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Direttore Responsabile (Elenco speciale dei Giornalisti Prot. n.

2179): Luisa Barbieri Iscrizione della Rivista Mediconadir c/o il Tribunale di Bologna n° 7377 12/11/2003 Coordinatore Gruppo Redazione: Giovanna Arrico Gruppo Redazione: Giovanna Arrico, Luisa Barbieri, Chiara Giovannini, Sara Luccarini, Silvia Piazzi, Andrea Quercioli

L’associazione raggruppa persone di varia estrazione ed orientamento unite da scopi ed interessi comuni, ma di eterogenea formazione, di varie convinzioni politico-religiose, di ideali talvolta differenti. Pertanto le affermazioni contenute negli articoli, anche per quanto esattezza e/o originalità, rispecchiano esclusivamente le opinioni personali dei singoli autori e non rappresentano necessariamente le idee o l’orientamento degli altri Soci, dei Responsabili delle Attività o della Redazione Associazione Medica N.A.Di.R. Organizzazione di volontariato
Ai sensi dell’art. 10 comma 8 del D. L. 4/12/1997 n° 460 la presente assoc. in quanto organizzazione di volontariato ai sensi delle L.11/08/1991 n°266 e onlus di diritto - associazione medica a carattere socio-sanitario destinata alla cura e alla prevenzione dei DISTURBI di RELAZIONE, attraverso un programma clinico di reintegrazione del soggetto portatore di disagio L’Associazione N.A.Di.R., quale Organizzazione di volontariato costituita ai sensi della L. 11 agosto 1991, n. 266 ed iscritta nella sezione provinciale del registro regionale del volontariato, istituito ai sensi dell’art. 2 della L.R. 2 settembre 1996, n. 37, è ONLUS “di diritto” in base a quanto disposto dall’art. 10, comma 8 del D.Lgs. 4 dicembre 1997, n. 460. Ai sensi dell'art. 15, comma 1, lett. i-bis) del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, le erogazioni liberali in denaro, per importo non superiore a euro 2.065,83, effettuate a favore delle ONLUS, sono detraibili dall'IRPEF nella misura del 19 per cento. La medesima agevolazione, entro i predetti limiti, è concessa anche per l’IRES dovuta dagli enti non commerciali (art. 147 del D.P.R. 917/86). Ai sensi dell'art. 100, comma 2, lett. h) del medesimo decreto, per le imprese sono deducibili le erogazioni liberali in denaro per importo non superiore a euro 2.065,83 o al 2 per cento del reddito d'impresa dichiarato. N.B. L'agevolazione spetta a condizione che il versamento venga eseguito tramite banca, ufficio postale, carta di credito, assegni bancari o circolari, carta di debito prepagata.

La posta delle Cicamiche della N.A.Di.R. Saremmo molto lieti di ricevere le vostre lettere, i vostri commenti sul lavoro che stiamo cercando di fare, le vostre domande alle quali il nostro staff operativo cercherà di dare adeguata risposta. Se volete inviare degli articoli lo potete fare e sicuramente verranno valutati dal nostro gruppo redazione per eventuale pubblicazione sulla nostra rivista e/o sul nostro sito web Tel.3470617840 l.barbieri@mediconadir.it www.mediconadir.it I lavori in video che vengono citati sono pubblicati su www.arcoiris.tv, potete, comunque, richiedere i DVD a NADiRinforma: paolo.mongiorgi@arcoiris.tv o al 347 06 17 840 (spese vive a vostro carico) SOMMARIO pag. 1 – “ChooseMyPlate”: il nuovo simbolo della dieta bilanciata - Luisa Barbieri pag. 4 – Il mio compleanno – Sara Luccarini pag. 5 - Appello a scrittori, storici e giornalisti sull'uso improprio delle parole – Marco Cinque pag. 6 – Volare – Daniele Mongiorgi pag. 7 – Mamma Africa – Giovanna Arrico pag. 9 – Il cambiamento come lezione di vita – Vittorio Cameriero pag. 11 – Immigrazione: la parola all'Alto Commissario ONU – Luisa Barbieri pag. 13 – L'epoca delle passioni tristi – Chiara Giovannini pag. 14 – Idee in rivolta – Andrea Quercioli pag. 16 – Il metodo analogico per imparare la matematica – Silvia Piazzi pag. 18 – Commento al film “Up” - Luca Piazzi pag. 19 – L'amicizia è … - Giovanna Arrico pag. 20 – Nient'altro che la verità – Chiara Giovannini pag. 21 – I recettori della gratificazione responsabili della dipendenza da nicotina – Luisa Barbieri pag. 23 – Val di Susa: la manifestazione del 3 luglio '11 – Luisa Barbieri pag. 26 – Maltrattamenti subiti dalle persone anziane – Luisa Barbieri pag. 27 – Binge drinking e lesioni cerebrali negli adolescenti – Luisa Barbieri pag. 29 – La visione della vita degli adolescenti e le loro prospettive in termini di salute – Luisa Barbieri pag. 30 – La psicologia delle folle di Gustave Le Bone – Chiara Giovannini pag. 31 – Levo-tiroxina: somministrazione serale v/somministrazione mattutina – Luisa Barbieri pag. 32 – L'impatto delle credenze religiose sull'insorgenza e soluzione del disagio – Luisa Barbieri pag. 34 – Commento a “The Prestige” - Luca Piazzi pag. 35 – Per evitare le fratture ossee nelle malnutrizioni da anoressia si usino estrogeni a bassi dosaggi – L.Barbieri pag. 38 – Trovato il batterio anti-malaria – Luisa Barbieri pag. 39 – Siviglia – Granada – Diario di una vacanza – Giovanna Arrico pag. 42 – La Coca Cola – Sara Luccarini pag. 43 – Che facciamo ? Vai tu ? - Chiara Giovannini

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“ChooseMyPlate”:
il nuovo simbolo della dieta bilanciata
di Luisa Barbieri

Il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti introduce la nuova icona alimentare “MyPlate” in sostituzione della famosa Piramide alimentare che parrebbe, così, andare in pensione, in quanto considerata un po' troppo complicata alla comprensione. Il Piatto alimentare propone in maniera semplice e chiara una serie di consigli destinati ad aiutare i consumatori ad adottare sane abitudini alimentari in linea con il Dietary Guidelines for Americans del 2010. Introducing the New Food Icon: MyPlate Nei paesi industrializzati l'obesità, con tutte le sue conseguenze, rappresenta sempre più un problema che non può essere ignorato. Negli Stati Uniti d'America, ove le abitudini alimentari non sono certamente da prendere ad esempio e dove si rileva un' elevatissima incidenza di obesità, Michelle Obama si è assunta il compito di affrontare il problema a 360°. Nel febbraio 2010 annunciò formalmente quello che lei stessa definiva “un ambizioso programma”: porre fine alla piaga americana dell'obesità infantile in una generazione. Negli USA il problema è davvero serio: 1/3 della popolazione infantile è in sovrappeso e, come dice Michelle Obama, intervistata il 9 febbraio '10 da Robin Roberts nel corso di “Good Morning America's", è arrivato il momento di cambiare, di educare le persone orientandole verso una qualità di vita migliore, in quanto: "Vogliamo che i nostri ragazzi possano affrontare un futuro diverso e migliore relativamente alla loro qualità di vita”. Il progetto della First Lady si esprime nella campagna “Let's move” che prevede tantissime iniziative mirate alla rieducazione alimentare e al movimento e che poggia su quattro pilastri portanti: • fare azione di empowerment rendendo così consapevoli sia i genitori che gli operatori sanitari • migliorare la qualità del cibo distribuito nelle scuole • ridurre il costo degli alimenti più sani, permettendo, così, a tutte le famiglie un adeguato approvvigionamento • puntare l'attenzione sul benessere derivante dall'educazione fisica (nell'aprile '11 Beyoncé ha creato un video destinato alla promozione della campagna “Let's move!” : "Move Your Body" ) Nell'ambito delle iniziative promosse da “Let's move” a favorire la rieducazione alimentare, chiarificando il messaggio, il 2 giugno 2011 il Dipartimento dell'Agricoltura degli USA ha reso pubblico, con il supporto della First Lady e della Dott. Regina Benjamin, la nuova icona del cibo: “MyPlate” che va a sostituire “MyPyramid”. MyPlate, il Piatto alimentare, risulta un'immagine molto più immediata all'interpretazione e alla memorizzazione, si riferisce al singolo pasto, piuttosto che alla dieta quotidiana, è sicuramente più semplice della oramai desueta Piramide alimentare, a cui si faceva riferimento sino ad un mese fa quale simbolo della dieta bilanciata, inoltre si basa sui principi della Dietary Guidelines for Americans del 2010. Forse la piramide conteneva maggiori e più dettagliate informazioni, ma certamente la proposizione grafica era più complessa, meno comprensibile e, quindi, meno fruibile.

2 Il piatto alimentare è un simbolo grafico estremamente semplice essendo suddiviso per gruppi alimentari di base, raccoglie gli alimenti che dovrebbero comporre il singolo pasto in quattro categorie (4 sezioni colorate), aggiungendone a lato una quinta, rappresentata dai latticini. Non vi sono dubbi circa il fatto che risulti più schematico e funzionale, può quindi aiutare a scegliere gli alimenti seguendo criteri adeguati e, soprattutto, induce alla scelta autonoma e responsabile, oltre che consapevole, dell'individuo, elemento indispensabile all'empowerment. "Abbiamo bisogno di ottenere l'attenzione del consumatore" ha dichiarato Robert C. Post, vice direttore del Department of Agriculture’s Center for Nutrition Policy and Promotion, questo nuovo schema di riferimento deve rappresentare un “segnale visivo” capace di indurre i consumatori a scegliere gli alimenti sull'onda della consapevolezza e della responsabilizzazione, quindi della libertà. Se si riescono a fornire adeguati strumenti di conoscenza, le persone non possono divincolarsi dalla responsabilità derivante dalla conoscenza, quindi si ritrovano nel ruolo dell'individuo attivo e libero di scegliere. Io trovo che questa strategia sia utilissima a correggere le devianze dei comportamenti alimentari, ma non solo, in quanto la si potrebbe applicare in ogni ambito passibile di consapevolizzazione, essendo la libertà e quindi la responsabilizzazione individuale la base della Comunità competente.

La frutta e la verdura dovrebbero rappresentare la parte forte del pasto andando a coprire la metà del piatto, mentre i cereali dovrebbero coprirne 1/4 come le proteine. Si sono mosse immediatamente alcune critiche da parte di esperti del settore, ad esempio si è puntato l'indice sulla parola “proteine” riportata in una quarta parte del piatto. É stato scritto che, così proposta, può essere fuorviante, in quanto farebbe dimenticare che ne sono ottime fonti anche latte e derivati che invece vengono riportati come satellite del pasto. Inoltre, si fa notare che anche i cereali contengono proteine, sia pure di qualità inferiore, invece vengono proposti come “altro” dall'immagine. Sempre in riferimento alle proteine un'altra obiezione al nuovo simbolo alimentare fa riferimento alla mancanza di adeguate informazioni, tanto da non permettere di evincere con chiarezza che nella scelta degli alimenti per eccellenza proteici, bisogna privilegiare

3 il pesce e le carni magre, oltre, naturalmente, ai legumi. Lo stesso dicasi per i condimenti che, malgrado la grande importanza che essi rivestono nella dieta, non vengono rappresentati, fermo restando che invece nell'intero documento a disposizione della popolazione vi è una sezione a loro dedicata (http://www.choosemyplate.gov/foodgroups/oils.html ). Il documento che supporta il Piatto alimentare è disponibile sul web http://www.choosemyplate.gov/ ed è dettagliato in ogni sezione, oltreché aggiornato, quindi, pur accogliendo le critiche di tanti nutrizionisti, suggerirei di fare una valutazione precisa e dettagliata di ciò che è disponibile sul sito web, in quanto, come per i condimenti cui è dedicata una sezione, lo stesso vale per altri tipi di approfondimento in tema alimentazione.

4 Quindi, malgrado le inevitabili critiche soprattutto in relazione ad alcune semplificazioni dell'approccio proposto, per la verità io trovo che l'importanza di questa campagna, quindi anche di questo nuovo schema alimentare, stia nel tentativo di educare-sensibilizzare in maniera semplice ed immediata la popolazione, orientandola verso la possibilità di scegliere un apporto di nutrienti salutare in contrapposizione alle abitudini imperanti, il tutto senza ricorrere all'imposizione, ma invitando ad imparare e, quindi, a scegliere autonomamente. In sintesi ciò che salta all'occhio è chiaro e semplice persino da applicare, non solo da comprendere: • bisogna fare in modo che 3/4 di ciò che mettiamo nel piatto sia di origine vegetale, senz'altro privilegiando frutta e verdura, rispetto ai cereali che, se consumati integrali, aumentano i loro benefici per l'organismo • nel piatto lo spazio destinato alle proteine è veramente modesto (1/4) e tra queste si invita a scegliere quelle derivanti dalle carni magre e dal pesce, senza dimenticare i latticini che nel grafico sono rappresentati da un piccolo piattino satellite • tutti i cibi sarebbe bene contenessero sodio in quantità minima • tra i consigli di base non vanno dimenticate le bevande tra le quali si privilegia ovviamente l'acqua che dovrebbe essere consumata in quantità non inferiore al litro e mezzo al giorno, mentre sono vivamente sconsigliate le bevande gassate e/o zuccherate. Il piacere derivante dal cibo rimane un punto fermo, ma, proprio in virtù del piacere, va consumato con moderazione.

Note di approfondimento

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Alimentazione equilibrata – La nuova piramide alimentare http://www.mypersonaltrainer.it/nutrizione/alimentazione-equilibrata.html – Michelle Obama: 'Let's Move' Initiative Battles Childhood Obesity http://abcnews.go.com/GMA/Health/michelle-obama-childhood-obesity-initiative/story?id=9781473 “Good morning America” reports on First Lady Michelle Obama's initiative to combat childhood obesity http://blogs.abcnews.com/pressroom/2010/02/good-morning-america-reports-on-first-lady-michelleobamas-initiative-to-combat-childhood-obesity.html “Let's move” - http://www.letsmove.gov/ "Move Your Body" video for Let's Move! - OFFICIAL HD Let's Move! "Move Your Body" Music Video with Beyoncé - NABEF http://youtu.be/mYP4MgxDV2U http://www.letsmove.gov/about 2010 Dietary Guidelines for all Americans http://www.health.gov/dietaryguidelines/dga2010/DietaryGuidelines2010.pdf http://www.choosemyplate.gov/downloads/MyPlate/SelectedMessages.pdf Ten Tips Nutrition Education Series - http://www.choosemyplate.gov/tipsresources/tentips.html

Il mio compleanno
di Sara Luccarini

Per il mio compleanno vorrei la maglietta della Roma e un nuovo orologio Per il mio compleanno vorrei sapere se i miei fratelli sono vivi Per il mio compleanno vorrei una festa in una saletta privata Per il mio compleanno vorrei avere una tregua Per il mio compleanno vorrei una torta alla crema e cioccolato Per il mio compleanno vorrei solo non vedere le fumarie delle bombe e le pallottole vaganti Per il mio compleanno non vorrei verifiche in classe Per il mio compleanno non vorrei la guerra

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Appello a scrittori, storici e giornalisti sull'uso improprio delle parole.
di Marco Cinque

Sull'utilizzo e la mistificazione delle parole, del loro senso e significato da parte di chi è al potere e da coloro che, per svariate ragioni, lo approvano e lo sostengono, c'è molto da dire. Storicamente, una delle parole più gettonate era “infedele”, cioè quell'individuo che non credeva in un determinato Dio e che veniva perciò trasformato automaticamente in persona di per sé malvagia. Se l'infedele di turno era donna, la dose di malvagità raddoppiava e la stessa veniva definita “strega”, da punire e bruciare in pubblici roghi. Il termine “selvaggi” invece era destinato a popoli e persone con stili di vita e culture non conformi a quella dominante; tale parola poneva i destinatari della stessa come soggetti più animali che umani, quindi inferiori per definizione. Ma l'uomo cosiddetto civilizzato non ha badato a trucchi per coprire l'orrenda natura delle proprie azioni. Ad esempio, il più grande genocidio della storia umana, quello dei nativi delle Americhe, è stato definito col termine giustificatorio e auto-assolutorio di “Destino Manifesto”. Arrivando ai giorni nostri, questa pratica si è ancor più evoluta ed affinata: ad esempio cosa vuol dire “integrazione” (accezione che viene data addirittura con intenzioni positive), se non la concessione di un padrone al proprio servo, di un re al proprio suddito, di un tiranno al proprio schiavo? Se ci riflettiamo un'integrazione non sottende mai un confronto alla pari, a meno che non si rinunci ad una sua consonante e si trasformi in “interazione”. Oppure, perché la parola “extracomunitario” non si riferisce mai a canadesi, australiani o statunitensi, ma è utilizzata puntualmente in modo offensivo, discriminatorio e razzista? Arriviamo infine alle efferatezze compiute dal mondo civilizzato e al tentativo di sminuire, se non addirittura di rendere innocenti, i propri misfatti. La lista è lunga: “esecuzioni capitali” invece di “omicidi legalizzati”, “Centri di permanenza temporanea” o anche "Centri d'igiene mentale" piuttosto che “lager”, etc., ma a questa lista non possiamo non accludere i “bombardamenti chirurgici”, cioè quegli attacchi militari mirati che, in maniera pianificata e premeditata, uccidono delle persone senza processo né condanna. Poi ci sono gli “effetti collaterali”, ovvero i massacri di civili inermi (statisticamente già previsti e messi in conto all'inizio d'ogni guerra) definiti così per distinguerli dalle odiate stragi terroristiche. E ancora i “missili intelligenti”, cioè quegli ordigni che ad ogni esplosione rimpinguano magicamente il conto in banca delle multinazionali delle armi e della ricostruzione. Per finire, la tanto invocata e brandita “guerra umanitaria”, una forma di conflitto bellico che ancor prima di annientare luoghi, inquinare territori e seminare morti, ha preventivamente assassinato il senso stesso delle parole di cui si fregia. Vogliamo continuare questo massacro?

