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Ricordando Gargonza

Ricordando Gargonza
Società civile e partiti politici
Umberto Eco

È

ancora materia di discussione chi siano stati i veri vincitori delle elezioni comunali, specie a Milano e Napoli. Quello che non ci si è chiesti abbastanza è chi siano gli sconfitti, perché ci si è arrestati all’evidenza più immediata, e cioè che chi ha subito la «sberla» sono stati Berlusconi e Bossi, il che è innegabile. Ma c’è qualcun altro che, se non sconfitto, dovrebbe sentirsi messo in causa dal risultato delle amministrative. Io ritengo che sia stato messo in causa, almeno come rappresentante eminente di una tendenza, Massimo D’Alema. È indiscutibile che terremoti elettorali come quelli scatenati da Pisapia o da De Magistris non avrebbero potuto verificarsi se in campo fossero scesi solo i partiti tradizionali

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della sinistra. Essi non si sono certamente sottratti alla battaglia, ma intorno a loro si sono formati comitati sorti quasi spontaneamente, e non solo rappresentati da giovani – anche se i giovani sono stati una delle sorprese più gradite di questa vittoria – e bastava essere in piazza del Duomo a Milano la sera del 30 maggio per avvertire questo nuovo clima. Si sono aggregati, talora in forma disorganica, varie altre rappresentanze della società, dalla sinistra radicale agli elementi della borghesia cosiddetta illuminata e talora di quel mondo politico che era stato tempo fa espressione della migliore Democrazia cristiana. Insomma, si è formato un paesaggio di difficile definizione geografica ma che, secondo le definizioni correnti, si può intendere come espressione della società civile – che in un momento di urgenza si è riconosciuta come comitato di salute pubblica, superando molte differenze di linea «partitica». Non è la prima volta che un risultato elettorale favorevole alle sinistre viene attribuito alla mobilitazione spontanea della società civile. Il caso più macroscopico è stata la prima vittoria di Prodi (e dell’Ulivo) nel 1996. Ebbene, che cosa ha fatto seguito a questa vittoria? Non molti mesi dopo (nel marzo 1997) convenivano nel castello di Gargonza quasi tutti gli esponenti del mondo politico che

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si era riconosciuto nell’Ulivo, e molti rappresentanti appunto della società civile che in qualche modo avevano contribuito a quella vittoria, per confrontarsi e discutere lo stato delle cose ed eventuali prospettive per il futuro. E in quella occasione Massimo D’Alema aveva rivolto un monito severo alla società civile, che è efficacemente riassunto nel brano che riporto: “Noi non siamo la società civile contro i partiti. Noi siamo i partiti. È una verità indiscutibile. Perlomeno se c’è qualcosa che somiglia di più ai partiti nella dialettica italiana siamo noi, non sono gli altri. Non possiamo raccontarci queste storie tardo-sessantottesche. Se c’è qualcosa che somiglia ai partiti in ciò che di nobile sono stati nella crisi attuale, siamo noi, non sono gli altri. Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali. E fino a questo momento non si conoscono società democratiche che hanno potuto fare diversamente. L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto o dittature sanguinarie o Berlusconi e il «comitato» è un sottoprodotto rispetto a queste due tragedie. La politica professionale è esattamente quella

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struttura che consente ai cittadini di accedere alla politica, perché se manca quella struttura non vi accedono. Si parte con l’idea che devono governare le cuoche e nel frattempo si governa con la polizia politica… e noi abbiamo una certa esperienza nel nostro campo. Poi magari questa transizione dura settant’anni perché nel frattempo ci si dimentica il programma originario. Quindi non inseguiamo qualcosa che, secondo me, non siamo in grado di inseguire e non è neanche un grande obiettivo di modernità.” Qualcuno aveva obiettato allora che, se a vittoria elettorale avvenuta si disconosceva l’apporto della società civile che si era mobilitata con tanto entusiasmo, non si poteva sperare che ai prossimi appuntamenti elettorali quella stessa società si sarebbe ancora mossa. Il che grosso modo è avvenuto, e il fatto che viviamo da tempo in regime berlusconiano lo prova. Cosa c’era di sbagliato nella posizione di D’Alema? Inspiegabilmente, per un personaggio della sua innegabile intelligenza politica, la credenza che un appello alla società civile significasse un appello all’assemblearismo sessantottesco e quindi a una deriva extraparlamentare, oppure a una forma di berlusconismo. Ma il berlusconismo è stato l’opposto di una mobilitazione della società civile, perché non era nato

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dallo spontaneo aggregarsi di gruppi diversi, ma dalla decisione verticistica di qualcuno che, per così dire, avendone le possibilità economiche, si era «comperato» un partito tagliato sulla sua misura. E per quanto riguarda la minaccia di assemblearismo, pare evidente che, quando si mobilita, la società civile non chiede che sia dato il potere «alle cuoche», ma si aggrega per rappresentanze professionali, circoli culturali, gruppi di volontariato, e soprattutto non pensa affatto di opporsi ai partiti politici. E dunque D‘Alema incorreva in un equivoco (e forse qualche intervento in quel convegno, e la proposta di un Movimento per l’Ulivo lo aveva indotto a quei sospetti) quando denunciava come «superficiale e infondata» l’idea «che il soggetto politico possa diventare l’alleanza, i comitati, al posto dei partiti». Non risulta che quando si è espressa la società civile si sia proposta di sostituire i partiti (non ne avrebbe né le capacità organizzative né l’omogeneità ideologica). Al massimo la società civile chiede che i partiti sappiano rinnovarsi e ne sollecita anzi l’adesione alle sue proposte, intende stimolarli, ricondurli a un contatto diretto con le aspirazioni di vari ceti sociali. Il che è avvenuto in queste elezioni amministrative. E in queste elezioni amministrative i partiti politici hanno dato prova di comprendere l’appello.

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Emilio Isgrò, Cancellazione del debito pubblico, 2011. Università Bocconi, Milano

Quale rimane dunque la funzione, certamente insostituibile, dei partiti e della «politica» nel momento in cui si dà voce a elementi non professionalmente politici? Non solo

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quella di interrogare e comprendere le pulsioni, le idee, le aspirazioni che animano la società civile, ma di garantire la continuità di queste espressioni, perché certamente la società civile può aggregarsi e disgregarsi a seconda della situazione di un paese, può mobilitarsi in casi di estrema urgenza (come è avvenuto) ma disperdersi o impigrirsi nel momento successivo. Ed ecco che i partiti devono sentire non solo il dovere di rispondere alle sollecitazioni della società civile, ma anche quello di sollecitare queste sollecitazioni. Per poi ovviamente incanalarle nelle forme parlamentari e governative l’accesso alle quali non può che avvenire tramite i partiti. Ma evidentemente l’altezzoso monito di Gargonza (facilmente traducibile in termini farseschi nel classico «ragazzino, lasciami lavorare») ha immediatamente rotto il legame che si era instaurato nel 1996 tra mondo politico e società civile. Il legame si sta riannodando ora, per fortuna, ma a quindici anni di distanza. Si auspica che non vadano sprecati i prossimi quindici.

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Emilio Isgrò, Dichiaro di non essere Emilio Isgrò, 1971. Installazione con performance dell’artista. Milano, Centro Tool

Altri percorsi di lettura: G.B. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso

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Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi, barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo

Ricordando Gargonza Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Torna al menù .

Continua il suo cammino la spinta al cambiamento che dai primi anni Novanta attraversa la società italiana. Del resto come può cambiare senso di marcia l’aspirazione a modificare in profondità un assetto economico-sociale che per troppi continua a non essere accettabile? Vent’anni fa la driving force si manifestò con l’insofferenza verso l’agire politico dei partiti tradizionali.B. ma in realtà/ non ha mai cambiato il senso / e del resto come può.La spinta al cambiamento La spinta al cambiamento Il rifiuto della politica delle alleanze G. Zorzoli I risultati delle elezioni amministrative si possono commentare con le parole della canzone Il fiume e la nebbia: / Non credo cambierà / come quest’acqua tra le sponde / non si ferma. palesemente indisponibili a cambiamenti che non lasciassero .

La spinta al cambiamento gattopardescamente immutate le cose. sono i protagonisti . Quest’ambivalenza permane anche oggi e il suo risvolto oscuro si manifesta in una parte almeno dei non pochi voti andati alle liste grilline (un comico di successo che minaccia di rimpiazzare in politica un impresario di successo!). Berlusconi aveva le carte in regola per incarnare la figura dell’innovatore. altri felici di non doversi più vergognare del proprio qualunquismo. mentre in Occidente trionfava un modello neoliberista apparentemente senza rivali e senza ostacoli (Do you rember Fukuyama e The End of History?). In questo aiutato da alcune brillanti invenzioni lessicali: una per tutte. lo spregio per il «teatrino della politica». Solo che allora la fine traumatica della Prima Repubblica fu contemporanea alla caduta del muro di Berlino e al successivo crollo per consunzione interna dei sistemi politici esistenti in Unione Sovietica e nei paesi satelliti. gli uni recependola come la promessa di una politica diversa. e non è cosa da poco. la novità. per di più con un’immagine – quella dell’imprenditore di successo – in sintonia con lo spirito del tempo. dalla connotazione ambivalente. Presentandosi come un outsider. lontano dalle complicità con la vecchia politica. Tuttavia.

L’acqua non si ferma. l’ormai evidente incapacità di Berlusconi di attuare una qualsivoglia politica. non ha cambiato senso. S e non vogliamo aspettare altri diecimila anni. è bene non attendere la comparsa sulla scena politica di qualcuno che riproduca il berlusconismo sotto altre spoglie. che oltre agli assetti economicofinanziaria ha scosso la credibilità del verbo neoliberista. ma i risultati delle elezioni amministrative segnalano che a prevalere è stata la scelta di soggetti totalmente diversi rispetto al passato. con larga parte delle nuove generazioni destinata a un eterno precariato. la divaricazione crescente anche in Italia dei redditi e delle opportunità. limitandosi ad . come ieri Berlusconi ha rimpiazzato Craxi. La crisi esplosa negli Usa e rapidamente diffusasi altrove. né lo potrebbe. accettando che questo fiume in fondo è tutto ciò che ho. tanto che anche la Confindustria è stata costretta a denunciarlo apertis verbis: il nocciolo duro di chi non ha mai creduto nel Cav nelle ultime elezioni si è così arricchito di nuovi entranti e parallelamente si è giovato del non voto di chi dopo diciassette anni non si è più sentito di supportarlo.La spinta al cambiamento che questa volta gli elettori hanno identificato come credibili vettori del cambiamento.

dalla Lega). A ogni modo è evidente il rifiuto della tradizionale politica delle alleanze concepita come strumento principe – se non unico – per fare politica. che quotidianamente nel Pd contrappone chi privilegia l’accordo con Sel e IdV a chi punta all’intesa con il Terzo Polo.La spinta al cambiamento aggiornarne il ruolo ai tempi mutati. consolandosi col fatto che il grosso dei voti li ha forniti comunque il Pd. ma anche dal Pd. Cagliari – i vincitori sono stati percepiti come diversi non solo dal Pdl (e. è . Affrettandoci a cogliere quanto di radicalmente innovativo è emerso dalle urne. però. Paradossalmente. sia nell’immaginario collettivo della sinistra italiana. Probabilmente classificazioni tradizionali come sinistra radicale versus sinistra riformista o progressisti versus moderati oggi sono meno (poco?) rappresentative di una dinamica sociale e culturale di cui spesso sfuggono le connotazioni. riuscendo nell’impresa per la quale il Pd era stato concepito. I successi più inaspettati sono venuti laddove – Milano. Il virgolettato non è casuale. Non affrontare di petto queste novità. ottenere il consenso di una parte dello schieramento «moderato» senza perdere il sostegno di chi si colloca alla propria «sinistra». e l’altro ieri Craxi a sostituito Fanfani sia nell’agire politico. a Milano. Napoli.

L’esortazione è tuttora valida. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. hic salta. Emilio Isgrò.La spinta al cambiamento altrettanto sterile della parallela affermazione «il Pdl rimane il primo partito italiano». Storie rosse (1969-1979). Prato 2008 . Un certo filosofo di Treviri era solito ammonire gli indecisi con Hic Rhodus.

barbari contemporanei .La spinta al cambiamento Altri percorsi di lettura: Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.

La spinta al cambiamento Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza Torna al menù .

ma non perché ha vinto il centro-sinistra. perfettamente in grado di rovesciare il «duce» (o almeno i suoi cloni locali. non esistano più destra e sinistra. bensì perché si tratta di un potente segnale di risveglio della società civile.Ricostruire dal basso Ricostruire dal basso Carlo Formenti D unque non era un golpe? Dunque il nostro sistema democratico è vivo e vegeto. sull’ultimo numero di «alfabeta2». milanesi e partenopei) e di far rientrare la politica nei binari di una «normale» alternanza? Dunque ero in errore quando. come in tutti gli altri paesi occidentali. Continuo a pensare che in Italia. scrivevo di postdemocrazia. bensì due destre che si alternano nel ruolo di gestori delle politiche liberal-liberiste che hanno . di regime. di necessità di organizzare la resistenza? Mi dispiace ma non rinnego nemmeno una virgola. La disfatta del centro-destra nelle elezioni amministrative di maggio è cosa buona e bella.

Votando per Pisapia e per De Magistris (non a caso estranei all’establishment del Pd). Per continuare la lotta contro il regime. nella migliore delle ipotesi. a restituire forza e dignità alle comunità che li hanno eletti. ed è quanto sinceramente auguro loro. annientato quanto restava della capacità di resistenza delle classi subordinate dopo decenni di ristrutturazione capitalistica. Potranno. le masse milanesi e napoletane hanno espresso la loro volontà di iniziare a ricostruire dal basso il tessuto sociale delle loro metropoli. evitando – una volta eletti – di smobilitare l’energia spontanea della comunità che li ha espressi.Ricostruire dal basso provocato la crisi. alle città e . ingabbiati come sono dai vincoli che i vertici globali del capitale impongono a ogni potere locale. Non ne hanno la possibilità. agevolare l’autocostituzione di inedite forme di potere dal basso. Ma non saranno Pisapia e De Magistris. ancorché animati dalle migliori intenzioni e aspirazioni. devastato da decenni di saccheggio capitalistico senza regole. distrutto lo stato sociale. Continuo a pensare che la controrivoluzione liberal-liberista non si batte mandando al potere esangui versioni postmoderne della socialdemocrazia. ma appoggiando senza riserve i movimenti che stanno nascendo in tutto il mondo e le nuove forme di democrazia partecipativa e diretta che si stanno sperimentando.

Altri percorsi di lettura: Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli . serve l’energia delle piazze. serve che la gioia delle feste italiane dopo la vittoria elettorale si trasformi nella gioia degli «indignati» che invadono le piazze spagnole.Ricostruire dal basso al mondo non serve il «buon governo». dei comitati elettorali. delle «fabbriche» vendoliane per darsi obiettivi politici autonomi e strumenti in grado di realizzarli. che il movimento vada al di là dell’aggregazione contingente. Serve. dei gruppi su facebook. ancora e soprattutto.

barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza .Ricostruire dal basso Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.

Ricostruire dal basso G.B. Zorzoli La spinta al cambiamento Torna al menù .

dal fascismo buono che mandava gli oppositori in vacanza al sessismo omofobo alla risata coatta all’indulgenza verso la corruzione. Berlusconi è stato un fenomeno culturale. e tutta la debolezza dei «partiti» usciti dalla crisi ’89-93. senza vergogna nell’incorporare i miti della destra italiana. svelando che l’imperatore è nudo non solo a Napoli.A Napoli bisognava scassare tutto A Napoli bisognava scassare tutto Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto per salvarsi dalla trappola mortale tra il degrado del bassolinismo. e il nuovo Lettieri/Cosentino. ma la rivolta (che da Napoli arriva a Milano) contro un mondo che ha eretto a fondamenti l’assenza di verità e l’indifferenza al merito di fronte agli . De Magistris c’è riuscito. Cultura e politica sono più che mai le due facce della stessa medaglia. Non sono state né L’Italia dei Valori né il suo stesso passato di magistrato coraggioso a spingere De Magistris a Palazzo San Giacomo.

della vivibilità del centro storico. chiamando alle armi le migliori intelligenze. di Napoli Est. partendo dall’immondizia che l’ha sepolta tre volte. per tornare a essere la grande città europea che è stata (la resurrezione è già riuscita a Barcellona uscita dal franchismo). L’opposto della cultura libertaria e critica di cui il paese ha bisogno per riprendere a crescere. il confronto delle idee. della trasformazione della periferia… . e può essere risolta solo da un cambiamento di mentalità spinto fino ai gesti quotidiani. Napoli. la comprensione che ogni problema può ammettere più di una soluzione e che le idee appartengono a tutti. comprese quelle di Napoli.A Napoli bisognava scassare tutto interessi dei potenti. non fossero state contagiate… A Napoli ogni questione è di cultura. Se le università italiane. i nodi di Bagnoli. che Massimo D’Alema seguita a inseguire (con i propri Casini)… Scassare tutto non significa l’illusorio ricominciare da capo affidato a gesti simbolici come la demolizione (con la dinamite…) delle Vele di Scampia. Il modello dovrebbe essere l’Università e la ricerca. Restituire alla competenza un ruolo autonomo dalla convenienza del potere è possibile solo accettando la complessità del progetto. Altro che «modello Macerata». deve sciogliere.

Lia Rumma.A Napoli bisognava scassare tutto L ’anima della democrazia è l’ascolto. Lucio Amelio. del Museo Archeologico. l’ha perso con la campagna). misurandosi con le dimensioni. uno Stabile . materiali e immateriali. accanto a Roma e a Milano… Oddati e Jervolino. La cultura non passa per l’imbuto stretto delle istituzioni. del sistema Madre – Pan – Stazioni dell’arte della Metropolitana – Fondazioni Morra. del San Carlo. De Magistris deve assumersi le proprie responsabilità di Sindaco. senza aspettarsi miracoli da effimeri appuntamenti di parata come Napoli capitale culturale nel 2013. consegnandolo a Luca De Fusco (cioè a Gianni Letta). il Teatro Stabile di Napoli. ma per l’autonomia dell’Università. spalancando la bocca come il cane di Esopo. con la città borghese tra Chiaia e il Rettifilo. Con l’ottimismo dell’intelligenza. per l’obiettivo di Napoli terzo polo della produzione cinematografica e televisiva italiana. Ma già lo Stabile di Napoli si era allontanato dall’ispirazione iniziale con cui era nato. hanno già lasciato cadere in acqua – per averne in cambio il Comitato 2013 – una delle poche eredità positive degli anni di Bassolino. del paesaggio (Napoli sta perdendo il proprio rapporto col mare. chiudendo con la managerialità indecisa a tutto alla Bagnolifutura. della città regione… Napoli non potrà più coincidere più con la vecchia Piedigrotta.

capace di dare voce a figure diverse – ma tutte radicate nella città – come Mario Martone. generando una singolare battaglia di dame. mi sono domandato in un libro. Enzo Moscato. auto apologie che finiscono per trasformarti in zucca come il Claudio di Seneca. e la nascita di una struttura autonoma (molto finanziata dalla Regione) per il Festival… Bisogna aver fiducia nella creatività della città. PeramareNapoli (che la Clean di Gianni Cosenza sta mandando in stampa). non sovrapporle una managerialità posticcia.A Napoli bisognava scassare tutto plurale. Perché anche Bassolino sembrava aver rotto con la politica di palazzo… Se proprio la cultura è la principale risorsa delle città nel mondo globale. dopo l’assistenzialismo democristiano questo richiede interventi pubblici che moltiplichino concorrenza e pluralismo. da arbitro più che da giocatore. Renato Carpentieri. La nascita del Napoli Teatro Fest ne aveva paradossalmente accelerato la decadenza. l’esatto opposto del trionfalismo delle Notti Bianche veltroniane… Evitando il cannocchiale rovesciato. come il preteso rinascimento napoletano: erano stati Teatri Uniti di Mario Martone e Terrae Motus di Gianni Amelio a provocare la vittoria . come evitare gli errori che sono seguiti. come i capelli nuovi di Berlusconi… Ex assessore all’Identità del primo Bassolino. tra Roberta Carlotto/Mercadante e Rachele Furfaro.

che negli anni Novanta aveva saputo portare senza una lira Ken Loach all’Arci Movie di Ponticelli… Altri percorsi di lettura: Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. barbari contemporanei .A Napoli bisognava scassare tutto di Bassolino sulla Mussolini. ma la capacità: mi conforta aver sentito il nome. di Antonella Di Nocera. e non il contrario… Non serve la ruota del pavone. come possibile assessore di De Magistris.

B. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Torna al menù .A Napoli bisognava scassare tutto Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.

della psiche. violenta e ideologica dell’italietta degli ultimi vent’anni anni può impunemente definire «giustizialista». della vita e della morte. nega questo luogo comune. L’elezione a sindaco di Napoli di un rappresentante delle istituzioni. un rappresentante che si richiama a quella legalità che solo la cultura interessata. orrenda. Si sostiene da sempre che i napoletani siano anarcoidi. e che si nutre dell’ideologia del mercato divinizzato non solo nella concezione dell’economia. ma nella concezione dell’eros. dell’anima. . e quindi amanti del casino e di chi gli concede di far casino costi quel che costi. e anarcoide è la semidestra italiana che ne deriva.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Giuseppe Montesano 1. In realtà anarcoide è il capitalismo che ama le regole per gli altri e l’assenza di regole per se stesso.

ancora dopo due secoli. In questo caso gli individui di Napoli . A chi li amministra chiedono di essere trattati da cittadini: eredi di quella Rivoluzione francese la cui importanza ancora cruciale per il presente è perfettamente definita dall’odio teopolitico che sulla sua presa di posizione in favore dell’uguaglianza dei diritti si riversa. dalle bocche di quelli che hanno tutto da perdere dall’idea di cittadino libero e uguale nei diritti e nelle opportunità. negli ultimi giorni. e ho deciso di votare De Magistris». All’irregolarità e al casino. 3. ma poi ho sentito che cosa diceva e ho lavorato gratis per lui». non ce l’ho fatta. Un ragazzo napoletano dei centri sociali dice: «Io a De Magistris lo schifavo. Il proprietario di un bar. ovvero che chiedono a chi li amministra una sostanziale certezza dell’uguaglianza di ricchi e poveri di fronte alla legge. facendo notare che una folla non è una massa: una folla è fatta di individui. Se ne potrebbe ragionevolmente dedurre che i napoletani desiderano regole certe. Però.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli 2. vale a dire a una poesia concreta. che si proclama di destra e legge «Il tempo» dice: «Io dovevo votare Lettieri. Questa terza tesi non è una tesi. che è un grande imprenditore. i napoletani si dedicano semmai nella vita privata. registra solo voci nella folla.

4. che viene marchiato come perdita di tempo e improduttività dai reggitori anarcoidi del presente. e che ciò che uomini hanno fatto altri uomini possono disfare e viceversa. ma la circolazione della parola tra individui in carne e ossa mette in crisi qualsiasi dispotismo mediatico.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli hanno capovolto previsioni. uno spazio interiore. in segreto. Si dedurrebbe. La tesi numero tre potrebbe essere questa: senza lo spazio del pensare e sognare. non c’è possibilità di cambiamento. dai fatti di Napoli. certezze e mitologie. di riflessione. così dicono i fatti di Napoli. non socializzato tramite il mediatico. e a proposito delle mitologie costruite in questo inizio di millennio intorno alle reti. 5. e che quindi nella società e nell’economia non esiste immutabilità e ineluttabilità come nella natura. che avevano ragione i vecchi Maestri che ritenevano che tutte le azioni umane sono storiche. Vale la pena a tal proposito. Le regole della pioggia e del bel tempo non sono quelle delle società umane. I media sono l’anima ammalata del presente. forse perché si sono concessi. ricordarsi che multimediale è l’uomo già dalle grotte di Lascaux: l’ideologia con cui l’uomo pstmoderno banalizza la .

ricordando il luogo comune vero che i mezzi restano appendici. le cosiddette «mamme vesuviane». La rete delle strade porta in ogni luogo e porta a perdersi.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli sua multimedialità naturale e culturale e la sposta sui mezzi va dissolta. Una vera rete deve avere smagliature. Si potrebbe ipotizzare quindi che ci sono pietruzze che inceppano il meccanismo mediatico: i piccoli uomini e le piccole donne. Le donne dei paesi intorno a Napoli hanno vissuto. la rete del pescatore è quella che cattura prede e le imprigiona ma è piena di spazi per i più piccoli e scivolosi. Le donne di Chiaiano hanno fatto barricate con i loro corpi di bambine e anziane e incinte. una vecchia tesi: quella che sosteneva che viene sempre il tempo in cui non basta interpretare il mondo ma bisogna cambiarlo. interruzioni. si sono dimostrate più filosofiche dei filosofi con attico a Parigi e pensione certa. imperfezioni. 6. bisogna farceli. Se non ci sono buchi nella rete. strumenti. che hanno combattuto contro lo strapotere di leggi speciali che volevano ficcare la spazzatura di Napoli nelle loro case per buttare l’orrore sotto il tappeto. e hanno imparato che solo il coraggio della non-violenza disarma le dittature mediatizzate. senza averla studiata a scuola. Laddove gli .

e la ventura di viaggiare in autobus o a piedi. 7. e ricordavano a tutti che il pane è il pane e la merda è la merda. greci eccetera. italiani. alle soglie della Seconda guerra mondiale. «opinionisti». Un cattivo soggetto. etiopi. Le elezioni a Napoli nel maggio 2011 restano per molti versi incomprensibili. 8. si vendevano sostenendo che il bianco è nero e il nero è bianco. come nostro compito. i piccoli uomini e le piccole donne di Chiaiano filosofavano portando i loro corpi in strada. tra corpi di cinesi. Molto seguirebbe da ciò. romeni. Avremo allora di fronte. ma la loro incomprensibilità è feconda. tranne i pochi che hanno un reddito medio-basso o basso. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli intellettuali. «scienziati». scriveva: «La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola. filippini. Se ne potrebbe dunque ulteriormente dedurre che gli intellettuali sanno poco di ciò che accade per strada. bengalesi. pakistani. tra gente rotta dal lavoro malpagato e imbambolata dagli psicofarmaci necessari a reggere il lavoro malpagato. . in effigie di sedicenti «esperti».

«progresso». ma il qualcosa contro cui lotta l’individuo libero. «realismo». e che a volte è necessario tentare di fermare o invertire il corso del tempo. «sogno». la menzogna che recita: Il fine giustifica i mezzi. dovrebbe riflettere sul fatto che fino a questo momento i nuovissimi filosofi. da ambizioni narcisistiche di massa e da idolatria per il testo sacro della teopolitica.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli la creazione del vero stato di emergenza: e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il…». Chi aspira a uscire dalla trappola dell’attualità senza smettere di accorgersi di ciò che l’attualità fa alla vita. travestiti da economisti. Seguirebbe da ciò che non bisogna restare conficcati nell’attualità. coloro che aspirano a ricucire contemplazione e azione devono fare accuratamente a pezzi il significato attuale di concetti come «futuro». «libertà»: tali concetti sono stati deformati e inquinati da bande di «esperti» connotati da redditi medioalti o alti. «concretezza». fingendo di essere . cambia storicamente: a volte di anno in anno. Per far questo. il cattivo soggetto aveva scritto «fascismo». Dove ora ci sono i punti di sospensione. però. politici. 9. la bibbia del male. esperti. che si sente libero solo nello specchio della libertà altrui. a volte più in fretta. «modernità».

Ma se il cambiamento del mondo a cui hanno lavorato e lavorano i nemici dell’umanità è ciò che ha portato il mondo sull’orlo del collasso materiale e dell’infelicità dei singoli. … Allora oggi non si tratta solo più di cambiare il mondo: bisogna interpretarlo. Altri percorsi di lettura: Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma .Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli omologhi alla realtà che non cambia. hanno lavorato a cambiare il mondo. allora oggi… 10.

Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso .B. barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Pier Aldo Rovatti Noi.

Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Torna al menù .

non solo ingenuo ma anche preoccupante poiché mostra che non ci si rende conto della portata di quella sperimentazione di gestione brutale della protesta sociale e politica. però. torture.Laboratorio Genova Laboratorio Genova A dieci anni dal G8 Salvatore Palidda D ieci anni dopo. violazioni dei diritti fondamentali e il libero arbitrio di buona parte delle polizie in Italia e altrove non si fossero mai più ripetute e non fossero diventate pratiche quasi abituali o comunque possibili da parte dei poteri neoconservatori di quest’ultimo decennio. tante persone chiedono ancora di capire il perché della terribile violenza e delle torture che una parte delle polizie si accanì a infierire sui manifestanti contro il G8 di Genova. francamente. Sarà l’effetto tremendo della . Un perché comprensibile. Come se tutte le brutalità.

la quantità di scritti di ogni sorta. sugli abitanti della Val Susa o quelli delle zone delle grandi opere come la gronda di Genova angosciati per l’amianto che si sprigiona mettendo a soqquadro i terreni dove vivono. su abitanti disperati per il dilagare del cancro nel loro quartiere a causa delle discariche di rifiuti tossici.org/).processig8. gli insegnanti e i ricercatori che la signora Gelmini considera terroristi o quasi perché si permettono di essere ostili alla sua «riforma». quanti sono stati gli episodi del genere e non solo in Italia (si pensi alle polizie scatenate contro le lotte sociali o ambientaliste in Spagna. Ma nessuna ricerca dotata di sufficienti risorse è stata avviata mentre gli ingenti fondi delle ricerche europee sono . di immagini. i NoPonte. in Germania. in Francia e altrove). ricordiamoci delle botte inflitte ai terremotati dell’Aquila andati a Roma per gridare al governo la tragedia in cui sono stati abbandonati. di reportage e la mole degli atti giudiziari è quasi sterminata (vedi http://www. Ricordiamoci dei numerosi episodi di accanimento di una parte delle polizie ma anche di padroncini e caporali su operai in lotta. Insomma.Laboratorio Genova narcotizzazione o della «memoria corta» che producono i media. i NodalMolin. gli abitanti di Quirra. Sul G8 di Genova. i pastori sardi. a Londra. di video. gli studenti.

La direttiva era di distruggere lo slancio che da Seattle in poi aveva alimentato un movimento mondiale antiG8 che aveva conquistato una popolarità planetaria anche nei ceti medi e persino in una parte della borghesia. un caso unico. cioè per migliorare le capacità repressive militaro-poliziesche. È esattamente questo che è apparso inammissibile per un dominio globale che pretendeva e pretende agire in libero arbitrio usando le polizie per schiacciare la protesta antiG8 e dopo ogni mobilitazione di dissenso. Il G8 di Genova fu il momento più esasperato della sperimentazione neoliberale-neoconservatrice della gestione violenta della protesta in un paese cosiddetto democratico[1]. Purtroppo quasi nessuno capì ciò che produceva e avrebbe prodotto questo frame che si forgiava sin dalla fine degli anni Settanta. un «incidente» della democrazia. Il G8 di Genova non fu. non solo il coacervo di sfortunatissime coincidenze di errori e atti maldestri in una sciagurata congiuntura. fu l’esito prevedibile di una molteplicità di atti e comportamenti anche casuali ma comunque condizionati e orientati dal gioco di attori forti all’interno di un frame che spiega appunto tale esito. Eravamo già nel contesto della guerra che dopo l’11 settembre i .Laboratorio Genova destinati soprattutto a ricerche embedded. una «eccezione». quindi.

arrivano anche dirigenti di polizia noti per i loro metodi assai muscolosi e deontologicamente sui generis in operazioni antimafia o antiultrà o in sgomberi dei rom a Roma.it). Fu allora «normale» che la destra arrivata al governo proprio due mesi prima dell’evento genovese si sentisse in «diritto» e in «dovere» di fare molto di più di quanto aveva già fatto il centro-sinistra. Così. ossia l’ibrido militare-poliziesco che configura la cosiddetta polizia globale[2] e quindi le sue pratiche.ilariaalpi. Militarizzazione del territorio. i manifestanti e la protesta antiG8 sono trattati come fiancheggiatori o analoghi del «nemico assoluto» («Stati canaglia»e terrorismi o – a parole – le mafie) non certo secondo la prassi della gestione pacifica e negoziata delle mobilitazioni nei paesi detti democratici. campagna mediatica terrorizzante: qualsiasi deroga alle norme dello stato di diritto . troviamo a Genova unità speciali e quegli ufficiali particolarmente che si sono già distinti nella stessa zona dove militari italiani hanno torturato somali e dove sono stati trucidati Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (vedi http://www. in particolare dei D’Alema e Bianco.Laboratorio Genova neoconservatori fanno diventare permanente e totalizzante. allora. sospensione dello stato di diritto democratico. La Rma (Revolution in Military Affairs) riguardava anche una «rivoluzione negli affari di polizia».

la Diaz..Laboratorio Genova democratico diventò legittima. compresa la tortura che in Italia resta ancora oggi un reato soggetto solo a lievi pene (come lesioni. nei centri espellendi ecc. e ne beneficeranno ancora gli autori di tale genere di trattamento nelle carceri. con la certezza dell’impunità se non del premio. nelle varie sedi delle polizie. i «vigili» parmensi che si «divertivano» su Bonsu.osservatoriorepressione. piazza Manin. delle violenze vigliacche e persino delle torture al G8 di Genova non indusse le autorità politiche e amministrative italiane neanche a esibire qualche capro espiatorio nonostante una palese analogia fra la caserma Ranieri di Napoli. anche a prescindere del cosiddetto «processo breve») (vedi www. se accertato) quindi rapidamente prescrivibili (ne hanno beneficiato. fra altri. questo fatto appare però ancora più plateale nel caso italiano. i responsabili di torture a Bolzaneto[3].org e i rapporti annuali di Amnesty). . Lo scandalo planetario degli abusi. S ebbene comune a tutti i paesi (ovunque il potere legittima e tutela direttamente o indirettamente i suoi pretoriani e chi fa il lavoro sporco per difenderlo). L’asimmetria di potere e di forza spinse allora e spinge ancora parte delle polizie a scatenarsi senza remore e timori.

Questa prassi. Il dispositivo e la quantità di mezzi e personale messi in campo dalle polizie furono abnormi ma privi quasi di coordinamento per scelta deliberata. Ogni polizia perseguì autonomamente l’intento di annichilire i manifestanti senza distinzione. ma mai ammessa dei rispettivi comandi a causa dei conflitti e della competizione in particolare fra polizia di Stato e carabinieri. tanto meno espulsi da tali istituzioni e sono persino promossi a cariche molto importanti. compresi quindi i pacifisti cattolici. che ricorda appunto il totale libero arbitrio e la protervia degni di un regime fascista o mafioso. di fatto appare ormai abituale accentuando ancor di più l’impotenza di chi difende lo stato di diritto democratico così ridotto a pia illusione. non sono sospesi.Laboratorio Genova Bolzaneto. Abou Graib e Guantanamo. esse servirono da alibi a . in nessun paese fra quelli detti democratici membri delle polizie indiscutibilmente responsabili di atti violenti e anche ignobilmente vigliacchi (accanirsi a calci su un minorenne ferito a terra come fece un commissario anche lui promosso vicequestore) o che ostentano il credo fascista. Non fu casuale la libertà concessa ai Black Bloc che poterono realizzare alcune azioni dimostrative prive però della giustificazione che l’area più accreditata di questa componente proclamava sui suoi siti. Non solo.

condanne rare anche quando si tratta di omicidi per non parlare di gravi danni finanziari. durante e subito dopo. La lentezza e soprattutto l’esito dei processi di primo grado sono stati spesso una conferma di una giustizia apparsa sin dalla . riprese il coro contro i manifestanti violenti che nell’arringa finale della Pm (peraltro di Md) sembra una sorta di teorema ideologico (non inedito) secondo il quale venticinque manifestanti sono imputati come responsabili di tutte le violenze. prima del G8 hanno sostenuto la preparazione del massacro accreditando l’esasperazione dell’odio contro i «No Global» nei ranghi delle polizie e la paura dei benpensanti. presero spazio le denuncie degli abusi. Nell’ultimo processo. sei di questi sono condannati a pene oscillanti fra i sette e i quindici anni (per qualche atto di distruzione e senza alcuna violenza a persone. invece. delle violenze ecc. Quanto ai media. sanitari e ambientali provocati da colletti bianchi). Passata l’emozione. distruzioni ecc. Dopo dieci anni di processi i carabinieri e la guardia di finanza ne sono uscite indenni.Laboratorio Genova quella componente delle polizie che aveva l’obiettivo di provocare disordine e violenze per legittimare la «mattanza». commesse in quei giorni e non solo dei reati per i quali esiste la prova della loro colpevolezza.

di fatto i processi avallano il messaggio che le polizie hanno sempre ragione (vedi innanzitutto la legittima difesa per chi ha ammazzato Carlo Giuliani) e che non è ammissibile nessun gesto violento dei manifestanti neanche se di risposta a una inaudita e persino assolutamente illecita violenza poliziesca. Dopo dieci anni. igiene. è la logica degli ossimori («guerre giuste» o «umanitarie») dei filosofi nipotini di quel Tocqueville che prescriveva lo sterminio degli algerini . In Italia questo messaggio è talmente condiviso da fare l’unanimità di quasi tutti i media. decoro e morale» del cittadinismo perbenista attraverso la tolleranza zero che colpisce i deboli.Laboratorio Genova preparazione del G8 alquanto ossequiosa verso il potere e le polizie. ordine. solo con i processi d’appello si ha un parziale riscatto di una parte dei magistrati inquirenti. le forze politiche e i leader d’opinione. In Inghilterra. È la logica dei nuovi alfieri della «legge. prime vittime dell’insicurezza effettiva. Spagna o Germania non si sono sentiti gli anatemi contro le violenze dei giovani e a difesa dei «poveri poliziotti» che ci hanno rifilato i vati della giustizia italiana (fra questi Saviano) che non hanno mai speso una parola per il rispetto dello stato di diritto democratico da parte delle polizie (e di Stati come Israele) avallando così un giustizialismo che può praticare anche abusi «a fin di bene».

Laboratorio Genova refrattari della civilizzazione francese. dei quali. in un’Italia dove non c’è mai stata un’effettiva tradizione liberal-democratica (da non confondere col liberismo neoconservatore). gli immigrati – soprattutto «clandestini – e i rom. Il risultato è che l’Italia è il paese con meno rispetto dei diritti fondamentali sovente violati dalle polizie soprattutto a danno dei soggetti sociali più deboli. Tuttavia. cioè i soggetti più suscettibili di essere vittime di abusi e violenze non sono mai «sondati» e non è prevista alcuna domanda sull’eventuale appartenenza alle polizie dell’autore di violenze. In altre parole. è però reazionaria e quindi difende sempre a spada tratta polizie e poteri militari. c’è stata e c’è una ripresa straordinaria delle mobilitazioni nei paesi dominanti e ancor di più . anche libertina. mentre la destra. comunque. quasi tutta la sinistra sembra diventata giustizialista e non si interessa al controllo effettivamente democratico delle polizie. quasi tutti i politici cercano di accattivarsi la compiacenza. nonostante l’esasperazione dell’asimmetria di potere e di forza e l’indebolimento delle rappresentanze politiche e dei sindacati. Da notare: le cosiddette indagini di vittimizzazione – molto costose – non sono altro che sondaggi telefonici su un campione di soli titolari di telefoni fissi e sono realizzati solo in italiano… così i marginali.

ossia di intervento contro manifestazioni e rivolte. in grado di non essere scalfito dalle proteste grazie all’accresciuta asimmetria di dominio alimentata anche dal forte indebolimento dell’opposizione parlamentare pervasa dai think thank liberisti. si forma una «gendarmeria europea» (www. a livello sovranazionale.Laboratorio Genova negli altri paesi come mostrano le rivoluzioni in Tunisia. vedi A. il potere dei paesi dominanti appare «blindato» o «immunizzato»[4]. I ntanto. Iacuelli) totalmente ignorata non solo dalla pubblica opinione ma anche dai parlamentari considerati democratici. si configura come una forza di fatto dipendente solo da gerarchie militari che dovrebbe svolgere un ruolo di gestione dell’ordine pubblico. fatta con polizie militari che non si può dire brillino per trasparenza democratica. Ma la pretesa liberista di una gestione violenta del dissenso che scarta ogni negoziazione a favore di una gestione pacifica non può più durare. mentre non c’è alcuna istanza politica sovrana. Ciò che inquieta è che questa Eurogendfor.eurogendfor. Tuttavia la dinamica collettiva rinasce: una parte crescente della società non sopporta più le conseguenze del liberismo. Anche fra gli addetti ai lavori . Finora.eu. in Egitto e altrove.

Si produce così ancora più insicurezza reale ma occultata dal discorso dominante sulle insicurezze e paure attribuite agli esclusi o «sovversivi» da perseguitare. Probabilmente.Laboratorio Genova ci si rende conto che da vent’anni le polizie sono troppo distolte da molti loro compiti e competenze assolutamente indispensabili per la loro stessa sopravvivenza come istituzioni sociali che hanno per forza bisogno di un minimo di consenso popolare o quantomeno di una neutralità da parte della società. dell’inquinamento. delle ecomafie ecc. Come nell’avenue Bourghiba di Tunisi e a piazza Tahrir. dell’evasione fiscale. È alquanto illusorio che si possa andare verso un nuovo New Deal (come sembrava aver fatto credere la vittoria di Obama). degli infortuni e malattie professionali. a Puerta del Sol (Madrid) e già in altre piazze europee si sta innescando una nuova speranza. la congiuntura neoconservatrice è destinata a chiudersi anche se le séquelle dureranno a lungo. Il risultato è l’aumento delle economie sommerse. ma appare comunque impossibile che la maggioranza della popolazione subisca passivamente gli esiti devastanti delle politiche liberiste e la protervia di poteri spesso ignobili. Le pratiche di protesta e resistenza pacifica (ma non pacifista) viste sinora mostrano che l’asimmetria di potere può essere rovesciata – anche se .

Appunti di ricerca sulle violenze delle polizie al G8 di Genova. [2] Si veda A. Bollati e Boringhieri. manifestolibri.Laboratorio Genova parzialmente e momentaneamente – con un agire politico di massa senza bisogno di eroismi. Genova e il G8: i fatti. III. Mastropaolo. La mattanza della democrazia. 5. 881-915. 1. Pepino. pp. ottobre 2001. L’Italie saisie par la tentation autoritaire. [3] Si veda M. 2001. 33-50. Bolzaneto. le istituzioni. «Studi sulla questione criminale». Le nostre guerre.. Roma 2008. Calandri. Dal Lago. vol. né di leader o di grandi organizzazioni tradizionali. S. La democrazia è una causa persa? Paradossi di un’invenzione imperfetta. «Questione giustizia». 2008. Torino 2011. [1] Si veda L. Roma 2010. «Le Monde Diplomatique». Obiettivo. [4] Si veda A. di estremismi. . Id. pp. Amnesty International. DeriveApprodi. Rapporto Annuale 2001. la giustizia. Palidda.

Marsala Altri percorsi di lettura: Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. barbari contemporanei . Convento del Carmine. Disobbedisco. 2010. Performance.Laboratorio Genova Emilio Isgrò.

B.Laboratorio Genova Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto .

Laboratorio Genova Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Torna al menù .

Stay human Stay human Luigi Nacci In memoria di Vittorio Arrigoni Ed un giorno ti chiedi che cosa sto a fare tra questi limoni avariati I pensieri si sfaldano scorrono lungo le tempie fluiscono a terra Come fare a resistere a opporsi alle forze che premono e opprimono i corpi Sollevare le frane ridurre gli attriti invertire le rotte dei crolli I capelli diradano scadono lungo le spalle ostruiscono i fori Ti rovesci conficchi la testa nell’acqua scompari trattieni i respiri Inspirare espirare inspirare espirare inspirare con occhi e polmoni Dare fuoco agli specchi evacuare gli scarti incitare i batteri alla lotta Ed un giorno svegliandoti chiedi che cosa sto a fare tra questi limoni .

a cura di Giacomo Verde e Lello Voce. 2002 Altri percorsi di lettura: Emilio Isgrò Disobbedisco .Stay human Ti ribalti consulti le mappe sigilli i cassetti consegni le chiavi agli spettri Camminare sui bordi procedere a passo spedito schivare i saluti Come fare a saltare i fossati a planare sui fiumi a danzare sugli argini Le caviglie si flettono i tendini bruciano i piedi si sciolgono al sole Dove andare se ovunque tu vada nessuno ti attende Quante sono le strade da perdere prima di perdersi Ed un giorno svegliandoti chiedi che cosa rimane Di tuo padre tua madre non puoi ricordare i sussurri Con chi fare l’amore a chi offrire le tue solitudini Sono lunghe le notti al mattino a che cosa assomigli Come fare a distinguere i morti dai vivi Come adempiere al compito di umanizzarsi Estratto dal film Solo Limoni. Shake edizioni.

Stay human Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Torna al menù .

L’eccezione divenuta norma L’eccezione divenuta norma Lello Voce E ra l’inizio dell’autunno del 2003. Mario Placanica. che impedisce lo svolgimento del dibattimento. due anni dopo che le Torri erano crollate sulle Torri. ma di un potere più ampio. sta nascosta la ragione vera di quel grande esperimento di repressione violenta di massa che è stata Genova 2001. in cui la legittimità della reazione non è subordinata al limite . il carabiniere che ha assunto su di sé la responsabilità dell’omicidio di Carlo Giuliani. il giudice Daloiso fa ben di più che riconoscere il diritto alla legittima difesa. circa due anni dopo che a Genova era accaduta Genova. è assolto da tutte le responsabilità in sede di discussione preliminare. Cita l’articolo 53 del Codice Penale e dice che «non si tratta della legittima difesa. Nel mandare assolto Placanica. In quella sentenza. Nessun processo sarà celebrato.

Genova era stata solo l’ultimo anello di una catena di esperimenti sempre più spudorati di uso della violenza per la repressione delle proteste di piazza. era a Genova. quelle righe suonavano come un’agghiacciante confessione. di naufragio. disastro ferroviario. Per chi. come me. anzi essa può più semplicemente essere giustificata dal «fine di adempiere a un dovere d’ufficio che qualifica la sua condotta». con le forze di polizia sguinzagliate all’inseguimento della folla terrorizzata. L’articolo c’è. l’akmé raggiunta. sommersione. far capire a tutti che così sarà. dopo la prova generale di Napoli. e soprattutto. a norma di Codice. In attesa di Genova. in una serie di caserme italiane si era svolto un training accurato. dopo che già a Goteborg un Ministro aveva ordinato di sparare sui manifestanti (Scajola non sarà da meno. d’ora in avanti. Fa niente che quell’articolo. disastro aviatorio. Sta in quelle righe l’esplicitazione di quella che oggi chiamerei l’esemplarità di Genova. vada applicato solo nel caso in cui si tratti «di impedire la consumazione dei delitti di strage. omicidio volontario. rapina a mano armata e sequestro di persona».L’eccezione divenuta norma della proporzione con la minaccia». Ci scapparono addirittura i . basta saperlo interpretare in modo argutamente estensivo. almeno a suo dire).

non di riportare l’ordine. indagando sulla morte di Carlo Giuliani. nei giorni dell’omicidio Alpi. . Quando. M ilitare è. insieme con il web-nick Franti. tanto quanto un rastrellamento. con lo scopo. militare. dove si spazzano via con violenza inaudita centinaia di persone inermi. militare l’attacco al corteo di sabato. attaccandolo contemporaneamente su tre lati. fuoco d’artificio finale di una pirotecnica gestione dell’ordine pubblico. infatti.L’eccezione divenuta norma feriti negli scontri simulati tra truppa e ufficiali. per spezzarlo a metà. prologo improvvido alla futura polizia europea. I famigerati Ccir stavano per fare la loro entrata in scena. al comando del Distaccamento di polizia militare del Porto. mostro ibrido in cui tutori dell’ordine e militari si danno la mano. Militare è lo sgombero di piazza Manin. oramai schiettamente sudamericana. la tecnica utilizzata per travolgere il corteo delle Tute Bianche su via Tolemaide. ma di disordinare le «truppe» avversarie e sterminarle. ci stupimmo e con noi si stupirono in molti. ci rendemmo conto per primi che in piazza Alimonda erano presenti ben due ufficiali dei carabinieri che erano già a Mogadiscio. senza lasciare alcuna via di fuga. quasi fosse una colonna nemica. il preordinato massacro della Diaz.

Loro erano lì non a difendere. dunque nel ritrovare. o Mogadiscio era lo stesso. lo riportava sul luogo del suo primo delitto. decine di delitti per «ordine pubblico». ma ad attaccare. tra le braccia della violenza fascio-liberista. anni dopo. Ingenuo era chi credeva che i corpi d’élite delle missioni di peace keeping sarebbero stati utilizzati a protezione della zona rossa e dei leader mondiali. quello che lo consegna. a comandare in quelle camerate dove faceva bella mostra di sé un vessillo di Salò. a mostrare a tutti come fare per stroncare la protesta di masse ormai troppo numerose e decise per non costituire un pericolo per il neocapitalismo globalizzato e ultraliberista. benaccolto dai suoi soliti famigli.L’eccezione divenuta norma In effetti non c’era da sorprendersi. mani e piedi legati. uno di loro a Nassirya. Che tutto ciò avvenisse proprio in Italia in fondo era ovvio: dove altro sarebbe potuto accadere? Il tic oscuro dello Stato liberale. stavano lì a garantire la sincerità della malafede di tutti coloro che si esibivano nel teatrino della politica italiota. Anni di stragi impunite. Genova. Nessuna meraviglia per me. .

ha permesso il normalizzarsi di violenze su violenze. ha innescato un processo letale di «fascistizzazione» degli apparati repressivi dello Stato di diritto. Il giudice Daloiso aveva capito tutto. obbedire agli ordini. Ubbidire agli ordini. insomma. ha agito da babau per ogni tentativo collettivo d’opposizione radicale. come sempre. La giustificazione sarebbe stata la solita: svolgere il proprio dovere.L’eccezione divenuta norma I moderati sono troppo spesso.. certo. i garanti dell’esercizio tranquillo e smodato d’ogni estremismo poliziesco. . Non appaia retorico ed esagerato: è la stessa solfa udita a Norimberga. Il fantasma di Genova. anche se poi. l’immaginario collettivo ha digerito e messo in circolo anche Genova. anche se non è cambiato nulla. tutte le responsabilità sarebbero sparite come neve al sole. compiere il proprio dovere.P. Quello dei torturati e quello dei torturatori. con il suo essere esageratamente «esagerato». Sorta di Gattopardo globale. in scala minore. Da allora cos’è successo a questa Ytaglia? Tutto sembra cambiato. nel risalire un’infinita e nebbiosa catena di comando. L’articolo 53 C. ma non meno impressionante. qui da noi.

fucila i garibaldini in Aspromonte. nella sala operativa dei carabinieri. quello che. Ascierto i movimenti delle truppe sul campo di battaglia e che per primo ci mise la faccia per giustificare l’omicidio di piazza Alimonda. può passare oggi come un custode affidabile della nostra democrazia. in nome dell’Italia unita e risorgimentale. A piazza Alimonda fa eco sinistra il cadavere massacrato di Aldrovandi. coerentemente. La violenza di massa un gadget portatile per qualsiasi divisa. a dirigere con il suo fido on. sa interpretare lo spirito dei tempi nuovi. Il principe di Salina non può che uscire di scena: il futuro è tutto per chi. un interlocutore privilegiato per certa sinistra. l’Ospedale Pertini.L’eccezione divenuta norma Le Zone Rosse si sono moltiplicate. alle cariche con i blindati a corso Torino. . E così Fini. quelle a cavallo delle ruspe in Val di Susa. Molecolarizzate. dove si lascia morire Cucchi scrollando le spalle. A Bolzaneto segue. come suo nipote Tancredi. che a Genova era a Forte San Giuliano. L’eccezione è divenuta norma.

Zorzoli La spinta al cambiamento .B. barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.L’eccezione divenuta norma Altri percorsi di lettura: Pier Aldo Rovatti Noi.

L’eccezione divenuta norma Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Torna al menù .

è che i barbari siano gli immigrati. di solito. barbari contemporanei Riflessioni sull’anomalia italiana Pier Aldo Rovatti C hi sono i barbari? Si dice. i barbari fossimo noi? Tempo fa. e spesso il loro passaggio dalla clandestinità alla legalità non basta a renderli «visibili». barbari contemporanei Noi. invece. Scalfari proponeva maggiore cautela e invitava a riflettere sul nostro . Si dice. oggi in Italia. L’identificazione più diffusa.Noi. E se. anche. che arrivino da fuori e non abbiano volto. Baricco sosteneva che «i nuovi barbari» sono gli uomini e le donne che attraverso internet hanno imparato a navigare alla superficie delle cose evitando le secche della falsa profondità. che siano «gli altri». si è svolto un dibattito tra Alessandro Baricco e Eugenio Scalfari. sul quotidiano «la Repubblica».

perché quasi nessuno sfugge a tale nebbia.Noi. una gelatina. Una nebbia. l’imbarbarimento corrisponde alla sottocultura ormai diffusa e omologante. che chiamo «anomalia italiana». dal discorso pubblico alle forme delle esistenze individuali. una colla che sembrano avvolgere tutto. barbari contemporanei imbarbarimento. per i quali le regole democratiche sono percepite come un ingombrante ostacolo che . Per me. Tratti che vengono da lontano: li aveva anticipati Pier Paolo Pasolini parlando di mutazione antropologica. Accolgo in linea di massima questa seconda indicazione e credo che la proiezione contenuta nella prima sia un lusso intellettuale che non ci possiamo permettere. e ora sono diventati un fantasma difficile da esorcizzare anche da parte di chi ha conservato qualche riserva di spirito critico. Questo consenso sottoculturale. Ricchezza materiale e godimento connesso. Penso. infatti. Siamo noi. contiene i tratti della barbarie contemporanea. anche se alcuni si sforzano di conservare zone di luce. e dal godimento (reale o solo desiderato) di questi cosiddetti valori. che nessuno possa ritenersi immune da un modello di vita caratterizzato dai valori della ricchezza materiale e dal successo personale. promossa con successo dallo stile attuale di governo. i barbari.

dote antica del carattere italico promossa ora a standard sociale. nessun cittadino «normale» può dichiararsi a favore .Noi. se si vuole «agire». dunque bisogna snellirle. barbari contemporanei occorre saper aggirare. è stata considerata alla stregua di un incidente di percorso. Non so se la parola «fascismo» possa ancora essere usata con profitto. Per aggirare l’ostacolo delle regole e quindi della legalità democratica era appunto necessario smontare la democrazia dicendo che lo si faceva nel nome della democrazia e della libertà. Il monito è rivolto a tutti. L’impressionante sequenza di fenomeni di corruzione. di certo si tratta di una specifica variante di ciò che Michel Foucault ha chiamato biopolitica. Ma ora si tratta non di definire. Tutti avrebbero l’opportunità di trasformarsi in furbi imprenditori di se stessi. Naturalmente. dove agire (nella neolingua oggi diffusa) significa realizzare il modello di vita dominante. anche a chi sente il peso dell’immiserimento materiale. anche a chi è svantaggiato dalla propria condizione di razza o di genere o di età. grazie all’intraprendenza individuale e soprattutto grazie alla «furbizia». per i quali la magistratura è diventata un soggetto così rilevante (e così ferocemente combattuto) in Italia. Le regole appaiono inceppate dalla loro macchinosità. quanto di descrivere con pazienza il fenomeno.

Perché mai un giovane dovrebbe mettersi in politica? Lì. o forse voluto. anzi. è ridotta a spettacolo per i gonzi. all’inizio degli anni Novanta e che. barbari contemporanei della corruzione. per conficcarsi come un chiodo decisivo nella scena istituzionale italiana. perdita di tempo.Noi. allontanamento dall’obiettivo. motivate dall’interesse personale e avallate dalla logica aziendale del modello fungente di governo. la cosiddetta classe politica. Il modo di pensare complessivo che ne deriva è l’abitudine. che viene ogni giorno demotivata nella testa del cittadino come giro vizioso. affrontarlo alla radice. non c’è bisogno di risollevare ogni volta la questione cruciale del «conflitto di interessi» che accompagna la persona di Silvio Berlusconi fin dalla sua entrata in politica. senza che le opposizioni politiche (nei periodi in cui sono state al governo) abbiano saputo. l’accettazione e talora l’elogio delle strategie della furbizia. e non è un caso che manchi ogni ricambio generazionale. che affolla i talk-show televisivi. ma oggi il crimine della corruzione viene derubricato nell’opinione comune a reato secondario e di scarso interesse. ha sollecitato quella stessa «discesa». Quanti decreti e leggi cosiddette ad personam (e talora ad . semmai. Come si vede. Ne consegue uno snaturamento della pratica politica. Così. «scendono in campo» i più ricchi e potenti.

barbari contemporanei aziendam) si sono succedute in questi anni? Ancora adesso. e trasformato soprattutto in una macchina elettorale o in un’ininterrotta pratica di acquisizione mediatica del consenso. e sono una minoranza coloro che avvertono la necessità di correggerla. attraverso scudi istituzionali e con il dichiarato tentativo di addomesticare ex lege l’autonomia della giustizia stessa. Né c’è bisogno di ricordare che tale «conflitto di interessi» riguarda soprattutto la gestione dell’informazione televisiva. producendo effetti che qualunque democrazia considererebbe anomali. Da tempo in Italia viviamo in questa situazione anomala di conflitto di interessi. tanto che l’anomalia è diventata normalità culturale. la preoccupazione primaria del premier è quella di tutelarsi dalla presunta aggressività del comparto giudiziario. Sempre meno si ha la . Il monopolio dei media costruisce una cultura della sudditanza in uno Stato sempre più assimilabile a un’azienda. il vecchio Marx basterebbe per capire come la proprietà dei mezzi di produzione si associ da noi in modo perverso con la leadership politica.Noi. in presenza di problemi macroscopici nell’ambito dell’occupazione e con una condizione sociale sofferente. Anche ridotto in pillole. principale fonte per costruire il consenso politico e culturale.

barbari contemporanei sensazione che si tratti di una pratica perversa – come se si fosse digerita. . Questo atteggiamento di «etica minima». l’idea che interesse privato e interesse pubblico siano tra loro intrecciati e procedano insieme in modo quasi fisiologico.Noi. dunque. che risultano storicamente consumati. che fa appello a una sorta di «coraggio della verità». si tratti per ogni cittadino di cavalcare – o almeno «vivere» – questo intreccio in maniera da ricavarne il maggior premio individuale possibile. E che. La residua consapevolezza critica si viene così a trovare in un’impasse:: non può retrocedere verso modelli oppositivi. La proiezione di questo cliché nella persona stessa del premier è diventato un fenomeno identificatorio generalizzato che oltrepassa la coscienza «politica» dei singoli. barbaro. L’unica battaglia possibile resta una lotta a tutto campo contro una barbarie che ha preso dimora nelle anime di ciascuno. C os’è. quale è il sintomo più evidente del nostro imbarbarimento? È l’accettazione di una lingua (di una sottocultura) in cui privato e pubblico si mescolano in una medesima dimensione e si sovrappongono in un unico cliché di vita. da parte dei più. e non sembra per ora in grado di fabbricarne dei nuovi. stando così le cose.

vorrei indicare la cosiddetta «questione morale». o l’assenza. dato che nessuno può «chiamarsi fuori» o dichiararsi immune dalla barbarie. ma che nei fatti questa unità ha un segno opposto rispetto alla tradizionale idea di «bene comune».Noi. Sono discorsi di facciata. rifare tutti i conti. per noi oggi. Moralità pubblica e moralità privata fanno tutt’uno? E che peso ha. e spesso si sciolgono come un fragile moralismo di cui il giorno seguente non resta traccia. non dando nulla per scontato. questi lamenti hanno piuttosto una verve retorica che un impianto pratico. sì. Dovremmo. che la parola «moralità» ha perduto quasi completamente il suo peso. le due morali devono costituire un’unità. Disarmarci di ogni pretesa di verità presupposta. sempre stando ai fatti. mentre nella sostanza non . la parola stessa «moralità»? Potremmo rispondere alla prima domanda dicendo che. e armarci di un’inabituale pazienza analitica nei confronti della soggettività che consideriamo ancora nostra. barbari contemporanei dovrebbe essere innanzitutto applicato a noi stessi in forma autocritica. Alla seconda domanda dovremmo invece rispondere. Come esempio. Il senso di responsabilità nelle condotte pubbliche è oggetto di molti discorsi che ne lamentano il declino. per dir così.

Evasione fiscale. il quale reagisce rivendicando per sé la vita privata che più desidera. già diffusi tra gli individui. nonostante il rumore che sollevano e i giochi di ritorsione che innescano attraverso il dossieraggio organizzato. sono pratiche gradualmente sdoganate da qualunque interdetto morale. ricevono una sorta di legittimazione popolare. cui viene oggi riconosciuto il carattere del vero valore da praticare.Noi. Neppure la Chiesa. quando si decide ad alzare i toni in . quello che effettivamente agisce è un «cinismo» degli interessi di parte. A conferma di tale cinismo pubblico generalizzato. e perfino abuso di potere. Vita dissoluta e scandali sessuali. favoritismo. e va da sé che simili comportamenti. illegalità diffusa. Il cosiddetto «bene comune» viene degradato a eventuale epifenomeno o a un’utilità marginale (nella misura in cui si dimostra ancora capace di attirare consenso). barbari contemporanei sembrano avere alcuna presa. La scena pubblica sembra. Alcune vengono perfino elogiate dagli stessi governanti come pratiche ragionevoli e dunque consigliabili. Considerazioni analoghe si possono fare sul valore della dignità personale degli uomini pubblici. la recente scandalistica italiana fornisce un ricchissimo materiale. estranea alla morale: scolorita la retorica. infine. non squalificano l’uomo politico.

anche tu potrai avere una vita così». con attenzione le cose. né d’altronde sembra in grado di predicare con credibilità. E si dirà anche che si tratta di un mondo falso. però. viene ascoltata. falsificato. un’altra la mescolanza tra privato e pubblico viene assunta come dato storico e incontrovertibile. poiché non si tratta solo di azzeramento dei valori morali. bensì di modelli da imitare e in cui identificarsi. nel senso commerciale del termine. Quanti sono caduti in questa trappola? Quanti l’hanno davvero scansata? Si dirà che tutto ciò è il frutto di un’abile pubblicità.Noi. Chi non desidera case sontuose? Chi non vorrebbe un mix esaltante di prestigio e sesso? O carriere rapidissime con garanzia di protagonismo? Con la sua biografia. barbari contemporanei difesa della morale. ma occorre riconoscere che oggi il gioco tra vero e falso. la controversia sulle intercettazioni telefoniche). in una sottocultura televisiva e in un regime di potere che funziona . se mi imiti. Qui è ben visibile il vero volto della barbarie. Il privato gioca una partita doppia e contraddittoria: una volta si reclamano i sacrosanti diritti della privacy (cfr. Osserviamo. Certamente. La vita dissoluta di chi è ricco e politicamente potente è diventata oggetto di invidia generale. se rischi. il premier ha rincuorato i sudditi: «Se hai fortuna.

ne siamo piuttosto i complici. si è fatto così complesso da rendere molto ardua l’operazione critica che dovrebbe distinguere con nettezza il vero dal falso. Da dove cominciare? Non abbiamo ricette politiche. però dobbiamo comprendere innanzitutto un punto: noi non siamo i soggetti passivi di un potere gelatinoso. cioè di qualcosa su cui ancora possiamo agire. ammesso che lo vogliamo fare. quelli che dicono sì a questa colla. Se quella della morale sembra oggi una battaglia persa in partenza. nell’inizio di una trasformazione culturale e nel coraggio di questo inizio. nella quale comunque riversiamo tutta la nostra civile indignazione. dovremmo forse cercarla nelle nostre vite. Una gelatina collosa ci attraversa. Se vogliamo trovare un poco di verità che riesca a orientarci. e che dunque ne va essenzialmente del nostro stile di vita. sappiamo solo che la barbarie lavora dentro di noi. Non è molto di più che una speranza. resta solo la possibilità di una linea minima di resistenza e di un livello di sopportazione invalicabile. magari in modo automatico. il sintomo più eloquente della nostra barbarie è l’estrema difficoltà in cui ci troviamo quando dobbiamo tracciare questa linea di confine. spesso con il nostro consenso. barbari contemporanei soprattutto attraverso questo medium. Forse. ma senza di esso ogni mossa . Che è molto rischioso.Noi.

Loggia dello Stivale. Noi.Noi. (da “La Costituzione Cancellata”). barbari contemporanei sociale e politica potrebbe significare partire con il piede sbagliato. Verona . 2010. Milano. Dall’introduzione al libro di Pier Aldo Rovatti. i barbari. Emilio Isgrò. Raffaello Cortina editore. La sottocultura dominante. in corso di pubblicazione. Galleria Boxart.

barbari contemporanei Altri percorsi di lettura: Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.Noi.B. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso .

barbari contemporanei Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Torna al menù .Noi.

