alfabeta2
11

Leggi alfabeta2 Leggi alfalibri Leggi il sommario Naviga per autore Naviga per argomento www.alfabeta2.it

Ricordando Gargonza

Ricordando Gargonza
Società civile e partiti politici
Umberto Eco

È

ancora materia di discussione chi siano stati i veri vincitori delle elezioni comunali, specie a Milano e Napoli. Quello che non ci si è chiesti abbastanza è chi siano gli sconfitti, perché ci si è arrestati all’evidenza più immediata, e cioè che chi ha subito la «sberla» sono stati Berlusconi e Bossi, il che è innegabile. Ma c’è qualcun altro che, se non sconfitto, dovrebbe sentirsi messo in causa dal risultato delle amministrative. Io ritengo che sia stato messo in causa, almeno come rappresentante eminente di una tendenza, Massimo D’Alema. È indiscutibile che terremoti elettorali come quelli scatenati da Pisapia o da De Magistris non avrebbero potuto verificarsi se in campo fossero scesi solo i partiti tradizionali

Ricordando Gargonza

della sinistra. Essi non si sono certamente sottratti alla battaglia, ma intorno a loro si sono formati comitati sorti quasi spontaneamente, e non solo rappresentati da giovani – anche se i giovani sono stati una delle sorprese più gradite di questa vittoria – e bastava essere in piazza del Duomo a Milano la sera del 30 maggio per avvertire questo nuovo clima. Si sono aggregati, talora in forma disorganica, varie altre rappresentanze della società, dalla sinistra radicale agli elementi della borghesia cosiddetta illuminata e talora di quel mondo politico che era stato tempo fa espressione della migliore Democrazia cristiana. Insomma, si è formato un paesaggio di difficile definizione geografica ma che, secondo le definizioni correnti, si può intendere come espressione della società civile – che in un momento di urgenza si è riconosciuta come comitato di salute pubblica, superando molte differenze di linea «partitica». Non è la prima volta che un risultato elettorale favorevole alle sinistre viene attribuito alla mobilitazione spontanea della società civile. Il caso più macroscopico è stata la prima vittoria di Prodi (e dell’Ulivo) nel 1996. Ebbene, che cosa ha fatto seguito a questa vittoria? Non molti mesi dopo (nel marzo 1997) convenivano nel castello di Gargonza quasi tutti gli esponenti del mondo politico che

Ricordando Gargonza

si era riconosciuto nell’Ulivo, e molti rappresentanti appunto della società civile che in qualche modo avevano contribuito a quella vittoria, per confrontarsi e discutere lo stato delle cose ed eventuali prospettive per il futuro. E in quella occasione Massimo D’Alema aveva rivolto un monito severo alla società civile, che è efficacemente riassunto nel brano che riporto: “Noi non siamo la società civile contro i partiti. Noi siamo i partiti. È una verità indiscutibile. Perlomeno se c’è qualcosa che somiglia di più ai partiti nella dialettica italiana siamo noi, non sono gli altri. Non possiamo raccontarci queste storie tardo-sessantottesche. Se c’è qualcosa che somiglia ai partiti in ciò che di nobile sono stati nella crisi attuale, siamo noi, non sono gli altri. Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali. E fino a questo momento non si conoscono società democratiche che hanno potuto fare diversamente. L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto o dittature sanguinarie o Berlusconi e il «comitato» è un sottoprodotto rispetto a queste due tragedie. La politica professionale è esattamente quella

Ricordando Gargonza

struttura che consente ai cittadini di accedere alla politica, perché se manca quella struttura non vi accedono. Si parte con l’idea che devono governare le cuoche e nel frattempo si governa con la polizia politica… e noi abbiamo una certa esperienza nel nostro campo. Poi magari questa transizione dura settant’anni perché nel frattempo ci si dimentica il programma originario. Quindi non inseguiamo qualcosa che, secondo me, non siamo in grado di inseguire e non è neanche un grande obiettivo di modernità.” Qualcuno aveva obiettato allora che, se a vittoria elettorale avvenuta si disconosceva l’apporto della società civile che si era mobilitata con tanto entusiasmo, non si poteva sperare che ai prossimi appuntamenti elettorali quella stessa società si sarebbe ancora mossa. Il che grosso modo è avvenuto, e il fatto che viviamo da tempo in regime berlusconiano lo prova. Cosa c’era di sbagliato nella posizione di D’Alema? Inspiegabilmente, per un personaggio della sua innegabile intelligenza politica, la credenza che un appello alla società civile significasse un appello all’assemblearismo sessantottesco e quindi a una deriva extraparlamentare, oppure a una forma di berlusconismo. Ma il berlusconismo è stato l’opposto di una mobilitazione della società civile, perché non era nato

Ricordando Gargonza

dallo spontaneo aggregarsi di gruppi diversi, ma dalla decisione verticistica di qualcuno che, per così dire, avendone le possibilità economiche, si era «comperato» un partito tagliato sulla sua misura. E per quanto riguarda la minaccia di assemblearismo, pare evidente che, quando si mobilita, la società civile non chiede che sia dato il potere «alle cuoche», ma si aggrega per rappresentanze professionali, circoli culturali, gruppi di volontariato, e soprattutto non pensa affatto di opporsi ai partiti politici. E dunque D‘Alema incorreva in un equivoco (e forse qualche intervento in quel convegno, e la proposta di un Movimento per l’Ulivo lo aveva indotto a quei sospetti) quando denunciava come «superficiale e infondata» l’idea «che il soggetto politico possa diventare l’alleanza, i comitati, al posto dei partiti». Non risulta che quando si è espressa la società civile si sia proposta di sostituire i partiti (non ne avrebbe né le capacità organizzative né l’omogeneità ideologica). Al massimo la società civile chiede che i partiti sappiano rinnovarsi e ne sollecita anzi l’adesione alle sue proposte, intende stimolarli, ricondurli a un contatto diretto con le aspirazioni di vari ceti sociali. Il che è avvenuto in queste elezioni amministrative. E in queste elezioni amministrative i partiti politici hanno dato prova di comprendere l’appello.

Ricordando Gargonza

Emilio Isgrò, Cancellazione del debito pubblico, 2011. Università Bocconi, Milano

Quale rimane dunque la funzione, certamente insostituibile, dei partiti e della «politica» nel momento in cui si dà voce a elementi non professionalmente politici? Non solo

Ricordando Gargonza

quella di interrogare e comprendere le pulsioni, le idee, le aspirazioni che animano la società civile, ma di garantire la continuità di queste espressioni, perché certamente la società civile può aggregarsi e disgregarsi a seconda della situazione di un paese, può mobilitarsi in casi di estrema urgenza (come è avvenuto) ma disperdersi o impigrirsi nel momento successivo. Ed ecco che i partiti devono sentire non solo il dovere di rispondere alle sollecitazioni della società civile, ma anche quello di sollecitare queste sollecitazioni. Per poi ovviamente incanalarle nelle forme parlamentari e governative l’accesso alle quali non può che avvenire tramite i partiti. Ma evidentemente l’altezzoso monito di Gargonza (facilmente traducibile in termini farseschi nel classico «ragazzino, lasciami lavorare») ha immediatamente rotto il legame che si era instaurato nel 1996 tra mondo politico e società civile. Il legame si sta riannodando ora, per fortuna, ma a quindici anni di distanza. Si auspica che non vadano sprecati i prossimi quindici.

Ricordando Gargonza

Emilio Isgrò, Dichiaro di non essere Emilio Isgrò, 1971. Installazione con performance dell’artista. Milano, Centro Tool

Altri percorsi di lettura: G.B. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso

Ricordando Gargonza

Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi, barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo

Ricordando Gargonza Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Torna al menù .

La spinta al cambiamento La spinta al cambiamento Il rifiuto della politica delle alleanze G. ma in realtà/ non ha mai cambiato il senso / e del resto come può. palesemente indisponibili a cambiamenti che non lasciassero . Zorzoli I risultati delle elezioni amministrative si possono commentare con le parole della canzone Il fiume e la nebbia: / Non credo cambierà / come quest’acqua tra le sponde / non si ferma.B. Del resto come può cambiare senso di marcia l’aspirazione a modificare in profondità un assetto economico-sociale che per troppi continua a non essere accettabile? Vent’anni fa la driving force si manifestò con l’insofferenza verso l’agire politico dei partiti tradizionali. Continua il suo cammino la spinta al cambiamento che dai primi anni Novanta attraversa la società italiana.

e non è cosa da poco. lo spregio per il «teatrino della politica». per di più con un’immagine – quella dell’imprenditore di successo – in sintonia con lo spirito del tempo. lontano dalle complicità con la vecchia politica. In questo aiutato da alcune brillanti invenzioni lessicali: una per tutte. mentre in Occidente trionfava un modello neoliberista apparentemente senza rivali e senza ostacoli (Do you rember Fukuyama e The End of History?). Quest’ambivalenza permane anche oggi e il suo risvolto oscuro si manifesta in una parte almeno dei non pochi voti andati alle liste grilline (un comico di successo che minaccia di rimpiazzare in politica un impresario di successo!). sono i protagonisti . Solo che allora la fine traumatica della Prima Repubblica fu contemporanea alla caduta del muro di Berlino e al successivo crollo per consunzione interna dei sistemi politici esistenti in Unione Sovietica e nei paesi satelliti.La spinta al cambiamento gattopardescamente immutate le cose. gli uni recependola come la promessa di una politica diversa. la novità. altri felici di non doversi più vergognare del proprio qualunquismo. Tuttavia. Presentandosi come un outsider. Berlusconi aveva le carte in regola per incarnare la figura dell’innovatore. dalla connotazione ambivalente.

non ha cambiato senso. né lo potrebbe. è bene non attendere la comparsa sulla scena politica di qualcuno che riproduca il berlusconismo sotto altre spoglie. l’ormai evidente incapacità di Berlusconi di attuare una qualsivoglia politica. con larga parte delle nuove generazioni destinata a un eterno precariato.La spinta al cambiamento che questa volta gli elettori hanno identificato come credibili vettori del cambiamento. La crisi esplosa negli Usa e rapidamente diffusasi altrove. accettando che questo fiume in fondo è tutto ciò che ho. che oltre agli assetti economicofinanziaria ha scosso la credibilità del verbo neoliberista. L’acqua non si ferma. tanto che anche la Confindustria è stata costretta a denunciarlo apertis verbis: il nocciolo duro di chi non ha mai creduto nel Cav nelle ultime elezioni si è così arricchito di nuovi entranti e parallelamente si è giovato del non voto di chi dopo diciassette anni non si è più sentito di supportarlo. come ieri Berlusconi ha rimpiazzato Craxi. limitandosi ad . S e non vogliamo aspettare altri diecimila anni. ma i risultati delle elezioni amministrative segnalano che a prevalere è stata la scelta di soggetti totalmente diversi rispetto al passato. la divaricazione crescente anche in Italia dei redditi e delle opportunità.

La spinta al cambiamento aggiornarne il ruolo ai tempi mutati. ma anche dal Pd. Il virgolettato non è casuale. sia nell’immaginario collettivo della sinistra italiana. A ogni modo è evidente il rifiuto della tradizionale politica delle alleanze concepita come strumento principe – se non unico – per fare politica. I successi più inaspettati sono venuti laddove – Milano. Paradossalmente. ottenere il consenso di una parte dello schieramento «moderato» senza perdere il sostegno di chi si colloca alla propria «sinistra». dalla Lega). Napoli. però. e l’altro ieri Craxi a sostituito Fanfani sia nell’agire politico. Cagliari – i vincitori sono stati percepiti come diversi non solo dal Pdl (e. Probabilmente classificazioni tradizionali come sinistra radicale versus sinistra riformista o progressisti versus moderati oggi sono meno (poco?) rappresentative di una dinamica sociale e culturale di cui spesso sfuggono le connotazioni. che quotidianamente nel Pd contrappone chi privilegia l’accordo con Sel e IdV a chi punta all’intesa con il Terzo Polo. a Milano. consolandosi col fatto che il grosso dei voti li ha forniti comunque il Pd. Affrettandoci a cogliere quanto di radicalmente innovativo è emerso dalle urne. è . riuscendo nell’impresa per la quale il Pd era stato concepito. Non affrontare di petto queste novità.

Prato 2008 . Emilio Isgrò. Storie rosse (1969-1979). Un certo filosofo di Treviri era solito ammonire gli indecisi con Hic Rhodus. hic salta.La spinta al cambiamento altrettanto sterile della parallela affermazione «il Pdl rimane il primo partito italiano». Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. L’esortazione è tuttora valida.

barbari contemporanei .La spinta al cambiamento Altri percorsi di lettura: Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.

La spinta al cambiamento Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza Torna al menù .

La disfatta del centro-destra nelle elezioni amministrative di maggio è cosa buona e bella. ma non perché ha vinto il centro-sinistra. sull’ultimo numero di «alfabeta2». di regime. perfettamente in grado di rovesciare il «duce» (o almeno i suoi cloni locali. scrivevo di postdemocrazia. Continuo a pensare che in Italia. bensì perché si tratta di un potente segnale di risveglio della società civile.Ricostruire dal basso Ricostruire dal basso Carlo Formenti D unque non era un golpe? Dunque il nostro sistema democratico è vivo e vegeto. bensì due destre che si alternano nel ruolo di gestori delle politiche liberal-liberiste che hanno . milanesi e partenopei) e di far rientrare la politica nei binari di una «normale» alternanza? Dunque ero in errore quando. di necessità di organizzare la resistenza? Mi dispiace ma non rinnego nemmeno una virgola. non esistano più destra e sinistra. come in tutti gli altri paesi occidentali.

Non ne hanno la possibilità. distrutto lo stato sociale. ed è quanto sinceramente auguro loro. ancorché animati dalle migliori intenzioni e aspirazioni. agevolare l’autocostituzione di inedite forme di potere dal basso. a restituire forza e dignità alle comunità che li hanno eletti. Votando per Pisapia e per De Magistris (non a caso estranei all’establishment del Pd).Ricostruire dal basso provocato la crisi. Ma non saranno Pisapia e De Magistris. Continuo a pensare che la controrivoluzione liberal-liberista non si batte mandando al potere esangui versioni postmoderne della socialdemocrazia. ma appoggiando senza riserve i movimenti che stanno nascendo in tutto il mondo e le nuove forme di democrazia partecipativa e diretta che si stanno sperimentando. devastato da decenni di saccheggio capitalistico senza regole. ingabbiati come sono dai vincoli che i vertici globali del capitale impongono a ogni potere locale. alle città e . Potranno. le masse milanesi e napoletane hanno espresso la loro volontà di iniziare a ricostruire dal basso il tessuto sociale delle loro metropoli. evitando – una volta eletti – di smobilitare l’energia spontanea della comunità che li ha espressi. nella migliore delle ipotesi. annientato quanto restava della capacità di resistenza delle classi subordinate dopo decenni di ristrutturazione capitalistica. Per continuare la lotta contro il regime.

delle «fabbriche» vendoliane per darsi obiettivi politici autonomi e strumenti in grado di realizzarli. che il movimento vada al di là dell’aggregazione contingente. serve che la gioia delle feste italiane dopo la vittoria elettorale si trasformi nella gioia degli «indignati» che invadono le piazze spagnole. Altri percorsi di lettura: Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli . Serve.Ricostruire dal basso al mondo non serve il «buon governo». dei comitati elettorali. serve l’energia delle piazze. ancora e soprattutto. dei gruppi su facebook.

Ricostruire dal basso Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza .

Zorzoli La spinta al cambiamento Torna al menù .Ricostruire dal basso G.B.

e il nuovo Lettieri/Cosentino. De Magistris c’è riuscito. senza vergogna nell’incorporare i miti della destra italiana. Non sono state né L’Italia dei Valori né il suo stesso passato di magistrato coraggioso a spingere De Magistris a Palazzo San Giacomo. e tutta la debolezza dei «partiti» usciti dalla crisi ’89-93.A Napoli bisognava scassare tutto A Napoli bisognava scassare tutto Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto per salvarsi dalla trappola mortale tra il degrado del bassolinismo. dal fascismo buono che mandava gli oppositori in vacanza al sessismo omofobo alla risata coatta all’indulgenza verso la corruzione. Cultura e politica sono più che mai le due facce della stessa medaglia. svelando che l’imperatore è nudo non solo a Napoli. Berlusconi è stato un fenomeno culturale. ma la rivolta (che da Napoli arriva a Milano) contro un mondo che ha eretto a fondamenti l’assenza di verità e l’indifferenza al merito di fronte agli .

e può essere risolta solo da un cambiamento di mentalità spinto fino ai gesti quotidiani. il confronto delle idee.A Napoli bisognava scassare tutto interessi dei potenti. i nodi di Bagnoli. partendo dall’immondizia che l’ha sepolta tre volte. Restituire alla competenza un ruolo autonomo dalla convenienza del potere è possibile solo accettando la complessità del progetto. la comprensione che ogni problema può ammettere più di una soluzione e che le idee appartengono a tutti. comprese quelle di Napoli. chiamando alle armi le migliori intelligenze. Se le università italiane. che Massimo D’Alema seguita a inseguire (con i propri Casini)… Scassare tutto non significa l’illusorio ricominciare da capo affidato a gesti simbolici come la demolizione (con la dinamite…) delle Vele di Scampia. non fossero state contagiate… A Napoli ogni questione è di cultura. L’opposto della cultura libertaria e critica di cui il paese ha bisogno per riprendere a crescere. della trasformazione della periferia… . per tornare a essere la grande città europea che è stata (la resurrezione è già riuscita a Barcellona uscita dal franchismo). Altro che «modello Macerata». Napoli. deve sciogliere. di Napoli Est. della vivibilità del centro storico. Il modello dovrebbe essere l’Università e la ricerca.

De Magistris deve assumersi le proprie responsabilità di Sindaco.A Napoli bisognava scassare tutto L ’anima della democrazia è l’ascolto. il Teatro Stabile di Napoli. per l’obiettivo di Napoli terzo polo della produzione cinematografica e televisiva italiana. La cultura non passa per l’imbuto stretto delle istituzioni. spalancando la bocca come il cane di Esopo. uno Stabile . del paesaggio (Napoli sta perdendo il proprio rapporto col mare. con la città borghese tra Chiaia e il Rettifilo. ma per l’autonomia dell’Università. l’ha perso con la campagna). Con l’ottimismo dell’intelligenza. materiali e immateriali. del sistema Madre – Pan – Stazioni dell’arte della Metropolitana – Fondazioni Morra. senza aspettarsi miracoli da effimeri appuntamenti di parata come Napoli capitale culturale nel 2013. Lia Rumma. consegnandolo a Luca De Fusco (cioè a Gianni Letta). hanno già lasciato cadere in acqua – per averne in cambio il Comitato 2013 – una delle poche eredità positive degli anni di Bassolino. Lucio Amelio. del San Carlo. della città regione… Napoli non potrà più coincidere più con la vecchia Piedigrotta. misurandosi con le dimensioni. chiudendo con la managerialità indecisa a tutto alla Bagnolifutura. Ma già lo Stabile di Napoli si era allontanato dall’ispirazione iniziale con cui era nato. accanto a Roma e a Milano… Oddati e Jervolino. del Museo Archeologico.

come il preteso rinascimento napoletano: erano stati Teatri Uniti di Mario Martone e Terrae Motus di Gianni Amelio a provocare la vittoria . dopo l’assistenzialismo democristiano questo richiede interventi pubblici che moltiplichino concorrenza e pluralismo. capace di dare voce a figure diverse – ma tutte radicate nella città – come Mario Martone. non sovrapporle una managerialità posticcia. auto apologie che finiscono per trasformarti in zucca come il Claudio di Seneca. generando una singolare battaglia di dame. da arbitro più che da giocatore. Perché anche Bassolino sembrava aver rotto con la politica di palazzo… Se proprio la cultura è la principale risorsa delle città nel mondo globale. come evitare gli errori che sono seguiti. e la nascita di una struttura autonoma (molto finanziata dalla Regione) per il Festival… Bisogna aver fiducia nella creatività della città.A Napoli bisognava scassare tutto plurale. PeramareNapoli (che la Clean di Gianni Cosenza sta mandando in stampa). mi sono domandato in un libro. tra Roberta Carlotto/Mercadante e Rachele Furfaro. La nascita del Napoli Teatro Fest ne aveva paradossalmente accelerato la decadenza. Renato Carpentieri. l’esatto opposto del trionfalismo delle Notti Bianche veltroniane… Evitando il cannocchiale rovesciato. Enzo Moscato. come i capelli nuovi di Berlusconi… Ex assessore all’Identità del primo Bassolino.

barbari contemporanei . che negli anni Novanta aveva saputo portare senza una lira Ken Loach all’Arci Movie di Ponticelli… Altri percorsi di lettura: Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.A Napoli bisognava scassare tutto di Bassolino sulla Mussolini. come possibile assessore di De Magistris. di Antonella Di Nocera. e non il contrario… Non serve la ruota del pavone. ma la capacità: mi conforta aver sentito il nome.

A Napoli bisognava scassare tutto Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Torna al menù .B.

e quindi amanti del casino e di chi gli concede di far casino costi quel che costi. della psiche. dell’anima. nega questo luogo comune. L’elezione a sindaco di Napoli di un rappresentante delle istituzioni. ma nella concezione dell’eros. Si sostiene da sempre che i napoletani siano anarcoidi.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Giuseppe Montesano 1. . In realtà anarcoide è il capitalismo che ama le regole per gli altri e l’assenza di regole per se stesso. un rappresentante che si richiama a quella legalità che solo la cultura interessata. orrenda. e anarcoide è la semidestra italiana che ne deriva. violenta e ideologica dell’italietta degli ultimi vent’anni anni può impunemente definire «giustizialista». della vita e della morte. e che si nutre dell’ideologia del mercato divinizzato non solo nella concezione dell’economia.

che è un grande imprenditore.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli 2. che si proclama di destra e legge «Il tempo» dice: «Io dovevo votare Lettieri. In questo caso gli individui di Napoli . ma poi ho sentito che cosa diceva e ho lavorato gratis per lui». A chi li amministra chiedono di essere trattati da cittadini: eredi di quella Rivoluzione francese la cui importanza ancora cruciale per il presente è perfettamente definita dall’odio teopolitico che sulla sua presa di posizione in favore dell’uguaglianza dei diritti si riversa. ancora dopo due secoli. Però. negli ultimi giorni. e ho deciso di votare De Magistris». i napoletani si dedicano semmai nella vita privata. registra solo voci nella folla. ovvero che chiedono a chi li amministra una sostanziale certezza dell’uguaglianza di ricchi e poveri di fronte alla legge. Il proprietario di un bar. Un ragazzo napoletano dei centri sociali dice: «Io a De Magistris lo schifavo. 3. Questa terza tesi non è una tesi. vale a dire a una poesia concreta. dalle bocche di quelli che hanno tutto da perdere dall’idea di cittadino libero e uguale nei diritti e nelle opportunità. All’irregolarità e al casino. facendo notare che una folla non è una massa: una folla è fatta di individui. non ce l’ho fatta. Se ne potrebbe ragionevolmente dedurre che i napoletani desiderano regole certe.

Vale la pena a tal proposito. ma la circolazione della parola tra individui in carne e ossa mette in crisi qualsiasi dispotismo mediatico. in segreto. La tesi numero tre potrebbe essere questa: senza lo spazio del pensare e sognare. Si dedurrebbe. uno spazio interiore.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli hanno capovolto previsioni. che viene marchiato come perdita di tempo e improduttività dai reggitori anarcoidi del presente. che avevano ragione i vecchi Maestri che ritenevano che tutte le azioni umane sono storiche. certezze e mitologie. 4. Le regole della pioggia e del bel tempo non sono quelle delle società umane. non socializzato tramite il mediatico. e che quindi nella società e nell’economia non esiste immutabilità e ineluttabilità come nella natura. non c’è possibilità di cambiamento. così dicono i fatti di Napoli. I media sono l’anima ammalata del presente. 5. ricordarsi che multimediale è l’uomo già dalle grotte di Lascaux: l’ideologia con cui l’uomo pstmoderno banalizza la . e che ciò che uomini hanno fatto altri uomini possono disfare e viceversa. di riflessione. e a proposito delle mitologie costruite in questo inizio di millennio intorno alle reti. forse perché si sono concessi. dai fatti di Napoli.

una vecchia tesi: quella che sosteneva che viene sempre il tempo in cui non basta interpretare il mondo ma bisogna cambiarlo. Se non ci sono buchi nella rete. Si potrebbe ipotizzare quindi che ci sono pietruzze che inceppano il meccanismo mediatico: i piccoli uomini e le piccole donne.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli sua multimedialità naturale e culturale e la sposta sui mezzi va dissolta. la rete del pescatore è quella che cattura prede e le imprigiona ma è piena di spazi per i più piccoli e scivolosi. imperfezioni. le cosiddette «mamme vesuviane». Laddove gli . strumenti. 6. si sono dimostrate più filosofiche dei filosofi con attico a Parigi e pensione certa. bisogna farceli. ricordando il luogo comune vero che i mezzi restano appendici. Una vera rete deve avere smagliature. e hanno imparato che solo il coraggio della non-violenza disarma le dittature mediatizzate. La rete delle strade porta in ogni luogo e porta a perdersi. interruzioni. senza averla studiata a scuola. Le donne dei paesi intorno a Napoli hanno vissuto. che hanno combattuto contro lo strapotere di leggi speciali che volevano ficcare la spazzatura di Napoli nelle loro case per buttare l’orrore sotto il tappeto. Le donne di Chiaiano hanno fatto barricate con i loro corpi di bambine e anziane e incinte.

ma la loro incomprensibilità è feconda. tranne i pochi che hanno un reddito medio-basso o basso. etiopi. filippini. 7. Un cattivo soggetto. «scienziati». alle soglie della Seconda guerra mondiale. i piccoli uomini e le piccole donne di Chiaiano filosofavano portando i loro corpi in strada. Avremo allora di fronte. e la ventura di viaggiare in autobus o a piedi. e ricordavano a tutti che il pane è il pane e la merda è la merda. «opinionisti». italiani. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. bengalesi. 8.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli intellettuali. si vendevano sostenendo che il bianco è nero e il nero è bianco. pakistani. Le elezioni a Napoli nel maggio 2011 restano per molti versi incomprensibili. in effigie di sedicenti «esperti». scriveva: «La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola. . Molto seguirebbe da ciò. Se ne potrebbe dunque ulteriormente dedurre che gli intellettuali sanno poco di ciò che accade per strada. tra corpi di cinesi. come nostro compito. greci eccetera. tra gente rotta dal lavoro malpagato e imbambolata dagli psicofarmaci necessari a reggere il lavoro malpagato. romeni.

dovrebbe riflettere sul fatto che fino a questo momento i nuovissimi filosofi. Per far questo. la menzogna che recita: Il fine giustifica i mezzi. «sogno».Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli la creazione del vero stato di emergenza: e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il…». politici. ma il qualcosa contro cui lotta l’individuo libero. Seguirebbe da ciò che non bisogna restare conficcati nell’attualità. fingendo di essere . «modernità». a volte più in fretta. cambia storicamente: a volte di anno in anno. e che a volte è necessario tentare di fermare o invertire il corso del tempo. «progresso». la bibbia del male. da ambizioni narcisistiche di massa e da idolatria per il testo sacro della teopolitica. che si sente libero solo nello specchio della libertà altrui. il cattivo soggetto aveva scritto «fascismo». Chi aspira a uscire dalla trappola dell’attualità senza smettere di accorgersi di ciò che l’attualità fa alla vita. 9. «libertà»: tali concetti sono stati deformati e inquinati da bande di «esperti» connotati da redditi medioalti o alti. Dove ora ci sono i punti di sospensione. però. «realismo». esperti. coloro che aspirano a ricucire contemplazione e azione devono fare accuratamente a pezzi il significato attuale di concetti come «futuro». travestiti da economisti. «concretezza».

allora oggi… 10.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli omologhi alla realtà che non cambia. … Allora oggi non si tratta solo più di cambiare il mondo: bisogna interpretarlo. Ma se il cambiamento del mondo a cui hanno lavorato e lavorano i nemici dell’umanità è ciò che ha portato il mondo sull’orlo del collasso materiale e dell’infelicità dei singoli. hanno lavorato a cambiare il mondo. Altri percorsi di lettura: Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma .

Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso . barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Pier Aldo Rovatti Noi.B.

Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Torna al menù .

torture. violazioni dei diritti fondamentali e il libero arbitrio di buona parte delle polizie in Italia e altrove non si fossero mai più ripetute e non fossero diventate pratiche quasi abituali o comunque possibili da parte dei poteri neoconservatori di quest’ultimo decennio.Laboratorio Genova Laboratorio Genova A dieci anni dal G8 Salvatore Palidda D ieci anni dopo. francamente. non solo ingenuo ma anche preoccupante poiché mostra che non ci si rende conto della portata di quella sperimentazione di gestione brutale della protesta sociale e politica. Un perché comprensibile. però. Sarà l’effetto tremendo della . tante persone chiedono ancora di capire il perché della terribile violenza e delle torture che una parte delle polizie si accanì a infierire sui manifestanti contro il G8 di Genova. Come se tutte le brutalità.

sugli abitanti della Val Susa o quelli delle zone delle grandi opere come la gronda di Genova angosciati per l’amianto che si sprigiona mettendo a soqquadro i terreni dove vivono. in Germania. gli studenti. gli insegnanti e i ricercatori che la signora Gelmini considera terroristi o quasi perché si permettono di essere ostili alla sua «riforma». ricordiamoci delle botte inflitte ai terremotati dell’Aquila andati a Roma per gridare al governo la tragedia in cui sono stati abbandonati. i NodalMolin. i pastori sardi. Ricordiamoci dei numerosi episodi di accanimento di una parte delle polizie ma anche di padroncini e caporali su operai in lotta. Insomma. a Londra. Sul G8 di Genova.org/).processig8. quanti sono stati gli episodi del genere e non solo in Italia (si pensi alle polizie scatenate contro le lotte sociali o ambientaliste in Spagna. di video. gli abitanti di Quirra. su abitanti disperati per il dilagare del cancro nel loro quartiere a causa delle discariche di rifiuti tossici. in Francia e altrove). i NoPonte. la quantità di scritti di ogni sorta. Ma nessuna ricerca dotata di sufficienti risorse è stata avviata mentre gli ingenti fondi delle ricerche europee sono .Laboratorio Genova narcotizzazione o della «memoria corta» che producono i media. di reportage e la mole degli atti giudiziari è quasi sterminata (vedi http://www. di immagini.

un caso unico. Il G8 di Genova non fu. non solo il coacervo di sfortunatissime coincidenze di errori e atti maldestri in una sciagurata congiuntura. La direttiva era di distruggere lo slancio che da Seattle in poi aveva alimentato un movimento mondiale antiG8 che aveva conquistato una popolarità planetaria anche nei ceti medi e persino in una parte della borghesia. È esattamente questo che è apparso inammissibile per un dominio globale che pretendeva e pretende agire in libero arbitrio usando le polizie per schiacciare la protesta antiG8 e dopo ogni mobilitazione di dissenso. una «eccezione». Eravamo già nel contesto della guerra che dopo l’11 settembre i . Purtroppo quasi nessuno capì ciò che produceva e avrebbe prodotto questo frame che si forgiava sin dalla fine degli anni Settanta. fu l’esito prevedibile di una molteplicità di atti e comportamenti anche casuali ma comunque condizionati e orientati dal gioco di attori forti all’interno di un frame che spiega appunto tale esito. quindi.Laboratorio Genova destinati soprattutto a ricerche embedded. un «incidente» della democrazia. Il G8 di Genova fu il momento più esasperato della sperimentazione neoliberale-neoconservatrice della gestione violenta della protesta in un paese cosiddetto democratico[1]. cioè per migliorare le capacità repressive militaro-poliziesche.

Laboratorio Genova neoconservatori fanno diventare permanente e totalizzante. Fu allora «normale» che la destra arrivata al governo proprio due mesi prima dell’evento genovese si sentisse in «diritto» e in «dovere» di fare molto di più di quanto aveva già fatto il centro-sinistra.it). La Rma (Revolution in Military Affairs) riguardava anche una «rivoluzione negli affari di polizia». in particolare dei D’Alema e Bianco. sospensione dello stato di diritto democratico. Così. arrivano anche dirigenti di polizia noti per i loro metodi assai muscolosi e deontologicamente sui generis in operazioni antimafia o antiultrà o in sgomberi dei rom a Roma. Militarizzazione del territorio.ilariaalpi. i manifestanti e la protesta antiG8 sono trattati come fiancheggiatori o analoghi del «nemico assoluto» («Stati canaglia»e terrorismi o – a parole – le mafie) non certo secondo la prassi della gestione pacifica e negoziata delle mobilitazioni nei paesi detti democratici. ossia l’ibrido militare-poliziesco che configura la cosiddetta polizia globale[2] e quindi le sue pratiche. allora. campagna mediatica terrorizzante: qualsiasi deroga alle norme dello stato di diritto . troviamo a Genova unità speciali e quegli ufficiali particolarmente che si sono già distinti nella stessa zona dove militari italiani hanno torturato somali e dove sono stati trucidati Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (vedi http://www.

org e i rapporti annuali di Amnesty). i «vigili» parmensi che si «divertivano» su Bonsu. fra altri. compresa la tortura che in Italia resta ancora oggi un reato soggetto solo a lievi pene (come lesioni.osservatoriorepressione. e ne beneficeranno ancora gli autori di tale genere di trattamento nelle carceri. se accertato) quindi rapidamente prescrivibili (ne hanno beneficiato. delle violenze vigliacche e persino delle torture al G8 di Genova non indusse le autorità politiche e amministrative italiane neanche a esibire qualche capro espiatorio nonostante una palese analogia fra la caserma Ranieri di Napoli. questo fatto appare però ancora più plateale nel caso italiano. nelle varie sedi delle polizie. la Diaz. anche a prescindere del cosiddetto «processo breve») (vedi www. piazza Manin. Lo scandalo planetario degli abusi. nei centri espellendi ecc. i responsabili di torture a Bolzaneto[3].Laboratorio Genova democratico diventò legittima. . con la certezza dell’impunità se non del premio.. S ebbene comune a tutti i paesi (ovunque il potere legittima e tutela direttamente o indirettamente i suoi pretoriani e chi fa il lavoro sporco per difenderlo). L’asimmetria di potere e di forza spinse allora e spinge ancora parte delle polizie a scatenarsi senza remore e timori.

Ogni polizia perseguì autonomamente l’intento di annichilire i manifestanti senza distinzione. Non solo.Laboratorio Genova Bolzaneto. compresi quindi i pacifisti cattolici. Abou Graib e Guantanamo. Il dispositivo e la quantità di mezzi e personale messi in campo dalle polizie furono abnormi ma privi quasi di coordinamento per scelta deliberata. di fatto appare ormai abituale accentuando ancor di più l’impotenza di chi difende lo stato di diritto democratico così ridotto a pia illusione. Non fu casuale la libertà concessa ai Black Bloc che poterono realizzare alcune azioni dimostrative prive però della giustificazione che l’area più accreditata di questa componente proclamava sui suoi siti. in nessun paese fra quelli detti democratici membri delle polizie indiscutibilmente responsabili di atti violenti e anche ignobilmente vigliacchi (accanirsi a calci su un minorenne ferito a terra come fece un commissario anche lui promosso vicequestore) o che ostentano il credo fascista. tanto meno espulsi da tali istituzioni e sono persino promossi a cariche molto importanti. Questa prassi. non sono sospesi. esse servirono da alibi a . ma mai ammessa dei rispettivi comandi a causa dei conflitti e della competizione in particolare fra polizia di Stato e carabinieri. che ricorda appunto il totale libero arbitrio e la protervia degni di un regime fascista o mafioso.

commesse in quei giorni e non solo dei reati per i quali esiste la prova della loro colpevolezza.Laboratorio Genova quella componente delle polizie che aveva l’obiettivo di provocare disordine e violenze per legittimare la «mattanza». La lentezza e soprattutto l’esito dei processi di primo grado sono stati spesso una conferma di una giustizia apparsa sin dalla . sei di questi sono condannati a pene oscillanti fra i sette e i quindici anni (per qualche atto di distruzione e senza alcuna violenza a persone. Passata l’emozione. condanne rare anche quando si tratta di omicidi per non parlare di gravi danni finanziari. durante e subito dopo. presero spazio le denuncie degli abusi. prima del G8 hanno sostenuto la preparazione del massacro accreditando l’esasperazione dell’odio contro i «No Global» nei ranghi delle polizie e la paura dei benpensanti. riprese il coro contro i manifestanti violenti che nell’arringa finale della Pm (peraltro di Md) sembra una sorta di teorema ideologico (non inedito) secondo il quale venticinque manifestanti sono imputati come responsabili di tutte le violenze. Nell’ultimo processo. sanitari e ambientali provocati da colletti bianchi). Dopo dieci anni di processi i carabinieri e la guardia di finanza ne sono uscite indenni. Quanto ai media. invece. delle violenze ecc. distruzioni ecc.

Spagna o Germania non si sono sentiti gli anatemi contro le violenze dei giovani e a difesa dei «poveri poliziotti» che ci hanno rifilato i vati della giustizia italiana (fra questi Saviano) che non hanno mai speso una parola per il rispetto dello stato di diritto democratico da parte delle polizie (e di Stati come Israele) avallando così un giustizialismo che può praticare anche abusi «a fin di bene». di fatto i processi avallano il messaggio che le polizie hanno sempre ragione (vedi innanzitutto la legittima difesa per chi ha ammazzato Carlo Giuliani) e che non è ammissibile nessun gesto violento dei manifestanti neanche se di risposta a una inaudita e persino assolutamente illecita violenza poliziesca. solo con i processi d’appello si ha un parziale riscatto di una parte dei magistrati inquirenti. decoro e morale» del cittadinismo perbenista attraverso la tolleranza zero che colpisce i deboli. ordine. è la logica degli ossimori («guerre giuste» o «umanitarie») dei filosofi nipotini di quel Tocqueville che prescriveva lo sterminio degli algerini . igiene. In Inghilterra.Laboratorio Genova preparazione del G8 alquanto ossequiosa verso il potere e le polizie. le forze politiche e i leader d’opinione. È la logica dei nuovi alfieri della «legge. In Italia questo messaggio è talmente condiviso da fare l’unanimità di quasi tutti i media. prime vittime dell’insicurezza effettiva. Dopo dieci anni.

anche libertina. comunque. In altre parole. Da notare: le cosiddette indagini di vittimizzazione – molto costose – non sono altro che sondaggi telefonici su un campione di soli titolari di telefoni fissi e sono realizzati solo in italiano… così i marginali. c’è stata e c’è una ripresa straordinaria delle mobilitazioni nei paesi dominanti e ancor di più . è però reazionaria e quindi difende sempre a spada tratta polizie e poteri militari. mentre la destra. Tuttavia. quasi tutta la sinistra sembra diventata giustizialista e non si interessa al controllo effettivamente democratico delle polizie.Laboratorio Genova refrattari della civilizzazione francese. quasi tutti i politici cercano di accattivarsi la compiacenza. cioè i soggetti più suscettibili di essere vittime di abusi e violenze non sono mai «sondati» e non è prevista alcuna domanda sull’eventuale appartenenza alle polizie dell’autore di violenze. nonostante l’esasperazione dell’asimmetria di potere e di forza e l’indebolimento delle rappresentanze politiche e dei sindacati. gli immigrati – soprattutto «clandestini – e i rom. Il risultato è che l’Italia è il paese con meno rispetto dei diritti fondamentali sovente violati dalle polizie soprattutto a danno dei soggetti sociali più deboli. in un’Italia dove non c’è mai stata un’effettiva tradizione liberal-democratica (da non confondere col liberismo neoconservatore). dei quali.

si configura come una forza di fatto dipendente solo da gerarchie militari che dovrebbe svolgere un ruolo di gestione dell’ordine pubblico. a livello sovranazionale. in grado di non essere scalfito dalle proteste grazie all’accresciuta asimmetria di dominio alimentata anche dal forte indebolimento dell’opposizione parlamentare pervasa dai think thank liberisti. fatta con polizie militari che non si può dire brillino per trasparenza democratica. vedi A. mentre non c’è alcuna istanza politica sovrana. Ma la pretesa liberista di una gestione violenta del dissenso che scarta ogni negoziazione a favore di una gestione pacifica non può più durare. Finora. in Egitto e altrove. I ntanto.eu.eurogendfor. Tuttavia la dinamica collettiva rinasce: una parte crescente della società non sopporta più le conseguenze del liberismo. il potere dei paesi dominanti appare «blindato» o «immunizzato»[4]. si forma una «gendarmeria europea» (www. Anche fra gli addetti ai lavori .Laboratorio Genova negli altri paesi come mostrano le rivoluzioni in Tunisia. ossia di intervento contro manifestazioni e rivolte. Iacuelli) totalmente ignorata non solo dalla pubblica opinione ma anche dai parlamentari considerati democratici. Ciò che inquieta è che questa Eurogendfor.

È alquanto illusorio che si possa andare verso un nuovo New Deal (come sembrava aver fatto credere la vittoria di Obama). delle ecomafie ecc. ma appare comunque impossibile che la maggioranza della popolazione subisca passivamente gli esiti devastanti delle politiche liberiste e la protervia di poteri spesso ignobili.Laboratorio Genova ci si rende conto che da vent’anni le polizie sono troppo distolte da molti loro compiti e competenze assolutamente indispensabili per la loro stessa sopravvivenza come istituzioni sociali che hanno per forza bisogno di un minimo di consenso popolare o quantomeno di una neutralità da parte della società. degli infortuni e malattie professionali. Il risultato è l’aumento delle economie sommerse. Le pratiche di protesta e resistenza pacifica (ma non pacifista) viste sinora mostrano che l’asimmetria di potere può essere rovesciata – anche se . Si produce così ancora più insicurezza reale ma occultata dal discorso dominante sulle insicurezze e paure attribuite agli esclusi o «sovversivi» da perseguitare. la congiuntura neoconservatrice è destinata a chiudersi anche se le séquelle dureranno a lungo. Probabilmente. dell’evasione fiscale. dell’inquinamento. Come nell’avenue Bourghiba di Tunisi e a piazza Tahrir. a Puerta del Sol (Madrid) e già in altre piazze europee si sta innescando una nuova speranza.

. [1] Si veda L. Id.. 33-50. 2008. ottobre 2001. pp. DeriveApprodi. di estremismi. «Le Monde Diplomatique». Appunti di ricerca sulle violenze delle polizie al G8 di Genova. Calandri. Bolzaneto. Torino 2011. Bollati e Boringhieri. Roma 2008. Roma 2010. Palidda. [2] Si veda A. III. Mastropaolo. Pepino. 5. Le nostre guerre. le istituzioni. Rapporto Annuale 2001. La democrazia è una causa persa? Paradossi di un’invenzione imperfetta. pp. 1. 2001. [3] Si veda M. Genova e il G8: i fatti. vol. «Studi sulla questione criminale». Obiettivo. «Questione giustizia». né di leader o di grandi organizzazioni tradizionali.Laboratorio Genova parzialmente e momentaneamente – con un agire politico di massa senza bisogno di eroismi. Dal Lago. La mattanza della democrazia. L’Italie saisie par la tentation autoritaire. manifestolibri. Amnesty International. S. 881-915. la giustizia. [4] Si veda A.

Disobbedisco.Laboratorio Genova Emilio Isgrò. Convento del Carmine. Marsala Altri percorsi di lettura: Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. 2010. Performance. barbari contemporanei .

Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto .Laboratorio Genova Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.B.

Laboratorio Genova Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Torna al menù .

Stay human Stay human Luigi Nacci In memoria di Vittorio Arrigoni Ed un giorno ti chiedi che cosa sto a fare tra questi limoni avariati I pensieri si sfaldano scorrono lungo le tempie fluiscono a terra Come fare a resistere a opporsi alle forze che premono e opprimono i corpi Sollevare le frane ridurre gli attriti invertire le rotte dei crolli I capelli diradano scadono lungo le spalle ostruiscono i fori Ti rovesci conficchi la testa nell’acqua scompari trattieni i respiri Inspirare espirare inspirare espirare inspirare con occhi e polmoni Dare fuoco agli specchi evacuare gli scarti incitare i batteri alla lotta Ed un giorno svegliandoti chiedi che cosa sto a fare tra questi limoni .