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Volare
di Daniele Mongiorgi

Volare … per me significa sognare Volare... è quel sogno che l’uomo, con passione e desiderio-bisogno di conoscere, è riuscito a realizzare. É il desiderio è ciò che vorrei fare da grande è ciò che davvero mi piace da sempre e... credo... per sempre Quando volo provo una sensazione unica, una sensazione che mi avvolge e coinvolge solamente quando, con il mio aereo, sono immerso nel cielo sereno Quando volo provo un'infinità di emozioni che mi fanno sentire bene, in pace con me stesso e con gli altri, libero da tutti i problemi, con un sorriso nuovo, diverso dal solito, pieno di speranze e di buone notizie. Volare mi piace, ma soprattutto mi fa sentire bene. Volare…è ammirare il mio paese dall’alto notando dettagli, osservando colori e forme che da terra non avrei mai notato: da lassù tutto è più bello. Volare… è vedere il mare che, dall'alto, mi ricorda un enorme tappeto persiano raggrinzito dal tempo, di un colore blu così intenso e vivace che non esiste in qualsivoglia collezione di pastelli. Volare… è accarezzare le candide e soffici nuvole con l‘estremità dell‘ala. Se mi soffermo e le osservo capisco che sono fatte dello stesso materiale di cui sono fatti i miei desideri. Non si possono toccare, ma solo ammirarne la bellezza, la loro morbidezza immaginaria e forma ineguagliabile. Nel mio immaginario quando sono triste è come se volassi al fianco di un temporale preceduto da grossi nuvoloni grigi carichi di … lacrime. Quelle lacrime collegano la terra al cielo, dove stanno i sogni... almeno i miei. Volare… è rasserenarsi dopo avere superato il temporale, è vedere che le nuvole cambiano di forma e di colore. Diventano angeli, il cui candore si esprime in tutta la sua purezza illuminato dai raggi del sole … e la bellezza non ha fine. Volare … è la consapevolezza di non essere vincolato, ancorato alla terra, è vissuto di libertà, è come percepirsi una persona nuova, migliore. Volare … è emozione, pura e semplice emozione che vorrei divenisse parte della mia quotidianità, un'emozione da poter vivere quando, come e con chi voglio io, come l'espressione più elevata dell'appartenermi

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MAMMA AFRICA, io turista … vi racconto
di Giovanna Arrico

Settembre 2010: insofferenza, insoddisfazione, voglia di fare, di organizzare, di cambiare...troppe cose da decidere. Non è ancora il momento. Passo davanti ad un' agenzia di viaggio, una delle cose che faccio normalmente, adoro i viaggi, gli scambi di cultura, mondi diversi...guardo, riguardo... Mi faccio prendere da un'offerta sul Kenya esposta nella vetrina. Entro e chiedo informazioni. Ritorno a casa con questa idea fissa nella mente. Ne ho bisogno, ne ho voglia. Ho deciso, partirò da sola. Nel momento in cui l'operatore mi proponeva il tipo di viaggio, decido che voglio partire ma a modo mio. Niente villaggio-illusione e niente confusione. Trovo una sistemazione in un villaggio fuori Malindi, dove non c'è animazione e dove si parla solo il francese, sembra carino, pulito e accogliente, decido anche che farò il Safari...la curiosità di vedere gli animali è troppo forte sia per me che per la mia macchina fotografica. Qualche giorno a contatto diretto con la natura sarà per me un'esperienza importante. Mi organizzo il viaggio e all'operatore detto questa tipologia di condizioni. Prenotato. Da lì a pochi giorni sarei partita. Non mi aspettavo nulla da questo viaggio e invece mi ha dato tanto, mi ha fatto percepire emozioni molto intense, mi ha lasciato un segno indelebile dentro, quel segno che mi porta a riguardare le foto fatte e a pensare che lì, in quel posto io ci tornerò, in un altro modo forse, ma ci tornerò. La partenza è stata travagliata, diversi cambi di orario da Milano Malpensa, tanta gente e nessun volto famigliare. Non sentivo paura, avevo voglia di provare questa esperienza e di poterla fare da sola. Condividerla al mio rientro solo con chi veramente avrebbe voluto ascoltarla. In tarda serata annunciano il volo, tutti molto stanchi ci incamminiamo verso il check in. Si sale e finalmente si parte. In aereo il volo notturno mi piace molto, riesco a dormire e a gustarmi ogni movimento anche durante il sonno. Arrivata a destinazione ...e ora inizia per me l'avventura. Pratiche doganali, saluti alle ragazze vicine di posto e ognuno di noi prende strade diverse. Mi ritrovo in pullman con tante persone che non conosco che sono già state destinate alle varie strutture. Amici, fidanzati, genitori con figli, coppie anziane... non nascondo che ho vissuto un momento di sconforto. Mi rendo conto di essere sola. Prendo fuori la mia macchina fotografica, e paradossalmente mi sento meno sola. Inizio a guardare la strada, i bambini che incrociamo, l'inizio di una giornata come tante per gli abitanti, di una giornata speciale... per me. Scatto foto e … ancora foto. Il pullman prosegue la sua corsa ed io vengo pervasa da un'irresistibile voglia di scendere e andare a toccare con mano ciò che vedo... è tutto così incredibile! MI prende un forte nodo alla gola e non riesco proprio a mandarlo via. Davanti ai miei occhi … la povertà Quei sorrisi che mi inondano da un lato mi aprono il cuore, dall'altro mi portano col pensiero alla mia realtà, a quanto le mie lamentele forse non abbiano poi tanto senso! Scorgo negli occhi di queste persone un misto di serenità e di impotenza. Sento tanta serenità e solarità nel forte desiderio di conoscenza che quegli sguardi suggeriscono, ma vengo anche inondata dall'impotenza che pare regnare sovrana in questi posti

8 Il tragitto è lungo...iniziano a scendere i primi turisti e poi altri...rimaniamo in cinque. Una coppia di Perugia e una di Catanzaro. Il cielo continua ad essere scuro, nonostante oramai sia mezzogiorno. Tutto è così cupo, i nostri volti e il mondo al di fuori dei finestrini... Il villaggio che mi ospiterà è molto discreto, tranquillo, proprio quello che cercavo: fiori in ogni dove, il profumo del legno, del mare, della terra rossa. Il sole inizia a spingere contro le nuvole ed inizia a darci il benvenuto, tutti riacquistiamo il sorriso, nonostante la stanchezza per il viaggio. L'idea di vivere in quel posto per una decina di giorni inizia a piacermi, la curiosità dei due giorni in tenda che mi aspettano per il safari mi piace parecchio, la possibilità di girare per i paesi mi mette voglia di ricominciare. La valigia in pochi minuti è già vuota e dopo aver sistemato tutto, come al solito, esco...devo vedere, devo sentire, devo toccare...voglio lasciare alle spalle la città, i pensieri, le indecisioni, il poco di tutto che stavo respirando a Bologna. Inizio a conoscere coloro che diventeranno i miei compagni di viaggio, mi trovo bene con loro e mi sento da subito meno sola. Sto interagendo con persone che sino a poco fa erano perfetti sconosciuti, ma che, come per magia, ora stanno condividendo un pezzetto della loro vita anche con me. Anche loro sono animati da un forte desiderio di vivere un'esperienza speciale e di condividere. Mamma Africa purtroppo è tanto bella, quanto avara: quanta povertà ! Uomini e donne vestiti con pezzi di stoffa rammendati e cuciti per farne un abito unico, bambini quasi nudi. La fame e la disperazione si miscelano alla dignità di chi, pur vivendo con niente, nel niente, vuole continuare a sperare dimostrando così come si possa vivere anche con poco o niente. Le abitazioni sono per lo più catapecchie, senza corrente elettrica e acqua. L'acqua che donne e bambini vanno a prendere tutte le mattine al ruscello, come ovvio, non è potabile. Piedi nudi, mosche e insetti sui volti, ciò che mi ha colpito di più è stato vederli sistemati intorno agli occhi dei bambini...uno scenario che colpisce, che fa riflettere. Il riuscire a destare enorme gioia al dono di un biscotto o di una penna bic da mostrare con orgoglio ai compagni di scuola, per me è stata una soddisfazione enorme, anche se mi ha portato col pensiero ai bambini che vivono nel mio Paese e che, ahimè, non sanno che significa essere felici e ai genitori che, inondandoli di cose pensano, di farli felici, ma così non è e questi bimbi me lo stanno dimostrando. Avrei tanta voglia di portarmi tutte queste persone, bambini come adulti, a casa, vorrei dare loro tutto o almeno un po' di ciò di cui hanno bisogno, ma … lo so, lo so che non è così che si fa per aiutare. Per me immortalare i loro visi con la mia macchina fotografica è stato come “portarmeli” a casa. Ora, riguardando quegli scatti, per un verso mi sento in colpa per tutto ciò che la vita mi offre e a quanto poca io sia in grado di apprezzarlo, verso quelle splendide persone che ho incrociato nel mio breve soggiorno in Africa e che mi hanno regalato il loro sorriso e una speranza. Le situazioni di grave disagio sembrano in aumento, così come il desiderio da parte dei “privilegiati” cittadini del mondo industrializzato di non volerne sapere, un po' per vissuto di impotenza, un po' per vigliaccheria e un altro po' per egoismo. Per me andare in Africa è stato importante, al rientro, oltre ad avere preso decisioni importanti per la mia vita...ho avuto e ho ancora impressi quegli sguardi, quel modo di vivere, quella serenità che a volte trapela con il regalo di una piccola cosa. Pensare a loro mi ha dato voglia di cambiare me stessa, le mie regole, alcuni pensieri. Mi ha fatto aprire la mente verso a tutto il resto del mondo... Quanto vorrei un mondo migliore, dove non ci fossero persone povere Quanto vorrei potere essere d'aiuto Forse hanno ragione coloro che mi dicono che sto sognando, quando penso ad un mondo migliore, ma non posso non domandarmi: sono sola a sognare ? Del resto sola o in compagnia, io voglio continuare a crederci, voglio che ogni giorno per d'ora in avanti sia un giorno di condivisione... e... non solo in Africa!
foto di Giovanna Arrico

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Il cambiamento come lezione di vita
di Vittorio Cameriero

tratto da Internazionale di Psicologia
Lo viviamo tutti il cambiamento delle cose. “Stamani la camicia era pulita e stirata, adesso è storta e stropicciata. Le banane che erano acerbe, sono maturate. Il caffè nella tazzina si sta raffreddando. Nemmeno io sono quello di una volta: sono cambiato, ho perso molti capelli, ho letteralmente cambiato ogni cellula del mio corpo. Eppure so che sono sempre io, così come penso che quella camicia sia proprio quella indossata alla mattina, etc”. Queste, che sono considerazioni di scene di vita quotidiana, parlano di quel fenomeno a cui diamo il nome di “cambiamento”. Lo viviamo tutti nella soggettività dei nostri pensieri e attraverso un’ampia gamma di sfumature emotive. Basterebbe ricordare che la psicologia dell’uomo oscilla tra la paura dell’ignoto e il coraggio di esplorare nuovi territori. Uno dei paradossi quotidiani del cambiamento è quello di voler ricercare “punti fermi”, la solidità nella fluidità del divenire. Ma il fascino dei cambiamenti e della storia, come ci ricorda Erodoto, consiste nel non sapere nulla sull’inaspettato che arriva. Ma perché a volte è così difficile cambiare? Modificare una semplice abitudine provoca una nuova organizzazione di gruppi di cellule nervose ( i neuroni), tale per cui nuove connessioni tra di loro vengono a stabilirsi. Perciò se provassimo a scrivere su un foglio la nostra firma, decidendo di omettere le vocali, incontreremo la resistenza neurofisiologica e l’operazione risulterebbe piuttosto concentrata. L’altra resistenza presente nel cambiamento è di natura psicologica, risponde alle paure dell’uomo di perdere sicurezze o punti di riferimento. Pertanto possiamo ritenere che ogni persona organizza la propria modalità di approccio al cambiamento in base alla plasticità cerebrale, ma anche e soprattutto in funzione delle esperienze di vita e dei risultati di successo o insuccesso ottenuti nel corso del tempo nell’affrontare le varie situazioni. Tornando alla matrice più scientifica della psicologia del cambiamento, lo psicologo Greco, parla di due leggi sul cambiamento, la prima cita: “Ogni cambiamento comporta un apprendimento e ogni apprendimento comporta un cambiamento”. Alla prima segue questa seconda legge sul cambiamento: “Ogni cambiamento porta con sé guadagni e perdite”. Se nella prima legge si intuiva che la difficoltà nell’accettare un cambiamento era data dal fare un nuovo apprendimento; nella seconda la resistenza riguarda invece la perdita. Ciò significa che in ogni cambiamento desiderato si deve accettare di lasciare andare qualcosa di “vecchio”, per sviluppare il nuovo, augurandosi di avere vantaggi superiori agli svantaggi di quello che si lascia. Il complesso del Gabbiano Esistono persone che, come l’uccello marino, “vivono in volo perenne”, in frenetico e continuo movimento, che determina instabilità, inquietudine e disorientamento. A volte il complesso del gabbiano può toccare persone che hanno reciso i loro legami familiari in modo traumatico, rinnegando addirittura le loro radici affettive e correndo nell’eterna ricerca di loro stessi. Il complesso del gabbiano è l’espressione simbolica del vagheggiamento di una condizione ideale di vita, senza seguire regole o restrizioni, un nomadismo psicologico privo di punti fermi. L’individuo affetto da questo complesso disperde le sue energie nel sé ideale, mancando nella costruzione di una personalità reale.

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L’effetto Mummia Le persone che subiscono questo “effetto” di solito tendono di frequente a riportare in vita i fantasmi del passato, rimpiangendo pesantemente qualcuno che non c’è più, o una situazione vissuta, percepita come idilliaca. “Se potessi tornare indietro..giuro che non rifarei quello che ho fatto..”, “Quelli sì che erano bei tempi, ma non torneranno più..” L’effetto mummia riguarda coloro che non riescono a staccarsi dal passato e vivono in una sorta di “imbalsamazione psicologica”. Ci sono persone che si accaniscono a rincorrere inutilmente un partner che per diversi motivi ha abbandonato la relazione, o altre che pensano in continuazione a come erano le condizioni di vita di una volta. Questa condizione non può permettere che avvenga il cambiamento, se prima non venga affrontata una rielaborazione consapevole del “passato mummificato”, attuata anche con la mediazione di un lavoro psicologico svolto con uno psicologo. La fuga dalla realtà Molto spesso oggi ci capita di assistere a sindromi legate a quella che viene chiamata” fuga dalla realtà”. Si può diventare fuggitivi in diversi modi. Perché ci si butta nel gioco d’azzardo, nell’uso di psicofarmaci o di droghe, o nel lavoro, etc. Questi tentativi di anestetizzare le emozioni ed i sentimenti reali, nascondono la difficoltà di poter guardare in faccia la realtà. Vivere la realtà come un grande reality impedisce però di assecondare e guidare quei cambiamenti di vita da cui trarre opportunità di crescita e miglioramento. Per concludere diremo che una persona che voglia saper governare i cambiamenti durante il corso della sua vita, compresa l’evoluzione personale, deve assumersi in prima persona una “responsabilità”. E proprio il termine responsabilità diventa centrale nel vivere i cambiamenti. Responsabilità vuol dire “risposta” e significa nella pratica “essere chiamati a dare una risposta” cioè dare una spiegazione al proprio comportamento. Nel mondo anglosassone la base di questo concetto viene definita con il nome “empowerment”. Le persone “empowered”, responsabilizzate, sono pronte a rispondere in modo competente per risolvere una situazione di vita; sanno come agire ed intervenire.

