.A. P2P definito come dinamica relazionale delle reti distribuite 2.1.B. Lo sviluppo del P2P come infrastruttura tecnologica 2.1.C. La costruzione di un’infrastruttura alternativa per i media 2.2 Lo sviluppo della tecnologia P2P. Una spiegazione 2.3.A. Contestualizzazione del P2P nello sviluppo della tecnologia 2.3.B. P2P e determinismo tecnologico 3. P2P nella sfera economica 3.1.A. La terza modalità di produzione 3.1.B. Il comunismo del capitale, ovvero la natura cooperativa del capitalismo cognitivo 3.1.C. L’etica hacker, ovvero “il lavoro come gioco” 3.2. Lo sviluppo dell’economia P2P. Una spiegazione 3.2.A. La superiorità del modello di produzione free software/open source 3.3. Contestualizzazione dell’era del P2P in uno schema evoluzionistico 3.3.A. L’evoluzione della cooperazione dalla neutralità alla sinergetica 3.3.B. L’evoluzione dell’intelligenza collettiva 3.3.C. Oltre la formalizzazione, l’istituzionalizzazione e la mercificazione 3.4 Collocazione del P2P in una tipologia intersoggettiva 3.4.A. P2P, economia del dono e azionariato comunitario 3.4.B. P2P e mercato 3.4.C. P2P e proprietà comune 3.4.D. Chi comanda? I capitalisti cognitivi, la classe vettoriale o i nettocrati? 4. P2P nella sfera politica 4.1.A. Il movimento dell’alterglobalizzazione 4.1.B. Il formato della “coordinazione” 4.1.C. Nuove concezioni di lotta sociale e politica 4.1.D. Nuove frontiere della contesa 4.2.A. De-monopolizzazione del potere 4.2.B. Uguaglianza, gerarchia, libertà 4.3. Concezioni evolutive del potere e della gerarchia 6. La scoperta dei principî P2P nella sfera cosmica 6.1 Il P2P nella sfera della cultura e del sé P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 2

6.1.A. Una nuova connessione tra l’individuo e il collettivo 6.1.B. Verso dialoghi “contributivi” tra civiltà e religioni 6.1.C. La spiritualità partecipativa e la critica all’autoritarismo spirituale 6.1.D. In sintonia con la natura e con il cosmo 7. P2P e cambiamento sociale 7.1.A. Trend marginale o premessa di una nuova civiltà? 7.1.B. P2P, Postmodernità, capitalismo cognitivo: dentro e oltre 7.1.C. Tre scenari di coesistenza 7.1.D. Possibili strategie politiche 8. Presentazione della Foundation for P2P Alternatives BIBLIOGRAFIA

0. Sommario orientativo
Il peer to peer è noto agli amanti delle tecnologie perlopiù come P2P, la forma decentralizzata di connessione tra computer per diversi tipi di attività cooperative, come il filesharing e la distribuzione di musica. Ma questo è solo un piccolo esempio di quello che il P2P è: esso è, di fatto, un modello di rapporto tra uomini, una “dinamica relazionale” che sta germogliando in tutti i settori della società. Nel presente saggio mi propongo di descrivere e spiegare lo sviluppo di questa dinamica nel suo accadere, e di collocarlo in uno schema evolutivo dello sviluppo dei modi della civiltà. Presentiamo l’ipotesi che esso sia tanto la necessaria infrastruttura dell’attuale fase del “capitalismo cognitivo”, quanto qualcosa che lo trascende significativamente e che perciò indica la possibilità di una nuova formazione sociale che vi si baserebbe in maniera ancora più profonda. Nella sezione 1, troverete una definizione iniziale, una spiegazione del nostro metodo di ricerca, e alcuni riconoscimenti. Dopo aver descritto la comparsa del P2P come modo dominante, o “forma”, della nostra attuale infrastruttura tecnologica (sezione 2), descriveremo il suo affiorare nella sfera economica (sezione 3), come «terzo modo di produzione», non impostato sul profitto o su una base centralizzata; come modo cooperativo decentralizzato per produrre software (i movimenti free software e open source) e altri prodotti immateriali, basato sulla libera cooperazione di partecipanti “equipotenti”. Esso fa leva sul copyright e sui diritti sulla proprietà intellettuale per superare quelle che sono le limitazioni della proprietà, dato che, nel free software, se lo usate, dovete avere almeno gli stessi diritti di quelli che useranno la vostra versione modificata, e, negli open source, dovete conceder loro pari accesso al codicesorgente. Una siffatta produzione di pari in comune (PPC) offre anche altre importanti innovazioni, come il fatto che essa si svolge senza l’intervento di alcun industriale di sorta. Di fatto, la crescente importanza delle “comunità di innovazione formate da utenti” (sezione 3.1.B), che cominciano a trascendere il ruolo di divisioni di marketing e ricerca patrocinate da grandi aziende, grazie alle loro capacità innovative, mostra che questa formula sta sul punto di essere estesa anche al mondo della produzione materiale, posto che la fase di progettazione sia separata dalla fase della produzione. Essa sta già creando importantissimi punti di riferimento culturali ed economici, come GNU/Linux, l’enciclopedia Wikipedia, i progetti cooperativi globali di ricerca Thinkcycle e un’infrastruttura Writeable Web/Participative Internet/Global Alternative Communications che può essere usata da tutti, fuori dalla morsa che le grandi aziende hanno stretto attorno ai mass media. Infine, la PPC incarna una nuova cultura del lavoro (sezione 3.1.C) che rovescia molti aspetti dell’etica lavorativa protestante come ci è stata presentata da Max Weber. Nel mondo dello sviluppo, questa cultura è esemplificata dalla nascente società di sviluppo edge-to-edge, teorizzata da Jock Gill. Nella sezione 3, si P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 3

parla anche dell’evoluzione delle forme di cooperazione (3.4.A) e dell’intelligenza collettiva (3.4.B). A questo punto cominciamo pure a presentare temi analitici fondamentali: 1) quali sono le caratteristiche specifiche dell'ideal-tipo della forma P2P (3.4.C), e cioè la deistituzionalizzazione (il sorpassamento dei formati organizzativi fissi e delle regole formali fisse), la de-monopolizzazione (l’opposizione al sorgere di individui collettivi – come la nazione-Stato o la grande azienda – che monopolizzino il potere), e la de-mercificazione (cioè, la produzione per valore d’uso e non per valore di scambio); 2) poi dimostriamo che il P2P non può essere spiegato dal modello, proprio dell’economia del dono, della spartizione in parti uguali e dello “scambio di valori simili”, ma piuttosto da un modello di condivisione comunitaria (sezione 3.4.D), cioè la creazione di un terreno comune basato sulla libera partecipazione sia per quanto riguardo le entrate, sia per quanto riguarda le uscite (libero uso anche da parte dei non-produttori). Utilizziamo il modello quadripartito, di Alan Page Fiske, delle relazioni inter soggettive per fondare questo paragone; 3) prestiamo attenzione all’attuale struttura di potere del capitalismo cognitivo, con un’analisi della tesi presentata da McKenzie Wark nel suo Hacker's Manifesto (sezione 3.4.E.). Poi ci volgiamo alle sue manifestazioni nel campo della politica e descriviamo il modo in cui il P2P emerge come nuova forma di organizzazione e sensibilità politiche, già esemplificata nelle azioni del movimento Alter globalizzazione (sezione 4.1.A.) – una rete di reti che rifiuta il principio della “rappresentanza”, cioè che qualcun altro possa rappresentare i vostri interessi. In Francia, i recenti movimento sociali, che, a partire dal 1995, sono stati guidati dalle “coordinazioni”, incarnano esattamente questo tipo di pratica (sezione 4.1.B). Di qui, la nascita di nuove concezioni politiche, come quelle di «democrazia assoluta» (Negri e altri) o «democrazia estrema» (Tom Attlee e altri). Sorge un nuovo campo di scontro (sezione 4.1.C), basato sulla difesa e sullo sviluppo di un terreno comune dell’informazione, contro le strategie corporativistiche che stanno cercando di sostituire questa «libera cultura» (Lawrence Lessig) con una sorta di «feudalesimo dell’informazione» (descritto da Jeremy Rifkin in The Age of Access). Poi esaminiamo l’evoluzione della monopolizzazione del potere (4.2.A.), i rapporti tra le idee politiche di libertà, uguaglianza e gerarchia, e il loro esercizio nel P2P (4.2.B), e contestualizziamo questa discussione all’interno dell’evoluzione generale dei modelli di potere e di autorità (4.2.C). La sezione 5 parla della scoperta dei principî del P2P che è in corso nella fisica, e in particolare nella fisica dell’organizzazione, che si è sviluppata nella teoria della rete; del concetto, attinente a questa, di «piccoli mondi»; e delle differenze tra reti gerarchiche e reti egalitarie. Nella sezione 6, vogliamo la nostra attenzione alla sfera culturale. Affermiamo e spieghiamo che le varie espressioni del P2P sono sintomi di un profondo cambiamento culturale nei campi dell’epistemologia (modi di conoscere) e dell’ontologia (modi di essere e di sentire), che conducono a un nuovo tipo di rapporto tra l’individuo e il collettivo (6.1.A), rappresentando una vera svolta epocale. Poi osserviamo il campo spirituale e come in esso il P2P influenzi il dialogo tra le civiltà e le religioni di là dall’eurocentrismo e da altre prospettive culturalireligiose esclusiviste (6.1.B); poi mostriamo pure una critica all’autoritarismo spirituale e la comparsa di gruppi di ricerca partecipativa e di concetti di spiritualità partecipata (6.1.C), teorizzati in particolare da John Heron e Jorge Ferrer. Le nuove idee legate alla cosmologia e alla metafisica sono spiegate in 6.1.D., il cui tema centrale è il declino del paradigma soggetto-oggetto in luogo di visioni basate sulla convivenza e sui nostri rapporti con la materia e la natura. Cosa significa tutto questo nei termini del cambiamento sociale? Nella sezione 7 esaminiamo se le cose dette fin qui sono solo un insieme di trend marginali forse non collegati, o se, piuttosto, la concezione che facciamo nostra rappresenta la nascita di una nuova e coerente formazione sociale (sezione 7.1.A). Nella sezione 7.1.B esaminiamo come il P2P si rapporta P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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all’attuale sistema del capitalismo cognitivo (economia) e alla “post-modernità” o “tarda modernità” (sfera culturale), concludendo che esso ne è sì dentro, ma li trascende pure. Vengono descritti tre scenari (7.1.C): coesistenza pacifica, nascita di una civiltà cooperativa e distruzione del P2P nel contesto del feudalismo dell’informazione. Da tutto questo ricaviamo delle conclusioni sulle possibili strategie politiche (7.1.D) per difendere ed espandere i modelli P2P, e i principi per l’edificazione di una Foundation for P2P Alternatives (sezione 8).

1. Introduzione
1.A. DI COSA PARLA QUESTO SAGGIO
Il saggio che segue descrive la nascita o l’espansione di uno specifico tipo di dinamica relazionale, che io chiamo peer to peer. È una forma di organizzazione umana a rete che si fonda sulla libera partecipazione di partner equipotenti, coinvolti nella produzione di risorse comuni, che non ricorre al compenso monetario come fattore motivante determinante né è organizzato mediante metodi gerarchici di comando e controllo. Questa forma si sta manifestando in tutto il campo sociale: come formato tecnologico (internet punto-punto, il filesharing, il calcolo distribuito, le iniziative Writeable Web, i blog); come terza modalità di produzione, definita anche «produzione di pari in comune» (non centralizzata né guidata dal profitto), che produce hardware, software (spesso chiamato «Free Libre Open Sources Software», o FLOSS) e risorse intellettual-culturali (wetware) che sono di gran valore per l’umanità (Wikipedia); e come modo generale di scambio della conoscenza e di apprendimento collettivo, intensamente praticati su internet. Essa si rivela anche in nuovi formati organizzativi in politica e nella spiritualità; come nuova “cultura del lavoro”. Questo saggio, dunque, analizza la diffusione di questa forma, vista come un “isomorfismo” (= avente lo stesso formato) in quanti più campi è possibile. Il formato comune attraverso cui la dinamica peer to peer emerge è il formato della “rete distribuita”, che, secondo la definizione fornita da A. Galloway nel suo Protocol, differisce sia dalla rete centralizzata (tutti i nodi devono passare per un singolo centro) sia dalla rete decentralizzata (tutti i nodi devono passare attraverso centri). In una rete distribuita, i nodi, in quanto agenti autonomi, possono connettersi attraverso un numero qualsiasi di legami. Possono esserci dei centri, ma non sono obbligatori. Il saggio cerca non solo di descrivere, ma pure di fornire uno schema esplicativo del perché il P2P si stia sviluppando adesso, e del come si collochi in uno schema evolutivo più ampio (non nel senso di un’evoluzione naturale inevitabile, ma nel senso di una trasformazione morale intenzionale). Si noti che, nella struttura delle sezioni, la prima sottosezione è descrittiva, la seconda esplicativa e la terza evolutiva. In quest’ultima, mi avvalgo della distinzione tripartita premodernità/modernità/post modernità, ben conscio che si tratta di una semplificazione che trascura molte distinzioni importanti, come quella tra l’era tribale e l’era agraria. Ma come generalizzazione orientativa che consenta la messa in risalto dei cambiamenti che avvengono dopo l’avvento della modernità, essa rimane utile. Perciò, il concetto di «premoderno» indica le società basate sulla tradizione, prima dell’avvento del capitalismo industriale, con ruoli sociali fissi e un’organizzazione sociale ispirata a un presunto ordine divino; «moderno» indica essenzialmente l’era del capitalismo industriale; infine, la scelta del termine «postmoderno» non denota alcuna specifica preferenza nelle “guerre di interpretazione” tra concetti come «post modernità», «modernità liquida», «modernità riflessiva», «trans modernità» ecc. ecc… Esso indica semplicemente il periodo P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 5

contemporaneo, che comincia più o meno dopo il 1968 e che è caratterizzato dall’avvento della modalità informazionale del capitalismo. Userò molto spesso il termine «capitalismo cognitivo» nella mia illustrazione del regime corrente, perché esso corrisponde i all’interpretazione che io ritengo più convincente. La rivista francese “Multitude” è la mia fonte principale per questo tipo di interpretazione. Il suo senso essenziale sta nella sostituzione di un vecchio “regime di accumulazione”, accentrato sulle macchine e sulla corrispondente divisione del lavoro; una sostituzione radicata nella partecipazione a un processo di accumulazione di conoscenza e di creatività come nuovo impulso di potere e profitto. Infine, si noti che nei diagrammi che accompagnano le tabelle, spesso uso la distinzione prima modernità/tarda modernità/era del P2P. In questo modo, il frame relativo all’epoca attuale può essere distinto da un’ipotetica situazione a venire in cui il P2P sia più centrale di quanto non è oggi, e dai cambiamenti che tali caratteristiche apporterebbero in una siffatta società. Concluderò il mio saggio affermando che il P2P non è nient’altro che la premessa di un nuovo tipo di civiltà che non sarà esclusivamente orientata al motivo del profitto. Dovrò convincere il lettore a quanto segue: 1) che un particolare tipo di dinamica dei rapporti umani sta crescendo rapidamente in tutti i campi sociali, e che questo evento complessivo è il risultato di un profondo cambiamento nei modi di sentire e di essere; 2) che questa dinamica ha una logica coerente che non può essere soddisfatta a pieno all’interno del presente “regime” sociale; 3) che non si tratta di un’utopia, ma, in quanto «pratica sociale già esistente», del seme di una possibile trasformazione fondamentale a venire. Non dirò che è in atto una “necessaria logica evoluzionistica”; piuttosto affermo che una nuova ed intenzionale visione morale ha il potenziale per mettere in atto un importante salto nell’evoluzione sociale, portando alla possibilità di una nuova “formazione” politica, economica e culturale con una nuova logica coerente. Una prospettiva così generale inevitabilmente sarà esposta a errori d'interpretazione concernenti determinati campi particolari. Apprezzerei se i lettori richiamassero su di essi la mia attenzione. Ma a parte questi errori, il saggio dovrebbe stare in piedi, o venir meno, nel contesto del suo più generale senso interpretativo: che c’è, di fatto, un affioramento isomorfo del peer to peer in tutta la sfera sociale; che, a dispetto delle differenze di espressione, si tratta sempre dello stesso fenomeno; e che è uno sviluppo non “marginale”, ma fondamentale. È su questo piano che andrebbe giudicato il mio lavoro. Se si giudica che sia riuscito, allora spero che questo saggio contribuisca al legame tra persone provenienti dai diversi campi, che siano consapevoli del loro condividere un insieme di valori e del fatto che questi valori abbiano la potenzialità per creare una migliore – non perfetta né ideale – società. In che senso lo schema esplicativo che applicherò al P2P differisce dalla vecchia metafora della società di rete, utilizzata da Manuel Castells e da molti altri, e in che senso differisce, in particolare, dal più recente concetto di «socialità di rete» proposto da Andreas Wittel? Il modo migliore per differenziare questi approcci è considerare il P2P come un sottoinsieme di concetti della rete. Se voi foste stati scienziati sociali nel periodo di Marx e aveste visto lo sviluppo e la crescita del modello industriale accentrato sulla fabbrica, e poi foste arrivati all’equivalente di quella che oggi è la teoria della rete sociale – un’analisi della società e della socialità di massa – avreste trovato lo stesso modello della società di rete presentato da Andreas Wittel. Ma, nello stesso tempo in cui il sistema di fabbrica si sviluppava, si veniva a creare pure una reazione. I cooperatori creavano cooperative e mutualità, sindacati e nuovi partiti e movimenti politici, che avrebbero poi cambiato radicalmente il mondo. Oggi, questo è quanto succede col peer to peer. Laddove Castells e Wittel si concentrano sull’avvento generale della socialità e della società di rete, descrivendo le reti nella loro globalità e nelle loro caratteristiche dominanti, io voglio e tendo a concentrarmi sulla nascita di un contro movimento, accentrato su una P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 6

particolare forma di socialità radicata nelle reti distribuite, dove si pone l’accento sulla creazione di partecipazione per tutti, e non sul supporto alle “reti di sfruttamento”. Mentre le forze dominanti della società si trasformano in forme reticolarmene diffuse di organizzazione dell’economia politica (l’Impero di cui parla Toni Negri), si ha una radicale reazione contro la nuova alienazione (alienazione perché, nell’Impero, il sistema di reti è in funzione della creazione di una disuguaglianza ancora più grande) che affligge quella/e che Negri e Hardt chiama/no moltitudine/i. Queste forze utilizzano processi peer to peer ed un ethos peer to peer, per creare nuove forme di vita sociale – ed è questo che voglio documentare nel mio saggio.

1.B. L’USO DI UNO SCHEMA INTEGRALE
Qualche parola sul mio metodo. Sono stato ispirato particolarmente da due tradizioni, o metodi, di indagine: il metodo integrale e la sociologia della forma. Come strumento euristico, e solo come strumento euristico, utilizzo il sistema a quattro quadranti sviluppato da Ken Wilber (Wilber, 2001). Questo non significa che io condivida le conclusioni della sua “teoria di tutto”, che anzi penso siano profondamente imperfette. Ma come metodo per mettere insieme, presentare e comprendere i dati a mia disposizione, lo trovo estremamente utile. Il sistema a quattro quadranti suddivide la realtà “in quattro aspetti”, che comprendono il “soggetto” (l’evoluzione del sé e della soggettività), la materialità del singolo organismo (oggettività), l'intersoggettivo (l’interazione di gruppi di soggettività, con le visioni del mondo e le culture che così vengono a crearsi), e il comportamento di gruppi di oggetti, cioè la prospettiva interoggettiva dei sistemi. La tradizione della teoria integrale cerca di operare una ricostruzione dei processi cosmici nel loro svolgimento, attraverso schemi esplicativi che li ricomprendano tutti. Questo avviene anche a un livello storico, dove si cerca di trovare il senso di una logica evolutiva, tentando di abbracciare le differenti fasi storiche in una comprensione umana unitaria. Oltre alla versione “neoconservatrice” wilberiana della teoria integrale, sono stato parimenti influenzato dalla “teoria integrale critica”, o concezione anti-sistematica “materialisticosoggettivistica” di Toni Negri (Negri, 2001). Se collocaste le teorie esplicative sull’evoluzione di materia/vita/coscienza su due assi definiti, uno, dalla “relativa attenzione prestata o alle parti oppure al tutto”, e l’altro dalla “relativa attenzione prestata alla differenza o alle similitudini”, la teoria integrale sarebbe quel tipo di sistema ermeneutico che presta più attenzione al tutto e alle similitudini strutturali, anziché alle parti e alla differenza. In questo, si pone in contrapposizione alla tendenza generale, tipica della scienza oggettiva moderna, di evidenziare le parti (per essere analitici), o alla tendenza postmoderna di mettere in luce la differenza, e quindi di respingere interpretazioni integrali, e in contrapposizione alle teorie sistemiche e derivati, che ignorano la soggettività. È questa differenziazione dalle epistemologie dominanti che la rende particolarmente interessante e adatta a rivelare nuovi modi di pensiero, trascurati dagli altri approcci. Non è superiore, ma complementare agli altri approcciii. Ma un vantaggio fondamentale dello schema integrale è che esso incorpora aspetti delle realtà sia oggettivi sia soggettivi, rifiutandosi di ridurre gli uni agli altri. Per concludere: generalmente parlando, un approccio integrale è un approccio che: • rispetta la relativa autonomia dei diversi campi e cerca specifiche leggi di campo

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• •

afferma che nuovi livelli di complessità generano la manifestazione di nuove proprietà, e così rifiuta i riduzionismi, che cercano dispiegare il più complesso a partire dal meno complesso si riferisce sempre agli aspetti oggettivi e a quelli soggettivi, rifiutando di vedere uno dei due aspetti come mero epifenomeno dell’altro. Questo implica una sorta di scetticismo nei confronti delle teorie che pongono un quadrante particolare come la causa più fondamentale (come fa, per esempio, il materialismo storico) in generale, cerca di mettere in relazione spiegazioni provenienti dai vari campi, al fine di arrivare a una comprensione integrativa.

La mia forma modificata del sistema a quattro quadranti comincia con l’“esterioreindividuale”, cioè singoli oggetti disposti nello spazio e nel tempo, cioè l’evoluzione della base materiale dell’universo, della vita e del cervello (il passaggio da atomi a molecole a cellule ecc. ecc…), ma, secondo la mia variante personale, questo quadrante comprende l’evoluzione tecnologica, in quanto io (e altri, come McLuhan, 1994) posso legittimamente considerare la tecnologia come un’estensione del corpo umano. In secondo luogo, guarderemo il quadrante (esteriore-collettivo) dei sistemi: l’evoluzione dei sistemi naturali, politici, economici, sociali e organizzativi. In terzo luogo, ci concentreremo sul quadrante interiore-collettivo: cultura umana, spiritualità, filosofie, visioni del mondo. Nel quarto quadrante tratteremo gli aspetti interiori-individuali e osserveremo i cambiamenti che si manifestano nella sfera del sé. In pratica, però, a dispetto della mia espressa intenzione, ho trovato difficile separare gli aspetti individuali della soggettività da quelli collettivi, perciò essi sono provvisoriamente trattati in una sola sezione. Che succeda questo non è sorprendente, visto che uno degli aspetti del peer to peer è la sua natura partecipativa, che vede l’individuo già-sempre calato nei processi sociali.
Tabella 1: tipologia degli approcci scientifici (modi di guardare il mondo)

Parti Differenza Similitudine Similitudine
Scienze analitiche Approcci postmoderni

Tutto

Comprende
Soggetti e oggetti

Approcci integrali

Soggetti e oggetti Solo oggetti

Tabella 2: Uno schema integrale per comprendere il P2P

Aspetti individuali Aspetti interiori Aspetti esteriori
Campo soggettivo Il soggetto / il sé Campo oggettivo Artefatti tecnologici come estensioni del corpo

Aspetti collettivi
Campo intersoggettivo Spiritualità / visioni del mondo Campo interoggettivo Sistemi naturali; sistemi politici, economici, organizzativi

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L’uso combinato dei quattro quadranti presenta anche l’importante vantaggio di evitare vari tipi di riduzionismo: 1. il riduzionismo analitico-materialistico (scientismo), che tenta di spiegare tutto il mondo della vita e della cultura con le proprietà e i processi della materia 2. il riduzionismo darwinistico/biologico, che tenta di spiegare tutta la vita e la cultura coi processi, relativi agli animali, della sopravvivenza del più adatto. 3. il riduzionismo “globalistico” delle scienze di sistema, che non prendono in considerazione la facoltà di agire del soggetto 4. il riduzionismo linguistico dei postmodernisti estremi, che tende a scavalcare bellamente la materialità e riduce tutto a giochi di linguaggio In conclusione: l’approccio integrale ci consente di utilizzare queste varie prospettive parziali e di usarle come strumenti euristici, in modo che possiamo delineare un quadro più completo, combinandole. Quello che distingue un approccio integrale dagli altri approcci è il suo far ricorso a uno schema esplicativo soggettivo-oggettivo. Nelle pagine seguenti, non mi propongo di creare una “teoria di tutto”. Cerco di fungere da integratore, cosa cui tutti sono obbligati oggi, cioè di costruire interpretazioni temporanee e modellabili integrative per poi confrontarle con altre interpretazioni. Il solo obbligo morale e scientifico è che una tale integrazione abbracci quanta più realtà è possibile. Sicché, la seguente è un’integrazione di tutti gli elementi descrittivi, esplicativi e socio-evolutivi (cioè storicizzati in formazioni sociali) che io riesco a tenere insieme in maniera coerente. E l’oggetto di questa integrazione è il peer to peer.

1.C. LA SOCIOLOGIA DELLA FORMA
Se il menzionato approccio integrale mi ha portato, come una protezione, a evitare di proporre interpretazioni palesemente riduzionistiche e a lanciare la mia rete il più lontano possibile, aiutandomi anche nell’organizzazione del tema, allora la ricerca dell’“isomorfismo” è stata di grande valore nel definire precisamente che cos’è il P2P e in che maniera differisce dai suoi “cugini”, come l’economia del dono. Questo metodo comporta l’osservazione della comparsa di una stessa forma per tutto il campo sociale, per definire le sue caratteristiche esatte in un ideal-tipo, una volta che abbiamo raccolto più informazioni; la qual cosa, a sua volta, ci consente di differenziare il “P2P puro” dai suoi derivati. La sociologia della forma non si concentra né sulle parti (gli individui e le loro scelte) né sul collettivo come complesso (la società e la sua socializzazione), ma sull’interazione tra le parti, sulla loro “forma di scambio”iii. Si fa particolare uso del modello quadripartito di Alan Page Fiske riguardante i rapporti inter soggettivi umani.

1.D. RINGRAZIAMENTI
Questo saggio è parte di un progetto più ampio, la stesura di un libro in lingua francese cui sto dedicandomi insieme a Remi Sussan, giornalista free-lance parigino che collabora a riviste digitali come ‘TechnikArt’. Il continuo dialogo con lui è stato una grande fonte d’ispirazione e di chiarificazione riguardo alle idee espresse in questo saggio. Troviamo entusiasmante la conoscenza del P2P, benché frequentemente abbiamo posizioni diverse al riguardo. Il presente saggio, ovviamente, riflette la mia visione. P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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Un primo saggio sul P2P, essenzialmente descrittivo ma sorretto da molte citazioni, è disponibile in internet sul sito Noosphere.cc, ed è stato scritto nel 2003. Adesso molte di quelle citazioni sono state integrate come note a margine. Nel saggio presente, scritto perlopiù in modalità “libero flusso di coscienza”, anche se menzionerò qualche raro nome di teorico sociale, le citazioni sono state ridimensionate, ma potrei aggiungerle in seguito come note a pié di pagina. Alcuni riconoscimenti riguardo alle fonti usate: tra i pensatori contemporanei o quasi contemporanei che recentemente ho letto nella preparazione di questo saggio, vi sono: Norbert Elias (Elias, 1975), Louis Dumont (Vibert, 2004) e Cornelis Castoriadis (Castoriadis, 1975); la scuola di pensiero italo-francese che gravita attorno alla rivista “Multitude”, in particolare Toni Negri e Michael Hardt, Maurizio Lazzarato (Lazzarato, 2004), Philippe Zafirian (Zafirian, 2003).Tra i pionieri del P2P, nello specifico, che ho letto vi sono Pekka Himanen (Himanen, 2002), col suo studio della cultura del lavoro; John Heron (Heron, 1998) e Jorge Ferrer (Ferrer, 2001), con il loro lavoro sulla spiritualità partecipativa. Timothy Wilken di Synearth.org è stato fondamentale nella scoperta delle teorie di Edward Haskell e Arthur Coulter sulla sinergetica e la cooperazione, illustrate sul suo sito web. L’Hacker Manifesto di Mackenzie Wark (Wark, 2004) e Protocolli di Alexander Galloway (Galloway, 2004) hanno influenzato fortemente la mia analisi sulle strutture di potere P2P.

2. P2P come struttura tecnologica del capitalismo cognitivoiv
2.1.A. P2P DEFINITO COME DINAMICA RELAZIONALE DELLE RETI DISTRIBUITE
Alexander Galloway, nel suo Protocol, opera un’importante e chiara distinzione tra le reti centralizzate (con un hub centrale attraverso il quale tutto deve passare ed essere convalidato, come nei vecchi sistemi telefonici a commutatore), le reti decentralizzate, con più di un centro, ma in cui questi sub-centri detengono ancora un’autorità (come nel sistema aeroportuale degli Stati Uniti, accentrato su hub attraverso i quali devono passare gli aerei), e i sistemi distribuiti, dove possono esserci pure degli hub, ma non sono obbligatori (internet). Nelle reti distribuite, i partecipanti possono liberamente connettersi l’un con l’altro, sono agenti pienamente autonomi. Di qui, l’importanza di una chiara distinzione da operare quando utilizziamo i concetti «decentralizzato» e «distribuito». Il peer to peer è precisamente la dinamica relazionale che si sviluppa nelle reti distribuite. Perciò, alla domanda «cos’è il peer to peer?» possiamo rispondere con una prima definizione sommaria: è una forma specifica di dinamica relazionale, basata sulla presunta equipotenza dei suoi partecipantiv, articolata nella libera cooperazione di uguali in vista del compimento di un lavoro comune, per la creazione di un bene comune, con forme di processi decisionali e di autonomia che sono diffusamente distribuite per tutta la rete. «Equipotenza» significa che non c’è un previo filtraggio formale per la partecipazione; piuttosto, è la pratica immediata della cooperazione che determina la competenza [expertise] e il livello di partecipazione. Essa non rinnega l’“autorità”, ma solo la gerarchia obbligata pre-stabilita; in effetti, accetta un’autorità basata sulla competenza, sul concepimento del progetto, ecc ecc… Il P2P è un network, non una gerarchia (benché possa averne qualche elemento); è “distribuito”, benché possa avere elementi di centralizzazione e “decentralizzazione”; il controllo dell’informazione non è localizzato in nessun centro, ma è dovunque, all’interno del sistema. «Presunta equipotenza» significa che i sistemi P2P partono dalla premessa che “non si sa dove sarà localizzata la risorsa necessaria”; il loro presupposto è che “tutti” possano P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 1

cooperare, ed essi non si appoggiano a regole formali per determinare in anticipo i membri che vi parteciperanno. L'equipotenza, cioè la potenzialità cooperativa, si verifica nel processo stesso della cooperazione. La ratifica della conoscenza, l’accettazione dei processi sono determinate dal collettivo. La cooperazione dev’essere libera, non forzata, né basata sulla neutralità (cioè: l’acquisto di cooperazione in un sistema monetario). C’è per produrre qualcosa. Consente la partecipazione più diffusa possibile. C’è un certo numero di caratteristiche che possiamo usare per descrivere i sistemi P2P “nel generale” e nel particolare, così come essi si manifestano nel mondo della vita umana. Laddove coloro che partecipano a sistemi gerarchici sono sottoposti al controllo totale (panottismo) dei pochi selezionati che sorvegliano la vasta maggioranza, nei sistemi P2P i partecipanti hanno accesso all'olottismo, cioè alla possibilità che ciascuno veda il tutto. In seguito, esamineremo più in dettaglio caratteristiche come la de-formalizzazione, la deistituzionalizzazione e la de-mercificazione, anch’esse al cuore dei processi P2P. Mentre i sistemi gerarchici sono orientati alla creazione di omogeneità tra i membri “dipendenti”, le reti distribuite caratterizzate dalla dinamica P2P regolano i partecipanti “interdipendenti” conservando la loro eterogeneità. È l’“oggetto della cooperazione”stesso che crea l’unità temporanea. Culturalmente, il P2P è un’unità-nella-diversità, è un concreto universalismo “post-illuministico” che si basa su progetti comuni; al contrario, la gerarchia si basa sulla creazione di uniformità mediante identificazione ed esclusione, e si collega all'universalismo astratto dell’Illuminismo. Per avere una buona comprensione del P2P, suggerisco un esercizio mentale: pensate alle caratteristiche di cui abbiamo parlato, poi pensate al loro opposto. Facendo questo, la natura radicalmente innovativa del P2P vi balzerà alla mente. Anche se il P2P è legato a modi sociali precedenti, questi erano maggiormente evidenti nell’antica era tribale, emergendo adesso in un contesto completamente nuovo, aperto da tecnologie che vanno al di là delle barriere del tempo e dello spazio. Dopo il dominio, durato per parecchi millenni, dei modi centralizzati e gerarchici di organizzazione sociale, si tratta adesso di un movimento radicalmente innovativo, che riflette anche un profondissimo cambiamento nei paradigmi epistemologici ed ontologici che determinano il comportamento e le visioni del mondo. Un’importante chiarificazione: quando diciamo che i sistemi peer to peer non hanno gerarchia o non sono centralizzati, non intendiamo necessariamente l’assenza completa di tali caratteristiche. Ma, in un sistema P2P, l’uso della gerarchia e della centralizzazione è subordinato alla partecipazione e ala comunicazione molti-molti, e non le si utilizza per proibirlo o dominarlo. Questo significa che, benché il P2P si generi in reti distribuite, non tutte le reti distribuite presentano processi P2P. Molti processi distribuiti basilari, come il brulichio degli insetti, o il comportamento dei compratori e dei venditori nel mercato, non sono veri processi P2P, e non lo sono perché sono privi di olottismo e perché non promuovono la partecipazione. Il P2P, in quanto fenomeno eminentemente umano, integra aspetti intenzionali e morali. Quando i reticoli distribuiti, per esempio consigli di amministrazione interconnessivi, servono una gerarchia di ricchezza e potere e sono basati sull’esclusione anziché sulla partecipazione, essi non si qualificano come veri processi P2P.

2.1.B. LO SVILUPPO DEL P2P COME INFRASTRUTTURA TECNOLOGICA
Ma come si applica tutto quello che abbiamo detto alla tecnologia? In questa sezione, e nella successiva, tenterò di descrivere due aspetti collegati. Uno è che le tecnologie a struttura P2P adesso sono l’infrastruttura portante delle attività economiche. Il secondo aspetto è che le nuove tecnologie di comunicazione che vengono create sono di fatto un’infrastruttura alternativa di comunicazione che in parte scavalca il controllo statale o P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 1

aziendale che caratterizzava i tradizionali mass media uno-molti. Questo non significa che la nuova infrastruttura non sia controllata “per nulla”, che non vi siano forze economiche che vi operano, ma indica che non possiamo sorvolare sul suo potenziale radicale, né sulla sua radicale “attualità”. Qui, come nelle altre sezioni, vedremo come il P2P è la base effettiva del sistema e, al contempo, qualcosa che questo sistema trascende. Internet, per come è stato concepito dai suoi fondatori (Abbate, 1999), e nella sua prima forma, era una rete punto-punto, era formata da reti uguali, e il trasferimento di dati utilizzava necessariamente diversi insiemi di risorse. È solo più tardi, dopo la nascita di reti più forti e reti più deboli, di reti aperte, semi-chiuse e chiuse, che internet è diventato un ibrido, ma essenzialmente esso funziona ancora come rete distribuita, non avendo un nucleo centrale che gestisca il sistema. I suoi elementi gerarchici – come lo scaffale a livelli di protocollo internet (che, però, è stato progettato specificamente per permettere processi P2P), il sistema del nome di dominio (un sistema decentralizzato di server d’autorità che possono disconnettere i partecipanti), o i corpi di governo di internet – non ostacolano la comunicazione molti-molti e la partecipazione, ma la rendono possibile. L’evoluzione di internet è considerata dai più “organica” anziché regolata da un centro, nessun agente centrale può guidarla, benché alcuni agenti siano più influenti di altri. Allo stesso modo, il web è stato considerato come un mezzo di diffusione molti-molti, anche se segue un modello client-server semi-gerarchico (decentralizzato, anziché distribuito). Tuttavia, esso è ancora e rimarrà un medium essenzialmente partecipativo, che permette a chiunque di pubblicare le proprie pagine web. In virtù della sua natura di P2P incompleto, il web si avvia a diventare un vero e proprio mezzo di diffusione P2P, nella forma dei progetti Writeable Web, che consentono a chicchessia di pubblicare dal proprio computer, o da qualsiasi altro terminale, mediante blog ecc. ecc. Altri media P2P sono l'instant messaging, le chat, i sistemi di telefonia IP ecc ecc… Per internet e per il web, il P2P non è stato ancora esplicitamente teorizzato (benché l’idea di una rete di reti sia stata pensata); essi sono sistemi P2P deboli, in quanto riconoscono solo membri “forti” – computer con indirizzo DNS, per quanto riguarda internet, e server, nel caso del web. Nei sistemi sviluppati successivamente, il P2P è stato teorizzato esplicitamente: si tratta di sistemi P2P “forti”, in cui tutti i membri, anche quelli deboli (senza DNS fisso per internet, o blog con permalink nel web) possono partecipare. I sistemi di filesharing sono stati i primi a fregiarsi esplicitamente del titolo di P2P, ed è forse questa l’origine del concetto nel mondo della tecnologia. In questo tipo di sistemi, tutti i computer volontari connessi a internet sono mobilitati a condividere file tra tutti i sistemi partecipanti, si tratti di documenti, file audio o materiale audiovisivo. Nel giugno 2003, il videostreaming è diventata l’applicazione internet che sfrutta la maggiore larghezza di banda, e qualche tempo prima la distribuzione di musica online aveva già sorpassato la distribuzione fisica di CD (negli Stati Uniti). Benché le prime versioni di questi sistemi P2P usassero ancora database centralizzati, essi adesso sono, perlopiù grazie agli sforzi dell’industria musicalevii, in gran parte sistemi P2P veri e propri, soprattutto Bittorrent e il previsto sviluppo di Exeem. Ogni generazione di filesharing P2P è diventata sempre più coerente nell’applicare i principî del peer to peerviii. Infine, il calcolo distribuito usa il concetto di P2P per creare “supercomputer partecipativi”, dove le risorse, gli spazi e i cicli di calcolo possono essere utilizzati da ogni partecipante al sistema, in base alla necessità. Questo è generalmente visto come il paradigma futuro della computazione. Anche la programmazione adesso si avvale del concetto P2P di «programmazione orientata agli oggetti», dove ogni oggetto può essere visto come un nodo in una rete distribuita. Quanto detto finora mostra chiaramente che il nuovo formato della nostra infrastruttura tecnologica, che sta a fondamento dei processi basilari ed economici, segue lo schema del P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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P2P. Questa infrastruttura consente l’interconnessione delle operazioni d’affari, al di là dei limiti della fabbrica o dell’azienda singole, e l'interconnessione di tutti gli individui coinvolti. Presto, ma forse già adesso, sarà legittimo affermare che, senza le tecnologie a impostazione P2P, sarà impossibile effettuare la produzione e portare avanti tutti i meccanismi economici a essa collegati. Potrei andare avanti, ma quello che dovrebbe esservi chiaro non è il quadro di una serie di sviluppi marginali, ma la consapevolezza che le reti P2P sono la forma fondamentale dell’infrastruttura tecnologica che sostiene gli attuali sistemi economico, politico e sociale. Le aziende hanno usato queste tecnologie per integrare i loro processi con quelli dei soci, dei fornitori e dei consumatori, e per integrarsi l’un l’altro, usando insieme intranet, extranet e l’internet pubblico – e questo è diventato lo strumento assolutamente fondamentale per la comunicazione e gli affari internazionali, nonché la condizione di possibilità per progetti cooperativi e internazionalmente coordinati a opera di gruppi di lavoro. D’altra parte, i sistemi P2P on sono solo il prodotto dei progetti del sistema, ma sono il risultato dell’intervento attivo dei consumatori avidi di libero accesso alla cultura, dei lavoratori della conoscenza che s’impegnano attivamente a trovare soluzioni tecniche per il loro necessario lavoro cooperativo, e degli attivisti che lavorano consapevolmente alla creazione di strumenti in vista di un'affiorante cultura partecipativaix. Il P2P è sia “dentro” sia “oltre” l’attuale sistema.

2.1.C. LA COSTRUZIONE DI UN’INFRASTRUTTURA ALTERNATIVA PER I MEDIA
Le reti tecnologiche distribuite sono l’infrastruttura più importante per il capitalismo cognitivo. Ma, in quanto infrastruttura di comunicazione, le aziende transnazionali dominanti potrebbero a lungo fare affidamento sulle loro reti private di telecomunicazione. Internet ha radicalmente democraticizzato l’accesso a questo tipo di infrastruttura, rendendolo possibile per chiunque abbia accesso a un computer. Similmente, per la sua egemonia culturale, il sistema sociale dominante si è poggiato sul sistema di trasmissione “uno-molti”, che comporta un forte investimento di capitali, ed è controllato da interessi industriali monopolistici – responsabili della “omologazione industriale” – e, in altri Paesi, dallo stesso Stato. L’oppressione dei media industriali è tale che la sua presa si estende alle nostre menti (noi “pensiamo come la televisione” anche se non la guardiamo da anni). È diventato impossibile, davvero impossibile, per ogni minoranza sociale (esclusi i gruppi religiosi ed etnici che possono disporre di ampie risorse) fare ascoltare la propria voce. La riforma dei media sembra definitivamente fuori portata. Tuttavia, benché anche internet sia caratterizzato da un certo sfruttamento commerciale – anche da parte di entità commerciali molto forti, come Yahoo – esso, nel complesso e in quanto rete distribuita, non è guidata né controllata da entità commerciali. Esso racchiude la storica promessa di “una informazione e un’infrastruttura di comunicazione alternative”, una risorsa molti-molti, dal basso, che può essere utilizzata da varie forze sociali. Mackenzie Wark, nel suo Hacker Manifesto, distingue i produttori di valore d’uso immateriale dai proprietari dei vettori d’informazione, senza i quali non si darebbe valore di scambio. La promessa di internet è che adesso abbiamo un vettore di produzione, distribuzione e scambio d’informazione, che funziona – almeno parzialmente – al di là del controllo di quella che Wark chiama «classe vettorialista». La situazione sembra essere la seguente (qui utilizziamo le distinzioni tracciate da Yochai Benkler nel suo saggio The Political Economy of the Commons): Il sostrato, le reti e le linee di comunicazione fisici sono estesamente distribuiti tra interessi commerciali, statali e accademici, e non c’è un singolo agente o insieme di agenti che domini, e gli stessi computer sono diffusi tra il pubblico e la società civile. Il sostrato logico, specialmente il TCP/IP, e – P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 1

sempre più – i vari aspetti del Web di lettura/scrittura, i protocolli di filesharing ecc. ecc. sono sistematicamente configurati per la partecipazione. La base contenutistica, da un lato, è soggetta a un regime di proprietà intellettuale sempre più rigido, ma, dall’altro lato, gli agenti commerciali sono loro stessi soggetti alla logica dell’economia dell’attenzione al Gioco del Giudizio, dettando politiche di condivisione e offerta dell'informazione per ottenere attenzione. Accanto ai portali commerciali, che possono giocare un ruolo nefasto oppure no, al pubblico è ampiamente consentito di creare i propri contenuti, ed è quello che fanno milioni di persone. Mentre parte dell’orizzonte comune, o dominio pubblico, di informazione precedentemente esistente sta scomparendo, vengono costruite incessantemente altre parti, per via delle miriadi di sforzi combinati degli utenti della società civile. Questo processo è in pieno vigore ed è quello che tentiamo di descrivere in questa sezione. Di seguito, riproduco una versione modificata di un diagramma di Hans Magnus Enzensberger, che delinea la differenza tra media “repressivi” e media “emancipatori” Senza alcun dubbio, l’infrastruttura alternativa per i media che è si sta sviluppando ha un’enorme quantità di caratteristiche tipiche del medium “emancipatorio”: 1) è basata sulla programmazione distribuita; 2) ogni ricevitore è un potenziale trasmettitore; 3) ha un potenziale di mobilitazione; 4) è caratterizzata dall’interazione e dall'autoproduzione; 5) permette un processo di apprendimento politico; consente la produzione collettiva a opera di partecipanti equipotenti; 6) il controllo sociale è effettuato mediante l’auto-organizzazione. Mettete a confronto questa lista con le caratteristiche della televisione aziendale, e vedrete che l’importanza storica di questi sviluppi è chiarissima. Questo non significa che l’infrastruttura internet alternativa per i media conduca automaticamente all’emancipazione, ma che può dare il via a processi politici in quella direzione. Riassumiamo questi sviluppi in termini tecnici. Nei termini dei media, internet a banda larga si sta rapidamente trasformando per accrescere le possibilità di creare pubblicazioni online distribuite nella forma del Writeable Webx (chiamato anche web di lettura/scrittura) e dei blogxi in particolare; la distribuzione di programmazione audio è possibile grazie alle radio internet e a vari sviluppi dell'audioblogging come il podcastingxii (distribuzione di contenuto audio, video di musica tramite iPod o lettori MP3), il mobcasting (“casting” su cellulari), e perfino lo skypecasting (che utilizza il popolare software di telefonia vocale internet Skypexiii, ma per radiodiffusione, specialmente di programmi radio internet). La distribuzione audiovisiva è possibile mediante l’emergente video blogging (vloggingxiv), ma principalmente mediante sistemi P2P di filesharing a banda larga, come Bittorrentxv ed Exeemxvi, che già sono a capo della maggioranza del traffico internet. Mentre Exeem è ancora in fase di sviluppo, Bittorrent è considerato una grandissima innovazione, facendo dell’agevole distribuzione a banda larga di materiale audiovisivo un qualcosa di inevitabile. Tutti questi sviluppi, presi insieme, indicano che la creazione di un’infrastruttura alternativa di comunicazione e di informazione, fuori dal controllo e dalla gestione dello Stato e dei sistemi di trasmissione uno-molti fondati su una logica aziendale, è vicina alla realizzazione. Questi sviluppi non sono il prodotto di una strategia attivistica consapevole, come quella proposta da Mark Pesce e praticata da agenti come Indymedia, ma si devono considerare, in buona misura, il portato naturale della maturazione degli utenti, che, sia che comprino hub WiFi, sia che istallino Skype per uso personale, sia che compiano qualsiasi altro atto spontaneo per incrementare la propria connettività, stanno costruendo questa infrastruttura alternativa, dai margini in avanti, passo dopo passo, ed è anche per questo che sembra un processo inarrestabilexvii. In un certo senso, questo è un altro esempio di “produzione senza industriale” o di “offerta che offre se stessa”, di cui parliamo nella sezione 3.1.A (e nelle relative note). Questi sviluppi tecnologici formano la base per una nuova pratica di “giornalismo”xviii o “cronaca” prodotta dai cittadini (la chiamiamo così in mancanza di un termine migliore) P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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accentrata sul fenomeno dei blog, e migliorata dalle altre tecniche di cui abbiamo discussoxix. Si veda l’esempio del coreano ‘OhMyNews'xx, che opera con 35000 cittadini-cronisti e 40 membri dello staffo, a esempio di un nuovo tipo di giornalismo ibrido. Questi sviluppi sono un nuovo veicolo per la produzione di “opinione pubblica”, per la creazione, l’espressione, la distribuzione e la condivisione di conoscenza. Ed esso supplisce a ed è in competizione con i tradizionali veicoli dei mass media che solevano modellare l’opinione pubblicaxxi. Tutto questo rappresenta un’importante opportunità per distribuire punti di vista che cadono al di là della sfera del “consenso confezionato”. Clay Shirky l’ha definito un «processo di dilettantizzazione di massa»xxii, analisi che è collegata al mio concetto di «deistituzionalizzazione», che è un aspetto fondamentale del processo peer to peer di cui tratto in 3.3.C. Tutto questo profluvio di espressioni, notizie e commenti è interconnesso in una blogosfera, che ha sviluppato le proprie tecniche particolari per discernere quello che è importante da quello che è meno importante. Similmente al modello di trasmissione, la blogosfera ha ancor centri e raccordi che attirano masse numerose, ma, a differenza di quello, essa crea la possibilità di un “coda lunga”. Questo vuol dire che, laddove nel mondo della teletrasmissione la curva di distribuzione alla fine raggiunge il punto minimo, con nessuna risorsa disponibile per gli interessi di minoranza, nei media P2P questo raggiungimento del punto minimo non avviene (la curva si appiattisce prima di raggiungere il minimo), perché esiste la possibilità di creare migliaia e migliaia di micro-comunità, organizzate per affinità. Un’innovazione cruciale è stata lo sviluppo dei feed RSSxxiii (Really Simple Syndication), che permette agli utenti di internet di “sottoscrivere” tutti i blog che vogliono e di gestire la totalità dei loro feed attraverso la loro email, software di lettura RSS, o siti online come Bloglines. Perciò, in termini fisici, per quanto riguarda la sviluppantesi infrastruttura per le telecomunicazioni, il modello di telecomunicazione viene sostituito dal “sistema meshwork reticolare]”, che è già usato dal movimento Wireless Commonsxxiv per creare un network di comunicazione mondiale e senza fili che punta a scavalcare l’infrastruttura Telco. Parecchie amministrazioni locali puntano a supportare tale processoxxv. Per Yochai Benkler, lo sviluppo di un “layer fisico aperto”, basato su reti wireless aperte, il cosiddetto «Spectrum Commons», è una precondizione fondamentale per l’esistenza di un “nucleo infrastrutturale comune”. In un sistema del genere, viene a crearsi una vasta gamma di reti locali a bassissimo costo, interconnesse tramite “ponti”. La comunicazione su queste reti segue un modello P2P, proprio come internet. Mark Pesce ha già elaborato un progetto realistico per costruire una rete integrata alternativa entro dieci annixxvi, basata su premesse simili e con, in più, l’idea di sviluppare un “sintonizzatore TV open source” xxvii, che – lui prevede – rivolterà completamente la teletrasmissione tradizionale. Egli ha elaborato serie argomentazioni sul perché il “netcasting” non solo è economicamente fattibile, ma superiore al modello di teletrasmissionexxviii. Ci sono già anche versioni commerciali della “televisione file-serving” modelli come quello sperimentato da TiVoxxix, e pure diversi progetti che prevedono la TV su protocollo internetxxx. “Radio Your Way” è una simile, benché meno popolare, applicazione per radioxxxi, e c’è una gamma parimenti ampia di sviluppi per la radio internetxxxii. La telefonia che usa il protocollo internetxxxiii, di recente resa popolare da Skype, è allo stesso modo destinata a superare le limitazioni del sistema telefonico, finora centralizzato. Il P2P è generalmente visto come il formato futuro dell’infrastruttura delle telecomunicazioni, anche dalla stessa industria, e corroborato dalla mia esperienza personale passata come programmatore di strategie in quell’industria. xxxiv Laddove la telefonia mobile fortemente centralizzata e controllata, essa dovrà competere con le reti wireless a banda larga, ma gli utenti la stanno operosamente trasformando in un altro medium partecipativo ancora, com’è descritto da Howard Rheingold in Smart Mobs.

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Nella fenomenologia del P2P appena presentata, si noti che ho considerato una definizione estremamente letterale di «P2P», ma ne esistono molte forme ibride. Il fattore importante e decisivo è, comunque: consente la partecipazione di membri equipotenti? Uno dei fattorichiave è: quanto inclusiva è la pratica sociale, o la tecnologia,o la teoria, o qualsiasi altra manifestazione dell’ethos del P2P. Questi sviluppi indicano quasi certamente che sta sorgendo una nuova forma di distribuzione e consumo. In gioco c’è la futura insostenibilità dell’attuale modello della teletrasmissione, nel quale le stazioni TV vendono il proprio pubblico a chi compra spazi pubblicitari, perché controllano il pubblico e la distribuzione dei programmi. Nella nuova forma di distribuzione, nella quale sono gli stessi utenti a prendere il controllo della scelta e il tempo di trasmissione dei programmi, grazie alla facile replicazione i tutta internet, sia hanno sia una disintermediazione sia una reintermediazione. La “iperdistribuzione” di materiale audiovisivo – pensate ai milioni di persone che già scaricano film e programmi TV – crea un collegamento diretto tra produttori e consumatori. Nondimeno, l’economia dell’attenzione suggerisce un processo di reintermediazione. Ma, come abbiamo visto nella blogosfera per il contenuto stampato, questo processo può essere avviato solo da algoritmi e protocolli intelligenti e da sistemi basati sulla reputazione, unitamente a processi di diffusione virale di raccomandazioni nei gruppi di affinità, e non implica necessariamente portali commerciali o intermediari. In un libro di prossima uscita, Mark Pesce ha coniato il concetto di «ipergente» per descrivere la nuova generazione di pivellini immediatamente in grado di usare le tecnologie che già stanno vivendo questa nuova realtà, e quando la tecnologia diventerà sempre più facile da usare, si diffonderà in tutta la popolazione. E, naturalmente, non si tratta solo di una nuova forma di consumo; ci sono anche cambiamenti al livello del produttore, col pubblico che diventa esso stesso produttore di materiale audiovisivo, come possiamo vedere nella crescita dei programmi di podcasting. Ne discendono due conseguenze. Innanzitutto, la generalizzazione del fenomeno della “coda lunga”, laddove il pubblico di minoranza non è più ostacolato dalla logica del “minimo comune denominatore” tipica dei mass media e del mercato di massa; e posiamo attenderci il fiorire della creatività e dell’espressione singolare. In secondo luogo, la possibilità di nuove maggioranze di gusto e una nuova formazione dell’opinione, al di là delle limitazioni della produzione industriale di massa del gusto unificato. Per quello che ci aspettiamo dallo svolgimento dei processi P2P, e diamo sia un rafforzamento dell’autonomia personale sia un nuovo tipo di collettività. Da qualche tempo a questa parte, vediamo le democrazie scavalcare le opinioni della maggioranza, e lo sviluppo della iper manipolazione. La speranza è che gli sviluppi tecnologico-sociali stiano creando la possibilità di un nuovo equilibrio del potere, un “secondo super potere” dell’opinione pubblica globale che abbia un carattere più democratico. Per giudicare il progresso o il regresso di questi sforzi, dovremmo osservare gli sviluppi del livello fisico di internet: chi ne è il proprietario e chi lo controlla, attualmente un’ampia varietà di agenti, con un ruolo-chiave giocato dalla società pubblica e civile che possiede i computer i quali, di fatto, sono il nucleo intelligente di internet; del livello logico, o protocolli, che giustappone sistemi chiusi contro sistemi aperti in un conflitto continuo; e del livello contenutistico, che contrappone la libera creazione di un orizzonte comune dell’informazione ai continui tentativi di rafforzare i restrittivi diritti di proprietà intellettuale. Secondo Yochai Benkler, quello di cui abbiamo bisogno è un’infrastruttura comune basilare [core Commons Infrastructure], che consterebbe di un livello fisico aperto, nella forma di reti wireless aperte, una “comunità dello spettro” un livello logico aperto, cioè sistematica preferenza peri protocolli aperti e per le piattaforme aperte

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un livello contenutistico aperto, che implica il ridimensionamento di leggi sulla proprietà intellettuale troppo restrittive, fatte per difendere i monopoli economici e reprimere lo sviluppo di una cultura libera.

Tabella – Media repressivi contro media di emancipazione

Media repressivi
Programmazione controllata centralmente Un trasmettitore, molti ricevitori Immobilizzazione degli individui isolati Consumatori passivi Depoliticizzazione Produzione da parte di specialisti Controllo da parte dei proprietari o dello Stato

Media di emancipazione
Programmazione distribuita Ogni ricevitore è potenzialmente un trasmettitore Potenziale di mobilitazione Interazione e auto-produzione Processo di apprendimento politico Produzione collettiva Controllo sociale attraverso l’auto-organizzazione

Fonte: Hans Magnus Enzensberger. Video Culture. Peregrine Smith, 1986, pp. 110-111

2.2 LO SVILUPPO DELLA TECNOLOGIA P2P. UNA SPIEGAZIONE
Perché questo sviluppo? La risposta breve è: il P2P è una conseguenza dell’abbondanza (di fatto ne è sia causa sia conseguenza). Con l’avvento dell’“era dell’informazione”, cominciata con i mass media e con le reti private on integrate delle multinazionali, ma soprattutto con l’avvento di internet e dello stesso web, che consentono la copia e la distribuzione digitali di qualsiasi creazione digitale a costi marginali, si crea abbondanza di informazione. Per i processi economici, la parola chiave diventa «flusso» e l’integrazione di questi infiniti flussi. La produzione di beni materiali si basa sulla gestione di flussi immateriali. In un tale contesto, i sistemi centralizzati inevitabilmente creano colli di bottiglia che bloccano il flusso. In un sistema P2P, un nodo qualsiasi può contattare qualsiasi altro nodo, senza passare attraverso ingorghi del genere. La gerarchia funziona solo con la scarsità, e in una situazione in cui il controllo delle risorse scarse determina il risultato finale dei giochi di potere a somma zero che vengono condotti. In una situazione di abbondanza, i nodi centralizzati non riescono a venirne a capo. L’informazione – e non c’è nemmeno bisogno che lo ricordi al lettore – è diversa dai beni materiali, in quanto il condividerla non ne diminuisce il valore ma, al contrario, lo aumenta. In secondo luogo, i sistemi P2P si fondano sulla ridondanza, ci sono sempre parecchie risorse disponibili per condurre un qualsiasi processo. Questo li rende molto meno vulnerabili dei sistemi centralizzati a qualsiasi tipo di rottura. I sistemi P2P sono straordinariamente robusti. Non si può, in termini di risorse, paragonare nessun sistema centralizzato alla straordinaria combinazione di milioni di sistemi periferici con miliardi e miliardi di memoria inutilizzata, cicli di calcolo, ecc ecc… Queste cose si rivelano solo in un sistema P2P. P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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L’abbondanza, ancora una volta, sia una causa sia una conseguenza della complessità. In una situazione di moltiplicazione dei flussi, di flussi che on seguono più direzioni predeterminate, non è più possibile prendere dove si trovi la “soluzione” di un certo problema. La competenza [expertise] deriva da una precisa conformazione dell’esperienza, che non è prevedibile anticipatamente. Perciò, c’è bisogno di sistemi che consentano alla competenza di autoannunciarsi inaspettatamente, quando apprende che c’è bisogno di essa. Questo è precisamente quanto i sistemi P2P permettono, a un livello che è senza precedenti.

2.3.A. CONTESTUALIZZAZIONE DEL P2P NELLO SVILUPPO DELLA TECNOLOGIA
la tecnologia premoderna era partecipativa, e non differenziata ed autonoma. Gli strumenti degli artigiani erano estensioni dei loro corpi, con i quali essi “cooperavano”. Il mondo della vita sociale non era ancora tanto differenziato in diverse sfere o nelle divisioni tra soggetto e oggetto, dal momento che gli uomini si vedevano non tanto come individui autonomi e separati, quanto come parti di un tutto, che seguivano i dettami del tutto (olismo), muovendosi in un mondo dominato da spiriti, gli spiriti degli uomini (gli antenati), del mondo naturale e degli stessi oggetti che usavano. (Dumont, 1981). Della tecnologia moderna si potrebbe dire che è differenziata (divisione del lavoro, differenziazione dei campi sociali, relativa autonomia della evoluzione tecnologica), ma non è più partecipativa. La dicotomia soggetto/oggetto implica che la natura diventa una risorsa da usare (oggetti usati da soggetti). Ma l’oggetto, lo strumento tecnologico, diventa anche autonomo, e, nel sistema industriale tipico della modernità, ha luogo un drammatico rovesciamento: è l’uomo che diventa un’estensione “stupida” della macchina. L’intelligenza non è tanto localizzata nella macchina, ma nell’organizzazione della produzione, rispetto alla quale sia gli uomini sia le macchine sono meri automi. Le macchine moderne non sono di per sé intelligenti, e sono organizzate in schemi gerarchici. Gli uomini moderni pensano a loro stessi come agenti autonomi che usano oggetti, ma diventano loro stessi oggetti dei sistemi che hanno creato. Questo è il dramma della modernità, la chiave per la sua alienazione. Nella postmodernità, le macchine diventano intelligenti (benché non allo stesso modo degli uomini, esse possono usare solo l’intelligenza messa in esse dagli uomini, e per questo mancano di creazione innovativa e capacità di risoluzione di problemi e di decisione). Mentre il vecchio paradigma degli uomini come oggetti di un sistema certamente rimane, nasce un nuovo paradigma. Le macchine intelligenti diventano computer, estensioni – adesso – del cervello e del sistema nervoso umani (anziché essere estensioni delle membra esterne e delle funzioni interne del corpo nel sistema industriale). Gli uomini ricominciano a cooperare, con i computer, visti come estensioni delle loro individualità, delle loro memorie, dei loro processi logici. Inoltre – ed è un argomento cruciale: il computer permette una comunicazione affettiva tra una comunità globale di uomini molto più estesa. Naturalmente, nel contesto del capitalismo cognitivo (definito come la terza fase del capitalismo, dove i processi immateriali sono più importanti della produzione materiale; dove l’informazione “come proprietà” diventa la risorsa fondamentale), tutto questo è ancora immerso in una situazione generale di sfruttamento e dominio, ma ci sono le potenzialità per un nuovo modello che abbracci sia la differenziazione (l’individuo autonomo mantiene la sua libertà e le sue prerogative), sia la partecipazione. All’interno del paradigma dell’informazione, i mondi della materia (nanotecnologia), della vita (biotecnologia) e della mente (intelligenza artificiale) sono ridotti alla loro base informazionale, che può essere manipolata, e questo apre spaventose possibilità di estensione del paradigma della manipolazione delle risorse, che adesso coinvolge anche i nostri corpi e le nostre menti. Nondimeno, grazie al parimenti importante paradigma della

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partecipazione, sorge pure la possibilità di un modo totalmente nuovo, soggettivo-oggettivo e cooperativo di considerare la faccenda, e questo è un elemento di speranza. Secondo la rielaborazione delle intuizioni di Foucault da parte di Deleuze e Guattari, c’è una chiara connessione tra il tipo di società e il tipo di tecnologia dominante. Nel periodo classico della modernità, l’epoca della sovranità (XVIII secolo), dominavano semplici macchine meccaniche; i sistemi termodinamici divennero dominanti nel XIX secolo, inaugurando le società disciplinari; infine Deleuze data l’avvento delle società di controllo con l’avvento delle macchine cibernetiche e dei computer. Le nostre sezioni sull’evoluzione del potere descriveranno minuziosamente questo aspetto dell’evoluzione della tecnologia.