Nei discorsi di Angela Merkel. non avendo un’origine etnica comune né un’identità nazionale omogenea. . gli europei si definiscono soltanto in virtù di un’intenzionalità. troviamo molti riferimenti ai problemi debitori della Grecia o del Portogallo. notava Cohen. Non si può negare che nella seconda metà del ventesimo secolo gli europei abbiano saputo proporsi e realizzare dei progetti. di un progetto.La fine del progetto europeo La fine del progetto europeo Franco Berardi Bifo Q ualche tempo fa sul «New York Times» Roger Cohen osservò che quel che fa più impressione nella situazione europea non è tanto il moltiplicarsi dei punti di crisi finanziaria quanto l’assenza di una visione strategica. Nel suo Discours à la nation europeenne del 1933 Julien Benda osservava che. ma non troviamo una sola parola che ci permetta di capire cosa l’Unione europea voglia essere nel futuro.

il progetto europeo si è incarnato nel superamento della contrapposizione tra blocchi mondiali e nella liberazione dei paesi dell’Est dal dominio sovietico. la Francia e la Germania. nei decenni del dopoguerra rappresentava un progetto politico e culturale di immensa portata. Si trattava di creare le condizioni per una pace duratura tra le due nazioni la cui rivalità aveva insanguinato la storia dell’Ottocento e del Novecento.La fine del progetto europeo La fondazione dell’Unione europea. Nel nuovo secolo la classe dirigente europea. Ma qualcosa di più profondo spiega l’inadeguatezza della classe dirigente europea: la crescente inefficacia della volontà politica di fronte alla complessità della . dopo i trionfalismi dell’allargamento a Est e il lancio della moneta unica non ha saputo proporre nulla se non un inasprimento delle politiche monetariste di cui il Trattato di Maastricht è la sanzione. E più tardi. fondata invece sull’identità e la storia. Non credo che si tratti (soltanto) del decadimento intellettuale della classe dirigente europea (certamente Sarkozy non ha la cultura di Mitterrand né Merkel ha la visione di Brandt o di Kohl). Ma si trattava al contempo di superare la contrapposizione fra le due culture che animano la modernità del continente: l’ispirazione illuminista. nei decenni della Guerra fredda. fondata sul diritto e la ragione e l’ispirazione romantica.

La politica moderna aveva la capacità di governare una porzione rilevante dei flussi comunicativi. e quando le bolle esplodono la classe finanziaria impone alla società di coprire i suoi debiti. se non la sua interezza. Ma l’esercizio della governance riduce l’intelligenza politica a mera esecuzione di paradigmi oggettivati nel funzionamento automatico delle strutture tecniche. P er questo la politica europea non esce dal ciclo recessivo: il sistema economico si alimenta producendo bolle che spostano risorse verso la classe finanziaria. della visione. . amministrative. incorporazione di automatismi decisionali di tipo tecno-linguistico. del governo. e tecno-finanziario. Ciò provoca naturalmente una riduzione delle risorse produttive e quindi l’aggravarsi della recessione e dell’impoverimento. del controllo. Al governo si è sostituita allora la governance. solo applicazione di dogmi trasformati in automatismi. L’accelerazione e complessificazione dell’infosfera e dell’infoeconomia rendono oggi impossibile l’esercizio della decisione. finanziarie che hanno preso il posto della strategia. del progetto. Non c’è più invenzione politica.La fine del progetto europeo società delle reti.

ma solo lo spostamento di ricchezza dalla società verso la rendita finanziaria. Può durare indefinitamente un simile processo fondato sull’impoverimento. inafferrabili. dal punto di vista del lavoro. sottopagato. intangibili. Quella che i giornali finanziari chiamano ripresa è in effetti uno spostamento del lavoro verso condizioni di tipo precario o semi-schiavistico. e quindi nei licenziamenti. sul ridimensionamento o la devastazione delle strutture di civilizzazione? Il conflitto per il momento sembra mantenersi ai margini: i movimenti che si sono manifestati tra il 2010 e il 2011 in molte città europee non riescono a colpire i centri del comando. L’espressione «ripresa» (recovery) non indica per nulla un allargamento della ricchezza sociale. Né d’altra parte riescono a darsi una continuità sufficiente per mettere in moto un processo di . perché i centri di comando sono completamente deterritorializzati. e impongono condizioni di sfruttamento sempre più gravose. Il carattere spiraloide di questa crisi si manifesta poi nella chiusura di attività produttive. Quando invece l’occupazione recupera qualche punto si parla di ripresa. Ma non si tratta affatto di una ripresa.La fine del progetto europeo Gli indicatori economici tradizionali non spiegano più niente della condizione sociale. Le nuove assunzioni infatti hanno carattere precario.

quelle populiste. potrà rivitalizzare l’Unione europea. capace di congiungersi nelle piazze con la rivolta degli operai industriali colpiti dalla crisi. . e le componenti residuali di una sinistra agonizzante – non produrrà certamente l’immaginazione necessaria per uscire dalla spirale di crisi finanziaria e impoverimento economico. Manca drammaticamente una visione d’Europa. Il ceto politico europeo – le componenti neoliberiste.La fine del progetto europeo trasformazione solidale della sfera affettiva e della comunicazione quotidiana. Forse soltanto una rivolta prolungata della generazione precaria e cognitiva. Soltanto dalla riattivazione autonoma della società una visione può emergere. che al momento sembra avviarsi verso un declino e forse anche uno sgretolamento da cui possono emergere i peggiori mostri. La acampada general spagnola di maggio lascia intravvedere la prospettiva di una rivolta generalizzata in forme simili a quelle che abbiamo visto nelle piazze arabe di gennaio e febbraio.

1974. Università di Parma Altri percorsi di lettura: Dimitri Deliolanes Grecia. Csac. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita .La fine del progetto europeo Emilio Isgrò. Il presidente Mao dorme.

0: Disney Co. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2. Navy Seals Torna al menù .La fine del progetto europeo Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio. vs.

hanno inveito contro il mondo politico. Altri se . la piazza Tahrir dei greci.Grecia. Gli arrabbiati si sono radunati per lungo tempo a piazza Syntagma. la fiera della miseria politica Dimitri Deliolanes I l sentimento dominante è la disperazione. sono stati aggrediti dagli assedianti. di fronte al Parlamento. Tutti gli danno ragione. Più che la rabbia. È là la Puerta del Sol. Alcuni deputati. «Ladri! Ladri!». Disperati lo sono tutti. senza possibilità di lavoro e senza una lira in tasca. Arrabbiati sono in tanti. ma alla fine sono una minoranza. Dal premier Yiorgos Papandreou fino all’ultimo immigrato afghano. che di sera cercavano di uscire dal portone del Parlamento. la fiera della miseria politica Grecia. Mai come in questo momento la classe politica incontra tanto disprezzo da parte dell’opinione pubblica. trascinato in condizioni disumane fino a questo estremo lembo di Europa per trovarsi intrappolato e solo. la «Boulè degli Elleni».

la fiera della miseria politica la sono cavata fuggendo a piedi. Dalla lotta all’evasione fiscale. Kostis Hatzidakis. come sempre. ma solo del 7%. Le previsioni della finanziaria per il 2011 già alla fine del primo trimestre si sono dimostrate irrealizzabili. tutti sanno che l’unica via d’uscita dalla gravissima crisi greca passa attraverso la politica. il peso è di nuovo caduto sui contribuenti sicuri: lavoratori dipendenti e pensionati. Così. con le torce in mano. ora deputato di centrodestra. Altri. attraverso il parco adiacente.Grecia. . il governo sperava di ottenere un aumento delle entrate del 19%. Prima ancora. I soliti ignoti al fisco hanno continuato a rimanere ignoti e la sgangherata macchina delle imposte a girare a vuoto. Alla fine l’aumento c’è stato. come il vice presidente del consiglio Theodoros Pangalos. hanno ricevuto non solo insulti ma anche ortaggi. come l’ex premier socialista Kostas Simitis (quello che ha truccato i conti per entrare nell’euro) sono stati brutalmente apostrofati per strada. Per non parlare del povero ex ministro dell’Agricoltura. Eppure. che ha subìto un tentativo di linciaggio. È il Parlamento che deve ratificare d’urgenza quei provvedimenti che bisognava prendere già un venennio fa e che nessun governo ha avuto il coraggio di fare. alcuni.

Per non parlare della dirigenza sindacale della centrale unica Gsee. Tutti i grandi scioperi generali dell’anno scorso erano segnati dall’illusione. interamente eletta proprio grazie ai voti dei sindacati di queste aziende. competeranno sulla base delle loro proposte politiche e i sindacalisti rappresenteranno. la situazione era sì grave ma rimediabile e c’era ancora spazio per una trattativa con i commissari della troika (Commissione europea. Bce e Fmi) che a scadenza . se ne sono capaci. i socialisti del Pasok e i conservatori di Nuova Democrazia. I partiti. per lungo tempo rimasti orfani. alimentata dalle incertezze del governo. Dismettere aziende che danno lavoro a più della metà della forza lavoro dipendente greca non è uno scherzo. in fondo. si spera.Grecia. specialmente quelli dei due partiti che si sono alternati al governo negli ultimi 40 anni. i lavoratori del settore privato. che. la fiera della miseria politica Egualmente problematico si è dimostrato l’ambizioso programma di privatizzazioni previsto dalla finanziaria già a dicembre. Che nessun deputato vede di buon occhio. Ogni governo sistemava là i suoi clientes e loro lo ricompensavano con il loro voto. I primi a essere colpiti sono proprio i 300 deputati. Togliere le aziende pubbliche al controllo dello Stato significa perdere una grossa base elettorale. Ora tutto questo deve finire. È una rivoluzione.

lavoratori dei trasporti urbani che volevano mantenere la pioggia di incentivi. ma un nuovo concorso. agricoltori pagati per non coltivare niente. Inizialmente il governo aveva assicurato che tutti sarebbero stati riciclati nell’amministrazione pubblica. medici ospedalieri che esigevano il diritto alla bustarella.Grecia. la fiera della miseria politica mensile ispezionano accuratamente i conti pubblici greci. a maggio. è arrivata la cattiva notizia: nessuna ricollocazione automatica presso gli uffici dell’amministrazione. avvocati che non gradivano la concorrenza europea. Ma i signori della troika hanno posto il veto: già ora l’amministrazione pubblica greca risulta in esubero di circa 80 mila unità. molti di loro saranno destinati ad aggiungersi ai 700 mila nuovi disoccupati. E già qualcuno parla della necessità di riformare la Costituzione . il 15% della forza lavoro. taxisti che pretendevano di poter imbrogliare i turisti. Dove pensavano di collocare i nuovi arrivati? Così. Quest’anno invece è iniziato con la grande mobilitazione dei privilegiati: farmacisti che rivendicavano un tasso di guadagno esorbitante. Qui le cose sono più serie. Ora è giunto il momento dei dipendenti delle aziende da dismettere. In pratica. Di fronte alla freddezza dell’opinione pubblica. hanno gradualmente abbassato i toni. appositamente dedicato agli ex delle aziende ex pubbliche.

In fondo. le assunzioni clientelari continuano. tutti sapevano come andavano le cose. per sistemarlo per tutta la vita. circa 50 miliardi fino al 2014. Lacrime e sangue. E non basta ancora. immobili. U n simile progetto di risanamento dell’economia e di riorganizzazione dello Stato esige due cose: una chiara prospettiva di sviluppo e un amplissimo consenso politico. miniere. parecchio in fondo. Il grosso delle entrate. deve venire non dalle privatizzazioni ma dalla vendita pura e semplice degli assset dello Stato: spiagge. Nel frattempo. Ora il modello statalista-clientelare è arrivato agli sgoccioli e giustamente l’Europa esige che si volti pagina. la fiera della miseria politica in modo da permettere il licenziamento dei dipendenti pubblici. terreni.Grecia. Ed è questo che fa disperare i greci. Tutti sapevano delle grandi fortune esentasse accumulate di straforo ai danni dello Stato. Ma per quanto? E cosa ci sarà dopo? . Non sarà la svendita delle isole dell’Egeo che auspicava tempo fa la stampa tedesca. colmo del paradosso. Papandreou non dispone nè dell’uno nè dell’altro. quindi. Tutti aspiravano a piazzare qualche figlio o nipote in qualche impiego pubblico. ma poco ci manca.

se la Grecia paga il conto più salato. cresciuto tra la Svezia e i campus americani in rivolta. con uno stato sociale «equo». Gliel’hanno chiesto esplicitamente sia la . sono le profonde convizioni dell’ultimo rampollo della dinastia. competitivo. Eppure.Grecia. rispettoso dell’ambiente. il premier deve convincere non solo i riottosi membri del suo governo e del suo partito. Ma i centomila indignados greci che sbraitavano notte e giorno contro tutto e tutti a piazza Syntagma sanno che. Non è demagogia. la fiera della miseria politica F in da quando è sceso in politica. il problema non è solo greco. Anzi. ma anche l’opposizione. Papandreou descrive la sua visione di un paese «normale». è sembrato piuttosto impanicato. a maggio. le raffiche di svalutazioni del rating e i mal di pancia degli europei. con i conti che crollavano. Qual è questo mitico paese europeo in cui i giovani trovano lavoro? Dov’è lo stato sociale equo? Dov’è lo sviluppo competitivo basato non sulla compressione del costo del lavoro ma sull’innovazione tecnologica? È la Germania? La Finlandia? È questo il nostro destino? Dovremo trasformarci in paesi satelliti di Berlino (come la Croazia o la Repubblica Ceca) per evitare la monocoltura turistica? Magari cedendo i diritti dell’Acropoli alla Disney? Papandreou non ha le idee chiare.

La Costituzione attribuisce al capo del primo partito di opposizone un compito istituzionale. È stato uno spettacolo penoso. Antonis Samaras. la fiera della miseria politica Commissione europea che parecchi ministri dell’Economia dei paesi creditori: ci vuole consenso prima di mettere di nuovo mano al portafoglio.Grecia. Ma Samaras non è stato all’altezza. di contribuire con le loro proposte all’elaborazione del piano di medio termine. Al costo di . di grande responsabilità nei momenti difficili. Ha dato un’impronta populista e patriottica al partito conservatore. la fiera della miseria politica. Ora non gli pare vero di vedere i socialisti sprofondare nella crisi e non vuole fare sconti. per niente disposto ad ascoltare e a discutere. Ha assunto due anni fa la leadership del partito conservatore alla fine di una lunghissima faida con un’altra dinastia politica. L’iniziativa l’ha presa il Presidente della Repubblica Karolos Papoulias. In pratica. Ognuno si è presentato con il suo discorsetto pronto. A fine maggio ha convocato i leader di tutti i partiti parlamentari e ha chiesto loro un piano concordato di politica economica. da presentare in Parlamento a giugno. un rispettato ex resistente contro i colonnelli. quella dei Mitsotakis. La responsabilità più grave è caduta sulle spalle del leader di Nuova democrazia.

alla James Dean. La segretaria generale del Partito comunista (Kke) Aleka Papariga ha espresso le sue riserve sull’euro e sull’intergazione europea sotto la luce immortale del marxismo-leninismo e internazionalismo proletario. saremmo usciti dalla crisi nello spazio di un anno!». ma lui ha capito che questa è un’occasione irripetibile per legittimarsi. l’unico che ha teso la mano al governo è stato l’ex giornalista Yiorgos Karatzaferis. Sullo stesso piano i due partiti della sinistra.Grecia. di giovane deluso e arrabbiato. la fiera della miseria politica proclami irresponsabili e anche un po’ ridicoli: «Se ci fossimo noi. Karatzaferis. secondo alcuni. Anche la sinistra vede solo i suoi interessi da bottega: incassare una porzione di voti dopo l’inevitabile crollo elettorale socialista. Risultati sorprendenti: l’82% dei greci si è dichiarato in favore delle privatizzazioni. leader della formazione di estrema destra Laos. da buon cronista. il 44. I suoi elettori si prodigano alla caccia all’immigrato attorno al centralissima piazza Omonia. aveva già in testa i risultati di un sondaggio pubblicato due giorni dopo sull’autorevole To Vima. Il giovane e promettente presidente della Sinistra radicale Syriza Alexis Tsipras ha recitato con convinzione la sua parte.4% vuole un . Paradossalmente.

secondo cui la Grecia era alla vigilia di una «violenta esplosione sociale». tutti i segnali indicano che la società greca difficilmente si farà trascinare sulla strada senza ritorno della violenza. la fiera della miseria politica governo di unità nazionale e il 52. in grado di portare il paese al XXI secolo. ha redatto un rapporto allarmista. Finora. I traumi della guerra civile e della selvaggia repressione dei colonnelli sanguinano ancora.Grecia. la quale. è una nuova classe politica. Quello che i greci esigono. Seppure con un decennio di ritardo. .7% considera «positivo» il controllo da parte della troika sulle finanze dello Sato. abbagliata forse dal rituale delle molotov incendiate da qualche migliaio di anarco-insurrezionalisti. Risultati che hanno smentito perfino la Cia. e con pieno diritto. a marzo.

Piazza della Vecchia Stazione. Seme d’arancia. la fiera della miseria politica Emilio Isgrò.Grecia. Barcellona di Sicilia (Messina) . 1998.

Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria . la fiera della miseria politica Altri percorsi di lettura: Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio.Grecia.

la fiera della miseria politica Christian Caliandro Propaganda 2. Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Torna al menù .Grecia. vs.0: Disney Co.

allora non si svende. una dolcissima signora di mezza età portava una maglietta con questa scritta: «Non mi sono indignata per la truffa – siete sempre stati bugiardi Non mi sono indignata per il furto – siete sempre stati ladri Non mi sono indignata perché vi siete arricchiti alle mie spalle – siete sempre stati corrotti Ma ora svendete il mio paese – è questo che mi fa indignare». Se si trovano ricchi giacimenti di petrolio. La risposta è: ci sono tanti modi. Se ci sono ricchi giacimenti di oro o di altri . Prima si bombarda e poi si occupa. di fronte al Parlamento. Ma come si fa a svendere un paese? That is the question.La svendita La svendita Vassilis Vassilikos I n mezzo alla fiumana indignata a piazza Syntagma.

Delfi. Ma non sono forse Usa e Nato lo stesso sindacato? Il piano è inciampato sul fatto che Gheddafi non è Saddam. Ma se un paese dispone solo di un passato. Così la luce verde è stata prolungata e interpretata come un permesso da usare a . Cultural. allora c’è un problema. una guerra fra tribù rivali o altre soluzioni del genere. Se ci sono materie prime preziose per l’Occidente. Gheddafi ha investito una parte dei proventi del petrolio nel paese. è da preferire un conflitto intestino. Verghìne e Olimpie. Ma forse i talebani hanno chiesto il permesso prima di distruggere i monumentali Buddha in Afghanistan? Oppure gli americani prima di saccheggiare il museo di Baghdad? E perché mai dovrebbero chiedere ora il permesso alla United Nations Educational. Questo passato ha fatto in tempo a diventare patrimonio dell’umanità e quindi. con Partenoni. allora la maniera più efficace è una dittatura. si è guadagnato un certo sostegno popolare. Scientific Organisation se hanno invaso l’Iraq fregandosene perfino dell’Onu? È stato più prudente Obama in Libia. ha cercato di creare un rudimentale Stato sociale. bisognerebbe chiedere il permesso all’Unesco. di regola. Innanzitutto ha incassato la luce verde dell’abulico Onu per un intervento umanitario e poi ha distribuito le carte dentro la Nato.La svendita metalli preziosi.

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piacimento, prima ancora di arrivare alle operazioni di terra ma si arriverà, statene certi, solo che non saranno chiamate di terra. Saranno anfibie. Come se non bastassero le nostre disgrazie, abbiamo anche il Fondo monetario internazionale che per la prima volta è sbarcato all’eurozona, grazie alla tedesca orientale signora Merkel, mai molestata dalla Stasi. Ma in questo caso c’è stato un imprevisto. La tenaglia si è rotta, perché la sua molla socialista si è improvvisamente sganciata ed è stata subito mandata al fresco in riparazione. Sono rimasti per ora solo gli europei a controllare con diligenza quotidiana la stretta osservanza dei Memorandum 1 e 2. Il rischio è che i sudditi della sottosviluppata Grecia non rispettino i patti. Ecco cosa intendeva la signora di mezza età con la maglietta durante la manifestazione a Syntagma sotto lo striscione Geoffrey go home e accanto al cartello «La piazza è gravida», mistero cosa partorirà. Un maschietto? Una femminuccia? Un mostriciattolo? O un angelo sterminatore?

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Altri percorsi di lettura: Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio, Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2.0: Disney Co. vs. Navy Seals

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Spagna: l’invenzione della piazza

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Appunti su acampadasol
Amador Fernández-Savater 20 maggio 2011[1] Un amico mi spiega che lo storico greco Erodoto era solito riassumere il suo metodo così: «Appunto tutto quello che non capisco». Erodoto appuntava tutte le sue riflessioni, segnava tutto perché nulla andasse perso. In questi «appunti di acampadasol» anche io mi propongo di prendere appunti su tutto quello che non capisco: i dettagli, le scene e le situazioni della acampadasol che mi suscitano interrogativi. Ma anche tutto quello che mi meraviglia, e quei fatti che sembrano evocare un nuovo pensiero e una nuova sensibilità del Politico che, a partire dall’11 marzo del 2004, alcuni di noi si sono proposti di indagare[2]. Riesco a rapportarmi a tutto quello che sta succedendo solo attraverso questa scrittura

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frammentaria, la scrittura di un quaderno di appunti che porto sempre con me. «Puerta del Sol è la soluzione» Un’amica mi dice: «Non si tratta più di occupare le strade, quanto piuttosto di creare la Piazza». Me lo dice come a volermi segnalare una differenza decisiva. Bisogna capire questa cosa. Un’altra amica: «Sembrano tutti innamorati, guarda che sorrisi». Dal primo giorno ciò che mi colpisce moltissimo è la serietà della acampada, l’altissimo grado di maturità e di organizzazione. Ci sono caffè e cibo in abbondanza (molte provviste le portano gli abitanti di Madrid). Si sta attenti a che tutto sia pulito e si ricorda in continuazione che «questo non è un botellón»[3]. Giovedì erano stati adibiti un paio di spazi ad asili e c’erano molti bambini che giocavano e dipingevano. Nei gruppi e nelle commissioni che si riuniscono in ogni angolo della piazza ci sono livelli di attenzione eccezionali, come se fosse chiaro per tutti che a essere importante non è tanto ciò che ognuno di noi porta da casa, dalle proprie esperienze, quanto quello che riusciamo a creare

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insieme. «Qui sì che si può vivere», dice qualcuno al mio fianco. Lo sforzo collettivo per prendersi cura di questo spazio costruisce per alcuni giorni un piccolo mondo abitabile dove tutti sono ammessi. È la stessa cosa che leggevamo mesi fa a proposito della piazza Tahrir al Cairo. «Non votare, twitta» La democrazia che vogliamo è ormai l’organizzazione stessa della piazza. Siano benedetti quelli che hanno deciso di stabilirsi in Puerta del Sol dopo la manifestazione. Pensavo che fosse stato deciso dagli organizzatori della manifestazione, ma sono venuto a sapere che non è così. È uno di quei fatti eccezionali che fanno sì che accadano cose contro ogni capacità di previsione. A me era arrivato un sms con la notizia all’una del mattino e non gli avevo dato importanza: «Non funzionerà», pensai. Devo lasciar perdere questo cinismo, è l’ingenuità a cambiare le cose. «Mi piace quando voti, perché sei come assente»

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Gli stereotipi sono una strategia di governo. Si mette un’etichetta a quelli che protestano («antisistema», per esempio), e così li si separa da tutti gli altri, come se non avessero nulla in comune. Il movimento su questo esprime grande intelligenza: «Noi non siamo antisistema, è il sistema a essere contro di noi». Ottimo. Tutto quello che divide rimane fuori dalla Piazza: comprese le sigle e la violenza. Una discussione sulla chat di facebook: Io penso ancora che, forse è un’idea un po’ vecchia, twitter non è quello che succede, ma un modo per raccontare quello che succede. E non anche di organizzarlo? O, per dirla in un altro modo, twitter è interessante solo in combinazione con qualcos’altro Sì, sono d’accordo Però Puerta del Sol + twitter è interessante Quel più di potenza dei corpi… …e di una situazione del tutto aperta.

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21 maggio 2011 00.00[4] Puerta del Sol stracolma di gente quasi fino a scoppiare lancia la sua sfida: «Adesso siamo tutti illegali». Quand’è che tanta gente tutta insieme si era ribellata contro la legalità con tanta allegria e tanta ragione? È stato un momento incredibile, per la storia di tutti e di ognuno di noi. «Riflettendo, stiamo riflettendo» (13 marzo)[5] Un dibattito ricorrente: Qualcuno sa a cosa servono le assemblee? Non sembrano in grado di prendere delle decisioni, e men che meno di metterle in pratica. Eppure sono molto affollate e animate, in generale c’è un livello alto di attenzione. Non funzionano come spazi di decisione, ma come luoghi dove circola la parola. Qualcuno mi dice: «Le assemblee sono inutili, ma molto belle». Belle proprio perché inutili? Mi piace andare da solo a Puerta del Sol. Perdermi, mescolarmi, curiosare, parlare con gli sconosciuti. Nel gruppo degli amici o con i compagni del collettivo uno si blinda di più. Esporsi all’anonimato.

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I giovani che si muovono in Piazza sono incredibili. Dove sono i decerebrati, i consumatori egoisti e alienati educati con la paura e il castigo? Chi bisogna ringraziare per l’educazione di questi ragazzi? Un’amica dice: «Tutto quello che sta succedendo dimostra che siamo degli ottimi cittadini ma con dei pessimi governanti». Un twitt: XonwaXefar Xonwa Xefar So da fonte certa che in #acampadasol c’è gente che guarda serie piratate sui telefonini. Vogliamo questo futuro? Noallaviolenza! L’organizzazione di Puerta del Sol è un mistero. Non credo che qualcuno abbia una mappa neanche approssimativa di come funziona la Piazza. È chiarissimo quale sia l’utilità delle commissioni nell’organizzare un logistico assolutamente impeccabile. Ma al di là di questo? Molto è stato scritto sulla «logica dello sciame» che organizza alcuni comportamenti collettivi: assenza di un controllo centralizzato imposto; natura autonoma dei nodi e delle sottounità; alta connettività tra di loro; causalità in rete non lineare di uguali che

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operano su uguali (come un’orchestra con molti centri). In ogni caso Puerta del Sol non sarebbe uno sciame, quanto piuttosto uno sciame di sciami. Da dove vengono le capacità di autorganizzazione che si stanno dispiegando in Piazza con tutta la loro potenza? Questi saperi hanno a che fare con l’attività lavorativa o con la vita quotidiana? A muoversi è sempre una minoranza. Ciò che conta è la relazione che si stabilisce con quelle che un amico, di cui sento molto la mancanza in Piazza, chiama «la parte immobile del movimento»: il resto della popolazione. In questo caso la cresta dell’onda è in sintonia assoluta con la base dell’onda. Basta stare a sentire i racconti di chi dorme in Piazza a proposito del sostegno che ogni giorno ricevono dagli abitanti di Madrid. Quali comportamenti e quali attitudini ciascuno di noi deve lasciare fuori dalla Piazza per riuscire a entrarci? Per costruire tutti insieme in Piazza un mondo comune? Quelli di noi che portano la maschera di V di Vendetta si salutano con fare complice: «Vinceremo». «Fuori tutti anarchismo». gli ismi: comunismo, capitalismo e

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Con il passare dei giorni la composizione della Piazza è diventata intergenerazionale, ma non interrazziale. Un amico consola una donna che piange sotto il tendone «comunicazione». Intorno c’è tanta gente, anche alcune telecamere della televisione. Più tardi gli chiedo spiegazioni e mi dice che si trattava di una militante del Partido Popular che era venuta a vedere con i suoi occhi se qua in Piazza c’era solo qualche «poveraccio». Queste rotture emotive sono la prova migliore di quanto possa essere toccante tutto quello che sta succedendo. È non è l’unico episodio di cui sono venuto a conoscenza. Incontro molti amici militanti, persone esperte e con una storia alle spalle, che hanno conosciuto da vicino tutti i movimenti più interessanti degli ultimi 20 anni: disobbedienti, movimenti di okkupazione, antiglobalizzazione ecc. Sono felici, come tutti. La maggior parte di loro rimane ai bordi della Piazza e questo mi sembra un dettaglio significativo. Lo interpreto positivamente come un segno di rispetto per l’autonomia di ciò che sta nascendo. Gli amici argentini ci prendono in giro per la pochezza dei nostri canti: «Sono tutti ta-ta-ta, vi manca la cultura da stadio!».

Perché la Piazza la costruiamo tutti insieme. Un amico mi dice che la Piazza non si può pensare nei termini della contrapposizione tra semplici curiosi vs impegnati. unisciti a noi». . Non mettersi a discutere circa il senso di quello che sta succedendo. Un sms ricevuto alle 4. di quelli che scandiscono: «A. È fulminante: «Per fare la storia». anti. anticapitalisti». tanto meno per chiarirne e determinarne il senso.00 del mattino: «Siamo venuti al mondo per fare questo».Spagna: l’invenzione della piazza «Dietro un politico corrotto ci sono sei opinionistipersuasori» Catturano molto di più gli slogan che gridano: «Polizia. quelli impegnati in una commissione e quelli che vengono a farsi un giro. «Non ho bisogno di sigle per lottare» Chiedo a una ragazza sotto i 20 anni per quale motivo è in Piazza. Tutto serve.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino . dopo l’attentato dell’11 marzo e le manipolazioni del Partito Popular. quel giorno ci sarebbero state le elezioni regionali. [5] Il 13 marzo del 2004. evitando di buttare via i soldi nei pub e nelle discoteche. fumare.Spagna: l’invenzione della piazza [1] Gli «appunti di acampadasol» si possono leggere in versione completa sul blog di Amador Fernández-Savater [2] Si veda su Acuarela Libros. [4] Alla mezzanotte del 22 maggio 2011 la giunta elettorale dichiarava illegali gli assembramenti. chiacchiere in compagnia. [3] Un botellón è l’usanza diffusa tra i giovani spagnoli di ritrovarsi nelle piazze e nelle strade per bere. le persone si riversarono in piazza nel giorno dedicato alla pausa di riflessione pre-elettorale durante la quale sono proibite le manifestazioni politiche.

Marsala Altri percorsi di lettura: Paolo Bertetto Barcellona 1936 . Sbarco a Marsala. Installazione. 2010.Spagna: l’invenzione della piazza Emilio Isgrò. Pinacoteca civica.

Spagna: l’invenzione della piazza Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio.0: Disney Co. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita . Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia. vs. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2.

Spagna: l’invenzione della piazza Torna al menù .

Barcellona 1936 Barcellona 1936 Anarcosindacalismo e autogestione Paolo Bertetto E sattamente tre quarti di secolo fa. Garcia Oliver e Abad de Santillan potessero immaginare. La vittoria dell’insurrezione è stata ancora più facile e più clamorosa di quello che i dirigenti anarchici. Mola e Franco è sconfitto a Barcellona in un solo giorno. come Buenaventura Durruti. Alla sera le milizie antifasciste formate soprattutto da proletari anarco-sindacalisti hanno il controllo della città. il 19 luglio 1936 il colpo di Stato fascista dei generali Sanjurjo. Ma ora cosa devono fare? Quali strutture di gestione. quali organismi devono essere costituiti per organizzare la vita e il potere all’interno della città rivoluzionaria? E in che modo la gestione della città deve interagire con la guerra antifascista che si sta . Federica Montseny.

A Barcellona l’organizzazione capillare della Cnt (Confederacion Nacional del Trabajo) – legata alla Fai (Federacion Anarquista Iberica) – costruisce dalla base. ispirati dalle teorie di Rosa Luxemburg. E la sua versione tedesca delle esperienze rivoluzionarie dei socialisti di sinistra e degli spartakisti. La trasformazione del potere centrale in un insieme di micropoteri sul territorio è la prima grande innovazione della rivoluzione catalana. Riflettono dunque innanzitutto una logica di moltiplicazione dei centri di gestione nello spazio metropolitano. era stata schiacciata dai militari prussiani. riprendendo in fondo la grande esperienza della Comune di Parigi. Alla macropolitica del potere statale si contrappone una micropolitica . per iniziativa dei lavoratori e dei comitati di quartiere.Barcellona 1936 sviluppando in tutta la Spagna e in particolare sul fronte dell’Aragona? L’esperienza di contropotere proletario organizzato a Barcellona dall’anarco-sindacalismo resta forse ancora oggi come l’ultima rivoluzione europea capace di inventare forme avanzate di potere popolare diffuso. I micropoteri hanno una duplice articolazione orizzontale e sono correlati in strutture di coordinamento. una rete sistematica di consigli che crea nel vivo del tessuto sociale un insieme di micropoteri autonomi e coordinati.

L’individuo non è negato come soggetto desiderante capace di affermare la propria libertà. . Il soggetto rivoluzionario collettivo non annulla le determinazioni individuali. Le regole della vita sociale e l’esigenza della disciplina.Barcellona 1936 dell’autogestione sociale delle esigenze popolari legate al lavoro e alla modificazione dei rapporti interpersonali. sono affrontate e risolte dentro il vivo della lotta. ma viene incanalato in una prassi che trova nel desiderio dell’altro non un ostacolo ma una possibile convergenza. a diretto contatto con i problemi e i bisogni della gente. È un modello deliberato e forte di atomizzazione del potere che diventa trasformazione radicale della stessa idea di potere e subordinazione del potere centrale alla microgestionalistà diffusa. a un partito. Al dirigismo delle autorità statali e regionali si oppone un’organizzazione del lavoro e della vita dal basso. e non sono subordinate a una legge. La combinazione di programma di socializzazione e affermazione della libertà integrale costituisce la scommessa difficile dell’anarchismo spagnolo. ma punta a riassorbirle in un programma comunitario che riconosce la libertà del singolo. L’emancipazione sociale delle masse subalterne è considerata come l’affermazione della libertad integral. per esempio. che non può essere cancellata in nome di una normativa universale. a un dover essere.

nonché delle grandi proprietà terriere nella campagna catalana ( e nella parte dell’Aragona liberata). ma di rilancio e di redistribuzione significativa dei beni.Barcellona 1936 che è un grande movimento di massa. Collettivizzazione è autogestione operaia effettiva. La rete dei microcentri di autogestione è costituita da due livelli di base. Questi organismi determinano dal basso la collettivizzazione non solo dei mezzi di produzione. La collettivizzazione realizzata non è una statalizzazione dell’industria. prodotti sia in funzione delle esigenze belliche sia in relazione alle esigenze dei cittadini. radicato nel sindacalismo più coraggioso. trova nella collettivizzazione non un elemento di freno o di confusione. non si ripete a Barcellona. dove la forza del movimento dal basso e l’insofferenza verso il dirigismo burocratico prevalgono (almeno nei primi mesi). ma un processo di gestione diretta delle attività economiche da parte dei lavoratori. La sostituzione dello stato e dei burocrati di partito agli industriali che si era realizzata in Unione Sovietica. e quindi delle industrie grandi e piccole. E quello che è significativo è che l’economia catalana. . I consigli di quartiere e i comitati di autogestione. e non un insieme di gruppuscoli che praticano una controproducente violenza d’avanguardia. sottoposta alle enormi esigenze imposte dalla guerra.

dell’educazione popolare.Barcellona 1936 Inutile aggiungere che accanto alla collettivizzazione delle industrie si effettua un processo di socializzazione dei servizi sociali. La rete di Mujeres libres si diffonde in tutta la Spagna e punta a limitare e in prospettiva a rovesciare il permanente machismo della società iberica. i dirigenti della Cnt-Fai si trovano fin dalla notte tra il 19 e il 20 luglio ad affrontare un problema fondamentale. come le donne e i bambini. al di là della costruzione delle microforme di gestione popolare diretta. retto da una coalizione di centro-sinistra guidata dal catalanista Companys? E come possono coordinare guerra al fascismo e . sono i primi a essere sostenuti da questo vento di liberazione e di trasformazione. Insieme cominciano a costituirsi i primi embrioni di organizzazione delle donne. che conducono una battaglia di emancipazione del mondo femminile all’interno del processo di trasformazione sociale. della medicina. E i soggetti socialmente deboli. C’è l’idea di realizzare una micropolitica dell’emancipazione che investe tutti i gangli della vita sociale e la rete dei rapporti interpersonali. Tuttavia. Le milizie dell’anarco-sindacalismo hanno il controllo della città. Cosa devono fare? E in primo luogo: cosa devono fare del governo catalano. strappate al domino della chiesa cattolica.

all’opposto si schiera Garcia Oliver. che erano per principio contrari al dirigismo e all’autoritarismo. smantellando le strutture tradizionali di governo (e innanzitutto la Generalitat catalana) e realizzando subito il comunismo libertario. Abad de Santillan e Federica Montseny ritengono irrealizzabile il comunismo libertario. cui vengono subordinate le altre finalità. nel contesto nazionale della lotta al fascismo e in quello internazionale della pressione degli Stati capitalistici. in una posizione intermedia si collocano altri dirigenti. che invece vorrebbe che la Cnt-Fai prendesse il potere. per esempio Escorza. Insieme l’instaurazione di un comunismo libertario avrebbe implicato l’esercizio di una dittatura da parte degli anarchici.Barcellona 1936 rivoluzione sociale? Le posizioni che emergono nel movimento sono diverse e si possono così concretizzare: Durruti. che sostengono il programma di . La guerra al fascismo viene quindi considerata l’obiettivo prioritario. La sua posizione viene definita anarco-bolscevismo e implica la costituzione di un organismo rivoluzionario che assuma la funzione di dirigere il processo rivoluzionario. Secondo Garcia Oliver il Comitato centrale delle milizie antifasciste sarebbe dovuto diventare il nucleo di direzione rivoluzionaria.

ma viene organizzata e sancita da una serie di interventi legislativi ad hoc. formato da rappresentanti dei partiti e dei sindacati. che avrebbe dovuto favorire le misure di collettivizzazione e la realizzazione progressiva del comunismo libertario. che si assume l’incarico di regolarizzare l’autogestione operaia già in atto.Barcellona 1936 realizzare il processo rivoluzionario assumendo il controllo degli organismi esistenti e innanzitutto della Generalitat. Da un lato la rete dei consigli di base che si è costituita nei quartieri e nei luoghi di lavoro è non solo rafforzata e coordinata. richiede la costituzione di organismi funzionali al programma. . che sono: innanzitutto il Comitato delle milizie antifasciste. costituendo il vettore trainante del progetto anarco-sindacalista. Dall’altro la necessità di legare la guerra al fascismo con la rivoluzione sociale. che è di fatto un organismo rivoluzionario presentato come un organismo antifascista e il Consiglio generale dell’economia. In ogni modo il programma della Cnt dell’estate 1936 punta a sviluppare la forza delle masse subalterne per concretare il processo rivoluzionario e si articola su più livelli di intervento. La vittoria della prima posizione porta la Cnt a collaborare con il governo regionale di Companys e poi con il governo nazionale di Largo Caballero.

l’Ugt social-comunista e la Cnt). Questa permanenza di una duplicità di poteri non affossa la spinta rivoluzionaria. La duplicità di poteri garantisce la permanenza dello sforzo rivoluzionario e impedisce l’appiattimento dell’operare delle masse proletarie più radicali sullo stato di tipo nuovo. ma crea problemi non indifferenti. Con risultati non sempre felici (nell’estate è alta la media degli omicidi. gli organismi guidati dagli anarchici si danno in ogni modo come l’altro sociale. I l dualismo di poteri garantisce anche la spinta socio-politica delle masse. L’autogestione. si costituiscono milizie legate a sindacati e partiti. Da un lato accanto alla polizia alla Guardia civil. È un passaggio importante che rafforza l’identità processuale e la forza delle classi subalterne. anche se il peso degli anarco-sindacalisti è preponderante. come il contropotere realizzato contro la Generalitat e lo stato.Barcellona 1936 Entrambi i comitati sono costituiti da vari membri in rappresentanza di posizioni politiche e sindacali diverse (dalla Fai ai comunisti prosovietici del Psuc. che diventeranno . che in parallelo si prendono carico di cogestire l’ordine pubblico. Dall’altro si cominciano a costituire prigioni popolari. politici e non). e agli altri organi del potere. dai socialisti ai catalanisti sino ai sindacati.

torturato e ucciso su ordine diretto di Stalin. caratterizzata dal superamento del partito egemone. come d’altra parte molte strutture di gestione dell’insubordinazione politica emerse nell’Occidente a partire dagli anni Sessanta e Settanta. Togliatti e Codevila) la Guardia civil e la polizia con il supporto degli agenti sovietici attaccano il contropotere anarchico nella città e impongono l’ordine uccidendo 500 anarchici e rivoluzionari. dall’iniziativa dal basso. i catalanisti e i socialisti di destra (non Largo Caballero che rifiuta ed è costretto alle dimissioni da primo ministro dagli inviati dell’Internazionale comunista. e della delega politica. capo del Poum. da Andreu Nin. hanno riflettuto una dinamica sociale e organizzativa. Ma invero le forme di organizzazione che le recenti iniziative di lotta hanno presentato. Con la conseguente distruzione del programma anarchico rivoluzionario. dalla . ai dirigenti anarchici italiani Berneri e Barbieri. e dando il via alla distruzione dei neoleninisti del Poum (accusati di essere trotzkisti) e agli omicidi mirati. Nel maggio 1937 i comunisti.Barcellona 1936 la base della crescente repressione operata dagli stalinisti e dalla Guardia civil. Che cosa è rimasto dunque di quella esperienza? Poco sembrerebbe.

Forme di aggregazione e di lotta che hanno tentato di incanalare le dinamiche dei bisogni e dei desideri lungo prospettive nuove. Modi di aggregazione della pluralità dei bisogni e dei desideri che non si riconoscono in un’astratta dialettica storica.Barcellona 1936 creazione di micropoteri alternativi. ma producono dal basso la rottura sociale in nome di un nuovo materialismo. capace di cogliere e di interpretare le esigenze dei gruppi sociali come una finalità in sé. Esperienze di autogestione dell’iniziativa sociale. dalla diffusione sul territorio di esperienze autonome rispetto ai centri di gestione del potere. Certo più vicine a Barcellona 36 che alla tradizione bolscevica. inventando le iniziative di contrapposizione alle strutture istituzionali in maniera creativa. libertario e autonomo. .

Volkswagen. 1964 Csac.Barcellona 1936 Emilio Isgrò. Università di Parma Altri percorsi di lettura: Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino .

vs. Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Torna al menù .Barcellona 1936 Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2.0: Disney Co.

Farò un’analisi abbastanza dettagliata di questo discorso considerandolo anche in quanto discorso orale poiché è stato scritto per essere detto e messo in onda. Barack Obama dà l’annuncio alla nazione e al mondo che Osama bin Laden è stato finalmente localizzato e ucciso in uno scontro a fuoco. anche se è evidente il suo carattere tutt’altro che improvvisato. secondo me.L’attore collettivo L’attore collettivo Microscopia di Barack Obama su Osama bin Laden Maria Pia Pozzato N ella notte fra il primo e il 2 maggio. Alla fine dell’analisi dirò anche perché. vale la . Il Presidente americano tiene un discorso che dura poco meno di dieci minuti e di cui è ancora visibile il video sul sito della Casa Bianca oltre che su YouTube.

Poche parole sul video.L’attore collettivo pena di guardare con attenzione dentro prodotti di comunicazione così sofisticati. . Questo annuncio alla nazione è per forza di cose un discorso di glorificazione. Tuttavia Obama parla con la sua nota voce baritonale senza mai alzarne il tono. Sbuca da solo e con passo sicuro ma anche rilassato percorre il corridoio fino al podio da cui terrà il discorso. In tutto il filmato non saranno visibili figure umane di mediazione: nessun giornalista. Nella narratologia classica la glorificazione è quel segmento di sanzione finale in cui viene riconosciuto l’adempimento di un compito arduo e il ristabilirsi di un ordine che era stato spezzato. Il Presidente Obama fa la sua entrata in scena da una porta laterale in fondo a un corridoio della Casa Bianca. esattamente nel vano di una porta aperta incaricata di mediare simbolicamente fra lo spazio inaccessibile dell’istituzione e lo spazio aperto al pubblico. podio collocato in una posizione-confine assai indicativa. L’inquadratura è fissa sul Presidente che indossa una cravatta esattamente del colore della moquette del corridoio. a ulteriore testimonianza del fatto che l’annuncio è stato studiato nei minimi particolari anche per essere un buon prodotto visivo. nessun politico o addetto di vario tipo.

quando citerò alcuni passaggi lo farò in una traduzione italiana che ho attentamente controllato). Si può parlare quindi di una sostanziale «pacatezza» e «contenutezza» sia nel tono che nei gesti. Non solo. La sua primissima parte. scandendo i vari passaggi solo con leggeri movimenti verticali della testa e facendo spuntare di tanto in tanto le mani oltre il bordo del podio. cioè da quello che i retori latini chiamavano l’actio di un prova oratoria. Eppure niente di tutto ciò traspare dal modo in cui questo discorso viene pronunciato. volge le spalle alla telecamera e ripercorre all’indietro il corridoio da cui era arrivato. Andiamo allora a vedere il discorso stesso. o esordio. guarda costantemente in macchina e la sua uscita di scena è identica all’entrata: saluta. indipendentemente da come è stato pronunciato (per dare scorrevolezza alla lettura.L’attore collettivo senza imprimere particolari sottolineature. è di pura notifica dell’accaduto: «Buonasera. Obama avrebbe tutte le ragioni per essere euforico o quanto meno allegro. ma dopo anni di sforzi per ottenere questo risultato. non cambia mai espressione del volto. Eppure si tratta di una notizia che scatenerà di lì a poco festeggiamenti di massa. Non sorride mai. Questa sera posso riferire al popolo americano e al mondo che gli Stati Uniti hanno portato a termine un’operazione […]». Il Presidente usa spesso .

L’attore collettivo l’espressione «American people» che in italiano. comincia una rimemorazione dell’attentato dell’11 settembre 2001. concreta del racconto. cioè costruito per colpire emotivamente l’interlocutore. invece la scelta è di ripresentificare quegli eventi drammatici con un racconto denso di particolari visivi: «Una luminosa giornata di settembre fu oscurata […] gli aerei dirottati che fendono il cielo terso di settembre. come mi sembra più opportuno qui. ma parte anche dalla struttura a chiasmo che è tipica del discorso letterario e poetico: in questo passaggio.». come vedremo. poiché nel discorso di Obama la costruzione dell’attore collettivo è molto importante. Il Presidente avrebbe potuto accennare in modo schematico a un avvenimento così noto. volute di fumo nero che si levano dal Pentagono ecc. le torri gemelle che crollano al suolo. a seconda dei passaggi. . D opo l’incipit informativo. può essere resa sia con «americani» che con «popolo americano». È chiaro fin dall’inizio quindi che se il discorso di Obama è detto in modo spassionalizzato. esso è tuttavia altamente passionalizzante. quasi da agenzia. come si è detto. La questione non è di poco conto. Parte dell’effetto patemico deriva dalla natura figurativa.

I bambini che sono stati costretti a crescere senza la madre o il padre […]»). di una concatenazione di fatti. che appare così l’ultimo atto. noi eravamo uniti in un’unica famiglia. l’evento del giorno. Il posto vuoto a tavola all’ora di cena.L’attore collettivo infatti. Qui viene introdotto un tema che sarà anch’esso molto importante nell’economia generale del discorso. la famiglia americana». dice Obama. N ei giorni dell’attentato. «non importa da dove venissimo né quale Dio pregassimo o di quale razza o etnia fossimo. e cioè quello della coesione della nazione. oltre modo auspicabile. cioè l’uccisione di bin Laden. Una ripresentificazione così attenta e partecipata dell’11 settembre è finalizzata a collocare nella giusta prospettiva. narrativa ed emotiva. si confronta la visibilità mediatica dell’attentato («Le immagini dell’11 settembre sono scolpite nella nostra memoria nazionale») con l’invisibilità delle sue conseguenze («le immagini peggiori sono quelle che il mondo non ha visto. Cruciale a questo proposito appare la strategia pronominale e di costruzione dei vari attori in gioco: i protagonisti dei giorni del dolore e dei dieci anni di sforzo per combattere il terrorismo sono tutti collettivi (gli .

«ho dato ordine a Leon Paletta» ecc. l’azione che ha portato all’uccisione di bin Laden è raccontata in prima persona e solo Obama sembra esserne il vero protagonista: «sono stato informato».L’attore collettivo americani. «ho stabilito». Al tempo stesso. tuttavia l’eroismo di questo Soggetto viene . Gli attori torneranno a essere collettivi nell’ultima parte del discorso. in cui Obama parla del proseguimento della lotta contro il terrorismo («Noi dobbiamo rimanere vigili in patria e fuori». «ho stabilito». si opta a un certo punto per una costruzione di Obama come attore singolare.). «eravamo uniti». «opera instancabile delle forze armate». «abbiamo riaffermato i vincoli che ci legano». viceversa. So che talvolta si è sfaldato»). La costruzione di attori collettivi è funzionale a rinforzare il valore della coesione che Obama stesso riconosce essere venuto meno («E stasera. «Saremo fedeli ai valori che hanno fatto di noi ciò che siamo» ecc. i bambini e i genitori delle vittime. e per la stessa ragione. ripensiamo a quel senso di unità che prevalse l’11 settembre. «abbiamo agito assieme ai nostri amici e alleati…»). La costruzione narrativa dell’eroe-Obama è del tutto in sinergia con i toni della sua oratoria: se la strategia pronominale non lascia dubbi sul fatto che il Presidente sia un Soggetto sovrano («sono stato informato». «ho dato ordine a Leon Paletta»).

Dal punto di vista della macro strutturazione degli argomenti. un discorso che segue una cronologia e ne dà conto. allo svolgimento dei fatti nella loro corretta successione. il discorso di Obama consta di quattro sequenze più lunghe racchiuse fra un incipit e un finale più brevi. nell’agosto scorso. per più di due decenni. il discorso di Obama presenta una strutturazione fortemente cronologica (stasera. dieci anni fa. in un passaggio successivo.L’attore collettivo posto sotto un’angolatura più fragile e umana. la scorsa settimana. negli ultimi dieci anni. o guardare negli occhi un militare che è stato ferito gravemente». in quanto Comandante in Capo. Per quanto riguarda i crononimi. Obama accenna alla sua sofferenza umana nel prendere decisioni: «Questo sforzo grava su di me tutte le volte in cui io. . Obama dice per esempio che le informazioni non erano affatto certe: «E alla fine. nel corso degli anni…): Ora. devo firmare una lettera indirizzata a una famiglia che ha perso un proprio caro. ho deciso che avevamo sufficienti informazioni per entrare in azione. Il Presidente insomma è eroico non perché forte ma perché capace di assumersi i rischi di una competenza imperfetta. e ho autorizzato l’operazione […]». crea un effetto di aderenza al reale. Così. senza interpolazioni.

la necessità di proseguire la lotta al terrorismo nonostante i costi della guerra. con libertà e giustizia per tutti». Questi sei spazi testuali appaiono simmetrici (a-b. totalità integrale. l’antefatto dell’11 settembre.L’attore collettivo Nell’ordine: l’annuncio dell’uccisione. […] Ricordiamoci che siamo in grado di fare tutto questo […] in virtù di ciò che siamo: un’unica nazione. Notiamo ancora una volta l’accuratezza della costruzione attoriale: a essere onnipotenti non sono gli americani ma «l’America». il discorso termina con un colpo di grancassa: «Ma stasera abbiamo avuto modo di ricordare ancora una volta che l’America è in grado di fare tutto ciò che si prefigge di fare. di nuovo tipica dei testi estetici. Nonostante questa struttura regolare. indivisibile. a dispetto dell’understatement generale. che crea e conferma le attese dell’ascoltatore. le vicende degli ultimi mesi che hanno portato all’eliminazione di bin Laden. i dieci anni di lotta al terrorismo. sotto Dio. In conclusione. a-b) nel loro alternare realizzazioni vittoriose e momenti cupi. nel finale si ha un parziale effettosorpresa poiché. sotto la protezione del Comandante in Capo supremo. il discorso di Obama termina con un crescendo patemico e . il futuro luminoso di una nazione unita e determinata. indivisibile. a-b.

non si tematizza il passaggio da Bush a Obama. consolidare l’unità nazionale e il consenso a Obama.L’attore collettivo con un’autoesaltazione glorificante solo in parte attenuata retoricamente dal carattere monocorde della prosodia. Ma quello che in conclusione mi preme sottolineare non è tanto l’attenta calibratura politica degli argomenti. quanto l’enorme padronanza delle tecniche narrative e discorsive da parte di chi ha preparato questo discorso: per esempio. e si trasformano dieci anni di smacchi in una serie di vittorie parziali. Non è difficile individuare gli ambiziosi obiettivi persuasivi perseguiti da questa «alta ingegneria» discorsiva: giustificare il ritardo nella cattura di bin Laden e il carattere brutale. impresentabile. Se lo spazio lo consentisse. il primo (il Presidente) emotivamente . come si è detto. si potrebbe parlare anche delle omissioni e dei trasformismi di questo discorso: per esempio si evita qualsiasi menzione del controverso rovesciamento del regime di Saddam Hussein. usare l’accaduto come iniezione di fiducia nel ruolo dell’America nel mondo. la costruzione di un tipo specifico di eroe individuale e di eroe collettivo. convincere gli americani della necessità delle future azioni di guerra e del fatto che esse sono difensive («Il popolo americano non ha scelto questa battaglia»). dell’azione.

il secondo (l’America) onnipotente e unito sotto il mandato divino. empatico. come parallelismi e metafore. dopo aver sentito quest’analisi. capace di rischiare. il ricorso a strutture tipiche dei testi estetici.alfabeta2. non gli resta che esclamare: «Ma certo. nella loro specifica successione. in realtà è chiaro quello che Obama ha voluto dire». è tutto perfettamente chiaro!». quando c’è. la pianificazione perfetta degli spazi testuali. venga sempre in qualche modo recepita dai destinatari di un discorso o magari semplicemente subìta in termini di efficacia persuasiva ed emotiva del discorso stesso. Forse proprio quando chi ascolta non è in grado di capire dove sia stato portato e come. E così via. forse infastidito dalla complessità come purtroppo accade spesso ai ventenni di oggi.it Laboratorio αβ Bologna .L’attore collettivo contenuto. approfondimenti su www. Io sono invece assolutamente convinta che la complessità del meccanismo simbolico. è sbottato dicendo: «Ma sì. Uno studente.

2000 Galleria d’Arte Niccoli.L’attore collettivo Emilio Isgrò. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria . Freccia 2000. Parma Altri percorsi di lettura: Anna Curcio.

L’attore collettivo Christian Caliandro Propaganda 2. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Torna al menù . Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia.0: Disney Co. vs.

viene su.. più vicina a Tunisi che a Roma. e non potrà mai più essere mafia e antimafia il punto di vista da cui partire per raccontarla. raffinata e bagascia. verso il Nord. «Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia […]. del caffè forte. di cinquecento metri. periferica e nodale. rassegnata e sognatrice. [. lussureggiante e asciutta.La linea della palma Culture d’Italia – Sicilia La linea della palma Nicolò Stabile I sola e continente. ingrata e mater dolorosa.] E sale come l’ago di mercurio di un termometro.. Gli scienziati dicono che la linea della palma. ogni anno. la Sicilia è tutto questo e molto altro. La sua essenza è estrema come la sua posizione sulla carta geografica. diffidente e generosa. ridondante e muta. mi pare. degli scandali: su su per . piagnona e altera. cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma. questa linea della palma. immobile e centrifuga.

Fiumara d’Arte è un parco di gigantesche sculture costruite su terreni demaniali in un territorio di aspra bellezza e di indisturbato abusivismo edilizio. I politici locali non capiscono l’operazione di Presti ma la temono. ed è già oltre Roma…». Unità d’Italia… Per questo racconto della Sicilia siamo partiti dalla periferia dove percorsi di riscatto molto singolari si riappropriano dei troppi spazi vuoti lasciati dal sistema pubblico.La linea della palma l’Italia. invece è un artista che si serve della parola di altri artisti per affermare il valore supremo e salvifico della bellezza. tra Messina e Palermo. Lo scriveva nel 1956 un profetico Leonardo Sciascia: aveva capito che non sarebbe stata l’Italia a vincere sulla mafia. Una storia surreale durata venticinque anni che si conclude dopo molte battaglie nel ’94. con la sentenza assolutoria della Cassazione. Ma Presti . ma la mafia sull’Italia. Prima tappa da Antonio Presti. a Tusa. Lo denunciano alla magistratura per abusivismo. Lo si considera un mecenate. arrivano le condanne e le multe milionarie. Partono i processi. intuendone il potenziale sovversivo. Da trent’anni trasforma il suo patrimonio personale in bellezza per poi donarla alla Sicilia (il dono è per Presti supremo atto rivoluzionario). le ingiunzioni di demolizione. e in sinergia le intimidazioni di mafia.

Quest’assenza non può che essere voluta. la Scampia di Catania. che copre la Finestra sul Mare di Tano Festa). porta i poeti. In quel quartiere vivono centomila persone. Le opere. Bastano trenta euro per comprare un voto. gli scrittori. Il lavoro di Antonio svela qui tutta la sua potenzialità «politica». deve coinvolgere i bambini. gli artisti che parlano . Suprema e sublime vittoria di Presti sulle forze che lo avevano avversato. Serve a preservare il degrado che è strumentale al sistema politico locale e non solo. Lo Stato non c’è. Finalmente nel 2006 la Regione riconosce per legge il parco Fiumara d’arte e i Comuni interessati sono costretti a prendersene cura. snodo di traffici di droga e di armi. provoca usando il linguaggio dell’arte (celebre il telo blu del 2005 con su scritto «chiuso» in tutte le lingue. Una battaglia del genere avrebbe sfiancato chiunque. Per farlo. È terra di nessuno. per raggiungere tutti. Non lui. Instancabile. che nel frattempo continua a investire in altri grossi progetti: uno a Librino. e non solo. Antonio fa della condivisione di un’esperienza di bellezza un metodo di intervento maieutico. Presti non si arrende. di scardinamento del sistema. È lì che si decidono i destini politici della città.La linea della palma non è contento. i ragazzi. donate (e quindi imposte) ai Comuni che le avevano avversate. vengono ovviamente abbandonate all’incuria.

Mentre l’arte di cui le ipocrite e costose politiche sociali europee hanno disseminato le banlieue viene rapidamente distrutta. Da poco è stato inaugurato un enorme museo della fotografia all’aperto: sulle facciate dei palazzi sono proiettati i ritratti degli stessi abitanti fatti con celebri fotografi. Dice Presti: «Fare esprimere la bellezza interiore a persone che si trovano in una situazione di disagio. ma sempre nello spirito di riappropriazione del sé e dei luoghi. Così tutti possono affermare: «Io sono bello» e con l’affermazione della bellezza individuale si può dire: «Librino è bello». la bellezza come valore universale.La linea della palma e vivono con le famiglie tramite i figli e le loro scuole. . di rischio… È dalla consapevolezza di essere belli che può nascere una nuova coscienza degli abitanti del quartiere». È la Porta della Bellezza. Una muraglia di cemento lunga un chilometro. «Librino è bello» è lo slogan che ha fatto da leitmotiv di tutte le iniziative. La bellezza come diritto alla cittadinanza. Le iniziative a Librino giocano con la pubblicità. che spacca in due il quartiere. di malessere. la Porta di Librino è presidiata dagli stessi abitanti che in essa si riconoscono e vi riconoscono una possibilità altra. con i nuovi linguaggi. di vita e di esperienza. viene ricoperta di ceramiche che gli artisti chiamati a raccolta realizzano con i bambini.

o ancora che la legge sull’obiezione di coscienza del 1972 deve molto alle battaglie dei comitati antileva che nacquero nel Belice all’indomani del terremoto). il lavoro straordinario e ancora troppo sottovalutato che Danilo Dolci svolse tra gli anni Sessanta e Settanta per e con i «miserabili» della Sicilia occidentale. uno spazio museale che raccoglie materiali e testimonianze delle attività portate avanti da Dolci prima e dopo il terremoto). al processo di rifondazione portato avanti negli anni Ottanta dalla terremotata Gibellina (dove per iniziativa del cresm è nato recentemente Belice/Epicentro della Memoria Viva. con una trasmissione dedicata alla tragedia del Belice. almeno come sollecitazione iniziale. per poche ore prima che le forze dell’ordine facessero irruzione sequestrando le attrezzature e arrestando i responsabili. noto alle avanguardie sociali di tutta Europa (importante per esempio l’influenza sul ’68 italiano e sulle battaglie per i diritti civili nel nostro paese: basti ricordare che la prima radio libera d’Italia a rompere il monopolio radiotelevisivo di Stato trasmise proprio dal centro di Dolci a Partinico. . nel 1970. nel metodo e nello spirito. E si è ispirata.La linea della palma L’esperienza di Presti riecheggia. facendo di quello allora sperduto angolo di Sicilia un attivissimo laboratorio di pratiche di lotta civile e di partecipazione.

di enorme impatto visivo ed emozionale. capolavoro di Alberto Burri che ricopre i ruderi del vecchio centro. opera d’arte totale che si fa paesaggio. Ludovico Corrao. a Favara. Troppo presto per storicizzarla. modelli politici e gestionali coerenti con il suo enorme patrimonio artistico e culturale. una cittadina a qualche chilometro da Agrigento. S eguendo questo filo ideale arriviamo a un’altra periferia. Gibellina è un episodio rilevante nel dibattito artistico e culturale italiano della fine del secolo scorso. In un dedalo di vicoli del centro storico. nella provincia più segnata dalla bruttezza della brutta politica. Il suo oggi schizofrenico è incarnato dal Cretto. ma non abbastanza condiviso e capito dalla maggior parte dei suoi abitanti se nel ’93 non hanno voluto riconfermare il sindaco che ne era stato artefice. Un capolavoro abbandonato prima di essere portato a termine. la nuova Gibellina è in fondo una città bambina che aspetta. un giovane . recuperando piccoli edifici ormai cadenti. in dialogo ideale con le non lontane monumentalità dell’elìma Segesta e della greca Selinunte. per crescere.La linea della palma Utopia concreta e oggi testimonianza del suo apparente fallimento. decidendo così per un futuro «normalizzato».

La linea della palma notaio. dei paesi vicini. Galleria d’arte. ideano progetti e iniziative: sono quelli che chiamo i «resistenti». come se fossero in qualsiasi capitale . centro di architettura contemporanea. la piazza di Marrakesh e Camden Town. hanno in qualche modo ispirato la Farm di Favara: il Palais de Tokyo di Parigi. residenza per artisti e curatori. Tre luoghi. Di chi non ha rinunciato al desiderio di vivere in una Sicilia migliore e di contribuire affinché ciò possa accadere». racconta Bartoli. spazi di ristoro alternativi. In un pomeriggio qualsiasi alla Farm incrocio tanti ragazze e ragazzi del posto. insieme a un gruppo di amici inaugura lo scorso giugno il «Farm Cultural Park». scuola di specializzazione per hotellerie d’avanguardia. le intelligenze che rifiutano di emigrare. Potrebbe sembrare il giocattolo di un borghese illuminato e invece non è così. Sui tetti sventola l’Happiness Flag. si formano. dipartimento educativo per adulti e bambini. o che sono tornati dopo aver fatto esperienze lontano dalla Sicilia. che qui lavorano. e che qui trovano spazio concreto per la loro creatività. «la bandiera di chi ha ancora voglia di sognare. Un parco urbano della Cultura e del Turismo Contemporaneo». è un progetto che «vuol far diventare una parte del centro storico di Favara la seconda attrazione turistico-culturale della Provincia di Agrigento. Andrea Bartoli.

per rimanere ai giorni nostri. La Regione Sicilia con il suo statuto speciale e il suo Parlamento più antico d’Europa è una piovra che stringe tutto nella morsa della politica. E la politica? La politica in Sicilia sembra seguire vie proprie. Palermo. di artisti siciliani scoperti da Bartoli. Come l’esperienza del governo Milazzo. Le opere sono di artisti noti (in uno degli spazi campeggiano alcune foto di Terry Richardson) e meno noti. per circa due anni. O. e di persone del luogo che non sapevano di essere artisti. un laboratorio in cui da sempre si sono elaborate grandi eresie. le strane alleanze del governatore Lombardo che hanno portato di fatto alla spaccatura della stessa compagine berlusconiana. Come potrebbero la mafia e la politica capire una cosa così aliena? È un’altra Sicilia. Più che a un teatro assomiglia a un . che alla fine degli anni Cinquanta riuscì. con le sue velleità di capitale. a mettere all’opposizione la potente Dc formando un governo sostenuto da Pci e Msi. E che non si lamentano. Solo fondi privati: la politica sta a guardare incapace di sognare a quel modo. sembra ormai moribonda. e la cultura ovviamente non si salva. basta dare un’occhiata a quel che succede al suo Teatro Stabile. non si piangono addosso.La linea della palma del mondo avanzato. e in un pomeriggio di conversazione la parola mafia non è mai stata pronunciata.

Kiarostami. in affollati laboratori. Alessandro Rais. portando a dialogare con la Città. De Seta. Nel 2007 la Regione si era regalata una legge di settore all’avanguardia e i due anni in cui è stata a regime e finanziata. Dietro a questa rinascita del settore ci sono l’entusiasmo e le competenze del giovane direttore del settore cinema della Regione. Le cose vanno anche peggio al cinema e all’audiovisivo. i risultati non sono mancati.La linea della palma fortino imprendibile gestito da quasi trent’anni dal suo direttore Pietro Cartiglio: a corte è ammesso solo chi non dissente. Lo scorso anno prima si azzerano i fondi. per . fuori rimangono gli artisti che politicamente non servono ad accrescere la rete del potere. sia dal punto di vista economico. Ruiz. che da quello artistico. poi la gestione del settore cinema (insieme a musica e teatro) passa. Nasce anche un moderno e attrezzato Centro sperimentale del documentario che s’insedia nei Cantieri Culturali della Zisa (i Cantieri. Guédiguian. sono oggi il monumento del fallimento di quella stagione passata alla storia come «primavera di Palermo»). Amelio. Wiseman e molti altri. Negli anni precedenti aveva seminato bene. e creando il festival internazionale di arti elettroniche e cinema sperimentale L’immagine leggera. ambizioso ed enorme progetto culturale dell’allora sindaco Orlando.

una delle tre fondatrici del circolo. alla prima edizione del Sicilia Queer filmfest. che . con Titti De Simone e tanti altri amici volontari. di fatto esautorando dal suo ruolo Rais (che per inciso è anche l’unico dirigente regionale vincitore di concorso come esperto di cinema). Ed è proprio questo il titolo di un ciclo di interviste pubbliche a personalità della cultura palermitana organizzate da un circolo Arci. Non una nota ufficiale. ubbidisce e subisce. Non un articolo sui giornali locali. Verrebbe da dire. ma siccome è anche lui un resistente che non si piange addosso ha dato vita («fuori dagli orari di lavoro» tiene a precisare). Palermo: che puzza. a cominciare dalle scuole. Primo titolo pubblicato: Intervista a Emma Dante di Titti De Simone. Il settore passa sotto la direzione di un funzionario senza alcuna competenza in materia di audiovisivo che in Regione era addetto alla gestione del ricco budget pubblicitario dell’assessorato del Turismo. I racconti di Nzocché. Le interviste diventano poi collana della giovane e attivissima casa editrice Navarra. nato un anno fa. Nzocché. dall’assessorato alla Cultura a quello del Turismo.La linea della palma decisione presidenziale. Rais rimane nel suo ufficio svuotato. senza un euro pubblico e coinvolgendo l’intera città. primo festival a tematiche glbt a sud di Firenze (programmato a Palermo dal 20 al 26 giugno 2011).