Stay human Ti ribalti consulti le mappe sigilli i cassetti consegni le chiavi agli spettri Camminare sui bordi procedere a passo spedito schivare i saluti Come fare a saltare i fossati a planare sui fiumi a danzare sugli argini Le caviglie si flettono i tendini bruciano i piedi si sciolgono al sole Dove andare se ovunque tu vada nessuno ti attende Quante sono le strade da perdere prima di perdersi Ed un giorno svegliandoti chiedi che cosa rimane Di tuo padre tua madre non puoi ricordare i sussurri Con chi fare l’amore a chi offrire le tue solitudini Sono lunghe le notti al mattino a che cosa assomigli Come fare a distinguere i morti dai vivi Come adempiere al compito di umanizzarsi Estratto dal film Solo Limoni. Shake edizioni. 2002 Altri percorsi di lettura: Emilio Isgrò Disobbedisco . a cura di Giacomo Verde e Lello Voce.

Stay human Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Torna al menù .

che impedisce lo svolgimento del dibattimento. circa due anni dopo che a Genova era accaduta Genova. Mario Placanica. Nel mandare assolto Placanica. Nessun processo sarà celebrato. il giudice Daloiso fa ben di più che riconoscere il diritto alla legittima difesa. due anni dopo che le Torri erano crollate sulle Torri.L’eccezione divenuta norma L’eccezione divenuta norma Lello Voce E ra l’inizio dell’autunno del 2003. in cui la legittimità della reazione non è subordinata al limite . il carabiniere che ha assunto su di sé la responsabilità dell’omicidio di Carlo Giuliani. Cita l’articolo 53 del Codice Penale e dice che «non si tratta della legittima difesa. è assolto da tutte le responsabilità in sede di discussione preliminare. In quella sentenza. ma di un potere più ampio. sta nascosta la ragione vera di quel grande esperimento di repressione violenta di massa che è stata Genova 2001.

era a Genova. dopo che già a Goteborg un Ministro aveva ordinato di sparare sui manifestanti (Scajola non sarà da meno. e soprattutto. disastro ferroviario. In attesa di Genova. Sta in quelle righe l’esplicitazione di quella che oggi chiamerei l’esemplarità di Genova. sommersione. far capire a tutti che così sarà.L’eccezione divenuta norma della proporzione con la minaccia». a norma di Codice. Genova era stata solo l’ultimo anello di una catena di esperimenti sempre più spudorati di uso della violenza per la repressione delle proteste di piazza. L’articolo c’è. basta saperlo interpretare in modo argutamente estensivo. Fa niente che quell’articolo. vada applicato solo nel caso in cui si tratti «di impedire la consumazione dei delitti di strage. almeno a suo dire). anzi essa può più semplicemente essere giustificata dal «fine di adempiere a un dovere d’ufficio che qualifica la sua condotta». come me. l’akmé raggiunta. quelle righe suonavano come un’agghiacciante confessione. in una serie di caserme italiane si era svolto un training accurato. rapina a mano armata e sequestro di persona». omicidio volontario. dopo la prova generale di Napoli. Ci scapparono addirittura i . Per chi. disastro aviatorio. d’ora in avanti. di naufragio. con le forze di polizia sguinzagliate all’inseguimento della folla terrorizzata.

L’eccezione divenuta norma feriti negli scontri simulati tra truppa e ufficiali. tanto quanto un rastrellamento. ci rendemmo conto per primi che in piazza Alimonda erano presenti ben due ufficiali dei carabinieri che erano già a Mogadiscio. ma di disordinare le «truppe» avversarie e sterminarle. infatti. senza lasciare alcuna via di fuga. militare. quasi fosse una colonna nemica. per spezzarlo a metà. oramai schiettamente sudamericana. indagando sulla morte di Carlo Giuliani. M ilitare è. ci stupimmo e con noi si stupirono in molti. nei giorni dell’omicidio Alpi. militare l’attacco al corteo di sabato. Militare è lo sgombero di piazza Manin. . il preordinato massacro della Diaz. mostro ibrido in cui tutori dell’ordine e militari si danno la mano. I famigerati Ccir stavano per fare la loro entrata in scena. Quando. prologo improvvido alla futura polizia europea. al comando del Distaccamento di polizia militare del Porto. dove si spazzano via con violenza inaudita centinaia di persone inermi. fuoco d’artificio finale di una pirotecnica gestione dell’ordine pubblico. la tecnica utilizzata per travolgere il corteo delle Tute Bianche su via Tolemaide. con lo scopo. insieme con il web-nick Franti. attaccandolo contemporaneamente su tre lati. non di riportare l’ordine.

o Mogadiscio era lo stesso. a comandare in quelle camerate dove faceva bella mostra di sé un vessillo di Salò. uno di loro a Nassirya. tra le braccia della violenza fascio-liberista.L’eccezione divenuta norma In effetti non c’era da sorprendersi. decine di delitti per «ordine pubblico». benaccolto dai suoi soliti famigli. ma ad attaccare. Loro erano lì non a difendere. mani e piedi legati. stavano lì a garantire la sincerità della malafede di tutti coloro che si esibivano nel teatrino della politica italiota. Nessuna meraviglia per me. Che tutto ciò avvenisse proprio in Italia in fondo era ovvio: dove altro sarebbe potuto accadere? Il tic oscuro dello Stato liberale. Genova. Anni di stragi impunite. dunque nel ritrovare. a mostrare a tutti come fare per stroncare la protesta di masse ormai troppo numerose e decise per non costituire un pericolo per il neocapitalismo globalizzato e ultraliberista. lo riportava sul luogo del suo primo delitto. Ingenuo era chi credeva che i corpi d’élite delle missioni di peace keeping sarebbero stati utilizzati a protezione della zona rossa e dei leader mondiali. anni dopo. quello che lo consegna. .

obbedire agli ordini. Quello dei torturati e quello dei torturatori. ha permesso il normalizzarsi di violenze su violenze. in scala minore. certo. Il giudice Daloiso aveva capito tutto. Sorta di Gattopardo globale. L’articolo 53 C. l’immaginario collettivo ha digerito e messo in circolo anche Genova. . ma non meno impressionante. La giustificazione sarebbe stata la solita: svolgere il proprio dovere. Ubbidire agli ordini. insomma. anche se poi. Il fantasma di Genova. ha agito da babau per ogni tentativo collettivo d’opposizione radicale. Non appaia retorico ed esagerato: è la stessa solfa udita a Norimberga. compiere il proprio dovere.L’eccezione divenuta norma I moderati sono troppo spesso. con il suo essere esageratamente «esagerato». Da allora cos’è successo a questa Ytaglia? Tutto sembra cambiato. tutte le responsabilità sarebbero sparite come neve al sole. i garanti dell’esercizio tranquillo e smodato d’ogni estremismo poliziesco. anche se non è cambiato nulla. qui da noi.P.. nel risalire un’infinita e nebbiosa catena di comando. come sempre. ha innescato un processo letale di «fascistizzazione» degli apparati repressivi dello Stato di diritto.

A piazza Alimonda fa eco sinistra il cadavere massacrato di Aldrovandi. nella sala operativa dei carabinieri. a dirigere con il suo fido on. . in nome dell’Italia unita e risorgimentale. fucila i garibaldini in Aspromonte. coerentemente. A Bolzaneto segue.L’eccezione divenuta norma Le Zone Rosse si sono moltiplicate. l’Ospedale Pertini. dove si lascia morire Cucchi scrollando le spalle. un interlocutore privilegiato per certa sinistra. quello che. Ascierto i movimenti delle truppe sul campo di battaglia e che per primo ci mise la faccia per giustificare l’omicidio di piazza Alimonda. La violenza di massa un gadget portatile per qualsiasi divisa. come suo nipote Tancredi. che a Genova era a Forte San Giuliano. Il principe di Salina non può che uscire di scena: il futuro è tutto per chi. quelle a cavallo delle ruspe in Val di Susa. alle cariche con i blindati a corso Torino. Molecolarizzate. E così Fini. L’eccezione è divenuta norma. può passare oggi come un custode affidabile della nostra democrazia. sa interpretare lo spirito dei tempi nuovi.

B. barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.L’eccezione divenuta norma Altri percorsi di lettura: Pier Aldo Rovatti Noi. Zorzoli La spinta al cambiamento .

L’eccezione divenuta norma Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Torna al menù .

i barbari fossimo noi? Tempo fa. invece. e spesso il loro passaggio dalla clandestinità alla legalità non basta a renderli «visibili». che siano «gli altri». L’identificazione più diffusa. sul quotidiano «la Repubblica». oggi in Italia. barbari contemporanei Riflessioni sull’anomalia italiana Pier Aldo Rovatti C hi sono i barbari? Si dice. Si dice.Noi. Baricco sosteneva che «i nuovi barbari» sono gli uomini e le donne che attraverso internet hanno imparato a navigare alla superficie delle cose evitando le secche della falsa profondità. è che i barbari siano gli immigrati. si è svolto un dibattito tra Alessandro Baricco e Eugenio Scalfari. E se. di solito. Scalfari proponeva maggiore cautela e invitava a riflettere sul nostro . che arrivino da fuori e non abbiano volto. anche. barbari contemporanei Noi.

Ricchezza materiale e godimento connesso. e ora sono diventati un fantasma difficile da esorcizzare anche da parte di chi ha conservato qualche riserva di spirito critico. Per me. che nessuno possa ritenersi immune da un modello di vita caratterizzato dai valori della ricchezza materiale e dal successo personale. contiene i tratti della barbarie contemporanea. anche se alcuni si sforzano di conservare zone di luce. una gelatina. che chiamo «anomalia italiana».Noi. Una nebbia. dal discorso pubblico alle forme delle esistenze individuali. promossa con successo dallo stile attuale di governo. l’imbarbarimento corrisponde alla sottocultura ormai diffusa e omologante. per i quali le regole democratiche sono percepite come un ingombrante ostacolo che . e dal godimento (reale o solo desiderato) di questi cosiddetti valori. Accolgo in linea di massima questa seconda indicazione e credo che la proiezione contenuta nella prima sia un lusso intellettuale che non ci possiamo permettere. Tratti che vengono da lontano: li aveva anticipati Pier Paolo Pasolini parlando di mutazione antropologica. infatti. barbari contemporanei imbarbarimento. Penso. perché quasi nessuno sfugge a tale nebbia. i barbari. una colla che sembrano avvolgere tutto. Siamo noi. Questo consenso sottoculturale.

Noi. è stata considerata alla stregua di un incidente di percorso. nessun cittadino «normale» può dichiararsi a favore . Tutti avrebbero l’opportunità di trasformarsi in furbi imprenditori di se stessi. Non so se la parola «fascismo» possa ancora essere usata con profitto. grazie all’intraprendenza individuale e soprattutto grazie alla «furbizia». Ma ora si tratta non di definire. Per aggirare l’ostacolo delle regole e quindi della legalità democratica era appunto necessario smontare la democrazia dicendo che lo si faceva nel nome della democrazia e della libertà. di certo si tratta di una specifica variante di ciò che Michel Foucault ha chiamato biopolitica. per i quali la magistratura è diventata un soggetto così rilevante (e così ferocemente combattuto) in Italia. barbari contemporanei occorre saper aggirare. L’impressionante sequenza di fenomeni di corruzione. anche a chi sente il peso dell’immiserimento materiale. dove agire (nella neolingua oggi diffusa) significa realizzare il modello di vita dominante. quanto di descrivere con pazienza il fenomeno. dunque bisogna snellirle. dote antica del carattere italico promossa ora a standard sociale. anche a chi è svantaggiato dalla propria condizione di razza o di genere o di età. se si vuole «agire». Naturalmente. Il monito è rivolto a tutti. Le regole appaiono inceppate dalla loro macchinosità.

che viene ogni giorno demotivata nella testa del cittadino come giro vizioso. barbari contemporanei della corruzione. ma oggi il crimine della corruzione viene derubricato nell’opinione comune a reato secondario e di scarso interesse. per conficcarsi come un chiodo decisivo nella scena istituzionale italiana. Quanti decreti e leggi cosiddette ad personam (e talora ad . Il modo di pensare complessivo che ne deriva è l’abitudine. Così. l’accettazione e talora l’elogio delle strategie della furbizia. «scendono in campo» i più ricchi e potenti. motivate dall’interesse personale e avallate dalla logica aziendale del modello fungente di governo. non c’è bisogno di risollevare ogni volta la questione cruciale del «conflitto di interessi» che accompagna la persona di Silvio Berlusconi fin dalla sua entrata in politica. all’inizio degli anni Novanta e che. è ridotta a spettacolo per i gonzi. la cosiddetta classe politica. anzi. Ne consegue uno snaturamento della pratica politica. che affolla i talk-show televisivi. senza che le opposizioni politiche (nei periodi in cui sono state al governo) abbiano saputo. allontanamento dall’obiettivo. affrontarlo alla radice. ha sollecitato quella stessa «discesa». perdita di tempo. o forse voluto. Perché mai un giovane dovrebbe mettersi in politica? Lì. semmai. e non è un caso che manchi ogni ricambio generazionale. Come si vede.Noi.

la preoccupazione primaria del premier è quella di tutelarsi dalla presunta aggressività del comparto giudiziario. e sono una minoranza coloro che avvertono la necessità di correggerla. tanto che l’anomalia è diventata normalità culturale. Né c’è bisogno di ricordare che tale «conflitto di interessi» riguarda soprattutto la gestione dell’informazione televisiva. attraverso scudi istituzionali e con il dichiarato tentativo di addomesticare ex lege l’autonomia della giustizia stessa. Sempre meno si ha la . principale fonte per costruire il consenso politico e culturale. il vecchio Marx basterebbe per capire come la proprietà dei mezzi di produzione si associ da noi in modo perverso con la leadership politica. e trasformato soprattutto in una macchina elettorale o in un’ininterrotta pratica di acquisizione mediatica del consenso. Da tempo in Italia viviamo in questa situazione anomala di conflitto di interessi.Noi. barbari contemporanei aziendam) si sono succedute in questi anni? Ancora adesso. Anche ridotto in pillole. in presenza di problemi macroscopici nell’ambito dell’occupazione e con una condizione sociale sofferente. Il monopolio dei media costruisce una cultura della sudditanza in uno Stato sempre più assimilabile a un’azienda. producendo effetti che qualunque democrazia considererebbe anomali.

C os’è. barbaro. che fa appello a una sorta di «coraggio della verità». stando così le cose. La proiezione di questo cliché nella persona stessa del premier è diventato un fenomeno identificatorio generalizzato che oltrepassa la coscienza «politica» dei singoli. da parte dei più. e non sembra per ora in grado di fabbricarne dei nuovi. . barbari contemporanei sensazione che si tratti di una pratica perversa – come se si fosse digerita. L’unica battaglia possibile resta una lotta a tutto campo contro una barbarie che ha preso dimora nelle anime di ciascuno. dunque. l’idea che interesse privato e interesse pubblico siano tra loro intrecciati e procedano insieme in modo quasi fisiologico. si tratti per ogni cittadino di cavalcare – o almeno «vivere» – questo intreccio in maniera da ricavarne il maggior premio individuale possibile. La residua consapevolezza critica si viene così a trovare in un’impasse:: non può retrocedere verso modelli oppositivi. E che.Noi. Questo atteggiamento di «etica minima». quale è il sintomo più evidente del nostro imbarbarimento? È l’accettazione di una lingua (di una sottocultura) in cui privato e pubblico si mescolano in una medesima dimensione e si sovrappongono in un unico cliché di vita. che risultano storicamente consumati.

Come esempio. per dir così. non dando nulla per scontato. e spesso si sciolgono come un fragile moralismo di cui il giorno seguente non resta traccia. mentre nella sostanza non . la parola stessa «moralità»? Potremmo rispondere alla prima domanda dicendo che. o l’assenza. per noi oggi. Alla seconda domanda dovremmo invece rispondere. vorrei indicare la cosiddetta «questione morale». sì. Sono discorsi di facciata. Il senso di responsabilità nelle condotte pubbliche è oggetto di molti discorsi che ne lamentano il declino. le due morali devono costituire un’unità.Noi. e armarci di un’inabituale pazienza analitica nei confronti della soggettività che consideriamo ancora nostra. questi lamenti hanno piuttosto una verve retorica che un impianto pratico. ma che nei fatti questa unità ha un segno opposto rispetto alla tradizionale idea di «bene comune». Moralità pubblica e moralità privata fanno tutt’uno? E che peso ha. rifare tutti i conti. che la parola «moralità» ha perduto quasi completamente il suo peso. Dovremmo. sempre stando ai fatti. barbari contemporanei dovrebbe essere innanzitutto applicato a noi stessi in forma autocritica. Disarmarci di ogni pretesa di verità presupposta. dato che nessuno può «chiamarsi fuori» o dichiararsi immune dalla barbarie.

già diffusi tra gli individui. infine. Evasione fiscale. non squalificano l’uomo politico. e va da sé che simili comportamenti. quello che effettivamente agisce è un «cinismo» degli interessi di parte.Noi. favoritismo. estranea alla morale: scolorita la retorica. la recente scandalistica italiana fornisce un ricchissimo materiale. A conferma di tale cinismo pubblico generalizzato. cui viene oggi riconosciuto il carattere del vero valore da praticare. La scena pubblica sembra. Il cosiddetto «bene comune» viene degradato a eventuale epifenomeno o a un’utilità marginale (nella misura in cui si dimostra ancora capace di attirare consenso). e perfino abuso di potere. sono pratiche gradualmente sdoganate da qualunque interdetto morale. quando si decide ad alzare i toni in . Considerazioni analoghe si possono fare sul valore della dignità personale degli uomini pubblici. illegalità diffusa. il quale reagisce rivendicando per sé la vita privata che più desidera. ricevono una sorta di legittimazione popolare. Alcune vengono perfino elogiate dagli stessi governanti come pratiche ragionevoli e dunque consigliabili. Neppure la Chiesa. nonostante il rumore che sollevano e i giochi di ritorsione che innescano attraverso il dossieraggio organizzato. barbari contemporanei sembrano avere alcuna presa. Vita dissoluta e scandali sessuali.

con attenzione le cose. anche tu potrai avere una vita così».Noi. Qui è ben visibile il vero volto della barbarie. però. in una sottocultura televisiva e in un regime di potere che funziona . E si dirà anche che si tratta di un mondo falso. bensì di modelli da imitare e in cui identificarsi. barbari contemporanei difesa della morale. se mi imiti. se rischi. la controversia sulle intercettazioni telefoniche). né d’altronde sembra in grado di predicare con credibilità. ma occorre riconoscere che oggi il gioco tra vero e falso. La vita dissoluta di chi è ricco e politicamente potente è diventata oggetto di invidia generale. un’altra la mescolanza tra privato e pubblico viene assunta come dato storico e incontrovertibile. nel senso commerciale del termine. poiché non si tratta solo di azzeramento dei valori morali. Il privato gioca una partita doppia e contraddittoria: una volta si reclamano i sacrosanti diritti della privacy (cfr. il premier ha rincuorato i sudditi: «Se hai fortuna. viene ascoltata. falsificato. Certamente. Chi non desidera case sontuose? Chi non vorrebbe un mix esaltante di prestigio e sesso? O carriere rapidissime con garanzia di protagonismo? Con la sua biografia. Osserviamo. Quanti sono caduti in questa trappola? Quanti l’hanno davvero scansata? Si dirà che tutto ciò è il frutto di un’abile pubblicità.

Se quella della morale sembra oggi una battaglia persa in partenza. si è fatto così complesso da rendere molto ardua l’operazione critica che dovrebbe distinguere con nettezza il vero dal falso. e che dunque ne va essenzialmente del nostro stile di vita. ammesso che lo vogliamo fare. il sintomo più eloquente della nostra barbarie è l’estrema difficoltà in cui ci troviamo quando dobbiamo tracciare questa linea di confine. spesso con il nostro consenso. magari in modo automatico. quelli che dicono sì a questa colla. barbari contemporanei soprattutto attraverso questo medium. Da dove cominciare? Non abbiamo ricette politiche. ma senza di esso ogni mossa . cioè di qualcosa su cui ancora possiamo agire. Che è molto rischioso. però dobbiamo comprendere innanzitutto un punto: noi non siamo i soggetti passivi di un potere gelatinoso. Non è molto di più che una speranza. resta solo la possibilità di una linea minima di resistenza e di un livello di sopportazione invalicabile. sappiamo solo che la barbarie lavora dentro di noi. nell’inizio di una trasformazione culturale e nel coraggio di questo inizio.Noi. Forse. Se vogliamo trovare un poco di verità che riesca a orientarci. dovremmo forse cercarla nelle nostre vite. ne siamo piuttosto i complici. Una gelatina collosa ci attraversa. nella quale comunque riversiamo tutta la nostra civile indignazione.

Verona . Galleria Boxart. Noi. i barbari. Loggia dello Stivale. La sottocultura dominante. Milano.Noi. 2010. Emilio Isgrò. in corso di pubblicazione. (da “La Costituzione Cancellata”). Raffaello Cortina editore. barbari contemporanei sociale e politica potrebbe significare partire con il piede sbagliato. Dall’introduzione al libro di Pier Aldo Rovatti.

Noi. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso .B. barbari contemporanei Altri percorsi di lettura: Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.

barbari contemporanei Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Torna al menù .Noi.

notava Cohen. ma non troviamo una sola parola che ci permetta di capire cosa l’Unione europea voglia essere nel futuro. . troviamo molti riferimenti ai problemi debitori della Grecia o del Portogallo. Nei discorsi di Angela Merkel. gli europei si definiscono soltanto in virtù di un’intenzionalità. di un progetto.La fine del progetto europeo La fine del progetto europeo Franco Berardi Bifo Q ualche tempo fa sul «New York Times» Roger Cohen osservò che quel che fa più impressione nella situazione europea non è tanto il moltiplicarsi dei punti di crisi finanziaria quanto l’assenza di una visione strategica. non avendo un’origine etnica comune né un’identità nazionale omogenea. Nel suo Discours à la nation europeenne del 1933 Julien Benda osservava che. Non si può negare che nella seconda metà del ventesimo secolo gli europei abbiano saputo proporsi e realizzare dei progetti.

nei decenni della Guerra fredda.La fine del progetto europeo La fondazione dell’Unione europea. Nel nuovo secolo la classe dirigente europea. dopo i trionfalismi dell’allargamento a Est e il lancio della moneta unica non ha saputo proporre nulla se non un inasprimento delle politiche monetariste di cui il Trattato di Maastricht è la sanzione. Non credo che si tratti (soltanto) del decadimento intellettuale della classe dirigente europea (certamente Sarkozy non ha la cultura di Mitterrand né Merkel ha la visione di Brandt o di Kohl). fondata invece sull’identità e la storia. E più tardi. fondata sul diritto e la ragione e l’ispirazione romantica. il progetto europeo si è incarnato nel superamento della contrapposizione tra blocchi mondiali e nella liberazione dei paesi dell’Est dal dominio sovietico. nei decenni del dopoguerra rappresentava un progetto politico e culturale di immensa portata. Ma qualcosa di più profondo spiega l’inadeguatezza della classe dirigente europea: la crescente inefficacia della volontà politica di fronte alla complessità della . Si trattava di creare le condizioni per una pace duratura tra le due nazioni la cui rivalità aveva insanguinato la storia dell’Ottocento e del Novecento. la Francia e la Germania. Ma si trattava al contempo di superare la contrapposizione fra le due culture che animano la modernità del continente: l’ispirazione illuminista.

Ma l’esercizio della governance riduce l’intelligenza politica a mera esecuzione di paradigmi oggettivati nel funzionamento automatico delle strutture tecniche. incorporazione di automatismi decisionali di tipo tecno-linguistico. Al governo si è sostituita allora la governance. Non c’è più invenzione politica. . L’accelerazione e complessificazione dell’infosfera e dell’infoeconomia rendono oggi impossibile l’esercizio della decisione. del governo. amministrative. P er questo la politica europea non esce dal ciclo recessivo: il sistema economico si alimenta producendo bolle che spostano risorse verso la classe finanziaria. solo applicazione di dogmi trasformati in automatismi. se non la sua interezza. del controllo. e quando le bolle esplodono la classe finanziaria impone alla società di coprire i suoi debiti. del progetto. Ciò provoca naturalmente una riduzione delle risorse produttive e quindi l’aggravarsi della recessione e dell’impoverimento. e tecno-finanziario. finanziarie che hanno preso il posto della strategia.La fine del progetto europeo società delle reti. La politica moderna aveva la capacità di governare una porzione rilevante dei flussi comunicativi. della visione.

ma solo lo spostamento di ricchezza dalla società verso la rendita finanziaria. sul ridimensionamento o la devastazione delle strutture di civilizzazione? Il conflitto per il momento sembra mantenersi ai margini: i movimenti che si sono manifestati tra il 2010 e il 2011 in molte città europee non riescono a colpire i centri del comando. Le nuove assunzioni infatti hanno carattere precario. perché i centri di comando sono completamente deterritorializzati. Il carattere spiraloide di questa crisi si manifesta poi nella chiusura di attività produttive. Può durare indefinitamente un simile processo fondato sull’impoverimento.La fine del progetto europeo Gli indicatori economici tradizionali non spiegano più niente della condizione sociale. Quando invece l’occupazione recupera qualche punto si parla di ripresa. e impongono condizioni di sfruttamento sempre più gravose. Ma non si tratta affatto di una ripresa. e quindi nei licenziamenti. Né d’altra parte riescono a darsi una continuità sufficiente per mettere in moto un processo di . Quella che i giornali finanziari chiamano ripresa è in effetti uno spostamento del lavoro verso condizioni di tipo precario o semi-schiavistico. intangibili. inafferrabili. dal punto di vista del lavoro. sottopagato. L’espressione «ripresa» (recovery) non indica per nulla un allargamento della ricchezza sociale.

e le componenti residuali di una sinistra agonizzante – non produrrà certamente l’immaginazione necessaria per uscire dalla spirale di crisi finanziaria e impoverimento economico. che al momento sembra avviarsi verso un declino e forse anche uno sgretolamento da cui possono emergere i peggiori mostri. Forse soltanto una rivolta prolungata della generazione precaria e cognitiva. capace di congiungersi nelle piazze con la rivolta degli operai industriali colpiti dalla crisi. La acampada general spagnola di maggio lascia intravvedere la prospettiva di una rivolta generalizzata in forme simili a quelle che abbiamo visto nelle piazze arabe di gennaio e febbraio. Il ceto politico europeo – le componenti neoliberiste. Manca drammaticamente una visione d’Europa. potrà rivitalizzare l’Unione europea. .La fine del progetto europeo trasformazione solidale della sfera affettiva e della comunicazione quotidiana. quelle populiste. Soltanto dalla riattivazione autonoma della società una visione può emergere.

la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita . Csac. Il presidente Mao dorme. 1974. Università di Parma Altri percorsi di lettura: Dimitri Deliolanes Grecia.La fine del progetto europeo Emilio Isgrò.

0: Disney Co. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2. vs.La fine del progetto europeo Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio. Navy Seals Torna al menù .

«Ladri! Ladri!». hanno inveito contro il mondo politico. che di sera cercavano di uscire dal portone del Parlamento. trascinato in condizioni disumane fino a questo estremo lembo di Europa per trovarsi intrappolato e solo. sono stati aggrediti dagli assedianti. la «Boulè degli Elleni». ma alla fine sono una minoranza. di fronte al Parlamento. Più che la rabbia. Mai come in questo momento la classe politica incontra tanto disprezzo da parte dell’opinione pubblica. È là la Puerta del Sol. la fiera della miseria politica Dimitri Deliolanes I l sentimento dominante è la disperazione. Arrabbiati sono in tanti. Tutti gli danno ragione. Altri se .Grecia. Dal premier Yiorgos Papandreou fino all’ultimo immigrato afghano. la piazza Tahrir dei greci. senza possibilità di lavoro e senza una lira in tasca. Alcuni deputati. la fiera della miseria politica Grecia. Gli arrabbiati si sono radunati per lungo tempo a piazza Syntagma. Disperati lo sono tutti.

come l’ex premier socialista Kostas Simitis (quello che ha truccato i conti per entrare nell’euro) sono stati brutalmente apostrofati per strada. tutti sanno che l’unica via d’uscita dalla gravissima crisi greca passa attraverso la politica.Grecia. attraverso il parco adiacente. Altri. alcuni. il peso è di nuovo caduto sui contribuenti sicuri: lavoratori dipendenti e pensionati. che ha subìto un tentativo di linciaggio. . Kostis Hatzidakis. Dalla lotta all’evasione fiscale. Per non parlare del povero ex ministro dell’Agricoltura. È il Parlamento che deve ratificare d’urgenza quei provvedimenti che bisognava prendere già un venennio fa e che nessun governo ha avuto il coraggio di fare. ora deputato di centrodestra. la fiera della miseria politica la sono cavata fuggendo a piedi. Eppure. Prima ancora. Così. come il vice presidente del consiglio Theodoros Pangalos. Alla fine l’aumento c’è stato. il governo sperava di ottenere un aumento delle entrate del 19%. I soliti ignoti al fisco hanno continuato a rimanere ignoti e la sgangherata macchina delle imposte a girare a vuoto. con le torce in mano. ma solo del 7%. hanno ricevuto non solo insulti ma anche ortaggi. Le previsioni della finanziaria per il 2011 già alla fine del primo trimestre si sono dimostrate irrealizzabili. come sempre.

Tutti i grandi scioperi generali dell’anno scorso erano segnati dall’illusione. alimentata dalle incertezze del governo. Ogni governo sistemava là i suoi clientes e loro lo ricompensavano con il loro voto. la fiera della miseria politica Egualmente problematico si è dimostrato l’ambizioso programma di privatizzazioni previsto dalla finanziaria già a dicembre. competeranno sulla base delle loro proposte politiche e i sindacalisti rappresenteranno. se ne sono capaci. si spera. Dismettere aziende che danno lavoro a più della metà della forza lavoro dipendente greca non è uno scherzo. la situazione era sì grave ma rimediabile e c’era ancora spazio per una trattativa con i commissari della troika (Commissione europea. È una rivoluzione. in fondo. I primi a essere colpiti sono proprio i 300 deputati. Togliere le aziende pubbliche al controllo dello Stato significa perdere una grossa base elettorale. che. Bce e Fmi) che a scadenza . Che nessun deputato vede di buon occhio. Per non parlare della dirigenza sindacale della centrale unica Gsee. specialmente quelli dei due partiti che si sono alternati al governo negli ultimi 40 anni. i socialisti del Pasok e i conservatori di Nuova Democrazia. interamente eletta proprio grazie ai voti dei sindacati di queste aziende. Ora tutto questo deve finire.Grecia. per lungo tempo rimasti orfani. i lavoratori del settore privato. I partiti.

E già qualcuno parla della necessità di riformare la Costituzione . hanno gradualmente abbassato i toni. Di fronte alla freddezza dell’opinione pubblica. la fiera della miseria politica mensile ispezionano accuratamente i conti pubblici greci. Quest’anno invece è iniziato con la grande mobilitazione dei privilegiati: farmacisti che rivendicavano un tasso di guadagno esorbitante.Grecia. Ora è giunto il momento dei dipendenti delle aziende da dismettere. Inizialmente il governo aveva assicurato che tutti sarebbero stati riciclati nell’amministrazione pubblica. appositamente dedicato agli ex delle aziende ex pubbliche. In pratica. medici ospedalieri che esigevano il diritto alla bustarella. taxisti che pretendevano di poter imbrogliare i turisti. è arrivata la cattiva notizia: nessuna ricollocazione automatica presso gli uffici dell’amministrazione. il 15% della forza lavoro. Ma i signori della troika hanno posto il veto: già ora l’amministrazione pubblica greca risulta in esubero di circa 80 mila unità. lavoratori dei trasporti urbani che volevano mantenere la pioggia di incentivi. avvocati che non gradivano la concorrenza europea. molti di loro saranno destinati ad aggiungersi ai 700 mila nuovi disoccupati. Dove pensavano di collocare i nuovi arrivati? Così. agricoltori pagati per non coltivare niente. Qui le cose sono più serie. ma un nuovo concorso. a maggio.

la fiera della miseria politica in modo da permettere il licenziamento dei dipendenti pubblici. parecchio in fondo. Nel frattempo. Tutti sapevano delle grandi fortune esentasse accumulate di straforo ai danni dello Stato. E non basta ancora. In fondo. circa 50 miliardi fino al 2014. ma poco ci manca.Grecia. deve venire non dalle privatizzazioni ma dalla vendita pura e semplice degli assset dello Stato: spiagge. Non sarà la svendita delle isole dell’Egeo che auspicava tempo fa la stampa tedesca. terreni. Lacrime e sangue. Il grosso delle entrate. immobili. tutti sapevano come andavano le cose. miniere. Ma per quanto? E cosa ci sarà dopo? . colmo del paradosso. per sistemarlo per tutta la vita. le assunzioni clientelari continuano. U n simile progetto di risanamento dell’economia e di riorganizzazione dello Stato esige due cose: una chiara prospettiva di sviluppo e un amplissimo consenso politico. quindi. Ora il modello statalista-clientelare è arrivato agli sgoccioli e giustamente l’Europa esige che si volti pagina. Papandreou non dispone nè dell’uno nè dell’altro. Tutti aspiravano a piazzare qualche figlio o nipote in qualche impiego pubblico. Ed è questo che fa disperare i greci.

Eppure. con uno stato sociale «equo». rispettoso dell’ambiente. Gliel’hanno chiesto esplicitamente sia la . sono le profonde convizioni dell’ultimo rampollo della dinastia. se la Grecia paga il conto più salato. a maggio. Non è demagogia.Grecia. è sembrato piuttosto impanicato. il problema non è solo greco. le raffiche di svalutazioni del rating e i mal di pancia degli europei. Papandreou descrive la sua visione di un paese «normale». competitivo. ma anche l’opposizione. la fiera della miseria politica F in da quando è sceso in politica. il premier deve convincere non solo i riottosi membri del suo governo e del suo partito. Ma i centomila indignados greci che sbraitavano notte e giorno contro tutto e tutti a piazza Syntagma sanno che. cresciuto tra la Svezia e i campus americani in rivolta. con i conti che crollavano. Qual è questo mitico paese europeo in cui i giovani trovano lavoro? Dov’è lo stato sociale equo? Dov’è lo sviluppo competitivo basato non sulla compressione del costo del lavoro ma sull’innovazione tecnologica? È la Germania? La Finlandia? È questo il nostro destino? Dovremo trasformarci in paesi satelliti di Berlino (come la Croazia o la Repubblica Ceca) per evitare la monocoltura turistica? Magari cedendo i diritti dell’Acropoli alla Disney? Papandreou non ha le idee chiare. Anzi.

In pratica. di grande responsabilità nei momenti difficili. la fiera della miseria politica Commissione europea che parecchi ministri dell’Economia dei paesi creditori: ci vuole consenso prima di mettere di nuovo mano al portafoglio. La responsabilità più grave è caduta sulle spalle del leader di Nuova democrazia. Ha dato un’impronta populista e patriottica al partito conservatore. quella dei Mitsotakis. L’iniziativa l’ha presa il Presidente della Repubblica Karolos Papoulias. È stato uno spettacolo penoso. Ha assunto due anni fa la leadership del partito conservatore alla fine di una lunghissima faida con un’altra dinastia politica. Ora non gli pare vero di vedere i socialisti sprofondare nella crisi e non vuole fare sconti.Grecia. A fine maggio ha convocato i leader di tutti i partiti parlamentari e ha chiesto loro un piano concordato di politica economica. un rispettato ex resistente contro i colonnelli. la fiera della miseria politica. Antonis Samaras. da presentare in Parlamento a giugno. Ma Samaras non è stato all’altezza. La Costituzione attribuisce al capo del primo partito di opposizone un compito istituzionale. per niente disposto ad ascoltare e a discutere. Ognuno si è presentato con il suo discorsetto pronto. di contribuire con le loro proposte all’elaborazione del piano di medio termine. Al costo di .

La segretaria generale del Partito comunista (Kke) Aleka Papariga ha espresso le sue riserve sull’euro e sull’intergazione europea sotto la luce immortale del marxismo-leninismo e internazionalismo proletario. secondo alcuni. da buon cronista. Paradossalmente. Sullo stesso piano i due partiti della sinistra.4% vuole un . Risultati sorprendenti: l’82% dei greci si è dichiarato in favore delle privatizzazioni. di giovane deluso e arrabbiato. Karatzaferis. alla James Dean. Il giovane e promettente presidente della Sinistra radicale Syriza Alexis Tsipras ha recitato con convinzione la sua parte. il 44. I suoi elettori si prodigano alla caccia all’immigrato attorno al centralissima piazza Omonia.Grecia. saremmo usciti dalla crisi nello spazio di un anno!». l’unico che ha teso la mano al governo è stato l’ex giornalista Yiorgos Karatzaferis. leader della formazione di estrema destra Laos. ma lui ha capito che questa è un’occasione irripetibile per legittimarsi. aveva già in testa i risultati di un sondaggio pubblicato due giorni dopo sull’autorevole To Vima. la fiera della miseria politica proclami irresponsabili e anche un po’ ridicoli: «Se ci fossimo noi. Anche la sinistra vede solo i suoi interessi da bottega: incassare una porzione di voti dopo l’inevitabile crollo elettorale socialista.

7% considera «positivo» il controllo da parte della troika sulle finanze dello Sato. abbagliata forse dal rituale delle molotov incendiate da qualche migliaio di anarco-insurrezionalisti. la quale. Risultati che hanno smentito perfino la Cia. Finora. a marzo. ha redatto un rapporto allarmista. tutti i segnali indicano che la società greca difficilmente si farà trascinare sulla strada senza ritorno della violenza.Grecia. secondo cui la Grecia era alla vigilia di una «violenta esplosione sociale». la fiera della miseria politica governo di unità nazionale e il 52. in grado di portare il paese al XXI secolo. è una nuova classe politica. e con pieno diritto. Quello che i greci esigono. I traumi della guerra civile e della selvaggia repressione dei colonnelli sanguinano ancora. . Seppure con un decennio di ritardo.

Grecia. la fiera della miseria politica Emilio Isgrò. Seme d’arancia. Barcellona di Sicilia (Messina) . 1998. Piazza della Vecchia Stazione.

Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria .Grecia. la fiera della miseria politica Altri percorsi di lettura: Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio.

la fiera della miseria politica Christian Caliandro Propaganda 2. vs. Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Torna al menù .Grecia.0: Disney Co.

una dolcissima signora di mezza età portava una maglietta con questa scritta: «Non mi sono indignata per la truffa – siete sempre stati bugiardi Non mi sono indignata per il furto – siete sempre stati ladri Non mi sono indignata perché vi siete arricchiti alle mie spalle – siete sempre stati corrotti Ma ora svendete il mio paese – è questo che mi fa indignare». Prima si bombarda e poi si occupa. di fronte al Parlamento. Se si trovano ricchi giacimenti di petrolio. Se ci sono ricchi giacimenti di oro o di altri .La svendita La svendita Vassilis Vassilikos I n mezzo alla fiumana indignata a piazza Syntagma. Ma come si fa a svendere un paese? That is the question. La risposta è: ci sono tanti modi. allora non si svende.

Delfi. Verghìne e Olimpie. allora la maniera più efficace è una dittatura. si è guadagnato un certo sostegno popolare. con Partenoni. ha cercato di creare un rudimentale Stato sociale. Scientific Organisation se hanno invaso l’Iraq fregandosene perfino dell’Onu? È stato più prudente Obama in Libia. allora c’è un problema. Gheddafi ha investito una parte dei proventi del petrolio nel paese. Ma se un paese dispone solo di un passato. bisognerebbe chiedere il permesso all’Unesco. una guerra fra tribù rivali o altre soluzioni del genere. di regola. Innanzitutto ha incassato la luce verde dell’abulico Onu per un intervento umanitario e poi ha distribuito le carte dentro la Nato. Ma non sono forse Usa e Nato lo stesso sindacato? Il piano è inciampato sul fatto che Gheddafi non è Saddam. Così la luce verde è stata prolungata e interpretata come un permesso da usare a . Se ci sono materie prime preziose per l’Occidente. è da preferire un conflitto intestino. Questo passato ha fatto in tempo a diventare patrimonio dell’umanità e quindi. Ma forse i talebani hanno chiesto il permesso prima di distruggere i monumentali Buddha in Afghanistan? Oppure gli americani prima di saccheggiare il museo di Baghdad? E perché mai dovrebbero chiedere ora il permesso alla United Nations Educational.La svendita metalli preziosi. Cultural.

La svendita

piacimento, prima ancora di arrivare alle operazioni di terra ma si arriverà, statene certi, solo che non saranno chiamate di terra. Saranno anfibie. Come se non bastassero le nostre disgrazie, abbiamo anche il Fondo monetario internazionale che per la prima volta è sbarcato all’eurozona, grazie alla tedesca orientale signora Merkel, mai molestata dalla Stasi. Ma in questo caso c’è stato un imprevisto. La tenaglia si è rotta, perché la sua molla socialista si è improvvisamente sganciata ed è stata subito mandata al fresco in riparazione. Sono rimasti per ora solo gli europei a controllare con diligenza quotidiana la stretta osservanza dei Memorandum 1 e 2. Il rischio è che i sudditi della sottosviluppata Grecia non rispettino i patti. Ecco cosa intendeva la signora di mezza età con la maglietta durante la manifestazione a Syntagma sotto lo striscione Geoffrey go home e accanto al cartello «La piazza è gravida», mistero cosa partorirà. Un maschietto? Una femminuccia? Un mostriciattolo? O un angelo sterminatore?

La svendita

Altri percorsi di lettura: Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio, Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2.0: Disney Co. vs. Navy Seals

La svendita

Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia, la fiera della miseria politica Torna al menù

Spagna: l’invenzione della piazza

Spagna: l’invenzione della piazza
Appunti su acampadasol
Amador Fernández-Savater 20 maggio 2011[1] Un amico mi spiega che lo storico greco Erodoto era solito riassumere il suo metodo così: «Appunto tutto quello che non capisco». Erodoto appuntava tutte le sue riflessioni, segnava tutto perché nulla andasse perso. In questi «appunti di acampadasol» anche io mi propongo di prendere appunti su tutto quello che non capisco: i dettagli, le scene e le situazioni della acampadasol che mi suscitano interrogativi. Ma anche tutto quello che mi meraviglia, e quei fatti che sembrano evocare un nuovo pensiero e una nuova sensibilità del Politico che, a partire dall’11 marzo del 2004, alcuni di noi si sono proposti di indagare[2]. Riesco a rapportarmi a tutto quello che sta succedendo solo attraverso questa scrittura

Spagna: l’invenzione della piazza

frammentaria, la scrittura di un quaderno di appunti che porto sempre con me. «Puerta del Sol è la soluzione» Un’amica mi dice: «Non si tratta più di occupare le strade, quanto piuttosto di creare la Piazza». Me lo dice come a volermi segnalare una differenza decisiva. Bisogna capire questa cosa. Un’altra amica: «Sembrano tutti innamorati, guarda che sorrisi». Dal primo giorno ciò che mi colpisce moltissimo è la serietà della acampada, l’altissimo grado di maturità e di organizzazione. Ci sono caffè e cibo in abbondanza (molte provviste le portano gli abitanti di Madrid). Si sta attenti a che tutto sia pulito e si ricorda in continuazione che «questo non è un botellón»[3]. Giovedì erano stati adibiti un paio di spazi ad asili e c’erano molti bambini che giocavano e dipingevano. Nei gruppi e nelle commissioni che si riuniscono in ogni angolo della piazza ci sono livelli di attenzione eccezionali, come se fosse chiaro per tutti che a essere importante non è tanto ciò che ognuno di noi porta da casa, dalle proprie esperienze, quanto quello che riusciamo a creare

Spagna: l’invenzione della piazza

insieme. «Qui sì che si può vivere», dice qualcuno al mio fianco. Lo sforzo collettivo per prendersi cura di questo spazio costruisce per alcuni giorni un piccolo mondo abitabile dove tutti sono ammessi. È la stessa cosa che leggevamo mesi fa a proposito della piazza Tahrir al Cairo. «Non votare, twitta» La democrazia che vogliamo è ormai l’organizzazione stessa della piazza. Siano benedetti quelli che hanno deciso di stabilirsi in Puerta del Sol dopo la manifestazione. Pensavo che fosse stato deciso dagli organizzatori della manifestazione, ma sono venuto a sapere che non è così. È uno di quei fatti eccezionali che fanno sì che accadano cose contro ogni capacità di previsione. A me era arrivato un sms con la notizia all’una del mattino e non gli avevo dato importanza: «Non funzionerà», pensai. Devo lasciar perdere questo cinismo, è l’ingenuità a cambiare le cose. «Mi piace quando voti, perché sei come assente»

Spagna: l’invenzione della piazza

Gli stereotipi sono una strategia di governo. Si mette un’etichetta a quelli che protestano («antisistema», per esempio), e così li si separa da tutti gli altri, come se non avessero nulla in comune. Il movimento su questo esprime grande intelligenza: «Noi non siamo antisistema, è il sistema a essere contro di noi». Ottimo. Tutto quello che divide rimane fuori dalla Piazza: comprese le sigle e la violenza. Una discussione sulla chat di facebook: Io penso ancora che, forse è un’idea un po’ vecchia, twitter non è quello che succede, ma un modo per raccontare quello che succede. E non anche di organizzarlo? O, per dirla in un altro modo, twitter è interessante solo in combinazione con qualcos’altro Sì, sono d’accordo Però Puerta del Sol + twitter è interessante Quel più di potenza dei corpi… …e di una situazione del tutto aperta.