2.3.B. P2P E DETERMINISMO TECNOLOGICO
Il cominciare la nostra descrizione con la comparsa del P2P nel campo della tecnologia potrebbe essere erroneamente interpretato come l’equivalente dell’ammissione che il P2P è un risultato della tecnologia, alla maniera del “determinismo tecnologico”. Il ruolo preciso della tecnologia nell’evoluzione umana è soggetta a dibattito. Un primo gruppo di posizioni vede la tecnologia come “neutrale”. Gli uomini vogliono più controllo sul loro ambiente, vogliono andare al di là della necessità, e in questa ricerca costruiscono strumenti sempre migliori. Ma come usiamo questi strumenti dipende da noi. Molti inventori di tecnologie e scopritori di verità scientifiche hanno usato questo argomento, dicendo, per esempio, che l’energia atomica può essere usata a fin di bene (energia) o a fin di male (guerra), ma si tratta di una decisione completamente politica. Un diverso insieme di posizioni afferma che, al contrario, lo sviluppo tecnologico ha una logica sua propria, che, in guanto sistema, va al di là delle intenzioni di qualsiasi individuo partecipante, e di fatto diventa il loro signore. In una lettura del genere, l’evoluzione tecnologica è inevitabile ed ha conseguenze impreviste. Nella visione pessimistica, questa è infatti l’ultima forma di alienazione. Alienazione perché la tecnologia è un’espressione di una sola parte della nostra umanità, la ragione strumentale, ma quando questa è calata nei sistemi tecnologici con le sue macchine, la tecnologia ci costringe a somigliarle, sicché, mentre seguiamola logica delle macchine, perdiamo molte parti della nostra umanità totale. Si pensi alle posizioni di Heidegger, Baudrillard e Virilio come esempi di questo tipo di analisi. Analisi affini hanno messa in evidenza che, benché il taylorismo vero e proprio sia scomparso dalla produzione a base immateriale, il modello industriale si è, di fatto, diffuso in tutta la società adesso, formando una specie di “taylorismo sociale”. Il pensare in base al'efficienza e alla produttività è subentrato alla sfera dell’interiorità. C’è stata una tragica distruzione della conoscenza e della capacità sociale, delle culture autonome, e questo tipo di conoscenza è stata “appropriata” dal sistema del capitale, e ci è stata rivenduta come merce. Pensate, per esempio, all'organizzazione di incontri online a pagamento, come sintomo della perdita della capacità di organizzare un appuntamento. Il determinismo tecnologico può avere anche un’interpretazione ottimistica. In questa prospettiva, rappresentata per esempio dall’ideologia progressista di fine XIX secolo, e attualmente dai transumanisti tecnologici, come Kurzweil (Kurzweil, 2000), la tecnologia rappresenta una crescente signoria e controllo sulla natura, un mezzo per superare le limitazioni imposteci dalla natura: per questo tipo di interpretazione, questa è una cosa interamente positiva. La posizione che sento più vicina alla mia è la “filosofia critica della tecnologia”xxxv, sviluppata da Andrew Feenberg (Feenberg, 1991, 1999). Nella sua analisi, gli artefatti tecnologici sono una costruzione sociale, riflettendo i vari interessi sociali: quelli del capitale, quelli della comunità di progettisti che li concepiscono, ma anche quelli delle voci critiche di P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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quella comunità, e dei “consumatori” che sovvertono le mire originarie della tecnologia usandola in maniera totalmente imprevista. Feenberg va vicinissimo al riconoscere la nuova forma di potere di cui noi discuteremo nella sezione 4, cioè il potere protocollare (Galloway, 2004), che riguarda il “codice”. La forma effettiva del codice, che si tratti di un codice per l’hardware o per il software, riflette l’uso che può essere fatto della tecnologia. È in questo senso che io vedo un primo importante rapporto tra lo sviluppo del P2P e le sue manifestazioni tecnologiche. Gli ingegneri che hanno concepito l’internet punto-punto avevano già un insieme di concezioni totalmente nuovo che essi integravano nel loro progetto. Di fatto, esso fu concepito esplicitamente per consentire una collaborazione scientifica tra pari. Perciò, l’emergere del peer to peer come fenomeno che abbraccia l’intero campo sociale non è “causato” dalla tecnologia; è, piuttosto, il contrario: la tecnologia riflette un nuovo modo di essere e di sentire – ma di questo parleremo, in particolare, nella sezione 6.A. Ma la nostra dimostrazione va oltre. In un certo senso, il peer to peer, compreso come una forma di partecipazione all’orizzonte comune, cioè come partecipazione azionaria comunitaria – di questo parleremo nella sezione 3.4.C –, è “sempre esistito” come dinamica relazionale particolare. Era specialmente in vigore nel periodo più egalitario dell’era tribale, con la sua limitatissima divisione del lavoro, prima dell’avvento della proprietà e della divisione di classe. Ma è sempre stato limitato a piccoli gruppi. Dopo l’era tribale, entrando nella lunga epoca della civiltà fondata su classi, forme di partecipazione azionaria comunitaria e di partecipazione egalitaria sono rimaste, ma sempre subordinate, prima alle strutture di autorità del feudalesimo e di simili “sistemi fondati sulla terra”, poi al sistema della “politica dei prezzi di mercato” del capitalismo. Ma la situazione adesso è diversa, perché lo sviluppo della tecnologia P2P è uno straordinario vettore per la sua propagazione come pratica sociale, al di là dei limiti di tempo e spazio, cioè al di là di piccoli gruppi geograficamente circoscritti. Quello che adesso abbiamo per la prima volta è una rete densamente interconnessa di reti P2P basate sull’affinità. Sicché, il formato tecnologico che sta diventando dominante adesso è parte essenziale di un nuovo ciclo retroattivo, che rafforza lo sviluppo del P2P a un grado mai più visto dopo il declino della civiltà tribale. È in questo particolare modo che le attuali forme di P2P sono una novità storica, e non semplicemente una ripetizione delle forme di partecipazione egalitaria tollerate in ordini sociali essenzialmente gerarchici e autoritari. Ripetiamoci: non è la tecnologia che genera il P2P. Piuttosto, è la stessa tecnologia ad essere espressione di un profondo cambiamento nell’epistemologia e nell’ontologia che si ha nella nostra cultura. Nondimeno questa tecnologia, una volta creata, diventa uno straordinario amplificatore del cambiamento sussistente. Essa permette a una cultura originariamente minoritaria di influenzare un numero sempre maggiore di persone. Infine, questo cambiamento nella nostra cultura è esso stesso funzione dello sviluppo di un campo di abbondanza, il campo dell’informazione, che è di per sé strettamente collegato con la base tecnologica che ha contribuito alla sua creazione. Per spiegare questo argomento, formuliamo la domanda «Perché adesso?», in un modo leggermente diverso. I filosofi della tecnologia, come Marshall McLuhan (McLuhan, 1994) e altri, hanno messo in evidenza che la tecnologia è una “estensione dei nostri corpi” o, più precisamente, delle facoltà del nostro corpo e della nostra mente. Per semplificare: le tecnologie dell’era tribale, come le aste e le frecce, riflettono le estremità delle nostre membra, le unghie e le dita. Le tecnologie dell’era agricola riflettono l’estensione del nostro sistema muscolare e delle membra vere e proprie: braccia e gambe. Le tecnologie dell’età industriale riflettono il centro del nostro corpo e le sue funzioni metaboliche interne: la trasformazione di materiale grezzo in prodotti più definiti che possono essere usati dal nostro corpo. Le economie industriali sono caratterizzate dalla produzione, distribuzione e consumo di prodotti fisici. Ma l’era dell’economia dell’informazione è caratterizzata dall'esternalizzazione del nostro sistema nervoso (telefono e telegrafo) e delle nostre menti P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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(computer), con una logica dapprima di tecnologie di comunicazione uno-a-uno, e poi molti a uno (mass media), e infine con le reti internet e informatiche: molti-a-molti. Se osserviamo la storia in un modo così ampio e largo, possiamo vedere i principî del P2P in vigore nei piccoli gruppi dell’era tribale. Ma non appena la società andò facendosi più complessa grazie a una divisione del lavoro sempre più elaborata, la complessità della società dell’organizzazione fu tale che sembrò più sensato creare istituzioni centralizzate. Secondi i teorici dei sistemi, «le disposizioni fisse riducono sensibilmente i costi delle transazioni». In senso darwiniano, si potrebbe dire che quelle potrebbero gestire meglio la scarsità di informazione, in modo che un minor numerosi agenti potrebbe razionalizzare l’organizzazione di una tale complessità, attraverso norme formali gerarchiche. Dopo la rivoluzione della stampa, seguita dall’invenzione della comunicazione elettronica, nonché da una sensibile diminuzione della scarsità di informazione, vediamo un’ulteriore integrazione di un sistema mondiale più differenziato e la comparsa di un mercato; anche se, all’interno di questo mercato, era sempre più sensato avere un numero crescente di agenti monopolistici. Con l’avvento, però, delle reti di comunicazione globale – prima di internet esse erano monopolio delle grandi aziende – vediamo il manifestarsi di importanti cambiamenti nella logica organizzativa: un appiattimento delle gerarchie. Secondo i teorici dei sistemi, i sistemi complessi on possono controllare essi stessi il numero crescente di sub-unità sempre più efficienti, a meno che non concedano loro un’autonomia funzionale sempre maggiore. Il sistema più esteso controlla se una sub-unità ha intrapreso un’attività, ma non controlla più il modo in cui questa attività è svolta. Di qui, la legge della “debita gerarchia”, che afferma che la necessità di gerarchia diminuisce al crescere della capacità di controllo a disposizione delle sub-unità. E la “legge della debita varietà” di Arvid Aulinxxxvi, che stabilisce che dove i controlli interni o la regolazione esterna sono assenti, c’è bisognosi gerarchia. Perciò, una delle chiavi per comprendere i processi in atto è riconoscere che le tecnologie della comunicazione hanno consentito questo tripodi controllo e di regolazione a un livello tale – come si vede nei processi P2P – che il comando e il controllo centralizzati possono essere, di fatto, superati in buona parte. O, più correttamente, riconoscere che le sub-unità diventano primarie, fino al livello degli individui partecipanti, che adesso possono volontariamente rimettersi alla sub-unità per un minimo controllo di “ciò che viene prodotto” (e non più di “come viene prodotto”), mentre le sub-unità fanno lo stesso direttamente col sistema globale. All’interno delle grandi imprese, processi P2P possono svilupparsi solo in parte, dato che esse devono difendere il motivo del profitto; ma, fuori dalla grande azienda, questo limite può essere superato, e quei processi di “produzione che esce fuori dai confini dell’impresa” rendono sempre più chiaro che l’imperativo del profitto, con la conseguente appropriazione privata dei processi di cooperazione sociale, sta diventando controproducente. In termini molto più semplici, lasciateci perciò concludere che lo sviluppo delle capacità di elaborazione dell’informazione ha liberato la cooperazione dalle limitazioni di tempo e spazio. Perciò, pur accettando l’argomento che i processi P2P sono sempre esistiti, seppur limitati solo a piccoli gruppi (oppure sono emersi eventualmente per brevissimi periodi in situazioni rivoluzionarie, per essere subito messi da parte dai loro nemici autoritari e centralizzati, all’epoca ancora più efficienti), è indubbiamente “solo adesso” che un tale diffuso sviluppo del P2P è possibile. Dobbiamo, perciò, inevitabilmente concludere che la tecnologia è un fattore importantissimo in questo sviluppo generalizzato.

3. P2P nella sfera economica

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3.1.A. LA TERZA MODALITÀ DI PRODUZIONE
Nella sfera economica, il P2P appare nientemeno che come la “terza modalità di produzione” (come è stato definito per la prima volta da Y. Bencklerxxxvii, che usava il concetto di «produzione pari in comune»). Se la prima modalità di produzione è il capitalismo basato sul libero mercato e la seconda è il modello, adesso in disuso, di un’economia statale centralizzata, allora la terza modalità non è definita né dal motore del profitto né da alcun tipo di accentramento. In tutto il mondo, gruppi di programmatori ed altri esperti si stanno impegnando nella produzione cooperativa di beni immateriali con importante valore d’uso, soprattutto nuovi sistemi di software, ma non solo. I nuovi software, hardware e “wetware” che così vengono creati sono, allo stesso tempo, nuovi mezzi di produzione, dato che il computer adesso è una macchina universale “responsabile di tutto” (ogni azione produttiva che possa essere ridotta a passi logici può essere diretta da un computer). Tutto ciò prende la forma o dell’ethos del movimento Free Software xxxviii, come definito da Richard Stallman (Stallman, 2002), oppure dei progetti Open Source, come definiti da Eric Raymond (Raymond, 2001). Entrambi sono sviluppi innovativi del copyright che superano significativamente le implicazioni della proprietà privata e le sue restrizioni. Il software libero è essenzialmente open code. La sua General Public Licence stabilisce che tutte le persone che usano free software devono concedere agli altri utenti almeno gli stessi diritti accordati a loro stessi: la totale libertà di vedere il codice, di cambiarlo e migliorarloxxxix. Il free software respinge esplicitamente la proprietà del software, dal momento che ogni utente ha il diritto di distribuire il codice e di adattarlo, ed è perciò esplicitamente fondato sulla filosofia della partecipazione e della “condivisione”. L’Open Source è dichiaratamente meno radicale: esso accetta la proprietà del software, ma rende questa proprietà più vaga, dal momento che gli utenti e altri programmatori hanno il pieno diritto di usarlo e cambiarloxl. Ma dal momento che il modello open source è stato appositamente progettato per rendere indolore la sua accettazione da parte della comunità finanziaria, che adesso è sempre più coinvolta nel suo sviluppoxli, esso in generale consente un controllo molto più forte sul processo operativo. Ma anche i progetti free software sono diventati sempre più professionalizzatixlii, e adesso generalmente constano di un nucleo di professionisti spesso pagati, finanziati o da enti senza fine di lucro o da grandi aziende interessate alla loro continua espansione; fanno anche uso di sistemi professionali di gestione dei progetti, come nel caso di Linux. A dispetto delle loro differenze, nei seguenti capitoli del libro userò entrambi i concetti più nella loro implicita somiglianza, senza esprimere preferenze – anche se, a un livello personale, sarei forse più vicino al modello del free software, che è la forma “più pura” della produzione pari in comune. A dispetto del loro radicamento come modificazioni dei diritti di proprietà intellettuale, entrambi generano l’effetto di creare una specie di pubblico dominio nel software, e possono essere considerati come parte dell’orizzonte comune dell’informazione. Il free software e gli open source sono rivelatori della doppia natura del peer to peer, di cui parleremo in seguito: esso, infatti, è dentro il sistema, ma in parte lo trascende. Benché siano sempre più oggetto d’interesse delle forze economiche, per via della loro efficienza, questi sistemi non sono assunti per un motivo fondamentalmente legato al profitto; è molto più una questione di valore d’uso dei prodotti. Si potrebbe dire che essi facciano parte di un nuovo settore “del beneficio”, che include anche gli enti non-governativi, le imprese sociali e quella che gli europei chiamano «economia sociale», e che si sta sviluppando accanto all’economia “del profitto” delle grandi aziende private. Studi mostrano che lo sviluppo personale dei partecipanti è la motivazione primaria, a dispetto del fatto che pochissimi programmatori sono pagati, in questo momento, per i loro sforzi. L’open source si propone esplicitamente come valore in grado di creare più software efficiente nell’ambiente finanziario. È accettato perfino P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 2

da interessi aziendali come quelli della IBM e di altri rivali della Microsoft, come via per scavalcare il monopolio di quest’ultima, ma la creazione di un’infrastruttura aperta è chiaramente fondamentale e nell’interesse di tutti. Ma per via della generalizzazione di un modello lavorativo cooperativo, e per via del suo capovolgimento dei limiti della proprietà, che normalmente impedisce ad altri programmatori e utenti di studiare e migliorare il codicesorgente, esso è al di là del modello di proprietà, contrario alle modalità autoritarie, burocratiche o “feudali” dell’amministrazione aziendale; e al di là del motivo del profitto. Dovremmo anche notare che qui siamo in presenza di una modalità di produzione che è interamente priva di un produttorexliii. Nelle parole di Doc Searls, caposervizio della rivista di Linux, vediamo l’offerta offrirsi da séxliv. Per riassumere l’importanza della produzione pari in comune: 1) essa è basata sulla libera cooperazione, non sulla vendita del proprio lavoro in cambio di un salario, né trova la sua prima motivazione nel profitto o nel valore di scambio del prodotto risultante; 2) non è gestita da una gerarchia tradizionale; 3) non ha bisogno di un produttore; 4) è un’applicazione innovativa del copyright che crea un’orizzonte comune dell’informazione e supera le limitazioni inerenti alla forma della proprietà. Quanto sono diffusi questi sviluppi? I computer open-source sono già il punto di forza dell’infrastruttura di internet (server Apache); Linux è un sistema operativo alternativo che sta conquistando il mondoxlv. Adesso è una possibilità pratica creare un personal computer open source che usi esclusivamente software open source per il desktop, compresi database, programmi di calcolo, programmi grafici, e browser come Firefoxxlvi. Come metodo collaborativo per produrre software, esso è sempre più usato da varie aziende e istituzionixlvii. Wikipediaxlviii è un’enciclopedia alternativa prodotta dalla comunità internet che sta rapidamente migliorando in quantità, qualità e numero di utenti. E ci sono parecchie migliaia di progetti del genere, che coinvolgono quanto meno parecchi milioni di individui cooperanti. Se consideriamo il blogging come una forma di produzione giornalistica, allora andrebbe notato che esso coinvolge già circa dieci milioni di blogger, e che quelli più popolari ricevono parecchie centinaia di migliaia di visite. Siamo davvero in un’epoca del “tutto open source”, con i musicisti ed altri artisti che se ne servono anche per produzioni collaborative online. In generale, si può dire che questa modalità di produzione genera “prodotti” che sono almeno tanto buoni quanto quelli delle loro controparti commerciali, e spesso anche meglio. In più, ci sono valide ragioni per accettare che, se la metodologia open source sarà coerentemente usata nel tempo, il risultato finale potrà essere soltanto un insieme di alternative migliori, dal momento che ci sarà stata la mobilitazione di molte più risorse rispetto a quelle implicate nella produzione commerciale. La produzione open source opera in un contesto economico più ampio, che ci piacerebbe descrivere come «comunismo del capitale», con “l’etica hacker” alla base della sua nuova cultura del lavoro.
Tabella – per scegliere un desktop open source

NATURA DEL PROGRAMMA
SISTEMA OPERATIVO PER DESKTOP INSTANT MESSAGING PACCHETTO OFFICE

WINDOWS
MS Windows AOL AIM MS Office

ALTERNATIVA FREE SOFTWARE / OPEN SOURCE
Linspire Lindows, Gnome, BeOS Max Jabber Open Office, Gnome Office

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PROGRAMMA DI CONTABILITÀ GESTIONE DI PROGETTI PROGRAMMA DI DATABASE GESTIONE FAX BROWSING

Intuit IBM Lotus Notes MS Access Esher VSI Fax Internet Explorer

Compiere Horde Project, Net Office Project Twiki, Druid, Gnome DB HylaFax, Mgetty + Sendfax Firefox

3.1.B. IL
COGNITIVO

COMUNISMO DEL CAPITALE, OVVERO LA NATURA COOPERATIVA DEL CAPITALISMO

Nella modernità, l’ideologia economica vede individui autonomi che entrano in relazione di contratto l’un con l’altro, vendendo lavoro in cambio di salario, scambiando merci per valore equo, in un libero mercato in cui la “mano invisibile” fa sì che le ambizioni economiche egoistiche private di tali individui alla fine contribuiscano al bene comune. Il “singolo” o soggetto dell’azione economica è l’azienda, guidata da imprenditori, che sono il locus dell'innovazione. Così, abbiamo la familiare spaccatura tra soggetto e oggetto, che opera nella sfera economica, con un soggetto autonomo che usa e manipola risorse. Questa visione è difficilmente difendibile oggi. L’impresa autonoma è entrata in una dimensione diffusamente partecipativa che sfuma le distinzioni e le identità nette. L’innovazione è diventata un processo molto diffusoxlix. L’impresa è collegata con i suoi consumatori tramite internet, e si trova oggi a dover far fronte, più che a un movimento sindacale militante, a un “consumatore politico”, che può ritirare il suo potere d’acquisto danneggiando, su internet e nella blogosfera, l’immagine delle aziende e dando inizio a brevissimo termine a esplosioni virali di critica e malcontento. Ai partner e ai fornitori, l’impresa è collegata tramite extranet. I processi non sono più integrati internamente, come nella riconfigurazione dei processi aziendali degli anni’80, ma integrati esternamente in vaste reti di cooperazione inter-societaria. Intranet permette una diffusa cooperazione orizzontale non solo per i lavoratori all’interno della compagnia, ma anche al di fuori. Così, l’impiegato è in costante contatto con l’esterno, parte di numerose reti di innovazione e scambio, in un costante apprendimento, che segue dinamiche formali ma perlopiù informali. Visti l’alto grado di educazione e la natura mutevole del lavoro – che è diventato una serie di contratti a breve termine –, un lavoratore tipico non ha in nessun senso appreso le sue competenze essenziali e la sua esperienza all’interno della compagnia in cui lavora in un determinato periodo, ma continua a migliorare la sua capacità ed esperienza durante tutta la sua carriera lavorativa. L’innovazione oggi è essenzialmente “socializzata” ed ha luogo prima della produzione, o dopo la produzione, dove la riproduzione ha costi marginali per quanto riguarda i beni immateriali, e nella sfera materiale, pure essendo costosa, è solo un’attualizzazione della fase di progettol. In più, a causa della natura complessa, temporanea e dipendente dall’innovazione del lavoro contemporaneo, per tutti termini pratici il lavoro è organizzato in una serie di team, che usano principalmente processi di lavoro P2P. Di fatto, come documentato in maniera molto convincente da Eric von Hippel nel suo The Democratisation of Innovation (Von Hippel, 2004), l’innovazione da parte degli utenti sta diventando l’impulso più importante P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 2

dell’innovazione, più importante della ricerca di mercato interna e delle divisioni di ricerca e sviluppo. Queste comunità di innovazione di utenti sono importantissime, per esempio, nel mondo degli sport estremi, nella tecnologia e nella musica onlineli, e in un numero crescente di altre aree. Recentemente, nel maggio 2005, Trendwatching.com, un notiziario di taglio economico sull’innovazione, che si avvale di migliaia di osservatori in tutto il mondo, ha dedicato un intero numero al tema “innovazione creata dagli utenti”, indicandone parecchie dozzine di esempi in tutti i settori dell’economia.lii Le aziende più lungimiranti stano perciò consapevolmente abbattendo le barriere tra produzione e consumo, produttori e consumatori, coinvolgendo i consumatori – in un modo ispirato all’open source – nella reazione di valore. Pensate a come il successo di eBay ed Amazon è collegato alla riuscita mobilitazione delle comunità dei loro utenti: queste aziende, di fatto, presentano molti aspetti della produzione pari in comune. Ci stanno naturalmente fattori importanti, inerenti al funzionamento del capitalismo e alla forma dell’impresa, che causano tensioni strutturali attorno a questa natura partecipativa e all’uso dei modelli P2P, e di questo tratteremo nella nostra sezione esplicativaliii. Lo stesso tipo d’innovazione generata da utente è stata notata nella pubblicitàliv. Così, la conclusione generale di quanto abbiamo detto finora dev’essere la natura essenzialmente cooperativa della produzione, il fatto che le compagnie stanno attingendo da questa vasta riserva dell’“orizzonte comune dell’intellettualità generale”, senza il quale esse on potrebbero funzionare. Quest’innovazione s’è diffusa in tutto il corpo sociale. E allora, se accettiamo l’affermazione di John Locke secondo cui il lavoro che aggiunge valore dovrebbe essere premiato, sarebbe sensato premiare il corpo cooperativo dell’umanità, e non solo gli individui e gli imprenditori. Tutto questo porta alcuni commentatori sociali, sia dalla sinistra sia dalla parte liberale (difensori della libera impresa), a porre la questione del salario universale all’ordine del giorno e a rivalutare la vecchia nozione marxista di «intelletto generale»lv. Perché parliamo di «capitalismo cognitivo»? Per una quantità di motivi importanti: il numero relativo di lavoratori coinvolti nella produzione materiale sta scemando piuttosto rapidamente, con una maggioranza di lavoratori occidentali coinvolti o nel simbolico (lavoratori intellettuali) o nell’affettivo (settore dei servizi) o nella creazione (industria dell’intrattenimento). Il valore di ogni prodotto è perlopiù determinato non dal valore dell risorse materiali, ma dal suo livello di integrazione d’intelligenza e di altri fattori immateriali (design, creatività, intensità dell’esperienza, accesso ai mondi di vita e identità create dale marche). La natura immateriale della produzione contemporanea sta riconfigurando la produzione materiale delle produzioni agricole e delle merci industriali. Nei termini della “esperienza professionale”, sempre più lavoratori non manipolano direttamente la materia; il processo è mediato tramite computer che gestiscono i processi di macchina. Il capitalismo cognitivo è perciò un’ipotesi sul fatto che la corrente fase del capitalismo sia distinta, nelle sue operazioni e nella sua logica, da forme precedenti, come il capitalismo mercantile e quello industrialelvi. Secondo l’ipotesi del capitalismo cognitivo, esistono tre approcci principali all’analisi dell’attuale economia politica: 1. L’economia neo-classica cerca le leggi del capitalismo “in quanto tale”, e oggi è impegnatissimo a creare modelli e a matematizzarli; secondo i teorici del capitalismo cognitivo, ad essa manca un modello storico che tenga in considerazione i cambiamenti. 2. I modelli dell’economia dell’informazione sostengono che l’informazione/conoscenza è diventata un terzo fattore indipendente di produzione, che ha cambiato la natura della nostra economia, rendendola “post-capitalistica”

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3. Nel mezzo, c’è l’ipotesi del capitalismo cognitivo, che, benché riconosca che siamo entrati in una nuova fase, una terza fase “cognitiva”, rimane ancora dentro lo schema del sistema capitalistico. Ciò che i ricercatori del capitalismo cognitivo stanno costruendo è una giovane e tuttavia valida scuola di teoria economica, nota come Regulation Schoollvii, che va forte soprattutto in Francia (M. Aglietta): essa ritiene che, a dispetto delle differenze tra i modelli nazionali, vi siano delle costanti nell’evoluzione strutturale del sistema capitalistico, che è stato caratterizzato da diversi regimi ognuno dei quali aveva i propri particolari modi di “regolazione” (forme di bilanciamento dell’inerente stabilità del sistema). Sono stati gli studiosi di questa scuola, che ano preso di mira soprattutto le teorie del post-fordismo, ad affermare che, dopo il 1973, il sistema taylorista-fordista di organizzazione del lavoro e la relativa economia (con il keynesianismo come suo corollario) erano stati sostituiti da nuovi sistemi di organizzazione del lavoro e di regolazione dell’economia. L’Hacker Manifesto di McKenzie Wark (Wark, 2004) va un po’ più a fondo in quest’analisi e sostiene che il fattore-chiave della nuova era sia “l’informazione come proprietà”. Secondo Wark, abbiamo già una nuova configurazione di classe. Anche se la classe capitalistica possedeva fabbriche e macchine, una volta che il capitale si è astratto nella forma di azioni e informazioni, è sorta una nuova classe che controlla “il vettore delle informazioni”, i mezzi di produzione, immagazzinamento distribuzione dell’informazione, i mezzi per trasformare il valore d’uso in valore di scambio. Questa è la nuova forza sociale, che lui chiama «classe vettorialista». La classe che effettivamente produce il valore (distinta dalla classe che può ”attuarlo” e che perciò si avvale del plusalore), è chiamata «classe hacker». Essa si distingue dalla prima perché crea effettivamente nuovi mezzi di produzione: hardware, software, nuova conoscenza (wetware). Si veda la sezione 3.3.D. per una spiegazione più esauriente delle diverse interpretazioni della corrente economia politica, di cui il P2P è un elemento cruciale.

3.1.C. L’ETICA HACKER, OVVERO “IL LAVORO COME GIOCO”
Nella sezione 3.2 tenteremo di mostrare la natura contraddittoria del rapporto tra capitalismo e processi peer to peer. Il capitalismo ha bisogno del P2P per proliferare, ma ne è allo stesso tempo minacciato. Una simile contraddizione ha luogo nella sfera del lavoro. Abbiamo già detto come nel modello industriale “fordista”, il lavoratore era considerato un’estensione della macchina. Un altro modo per dire lo steso è che l’intelligenza si trovava nel processo, ma il lavoratore stesso era disabilitato; gli era imposto di essere un “corpo ottuso” che doveva limitarsi a seguire istruzioni. Il lavoratore doveva vendere la sua prestazione per sopravvivere, e si poteva trovare un senso solo nella stessa attività lavorativa, intesa come mezzo di sopravvivenza della famiglia, come modo di integrazione sociale, come mezzo per ottenere un’identità tramite il ruolo sociale che si acquistava. Ma trovare un senso nel contenuto dello stesso lavoro era cosa rara. Nel post-fordismo si hanno importanti cambiamenti e rovesciamenti. Oggi, il lavoratore dovrebbe comunicare e cooperare, avere la capacità di risolvere problemi. Gli è richiesto non solo l’uso della sua intelligenza, ma anche il coinvolgimento della sua piena soggettività. Certamente, questo accresce la possibilità di trovare soddisfazione e senso nel lavoro, ma dir questo significherebbe delineare un quadro troppo ottimistico. All’interno della compagnia, la ricerca di soddisfazione è spesso contraddetta dal vuoto fine della compagnia stessa, dove efficientismo, ossessione del breve termine ed esclusività del motivo del profitto stanno prendendo piede come le priorità principalilviii. I processi peer to peer caratteristici dei team di progettazione entrano in tensione con la natura gerarchica, feudalistica della gestione secondo modelli oggettivilix, la cui matrice basata sulla “scarsità di informazione” sta diventando controproducente perfino nei termini P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 2

propri del capitalismolx. La pressione psicologica e i livelli di stress sono altissimi, dal momento che il lavoratore adesso ha piena responsabilità e target molto elevatilxi. Si potrebbe dire che, anziché sfruttare il corpo del lavoratore, come avveniva nel capitalismo industriale, adesso è la psiche ad essere sfruttata, e che le malattie legate allo stress hanno sostituito gli incidenti industriali. Ma non è tutto: il modello di produttività e i modi dell’efficientismo hanno lasciato la fabbrica per diffondersi in tutta la società. Non è raro oggi gestire la propria famiglia, i propri figli e la propria casa seguendo quel modello. Genitori dalla duplice carriera tornano a casa stanchi e stressati, da bambini che trascorrono la giornata in istituti d quando erano piccolissimi, e hanno poche occasioni per trascorrere un po’ di “tempo qualitativo” insieme; e sono gestiti (o si gestiscono) come “risorse umane” in un ambiente molto competitivo. Un crescente numero di relazioni umane (come il fissare un appuntamento) e di attività creative è stato mercificato e monetizzato. Mentre la pressione all’interno della sfera temporale del lavoro in azienda si intensifica, per via del modello neo-liberista incentrato sull’iper-competizione, l’apprendimento e altre attività necessarie per rimanere creativi ed efficienti sul lavoro sono stati esportati nella sfera privata. Così, paradossalmente, l’etica lavorativa protestante è stata inasprita, o, come Pekka Himanen ha suggerito nel suo Etica hacker (Himanen, 2001)lxii, c’è stata una «venerdizzazione della domenica». In altre parole, i valori e le pratiche della sfera produttiva, la sfera della settimana lavorativa che comprende il venerdì, definite dall’efficienza, hanno invaso la sfera privata, la sfera del weekend, la domenica, che avrebbe dovuto essere al di fuori di questa logica. Ma perfino all’interno della stesa sfera aziendale, questi sviluppi hanno portato ha una diffusa insoddisfazione della forza di lavorolxiii. Si sta facendo un lavoro interessante riguardo all’analisi delle nuove forme di socialità di rete, tipo quella di Andreas Wittel, ma questi scrive anche che questa forma di socialità, che egli pone in contrasto con la comunitàlxiv, è conforme alla creazione e protezione dell’informazione di proprietà. Questa lettura è in netto contrasto con la socialità peer to peer, e perciò si sofferma sull’inasprimento dell’etica lavorativa protestante, e sui suoi effetti culturali, anziché sulla reazione contro di essa. Similmente, Pekka Himanen non distinguerà tra imprenditori e lavoratori intellettuali. E questa è precisamente l’importante ipotesi di una socialità peer to peer: nuove soggettività ed intersoggettività (di cui parleremo poi) stanno creando un contro-movimento nella forma di una nuova etica lavorativa: l’etica hacker (si veda anche Kane, 2003). Al crescere dell’intellettualità di massa grazie all’educazione formale ed informale, e per via delle effettive esigenze dei nuovi tipi di lavoro immateriale, il senso non è più cercato nella sfera del lavoro salariato, ma nella vita in generale; e non solo nell’intrattenimento, bensì nell’espressione creativa, anche nel”lavoro”, ma al di fuori della sfera monetaria. A volte – ed è stato così soprattutto durante il boom della New Economy – le compagnie cercano di integrare tali metodi, nel modello cosiddetto “boemo”. Questo spiega in gran parte il sorgere del metodo produttivo open source. Tra gli interstizi del sistema, tra gli impieghi, nel lavoro quando c’è tempo libero, nei circoli accademici, o favorito dal benessere sociale, si crea nuovo valore d’uso. O, più di recente, lo si crea nelle compagnie informatiche rivali che hanno cominciato a comprendere l’efficienza del modello e lo vedono come un modo per spezzare il monopolio del software Microsoft. Ma lo si fa attraverso un’etica lavorativa completamente nuova, che è in contrasto con le asprezze dell’etica lavorativa protestante. Questo modo di lavorare, essendo stato escogitato per la prima volta dalla comunità dei «programmatori appassionati, i cosiddetti “hackers”, è chiamato “etica hacker”». Himanen (Himanen, 2004) spiega alcune delle sue caratteristichelxv:
«Il tempo non è rigidamente separato in lavoro e on-lavoro; a periodi di lavoro intensivo seguono pause estese, necessarie a un rinnovamento intellettuale e creativo; vi funge una logica di auto-apertura, i lavoratori lavorano a progetti verso i quali si sentono stimolati e che espandono la loro conoscenza ed esperienza nelle direzioni desiderate; la partecipazione

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è volontaria; l’apprendimento è informale e continuo; i valori del piacere e del gioco sono fondamentali; il progetto deve avere valore sociale ed essere utile a una comunità estesa; c’è totale trasparenza, niente segreti; c’è un’etica che dà importanza all'attività e alla cura; la creatività, il continuo sorpassare se stessi nel risolvere problemi e nel creare nuovo valore d’uso, è di importanza capitale».

Nei progetti open source, queste caratteristiche sono presenti a pieno; in un’ambiente dove vige il profitto esse possono essere presenti parzialmente, ma entrano in conflitto con la diversa logica di un’impresa a scopo di lucro.

3.2. LO SVILUPPO DELL’ECONOMIA P2P. UNA SPIEGAZIONE 3.2.A. LA SUPERIORITÀ DEL MODELLO DI PRODUZIONE FREE SOFTWARE/OPEN SOURCE
Parte della spiegazione è di natura culturale, e sta in un insieme di valori che stanno mutando, coinvolgendo ampi strati della popolazione, soprattutto nel mondo occidentale. La ricerca World Values di R. Inglehart (Inglehart, 1989) ha mostrato che c’è u gran numero di persone che si identificano con i valori post-materiali e che hanno fatto un passo in avanti nella “gerarchia dei valori”, come l’ha definita Abraham Maslow. Le persone che si sentono relativamente al sicuro, dal punto di vista materiale, e che non vengono intrappolate dai desideri infiniti promossi dalla società consumistica, è inevitabile che cercheranno altri mezzi di soddisfazione, nell'arte della creazione, delle relazioni, della spiritualità. La richiesta di libera cooperazione in un contesto di auto-apertura dell’individuo è un corollario di questo sviluppo. A parte questi motivi culturali e “soggettivi”, ci sono valide ragioni oggettive che spingono all’adozione di processi collaborativi aperti: la natura estremamente “diffusa” dell’innovazione contemporanea è in opposizione all’appropriazione individuale, dal momento che ci sono miriadi di input necessari a produrre un dato output, e se questo output dovesse essere cristallizzato tramite una rigida protezione intellettuale, questa soffocherebbe il processo di innovazione, e porrebbe queste entità in una posizione di svantaggio, dal punto di vista della competizionelxvi. Abolendo le distinzioni tra produttore e consumatore, i processi open source accrescono sensibilmente il loro accesso all’esperienza conoscitiva, a un orizzonte globale disposto a rete tramite internet. Nessuna istituzione commerciale può permettersi una schiera così corposa di volontari. Il software commerciale, che proibisce ad altri programmatori e agli utenti di migliorarlo, è molto più statico nel suo sviluppo ed ha molte altre fallelxvii. Nei progetti FLOSS (Free Libre Open Sources Software), tutti gli utenti possono partecipare, almeno tramite un rilevamento dei bug, oppure offrendo i loro commenti. questo “grado flessibile di coinvolgimento”lxviii è una caratteristica importantissima della produzione pari in comune, che di solito unisce un nucleo molto motivato e una periferia flessibile di collaboratori occasionali, con multigradi nel mezzo – e tutti hanno la possibilità di “modulare” continuamente i loro contributi in modo che si calino adeguatamente nei loro contesti personali. Di fatto, poiché la cooperazione è libera, i partecipanti operano appassionatamente ed ottimamente senza coercizione. Il “gioco del giudizio”, il fatto, cioè, che si guadagni influenza sociale mediante la reputazione, cresce la motivazione a partecipare con interventi di alta qualità. In alcuni sondaggi fatti tra i partecipanti a progetti del genere, la motivazione più frequentemente citata è stata «l’apprendimento»lxix. Poiché vige una logica di autoapertura che cerca una sensazione di flusso ottimale, i partecipanti collaborano quando si sentono più stimolati. La disponibilità, nell’open source, del codice-sorgente e della P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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documentazione implica che i prodotti possono essere continuamente migliorati. Grazie al controllo sociale e al gioco della reputazione, i comportamenti abusivi possono essere controllati e lo stesso abuso di potere è rimesso all’approvazione collettiva. nella sfera della produzione e della distribuzione immateriali, come per esempio nella distribuzione della musica, i vantaggi della distribuzione online mediante processi P2P sono impareggiabili. Anche nella sfera della produzione materiale, essenzialmente grazie ai contributi dei lavoratori intellettuali, i processi P2P sono più efficienti del controllo gerarchico centralizzato. Yochai Benkler, in un famoso saggio, Coase's Penguin, ha dato una spiegazione logica dello sviluppo delle metodologie di produzione P2P, spiegazione basata sul concetto di «costi di transazione». Nel mondo fisico, il prezzo per radunare migliaia di partecipanti può essere molto alto; sicché, può essere più conveniente avere ditte centralizzate che un mercato aperto. È per questo che le prime esperienze di economia collettivizzata non potevano funzionare. Ma nella sfera immateriale usata per la produzione di beni informazionali, i costi di transazione tendono a zerolxx e, perciò, i metodi produttivi open source sono più economici ed efficienti. L’esempio di Thinkcyclelxxi, dove sono usati metodi open source per u gran numero di progetti – tipo, combattere il colera – dimostra un’ampia applicabilità del metodo. I metodi open source sono già stati applicati con un certo successo nel campo biotecnologico lxxii, e si propongono come alternativa in un numero sempre maggiore di nuove areelxxiii . un’interessante variante della teoria, di Yochai Benkler, dei costi di transazione è fornita da Clay Shirky, che spiega il ruolo dei «costi di transazione mentale»lxxiv nella «economia dell’attenzione», la quale per molti versi spiega il fenomeno della «gratuità» nella pubblicità internet, e perché gli schemi di pagamento, compreso il micropagamento, sono così inefficaci. Aaron Krowne, scrivendo per la rivista “Free Software”, ha proposto un insieme di leggi per spiegare la maggiore efficienza dei modelli PPC (= produzione pari in comune): (Legge 1.) Quando i contributi positivi superano i contributi negativi di un fattore sufficiente, in un progetto PCC, il progetto avrà successo. Questo significa che, per ogni contribuente che possa “mandare tutto all’aria”, devono essercene almeno altri dieci che possano correggere questi errori. Ma nella maggior parte dei progetti, il rapporto è di 1 a 100 o di 1 a 1000, così la qualità può essere conservata ed accresciuta nel tempo. (Legge 2.) La qualità di coesione è la qualità della presentazione dei concetti in una componente collaborativa (come, per esempio, il lemma di un’enciclopedia). Assumendo che il criterio del successo, di cui parla la legge 1, sia soddisfatto, la qualità di coesione di una componente nel complesso crescerà. Tuttavia, essa può temporaneamente diminuire. Le riduzioni sono di leggera portata, mentre le crescite sono più estese. I contributi individuali che di per sé possono essere utili ma che riducono l’equilibrio complessivo del progetto, saranno sempre scoperti, in modo che la riduzione sarà solo temporanea. (corollario) Le leggi 1 e 2 spiegano perché la qualità di coesione dell’intera raccolta (o progetto) cresce nel tempo: le sconnesse riduzioni temporanee della qualità di coesione sono neutralizzate da piccole crescite in altre componenti, e i meno frequenti balzi nella qualità di coesione si accumulano per dare una leggera spinta in avanti alla media complessiva. Tutto questo senza nemmeno prendere in considerazione la qualità di

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copertura, che conta come positiva ogni aggiunta concettuale, a prescindere dal criterio della sua integrazione. Krowne si è impegnato validamente anche per definire i modelli di autorità che operano in questo tipo di progetti. I modelli definiscono l’accesso e il flusso di lavoro, e se c’è un controllo della qualità. Il modello free-form, utilizzato da Wikipedia, permette a chicchessia di integrare un lemma in qualsiasi momento. Ma nel modello a proprietario, i lemmi possono essere modificati solo col permesso di uno specifico “proprietario” che deve difendere l’integrità del suo modulo. Krowne conclude: «Questi due modelli hanno diversi presupposti e diversi effetti. Il modello free-form implica che tutti gli utenti sono, in più di un senso, sullo “stesso livello” e che la competenza sarà universalmente riconosciuta e rispettata. Di conseguenza, al creatore di un lemma avrà risparmiata la noia di esaminare ogni cambiamento prima che sia integrato, come anche la necessità di effettuare l’integrazione. Al contrario, il modello di autorità “a proprietario” assume che il proprietario sia di fatto l’esperto nell’argomento in questione, sopra tutti gli altri, e che gli altri debbano rispettarlo. In virtù di questa disposizione, il proprietario deve esaminare tutte le proposte di modifica e impiegare del tempo per integrare quelle buone. Comunque, a nessun non-esperto sarà mai permesso di “danneggiare” un lemma, e perciò il ricorso a poteri amministrativi tende a essere inesistente».lxxv Il modello “a proprietario” è di qualità migliore, ma richiede più tempo, mentre il modello free-form aumenta l’estensione della copertura ed è molto veloce. La scelta tra i due modelli può essere naturalmente oggetto di disputa. Nel caso di Wikipedia, i seguaci del modello “a proprietario”, attivi nel modello “Nupedia” pre-Wikipedia, hanno perso; forse il successo di Wikipedia ha provato che avevano torto, dal momento che il più recente processo totalmente aperto si è dimostrato un successolxxvi. Fondamentale per il successo di molti progetti collaborativi è la loro integrazione di schemi di reputazione. Essi differiscono dai precedenti sistemi basati sulla reputazione, come la valutazione di pari accademici, perché il processo di partecipazione aperto (equipotenzialità) esclude un rafforzamento sistematico della reputazione tale da poter diventare fattore di conservatorismo (come accade nella scienza, col suo basarsi sui paradigmi dominanti) e potere. Nei sistemi P2P migliori, la reputazione è temporanea; basandosi sul livello della partecipazione recente e sulla possibilità di avanzare o di retrocedere sulla scala della reputazione, essi introducono un grado di controllo della comunità, di flessibilità e di dinamismo. Si vedano, in particolare, le note relative a questo argomento, che descrivono l’esempio del sito NoLogo. Dato che l’open source si fonda sull’abbondanza, fin quanto esso può essere esteso all’economia materiale e lasciare il suo confinamento al campo della pura produzione immateriale, come il software? L risposta logica è: esso può essere esteso fin dove si percepisca abbondanza. Se osserviamo la produzione materiale, noteremo che essa presenta due aspetti. La produzione materiale di per sé richiede ampie risorse e capitali, sicché sembra a prima vista antitetica al P2P. Ma l’altro aspetto è che l’intero processo della progettazione è immateriale, perciò è, per definizione, nella sfera dell’abbondanza. La creazione di un’automobile oggi si basa per molti aspetti su fattori essenzialmente immateriali come il design, la cooperazione di team internazionali disseminati in vari luoghi, il marketing e la comunicazione. Dopodiché, la produzione di automobili in parti standardizzate tramite compagnie di produzione esternalizzate, è – a dispetto della necessità di capitali – più che altro un epifenomeno. Perciò non è impossibile aspettarsi un’estensione dei modelli di produzione OS, almeno nella fase di progettazione e di ideazione che attengono anche alla produzione materiale. Possiamo immaginarci una futura forma di società, come descritta nello scenario sociale GPL (General Public License) di Oekonuxlxxvii, in cui la produzione intellettuale e la progettazione di un qualsiasi prodotto materiale si svolgano tramite processi P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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P2P. Ad ogni modo, adesso c’è una gran varietà di campi in cui si fa uso di metodologie basate sull’open source, trai quali spica Thinkcycle, «un progetto basato sul web di disegno industriale che mette insieme ingegneri, progettisti, accademici e professionisti provenienti da una quantità di discipline diverse»lxxviii. Dovremmo anche capire che la scarsità è per molti versi una costruzione sociale. La natura era abbondante per i popoli tribali, ma quando essa fu trasformata in terra che contava come proprietà, la terra divenne scarsa, trasformandosi in una risorsa da contendersi. Il movimento delle enclosure in Inghilterra si proponeva esattamente questo. Dalla terra erano prese risorse che precedentemente erano abbondanti, e venivano trasformate nella forma di proprietà nota come capitale. Il capitale diventò scarso e oggetto di contesa. Allo stesso modo, oggi, l’abbondante quantità comune di informazioni che produciamo viene contesa, in modo che possa trasformarsi in proprietà intellettuale, che può essere artificialmente resa scarsa. Così, l’intera dialettica tra abbondanza e scarsità non è un dato fatto oggettivo, come pre esempio quando diciamo che l’immateriale è per definizione abbondante e il materiale per definizione scarso. Avendo parlato della “costruzione sociale della scarsità”, penso che ora sia necessario aggiungere una nota pessimistica. Il continuo uso smodato delle risorse della biosfera – sembra che annualmente consumiamo il 20% in più rispetto a quanto la natura riesca a rigenerare – conduce a un probabile scenario di esaurimento e scarsità. È probabile che a un certo punto dovremo passare da un modello di economia di crescita a un modello di “economia di capacità di sfruttamento”, cioè l’economia a stato fisso descritta da Herman Daly, in cui il prodotto non eccede il materiale utilizzato. Un tale modello senza crescita è incompatibile col capitalismo contemporaneo, ma potrebbe essere compatibile con i modelli di “capitalismo naturale”, o con i modelli di economia del dono. Tuttavia, l’argomento che l’economia materiale può essere distinta in una fase di progettazione e una fase di produzione rimane valido. Un’altra riflessione pessimistica riguarda la stessa abbondanza di informazione. Come spiega McKenzie Wark (Wark, 2004), l’informazione può pure essere abbondante, ma affinché vi si acceda e la si distribuisca, abbiamo bisogno di vettori, cioè dei mezzi di produzionee distribuzione dell’informazione. E questi non sono nelle mani degli stessi produttori, ma sono controllati da una classe vettoriale. Il valore d’uso on può essere trasformato in valore di scambio senza il loro intervento. Allo stesso tempo, per mezzo di leggi sulla proprietà intellettuale, questa classe vettoriale sta cercando di rendere scarsa l’informazione. Per Wark, il problema fondamentale è la forma della proprietà, perché è la forma della proprietà – e solo la forma della proprietà – che rende scarse le risorse. Tuttavia, la naturale abbondanza di informazione, la natura peer to peer di vettori come internet, rendono la vita particolarmente difficile alla classe vettoriale. A differenza della classe operaia nel capitalismo industriale, lavoratori intellettuali possono resistere e aprire numerosi interstizi, nei quali prolifera l’autentico P2P. la loro funzione naturale è estendere il libero accesso all’informazione, costruire un orizzonte comune di risorse vettoriali; mentre la funzione naturale della classe vettoriale è controllare i vettori e trasformare l’orizzonte comune dell'informazione in proprietà rigidamente controllate. Ma, allo stesso tempo, la classe vettoriale h bisogno dei lavoratori intellettuali (o classe hacker, come l’ha chiamata McKenzie Wark), per produrre innovazione, e nel regime corrente, in molti casi, i lavoratori intellettuali hanno bisogno dei vettori per distribuire il loro lavoro. Questo è il motivo per cui i rapporti tra P2P e modello di impresa orientata al lucro sono fortemente contraddittori carichi di tensioni. Gruppi di lavoro ispirati al P2P devono coesistere con una struttura gerarchica che cerca solo di assicurare il profitto degli azionisti. Il modello di autorità di una grande azienda è essenzialmente un modello gerarchico piramidale, quasi “feudalistico”. Dal momento che il potere aziendale tradizionale era una risorsa scarsa basata sul controllo dell’informazione, pochissime compagnie sono pronte a integrare P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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effettivamente modelli P2P coerenti, con la loro implicita esigenza di una cultura della condivisione dell’informazione, dal momento che questa minaccia la struttura basilare del potere. Per loro natura, le compagnie cercano di sfruttare risorse esterne al più basso prezzo possibile e cercano di scaricare i prodotti di scarto nell’ambiente. Esse cercano di concedere il più basso salario socialmente accettato, cosa che è sufficiente per attirare i lavoratori. Fattori calmieranti sono le esigenze e le norme della politica democratica e, soprattutto oggi, le esigenze del consumatore politico, nonché la bontà e la scarsità della manodopera. Ma essenzialmente, l grande azienda sarà reattiva nei confronti di queste esigenze, non intraprendente. Altrove dimostreremo che il P2P è sia “dentro” sia “oltre” il sistema presente. Vi è dentro perché è la condizione del funzionamento dell’attuale sistema del “capitalismo cognitivo”. Ma il P2P, se segue la logica ad esso propria, esige di essere esteso all’intera sfera della vita materiale e sociale, ed esige la sua trasformazione da risorsa scarsa, fondata sulla proprietà privata, a risorsa abbondante. Perciò, in definitiva, la risposta alla domanda: può il P2P essere steso alla sfera materiale? dovrebbe avere la seguente risposta: solo se la sfera materiale sarà liberata dalla sua connessione con il capitale scarso e se, invece, comincerà a funzionare sul presupposto della manodopera sovrabbondante e on-mediata – solo allora – il P2P opererà efficacemente al di fuori della sfera immateriale. Perciò, il P2P indica l’eventuale superamento dell’attuale sistema dell’economia politica.

3.3. CONTESTUALIZZAZIONE DELL’ERA DEL P2P IN UNO SCHEMA EVOLUZIONISTICO
È possibile “storicizzare” lo sviluppo del peer to peer, per collocarlo in un’analisi delle differenti formazioni sociali? Questo è quanto cerchiamo di fare nelle sezioni seguenti.

3.3.A. L’EVOLUZIONE DELLA COOPERAZIONE DALLA NEUTRALITÀ ALLA SINERGETICA
Se diamo uno sguardo più generale all’evoluzione economica, col declino della “economia del dono” di stampo tribale, che operava in un contesto di abbondanza (quest’analisi controintuitiva è ben spiegata da antropologi come Marshall Sahlins (Sahlins, 1972), il quale ha dimostrato che i popoli tribali avevano bisogno di lavorare poche ore al giorno per la loro sopravvivenza), possiamo vedere che le forme pre-moderne, imperiale e feudale, di cooperazione umana erano basate sull’uso della forza. Usando la categorizzazione tripartita della cooperazione umana di Edward Haskelllxxix (cooperazione antagonistica, neutrale, sinergica; Haskell, 1972): si trattava di un gioco con vincitori e vinti, che ha portato inevitabilmente alla monopolizzazione del potere (sia nelle forze territoriali e militari delle formazioni pre-capitalistiche, sia nella sfera commerciale, come nel capitalismo). Si esigeva un tributo da chi in battaglia veniva sconfitto (oppure, il tributo era liberamente offerto dai deboli che cercavano protezione), manodopera e prodotti agricoli dagli schiavi e dai servi. Nella cooperazione forzata, antagonistica, in questo gioco con vincitori e vinti, il sovrappiù cooperativo è meno che ottimale; di fatto è negativo: 1 + 1 fa meno di 2. La produttività e la motivazione sono scarse. Nella società capitalistica, viene introdotta la cooperazione neutrale. Come abbiamo già detto, in teoria, i liberi lavoratori prestano il loro lavoro in cambio di un equo salario e scambiano prodotti con una “equa” somma di denaro. Nella cooperazione neutrale, il risultato della cooperazione è medio. I partecipanti danno solo il loro equivalente in denaro. Né le cose vanno meglio in uno scambio neutrale: 1 più 1 è uguale a 2. Possiamo interpretare ciò in maniera positiva o in maniera negativa. Da un punto di vista negativo, la teoria capitalistica P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 3

raramente è attuata nella pratica, dove l’equo scambio si basa sempre sulla monopolizzazione e sulle relazioni di potere. La situazione è perciò molto più problematica, più antagonistica e meno neutrale di quello che la teoria suggerirebbe. Nondimeno, paragonato ai precedenti modelli feudali, caratterizzati da un costante stato di guerra, il monopolio della violenza esercitato dal modello di Stato capitalistico limita i conflitti armati interni, e i rapporti di antagonismo sono relegati alla sfera del commercio. Il sistema si è dimostrato molto produttivo e, accoppiato alla natura distributiva del welfare state che vi è stato imposto, ha sensibilmente esteso gli standard di vita in certe aree del mondo. Visto nella luce più positiva, in esso può crearsi un ciclo retroattivo in cui entrambi i partner si sentono vincitori, sicché esso può a volte esser visto come un modello vincitore-vincitore. Ma quello che esso non può fare, a causa della sua implicita natura competitiva, è trasformarsi in un modello vincitorevincitore-vincitore (O, nella formulazione di Timothy Wilken di synearth.net, un modello vincitore-vincitore-vincitore-vincitore, con la biosfera come quarto partner). Un rapporto capitalistico non può prendersi cura spontaneamente dell’ambiente generale – al massimo, può essere costretto a farlo. (Questo è il fondamento logico della regolamentazione, dato che l’auto-regolamentazione generalmente si dimostra anche più inadeguata, nei termini dell'interesse generale della comunità e della sopravvivenza della biosfera).
In questo contesto, il peer to peer può essere di nuovo definito come un chiaro progresso evoluzionistico. Esso si basa sulla libera cooperazione. I partecipanti al processo ne ricavano tutti dei vantaggi: 1 più 1 fa molto più di 2. Per definizione, i processi peer to peer sono avviati per progetti comuni di maggior valore d’uso per la comunità generale (dal momento che il valore di scambio monetizzato cade). Il vero ed autentico P2P perciò si trasforma logicamente in un modello vincitorevincitore-vincitore, laddove non sono solo le parti inazione a guadagnare, ma pure la più ampia comunità e il campo sociale. Si tratta, secondo la definizione di Edward Haskell, di una vera cooperazione sinergica. È molto importante considerare gli effetti “energetici” di queste diverse forme di cooperazione, come ho già indicato: 1) la cooperazione forzata produce contributi di infima qualità; 2) il formato di cooperazione neutrale del mercato genera contributi di media qualità; 3) ma la collaborazione sinergica liberamente offerta genera passione. i partecipanti sono automaticamente spinti a fare quello che sanno fare meglio, nei momenti in cui si sentono più entusiasti e motivati a farlo. Questo è uno delle ragioni fondamentali della qualità superiore che alla fine, nel tempo, si crea in progetti open source.

Arthur Coulter, autore di un libro sulla sinergetica (Coulter, 1976), dà al discorso una nuova piega, spiegando la superiorità del P2P. alla definizione oggettiva di Haskell, egli aggiunge la definizione soggettiva di “rapporto”, basata sulle attitudini dei partecipanti. Rapporto [rapport] è lo stato di un insieme di persone che sono in piena sintonia, ed è determinato dalla sinergia, dall’empatia e dalla comunicazione. La sinergia si riferisce alle interazioni che promuovono gli scopi e gli sforzi dei partecipanti; l’empatia si riferisce alla mutua comprensione degli scopi; e la comunicazione all’interscambio concreto dei dati. Il suo “principio di equivalenza” stabilisce che i flussi di S + E + C sono ottimali quando essi hanno status che si corrispondono. Se distinguiamo l’agire di livello superiore e l’agire di livello inferiore, su un asse, e l’agire a supporto e l’agire con ostilità, su un altro asse, allora il flusso ottimale si ha quando una persona tratta l’altra come «un che di superiore» e con «un qualche supporto». Sicché, un atteggiamento egalitario-supportivo è il presupposto del successo del P2P. Prima ci siamo soffermati sui mezzi di cooperazione, ma un altro aspetto importante è il “raggio d’azione” della cooperazione, o la quantità o “volume” di ciò che può essere condiviso, sia in termini relativi sia in termini assoluti. Kim Veltman, un accademico olandese spiega questo aspetto, ripreso poi dallo psicologo dell'evoluzione John Stewardlxxx, in questo modo:
«I maggiori progressi nella civiltà solitamente implicano un cambiamento dell’ambiente complessivo, che accresce sensibilmente il dominio di ciò che può essere condiviso. Havelock

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ha notato che il passaggio dalla cultura orale alla cultura scritta implicò un sensibile accrescimento della quantità di conoscenza condivisa e portò a una riorganizzazione della conoscenza. McLuhan e Giesecke hanno analizzato quello che successe quando Gutenberg introdusse la cultura della stampa in Europa. Lo sviluppo della stampa andò di pari passo con la nascita della prima scienza moderna. Nel sedicesimo secolo, lo sviluppo della stampa popolare contribuì a diffondere nuova conoscenza. Da metà diciassettesimo secolo in avanti, questa tornò a crescere quando una colta corrispondenza divenne la base di una nuova categoria di giornali per eruditi (Journal des savants, Journal of the Royal Society, Göttinger Gelehrten Anzeiger ecc. ecc.), donde abbiamo espressioni come “il mondo delle lettere”. L’avvento di Internet segna una radicale crescita di questo trend verso la condivisione» (http://erste.oekonux-konferenz.de/dokumentation/texte/veltman.html)

Similmente, un filosofo francese, Jean-Louis Sagot-Duvauroux (Sagot-Duvauroux, 1995), autore del libro Pour la Gratuite, sottolinea che molte aree di vita non sono dominate dallo Stato o dal capitale, che queste sono tutte basate sullo scambio libero e paritario, e che l’estensione di queste sfere è sinonimo di costruzione di civiltàlxxxi. Proprio il fatto che la cooperazione ha luogo nella sfera dello scambio libero e non-monetario del campo comune dell’informazione, è un segnale di progresso della civiltà. Al contrario, la “monetizzazione di tutto” (mercificazione), caratteristica distintiva del capitalismo cognitivo, è un segno di decivilizzazione. Recenti sviluppi concernenti la cultura partecipativa su internet hanno generato la disciplina degli studi sulla cooperazionelxxxii, che studia il modo di promuovere la cooperazione umana. Per esempio, si sta cercando di determinare il numero massimo di partecipanti perché si abbiano gruppi non-gerarchicamente cooperanti efficienti, oltre i quali comincia la centralizzazione e la gerarchia.
Tabella – L’evoluzione della cooperazione

NATURA DELLA
COOPERAZIONE

NATURA DEL GIOCO
Somma zero:vincitori/perdenti Somma zero: pareggio Non a somma zero: vincitore/vincitore/vincitore

QUALITÀ DELLA
COOPERAZIONE

Pre-Moderno Moderno P2P

Antagonistica

Bassa, 1 + 1 < 2

Neutrale Sinergica

Media,1 + 1 = 2 Alta, 1 + 1 > 2

3.3.B. L’EVOLUZIONE DELL’INTELLIGENZA COLLETTIVA
Collegato all’evoluzione della cooperazione appena presentata è il concetto di «intelligenza collettiva», che riguarda qualsiasi conoscenza del collettivo, la quale supera o trascende la conoscenza delle sue partilxxxiii. L’intelligenza collettiva è il processo per mezzo del quale i gruppi si assumono la responsabilità delle loro sfide e della loro futura evoluzione, usando le risorse di tutti i loro membri in un modo tale che emerge un nuovo livello con nuove qualità aggiunte.