Al momento gli unici falò che rischiarano Palermo sembrano essere quelli dell’immondizia. potrebbero essere occasione di business per la mafia. scalda i cuori e illumina una notte che sembra non finire. questa città abbia ripreso a bruciare». come ama dire il governatore Lombardo. . I termovalorizzatori in Sicilia pare non vadano bene perché. E poi vuoi mettere? Bruciarla per strada costa meno. perché crediamo che sotto la cenere.La linea della palma dice: «Da qui ripartiamo. lì dove tutto sembra spento.

Sicilia. Palermo Altri percorsi di lettura: Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio .La linea della palma Emilio Isgrò. 1970 Collezione Lino e Anna Motta.

La linea della palma Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire Torna al menù .

In primo luogo è impossibile parlare di «sistema dell’arte». nobile e schizofrenica storia. A cominciare dagli anni Ottanta ad Acireale e poi a Gibellina.Sistema dell’arte nell’isola Culture d’Italia – Sicilia Sistema dell’arte nell’isola Giovanni Iovane L ’arte contemporanea. la Sicilia ha ospitato importanti mostre d’arte contemporanea. ha una più che decennale. sono state realizzate mostre d’arte contemporanea seguendo progettazione e standard museali . A Palermo con l’apertura dei Cantieri Culturali della Zisa (oggi colpevolmente abbandonati a se stessi). per ciò che è accaduto e accade in Sicilia. negli spazi pubblici siciliani. nell’accezione divulgata da Achille Bonito Oliva. e Catania con l’apertura del Museo Civico «Castello Ursino» (da alcuni anni desolante contenitore di mostre improbabili). con Enzo Bianco sindaco. nel periodo in cui era sindaco Leoluca Orlando.

E sebbene la Sicilia abbia avuto e abbia diversi e validissimi critici d’arte e curatori (con iscrizione a ruoli effimeri) non è raro imbattersi in figure strane e mutevole che si sostituiscono al fantasma critico e curatoriale. il suo ruolo. un luogo comune ma la caratteristica generale degli spazi espositivi pubblici siciliani era. e in parte è ancora. che risale a circa 25 anni fa. Abbiamo così la figura del mecenate illuminato (io ho un ricordo personale.Sistema dell’arte nell’isola internazionali. la sua identità praticamente non esiste per la grande macchina burocratica delle varie amministrazioni pubbliche. società pubblico-private o società quasi-pubbliche con interessi privati. altrove prefabbricate e gestite da società private. la figura del critico d’arte o del curatore che pensa e progetta una esposizione per uno spazio espositivo pubblico è quasi del tutto sconosciuta. del medico . e peggio ancora. Sembra una affermazione banale. La cosa peggiore è che il fantasma del critico d’arte è culturalmente e politicamente ignorato. di una Taormina cosmopolita e un po’ bizzarra ma culturalmente glamour sotto la guida e l’ospitalità dell’antiquario Panarello). A parte queste rilevanti eccezioni e con l’aggiunta parziale delle mostre realizzate in concomitanza di Taormina Arte. quella di «acquistare» mostre-pacchetto.

A Catania sono sorte due fondazioni. accanto o in coabitazione con le sopraccitate società o associazioni culturali. Puglisi Cosentino e Brodbeck. sino a circa tre anni fa non ce n’era nemmeno uno (l’attività autonoma ed espositiva del Museo Civico di Catania è durata nemmeno due anni. che hanno dato grande impulso a una percezione dell’arte contemporanea che non fosse il frutto di un pensiero amatoriale o di tipo meramente economico (per la società organizzatrice s’intende). del farmacista. La Fondazione Puglisi Cosentino è situata all’interno di un bel palazzo barocco del centro di Catania. formalmente accurato. dell’imprenditore.Sistema dell’arte nell’isola appassionato. è stato pensato per ospitare mostre di . La causa di questa situazione fluida e cangiante. con il 2000 e con l’uscita di scena di Bianco e con la diversa amministrazione si è ritornati ai fasti antichi del preconfezionato di dubbia origine). di questo carosello di manifestazioni. E proprio negli ultimi tre anni abbiamo assistito. dell’ingegnere o del collezionista (peraltro sempre discreto e nobilmente appartato) che si fanno promotori di eventi. a una piccola ma significativa rivoluzione culturale. tra Palermo e Catania. eventi e sagre è da imputare al fatto che se gli spazi espositivi abbondano in Sicilia. dell’architetto. Il suo restauro. di musei d’arte contemporanea.

Possiede un suo staff curatoriale e organizzativo anche se la mancanza di un ristorante. di circa 6000mq. modernista. L a Fondazione Brodbeck invece sorge all’interno di un complesso industriale degli inizi del Novecento.Sistema dell’arte nell’isola natura. ed edifici di diversa grandezza. Il progetto espositivo della Fondazione Brodbeck è radicalmente differente (ma complementare alla città di Catania) da quello della Fondazione Puglisi Casentino. è una vera e propria piccola città con grandi capannoni. per così dire. In poco più di tre anni. in quanto essenzialmente basato sul rapporto reale che lega l’artista alla città. Posta in una delle zone più popolari di Catania. Le mostre sinora realizzate sono state tutte accompagnate da un periodo di residenza di . di un bookshop o di una biblioteca fanno sì che la struttura museale non abbia una continuità espositiva organica e soprattutto di quotidiana condivisione con il pubblico. resi frequentabili altri due (pur senza ancora interventi di ristrutturazione completa) e adibito una piccola palazzina a ufficio e foresteria. la Fondazione ha ristrutturato completamente un grande capannone. e senza – sino a ora – aiuti pubblici.

sin dalla sua fondazione. alle manifestazioni culturali disseminate nella regione.. Riso ha una sua sede espositiva a Palermo e uffici in cui lavorano persone qualificate per organizzare e gestire le attività di un museo. .Sistema dell’arte nell’isola artisti internazionali in Fondazione e dall’elaborazione di un progetto espositivo a partire proprio del genius loci. senza dubbio. mediante una progettualità autonoma e competente. Il simbolo invece del graduale rinnovamento culturale e politico (pubblico) è.S. poi da Helga Marsala e infine dal sottoscritto. la nascita di Riso.C. sportello per l’arte contemporanea della Sicilia) dedicato agli artisti che vivono nel territorio siciliano: curato prima da Cristiana Perrella. il museo ha avuto una sua precisa strategia culturale. All’interno del museo è attivo da tre anni un archivio (S. Tuttavia la cosa ancor più straordinaria è che. Museo d’arte contemporanea della Sicilia a Palermo. La missione principale del museo è quella di fare da catalizzatore. a oggi raccoglie.A. L’attività espositiva all’interno del museo è dettata dalla ideazione e realizzazione (mediante il coinvolgimento di diversi curatori anche internazionali) di mostre tematiche legate al contesto socio culturale siciliano e mediterraneo. originale rispetto al panorama dei musei d’arte contemporanea italiani. Si tratta infatti di un museo esteso sull’intero territorio siciliano.

Sistema dell’arte nell’isola anche on line. la documentazione di settanta artisti. Nell’ultimo anno ha avviato anche una particolare attività espositiva volta a trasformare concettualmente e in maniera concreta l’idea e la struttura dell’archivio in una sorta di agenzia culturale. a Catania (all’interno della Fondazione Brodbeck) e infine a Milano (all’interno del complesso di edifici denominato Frigoriferi Milanesi). Altri percorsi di lettura: Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo . aprendo propri spazi espositivi a Palermo (all’interno del museo).

Sistema dell’arte nell’isola

Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire Nicolò Stabile La linea della palma Torna al menù

L’ergastolo di Carriglio

Culture d’Italia – Sicilia

L’ergastolo di Carriglio
Roberto Alajmo

È

un peccato che certe notizie non varchino i confini delle pagine locali. Per dire: a un certo punto il Comune non pagava e il teatro Stabile di Palermo ha deciso di sospendere le proprie attività. Parrebbe a prima vista solo una declinazione locale della protesta che ha agitato il mondo dello spettacolo di fronte al taglio dei finanziamenti da parte del governo. Ma nella sua smania di protagonismo capita a questa città di volere a tutti i costi distinguersi: e quand’anche fosse nel peggio. Nei casi palermitani c’è sempre qualcosa di eccessivo e paradossale, quasi l’implicito riscatto di un destino provinciale. Breve riassunto delle puntate precedenti. Lo Stabile di Palermo è diretto in maniera pressoché ininterrotta, fin dal tempo della fondazione, dalla stessa persona: Pietro

L’ergastolo di Carriglio

Carriglio. Per lunghi periodi i soci finanziatori del Teatro – Stato, Regione, Provincia, Comune – erano riconducibili tutti alla stessa parte politica: la sua. Un allineamento formidabile, che anche nei momenti di difficoltà ha consentito al Biondo di galleggiare, se non altro. In particolare, il direttore dello Stabile è stato un grande sostenitore dell’attuale sindaco di Palermo, Diego Cammarata. E viceversa. In generale, Carriglio è emanazione proprio di quella parte politica che ha tagliato i fondi allo spettacolo e non perde occasione per trattare la cultura come un trastullo da comunisti. Di più: dall’alto della sua cultura ha rappresentato la stampella intellettuale di uno schieramento – prima democristiano, poi forzuto italiano, infine popolare della libertà – che altrimenti sarebbe stato, almeno a livello locale, a un livello desolante di alfabetizzazione. Di fronte all’inadempienza dell’amministrazione comunale e all’offensiva dei tagli governativi, Carriglio ha deciso di mantenere un profilo basso, lasciando che fossero i suoi collaboratori e dipendenti a indignarsi, preoccuparsi e pubblicamente esporsi. Di fronte alla minaccia di sospendere l’attività, i lavoratori si sono impegnati a garantire il proseguimento della stagione teatrale. Una scelta responsabile, che ha evitato il collasso del teatro. Il direttore, dal canto

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suo, ha dichiarato il minimo di quel che poteva dichiarare e si è rimesso alle iniziative del Consiglio d’Amministrazione. Perché nessuno creda che il teatro Biondo sia cosa solamente sua. Da un canto è giusto: il teatro non è di Carriglio. È di chi ci lavora. Degli spettatori. Della città intera. E però bisogna intendersi: o è sempre così, o così non è mai. Perché, ricordiamolo, esistono figure di fama internazionale, come Emma Dante, che a tutt’oggi nel teatro Stabile della loro città non godono nemmeno di un permesso di soggiorno temporaneo. A Pietro Carriglio va riconosciuto il merito di aver creato a Palermo il teatro Stabile e di averlo condotto per tanti anni con risultati che ognuno saprà giudicare liberamente. Ma al di là delle scelte e risultanze artistiche, una persona di cultura come lui dovrebbe trarre da questa vicenda tutte le conseguenze del caso. Disse di lui una volta Salvo Licata: è ugualmente devoto a Shakespeare e a Salvo Lima. E Licata era suo amico. Ecco, forse: per Carriglio è arrivato il momento di fare una scelta. O Shakespeare o Salvo Lima. Il direttore dello Stabile possiede l’età, il prestigio e la cultura che gli consentirebbero gesti esemplari. Potrebbe cogliere l’occasione per mettersi una mano sulla coscienza e assumere una decisione in grado di richiamare

L’ergastolo di Carriglio

l’attenzione nazionale sulla crisi che ha colpito l’intero mondo dello spettacolo, non solo su quella dello Stabile di Palermo. Spiazzare tutti. Mettere in gioco se stesso con una scelta che nel panorama stantio del teatro italiano sarebbe una prima assoluta di enorme richiamo. Vale a dire: dimettersi. Purtroppo, però, Pietro Carriglio, sia pure informalmente, ha fatto conoscere le sue intenzioni. A quanto dicono i suoi portavoce lui vorrebbe dimettersi – veramente: l’avrebbe anche fatto, in un altro momento – ma non gli pare giusto abbandonare la casa che brucia. E dunque si dimetterà soltanto dopo avere spento l’incendio. Un nobile istinto, da parte di un uomo che si è costituito a un duro destino di direttore di teatro Stabile all’ergastolo.

L’ergastolo di Carriglio

Emilio Isgrò, Agamemnon Y 61, 2005. Collezione privata

Altri percorsi di lettura: Matteo Di Gesù Mafia®

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Mafia®

Culture d’Italia – Sicilia

Mafia®
Matteo Di Gesù

N

el primo pomeriggio del 7 aprile 2010, nella casella di posta elettronica di molti palermitani arrivò una mail direttamente dall’editore Feltrinelli: «Abbiamo il piacere di comunicarvi che oggi alle ore 18 Massimo Ciancimino sarà alla libreria di via Cavour per firmare le copie del suo libro». E in effetti, così andò: auto blindata parcheggiata in seconda fila, il figlio di don Vito alle sei e mezza di quel memorabile pomeriggio primaverile, autografava controcopertine del volume fresco di stampa di cui era coautore insieme allo stimato giornalista Francesco La Licata. Cento copie vendute in due ore, quel pomeriggio. Qualcuno, nei giorni successivi, fece le sue rimostranze agli incolpevoli responsabili della Feltrinelli di Palermo: ma, come si è detto, l’iniziativa era partita direttamente da Milano,

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che aveva utilizzato l’indirizzario mail della libreria. Non c’è dubbio che ancora una volta avessero ragione i milanesi, se non altro quanto a strategie commerciali: Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione è stato il libro siciliano del 2010 e le logiche di promozione a cui rispondeva non erano, non sono diverse da quelle previste per qualsiasi altro best seller letterario. Proprio così: non era tanto per rendergli omaggio che i lettori palermitani si accalcavano intorno al figlio del potente mafioso democristiano – che come amministratore organico a cosa nostra ha devastato la loro città peggio di quanto non abbiano fatto i pur solerti bombardieri alleati, incamerando un bottino enorme – quanto per accostarsi alla star televisiva del programma di Michele Santoro. E poco male se le celebrità made in Sicily anziché da «Che tempo che fa» transitano da «Annovero» – prima di finire in galera. L’aneddoto del rampollo Ciancimino divo da libreria è soltanto la testimonianza più eloquente di quanto sia diventato redditizio per l’industria editoriale il reinvestimento del capitale simbolico accumulato dall’antimafia (e dalla mafia). La Sicilia, da questo punto di vista, può ancora vantare un primato indiscusso, che nemmeno il successo planetario di Gomorra ha indebolito: giornalisti, mafiologi

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improvvisati ma anche magistrati se non mafiosi o parenti dei mafiosi sono gli autori/attori protagonisti dello spettacolo culturale che la società siciliana produce. E se la cronaca non offre spunti degni di rilievo, si possono sempre spacciare libri come F.a.q. mafia, La mafia spiegata ai turisti o La mafia in cucina: chissà che perfino la ricetta della pasta con le sarde come la faceva Lucky Luciano non restituisca quell’inebriante sensazione di civismo e di impegno a buon mercato che questo genere di letture sa trasmettere. Dall’alveo gorgogliante della pubblicistica mafiosa, alimentato dal successo dei polizieschi di Camilleri, si era generata alcuni anni fa la corrente del giallo siciliano: al momento sembra essersi fatta carsica, con buona pace dei cultori del genere e del suo irrinunciabile portato di denuncia civile. Continua a prosperare senza tema di declino, invece, l’unica vera alternativa editoriale siciliana alla mafiologia: l’esotismo domestico dei romanzi «al gusto di Sicilia» – per dirla con le parole di un critico – ultimamente arricchitosi di arditezze linguistiche da spot pubblicitario, mercè ancora una volta il modello Camilleri (il cui sperimentalismo, andrà ribadito, è di ben altra qualità); Simonetta Agnello Hornby, Giuseppina Torregrossa, Ottavio Cappellani (lui è

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quello da esportazione) sono gli ultimi esponenti di questa florida scuola. La letteratura, come del resto tutta la cultura, nella terra del Gattopardo funziona come un orpello, un gadget, o più precisamente un souvenir: non è un caso che le disastrate amministrazioni palermitane e catanesi, abbiano relegato a un ruolo pressoché nullo gli assessorati alla cultura (dell’attuale assessore palermitano, l’unica sortita che si ricordi negli ultimi anni è la censura di un manifesto del gay pride siciliano) per dirottare i fondi – finché c’erano – agli Uffici Grandi Eventi, né che l’assessorato regionale al turismo abbia avocato a sé gran parte delle competenze dei beni culturali, mentre, per dirne una, le poche biblioteche dell’isola boccheggiano.

I

l paradosso è che i siciliani nell’ultimo anno e mezzo hanno scritto un bel po’ di bei libri: Nino Vetri, Lume lume, Giuseppe Schillaci, L’anno delle ceneri; Irene Chias, Sono ateo e ti amo; Giorgio Vasta, Spaesamento; Antonio Pagliaro, I cani di via Lincoln; Giacomo Guarneri, Danlenuàr; Veronica Tomassini, Sangue di Cane; Giuseppe Rizzo, L’invenzione di Palermo; Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, solo per citare i trenta-quarantenni. Se di tutto ciò rimane una

Ma forse non si può chiedere loro di più. Una Marina di libri di Palermo promosso dall’editore Navarra (privi di finanziamenti pubblici che non siano. in una . mente poco tempo prima il sindaco bancarottiere uscente veniva eletto in senato). bene che vada. Tutti questi soggetti parlano poco tra loro e non fanno rete. per non dire di scuole pubbliche che. biblioteche per bambini autogestite come Le balate di Palermo (l’unica in città e tra le pochissime della regione). degradato e corrotto lo si deve alla tenace vitalità di agenzie culturali indipendenti.Mafia® traccia persistente in un tessuto civile anchilosato. grazie alla lungimiranza di presidi e insegnanti. Sotto le stelle della letteratura delle Madonie. mentre le fette più cospicue del bilancio regionale se le spartisce la solita nomenclatura culturale. da destra a sinistra). le quali spesso si reggono sul lavoro volontario e gratuito (fatte salve poche eccezioni: il Premio Mondello è una di queste): centri sociali come il Laboratorio Zeta a Palermo e l’Experia di Catania (sgomberato a manganellate nel 2009. editori come :duepunti a Palermo e Mesogea a Messina. librerie come Modusvivendi e Garibaldi di Palermo e Cavallotto o Tempolibro di Catania. riescono a trasformarsi in biblioteche e presidi culturali di quartiere. spiccioli comunali. festival come Letterandoinfest di Sciacca.

Altri percorsi di lettura: Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire Nicolò Stabile La linea della palma .Mafia® regione in cui perfino i giornali illuminati e progressisti rinunciano a sostenere le cose migliori che accadono nei paraggi della letteratura. In una regione in cui il Parlamento regionale vota all’unanimità una legge per l’insegnamento nelle scuole dell’isola della lingua. della letteratura e della storia della Sicilia. per la soddisfazione dal presidente autonomista e dalla sua accolita di governo: ultima carabattola in bella mostra nel bazar culturale siciliano.

Mafia® Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Torna al menù .

o «Benvenuti a Salemi. a Salemi. per molti anni laboratorio dell’arte e del teatro contemporaneo. Durante il viaggio. penso che in fondo il parallelo tra le due città non è poi così assurdo. gli autoctoni la facciano propria per almeno una stagione politica. protagonista di un tentativo di rinascita culturale a opera di Vittorio Sgarbi. la distanza è breve. . Corrao e Sgarbi: due sindaci-demiurghi che in situazioni storiche diversissime hanno provato a fare qualcosa di simile: creare una visione (un’interpretazione) del luogo e imporla ai suoi abitanti sperando che. se non è possibile che diventi la loro visione. città di Sgarbi».Fare della mafia un’arte da museo Culture d’Italia – Sicilia Fare della mafia un’arte da museo Marilena Renda D a Gibellina. città del museo della mafia». costellato di brutti cartelli che dicono: «Benvenuti a Salemi.

Giammarinaro secondo gli inquirenti sarebbe il vero deus artefice della politica salemitana e non solo. Nessuna meraviglia suscita neppure la notizia di pochi giorni fa. e che il custode ci accolga sulla soglia del Museo della Mafia dicendo: Benvenuti nel museo di Sgarbi (per la verità. come spesso da queste parti. dedicato alla memoria di Sciascia). manus longa della sanità locale e ora sponsor politico di Sgarbi. decise di abbattere la chiesa madre lesionata dal terremoto del ’68 per ottenere i finanziamenti per la ricostruzione. che la sanzione . già braccio destro della Dc siciliana e fedelissimo di Totò Cuffaro. alla fine degli anni Settanta. del sequestro dei beni di Giuseppe Giammarinaro. Già indagato per mafia e prosciolto nel 2000. Nessuna meraviglia che Sgarbi abbia ottenuto un certo consenso in questa che è una delle città chiave del centocinquantenario dell’Unità d’Italia (leggasi: visibilità e fondi). Non si sfugge comunque al sospetto che questa improvvisa efficienza giudiziaria altro non sia.Fare della mafia un’arte da museo Gli abitanti di Salemi hanno dimostrato una singolare difficoltà a scegliere degli amministratori decenti. Con ciò facendo onore a una lunga tradizione regionale e nazionale di cui l’esempio più luminoso può essere rintracciato in quel sindaco di nome Cascio che. da decenni potente della provincia di Trapani.

più dalla facile retorica dell’antimafia che dalla effettiva capacità di condizionamento di Giammarinaro. com’era prevedibile. che ha realizzato il . Qui il gusto per la provocazione del primo cittadino ha incontrato Oliviero Toscani.Fare della mafia un’arte da museo ufficiale della caduta in disgrazia. In ogni caso il primo cittadino di Salemi. in cui l’idea tradizionale di museo lascia spazio all’idea di museo come installazione. pari a zero». ormai agli atti. della persona incriminata. Il modello è naturalmente il Museo ebraico di Libeskind a Berlino (anche se il sindaco si è vantato piuttosto di stare battendo sul tempo Las Vegas. di fronte alle intercettazioni in cui un suo assessore rivelava che il bilancio comunale era stato stilato a casa di Giammarinaro. si è affrettato a dichiarare che «la grande rivoluzione è stata contrastata. Ma allora cos’è che vuol fare? A prima vista è un percorso-choc a metà tra l’esperienza sensoriale e il documentarismo (forse sarebbe più appropriato definirlo didascalismo). che sta realizzando un’impresa simile) ma realizzato con molti meno soldi. Ne deduco che il Museo della Mafia non vuole fare della facile retorica antimafia. molte meno idee e una capacità infinitamente minore di pensare un luogo che sia fisicamente attraversato dallo spirito che si vuole donare all’opera.

Un’altra sala riprende. che rappresentano le due estremità di una stanza per i colloqui. ognuna delle quali tematizza gli aspetti principali di Cosa Nostra in immaginario e opere: le reti familiari. oltre che il ruolo del cemento nel far sparire i . ma in modo inerte. Oppure nella cabina dalle pareti oro e poltrona arabescata che si riflette in uno specchio deformante. Una via crucis suggestiva ed efficace solo quando la spinta didascalica non fa aggio sull’arte. con una cornetta da cui fuoriescono le voci dei mafiosi che parlano con familiari e sodali. la religione. il rapporto con il potere. le stragi. ma la trasformazione del paesaggio per mano di amministratori sconsiderati è presente pure in un’altra sala che documenta il «sacco di Palermo». memoria dei fasti di luoghi mitici come l’hotel Due Palme di Palermo o dell’hotel Zagarella. la sanità. il tema dello scempio del paesaggio a opera del nuovissimo business delle pale eoliche. che ha realizzato dieci cabine elettorali anni Cinquanta immerse nel buio. scenario di tanti incontri di mafia (il famoso bacio Andreotti-Riina) e proprietà dei fratelli Salvo. la gestione dell’energia. il carcere. come nelle cabine dedicate al carcere. i potentissimi esattori della mafia originari proprio di Salemi.Fare della mafia un’arte da museo kitschissimo logo del Museo (una Sicilia grondante sangue come un’arancia rossa) e l’opera di Cesare Inzirillo.

. relative allo stesso Sgarbi e a Tiziana Maiolo. tra cui quella relativa all’arresto dei cugini Salvo che ha fatto tanto infuriare la vedova di Nino Salvo. Forse. troviamo le prime pagine dei quotidiani dedicate ai delitti di mafia. ricordo il cartello all’ingresso: «Salemi primo comune demafizzato d’Italia».Fare della mafia un’arte da museo cadaveri di mafia. e quella che ricorda le indagini per mafia. è perché il suo atto retorico più riuscito è proprio quel cartello. mentre vaghiamo tra il Rabato e la Giudecca. A lla fine. dedicata ai giornali. se il suo primo cittadino inveisce ormai da anni contro la retorica dell’antimafia. poi archiviate. dentro un centro storico magnifico ma ormai ridotto a uno scempio a cielo aperto. In un’altra stanza.

1993 (dall’installazione “Guglielmo Tell”) XLV Biennale di Venezia Altri percorsi di lettura: Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire .Fare della mafia un’arte da museo Emilio Isgrò. L’arco e la scena.

Fare della mafia un’arte da museo Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Torna al menù .

è stato il clan l’aggregazione siciliana tipica. con la splendida descrizione della processione di San Calogero nel Corso delle cose) dice che in Sicilia «la collettività esiste soltanto a livello dell’Es». i proprietari delle miniere di zolfo avrebbero dovuto consociarsi. i siciliani lo sono due volte tanto. figli di grossi commercianti di zolfo . contro il potere dell’Anglo-Sicilian Sulphur Company. È così difficile in Sicilia un’aggregazione consapevole? In Sicilia c’è sicuramente refrattarietà all’aggregazione: se gli italiani sono individualisti. Lo dimostrano episodi del passato: nell’Ottocento.Il grimaldello Culture d’Italia – Sicilia Il grimaldello Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Nella Corda pazza Sciascia. invece l’unico tentativo di resistenza fu quella dei «matrimoni di zolfo» (esempio clamoroso l’unione tra Luigi Pirandello e Antonietta Portulano. ricordando le feste religiose siciliane (evocate anche da lei.

cioè una strategia primitiva e tribale. Ma la linfa vitale si è esaurita presto. Le iniziative culturali in Sicilia – come quella del da poco scomparso Francesco Agnello. che tanto si è speso per la promozione degli Amici della musica – sono spesso personali e isolate. festival cinematografici… Per strana che sembri la connessione – sarebbe materia per un sociologo – la rinascita culturale fu innanzitutto effetto del Maxiprocesso. E lo dimostrano anche alcuni momenti della vita culturale: per ricordarne uno legato ad «alfabeta». Però negli anni Novanta. siamo tornati all’appiattimento. rispetto alla quale ogni manifestazione artistica poteva apparire velleitaria. il Gruppo 63 si formò a Palermo. ci fu una migliore distribuzione dei fondi.Il grimaldello entrambi). a Palermo soprattutto. . L’amministrazione di Orlando avviò anche il tanto atteso risanamento del centro storico. il teatro Garibaldi. Sì. ci fu un risveglio della coscienza civile che stimolò una vivace rinascita culturale: i Cantieri della Zisa. ma in ambito locale fu visto con diffidenza. Probabilmente le condanne esemplari ai mafiosi sbloccarono il senso angoscioso di paralisi prodotto dall’incombenza della mafia.

l’estensione del potere mafioso (la «linea della palma» di cui parlava Sciascia). raccontò in un libro dei figli di emigrati siciliani che. come l’abitudine alla gestione clientelare delle risorse? La situazione nazionale pesa: siamo nell’epoca in cui un membro del governo può dire che la «cultura non si mangia». dai sindacalisti del dopoguerra a La Torre. dove basta poco perché si torni alla stagnazione. E le lotte che lei ricorda sono state essenziali: Pio La . Jerre Mangione. Mi sembra però che l’inclinazione a scaricare i problemi della Sicilia sull’indole dei siciliani tralasci due fatti: intanto. Accanto alla nuova ascesa del centro-destra e al suo lungo dominio sulla nazione. l’Istituto Gramsci. inoltre. come giudici della Corte Suprema. Le ricadute di simili affermazioni sono poi amplificate dalla realtà siciliana. ha infettato tutto il paese. si è infiltrata nelle istituzioni. Che ne pensa? Uno scrittore italoamericano mio amico. quanto contano dinamiche regionali più specifiche. sono stati soprattutto i siciliani a combattere la mafia a costo della vita.Il grimaldello Permangono energie notevoli (il comitato Addiopizzo. ma non incoraggiate. che Vittorini apprezzava molto. da Costa a Chinnici a Falcone e Borsellino. avevano recato autentico beneficio agli Usa. il lavoro di Emma Dante…). o in altri ruoli.

chiedendo il controllo bancario. Ora sento che nel Veneto su 1300 aziende taglieggiate solo tre hanno denunziato il pizzo. Dalla mafia è venuto un diffuso sentire mafioso ancora più pericoloso dell’organizzazione in sé. anche se solo pallidamente. provando a estromettere chiunque pagasse il pizzo. Ma gli sforzi non sono bastati. Nel suo racconto La rottamazione. Questa linea in parte è proseguita. L’anima santa di Sciascia parlava di linea della palma… ci sono palmette di cui non si ha idea. il medico legale Pasquano dice: «Sono finiti i tempi belli di Totò Riina. Un sentire mafioso diffuso in tutto il paese? È come aver messo i capi delicati in lavatrice con qualcosa che stinge… si sono tutti colorati.Il grimaldello Torre fu ucciso perché. stava entrando nel cuore del problema mafioso. La Confindustria siciliana ha intrapreso un’azione antimafiosa seria. uscito sul numero di «MicroMega» dedicato ai Crimini dell’establishment. . […] Quanno c’erano quattro cataferi sui tavoli e otto in lista d’attesa! Ora la mafia ha capito che non ha bisogno di sparare […] Basta che dice mezza parola ai suoi deputati».

mi riferisco a regole essenziali della convivenza civile. ora basta la password. i mafiosi sono ormai colletti bianchi. . Non faccio moralismo. banche e politica: il trinomio che continuerà a governare la Sicilia. l’onorevole Raffaele Palizzolo (allora. ma infine è assolto. ma la tendenza al compromesso è resistente. responsabile del Banco di Sicilia.Il grimaldello La mafia si è trasformata non nella sostanza ma nei metodi: ha saputo adeguarsi. viene assassinato. rappresentante della mafia alla Camera) è accusato di essere il mandante del delitto ed è condannato in primo grado. La perdita del senso morale è imbarazzante. Una volta c’erano i riti di iniziazione. Sempre La rottamazione mostra che i politici temono di essere scoperti solo per magagne aberranti: saperli rei di corruzione non turberebbe più nessuno. Nel 1893 Emanuele Notarbartolo. e mi auguro che. non c’è più bisogno di appartenere a una famiglia. la mutazione è avvenuta. come il primo. ha radici remote. Questo non complica l’azione di denuncia degli intellettuali? Sicuramente sì. Se Riina e Provenzano vestivano da contadini. È il primo processo che coinvolge mafia. Bisogna sperare in un secondo Risorgimento. per così dire. parta dalla Sicilia.

Il grimaldello A proposito della mafia in Parlamento: nell’Italia prefascista le opere di ambientazione parlamentare sono molte – L’imperio. Pirandello. il traffico d’organi. anche lei. sia nei romanzi storici (specie in quelli ispirati all’inchiesta parlamentare sulla Sicilia. è diventato un puzzle faticoso da mettere insieme dal punto di vista narrativo. mettendo in scena la Sicilia. altre meno note. ma i partiti erano identificabili. ma lasciandola sullo sfondo. nei miei libri il richiamo alla realtà italiana è costante. Un tempo c’era il trasformismo. Il passaggio di d’Annunzio dalla destra alla sinistra creò un enorme scandalo. E non scrivo romanzi storici per il gusto di ricreare un . che tratta il berlusconismo. l’immigrazione. siamo al commercio delle vacche… Il quadro si è complicato troppo. La rizzagliata. oggi abbiamo i cosiddetti «responsabili» che vanno avanti e indietro. mette in gioco l’Italia: sia nel ciclo di Montalbano. I vecchi e i giovani. Il birraio di Preston). nel secondo Novecento questo filone non è ripreso. Sciascia. La stagione della caccia. Come De Roberto. che mostrano le disfunzioni del processo unitario. le divisioni nette. Il mondo politico è diventato troppo difficile da rappresentare? Sempre più difficile. certo. Pur con qualche eccezione. Un suo romanzo. accenna all’assemblea regionale siciliana. Sì.

per vedere quali ombre si allungano fino ai nostri giorni. Di solito le mie sono percepite come storie siciliane e basta. in linea con una tendenza tipica del filone (basti pensare ai Promessi Sposi). che.Il grimaldello ambiente ma. Ho perseverato in questa direzione perché non so scrivere altrimenti. specie l’uso del dialetto. è stato alla fine compreso da tutti. Sono passato all’italiano in qualche libro . Ma non è detto che la responsabilità sia di critici e lettori. Quali reazioni le arrivano in merito? Non se ne accorge quasi nessuno. Sciascia riteneva troppo ostico. comunque: il suo impasto di siciliano e italiano. specie francesi e tedeschi. I critici stranieri. Ma nessuno va oltre questo atteggiamento? Tra i critici italiani è raro: uno dei pochi è Romano Luperini. hanno invece un occhio più oggettivo. come lei ha ricordato. La ghettizzazione è un’ottima forma di difesa: classificare i miei romanzi come vicende di colore locale è un modo per non vedere che discutono una realtà più ampia. Forse pesano alcune mie scelte. Una sfida vinta.

I contadini dicevano che l’italiano si impara col culo. da cittadini italiani. in cui sono quasi spariti i personaggi positivi. La mia lingua è stata sempre quel misto di italiano e dialetto che si parlava nelle famiglie piccolo-borghesi. confidenziale. e diventa sempre più cupo il ciclo di Montalbano. asciutto. a botte sul sedere: l’italiano ci appariva intimidatorio. Erano i personaggi anziani: la maestra. Magari le forze arriveranno attraverso il Mediterraneo: a darci una mano saranno quelli venuti da fuori e cresciuti qui. il dialetto affettivo. secondo le statistiche ne mancano due milioni. le rivoluzioni le fanno i giovani. ma in italiano il mio stile è secco. . Il suo universo immaginario è pessimista: i romanzi storici tendono a un feroce umorismo nero. il questore che va in pensione… L’Italia è un paese portato avanti da grandi vecchi: sui loro eredi sono scettico. Penso a un salto generazionale: il Risorgimento fu un movimento di ragazzi. non so manipolare il linguaggio come nel dialetto. cioè a scuola. In italiano mi sento impacciato. piuttosto banale.Il grimaldello recente. baluardo di valori delle prime storie. E per ora da noi non ce ne sono tanti.

i miti fuorvianti sui codici d’onore dei criminali del passato e così via. Per comprendere la realtà la letteratura è determinante: è uno strumento di indagine. . Ma in alcuni casi mi sembra che i tentativi di denuncia ricadano nelle trappole della produzione di svago: le antinomie tra buoni e cattivi. poi. Nei suoi libri i riferimenti letterari hanno un ruolo che va oltre il gioco citazionistico.Il grimaldello Si parla spesso del poliziesco come luogo di rinascita dell’impegno. come Lucarelli o Carlotto. Io cerco di evitare gli stereotipi: Balduccio Sinagra. D’altronde. e non ha alcuna fiducia nella giustizia: cerca una verità possibile ma se ne frega del seguito delle sue scoperte. l’anziano mafioso del ciclo di Montalbano (ispirato a una figura vera) è lontano dai cliché sui vecchi uomini d’onore. riescono senz’altro a usare il noir per trattare scottanti questioni d’attualità. Come la vede? Vari autori. la memoria letteraria appare essenziale supporto conoscitivo. un grimaldello. sa che la verità processuale non sarà mai la verità delle cose. narrare il crimine è complesso: c’è il rischio di cadere in opposizioni manichee. c’è quello di trasformare un delinquente in una macchietta bieca o di dargli una statura eroica. Montalbano ha parecchi aspetti negativi. Certo.

Il grimaldello Altri percorsi di lettura: Il Cretto a venire Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Torna al menù .

si voltava per non farsi vedere. ma non te la dico. perché magari ti spaventa”. Poi lo portai alle rovine e lui era scosso. capii che la città nuova non gli interessava e gli dissi: “Lei è libero di scegliere cosa vuole fare. Su una superficie quadrangolare di circa 10 ettari le maceri del paese terremotato vengono compattate e ricoperte da cemento bianco a formare delle insulae alte circa 1 metro e 60. lo vidi con le lacrime agli occhi. La sera mi disse: “Sai. Restai esterrefatto. dove vuole farlo”. Tra . Era il 1981.Il Cretto a venire Culture d’Italia – Sicilia Il Cretto a venire T ra gli artisti chiamati dall’allora sindaco Ludovico Corrao a ricostruire Gibellina. L’opera comincia a prendere forma nel 1985. rispose all’appello anche Alberto Burri. Racconta Corrao: «Lo portai a Gibellina. Ricordo che volle mettersi subito al lavoro per creare il modello e partimmo». ho avuto un’idea.

gli promisi che mi sarei fatto carico di lanciarne uno per il Cretto. Un centinaio di uomini di cultura e artisti hanno aderito con entusiasmo. Renzo Piano. all’aiuto di volenterosi e generosi imprenditori edìli della zona e a qualche geniale stratagemma: il Cretto viene camuffato – e finanziato – come opere di sistemazione idrogeologica dell’area. e con esso anche il deterioramento. ma non un’opera d’arte in quanto tale. memore degli appelli che per la ricostruzione di Gibellina erano stati lanciati da molti intellettuali (come quello di Sciascia. In compenso le nuove amministrazioni comunali hanno celermente autorizzato discutibilissime pale eoliche sullo skyline dell’opera. il Comune ricorre agli sponsor (la Italcementi. Robert Wilson. dopo aver realizzato 65. Per finanziarla.Il Cretto a venire esse si dipanano i percorsi pedonali che seguono il sistema viario del vecchio paese. Guttuso e tanti altri a due anni dal terremoto del ’68). Per lo Stato italiano tutto poteva essere finanziato.000 mq dei 95. Levi. I lavori si fermeranno nel 1989. Da allora l’abbandono.000 previsti. Circa un anno fa il senatore Corrao mi esternava tutta la sua tristezza per non essere ancora riuscito a vedere completato e salvo il grande Cretto. il direttore della Fondazione Guggenheim Richard . E io. la Cassa Centrale di Risparmio o il Banco di Sicilia). tra gli altri Claudio Abbado.

e lo acquisisce nel patrimonio artistico della nazione. Di fatto lo Stato riconosce al Cretto dignità di opera d’arte. Qualcosa è successo: il Ministero e la Regione hanno risposto all’appello. sostenendo che allo scopo bisognerà cercare fondi privati. museo del contemporaneo della Regione. n. almeno per ora.Il Cretto a venire Armstrong. Anselm Kiefer. Affaire à suivre. con tanto di incomprensibile motivazione scritta del suo direttore Sergio Alessandro). Altri percorsi di lettura: Nicolò Stabile La linea della palma . non volerne sapere. destinando al restauro del Cretto 1. Ma di finanziare anche il completamento sembrano. s.1 milioni di euro dei fondi del Lotto riservati ai beni culturali. Jan Fabre e tutti i vertici delle massime istituzioni di arte contemporanea italiane sollecitate (tranne Palazzo RISO di Palermo.

Il Cretto a venire Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Torna al menù .

In rari casi invece (penso a Duchamp o allo stesso Picasso) ha creato una lingua. C’è un libro. che raccoglie i tuoi testi teorici e s’intitola La cancellatura e altre soluzioni. ma cogli occhi sempre febbrili – si svolge a Venezia. La conversazione abrasa e smozzicata ci introduce ovviamente al dispositivo al quale sin dal 1964 resta legato il suo nome: la Cancellatura. io penso alla Cancellatura come a . ripartiamo da capo. La registrazione si inceppa. felpato. Ecco. una soluzione? Spesso nel Novecento l’arte s’è accanita nel mito dello stile. In che senso la Cancellatura per te è stata e rimane.Emilio Isgrò Emilio Isgrò La Sicilia incancellabile Conversazione con Andrea Cortellessa L’incontro con Emilio Isgrò – sornione. appunto. curato da Alberto Fiz nel 2007 per Skira. il giorno dopo l’inaugurazione della Biennale.

oggi il teschio tempestato di diamanti. Se la Cancellatura è una lingua la si può usare nei contesti più diversi – e anche con intenti di volta in volta diversi. Quanto all’Europa. che collezionavano Oldenburg o Warhol per darsi un tono. Ha resistito al tempo. gli eredi mutanti di Brežnev. Quando . Una volta hai scritto: «La mano che cancella è la sola che può scrivere il vero e il falso insieme. non per caso. non come a uno stile. senza che questo comporti necessariamente un giudizio». si accoda anche lei. Oggi viviamo in un ready-made planetario supportato da una classe di burocrati: la vecchia nomenklatura sovietica allargata a una nomenklatura planetaria con in prima fila. povera. ai ritrovati della tecnologia che oggi mettono l’arte all’angolo. fanno tenerezza. Fa la vecchia zia turbata che dice solo «io ve l’avevo detto». come tu intervenga con assoluta. Un tempo la statua d’oro di Stalin.Emilio Isgrò una lingua. Colpisce sempre. Ma alla fine. nel tuo lavoro. Al confronto i petrolieri del Texas. Questa nomenklatura petrolifera e naïve acquista le merci scintillanti della Parart Globale con la stessa abnegazione con la quale pregiava i prodotti del Realismo socialista. chirurgica esattezza (il caso più recente è quello della Costituzione cancellata) ma mai con un’intenzione esplicita. Per questo non mi ha mai tradito. meglio non parlarne.

Mette sotto i piedi la propria intelligenza e risveglia l’intelligenza degli altri. dai suoi torti: non dalle sue ragioni. Non in quanto giudica lui stesso – non abbiamo più bisogno di grilli parlanti. fa arte di propaganda. Per questo credo che l’artista sia l’unico antidoto in una società che evita di formulare giudizi. Nel rendersi inconsapevole – nella massima consapevolezza – l’artista gioca un ruolo sociale importante. Impariamo da Céline. protesti contro chi quella negazione stia compiendo. Non è che non voglia esprimere giudizi per qualche forma di cautela. un evidenziatore negativo: che all’attenzione di chi guarda pone un certo oggetto. da Pound… . Non attacca quell’oggetto né lo difende: in realtà fa le due cose insieme. Penso però che l’efficacia di un artista debba spingere gli altri a esprimere giudizi. viceversa. In caso contrario. In fondo sia l’artista d’avanguardia che quello pompier hanno voluto essere la «coscienza del proprio tempo».Emilio Isgrò cancelli un testo non ti limiti a negare quanto quel testo afferma né. Noi impariamo dagli errori dell’artista. Invece tu evadi da questo ruolo e proponi l’artista – semmai – come incoscienza del suo tempo. Cioè come perturbatore-attivatore del suo inconscio. La Cancellatura è dunque un attrattore.

Chi ha cancellato l’Enciclopedia e la Costituzione è l’artista provocatorio per antonomasia. Il Garibaldi che. al contrario di quello storico. c’era un busto a Giordano Bruno… E io ho . era assai curiosa. L’opera per fortuna mi sfugge di mano: è la lingua che provoca. tutto ciò che è prescritto. La prima disobbedienza è nei confronti di tutto ciò che è già noto. ma così esautora i meccanismi coercitivi che tutti ci stringono nella stessa morsa. ma era tutto un manicomio in effetti! Era molto anarchica.Emilio Isgrò In quest’anno di soffocamento celebrativo ho trovato corroborante il tuo Garibaldi. molto diverso dalla vulgata. Pensa alla provocazione. Era la sede del Manicomio giudiziario. fa la scelta di disubbidire è anche un’allegoria dell’artista. seguendo la tua logica. Un Garibaldi mezzo siciliano. Anche se credo di essermi sempre comportato benino… … e dunque. La città in cui sono nato. Ma la provocazione. nell’arte di oggi. Che si sottrae alle sue responsabilità. è la Cancellatura che oltraggia. ha lo stesso valore delle lacrime in De Amicis. da pessimo artista! … benino relativamente… Diciamo che non mi identifico coi forcaioli di nessuna risma. mezzo emigrante. in politica un pauroso. Barcellona Pozzo di Gotto. ma io personalmente sono un bigotto.

E viaggiano pure le persone per bene. nella società s’è affermata una retorica museale del dialetto… sino alle proposte di insegnarlo a scuola. a 99 anni e sei mesi… – ha lavorato in Svizzera negli anni Cinquanta. Fra gli artisti di oggi chi senti più vicino? Non per linguaggio ma per temperamento. il suo grammelot mi pareva avere una funzione simile alla Cancellatura. Sarebbe inverosimile che in un mondo che tutto contamina e corrompe il dialetto possa restare intatto. Oggi in letteratura quella del dialetto è una nuova Arcadia. In Sicilia poi! La mafia viaggia. fabbricava .Emilio Isgrò sempre avuto la massima tolleranza per chi è diverso da me. In fondo entrambi facevate un uso non purista del dialetto. Mio padre per esempio – è morto l’anno scorso. Non tolleranza anzi. era un artigiano ebanista. Tornando con innesti che modificano la realtà della lingua. vero affetto. si esporta. Giorgio Gaber diceva cose simpatiche. per fortuna. Il dialetto che mi interessa è sempre contaminato e corrotto. Anche Dario Fo. Ricordo che a un convegno sulla drammaturgia al Piccolo di Milano – io avevo appena fatto l’Orestea di Gibellina – lui intervenne in mio favore.

nel bene e nel male. contrapponeva il mio «impianto cosmopolitico» alla sicilitudine tradizionale per lui incarnata da Quasimodo. di nutrirsi di ogni succo culturale. e il tuo legame con questa identità è stato quello di corromperla. Proprio lui peraltro. Tradizionalmente si insiste sull’isolamento. Così rendendola più reale – perché oggi l’identità di tutti noi è corrotta.. sfregiata e sfrangiata: mescolata con quella degli altri. Compose uno dei valzer tirolesi più popolari. Uno come Pasolini s’era potuto illudere che le borgate fossero «pure». Tu ti sei allontanato presto dalla Sicilia.. È il massimo dell’autenticità. Ma dalle radici: per la sua capacità di assorbire tutto. di Volponi. Nel ’56 ero arrivato a Milano: la città di Vittorini. E la sera andava a suonare il sax nei locali jazz o al grande Circo Knie di Losanna. deformarla. di Ottieri mio grande amico. in questo numero di «alfabeta2» si parla parecchio di Sicilia.Emilio Isgrò bellissime vetrine per gli orologi.. recensendo il mio primo libro. Eppure. Quando ho capito che ci si stava . Non solo in senso pubblico. La mia Sicilia è corrottissima. sfregiarla. ma anche lui s’è dovuto ricredere. l’«isolitudine» della Sicilia. d’altronde). sociale e politico (come il resto del paese. la Sicilia resta incancellabile.. il valzer tirolese tipico composto da uno di Barcellona Pozzo di Gotto! Senti.

Ma di Gibellina appunto: cioè di una Sicilia piuttosto bizzarra. ho attinto a quel sostrato con l’Orestea di Gibellina. Corrao. Senza alcun intento puristico ovviamente. . Ancora oggi ogni tanto torna alla carica. nell’anniversario della bomba alla stazione. è fatale che finisca per fare l’attore di te stesso. Fece sì che la mia sperimentazione si rivolgesse a tutti. e chissà che un giorno non lo faccia davvero… Nel tuo primo «romanzo». il tuo nome non è altro che una stringa di testo di cui si dice tutto e il contrario di tutto. Voleva pure che ci recitassi. Tu lì sei davvero un «personaggio». non ai morti ma ai feriti dell’orrenda strage…». L’avventurosa vita di Emilio Isgrò. Era ed è un uomo piuttosto straordinario. anzi proprio surreale. Mi è venuta in mente quello che poco tempo prima aveva detto Carmelo Bene dedicando la sua lettura di Dante dalla Torre degli Asinelli.Emilio Isgrò uniformando in quella che poi sarebbe stata definita globalizzazione. «da ferito a morte. Il sindaco Ludovico Corrao stava innestando sull’identità arcaica del paese. che si rivolgeva alla comunità ferita dal terremoto. la modernità artistica più spregiudicata. E infatti non è l’Orestea di Siracusa o di Segesta. D’altra parte il tuo era un teatro civile. nell’Orestea. non senza attriti.

Paradossalmente l’arte. Quarant’anni dopo. lo massaggia.Emilio Isgrò In realtà questo della maschera è precisamente il pericolo da cui mi sono dovuto guardare. ma che deve esistere esattamente com’è. tutto all’interno del sistema comunicativo. Non rappresenta il mondo: lo accarezza. proprio con la comunicazione. Mi sono dovuto ritrarre. Non dimostra che il mondo esiste. da quello che allora faceva per esempio Warhol. è uno degli strumenti della comunicazione più controllabili – e controllati. mi pare non a torto. . a tutti gli effetti un mass media. Un altro modo per intenderla è con la falsificabilità di Popper: nel mettere alla prova l’enunciazione mette alla prova i propri enunciati. che passa per essere l’atto libero per definizione. Oggi l’arte fa da coperchio all’esistente. molti oggi (penso per esempio a Mario Perniola) se la prendono. e in effetti la Cancellatura rientra anche in una strategia comunicativa. però. con tutte le fragilità e tutti gli errori. Spesso parli di comunicazione. in certi momenti. In questo senso lui è stato il profeta dell’arte di oggi. però. In gioventù hai fatto il giornalista. Si trattava in fondo di ristabilire una vita normale. A me pare di aver fatto qualcosa di diverso.

Una nozione di «artisticità» generica e diffusa ha sostituito l’«arte» come idea fondante delle identità umane. Diciamo che non è il mio forte. Una indivisibile minorata. 2010. Eppure spesso mi sorprendo ad affascinarmi ai cattivi artisti. la bella confezione.Emilio Isgrò Emilio Isgrò. (da “La Costituzione Cancellata”) Galleria Boxart. Basta fare la faccia da artisti per impressionare . Verona Questa è un’arte che non ti piace. in verità. Mi piace la bella materia. vorrei essere bravo come loro. Mi piacciono tutti.

l’Odissea cancellata. che ora forse andrà in scena. Neppure i cardellini cantano per il piacere esclusivo degli uomini. Insieme la saggezza e l’inganno. Godete. Mai da chierici consacrati. angeli. Il piacere dell’arte e della scrittura non può essere soltanto di chi la fruisce ma anche. Fatto sta che si lavora per il pubblico e mai per se stessi. sì. Un contadino scopre un corvo che cova le uova. e lo irride perché quel compito spetterebbe alla sua femmina. artisti. non godi nemmeno tu. Dopo Garibaldi e Cristo. ora fai direttamente Dio. Godete e moltiplicatevi. se non soprattutto.Emilio Isgrò l’universo sbadato – mentre i veri artisti si vestono da professori. Il corvo di Mizzaro. e mai per se stesso. Ma l’artista che lavora per i propri destinatari. col risultato che alla fine non gode lui e non gode lei. anzi una spallatina… Godete. E tuttavia la sorte non è ineluttabile: basta una spallata. Altrimenti sarà un coito ininterrotto. C’è un tuo testo di qualche anno fa. disperato: se io non godo. Da ragazzo mi colpì molto una novella di Pirandello. è come l’amante che grufola e suda per soddisfare il partner. talora da gelatai. Allora gli lega una . dell’artista che la pratica. da ragionieri. Quella di Ulisse è una figura che può mettere insieme tutto. La capacità picassiana di dire il falso per affermare il vero.

E ci si chiede: come mai proprio adesso? Alla fine degli anni Zero siamo di fronte a una tabula rasa delle aspettative? In momenti come questi non si può ripartire che dalla Cancellatura? . Sembra davvero un nuovo momento Isgrò. Per me era una festa naturalmente. soprattutto con la sua generosità nel fare qualcosa che gli altri non fanno. mentre la società cade nel baratro! Quando durante la guerra c’erano i bombardamenti la notte ci rifugiavamo ntò vadduni. e il corvo se ne vola in cielo con la sua campanellina. Un giorno però il suo asino lo trascina in un burrone. Il corvo è l’artista. in una valle incassata e profonda.Emilio Isgrò campanellina alla zampa e lo porta con sé. Solo che al momento della crisi è l’artista che si salva. Sono come quegli erotomani che per fare all’amore con la moglie devono raggiungerla dal cornicione! Sei in mostra dappertutto. Io mi sono sempre immedesimato con la capacità di sorprendere del corvo di Mizzaro. tutti ti cercano (noi per primi). e il contadino che lo prende con sé la società. Senza questa insicurezza non avrebbe senso. escono i tuoi libri. C’è chi ha detto che la mia arte è come una superficie levigata che nasconde il crepaccio sottostante.

per dirla con Mallarmé. Una è la religione. e ho dovuto crederci anch’io. Mi ricordo che a una delle prime mostre. custodia della sua integrità. il verbum reincarnato – ho fatto persino il Cristo cancellatore. e si è visto cosa ha prodotto negli ultimi dieci anni.Emilio Isgrò Quella della Cancellatura è una dialettica. in momenti come il nostro ha bisogno di due cose. Così per tutta la vita mi sono sforzato di dire che la Cancellatura è un gesto costruttivo. Sotto la cancellazione c’è una possibile rinascita e riscoperta del mondo. La gente non ha voglia di morire. L’altra alternativa. dal mio amico Arturo Schwarz. E probabilmente la Cancellatura dà la sensazione che quest’arte libera sia davvero possibile. . per dirla con Schumpeter – o di «distruzione Beatrice». Mentre per me doveva essere una forma di «distruzione creatrice». dall’Ottocento in poi. Tanto ho insistito che hanno finito per crederci tutti. è appunto l’arte: come libertà dell’uomo. mi resi conto che la Cancellatura rischiava di essere letta in chiave nichilista.

Emilio Isgrò Emilio Isgrò. 1985 (dall’installazione multimediale “La Veglia di Bach”) Teatro alla Scala / Chiesa di San Carpoforo. Milano . Il rosso e la macchia.

Patrizia Magli A riflettori spenti Torna al menù . Valeria Burgio. Alvise Mattozzi. Tiziana Migliore.Emilio Isgrò Altri percorsi di lettura: Emilio Isgrò Disobbedisco Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Paolo Fabbri.

ventre – e forse genio – ne aveva sicuramente da vendere… Questo Meucci era mazziniano. uno che s’arrangiava come un pazzo per mettere ogni giorno qualcosa sotto i denti. passandomi un plateau di cera vergine da transformer in candele e cose simili.Disobbedisco Disobbedisco Emilio Isgrò Garibaldi […] tra una guerra d’indipendenza e l’altra me ne andai a New York a fare il candelaio nella bottega di Meucci Antonio. oui. che di talento. Tout de suite mi tese la sua mano. «obbedisco» gli risposi . Oui. un fratello toscano. un po’ demonio. e quando chiesi aiuto non mi fece attendere.

Mi replicò in inglese. e l’abitudine m’era rimasta. il mangiapreti avido. pas loin de la France. vescovi e cardinali. non avevo saputo rispondere di no. per via che ero nato a Nizza. io feci più candele di tutti i candelai d’Espagne e de Sicile.Disobbedisco in un francese insipido. un’aquila. de manger gli spaghetti con la pizza ma de parler en français quando ero distratto e la mia cara Italia non correva pericolo. quanto rimasi là. un eroe. appresa da ragazzo. tali da riempire case di re e baroni. infernali… Così mi misi all’opera e per quasi tre anni. aspirando le «C» in acca inesorabili. il toscano ridicolo. Io. […] Mi riferisco al grillo che quando scesi dal mio Rubattino . Uno chiamato a fare il gran diniego e invece si prosterna e dice «prego» persino a chi gli manca di rispetto. il massone. dimenticando in quella sporca fabbrica di essere un soldato.

E jò sempri ddà. Teano. mentre mi volteggiavano sul capo due o tre rondini tardive. portandomi il messaggio di Vittorio: – Da oggi obbedirai a chi ti chiede di levarti i calzoni e le mutande quando ti parla il grande re maniaco. prontissime a squittire al mio comando per sedurre meglio la mia anima stanca. bombardata. Questo mi disse il grillo chiacchierone. il grillo stitico. Bezzecca. a fàrimi nculari dopo Aspromonte. grasse come quaglie. e lì rimase finché la prima scarica borbonica di fuoco e di bombarde non lo spinse da qualche altra parte a respirare l’aria delle campagne all’alba. prima che i nostri Mille avessero ragione del re Borbone e delle sue legioni. parlante. Ma poi tornò. Colui che sa senza sapere nulla. Finché non mi costrinsero a Caprera .Disobbedisco volò sulla mia spalla con un grido straziante di cricrì.

Coro È maggio. non è per lamentarmi della mia viltà (perché anche gli eroi a volte tremano. sgradita ai farabutti. Me ne andrò per viottoli più aspri. dov’io stesso chiamai madre l’Italia. Chi ura è? Chi ura è dicìtimi! . L’undici di màju mille ottucentu sissanta. si sa) ma solo per ripetere a voi tutti. Mai più dirò di sì a chi mi chiede di pigghiàrila nculu solo per il piacere di servire la patria e il re che mi governa e mi sgoverna insieme. per strade buie che portano alla luce. E se oggi torno qua. a Marsala. Mai più darò sostegno alla masnada delle anime perse in questo regno. una promessa nuova. figli d’una repubblica non ancora monarchica.Disobbedisco a giocare coi reumi e con la sciatica.

Ma non importa. . scaricando la bile. Delle ombre mi libero a poco a poco per queste strade cariche di sale. non importa la sabbia. Il maggio che aspettavo – e c’è una luce buia che attende di essere spenta prima di riaprire il gioco delle spade e delle parole. non importa il sole. effettivamente è maggio: l’undici di màju mille ottucentu sissanta. Io parlo come mangio solamente in segno di rispettu pi sta mìnchia ingannata dai martiri e dagli eroi.Disobbedisco Chi è sta camurrìa? Chi è sta campanazza che sbatte e mi minaccia? Cos’è questa sentenza di grilli in parlantina che cantano cricrì dicendomi di sì? Garibaldi Sì. Scaricando la rabbia. non importa la lingua. non lo posso negare.

Mai più dirò «obbedisco» a chi mi chiede di scendere dal mio cavallo bianco. è l’ultimo fra i testi compresi nel libro di Emilio Isgrò. Evidente l’intenzione da parte di Isgrò di «celebrare». in ordine di composizione e messa in scena (il 13 maggio 2010. il centocinquantesimo anniversario dello sbarco dei Mille (11 maggio 1860) e della controversa storia che seguì (il 14 maggio. al Convento del Carmine di Marsala). a Salemi.Disobbedisco Mai cchiù dirò oui a cu mi cunta chi tuttu ccà va beni e non conviene toccare certi temi con il rischio di confondere il popolo paziente svegliandolo dal sonno millenario. appena uscito a cura di Martina Treu. postfazione di Dario Tomasello. Nell’occasione per la prima volta Isgrò ha raccolto e presentato le opere da lui . L’Orestea di Gibellina e gli altri testi per il teatro. Disobbedisco. alla sua maniera ovviamente. Mai più aggiogherò i buoi al carretto sbagliato salutando «vossìa binidica» re Vittorio. Garibaldi assume la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II). con la collaborazione di Laura Cammarosano nella collana fuoriformato da me diretta per Le Lettere di Firenze. – Disobbedisco a tutto: anche alle rondini.

La vocazione all’erranza. si tratta di «un antieroe errante. dello svelamento e della demistificazione operati da Isgrò […] l’eroe man mano sente gravare sempre più sulle spalle il peso dei suoi anni. Quest’ultimo è significativamente costellato di quei formiconi grassi che caratterizzano molte opere e installazioni dell’artista visivo. dell’ultimo secolo e mezzo. Da qui scaturisce la scelta di disobbedire. di sovvertire la storia e l’ordine costituito».Disobbedisco dedicate alla sua terra. del sovvertimento. c. dei tradimenti e delle delusioni seguite al giorno del suo sbarco a Marsala. nella quale ha interpretato in prima persona il personaggio di Garibaldi. Da sempre. partito preso di Emilio Isgrò si può dire sia stato quello di parlar male di Garibaldi… a. in fondo. appesantito dagli anni e dal corredo comico di un cavalluccio e di un ombrello bianco. Come ha scritto Martina Treu. all’insubordinazione e allo spiazzamento – che da sempre connotano la ricerca dell’artista – hanno insomma trovato un nuovo mito elettivo. . accaldato e col fiatone. creando la nuova installazione Sbarco a Marsala e inaugurandola appunto con la messa in scena di Disobbedisco. irrequieto e agitato. stanco eppure senza riposo. di contravvenire alle aspettative e alle gerarchie. come spie del caos.

Disobbedisco Altri percorsi di lettura: Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Luigi Nacci Stay human Torna al menù .

il grado zero della lotta per . si dà conto del tradimento dei miserabili: «Davanti a un roast beef e a una torta di mele sfuma ogni utopia». il marchio che la questione del cibo imprime oggi all’arcano dell’emancipazione. La sconfitta della fame rappresenta infatti la mossa d’apertura e la meta obbligata. E il controcanto di Werner Sombart. da allora.Desidera ancora qualcosa? Il cibo e il suo doppio Desidera ancora qualcosa? Enrico Donaggio U n aforisma di Adorno che. dove lo stupore per la scoperta non cede ancora al cinismo con cui. sfila l’utopia dall’oscurità in cui la protegge ogni sua riga: «Alla domanda circa il fine della società emancipata si ottengono risposte come la realizzazione delle possibilità umane o la ricchezza della vita… Risposta delicata sarebbe solo la più grossolana: che nessuno debba più patire la fame». Sono questi gli estremi del problema. per una volta.

diritto fondamentale e ossessione. disinnescano le istanze ideali che avevano nutrito il sogno di una vita migliore. poi la morale. per sprofondare nel torpore di un’abbuffata senza desideri: il mistero della sazietà politica stringe da tempo allo stomaco un pensiero esigente. da un lato. Prima mangiare. Vincere l’assillo umiliante di procacciarsi il pane. felicità e nausea. Ecco l’orizzonte entro cui si possono forse disporre – malgrado stile e posizioni diversissimi – gli interventi di questo focus: il cibo come campo di battaglia tra bene comune e merce. in un opaco intreccio di ricadute. Perfetto. . dall’altro.Desidera ancora qualcosa? la soddisfazione di bisogni legittimi e universali. rinsaldano un sistema capace di assimilare e digerire ogni cosa. Ma la fuoriuscita dall’indigenza elementare e l’approdo a una qualche dignità possono avvenire secondo modi che.

L’ora italiana.Desidera ancora qualcosa? Emilio Isgrò. 1985. Collezione Intesa Sanpaolo Altri percorsi di lettura: Stefano Rodotà Il diritto al cibo Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare . Installazione.

ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Torna al menù .Desidera ancora qualcosa? Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina.

Questo approccio è confermato dal lungo cammino del diritto al cibo a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. come il decreto brasiliano sulle politiche per la sicurezza alimentare e la nutrizione (25 agosto 2010) e la nuova Costituzione kenyana (27 agosto 2010). Questo dimostra un . sicura e adeguata – è di considerarlo un elemento fondamentale della cittadinanza globale. fino ai documenti più recenti. intesa come un insieme di diritti che accompagnano le persone ovunque esse siano.Il diritto al cibo Il cibo e il suo doppio Il diritto al cibo Stefano Rodotà P enso sia opinione condivisa che il modo più corretto di guardare al diritto al cibo – e alle sue molteplici declinazioni come diritto a un’alimentazione sana. una riforma ancora più considerevole della Costituzione indiana sarà inoltre approvata di qui a breve.