Bibliografia
• • • Greco S.; “La Psicologia del cambiamento” Riflessioni, risorse e strategie per governare gli eventi della vita. Ed. F. Angeli (2007). Watzlawick P.; Il linguaggio del cambiamento: elementi di comunicazione terapeutica. Ed. Feltrinelli, Milano 1980. Watzlawick P.; La realtà inventata. Ed. Feltrinelli, Milano 1982

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Immigrazione: la parola all'Alto Commissario ONU
Luisa Barbieri

Mi capita sempre più spesso di accogliere profondi disagi strettamente correlati alle paure che il nostro contesto sociale sollecita attraverso i media, tra le tante paure sicuramente ne prevale una: quella nei confronti dei cosiddetti “extracomunitari”, nella scorretta accezione con la quale la si fa intendere. Nel percorso terapeutico si affronta l'argomento affrontando paure e pregiudizi con l'ausilio del passaggio di conoscenze e, a questo riguardo posso solo che ringraziare la rete internet che offre un'ampia gamma di documenti di grande valore informativo e di facile consultazione, tanto da aiutarmi a comprendere e, quindi, a fare comprendere a mia volta. Trai tanti strumenti in primo piano io considererei le immagini che, anche senza le parole, accendono il pensiero e stimolano l'individuo (di intelligenza e cultura comune, quindi senza fare riferimento agli intellettuali o ai geni) a cercare informazioni esaurienti, mettendo così in discussione ciò che ogni giorno subisce in un contesto propagandistico, quale è il nostro, nella maggior parte delle sue espressioni mediatiche. Propongo, a supporto del lavoro di empowerment, un estratto dell'intervento che l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha presentato nel corso dell'evento organizzato dal South Africa Netherlands Research Programme on Alternatives in Development (SANPAD) a The Hague, in Olanda, il 9-11 maggio 2011. Pillay ha chiaramente denunciato la xenofobia ed il razzismo legati al processo migratorio dilaganti: “in tutto il mondo siamo testimoni dell'incremento della xenofobia, di sentimenti anti-migranti e della messa in atto di pratiche discriminatorie che colpiscono i diritti umani dei migranti”. Secondo Pillay, già giudice dell'International Criminal Court di The Hague, particolarmente a rischio sono i cosiddetti “irregolari”, in quanto le leggi e le politiche vanno a rinforzare la criminalizzazione di queste persone che già versano in situazioni di grave disagio. Vengono riconosciute le numerose sfide cui devono far fronte i paesi europei, ma si va a ricordare l'onere di ospitare i migranti, i rifugiati ed altre categorie di sfollati che fuggono dalle turbolenze africane. Così come gli Stati membri della UE stanno valutando le misure temporanee di controllo delle frontiere nel contesto dell'accordo di Schengen, sempre secondo la Pillay, sarebbe indispensabile che tutti i Paesi si assumessero la responsabilità di fare fronte a sfide di questo genere e, nel caso specifico, riferendosi con particolare vigore agli Stati UE, asserisce che questi dovrebbero essere in grado di assolvere ai loro obblighi internazionali, soprattutto nei momenti critici come quello che stiamo vivendo. La stragrande maggioranza dei migranti fugge per un insieme di motivazioni, alcune delle quali rappresentano vere e proprie costrizioni, quindi, sempre seguendo le ragioni esposte dall'Alto Commissario: “è di vitale importanza riconoscere che, a prescindere dallo status giuridico, tutti i migranti godono di diritti umani e possono essere vulnerabili alle loro violazioni”. Sarebbe intelligente, oltre che costruttivo, che tutti gli Stati facessero riferimento alla reale necessità di manodopera straniera tanto da predisporre strumenti adeguati, sicuri e legali in fronte l'accesso di cittadini stranieri. L'adeguata predisposizione legislativa riduce i movimenti irregolari, soprattutto quelli agevolati dalla criminalità organizzata. La criminalizzazione e la demonizzazione dei migranti è controproducente per un'efficace politica migratoria, in quanto crea un clima di pregiudizio, sino alla xenofobia contro le persone migranti, cosa che può condurre ad una spirale incontrollabile di violazioni dei diritti umani.

12 La mobilità ha da sempre caratterizzato il genere umano e le ragioni alla base degli spostamenti sono comprensibili e condivisibili, in quanto il desiderio di migliorare la qualità di vita per sé e per la propria famiglia fuggendo da guerre e/o persecuzioni, nonché da fame e miserie, altro non può che essere considerato sano. Purtroppo i pregiudizi riferentesi al processo migratorio creano un'alterata percezione del processo, è quindi indispensabile sradicare miti e stereotipi distruttivi allo scopo di modificare la percezione comune, in altro modo si manterrà sempre la distinzione tra cittadini del “primo mondo” e migranti provenienti dal “terzo mondo”. In realtà questa percezione è sbagliata soprattutto in era di globalizzazione, ove le frontiere dovrebbero essere abbattute non solo per le merci, ove dovremmo percepirci tutti un po' cittadini del mondo senza classificazioni di “merito”. La migrazione è una risorsa, può trasformarsi in problema solo se interviene la criminalità nel processo di spostamento e/o nelle collocazioni lavorative-abitative. L'alterata percezione del processo in esame, oltre a creare un disagio di fondo, altro non fa che rinforzare la criminalità senza intaccare minimamente ciò che viene percepito come il problema immigrazione. Il rapporto sullo sviluppo umano del 2009 “Overcoming Barriers: Human Mobility and Development” stilato dalle Nazioni Unite già rilevò che la migrazione umana da Paesi in via di sviluppo a Paesi industrializzati non è fenomeno così importante tanto quanto quella economica. Inoltre la maggior parte delle persone tende a muoversi all'interno dei confini del proprio paese. Il rapporto rilevava, inoltre, che le paure, populisticamente e sapientemente indotte da una classe dirigente davvero poco capace, rivolte verso i migranti in riferimento al fatto che la loro presenza possa determinare la perdita del lavoro o l'abbassamento del salario per la popolazione locale, oppure che contribuisca a gravare sul costo dei servizi sociali, sono generalmente esagerate e non corrispondenti al vero. In realtà, se venissero valutate le competenze dei migranti rendendole complementari a quelle locali, se si utilizzasse il fenomeno migratorio destinandolo alla crescita comunitaria, questo risulterebbe essere, cosa che è nella sua essenza, una risorsa per tutti. Fermo restando un altro fatto: la migrazione contemporanea è diversa da quella del secolo scorso, in quanto è cresciuto il movimento Sud-Sud a discapito di quello usuale Sud-Nord, certo è che le attuali turbolenze sociali che stanno investendo il Nord Africa dimostrano ancora una volta la particolare vulnerabilità dei migranti, tanto è che la stessa Palley mostra estrema preoccupazione per le reazioni espresse dinanzi alla crisi magrebina, in quanto, secondo le sue valutazioni, rischiano di contaminare la salvaguardia dei diritti umani per una grandissima fetta di popolazione mondiale, oltre che di rinforzare i germi del razzismo riemergente. Vista la scarsa capacità della nostra classe dirigente di affrontare una fisiologica successione di eventi caratterizzati da mobilità umana, trasformandola in patologia cronica a prognosi infausta, sarei dell'avviso di invitare chiunque si trovi nel ruolo di educatore di assumersi la responsabilità di passare conoscenze prive di connotazioni faziose e populiste. Educare alla globalizzazione umanista forse è il compito più gravoso, ma va affrontato seriamente ed in maniera multidisciplinare. Siamo tutti partecipi del processo in atto e, per chi volesse scegliere, sarebbe un grande privilegio poterlo fare su base cognitiva.

Note di approfondimento:

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L'UNDP ha pubblicato il Rapporto sullo Sviluppo Umano 2009 - http://www.onuitalia.it/notizie-ottobre2009/306-lundp-ha-pubblicato-il-rapporto-sullo-sviuppo-umano-2009 Opening address by Ms. Navi PillayUnited Nations High Commissioner for Human Rights: “Migration, Conflict and Xenophobia” South Africa Netherlands Research Programme on Alternatives in Development (SANPAD);10 May 2011;The Hague, The Netherlands http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=10996&LangID=E Managing migration while respecting human rights law http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/HCSanpad.aspx Navanethem Pillay (Navi Pillay) - http://it.wikipedia.org/wiki/Navanethem_Pillay South Africa Netherlands research Programme on Alternatives in Development (SANPAD) http://www.sanpad.org.za/phase3/

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L’epoca delle passioni tristi
di
Chiara Giovannini

tratto da Benasayag è un filosofo psicanalista argentino. Ha militato per anni nella guerriglia guevarista, arrestato e torturato, ha in seguito sviluppato un forte interesse per temi sull’infanzia e sull’adolescenza. Nel suo celebre libro “L’epoca delle passioni tristi”, edito da Feltrinelli Banasayag colloca l’inizio della crisi negli anni ’70. Con il crollo del comunismo e l’avanzata del capitalismo, il futuro muta di segno: da promessa a minaccia. Si è venuta a creare una ideologia della crisi, dell’emergenza. Su questa una ideologia patchwork prova a fare finta di niente, ed è una scuola di pensiero che ha sostituito la parola “minaccia” a quella di “promessa” rispetto al futuro e che sta cercando di nascondere la crisi attuale. Su un palcoscenico dove la tecnica e l’economia proclamano successi e profitti come promessa messianica il mondo diventa incomprensibile e privo di senso sopratutto per quegli adolescenti chiamati ad affrontare importanti cambiamenti evolutivi. Tecnicamente tutto diviene possibile, la scienza non ha segreti, perché molto preso, grida, sarà in grado di spiegare tutto in termini di meccanismi e scoperte rivoluzionarie. Nulla sarà quindi inaccessibile all’uomo. Ogni limite viene abbattuto: anche nelle relazioni più importanti, come quelle tra padri e figli viene a crollare il principio d’autorità, quello stesso principio cioè che permette e garantisce la trasmissione della cultura tra generazioni. A questo legame succede, inefficace, l’autoritarismo: si insegna con la minaccia e la persuasione commerciale. “Devi imparare, perché nella giungla devi essere forte, devi essere all’altezza”. Eccole, le “passioni tristi”, questo legame che viene a mancare, si dissolve, fra noi e gli altri, e dentro ognuno di noi. Se gli adulti si esprimono in termini di minaccia è perché pensano che quella attuale non sia un’epoca propizia al desiderio, “andrà meglio più avanti”, ma è una trappola fatale perché solo un mondo di desiderio e fantasia può sviluppare legami importanti e creare valore. Armare i ragazzi significa farli appartenere a quello stesso mondo beffardo, il mondo della serialità. Il lavoro che il clinico e qualunque altro educatore deve fare è imparare ad allontanarsi dall’abitudine di fare diagnosi incasellando il paziente in categoria normalizzate e aiutare l’altro ad affrancarsi dalla sua etichetta che spesso viene considerata come un modo di essere al mondo. Chi viene stigmatizzato dall’etichetta sa che la società si aspetta da lui il fatto che si identifichi con quella etichetta perché solo in quel modo la società può aiutarlo. La nostra società deve dare spazio alla multidimensionalità e all’apertura, non dobbiamo più pensare che le competenze scientifiche possano darci tutte le risposte che cerchiamo sul senso della vita, ma dobbiamo accettare che l’aumento dei saperi debba garantire la molteplicità. La resistenza all’ideologia scientista (cioè all’idea che con la scienza si possa rispondere a qualunque interrogativo) toglie alla scienza stessa un po’ di responsabilità. Il lavoro psicoterapeutico non è un lavoro di aggiustamento dei sintomi ma della collocazione che questi hanno nella persona. Dobbiamo occuparci di chi viene considerato un “fallito” ma anche avere uno sguardo a chi viene considerato un “vincente” perché trionfare significa spesso recidere completamente i legami con la propria fragilità. Bisogna evitare la clinica della tristezza cioè la clinica della normalizzazione ma andare verso le passioni gioiose costruendo con i pazienti, delle situazioni creative all’interno delle quali tessere una molteplicità. La clinica del legame ha come obiettivo aiutare i pazienti e le loro famiglie a strutturare le loro relazioni e a sviluppare legami che costituiscono le loro situazioni. Avere legami con gli altri significa avere lo spazio della fragilità, della situazione. Stare in relazione ci apre una prospettiva molto più ampia rispetto alla nostra piccola vita individuale.

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IL METODO ANALOGICO PER IMPARARE LA MATEMATICA!!
di Silvia Piazzi

Da molti anni l’insegnamento della matematica durante i primi anni della scuola Primaria, si è basato su abaco, regoli, linea dei numeri, insiemi e così via. Tale metodo mira a “far capire” ciò che sta dietro le basi della matematica, ossia che cosa è un numero e come “funziona” il calcolo. Studi psicologici invece hanno attestato che i bimbi, sin dalla tenera età, hanno già dentro di sé l’idea di numero. “Io sostengo che la capacità di classificare il mondo in termini di numerosità non è come quella di leggere uno scritto alfabetico; non abbiamo bisogno di impararla, nasciamo già sapendo come fare: fa parte del nostro cervello matematico..” (Butterworth, 1999) Un maestro (Camillo Bortolato) ha invece applicato e proposto un metodo alternativo, non concettuale, che stimola il bambino a “conoscere i numeri ed eseguire calcoli senza preoccuparsi di stabilire prima cosa siano i numeri e quale sia il significato delle operazioni aritmetiche” (Bortolato “la linea dei numeri” Erickson 2001). Questo sistema nasce dalla constatazione che al bambino viene chiesto troppo, gli si chiedono sia abilità concrete (cioè di applicazione pratica della matematica) che di astrazione (cioè della comprensione dei meccanismi che regolano le leggi matematiche). Perciò riducendo al minimo le spiegazioni e attraverso la visualizzazione della quantità numerica il bambino ha meno confusione, tira fuori da solo “la matematica che ha dentro”. Tutto nasce dall’osservazione delle nostre mani; esse sono flessibili (posso aprirle e chiuderle), sono allineate (come su una immaginaria linea dei numeri) e raggruppate in cinquine. Così, questo maestro ha preso un “vecchio” sistema che usava le palline e le ha ridisegnate, riutilizzate suddividendole in cinquine esattamente come le nostre mani. In questo modo gli alunni si evitano la grandissima fatica di doversi costruire da soli un’immagine mentale della quantità numerica.

17 Tutto questo lavoro viene svolto con giochi ed esercizi visivi (vedi esempi sottostanti).

Ogni quantità numerica è stata poi abbinata ad un nome che evoca, per assonanza o rima, il numero stesso (quattro-gatto; sei-sedia..). In questo modo anche gli alunni diversamente abili possono apprendere in modo semplice ed immediato ciò che altrimenti sarebbe risultato un muro insormontabile.

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Giocando poi sempre con queste palline si arriva anche alle operazioni

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Questo semplicissimo metodo è stato applicato anche per l’impiego, l’apprendimento dei numeri fino a 1000 e i calcoli ad esso annessi.

COMMENTO AL FILM “UP”
di Luca Piazzi

Carl Fredricksen è un bambino con l’avventura nel sangue. Il suo sogno è raggiungere le introvabili Cascate Paradiso insieme alla sua amica, Ellie. I due crescendo si innamorano, si sposano e piano piano invecchiano. Proprio quando Carl compra i biglietti per il viaggio della loro vita sua moglie viene a mancare. Fredricksen, ormai settantottenne, rinuncia al suo grande sogno ma l’avventura gli bussa alla porta. Costretto ad abbandonare la sua casa, che sta per essere demolita, l’intraprendente vecchietto fa volare l’intero stabile utilizzando dei palloncini gonfiati con l’elio. Con sua grande sorpresa però Carl ha un clandestino a bordo: Russell, un simpatico scout di otto anni. I due improbabili compagni di volo si dirigono così alla ricerca delle misteriose Cascate Paradiso. Ce la faranno a raggiungerle? Riusciranno a superare tutti i pericoli che si presenteranno davanti a loro?........ Cosa rende speciale questo film d’animazione? La semplicità con la quale viene presentata la vita, in tutte le sue fasi. Carl è infatti prima bambino, poi uomo adulto e infine vecchio. C’è però una presenza costante nella crescita del protagonista: l’amore per Ellie. L’amore caratterizza di fatto tutti gli aspetti dell’esistenza umana. Il lavoro, la scuola, gli amici

19 hanno tutti questo collante che li unisce e li accomuna. Lo stesso sogno di Carl, quello cioè di trovare le Cascate Paradiso, nasce con il proposito di condividerlo con Ellie. Non è un caso che anche dopo la morte della moglie, Fredricksen voglia comunque intraprendere il viaggio in Sudamerica. L’avventura di Up non inizia quindi con l’intento egoistico di dimostrare qualcosa a se stessi ma, al contrario, allo scopo di mantenere viva la memoria di una persona, di mantenere vivo l’amore che si provava per essa. Lo stesso volo intrapreso dal dinamico venditore di palloncini non è fatto in solitaria. Carl deve infatti sopportare la presenza di Russell. Il settantottenne si sente inizialmente minacciato da questo boyscout goffo e impacciato che da un momento all’altro potrebbe mandare a monte il suo progetto. Eppure, conoscendolo a poco a poco, condivide con lui l’intero viaggio fino alle Cascate Paradiso. Fredricksen scopre che in fondo il bambino è come lui. Russell ha bisogno di amare e di essere amato. Senza di lui inoltre Carl non sarebbe mai riuscito a raggiungere la meta. L’amore quini va anche condiviso, non si basa sull’individualismo del singolo. Non si può pretendere di trovare un unico significato in “Up”. Ce ne sono tantissimi. Eppure l’amore resta a mio parere il filo conduttore del film, che rende questo cartone animato un capolavoro a tutti gli effetti.