Jean-Francois Nobel, in un libro-in-progress ondine, disponibile su http://www.thetransitioner.org/ic, ne evidenzia tre fasi, mostrando che siamo in una fase di transizione verso una quarta. La seguente è una sintesi del suo lavoro. La prima fase è «l’intelligenza collettiva originaria», che può esistere solo in piccoli gruppi e che storicamente è stata incarnata dall’organizzazione umana nell’era tribale. Sette caratteristiche definiscono questa fase: 1. un tutto emergente che va al di là delle sue parti P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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2. l’esistenza di uno spazio “olottico”, che consente ai partecipanti di accedere sia a una conoscenza orizzontale (relativa a quanto stanno facendo gli altri) sia a una conoscenza verticale (che, cioè, riguarda la totalità che si manifesta); per avere intelligenza collettiva, tutti i partecipanti devono avere questo accesso, dalla loro prospettiva particolare 3. un contratto sociale con norme sociali esplicite e implicite che regolamentano le forme di scambio, il fine comune ecc. ecc. 4. un’architettura polimorfa che consenta configurazioni cangianti 5. un «oggetto correlato» condiviso, che deve essere chiaro. Questo può essere oggetto di attrazione(la palla, negli sport), di repulsione (un nemico comune), oppure oggetto di creazione (uno scopo futuro, l’espressione artistica) 6. l’esistenza di un’organizzazione di apprendimento, dove sia gli individui sia il collettivo possano apprendere dall’esperienza delle parti 7. un’economia del dono, nel senso che c’è una dinamica del dare in cambio di partecipazione ai benefici dell’orizzonte comune. Questa fase originaria aveva due limiti: il numero dei partecipanti e la necessità di vicinanza spaziale. La seconda fase è la fase dell’intelligenza piramidale. Non appena si raggiunge un certo livello di complessità, essa supererà i limiti numerici come quelli spaziali. La cooperazione assume forme gerarchiche, con le seguenti caratteristiche: 1. divisione del lavoro, in cui le parti costituenti diventano intercambiabili, basata sull’accesso specializzato all’informazione e al panottismo – cioè: solo pochi hanno un accesso centralizzato alla totalità 2. l’autorità organizza un trasferimento di informazioni asimmetrico, basato sul comando e sul controllo 3. accesso regolamentato alle risorse scarse, solitamente attraverso un sistema monetario 4. l’esistenza di norme e di standard, spesso privatizzati, che consentono l’oggettivazione della conoscenza Risultato dell’intelligenza piramidale sono le “economie di bilancia”, che si creano mediante processi ripetitivi che possono aggiungere valore a una massa indifferenziata di materia grezza. Per vedere che tipo di intelligenza predomina in un’organizzazione, aggiunge Noubel, basta vedere il modo in cui essa produce. Se produce prodotti di massa, allora, a dispetto di un eventuale uso simbolico di processi peer to peer, essa sarà essenzialmente basata su un’intelligenza piramidale fondata sulla gerarchia. La terza forma di intelligenza collettiva è lo sciamare [swarming]. Esso si dà là dove “semplici individui” cooperano in un progetto globale senza olottismo, vale a dire: l’intelligenza collettiva sorge dalle loro semplici interazioni. Gli agenti individuali non sono consapevoli della totalità. Questa è la modalità di organizzazione degli insetti sociali e delle società fondate sul mercato. Il problema è che, nel mondo degli insetti, gli individui sono sacrificabili per il bene del sistema, mentre questo è inaccettabile nel mondo umano, perché nega la piena ricchezza delle persone. Questo significa che l'entusiasmo contemporaneo per l’intelligenza di sciame va preso con le molle. Non si tratta di un processo peer to peer, perché manca della qualità dell’olottismo, cioè della possibilità che qualsiasi parte conosca il tutto. Di qui, sta emergendo un quarto livello di intelligenza collettiva, che Noubel chiama «intelligenza collettiva globale». Paragonata all’intelligenza collettiva originaria, essa ha le seguenti caratteristiche aggiunte: 1. denaro “sufficiente”, in contrapposizione al denaro scarsolxxxiv (vd il sito thetransitioner.org per ulteriori ragguagli) 2. standard aperti che ottimizzano l’interoperabilità P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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3. un sistema di informazione per regolare lo scambio simbolico 4. una connessione permanente con il cyberspazio 5. sviluppo personale per acquisire le facoltà per una cooperazione del genere In questa nuova intelligenza collettiva globale, gli originari limiti di quantità e di vicinanza spaziale sono superati creando collegamenti tramite il cyberspazio. In questo contesto, possiamo capire perché gli sviluppi tecnologici sono parte integrale di questa evoluzione, dal momento che sono essi a consentire questa forma di connessione. Quello che il cyberspazio fa è creare la possibilità di cooperazione tra gruppi a dispetto della distanza fisica, e coordinare questi gruppi in una retelxxxv. David Weinberger ha di recente riassunto la storia dell scambio di conoscenza per la newsletter Release 1.0., mostrando come la digitalizzazione abbia liberato la categorizzazione dai ceppi che la imprigionavano nel mondo fisicolxxxvi. Egli nota come l’umanità dapprima cominciò a separare le cose (le scarpe in scatole per scarpe, ecc ecc..), poi, con l’avvento dell’alfabeto, cominciò a separare l'informazione sulle cose dalle cose stesse, mettendo i libri sugli scaffali e i dati in schedari. L’informazione veniva inevitabilmente classificata in una gerarchia di conoscenza, una struttura ad albero. Un modo per conoscere il mondo, un modo per accedere alla conoscenza. Negli anni ‘30, un bibliotecario indiano chiamato Shiyalin Ranganathan, “decentralizzò” la categorizzazione della conoscenza. Un oggetto ha diverse sfaccettature, e l’utente può determinare quale sfaccettatura è più importante per lui. Così, il catalogo organizzerà l’informazione gerarchicamente, ma in maniera flessibile, cominciando con una sfaccettatura, poi con un’altra, a seconda delle specificazioni dell’utente, fin dove il programmatore ha prefigurato queste scelte. Sul web adesso si sta sviluppando un approccio dal basso, che non ha bisogno di alcuna categorizzazione gerarchica a priori. Gli utenti inseriranno etichettelxxxvii, e diversi utenti o gruppi di utenti utilizzeranno diversi gruppi di etichette, ognuno dei quali rifletterà le loro ontologie personali o di gruppo, illuminando perciò diversi aspetti dell’oggetto. Questi metodi di categorizzazione peer to peer sono chiamati «folknomie». In quella sfera di abbondanza che è Internet, è quasi impossibile continuare ad usare sistemi di metadata gerarchici e ben progettati, dato il volume assoluto di dati e il gran numero di utenti che andrebbero disciplinati, perciò il tagging dal basso ha molto più sensolxxxviii. Nell’era del peer to peer, la conoscenza è liberata dalle categorizzazioni preconcette e obbligate. La conoscenza è una rete distribuita che segue una logica peer to peer. Si noti come gli stessi computer hanno seguito un’evoluzione logica dal calcolo lineare alla computazione parallela e distribuita, e dal terminale mainframe/dumb (centralizzazione), al modello client/server (decentralizzazione), al modello di filesharing su internet («la rete è il computer»). Nella programmazione informatica il cambiamento è avvenuto da metodi di

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produzione di software lineari e procedurali a una programmazione per oggetti, concepita come organizzazione di oggetti autonomi. inevitabile è la conclusione che l’evoluzione della produzione e dello scambio di conoscenza stia portando a una sempre maggiore adozione dei modelli distribuiti, peer to peer.
Tabella – intelligenza piramidale/intelligenza collettiva

INTELLIGENZA PIRAMIDALE
Tipo di collettivo Architettura dell’informazione Dinamica Tipo e distribuzione del potere Modo di regolamentazione Dinamica economica Strumento transazionale Capitale
Impresa, istituzione Panottismo Pianificazione dall’alto verso il basso Autorità centralizzata Statico (norme stampate) Scarsità Denaro scarso Beni materiali e conoscenza

INTELLIGENZA COLLETTIVA
Cyber-collettivo Olottismo “Emergenza” dal basso verso l’alto “Leadership” distribuita Dinamico (Galloway: protocollo) Abbondanza Denaro sufficiente Persone

Jean-Francois Nobel, in un book-in-progress online; http://www.thetransitioner.org/ic, email: jf@thetransitioner.org

3.3.C. OLTRE LA FORMALIZZAZIONE, L’ISTITUZIONALIZZAZIONE E LA MERCIFICAZIONE
L’osservazione della produzione pari in comune e dello scambio della conoscenza rivela ancora una quantità di elementi importanti che possono essere aggiunti alla nostra precedente definizione e che vanno aggiunti alla caratteristica dell’olottismo appena discussa nella sezione 3.3.B. Nelle società premoderne, la conoscenza è “sorvegliata”, essa è parte di ciò che costituisce il potere. Le gilde sono basate sui segreti, la Chiesa non traduce la Bibbia salvaguardia il suo monopolio dell’interpretazione. La conoscenza si ottiene mediante imitazione e iniziazione in circoli ristretti.
Con l'avvento della modernità – e pensiamo come esempio al progetto enciclopedistico di Diderot – la conoscenza comincia ad essere considerata come una risorsa pubblica che dovrebbe fluire liberamente. Ma nello stesso tempo la modernità, com’è descritta da Foucault in particolare, comincia un processo di regolamentazione del flusso della conoscenza mediante una serie di regole formali, che mirano a distinguere la conoscenza valida da quella non buona. Il metodo di valutazione accademica dei pari, l’edificazione di università che regolino il discorso, la nascita di corpi professionali a salvaguardia della competenza, il metodo scientifico – tutte queste cose sono solo alcune delle regolamentazioni cui mi riferivo. Un regime dei diritti della proprietà intellettuale regola anche l’uso legittimo che si può fare di tale conoscenza, la qual cosa è responsabile di una ri-privatizzazione della conoscenza. Se, in origine, il copyright serviva a stimolare la creazione ponendo in equilibrio i diritti degli autori e quelli del pubblico, il recente rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale può essere più propriamente visto come un tentativo di “recinzione” del campo comune dell’informazione, la qual cosa deve servire a creare monopoli basati sulla rendita ottenuta tramite le licenze. Così, alla fine della modernità, in un processo simile a quello che abbiamo descritto nel campo della cultura del lavoro, c’è un’esacerbazione degli aspetti più negativi della privatizzazione della conoscenza: la legislazione sulla proprietà intellettuale si sta facendo incredibilmente severa, la condivisione di informazioni diventa punibile, il mercato invade la sfera pubblica delle università, e la valutazione accademica dei pari e la conoscenza comune scientifica vengono seriamente danneggiate.

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Anche qui, il peer to peer sembra un cambiamento radicale. Nelle nuove pratiche emergenti dello scambio di conoscenza, l’equipotenza è presupposta sin dall’inizio. Non ci sono regole formali per partecipare (a differenza della valutazione accademica dei pari, dove sono richieste condizioni formalilxxxix). La convalida è un processo comunitario intersoggettivo. Se ci sono regole formali, esse devono essere accettate dalla comunità, e sono ad hoc per progetti particolari. Come abbiamo già spiegato, nel contesto della classificazione della conoscenza c’è uno spostamento dalla categorizzazione istituzionale che usa alberi gerarchici di conoscenza, come i formati bibliografici (Dewey, UDC, ecc. ecc.), alla “etichettatura” comunitaria informale – quella che alcune persone hanno definito «folksonomies». Nei blog, le informazioni e i commenti sono democraticizzati e aperti a qualsiasi partecipante, ed è la fama di affidabilità, acquisita nel tempo, dell’individuo in questione che porterà alla diffusione virale di”memi” particolari. Il potere e l’influenza sono determinati dalla qualità del contributo, e devono essere accettati e costantemente rinnovati dalla comunità dei partecipanti. Di tutto questo si può dire che si tratta di una de-formalizzazione della conoscenza. Un secondo aspetto importante è la de-istituzionalizzazione. Nella premodernità, la conoscenza è trasmessa per via della tradizione, per via dell’iniziazione – a opera di maestri esperti – di coloro cui è concesso partecipare alla catena, perlopiù in base alla nascita. Nella modernità, come abbiamo detto, la convalida e la legittimazione della conoscenza passano attraverso le istituzioni. Si presume che l’individuo autonomo abbia bisogno di socializzazione, “disciplinamento”, mediante tali istituzioni. La conoscenza dev’essere mediata. Così, se un articolo informativo è affidabile, questo è determinato in gran parte dalla sua fonte, diciamo il “Wall Street Journal” o l’Encyclopedia Brittanica, che si presume abbiano metodologie e competenze formali. Le cose stanno in maniera totalmente diversa nel campo del P2P, dove non ci sono istituzioni mediatrici del genere. Esso è completamente deistituzionalizzato, il che rappresenta un altro importante cambiamento nella storia della nostra civiltà. Un buon esempio di attuazione di principî P2P lo si può ravvisare nel complesso di soluzioni istituite dalla University of Openness (Università dell’Apertura). UO è un insieme di “università” free-form nelle quali chiunque voglia apprendere o condividere la sua competenza può formare team con il fine esplicito di un apprendimento collettivo. Non risono esami d’ingresso né esami finali. La costituzione di tam non è determinata da alcuna previa categorizzazione disciplinare. La biblioteca della UO è distribuita, cioè tutti gli individui che vi partecipano possono contribuire coi propri libri ad una biblioteca distribuita collettiva. La categorizzazione dei libri è esplicitamente “anti-sistemica”, cioè ogni individuo può costruirsi le proprie ontologie d’informazione, e sono impostati principi della semantica del web per scoprire similitudini tra le varie categorizzazioni. Tutto questo prefigura un profondo cambiamento nelle nostre epistemologie. Nella modernità, con la dicotomia soggetto-oggetto, si presume che l’individuo autonomo guardi oggettivamente il mondo esterno ed usi metodologie formalizzate, che saranno verificate intersoggetivamente attraversala valutazione accademica dei pari. La post-modernità ha generato forti dubbi circa questo scenario. L’individuo non è più considerato autonomo, ma già-sempre parte di vari campi, del potere, delle forze psichiche, delle relazioni sociali, foggiato dalle ideologie, ecc. ecc. Anziché bisognoso di socializzazione – la pretesa della modernità – egli è visto come esigente l’individualizzazione. Ma non è più un”atomo indivisibile”, piuttosto è una singolarità, un composto unico e in continua evoluzione. Il suo sguardo non può essere veramente oggettivo, ma sempre parziale; in quanto parte di un sistema, egli non può mai comprendere il sistema nel suo complesso. L’individuo ha un singolo insieme di prospettive sulle cose che riflette la sua storia e i suoi limiti. La verità, perciò, può essere appresa solo collettivamente combinando una molteplicità di altre P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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prospettive, da altre singolarità, altri unici punti di integrazione, che vengono messi “in comune”. È questo profondo cambiamento nelle epistemologie che lo scambio di conoscenza basato sul P2P riflette. Un terzo, importante aspetto del P2P è il processo della de-mercificazione. Nelle società tradizionali, la mercificazione e la “politica dei prezzi di mercato” era un fenomeno ampiamente secondario. Lo scambio economico dipendeva da un insieme di obblighi reciproci, e anche dove venivano usati equivalenti monetari, il prezzo rifletteva raramente u mercato aperto. È solo col capitalismo industriale che il cuore degli scambi economici cominciò ad essere determinato dai prezzi di mercato, e sia i prodotti sia il lavoro divennero merci. E, tuttavia, c’era una cultura e un sistema educativo pubblici, e gli scambi immateriali erano perlopiù al di fuori di questo sistema. Col capitalismo cognitivo, i proprietari delle risorse informazionali non si accontentano più di vivere qualsiasi processo immateriale fuori dalla sfera della mercificazione e dei prezzi di mercato, e c’è un forte impulso a “privatizzare tutto”, compresa l’educazione e le nostre vite sentimentali. Qualsiasi processo immateriale può essere rivenduto come merce. Così, ancora una volta, in epoca recente le caratteristiche del capitalismo sono intensificate, col P2P che rappresenta la contro-reazione. Con la “produzione pari in comune” o, più in generale, con lo scambio di conoscenza basato sul P2P, la produzione non genera merci vendute ai consumatori, ma valore d’uso fatto per gli utenti. Grazie alla licenza GPL, non può sorgere nessun monopolio protetto da diritti d’autore. I prodotti GPL possono essere anche venduti, eventualmente, ma una tale vendita solitamente è solo una credibile alternativa (dal momento che spessissimo, ciò che si compra può essere scaricato gratuitamente), se è associata a un modello di servizio. Di fatto, è attorno a tali servizi che compagnie open source aziendali hanno fondato il loro modello (un esempio è la Red Hat). Dal momento che i produttori di prodotti basati su una disponibilità comune vengono raramente pagati, la loro motivazione principale non è il valore di scambio della merce che alla fine viene fuori, ma la crescita del valore d’uso, l’apprendimento e la reputazione personali. La motivazione può essere polivalente, ma generalmente sarà tutto fuorché monetaria. Uno dei motivi dello sviluppo dell’economia basata su merci, il capitalismo, è che un mercato è un mezzo efficiente per distribuire “informazioni” sulla domanda e sull’offerta, col prezzo concreto che determina il valore come sintesi di queste varie pressioni. In ambiente P2P vediamo l’invenzione di modi alternativi per determinare il valore, attraverso algoritmi di software. Nei motori di ricerca, il valore è determinato da algoritmi che stabiliscono degli indici per i documenti – più indici e più valore questi stessi indici hanno, più alto è il valore accordato a un documento. Questo lo si può fare sia per un argomento generale sia per interessi specializzati, guardando le graduatorie all’interno della specifica comunità, o perfino a un livello individuale, mediante il filtraggio collaborativo, guardando gli individui simili che hanno valutato e usato bene. Così, in una via simile ma alternativa agli schemi fondati sulla reputazione, abbiamo un insieme di soluzioni per andare oltre l'individuazione del prezzo e la monetizzazione nella determinazione del valore. Il valore che è determinato in questo caso è, naturalmente, un’indicazione del potenziale valore d’uso, anziché del “valore di scambio” per il mercato. I formato peer to peer, come nuovo modello di organizzazione, è stato soggetto ad alcuni studi. In basso, alleghiamo una tabella che evidenzia la differenza tra i P2P, chiamati in questo contesto «organizzazioni di margine», e le organizzazioni gerarchiche.
Tabella – gerarchie e modelli P2P a paragone

GERARCHIE

ORGANIZZAZIONI DI MARGINE

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Comando Leadership Controllo Assunzione di decisioni Informazione Flussi prevalenti di informazione Gestione dell’informazione Fonti di informazione Processo organizzativo Individui ai margini

Per direttiva Per posizione Per direzione Funzione di linea Accumulata Verticali, dipendenti dalla catena di comando Spingi Monopoli verticali Prescritto e sequenziale Costretti

Stabilendo le condizioni Per competenza Proprietà emergente Compito di tutti Condivisa Orizzontali, indipendenti dalla catena di comando Pubblica e attira Eclettiche, mercati adattabili Dinamico e parallelo Rafforzati

Dal libro Power to the Edge, di D. Alberts & R. Hayes

3.4 COLLOCAZIONE DEL P2P IN UNA TIPOLOGIA INTERSOGGETTIVA 3.4.A. P2P, ECONOMIA DEL DONO E AZIONARIATO COMUNITARIO
Secondo me, c’è un profondo equivoco riguardo al peer to peer, espresso dai vari autori che lo definiscono un’economia del dono, come Richard Barbrook (Barbrook, 1995) o Steven Weber (Weber, 2004). Ma, come ha già spiegato Stephan Merten di Oekonux.de, i metodi di produzione P2P non sono un’economia del dono basata sulla condivisione egalitaria, ma una forma di azionariato comunitario basato sulla partecipazione. In un’economia del dono, se tu dai qualcosa la parte ricevente deve rendere, se non il dono, qualcosa di valore quanto meno paragonabile (di fatto, l’originaria economia del dono tribale riguardava più che altro la creazione di rapporti e di obblighi e di un mezzo per liberarsi del sovrappiù, dal momento che di questo non avevano bisogno nelle loro basilari necessità di sopravvivenzaxc). In un sistema partecipativo qual è l’azionariato comunitario, organizzato attorno a una risorsa comune, chiunque può usare o contribuire a seconda della sua necessità e delle sue inclinazioni. Concedetemi di contestualizzare questa affermazione introducendo la tipologia delle relazioni intersoggettive, come è stata definita dall’antropologo Alan Page Fiske (Fiske, 1993). Questi dice: ci sono, storicamente e in tutte le culture, solo quattro tipi fondamentali di messa in relazione tra uomini, che formano una grammatica delle relazioni umane, e sono: classificazione autoritaria, compensazione di uguaglianza, apprezzamento di mercato e condivisione comunitaria. Dalla seguente descrizione, si può dedurre che il P2P non corrisponde alla compensazione di uguaglianza, che è il principio che sta alle spalle di un’economia del dono, ma all’azionariato comunitario.
«Le persone usano solo quattro modelli fondamentali per organizzare la maggior parte degli aspetti della socialità, in quasi tutte le epoche e in tutte le culture. Questi modelli sono: la condivisione comune, la posizione d’autorità, la compensazione di uguaglianza e l’apprezzamento di mercato. La condivisione comune (CC) è un rapporto nel quale le persone trattano delle coppie o gruppi come equivalenti o indifferenziati rispetto al campo sociale in questione. Esempi ne sono le persone che usano un bene comune (CC nell’utilizzazione della risorsa particolare), le persone fortemente innamorate (CC nelle loro identità sociali), le persone che "non si chiedono per chi suona la campana, perché essa suona per te" (CC rispetto alla sofferenza condivisa e al benessere comune), o le persone che uccidono ogni membro di un gruppo nemico indiscriminatamente come rappresaglia per un attacco (CC riguardo alla

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responsabilità collettiva). Nella classificazione autoritaria (CA) le persone hanno posizioni asimmetriche in una gerarchia lineare, nella quale i subordinati si mettono a disposizione, rispettano e (forse) obbediscono, mentre i superiori hanno la precedenza e si assumono la responsabilità pastorale sui subordinati. Esempi sono: le gerarchie militari (CA nelle decisioni, nel controllo e in molte altre questioni), la devozione per gli antenati (CA nelle offerte di pietà filiale e nelle aspettative di protezione e di imposizione di norme), le moralità religiose monoteistiche (CA per la definizione del giusto e del non giusto tramite comandamenti o volontà di Dio), sistemi di status sociale come la classe o le classificazioni etniche (CA in riferimento al valore sociale delle identità), e classificazioni come quelle delle posizioni delle quadre sportive (CA in riferimento al prestigio). I rapporti di classificazione autoritaria sono basati su percezioni di asimmetrie legittime, non sul potere coercitivo; essi non sono implicitamente legati allo sfruttamento (benché possano implicare potere causare dolore). Nei rapporti di compensazione di uguaglianza le persone sono consapevoli dell’equilibrio o della differenza tra i partecipanti e sanno quello che ci vorrebbe per ritornare all'equilibrio. Manifestazioni comuni di questo tipo di rapporto sono il fare turni, le elezioni una persona-un voto, uguali distribuzioni di azioni e la vendetta basata sul principio occhio per occhio dente per dente. Esempi includono gli sport e i giochi (CU in relazione alle norme, alle procedure, all'attrezzatura e al terreno), cooperative di baby-sitting (CU in relazione allo scambio di cura per i bambini), e la restituzione in natura (CU nel correggere un torto). I rapporti di apprezzamento di mercato sono orientati a rapporti o stime socialmente significative come prezzi, salari, interesse, affitti, tasse o analisi dei costi e dei benefici. Non è necessario che il medium sia il denaro, e non è detto che i rapporti AM siano egoistici, competitivi, massimalistici o materialistici – tutti e quattro i modelli possono presentare una qualsiasi di queste caratteristiche. I rapporti AM non sono necessariamente individualistici; una famiglia può essere un’unità CC oppure CA e gestire un’azienda che opera in modalità AM in rapporto ad altre imprese. Esempi ne sono: una proprietà che può essere comprata, venduta o trattata come capitale di investimento (terra oppure oggetti come AM), i matrimoni organizzati contrattualmente o implicitamente in termini di costi e benefici dei partner, la prostituzione (sesso come AM), gli standard burocratici di rendita degli investimenti (la distribuzione di risorse come AM), i giudizi utilitaristici sull’utile maggiore per il maggior numero di persone, o gli standard di equità nel giudicare i titoli in rapporto ai contributi (due forme di moralità come AM), le considerazioni sullo “spendere il tempo” in maniera efficace, e le stime sul numero previsto di uccisioni (aggressione come AM)».
(fonte: sito web di Fiske)

Da questa descrizione, dovrebbe risultare chiaro che l’economia tribale del dono è una forma di condivisione, basata su parti “uguali”, che segue uno specifico criterio che stabilisce “cos’è che funge da termine comune di paragone”. Perciò, nell’economia tribale, quando un clan o una tribù (o i suoi membri) dà via l’eccedente, il gruppo o l’individuo ricevente è costretto a restituire a tempo debito, diciamo l’anno successivo, almeno l’equivalente, altrimenti perderà il suo prestigio relativo. Ad ogni modo, il risultato di una economia del dono di questo tipo è la creazione di una comunità di obblighi e reciprocità, che si differenzia dai meccanismi fondati sul mercato, dove “si scambia l’uguale con l’uguale” ed ogni transazione è fine a se stessa. In modo simile, nel meccanismo di ridistribuzione sociale feudale, il ricco e il potente si impegnano nelle regalie, facendo offerte alla Chiesa o al Sangha, per prestigio. In questo caso, quello che si riceve in cambio non sono altri doni materiali ma, da un lato, prestigio sociale, dall’altro lato, i benefici immateriali del «karma migliore» («merito» nel buddismo asiatico del Sud-Est), o un avvicinamento alla salvezza (nella forma di indulgenze, nella cristianità medievale). Nell’economia del dono, c’è sempre “qualcosa” che viene scambiata. Non è questo il meccanismo che opera nella sfera dello scambio della conoscenza su internet. Nella produzione open source, nel filesharing o o nelle comunità di scambio della conoscenza, io contribuisco gratuitamente, con quello che poso, con quello che voglio, senza obblighi; dal lato del ricevente, uno semplicemente prende quello di cui ha bisogno. È comune a qualsiasi progetto web avere – diciamo – il 10% di membri contribuenti attivi e il 90% di lurker passivi. Questa può essere una seccatura, ma non è mai un “problema P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 4

fondamentale”, per il semplice motivo che il P2P opera in una sfera di abbondanza, dove non può aversi una tragedia dell’orizzonte comune né un abuso della proprietà comune, o quantomeno questi fenomeni on avverranno in una forma classica. Nel concetto di «tragedia della proprietà comune»xci, il patrimonio comune è soggetto a impoverimento ed abuso; dato che esso non è di nessuno in particolare e dato che i beni fisici sono beni limitati “rivali”, essi possono essere sottratti. Il conflitto è tra l’interesse collettivo alla conservazione della proprietà comune e l’impulso individuale ad abusarne per il proprio beneficio individuale. Dovremmo notare come questa teoria sia basata su una proprietà comune “non regolata”, che la lascia senza difese contro le razzie individuali, ed è perciò ingannevole come teoria generale della proprietà comune. Ma nell’orizzonte comune dell’informazione generato attraverso processi P2P, il valore della base conoscitiva collettiva non è diminuito dall’uso; al contrario, ne è rafforzato: esso è governato, per dirla con John Frow, da una “commedia della proprietà comune”. È così grazie all’effetto di rete, che rende le risorse più preziose quanto più esse sono usate. Pensate all’esempio del fax, che è stato relativamente inutile fin quando non è stata raggiunta una massa critica di utenti. E i beni sono immateriali, quindi “non-alternativi”, il che significa che possono essere replicati senza costo e che non possono essere monopolizzati (se non dalla legge e dalle licenze; di qui le guerre sulla proprietà intellettuale). È quando queste “esternalità di rete” sono all’opera che la forma della proprietà comune sembra essere la più appropriata, dato che essa funziona meglio che non con la proprietà privata individuale. Quello che i migliori sistemi P2P fanno, tuttavia, è rendere la partecipazione “automatica”, in modo che anche un uso passivo diventa partecipazione utile per il sistema nel complesso. Pensate a come BitTorrent faccia di ogni utente che scarica una risorsa un’altra risorsa utilizzabile dagli altri, all’insaputa di e indipendentemente da qualsiasi azione cosciente dell’utentexcii. Diciamo che ho un team che lavora alla progettazione di un software, e crea uno speciale sistema di email per comunicare in giro i progressi. Questa comunicazione è considerata una risorsa comune e viene archiviata, perciò, senza alcuno sforzo cosciente da parte dei membri partecipanti, essa accresce automaticamente la base delle risorse comuni. Uno degli elementi-chiave del successo dei progetti P2P, e la chiave per superare ogni problema legato ai “free rider”, è perciò lo sviluppo di tecnologie di “captazione di partecipazione”. Naturalmente, ci sono nuovi problemi sociali che nascono col P2P, alcuni dei quali non sono ancora a nostra conoscenza, altri, già in atto, che sono collegati alla qualità del comportamento sociale, ma la cosa interessante è che anche questi problemi vengono attutiti dal collettivo. Per esempio, Clay Shirky, uno dei più acuti osservatori della nuova sfera della rete sociale, ha osservato come il “flaming”, che può essere un problema serio nelle mailing list, è stato sensibilmente smorzato dai blog e dai wiki, grazie a una maggiore attenzione posta al “progetto sociale”xciii. Shirky dimostra come il progetto – i protocolli, nella prospettiva di Galloway – devono passare dalla considerazione di un utente singolo che si trova di fronte a una scatola, al riconoscimento dell'impiego sociale di queste tecnologie. La logica sociale della condivisione di informazione e di risorse è un capovolgimento culturale rispetto alla logica di conservazione dell’informazione seguita dai sistemi sociali gerarchici. La partecipazione è prioritaria, e la non-partecipazione va giustificata. La condivisione dell'informazione, lo status di bene pubblico della vostra informazione, è il presupposto – è la sua segretezza che va giustificata. Così, quello che le persone fanno nei sistemi P2P è partecipare e, nel farlo, creare una “proprietà comune”. A differenza della tradizionale partecipazione comunitaria, che parte da risorse fisiche già esistenti, nel peer to peer l’orizzonte comune della conoscenza osi crea mediante la partecipazione stessa, e on esiste “ex ante”. Tutto questo discorso porta alla conclusione che il P2P on è un modello di compensazione di uguaglianza (e nemmeno un modello di apprezzamento di mercato), ma un modello di P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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condivisione comunitaria. Questi argomenti hanno un sostrato ideologico. Il motivo per cui mi dilungo in questa analisi è il contrappormi ai dogmi neoliberali secondo i quali gli uomini sono motivati solo dalla cupidigia. Dire che il P2P è un’economia del dono presuppone una visione angusta dello scambio. Oppure, dire che tale partecipazione è motivata solamente dalla ricerca di reputazione, o che è un gioco per ottenere attenzione, corrisponde a questa stessa ideologia che non può accettare che gli uomini abbiano anche una natura “cooperativa”, e che questa nelle giuste condizioni possa germogliare. Il nostro proposito non è negare che gli uomini abbiano queste caratteristiche, ma solo mettere in evidenza che la cooperazione è l’altruismo sono parimenti costitutivi del nostro modo d’essere e che, date le giuste condizioni istituzionali e dato uno sviluppo morale, sono queste ultime caratteristiche anziché le prime che possono essere valorizzate. Non c’è bisogno di “ridurre” le caratteristiche in una mondovisione-laterale; piuttosto, bisogna riconoscere la sottile ricchezza e le combinazioni del nostro essere, e sviluppare il giusto tipo di istituzioni e di conoscenza (come il nuovo campo degli studi sulla cooperazione) per rafforzare queste ultime potenzialità. Benché la prima e tradizionale bonomia del dono avesse motivazioni spirituali e fosse vissuta come un insieme di obblighi che creavano reciprocità e relazioni, implicanti l’onore e l’obbedienza (come spietato da Marcel Mauss in The Gift), dal momento che tuttavia ci si scambiava doni in un contesto di restituzione obbligatoria, essa comportava un tipo di pensiero molto diverso dalla “gratuità” caratteristica del P2P: contribuire a un progetto P2P non è esplicitamente qualcosa di teso a una “certa” e individuale restituzione del dono, ma è qualcosa che si fa per il valore d’uso, per l’apprendimento implicito, per benefici di reputazione forse, ma solo indirettamente. Quanto detto on significa che il P2P non abbia relazioni con la ripresa contemporanea delle applicazioni dell’economia del dono. I sistemi commerciali di scambio locale, che stanno sorgendo in molti posti, sono forme di compensazione egalitaria, e, da un punto di vista “egalitario”, potrebbero essere preferibili ai meccanismi di valutazione dei prezzi di mercato, visto che in esse ogni ora di lavoro ha pari valore. Sia il P2P come “partecipazione comunitaria” sia le espressioni contemporanee dell’ethos dell’economia del dono sono manifestazioni dello stesso “spirito” del “donare”, o della libera cooperazione. Quantità notevoli di partecipanti a progetti P2P donano liberamente, come fanno i partecipanti a ai sistemi commerciali di scambio locale e ad altri sistemi. La differenza sta nell’aspettativa che essi riceveranno qualcosa di specifico e di uguale valore in cambio.

3.4.B. P2P E MERCATO
Pochissimi autori americani, soprattutto liberisti come Eric Raymond, ma anche “comunisti” come Lawrence Lessig (Lessig, 2004), con i suoi argomenti in favore di una proprietà comune creativa, sostengono che, effettivamente, i processi P2P sono fondati sul mercato. È un assunto corretto. Una distinzione forse utile è quella operata da Fernand Braudel in Wheels of Commerce (Braudel, 1992), dove egli discrimina tra la vita economica ordinaria degli scambi a livello locale, il mercato abbastanza trasparente delle città e delle cittadine, e il capitalismo monopolistico. Lo scambio P2P può essere considerato in termini di mercato solo nel senso che i liberi individui sono liberi di contribuire o di prendere quello di cui hanno bisogno, seguendo le proprie inclinazioni personali, con una “mano invisibile” che tiene il tutto insieme, senza meccanismo monetario. Perciò, è un mercato solo nel senso del primo e, forse, del secondo livello di distinzione dell’interpretazione di Braudel, non nel terzo. Braudel nota che i piccoli mercati funzionano come “reticolati” [meshworks], cioè come reti distribuite, ma che il capitalismo è già sempre basato su grandi aziende gerarchiche che manovrano il mercato (grandi in rapporto ai loro mercati, come era già il caso di Venezia nel 14esimo P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 4

secolo). Le aziende commerciali sono price taker, che seguono la regola della domanda e dell’offerta; ma il capitale funge da price setter, controllando il mercato e tenendo fuori i contendenti. Perciò, questi ultimi – e in quest’epoca contemporanea di capitalismo a dominio finanziario questi aspetti sono stati esacerbati a un livello senza precedenti – possono essere definiti meglio come «anti-mercati», come è stato suggerito da Manuel DeLanda. Un mercato può essere condizione necessaria affinché si abbiano processi P2P, ma gli anti-mercati creati dal capitalismo sono antitetici rispetto ad esso. Anche se alcuni programmatori vengono pagati per la produzione pari di beni comuni, questa non è, in generale, la loro principale motivazione. I prodotti P2P sono raramente fatti per il profitto ottenuto dal valore di scambio, ma più spesso e più fondamentalmente per il loro valore d’uso e per l’accettazione da parte di una comunità di utenti. Perciò, quello che Lessig vuole dire con la sua nozione di una soluzione basata sul mercato è semplicemente questo: i produttori sono liberi di contribuire o no, gli utenti sono liberi di usare i prodotti o no. Tutto questo implica che è difficile incasellare il P2P all’interno delle vecchie categorie delle ideologie di destra e di sinistra; esso è una forma ibrida, con aspetti basati sul mercato e aspetti collegati alla proprietà comune. Dal momento che abbiamo mostrato come il P2P sia di fatto inestricabilmente legato all’idea di una proprietà comune e alla tipologia intersoggettiva della condivisione comunitaria, l’equazione del P2P con un mercato è in gran parte inesatta. Infatti, si noti come il P2P sia diverso in aspetti importanti da un mercato, anche dai mercati genuini di cui parla la tipologia di Braudel, (l’apprezzamento di mercato, nella tipologia di Fiske): • I mercati non funzionano in base ai criteri dell’intelligenza collettiva e dell’olottismo; piuttosto, funzionano nella forma dell’intelligenza sciamante. Certo, ci sono agenti autonomi in un ambiente distribuito, ma ciascun individuo vede solo il proprio vantaggio immediato. I mercati sono fondati sulla cooperazione “neutrale”, non sulla cooperazione sinergica: non si crea reciprocità. I mercati funzionano in base al valore di scambio e al profitto, non direttamente in base al valore d’uso. Laddove il P2P mira alla piena partecipazione, i mercati soddisfano solo le necessità delle persone in possesso di potere di acquisto.

• • •

Tra gli svantaggi dei mercati, vi sono: • Non funzionano bene per le necessità comuni che non assicurano il pagamento completo del servizio reso (difesa nazionale, ordine pubblico generale, educazione e salute pubblica), e non solo non riescono a tener conto delle esternalità negative (l’ambiente, i costi sociali, le generazioni future), ma ostacolano attivamente questo atteggiamento. Visto che i mercati aperti tendono a ridimensionare il profitto e i guadagni, essi generano sempre anti-mercati, dove gli oligopoli e i monopoli si servono della loro posizione privilegiata per fare in modiche lo stato “manovri” il mercato in loro favore. Benché le forze di mercato (di fatto, “l’antimercato”) adottino sempre più funzioni di carattere P2P, come abbiamo dimostrato nel capitolo 1 (base tecnologica) e nel capitolo 2 (uso economico), anche nel proprio formato organizzativo (come viene dimostrato da Negri e Hardt nel loro Empire), in questo caso il reticolato distribuito sarà sempre subordinato alla gerarchia o alla politica dei prezzi di mercato.

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Il P2P, al contrario, ha una teleologia partecipativa che risulta nella caratteristica opposta: se ci si avvale di centralizzazione, o di una gerarchia, o di modelli di autorità, questi sono al servizio di una più profonda partecipazione. Le forze di mercato applicheranno protocolli di tipo P2P che sono proprietà esclusiva, segreti, limitati e contrari allo scopo della partecipazione.

3.4.C. P2P E PROPRIETÀ COMUNE
La fondamentale illustrazione di open source fornita da Eric Raymond in Cathedral and the Bazaar (Raymond, 2001) mette a paragone le diverse metodologie per produrre software. I metodi di produzione di software aziendali sono chiamati «la cattedrale» - si tratta cioè di un grande progetto pianificato e burocratico – mentre all’open source è dato il nome di «bazar» essendo un libero processo di collaborazione che coinvolge molti partecipanti – ma il concetto implica anche connotazioni legate all’idea di libero mercato. Un argomento contrario potrebbe essere che internet e molti progetti open source devono la loro esistenza al settore pubblico, che ha finanziatola ricerca su internet e i salari degli scienziati partecipanti. E il cosiddetto «bazar» è, al meglio, un modo molto indiretto per far soldi! Inoltre, nella pratica effettiva, la costruzione di cattedrali implicava giganteschi progetti collettivi, che partivano dalla Chiesa ma che attingevano al fervore popolare, una competizione nel far e doni, e molto lavoro volontario!!! Quando definiamo i processi P2P come forma di partecipazione comunitaria, il processo è molto meno confuso. Quello che le persone fanno è costruire volontariamente e cooperativamente un bene comune, secondo il “principio comunistico” (descritto da Marx ella sua deinizione dell’ultima fase della storia): da ciascuno, a a seconda delle sue capacità, a ciascuno, a seconda dei suoi bisogni. A partire dalla famosa controversia generata dall’accusa di Bill Gates, che riteneva che i riformatori del copyright fossero “comunisti”xciv, è importante spiegare nello specifico cosa intendiamo dire quando usiamo il concetto di «comunismo» in relazione al P2P. on confondiamo, perciò, la definizione utopistica di Marx con le pratiche effettive dell’Unione Sovietica, che erano centralizzate, autoritarie e totalitarie – una delle forme più perniciose di dominio sociale. Utilizzando la grammatica delle relazioni di Fiske, potremmo dire che il sistema sovietico, o “socialismo reale”, consisteva nella seguente combinazione: 1) la proprietà apparteneva allo Stato, ma di fatto era controllata da una frazione sociale elitaria, la nomenclatura, e non funzionava come proprietà comune; 2) le pratiche economiche erano una forma mista di compensazione paritaria e di apprezzamento di mercato, benché i prezzi fossero perlopiù determinati non da un mercato aperto, ma dalle autorità politiche e decisionali; 3) non c’era libera partecipazione, ma cooperazione gerarchica obbligatoria; 4) dal punto di vista sociale, c’era un fortissimo elemento di classificazione autoritaria Il motivo sta naturalmente nel fatto che questi sistemi sorgono in un contesto di scarsezza e povertà sociale e materiale, che inevitabilmente da origine a un processo di monopolizzazione del potere per il controllo delle risorse scarse. All’opposto, la definizione di Marx si basava sull’abbondanza nel mondo materiale. Se il P2P si sviluppa secondo questa definizione, è grazie a una sufficiente base materiale, che permette ai tipi di lavoratori volontari P2P di proliferare (e paga i salari di buona parte di essi), come anche grazie all’abbondanza implicita nella sfera informazionale dei beni non-competitivi con costi di transazione quasi nulli. Ma dal momento che il peer to peer non è un’ideologia né un progetto utopico, bensì un’effettiva pratica sociale che risponde a esigenze sociali reali, esso può essere praticato da chicchessia, a dispetto delle filosofie formali personali e degli eventuali paraocchi ideologicixcv. Perciò, il paradosso è che i liberisti americani lo definiscono un mercato, mentre P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 4

la sinistra digitale europea lo definisce una «pratica inarco-comunista realmente esistente» (Gorz, 2003), benché stiano parlando dello stesso processo. I teorici liberisti associati col movimento Open Source possono dimostrare che c’è una continuità e un legame tra la filosofia FLOSS e il pensiero liberale tradizionale sulla proprietà e la comunità, mentre gli interpreti neo- e post-marxisti spiegheranno come esso sia al di là delle norme della proprietà e della mercificazione. Visto che il peer to peer implica sia un’applicazione della libertà sia un’applicazione dell’eguaglianza, esso ha il potenziale per attrarre i sostenitori sia della destra sia della sinistra, nella misura in cui essi sono fedeli ai loro rispettivi ideali. Il suggerimento apparentemente ironico di Lawrence Lessig (in risposta a Bill Gates che equiparava le riforme del copyright al comunismo) di chiamare i sostenitori del movimento P2P «common-isti», non è proprio una cattiva pensata. Il commonismo è di fatto un crescente movimento per la protezione e l’espansione dell’esistente orizzonte fisico comune; per la creazione e l’espansione di un bene comune e di un dominio pubblico informazionale esteso; e contro l’appesantimento delle restrizioni sulla proprietà intellettuale che ostacolano l’esistenza continua dello “sviluppo della libera cultura”, la quale è una condizione per l’ulteriore sviluppo del P2P. Ma in che modo il nuovo “campo comune informazionale” differisce dal tradizionale campo comune “fisico”? L’orizzonte comune fisico riguarda scarsi beni “rivali” e crea problemi di abuso (la “tragedia dell’orizzonte comune”) e di “titoli” di equità, che necessitano di regolamentazione, problemi che sono molto meno acuti nella sfera delle risorse di informazione sovrabbondanti, benché naturalmente un accesso gratuito e agevole alle reti non sia affatto garantito alla totalità della popolazione mondiale. La proprietà comune tradizionale, che esiste ancora a Sud, tra le popolazioni indigene, è essenzialmente “locale” e si distingue per questa concentrazione sulla comunità, ed è in contrasto sia con la proprietà e la gestione di risorse statale centralizzata sia con la proprietà privata. Si tratta di “proprietà comuni ad accesso limitato”, nel senso che sono riservate a particolari comunità locali (sistemi di pastura o sistemi di irrigazione). È qualcosa di “territoriale” e di operato da agenti legati a una precisa collocazione. Tuttavia, data la gravità delle crisi ecologiche, le proprietà comuni locali ristanno anch’esse muovendo verso un contesto globale. Ci sono anche importanti proprietà comuni “ad accesso aperto” che sono aperte a tutti e che possono avere un raggio di azione nazionale (sistemi autostradali) o globale (l’aria, gli oceani). E tuttavia stanno diventando sempre più dominate da paradigmi della scarsità, a causa della degradazione delle risorse della biosfera. Questo significa che, da non regolati – in virtù della loro originaria abbondanza – essi stanno diventando orizzonti comuni fisici regolati. In conclusione, i tradizionali orizzonti comuni fisici possono essere vantaggiosamente divisi in due assi significativi: accesso aperto / accesso limitato, e non regolati / regolati. Ciò che distingue questi orizzonti comuni dai mercati è il regime di proprietà, e questi regimi sorgono perlopiù in situazioni dove le esternalità di rete ne fanno l’opzione preferibile (più vengono usati, maggior valore raggiungono, e più utili diventano). In termini tecnici: «hanno rendimenti crescenti da bilanciare sul lato della domanda». L’investimento iniziale può essere molto dispendioso e di nessun interesse per l’investitore privato, per esempio strade – ma una volta che queste sono costruite, il loro valore cresce con l’uso e il costo addizionale dell’utente diventa marginale. La proprietà comune informazionale è, al contrario, globale per essenza e, sin dall’inizio, organizzata in gruppi di affinità. Questi a volte possono avere un aspetto locale (Wikicittà), ma sono sempre aperte alla partecipazione di tutto il mondo. I progetti information commons sono guidati da cyber-collettivi. Sono orientato a pensare che in un probabile modello di civiltà futura, l’economia del dono e i modelli a base comune saranno complementari. Il P2P funzionerà più facilmente laddove ci sarà una sfera d’abbondanza, nella sfera dei beni non-rivali, mentre i modelli di economia del dono possono essere un modello alternativo per gestire la scarsità, nella sfera dei beni e delle risorse rivali. Come mia idea preliminare per questo progetto di ricerca, io immagino che la P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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civiltà futura avrà un nucleo di processi P2P, circondato da uno strato di economia del dono e di applicazioni di commercio equo, con un mercato che opererà in base ai principî del “capitalismo naturale”, principî delineati da autori come Hazel Henderson, David Korten e Paul Hawken – cioè: un mercato che faccia arrivare le “esternalità integrate” (costi ambientali e sociali) a una determinazione dei costi autentica. Potremmo anche rivolgerci alla tradizione – adesso dimenticata – dei “mercati senza capitalismo”, una tradizione che era più forte prima della Seconda Guerra Mondialexcvi. Tutto questo in aggiunta alla continuazione, e forse perfino al rafforzamento, delle istituzioni pubbliche esistenti, che interverranno qualora i 3 modelli citati non arrivino a soluzioni adeguate nei termini del bene pubblico.
Tabella – la proprietà comune tradizionale confrontata con la proprietà comune informazionale

PROPRIETÀ COMUNE
TRADIZIONALE

PROPRIETÀ COMUNE
INFORMAZIONALE
Beni “informazionali” non-rivali Non-locale Gruppi globali di affinità Cyber-collettivi

Tipo di bene Dimensione Attore Governo

Beni “di risorsa” rivali Locale Gruppi territoriali Comunità

3.4.D. CHI COMANDA? I CAPITALISTI COGNITIVI, LA CLASSE VETTORIALE O I NETTOCRATI?
Abbiamo già menzionato sia le analisi della scuola del “capitalismo cognitivo” sia le teorie di McKenzie Wark (Wark, 2004). Esse fanno parte di un più ampio dibattito sulla natura del nuovo regime dello scambio economico. Secondo la scuola del capitalismo cognitivo, il capitalismo va storicizzato. Questo perché la logica primaria dello scambio economico è diversa. In una prima fase, abbiamo un capitalismo agrario – oppure mercantile. La terra è trasformata in capitale, e il commercio – specialmente sulla base dello scambio triangolare, che implica lo schiavismo – sta a fondamento della produzione di surplus. Le risorse non-macchine sono la chiave per produrre il surplus; mi riferisco alla terra e alle persone. A un certo punto, sorge il capitalismo industriale, che si basa sul patrimonio di capitali nell’industria. I capitalisti sono i proprietari delle fabbriche, dei macchinari e delle fucine. Ma quando queste risorse vengono astratte in forma di azioni, cominciano ad avere una vita propria, sia dal punto di vista finanziario sia dal punto di vista informazionale, e i processi industriali vengono trasformati in processi basati sui flussi della finanza e dell’informazione. Così, secondo l’ipotesi del capitalismo cognitivo, abbiamo una terza fase, il capitalismo cognitivo appunto, basata sul predominio dei flussi immateriali, che a loro volta riconfigurano le modalità industriali ed agricole della produzione a loro propria immagine. Ma secondo i principali teorici del capitalismo cognitivo, come Yann-Moulier Boutang, redattore capo della rivista “Multitudes”, e sostenitori di essa come M. Lazzarato (Lazzarato, 2004), C. Vercellone (Vercellone, 2003), si tratta di un cambiamento all’interno del capitalismo. I teorici del capitalismo cognitivo si pongono sia contro i capitalisti neoclassici, che non riescono a storicizzare il capitalismo, sia contro le interpretazioni dell’età dell’informazione post-capitalistica, che dichiara morto il capitalismo. Di fatto, se c’è qualcosa, questa è una tendenza a una forma postmoderna di iper-capitalismo, della quale l’ideologia neoliberale è sintomo. L’analisi del capitalismo cognitivo rientra in un P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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più ampio orizzonte di interpretazioni marxistiche e post-marxistiche dell’economia della conoscenzaxcvii. Se la modernità (cioè, il capitalismo industriale) ancora deve scendere a compromessi con un forte retaggio di elementi tradizionali, che ne hanno smorzato la virulenza (a cosa potrebbe servire la conoscenza del latino e dei classici per gli affari!), nella postmodernità la logica strumentale regna suprema. L’interesse e, a mio modo di vedere, la forza dell’ipotesi del capitalismo cognitivo, sta nel fatto che essa può render conto sia del cambiamento radicale (il predominio dell’immateriale) sia della continuità (il modo capitalistico), e poi può pure cominciare a considerare i diversi cambiamenti che avvengono, come i nuovi modi di regolamentazione, il controllo sociale, ecc ecc.. In un tal scenario, anche la classe operaia è trasformata, venendo coinvolta nella produzione della conoscenza, nei servizi di carattere morale, e in altre “forme immateriali”. Ma i lavoratori intellettuali diventano chiaramente il settore fondamentale delle moltitudini. McKenzieWark aggiunge una variazione, dal momento che sostiene che adesso al potere c’è una nuova classexcviii. Al posto dei capitalisti, che fondavano il loro controllo sul patrimonio di capitali, è sorta una classe vettoriale che deve il suo potere al controllo dell’informazione (che detiene mediante licenze e copyright) e degli stock (archivi) per i quali vi si accede, e grazie al controllo dei vettori per i quali l’informazione deve fluire (media). Perciò, essi non solo detengono i media che manipolano le nostre mentalità, ma ottengono anche il predominio sui capitalisti industriali, perché possiedono e scambiano gli stock basati sull’informazione, e quest’ultima ha bisogno di flussi di informazione e di vettori per far funzionare i flussi del processo. Non si tratta più di ricavare dei profitti dalla produzione d’industria materiale, ma di creare margini nello scambio di azioni, e dello sviluppo di nuove licenze monopolistiche basate sulla proprietà dell’informazione. E l’immagine speculare della classe vettoriale è la classe hacker, la classe di quelli che «producono la differenza» (a differenza degli operai, che producevano prodotti standard e desideravano raggiungere l’unità), cioè nuovo valore espresso in innovazione. Una distinzione cruciale tra il concetto più generale di lavoratori intellettuali e il più specifico concetto classista di classe hacker è che quest’ultima produce nuovi mezzi di produzione, cioè hardware, software, wetware e sono, corrispondentemente, più forti di quanto non siano mai stati i contadini o gli operai. Perciò, quello che McKenzie Wark spiega forse in maniera più persuasiva e generale rispetto ai teorici del capitalismo cognitivo è la nuova natura della lotta di classe, incentrata sulla proprietà dell’informazione e sulla proprietà dei vettori. Sicché, il tema fondamentale è la forma della proprietà, responsabile della creazione della scarsità che sostiene un mercato. Un’altra cosa positiva è la chiara distinzione tra la classe hacker, che produce valore d’uso, e il valore vettoriale, cioè gli imprenditori, che lo trasformano in valore di scambio. Il predominio del capitale finanziario è spiegato dalla proprietà delle azioni, che sostituisce la proprietà del capitale, che è una forma meno astratta; a differenza dei capitalisti industriali, che erano ben lieti di lasciare una cultura comune e socializzata, l’educazione e la scienza allo Stato, i capitalisti vettoriali mirano a trasformare tutto in merce. Quest’ultima è una convincente spiegazione della logica che sostiene l’“ipercapitalismo neo-liberale”. Molto meno soddisfacente è la tesi nettocratica che Alexander Bard presenta nel suo libro Netocracy (Bard, 2002). Egli insiste anche sulla natura post-capitalistica della nuova configurazione, ma la nuova classe è descritta come “controllante” l’informazione disposta a rete e come operante in una gerarchia di reti. Qui, on è teorizzata alcuna distinzione tra lavoratori intellettuali e imprenditori dell’informazione. Allo stesso modo, nell'utilissimo Hacker Ethic di Pekka Himanen (Himanen, 2001), pur se abbiamo un’interessantissima analisi della nuova cultura del lavoro, non è fatta alcuna distinzione tra lavoratori intellettuali e imprenditori, tra classe hacker e classe vettoriale.

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4. P2P nella sfera politica
4.1.A. IL MOVIMENTO DELL’ALTERGLOBALIZZAZIONE
Il movimento dell’alterglobalizzazionexcix è un noto esempio di ethos P2P all’opera nel campo sociale. Il movimento si considera una rete di reti che unisce agenti da un’ampia gamma di campi e con diversi punti di vistac, i quali, a dispetto del fatto che non concordano esattamente su ogni aspetto, riescono ad unirsi attorno ad una piattaforma comune d’azione relativamente a certi eventi fondamentalici. Queste reti riescono a mobilitare grandi quantità di persone da ogni continente, senza avere a disposizione nessuno dei tradizionali media d’informazione, come televisioni, radio o giornali. Piuttosto, esse fanno affidamento quasi esclusivamente alle tecnologie P2P descritte in precedenza. Così, i media internet sono utilizzati per la comunicazione e l’apprendimento a frequenza continua, prima delle mobilitazioni, ma anche durante le mobilitazioni, dove piattaforme mediatiche internet indipendenti, come Indymedia, oppure l’uso scaltro dei telefoni cellulari, sono utilizzati per una gestione della corrispondenza in tempo realecii, effettuata da piccoli gruppi che fanno uso di tecnologie a buddy list – a volte programmi open source progettati esplicitamente per l’attivismo politico, come TextMobciii. Il modello a rete consente un’organizzazione più fluida che non fissa alcun gruppo su posizioni permanentemente antagonistiche; al contrario, si creano varie coalizioni temporanee ad hoc, in base ai temi da disputare. Una filosofia implicita fondamentale del movimento è il paradigma della non-rappresentativitàciv. Nell’ideologia politica classica moderna, i membri partecipanti eleggono rappresentanti, e a questi delegano la propria autorità. Le decisioni prese dai consigli di questi rappresentanti possono diventare decisioni vincolanti, e a questi è concesso di parlare “in nome del movimento”. Ma questa caratteristica sembra essere assente nel movimento dell’alterglobalizzazione. Nessuno, nemmeno le celebrità, può parlare in nome di qualsiasi altra persona, ma si può parlare a proprio nome. Certo, alcuni movimenti e alcune persone hanno più influenza di altri, ma si può dire che nessuno domini o diriga il movimento in quanto tale. Un’altra caratteristica distintiva è che non possiamo parlare più di «organizzazioni permanenti». Mentre i sindacati, i movimenti politici e le ONG internazionali, ambientali e concernenti i diritti umani partecipano, e hanno pure un ruolo importante, il movimento introduce una novità, dato che mobilita molti individuali nonaffiliati, come anche tutti i tipi di gruppi temporanei ad hoc creati dentro o fuori internet. Perciò, ai principî della deformalizzazione e deistituzionalizzazione di cui già abbiamo parlato, possiamo aggiungere un altro principio che potremmo chiamare processo di «deorganizzazione», fin quando però ne comprendiamo il senso, che si riferisce al superamento dei formati organizzativi “fissi” che consentono al potere di consolidarsi. Gli aderenti a tali movimenti sono spessissimo post-ideologici nel loro approccio; essi sottolineano le loro differenze, rifiutano la “identificazione permanente” con un qualsiasi movimento particolare, ma – allo stesso tempo – cercano di superare le differenze attraverso l’azione comune. Siamo passati da una militanza “francobollata” (dai francobolli che i membri dei partiti solevano mettere in un libretto di affiliazione come prova di pagamento), che indicava un legame ideologico a vita, a una neo-militanza “post-it”, dove i nuovi tipi di organizzazione non propongono nemmeno l’affiliazionecv. Una critica comune è che «non hanno alternativa», cioè: non offrono un preciso ed integrato programma politico e sociale alternativo. Questo, di fatto, può riflettere il loro nuovo approccio alla politica. L’esigenza principale non sempre riguarda i dettagli, benché questi possano pure far parte di una piattaforma di consenso (come succede per la “cancellazione del P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 4

debito per i paesi in via di sviluppo”) – la cosa più importante è la filosofia, che sta alle spalle del movimento, “un altro mondo è possibile”, e ancora più importante è il non esigere un’alternativa specifica; piuttosto, un processo aperto di governo del mondo che non sia guidato dalla politica del potere e dagli interessi privati delle elite, ma che sia determinato da tutte le persone in un modo autonomo che riconosca la grande diversità tra i futuri desiderati. Così, in questo senso, la “mira” del movimento dell’alterglobalizzazione non è nient’altro che l’esigenza di una nuova “organizzazione” del mondo, basata su principi P2P.cvi Un aspetto importante del movimento dell’alterglobalizzazione è il già menzionato affidamento sui media internet alternativi indipendenti. A dispetto della rilevantissima influenza dei mass media di proprietà delle grandi società, gruppi come il movimento dell’alterglobalizzazione sono riusciti a creare un gran numero di fornitori di notizie alternativi, in formato scritto, audio o audiovisivo. Questi sono usati per un processo permanente di apprendimento e scambio, al di là della sfera della “produzione industriale del consenso” (descritta da Noam Chomsky). Naturalmente, il nuovo metodo di organizzazione che abbiamo descritto sopra non si limita ai movimenti a sinistra dello spettro politico, e possono trovarsi anche a destra. Un esempio spesso notato è quello di Al Qaeda, che mescola caratteristiche tribali e aziendali ma anche forti caratteristiche della rete; un altro esempio è il modello di resistenza senza leader promosso da parte dell’estrema destracvii.

4.1.B. IL FORMATO DELLA “COORDINAZIONE”
Da metà anni ‘80 gli osservatori notano che le anche le lotte sociali hanno assunto un nuovo formato: quello della coordinazionecviii. In Francia, per esempio, tutte le lotte importanti dell’ultimo decennio – quelle tenute dagli infermieri, dagli educatori e – più recentemente – dai lavoratori part-time nel campo dell’arte, sono state guidate da tali coordinazioni. Queste coordinazioni rappresentano un’innovazione radicale. Anch’esse sono basate sul principio della non-rappresentatività: nessuno è eletto per rappresentare qualcun altro, tutti possono partecipare, le loro decisioni sono basate sul consenso, mentre i partecipanti mantengono ogni libertà d’azione. Si noti come la coordinazione differisca, perciò, dalla vecchia forma iperdemocratica dei consigli dei lavoratori, che erano ancora basati sull’idea di rappresentanza. La recente protesta degli “intermittenti” artistici è stata particolarmente significativa. Questi sono lavoratori intellettuali creativi che si muovono di progetto artistico in progetto artistico, e che perciò non sono, a differenza dei vecchi lavoratori industriali, in contatto permanente l’uno con l’altro. Tuttavia, la loro “socialità di rete” – che indica che essi si tengono in contatto con una varietà di sottogruppi di amici e associati per tenersi informati delle opportunità e per un apprendimento e uno scambio collettivo permanente – ha fatto sì che, quando si sono trovati a dover fronteggiare una riforma a loro intollerabile, siano riusciti a metter su uno dei più efficaci movimenti sociali di massa in brevissimo tempo, mediante l’uso di tecniche di diffusione virale. I poteri tradizionali, rappresentati dai partiti politici di sinistra istituzionali e dai sindacati, non sono più tollerati nelle coordinazioni; quando entrano in gioco, la gente semplicemente se ne va e pianta le tende altrove. Sicché, le organizzazioni politiche autoritarie sono seriamente limitate da questo formato.

4.1.C. NUOVE CONCEZIONI DI LOTTA SOCIALE E POLITICA
il cambiamento nelle pratiche politiche è stato riflesso da un nuovo pensiero nel campo della teoria politica. Tra i pensatori che mi vengono in mente, ci sono Toni Negri e Michael Hardt, P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 5

coi loro libri Empire e Multitude, Miguel Benasayagcix, col suo Le Contre-Pouvoir, e John Holloway, con Revolution Without Power. Negri/Hardt hanno introdotto il concettosi «moltitudine». A differenza dei precedenti concetti di «popolo» o di «proletariato», le moltitudini non hanno un’unità sintetica. Esse esistono nelle loro differenze. Quello che si rifiuta è un’identità umana astratta, in favore dell’organizzazione in vista di scopi comuni dell’umanità concreta con le sue differenzecx. Il principio della non-rappresentatività è riflesso nel rifiuto del concetto di «trascendenza», cioè dell’affidamento del potere a un sovrano. La modernità, respingendo il potere divino, ha pensato che le moltitudini anarchiche (Hobbes) dovessero unificarsi in un popolo, che poi consentiva al sovrano nazionale l’esercizio del suo potere. Questa trascendenza del potere è totalmente respinta, in favore della “democrazia assoluta”, cioè della vita e dei desideri immanenti delle moltitudini. A differenza del concetto di «popolo», che unifica ma respinge anche il non-popolo, la moltitudine è completamente aperta e globale sin dall’inizio. Nei termini della strategia politica, si sviluppano concetti come quello di «esodo», che indica il non dover più affrontare il nemico direttamente (in una configurazione a rete dei movimenti sociali, non c’è nemico diretto, e nell’Impero «non c’è “proprio là”», cioè il nemico non può essere localizzato precisamente, dal momento che è esso stesso una rete), ma l’aggirare gli ostacoli e – cosa più importante – il rifiuto di dare consenso e legittimazione, costruendo al contrario alternative in tempo reale mediante le reti. È solo quando le moltitudini sono sotto attacco diretto, mediante riforme che sono viste come “intollerabili”, che la rete spinta alla lotta e che la forma effettiva dell’organizzazione prefigura già la società a venire. Componenti essenziali della moltitudine sono i lavoratori della conoscenza [intellettuali], gli impiegati nei servizi “morali”, e altre forme di lavoratori immateriali. Miguel Benasayag, in maniera simile, dimostra che «resistere è creare», e che la lotta politica riguarda essenzialmente la costruzione di alternative, qui ed ora. La pratica attuale deve riflettere il futuro desiderato, e non deve emergere dalle «tristi passioni» dell’odio e della rabbia, bensì dalla gioia del produrre un bene comune. L’Hacker Manifesto è un’altra importante espressione di questo nuovo ethos. Benché nessuno di questi autori utilizzi esplicitamente il concetto di «peer to peer», i loro stessi concetti riflettono la filosofia e la pratica del P2P e generalmente concordano con i temi dei sostenitori del peer to peer (come il favorire un orizzonte comune informazionale, il supporto alle metodologie free software e open source, ecc ecc…). Recentemente, è stata sviluppata da un gruppo di autori come Mitch Ratcliffe una filosofia politica esplicitamente partecipativa, chiamata «democrazia estrema»cxi. Essa non è né una democrazia diretta né una democrazia rappresentativa, ma una proposta di partecipazione totalmente aperta alle reti responsabili della costruzione politica. Il concetto di «estrema», in questo contesto, è collegato al concetto di «programmazione estrema», un rapido processo per piccoli gruppi, simile al P2P, per produrre software.

4.1.D. NUOVE FRONTIERE DELLA CONTESA
Oltre a nuove forme di organizzazione politica e a nuovi concetti riguardanti le tattiche e le strategie di lotta, la comparsa del peer to peer genera anche nuovi conflitti, che sono diversi da quelli dell’età industriale. A mio giudizio, il conflitto fondamentale riguarda la libertà di costruire l’information common [orizzonte, o proprietà, comune dell’informazione]cxii, in opposizione all’appropriazione privata della conoscenza da parte di società a scopo di lucrocxiii, il che non vuol dire che alla fine non potrà essere trovato un compromesso. Col filesharing oggi è possibile condividere musica e video digitali. Un processo che è sempre esistito tra gruppi di P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 5

amici adesso vede il suo raggio d’azione aumentato dalla tecnologia. Questo mette a rischio il sistema della proprietà intellettuale. Ma il sistema P2P della distribuzione di musica è intrinsecamente più produttivo e versatile, e anche più piacevole per l’ascoltatore di musica rispetto al vecchio sistema della distribuzione fisica di CD. Ma anziché costruire un consorzio comune per la musica del mondo e trovare un adeguato meccanismo di finanziamento per gli artisti, l’industria è intenta a distruggere questo sistema più produttivo, e vuole criminalizzare la condivisione punendo gli utenti e anche tentando di rendere illegale la tecnologia. Un’altra strategia è incorporare meccanismi di controllo o nel software (dove possono essere hackerati ed elusi), o nell’hardware (schemi di gestione dei diritti digitali). Mentre gli utenti e i produttori di cultura liberacxiv stanno combattendo i tentativi di recinzione della cultura da parte delle grandi aziende “vettoraliste”, molti stanno lavorando per offrire soluzioni che proteggano l’uso della cultura, consentendo nello stesso tempo ai creatori di guadagnarsi da viverecxv. Un altro esempio è la biopirateria. La scolare esperienza e conoscenza dei gruppi tribali riguardo alle proprietà erboristiche e medicamentose delle piante è studiata dalle multinazionali farmaceutiche, che poi brevettano le scoperte ed espropriano i nativi. Il problema del capitalismo è che esso si è sempre basato sull’appropriazione privata di risorse comuni, come è indicato, per esempio, dal movimento delle enclosures (la privatizzazione della terra comune) che generò la prima “accumulazione primitiva” di capitale. In una situazione nella quale il periodo “estensivo” di espansione territoriale tipico dell’imperialismo va sostituito con la crescita intensiva sui territori esistenti, il campo immateriale dello scambio di conoscenza e della creatività digitale è importantissimo. Come spiega eloquentemente Mackenzie Wark: la chiave per ottenere un’eccedenza è convertire l’informazione in merce. Di qui, l’impulso a rafforzare il sistema della proprietà intellettuale, a estendere i copyright nel tempo, ma anche nello spazio, inventando nuove aree di applicazione come il software e la ricerca universitaria. Anche se una politica del genere può sollecitare aree specifiche grazie al motivo del profitto, essa è anche responsabile di un deterioramento strutturale della proprietà comune scientifica, che prima era basata sulla libera condivisione delle scoperte scientifiche e sulla valutazione accademica di pari. Con il brevetto sui software e perfino sulle idee, ci sono sempre più impedimenti al libero flusso dello scambio scientifico e l’innovazione è ostacolata. La strategia è la seguente: dal momento che i prodotti intellettuali possono essere riprodotti e distribuiti a costi marginali, la protezione sulla proprietà intellettuale può creare monopoli temporanei, ma estendibili, creando a questo proposito rendite monopolistiche nella forma di licenze d’uso. La strategia globale e il motivo della crescita di una compagnia come la Microsoft è fondata su quest’idea. Nello stesso tempo, l’industria nel complesso ha un interesse per gli standard aperti che possono essere migliorati, visti come infrastruttura necessaria per la crescita e l'innovazione. Di qui, il supporto prestato da certi settori dell’industria agli open source e all’uso di Linux. Contemporaneamente, vediamo scienziati farsi promotori di un rinnovamento della proprietà comune scientifica, per esempio nell’industria della biotecnologia. In Europa, è in atto una lotta per ostacolare l’avvento delle licenze software, mentre l’Asia meridionale e l’America latina sono interessate alla biopirateria. Anche le forze schierate partono da paradigmi diametralmente opposti. Per l’industria dell’intrattenimento, la proprietà intellettuale è essenziale per promuovere la creatività, benché l’attuale sistema sia un modello “il vincitore prende tutto” che favorisce solo una minoranza di artisti. Per loro, senza protezione della proprietà intellettuale non ci sarebbe creatività. Ma come dimostrano i processi P2P, che sono straordinariamente innovativi al di fuori del sistema del profitto, la creatività è ciò che le persone mettono in atto quando possono cooperare e condividere liberamente, e perciò la proprietà intellettuale è vista come un impedimento, ostacolando il libero uso di quella che dovrebbe essere una risorsa comune. Tra P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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le due posizioni più radicali su entrambi i fronti, è possibile che verranno trovate posizioni di compromesso (di riforma), ma nel frattempo – con uno stile tipicamente P2P – le forze che utilizzano il peer to peer stanno elaborando le loro soluzioni. Tutto è cominciato con un’infrastruttura legale per il movimento del free software, la General Public License, che proibisce lo sfruttamento commerciale di tale software. Poi, si è andati avanti con l’importantissima iniziativa Creative Commons lanciata da Lawrence Lessig, che ha anche supportato la creazione di un movimento per la difesa della libera cultura (Free Culture). Un altro importante fronte del conflitto riguarda la natura dei protocolli incorporati nei sistemi digitali che possono essere usati come P2P. Ne parleremo in seguito, quando esamineremo l’evoluzione del potere. Secondo l’Hacker Manifesto di McKenzie Wark, la ragione più profonda e la logica comune che stanno alla base di queste diverse battaglie è la lotta per il controllo sia dell’informazione (come proprietà intellettuale) sia dei vettori dell’informazione (necessari per la distribuzione), tra quelli che producono informazione, conoscenza e innovazione (la classe hacker, i lavoratori intellettuali) e i gruppi che possiedono i vettori (la classe vettoriale), mediante i quali può realizzarsi il suo valore di scambio.