Al tempo stesso. potrebbe suggerire che ogni nuova generazione di strumenti si sostituisca alla . in cui i paesi interessati divengono protagonisti attivi. punto di riferimento dei più recenti sviluppi del diritto. Si parla di «generazioni» di diritti. Per comprendere meglio questo approccio vorrei fare due osservazioni di carattere generale. e questa terminologia.Il diritto al cibo passaggio dall’approccio verticistico della battaglia contro la fame nel mondo a un approccio orizzontale. lasciando il campo a un prodotto migliore. Siamo di fronte a una vera e propria costituzionalizzazione diffusa di tale diritto. Crea la sensata impressione che i diritti si rinnovino costantemente per soddisfare una realtà che si modifica di continuo. In primo luogo il diritto al cibo può essere. in quanto facente parte della quarta o quinta generazione di diritti. più aggiornato e scintillante. che corrisponde alla più generale costituzionalizzazione della persona. tuttavia. ed è stato classificato. come uno dei nuovi diritti. come se il tempo dovesse consumare quelli più remoti. Ma l’espressione «nuovi diritti» può dar luogo a una pericolosa ambiguità. lascia intravedere anche una contrapposizione tra diritti nuovi e vecchi. identica a quella in uso nel mondo dei computer.

l’eguaglianza – e dello stesso diritto alla vita. Più in generale. e quindi un processo di accumulazione e integrazione. quando si considerano i diritti che riguardano più direttamente la persona. Ma l’esperienza storica. e più precisamente alla sicurezza alimentare. in una dimensione globale in cui il concetto di sovranità spesso scompare e si manifestano poteri incontrollabili. Nel caso specifico. il diritto al cibo. sottolineando l’inscindibilità dei diritti. la dignità. è necessario ricostruire e interpretare tutto l’insieme dei diritti riconosciuti. evidenzia un punto di vista differente. Di conseguenza. obbliga a un approccio nuovo. a una riconsiderazione delle tre categorie fondamentali del pensiero politico. tradottasi in documenti internazionali di grande rilevanza come la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. va rilevato che oggi. etico e giuridico – la libertà.Il diritto al cibo precedente e la condanni all’obsolescenza e all’abbandono definitivo. non di sostituzione. i suoi valori e interessi. la cui dimensione sociale si comprende ancora meglio proprio attraverso l’approccio del diritto al cibo. anche per impedire che alcuni di essi possano essere presentati e trattati come meno importanti ed effettivi rispetto ad altri. sono proprio i diritti fondamentali a . ed è questa la seconda osservazione.

Al suo esordio. è stato meglio definito come diritto a un’alimentazione «adeguata» e ha raggiunto un primo livello di autonomia con la stringata definizione «diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla . In questa prospettiva. dando così all’Unione europea una nuova legittimazione. più forte e adeguata. la proiezione dei diritti fondamentali su scala mondiale rende evidente che esiste un’altra maniera per entrare a far parte di un mondo in continuo mutamento. È significativo che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sia stata concepita proprio come uno strumento indispensabile per passare dalla costruzione dell’Europa soltanto attraverso il mercato. il diritto all’alimentazione era considerato come uno degli elementi del più generale diritto a un tenore di vita adeguato. quella del mercato. e in particolare nell’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici. sociali e culturali. con l’apertura a una logica unica e forte. Poi.Il diritto al cibo rappresentare il solo contrappeso valido e l’unico strumento nelle mani dei cittadini. Nell’era della cosiddetta «fine delle ideologie». nell’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. la progressiva specificazione del significato e dei limiti del diritto al cibo assume una particolare rilevanza. a un’Europa fondata sui diritti umani.

in questa fase della sua evoluzione. il diritto al cibo. Insomma. I tentativi di associare la dimensione globale dei diritti fondamentali a istituzioni specifiche hanno reso possibile la creazione di molteplici «costituzioni civili». legate a dinamiche sociali ed economiche piuttosto che all’esercizio di poteri politici e costituzionali. e sono stati accolti con scetticismo da una cultura giuridica . la cui complessità comprende l’esistenza di ogni individuo nella sua interezza. precludendo così il costituirsi di garanzie comuni. come è stato rilevato da Gunther Teubner[1]. soprattutto nella sua forma di diritto alla sicurezza alimentare. e che diventa precondizione della democrazia stessa.Il diritto al cibo fame». C iò nonostante. il diritto alla sicurezza alimentare deve essere considerato un elemento chiave per comprendere la reale situazione di una società. risente della difficoltà a rendere effettivi a livello mondiale tutti i diritti fondamentali. Non è possibile qui seguire passo dopo passo l’evoluzione successiva. essa ha dato vita a un più esteso diritto. caratterizzato da un «neomedievalismo istituzionale»[2]. Tuttavia questi tentativi sono stati criticati da chi ritiene che porterebbero a un mondo privo di un centro.

possono tradurre in pratica quelle garanzie. dove le pressioni da parte della società civile e l’azione diretta dei cittadini stessi. i gruppi per i diritti civili minacciarono il boicottaggio se le aziende non avessero cessato di servirsi del lavoro minorile. avendo come punto di riferimento i documenti internazionali. che può essere messa in atto con iniziative promosse dalla società civile. possono . quando si diffuse la notizia di alcune multinazionali che facevano cucire scarpe e palloni da calcio a bambini indiani e pakistani. Ma questa tesi è stata in parte confutata dal progressivo costituirsi di una «comunità globale di tribunali» per la tutela dei diritti. E noi siamo sempre più consapevoli del fatto che la realizzazione di una tutela effettiva dei diritti non è più appannaggio esclusivo dei tradizionali procedimenti giudiziari.Il diritto al cibo che ritiene che i diritti non possano trovare applicazione efficace in una dimensione globale. ad assicurare l’effettività dei diritti dei bambini. Riuscirono nel loro intento per una serie di ragioni. le quali. La stessa logica potrebbe presentarsi nell’ambito dell’alimentazione. facendo appello ai diritti fondamentali. ma nel nostro caso è opportuno sottolineare che sono stati strumenti diversi rispetto a quelli propri dei meccanismi giuridici tradizionali. Per esempio. come il ricorso a un’azione legale.

dai brevetti nel settore agricolo. L’accesso alla conoscenza. alla salute sono ampiamente riconosciuti come diritti fondamentali della persona. per esempio. affinché il diritto al cibo sia preso in seria considerazione. come evidenziato. A questo punto vorrei segnalare molto brevemente cinque punti importanti del dibattito attuale. E noi tutti sappiamo che l’accesso al cibo si traduce prima di tutto in un obbligo che gli organismi pubblici devono rispettare per rendere effettivo il diritto alla sicurezza alimentare. Non condivido l’approccio di Jeremy Rifkin quando sostiene che l’accesso rende irrilevante il riferimento alla proprietà[3].Il diritto al cibo produrre un modello di diritto informale ma efficace. Il caso appena menzionato dimostra che bisogna andare oltre la tradizionale distinzione fra documenti legalmente vincolanti e non vincolanti e solleva la questione delle strategie da mettere in atto per rendere effettivo l’accesso al cibo. L’ «accesso» è un concetto chiave nel dibattito giuridico contemporaneo. superando le barriere imposte dall’individualismo proprietario e . che è poi il problema centrale della sicurezza alimentare. perché la proprietà privata è ancora uno dei principali ostacoli per l’accesso delle persone al cibo. ai dati personali.

Ancora una volta il diritto all’alimentazione mette in risalto un più generale e ineludibile tema del nostro tempo: l’opposto della proprietà. per esempio. che prenda in considerazione il modo in cui viene prodotto il cibo all’interno di . l’acqua. Come si può fare in modo che le risorse per l’accesso al cibo siano alla portata di tutti? Esistono diverse strategie. pubblico e globale. – Ma non basta estromettere dal mercato alcuni beni. In questo caso il fatto che siamo di fronte a una risorsa al tempo stesso vitale e sempre più scarsa implica che l’acqua debba essere definita come un «bene comune». il primo ruolo che gli Stati devono avere è quello di selezionare quali beni siano accessibili attraverso il mercato e quali irriducibili alla logica di mercato.Il diritto al cibo l’idea correlata secondo la quale il mercato rappresenta ancora lo strumento migliore per rendere effettivo il diritto all’alimentazione. ora riconosciuta come un elemento essenziale del più generale diritto al cibo. rappresentato dai beni comuni globali. È necessaria un’ulteriore strategia. Dunque. Consideriamo. perché essi per loro stessa natura non possono essere oggetto di calcolo economico. rientrando così nel novero di quei beni per l’accesso ai quali non è necessario godere di risorse finanziarie.

individuale e collettiva.Il diritto al cibo un’economia sovralimentata. corrispondente alle tradizioni culturali del popolo a cui appartiene e che assicuri una vita fisica e mentale. e che al contempo esprima o comunque rispetti i diritti dei produttori e quelli dei consumatori. Attraverso il diritto alla sicurezza alimentare si nutre non soltanto il corpo. dignitosa e libera dalla paura». L’accesso è uno strumento fondamentale per il raggiungimento di un’alimentazione adeguata. ora uniti dall’idea di Slow Food. Adeguatezza significa andare oltre l’approccio minimalista. Jean Ziegler. sebbene fondamentale. Ma. ha sottolineato che ogni individuo ha diritto a un’alimentazione «adeguata e sufficiente. ponendosi come obiettivo anche la tutela della salute e dell’ambiente. è necessario soffermarsi sul riferimento all’«adeguatezza». a questo punto del dibattito. Ancora una volta il diritto al cibo apre uno scenario più ampio in materia di diritti umani e comprende fra gli attori anche le future generazioni. della libertà dalla fame. ma qualitativo. «supercapitalistica»[4]. soddisfacente. Dobbiamo tener conto di questa indicazione se vogliamo costruire un mondo . Ciò implica che l’adeguatezza non sia solo un concetto quantitativo. ma anche la stessa dignità della persona. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione.

Dunque. il diritto al cibo conferma la sua attitudine a essere punto di convergenza di princìpi giuridici fondamentali. il principio di non discriminazione (articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali). il diritto al libero sviluppo della personalità (articolo 2 del Grundgesetz tedesco e della Costituzione italiana). mentale e sociale e non la mera assenza di malattia o infermità»: l’integrità della persona (articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali). secondo l’analisi di Benjamin Barber sul passaggio da cittadini a clienti[5]. o per meglio dire in persone «consumate». La piena attuazione del diritto al cibo è necessaria per evitare questo destino e . Considerato come un’interfaccia essenziale per una molteplicità di diritti fondamentali. gli articoli 1 e 22 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea). Così la sicurezza alimentare si coniuga con la dignità umana e il rispetto della diversità culturale (si vedano. il diritto alla sicurezza alimentare è un potente strumento contro ogni forma di riduzionismo. fondando così un nuovo contesto giuridico. per esempio. in particolare contro la trasformazione delle persone in consumatori passivi. che in esso si concretizzano.Il diritto al cibo multiculturale. l’ampia definizione di salute dell’Oms come «uno stato di completo benessere fisico.

Milano 2001. 2010. 2008. La rivoluzione della New Economy. in «Social and Legal Studies». Università Bocconi. . Constitutionalising Polycontexturality. Come cambia l’economia globale e i rischi per la democrazia. L’era dell’accesso. Dobbiamo essere consapevoli che soltanto la piena attuazione di questo diritto darà all’umanità la possibilità di lottare contro il drammatico «human divide» del mondo contemporaneo. Fazi. Castells. [1] G. [4] R. adeguata – va considerato come uno dei «più fondamentali tra i diritti fondamentali». Teubner.Il diritto al cibo difendere con fermezza l’integrità e l’autonomia di ogni persona. Reich. che sfida non solo l’eguaglianza tra le persone. ma la loro dignità e la vita stessa. sicura. Tutti questi argomenti confermano l’assunto iniziale: il diritto a un’alimentazione – sana. Milano 2003. Supercapitalismo. Volgere di millennio. [3] J. Mondadori. Rifkin. [2] M.

Altri percorsi di lettura: Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina. Barber. Torino 2010. Da cittadini a clienti. ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico .Il diritto al cibo [5] B. Einaudi. Consumati.

Il diritto al cibo Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Torna al menù .

cavallette e cimici) conditi con sale. grasse larve bianche ricchissime di proteine (un tempo alimento fondamentale nella dieta degli aborigeni): uno è di larve vive.Fenomenologia dello schifo Il cibo e il suo doppio Fenomenologia dello schifo Carola Barbero I mmaginate di andare al ristorante Specialità dal mondo e chiedere al cameriere i piatti più particolari. scorpioni. Il pasto si conclude con un dolce colombiano. L’antipasto consiste di due succulenti spiedini di grubs. pepe e chili. l’altro alla brace. formiche giganti ricoperte di cioccolato. il vino di . Per il primo la scelta cade su un piatto cambogiano. serviti su un pezzo di carta. Il secondo è un classico della cucina coreana: stufato di cane con patate. accompagnato da Baby Mice Wine. la famosa zuppa di pipistrello accompagnata dal sangue del medesimo (spremuto «in diretta»). Segue poi un tipico esempio di street food tailandese: insetti fritti (grilli.

spesso il disgusto si basa sull’eccesso di un sapore (amaro. bisogna tenerne conto. Per quanto concerne invece la natura dei cibi. sulla consistenza (molle. gommosa. alcalinità). dura). domestiche (cani e gatti per gli europei) o cui viene attribuito un qualche valore intrinseco peculiare. o su alcune proprietà chimiche (acidità. anzi sarebbe forse strano non trovare quei cibi schifosi e rivoltanti. diffuso in Cina e in Corea. dolce. lumache) o non possono essere consumate in quanto considerate da compagnia. Talvolta si prova disgusto anche per il consumo di parti riconoscibili di . in una fenomenologia dello schifo come quella che qui ci proponiamo. filamentosa. salato).Fenomenologia dello schifo riso in cui vengono immersi e annegati topi appena nati. Cos’è che ci «fa schifo»? Per quanto riguarda le caratteristiche dei cibi. insetti. il disgusto è solitamente associato a quelle specie che – nella cultura di chi prova disgusto – non sono considerate commestibili (larve. callosa. Pareri? Impressioni? Sarebbe del tutto normale provare un senso di autentico disgusto. Come mai? Come è possibile che un piatto prelibato per un popolo sia invece disgustoso per un altro? Indubbiamente i fattori culturali hanno un peso importante e. come la vacca in India o il maiale per i popoli islamici.

polmoni. testicoli). Il disgusto verso cibi potenzialmente dannosi mette in luce come i nostri organismi siano «intelligenti»: rifiutiamo ciò che potrebbe farci male. lo allontaniamo istintivamente. coda. Questo tipo di disgusto pone in evidenza la schietta portata evoluzionistica di tale emozione e spiega perché accada che istintivamente (proprio come gli animali) rifiutiamo quei cibi che possono provocare malattie o intossicazioni. Come ha ben spiegato Paul Ekman – . Per esempio. si può imparare a superarla. cervello. prevenendo così non solo un senso di nausea e fastidio. carni e uova crude. e quindi creare danni al nostro organismo. la carne e il pesce crudi possono essere ricchi di batteri e parassiti.Fenomenologia dello schifo animali (orecchie. cibi avariati) oppure dalla modalità di preparazione (scarse condizioni igieniche) o presentazione. Un tipo di disgusto diverso – strettamente connesso alla sopravvivenza e non determinato da fattori culturali – è invece quello derivante dalla potenziale tossicità (funghi. fegato. zampe) o dei loro organi (cuore. ma anche eventuali danni. Questa tipologia di disgusto è profondamente radicata nella nostra specie anche se. alcuni funghi contenere veleni altamente tossici per gli esseri umani. quasi sempre per ragioni legate alle abitudini alimentari della comunità di appartenenza.

paura. Un dato interessante. abbassa gli angoli della bocca. Non si tratta semplicemente di intendere il disgusto morale in senso metaforico. sorpresa. e sono state sottoposte ad attento esame le rispettive attività . tristezza. bensì di mostrare come abbia esattamente la stessa origine del disgusto fisico. disgusto e rabbia) ha dedicato una particolare attenzione al disgusto – il soggetto che prova disgusto arriccia le narici. Gli studi sperimentali presi in esame hanno infatti mostrato come anche in ambito morale le reazioni emotive possano avere la funzione di riconoscere azioni o comportamenti potenzialmente dannosi. Chapman e collaboratori su un numero di «Science» del 2009.Fenomenologia dello schifo che all’interno di uno studio più generale sulle emozioni primarie (felicità. riguarda le possibili connessioni tra questo tipo di disgusto e quello morale. Nell’esperimento condotto da Chapman e colleghi sono state messe a confronto le reazioni di disgusto provocate nei soggetti da alimenti potenzialmente tossici o contaminati con le reazioni verso azioni moralmente sbagliate. emerso in un articolo pubblicato dalla psicologa canadese Hanah A. tira fuori la lingua. in breve respinge ciò che è individuato come la causa dell’emozione negativa. L’idea è che la morale si basi su sistemi affettivi filogeneticamente più vecchi rispetto ai sistemi cognitivi.

però. esattamente allo stesso modo. poi li si assaggia. Basti pensare al consumo quotidiano di cibi più o meno «pericolosi» che avviene in ogni parte del mondo: in un primo momento si trovano disgustosi.Fenomenologia dello schifo motorie facciali. controllato. potremmo stare male o addirittura morire. I soggetti infatti rifiutano la trasgressione di alcune norme morali proprio come rifiutano i cibi avariati: arricciando le narici e allontanando la causa dell’emozione. Se davvero il disgusto morale ha avuto origine dalla stessa emozione che spinge a rifiutare cibi potenzialmente dannosi. e alla fine magari si sviluppa una vera e propria predilezione. il disgusto può essere ammaestrato. se non avessimo paura non scapperemmo e potremmo essere attaccati o uccisi. Ci si . ci si abitua. quando non addirittura vinto. allora non sarà per combinazione che si sia rilevata una continuità nelle attività motorie facciali dei due casi. Il risultato è stato una piena conferma della tesi (darwiniana) secondo la quale la configurazione delle espressioni del viso da semplice meccanismo rivelatore-regolatore dell’ambito della sensibilità ha poi acquisito un importante ruolo sociale. Come già osservato. In questo senso è evidente come il disgusto – proprio come la paura – sia un’emozione evolutivamente importantissima: se non provassimo disgusto mangeremmo un cibo magari avariato.

tanto nel gusto quanto nella morale. in piacere. Ma che dire invece se si varca la linea del disgusto morale e non si prova più schifo per comportamenti e azioni moralmente inaccettabili? Che fine si rischia di fare? E. Potrebbe sortire buoni risultati (sarebbe più o meno come organizzare una grigliata di carne in un mattatoio per fare in modo che le persone capiscano ciò che stanno mangiando). non si può non provare disgusto? E che cosa succede di preciso quando la ripugnanza si trasforma in indifferenza. e quindi in attrazione? E infine. che fine si rischia di far fare agli altri? Forse bisognerebbe pensare a una sorta di «Cura Ludovico» (la terapia dell’avversione a cui in Arancia Meccanica è sottoposto il protagonista). cose per cui. Magari ci siamo talmente abituati alle cose più disgustose che abbiamo perso la capacità di riconoscere gli elementi potenzialmente dannosi per noi.Fenomenologia dello schifo può abituare a tutto oppure ci sono. soprattutto. Se il soggetto gode di buona salute e vuole «passare» il confine del disgusto fa benissimo. ci deliziamo e proviamo attrazione per ciò che invece . è possibile farvi ritorno? Non che si abbia niente contro funghi e carni crude. per carità. indipendentemente dalla cultura e dall’educazione. una volta superato il disgusto. e proviamo piacere per ciò che è rivoltante e pericoloso.

Altri percorsi di lettura: Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina. ma sia sempre possibile invertire il senso di marcia. ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? .Fenomenologia dello schifo dovremmo respingere. La speranza è che non si tratti di un biglietto di sola andata.

Fenomenologia dello schifo Stefano Rodotà Il diritto al cibo Torna al menù .

Il disagio della civiltà alimentare nelle società occidentali ha da tempo cambiato di segno. L’angoscia della fame che aveva dominato per secoli l’Occidente ha lasciato il posto alla diffusione epidemica dei cosiddetti disturbi dell’alimentazione: anoressie. ovvero dell’ossessione del mangiare sano che imprigiona il soggetto in un salutismo dai caratteri atrocemente repressivi. E la lista di questi disturbi e la loro classificazione nosografica si arricchisce di anno in anno di nuove aberrazioni come quella più recente della ortoressia. Lo sfondo di questo cambio di segno è evidente.Il disagio della civiltà alimentare Il cibo e il suo doppio Il disagio della civiltà alimentare Massimo Recalcati 1. bulimie obesità. lo sviluppo potente dell’industria alimentare e il mercato globalizzato hanno vinto irreversibilmente l’atavica penuria di cibo nelle nostre società e hanno fatto del cibo un oggetto di consumo .

Il disagio della civiltà alimentare tra gli altri. La psicoanalisi la verifica quotidianamente: l’essere umano non vive per il proprio bene. Si tratta di una illusione neogreca. La cifra del nuovo disagio della civiltà alimentare non è più caratterizzato dall’incubo del meno. La proliferazione del cibo riflette una proliferazione diffusa di ogni genere di oggetti che invadono non solo i mercati ma anzitutto le nostre teste. dalla tracimazione e dall’abbondanza dispendiosa. dell’assenza di cibo. di ogni sua mancanza. dal troppo. incalzante. Il mito della prevenzione primaria dei disturbi alimentari attraverso una giusta educazione alimentare è un mito cognitivista-razionalista. Tutti i comportamenti apertamente (o più . In questo contesto l’obesità diventa il paradigma di una mutazione antropologica più generale. ma da una condizione di offerta illimitata. dal più. insomma dall’eccesso di cibo sempre a disposizione. della povertà. non è naturalmente predisposto alla ricerca del proprio benessere. della sottrazione. il soggetto non si stacca (o si stacca con sempre maggiori difficoltà) da quell’offerta. di ogni fessura. Esso suppone che conoscere ciò che fa bene determini il comportamento giusto. della carestia. 2. dal riempimento sistematico di ogni suo interstizio vitale.

pratiche e tradizioni hanno depositato un sapere straordinario intorno ai modi possibili di provare a catturare questo fantasma. libri. secondo Freud. mostrano la presenza nell’essere umano di una eccedenza pulsionale che travalica il piano del puro soddisfacimento istintuale dei bisogni. secoli di ricette. introduce nel soggetto una traccia indelebile capace di orientare i . La psicoanalisi lo dice con le sue parole: nella pulsione orale. di provare a restituire qualcosa di quella esperienza primaria del soddisfacimento che.Il disagio della civiltà alimentare subdolamente) autolesivi e dissipativi. ma la realizzazione di un godimento che porta con sé qualcosa di nocivo e di maligno. non è mai il soddisfacimento di un mero bisogno. scritture. il fantasma dell’oggetto perduto. ciò che la bocca cerca o ricerca senza mai trovare è il fantasma del seno. ma si mangia per godere. ma inclini pericolosamente verso un godimento che attenta a ogni moderazione. Mangiare. soprattutto nel tempo dell’abbondanza dispendiosa di cibo. dei quali la psicopatologia del comportamento alimentare è solo un esempio tra i tanti. come credeva Aristotele. La storia della cucina ha costruito una grande cattedrale sublimatoria attorno a questo vuoto. dunque. Non si mangia solo per nutrirsi. una eccedenza che mostra come il corpo pulsionale non sia affatto regolato da un principio di misura.

ma per trangugiarne la presenza.Il disagio della civiltà alimentare pellegrinaggi successivi della pulsione orale e del desiderio che essa supporta. saltando la mediazione del linguaggio e della cultura. Quando c’è piacere della buona cucina è perché un frammento del fantasma del seno è stato catturato dalle reti della cultura che non potendone restituirci la presenza ci offre almeno il sapore della sua assenza. la perdita irreversibile dell’oggetto-seno. Tutto questo viene esibito in modo esemplare nelle abbuffate bulimiche che sono un modo non per assaporare – come avviene nel Convivio simbolico – l’assenza della Cosa. l’assenza della Cosa. Per questa ragione nell’attacco bulimico . I disturbi dell’alimentazione sorgono invece come pratiche di distruzione e di offesa della sublimazione in generale e della sublimazione culinaria in particolare. La condizione di questa sublimazione è proprio il vuoto. per divorarne la carne. In modi diversi essi rigettano l’assenza del seno come sfondo vuoto che rende possibile l’invenzione e la pratica della cucina – il passaggio dal crudo al cotto avviene per Levi-Strauss come obliterazione della carne cruda della Cosa per accedere alle virtù simboliche del fuoco e del linguaggio – per provare a raggiungere la Cosa direttamente. La cultura gastronomica è una sublimazione culturale che sa rendere fecondo il vuoto lasciato dall’oggetto perduto.

Per questo ciò che viene mangiato nel corso di un’abbuffata bulimica appare totalmente indifferente: cibo surgelato. ma una fame che è pura spinta pulsionale. fame come avidità insaziabile. nel senso che una abbuffata bulimica segue a rovescio il vettore che instaura. tra la pietanza e i condimenti. tra il surgelato e il cucinato. cibo crudo. come la fame di un altro. il primato delle leggi della cultura su quelle della natura. È . fame di fame. pura attività di divorazione priva di argini simbolici. una fame che il soggetto percepisce come se venisse dall’esterno. come fame che divora non solo il cibo ma il soggetto stesso. cibo per animali. condimenti. Salta la differenza elementare tra il crudo e il cotto.Il disagio della civiltà alimentare salta tutto il dispositivo discorsivo che struttura simbolicamente la commensalità umana. una fame che è fame di tutto. non è il gusto e l’eros orale del piacere in primo piano. tra il cibo per animali e quello per esseri umani. per citare ancora Levi-Strauss. perché. Nell’obesità grave invece è il corpo stesso del soggetto ad assumere la fisionomia informe della Cosa del godimento. appunto. 3. Fame illimitata perché nulla sembra poterla soddisfare mai. il fantasma del seno non si può mangiare ma solo evocarne l’assenza. infinita. sregolata. fame senza fondo.

ogni forma possibile di compensazione. In questo modo il soggetto anoressico prova. mostrano la logica inflessibile che anima i suoi propositi: se non è possibile mangiare la Cosa. ma se questo accesso le viene interdetto allora sembra rifiutare ogni tipo di patteggiamento.Il disagio della civiltà alimentare il suo corpo che aderisce come senza scarti al seno perduto. la diserzione della tavola dell’Altro. Se non può avere tutto meglio il niente. se lo svezzamento simbolico imposto dalle leggi del linguaggio ha staccato irreversibilmente il soggetto dalla Cosa materna. L’obeso fa del suo corpo un contenitore che vorrebbe trattenere presso di sé l’oggetto perduto finendo per trasformarlo nella Cosa stessa. se il godimento di tutto è impossibile all’essere umano. ad arrestare il decorso irreversibile del tempo che separa gli esseri parlanti dal seno per permettergli di accedere allo scambio simbolico della parola. L’anoressia non punta a raggiungere direttamente e furiosamente il fantasma del seno. l’offesa portata al Convivio. lo sciopero ostinato della fame che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa della vita. attraverso una esasperazione iperbolica della sua forza di volontà. il rifiuto della commensalità. allora meglio vivere di niente. Così il rifiuto anoressico appare ostinato e ricattatorio . Nell’anoressia la manovra è ancora più radicale. come avviene nella bulimia.

il discorso del capitalista che oggi domina la scena sembra autorizzare a un godimento compulsivo al di là di ogni limite. Ciò che conta è la realizzazione senza . il suo essere un oggetto perduto. cittadinanza e impresa. e concepisce la sua arte come un tentativo di organizzare in modo sublime questo vuoto.Il disagio della civiltà alimentare verso il proprio Altro familiare e il suo regime di privazione diviene una vera e propria disciplina del corpo che vorrebbe cancellare ogni mancanza. È il passaggio dall’ascetismo rigorista del capitalismo weberiano al discorso del capitalista teorizzato da Lacan. l’anoressia rifiuta tutto ciò che viene dall’Altro. Mentre la cultura culinaria esalta l’assenza del seno. perché tutto ciò che viene dall’Altro non è sufficiente a colmare il carattere infinito della la sua domanda d’amore. il discorso del capitalista enfatizza la distruzione della sublimazione offrendo l’illusione che sia possibile un accesso diretto alla Cosa. Mentre le origini protestanti del capitalismo implicano che vi sia una rinuncia al godimento immediato perché vi sia accumulazione di capitale. Il suo culto del consumo è un culto chiaramente bulimico. 4. Se la bulimia ricerca nel consumo forsennato dell’oggetto ciò che non ha mai avuto dall’Altro (il segno della sua presenza).

Si tratta di una versione pulsionale e per nulla ascetica della macchina capitalista. I disturbi alimentari riflettono pienamente il carattere iperedonista di questa trasformazione della macchina capitalista. Ma come per la bulimia anche per il soggetto iperedonista il godimento compulsivo dà luogo a una schiavitù del nuovo che preclude a ogni soddisfazione possibile. L’oggetto non è più perduto ma è riproposto come semplice presenza. L’eccesso senza limite genera uno sprofondamento distruttivo del soggetto. come oggetto da consumare compulsivamente. in quanto sostiene . Nell’anoressia invece l’eccesso sembra spostarsi sul governo disciplinare di sé.Il disagio della civiltà alimentare differimenti del godimento. L’anoressia non è affatto una obiezione critica al discorso del capitalista ma ne riflette la sua anima più profonda. del consumo di tutto. come oggetto sempre a disposizione. L’astuzia di questo discorso consiste nel promettere per il tramite dell’oggetto una salvezza che però non si deve realizzare compiutamente perché il suo differimento è l’occasione per generare continue pseudo-mancanze che alimentano il cortocircuito nichilistico del consumo di consumo. Il suo rigorismo non ha niente di mistico. In questo senso la fame bulimica è un paradigma della nostra Civiltà il cui programma è animato dalla fissazione all’avidità senza limiti della pulsione orale.

Il suo ascetismo apparente è solo una forma mondana di autocelebrazione dell’io. 1965.Il disagio della civiltà alimentare l’illusione che sia possibile una totale padronanza di sé. Courtesy Archivio Emilio Isgrò . Caduta libera. dell’immagine del corpo-magro elevata a icona sociale. la sola religione possibile è una religione del corpo come nuovo idolo. Emilio Isgrò. In questo senso il culto feticistico della propria immagine corporea esprime un altro grande mito del discorso del capitalista.

ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo Carola Barbero Fenomenologia dello schifo .Il disagio della civiltà alimentare Altri percorsi di lettura: Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina.

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I piedi nel piatto

Il cibo e il suo doppio

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Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone Il tema del cibo attraversa in modo sottile e costante la sua produzione. Dal corpo di Bernardo che si gonfia di rabbia politica in clandestinità – nelle pagine del romanzo di esordio, Il fuggiasco – a quello di Max la Memoria; dal ristorante come luogo di ripulitura di fedina penale e denaro in Arrivederci amore ciao, alla Cuccia dell’Alligatore. Con Mi fido di te il tema conquista il centro della scena e diventa una chiave efficacissima per descrivere, una volta di più, un paese criminale: l’Italia. Potrebbe dirci qualcosa in proposito? Un giorno un nucleo di brigatisti dimenticò la bozza di una risoluzione strategica in una trattoria della mia città. Notoriamente cosche e ndrine hanno i «loro» ristoranti. I colonnelli di An che iniziarono la fronda contro Fini si fecero intercettare al bar. Per un anno ho gestito un ristorantino da

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trenta coperti. Prendevo le comande, servivo ai tavoli ed ero «invisibile». La gente si raccontava le cose più intime e personali come se non esistessi. Ne ero estasiato. Tornavo a casa la sera con la testa piena di frammenti narrativi, alcuni di notevole pregio. Attraverso le fotografie-ricordo dei ristoranti di una certa zona ho ricostruito la rete degli affari di un certo politico. Quando ero latitante incontravo i miei contatti nei locali più disparati. Gli esempi sono davvero infiniti ma i «locali pubblici», dove si consuma qualsiasi tipo di cibo o liquido, sono una parte importante della mia esistenza. Li conosco e so che sono luoghi di grande complessità. Il bene e il male s’incontrano evitandosi, convivono senza traumi. Non riesco a immaginare una storia priva di locali, la pancia vuota e la gola secca. Quando ho scoperto che i giornali non recensiscono affatto o malvolentieri i saggi sulla sofisticazione alimentare perché temono che le grandi aziende alimentari tolgano la pubblicità, mi sono convinto che l’unico modo per raccontare le schifezze che mangiamo era attraverso un gourmet. In questo modo è nato Gigi Vianello. Nel prossimo romanzo, invece, un ristorante sarà il cuore pulsante dell’intera vicenda, forse in modo ancora più efficace di Mi fido di te.

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Cosa ne pensa dell’attenzione ossessiva, spesso ambivalente, che in Italia oggi si riserva al cibo? La trova una forma di compensazione o distrazione da una stagione politica avvilente, una delle più potenti passioni di supporto al berlusconismo diffuso, o ritiene invece che in questa attenzione si annidi anche una forma di resistenza umana e politica? Entrambe le cose. In un periodo di grande riflusso politico la sinistra riscoprì il «gusto», creò associazioni come Arcigola (che poi diventerà Slow Food), Folco Portinari scrisse un manifesto che diventò una sorta di traino ideologico, «il manifesto» iniziò a pubblicare un inserto di otto pagine chiamato «Gambero Rosso»… Fondamentale fu la posizione di «sinistra» sullo scandalo del vino al metanolo del 1986 che uccise ventitré persone e provocò danni neurologici e cecità a molte altre. L’indignazione non sviluppò solo una decisa presa dell’opinione pubblica sugli aspetti giudiziari e legislativi, ma anche un vero e proprio dibattito culturale sulla qualità vinicola del paese. Intere zone modificarono la produzione puntando sulla qualità, venne smascherata la credenza che il vino sfuso del contadino era per forza più buono e genuino e venne riqualificata la figura dell’enologo. La destra subì sempre l’iniziativa della sinistra fino al berlusconismo che sviluppò il mito del ristorante

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esclusivo, santificato da Vespa che dedica ogni anno una puntata di Porta a Porta ai punteggi delle varie guide. Un’oscena ostentazione di classe. Tuttavia è evidente che, oggi, c’è una relazione precisa tra funzione consolatoria del cibo e della convivialità e crisi economica. Si è sviluppata una sorta di rete di ristoranti che rispondono a questo tipo di aspettative. E anche questo è un effetto perverso del berlusconismo. Questa società crea buchi esistenziali che spesso e volentieri vengono colmati ingurgitando piaceri solidi e/o liquidi. L’altra faccia della medaglia è un’Italia che si organizza in termini etici, bio ed equosolidali. I gruppi di acquisto solidale, la filiera corta, la rete di artigiani e piccoli imprenditori del gusto. Contadini e pastori onesti. Tutto ciò rappresenta un’ancora di salvezza formidabile alla deriva di questa crisi. Anche in termini educativi, oltre che politici. Uno dei motivi impliciti di Mi fido di te è legato all’idea che l’alimentazione sia tornata prepotentemente a essere un fattore di classe: chi può permettersi cibi costosi e selezionati sopravvive, chi deve accontentarsi di alimenti a basso costo si condanna a una salute malferma e a un futuro molto probabile da malato di cancro. In tal senso è lecito leggere il romanzo come il ritratto in prima

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persona di un uomo del futuro, Gigi Vianello, il campione di un nuovo darwinismo gastronomico? Che l’alimentazione sia un fattore di classe è un concetto continuamente riproposto dall’Organizzazione mondiale della sanità che accusa l’industria alimentare moderna di sacrificare in nome del profitto la qualità del cibo a scapito della salute dei consumatori. E indica in questo tipo di alimentazione la causa dell’insorgenza di patologie cardiache, diabete e cancro. Gigi Vianello è lo sviluppo criminale della logica delle multinazionali che, ben prima di lui, hanno capito che per guadagnare bisogna truffare, al punto che conviene investire milioni di dollari nella ricerca di nuovi sapori e nuovi colori assolutamente chimici e nocivi, piuttosto che salvaguardare la salute dei consumatori. Il nuovo darwinismo gastronomico punta agli alimenti nutraceutici in cui cibo e medicina si fondono per garantire qualità e sicurezza sanitaria. A prezzi, ovviamente adeguati. Nel frattempo comprano i cibi più costosi nei negozi più cari. Anche quello è un tratto distintivo. A Mi fido di te qualcuno potrebbe applicare l’obiezione che Alessandro Dal Lago, nel suo Eroi di carta, muove a Roberto Saviano. Se cioè un testo si pone sul crinale fra realtà e finzione, allora la

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denuncia civile (nella fattispecie contro le sofisticazioni alimentari) rischia di risultare ambigua e difficile da quantificare nella sua portata? In quale misura i crimini dei suoi romanzi riguardano anche il mondo reale? Tutte le trame dei miei libri nascono da fatti realmente accaduti perché ritengo che raccontare una storia criminale, ambientata in un tempo e in un luogo, sia una scusa per raccontare altro e cioè la realtà sociale, politica economica e storica che circonda gli avvenimenti narrati. Il problema assolutamente reale dell’ambiguità è stato risolto dai miei lettori che hanno imposto delle regole che condivido. La prima è che il noir d’inchiesta debba contenere elementi di verità verificabili e che l’autore debba fornire gli elementi per un ulteriore approfondimento del tema. Mi fido di te ha sviluppato un dibattito «interno» alla comunità dei lettori che dura ancora. Ma l’elemento più interessante di questo tipo di narrazione è la capacità di anticipare la realtà. La fusione tra giornalismo d’inchiesta e finzione letteraria permette di analizzare i fenomeni criminali e spesso di prevedere le trasformazioni e le indagini. Nordest, scritto con Marco Videtta, ha anticipato lo scandalo del traffico di scorie nocive tra il Nord industriale e la Campania. Perdas de Fogu, la verità sulla nocività del poligono sperimentale e

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addirittura un’inchiesta penale. L’amore del bandito precede di un anno esatto l’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Uck kosovaro come braccio armato della mafia locale e la trasformazione del Kosovo in narcostato. Gomorra non ha nulla a che vedere col noir, l’accostamento mi sembra forzato perché quest’ultimo non è un’inchiesta travestita. L’autore, per motivi squisitamente politici, sceglie di costruire le trame su indagini sviluppate autonomamente anziché pescare nella propria fantasia. E sono i lettori a decidere che uso farne. Questa situazione è stata determinata dalla scomparsa in Italia del giornalismo investigativo sulla criminalità. Oggi sui giornali si scrive solo dopo l’azione di polizia e magistratura. Le inchieste giornalistiche sono pericolose perché potrebbero raccontare le connessioni tra culture criminali e politica, imprenditoria e finanza. È cambiato qualcosa negli anni successivi a Mi fido di te (2007), in Italia e nella sua produzione letteraria, rispetto al tema del cibo? Si tratta di un argomento che promette ancora sviluppi? Innanzitutto quello che abbiamo scritto ha trovato puntualmente conferma nel tempo e, ormai, è risaputo che per le culture criminali transnazionali la sofisticazione alimentare è diventato la seconda fonte di reddito dopo il traffico dei

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rifiuti. In questo senso c’è ancora molto da dire e da raccontare. Positiva la reazione di moltissimi lettori, il romanzo ha suggerito la necessità di una nuova coscienza e informazione sul tema. Uno scambio ininterrotto di informazioni e denunce continua a completare il romanzo. In tanti ne chiedono la continuazione, ma non ho ancora trovato la storia giusta per Gigi Vianello. Nell’ultima trasmissione di Report è stato affermato da operatori del settore che cinque prosciutti su sei sono di provenienza estera non certificata. Oltre ad averlo scritto nel romanzo, l’avevo già detto nel corso di un’intervista condotta da Fazio. Immediatamente sono stato sommerso di mail. I lettori possono aver dimenticato la trama e i nomi dei personaggi, ma le denunce relative alle sofisticazioni continuano a essere ben conservate nella memoria.

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Emilio Isgrò, Freccia bianca in campo nero, 1966. Poesia Jacqueline, 1965. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2008

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La mamma cucina, ma lo chef è maschio

Il cibo e il suo doppio

La mamma cucina, ma lo chef è maschio
Daniela Tagliafico

L

a prova del cuoco non è così male, in fondo. Quando non prevedono l’utilizzo di ingredienti esotici come lo zenzero o il cardamomo, le ricette promettono un piatto sfizioso in una ventina di minuti e con soli dodici euro (il budget di spesa dei concorrenti). Il tutto condito – almeno prima che gli animalisti insorgessero – da racconti sui tempi in cui le nonne facevano i fusilli a mano e nella ribollita si aggiungeva una coda di gatto. Se però il racconto sul regime alimentare in tempi d’indigenza può costare il pensionamento forzato a un pimpante settuagenario, è sorprendente che nessuna indignazione susciti invece la palese discriminazione che il programma quotidianamente esibisce. Sì, perché se, stando ai sondaggi, il pubblico della trasmissione è prevalentemente femminile, la quasi totalità

mentre il fatto che il compito di preparare da mangiare entro le mura domestiche sia ancora . secondo cui l’uomo sarebbe «per natura» dotato di capacità che lo rendono particolarmente abile in cucina. si dirà: le cose stanno così perché di fatto gli chef donna si contano sulle dita di una mano. A partire da queste obiezioni si potrebbe dunque seguire una linea di pensiero «innatista». Perché lo stesso non dovrebbe accadere nel caso di un professionista dei fornelli? E poi. sentendosi sottorappresentate? E perché. e la trasmissione. che male c’è? Va così anche in tanti altri campi. tu corri subito a comprarlo. sotto questo aspetto. se annuiscono alle affermazioni ammiccanti della Clerici circa i mariti imbranati. non fa che rispecchiare la realtà. se il ginecologo ti consiglia un rimedio per un fastidioso problema. altro che controbattere: «Ma che ne sa lei. Perché le concorrenti e il pubblico femminile a casa non insorgono. che non sanno friggere neppure un uovo. bisogna farsene una ragione. non mostrano nessuna insofferenza verso gli accostamenti arditi degli chef in tv? Assurdo complottismo femminista. Lo chef è maschio. In fondo.La mamma cucina. se gli uomini hanno più successo delle donne in cucina. ma lo chef è maschio degli chef invitati a gareggiare – diciannove sui venti attualmente a disposizione del programma – sono uomini. che è un uomo?».

perché non sono emerse professionalmente in quest’ambito? Seguendo una linea «anti-innatista». Si tratta.La mamma cucina. un bagaglio di nozioni teoriche. non tanto del possesso di una conoscenza di tipo «proposizionale». cioè. per ciò che riguarda il cibo. ma lo chef è maschio affidato ampiamente alle donne deriverebbe da un’imposizione di tipo sociale. Anzitutto perché i dati sperimentali sulle supposte capacità «sessospecifiche» per il momento sono tutt’altro che incontrovertibili e. E di questo tipo di competenze – in cui rientrano anche capacità come far partorire o crescere la prole – le donne sono state da sempre le depositarie. ancora inesistenti. un know-how. Insomma. S e le cose stanno così. quanto di una conoscenza «competenziale». però. il problema non starebbe nel fatto che gli chef sono uomini – un campo in cui emergono per «selezione naturale» – ma nel fatto che la società si aspetta che gli obblighi domestici siano assolti unicamente da donne. Le cose. e dunque alla conoscenza proposizionale di cui sopra. perché la capacità del cuoco è di una specie molto particolare. non potendo accedere all’istruzione. In secondo luogo. si potrebbe sostenere che . se le donne sono cioè da sempre le «cultrici della materia». sono più complesse. però.

Entrambi cucinano. ma una figura imprenditoriale. però. è che le cuoche della trasmissione fanno qualcosa di profondamente diverso dagli chef. Diventare chef. che il programma della Clerici esemplifica invece alla perfezione. ma nel caso delle prime si tratta semplicemente di trasmettere antichi saperi. Il sospetto. è che anche questa descrizione «anti-innatista» non riesca a cogliere una differenza sostanziale. invece. ma lo chef è maschio sono esperte in cucina almeno quanto gli uomini. infatti. non è vero che le donne siano completamente assenti: prima della sfida tra chef si succedono diverse rubriche in cui sono le donne a essere protagoniste. infatti. è vero. è nientemeno che la definizione kantiana di «genio» a venire scomodata: lo chef – in quanto artista – pur seguendo certe . soprattutto quando il cuoco non è semplicemente uno stipendiato. avrebbe significato svolgere una libera professione. ma che alle donne è stato negato di esercitare questa competenza al di fuori delle mura domestiche. replicare ricette e procedimenti imparati dalle nonne. La situazione attuale non sarebbe che un retaggio dei secoli precedenti: dal momento che gli chef sono sempre stati uomini. però. e dunque emanciparsi. A ben guardare.La mamma cucina. Il punto. si stenta oggi a dar fiducia a una donna. Per i secondi. se non di più.

sia stata la società. A questo punto.La mamma cucina. Non sarebbe dunque questione di maggiore o minore professionalità. si apre un nuovo fronte: perché mai questa scintilla dovrebbe essere una prerogativa maschile? Chi lo ha decretato? Il sospetto è che a decidere sinora. la scintilla della creatività. però. è capace di innovare. più che la natura o la scienza. ma lo chef è maschio regole. Altri percorsi di lettura: Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo . dimostrando qualcosa che pochi al mondo possiedono. di superare la mera imitazione introducendo elementi di originalità. quanto di saper compiere il salto dall’artigianato all’arte.

La mamma cucina. ma lo chef è maschio Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Torna al menù .

. È una modalità di integrazione spicciola. basterebbe qualche piccolo esercizio. la recente immigrazione sta riconfigurando le abitudini culinarie domestiche. Poche sere fa sedevo faccia a faccia con un’amica in un diner nell’Upper West Side di Manhattan. dall’altro. importante in un momento in cui lo scambio tra cittadini.Il cibo e il suo rimosso geografico Il cibo e il suo doppio Il cibo e il suo rimosso geografico Andrea Borghini I l cibo etnico in Italia è in ascesa. dentro e fuori le mura di casa. Non ci vedevamo da tempo e avevamo deciso di provare un nuovo locale. Per sfruttarla. ricorrente ed efficace. Eccone uno che potrete facilmente replicare. Non si tratta solo di un patrimonio di informazioni straordinario. anche e soprattutto su fatti quotidiani. Da un lato. la passione per i viaggi accresce la fortuna di chi vende pietanze esotiche. si fa sempre più complesso.

poi. al supermercato. imprevedibile e gratuito. un noto supermercato di New York. Mi ha raccontato della cucina dove. Anche a se stessi. «Quali luoghi ti ricorda questo hamburger?». È divertente. dopo essere emigrata dall’Inghilterra a New York all’inizio degli Anni Sessanta. nei primi anni in cui non viveva più coi suoi. Mentre ne gustavamo uno a testa. si fa più intrigante quando abbiamo a che fare con cibi che ci portano lontano dalle nostre abitudini. il mio compagno di casa versò acqua calda in un bicchiere. la mamma preparava carne macinata per cena. all’incrocio tra Seventh e Greenwhich Avenue: il posto degli hamburger a notte fonda. Qualche sera prima della cena con Bridget. Basta chiedere. in treno. tirò fuori un barattolo di latte in polvere. dette qualche sorso e mi . ne sciolse qualche cucchiaio. dagli spazi familiari. Bridget mi ha chiesto di cosa stavo scrivendo. avete mai provato a ritrovarci gli spazi delle vite vostre e altrui? Faccio questo gioco da anni: in aereo. e poi del White Castle. L’esercizio. Difficile sovrastimare la quantità di informazioni contenuta in quel che mangiamo. Per parte mia le ho parlato del tinello della casa dove sono cresciuto e del rapporto con Fairway. a una cena tra amici o di lavoro. le ho domandato. Nel groviglio di significati che il cibo trasmette.Il cibo e il suo rimosso geografico Specialità della casa: hamburger.

esclamò un signore dall’accento emiliano a una ragazza africana sull’ultimo Intercity su cui ho viaggiato. Nell’ultimo anno. dicembre 2008. Stando a una statistica dell’Associazione nazionaleuropea degli amministratori d’immobili. a Baghdad». ci distanziamo da questa. il 27% delle liti condominiali di quell’anno riguardava il cibo.Il cibo e il suo rimosso geografico guardò: «Lo so. In buona sostanza. Poi gli raccontai dei succhi alla pera Yoga in bottiglietta. Come ci rifiutiamo di scambiare due parole con una persona sulla base . bensì quello etnico: la soglia di tolleranza all’odore di curry sembra molto più bassa di quella al soffritto. Ma non in generale. è di pessima qualità. non di semplice gusto. siamo di fronte a un problema di diversità. «Ma non si vergogna a mangiare nello scompartimento di un treno! Vada fuori nel corridoio!». il cibo era il pretesto più comune. Eppure. Ma mi riporta al cortile di casa. che ogni tanto compro al supermercato per viaggiare verso il giardino dove giocavo in Italia. Anzi (e forse non casualmente) finiamo per fare l’opposto: rifiutandoci di entrare negli spazi evocati dal cibo di una persona. Gli chiesi del cortile. quasi ogni volta che ho preso il treno in Italia ho assistito a una lite. poche volte pensiamo a come e quanto lo spazio abbia un ruolo chiave nel connetterci a un cibo e a chi ci circonda.

questo viene illustrato per mezzo di una spiegazione scientifica circa l’interazione cibo-corpo. Lo stesso di cui parlava Charles Du Bois in The Souls of Black Folk a proposito del rapporto tra bianchi e neri nell’America di inizio Novecento. Perché? Vogliamo forse viaggiare senza viaggiare? Oppure evitare di apparire poco mondani di fronte ai nostri amici? Sta di fatto che spesso lo facciamo come avessimo un velo sugli occhi. Talvolta. Sennonché – e qui la questione si fa interessante – ci piace andare al ristorante indiano con gli amici. Non entriamo negli spazi dell’altro. c’è interazione.Il cibo e il suo rimosso geografico del colore della pelle o di altri tratti somatici. o un kebab invece di un hamburger. Si può essere analfabeti e muoversi in un supermercato con l’atteggiamento calcolatore di un nutrizionista. Sì. almeno implicitamente. Ma poi sappiamo tutti. oppure mangiamo un falafel al posto della pizza. così ci rifiutiamo di tollerare una cucina diversa dalla nostra. ma non ci vediamo. per esempio nei suoi spazi. I l cibo ha un impatto decisivo sul nostro agire quotidiano. di entrare nei significati evocati. che solo una piccola parte degli stati emotivi suscitati dal cibo può essere adeguatamente spiegata . concepiti in quanto oggetti naturali.

dalla cipolla. Oltre a essere un piacere. dal pecorino. con il passato. Un tipo di clima: cibo tropicale. Per chi torna da un lungo periodo fuori casa. lo spazio di un cibo viene identificato con uno o più tipi di luoghi. da ristorante. di volta in volta. che ne siate consapevoli o no. di significati sommersi. città. il cibo ci connette saldamente con altre persone. pasta per Italia. la prima domanda è: «Cosa vuoi mangiare?». dal prosciutto. Tropea. glaciale. Un tipo di ambiente umano: cibo da strada. Parma. falafel per MedioOriente. dobbiamo sederci a un tavolo. Un luogo specifico: il Chianti. Il metabolismo spiega solo in minima parte l’impatto che il cibo ha sulle nostre vite. non necessariamente elencabili nella loro interezza o specificabili. scambiarci memorie e impressioni. Un luogo generico: ketchup per Stati Uniti. Ci accorgeremo. da soli o in compagnia. Si tratta. casereccio. montagna. mediterraneo. Quando mangiate un kebab i luoghi a cui lo associate si riflettono sul modo in cui lo pensate. Per il resto occorre prestare attenzione ai significati che trasmette. con luoghi nostri o altrui. E per recuperarli. Sardegna. Così ci accorgeremo che.Il cibo e il suo rimosso geografico facendo ricorso alla scienza. Un tipo di ambiente geologico: cibo di mare. campagna. che le modalità attraverso . inoltre. e riflettere. in ogni caso. dal vino prodotto in quella zona. sushi per Giappone.

e raccontatele dei vostri. chiedetele quali spazi associa a quei cibi. in certi casi. nonché per fare un passo verso quella conoscenza di se stessi che sta all’orizzonte dell’agire umano. Recuperare i significati sommersi del cibo è un modo spicciolo e potenzialmente efficace per facilitare la mutua comprensione e l’integrazione in una società civile. un’etichetta. e così via. si arriverà a identificare un posto con un cibo: dove mangiai quel favoloso panino al prosciutto. Quando vi trovate a mangiare con una persona che non conoscete. Magari anche su di voi. una persona. un’occasione particolare. la città dei confetti. . Addirittura. Ci saranno luoghi che quasi tutti assoceranno a un prodotto. Potreste imparare qualcosa.Il cibo e il suo rimosso geografico cui un cibo viene a significare un certo luogo possono variare. Potrebbe essere una pubblicità. altri che solo voi sarete in grado di rintracciare.

Il cibo e il suo rimosso geografico

Emilio Isgrò, L’Orestea di Gibellina, 1983-1985 Francesca Benedetti con il Coro delle Monache Ruderi di Gibellina, Courtesy Archivio Emilio Isgrò

Altri percorsi di lettura: Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa?

Il cibo e il suo rimosso geografico

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L’idea di comunismo

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Alberto Burgio

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ronico destino, quello toccato all’idea di comunismo. Rinata in epoca moderna in antitesi alla democrazia (istituto venerabile, ma già due secoli fa appannaggio della borghesia trionfante), in questi tempi di crisi essa tende a ridursi alla sua fotocopia. Per qualche filosofo maudit il comunismo è una faccenda di emancipazione, di inclusione nella cittadinanza e di democrazia radicale o diretta. In tempi di crisi lo si capisce. La democrazia è talmente mal messa, che restituirla a una funzione di garanzia dei diritti fondamentali sembra già un obiettivo ambizioso. Ma il comunismo è altra cosa e ridurlo al protagonismo delle moltitudini o alla demercificazione dei cosiddetti beni comuni è un compromesso al ribasso. Se non ci se ne rende conto, è

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perché si sono interiorizzate le categorie dominanti, come avviene nelle sconfitte storiche. Nella migliore delle ipotesi (quando non si riduce a legittimare il dominio dei più forti), la democrazia protegge i diritti di libertà garantendo efficacia alla volontà popolare e fissando qualche limite (per mezzo delle Costituzioni) all’arbitrio delle maggioranze. Di norma (la Costituzione italiana – largamente inapplicata – è una felice eccezione) lascia da parte il contenuto della volontà, le finalità verso cui il popolo si orienta. Questo formalismo si spiega con un assunto implicito, che è poi una speranza: se ai più (in precedenza esclusi) è finalmente data la possibilità di esprimere la propria volontà, c’è da augurarsi che lo faranno nel senso di una maggiore giustizia sociale. Aspettativa ragionevole ma ingenua. Non si è dovuta attendere la società di massa per scoprire che la maggioranza è spesso miope (interessata a vantaggi immediati e particolari) e manipolabile. Nell’Ottocento le élite conservatrici si accorgono che il suffragio universale consegna loro un formidabile strumento di legittimazione. Rousseau l’aveva già intuito, per cui aveva distinto la vera volontà del corpo sociale (riferita ai suoi interessi reali ma spesso destinata a rimanere inespressa) dai responsi della maggioranza. La democrazia può risolversi

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nella giustificazione dell’iniquità e dell’autoritarismo. Il comunismo è l’antitesi di entrambi. Anche per il comunismo la libertà è un valore non negoziabile. Ma la libertà comunista non consiste nel potere della maggioranza, non conferisce a quest’ultima la facoltà di imporre la propria volontà alle minoranze. La libertà comunista è libertà su se stessi. È, in primo luogo, l’autonomia del lavoro vivo: assenza di subordinazione e di dominio, liberazione dallo sfruttamento e autodeterminazione del lavoro sui modi, i tempi e le finalità dell’attività sociale di riproduzione. Per questo la libertà comunista promuove la giustizia sociale. Venuta meno (in linea di principio) la competizione per il profitto e l’accumulazione, l’attività produttiva diviene una funzione vitale socialmente regolata. È posta così la premessa oggettiva della coincidenza tra valore e utilità concreta (quindi della neutralizzazione dei significati simbolici della ricchezza materiale). Il difficile è far sì che, insieme a questa premessa o in base a essa, si sviluppino le condizioni soggettive (culturali, morali, antropologiche) della liberazione del lavoro e della giustizia sociale. Naturalmente (l’esperienza del Novecento lo dimostra con dovizia di esempi) le cose non sono affatto semplici. L’autonomia del lavoro in un settore della produzione non

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cancella, sul piano interno, il problema dei rapporti con gli altri settori, il che genera vincoli di ordine sociale (il mercato regolato impone regole) e di natura politica (lo sviluppo economico dev’essere pianificato). Il problema si ripropone sul piano internazionale. L’autonomia del lavoro in un paese non elimina la necessità dei rapporti con altri paesi, il che tende a generare contraddizioni, sia sul piano economico che sul terreno politico. L’autogoverno del lavoro vivo è quindi una faccenda complessa, forse addirittura un’idea regolativa. Ma di una cosa possiamo dirci certi: parlare del comunismo impone di ragionare sul modo di produzione a partire dal modo di produzione. Se non ruota in primo luogo intorno a questo tema (che per questo Marx considera strutturale), il discorso parla d’altro. Può anche focalizzare obiettivi importanti (di questi tempi anche una decente socialdemocrazia sarebbe un lusso), ma non riguarda l’idea e la pratica del comunismo.

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a la trasformazione del modo di produzione in forme tali da sradicare lo sfruttamento e da realizzare l’autonomia del lavoro è a sua volta solo una premessa, pur fondamentale. Non pensare in termini economicistici (o solo semplicistici) significa sapere che il

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modo di produzione non determina l’insieme della formazione sociale. La condiziona ma non ne esaurisce la complessità e non ne decide lo sviluppo. Vale la metafora del Dna (pure insidiosa, com’è sempre il mix tra scienze naturali e scienze sociali): il codice genetico stabilisce limiti e possibilità e contiene predisposizioni, ma non racchiude in sé né prefigura la storia di un individuo o di un gruppo. Il rivoluzionamento del modo di produzione lascia aperte le questioni-chiave della liberazione: quali forme di relazione si svilupperanno e quali forme della soggettività individuale e collettiva? Quali esperienze del significato della vita saranno compiute? Quando si afferma che il comunismo diverrà realtà solo in presenza di una rivoluzione antropologica (la creazione di una nuova forma di umanità) ci si riferisce a quest’ordine di questioni. È il terreno più affascinante, ma anche il più incerto e il più esposto alle insidie dell’utopismo. Il vecchio Kant – che pure considerava inderogabili i princìpi dell’autonomia e della giustizia – ammoniva a non perdere di vista i limiti della natura umana (l’uomo è un legno storto, può imparare molto ma non può diventare un angelo). D’altra parte, se si prendono sul serio l’autonomia dei soggetti e la complessità dei problemi si capisce perché Marx si sia sempre astenuto dal «descrivere» il

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migliore dei mondi possibili. Ciò che esperienza e sobrietà permettono di fare è definire alcuni obiettivi, che possono valere al più come criteri di massima. Il potere: se è vero che ogni relazione umana lo produce perché coinvolge rapporti di forza, non è realistica la pretesa anarchica secondo cui la società comunista ne sarebbe priva. Si tratta di impedire che la collettività ne sia espropriata e che esso venga esercitato in modo violento (funzionale all’instaurarsi di relazioni gerarchiche) o arbitrario (al di fuori dei limiti della legalità e della legittimità). Il conflitto: è necessario resistere alla tentazione di immaginare società pacificate poiché la libertà delle persone comporta contraddizioni e contrasti. Si tratta di far sì che i conflitti approdino a soluzioni condivise e giuste, evitando che a deciderli siano i rapporti di forza. Il politico: resta dunque la necessità della decisione, della regolazione, della legge. Si tratta dello Stato? Spesso, a questo proposito, ci si fraintende, mostrando che aveva ragione John Stuart Mill nell’osservare che, se per il saggio una parola sta per quel che rappresenta, per lo sciocco è essa stessa un fatto. Lo Stato del capitale è il garante del suo dominio. Ovviamente nella società comunista questo Stato non sussisterà più. Ma, cancellate le condizioni per

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l’espropriazione del plusvalore, non viene tuttavia meno l’esigenza di stabilire regole e di assicurarne il rispetto. Nel riferirsi a questa esigenza Gramsci riformula il tema marxiano e leniniano dell’«estinzione dello Stato» parlando di «società regolata»: uno «Stato senza Stato» che prenderà forma man mano che l’irrobustirsi della società nel segno dell’autogoverno collettivo condurrà all’esaurimento delle funzioni coercitive del politico. Il lavoro: va considerata anche a questo proposito la non univocità del termine. Il lavoro salariato è per definizione subordinato e sfruttato, il salario essendo una forma del capitale. Ma inteso come pura attività produttiva sociale (interscambio con la natura, nel linguaggio del giovane Marx), il lavoro accompagnerà l’umanità sino alla fine dei suoi giorni. Si tratta di organizzarlo socialmente (utilizzando a questo fine lo sviluppo delle forze produttive) in modo da ridurne al minimo e da distribuirne equamente il peso (in termini di nocività, frustrazione, rischi ed eteronomia) e in modo da liberarne la potenzialità costruttiva: ciò che ne fa attività squisitamente umana, espressione dell’intelligenza, oggettivazione delle attitudini e della creatività. E si tratta altresì di tenere sotto controllo le conseguenze della razionalizzazione produttiva, evitando che la divisione sociale e

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tecnica del lavoro e la specializzazione si traducano nella meccanizzazione delle funzioni e nella delega delle responsabilità.

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nfine, la difficoltà del vivere: il comunismo è fine della penuria, dello sfruttamento e della subordinazione, ma non è il sovvertimento della condizione umana in ciò che la costituisce ontologicamente. Pur liberata dal dominio, la vita resta un cimento sullo sfondo della consapevolezza della morte, nella difficoltà di conferire un senso all’esistenza e al cospetto dell’ineliminabile incidenza del caso e dell’insicurezza. Nessuna forma sociale può neutralizzare tali condizioni, così come non può azzerare il pericolo (non equamente distribuito) della malattia né assicurare per decreto il soddisfacimento dei desideri e dei bisogni affettivi, morali, psicologici. C’entra quest’ultima considerazione col tema – in apparenza tutto politico – del comunismo? C’entra eccome, perché se una delle radici della violenza esercitata nel nome del comunismo affonda nella perversa autonomia del politico e nell’accentramento del potere coercitivo, un’altra sorge dalle aspettative esorbitanti rivolte alla politica in capo alla lunga storia di espropriazione

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che ci sta alle spalle. Il carico di sofferenze e frustrazioni accumulato nei millenni spinge ad affidare alla nuova forma sociale, finalmente liberata dalla «taglia di sangue e di sacrificio» imposta alla stragrande maggioranza dell’umanità costretta al lavoro, il compito di sollevare la condizione umana da tutti i pesi che la connotano. Un compito insostenibile, non assolvibile in toto. Se questo è vero, il comunismo – endiadi di libertà e giustizia – si accompagna a un presupposto essenziale: implica il congedo da ogni infantile fantasia di perfezione e l’assunzione di uno sguardo adulto – ambizioso e realistico – su se stessi e sul mondo. Dovessimo cercare tra i nostri maggiori una fonte per questo difficile impegno, la individueremmo forse nel Kant della Risposta sull’Illuminismo. Oggi come ieri, il punto su cui far leva resta la conquista dell’autonomia individuale e collettiva, quindi, in primo luogo, la fuoriuscita da una condizione di minorità. Conosciamo, vagamente, la direzione di marcia, ma (diversamente da quanto sostengono taluni ipocriti fautori della democrazia) sappiamo anche che il cammino è lungo.

Enciclopedia Treccani. Collezione privata. Volume XXV.Uno sguardo adulto sul mondo Emilio Isgrò. 1970. Milano Altri percorsi di lettura: Gabriele Pedullà Paura e insurrezione .

Uno sguardo adulto sul mondo Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli .B.

barbari contemporanei Torna al menù .Uno sguardo adulto sul mondo Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.

si tratta solo di verificare. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio Machiavelli ribalta uno a uno tutti i principali capisaldi del pensiero politico precedente: sostiene la . Eppure. Questa banale constatazione – banale per chiunque si prenda la briga di verificarla direttamente sulle sue opere – è stata in parte oscurata dalla fama sempre un poco sospetta del Principe e dalla passione di Marx per Baruch Spinoza. che ha alimentato un vero e proprio culto per il pensatore olandese nella seconda metà del Novecento.Paura e insurrezione Tumulti Paura e insurrezione Machiavelli e la città divisa Gabriele Pedullà M achiavelli è stato il pensatore politico europeo più radicale prima che la Rivoluzione francese cambiasse una volta per tutte le regole del gioco. appunto.

i Latini e gli umanisti avevano sostenuto sino a quel momento. mentre con la discordia anche i più grandi vanno in rovina). contesta l’idea (cara agli aristocratici) che i comportamenti virtuosi siano il frutto dell’educazione. l’assenza di conflitti interni era la migliore difesa dalle minacce esterne. riconnette la grandezza di Roma direttamente alla generosità con cui gli abitanti del Lazio concedevano la cittadinanza ai popoli vinti in guerra e ai nuovi venuti… Esattamente il contrario di quanto i Greci. Tuttavia Machiavelli non è mai stato altrettanto radicale come sulla scottante questione dei tumulti e dei conflitti intestini. che per tutti gli uomini del Rinascimento costituiva il modello insuperato di organizzazione statale. aveva lungamente patito delle lotte tra patrizi e plebei sino a quando esse non l’avevano fatta .Paura e insurrezione necessità di armare il popolo. in una massima costantemente ripetuta fra Tre e Quattrocento. Persino Roma. elogia il ruolo moralizzatore dei processi popolari. concordia parvae res crescunt. demistifica il nascente mito della perfetta costituzione di Venezia. denuncia la religione come mero instrumentum regni. Su questo punto l’unanimità era assoluta: la forza di uno Stato andava cercata nell’unità dei suoi cittadini. discordia maximae dilabuntur (con la concordia i piccoli Stati crescono. come aveva riassunto Sallustio.