Spagna: l’invenzione della piazza

21 maggio 2011 00.00[4] Puerta del Sol stracolma di gente quasi fino a scoppiare lancia la sua sfida: «Adesso siamo tutti illegali». Quand’è che tanta gente tutta insieme si era ribellata contro la legalità con tanta allegria e tanta ragione? È stato un momento incredibile, per la storia di tutti e di ognuno di noi. «Riflettendo, stiamo riflettendo» (13 marzo)[5] Un dibattito ricorrente: Qualcuno sa a cosa servono le assemblee? Non sembrano in grado di prendere delle decisioni, e men che meno di metterle in pratica. Eppure sono molto affollate e animate, in generale c’è un livello alto di attenzione. Non funzionano come spazi di decisione, ma come luoghi dove circola la parola. Qualcuno mi dice: «Le assemblee sono inutili, ma molto belle». Belle proprio perché inutili? Mi piace andare da solo a Puerta del Sol. Perdermi, mescolarmi, curiosare, parlare con gli sconosciuti. Nel gruppo degli amici o con i compagni del collettivo uno si blinda di più. Esporsi all’anonimato.

Spagna: l’invenzione della piazza

I giovani che si muovono in Piazza sono incredibili. Dove sono i decerebrati, i consumatori egoisti e alienati educati con la paura e il castigo? Chi bisogna ringraziare per l’educazione di questi ragazzi? Un’amica dice: «Tutto quello che sta succedendo dimostra che siamo degli ottimi cittadini ma con dei pessimi governanti». Un twitt: XonwaXefar Xonwa Xefar So da fonte certa che in #acampadasol c’è gente che guarda serie piratate sui telefonini. Vogliamo questo futuro? Noallaviolenza! L’organizzazione di Puerta del Sol è un mistero. Non credo che qualcuno abbia una mappa neanche approssimativa di come funziona la Piazza. È chiarissimo quale sia l’utilità delle commissioni nell’organizzare un logistico assolutamente impeccabile. Ma al di là di questo? Molto è stato scritto sulla «logica dello sciame» che organizza alcuni comportamenti collettivi: assenza di un controllo centralizzato imposto; natura autonoma dei nodi e delle sottounità; alta connettività tra di loro; causalità in rete non lineare di uguali che

Spagna: l’invenzione della piazza

operano su uguali (come un’orchestra con molti centri). In ogni caso Puerta del Sol non sarebbe uno sciame, quanto piuttosto uno sciame di sciami. Da dove vengono le capacità di autorganizzazione che si stanno dispiegando in Piazza con tutta la loro potenza? Questi saperi hanno a che fare con l’attività lavorativa o con la vita quotidiana? A muoversi è sempre una minoranza. Ciò che conta è la relazione che si stabilisce con quelle che un amico, di cui sento molto la mancanza in Piazza, chiama «la parte immobile del movimento»: il resto della popolazione. In questo caso la cresta dell’onda è in sintonia assoluta con la base dell’onda. Basta stare a sentire i racconti di chi dorme in Piazza a proposito del sostegno che ogni giorno ricevono dagli abitanti di Madrid. Quali comportamenti e quali attitudini ciascuno di noi deve lasciare fuori dalla Piazza per riuscire a entrarci? Per costruire tutti insieme in Piazza un mondo comune? Quelli di noi che portano la maschera di V di Vendetta si salutano con fare complice: «Vinceremo». «Fuori tutti anarchismo». gli ismi: comunismo, capitalismo e

Spagna: l’invenzione della piazza

Con il passare dei giorni la composizione della Piazza è diventata intergenerazionale, ma non interrazziale. Un amico consola una donna che piange sotto il tendone «comunicazione». Intorno c’è tanta gente, anche alcune telecamere della televisione. Più tardi gli chiedo spiegazioni e mi dice che si trattava di una militante del Partido Popular che era venuta a vedere con i suoi occhi se qua in Piazza c’era solo qualche «poveraccio». Queste rotture emotive sono la prova migliore di quanto possa essere toccante tutto quello che sta succedendo. È non è l’unico episodio di cui sono venuto a conoscenza. Incontro molti amici militanti, persone esperte e con una storia alle spalle, che hanno conosciuto da vicino tutti i movimenti più interessanti degli ultimi 20 anni: disobbedienti, movimenti di okkupazione, antiglobalizzazione ecc. Sono felici, come tutti. La maggior parte di loro rimane ai bordi della Piazza e questo mi sembra un dettaglio significativo. Lo interpreto positivamente come un segno di rispetto per l’autonomia di ciò che sta nascendo. Gli amici argentini ci prendono in giro per la pochezza dei nostri canti: «Sono tutti ta-ta-ta, vi manca la cultura da stadio!».

anti. Un sms ricevuto alle 4. . È fulminante: «Per fare la storia».00 del mattino: «Siamo venuti al mondo per fare questo». anticapitalisti». Non mettersi a discutere circa il senso di quello che sta succedendo. unisciti a noi». Un amico mi dice che la Piazza non si può pensare nei termini della contrapposizione tra semplici curiosi vs impegnati. «Non ho bisogno di sigle per lottare» Chiedo a una ragazza sotto i 20 anni per quale motivo è in Piazza. di quelli che scandiscono: «A. tanto meno per chiarirne e determinarne il senso. Perché la Piazza la costruiamo tutti insieme. Tutto serve. quelli impegnati in una commissione e quelli che vengono a farsi un giro.Spagna: l’invenzione della piazza «Dietro un politico corrotto ci sono sei opinionistipersuasori» Catturano molto di più gli slogan che gridano: «Polizia.

[4] Alla mezzanotte del 22 maggio 2011 la giunta elettorale dichiarava illegali gli assembramenti. dopo l’attentato dell’11 marzo e le manipolazioni del Partito Popular. chiacchiere in compagnia. quel giorno ci sarebbero state le elezioni regionali. fumare. evitando di buttare via i soldi nei pub e nelle discoteche. [3] Un botellón è l’usanza diffusa tra i giovani spagnoli di ritrovarsi nelle piazze e nelle strade per bere.Spagna: l’invenzione della piazza [1] Gli «appunti di acampadasol» si possono leggere in versione completa sul blog di Amador Fernández-Savater [2] Si veda su Acuarela Libros. Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino . le persone si riversarono in piazza nel giorno dedicato alla pausa di riflessione pre-elettorale durante la quale sono proibite le manifestazioni politiche. [5] Il 13 marzo del 2004.

Pinacoteca civica. Sbarco a Marsala. Marsala Altri percorsi di lettura: Paolo Bertetto Barcellona 1936 . 2010. Installazione.Spagna: l’invenzione della piazza Emilio Isgrò.

Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia.0: Disney Co. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2. vs. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita .Spagna: l’invenzione della piazza Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio.

Spagna: l’invenzione della piazza Torna al menù .

il 19 luglio 1936 il colpo di Stato fascista dei generali Sanjurjo. Garcia Oliver e Abad de Santillan potessero immaginare. Ma ora cosa devono fare? Quali strutture di gestione. Federica Montseny.Barcellona 1936 Barcellona 1936 Anarcosindacalismo e autogestione Paolo Bertetto E sattamente tre quarti di secolo fa. come Buenaventura Durruti. quali organismi devono essere costituiti per organizzare la vita e il potere all’interno della città rivoluzionaria? E in che modo la gestione della città deve interagire con la guerra antifascista che si sta . Alla sera le milizie antifasciste formate soprattutto da proletari anarco-sindacalisti hanno il controllo della città. Mola e Franco è sconfitto a Barcellona in un solo giorno. La vittoria dell’insurrezione è stata ancora più facile e più clamorosa di quello che i dirigenti anarchici.

Alla macropolitica del potere statale si contrappone una micropolitica . una rete sistematica di consigli che crea nel vivo del tessuto sociale un insieme di micropoteri autonomi e coordinati. per iniziativa dei lavoratori e dei comitati di quartiere. era stata schiacciata dai militari prussiani. Riflettono dunque innanzitutto una logica di moltiplicazione dei centri di gestione nello spazio metropolitano. riprendendo in fondo la grande esperienza della Comune di Parigi. La trasformazione del potere centrale in un insieme di micropoteri sul territorio è la prima grande innovazione della rivoluzione catalana. I micropoteri hanno una duplice articolazione orizzontale e sono correlati in strutture di coordinamento.Barcellona 1936 sviluppando in tutta la Spagna e in particolare sul fronte dell’Aragona? L’esperienza di contropotere proletario organizzato a Barcellona dall’anarco-sindacalismo resta forse ancora oggi come l’ultima rivoluzione europea capace di inventare forme avanzate di potere popolare diffuso. E la sua versione tedesca delle esperienze rivoluzionarie dei socialisti di sinistra e degli spartakisti. A Barcellona l’organizzazione capillare della Cnt (Confederacion Nacional del Trabajo) – legata alla Fai (Federacion Anarquista Iberica) – costruisce dalla base. ispirati dalle teorie di Rosa Luxemburg.

sono affrontate e risolte dentro il vivo della lotta. . Il soggetto rivoluzionario collettivo non annulla le determinazioni individuali. per esempio. È un modello deliberato e forte di atomizzazione del potere che diventa trasformazione radicale della stessa idea di potere e subordinazione del potere centrale alla microgestionalistà diffusa. e non sono subordinate a una legge. a un partito. L’individuo non è negato come soggetto desiderante capace di affermare la propria libertà. a diretto contatto con i problemi e i bisogni della gente. Le regole della vita sociale e l’esigenza della disciplina. ma viene incanalato in una prassi che trova nel desiderio dell’altro non un ostacolo ma una possibile convergenza. L’emancipazione sociale delle masse subalterne è considerata come l’affermazione della libertad integral.Barcellona 1936 dell’autogestione sociale delle esigenze popolari legate al lavoro e alla modificazione dei rapporti interpersonali. Al dirigismo delle autorità statali e regionali si oppone un’organizzazione del lavoro e della vita dal basso. che non può essere cancellata in nome di una normativa universale. La combinazione di programma di socializzazione e affermazione della libertà integrale costituisce la scommessa difficile dell’anarchismo spagnolo. a un dover essere. ma punta a riassorbirle in un programma comunitario che riconosce la libertà del singolo.

ma di rilancio e di redistribuzione significativa dei beni. . prodotti sia in funzione delle esigenze belliche sia in relazione alle esigenze dei cittadini. E quello che è significativo è che l’economia catalana. Questi organismi determinano dal basso la collettivizzazione non solo dei mezzi di produzione. trova nella collettivizzazione non un elemento di freno o di confusione. dove la forza del movimento dal basso e l’insofferenza verso il dirigismo burocratico prevalgono (almeno nei primi mesi). Collettivizzazione è autogestione operaia effettiva. La sostituzione dello stato e dei burocrati di partito agli industriali che si era realizzata in Unione Sovietica. sottoposta alle enormi esigenze imposte dalla guerra. ma un processo di gestione diretta delle attività economiche da parte dei lavoratori. e non un insieme di gruppuscoli che praticano una controproducente violenza d’avanguardia. e quindi delle industrie grandi e piccole.Barcellona 1936 che è un grande movimento di massa. non si ripete a Barcellona. nonché delle grandi proprietà terriere nella campagna catalana ( e nella parte dell’Aragona liberata). La collettivizzazione realizzata non è una statalizzazione dell’industria. radicato nel sindacalismo più coraggioso. La rete dei microcentri di autogestione è costituita da due livelli di base. I consigli di quartiere e i comitati di autogestione.

al di là della costruzione delle microforme di gestione popolare diretta. come le donne e i bambini. che conducono una battaglia di emancipazione del mondo femminile all’interno del processo di trasformazione sociale. sono i primi a essere sostenuti da questo vento di liberazione e di trasformazione.Barcellona 1936 Inutile aggiungere che accanto alla collettivizzazione delle industrie si effettua un processo di socializzazione dei servizi sociali. Le milizie dell’anarco-sindacalismo hanno il controllo della città. Tuttavia. E i soggetti socialmente deboli. della medicina. Insieme cominciano a costituirsi i primi embrioni di organizzazione delle donne. i dirigenti della Cnt-Fai si trovano fin dalla notte tra il 19 e il 20 luglio ad affrontare un problema fondamentale. strappate al domino della chiesa cattolica. dell’educazione popolare. Cosa devono fare? E in primo luogo: cosa devono fare del governo catalano. retto da una coalizione di centro-sinistra guidata dal catalanista Companys? E come possono coordinare guerra al fascismo e . La rete di Mujeres libres si diffonde in tutta la Spagna e punta a limitare e in prospettiva a rovesciare il permanente machismo della società iberica. C’è l’idea di realizzare una micropolitica dell’emancipazione che investe tutti i gangli della vita sociale e la rete dei rapporti interpersonali.

in una posizione intermedia si collocano altri dirigenti. La guerra al fascismo viene quindi considerata l’obiettivo prioritario. nel contesto nazionale della lotta al fascismo e in quello internazionale della pressione degli Stati capitalistici.Barcellona 1936 rivoluzione sociale? Le posizioni che emergono nel movimento sono diverse e si possono così concretizzare: Durruti. per esempio Escorza. cui vengono subordinate le altre finalità. Secondo Garcia Oliver il Comitato centrale delle milizie antifasciste sarebbe dovuto diventare il nucleo di direzione rivoluzionaria. La sua posizione viene definita anarco-bolscevismo e implica la costituzione di un organismo rivoluzionario che assuma la funzione di dirigere il processo rivoluzionario. Abad de Santillan e Federica Montseny ritengono irrealizzabile il comunismo libertario. che invece vorrebbe che la Cnt-Fai prendesse il potere. smantellando le strutture tradizionali di governo (e innanzitutto la Generalitat catalana) e realizzando subito il comunismo libertario. Insieme l’instaurazione di un comunismo libertario avrebbe implicato l’esercizio di una dittatura da parte degli anarchici. che erano per principio contrari al dirigismo e all’autoritarismo. che sostengono il programma di . all’opposto si schiera Garcia Oliver.

costituendo il vettore trainante del progetto anarco-sindacalista. che avrebbe dovuto favorire le misure di collettivizzazione e la realizzazione progressiva del comunismo libertario. In ogni modo il programma della Cnt dell’estate 1936 punta a sviluppare la forza delle masse subalterne per concretare il processo rivoluzionario e si articola su più livelli di intervento. che si assume l’incarico di regolarizzare l’autogestione operaia già in atto. Da un lato la rete dei consigli di base che si è costituita nei quartieri e nei luoghi di lavoro è non solo rafforzata e coordinata. . ma viene organizzata e sancita da una serie di interventi legislativi ad hoc. Dall’altro la necessità di legare la guerra al fascismo con la rivoluzione sociale. che sono: innanzitutto il Comitato delle milizie antifasciste.Barcellona 1936 realizzare il processo rivoluzionario assumendo il controllo degli organismi esistenti e innanzitutto della Generalitat. che è di fatto un organismo rivoluzionario presentato come un organismo antifascista e il Consiglio generale dell’economia. richiede la costituzione di organismi funzionali al programma. La vittoria della prima posizione porta la Cnt a collaborare con il governo regionale di Companys e poi con il governo nazionale di Largo Caballero. formato da rappresentanti dei partiti e dei sindacati.

Barcellona 1936 Entrambi i comitati sono costituiti da vari membri in rappresentanza di posizioni politiche e sindacali diverse (dalla Fai ai comunisti prosovietici del Psuc. politici e non). L’autogestione. e agli altri organi del potere. Questa permanenza di una duplicità di poteri non affossa la spinta rivoluzionaria. ma crea problemi non indifferenti. dai socialisti ai catalanisti sino ai sindacati. anche se il peso degli anarco-sindacalisti è preponderante. La duplicità di poteri garantisce la permanenza dello sforzo rivoluzionario e impedisce l’appiattimento dell’operare delle masse proletarie più radicali sullo stato di tipo nuovo. I l dualismo di poteri garantisce anche la spinta socio-politica delle masse. che in parallelo si prendono carico di cogestire l’ordine pubblico. che diventeranno . Da un lato accanto alla polizia alla Guardia civil. l’Ugt social-comunista e la Cnt). Dall’altro si cominciano a costituire prigioni popolari. come il contropotere realizzato contro la Generalitat e lo stato. gli organismi guidati dagli anarchici si danno in ogni modo come l’altro sociale. È un passaggio importante che rafforza l’identità processuale e la forza delle classi subalterne. Con risultati non sempre felici (nell’estate è alta la media degli omicidi. si costituiscono milizie legate a sindacati e partiti.

come d’altra parte molte strutture di gestione dell’insubordinazione politica emerse nell’Occidente a partire dagli anni Sessanta e Settanta. Che cosa è rimasto dunque di quella esperienza? Poco sembrerebbe. caratterizzata dal superamento del partito egemone. Con la conseguente distruzione del programma anarchico rivoluzionario. i catalanisti e i socialisti di destra (non Largo Caballero che rifiuta ed è costretto alle dimissioni da primo ministro dagli inviati dell’Internazionale comunista. e dando il via alla distruzione dei neoleninisti del Poum (accusati di essere trotzkisti) e agli omicidi mirati. capo del Poum. hanno riflettuto una dinamica sociale e organizzativa. Nel maggio 1937 i comunisti. torturato e ucciso su ordine diretto di Stalin. Togliatti e Codevila) la Guardia civil e la polizia con il supporto degli agenti sovietici attaccano il contropotere anarchico nella città e impongono l’ordine uccidendo 500 anarchici e rivoluzionari. da Andreu Nin. dall’iniziativa dal basso.Barcellona 1936 la base della crescente repressione operata dagli stalinisti e dalla Guardia civil. dalla . Ma invero le forme di organizzazione che le recenti iniziative di lotta hanno presentato. ai dirigenti anarchici italiani Berneri e Barbieri. e della delega politica.

Forme di aggregazione e di lotta che hanno tentato di incanalare le dinamiche dei bisogni e dei desideri lungo prospettive nuove. inventando le iniziative di contrapposizione alle strutture istituzionali in maniera creativa. libertario e autonomo.Barcellona 1936 creazione di micropoteri alternativi. dalla diffusione sul territorio di esperienze autonome rispetto ai centri di gestione del potere. Esperienze di autogestione dell’iniziativa sociale. capace di cogliere e di interpretare le esigenze dei gruppi sociali come una finalità in sé. Modi di aggregazione della pluralità dei bisogni e dei desideri che non si riconoscono in un’astratta dialettica storica. . Certo più vicine a Barcellona 36 che alla tradizione bolscevica. ma producono dal basso la rottura sociale in nome di un nuovo materialismo.

Barcellona 1936 Emilio Isgrò. 1964 Csac. Volkswagen. Università di Parma Altri percorsi di lettura: Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino .

vs.0: Disney Co.Barcellona 1936 Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Torna al menù . Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia.

Il Presidente americano tiene un discorso che dura poco meno di dieci minuti e di cui è ancora visibile il video sul sito della Casa Bianca oltre che su YouTube. anche se è evidente il suo carattere tutt’altro che improvvisato. Alla fine dell’analisi dirò anche perché. Farò un’analisi abbastanza dettagliata di questo discorso considerandolo anche in quanto discorso orale poiché è stato scritto per essere detto e messo in onda. secondo me. Barack Obama dà l’annuncio alla nazione e al mondo che Osama bin Laden è stato finalmente localizzato e ucciso in uno scontro a fuoco.L’attore collettivo L’attore collettivo Microscopia di Barack Obama su Osama bin Laden Maria Pia Pozzato N ella notte fra il primo e il 2 maggio. vale la .

. Nella narratologia classica la glorificazione è quel segmento di sanzione finale in cui viene riconosciuto l’adempimento di un compito arduo e il ristabilirsi di un ordine che era stato spezzato. Poche parole sul video.L’attore collettivo pena di guardare con attenzione dentro prodotti di comunicazione così sofisticati. nessun politico o addetto di vario tipo. Questo annuncio alla nazione è per forza di cose un discorso di glorificazione. esattamente nel vano di una porta aperta incaricata di mediare simbolicamente fra lo spazio inaccessibile dell’istituzione e lo spazio aperto al pubblico. Il Presidente Obama fa la sua entrata in scena da una porta laterale in fondo a un corridoio della Casa Bianca. L’inquadratura è fissa sul Presidente che indossa una cravatta esattamente del colore della moquette del corridoio. In tutto il filmato non saranno visibili figure umane di mediazione: nessun giornalista. podio collocato in una posizione-confine assai indicativa. Sbuca da solo e con passo sicuro ma anche rilassato percorre il corridoio fino al podio da cui terrà il discorso. a ulteriore testimonianza del fatto che l’annuncio è stato studiato nei minimi particolari anche per essere un buon prodotto visivo. Tuttavia Obama parla con la sua nota voce baritonale senza mai alzarne il tono.

Eppure si tratta di una notizia che scatenerà di lì a poco festeggiamenti di massa. Questa sera posso riferire al popolo americano e al mondo che gli Stati Uniti hanno portato a termine un’operazione […]». scandendo i vari passaggi solo con leggeri movimenti verticali della testa e facendo spuntare di tanto in tanto le mani oltre il bordo del podio. Eppure niente di tutto ciò traspare dal modo in cui questo discorso viene pronunciato. Il Presidente usa spesso . Non solo. Si può parlare quindi di una sostanziale «pacatezza» e «contenutezza» sia nel tono che nei gesti. Non sorride mai. è di pura notifica dell’accaduto: «Buonasera. ma dopo anni di sforzi per ottenere questo risultato. o esordio. quando citerò alcuni passaggi lo farò in una traduzione italiana che ho attentamente controllato). guarda costantemente in macchina e la sua uscita di scena è identica all’entrata: saluta. indipendentemente da come è stato pronunciato (per dare scorrevolezza alla lettura. cioè da quello che i retori latini chiamavano l’actio di un prova oratoria.L’attore collettivo senza imprimere particolari sottolineature. Andiamo allora a vedere il discorso stesso. volge le spalle alla telecamera e ripercorre all’indietro il corridoio da cui era arrivato. La sua primissima parte. non cambia mai espressione del volto. Obama avrebbe tutte le ragioni per essere euforico o quanto meno allegro.

». cioè costruito per colpire emotivamente l’interlocutore. esso è tuttavia altamente passionalizzante.L’attore collettivo l’espressione «American people» che in italiano. a seconda dei passaggi. Il Presidente avrebbe potuto accennare in modo schematico a un avvenimento così noto. concreta del racconto. D opo l’incipit informativo. volute di fumo nero che si levano dal Pentagono ecc. È chiaro fin dall’inizio quindi che se il discorso di Obama è detto in modo spassionalizzato. come mi sembra più opportuno qui. come si è detto. poiché nel discorso di Obama la costruzione dell’attore collettivo è molto importante. ma parte anche dalla struttura a chiasmo che è tipica del discorso letterario e poetico: in questo passaggio. Parte dell’effetto patemico deriva dalla natura figurativa. comincia una rimemorazione dell’attentato dell’11 settembre 2001. quasi da agenzia. può essere resa sia con «americani» che con «popolo americano». . come vedremo. La questione non è di poco conto. le torri gemelle che crollano al suolo. invece la scelta è di ripresentificare quegli eventi drammatici con un racconto denso di particolari visivi: «Una luminosa giornata di settembre fu oscurata […] gli aerei dirottati che fendono il cielo terso di settembre.

che appare così l’ultimo atto. noi eravamo uniti in un’unica famiglia. Cruciale a questo proposito appare la strategia pronominale e di costruzione dei vari attori in gioco: i protagonisti dei giorni del dolore e dei dieci anni di sforzo per combattere il terrorismo sono tutti collettivi (gli . l’evento del giorno. Il posto vuoto a tavola all’ora di cena. la famiglia americana».L’attore collettivo infatti. narrativa ed emotiva. e cioè quello della coesione della nazione. dice Obama. di una concatenazione di fatti. I bambini che sono stati costretti a crescere senza la madre o il padre […]»). cioè l’uccisione di bin Laden. N ei giorni dell’attentato. oltre modo auspicabile. Qui viene introdotto un tema che sarà anch’esso molto importante nell’economia generale del discorso. Una ripresentificazione così attenta e partecipata dell’11 settembre è finalizzata a collocare nella giusta prospettiva. si confronta la visibilità mediatica dell’attentato («Le immagini dell’11 settembre sono scolpite nella nostra memoria nazionale») con l’invisibilità delle sue conseguenze («le immagini peggiori sono quelle che il mondo non ha visto. «non importa da dove venissimo né quale Dio pregassimo o di quale razza o etnia fossimo.

So che talvolta si è sfaldato»). in cui Obama parla del proseguimento della lotta contro il terrorismo («Noi dobbiamo rimanere vigili in patria e fuori». ripensiamo a quel senso di unità che prevalse l’11 settembre. Gli attori torneranno a essere collettivi nell’ultima parte del discorso. si opta a un certo punto per una costruzione di Obama come attore singolare. tuttavia l’eroismo di questo Soggetto viene . «ho dato ordine a Leon Paletta»). «ho stabilito». «opera instancabile delle forze armate». i bambini e i genitori delle vittime. «Saremo fedeli ai valori che hanno fatto di noi ciò che siamo» ecc. «abbiamo agito assieme ai nostri amici e alleati…»).L’attore collettivo americani. La costruzione di attori collettivi è funzionale a rinforzare il valore della coesione che Obama stesso riconosce essere venuto meno («E stasera. e per la stessa ragione. «ho stabilito». «eravamo uniti». «ho dato ordine a Leon Paletta» ecc. Al tempo stesso. «abbiamo riaffermato i vincoli che ci legano». l’azione che ha portato all’uccisione di bin Laden è raccontata in prima persona e solo Obama sembra esserne il vero protagonista: «sono stato informato». La costruzione narrativa dell’eroe-Obama è del tutto in sinergia con i toni della sua oratoria: se la strategia pronominale non lascia dubbi sul fatto che il Presidente sia un Soggetto sovrano («sono stato informato».). viceversa.

nel corso degli anni…): Ora. Obama accenna alla sua sofferenza umana nel prendere decisioni: «Questo sforzo grava su di me tutte le volte in cui io. allo svolgimento dei fatti nella loro corretta successione. il discorso di Obama consta di quattro sequenze più lunghe racchiuse fra un incipit e un finale più brevi. Dal punto di vista della macro strutturazione degli argomenti. negli ultimi dieci anni. o guardare negli occhi un militare che è stato ferito gravemente». Così. Obama dice per esempio che le informazioni non erano affatto certe: «E alla fine. nell’agosto scorso. Per quanto riguarda i crononimi. per più di due decenni. . senza interpolazioni. un discorso che segue una cronologia e ne dà conto. dieci anni fa. Il Presidente insomma è eroico non perché forte ma perché capace di assumersi i rischi di una competenza imperfetta. crea un effetto di aderenza al reale. il discorso di Obama presenta una strutturazione fortemente cronologica (stasera. in un passaggio successivo. devo firmare una lettera indirizzata a una famiglia che ha perso un proprio caro. in quanto Comandante in Capo. e ho autorizzato l’operazione […]». la scorsa settimana. ho deciso che avevamo sufficienti informazioni per entrare in azione.L’attore collettivo posto sotto un’angolatura più fragile e umana.

Notiamo ancora una volta l’accuratezza della costruzione attoriale: a essere onnipotenti non sono gli americani ma «l’America». a dispetto dell’understatement generale. Questi sei spazi testuali appaiono simmetrici (a-b. la necessità di proseguire la lotta al terrorismo nonostante i costi della guerra. Nonostante questa struttura regolare. il futuro luminoso di una nazione unita e determinata. il discorso di Obama termina con un crescendo patemico e . sotto Dio. nel finale si ha un parziale effettosorpresa poiché. sotto la protezione del Comandante in Capo supremo. a-b. totalità integrale. che crea e conferma le attese dell’ascoltatore. a-b) nel loro alternare realizzazioni vittoriose e momenti cupi. i dieci anni di lotta al terrorismo. indivisibile.L’attore collettivo Nell’ordine: l’annuncio dell’uccisione. di nuovo tipica dei testi estetici. il discorso termina con un colpo di grancassa: «Ma stasera abbiamo avuto modo di ricordare ancora una volta che l’America è in grado di fare tutto ciò che si prefigge di fare. con libertà e giustizia per tutti». le vicende degli ultimi mesi che hanno portato all’eliminazione di bin Laden. indivisibile. l’antefatto dell’11 settembre. In conclusione. […] Ricordiamoci che siamo in grado di fare tutto questo […] in virtù di ciò che siamo: un’unica nazione.

si potrebbe parlare anche delle omissioni e dei trasformismi di questo discorso: per esempio si evita qualsiasi menzione del controverso rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Se lo spazio lo consentisse. impresentabile. quanto l’enorme padronanza delle tecniche narrative e discorsive da parte di chi ha preparato questo discorso: per esempio. Ma quello che in conclusione mi preme sottolineare non è tanto l’attenta calibratura politica degli argomenti. usare l’accaduto come iniezione di fiducia nel ruolo dell’America nel mondo. consolidare l’unità nazionale e il consenso a Obama. dell’azione. e si trasformano dieci anni di smacchi in una serie di vittorie parziali.L’attore collettivo con un’autoesaltazione glorificante solo in parte attenuata retoricamente dal carattere monocorde della prosodia. la costruzione di un tipo specifico di eroe individuale e di eroe collettivo. Non è difficile individuare gli ambiziosi obiettivi persuasivi perseguiti da questa «alta ingegneria» discorsiva: giustificare il ritardo nella cattura di bin Laden e il carattere brutale. come si è detto. convincere gli americani della necessità delle future azioni di guerra e del fatto che esse sono difensive («Il popolo americano non ha scelto questa battaglia»). il primo (il Presidente) emotivamente . non si tematizza il passaggio da Bush a Obama.

dopo aver sentito quest’analisi. Uno studente.L’attore collettivo contenuto. è sbottato dicendo: «Ma sì. il ricorso a strutture tipiche dei testi estetici. Io sono invece assolutamente convinta che la complessità del meccanismo simbolico. la pianificazione perfetta degli spazi testuali. non gli resta che esclamare: «Ma certo. approfondimenti su www. capace di rischiare. venga sempre in qualche modo recepita dai destinatari di un discorso o magari semplicemente subìta in termini di efficacia persuasiva ed emotiva del discorso stesso. Forse proprio quando chi ascolta non è in grado di capire dove sia stato portato e come. quando c’è. in realtà è chiaro quello che Obama ha voluto dire». il secondo (l’America) onnipotente e unito sotto il mandato divino. empatico. nella loro specifica successione. è tutto perfettamente chiaro!». forse infastidito dalla complessità come purtroppo accade spesso ai ventenni di oggi. E così via.it Laboratorio αβ Bologna . come parallelismi e metafore.alfabeta2.

Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria .L’attore collettivo Emilio Isgrò. Parma Altri percorsi di lettura: Anna Curcio. Freccia 2000. 2000 Galleria d’Arte Niccoli.

la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Torna al menù . vs. Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia.L’attore collettivo Christian Caliandro Propaganda 2.0: Disney Co.

questa linea della palma. del caffè forte. la Sicilia è tutto questo e molto altro. [..] E sale come l’ago di mercurio di un termometro. piagnona e altera. periferica e nodale.. viene su. cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma. di cinquecento metri.La linea della palma Culture d’Italia – Sicilia La linea della palma Nicolò Stabile I sola e continente. La sua essenza è estrema come la sua posizione sulla carta geografica. ridondante e muta. raffinata e bagascia. immobile e centrifuga. rassegnata e sognatrice. «Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia […]. diffidente e generosa. mi pare. ogni anno. verso il Nord. più vicina a Tunisi che a Roma. e non potrà mai più essere mafia e antimafia il punto di vista da cui partire per raccontarla. Gli scienziati dicono che la linea della palma. ingrata e mater dolorosa. lussureggiante e asciutta. degli scandali: su su per .

con la sentenza assolutoria della Cassazione. I politici locali non capiscono l’operazione di Presti ma la temono. Una storia surreale durata venticinque anni che si conclude dopo molte battaglie nel ’94. Unità d’Italia… Per questo racconto della Sicilia siamo partiti dalla periferia dove percorsi di riscatto molto singolari si riappropriano dei troppi spazi vuoti lasciati dal sistema pubblico. ed è già oltre Roma…». e in sinergia le intimidazioni di mafia. Partono i processi. ma la mafia sull’Italia.La linea della palma l’Italia. Da trent’anni trasforma il suo patrimonio personale in bellezza per poi donarla alla Sicilia (il dono è per Presti supremo atto rivoluzionario). Lo si considera un mecenate. tra Messina e Palermo. le ingiunzioni di demolizione. Lo denunciano alla magistratura per abusivismo. arrivano le condanne e le multe milionarie. Ma Presti . invece è un artista che si serve della parola di altri artisti per affermare il valore supremo e salvifico della bellezza. intuendone il potenziale sovversivo. Lo scriveva nel 1956 un profetico Leonardo Sciascia: aveva capito che non sarebbe stata l’Italia a vincere sulla mafia. a Tusa. Fiumara d’Arte è un parco di gigantesche sculture costruite su terreni demaniali in un territorio di aspra bellezza e di indisturbato abusivismo edilizio. Prima tappa da Antonio Presti.

Il lavoro di Antonio svela qui tutta la sua potenzialità «politica».La linea della palma non è contento. Quest’assenza non può che essere voluta. per raggiungere tutti. Serve a preservare il degrado che è strumentale al sistema politico locale e non solo. gli scrittori. Le opere. Bastano trenta euro per comprare un voto. È terra di nessuno. provoca usando il linguaggio dell’arte (celebre il telo blu del 2005 con su scritto «chiuso» in tutte le lingue. Antonio fa della condivisione di un’esperienza di bellezza un metodo di intervento maieutico. che nel frattempo continua a investire in altri grossi progetti: uno a Librino. snodo di traffici di droga e di armi. gli artisti che parlano . È lì che si decidono i destini politici della città. Una battaglia del genere avrebbe sfiancato chiunque. che copre la Finestra sul Mare di Tano Festa). Finalmente nel 2006 la Regione riconosce per legge il parco Fiumara d’arte e i Comuni interessati sono costretti a prendersene cura. porta i poeti. donate (e quindi imposte) ai Comuni che le avevano avversate. Per farlo. di scardinamento del sistema. Lo Stato non c’è. Suprema e sublime vittoria di Presti sulle forze che lo avevano avversato. vengono ovviamente abbandonate all’incuria. i ragazzi. Non lui. In quel quartiere vivono centomila persone. deve coinvolgere i bambini. Instancabile. la Scampia di Catania. e non solo. Presti non si arrende.

È la Porta della Bellezza. con i nuovi linguaggi. ma sempre nello spirito di riappropriazione del sé e dei luoghi. . La bellezza come diritto alla cittadinanza.La linea della palma e vivono con le famiglie tramite i figli e le loro scuole. di rischio… È dalla consapevolezza di essere belli che può nascere una nuova coscienza degli abitanti del quartiere». la bellezza come valore universale. «Librino è bello» è lo slogan che ha fatto da leitmotiv di tutte le iniziative. Da poco è stato inaugurato un enorme museo della fotografia all’aperto: sulle facciate dei palazzi sono proiettati i ritratti degli stessi abitanti fatti con celebri fotografi. di malessere. Dice Presti: «Fare esprimere la bellezza interiore a persone che si trovano in una situazione di disagio. la Porta di Librino è presidiata dagli stessi abitanti che in essa si riconoscono e vi riconoscono una possibilità altra. che spacca in due il quartiere. Una muraglia di cemento lunga un chilometro. Le iniziative a Librino giocano con la pubblicità. Così tutti possono affermare: «Io sono bello» e con l’affermazione della bellezza individuale si può dire: «Librino è bello». di vita e di esperienza. Mentre l’arte di cui le ipocrite e costose politiche sociali europee hanno disseminato le banlieue viene rapidamente distrutta. viene ricoperta di ceramiche che gli artisti chiamati a raccolta realizzano con i bambini.

La linea della palma L’esperienza di Presti riecheggia. o ancora che la legge sull’obiezione di coscienza del 1972 deve molto alle battaglie dei comitati antileva che nacquero nel Belice all’indomani del terremoto). nel metodo e nello spirito. uno spazio museale che raccoglie materiali e testimonianze delle attività portate avanti da Dolci prima e dopo il terremoto). almeno come sollecitazione iniziale. il lavoro straordinario e ancora troppo sottovalutato che Danilo Dolci svolse tra gli anni Sessanta e Settanta per e con i «miserabili» della Sicilia occidentale. facendo di quello allora sperduto angolo di Sicilia un attivissimo laboratorio di pratiche di lotta civile e di partecipazione. con una trasmissione dedicata alla tragedia del Belice. noto alle avanguardie sociali di tutta Europa (importante per esempio l’influenza sul ’68 italiano e sulle battaglie per i diritti civili nel nostro paese: basti ricordare che la prima radio libera d’Italia a rompere il monopolio radiotelevisivo di Stato trasmise proprio dal centro di Dolci a Partinico. al processo di rifondazione portato avanti negli anni Ottanta dalla terremotata Gibellina (dove per iniziativa del cresm è nato recentemente Belice/Epicentro della Memoria Viva. . E si è ispirata. nel 1970. per poche ore prima che le forze dell’ordine facessero irruzione sequestrando le attrezzature e arrestando i responsabili.

di enorme impatto visivo ed emozionale. Troppo presto per storicizzarla. ma non abbastanza condiviso e capito dalla maggior parte dei suoi abitanti se nel ’93 non hanno voluto riconfermare il sindaco che ne era stato artefice. capolavoro di Alberto Burri che ricopre i ruderi del vecchio centro. per crescere. nella provincia più segnata dalla bruttezza della brutta politica. Ludovico Corrao. in dialogo ideale con le non lontane monumentalità dell’elìma Segesta e della greca Selinunte. decidendo così per un futuro «normalizzato». a Favara. un giovane . Gibellina è un episodio rilevante nel dibattito artistico e culturale italiano della fine del secolo scorso. la nuova Gibellina è in fondo una città bambina che aspetta.La linea della palma Utopia concreta e oggi testimonianza del suo apparente fallimento. S eguendo questo filo ideale arriviamo a un’altra periferia. opera d’arte totale che si fa paesaggio. modelli politici e gestionali coerenti con il suo enorme patrimonio artistico e culturale. In un dedalo di vicoli del centro storico. una cittadina a qualche chilometro da Agrigento. recuperando piccoli edifici ormai cadenti. Il suo oggi schizofrenico è incarnato dal Cretto. Un capolavoro abbandonato prima di essere portato a termine.

«la bandiera di chi ha ancora voglia di sognare.La linea della palma notaio. ideano progetti e iniziative: sono quelli che chiamo i «resistenti». si formano. insieme a un gruppo di amici inaugura lo scorso giugno il «Farm Cultural Park». la piazza di Marrakesh e Camden Town. Tre luoghi. Potrebbe sembrare il giocattolo di un borghese illuminato e invece non è così. dei paesi vicini. Galleria d’arte. o che sono tornati dopo aver fatto esperienze lontano dalla Sicilia. hanno in qualche modo ispirato la Farm di Favara: il Palais de Tokyo di Parigi. In un pomeriggio qualsiasi alla Farm incrocio tanti ragazze e ragazzi del posto. dipartimento educativo per adulti e bambini. le intelligenze che rifiutano di emigrare. è un progetto che «vuol far diventare una parte del centro storico di Favara la seconda attrazione turistico-culturale della Provincia di Agrigento. e che qui trovano spazio concreto per la loro creatività. residenza per artisti e curatori. centro di architettura contemporanea. che qui lavorano. scuola di specializzazione per hotellerie d’avanguardia. Sui tetti sventola l’Happiness Flag. Di chi non ha rinunciato al desiderio di vivere in una Sicilia migliore e di contribuire affinché ciò possa accadere». Un parco urbano della Cultura e del Turismo Contemporaneo». come se fossero in qualsiasi capitale . Andrea Bartoli. racconta Bartoli. spazi di ristoro alternativi.

La Regione Sicilia con il suo statuto speciale e il suo Parlamento più antico d’Europa è una piovra che stringe tutto nella morsa della politica. con le sue velleità di capitale.La linea della palma del mondo avanzato. Palermo. Solo fondi privati: la politica sta a guardare incapace di sognare a quel modo. Più che a un teatro assomiglia a un . le strane alleanze del governatore Lombardo che hanno portato di fatto alla spaccatura della stessa compagine berlusconiana. e la cultura ovviamente non si salva. e in un pomeriggio di conversazione la parola mafia non è mai stata pronunciata. per rimanere ai giorni nostri. sembra ormai moribonda. Le opere sono di artisti noti (in uno degli spazi campeggiano alcune foto di Terry Richardson) e meno noti. O. a mettere all’opposizione la potente Dc formando un governo sostenuto da Pci e Msi. non si piangono addosso. E la politica? La politica in Sicilia sembra seguire vie proprie. Come potrebbero la mafia e la politica capire una cosa così aliena? È un’altra Sicilia. un laboratorio in cui da sempre si sono elaborate grandi eresie. che alla fine degli anni Cinquanta riuscì. basta dare un’occhiata a quel che succede al suo Teatro Stabile. di artisti siciliani scoperti da Bartoli. Come l’esperienza del governo Milazzo. per circa due anni. E che non si lamentano. e di persone del luogo che non sapevano di essere artisti.