4.2.A. DE-MONOPOLIZZAZIONE DEL POTERE
Come spiegare l’avvento di reti P2P del genere nel campo politico? Esso riflette nuovi valori culturali, il desiderio che l’autorità si sviluppi a partire dall’impegno e dalle capacità, e che sia temporalmente limitata al compito da svolgere. Esso riflette il rifiuto di lasciarsi sottrarre l’autonomia, cioè il ripudio della trascendenza del potere, come è stata definita da Toni Negri. Riflette il desiderio di sviluppo autonomo del potenziale creativo. Le reti sono incredibilmente efficaci: esse possono operare globalmente in tempo reale, reagire e creare mobilitazione attorno agli eventi in brevissimo termine, e offrono accesso a un’informazione civile alternativa che non sia passata per le mani dei mega-media di proprietà aziendale. In una configurazione politica a rete, l’individuo partecipante conserva la sua piena autonomia. Dal punto di vista politico, i processi P2P riflettono una de-monopolizzazione del potere. Il potere, nella forma di reputazione che genera influenza, è concesso dalla comunità, è legato temporalmente alla partecipazione dell’individuo (quando questi non partecipa più, l’influenza torna a calare), e può perciò essere riassunto dagli individui partecipanti. Nel caso in cui ci fosse una monopolizzazione, i partecipanti si limiterebbero ad andarsene o creerebbero una “biforcazione” del progetto; si formerebbe un nuovo percorso per evitare l’espugnazione del poterecxvi. C’è un’importante contro-tendenza, però, e riguarda la scarsità di attenzione. Poiché il nostro tempo e la nostra attenzione sono davvero scarsi in un contesto di abbondanza dell’informazione, vengono creati portali di mediazione, che raccolgono e scremano questa massa di informazioni. Pensate a Yahoo, Google, Amazon, eBay, che esemplificano il processo di monopolizzazione nella “economia dell’attenzione”. Ma alla comunità degli utenti non manca il potere per influenzare questi processi: reazioni collettive espresse tramite confronti di opinione sono innescate da comportamenti monopolistici abusivi, e possono rapidamente danneggiare la reputazione degli esecutori, costringendo a un cambiamento di atteggiamento in chi ha ambizioni monopolistiche. Risorse antagoniste sono quasi sempre disponibili, o possono essere realizzate dalla comunità open source. Ma, cosa pù fondamentale, la pratica blogghistica dimostra che è possibile aggirare questo tipo di problemi, creando processi di mediazione che utilizzano la comunità come unità complessiva. Tecniche come la folksonomies, cioè l’etichettatura comunitaria, o la classificazione in base P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 5

alla reputazione, come i punti-karma usati dalla comunità di Slashdot, si sottraggono alla comparsa di agenti mediatori autonomi. La stessa blogosfera – per esempio, nella forma del sistema di classificazione di Technorati – ha trovato dei modi per calcolare l’interconnessione praticata da innumerevoli individui, riuscendo così a filtrare i contributi più sfruttati. Ancora una volta, la monopolizzazione è esclusa. Qual è il meccanismo che sta alle spalle di tutto ciò? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ritornare al concetto di non-rappresentatività, quello che Negri chiama «immanenza». Nella modernità, si pensa che individui autonomi non possano creare un ordine pacifico, sicché essi rimandano il loro potere a un sovrano, quale che sia il re della nazione. Nel diventare popolo, essi diventano un “individuo collettivo”. Essi non sono più individui, ma nel contempo il popolo unificato, o nazione, si comporta “come se” fosse un individuo, cioè con ambizioni di potere. È una “trascendenza” in opposizione alle sue parti. Nella non-rappresentatività, però, non si rivela niente di tutto questo. Questo significa che il collettivo così creato non è un “individuo collettivo”, non può agire con ambizioni separate da quelle dei suoi membri. La genialità dei protocolli escogitati nelle iniziative peer to peer è che essi rende impossibile la creazione di un individuo collettivo dotato di rappresentanza. Al contrario, è la comunanza del collettivo che filtra il valore. Anche l’implicazione etica è importante. Non avendo ceduto niente del proprio pieno potere, i partecipanti di fatto si assumono volontariamente la responsabilità non solo per la totalità nei termini del progetto, ma anche per il campo sociale nel quale esso opera. Anticipando le nostre note “evoluzionistiche” della sezione 4.3, possiamo vedere come gli esempi di cui abbiamo parlato illustrino la nuova forma del potere protocollare, che sta diventando di importanza fondamentale in un network. La maniera effettiva in cui progettiamo le nostre tecnologie sociali implica rapporti sociali possibili e verosimili. I protocolli della blogosfera consentono l’attivazione e l’azione dell’economia dell’attenzione, non tramite attori individuali che possono diventare monopolistici, ma attraverso protocolli che consentano il filtraggio comunitario. Ma quando essi sono usati da aziende private come Yahoo e Google, queste possono avere un interesse acquisito nel distorcere il protocollo e l’oggettività degli algoritmi usati. Anche nella blogosfera i protocolli sono importanti, perché essi implicano un quadro d’insieme: tutti potrebbero giudicare, e in questo caso, ciò non risulterebbe in un minimo comune denominatore, oppure l’equipotenza andrebbe definita in modo tale che sia richiesto un certo livello di competenza, per far sì che articoli di migliore qualità vengano filtrati verso l’alto?

4.2.B. UGUAGLIANZA, GERARCHIA, LIBERTÀ
Com’è che i processi P2P integrano “valori” e tipologie di “relazione sociale” come uguaglianza,

gerarchia e libertà? Cornelis Castoriadis fornisce un’interpretazione di Aristotele, su questo tema: l’uguaglianza è effettivamente presente in tutti i tipi di società, ma è sempre stabilita “in base a un criterio”. (è così perché una società è implicitamente una forma di scambio, e perciò ha bisogno di standard comparativi per tale scambio). È sul criterio dello scambio che le forze sociali e politiche si danno battaglia. Il potere va distribuito secondo il merito accordato alla nascita, secondo le imprese militari, secondo il buon senso commerciale dimostrato nella vita economica, secondo l’intelligenza? Questa distribuzione, allora, crea implicitamente un conflitto con le esigenze egalitarie che sono parimenti costitutive della politica e della società. La stessa distribuzione crea un’esclusione e le conseguenti richieste di partecipazionecxvii.

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Nel senso moderno, l’uguaglianza è definita perlopiù come il pari diritto a partecipare al processo politico, e come “uguaglianza di opportunità”, sulla base del merito, nella sfera economica. Analogamente, la gerarchie nelle società pre-moderne era basata sulla “classificazione autoritaria” che si fondava su ruoli sociali fissi, e sulla competizione all’interno di queste sfere angustamente definite (guerrieri che gareggiavano tra loro, bramini che gareggiavano nella conoscenza delle sacre scritture). La gerarchia di comando e controllo è fissa tra i livelli, e per certi versi flessibile all’interno dei livelli stessi. Nella società moderna, teoricamente, la gerarchia al potere deriva dalla scelta elettorale, nel caso del potere politico, dal successo economico, nel caso del potere economico. In teoria, essa è estremamente flessibile, in quanto basata sul “merito”, ma in pratica vari processi di monopolizzazione proibiscono il pieno funzionamento di una tale meritocrazia. Il teorico di sistemi mondiali Immanuel Walllerstein definisce tre importanti tradizioni politiche sulla base della loro posizione nei confronti della dialettica uguaglianza/gerarchia. I conservatori vogliano conservare le relazioni gerarchiche esistenti, come esse erano in un certo momento storico; i liberali sono a favore di una meritocrazia selettiva e di un’accentuazione dei criteri di selezione formalizzati e istituzionalizzati; i democratici sono a favore di una inclusione massima, senza verifica formale. Così, nel sistema moderno originario, i conservatori erano contro le elezioni, i liberali erano a favore di lezioni selettive basate sul censo, i democratici a favore del suffragio universale. Come si colloca il peer to peer in questo schema? Il P2P è un processo democratico di piena inclusione basato sull’idea di equipotenza. Esso si basa sull’assunto che la competenza non si possa individuare in anticipo, perciò la norma è una partecipazione generale ed aperta. Eppure, una selezione ha luogo immediatamente, dal momento che l’equipotenza è immediatamente verificata dal lavoro nel progetto. Perciò, c’è una selezione prima del progetto, e si crea una gerarchia di reti dove ognuno trova il suo posto a seconda del potenziale dimostrato. Anche'interno del progetto si crea immediatamente una gerarchia, basata sulla competenza, sull’impegno e sulla capacità di dare fiducia. Ma in entrambi i casi le gerarchie sono fluide, non fisse, e sempre dipendenti dal contesto concreto, dal preciso compito in questione. È il modello a gruppo jazz d’improvvisazione, dove ciascuno può essere, a turno, il solista o il propositore del motivo dominante. Si genera reputazione, ma questa è costantemente in movimento. Il peer to peer non è un'anti-gerarchia, e nemmeno un'anti-autorità, ma è contro le gerarchie fisse e l’“autoritarismo”, dove quest’ultima parola sta ad indicare la tendenza a monopolizzare il potere, con una volontà di perpetuarsi e di privare gli altri delle risorse che l’autorità vuole per se stessa. Il P2P è a favore di un’uguaglianza della partecipazione, di una gerarchia naturale e flessibile basata sul merito reale e sul consenso comunitario. Che il P2P riconosca differenze di potenzialità, riconoscendo perciò una gerarchia naturale, non gli impedisce di trattare i soci partecipanti come persone uguali. In effetti, una ricerca all’interno della tradizione sinergica, che studia la praticabilità della cooperazione, ha verificato un fatto notevole. Nella cooperazione libera e sinergica, funzionano meglio quei gruppi che trattano i propri membri “come se” fossero uguali. Perciò, la gerarchia della reputazione, del talento, dell’impegno ecc. ecc. riconosciuta non impedisce la nascita di un ambiente egalitario, ma la richiede. Alcuni autori, come David Ronfeldt e John Arquila della Rand Corporation, sostengono che ci stiamo muovendo verso una “cybercrazia”, dove il potere è determinato dall'accesso alle reti. Anche se c’è, di fatto, una linea di demarcazione digitale che può escludere la partecipazione, è importante accentuare la flessibilità implicita nelle reti P2P, la quale mette in discussione l’idea di «cybercrazie fisse e monopolistiche». Un altro autore, Alexander Bard, in Netocracy sostiene che il capitalismo è già morto, e che siamo già governati da una gerarchia di reti a base conoscitiva. Nella fase attuale, questi non sono argomenti molto P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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convincenti, ma c’è uno scenario in cui esi possono diventare plausibili. Questo scenario è stato descritto da Jeremy Rifkin in The Age of Access. Ma questo scenario del «feudalismo dell’informazione» è fondato sulla distruzione delle reti P2P. il capitalismo cognitivo sta infatti cercando di accrescere le sue entrate monopolistiche per via del materiale digitale brevettato, una strategia che è messa a rischio dal filesharing e dalla condivisione di informazioni sulle reti P2P. Se l’industria avrà successo nella sua guerra civile contro i suoi consumatori, integrando hardware di gestione dei diritti digitali in tutti i nostri computer, e mettendo fuori legge la condivisione mediante attacchi legali e incarcerazioni, allora un tale scenario è possibile. In quel tempo avremo solo network privati per i quali andrà pagata una licenza, con regole di utilizzo pesantemente restrittive e nessuna proprietà di sorta per il consumatore. Questo è effettivamente uno scenario di esclusione per tutti quelli che non potranno permettersi l’accesso alle reti. Proprio come nella struttura feudale, dove i contadini “servi” non possedevano la terra sulla quale lavoravano, noi non possiederemo più alcun prodotto immateriale; avremo solo diritti di utilizzo pesantemente limitati, e certamente non il diritto di condividere. Ma siamo ancora lontani da questa situazione, e personalmente non credo che sia uno scenario verosimile. In questo momento, il P2P è “vincente” perché le sue soluzioni sono intrinsecamente più produttive e democratiche, ed è difficile credere che una qualsiasi forza sociale, siano pure le grandi società, sabotino permanentemente gli effettivi sviluppi tecnologici di cui ha bisogno per sopravvivere. Escludendo uno scenario con un crollo della civiltà e un ritorno alla barbarie, è più probabile vedere lo sviluppo di un sistema sociale che incorpori questo nuovo livello di complessità e di partecipazione. Un elemento di cui ancora devo parlare è l’aspetto della libertà, che sembra evidente. Il P2P si onda sulla massima libertà. La libertà di accedere e partecipare, di esprimere pienamente se stessi e il proprio potenziale, la libertà di cambiare corso in un qualsiasi momento, la libertà di andarsene. All’interno dei progetti comuni, la libertà è limitata dalla legittimazione e dal consenso comunitari (cioè, dalla libertà degli altri). Ma gli individui possono sempre andarsene, infiltrarsi in un nuovo progetto, crearne uno proprio. La sfida sta nel trovare affinità, nel creare una sfera comune con almeno qualche altra persona e creare effettivo valore d’uso. A differenza della democrazia rappresentativa, questo non è un modello basato su una maggioranza che impone il suo volere alla minoranza. A dispetto del fatto che il Peer to Peer ribalti un certo numero di gerarchie di valore introdotte dall’Illuminismo, in particolare modo le epistemologie e le ontologie della modernità, esso è una continuazione e una parziale realizzazione del progetto di emancipazione. È, nella definizione di Wallerstein, un progetto eminentemente democratico. Il peer to peer in parte riflette la post-modernità e in parte la trascende.

4.3. CONCEZIONI EVOLUTIVE DEL POTERE E DELLA GERARCHIA
Lo studioso giapponese Shumpei Kumon ha fornito la seguente spiegazione evolutiva del potere. Nella premodernità, dice, il potere deriva dalla forza militare. Il forte vince il debole ed esige il tributo, parte della produzione agricola e forza-lavoro (il sistema della corvee). Roma era ricca perché era forte. Nella modernità, la forza militare finisce col perdere il suo primato e il potere monetario ne prende il posto. O, in altre parole, gli Stati Uniti sono forti perché sono ricchi. La sua capacità produttiva è più importante della sua potenza militare. Sono il potere commerciale e finanziario a costituire il criterio principale. Nella tarda modernità, nasce una nuova forma di potere, grazie al potere dei mass media. Gli Stati Uniti hanno perso la guerra non perché i vietnamiti erano più forti militarmente o perché avevano una maggiore influenza finanziaria, ma perché gli Stati uniti hanno perso la guerra nelle menti P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 5

e nei cuori, e hanno perso il supporto sociale per gli sforzi militari. Con la comparsa di internet e dei processi peer to peer, emerge ancora un’altra forma di potere, e Kumon la chiama «gioco del giudizio»cxviii. Per avere influenza, bisogna offrire conoscenza di qualità, e così costruirsi una reputazione, attraverso la dimostrazione del proprio “giudizio”. Più si condivide, più questo materiale è usato da altri, più alta è la reputazione di una persona, più grande la sua influenza. Questo processo è effettivo per gli individui all’interno di gruppi, e per il processo che intercorre tra i gruppi stessi, e crea una gerarchia di influenza tra reti. Ma come ho dimostrato, in un autentico ambiente P2P, questo processo è flessibile e permanentemente reversibile. Secondo il filosofo e storico francese Michel Foucault, i sistemi premoderni, compresi quelli dell’epoca moderna classica del diciottesimo secolo, sono caratterizzati dal motto «fai morire o lascia vivere»: il sovrano ha il potere di vita e di morte, ma non interferisce molto nella vita dei suoi sudditi, che è governata dalle abitudini e dai precetti divini del potere spirituale. Nella modernità, Foucault vede sorgere due nuove forme di potere: il potere disciplinare ed il biopotere. Il potere disciplinare parte dal presupposto che la società consiste di individui autonomi che hanno bisogno di “socializzazione” e di disciplina, in modo che possano essere integrati nella struttura normativa della società capitalistica. Il biopotere è l’inizio della totale gestione della vita, dalla nascita alla morte, della grande massa delle persone. Il nuovo motto è «fai vivere, lascia morire». Il suo contemporaneo Gilles Deleuze ha notato, però, un cambiamento. Nella società postmoderna dominata dai mass-media, che è diventata dominante dopo il 1968, le istituzioni disciplinari entrano in crisi. Quello che si usa è l'internazionalizzazione delle esigenze sociali mediante l’uso dei mass media, della pubblicità e delle relazioni pubbliche, con meccanismi di controllo all’opera, che sono tesi ad assicurare che siano raggiunti i giusti risultati. Ma l’individuo non è più responsabile del fatto che questo accada. Il potere è diventato più democratico, più sociale, più immanente al campo sociale, «distribuito nei cervelli e nei corpi dei cittadini» (, di Negri, p. 23). Nello stesso tempo, Deleuze già prefigurò, con moltissimi anni di anticipo, l’emergente predominio delle reti distribuiti (rizomi). Se Foucault è stato il filosofo e lo storico del potere nella modernità, allora Deleuze e Guattari sono stati i primi teorizzatori del potere nell’era delle reti. Tuttavia, c’è il rischio di trascurare sviluppi importanti, perfino radicali innovazioni, se mettiamo insieme il post-1968 sotto l’intestazione unitaria di postmodernità, dal momento che si trascurerebbe la crescita accelerata dei processi peer to peer, partiti solo negli anni ‘90, dopo la popolarizzazione di internet. Forse gli storici futuri dateranno una nuova era che è cominciata nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, indicando il momento in cui il libero flusso dell’informazione ha cominciato a distruggere i regimi più autoritari. Nelle tabelle riportate sotto, distinguo esplicitamente l’età postmoderna dall’era del peer to peer che si va delineando. L’era del P2P di fatto introduce una nuova svolta, una nuova forma di potere, che abbiamo definito «potere protocollare», che è stato identificato chiaramente ed analizzato per la prima volta da Alexander Galloway nel suo libro Protocol. Ne abbiamo già fornito alcuni esempi. Uno è il fatto che la blogosfera ha escogitato meccanismi per evitare la comparsa di monopoli individuali e collettivi, mediante norme che sono incorporate nel software stesso. Un altro esempio riguardava il caso in cui l’industria dell’intrattenimento riuscisse a incorporare restrizioni su software o o sull’hardware per rafforzare la sua versione del copyright. Ci sono molte altre evoluzioni parimenti importanti da vagliare: internet rimarrà una struttura puntopunto? Il web si trasformerà in un autentico medium P2P per via di sviluppi del writeable web? Il punto in comune è questo: i valori sociali sono incorporati, integrati nell’architettura effettiva dei nostri sistemi tecnici – nel codice del software o nelle macchine cablate – e questi poi permettono/consentono o proibiscono/scoraggiano certi utilizzi, diventando perciò un fattore determinante nel tipo di relazioni sociali che sono possibili. Gli algoritmi che P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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determinano i risultati di ricerca sono oggettivi, oppure sono manipolati per motivi commerciali e ideologici? Il software di controllo parentale è guidato da norme di censura che sottendono a una regolamentazione fondamentalistica? Molte questioni dipendono dai protocolli nascosti, che la comunità degli utenti deve imparare a vedere, in modo che possano diventare oggetto di sviluppo consapevole, favorendo i processi peer to peer anziché i sistemi restrittivi e manipolatori di comando e controllo. Nei sistemi P2P, le regole formali che governano i sistemi burocratici sono sostituiti dai criteri di progettazione dei nostri nuovi mezzi di produzione, ed è su questo campo che noi dovremmo concentrare la nostra attenzione. Galloway ci suggerisce di elaborare un diagramma delle reti cui partecipiamo, con punti e linee, nodi e bordi. Chi decide chi può partecipare, o, meglio, quali sono le regole implicite che governano la partecipazione (dal momento che non c’è alcun “chi” o comando specifico in un ambiente distribuito); quale tipo di connessioni è possibile. Sull’esempio di internet, Galloway mostra come la rete ha un protocollo peer to peer nella forma del TCP/IP, ma che il Domain Name System è gerarchico, e che un server autoritario potrebbe impedire a un gruppo di domini di operare. È così che il potere andrebbe analizzato. Un tale potere non è di per sé negativo, dal momento che c’è bisogno di un protocollo per consentire la partecipazione (non si guida senza codice stradale!), ma il protocollo può essere anche centralizzato, di proprietà esclusiva, segreto, sovvertendo – in questi casi – i processi peer to. Tuttavia, l’attenzione sul protocollo, che riguarda quello che Yochai Benkler chiama il «livello logico» delle reti, on dovrebbe farci trascurare la distribuzione di potere al livello fisico (chi possiede le reti), e al livello contenutistico (chi possiede e controlla il contenuto). La domanda fondamentale è: gli elementi centralizzati e gerarchici nel protocollo consentono o ostacolano la partecipazione? Questo lo si vedrà nella seguente analisi dello sviluppo della teoria e della pratica della gerarchia, propostaci da John Heron in una comunicazione personale. Nell’autentico peer to peer, il ruolo della gerarchia è quello di consentire l’affioramento spontaneo della “autonomia nella cooperazione”:
«Sembrano esserci almeno quattro gradi di sviluppo culturale, radicati nei gradi di coscienza morale: • • culture autocratiche che definiscono i diritti in modo limitato e oppressivo, e non ci sono diritti di partecipazione politica; culture democratiche ristrette, che praticano la partecipazione politica mediante la rappresentazione, ma non hanno alcuna partecipazione – o ne hanno una limitatissima – di persone nel prendere decisioni in tutti gli altri campi, come la ricerca, la religione, l’educazione, l’industria ecc. ecc.; culture democratiche più ampie che praticano sia la partecipazione politica sia un grado variabile di tipi più estesi di partecipazione; culture comunitarie p2p in una rete globale libertaria e orientata all’abbondanza, con diritti equipotenziali di partecipazione da parte di tutti in ogni campo dell’agire umano»

Heron aggiunge che
«Questi quattro gradi potrebbero essere definiti nei termini delle relazioni tra gerarchia, cooperazione e autonomia. • • • la gerarchia definisce, controlla e limita la cooperazione e l’autonomia; la gerarchia autorizza un livello di cooperazione e di autonomia solo nella sera politica; la gerarchia autorizza un livello di cooperazione e autonomia nella sfera politica e, in gradi variabili, negli altri campi; l’unico ruolo della gerarchia sta nella sua manifestazione spontanea nella nascita e nella continua proliferazione della autonomia-nella-cooperazione in tutte le sfere dell’agire umano»

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Tabella – l’evoluzione del potere

NATURA DEL
POTERE

METODO DI
CONTROLLO
Forza e tradizione Disciplinare e biopotere Società di controllo e produzione del consenso Protocollare e conflitti memetici di opinioni

MONOPOLIO
Terra e persone Capitale industriale e finanziario Finanziario e sui media De-monopolizzazione basata sulla reputazione contro monopoli dell’attenzione

SCHEMA DI
POTERE
Schema di forza Schema monetario Schema del denaro e della fama

Premodernità Prima modernità Tarda modernità Età del P2P

Militare e religiosa Commerciale e industriale Finanziaria e mediatica

Media P2P

Schema del giudizio

Compilazione di Michel Bauwens
Tabella – l’evoluzione della gerarchia – John Heron

GRADI DI COSCIENZA
MORALE

RAPPORTO TRA GERARCHIA,
COOPERAZIONE E AUTONOMIA
La gerarchia definisce, controlla e limita la cooperazione e l’autonomia La gerarchia autorizza un livello di cooperazione e di autonomia solo nella sfera politica La gerarchia autorizza un livello di cooperazione e di autonomia nella sfera politica e, in vari gradi, in altri campi L’unico ruolo della gerarchia è la sua emersione spontanea nella nascita e nella continua proliferazione dell’autonomia-in-cooperazione in tutele sfere dell’agire umano

Premodernità Prima Modernità Tarda modernità

Nessun diritto di partecipazione politica Partecipazione politica mediante la rappresentanza Rappresentanza politica con vari gradi di partecipazione più ampia

Età del P2P
Diritti equipotenziali di partecipazione di tutti in tutti i campi

Compilata a partire da un testo di John Heron.

6. La scoperta dei principî P2P nella sfera cosmica
Si noti la differenza con il titolo della precedente sezione. Qui non parliamo della comparsa, ma piuttosto del riconoscimento o della scoperta di principî all’interno del mondo naturale che seguono una logica P2P. essi erano già-sempre lì, ma solo recentemente abbiamo imparato a vederli. La tecnologia riflette, fino a un certo punto, la crescente comprensione del mondo naturale da parte dell’umanità. Gli artefatti e i processi tecnologici integrano e inglobano nei loro protocolli questa crescente comprensione. E, in seguito, abbiamo imparato a vedere il mondo naturale (fisico, biologico, cognitivo) in maniera estremamente diversa da prima. Non più nella forma di meccanismi e gerarchie, ma come reti. Così, anche il fatto che ingegneri, progettisti di software e gestori di reti sociali stiano elaborando e realizzando sempre più sistemi P2P riflette la nuova comprensione. Studi sull’intelligenza distribuita nei sistemi fisici, sul comportamento di sciame degli insetti sociali, sulla “saggezza delle masse” e sull’intelligenza collettiva nel campo umano, mostrano che in molte situazioni un sistema P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 5

partecipativo distribuito funziona meglio dei sistemi di comando e controllo, che creano colli di bottiglia. Nei sistemi naturali, sistemi di comando e controllo effettivamente centralizzati e gerarchici sembrano piuttosto rari. Benché si possa dire che in natura esistano gerarchie, come una successione di sistemi progressivamente più generali, e che, nella società umana, esistano molti sistemi piramidali di comando e controllo, si farebbe meglio a chiamare le prime «olarchie», dal momento che i sistemi di comando e controllo effettivi sono davvero rarissimi. Più comune è l’esistenza di agenti molteplici che, mediante la loro interazione, creano ordini e comportamenti coerenti emergenti. È stato dimostrato, per esempio, che il cervello è una rete, piuttosto egalitaria, di neuroni, e non c’è traccia di un centro di comandocxix. E, naturalmente, ci sono molteplici campi scientifici ai quali sembra confarsi quanto appena detto. La teoria della rete è perciò attenta alle interrelazioni di agenti equipotenti e distribuiti e al modo in cui da queste sorgono sistemi complessi. La teoria della rete è una forma di riduzionismo sistemico, che si concentra sulle interazioni di agenti senza prendere in particolare considerazione le loro caratteristiche “personali”, e tuttavia riesce in modo particolarmente soddisfacente a spiegare il comportamento di molti sistemi. Così, se gli storici stanno cominciando a guardare al mondo in termini di flussi, la scienza sociale in generale sta sempre più guardando ai suoi oggetti di studio nei termini dell’analisi delle reti socialicxx. Un’importante contributo è l’opera di Alexander R. Galloway, Protocol, perché qui egli formula la chiara e importante distinzione tra «reti decentralizzate» e «reti distribuite». Prima avevamo le reti centralizzate. In questo formato, tutti i collegamenti tra nodi devono passare per il centro, che deve autorizzarli o consentirli. Pensate agli elaboratori centrali [mainframe] a terminali stupidi, o ai commutatori centrali nei sistemi telefonici. I una seconda fase, le reti sono decentralizzate, il che significa che il centro è spezzato in parecchi subcentri. Qui, le connessioni e le azioni tra i nodi devono ancora passare attraverso uno di questi subcentri. Un esempio è il sistema aeroportuale americano, organizzato in hub come Atlanta. Per andare da una città regionale a un’altra, bisogna passare per questo hub. Nei network distribuiti, come la rete delle autostrade interstatali o come internet, non c’è più questa esigenza. Gli hub, cioè i nodi che supportano più connessioni di altri, possono esistere, ma sono opzionali e crescono organicamente; non sono obbligatori né progettati a priori. La teoria astratta delle reti, vedendo hub in entrambi i casi, può trascurare questo punto importante. Il peer to peer è la dinamica relazionale delle reti distribuite! Una rete distribuita può essere come può non essere una rete egalitaria (si veda sotto). Nexus, un libro di Duncan Watts, che riassume le analisi della teoria delle reti a beneficio del pubblico profano, si concentra su piccole reti globali. Queste differiscono dalle reti totalmente casuali, dove ci vogliono molti passi per passare da un nodo all’altro, e sono caratterizzate da un relativo «basso grado di separazione». La società umana è tipicamente determinata da non più di sei gradi di separazione: non ci vogliono più intermediari per contattare una qualsiasi altra persona nel mondo. Questo tipo di reti si presentano in due forme: 1) reti aristocratiche, dove sono gli hub e i raccordi più grandi ad essere responsabili della configurazione complessiva delle connessioni di rete; e 2) reti egalitarie, dove i nodi hanno in gran parte un numero pari di connessioni – ma mentre la maggioranza ha connessioni forti con pochi link vicini coi quali si interagisce molto, una minoranza ha legami deboli con nodi remoti, ed è questa minoranza responsabile della compattezza della rete, e del trasferimento rapido di informazioni da un gruppo locale o di affinità a un altro gruppo diverso. Entrambe queste forme hanno punti forti e punti deboli: le reti aristocratiche sono molto stabili nel fronteggiare attacchi casuali, ma vulnerabili quando vengono attaccati i loro raccordi, mentre le reti egalitarie sono più vulnerabili ai disturbi casuali. Una delle più interessanti scoperte è quella riguardante l’esistenza di una legge del potere. Una legge del potere afferma che, per ogni incremento x nel numero di collegamenti per nodo P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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(o di caratteristiche specifiche per nodo, come l’acreage per chilometro di un fiume), il numero di nodi che hanno quella caratteristica decrescerà di un fattore fisso. Nell’economia, ciò dà come risultato il famoso principio di Pareto, cioè che il 20% delle persone hanno l’80% della ricchezza. Ma la legge del potere è riscontrabile in quasi tutti i campi, suggerendo una forma naturale di concentrazione e, perfino, di monopolizzazione come quasi inevitabile. Di fatto, sembra che ogni qual volta abbiamo molte scelte e molti agenti distribuiti fanno queste scelte, viene a crearsi una disparità di scelta. Questo sembra il risultato naturale di qualsiasi “economia dell’attenzione”. Ma – ed è questo il punto – una tale distribuzione non è imposta, come succede in un oligopolio o in un monopolio, bensì sorge naturalmente dalla libertà di scelta, e può essere considerata un risultato “equo”, a condizione che non ci sia uso di coercizione. Nei termini di un ethos normativo P2P, è importante notare che esso non favorisce sistematicamente reti egalitarie. Internet e il web sono entrambi network aristocratici; la blogosfera è caratterizzata da una distribuzione che segue la legge del potere. Le domande essenziali sono: 1) la rete è efficiente?; 2) consente la partecipazione?; 3) la comparsa di una struttura aristocratica è non-coercitiva e reversibile? In molti casi dobbiamo ammettere che una qualche forma di centralizzazione è necessaria ed efficace. Tutti noi preferiamo uno standard per i nostri sistemi operativi, per esempio. La legge del potere può forse essere limitata dallo sviluppo di algoritmi che siano in gradi di evidenziare informazioni e connessioni importanti da nodi che “naturalmente” non emergerebbero, ma questa disciplina sta ancora muovendo i suoi primi passi. Ma la legge del potere è contrastata anche da quella che alcuni economisti della rete hanno chiamato la «lunga coda». Si tratta del fenomeno per cui gruppi minoritari non sono esclusi dalla distribuzione della conoscenza e dallo scambio, ma sono – al contrario – abilitati – a organizzare microcomunità. Nel mondo degli affari, questo è dimostrato dal modo in cui negozi online come Amazon e eBay, usando schemi di assortimento per affinità, sono riusciti a creare parecchie migliaia di mini-mercati precedentemente on-esistenti. Libri, CD e film che andrebbero distrutti per mancanza di interesse nel sistema dei mass media, adesso hanno una seconda e una terza prospettiva di vita,grazie alla continua attenzione prestata loro da interessi di minoranze auto-gestite. Questa è un’importante garanzia per una vibrante vita culturale che non distrugga la differenza e l’eterogeneità culturale.cxxi

6.1 IL P2P NELLA SFERA DELLA CULTURA E DEL SÉ
Qui affronto il rimando ai due quadranti che si riferiscono all’intersoggettività e alla soggettività, considerate nel loro legame fondamentale: l’individuo contro il collettivo.

6.1.A. UNA NUOVA CONNESSIONE TRA L’INDIVIDUO E IL COLLETTIVO
Una delle intuizioni fondamentali dell’interpretazione dell’evoluzione culturale umana formulata dallo psicologo Clare Graves è l’idea dell’equilibrio cangiante, nel tempo, tra i due poli dell’individuo e del collettivo. Nella popolarizzazione della sua ricerca che si ha nei sistemi di dinamica a spirale, l’era tribale è vista come caratterizzata dall’armonia collettiva, ma è anche vista come una cultura stagnante. Da questa armonia nascono individui forti, eroi e conquistatori, che guideranno la propria gente e gli altri alla creazione di entità più estese. Questi leader sono considerati divinità incarnate, e perciò – per certi versi – sono “al di là della legge”, di quella legge che loro stessi hanno costituito grazie alle loro conquiste. È contro questo “individualismo divino” che nasce una reazione religiosa, come appare chiaro P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 6

nelle religioni monoteistiche, che pongono l’accento sull’esistenza di un ordine divino trascendentale (in luogo dell’ordine immanente del paganesimo), al quale perfino il sovrano deve obbedire. Così, viene a crearsi un ordine più comunitario/collettivo. Ma ancora una volta, questa situazione è rovesciata quando viene a crearsi un nuovo ethos individuale, che si rifletterà nella crescita del capitalismo. Esso si basa sugli individui e sugli individui collettivi, che pensano strategicamente nei termini del proprio interesse. Seguendo le parole dell’antropologo Louis Dumont, siamo passati da una situazione di “tonalismo”, in cui gli individui empirici si considerano essenzialmente parte di un tutto, all’individualismo come ideologia, che presuppone individui atomistici, che hanno bisogno di socializzazione. Questi hanno trasferito i propri poteri a individui collettivi, come il re il popolo e la nazione, affinché agissero in loro nome, e hanno creato un’unità sacrificale mediante le istituzioni della modernità. Questa articolazione, basata su un sé autonomo in una società che lui stesso crea per via del contratto sociale, nella postmodernità è cambiata. L’individuo adesso è visto come già-sempre parte di vari campi sociali, come un singolo essere composito che non ha più bisogno di socializzazione, ma che è piuttosto in cerca di individuazione. L’individualismo atomistico è respinto a favore della prospettiva di un sé relazionalecxxii, un nuovo equilibrio tra l’operatività individuale e la compartecipazione collettiva. Per una visione comprensiva del collettivo oggi si è soliti distinguere 1) la totalità delle relazioni; 2) il campo in cui queste relazioni operano, fino al macro-livelo della stessa società, che stabilisce il “protocollo” di quello che è possibile e di quello che non lo è; 3) l’oggetto della relazione («socialità orientata all’oggetto»), cioè l’ideale pre-formato che ispira l’azione comune. In ogni caso, il centro si sta di nuovo spostando verso il collettivo. E le nuove forme di collettivo on hanno natura individualistica, vale a dire: non si tratta di individui collettivi; piuttosto, il nuovo collettivo si esprime nella creazione dell’orizzonte comune. Il collettivo non è più la “totalistica” e “oppressiva” comunità locale, e on è più la società fondata sulla contrattualità, con le sue istituzioni, che anzi adesso vengono viste come oppressive. Il nuovo orizzonte comune non è un individuo collettivo unificato e trascendente, ma un insieme di moltissimi progetti singolari, che costituiscono una moltitudine. Questo cambiamento totale nell’ontologia e nell’epistemologia, nei modi di sentire e di essere, nei modi di conoscere e di apprendere il mondo, è stato prefigurato da scienziati sociali e da filosofi, ma anche da scienze esatte come la fisica e la biologiacxxiii. Un importante cambiamento è stato l’abbattimento della scissione cartesiana tra soggetto e oggetto. Il “sé individuale” non guarda più il mondo come un oggetto. Da quando la postmodernità ha stabilito che l’individuo è composto e attraversato da numerosi campi sociali (del potere, dell’inconscio, delle relazioni di classe, del genere, ecc ecc…), e da quando esso ne è diventato consapevole, il soggetto è visto (dato che la sua fine come “essenza” e costruzione storica è stata annunciata da Foucault) come perpetuo processo in divenire (“soggettivazione”). La sua conoscenza è adesso soggettivo-oggettiva e la costruzione della verità è stata trasformata, da oggettiva e mono-prospettivistica che era, in multi-prospettivistica. Questo individuo opera non in uno spazio morto di oggetti, ma in una rete di flussi. Lo spazio è dinamico, perpetuamente co-creato dalle azioni degli individui, e nei processi peer to peer – laddove la ionosfera digitale è un mezzo straordinario per generare i segnali che escono dal suo spazio dinamico – gli individui che fanno parte di gruppi di pari, e che perciò non sono individui collettivi “trascendenti”, sono in un costante atteggiamento adattativo. Perciò, il peer to peer è globale sin dall’inizio, è incorporata nella sua stessa pratica. Esso è un’espressione non di globalizzazione – che è il sistema mondiale di dominio – ma di globalità, la crescente interconnessione delle relazioni umane. Il peer to peer va considerato una nuova forma di scambio sociale, che crea la sua relativa forma di soggettivazione e che riflette, a sua volta, le nuove forme di soggettivazione. Il P2P, P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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qui interpretato come un ethos positivo e normativo implicito nella logica della sua pratica, pur respingendo l’ideologia dell’individualismo, non mette assolutamente in pericolo le conquiste dell’individuo moderno, nei termini del desiderio e del conseguimento dell’autonomia personale, dell’autenticità, ecc. ecc… Non si tratta di un potere trascendente che richiede il sacrificio del sé: in termini negriani, esso è completamente immanente; ai partecipanti non è vietato niente e, a differenza della visione contrattualistica, che è sempre una finzione, la partecipazione è completamente volontaria. In questo modo, ciò che esso riflette è un’espansione dell’etica: il desiderio di creare e di condividere, di produrre qualcosa di utile. L’individuo che che partecipa a un progetto P2P mette il suo essere, senza alterazioni, al servizio della costruzione di una risorsa comune. Implicito è non solo un interesse per il gruppo ristretto, non solo sono implicite le relazioni intersoggettive, ma è implicito l’intero campo sociale che circonda il tutto. Immaginate un riuscito incontro di menti: idee individuali vengono confrontate, ma anche cambiate nel processo, grazie alla libera associazione nata dall’incontro con altre intelligenze. In questo modo, alla fine, emerge un’idea comune, che ha integrato le differenze, senza circoscriverle. I partecipanti on hanno la sensazione di aver fatto concessioni o di esser scesi a compromessi, ma sentono che la nuova integrazione comune è basata sulle loro idee. Non c’è stata alcuna minoranza che sia stata sopraffatta dalla maggioranza. On c’è stata alcuna “rappresentazione” né perdita di differenza. Questo è l’autentico processo del peer to peercxxiv. Un importante cambiamento filosofico è stato l’abbandono dell’universalismo unificante del progetto illuministico. L’universalità doveva essere conseguita sforzandosi di raggiungere l’unità, mediante la trascendenza della rappresentazione del potere politico. Ma quest’unità implicava implicava il sacrificio della differenza. Oggi, la nuova esigenza epistemologica ed ontologica che il P2P riflette non è più l’universalismo astratto, ma l’universalità concreta di un orizzonte comune che non abbia sacrificato la differenza. Questa è la verità che il nuovo concetto di moltitudine, sviluppato da Toni Negri e ispirato a Spinoza, esprime. Il P2P non si fonda sulla rappresentazione e sull’unità, ma sulla piena espressione della differenza.

6.1.B. VERSO DIALOGHI “CONTRIBUTIVI” TRA CIVILTÀ E RELIGIONI
Una delle espressioni più globali dell’etica peer to peer è l’equipotenza che essa articola tra le civiltà e le religioni. Queste vanno viste come risposte uniche, temporalmente e spazialmente definite, di specifiche sezioni dell’umanità, ma dirette verso sfide simili. Così arriviamo al concetto di «visioni del mondo contributive», o «teologie contributive». L’umanità nella sua interezza o, più precisamente, i suoi membri individuali oggi hanno accesso alla totalità della civiltà umana come risorsa comune. Gli individui, che adesso vengono considerati “composti” fatti di varie influenze, appartenenze e identità, in costante divenire, sono spinti in un processo di costruzione del significato cui si accompagna un’espansione della consapevolezza verso il benessere del pianeta nel complesso e della sua concreta comunità di abitanti. Per diventare più cosmopoliti, essi si avvicineranno alle risposte fornite dalle altre civiltà, ma dal momento che essi non possono comprendere a pieno un’esperienza storica totalmente diversa, questo processo è mediato dal dialogo. E così viene a crearsi un processo di dialogo globale, non una sintesi, né una religione mondiale – ma un mosaico costituito da milioni di integrazioni personali che si sviluppa da dialoghi multipli. Anziché il concetto di «multiculturalismo», che implica identità sociali e culturali fisse, il peer to peer suggerisce «ibridismo culturale e spirituale» e che non ci sono due membri di una stessa comunità che abbiano la stessa cultura e lo stesso modo di pensare compositi. Uno degli esempi recenti che hanno colpito la mia attenzione è l’insieme di conferenze annuali del SEED ad Albuquerque, in New Mexico. Essi mettono insieme vecchi indiani P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 6

d’america, fisici quantistici, filosofi e linguisti, senza che nessuno di essi si senta superiore agli altri, e tutti “costruiscono” collettivamente verità mediante il loro incontro. I dialoghi P2P non sono dialoghi rappresentativi, laddove i partecipanti rappresentano le loro varie religioni; piuttosto sono incontri di esperienze composte e ibride, in cui ciascuno esprime pienamente la sua diversa cultura, costruendo un orizzonte comune spirituale.

6.1.C. LA SPIRITUALITÀ PARTECIPATIVA E LA CRITICA ALL’AUTORITARISMO SPIRITUALE
I percorsi religiosi e mistici tradizionali sono esclusivi, basandosi su forti divisioni tra i gruppi ammessi e quelli non ammessi. Internamente, essi riflettono i valori sociali e i modelli organizzativi delle civiltà in cui sono nati. Quindi, essi sono premoderni in quanto autoritari, patriarcali, sessisti, e in quanto sottomettono l’individuo al tutto. Oppure, nelle loro più recenti manifestazioni essi sono gestiti come corporazioni o burocrazie, riflettendo la prima comparsa del capitalismo, come è successo nel caso del protestantesimo e nel caso della new age, che opera esplicitamente come un mercato spirituale, riflettendo l’ethos monetario del capitalismo. Quando le religioni tradizionali orientali si spostano a Occidente, esse portano con sé le loro forme e mentalità autoritarie e feudalistiche. Dal punto di vista epistemologico, anche nei loro metodi spirituali esse sono autoritarie: lungi dall’essere processi aperti, i percorsi tradizionali partono dall’idea che c’è un solo mondo, una sola verità, un solo ordine divino, che alcuni individui privilegiati – santi, vescovi, saggi, guru – hanno ricevuto il privilegio di conoscere questa verità, e che questa può essere insegnata ai seguaci. Gli anni ’70 e ’80 sono stati caratterizzati dalla comparsa di nuove religioni e culti con un carattere particolarmente autoritario, e dalla comparsa di un certo numero di guru scissionisti, caratterizzati da abusi finanziari, sessuali e di potere. Se uno decide di seguire un percorso individuale, succede sempre che l’esperienza sarà legittimata solo se segue la dottrina preimposta del gruppo in questione. È chiaro che una situazione del genere, una tale offerta spirituale è antitetica all’ethos del P2P. Perciò, nella comparsa di una nuova spiritualità partecipativa, possono essere riconosciuti due momenti: un momento critico, accentrato sulla critica dell’autoritarismo spirituale – che ha prodotto libri come quelli di June Campbell, J. Kripal, dei Trimondi, dei Kramer, e di molti altri autori che si sono fatti portavoce di una riforma all’interno delle chiese e dei movimenti spirituali; e l’approccio più costruttivo che mira a elaborare un nuovo approccio alla ricerca spirituale nel complesso, l’approccio di quelli che integrano esplicitamente pratiche P2P nel loro modo di ricerca spirituale. I due autori pionieristici che parlano di «spiritualità partecipativa» sono Jorge Ferrer e John Heron. Il libro di Ferrer, Revisioning Transpersonal Psychology: Towards a Participatory Vision of Human Spirituality, non solo è una forte critica dell’autoritarismo spirituale, che include argomentazioni post-strutturalistiche contro le pretese di una conoscenza assoluta, ma anche una prima descrizione di una visione alternativacxxv. In esso, una pratica spirituale opera come processo aperto in cui si concrea conoscenza spirituale; essa perciò non può basarsi pienamente su vecchi “schemi”, che vanno considerati come testimonianze di creazioni precedenti, non come verità assolute. La spiritualità è compresa nei termini del rapporto presente col cosmo (la concreta totalità), accessibile a tutti qui ed ora. Anziché la visione perennalista di molti percorsi che conducono alla stessa verità, Ferrer promuove un «oceano di emancipazione», con le molte coste cangianti che rappresentano i diversi e mutevoli approcci alla concreazione spirituale. In un articolo su “Integral Transformative Practices”cxxvi, Ferrer registra anche nuove pratiche che riflettono questa svolta partecipativa, come quelle preconizzate da Albareda e Romero in Spagna: processi aperti di scoperta individuale e di gruppo che non sono più cogni-centrici, ma approcci completamente integrali e collaborativi P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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che coinvolgono i dominî istintivo, emotivo, mentale e transmentale, come partner uguali nel disvelamento della vita spirituale. Il neozelandese John Heron espone, nel suo Sacred Science, la pratica specificamente peer to peer che ha creato, chiamata «ricerca cooperativa». In questo tipo di processo, gli individui convergono su una metodologia di ricerca, poi mettono a confronto le loro esperienze, adattando la loro ricerca alle scoperte, ecc ecc… creando così un’intelligenza collettiva totalmente aperte e periodicamente rinnovata, sperimentando sia con le pratiche “trascendenti” delle religioni orientali non-dualistiche (“testimonianza” transmentale) sia con i metodi basilari immanenti delle religioni naturali, creando così un innovativo approccio bipolare che non rifiuta alcuna pratica, ma che tenta di integrarle. I circoli di pari (fate una ricerca su questo concetto su qualche motore di ricerca web) si sono diffusi in tutto il mondo. Il mio amico Remi Sussan fa notare che i gruppi di magia del caos su internet si considerano esplicitamente religioni auto-generate che adottano processi aperti fondati sulla parità.

6.1.D. IN SINTONIA CON LA NATURA E CON IL COSMO
Per tutto il presente saggio, ho definito il P2P come condivisione comunitaria basata sulla partecipazione a una risorsa comune (con la differenza che nel P2P siamo noi stessi a costruire la risorsa, la quale non esisteva precedentemente, cioè la proprietà comune è effettivamente l’«oggetto della nostra cooperazione»), laddove gli altri partner sono considerati equipotenti. Abbiamo anche parlato della coesistenza, all’interno di gruppi P2P, di gerarchia naturale e di trattamento egalitario. Ci sono ottimi motivi per credere che possiamo e dovremmo estendere questo ethos a forze non-umane, siano esse naturali o cosmiche e – se avete questo tipo di fede o di esperienza – anche alle forze spirituali. Quella che segue è un esposizione speculativa delle fonti filosofiche e spirituali che potrebbero essere usate dalla nostra cultura per riguadagnare questo ethos. Di fatto, in un certo senso, dal punto di vista spirituale il P2P o “ethos partecipativo” ritorna ad approcci pre-moderni e animistici, gli stessi che si possono ritrovare nel taoismo cinese, per esempio. Durante le conferenze annuali del SEED ad Albuquerque, in New Mexico, gli astrofisici occidentali e i filosofi intrattengono un dialogo continuo con i vecchi nativi americani, come strada per arricchire mutualmente le loro epistemologie, con lo scopo esplicito di recuperare approcci partecipativicxxvii. Jean Gebser, nel suo capolavoro The Everpresent Origin, è probabilmente la persona che ha meglio descritto il processo di recupero di una simile visione del mondo partecipativa, che comincia con gli artisti di inizio ventesimo secolo e continua con lo sviluppo della fisica quantistica, in tempi recenti, chiamandola «coscienza integrale». Anziché considerare la natura alla maniera di Cartesio come «materia morta» o come un insieme di oggetti da manipolarecxxviii, riconosciamo che in tutta la natura c’è una scala di coscienza o consapevolezzacxxix, e che gli agenti e i collettivi naturali hanno le loro propensioni naturali, e che, rinunciando al nostro bisogno di dominio – come riusciamo a fare nei processi P2P – “cooperiamo”, come partner, con tali propensioni, agendo come levatrici anziché come dominatori. Sociologi francesi come Michel Maffesiolicxxx e Philippe Zafirian hanno analizzato un cambiamento della nostra cultura, particolarmente nelle nuove generazioni di giovani, che vanno precisamente in quella direzione, e ciò, naturalmente, è riflesso – nello specifico – in sezioni del movimento ambientalista. Ancora una volta, non si tratta di un regresso verso un passato utopico e perduto, ma di una nuova messa in atto di un potenziale, questa volta – però – con individui completamente differenziati.

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Una domanda importante è: come recuperiamo una tale tradizione di pensiero sentire ed essere, noi, figli dell’Illuminismo? Ecco alcune analisi delle “genealogie del pensiero” che potrebbero essere usate per ricreare un simile ethos partecipativo. Uno dei possibili percorsi è il recupero della tradizione cosmobiologica dei pensatori del Rinascimento, che ci sono vicini, dato che avevano un piede nel mondo della tradizione e uno nel mondo del cambiamento che avrebbe portato alla modernità. Loren Goldner rivela, in un interessantissimo saggiocxxxi, questa «terza via del pensiero cosmobiologico», che, lui dice, potrebbe essere usata per ricostruire una sinistra post-illuministica. Egli mette in opposizione a questa l’aristotelismo della Chiesa e le idee “meccanicistiche” dell’Illuminismo (creatrici di un universo morto e di uno spazio vuoto che possono essere osservati e manipolati dal’individualità autonoma). Traccia la storia di questa «terza via», che comincia col Rinascimento (a partire da Bruno e Keplero), per poi continuare con Baader, Schelling, Oersted, Davy, Faraday, Goethe, W.R. Hamilton, Goerg Cantor, Joseph Needham. Per questi autori, l’universo è pieno di vita, sensibilità e significato, e non può essere considerato materia morta. Marx si rifece esplicitamente a questa tradizione, e ne fu permeato per mezzo della sua affiliazione alla filosofia “idealistica” tedesca; ma, a quanto dice Goldner, questo è stato dimenticato dalle due correnti fondamentali della sinistra, cioè dalla socialdemocrazia e dallo stalinismo, che hanno assunto la tradizione meccanicistica dell’Illuminismo. Sia il postmodernismo di Foucault sia la difesa della tradizione illuministica di Habermas perdono e offuscano – anch’esse – questo anello vitale, dice Goldnercxxxii. Ad ogni modo, questa tradizione cosmobiologica è una «regione alternativa della modernità», che si è persa ma che forse può essere recuperata e sviluppata. Altre importanti genealogie per ricreare una visione del mondo partecipativa appropriata al nostro tempo sono state elaborate da Smolinowsky e David Skrbna, nella loro “ecofilosofia”. Recentemente ci sono stati anche importanti tentativi da parte di John Heron e Jorge Ferrer, nel solco della tradizione della psicologia trans-personale. Il Nature Institute, ispirato a Goethe e ad altri, ha lavorato allo viluppo di concezioni di scienza qualitativa che integrino anche questa evoluzione.cxxxiii Similmente, Toni Negri e altri cercano di ri-sviluppare una affine “modernità alternativa” basata sull’opera di Spinoza, benché il rapporto con la natura non sembri un tema fondamentale nei loro scritti. Piuttosto, essi pensano allo sviluppo di un rapporto partecipativo con le nostre macchinecxxxiv. In ogni caso, c’è un progresso naturale nel raggio d’azione – che va dai gruppi P2P ai dialoghi globali basati su rapporti di partnership tra regioni e civiltà, al nuovo sodalizio con le forze naturali e cosmiche – che forma un continuum e che è allo stesso tempo indice dei profondi cambiamenti nell’ontologia e nell’epistemologia che il P2P rappresenta. Non penso che sia possibile separare l’ethos P2P così come si applica alle persone e all’umanità dal nostro più generale rapporto con la natura, perciò sarà impossibile conservare pienamente sia lo sguardo oggettivo della modernità sia il nichilismo ispirato alla post-modernità. Piuttosto, dobbiamo ricostruire le nostre visioni del mondo e ricomporre la nostra “separazione” dalla natura. E a un certo punto cominceremo ad accorgerci che le nostre realtà più reali sono «già-sempre partecipative»'cxxxv, che non siamo separati dal mondo, che il nostro essere-nel-mondo è soggettivo-oggettivo. Quando questo accadrà su una scala più universale, sarà effettivamente nata una nuova civiltà.

7. P2P e cambiamento sociale

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7.1.A. TREND MARGINALE O PREMESSA DI UNA NUOVA CIVILTÀ?
Spero di aver convinto il lettore che il peer to peer è un trend fondamentale, una nuova ed emergente forma di scambio sciale, una stessa forma – un “isomorfismo” – che si sta manifestando in tutto il mondo di vita umano, in tutte le aree della vita sociale e culturale, dove opera sotto un insieme di caratteristiche simili. In altre parole, ha coerenza. Quanto è importante e quali sono le sue implicazioni politiche? Si può veramente dire – come io sostengo – che è la premessa di un nuovo ordine di civiltà? Voglio presentare alcune analogie storiche per illustrare la mia tesi. La prima concerne lo sviluppo storico del capitalismo. A un certo punto del medioevo, i un periodo che va dall’undicesimo al tredicesimo secolo, le città cominciano a riapparire, e nasce il commercio. Una nuova classe di persone si specializza in questo commercio e, trovando alcuni aspetti della cultura medievale antitetici alle loro occupazioni, cominciano a inventare nuovi strumenti per creare fiducia su lunghe distanze: le prime forme di contratto, i primi sistemi bancari, ecc ecc... A loro volta, queste nuove forme di scambio sociale creano nuovi processi di soggettivazione, che influenzano non solo le persone coinvolte ma – di fatto – l’intera cultura in senso lato, portando infine a grandi cambiamenti culturali come il Rinascimento, la Riforma, l’Illuminismo e le grandi rivoluzioni sociali (inglese, francese, americana, ecc. ecc.). In questo scenario, l’emergente classe borghese – benché non fosse una classe direttamente politica – mediante la sua primaria occupazione di condurre il commercio, creò inevitabilmente una reazione a catena di carattere politico e civile. Questa classe aveva anche una risorsa, il capitale (il denaro), che costituiva un bisogno fondamentale per gli altri settori preminenti della popolazione, soprattutto per la classe feudale e per i re. Anche oggi, per i capitalisti, la politica è un effetto secondario – il loro enorme potere è un effetto di quello che essi fanno nella sfera economica: scambio di moneta corrente e azioni, flussi di capitale internazionale, investimenti di compagnie multinazionali, i risultati di una miriade di piccole decisioni da organismi di regolarità economica come il FMI ecc. ecc. Oggi, direi, assistiamo a un fenomeno simile. Una nuova classe di lavoratori intellettuali – in senso lato, quasi la maggioranza della popolazione lavoratrice occidentale, ma che tra qualche decennio vedrà la stessa situazione in qualsiasi altra parte del mondo – creano nuove pratiche e strumenti che consentono loro di effettuare quello che devono effettuare, cioè lo scambio di conoscenza. Mentre creano questi nuovi strumenti, generando una nuova forma di scambio sociale, essi permettono nuovi tipi di soggettivazione, che – a loro volta – on solo cambiano se stessi, ma anche il mondo che li circonda. Quando Marx scrisse il suo Manifesto, c’erano soltanto 100000 operai industriali, e tuttavia egli comprese che questo nuovo modello sociale era l’essenza della nuova società che nasceva. Analogamente, oggi, anche se pochi milioni di lavoratori intellettuali praticano consapevolmente il P2P, possiamo vedere la nascita di un nuovo modello di una configurazione sociale molto più ampia. Questo nuovo modello è implicitamente più produttivo nel creare il nuovo valore d'uso immateriale, proprio come i mercanti e i capitalisti erano più efficaci nell’economia materiale. Così, essi hanno un che di valore – la conoscenza e l’innovazione – che serve all’intera società, dal momento che anche la produzione agricola e industriale on può più procedere senza il loro intervento. All’autorafforzamento di questo loop retroattivo, le conseguenze politiche sono analogamente secondarie. Creando nuove forme sociali, si sta facendo – noi stiamo facendo - politica, nel senso che creiamo nuove realtà. Questo non significa che solo la società civile può generare un completo cambiamento di civiltà, dato che inevitabilmente sorgono conflitti politici e nuovi fronti di contesa, che coinvolgeranno i sostenitori dei nuovi modi d’essere nel mondo politico. Abbiamo già visto a quale livello è arrivato il sabotaggio legale e tecnico dei nemici del P2P, che pure così hanno contribuito al suo sviluppo. P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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La grande questione sarà quella della riforma dello Stato e del sistema globale di governo. ma ci si prepara, con modi estremamente efficaci di organizzazione e costruzione della conoscenza. Un’altra analogia che mi piace è quella esposta da Negri in Empire, quando parla dei Cristiani. L’Impero romano, in declino strutturale, non poteva essere riformato, ma allo stesso tempo, al suo interno, i cristiani creavano nuove forme di coscienza e organizzazione, le quali – quando la struttura imperiale cedette – furono pronte a fondersi con quelle dei barbari invasori e crearono la nuova civiltà europea medievale. Oggi non ci sono barbari, ma solo altri blocchi capitalistici crescenti come quello dell’Asia orientale, ma si sta creando la stessissima configurazione sociale che nell’Occidente ha creato il P2P, benché impiegherà un tempo un po’ minore per stabilizzarsi. Le differenze di civiltà non ostacoleranno, a mio avviso, lo sviluppo del capitalismo cognitivo e la comparsa di modi P2P di scambio sociale. Infine, poniamo le nostre teorie nel contesto delle teorie di alcuni scienziati sociali. Innanzitutto, con Marcel Mauss e la sua nozione di «fatto sociale totale»cxxxvi; in secondo luogo, con la concezione di Cornelis Castoriadis, secondo il quale le società sono totalità e sistemi coerenti, altrimenti collasserebbero, animate come sono da un genere particolare di «spirito sociale» che è il prodotto del nostro immaginario sociale. Il capitalismo democratico è stato preparato da un immaginario del genere, risultato delle guerre civili di religione e del forte desiderio di superare il modello antagonistico feudale. Ma oggi, anche se esso viene globalizzato, le sue premesse muoiono contemporaneamente alla loro intensificazione. La comparsa del P2P va perciò considerata sia come un fatto sociale totale sia come la nascita di un nuovo immaginario sociale. Il P2P è una rivolta dell’immaginario sociale contro la totale funzionalizzazione della nostra società, contro la sua quasi-totale e crescente determinazione mediante la ragione strumentale e il pensiero efficentista, che adesso infettano perfino le nostre vite sociale e personale. È una protesta accesa, il desiderio di una vita diversa, non dettata unicamente dal calcolo e dal predominante interesse al profitto e alla produttività. Non è semplicemente una protesta contro gli aspetti intollerabili della vita post-moderna, ma è anche già-sempre una costruzione di alternative. Non un’utopia, ma una pratica sociale realmente in atto. Ed una pratica fondata su un insieme di principî ancora inconsci ma coerenti – cioè su un nuovo immaginario sociale. È totalmente coerente, è un fatto sociale totale. Habermas presenta un altro importante concetto, che è il «principio dell’organizzazione» della società»; egli distingue i principî primitivo, tradizionale e liberal-capitalistico dell’organizzazione. Definisce questo principio come l’insieme di innovazioni che diventano possibili grazie a «nuovi livelli di apprendimento di società». Questi livelli determinano il meccanismo di apprendimento sul quale si basa lo sviluppo delle forze produttive, la scala di variazione per i sistemi interpretativi che garantiscono l’identità,tra gli altri fattori-chiave. Sembrerebbe chiaro che il P2P è precisamente un nuovo meccanismo di apprendimento del genere, descritto con maggiore sottigliezza nel libro di Pekka Himanen, come anche nelle nuove regole che ho riconosciuto in questo saggio. Così, nei termini habermassiani, dovremmo concludere che il P2P è un quarto principio di organizzazione, che compare in questa fase, ma che potrebbe diventare dominante in una fase successiva. Lasceremo quest’ultima ipotesi aperta, dal momento che la storia è un processo aperto, e in essa possono coesistere differenti logiche. Per esempio, nel capitalismo democratico le due logiche della democrazia e del capitalismo coesistono insieme, formando una totalità coerente, anche se la sua struttura è adesso in crisi. La mia interpretazione del P2P è collegata all’interpretazione di Stephan Merten e del gruppo tedesco Oekonux; ma laddove essi vedono i principî alla base del free software come indicativi di un nuovo modo di scambio sociale, io ho esteso la loro area di applicazione. Il free software è, nella mia interpretazione, solo uno degli aspetti della forma P2P di scambio P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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sociale. Anche se il free software sembra importante, soprattutto se considerato insieme al più liberale formato open source, esso è ancora più marginale del P2P. Quando osserviamo alcuni fenomeni sotto la lente del P2P, i cambiamenti sociali appaiono molto più profondi, molto più importanti del free software preso in sé. Siamo molto più vicini alla svolta se seguiamo l’interpretazione del P2P. Nondimeno, nel parlare in un modo così ottimistico e sognatore della comparsa del P2P e del suo essere la premessa di un fondamentale cambiamento di civiltà imminente, vedo ovviamente anche le terribili orientamenti che stanno infettando il nostro mondo: l’esaurimento dell’energia fossile, il riscaldamento globale, l’accresciuta ineguaglianza all’interno dei e tra i paesi, la dilacerazione del tessuto sociale, l’accresciuta insicurezza psichica che affligge tutta la popolazione mondiale, l’imposizione di un permanente regime di guerra che sta smantellando i diritti civili reintroducendo l’uso sistematico della tortura e dell’incarceramento a vita senza processo nel cuore dell’Occidente, la grande estinzione relativa alla biodiversità … Succedono tutte queste cose, davvero scoraggianti, anche se le contro-tendenze che partono dalla società civile possono essere a volte foriere di speranza. Certamente, sembra che la struttura di potere dell’Impero, la nuova forma di sovranità globale si sottragga a ogni riforma, che scansi le proteste e la democrazia, rendendo il dissenso marginale e sconnesso, perfino quando 25 milioni di persone protestavano contro una guerra illegittima nello stesso giorno. Le macchine medianiche commerciali dedicheranno giorni su giorni al processo di una celebrità, ma ignoreranno totalmente le estese campagne di alfabetizzazione in Venezuela, e milioni di persone che partecipano a una dimostrazione meriteranno pochissimi secondi di “copertura”. Ma, storicamente, è anche vero che quando il cambiamento “dall’interno” del sistema diventa impossibile – quello è il momento in cui si hanno le più grandi rivoluzioni. La sera prima dei memorabili eventi del maggio ‘68, l’opinionista Bernard Poirot-Delpech scrisse su “Le Monde”: «Non cambia mai niente, siamo annoiati, in questo Paese». È difficile dare una risposta alla domanda sul tempo in cui avverrà il cambiamento. Oggettivamente, potrebbero volerci dei secoli, se consideriamo gli esempi storici della transizione dall’antica schiavitù al feudalismo, o dal feudalismo al capitalismo. Analogamente alla situazione attuale, sia l’antica schiavitù (nella forma del sistema di produzione detto conatus, che liberava gli schiavi vincolandoli però al terreno, che riscontriamo nel secondo e terzo secolo), sia il feudalismo avevo i germi del nuovo sistema in essi. Tuttavia, l'accelerazione delle crisi climatica, economica e politica che affligge l’attuale sistema mondiale, come anche il generale aumento di velocità dei processi di trasformazione culturale, sembrano accennare a cambiamenti che potrebbero procedere a passo molto più spedito. Se mi si consente una previsione totalmente non-scientifica, allora dico che un culmine della crisi del sistema e la conseguente riforma del sistema globale di governo si avrà tra circa due o quattro decenni. Ma, per un altro verso, questo tipo di previsioni sono del tutto irrilevanti per quello che ci implora adesso. Abbiamo bisogno del P2P oggi, per rendere le nostre vite più soddisfacenti, per realizzare il nostro immaginario sociale adesso che siamo in vita, e per sviluppare l’insieme di metodologie che saranno necessarie, che sono necessarie, a contribuire alla risoluzione della crisi montante. Non possiamo permetterci il lusso di attendere un alba di là da venire. Un buon esempio della maturazione dei tempi affinché il sistema cambi è ciò che è successo in Argentina: quando l’economia è crollata definitivamente – si è trattato di mesi – la popolazione del Paese ha istituito una serie di sistemi di baratto o di scambio monetario alternativi basati sul P2P (la più vasta serie fino ad oggi creata nel mondo) ed è nato l’importante movimento dei Piqueteros, che ha richiesto e ottenuto dallo Stato una concessione fondamentale: che il denaro di Stato per i disoccupati non andasse agli individui ma al movimento nel complesso, per investire in progetti cooperativi. Tutto questo si fonda sulla dialettica tra la crisi e ciò che il sistema ancora può P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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offrire. Ma se il sistema non riesce a fornire la speranza e l’attuazione di una vita decente, un tale evento accelera la costruzione di alternative, che hanno molti degli aspetti del P2P che abbiamo descritto.