Foto di Giovanna Arrico

L' Amicizia è...
di Giovanna Arrico

L' amico è colui che ti ascolta L' amico è colui che non sempre ti chiede di essere ascoltato L' amico è colui che ti aiuta nei momenti difficili della tua vita L' amico è colui che non sempre ti chiede aiuto nei momenti difficili della sua vita L' amico ti fa sorridere L' amico ti fa piangere L' amico ti rispetta, ma chiede di essere rispettato L' amico non ti cambia L' amico ti accetta L' amico ti fa vedere sempre l'altra metà di una situazione L' amico ti chiede di conoscerti L' amico non ti chiede di essere diverso L' amico ti tende una mano, ma se non desideri aiuto non la toglie, la tiene sempre allungata verso di te L' amico riesce ad entrare in punta di piedi nella tua vita senza invadere i tuoi spazi e le tue idee L' amico riesce a coinvolgerti nelle sue storie passate e presenti L' amico ti dichiara i suoi sogni L' amico comprende il momento di chiedere scusa L' amico comprende quando a volte è il momento di farsi da parte L' amico non è geloso, non compete con la tua vita L' amico è semplicemente un' altra parte di quella metà che ti completa senza necessariamente invaderti. L' amico è …

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Nient’altro che la verità
di Chiara Giovannini

tratto da

Internazionale di Psicologia

Gli studi sulla memoria a lungo termine si collegano al discorso sull’attendibilità o meno della testimonianza oculare . James McKeen Cattell iniziò ad occuparsene nel 1985 e scoprì che le persone hanno ricordi sfocatissimi circa esperienze quotidiane di fatti comuni, per esempio non si ricordano che tempo ha fatto la settimana scorsa, chi si è incontrato per prima la mattinata, così come non si sa dire con precisione se all’interno di una mela i semi sono rivolti verso il picciolo o la parte opposta. Maggiore, poi, è il tempo trascorso tra l’accaduto e la sua rievocazione, maggiore è la possibilità di incorrere in errori e difficoltà nel rievocare dettagli. Che cosa accade allora nel caso dei testimoni oculari? Certamente credono di dire il vero, ma la loro descrizione dei fatti è plausibile? Di questo problema si è occupata Loftus (nella foto) che ha condotto una serie di esperimenti proprio sull’affidabilità della testimonianza oculare. In uno dei suoi primi lavori Loftus (Loftus e Palmer, 1974) ha condotto un esperimento relativo al ricordo di incidenti stradali: ai soggetti venivano mostrati 7 filmati della durata dai 5 ai 30 secondi l’uno; ognuno di essi mostrava un vero incidente stradale. Dopo aver assistito a ciascun filmato, i soggetti ricevevano un questionario da compilare con una serie di domande specifiche, fra le quali era compresa la domanda: “A quale velocità stavano percorrendo la strada la auto coinvolte nel momento dell’incidente?” Nel questionario presentato però al primo gruppo di soggetti la domanda era: “A quale velocità andavano le due macchine quando si sono scontrate?” Al secondo gruppo la domanda era posta in questo modo: “A quale velocità andavano le due macchine quando si sono fracassate?” Al terzo: “A quale velocità quando le due macchine si sono urtate?” In altre parole il termine “urtato” veniva per ogni gruppo sostituito da sinonimi dello stesso termine con sfumature più o meno gravose. I risultati furono interessanti, mostrarono infatti che il giudizio dei soggetti che avevano comunque visto lo stesso filmato differivano in base al termine utilizzato. Più gravemente veniva descritta la situazione maggiore era la percezione di velocità che essi “ricordavano”. Le differenze nelle risposte erano statisticamente significative. Era come se il termine utilizzato producesse, nella memoria del soggetto, l’immagine di un incidente diverso (più o meno grave) di quello che in realtà aveva visto: una informazione esterna si era inserita nel processo mnestico, era stata integrata in esso e lo aveva deformato. I testimoni dunque, potevano rispondere in modo diverso alla stessa domanda se questa veniva formulata in modi differenti. Venivano condotti, pilotati inconsapevolmente verso il falso da domande che inducevano la risposta. Nessuno riesce ad evitare il falso. “Jean Piaget” ricorda Loftus (1980) “credeva di ricordare un episodio di sé bambino, ancora nella carrozzina fu oggetto di un tentato rapimento sventato grazie all’audacia e al coraggio della sua bambinaia. Nella memoria del celebre psicologo erano nitide: il delinquente che scappava, le ferite sul viso delle bambinaia, io suo coraggio eccetera…. Davvero un peccato che, molti anni dopo la stessa bambinaia ammise di essersi inventata ogni minimo dettaglio…”

21 "Smettere di fumare è facile, io l'ho fatto centinaia di volte" Mark Twain

I recettori della gratificazione responsabili della dipendenza da nicotina
di Luisa Barbieri

Sembra che l'eliminazione di uno specifico recettore localizzato sulla superficie delle cellule cerebrali deputate alla ricompensa possa aiutare a vincere la dipendenza da nicotina. La nicotina è la sostanza attiva presente in percentuale variabile (2-8%) nel tabacco (in particolare nelle foglie) al quale dona l'inconfondibile odore. Il pericolo derivante dall'assunzione di nicotina sta nel fatto che nell'uomo crea dipendenza, tanto da essere stata dichiarata droga a tutti gli effetti dall'inizio degli anni '90 e da allora il suo contenuto nelle sigarette è regolamentato. Attraverso il fumo inspirato, la nicotina entra nella circolazione sanguigna e, nel giro di pochi secondi, raggiunge il cervello ove agisce sui recettori dell'acetilcolina . A basse concentrazioni stimola i recettori, determinando un aumento di produzione di adrenalina che è un ormone stimolante e che determina un aumento della frequenza cardiaca ed un vissuto di potenziamento fisico e mentale. A concentrazioni elevate la nicotina risulta altamente tossica, tanto da essere considerata un potente veleno naturale e venire utilizzata in agricoltura quale componente di moltissimi insetticidi (agisce bloccando i recettori dell'acetilcolina). La nicotina stimola la produzione di dopamina andando così a modificare la trasmissione fisiologica degli impulsi nervosi e provocando un effetto “eccitante”. Si vanno ad attivare funzioni cerebrali legate alla concentrazione e al tono dell'umore, cui fa seguito la sensazione soggettiva di riduzione della quota di stress e di aumento della percezione di piacere attraverso un meccanismo biochimico analogo a quello innescato dall'eroina e/o dalla cocaina. La dipendenza da nicotina, non a caso, è legata alla necessità di mantenere elevati livelli di dopamina, neurotrasmettitore del piacere. Gli effetti della nicotina sul sistema nervoso centrale sono duraturi e si auto-alimentano attraverso l'inalazione del fumo della sigaretta reinnescando il meccanismo che nel fumatore non si interrompe mai e che si va ad inquadrare nella dipendenza.

La nicotino-dipendenza deriva quindi principalmente dall'attivazione • del sistema mesolimbico dopaminergico, considerato il centro del piacere e della gratificazione, responsabile della tossicodipendenza, in quanto l'individuo dipendente dalla sostanza e all'astensione va in craving, ossia cade preda del desiderio compulsivo,

22 fortissimo ed incontrollabile che, se rimane insoddisfatto, può provocare sofferenza psico-fisica, ansia, insonnia, aggressività, depressione del locus ceruleus, responsabile dello stato di veglia e di vigilanza. La nicotina, stimolando questa parte del cervello, determina un miglioramento delle funzioni cognitive associate ad un aumento della capacità di concentrazione, oltre ad una riduzione dell'entità delle reazioni da stress, determinando così un vissuto di maggior rilassamento in situazioni critiche associato ad aumento dell'autostima.

Il 27 luglio '11 su The Journal of Neuroscience è stato pubblicato il risultato di una ricerca (*) condotta da Tresa McGranahan, Stephen Heinemann, PhD, e TK Booker, PhD, del Salk Institute for Biological Studies che potrebbe aiutare a comprendere meglio il meccanismo di azione della nicotina sulle cellule cerebrali umane: la rimozione di uno specifico recettore nicotinico dalla superficie delle cellule cerebrali produttrici di dopamina rende meno probabile nei topi la ricerca di nicotina, inoltre non si è osservata una riduzione dei comportamenti ansiosi simili a quelli osservati dopo trattamento con nicotina (i fumatori comunemente denunciano il sollievo dall'ansia quale fattore chiave per continuare a fumare o recidivare nel comportamento, anche se riconosciuto dannoso). Lo studio dimostra chiaramente che il vissuto di ricompensa e la riduzione dell'ansia provocati dalla nicotina giocano un ruolo chiave nello sviluppo della dipendenza da tabacco e che sono determinate dall'azione su cellule specifiche cerebrali. Precedenti studi avevano dimostrato che bloccando il recettore nicotinico alfa 4 all'interno dell'area ventrale tegmentale (VTA), dalla quale prende origine il sistema dopaminergico, diminuiscono le proprietà gratificanti della nicotina, ma poiché i recettori alfa 4 sono presenti sulla superficie di diversi tipi di cellule nel VTA, non era chiaro in quale modo la nicotina producesse sensazioni piacevoli. I ricercatori allevarono in laboratorio cavie che presentavano una mutazione volta ad impedire una risposta cerebrale alla nicotina: non sviluppavano i recettori alfa4 sulle cellule dopaminergiche. I topi che

avevano subito la mutazione erano meno predisposti alla ricerca di nicotina rispetto a quelli normali, suggerendo che questo tipo di recettore risulta necessario per la percezione degli effetti gratificanti da nicotina che, inoltre, non riusciva a ridurre i comportamenti ansiosi nei topi mutanti, come invece riusciva a fare in quelli sani.

Considerando i gravissimi danni provocati dal tabacco, si parla di 5milioni di morti all'anno, riuscire a capire meglio il percorso che porta alla dipendenza da nicotina potrebbe portarci allo sviluppo di nuovi farmaci sia per il trattamento della dipendenza che per alleviare i disturbi d'ansia, vista la

23 connessione tra gestione dell'ansia e assunzione di nicotina. Inoltre il rendersi conto, attraverso chiare dimostrazioni, di quanto e come una sostanza da noi assunta “volontariamente” possa inserirsi nel circuito fisiologico del nostro sistema nervoso centrale modificandone di fatto il funzionamento, potrebbe, forse, agire da motivazione per smettere di fumare, eliminando così un comportamento deleterio per la salute, quale è il fumo di tabacco.
Note di approfondimento:

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The Journal of Neuroscience

http://www.jneurosci.org/

Eliminating protein in specific brain cells blocks nicotine reward http://www.eurekalert.org/pub_releases/2011-07/sfn-epi072611.php (*) la ricerca è stata supportata dal National Institute of Neurological Disorders and Stroke, dal National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism e dal National Institute on Drug Abuse Society for Neuroscience - http://www.sfn.org/ Nicotina - http://it.wikipedia.org/wiki/Nicotina Tabagismo - http://it.wikipedia.org/wiki/Tabagismo http://kidslink.bo.cnr.it/besta/fumo/nicotina.html http://www.fumo.it/fumatore/educazionale/dipendenzanicotina/#6 acetilcolina - http://it.wikipedia.org/wiki/Acetilcolina dopamina http://it.wikipedia.org/wiki/Dopamina Ventral tegmental area http://en.wikipedia.org/wiki/Ventral_tegmental_area locus ceruleus http://it.wikipedia.org/wiki/Locus_ceruleus

Val di Susa la manifestazione del 3 luglio '11
di Luisa Barbieri

Val di Susa - 3 luglio 2011 - Alberto Perini

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I valsusini oggi hanno un valido motivo in più per essere arrabbiati e con i politici e con la stampa: ieri una grande manifestazione di protesta contro la costruzione della tratta Torino-Lione ad alta velocità è stata raccontata e commentata come una sorta di rivolta guidata da fantomatici black bloc (??). I valsusini in realtà, pur giunti all'esasperazione dopo 20 anni di proteste, hanno voluto per l'ennesima volta chiedere alle Istituzioni di essere ascoltati, hanno chiamato a raccolta l'Italia intera a sostegno delle motivazioni contrarie alla costruzione della tratta ferroviaria. Motivazioni che vanno ben oltre la destrutturazione della loro splendida valle, pare che vi siano seri rischi per la salute pubblica, in quanto la montagna che dovrebbe essere sventrata per fare spazio al tunnel ferroviario contiene amianto e uranio. I costi di quest'opera faraonica, si parla di 22 miliardi di euro, dei quali solamente in minima parte e a condizioni difficili da sostenere verrebbero finanziati dall'Unione Europea, graverebbero in modo spropositato sulle spalle di tutti i cittadini italiani, già così vessati da un'economia in ginocchio. La linea ferroviaria già presente, secondo il parere dei valsusini, è sottoutilizzata, inoltre le proiezione circa i trasporti internazionali indicano una futura riduzione del traffico, quindi sarebbe ingiustificato anche da questo punto di vista l'avvio dei lavori. Malgrado ieri mattina già alle 8:00 l'autostrada A32 TorinoBardonecchia fosse chiusa e sul display si leggesse “chiusa causa manifestazione” (mentre qualche ora più tardi venivano diramate informazioni riferentesi ad ipotetici lanci di sassi contro

24 le forze dell'ordine quale causa della chiusura della tratta autostradale), il flusso di persone verso Chiomonte era un fiume in piena, ma, come oramai tristemente consueto, la conta dei partecipanti da parte della questura (7000 persone) e degli organizzatori (50-60mila persone) non collima. Io posso solamente dire che, visto dall'alto, l'afflusso aveva dell'incredibile, tanto era enorme: due cortei, quelli provenienti da Chiomonte e da Exilles si sono uniti sul Ponte della Dora per poi dirigersi verso la centrale elettrica della Maddalena ove si trova il cantiere e dove erano assiepate le forze dell'ordine in assetto anti-sommossa. Un terzo corteo partente da Giaglione ha aggirato il primo dei blocchi della polizia ed è risalito attraverso i boschi, seguiti da un elicottero a volo basso. Il corteo è partito alle 10:00 in un clima disteso e carico di aspettative, sicuramente lontane da ciò che è poi accaduto, in quanto non trapelava nessuna intenzione bellicosa, al contrario gli organizzatori non si stancavano di esortare alla calma attraverso i loro megafoni insistendo sulle reali motivazioni che spingevano alla protesta. I bambini sfilavano nelle prime file, tra striscioni e palloncini colorati. Anche noi, che eravamo sul posto per documentare l'evento con le nostre videocamere, siamo stati coinvolti dall'entusiasmo che inondava il corteo: ci si guardava intorno e c'era gente a perdita d'occhio, gente che desiderava solamente supportare una protesta che sta coinvolgendo tutto il Paese, sicuramente non delinquenti, come invece è stato detto qualche ora dopo nel corso dei notiziari dai vari politici interpellati e che, con la consueta arroganza, sembra non riescano a prestare un minimo di attenzione alle richieste dei cittadini. Ci siamo avventurati nei boschi ove si stavano assiepando coloro che arrivavano da Giaglione e che dal bosco intendevano contrastare il cantiere, anche lì, a mio avviso, nessun black bloc, qualche ragazzotto un po' agitato c'era, ma più che altro ciò che si è percepito ad un certo punto era paura, in quanto è cominciata a circolare una voce inquietante circa la presenza di un corpo speciale dell'esercito, di cui poi non si è più avuto notizia, appostato nei sentieri per contrastare l'afflusso di cittadini alla zona nevralgica. Verso mezzogiorno abbiamo sentito la carica della polizia e subito dopo una scarica di lacrimogeni che venivano sparati ad altezza d'uomo e che hanno inondato i sentieri del bosco creandoci non pochi problemi di respirazione. Senza la maschera era impossibile avvicinarsi al luogo dove avevano preso avvio gli scontri, dal bosco invaso dai gas lacrimogeni si percepiva paura ed impotenza, oltre che il rumore delle ripetute cariche delle forze dell'ordine. Visto che non riuscivamo ad avvicinarci tanto da vedere chiaramente ciò che stava accadendo, abbiamo raccolto testimonianze che ci hanno raccontato come la “riconquista” del presidio NoTav vicino all’area dei cantieri, sgomberato violentemente dalla polizia lunedì scorso, avesse istigato la carica della polizia. Un collega cameramen, con esperienza militare, continuava a ripetere che il rumore degli spari non erano solo da lancio di gas lacrimogeni, sembravano spari di proiettili di gomma. Ci siamo poi diretti verso il cantiere dalla parte della strada provinciale per tentare di documentare ciò che stava accadendo ed abbiamo trovato una situazione surreale: il lancio dei lacrimogeni era serrato e assolutamente spropositato alla situazione, noi stessi siamo stati sfiorati da un lancio davvero ad altezza d'uomo, tanto da dovere fuggire a gambe levate prede dell'azione urticarioide procurata dal gas. Era il caos: chi ci raccontava che era stato colpito, chi diceva che parecchie persone erano ferite anche in maniera grave (si è poi scoperto che il numero dei feriti superava le 200 persone), chi piangeva preoccupato per la sorte di parenti e amici posizionati nelle prime file dinanzi alla postazione d'assedio, chi inveiva sia contro i politici, tanto impegnati a conservare il potere quanto distratti dai problemi reali della gente, sia contro i giornalisti che a loro parere stavano mostrando la protesta usando un atteggiamento manipolativo e fazioso, al di là di ogni correttezza informativa. La gente è davvero stanchissima, sia di non essere ascoltata, sia di subire angherie in nome di un profitto per pochi a discapito dell'interesse dell'intera Comunità. In effetti non posso nascondere l'indignazione dinanzi all'informazione odierna da parte dei media generalisti, in quanto non la si può certo considerare scevra da un atteggiamento comunque poco chiaro. I