Nasce anche un moderno e attrezzato Centro sperimentale del documentario che s’insedia nei Cantieri Culturali della Zisa (i Cantieri. sia dal punto di vista economico. Alessandro Rais. De Seta. Lo scorso anno prima si azzerano i fondi. in affollati laboratori. Nel 2007 la Regione si era regalata una legge di settore all’avanguardia e i due anni in cui è stata a regime e finanziata. i risultati non sono mancati. portando a dialogare con la Città. Le cose vanno anche peggio al cinema e all’audiovisivo. Guédiguian. per . ambizioso ed enorme progetto culturale dell’allora sindaco Orlando. Amelio. sono oggi il monumento del fallimento di quella stagione passata alla storia come «primavera di Palermo»). che da quello artistico. poi la gestione del settore cinema (insieme a musica e teatro) passa. Kiarostami. e creando il festival internazionale di arti elettroniche e cinema sperimentale L’immagine leggera. Ruiz. Dietro a questa rinascita del settore ci sono l’entusiasmo e le competenze del giovane direttore del settore cinema della Regione. Negli anni precedenti aveva seminato bene.La linea della palma fortino imprendibile gestito da quasi trent’anni dal suo direttore Pietro Cartiglio: a corte è ammesso solo chi non dissente. fuori rimangono gli artisti che politicamente non servono ad accrescere la rete del potere. Wiseman e molti altri.

senza un euro pubblico e coinvolgendo l’intera città. dall’assessorato alla Cultura a quello del Turismo. nato un anno fa. Primo titolo pubblicato: Intervista a Emma Dante di Titti De Simone. Il settore passa sotto la direzione di un funzionario senza alcuna competenza in materia di audiovisivo che in Regione era addetto alla gestione del ricco budget pubblicitario dell’assessorato del Turismo. a cominciare dalle scuole. alla prima edizione del Sicilia Queer filmfest. che .La linea della palma decisione presidenziale. con Titti De Simone e tanti altri amici volontari. Rais rimane nel suo ufficio svuotato. Verrebbe da dire. primo festival a tematiche glbt a sud di Firenze (programmato a Palermo dal 20 al 26 giugno 2011). Non una nota ufficiale. una delle tre fondatrici del circolo. Non un articolo sui giornali locali. Le interviste diventano poi collana della giovane e attivissima casa editrice Navarra. I racconti di Nzocché. Nzocché. Palermo: che puzza. di fatto esautorando dal suo ruolo Rais (che per inciso è anche l’unico dirigente regionale vincitore di concorso come esperto di cinema). ma siccome è anche lui un resistente che non si piange addosso ha dato vita («fuori dagli orari di lavoro» tiene a precisare). ubbidisce e subisce. Ed è proprio questo il titolo di un ciclo di interviste pubbliche a personalità della cultura palermitana organizzate da un circolo Arci.

potrebbero essere occasione di business per la mafia.La linea della palma dice: «Da qui ripartiamo. Al momento gli unici falò che rischiarano Palermo sembrano essere quelli dell’immondizia. . come ama dire il governatore Lombardo. questa città abbia ripreso a bruciare». lì dove tutto sembra spento. scalda i cuori e illumina una notte che sembra non finire. I termovalorizzatori in Sicilia pare non vadano bene perché. perché crediamo che sotto la cenere. E poi vuoi mettere? Bruciarla per strada costa meno.

La linea della palma Emilio Isgrò. Sicilia. Palermo Altri percorsi di lettura: Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio . 1970 Collezione Lino e Anna Motta.

La linea della palma Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire Torna al menù .

A Palermo con l’apertura dei Cantieri Culturali della Zisa (oggi colpevolmente abbandonati a se stessi). nobile e schizofrenica storia. In primo luogo è impossibile parlare di «sistema dell’arte». A cominciare dagli anni Ottanta ad Acireale e poi a Gibellina. con Enzo Bianco sindaco. negli spazi pubblici siciliani. sono state realizzate mostre d’arte contemporanea seguendo progettazione e standard museali . per ciò che è accaduto e accade in Sicilia. nell’accezione divulgata da Achille Bonito Oliva. ha una più che decennale. nel periodo in cui era sindaco Leoluca Orlando.Sistema dell’arte nell’isola Culture d’Italia – Sicilia Sistema dell’arte nell’isola Giovanni Iovane L ’arte contemporanea. e Catania con l’apertura del Museo Civico «Castello Ursino» (da alcuni anni desolante contenitore di mostre improbabili). la Sicilia ha ospitato importanti mostre d’arte contemporanea.

quella di «acquistare» mostre-pacchetto. del medico . un luogo comune ma la caratteristica generale degli spazi espositivi pubblici siciliani era. il suo ruolo. società pubblico-private o società quasi-pubbliche con interessi privati. che risale a circa 25 anni fa. di una Taormina cosmopolita e un po’ bizzarra ma culturalmente glamour sotto la guida e l’ospitalità dell’antiquario Panarello). la figura del critico d’arte o del curatore che pensa e progetta una esposizione per uno spazio espositivo pubblico è quasi del tutto sconosciuta. La cosa peggiore è che il fantasma del critico d’arte è culturalmente e politicamente ignorato.Sistema dell’arte nell’isola internazionali. Abbiamo così la figura del mecenate illuminato (io ho un ricordo personale. A parte queste rilevanti eccezioni e con l’aggiunta parziale delle mostre realizzate in concomitanza di Taormina Arte. e in parte è ancora. la sua identità praticamente non esiste per la grande macchina burocratica delle varie amministrazioni pubbliche. E sebbene la Sicilia abbia avuto e abbia diversi e validissimi critici d’arte e curatori (con iscrizione a ruoli effimeri) non è raro imbattersi in figure strane e mutevole che si sostituiscono al fantasma critico e curatoriale. altrove prefabbricate e gestite da società private. Sembra una affermazione banale. e peggio ancora.

Il suo restauro. che hanno dato grande impulso a una percezione dell’arte contemporanea che non fosse il frutto di un pensiero amatoriale o di tipo meramente economico (per la società organizzatrice s’intende). è stato pensato per ospitare mostre di . dell’architetto. eventi e sagre è da imputare al fatto che se gli spazi espositivi abbondano in Sicilia. accanto o in coabitazione con le sopraccitate società o associazioni culturali. dell’ingegnere o del collezionista (peraltro sempre discreto e nobilmente appartato) che si fanno promotori di eventi. formalmente accurato. Puglisi Cosentino e Brodbeck. A Catania sono sorte due fondazioni. con il 2000 e con l’uscita di scena di Bianco e con la diversa amministrazione si è ritornati ai fasti antichi del preconfezionato di dubbia origine).Sistema dell’arte nell’isola appassionato. di musei d’arte contemporanea. di questo carosello di manifestazioni. sino a circa tre anni fa non ce n’era nemmeno uno (l’attività autonoma ed espositiva del Museo Civico di Catania è durata nemmeno due anni. tra Palermo e Catania. a una piccola ma significativa rivoluzione culturale. dell’imprenditore. La Fondazione Puglisi Cosentino è situata all’interno di un bel palazzo barocco del centro di Catania. del farmacista. E proprio negli ultimi tre anni abbiamo assistito. La causa di questa situazione fluida e cangiante.

resi frequentabili altri due (pur senza ancora interventi di ristrutturazione completa) e adibito una piccola palazzina a ufficio e foresteria. in quanto essenzialmente basato sul rapporto reale che lega l’artista alla città. modernista. la Fondazione ha ristrutturato completamente un grande capannone. Le mostre sinora realizzate sono state tutte accompagnate da un periodo di residenza di . Possiede un suo staff curatoriale e organizzativo anche se la mancanza di un ristorante. di circa 6000mq. Posta in una delle zone più popolari di Catania. di un bookshop o di una biblioteca fanno sì che la struttura museale non abbia una continuità espositiva organica e soprattutto di quotidiana condivisione con il pubblico. Il progetto espositivo della Fondazione Brodbeck è radicalmente differente (ma complementare alla città di Catania) da quello della Fondazione Puglisi Casentino.Sistema dell’arte nell’isola natura. per così dire. e senza – sino a ora – aiuti pubblici. ed edifici di diversa grandezza. L a Fondazione Brodbeck invece sorge all’interno di un complesso industriale degli inizi del Novecento. è una vera e propria piccola città con grandi capannoni. In poco più di tre anni.

poi da Helga Marsala e infine dal sottoscritto. Il simbolo invece del graduale rinnovamento culturale e politico (pubblico) è. All’interno del museo è attivo da tre anni un archivio (S. a oggi raccoglie. . sin dalla sua fondazione.Sistema dell’arte nell’isola artisti internazionali in Fondazione e dall’elaborazione di un progetto espositivo a partire proprio del genius loci. originale rispetto al panorama dei musei d’arte contemporanea italiani.C. La missione principale del museo è quella di fare da catalizzatore.S. Riso ha una sua sede espositiva a Palermo e uffici in cui lavorano persone qualificate per organizzare e gestire le attività di un museo..A. mediante una progettualità autonoma e competente. Museo d’arte contemporanea della Sicilia a Palermo. la nascita di Riso. alle manifestazioni culturali disseminate nella regione. il museo ha avuto una sua precisa strategia culturale. Si tratta infatti di un museo esteso sull’intero territorio siciliano. sportello per l’arte contemporanea della Sicilia) dedicato agli artisti che vivono nel territorio siciliano: curato prima da Cristiana Perrella. Tuttavia la cosa ancor più straordinaria è che. senza dubbio. L’attività espositiva all’interno del museo è dettata dalla ideazione e realizzazione (mediante il coinvolgimento di diversi curatori anche internazionali) di mostre tematiche legate al contesto socio culturale siciliano e mediterraneo.

aprendo propri spazi espositivi a Palermo (all’interno del museo). Altri percorsi di lettura: Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo . Nell’ultimo anno ha avviato anche una particolare attività espositiva volta a trasformare concettualmente e in maniera concreta l’idea e la struttura dell’archivio in una sorta di agenzia culturale. a Catania (all’interno della Fondazione Brodbeck) e infine a Milano (all’interno del complesso di edifici denominato Frigoriferi Milanesi). la documentazione di settanta artisti.Sistema dell’arte nell’isola anche on line.

Sistema dell’arte nell’isola

Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire Nicolò Stabile La linea della palma Torna al menù

L’ergastolo di Carriglio

Culture d’Italia – Sicilia

L’ergastolo di Carriglio
Roberto Alajmo

È

un peccato che certe notizie non varchino i confini delle pagine locali. Per dire: a un certo punto il Comune non pagava e il teatro Stabile di Palermo ha deciso di sospendere le proprie attività. Parrebbe a prima vista solo una declinazione locale della protesta che ha agitato il mondo dello spettacolo di fronte al taglio dei finanziamenti da parte del governo. Ma nella sua smania di protagonismo capita a questa città di volere a tutti i costi distinguersi: e quand’anche fosse nel peggio. Nei casi palermitani c’è sempre qualcosa di eccessivo e paradossale, quasi l’implicito riscatto di un destino provinciale. Breve riassunto delle puntate precedenti. Lo Stabile di Palermo è diretto in maniera pressoché ininterrotta, fin dal tempo della fondazione, dalla stessa persona: Pietro

L’ergastolo di Carriglio

Carriglio. Per lunghi periodi i soci finanziatori del Teatro – Stato, Regione, Provincia, Comune – erano riconducibili tutti alla stessa parte politica: la sua. Un allineamento formidabile, che anche nei momenti di difficoltà ha consentito al Biondo di galleggiare, se non altro. In particolare, il direttore dello Stabile è stato un grande sostenitore dell’attuale sindaco di Palermo, Diego Cammarata. E viceversa. In generale, Carriglio è emanazione proprio di quella parte politica che ha tagliato i fondi allo spettacolo e non perde occasione per trattare la cultura come un trastullo da comunisti. Di più: dall’alto della sua cultura ha rappresentato la stampella intellettuale di uno schieramento – prima democristiano, poi forzuto italiano, infine popolare della libertà – che altrimenti sarebbe stato, almeno a livello locale, a un livello desolante di alfabetizzazione. Di fronte all’inadempienza dell’amministrazione comunale e all’offensiva dei tagli governativi, Carriglio ha deciso di mantenere un profilo basso, lasciando che fossero i suoi collaboratori e dipendenti a indignarsi, preoccuparsi e pubblicamente esporsi. Di fronte alla minaccia di sospendere l’attività, i lavoratori si sono impegnati a garantire il proseguimento della stagione teatrale. Una scelta responsabile, che ha evitato il collasso del teatro. Il direttore, dal canto

L’ergastolo di Carriglio

suo, ha dichiarato il minimo di quel che poteva dichiarare e si è rimesso alle iniziative del Consiglio d’Amministrazione. Perché nessuno creda che il teatro Biondo sia cosa solamente sua. Da un canto è giusto: il teatro non è di Carriglio. È di chi ci lavora. Degli spettatori. Della città intera. E però bisogna intendersi: o è sempre così, o così non è mai. Perché, ricordiamolo, esistono figure di fama internazionale, come Emma Dante, che a tutt’oggi nel teatro Stabile della loro città non godono nemmeno di un permesso di soggiorno temporaneo. A Pietro Carriglio va riconosciuto il merito di aver creato a Palermo il teatro Stabile e di averlo condotto per tanti anni con risultati che ognuno saprà giudicare liberamente. Ma al di là delle scelte e risultanze artistiche, una persona di cultura come lui dovrebbe trarre da questa vicenda tutte le conseguenze del caso. Disse di lui una volta Salvo Licata: è ugualmente devoto a Shakespeare e a Salvo Lima. E Licata era suo amico. Ecco, forse: per Carriglio è arrivato il momento di fare una scelta. O Shakespeare o Salvo Lima. Il direttore dello Stabile possiede l’età, il prestigio e la cultura che gli consentirebbero gesti esemplari. Potrebbe cogliere l’occasione per mettersi una mano sulla coscienza e assumere una decisione in grado di richiamare

L’ergastolo di Carriglio

l’attenzione nazionale sulla crisi che ha colpito l’intero mondo dello spettacolo, non solo su quella dello Stabile di Palermo. Spiazzare tutti. Mettere in gioco se stesso con una scelta che nel panorama stantio del teatro italiano sarebbe una prima assoluta di enorme richiamo. Vale a dire: dimettersi. Purtroppo, però, Pietro Carriglio, sia pure informalmente, ha fatto conoscere le sue intenzioni. A quanto dicono i suoi portavoce lui vorrebbe dimettersi – veramente: l’avrebbe anche fatto, in un altro momento – ma non gli pare giusto abbandonare la casa che brucia. E dunque si dimetterà soltanto dopo avere spento l’incendio. Un nobile istinto, da parte di un uomo che si è costituito a un duro destino di direttore di teatro Stabile all’ergastolo.

L’ergastolo di Carriglio

Emilio Isgrò, Agamemnon Y 61, 2005. Collezione privata

Altri percorsi di lettura: Matteo Di Gesù Mafia®

L’ergastolo di Carriglio

Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Torna al menù

Mafia®

Culture d’Italia – Sicilia

Mafia®
Matteo Di Gesù

N

el primo pomeriggio del 7 aprile 2010, nella casella di posta elettronica di molti palermitani arrivò una mail direttamente dall’editore Feltrinelli: «Abbiamo il piacere di comunicarvi che oggi alle ore 18 Massimo Ciancimino sarà alla libreria di via Cavour per firmare le copie del suo libro». E in effetti, così andò: auto blindata parcheggiata in seconda fila, il figlio di don Vito alle sei e mezza di quel memorabile pomeriggio primaverile, autografava controcopertine del volume fresco di stampa di cui era coautore insieme allo stimato giornalista Francesco La Licata. Cento copie vendute in due ore, quel pomeriggio. Qualcuno, nei giorni successivi, fece le sue rimostranze agli incolpevoli responsabili della Feltrinelli di Palermo: ma, come si è detto, l’iniziativa era partita direttamente da Milano,

Mafia®

che aveva utilizzato l’indirizzario mail della libreria. Non c’è dubbio che ancora una volta avessero ragione i milanesi, se non altro quanto a strategie commerciali: Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione è stato il libro siciliano del 2010 e le logiche di promozione a cui rispondeva non erano, non sono diverse da quelle previste per qualsiasi altro best seller letterario. Proprio così: non era tanto per rendergli omaggio che i lettori palermitani si accalcavano intorno al figlio del potente mafioso democristiano – che come amministratore organico a cosa nostra ha devastato la loro città peggio di quanto non abbiano fatto i pur solerti bombardieri alleati, incamerando un bottino enorme – quanto per accostarsi alla star televisiva del programma di Michele Santoro. E poco male se le celebrità made in Sicily anziché da «Che tempo che fa» transitano da «Annovero» – prima di finire in galera. L’aneddoto del rampollo Ciancimino divo da libreria è soltanto la testimonianza più eloquente di quanto sia diventato redditizio per l’industria editoriale il reinvestimento del capitale simbolico accumulato dall’antimafia (e dalla mafia). La Sicilia, da questo punto di vista, può ancora vantare un primato indiscusso, che nemmeno il successo planetario di Gomorra ha indebolito: giornalisti, mafiologi

Mafia®

improvvisati ma anche magistrati se non mafiosi o parenti dei mafiosi sono gli autori/attori protagonisti dello spettacolo culturale che la società siciliana produce. E se la cronaca non offre spunti degni di rilievo, si possono sempre spacciare libri come F.a.q. mafia, La mafia spiegata ai turisti o La mafia in cucina: chissà che perfino la ricetta della pasta con le sarde come la faceva Lucky Luciano non restituisca quell’inebriante sensazione di civismo e di impegno a buon mercato che questo genere di letture sa trasmettere. Dall’alveo gorgogliante della pubblicistica mafiosa, alimentato dal successo dei polizieschi di Camilleri, si era generata alcuni anni fa la corrente del giallo siciliano: al momento sembra essersi fatta carsica, con buona pace dei cultori del genere e del suo irrinunciabile portato di denuncia civile. Continua a prosperare senza tema di declino, invece, l’unica vera alternativa editoriale siciliana alla mafiologia: l’esotismo domestico dei romanzi «al gusto di Sicilia» – per dirla con le parole di un critico – ultimamente arricchitosi di arditezze linguistiche da spot pubblicitario, mercè ancora una volta il modello Camilleri (il cui sperimentalismo, andrà ribadito, è di ben altra qualità); Simonetta Agnello Hornby, Giuseppina Torregrossa, Ottavio Cappellani (lui è

Mafia®

quello da esportazione) sono gli ultimi esponenti di questa florida scuola. La letteratura, come del resto tutta la cultura, nella terra del Gattopardo funziona come un orpello, un gadget, o più precisamente un souvenir: non è un caso che le disastrate amministrazioni palermitane e catanesi, abbiano relegato a un ruolo pressoché nullo gli assessorati alla cultura (dell’attuale assessore palermitano, l’unica sortita che si ricordi negli ultimi anni è la censura di un manifesto del gay pride siciliano) per dirottare i fondi – finché c’erano – agli Uffici Grandi Eventi, né che l’assessorato regionale al turismo abbia avocato a sé gran parte delle competenze dei beni culturali, mentre, per dirne una, le poche biblioteche dell’isola boccheggiano.

I

l paradosso è che i siciliani nell’ultimo anno e mezzo hanno scritto un bel po’ di bei libri: Nino Vetri, Lume lume, Giuseppe Schillaci, L’anno delle ceneri; Irene Chias, Sono ateo e ti amo; Giorgio Vasta, Spaesamento; Antonio Pagliaro, I cani di via Lincoln; Giacomo Guarneri, Danlenuàr; Veronica Tomassini, Sangue di Cane; Giuseppe Rizzo, L’invenzione di Palermo; Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, solo per citare i trenta-quarantenni. Se di tutto ciò rimane una

degradato e corrotto lo si deve alla tenace vitalità di agenzie culturali indipendenti.Mafia® traccia persistente in un tessuto civile anchilosato. Ma forse non si può chiedere loro di più. Sotto le stelle della letteratura delle Madonie. grazie alla lungimiranza di presidi e insegnanti. festival come Letterandoinfest di Sciacca. per non dire di scuole pubbliche che. Una Marina di libri di Palermo promosso dall’editore Navarra (privi di finanziamenti pubblici che non siano. le quali spesso si reggono sul lavoro volontario e gratuito (fatte salve poche eccezioni: il Premio Mondello è una di queste): centri sociali come il Laboratorio Zeta a Palermo e l’Experia di Catania (sgomberato a manganellate nel 2009. in una . mentre le fette più cospicue del bilancio regionale se le spartisce la solita nomenclatura culturale. Tutti questi soggetti parlano poco tra loro e non fanno rete. bene che vada. riescono a trasformarsi in biblioteche e presidi culturali di quartiere. mente poco tempo prima il sindaco bancarottiere uscente veniva eletto in senato). spiccioli comunali. da destra a sinistra). editori come :duepunti a Palermo e Mesogea a Messina. librerie come Modusvivendi e Garibaldi di Palermo e Cavallotto o Tempolibro di Catania. biblioteche per bambini autogestite come Le balate di Palermo (l’unica in città e tra le pochissime della regione).

Altri percorsi di lettura: Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire Nicolò Stabile La linea della palma .Mafia® regione in cui perfino i giornali illuminati e progressisti rinunciano a sostenere le cose migliori che accadono nei paraggi della letteratura. In una regione in cui il Parlamento regionale vota all’unanimità una legge per l’insegnamento nelle scuole dell’isola della lingua. per la soddisfazione dal presidente autonomista e dalla sua accolita di governo: ultima carabattola in bella mostra nel bazar culturale siciliano. della letteratura e della storia della Sicilia.

Mafia® Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Torna al menù .

città del museo della mafia». o «Benvenuti a Salemi. città di Sgarbi». la distanza è breve. Corrao e Sgarbi: due sindaci-demiurghi che in situazioni storiche diversissime hanno provato a fare qualcosa di simile: creare una visione (un’interpretazione) del luogo e imporla ai suoi abitanti sperando che. protagonista di un tentativo di rinascita culturale a opera di Vittorio Sgarbi. per molti anni laboratorio dell’arte e del teatro contemporaneo. Durante il viaggio. a Salemi. gli autoctoni la facciano propria per almeno una stagione politica. . se non è possibile che diventi la loro visione.Fare della mafia un’arte da museo Culture d’Italia – Sicilia Fare della mafia un’arte da museo Marilena Renda D a Gibellina. costellato di brutti cartelli che dicono: «Benvenuti a Salemi. penso che in fondo il parallelo tra le due città non è poi così assurdo.

Nessuna meraviglia suscita neppure la notizia di pochi giorni fa. già braccio destro della Dc siciliana e fedelissimo di Totò Cuffaro. Non si sfugge comunque al sospetto che questa improvvisa efficienza giudiziaria altro non sia. che la sanzione .Fare della mafia un’arte da museo Gli abitanti di Salemi hanno dimostrato una singolare difficoltà a scegliere degli amministratori decenti. Già indagato per mafia e prosciolto nel 2000. Con ciò facendo onore a una lunga tradizione regionale e nazionale di cui l’esempio più luminoso può essere rintracciato in quel sindaco di nome Cascio che. come spesso da queste parti. dedicato alla memoria di Sciascia). decise di abbattere la chiesa madre lesionata dal terremoto del ’68 per ottenere i finanziamenti per la ricostruzione. e che il custode ci accolga sulla soglia del Museo della Mafia dicendo: Benvenuti nel museo di Sgarbi (per la verità. alla fine degli anni Settanta. del sequestro dei beni di Giuseppe Giammarinaro. da decenni potente della provincia di Trapani. Giammarinaro secondo gli inquirenti sarebbe il vero deus artefice della politica salemitana e non solo. Nessuna meraviglia che Sgarbi abbia ottenuto un certo consenso in questa che è una delle città chiave del centocinquantenario dell’Unità d’Italia (leggasi: visibilità e fondi). manus longa della sanità locale e ora sponsor politico di Sgarbi.

più dalla facile retorica dell’antimafia che dalla effettiva capacità di condizionamento di Giammarinaro. della persona incriminata. com’era prevedibile. che sta realizzando un’impresa simile) ma realizzato con molti meno soldi. Ne deduco che il Museo della Mafia non vuole fare della facile retorica antimafia. Ma allora cos’è che vuol fare? A prima vista è un percorso-choc a metà tra l’esperienza sensoriale e il documentarismo (forse sarebbe più appropriato definirlo didascalismo). Il modello è naturalmente il Museo ebraico di Libeskind a Berlino (anche se il sindaco si è vantato piuttosto di stare battendo sul tempo Las Vegas. Qui il gusto per la provocazione del primo cittadino ha incontrato Oliviero Toscani. ormai agli atti. In ogni caso il primo cittadino di Salemi. in cui l’idea tradizionale di museo lascia spazio all’idea di museo come installazione. di fronte alle intercettazioni in cui un suo assessore rivelava che il bilancio comunale era stato stilato a casa di Giammarinaro. molte meno idee e una capacità infinitamente minore di pensare un luogo che sia fisicamente attraversato dallo spirito che si vuole donare all’opera.Fare della mafia un’arte da museo ufficiale della caduta in disgrazia. pari a zero». che ha realizzato il . si è affrettato a dichiarare che «la grande rivoluzione è stata contrastata.

il tema dello scempio del paesaggio a opera del nuovissimo business delle pale eoliche. ma in modo inerte. che rappresentano le due estremità di una stanza per i colloqui. Oppure nella cabina dalle pareti oro e poltrona arabescata che si riflette in uno specchio deformante. ognuna delle quali tematizza gli aspetti principali di Cosa Nostra in immaginario e opere: le reti familiari. Un’altra sala riprende. le stragi. la gestione dell’energia. il carcere. ma la trasformazione del paesaggio per mano di amministratori sconsiderati è presente pure in un’altra sala che documenta il «sacco di Palermo». che ha realizzato dieci cabine elettorali anni Cinquanta immerse nel buio.Fare della mafia un’arte da museo kitschissimo logo del Museo (una Sicilia grondante sangue come un’arancia rossa) e l’opera di Cesare Inzirillo. scenario di tanti incontri di mafia (il famoso bacio Andreotti-Riina) e proprietà dei fratelli Salvo. i potentissimi esattori della mafia originari proprio di Salemi. il rapporto con il potere. come nelle cabine dedicate al carcere. la sanità. memoria dei fasti di luoghi mitici come l’hotel Due Palme di Palermo o dell’hotel Zagarella. con una cornetta da cui fuoriescono le voci dei mafiosi che parlano con familiari e sodali. Una via crucis suggestiva ed efficace solo quando la spinta didascalica non fa aggio sull’arte. oltre che il ruolo del cemento nel far sparire i . la religione.

A lla fine. ricordo il cartello all’ingresso: «Salemi primo comune demafizzato d’Italia». se il suo primo cittadino inveisce ormai da anni contro la retorica dell’antimafia. è perché il suo atto retorico più riuscito è proprio quel cartello. poi archiviate. . mentre vaghiamo tra il Rabato e la Giudecca. relative allo stesso Sgarbi e a Tiziana Maiolo. e quella che ricorda le indagini per mafia. dedicata ai giornali. troviamo le prime pagine dei quotidiani dedicate ai delitti di mafia. dentro un centro storico magnifico ma ormai ridotto a uno scempio a cielo aperto. Forse. In un’altra stanza. tra cui quella relativa all’arresto dei cugini Salvo che ha fatto tanto infuriare la vedova di Nino Salvo.Fare della mafia un’arte da museo cadaveri di mafia.

1993 (dall’installazione “Guglielmo Tell”) XLV Biennale di Venezia Altri percorsi di lettura: Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire . L’arco e la scena.Fare della mafia un’arte da museo Emilio Isgrò.

Fare della mafia un’arte da museo Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Torna al menù .

È così difficile in Sicilia un’aggregazione consapevole? In Sicilia c’è sicuramente refrattarietà all’aggregazione: se gli italiani sono individualisti. i proprietari delle miniere di zolfo avrebbero dovuto consociarsi. Lo dimostrano episodi del passato: nell’Ottocento. figli di grossi commercianti di zolfo . contro il potere dell’Anglo-Sicilian Sulphur Company. è stato il clan l’aggregazione siciliana tipica. ricordando le feste religiose siciliane (evocate anche da lei.Il grimaldello Culture d’Italia – Sicilia Il grimaldello Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Nella Corda pazza Sciascia. i siciliani lo sono due volte tanto. con la splendida descrizione della processione di San Calogero nel Corso delle cose) dice che in Sicilia «la collettività esiste soltanto a livello dell’Es». invece l’unico tentativo di resistenza fu quella dei «matrimoni di zolfo» (esempio clamoroso l’unione tra Luigi Pirandello e Antonietta Portulano.

Però negli anni Novanta. E lo dimostrano anche alcuni momenti della vita culturale: per ricordarne uno legato ad «alfabeta». Probabilmente le condanne esemplari ai mafiosi sbloccarono il senso angoscioso di paralisi prodotto dall’incombenza della mafia. L’amministrazione di Orlando avviò anche il tanto atteso risanamento del centro storico. il Gruppo 63 si formò a Palermo. cioè una strategia primitiva e tribale. . Le iniziative culturali in Sicilia – come quella del da poco scomparso Francesco Agnello.Il grimaldello entrambi). festival cinematografici… Per strana che sembri la connessione – sarebbe materia per un sociologo – la rinascita culturale fu innanzitutto effetto del Maxiprocesso. Sì. Ma la linfa vitale si è esaurita presto. ci fu un risveglio della coscienza civile che stimolò una vivace rinascita culturale: i Cantieri della Zisa. a Palermo soprattutto. siamo tornati all’appiattimento. rispetto alla quale ogni manifestazione artistica poteva apparire velleitaria. che tanto si è speso per la promozione degli Amici della musica – sono spesso personali e isolate. il teatro Garibaldi. ci fu una migliore distribuzione dei fondi. ma in ambito locale fu visto con diffidenza.

dai sindacalisti del dopoguerra a La Torre. Accanto alla nuova ascesa del centro-destra e al suo lungo dominio sulla nazione. ma non incoraggiate. sono stati soprattutto i siciliani a combattere la mafia a costo della vita. come giudici della Corte Suprema.Il grimaldello Permangono energie notevoli (il comitato Addiopizzo. ha infettato tutto il paese. Jerre Mangione. che Vittorini apprezzava molto. raccontò in un libro dei figli di emigrati siciliani che. da Costa a Chinnici a Falcone e Borsellino. Mi sembra però che l’inclinazione a scaricare i problemi della Sicilia sull’indole dei siciliani tralasci due fatti: intanto. l’estensione del potere mafioso (la «linea della palma» di cui parlava Sciascia). o in altri ruoli. inoltre. come l’abitudine alla gestione clientelare delle risorse? La situazione nazionale pesa: siamo nell’epoca in cui un membro del governo può dire che la «cultura non si mangia». il lavoro di Emma Dante…). Che ne pensa? Uno scrittore italoamericano mio amico. quanto contano dinamiche regionali più specifiche. E le lotte che lei ricorda sono state essenziali: Pio La . avevano recato autentico beneficio agli Usa. l’Istituto Gramsci. dove basta poco perché si torni alla stagnazione. Le ricadute di simili affermazioni sono poi amplificate dalla realtà siciliana. si è infiltrata nelle istituzioni.

La Confindustria siciliana ha intrapreso un’azione antimafiosa seria. Ora sento che nel Veneto su 1300 aziende taglieggiate solo tre hanno denunziato il pizzo. provando a estromettere chiunque pagasse il pizzo. Ma gli sforzi non sono bastati. chiedendo il controllo bancario. L’anima santa di Sciascia parlava di linea della palma… ci sono palmette di cui non si ha idea. […] Quanno c’erano quattro cataferi sui tavoli e otto in lista d’attesa! Ora la mafia ha capito che non ha bisogno di sparare […] Basta che dice mezza parola ai suoi deputati». stava entrando nel cuore del problema mafioso. Questa linea in parte è proseguita. . Dalla mafia è venuto un diffuso sentire mafioso ancora più pericoloso dell’organizzazione in sé. il medico legale Pasquano dice: «Sono finiti i tempi belli di Totò Riina. anche se solo pallidamente. uscito sul numero di «MicroMega» dedicato ai Crimini dell’establishment. Nel suo racconto La rottamazione. Un sentire mafioso diffuso in tutto il paese? È come aver messo i capi delicati in lavatrice con qualcosa che stinge… si sono tutti colorati.Il grimaldello Torre fu ucciso perché.

È il primo processo che coinvolge mafia. come il primo. Questo non complica l’azione di denuncia degli intellettuali? Sicuramente sì. ma la tendenza al compromesso è resistente. per così dire. ha radici remote. Nel 1893 Emanuele Notarbartolo. ora basta la password. . e mi auguro che. responsabile del Banco di Sicilia. ma infine è assolto. mi riferisco a regole essenziali della convivenza civile. viene assassinato. i mafiosi sono ormai colletti bianchi. rappresentante della mafia alla Camera) è accusato di essere il mandante del delitto ed è condannato in primo grado.Il grimaldello La mafia si è trasformata non nella sostanza ma nei metodi: ha saputo adeguarsi. Bisogna sperare in un secondo Risorgimento. non c’è più bisogno di appartenere a una famiglia. l’onorevole Raffaele Palizzolo (allora. Sempre La rottamazione mostra che i politici temono di essere scoperti solo per magagne aberranti: saperli rei di corruzione non turberebbe più nessuno. La perdita del senso morale è imbarazzante. parta dalla Sicilia. Se Riina e Provenzano vestivano da contadini. banche e politica: il trinomio che continuerà a governare la Sicilia. la mutazione è avvenuta. Una volta c’erano i riti di iniziazione. Non faccio moralismo.

I vecchi e i giovani. E non scrivo romanzi storici per il gusto di ricreare un . accenna all’assemblea regionale siciliana. Il mondo politico è diventato troppo difficile da rappresentare? Sempre più difficile. Come De Roberto. che mostrano le disfunzioni del processo unitario. Un suo romanzo. ma i partiti erano identificabili. è diventato un puzzle faticoso da mettere insieme dal punto di vista narrativo. l’immigrazione. Pirandello. siamo al commercio delle vacche… Il quadro si è complicato troppo. nel secondo Novecento questo filone non è ripreso. Un tempo c’era il trasformismo. Pur con qualche eccezione. Il passaggio di d’Annunzio dalla destra alla sinistra creò un enorme scandalo. ma lasciandola sullo sfondo. Il birraio di Preston). anche lei. che tratta il berlusconismo. altre meno note. oggi abbiamo i cosiddetti «responsabili» che vanno avanti e indietro. certo. Sciascia. sia nei romanzi storici (specie in quelli ispirati all’inchiesta parlamentare sulla Sicilia. La rizzagliata. Sì. mettendo in scena la Sicilia. nei miei libri il richiamo alla realtà italiana è costante. le divisioni nette. La stagione della caccia. il traffico d’organi.Il grimaldello A proposito della mafia in Parlamento: nell’Italia prefascista le opere di ambientazione parlamentare sono molte – L’imperio. mette in gioco l’Italia: sia nel ciclo di Montalbano.

I critici stranieri. Di solito le mie sono percepite come storie siciliane e basta. Ho perseverato in questa direzione perché non so scrivere altrimenti. come lei ha ricordato. in linea con una tendenza tipica del filone (basti pensare ai Promessi Sposi). La ghettizzazione è un’ottima forma di difesa: classificare i miei romanzi come vicende di colore locale è un modo per non vedere che discutono una realtà più ampia. Forse pesano alcune mie scelte. è stato alla fine compreso da tutti. che. Una sfida vinta. Ma non è detto che la responsabilità sia di critici e lettori. per vedere quali ombre si allungano fino ai nostri giorni. Sono passato all’italiano in qualche libro . Sciascia riteneva troppo ostico.Il grimaldello ambiente ma. comunque: il suo impasto di siciliano e italiano. specie francesi e tedeschi. hanno invece un occhio più oggettivo. Ma nessuno va oltre questo atteggiamento? Tra i critici italiani è raro: uno dei pochi è Romano Luperini. specie l’uso del dialetto. Quali reazioni le arrivano in merito? Non se ne accorge quasi nessuno.

baluardo di valori delle prime storie. E per ora da noi non ce ne sono tanti. piuttosto banale. a botte sul sedere: l’italiano ci appariva intimidatorio. Penso a un salto generazionale: il Risorgimento fu un movimento di ragazzi. Magari le forze arriveranno attraverso il Mediterraneo: a darci una mano saranno quelli venuti da fuori e cresciuti qui. il questore che va in pensione… L’Italia è un paese portato avanti da grandi vecchi: sui loro eredi sono scettico. in cui sono quasi spariti i personaggi positivi. ma in italiano il mio stile è secco. Il suo universo immaginario è pessimista: i romanzi storici tendono a un feroce umorismo nero. cioè a scuola. Erano i personaggi anziani: la maestra. In italiano mi sento impacciato.Il grimaldello recente. e diventa sempre più cupo il ciclo di Montalbano. il dialetto affettivo. asciutto. La mia lingua è stata sempre quel misto di italiano e dialetto che si parlava nelle famiglie piccolo-borghesi. I contadini dicevano che l’italiano si impara col culo. secondo le statistiche ne mancano due milioni. . le rivoluzioni le fanno i giovani. da cittadini italiani. confidenziale. non so manipolare il linguaggio come nel dialetto.

Il grimaldello Si parla spesso del poliziesco come luogo di rinascita dell’impegno. Io cerco di evitare gli stereotipi: Balduccio Sinagra. Ma in alcuni casi mi sembra che i tentativi di denuncia ricadano nelle trappole della produzione di svago: le antinomie tra buoni e cattivi. e non ha alcuna fiducia nella giustizia: cerca una verità possibile ma se ne frega del seguito delle sue scoperte. . i miti fuorvianti sui codici d’onore dei criminali del passato e così via. riescono senz’altro a usare il noir per trattare scottanti questioni d’attualità. poi. Come la vede? Vari autori. D’altronde. un grimaldello. narrare il crimine è complesso: c’è il rischio di cadere in opposizioni manichee. c’è quello di trasformare un delinquente in una macchietta bieca o di dargli una statura eroica. sa che la verità processuale non sarà mai la verità delle cose. l’anziano mafioso del ciclo di Montalbano (ispirato a una figura vera) è lontano dai cliché sui vecchi uomini d’onore. Montalbano ha parecchi aspetti negativi. come Lucarelli o Carlotto. Per comprendere la realtà la letteratura è determinante: è uno strumento di indagine. Certo. la memoria letteraria appare essenziale supporto conoscitivo. Nei suoi libri i riferimenti letterari hanno un ruolo che va oltre il gioco citazionistico.

Il grimaldello Altri percorsi di lettura: Il Cretto a venire Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Torna al menù .

dove vuole farlo”. rispose all’appello anche Alberto Burri. Ricordo che volle mettersi subito al lavoro per creare il modello e partimmo». Poi lo portai alle rovine e lui era scosso. capii che la città nuova non gli interessava e gli dissi: “Lei è libero di scegliere cosa vuole fare. si voltava per non farsi vedere. ho avuto un’idea. perché magari ti spaventa”. Era il 1981. Racconta Corrao: «Lo portai a Gibellina. La sera mi disse: “Sai. lo vidi con le lacrime agli occhi. Restai esterrefatto. L’opera comincia a prendere forma nel 1985. Su una superficie quadrangolare di circa 10 ettari le maceri del paese terremotato vengono compattate e ricoperte da cemento bianco a formare delle insulae alte circa 1 metro e 60. Tra . ma non te la dico.Il Cretto a venire Culture d’Italia – Sicilia Il Cretto a venire T ra gli artisti chiamati dall’allora sindaco Ludovico Corrao a ricostruire Gibellina.

In compenso le nuove amministrazioni comunali hanno celermente autorizzato discutibilissime pale eoliche sullo skyline dell’opera.Il Cretto a venire esse si dipanano i percorsi pedonali che seguono il sistema viario del vecchio paese. dopo aver realizzato 65.000 mq dei 95. Per finanziarla. gli promisi che mi sarei fatto carico di lanciarne uno per il Cretto. Un centinaio di uomini di cultura e artisti hanno aderito con entusiasmo. E io. ma non un’opera d’arte in quanto tale. Da allora l’abbandono. Circa un anno fa il senatore Corrao mi esternava tutta la sua tristezza per non essere ancora riuscito a vedere completato e salvo il grande Cretto. Levi. memore degli appelli che per la ricostruzione di Gibellina erano stati lanciati da molti intellettuali (come quello di Sciascia. all’aiuto di volenterosi e generosi imprenditori edìli della zona e a qualche geniale stratagemma: il Cretto viene camuffato – e finanziato – come opere di sistemazione idrogeologica dell’area. la Cassa Centrale di Risparmio o il Banco di Sicilia). il direttore della Fondazione Guggenheim Richard .000 previsti. Per lo Stato italiano tutto poteva essere finanziato. il Comune ricorre agli sponsor (la Italcementi. I lavori si fermeranno nel 1989. Renzo Piano. Guttuso e tanti altri a due anni dal terremoto del ’68). Robert Wilson. e con esso anche il deterioramento. tra gli altri Claudio Abbado.

Qualcosa è successo: il Ministero e la Regione hanno risposto all’appello. s. Affaire à suivre. destinando al restauro del Cretto 1. n. Ma di finanziare anche il completamento sembrano. Anselm Kiefer.Il Cretto a venire Armstrong. Jan Fabre e tutti i vertici delle massime istituzioni di arte contemporanea italiane sollecitate (tranne Palazzo RISO di Palermo. e lo acquisisce nel patrimonio artistico della nazione.1 milioni di euro dei fondi del Lotto riservati ai beni culturali. museo del contemporaneo della Regione. Altri percorsi di lettura: Nicolò Stabile La linea della palma . almeno per ora. non volerne sapere. con tanto di incomprensibile motivazione scritta del suo direttore Sergio Alessandro). Di fatto lo Stato riconosce al Cretto dignità di opera d’arte. sostenendo che allo scopo bisognerà cercare fondi privati.

Il Cretto a venire Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Torna al menù .

felpato.Emilio Isgrò Emilio Isgrò La Sicilia incancellabile Conversazione con Andrea Cortellessa L’incontro con Emilio Isgrò – sornione. che raccoglie i tuoi testi teorici e s’intitola La cancellatura e altre soluzioni. una soluzione? Spesso nel Novecento l’arte s’è accanita nel mito dello stile. Ecco. C’è un libro. ripartiamo da capo. curato da Alberto Fiz nel 2007 per Skira. il giorno dopo l’inaugurazione della Biennale. In rari casi invece (penso a Duchamp o allo stesso Picasso) ha creato una lingua. appunto. La registrazione si inceppa. La conversazione abrasa e smozzicata ci introduce ovviamente al dispositivo al quale sin dal 1964 resta legato il suo nome: la Cancellatura. ma cogli occhi sempre febbrili – si svolge a Venezia. io penso alla Cancellatura come a . In che senso la Cancellatura per te è stata e rimane.

Quando . Un tempo la statua d’oro di Stalin. chirurgica esattezza (il caso più recente è quello della Costituzione cancellata) ma mai con un’intenzione esplicita. nel tuo lavoro. Ma alla fine. Se la Cancellatura è una lingua la si può usare nei contesti più diversi – e anche con intenti di volta in volta diversi. Quanto all’Europa. Questa nomenklatura petrolifera e naïve acquista le merci scintillanti della Parart Globale con la stessa abnegazione con la quale pregiava i prodotti del Realismo socialista. come tu intervenga con assoluta. Colpisce sempre. gli eredi mutanti di Brežnev. non come a uno stile. fanno tenerezza. Per questo non mi ha mai tradito. meglio non parlarne. povera. Una volta hai scritto: «La mano che cancella è la sola che può scrivere il vero e il falso insieme. ai ritrovati della tecnologia che oggi mettono l’arte all’angolo. si accoda anche lei. oggi il teschio tempestato di diamanti. Ha resistito al tempo. senza che questo comporti necessariamente un giudizio». Oggi viviamo in un ready-made planetario supportato da una classe di burocrati: la vecchia nomenklatura sovietica allargata a una nomenklatura planetaria con in prima fila. non per caso. che collezionavano Oldenburg o Warhol per darsi un tono.Emilio Isgrò una lingua. Al confronto i petrolieri del Texas. Fa la vecchia zia turbata che dice solo «io ve l’avevo detto».

In fondo sia l’artista d’avanguardia che quello pompier hanno voluto essere la «coscienza del proprio tempo». Non attacca quell’oggetto né lo difende: in realtà fa le due cose insieme. Noi impariamo dagli errori dell’artista. un evidenziatore negativo: che all’attenzione di chi guarda pone un certo oggetto. Non in quanto giudica lui stesso – non abbiamo più bisogno di grilli parlanti. Invece tu evadi da questo ruolo e proponi l’artista – semmai – come incoscienza del suo tempo. In caso contrario. Nel rendersi inconsapevole – nella massima consapevolezza – l’artista gioca un ruolo sociale importante. viceversa. Penso però che l’efficacia di un artista debba spingere gli altri a esprimere giudizi. Mette sotto i piedi la propria intelligenza e risveglia l’intelligenza degli altri. Per questo credo che l’artista sia l’unico antidoto in una società che evita di formulare giudizi. fa arte di propaganda. dai suoi torti: non dalle sue ragioni. Impariamo da Céline. Cioè come perturbatore-attivatore del suo inconscio. protesti contro chi quella negazione stia compiendo.Emilio Isgrò cancelli un testo non ti limiti a negare quanto quel testo afferma né. Non è che non voglia esprimere giudizi per qualche forma di cautela. La Cancellatura è dunque un attrattore. da Pound… .