7.1.B. P2P, POSTMODERNITÀ, CAPITALISMO COGNITIVO: DENTRO E OLTRE
Il peer to peer ha chiaramente una natura duplice. Come abbiamo mostrato, esso è l’autentica infrastruttura tecnologica del capitalismo cognitivo, l’originario modo organizzativo di cui esso ha bisogno per mettere insieme i suoi team globali. Il P2P esemplifica molti degli aspetti flessibili e fluidi caratteristici della “modernità fluida” (cioè, della postmodernità): esso disintegra le barriere e le opposizioni binarie, rende indistinti il dentro e il fuori. Proprio come la società post- o tardo-feudale e i suoi re assoluti avevano bisogno della borghesia, la terza società capitalistica non può sopravvivere senza i lavoratori intellettuali e le loro pratiche P2P. può essere dimostrato che l’adozione di processi P2P è di fatto essenziale per la competitività: una forte base di tecnologie P2P, l’uso di software free oppure open source, i processi per la costruzione di un’intelligenza collettiva, la libera e fluida cooperazione – sono, adesso, tutti aspetti necessari della grande azienda contemporanea. Il vecchio formato della “intelligenza piramidale”, cioè una gerarchia di comando e controllo, nella sua vecchia forma burocratica, o perfino come “gestione per obiettivi”, basato com’è sull’assunzione della scarsità dell’informazione, è sempre più controproducente. Allo stesso tempo, non riesce a tenergli testa in modo molto efficace, sicché spesso il P2P è visto come una minaccia. L’industria dell’intrattenimento, per esempio, desidera distruggere la tecnologia P2P. In generale, le corporation sono in costante tensione tra la logica dei gruppi di pari autogestiti e la logica orientata al profitto dei sistemi a struttura feudale di gestione per obiettivi, e tra la produzione cooperativa di innovazione e la sua appropriazione privata. La crisi di dot.com del 2001 ha mostrato quanto è difficile per il sistema corrente convertire il nuovo valore d’uso in valore di scambio e ha generato una notevole rottura tra i lavoratori intellettuali interessati e il capitale finanziario, che li ha messi in quella situazione. Dopo la fioritura a breve termine della speranza di ricchezze istantanee nell’economia dotcom, molti di essi hanno spostato le loro energie sulla sfera sociale, dove l’innovazione basata su internet non solo è continuata, ma si è accresciuta ancora di più, fondata adesso su espliciti modi di cooperazione P2P. Perciò, pur rimanendo parte e frazione della logica capitalistica e postmoderna, il peer to peer è anche spanne al di là di essa. Dal punto di vista del capitale, il peer to peer è un fastidio, ma è anche una necessità, se vuole proliferare e sopravvivere. Dal punto di vista di quelli che lo pratica, esso è la cosa apprezzata più di ogni altra; essi sanno che il peer to peer è più produttivo e crea più valore, avendo anche un significato maggiore per le loro vite e per una vita sociale densamente interconnessa; allo stesso tempo, essi devono guadagnarsi da vivere E sfamare la propria famiglia. La natura non-orientata.al-profitto del P2P è al centro di questo paradosso. Si tratta di una grande difficoltà, ed è per questo che i suoi oppositori non mancheranno di far notare la presunta natura parassitaria del P2P. Il P2P crea enorme valore d’uso, ma nessun valore di scambio automatico, e perciò, non può auto-finanziarsi. Esiste sulla base della grande ricchezza materiale creata dal sistema correntemente esistente. I professionisti del peer to peer generalmente proliferano negli interstizi del sistema: programmatori a tempo perso, impiegati di organizzazioni burocratiche con tempo a disposizione; studenti e beneficiari di assistenza sociale; professionisti del settore privato nei periodi di ferie retribuite, accademici che lo integrano nei loro progetti di ricerca. Tuttavia, nei termini del software open source, questo modo di organizzazione è sempre più considerato come essenziale per l’infrastruttura P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 7

tecnologica, favorito da un numero crescente di governi che vogliono uno standard aperto, e anche dai rivali della Microsoft, che lo vedono come un mezzo per alleggerire la loro dipendenza. Esso è sempre più visto come un mezzo efficiente di produzione, ragion per cui viene sempre più finanziato dalla sfera privata. Oltre ad essere un trend oggettivo della società, esso sta anche diventando un’esigenza soggettiva, perché riflette un modo desiderato di lavorare e di essere. Il P2P diventa, come per il sottoscritto, parte di un ethos positivo P2P. Di conseguenza, emerge un supporto pubblico al P2P, che cambia le carte in tavola e diventa movimento sociale e politico. Qual è il messaggio principale di questo movimento emergente? Cercherò di parafrasare il messaggio emergente, che viene formulato con chiarezza sempre maggiore. Esso dice: «Siamo noi lavoratori della conoscenza che creiamo il valore nel sistema monetario; il sistema corrente effettua un’appropriazione privata dei risultati di un’ampia rete di creazione di valore (come abbiamo spiegato nella nostra sezione sulla natura cooperativa del capitalismo cognitivo). Il grosso del valore non è creato nelle procedure formali dell’impresa, bensì a dispetto di essa, perché, nonostante gli impedimenti, noi rimaniamo creativi e cooperativi, al di là di ogni ostacolo. Andiamo a lavorare non più come operai che si limitano a dare in affitto i propri corpi, come come soggettività complete, con tutto quello che abbiamo appreso nelle nostre esistenze, mediante la miriade di interazioni sociali di cui siamo stati parte, e risolviamo problemi presenti grazie alle nostre personali reti sociali. Non siamo noi operai della conoscenza a vivere a vostre spese, ma voi “vettoralisti” a vivere sulle nostre spalle! Siamo quelli che creano infinito valore d’uso, valore che voi volete rendere scarso per trasformarlo in proprietà intellettuale smerciabile, ma non potete farlo senza di noi. Pure nello sforzarci di creare un orizzonte comune dell’informazione, nel frattempo, pur mancando di forza sufficiente a trasformare completamente il sistema, forze saremo abbastanza forti da imporre importanti esigenze temporanee. Perciò, nel vostro stesso interesse, se volete che l’innovazione continui, anziché comportarvi in modo che un numero crescente di noi ceda a malattie collegate allo stress, dovete darci tempo e denaro. Non potete limitarvi a sfruttare l’orizzonte comune dell’informazione come un’esternalità, dovete sovvenzionarlo. L’istituzione di un simile sistema, che culmina nell’instaurazione di un salario universale separato dal lavoro, è di fatto la condizione essenziale della vostra sopravvivenza come sistema economico e, allo stesso tempo, ci permette di crescere come lavoratori della conoscenza, creando valore d’uso, senso nelle nostre vite, tempo per apprendere e rinnovarsi, cose che metteremo a disposizione della vostra impresa legata al profitto». La richiesta di un salario universale – sempre più dibattuta, oggetto di ricerche accademiche e di dossier governativi e concretizzata in Brasile dal Presidente Lula, può ben essere la prossima grande riforma del sistema, che attende – per riuscire bene – il suo “neo-Keynes” P2P, un collettivo capace di tradurre le necessità dell’ethos cooperativo in un insieme di misure politiche ed etiche. Paradossalmente, mediante il rafforzamento della cooperazione, si può anche rafforzare il capitalismo cognitivo (proprio come il sistema del welfare crea consumatori di massa), e questo consente la coesistenza delle due logiche, in cooperazione e in relativa interdipendenza l’una dall’altra, generando una vera e propria competizione nella risoluzione dei problemi del mondo. Il sistema mondiale senza dubbio necessità di una quantità di riforme importanti. Tra queste, mi viene da pensare a: 1) il passaggio del monopolio della violenza dallo Stato-nazione a un organismo internazionale cooperativo responsabile della protezione dei diritti umani e in grado di evitare genocidi e pulizie etniche – non è più accettabile che ogni Stato-nazione eserciti violenza illegittima; 2) la costituzione di organismi che regolamentino l’economia mondiale, attraverso i quali possa emergere una società mondiale, nel senso suggerito da P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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George Soros, David Held e altri; 3) cambiamenti nella natura del sistema capitalistico, nel senso descritto da Paul Hawken, David Korten, Hazel Henderson – cioè una forma di capitalismo naturale che non possa più appropriarsi l’orizzonte comune ed esternalizzare i suoi costi ambientali; 4) un nuovo sistema integrale di “bilancio internazionale” non più accentrato sull’infinita crescita della produzione materiale, ma sugli indicatori del benessere; 5) cambiamenti nella struttura delle corporation tali che essa non rifletta più esclusivamente gli interessi degli azionisti, ma quelli di tutti gli stakeholder coinvolti dalle sue operazioni. In una prospettiva storica, una simile serie di cambiamenti fondamentali è possibile solo dopo crisi strutturali fondamentali: essi probabilmente arriveranno tra venti o cinquant’annicxxxvii.

7.1.C. TRE SCENARI DI COESISTENZA
Nel nostro primo saggio descrittivo, abbiamo già riferito di tre possibili scenari concernenti l’intreccio del capitalismo cognitivo col P2P. Il primo scenario è di pacifica coesistenza. Ci sono molti precedenti storici che lo fanno pensare. Nel medioevo e in altri sistemi basati sull’agricoltura, il sistema della classificazione autoritaria (feudalismo) coesisteva con l’ordine religioso, organizzato in una forma di condivisione comunitaria (la Chiesa e lo Sangha), che era il pilastro di un'economia del dono redistributiva. Nell’Asia sud-orientale, che accetta il coinvolgimento spirituale temporaneo, le persone si muovevano da un settore all’altro. Analogamente, possiamo raffigurarci una continuazione del sistema presente, con lavoratori intellettuali che guadagnano nel settore privato, scappandone però regolarmente, per quanto è loro possibile, per partecipare all’edificazione dell’orizzonte comune. In questo scenario, quello in cui attualmente viviamo e che rimarrebbe stabile, continuando più o meno sempre allo stesso modo, anche la versione attuale del capitalismo rimarrebbe perlopiù intatta, benché forse alla fine sarebbe regolata da organismi di governo globale. Il secondo scenario è quello pessimistico. Il capitalismo cognitivo riesce in parte ad incorporare e in parte a distruggere l’ethos P2P, e ne risulta un’era di feudalesimo dell’informazione; un’oligarchia nettocratica basata sull’accesso alle risorse e alle reti, che vive delle concessioni monopolistiche delle licenze sulla proprietà intellettuale, com’è stato descritto da Jeremy Rifkin in Age of Access (ripreso da Jordan Pollackcxxxviii, John Perry Barlowcxxxix e molti altri) espropriando ogni forma di proprietà alle classi dei consumatori (il consumariato, come Alexander Bard le ha definite). Esso coesisterà con una società di controllo totale basata sull’identificazione biometrica, e userà manipolazioni cognitive altamente avanzate. Ma questo scenario si fonda sulla scomparsa sociale dei lavoratori intellettuali, e non siamo ancora arrivati a questo punto. In questo scenario, l’accesso all’informazione si basa sul pagamento di licenze restrittive, che riducono sensibilmente le libertà e la creatività delle persone che hanno accesso, escludendo molti altri da quello stesso accesso. A causa di questa perdita di libertà, che è anche la perdita della libertà di essere proprietari a tutti gli effetti di beni e di usarli a nostro piacimento, questo scenario è spesso chiamato uno scenario di «feudalismo dell'informazione». Il terzo scenario è, dal punto di vista dei difensori del P2P, quello che lascia più spazio alla speranza. Dopo una profonda crisi strutturale, il salario universalecxl è messo in atto, e la sfera del P2P può operare con una crescente autonomia, creando sempre più valore d’uso, creando lentamente un sistema coerente all’interno del sistema, una «società GPL», come direbbe Stephan Mertencxli. A quel punto, la nuova civiltà è già nata. Va fatto notare che P2P non è il medesimo di sistema totalmente collettivizzato, e che esso può coesistere con i mercati e con certi aspetti del capitalismo. Ma non ha bisogno dell’attuale sistema monopolistico: esso può ridurre “i meccanismi di fissazione dei prezzi di mercato” e collocarli nel loro posto P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 7

appropriato, come parte del sistema di scambio umano, on come la sua totalità. Secondo me, avremmo un nucleo di processi puramente P2P, circondato da un’economia del dono basata su beni condivisibili, una forte economia sociale guidata da compagnie no-profit e un settore di mercato riformato, dove i prezzi riflettono più realisticamente l’effettivo costo della produzione, come le esternalità ambientali. Questa forma di “capitalismo naturale” è stata descritta da Paul Hawken, David Korten e Hazel Henderson. Il principale “paradigma ispiratore” non sarebbe più il paradigma della competizione basato su scenari vincitore-vinto, ma il paradigma collaborativo, dove le aziende riformate e altre forme – istituzionali e nonistituzionali – ancora da inventare troverebbero il loro scopo nel creare valore aggiunto alla proprietà comune, e attrarrebbero mezzi produttivi fino al punto che sentono opportuno.

7.1.D. POSSIBILI STRATEGIE POLITICHE
Nel frattempo, mentre i tre scenari lottano per venire alla luce, se siamo interessati alla comparsa del P2P e al suo ethos della cooperazione, potremmo chiederci: «Cosa va fatto?» Un primo passo è diventare coscienti dell’isomorfismo, della comunitarietà, dei processi peer to peer nei vari campi. Che le persone che progettano e usano programmi di condivisione P2P cominci ad accorgersi che, in qualche modo, stiamo facendo la stessa cosa del movimento dell’alterglobalizzazione, e che entrambi sono collegate alla produzione di Linux e alle epistemologie partecipative. Perciò, quello che innanzitutto dobbiamo fare è costruire poti di cooperazione e di comprensione che colleghino i campi sociali. Questo processo, sorprendentemente, è già cominciato, visto che l’ultimo forum di Porto Alegre ha mostrato una reazione straordinariamente entusiastica all’evento dell’open source, cosa che sarebbe stata inimmaginabile fino a qualche anno fa. Spero che il mio contributo personale abbia un ruolo nell’aumentare quella consapevolezza. Dovremmo anche cominciare ad associare la nostra fondamentale comunitarietà con le precedenti forme di ethos cooperativo: la condivisione comunitaria delle tribù, i movimenti di solidarietà operaia, gli ambientalisti e gli altri protettori del nostro comune orizzonte fisico. Ispirandoci all’analisi di Mckenzie Wark, dovremmo dire che sia i lavoratori della conoscenza (la classe hacker, per MW), sia gli operai sia i contadini in quanto classi producenti condividono un analogo interesse ad ottenere innanzitutto una più equa distribuzione del surplus (all’ordine del giorno dei riformisti), e, in secondo luogo, ad ottenere il controllo dei mezzi di produzione (all’ordine del giorno dei più radicali). Naturalmente, ciò non può più risultare nella forma di un controllo statale centralizzato, e necessita di pratiche e richieste sociali innovativecxlii. La creazione della nuova realtà sociale ha la precedenza sulle esigenze politiche, dovendo essere queste ultime una conseguenza della prima. Oggi resistere è, innanzitutto, “creare”. Perciò, il secondo passo è costruire “impetuosamente” l’orizzonte comune. Quando sviluppiamo Linux, esso è lì, on può essere distrutto, e la sua effettiva esistenza e il suo utilizzo costruiscono un'altra realtà, basata su un’altra logica sociale, la logica P2P. Adottare una socialità di rete e istituire dense connessioni mentre partecipiamo alla creazione e allo scambio di conoscenza ha un significato politico enorme. Soddisfacendo le nostre necessità spirituali e immateriali al di fuori del sistema consumistico, possiamo fermare la logica che sta distruggendo la nostra ecosfera. Il sistema vigente può non apprezzare l’opposizione, ma teme ancora di più l’indifferenza, perché può ancora alimentarsi all’energia della lotta, ma comincia a morire quando viene messo in disparte. Questo è quanto espresso dal concetto di Toni Negri di «esodo», ed è ciò che altri chiamano «diserzione»cxliii. Questi commentatori notano che è stato il “rifiuto del lavoro” negli anni ‘70, con i colletti blu che mostravano un’insoddisfazione sempre maggiore per il sistema lavoraiva taylorista/fordista che ha portato alla fondamentale riconfigurazione del lavoro in primo luogo. Nel passato, il movimento P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power 7

laburista e altri movimenti sociali condividevano perlopiù gli stessi valori, che riguardavano essenzialmente una distribuzione più equa della torta. Ma le nuove lotte riguardano perlopiù la produzione di un nuovo tipo di torta, e il produrla in modo diverso. O forse, con una metafora ancora più precisa: riguardano il diritto di produrre generi completamente diversi di torte. Oggi, la nuova etica è «resistere è essenzialmente creare». Il mondo che vogliamo è il mondo che stiamo creando grazie al nostro ethos cooperativo P2P, visibile in quello che facciamo oggi, non è una creazione utopica rivolta al futuro. La costruzione dell’orizzonte comune presuppone un ingrediente fondamentale: la costruzione di una fitta rete di media alternativi, per l’auto-apprendimento permanente e collettivo della cultura umana, lontana dal modello consumistico promosso dai media aziendali. Perciò, se c’è una strategia “di attacco” essa dovrebbe essere più o meno questa: costruire l’orizzonte comune, giorno dopo giorno, il processo della creazione di una società dentro la società. I questo contesto, la comparsa di internet e del web rappresenta un enorme passo in avanti. A differenza delle precedenti formazioni sociali, i lavoratori intellettuali e gli altri ora hanno accesso a un importante “vettore d'informazione”, a un mezzo per creare, produrre e distribuire prodotti immateriali che non esistevano nelle epoche precedenticxliv. Parte della lotta per costruire l’orizzonte comune dell’informazione è rappresentata dalla battaglia per il controllo del codice (il conseguimento del potere protocollare) e dalla creazione di una struttura legale “amichevole”, che prosegua l’opera iniziata da Richard Stallman con la sua General Public License e da Lawrence Lessig, con il suo Copyleft e il Creative Commons. La terza fase è la strategia difensiva. usando l’orizzonte comune è attaccato, esso va difeso. Pensiamo alla battaglia per evitare che nell’Unione Europea prendano piede le licenze sui softwarecxlv, per evitare l'installazione di un gestore dei diritti digitali direttamente nell’hardware; la lotta contro la biopirateria e contro la privatizzazione dell’acqua. Sopra ogni altra cosa, ciò di cui abbiamo bisogno è una società che consenta la costruzione dell’orizzonte comune, ragion per cui è importante rifiutare misure che ostacolerebbero questo sviluppo. Di qui, l’importanza del regime della proprietà intellettuale, che deve essere riformato per evitare una ‘limitazione dell’orizzonte comune digitale’; di più, dobbiamo sviluppare una conoscenza degli intrecci del potere protocollare. Dal momento che non abbiamo idea del periodo di tempo necessario per una più completa transizione a una civiltà P2P, quello che dobbiamo fare nel frattempo è proteggere il seme, in modo che esso possa crescere senza impedimenti, fin quando non sarà chiamato a un ruolo più grande. Direi che parte importante della lotta perché tutti abbiano una vita decente – importante ai fini dello sviluppo di pratiche cooperative – sarà l’instaurazione di un salario a vita universalecxlvi, che faccia sì che nessuno muoia di fame, di povertà ed escluso dal mondo della cultura; che faccia sì che un crescente numero di noi possa cominciare a lavorare alla creazione di valore d’uso reale, anziché badare ai desideri artificiali tramati dal sistema pubblicitario globale. Desideriamo anche la creazione di processi democratici peer to peer che possano contribuire alla risoluzione di alcuni dei problemi cruciali del mondo. È per questo che le richieste del movimento dell’alterglobalizzazione sono spesso considerate vaghe. Perché, in questo mondo complesso, sappiamo che non abbiamo tute le risposte. Ma sappiamo anche che, mediante una comunità di pari, attraverso processi aperti, risposte e soluzioni possono emergere, cosa che non succederebbe se non si superasse l’insieme degli interessi privati e delle strutture di dominio. Perciò, una riforma del sistema di governo globale è importantissima, perché ogni voce umana possa essere udita. Le attuali istituzioni del governo globale, per come sono organizzate oggi (FMI, Banca Mondiale, WTO), spesso ostacolano la ricerca di soluzioni, perché sono strumenti di dominio anziché servizi per la popolazione mondiale. Quindi, non si tratta solo di formulare un programma politico alternativo, bensì di trovare processi alternativi per arrivare alle migliori soluzioni. Personalmente non credo che i cambiamenti possano P2P ed evoluzione umana by Michel Bauwens P2Pforum.it – Italian File Sharing Power

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arrivare solo dai processi autonomi della società civile e che l’attenzione alla forma statale sia importante. In effetti, dal punto di vista politico, i difensori del peer to peer sono interessati alla trasformazione dello Stato-nazione in nuove forme aperte ai processi di globalità, ai processi partecipativi, come quelli in vigore all’interno dei formati P2P. Il peer to peer esige anche un’auto-trasformazione. Come abbiamo detto, il P2P si fonda sull’abbondanza, sul superamento dell’impulso animale basato su giochi a vincitori e vinti. Ma l’abbondanza non è solo oggettiva; essa è anche – e forse più significativamente soggettiva. È per questo che le economie tribali si consideravano radicate nell’abbondanza ed erano di natura egalitaria. È per questo che chi cerca la felicità dimostra che non è la povertà che ci rende infelici, ma l’ineguaglianza. Perciò, l’ethos P2P esige una conversione, verso un punto di vista, verso un insieme di competenze che ci permettano di concentrarci sul soddisfacimento diretto delle nostre necessità immateriali e spirituali, e on attraverso un perverso meccanismo di sfruttamento. Quando ci concentriamo sulle amicizie, sulle conoscenze, sull’amore, sullo scambio di conoscenza, sulla ricerca cooperativa della saggezza, sulla costruzione di risorse e valore d’uso comuni, dirigiamo la nostra attenzione lungi dai desideri artificiali promossi attualmente, ed è così che personalmente e collettivamente smettiamo di nutrire la bestia che noi stessi abbiamo creato.

8. Presentazione della Foundation for P2P Alternatives
Siamo vicini alla conclusione del saggio. Se sono riuscito nel mio intento, il lettore ha una prospettiva descrittiva, esplicativa e storica della comparsa e delle potenzialità del P2P. Naturalmente, il mio proposito è anche di natura politica. Credo che una civiltà basata sul P2P, o almeno una civiltà che ne accolga molti più elementi di quanto non faccia quella odierna, sarebbe una civiltà migliore, più adatta ad affrontare le sfide globali che ci troviamo davanti. Ed è per questo che propongo che questo saggio non sia solo parte di un processo di apprendimento, ma anche una guida a una partecipazione attiva alla trasformazione del nostro mondo in qualcosa di migliore, di più partecipativo, libero e creativo. Perciò annuncio la creazione di una Fondazione per le Alternative P2P. Essa si baserebbe sui seguenti punti, la cui dimostrazione la trovate nel saggio: • • che la tecnologia riflette un cambiamento di coscienza verso la partecipazione e, a sua volta, la rafforza che il formato reticolare, espresso nella specifica maniera dei rapporti peer to peer, è una nuova forma di organizzazione politica e di soggettività e un’alternativa all’ordine economico-politico la quale, benché di per sé non offra soluzioni, indica una varietà di formati dialogici e di auto-organizzazione per elaborare diversi processi per arrivare a quelle soluzioni; che questo formato apre la strada a un’epoca di “democrazia non rappresentativa”, dove un numero sempre maggiore di persone riusciranno a gestire la propria vita sciale e produttiva mediante l’uso di una varietà i reti e circoli di pari che il P2P crea un nuovo dominio pubblico, un orizzonte comune dell’informazione che andrebbe protetto ed esteso, specialmente nel dominio della creazione di conoscenza comune; e che questo dominio, nel quale il costo della riproduzione della conoscenza è tendente allo zero, richiede dei cambiamenti fondamentali nel regime della proprietà intellettuale, riflessi da nuove forme come il movimento free software che i principî sviluppati dal movimento free software, in particolare la General Public Licence forniscono modelli che potrebbero essere usati in altre aree della vita sociale e produttiva

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che esso si ricollega alle più antiche tradizioni e ai primi tentativi di ottenere un ordine sociale più cooperativo, evitando questa volta il ricorso all’autoritarismo e alla centralizzazione; esso ha il potenziale per dimostrare che la nuova cultura digitale egalitaria è connessa alle più vecchie tradizioni di cooperazione tra operai e contadini e alla ricerca di una vita impegnata e sensata che si esprima come tale anche nel lavoro, il quale diventa espressione di creatività individuale e collettiva, anziché mezzo salariato di sopravvivenza che offre ai giovani una visione di speranza e rinnovamento: la creazione di un mondo che sia più in sintonia coi loro valori; che crea un nuovo linguaggio discorsivo in sintonia con la nuova fase storica del “capitalismo cognitivo”; il P2P è un linguaggio che qualsiasi “pivellino digitale” può comprendere esso combina soggettività (nuovi valori), intersoggettività (nuove relazioni), oggettività (una tecnologia attuale) e interoggettività (nuove forme di organizzazione) che si rafforzano mutuamente in un loop positivo e retroattivo, ed è chiaramente in fase di attacco e di crescita, ma manca ancora di “autocoscienza politica”.

La Foundation for P2P Alternatives tenterebbe di risolvere le seguenti questioni: • • Il P2P attualmente esiste in movimenti e progetti separati e distinti, ma questi diversi movimenti sono spesso inconsapevoli del comune ethos P2P che li lega Perciò, c’è bisogno di un’iniziativa comune che 1) raccolga l’informazione, 2) metta in connessione le persone e crei un circuito di mutua informazione, 3) si sforzi di trovare concezioni integrative che attingono a molti sotto campi, 4) riesca ad organizzare eventi di riflessione e azione; 5) riesca a educare le persone riguardo agli strumenti critici e creativi per la costruzione del mondo La Fondazione dovrebbe essere una matrice o un ventre che ispiri la creazione e la connessione di altri nodi attivi nel campo del P2P, organizzati attorno a temi, interessi e orientamenti comuni, nonché attorno a qualsiasi forma di identità e organizzazione che abbia un senso per le persone coinvolte il sito web zero node dovrebbe avere una pagina con directory, una newsletter elettronica, un blog e una rivista

BIBLIOGRAFIA
(in ordine di citazione)

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53. Michael Albert, Parecon; Verso, 2004 54. Joseph Schumpeter, Essays on Entrepreneurs, Innovations, Business Cycles, and the Evolution of Capitalism; Transaction Publishers, 1997 55. Ilkka Tuomi, Networks of Innovation; Oxford Press, 2003 56. Lawrence Lessig, The Future of Ideas; Vintage, 2002 57. Michel Foucault, Power/Knowledge; Harvester Press, 1980.

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i

Libri in lingua francese sul capitalismo cognitivo regolarmente menzionati sulla rivista sono: 1) Andre Gozr. L'immaterial. 2003; 2) La place des chaussettes. Christian Marazzi. L'eclat, 2001, sulla svolta linguistica del capitalismo; 3) Corsani e altri. Vers un capitalisme cognitif. L’harmattan, 2001; 4) Sommes-nous sortis du capitalisme industriel? (a cura di Carlo Vercellone). Ed. La Dispute; 5) Vercellone C. (a cura di), Transformations de la division du travail et nouvelles regulations. Le crepuscule du capitalisme industriel?, Paris, l'Harmattan; 6) Maurizio Lazzarato. Les Revolutions du Capitalisme.Les Empecheurs de Penser en Rond, 2004.

ii

DUE MODI DI CONOSCENZA:

«Nel regno della storia delle idee, proprio come in linguistica, le parole hanno un senso soloin quanto partecipano di un sistema di distinzioni con altrimondi. La relatività (o diversità, o pluralismo) e il suo diametrale opposto linguistico, l’universalità, sono state utilizzate insieme, come un sistema, per migliaia di anninel pensiero europeo. Alcune persone preferiscono esplorare la propria verità studiando la diversità delle cose, e ad alcune persone piace esplorare la propria verità studiando le similitudini tra le cose – ed entrambe le strade sono buone, benché conducano in direzioni diverse. Se, a un certo punto, le due fazioni siriuniscono e si scambiano rispettosamente le osservazioni, il loro dialogo può essere molto produttivo. E nessunodeve dedicarsi a un solo tipo di ricerca escludendo l’altro». (comunicazione personale di Dan “Moonhawk” Alford , erudito nativo americano e partecipante alle conferenze del SEED ad Albuquerque; vd. anche http://www.enformy.com/dma-Chap7.htm)

iii

ALCUNE DEFINIZIONI TRADIZIONALI DI SOCIOLOGIA DELLA FORMA:

«La forme prise par l'echange reciproque» (G. Simmel); «la configuration de cette dependence reciproque» (N. Elias); «la mise en situation de l'interaction» (G.H. Mead); «les modalites et les conventions de l'action collective» (Howard Becker). Sono tutte citate in Claude Macquet e Didier Vrancken, Les formes de l'echange. Controle social et modeles de subjectivation. Ed. de l'Ulg, 2003. Una precedente descrizione del metodo si trova in: G.G. Granger, Pensee formelle et sciences de l'homme. Aubier. Ed. Montaigne, 1967.

iv

Cioè «l’attuale sistema economico». Si veda la sezione 3.1.B per una disquisizione sul concetto di «capitalismo cognitivo». In generale, usiamo questo termine per indicare la forma corrente del “capitalismo informazionale”, cioè una forma di capitalismo in cui i processi immateriali hanno maggiore importanza di quelli materiali.

v

SALVINO SALVAGGIO, COMUNICAZIONE PERSONALE SULLA GERARCHIA NEI PROGETTI FLOSS:

«D'abord et avant tout, il n'est pas entierement correct de soutenir que dans les initiatives P2P, les differents participants sont “equipotents”. Il suffit d'aller relire, par exemple, les archives et la documentation non-technique de la plupart des projets pour constater que certaines personnes y jouent un role de coordination et qu'elles definissent les modalites de collaboration des autres intervenants. De la meme maniere, certaines personnes dans les initiatives P2P ont une vision globale du projet alors que d'autres sont uniquement chargees de realiser des petits morceaux fonctionnels. La principale difference par rapport au capitalisme traditionnel, c'est que dans le P2P, la segmentation des niveaux de "pouvoir" des uns et des autres est librement consentie, acceptee comme configuration des rapports visant l'optimisation de l'efficacite fonctionnelle. En tant que telle, toute configuration des rapports entre participants au projet peut etre ouvertement mise en discussion a chaque instant. Il ne s'agit pas d'une logique normative imposee et contre laquelle seule la voie du recours serait ouverte aux avis divergeants. Au contraire, la remise en cause par la discussion des pairs est inscrite au sein meme des processus d'auto-organisation. Decoule de ce premier aspect qu'il est excessif de dire que dans les projets P2P il ny a pas de hierarchie. Elle existe bel et bien mais est respectee la plupart du temps car librement consentie et discutee. J'en veux pour preuve que le projet Linux a ete coordonnepar une sorte d'instance directrice qui integre les changements et prend soin a maintenir la coherence du projet en evitant que les contributeurs ne fassent n'importe quoi.On pourrait dire que dans les 2 cas il s'agit de pouvoir ou de hierarchie sans coercition car ceux qui ne sont pas d'accord ne sont pas "punis", ils peuvent facilement circuler : entrer ou sortir du projet constitue un droit que nul ne conteste aux membres».

vi

Vd http://www.theyrule.net/ per esempio. LA LOTTA PER IL LIBERO ACCESSO ALLA LIBERA CULTURA MEDIANTE LA CONDIVISIONE DI FILE:

vii

«A partire dalla seconda generazione, erano a disposizione i server distribuiti. Potevate gestire i vostri server personali e allacciarli ad altri. Le ricerche duravano più tempo, erano meno accurate e non c’era la garanzia che sareste riusciti a effettuare la ricerca in una sola altra macchina, per non parlare dell’intera rete. Tuttavia, era un processo infinito. Per ogni nodo per la cui eliminazione impiegavate tempo e denaro, ce n’erano parecchie migliaia di latriche sorgevano. Chiaramente, le vecchie strategie non funzionavano. A peggiorare le cose, c’era ilfatto che queste nuove reti erano a conoscenza delle strategie usate contro di esse, e cercavano attivamente di neutralizzarle. Aggiungendonuovecaratteristiche, i programmatori di rete miglioravano anche la sicurezza, sia per loro sia per i loro utenti. Le cose cominciarono semplicemente, come, per esempio, il supporto per tipidi file diversi dall’MP3, ma presto si fecero più complesse. Crittografia di tipo militare? Non c’èproblema. Restrizioni di licenza che ripagano le carogne dei monopoli con la loro stessa moneta? Sicuro,sceglietena una. NHomi di utenti random, indirizzi IP nascosti, porte mobili e quasi qualsiasi altra cosa voi pensate sia stata fatta adesso. Il verocolpo al cuore per la RIAA e affini giuse con la completa rimozione dei server, in senso autenticamente peer to peer. Anziché avere molti piccoli server, ogni nodo poteva fungere sia da client sia da server. Le ricerche erano completamente decentralizzate: la RIAA era spacciata, punto. La recente serie di dolorose sconfitte processuali per

il più avido onopolio della terra, nei tribunali americani, ha posto fine a tutele residue possibilità della RIAA. Il suo peggiorincubo era confermato, come tutti gli altri sapevano, i servizi erano completamente legali. La sentenza sul caso Grokster ha afermato il diritto delle compagnie a servirei loro consueti servizi, e a farlo con copertura di impunità. Le persone che ne fanno uso possono macchiarsi di crimini, mai servizi, in sé, non sono illegali. Ai vecchi tempi, c’era un provider, e un solo depositodi immagazzinamento, una sola gola da strozzare. Era tecnicamente gestibile, se si trattava di una soluzione tecnica. Anziché permettere la fioritura di queltipo di soluzioni tecniche, essi sono andati per vie legali, e hanno perso. Negli anni intercorsi, la tecnologia li ha circondati, mentre loro rimanevano fermi, anzi forse regredivano. Il problema dell’evluzione forzata è che tende a funzionare. La RIAA ha reso possibile l’evoluzione tecnica delle reti, da una rete MP3 relativamente innocua all’infernale rete di filesharing. Non c’è più niente che si possa fare, e non c’è nessuno che possa fermarla. Se hanno pure trovato uno strumento che possa fermarla, per quanto ciò suoni inverosimile, non c’è modo di renderlo effettivo». (www.theinquirer.net/?article=18206) RISORSE MUSICALI ONLINE: Un articolo che spiega come trovare musica legale online, qui: : http://www.nytimes.com/2004/09/10/a...sic/10INTE.html; Grouper è un software che permette di condividere musica solo tra amici, per assicurare il principiodell’uso equo, si trova qui: http://www.grouper.com/; valutazioni, arrichite dagli utenti, dei programmi di filesharing, si trovano qui: http://www.slyck.com/programs.php

viii

L’AVENTO DI UNA TERZA GENERAZIONE DI TECNOLOGIA DI RETE PEER-TO-PEER

«Ogni successiva generazione ha decentralizzato sempre più funzioni, rendendo più difficile la chiusura delle reti e contribuendo ad espandere l’efficacia delle ricerche. La primissima generazione di servizi di trasferimentofile, capeggiata da Napster, era accentrata su grandi indici centralizzati che mantenevano le tracce di quanto fosse disponibile in ogni punto della rete. Questi fungevano da intermediari, connettendo unapersona che cercava un col computerdove il file era immagazzinato. Il processo era efficace, permettendo l’accesso a un’enorme varietà di roba,-ma si è dimostrato anche illegale. I tribunali hanno stabilito che Napster era responsabile di un network in cui scioperavano moltissime infrazioni al copyright; e alla fine hanno chiuso la compagnia. La seconda generazione di servizi decentralizzati, capeggiata da Gnutella e dalla tecnologia FastTrack, alla base di Kazaa, presto sostituì la prima. Nessuno di questi servizi aveva server entrali. Al contrario, esi facevano assegnamento sul passare le richieste di ricerca da computer a computer, finché un file non veniva trovato, e poi ripassavano l’informazione al ricercatore originario. Questa tecnologia all’inizio si è mostrata difettosa,, dato che milioni di richieste di ricerca passavano attraverso ogni computer della rete, creando ingorghi in punti bottlenecka basa larghezza di banda. Ma, col tempo, è migliorata, perché i programmatori hanno trovato modi per smerciare più efficacemente queste richieste di ricerca;, tuttavia, si è finiti con ricerche che includevano solo parte di una rete – diciamo centomila persone anziché due milioni. Una corte d’appellostatunitense recentemente ha decreatato che questa specie di rete decentralizzata era legale, a differenza di Napster, in parte perché i distributori del software non avevano un controllo diretto su quello che accadeva nelle reti. «Questi (le etichette discografiche e gli studi cinematografici) incoraggiano un riesame della legge alla luce di quello che credono sia una politica publica appropriata», scriveva la corte in quella sentenza. «Senza dubbio, fare quel passo soddisfarebbe le immediate mire economiche dei detentori del copyright. Tuttavia, ciò altererebbe anche, e molto in profondità, la legge generale sul copyright, con conseguenze finali sconosciute al di fuori del contesto presente». La terza generazione di reti, rappresentata da eDonkey e adesso da Morpheus, come pure da un mucchio di più piccoli sviluppatori indipendenti, rende glistrumentiancora più decentralizzati di prima. Le hash table distribuite sono essenzialmente un modo per vedere istantaneamente dove sia ogni file della rete in un dato momento e per sparpagliare pezzi di quell’informazione in giro pe l’intera rete. Per trovare un dato file, una richiesta di ricerca è indirizzata prima ad ogni computer della rete. Questo computer si orienterà verso un computer diverso che ha un po’ più di informazioni su come trovare il file. Il terzo computer potrebbe avere l’informazione sul file stesso – o ci potrebbe volere qualche passo in più per trovare il computer con l’informazione giusta. Il processo è analogo al chiedere la direzione a una successione di guide turistiche sempre più informate, anziché all’approciare gente casuale per strada. L’informazione sulla rete in ogni luogo è costantemente aggiornata ogni volta che vengono aggiunti nuovi file o computer». (http://news.com.com/Super-powered+peer+to+peer/2100-1032_3-5397784.html?)

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LAVORARE COSCIENTEMENTE IN VISTA DI UNA CULTURA PARTECIPATIVA: INTERVISTA A NICHOLAS REVILLE, DI “DOWNHILL BATTLE”

Il seguente riferimento mostra che gli sviluppatori di programmi di filesharing sono consapevoli della portta sociale e politica del loro lavoro. Si vedano i precedenti riferimenti su come l’intero sviluppo del filesharing sia guidato da una lotta politica e sociale. Non è la tecnologia che produce il cambiamento (determinismo tecnologico); è la tecnologia stessa a essere determinata dalla dinamica della lotta. Domanda da parte dei redattori di ‘Greplaw’: «Bit Torrent ha qualcosa a che fare col sostegno a una cultura partecipativa»? Risposta: «Certamente,puòesereparte di un grande passo in avanti. “Cultura partecipativa” è il concetto che sta dietro alla nostra concezione di un’intersezione di tutti questi fenomeni, come i blog, le reti di filesharing, wiki, e il web in generale. Tutto questo facilita la creazione e la distribuzione di arte o di idee, e permette alle persone di fungere da filtri o da redattori. Ma siamo ancora ai primi inizi. Il cambiamento che vedremo rispetto al modello culturale gerarchico sarà assolutamente rivoluzionario. Per quanto sia un termine di cui si abusa, non c’è altra parola che colga la grandezza di quello che sta avvenendo Quanto a BitTorrent, nello specifico, la ricerca di contenuti nello stile Napster e i client in download davero fanno schifo e, in sé, creano un’enorme polarizzazione verso contenuti mainstream che la gente già conosce. Dall’altro lato, i sitiweb e i blog organizzano e presentano il contenuto in modo che si possano scoprire cose che nemmeno ci si aspettava di cercare. Dal momento che BitTorrent usa link basatisul web, ha la potenzialità per adattarsi molto bene ai blog e ai sistemi di gestione di contenuti, consentendo, nello stesso tempo, a chiunque, di offrrire file moltoestesi senza preoccuparsi dela larghezza di banda».

(http://grep.law.harvard.edu/features/04/08/26/0236209.shtml) DownHill Battle, http://www.downhillbattle.org/, è «un’organizzazione a scopo non di lucro che si sta impegnando a porre fine al monopolio delle etichette multinazionali e a costruire una migliore, più giusta, industria musicale»

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Strumenti Writeable Web sono pasati in rassegna su http://www.oreillynet.com/pub/t/84 xi La rivista ‘Fortune’ descrive la crescente importanza e gli effetti del blogging sulla comunità degli affari, a questo link: http://www.fortune.com/fortune/technology/articles/0,15114,1011763,00.html 

Tra i programmi di blogging fai-da-te raccomandati ci sono http://movabletype.org/ e https://www.typepad.com/

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Una delle directory per trovare programmi in podcasting: http://audio.weblogs.com/ SKYPE – USARE I PRNCIPÎ DEL FILESHARING P2P PER LA TELEFONIA:

xiii

Zennström e Friis, i creatori di KaZaa, uno dei primi e più popolari sistemi di filesharing P2P, elaborarono l’idea di utilizzare il P2P per rendere possibili chiamate telefoniche gratuite su internet: così nacque Skype, configurato per un aggiornamento estremamente rapido. Aldi làdelle chiamate telefoniche, gli utenti sisono creativamente ingegnati a usarlo per trasmissioni audio e video (lo skypecasting, appunto). Ecco alcuni brani scelti tratti da un’intervista pubblicata su ‘Business Week’: «D: Fin dove potrebbe estendersi, al di là dei file e delle persone? R: Si potrebbe trattare di altre risorse – cose tipo archivi, stream video. Ma questo servizia, in verità, funziona su die livelli. Innanzitutto, c’è la rete peer, e vi do enfasi perché è quello che consente tutto il resto. Ma poi ci sono le applicazioni. Non avremmo potuto prevedere – wow! – tutele cose che si potevano sviluppare a partire dal P2P. per esempio, quando usammo per la prima volta la tecnologia peer-to-peer, non prevedevamo che noi potevamo metterci la voce. Ci fu chiaro dopo un po’di tempo, ma quando abbiamo cominciato on sapevamo quali sarebbero state le applicazioni. Quando applicammo la tecnologia a varie industrie, ci accorgemmo che potevamo creare un’utilità competitiva sostenibile. È per questo che, nel sistema normale, si ha un costomarginale per ogni unità che vi si aggiunge. Se la tua rete ha una struttura client/server, tu devi aggiungere una nuova network card per ogni nuovo Web server, un commutatore centrale, e così via. Ma in una rete peer-to-peer, tu riutilizzi le risorse di sistema nella rete, e così il costo marginale per effettuare una chiamata telefonica o il trasferimentodi un file, o qualcos’altro, è pari a zero» (http://www.businessweek.com/magazine/content/04_44/b3906091_mz063.htm; http://www.businessweek.com/magazine/content/04_44/b3906087_mz063.htm) Un articolo che spiega la rapida diffusione di Skype, qui: http://www.nytimes.com/2004/09/05/business/yourmoney/05tech.html?th

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Sul Vlogging: http://www.seriousmagic.com/products/vlogit/; http://www.vlog.com/

COME FUNZIONA BITTORENT

«Diciamo che volete scaricare una copia a copy dell’episodio di questa settimana di Desperate Housewives. Anzichè scaricareil vero e proprio file digitale che contiene lo show, scaricherete un piccolo file, detto”torrente” sul vostro computer. Quando aprite quel file sul vostro computer, BitTorrent cerca altri utenti che abbiano scaricato lo stesso “torrente”. Il software “file-swaring” di BitTorrent spezza il file digitale originario in frammenti, poi mette questi frammenti a disposizione di tuttigli utenti che abbiano scaricato il “torrente”. Poi il software cuce quei frammenti in un sigolo file che un utente può vedere sul suo PC. Siti come lo sloveno Supernova offrono migliaia di torrenti diversi senza immagazzinare gli show stessi. Nel frattempo, BitTorrent sta rapidamente diventando il mezo preferito per distribuire grandi quantità di contenuti legali, come le versioni del sistema operativo gratuito Linux». (http://www.wired.com/news/digiwood/0,1412,65625,00.html?) Un profilo di Bram Cohen, progettatore diBittorrent, su ‘Wired’, lo potete trovare qui: http://www.wired.com/wired/archive/13.01/bittorrent.html SORGENTI BITTORRENT: Si noti che potrebbero scomparire, in seguito ad azioni legali. • Legal Torrents, che comprende una vasta selezione di musica elettronica. Ha anche il CDC creaive commons della rivista ‘Wired’, concanzoni di artisti, come i Beastie Boys, che hanoaccettato di pubblicare alcune delle loro canzoni sotto uncopyright più permissivo che permetela libera distribuzione e i remix. • Torrentocracy ha video di dibattiti presidenziali statunitensi e altro materiale politico. • File Soup offre software e freeware open source, musica di artisti le cui etichette non appartengono al gruppo commerciale Recording Industry Association of America, e programmi di reti televisive pubbliche come PBS o BBC.

• Etree è per gli appassionati di band “amiche dello scambio” come Phish e Grateful Dead, che incoraggiano i fan a condividere registrazioni dal vivo, di solito nella forma di file digrande estensione con compressione minima, per mantenerela qualità del suono (http://www.wired.com/news/digiwood/0,1412,65625,00.html?) BLOG TORRENT, UNO SVILUPPO DI BITTORRENT PROGETTATO SPECIFICAMENTE PER CANALI DI TIPO TELEVISIVO: «Blog Torrent aggiunge a BitTorrent caratteristiche che facilitano la “pubblicazione” di file. Abbiamo elaborato un modo semplice, basato sul web, per creare un “torrente” e uploadarlo immediatamente. Abbiamo anche reso più facile l’istallazione di un ‘tracker’, necessario al server per connettere tutti quelli che condividono i file. Tutto questo facilita le cose ai videoartisti, ai documentaristi, o a tutti quelli che possiedono una videocamera portatile e iMovie e vogliono condividere i loro video su un blog o un sito web. Fino ad ora, BitTorrent era abbastanza complicato, e non è stato adottato dagli artisti, il che significa che la maggior parte dei contenuti che la gente condivide è stato pubblicato da persone che non hanno preso parte alla loro creazione – si trattava, infatti, perlopiù di film hollywoodiani e spettacoli televisivi. Ma la cosa affascinante del peer-to-peer è che esso è un mezzo di distribuzione gratuita per persone che non avrebbero mai potuto permettersi una distribuzione. Con Blog Torrent, tutti possono condividere la loro opera, e questo implica alternative totalmente nuove ai media mainstream – in questo caso, alla televisione. Fondamentalmente, noi vogliamo vedere “canali TV” internet che scarichino video sullo sfondo e ve li lascino guardare, secondo la vostra esigenza (una TiVo per internet). So che qui forse parliamo di sensazioni anziché di dati concreti, ma quale credi che sia il potenziale pubblico di Blog Torrent (intendo dire: i creatori di contenuto), e perché? C’è qualche particolare esperienza che ti ha fatto pensare: “Se lo facciamo, diventerà un successone”? Penso che il pubblico sia molto, molto ampio e vario. Per esempio, ho amici che operano con validi risultati artistici nel campo dei video, ma che non hanno mai considerato di diffondere il loro lavoro online, perché non lo consideravano realistico. Spero che Blog Torrent permetterà loro di provarci. Mi aspetto anche che registi di documentari si affezioneranno a questa tecnologia – se sono nuovi, possono farsi un nome, oppure, possono condividere riprese extra e interviste nella loro piena durata, o possono offrire vecchio materiale che non vendono più – e scommetto che cominceranno pure a condividere materiale nuovo per quanti non vivono vicino a un cinema indipendente. La gente che fa video e film vuole sempre che le persone li vedano, ma ci sono centinaia o migliaia di casi in cui viene creato più contenuto di quello che viene pubblicato dai canali mainstream. E non solo! Il numero dei produttori di contenuto è destinato ad esplodere: far girare video sul desktop è diventata una realtà e piccole videocamere con hard-drive sono a portata di mano. Lo abbiamo chiamato “Blog Torrent” – rinunciando all’originario, e molto più fico, “Battle Torrent” – perché rende la condivisione di video facile quanto inserire testi o foto su un blog, e, nel fare questo, dovrebbe riuscire a fare nel mondo dei video quello che i blog hanno fatto nel mondo delle notizie (o più). Che si tratti del nostro software o di quello di qualcun altro, penso che, comunque, la TV stia per far fronte a una competizione più seria di quanto ci si sarebbe potuto immaginare. Ci sono troppe persone di talento, là fuori, che non hanno spazio nel sistema. E l’accesso ai canali televisivi è molto più angusto rispetto all’accesso al mondo della musica, dei libri, dei quotidiani o delle riviste – questo significa che nuove pressioni sul sistema potrebbero aumentare quando le cose si dischiuderanno». (http://broadbanddaily.gigaom.com/archives/2004/12/06/seeds-of-change-nicholas-reville-on-downhill-battles-blog-torrentinitiative/)

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EXEEM

«Tom Mennecke, redattore del popolare sito informativo sul filesharing Slyck, il primo dicembre 2004 ha affermato: “EXeem sposerà le migliori caratteristiche di una rete decentralizzata, l’agevole ricercabilità di un server di indicizzazione e l’efficacia di diffusione della rete BitTorrent in un solo programma”; parlando a ‘New Scientist’, ha aggiunto: “Decentralizzare BitTorrent ha il potenziale per rivoluzionare la comunità P2P”. Screenshot postati su un altro da un utente auto-proclamatosi beta tester di eXeem mostrano un client che incorpora una funzione di ricerca e la possibilità di monitorare il downloading dei file. Theodore Hong, un programmatore P2P britannico, dice che, si materializzi o no eXeem, qualcuno troverà comunque un modo per decentralizzare la ricerca e il tracking di BitTorren. “Qualcosa del genere dovrà succedere, prima o poi”, ha detto Hong a ‘New Scientist’. “Sarà un gran problema per le compagnie di media major, perché queste si troveranno a far fronte al fatto fondamentale che milioni di persone vogliono condividere file” (‘New Scientist’, http://www.newscientist.com/article.ns?id=dn6830)

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INFRASTRUTTURE DI RETE COSTRUITE DAGLI UTENTI, di Clay Shirky

«Secondo la Legge di Metcalfe, il valore di una connessione internet cresce in proporzione al numero di utenti della rete. Tuttavia, le compagnie telefoniche non aumentano le tariffe in conseguenza a questo aumento di valore. Ciò per loro è oggetto di notevole frustrazione. La logica economica del mercato suggerisce che il capitale dovrebbe essere investito da chi s’impossessa del valore dell’investimento. Le compagnie telefoniche usano questo argomento per suggerire o che dovrebbe essere loro concesso potere monopolistico sui prezzi, relativamente all’ultimo miglio, o che dovrebbe esser concesso loro di integrare verticalmente il contenuto con i canali. Entrambe le strategie permetterebbero loro di alzare i prezzi bloccando la competizione, ricostituendo così il loro potere coercitivo sull’utenza e consentendo l’estorsione di nuovi dazi ai loro abbonati internet. Tuttavia, è comparsa una seconda possibilità. Se l’economia della connettività internet permette all’utente, anziché all’operatore di rete, di impossessarsi del valore residuo della rete, l’economia parimenti suggerisce che l’utente dovrebbe essere il costruttore e il proprietario dell’infrastruttura di rete. La creazione della rete fax è stato il primo caso in cui ciò è avvenuto, ma non sarà l’ultimo. Gli hub WiFi e gli adattatori VoIP permettono agli utenti di estendere i confini della rete senza dover chiedere alle compagnie telefoniche né aiuto né licenze.

Grazie al passaggio dalle reti analogiche alle reti digitali, i più importanti concorrenti delle compagnie telefoniche sono adesso i loro utenti, perché se l’utente può acquistare un semplice strumento che rende possibile la connettvità wireless o le chiamate telefoniche IP, allora tutto quello che le compagnie telefoniche offrono in quanto concorrenza non è niente di più che l’ultima versione della ZapMail». (http://shirky.com/writings/zapmail.html)

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DEFINIZIONE DI GIORNALISMO CIVICO COLLABORATIVO

«Si definisce giornalismo civico collaborativo (GCC) la situazione in cui cittadini comuni si riuniscono sul Web per scrivere storie originali e criticare gli articoli dei media mainstream, usando Internet per connettersi l’un con l’altro e per assicurarsi che i loro pensieri raggiungano il pubblico. Questa nuova forma di giornalismo è diversa dal suo più popolare cugino, il blog, in quanto, a differenza di questo, che disdegna (in molti casi) gli elementi più rigorosi del giornalismo, gli sforzi dei media collaborativi attingono a una particolare comunità, per far sì che un servizio sia più completo possibile» (http://technologyreview.com/articles/05/05/wo/wo_052005hellweg.asp )

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UN ESEMPIO DI ESPERIMENTO ALTERGLOBALIZZAZIONE.

DI TRASMISSIONE VIDEO, CONDOTTO DA

INDYMEDIA,

UN NETWORK INTERNET INDIPENDENTE LEGATO AL MOVIMENTO

«GENEVA03 è uno studio di trasmissione, limitato temporalmente allo svolgimento del G8, che trasmette dal vivo stream video e audio dal centro culturale L'usine di Ginevra, dal 29 maggio al 3 giugno. La trasmissione dal vivo sarà diffusa su internet, per poi essere presa e ridistribuita da enti di teletrasmissione internazionali e locali, e sarà pure proiettata per le strade e nei teatrini Ginevra. Per dar voce alle proteste tra Ginevra, Losanna e Anmasse in tempo reale, gli attivisti dei media opereranno dal furgonestudio mobile “Tutti sono esperti”, che – con un piatto satellitare bi-direzionale ad autoregolazione - fornirà una connessione internet mobile e trasmetterà riprese dal vivo dei cortei in movimento. Il progetto GENEVA03 è uno sforzo congiunto di un crescente numero di video-attivisti e cineasti indipendenti, insieme a dozzine di giornalisti di Indymedia, per organizzare e trasmettere una copertura indipendente di notizie sugli eventi del G8. Attualmente stiamo programmando uno strema che, oltre alla copertura i tempo reale dei cortei di massa, includerà film, concerti, talk-show, sessioni di VJ, pubblicità sovversive [subvertisements] e altre forme radicalmente innovative» (http://v2v.indymedia.de/) VERSO UN CONSORZIO VIDEO MONDIALE: «Un invito a unirsi e contribuire alla fondazione di un consorzio/rete di video sharing. Descrizione del progetto: da un po’ di tempo circola l’idea di utilizzare strutture peer2peer per metter su una piattaforma di distribuzione costruita dagli utenti. Recentemente, nel periodo precedente al G8 di Evian, è stata presentata una proposta concreta per instaurare un sistema per la condivisione di video. A lungo termine, crediamo di poter costruire una piattaforma sostenibile e scalabile per materiali audio-visivi di natura critica e indipendente. Questo è un appello affinché gruppi/individui prendano parte al progetto, vi dedichino risorse e supporto e, in generale, lo espandano. I lavori che andranno distribuiti sul sistema varieranno da sequenze già edite adatte all’uso come archivio di magazzino, a documentari/film completi. Ogni file sarà accompagnato da metadati in formato xml .info e sarà prodotto come feed RSS ricercabile affinché le persone possano integrarlo nei loro siti personali, nonché pubblicato su un suo proprio sito web (dove ci sarà anche manifesto, spiegazioni, contact info per i gruppi partecipanti ecc. ecc.). Nel campo dei metadata ci sarà una specificazione sulla natura della licenza sotto la quale i materiali potranno essere usati (per esempio una specie di share Creative Commons)» (http://v2v.indymedia.de/)

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Le iniziative di giornalismo civico non si riducono ai soli blog civici, ma contano anche tentativi alquanto più sofisticati di creare una forma alternativa di giornalismo. Ve ne sono di tre tipi principali: attività informative locali, basate su comunità locale, come backfence.com; siti ad ampio raggio come OhMyNews; e servizi collaborativi di setacciamento, dove gruppi di persone controllano gli articoli della stampa mainstream. OHMYNEWS! «OhmyNews è una specie di “fantastic mix” di cittadini-giornalisti e reporter professionisti», Oh afferma rivolgendosi al suo pubblico. «Ha 35000 cittadini-giornalisti e 40 reporter di staff il cui stile cronachistico è molto simile a quello dei giornalisti professionisti. Perciò, ad essi sono affidate le notizie normali e le inchieste» (http://english.ohmynews.com/articleview/article_view.asp?article_class=8&no=201599&rel_no=1) iniziative simili sono WikiNews, basato su un setacciamento collettivo degli http://en.wikinews.org/wiki/Main_Page; ma anche News Trust, un’altra cooperativa http://en.wikinews.org/wiki/Main_Page ; e Indymedia: http://indymedia.org articoli, il cui sito di setacciamento, è a

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LIBRO SUL GIORNALISMO CIVICO: We the Media: Grassroots Journalism By the People For the People, di Dan Gillmor, 299pp, O'Reilly Da una recensione:

«Egli ci dice del sud-coreano ‘OhMyNews.com’, che ha 15000 “giornalisti civici” che schedano articoli e commenti; e di Wikipedia, l’enciclopedia online in cui tutti possono scrivere o correggere un articolo, che adesso ha più di un milione di articoli in più di cento linguaggi. Ci parla di blogger che hanno un seguito maggiore di molti quotidiani, e che sono diventati influenti quanto i giornalisti specialisti nel loro settore. Di come Russ Kirk, del sito d'informazione alternativo ‘The Memory Hole’ si è avvalso del decreto sulla libertà dell’informazione per far sì che le foto dei soldati statunitensi morti che venivano riportati dall’Iraq in bare avvolte da bandiere diventassero di pubblico dominio; e di come i blogger si siano mobilizzati a domandare la testa di Trent Lott, il leader della maggioranza al Senato degli Stati Uniti, dopo che questi, alla cena di compleanno di un compagno senatore, si era mostrato nostalgico di un passato razzista. Gillmor ci racconta la sua esperienza come opinionista del ‘San Jose Mercury’, il suo blog e del modo in cui ha avuto a che fare con commenti e critiche dai suoi lettori, che, lui afferma, “mi hanno reso un giornalista migliore, perché trovano i miei errori, mi dicono quello che manca e mi aiutano a comprendere le sfumature” (http://books.guardian.co.uk/reviews/politicsphilosophyandsociety/0,6121,1344544,00.html)

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Del weblog come processo di dilettantizzazione di massa, e non professionalizzazione di massa, si parla su http://shirky.com/writings/weblogs_publishing.html

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I FEED RSS

Il ‘Washington Post’ spiega: «RSS consente ai siti Web di pubblicare “feed” gratuiti del loro contenuto, che un programma definito newsreader raccoglie su una tabella preimpostata, che mostra nuovi titoli e link da leggere col newsreader o, con un solo click, col vostro Web browser» (http://www.washingtonpost.com/ac2/wp-dyn?pagename=article&contentId=A55027-2004Mar13&notFound=true) Alcuni siti offrono le stesse funzioni di un RSS reader, cioè la possibilità di combinare vari blog in cartelle e di controllarli tutti dallo steso punto. Si veda http://www.bloglines.com/

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NODEB.COM

«Su Nodeb.com, le persone elencano i propri nodi aperti, essenzialmente invitando stranieri a entrare in una comunità mondiale di utenti. Questo sito ha più di 11000 punti d’accesso registrati negli Stati Uniti. Anche se i provider del servizio possono ostacolare la condivisione di accesso internet tra utenti, le tecniche alla fine riusciranno a scavalcare questo problema» (http://www.nytimes.com/2004/03/19/opinion/19CONL.html?th )

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RETI WIRELESS MUNICIPALI E LOCALI

Reportage di ‘Business Week’ sugli sviluppi del wireless e del WiFi: http://www.businessweek.com/magazine/content/04_40/b3902057_mz011.htm http://www.businessweek.com/technology/tc_special/03wireless2.htm, http://www.businessweek.com/technology/tc_special/tc_04wifi.htm Città come Philadelphia stanno sviluppando sistemi a banda larga gratuiti per i propri cittadini; vd. http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A54754-2004Sep1.html? Muniwireless.com – il miglior sito di informazione sugli sviluppi del wireless municipale libero in tutto il mondo.