25 titoli dei quotidiani puntano sulla violenza espressa dai manifestanti, facendo come sempre riferimento a questi fantomatici black bloc onnipresenti, i manifestanti sono scomparsi nel racconto fantascientifico di una guerriglia più indotta che voluta. La violenza coercitiva espressa dai responsabili dell'ordine pubblico cui i valsusini hanno recapitato un documento carico di speranza che avrebbe voluto sensibilizzarne la coscienza, si è trasformata in un'azione di difesa. Non mi pare di avere, invece, letto/sentito nulla in riferimento alle motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a sfilare in Val di Susa, mentre, credo, il nodo da sciogliere è proprio questo: ascoltare la gente posizionandola in un ruolo di potere rispetto alla propria esistenza. VIDEO: No Tav, quello che la Tv non vuole farvi vedere sulla vera manifestazione pacifica

La "mia" Val di Susa: il racconto di Fabiano

VIDEO: NADiRinforma nell'ambito della rassegna CinePorto organizzata dalla Assoc. Farm propone il racconto di Fabiano Di Bernardino, studente dell'Università di Bologna, che il 3 luglio '11, nel corso di una grande manifestazione NoTAV in Val di Susa, ha subito violenze e percosse da parte delle forze dell'ordine riportando fratture all'ulna e al setto nasale, oltre ad innumerevoli contusioni in tutto il corpo . "Ero vicino a una recinzione mentre cercavamo di riprenderci la Maddalena. Era un'azione simbolica, ma ci hanno aggredito con violenza. Mi hanno colpito con un lacrimogeno, quando mi hanno preso mi hanno pestato in dieci. Si accanivano senza pietà." racconta Fabiano "Poi, prima di portarmi nel deposito dei gas lacrimogeni e mettermi su una barella, mi hanno sputato in faccia, colpito nei testicoli e continuato a picchiare fino a quando non è arrivato un medico militare. Appena si è girato sono stato colpito sul naso con un tubo di ferro. Mi hanno detto che mi avrebbero ammazzato. Sulla barella hanno continuato a pestarmi. Un agente della DIGOS li ha invitati a smettere perché c'erano le telecamere. Poi, un dirigente di polizia si è avvicinato e ha fatto spostare la mia barella al sole dicendo che non meritavo di essere soccorso e che dovevo pagare per aver tirato le pietre. E che non mi avrebbe mai portato al pronto soccorso ma direttamente in Questura, dove mi sarebbe aspettato il peggio. Non potrò mai dimenticare Davide, il volontario della Croce rossa che mi ha salvato la vita".

Fratelli di TAV
un documentario di Manolo Luppichini e Claudio Metallo info: fratelliditav.noblogs.org/ Fratelli di TAV from Fratelli No Tav on Vimeo. VIDEO

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Maltrattamenti subiti dalle persone anziane
di Luisa Barbieri

Il 16 giugno 2011 sul sito dell'OMS Europa è stato pubblicato l'ultimo rapporto (WHO/Europe at the 3rd European Conference on Injury Prevention and Safety Promotion, in Budapest, Hungary) in riferimento ai maltrattamenti subiti dalle persone anziane e, leggendolo, sono rimasta davvero scioccata: si stima l'abuso fisico di 10.000 persone anziane ogni giorno. Ogni anno si contano abusi perpetrati ad almeno 4milioni di individui in età avanzata: schiaffi, pugni, calci, bruciature, ferite da coltello, detenzione forzata nelle camere da letto sono esempi lampanti di come purtroppo tanti, troppi anziani vengono trattati da chi, invece, se ne dovrebbe prendere cura. Sconvolge pure il fatto che dalla ricerca si rilevano almeno 2500 persone in pericolo di morte per mano dei rispettivi famigliari. Dal rapporto si evincono cause, dimensioni e conseguenze del fenomeno e si fornisce una panoramica delle buone pratiche in materia di prevenzione. Zsuzsanna Jakab, direttore regionale Oms per l'Europa dal febbraio 2010, esprime sconforto dinanzi ad una situazione documentata così scioccante: “gli abusi a cui si fa riferimento distruggono l'esistenza di persone anziane andando ad incidere sul loro stato di salute psico-fisica in una fase della vita molto vulnerabile. Considerando che la popolazione europea sta invecchiando rapidamente, i governi devono agire con urgenza allo scopo di fermare questo scempio sociale e il rapporto presentato a Budapest sarà di grande aiuto al fine di prendere provvedimenti adeguati alla situazione”. Si prospetta che nel 2050 un terzo della popolazione europea avrà più di 60 anni di età, la proiezione fa riferimento alla combinazione di due fattori: aumento della speranza di vita e declino della fertilità. Saranno, quindi, necessarie maggiori risorse e per pagare le pensioni di anzianità e per fornire adeguata assistenza sanitaria e sociale. L'ipersollecitazione sociale, se non si cambierà in maniera adeguata e considerevole l'approccio, rischierà di amplificare il fenomeno già presente, degli abusi sugli anziani. Il rapporto ha analizzato 53 Paesi europei in relazione ad abusi fisici, sessuali, psichici e finanziari ed, oltre ai 4 milioni di anziani cui ho fatto riferimento, si dovrebbero considerare i 29 milioni di individui assoggettati ad abusi mentali (insulti o minacce), i 6 milioni di abusi finanziari (furti, frodi) e il 1 milione di abusi sessuali (molestie sessuali, stupri o pornografia). Le persone anziane che soffrono di demenza sono coloro che hanno maggiore probabilità di essere abusati tra le mura domestiche, per via della dipendenza cui sono assoggettati forzosamente. Si è visto che comportamenti inquadrabili in questo, che altro non può essere definito che criminoso, accadono con maggiore frequenza nei paesi a basso e medio reddito e nelle fasce più povere della società. Il maltrattamento dell'anziano viene ancora considerato un tabù sociale, ragione per cui l'emerso è sicuramente sottostimato, tuttavia il problema sociale sta guadagnando un certo livello di attenzione pubblica e politica. I sistemi sanitari potrebbero svolgere un ruolo determinante sia nella fornitura di servizi atti ad affrontare le conseguenze degli abusi, sia per quanto riguarda la prevenzione. La pubblicazione del rapporto fornisce un orientamento preciso destinato allo sviluppo di approcci innovativi adeguati ad evitare ogni sorta di maltrattamento. Sono emerse alcune proposte, tra le quali lo sviluppo e l'attuazione di precise politiche multidisciplinari nazionali che prevedano piani atti a prevenire maltrattamenti nelle persone anziane, indirizzati quindi alla salvaguardia dell'etica e dell'equità. Un miglioramento della raccolta dei dati, delle azioni di sorveglianza e di ricerca sarebbe auspicabile, come il potenziamento dei servizi destinati alla cura delle vittime, compresa la formazione di personale altamente qualificato e la sensibilizzazione sociale ad ampio raggio

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Note di approfondimento: • New WHO/Europe report: an estimated 10 000 old people physically abused every day http://www.euro.who.int/en/what-we-publish/information-for-the-media/sections/latest-press-releases/newwhoeurope-report-an-estimated-10-000-old-people-physically-abused-every-day European report on preventing elder maltreatment - Edited by Dinesh Sethi, Sara Wood, Francesco Mitis, Mark Bellis, Bridget Penhale, Isabel Iborra Marmolejo, Ariela Lowenstein, Gillian Manthorpe & Freja Ulvestad Kärki http://www.euro.who.int/__data/assets/pdf_file/0010/144676/e95110.pdf • European report on preventing elder maltreatment http://www.euro.who.int/en/what-we-publish/abstracts/european-report-on-preventing-elder-maltreatment

Binge drinking e lesioni cerebrali negli adolescenti
di Luisa Barbieri

In occasione del 34° Convegno della Research Society on Alcoholism tenutosi ad Atlanta tra il 25 e il 29 giugno 2011, Tim McQueeny del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Cincinnati ha presentato i risultati del suo lavoro scientifico dimostrando come le occasionali abbuffate di alcool, o binge drinking, negli adolescenti possano essere causa di lesioni cerebrali. Si fa riferimento a delle vere e proprie abbuffate di alcool a cadenza per lo più settimanale, o comunque ripetute con una certa regolarità. Con il termine binge drinking si fa riferimento all'assunzione di 4/5 o più bevande alcoliche nell'ambito della stessa serata, quindi in un tempo relativamente breve (in quantità maggiore per gli uomini rispetto alle donne, essendo queste ultime molto più sensibili agli effetti dell'alcool). Non importa tanto la tipologia della sostanza bevuta, quanto l'effetto, ossia la sbornia, l'obnubilamento del sensorio. La binge drinking è considerata un rito di passaggio tra i giovani, una sorta di dimostrazione dell'acquisita emancipazione, il problema però sta nel fatto che le conseguenze sul cervello non sono di passaggio, ma assumono la caratteristica di essere definitive e piuttosto gravi, in quanto nell'adolescenza il cervello è ancora in via di sviluppo. Scansioni ad alta risoluzione del cervello di giovani binge drinkers del fine settimana con età compresa tra i 18 e i 25 anni hanno dimostrato lesioni a livello della corteccia prefrontale. Questa sezione del cervello è legata alle funzioni esecutive quali l'attenzione, la capacità di pianificare, di prendere decisioni, di elaborare le emozioni e di controllare gli impulsi, conseguentemente la sua lesione può determinare la comparsa di comportamenti irrazionali. Uno studio pubblicato su Neuron da Daniel Durstewitz dell’Università di Heidelberg e Jeremy Seamans dell’Università della British Columbia di Vancouver nel 2010 dimostrò lo stretto legame tra la corteccia prefrontale e l'ispirazione, in effetti parrebbe che grazie a questa parte

28 del cervello sia possibile prendere decisioni, pianificare ed adattarsi a nuove situazioni. Se questa parte del cervello viene danneggiata, un individuo risulta incapace di cambiare con rapidità le proprie rappresentazioni mentali o di elaborare nuove strategie. McQueeny ha esaminato le parti del cervello che intervengono nella formazione e nell'elaborazione del pensiero, quelle parti inserite nella ricezione e nella trasmissione dei messaggi neuronali ed ha visto che il consumo di alcool in stile binge drinking si associa a riduzione dell'integrità della materia bianca, composta da assoni rivestiti da mielina, che controlla i segnali condivisi fra i neuroni, coordinando il lavoro delle diverse regioni cerebrali, e a profonde alterazioni strutturali della sostanza grigia. Sembra evidenziarsi, inoltre, una stretta correlazione tra la quantità di alcool consumato e lo spessore della corteccia cerebrale. Il prosieguo della ricerca in essere vorrebbe stabilire nello specifico il diverso impatto da parte dell'alcool sulle diverse parti della materia cerebrale, in quanto già si è visto che pur essendo colpite sia la sostanza grigia che quella bianca, non è chiaro se la tipologia delle lesioni sia sovrapponibile oppure no. Lo studio interessa gli adolescenti, quindi individui con meno di 20 anni di età, essendo l'alcool verosimilmente neurotossico, ci si domanda in quale modo esprime la tossicità, se interviene nello sviluppo del cervello inquinandolo ed interagendo con i fattori di sviluppo. Il problema binge drinking nei giovani è imponente, solo negli USA si calcola un 42% di giovani tra i 18 e i 25 anni che si dedica alle abbuffate alcoliche (National Institute on Drug Abuse). Gli effetti depressogeni dell'alcool emergono nel corso della vita, mentre nei primi stadi prevale l'effetto euforizzante, tanto da attivare la tolleranza alla droga. Nel passato gli studi venivano effettuati prevalentemente su di una popolazione maschile in età non definita, ma sicuramente avanzata, e non era possibile effettuare una corretta valutazione in relazione ai tempi di insorgenza dei deficit cerebrali legati all'inizio della attività di binge drinking, come dice McQueeny: “ stiamo osservando gli aspetti in divenire del cervello in relazione all'abuso di alcoolici, come vorremmo valutare eventuali differenze di genere in risposta alla sostanza tossica. Non uno studio legato all'abuso e alla dipendenza da alcool, ma una valutazione micro-strutturale degli eventuali danni in divenire”.
Note di approfondimento:


D.Durstewitz et al., "Abrupt Transitions between Prefrontal Neural Ensemble States Accompany Behavioral Transitions during Rule Learning", Neuron 66 (13): 438-448, 2010 UC Study Reveals Possible Brain Damage in Young Adult Binge-Drinkers - http://www.uc.edu/news/nr.aspx? id=13846 The research is presented this week at the annual meeting of the Research Society on Alcoholism in Atlanta http://www.redorbit.com/news/health/2071451/research_reveals_possible_brain_damage_in_young_adult_bi ngedrinkers/index.html http://magazine.uc.edu/ University of Cincinnati http://www.rsoa.org/ - Research Society on Alcoholism

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foto di Giovanna Arrico

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La visione della vita degli adolescenti e le loro prospettive in termini di salute
di Luisa Barbieri