Ma la provocazione. La città in cui sono nato. nell’arte di oggi. tutto ciò che è prescritto. al contrario di quello storico. Chi ha cancellato l’Enciclopedia e la Costituzione è l’artista provocatorio per antonomasia. Era la sede del Manicomio giudiziario. Il Garibaldi che. è la Cancellatura che oltraggia. da pessimo artista! … benino relativamente… Diciamo che non mi identifico coi forcaioli di nessuna risma. Pensa alla provocazione. fa la scelta di disubbidire è anche un’allegoria dell’artista. ma così esautora i meccanismi coercitivi che tutti ci stringono nella stessa morsa. ma io personalmente sono un bigotto. Un Garibaldi mezzo siciliano. La prima disobbedienza è nei confronti di tutto ciò che è già noto. Che si sottrae alle sue responsabilità. molto diverso dalla vulgata. L’opera per fortuna mi sfugge di mano: è la lingua che provoca. in politica un pauroso. c’era un busto a Giordano Bruno… E io ho . Anche se credo di essermi sempre comportato benino… … e dunque. ma era tutto un manicomio in effetti! Era molto anarchica. Barcellona Pozzo di Gotto. era assai curiosa.Emilio Isgrò In quest’anno di soffocamento celebrativo ho trovato corroborante il tuo Garibaldi. mezzo emigrante. ha lo stesso valore delle lacrime in De Amicis. seguendo la tua logica.

si esporta. Fra gli artisti di oggi chi senti più vicino? Non per linguaggio ma per temperamento. Giorgio Gaber diceva cose simpatiche. a 99 anni e sei mesi… – ha lavorato in Svizzera negli anni Cinquanta. era un artigiano ebanista. In Sicilia poi! La mafia viaggia.Emilio Isgrò sempre avuto la massima tolleranza per chi è diverso da me. Sarebbe inverosimile che in un mondo che tutto contamina e corrompe il dialetto possa restare intatto. per fortuna. Ricordo che a un convegno sulla drammaturgia al Piccolo di Milano – io avevo appena fatto l’Orestea di Gibellina – lui intervenne in mio favore. Mio padre per esempio – è morto l’anno scorso. In fondo entrambi facevate un uso non purista del dialetto. Anche Dario Fo. il suo grammelot mi pareva avere una funzione simile alla Cancellatura. E viaggiano pure le persone per bene. nella società s’è affermata una retorica museale del dialetto… sino alle proposte di insegnarlo a scuola. vero affetto. Oggi in letteratura quella del dialetto è una nuova Arcadia. Non tolleranza anzi. Tornando con innesti che modificano la realtà della lingua. fabbricava . Il dialetto che mi interessa è sempre contaminato e corrotto.

. Ma dalle radici: per la sua capacità di assorbire tutto. La mia Sicilia è corrottissima. È il massimo dell’autenticità.Emilio Isgrò bellissime vetrine per gli orologi. la Sicilia resta incancellabile. recensendo il mio primo libro. Uno come Pasolini s’era potuto illudere che le borgate fossero «pure». in questo numero di «alfabeta2» si parla parecchio di Sicilia. contrapponeva il mio «impianto cosmopolitico» alla sicilitudine tradizionale per lui incarnata da Quasimodo. sfregiarla. d’altronde). e il tuo legame con questa identità è stato quello di corromperla. deformarla. Compose uno dei valzer tirolesi più popolari. ma anche lui s’è dovuto ricredere. sfregiata e sfrangiata: mescolata con quella degli altri. nel bene e nel male.. l’«isolitudine» della Sicilia. di Volponi. Tu ti sei allontanato presto dalla Sicilia. Così rendendola più reale – perché oggi l’identità di tutti noi è corrotta. Proprio lui peraltro. Quando ho capito che ci si stava . E la sera andava a suonare il sax nei locali jazz o al grande Circo Knie di Losanna. Nel ’56 ero arrivato a Milano: la città di Vittorini. il valzer tirolese tipico composto da uno di Barcellona Pozzo di Gotto! Senti. Tradizionalmente si insiste sull’isolamento.. Eppure. Non solo in senso pubblico. di Ottieri mio grande amico. sociale e politico (come il resto del paese. di nutrirsi di ogni succo culturale..

è fatale che finisca per fare l’attore di te stesso. la modernità artistica più spregiudicata. Ancora oggi ogni tanto torna alla carica. non ai morti ma ai feriti dell’orrenda strage…». Ma di Gibellina appunto: cioè di una Sicilia piuttosto bizzarra. anzi proprio surreale. Il sindaco Ludovico Corrao stava innestando sull’identità arcaica del paese. nell’Orestea. Fece sì che la mia sperimentazione si rivolgesse a tutti.Emilio Isgrò uniformando in quella che poi sarebbe stata definita globalizzazione. Era ed è un uomo piuttosto straordinario. Corrao. . Tu lì sei davvero un «personaggio». il tuo nome non è altro che una stringa di testo di cui si dice tutto e il contrario di tutto. Mi è venuta in mente quello che poco tempo prima aveva detto Carmelo Bene dedicando la sua lettura di Dante dalla Torre degli Asinelli. D’altra parte il tuo era un teatro civile. Voleva pure che ci recitassi. E infatti non è l’Orestea di Siracusa o di Segesta. non senza attriti. che si rivolgeva alla comunità ferita dal terremoto. L’avventurosa vita di Emilio Isgrò. «da ferito a morte. nell’anniversario della bomba alla stazione. ho attinto a quel sostrato con l’Orestea di Gibellina. e chissà che un giorno non lo faccia davvero… Nel tuo primo «romanzo». Senza alcun intento puristico ovviamente.

però. è uno degli strumenti della comunicazione più controllabili – e controllati. che passa per essere l’atto libero per definizione. Quarant’anni dopo. Oggi l’arte fa da coperchio all’esistente. in certi momenti. lo massaggia. Non dimostra che il mondo esiste. tutto all’interno del sistema comunicativo. però. A me pare di aver fatto qualcosa di diverso. Si trattava in fondo di ristabilire una vita normale. Paradossalmente l’arte. a tutti gli effetti un mass media. Un altro modo per intenderla è con la falsificabilità di Popper: nel mettere alla prova l’enunciazione mette alla prova i propri enunciati. e in effetti la Cancellatura rientra anche in una strategia comunicativa. da quello che allora faceva per esempio Warhol. molti oggi (penso per esempio a Mario Perniola) se la prendono. con tutte le fragilità e tutti gli errori. proprio con la comunicazione. Non rappresenta il mondo: lo accarezza. Mi sono dovuto ritrarre. ma che deve esistere esattamente com’è.Emilio Isgrò In realtà questo della maschera è precisamente il pericolo da cui mi sono dovuto guardare. Spesso parli di comunicazione. . mi pare non a torto. In questo senso lui è stato il profeta dell’arte di oggi. In gioventù hai fatto il giornalista.

Diciamo che non è il mio forte. 2010. Verona Questa è un’arte che non ti piace. Una indivisibile minorata. Eppure spesso mi sorprendo ad affascinarmi ai cattivi artisti. in verità.Emilio Isgrò Emilio Isgrò. (da “La Costituzione Cancellata”) Galleria Boxart. Mi piacciono tutti. Una nozione di «artisticità» generica e diffusa ha sostituito l’«arte» come idea fondante delle identità umane. la bella confezione. Basta fare la faccia da artisti per impressionare . Mi piace la bella materia. vorrei essere bravo come loro.

Mai da chierici consacrati. Dopo Garibaldi e Cristo. Allora gli lega una . e lo irride perché quel compito spetterebbe alla sua femmina.Emilio Isgrò l’universo sbadato – mentre i veri artisti si vestono da professori. Il piacere dell’arte e della scrittura non può essere soltanto di chi la fruisce ma anche. angeli. sì. e mai per se stesso. Insieme la saggezza e l’inganno. che ora forse andrà in scena. Ma l’artista che lavora per i propri destinatari. La capacità picassiana di dire il falso per affermare il vero. C’è un tuo testo di qualche anno fa. Il corvo di Mizzaro. Un contadino scopre un corvo che cova le uova. è come l’amante che grufola e suda per soddisfare il partner. col risultato che alla fine non gode lui e non gode lei. ora fai direttamente Dio. Godete e moltiplicatevi. anzi una spallatina… Godete. talora da gelatai. Neppure i cardellini cantano per il piacere esclusivo degli uomini. dell’artista che la pratica. Fatto sta che si lavora per il pubblico e mai per se stessi. disperato: se io non godo. E tuttavia la sorte non è ineluttabile: basta una spallata. artisti. non godi nemmeno tu. Quella di Ulisse è una figura che può mettere insieme tutto. l’Odissea cancellata. Godete. da ragionieri. se non soprattutto. Da ragazzo mi colpì molto una novella di Pirandello. Altrimenti sarà un coito ininterrotto.

Emilio Isgrò campanellina alla zampa e lo porta con sé. E ci si chiede: come mai proprio adesso? Alla fine degli anni Zero siamo di fronte a una tabula rasa delle aspettative? In momenti come questi non si può ripartire che dalla Cancellatura? . soprattutto con la sua generosità nel fare qualcosa che gli altri non fanno. e il contadino che lo prende con sé la società. Un giorno però il suo asino lo trascina in un burrone. Sembra davvero un nuovo momento Isgrò. Solo che al momento della crisi è l’artista che si salva. tutti ti cercano (noi per primi). Io mi sono sempre immedesimato con la capacità di sorprendere del corvo di Mizzaro. Il corvo è l’artista. in una valle incassata e profonda. Sono come quegli erotomani che per fare all’amore con la moglie devono raggiungerla dal cornicione! Sei in mostra dappertutto. Senza questa insicurezza non avrebbe senso. C’è chi ha detto che la mia arte è come una superficie levigata che nasconde il crepaccio sottostante. escono i tuoi libri. e il corvo se ne vola in cielo con la sua campanellina. mentre la società cade nel baratro! Quando durante la guerra c’erano i bombardamenti la notte ci rifugiavamo ntò vadduni. Per me era una festa naturalmente.

e ho dovuto crederci anch’io. dal mio amico Arturo Schwarz. è appunto l’arte: come libertà dell’uomo. per dirla con Schumpeter – o di «distruzione Beatrice». Sotto la cancellazione c’è una possibile rinascita e riscoperta del mondo. Una è la religione. L’altra alternativa. Tanto ho insistito che hanno finito per crederci tutti. dall’Ottocento in poi. custodia della sua integrità. La gente non ha voglia di morire. per dirla con Mallarmé. il verbum reincarnato – ho fatto persino il Cristo cancellatore. e si è visto cosa ha prodotto negli ultimi dieci anni.Emilio Isgrò Quella della Cancellatura è una dialettica. Mentre per me doveva essere una forma di «distruzione creatrice». . in momenti come il nostro ha bisogno di due cose. mi resi conto che la Cancellatura rischiava di essere letta in chiave nichilista. E probabilmente la Cancellatura dà la sensazione che quest’arte libera sia davvero possibile. Mi ricordo che a una delle prime mostre. Così per tutta la vita mi sono sforzato di dire che la Cancellatura è un gesto costruttivo.

Emilio Isgrò Emilio Isgrò. 1985 (dall’installazione multimediale “La Veglia di Bach”) Teatro alla Scala / Chiesa di San Carpoforo. Il rosso e la macchia. Milano .

Alvise Mattozzi.Emilio Isgrò Altri percorsi di lettura: Emilio Isgrò Disobbedisco Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Paolo Fabbri. Patrizia Magli A riflettori spenti Torna al menù . Valeria Burgio. Tiziana Migliore.

passandomi un plateau di cera vergine da transformer in candele e cose simili. Oui. «obbedisco» gli risposi . Tout de suite mi tese la sua mano. un fratello toscano. ventre – e forse genio – ne aveva sicuramente da vendere… Questo Meucci era mazziniano.Disobbedisco Disobbedisco Emilio Isgrò Garibaldi […] tra una guerra d’indipendenza e l’altra me ne andai a New York a fare il candelaio nella bottega di Meucci Antonio. e quando chiesi aiuto non mi fece attendere. un po’ demonio. oui. uno che s’arrangiava come un pazzo per mettere ogni giorno qualcosa sotto i denti. che di talento.

Uno chiamato a fare il gran diniego e invece si prosterna e dice «prego» persino a chi gli manca di rispetto. quanto rimasi là. aspirando le «C» in acca inesorabili. Io. vescovi e cardinali. […] Mi riferisco al grillo che quando scesi dal mio Rubattino . per via che ero nato a Nizza. appresa da ragazzo. infernali… Così mi misi all’opera e per quasi tre anni. un’aquila. Mi replicò in inglese. dimenticando in quella sporca fabbrica di essere un soldato. il mangiapreti avido. non avevo saputo rispondere di no. tali da riempire case di re e baroni.Disobbedisco in un francese insipido. il toscano ridicolo. e l’abitudine m’era rimasta. il massone. io feci più candele di tutti i candelai d’Espagne e de Sicile. de manger gli spaghetti con la pizza ma de parler en français quando ero distratto e la mia cara Italia non correva pericolo. un eroe. pas loin de la France.

Teano. a fàrimi nculari dopo Aspromonte. bombardata. E jò sempri ddà. e lì rimase finché la prima scarica borbonica di fuoco e di bombarde non lo spinse da qualche altra parte a respirare l’aria delle campagne all’alba. portandomi il messaggio di Vittorio: – Da oggi obbedirai a chi ti chiede di levarti i calzoni e le mutande quando ti parla il grande re maniaco. il grillo stitico. Finché non mi costrinsero a Caprera . parlante. prima che i nostri Mille avessero ragione del re Borbone e delle sue legioni. Questo mi disse il grillo chiacchierone. mentre mi volteggiavano sul capo due o tre rondini tardive. Bezzecca. grasse come quaglie. Colui che sa senza sapere nulla. Ma poi tornò. prontissime a squittire al mio comando per sedurre meglio la mia anima stanca.Disobbedisco volò sulla mia spalla con un grido straziante di cricrì.

Mai più darò sostegno alla masnada delle anime perse in questo regno. Mai più dirò di sì a chi mi chiede di pigghiàrila nculu solo per il piacere di servire la patria e il re che mi governa e mi sgoverna insieme. per strade buie che portano alla luce.Disobbedisco a giocare coi reumi e con la sciatica. Chi ura è? Chi ura è dicìtimi! . E se oggi torno qua. a Marsala. una promessa nuova. L’undici di màju mille ottucentu sissanta. sgradita ai farabutti. dov’io stesso chiamai madre l’Italia. figli d’una repubblica non ancora monarchica. si sa) ma solo per ripetere a voi tutti. Me ne andrò per viottoli più aspri. Coro È maggio. non è per lamentarmi della mia viltà (perché anche gli eroi a volte tremano.

. effettivamente è maggio: l’undici di màju mille ottucentu sissanta. non importa la lingua. non lo posso negare. Scaricando la rabbia. non importa la sabbia. Io parlo come mangio solamente in segno di rispettu pi sta mìnchia ingannata dai martiri e dagli eroi. non importa il sole. Il maggio che aspettavo – e c’è una luce buia che attende di essere spenta prima di riaprire il gioco delle spade e delle parole.Disobbedisco Chi è sta camurrìa? Chi è sta campanazza che sbatte e mi minaccia? Cos’è questa sentenza di grilli in parlantina che cantano cricrì dicendomi di sì? Garibaldi Sì. Ma non importa. scaricando la bile. Delle ombre mi libero a poco a poco per queste strade cariche di sale.

il centocinquantesimo anniversario dello sbarco dei Mille (11 maggio 1860) e della controversa storia che seguì (il 14 maggio.Disobbedisco Mai cchiù dirò oui a cu mi cunta chi tuttu ccà va beni e non conviene toccare certi temi con il rischio di confondere il popolo paziente svegliandolo dal sonno millenario. – Disobbedisco a tutto: anche alle rondini. in ordine di composizione e messa in scena (il 13 maggio 2010. con la collaborazione di Laura Cammarosano nella collana fuoriformato da me diretta per Le Lettere di Firenze. postfazione di Dario Tomasello. alla sua maniera ovviamente. è l’ultimo fra i testi compresi nel libro di Emilio Isgrò. al Convento del Carmine di Marsala). Evidente l’intenzione da parte di Isgrò di «celebrare». L’Orestea di Gibellina e gli altri testi per il teatro. a Salemi. appena uscito a cura di Martina Treu. Mai più aggiogherò i buoi al carretto sbagliato salutando «vossìa binidica» re Vittorio. Disobbedisco. Mai più dirò «obbedisco» a chi mi chiede di scendere dal mio cavallo bianco. Garibaldi assume la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II). Nell’occasione per la prima volta Isgrò ha raccolto e presentato le opere da lui .

si tratta di «un antieroe errante. La vocazione all’erranza. di sovvertire la storia e l’ordine costituito». dell’ultimo secolo e mezzo. Da sempre. accaldato e col fiatone. di contravvenire alle aspettative e alle gerarchie. . irrequieto e agitato. dello svelamento e della demistificazione operati da Isgrò […] l’eroe man mano sente gravare sempre più sulle spalle il peso dei suoi anni. stanco eppure senza riposo. c. nella quale ha interpretato in prima persona il personaggio di Garibaldi. Da qui scaturisce la scelta di disobbedire. come spie del caos. appesantito dagli anni e dal corredo comico di un cavalluccio e di un ombrello bianco. Come ha scritto Martina Treu. Quest’ultimo è significativamente costellato di quei formiconi grassi che caratterizzano molte opere e installazioni dell’artista visivo. creando la nuova installazione Sbarco a Marsala e inaugurandola appunto con la messa in scena di Disobbedisco. dei tradimenti e delle delusioni seguite al giorno del suo sbarco a Marsala. partito preso di Emilio Isgrò si può dire sia stato quello di parlar male di Garibaldi… a.Disobbedisco dedicate alla sua terra. all’insubordinazione e allo spiazzamento – che da sempre connotano la ricerca dell’artista – hanno insomma trovato un nuovo mito elettivo. in fondo. del sovvertimento.

Disobbedisco Altri percorsi di lettura: Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Luigi Nacci Stay human Torna al menù .

La sconfitta della fame rappresenta infatti la mossa d’apertura e la meta obbligata. dove lo stupore per la scoperta non cede ancora al cinismo con cui. da allora. per una volta. il grado zero della lotta per . il marchio che la questione del cibo imprime oggi all’arcano dell’emancipazione. E il controcanto di Werner Sombart. sfila l’utopia dall’oscurità in cui la protegge ogni sua riga: «Alla domanda circa il fine della società emancipata si ottengono risposte come la realizzazione delle possibilità umane o la ricchezza della vita… Risposta delicata sarebbe solo la più grossolana: che nessuno debba più patire la fame». Sono questi gli estremi del problema. si dà conto del tradimento dei miserabili: «Davanti a un roast beef e a una torta di mele sfuma ogni utopia».Desidera ancora qualcosa? Il cibo e il suo doppio Desidera ancora qualcosa? Enrico Donaggio U n aforisma di Adorno che.

in un opaco intreccio di ricadute. disinnescano le istanze ideali che avevano nutrito il sogno di una vita migliore. Prima mangiare. poi la morale. Vincere l’assillo umiliante di procacciarsi il pane.Desidera ancora qualcosa? la soddisfazione di bisogni legittimi e universali. diritto fondamentale e ossessione. per sprofondare nel torpore di un’abbuffata senza desideri: il mistero della sazietà politica stringe da tempo allo stomaco un pensiero esigente. Ma la fuoriuscita dall’indigenza elementare e l’approdo a una qualche dignità possono avvenire secondo modi che. . rinsaldano un sistema capace di assimilare e digerire ogni cosa. da un lato. dall’altro. Ecco l’orizzonte entro cui si possono forse disporre – malgrado stile e posizioni diversissimi – gli interventi di questo focus: il cibo come campo di battaglia tra bene comune e merce. felicità e nausea. Perfetto.

Collezione Intesa Sanpaolo Altri percorsi di lettura: Stefano Rodotà Il diritto al cibo Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare .Desidera ancora qualcosa? Emilio Isgrò. Installazione. 1985. L’ora italiana.

ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Torna al menù .Desidera ancora qualcosa? Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina.

fino ai documenti più recenti. sicura e adeguata – è di considerarlo un elemento fondamentale della cittadinanza globale. intesa come un insieme di diritti che accompagnano le persone ovunque esse siano. come il decreto brasiliano sulle politiche per la sicurezza alimentare e la nutrizione (25 agosto 2010) e la nuova Costituzione kenyana (27 agosto 2010). una riforma ancora più considerevole della Costituzione indiana sarà inoltre approvata di qui a breve. Questo approccio è confermato dal lungo cammino del diritto al cibo a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. Questo dimostra un .Il diritto al cibo Il cibo e il suo doppio Il diritto al cibo Stefano Rodotà P enso sia opinione condivisa che il modo più corretto di guardare al diritto al cibo – e alle sue molteplici declinazioni come diritto a un’alimentazione sana.

Il diritto al cibo passaggio dall’approccio verticistico della battaglia contro la fame nel mondo a un approccio orizzontale. più aggiornato e scintillante. e questa terminologia. lasciando il campo a un prodotto migliore. come uno dei nuovi diritti. in cui i paesi interessati divengono protagonisti attivi. Si parla di «generazioni» di diritti. che corrisponde alla più generale costituzionalizzazione della persona. punto di riferimento dei più recenti sviluppi del diritto. identica a quella in uso nel mondo dei computer. Per comprendere meglio questo approccio vorrei fare due osservazioni di carattere generale. ed è stato classificato. lascia intravedere anche una contrapposizione tra diritti nuovi e vecchi. potrebbe suggerire che ogni nuova generazione di strumenti si sostituisca alla . tuttavia. In primo luogo il diritto al cibo può essere. in quanto facente parte della quarta o quinta generazione di diritti. Al tempo stesso. Ma l’espressione «nuovi diritti» può dar luogo a una pericolosa ambiguità. Siamo di fronte a una vera e propria costituzionalizzazione diffusa di tale diritto. Crea la sensata impressione che i diritti si rinnovino costantemente per soddisfare una realtà che si modifica di continuo. come se il tempo dovesse consumare quelli più remoti.

non di sostituzione. Più in generale. a una riconsiderazione delle tre categorie fondamentali del pensiero politico. ed è questa la seconda osservazione. la dignità. e più precisamente alla sicurezza alimentare. obbliga a un approccio nuovo. i suoi valori e interessi. Nel caso specifico. va rilevato che oggi. il diritto al cibo. in una dimensione globale in cui il concetto di sovranità spesso scompare e si manifestano poteri incontrollabili. l’eguaglianza – e dello stesso diritto alla vita. Di conseguenza. Ma l’esperienza storica. anche per impedire che alcuni di essi possano essere presentati e trattati come meno importanti ed effettivi rispetto ad altri. la cui dimensione sociale si comprende ancora meglio proprio attraverso l’approccio del diritto al cibo. sottolineando l’inscindibilità dei diritti. tradottasi in documenti internazionali di grande rilevanza come la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. è necessario ricostruire e interpretare tutto l’insieme dei diritti riconosciuti. sono proprio i diritti fondamentali a . evidenzia un punto di vista differente.Il diritto al cibo precedente e la condanni all’obsolescenza e all’abbandono definitivo. e quindi un processo di accumulazione e integrazione. quando si considerano i diritti che riguardano più direttamente la persona. etico e giuridico – la libertà.

è stato meglio definito come diritto a un’alimentazione «adeguata» e ha raggiunto un primo livello di autonomia con la stringata definizione «diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla . sociali e culturali. con l’apertura a una logica unica e forte. e in particolare nell’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici. Al suo esordio. quella del mercato. la proiezione dei diritti fondamentali su scala mondiale rende evidente che esiste un’altra maniera per entrare a far parte di un mondo in continuo mutamento. a un’Europa fondata sui diritti umani.Il diritto al cibo rappresentare il solo contrappeso valido e l’unico strumento nelle mani dei cittadini. dando così all’Unione europea una nuova legittimazione. nell’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Nell’era della cosiddetta «fine delle ideologie». È significativo che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sia stata concepita proprio come uno strumento indispensabile per passare dalla costruzione dell’Europa soltanto attraverso il mercato. In questa prospettiva. più forte e adeguata. la progressiva specificazione del significato e dei limiti del diritto al cibo assume una particolare rilevanza. Poi. il diritto all’alimentazione era considerato come uno degli elementi del più generale diritto a un tenore di vita adeguato.

come è stato rilevato da Gunther Teubner[1]. il diritto alla sicurezza alimentare deve essere considerato un elemento chiave per comprendere la reale situazione di una società. e sono stati accolti con scetticismo da una cultura giuridica . legate a dinamiche sociali ed economiche piuttosto che all’esercizio di poteri politici e costituzionali. soprattutto nella sua forma di diritto alla sicurezza alimentare. essa ha dato vita a un più esteso diritto. Non è possibile qui seguire passo dopo passo l’evoluzione successiva. in questa fase della sua evoluzione. risente della difficoltà a rendere effettivi a livello mondiale tutti i diritti fondamentali.Il diritto al cibo fame». il diritto al cibo. e che diventa precondizione della democrazia stessa. caratterizzato da un «neomedievalismo istituzionale»[2]. precludendo così il costituirsi di garanzie comuni. C iò nonostante. la cui complessità comprende l’esistenza di ogni individuo nella sua interezza. Insomma. Tuttavia questi tentativi sono stati criticati da chi ritiene che porterebbero a un mondo privo di un centro. I tentativi di associare la dimensione globale dei diritti fondamentali a istituzioni specifiche hanno reso possibile la creazione di molteplici «costituzioni civili».

che può essere messa in atto con iniziative promosse dalla società civile. possono . avendo come punto di riferimento i documenti internazionali. le quali. come il ricorso a un’azione legale. Riuscirono nel loro intento per una serie di ragioni. possono tradurre in pratica quelle garanzie. quando si diffuse la notizia di alcune multinazionali che facevano cucire scarpe e palloni da calcio a bambini indiani e pakistani. Ma questa tesi è stata in parte confutata dal progressivo costituirsi di una «comunità globale di tribunali» per la tutela dei diritti.Il diritto al cibo che ritiene che i diritti non possano trovare applicazione efficace in una dimensione globale. ad assicurare l’effettività dei diritti dei bambini. La stessa logica potrebbe presentarsi nell’ambito dell’alimentazione. Per esempio. ma nel nostro caso è opportuno sottolineare che sono stati strumenti diversi rispetto a quelli propri dei meccanismi giuridici tradizionali. E noi siamo sempre più consapevoli del fatto che la realizzazione di una tutela effettiva dei diritti non è più appannaggio esclusivo dei tradizionali procedimenti giudiziari. facendo appello ai diritti fondamentali. dove le pressioni da parte della società civile e l’azione diretta dei cittadini stessi. i gruppi per i diritti civili minacciarono il boicottaggio se le aziende non avessero cessato di servirsi del lavoro minorile.

L’ «accesso» è un concetto chiave nel dibattito giuridico contemporaneo. Non condivido l’approccio di Jeremy Rifkin quando sostiene che l’accesso rende irrilevante il riferimento alla proprietà[3]. affinché il diritto al cibo sia preso in seria considerazione. ai dati personali. L’accesso alla conoscenza. per esempio. dai brevetti nel settore agricolo. alla salute sono ampiamente riconosciuti come diritti fondamentali della persona. perché la proprietà privata è ancora uno dei principali ostacoli per l’accesso delle persone al cibo.Il diritto al cibo produrre un modello di diritto informale ma efficace. E noi tutti sappiamo che l’accesso al cibo si traduce prima di tutto in un obbligo che gli organismi pubblici devono rispettare per rendere effettivo il diritto alla sicurezza alimentare. come evidenziato. Il caso appena menzionato dimostra che bisogna andare oltre la tradizionale distinzione fra documenti legalmente vincolanti e non vincolanti e solleva la questione delle strategie da mettere in atto per rendere effettivo l’accesso al cibo. che è poi il problema centrale della sicurezza alimentare. superando le barriere imposte dall’individualismo proprietario e . A questo punto vorrei segnalare molto brevemente cinque punti importanti del dibattito attuale.

È necessaria un’ulteriore strategia. Dunque. rientrando così nel novero di quei beni per l’accesso ai quali non è necessario godere di risorse finanziarie. l’acqua. il primo ruolo che gli Stati devono avere è quello di selezionare quali beni siano accessibili attraverso il mercato e quali irriducibili alla logica di mercato. perché essi per loro stessa natura non possono essere oggetto di calcolo economico. Consideriamo. In questo caso il fatto che siamo di fronte a una risorsa al tempo stesso vitale e sempre più scarsa implica che l’acqua debba essere definita come un «bene comune». ora riconosciuta come un elemento essenziale del più generale diritto al cibo. per esempio. pubblico e globale. Ancora una volta il diritto all’alimentazione mette in risalto un più generale e ineludibile tema del nostro tempo: l’opposto della proprietà. – Ma non basta estromettere dal mercato alcuni beni. Come si può fare in modo che le risorse per l’accesso al cibo siano alla portata di tutti? Esistono diverse strategie. rappresentato dai beni comuni globali. che prenda in considerazione il modo in cui viene prodotto il cibo all’interno di .Il diritto al cibo l’idea correlata secondo la quale il mercato rappresenta ancora lo strumento migliore per rendere effettivo il diritto all’alimentazione.

ponendosi come obiettivo anche la tutela della salute e dell’ambiente. Attraverso il diritto alla sicurezza alimentare si nutre non soltanto il corpo. L’accesso è uno strumento fondamentale per il raggiungimento di un’alimentazione adeguata. Ancora una volta il diritto al cibo apre uno scenario più ampio in materia di diritti umani e comprende fra gli attori anche le future generazioni.Il diritto al cibo un’economia sovralimentata. individuale e collettiva. sebbene fondamentale. è necessario soffermarsi sul riferimento all’«adeguatezza». Dobbiamo tener conto di questa indicazione se vogliamo costruire un mondo . ha sottolineato che ogni individuo ha diritto a un’alimentazione «adeguata e sufficiente. a questo punto del dibattito. dignitosa e libera dalla paura». ma qualitativo. e che al contempo esprima o comunque rispetti i diritti dei produttori e quelli dei consumatori. Adeguatezza significa andare oltre l’approccio minimalista. soddisfacente. «supercapitalistica»[4]. ma anche la stessa dignità della persona. ora uniti dall’idea di Slow Food. della libertà dalla fame. Ma. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione. Jean Ziegler. Ciò implica che l’adeguatezza non sia solo un concetto quantitativo. corrispondente alle tradizioni culturali del popolo a cui appartiene e che assicuri una vita fisica e mentale.

Considerato come un’interfaccia essenziale per una molteplicità di diritti fondamentali. mentale e sociale e non la mera assenza di malattia o infermità»: l’integrità della persona (articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali). Dunque. che in esso si concretizzano. secondo l’analisi di Benjamin Barber sul passaggio da cittadini a clienti[5]. per esempio. il diritto alla sicurezza alimentare è un potente strumento contro ogni forma di riduzionismo. il diritto al libero sviluppo della personalità (articolo 2 del Grundgesetz tedesco e della Costituzione italiana).Il diritto al cibo multiculturale. o per meglio dire in persone «consumate». il diritto al cibo conferma la sua attitudine a essere punto di convergenza di princìpi giuridici fondamentali. fondando così un nuovo contesto giuridico. Così la sicurezza alimentare si coniuga con la dignità umana e il rispetto della diversità culturale (si vedano. l’ampia definizione di salute dell’Oms come «uno stato di completo benessere fisico. La piena attuazione del diritto al cibo è necessaria per evitare questo destino e . gli articoli 1 e 22 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea). in particolare contro la trasformazione delle persone in consumatori passivi. il principio di non discriminazione (articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali).

Constitutionalising Polycontexturality. L’era dell’accesso. 2008. sicura. . Milano 2003. Milano 2001. La rivoluzione della New Economy. Supercapitalismo. Fazi. Dobbiamo essere consapevoli che soltanto la piena attuazione di questo diritto darà all’umanità la possibilità di lottare contro il drammatico «human divide» del mondo contemporaneo. 2010. che sfida non solo l’eguaglianza tra le persone. Reich. [2] M. Castells. ma la loro dignità e la vita stessa. Università Bocconi. Rifkin. [3] J. Volgere di millennio. [4] R. Tutti questi argomenti confermano l’assunto iniziale: il diritto a un’alimentazione – sana. adeguata – va considerato come uno dei «più fondamentali tra i diritti fondamentali». Teubner. [1] G. Come cambia l’economia globale e i rischi per la democrazia. in «Social and Legal Studies». Mondadori.Il diritto al cibo difendere con fermezza l’integrità e l’autonomia di ogni persona.

Barber. Da cittadini a clienti. Einaudi. Torino 2010.Il diritto al cibo [5] B. ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico . Consumati. Altri percorsi di lettura: Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina.

Il diritto al cibo Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Torna al menù .

formiche giganti ricoperte di cioccolato. Segue poi un tipico esempio di street food tailandese: insetti fritti (grilli. scorpioni. l’altro alla brace. pepe e chili. serviti su un pezzo di carta. accompagnato da Baby Mice Wine. il vino di . Il pasto si conclude con un dolce colombiano.Fenomenologia dello schifo Il cibo e il suo doppio Fenomenologia dello schifo Carola Barbero I mmaginate di andare al ristorante Specialità dal mondo e chiedere al cameriere i piatti più particolari. cavallette e cimici) conditi con sale. L’antipasto consiste di due succulenti spiedini di grubs. Il secondo è un classico della cucina coreana: stufato di cane con patate. Per il primo la scelta cade su un piatto cambogiano. la famosa zuppa di pipistrello accompagnata dal sangue del medesimo (spremuto «in diretta»). grasse larve bianche ricchissime di proteine (un tempo alimento fondamentale nella dieta degli aborigeni): uno è di larve vive.

gommosa. Cos’è che ci «fa schifo»? Per quanto riguarda le caratteristiche dei cibi. diffuso in Cina e in Corea. dolce. sulla consistenza (molle. salato). alcalinità). Pareri? Impressioni? Sarebbe del tutto normale provare un senso di autentico disgusto. lumache) o non possono essere consumate in quanto considerate da compagnia. Per quanto concerne invece la natura dei cibi. come la vacca in India o il maiale per i popoli islamici. filamentosa. o su alcune proprietà chimiche (acidità. insetti. domestiche (cani e gatti per gli europei) o cui viene attribuito un qualche valore intrinseco peculiare. bisogna tenerne conto. Talvolta si prova disgusto anche per il consumo di parti riconoscibili di . in una fenomenologia dello schifo come quella che qui ci proponiamo.Fenomenologia dello schifo riso in cui vengono immersi e annegati topi appena nati. anzi sarebbe forse strano non trovare quei cibi schifosi e rivoltanti. spesso il disgusto si basa sull’eccesso di un sapore (amaro. callosa. Come mai? Come è possibile che un piatto prelibato per un popolo sia invece disgustoso per un altro? Indubbiamente i fattori culturali hanno un peso importante e. il disgusto è solitamente associato a quelle specie che – nella cultura di chi prova disgusto – non sono considerate commestibili (larve. dura).

si può imparare a superarla. zampe) o dei loro organi (cuore. quasi sempre per ragioni legate alle abitudini alimentari della comunità di appartenenza. alcuni funghi contenere veleni altamente tossici per gli esseri umani. Come ha ben spiegato Paul Ekman – . cibi avariati) oppure dalla modalità di preparazione (scarse condizioni igieniche) o presentazione. fegato. carni e uova crude. ma anche eventuali danni. Per esempio. Questa tipologia di disgusto è profondamente radicata nella nostra specie anche se. prevenendo così non solo un senso di nausea e fastidio. lo allontaniamo istintivamente. e quindi creare danni al nostro organismo. Un tipo di disgusto diverso – strettamente connesso alla sopravvivenza e non determinato da fattori culturali – è invece quello derivante dalla potenziale tossicità (funghi. coda. testicoli). polmoni. cervello. Questo tipo di disgusto pone in evidenza la schietta portata evoluzionistica di tale emozione e spiega perché accada che istintivamente (proprio come gli animali) rifiutiamo quei cibi che possono provocare malattie o intossicazioni. Il disgusto verso cibi potenzialmente dannosi mette in luce come i nostri organismi siano «intelligenti»: rifiutiamo ciò che potrebbe farci male.Fenomenologia dello schifo animali (orecchie. la carne e il pesce crudi possono essere ricchi di batteri e parassiti.

emerso in un articolo pubblicato dalla psicologa canadese Hanah A. Nell’esperimento condotto da Chapman e colleghi sono state messe a confronto le reazioni di disgusto provocate nei soggetti da alimenti potenzialmente tossici o contaminati con le reazioni verso azioni moralmente sbagliate. Non si tratta semplicemente di intendere il disgusto morale in senso metaforico. Un dato interessante. abbassa gli angoli della bocca. riguarda le possibili connessioni tra questo tipo di disgusto e quello morale. Chapman e collaboratori su un numero di «Science» del 2009. Gli studi sperimentali presi in esame hanno infatti mostrato come anche in ambito morale le reazioni emotive possano avere la funzione di riconoscere azioni o comportamenti potenzialmente dannosi. bensì di mostrare come abbia esattamente la stessa origine del disgusto fisico. paura. tristezza. disgusto e rabbia) ha dedicato una particolare attenzione al disgusto – il soggetto che prova disgusto arriccia le narici. in breve respinge ciò che è individuato come la causa dell’emozione negativa. L’idea è che la morale si basi su sistemi affettivi filogeneticamente più vecchi rispetto ai sistemi cognitivi. e sono state sottoposte ad attento esame le rispettive attività . tira fuori la lingua. sorpresa.Fenomenologia dello schifo che all’interno di uno studio più generale sulle emozioni primarie (felicità.

Come già osservato. controllato. Se davvero il disgusto morale ha avuto origine dalla stessa emozione che spinge a rifiutare cibi potenzialmente dannosi. però. In questo senso è evidente come il disgusto – proprio come la paura – sia un’emozione evolutivamente importantissima: se non provassimo disgusto mangeremmo un cibo magari avariato. quando non addirittura vinto. esattamente allo stesso modo. il disgusto può essere ammaestrato. Ci si . allora non sarà per combinazione che si sia rilevata una continuità nelle attività motorie facciali dei due casi. potremmo stare male o addirittura morire. Il risultato è stato una piena conferma della tesi (darwiniana) secondo la quale la configurazione delle espressioni del viso da semplice meccanismo rivelatore-regolatore dell’ambito della sensibilità ha poi acquisito un importante ruolo sociale. I soggetti infatti rifiutano la trasgressione di alcune norme morali proprio come rifiutano i cibi avariati: arricciando le narici e allontanando la causa dell’emozione.Fenomenologia dello schifo motorie facciali. e alla fine magari si sviluppa una vera e propria predilezione. ci si abitua. Basti pensare al consumo quotidiano di cibi più o meno «pericolosi» che avviene in ogni parte del mondo: in un primo momento si trovano disgustosi. poi li si assaggia. se non avessimo paura non scapperemmo e potremmo essere attaccati o uccisi.

ci deliziamo e proviamo attrazione per ciò che invece . indipendentemente dalla cultura e dall’educazione. che fine si rischia di far fare agli altri? Forse bisognerebbe pensare a una sorta di «Cura Ludovico» (la terapia dell’avversione a cui in Arancia Meccanica è sottoposto il protagonista). Potrebbe sortire buoni risultati (sarebbe più o meno come organizzare una grigliata di carne in un mattatoio per fare in modo che le persone capiscano ciò che stanno mangiando). Ma che dire invece se si varca la linea del disgusto morale e non si prova più schifo per comportamenti e azioni moralmente inaccettabili? Che fine si rischia di fare? E. soprattutto. e proviamo piacere per ciò che è rivoltante e pericoloso. Magari ci siamo talmente abituati alle cose più disgustose che abbiamo perso la capacità di riconoscere gli elementi potenzialmente dannosi per noi. non si può non provare disgusto? E che cosa succede di preciso quando la ripugnanza si trasforma in indifferenza. una volta superato il disgusto. per carità. tanto nel gusto quanto nella morale. in piacere. e quindi in attrazione? E infine. è possibile farvi ritorno? Non che si abbia niente contro funghi e carni crude. cose per cui.Fenomenologia dello schifo può abituare a tutto oppure ci sono. Se il soggetto gode di buona salute e vuole «passare» il confine del disgusto fa benissimo.

Altri percorsi di lettura: Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina. La speranza è che non si tratti di un biglietto di sola andata.Fenomenologia dello schifo dovremmo respingere. ma sia sempre possibile invertire il senso di marcia. ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? .

Fenomenologia dello schifo Stefano Rodotà Il diritto al cibo Torna al menù .

L’angoscia della fame che aveva dominato per secoli l’Occidente ha lasciato il posto alla diffusione epidemica dei cosiddetti disturbi dell’alimentazione: anoressie. ovvero dell’ossessione del mangiare sano che imprigiona il soggetto in un salutismo dai caratteri atrocemente repressivi.Il disagio della civiltà alimentare Il cibo e il suo doppio Il disagio della civiltà alimentare Massimo Recalcati 1. lo sviluppo potente dell’industria alimentare e il mercato globalizzato hanno vinto irreversibilmente l’atavica penuria di cibo nelle nostre società e hanno fatto del cibo un oggetto di consumo . Il disagio della civiltà alimentare nelle società occidentali ha da tempo cambiato di segno. E la lista di questi disturbi e la loro classificazione nosografica si arricchisce di anno in anno di nuove aberrazioni come quella più recente della ortoressia. Lo sfondo di questo cambio di segno è evidente. bulimie obesità.

dal più. insomma dall’eccesso di cibo sempre a disposizione. Esso suppone che conoscere ciò che fa bene determini il comportamento giusto. dalla tracimazione e dall’abbondanza dispendiosa. La psicoanalisi la verifica quotidianamente: l’essere umano non vive per il proprio bene. dell’assenza di cibo. incalzante. Tutti i comportamenti apertamente (o più . Si tratta di una illusione neogreca. della sottrazione. non è naturalmente predisposto alla ricerca del proprio benessere. ma da una condizione di offerta illimitata. In questo contesto l’obesità diventa il paradigma di una mutazione antropologica più generale. della carestia. di ogni fessura. della povertà. La cifra del nuovo disagio della civiltà alimentare non è più caratterizzato dall’incubo del meno. dal riempimento sistematico di ogni suo interstizio vitale. La proliferazione del cibo riflette una proliferazione diffusa di ogni genere di oggetti che invadono non solo i mercati ma anzitutto le nostre teste.Il disagio della civiltà alimentare tra gli altri. Il mito della prevenzione primaria dei disturbi alimentari attraverso una giusta educazione alimentare è un mito cognitivista-razionalista. il soggetto non si stacca (o si stacca con sempre maggiori difficoltà) da quell’offerta. dal troppo. 2. di ogni sua mancanza.

secoli di ricette. soprattutto nel tempo dell’abbondanza dispendiosa di cibo.Il disagio della civiltà alimentare subdolamente) autolesivi e dissipativi. secondo Freud. di provare a restituire qualcosa di quella esperienza primaria del soddisfacimento che. dei quali la psicopatologia del comportamento alimentare è solo un esempio tra i tanti. ma la realizzazione di un godimento che porta con sé qualcosa di nocivo e di maligno. La psicoanalisi lo dice con le sue parole: nella pulsione orale. ciò che la bocca cerca o ricerca senza mai trovare è il fantasma del seno. dunque. pratiche e tradizioni hanno depositato un sapere straordinario intorno ai modi possibili di provare a catturare questo fantasma. ma inclini pericolosamente verso un godimento che attenta a ogni moderazione. La storia della cucina ha costruito una grande cattedrale sublimatoria attorno a questo vuoto. una eccedenza che mostra come il corpo pulsionale non sia affatto regolato da un principio di misura. Mangiare. il fantasma dell’oggetto perduto. introduce nel soggetto una traccia indelebile capace di orientare i . scritture. Non si mangia solo per nutrirsi. ma si mangia per godere. libri. mostrano la presenza nell’essere umano di una eccedenza pulsionale che travalica il piano del puro soddisfacimento istintuale dei bisogni. come credeva Aristotele. non è mai il soddisfacimento di un mero bisogno.