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MARK PESCE SULLA COSTRUZIONE DELLA RETE ALTERNATIVA DI MEDIA

La proposta di Pesce riguarda specificamente una rete che potrebbe anche distribuire una programmazione omogenea, dove non è detto che tutti i nodi facciano cose diverse. «Allora, come si passa da queste piccole stazioni a una rete? Ebbene, ci sono due risposte a questa domanda. La prima è abbastanza scontata: si mettono i trasmettitori abbastanza vicini l’uno all’altro, in modo che ogni stazione sia un ricevitore/trasmettitore; nel fare questo, si crea una rete a maglie di trasmettitori. Il ricevitore accoglie il segnale e lo passa al trasmettitore, che lo ritrasmette alla stessa frequenza. Questo è per certi versi analogo al modo di funzionare delle reti di telefonia cellulare – ti muovi di cellula in cellula e il segnale ti segue continuamente – ed è indicatissimo per distretti urbani densamente popolati, campus uiversitari, eventi pubblici e così via. I costi di ogni nodo in un sistema del genere sono bassissimi – forse meno di cinquanta dollari sia per il ricevitore sia per il trasmettitore AM….). Adesso non è impossibile coprire un intero Paese scarsamente popolato….In situazioni come questa, lo streaming internet viene in soccorso. Qualsiasi segnale che è possibile mandare via radio AM può essere lanciato anche via internet, a velocità di connessione telefonica. L’uscita del segnale di streaming può essere inserita nel trasmettitore AM, e, ancora una volta, voi avrete la vostra rete. In questo modo, è possibile coprire sia le aree densamente popolate sia gli spazi che intercorrono tra di esse con una sola rete. Ora, entrambe le proposte sono qualcosa di più di semplici idee oziose – esse sono il cuore di un nuovo network – RADIO RHIZOME – fondato a Los Angeles." (http://www.hyperreal.org/~mpesce/fbm.html)

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MARK PESCE SUL SINTONIZZATORE TV INTERNET E I SUOI EFFETTI DIROMPENTI SUL BROADCASTING TRADIZIONALE:

«Sono convinto che sia opportuno esaminare i problemi di scarsezza connessi alla radiotrasmissione televisiva, ed elaborare una soluzione che aggiri efficacemente il problema (per parafrasare John Gilmore), una sorta di processo di ricapitolazione dell’Enciclopedia Britannica nella Wikipedia. In veste di consumatori di media, abbiamo bisogno di liberarci dalle forze anticoncorrenziali fra i network commerciali in chiaro, e, in veste di creatori e fornitori di contenuto audiovisivo, dobbiamo liberarci dalle forze anti-concorrenziali delle reti commerciali come distributori di programmi. In altre parole, dobbiamo sviluppare una strategia globale calcolata e chiara per “disintermediare” i distributori di media audiovisivi, connettendo direttamente i produttori ai consumatori; anzi, cancellando la netta distinzione tra produttore e consumatore, in modo che il prodotto di un produttore sarà identificabile solo per la sua qualità implicita, all’occhio dello spettatore, e non per l’approvazione del distributore.., è in atto una radicale riconfigurazione della tecnologia di proposizione di programmi allo spettatore TV. La televisione digitale, pensata come il punto terminale di questa rivoluzione, è stata effettivamente solo il suo inizio, e mentre le televisioni digitali sono utilissime come schermi di visualizzazione, i loro sintonizzatori di trasmissione, con la loro sofisticata elettronica analogica, saranno completamente obsoleti una volta che la banda larga avrà soppiantato la teletrasmissione come medium di distribuzione. La TV digitale è un grande terminale, ma uno scadente sintonizzatore, perché il modo in cui è progettata riafferma la psicologia della scarsità di spettro. Quello di cui abbiamo bisogno, perciò, è un nuovo strumento, che si collochi tra Internet, da un alto, e l’apparecchio televisivo digitale, dall’altro, e che funzioni come un uovo tipo di sintonizzatore, permettendo di conseguenza un nuovo, non-mediato, meccanismo di distribuzione. La specificità di questo apparecchio è semplicissima: esso dovrebbe essere in grado di individuare, scaricare e mostrare contenuto audiovisivo, in qualsiasi formato comune, sull’apparecchio di visualizzazione scelto dallo spettatore. Non occorre nemmeno che questo apparecchio di visualizzazione sia una televisione digitale – potrebbe essere un PC. O la PSP, la PlayStation Portatile, che sta per essere messa in commercio. O un cellulare di terza generazione. Questo strumento intermediario – il “sintonizzatore internet”, se preferite – potrebbe essere un set-top box impostato su un hardware, o parte di un software che gira su un calcolatore più comune – non ha molta importanza…Quando l’idea del sintonizzatore internet m’è balenata nella mente… presumevo che mi sarei imbattuto in un’idea totalmente insolita. Poi ho scoperto che mi sbagliavo, e quanto mi sbagliavo…. Progetti come BBC Internet Media Player, MythTV su LINUX, Media Portal per Xbox e Windows, Video LAN Controller per Mac OS X, Windows e LINUX – e la lista continua. Appena quattro settimane fa, TiVO ha annunciato che diffonderanno un aggiornamento del software che consentirà ai loro PVR di riconoscere internet, in modo che possano individuare e scaricare contenuto audiovisivo internet. Queste idee girano anche per la comunità del software commerciale, in prodotti come Microsoft IPTV, e Beyond Tv di SnapStream. Molte persone stanno lavorando agli elementi del sintonizzatore internet, ma nessuna di loro – che io sappia – ha unito questi pezzi mettendo in evidenza le qualità emergenti del sintonizzatore come strumento per la comunicazione…il sintonizzatore internet, o quello che sarà, molto probabilmente farà per i media audiovisivi quello che il web ha fatto per la stampa – renderli immediatamente accessibili a tutti, in ogni momento e per un qualsiasi scopo. Per mezzo del web, le librerie si stanno trasformando da depositi di conoscenza a centri in cui le persone vengono indirizzate verso magazzini online. La libreria si sta trasformando in un google fisico» (http://www.disinfo.com/site/displayarticle4565.html; see also http://www.hyperreal.org/~mpesce/fbm.html)

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L’ECONOMIA DEL NETCASTING, di Mark Pesce

«Un ente di telediffusione spende la stessa somma di denaro sia che la trasmissione sia guardata da dieci persone, sia che la guardino dieci milioni di persone, perché la torre di trasmissione raggiunge tutti quelli che vogliono sintonizzarsi con essa. L’economia del netcasting è decisamente diversa. Chiunque può configurare un server per trasmettere dieci stream di programmi in simultanea – ma servono un’infrastruttura e un’ampiezza di banda dieci milioni di volte più efficaci per offrire lo stesso programma a dieci milioni di persone. O, perlomeno, così era. La BBC non ha la larghezza di banda per trasmettere in rete la sua programmazione a tutti i 66 milioni di utenti. Per fortuna, non è necessario quel tipo di capacità, perché la BBC ha ingegnosamente progettato l’applicazione Flexible TV, che funge come un nodo in una rete peer to peer. Chi usa Flexible TV ha accesso ai programmi che sono stati scaricati da un qualsiasi altro client Flexible TV, e può prendere quei programmi direttamente da loro. Tutto quello che la BBC ha bisogno di fare è introdurre una singola copia di un programma nella rete dei client P2P, dopodiché questi possono gestire il lavoro da soli. Inoltre, grazie alla tecnologia P2P usata dalla BBC (ne parleremo più approfonditamente tra poco), un utente Flexible TV può prendere un pezzettino del programma da un certo numerosi altri utenti; anziché effettuare il downloading di un intero programma da un solo altro pari, il client Flexible TV può chiedere a centinaia di altri client piccole sezioni del programma, e scaricare questa centinaia di sezioni simultaneamente. Questo non solo diminuisce la quantità di traffico con cui ogni client ha a che fare, ma contribuisce anche a creare un circolo virtuoso: più popolare è un programma, più copie ne esisteranno nella rete dei pari, e perciò più facilmente un pari può scaricarlo. In altre parole, la BBC ha risolto il grande problema che ha impedito al netcasting di prender piede. In questo sistema di “peercasting”, la rete è effettivamente più efficace di una rete di teletrasmissione, perché ci si può procurare più di un programma simultaneamente, e un errore in un qualsiasi punto della rete non fa cadere l’intera rete». (http://www.hyperreal.org/~mpesce/fbm.html)

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IL P2P COME MODELLO NECESSARIO PER LA TV INTERATTIVA

La rivista ‘Fortune’ ha scoperto un altro aspetto ancora dell’imminente età del peer to peer nella tecnologia, mettendo in evidenza che gli attuali metodi “basati su un server centrale” per la TV interattiva sono malamente inadeguati a venire incontro alla domanda e all’offerta: «Essenzialmente, la televisione file-served è un Internet a contenuto video. Tutti – dalla compagnia cinematografica al proprietario di casa – potrebbero immagazzinare video sui propri hard disk e renderli disponibili a pagamento. Le compagnie cinematografiche e televisive avrebbero tonnellate di hard disk con capacità ottime, dato che possono permettersi di immagazzinare tutto quello che producono. Gli operatori delle compagnie di comunicazione via cavo o satellitare potrebbero avere degli hard disk per immagazzinare i contenuti più popolari, dato che possono far pagare un sovrappiù per servizi del genere. E i proprietari di casa potrebbero avere hard disk (possibilmente nella forma di PVR) da usare come magazzino temporaneo per contenuti per ottenere i quali ci vuole del tempo o che essi vogliono solo noleggiare – o come magazzino permanente di ciò che hanno comprato»

(http://www.fortune.com/indexw.jhtml?channel=artcol.jhtml&doc_id=208364 ) «La nuova tecnologia TiVo, che diventerà uno standard coi suoi videoregistratori, permetterà agli utenti di scaricare film e musica da internet sull’hard drive del loro videoregistratore. Benché l’attuale servizio TiVo consenta agli utenti di guardare programmi teletrasmessi, trasmessi via cavo o via satellite in ogni momento, la nuova tecnologia permetterà loro di mescolare contenuto proveniente da Internet con quei programmi» (comunicazione personale)

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ANALISI DEGLI SVILUPPI STATUNITENSI DELLA TV-IP, SUL ‘THE WASHINGTON POST’

«Ecco un nuovo gruppo di contendenti al trono della televisione internet, tutti che cercano nuove svolte per trasmettere video sulla rete globale dei computer. Hanno nomi divertenti, tra l’altro: Akimbo, DaveTV, RipeTV e TimeshifTV. Cercano di sfruttare il numero crescente di connessioni internet domestiche ad alta velocità e il loro costo calante per trasmettere ed immagazzinare video digitali. Alcuni offrono network d’intrattenimento personalizzati, del tipo che tu od io possiamo creare mescolando e giustapponendo programmi di nicchia che stuzzicano la nostra poltroneria interiore. Come TiVo, la compagnia di registrazione digitale, questi servizi cercano di allontanarsi dai palinsesti statici che dominano la televisione odierna. A differenza dei primi network video su web – fiaschi come Pseudo.com e Digital Entertainment Network – i contendenti di oggi raccolgono contenuto da altre compagnie, anziché produrne di proprio. La maggior parte dei nuovi agenti opera ai margini del video internet libero per tutti. Questo perché, virtualmente, tutte le principali compagnie di trasmissione via cavo e via satellite, insieme agli studi cinematografici, si stanno affrettando a sviluppare i propri servizi di video-on-demand». (http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A2165-2004Oct27.html?) PROGETTI DI TV-IP EUROPEI ANALIZZATI DA ‘WIRED’ «La BBC in tutta tranquillità sta preparando una sfida alla Microsoft e ad altre compagnie che spingono per ricavare guadagni dai video stream. Sta sviluppando un software code-decode (codec) chiamato Dirac in un progetto open source teso a fornire un modo privo di diritti d’autore per distribuire video. Le quote in gioco sono potenzialmente enormi, perché l’industria del software insiste sul pagamento per spettatore, per ora di contenuto codificato. Ciò contrasta con la tecnologia TV, per la quale gli spettatori e, similmente, gli enti di tele trasmissione pagano una volta per tutte i diritti d’autore quando comprano la loro strumentazione. Tim Borer, direttore del progetto Dirac al laboratorio della BBC “Kingswood Warren R&D”, ha precisato: “Gli standard di codificazione per il video sono sempre stati aperti e gratuiti. Trasmettiamo TV PAL in questo Paese da decenni. Lo standard era accessibile a tutti... Se la BBC dovesse pagare ogni ora di codificazione in PAL, staremmo nei guai». ( http://www.wired.com/news/technology/0,1282,65105,00.html?)

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PANORAMICA SU ALCUNI SVILUPPI DELLA RADIO DIGITALE E DI STRUMENTI PER LA REGISTRAZIONE E LA GESTIONE Radio Your Way

«È bizzarro che, cinque anni dopo l’ingresso nell’era del videoregistratore digitale, ancora non si possa acquistare l’equivalente di un videoregistratore digitale per la radio. Perché l’industria dell’elettronica ha sviluppato tante macchine che ci permettono di spostare nel tempo Dr. Phil e ‘Saturday Night Live’, ma così poche che facciano lo stesso per Dr. Joy Browne e ‘Science Friday’? Effettivamente, c’è un aggeggio del genere. Radio YourWay (pogoproducts.com) sembra a prima vista una radio AM-FM a transistor tascabile (2.2 per 3.9 per 0.7 pollici), cosa che, in parte, è. Ma contiene anche un timer incorporato, in modo che voi possiate fissare un orario per registrare trasmissioni radiofoniche. Programmarla è facile – o difficile – esattamente quanto programmare un videoregistratore, se non che usa un orologio a ventiquattro ore di tipo militare, anziché le specificazioni AM e PM. All’ora specificata, la radio riaccende da sola, si sintonizza sulla stazione, registra per l’intervallo richiesto e poi si spegne. Una volta che avete acchiappato uno show, potete riascoltarlo in un momento più opportuno (o in un’area senza campo), metterlo in pausa mentre vi fate la doccia o se state a una conferenza, passare avanti quando ci sono le pubblicità, o anche archiviarlo su un PC Windows usando un cavo U.S.B». (http://www.nytimes.com/2004/02/26/technology/circuits/26stat.html?th ) Audiofeast «AudioFeast: gli ascoltatori radiofonici che cercano un accesso a richiesta a programmi parlati o musicali potrebbero prendere in considerazione un nuovo servizio internet che registra gli spettacoli radio. Come una specie di TiVo per la radio internet, AudioFeast può essere configurato per conservare centinaia di spettacoli, da ‘Washington Journal’ a ‘Stamp Talk’, e per gestire il loro trasferimento su certi registratori audio. AudioFeast contiene programmi di informazione, di affari, d’intrattenimento e previsioni del tempo da dozzine di partner del mondo dei media, compresi National Public Radio, l’Arts and Entertainment Network, e The Wall Street Journal. Operando fino a poco tempo fa come Serenade Systems, AudioFeast offre anche 100 canali musicali, divisi in 16 generi, tra cui blues, jazz ed electronica. AudioFeast costa 49.95 dollari all’anno; una prova gratuita di quindici giorni è disponibile su www.audiofeast.com" (tratto da http://www.nytimes.com/2004/09/16/t...?pagewanted=all) TimeTrax. «Creato dal programmatore canadese trentacinquenne Scott MacLean, TimeTrax permette agli abbonati al servizio satellitare di XM Radio di registrare musica dalla radio, aggiungendo il titolo della traccia e informazioni sull’artista per ogni canzone. Gli appassionati di indie rock potrebbero, per esempio, putare i loro ricevitori radio satellitari su una stazione di indie rock,

clickare su Record nel software “TimeTrax”, andare a dormire e svegliarsi il giorno successivo con un totale di otto ore di musica, suonata da gente come Fiery Furnaces e Spoon. Inoltre, gli utenti possono programmare il software per registrare un certo canale a una certa ora, quasi nello stesso modo in cui la gente può programare un videoregistrare o un TiVo per registrare un programma televisivo mentre sono in vacanza o al lavoro. In questo momento il servizio funziona solo con XM Radio, su un apparecchio chiamato PCR, che la compagnia ha venduto perché gli utenti potessero ascoltare la radio satellitare nelle lorocase anziché poterlo fare solo nelle loroauto. Da quando è uscito TimeTrax, XM Radio ha toltodal mercato il dispositivo, creando un lucrativo mercato su eBay dove unitàche al dettagliocostavano 49 dollari sono vendute a più di 350 dollari. MacLean dice che il programma è stato scaricato circa 7000 volte nelle due settimane in cui è stato disponibile. TimeTrax è all’avanguardia di quella che probabilmente sarà la prossima guerra mondiale dell’industria musicale e tecnologica: la registrazione di audio digitale radiotrasmesso. «Siamo alla sorgente del futuro P2P», dice Jim Griffin, dir. gen. di Cherry Lane Digital, una società di consulenza musicale e tecnlogica. «Il Peerto-peer è limitato,a confronto». Quello che ha suscitato l’attenzione di Griffin e di altri è il concetto che, quando le radio trasmetteranno tutte segnali musicali digitali, programmi come TimeTrax permetteranno agli utenti di cercare e prendere canzoni, similmente a quanto si fa oggi con programmi come Kazaa. Anziché prendere una canzone dall’hard drie di qualcuno, gli utenti la trarranno dall’aria, attraverso un segnale radio digitale. È una nuova situazione, ed è questa che in parte rende TimeTrax un caso così interessante». (tratto da http://www.nytimes.com/2004/09/16/t...?pagewanted=all) Audio Xtract «…vi connette con un database di stazioni radio internet che possono essere elencate per genere o per larghezza di banda. Una volta che ne avete trovata una che vi piace, clickate su Record. Il software consente al computer di registrare il materiale nella forma di singoli file MP3 e di immagazzinarli in una cartella. I file sono nominati a seconda del loro contenuto, rendendo più agevole la cancellazione di quei file – che contengono pubblicità, per esempio – che non volete. Poiché i contenuti sono registrati come file MP3, essi possono esere ascoltati sui computer o su media player portatili, e masterizzati su CD. Audio Xtract costa 50 dollari su www.audioxtract.com" (tratto da http://www.nytimes.com/2004/09/16/t...?pagewanted=all)

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Shoutcast mira a consentire l’istituzione di radiotrasmissioni in streaming su internet, si veda http://www.shoutcast.com/ ‘Business Week’, sul futuro della telefonia internet: http://www.businessweek.com/technology/tc_special/04voip.htm RETI A MAGLIE O RETI AD HOC PER IL SETTORE DELLE TELECOMUNICAZIONI, NELLA DESCRIZIONE DI ‘THE ECONOMIST’

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«L’approccio della rete a maglie, che viene perseguito da parecchie aziende, lo fa in un modo particolarmente intelligente. Innanzitutto, il quartiere viene “inseminato” dall’istallazione di un “punto di accesso di quartiere” (NAP) – una stazione base radio connessa a Internet con una cnnessione ad alta velocità. Le case e gli uffici nel raggio di questo NAP istallano antenne proprie, rendendo possibile l’accesso a internet ad alta velocità. Poi viene la parte ingegnosa. Ognuna di queste case ed uffici può anche fungere da relay per altre case ed uffici beyond the range of the originafuori dal raggio del NAP originario. Quando la maglia si allarga, ogni nodo comunica solo coi nodi ad esso vicino, che passa il traffico internet al e dal NAP. Così è possibile coprire una vasta area velocemente ed economicamente». (http://www.economist.com/printedition/displayStory.cfm?Story_ID=1176136)

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Nel sito web riportato diseguito, Andrew Feenberg parla del determinismo tecnlogico, presentauna teoria critica della tecnologia, parla del codice tecnico come campo di lotta sociale, e colloca tutto questo, ed altro ancora, nelcontesto di pensatori precedenti come Heidegger, Habermas, Baudrillard, Virilio e altri, dei quali dice con grande chiarezza.cliccate sui saggi posti in fondo alla pagina, sotto il titolo: “Some Background Texts and Applications”. (URL = http://www.sfu.ca/~andrewf/)

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A.Y. Aulin-Ahmavaara, “The Law of Requisite Hierarchy”, ‘Kybernetes’, Vol. 8 (1979), p. 266 IL PINGUINO DI COASE, O LINUX E LA NATURA DELLA DITTA. YOCHAI BENKLER URL = htpp://www.benkler.org/CoasesPenguin.html

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PRINCIPÎ DEL MOVIMENTO FREE SOFTWARE, nella descrizione di Fsf.org

Il “software libero”'è una questione di libertà, non di prezzo. Per comprendere il concetto, dovreste pensare a «libero» nell’accezione con cui ricorre in «libera opinione», non in «birra gratis» Il software libero ha a che fare con la libertà dell’utente di far funzionare, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. Più precisamente, esso si riferisce a quattro tipi di problemi per gli utenti del software: La libertà di far funzionare il programma, per qualsiasi fine (libertà 0) La libertà di studiarecome funziona il programma e di adattarlo alle vostre necessità (libertà 1). L’accesso al codice-sorgente ne è pre-condizione.

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La libertà di ridistribuire copie, per aiutare i vicini (libertà 2) La libertà di migliorare il programma e diffondere le vostremigliorie pubblicamente, in modo che l’intera comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L’accesso al codice-sorgente ne è pre-condizione» (sito web di Stallman)

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LA LICENZA GPL

«La GPL regolamenta le istruzioni di programmazione chiamate «codice-sorgente», che i programmatori scrivono per poi convertire nei file binari che il computer comprende. Fondamentalmente, la GPL permette a chiunque di vedere, modificare e ridistribuire quel codice-sorgente, a condizione che essi operino modifiche pubblicamente disponibili e li dispongano soto la licenza GPL. Questo la differenzia da alcune licenze usate nei progetti open source, che permette di appropriarsi il codice-sorgente. U altro requisito è che il software GPL si può integrare esclusivamente con altro software governatodalla GPL. Questa riserva contribuisce a creare un sempre più nutrito pacchetto di software GPL, ma ha anche esortato alcuni a definirla una «licenza virale», suscitando il fantasma che l’inclusione inavertita o surrettizia del codice GPL in un prodotto a proprietà riservata richiederebbe la pubblicazione di tutti i codici-sorgente sotto GPL». (http://news.com.com/Sprucing+up+open+sources+GPL+foundation/2100-7344_3-5501561.html?tag=nefd.lede) RICHARD STALLMAN SUI PRINCIPÎ DEL FREE SOFTWARE «Il mio lavoro al free software è motivato da un fine idealistico: difondere la libertà e la cooperazione. Voglio far sì che il free software si diffonda, sostituendo il software di proprietà, che proibisce la cooperazione, e così rendere la nostra società migliore. Questo è il motivo basilare per cui la GNU General Public License è scritta nel modo in cui è scritta – come “copyleft”. Tutti i codici aggiunti a un programma coperto da GPL devono essere free software, anhe se sono aggiunti in un file separato. Iorendo il mio codice accessibile all’uso nel free software, e non all’uso nel senso del software di proprietà, ma per incoraggiare anche altre persone che programmano software a renderlo gratuito. Penso che,dal momento che i programmatori di software di software di proprietà usano il copyright per impedirci di condividere, noi coop’eratori possiamo usare il copyright per concedere agli altri cooperatori un utile personale: loro possono usare il nostro codice» (http://www.gnu.org/philosophy/pragmatic.html ) Un’intervista, in francese, a Stallman è disponibile su: http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=214 RICHARD STALLMAN SUL PERCHÉ È ACCETTABILE CHE IL FREE SOFTWARE SI PAGHI «La parola “free” ha due significati generali riconosciuti; può riferirsi sia alla libertà sia al prezzo. Quando parliamo di “free software”, parliamo di libertà, non di prezzo. (Pensate a “libera opinione”, non a “birra gratis”). Nello specifico, significa che un utente è libero di far funzionare il programma, di cambiare il programma e di ridistribuirlo con o senza modifiche. I programmi free a volte sono distribuiti gratis, a volte lo sono ad un prezzo sostanzioso. Spesso lo stesso programma lo si trova in entrambe le forme, a seconda del luogo. Il programma è free non per quantoriguarda il prezzo, ma perché gli utenti hanno la libertàdi usarlo» (http://www.gnu.org/philosophy/selling.html )

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Steve Weber, professore di scienze politiche alla U.C. Berkeley, sostiene: «che la comunità dell’open source ha costruito una mini-economia attorno alla nozione controintuitiva che il diritto di proprietà basilare bel codice del softare è il dirittoa distribuire, non a escludere. E funziona! È un pensiero profondo e ha implicazioni molto più generali peri regimi dei diritti di proprietà che puntellano le altre industrie, dalla musica ai film alla farmaceutica. L’open source sta trasformando il modo in cui pensiamo ai prodotti “intellettuali”, alla creatività,alla cooperazione e alla proprietà – temi che, a loro volta, daranno forma al tipo di società, di economia e di comunità che stiamo costruend nell’era digitale» (discorso editoriale)

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ANALISI COMPLESSIVA DELL’ASSORBIMENTO COMMERCIALE DI SOFTWARE OPEN SOURCE, aggiornamento al giugno 2005

«E così Linux ha inaugurato il suo uso commerciale. La sua prima, e ancora più riuscita, nicchia è stata quella dei server web; da almeno cinque anni, la maggioranza dei server del web mondiale usano software open source. Poi, parecchi anni fa, la IBM ha cominciato a contribuire con denaro e programmatori ai lavori open source. La IBM, la Intel e la Dell hanno investito in Red Hat Software, il principale distributore commerciale di Linux, e Oracle ha modificatoi suoi prodotti in database per lavorare con Linux. A fine 2003, la Novell ha annunciato l’acquisto di SuSE, un piccolo distributore tedesco di Linux, per più di 200 milioni di dollari. La IBM ha investito 50 milioni di dollari nella Novell. IBM, Hewlett-Packard e Dell hanno cominciato a vendere hardware con Linux preinstallato. La IBM supporta anche la Fondazione Mozilla, che ha sviluppato il browser open source Firefox, e insieme a Intel, HP e altre compagnie di recente ha creato l’Open Source Development Labs (OSDL), un consorzio che promuove l’uso commerciale di Linux, che ha ingaggiato Torvalds e altri sviluppatori di open source. Adesso, Linux gira su tutto, dai router da 80 dollari ai telefoni cellulari, agli elaboratori centrali IBM, ed è molto più comune sui PC desktop. La Red Hat è una compagnia ad alto profitto da 200 milioni di dollari, che cresce il 50% all’anno, e i distributori commerciali di open source servono molti importanti mercatini software. Per esempio, nei database, c’è MySQL, che adesso ha entrate annuali che ammontano a circa 20 milioni di dollari e che si raddoppiano di anno in anno. Nei server applicativi, c’è JBoss, e tra i server web server, Covalent. Nel mercato dei server, il possibile dominio di Linux è dato per scontato. Michael Tiemann, il vice-presidente della divisione open source della Red Hat, mi ha detto: “Unix è già sconfitto, e nemmeno la Microsoft puòfar niente. Sarà solo clpa nostra se perderemo”. Naturalmente, la Microsoft, che ha rifiutato tutte le richieste di intervista per questo articolo, vede le cose in maniera diversa. Ma indagini da parte della IDC indicano che nel mercato dei server i guadagni di

Linux crescono a piùdel 40% l’anno, contro il meno del 20% all’anno di Windows. Unix, nel frattempo, è in fase di declino». (Charles Ferguson, Technology Review, June 2005, a http://technologyreview.com/articles/05/06/issue/feature_linux.asp?p=2 )

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LA PROFESSIONALIZZAZIONE DI LINUX Il seguente articolo, tratto da ‘Business Week’, è il risultato di un’analisi approfondita sull’effettiva produzione di Linux:

«Poco compresa dal mondo esterno, la comunità dei programmatori di Linux è diventata, negli ultimi anni, qualcosa di molto più maturo, organizzato ed efficiente. Detto in soldini, Linux è diventato professionale. Torvalds adesso ha un team di sottotenenti, quasi tutti impiegati in compagnie tecnlogiche, che sovrintende lo sviluppo di progetti di alta priorità. Giganti della tecnologia come IBM (IBM), Hewlett-Packard (HPQ) e Intel (INTC), sono riuniti attorno al finlandese, contribuendo con tecnologia, nerbo di mercato e migliaia di programmatori professionisti. La sola IBM ha 600 programmatori che si dedicano a Linux, già dal 1999. c’è pure un consiglio di amministrazione che contribuisce a a fissare le priorità perlo sviluppo di Linux. Non che questa impresa funzioni come un’azienda tradizionale. Non è proprio così. Non ci sono sedi centrali, on ci sono direttori generali, e non ci sono neppure verbali annuali. E non si tratta di una sigola compagnia. Piuttosto, è un’impresa cooperativa, in quanto gli impiegati di circa due dozzine di compagnie, insieme a migliaia di individui, lavorano insieme per migliorare il software Linux. Le compagnie tecnologiche contribuisono ai progetti con azioni di sfruttamento (sweat equità), pagando in gran parte il salario dei programmatori e poi traggono guadagno dalla vendita di prodotti o servizi che riguardano il sistema operativo Linux. Esse non fanno pagare Linux stesso, dal momento che, per le norme della cooperativa, il software è disponibile a tutti gratuitamente» (http://www.businessweek.com/magazine/content/05_05/b3918001_mz001.htm?)

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PRODUZIONE SENZA PRODUTTORE, UN ESEMPIO DAL CAMPO MUSICALE:

«Le compagnie discografiche, le etichette bastardografiche – a chi servono? Non è lì che si fano soldi. Il vero affare lo si fa con i veri utenti – i fan. È con loro che cerchiamo di collegarci», ha detto il musicista, che suona in un gruppo, Frank Black, noto come Black Francis, all’Associated Press questa settimana. «Ad ogni modo, non ho mai creduto molto negli album», ha detto Black. «È con i singoli che la gente ha a che fare». Evidentemente, il gruppo non pensa più di aver bisogno di un’etichetta e, anche se i loro progetti sono ancora informi al momento, l’idea generale è di combinare la vendita di CD dal vivo fatti e poi venduti ai concerti, lo produzione di musica per film e pubblicità e la distribuzione di singoli via internet». (comunicazione, tramite email, di Christophe Lestavel, fonte originaria DM Europe, http://www.dmeurope.com/ )

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PRODUZIONE SENZA UN PRODUTTORE, O L’OFFERTA CHE SI OFFRE DA SÉ:

«Poche persone nel mondo comune si accorgono del fatto che stia sorgendo un tipo di economia radicalmente nuovo – il “mondo dell’offerta” che si offre da sé! Searls ha detto che l’open source è la vittoria della TS – “tecnologia sociale” – sulla TI – tecnologia dell’informazione. Ciò deriva direttamente dai principî comunitari che stanno al cuore di internet – «Nessuno ne è il proprietario. Tutti lo possono usare. Tutti lo possono migliorare». C’è un commento di Searls cui ho pensato e ripensato. Egli ha detto che la parola «autorità» significa che asegnamo a certe persone il diritto di “essere gli autori” di quello che noi siamo. Adesso che l’autorità gerarchica vine soppiantata da un’autorità decentralizzata, reticolare, di fatto “siamo noi tutti gli autori di ciascuno di noi”, (copia da un blog sconosciuto, ricevuta tramite una comunicazione personale)

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Linux riscuote un gran successo in Cina http://www.businessweek.com/technology/content/nov2004/tc20041115_4873_tc057.htm? FIREFOX, IL BROWSER ALTERNATIVO

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«Martedì, è arrivata la risposta a IE: un browser sicuro, gratuito, veloce, semplice e compatibile chiamato Mozilla Firefox. Il Firefox (disponibile per Win 98 o versioni successive, Mac OS X e Linux su www.mozilla.org) èun rivale improbabile, sviluppato da u piccolo gruppo non-profit con un copioso aiuto di volontari. Il suo codice risale a Netscape e al suo successore open source, Mozilla, ma nei due anni passati da quando Firefox ha debuttato come minimale diramazione, in semplice funzione di browser, di quei pacchetti estensivi, esso è diventato un prodotto notevole. Firefox mostra un’elegante semplicità entro e fuori» (http://www.nytimes.com/2004/12/19/business/yourmoney/19digi.html?th) IL DESKTOP LINUX «come sistema operativo per desktop, esso sostituisce MS Windows con Linspire Lindows, Gnome, o BeOS Max; come servizio di instant messaging, sostituisce AOL AIM con Jabber; come pacchetto office, sostituisce MS Office con OpenOffice o Gnome Office; come programma di contabilità, sostituisce Inuit con Compiere; come gestione di progetti, sostituisce IBM Lotus Notes con Horde Project, o Net Office Project; come programma di database, sostituisce MS Access con Twiki, Druid, Gnome DB; come FAX MGT, sostituisce Esher VSI Fax con HylaFax o Mgetty+Sendfax; per il browsing, sostituisce Internet Explorer con Firefox». (comunicazione persoale, ispirata a un articolo apparso su ‘Wired’)

Mono è un’alternativa open-source alla Microsoft. Specificazioni online al sito http://www.mono-project.com/about/index.html

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Un’approfondita serie di articoli sull’uso http://www.infonomics.nl/FLOSS/report/, giugno 2002

di

metodologie

FLOSS

e

sulla

loro

istituzionalizzazione,

qui:

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Wikipedia.org. I pro e i contro di Wikipedia (a pragone con la tradizionale produzione enciclopedica) sono discussi in questo articolo: http://soufron.free.fr/soufron-spip/article.php3?id_article=57

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ESEMPIO DI INNOVAZIONE COME PROCESSO DIFFUSO, da un articolo di ‘Business Week’

«Per farsi un’idea di uanto sia diventato diffuso il processo di innovazione, cercate di smontare la vostra nuova agenda elettronica, o il vostro telefonino-videocamera digitale, il vostro portatile, o il vostro apparecchio per la televisione via cavo. Probabilmente vi troverete una virtuale società delle nazioni di fornitori di proprietà intellettuale. Il processore centrale potrebbe essere della Texas Instruments (TXN ) o della Intel, e il sistema operativo della BlackBerry (RIMM), della Symbian o della Microsoft. Lo schema dei circuiti potrebbe esser stato progettato da ingegnericinesi. Le dozzine di chip specifici e i blocchi per i software integrati responsabili della radiosità della visuale o della limpidezza del suono potrebbero enire da progettist di chip di Taiwan, Austria, Irlanda o India. Il display a colori probabilmente è stato prodotto in Corea del Sud, le lenti ad alta risoluzione in Giappone o Germania. Le connessioni cellulari potrebbero essere d’origine nordica o francese. Se il dispositivo ha la tecnologia Bluetooth, che permette alle applicazioni digitali di comunicare l’un con l’altra, esso potrebbe esser stato venduto dalla IXI Mobile Inc., una delle dozzine di compagnie israeliane di telecomunicazioni wireless, generate dall’industria militare di difesa» (http://www.businessweek.com/magazine/content/04_41/b3903409.htm?)

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LA SOCIALIZZAZIONE DELL’INNOVAZIONE “AL DI FUORI” DELL’IMPRESA

«Soltanto una frazione delle inovazioni estetiche prodotte nella società si manifesta all’interno della relazione lavorativa salariata. Cioè, nello spazio che Tessa Morris-Suzuki ha definito come «pre-produzione», cioè nei laboratori e nelle agenzie pubblicitarie. La maggior parte dell’inovazione estetica ha luogo “dopo la produzione”. Si manifesta “dopo” la relazione di lavoro salariale, nel consumo, nelle comunità, per strada, nei cortili delle scuole. È qui che la fabbrica sociale lancia la sua lunga ombra. La fabbrica sociale è un luogo senza mura, senza cancelli e senza capo, – eppure disgregato dall’antagonismo» (Jan Soderbergh in http://info.interactivist.net/article.pl?sid=04/09/29/1411223) Il contributo di Tessa Morris-Suzuki su menzionato è stato tratto dalllo scritto: Jim Davis, Thomas A. Hirschl & Michael Stack (a cura di), Cutting edge: technology, information capitalism and social revolution, 1997

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ESEMPI DI COMUNITÀ D’INNOVAZIONE DI UTENTI IN ATTIVITÀ

La tecnologia di identificazione musicale Gracenotes è tata quasi interamente prodotta da appassionati di musica, http://www.wired.com/news/digiwood/0,1412,64033,00.html?. Ma poiché è diventata privata, è stato creato MusicBrainz, una vera alternativa open source; iPodLounge contiene più di 220 progetti creativi per gli iPod futuri http://www.wired.com/news/mac/0,2125,63903,00.html?

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Produzione e marketing “operati dagli utenti”, numero speciale del bollettino ‘Trendwatching’, maggio 2005 URL = http://www.trendwatching.com/newsletter/newsletter.html

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UNA RIUSCITA ADOZIONE AZIENDALE DEL MODELLOPARTECIPATIVO: IL CASO SEMCO Nel libro The Seven-Day Weekend: Changing the Way Work Works, il direttore generale Ricardo Semler spiega

i provvedimenti che ha adottato per far ottenere il successo alla sua cmpagnia, facendo affidamento sulle capacitàdi auto-organizzazione dei suoi lavoratori. Una paradossale realizzazione, dall’alto al basso, della cultura hacker: «* Riunciare al controllo (cioè: niente organigramma, niente uniforme, niente uffici o linee di gestioni fissi;

completa flessibilità per tutti i lavoratori, compresi quelli alle catene di montaggio). * Condividere le informazioni (cioè: rendere pubblici tutti i salari e invitare tutti a frequentare i consigli d’amministrazione; la Semler condivide anchei calcoli di profitto con gli utenti). * Incoraggiare l’autogestione (cioè: costringere le persone a pensare indipendentemente, a fare domande su tutto e a risolversi da sole i problemi; evitare di arrendersi quando sorgno problemi). * Scoraggiare l’uniformità (cioè: ruotarei lavori, consentire estrema flessibilità nel lavoro e nel pagamento)».

(fonte: l’intervista qui riportata: http://www.opensourcetutorials.com/tutorials/Server-Side-Coding/Book-Reviews/theseven-day-weekend/page1.html)

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PUBBLICITÀ INFLUENZATA DALL’UTENTE

Sempre più utenti distribuiscono da sé informazioni sui prodotti e sui servizi che apprezzano; si veda l’articolo di ‘Wired’ su una famosa pubblicità dell’iPod fatta da un utente: http://www.wired.com/news/mac/0,2125,66001,00.html

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Una spiegazione del concetto di «intelletto generale»: http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=476 CAPITALISMO COGNITIVO

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«La thèse défendue ici sera celle d'une nouvelle “grande transformation” (pour reprendre l'expression de Karl Polanyi) de l'économie et donc de l'économie politique (…) Certes, ce n'est pas une rupture dans le mode de production car nous sommes toujours dans le capitalisme, mais les composantes de ce dernier sont aussi renouvelées que celles du capitalisme industriel ont pu l'être par rapport au capitalisme marchand (en particulier dans le statut du travail dépendant qui passe du second servage et esclavage au salariat libre). Pour désigner la métamorphose en cours nous recourrons à la notion de capitalisme cognitif comme troisième espèce de capitalisme. » Yann-Moulier Boutang in http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=1656; vd anche http://www.ishlyon.cnrs.fr/labo/walras/Objets/New/20021214/YMB.pdf Auto-organizzazione e cooperazione nel capitalismo cognitivo, numero speciale della rivista ‘Solaris’: http://bibliofr.info.unicaen.fr/bnum/jelec/Solaris/d05/5introduction.html, http://biblio-fr.info.unicaen.fr/bnum/jelec/Solaris/d05/5link-pezet.html LIBRI E ARTICOLI SUL CAPITALISMO COGNITIVO Carlo Vercellone (dir.), Sommes-nous sortis du capitalisme industriel?, La Dispute, 2003. // André Gorz, L’immatériel, Galilée, 2003. Critica, da parte del trotzkysta francese Michel Husson, in: “Sommes nous entrés dans le capitalisme cognitif? » ‘Critique communiste n°169-170’, estate-autunno 2003

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LA REGULATION SCHOOL: DOCUMENTI

Alcuni articoli e saggi recenti, tratti da un bollettino associato alla Regulation school, vi daranno un’idea dell’ottima qualità e del livello di interesse della loro produzione: Sul concetto di «beni pubblici mondiali», si veda: http://www.upmf grenoble.fr/irepd/regulation/Lettre_regulation/lettrepdf/LR48.pdf; sulla corrente fase dell’insostenibile egemonia americana, si veda: http://www.upmf-grenoble.fr/irepd/regulation/Lettre_regulation/lettrepdf/LR46.pdf ; sulla ncessità di riconsiderare le nostre vecchie nozioni di produttività, che non hano portata rispetto alla situazione corrente, si veda: http://www.upmf-grenoble.fr/irepd/regulation/Lettre_regulation/lettrepdf/LR43.pdf; una panoramica sui regimi di proprietà intellettuale e sulla loro evoluzione: http://www.upmfgrenoble.fr/irepd/regulation/Lettre_regulation/index.html

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SULLE AVVILENTI CULTURE CORPORATIVE

«Se sia in risposta al fatto che noi sentiamo che esiste per noi una nuova possibilità all’orizzonte dei nostri correnti modi d’essere, o se abbia a che fare col fatto che avvertiamo una mancanza, è difficile stabilirlo. Ma, sia quel che sia, non c’è dubbio che c’è un crescente riconoscimento del fatto che i sistemi amministrativi ed organizzativi, all’interno dei quali abbiamo cercato per molto tempo di rapportarci l’un con l’altro e di relazionarci con i nostri vicini, ci stano mutilando. C’è qualcosa che non quadra. In essi non c’è posto per noi, per la nostra umanità. Mentre la rivoluzione dell’informazione ci esplode tutt’intorno, c’è una crescente consapevolezza del fatto che quei momenti in cui siamo più autenticamente vivi e capaci di comunicare le nostre, uniche, reazioni creative agli altri e alle alterità che ci circondano (e loro a noi), vi vengono sottratti. In un mondo sovrappopolato, sembra che ci siano sempre meno persone con cui parlare – e sempre meno tempo in cui farlo» (http://pubpages.unh.edu/~jds/ )

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LA “GESTIONE PER OBIETTIVI” COME STRUTTURA FEUDALE
di Robert Jackall, Moral Mazes, 1988, di fatoun approfondito studio antropologico sulla forma moderna dell’impresa

«Quando i manager descrivono il loro lavoro aun profano, quasi sempre la prima cosa che dicono è: “Lavoro per [Bill James]”, oppure “Faccio rapporto a [Harry Mills]”. E poi, proseguendo, on fanno che descrivere le loro effettive funzioni di lavoro (…) Il meccanismo incrociato fondamentale della [moderna cultura aziendale] è il suo sistema di riferimenti [reporting system].

Ogni manager(…).parla dei suoi obblighi verso il capo; questo capo assume questi obblighi e quelli degli altri subordinati e, a sua volta, rinvia al suo capo (…) Questo sistema della “gestione per obiettivi”, come solitamente è chiamata, crea una catena di rinvii che va dal direttore generale fino all’ultimo product manager o rappresentante d’azienda. In pratica, esso dà anche forma a una disposizione autoritaria patrimoniale che è cruciale per definire sia le esperienze immediate sia l scelte di carriera a lungo termine dei singoli manager. In questo mondo, un subordinato deve fedeltà innanzitutto al suo capo diretto» Moral Mazes prosegue descrivendo come i capi usino ambiguità coi loro subordinati (e altri sotterfugi più o meno inconsapevoli) per mantenere il potere di guadagnare credito e allontanare le colpe, la qual cosa tende a perpetuare la personalizzazione dell’autorità. A differenza di una normale burocrazia à la Max Weber, che è vincolata alla procedura e guidata da norme, una burocrazia patrimoniale è un insieme di feudi gerarchici definiti dal potere e dal patronato personali.

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DAVID ISEN SULLA NATURA INADEGUATA DELL’ORGANIZZAZIONE PIRAMIDALE

«Quando c’è una buona notizia, il credito cresce – così il capo, che personifica l’organizazione, appare in buona luce presso i superiori. E allora il creditocresce ancora. Quando c’è una cattiva notizia, è prerogativa del capo trasferirela colpa sui subordinati, per evitare che essa “salga di grado”. Cattive otizie che non possoo essere contenute minacciano la posizione di un capo; se succede qualcosa di male, arriverà la condanna. È per questo che sparano agli informatori. Perché così è pù facile ignorare le cattive notizie. Così, l’azienda chimica Jackall’s ha premurosamente ignorato una questione di manutenzione da similionidi dollari finché non è esplosa (letteralmente) in un problema da 150 milioni di dollari. “Prendere una decisione prima del tempo rischia di proocareuna catastrofe politica”, ha detto un manager, giustificando la manutenzione differita. Poi, una volta successo il pasticcio, un altro manager, sollevato dall’incarico, ha detto: “La decisione [di ripulire tutto] si è presa da sola”. (http://isen.com/archives/990601.html)

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IL “SOCIOLOGO DEL LAORO” FRANCESE PHILIPPE ZAFIRIAN, SUL DISAGIO DEI LAVORATORI NELL’IMPRESA CONTEMPORANEA

«Depuis plusieurs années, les enquêtes nationales ne cessent de nous indiquer une nette dégradation des conditions de travail, telle que les salariés la vivent et la déclarent. Les enquêtes sociologique de terrain le confirment : c'est à un phénomène de vaste ampleur que nous avons affaire. Les individus au travail souffrent et ils l'expriment. On pourrait certes débattre des moteurs internes de cette souffrance : tous les chercheurs ne sont pas d'accord sur ce point. Mais il me semble qu'une réalité s'impose, par son évidence et son importance : les salariés plient sous la pression, elle les écrase. La pression n'est pas simple contrainte. Toute personne se développe en permanence, dans sa vie personnelle, dans un réseau de contraintes. Les indicateurs de cette pression, nous les connaissons bien : débit, rendement, délais clients, challenges, pression des résultats à atteindre, précarité de la situation, organisation de la concurrence entre salariés, salaire individuel variable… On y relève à la fois la reprise de vieilles recettes tayloriennes, mais aussi quelque chose de nouveau, de plus insidieux : la pression sur la subjectivité même de l'individu au travail, une force qui s'exerce sur son esprit, qui l'opprime de l'intérieur de lui-même, qui l'aliène. Mais il existe une autre facette de la situation actuelle : la montée de la révolte. Celle-ci transparaît beaucoup moins dans les statistiques ; elle s'extériorise moins en termes de conflits ouverts. Toutefois, pour un sociologue qui mène en permanence des enquêtes de terrain, le fait est peu contestable. On peut pressentir l'explosion d'une révolte d'une portée équivalente à celle qui a secoué la France à la fin des années 60, début des années 70, lors des grandes insurrections des O.S (red : ‘Ouvriers Specialises’)., quelles que soit les formes d'extériorisation qu'elle prendra. La révolte n'est pas simple réaction à la pression. Elle a des causes plus profondes. Elle renvoie d'abord à une évolution profonde, irréversible, de la libre individualité dans une société moderne. Elle touche enfin à ce phénomène important : à force de devoir se confronter à des performances, à des indicateurs de gestion, à une responsabilité quant au service rendu à l'usager ou au client, les salariés ont développé une intelligence des questions de stratégie d'entreprise. Ils jugent, et d'une certaine manière comprennent les politiques de leurs directions, voire en situent les contradictions et insuffisances. Mais il leur est d'autant plus insupportable d'être traités comme de purs exécutants, des machines sans âme et sans pensée propre, d'être en permanence mis devant le fait accompli. Je pense que notre époque connaît un véritable renversement : bien des salariés de base deviennent plus intelligents que leurs directions et que les actionnaires, au sens d'une pensée plus riche, plus complexe, plus subtile, plus compréhensive, plus profondément innovante.» (il sito web personale di Zafirian: http://perso.wanadoo.fr/philippe.zarifian/) Si vedano anche questi due importanti contributi sulla «nuova natura del laoro»; tre tesi di Philippe Zafirian basate su sette anni di studio in istituzioni e copagnie digrosse dimensioni: http://seminaire.samizdat.net/article.php3?id_article=22; tre tesi sul lavoro e sul capitalismo cognitivo, di Patrick Dieuaide: http://seminaire.samizdat.net/article.php3?id_article=12

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ESTRATTO DAL RETRO-COPERTINA DI THE HACKER ETHIC, DI PEKKA HIMANEN:

«Quasi un secolo fa, Max Weber spiegò lo spirito che animva l’era industriale, l’etica protestante. Adesso, Pekka Himanen – insieme a Linus Torvalds e Manuel Castells – spiega come gli hacker rappresentino un nuovo, contrastante ethos per l’era dell’informazione. Le basilari creazioni tecniche degli hackers – come internet e il personal computer, che sono diventati simboli del nostro tempo – sono i valori hacker che ha prodotto questo ethos e chelanciano una sfida a noi tutti. questi valori hanno favorito un lavoro appassionato e liberamente scandito; la credenza che gli individui possono creare grandi cose unendo le forze in modi fantasiosi; e la necessità di conservare le nostre esistenti idee etiche, come la privacy e l’uguaglianza, nella nuova, sempre più tecnologizzata, società».

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L’insoddisfazione della forza-lavoro: una corrispondenza dalla Francia

«La prise de distance d'un nombre croissant de salariés vis-à-vis du monde de l'entreprise …[est] un mouvement qui concerne l'ensemble des pays développés, bien au-delà d'un éventuel "effet 35 heures" franco-français. "L'adhésion des quadras n'a plus rien à voir avec celle des baby boomers de 55 ou 60 ans, qui ont pourtant connu ou fait Mai 68, mais qui n'ont pas, pour autant, remis en cause l'entreprise", reconnaît Jean-René Buisson, ancien directeur général des ressources humaines de Danone, désormais président de l'Association nationale des industries agroalimentaires (ANIA). Un constat quantifié par un récent sondage de la société Chronopost : désormais seul un salarié de moins de 35 ans sur cinq déclare "s’Impliquer beaucoup ou essentiellement dans -sa- vie professionnelle". Toutes générations confondues, sept personnes sondées sur dix affirment avoir "un rapport au travail qui connaît une barrière : la vie privée". Un basculement des mentalités que M. Buisson date d'il y a "un peu moins de dix ans, quand les entreprises ont mis en œuvre des phases lourdes de restructuration". Des phases d'autant plus mal vécues qu'elles ont touché des salariés qui avaient beaucoup donné à l'entreprise. "Dans les années 1970 et 1980, les sociétés ont demandé aux salariés non seulement de faire mais d'aimer leur travail, analyse Patrick Légeron, psychiatre et dirigeant du cabinet Stimulus. Puis est venu le temps des plans sociaux, dont même les salariés les plus dévoués ont été victimes. Les jeunes qui prennent de la distance, ce sont les enfants de ceux qui ont vécu ces bouleversements." Pour M. Légeron, auteur du livre Le stress au travail (Odile Jacob Poches, 2003), "nous assistons à un mouvement de balancier : après le surinvestissement, c'est le temps du recul, voire celui du désinvestissement". Un nouvel état d'esprit que résume Gilles Moutel, PDG de Chronopost : "Avant, l'équation était simple : si un salarié donnait beaucoup à une entreprise, elle le lui rendait. Maintenant, du fait de l'instabilité économique, les salariés doutent de la pérennité d'une telle équation." Les entreprises, qui continuent à utiliser des outils de management imaginés dans la seconde moitié du XXe siècle, se retrouvent dans une situation paradoxale. Elles doivent employer des personnes "qui ont du mal à croire dans les mots de l'entreprise" explique le docteur Marc Banet, médecin du travail chez Alcan-Pechiney. "Les sociétés ont beau afficher des chartes et des valeurs, les salariés y croient de moins en moins", renchérit le psychiatre Laurent Chneiweiss co-auteur de L'anxiété (Odile Jacob, 2004). "Les salariés restent pour la majorité d'excellents petits soldats, ajoute le Dr Banet. Mais les liens avec leur employeur se sont distendus. Ils se disent que s'ils ont une opportunité, ils s'en vont». (http://www.lemonde.fr/web/article/0,1-0@2-3234,36-377014,0.html)

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ANDREAS WITTEL SULLA SOCIALITÀ DI RETE

«Il termine “socialità di rete” puòesrecompreso come opposto a “comunità”. La comunità implica stabilità, coerenza, l’esser-situati e l’appartenenza. Essa comporta legami solidi e di lunga durata, prossimità e una storia o tradizione comune del collettivo. La socialità di rete sta in contrapposizione alla Gemeinschaft. Essa non rappresenta l’appartenenza, ma l’integrazione e la disintegraizone… Nella socialità di rete i rapporti sociali non sono “tradizionali”, ma informazionali; non sono basati su una mutua esperienza o sulla storia comune, ma innazitutto su uno scambio di dati e sul “coinvolgimento”. Le tradizioni sono basate sulla durata, laddove l’informazione è definita dall’effimero. La socialità di rete consiste in rapporti sociali fuggenti e transitori, quanto iterativi; in incontri effimeri ma intensi. La socialità tradizionale spesso dà luogo a organizzazioni burocratiche. Nella socialità di rete, il legame sociale agente non è burocratico ma informazionale; lo si crea in un progetto a partire da una base progettuale, dal movimento delle idee, dal sistema di standard e protocolli meramente temopranei, e dalla creazionee protezione dell’informazione di proprietà. La socialità di rete non è caratterizzata da una separazione, ma da una combinazione di lavoroe di gioco. Trova fondamento nella tecnologia della comunicazione e del trasporto. La rete…, credo che sia un passo in avanti rispetto ai regimi della socialità in sistemi sociali chiusi, verso regimi di socialità in sistemi sociali aperti. Sia le comunità sia le organizzazioni sono sistemi sociali con chiari confini, con un interno ed un esterno altamente definiti. Le reti, al contrario, sono sistemi sociali aperti»
(fonte: work-in-progress)

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UNO SGUARDO SULL’ETICA HACKER DI RICHARD BARBROOK, NEL “MANIFESTO PER GLI ‘ARTIGIANI DIGITALI’”

«4. Daremo forma a nuove tecnologie dell’informazione secondo i nostri interessi. Benché esse si siano in origine sviluppate per rafforzare il potere gerarchico, il pieno potenziale della rete e dei computer può essere attualizzato solo mediante il nostro lavoro autonomo e creativo. Trasformeremo le macchine del dominio nelle tecnologie della liberazione. 9. Per quelli di noi che vogliono davvero essere creativi negli ipermedia e nel mondo dei computer, l’unica sluzione pratica diventare artigiani digitali. La rapida diffusione dei personal computer e, adesso, della rete sono le espressioni tecnologiche di questo desiderio di lavoro autonomo. Fuggendo dai meschini controlli di fabbrica e di ufficio, possiamo riscoprire l’indipendenza individuale di cui godevano gli artigiani durante il proto-industrialismo. Ci rallegriamo del privilegio di diventare artigiani digitali. 10. Creiamo artefatti virtuali per soldi e per divertimento. Lavoriamo sia all’interno dell’economia della merce e del denaro sia nell’economia deldono tipica della rete. Quando otteniamo un contratto, siamo felici di guadagnare abbastanza per pagarci ciò dicui abbiamo bisogno e i lussi grazie ai nostri lavori da artigiani digitali. Allo stesso tempo, ci piace esercitarele nostre abilità per il nostro divertimento e per la comunità. Che lavoriamo per denar o per divertimento, ci gloriamo sempre delle nostre capacità artigianali. Traiamo godimento nello spingerei limiti culturali e tecnici più in avanti possibile. Siamo i pionieri del moderno» (http://www.hrc.wmin.ac.uk/hrc/theory/digitalArtisans/t.1.1.1 )

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SULLA NECESSITÀ DELLA COLLABORAZIONE APERTA

«La libera condivisione dell’informazione – in questo caso, il codice, in contrapposizione allo sviluppo del software – non ha niente a che fare con l’altruismo o con una specifica concezione sociale anti-autoritaria. Essaè motivata dal fatto che in un processo collaborativi complesso, è di fatto impossibile distinguere tra la “materia grezza” che entra in un processo creativo ed il “prodotto” che ne viene fuori. Perfino i più grandi innovatori riappoggiano sulle spalle dei giganti. Tutte le nuove creazioni sono fondate su creazioni precedenti e, a loro volta, fungono da fondamento per le creazioni future. La capacità di usare liberamente e di raffinare quelle precedenti creazioni accresce la possibilità diuna futura creatività»

(http://news.openflows.org/article.pl?sid=02/04/23/1518208 )

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APPROCCIO PROPRIETARIO CONTRO APPROCCIO OPEN SOURCE

«Nonostante tutti i suoi difetti, il modello open source ha notevoli vantaggi. Il più profondo e anche più interessante di questi vantaggi è che, pr dirla in soldoni, l’open source tiene lontane le stronzate dal software. Esso ridimensiona pesantemente la possibilità di sbarramento “proprietario” – dove gli utenti diventano ostaggi dei distributori di software di cui essi comprano i prodotti – e perciò elimina la tentazione, tipica dei venditori, di utilizzare i molti trucchi che essi tradizionalmente usano l’un con l’altro o con i loro utenti. La trasparenza implicita nel modello open source limita anche la segretezza e rende più difficile evitare la responsabilità per un lavoro fatto male. Le persone scrivono il codice in maniera diversa quando sanno che il mondo li sta osservando. Allo stesso modo, le aziende informatiche si comportano differentemente quando sanno che gli utenti che non apprezzano un prodotto possoo aggiustarlo loro stessi o passare a un altro fornitore. Dalle prove a nostra disposizione, emerge che la segretezza e gli intrighi associati alla tradizionale produzione del software di proprietà generano costi, inefficienze e risentimento enormi. Se si offre loro un’alternativa, molte persone la accetteranno al volo» Charles Ferguson, “Technology Review”, June 2005, su http://technologyreview.com/articles/05/06/issue/feature_linux.asp

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COINVOLGIMENTO FLESSIBILE

«U na caratteristica spesso sottovalutata della collaborazione open source è il grado flessibile di coinvolgimento in, e della responsabilità per il processo che possono essere integrati. Gli ostacoli alla partecipazione sono estremamente labili. I contributi di valore posono limitarsi al singolo, a un singolo lavoro – un elenco dei bug, un commento acuto in una discussione. Cosa parimenti imporante, però, è il fatto che i contributi non sono limitati solo a questo. Ci sono molti progetti che hanno anche partecipanti dedicati, a tempo pieno, spesso pagati, che costituiscono il nucleo del sistema – come quelli che mantengono il kernel, i redattori di un sito slash. Tra questi due estremi – singolo contributo e partecipazione a tempo pieno – sono possibili ed utili tutti i tipi di coinvolgimento. Èanche facile salire o scendere lungo la scala del coinvolgiento. Dunque, le persone dedicate si assumono la responsabilità quando investono del tempo nel progetto, e la lasciano quando smettono di essere coinvolti pienamente. Le gerarchie sono fluide e basate sul merito, quale che sia il significato di “merito” per i pari. Questo rende anche difficile per i membriaffermati continuarea mantenere le loro poizioi quando smettono di contribuire con interventi di valore» (http://news.openflows.org/article.pl?sid=02/04/23/1518208 )

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GLI HACKER SONO MOTIVATI DALL’APPRENDIMENTO i programmatori sono interessati allo e motivati dallo sviluppo personale e dal valore d’uso del prodotto,

secondo questa inchiesta: http://opensource.mit.edu/papers/lakhaniwolf.pdf

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EBEN MOGLEN SUL COSTO MARGINALE DELLA RIPRODUZIONE DI INFORMAZIONI

«La conversione alla tecnologia digitale implica che ogni opera di utilità o estetica, ogni programma per computer, ogni pezzo musicale, ogni prodotto artistico, visuale o letterario, ogni opera video, ogni informazione utile – l’orario dei treni, il curriculum universitario, una mappa, una cartina – ogni informazione utile o bella possa essere distribuita a tutti allo stesso costo con cui la si distribuisce a uno. Per la prima volta nella storia umana, ci troviamo in un’economia nella quale i beni più importanti hanno un costo marginale pari a zero» (http://moglen.law.columbia.edu/publications/maine-speech.html)

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UN PROGETTO “OPEN SOURCE” SU BASE WEB DI DESIGN INDUSTRIALE

«ThinkCycle è un progetto di design industriale su base web che consocia ingegneri, designer, accademici e professionisti provenienti da diverse discipline. Presto vi si sono buttati dentro con entusiasmo dei fisicie degli ingegneri – che esaminano i progetti e indicano nuove direzioni. In qualche mese, il team di Prestero ha trasformato i suggerimenti in un’igegnosa soluzione. Traendo ispirazione da un attrezzo chiamato rotametro, usato nell’ingegneria chimica, il gruppo ha elaborato un nuovo sistema introvena di uso intuitivo, anche per gli inesperti. Cosa da evidenziare, il suo costo di produzione è di soli $1.25, e questo lo rende ideale per un utilizzo di massa. Prestero adesso è in trattativa con un’azienda di strumenti medici; il nuovo introvena potrebbe essere disponibile già tra un anno. L’approccio collaborativo di ThinkCycle è modellato su un metodo che da più di un decennio è strettamente collegato con lo sviluppo di software: l’open source. È così chiamato perché la collaborazione è aperta a tutti e il codice-sorgente è liberamente condiviso. L’open source incanala i poteri distributivi di internet, divide il lavoro in migliaia di parti e usa questi pezzi per costruire un insieme migliore – ponendo le reti informali di codificatori volontari in diretta competizione con le grandi corporation. Funziona come una colonia di formiche, dove l’intelligenza collettiva della rete sostituisce ogni singolocontribuente. L’open source, naturalmente, è la magia che sorregge Linux, il sistema operativo che sta trasformando l’industria del software. Linux controlla una crescente percentuale del mercato mondiale dei server e perfino il direttore generale della Microsoft, Steve Ballmer, si è accorto della sua “sfida competitiva per noi e per tutta la nostra industria”. E l’open source software non si limita al solo Linux. Nell’insieme, piùdi 65,000 progetti collaborativi disoftware si trovano su Sourceforge.net, ua stanza di compensazione per la comunità opensource. Il solo successo di Linux ha meravigliato il mondo degli affari». (http://www.wired.com/wired/archive/11.11/opensource.html)

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BIOLOGIA OPEN SOURCE

«Approcci open source sono già emersi nella biotecnlogia. L’impegno internazionale a ordinare in sequenza il genoma umano, per esempio, è somigliato a un’iniziativa open source. Esso ha reso tutti i dati risultanti di pubblico dominio, anziché consentire a un qualsiasi partecipante di brevettare uno dei risultati. L’open source prolifera anche nella bioinformatica, il campo nel quale la biologia incontra la tecnologia dell’informazione. Questo comporta l’effettuazione della ricerca biologica mediante supercomputer anziché provette. Nella comunitàdella bioinformatica, il codice del software ei database sono spesso scambiati secondo una modalità “tu condividi, io condivido”, per il superiore bene di tutti. Evidentemente, l’approccio open-source funziona negli strumenti di ricerca biologica e nelle tecnologie di piattaforma pre-competitive. C’è però da chiedersi se funzionerà ancora a un livello più basso, più vicino al paziente, là dove i costi di sviluppo sono maggiori e i potenziali benefici più diretti. La ricerca open source potrebbe, sembra, dischiudere due aree in particolare. La prima è quella dei composti e farmaci non-brevettabili o i cui brevetti sono scaduti. Questi ricevono pochissime attenzioni dai ricercatori, perché non ci sarebbe modo per proteggere (e così trarre profitto da) una scoperta sulla loro efficacia. Per fare un esempio spesso citato, se l’aspirina curasse il cancro, nessuna azienda si prenderebbe il distubo di avviare gli esperimenti per provarlo, o passare per le pastoie dellìapprovazione regolatoria, dal omento che non si potrebbe brevettare la scoperta. (Di fatto, sarebbe possibile applicare a un processo un brevetto che copra un nuovo metodo di cura, ma vige ancora l’argomento della maggior diffusione) Un sacco di medicine potenzialmente utili potrebbero stare sotto il naso dei ricercatori. La seconda area in cui l’open source potrebbe essere d’aiuto è lo sviluppo di trattamenti per malattie che affliggono piccole quantità di persone, come il morbo di Parkinson, o che sono diffuse principalmente nei Paesi poveri, come la malaria. In taliu casi, semplicemente non c’è un mercato sufficientemente ampio di utenti paganti che giustifichi l’enorme spesa implicata dallo sviluppo di una nuova medicina. L’Orphan Drug Act americano, che fornisce incentivi finanziari per lo sviluppo di medicine utili a un piccolo numero di pazienti, è una possibilità. Ma c’è ancora molt spazio per il miglioramento – ed è lì che l’approccio open source potrebbe avere un ruolo prezioso da giocare». (http://www.economist.com/displaystory.cfm?story_id=2724420)

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ARCHITETTURA OPEN SOURCE

«Questo weblog è stato creato a seguito dell’articolo A communism of ideas, towards an architectural open source practice. Esso propone una riorganizzazione della pratica architettonica al fine di affrontare la diminuita importanza del ruolo dell’architetto nella progettazione spaziale. Anziché proseguire la battaglia degli ego, questo weblog mira ad esplorare nuovi modelli di cooperazione che reinvetino la pratica architettonica e sviluppino nel contempomodelli spaziali innovativi». Maggiori ragguagli ritrovate nell’articolo ‘Towards an architectural open source practice’, sulla pagina web http://www.archis.org/archis_old/english/archis_art_e_2003/art_3b_2003e.html. Si veda anche il blog http://www.suite75.net/blog/maze/. Sul “New York Times Magazine”, David Brooks ha scritto un interessante articolo che descrive lo sviluppo delle exurbia, un paso in avanti rispetto ai sobborghi che sembra presentare principî P2P: si veda http://www.nytimes.com/2004/04/04/magazine/04EXURBAN.html?th . IL METAVERSO OPEN SOURCE «Avendo già avuto esperienza dello stare in balìa di anonimi responsabili delle decisioni di aziende di videogiochi a scopo di lucro, Ludlow è un grande sostenitore di un concetto che si sta affacciando in circoli di giochi online fortemente orientati al multiplayer: il metaverso open source. Costituito da partecipanti indipendenti, il metaverso open source è un mondo virtuale infinitamente estendibile con poche regole e nessun controllo daparte dei tiranni delle grandi aziende. «Il videogioco, anziché essere sviluppato da un’azienda di giochi elettronici, sarebbe sviluppato da molteplici utenti che offrono il proprio tempo in una specie di stile wiki», ha detto Ludlow, professore di filosofia all’Università del Michigan. «È uno scenario diverso, in cui i videogiochi si svilupperebbero in una specie di processo dal basso. La struttura non sarebbe prestabilita, ma si svilupperebbe da numerose persone che cerchino di estendere lo spazio del gioco». Ludlow riconosce che la sua visione di un mondo virtuale totalmente open source è in anticipo di un paio d’anni. Ma non è un semplice vagheggiamento. Ci sono almeno tre gruppi che stano mettendo in pratica qualche forma di piattaforma aperta, multiversale: l’Open Source Metaverse Project, o OSMP, il Croquet Project e MUPPETS. MUPPETS, o Multi-User Programming Pedagogy for Enhancing Traditional Study, è la creatura di Andy Phelps, un assistente di tecnologia dell’informazione al Rochester Institute of Technology. Egli usa il progettot per introdurre gli studenti nuovi al proprio lavoro di corso ncheprima che essi sviluppino sofisticate capacità di programmazione». (http://www.wired.com/news/games/0,2101,65865,00.html?)