Gli adolescenti animati da una visione solare della vita hanno maggiori probabilità di diventare adulti sani, di godere di una migliore qualità di vita nel loro futuro. Lo studio sull'effetto delle espressioni positive psicologiche negli adolescenti, condotto presso la Northwestern University , dal 1994 al 2001 su di un campione di 10.147 ragazzi, rappresenta uno dei primi lavori sull'argomento, è stato pubblicato nel luglio 2011 sul Journal of Adolescent Health. I risultati sono parte del National Longitudinal Study of Adolescent Health (Add Health) nel corso del quale sono stati monitorati, con utilizzo di questionari mirati, i comportamenti di un grande numero di ragazzi in età adolescenziale. L'adolescenza è l'età delle angosce e i ragazzi che attraversano questa delicata fase di vita, nel corso della quale si cerca di diventare individui, sono spesso preda di comportamenti carichi di ansia, di impulsività, di rabbia e di ribellione. Secondo lo studio in questione gli adolescenti che, invece, vivono questa tumultuosa fase all'insegna della solarità, della gioia, della positività, sembra sviluppino un rapporto migliore con lo stato di salute psico-fisica. Il rischio di cadere preda di comportamenti autolesivi e comunque poco sintonici al mantenimento della salute (uso di droghe, affezione agli alcoolici, soprattutto abitudine alle binge drinking, tabagismo, alimentazione insalubre) sembra nettamente ridotto in questa seconda tipologia di adolescenti. Secondo Lindsay Fino Hoyt, primo autore dello studio, questa è una dimostrazione del fatto che promuovere e valorizzare in modo positivo il benessere nel corso dell'adolescenza può rappresentare un ottimo strumento teso al miglioramento della salute a lungo termine. In relazione alla misurazione del benessere adolescenziale, il team, facente capo alla Hoyt, ha valutato una sequela di domande poste ai ragazzi già dal '94 riguardanti argomenti che potessero in qualche modo misurare lo stato di benessere di cui godevano o meno. Gli argomenti trattati focalizzavano l'attenzione sul loro vissuto di felicità, sulla loro voglia di vivere, sulla loro speranza per il futuro, la loro autostima e il loro vissuto di accettazione sociale. La ricerca ha assunto un significato nel momento in cui si è fatta una seconda valutazione riguardante gli stessi adolescenti, poi giovani adulti in riferimento allo stato di salute o meno nel quale versavano. A completamento e a specifica valutazione del lavoro nell'insieme non si è potuto non considerare alcuni dati: lo stato di salute durante l'adolescenza, lo status socio-economico, eventuali sintomi di depressione e di altri noti fattori predittivi di salute o malattia a lungo termine. Emma K. Adam, co-autore e professore associato di istruzione e di politica sociale alla Northwestern University, dice: “i nostri risultati mostrano con chiarezza che il benessere derivante dal vissuto positivo durante gli anni dell'adolescenza è significativamente associato a comprovato stato di buona salute in età adulta”. Certo è che se il vissuto positivo adolescenziale riduce le possibilità di tenere comportamenti lesivi, risulta facile comprendere come in età adulta si possa ambire ad una qualità di vita migliore. I programmi di intervento clinico o sociale destinati ai giovani dovrebbero tenere in considerazione i dati in prospettiva emersi dallo studio, rinforzando e cercando di sviluppare le caratteristiche psicologiche tese alla positività. L'approccio in questo senso, secondo i ricercatori americani, dovrebbe essere utilizzato nel

30 contenimento di problematiche legate alla delinquenza e al rendimento scolastico, considerando quanto e come possa contribuire al miglioramento della salute dei giovani e, a seguire, degli adulti che saranno.
Note di approfondimento:

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http://www.eurekalert.org/pub_releases/2011-07/nu-ptb071811.php http://www.northwestern.edu/ http://www.jahonline.org/ http://www.cpc.unc.edu/projects/addhealth

La psicologia delle folle di Gustave Le Bone
di Chiara Giovannini tratto da Internazionale di Psicologia
PSICOLOGIA DELLE FOLLE, Gustave Le Bone, TEA, pp. 251

E’ il 1895, Gustave Le Bone pubblica a Parigi un testo, che non molto tempo dopo, verrà letto dai dittatori più sanguinari della storia. La folla è il vero protagonista, un attore sociale in grado di modificare il modo di fare politica. “Il fatto di associarsi ha permesso alle folle di farsi un’idea, se non molto giusta, almeno molto precisa dei propri interessi, e di prendere coscienza della propria forza. [...] Poco inclini al ragionamento, le folle, si dimostrano al contrario, adattissime all’azione. (pag. 34-35). Il meccanismo mediante il quale le folle si lascerebbero trascinare e parteciperebbero anche ai più turpi progetti politici è, per Gustave Le Bone, questo: “La psicologia delle folle dimostra come queste ultime, per la loro natura impulsiva, siano assai poco influenzate dalle leggi e dalle istituzioni, e come nello stesso tempo siano incapaci di di avere un’opinione qualsiasi al di fuori di quelle suggerite da altri. Non si lascerebbero mai guidare da un’astratta e teorica imparzialità. Si lasciano invece sedurre dalle impressioni che qualcuno è riuscito a far sorgere nel loro spirito” (pag.38-39). Dunque la folla è da sempre dominata dall’impulso irrazionale, dall’inconscio, diventa eroica o criminale con la stessa facilità. Gli individui che ne fanno parte, indipendentemente dalla vita che fanno, acquistano una sorta di anima collettiva per il solo fatto di appartenere alla folla, e questo senso di appartenenza li fa agire in un modo completamente diverso da quello che ciascuno avrebbe messo in atto. “Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e di conseguenza le loro individualità, si annullano. L’eterogeneo si dissolve nell’omogeneo e i caratteri inconsci predominano” (pag.52). Perché tutto questo accade? Secondo Gustave Le Bone sono diverse le cause che determinano la comparsa dei caratteri specifici delle folle: prima di tutto un sentimento di potenza invincibile che gli permette di cedere agli istinti; la folla è anonima e dunque irresponsabile, il senso di responsabilità individuale scompare del tutto. Poi c’è il contagio mentale, un fenomeno che l’autore paragona allo stato ipnotico, un sentimento per cui l’individuo diventa in grado di sacrificare il proprio interesse personale rispetto all’interesse collettivo. La terza causa, di gran lunga la più importante, è la suggestionabilità di cui il contagio è semplicemente l’effetto. “Annullamento della personalità cosciente, predominio della personalità inconscia, orientamento determinato dalla suggestione e dal contagio dei sentimenti e delle idee in un unico senso, tendenza a trasformare immediatamente in atti le idee suggerite, tali sono i principali caratteri dell’individuo in una folla. Per il solo fatto di appartenere alla folla, l’uomo scende di parecchi gradini la scala della civiltà. Isolato, era forse un individuo colto, nella folla è un istintivo e dunque un barbaro” (pag. 95)

31 Conclusioni amare quelle di Gustave Le Bone, fisiologo, anatomista, archeologo poi appassionato di psicologia e sociologia. Certo parliamo della fine dello 800 ma fa quasi paura ricordare alcuni avvenimenti nei quali davvero le folle sembravano impazzite o, per usare i termini corretti, ipnotizzate da suggestioni sanguinarie. Questo è tutto allora? Suggestioni e ipnosi di gruppo? No, forse no, ma è curioso pensare che un testo scritto 150 anni fa, nella Francia borghese, contiene un’intuizione in grado di spiegare, seppure in parte, molti amari conflitti etnici. E la storia, sempre più, ce ne consegna i cadaveri.

Levo-tiroxina: somministrazione serale verso somministrazione mattutina
di Luisa Barbieri

La tiroide è una ghiandola situata nella regione anteriore del collo, davanti e lateralmente alla laringe ed ai primi anelli della trachea, produce ormoni in risposta ad uno stimolo ipofisario che si esprime con la produzione di TSH (a sua volta in risposta all'ipotalamico TRH). La produzione degli ormoni rientra nell'asse ipotalamo-ipofisi-tiroide che funziona seguendo un meccanismo di regolazione a feed back. Gli ormoni tiroidei giocano un ruolo molto importante nel controllo del metabolismo corporeo e se la tiroide non produce una quantità sufficiente di ormoni (ipotiroidismo), insorgono alterazioni a carico di tutti i sistemi dell’organismo.

La levo-Tiroxina è un isomero dell'ormone prodotto dalla tiroide e viene utilizzata nel trattamento dell'ipotiroidismo, quale ormone sostitutivo a riequilibrio della funzionalità tiroidea. Interagisce con gli alimenti o con altri farmaci conseguentemente se ne è da sempre consigliata l'assunzione al mattino a digiuno anche se non rientra perfettamente nel ritmo circadiano che caratterizza la produzione di ormoni dell'asse, in quanto i livelli più alti di T3 e T4 si raggiungono durante la notte e le prime ore del mattino, mentre i livelli più bassi si rilevano tra le 12 e le 21. In clinica si tende a rispettare, per ciò che può essere possibile, la fisiologia dell'organismo, conseguentemente una buona sostituzione nell'ambito della funzionalità tiroidea vorrebbe un picco serale-notturno di ormoni tiroidei entrando in contrasto con la consueta prescrizione mattutina. Alla base di questa nota vi sono due studi effettuati nel primo decennio del 3 millennio in Nord America, prima, quindi in Europa: il primo venne pubblicato nel 2007 sulla rivista Clinical Endocrinology e si svolse a Washington su di un piccolo campione di pazienti (12) allo scopo di determinare gli effetti della somministrazione della l-tiroxina in relazione al tempo e agli alimenti valutando, poi, i livelli sierici del TSH; il secondo si svolse in Olanda tra l'aprile 2007 e il novembre 2008 su 105 pazienti affetti da ipotiroidismo primario e venne pubblicato in Arch Intern Med. 2010 “Effects of Evening vs Morning Levothyroxine Intake - A Randomized Double-blind Crossover Trial” e condotto dal Dipartimento di Medicina interna del Maasstad Hospital Rotterdam, Rotterdam (Drs Bolk and Berghout and Mss Nijman and Jongste), dal Dipartimento di Endocrinologia Erasmus Medical

32 Center Rotterdam, Rotterdam (Dr Visser), e dal Dipartimento di Cardiologia , Academic Medical Center, University of Amsterdam, Amsterdam (Dr Tijssen), the Netherlands. Ambedue i lavori menzionati hanno dimostrato che l'assunzione serale dell'ormone sostitutivo migliora la funzionalità della tiroide risultando più vicina alla fisiologia dell'organismo. Al fine di determinare con esattezza il possibile cambiamento in risposta alla levo-tiroxina, ci si è basati sulla valutazione della concentrazione sierica dell'ormone stimolante la tiroide, TSH, che ha confortato il tentativo effettuato all'interno di una struttura specializzata, spostando la somministrazione dalle 9:00 del mattino alla mezzanotte. I pazienti sono stati monitorati per 6 mesi ed istruiti ad assumere 1 compressa al mattino ed una alla sera prima di coricarsi (una conteneva levotiroxina, mentre l'altra un placebo), con uno switch al 3° mese. Pur non rilevando enormi differenze di concentrazione dell'ormone tra le due somministrazioni, anche se comunque l'ormone ipofisario tireostimolante ,TSH, tende a mostrare una ridotta concentrazione sierica, come gli ormoni tiroidei (T3 e T4) tendono ad aumentare, si consiglia la prescrizione serale in quanto parrebbe di più facile gestione, oltre al fatto di inserirsi nel ritmo circadiano fisiologico dell'asse ipotalamo-ipofisi-tiroide.
Note di approfondimento:

http://it.wikipedia.org/wiki/Tiroxina La L-tiroxina o tetraiodo-L-tironina (T ) è uno degli ormoni iodati
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prodotti dalle cellule tiroidee insieme alla 3,5,3'-triiodo-L-tironina (T ). Si usa riferirvisi anche come T , in 4 3 opposizione all'altro ormone tiroideo circolante - T (il numero indica il numero di atomi di iodio presenti), che
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è la forma più attiva dell'ormone, avendo un'affinità 10 volte maggiore per il recettore degli ormoni tiroidei

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http://it.wikipedia.org/wiki/Isomero L'isomeria è quel fenomeno per il quale sostanze diverse per proprietà fisiche e spesso anche per comportamento chimico hanno la stessa formula bruta, cioè stesso peso molecolare e stessa composizione percentuale di atomi. Ipotiroidismo - http://it.wikipedia.org/wiki/Ipotiroidismo Gli ormoni tiroidei - http://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/ormoni/ormoni-tiroidei.html “Effects of Evening vs Morning Levothyroxine Intake - A Randomized Double-blind Crossover Trial” Nienke Bolk, MD; Theo J. Visser, PhD; Judy Nijman, BSc; Ineke J. Jongste, RN; Jan G. P. Tijssen, PhD; Arie Berghout, MD, PhD, FRCP - Arch Intern Med. 2010;170(22):1996-2003. doi:10.1001/archinternmed.2010.436 “Timing of Levothyroxine Administration Affects Serum Thyrotropin Concentration” - Thien-Giang BachHuynh, Bindu Nayak, Jennifer Loh, Steven Soldin and Jacqueline Jonklaas Division of Endocrinology (T.-G.B.H., B.N., J.L., S.S., J.J.), and Bioanalytic Core Laboratory, Gener al Clinical Research Center (S.S.), Georgetown University Medical Center, Washington, D.C. 2007 http://jcem.endojournals.org/content/94/10/3905.abstract Effect of levothyroxine administration time on serum TSH in elderly patients; DP Elliott http://www.theannals.com/content/35/5/529.abstract http://addison-ssupport.1651760.n2.nabble.com/file/n5599438/Effects_of_evening_vs_morning_thyroxine_ingestion_on_seru m_thyroid_hormone_profiles_in_hypothyroid_patients.pdf


L'impatto delle credenze religiose sull'insorgenza e soluzione del disagio
di Luisa Barbieri

I ricercatori della Harvard Medical School, affiliata al McLean Hospital, hanno rilevato che coloro che credono in un Dio benevolo tendono a preoccuparsi meno e ad essere maggiormente tolleranti verso le incertezze della vita, piuttosto di coloro che credono in un Dio indifferente o punitore. Il documento dal titolo “Incorporating spiritual beliefs into a cognitive model of worry”, pubblicato sul Journal of Clinical Psychology di luglio 2011, è stato presentato da David H. Rosmarin, PhD, principale autore dello studio, al meeting annuale dell'American Psychological Association, il 5 agosto 2011 a Washington, D.C.

L'osservazione vuole invitare i professionisti della salute mentale ad 33 integrare le credenze spirituali dei propri pazienti nei loro regimi di trattamento clinico, soprattutto quando l'interazione terapeutica coinvolge persone religiose. Il prof. Rosmarin insiste circa la necessità, da parte degli psicoterapeuti, di non sottostimare la spiritualità dei pazienti, o, peggio ancora, snobbarla in nome di un approccio scientifico che, in virtù della scienza, non dovrebbe, invece, escludere nulla; secondo Rosmarin in realtà: “la maggior parte dei medici è impreparata a concettualizzare come e quanto le credenze spirituali possano contribuire al sostentamento dell'assetto affettivo, al suo riequilibrio”. Nel maggio 2010 sul Journal of Anxiety Disorders veniva pubblicato un lavoro che portava sempre la firma di Rosmarin e che testimoniava un primo tentativo di studio sulla possibilità clinica di tenere in considerazione anche l'aspetto spirituale del paziente affetto da sindrome da ansia malgestita, attraverso quello che veniva chiamato “spiritually integrated treatment” (SIT), messo a confronto con il trattamento indicato come “progressive muscle relaxation” (PMR). Lo studio dal titolo esplicativo: “Un controllo randomizzato dell'integrazione della spiritualità nell'ambito del trattamento della sindrome d'ansia malgestita subclinica in una comunità ebraica attraverso internet” poteva essere criticato, in quanto eseguito all'interno di una Comunità, come quella ebraica, ove l'osservanza religiosa, l'importanza del culto si poteva tranquillamente considerare parte integrante del tessuto comunitario, quindi relativo. Si è poi visto quanto siano rilevanti, al fine di aprire un buon canale di comunicazione che possa permettere il riequilibrio psicofisico, le convinzioni di base della persona circa se stessa, il suo mondo, la sua idea di futuro e le sue emozioni, al di là dell'appartenenza. Per alcune persone l'idea del mondo nasce e si sviluppa intorno a temi spirituali, non è quindi pensabile entrare in contatto senza almeno provare ad interagire col fulcro centrale. Questo secondo studio di Rosmarin propone un modello cognitivo riferito alle modalità esplicitate in caso di disagio, ponendole in relazione, sia a livello di causa che di effetto, con il Divino vissuto in termini positivistici o, al contrario, negativi (un Dio buono verso un Dio punitore). Nel caso di credenze divine tese alla castrazione, alla punizione, i sintomi passano attraverso il meccanismo dell'intolleranza e dell'incertezza alimentandosi della convinzione stessa, oltre che del vissuto autoperpetuato di sofferenza e sacrificio secondario al senso di colpa. É evidente ed importantissimo per il terapeuta partire dal paziente per ritornare al paziente cercando di passare “attraverso il suo mondo”. La presentazione proposta a Washington, D.C. da Rosmarin fa riferimento ai dati forniti da due studi distinti che all'elaborazione dei dati hanno permesso l'avanzamento di un'ipotesi terapeutica: • valutazione tramite questionario di 332 soggetti sollecitati da siti web religiosi o che fanno capo ad organizzazioni religiose. Questo studio suggerisce che coloro che nutrono fiducia in Dio sono pervasi da minori livelli di preoccupazione e nutrono meno intolleranza nei confronti delle inevitabili incertezze che offre la vita, rispetto a coloro che invece sono sfiduciati nei confronti della loro divinità • il secondo studio ha valutato 125 soggetti allontanati dalle organizzazioni ebraiche, questi individui sono stati sottoposti ad un programma attraverso l'uso di mezzi audiovisivi orientato ad aumentare la fiducia in Dio, riducendo l'atteggiamento sfiduciato e coartante. Dopo due settimane di trattamento i partecipanti hanno mostrato un netto aumento del pensiero fiducioso esprimendo significativamente minore intolleranza nei confronti delle incertezze, delle preoccupazioni e dello stress

34 Lo studio ha cercato di comprendere meglio almeno alcune delle motivazioni che possono provocare disagio a volte ingestibile e debordante in malessere, in quanto, come dice Rosmarin: “avevamo evidenziato il legame tra credenze in Dio, sia positive che negative, e le risposte psichiche all'ambiente, in particolare rispetto alla tolleranza verso le incertezze e al livello, oltre che alla tipologia, di preoccupazione, ora con questa osservazione possiamo dare corpo al nostro modello terapeutico avendone trovato fondamenta”. Attualmente si osserva di rado che il terapeuta si informi, anche solo in sede anamnestica, e tenga in considerazione le credenze spirituali che animano la persona della quale si prende cura, invece, come suggerisce Rosmarin: “ la questione è un problema di assistenza sanitaria, non una questione religiosa". Se il terapeuta conosce al meglio chi ha dinanzi, se cerca di condividere e comprendere il suo mondo, non può che favorire un miglior percorso terapeutico.