Quando c’è piacere della buona cucina è perché un frammento del fantasma del seno è stato catturato dalle reti della cultura che non potendone restituirci la presenza ci offre almeno il sapore della sua assenza. In modi diversi essi rigettano l’assenza del seno come sfondo vuoto che rende possibile l’invenzione e la pratica della cucina – il passaggio dal crudo al cotto avviene per Levi-Strauss come obliterazione della carne cruda della Cosa per accedere alle virtù simboliche del fuoco e del linguaggio – per provare a raggiungere la Cosa direttamente. La condizione di questa sublimazione è proprio il vuoto. per divorarne la carne. Per questa ragione nell’attacco bulimico . la perdita irreversibile dell’oggetto-seno. La cultura gastronomica è una sublimazione culturale che sa rendere fecondo il vuoto lasciato dall’oggetto perduto. l’assenza della Cosa. I disturbi dell’alimentazione sorgono invece come pratiche di distruzione e di offesa della sublimazione in generale e della sublimazione culinaria in particolare.Il disagio della civiltà alimentare pellegrinaggi successivi della pulsione orale e del desiderio che essa supporta. ma per trangugiarne la presenza. saltando la mediazione del linguaggio e della cultura. Tutto questo viene esibito in modo esemplare nelle abbuffate bulimiche che sono un modo non per assaporare – come avviene nel Convivio simbolico – l’assenza della Cosa.

condimenti. 3. ma una fame che è pura spinta pulsionale. sregolata. una fame che il soggetto percepisce come se venisse dall’esterno. non è il gusto e l’eros orale del piacere in primo piano. È . tra il surgelato e il cucinato. Fame illimitata perché nulla sembra poterla soddisfare mai. infinita. fame senza fondo. perché. Nell’obesità grave invece è il corpo stesso del soggetto ad assumere la fisionomia informe della Cosa del godimento. il fantasma del seno non si può mangiare ma solo evocarne l’assenza. appunto. Salta la differenza elementare tra il crudo e il cotto. come fame che divora non solo il cibo ma il soggetto stesso. come la fame di un altro. cibo per animali. pura attività di divorazione priva di argini simbolici. tra la pietanza e i condimenti. per citare ancora Levi-Strauss. il primato delle leggi della cultura su quelle della natura. tra il cibo per animali e quello per esseri umani. una fame che è fame di tutto. cibo crudo.Il disagio della civiltà alimentare salta tutto il dispositivo discorsivo che struttura simbolicamente la commensalità umana. nel senso che una abbuffata bulimica segue a rovescio il vettore che instaura. fame di fame. Per questo ciò che viene mangiato nel corso di un’abbuffata bulimica appare totalmente indifferente: cibo surgelato. fame come avidità insaziabile.

lo sciopero ostinato della fame che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa della vita. il rifiuto della commensalità. se il godimento di tutto è impossibile all’essere umano. ad arrestare il decorso irreversibile del tempo che separa gli esseri parlanti dal seno per permettergli di accedere allo scambio simbolico della parola. ma se questo accesso le viene interdetto allora sembra rifiutare ogni tipo di patteggiamento. l’offesa portata al Convivio. Se non può avere tutto meglio il niente. L’anoressia non punta a raggiungere direttamente e furiosamente il fantasma del seno. come avviene nella bulimia. la diserzione della tavola dell’Altro. In questo modo il soggetto anoressico prova. Così il rifiuto anoressico appare ostinato e ricattatorio . L’obeso fa del suo corpo un contenitore che vorrebbe trattenere presso di sé l’oggetto perduto finendo per trasformarlo nella Cosa stessa. Nell’anoressia la manovra è ancora più radicale. ogni forma possibile di compensazione. attraverso una esasperazione iperbolica della sua forza di volontà. se lo svezzamento simbolico imposto dalle leggi del linguaggio ha staccato irreversibilmente il soggetto dalla Cosa materna. allora meglio vivere di niente.Il disagio della civiltà alimentare il suo corpo che aderisce come senza scarti al seno perduto. mostrano la logica inflessibile che anima i suoi propositi: se non è possibile mangiare la Cosa.

Ciò che conta è la realizzazione senza . il suo essere un oggetto perduto. il discorso del capitalista enfatizza la distruzione della sublimazione offrendo l’illusione che sia possibile un accesso diretto alla Cosa. cittadinanza e impresa. 4. Il suo culto del consumo è un culto chiaramente bulimico. Mentre le origini protestanti del capitalismo implicano che vi sia una rinuncia al godimento immediato perché vi sia accumulazione di capitale. e concepisce la sua arte come un tentativo di organizzare in modo sublime questo vuoto. Mentre la cultura culinaria esalta l’assenza del seno. perché tutto ciò che viene dall’Altro non è sufficiente a colmare il carattere infinito della la sua domanda d’amore.Il disagio della civiltà alimentare verso il proprio Altro familiare e il suo regime di privazione diviene una vera e propria disciplina del corpo che vorrebbe cancellare ogni mancanza. il discorso del capitalista che oggi domina la scena sembra autorizzare a un godimento compulsivo al di là di ogni limite. Se la bulimia ricerca nel consumo forsennato dell’oggetto ciò che non ha mai avuto dall’Altro (il segno della sua presenza). l’anoressia rifiuta tutto ciò che viene dall’Altro. È il passaggio dall’ascetismo rigorista del capitalismo weberiano al discorso del capitalista teorizzato da Lacan.

in quanto sostiene . come oggetto da consumare compulsivamente. I disturbi alimentari riflettono pienamente il carattere iperedonista di questa trasformazione della macchina capitalista. L’oggetto non è più perduto ma è riproposto come semplice presenza. L’anoressia non è affatto una obiezione critica al discorso del capitalista ma ne riflette la sua anima più profonda.Il disagio della civiltà alimentare differimenti del godimento. Si tratta di una versione pulsionale e per nulla ascetica della macchina capitalista. In questo senso la fame bulimica è un paradigma della nostra Civiltà il cui programma è animato dalla fissazione all’avidità senza limiti della pulsione orale. Ma come per la bulimia anche per il soggetto iperedonista il godimento compulsivo dà luogo a una schiavitù del nuovo che preclude a ogni soddisfazione possibile. L’astuzia di questo discorso consiste nel promettere per il tramite dell’oggetto una salvezza che però non si deve realizzare compiutamente perché il suo differimento è l’occasione per generare continue pseudo-mancanze che alimentano il cortocircuito nichilistico del consumo di consumo. come oggetto sempre a disposizione. del consumo di tutto. Nell’anoressia invece l’eccesso sembra spostarsi sul governo disciplinare di sé. Il suo rigorismo non ha niente di mistico. L’eccesso senza limite genera uno sprofondamento distruttivo del soggetto.

1965. la sola religione possibile è una religione del corpo come nuovo idolo. Emilio Isgrò. Courtesy Archivio Emilio Isgrò . dell’immagine del corpo-magro elevata a icona sociale. In questo senso il culto feticistico della propria immagine corporea esprime un altro grande mito del discorso del capitalista.Il disagio della civiltà alimentare l’illusione che sia possibile una totale padronanza di sé. Caduta libera. Il suo ascetismo apparente è solo una forma mondana di autocelebrazione dell’io.

Il disagio della civiltà alimentare Altri percorsi di lettura: Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina. ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo Carola Barbero Fenomenologia dello schifo .

Il disagio della civiltà alimentare Torna al menù .

I piedi nel piatto

Il cibo e il suo doppio

I piedi nel piatto
Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone Il tema del cibo attraversa in modo sottile e costante la sua produzione. Dal corpo di Bernardo che si gonfia di rabbia politica in clandestinità – nelle pagine del romanzo di esordio, Il fuggiasco – a quello di Max la Memoria; dal ristorante come luogo di ripulitura di fedina penale e denaro in Arrivederci amore ciao, alla Cuccia dell’Alligatore. Con Mi fido di te il tema conquista il centro della scena e diventa una chiave efficacissima per descrivere, una volta di più, un paese criminale: l’Italia. Potrebbe dirci qualcosa in proposito? Un giorno un nucleo di brigatisti dimenticò la bozza di una risoluzione strategica in una trattoria della mia città. Notoriamente cosche e ndrine hanno i «loro» ristoranti. I colonnelli di An che iniziarono la fronda contro Fini si fecero intercettare al bar. Per un anno ho gestito un ristorantino da

I piedi nel piatto

trenta coperti. Prendevo le comande, servivo ai tavoli ed ero «invisibile». La gente si raccontava le cose più intime e personali come se non esistessi. Ne ero estasiato. Tornavo a casa la sera con la testa piena di frammenti narrativi, alcuni di notevole pregio. Attraverso le fotografie-ricordo dei ristoranti di una certa zona ho ricostruito la rete degli affari di un certo politico. Quando ero latitante incontravo i miei contatti nei locali più disparati. Gli esempi sono davvero infiniti ma i «locali pubblici», dove si consuma qualsiasi tipo di cibo o liquido, sono una parte importante della mia esistenza. Li conosco e so che sono luoghi di grande complessità. Il bene e il male s’incontrano evitandosi, convivono senza traumi. Non riesco a immaginare una storia priva di locali, la pancia vuota e la gola secca. Quando ho scoperto che i giornali non recensiscono affatto o malvolentieri i saggi sulla sofisticazione alimentare perché temono che le grandi aziende alimentari tolgano la pubblicità, mi sono convinto che l’unico modo per raccontare le schifezze che mangiamo era attraverso un gourmet. In questo modo è nato Gigi Vianello. Nel prossimo romanzo, invece, un ristorante sarà il cuore pulsante dell’intera vicenda, forse in modo ancora più efficace di Mi fido di te.

I piedi nel piatto

Cosa ne pensa dell’attenzione ossessiva, spesso ambivalente, che in Italia oggi si riserva al cibo? La trova una forma di compensazione o distrazione da una stagione politica avvilente, una delle più potenti passioni di supporto al berlusconismo diffuso, o ritiene invece che in questa attenzione si annidi anche una forma di resistenza umana e politica? Entrambe le cose. In un periodo di grande riflusso politico la sinistra riscoprì il «gusto», creò associazioni come Arcigola (che poi diventerà Slow Food), Folco Portinari scrisse un manifesto che diventò una sorta di traino ideologico, «il manifesto» iniziò a pubblicare un inserto di otto pagine chiamato «Gambero Rosso»… Fondamentale fu la posizione di «sinistra» sullo scandalo del vino al metanolo del 1986 che uccise ventitré persone e provocò danni neurologici e cecità a molte altre. L’indignazione non sviluppò solo una decisa presa dell’opinione pubblica sugli aspetti giudiziari e legislativi, ma anche un vero e proprio dibattito culturale sulla qualità vinicola del paese. Intere zone modificarono la produzione puntando sulla qualità, venne smascherata la credenza che il vino sfuso del contadino era per forza più buono e genuino e venne riqualificata la figura dell’enologo. La destra subì sempre l’iniziativa della sinistra fino al berlusconismo che sviluppò il mito del ristorante

I piedi nel piatto

esclusivo, santificato da Vespa che dedica ogni anno una puntata di Porta a Porta ai punteggi delle varie guide. Un’oscena ostentazione di classe. Tuttavia è evidente che, oggi, c’è una relazione precisa tra funzione consolatoria del cibo e della convivialità e crisi economica. Si è sviluppata una sorta di rete di ristoranti che rispondono a questo tipo di aspettative. E anche questo è un effetto perverso del berlusconismo. Questa società crea buchi esistenziali che spesso e volentieri vengono colmati ingurgitando piaceri solidi e/o liquidi. L’altra faccia della medaglia è un’Italia che si organizza in termini etici, bio ed equosolidali. I gruppi di acquisto solidale, la filiera corta, la rete di artigiani e piccoli imprenditori del gusto. Contadini e pastori onesti. Tutto ciò rappresenta un’ancora di salvezza formidabile alla deriva di questa crisi. Anche in termini educativi, oltre che politici. Uno dei motivi impliciti di Mi fido di te è legato all’idea che l’alimentazione sia tornata prepotentemente a essere un fattore di classe: chi può permettersi cibi costosi e selezionati sopravvive, chi deve accontentarsi di alimenti a basso costo si condanna a una salute malferma e a un futuro molto probabile da malato di cancro. In tal senso è lecito leggere il romanzo come il ritratto in prima

I piedi nel piatto

persona di un uomo del futuro, Gigi Vianello, il campione di un nuovo darwinismo gastronomico? Che l’alimentazione sia un fattore di classe è un concetto continuamente riproposto dall’Organizzazione mondiale della sanità che accusa l’industria alimentare moderna di sacrificare in nome del profitto la qualità del cibo a scapito della salute dei consumatori. E indica in questo tipo di alimentazione la causa dell’insorgenza di patologie cardiache, diabete e cancro. Gigi Vianello è lo sviluppo criminale della logica delle multinazionali che, ben prima di lui, hanno capito che per guadagnare bisogna truffare, al punto che conviene investire milioni di dollari nella ricerca di nuovi sapori e nuovi colori assolutamente chimici e nocivi, piuttosto che salvaguardare la salute dei consumatori. Il nuovo darwinismo gastronomico punta agli alimenti nutraceutici in cui cibo e medicina si fondono per garantire qualità e sicurezza sanitaria. A prezzi, ovviamente adeguati. Nel frattempo comprano i cibi più costosi nei negozi più cari. Anche quello è un tratto distintivo. A Mi fido di te qualcuno potrebbe applicare l’obiezione che Alessandro Dal Lago, nel suo Eroi di carta, muove a Roberto Saviano. Se cioè un testo si pone sul crinale fra realtà e finzione, allora la

I piedi nel piatto

denuncia civile (nella fattispecie contro le sofisticazioni alimentari) rischia di risultare ambigua e difficile da quantificare nella sua portata? In quale misura i crimini dei suoi romanzi riguardano anche il mondo reale? Tutte le trame dei miei libri nascono da fatti realmente accaduti perché ritengo che raccontare una storia criminale, ambientata in un tempo e in un luogo, sia una scusa per raccontare altro e cioè la realtà sociale, politica economica e storica che circonda gli avvenimenti narrati. Il problema assolutamente reale dell’ambiguità è stato risolto dai miei lettori che hanno imposto delle regole che condivido. La prima è che il noir d’inchiesta debba contenere elementi di verità verificabili e che l’autore debba fornire gli elementi per un ulteriore approfondimento del tema. Mi fido di te ha sviluppato un dibattito «interno» alla comunità dei lettori che dura ancora. Ma l’elemento più interessante di questo tipo di narrazione è la capacità di anticipare la realtà. La fusione tra giornalismo d’inchiesta e finzione letteraria permette di analizzare i fenomeni criminali e spesso di prevedere le trasformazioni e le indagini. Nordest, scritto con Marco Videtta, ha anticipato lo scandalo del traffico di scorie nocive tra il Nord industriale e la Campania. Perdas de Fogu, la verità sulla nocività del poligono sperimentale e

I piedi nel piatto

addirittura un’inchiesta penale. L’amore del bandito precede di un anno esatto l’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Uck kosovaro come braccio armato della mafia locale e la trasformazione del Kosovo in narcostato. Gomorra non ha nulla a che vedere col noir, l’accostamento mi sembra forzato perché quest’ultimo non è un’inchiesta travestita. L’autore, per motivi squisitamente politici, sceglie di costruire le trame su indagini sviluppate autonomamente anziché pescare nella propria fantasia. E sono i lettori a decidere che uso farne. Questa situazione è stata determinata dalla scomparsa in Italia del giornalismo investigativo sulla criminalità. Oggi sui giornali si scrive solo dopo l’azione di polizia e magistratura. Le inchieste giornalistiche sono pericolose perché potrebbero raccontare le connessioni tra culture criminali e politica, imprenditoria e finanza. È cambiato qualcosa negli anni successivi a Mi fido di te (2007), in Italia e nella sua produzione letteraria, rispetto al tema del cibo? Si tratta di un argomento che promette ancora sviluppi? Innanzitutto quello che abbiamo scritto ha trovato puntualmente conferma nel tempo e, ormai, è risaputo che per le culture criminali transnazionali la sofisticazione alimentare è diventato la seconda fonte di reddito dopo il traffico dei

I piedi nel piatto

rifiuti. In questo senso c’è ancora molto da dire e da raccontare. Positiva la reazione di moltissimi lettori, il romanzo ha suggerito la necessità di una nuova coscienza e informazione sul tema. Uno scambio ininterrotto di informazioni e denunce continua a completare il romanzo. In tanti ne chiedono la continuazione, ma non ho ancora trovato la storia giusta per Gigi Vianello. Nell’ultima trasmissione di Report è stato affermato da operatori del settore che cinque prosciutti su sei sono di provenienza estera non certificata. Oltre ad averlo scritto nel romanzo, l’avevo già detto nel corso di un’intervista condotta da Fazio. Immediatamente sono stato sommerso di mail. I lettori possono aver dimenticato la trama e i nomi dei personaggi, ma le denunce relative alle sofisticazioni continuano a essere ben conservate nella memoria.

I piedi nel piatto

Emilio Isgrò, Freccia bianca in campo nero, 1966. Poesia Jacqueline, 1965. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2008

Altri percorsi di lettura: Daniela Tagliafico La mamma cucina, ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico

I piedi nel piatto

Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Torna al menù

La mamma cucina, ma lo chef è maschio

Il cibo e il suo doppio

La mamma cucina, ma lo chef è maschio
Daniela Tagliafico

L

a prova del cuoco non è così male, in fondo. Quando non prevedono l’utilizzo di ingredienti esotici come lo zenzero o il cardamomo, le ricette promettono un piatto sfizioso in una ventina di minuti e con soli dodici euro (il budget di spesa dei concorrenti). Il tutto condito – almeno prima che gli animalisti insorgessero – da racconti sui tempi in cui le nonne facevano i fusilli a mano e nella ribollita si aggiungeva una coda di gatto. Se però il racconto sul regime alimentare in tempi d’indigenza può costare il pensionamento forzato a un pimpante settuagenario, è sorprendente che nessuna indignazione susciti invece la palese discriminazione che il programma quotidianamente esibisce. Sì, perché se, stando ai sondaggi, il pubblico della trasmissione è prevalentemente femminile, la quasi totalità

tu corri subito a comprarlo. si dirà: le cose stanno così perché di fatto gli chef donna si contano sulle dita di una mano. che è un uomo?». sentendosi sottorappresentate? E perché. non fa che rispecchiare la realtà. mentre il fatto che il compito di preparare da mangiare entro le mura domestiche sia ancora . che male c’è? Va così anche in tanti altri campi. altro che controbattere: «Ma che ne sa lei. In fondo. non mostrano nessuna insofferenza verso gli accostamenti arditi degli chef in tv? Assurdo complottismo femminista. se annuiscono alle affermazioni ammiccanti della Clerici circa i mariti imbranati. Perché le concorrenti e il pubblico femminile a casa non insorgono. Perché lo stesso non dovrebbe accadere nel caso di un professionista dei fornelli? E poi. sotto questo aspetto. Lo chef è maschio.La mamma cucina. A partire da queste obiezioni si potrebbe dunque seguire una linea di pensiero «innatista». secondo cui l’uomo sarebbe «per natura» dotato di capacità che lo rendono particolarmente abile in cucina. ma lo chef è maschio degli chef invitati a gareggiare – diciannove sui venti attualmente a disposizione del programma – sono uomini. se il ginecologo ti consiglia un rimedio per un fastidioso problema. bisogna farsene una ragione. e la trasmissione. se gli uomini hanno più successo delle donne in cucina. che non sanno friggere neppure un uovo.

Insomma. non potendo accedere all’istruzione. il problema non starebbe nel fatto che gli chef sono uomini – un campo in cui emergono per «selezione naturale» – ma nel fatto che la società si aspetta che gli obblighi domestici siano assolti unicamente da donne. Anzitutto perché i dati sperimentali sulle supposte capacità «sessospecifiche» per il momento sono tutt’altro che incontrovertibili e. ancora inesistenti. S e le cose stanno così.La mamma cucina. ma lo chef è maschio affidato ampiamente alle donne deriverebbe da un’imposizione di tipo sociale. per ciò che riguarda il cibo. un know-how. un bagaglio di nozioni teoriche. si potrebbe sostenere che . quanto di una conoscenza «competenziale». E di questo tipo di competenze – in cui rientrano anche capacità come far partorire o crescere la prole – le donne sono state da sempre le depositarie. In secondo luogo. e dunque alla conoscenza proposizionale di cui sopra. se le donne sono cioè da sempre le «cultrici della materia». non tanto del possesso di una conoscenza di tipo «proposizionale». però. cioè. Si tratta. perché non sono emerse professionalmente in quest’ambito? Seguendo una linea «anti-innatista». però. perché la capacità del cuoco è di una specie molto particolare. Le cose. sono più complesse.

però. invece. non è vero che le donne siano completamente assenti: prima della sfida tra chef si succedono diverse rubriche in cui sono le donne a essere protagoniste. e dunque emanciparsi. che il programma della Clerici esemplifica invece alla perfezione. ma una figura imprenditoriale. si stenta oggi a dar fiducia a una donna. avrebbe significato svolgere una libera professione. Per i secondi. infatti. Il punto. però. ma che alle donne è stato negato di esercitare questa competenza al di fuori delle mura domestiche. Entrambi cucinano. è che anche questa descrizione «anti-innatista» non riesca a cogliere una differenza sostanziale. se non di più. è vero.La mamma cucina. replicare ricette e procedimenti imparati dalle nonne. La situazione attuale non sarebbe che un retaggio dei secoli precedenti: dal momento che gli chef sono sempre stati uomini. ma lo chef è maschio sono esperte in cucina almeno quanto gli uomini. ma nel caso delle prime si tratta semplicemente di trasmettere antichi saperi. soprattutto quando il cuoco non è semplicemente uno stipendiato. A ben guardare. Diventare chef. infatti. è che le cuoche della trasmissione fanno qualcosa di profondamente diverso dagli chef. è nientemeno che la definizione kantiana di «genio» a venire scomodata: lo chef – in quanto artista – pur seguendo certe . Il sospetto.

La mamma cucina. ma lo chef è maschio regole. A questo punto. si apre un nuovo fronte: perché mai questa scintilla dovrebbe essere una prerogativa maschile? Chi lo ha decretato? Il sospetto è che a decidere sinora. più che la natura o la scienza. Non sarebbe dunque questione di maggiore o minore professionalità. Altri percorsi di lettura: Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo . è capace di innovare. la scintilla della creatività. di superare la mera imitazione introducendo elementi di originalità. dimostrando qualcosa che pochi al mondo possiedono. però. quanto di saper compiere il salto dall’artigianato all’arte. sia stata la società.

ma lo chef è maschio Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Torna al menù .La mamma cucina.

Non si tratta solo di un patrimonio di informazioni straordinario. la recente immigrazione sta riconfigurando le abitudini culinarie domestiche. ricorrente ed efficace. Poche sere fa sedevo faccia a faccia con un’amica in un diner nell’Upper West Side di Manhattan. Non ci vedevamo da tempo e avevamo deciso di provare un nuovo locale. anche e soprattutto su fatti quotidiani. dall’altro. importante in un momento in cui lo scambio tra cittadini. basterebbe qualche piccolo esercizio. Per sfruttarla.Il cibo e il suo rimosso geografico Il cibo e il suo doppio Il cibo e il suo rimosso geografico Andrea Borghini I l cibo etnico in Italia è in ascesa. È una modalità di integrazione spicciola. dentro e fuori le mura di casa. . la passione per i viaggi accresce la fortuna di chi vende pietanze esotiche. Eccone uno che potrete facilmente replicare. Da un lato. si fa sempre più complesso.

a una cena tra amici o di lavoro. Nel groviglio di significati che il cibo trasmette. È divertente. dopo essere emigrata dall’Inghilterra a New York all’inizio degli Anni Sessanta. nei primi anni in cui non viveva più coi suoi. il mio compagno di casa versò acqua calda in un bicchiere. dette qualche sorso e mi . Per parte mia le ho parlato del tinello della casa dove sono cresciuto e del rapporto con Fairway. e poi del White Castle. Mentre ne gustavamo uno a testa. L’esercizio. Basta chiedere. imprevedibile e gratuito. le ho domandato. si fa più intrigante quando abbiamo a che fare con cibi che ci portano lontano dalle nostre abitudini. avete mai provato a ritrovarci gli spazi delle vite vostre e altrui? Faccio questo gioco da anni: in aereo.Il cibo e il suo rimosso geografico Specialità della casa: hamburger. Anche a se stessi. in treno. tirò fuori un barattolo di latte in polvere. all’incrocio tra Seventh e Greenwhich Avenue: il posto degli hamburger a notte fonda. Mi ha raccontato della cucina dove. dagli spazi familiari. la mamma preparava carne macinata per cena. al supermercato. Difficile sovrastimare la quantità di informazioni contenuta in quel che mangiamo. «Quali luoghi ti ricorda questo hamburger?». poi. ne sciolse qualche cucchiaio. Bridget mi ha chiesto di cosa stavo scrivendo. un noto supermercato di New York. Qualche sera prima della cena con Bridget.

il cibo era il pretesto più comune. dicembre 2008.Il cibo e il suo rimosso geografico guardò: «Lo so. Ma mi riporta al cortile di casa. Stando a una statistica dell’Associazione nazionaleuropea degli amministratori d’immobili. Anzi (e forse non casualmente) finiamo per fare l’opposto: rifiutandoci di entrare negli spazi evocati dal cibo di una persona. che ogni tanto compro al supermercato per viaggiare verso il giardino dove giocavo in Italia. Poi gli raccontai dei succhi alla pera Yoga in bottiglietta. Eppure. Nell’ultimo anno. siamo di fronte a un problema di diversità. il 27% delle liti condominiali di quell’anno riguardava il cibo. «Ma non si vergogna a mangiare nello scompartimento di un treno! Vada fuori nel corridoio!». poche volte pensiamo a come e quanto lo spazio abbia un ruolo chiave nel connetterci a un cibo e a chi ci circonda. è di pessima qualità. In buona sostanza. esclamò un signore dall’accento emiliano a una ragazza africana sull’ultimo Intercity su cui ho viaggiato. ci distanziamo da questa. a Baghdad». Gli chiesi del cortile. Come ci rifiutiamo di scambiare due parole con una persona sulla base . Ma non in generale. bensì quello etnico: la soglia di tolleranza all’odore di curry sembra molto più bassa di quella al soffritto. non di semplice gusto. quasi ogni volta che ho preso il treno in Italia ho assistito a una lite.

che solo una piccola parte degli stati emotivi suscitati dal cibo può essere adeguatamente spiegata . Perché? Vogliamo forse viaggiare senza viaggiare? Oppure evitare di apparire poco mondani di fronte ai nostri amici? Sta di fatto che spesso lo facciamo come avessimo un velo sugli occhi. questo viene illustrato per mezzo di una spiegazione scientifica circa l’interazione cibo-corpo. Sì. Lo stesso di cui parlava Charles Du Bois in The Souls of Black Folk a proposito del rapporto tra bianchi e neri nell’America di inizio Novecento. per esempio nei suoi spazi.Il cibo e il suo rimosso geografico del colore della pelle o di altri tratti somatici. c’è interazione. Sennonché – e qui la questione si fa interessante – ci piace andare al ristorante indiano con gli amici. di entrare nei significati evocati. Non entriamo negli spazi dell’altro. concepiti in quanto oggetti naturali. Talvolta. Si può essere analfabeti e muoversi in un supermercato con l’atteggiamento calcolatore di un nutrizionista. almeno implicitamente. o un kebab invece di un hamburger. oppure mangiamo un falafel al posto della pizza. Ma poi sappiamo tutti. così ci rifiutiamo di tollerare una cucina diversa dalla nostra. I l cibo ha un impatto decisivo sul nostro agire quotidiano. ma non ci vediamo.

glaciale. la prima domanda è: «Cosa vuoi mangiare?». E per recuperarli. sushi per Giappone. Un tipo di ambiente geologico: cibo di mare. Oltre a essere un piacere. da soli o in compagnia. casereccio. mediterraneo. dobbiamo sederci a un tavolo. Un tipo di ambiente umano: cibo da strada. Un luogo specifico: il Chianti. il cibo ci connette saldamente con altre persone. Un luogo generico: ketchup per Stati Uniti. che le modalità attraverso . Per il resto occorre prestare attenzione ai significati che trasmette. pasta per Italia. montagna. con il passato. con luoghi nostri o altrui. città. di significati sommersi. che ne siate consapevoli o no. in ogni caso. dal vino prodotto in quella zona. da ristorante. Il metabolismo spiega solo in minima parte l’impatto che il cibo ha sulle nostre vite. non necessariamente elencabili nella loro interezza o specificabili. dal prosciutto. falafel per MedioOriente. scambiarci memorie e impressioni. lo spazio di un cibo viene identificato con uno o più tipi di luoghi. Quando mangiate un kebab i luoghi a cui lo associate si riflettono sul modo in cui lo pensate. Per chi torna da un lungo periodo fuori casa.Il cibo e il suo rimosso geografico facendo ricorso alla scienza. Un tipo di clima: cibo tropicale. Parma. Ci accorgeremo. Sardegna. di volta in volta. Si tratta. dal pecorino. Così ci accorgeremo che. Tropea. dalla cipolla. campagna. e riflettere. inoltre.

altri che solo voi sarete in grado di rintracciare. Quando vi trovate a mangiare con una persona che non conoscete. la città dei confetti. si arriverà a identificare un posto con un cibo: dove mangiai quel favoloso panino al prosciutto. e così via. Potrebbe essere una pubblicità. Ci saranno luoghi che quasi tutti assoceranno a un prodotto. in certi casi. . una persona. un’etichetta. nonché per fare un passo verso quella conoscenza di se stessi che sta all’orizzonte dell’agire umano. e raccontatele dei vostri. Recuperare i significati sommersi del cibo è un modo spicciolo e potenzialmente efficace per facilitare la mutua comprensione e l’integrazione in una società civile. Potreste imparare qualcosa. Addirittura. Magari anche su di voi.Il cibo e il suo rimosso geografico cui un cibo viene a significare un certo luogo possono variare. chiedetele quali spazi associa a quei cibi. un’occasione particolare.

Il cibo e il suo rimosso geografico

Emilio Isgrò, L’Orestea di Gibellina, 1983-1985 Francesca Benedetti con il Coro delle Monache Ruderi di Gibellina, Courtesy Archivio Emilio Isgrò

Altri percorsi di lettura: Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa?

Il cibo e il suo rimosso geografico

Stefano Rodotà Il diritto al cibo Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina, ma lo chef è maschio Torna al menù

Uno sguardo adulto sul mondo

L’idea di comunismo

Uno sguardo adulto sul mondo
Alberto Burgio

I

ronico destino, quello toccato all’idea di comunismo. Rinata in epoca moderna in antitesi alla democrazia (istituto venerabile, ma già due secoli fa appannaggio della borghesia trionfante), in questi tempi di crisi essa tende a ridursi alla sua fotocopia. Per qualche filosofo maudit il comunismo è una faccenda di emancipazione, di inclusione nella cittadinanza e di democrazia radicale o diretta. In tempi di crisi lo si capisce. La democrazia è talmente mal messa, che restituirla a una funzione di garanzia dei diritti fondamentali sembra già un obiettivo ambizioso. Ma il comunismo è altra cosa e ridurlo al protagonismo delle moltitudini o alla demercificazione dei cosiddetti beni comuni è un compromesso al ribasso. Se non ci se ne rende conto, è

Uno sguardo adulto sul mondo

perché si sono interiorizzate le categorie dominanti, come avviene nelle sconfitte storiche. Nella migliore delle ipotesi (quando non si riduce a legittimare il dominio dei più forti), la democrazia protegge i diritti di libertà garantendo efficacia alla volontà popolare e fissando qualche limite (per mezzo delle Costituzioni) all’arbitrio delle maggioranze. Di norma (la Costituzione italiana – largamente inapplicata – è una felice eccezione) lascia da parte il contenuto della volontà, le finalità verso cui il popolo si orienta. Questo formalismo si spiega con un assunto implicito, che è poi una speranza: se ai più (in precedenza esclusi) è finalmente data la possibilità di esprimere la propria volontà, c’è da augurarsi che lo faranno nel senso di una maggiore giustizia sociale. Aspettativa ragionevole ma ingenua. Non si è dovuta attendere la società di massa per scoprire che la maggioranza è spesso miope (interessata a vantaggi immediati e particolari) e manipolabile. Nell’Ottocento le élite conservatrici si accorgono che il suffragio universale consegna loro un formidabile strumento di legittimazione. Rousseau l’aveva già intuito, per cui aveva distinto la vera volontà del corpo sociale (riferita ai suoi interessi reali ma spesso destinata a rimanere inespressa) dai responsi della maggioranza. La democrazia può risolversi

Uno sguardo adulto sul mondo

nella giustificazione dell’iniquità e dell’autoritarismo. Il comunismo è l’antitesi di entrambi. Anche per il comunismo la libertà è un valore non negoziabile. Ma la libertà comunista non consiste nel potere della maggioranza, non conferisce a quest’ultima la facoltà di imporre la propria volontà alle minoranze. La libertà comunista è libertà su se stessi. È, in primo luogo, l’autonomia del lavoro vivo: assenza di subordinazione e di dominio, liberazione dallo sfruttamento e autodeterminazione del lavoro sui modi, i tempi e le finalità dell’attività sociale di riproduzione. Per questo la libertà comunista promuove la giustizia sociale. Venuta meno (in linea di principio) la competizione per il profitto e l’accumulazione, l’attività produttiva diviene una funzione vitale socialmente regolata. È posta così la premessa oggettiva della coincidenza tra valore e utilità concreta (quindi della neutralizzazione dei significati simbolici della ricchezza materiale). Il difficile è far sì che, insieme a questa premessa o in base a essa, si sviluppino le condizioni soggettive (culturali, morali, antropologiche) della liberazione del lavoro e della giustizia sociale. Naturalmente (l’esperienza del Novecento lo dimostra con dovizia di esempi) le cose non sono affatto semplici. L’autonomia del lavoro in un settore della produzione non

Uno sguardo adulto sul mondo

cancella, sul piano interno, il problema dei rapporti con gli altri settori, il che genera vincoli di ordine sociale (il mercato regolato impone regole) e di natura politica (lo sviluppo economico dev’essere pianificato). Il problema si ripropone sul piano internazionale. L’autonomia del lavoro in un paese non elimina la necessità dei rapporti con altri paesi, il che tende a generare contraddizioni, sia sul piano economico che sul terreno politico. L’autogoverno del lavoro vivo è quindi una faccenda complessa, forse addirittura un’idea regolativa. Ma di una cosa possiamo dirci certi: parlare del comunismo impone di ragionare sul modo di produzione a partire dal modo di produzione. Se non ruota in primo luogo intorno a questo tema (che per questo Marx considera strutturale), il discorso parla d’altro. Può anche focalizzare obiettivi importanti (di questi tempi anche una decente socialdemocrazia sarebbe un lusso), ma non riguarda l’idea e la pratica del comunismo.

M

a la trasformazione del modo di produzione in forme tali da sradicare lo sfruttamento e da realizzare l’autonomia del lavoro è a sua volta solo una premessa, pur fondamentale. Non pensare in termini economicistici (o solo semplicistici) significa sapere che il

Uno sguardo adulto sul mondo

modo di produzione non determina l’insieme della formazione sociale. La condiziona ma non ne esaurisce la complessità e non ne decide lo sviluppo. Vale la metafora del Dna (pure insidiosa, com’è sempre il mix tra scienze naturali e scienze sociali): il codice genetico stabilisce limiti e possibilità e contiene predisposizioni, ma non racchiude in sé né prefigura la storia di un individuo o di un gruppo. Il rivoluzionamento del modo di produzione lascia aperte le questioni-chiave della liberazione: quali forme di relazione si svilupperanno e quali forme della soggettività individuale e collettiva? Quali esperienze del significato della vita saranno compiute? Quando si afferma che il comunismo diverrà realtà solo in presenza di una rivoluzione antropologica (la creazione di una nuova forma di umanità) ci si riferisce a quest’ordine di questioni. È il terreno più affascinante, ma anche il più incerto e il più esposto alle insidie dell’utopismo. Il vecchio Kant – che pure considerava inderogabili i princìpi dell’autonomia e della giustizia – ammoniva a non perdere di vista i limiti della natura umana (l’uomo è un legno storto, può imparare molto ma non può diventare un angelo). D’altra parte, se si prendono sul serio l’autonomia dei soggetti e la complessità dei problemi si capisce perché Marx si sia sempre astenuto dal «descrivere» il

Uno sguardo adulto sul mondo

migliore dei mondi possibili. Ciò che esperienza e sobrietà permettono di fare è definire alcuni obiettivi, che possono valere al più come criteri di massima. Il potere: se è vero che ogni relazione umana lo produce perché coinvolge rapporti di forza, non è realistica la pretesa anarchica secondo cui la società comunista ne sarebbe priva. Si tratta di impedire che la collettività ne sia espropriata e che esso venga esercitato in modo violento (funzionale all’instaurarsi di relazioni gerarchiche) o arbitrario (al di fuori dei limiti della legalità e della legittimità). Il conflitto: è necessario resistere alla tentazione di immaginare società pacificate poiché la libertà delle persone comporta contraddizioni e contrasti. Si tratta di far sì che i conflitti approdino a soluzioni condivise e giuste, evitando che a deciderli siano i rapporti di forza. Il politico: resta dunque la necessità della decisione, della regolazione, della legge. Si tratta dello Stato? Spesso, a questo proposito, ci si fraintende, mostrando che aveva ragione John Stuart Mill nell’osservare che, se per il saggio una parola sta per quel che rappresenta, per lo sciocco è essa stessa un fatto. Lo Stato del capitale è il garante del suo dominio. Ovviamente nella società comunista questo Stato non sussisterà più. Ma, cancellate le condizioni per

Uno sguardo adulto sul mondo

l’espropriazione del plusvalore, non viene tuttavia meno l’esigenza di stabilire regole e di assicurarne il rispetto. Nel riferirsi a questa esigenza Gramsci riformula il tema marxiano e leniniano dell’«estinzione dello Stato» parlando di «società regolata»: uno «Stato senza Stato» che prenderà forma man mano che l’irrobustirsi della società nel segno dell’autogoverno collettivo condurrà all’esaurimento delle funzioni coercitive del politico. Il lavoro: va considerata anche a questo proposito la non univocità del termine. Il lavoro salariato è per definizione subordinato e sfruttato, il salario essendo una forma del capitale. Ma inteso come pura attività produttiva sociale (interscambio con la natura, nel linguaggio del giovane Marx), il lavoro accompagnerà l’umanità sino alla fine dei suoi giorni. Si tratta di organizzarlo socialmente (utilizzando a questo fine lo sviluppo delle forze produttive) in modo da ridurne al minimo e da distribuirne equamente il peso (in termini di nocività, frustrazione, rischi ed eteronomia) e in modo da liberarne la potenzialità costruttiva: ciò che ne fa attività squisitamente umana, espressione dell’intelligenza, oggettivazione delle attitudini e della creatività. E si tratta altresì di tenere sotto controllo le conseguenze della razionalizzazione produttiva, evitando che la divisione sociale e

Uno sguardo adulto sul mondo

tecnica del lavoro e la specializzazione si traducano nella meccanizzazione delle funzioni e nella delega delle responsabilità.

I

nfine, la difficoltà del vivere: il comunismo è fine della penuria, dello sfruttamento e della subordinazione, ma non è il sovvertimento della condizione umana in ciò che la costituisce ontologicamente. Pur liberata dal dominio, la vita resta un cimento sullo sfondo della consapevolezza della morte, nella difficoltà di conferire un senso all’esistenza e al cospetto dell’ineliminabile incidenza del caso e dell’insicurezza. Nessuna forma sociale può neutralizzare tali condizioni, così come non può azzerare il pericolo (non equamente distribuito) della malattia né assicurare per decreto il soddisfacimento dei desideri e dei bisogni affettivi, morali, psicologici. C’entra quest’ultima considerazione col tema – in apparenza tutto politico – del comunismo? C’entra eccome, perché se una delle radici della violenza esercitata nel nome del comunismo affonda nella perversa autonomia del politico e nell’accentramento del potere coercitivo, un’altra sorge dalle aspettative esorbitanti rivolte alla politica in capo alla lunga storia di espropriazione

Uno sguardo adulto sul mondo

che ci sta alle spalle. Il carico di sofferenze e frustrazioni accumulato nei millenni spinge ad affidare alla nuova forma sociale, finalmente liberata dalla «taglia di sangue e di sacrificio» imposta alla stragrande maggioranza dell’umanità costretta al lavoro, il compito di sollevare la condizione umana da tutti i pesi che la connotano. Un compito insostenibile, non assolvibile in toto. Se questo è vero, il comunismo – endiadi di libertà e giustizia – si accompagna a un presupposto essenziale: implica il congedo da ogni infantile fantasia di perfezione e l’assunzione di uno sguardo adulto – ambizioso e realistico – su se stessi e sul mondo. Dovessimo cercare tra i nostri maggiori una fonte per questo difficile impegno, la individueremmo forse nel Kant della Risposta sull’Illuminismo. Oggi come ieri, il punto su cui far leva resta la conquista dell’autonomia individuale e collettiva, quindi, in primo luogo, la fuoriuscita da una condizione di minorità. Conosciamo, vagamente, la direzione di marcia, ma (diversamente da quanto sostengono taluni ipocriti fautori della democrazia) sappiamo anche che il cammino è lungo.

Uno sguardo adulto sul mondo Emilio Isgrò. 1970. Milano Altri percorsi di lettura: Gabriele Pedullà Paura e insurrezione . Enciclopedia Treccani. Volume XXV. Collezione privata.

Uno sguardo adulto sul mondo Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G.B. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli .

Uno sguardo adulto sul mondo Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. barbari contemporanei Torna al menù .

che ha alimentato un vero e proprio culto per il pensatore olandese nella seconda metà del Novecento.Paura e insurrezione Tumulti Paura e insurrezione Machiavelli e la città divisa Gabriele Pedullà M achiavelli è stato il pensatore politico europeo più radicale prima che la Rivoluzione francese cambiasse una volta per tutte le regole del gioco. Questa banale constatazione – banale per chiunque si prenda la briga di verificarla direttamente sulle sue opere – è stata in parte oscurata dalla fama sempre un poco sospetta del Principe e dalla passione di Marx per Baruch Spinoza. appunto. Eppure. si tratta solo di verificare. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio Machiavelli ribalta uno a uno tutti i principali capisaldi del pensiero politico precedente: sostiene la .

denuncia la religione come mero instrumentum regni. elogia il ruolo moralizzatore dei processi popolari. i Latini e gli umanisti avevano sostenuto sino a quel momento. che per tutti gli uomini del Rinascimento costituiva il modello insuperato di organizzazione statale.Paura e insurrezione necessità di armare il popolo. concordia parvae res crescunt. in una massima costantemente ripetuta fra Tre e Quattrocento. contesta l’idea (cara agli aristocratici) che i comportamenti virtuosi siano il frutto dell’educazione. Persino Roma. riconnette la grandezza di Roma direttamente alla generosità con cui gli abitanti del Lazio concedevano la cittadinanza ai popoli vinti in guerra e ai nuovi venuti… Esattamente il contrario di quanto i Greci. discordia maximae dilabuntur (con la concordia i piccoli Stati crescono. Su questo punto l’unanimità era assoluta: la forza di uno Stato andava cercata nell’unità dei suoi cittadini. demistifica il nascente mito della perfetta costituzione di Venezia. l’assenza di conflitti interni era la migliore difesa dalle minacce esterne. Tuttavia Machiavelli non è mai stato altrettanto radicale come sulla scottante questione dei tumulti e dei conflitti intestini. mentre con la discordia anche i più grandi vanno in rovina). come aveva riassunto Sallustio. aveva lungamente patito delle lotte tra patrizi e plebei sino a quando esse non l’avevano fatta .

i moderni hanno scambiato una delle cause della forza di Roma per un motivo di debolezza. Niente di simile in Machiavelli. ha bisogno innanzitutto di un esercito numeroso. in modo da non smettere mai di alimentare la macchina bellica. nel caso di Roma. in altre . Come anzi recita il quarto capitolo del primo libro: «La disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella Repubblica». Nessuno concede niente per niente: e coinvolgere la plebe nella guerra ha significato. ma questo esercito numeroso impone che si chiami a combattere l’intera popolazione e che il diritto di cittadinanza venga concesso con grande flessibilità. Semplicemente. per Machiavelli. Ma – ripetevano i contemporanei di Machiavelli – proprio l’esito finale di queste lotte doveva costituire un potente ammonimento per le generazioni future. che nei Discorsi attacca invece frontalmente il culto della concordia civica così diffuso tra gli uomini del suo tempo. Una città che punta a estendere la propria egemonia o anche solo a non cadere vittima degli Stati vicini. Solo gli Stati disarmati.Paura e insurrezione sprofondare nelle guerre civili decretando la morte prematura della Repubblica. mettere i cittadini più poveri nella condizione di far valere con più forza le proprie rivendicazioni. sostiene Machiavelli.

né tanto meno nocivi: purché lo scontro non degeneri nel sangue (e qui Machiavelli elenca. Il successo di Roma è stato invece il risultato di una serie di fattori diversi ma tutti intrecciati tra loro: esercito numeroso. tra i «modi» buoni il «gridare» del popolo contro il senato e del senato contro il popolo.Paura e insurrezione parole. In fondo. In sé i tumulti non sono pericolosi. orientate piuttosto verso un modello di costituzione mista a dominante aristocratica). possono essere davvero concordi. ovvero di forme del conflitto. come era avvenuto a due città molto ammirate dai suoi contemporanei come Sparta e Venezia. . è tutta una questione di «modi» (termine chiave dei Discorsi). «il correre tumultuariamente per le strade». In questo magnifico meccanismo i tumulti devono essere considerati al massimo «un inconveniente necessario a pervenire a romana grandezza». che però avevano dovuto pagare un prezzo eccessivamente alto per la pace sociale: una persistente debolezza sul campo di battaglia. che prima o poi le aveva condotte tutte e due alla rovina (nel caso di Venezia la disfatta di Agnadello del 1509). il «serrare le botteghe». apertura ai nuovi venuti e alle città soggette. il «partirsi tutta la plebe da Roma»). riforma delle istituzioni in senso decisamente popolare (al contrario di Sparta e Venezia. nota Machiavelli.

non erano stata capaci di fare.Paura e insurrezione Lungi dall’essere il preambolo della temuta guerra civile (tenuta anche da Machiavelli). Le pagine di Machiavelli sui tumulti suscitarono da subito lo sconcerto e la riprovazione di gran parte dei suoi lettori sino a diventare rapidamente uno dei principali motivi della sua condanna. nella sua reinterpretazione di Dionigi. Così. Machiavelli sistematizza con grande intelligenza le sue intuizioni ma soprattutto le radicalizza. i tumulti non sono utili . afflitte dalle lotte all’ultimo sangue tra le diverse fazioni. le sollevazioni popolari incruente avrebbero avuto insomma il grande merito di impedire che i «grandi» attentassero alla libertà. in cui Dionigi di Alicarnasso ripercorre per un pubblico greco quelle stesse origini della città che Livio narra in latino. Esattamente quello che le poleis greche. ma questo non vuol dire che i Discorsi si limitino a riprendere le riflessioni dello storico greco. Solo di recente si è scoperto che in realtà molte di queste idee si trovano già nell’opera di un autore antico che Machiavelli deve sicuramente aver letto: le Antichità romane. Le coincidenze tra i due testi sono spesso impressionanti. Tutt’altro. senza però che la contrapposizione sfociasse un confronto di natura militare (offrendo cioè al popolo altre strade per «sfogare l’ambizione sua»).

un po’ avventatamente. L a genialità politica dei Romani si è manifestata soprattutto in due forme. sfruttano la minaccia (violenta) delle armi nemiche come strumento di pressione politica. ha scritto) si rivelano efficacissimi perché. . Da un lato i plebei hanno escogitato due «modi» originalissimi per esercitare la propria pressione sui patrizi con la dovuta forza senza trascinare la Repubblica nella guerra civile: ciò che Livio chiama la secessio e la detraxio militiae. nel momento stesso in cui bandiscono risolutamente la violenza. In tempo di guerra. come qualcuno. ma perché essi svolgono una precisa funzione rigenerativa senza la quale la macchina statale non potrebbe funzionare a dovere. costringendo i patrizi ad ammettere progressivamente al governo anche i plebei. questi due metodi di resistenza passiva (che non hanno nulla della protesta gandhiana.Paura e insurrezione soltanto perché hanno condotto al perfezionamento in senso popolare della costituzione di Roma. vale a dire la secessione oltre i confini della città e il rifiuto di servire come soldati.

.Paura e insurrezione L ’altro motivo dell’ammirazione di Machiavelli è la creazione di una magistratura particolare. i tribuni sono chiamati così a farsi in qualche modo i garanti che i tumulti continueranno anche dopo che Roma ha trovato la sua stabilità costituzionale. La virtù. il tribunato della plebe. Pena la fine della libertà. in altre parole. al quale i romani riservavano il compito di portare la voce dei plebei dentro le istituzioni (i tribuni avevano diritto di veto su qualsiasi legge della repubblica). funziona bene solo sotto minaccia e la grandezza di Roma è strettamente legata anche alla sua capacità di portare questa minaccia dentro le sue stesse istituzioni. ma anche la responsabilità di accusare pubblicamente e sottoporre al giudizio popolare chiunque fosse sospettato di tramare contro il «vivere civile». ha breve durata negli uomini. promuovendo quei comportamenti virtuosi senza cui l’autogoverno sarebbe impossibile. Nati dai tumulti. La Repubblica. per Machiavelli. e proprio la perenne minaccia dell’insurrezione (o della pena) si rivela ai suoi occhi l’unica garanzia che i governanti non trasformino la cosa pubblica in uno strumento di privilegio e di oppressione. Machiavelli non ha dubbi: solo la paura (non l’educazione) è in grado di trattenere la forza distruttrice del desiderio.

Se «a volere che una setta o una Repubblica viva lungamente. è necessario riportarla spesso verso il suo principio» (come recita il primo capitolo del terzo libro dei Discorsi). Machiavelli non crede infatti che ci sia un punto di arresto: persino la tanto decantata costituzione mista non risolve del tutto i problemi.Paura e insurrezione per l’appunto grazie ai tribuni (suscitatori di tumulti incruenti e di processi popolari). il tumulto è precisamente uno dei modi attraverso cui il filo prezioso con l’origine non viene mai a interrompersi del tutto. nelle figure del tribuno della plebe e del dittatore. Al contrario della tradizione hobbesiana del contratto. Un modo di pensare le istituzioni completamente diverso da quello al quale ci ha abituato la filosofia degli ultimi secoli (compreso il . qui non c’è insomma un patto che delimiti nettamente la politica regolata dallo spazio ferino della guerra civile. proprio perché gli Stati tendono a dimenticare i loro princìpi virtuosi e a corrompersi sotto la spinta dell’abitudine. le magistrature romane non hanno mai interrotto del tutto il rapporto con quella dimensione irregolare (ma anche energizzante) della politica. ma questo vuol dire anche che l’interesse di Machiavelli per le istituzioni assume un significato completamente diverso da quello della tradizione liberale: se non altro perché.

Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto .B.Paura e insurrezione marxismo. con il suo persistente sospetto verso qualsiasi forma di «ingegneria costituzionale») e che per questo. Altri percorsi di lettura: Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Umberto Eco Ricordando Gargonza G. nel declino della nozione tradizionale di statualità. si rivela tanto più prezioso per la teoria contemporanea.

barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Torna al menù .Paura e insurrezione Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.

Le virtù del tumulto: un seminario Tumulti Le virtù del tumulto: un seminario Augusto Illuminati C on il titolo Le virtù del tumulto. Il progetto era di mettere a tema l’idea di trasformazione radicale nelle forme nuove dettate. per un verso. per l’altro dall’evidente fallimento del riformismo keynesiano versione socialdemocratica oppure Obama. il cui programma completo è reperibile sul sito «alfabeta2». La rivolta tra esodo e rivoluzione si è svolto nei mesi tra febbraio e maggio presso Esc Atelier il seminario annuale della Libera Università Metropolitana (Lum).lumproject. Durante la preparazione – sconvolgendone assunti .org/. dalla riluttanza del capitalismo finanziarizzato ad accettare regole e dall’inclinazione a usare in modo permanente la crisi come produzione di valore. mentre le videoriprese di relazioni e dibattiti sono disponibili sul sito www.

e migranti. Tanto meno con la narrazione consolante della «generazione bruciata» che si ribella contro i genitori o con i sia pur corretti richiami all’aumento speculativo dei prezzi delle derrate alimentari. non esauribili né con un generico richiamo al no future né con un paludato confronto con le rivoluzioni classiche. delle insorgenze nel Maghreb e nel Mashrek. Se è piuttosto facile registrare per base comune. resta in quelle rivolte il problema di una nuova politica. segnalando una resistenza potente contro le politiche neoliberiste di austerity e riduzione del debito pubblico e rendendo urgente il cercare di definire la natura di questa tipologia di riots metropolitani. di un modo diverso . I tumulti. da piazza del Popolo a piazza Tahrir. tuttora in corso. un vuoto di futuro e di prospettive lavorative in sé e in rapporto con i livelli di scolarizzazione.Le virtù del tumulto: un seminario e operatori. poi quello. che vedevano protagonisti giovani. il ruolo dei diplômés chômeurs nelle manifestazioni tunisine. passavano dall’ipotesi alla pratica. studenti e precari. di cui non è sfuggita la profonda consonanza con quanto accadeva sull’altra costa del Mediterraneo: un esempio per tutti. accompagnato da analoghe battaglie a Londra e in altre situazioni europee. che sono militanti dei movimenti – è sopravvenuto prima il ciclo delle mobilitazioni studentesche contro la legge Gelmini.

ponendo tuttavia l’esigenza di una quotidiana costruzione di senso e di istituzioni politiche coincidenti con forme di vita originali e con l’esodo da quelle autorizzate – non importa se da dittature o democrazie liberali in asfissia. la linea del colore e la differenza di genere.Le virtù del tumulto: un seminario di qualificare la trasformazione. la jacquerie. evocando subito la vita e il linguaggio. la teoria dell’esodo e il carattere non normativo bensì esemplare del tumulto. le relazioni sociali e il sapere. Sembra che le pratiche e le idee che emergono da quei tumulti si discostino da passate problematiche rivoluzionarie (dal ruolo delle avanguardie ai meccanismi di rappresentanza). Ci siamo riusciti? Con cadenza mensile pubblicheremo sulla rivista le sintesi di alcuni contributi (in attesa di . Il termine stesso di tumulto in luogo di rivoluzione si concretizza pertanto nel seminario nella scelta di autori e sequenze storiche non standard o non del tutto tali: il pensiero presovrano di Machiavelli (con il suo correlato spinoziano). Luoghi comuni della sovversione. il ’68 letto attraverso il femminismo della differenza e il pensiero di Carla Lonzi. la rivoluzione anomala di Haiti. ma illuminati con una luce radente in grado di farne risaltare aspetti tutt’altro che mainstream. la Comune parigina. la nozione di moltitudine come macchina da guerra.

sollecitando sul sito contributi provenienti dai partecipanti al seminario e commenti liberi. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli .B.Le virtù del tumulto: un seminario un’edizione integrale in volume). Altri percorsi di lettura: Umberto Eco Ricordando Gargonza G.

Le virtù del tumulto: un seminario Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Torna al menù .

la questione fondamentale si può enunciare nel modo seguente: tale crisi rappresenta in sostanza «la fine della crescita».Dopo la fine della crescita Decrescita Dopo la fine della crescita Marino Badiale. oppure possiamo pensare che l’attuale organizzazione economica e sociale possa superare la crisi e far ripartire il meccanismo della crescita? È chiaro che la risposta che si dà a questa domanda condiziona il tipo di azione politica nei prossimi decenni: se si . Massimo Bontempelli O gni ipotesi di cambiamento politico ed economico che voglia agire all’interno delle società occidentali deve confrontarsi con la realtà della crisi economica iniziata nel 2007. che riteniamo destinata ad approfondirsi e ad aggravarsi. Per chi come noi sostiene che la decrescita sia l’unica prospettiva reale di fuoriuscita da un capitalismo ormai entrato in una fase di «compiuta distruttività».

perdita di ogni residuo diritto del lavoro.Dopo la fine della crescita ritiene che la crescita possa ripartire. sia la crisi sociale. Come dice bene Serge Latouche. Se invece si ritiene che la crescita non possa più ripartire. bisogna precisare cosa intendiamo dicendo questo. Non possiamo certo prevedere tutti gli scenari possibili per la situazione economica e politica del mondo nei . non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita. perché cresceranno anche frequenza. allora ci si deve aspettare che ancora più drammatica della crisi ecologica. sempre presente e pressante. In questo articolo sosteniamo che la crescita è davvero finita. Prima di spiegare perché riteniamo che la crescita sia davvero finita. è quella ecologica. che si aggraverà sempre di più. allora la contraddizione principale. impoverimento progressivo delle fasce basse e medie della popolazione: queste sono le prospettive. Disoccupazione. contro la quale si ritiene che il sistema si scontrerà. le linee strategiche di un anticapitalismo che abbia l’idea della decrescita come principio di riferimento. oggi in Italia. fine totale di ogni intervento pubblico a favore dei ceti subalterni. distruttività e costi dei disastri ambientali. e in un articolo successivo cerchiamo di delineare quali possono essere.

è chiaro che la prospettiva della decrescita. è che essa ci appare estremamente difficile a partire della situazione attuale e dai suoi prevedibili esiti nel breve e medio periodo.Dopo la fine della crescita prossimi decenni. Ciò che vogliamo dire è in sostanza questo: se mai ripartirà il meccanismo della crescita. all’interno delle quali possa ripartire la crescita economica capitalistica. ciò avverrà in situazioni sociali e politiche del tutto diverse dalle attuali. Non possiamo quindi escludere che si possano evolvere situazioni. le argomentazioni di chi sostiene la . per superare la crisi degli anni Trenta e far ripartire il meccanismo della crescita è stata necessaria una grande tragedia come la Seconda guerra mondiale. Se così stanno le cose. Quello che vogliamo dire. oltre a una profonda ristrutturazione economica e politica delle società occidentali. Alla metà del Novecento. oggi imprevedibili e improbabili. per arrivare alle quali l’umanità passerà attraverso una profonda e drammatica crisi di civiltà. parlando di fine della crescita. Di fronte alla crisi economica che ha colpito il mondo capitalistico. Vediamo adesso di argomentare la nostra tesi sulla «fine della crescita». cioè di un abbandono controllato e razionale dell’utopia della crescita infinita. è l’unica strada per evitare i drammi storici che si stanno preparando.

Prendiamo allora in esame queste diverse possibilità. si sostiene che lo sviluppo di paesi come l’India. Chi scommette sulla ripresa statunitense pensa ovviamente a una ripresa basata sulla ripartenza dell’economia reale e sul superamento del predominio della finanza speculativa. la Cina e il Brasile potrebbe rappresentare il nuovo motore dell’economia mondiale. e in particolare l’arricchimento della loro popolazione potrebbe creare un nuovo grande mercato per la produzione mondiale. In secondo luogo. Riassumiamo in breve quelli che sono a nostro avviso i . ma che hanno potuto mantenere solo grazie alla creazione della bolla finanziaria che è infine scoppiata nel 2007. che potrebbero quindi riprendere il ruolo di grande mercato di sbocco della produzione mondiale. Molto è stato scritto su questa crisi. è chiaro che la loro crisi è in sostanza la crisi del modello di sviluppo keynesiano-fordista che ha permesso nel secondo dopoguerra alti tassi di sviluppo e benessere diffuso in tutto il mondo occidentale. Si tratta del ruolo che hanno avuto negli ultimi decenni. Per quanto riguarda gli Stati Uniti.Dopo la fine della crescita possibilità di far ripartire il meccanismo della crescita si basano in sostanza su due argomenti: in primo luogo si sostiene che la crescita potrebbe ripartire grazie alla ripresa economica degli Stati Uniti.

la manovra monetaria della Fed (presidente Paul Volcker). Tale crescita avviene però come effetto delle politiche economiche di Reagan che rappresentano in sostanza una sorta di rovesciamento del keynesismo. Negli anni Settanta il modello entra in crisi per il formarsi di una «tenaglia sui profitti» dovuta da una parte alla saturazione dei mercati dei beni durevoli di massa. La crisi generata dalla manovra di Volcker finisce nel 1983.Dopo la fine della crescita punti fondamentali: il modello keynesiano-fordista si basava su produzioni di massa che permettevano forti aumenti di produttività. dall’altra alla forza che la tendenziale piena occupazione fornisce al lavoro dipendente. nel 1979. e di conseguenza rendevano possibile ai ceti subalterni di ottenere effettivi miglioramenti del tenore di vita grazie agli alti salari e alle varie forme di reddito indiretto tipiche del Welfare State. per cui l’intervento statale non serve più a sostenere i consumi di massa ma serve a sostenere il complesso militare-industriale (soprattutto negli Usa) e in generale la domanda di . Il momento cruciale è. che crea una forte recessione che permette di indebolire il movimento operaio. La crisi si manifesta come «stagflazione». e viene superata solo con il superamento del modello fordista e riformista del secondo dopoguerra. e da lì riparte negli Usa una crescita che dura per tutti gli anni Ottanta.

legami di potere. e non si vede quale sia il soggetto sociale dotato della capacità di impostare la dura lotta a questo necessaria. Le modalità di crescita tipiche dell’immediato dopoguerra sembrano escluse. il ritorno alle modalità della crescita tipiche del dopoguerra richiede la presenza di una merce o di una serie di merci che possano rilanciare il consumo di massa. sociali e culturali. estremamente stringata. Se è realistica questa descrizione. Ma tutto questo si realizza necessariamente attraverso un immane trasferimento di ricchezza dal basso all’alto della scala sociale. ideologie: un forte nodo sociale e ideologico che dovrebbe essere tagliato di netto per lasciare spazio a diverse strutturazioni economiche. come furono .Dopo la fine della crescita beni di investimento (attraverso commesse e sovvenzioni). I redditi da lavoro vengono compressi e alla tendenziale caduta della domanda che questo comporterebbe si risponde da una parte con l’ampliamento della sfera del credito. che abbiamo dato dell’evoluzione economica e sociale degli ultimi decenni. Inoltre. dall’altra con lo spostamento del capitale dalla produzione materiale alla finanza speculativa. aggregazioni sociali. appare evidente come sia difficile immaginare una ripresa della crescita negli Usa. Il neoliberismo che ha dominato negli ultimi trent’anni ha sedimentato interessi.

Non si vedono quindi elementi che possano far pensare a una ripresa non meramente episodica della crescita negli Usa. il modello di crescita del trentennio successivo ai Settanta è esattamente quello che ha portato alla crisi attuale e che si vorrebbe superare.Dopo la fine della crescita l’automobile e le altre merci analoghe: ma di simili merci non si vede oggi traccia. Ci sembra questa un’ipotesi non realistica: questi paesi sono quello che sono. all’interno del sistema dell’economia mondiale. Prendiamo in esame la Cina. Brasile. è che essa sembra assumere che tali paesi abbiano capacità di vera autonomia nella gestione economica. e ottengono i loro notevoli risultati economici. Questo ceto medio potrebbe rappresentare la . nella tesi che stiamo esaminando. Cinquanta e Sessanta. Esaminiamo ora la questione di un possibile rilancio della crescita a partire dai notevoli risultati economici ottenuti in questi tempi da paesi come Cina. ci sembra difficile che possa venire rilanciata una crescita economica sul modello di quella degli anni Quaranta. Finora la sua economia è cresciuta basandosi sulle esportazioni e sul basso costo della forza-lavoro. India. D’altra parte. Il problema. Così. In questo modo essa ha accumulato grandi riserve monetarie e ha fatto crescere una numerosa classe media.

Vogliamo per prima cosa ricordare che le cifre della crescita cinese andrebbero corrette tenendo conto del fatto che essa sostituisce un’economica di sussistenza che non era calcolata nel Pil. con il passaggio dalle esportazioni ai consumi interni. Cerchiamo adesso di vedere se lo scenario appena delineato sia realistico. appare. Questa politica potrebbe essere aiutata da un piano di massicci lavori pubblici. su queste basi. Il grande balzo produttivo cinese è avvenuto in questo modo. che aumenterebbero la capacità di consumo della masse cinesi. come si è detto. essenzialmente sui bassi salari e sull’esportazione. sostituendosi in questo ruolo agli Usa. comunque.Dopo la fine della crescita base di un nuovo modello basato sul consumo interno e non più sulle esportazioni. finanziati con gli avanzi delle partite correnti. Il punto fondamentale da far notare. è che la Cina ha costruito i suoi notevolissimi risultati economici recenti. La trasformazione radicale di un’economia delle dimensioni di quella cinese. come un’operazione facile da scrivere sulla carta (o sulla tastiera del computer). in questo contesto. Una Cina che cominciasse a crescere basandosi sul consumo interno potrebbe infine fare da traino all’economia mondiale. e quindi la crescita produttiva reale è probabilmente minore di quanto appaia dai dati ufficiali. ma assai .

ma rispetto al tema . che sarebbe danneggiata dall’aumento del cambio. ma questo avrebbe come conseguenza probabile una crisi economica. Ma in un paese che deve dar lavoro a centinaia di milioni di lavoratori sotto-occupati nell’agricoltura. abituate a essere concorrenziali grazie ai salari bassi. La Cina dovrebbe quindi in qualche modo liberarsi dei suoi dollari. Il discorso sull’India ci sembra analogo: India e Cina sono ovviamente realtà diversissime. visto che le industrie cinesi attuali basano la loro attività sull’esportazione. potrebbero reggere alti salari solo importando o producendo tecnologie produttive avanzate. Si può infine notare che una politica orientata ai consumi interni ha bisogno di alti salari.Dopo la fine della crescita ardua da realizzare in pratica. mettendo in crisi gli Usa e quindi la domanda su cui si è retta finora la crescita cinese. ma le industrie cinesi. ma questo farebbe crollare il dollaro. l’uso di tecnologie avanzate (e quindi labor-saving) indurrebbe una disoccupazione di massa dalle conseguenze imprevedibili. In secondo luogo. che verrebbero svalutate se il renminbi si rivalutasse contro il dollaro. In primo luogo. la Cina detiene enormi riserve in dollari. per una politica di alti consumi interni la Cina dovrebbe rivalutare la propria moneta.

Occorre ora riflettere sul significato sociale e politico di un tale scenario. È quanto faremo in un prossimo articolo. è che si tratta di una società fortemente diseguale. che è un po’ diverso perché non abbiamo qui un’economia fortemente rivolta alle esportazioni.Dopo la fine della crescita generale della loro possibilità di rilanciare la crescita a livello mondiale ci sembra si possano fare discorsi simili. Il problema del Brasile. . e gli squilibri nella distribuzione del reddito danneggiano fortemente la domanda. Esaminiamo ora molto rapidamente il caso del Brasile. Questi ci sembrano i motivi per i quali è corretto a nostro avviso parlare di uno scenario di «fine della crescita».

Chopin. Collezione Intesa Sanpaolo .Dopo la fine della crescita Emilio Isgrò. 1979.

Dopo la fine della crescita Altri percorsi di lettura: Giancarlo Alfano Marshall McLuhan e la materia mediale Antonio Tursi Cento di questi anni Torna al menù .

Marshall McLuhan e la materia mediale Marshall McLuhan e la materia mediale Giancarlo Alfano I l 21 luglio ricorre il centenario della nascita di Marshall McLuhan (scomparso nel 1980). o anche meno. in un saggio del 1986. l’Inghilterra e gli Stati Uniti» apparvero cinque opere tra loro misteriosamente collegate. ha scritto che «nel giro di dodici mesi. Mentre Lévi-Strauss pubblicava Il pensiero selvaggio. Havelock il primo a mettere l’opera di McLuhan in contesto: quando. Cinque diversi autori. lo stesso Havelock dava alle stampe la sua Introduction to Plato (Cultura orale e civiltà della scrittura. Goody e Watt Le conseguenze dell’alfabetismo. Mayr Specie animali ed evoluzione. in tre paesi diversi – la Francia. appartenenti a cinque discipline solitamente non in dialogo tra di loro. McLuhan La galassia Gutenberg. dal 1962 alla primavera del 1963. si soffermavano tutti . È stato probabilmente Eric A. nella traduzione italiana).

insiste più avanti ancora Havelock. E precisamente come accade per la gamma sonora dei bassi. si direbbe. Al contrario. l’emozione tribale di una sonorità incomprensibile nel suo significato linguistico. Qualcosa. l’assunto secondo cui la tecnologia sarebbe esteriorizzazione (soprattutto nel senso di memoria esterna). assorbito attraverso i muscoli e lo scheletro. Basti un aforisma della Gutenberg Galaxy: «Fino a oggi ogni cultura è stata per tutte le società una sorta di destino meccanico. con la conseguente riduzione a cosa dell’umano. Quegli autori. ma potente nei suoi effetti emotivi.Marshall McLuhan e la materia mediale sul rapporto tra oralità e scrittura. anche quel rombo dovette essere percepito innanzitutto col corpo. in forma diversa ma comparabile. in maniera sorprendente. sul modo di funzionamento dell’evoluzione umana. di paragonabile al tuono. è . avevano tutti in comune un’esperienza: la voce di Hitler ascoltata alla radio. è stata costantemente al centro della riflessione di McLuhan. la riflessione mcluhaniana sulla civiltà. che è come Havelock interpreta l’antico concetto di mimesis (imitazione. proprio perché nutrita di teologia. Questa incorporazione. l’automatica interiorizzazione delle loro stesse tecnologie». insistendo. Viene così rovesciato. come assunzione dentro di sé del movimento altrui). cioè.

Rive. Al di là delle sottili distinzioni concettuali da lui proposte – che raggiungono il massimo di felicità espressiva nelle straordinarie pagine di Understanding Media (Le forme del comunicare. . p. che la tecnologia serve l’uomo.Marshall McLuhan e la materia mediale assai distante da ogni forma di idealismo (e idealizzazione). cioè. 178). ma l’uomo serve la sua tecnologia. non è la tecnologia ad adattarsi alle necessità umane. in Italia. ed è invece assai attenta al dato materiale. Di conseguenza. Einaudi 2001. si può affermare che lo studioso canadese ha realizzato un’analisi materialistica dei mezzi di comunicazione di massa. Più precisamente. Non è vero. 1964) – il vero cuore della sua teoria risiede nell’osservazione delle diverse forme di ibridazione psichica e somatica tra l’uomo e le sue protesi che si sono verificate nel corso dei secoli. ma sono gli uomini che si adattano alle trasformazioni tecnologiche (sintetizzano tutto questi versi di Gabriele Frasca: «Per essere asservito meglio al seme / serve che s’inserisca nel riflesso / messi proteo e prometeo in catene / la protesi cui fungere da sesso». Osservazione che si può risolvere in una formuletta di questo tipo: «L’uomo è il servomeccanismo della sua tecnologia».

da uno stile che subisce la fascinazione dell’orfico. chiede una pubblicità del fascino femminile. nel 1951: The Mechanical Bride. alla ricaduta che il sistema dei media ha nelle forme dell’immaginario sociale. letterati e sociologi. occorre dirlo. p. apocalittici e integrati) – è la costante attenzione. tradotto in Italia nel 1984). sin dai suoi primissimi studi. ma che più spesso produce delle vere fulminazioni concetttuali: «”Avete mai visto un sogno che cammina?”. analizzabile secondo principi materiali anche nelle sue manifestazioni ideali e impalpabili. dell’oscura sinteticità del vaticinio. . In questa predisposizione a leggere i «miti d’oggi» come manifestazioni di una cultura complessiva.Marshall McLuhan e la materia mediale Un altro aspetto decisivo dell’analisi mcluhaniana – aspetto che è anche la probabile causa del suo successo presso pubblici assai diversi (americani ed europei. La bomba di Hiroshima fu chiamata “Gilda” in onore di Rita Hayworth» (La sposa meccanica. pubblicato per la prima volta giusto sessanta anni fa. Folklore of Industrial Man (La sposa meccanica. Lo testimoniano le pagine del suo primo libro. consiste l’insegnamento forse più vivo di Marshall McLuhan. 195). a volte oscurato.

Marshall McLuhan e la materia mediale Altri percorsi di lettura: Antonio Tursi Cento di questi anni Marino Badiale. Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Torna al menù .

Cento di questi anni Cento di questi anni McLuhan tra religione e media Antonio Tursi I l 21 luglio 1911 nasceva a Edmonton Marshall Herbert McLuhan. seguendo quell’indicazione che lo stesso McLuhan ha offerto nel suo primo libro La sposa meccanica: «La qualità del rapporto di chiunque con le menti del passato è esattamente e necessariamente determinata dalla sua comprensione del mondo contemporaneo»[1]. Un centenario che merita di essere ricordato. Un mondo in cui la televisione non è più il nuovo medium di cui valutare gli effetti sulla psiche e . si può ricordare McLuhan solo a partire dal nostro mondo. il teorico dei mass media. Dunque. però. Di essere ricordato. un mondo che McLuhan ha prefigurato con il suo concetto di «rete senza giunture» ma non direttamente esplorato essendo deceduto il 31 dicembre 1980.

Cento di questi anni sulla società. tempo e media. Lì dove viene meno questo appoggio l’interpretazione del nuovo scenario mediale vacilla. che nell’ultimo quarto di secolo è stato rimediato dalla telematica e che oggi gira sul tempo reale della rete internet e si muove nello spazio delle tecnologie della prossimità. Questo vale per coloro che riconoscono esplicitamente il loro debito ma anche per coloro che sono restii a farlo. quello in cui ci è dato vivere. Possiamo e dobbiamo dire da subito che tutti i teorici della cultura digitale riescono nel loro sforzo interpretativo nella misura in cui poggiano sulle spalle di McLuhan. . McLuhan ha già detto tutto? Certamente no. come lo era a metà del secolo scorso quando McLuhan andava pensando i suoi testi più importanti: La galassia Gutenberg e Gli strumenti del comunicare. il rapporto tra religione e mezzi di comunicazione. la delineazione di una antropologia all’altezza dello scenario mediale. quello tra spazio. Un mondo. Sicuramente però ha dato un’impostazione imprescindibile a diversi piani interpretativi che gli studiosi continuano a esplorare per comprendere il mondo contemporaneo: il rapporto tra società e media. infine. Dunque. a iniziare dai telefoni mobili. le ripercussioni di tale scenario sulla politica e sull’arte.

Cento di questi anni Proviamo a osservare quest’ultimo piano che pare accomunare strettamente il pensiero di McLuhan a una serie di esiti attuali della riflessione mediologica. Lo storico David Noble ha descritto le radici religiose della tecnologia moderna. Jacques Ellul ha paragonato la tecnologia a una religione il cui dio è l’efficienza. ha finito per trasmetterci una nuova fede. quella nel progresso tecno-scientifico. I tecnofili immaginano paradisi emergenti grazie alla potenza della tecnica. Forse è un’eredità indesiderata dell’Illuminismo che. In Pierre Lévy è evidente la spinta buddista verso una salvezza tecnologica (uno dei sinonimi di Informazione è . Marcos Novak e Michael Benedikt sono stati definiti «teologi del cyberspazio» (da Bolter e Grusin) a causa della loro netta distinzione tra al di qua (mondo di atomi) e al di là (mondo di bit). nel suo scontro con la religione. Considerando la cultura digitale. i sacerdoti sono gli economisti e i servi fedeli sono i tecnici. Autori assai vicini a McLuhan come Walter Ong e Teilhard de Chardin hanno mostrano nella loro esperienza il peso dell’afflato religioso nel pensiero mediologico. concludendo che l’impresa tecnologica rimane soffusa di fede religiosa. anche se il rapporto tra religione e tecnologia è avvertito da tempo. mentre i tecnofobi rivivono le paure millennaristiche dell’Anticristo.

come rifugio per ripararsi da alcuni effetti decisivi ma indesiderati dei media stessi. quando inizierà a occuparsi di media. però. un ancora ventiquattrenne McLuhan scriveva alla madre Elsie: «Il carattere di ogni società. determinati dalla sua religione»[2]. in ultima analisi. non mancherà di inserire anche questi ultimi nell’elenco. come spinta a cogliere la cifra più profonda dei media. Di conseguenza. E anche Derrick de Kerckhove ha lambito un orizzonte religioso soprattutto a proposito dell’armonizzazione del computer quantico. per esempio. McLuhan avverte che l’alfabeto greco-romano . In modo estremamente chiaro.Cento di questi anni Karma). la sua concezione della religione influenza le sue teorie mediologiche e ciò in almeno due modi: in primo luogo. in particolare di quelli elettrici. le arti e i divertimenti sono. l’abbigliamento. E McLuhan non solo non fa eccezione ma anzi pare essere un apripista. Pare proprio inevitabile approdare sulle placide spiagge della religione percorrendo la via che dovrebbe portare a comprendere i media. F orse è proprio lo studio dei media a innescare la conversione di McLuhan al cattolicesimo. Sicuramente. in secondo luogo. il cibo. In seguito.

il quale è identificabile con il nome di Anticristo. E laddove la rivelazione rivela la vera “cosità” non abbiamo a che fare con i concetti».Cento di questi anni «non è stato preparato dall’uomo. La cosa. la religione cattolica (unica) è religione della carne. Se la cosa fosse spirituale ci troveremo di fronte all’adorazione non di un corpo (quello di Cristo). La cosa non è affatto spirituale. In questo caso. non la teoria. ma disegnato dalla Provvidenza» Come McLuhan intende la religione? In una maniera da rendere possibile una adaequatio spiritus et medium: una maniera che ha fatto di lui un privilegiato nello studio dei media. Per McLuhan la religione è rapporto con la cosa. «La rivelazione riguarda la cosa. La Chiesa cattolica non disprezza né mortifica ingiustamente quegli attributi e quelle facoltà che Cristo si degnò di assumere». Per McLuhan. dovremo confrontarci perciò con una smaterializzazione della nostra esperienza. è il Cristo incarnato. che è squisitamente vicino a “carnaio”. ma di un suo etereo per quanto ragionevole facsimile.«La religione cattolica […] sola accondiscende i termini che le nostre sette hanno odiato e hanno designato con sgradevoli appellativi – come “carnale”. Un’illusione questa che emerge specialmente nell’epoca dell’informazione . l’evento divino rivelato.

McLuhan riconosce che l’elettricità non smaterializza ma avvicina i corpi. . e a ogni forma di consapevolezza misteriosa. in un’era estremamente religiosa». E quando McLuhan richiama la religione si riferisce proprio a qualcosa basata sulla carne.Cento di questi anni elettronica nella quale molte persone avvertono le attrazioni mistiche della luce elettrica. tra coloro che riescono a sentire la densità degli investimenti emotivi che sostengono le reti digitali e coloro che rincorrono ancora i sogni illuministi della trasparenza del sociale a sé stesso. Per evitare queste derive e per restare ancorato al dettato cattolico. sul coinvolgimento. in senso volgare. In virtù di questa religione incarnata in cui crede. E così viviamo. alla percezione extrasensoriale. essa è sostanzialmente auditiva e tattile: crea coinvolgimento tra le persone. in risposta a questo nuovo accerchiamento dell’informazione elettronica. McLuhan può comprendere i media come estensioni dei nostri sensi e. sul contatto con l’altro. e «ritornano all’occulto. Questa è un’acquisizione fondamentale che fa ancora oggi da spartiacque tra coloro che riescono a comprendere in profondità le reti digitali e coloro che rimangono sulla superficie dei processi che ci coinvolgono. specificamente. quelli elettrici come estensioni del nostro sistema nervoso centrale.

i media sono cambiamento. del nostro corpo. interazione tra figure – per esempio. Ma questa causa formale altro non è che . di noi stessi. «il chiaroscuro del “divenire” come processo sequenziale è stato messo da parte e sostituito dall’assolutismo iconico dell’“essere”»[3]. Ma questo incessante cambiamento spinge McLuhan a dichiarare un elemento di chiusura della sua visione ovvero a mostrare cosa tiene insieme i grandi cambiamenti prodotti dai media nel corso della storia umana. Il risuonare del logos indicava dinamicità. cambiamento (che per il cattolico McLuhan significa cambiamento nel cuore). responsabile della loro natura e configurazione». Una metamorfosi. In altri termini: cosa garantisce le sue sparse considerazioni? Questa ricerca di uno sfondo unitario si palesa come rilancio della dottrina del Verbo. la dottrina cristiana del Verbo riattualizza il pensiero greco del logos. Così come essa fu elaborata dai Padri della Chiesa e così come viene ripresa da McLuhan. Nel pensiero mcluhaniano. un mosaico di interazioni reso possibile però da uno sfondo essenziale. tra i sensi o tra i media. «Il logos è la causa formale del kosmos e di tutte le cose. Comune è una relazione con lo sfondo essenziale delle cose. metamorfosi. cambiamento della nostra percezione. una cornice: l’Essere.Cento di questi anni Così come la religione cristiana è conversione.

In quest’ottica. È possibile che questo stato di consapevolezza collettiva fosse la condizione . come un involucro». L ’elettricità apre la strada a un’estensione del processo stesso della consapevolezza. si spiega bene in che senso il logos è lo sfondo imperituro su cui si stagliano. Queste sono le conseguenze dell’afflato religioso di McLuhan sulla sua comprensione generale dei media.Cento di questi anni l’Essere. le figure le quali dunque emergono dallo sfondo e continuamente vi ritornano. «lo sfondo è il pubblico e la configurazione della sensibilità culturale nel momento in cui l’artefatto viene prodotto»[4]. su scala mondiale e senza alcuna verbalizzazione. Lo sfondo di ogni artefatto è definibile sia «come la situazione che gli dà origine. in definitiva. interfacciandosi e modificandosi. sia [come] l’intero ambiente (medium) di servizi e disservizi che viene messo in azione». ma resta al di fuori. Queste conseguenze si specificano e si palesano ancor di più nello scandaglio del medium elettricità e nella previsione dei suoi esiti. Questa parte non è contenuta nel mondo. pensato da McLuhan in modo molto cristiano: «Il corpo divino che circonda il mondo è quella parte del logos risonante che non “cambia” mai.

Logicamente la fase successiva dovrebbe consistere non nel tradurre ma nel superare i linguaggi a favore di una consapevolezza cosmica generale […] in una condizione di averbalismo capace di assicurare in perpetuo la pace e l’armonia collettiva»[5]. sia stato la «torre di Babele» mediante la quale gli uomini hanno cercato di arrampicarsi nel più alto dei cieli. attraverso la tecnologia. Il «villaggio globale» costruito dai media elettrici. È necessario perciò trovare una fonte di rassicurazione. cioè della comunità umana. Ed è possibile che il linguaggio. infatti.Cento di questi anni dell’uomo preverbale. è un insieme di tensioni e di scontri. E cosa meglio del Logos. come tecnologia dell’estensione umana di cui conosciamo così bene i poteri di divisione e di separazione. dell’Essere divino può fornire tale rassicurazione: è il Cristo che garantisce della permanenza del messaggio. Forse il lascito antisostanzialistico del pensiero filosofico che corre da Nietzsche a Heidegger dovrebbe aiutare a . Ci promettono insomma. Oggi i cervelli elettronici ci promettono la traduzione immediata di un cifrario o di un linguaggio in qualunque altro. Questo sfondo irenico della Parola divina capace di garantire una condizione pentecostale rassicura McLuhan sugli esiti delle vicende mediali. una condizione pentecostale di unità e comprensione universali.

Reflections on Religion. p. 1999. ivi. Armando. 104. Forse una coscienza collettiva può darsi nella forma del conflitto. [1] M. Per i passi seguenti.. Folklore of Industrial Man. Forse si tratta di progettare il rapporto tra le culture sulla base del riconoscimento delle debolezze di ciascuna di esse. pp. Forse l’essere è pensabile come evento e non come datità e. La sposa meccanica. 95. p. Sugarco. Forse l’armonia sperata da McLuhan deve tradursi nei termini di una costruzione faticosa della polis. McLuhan. 1951. il divenire è pensabile altrimenti che nella forma della sequenzialità propria alla metafisica occidentale. 42. 98. Milano 1996. trad. del conflitto tra figure che non porta necessariamente a una costruzione pacificata e armonica. [2] Id. viceversa.. The Medium and the Light. trad it. Il folklore dell’uomo industriale. 41. Forse la costruzione di una coscienza globale chiama in causa la pluralità irriducibile che fonda l’abitare. The Mechanical Bride.Cento di questi anni indebolire quello sfondo del nostro mondo a cui McLuhan non sa rinunciare. . it. La luce e il mezzo. Riflessioni sulla religione. 80. Roma 2002.

67. Roma 1994. 1964. 33. McLuhan. ivi. 66. p. McLuhan. p. E. The New Science. The Global Village. trad. Per i passi seguenti. [5] M. . p. Il villaggio globale. B. Milano 1998. McLuhan.R. trad it. 1989. [4] M. Understanding Media. 106. pp. Edizioni Lavoro. Laws of Media.. Gli strumenti del comunicare. 90. La nuova scienza. The Extension of Man.Cento di questi anni [3] M. 1988. it. McLuhan. il Saggiatore.. La legge dei media. Trasformation in World Life and Media in the 21st Century. XXI secolo: trasformazioni nella vita e nei media. 86. Sugarco.. it. trad. Milano 1995. Powers.

Cento di questi anni Emilio Isgrò. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita . Prato 2008 Altri percorsi di lettura: Marino Badiale. Cinque pale nere. Installazione. 2003.

Cento di questi anni Giancarlo Alfano Marshall McLuhan e la materia mediale Torna al menù .

nascosti. ne esistono 285 a Venezia anche se nessun toponimo porta il nome di Corte sconta. Proprio per questo la maggior parte delle corti sono rimaste inalterate nel corso dei secoli. è un luogo molto bello. oggi murata . che è la stessa cosa) suoi ricordi veneziani in alcune delle più belle storie. man mano che il traffico pedonale ha cominciato a essere più importante di quello acqueo.Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Michele Emmer H ugo Pratt ha raccontato (o inventato. Con il passare del tempo. Di corti sconte. le corti hanno perso d’importanza. Sia la corte con la scala e la famosa porta alchemica. ovviamente. che in realtà è corte Bottera nel sestiere di Castello. ovvero nascoste. sono rimasti luoghi separati. La corte sconta detta arcana. misteriosi. «Corte sconta detta Arcana». Un’avventura di Corto Maltese. Una storia famosissima sulla Corte sconta.

Quando i veneziani (qualche volta anche i maltesi…) sono stanchi delle autorità costituite. «Quel campiello ha un nome». E anche per la forma dei canali è abbastanza unica corte Bottera. Fiaba di Venezia. un secondo vicino al ponte delle maravegie. Racconta Pratt che da un arabo eritreo era venuto a sapere che l’Adriatico di chiamava Giun Al-Banadiqin.Il viaggio immaginario di Hugo Pratt sia il sottoportego che dà sui canali. Corto che scompare in una di queste porte chiedendo «Sono Corto Maltese… lascio questa storia . aprendo le porte che stanno nel fondo di queste corti. si recano in questi tre luoghi segreti e. il Golfo dei veneziani e che gli egiziani chiamavano Al Bunduqiyyah la città di Venezia. più o meno. E termina la fiaba di Venezia con la frase: Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Insomma un vero luogo magico nella magica città lagunare. se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie. scrive Pratt nella prefazione alla avventura di Corto Maltese Sirat al Bunduqiyyah che vuol dire. uno in calle dell’amor degli amici. o meglio Storia di Venezia. un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto.

E la Favola di Venezia riprende il sogno di Corto e l’inizio della storia che si svolge interamente a Venezia. uno in calle dell’amor degli amici.Il viaggio immaginario di Hugo Pratt di Sirat al Bunduqiyyah e chiedo di entrare in un’altra storia in un altro luogo…» La Fiaba di Venezia esce per la prima volta nel 1979. tranne l’incipit veneziano. ricomincia da: «Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. un secondo vicino al ponte delle maravegie. che sarà il titolo dell’avventura successiva del 1979. come dice Bocca Dorata a Corto. E Corto che ogni volta che capita a Venezia si impigrisce si chiede: «Sarebbe bello vivere una favola». si recano in questi tre luoghi segreti e. aprendo le porte che stanno nel fondo di . a dicembre. Mentre quella con il titolo di Corte sconta detta arcana si svolge interamente nel lontano oriente. una favola veneziana. A dicembre che quell’anno a Venezia «era arrivato in ritardo perché qui a Venezia gli anni sono sempre un poco più lunghi». era stata pubblicata la storia Corte sconta detta Arcana. Nel 1977. Quando i veneziani (qualche volta anche i maltesi…) sono stanchi delle autorità costituite. un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto.