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I COSTI DI TRANSAZIONE MENTALE, commento di Clay Shirky:

«Le persone che sostengono i micropagamenti credono che il costo in dollari dei beni sia il motivo principale per cui i lettori si astengono dal comprare contenuti, e che una riduzione del prezzo a livelli di micropagamento permetteranno ai creatori di cominciare a far pagare il loro lavoro senza allontanare i lettori. Questa strategia on funziona, perché l’atto di comprare qualcosa, anche se il prezzo è bassissimo, genera quello che Nick Szabo chiama «costi di transazione mentale», l’energia richiesta per decidere se qualcosa è degna di acquistoo no, a prescindere dal prezzo. L’unico modello di affari che vede passaggio di soldi dal mittente al ricevente senza alcun costo di transazione mentale è il furto, e per molti versi il furto è l’ispirazione inconfessata per i sistemi di micropagamento. Come il colpo del salami slicing nel crimine informatico, i sostenitori del micropagamento immaginano che tali minime somme di denaro possano essere prelevate dall’utente senza che questi se ne accorga, mentre l’intero volume farà ammontare qusti pagamenti a una bella somma per il ricevente. Ma naturalmente gli utenti se ne accorgono, perché gli viene chiesto di comprare qualcosa. I costi di transazione mentale creano un liello minimo di sconvenienza che on può essere rimosso semplicemente abbassando il costo in dollari dei beni.

(http://shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html) Un’altra citazione di Clay Shirky, sul dilemma “fama o ricchezza” «Il fatto che il contenuto digitale possa essere distribuito senza costi aggiuntivi non spiega l’enorme numero di creativi che rendono il proprio lavoro disponibile gratuitamente. Dopo tutto, stanno ancora investendo il loro tempo senza riceverne alcun retribuzione. Perché? La risposta è semplice: i creatori non sono editori, e offrire la possibilità di pubblicare direttamente a loro non li rende editori. Li rende semmai artisti con macchine da stampa. Questo conta, perché i creativi recalamno attenzione, in un modo estraneo all’attenzione richiesta dagli editori. Prima di internet, non c’era molta differenza. La spesa per pubblicare e distribuire materiale stampato è troppo grande affinché esso sia consegnato gratuitamente e in uantità illimitate – anche i libri stampati per vanità hanno un’etichetta col prezzo. Adesso, però, un singolo individuo può servire un pubblico di centinaia di migliaia di persone, per hobby, senza l’intervento di un editore. Questo scioglie l’antica equazione di “fama e ricchezza”. Affinché un autore fosse famoso, molte persone dovevano aver letto, e perciò pagato, i suoi libri. La ricchezza era l’effettocollaterale di una fama in arrivo. Adesso, con la posibilità di pubblicarsi direttamente da sé, molti creativi affrontano un dilemma di fronte al quale non si erano mai trovati: fama o ricchezza?» (http://shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html)

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AARON KROWNE SUI MODELLI DI AUTORITÀ PPC URL = http://www.freesoftwaremagazine.com/free_issues/issue_02/fud_based_encyclopedia/

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Le argomentazioni dei difensori del modello “a proprietario” per Wikipedia soo riassunte in questa pagina web: http://www.kuro5hin.org/story/2004/12/30/142458/25. L’articolo ci dice molto sui tipi di problemi che sorgono all’interno delle comunità P2P. «Secondo problema: la preponderanza di persone sgradevoli, troll, e di chi permette loro di agire. Ho smesso di partecipare a Wikipedia quando il finanziamento per la mia posizione è scaduto. Questo non significa che io sia semplicemente un mercenario; avrei potuto continuare a partecipare, se non fosse stato per una certa atmosfera sociale o politica che avvelenava il progetto. Ci sono molti modi per spiegare questo problema, ed io comicerò con questo: troppo credito e rispetto accordati a persone che in altri contesti di internet sarebbero etichettate come “troll”. C’è una certa mentalità associata ai gruppi di usenet e alle mailing list non moderati, e questa mentalità contamina anche il progetto Wikipedia, che è a gestione collettiva: se si reagisce con vigore al trollaggio, questo puòavere un riflesso negativo su di voi, non (necessariamente) sul troll. Se tentate di rimproverare i troll o esigete che si faccia qualosa contro il costante disturbo dei comportamenti trolleschi, gli altri membri della lista grideranno alla censura, vi attaccheranno e arriveranno perfino a difendere il troll. La commedia si è svolta migliaia di volte ngli anni nei gruppi internet non moderati e, a partire dall’autunno del 2001, anche sulla Wikipedia non moderata. Wikipedia ha, va riconosciuto, fatto qualcosa per contrastare il trollaggio più fastidioso e altri tipi di abuso: c’è un Arbitration Committee che prevede un processo in cui gli utenti più fastidiosi di Wikipedia possono essere espulsi dal progetto. Ma ci sono miriadi di abusi e di problemi che non si possono superare tramite la mediazione, tanto meno arbitrariamente. Alcuni partecipanti al progetto possono risultare, giusto per non essere offensivi, davvero sgradevoli. Ma questo è tollerato. Eppure, per qualsiasi persona che può e vuole lavorare per bene con persone bene intenzionate, sensate e ragionevolmente aggiornate – sarebbe a dire, certamente, la maggior parte delle persone che lavorano alla Wikipedia – la lotta costante può risultare tanto demotivante da farla desistere. Questo spiega perché me ne sono andato; spiega anche perché molti altri, comprese alcune persone estremamente competenti e validissime, hanno lasciato il progetto… Il problema radicale: l’anti-elitarismo, o mancanza di rispetto per la competenza. C’è un problema più profondo – o, quantomeno, io lo considero un problema – che spiega entrambi i problemi cui si è fatto ceno sopra. E questo problema è il seguente: in quanto comunità, Wikipedia on ha un’etica o una tradizione di rispetto per la competenza. Come comunità, lungi dall’essere elitarista (il che significherebbe, in questo contesto, escludere le masse incolte), ssa è anti-elitarista (cosa che, in questo contesto, implica che akka competenza non è concesso alcun rispetto particolare, mentre sono tollerati attacchi e derisioni nei confronti della stessa competenza)… Di conseguenza, quasi tutte le persone in possesso di buona competenza ma con poca pazienza si guarderanno bene dal partecipare a Wikipedia, perché esse – almeno se gli articoli che elaborano sono soggetti a ogni sorta di controversia – saranno costrette a difendere le cose che pubblicano contro gli attacchi dei non-esperti sulle pagine di discussione sugli articoli

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STEPHAN MERTEN, DI OEKONUX.DE, DEFINISCE LA “SOCIETÀ GENERAL PUBLIC LICENSE”

«In ogni società basata sullo scambio – compreso l’ex-blocco sovietico – far soldi è l’ambizione predominante. Poiché una società GPL non sarebbe basata sullo scambio, non ci sarebbe più bisogno di soldi. Anziché il fine astratto della massimizzazione del profitto, il perno di tutte le attività sarebbe lo scopo umanitario di soddisfare i bisogni degli individui, come pure dell’umanità nel complesso. Le accresciute possibilità di comunicazione di Internet diventeranno ancora più importanti rispetto a oggi. Una crescente parte della produzione dello sviluppo avrà luogo su Internet o sarà basata su di esso. Il concetto di “B2B” (business to business), che riguarda il miglioramento del flusso di informazioni tra aziende che producono merci, ci mostra che l’integrazione della produzione nel campo dell’informazione è appena iniziata. Dall’altro lato, il fenomeno già visibile della gente interessata a un’area particolare che si ritrova su Internet diventerà centrale per lo sviluppo di gruppi in grado di svilupparsi autonomamente. La differenza tra consumatori e produttori andrà sempre più svanendo. Già oggi l’utente può personalizzare merci complesse come automobili o mobili fino a un certo livello, il che rende ogni prodotto virtualmente un prodotto individuale, ritagliato sulle necessità del consumatore. Questa crescente personalizzabilità dei prodotti è una conseguenza della flessibilità sempre maggiore delle macchine di produzione. Se questo si combina con un buon software, voi potreste iniziare la produzione di beni materiali altamente personalizzabili che permettano un massimo di sviluppo autonomo – dal vostro web

browser fino al punto di vendita. Le macchine diventeranno ancora più flessibili. Nuovi tipi di macchine già disponibili da alcuni anni a questa parte – i fabber in alcune aree sono già più diffusi dei robotindustriali moderni, per non parlare di macchine stupide come il punzone. La flessibilità delle macchine è una conseguenza del fatto che la produzione materiale è sempre più basata sull’informazione. Nello stesso tempo, la crescente flessibilità delle macchine lascia agli utenti più spazio per la creatività e, perciò, per lo sviluppo personale. In una società GPL non c’è più motivo per la competizione, se non per il tipo di competizione che vediamo negli sport. Al contrario, si avranno vari tipi di fruttuosa cooperazione. Già lo si può vedere oggi non solo nel free software, ma anche (parzialmente) nella scienza e, per esempio, nelle ricette culinarie: immaginate il vostro pasto quotidiano se le ricette fossero di proprietà sclusiva e disponibili solo dopo aver pagato una tassa di concessione, anziché essere il risultato di una cooperazione ondiale di cuochi».

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THINKCYCLE

«ThinkCycle, è un progetto basato sul web di design industriale che mette insieme ingegneri, progettisti, accademici e professionisti provenienti da una varietà di discipline diverse. Presto, vi hanno preso entusiasticamente parte medici e ingegneri – a valutare i progetti e a suggerire nuovi percorsi. In pochi mesi, il team di Prestero ha trasformato i suggerimenti in un’ingegnosa soluzione. Prendendo ispirazione da un attrezzo usato in ingegneria chimica, chiamato rotametro, il gruppo ha elaborato un nuovo sistema introvena che è di facile uso, anche per i lavoratori inesperti. Cosa importante, la sua produzione costa circa 1 dollaro e 25, e questo lo rende ideale per un impiego di massa. Prestero adesso è in trattativa con un’azienda di strumenti medici; la nuova IV potrebbe entrare in commercio a partire da un anno. L’approccio collaborativi di ThinkCycle è modellato su un metodo che da più di un decennio è collegato strettamente con lo sviluppo di software: l’open source». (http://www.wired.com/wired/archive/11.11/opensource.html)

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RISORSE SU EDWARD HASKELL:

Le idee di Haskell's sono ottimamente compendiate da Timothy Wilken su http://www.synearth.net/UCS2-ScienceOrder.pdf e http://www.synearth.net/Order/UCS2-Science-Order.html (si veda, in particolare, il capitolo 5) L’intero testo del libro di Haskell Full Circle lo si può leggere qui: http://www.kheper.net/topics/Unified_Science/index.html; Altri testi importanti sono: The evolution of humanity, qui: http://www.synearth.net/Haskell/FC/FCCh4.htm The basics explained, qui http://futurepositive.synearth.net/2002/07/02

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L’EVOLUZIONE DELLA COOPERAZIONE

«Evolution’s Arrow mostra anche che la stessa evoluzione si è evoluta. L’evoluzione ha progressivamente migliorato la capacità dei meccanismi evoluzionistici di scoprire i migliori adattamenti. E ha scoperto meccanismi nuovi e migliori. Questo libro si concentra sull’evoluzione dei meccanismi evoluzionistici pre-genetici, genetici, culturali e sopra-individuali. E mostra che il meccanismo genetico non è completamente cieco e casuale. Evolution’s Arrow si avvale, poi, di una interpretazione della direzione e dei meccanismi dell’evoluzione che gli permettono di identificare le prossime grandi fasi dell’evoluzione della vita sulla terra – le fasi che l’umanità deve attraversare, se continueremo ad aver sucesso nei termini evoluzionistici. Ci mostra come dobbiamo cambiare le nostre società per portarle a un grado più alto di sviluppabilità, come dbbiamo cambiare noi stessi dal punto di vista psicologico per diventare organismi auto-evolventisi – organismi capaci di adattarsi in qualsiasi modo sia necessario per il futuro successo evoluzionistico, sciolti dal loro passato biologico o sociale. Due fasi critiche saranno la comparsa di un’organizzazione planetaria altamente evolvibile, unificata e cooperativa che sia in grado di adattarsi cme un tutto coerente, e la comparsa di guerrieri voluzionistici – individui che sono consapevoli della direzione dell’evoluzione e che usano la propria consapevolezza evoluzionistica per promuovere e completare il successo evoluzionistico dell’umanità». (http://pespmc1.vub.ac.be/Papers/Review_Complexity.pdf)

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LA LIBERA CONDIVISIONE COME ASPETTO AS DELLA COSTRUZIONE DI CIVILTÀ

«Le rapport gratuit est quand même très différent du rapport marchand, même si le rapport marchand aboutit toujours à un rapport non marchand, à l’usage: quand vous achetez un abricot, il n’est qu’une pure marchandise au moment où vous hésitez entre lui, la pêche ou la grappe de raisins, mais une fois que vous l’avez acheté et que vous le mangez, c’est votre capacité à apprécier son goût qui entre en jeu. La gratuité, c’est un saut de civilisation. A un moment donné, notre problème n’est plus de savoir si, oui ou non, notre enfant va aller à l’école, mais bien comment on va définir le rôle de l’éducation, assurer la réussite scolaire de chacun… Les interrogations gagnent en qualité, en ambition, elles créent du lien social. La société a montré qu’elle savait étendre le champ de la gratuité à des domaines qui n’étaient pas donnés au départ, qui n’étaient pas donnés par la nature, par exemple avec l’école publique ou la Sécurité sociale. Dès lors, il m’a semblé que faire reculer la frontière, identifier les lieux où on peut repousser la limite de ce qui est dominé par le marché et libérer des espaces du rapport marchand, c’était une possibilité très importante, très concrète, très immédiate. Cela ne renvoie pas à des lendemains ou des surlendemains qui chantent; ça peut se faire tout de suite et permettre ainsi d’expérimenter déjà une autre forme de rapport aux personnes et aux choses. La gratuité, rappelons-le, un bien vaut avant tout par son usage et n’a qu’accidentellement une valeur d’échange». (http://www.peripheries.net/g-sagot1.htm )

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STUDI DI COOPERAZIONE E INTELLIGENZA COOPERATIVA

Gli studi di cooperazione sono ben monitorati da Howard Rheingold e da un interoteam di collaboratori sul blog Smartmobs.com. Ecco un sommario di teorie di cooperazione redatto da Paul Pivcevic del sito http://www.cooperativeintelligence.org/. Quello che segue è un sommario di alcune teorie ben-ricercate riguardanti il modo in cui gruppi di persone possono evolversi, valide per ogni tipo di organizzazione.

ATTRIBUTI
GRUPPITUCKMAN

FONDAMENTALI

NELLE

FASI

DELLO

SVILUPPO

DI

TEAM

/

(1965)FORMAZIONE
Il tentativo di stabilire lo scopo primario, la struttura, i ruoli, il leader, i compiti e i rapporti funzionali, e i limiti del teamTURBAMENTO Nascita e trattamento di conflitti attorno a questioni fondamentali riguardanti la fase di formazioneNORMAZIONE Stabilizzazione della dinamica di gruppo e introduzione di norme di gruppo e di modi di lavorare concordatiAZIONE Il gruppo è adesso pronto e libero di concentrarsi principalmente sul suo compito, dedicandosi nel contempo alle esigenze di mantenimento individuale e di gruppo

SCHUTZ (1982)DENTRO O FUORI
I membri decidono se fanno parte del gruppo o noIN CIMA O SUL FONDO Attenzione su chi ha potere ed autorità all’interno del gruppoVICINO O LONTANO Trovare livelli di coinvolgimento ed interesse all’interno dei propri ruoli

WHITTAKER (1970)PRE-AFFILIAZIONE

Senso di disagio, incertezza dell’impegno di gruppo, che è superficialePOTERE E CONTROLLO Attenzione a chi ha potere e autorità all’internodel gruppo. Tentativo di definire i ruoliFAMILIARITÀ Il gruppo comincia a impegnarsi nel lavoro e ogni membro si impegna con l’altroDIFFERENZIAZIONE Capacità a regola d’arte di avere chiarezza riguardo ai ruoli individuali e all’interazioni Ricerca della strutturaESPLORAZIONE Esplorazione dei ruoli e delle relazioni di gruppoPRODUZIONE Chiarezza dei ruoli del team e della sua coesione

HILL &GRUNER (1973)ORIENTAMENTO

BION

(1961)DIPENDENZA SCOTT PECK (1990)PSEUDO-COMUNITÀ

I membri del gruppo investono i leader di tutto il potere e l’autoritàLOTTA O FUGGI I membri del gruppo sfidano i leader o altri membri. Oppure,i membri del team si ritirano.ACCOPPIAMENTO I membri del gruppo formano accoppiamenti, nel tentativo di superare le loro ansie I membri cercano e simulano un atteggiamento di gruppoCAOS Tentativo di stabilire una gerarchia e norme di gruppoVUOTO Abbandono delle aspettative, dei presupposti e della speranza di ottenere alcunchéCOMUNITÀ Accettazione reciproca e concentrazione sul lavoro. Adattata da Making Sense of Change Management, a Complete Guide to the Models, Tools, and Techniques of Organisational Change, Cameron, E and Green, M, Kogan Page, London. 2004

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DEFINIZIONI: INTELLIGENZA COLLETIVA, CO-INTELLIGENZA, PENSIERO DI GRUPPO, INCLINAZIONE CGNITIVA

«È stato Tom Atlee, fondatore del Co-Intelligence Institute, a coniare il termine “co-intelligenza”, che egli solitamente definisce come indicante quello che l’intelligenza sembra quando prendiamo in seria considerazione la totalità, la co-creatività e l’interconnettività della vita. L’intelligenza collettiva è solo una manifestazione della co-intelligenza. Altre manifestazioni di essa sono l’intelligenza multi-modale, l’inteligenza collaborativa, la saggezza, l’intelligenza risonante e l’intelligenza universale» «Groupthink» è un termine coniato dallo psicologo Irving Janis nel 1972 per descrivere un processo per il quale un gruppo può prendere decisioni cattive o irrazionali. In una situazione di “pensiero di gruppo”, ogni membrodel gruppo cerca di conformare le sue opinioni a quello che si crede sia il consenso del gruppo. Ciòà ha a risultato ua situazione in cui il gruppo infine concorda su un’azione che ogni membro normalmente potrebbe considerare dissennata. (…) « e la inclinazione cognitiva individuale. Inclinazione cognitiva è ciascuno dei tantissimi effetti all’osservatore identificati nella scienza cognitiva, compresi errori statistici e di memoria che sono comuni a tutti gli essere umani (identificati per la prima volta da Amos Tversky e Daniel Kahneman) e che alterano seriamente l’affidabilità della prova aneddotica e legale. Essi infettano in maniera rilevante anche il metodo scientifico, che è fatto apposta per minimizzare una tale inclinazione di qualsiasi singolo osservatore». (http://www.co-intelligence.org)

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VERSO SISTEMI MONETARI “SUFFICIENTI” E “RIPERSONALIZZATI”, citazione di Keith Hart

Chiaramente, una radicale riforma monetaria sarà alla base del problema della reazione di una società basata sul P2P. Al postodella situazione attuale, in cui solo il 10% dell’oferta finanziaria raggiunge quelli che ne hanno bisogno, con le piùvaste zone del mondo escluse dai suoi circuiti, abbiamo bisono di un formato monetario che rafforzi lo sviluppo dal basso. Oggi abbiamo la situazione paradossale di un sistema finanziario che è sovrabbondante per coloro che non ne hanno bisogno e scarso in quelle parti del mondo che davero ne necessitano. Leggere Money in an Unequal World. New York-Londra: Texere, 2001, di Keith Hart, è un

buon modo per cominciare ad approcciare una riforma monetaria. «Il denaro è il problema, ma è anche la soluzione. Dobbiamo trovare dei modi per organizzare i mercati come scambio paritario, e questo significa separare le forme monetarie dalle istituzioni capitalistiche, che attualmente le definiscono. Credo che, anziché considerare il denaro come qualcosa di scarso al di là del nostro controllo, potremmo cominciare a rendercelo un mezzo per render conto di quegli scambi le cui conseguenze desideriamo calcolare. I soldi allora diventerebbero foti multiple di credito personale, basandosi sulla tecnologia che ci ha già messo a disposizione le carte di credito. La chiave per la ripersonalizzazione dell’economia è l’informazione a buon mercato. I soldi prima erano impersonali perché era necessario che gli oggetti scambiati a distanza fossero separati dalle parti coinvolte. Adesso, crescenti quantità di informazione possono essere allegate a transazioni che coinvolgono persone di qualsiasi parte del mondo. Questo ci offre la possibilità di creare circuiti di scambio che utilizzino forme monetarie che riflettono la nostra individualità, in modo che il denaro possa diventare sempre più significativo per gonuno di noi come mezzo di partecipazione alle molteplici associazioni cui scegliamo di aderire. Tuttoquesto sta in netto contrasto con il sistema monetario statale del ventesimo secolo, in cui i cittadini facevano parte di una economia nazionale la cui valuta era monopolizzata da una classe politica riuvendicava l’autorità di rappresentatività per gestirne il volume, il costo e la distribuzione» (http://www.thememorybank.co.uk/ ) IL PROGETTO OPEN MONEY «Open money èun mezzo per scambiare liberamente aperto a tutti. Qualsiasi comunità, qualsiasi associazione – proprio tutti – può avere il proprio denaro. Open money è sinonimo di «fate pure» – un invito a venire a giocare, come un libero acesso in libera casa; con collaborazione a mano tesa e aperta a tutti; e un atteggiamento di apertura mentale. Lo scopo del progetto open money è mettere insieme e organizzare le persone e le risorse necessarie allo sviluppo e alla diffusione di denaro libero dappertutto. Il progetto open money èun work in progress – un proseguimento di quasi vent’anni di sviluppo di LETSystem in tutto il mondo, di due progetti community way in Canada, che utlilizzavano smart card, del progetto open money giapponese, e, più recentemente, diun programma di server valutari comunitari, cybercredits. L’intento è quello di sviluppare un kernel open money – un nucleo di file di testo, utilità di amministrazione e sistemi di software che siano sufficientemente compatti e chiari da fare in modo che un’ulteriore elaborazione dell’insieme derivi dagli stessi concetti fondamentali, anziché dalle particolari operazioni dei programmatori e contributori originari. Il kernel open money deve avere una vita propria». (http://www.openmoney.org/ ALTRE INIZIATIVE VALUTARIE COMPLEMENTARI LIBRA project (Milano), http://www.aequilibra.it/; Banca Etica (Padova), http://www.bancaetica.com/; Chiemgauer (Baviera, Germania), http://www.chiemgauer.info/ ; WIR Bank (Swizzera), http://www.wir.ch/ SULLA RIFORMA MONETARIA La dottoressa Margrit Kennedy ne parla su http://www.margritkennedy.de/. Si tratta di uno degli esponenti di spicco in questo campo, avendo pubblicato Interest and Inflation-free Money (il testo completo lo s trova, in inglese, qui: http://userpage.fuberlin.de/~roehrigw/kennedy/english/) Una pagina dedicata ad argomenti relativi alla “economia alternativa”, che parla anche delle valute alternative inGiappone, è disponibile su http://www3.plala.or.jp/mig/econ-uk.html, e sulla RGT Argentina, la più grande rete di scambio non monetariodel mondo.

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Un’enumerazione di metodologie collaborative a supporto tecnologico la si può trovare su: http://www.thataway.org/resources/practice/hightech/intro.html DAVID WEINBERGER, SUL PERCHÉ LA CLASSIFICAZIONE PUÒ ESSERE DIVERSA IN AMBIENTI DIGITALI «Nel mondo fisico, un frutto può pendere da un solo ramo. Nel mondo digitale, gli oggetti possono facilmente

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essere classificati in dozzine o perfino centinaia di categorie diverse; nel mondo reale, molte persone usano ciascun albero. Nel mondo digitale, può esserci un albero diverso per ogni persona. Nel mondo reale, la persona che possiede l’informazione generalmente possiede e controlla anche l’albero che organizza quell’informazione. Nel mondo digitale, gli utenti posono controllare l’organizzazione dell’informazione detenuta da altri» (David Weinberger su Release 1.0.: http://www.release1-0.com/, riprodotto nel blog JOHO blog)

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Alcuni dei siti che hanno introdotto il tagging sono del.icio.us. <http://del.icio.us/> ; Flickr. <http://www.flickr.com/>; Furl, <http://www.furl.net/>

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CLAY SHIRKY SULLA DIFFERENZA TRA TAGGING E METADATA

«Questa è una cosa che isostenitori dei “metadata ben progettati” non hanno mai capito – solo perché è meglio avere metadata ben progettati lungo un asse non è detto che esso sia preferibile lungo tutti gli assi, e l’asse del costo – in particolare – annullerà ogni altro vantaggio, al suo crescere. E il costo per etichettare rigorosamente sistemi estesi è rovinoso, così il sogno di usare

metadata controllati in ambienti come Flickr è davvero il sogno di utenti che improvvisamente decidono di diventare discepoli dell’architettura dell’informazione» (citato da Cory Doctorow nel blog Boing Boing blog, gennaio 2005)

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LA DIFFERENZA TRA PROCESSI PEER TO PEER E VALUTAZIONE ACCADEMICA DEI PARI:

«Uno dei primi antesignani dell’intelligenza open source è il processo della valutazione accademica dei pari. Come l’accademia ha stabilitomoltotempo fa, in assenza di autorità stabili d assolute, la conoscenza va stabilita mediante il processo sperimentale della formazione del consenso. Al cuore di questo processo c’è la valutazione deipari, la pratica dei pari che valutano l’uno il lavorodell’altro, anziché fare affidamento a giudici esterni. I particolari del processo di valutazione sono variabili, a sconda della disciplina, ma il principiodi base è universale. Il consenso non può essere imposto, va raggiunto. Le voci dissenzienti non possono esser fatte tacere, se non tramite l’arduo processo della stigmatizzazione sociale. Naturalmente, non tutti i pari sono davvero uguali, non tutte le voci hanno pari peso specifico. Le opinioni di quelle persone cui i pari assegnano una grande reputazione hanno un peso maggiore. Dal momento chela reputazione deve essere accumulata nel tempo, queste voci autoritarie tendono a provenire dai membri stabili del gruppo. Ciò da alla pratica della valutazione dei pari una tendenza completamente conservatrice, soprattuttoquando l’acesso al gruppo dei pari è strettamente vigilato, come nel caso dell’accademia, ove sono necessari diplomi e cariche per entrare nel cirolo dell’elite. Il punto è che l’autorità tenuta da alcuni membri del gruppo – che può, a volte, alterare ilprocessodi formazione del consenso – attribuita loro dal gruppo, sicché non può esere mantenuta contro la volontà di altrimembri del gruppo». (http://news.openflows.org/article.pl?sid=02/04/23/1518208 )

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JOHAN SODERBERGH SULL’ECONOMIA DEL DONO

«Quando mi chiedono se il peer-to-peer è un’economia del dono, io assumo un punto di vista leggermente diverso su quello che l’arcaica economia del dono era veramente. Secondo me, quando si è discusso di questo argomento su internet, l’attenzione è stata erroneamente concentrata sull’conomia del dono come inversione della logica dell’economia di mercato, dove l’accumulazione di capitale è semplicemente sostituita dall’accumulazione di obbligazioni morali. La mia interpretazione di Marcel Mauss e LeviStrauss è che l’economia del dono non ha a che fare primariamente con la distribuzione di risorse. Solitamente, i popoli tribali si procacciano da soli i beni necessari alla vita, e lo scambio di regali è limitato a una particolare classe di beni, segni come vongole e gioielli. La vera importanza del dono sta nello stringere alleanze tra il donatore e il ricevente. Entrambi sono vincitori, per dirla in maniera indicativa, ma c’è uno sconfitto che è la terza parte, lasciata fuori dallo scambio. Perciò, penso che il paragone con l’economia del dono sia valido in parti della comunità virtuale, dove sono essenziali le alleanze e la comune coesione, ma non sia valido in altre parti, dove i rapportisono completamente impersonali» (comunicazione personale, marzo 2005) JOHN FROW SULL’ECONOMIADEL DONO; CITAZIONE DI GREGORY «Un’economia del dono si basa sulla creazione di debito, dove la posta in gioco non sono le cose stesse o la possibilità di un profitto materiale, ma le relazioni personali he si formano e si prpetuano tramite l’indebitamento in corso. Le cose, nell’economia del dono, sono i veicoli, i mediatori e generatori effettivi dei legami sociali: ponendo questo problema nei termini derivati dalla teoria marxista del eticismo merceologico, Gregory scrive che “le cose e le persone assumono la forma sociale di oggetti in un’economia di merce, mentre assumono la forma sociale di persone in un’economia del dono”». Ricordiamo l’opposizione schematica che Gregory stabilisce tra i due modi di scambio:

scambio di mercescambio di doniOggetti
quantitativoRapporto qualitativoTra gli oggettiTra i soggetti (fonte: comunicazione personale)

alienabiliOggetti

inalienabiliIndipendenza

reciprocaDipendenza

reciprocaRapporto

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Il saggio originario “Tragedy of the Commons”, è disponibile su http://dieoff.org/page95.htm CATTURA DI PARTECIPAZIONE SU BITTORRENT

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«BitTorrent è un radicale passo in avanti rispetto ai sistemi peer-to-peer che lo hano preceduto. Cohen si è accorto che la popolarità è una buona cosa, e ha progettato BitTorrent per trarne vantaggio. Quando un file (film, musica, programmi per computer, non sono altro che bit) è pubblicato su BitTorrent, a tutti quelli che vogliono il file è richiesto di condividere ciò che hanno con tutti gli altri. Mentre scarichi il file, quelle parti che hai già scaricato sono sono disponibili per altre persone che cercano di scaricare lo stesso file. Questo significa che non state solamente “succhiando” il file, prendendo senza darein cambio; state anche condividendo il file con tutti gli altri che lo vogliono. E uanta più gente scarica il file, tanto più offrono quello che hanno scaricato, e così via. Alproseguire di questo processo, ci sono sempre più computer da cui scaricare il file. Se un file diventa molto popolare, potreste prenderne bit da migliaia di diversi computer, in tutta internet – simultaneamente. Questo è un punto olto importante, perché significa che quando i file di BitTorrent aumentano in popolarità, scaricarli diventa sempre più veloce. La popolaritànon è una calamità su BitTorrent – è una benedizione». (http://www.disinfo.com/site/displayarticle8198.html)

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CLAY SHIRKY SUL FLAMING COME TRAGEDIA DELL’ORIZZONTE COMUNE

«Il flaming fa parte di una classe di problemi economici noti come “la tragedia dell’orizzonte comune”. Detto in pillole, la tragedia dell’orizzonte comune si ha uando un gruppo detiene una risorsa, ma ognuno dei membri singoli ha un impulso ad abusarne. (Il saggio originario faceva l’esempio di pastori con un pascolo comune. Il gruppo nel complesso ha la tendenza a mantenere la vitalità economica a lungo termine della proprietà comune, ma se ogni individuo ha una tendenza a far pascolare troppo, per massimizzare il valore essi devono estorcerlo dalla risorsa della comunità). Nel caso delle mailing list (e, ancoraua volta, di altri spazi condivisi di conversazione), la risorsa detenuta dalla comunità è all’attenzione della comunità stessa. Il gruppo, nel complesso, ha uno stimolo a mantenere il rapporto segnale-rumore basso e a far sì che la comunicazione sia quanto più informativa, anche quando si tratta di controversie. Singoli utenti, però, hanno la tendenza a massimizzare l’espressione del proprio punto di vista, come anche a massimizzare la quantità di attenzione da parte della comunità che ricevono. È una stranezza della condizione umana che la gente spesso trovi l’attenzione negativa più soddisfacente della diaattenzione, e più grande è il gruppo, più probabilmente qualcuno riuscirà ad ottenere quel tipo di attenzione» (http://shirky.com/writings/group_user.html) Ulteriori spiegazioni di Shirky sul gruppo «come peggior nemico di se stesso», al http://shirky.com/writings/group_enemy.html; l’archivio di Shirky – fortemente raccomandato – si trova qui: http://shirky.com sito

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BILL GATES SUI “COMUNISTI” DEL COPYRIGHT, SU C:NET:

«C:Net: Inanni recenti, ci sono state molte persone che hanno chiesto a gran voce di riformare e restringere i diritti di proprietà intellettuale. È cominciato con poche persone, ma adesso c’è un mucchio di persone che sostengono: «Dobbiamo guardare i brevetti, dobbiamo considerare i copyrights». Che cosa ha portato a questo, e pensi che le leggi sulla proprietà intellettuale abbiano bisogno di essere riformate? No, direi che tra le economie del mondo, la maggior parte si affida alla proprietà intellettuale oggi più che mai. Oggi nel mondo ci stanno meno comunisti di quanti non ce ne fossero prima. C’è una specie di nuovi comunisti del giorno d’oggi che vogliono liberarsi degli incentivi ai musicisti e ai registi cinematografici e ai progettisti di software in vari modi. Non pensano che quegli incentivi dovrebbero esistere. E questo dibattito esisterà sempre. Sarei il primo a dire che il sistema dei brevetti può essere sempre regolato – anche il sistema dei brevetti statunitense. Ci sono alcuni scopi da raggiungere tramite elementidi riforma. Ma l’idea che gli Stati Uniti abbiano contribuito a creare aziende, a crearepostidi lavoro, perché abbiamo il miglior sistema di proprietà intellettuale – su questo non c’è dubbio per me, e quando le persone dicono di voler essere l’economia più competitiva, devono avere il sistema degli incentivi. La proprietà intellettuale è il sistema degli incentivi per i prodotti del futuro». (http://news.com.com/Gates+taking+a+seat+in+your+den/2008-1041_3-5514121.html?tag=nefd.ac ; “Liberation” riassume la controversia qui: http://www.liberation.fr/page.php?Article=267076)

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UN SOSTENITORE DEL LIBERO MERCATO SUI MERITI DEL PUNTO.COMUNISMO

«Gli intellettuali tendenti a sinistra si preoccupano da molto del modo in cui il nostro pazio pubblico – centri commerciali, centri cittadini, parchi urbani, ecc. ecc – è diventato sempre più privato. Altri liberali, come lo scrittore Mickey Kaus, hanno messo l’accento sui pericoli alla vita civica resi possibili dalla pervasiva ineguaglianza economica. Ma il web ha fornito piccole risposte a questi enigmi. Quanto più la nostra vita pubblica si è ridotta nella realtà, tanto più esponenzialmente si è esapnsa online. Fungendo da contro-zavorra critica alla cultura del mercato, il web ha reso le interazioni tra cittadini casuali, uguali, molto più possibili di quanto non siano mai stati» (http://www.andrewsullivan.com/text/hits_article.html?9,culture)

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MERCATI SENZA CAPITALISMO?

Silvio Gesell è uno dei principali pensatori di questa tradizione. Gesell è stato per breve tempo Ministro delle Finanze nella Repubblica Sovietica Tdesca di Karl Liebknecht e, a suo tempo, è stato fortemente apprezzato da figure come Keynes e Martin Buber. «Nel 1891 Silvio Gesell (1862-1930), un imprenditore tedesco che viveva a Buenos Aires, pubblicò un breve libello intitolato Die Reformation im Münzwesen als Brücke zum sozialen Staat (Currency Reform as a Bridge to the Social State), il primo di una serie di pamphlet che presetnavano un’analisi critica del sistema monetario. Gettò le basi per unesteso corpo di scritti che analizzavano le cause dei problemi sociali e suggerivano paiche misure di riforma. Le sue esperienze durante una crisi economica che a quel tempo colpì l’Argentina portarono Gesell a una visione sostanzialmente in disaccordo con l’analisi marxista della questione sociale: lo sfruttamentodellavoro umano on ha origine nella proprietà privata dei mezzi di produzione, piuttosto avviene anzitutto nella sfera della distribuzione, a causa di difetti strutturali delsistema monetario. Come l’antico filosofo greco Aristotele, Gesell riconosceva il duplice e contraddittorio ruolodel denaro come mezzo discambio per facillitare l’attività economica, da un lato, e come strumento di potere in grado di dominare il mercato, dall’altro lato. Il punto d’inizio delle analisi di Gesell era la seguente domanda: «Come si potrebbero neutralizzare le caratteristiche del denaro che ne fanno uno strumentousuraio di potere, senza eliminare le sue qualità positive come mezzo neutrale di scambio?». Egli attribuiva questa capacità di dominare il mercato a due caratteristiche fondamentali del denaro convenzionale: innanzitutto, il denaro come mezzo di domanda può essere accumulato in contrastocon illavoro umano o con i beni e iservizi dal latodell’offerta nell’equazione economica. Può essere temporaneamente ritirato dal mercato per ragioni speculative senza che chi lo detiene sia esposto a prdite significative. In secodo luogo, il denarogode del vantaggio di una superiore liquidità rispetto ai beni e ai servizi. In altre parole, esso puòessere messo in uso in quasi qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, e così gode di una flessibilità di utilizzo simile a quella di un joker in un gioco di carte. La teoria di Gesell di ua libera economia basata su una riforma terriera e monetaria può essereinterpretata come una reazione sia al principio del laissez-faire del liberismo classico sia alla visione marxista di un’economia a pianificazione centralizzata. Non dovrebbe essere pensata come una terza via tra il capitalismo e il comunismo nel senso delle sucessive “teorie

della convergenza” o dei modelli della cosiddetta “economia mista”, cioè di economie di mercato capitalistiche con supervisione generale dello Stato; piuttosto, andrebbe vista come un’alternativa al di là dei sistemi economici fino ad ora realizzati. In termini politici, essa può essere caratterizzata come “un’economia di mercato senza capitalismo” …Il modello economico alternativo di Gesell è collegato al socialismo liberale del filosofo culturale Gustav Landauer (1870-1919) che fu anche influenzato da Proudhon e che da parte sua influenzò fortemente Martin Buber (1878-1965). Ci sono paralleli intellettuali col socialismo liberale del medico e sociologo Franz Oppenheimer (1861-1943) e con la filosofia sociale di Rudolf Steiner (1861-1925), fondatore del movimento antroposofico… Un’associazione chiamata Christen für gerechte Wirtschaftsordnung (Christians for a Just Economic Order) promuove lo studio delle teorie della riforma terriera e monetaria alla luce delle dottrine religiose ebrea, cristiana e islamica critiche nei confronti della speculazione terriera e della politica degli interessi. Margrit Kennedy, Helmut Creutz e altri autori hanno esaminato la pertinenza con la contemporaneità del modello economico di Gesell, e hanno cercato di aggiornarele sue idee» (http://userpage.fu-berlin.de/~roehrigw/onken/engl.htm) LIBRI PER STUDIARE QUESTA TRADIZIONE: Silvio Gesell, The Natural Economic Order (traduzione di Philip Pye). London: Peter Owen Ltd., 1958. Dudley Dillard, Proudhon, Gesell and Keynes - An Investigation of some „Anti-Marxian-Socialist“ Antecedents of Keynes’ General Theory, University of California: tesi didottorato, 1949. Hackbarth Verlag St.Georgen/Germany 1997. ISBN 3-929741-14-8. Leonard Wise, Great Money Reformers - Silvio Gesell, Arthur Kitson, Frederic Soddy. London: Holborn Publishing, 1949. International Association for a Natural Economic Order, The Future of Economy – A Memoir for Economists. Lütjenburg: Fachverlag für Sozialökonomie, 1984/1989. (P.O. Box 1320, D-24319 Lütjenburg) Margrit Kennedy, Interest and Inflation Free Money - Creating an Exchange Medium That Works for Everybody and Protects the Earth. Okemos/Michigan, 1995.

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CITAZIONE SULLA DIGITALIZZAZIONE COME «AUTOMATIZZAZIONE TOTALE», DA JAN SODERBERGH

«Lo stato di automatizzazione totale intravisto da Ernest Mandel sarebbe raggiunto quando il capitale fisso, senza alcuna immissione di manodopera vivente, produce immediatamente un volume infinito di beni a velocità istantanea. È difficile immaginare una macchina con tali caratteristiche, uasi impossibile prospettare congegni futuristici o (cosa forse un po’ più sensata) fantasie nanotecnologiche. Eppure, esso è realtà in moltissime forme di produzione culturale e immateriale. È quello che si intende quando si dice che l’informazione può essere copiata infinitamente senza immettere manodopera vivente aggiuntiva. La digitalizzazione del lavoro immateriale ha fato saltare il capitalismo al punto terminale dell’automatizzazione totale. È difficile che un lavoro che aggiunga valore possa aver luogo in questa forma di produzione. Un solo click è tutto il laoro che ci vuole per duplicare beni immateriali. La principale immissione di manodopera vivente sta invece all’inizio del processo di produzione. In altre parole, nella sua innovazione. È qui che troviamo la manodopera immateriale. Tutte le forme di lavoro che possono essere oggettificate in cifre sono soggette a riproducibilità infinita. È la vittoria di Pirro del capitale. La destinazione finale della lunga ricerca del capitale per scacciare la manodopera vivente perfezionando le tecniche di separazione e di immagazzinamento della creatività umana in una conoscenza sistematizzata, codificata. Tuttavia, come la Fenice, la manodopera vivente ritorna per vendicarsi». (http://info.interactivist.net/article.pl?sid=04/09/29/1411223)

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Un’intervista con McKenzie Wark, si trova qui: http://frontwheeldrive.com/mckenzie_wark.html

Uso il concetto di «alterglobalizzazione» per indicare il movimento che è emerso durante le proteste al WTO di Seattle, quel movimento che ha a che fare con la giustizia sociale globale e che organizza forum sociali a Porto Alegre e in altre città; «alterglobalizzazione» indica la lotta per un’altra forma di globalizzazione, anziché la semplice opposizione contro di essa, come implicherebbe il termine «anti-globalizzazione».

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IL FORMATO RETICOLARE DEL MOVIMENTODELL’ALTERGLOBALIZZAZIONE, NOTA 1

Ecco una citazione da Immanuel Wallerstein, teorico e storico del “sistema mondiale”, sull’importanza storica di Porto Alegre e del suo approccio reticolare alla lotta politica: «L’undici settembre sembra aver allentato il movimento solo temporaneamente. In secondo luogo, la coalizione ha dimostrato che la nuova strategia anti-sistemica è realizzabile. Cos’è questa nuova strategia? Per comprenderla con chiarezza, bisognerebbe ricordarsi quella che era la vecchia strategia. La sinistra mondiale nelle sue molteplici forme – partiti comunisti, partiti social-democratici, movimenti di liberazione nazionale – ha spiegato per almeno cent’anni (più o meno dal 1870 al 1970) che l’unica strategia fattibile implicava due elementi-chiave – la creazione di una struttura organizzativa centralizzata, e l’assunzione a obiettivo primario della conquista del potere statale in un modo o nell’altro. I movimenti promettevano che, una volta al potere statale, essi avrebbero potuto cambiare il mondo. Questa strategia sembrava riuscitissima, nel senso che, per gli anni ‘60, una o l’altra di queste tre specie di movimenti era riuscita ad arrivare al potere statale nella maggior parte dei Paesi del mondo. Tuttavia, è palese che non siano riuscite a trasformare il mondo. Era questo il nodo della rivoluzione mondiale del 1968 – l’icapacità della vecchia sinistra di trasformare il mondo. Questo ha portato a 30 anni di dibattiti ed esperimenti sulle alternative alla strategia incentrata sullo Stato che adesso sembrava esser stata un fallimento. Porto Alegre è la messa in atto dell’alternativa. Non c’è una struttura centralizzata. È esattamente il contrario. Porto Alegre èuna coalizione aperta di movimenti transnazionali, nazionali e locali, con molteplici priorità, unificati anzitutto dalla loro opposizione allì’ordine mondiale neo-liberista. E questi movimenti, in larga misura, non cercano il potere statale, oppure, se lo cercano, lo considerano solo come una tattica come le altre, non la più importantei» (fonte: http://fbc.binghamton.edu/commentr.htm)

L’“ORDITO” DEI MOVIMENTI SOCIALI ARGENTINI Ecco una descrizione, da parte di Miguel Benasayag (10), del tipo delle nuove forme organizzative esemplificate in Argentina «Les gens étaient dans la rue partout, mais il faut savoir quand même qu'il y a une spontanéité «travaillée», pour dire ce concept là. Une spontanéité travaillée, cela ne veut pas dire qu'il y avait des groupes qui dirigeaient ou qui orchestraient ça, bien au contraire. Quand arrivaient des gens avec des bannières ou des drapeaux de groupes politiques, ils étaient très mal reçus à chaque coin de rue. Mais en revanche, une spontanéité «travaillée» en ce sens que l'Argentine est «lézardée» par des organisations de base, des organisations de quartier, de troc... C.A. : Lézardée, c'est un maillage? M.B. : Oui, c'est ça, il y a un maillage très serré des organisations qui ont créé beaucoup de lien social. Il y a des gens qui coupent les routes et qui font des assemblées permanentes pendant un mois, deux mois, des piqueteros. Il y a des gens qui occupent des terres...Donc cette insurrection générale qui émerge en quelques minutes dans tout le pays, effectivement elle émerge et elle cristallise des trucs qui étaient déjà là. Donc c'est une spontanéité travaillée ; c'est à dire que quand même il y a une conscience pratique, une conscience corporisée dans des organisations vraiment de base. C'est une rencontre du ras-le-bol, de l'indignation, de la colère populaire, une rencontre avec les organisations de base qui sont déjà sur le terrain. J'étais en Argentine quelques jours avant l'insurrection. et il y avait partout partout des coupures de routes, des mini insurrections. Et ce qui s'est passé, c'est qu'il y a eu vraiment comme on dirait un saut qualitatif: les gens en quantité sortent dans la rue et y rencontrent les gens qui étaient déjà dans la rue depuis très longtemps en train de faire des choses. Et cela cristallise et permet de faire quelque chose d'irréversible.» (http://oclibertaire.free.fr/ca117-f.html)

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IL FORMATO RETICOLARE, NOTA 2:

Quest’analisi è confermata da Michael Hardt, co-autore di Empire, l’analisi – già classica – della globalizzazione estremamente influente nelle correnti più radicali del movimento dell’anti-globalizzazione. «I partiti e le organizzazioni centralizzate tradizionali hanno portavoce che li rappresetnano e ne conducono le battaglie, ma nessuno parla a nome di una rete. Come si discute con una rete? I movimenti organizzati che ne fanno parte esercitano il loro potere, ma non procedono per opposizioni. Una delle caratteristiche di base della forma reticolare è che nessuna coppia di nodi si fronteggia in un contraddittorio; piuttosto, essi venogno messi in trangolazione con un terzo, e poi con un quarto, e poi con un numero infinito di altri partecipanti alla rete. Questa è una delle caratteristiche degli eventi di Seattle che abbiamo fatto più fatica a comprendere: gruppi che pensavamo in contraddizione oggettiva l’uno all’altro – ambientalisti e sindacati, gruppi ecclesiastici e anarchici – improvvisamente riuscivano a lavorare insieme, nel contesto della rete della moltitudine. I movimenti, per assumere un punto di vista leggermente diverso, funzionano in qualche modo come una sfera pubblica, nel senso che essi possono consentire la piena espressione delle differenze all’interno dell’orizzonte comune dello scambio aperto. Ma questo non significa che le reti siano passive. Esse dislocano le contraddizioni e operano una specie di alchimia, o piuttosto un’inversione di rotta, dove il flusso dei movimenti trasforma le tradizionali posizioni fisse; le reti impongono la loro forza attraverso una specie di irresistibile ritorno d’onda». (http://www.newleftreview.net/NLR24806.shtml)

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STRATEGIE DI CONTRO-NETWORKING DA PARTE DEI SERVIZI DI SICUREZZA

Un verbale del Canadian Security Intelligence Service ha prestato particolare attenzione agli innovativi metodi di organizzazione dei dimostranti di alterglobalizzazione, e al loro uso della tecnologia: internet, prima e dopo l’evento, e i telefonini cellulari, durante gli eventi. Esso si conclude con l’affermazione che con queste innovazioni, le forze di polizia imposte hanno grandi difficoltà a opporsi: «I telefoni cellulari rappresentano un fondamentale mezzo di comunicazione e controllo, permettendo agli organizzatori della protesta di impiegare i concetti di mobilità e di riserve e si spostare gruppi di posto in posto, a seconda delle necessità. La mobilità dei dimostranti rende difficile all forze dell’ordine e al personale della security il tentativo di fronteggiare i loro opponenti, per mezzo della presenza di quantità schiaccianti di persone. Adesso è necessario che la security sia parimenti mobile, capace di utilizzare prontamente riserve, di monitorare le comunicazioni dei protestanti, e, quando possibile, di anticipare le intenzioni dei partecipanti»

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TEXTMOB

«I dimostranti alla Democratic National Convention della settimana scorsa avevano un nuovo strumento a disposizione – un servizio di text messaging progettato appositamente per loro. “TXTMob”, come è chiamato il servizio, permette agli utenti di trasmettere velocemente e con facilità messaggidi testo a gruppi di tlefoni cellulari. Il sistema funziona in modo molto simile a una bboard elettronica: gli utenti sottoscrivono varie liste e ricevono i messaggi direttamente sui loro telefoni. Durante la DNC, gli organizzatori della protesta usavano il TXTMob per fornire agli attivisti informazioni minuto per minuto sui movimenti della polizia e sulle azioni dirette. Anche i gruppi di supporto medici e legali hanno usato il TXTMob per inviare personale e risorse laddove fosse richiesto dalla situazione. Secondo lo sviluppatore di TXTMob, John Henry, più di duecento dimostranti hanno usato il servizio durante la DNC. TXTMob è stato prodotto dall’Institute for Applied Autonomy (IAA), un collettivo artistico e ingegneristico che

sviluppa tecnologie per il dissenso politico. L’IAA ha lavorato a stretto contatto con la Black Tea Society, una coolizione ad-hoc che ha organizzato gran parte dell’attività di protesta durante la DNC, per progettare il sistema. Secondo un membro della Black Tea che ha scelto di restare anonimo, «TXTMob è stato grande! Quando i poliziotti cercavano di arrestare uno dei nostri, riuscivamo a portare centinaia di persone sulla scena nel giro di qualche minuto» (http://amsterdam.nettime.org/Lists-Archives/nettime-l-0408/msg00003.html; cfr anche appliedautonomy.com per quanto riguarda i produttori del programma)

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La rappresentanza a volte può essere usata, ma solo come tecnica temporanea tra le altre «Ci sono diversi tipi di gruppi. Gli spokescouncil, per esempio, sono vaste assemblee che coordinano tra

“gruppi di affinità” più piccoli. Le si tiene, perlopiù, prima e durante azioni dirette sularga scala, come Seattle o Quebec. Ogni gruppodi affinità (che potrebbe avere tra le 4 e le 20 persone) seleziona un “portavoce” (spoke), che è autorizzato a parlare per loro nel gruppo più generale. Solo i portavoce possono prendere parte al processo effettivo della ricerca di consenso al consiglio, ma prima delle decisioni più importanti essi rientrano nei gruppi di affinità ed ogni gruppo raggiunge il consenso sulla posizione che si vuole il portavoce esponga (non è così complicato come potrebbe sembrare). Si avranno, d’altro canto, spaccature quando un meeting esteso si divide temporaneamente in meetig più piccoli che si concentreranno sulla presa di decisioni o sulla generazione di proposte, che possono essere presentate per l’approvazione davanti al gruppo intero quando questo si ricostituisce. Vengono usati strumenti di agevolazione per risolvere problemi o per sbloccare le cose quando tutto sembra ristagnare. Si può richiedere una sessione di brainstorming, nella uale alle persone è concesso solo di presentare le proprie idee, ma non di criticare quelle delle altre persone; oppure un sondaggio d’opinione non vincolante, dove le persone alzano le mani solo per vedere qual è la risposta generale a una proposta, anziché per prendere una decisione. Si farà ricorso al fisHbowl solo se si presenta una profonda divergenza di opinioni: si possono prendere due rappresentanti per ogni fazione—un uomo e una donna – e farli sdere tutti e quattro al centro, mentre gli altri li circondano silenziosamente, e vedere se questi quattro riescono ad elaborare una sintesi o un compromesso d’insieme, che poi potranno presentare come proposta al gruppo generale». (http://www.newleftreview.net/NLR24704.shtml )

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PROFILO DEI NEO-MILITANTI NEI MOVIMENTI DELL’ALTERGLOBALIZZAZIONE

«Ce que je voudrais d’abord préciser c’est que les néo-militants ne sont pas particulièrement attachés aux structures associatives au sein desquelles ils évoluent. Des organisations comme AC!, ou la plupart des collectifs de sans-papiers ne proposent aucune procédure d'adhésion à leurs militants. Le néo-militantisme remet en fait sur le devant de la scène, l'individu en tant qu'acteur autonome et singulier et s’écarte des anciens modèles d'organisation fondés sur des principes d’adhésion totale. Je ne sais pas si on peut véritablement dire qu’Internet sert au recrutement... En tout cas, l’une des spécificités de la communication sur réseau est de mettre en lien des personnes qui appartiennent à des espaces sociaux (et géographiques) dissemblables. Internet créé une espèce de solidarité technique et offre de nouvelles potentialités relationnelles à partir desquelles peuvent se tisser ponctuellement des alliances inédites. Le point commun des néo-militants est leur capacité à se mouvoir sans se laisser arrêter par les frontières. Les liens les plus recherchés sont à cet égard ceux qui autorisent le franchissement d’espaces au sein desquels les connexions étaient peu développées… Le recours aux réseaux télématiques rentre quand même en résonance avec certaines caractéristiques des nouvelles formes de militantisme que sont l’individuation des formes d'engagement et la volonté de s'associer en toute indépendance. Internet permet une implication personnelle limitée, souple, facilement maîtrisable et circonstanciée, dont la suspension momentanée ou définitive n’engendre qu’un faible coût de sortie. Il autorise surtout l’enrôlement de personnes qui n’auraient pu trouver leur place dans le fonctionnement des groupements militants traditionnels fortement structurés. Les rapports entre les militants s'effectuent de moins en moins à partir d'un sens hérité, c'est-à-dire en fonction d'un enracinement en rapport à une identité ou à un territoire, mais selon un mode électif fondé sur une modalité de partage communautaire non-territoriale ou a-territoriale susceptible de s'exprimer, il est vrai, via l'Internet». (Fabien Granjon, intervistato dalla newsletter di NetPolitique.net) Libro: L'Internet militant. Fabien Granjon. Apogee, 2001

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I PRINCIPÎ P2P DEL MOVIMENTO DELL’ALTERGLOBALIZZAZIONE «Soprattutto in Nord America, si tratta di un movimento interessato alla reinvenzione della democrazia. Non si

pone contro l’organizzazione. Cerca di creare nuove forme di organizzazione. Non manca di ideologia. Queste nuove forme di organizzazione sono la sua ideologia. Si tratta di creare e mettere in atto reti orizzontali, anziché strutture dall’alto verso il basso come gli stati, i partiti o le corporation; reti basati su principî di consenso democratico

decentralizzato, non-gerarchico. Alla fine, esso aspira ad essere molto più di questo, perché, in definitiva, aspira a reinventare la vita quotidiana nel suo complesso. Ma a differenza di molte altre forme di radicalismo, si è dapprima organizzato esso stesso nella sfera politica – principalmente perché questo era un territorio che i poteri presenti (che hanno trasferito tutto l’artiglkieria pesante nell’economico) hanno in gran parte abbandonato. Nel decennio scorso, gli attivisti nord-americani hanno impiegato un’enorme energia creativa per reinventare i processi interni ai loro stessi gruppi, per creare modelli praticabili di come una democrazia diretta funzionante potrebbe effettivamente essere. In questo, abbiamo attinto in particolare – come ho notato – a esempi esterni alla tradizione occidentale, che quasi invariabilmente si basano su alcuni processi di ricerca del consenso, anziché sul voto di maggioranza. Il risultato è una ricca e crescente panoplia di strumenti organizzativi – spokescouncil, gruppi di affinità, strumenti di facilitazione, vie di fuga, fishbowl, riserve di sbarramento [blocking concerns], controllo delle motivazioni, e così via – tutti tesi a creare forme di processo democratico che consentano il sorgere di iniziative dal basso e raggiungano la massima solidarietà effettiva, senza reprimere le voci dissidenti, creare posizioni di comando o costringere qualcuno a far qualcosa senza che questi concordi liberamente di farla. L’idea basilare del processo di consenso è che, anziché votare, si cerca di arrivare a proposte accettabili da tutti – oppure, almeno on estremamente opinabili: prima presentare la proposta, poi vedere se ci sono “riserve” e cercare di dar credito ad esse» (http://www.newleftreview.net/NLR24704.shtml )

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ORGANIZZAZIONE P2P (CIOÈ: RESISTENZA SENZA LEADER) NELL’ESTREMA DESTRA

Ecco un esempiodi organizzazione P2P nell’estrema destra, collegata a quella che è – a quanto si dice – una delle religioni che oggi si diffonde con maggiore rapidità, gli odinisti: «Oggi, il numero di attivisti razzisti bianchi, di rivoluzionari ariani, è molto più grande di quello che vi aspettereste se guardaste solo alle organizzazioni tradizionali. I rivoluzionari oggi non diventano membri di un’organizzazione. Essi non parteciperanno a una manifestazione né a un’adunata, né forniranno la propria identità a un gruppo che tiene i loro nomi in una cartella, perché essi sanno che tutte queste organizzazioni sono pesantemente controllate. A partire dalla fine degli anni ‘90, c’è un generale cambiamento di questi gruppi di estrema destra. Ciò ha anche contribuito alla proliferazione dell’Odinismo. Gli odinisti hanno preso il concetto di resistenza senza leader di Louis Beam [uno dei principali ideologi del suprematismo bianco] e l’hanno elaborato, rimpolpandolo. Essi hanno trovato una posizione strategica tra il livello superiore di leader e propagandisti noti, e il livello sotterraneo di attivisti che non si affiliano come membri, ma che diventano parte di una rete cntralizzata e di piccole cellule. Non si rasano la testa come gli skinhead tradizionali né brandiscono esplicitamente svastiche» (http://www.splcenter.org/cgi-bin/goframe.pl?refname=/intelligenceproject/ip-4q9.html)

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Un’analisi del formato della coordinazione in Francia, di Maurizio Lazzarato, su “Multitudes”, è disponibile all’indirizzo http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=1446

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MIGUEL BENASAYAG SULLE NUOVE FORME DI LOTTA POLITICA E SOCIALE

«C'est pourquoi nous pensons que toute lutte contre le capitalisme qui se prétend globale et totalisante reste piégée dans la structure même du capitalisme qui est, justement, la globalité. La résistance doit partir de et développer les multiplicités, mais en aucun cas selon une direction ou une structure qui globalise, qui centralise les luttes. Un réseau de résistance qui respecte la multiplicité est un cercle qui possède, paradoxalement, son centre dans toutes les parties. Nous pouvons rapprocher cela de la définition du rhizome de Gilles Deleuze : «Dans un rhizome on entre par n'importe quel côté, chaque point se connecte avec n'importe quel autre, il est composé de directions mobiles, sans dehors ni fin, seulement un milieu, par où il croît et déborde, sans jamais relever d'une unité ou en dériver ; sans sujet ni objet». «La nouvelle radicalité, ou le contre-pouvoir, ce sont bien sûr des associations, des sigles comme ATTAC, comme Act Up, comme le DAL. Mais ce sont surtout - et avant tout - une subjectivité et des modes de vie différents. Il y a des jeunes qui vivent dans des squats - et c'est une minorité de jeunes -, mais il y a plein de jeunes qui pratiquent des solidarités dans leurs vies, qui n'ordonnent pas du tout leur vie en fonction de l'argent. Cela, c'est la nouvelle radicalité, c'est cette émergence d'une sociabilité nouvelle qui, tantôt, a des modes d'organisation plus ou moins classiques, tantôt non. Je pense qu'en France, ça s'est développé très fortement. Le niveau d'engagement existentiel des gens est énorme». (http://www.peripheries.net/g-bensg.htm) MIGUEL BENASAYAG SULLE NUOVE «SOGGETTIVITÀ RADICALI» «Contrairement aux militants classiques, je pense que les choses qui existent ont une raison d'être, aussi moches soient elles..Rien n'existe par accident et tout à coup, nous, malins comme nous sommes, nous nous disons qu'il n'y a vraiment qu'à décider de changer. Les militants n'aiment pas cette difficulté; ils aiment se fâcher avec le monde et attendre ce qui va le changer. C'est toujours très surprenant: la plupart des gens ont un tas d'informations sur leurs vies, mais "savoir", ça veut dire, en termes philosophiques, "connaître par les causes", et donc pouvoir modifier le cours des choses. Oui, l'anti-utilitarisme est fondamental.