Note di approfondimento:

Incorporating spiritual beliefs into a cognitive model of worry - David H. Rosmarin, Steven Pirutinsky, Randy P. Auerbach, Thröstur Björgvinsson, Joseph Bigda-Peyton, Gerhard Andersson, Kenneth I. Pargament, Elizabeth J. Krumrei - Journal of Clinical PsychologyVolume 67, Issue 7, pages 691–700, July 2011 http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/jclp.20798/abstract#fn1 http://www.sciencenewsline.com/psychology/2011080505580053.html?continue=y McLean Hospital Study Shows Religious Beliefs Impact Levels of Worry American Psycologic Association http://www.apa.org/convention/ ; http://www.physorg.com/tags/american+psychological+association/ McLean Hospital http://www.mcleanhospital.org/ ; http://en.wikipedia.org/wiki/McLean_Hospital Harvard Medical School http://hms.harvard.edu/hms/home.asp David Hillel Rosmarin, Ph.D. - Instructor in the Department of Psychiatry at Harvard Medical School and Assistant in Psychology at McLean Hospital (Belmont, MA) - http://www.jpsych.com/people.html A randomized controlled evaluation of a spiritually integrated treatment for subclinical anxiety in the Jewish community, delivered via the Internet - David H. Rosmarin, Kenneth I. Pargament, Steven Pirutinsky, Annette Mahoney Department of Psychology, Bowling Green State University, United States http://www.jpsych.com/pdfs/2010-JAD-InPress.pdf anamnesi - http://it.wikipedia.org/wiki/Anamnesi_%28medicina%29

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COMMENTO
di Luca Piazzi

A “THE PRESTIGE”
trailer

Londra, fine '800, gli illusionisti sono considerati delle vere e proprie star. Tra questi, due amici, Robert Angier, affascinante e sofisticato, capace di intrattenere il pubblico come nessun altro, e Alfred Borden, un purista della professione, un vero e proprio genio capace di creare i trucchi più spettacolari ma non altrettanto in grado di far apprezzare al pubblico le proprie idee. La rivalità tra loro nasce quando il loro più grande trucco finisce male. Da quel momento i due faranno di tutto per cercare di capire i segreti dell'altro, fino ad oltrepassare qualsiasi limite...

“The Prestige” è un fantastico esempio di illusione. Lo spettatore rivive i tre atti spiegati con cura dal signor Cutter: la promessa, la svolta, il prestigio. Nel primo atto, la promessa, vengono presentati i protagonisti del film. Ci si aspetta grandi cose da due uomini di cosi grande talento. Ognuno di loro è unico, ha un dono. La loro passione per la magia sembra positiva, pura. Borden ed Angier sono amici e lavorano insieme. Nel secondo atto, la svolta, la trama si incrina e la storia si complica. Alfred fa un nodo complicato e la moglie di Robert non riesce a scioglierlo. La morte della donna segna il punto di rottura dell’amicizia tra i due e l’inizio della loro rivalità. Da questo momento in poi l’attenzione

è rivolta ai loro segreti, ai loro sotterfugi. Si cerca di comprendere la loro ossessione e capire 35 chi dei due illusionisti è nel giusto. Qual è la verità? Nel terzo atto, il prestigio, viene rivelato il trucco. Alfred e Robert non amano realmente la magia. Il pubblico è stato ingannato sin dall’inizio. La magia è solo un pretesto del regista per raccontare allo spettatore l’apparenza delle cose. In questo caso, bisogna proprio dirlo: l’abito non fa il monaco. Non basta una parrucca infatti per rendere uguali i gemelli Borden né basta una macchina per creare due Angier perfettamente identici. L’errore dei tre illusionisti è quello di credere di poter cambiare le persone a proprio piacimento, in nome di un fine superiore. Non esiste però nessun bene supremo, è solo un illusione. La realtà viene distorta, le cose importanti messe in secondo piano. La passione come amore intenso si trasforma in egoismo e in ossessione. In questo ultimo atto viene ribaltata la prospettiva. Il vero mago non è quello che appare in bella vista, ma quello che sta dietro le quinte, come la moglie di Alfred, che cerca di amarlo incondizionatamente. Il bene però non fa rumore né prende gli applausi per il prestigio….

Per evitare le fratture ossee nelle malnutrizioni da anoressia si usino estrogeni a bassi dosaggi
di Luisa Barbieri

La ricerca suggerisce la somministrazione di una bassa dose di estrogeni alle malnutrizioni da anoressia nervosa per migliorare la densità minerale ossea (BMD). I risultati di questo nuovo studio verranno presentati lunedì 13 giugno 2011 al 93° Convegno Annuale della Società di Endocrinologia a Boston, negli Stati Uniti.

36 L'abbassamento della densità ossea, con conseguente aumento del rischio di fratture, rappresenta un sintomo comunemente riscontrato nelle malnutrizioni da anoressia nervosa ed è da porre in relazione con le basse concentrazioni di estrogeni, ormoni che prevengono la perdita ossea. Madhusmita Misra del Massachusetts General Hospital di Boston e colleghi hanno effettuato uno studio della durata di 18 mesi su ragazzine di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Sono state sottoposte alla ricerca 110 pazienti affette da anoressia nervosa e 40 ragazze con peso corporeo nella norma, a controllo, e si è confrontata la risposta al trattamento con bassi dosaggi di estrogeni verso placebo. Si è visto che il trattamento con gli estrogeni determina un aumento della densità minerale ossea rilevato a mezzo di densitometria a livello del rachide lombare e dell'anca. In passato si era tentata la terapia con estro-progestinici, per intenderci veniva somministrata la pillola anticoncezionale, ma non si era osservato nessun miglioramento della densità ossea nelle ragazze con anoressia nervosa, forse perché il farmaco può sopprimere la produzione del fattore di crescita insulino-simile (IGF-1), mentre la risposta ai soli estrogeni pare essere maggiormente adeguata ed in sintonia con la fisiologia delle ragazze in crescita. Considerando il fatto che gli estrogeni contribuiscono a promuovere la fusione delle ossa piatte, i soggetti sottoposti a studio sono stati suddivisi a seconda dell'età ossea relativamente ai dosaggi somministrati: • le ragazze con ossa chiaramente immature, più giovani dei 15 anni di età, hanno ricevuto bassi dosaggi di estradiolo per via orale oppure placebo (3,75 mcg 0-6 mesi; 7,5 mcg di 6-12 mesi e 11,25 mcg 12-18 mesi), più calcio e vitamina D; • le ragazze con ossa mature, di età maggiore ai 15 anni, hanno ricevuto in modo casuale estradiolo transdermico (100 mcg ) associati a cicli di progesterone oppure placebo per 18 mesi consecutivamente, più calcio e vitamina D. • i 40 controlli sani hanno ricevuto solamente calcio e vitamina D.

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Alla densitometria ossea era chiara la ridotta densità ossea nelle ragazze malnutrite rispetto ai controlli sani, mentre dopo 6, 12, 18 mesi di terapia con estrogeni si è osservata l'equiparazione. Questo studio conferma l'importanza del recupero di una normale densità ossea che il disturbo dell'alimentazione compromette in maniera considerevole e che può rappresentare un problema molto serio, anche dopo il recupero del peso corporeo. La somministrazione di bassi dosaggi di estrogeni, oltre ad incrementare il peso corporeo, come abbiamo visto, interviene nel ripristino della consistenza dello scheletro, va quindi tenuta in considerazione nella terapia farmacologica che accompagna il trattamento rieducativo alimentare cui le anoressie vengono sottoposte.
note di approfondimento:

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http://www.endo-society.org/endo/ http://www.bmedreport.com/archives/28671 Teenage Girls With Anorexia Have Increased Bone Density After Physiological Estrogen Treatment Gli estrogeni - http://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/ormoni/estrogeni.html Estrogen replacement improved BMD in girls with anorexia nervosa http://www.endocrinetoday.com/view.aspx?rid=84325 http://www.endocrinetoday.com/searchResults.aspx? q=estrogen&x=0&y=0&cx=&site=default_collection&requiredfields=projectID %3A14&client=default_frontend&output=xml_no_dtd&proxystylesheet=CME_frontend&filter=0&getfields=*& sort=date%3AD%3AS%3Ad1 L'ANORESSIA NERVOSA http://www.emanuelmian.it/anoressia_nervosa.html Osteoporosi post menopausale - http://win.menopausaitaliana.it/hrt_osteoporosi.htm The Endocrine Society 93rd Annual Meeting & Expo; June 4-7, 2011; Boston . Estrogen Alone Builds BMD After Anorexia http://www.medpagetoday.com/MeetingCoverage/ENDO/26860

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malaria lifecycle Video

Il World malaria report 2010 dell’Oms riporta dati davvero sconfortanti, in quanto si rileva che nel corso del 2009 oltre 250 milioni di individui hanno contratto la malaria e 781 mila tra questi ne sono morti, considerando, quale aggravante, che gran parte sono bambini di età inferiore ai 5 anni. Il maggior numero di casi viene segnalato nell’Africa subsahariana, ma è preoccupante anche la situazione in Asia, America Latina e Medio Oriente. L'identificazione di un batterio, che potremmo definire in prima battuta come anti-malaria, da parte dei ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health non può che rappresentare una splendida notizia.

Trovato il batterio anti-malaria
di Luisa Barbieri

Il 13 maggio 2011 sulla rivista Science è stata pubblicata la scoperta dei ricercatori della John Hopkins: l'identificazione di un batterio che blocca lo sviluppo del Plasmodium falciparum, responsabile della malaria negli esseri umani. L'Enterobacter responsabile fa parte della flora microbica naturale dell'intestino della zanzara e uccide il parassita con la produzione di derivati reattivi dell'ossigeno (o molecole di radicali liberi). George Dimopoulos, PhD, autore senior dello studio e professore associato presso W. Harry Feinstone Department of Molecular Microbiology and Immunology and the Johns Hopkins Malaria Research Institute, ha dichiarato: “per il passato avevamo già dimostrato che i batteri dell'intestino della zanzara possono attivare il sistema immunitario e, quindi, indirettamente, limitare lo sviluppo del parassita della malaria; con questo studio possiamo dimostrare che alcuni batteri possono bloccare direttamente il parassita attraverso la produzione di radicali liberi dannosi al Plasmodium presente nell'intestino della zanzara. La scoperta ci rende molto ottimisti per il prosieguo delle ricerche destinate a combattere la malaria, in quanto ci permette di spiegare il perché zanzare appartenenti alla stessa specie e ceppo a volte differiscono nella loro resistenza al parassita. Una delle strategie di biocontrollo potrebbe, ad esempio, basarsi sull'esposizione di zanzare a questo batterio naturale, con conseguente acquisizione di resistenza al parassita della malaria". L'Enterobacter bacterium nell'intestino di zanzare Anopheles è stato isolato presso la Johns Hopkins Macha, che si trova nel sud dello Zambia. Il ceppo del batterio era presente in circa il 25 % delle zanzare analizzate. Studi di laboratorio hanno dimostrato che il batterio inibisce la crescita del Plasmodium malariae sino al 99%, sia in vivo che in cultura.

Malaria - Killer Number One Video

note di approfondimento:

Natural Microbe-Mediated Refractoriness to Plasmodium Infection in Anopheles gambiae - Chris M. Cirimotich, Yuemei Dong, April M. Clayton, Simone L. Sandiford, Jayme A. Souza-Neto, Musapa Mulenga, and George Dimopoulos; Science 13 May 2011: Vol. 332 no. 6031 pp. 855-858 DOI: 10.1126/science.1201618 -

http://www.sciencemag.org/content/332/6031/855.abstract

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Bacterium Found to Kill Malaria in Mosquitoes http://www.jhsph.edu/publichealthnews/press_releases/2011/dimopoulos_bacterium.html Johns Hopkins Malaria Research Institute - http://malaria.jhsph.edu/index.html PALUDISME: Découverte d’une bactérie du moustique qui tue à 99% le parasite – http://www.paperblog.fr/4473257/paludisme-decouverte-d-une-bacterie-du-moustique-qui-tue-a-99-leparasite-science/ Bacterium found to kill malaria in mosquitoes - http://www.eurekalert.org/pub_releases/2011-05/jhubbft051111.php World malaria report 2010 WHO - http://whqlibdoc.who.int/publications/2010/9789241564106_eng.pdf 25 aprile 2011, Giornata mondiale per la lotta alla malaria http://www.epicentro.iss.it/problemi/malaria/gm11.asp World Malaria Day – WHO - http://www.who.int/mediacentre/events/annual/malaria/en/index.html Malaria - http://it.wikipedia.org/wiki/Malaria Malaria Institute at Macha - New Version: Mosquitoes of Macha http://malaria.jhsph.edu/programs/malaria_institute_macha/mosquitoes_of_macha/

Siviglia – Granada
Diario di una vacanza
di Giovanna Arrico

Aeroporto Guglielmo Marconi Bologna. Finalmente si parte, destinazione Siviglia e Granada, per ritrovare una nuova e giusta energia. Un viaggio pensato e deciso con un'amica alcuni mesi fa che è riuscito a motivare mesi molto pesanti per via della situazione emotiva che stavo vivendo, per arrivare finalmente a concretizzarlo nella prima settimana di agosto. Ero già stata in entrambe le città l'anno passato, ma sono sicura che questa volta le vivrò in maniera diversa, più vicina a ciò che sono io. L'accoglienza spagnola mi si conferma splendida e verace: non c'è persona che a qualsiasi ora, del giorno e della notte, non dispensi un sorriso e non sia disposta ad aiutare in caso di necessità. Siviglia – capoluogo dell'Andalusia e quarta città della Spagna. Siviglia soprannominata da me a fine vacanza “una bella donna”: sensuale, sinuosa, schietta, vera, forte, allegra. Il nostro volo arriva a tarda serata. Fortunatamente riusciamo a ritirare le nostre valige velocemente... e si da inizio alle vacanze, lontano dai soliti luoghi comuni, dalle solite persone. Ci mettiamo alla prova, la nostra diventa una sfida. Per fortuna i ricordi dell'anno passato e la mia buona memoria visiva ci hanno aiutato, visto l'orario, a trovare l'autobus che ci avrebbe portato in centro città e il nostro alloggio senza perderci tra le mille stradine di Siviglia. Mappa alla mano, si scende e si va verso l'Hotel Murillo, stanche e affamate arriviamo al nostro albergo ed utilizzando una miscellanea di lingue, alla Totò e Peppino, che andavano dall'italiano, all'inglese, sino allo spagnolo riusciamo a spiegarci e a prendere possesso della nostra stanza. Eccoci finalmente arrivate, parte una sonora risata … siamo certe che non sarà poi così difficile girare e che la Spagna proprio ci piace. Con gli occhi sbarrati dall'eccitazione che deriva da quest'avvio di questa nostra esperienza, tardiamo a prendere sonno e ci tuffiamo in un mare di parole, tra progetti e programmi destinati ai prossimi giorni.