Come anzi recita il quarto capitolo del primo libro: «La disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella Repubblica». per Machiavelli. sostiene Machiavelli.Paura e insurrezione sprofondare nelle guerre civili decretando la morte prematura della Repubblica. mettere i cittadini più poveri nella condizione di far valere con più forza le proprie rivendicazioni. ma questo esercito numeroso impone che si chiami a combattere l’intera popolazione e che il diritto di cittadinanza venga concesso con grande flessibilità. Niente di simile in Machiavelli. Solo gli Stati disarmati. nel caso di Roma. in modo da non smettere mai di alimentare la macchina bellica. che nei Discorsi attacca invece frontalmente il culto della concordia civica così diffuso tra gli uomini del suo tempo. Nessuno concede niente per niente: e coinvolgere la plebe nella guerra ha significato. Semplicemente. Una città che punta a estendere la propria egemonia o anche solo a non cadere vittima degli Stati vicini. i moderni hanno scambiato una delle cause della forza di Roma per un motivo di debolezza. Ma – ripetevano i contemporanei di Machiavelli – proprio l’esito finale di queste lotte doveva costituire un potente ammonimento per le generazioni future. ha bisogno innanzitutto di un esercito numeroso. in altre .

In fondo. riforma delle istituzioni in senso decisamente popolare (al contrario di Sparta e Venezia. è tutta una questione di «modi» (termine chiave dei Discorsi). come era avvenuto a due città molto ammirate dai suoi contemporanei come Sparta e Venezia.Paura e insurrezione parole. che prima o poi le aveva condotte tutte e due alla rovina (nel caso di Venezia la disfatta di Agnadello del 1509). né tanto meno nocivi: purché lo scontro non degeneri nel sangue (e qui Machiavelli elenca. tra i «modi» buoni il «gridare» del popolo contro il senato e del senato contro il popolo. . che però avevano dovuto pagare un prezzo eccessivamente alto per la pace sociale: una persistente debolezza sul campo di battaglia. ovvero di forme del conflitto. In sé i tumulti non sono pericolosi. «il correre tumultuariamente per le strade». orientate piuttosto verso un modello di costituzione mista a dominante aristocratica). In questo magnifico meccanismo i tumulti devono essere considerati al massimo «un inconveniente necessario a pervenire a romana grandezza». possono essere davvero concordi. il «partirsi tutta la plebe da Roma»). nota Machiavelli. Il successo di Roma è stato invece il risultato di una serie di fattori diversi ma tutti intrecciati tra loro: esercito numeroso. apertura ai nuovi venuti e alle città soggette. il «serrare le botteghe».

senza però che la contrapposizione sfociasse un confronto di natura militare (offrendo cioè al popolo altre strade per «sfogare l’ambizione sua»). non erano stata capaci di fare. Così. nella sua reinterpretazione di Dionigi. Esattamente quello che le poleis greche. ma questo non vuol dire che i Discorsi si limitino a riprendere le riflessioni dello storico greco. Tutt’altro. Solo di recente si è scoperto che in realtà molte di queste idee si trovano già nell’opera di un autore antico che Machiavelli deve sicuramente aver letto: le Antichità romane. Le coincidenze tra i due testi sono spesso impressionanti. Le pagine di Machiavelli sui tumulti suscitarono da subito lo sconcerto e la riprovazione di gran parte dei suoi lettori sino a diventare rapidamente uno dei principali motivi della sua condanna. Machiavelli sistematizza con grande intelligenza le sue intuizioni ma soprattutto le radicalizza. in cui Dionigi di Alicarnasso ripercorre per un pubblico greco quelle stesse origini della città che Livio narra in latino.Paura e insurrezione Lungi dall’essere il preambolo della temuta guerra civile (tenuta anche da Machiavelli). i tumulti non sono utili . le sollevazioni popolari incruente avrebbero avuto insomma il grande merito di impedire che i «grandi» attentassero alla libertà. afflitte dalle lotte all’ultimo sangue tra le diverse fazioni.

Da un lato i plebei hanno escogitato due «modi» originalissimi per esercitare la propria pressione sui patrizi con la dovuta forza senza trascinare la Repubblica nella guerra civile: ciò che Livio chiama la secessio e la detraxio militiae. L a genialità politica dei Romani si è manifestata soprattutto in due forme. questi due metodi di resistenza passiva (che non hanno nulla della protesta gandhiana. nel momento stesso in cui bandiscono risolutamente la violenza.Paura e insurrezione soltanto perché hanno condotto al perfezionamento in senso popolare della costituzione di Roma. sfruttano la minaccia (violenta) delle armi nemiche come strumento di pressione politica. In tempo di guerra. costringendo i patrizi ad ammettere progressivamente al governo anche i plebei. un po’ avventatamente. ha scritto) si rivelano efficacissimi perché. come qualcuno. . ma perché essi svolgono una precisa funzione rigenerativa senza la quale la macchina statale non potrebbe funzionare a dovere. vale a dire la secessione oltre i confini della città e il rifiuto di servire come soldati.

Machiavelli non ha dubbi: solo la paura (non l’educazione) è in grado di trattenere la forza distruttrice del desiderio. Nati dai tumulti. ha breve durata negli uomini. Pena la fine della libertà. i tribuni sono chiamati così a farsi in qualche modo i garanti che i tumulti continueranno anche dopo che Roma ha trovato la sua stabilità costituzionale. La virtù. il tribunato della plebe. e proprio la perenne minaccia dell’insurrezione (o della pena) si rivela ai suoi occhi l’unica garanzia che i governanti non trasformino la cosa pubblica in uno strumento di privilegio e di oppressione. al quale i romani riservavano il compito di portare la voce dei plebei dentro le istituzioni (i tribuni avevano diritto di veto su qualsiasi legge della repubblica). funziona bene solo sotto minaccia e la grandezza di Roma è strettamente legata anche alla sua capacità di portare questa minaccia dentro le sue stesse istituzioni. La Repubblica. in altre parole. per Machiavelli. ma anche la responsabilità di accusare pubblicamente e sottoporre al giudizio popolare chiunque fosse sospettato di tramare contro il «vivere civile». . promuovendo quei comportamenti virtuosi senza cui l’autogoverno sarebbe impossibile.Paura e insurrezione L ’altro motivo dell’ammirazione di Machiavelli è la creazione di una magistratura particolare.

qui non c’è insomma un patto che delimiti nettamente la politica regolata dallo spazio ferino della guerra civile. proprio perché gli Stati tendono a dimenticare i loro princìpi virtuosi e a corrompersi sotto la spinta dell’abitudine.Paura e insurrezione per l’appunto grazie ai tribuni (suscitatori di tumulti incruenti e di processi popolari). le magistrature romane non hanno mai interrotto del tutto il rapporto con quella dimensione irregolare (ma anche energizzante) della politica. nelle figure del tribuno della plebe e del dittatore. Se «a volere che una setta o una Repubblica viva lungamente. il tumulto è precisamente uno dei modi attraverso cui il filo prezioso con l’origine non viene mai a interrompersi del tutto. è necessario riportarla spesso verso il suo principio» (come recita il primo capitolo del terzo libro dei Discorsi). Al contrario della tradizione hobbesiana del contratto. Un modo di pensare le istituzioni completamente diverso da quello al quale ci ha abituato la filosofia degli ultimi secoli (compreso il . ma questo vuol dire anche che l’interesse di Machiavelli per le istituzioni assume un significato completamente diverso da quello della tradizione liberale: se non altro perché. Machiavelli non crede infatti che ci sia un punto di arresto: persino la tanto decantata costituzione mista non risolve del tutto i problemi.

si rivela tanto più prezioso per la teoria contemporanea. Altri percorsi di lettura: Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.Paura e insurrezione marxismo. nel declino della nozione tradizionale di statualità.B. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto . con il suo persistente sospetto verso qualsiasi forma di «ingegneria costituzionale») e che per questo.

Paura e insurrezione Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Torna al menù .

mentre le videoriprese di relazioni e dibattiti sono disponibili sul sito www. per l’altro dall’evidente fallimento del riformismo keynesiano versione socialdemocratica oppure Obama.lumproject.Le virtù del tumulto: un seminario Tumulti Le virtù del tumulto: un seminario Augusto Illuminati C on il titolo Le virtù del tumulto. il cui programma completo è reperibile sul sito «alfabeta2». per un verso. dalla riluttanza del capitalismo finanziarizzato ad accettare regole e dall’inclinazione a usare in modo permanente la crisi come produzione di valore. Durante la preparazione – sconvolgendone assunti .org/. Il progetto era di mettere a tema l’idea di trasformazione radicale nelle forme nuove dettate. La rivolta tra esodo e rivoluzione si è svolto nei mesi tra febbraio e maggio presso Esc Atelier il seminario annuale della Libera Università Metropolitana (Lum).

I tumulti. di un modo diverso . Se è piuttosto facile registrare per base comune. non esauribili né con un generico richiamo al no future né con un paludato confronto con le rivoluzioni classiche. e migranti. il ruolo dei diplômés chômeurs nelle manifestazioni tunisine. un vuoto di futuro e di prospettive lavorative in sé e in rapporto con i livelli di scolarizzazione.Le virtù del tumulto: un seminario e operatori. accompagnato da analoghe battaglie a Londra e in altre situazioni europee. che sono militanti dei movimenti – è sopravvenuto prima il ciclo delle mobilitazioni studentesche contro la legge Gelmini. di cui non è sfuggita la profonda consonanza con quanto accadeva sull’altra costa del Mediterraneo: un esempio per tutti. segnalando una resistenza potente contro le politiche neoliberiste di austerity e riduzione del debito pubblico e rendendo urgente il cercare di definire la natura di questa tipologia di riots metropolitani. resta in quelle rivolte il problema di una nuova politica. passavano dall’ipotesi alla pratica. da piazza del Popolo a piazza Tahrir. che vedevano protagonisti giovani. studenti e precari. delle insorgenze nel Maghreb e nel Mashrek. Tanto meno con la narrazione consolante della «generazione bruciata» che si ribella contro i genitori o con i sia pur corretti richiami all’aumento speculativo dei prezzi delle derrate alimentari. poi quello. tuttora in corso.

il ’68 letto attraverso il femminismo della differenza e il pensiero di Carla Lonzi. ma illuminati con una luce radente in grado di farne risaltare aspetti tutt’altro che mainstream. la jacquerie. ponendo tuttavia l’esigenza di una quotidiana costruzione di senso e di istituzioni politiche coincidenti con forme di vita originali e con l’esodo da quelle autorizzate – non importa se da dittature o democrazie liberali in asfissia. la Comune parigina. la linea del colore e la differenza di genere. evocando subito la vita e il linguaggio. Sembra che le pratiche e le idee che emergono da quei tumulti si discostino da passate problematiche rivoluzionarie (dal ruolo delle avanguardie ai meccanismi di rappresentanza). Luoghi comuni della sovversione. Il termine stesso di tumulto in luogo di rivoluzione si concretizza pertanto nel seminario nella scelta di autori e sequenze storiche non standard o non del tutto tali: il pensiero presovrano di Machiavelli (con il suo correlato spinoziano). la rivoluzione anomala di Haiti. Ci siamo riusciti? Con cadenza mensile pubblicheremo sulla rivista le sintesi di alcuni contributi (in attesa di .Le virtù del tumulto: un seminario di qualificare la trasformazione. la nozione di moltitudine come macchina da guerra. le relazioni sociali e il sapere. la teoria dell’esodo e il carattere non normativo bensì esemplare del tumulto.

Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli .Le virtù del tumulto: un seminario un’edizione integrale in volume).B. sollecitando sul sito contributi provenienti dai partecipanti al seminario e commenti liberi. Altri percorsi di lettura: Umberto Eco Ricordando Gargonza G.

Le virtù del tumulto: un seminario Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Torna al menù .

Massimo Bontempelli O gni ipotesi di cambiamento politico ed economico che voglia agire all’interno delle società occidentali deve confrontarsi con la realtà della crisi economica iniziata nel 2007. Per chi come noi sostiene che la decrescita sia l’unica prospettiva reale di fuoriuscita da un capitalismo ormai entrato in una fase di «compiuta distruttività». la questione fondamentale si può enunciare nel modo seguente: tale crisi rappresenta in sostanza «la fine della crescita». che riteniamo destinata ad approfondirsi e ad aggravarsi.Dopo la fine della crescita Decrescita Dopo la fine della crescita Marino Badiale. oppure possiamo pensare che l’attuale organizzazione economica e sociale possa superare la crisi e far ripartire il meccanismo della crescita? È chiaro che la risposta che si dà a questa domanda condiziona il tipo di azione politica nei prossimi decenni: se si .

Se invece si ritiene che la crescita non possa più ripartire. non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita. In questo articolo sosteniamo che la crescita è davvero finita. Prima di spiegare perché riteniamo che la crescita sia davvero finita. e in un articolo successivo cerchiamo di delineare quali possono essere. perché cresceranno anche frequenza. allora ci si deve aspettare che ancora più drammatica della crisi ecologica. allora la contraddizione principale. che si aggraverà sempre di più. distruttività e costi dei disastri ambientali. è quella ecologica. Disoccupazione. bisogna precisare cosa intendiamo dicendo questo. sempre presente e pressante. le linee strategiche di un anticapitalismo che abbia l’idea della decrescita come principio di riferimento. sia la crisi sociale. Non possiamo certo prevedere tutti gli scenari possibili per la situazione economica e politica del mondo nei . oggi in Italia. impoverimento progressivo delle fasce basse e medie della popolazione: queste sono le prospettive.Dopo la fine della crescita ritiene che la crescita possa ripartire. fine totale di ogni intervento pubblico a favore dei ceti subalterni. Come dice bene Serge Latouche. contro la quale si ritiene che il sistema si scontrerà. perdita di ogni residuo diritto del lavoro.

Quello che vogliamo dire. è chiaro che la prospettiva della decrescita. Se così stanno le cose. parlando di fine della crescita. Ciò che vogliamo dire è in sostanza questo: se mai ripartirà il meccanismo della crescita. Vediamo adesso di argomentare la nostra tesi sulla «fine della crescita».Dopo la fine della crescita prossimi decenni. per arrivare alle quali l’umanità passerà attraverso una profonda e drammatica crisi di civiltà. Non possiamo quindi escludere che si possano evolvere situazioni. è che essa ci appare estremamente difficile a partire della situazione attuale e dai suoi prevedibili esiti nel breve e medio periodo. per superare la crisi degli anni Trenta e far ripartire il meccanismo della crescita è stata necessaria una grande tragedia come la Seconda guerra mondiale. cioè di un abbandono controllato e razionale dell’utopia della crescita infinita. Alla metà del Novecento. è l’unica strada per evitare i drammi storici che si stanno preparando. oltre a una profonda ristrutturazione economica e politica delle società occidentali. oggi imprevedibili e improbabili. ciò avverrà in situazioni sociali e politiche del tutto diverse dalle attuali. le argomentazioni di chi sostiene la . all’interno delle quali possa ripartire la crescita economica capitalistica. Di fronte alla crisi economica che ha colpito il mondo capitalistico.

si sostiene che lo sviluppo di paesi come l’India. Molto è stato scritto su questa crisi. la Cina e il Brasile potrebbe rappresentare il nuovo motore dell’economia mondiale. ma che hanno potuto mantenere solo grazie alla creazione della bolla finanziaria che è infine scoppiata nel 2007. Chi scommette sulla ripresa statunitense pensa ovviamente a una ripresa basata sulla ripartenza dell’economia reale e sul superamento del predominio della finanza speculativa.Dopo la fine della crescita possibilità di far ripartire il meccanismo della crescita si basano in sostanza su due argomenti: in primo luogo si sostiene che la crescita potrebbe ripartire grazie alla ripresa economica degli Stati Uniti. Riassumiamo in breve quelli che sono a nostro avviso i . Per quanto riguarda gli Stati Uniti. Prendiamo allora in esame queste diverse possibilità. Si tratta del ruolo che hanno avuto negli ultimi decenni. è chiaro che la loro crisi è in sostanza la crisi del modello di sviluppo keynesiano-fordista che ha permesso nel secondo dopoguerra alti tassi di sviluppo e benessere diffuso in tutto il mondo occidentale. che potrebbero quindi riprendere il ruolo di grande mercato di sbocco della produzione mondiale. In secondo luogo. e in particolare l’arricchimento della loro popolazione potrebbe creare un nuovo grande mercato per la produzione mondiale.

nel 1979. la manovra monetaria della Fed (presidente Paul Volcker). e viene superata solo con il superamento del modello fordista e riformista del secondo dopoguerra. che crea una forte recessione che permette di indebolire il movimento operaio. per cui l’intervento statale non serve più a sostenere i consumi di massa ma serve a sostenere il complesso militare-industriale (soprattutto negli Usa) e in generale la domanda di . La crisi generata dalla manovra di Volcker finisce nel 1983. e da lì riparte negli Usa una crescita che dura per tutti gli anni Ottanta. Negli anni Settanta il modello entra in crisi per il formarsi di una «tenaglia sui profitti» dovuta da una parte alla saturazione dei mercati dei beni durevoli di massa. Tale crescita avviene però come effetto delle politiche economiche di Reagan che rappresentano in sostanza una sorta di rovesciamento del keynesismo. dall’altra alla forza che la tendenziale piena occupazione fornisce al lavoro dipendente. e di conseguenza rendevano possibile ai ceti subalterni di ottenere effettivi miglioramenti del tenore di vita grazie agli alti salari e alle varie forme di reddito indiretto tipiche del Welfare State.Dopo la fine della crescita punti fondamentali: il modello keynesiano-fordista si basava su produzioni di massa che permettevano forti aumenti di produttività. Il momento cruciale è. La crisi si manifesta come «stagflazione».

il ritorno alle modalità della crescita tipiche del dopoguerra richiede la presenza di una merce o di una serie di merci che possano rilanciare il consumo di massa. e non si vede quale sia il soggetto sociale dotato della capacità di impostare la dura lotta a questo necessaria. Ma tutto questo si realizza necessariamente attraverso un immane trasferimento di ricchezza dal basso all’alto della scala sociale. che abbiamo dato dell’evoluzione economica e sociale degli ultimi decenni. come furono . Il neoliberismo che ha dominato negli ultimi trent’anni ha sedimentato interessi. aggregazioni sociali. Le modalità di crescita tipiche dell’immediato dopoguerra sembrano escluse. ideologie: un forte nodo sociale e ideologico che dovrebbe essere tagliato di netto per lasciare spazio a diverse strutturazioni economiche. appare evidente come sia difficile immaginare una ripresa della crescita negli Usa. Se è realistica questa descrizione. sociali e culturali. Inoltre. dall’altra con lo spostamento del capitale dalla produzione materiale alla finanza speculativa.Dopo la fine della crescita beni di investimento (attraverso commesse e sovvenzioni). legami di potere. estremamente stringata. I redditi da lavoro vengono compressi e alla tendenziale caduta della domanda che questo comporterebbe si risponde da una parte con l’ampliamento della sfera del credito.

Così. Ci sembra questa un’ipotesi non realistica: questi paesi sono quello che sono. è che essa sembra assumere che tali paesi abbiano capacità di vera autonomia nella gestione economica. Questo ceto medio potrebbe rappresentare la . Non si vedono quindi elementi che possano far pensare a una ripresa non meramente episodica della crescita negli Usa. India. all’interno del sistema dell’economia mondiale. Brasile. e ottengono i loro notevoli risultati economici. Finora la sua economia è cresciuta basandosi sulle esportazioni e sul basso costo della forza-lavoro. Esaminiamo ora la questione di un possibile rilancio della crescita a partire dai notevoli risultati economici ottenuti in questi tempi da paesi come Cina. Prendiamo in esame la Cina. D’altra parte. ci sembra difficile che possa venire rilanciata una crescita economica sul modello di quella degli anni Quaranta.Dopo la fine della crescita l’automobile e le altre merci analoghe: ma di simili merci non si vede oggi traccia. Il problema. il modello di crescita del trentennio successivo ai Settanta è esattamente quello che ha portato alla crisi attuale e che si vorrebbe superare. Cinquanta e Sessanta. nella tesi che stiamo esaminando. In questo modo essa ha accumulato grandi riserve monetarie e ha fatto crescere una numerosa classe media.

ma assai . sostituendosi in questo ruolo agli Usa. con il passaggio dalle esportazioni ai consumi interni. finanziati con gli avanzi delle partite correnti. La trasformazione radicale di un’economia delle dimensioni di quella cinese. essenzialmente sui bassi salari e sull’esportazione. Cerchiamo adesso di vedere se lo scenario appena delineato sia realistico. che aumenterebbero la capacità di consumo della masse cinesi. Vogliamo per prima cosa ricordare che le cifre della crescita cinese andrebbero corrette tenendo conto del fatto che essa sostituisce un’economica di sussistenza che non era calcolata nel Pil. Il punto fondamentale da far notare. su queste basi. in questo contesto. Una Cina che cominciasse a crescere basandosi sul consumo interno potrebbe infine fare da traino all’economia mondiale. è che la Cina ha costruito i suoi notevolissimi risultati economici recenti. come un’operazione facile da scrivere sulla carta (o sulla tastiera del computer). appare. Il grande balzo produttivo cinese è avvenuto in questo modo. Questa politica potrebbe essere aiutata da un piano di massicci lavori pubblici. e quindi la crescita produttiva reale è probabilmente minore di quanto appaia dai dati ufficiali.Dopo la fine della crescita base di un nuovo modello basato sul consumo interno e non più sulle esportazioni. comunque. come si è detto.

ma questo avrebbe come conseguenza probabile una crisi economica. ma rispetto al tema . che sarebbe danneggiata dall’aumento del cambio.Dopo la fine della crescita ardua da realizzare in pratica. potrebbero reggere alti salari solo importando o producendo tecnologie produttive avanzate. per una politica di alti consumi interni la Cina dovrebbe rivalutare la propria moneta. visto che le industrie cinesi attuali basano la loro attività sull’esportazione. mettendo in crisi gli Usa e quindi la domanda su cui si è retta finora la crescita cinese. La Cina dovrebbe quindi in qualche modo liberarsi dei suoi dollari. ma questo farebbe crollare il dollaro. Si può infine notare che una politica orientata ai consumi interni ha bisogno di alti salari. la Cina detiene enormi riserve in dollari. Ma in un paese che deve dar lavoro a centinaia di milioni di lavoratori sotto-occupati nell’agricoltura. abituate a essere concorrenziali grazie ai salari bassi. Il discorso sull’India ci sembra analogo: India e Cina sono ovviamente realtà diversissime. che verrebbero svalutate se il renminbi si rivalutasse contro il dollaro. ma le industrie cinesi. l’uso di tecnologie avanzate (e quindi labor-saving) indurrebbe una disoccupazione di massa dalle conseguenze imprevedibili. In secondo luogo. In primo luogo.

Il problema del Brasile. e gli squilibri nella distribuzione del reddito danneggiano fortemente la domanda. Occorre ora riflettere sul significato sociale e politico di un tale scenario.Dopo la fine della crescita generale della loro possibilità di rilanciare la crescita a livello mondiale ci sembra si possano fare discorsi simili. È quanto faremo in un prossimo articolo. Questi ci sembrano i motivi per i quali è corretto a nostro avviso parlare di uno scenario di «fine della crescita». Esaminiamo ora molto rapidamente il caso del Brasile. . che è un po’ diverso perché non abbiamo qui un’economia fortemente rivolta alle esportazioni. è che si tratta di una società fortemente diseguale.

Dopo la fine della crescita Emilio Isgrò. Collezione Intesa Sanpaolo . Chopin. 1979.

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dal 1962 alla primavera del 1963. in un saggio del 1986. lo stesso Havelock dava alle stampe la sua Introduction to Plato (Cultura orale e civiltà della scrittura. si soffermavano tutti . nella traduzione italiana). ha scritto che «nel giro di dodici mesi. Havelock il primo a mettere l’opera di McLuhan in contesto: quando. Cinque diversi autori. appartenenti a cinque discipline solitamente non in dialogo tra di loro. Goody e Watt Le conseguenze dell’alfabetismo. Mentre Lévi-Strauss pubblicava Il pensiero selvaggio. o anche meno. È stato probabilmente Eric A. Mayr Specie animali ed evoluzione. McLuhan La galassia Gutenberg.Marshall McLuhan e la materia mediale Marshall McLuhan e la materia mediale Giancarlo Alfano I l 21 luglio ricorre il centenario della nascita di Marshall McLuhan (scomparso nel 1980). l’Inghilterra e gli Stati Uniti» apparvero cinque opere tra loro misteriosamente collegate. in tre paesi diversi – la Francia.

l’automatica interiorizzazione delle loro stesse tecnologie». Questa incorporazione. insistendo. insiste più avanti ancora Havelock. è . che è come Havelock interpreta l’antico concetto di mimesis (imitazione. sul modo di funzionamento dell’evoluzione umana. assorbito attraverso i muscoli e lo scheletro. come assunzione dentro di sé del movimento altrui). l’emozione tribale di una sonorità incomprensibile nel suo significato linguistico. cioè. Qualcosa. con la conseguente riduzione a cosa dell’umano. ma potente nei suoi effetti emotivi. in forma diversa ma comparabile. Viene così rovesciato. di paragonabile al tuono. avevano tutti in comune un’esperienza: la voce di Hitler ascoltata alla radio. Basti un aforisma della Gutenberg Galaxy: «Fino a oggi ogni cultura è stata per tutte le società una sorta di destino meccanico. Quegli autori. l’assunto secondo cui la tecnologia sarebbe esteriorizzazione (soprattutto nel senso di memoria esterna). in maniera sorprendente.Marshall McLuhan e la materia mediale sul rapporto tra oralità e scrittura. Al contrario. anche quel rombo dovette essere percepito innanzitutto col corpo. la riflessione mcluhaniana sulla civiltà. E precisamente come accade per la gamma sonora dei bassi. è stata costantemente al centro della riflessione di McLuhan. proprio perché nutrita di teologia. si direbbe.

che la tecnologia serve l’uomo. 178). in Italia. Non è vero. Einaudi 2001. Osservazione che si può risolvere in una formuletta di questo tipo: «L’uomo è il servomeccanismo della sua tecnologia». 1964) – il vero cuore della sua teoria risiede nell’osservazione delle diverse forme di ibridazione psichica e somatica tra l’uomo e le sue protesi che si sono verificate nel corso dei secoli. ma l’uomo serve la sua tecnologia. Rive. Più precisamente. si può affermare che lo studioso canadese ha realizzato un’analisi materialistica dei mezzi di comunicazione di massa. Di conseguenza. p. Al di là delle sottili distinzioni concettuali da lui proposte – che raggiungono il massimo di felicità espressiva nelle straordinarie pagine di Understanding Media (Le forme del comunicare. ma sono gli uomini che si adattano alle trasformazioni tecnologiche (sintetizzano tutto questi versi di Gabriele Frasca: «Per essere asservito meglio al seme / serve che s’inserisca nel riflesso / messi proteo e prometeo in catene / la protesi cui fungere da sesso». cioè. ed è invece assai attenta al dato materiale. non è la tecnologia ad adattarsi alle necessità umane.Marshall McLuhan e la materia mediale assai distante da ogni forma di idealismo (e idealizzazione). .

pubblicato per la prima volta giusto sessanta anni fa. consiste l’insegnamento forse più vivo di Marshall McLuhan. apocalittici e integrati) – è la costante attenzione. La bomba di Hiroshima fu chiamata “Gilda” in onore di Rita Hayworth» (La sposa meccanica. 195). letterati e sociologi. sin dai suoi primissimi studi. analizzabile secondo principi materiali anche nelle sue manifestazioni ideali e impalpabili. occorre dirlo. Folklore of Industrial Man (La sposa meccanica. alla ricaduta che il sistema dei media ha nelle forme dell’immaginario sociale. nel 1951: The Mechanical Bride. da uno stile che subisce la fascinazione dell’orfico. ma che più spesso produce delle vere fulminazioni concetttuali: «”Avete mai visto un sogno che cammina?”. dell’oscura sinteticità del vaticinio. In questa predisposizione a leggere i «miti d’oggi» come manifestazioni di una cultura complessiva. tradotto in Italia nel 1984). chiede una pubblicità del fascino femminile. p. Lo testimoniano le pagine del suo primo libro. a volte oscurato.Marshall McLuhan e la materia mediale Un altro aspetto decisivo dell’analisi mcluhaniana – aspetto che è anche la probabile causa del suo successo presso pubblici assai diversi (americani ed europei. .

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seguendo quell’indicazione che lo stesso McLuhan ha offerto nel suo primo libro La sposa meccanica: «La qualità del rapporto di chiunque con le menti del passato è esattamente e necessariamente determinata dalla sua comprensione del mondo contemporaneo»[1]. il teorico dei mass media. un mondo che McLuhan ha prefigurato con il suo concetto di «rete senza giunture» ma non direttamente esplorato essendo deceduto il 31 dicembre 1980. Un mondo in cui la televisione non è più il nuovo medium di cui valutare gli effetti sulla psiche e . Di essere ricordato. si può ricordare McLuhan solo a partire dal nostro mondo. Un centenario che merita di essere ricordato. però.Cento di questi anni Cento di questi anni McLuhan tra religione e media Antonio Tursi I l 21 luglio 1911 nasceva a Edmonton Marshall Herbert McLuhan. Dunque.

che nell’ultimo quarto di secolo è stato rimediato dalla telematica e che oggi gira sul tempo reale della rete internet e si muove nello spazio delle tecnologie della prossimità.Cento di questi anni sulla società. quello in cui ci è dato vivere. tempo e media. Un mondo. infine. a iniziare dai telefoni mobili. le ripercussioni di tale scenario sulla politica e sull’arte. la delineazione di una antropologia all’altezza dello scenario mediale. Sicuramente però ha dato un’impostazione imprescindibile a diversi piani interpretativi che gli studiosi continuano a esplorare per comprendere il mondo contemporaneo: il rapporto tra società e media. . McLuhan ha già detto tutto? Certamente no. Dunque. il rapporto tra religione e mezzi di comunicazione. Lì dove viene meno questo appoggio l’interpretazione del nuovo scenario mediale vacilla. quello tra spazio. Questo vale per coloro che riconoscono esplicitamente il loro debito ma anche per coloro che sono restii a farlo. Possiamo e dobbiamo dire da subito che tutti i teorici della cultura digitale riescono nel loro sforzo interpretativo nella misura in cui poggiano sulle spalle di McLuhan. come lo era a metà del secolo scorso quando McLuhan andava pensando i suoi testi più importanti: La galassia Gutenberg e Gli strumenti del comunicare.

Considerando la cultura digitale. anche se il rapporto tra religione e tecnologia è avvertito da tempo. In Pierre Lévy è evidente la spinta buddista verso una salvezza tecnologica (uno dei sinonimi di Informazione è . I tecnofili immaginano paradisi emergenti grazie alla potenza della tecnica. ha finito per trasmetterci una nuova fede. Jacques Ellul ha paragonato la tecnologia a una religione il cui dio è l’efficienza.Cento di questi anni Proviamo a osservare quest’ultimo piano che pare accomunare strettamente il pensiero di McLuhan a una serie di esiti attuali della riflessione mediologica. nel suo scontro con la religione. i sacerdoti sono gli economisti e i servi fedeli sono i tecnici. Forse è un’eredità indesiderata dell’Illuminismo che. Autori assai vicini a McLuhan come Walter Ong e Teilhard de Chardin hanno mostrano nella loro esperienza il peso dell’afflato religioso nel pensiero mediologico. mentre i tecnofobi rivivono le paure millennaristiche dell’Anticristo. concludendo che l’impresa tecnologica rimane soffusa di fede religiosa. Marcos Novak e Michael Benedikt sono stati definiti «teologi del cyberspazio» (da Bolter e Grusin) a causa della loro netta distinzione tra al di qua (mondo di atomi) e al di là (mondo di bit). quella nel progresso tecno-scientifico. Lo storico David Noble ha descritto le radici religiose della tecnologia moderna.

le arti e i divertimenti sono. come spinta a cogliere la cifra più profonda dei media. in particolare di quelli elettrici. non mancherà di inserire anche questi ultimi nell’elenco. F orse è proprio lo studio dei media a innescare la conversione di McLuhan al cattolicesimo. in ultima analisi. In modo estremamente chiaro. per esempio. quando inizierà a occuparsi di media. un ancora ventiquattrenne McLuhan scriveva alla madre Elsie: «Il carattere di ogni società. la sua concezione della religione influenza le sue teorie mediologiche e ciò in almeno due modi: in primo luogo. E McLuhan non solo non fa eccezione ma anzi pare essere un apripista. determinati dalla sua religione»[2]. in secondo luogo. l’abbigliamento. però. E anche Derrick de Kerckhove ha lambito un orizzonte religioso soprattutto a proposito dell’armonizzazione del computer quantico. il cibo. Pare proprio inevitabile approdare sulle placide spiagge della religione percorrendo la via che dovrebbe portare a comprendere i media. McLuhan avverte che l’alfabeto greco-romano . come rifugio per ripararsi da alcuni effetti decisivi ma indesiderati dei media stessi.Cento di questi anni Karma). Di conseguenza. Sicuramente. In seguito.

Cento di questi anni «non è stato preparato dall’uomo. Per McLuhan la religione è rapporto con la cosa. l’evento divino rivelato. la religione cattolica (unica) è religione della carne. Per McLuhan. dovremo confrontarci perciò con una smaterializzazione della nostra esperienza. «La rivelazione riguarda la cosa. In questo caso. La cosa. non la teoria. Un’illusione questa che emerge specialmente nell’epoca dell’informazione . La cosa non è affatto spirituale.«La religione cattolica […] sola accondiscende i termini che le nostre sette hanno odiato e hanno designato con sgradevoli appellativi – come “carnale”. La Chiesa cattolica non disprezza né mortifica ingiustamente quegli attributi e quelle facoltà che Cristo si degnò di assumere». ma disegnato dalla Provvidenza» Come McLuhan intende la religione? In una maniera da rendere possibile una adaequatio spiritus et medium: una maniera che ha fatto di lui un privilegiato nello studio dei media. E laddove la rivelazione rivela la vera “cosità” non abbiamo a che fare con i concetti». Se la cosa fosse spirituale ci troveremo di fronte all’adorazione non di un corpo (quello di Cristo). che è squisitamente vicino a “carnaio”. il quale è identificabile con il nome di Anticristo. ma di un suo etereo per quanto ragionevole facsimile. è il Cristo incarnato.

in senso volgare. e «ritornano all’occulto. sul coinvolgimento. . in un’era estremamente religiosa». E quando McLuhan richiama la religione si riferisce proprio a qualcosa basata sulla carne. E così viviamo. Per evitare queste derive e per restare ancorato al dettato cattolico. McLuhan riconosce che l’elettricità non smaterializza ma avvicina i corpi. in risposta a questo nuovo accerchiamento dell’informazione elettronica. quelli elettrici come estensioni del nostro sistema nervoso centrale. specificamente. tra coloro che riescono a sentire la densità degli investimenti emotivi che sostengono le reti digitali e coloro che rincorrono ancora i sogni illuministi della trasparenza del sociale a sé stesso. e a ogni forma di consapevolezza misteriosa.Cento di questi anni elettronica nella quale molte persone avvertono le attrazioni mistiche della luce elettrica. McLuhan può comprendere i media come estensioni dei nostri sensi e. In virtù di questa religione incarnata in cui crede. Questa è un’acquisizione fondamentale che fa ancora oggi da spartiacque tra coloro che riescono a comprendere in profondità le reti digitali e coloro che rimangono sulla superficie dei processi che ci coinvolgono. alla percezione extrasensoriale. sul contatto con l’altro. essa è sostanzialmente auditiva e tattile: crea coinvolgimento tra le persone.

Il risuonare del logos indicava dinamicità. cambiamento della nostra percezione.Cento di questi anni Così come la religione cristiana è conversione. Comune è una relazione con lo sfondo essenziale delle cose. di noi stessi. cambiamento (che per il cattolico McLuhan significa cambiamento nel cuore). una cornice: l’Essere. «Il logos è la causa formale del kosmos e di tutte le cose. In altri termini: cosa garantisce le sue sparse considerazioni? Questa ricerca di uno sfondo unitario si palesa come rilancio della dottrina del Verbo. un mosaico di interazioni reso possibile però da uno sfondo essenziale. del nostro corpo. tra i sensi o tra i media. Nel pensiero mcluhaniano. Così come essa fu elaborata dai Padri della Chiesa e così come viene ripresa da McLuhan. Ma questo incessante cambiamento spinge McLuhan a dichiarare un elemento di chiusura della sua visione ovvero a mostrare cosa tiene insieme i grandi cambiamenti prodotti dai media nel corso della storia umana. metamorfosi. Ma questa causa formale altro non è che . la dottrina cristiana del Verbo riattualizza il pensiero greco del logos. «il chiaroscuro del “divenire” come processo sequenziale è stato messo da parte e sostituito dall’assolutismo iconico dell’“essere”»[3]. Una metamorfosi. i media sono cambiamento. responsabile della loro natura e configurazione». interazione tra figure – per esempio.

Queste sono le conseguenze dell’afflato religioso di McLuhan sulla sua comprensione generale dei media. Questa parte non è contenuta nel mondo. Queste conseguenze si specificano e si palesano ancor di più nello scandaglio del medium elettricità e nella previsione dei suoi esiti. le figure le quali dunque emergono dallo sfondo e continuamente vi ritornano. In quest’ottica. «lo sfondo è il pubblico e la configurazione della sensibilità culturale nel momento in cui l’artefatto viene prodotto»[4]. pensato da McLuhan in modo molto cristiano: «Il corpo divino che circonda il mondo è quella parte del logos risonante che non “cambia” mai. L ’elettricità apre la strada a un’estensione del processo stesso della consapevolezza. su scala mondiale e senza alcuna verbalizzazione. ma resta al di fuori.Cento di questi anni l’Essere. come un involucro». interfacciandosi e modificandosi. È possibile che questo stato di consapevolezza collettiva fosse la condizione . Lo sfondo di ogni artefatto è definibile sia «come la situazione che gli dà origine. si spiega bene in che senso il logos è lo sfondo imperituro su cui si stagliano. in definitiva. sia [come] l’intero ambiente (medium) di servizi e disservizi che viene messo in azione».

Ed è possibile che il linguaggio. Forse il lascito antisostanzialistico del pensiero filosofico che corre da Nietzsche a Heidegger dovrebbe aiutare a . È necessario perciò trovare una fonte di rassicurazione. cioè della comunità umana. una condizione pentecostale di unità e comprensione universali. Ci promettono insomma.Cento di questi anni dell’uomo preverbale. dell’Essere divino può fornire tale rassicurazione: è il Cristo che garantisce della permanenza del messaggio. E cosa meglio del Logos. attraverso la tecnologia. come tecnologia dell’estensione umana di cui conosciamo così bene i poteri di divisione e di separazione. infatti. Questo sfondo irenico della Parola divina capace di garantire una condizione pentecostale rassicura McLuhan sugli esiti delle vicende mediali. Il «villaggio globale» costruito dai media elettrici. Logicamente la fase successiva dovrebbe consistere non nel tradurre ma nel superare i linguaggi a favore di una consapevolezza cosmica generale […] in una condizione di averbalismo capace di assicurare in perpetuo la pace e l’armonia collettiva»[5]. è un insieme di tensioni e di scontri. Oggi i cervelli elettronici ci promettono la traduzione immediata di un cifrario o di un linguaggio in qualunque altro. sia stato la «torre di Babele» mediante la quale gli uomini hanno cercato di arrampicarsi nel più alto dei cieli.

Forse l’armonia sperata da McLuhan deve tradursi nei termini di una costruzione faticosa della polis. il divenire è pensabile altrimenti che nella forma della sequenzialità propria alla metafisica occidentale. Forse la costruzione di una coscienza globale chiama in causa la pluralità irriducibile che fonda l’abitare. 98. it. 41. p. Sugarco. La sposa meccanica. 42. [2] Id. Folklore of Industrial Man. del conflitto tra figure che non porta necessariamente a una costruzione pacificata e armonica.Cento di questi anni indebolire quello sfondo del nostro mondo a cui McLuhan non sa rinunciare. Roma 2002. Milano 1996.. La luce e il mezzo. Per i passi seguenti.. The Mechanical Bride. Forse si tratta di progettare il rapporto tra le culture sulla base del riconoscimento delle debolezze di ciascuna di esse. Il folklore dell’uomo industriale. Reflections on Religion. 95. p. pp. 1951. viceversa. 1999. trad it. McLuhan. 104. [1] M. trad. Armando. Riflessioni sulla religione. 80. Forse una coscienza collettiva può darsi nella forma del conflitto. Forse l’essere è pensabile come evento e non come datità e. ivi. The Medium and the Light. .

1988. The Global Village.. Milano 1998. pp. McLuhan. [5] M. Trasformation in World Life and Media in the 21st Century. . il Saggiatore.. Per i passi seguenti. 1989. 106. 33. p. trad. The New Science. La nuova scienza. Roma 1994. McLuhan. it. E.R. 1964. [4] M. ivi. Gli strumenti del comunicare. Laws of Media. Powers.Cento di questi anni [3] M. it. XXI secolo: trasformazioni nella vita e nei media. trad. McLuhan. La legge dei media. The Extension of Man. 86. Milano 1995. B. Il villaggio globale. p. Understanding Media. Sugarco. 66. 67. trad it. 90. Edizioni Lavoro. p.. McLuhan.

Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita . 2003. Cinque pale nere. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci.Cento di questi anni Emilio Isgrò. Installazione. Prato 2008 Altri percorsi di lettura: Marino Badiale.

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Proprio per questo la maggior parte delle corti sono rimaste inalterate nel corso dei secoli. sono rimasti luoghi separati. Di corti sconte. Un’avventura di Corto Maltese. «Corte sconta detta Arcana». le corti hanno perso d’importanza.Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Michele Emmer H ugo Pratt ha raccontato (o inventato. che è la stessa cosa) suoi ricordi veneziani in alcune delle più belle storie. Con il passare del tempo. Sia la corte con la scala e la famosa porta alchemica. misteriosi. ovviamente. è un luogo molto bello. oggi murata . man mano che il traffico pedonale ha cominciato a essere più importante di quello acqueo. che in realtà è corte Bottera nel sestiere di Castello. Una storia famosissima sulla Corte sconta. La corte sconta detta arcana. nascosti. ne esistono 285 a Venezia anche se nessun toponimo porta il nome di Corte sconta. ovvero nascoste.

Il viaggio immaginario di Hugo Pratt sia il sottoportego che dà sui canali. o meglio Storia di Venezia. il Golfo dei veneziani e che gli egiziani chiamavano Al Bunduqiyyah la città di Venezia. Quando i veneziani (qualche volta anche i maltesi…) sono stanchi delle autorità costituite. si recano in questi tre luoghi segreti e. «Quel campiello ha un nome». E termina la fiaba di Venezia con la frase: Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Fiaba di Venezia. aprendo le porte che stanno nel fondo di queste corti. se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie. scrive Pratt nella prefazione alla avventura di Corto Maltese Sirat al Bunduqiyyah che vuol dire. Corto che scompare in una di queste porte chiedendo «Sono Corto Maltese… lascio questa storia . E anche per la forma dei canali è abbastanza unica corte Bottera. uno in calle dell’amor degli amici. un secondo vicino al ponte delle maravegie. un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto. Insomma un vero luogo magico nella magica città lagunare. più o meno. Racconta Pratt che da un arabo eritreo era venuto a sapere che l’Adriatico di chiamava Giun Al-Banadiqin.

Nel 1977. a dicembre. E Corto che ogni volta che capita a Venezia si impigrisce si chiede: «Sarebbe bello vivere una favola».Il viaggio immaginario di Hugo Pratt di Sirat al Bunduqiyyah e chiedo di entrare in un’altra storia in un altro luogo…» La Fiaba di Venezia esce per la prima volta nel 1979. E la Favola di Venezia riprende il sogno di Corto e l’inizio della storia che si svolge interamente a Venezia. A dicembre che quell’anno a Venezia «era arrivato in ritardo perché qui a Venezia gli anni sono sempre un poco più lunghi». si recano in questi tre luoghi segreti e. che sarà il titolo dell’avventura successiva del 1979. era stata pubblicata la storia Corte sconta detta Arcana. un secondo vicino al ponte delle maravegie. uno in calle dell’amor degli amici. ricomincia da: «Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Mentre quella con il titolo di Corte sconta detta arcana si svolge interamente nel lontano oriente. un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto. una favola veneziana. come dice Bocca Dorata a Corto. tranne l’incipit veneziano. aprendo le porte che stanno nel fondo di . Quando i veneziani (qualche volta anche i maltesi…) sono stanchi delle autorità costituite.

le cui storie. si sono sempre intrecciate.Il viaggio immaginario di Hugo Pratt queste corti. se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie». Il viaggio immaginario d’Hugo Pratt si chiama la grande mostra che si tiene in uno dei nuovi luoghi dedicati all’arte a Parigi. Tiziana Migliore. Patrizia Magli A riflettori spenti . Valeria Burgio. Con un disegno che rappresenta un luogo diverso da quello dove era finita la avventura di due anni prima. Alvise Mattozzi. sino al 21 agosto. la Pinacothèque. Viaggio di Pratt e del suo personaggio Corto Maltese. Altri percorsi di lettura: Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Paolo Fabbri. come è scritto nel catalogo.

Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Torna al menù .

Essential Killing di Jerzy Skolimowski Essential Killing di Jerzy Skolimowski Valentina Valente «Q uando ero sul ring non pensavo ad altro che alla box. Le parole di Jerzy Skolimowski delineano un atteggiamento di continuità e di coerenza: dalle prime opere come Walkover (1965). Per questo ho adottato un’attitudine alla lotta». Quella non sarà mai vera vita. È importante lottare. […] perché una volta che la vita ci spinge su un divano profondo noi ci adagiamo. C’è una celebre espressione latina che recita: Vivere est non necesse. navigare necesse est. ma non è essenziale vincere a tutti i costi e di certo non al prezzo di colpi bassi. la lotta si impone . Si tratta di lottare nel tentativo di difendersi. che fa esplicito riferimento alla sua carriera di boxeur. L’importante è cercare di muoversi. fino a Essential Killing (2010). Si trattava di lottare e di non lasciarmi vincere.

L’importanza del silenzio. . il corpo diventa il principale veicolo del sentire e della constatazione dell’impossibilità delle relazioni. Il film racconta il protagonista e la sua fuga. nel trasferimento verso il campo di prigionia riesce a fuggire. nel suo caotico percorso in balia del caso. ma in quanto la lotta è la vita stessa. È il corpo il centro nevralgico del film e si definisce nell’incontro e nello scontro con l’altro. un talebano che. anch’esso elemento costante nella filmografia skolimowskiana. Un corpo la cui fisicità e animalità si affermano in misura ancora più incisiva a partire dal momentaneo handicap uditivo del protagonista e la conseguente ipersensibilizzazione del tatto e della vista. dopo esser stato catturato e trasportato in un sito militare. Essential Killing (2010) ha come protagonista Mohammed (Vincent Gallo).Essential Killing di Jerzy Skolimowski costantemente come nucleo della vita. in cui dall’intrusione nella privacy domestica alla violenza carnale. La vita. degli sguardi e l’esplorazione del rapporto fra i corpi in questo film sembra il naturale proseguimento di Four Nights with Anna (2008). non solo per sopravvivere. dei luoghi e degli individui che incontra. la condizione politica e sociale del personaggio non sono definite se non nello spazio del film.

La riflessione e il lavoro di Jerzy Skolimowski e del suo attore Vincent Gallo si presentano quindi come una manifestazione di presenza al mondo attraverso l’azione sui corpi e sulla natura. . Io sono come mi vedo. ma come ciò che si identifica con la mia presenza al mondo e agli altri come io la realizzo adesso. un campo intersoggettivo. quindi il personaggio e il mondo non sono più separati da un limite di conoscitore e conosciuto. Come scrive Marleau-Ponty «Riflettere autenticamente significa darsi a se stesso. verso una soggettività che sia corporeità. ma perché io sono questo corpo e questa situazione storica per mezzo di essi». non come una soggettività oziosa e recondita. ma uniti in uno stesso processo costitutivo e percettivo. non malgrado il mio corpo e la mia storia.Essential Killing di Jerzy Skolimowski In Essential Killing ogni concezione dualistica sembra superarsi in una dimensione totalmente fisica dell’atto di conoscenza.

Alvise Mattozzi. Tiziana Migliore. Valeria Burgio.Essential Killing di Jerzy Skolimowski Altri percorsi di lettura: Paolo Fabbri. Patrizia Magli A riflettori spenti Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Torna al menù .

nelle intenzioni degli organizzatori. Tiziana Migliore. Alvise Mattozzi. La successione dei numeri – 83 artisti invitati alla 54a edizione. sarebbe un pellegrinaggio verso l’arte. Luminarie La Biennale di Venezia. A noi sembra piuttosto un circo dove clown e trapezisti eseguono gli stessi numeri. Valeria Burgio. Patrizia Magli La Biennale perde il lume 1. l’incremento dei padiglioni e l’auspicabile successo di botteghino – rende il Circo Biennale un laboratorio . rovesciati nel valore. Ci sono acrobati che volteggiano intrepidamente in alto e buffoni raso terra che si scambiano lazzi e lepidezze (ogni allusione al padiglione (tras)curato da Sgarbi non è tale).A riflettori spenti A riflettori spenti La 54a Biennale di Venezia Paolo Fabbri.

richiederebbe segni o per lo meno sintomi dell’Artistico. Il visitatore. Il Quanto ha a che vedere con merci e mercati. curatori ed esperti in vivo contrasto tra loro e che si trattano reciprocamente da Pessimati (sic!). Fuori da ogni residua ontologia e ontalgia. Come distinguere i risultati artistici dagli effettacci speciali. affettivi e concettuali dai padiglioni beauty farm. anche da quella negativa di Baudrillard per cui L’art moderne est nul. il quando è più sfuggente e imprevedibile. non risponde . Perché e sostituirle con Quanto – l’implicazione economica» – e Quando – l’esplicazione pragmatica. le opere e le altre attività in scena replicano tongue in cheek: «Artista dunque ero.A riflettori spenti fruttuoso per comprendere le forme di vita delle arti. calcolabili bolle finanziarie e beni rifugio. L’acquisto facoltativo di un greve catalogo – da portare dopo la lunga visita – scritto quando le opere non sono state ancora realizzate e installate e votato alla coffee table. dai centri benessere o malessere? Non bastano le attestazioni degli ottimati. massaggiato alla partecipazione attiva. i Gedankenexperimenten percettivi. Alla domanda intima e insistente del visitatore: «È Arte? È un Artista?». artista quando sono». Un luogo d’invenzione e di esperimento alla condizione di cambiare le tradizionali domande: «Come.

Anche il titolo generale della Mostra. «alfabiennale». Per Bice . era l’effetto della luce metafisica attraverso il diafano mondano.A riflettori spenti alla domanda. L’intitolato ILLUMinazioni è apparso e piaciuto alla curatrice Bice Curiger. Curiger non va tanto per il sottile: la luce è «uno strumento intellettuale che è importante cogliere in ogni oggetto d’arte con possibilità di percezioni intuitive» (Intervista di Manuela Gandini a Bice Curiger. Per Suger. Della parola Illuminismo. alle prese con le vetrate di una chiesa. l’ottica era una branca della teologia. che in francese è lumière e in italiano lume. L’abatone imprenditore però sapeva la differenza tra «luce» soprannaturale e «lume» profano: il lume. p. complice dell’ombra. anche se in ultima istanza «non razionale ma estatica». la fa ridere il «also suffisso»!? Per acclarare questo strumento – come provocazione agli artisti invitati e edificazione del visitatore – la curatrice ha portato alla luce un manierista «trasgressivo» come l’ultimo Tintoretto. per la sua luminosità «razionale e febbrile». come per san Tommaso. come all’abate Suger di Saint-Denis di panofskiana memoria. giugno 2011. uso invalso dagli anni Settanta – quando la Biennale ha smesso di pubblicare una sua rivista analitica – non è proprio illuminante. 1).

non tollera confronti col mostro spiaggiato di Fellini nella Dolce Vita e la grande Mouna del veneziano Casanova. Spazio Elastico. Nella 52a edizione. il cui interno piccolo borghese permette di installare visitatori dagli stessi gusti. Restano da capire le qualità estatiche che esemplifica l’installazione ricostruita di Gianni Colombo. infatti. «l’Ultima Cena è l’immagine di un social gathering pieno di significati». . nel cui cupo ventre una lanterna magica proiettava disegni di Topor. la taglia dell’opera. B. N. Quanto a Gréaud. 2005.A riflettori spenti Curinger. come lato oscuro dell’uomo… Le Biennali però sono eventi effimeri e godono di diritto di amnesia: le edizioni sono distanti anni luce. vinse il Leone d’Oro della miglior partecipazione nazionale Annette Messager con Casino: una variante di Pinocchio.: A lume di naso: andrebbe indagata la sindrome Paese dei Balocchi che coglie gli artisti francesi invitati alla Biennale veneziana. Chi visiterà vedrà. perché Pipilotti Rist abbia trasformato in video tre opere della scuola del Canaletto e soprattutto la qualità luministica del ventre della balena nel Padiglione Geppetto di Loris Gréaud.

che sia in grado di formulare un’intenzione implicita se non inconscia. Come ovviare allora alla difficoltà strutturale del genere Arte Contemporanea nel rendersi reperibile proprio in quanto irriconoscibile e ininterpretabile? La provocazione deve eccedere le forme riconosciute sul piano espressivo e dei contenuti e la trasgressione deve essere situata – medium. ma una sagra interattiva di linguaggi. cornice. analitico e riflessivo. che non ridica la solita storia. meglio chiedere all’artista un significato fuori dalla portata del pubblico. Ammesso che risponda. ecco la scappatoia discorsiva: l’Intervista. Ai semiologi la constatazione dell’equivoco sul prefisso meta. che non abbia interesse ad aggirarla ecc.che non è più un piano critico di consistenza. tempo e partecipanti. bisogna fidarsi: della pertinenza delle domande e soprattutto del senso della risposta: che l’artista contemporaneo replichi a tono (Pistoletto) e non scherzi sulla domanda (Boetti). Inter(s)viste Al visitatore l’ardua sentenza. In assenza di letture qualitative in grado di ricostruirne i codici di infrazione. In questa accezione la 54a Biennale è proprio meta-. Non è sempre il caso. In assenza di metalinguaggio correttamente inteso. . luogo.A riflettori spenti 2. Alle questioni rivolte da Bice Curiger agli artisti. che sia davvero lui a rispondere (Cattelan).

se integrate nell’analisi delle opere. alle quali appartengono come testo da approfondire. filtrate. Il rischio però è che il concorso bandito per il miglior saggio sulla biennale del 2011 sia proprio un’intersvista.A riflettori spenti Roman Ondak. la domanda prediletta è quella «da ascensore». In mancanza provvisoria delle scansioni cerebrali promesse dalla neuroestetica. Le risposte beninteso sono lungi dall’essere insignificanti. B. per esempio ha risposto: B.:«Una». C. non come contesto esplicativo. R. direttive. aggirabile. Lucido o illuminante? Le scienze dell’uomo. Praticata da critici embedded. per poter rispondere di nuovo e porre nuove domande.: «Sulla terra».: «Quante nazioni ci sono dentro di lei?». O. revocabile e reinterpretabile. hanno elaborato strategie postbehavioriste di controllo per rendere le interviste accurate e verificabili. isolate o in questionario ecc. C. avvertite della fallibilità della memoria e dei troppo umani interessi. coinvolti nella promozione degli autori. la critica d’arte contemporanea coltiva invece ed estensivamente il genere Inter(s)vista. R. – e sconsigliano in genere le domande col «perché?».:«Dove si sente a casa?». Per evitare le sviste ne somministrano di pianificate. O. cognitive. .

è stata frequentata da impiccioni. V. Come Sgarbi. F. ha distinto. se n’esce rabbuiati. splendori e via lucendo. il volatile referenziale – che lo disgusta – e il simulacro che è «un’idea brillante». specializzato nel salto nel buio. P. con semiotica competenza. con questo . § 537). scintillii. ha molto apprezzato il concittadino Cattelan e la trovata degli ubiqui piccioni imbalsamati. però. ILLUMInazioni. nonostante il riferimento di Bice Curiger a Rimbaud. un Lucignolo che si vorrebbe Lucifero. in una tipica intersvista. Trattato della Pittura.A riflettori spenti 3. barbagli. il quale. luccichii. fulgori. brilli. Impiccioni La Biennale del 150°. e il neo-ministro della cultura Galan. Nell’insieme. La curator della luce si è scordata di quello che Tintoretto sapeva bene: «L’ombra è di maggior potenza che il lume» (Leonardo da Vinci. lampi. Questi impiccioni non bastano però a mettere in cattiva luce una Biennale che ha i suoi barlumi. Visitatore qualificato e leghista veneto. Connettori a vista Sono poche le illuminazioni della 54a Biennale.

come «visioni ragionate». Viceversa. . Bice Curiger ha sussurrato. Entrambi sottraggono peso politico al concetto di nazione. per il resto. Liceità dell’artista o licenza di uccidere. Commissari e curatori giurano che il titolo di una mostra è solo un’informazione e. l’accento posto sulle Nazioni. nelle corde di chi vede i padiglioni dei paesi non più come il riflesso di una regia imperiale. incrociate davanti al Palazzo delle Esposizioni. una buona Biennale deve poter godere della giusta anarchia che l’arte contemporanea merita. privandolo di status identitario e mostrandone i cedimenti di terreno. Della mostra. o lo spazio al neon con buzz del National Apavilion of Then and Now di Haroon Mirza. Più che informare. vincitore del Leone d’argento come promettente giovane artista. ma come un’organizzazione simbolica bottom-up. Funziona invece la seconda parte del titolo calembour. considerava le intuizioni. Così l’anarchia è divenuta decimazione di idee negli artisti e gratuità incapace di far presa sullo spettatore.A riflettori spenti termine. Si potrebbero citare la Fantasia delle aste senza bandiere di Latifa Echakhch. capace di sfidare la geopolitica esistente. cosa ricordiamo dopo averla vista? Tintoretto non illumina. né The Ganzfield Prize di James Turrell né gli Untitled di Christopher Wool insegnano qualcosa perché entrano «in risonanza» con lui.

a firma di Sigalit Landau. graffiano la sabbia e vengono risospinte indietro dall’onda. dal mare. un container con la duna di un deserto (Resident Alien I). Insieme a Yossi Breger e Miriam Cabessa. Dall’altro lato del pavimento c’è un secondo simmetrico video. Mimano le due città che si contendono un territorio condiviso. . giocano a «Countries» sulla sabbia. ripetendo il gesto di marcare e demolire confini.A riflettori spenti rimane impressa One Man’s Floor is Another Man’s Feelings. Un ingranaggio a vista di cui udiamo il funzionamento. diventa una cisterna che espone all’esterno e all’interno un sistema di condotti idrici. per collocarvi. da Aza (Gaza) e Ashkelon: tre giovani. Oggi l’architettura della nazione. È l’installazione site specific del padiglione israeliano. Landau aveva già rappresentato Israele nel 1997 ed effettuato un primo «scavo» nell’edificio modernista. Azkelon. clandestinamente. filmati dall’alto. Un processo solitario di inscrizione ed erosione accomuna il tempo umano e il tempo eterno. che ne cancella le tracce. Al pavimento di questo pianterrenosottosuolo. ugualmente ripreso dall’alto. a tre livelli. giungono di schiena 3 donne («sirene»). in un angolo. con pompe e tubi che sfondano le pareti e si collegano al canale adiacente. in orizzontale e in verticale. Mermaids (Erasing the Border of Azkelon): sulle rive della stessa spiaggia. è proiettato un video.

A riflettori spenti Accanto al video c’è una scala a spirale che conduce il visitatore al terzo livello: qui lo spazio si svuota dei conduttori d’acqua e lo lascia di fronte a uno schermo enorme. ma non calpestabile. All’uscita. che gocciolano (Salt Crystal Fishing Net). mentre gradualmente i relatori se le tolgono e vanno via. Le scarpe. Una bambina. però immangiabili e imbevibili. Si discute. in più lingue. Affacciandosi. poggiano sulle lastre ghiacciate di un lago e lentamente affondano. Si scende quindi al livello intermedio. in abîme. Serbatoi anche questi. ma allo stato solido e soggetta alla reazione col sale. dov’è proiettato Salted Lake (salt Crystal Shoes on a Frozen Lake): due scarponi. si rivede a strapiombo l’inquadratura di Mermaids. nel cortile del padiglione. e le riannoda unendole. attorno al quale si svolge un negoziato (Salt Bridge Summit). in corrispondenza delle scarpe che affondano. lo spettatore trova il cerchio di scarpe legate . scioglie i lacci delle scarpe degli interlocutori. Vi sono posizionati dei Pc che visualizzano. cosparsi di sale. inginocchiata. Di nuovo l’acqua. c’è un tavolo rotondo. Sulla parete a lato stanno appese delle reti da pesca con cristalli di sale. di elementi belli. dell’ipotesi di costruire un ponte di sale tra la sponda israeliana e quella giordana del Mar Morto. dove. le gambe di un altro tavolo. sprofondano. su un suolo condiviso quanto la terra.

Un’altra profondità che. La bambina è un simulacro enunciazionale dell’artista. apposta per inaugurare del padiglione. lo spettatore la incontra per comprendere che tubi. T. su un basso piedistallo. reti e lacci sono sì figure intercambiabili della connessione. coltelli/unghie. omologazione e trasformazione (acqua/terra. Al termine ceiling. presidente della comunità ebraica di Venezia. opposto di floor.A riflettori spenti trasposto sottoforma di scultura in bronzo. come l’acqua nelle tubature. al parco dei Giardini. nell’espressione d’uso comune One man’s floor is another man’s ceiling. Intanto l’1 giugno. Ma hanno bisogno di mediatori e di modalità del volere e del potere inscritte. M. cristallo/bronzo…). acqua/sale. bisogna sentirle e costruirle. Sigalit Landau commuta feelings. riemerge in superficie. . In un programma narrativo che offre un lessico (semisimbolico) di coppie in contrasto. c’erano il presidente Shimon Peres e Amos Luzzatto. Non ci sono relazioni date in partenza.

Palazzo delle Stelline / Galleria del Credito Valtellinese.A riflettori spenti Emilio Isgrò. Milano L’état. 2009. può irritare. ce n’est pas moi «Un artista è inadeguato a rappresentare un paese. (Particolare). come irrita ogni forma di resistenza nascosta sotto un’apparente modestia e come irrita l’umiltà di Bartleby . L’atteggiamento di Dora Garcìa. Fratelli d’Italia. che così risponde all’invito di rappresentare la Spagna per la 54a Biennale di Venezia. un paese è inadeguato a essere rappresentato da un artista».

la noia e la fuga. un’alterazione in senso critico e acuto dello sguardo da gettare d’ora in poi su tutta la Biennale. il più delle volte senza programmazione né avvisi. passano da un lato del padiglione all’altro per proporre un tour del vuoto.A riflettori spenti che a ogni proposta risponde. In una visita guidata alla «mostra senza opere». Dimostrano come non produrre opere sia una scelta ponderata e creativa. lo spazio. il cronista più glam del «Guardian»: «Spain was without pleasure». non è una retrospettiva delle azioni svolte dall’artista. L’archivio di documenti esposti. dopo i bagni di celebrity e i tributi ai galleristi espressi sotto forma di courtesy sulle etichette disseminate nella mostra di Bice Curiger. Piuttosto. La mostra del padiglione spagnolo è austera. utile all’analisi per negazione del funzionamento economico e psicologico della produzione artistica. prendono vita grazie a relatori e attori. L’opera non c’è. da una parte. due attori. che coinvolgono il pubblico in conversazioni e azioni di teatro. gli oggetti. Certo. . i documenti. «preferirei di no». due sono le reazioni possibili alla mostra ospitata dal padiglione spagnolo: il fastidio. infatti. mesto e sottomesso. la «rottura epistemologica» dall’altra. è un deposito di memoria pronta ad attivarsi: di tanto in tanto. tanto da fare dire ad Adrian Searle. con i loro piedistalli portatili che li distinguono dagli astanti.

secondo cui chi si muove in modo inopportuno o inappropriato – il comico o . capirà ben presto che è lui l’oggetto osservato e giudicato. È l’imbarazzo sociale descritto da Erving Goffman. guardandolo con astio dritto negli occhi e stringendogli la mano. gli psicotici. è anche oggetto di insulti: le guide della visita alla mostra senza opere. descrizione in tempo reale di quello che succede in sala. intrappolato nei meccanismi scopici della re-entry luhmaniana. la stessa breccia che aprono sulla realtà i pazzi. Si aggira come un corpo vagante cercando l’appiglio di un oggetto da osservare e giudicare. È stata aperta una breccia nella costruzione teatrale delle relazioni economiche e sociali.A riflettori spenti l’identità dell’artista è parcellizzata nei suoi performer. con il filtro delle virgolette (citano Guy Debord e Peter Handke) gli daranno del perbenista e del piccolo borghese. Dopo quest’esperienza. e lo spettatore entra in crisi. Si tratta di Instant Narrative. quando si renderà conto che il testo proiettato nero su bianco su uno schermo parla di lui. e anche il mondo cerimonioso degli addetti ai lavori che si aggirano per i Giardini i giorni dell’apertura. alla fine del tour. ivi compresi atteggiamenti e comportamenti del pubblico. Gli inadeguati. Come se non bastasse. niente è più come prima. appare quantomeno sinistro. l’osservatore osservato. i disadattati.

con tanto di ribalta e retroscena. ma distruggerli. Il design del teatro. Il padiglione è spagnolo. Gli artisti costruiscono un set teatrale. vanno di pari passo con l’indifferenza totale gettata sul concetto di stato-nazione. «penetra oltre la sottile veste della realtà immediata». realizzato secondo schemi compositivi e cromatici tipicamente De Stjil. Compito dell’artista non è quindi solo “fare mondi”. Un’altra mostra senza opere è quella messa in scena dal collettivo che rappresenta i Paesi Bassi. aprire gli occhi sulle modalità della loro costruzione. La mostra senza opere è un’infrastruttura culturale attivata dalla presenza del pubblico in sala: del resto. come idealisticamente auspicava Daniel Birnbaum due anni fa. Al centro della scena una quinta riproduce il vuoto lasciato sulla parete del Rijksmuseum quando La ronda di notte di Rembrandt fu rimossa per essere restaurata. l’idea del Gesammkunstwerke tramandata dal padre di De Stjil Theo van Doesburg era che la pittura . Scomparsa delle opere e disgregazione dell’artista in un numero di soggetti delegati che parlano per lei.A riflettori spenti lo psicotico – distrugge mondi. ma potrebbe essere di qualunque altro stato: l’internazionale situazionista colpisce ancora. è coerente con la struttura del padiglione di Gerrit Rietveld.

inglobando l’uomo al suo interno. Forse solo al padiglione italiano abbondano tele. più che da osservare a distanza. si traduce in un messaggio profondamente legato alla cultura e alla tradizione olandese: Mondrian. costruiti. B. Per il resto. Ecco un caso in cui il rifiuto di artisti e curatori di produrre opere. ambienti. van Doesburg. dal padiglione britannico a quello olandese. articolarsi nel tempo e nello spazio. Rietveld e Rembrandt (in absentia) sono richiamati e rimessi in circolazione grazie all’allestimento. dal bar di Tobias Rehberger. e la vecchia moda neerlandese di parlare della rappresentazione negandola (come faceva Cornelis Norbertus Gysbrechts nei suoi dipinti negli stessi anni di Rembrandt) acquisisce nuova forza. ci si confronta con luoghi allestiti. fortemente alternativo rispetto al resto della Biennale. Ormai l’arte contemporanea è questo: opere da abitare e da percorrere.A riflettori spenti dovesse diventare tridimensionale. Parvenze di delega Installazioni. vincitore della Biennale 2009. . premiato in questa edizione. ricostruiti. V. al padiglione tedesco. spazi.

si tratta di sculture e architetture provvisorie.A riflettori spenti modificati. inevitabilmente. Franz West (Corderie). dispone la presenza di tali opere e caratterizza la Biennale più di quanto non faccia l’ascrizione nazionalista di ciascun padiglione. nei fatti. non accolgono. per ospitarvi dentro le opere di altri artisti. laboratorio di resistenza artistica. però. commissionate da Bice Curiger a Song Dong. c’era il Mars Pavillion. Ma il dispositivo rende possibile anche. scelti da loro. Effettiva novità della Biennale 2011. che sempre più si trovano imbricati nelle opere. il dialogo spaziale risulta molto difficile. oggi dentro la Biennale abbiamo il Gelitin Pavillion e il Geppetto Pavillion – la balena spiaggiata di Loris Greaud (entrambi alle Corderie). . È evidente che il «dispositivo padiglione». A differenza degli spettatori. Se qualche anno fa. come accade tra Song Dong e gli artisti che i suoi spazi dovrebbero accogliere ma che. Monika Sosnowska e Oscar Tuazon (Giardini). con il rischio di generare una indifferenza reciproca. attorno a cui si articola da sempre la mostra veneziana. Curiosamente. la proliferazione di altri padiglioni. appena fuori i Giardini. ma soprattutto i para-padiglioni. gli artisti sembrano muoversi tra un non voler inglobare e non voler essere inglobati.