Parce que la vie ne sert à rien. Parce qu'aimer ne sert à rien, parce que rien ne sert à rien. On voit bien cette militance un peu feignante qui se définit "contre": on est gentil parce qu’on est contre. Non! ça ne suffit pas d’être contre les méchants pour être gentil. Après tout, Staline était contre Hitler!» (http://www.peripheries.net/g-bensg.htm)

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DOCUMENTI SUL CONCETTO DI «MOLTITUDINI»

Editoriale sulla “teoria della moltitudine”, a http://www.ephemeraweb.org/journal/4-3/4-3editorial.pdf ; “Dalla manodopera capitalistica alla vita capitalistica”, di Maurizio Lazzarato, a http://www.ephemeraweb.org/journal/4-3/4-3lazzarato.pdf ; “L’ingresso della moltotudine nella produzione”, a http://www.ephemeraweb.org/journal/4-3/4-3virtanen.pdf; “Controllare la moltitudine”, a http://www.ephemeraweb.org/journal/4-3/4-3vahamaki.pdf; “Sulla valorizzazione del lavoro informatico”, a http://www.ephemeraweb.org/journal/4-3/4-3vann.pdf IL CONCETTO DI «MOLTITUDINE» RIASSUNTO «Possiamo riassumre il concetto contemporaneo della “moltitudine” come segue: La moltitudine si pone tra l’individuo e il gruppo; è una “molteplicità di singolarità” La moltitudine opera mediante relazionalità e cooperazione, che stabilisce “il comune” o un insieme di affetti, temi ed esperienze comuni parzialmente coincidenti. La moltitudine si pone contro la tradizione del contratto sociale, e perciò contro l’inevitabilità della sovranità moderna e dello “stato di eccezione”. La problematica centrale della moltitudine è il “problema della decisione politica”, o come può essere costituito l’orizzonte comune incoraggiando la differenza. La domanda che la moltitudine pone a se stessa è: “Può la moltitudine auto-governarsi?” anziché “È la moltitudine governabile?”» (http://www.ctheory.net/text_file.asp?pick=423) Y. ICHIDA RIASSUME IL CONCETTO DI «MOLTITUDINE» SULLA MAILING LIST DI “MULTITUDES” «Nella produzione immateriale, i prodotti non sono più oggetti materiali ma diventano essi stessi nuovi rapporti (interpersonali) sociali. Fu già Marx a evidenziare come la produzione materiale è anche sempre la (ri)produzione della relazione sociale all’interno della quale essa avviene; nel capitalismo odierno, però, la produzione di rapporti sociali è l’immediato fine/scopo della produzione. La scommessa di Hardt e Negri è che questa produzione direttamente socializzata, immateriale non solo renderà i proprietari sempre più superflui (chi ne ha bisogno, se la produzione è direttamente sociale, sia formalmente sia riguardo al suo contenuto?); ma i produttori stessi controlleranno la regolamentazione dello spazio sociale, dal momento che le relazioni sociali (politica) sono la materia del loro lavoro. È aperta così la strada alla “democrazia assoluta”, con i produttori che regoleranno direttamente le loro relazioni sociali senza passare nemmeno per la rappresentanza democratica» TONI NEGRI SU MOLTITUDINI, DIFFERENZA E PROPRIETÀ COMUNE «Cet ennemi de l’Empire, que nous avons appelé « multitude », est un ennemi qui, sur tous les terrains, cultive ses différences. Or, ces différences ont une base commune, qui est d’abord le refus du commandement et de l’exploitation par le capital collectif au niveau impérial. Ce contenu de rébellions, de révoltes, d’essais de réappropriation du pouvoir vient de différents côtés, et surtout des travailleurs. La véritable opposition reste les travailleurs : le concept de multitude reste donc un concept de classe, même s’il est beaucoup plus étendu que le concept de classe ouvrière. C’est une chose que le pouvoir n’arrive pas à appréhender, car elle se transforme constamment selon les singularités qui la composent, et qu’on ne peut définir ni comme classe, ni comme masse, ni comme peuple : elle se renouvelle sans cesse...» (articolo iriginale, non completamente disponibile online, a http://www.politis.fr/article1115.html) ELICIO, SULLA FILOSOFIA POLITICA DELLE MOLTITUDINI «Cette complexité sociale, nous l’appelons la « multitude « , car nous essayons d’utiliser une expression capable d’indiquer une complexité non synthétisable de la structure de la société post moderne et ses acteurs multiples. La multitude, que nous définissons comme l’expression de l’ensemble de toutes les figures de l’assujettissement de la société post moderne, a bouleversé la théorie politique et la théorie de l’organisation sociale. En effet, la multitude a comme caractéristique de ne s’identifier à aucun programme commun, à aucune « synthèse stratégique « politique. Le concept de « synthèse « est plus vécu comme une réduction de la complexité de ses expressions sociales et culturelles, comme une certaine hybridation politique, un processus de réduction de sa forcede subjectivité. Le concept de « synthèse « est vécu aussi comme un acte politique de la « perte d’identité « . La perte d’identité est considérée par la multitude, comme le commencement de l’introduction des mécanismes des modifications de ses besoins réels. Dans ce cadre conceptuel, la multitude fonctionne dans la construction des processus d’organisations autonomes. Cette forme d’organisation a comme caractéristique de se déployer autour et par des micro-actions au quotidien et cherche à répondre aux besoins de la vie de tous les jours. C’est dans cette démarche que la multitude produit ses revendications et ses négociations. Pour la multitude, le quotidien est considéré comme le lieu privilégié de lutte, le lieu de vérification de l’efficacité de son action politique, le lieu du changement. L’action politique ou sociale a un sens pour la multitude si elle est capable de modifier « le quotidien« , « le présent « . La lutte et l’engagement sont considérés comme des instruments pratiquespour essayer de réaliser des modifications

concrètes dans la vie de tous les jours, dans un souci permanent d’élargissement de sa superficie sociale, d’hégémonie sur les pratiques socioculturelles de la vie de tous les jours. Approfondissons ce thème pour mieux comprendre l’idée de ce qu’est le « changement dans le quotidien « . Commençons avec la définition de ce que sont unrapportsocial ou un acte politique. Pour la multitude, il n’y a pas d’acte politiquesans modification du présent. Donc, l’acte politique, devient la forme collective et personnelle de définition d’un espace social à conquérir et la définition d’une démarche à adopter pour la modification du présent. Le présent est considéré commeune fractionde la vie. Dans cette démarche le programme politique devient la construction d’un projet concret de transformation d’une fraction de la vie, c’est-à-dire de la modification du présent. Pour la multitude le processus de transition d’un rapport social à un autre est le « remplacement « d’un acte de vie (vie économique et sociale) par des gestes de liberté au quotidien. Ces gestes représentent des espaces de liberté.Desgesteset desespacespour la construction d’un micro projet personnel : la réalisation de ses rêves. Rêves en tant que réalisation d’un désir personnel et /ou avec d’autres pour un rêve collectif (projets de transition) pour affirmer sa liberté de vivre comme on le désire. Ces actes, « la construction d’un rêve « , sont des premiers filaments (de vie autonome) qui se super posent et étouffent une fraction des micro pouvoirs de la représentation impériale. Dans cette démarche, le concept de lutte est conjugué au présent sans « futur « , « l’idée de futur « est vécue comme un concept dépassé, obsolète. Concept assimilé dans un sens de défaite.....de l’auto exploitation : l’histoire du socialisme réel ! Pour la multitude, il n’y a pas de victoire si la vie de tous les jours n’a pas été modifiée, élargie, enrichie. Si cette condition n’est pas réalisée « le rapport social « restera le même. C’est dans cette définition que la multitude considère les « partis politiques « comme des institutions de la négociation sociale, les conçoit plutôt comme les représentants des « courants d’un pouvoir unique « et en aucun cas comme une expression populaire de souveraineté. La multitude est la représentation de l’expression philosophique et sociale de la complexité du monde réel qui produit richesse et sens. Elle ne croit pas aux mécanismes de la représentation, à la délégation de ses volontés, à une représentation nationale d’élus professionnels, elle croit fermement au concept de participation. La participation est considérée comme l’antithèse de la représentation classique et s’il devait avoir une délégation de pouvoir elle serait plutôt sous la forme d’une démarche d’application d’une volonté déjà prise, donc non modifiable. Ici, le concept de délégation ou de représentation n’est pas seulement traduit sous forme négative vers les formes traditionnelles de la démocratie (député-fonctionnaire-professionnel) mais aussi sous la forme de la « délégation de la pensée « aux intellectuels. En effet, pour la multitude, un des pièges le plus redoutable est la « perte « d’autonomie dans les processus de construction de sa « pensée « . Il s’agit de contrôler « sa production de sens « , sa philosophie, car une des formes les plus redoutables du pouvoir en place est la stérilisation de ses expressions culturelles. Paradoxalement, si dans le passé, pour le prolétariat révolutionnaire, l’appropriation des moyens de production était un des objectifs fondamentaux, aujourd’hui pour la multitude, l’objectif fondamental est l’appropriation de « sa production de sens et de valeur « .Cet objectif se traduit par la nécessité de s’approprier des moyens de la communication sociale». Si veda anche “Philosophie politique des Multitudes – ‘Multitudes’ n. 9 maggio/giugno 2002, Exils, Paris . http://listes.samizdat.net/wws/info/multitudes-infos

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DEMOCRAZIA ESTREMA

«“Democrazia estrema” è una filosofia politica dell’era dell’informazione che rende le persone responsabili dell’intero processo politico. Essa indica un processo deliberativo che dà fiducia totale alle persone, aprendo il processo di costruzione politica a molti centri di potere mediante coalizioni strettamente interconnesse che possono esere organizzate attorno a temi locali, nazionali e internazionali. La scelta della parola «estrema» riflette le lezioni del movimento di programmazione estrema nel mondo della tecnologia, che ha permesso a piccoli team di fare rapidi progressi in progetti complessi mediante progetti concentrati che producono risultati molto maggiori delle precedenti pratiche di programmazione a lavoro intensivo. La democrazia estrema enfatizza l’importanza di strumenti progettati per abbattere le barriere alla collaborazione e all’accesso al potere, riconoscendo che le realtà politiche possono essere alterate aggiungendo generazioni di tecnologie in rapido progresso e che le organizzazioni umane sono trasformate da nuove aspettative e pratiche politiche rese possibili dalla tecnologia. La democrazia estrema non è la democrazia diretta, che suppone che tutte le persone debbano essere coinbolte in tutte le decisioni affinché il processo sia giusto e democratico. La democrazia diretta è inefficace, a prescindere dagli strumenti a disposizione dei votanti, perché crea opportunità di ostruzione delle decisioni sociali in numero pari, se non maggiore, a quelle create in una democrazia rappresentativa. Piuttosto, noi presumiamo che ogni dibattito che sia avvertito ocme importante sarà aperto alla partecipazione; che il governo onè il campo degli specialisti e che l’attivismo è un elemtno popolare critico nella costruzione di una società giusta. La democrazia estrema può esistere insieme a e attraverso la co-evoluzione dei sistemi rappresentativi oggi in vigore; essa cambia la natura della rappresentanza, dal momento che l’introduzione di sofisticate applicazioni di rete ha reinventato il processo di assunzione di decisioni delle aziende. Anziché discutere su quantodovrebbe essere coinvolto un cittadino o arrovellarsi sulla mancanza di interesse da parte dei cittadini delle democrazie avanzate, il modello della democrazia estrema si concentra sull’atto della partecipazione e ammette che chiunque, in una democrazia, è libero di agire politicamente. Se gli individui sono costretti all’azione, essi non sono liberi né cittadini, ma soggetti». (http://www.extremedemocracy.com/about.html)

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QUADRO GENERALE SUGLI SVILUPPI DELL’INFORMATION COMMONS

La costruzione della proprietà comune informazionale assume molte forme, laddove le più importanti sono il processo automatico dello scambio di conoscenze e la produzione cooperativa sullo stesso internet/web. Ma ci sono molte iniziative dedicate all’edificazione di aree specializzate, come le iniziative riguardanti l’accesso ai giornali scientifici, la creazione di licenze specializzate di proprietà intellettuale per promuoverla, come la General Public License e la Creative Commons License, e un enorme lavoro per mettere la produzione mondiale di libri letterari e scientifici online. Il concetto di «Information Commons» è definito da Yochai Benchler in ‘The Political Economy of Commons’, su “Upgrade”, giugno 2003, vol. IV, n° 3www.upgrade-cepis.org/issues/2003/3/up4-3Benkler.pdf La Free Art License, un “Creative Commons” per il mondo dell’arte?, http://antomoro.free.fr/c/lalgb.html

LA PROPRIETÀ COMUNE DEI LIBRI, QUADRO GENERALE Il frammento che segue è tratto da un articolo che contestualizzava il progetto di Google. Google mira a digitalizzare le enormi raccolte delle principali biblioteche accademiche e pubbliche americane. «Mettere materiale librario integrale sul web on è un’idea nuova. Molti servizi, sia gratuiti sia a pagamento, vi permettono di accedere a libri online. Il più longevodi questi servizi è Project Gutenberg, fondato da Michael Hart nel 1971, con più di 13000 libri disponibili. L’anno scorso ho scritto di The Online Books Page per SerchDay. Questa meravigliosa raccolta è online da più di dieci anni, e attualmente fornisce accesso ricercabile a più di 20000 libri integrali. L’OBP è diretto da John Mark Ockerbloom, progettista di biblioteche digitali all’Università della Pennsylvania. Anche The Internet Archive sta digitalizzando libri. Lo scopo del Million Book Project è “creare una biblioteca digitale consultabile gratuitamente, più o meno della grandezza delle biblioteche della Carnegie Mellon University messe insieme, e molto più fornita di qualsiasi biblioteca di high school”. Un’editore che offre gran parte del suo materiale nuovo e vecchio online, gratuitamente, ricercabile, e con tutte immagini è The National Academy Press. Attualmente, l’accessoè a più di 3000 pubblicazioni. Due servizi a pagamento sono NetLibrary, che offre accesso a circa 76000 libri, con circa 1300 nuovi titoli aggiunti ogni mese, e al quale si può accedere tramite qualsiasi biblioteca pubblica locale o universitaria, spesso senza spese, ed ebrary, che fornisce accesso a più di 50000 titoli (libri, mappe, spartiti musicali, ecc. ecc.). Come NetLibrary, ebrary dà in licenza il servizio a biblioteche e a organizzazioni educative, e gli utenti possono fare il login e accedere mediante qualsiasi computer con accesso al web, gratuitamente, nella maggior parte dei casi» Ulteriori informazioni, sulla pagina di Online Books, http://digital.library.upenn.edu/books/; Netlibrary, http://legacy.netlibrary.com/about_us/company_info/index.asp; Million Book Project, http://www.archive.org/texts/collection.php?collection=millionbooks&PHPSESSID=45464c8f5c3a66d010a78ff7efe0c5c8; Project Gutenberg, http://www.gutenberg.org/; Open Source Books, http://www.archive.org/texts/collection.php?collection=opensource PROGETTI POLITICAL COMMONS La Participatory Politics Foundation, che costruisce congegni software per un «continuo incontro col governo», http://participatorypolitics.org/; progetti governativi open source basati sull’accesso all’informazione pubblica soo discussi su http://www.wired.com/news/privacy/0,1848,65800,00.html? SCIENFITIC COMMONS La Budapest Open Access Initiative mira a garantire l’accesso a materiale scientifico:

http://www.earlham.edu/~peters/fos/boaifaq.htm; Global Access to Health: www.healthgap.org/press_releases/03/; Biological Innovation for Open Society: http://www.bios.net/daisy/bios/15 ; l’iniziativa Science Commons di Lawrence Lessig ed altri: http://science.creativecommons.org/ «BIOS lancerà presto una piattaforma open source che promette di liberare l’accesso a sequenze di DNA brevettate e ai metodi necessari per manipolare materiale biologico. Gli utenti devono solo seguire le “norme contrattuali” di BIOS, che sono simili a quelle utilizzate dalla comunità del software open source». (http://www.wired.com/news/medtech/0,1286,66289,00.html?) Un gran numero di cmpagnie hanno cominciato a porre i loro brevetti in un “patent commons”, come sostenuto recentemente dalla IBM: «La mossa della IBM (IBM) è intesa a incoraggiare altri possessori di brevetti a donare la loro proprietà intellettuale al fine di formare quello che la compagnia definisce un “patent commons”, una versione moderna dei terreni pubblici condivisi tenuti in disparte rispetto alle leggi tradizionali» (http://www.wired.com/news/business/0,1367,66237,00.html?)

cxiii

BIFO, UNO SCRITTORE RADICALE ITALIANO, SULL’APPROPRIAZIONE PRIVATA DELLA CONOSCENZA COLLETTIVA

«Il tentativo di effettuare una privatizzazione coatta della conoscenza collettiva ha incontrato resistenza dappertutto. Dal momento che il lavoro intelletuale è al centro della scena produttiva, il commerciante non possiede più i mezzi giuridici o materiali per imporre il principio della proprietà privata. Quando i beni immateriali posono essere riprodotti a piacimento, l’appropriazione privata dei beni on ha senso. Nella sfera del capitale semiotico e del lavoro cognitivo, quando un prodotto è consumato, anziché sparire, sso resta disponibile, mentre il suo valore cresce quanto più il suo uso è condiviso» (Bifo, in “Neuro”, e-newsletter)

cxiv

IL MOVIMENTO STUDENTESCO FREE CULTURE, UN’INIZIATIVA DI STUDENTI, DI LAWRENCE LESSIG

«“La (Electronic Frontier Foundation) e la Creative Commons stano facendo davero un ottimo lavoro, ma le persone della nostra età sembrano non sserne al corrente”, lui disse. “Se riuscissimo a mostrare (agli studenti) come ciò sia rilevante per le loro vite, essi sarebbero davero entusiasti e si impegnerebbero nel movimento”. Così Pavlosky e altri leader della Free Culture stanno trovando modi intelligenti per illustrare l’importanza del copyright nelle loro vite quotidiane con progetti come Undead Art, che invita gli studenti a remigare il classico di culto Night of the Living Dead, adesso di pubblico dominio, e a trasformarlo in qualcosa di nuovo – come un video zombie techno o un cortometraggio animato. I partecipanti posono poi contrassegnare la loro opera con una licenza di copyright flessibile mediante Creative Commons, i modo che la gente posa condividere il lavoro liberamente e

agevolmente. Queste licenze permettono ad altre persone di prendere un’opera e di modificarla a piacimento, a condizione che non cerchino di trarre guadagno dalla nuova opera senza permesso. Gli studenti inoltre incoraggiano i loro pari a interessarsi di temi legislativi. Ssi hanno creato Save the iPod, un sito che incoraggia gli studenti a scrivere ai loro rappresentanti governativi per fermare l’Induce Act». (http://www.wired.com/news/culture/0,1284,65616,00.html? ; si vedano anche freeculture.org e il gruppo Downhill Battle)

cxv

LA DICHIARAZIONE DI BERLINO SUI DIRITTI ONLINE GESTITI COLLETTIVAMENTE Un esempio di proposta di soluzione che difende sia l’uso libero della cultura sia i diritti d’autore:

La DRM [gestione dei diritti digitali] e i processi di massa a chi condivide file non sono soluzioni accettabili per una società aperta ed equa * Il fine primario della legislazione sul copyright deve essere un bilanciamento tra i diritti dei creatori e quelli del pubblico * Le società di riscossione devono diventare piùì democratiche, trasparenti e flessibili, permettendo ai loro membri di pubblicare le loro opere sotto licenze ad accesso aperto e non-commerciali. * Con le società di riscossione adeguatamente riformate, la riuscita esperienza europea con le eccezioni e le limitazioni compensate da imposte dovrebbe essere rivista per una possibile applicazione al mondo online. * Esortiamo la Comissione Europea a considerare un’imposta fissa per assicurare un compenso ai detentori dei diritti senza che ci sia controllo sugli utenti. «Col sistema proposto, i detentori dei diritti licenzierebbero i loro diritti online a una società di riscossione per una rappresentanza collettiva, come già si fa in molti casi di procedure offline. Questa società di riscossione on-line sovrintenderebbe alla regolazione dei trasferimenti di opere protette su internet e poi ricompenserebbe o detentori dei diritti sulla base dell’uso effettivo dei loro file da parte di utenti finali. I fondi con i quali i detentori dei diritti sono ricompensati possono provenire da una quantità di fonti:sottoscrizioni volontarie di donazioni da parte di utenti finali o da loro delegati o imposte su beni e servizi associati relativi, come connessioni internet a banda larga, lettori MP3 altro, oltre all’imposte sui blank media, sulle fotocopiatrici, e s tutto quello che vine già riscosso oggi» (http://wizards-of-os.org/index.php?id=1699) ALTRE PROPOSTE PER UN MODELLO P2P OPEN MUSIC COMPATIBILE Ogni proposta di attività open music dovrebbe aderire ai cinque principî seguenti, se vuole essere praticabile in alternativa ai sistemi di filesharing gratuiti: «1. Filesharing aperto: gli utenti devono essere liberi di condividere tra di loro file posti sui loro hard drive. 2. Formati di file aperti: il contenuto deve essere distribuito in MP3 e in altri formati senza ALCUNA protezione di gestione dei diritti digitali. 3. Tesseramento aperto: i possessori di contenuto devono poter registrarsi liberamente per ricevere una ricompensa. 4. Pagamento aperto: gli utenti devono poter accedere al sistema usando carte di credito o carte d’accesso acquistabili anonimamente a un certo prezzo in negozi al dettaglio. 5. competizione aperta: deve esserci una moltitudine di questi sistemi, che possono allacciarsi l’uno al database di filesharing del’altro. Non dev’essere un monopolio legalizzato» (http://shumans.com/articles/000033.php; vd anche http://shumans.com/p2p-business-models.pdf)

cxvi

ERIC RAYMOND: I PROCESSI P2P SONO “DITTATURE BENIGNE”?

«Eric Raymond pensava alle stesse limitazioni quando ha notato che i progetti open source sono spesso gestiti come “dittature benigne”. Non sono benigne perché le persone stanno in qualche modo meglio, ma perché la dittatura è basata quasi esclusivamente sulla capacità della gente di convincere altri a seguire la loro guida. Questo significa che la coercizione è quasi inesistente. Di qui, un dittatore che non è più benevolo e si aliena i suoi seguaci perde la facoltà di dettar legge. La possibilità di coartare è limitata, non solo perché l’autorità si basa sulla reputazione, ma anche perché i prodotti che vengono realizzati mediante un processo collaborativo sono disponibili a tutti i membri del gruppo. Le risorse non si accumulano a livello di elite. Perciò, abbandonare il dittatore e muoversi in una direzione diversa – nota come “biforcazione” nel movimento Open Source Software – è relativamente facile ed è sempre una minaccia per gli agenti istituzionali» (http://news.openflows.org/article.pl?sid=02/04/23/1518208)

cxvii

JACQUES RANCIERE

«Au “tumulte économique de la différence qui s'appelle indifféremment capital ou démocratie”, il oppose la division comme pratique de toutes les “catégories” qui sont “victimes” de la politique, qui subissent le “tort” de l'exclusion de l'égalité. Rancière définit le politique comme la rencontre litigieuse de deux processus hétérogènes. Le premier, appelé police ou gouvernement, “consiste à organiser le rassemblement des hommes en communauté et leur consentement repose sur la distribution hiérarchique des places et des fonctions”. Le second est celui de l'égalité ou de l'émancipation qui consiste dans le jeu des “pratiques guidées par la présupposition de l'égalité de n'importe qui avec n'importe qui et par le souci de la vérifier”. La rencontre entre le processus égalitaire et la police se fait dans “le traitement d'un tort”, car toute police, en distribuant les places et les fonctions, fait tort à l'égalité. Le processus d'émancipation est toujours mis en mouvement au nom d'une “catégorie” à laquelle on refuse l'égalité, “travailleurs, femmes, Noirs ou autres”. La mise en œuvre de l'égalité n'est pas pour autant la simple manifestation de ce qui est

propre à la catégorie en question. L'émancipation est un processus de subjectivation qui est à la fois processus de “désidentification ou de déclassification”, puisque la logique des sujets qui portent le conflit et veulent démontrer l'égalité est double: d'une part, ils posent la question: “Sommes-nous ou non des citoyens?”, et d'autre part ils affirment: “Nous le sommes et nous ne le sommes pas”. Au fond, il s'agit d'une variation fidèle à la conception la plus révolutionnaire de la politique et du conflit chez Marx: la classe comme dissolution de toutes les classes. La classe ouvrière en même temps qu'elle travaille à sa constitution contre la police qui fait tort à l'égalité œuvre aussi à sa propre destruction en tant que classe. Mais pourquoi la désidentification n'a jamais abouti dans la tradition du mouvement ouvrier?… S'émanciper, c'est affirmer l'appartenance à un même monde, “rassemblement qui ne peut se faire que dans le combat”. La démonstration de l'égalité consiste à “prouver à l'autre qu'il n'y a qu'un seul monde”. Pour Rancière, le politique est la constitution d'un “lieu commun”». (http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=1266)

cxviii

DEFINIZIONE DI GIOCO DEL GIUDIZIO

«Il nuovo “gioco” sociale che comincia a prevalere nell’era dell’informatizzazione è il gioco del giudizio, in cui lo scopo è acquisire o esercitare facoltà di giudizio o influenza intellettuale disseminando e condividendo informazione e conoscenza. Alcune persone chiamano questo processo “gioco della reputazione”. Questo è in contrasto coi vecchi schemi della ricchezza e del prestigio» (website di Kumon)

cxix
Teorie connessioniste sulla mente e il cervello, http://www.artsci.wustl.edu/~philos/MindDict/connectionism.html

cxx
Bruce Sterling, sulla “maturazione” dell’analisi delle reti sociali: http://www.wired.com/wired/archive/12.11/view.html?pg=4?tw=wn_tophead_7

cxxi

LA LUNGA CODA NEL MERCATO

«Le persone si tuffano nel catalogo, immergendosi nella lunghissima lista dei titoli disponibili, ben al di là di quanto è disponibile in un Blockbuster Video, in un Tower Records o da Barnes & Noble. E più trovano, più apprezzano. Mentre si allontanano dai sentieri noti, essi scoprono che il loro gusto non è tanto mainstream quanto pensavano (o come gli veniva fatto pensare dal mercato, dalla mancanza di alternative, e da una cultura guidata dal successo). Un’analisi dei dati di vendita e dei trend di questi servizi e di altri simili mostra che l’emergente economia digitale dell’intrattenimento sarà radicalmente diversa dall’odierno mercato di massa. Se l’industria dell’intrattenimento del ventesimo secolo era concentrata sugli hit, quella del 21esimo secolo sarà in egual misura attenta agli insuccessi. Per troppo tempo abbiamo sopportato la tirannia dell’offerta a minimo comun denominatore, assoggettati alla morte cerebrale da blockbuster estivo e al pop prefabbricato. Perché? Per colpa dell’economia. Molte delle nostre assunzioni sul gusto popolare sono in realtà sono prodotti dalla offerta misera-e dall’inconsistente adeguamento alla domanda – una risposta del mercato alla distribuzione inefficiente» (http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail.html)

cxxii

KENNETH GERGEN: UN PUNTO DI VISTA SUL SÉ RELAZIONALE E SUI PROCESSI SOCIALI “DAL BASSO”

La seguente considerazione pone l’accento sui rapporti come costitutivi della realtà sociale. A una lettura superficiale, questa definizione non sembra includere l’esistenza distinta di un campo sociale né alcuna convergenza ggettiva, ma l’ultimo paragrafo mostra una comprensione di carattere P2P dei processi sociali. La teoria tradizionale della società civile è costruita su un’ontologia delle unità, o entità, limitate – specificamente, «l’individuo», «la comunità», «lo Stato», e così via. Una teoria così fatta non solo crea un mondo fondamentalmente di separazioni, ma favorisce l’uso di modelli tradizionali di causa ed efetto per comprendere i rapporti. Uno o è un agente, che dirige il corso degli eventi, oppure è ridotto a un effetto. Cme possiamo comprendre il mondo sociale in un siffatto modo, visto che esso on è fatto di entità, ma è costituitola processi di relazione? Non si tratta per niente di un compito facile per noi, viste le implicazioni dell’eunciato di Wittgenstein secondo cui «i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo». Il nostro comune linguaggio descrittivo ed esplicativo ci vincola effettivamente a una comprensione del mondo in termini di unità (sostantivi) che agiscono l’una sull’altra (verbi transitivi). Anche il concetto di relazione, come è comunemente inteso, è basato sull’assunzione di unità indipendenti. Se e quando tali unità agiscono l’una sull’altra, noi parliamo di uniyàche si mettono in relazione. Così, per esempio, diciamo: «Un rapporto che si viene a creare tra di loro», oppure «Non sono più in rapporto». Se spostiamo la nostra attenzione sulla relativa teoria sociale, ci acorgiamo che forse il candidato più significativo pr una comprensione relazionale,cioè l’analisi dei sistemi, è posto nella prospettiva dei sistemi come disposizione collettiva di entità collegate mediante processi di causa ed effetto. Lo stesso vale per i diagrammi dei sistemi, i diagrammi di flusso, i loop di retroazione e affini… Saremmo avvantaggiati se cominciassimo la nostra analisi ponendo l’attenzione sui processi relazionali dai quali si sviluppano le ontologie e le etiche, ea partire dai quali preferiamo certe azioni ad altre. Questi processi di creazione e di8 costruzione di mondi di significato sono sempre e ovunque in azione. In questo senso, i movimenti civili sono sempre in fieri. Ovunque ci siano due o più persone che negoziano sulla natura delle loro vite, su ciò che è degno d’esser fatto e su ciò che non lo è, queste stabiliscono in maniera rudimentale il terreno della vita civile nei loro termini».
(fonte: Kenneth Gergen website)

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RELAZIONALITÀ

Il seguente frammento deriva da una descrizione del concetto di «panarchia», una forma di governo fortemente legata al concetto di «peer to peer». In esso, l’autore Paul Hartzog descrive l’importanza della relazionalità nelle nuov visioni del mondo. «Il principio più fondamentale della panarchia è la relazionalità. In opposizione all’ontologia deterministica, atomistica, meccanicistica che accompagna l’era industriale, la panarchia è caratterizzata da effetti di rete. Gli effetti di rete lisi può spiegare usando l’esempio del fax. Ogni singola macchina fax è inutile. Il secondo fax in una rete accresce il valore del primo. Andando avanti, tutte le future aggiunte a una rete accrescono il valore dei membri esistenti di quella rete. Il motivo che sta alla base degli effetti di rete è che la stessa rete è una struttura comunicativa. Ogni volta che entra un nuovo membro, il numero delle connessioni comunicative cresce esponenzialmente, creando così valore aggiunto. Effetti comunicaivi, cioè di rete, si hanno in qualsiasi sistema relazionale nel quale la comunicazione sia il propoito fondamentale, quale che sia la sua natura – politica, giuridica, sociale, economica, tecnologica ecc. ecc.. Un secondo principio fondamentale è quello dell’identità relazionale. Nelle tradizionali ontologie atomistico-meccanicistiche, le cose sono costruite come aventi un’esistenza indipendente dalle loro relazioni. Le cose hanno proprietà, e alcune di queste proprietà possono essere relazionali. Al contrario, le più recenti ontologie relazionali che pervadono molte discipline – dalla fisica alla biologia – vedono le relazioni come parte di quello che una cosa è. Sotto questa luce, una cosa non solo entra a far parte di relazioni, ma è di fatto costituita da esse. Le relazioni sono fondamentali all’identità, o sé, di una cosa. Come esempio, considerate la diffrenza tra l’altezza di una persona e la sua identità come padre. L’altezza è una proprietà del suo corpo, ma la sua “paternità” on lo è. «Padre» è un modo linguistico per descrivere una proprietà emergente che è condivisa tra due membri di una struttura comunicativa, cioè una famiglia» (http://www.panarchy.com/Members/PaulBHartzog/Writings/Principles )

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Questo esempio è tratto da una straordinaria opera pionieristica scritta nel 1918 da Mary Parker Follett, cioè The New State, disponibile online all’indirizzo http://sunsite.utk.edu/FINS/Mary_Parker_Follett/Fins-MPF-01.html. Tom Attlee dice di questo libro: «Questo clasico del 1918 dispiega la prima visione della democrazia olistica ed è più pieno di materiale citabile su questotema di ogni altra cosa che io conosco». L’intelligenza collettiva sta giungendo a concretezza grazie alla rapida crescita delle pratiche partecipative che sono state sviluppate nell’ultimo decennio; si veda il link seguente, dove Wiki fornisce un’ampia lista di pratiche partecipative: http://www.wiki-thataway.org/index.php?page=ParticipatoryPractices

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LA SVOLTA PARTECIPATORIA NELLA SPIRITUALITÀ

Ferrer sostiene che la spiritualità andrebbe liberata dall’esperienzalismo e dal perennalismo. Per Ferrer, il modo migliore per ottenere ciò è attraverso il suo concetto di una «svolta partecipativa»; cioè, non limitare la spiritualità a un che di meramente personale, all’esperienza soggettiva, ma includervi l’interazione con gli altri e col mondo. Alla fine, Ferrer afferma che la spiritualità non dovrebbe essere universalizzata. Cioè, non ci si dovrebbe sforzare di trovare il legame comune che possa connettere relazionalmente il pluralismo e l’universalismo. Al contrario, ci si dovrebbe soffermare maggiormente sulla pluralità e su una dialettica tra universalismo e pluralismo» (http://wilber.shambhala.com/html/watch/ferrer/index.cfm/xid,76105/yid,55463210)

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Si veda http://207.44.196.94/~wilber/ferrer.html

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Informazioni sui SEED Dialogues su http://www.seedopenu.org. Un simile lavoro è stato compiuto da David Peat, allievo dell’astrofisico David Bohm, nel suo libro sulla Blackfoot Physics, qua: http://www.fdavidpeat.com/bibliography/bibliography.htm. Si veda anche questa pagina: http://www.fdavidpeat.com/bibliography/essays/black.htm

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DAVID PEAT SULLA PROSPETTIVA MONOLOGICA DELL’OCCIDENTE

«Il tempo è stato astratto dallo spazio e il quadro è stato lasciato col punto di vista singolo, un mondo ghiacciato visto dalla finestra. Con l’elaborazione della prospettiva, si entra più a fondo nel quadro ma lo si vede con un occhio oggettivo. Rispecchiando la metafisica del periodo, la natura è stata proiettata di là da noi ed il mondo è esperito come un che di esterno. La base matematica della prospettiva è chiamata «geometria proiettiva». Questo termine dice tutto. Non si può più incontrare un oggetto direttamente nella sua forma naturale ed essenziale, come qualcosa che possa essere esplorata e toccata; al contrario, esso diventa una superficie che deve essere alterata per adeguarla alla logica globale della prospettiva matematica. Il ricco paesaggio interiore individualistico del mondo naturale aveva lasciato spazio a una griglia prospettica uniforme di logica e ragione. Come si accompagna bene alla prospettiva una scienza in cui la natura obbedisce a leggi che sono, in un certo senso metafisico, estere all’essenza della materia. Come Bacon spiegò, queste leggi vanno scoperte ponendo la natura sulla greppia, un’altra specie di griglia, e tormentandola finché non ci rivelii suoi segreti». (http://www.fdavidpeat.com/bibliography/essays/black.htm)

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Una lettura bibliografica propedeutica a questa “antropologia della coscienza” la trovate all’indirizzo: http://sacaaa.org/bibliography_of_consciousness_studies.htm La verità delle forme animistiche di coscienza, nonostante la loro “antropomorfizzazione” della natura, potrebbe pure essere la loro comprensione immediata del concetto secondo il quale «c’è coscienza in tutto».

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MICHEL MAFFESIOLI

«Nous sommes dans une ere de hedonisme generalise, pour lequel ce sur quoi on ne peut rien, devient indifferent… Ce qui engender une certaine forme de serenite, a la base meme de nombreuses manifestations de generosite et d’entraide, car l’acceptation de ce qui est peut aller de pair avec le souci de participer a ce qui est: non pas maitriser, mais accompagner un etat de fait pour qu’il donne le meilleur de lui-meme. La realization de soi se fait dans une interaction ecologique et festive. On tend a la “propension des choses” Il n’y a pas lieu de projeter sur elles des desires, des convictions, etc.. de quelque ordre qu’ils soient, mais bien de s’accorder a leur evolution, et a la necessite qui est la leur. La encore, l’initiative n’est plus propre a l’individu isole, ou d’un ensemble forme a partir d’un contrat social, mais elle est conjointe, partage entre le monde et l’homme. Ainsi, au moralisme et a son <devoir etre>, succeed une deontologie prenant au serieux les <situations> et agissant en consequence, qui est attentive a la disposition du moment, qui s’accorde aux opportunites du moment. Il n’y a nulle indifference a un tel immanentisme, mais une conscience constante, une presence a ce qui est: le monde, les autres. C’est une co-presence a l’alterite. Cela nous oblige a considere l’insertion au groupe, non uniquement regi par la raison (comme dans la modernite) mais mu egalement par les sentiments et les affects».
(comunicazione personale, fonte da verificare)

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LOREN GOLDNER SULLA TRADIZIONE COSMOBIOLOGICA DEL RINASCIMENTO

Si veda l’URL http://home.earthlink.net/~lrgoldner/renaissance.html. Logicamente (o sorprendentemente, visto che parliamo di un marxista), Goldner sta anche spostando la sua attenzione sulle «tradizioni originarie dei nativi americani», non solo degli indiani ma anche dei primi coloni, e sulle loro comunità religiose radicalmente egalitarie, anziché sul socialismo di matrice europea delle masse di emigranti di fine 19simo secolo. Ad ogni modo, si tratta di un autore che val la pena di approfondire.

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GOLDNER SULLA “DIMENTICANZA” DELLA TRADIZIONE COSMOBIOLOGICA

«I critici dell’Illuminismo foucaultiani e appartenenti alla Scuola di Francoforte proliferano a spese dell’impoverimento della sinistra, con il loro lungo idillio con un’appropriazione monodimensionale dell’Illuminismo, con la secolare confusione della sinistra tra il compimento della rivoluzione borghese mediante i funzionari dello stato civile e il socialismo, e col fallimento mondiale di quel progetto. La cosmobiologia pre-illuminitica, caratteristica del Rinascimento e della Riforma, e che è arrivata tramite l’idealismo tedesco alla marxiana appartenenza di specie, ha ancora meno significato per costoro di quanto non ne abbia per figure come Habermas. Tuttavia, la classica critica che si rivolge loro è viziata dal tacito consenso sul tema della “noiosità della natura”, essendo essa il regno del meccanicismo, come Hegel disse, elaborando la teoria definitiva del funzionario dello stato civile, isolato dalla pratica nella natura. Entrambe le fazioni di questo dibattito ancora si muovono nell’orizzonte della separazione di cultura e natura, Geist e Natur, distinzione che venne alla luce grazie alla svalutazione della cosmobiologia operata dall’Illuminismo. È la riabilitazione, in forme adeguate alla contemporaneità, della concezione di Paracelso e Keplero, non di Voltaire e Newton, quello che serve oggi alla sinistra per una (necessariamente simultanea) rigenerazione della natura, della cultura e della società, per uscire dal mondo decaduto di Urizen di cui parlava Blake, mondo che egli definiva “visione singolare e sonno newtoniano”». (http://home.earthlink.net/~lrgoldner/renaissance.html)

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IL NATURE INSTITUTE, O «LA SCIENZA QUALITATIVA»

«Sviluppiamo modi di pensare e percezioni che integrano il pensiero auto-riflessivo e quello critico, la fantasia e un’attenta, dettagliata osservazione dei fenomeni. Il Nature Institute promuove una comprensione autenticamente ecologica del mondo vivente. Studiamo l’ecologia interna delle piante e degli animali, chiarendo come le strutture e le funzioni si connettono per formare la creatura nella sua integrità. Il nostro approccio interdisciplinare integra anatomia, fisiologia, comportamento, sviluppo, genetica ed evoluzione. Analizziamo l’intero organismo come parte della più ampia rete della vita. Creando storie della vita delle piante e degli animali, apriamo le porte a una nuova comprensione delle creature a noi consimili come esseri dinamici ed integrati. Mediante questo approccio, l’organismo ci insegna cose su se stesso, rivelando le sue caratteristiche e la sua interconnessione col mondo che lo sostiene. Questo modo di fare scienza accresce il nostro senso di responsabilità per la natura. Nessuna persona che abbia letto, per esempio, il saggio di Craig Holdrege sul bradipo, e che da lì abbia cominciato ad apprezzare questo animale come unica, particolare espressione del suo intero habitat forestale, riuscirà a tollerare il pensiero di perdere sia il bradipo o il suo habitat. Come si esprime stupendamente Goethe, tutti gli aspetti individuali della natura sono interconnessi e interdipendenti. Noi concepiamo il singolo animale come un piccolo mondo, che esiste per il suo bene, grazie ai suoi mezzi. Ogni creatura è la propria ragion d’essere. Tutte le sue parti hanno effetto diretto sulle altre creature, ogni relazione lega l’una all’altra, rinnovando così costantemente il circolo della vita; perciò, siamo giustificati se consideriamo ogni animale fisiologicamente perfetto» (http://natureinstitute.org/) IL NATURE INSTITUTE SULLE LIMITAZIONI DEL RIDUZIONISMO «Possiamo scoprire la coerenza delle nostre cinque proposizioni riduzionistiche riconoscendo in esse l’espressione di un singolo atto della mente cognitiva. L’atto di per sé non è patologico; piuttosto, è solo la sua singolarità – il suo agire contemporaneamente a una soppressione del necessario atto di contrappeso – ciò che lo rende, nei suoi risultati riduzionistici, patologico. Il riduzionismo, fondamentalmente, non è tanto un complesso di concetti, quando un

modo di esercitare (e non esercitare) le nostre facoltà cognitive. Il gesto cognitivo cui alludo è l’atto interiore dell’isolare qualcosa in modo da afferarla più facilmente e con maggiore precisione, ottenendo il potere su di essa. Vogliamo poter dire: “Ho esattamente questo – non quello né quell’altro, ma questo”. L’ideale di verità qui sottinteso è un ideale “sì-o-no”. Nessuna ambiguità, nessuna indistinzione, nessuna incertezza, nessuna penetrazione essenziale di una cosa da parte di un’altra, ma, piuttosto, interazioni precisamente definite tra cose separate e precisamente definite. Vogliamo cose che possiamo isolare, immobilizzare, inchiodare e trattenere. Come possiamo evitare l’ambiguità e avvicinarci a una certezza salda, sì-o-no? La risposta, in parte, è questa: attingendo a una delle nostre conquiste più eccellenti, cioè alla nostra capacità sempre più raffinata di distinugere e discriminare. Qualsiasi cosa sembri complessa e di natura varia va analizzata in parti semplici distinte con relazioni chiaramente spiegate. Questo tipo di analisi e di chiarificazione èla funzione della loica, una disciplina che abbiamo portato a livelli straordinari di sofisticatezza. Materialismo, meccanicismo e riduzionismo: i loro presupposti e tendenze sono un tutt'uno, perché essi sono tutti espressione di un singolo gesto cognitivo. Lo scopo di questo gesto è afferrare una realtà semplice, fissa, precisa, senza ambiguità, manipolabile, spogliata della vita interiore e delle qualità che potrebbero richiedere sacrifici. Anestetizziamo il mondo allo scopo di possederlo e controllarlo come una cosa. Ma a dispetto della monodimensionalità del proposito – o, piuttosto, poiché un tale gesto monodirezionale diventa sterile senza la vita e senza il movimento di un gesto di contrappeso – i presupposti del complesso di riduzioni tradiscono un’impressionante incoerenza. Essi ci offrono: ** Un materialismo senza alcun materiale riconoscibile. ** Un meccanicismo che deve ignorare le macchine vere e proprie, occupandosi invece della chiarezza determinata e immateriale degli algoritmi di macchina. ** Un riduzionismo che produce formulazioni sempre più precise su una realtà sempre più depauperata. ** Un metodo mono-dimensionale di analisi che non si ferma mai a spiegare qualcosa nei suoi stessi termini, spostando sempre la nostra attenzione su qualcos’altro. ** Un rifiuto di tener conto delle qualità, a dispetto del fatto che non abbiamo un briciolo di mondo di cui parlare o da comprendere se non grazie alle qualità. ** La causa staccata dall’effetto; tutto il divenire – cioè, tutto l’ess-ente attivo – cristallizzato nella stasi. ** Una esposizione dal basso verso l’alto che cerca di spiegare una realtà più piena per mezzo di una realtà meno sostanziale, ignorando il flusso bi-direzionale della causazione tra tutti i contesti, e considerando ingenuamente le più piccole parti del meccanismo del mondo come le più fondamentali per spiegarlo. ** Infine, il rifiuto della mente come aspetto irriducibile e fondamentale dell’universo – tutto questo mentre gli scienziati tendono sempre più a descrivere il mondo come guidato da, e costituito essenzialmente da, poco più che insiemi di astrazioni mentali – formule matematiche, regole,informazioni e algoritmi. Tutto questo corpo di dogmi definisce l’ideologia riduzionistica, on la scienza in sé. Tuttavia, i dogmi hanno l’incredibile capacità di alterare la pratica scientifica, un’alterazione evidente in tutti i rispetti. Allo stesso tempo, on c’è motivo per sperare che adesso i dogmi cadranno sotto il peso delle loro stesse assurdità. Se questo accadrà, non sarà perché particolari scoperte proveranno l’infondatezza della posizione riduzionista, piuttosto perché – molto similmente aquanto è accaduto con l’originaria rottura rispetto al pensiero medievale – semplicemente, sempre più persone troveranno impossibile guardare al mondo nella vecchia maniera»

(http://www.natureinstitute.org/txt/st/mqual/)

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NEGRI SUL RAPPORTO UOMO-MACCHINA

È stato generalmente notato, da McLuhan e altri, che la tecnologiaè u’estensione, un’esteriorizzazione delle facoltà del corpo umano, del suo cervello e del suo sistema nervoso. Nell’epoca attuale, mentre stiamo portando a compimento quest processo di emulazione del sistema nervoso e del cervello con le nostre reti e i nostri computer, assistiamo alla nascita di un nuovo processo, cioè della reintegrazione delle tecnologie esternalizzate nei nostri corpi. Questa tematica è generalmente discussa sotto la categoria di «cyborg». Oggi, la materia, la vita e la mente vengono sempre più comprese sulla base di una riduzione alla loro base informazionale, il che dà vita alla nanotecnologia, alla biotecnologia e all’intelligenza artificiale. Sulla base di un continuo dominio di un sistema meccanicistico e manipolativo, i risultati potrebbero esser visti come un’estensione, a un livello senza precedenti, della nostra alienazione. Negri nota, in modo simile, che le macchine produttive sono entrate in noi, soprattutto adesso che lo stesso cervello – cioè l’innovazione creativa – è visto come il fattore produttivo più importante, e adesso che abbiamo un acesso sempre maggiore a computer economici e a una rete internet mondiale che sta al di furi del pieno dominio mercantile. E tuttavia questo lavoro creativo è ancora generalmente sotto il comando del capitale finanziario. Negri tenta di superare la dicotomia uomo-macchina e di vedere il potenziale di emancipazione insito nello stato attuale delle cose: «La moltitudine non solo usa le macchine per produrre, ma diventa essa stessa sempre più macchina, poiché i mezzi di produzione vengono sempre più integrati nelle loro menti e nei loro corpi. Le macchine produttive sono state integrate nella moltitudine, ma non hanno alcun controllo su di loro, rendendo più cattiva la loro alienazione. Questo suggerisce che l’effettiva trasformazione radicale del sistema produttivo su un piano autonomo potrebbe essere possibile in un batter d’occhio, staccandolo dal comando capitalistico»
(comunicazione personale, da http://www.ephemeraweb.org/journal/4-3/4-3editorial.pdf)

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SULLA PARTECIPAZIONE, FRAMMENTO DA OWEN BARFIELD

«La partecipazione è la relazione extra-sensoriale tra gli uomini e i fenomeni». Il mondo, per come ci è dato immediatamente, è un misto di percezione sensibile e di pensiero. Anche se queste due cose non possono essere separate nella nostra esperienza, possiamo nondimeno distinguerle. Quando lo facciamo, troviamo che il solo aspetto percettivo non ci garantisce alcuna coerenza, nessuna unità, nessuna “cosa” in generale. Non potremmo nemmeno notare una macchia rossa, né distinguerla da una adiacente macchia verde, senza l’aiuto dei concetti forniti dal pensiero. In assenza del cncettuale, esperiremmo (nelle parole di William James) soltanto «una fiorente, brulicante confusione» (Poetic Diction; Saving the Appearances). «Il mondo familiare - diverso dal mondo in gran parte ipotetico delle “particelle” che i fisici aspirano a descrivere – è il prodotto di un dato percettivo (che di per sé è insignificante) e di una attività nostra, che potremmo chiamare “figurazione”. La figurazione è un’attività in gran parte subconscia, immaginativa, attraverso la quale partecipiamo alla produzione (alla “figurazione”) dei fenomeni del mondo materiale. (Una semplice analogia – che rimane solo un’analogia – è data dal modo in cui un arcobaleno viene prodotto dalla cooperazione del sole, delle gocce di pioggia e dell’osservatore). Il modo in cui scegliamo di considerare le particelle è una cosa, ma quando ci riferiamo al mondo quotidiano – il mondo delle “cose” – dobbiamo accettare che il nostro pensiero è tanto là fuori, nel mondo quanto è nelle nostre teste. Ma, a livello pratico, troviamo quasi impossibile tenere presente questa verità. Nel nostro pensiero critico di fisici e filosofi, ci immaginiamo proiettti sullo sfondo di un mondo oggettivo costituito da particelle, al quale non partecipiamo minimamente. Al contrario, si dice che il mondo fenomenico, o familiare, sia pieno della nostra sogettività. Nel nostro pensiero quotidiano, non-critico, d’altro lato, prendiamo per garantita la concreta, oggettiva realtà del mondo familiare, presumiamo una manifestazione oggettiva, legittima di sue qualità come il colore, il suono e la solidità, e scriviamo perfino trattati di scienza naturale sulla storia dei suoi fenomeni – tutto questo trascurando la coscienza umana che (secondo la nostra stessa analisi critica) determina questi fenomeni dall’interno in un modo che cambia continuamente». (Worlds Apart; Saving the Appearances) Il nostro linguaggio e i nostri significati oggi portano l’idea della partecipazione fuori portata, laddove la realtà della partecipazione (se non la sua idea) era data smplicemente nelle epoche precedenti. Per esempio, non possiamo fare a meno di concepire i pensieri come cose nelle nostre teste, «oppure come sigarette all’interno di un pacchetto di sigarette chiamato cervello». Al contrario, durante l’era medievale, sarebbe stato impossibile pensare all’attività mentale, o intelligenza, come prodotto di un organo fisico. «Così, sino ad ora, la concezione dominante è stata supportata dai significati non-verificati delle uiche parole con le quale è possibile parlare dell’argomento in questione» (Frammenti raccolti da http://www.praxagora.com/~stevet/fdnc/appa.html; Maggiori informazioni su Barfield al sito http://owenbarfield.com/)

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DEFINIZIONE DI UN «FATTOSOCIALE TOTALE»

«Un fatto sociale totale [fait social total] è “un’attività che ha effetto su tutta la società, nelle sfere economica, legale, politica e religiosa” (Sedgewick 2002: 95) “Diversi elementi della vita sociale e psicologica sonano intrecciati da quelli che lui [Mauss] arriva a chiamare ‘fatti sociali totali’. Un fatto sociale totale è un qualcosa che plasma e organizza pratiche e istituzioni apparentemente ben distinte’ (Edgar 2002:157) il termine fu reso popolare da Marcel Mauss nel suo The Gift ed è stato coniato dal suo allievo Maurice Leenhardt, che si ispirava a Durkheim”». (http://encyclopedia.laborlawtalk.com/Total_social_fact )
Le fonti bibliografiche usate per la definizione sono 1) Sedgewick, Peter (2002). Cultural Theory: The Key Concepts, Routledge Key Guides Series. Routledge: 2) Edgar, Andrew (2002). Cultural Theory: The Key Thinkers, Routledge Key Guides Series. Routledge.

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GEORGE MODELSKI SULLA TEMPORALITÀ DEL CAMBIAMENTO

Uno che ha studiato la temporalità del cambiamento nelle civiltà umane è George Modelski, con le sue teorie sulla «politica evoluzionistica», con alcune delle sue conclusioni, secondo le quali «il tasso di cambiamento tende ad assottigliarsi», il che è controintuitivo. Egli prevede un periodo in cui la trasformazione tecnologica coesisterà con una struttura sociale stabilizzata. Le sue conclusioni sono basate su una combinazione di vari trend osservabili in una sigola interpretazione integrata: Cambiamenti di fase e saturazione: l’andamento della legge di potere e l’evoluzione dei sistemi mondiali, di Tessaleno Dvezas e George Modelski, Technological Forecasting and Social Change, V70 N9, Nov 2003 «Un eccellente articolo che modella l’organizzazione sociale mondiale come svolgimento multi-livello, concluso in se stesso, a scatole cinesi, della legge di potere, che segue una criticità autodeterminata. Essi suggeriscono che il cambiamento sociale implica una scala di processi che varia, in estensione (durata temporale) da 250 (o, ma raramente, più) a 1 (molto comune) generazione umana, con pochi processi di sviluppo a lunga durata (per esempio: la democrazia mondiale, la globalizzazione…) e un grandissimo numero di processi che durano una sola generazione (per esempio: tipiche manifestazioni culturali e legali). Assumendo un’unità generazionale/culturale di apprendimento umano della durata di trent’anni, essi descrivono “onde K” di 60 anni che abbracciano sviluppi cme la nascita di settori primari dell’economia globale (per esempio: la comparsa delle automobili o dell’elettricità), e “onde lunghe” di 120 anni, come l’ascesa dei poteri mondiali a una posizione di leadership globale. Tutto questo è stato osservato da altri studiosi della ciclicità e sembra piuttosto ragionevole. Una delle intuizioni più efficaci del loro modello è che la durata temporale delle innovazioni evolutive è inversamente proporzionale alla loro importanza per il processo evolutivo (cioè: processi irreversibili he impiegano molto tempo sono molto più rari quanto più necessari al progresso del sistema nel complesso). Un’altra interessantissima ituizione è la loro osservazione che il cambiamento del sistema mondiale, benché ancora inclinato verso l’alto, è rallentato da mille anni, col punto di inflessione situato approssimativamente attorno al 1000 DC. Usando una curva logistica di crescita (“curva ad S”), il loro modello dell’emergenza del sistema mondiale propone che lo sviluppo sociale umano (l’asse Y) sia in fase di decelerazione e sia “completo circa all’80%”, e che perciò le caratteristiche essenziali dell’organizzazione sociale umana adesso siano arrivate al punto. In altre parole, essi propongono che il cambiamento sociale si stia rapidamente saturando e che esso sarà significativamente meno drammatico e “nuovo” di anno in anno. Ecco uno scenario plausibile: finiremo tutti col vivere in democrazie sociali sempre più standardizzate, rivolte all’individuo, di grana fine, ed eque, con la trasformazione dei conflitti in una faccenda fortemente regolata, e con l’unica innovazione non regolata che si avrà sull’orlo caotico della comprensione umana e della necessità sociale. Gli autori delineano quattro fasi di cambiamento sociale per il modello, cominciando dal periodo antico (3000 aC – 1000 aC), e poi: periodo classico (1000 aC – 1000 dC), periodo moderno (1000 – 3000) o periodo del “consolidamento del sistema mondiale”, e un presunto periodo post-moderno (3000 – 5000) con piccoli cambiamenti sociali (benché possiamo immaginarci grandi trasformazioni nella sfera tecnologica). Ogni periodo di duemila anni corrisponde bene alle quattro fasi della crescita logistica: impulso, accelerazione, decelerazione e saturazione». (http://accelerating.org/tech_tidbits/2005/18jan05.html#socialsaturation)

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JORDAN POLLACK SULLO SCENARIO DEL “FEUDALESIMO DELL’INFORMAZIONE”

Se la sfera culturale sarà completamente scalzata dalla mercificazione, le conseguenze sarebbero certamente negative: non possiederemo niente più, saremo sempre dipendenti da tutti i tipi dilicenze… «Mi sembra che quello che vediamo nella sfera del software – e questo è l’aspetto allarmante della scietà umana – sia l’inizio di una specie di esproprio. Le persone credono che questo esproprio derivi solo dalla pirateria, come in Napster e Gnutella, dove i diritti degli artisti vengono violati dalle persone che cndivisono le loro opere. Ma c’è un altro tipo di esproprio, che è l’impossibilità di comprare effettivamente un prodotto. L’idea è questa: non potreste comprare questo software, potreste solo prenderlo in licenza su una base giornaliera, mensile o annuale. Quando questa idea si diffonde dal software alla musica, ai film, ai libri, la civiltà umana basata sulla proprietà cambia essenzialmente» (http://www.edge.org/documents/day/day_pollack.html)

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JOHN PERRY BARLOW, DELLA ELECTRONIC FRONTIER FOUNDATION, SULLA PRIVATIZZAZIONE DELLA PROPRIETÀ COMUNE

«Passo un’enorme parte del mio tempo a evitare che le industrie del contenuto s’impossessino del mondo – letteralmente. Sento che ci troviamo in una condizione nella quale il totalitarismo privato non è un’idea peregrina, a causa della sempre crescente matrice di consistenza dei canali di comunicazione gestiti dalle stesse compagnie che posseggono il contenuto, che posseggono proprietà web, che posseggono i media tradizionali. Essenzialmente, esse stesso in una posizione dalla quale possono controllare la stessa mente umana. La possibilità di avere una voce dissidente nei loro canali è sempre più scarsa, e l’uso del copyright come mezzo per sopprimere la libertà di espressione sta diventando sempre più di moda. Ci sono tutti questi sistemi interdipendenti di tecnologia e legge, dove pure solo riportare qualcosa da un’opera protetta da copyright è sufficiente ad attirare le ire del sistema su di voi» (http://news.com.com/2008-1082-843349.html)

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DOCUMENTAZIONE SUL SALARIO UNIVERSALE

Una delle migliori risorse è il Basic Income European Network, che attualmente, di fatto, copre la maggior parte delle zone del mondo: http://www.bien.org I Verdi sul salario universale, con molte risorse, all’inirizzo: http://perso.wanadoo.fr/marxiens/politic/revenus/index.htm Una spiegazione molto chiara del salario universale, e del perché è così necessario, di Philippe Van Parijs, all’indirizzo: http://atheles.org/editeur.php?ref_livre=&main=lyber&ref_lyber=318

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SULLA TRANSIZIONE DA UN MODO DI PRODUZIONE A UN ALTRO, DI UN PARTECIPANTE A OEKONUX.DE

«I mercanti veneziani, che si erano costruiti le loro fortune durante il feudalesimo vendendo armi o beni di lusso dall’Asia ai signori feudali europei, non costituivano il cuore della produzione sociale. Anche se essi portarono alla angustia della vita feudale – accentrata sul feudo e sulla sua chiesa parrocchiale – un’apertura al commercio mondiale (i cortigiani delle corti europee potevano indossare vesti fatti con sete rientali), le relazioni tra i mercanti e tra loro e il resto del mondo feudale rimasero marginali e sembravano meramente ausiliarie. La produzione di beni essenziali, indispensabili alla sussistenza degli uomini (beni agricoli e strumenti artigianali, principalmente) era operata sotto rapporti feudali. Questo aspetto marginale, secondario dei rapporti capitalistici nel mezzo della società feudale era così aut-evidente che perfino nel 18simo secolo i primi economisti borghesi, i fisiocrati francesi, potevano seriamente pretendere che i mercanti e i manufattori on pagassero tasse, dato che essi on creavano alcun autentico “prodotto netto”: non facevano altro che trasportarlo o modificare la sua forma. Cosa vgliamo dedurne? Che sin dalla loro origine, nel mezzo della vecchia società, i rapporti superiori di produzione non nascevano obbligatoriamente con una forma definita, capace di gestire la totalità della produzione sociale o anche solo la suaparte più vitale. Il fatto che oggi il software free e, più in generale, i beni digitalizzabili riguardano non più che una parte, ancora una volta marginale, della produzione e del consumo sociale, non costituisce un argomento a favore dell’impossibilità che le relazioni economiche che essi implicano possano un giorno diventare i rapporti sociali dominanti. Quello che ha prmesso ai rapporti capitalistici di diventare dominanti dopo secoli di esistenza on è solola vittoria ideologica, militare e politica dei promotori dei nuovi valori capitalistici contro il vecchio regime feudale, anche se queste cose hanno giocato un ruolo determinante; ma il fatto materiale, concreto - che si dimostra giorno dopo giorno e progressivamente sempre più evidente – che le nuove relazioni erano le sole che potessero permettere l’uso di nuove forze produttive generate dall’apertura del commercio e dallo sviluppo delle tecniche di produzione. “In definitiva”, è l’imperativo economico, l’irreversibile tendenza storica allo siluppo della produttività lavorativa, che finisce per imporre la sua legge. Quello che oggi ci consente di figurarci la possibilità che i rapporti di produzione fondati sui principi del free software (produzione che si preoccupa di soddisfare le necessità della comunità, condivisione, cooperazione, l’eliminazione dello scambio di mercato) potrebbero diventare socialmente dominanti è il fatto che questi rapporti sono i più adatti a sfruttare le nuove tecniche di comunicazione e di informazione, e che il ricorso a queste tecniche, il loro ruolo nel processo sociale di produzione può solo diventare maggiore, ineluttabilmente».
Fonte: Raoul Victor, Free Software and the Market Society, http://www.oekonux.org

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PAOLO VIRNO SULLA NUOVA STRATEGIA POLITICA

Virno fa parte della nuova generazione dei “pensatori radicali italiani”, che sembra aver sostituito il precedente dominio del “pensiero francese”. Spesso è associato col gruppo di persone che sta proponendo, insieme a Negri e Hardt, la strategia delle “moltitudini”. In questo articolo, egli spiega che con il movimento sociale contemporaneo, i propositi sociali e politici hanno uno spostament. Innanzitutto, vanno stabilite nuove realtà sociali; poi, andranno adattate nuove strutture politiche. L’ultima cosa da sperare, egli dice, è l’istituzione di un iper-Stato, un governo mondiale per un ppolo mondiale. «La lutte contre le travail salarié, à la différence de celui contre la tyrannie ou contre l’indigence, n’est plus corellée à l’emphatique perspective de la « prise du pouvoir ». Précisément en vertu de ses caractères très avancés, se profile comme une transformation entièrement sociale, qui se confronte de près au pouvoir, mais sans rêver une organisation alternative de l’Etat, visant au contraire à réduire et à éteindre toute forme de dirigisme sur l’activité des femmes et des hommes et donc sur l’Etat tout court. On pourrait dire : alors que la « révolution politique » était considérée comme un préalable inévitable pour changer les rapports sociaux, maintenant, c’est ce butin à venir qui devient le passage préliminaire. La lutte peut développer son caractère destructif, seulement si elle porte haut une autre façon de vivre, de communiquer, et même de produire. En bref, seulement s’il y a autre chose à perdre que ses propres chaînes. Que se passe-t-il lorsque l’on considère la forme actuelle de l’Etat comme l’ultime possible, méritant de se corroder et de tomber en ruine, mais certainement pas d’être remplacé par un hyper Etat « de tout le peuple » (http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=1806)

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DISERZIONE

«La diserzione abbatte gli imperi. Pensate all’Unione Sovietica e, più in generale, al blocco orientale: non c’era aspetto della vita quotidiana che non fosse sotto stretta sorveglianza, rea quasi impossibile organizzare una resistenza; eppure questi regimi sono stati rovesciati dalla diserzione. La gente lasciava in massa, e quelli che rimanevano semplicemente smettevano di lavorare. Anche l’indolenza può essere una buona cosa. Può essere che l’unica via per cambiare il mondo passi non per i partiti rivluzionari a per la diserzione» (da: Politics without the state. [a cura di Diana George e Charles T. Mudede]. Seatlle Research Institute, 2002) Il libro citato è descritto come segue: «Concentrano la loro attenzione sul modo in cui l’attuale ordine del mondo funziona affettivamente, anziché solo economicamente o ideologicamente, oppure cgnitivamente. Contro “la comunicazione del terrore da parte di un oligopolio sui media di aziende private che agisce in tandem con un apparato statale”,essi promuovono “una comunicazione universale” di invenzione, gioia e corporeità. La meta che si prefigurano è “ottenere un controllo collttivo, partecipativo sui processi immaginifici attraverso i uali si costituiscono le nostre identità e i nostri desideri”. Questo significa inventare nuove forme di socialità, immaginare alternative al capitalism globale precisamente nelmomentoin cui ci viene insistentemente detto che non è concepibile alcuna alternativa”.
(fonte: Seattle Research Institute website, http://www.seattleresearchinstitute.org )

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ANTONIO NEGRI SUL LAVORATORE INTELLETTUALE:

«À présent, on observe un autre type de fonction socia1e productive, et un autre type d'ouvrier apparaît, celui qui travaiIIe devant un ordinateur. CeIa suppose un élargissement du concept de producteur et, de plus, une réappropriation des moyens de production. Quand le cerveau devient I' outil fondamental, il n'y a plus de séparation entre moyens de production et force productive, c'est ceIa Ia potentialité révolutionnaire». (da un messaggio sulla mailing list di “Multitudes”, dicembre 2004, ispirato a un’intervista pubblicata sul quotidiano francese “L'Humanite”)

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Per informazioni sulla lotta contro l’adozione delle licenze sui software nell’Unione Europea, vd: http://www.nosoftwarepatents.com/fr/m/intro/index.html Il seguente è un libro istruttivo che spiega perché questi temi onoimportanti: La bataille du logiciel libre. 10 clefs pour comprendre. Thierry Noisette e Perline. La Découverte, 2004 http://www.labatailledulogiciellibre.info/; http://www.perline.org/ SUL SALARIO UNIVERSALE COME FORMA DI “REDDITO” PER QUELLO CHE LA POPOLAZIONE APPORTA ALLA SOCIETÀ:

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«Pour l’économiste écologiste Bernard Guibert il faut trouver la justification du revenu social garanti qu’il place au centre du programme social des écologistes, dans une réhabilitation du rapport de rente. Non pas une rente parasitaire mais une rente sur ses propres qualités, sociales et productives, sur son propre corps. La régulation de cette rente comme celle du développent durable est un acte de nature politique Le but de cet article est de tenter de fonder théoriquement la revendication qui est au coeur du projet de l’écologie politique, celle d’un revenu social d’existence qui soit inconditionnel, universel et de niveau suffisant pour permettre à chacun de vivre d’une manière autonome et décente. Il s’agit de transformer tout citoyen de notre pays en rentier : il faut donc rappeler ce qu’est le concept de rente, réfuter les préjugés idéologiques dont ce il est victime et en énoncer le contenu positif et même révolutionnaire comme condition de la réalisation du projet politique du développement durable». (http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=12)