La mia amica inizia a sistemare le sue mille cose ed io, come al solito, mi immergo nella 40 mappa della città. Mi rendo conto di avere curiosato in ogni angolino di quella città l'anno scorso, ma ho la certezza che ciò che forse era ai miei occhi tempo fa … ora potrà sembrami diverso. Decidiamo di suddividere la visita in città per quartieri, vogliamo programmare un piano d'azione che ci permetta di assaporare il più possibile senza, però, massacrarci perdendoci tra le mille più mille bellezze senza poi riuscire a gustarci ciò che, invece, volevamo trasformare in un bagaglio carico di emozioni positive. Iniziamo dal nostro quartiere, collocato nel centro storico di Siviglia: la Cattedrale, edificio gotico con il campanile minareto La Giralda, il Real Alcazar, palazzo mudéjar, con i suoi giardini colmi di gelsomini, l'antico quartiere ebraico denominato oggi Santa Cruz e ... ad ogni angolo una piazzetta, alberi di aranci, carrozze e cavalli, edifici con le facciate bianche contrastate da balconi in ferro battuto, patios traboccanti di fiori. Il clima di certo non gioca a nostro favore, è veramente molto caldo: ogni giorno ci accompagnano i soliti 40°, ma per fortuna senza umidità, inoltre il sole con la sua luce abbellisce ogni cosa, se mai ce ne fosse stato bisogno, e il cielo è limpido, terso e lucente, ragion per cui, malgrado il caldo, eravamo spinte a cercare e a rimirare tutta questa bellezza, fatta di costruzioni delicate nella loro architettura, di negozietti traboccanti di merci, di bar antichissimi dove mangiare al banco è una consuetudine. Enormi piatti di paella, fideos a la marinera (pasta con frutti di mare), taglieri di chacinas (salumi) sono disposti su tavoli rustici che risaltano sulle pareti di azulejos (tipiche mattonelle in ceramica): Siviglia è proprio una miscellanea di storia, spettacolo e buon cibo. Forse è proprio questo che rende gli spagnoli una popolazione aperta, solare e socievole e noi non possiamo che rimanerne colpite. La nostra seconda meta ci porta al famoso Ayuntamento, Palazzo del Municipio e soprattutto ombelico della città per i sivigliani, e da ora in poi anche nostro punto di riferimento. Il Municipio di Siviglia è un bellissimo edificio realizzato in stile plateresco del 1527, la facciata maggiore è un'apoteosi di figure di dei, eroi dell'antichità e animali... una meraviglia! Ci gustiamo anche Plaza San Francisco e Plaza del Salvador, ma ciò che ci colpisce maggiormente sono le piccole strade, rese tutte pedonali, ricche di vetrine molto accattivanti per via dei saldi estivi. Tra una vetrina e l'altra prendevamo respiro sorseggiando una birra nei vari tapas ed assaggiando le torrijas alla cannella o semplicemente facevamo riposare gambe e testa in qualche panchina, meglio se vicino a qualche fontana. Siviglia è una città veramente efficiente, pulita e accomodante. Sia che si tratti di viverla per lavoro o per piacere, da soli o in famiglia. In pochi chilometri si riesce a trovare tutto e di tutto. Arriviamo, poi, al quartiere suddiviso dal dal Rio Guadalquivir: due sponde del fiume, due mondi diversi. Sulla riva destra: El Arenal, antico porto in secca, dove le sue arene fanno capolino, l'ospedale della Caridad (antico ospizio, diventato splendido edificio alla fine del 1679) e la Torre dell'Oro (antica Torre di difesa). Sulla riva sinistra: Triana e il suo carattere popolare, questo barrio gode di un passato movimentato, caratterizzato da vicende di gitani, marinai e vasai, infatti verso il calar del sole, in ogni piccola strada, in ogni bar all'aperto, si diffondono le note sensuali del flamenco. A Triana ci siamo trovate ad ammirare i tanti negozi di azulejos, con i tipici colori spagnoli, dove si possono comprare da una piastrella, come gadget, a veri e propri servizi da cucina e utensili in ceramica, dipinti a mano con arte e fantasia.

Tra tutti questi colori e questa maestria artistica, ad un certo punto ci troviamo dinanzi la Plaza de Toros de la Maestranza, quella piazza che tra i colori delle arene ocra, rosse e bianche e una 41 elevata acustica, lo spettacolo è assicurato: ospita le famose corride e concerti di musica classica o lirica. Per godere alcuni momenti di refrigerio ci rintaniamo nel parco de Maria Luisa, un posto romantico nel quale sembra di vivere nel passato, per via delle carrozze trainate da cavalli che attraversano il parco, è piacevole sentire il rumore degli zoccoli o il nitrire dei cavalli, come pure è piacevole passeggiare nei vialetti ombreggiati del più bel parco di tutta la Spagna, con i suoi rondò piantati a essenze odorose, vasche e fontane, vasti prati erbosi. All'interno del Parco, si trovano tre edifici importanti per la cultura della città: il museo di arti popolari (mudejar), gotico (padiglione reale) e plateresco (museo archeologico). Siviglia è una città, un paese, un quartiere, dipende vogliamo cogliere, vogliamo vivere; è ospitale, goliardica con i suoi locali aperti fino a tarda notte, leggera con la sua musica che accompagna i nostri momenti, artistica con i suoi monumenti e stili diversi, colorata. Ci apprestiamo, ora, a spostarci a Granada, altra meta del nostro viaggetto, e lo facciamo in treno utilizzando la linea unica che unisce Siviglia, Granada, Malaga, Cadiz, Cordoba, Jaen, Almeria e Huelva. Pochi vagoni, ma veramente accoglienti, con tanto di dispenser per bevande fresche e snack di primo ordine. Un treno che in circa due ore da Siviglia ci ha portato a Granada, passando per panorami diversi e, come sempre, quando si viaggia in treno, si gode della sensazione di attraversare. Granada, più che una città è un paesone e, pur essendo suddivisa in quartieri, io non riesco a viverla se non come un grande e unico paese. E' meno elegante di Siviglia, almeno in apparenza, ma molto avvolgente, calda, vera: io la trovo una piccola perla tra la costa mediterranea e le vette della Sierra Nevada, luminosa e protettiva, con le sue torri e con la sua Alhambra, da ogni angolo della quale si gode la vista di ogni rione della città. Alhambra, il suo nome in arabo significa “castello rosso”, alludendo al colore del materiale usato per la costruzione, ma secondo alcuni storici e poeti, invece, il nome deriva dal fatto che fu eretta nella notte alla luce delle torce. Qualsiasi sia l'origine, vale la pena prendersi con calma una mezza giornata per visitarla. Il percorso può essere più o meno obbligatorio, ma è anche divertente perdersi tra i giardini del Generalife, il palazzo di Carlo V con i suoi musei, e l'Alcazaba che è il punto più alto della collina, composta dalle mura e dalle torri che racchiudono il quartiere, dove si trovano i resti delle antiche case, una prigione sotterranea, una cisterna. L'Alhambra è in pratica la città iniziale, città che in seguito inglobò zone limitrofe di territorio che si trasformò nella moderna Granada. Perdersi è un attimo, sia fisicamente e con la fantasia, se si pensa che ogni stanza, ogni torrione, ogni cinta muraria è stata vissuta e che ha fatto di Granada una città imponente e importante per posizione e storia. Abbiamo sperimentato il fatto che a Granada sia certamente necessario camminare con scarpe comode in quanto i percorsi non sono solo pianeggianti, ma spesso ci si deve inerpicare su per i sentieri che portano ai quartieri dell'Albaicin, quartiere popolare e costeggiato dal fiume Darro; dalla Porta Reale, con il suo Municipio e centro della città moderna; all'Abbazia del Sacromonte, con le sue grotte sante, e il suo mirador, ovvero il punto più alto da dove si può ammirare tutta Granada, dalla parte opposta all'Alhambra. Purtroppo la nostra vacanza è finita: tra Siviglia e Granada non saprei cosa scegliere, ogni luogo visitato e visto è sempre bello, affascinante. La Spagna è una terra splendida, con possibilità di vita e di occupazione totalmente diverse dalla nostra Italia. Ma questo è un altro discorso e non c'entra nulla con il viaggio.

Ora che sono rientrata. Ho guardato i miei appunti di viaggio, li ho uniti alle mie foto, e sono pronta per guardare altri itinerari. Chissà forse le prossime mete saranno Saragoza o Valencia? 42 Perché no? Credo che ritornare in Spagna possa essere un vero toccasana in fronte al grigiore delle nostre città del nord Italia, in vista dell'autunno o dell'inverno prossimi, per farsi scaldare ancora dalle sue miti temperature, o in primavera dove i colori sono meno sbiaditi dal caldo sole estivo. Viaggiare, conoscere, ritornare e avere sempre voglia di ripartire, fisicamente o solo con i nostri sogni.

La Coca Cola
di Sara Luccarini

La regina dei fast food nasce l’8 maggio del 1886 ad Atlanta inventata dall’ingegnoso farmacista statunitense John Stith Pembertos che credette di aver trovato la cura per il mal di testa, e invece si accorse subito che oltre ad essere efficace per lo scopo che si era prefissato, la sostanza poteva diventare la trovata del secolo. Diventò presto il nuovo vino della “Pemberton’s french wine coca”, con alcune modifiche sensazionali. Non conteneva alcol che veniva sostituito con estratto di noci di cola, che è una pianta tropicale. Ogni individuo, di ogni sesso ed età, poteva bere questa bevanda zuccherina e ipercalorica, solo in seguito si constatò che alcune persone ne divenivano dipendenti.

Nel 1920 la Coca Cola, gestita dalla Coca Cola Company con sede a New York, decollò in tutta l'America del Nord. Il logo classico rosso venne applicato sulle bottiglie di vetro nel 1890, inventato da Frank Robinson utilizzando caratteri molti diffusi a quel tempo: il Spenceriam Script, mentre le bottigliette variavano la forma e il colore a seconda dell’epoca e degli eventi che intercorrono durante l'anno, come ad esempio il Natale. La Coca Cola nonostante, l’aspetto invitante e innocuo, è una delle bevande più dannose per la salute in commercio e allo stesso tempo la più venduta. La miscela contiene acido fosforico, dannoso per il sistema nervoso, inoltre è corrosiva al 54% perché ha un pH di 2.4, simile a quello dell’acido gastrico. Tutt’ora la formula della Coca Cola rimane segreta, ma ci sono stati svelati alcuni ingredienti come l’anidride carbonica, che da quell’accento amaro, in contrasto alla quantità enorme di

zucchero, il caramello, la caffeina, i semi di cola e le foglie decoanizzate di coca. 43 Nel corso della seconda guerra mondiale la bevanda super energetica veniva distribuita gratuitamente a tutti i soldati che godevano, così, dei drinks ipercalorici anche oltre-atlantico e al contempo si apriva un'enorme campagna pubblicitaria anche in Europa. Nel mondo globalizzato c'è pure chi re-inventato la bevanda, ad esempio in Arabia Saudita è stata immessa in commercio la “mecca-cola”, una bevanda dalla formula chimica disponibile a tutti, risultata meno dannosa dell'originale Coca Cola per una percentuale del 44% contenendo una quantità di molto inferiore per zuccheri e anidride carbonica. Lo smacco procurato dalla “Mecca Cola” alla Coca Cola determinò la desecretazione della formula chimica distribuita solamente ai Paesi arabi verso un compenso per la casa originale di 160miliardi di dollari. Il prodotto, seppur a distanza di più di un secolo dalla messa in commercio, continua ad essere un affare economico senza precedenti, tanto da impegnare la Compagnia produttrice nell'acquisto di decine di slogans supportando eventi, oltre che rinforzando l'azione sempre vivace di marketing. Oramai la pubblicità di questo prodotto non è più destinata a fare conoscere, quanto a ricordare, fidelizzando attraverso messaggi manipolativi riferentesi ai sentimenti più intimi di amore, amicizia e felicità. La pubblicità è diventata essa stessa un modello di vita, una sorta di icona dalla quale, prima o poi, per un motivo o per l'altro, ci facciamo abbagliare. Sappiamo quanto e perché questa bevanda faccia male, ma dinanzi ad essa facciamo fatica a resistere e lei, la Coca Cola, rimane la bevanda più venduta al mondo. Attenzione a ciò che bevete!

Che facciamo? Vai tu?
di Chiara Giovannini

tratto da New York, 1964. Una donna tristemente nota con il nome di Kitty Genovese viene aggredita nella notte da un uomo armato coltello. Ci sono 38 persone alla finestra. Nessuno interviene. L’ambulanza arriverà sul posto, oramai troppo tardi, mezz’ora dopo. Gli psicologi sociali hanno affrontato sperimentalmente la questione dell’ “altruismo” e hanno scoperto che non è un tratto stabile del carattere ma un elemento che emerge in base alle condizioni e alla situazione in cui viene richiesto aiuto. Se la sociobiologia ha sostenuto che l’altruismo fa parte degli istinti innati nell’uomo per la conservazione della specie, la psicologia spiega il fenomeno del “prestare aiuto” attraverso processi di identificazione: se qualcuno che sentiamo simile a noi soffre o ha bisogno di aiuto, noi soffriamo indirettamente con lui; aiutarlo equivale quindi ad alleviare le nostre sofferenze. Che cosa, allora, aumenta la possibilità di ricevere/dare aiuto in situazioni di emergenza? John Darley e Bibb Latanè hanno parlato di assunzione di responsabilità: quanto più un individuo si sente investito di responsabilità nell’intervenire per aiutare qualcuno, tanto più è probabile che lo faccia. Quali sono, allora, le condizioni nelle quali un individuo si sente più responsabile di un altro per prestare aiuto a qualcuno? Secondo Darley e Latanè quanto più numerose sono le persone che davanti a una emergenza possono accorrere in aiuto, tanto meno ciascuna di loro si sentirà investita della responsabilità di agire. Il fatto di sentirsi facilmente sostituibili da altri (“Se non vado io, andrà qualcun altro”) ci fa sentire poco responsabili, se pensiamo, invece, di essere i soli in grado di dare una mano, la nostra percezione di responsabilità aumenta. Quest’ultimo meccanismo prende il nome di responsabilità diffusa. Veniamo all’esperimento che ha condotto a questa conclusione.

I volontari dell’esperimento vengono accompagnati, ciascuno, in una stanza collegata da telefoni interni ad altre persone che possono sentire tutto in cuffia. L’obiettivo della ricerca, 44 spiegata dallo sperimentatore, è indagare i problemi personali degli studenti universitari, specialmente di coloro i quali potevano trovarsi in un particolare stato di stress ambientale. Precisamente al soggetto che si trova nella condizione A viene detto che, in ascolto nell’altra stanza, c’è solo una persona, al soggetto nella condizione B che vi sono altri due studenti, al soggetto nella condizione C che ve ne sono altri cinque. Questo significa che in realtà ciascun soggetto dell’esperimento è sempre da solo ma che, nelle diverse condizioni sperimentali, ad ognuno di essi si fa credere una cosa diversa. L’esperimento comincia con la “prima persona”, si tratta di una registrazione, che ammette di avere diversi problemi di ambientamento a New York e soprattutto in ambito accademico di essere stata vittima di diverse crisi epilettiche. Dopo questo intervento, nelle condizioni B e C si sentono gli altri racconti. Riprende la parola il primo, il quale, con voce assai sofferente, comincia a dire qualcosa del genere: “Oh, io…c’è qualcuno che potrebbe…c’è qualcuno che può aiutarmi…ho bisogno di aiuto…io sto male…ho paura di avere un attacco…” Questo è il momento cruciale dell’esperimento. Quale sarà il comportamento del soggetto a questo punto, quando sente un suo compagno sofferente di epilessia, solo in una stanza vicina, dire queste parole? Se è vero che quando si è soli si è più disposti a prestare soccorso a chi ne ha bisogno, analogamente la frequenza e la rapidità dell’intervento dovrebbe essere massima nel caso in cui il soggetto creda di essere il solo a poter intervenire, e minima se invece crede che anche altre cinque persone oltre a lui possono farlo. Ciò è proprio quello che successe. Tutti gli studenti (85%) che credevano di essere i soli destinatari della richiesta di aiuto corsero fuori dalla stanza per avvertire gli altri di cosa stava succedendo e soccorrere il compagno. Diverse la reazione per chi credeva di far parte di un gruppo più numeroso. Essi sapevano che la richiesta di aiuto era ascoltata da altre persone nello stesso momento e solo nel 31% dei casi interruppero la sessione ed uscirono per dare l’allarme. Coloro che non intervennero, però, manifestarono un alto livello di ansia e paura maggiore rispetto a chi era intervenuto a prestare soccorso. Concludendo, perché una persona sia portata a intervenire in una situazione di emergenza, devono essere soddisfatte alcune condizioni che non di pendono in alcun modo da propensioni interne ma situazionali: il soggetto è in una situazione di potenziale pericolo; la situazione è definita senza alcun dubbio come “situazione di emergenza”; la persona che viene a conoscenza del pericolo deve sentire su di sé la responsabilità e deve avere qualche idea su come intervenire per poi accorrere in aiuto. Bibliografia Darley, J.M e Latanè, B., “Diffusion of responsability”, Journal of Personality and Social Psychology, 1968, 8, pp. 377-383. Darley, J.M e Latanè, B.: An Unresponsive Bystander. Why Doesn’t He Help?., AppletonCentury-Croft, New York, 1970. Latanè, B. e Darley, J.M., “Group inhibition of bystander intervention in emergencies”, Journal of Personality and Social Psychology, 1968, 10, pp. 215-221. Il ritratto di Kitty Genovese è stato realizzato dalle gemelle Rebecca e Alexandra Chipkin, Kew Gardens, NY, 2005. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Kitty_Genovese