Sosnowska crea uno spazio abitabile da Goldblatt e Mirza. Dong. che connota quasi tutti i para-padiglioni. costruisce paraventi circolari di ante di armadi in cui le facciate esterne sono rivolte verso lo spazio conchiuso interno. lo speaker che produce l’opera sonora di Mendizabal. A un primo sguardo. dove non sono installate opere. i «corridoi». mentre le stanze in cui sono alloggiati gli artisti non sono che il retro lasciato spoglio dalla scenografia a stella creata dall’artista polacca. forse la strategia più efficace di dialogo è l’occupazione dello spazio altrui messa in atto – e . La struttura di cemento apparentemente precaria di Tuazon ospita in un anfratto. Dal momento che gli artisti sembrano avere difficoltà ad accogliersi l’un l’altro. più che altro nascondendolo. oltre alla struttura della propria casa di famiglia riprodotta nel centro della sala. West esplicita questo rovesciamento nel suo Extroversion: ripropone la sua cucina di casa ribaltata intorno a un volume centrale e su cui si stagliano le opere degli artisti a lui legati.A riflettori spenti Le strategie di sottrazione all’abbraccio dell’altro si articolano a partire dal rovesciamento di una specifica relazione. tra interno ed esterno. ma in effetti la carta da parati che orna questi spazi decora solo l’esterno. mentre Ekblad sceglie di occupare con un murales l’esterno della struttura.

Nella giornata di apertura al pubblico. grazie alle mura. che instaura. Questa Biennale fa proliferare i padiglioni e. se stesso nel padiglione. M. Il «dispositivo padiglione». per far scegliere i 150 artisti italiani a 150 personalità della cultura. Se ne ha la realizzazione più piena nel padiglione italiano dove. ogni padiglione ha il suo curatore. grazie ai suoi «turisti». . in un’ottima parodia di se stesso. è un dispositivo di delega: la cultura materiale della delega curatoriale.A riflettori spenti non è la prima volta – da Cattelan. uno spazio separato. Vittorio Sgarbi apparentemente si eclissa. Come è noto. la delega curatoriale. Sgarbi era lì al centro del padiglione e. A. agitandosi e aggiustandosi la frangia. ufficialmente non presente e sostituito dalla scritta «basta pupazzi». con una straordinaria performance. piccioni impagliati che vegliano dall’alto sulle opere del Palazzo delle Esposizioni. per una volta. infatti. citava a gran voce i nomi dei vari artisti e curatori delegati. Il curatore delegante reintroduceva così. C’era da chiedersi se non fosse quello il contributo di Cattelan. con essi. però. parlando al cellulare.

seguendo un filo nero che. ricoperta di nero. . divisi verticalmente o orizzontalmente da una striscia bianca di vero ghiaccio. Dai bellissimi monocromi neri degli anni Sessanta. elusiva. come quelli su piano parabolico di Francesco Lo Savio della Fondazione Prada. duratura. all’Arsenale di Venezia. un’opera d’arte? In che modo attraversare la frontiera oltre la quale nozioni di arte o estetica perdono pertinenza? Lo si fa andando. O. porti dalla Fondazione Prada fino a Cà Pesaro. fino ai pannelli verticali dai toni scuri di sale combusto insieme al ferro e al piombo. Allora può accadere di restare catturati da un tipo di provocazione più sottile.A riflettori spenti L’oscuro percorso del sublime Cosa fa di una superficie spessa. a quelli recentissimi di Pier Paolo Calzolari alla Cà Pesaro. se si sceglie un percorso alternativo. Struttura «vivente». Nel ritrovato silenzio di questi luoghi ci accorgiamo come ogni lavoro artistico abbia la necessità vitale di uno spazio intorno che lo lasci respirare. l’opera di Calzolari produce l’impressione dell’estrema unità che è propria dei monocromi e quella di ricchezza percettiva che caratterizza le opere «barocche». in questi giorni. agitati da un vento che sembra discostarli dalla nuda parete in lente ondulazioni. Ne sono un esempio i pesanti drappi di feltro nero. lontano dagli schiamazzi di questa Biennale.

allo stesso tempo. o perché accorda il massimo di impressione estrema al minimo di semplicità espressiva. producono un effetto di siderazione. articolazione del campo cromatico. LISaV – Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia . più «sublimi» di Newman. che è una delle qualità attribuite da Burke al sublime. Questo gioco tra vacuità e pienezza dei campi neri. tra linee di ghiaccio che dividono e uniscono. implica che la monocromia da Calzolari è stata convocata. Le sperimentazioni con il gelo di Calzolari mantengono la strutturazione per segmentazione. Calzolari ricorda Barnett Newman. e. P. come Newman diceva.A riflettori spenti Se dobbiamo trovare un’ipotetica filiazione. ripudiata. il pittore contemporaneo del sublime: The sublime is now. Ma anche perché i quadri più riusciti. partizione. M. Non solo perché il sublime reclama l’oscurità.

Collezione privata. The United States. Milano Altri percorsi di lettura: Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt .A riflettori spenti Emilio Isgrò. 1982.

A riflettori spenti Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Torna al menù .

indagato. Starobinski sosteneva che il prepotente bisogno di affermare una nuova coscienza sensitiva andava visto ormai come l’unico modo. e tentativo di opporsi alla disgregazione del soggetto. 69. febbraio 1985 Niva Lorenzini Q ualche anno fa. linguisti.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita «alfabeta». Non chiariva però Starobinski i termini e l’estensione della nuova coscienza sensitiva. il problema del rapporto tra corpo e . da antropologi. n. Che. sociologi. in una società pianificata che ha abolito il probabile e l’ignoto. insomma. in quella sede. soprattutto in quegli anni. né si poneva. era a un tempo sintomo di una crisi della totalità e dell’identità. alla fine degli anni Settanta. il culto del corpo. di garantire al soggetto una sopravvivenza psichica.

nell’accezione proposta da Porta di linguaggio che articoli l’essere più che svelarlo o prestabilirlo.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita sentimento. all’interno delle pagine dedicate al senso della letteratura. e per me è diventato cogente proprio in occasione del dibattito aperto in «alfabeta». in rapporto al Grande Stile: penso proprio a Invasioni. codificate. misurabile. riprendendo in esame la categoria di tempo – quale il tempo del sentimento? relativo. che non possono rimanere immobili. Perché c’è un modo nuovo e davvero fertile di dare voce al sentimento. adibibili a usi dispersi e contrapposti). Rischiosissimo sempre. puntiforme. bergsoniano? – o quella di esperienza. utilizzando una scrittura «trasparente» che andrebbe pazientemente indagata nelle sue strutture e modalità anche. e perché no. e soprattutto se non lo si decifra attentamente (e intendo: se non lo si storicizza. Letteratura-vita Eppure lo stimolo alla riflessione era importante. . né tanto meno quello del rapporto tra letteratura e vita. Uno dei binomi che vi si ripropongono con più frequenza è quello del rapporto letteratura-vita.

purché non gli si attribuisca un valore simbolico. a partire da Kant. Mi pare che la riscoperta del corpo. inquieto. diceva ieri Paolo Bertetto. ironico) che si contrappone a un infinito statico. In forme non assolutizzanti. Sentimento è sempre e comunque. anche pre. lo rovescia ripartendo anche da una . del suo linguaggio. ma anche significa. io finito (mobile. e la proposta del sentimento. Il sentimento è l’esperienza di un atto ed esperienza in atto. dinamico. spetta il compito di ricordare il senso dell’illimitato.e non verbale. il ritmo del fenomenico. definito. Ed è una direzione che ribalta il macrocosmo. parallelamente affermare in positivo i gesti. mi sembra. Corpo-letteratura Ecco. il contrario di totalità. sperimentazione che consente. imprevedibile. istituzionalizzandolo in forme metastoriche. vadano nella stessa direzione. costruisce il vissuto. l’infinito lo spazio della limitazione. di scrivere l’intensità celata negli eventi).Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Articolare significa estendere il linguaggio a ciò che è irriducibile a esso (alla letteratura. di un nuovo rapporto poesia-vita. Ove in realtà è poi il finito il luogo delle possibilità. onnicomprensivo. o come altri suggerisce.

non costruita però sul togliere. Se c’è assenza. aleatoria. facendosi come quello statico e sterile. se non ha nostalgie misticheggianti. non eccezione – rischia di coincidere con l’io assoluto. sinestesie. che è – badiamo bene – non più provocatorio né trasgressivo. Contro ogni totalità programmata. metamorfico. stentata. non ha neppure inquietudini tardocrepuscolari. la conoscenza del corpo. guidata da un io esperienziale che. tuffi nell’inconscio. in quanto ormai norma. con il corredo di analogie. che a fine Ottocento. rispondeva proprio a un’esigenza di restaurazione – ma all’interno di ideologie totalitarie – dell’io diviso e disgregato. come coincidenza non soltanto curiosa. E va allora ricordata.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita sopravvivenza molecolare. e anche un po’ nostalgico di gouffres magari desacralizzati. che non chiede – ed è importante – all’io di parcellizzarsi. . il silenzio non metafisico che dà senso alla parola. ma ugualmente indifferenziati. o silenzio. rasoterra. intorno a questo io. in un’epoca di crisi dell’identità. Perché ormai l’io decentrato. è l’assenza non simbolistica ma allegorica delle possibilità. il vissuto temporale è azione e memoria di un presente in trasformazione.

la sua missione. o di certe riproposte. E qui. ma tracce dell’esistenza e della parola poetica. sempre). non capisco proprio il senso di certe contrapposizioni piuttosto pretestuose tra «nuovo classico» e sperimentazione. se non altro tra la forma e il non formato (il caos e il numero stellare. sono sempre in rapporto con la metamorfosi. E la parola letteraria è di necessità. rifugiarsi nell’accettazione passiva e pacificata dell’accadere (è vero – lo diceva ieri molto bene Biancamaria Frabotta – non si esce dal moderno azzerando il contachilometri delle antinomie). per eccellenza. perlomeno ambigue. luogo di tensione. non residui. rappresentare la metamorfosi non significa sottrarsi alle contraddizioni né alle contrapposizioni. sapendo bene – lo .Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita La scrittura-metamorfosi Ricondotto il discorso alla letteratura. Nella crisi della rappresentazione. occorre forse rimeditare un’affermazione recente di Canetti: lo scrittore. devo dire. di un ingombrante e vuoto contenitore chiamato forma: che possibilità c’è di formare – si chiedeva già Montale e lo ricorda Luperini nel suo recentissimo Montale o l’identità negata – che possibilità dunque c’è di formare se manca la forma? Rappresentare la metamorfosi deve poter significare anche ripartire dai livelli minimi.

sempre complice. nel qui e nell’ora del ludico. storico e biologico. dell’azione. o identificarsi. come nell’ultimo Sanguineti.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita diceva ieri Bettini – che l’assoluto è pur sempre perduto e irrecuperabile. . mai in fuga (neppure dal significato). all’opposto. della deiezione. o. negli «sbeccuzzati silenzi» del paesaggio verbale. Il senso della letteratura può allora davvero coincidere. Magari nelle forme conoscitive. appunto. linguisticamente. di Zanzotto. Nessun io debole c’è consentito A distanza di venticinque anni. rasoterra. confesso di fare un po’ fatica a ritrovarmi. o perché abbiano perduto senso certi richiami al pensiero di Starobinski o di Canetti. E non perché non condivida certe mie posizioni di allora. contro ogni sacralità e separatezza. riconsegnati alla «fattuale presenza» di cui parlava la sua poesia letta ieri sera. con una riscoperta – nell’accezione che si è detta del corpo-sentimento che interroga il possibile linguistico.

ma era già quella. ancor prima che l’analisi e la pratica della scrittura del corpo si imponessero come tendenze sempre più condivise. con uno neospiritualismo. in un mondo che si avviava verso una sempre più massiccia globalizzazione. Nel contesto dei primi anni Ottanta si avvertiva certo. una mia precisa inclinazione. come restaurativo e dogmatico. che eludeva il confronto con la storia e con la sua conflittualità.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita che non cessano. a mio parere. parlando di difficoltà a ritrovarmi in quelle righe. il mio modo di posizionarmi di fronte a un testo. e lo avverto nitido nella mia riflessione di allora. o perlomeno così era parso a me e ad altri in quella circostanza. Mi riferivo ad altro. Ricordo bene la carica polemica del dibattito . come il riferimento al Grande Stile o le riflessioni sul «nuovo classico» e sul suo incidere sul restauro della forma). con il rischio di trasformarsi in facile stereotipo. un acuto disagio per l’omologazione già pienamente in atto. Ma di questo si potrebbe – si potrà – riparlare a lungo. a quel disagio qualcuno rispondeva con la scelta di direzioni orfiche e neoromantiche. e finiva per darsi. evidentemente. Del rapporto corpo-letteratura ho continuato a occuparmi nel tempo. insomma. di conservare una loro indiscussa attualità (mentre non si può dire lo stesso di altre polemiche più circostanziate e occasionali.

nell’intenzione. forse (o lo erano proprio già per davvero. Ora tutto pare convivere con tutto. perlomeno in fase embrionale) i partiti dell’amore. in una dimensione sociale in cui i persuasori non si preoccupano neppure più di rimanere occulti. se devo scegliere parole o pensieri da sottoscrivere in . che seleziono fra tante. Del resto come potrebbe essere altrimenti. parola del coordinatore del gruppo di lavoro. quando si rimuovono le conflittualità oscurandole o traducendole in pacificazione narcotizzata (ultima chicca. ovviamente. ma ognuno può direzionare come crede le parole. in assenza di schieramenti riconoscibili. Contrapposizioni d’antan. il tentativo di censura della parola Resistenza dai programmi scolastici di storia del Novecento. Nel presente segnato dal cinismo e dall’ipocrisia delle mistificazioni. darsi in diretta. in cui i protagonisti del fronte orfico (o innamorato) vennero non metaforicamente alle mani con gli avversari: non erano ancora di moda. sdoganati dal pensiero unico veicolato dai media. potendo emergere alla luce del sole.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita palermitano. Parlo di poesia. di «contribuire a una sorta di pacificazione lessicale»). Ma poi si «criminalizzano» – lessicalmente e non solo – i clandestini. e di critica. e in apparenza è venuta meno l’intolleranza. E non c’è proprio più bisogno di omologare. si recintano e si isolano i diversi.

semmai la difesa a oltranza. .Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita quella mia pagina del 1984. assieme. brandite come arma d’offesa dai paladini del profitto. Nella consapevolezza. in momenti che impongono al contrario precise assunzioni di responsabilità. contro le «libertà» svuotate di contenuto. di fronte all’arroganza del potere. nessuna vacanza dall’azione. l. del senso del limite e dei diritti collettivi che a esso si collegano. ancora. da praticare urgentemente. Nessun io debole ci è consentito. n. che è il «finito». opto senz’altro per l’insofferenza che vi si coglie per una parcellizzazione dell’io che suoni arrendevole e impotente. lo spazio concreto delle possibilità. e la pratica di una solidarietà che lotti per la liberazione dal bisogno. non l’astrattezza sbandierata senza ritegno dagli imbonitori di turno. qui e ora.

Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Emilio Isgrò. Prato 2008 Altri percorsi di lettura: Luigi Nacci Stay human . 1985 Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Opere da La Veglia di Bach.

Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Emilio Isgrò Disobbedisco Torna al menù .

sono invece le lotte a determinare il punto avanzato dentro il capitalismo globale. di cui molti. Distruggendo definitivamente ogni inveterata reminiscenza del rispecchiamento coloniale. secondo cui le «periferie» dovrebbero osservare il «centro» per vedervi riflessa l’immagine del proprio futuro. sono state le prime insurrezioni dentro la crisi economica globale. Gigi Roggero L a Tunisia è. Fare inchiesta in questo laboratorio significa trovare risposte a nodi politici insoluti. Ancora di più. troppi pensavano di essersi liberati insieme ai ferri vecchi del Novecento. allora. Ma queste parole . uno straordinario laboratorio politico. hanno rimesso all’ordine del giorno le parole d’ordine dell’insurrezione e della rivoluzione.it Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Anna Curcio.alfabeta2. oggi.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Cronache da www. Quelle in Tunisia e in Egitto.

legata alla presa dello Stato. Anche qui. Non si tratta. Che straordinaria esperienza vedere come. concretamente. per affermare il diritto alla fuga e alla mobilità del lavoro vivo. i dimostranti si muovono nello spazio metropolitano: in un . E ora dal Wisconsin alla Spagna alla Grecia la parola d’ordine diventa: fare come a piazza Tahrir. Il contagio dei conflitti avviene attraverso la rete. i perimetri dello spazio nazionale sono definitivamente ecceduti. Si insorge per distruggere i confini. L’insurrezione tunisina è stata l’innesco per il movimento in Egitto e in tutto il mondo arabo. possiamo vedere come un altro elemento peculiare della crisi contemporanea. viaggi in realtà all’inseguimento dei movimenti del lavoro vivo e delle sue pratiche di organizzazione. L’insurrezione non è più. che si disegnano su un piano immediatamente transnazionale. dunque.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino d’ordine vengono imposte all’agenda dei movimenti in modo nuovo. dai social network agli sms. quello del contagio. Allora. semplicemente. è per i militanti tunisini chiara la percezione delle coordinate della sfida. La rete qui viene interamente riappropriata dal sapere vivo. diviene forma dell’organizzazione moltitudinaria. di strumenti che facilitano la circolazione delle informazioni e della comunicazione. espressione e pratica dell’intelligenza collettiva.

Ma pochi minuti dopo lo sciame si ricompone ancora più numeroso davanti al ministero degli Affari sociali. e poi ancora sotto alla sede del sindacato per imporre la convocazione di uno sciopero generale. Tuttavia l’insurrezione tunisina non è un evento impensato. urlano al governo di transizione che se ne deve andare. Quando la manifestazione viene attaccata con bastoni e coltelli da poliziotti in borghese. quanto meno – ci dicono – l’inizio del processo rivoluzionario va individuato negli scioperi nel distretto minerario del 2008. e/o loschi figuri al soldo dei commercianti preoccupati per i loro affari alla vigilia della stagione turistica. si disperde in modo apparentemente improvviso com’era comparsa.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino sabato qualsiasi l’appuntamento è alle 10:00 di mattina davanti a un teatro della centrale Avenue Bourghiba. rivendicano la continuazione del processo rivoluzionario. in una manciata di secondi cento. i poliziotti dietro al filo spinato sono tesi e non capiscono. privo di storia e di organizzazione. fatta di mobilitazioni e lotte. Ma già negli anni Settanta e Ottanta studenti e lavoratori avevano dato vita a straordinarie esperienze di conflitto: la stretta repressiva e autoritaria di Ben Ali è stata la risposta a esse. Giovani e . trecento persone si radunano. passano 40 minuti e non c’è nessuno. duecento. La sua genealogia è lunga.

quando Mohamed Bouazizi – giovane laureato e costretto a fare il venditore ambulante – si è immolato in piazza. che alla fine sono stati rovesciati contro i vertici. Ancora. il 14 gennaio. Quella forza è diventata potenza quando il movimento ha conquistato lo spazio metropolitano. Dunque la «rivolta per il pane» o la «rivoluzione dei gelsomini» sono etichette che tentano di esorcizzare la realtà comune di cui l’insurrezione in Tunisia ci parla. Vari analisti americani osservano come la composizione dei movimenti nel Maghreb sia del tutto simile alla situazione negli Stati Uniti e in Europa: giovani altamente scolarizzati. l’Uget: questi sono stati una palestra di formazione militante e spazi di organizzazione capillare. l’Ugtt.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino lavoratori tunisini hanno utilizzato. per occupare la Casbah e continuare la rivoluzione. e il sindacato studentesco. che non vedono più nessuna possibile corrispondenza tra titolo di studio e reddito. non è un caso che il processo insurrezionale abbia avuto inizio il 17 dicembre a Sidi Bouzid. il sindacato unico del regime. con intelligente pragmatismo. è nel Sud della Tunisia che il movimento ha accumulato forza: simbolicamente. Dire lavoro . disoccupati e precari. Da allora migliaia di giovani proletari sono accorsi dalle campagne e dalle città verso la capitale. giorno della cacciata di Ben Ali.

e con l’accumulo delle lotte operaie degli anni precedenti nel Sud. Attenzione. a partire da avvocati. piuttosto di angoli diversi dello stesso processo.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino cognitivo significa dire al contempo potenza e sfruttamento. definitivamente. Scuola. Nelle periferie di Tunisi giovanissimi e meno giovani usano quotidianamente la rete e parlano correntemente varie lingue. . Attorno a questa composizione si sono aggregati vari altri soggetti colpiti dalla crisi. che non coglie l’ambivalente processo di soggettivazione contenuto nell’utilizzo del peculiare «sapere morto» delle tecnologie della comunicazione. imparate spesso attraverso quelle antenne paraboliche tanto deprecate dai pruriti anticonsumisti della sinistra occidentale. e per il proletariato delle periferie una promessa di riscatto sociale. Dall’altro. il nodo politico che nitidamente il movimento rivoluzionario in Tunisia ci presenta è l’alleanza. o meglio la composizione comune tra i giovani del precariato cognitivo e del proletariato delle banlieue. università e saperi cessano. però: non si tratta di figure necessariamente distinte. di essere per il ceto medio declassato un ascensore per la mobilità nel mercato del lavoro. magistrati e impiegati dei servizi (molto attivi quelli del settore delle telecomunicazioni).

semplicemente. non è stato diverso da quello dei manager della Enron o degli altri grandi «scandali finanziari»: quando hanno capito che la barca stava affondando. Il regime di Ben Ali non era un’eccezione o un residuo feudale. tutto sommato. ma un tassello pienamente integrato della governance globale e del capitalismo finanziario. Ancora una volta. Il suo atteggiamento. una rivoluzione per cacciare il rais e accedere finalmente allo stadio di sviluppo liberaldemocratico.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Quella in Tunisia non è stata nemmeno una «rivoluzione pacifica». Non a caso. il punto politico non sono i corrotti. ma il sistema che produce corruzione. una delle partite decisive si gioca ora attorno alla questione del debito: il movimento rifiuta infatti di rispettare gli accordi presi da Ben Ali con gli organismi del capitalismo globale. Ma non è stata nemmeno. Il governo di transizione – che dopo la destituzione di Gannouchi imposta dalla seconda . i commissariati e le sedi dell’Rcd che hanno bruciato. come gli ufficiali nazisti in rotta nella Seconda guerra mondiale hanno tentato di arraffare candelabri e argenteria per scappare lontano. Per questo insieme di ragioni quella attuale è una fase estremamente delicata. Chissà cosa direbbe l’icona del giovane celebrata dalla «Repubblica» nel vedere le ragazze e i ragazzi della banlieue di Tunisi mostrare. orgogliosi.

Molti di questi ci raccontano anche di compagni e amici che sono andati a combattere contro il regime di Gheddafi. Lo si vede anche rispetto alla guerra in Libia. Tutti costoro giurano ora fedeltà alla transizione democratica. innanzitutto quelle forze dell’islamismo moderato che. già si candidano come i migliori alleati della stabilizzazione imperiale. Non è un caso che oggi la parola rivoluzione sia esaltata da coloro che stanno cercando di bloccarla. e ci spiegano le complesse geografie del fronte degli insorti: a Misurata si concentra . che dovrebbe essere acclamata dall’assemblea costituente del prossimo 24 luglio. Chi l’appoggia è perlopiù il blocco moderato. i carri armati occupano le strade.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino occupazione della Casbah è ora guidato da Essebsi – sta tentando di imporre una normalizzazione repressiva. il coprifuoco e i sistematici black-out nelle periferie tentano di garantire l’ordinata transizione allo «stadio»della liberaldemocrazia. raccogliendo la richiesta di ordine che arriva dai settori imprenditoriali e commerciali tunisini prontamente disfattisi dell’ingombrante ombra della cricca di Ben Ali. palazzi e ministeri sono circondati dal filo spinato. Nel frattempo. non diversamente dal centro laico. mentre per i militanti è chiaro come sia una guerra contro i movimenti rivoluzionari. cioè la fine del processo rivoluzionario.

Di fronte al palazzo di giustizia un avvocato commenta efficacemente: «Non possiamo parlare di controrivoluzione. frontalmente con chi tenta di governarla nel segno della normalizzazione: alla libertà di commercio si oppone. A pochi passi. l’orizzontalità determina verticalità collettiva.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino una composizione molto simile a quella del movimento in Tunisia. dunque in accordo con le potenze che stanno conducendo la guerra. centinaia e centinaia di giovani che sono arrivati da tutto il paese per occupare la Casbah non vogliono tornare a casa. Ecco il nodo. Allora. faccia a faccia. semplicemente perché non c’è ancora stata rivoluzione». cioè costruzione di un nuovo rapporto sociale e di istituzioni del comune? In . come il potere destituente diviene potere costituente? Come lo sciame diventa dispositivo di attacco. due forme della stessa lotta. e per i proletari tunisini una casa a cui tornare non c’è più se non si costruisce una trasformazione radicale: la scelta della migrazione o della continuazione del processo rivoluzionario sono. tutto sommato. la potenza della libertà del comune. mentre a Bengasi si sta tentando di istituzionalizzare una successione al colonnello ma nella sostanziale continuità politica. L’esplosione di libertà che percorre le strade della metropoli tunisina si scontra oggi.

«Il migliore modo per aiutare la liberazione dei palestinesi è liberare noi stessi». riassume perfettamente un compagno. dentro la crisi globale. Quanto potrebbe imparare da questa università quella sinistra della provincia italica che si crogiola nella sconfitta – oppure nel suo doppio speculare. sono chiare le coordinate spaziali della sfida. Ai militanti di qui. che si gioca su un piano immediatamente transnazionale: in particolare. il Nord Africa da una parte. l’autocelebrazione comunitaria e priva di programma – se solo avesse il desiderio di capire. come l’insurrezione diviene rivoluzione? Queste sono le questioni che. di fare inchiesta. di organizzarsi nel comune e di respirarne l’aria di libertà. . Ma non si tratta di generica solidarietà.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino breve. dicevamo. che rischia di finire nella trappola dell’identità oppure puzza di carità coloniale. l’Europa dall’altra. il laboratorio politico in Tunisia ha posto all’ordine del giorno.

vs. Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia.0: Disney Co.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Altri percorsi di lettura: Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza .

Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Torna al menù .

come è ovvio. e persino un po’ ipocrita. sia pure in presenza di giustificate ragioni umanitarie. sia pure senza l’invio di truppe di terra. Dall’altro si trova.La Libia e il pacifismo a orologeria La Libia e il pacifismo a orologeria Omar Calabrese In questi mesi – a partire dall’inizio dell’intervento armato delle forze della Nato in Libia – abbiamo assistito a una discussione (abbastanza sottotraccia. stanno i «giustificazionisti»: Gheddafi sta compiendo un massacro nei confronti di una sacrosanta ribellione popolare. Sarò sincero: ho trovato questo dibattito spesso deviante. negano l’opportunità di imporre . a dire il vero) sulla legittimità dell’azione bellica in territori sovrani. invece. Riassumiamo le posizioni fondamentali. un variegato e insolito arcipelago di critici «pacifisti»: numerose personalità della destra. e dunque occorre fermare la strage. a volte strumentale. Da un lato. in ottemperanza con la risoluzione dell’Onu sulla materia. a cominciare dai leghisti.

Nella circostanza presente. che uccidono senza alcuna presunta «intelligenza». e che essere fautori della pace non possa prevedere alcuna mediazione sul principio generale. alcuni gruppi tradizionalmente antimilitaristi continuano a ritenere che le bombe siano sempre bombe. per una volta. che si è reso autore di stragi. repressioni durissime sulla popolazione locale? Dinanzi a questi fatti come possiamo – e forse dobbiamo – reagire? È giusto forse astenersi. Ho collocato le virgolette sulle parole «giustificazionisti» e «pacifisti». e infine una sinistra più «torica» vede in Gheddafi una vittima degli americani. .La Libia e il pacifismo a orologeria con le armi la No fly zone. Basta tentare di rispondere ad alcune semplici domande per capirlo. la giusta risposta della coscienza civile ai fatti nordafricani dovrebbe essere più articolata e dialettica di quanto non sia dato vedere. La prima: Gheddafi è o non è un dittatore militare che ha instaurato uno dei regimi più autoritari del mondo intero. perché. il loro significato non mi pare univoco e tanto meno universale. lasciar fare. non a caso. e magari domandano sarcasticamente dove siano finite le bandiere arcobaleno che protestavano contro la guerra in Iraq o in Afghanistan. che promuoverebbero la guerra per il controllo delle risorse petrolifere. attentati internazionali (anche quelli di pura azione economica).

laica. perfino col ricorso a soldati mercenari? I ribelli devono essere lasciati soli nella tragedia? Può bastare il ricorso a qualche sanzione economica (ma le sanzioni esistono già da tempo. personaggi assai autorevoli hanno da tempo sottolineato il problema. non ideologica. senza l’ombrello delle decisioni comunitarie internazionali? Possiamo restare silenti di fronte alla chiara motivazione di politica interna da parte di quei paesi che si sono affrettati all’ingerenza in maniera unilaterale? Quanto detto finora dimostra con chiarezza che non è possibile immaginare una «coerenza» di atteggiamento valevole per tutte le occasioni. e non hanno prodotto alcun risultato concreto)? Certamente. D’altronde. che il raìs ha cercato di soffocare nel sangue. fra i . ricordo che quella associazione è stata fondata da Elie Wiesel nel 1992. L’Académie Universelle des Cultures è stata forse la prima a domandarsi se l’intervento in paesi sovrani sia in taluni casi legittimo. Per chi non fosse al corrente.La Libia e il pacifismo a orologeria nascondersi dietro a qualche generico principio? La seconda: la rivolta iniziata in Cirenaica è o non è una protesta popolare. e raccoglie settanta grandi intellettuali di tutto il mondo. esiste però anche un terzo interrogativo di segno diverso: è accettabile che la guerra sia iniziata con i bombardamenti delle aviazioni francese e inglese.

anche in quell’occasione. Potremmo riassumerle in questa maniera.tolerance.kataweb. ma non si può discutere o negoziare con chi commette un atto di questo genere perché. Fra i suoi primi incontri. Il manuale è in progress. curato da Umberto Eco.it). è la lettura del paragrafo 8.La Libia e il pacifismo a orologeria quali molti premi Nobel (come lo stesso Wiesel). pur essendo certamente necessario definire di volta in volta che cosa sia un atto terroristico. Come si vede. Recentemente. che riguarda le reazioni al terrorismo. ha pubblicato un manuale on-line dal titolo Accettare la diversità (lo si può leggere sul sito www. nel lontano 1994. Jacques Le Goff e Furio Colombo. e con una redazione coordinata da Valentina Pisanty. l’Académie si occupò per l’appunto della nozione di «intervento». per esempio. è anche vero che vi sono momenti in cui «non si può discutere o negoziare». E. e si arricchisce costantemente di nuovi capitoli. l’intervento armato non può mai . Molto interessante. le riflessioni furono articolate. commettendolo. e non confonderlo con casi di lotta armata per la libertà. Si occupa di organizzare attività culturali orientate alla costruzione di uno spirito di tolleranza nel mondo. costui (o costei) automaticamente si esclude dalla società civile». Vi si legge: «Si può discutere su quali siano le strategie migliori per affrontare e per combattere il terrorismo. In generale.

Alla voce «pace» corrispondono molte definizioni. la nostra pace è sempre anche pace degli altri. lotte armate in corso al suo interno. ricerca di arbitrato internazionale. Quanto ai commenti collaterali. . Quelle che ci interessano: «Condizione di un popolo o di uno Stato che non sia in guerra con altri o non abbia conflitti. l’intervento deve essere motivato dalla difesa dei diritti umani. l’intervento deve essere preceduto da tentativi di composizione delle discordie. condizione di quiete e tranquillità».La Libia e il pacifismo a orologeria essere unilaterale. violata da qualcuno dei contendenti. la Nato. armonia nella vita sociale o nei rapporti interpersonali. ma non. come l’Unione Africana e altre ancora. Mi pare che a questo punto. chi ironizza sui «pacifisti a orologeria» pensi un po’ di più alla salvaguardia dei diritti umani. Se agli altri manca. In secondo luogo. Non lo si doveva fare nella maniera con cui. applicazione di sanzioni dissuasive. occorre favorirla per averla anche noi. In Libia si doveva intervenire. ci siamo. concordia. ad esempio. infine. le azioni si sono svolte. se non su esplicita richiesta delle prime. E chi pretende l’intransigenza pacifica legga meglio il dizionario. ma solo e soltanto guidato dalle organizzazioni internazionali e multilaterali come l’Onu o altre consimili. inizialmente ma forse anche adesso. Come si vede. E.

La Libia e il pacifismo a orologeria Altri percorsi di lettura: Christian Caliandro Propaganda 2. vs.0: Disney Co. Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 .

La Libia e il pacifismo a orologeria Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Torna al menù .

dall’altro. vs. vs.0: Disney Co. Il rituale richiede abilità tecnica. va eseguito bene. Navy Seals Christian Caliandro Sia la religione sia la guerra sono strutturate attraverso rituali […] i codici d’onore acquistano concretezza grazie a una coreografia di movimenti e di gesti entro il contenitore fisico delle mura.Propaganda 2. della caserma e del campo di battaglia. Navy Seals Propaganda 2. Richard Sennett. L’uomo artigiano . del cimitero e del luogo di meditazione. e del tempio.0: Disney Co. da un lato.

Non sembra né strano né paradossale che un evento come questo. al concetto di entertainment e di divertimento. La fruizione dell’identità e della memoria storica della capitale francese è affidata non a caso. Perché esso è già nel suo farsi un grandioso Spettacolo. giochi elettronici e qualsiasi altro tipo di servizio legato al tempo libero e all’intrattenimento» (C. in Pakistan. un epocale «cuore di tenebra» contemporaneo che apre scenari inediti di interpretazione e rappresentazione della Storia (e della Morte). vs. «la Repubblica». Marc Augé ha immaginato in un brevissimo ma efficace testo la Parigi del 2040. L’obiettivo era quello di riprodurre il logo Seal Team Six sui più svariati gadgete oggetti di merchandising. posto per un tempo variabile al centro esatto del più vasto dispositivo spettacolare che regola tutte le nostre vite. Morgoglione. venga associato immediatamente. come «abbigliamento. Navy Seals Il giorno dopo l’uccisione di Osama bin Laden nella villa di Abbottabad.0: Disney Co. scarpe. nel giro di appena ventiquattrore. .S. Navy fa guerra alla Disney. nel futuro – distopico per alcuni. 29 maggio 2011). Quattordici anni fa. La U. la Walt Disney Corporation ha presentato formale richiesta di poter sfruttare il marchio del commando che ha portato a termine l’ormai famosa operazione «Geronimo».Propaganda 2. giocattoli.

Propaganda 2. Il Marais nel suo complesso le è stato concesso per primo: lo Stato le ha concesso gratuitamente tutto lo spazio dei monumenti pubblici e Disney ha contrattato direttamente con i privati l’acquisto degli edifici necessari alla ricostituzione della «Paris historique». Come contropartita. che questo logo con l’immancabile aquila abbarbicata all’àncora della marina e al tridente. perché è il simbolo identificativo «dei soldati che hanno eliminato bin Laden». Navy Seals utopico per altri – proprio alla Disney: «Notre-Dame e la torre Eiffel conservano i favori del pubblico.0: Disney Co. vs. già disneyano nell’aspetto e nella forgia. ma sono seguite da vicino dai quartieri il cui rifacimento e la cui gestione sono stati affidati alla società Disneyland. Il brand della più micidiale squadra d’assalto del pianeta diventa qualcosa di «simpatico» e innocuo. si è impegnata a creare un certo numero di posti di lavoro e ad assicurare la manutenzione della rete stradale» (M. . Bollati Boringhieri 1999). non c’è forse quasi nulla che svela maggiormente. e più precisamente. Augé. Dunque. in Disneyland e altri non luoghi. la qualità e il gusto di questa fase storica. Disney. da stampare sulle magliette e sui cappellini. Una città di sogno. naturalmente responsabile dello spettacolo permanente detto ‘Paris Quatre Saisons’. E da portare in giro.

0: Disney Co.Propaganda 2. perciò. Navy. la fiera della miseria politica . che a incaricarsi della veicolazione e della diffusione di questo brand sia la più grande macchina mitografica del mondo. La U. vs. Navy Seals È perfettamente consequenziale. ha impedito alla Disney di appropriarsi dell’ambito marchio. e addirittura di esperienza esistenziale (dai parchi tematici alle cittadine sperimentali). Altri percorsi di lettura: Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia. in una società in cui la realtà è una costruzione immaginaria e culturale. e – cosa più importante – intere nuove modalità di trasferimento quotidiano nei territori dell’irrealtà. stando alle cronache. che produce da più di ottant’anni alcune delle figure centrali dell’immaginario collettivo. Presentando subito dopo due differenti richieste per il suo utilizzo e sfruttamento.S.

Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Torna al menù .Propaganda 2.0: Disney Co. Navy Seals Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio. vs.

Sommario Sommario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.B. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli .

barbari contemporanei Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita .Sommario Salvatore Palidda Laboratorio Genova Luigi Nacci Stay human Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.

Sommario Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® .

s.Sommario Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello n. Il Cretto a venire Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Emilio Isgrò Disobbedisco Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo .

Sommario Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina. ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo .

Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Giancarlo Alfano Marshall McLuhan e la materia mediale Antonio Tursi Cento di questi anni Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski .Sommario Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Marino Badiale.

Patrizia Magli A riflettori spenti Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Anna Curcio. Alvise Mattozzi. vs. Tiziana Migliore.Sommario Paolo Fabbri.0: Disney Co. Valeria Burgio. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2. Navy Seals .

Alvise Mattozzi. Tiziana Migliore. Valeria Burgio.Autori Autori Paolo Fabbri. Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Carola Barbero Fenomenologia dello schifo . Patrizia Magli A riflettori spenti Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Giancarlo Alfano Marshall McLuhan e la materia mediale Marino Badiale.

Autori Paolo Bertetto Barcellona 1936 Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Marino Badiale. Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria .

Navy Seals Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Dimitri Deliolanes Grecia. vs. la fiera della miseria politica Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? .0: Disney Co.Autori Christian Caliandro Propaganda 2.

Autori Umberto Eco Ricordando Gargonza Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt n.s. Il Cretto a venire Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Carlo Formenti Ricostruire dal basso Matteo Di Gesù Mafia® Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario .

s.Autori Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Emilio Isgrò Disobbedisco Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli n. Il Cretto a venire Luigi Nacci Stay human .

Autori Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Salvatore Palidda Laboratorio Genova Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Stefano Rodotà Il diritto al cibo .

Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Pier Aldo Rovatti Noi.Autori Anna Curcio. barbari contemporanei Nicolò Stabile La linea della palma Daniela Tagliafico La mamma cucina. ma lo chef è maschio Antonio Tursi Cento di questi anni Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Vassilis Vassilikos La svendita .

Zorzoli La spinta al cambiamento .Autori Lello Voce L’eccezione divenuta norma G.B.

Sicilia Scrittura e letteratura Cose e linguaggi Il cibo e il suo doppio Arte e spettacolo Mondo Torna al menù .Argomenti Argomenti Politiche Culture d’Italia .

B. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli .Politiche Politiche Umberto Eco Ricordando Gargonza G.

barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario .Politiche Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.

Culture d’Italia .Sicilia Culture d’Italia .Sicilia Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo .

Sicilia Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire .Culture d’Italia .

Scrittura e letteratura Scrittura e letteratura Luigi Nacci Stay human Emilio Isgrò Disobbedisco Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita .

Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Giancarlo Alfano Marshall McLuhan e la materia mediale Antonio Tursi Cento di questi anni .Cose e linguaggi Cose e linguaggi Marino Badiale.

Il cibo e il suo doppio Il cibo e il suo doppio Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto .

ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico .Il cibo e il suo doppio Daniela Tagliafico La mamma cucina.

Tiziana Migliore. Alvise Mattozzi.Arte e spettacolo Arte e spettacolo Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Paolo Fabbri. Valeria Burgio. Patrizia Magli A riflettori spenti .

Mondo Mondo Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 .

vs. Navy Seals .Mondo Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio.0: Disney Co. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2.

traduttori. capace di includere temi complementari o tangenziali. al di fuori dei ristretti e spesso ottusi canali accademici. si rifletterà in modo più ampio sullo . Nelle Confluenze di luglio. connessa con il supplemento «alfalibri»: più voci e più punti di vista su o a par.ca.it Collegati ad Alfabeta2.www. il sito si arricchisce di una nuova rubri. Sul sito verranno presentati materiali sulla poesia francese contemporanea tratti soprattutto dalla rete. il sito A luglio.alfabeta2. Un lavoro che si è svolto in forma «militante».alfabeta2. nell’ottica sia dell’approfondimento critico sia del dibattito ad ampio raggio. Confluenze. Questo mese. «alfalibri» ospita una recensione dell’antologia Nuovi poeti francesi curata da Fabio Scotto per Einaudi.it www. partendo da un’antologia di poesia francese. critici che lavorano a costruire dialoghi e passaggi tra la comunità letteraria francese e quella italiana.tire da un medesimo libro. a dimostrazione di come da anni esista una comunità di poeti. non istituzionale.

veicolo principe della mercificazione. riflette sul paradossale rapporto tra il linguaggio pubblicitario. istallazioni) e spazi urbani per la creazione di campagne sempre più efficaci e mirate. ripetizione degli stessi manifesti e impostazione grafica con head line. Sempre più spesso molti street artist firmano pubblicità e molte pubblicità . Nel mese di giugno. Quello che oggi ancora andiamo a constatare è il ritardo con il quale l’accademia riconosce l’esodo avvenuto di saperi e competenze verso il web.alfabeta2. colori. e quello dell’arte di strada. La pubblicità trae dalla street art nuove tecniche (stencil. È difficile tracciare esattamente i confini tra questi due mondi.«Il legame che unisce i due formati è molto più forte rispetto a quello che univa la pubblicità alle correnti artistiche del passato: non è più unidirezionale (pubblicità che utilizza il mezzo artistico) ma bidirezionale. poster. che dovrebbe essere espressione di un’autonomia creativa libera da ogni vincolo istituzionale ed economico. nella fattispecie nelle campagne non convenzionali. il contributo di Lucia Emiliani.www. stiker. Tra street art e pubblicità.it statuto delle pratiche letterarie nell’epoca del web e della crisi dell’università. a sua volta la street art fa propri gli schemi testuali della pubblicità (ripetitività di elementi come slogan. clime prodotto o personaggio popolare al centro).

costruzione di un movimento internazionale di solidarietà e di attacco alle politiche razziste.alfabeta2. riprendendo il filo del discorso già iniziato con un articolo apparso sul sito a marzo (L’Egitto è in Palestina). laddove le insurrezioni in atto. che ha costituito per così lungo tempo un’avanguardia nel mondo arabo. Nicola Perugini torna a scrivere dall’osservatorio Palestina. non si trova oggi a scontare una sorta di ritardo e d’inerzia.www. Qual è l’influsso. colonialiste e . gli stessi palestinesi.it sembrano pezzi di street art». in Israele/Palestina le pratiche di resistenza al regime oppressivo di più lunga durata dell’ultimo secolo si sono articolate in forme sempre nuove e più o meno efficaci per lunghi decenni: resistenza armata dentro e fuori dalla Palestina storica. resistenza non armata (non per questo non violenta! È stato pur sempre un sentimento di rabbia a generarla!). in questi giorni. «Al contrario. Intifade che gli storici hanno classificato con la minuscola o la maiuscola (ma pur sempre I/intifade!). emotivo e politico. hanno cominciato a raccogliere alcuni frutti importanti? Di fronte a una domanda che si pongono. a partire da Tunisia ed Egitto. In Anomalie palestinesi. Perugini tenta di elaborare una prima risposta. che le insurrezioni arabe hanno sulla situazione palestinese? La resistenza palestinese contro il colonialismo israeliano.

www. La sala gremita. .it di apartheid di Israele». Puntuale. l’Alfazeta di giugno di Francesco Forlani: «Puntata dedicata alla presentazione del 13 maggio al Salone del Libro di Torino del numero 09 di «alfabeta2» e del supplemento «alfalibri» con interventi di Umberto Eco. che sempre di più acquisisce forme plurali. Intanto lo spettro di Fantozzi si aggira per l’Europa ma questa volta sembra volerci dire altro. non riducibili a categorie politiche troppo rigide. i temi toccati al centro di numerose questioni sia culturali che politiche cui «alfabeta2» tenta di dare delle risposte sia culturali che politiche. ma perché gli avvenimenti stessi mostrano la tenacia e l’imprevedibilità della reazione palestinese. La questione rimane dunque aperta. qualcosa del tipo: Fantozzi è una cagata pazzesca!».alfabeta2. Maurizio Ferraris e i curatori di «alfalibri» Andrea Cortellessa e Maria Teresa Carbone.

a. Carlo Formenti. 20141 Milano Tipografia: Grafiche Aurora s.l. Pier Aldo Rovatti Redazione: Nanni Balestrini.p. 20124 Milano Distribuzione: Messaggerie Periodici s. Maurizio Ferraris. Ilaria Bussoni. 37139 Verona Direttore responsabile: Gino Di Maggio Autorizzazione del Tribunale di Milano n. Andrea Inglese Segreteria: Erica Lese Coordinamento editoriale: Sergio Bianchi Progetto grafico: Fayçal Zaouali Indirizzo redazione: piazza Regina Margherita 27 – 00198 Roma . Via Giulio Carcano 32.com ISSN: 2038-663X . Umberto Eco.quintadicopertina. Via della Scienza 21.r. Via Tadino 26.it Editore: Edizioni Mudima.info@alfabeta2. Andrea Cortellessa. 446 del 21 settembre 2010 Coordinamento: Jan Reister Progetto e realizzazione: Quintadicopertina http://www.alfabeta2 alfabeta2 Comitato storico: Omar Calabrese.

alfabeta2 Redazione: Andrea Inglese Segreteria: Stella Succi Progetto web: Jan Reister redazione.web@alfabeta2.it .

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alfalibri 03 Leggi alfalibri Leggi il sommario Naviga per autore Naviga per autore recensito Naviga per libro recensito .

arcaiche e tragiche dell’Eden di Mimmo Jodice. le tracce. È proprio ai confini che Jodice compie le sue incursioni. tra il chiarore e il buio. Il residuo. tra la luce che svela e l’ombra che avvolge.Mimmo Jodice Mimmo Jodice Gianluca Ranzi I misteri che il singolo riesce ad evocare sono miti esattamente come erano quelli dei popoli. Nell’insinuarsi e nel ritrarsi dell’ombra che avvolge le immagini e poi svela le . l’enigma. sono il punto di partenza delle immagini elusive. tra il non più e il non ancora. tra materialità e pensiero. che interrogano il mondo terreno delle merci in vetrina e degli oggetti utili per ritrovare poi la loro ragion d’essere solo nel bagliore incerto e sfuocato che regna ai suoi confini. con un’attitudine che si direbbe nata più per la scultura e che ricorda il Medardo Rosso di «noi non siamo che scherzi di luce». La fotografia fonda un territorio magico illuminato da una luce mediana.

Mimmo Jodice cose tra improvvise sciabolate di luce. pur tra le pieghe del reale. sull’infinito. Anche i grigi che nascono dai dialoghi del bianco e del nero e che sfumano i contorni non hanno naturalmente nulla a che fare col mondo. ma il bianco e nero di Jodice ha il potere di astrarla dal suo contesto accidentale per servirla sul vassoio di una immagine teoretica la cui presenza-assenza sonda l’inerte della morte. La tensione delle immagini nasce dallo scarto tra il fantasma di queste materializzazioni e quanto vi corrisponde nel mondo. mostrando la lividezza della morte e la soglia di un vetro infranto che apre sul vuoto. sul dissolvimento nell’assoluto. Non c’è frustrazione di trasgressione o intento provocatorio: la testa mozzata del pesce spada si offre alla vista nella banalità del quotidiano. Nell’oscillazione dei due colori Jodice riesce a materializzare teorie ottiche in immagini che possiedono l’enigmatica bellezza di un universo concettuale della condizione umana. merci o utensili che siano. nel . sta il segreto della vita che si rivolta nel suo opposto. Assediati da immagini inutili e corrive. le fotografie di Mimmo Jodice funzionano da correttivo: come per la scultura procedono per sottrazione e rendono possibili.

Mimmo Jodice silenzio dello sguardo. le visioni elaborate dal nostro pensiero. .

pp. 122. uno degli amici di Georges Perec. la coppia protagonista del racconto. il problema non è tanto quello di possedere degli oggetti – e quindi il denaro per acquistarli – quanto quello di impedire che si spenga il . Quodlibet. Per Jerôme e Sylvie. € 12. Quodlibet. prefazione di Andrea Canobbio. postfazione di Gianni Celati. Quodlibet.50 La bottega oscura. 124 sogni a cura di Ferdinando Amigoni. 170.50 UN UOMO CHE SCRIVE Marco Belpoliti Ha scritto Claude Burgelin. pp. pp. € 17. 345.UN UOMO CHE SCRIVE Georges Perec Le cose traduzione di Leonella Prato Caruso. € 16 Un uomo che dorme traduzione di Jean Talon. che Le cose altro non sono che il romanzo di una depressione che bara con se stessa.

una stanzetta nel sottotetto di un palazzo parigino. Il protagonista di Un uomo che dorme [1967] è in preda a una condizione atona. senza meta e senza scopo. La letteratura come gioco e sogno. all’intera città.UN UOMO CHE SCRIVE desiderio che nelle cose ha il suo stimolo e riflesso. In uno stato d’indolenza inizia l’esplorazione mentale dell’angusto spazio in cui vive. che quattro anni dopo la morte dell’amico ha pubblicato un libro che ancor oggi è una delle introduzioni più pertinenti alla sua opera (Georges Perec. La sua è una forma di non-vivere. Costa & Nolan 1989). cercando di ravvivare quella voglia di vivere che nel resto dell’opera di Perec apparirà irrimediabilmente persa. ha ben individuato la sottotraccia del suo primo romanzo: le immagini delle cose fungono da eccitante. una depressione che nelle Cose era solo evocata. più o meno riuscito. o meglio di lasciarsi vivere: perfetto analogo dell’azione . Burgelin. La mattina in cui deve sostenere un esame uno studente universitario resta a letto e decide di non alzarsi. Ha scritto Perec: «Le cose sono i luoghi retorici della macinazione […] Un uomo che dorme i luoghi retorici dell’indifferenza». Il tedium vitæ ha preso il sopravvento. I veri protagonisti non sono i due ragazzi parigini né le cose del titolo: bensì le immagini delle cose. poi allarga via via la sua indagine.

Nelle prime righe della sua bella introduzione. è la medesima che colpisce i lettori delle Cose: l’accumulazione di descrizioni. si riesce a capire quale sia stato il senso profondo dell’operazione di Perec. sogni e avvenimenti mentali. quasi una presa di distanza in anticipo di quello che sarebbe successo di lì a poco. Una ribellione che termina in un atto di totale sottrazione. in Francia e in Europa: il Maggio studentesco. Tuttavia la cosa più impressionante di questo piccolo libro. come ricorda nella sua postfazione Gianni Celati. Un uomo che dorme (Quodlibet 2009) appare oggi un’opera profetica. e che tra chi racconta e chi è raccontato non vi sia davvero differenza. con il suo comportamento a perdere mette in mostra tutti i difetti dell’attivismo contemporaneo. con un tono che lascia intendere che il Tu sia un Io. della filosofia del «fare». Andrea Canobbio ricorda . elenchi di cose e oggetti. L’oscuro eroe di Perec è infatti un campione del rifiuto passivo. dopo il successo degli anni Ottanta e il lungo oblio subito negli anni Zerozero. cosa ci abbia voluto dire coi suoi libri e quale importanza essi abbiano per noi. Solo rileggendo insieme questi due libri.UN UOMO CHE SCRIVE attivo-passiva compiuta dalla coppia delle Cose. Scritto con i verbi al presente e in seconda persona. ritradotto a molti anni di distanza dalla sua prima edizione italiana.

le prime ribellioni degli anni Cinquanta e Sessanta. Questo mestiere permette loro di avere un discreto stipendio. Le cose non sono neppure quel libro sociologico cui allude la frase di Italo Calvino ritagliata nella quarta di copertina: «Il libro tipico che riassume un’epoca. dove organizzano cene interminabili con gli amici. anche loro dediti al medesimo culto del vintage. vivono facendo inchieste sociologiche. di vivere a Parigi in una piccola casa e dedicare il proprio tempo libero alla ricerca di mobili. Jerôme e Sylvie. recuperando vestiti e oggetti che riempiono lo spazio della loro abitazione. ristorantini. intervistano persone per costruire campagne pubblicitarie e quindi per capire le volizioni e le attrattive del pubblico dei consumatori. un forte dissenso rispetto alla società . l’epoca in cui l’Europa s’accorge di essere in piena civiltà dei consumi e della cultura di massa». libri. dopo aver interrotto gli studi. l’analogo romanzesco delle Mythologies del decennio precedente di Roland Barthes o il fratello gemello del Sistema degli oggetti di Jean Baudrillard. Perec raffigura attraverso i due protagonisti la società stessa che frequenta: il piccolo gruppo di amici con cui condivide la lotta contro la guerra d’Algeria.UN UOMO CHE SCRIVE l’equivoco cui lo scrittore francese s’oppose immediatamente: ritenere Le cose il libro sulla società dei consumi.

in cui si svolge tutta la vicenda. Come ha notato Burgelin il libro non contiene nessun dialogo: «nessuno può “scambiare”. condividendo in tal modo le stesse immagini». in modo che il senso stesso del racconto è una tautologia: la società dei consumi è la società dei consumi. l’imperfetto. il tempo del racconto vero e proprio. Il racconto è cadenzato in tre parti che corrispondono a tre tempi verbali: il condizionale dell’apertura. passata la fase acuta della contestazione. «L’Humanité». “condividere” e “comunicare” se non cose identiche (altrimenti interviene il silenzio o il litigio).UN UOMO CHE SCRIVE borghese. e proprio per questo intollerabile per i critici della sartriana «Les Temps Modernes» ma anche per il recensore del quotidiano del Pcf. La conclusione è una sola: l’immagine che la società offre di sé attraverso i due protagonisti – null’altro che proiezioni della narrazione medesima e del . il libro è chiaramente ambiguo. che descrive il mondo di oggetti e cose in cui Jerôme e Sylvie vorrebbero vivere. Ma questa ambiguità è oggi la forza stessa del libro. alla generazione del ’68. Funziona per addizione e accumulazione. Come racconta Canobbio ripercorrendo la sua ricezione sulla stampa francese dell’epoca. che lo fraintende. Così facendo descrive con qualche anno d’anticipo quello che accadrà. e il futuro del finale.

UN UOMO CHE SCRIVE sistema di accumulazione che si produce – è narcisistica. mediante una rete di segni che vivono anch’essi nel e sul vuoto. in una piccola città di provincia. uno spazio bianco che la scrittura cerca di riempire senza mai davvero riuscirci. Lì lo scrittore racconta la storia della madre. Il ritorno a Parigi e quindi la nuova destinazione lavorativa fuori dalla capitale. ucciso negli ultimi giorni di guerra. ebrea deportata ad Auschwitz. Sfax. con l’integrazione nel sistema produttivo. e la scomparsa del padre. in cui l’atonalità prende il sopravvento nella descrizione della fuga dei due protagonisti verso la Tunisia. Un narcisismo che declina sempre più verso la depressione come nella seconda parte. Al centro della sua opera del resto c’è precisamente un vuoto: un buco. mostrano la sostanziale sconfitta del desiderio. Un doppio trauma che spiega il male di vivere che lo porterà nel 1971 a tentare . In seguito Perec sposterà l’angoscia che si percepisce in questi primi libri (e che torna nel diario di sogni La bottega oscura) in una zona in cui l’artificio linguistico riesce a tenere a freno il precipitare nel vuoto. un’assenza. Quel vuoto avrà poi un punto d’affioramento. un iceberg letterario che solo dopo parecchi anni verrà percepito come il vero centro dell’opera letteraria di Perec: W o il ricordo d’infanzia (ripubblicato da Einaudi nel 2005).

UN UOMO CHE SCRIVE il suicidio. Torna al menù . capace di raccontare in modo sublime i tempi in cui il desiderio si spegne e l’atonicità del consumo compulsivo diventa il mood trionfante della nostra epoca. ma che alimenta senza dubbio la sua prosa manierata. artefatta.

hanno riscosso una perdurante popolarità critica ed editoriale. I nomi che ritornavano più spesso erano Char. una scarsa conoscenza da parte anche del pubblico specializzato della poesia francese contemporanea al di là dei pochi nomi che in Italia. per diversi motivi. 311. Einaudi. Ponge. VECCHI CRITERI a cura di Fabio Scotto Nuovi poeti francesi traduzioni di Fabio Scotto e Fabio Pusterla. pp. Jaccottet. Uno di essi includeva un questionario sulla poesia francese proposto a un certo numero di poeti italiani.NUOVE ANTOLOGIE. Ciò indicava una ricezione della poesia francese perlomeno . (Tra il 2004 e il 2005. VECCHI CRITERI Andrea Inglese e Andrea Raos Un’antologia di poesia francese contemporanea era molto attesa in Italia. Michaux. per motivi non sempre facilmente comprensibili. Innanzitutto. la rivista Po&sie fece uscire due numeri dedicati alla poesia italiana. € 16 NUOVE ANTOLOGIE. Bonnefoy.

una produzione teorica notevole. Insomma. sui rapporti con le altre arti. alcuni autori francesi costituiscono un’autentica sfida per l’universo poetico italiano. in quanto tra gli anni Ottanta e oggi è andato prendendo corpo in Francia un paesaggio poetico che ha senza dubbio le caratteristiche della novità. che tanto o poco si spostassero i fuochi del discorso. per giungere a ridefinire i confini stessi del genere “poesia”. In ciò. ma più in generale un’occasione di ripensamento delle stesse categorie critiche che determinano la cartografia di tale universo. Una costellazione vivace di riviste ha valorizzato poi. oltre alla pratica poetica. la conseguente speranza che taluni temi e autori ricevessero finalmente la meritata attenzione. un tale movimento poetico. La grande visibilità offerta da un editore a diffusione nazionale a territori letterari sostanzialmente sconosciuti.NUOVE ANTOLOGIE. capace di riflettere criticamente sull’eredità delle avanguardie. non facevano altro che accrescere le aspettative. Un secondo motivo è di carattere critico-teorico: era urgente parlare della poesia francese degli ultimi trent’anni. esigeva di per sé un lavoro antologico capace di abbracciare l’intero spettro . articolato e certo non riconducibile a una semplice tendenza o poetica. su certe esperienze della poesia statunitense. VECCHI CRITERI fossilizzata).

Une anthologie de la poésie française aujourd’hui. ma soprattutto conoscitive. Gleize. VECCHI CRITERI delle questioni teoriche. sostanzialmente corretto. sperimentale. per poter rendere espliciti al lettore italiano i fattori di continuità. 2000) e l’altrettanto interessante corollario teorico alla stessa antologia (Caisse à outils. delle scelte poetiche. dando spazio anche a un lavoro genealogico. indagandone le ragioni estetiche. Più che di tassonomie stilistiche. oltre a quelli di rottura. il grande merito dell’antologia di Espitallier è quello di esplorare a tutto campo i vari filoni – e sono davvero molti – della poesia che in Italia si definirebbe. Espitallier s’interessa di procedimenti. si osserva che il lavoro di ricostruzione compiuto da Scotto nella sua Introduzione. al di là delle scelte specifiche. delle pratiche culturali e politiche che accompagna tale paesaggio. Un panorama de la poésie française aujourd’hui. . omette di citare almeno il lavoro antologico compiuto dal poeta Jean-Michel Espitallier (Pièces détachées. per l’importanza riconosciuta che il loro lavoro ha acquisito in Francia. Ma quando deve presentare autori come Hocquard. Va sottolineato che.NUOVE ANTOLOGIE. A questo proposito. Alcuni dei poeti antologizzati da Espitallier. Scotto non ha potuto non includerli nella sua antologia. con un certo schematismo. 2006).

le edizioni Arcipelago di Milano e La Camera Verde di Roma. in Italia. che fatica a comprendere. il suo discorso critico diventa stucchevole. e attivo attraverso il blog GAMMM. Tra questi autori. per scarsità di strumenti teorici. E proseguire con critici e scrittori come Alessandro De Francesco. anch’egli poeta. sugli autori della «costellazione Espitallier». VECCHI CRITERI Quintane o Cadiot. L’elenco dovrebbe poi includere tutti i redattori di GAMMM (http://gammm. traducendo testi e brani teorici. anche se . Il nostro intento non è però quello di fornire qui un panorama esaustivo di tutti coloro che. Di questo scambio. hanno esplorato questo versante della poesia francese. Il nome di GAMMM deve fungere soprattutto da sineddoche di una critica militante estremamente attiva in rete e nelle piccole case editrici.org) che di questi autori francesi hanno approfondito le ragioni teoriche. Ma non siamo ovviamente gli unici. considerando che un fitto dialogo esiste già da anni tra questo versante della poesia contemporanea francese e una parte della nostra poesia italiana attuale. manualistico. privo di forza esegetica. Un vero peccato. Scotto si muove su un terreno che gli è estraneo. è stato probabilmente Michele Zaffarano. familiarità con i testi e anche spontanea partecipazione. Chi più ha lavorato. noi firmatari dell’articolo siamo parte in causa.NUOVE ANTOLOGIE.

come se tale neutralità possa costituire un titolo di merito. . e i suoi innovatori. e conscia eventualmente dei propri presupposti militanti e di poetica. l’idea di assumere un’attitudine comparatista. Einaudi. pare non avere legittimità in Italia in operazioni antologiche come questa. al panorama dei poeti più lirici.NUOVE ANTOLOGIE. la sua specificità rispetto a quella italiana. i suoi partiti presi poetici. come dimostra il caso di Scotto. Avrebbe così potuto rendere maggiore giustizia. La scelta di Scotto è quella di una ricognizione unanime. sconta non pochi ritardi. Alfredo Giuliani e Jacqueline Risset coniugavano i loro talenti alfine di presentare al pubblico italiano un’antologia di alcuni dei poeti legati a la rivista «Tel Quel» (Poeti di Tel Quel. per esempio. avremmo preferito piuttosto che Scotto assumesse fino in fondo le sue preferenze. Noi riteniamo invece che sia proprio questa pretesa neutralità a costituire il limite più grave dell’operazione. per la stessa collana Einaudi. non tacciabile di essere partigiana dal punto di vista delle poetiche o delle tendenze. però. Sono davvero tempi lontani quelli in cui. sviluppando un discorso sistematico sulla tradizione lirica francese. con quel di inevitabilmente dogmatico ciò comporta. D’altra parte tale mondo. VECCHI CRITERI misconosciuta dal mondo accademico. Purtroppo.

Attraverso di essa. in un’ottica sia di approfondimento critico. Più voci e più punti di vista. Confluenze L’«alfalibri» sul sito si arricchisce di una prima rubrica. ad alcune questioni teoriche che tale ricezione solleva. Questo mese proporremo una prima raccolta di materiali intorno alla poesia francese contemporanea. si vuole far convergere diversi interventi su o a partire da un medesimo libro. che permettano un’esplorazione a raggio ampio. In loro. VECCHI CRITERI 1970). sia di inclusione di temi complementari o tangenziali. alla sua ricezione in Italia. prevaleva l’idea dell’intervento militante. Nuovi poeti francesi. . che possa mettere in contatto il lettore con un campione notevole di testi già tradotti dal francese in italiano e disponibili sul web. in grado di mettere in parallelo le esperienze della neoavanguardia italiana con quelle coeve della nuova avanguardia francese. Lo faremo a partire da alcuni limiti che riscontriamo nell’antologia curata da Fabio Scotto per Einuadi. quindi.NUOVE ANTOLOGIE. Confluenze. ma anche l’ottica comparatista. Oltre a una sitografia ampia.

e il concetto di Weltlireratur. VECCHI CRITERI proporremmo un intervento di Gherardo Bortolotti sui rapporti tra la pratica di un blog letterario di ricerca. a. Torna al menù . i. quale GAMMM.NUOVE ANTOLOGIE.

«la parola condivisa. Einaudi. come informa il dizionario Robert. partecipata».L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Jacqueline Risset Il tempo dell’istante. Poesie scelte 1985-2010 Versione italiana dell’autrice. ma anche.50 L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Niva Lorenzini Ho tra le mani le poesie di Jacqueline Risset appena uscite nella collana bianca Einaudi. spezzata. in quella sua considerazione tratta da Le livre des marges: «La parole partagée est toujours nouvelle». pp. € 14. Scrive Jabès. La si può rendere così. disarticolata. come può esserlo . E penso alle parole di Edmond Jabès lette in epigrafe al volume di Antonio Prete All’ombra dell’altra lingua. e cioè smembrata. VI+193. distribuita in parti. appena pubblicato da Bollati Boringhieri. con il titolo Il tempo dell’istante e con testi selezionati tra il 1985 e il 2010 in duplice versione francese e italiana. è sempre nuova». quell’espressione: «La parola divisa.

È un libro spiazzante. Mi sono chiesta fino a che punto tutto ciò abbia a che vedere con la traduzione.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ un amore (perché un «amour partagé» si pone proprio come «mutuel. Credo dunque che sia bene partire da qui per calarsi nella lettura del Tempo dell’istante. Ed è anomalo sin dalla Nota introduttiva stesa . cui fa seguito una sezione di inediti 1992-2010). nella scansione cronologica che la definisce (e sono Sept passages de la vie d’une femme del 1985. e con la traduzione di poesia in particolare. del 1990. a schedare. dividendosi e condividendosi. anomalo. e insieme con/divisa con la nuova pronuncia. Se poi è l’autore stesso che si traduce. da un prima a un poi reciprocamente interferenti. la cosa si fa più complessa e suggestiva. dalla lingua cui appartiene. L’amour de loin del 1988. tra slittamenti e richiami. Petits éléments de physique amoureuse. Les Instants del 2000. Perché non c’è dubbio che la parola tradotta sia a un tempo parola divisa da sé. réciproque»). Ma il libro lo si può leggere anche come se le sezioni temporalmente differenziate si disponessero su uno spazio orizzontale. variazioni interne a una partitura rigorosamente articolata. tracce di senso che si rifrangono a eco. a collocare. diviso in sezioni come movimenti. in un orizzonte come il nostro che tende a individuare appartenenze.

risalendo alla genesi lessicale lungo un percorso di «anamnesi» che. nella sua Nota. con discrezione estrema. il tempo: ma lo è da poeti del pensiero poetante se lo si assume. appunto. come per necessità di esattezza. Non parla direttamente dei testi. che la raccolta si incaricherà di illustrare. in chiave filosofica. passando attraverso un etimo linguistico. . lievissimi sconfinamenti lessicali o testuali. lascia esposta la parola.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ dall’autrice nella veste duplice di poetessa e traduttrice. della traduttrice. Un etimo con cui il traduttore si confronta comunque. come fa qui la Risset. L’attenzione della linguista. Non è certo anomalo riflettere sulla traduzione in un libro che propone poesie tradotte: anomala è piuttosto l’indagine sull’etimo di una parola come «istante». la Risset. su cui la Nota a sorpresa si apre. nel passaggio da una lingua all’altra. mutuale. non è sufficiente a spiegare l’insistenza su quel termine: che tornerà con altissima frequenza nei testi e che non a caso dà titolo alla raccolta. quasi senza parere. al distacco e allo smarrimento impliciti in ogni trasposizione. e reciproco. nei suoi sorvegliati. secondo la Risset. ma pone piuttosto l’accento sul rapporto traduzione poesia: un rapporto intimo. Si sa che è argomento da poeti.

solfeggiata sull’iterazione («luce venuta» – «com’era venuta»). rapide» («Qualcosa di bianco / luce venuta veloce dal mare / va via / com’era venuta. il «va via» che lo traduce rende invece più franto e insieme più immediato il gesto. comporta durata. alla lettera «andandosene») non scandisce puntualmente l’azione. tratti dal testo che chiude la sezione Les Instants. quello che ne emerge. È già così nei versi riportati in copertina. Il gerundio del testo francese («s’en allant». Per l’autrice del Tempo dell’istante scrivere e riscrivere. E altrettanto si può dire di «lumière venant». tematico. rapida»). perdita». è strappo. ne scandisce l’«istantaneità». costituendo in qualche misura il congedo del libro: «Quelque chose de blanc / lumière venant vite sur la mer / s’en allant / comme elle était venue. da una lingua all’altra. continuità. scrive Jacqueline. protraendo o sciogliendo un’eco fonica.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ «Tradurre è disfare il tessuto». sottratto alla . riscriversi. Né è meno significativo il mutare della preposizione («sur la mer» – «dal mare»): qui tempo e spazio si correlano nell’istante che li restituisce in immagine: ed è uno spazio di fuga e in fuga. è innanzitutto partire per un viaggio «in un nuovo paesaggio». che si tramuta in italiano in «luce venuta»: trasferendo al passato un’eco fonica. uno spunto ritmico. «E tradurre se stessi – aggiunge –.

segnato qua e là da minimi spostamenti. Sono i Petits éléments de physique amoureuse. conferendo un di più di senso alle parole che si leggono in quarta di copertina. in versi spesso brevissimi. si ricentra e salta. sul controllo metrico e lessicale. resa quasi cantabile. Come quella di un Rimbaud convocato appena per un attimo nello schiudersi di un’alba («je vois l’aube / sur qui la nuit presse / peu reconnaissable / à cause du nuage» – «vedo l’alba / su cui preme la notte / poco riconoscibile / per via della nuvola»). cui appartiene la citazione. a occupare non a caso una .Si potrebbe continuare così per tutto il libro.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ permanenza. proprio come lo è il tr/scorrere da lingua a lingua. ricordando a se stessa la parola vita. selezionate dalla Nota introduttiva: «Il tempo dell’istante si muove nelle fratture. attraverso la forma del nulla». contenuta. tra rinvii di ascendenza surrealista e rintocchi di pronunce tra loro variamente armonizzate. Mobilità e instabilità premono sul rigore compositivo. È lo scatto in cui la vita si riaccende. con levità. Passando «attraverso la forma del nulla» gli spostamenti. le dislocazioni della Risset sviluppano una diversa. ironica vena tragica. segnali di «disfacimento» quasi inavvertibili. spostando ogni volta lo sguardo dal testo francese al testo italiano che gli si affianca. tra i frammenti.

. dalla Risset magistralmente tradotto nel 1979 per Einaudi). che si stemperano nel suono o si focalizzano su dettagli colti nella loro datità (e si può pensare alla frequentazione di Ponge.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ posizione centrale nel Tempo dell’istante: ed è qui che prende corpo con particolare intensità una poesia tramata di situazioni e sensazioni concrete e oniriche. del suo Partito preso delle cose.

non solo tra francese e italiano. ma tra Bataille e Gertrude Stein. poesia di citazioni. di voci in dialogo. di vociferazioni… Memoria che traduce in atto. Lautréamont e Mallarmé. di cui è una forma. sospeso tra dentro e fuori. Come «Quelque chose de blanc / lumière venant vite sur la mer / s’en allant / comme elle était venue. con compostezza e nitore. come la poesia. di pronunce. Perché in fondo resta vero quanto ricorda ancora la Risset nella sua Nota: «La traduzione. Apollinaire e Valéry. dei Segreti di un’anima. nel ’26. tutto il testo. passato e presente. o il Pabst regista. Memoria testuale. rapide». di interferenze. vissuto e sua trasposizione in versi.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Ed è. brusii di un corpo che si sente «dall’interno». si nutre di memoria». memoria di parole. Leopardi e Hölderlin. appunto. Torna al menù . Virgilio e Dante. e si cancella a cominciare dal centro.

e a una nota proustiana Traducendo «La fuggitiva»). Quodlibet. . Weil…) e che ha consegnato alcune notevoli riflessioni sul senso e sull’arte del tradurre (Traduzione e rifacimento e Cinque paragrafi sul tradurre. Brecht.00 MENO GENIO. premessa di Luca Lenzini. ora nel Meridiano dei Saggi ed epigrammi) non può che accendere una serie di interruttori. come ricorda la curatrice. PER FAVORE! Davide Dalmas Il ripescaggio di una serie di materiali didattici che vengono a comporre. pp. che ha compiuto l’impresa della versione del Faust di Goethe (oltre a traduzioni da Kafka. PER FAVORE! Franco Fortini Lezioni sulla traduzione a cura di Maria Vittoria Tirinato.MENO GENIO. saggio e poesia. 231. Éluard. € 16. «l’unica sintesi sulla traduzione letteraria» tentata da un poeta che vanta tra i suoi titoli più noti Traducendo Brecht (oltre a due Traducendo Milton.

ma anche alla cultura in cui si inserirà il nuovo testo. Si capisce che il discorso di Fortini interessa in primo luogo la traduzione di poesia. fra i quali ultimi vi è senza dubbio il genere del volgarizzamento e della traduzione come vi è quello della parodia o del rifacimento. quello di arrivo o quello di partenza. mai una relazione fra i due che non riduca quest’ultimo a “fonte”. Insomma: una poesia tradotta è una nuova poesia. L’assunzione di responsabilità non è dovuta solo alla lingua e al testo d’origine. ma il critico letterario avrà di fronte a sé un testo solo. PER FAVORE! È quindi un libro che si offre. che non va valutata per quanti ostacoli ha saputo superare nel percorso di nascita ma come testo a sé. più fruttuosamente accostabile agli altri testi del traduttore e della cultura poetica di arrivo che all’originale: «L’accertamento del rapporto con l’originale cui si riferisce è cosa che riguarda l’editore o il linguista o il filologo o lo storico dei generi letterari. e corsivato ad aumentare l’enfasi: «L’interpretazione della traduzione di “poesia” in “poesia” nasce (meglio: può nascere) contrastiva o comparativa ma si . soprattutto a partire dalla più provocatoria delle sue idee di fondo.MENO GENIO. a precedente. a schema direttivo». a chi la traduzione la pratica: enfatizzando la (relativa) indipendenza del testo d’arrivo da quello di partenza. O ancora più netto.

da Raymond van den Broeck a Robert de Beaugrande) e collocare le lezioni nell’evoluzione del dibattito italiano sulla traduzione. quando le edizioni di poesia col testo a fronte e gli studi specializzati sulla traduzione si erano ormai diffusi. che sanno quale ruolo decisivo per la composizione dei suoi versi avesse la pratica assidua di traduttore. dei primi anni Settanta. Ma più in generale.MENO GENIO. che possono datare e verificare consonanze e differenze (Fortini si confrontava esplicitamente con George Steiner. scatta l’interesse degli studiosi . e quanto siano difficilmente districabili le svolte personali di poetica e di scrittura dai cambiamenti nelle scelte degli autori da tradurre (il passaggio da Éluard a Brecht. e con la produzione più specialistica. per esempio). Pertanto questo è anche un libro rivolto agli studiosi di traduttologia. Fortini non poteva non notare la differenza di situazione dei suoi scritti più noti sull’argomento. E naturalmente il libro si offre ai lettori della poesia di Fortini. indipendentemente dalla comparazione col testo di partenza». rispetto a queste conferenze tenute a Napoli nel 1989. PER FAVORE! conclude nella valutazione critico-qualitativa del testo d’arrivo. Henri Meschonnic. sulle spalle di una tradizione che va da Goethe a Benjamin.

alle revisioni e alle apologie proprie non solo di un insieme di appunti. in un tempo e in una società data. avvicenti passaggi da inquadrature generali che delineano mutamenti decennali a primi piani ravvicinatissimi su singoli traduttori (Giudici. Per il momento. è come porsi in una posizione tale da rispondere davvero alle domande più estreme del libro. Raboni…). PER FAVORE! della poesia italiana del Novecento. come indice privilegiato della qualità di relazioni. Bertolucci. ipotesi di classificazione da verificare. Altrettanto facile è sottoscrivere la breve e densa premessa del maggior conoscitore dell’opera di Fortini. Luca Lenzini. ancora una volta. e apprezzare il lavoro filologico. appendici ma soprattutto di un pensiero che intende indicare Realtà e paradosso della traduzione.MENO GENIO. addenda. si può condensare la proposta fortiniana . fra le ideologie e le culture in conflitto»? Di certo non si può dare una risposta individuale. Difficile. Cosa significa oggi pensare che «il grado di rapporto della traduzione con il sistema della o delle istituzioni letterarie dovrà essere visto come rapporto rivelatore. utile guida agli scarti e alle contraddizioni. che trovano fini analisi di storia del gusto. l’interpretazione complessiva e la puntuale annotazione (non senza qualche correzione di lapsus d’autore) di Maria Vittoria Tirinato.

quella con originale inesistente. che non normalizza il diverso all’interno di una cultura salda ma sposta in avanti i fronti. parafrasi esplicative. vocabolario portatile. Torna al menù . Ma in quest’ultimo caso si tratta ormai di una classicità paradossale. translitterazioni. proprio di un millennio di traduzione in contesto classicista. rifacimenti e così via». tentando di rovesciare la natura conservatrice profondamente annidata nell’atto del tradurre. parodie. imitazioni. PER FAVORE! nell’esasperazione degli estremi di quella «serie multicolore» di scritture «che si chiamano interpretazioni ermeneutico-critiche. fino al limite della traduzione immaginaria.MENO GENIO. la traduzione come glossa. con criteri saldi e condivisi. accentuare l’intervento personale in direzione del rifacimento. della parodia. per favore! Di fronte a grandi testi che vengono da lontano (nel tempo o nello spazio) è bene enfatizzare il lavoro di servizio. tipico della traduzione moderna. e assimilare il diverso. Si salverebbero così le due esigenze contrapposte: restituire il senso della diversità. commento. Dall’altro. Da un lato: meno genio. quindi servono imprese collettive ben coordinate.

Noto leopardista e traduttore delle Fleurs du mal. E cioè il tono. ciò che gli è più proprio.Per una poetica della traduzione pp. che è la propria. 138.00 RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Laura Barile Il bel libretto di Antonio Prete apre con una verità paradossale di assoluta evidenza: che il traduttore sottrae all’altro. il colore. Prete non ha scritto un libro di teoria ma di riflessioni e frammenti sul tema della traduzione e sul compito . che scompare e all’ombra della quale si traduce. saggista e poeta. Quella del traduttore è dunque una scommessa straordinaria: restituire in un’altra lingua. al testo originale. € 16. la prima voce.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Antonio Prete All’ombra dell’altra lingua . la lingua. la musica delle sillabe: in una parola. Bollati Boringhieri.

RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE del traduttore (a Benjamin è consacrato un capitolo di esegesi e note a margine di quel suo famoso testo mistico e geniale). in una conversazione densa di implicazioni antropologiche sull’ascolto. le storie: come quella di Cervantes e di Sidi Hamete Benengeli. e sulle possibilità latenti che talvolta la traduzione sprigiona. sui possibili sensi ulteriori che un testo dispiega. di questi discorsi sul tradurre. fondamentalmente interrogativi e mai normativi. presentando una traduzione di Cavafis. Auden. la seconda parte . Ma si interroga invece sulla scommessa della traduzione. È un libro che parla a bassa voce. del quale balza fuori da queste pagine un vivo ricordo parigino. si chiedeva cos’è che ci incanta di quella poesia. riflessivo. Non mancano le narrazioni. quando venga ri-letto e ri-petuto. E lo fa alla luce delle riflessioni di alcuni grandi pensatori non sistematici: soprattutto i tanti appunti e frammenti di Leopardi e il Libro dell’ospitalità di Edmond Jabès. Non sono le teorie della traduzione che questo libro interroga. W. il morisco aljamiado che traduce le prime pagine su Dulcinea nell’Alcalà di Toledo… fino alla Avellaneda. È il «tono» di Cavafis che ci incanta nelle sue poesie – e così vorrei dire del tono accattivante.H. con il ragazzo moro spagnolizzato. e rispondeva semplicemente: il suo tono.

Come. a sua volta. la finzione che presiede alla Storia del genere umano. il Prologo alla traduzione del Manuale di Epittèto.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE apocrifa e la riflessione sul Don Chisciotte che altro non è. manuale di sopravvivenza che Leopardi volle tradurre per generosità verso i suoi simili. momenti lampeggianti di un costante interrogarsi. è accogliere colui che è in cammino. che la traduzione fantastica di un libro di cavalleria. per citare un testo che ha avuto influenza decisiva sulla vita di molti di noi. e . E ancora. secondo Jabès. fino alla finzione del manoscritto aramaico ritrovato del Cantico del gallo silvestre. espressione leopardiana che presume che il traduttore metta in gioco la propria lingua fino all’estremo. la Camera Oscura. non abbastanza valutate dai teorici della traduzione. ebreo sefardita di Alessandria d’Egitto. Queste figure hanno una loro modulazione di sviluppo: a partire dalla Ospitalità della lingua (tradurre. il nomade mediterraneo). in una pagina tutta da leggere (Prete ha intitolato una sua bella e rara rivista al «Gallo silvestre»). E ancora. La parte centrale del libro consiste in una serie di brevi capitoli dedicati ognuno a una «figura» del tradurre. O quelle relative alle sparse pagine leopardiane sulla traduzione. per condividerlo appassionatamente con i suoi lettori presenti e futuri.

che hanno a che fare con l’emozione di partenza e con la sua eco nel testo scritto. trovava che Anacreonte in certe traduzioni secentesche era «un Greco vestito alla parigina. a partire dal suo primo grado (la traduzione). Ma l’Imitazione. Mallarmé la definiva «disparition vibratoire»: quelle «vibrazioni» di cui parla Sereni a proposito della poesia. uno stile. più che le parole. E qui si potrebbe aprire una discussione sulla modernizzazione dei classici. e non solo in Italia. Vibrazioni che devono attraversare e sommuovere anche il testo di arrivo del traduttore. riflesso nella «camera oscura» della propria lingua: senza tuttavia abolire la lontananza che gli appartiene. come certi testi di Antonella Anedda.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE abbia una totale familiarità con essa per riuscire a trasporre. Lo stile dell’originale. proposta e realizzata da tempo. Leopardi. testi «d’après…». La scrittura è al tempo stesso cancellazione-rinascita della realtà. o piuttosto mostruosamente un parigino vestito alla greca». . di nuovi testi mossi da quel primo. contrario alle traduzioni modernizzanti. o in altro modo il «cinema di poesia» di Pasolini. Altra «figura» densa di implicazioni l’Imitazione. apre verso possibilità nuove. che è il cuore della stessa scrittura.

la lingua di Amelia Rosselli non è «solo» l’italiano. E come la tensione inventiva del traduttore si alimenti di «tutto il resto». come si sa… e tutto si complica. Resta. più analitica sulle traduzioni dei maggiori poeti del nostro Novecento. scandite dagli ictus (come nella battuta musicale dove ciò che conta è il tempo). la difficoltà di accordare il verso della propria lingua (vedi per noi l’endecasillabo) a una metrica straniera. Lasciamo al lettore il piacere di sfogliare l’ultima parte. la fedeltà al senso. Ma ci piace concludere da un «margine» di Prete a Benjamin: come cioè sia davvero poca cosa.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Yves Bonnefoy parla di intimità profonda che lega reciprocamente la percezione complessiva dei due poeti in gioco. Torna al menù . si dirà. e soprattutto mantenendo il ritmo anglosassone dei «piedi»: però con un numero di sillabe a piacere. secondo Prete. Potremmo allora citare l’interessante scelta di Amelia Rosselli di tradurre Emily Dickinson mantenendo per quanto possibile l’omofonia. o si semplifica. Tutto il resto. è la poesia. nel processo della traduzione. Ma. secondo la teoria dello Sprung Rythm di Hopkins. a prescindere dal significato.

€ 30. dalla lettura dell’ultimo romanzo di Gabriele Frasca.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA Gabriele Frasca Dai cancelli d’acciaio Sossella. qui. 592. pp. ma attraverso il comico cui strutturalmente ricorre si schiude nel tragico e ne indaga aspetti e viluppi diversi. Forse tradisce il testo di cui sembra farsi consegna. quel testo sta cercando di consegnare. immedicabile. Rimane fascinosa.00 IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA Cecilia Bello Minciacchi Rimane. Gli interrogativi sulla pulsione di morte. una «nostalgia di inorganico». sul desiderio di tornare alla quiete dell’inorganico. diffusa e tenace. o forse tradisce soltanto – scoprendo troppo – chi adesso. sull’enigmatica energia in cui il Freud di Al di là del principio di piacere riconosce . colpevole. Dai cancelli d’acciaio non a dispetto del. come un basso continuo che sostiene tutti gli altri complessi livelli del testo.

IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA l’inizio della vita e insieme l’impulso a rifuggirla. Non si dice infatti che è per tutelare la morte che questa si attiva?». Alcune pagine congiungono mirabilmente lo studio di Freud con il sonetto di Cavalcanti Tu m’hai sì piena di dolor la mente in una digressione capace di compenetrare poesia e psicoanalisi. e l’una dell’altra. microcamere. Il fermo volere (Corpo 10 1987. legato nudo a una sorta di croce blasfema chiamata «coda» e tecnologicamente imbracato da collare. a cominciare dal giovane gesuita Saverio Juvarra. Così Frasca attraverso Saro declina e rinnova (come è della sua scrittura) lucidità saggistica e forza poetica – «farciti come siamo di morte che vive» il problema è «morire. rievoca (traduce) il Will B. microfono e cuffie: calato ad arte. È soprattutto con la morte e con le strategie per giocarla o imboccarla. morirsi» – fino alla suggestiva interpretazione: «Freud aveva in verità attribuito alla vita lo stesso scopo che da tempo assegnava al sogno. vale a dire quello di proteggere il sonno. di far parlare l’una nell’altra. con scansioni temporali precisissime e controlli medici che ne . sono stati i rovelli dello psicanalista Saro Buono che. già comparso in Santa Mira (Cronopio 2001. d’If 2004). no. Le Lettere 2006). Good del romanzo d’esordio. per desiderarla o «ingoiarla». che i personaggi qui si fronteggiano.

un Oggetto Senziente. imponente struttura di cemento e vetroresina. manco a dirlo. fino a una ghiaccia artificiale di luce azzurra. un Soggetto Ottico. non è affatto il castello delle 120 giornate sadiane. La parte emersa è un tronco di cono che sul «taglio levigato» della cima sfoggia un’insegna di dimensioni spaventose e una luna «indistinguibile da quella vera». Il Cielo della Luna. nel fondo imbuto che si spalanca sotto il Cielo della Luna. solo nella notte tra venerdì e sabato. perché nel Cielo della Luna si entra solo . in nove mesi di costruzione costati la morte di ventisette operai. Il vasto e terrifico teatro. tre Acusmatici.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA evitino il collasso. dentro nicchie chiuse da schermi. pur perfettamente chiuso – la discoteca è circoscritta da cancelli d’acciaio –. violenze e torture. i sotterranei lavorano a pieno regime. Compatenti e Gloriose. un Vassoio. nel sottosuolo nove cerchi concentrici semiclandestini in cui lavorano trecento infaticabili dediti ad amplessi umani e bestiali. nega di aver mai letto la Commedia. accogliendo a carissimo prezzo centotrentacinque Persone divise in Consumanti. sei Contemplanti. oltre ad ambite figure di ruolo. è la discoteca sorta «nell’orizzonte appena un po’ sporco di Santa Mira» tra il 1999 e il 2000. Al suolo conta nove piste da ballo. Ogni settimana. Architetto di questo «fungo o bubbone» è il giapponese Kaso Fumi che.

col suo «carosello di carne tremante e violata». dottissimo e amatissimo vescovo di Santa Mira. . sborsando cifre da capogiro (si paga extra ogni piacere e ogni dolore. con o senza il suo sognatore dentro. è in realtà una manifestazione trasparente – un congegno – di quello che Frasca ha più volte chiamato il «Sacro Romano Emporio». Il grande circo del male di Santa Mira. Non si sa se il polso più fermo ce l’abbia Regina Mori – l’irresistibile Moira More con parrucca bionda del Fermo volere – che della discoteca è animatrice e Amministratrice unica. oppure l’americanissimo cardinale Ramsey. e per il semplice fatto che non c’era più nessun celebre Durcet.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA consenzienti. anche l’estremo) e firmando burocratiche liberatorie: «le Persone Gloriose non finivano lì dentro come nel castello di Durcet. fine interprete di Henry Purcell. perché la Bastiglia l’abbiamo presa una volta per tutte. agostiniano privo di dubbi e inflessibile. né l’allegra brigata di debosciati. smaltato come la dentatura che solo «una fanatica ortodonzia» può garantirgli. e dei castelli ne abbiamo fatto alberghi a cinque stelle». Ramsey vigila sull’anziano cardinale Cristoforo Bruno. che ha iniziato a dettare al suo segretario. Lì tutto è finalizzato al guadagno – e gli utili sono sbalorditivi. rapite e trascinate a forza da qualche marcantonio prezzolato.

poi da ignoti fatto scomparire. E si sente senza perdono. né la nostalgia dell’anno degli anni. Potrebbe scatenare un putiferio. «il discepolo del tradimento. «è un affare un po’ morboso. pur necessaria alla consegna. È il proditionis mysterium di cui parla sant’Ireneo. L’esistenza stessa è irredimibile. mentre cala nel cono infernale ha «negli occhi una vergogna sfrontata»: seguendo perinde ac cadaver gli ordini di Ramsey ha tradito il cardinale Bruno suo maestro.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA padre Juvarra. niente vi si sottrae: né la colpa di Juvarra. e senza consegna non si propaga il Bene». il . che ha pagato per essere l’Oggetto S della notte tra il 26 e il 27 settembre 2008. quel Protovangelo di Giovanni. composto. un codice copto visto in gioventù. dice il cardinale Bruno al suo segretario. su doppi logia. «Senza il Male non c’è consegna. Probabilmente Giuda l’Iscariota. Padre Juvarra. perché è un’infezione». un fantomatico codice XIV di Nag Hammadi. divenuto apostolo della tradizione». perché quando capita di imbattersi in un maestro. il carico di dolore e devozione di chi è paradossalmente costretto a fermare il maestro per propagarne l’insegnamento. ovvero su un logion e il suo ribadimento speculare: alla parola di Cristo la risposta in eco immediata e gemella di Didimo Giuda. Uno degli aggettivi più ricorrenti è «irredimibile». come nessun altro vangelo.

e per altri aspetti Dante e Arnaut – ora un po’ meno il Pizzuto tanto presente nel Fermo volere e . di sostanziarsene per fare. ogni volta e davvero. estremo.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA 1975. in questo che è a oggi il più poderoso romanzo di Frasca. «paradiso portatile» del dottor Preziosi col suo cancro di ricordi. Sensualità e tragicità. autoironia. né lo spaccato di storia patria. tutto nuovo. massoni. nello spessore. sono veicolate primariamente dallo stile – già anni fa amava citare Weinrich: «non si sopravvive che per lo stile» – che è duttile e mutevole. «gladiatori» e ordigni intorno al rapimento Moro. effato lirico. Per quanto sensibilmente vario – gioco parodico. come le diverse focalizzazioni interne ai personaggi e come gli slittamenti dei flash-back che pian piano individuano i fili e stringono i nodi delle interrelazioni. collusioni. realismo dialogico – lo stile di Frasca è sempre riconoscibile nella sua cifra di densità. E nel modo suo. né la dismorfofobia che fa vedere al sedicenne Valentino i suoi lineamenti impazziti e insensati. di assorbire citazioni e rimandi. Nella sua pratica d’intertestualità. Irredimibile è l’ansia d’assoluto che porta adolescenti ammaliati da un video gioco a voler rinascere in un mondo imperturbato morendo sulla propria copia angelicata. una faccia sfuggente che sfugge a se stessa. non solo Joyce e Beckett.

tradere. come quella che era stata di sua madre» di Dalia in Santa Mira e qui. con la stessa strutturale attenzione alla vocalità e alla memorabilità cui tende la poesia. e solo il rovello della «parola parlata». far vivere il testo (e i testi) nello stile e nella voce viva (leggerlo. di Regina. come la poesia. Perché Frasca ha questo rovello. e qui al dottor Preziosi. tramandare. al di là delle frequenti soluzioni metriche. tradurre. proprio identica. della consegna tradìta e tràdita ha la forza di bilanciare e reggere l’irredimibile «nostalgia d’inorganico». . dettarlo…). la matita messa in bocca a un epilettico Spirit nel Fermo volere. La pagina narrativa è trattata. ma i suoi stessi personaggi si ripresentano.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA un po’ più Dick e Pynchon (Santa Mira è immaginaria come Vineland) – tornano a farsi sentire. ciascuno con le sue ossessioni. compiute spie: la vestaglia «rosa. E tornano dettagli minuti.

Torna al menù . © Mimmo Jodice.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA Eden. opera 27.

LICENZA DI UCCIDERE Rossana Campo Una scena divertente della lunghissima. € 12. . Vladimir Nabokov. VIII-289.00 CAPITAN FICTION. € 25.CAPITAN FICTION.00 Raymond Carver Principianti a cura di William L. Einaudi. superdettagliata biografia di Raymond Carver scritta da Carol Sklenicka non riguarda direttamente Carver ma il suo quasi altrettanto celebre editor-amico-aguzzino Gordon Lish alle prese con un altro scrittore. LICENZA DI UCCIDERE Carol Sklenicka Raymond Carver – Una vita da scrittore traduzione di Marco Bertoli. dicendo che in genere «nessuno revisionava veramente Nabokov». Nutrimenti. caporedattore alla newyorkese McGrow-Hill. pp. Frederic Hills. traduzione di Riccardo Duranti. pp. assegna la redazione di un romanzo di Nabokov a Gordon Lish. Carroll. 782. Stull e Maureen P.

Nabokov prese una ventina di pagine con le revisioni. Contiene delle narrazioni una dentro l’altra. fatto da V. colui che come i suoi personaggi aveva un passato e un presente di proletario americano.CAPITAN FICTION. nei bar e . in Svizzera. Look at the Harlequins! è un romanzo molto arguto che si diverte a mettere in scena un uomo che ha avuto diverse mogli. dove Nabokov viveva. LICENZA DI UCCIDERE Frederic Hills prende l’aereo e porta personalmente le bozze del libro a Zermatt. come se fossero un pesce morto da tre giorni. E Gordon aveva cercato di tagliare e rimettere insieme il tutto. Ora. di minuscole case e traslochi con moglie e figli in giro per gli States. «V. la prima moglie di Nabokov. alterando parti intere del romanzo per dargli l’aspetto di un normale resoconto autobiografico di Vera. di vita marginale. ma la stessa cosa non seppe fare il fragile alcolista Carver. Nabokov aveva saputo bloccare la furia redazionale di colui che si era autobattezzato Capitan Fiction. “Facciamo così – disse Nabokov – glielo restituiamo dicendo: Non è proprio possibile”». Cosa che ovviamente non era affatto. tenendole per un angolo e sollevandole in aria con due dita. “Fred – disse – chi è questo Gordon Lish e cosa crede di fare?”. stesso. di cause in tribunale per piccoli imbrogli allo Stato sui sussidi di disoccupazione.N. fra i soliti mille lavoretti nelle segherie.

Per Raymond Carver è il ritorno alla confusione e alla paranoia.CAPITAN FICTION. e firma un contratto che lascia mano libera a Capitan Fiction. Carver. non riesce a dire di no alle manipolazioni di Gordon Lish. Principianti è il titolo che aveva scelto Carver per la raccolta di racconti che divenne poi – sempre per volere di Gordon Lish – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e che nel 1981 lanciò Carver in tutto il mondo con la nota etichetta di scrittore minimalista appiccicata sopra. Carver riceve prima una copia del suo manoscritto con molti cambiamenti. notti insonni e paura di ricadere nell’alcolismo. testimoniato bene anche dalle lettere pubblicate nell’edizione «senza editino» di Principianti uscita nel 2009 da Einaudi. C’è un misto di riverenza e terrore nel suo rapporto con Lish. poi una seconda versione completamente stravolta e interamente ribattuta a macchina da una segretaria di Lish. Scrive numerose lettere a Lish dove lo . il quale si ritrova in pratica licenza di uccidere. LICENZA DI UCCIDERE nei motel d’America. quando grazie a Lish vede balenare la possibilità di pubblicare con un editore importante come Knopf. era sobrio da soli tre anni dopo una vita di sbronze dure e continue. che sogna fin da ragazzino di scrivere e pubblicare e incontrare altri scrittori. Il resoconto della biografa Carol Sklenicka è abbastanza straziante. Carver.

che ovviamente sa cosa vuole il mercato (ricordiamo che proprio a partire dagli anni Ottanta anche da noi in Italia sorge la parola . Il fatto è che lo scrittore viene ridotto a forza lavoro basica. leggendo questo libro. Via le descrizioni di paesaggi. via i finali epifanici. adatta tutt’al più a fornire la materia prima per il vero lavoro che sarà poi quello compiuto dall’editor. Cambiati molti titoli. tutto è raggelato. Se confrontiamo le due edizioni balza agli occhi la differenza. altri scompaiono del tutto. di non farne più niente. per lanciare una moda editoriale? In un articolo apparso sul «New York Times» Stephen King scrive di aver sempre pensato che la sua fortuna iniziò quando ricevette dal suo primo editore 2500 dollari di anticipo per Carrie mentre ora.CAPITAN FICTION. È lecito manipolare fino a tal punto il lavoro di uno scrittore per ragioni di mercato. alcuni personaggi perdono il nome. LICENZA DI UCCIDERE implora di lasciare in piedi almeno alcuni dialoghi. qualche descrizione. gli è chiaro che la sua fortuna fu quella di non finire nelle mani di un editor come Gordon Lish. Nell’edizione tagliata spariscono intere pagine. Arrivando fino alla preghiera di non pubblicarlo. Nel testo originale troviamo fitte parti narrative alternate a raffiche di dialoghi costruiti sul parlato americano. prosciugato fino a diventare quasi disumanizzato.

Non si tratta di dare una mano a un autore agli inizi. Molti scrittori hanno l’esigenza di far leggere i loro manoscritti e ascoltare opinioni e suggerimenti. al prodotto di consumo? . Ecco. Ma se un libro si deve riscrivere completamente significa che non hai per le mani uno scrittore. ma di un calcolo di mercato. oltre la pena che il lettore carveriano troverà in queste pagine. al quale tutto viene ricondotto. al di là del caso specifico. l’invenzione di qualcosa che ancora non esiste. non abbiano più un posto fra noi umani? Come non rassegnarsi a un’editoria che sembra diventata solo una rincorsa miope al già collaudato. Anche da noi. la domanda che sorge è la seguente: ci dobbiamo rassegnare al fatto che le esigenze del mercato prevalgano sempre su tutto? Che la ricerca del nuovo. è sempre successo nella storia letteraria. ricordo un paio di interviste a due editor nostrani (uno scomparso) che asserivano di aver riscritto completamente alcuni libri diventati poi celebri best seller.CAPITAN FICTION. LICENZA DI UCCIDERE editor a sostituire la più artigianale e appropriata parola redattore). la letteratura insomma. ma quello che è inaccettabile è quando un lavoro viene snaturato al fine di formattare un prodotto.

CAPITAN FICTION. LICENZA DI UCCIDERE Eden. © Mimmo Jodice. opera 28. Torna al menù .

RESPONSABILITÀ E IMPEGNO RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Conversazione fra Gisèle Sapiro e Valentina Parlato Allieva di Pierre Bourdieu. sociologo molto attento alle evoluzioni del mondo della cultura e degli intellettuali (nel 1999 era uscito da Fayard il suo La guerre des écrivains. ai loro diritti e ai loro doveri. 2008) e Les contradictions de la globalisation éditoriale(Nouveau Monde éditions. Le marché de la traduction en France à l’heure de la mondialisation (CNRS. 2009). 1940-1953). Gisèle Sapiro ha di recente pubblicato per Seuil La responsabilité des écrivains. da un anno a capo del Centre européen de sociologie et de science politique de la Sorbonne (CESSP-Paris). settecento pagine dedicate alla responsabilità degli scrittori. Ma tra le sue opere si contano anche alcune ricerche sulla circolazione internazionale dei testi: Translatio. .

Da un lato si costruisce una morale nazionale e dall’altro un’etica della Repubblica delle lettere. Di fronte agli attacchi di cui sono oggetto. lei tenta di descrivere. ripercorrendo quattro periodi storici e analizzando un certo numero di processi. . la letteratura e la morale. all’ Assemblée. durante il lavoro di preparazione delle leggi sulla libertà di stampa. In questi processi vengono esplicitate le aspettative sociali rispetto alla letteratura. la concezione che hanno del loro mestiere e della loro missione. le credenze nei suoi poteri e nei suoi effetti positivi o nocivi. gli scrittori sono portati a formulare i princìpi che dettano le loro strategie di scrittura. Perché raccontare questa dinamica attraverso i processi giuridici? I processi letterari sono uno dei luoghi di confronto tra la morale pubblica e l’etica professionale degli scrittori. fonti che ho ugualmente usato per decifrare gli argomenti dei processi e per contestualizzarli. come spiega il sottotitolo del volume. i valori che orientano il loro procedimento e la loro presa di posizione.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Nel suo ultimo libro La responsabilité de l’écrivain. nei giornali. nei saggi critici dell’epoca. Ma i processi sono solo dei momenti di cristallizzazione di dibattiti che avvengono anche altrove.

il suo ricordo ossessiona tutti i dibattiti sulla libertà di stampa dell’Ottocento. di incitamento ai cattivi costumi e di ribellione. hanno capito il potere dello scritto e tentano non solo di controllare la lettura ma di orientare il . Tanto la Chiesa quanto i repubblicani che si affrontano in Francia per tutto il XIX secolo.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Nella prefazione lei riporta la giustificazione di Simone de Beauvoir al suo rifiuto di firmare alla fine della guerra. La Rivoluzione francese ha materializzato questi timori. All’origine c’è soprattutto una concezione cattolica che si basa su un presupposto spiritualista. rafforza questi timori. durante l’Epurazione. la petizione per salvare Robert Brasillach dalla pena di morte: «il y a des mots aussi meurtriers qu’une chambre à gaz». La letteratura è concepita come un fermento di individualizzazione. con lo sviluppo della stampa. il libro diventa l’incarnazione di questo pericolo. Questa rappresentazione è teorizzata nel XVIII secolo dalla nozione di «contagio morale» che si esercita tramite il libro. in particolare delle donne e del popolo. L’idea della pericolosità della letteratura o della narrativa risale a Platone. Lei scrive che il suo libro vuole spiegare come si è costruita questa fede nel potere delle parole. A partire dal Seicento però. L’accesso alla lettura di un nuovo pubblico.

denunce individuali e collettive – contro gli ebrei. che rende la scuola elementare obbligatoria. faceva regnare il terrore e l’arbitrio. . che raccoglieva intorno a sé scrittori celebri come Aragon. durante i quali si è scatenata una violenza verbale senza precedenti: appelli all’assassinio. Gli scritti di autori collaborazionisti hanno legittimato un potere di occupazione che eseguiva vessazioni contro la popolazione civile. cancellava la libertà di espressione. Sartre. Una Resistenza intellettuale si è organizzata con il sostegno del Partito comunista clandestino. Ha portato molti di loro a entrare nella Resistenza.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO pubblico producendo opere di valore educativo. i gaullisti. Quest’atteggiamento ha provocato l’indignazione degli scrittori dell’opposizione. La citazione di Simone de Beauvoir però deve essere letta considerando i quattro anni di Occupazione tedesca. regolamenti di conti. portava avanti una politica antisemita. Mauriac. uccideva ostaggi. chiamati poi scrittori del rifiuto. Questa concezione pedagogica della lettura si istituzionalizza con la Terza Repubblica. i comunisti.

un legame d’altronde teorizzato da Sartre alla Liberazione. Dall’altro l’impegno presuppone una certa concezione di responsabilità morale dello scrittore: quando Zola pubblica il suo J’accuse contro i magistrati che hanno giudicato colpevole il Capitano Dreyfus. si impegna in quanto scrittore. in nome della sua etica professionale. affronta proprio il tema della responsabilità: Sartre considera illimitata questa libertà. Questa nozione di responsabilità sottende la teoria sartriana di letteratura impegnata. Qual è il rapporto e la differenza tra responsabilità e impegno? Questo rapporto si può determinare sotto due angoli diversi. come avviene in occasione di un processo. che si basa anche sulla filosofia della libertà: la . Per questo quello che viene scritto impegna. è dare senso agli atti. È esattamente il legame tra queste due prospettive che esploro nel mio saggio. che è la difesa della verità. quello della responsabilità. il quale ne deve rendere conto alla società. è farli esistere nella coscienza comune. nel 1946.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO L’impegno dello scrittore sembra essere analizzato in questo libro da un altro punto di vista. poiché dare un nome. Da un lato la responsabilità penale significa che quanto viene scritto impegna lo scrittore. contrariamente a quella del medico o del calzolaio. La relazione che pronuncia in occasione della sessione inaugurale dell’Unesco.

Rimprovera anche a Flaubert di non giudicare il suo personaggio. esprimeva il suo punto di vista. distaccata. l’autore deve garantire la libertà dei suoi lettori. Il rifiuto di Flaubert e Baudelaire di . allo stesso modo di Balzac. per il loro realismo. Naturalmente il procuratore imperiale rimprovera a Flaubert di aver glorificato l’adulterio. senza la quale si annulla in quanto scrittore. Certo Flaubert fa morire Emma tra atroci sofferenze. che Flaubert ha scelto deliberatamente e che era una novità nella letteratura francese. ma questa affermazione si fonda su un errore di interpretazione dovuto alla novità del metodo utilizzato da Flaubert: il discorso indiretto libero fa sì che il procuratore confonda il punto di vista di Emma con quello dell’autore. ma è una morte volontaria ed è quindi giudicata dal procuratore insufficiente a rendere morale il romanzo.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO letteratura essendo un atto di comunicazione. Quando parla dei processi a Flaubert e Baudelaire scrive che lo scandalo è più nella forma narrativa che nella trasgressione delle norme sociali. Fino ad allora l’autore si manifestava nelle sue opere. tra le altre cose. Flaubert e Baudelaire sono messi sotto accusa. conseguenza della posizione impersonale del narratore.

È così che si costruisce una morale nazionale? I processi dell’Epurazione hanno costituito un riconoscimento paradossale del potere simbolico degli scrittori. Erano tutti designati per incarnare il crimine di tradimento e per dare luogo a pene esemplari. Questi sono stati giudicati per il reato di «intelligenza con il nemico». fortemente legata al quadro nazionale.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO subordinare il giudizio estetico al giudizio morale o politico era inaccettabile in un regime autoritario qual era il Secondo Impero. e per aver commesso quelli che erano definiti dalla legge atti di propaganda a favore del nemico. In Italia quasi non è stata fatta un’epurazione. che costituisca uno dei suoi titoli di gloria. dall’avvento della Terza Repubblica che ha laicizzato la morale pubblica. . cioè per aver sollecitato il collaborazionismo con l’occupante tedesco. che faceva regnare un ordine morale. La responsabilità penale era. In una società in cui si suppone che la letteratura illustri il genio della nazione. non si poteva perdonare agli scrittori di aver tradito. Con l’Epurazione sembra che lo scrittore arrivi al massimo della sua responsabilità: gli scrittori sono accusati di tradimento e alcuni sono condannati a morte.

e questo dai tempi della Terza Repubblica.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Dopo i processi dell’Epurazione. come le interdizioni pronunciate contro i libri. senza alcun dibattito come invece avveniva in tribunale. dell’autonomia della letteratura. La vera e propria liberalizzazione è intervenuta a partire dagli anni Settanta. quali processi? Lei crede che oggi l’autonomia della letteratura rispetto alla morale e all’ideologia dominante esista? E cosa fa scandalo? C’è stato un riconoscimento. alle varie associazioni della moralità. Ci sono stati numerosi procedimenti o minacce di procedimenti contro alcuni romanzi in nome della . delegando l’esame a una commissione in cui la Société des gens de lettres è rappresentata. lo Stato intenta un processo solo molto raramente di propria iniziativa. il che poi consente qualsiasi forma di abuso: il numero di processi è notevolmente diminuito ma i procedimenti giudiziari sono stati sostituiti dalla censura amministrativa. Negli ultimi tempi si nota però un ritorno dell’ordine morale in Francia. Allo stesso modo non si processa più in nome dell’interesse nazionale ma in nome della protezione dell’infanzia. come nel modello di giustizia americano. lasciando fare. Questa si iscrive nella distinzione che il decreto-legge del 1939 prevede tra le opere letterarie e gli scritti pornografici. in Francia perlomeno.

RESPONSABILITÀ E IMPEGNO protezione dell’infanzia: per esempio. dopo varie trattative tra la giustizia e l’editore. Rose bonbon di Nicolas Jones-Gorlin. . In compenso si moltiplicano le azioni penali per diffamazione e violazione della privacy. misura alquanto ipocrita e ridicola. che racconta in prima persona la storia di un pedofilo (personaggio di finzione). che racconta in forma di finzione l’assassinio di suo marito per mano dell’amante. come quella intentata dalla vedova del banchiere Édouard Stern a Régis Jauffret per il suo romanzo Sévère. è uscito sigillato nel cellophane. fatto di cronaca largamente descritto e commentato dalla stampa.

RESPONSABILITÀ E IMPEGNO La letteratura può però ancora essere un affare di Stato come dimostra la recente decisione del ministro della Cultura di escludere Céline dalla lista degli autori degni di una commemorazione ufficiale. perché il potere performativo delle parole non si fa mai sentire tanto quanto nella stigmatizzazione dei gruppi più vulnerabili: possono indurre a comportamenti che rischiano di danneggiare gli individui stigmatizzati. Qui non si tratta naturalmente di censura ma questa vicenda ricorda che il razzismo è un altro tabù che limita la libertà di espressione nelle nostre società. In questo caso a giusto titolo. Torna al menù .

Sagrus da Strabone. Nasce nel Parco Nazionale. Sarolus ma poi anche corrotto in Sacco. Volevo descrivere prima di tutto. raccoglie 16 tra rivi e torrenti e alla fine si getta nell’Adriatico nella Costa . Sangue o Sanguineto. magari annotare quello che mi passava per la testa guardando. entra in una valle che prende il suo nome.SANGRITUDINE CON GLI OCCHI APERTI SANGRITUDINE di Paolo Morelli – immagini di Luciana Martucci Piano Nella primavera dell’anno scorso ho finalmente messo in pratica un’idea che avevo da anni: contemplare l’acqua. e ancora più in particolare quella del fiume Sangro. seguendo per giorni il suo corso a piedi. il Sangro è un fiume abruzzese. Chiamato Sarus da Tolomeo. e in particolare quella di un fiume. passo dopo passo.

Volevo contemplare l’acqua e descriverla. Non so come mi è venuta l’idea. Questo è quello che fa. e man mano negli anni mi accorgevo non solo di averlo accanto. una specie di affinità difficile da spiegare. Ora però l’acqua è dappertutto. L’idea di partenza era una descrizione netta. ci sentivo qualcosa come un carattere. Volevo soprattutto contemplare e descrivere il fiume. e in seguito spesso i momenti di tristezza mi facevano venir voglia di partire ma non ce la facevo. una simpatia di passaggio. ovviamente irraggiungibile. . da tempo immemorabile. Durante poi ho avuto l’impressione che nel continuo mirare e fallire stava la forza dell’esercizio. proprio a metà tra Vasto e Ortona. senza fronzoli. Era questa l’avventura. ma mi attraeva. Poi l’anno scorso ce l’ho fatta. oltre non mi era chiaro che volevo fare. speravo comunque che tutto il guardare in basso mi impedisse troppi compiacimenti. L’idea deve essermi venuta una volta che ero sul malinconico.SANGRITUDINE dei Trabocchi. La strada per andarci lo costeggia per oltre metà. perché allora scegliere un piccolo fiume e proprio questo? C’è da dire che mio padre è nato in un paese sulla sua rotta e lì ho ancora una casa dove vado spesso.

col famoso senno di poi è quel tenersi in basso dell’acqua di un fiume che mi incuriosiva. e quel tipo di forza che sotto l’aspetto arrendevole aggira e rompe anche le rocce più dure. non sono venuti perché molti sono in là con gli anni e poi questo era un viaggio che abbisognava di solitudine. cercando di rendere chiare cose che certe volte non erano chiare neanche a me. anzi le utilizza per darsi spinta. Poi a rileggere ho capito che il pensiero era sempre rivolto agli amici che in quel momento non erano lì. Vi si collega tutto ciò che è freddo. Gli esseri umani la vedono come acqua. Insomma quello che ne viene fuori si potrebbe chiamare un’effemeride. un tipo di efficacia che somiglia alle filosofie alla base delle arti orientali. bagnati e ciancicati. di un rapporto faccia a faccia diciamo così. condizione causale che uccide e dà la vita. idrata e trasporta dall’alto delle sorgenti verso il mare che sta in basso. Ma le caratteristiche sicure di un fiume sono l’idratazione e la discesa. e ho dovuto renderli leggibili. ma le parole le ho toccate molto poco. L’acqua da sempre rappresenta un simbolo di vita e di prosperità.SANGRITUDINE Alla fine mi sono ritrovato con una quantità di taccuini. ma trova la sua strada girandovi . L’acqua non attacca oggetti non impregnabili. Ecco.

inesorabile e vincente che ha la capacità di adattamento. è il tema del potere. forse è da lì che è nata l’idea. l’effemeride per gli amici lontani di una lunga contemplazione dell’acqua. E a pensarci non c’è niente di più simile a un fiume che un racconto. . il diario. Si diceva una volta che un fiume racconta.SANGRITUDINE attorno. Quindi quello che segue è il resoconto.

anche se stavolta le piogge hanno inciso forte sul volume dell’acqua che è raddoppiata quasi. nessuno in giro. sue caratteristiche preferite almeno fino adesso. una norma . le statue dei saggi orientali le fanno pancione proprio per questo. domenica Una bella giornata. La schiera di sassi affioranti che ieri lo agitava un pochettino ora è sparita. Forse per questo mi appare subito sereno e temperato.SANGRITUDINE 3 maggio. Scendo di gran carriera col sole in fronte. e la parola mi piace perché dice pure il modo della corrente. ma poca cosa. Passato il ponte di ieri è in corso il miracolo dell’incontro dell’acqua e del sole. per centrare l’idea di una forza tranquilla che viene dal ventre. come se il nuovo carico l’avesse liberato dalle tendenze sia alla severità che all’indisponenza. non come una remora o un pensiero. si va via sì decisi e stretti insieme. nuvole ancora verso il mare. anzi. piuttosto il dettame di un’indole. ma io continuo a vederci qualcosa che è come se lo frenasse o meglio lo calmasse da sotto. Mi ritrovo sotto gli occhi un fiume verde e corpulento. stracci. Non è detto che uno con una forza corposa non possa essere sereno e accessibile.

Poi stamattina la voce è rauca ma composta. arricchisce e ammorbidisce nel convegno coi raggi del sole. comunque ci provo per esempi. scompaiono e riappaiono. prima o poi la bucherà. poi viene risucchiata e convinta che non si fa. come i viventi dopotutto. e onde quasi solo riconoscibili dall’ombra. difatti è concava e ben lavorata. non si può far tutto. per adesso ci gira dentro come su un ottovolante e quando è risputata fuori torna indietro. come dicevano una volta di chi lavora la terra che la forza gli torna nel sangue la notte. In questo tratto la varietà dei giochi d’acqua è sul serio indescrivibile. per rimettersi in fila perché non gli basta mai. dorati o placcati. vale a dire esistono perché fanno ombra.SANGRITUDINE naturale dinamica. che rispetto a ieri è più scura e meno trasparente si frantuma. O le cadute. ce ne sono centinaia di tipi. come uno che ha sempre faticato ma sempre ritrova la forza. flabelli damascati come posso dire. e si creano di continuo arcobaleni sghembi a zigzag. Come l’insistere a tamburo su una pietra che deve esser stata scelta da tempo. i salti raggiungono a fatica il metro e mezzo . ce la fa per un bel po’. E poi sulla superficie l’acqua. In un punto si creano di continuo due cuori. Una foglia risale la corrente.

imponente questa è la prima impressione. Scrivo queste cose con calma dopotutto. dovrebbe esser lungo sette chilometri. forse perché da nessuna parte come qui ci si sente in fondo a una valle. innervarsi come un cavallo marino intermittente. Dopo mezzo chilometro entra nel lago di Bomba. . costruire nuove forme e alleanze. vale a dire uno zompo può servire per prendere tempo. strano perché le montagne superano appena i mille metri ma si cammina come in preda a una protezione mentale. Prende il nome dal paesone che sta molto sopra e l’energia credo sia convogliata a Roma. in una parola rallentare. È un idea di fine anni Cinquanta. distribuire il maltolto di rami e di terra. ci si sente liberi di vagare. Si può ciufolare un cornecchio ai lati di un masso. accolta con entusiasmo da parte delle popolazioni perché dava lavoro. svilirsi in nervature che scattano come molle a ogni fistula che passa. prendere piega in un getto unico al centro che è come una fissazione svagata. distribuirsi a pancia in giù sul muschio. per convincere gli amministratori ci hanno lavorato anche gratis e alcuni sono morti.SANGRITUDINE eppure l’acqua si esalta nella ricchezza di stili per ribadire il concetto base.

ha imparato dai torrenti. ci mettono tutta l’intensità per spampanarsi. ma non si precipita per niente nel silenzio allagato. tituba che è onomatopeico ed è il suo suono di adesso. un bel fiume grosso a petto in fuori. E lui arriva alla strettoia con freschezza. s’è lasciato alle spalle gli ultimi carpini e allori. Su tutto incombe e ammonisce l’enorme pietra di Pietraferrazzana. si inventa a questo punto quasi una foce a delta.SANGRITUDINE Il modo di entrare è fatto come un vaso etrusco. poco prima c’è una piscinetta così ben ritagliata che pare opera un architetto in vena di scherzi. All’imbocco si divide solo per circondare un’isoletta. se non è rimandare questo… . Cala man mano il volume nell’ansa. è come se si premunisse. Che brilla per insolvenza lo suggerisce come i raggi di sole si intorcinano nei flussi che stanno lì a dirimersi e spandersi. si biforca e si gonfia come un polmone. s’è accomodato nella via ancora di più. ci fa la figura di una specie di manico. il paese ci è costruito intorno come a un totem. ultimo lembo della Maiella scagliato fin qui. da adesso in poi è tutto all’aria.

Sulle cartoline sembra un lago molto bello. non c’è neanche tanta mondezza. da lì si capisce che è uno svitato. ma se quello più su a Barrea aveva una naturalezza di secondo . quasi alpino. dalla pausa. facendo una pausa sempre sullo stesso punto. Potrebbe essere bello. eppure non so perché ma si respira un’aria di degrado.SANGRITUDINE Proprio all’entrata nell’acqua c’è una fila di petali. uno solo gira su se stesso a folle come uno svitato.

Comunque non mi pare vero di camminare libero nel fango.SANGRITUDINE grado qui forse siamo al terzo o al quarto. aironi cinerini e tuffetti impegnati. L’acqua è entrata ormai nel grande silenzio. arriva fin qui pure se non c’è vento. che sia forzata conta poco. di lei non si può dire niente. E poi questa è epoca di passo. non c’è di meglio che navigare a vista. più in là nel mezzo stazionano bande di uccelli. soprattutto questi ultimi in voli radenti di pesca che lasciano sull’acqua una striscia furba come un elastico. resta un vago ricordo dei profumi fruttati quando arriva l’ombra. vuol dire che qui la valle affondava un bel po’ quando era solo il fiume a passare. il lago di Bomba brilla nel mattino come una moneta d’oro. o forse stiamo solo scendendo e sale il livello di confusione e antropizzazione. Suona la campanella della chiesa di Pietraferrazzana. Forse la corrente principale è rimasta in zona lì dove è . solo all’ombra si capisce quant’è usata. Dicono che sia profondo sui 60 metri. Anche se questa è pur sempre l’acqua del fiume mi sto prendendo una pausa osservativa e interpretativa. non so come dire. non deve fare altro che buttarsi di sotto. non posso fare altro e allora va bene così.

Le onde che mi bagnano le scarpe fanno un rumore come un applauso partito nel momento sbagliato e subito frenato con vergogna. C’è una vena azzurra nel verde. viene da Silvio Spaventa che è nato qui. . mentre ora voglio concentrarmi su un piccolo fiume e descrivere. potrebbe essere indizio del passaggio di una corrente.SANGRITUDINE sempre passata. a un certo punto si intravede una secca che è come un’ombra nel turchese dell’acqua. difatti poco oltre c’è un movimento come un fascio di luce stroboscopica. un lago è un deserto descrittivo. Salendo un po’ più su a riva. Per esempio mi ricordo che il primo viaggio che ho fatto in vita mia era nel deserto africano e forse aveva un po’ la stessa spinta di questo. non oso dire perché. Lì al massimo mi appuntavo le poesie. anche tremendo quando ci ho vagato dentro da solo per una notte intera. ma queste sono solo illazioni. ci si sente come incagliati e allora si cerca di strattonare con le immaginazioni. Torniamo a Bomba!. ero un ragazzino. solo che allora cercavo di perdermi nel deserto del Sahara. s’è nascosta sul fondo per mantenersi coerente. C’è una specie di sazietà nel lago che non mi piace tanto.

Ci dovremmo abituare a violenze incredibili nei trent’anni che mancano per la fine del petrolio. ho il sacrosanto dovere di vedere meglio. anzi. non basta a farne un fascino però. La diga è in argilla battuta. Sopra c’è una strada di servizio che lo percorre tutto sulla quale è severamente vietato andare. non mi piace nemmeno la parola. si dice in giro che c’è il petrolio e questa potrebbe essere la fase finale. io invece salto il muretto e mi inoltro. al centro per prima cosa si nota una scia di boe bianche in formazione spaiata. tanto vale decrescenza. credo che si prepari un periodo invivibile lunghissimo. l’alto terrazzamento è rivestito nella parte esterna da ciottoli. la fine anche della cartolina. Se si muove l’aria è un lago brizzolato.SANGRITUDINE Ho letto che qui intorno stanno facendo rilevazioni petrolifere. Sarà l’umore ma io non ci credo a una fine vicina. bisognerà dimenticare sempre di più. Infatti ho fatto bene. quasi una costellazione delle Boe sulla volta del gran bacino. poi ecco un . ora si sono pure inventati la teoria della decrescita che a me fa pensare a una cura per diventare calvi che difatti oggi va molto di moda.

e davvero mi sembra di aver smesso di annoiarmi. soprattutto i muschi rossi dicono la via del fiume. il suo cammino deputato. anche se indistinto si scorge il movimento. distinguo la livrea sdrucita che fa mentre s’avvicina. persistente e contingente che stanno sotto la falsa tranquillità. mi sono rimesso in contatto. la voglia. il respiro.SANGRITUDINE flusso evidente che si dirige all’ostacolo. . Ci risiamo.

SANGRITUDINE Questo faccio a tempo a scrivere. anche se poco credibile mi sono allontanato e sono uscito fuori. qui non pare normale che non s’affretti a rituffarsi nella valle. Il terrazzamento esterno l’hanno fatto elegante e in basso ci sono coltivazioni rigogliose. anche il fiume non ha senso in questo sciacquettìo inerte. Potrebbe sembrare un nuovo . mentre dalla postazione Acea una macchina che parte per venirmi a scovare. come se avesse subito un interrogatorio durato anni. che facevo una passeggiata. ma per l’uscita del fiume la mano dell’uomo è stata pesante. Ci avevo dato un’occhiata prima. C’è il reticolato di un argine dritto a ridosso dei monti e il fiume che esce ha cambiato colore. Non lo riconosco quasi. una cinquantina di metri più sotto. Si dà le spinte da solo come un verme o un adulto sulla bici da bimbo. mi guardo intorno. Ho fretta di sparire. molto sopra c’è l’addetto Acea a controllare forse che non metta una bomba. all’uscita dal fiume. Entra nel folto che è quasi stordito. a scendere svilito. bassa e afona che s’allontana per duecento metri o più. gli ho detto sorridendo al tizio addetto all’impianto. prima ho nascosto il taccuino. è una specie di pozza nivea e scialba. Una passeggiata.

mai in un’altra. Lasciatemi ammirare qualcosa che non ha inquadrature fisse. il letto svicola in sei o sette metri. Balla quasi all’inizio quando finisce l’argine e ricomincia a tribolare. difatti subito dopo prendono un drizzone finto solerte. ci si può rialzare solo dalla terra su cui si è caduti. qui il tempo non è perso. si sta rimettendo in piedi nascosto nel bosco come un animale ferito. anche quando continua l’esodo incerto. in certi punti si mimetizza dietro alle pietre grigie. mezzo metro d’acqua o anche meno. una consuetudine lenta e allungata come se si stirasse. soprattutto direi durante la fuga dall’invaso.SANGRITUDINE inizio invece una rinascita è impossibile. Qui c’è un’isoletta nel mezzo. Certo non ha inquadrature fisse un fiume come questo. Pure lei l’acqua è cambiata. C’è un momento sotto i faggi che fa come un recinto per gli allenamenti. Mi sembra di essere uscito io da una secca. Ha subito un processo. le acque che arrivano esangui si ritrovano e si fanno forza. non c’è niente da fare. Qui non c’è . In fondo è l’emissario di se stesso. ci si può sedere e farci caso. verdognola e terrosa ma forse non basta a spiegare. di sabbia rosa con un masso sopra che sembra un trono e una fila di altri sassi per arrivarci. vale a dire a orientarsi.

discontinua che pare l’aspetto essenziale del carattere liquido. reagire alla rigidità che t’hanno imposto.SANGRITUDINE qualcosa che ti rimette subito in gioco. . un’intera attività dinamica. già cominciano a vedersi gli effetti di invisibili turbine sul fondo. ma pure dei piccoli salti di dieci centimetri sotto i quali tornare all’ebbrezza di essere un movimento. se non fosse per lo stomaco che borbotta e sovrasta questa scorrettezza frastagliata. Qui il fiume fa venire in mente che le cose sono sempre o meglio o peggio di come ce le aspettiamo. Un masso fatto come una stregola per il bucato. i comportamenti stagni. mai uguali. un ramo di faggio pulito e messo per lungo al centro. la festa e gli schiaffi delle rocce. o dei circhi di terra ai lati dove riprovare i gorghi come fossero invenzioni epocali. si sperpera nell’utilizzo e nella vaghezza. Un fiume è un dazebao contro la rigidità dei comportamenti. Veramente è così poco il suono che in certi momenti è come un sembrare di esserci non so dire meglio. il pendio sdirupato. senza dannarsi per carità si affastella e s’incolla tenace. non ci capisce niente. qui bisogna fare i conti con la normalità. Ce ne sono a centinaia di punti dove l’acqua prova a tornare alla normalità fatta allo stesso tempo da leggi fisiche e dal niente.

ma è solo col suo ultimo libro. che ci si è accorti del suo formidabile talento .Parlamenti e Mormorazioni Parlamenti e Mormorazioni Conversazione fra Paolo Morelli e Andrea Cortellessa Non è un giovanotto di primo pelo. Il trasloco (uscito da nottetempo l’anno scorso). Paolo Morelli.

rispetto al delirio del Trasloco qui fa sua una maggiore linearità. Il fiume cosa ti ha ispirato? Gli abitanti di Bomba non hanno dubbi… comunque durante la scrittura mi sono reso conto che s’erano sposati il mio partito preso di essere esclusivamente descrittivo e il moto naturale della mente che. Su Alias Daniele Giglioli l’ha definito una «catena di effetti senza cause. Lo dici tu stesso: «si diceva una volta che un fiume racconta. ha sempre forma digressiva. Uno dei pochi precedenti che mi vengono in mente è quello di Leonardo da Vinci… . senza «inquadrature fisse». Anche se la sua resta una prosa «a vista». però.Parlamenti e Mormorazioni digressivo. L’estratto da Sangritudine. per dire che da una digressione si «rifluisce» nel «letto» di un discorso. dicono gli scienziati. o decostruisce l’idea di racconto. E a pensarci non c’è niente di più simile a un fiume che un racconto». Tu sei un prosatore che in genere non racconta. avrebbe avuto origine proprio da quelle parti (anche se per altri bomba era l’equivalente di «tana» in giochi tipo nascondino). ci fa conoscere un Morelli diverso. e di mezzi senza fini». Sostieni che l’espressione «tornare a Bomba».

Che però a parte te (e Mario Valentini) sono tutti emiliani. Non credo che la mia mente si muova diversamente da quella di Maurizio Gasparri. Un’altra definizione di Giglioli è quella di «mormorazione». il Piave. nei primi anni Novanta. Diceva Einstein che malgrado tutti gli sviluppi della tecnologia il nostro modo di pensare è restato identico. ma Daniele allude alla linea «orale» dei seminari Viva Voce. moltiplicatori del loro Ego. L’ho incontrato nel ’93. I libri sono veicoli dell’autorità di chi li scrive. per dire. Mi piace l’accostamento a Leonardo perché quel che voglio fare sempre. cioè dell’Interiorità. Credo inoltre che al 99% sia identico fra tutti noi. e per me è stata una rivelazione. e agli scrittori della rivista Il Semplice. L’ossessione per l’io degli scrittori è segno di una mentalità da funzionari: del ministero dell’Interno. Mormorare nella nostra memoria rinvia a un altro fiume. Mi ha fatto capire che la prima cosa da fare era togliere autorità all’autore. è riprodurre il nostro modo di pensare.Parlamenti e Mormorazioni Questo esperimento ha avuto l’effetto di sciogliere un’altra cosa che provavo a scrivere da nove anni senza riuscire ad andare avanti. Purtroppo anche quella dell’oralità s’è col . Tu come li hai incrociati? Attraverso Gianni Celati ovviamente. quando scrivo.

Infatti sto cercando di riproporla a Roma coi Parlamenti: persone che si riuniscono e leggono testi a voce alta. diceva Stevenson. prima che scrittura.Parlamenti e Mormorazioni tempo spesso irrigidita in una postura. Nei momenti di crisi le province si chiudono in loro stesse. Ma c’è tuttora gran bisogno di quel tipo di ricerca. Torna al menù . stavolta mi sa che hanno buttato la chiave. quello che era un modo di rivitalizzare la narrazione rischia di diventare la sua tomba. o stucchevoli falsetti. all’ascolto la maggior parte delle narrazioni suonano afone. L’educazione dell’orecchio viene prima di tutto. un alibi della sciattezza. Vocalità significa ascolto.

PERSONA DA ROMANZO John Adams Hallelujah Junction – Autobiografia di un compositore americano traduzione di Anna Lovisolo. Mi spieghi.00 JOHN ADAMS. emigrati tanto tempo fa. già che ci sei. l’altra è “musica popolare”. destinazione New England. usate due espressioni che non riesco a capire: una è “musica colta”. tra te e te. Tu sorridi. così capisco meglio». in Europa. per favore che cosa vogliono dire? Anzi. Il più giovane dei tuoi cugini. pp. € 18. X-311. che non vedi da una vita. metti in valigia un po’ di dischi. prima di andare . dove abitano certi parenti. Però la famiglia è sacra e allora. e pensi: «I soliti americani…». PERSONA DA ROMANZO Guido Barbieri Immagina di dover partire per gli Stati Uniti.JOHN ADAMS. studia musica all’Università e una settimana prima della partenza ti scrive un’email: «Mi hanno detto che lì da voi. EDT. che parla solo inglese.

ma per ringraziarti ti porta a fare un giro per la città. PERSONA DA ROMANZO all’aeroporto. e’ fronne e’ limone di San Giorgio a Cremano… Facile. trionfante. «classic music. invece. obviously!». «Adesso facciamo un gioco» – minaccia il cugino. no? Nessun dubbio. i Quartetti di Bartók e Pelleas et Mélisande. alla quale possiamo dare il nome (del tutto casuale…) di East Concord. una divisione rigorosa. i Maggianti di Scansano. è popular music». la sua. ma anche le mondine di Bentivoglio. Non afferri fino in fondo. alla lontana…). per noi. la Quarta di Brahms.JOHN ADAMS. con l’aria un po’ troppo sicura di sé: entri al Capitol Center of the Arts dove un quartetto d’archi suona Haydn. La risposta è scontata: «classic music. una registrazione dei canti policorali della Confraternita di Noto. per il cugino. appunto. che tanto rozzo non è. Poi vai alla Concord Christian Academy dove un coro polifonico sta provando i pezzi per la messa di Pasqua. capisce. . Mezz’ora dopo sei sotto le volte della St. «No – risponde piccato il cugino – questa. un disco coi canti dei carrettieri di Partinico (può essere che tu sia siciliano. il Requiem di Mozart. Nella seconda. ma taci. again». New England. Il cugino universitario finalmente capirà… Infatti il cugino. due valige diverse: nella prima ci metti dentro l’Arte della Fuga di Bach. tutto chiaro. prepari. E tu ripeti.

qui da noi.JOHN ADAMS. cerchi di infilarci le cose hai appena ascoltato. almeno da quando ce lo ha spiegato. Noi. quella che voi chiamate musica popolare è la musica che nasce dalla nostra terra. Hai capito?». Esiti: «Anche questa per noi è popular music – sussurra il cugino – without any doubt». Gianfranco Vinay in un libro prezioso dedicato a Charles Ives. soprattutto se ci capitano sotto gli . il country. PERSONA DA ROMANZO Paul Within-the Walls’s Church dove un organista sta improvvisando un canone a due voci su un soggetto che ti sembra di riconoscere. i canti dei nativi indiani… Quella che voi chiamate musica colta e noi classic music è solo quella che viene da outside. Alla fine della giornata guardi le due valigie portate dall’Europa. al quale attribuiamo d’ufficio il nome di John. tutta la musica “indigena”: i canti religiosi. il blues. tanti anni fa. il jazz. da almeno un paio di secoli. abbiamo capito. dalla vostra Europa. il godspell. la musica d’organo nelle chiese evangeliche. si impietosisce e prova con calma a spiegarti: «Vedi. da fuori. è la musica “americana”. le orchestre sinfoniche che suonano nel Giorno del Ringraziamento. da lontano. grosso modo. ma ti accorgi che non sai più dove mettere cosa: le tue sicurezze si sono sbriciolate al sole freddo del New England… Il cugino. Però la lezione dobbiamo continuare a ripassarla.

raggiunto da John Adams provoca ancora oggi. collezionista di record statistici e di superlativi assoluti: «il più grande compositore americano vivente». ma pieni di domande irrisolte e di possibili equivoci: Hallelujah Junction. PERSONA DA ROMANZO occhi libri come questo. ospite regolare del David Lettermann Show. da vera e propria icona pop. ammette nel pantheon dei classici. eccessivo. debordante «monumento a se stesso» eretto. anche se difficilmente traducibile.JOHN ADAMS. Autobiografia di un compositore americano. l’unico tra i moderni che il severissimo Anthony Tommasini. strizzatine di . come recita il sottotitolo della edizione italiana (Composing an American Life. il sottotitolo della edizione originale…). Si tratta dell’ambizioso. da John Adams. e infine colui che Alex Ross. sotto le cupole carbonare della musique savante europea. l’autore dell’ormai «classico» Il resto è rumore. definisce. in duecentonovantatre pagine colme fino all’orlo. il detentore del maggior numero di google entries tra i musicisti «colti». sfrontato. magari meno preziosi. Che è pur sempre un onesto metro di valutazione… Il successo planetario. egotico. dice in modo più sottile. con il consueto acido pragmatismo: «Uno dei pochissimi compositori americani capaci di ricavare dalle commissioni e dai diritti d’autore un considerevole profitto». critico ufficiale del «New York Times».

apparentemente intempestivo. sorrisini di superiorità. infatti.JOHN ADAMS. Un genere letterario non a caso ambiguo. di analisi coerenti e organizzate. Il racconto di Adams assomiglia. ma anche questo strambo esercizio autobiografico. piuttosto. una classica «autobiografia» di stampo europeo: non è un diario intellettuale. un modello. una raccolta di idee. non è. dipendenza cronica dalla droga dello showbiz. come vengono definiti da qualche tempo. a uno di quei «romanzi di persone». anfibio. Nonché le relative accuse di tardo minimalismo. Halleluja Junction. tra la ricostruzione storica e il diario privato. non necessario né indispensabile. sopracciglia inarcate. È proprio per questo che la distinzione tutta americana e assai poco europea tra classic music e popular music è uno strumento concettuale prezioso per decifrare non soltanto l’autore di Nixon in China. The Death of Klinghoffer e On the Transmigration of Souls. che è anche il titolo di un pezzo «cult» di Adams. sempre sospeso tra la cronaca e la narrazione. i cui protagonisti sono uomini e donne «autentici». di pensieri. per diverse ragioni. di riflessioni. eclettismo postmoderno. le cui vite rappresentano. Questa tecnica narrativa il cugino John (che a East Concord ci è cresciuto davvero…) la applica. con insospettabile . PERSONA DA ROMANZO spalle. un esempio o una semplice tessera di mosaici ben più complessi.

Torna al menù . ossia a se stesso… E confeziona un prodotto sfrenatamente eclettico. Dentro quella terra straordinariamente fertile. che in alcune pagine assomiglia a un «racconto provinciale» di Philip Roth. insomma.JOHN ADAMS. che è obbligatorio leggere dondolandosi su una sedia di paglia. Esattamente un secolo fa. dove il confine tra classic e popular non esisteva più. a una «persona» che conosce assai bene. in altre a una recensione del «Concord Chronicle». in altre ancora a una acerba dissertazione universitaria e molto spesso a un indulgente. con una bottiglia di whiskey posata sul davanzale della finestra e possibilmente ascoltando in sottofondo i Three Places in New England di papà Charles Ives. sotto il portico di legno bianco di una casetta coloniale. PERSONA DA ROMANZO abilità per l’economia del racconto. Un’autobiografia molto popular e per niente classic. affettuoso esercizio di memoria privata. le radici di Hallelujah Junction erano già state piantate. anche se stilisticamente assai controllato.

minimum fax. a Roma: qui l’allora trentenne attore salentino si sprangava in un delirio di rose e lenzuola che si concludeva con questa battuta: «Basta con chi mi vuole bene». € 15. non è molto e intraprenderà l’avventura di Nostra Signora dei Turchi. pp.00 IL CINEMA CHE NON SI VEDE Stefano Gallerani Una «parentesi eroica». nell’acquartieramento della stanza 805 dell’hotel Hermitage. emanazione filmica di un progetto-monstre che già contava un omonimo letterario e uno teatrale. Coerentemente.IL CINEMA CHE NON SI VEDE Carmelo Bene Contro il cinema a cura di Emiliano Morreale. 196. Così Carmelo Bene definì il suo periodo cinematografico: cinque film in cinque anni – più due mediometraggi d’acclimatamento – dal ’68 al ’73. Il tutto cominciato. se si esclude Ventriloquio (tratto dall’À Rebours di Huysmans). È il «suo» Sessantotto – il suo anti-Sessantotto – .

e Don Giovanni. il pubblico delle (poche) sale dove viene proiettata la pellicola sarà investito dai campi lunghi e dai primissimi piani di un Sud del Sud dei Santi. Cavani (Galileo) e Bertolucci (Partner). B. questo lungometraggio costato poco più di due milioni di lire – e che in origine durava due ore e mezza – rappresenta l’Italia a scapito di Pasolini (Teorema). e Un Amleto di meno. il più severo. Dalla parodia della vita interiore che si intravvedeva. si passa alla sconfessione del mezzo (di qualsiasi mezzo). E se lo spettatore teatrale aveva dovuto indovinare lo spettro d’attore che s’aggirava dietro uno schermo trasparente nella prima edizione dello spettacolo allestito al Beat 72. nel romanzo pubblicato due anni prima da Sugar. Salomè. senza con ciò esaurirne le potenzialità espressive. Alla Mostra del cinema. dell’espressione e della rappresentazione: in ultimo. il film più estremo. Da qui in avanti. seguono Capricci. Nelo Risi (Diario di una schizofrenica). . tra ville moresche e bugigattoli. Resta memorabile la sequenza del frate e del novizio – interpretati simultaneamente da C.IL CINEMA CHE NON SI VEDE che in autunno investe la laguna veneziana. entr’acte all’incursione televisiva di Bene. il più visionario. – che discettano di massimi sistemi alle prese con le pentole e i coltelli di un arrangiato refettorio. dell’immagine.

IL CINEMA CHE NON SI VEDE inaugurata con un adattamento di questo stesso canovaccio da Shakespeare-Laforgue e la celebre lettura di Majakovskij. la citazione borgesiana sull’inanità speculare della copula (Don Giovanni) e l’autocrocifissione mancata del Cristo. Ma chiunque abbia fatto conoscenza del cinema di Carmelo Bene potrebbe sceglierne altrettante: da parte mia. Esenin e Pasternak (Quattro diversi modi di morire in versi). alla fedeltà assoluta per la pellicola (il teatro non riprenderà che nel ’73. che del film beniano è il palinsesto letterario – biascicando il refrain: «Non essere geloso. da un balcone fiorito. E seguono altre sequenze apicali: il pittore che vuole la modella uguale al quadro che sta dipingendo (Capricci). come se avessi fiducia in lei. non domandarle mai se ella t’ami e quanto. Blok. prendi subito il tuo cavallo e vieni a Londra con me!» Unico tradimento. aggiungerei l’intero Don Giovanni o il protagonista di Nostra Signora che si suicida ripetutamente gettandosi. . a riscuotere!» o la partita a carte tra i due vecchi che in Capricci impersonano Arden e Franklin – come nell’anonimo elisabettiano Arden of Feversham. che non ha più mani per inchiodarsi (Salomè). nel quinquennio. un improbabile Davoli senior che arringa le folle di Galilea con indosso la maglia azzurra della nazionale al grido di «Avanti popolo. à la Buster Keaton. ma.

in vero e proprio «idiolettaccio».IL CINEMA CHE NON SI VEDE doppiato dagli esperimenti televisivi) è il licenziamento di un libretto concepito – sosterrà poi Bene nelle premesse ai testi del volume di Opere per il quale si auto-antologizzerà (Bompiani 1995) – «in tre notti deliranti. còlto nel tentativo di cavare. libretto. L’orecchio mancante (Feltrinelli 1970).) si facesse infine intuire nei versi del poeta noto (G. / ma tendere alla piccola conquista / .G. di Gozzano. un qualunque film popolare dalla Signorina Felicita. stendendo soggettini e scalette e sottotitoli provvisori per lasciare che il regista occulto (C. per quanto lo riguardava. destinato a “scortare” la presenza della mia terza fatica filmica (Don Giovanni) al festival di Cannes e di Venezia (’70) dal momento che l’associazione produttori cinematografici italiani s’era (in)credibilmente premurata di distribuire (’69) sulla Croisette un giornalaccio intieramente imbrattato di insolenze indecenti e ignorantissime sulla mia persona». in cui è difficile resistere alla lettura della berlina che espone il «cinemazzo italico d’autore allo stato progettuale». a tal fine imbastendo sceneggiature su sceneggiature – o scemeggiature.B. con un più onesto e ambiguo scenario… o. / ma vivere nel tuo borgo natio. il sofista. meglio.): «Ora non voglio più essere io! / Non più l’esteta gelido. come Bene le ha sempre considerate sostituendo il termine.

A queste conversazioni. in quel di Via Aventina). Protratto fino al fallimento economico e alla rovina fisica». in quei colori. questo. «rimane proibitivo. idiosincrasie e aspetti tecnici. Intollerabile. Bene convenendovi. nell’indistinta ripetizione dei concetti. e sono parole di Bene. viveva immerso come in un bagno d’acido (la camera da letto drappeggiata del primo e la biblioteca foderata del secondo. in oblio / come tuo padre. da un radicalismo su cui hanno chiosato in molti (valgano le . distanza che forse si deve a quanto. Ma già si avverte. il curatore ha aggiunto quelle rese anche trenta anni dopo e che hanno comunque – sebbene si intrattengano. connotato. che furoreggiano su assiomi. una distanza siderale dall’eroismo d’allora. «scòrta» dell’intero suo cinema sono anche le interviste rilasciate in quel periodo e raccolte col titolo-manifesto Contro il cinema da Emiliano Morreale per minimum fax – che ha allestito una copertina rosa e nera quale omaggio a chi. come il farmacista… / Ed io non voglio più essere io!» Pure.IL CINEMA CHE NON SI VEDE mercanteggiando placido. piuttosto. nel cinema proprio no. Goffredo Fofi scrisse di questa parentesi cinematografica: ovvero che se nel teatro il magistero beniano ha offerto il destro a qualche equivoco mondano. sulla televisione – il medesimo oggetto (l’immagine e il nulla). Anche per me. insomma.

ovvero L’immagine-tempo) ma che è arduo ridurre a schemi concettuali che non replichino un benismo di riporto (rischio eluso da Morreale nelle pagine introduttive della raccolta). un Maurizio Grande) da ridurre l’intervista a mero stilema retorico – formula peraltro prediletta da C. in questa foggia e con la complicità di Giancarlo Dotto. e non fare un cinema intelligente». ma spiccate dai dialoghi in presa diretta. Un tentativo si potrà fare. se del caso.IL CINEMA CHE NON SI VEDE pagine che gli dedica Gilles Deleuze nel suo secondo compendio della settima arte. B. Nei miei film non si deve credere ai personaggi. nel 1983. quando arriverà a dare. negativo di quel positivo che era stato. niente meno che delle auto-interviste o a scrivere. più che dai successivi. la propria autobiografia (Vita di Carmelo Bene. è già sottotitolato. collazionando frasi dello stesso Bene. «Bisogna fare un cinema che non sia stupido. Quest’ultimi sono spesso concertati a tal punto con l’interlocutore privilegiato (poniamo. non si deve credere a nulla». di sé. né di essiccarlo». E dunque: «L’inquadratura è qualcosa di biologico. Sono apparso alla Madonna). «Tutto è falso. capisce? Voler . quelli risalenti agli anni eroici. naturale. Riceve ciò che si trova al suo interno. Cerca di non soffocarlo. O ancora: «Quando un film racconta una storia. negli ultimi anni di attività.

«Le immagini sono diventate simboli. acceca e slabbra ogni contorno.IL CINEMA CHE NON SI VEDE raccontare una storia a ogni costo è ridicolo. Torna al menù . quando la pelle si solleva e il colore. di nuovo una sequenza: quella finale di Salomè. mai aperti». la luce deve venire dallo schermo prima ancora che dai commentatori». tacitando così il terzo incomodo per eccellenza (un indistinto. neutro chiassoso e indefinibile. Ciò che bisogna fare oggi al cinema è epurare. per dirla con Giacomo Debenedetti. non sono altro che uno scambio consenziente di significati. E qui ci si può anche arrestare. Tutto ciò è orrendo e pericoloso. un ciclo di concetti e. qualsiasi spettatore-interprete): quel mestierante di idee il quale. sopprimendo questa ridondanza a livello di immagine e di suono». a mo’ di epitome. in fatto di cinema. invece di essere delle visioni acquisite dallo spettatore. ché tanto basta per entrare nella pazzia metodica di un’opera cui soccorre. L’intero cinema diventa un coacervo di segni sempre definiti e immobili. «protesta di volerci vedere chiaro e si dimentica che.

di cui dà . inseguendo quello sguardo non impostato. pp. VIA COL VENTO Fabiana Proietti Quello di Gianni Celati è davvero un cinema naturale (così s’intitola un suo libro di racconti del 2001): non tanto. o non solo.00 CELATI. ma soprattutto perché lo scrittore si accosta all’immagine con lo stesso slancio emotivo e antiprofessionale ammirato negli studi sui racconti orali del ghetto del linguista William Labov. € 14. che abbandoni la retorica da addetti ai lavori. tre dvd e un libro di 127 pp. € 25.CELATI. perché abbraccia l’idea zavattiniana della qualsiasità. facendo di ogni luogo un possibile punto di partenza narrativo. VIA COL VENTO Gianni Celati Cinema all’aperto – Tre documentari e un libro Fandango.00 Gianni Celati Conversazioni del vento volatore Quodlibet.. 180.

che racchiude i documentari Strada provinciale delle anime. Il mondo di Luigi Ghirri e Case sparseVisioni di case che crollano. Una discendenza attestata dagli scritti riportati in Documentari imprevedibili come i sogni. dialogano a distanza sull’irriducibile attrazione di Celati per i «pezzi di roba sparsa» che diventano letteratura e cinema. Il cofanetto Fandango. a cura di Marco Belpoliti e Marco Sironi). e il volume di interviste e dialoghi Conversazioni del vento volatore.CELATI. le cui ricerche . VIA COL VENTO conto nella fondamentale intervista del 2003 con Sarah Hill (pubblicata già nel 2008 all’interno del numero monografico su Celati della rivista «Riga». permettendo alla camera di vagare nello spazio e aprirsi all’accidentalità del mondo. Proprio il rifiuto di una scolarizzazione del pensiero – sollevata a suo tempo nella novella I lettori di libri sono sempre più falsi – è ora al centro delle due recenti e speculari pubblicazioni sull’opera di Celati. il volumetto curato da Nunzia Palmieri che accompagna il cofanetto Fandango e che guida alla visione del trittico ispirato dalla figura e dall’opera del sodale Luigi Ghirri. edito nella Compagnia Extra Quodlibet. seguendo una linea ideologica ed estetica che da Zavattini e Rossellini si estende fino ad Antonioni e Wenders.

nel pieno controllo sul materiale. carico di intime risonanze autobiografiche. e poi chiusa. riassumendo in sé i frammenti ripresi. rigettano il fine narrativo in favore di un’esperienza percettiva . ossia l’aprirsi all’imprevedibilità. utilizza le immagini innanzitutto come ricerca sul soggetto della visione – sulla scorta di quanto affermava Alberto Giacometti: «Io disegno per capire cosa vedo». perciò inutilizzabile. laddove la condizione-limite del cinema di finzione sta piuttosto nell’irrinunciabilità dell’artificio. i documentari di Celati non espungono niente dal racconto. seguendo l’esempio di alcune fotografie di Ghirri. sono essi stessi una strada provinciale delle anime: come quella via un tempo funzionale. in un equivalente filmico dei racconti che componevano Verso la foce. I tre viaggi all’interno del paesaggio padano. VIA COL VENTO fotografiche incidono sullo sguardo del Celati regista tanto da farne un corrispettivo di quella corriera blu che in Strada provinciale delle anime attraversa il paesaggio della pianura padana: oggetto estraneo che. né l’affacciarsi dell’operatore né i fuori programma che costituiscono anzi il fulcro dell’operazione documentaristica. del loro mettere in campo il soggetto della visione.CELATI. Così. diretta com’era verso un piccolo cimitero di campagna.

VIA COL VENTO totalmente libera. Domanda che richiama una distinzione tra attesa e aspettativa centrale per il lavoro di Celati sulle immagini: vi si ritrova infatti il «primato dell’avvenimento sulla trama» enunciato da Bazin circa il cinema neorealista e lo scarto . che fa osservare a Ghiri: «Perché certuni vanno in viaggio e guardano solo quello che gli hanno detto di guardare altrimenti si sentono persi. © Mimmo Jodice. opera 17. Ma io mi chiedo: è meglio sentirsi persi o guardare solo quello che ti hanno detto di guardare?». Eden.CELATI.

Ed è il modo in cui l’immagine può far percepire anche a noi questo tempo/crollo». e il vuoto. e l’attesa dell’immagine-tempo teorizzata da Deleuze. È il tempo in cui il crollo accade. che vive di finalità e perciò di aspettative. tempo dell’erosione. di materializzare il tempo che in essa (e in noi) lavora. l’ombra. dove le facciate in rovina sono tracce fisiche della lenta e inesorabile erosione temporale che – . Quegli stessi elementi materici diventano poi protagonisti di Case sparse. VIA COL VENTO fondamentale tra l’immagine-azione del cinema spettacolare classico. riportato nel capitolo Altri sguardi – «lavora sull’immagine così. L’allontanamento dei due autori dall’«eccitazione meccanica» del cinema di consumo si realizza soprattutto in questa mutata concezione del fattore temporale: e anche Celati – nota Gianni Canova nel saggio Tempo della visione. Non sono le case che crollano il vero oggetto dello sguardo di Celati.CELATI. che gli interessa. le pietre dei muri che crollano e la polvere che respiriamo» (Quattro novelle sulle apparenze). manifesta al Celati spettatore sin dall’incontro con Antonioni ma soprattutto con Wenders. Scrivere e filmare sono per Celati modi di raccontare il consumarsi del tempo. l’erba secca. Cerca di captarne la durata. di celebrarne «l’insostanziale.

Vita.CELATI. L’affinità delle formulazioni delle Quattro novelle dell’87 con le immagini girate nel 2002 palesa l’approccio già intrinsecamente «cinematografico» di Celati al testo scritto. VIA COL VENTO commenta la voce narrante affidata al John Berger di Questione di sguardi – viene percepita con sgomento dal mondo contemporaneo. la pratica del «dare l’illusione di una narrazione mettendo insieme pezzi sparsi». che simula una continuità tramite un sapiente assemblaggio di frammenti sparsi. In attesa di vedere in sala quello che si pone allo stesso tempo come corollario ed espansione dei tre lavori realizzati tra 1991 e 2002 – Diol Kadd. diari e riprese in un villaggio del Senegal (già presentato allo scorso Festival Internazionale del Film di Roma) – la riflessione sulla pratica documentaristica di Celati permette di recuperare le suggestioni dell’esperienza letteraria: tanto gli scritti selezionati in Conversazioni del vento volatore dall’autore che le immagini di Cinema all’aperto rappresentano un fondamentale momento di sintesi di un’attività artistica vissuta all’insegna della fantasticazione. per cui un libro – o un film – «è un vento che ti porta via». o della ventosità. un vento «volatore che investe . applicando così al racconto letterario il meccanismo del montaggio.

Torna al menù . VIA COL VENTO le parole sparpagliandole in argomenti vari» e le rigetta di nuovo nel mondo.CELATI.

economica. postmodernismo) ha lasciato campo libero al cosiddetto global novel. € 11.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Arturo Mazzarella Politiche dell’irrealtà – Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib Bollati Boringhieri. in una cultura geneticamente intollerante al romanzo come la nostra (ultima variazione sul tema: A. di cui il mercato librario celebra i fasti standardizzati. . giudiziaria. di un «ritorno alla realtà». Se altrove la crisi delle sperimentazioni (nuove avanguardie. o perfino al «realismo». insomma.00 FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Pierluigi Pellini Il nuovo libro di Arturo Mazzarella fa il contropelo a un luogo comune critico fra i più accreditati nell’ultimo decennio: quello di un rinnovato interesse della letteratura per l’attualità politico-sociale. Berardinelli. 116. pp.

Mazzarella esordisce denunciando il «profondo svilimento» cui va incontro la scrittura letteraria quando sceglie – per smania d’attualità. o autobiografia (in parte) immaginaria – da noi rappresentato. del resto. Leonardo Sciascia e James Ellroy. che ha in Gomorra l’esito di maggior successo (e nelle indagini di Lucarelli il cascame televisivo). o per ansia d’impegno – di «occultare la propria funzione creativa». di ripudiare le vertigini dell’immaginario per rincorrere la mera oggettività del fatto: sempre irraggiungibile. eleganza di scrittura e gusto della provocazione intellettuale. che rifacendosi a modelli ormai canonici – da Truman Capote al new journalism – punta sull’ibridazione di cronaca e romanzo. Perché realtà e irrealtà. propone ora una documentata genealogia Stefania Ricciardi (Gli artifici della non-fiction. a livelli altissimi. La messinscena narrativa in Albinati. quello dell’autofiction. Marsilio 2011) si assiste piuttosto alla voga del non fiction novel e della docufiction. si aggrovigliano in una proliferazione d’immagini: . nella riscrittura letteraria di eventi reali. transeuropa 2011): non senza sottolinearne le tangenze con un altro sotto-genere. Franchini. Con rigore filosofico. Veronesi. «fatti» e «proiezione fantasmatica». Di questo filone. come sanno Truman Capote.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Non incoraggiate il romanzo. soprattutto da Walter Siti.

pronti a «moltiplicarsi» senza fine. secondo Mazzarella.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE «riflessi della realtà» per Capote. condannando ogni «evento» a rimanere «incompiuto». ma al di fuori». la letteratura si rivolge. Conoscenza ipotetica. ha sottratto a chi prende parte a un evento il monopolio della testimonianza non implica – come vuole una lettura di Benjamin tanto vulgata quanto . nella «spettrale luminescenza» che ne sfrangia i contorni. C’è un frase di Antonin Artaud che condensa la tesi centrale. moltiplicando gli occhi tecnologici dei media. «verso l’alone fantasmatico che avvolge i fatti»: significato e (possibile) verità – per riprendere un’immagine di Cuore di tenebra – non stanno «all’interno del guscio come un gheriglio. e l’ethos. nel celeberrimo Romanzo delle stragi –. Il decisivo «mutamento del rapporto tra la realtà e la finzione» che. chiamata a fare economia delle «prove» – lo ribadiva Pasolini. ma imprimendogli proprio per questo una «dilatazione» che ne amplia la portata. «fantasmi di fatti» per Sciascia. di Poetiche dell’irrealtà: l’immagine di un delitto può apparire «infinitamente più terribile della realizzazione di quello stesso delitto». e perciò più adatte «a decifrare la complessità del reale». «trame estemporanee» per Ellroy – ipotesi interpretative fondate sull’«ordine delle possibilità». o spettri della mente.

euforici. Davvero. del fantasma (come quella di illusione. trent’anni fa. cupi. favola e sogno. Mitchel. del riflesso. Saggi di cultura visuale. In Mazzarella – questo è il punto – l’apologia dell’immagine. in una longue durée che giunge ora a compimento. la cui sovrapposizione finisce per «generare i fatti». ma la sua rappresentazione attraverso una «pluralità di media».FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE imprecisa – la fine tout court dell’esperienza. i profeti postmoderni della de-realizzazione. in un altro suo libro: La potenza del falso. l’«atrofia» del testimone oculare si può capovolgere in «potenziamento dell’ordine percettivo». Redacted. dove protagonista non è la guerra in Iraq.T. Donzelli 2004).J. Senza per questo apparire anestetizzato: come sognavano. e come ancora oggi temono. Fino a riscattare l’universo delle immagini da una secolare condanna (in proposito: W. Anzi. «un modello di gran lunga più sofisticato dell’esperienza ordinaria»: come in un film del 2007 di Brian De Palma. è il marchio d’infamia di ogni impresa di decostruzione. gli araldi di un ritorno al «realismo». «l’evento coincide pienamente con la propria immagine». Pictorial Turn. e produrre. agli occhi di certo italico provincialismo. :duepunti 2009). non tradisce condiscendenze con quell’ilare disimpegno che. Se occorre richiamarsi a Derrida per .

Non si tratta. che la finzione è «il perimetro entro il quale si snoda interamente la realtà». ma anche sinistra . senza «pregiudizi moralistici». O come risulta dall’analisi delle immagini scattate da soldati americani. nella prigione di Abu Ghraib: documento sconvolgente dell’umiliazione delle vittime. Come provano a fare Antonio Franchini nell’Abusivo. per trasformarla «in un’incessante sequenza generativa di possibilità». o Nanni Balestrini in Sandokan: libri sulla camorra che mirano a dar conto. oggi. cioè. che trova la sua stessa ragion d’essere nel fatto di poter contare su «un numero imprecisato di spettatori». letteratura e cinema suggeriscono di sottrarre «all’irrealtà il suo logoro statuto d’inesistenza». di ammettere. Come mostra con lugubre evidenza ogni filmato di videoesecuzione – evento concepito come recita della crudeltà. esemplarmente incarnato. piuttosto per sondarne la trama impalabile». dal Saviano più mediatico – non è certo «per sottrarsi alla realtà. di «ingorghi conoscitivi» e «esperienze frantumate». insomma.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE scalfire il mito del testimone – eroe e vittima: custode di inconfutabili verità e feticcio dell’età contemporanea. al contrario. in primis l’aspirante fotografa Sabrina Harman. oltre la denuncia. di sottoscrivere vacui vaticini sulla fine della storia o sulla dissoluzione della realtà.

FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE messinscena teatrale. Eden. è legittimo chiedersi se non convenga invocare. è pure nostra. a inibire l’estetizzazione del dolore. Mondadori 2006). con Susan Sontag (Davanti al dolore degli altri. opera 45. a . Tuttavia. prima di ogni giusta condanna. quand’anche «la manipolazione dell’immagine» diventi davvero «lo spazio privilegiato di produzione della realtà». un pudore etico. © Mimmo Jodice. prodotto e infernale farmaco «della paura alla quale rimangono sospesi i carnefici» – che.

e se. nel cortocircuito solo apparentemente documentario fra il testo e le immagini: che sembrano chiamate a illustrare il passato. a dar forma al rimosso (la deportazione dei genitori). e poi torna a vagliare ipotesi «più produttive» di impiego dell’immagine: nei romanzi di Sebald e Houellebecq. come nei film di Herzog e Lynch. Coetzee. Ets 2006). Esempi di un personale canone a prima vista eteroclito. in ogni rappresentazione non testimoniale della tortura non si annidi una sotterranea connivenza con il male. nondimeno denuncia il «paralizzante nichilismo» dei rituali di morte. accomunati dalla rappresentazione di un rilkiano Nirgends. La ricerca identitaria del protagonista di Austerlitz si smarrisce fra ombre e fantasmi.M. Figure del male nella narrativa di J. «spazio neutro nel quale le immagini perdono una precisa identità per offrirsi all’arbitraria manipolazione».FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE proteggere da sguardi indiscreti. o perfino morbosi. Mazzarella mostra scetticismo nei confronti di schemi concettuali «ormai superati dal corso degli eventi». l’estrema degradazione fisica – tortura e assassinio. come invita a sospettare Coetzee nell’allegoria di Aspettando i barbari (in proposito: L. radicalmente. e invece . Fiorella.

dove «l’osmosi naturale» di fatto e fantasma. capaci di instaurare illimitate connessioni fra loro». sulla Possibilità di un’isola a riassumere la proposta teorica del libro. la dimensione straniante di una realtà «dilatata e fluida». la virtualità non cancella la realtà ordinaria. 2008): dove il trauma quasi indolore della modernizzazione – scandita da pubblicità e reminiscenze cinematografiche – si sostituisce a quello indicibile della Shoah. Qualcosa di simile – l’ekphrasis fotografica ha ormai una sua tradizione – si può segnalare nella recente autofiction impersonale di Annie Ernaux (Les Années. ma la scompone «in un fascio di connessioni invisibili. Per Houellebecq. del tutto convincenti. in una vertiginosa trama di sdoppiamenti. Che un libro sulle Poetiche dell’irrealtà si concluda sull’analisi dell’universo labirintico di David Lynch.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE riconfigurano. nel raffinato illusionismo di Sebald. Gli scrittori che rinunciano a cercarle. non può stupire. raggiunge i suoi esiti più virtuosistici. assegnando alla narrazione i confini angusti del proprio campo ottico . ma sono le pagine. come per gli studiosi delle realtà virtuali che danno prova di maggiore rigore metodologico.

tradiscono secondo Mazzarella la più autentica vocazione conoscitiva della rappresentazione letteraria. Torna al menù .FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE empirico.

senza residuare scarti né . 440. pp. maggioritario) e viene utilizzato per connotare l’industria culturale di massa – la cultura popolare – in opposizione alle culture «di nicchia» e/o alla produzione artistica. giornalista e docente della International Business School di Parigi. corrente) principale (prevalente.00 UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Carlo Formenti Mainstream è un termine difficile da tradurre. Letteralmente significa flusso (tendenza. € 22. Tuttavia Martel. e come il termine si possa ormai applicare a qualsiasi tipo di produzione culturale.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Frédéric Martel Mainstream – Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media traduzione di Matteo Schianchi Feltrinelli. spende più di quattrocento pagine per spiegare come queste contrapposizioni siano obsolete.

Se si riesce a superare l’irritazione per il plateale «americanismo» dell’autore. . © Mimmo Jodice. Eden. per l’empatia che esprime nei confronti dei boss dello show business globale (ne ha intervistati centinaia. opera 37. la lettura di Mainstream è stimolante e istruttiva. nel corso di una ricerca durata cinque anni) e per il suo entusiasmo nei confronti della svolta «anti-intellettualista» della società e della cultura postmoderne.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE alternative.

Le major di Hollywood hanno anticipato di decenni la transizione dal fordismo al postfordismo. fumetti. organizzato come una vera e propria catena di montaggio: dalla stesura dello script alla proiezione nelle sale. Fino al secondo dopoguerra. registi e attori erano tutti stipendiati con contratti a lungo termine. le case di produzione accentravano al proprio interno l’intero ciclo produttivo.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Il libro si occupa di tutti settori della produzione culturale – cinema. news. le major avviano un radicale processo di ristrutturazione che le porta ad assumere l’attuale modello «a rete»: dietro i marchi si nascondono società finanziarie che «delegano» l’intero ciclo produttivo a migliaia di aziende specializzate – perlopiù molto piccole – nominalmente «indipendenti». letteratura. tecnici. Da quando le autorità antitrust ne smantellano le strutture verticali (a partire dal divieto di possedere catene di sale cinematografiche). musica. ovviamente. nonché. sceneggiatori. limitandosi a rastrellare i capitali necessari a finanziare i progetti. a mantenere il controllo del copyright sul prodotto finale e i suoi «derivati» (l’indotto di un film di . videogiochi ecc. produttori. a «dare semaforo verde» per la loro realizzazione. – ma l’analisi più interessante si riferisce all’evoluzione del modello hollywoodiano (che funziona da paradigma nei confronti di tutti gli altri).

videogiochi ecc. non solo per l’impossibilità di reggere il confronto sul piano delle disponibilità finanziarie e dell’innovazione tecnologica. rappresenta la base economica del trionfo della cultura mainstream nell’ultimo mezzo secolo. parlare di «cinema indipendente» è pura mistificazione: l’aggettivo può valere se mai come etichetta estetica. anteprime – materiali che gli consentono di formarsi un giudizio senza ricorrere all’expertise degli «addetti ai lavori». ma anche per la perdita di centralità del ruolo dell’intellettuale e del critico: la stampa mainstream non ama punti di vista netti. interviste. gossip. Il critico «all’europea» – già oggetto di indifferenza e scherno in America. dove è da sempre visto come un traditore dello . Trionfo che sancisce il tramonto di ogni possibile alternativa europea al dominio americano. o «impegnati». – «pesa» più degli incassi in sala). Questo modello. preferisce assecondare il gusto del lettore offrendogli informazioni. che si estende progressivamente agli altri comparti dell’industria culturale.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE successo – gadget. il cosiddetto cinema indipendente non è altro che un «sottosettore» che permette alle major di sperimentare nuovi generi e linguaggi senza assumere rischi. In questa situazione. a condizione di non dimenticare che. sul piano economico.

A radicalizzare ulteriormente tale tendenza contribuiscono i nuovi media: l’utente di internet non sopporta di sentirsi dire che cosa è bello o brutto. Il fatto che le lobby della . divertente o noioso dai soloni della cultura.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE spirito popolare e «democratico» della nazione – subisce ora lo stesso destino in un’Europa sedotta dai gusti d’oltreoceano. I nuovi media vengono così integrati nell’arsenale che mira a rafforzare l’egemonia globale americana attraverso inedite forme di soft power. attraverso pratiche di manipolazione e scambio dei prodotti industriali. vuole elaborare autonomamente la propria opinione discutendo con i suoi compagni di tribù on-line. Dopo avere combattuto ferocemente la rete. nonché un’arma strategica per rafforzare ulteriormente la propria egemonia. le major del cinema e del disco si sono rese conto che consentire al pubblico di partecipare attivamente alla costruzione di un repertorio condiviso di miti e immaginari. rassicura Martel: internet è sulla buona strada per divenire a sua volta un medium mainstream. Già. intelligente o stupido. già incalzata dalla pirateria digitale che ne minaccia i modelli di business? Niente paura. è un formidabile strumento di marketing. le tribù: non si era detto che il proliferare delle nicchie avrebbe messo in crisi la vecchia industria culturale.

in Cina. mentre i guru della rete fanno da consulenti alla signora Clinton. in America Latina e perfino in Africa. Martel ci offre insomma un vero e proprio manifesto del neo imperialismo Usa che. ispirandone le campagne per la libertà e la democrazia in rete (a meno che libertà e democrazia non minaccino gli interessi Usa. la dice lunga sul peso che il settore sta assumendo nel sostenere i nuovi sogni imperiali. nel nostro caso. Torna al menù .UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Ict stiano infiltrando tutti i gangli vitali dell’amministrazione Obama – al cui trionfo elettorale hanno dato un contributo decisivo –. adattandoli ai rispettivi contesti regionali. politica e militare. sono la crisi globale e le contraddizioni di classe essa innesca: le masse non mangiano celluloide né bit. indebolito sul piano dell’egemonia economica. come nel caso WikiLeaks!). ma il nostro non sembra avere dubbi in merito al vincitore: per quanto agguerriti. È vero che Martel descrive l’emergere di grossi poli concorrenziali a livello globale: a Bollywood. Per fortuna. questo disegno fa i conti senza l’oste che. cerca di conservare lo scettro colonizzando il mondo con il proprio immaginario. i concorrenti non riescono a fare altro che «clonare» i modelli culturali americani. dopo tutto.

Now Ovid is weeping. Each night about this time he puts on sadness like a garment and goes on writing. . Its luminous green dial blares softly. The radio is on the floor. In his spare time he is teaching himself the local language (Getic) in order to compose in it an epic poem no one will ever read. He sups and walk back to his room.L’INTRUSO: SU OVIDIO L’INTRUSO: SU OVIDIO di Anne Carson a cura di Antonella Anedda On Ovid I see him there on a night like this but cool. the moon blowing though black streets. He sits down at the table: people in exile write so many letters.

. Il suo luminoso disco verde stride sommessamente. Ora Ovidio sta piangendo. Nel tempo libero insegna a se stesso la lingua locale (dei Geti) provando a comporre un poema epico che nessuno leggerà mai. Ogni notte a quest’ora indossa la sua tristezza come un abito e continua a scrivere. con la luna che soffia attraverso strade nere. Cena e torna nella sua stanza a piedi.L’INTRUSO: SU OVIDIO Su Ovidio Lo vedo laggiù in una notte come questa ma fresca. Si siede al tavolo. la gente in esilio scrive così tante lettere. La radio è sul pavimento.

Rientra di notte. On Ovid è l’istantanea di ogni esilio. penso a Economy of the unlost. il dolore di chi bandito dal proprio linguaggio (band in sanscrito significa parola) vive in un luogo senza verso di cui non riconosce né suoni né odori. Esattamente come in altre opere. un poema. Durante l’esilio che non verrà mai revocato Ovidio scrive le undici elegie Tristia. Si è trasformato. Come ogni esule Ovidio scrive lettere che non riceveranno risposta.L’INTRUSO: SU OVIDIO Nell’8 d. sul mar Nero. prefigurate nelle Metamorfosi da Filomela. vittima dalla lingua mozzata che ricama lo scelus della violenza sulla tela. senza interlocutori. le invocazioni inascoltate. passa il tempo insegnando a se stesso una lingua straniera. È un poeta senza pubblico. La destinazione è Tomi. anche qui Anne Carson disloca il tempo e lo trasporta nel nostro spazio spesso inserendo un dettaglio spiazzante come in questo caso la radio. come le . la solitudine. le cose tristi. Indossa i panni della tristezza. con Simonide trasportato nel XX secolo di Paul Celan. Chi legge On Ovid punta il riflettore sull’inutilità. Publio Ovidio Nasone viene condannato alla relegatio da Ottaviano Augusto. in quella lingua che non padroneggia. Piange. mangia nella sua stanza. Sesto dei trentuno Short talks contenuti in Plainwater (1995).C. progettando di scrivere.

L’Ovidio di Carson allora vola sui secoli e sui nomi. Sono gli effetti del potere sulla vita quotidiana. gli stessi rivelati da Puškin nell’epistola A Ovidio del 1823. affamati. L’esule non arriva a decifrare completamente i codici di chi lo accoglie e lo respinge. Vive in questo dondolio. aveva scritto Anne Carson in Autobiography of Red. «is hungry for language. Ovidio condivide il destino dei rifugiati: senza riparo.L’INTRUSO: SU OVIDIO schiave di Achille. squadrato come una gabbia. and aware that anything can happen». lo respinge e lo accoglie. esposti. L’inaspettato respira tra le linee di questo componimento. gli stessi vissuti da Osip Mandel’štam che sente il proprio destino talmente vicino a quello di Ovidio da intitolare Tristia la sua seconda raccolta poetica. «A refugee population». esposto come un’isola. rende attuale il passato mostrando l’eternità di una condizione instabile. Riceve una continua lezione di amarezza. .

.L’INTRUSO: SU OVIDIO Eden. opera 39. © Mimmo Jodice.

Four Plays by Euripides e If not Winter. Un percorso che inizia con il libro di esordio (Eros the bittersweet). saggio e racconto. custode della memoria del fratello morto. Eros the bittersweet. autrice di importanti versioni da testi classici (Grief lessons. In Italia sono stati tradotti Autobiografia del rosso (Bompiani 2000) e Antropologia dell’acqua (Donzelli 2009). Irony and God.L’INTRUSO: SU OVIDIO La canadese Anne Carson (1950) è uno dei più importanti autori contemporanei. uno dei pochi capaci di sfidare le convenzioni dei generi in testi slittanti tra poesia.Decreation. la danza e il collage. Torna al menù . Plainwater. Tra i numerosi volumi ricordiamo Autobiography of Red. Grecista. geniale rilettura della poesia di Saffo e culmina nella rilettura-svisceramento del carme 101 di Catullo nel recente Nox scatola notturna e sarcofago. come recentemente. Glass. Fragments of Sappho) Carson concepisce la traduzione come una prova ininterrotta e «sempre mancata». The economy of the unlost e nel 2010 Nox. spesso in dialogo con altre arti.

Paolo Sortino. Effigie. Einaudi. 22 6. e/o. Tempesta. 18 7. 36 3. Gabriele Frasca. Mauro Covacich. Adelphi.Libri/Le classifiche di qualità Libri/Le classifiche di qualità Pordenonelegge-Stephen Dedalus: i risultati di giugno 2011 Narrativa Punti 1. Dai cancelli d’acciaio. In un amore felice. Viola Di Grado. Sossella. Giacomo Sartori. . 65 2. Guido Ceronetti. Einaudi. 24 4. Settanta acrilico trenta lana. Elisabeth. 23 5. A nome tuo. Luigi Grazioli.

transeuropa. Eugenio De Signoribus. Sergio Nelli. Garzanti. Trinità dell’esodo. Orbita clandestina. I cani dello Chott el-Jerid. Gaffi. 5. Transeuropa. Sul vuoto. Andrea Raos. Filippo Strumia. L’asso nella neve. Arcipelago.Libri/Le classifiche di qualità Cielo nero. Antonio Tabucchi. 10. . Ternitti. 7. Racconti con figure. Einaudi. Gabriel Del Sarto. 8. Canti dell’abbandono. Einaudi. Mondadori. Anna Maria Carpi. Pozzanghere. 3. Carlo Carabba. 6. 9. 2. Laura Pugno. Mario Desiati. 14 13 12 10 Punti 61 24 23 22 21 20 Poesia 1. 4. Mondadori. Sellerio.

Alfonso Berardinelli. Patrizia Cavalli. L’elastico emotivo. Giulio Perrone. Goffredo Fofi. 21 5. Carla Benedetti. Transeuropa. 14 Saggi Punti 1. 15 10. Uno. Massimo Zamboni. Donzelli. Mario Lavagetto. Doppio ritratto di Franco Lucentini. Einaudi 25 4. Incontri Editrice. Disumane lettere. Andrea Gibellini. 18 8. D’aria sottile. 32 2. 15 6. :duepunti 27 3. 16 6. Donzelli. . La patria. Quel Marcel! Frammenti della biografia di Proust. Marsilio. nottetempo. Laterza. 15 8. Azzurra D’Agostino. Prove tecniche di resurrezione. Arturo Mazzarella. Domenico Scarpa. Non incoraggiate il romanzo.Libri/Le classifiche di qualità La mente paesaggio. Zone grigie.

2. Alberto Mario Banti. Sublime madre nostra. Einaudi. Zona. Giorgio Fontana. Alessandro Portelli. Paolo Di Stefano. Bollati Boringhieri. America profonda. La bellezza nonostante. Tommaso Pincio. La velocità del buio. Andrea Inglese. 9. Miguel Gotor. 9. Transeuropa. America amore. 8. La catastròfa. Fabio Geda. Alberto Arbasino. Altre Scritture 1. Hotel a zero stelle. 5. Laterza 9. Quando Kubrick inventò la fantascienza. Il memoriale della Repubblica. Laterza. Donzelli.Libri/Le classifiche di qualità Politiche dell’irrealtà. 4. 15 14 12 12 12 Punti 64 54 24 17 16 . Sellerio. 3. La camera verde. Adelphi.

Alberto Casadei. Transeuropa. Vanità della mente. Alberto Casadei. 8. Gian Mario Villalta. L’infinito mélo. Massimo Gezzi. :duepunti edizioni. Di conseguenza sono esclusi i libri. per i Saggi. Poetiche della creatività. Cattedrali. In altre forme. Conversazioni del vento volatore. Ave Mary. Garzanti. Einaudi. Atelier. Gianni Celati. Dalmas-M. per la sezione Poesia. Le sostanze. Un eremo non è un guscio di lumaca. Einaudi. Jossa-D. nonché dei responsabili di Pordenonelegge. 15 11 10 10 10 Il regolamento delle Classifiche prevede l’esclusione delle opere pubblicate dai coordinatori e dal segretario delle Classifiche. Alfano-A. Sossella 7. Dove siamo?. Cortellessa-D. Luca Doninelli. e consente altresì a singoli Lettori di escludere i propri libri dalle votazioni. Quodlibet.Libri/Le classifiche di qualità 6. G. Scarpa. Maria Grazia Calandrone. Michela Murgia. 8. 8. Mondadori. Adriana Zarri. Bruno Mondadori. Flavio Santi ha escluso i suoi . Di Gesù-S.

Lucky. Friuli on the road. Socrates. Torna al menù . e Il Tai e l’arte di girovagare in motocicletta.Libri/Le classifiche di qualità Aspetta primavera. Laterza.

la razza o la classe. Pillard.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Maria Teresa Carbone Etnie Da decenni gli attivisti sordi sostengono che la sordità non è un difetto. bensì un tratto del carattere. «non c’è espressione più autentica di un gruppo etnico del suo linguaggio». Ma il recente The People of the Eye va oltre. […] A mano a mano che il . scrivono infatti che. Harlan Lane. e Ulf Hedberg. la lingua è il nucleo della vita dei sordi americani. sebbene l’identità sorda non si basi sulla religione. Ora. politicamente e culturalmente. Richard C. sostenendo che i sordi costituiscono un’etnia che deve essere riconosciuta in quanto tale. La caratteristica primaria che distingue la sordità dalle altre condizioni classificate come disabilità è che la sordità è una questione di comunicazione. se non un vantaggio. Gli autori del volume.

la cellula tumorale. (Siddhartha Mukherjee. un ambulatorio su strada al 98 di Thompson Street a SoHo. attraverso il contatto con opere .SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ linguaggio americano dei segni (Asl) si è sviluppato. in un modo piuttosto perverso. lo stesso fa. The Emperor of All Maladies. (Stefany Anne Golberg. i sordi sono stati in grado di comunicare meglio tra loro. Can You See Me Now? Welcome to DeafWorld. 23 maggio 2011) Immortalità Se noi aspiriamo all’immortalità. perfino – si potrebbe dire – a una nuova way of life. «The Smart Set». Simon & Schuster 2011) Medicina Il progetto più recente di Melamid è il ministero dell’Arte terapeutica. dove le persone vengono ricevute su appuntamento e sono curate. e questo ha dato vita a una cultura sorda.

Se vengono usati come si deve. ma coinvolge delle particelle invisibili denominate creatoni. Can a Picasso Cure You?. (Melamid ama la terminologia medica perché. con l’aiuto di uno specialista in grado di prescrivere il giusto dosaggio». le sindromi premestruali e l’iperplasia prostatica benigna. l’angioedema e l’orticaria. stimolano le funzioni corporali. Come funzioni il processo terapeutico non è del tutto chiaro. Ma quando si va in un museo. aiutano a vivere meglio e liberano dalle impurità. L’arte va presa con moderazione. tra i quali – stando a quanto è scritto sui manifesti appesi alle pareti – la bulimia nervosa. «New York Times». 24 maggio 2011) .SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ d’arte. dice. «sono ovunque. come prendere troppe medicine. bisogna stare molto attenti. (Charles McGrath. e penetrano nel corpo umano. gli ricorda la critica d’arte). per una quantità di disturbi fisici e psicologici. afferma Melamid. «I creatoni». La sovraesposizione è pericolosa.

SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Natura La natura fornisce all’economia britannica servizi gratuiti per un valore di decine di miliardi l’anno. presidente dell’associazione governativa Living with Environmental Change. ha detto Lord Selborne. Condotto da cinquecento esperti nel campo dell’ecologia. il National Ecosystem Assessment. «Financial Times». da luoghi e paesaggi ricreativi alla fertilizzazione dei terreni. offre «un nuovo modo di valutare la nostra ricchezza nazionale». (Clive Cookson. 02 giugno 2011) . alla purificazione delle acque. Nature worth billions. È quanto emerge dalla prima valutazione finanziaria sistematica dell’ambiente. dell’economia e delle scienze sociali. says environment audit.

opera 21.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Eden. Noia La lettura più enfaticamente storicista della noia la considera come uno degli effetti collaterali della modernità. © Mimmo Jodice. La parola bore (noia) non compare nel dizionario di Samuel .

ed è rafforzato dal mercato in rapida espansione dei romanzi. che richiedeva di essere definita con una nuova parola. senza una chiara provenienza etimologica. recensione di Scott McLemee a Boredom: A Lively History di Peter Toohey. 08 giugno 2011) .SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Johnson del 1755 e sembra entrare nella lingua inglese alla fine degli anni Sessanta del Settecento. «Inside Higher Ed». La possibilità della noia emerge solo quando la gente ha la sicurezza e l’agio di lamentarsi che sicurezza e agio non sono tutto. Verso la fine del XVIII secolo si erano insomma create le condizioni per un nuovo tipo di infelicità. Questo coincide. La tempistica del suo arrivo non è casuale. Fino ad allora la noia non era un vero problema: carestie e guerre avevano reso la vita decisamente troppo eccitante. (Full Bore. pronti a ricordare che la vita di una persona può essere ben più interessante di quanto (ahimè) solitamente sia. Yale University Press 2011.

un dato che conferma la necessità imperativa di combattere contro questo uso. «the Atlantic». la violenza sessuale nei conflitti «ha luogo in ogni regione del mondo. (Incidentalmente. noi docenti a contratto.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Stupro Come ha rilevato la Nobel Women’s Initiative (un convegno di attiviste e accademiche che si è tenuto a Montebello in Canada tra il 23 e il 25 maggio. ndr). ma non siamo null’altro che killer . con i nostri occhiali e le nostre giacche di velluto a coste. Is Rape Inevitable in War. (Anna Louie Sussman. anche lo stupro di personale d’albergo da parte di ospiti ricchi e potenti non è da considerarsi inevitabile). e da conflitto a conflitto». i capelli radi e le barbe curate. 26 maggio 2011) Università Possiamo apparire miti. anche se le ragioni per il suo uso variano da regione a regione. Al tempo stesso. un numero crescente di ricerche dimostra che la violenza sessuale in un conflitto non è affatto inevitabile.

quello che nessun altro vuole fare. il lavoro logorante e doloroso di insegnare e di giudicare gli impreparati che nella maggior parte dei casi non sanno nemmeno di esserlo. In the Basement of the Ivory Tower.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ accademici. Siamo pagati dall’università per fare il lavoro sporco. (Professor X. Confessions of an Accidental Academic. Viking 2011) Torna al menù .

in visita presso il reale. di chi riconosce al mondo le sue necessità. Non capivamo fino in fondo perché eppure eravamo in vita. Seguivamo le vicende delle nostre settimane come storie di un’età parallela. il peso di ciò che era in corso. Sentivamo. sulle rivolte tunisine. ritrovavamo al mattino il senso delle nostre giornate. nel petto. come intrecci secondari in cui la merce era innocente. alcuni accettavano di assistere alle cose dal punto di vista di chi non ha ragione. presso le notizie di cronaca. Nel corso delle giornate. anche crudeli. e guardavamo al . dei mesi a venire.mirafiori 27-38 mirafiori 27-38 Gherardo Bortolotti 27. le fattispecie del capitale. le immagini infinite. di ciò che era vero. mentre ascoltavamo in radio gli editoriali sull’accordo a Mirafiori. Come tracce di una civiltà scomparsa. 28. i suoi bisogni.

quasi astratti nella . si aprivano in lui come faglie sul fondo dell’oceano. «Non è il segno di niente che valga» diceva bgmole alle schiene degli altri clienti. 29. E ammettevamo che c’era il margine per indignarsi. nelle file alla cassa che frequentava con l’assiduità di un dilettante. seduti di fronte al televisore acceso. il detto. come epidemie di mali incurabili. come le gesta furiose dei signori del Pil e delle transazioni. gli equivoci quotidiani. più simile all’umore di foglie in decomposizione. terriccio. quasi avendo il sospetto di un finale diverso.mirafiori 27-38 futuro dalla cucina. l’Occidente dopo la globalizzazione. Le opinioni. di una strategia impersonale. per recriminare il fatto. carte abbandonate ai lati del viale. e prendevamo ossessivamente la parola per sollevare eccezioni. le speculazioni finanziarie ci colmavano di orrore e meraviglia. aliena. con l’impegno di chi ha riconosciuto nell’acquisto gli indizi di un complotto più vasto. sottile ma di ampio respiro. 30. mentre proliferavano i debiti pubblici. per alzare la mano nella scenografia vuota che era l’inizio del secolo. e ne usciva una materia incolore. il valore che avevamo sacrificato nelle ore che precedevano il sonno.

di aria e luce. nei livelli successivi del tempo che passa. Lasciavamo. 32. Ci inoltravamo nel futuro come in un fluido densissimo. gesti involontari. nelle migliaia di trame. di pulviscolo inerte. e chi ci stava accanto distava di tutti i livelli di assenza di umano. 31. di particolari irrilevanti. Del resto i tempi ci avevano cambiato e. spastici. Dopo il sonno. . la prova che eravamo qualcuno. le vestigia di sguardi distratti. il lavoro ci attendeva e il dolore. scendendo nel volume del giorno trascorso sempre più stilizzati. gli stadi di ciò che eravamo scivolavano via.mirafiori 27-38 catastrofe povera dei suoi segni. di silenzi. lasciando che le correnti di ciò che avveniva sfibrassero la nostra presenza. che non avremmo mai colmato. abitudini d’acquisto. spesso. le giornate convocavano come testimoni i passanti o le telecamere della sicurezza per certificare la nostra frantumazione. di pause di fronte al distributore del caffè. il dissiparsi della nostra persona in sistemi di opinioni. Nelle ore d’ufficio. di storie manipolate e incomprensibili in cui smarrivamo qualcosa.

inclinazioni personali che un giorno lo avrebbero premiato. la storia autentica che le notizie di cronaca. il caffè alla mattina. una concrezione di tessuti astratti che si radica nella vita che l’accoglie. sui tetti dei centri commerciali. la cui amputazione era inaudita. in quel che rimaneva di domini leggendari di tempo libero. Il suo impiego gli stava alle spalle. accolto . alieno. le ragioni delle piccole e medie imprese celavano con malizia. Dai parcheggi. inconcepibile. 34. sogni a occhi aperti. il grande concetto di umano e lo stato dell’arte del capitale. nascosto in qualche punto cieco della giornata. sperando che lo conducessero in regioni del vero che precedevano il denaro. quasi fosse un organo metafisico innestato nel suo corpo. Risuonava un’eco nella cavità delle cose. intimo al sonno. rivelando la vera trama degli eventi che consumava. dai tramonti. qualcosa che riguardava noi. vasto come l’orizzonte e di cui abitavamo le propaggini segnate dai quartieri di nuova costruzione. alle mani. era steso incosciente nel buio. dalle estati suburbane. scostandosi ogni volta che lui si voltava. bgmole seguiva con lo sguardo i battiscopa dei corridoi.mirafiori 27-38 33. esplorava gli angoli in penombra delle sue stanze. avevamo spesso l’intuizione di un grande progetto in espansione. La notte.

in alto. nelle prospettive future che si curvavano oltre il cielo primaverile. in bicicletta. all’importanza dell’opinione pubblica e perdevamo il segno del nostro avanzare nelle immagini dei marchi industriali. come un fronte anticiclonico spostava i suoi enormi volumi di atmosfera. del mercato e dei programmi di prima serata. di redditi garantiti. Ma ci accompagnava soprattutto il senso di qualche cosa di ingiusto. dietro i negozi e gli altri edifici della distribuzione al dettaglio che venivano ospiti nelle nostre giornate. dai complementi d’arredo. . che ci riempivano gli occhi di visioni di democrazie perfette. intanto. Contribuivamo alla costituzione del giorno d’oggi. 35. di qualcosa di feroce che allignava tra le vicende del prezzo del greggio. le sue correnti disumane lontano da lì.mirafiori 27-38 dal coro dei suoi mobili. Ridevamo sullo sfondo della morte. verso punti di fuga inattingibili e impronunciabili. vegliato dalle fattispecie più prossime dell’economia mondiale che. e ci inoltravamo nel gratis della vita. nei quartieri da cui partivamo la domenica mattina.

in silenzio. Sentivamo una fragile intimità con il vero. agli amici. si vedevano. 38. legati ai nostri amori. L’edificio del libero mercato aveva muri e soffitti trasparenti e. 37. Ma il lavoro ci privava della vista. Tornavamo a pensare a Mirafiori. alla maleducazione dei vicini di casa e alle morali che donavamo ai nostri figli. contro ogni ragione. Torna al menù . da riferire a qualcuno. da ricordare in un commento on-line. i capitali immensi degli ultimissimi piani. Era «lavoro» che non riuscivamo a pronunciare e aspettavamo che i pomeriggi più profondi eccedessero le forme del salario. colmi di un senso di umano che dilagava ovunque.mirafiori 27-38 36. questa è la ragione economica delle cose» e noi annuivamo. E a volte si presentava qualcuno e ci diceva: «Ecco. sullo sfondo del cielo. le sue scenografie vuote successive. dalle sale dei piani inferiori. come se sapessimo di cosa parlasse. Sigillava l’ennesimo patto che ci obbligava a fissare per terra i nostri passi da cavie sentimentali.

PER FAVORE! . VECCHI CRITERI Niva Lorenzini L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Davide Dalmas MENO GENIO.Sommario Sommario Gianluca Ranzi Mimmo Jodice Marco Belpoliti UN UOMO CHE SCRIVE Andrea Inglese e Andrea Raos NUOVE ANTOLOGIE.

PERSONA DA ROMANZO Stefano Gallerani IL CINEMA CHE NON SI VEDE .Sommario Laura Barile RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Cecilia Bello Minciacchi IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA Rossana Campo CAPITAN FICTION. LICENZA DI UCCIDERE Conversazione fra Gisèle Sapiro e Valentina Parlato RESPONSABILITÀ E IMPEGNO di Paolo Morelli – immagini di Luciana Martucci SANGRITUDINE Guido Barbieri JOHN ADAMS.

Sommario Fabiana Proietti CELATI. VIA COL VENTO Pierluigi Pellini FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Carlo Formenti UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE di Anne Carson a cura di Antonella Anedda L’INTRUSO: SU OVIDIO Libri/Le classifiche di qualità Maria Teresa Carbone SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Gherardo Bortolotti mirafiori 27-38 .

Autori Autori Andrea Inglese e Andrea Raos NUOVE ANTOLOGIE. PERSONA DA ROMANZO Laura Barile RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Marco Belpoliti UN UOMO CHE SCRIVE . VECCHI CRITERI Conversazione fra Gisèle Sapiro e Valentina Parlato RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Libri/Le classifiche di qualità Guido Barbieri JOHN ADAMS.

LICENZA DI UCCIDERE Maria Teresa Carbone SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ di Anne Carson a cura di Antonella Anedda L’INTRUSO: SU OVIDIO Davide Dalmas MENO GENIO. PER FAVORE! Carlo Formenti UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Stefano Gallerani IL CINEMA CHE NON SI VEDE .Autori Gherardo Bortolotti mirafiori 27-38 Rossana Campo CAPITAN FICTION.

Autori Niva Lorenzini L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Cecilia Bello Minciacchi IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA di Paolo Morelli – immagini di Luciana Martucci SANGRITUDINE Pierluigi Pellini FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Fabiana Proietti CELATI. VIA COL VENTO Gianluca Ranzi Mimmo Jodice .

Autori recensiti Autori recensiti John Adams Hallelujah Junction – Autobiografia di un compositore americano Carmelo Bene Contro il cinema Raymond Carver Principianti Gianni Celati Cinema all’aperto – Tre documentari e un libro Conversazioni del vento volatore Franco Fortini Lezioni sulla traduzione .

Autori recensiti Gabriele Frasca Dai cancelli d’acciaio Frédéric Martel Mainstream – Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media Arturo Mazzarella Politiche dell’irrealtà – Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib Georges Perec Le cose La bottega oscura. 124 sogni Un uomo che dorme Antonio Prete All’ombra dell’altra lingua .Per una poetica della traduzione .

Autori recensiti Jacqueline Risset Il tempo dell’istante. Poesie scelte 1985-2010 A cura di Fabio Scotto Nuovi poeti francesi Carol Sklenicka Raymond Carver – Una vita da scrittore .

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crediti Coordinamento redazionale Andrea Cortellessa.alfalibri . Maria Teresa Carbone Segreteria Erica Lese Progetto grafico Fayçal Zaouali .crediti alfalibri .

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