Valeria Burgio. le cui storie. Il viaggio immaginario d’Hugo Pratt si chiama la grande mostra che si tiene in uno dei nuovi luoghi dedicati all’arte a Parigi. sino al 21 agosto. Tiziana Migliore. Altri percorsi di lettura: Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Paolo Fabbri. Con un disegno che rappresenta un luogo diverso da quello dove era finita la avventura di due anni prima. Alvise Mattozzi. se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie». come è scritto nel catalogo. Patrizia Magli A riflettori spenti . Viaggio di Pratt e del suo personaggio Corto Maltese.Il viaggio immaginario di Hugo Pratt queste corti. la Pinacothèque. si sono sempre intrecciate.

Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Torna al menù .

la lotta si impone . Le parole di Jerzy Skolimowski delineano un atteggiamento di continuità e di coerenza: dalle prime opere come Walkover (1965). Quella non sarà mai vera vita. ma non è essenziale vincere a tutti i costi e di certo non al prezzo di colpi bassi. Si tratta di lottare nel tentativo di difendersi. L’importante è cercare di muoversi. Si trattava di lottare e di non lasciarmi vincere. Per questo ho adottato un’attitudine alla lotta». […] perché una volta che la vita ci spinge su un divano profondo noi ci adagiamo. navigare necesse est. che fa esplicito riferimento alla sua carriera di boxeur.Essential Killing di Jerzy Skolimowski Essential Killing di Jerzy Skolimowski Valentina Valente «Q uando ero sul ring non pensavo ad altro che alla box. È importante lottare. C’è una celebre espressione latina che recita: Vivere est non necesse. fino a Essential Killing (2010).

non solo per sopravvivere. nel trasferimento verso il campo di prigionia riesce a fuggire. dei luoghi e degli individui che incontra. È il corpo il centro nevralgico del film e si definisce nell’incontro e nello scontro con l’altro. anch’esso elemento costante nella filmografia skolimowskiana. la condizione politica e sociale del personaggio non sono definite se non nello spazio del film. ma in quanto la lotta è la vita stessa. in cui dall’intrusione nella privacy domestica alla violenza carnale.Essential Killing di Jerzy Skolimowski costantemente come nucleo della vita. dopo esser stato catturato e trasportato in un sito militare. un talebano che. Essential Killing (2010) ha come protagonista Mohammed (Vincent Gallo). degli sguardi e l’esplorazione del rapporto fra i corpi in questo film sembra il naturale proseguimento di Four Nights with Anna (2008). L’importanza del silenzio. La vita. il corpo diventa il principale veicolo del sentire e della constatazione dell’impossibilità delle relazioni. . Il film racconta il protagonista e la sua fuga. Un corpo la cui fisicità e animalità si affermano in misura ancora più incisiva a partire dal momentaneo handicap uditivo del protagonista e la conseguente ipersensibilizzazione del tatto e della vista. nel suo caotico percorso in balia del caso.

un campo intersoggettivo. ma uniti in uno stesso processo costitutivo e percettivo. verso una soggettività che sia corporeità. ma come ciò che si identifica con la mia presenza al mondo e agli altri come io la realizzo adesso.Essential Killing di Jerzy Skolimowski In Essential Killing ogni concezione dualistica sembra superarsi in una dimensione totalmente fisica dell’atto di conoscenza. ma perché io sono questo corpo e questa situazione storica per mezzo di essi». quindi il personaggio e il mondo non sono più separati da un limite di conoscitore e conosciuto. . Io sono come mi vedo. La riflessione e il lavoro di Jerzy Skolimowski e del suo attore Vincent Gallo si presentano quindi come una manifestazione di presenza al mondo attraverso l’azione sui corpi e sulla natura. Come scrive Marleau-Ponty «Riflettere autenticamente significa darsi a se stesso. non come una soggettività oziosa e recondita. non malgrado il mio corpo e la mia storia.

Tiziana Migliore. Valeria Burgio.Essential Killing di Jerzy Skolimowski Altri percorsi di lettura: Paolo Fabbri. Patrizia Magli A riflettori spenti Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Torna al menù . Alvise Mattozzi.

Valeria Burgio. Ci sono acrobati che volteggiano intrepidamente in alto e buffoni raso terra che si scambiano lazzi e lepidezze (ogni allusione al padiglione (tras)curato da Sgarbi non è tale). A noi sembra piuttosto un circo dove clown e trapezisti eseguono gli stessi numeri. Alvise Mattozzi. La successione dei numeri – 83 artisti invitati alla 54a edizione. l’incremento dei padiglioni e l’auspicabile successo di botteghino – rende il Circo Biennale un laboratorio . Tiziana Migliore. nelle intenzioni degli organizzatori. Luminarie La Biennale di Venezia. sarebbe un pellegrinaggio verso l’arte.A riflettori spenti A riflettori spenti La 54a Biennale di Venezia Paolo Fabbri. Patrizia Magli La Biennale perde il lume 1. rovesciati nel valore.

Il visitatore. Il Quanto ha a che vedere con merci e mercati. richiederebbe segni o per lo meno sintomi dell’Artistico. dai centri benessere o malessere? Non bastano le attestazioni degli ottimati. Perché e sostituirle con Quanto – l’implicazione economica» – e Quando – l’esplicazione pragmatica. il quando è più sfuggente e imprevedibile. artista quando sono». calcolabili bolle finanziarie e beni rifugio. Alla domanda intima e insistente del visitatore: «È Arte? È un Artista?».A riflettori spenti fruttuoso per comprendere le forme di vita delle arti. Un luogo d’invenzione e di esperimento alla condizione di cambiare le tradizionali domande: «Come. curatori ed esperti in vivo contrasto tra loro e che si trattano reciprocamente da Pessimati (sic!). Fuori da ogni residua ontologia e ontalgia. L’acquisto facoltativo di un greve catalogo – da portare dopo la lunga visita – scritto quando le opere non sono state ancora realizzate e installate e votato alla coffee table. Come distinguere i risultati artistici dagli effettacci speciali. non risponde . affettivi e concettuali dai padiglioni beauty farm. anche da quella negativa di Baudrillard per cui L’art moderne est nul. le opere e le altre attività in scena replicano tongue in cheek: «Artista dunque ero. i Gedankenexperimenten percettivi. massaggiato alla partecipazione attiva.

uso invalso dagli anni Settanta – quando la Biennale ha smesso di pubblicare una sua rivista analitica – non è proprio illuminante. per la sua luminosità «razionale e febbrile». anche se in ultima istanza «non razionale ma estatica». complice dell’ombra. 1). alle prese con le vetrate di una chiesa. L’intitolato ILLUMinazioni è apparso e piaciuto alla curatrice Bice Curiger. Per Suger. l’ottica era una branca della teologia. Curiger non va tanto per il sottile: la luce è «uno strumento intellettuale che è importante cogliere in ogni oggetto d’arte con possibilità di percezioni intuitive» (Intervista di Manuela Gandini a Bice Curiger.A riflettori spenti alla domanda. Anche il titolo generale della Mostra. che in francese è lumière e in italiano lume. la fa ridere il «also suffisso»!? Per acclarare questo strumento – come provocazione agli artisti invitati e edificazione del visitatore – la curatrice ha portato alla luce un manierista «trasgressivo» come l’ultimo Tintoretto. p. Della parola Illuminismo. come all’abate Suger di Saint-Denis di panofskiana memoria. «alfabiennale». era l’effetto della luce metafisica attraverso il diafano mondano. come per san Tommaso. giugno 2011. L’abatone imprenditore però sapeva la differenza tra «luce» soprannaturale e «lume» profano: il lume. Per Bice .

non tollera confronti col mostro spiaggiato di Fellini nella Dolce Vita e la grande Mouna del veneziano Casanova. il cui interno piccolo borghese permette di installare visitatori dagli stessi gusti.: A lume di naso: andrebbe indagata la sindrome Paese dei Balocchi che coglie gli artisti francesi invitati alla Biennale veneziana. Chi visiterà vedrà. nel cui cupo ventre una lanterna magica proiettava disegni di Topor. N. Nella 52a edizione. Spazio Elastico. infatti. 2005. perché Pipilotti Rist abbia trasformato in video tre opere della scuola del Canaletto e soprattutto la qualità luministica del ventre della balena nel Padiglione Geppetto di Loris Gréaud.A riflettori spenti Curinger. vinse il Leone d’Oro della miglior partecipazione nazionale Annette Messager con Casino: una variante di Pinocchio. come lato oscuro dell’uomo… Le Biennali però sono eventi effimeri e godono di diritto di amnesia: le edizioni sono distanti anni luce. Restano da capire le qualità estatiche che esemplifica l’installazione ricostruita di Gianni Colombo. «l’Ultima Cena è l’immagine di un social gathering pieno di significati». B. Quanto a Gréaud. . la taglia dell’opera.

tempo e partecipanti. In assenza di metalinguaggio correttamente inteso. Come ovviare allora alla difficoltà strutturale del genere Arte Contemporanea nel rendersi reperibile proprio in quanto irriconoscibile e ininterpretabile? La provocazione deve eccedere le forme riconosciute sul piano espressivo e dei contenuti e la trasgressione deve essere situata – medium. che sia in grado di formulare un’intenzione implicita se non inconscia. luogo. cornice. . ma una sagra interattiva di linguaggi. meglio chiedere all’artista un significato fuori dalla portata del pubblico.A riflettori spenti 2. analitico e riflessivo. Non è sempre il caso. che non abbia interesse ad aggirarla ecc. Ammesso che risponda. In assenza di letture qualitative in grado di ricostruirne i codici di infrazione. ecco la scappatoia discorsiva: l’Intervista. Alle questioni rivolte da Bice Curiger agli artisti. Ai semiologi la constatazione dell’equivoco sul prefisso meta. In questa accezione la 54a Biennale è proprio meta-.che non è più un piano critico di consistenza. Inter(s)viste Al visitatore l’ardua sentenza. bisogna fidarsi: della pertinenza delle domande e soprattutto del senso della risposta: che l’artista contemporaneo replichi a tono (Pistoletto) e non scherzi sulla domanda (Boetti). che non ridica la solita storia. che sia davvero lui a rispondere (Cattelan).

la domanda prediletta è quella «da ascensore». aggirabile. Le risposte beninteso sono lungi dall’essere insignificanti. Per evitare le sviste ne somministrano di pianificate. O. direttive. per esempio ha risposto: B.:«Una». la critica d’arte contemporanea coltiva invece ed estensivamente il genere Inter(s)vista. avvertite della fallibilità della memoria e dei troppo umani interessi. Praticata da critici embedded. cognitive. R. In mancanza provvisoria delle scansioni cerebrali promesse dalla neuroestetica. R. filtrate. . per poter rispondere di nuovo e porre nuove domande. Lucido o illuminante? Le scienze dell’uomo.: «Quante nazioni ci sono dentro di lei?».:«Dove si sente a casa?». coinvolti nella promozione degli autori.A riflettori spenti Roman Ondak. O.: «Sulla terra». B. revocabile e reinterpretabile. se integrate nell’analisi delle opere. hanno elaborato strategie postbehavioriste di controllo per rendere le interviste accurate e verificabili. alle quali appartengono come testo da approfondire. non come contesto esplicativo. isolate o in questionario ecc. C. Il rischio però è che il concorso bandito per il miglior saggio sulla biennale del 2011 sia proprio un’intersvista. – e sconsigliano in genere le domande col «perché?». C.

§ 537). scintillii. Trattato della Pittura. ILLUMInazioni. brilli. barbagli. V. specializzato nel salto nel buio. con questo .A riflettori spenti 3. luccichii. con semiotica competenza. lampi. Connettori a vista Sono poche le illuminazioni della 54a Biennale. Impiccioni La Biennale del 150°. F. il quale. però. P. fulgori. Come Sgarbi. Visitatore qualificato e leghista veneto. nonostante il riferimento di Bice Curiger a Rimbaud. Questi impiccioni non bastano però a mettere in cattiva luce una Biennale che ha i suoi barlumi. se n’esce rabbuiati. ha distinto. è stata frequentata da impiccioni. in una tipica intersvista. splendori e via lucendo. La curator della luce si è scordata di quello che Tintoretto sapeva bene: «L’ombra è di maggior potenza che il lume» (Leonardo da Vinci. il volatile referenziale – che lo disgusta – e il simulacro che è «un’idea brillante». un Lucignolo che si vorrebbe Lucifero. ha molto apprezzato il concittadino Cattelan e la trovata degli ubiqui piccioni imbalsamati. Nell’insieme. e il neo-ministro della cultura Galan.

Così l’anarchia è divenuta decimazione di idee negli artisti e gratuità incapace di far presa sullo spettatore. ma come un’organizzazione simbolica bottom-up. Più che informare. Funziona invece la seconda parte del titolo calembour. Viceversa. nelle corde di chi vede i padiglioni dei paesi non più come il riflesso di una regia imperiale. una buona Biennale deve poter godere della giusta anarchia che l’arte contemporanea merita. Commissari e curatori giurano che il titolo di una mostra è solo un’informazione e. Liceità dell’artista o licenza di uccidere. Della mostra. o lo spazio al neon con buzz del National Apavilion of Then and Now di Haroon Mirza. né The Ganzfield Prize di James Turrell né gli Untitled di Christopher Wool insegnano qualcosa perché entrano «in risonanza» con lui. Bice Curiger ha sussurrato.A riflettori spenti termine. l’accento posto sulle Nazioni. . capace di sfidare la geopolitica esistente. per il resto. privandolo di status identitario e mostrandone i cedimenti di terreno. considerava le intuizioni. cosa ricordiamo dopo averla vista? Tintoretto non illumina. Entrambi sottraggono peso politico al concetto di nazione. come «visioni ragionate». Si potrebbero citare la Fantasia delle aste senza bandiere di Latifa Echakhch. incrociate davanti al Palazzo delle Esposizioni. vincitore del Leone d’argento come promettente giovane artista.

Mimano le due città che si contendono un territorio condiviso. Mermaids (Erasing the Border of Azkelon): sulle rive della stessa spiaggia. Oggi l’architettura della nazione. dal mare. con pompe e tubi che sfondano le pareti e si collegano al canale adiacente. Un ingranaggio a vista di cui udiamo il funzionamento. giocano a «Countries» sulla sabbia. che ne cancella le tracce. Un processo solitario di inscrizione ed erosione accomuna il tempo umano e il tempo eterno. è proiettato un video. Dall’altro lato del pavimento c’è un secondo simmetrico video. a firma di Sigalit Landau. in un angolo. clandestinamente.A riflettori spenti rimane impressa One Man’s Floor is Another Man’s Feelings. filmati dall’alto. . da Aza (Gaza) e Ashkelon: tre giovani. diventa una cisterna che espone all’esterno e all’interno un sistema di condotti idrici. È l’installazione site specific del padiglione israeliano. graffiano la sabbia e vengono risospinte indietro dall’onda. Insieme a Yossi Breger e Miriam Cabessa. Landau aveva già rappresentato Israele nel 1997 ed effettuato un primo «scavo» nell’edificio modernista. un container con la duna di un deserto (Resident Alien I). per collocarvi. Al pavimento di questo pianterrenosottosuolo. in orizzontale e in verticale. ugualmente ripreso dall’alto. Azkelon. giungono di schiena 3 donne («sirene»). ripetendo il gesto di marcare e demolire confini. a tre livelli.

ma non calpestabile. dove. attorno al quale si svolge un negoziato (Salt Bridge Summit). e le riannoda unendole. in più lingue. Serbatoi anche questi.A riflettori spenti Accanto al video c’è una scala a spirale che conduce il visitatore al terzo livello: qui lo spazio si svuota dei conduttori d’acqua e lo lascia di fronte a uno schermo enorme. nel cortile del padiglione. Si discute. c’è un tavolo rotondo. Di nuovo l’acqua. dov’è proiettato Salted Lake (salt Crystal Shoes on a Frozen Lake): due scarponi. mentre gradualmente i relatori se le tolgono e vanno via. Vi sono posizionati dei Pc che visualizzano. che gocciolano (Salt Crystal Fishing Net). Le scarpe. lo spettatore trova il cerchio di scarpe legate . All’uscita. dell’ipotesi di costruire un ponte di sale tra la sponda israeliana e quella giordana del Mar Morto. inginocchiata. in corrispondenza delle scarpe che affondano. però immangiabili e imbevibili. di elementi belli. scioglie i lacci delle scarpe degli interlocutori. ma allo stato solido e soggetta alla reazione col sale. Si scende quindi al livello intermedio. poggiano sulle lastre ghiacciate di un lago e lentamente affondano. le gambe di un altro tavolo. sprofondano. Affacciandosi. cosparsi di sale. Sulla parete a lato stanno appese delle reti da pesca con cristalli di sale. in abîme. Una bambina. su un suolo condiviso quanto la terra. si rivede a strapiombo l’inquadratura di Mermaids.

lo spettatore la incontra per comprendere che tubi. su un basso piedistallo. La bambina è un simulacro enunciazionale dell’artista. Sigalit Landau commuta feelings. Al termine ceiling. nell’espressione d’uso comune One man’s floor is another man’s ceiling. opposto di floor. Intanto l’1 giugno. c’erano il presidente Shimon Peres e Amos Luzzatto. In un programma narrativo che offre un lessico (semisimbolico) di coppie in contrasto. reti e lacci sono sì figure intercambiabili della connessione. Non ci sono relazioni date in partenza. riemerge in superficie. al parco dei Giardini. T. apposta per inaugurare del padiglione. come l’acqua nelle tubature. Un’altra profondità che. omologazione e trasformazione (acqua/terra. coltelli/unghie. bisogna sentirle e costruirle.A riflettori spenti trasposto sottoforma di scultura in bronzo. . M. Ma hanno bisogno di mediatori e di modalità del volere e del potere inscritte. presidente della comunità ebraica di Venezia. acqua/sale. cristallo/bronzo…).

ce n’est pas moi «Un artista è inadeguato a rappresentare un paese. 2009. può irritare. (Particolare). L’atteggiamento di Dora Garcìa. Palazzo delle Stelline / Galleria del Credito Valtellinese.A riflettori spenti Emilio Isgrò. che così risponde all’invito di rappresentare la Spagna per la 54a Biennale di Venezia. Fratelli d’Italia. come irrita ogni forma di resistenza nascosta sotto un’apparente modestia e come irrita l’umiltà di Bartleby . Milano L’état. un paese è inadeguato a essere rappresentato da un artista».

due sono le reazioni possibili alla mostra ospitata dal padiglione spagnolo: il fastidio. In una visita guidata alla «mostra senza opere».A riflettori spenti che a ogni proposta risponde. da una parte. il cronista più glam del «Guardian»: «Spain was without pleasure». è un deposito di memoria pronta ad attivarsi: di tanto in tanto. passano da un lato del padiglione all’altro per proporre un tour del vuoto. un’alterazione in senso critico e acuto dello sguardo da gettare d’ora in poi su tutta la Biennale. Piuttosto. prendono vita grazie a relatori e attori. non è una retrospettiva delle azioni svolte dall’artista. tanto da fare dire ad Adrian Searle. dopo i bagni di celebrity e i tributi ai galleristi espressi sotto forma di courtesy sulle etichette disseminate nella mostra di Bice Curiger. . che coinvolgono il pubblico in conversazioni e azioni di teatro. due attori. gli oggetti. il più delle volte senza programmazione né avvisi. la noia e la fuga. lo spazio. Dimostrano come non produrre opere sia una scelta ponderata e creativa. con i loro piedistalli portatili che li distinguono dagli astanti. mesto e sottomesso. L’archivio di documenti esposti. infatti. La mostra del padiglione spagnolo è austera. L’opera non c’è. la «rottura epistemologica» dall’altra. Certo. «preferirei di no». i documenti. utile all’analisi per negazione del funzionamento economico e psicologico della produzione artistica.

quando si renderà conto che il testo proiettato nero su bianco su uno schermo parla di lui. Si tratta di Instant Narrative. e lo spettatore entra in crisi. la stessa breccia che aprono sulla realtà i pazzi. appare quantomeno sinistro. con il filtro delle virgolette (citano Guy Debord e Peter Handke) gli daranno del perbenista e del piccolo borghese. guardandolo con astio dritto negli occhi e stringendogli la mano. Come se non bastasse.A riflettori spenti l’identità dell’artista è parcellizzata nei suoi performer. gli psicotici. secondo cui chi si muove in modo inopportuno o inappropriato – il comico o . e anche il mondo cerimonioso degli addetti ai lavori che si aggirano per i Giardini i giorni dell’apertura. i disadattati. alla fine del tour. niente è più come prima. descrizione in tempo reale di quello che succede in sala. È stata aperta una breccia nella costruzione teatrale delle relazioni economiche e sociali. intrappolato nei meccanismi scopici della re-entry luhmaniana. Gli inadeguati. capirà ben presto che è lui l’oggetto osservato e giudicato. l’osservatore osservato. è anche oggetto di insulti: le guide della visita alla mostra senza opere. È l’imbarazzo sociale descritto da Erving Goffman. Dopo quest’esperienza. Si aggira come un corpo vagante cercando l’appiglio di un oggetto da osservare e giudicare. ivi compresi atteggiamenti e comportamenti del pubblico.

La mostra senza opere è un’infrastruttura culturale attivata dalla presenza del pubblico in sala: del resto. realizzato secondo schemi compositivi e cromatici tipicamente De Stjil. Un’altra mostra senza opere è quella messa in scena dal collettivo che rappresenta i Paesi Bassi.A riflettori spenti lo psicotico – distrugge mondi. vanno di pari passo con l’indifferenza totale gettata sul concetto di stato-nazione. «penetra oltre la sottile veste della realtà immediata». l’idea del Gesammkunstwerke tramandata dal padre di De Stjil Theo van Doesburg era che la pittura . Gli artisti costruiscono un set teatrale. ma potrebbe essere di qualunque altro stato: l’internazionale situazionista colpisce ancora. ma distruggerli. Il padiglione è spagnolo. Il design del teatro. Scomparsa delle opere e disgregazione dell’artista in un numero di soggetti delegati che parlano per lei. è coerente con la struttura del padiglione di Gerrit Rietveld. Al centro della scena una quinta riproduce il vuoto lasciato sulla parete del Rijksmuseum quando La ronda di notte di Rembrandt fu rimossa per essere restaurata. aprire gli occhi sulle modalità della loro costruzione. Compito dell’artista non è quindi solo “fare mondi”. con tanto di ribalta e retroscena. come idealisticamente auspicava Daniel Birnbaum due anni fa.

ci si confronta con luoghi allestiti. Forse solo al padiglione italiano abbondano tele. dal padiglione britannico a quello olandese. ricostruiti. spazi. V. dal bar di Tobias Rehberger. articolarsi nel tempo e nello spazio. al padiglione tedesco. fortemente alternativo rispetto al resto della Biennale. B. inglobando l’uomo al suo interno. Rietveld e Rembrandt (in absentia) sono richiamati e rimessi in circolazione grazie all’allestimento. Per il resto. si traduce in un messaggio profondamente legato alla cultura e alla tradizione olandese: Mondrian. più che da osservare a distanza. Ecco un caso in cui il rifiuto di artisti e curatori di produrre opere. ambienti. Parvenze di delega Installazioni.A riflettori spenti dovesse diventare tridimensionale. van Doesburg. e la vecchia moda neerlandese di parlare della rappresentazione negandola (come faceva Cornelis Norbertus Gysbrechts nei suoi dipinti negli stessi anni di Rembrandt) acquisisce nuova forza. vincitore della Biennale 2009. . Ormai l’arte contemporanea è questo: opere da abitare e da percorrere. premiato in questa edizione. costruiti.

Effettiva novità della Biennale 2011. appena fuori i Giardini. laboratorio di resistenza artistica. Curiosamente. attorno a cui si articola da sempre la mostra veneziana. scelti da loro. A differenza degli spettatori. come accade tra Song Dong e gli artisti che i suoi spazi dovrebbero accogliere ma che. oggi dentro la Biennale abbiamo il Gelitin Pavillion e il Geppetto Pavillion – la balena spiaggiata di Loris Greaud (entrambi alle Corderie). ma soprattutto i para-padiglioni. il dialogo spaziale risulta molto difficile. con il rischio di generare una indifferenza reciproca. Monika Sosnowska e Oscar Tuazon (Giardini). . dispone la presenza di tali opere e caratterizza la Biennale più di quanto non faccia l’ascrizione nazionalista di ciascun padiglione. È evidente che il «dispositivo padiglione». inevitabilmente. gli artisti sembrano muoversi tra un non voler inglobare e non voler essere inglobati. commissionate da Bice Curiger a Song Dong. Franz West (Corderie). non accolgono. però. nei fatti. la proliferazione di altri padiglioni. c’era il Mars Pavillion. che sempre più si trovano imbricati nelle opere. Ma il dispositivo rende possibile anche. Se qualche anno fa.A riflettori spenti modificati. per ospitarvi dentro le opere di altri artisti. si tratta di sculture e architetture provvisorie.

Dal momento che gli artisti sembrano avere difficoltà ad accogliersi l’un l’altro. tra interno ed esterno. i «corridoi». che connota quasi tutti i para-padiglioni. La struttura di cemento apparentemente precaria di Tuazon ospita in un anfratto. più che altro nascondendolo. Sosnowska crea uno spazio abitabile da Goldblatt e Mirza. oltre alla struttura della propria casa di famiglia riprodotta nel centro della sala. ma in effetti la carta da parati che orna questi spazi decora solo l’esterno. forse la strategia più efficace di dialogo è l’occupazione dello spazio altrui messa in atto – e . A un primo sguardo.A riflettori spenti Le strategie di sottrazione all’abbraccio dell’altro si articolano a partire dal rovesciamento di una specifica relazione. dove non sono installate opere. Dong. West esplicita questo rovesciamento nel suo Extroversion: ripropone la sua cucina di casa ribaltata intorno a un volume centrale e su cui si stagliano le opere degli artisti a lui legati. lo speaker che produce l’opera sonora di Mendizabal. costruisce paraventi circolari di ante di armadi in cui le facciate esterne sono rivolte verso lo spazio conchiuso interno. mentre Ekblad sceglie di occupare con un murales l’esterno della struttura. mentre le stanze in cui sono alloggiati gli artisti non sono che il retro lasciato spoglio dalla scenografia a stella creata dall’artista polacca.

Il curatore delegante reintroduceva così. per una volta. piccioni impagliati che vegliano dall’alto sulle opere del Palazzo delle Esposizioni. .A riflettori spenti non è la prima volta – da Cattelan. con essi. se stesso nel padiglione. Come è noto. ogni padiglione ha il suo curatore. grazie ai suoi «turisti». in un’ottima parodia di se stesso. A. per far scegliere i 150 artisti italiani a 150 personalità della cultura. citava a gran voce i nomi dei vari artisti e curatori delegati. parlando al cellulare. grazie alle mura. C’era da chiedersi se non fosse quello il contributo di Cattelan. Questa Biennale fa proliferare i padiglioni e. Vittorio Sgarbi apparentemente si eclissa. la delega curatoriale. con una straordinaria performance. agitandosi e aggiustandosi la frangia. Se ne ha la realizzazione più piena nel padiglione italiano dove. Il «dispositivo padiglione». Sgarbi era lì al centro del padiglione e. infatti. ufficialmente non presente e sostituito dalla scritta «basta pupazzi». è un dispositivo di delega: la cultura materiale della delega curatoriale. che instaura. uno spazio separato. Nella giornata di apertura al pubblico. però. M.

elusiva. Ne sono un esempio i pesanti drappi di feltro nero. fino ai pannelli verticali dai toni scuri di sale combusto insieme al ferro e al piombo. Struttura «vivente». agitati da un vento che sembra discostarli dalla nuda parete in lente ondulazioni. O. ricoperta di nero. duratura. un’opera d’arte? In che modo attraversare la frontiera oltre la quale nozioni di arte o estetica perdono pertinenza? Lo si fa andando. se si sceglie un percorso alternativo. Allora può accadere di restare catturati da un tipo di provocazione più sottile. come quelli su piano parabolico di Francesco Lo Savio della Fondazione Prada. a quelli recentissimi di Pier Paolo Calzolari alla Cà Pesaro. in questi giorni. Nel ritrovato silenzio di questi luoghi ci accorgiamo come ogni lavoro artistico abbia la necessità vitale di uno spazio intorno che lo lasci respirare. l’opera di Calzolari produce l’impressione dell’estrema unità che è propria dei monocromi e quella di ricchezza percettiva che caratterizza le opere «barocche». divisi verticalmente o orizzontalmente da una striscia bianca di vero ghiaccio. Dai bellissimi monocromi neri degli anni Sessanta. seguendo un filo nero che. lontano dagli schiamazzi di questa Biennale.A riflettori spenti L’oscuro percorso del sublime Cosa fa di una superficie spessa. . all’Arsenale di Venezia. porti dalla Fondazione Prada fino a Cà Pesaro.

Questo gioco tra vacuità e pienezza dei campi neri. LISaV – Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia . implica che la monocromia da Calzolari è stata convocata. e. partizione. Le sperimentazioni con il gelo di Calzolari mantengono la strutturazione per segmentazione. producono un effetto di siderazione. che è una delle qualità attribuite da Burke al sublime. come Newman diceva. o perché accorda il massimo di impressione estrema al minimo di semplicità espressiva. il pittore contemporaneo del sublime: The sublime is now. P. Calzolari ricorda Barnett Newman. ripudiata. tra linee di ghiaccio che dividono e uniscono. allo stesso tempo. Ma anche perché i quadri più riusciti.A riflettori spenti Se dobbiamo trovare un’ipotetica filiazione. M. articolazione del campo cromatico. più «sublimi» di Newman. Non solo perché il sublime reclama l’oscurità.

Milano Altri percorsi di lettura: Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt . Collezione privata.A riflettori spenti Emilio Isgrò. The United States. 1982.

A riflettori spenti Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Torna al menù .

indagato. 69. soprattutto in quegli anni. sociologi. il problema del rapporto tra corpo e . n. in una società pianificata che ha abolito il probabile e l’ignoto. Starobinski sosteneva che il prepotente bisogno di affermare una nuova coscienza sensitiva andava visto ormai come l’unico modo. febbraio 1985 Niva Lorenzini Q ualche anno fa. in quella sede. il culto del corpo.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita «alfabeta». era a un tempo sintomo di una crisi della totalità e dell’identità. linguisti. Che. né si poneva. da antropologi. insomma. alla fine degli anni Settanta. e tentativo di opporsi alla disgregazione del soggetto. di garantire al soggetto una sopravvivenza psichica. Non chiariva però Starobinski i termini e l’estensione della nuova coscienza sensitiva.

e perché no. Perché c’è un modo nuovo e davvero fertile di dare voce al sentimento. Letteratura-vita Eppure lo stimolo alla riflessione era importante. e per me è diventato cogente proprio in occasione del dibattito aperto in «alfabeta». codificate. bergsoniano? – o quella di esperienza. riprendendo in esame la categoria di tempo – quale il tempo del sentimento? relativo. adibibili a usi dispersi e contrapposti). né tanto meno quello del rapporto tra letteratura e vita. all’interno delle pagine dedicate al senso della letteratura. e soprattutto se non lo si decifra attentamente (e intendo: se non lo si storicizza.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita sentimento. puntiforme. che non possono rimanere immobili. misurabile. . utilizzando una scrittura «trasparente» che andrebbe pazientemente indagata nelle sue strutture e modalità anche. in rapporto al Grande Stile: penso proprio a Invasioni. Uno dei binomi che vi si ripropongono con più frequenza è quello del rapporto letteratura-vita. nell’accezione proposta da Porta di linguaggio che articoli l’essere più che svelarlo o prestabilirlo. Rischiosissimo sempre.

sperimentazione che consente. ironico) che si contrappone a un infinito statico. lo rovescia ripartendo anche da una . purché non gli si attribuisca un valore simbolico. e la proposta del sentimento. Ove in realtà è poi il finito il luogo delle possibilità. diceva ieri Paolo Bertetto. il ritmo del fenomenico.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Articolare significa estendere il linguaggio a ciò che è irriducibile a esso (alla letteratura. a partire da Kant. definito. del suo linguaggio. o come altri suggerisce. costruisce il vissuto. Ed è una direzione che ribalta il macrocosmo. istituzionalizzandolo in forme metastoriche. l’infinito lo spazio della limitazione. imprevedibile. parallelamente affermare in positivo i gesti. anche pre. onnicomprensivo.e non verbale. ma anche significa. di scrivere l’intensità celata negli eventi). il contrario di totalità. Sentimento è sempre e comunque. dinamico. di un nuovo rapporto poesia-vita. Il sentimento è l’esperienza di un atto ed esperienza in atto. inquieto. Mi pare che la riscoperta del corpo. mi sembra. In forme non assolutizzanti. Corpo-letteratura Ecco. io finito (mobile. spetta il compito di ricordare il senso dell’illimitato. vadano nella stessa direzione.

Perché ormai l’io decentrato. in quanto ormai norma. sinestesie. se non ha nostalgie misticheggianti. è l’assenza non simbolistica ma allegorica delle possibilità. il vissuto temporale è azione e memoria di un presente in trasformazione.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita sopravvivenza molecolare. come coincidenza non soltanto curiosa. E va allora ricordata. che a fine Ottocento. rasoterra. Se c’è assenza. la conoscenza del corpo. . intorno a questo io. ma ugualmente indifferenziati. metamorfico. o silenzio. il silenzio non metafisico che dà senso alla parola. rispondeva proprio a un’esigenza di restaurazione – ma all’interno di ideologie totalitarie – dell’io diviso e disgregato. tuffi nell’inconscio. stentata. facendosi come quello statico e sterile. guidata da un io esperienziale che. che è – badiamo bene – non più provocatorio né trasgressivo. non costruita però sul togliere. e anche un po’ nostalgico di gouffres magari desacralizzati. Contro ogni totalità programmata. aleatoria. non eccezione – rischia di coincidere con l’io assoluto. non ha neppure inquietudini tardocrepuscolari. che non chiede – ed è importante – all’io di parcellizzarsi. con il corredo di analogie. in un’epoca di crisi dell’identità.

la sua missione. o di certe riproposte. ma tracce dell’esistenza e della parola poetica. E qui. devo dire. sono sempre in rapporto con la metamorfosi. luogo di tensione. di un ingombrante e vuoto contenitore chiamato forma: che possibilità c’è di formare – si chiedeva già Montale e lo ricorda Luperini nel suo recentissimo Montale o l’identità negata – che possibilità dunque c’è di formare se manca la forma? Rappresentare la metamorfosi deve poter significare anche ripartire dai livelli minimi. non residui. se non altro tra la forma e il non formato (il caos e il numero stellare. sapendo bene – lo . rappresentare la metamorfosi non significa sottrarsi alle contraddizioni né alle contrapposizioni.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita La scrittura-metamorfosi Ricondotto il discorso alla letteratura. per eccellenza. rifugiarsi nell’accettazione passiva e pacificata dell’accadere (è vero – lo diceva ieri molto bene Biancamaria Frabotta – non si esce dal moderno azzerando il contachilometri delle antinomie). Nella crisi della rappresentazione. E la parola letteraria è di necessità. sempre). occorre forse rimeditare un’affermazione recente di Canetti: lo scrittore. non capisco proprio il senso di certe contrapposizioni piuttosto pretestuose tra «nuovo classico» e sperimentazione. perlomeno ambigue.

Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita diceva ieri Bettini – che l’assoluto è pur sempre perduto e irrecuperabile. Il senso della letteratura può allora davvero coincidere. linguisticamente. E non perché non condivida certe mie posizioni di allora. Nessun io debole c’è consentito A distanza di venticinque anni. di Zanzotto. Magari nelle forme conoscitive. sempre complice. all’opposto. storico e biologico. appunto. dell’azione. mai in fuga (neppure dal significato). con una riscoperta – nell’accezione che si è detta del corpo-sentimento che interroga il possibile linguistico. nel qui e nell’ora del ludico. o. come nell’ultimo Sanguineti. o identificarsi. riconsegnati alla «fattuale presenza» di cui parlava la sua poesia letta ieri sera. della deiezione. . confesso di fare un po’ fatica a ritrovarmi. negli «sbeccuzzati silenzi» del paesaggio verbale. rasoterra. o perché abbiano perduto senso certi richiami al pensiero di Starobinski o di Canetti. contro ogni sacralità e separatezza.

Nel contesto dei primi anni Ottanta si avvertiva certo. come restaurativo e dogmatico. di conservare una loro indiscussa attualità (mentre non si può dire lo stesso di altre polemiche più circostanziate e occasionali. ma era già quella. che eludeva il confronto con la storia e con la sua conflittualità. Mi riferivo ad altro. un acuto disagio per l’omologazione già pienamente in atto. o perlomeno così era parso a me e ad altri in quella circostanza.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita che non cessano. ancor prima che l’analisi e la pratica della scrittura del corpo si imponessero come tendenze sempre più condivise. Ma di questo si potrebbe – si potrà – riparlare a lungo. parlando di difficoltà a ritrovarmi in quelle righe. evidentemente. a mio parere. Del rapporto corpo-letteratura ho continuato a occuparmi nel tempo. il mio modo di posizionarmi di fronte a un testo. in un mondo che si avviava verso una sempre più massiccia globalizzazione. come il riferimento al Grande Stile o le riflessioni sul «nuovo classico» e sul suo incidere sul restauro della forma). con il rischio di trasformarsi in facile stereotipo. e finiva per darsi. insomma. a quel disagio qualcuno rispondeva con la scelta di direzioni orfiche e neoromantiche. e lo avverto nitido nella mia riflessione di allora. con uno neospiritualismo. Ricordo bene la carica polemica del dibattito . una mia precisa inclinazione.

in una dimensione sociale in cui i persuasori non si preoccupano neppure più di rimanere occulti. ma ognuno può direzionare come crede le parole. si recintano e si isolano i diversi. di «contribuire a una sorta di pacificazione lessicale»). parola del coordinatore del gruppo di lavoro.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita palermitano. darsi in diretta. e di critica. Del resto come potrebbe essere altrimenti. il tentativo di censura della parola Resistenza dai programmi scolastici di storia del Novecento. Contrapposizioni d’antan. ovviamente. che seleziono fra tante. nell’intenzione. Ora tutto pare convivere con tutto. potendo emergere alla luce del sole. quando si rimuovono le conflittualità oscurandole o traducendole in pacificazione narcotizzata (ultima chicca. e in apparenza è venuta meno l’intolleranza. sdoganati dal pensiero unico veicolato dai media. in assenza di schieramenti riconoscibili. in cui i protagonisti del fronte orfico (o innamorato) vennero non metaforicamente alle mani con gli avversari: non erano ancora di moda. Parlo di poesia. Nel presente segnato dal cinismo e dall’ipocrisia delle mistificazioni. E non c’è proprio più bisogno di omologare. se devo scegliere parole o pensieri da sottoscrivere in . Ma poi si «criminalizzano» – lessicalmente e non solo – i clandestini. perlomeno in fase embrionale) i partiti dell’amore. forse (o lo erano proprio già per davvero.

del senso del limite e dei diritti collettivi che a esso si collegano. e la pratica di una solidarietà che lotti per la liberazione dal bisogno. n. qui e ora. l. assieme.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita quella mia pagina del 1984. semmai la difesa a oltranza. ancora. Nella consapevolezza. Nessun io debole ci è consentito. che è il «finito». contro le «libertà» svuotate di contenuto. brandite come arma d’offesa dai paladini del profitto. da praticare urgentemente. . nessuna vacanza dall’azione. non l’astrattezza sbandierata senza ritegno dagli imbonitori di turno. opto senz’altro per l’insofferenza che vi si coglie per una parcellizzazione dell’io che suoni arrendevole e impotente. in momenti che impongono al contrario precise assunzioni di responsabilità. lo spazio concreto delle possibilità. di fronte all’arroganza del potere.

Opere da La Veglia di Bach.Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Emilio Isgrò. Prato 2008 Altri percorsi di lettura: Luigi Nacci Stay human . 1985 Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci.

Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Emilio Isgrò Disobbedisco Torna al menù .

secondo cui le «periferie» dovrebbero osservare il «centro» per vedervi riflessa l’immagine del proprio futuro. Gigi Roggero L a Tunisia è. sono invece le lotte a determinare il punto avanzato dentro il capitalismo globale.alfabeta2. sono state le prime insurrezioni dentro la crisi economica globale. Fare inchiesta in questo laboratorio significa trovare risposte a nodi politici insoluti. allora. Ancora di più. uno straordinario laboratorio politico. Distruggendo definitivamente ogni inveterata reminiscenza del rispecchiamento coloniale. troppi pensavano di essersi liberati insieme ai ferri vecchi del Novecento. di cui molti.it Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Anna Curcio.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Cronache da www. Quelle in Tunisia e in Egitto. hanno rimesso all’ordine del giorno le parole d’ordine dell’insurrezione e della rivoluzione. oggi. Ma queste parole .

possiamo vedere come un altro elemento peculiare della crisi contemporanea. Allora. Il contagio dei conflitti avviene attraverso la rete. viaggi in realtà all’inseguimento dei movimenti del lavoro vivo e delle sue pratiche di organizzazione. per affermare il diritto alla fuga e alla mobilità del lavoro vivo. i perimetri dello spazio nazionale sono definitivamente ecceduti.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino d’ordine vengono imposte all’agenda dei movimenti in modo nuovo. Si insorge per distruggere i confini. i dimostranti si muovono nello spazio metropolitano: in un . L’insurrezione non è più. legata alla presa dello Stato. La rete qui viene interamente riappropriata dal sapere vivo. dai social network agli sms. Anche qui. dunque. di strumenti che facilitano la circolazione delle informazioni e della comunicazione. che si disegnano su un piano immediatamente transnazionale. semplicemente. espressione e pratica dell’intelligenza collettiva. diviene forma dell’organizzazione moltitudinaria. è per i militanti tunisini chiara la percezione delle coordinate della sfida. concretamente. E ora dal Wisconsin alla Spagna alla Grecia la parola d’ordine diventa: fare come a piazza Tahrir. Non si tratta. L’insurrezione tunisina è stata l’innesco per il movimento in Egitto e in tutto il mondo arabo. quello del contagio. Che straordinaria esperienza vedere come.

La sua genealogia è lunga. rivendicano la continuazione del processo rivoluzionario. trecento persone si radunano. Tuttavia l’insurrezione tunisina non è un evento impensato. urlano al governo di transizione che se ne deve andare.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino sabato qualsiasi l’appuntamento è alle 10:00 di mattina davanti a un teatro della centrale Avenue Bourghiba. passano 40 minuti e non c’è nessuno. e/o loschi figuri al soldo dei commercianti preoccupati per i loro affari alla vigilia della stagione turistica. si disperde in modo apparentemente improvviso com’era comparsa. fatta di mobilitazioni e lotte. Quando la manifestazione viene attaccata con bastoni e coltelli da poliziotti in borghese. e poi ancora sotto alla sede del sindacato per imporre la convocazione di uno sciopero generale. Ma pochi minuti dopo lo sciame si ricompone ancora più numeroso davanti al ministero degli Affari sociali. quanto meno – ci dicono – l’inizio del processo rivoluzionario va individuato negli scioperi nel distretto minerario del 2008. Giovani e . i poliziotti dietro al filo spinato sono tesi e non capiscono. privo di storia e di organizzazione. duecento. in una manciata di secondi cento. Ma già negli anni Settanta e Ottanta studenti e lavoratori avevano dato vita a straordinarie esperienze di conflitto: la stretta repressiva e autoritaria di Ben Ali è stata la risposta a esse.

giorno della cacciata di Ben Ali. che alla fine sono stati rovesciati contro i vertici. disoccupati e precari. e il sindacato studentesco. il 14 gennaio. è nel Sud della Tunisia che il movimento ha accumulato forza: simbolicamente. quando Mohamed Bouazizi – giovane laureato e costretto a fare il venditore ambulante – si è immolato in piazza. con intelligente pragmatismo. Vari analisti americani osservano come la composizione dei movimenti nel Maghreb sia del tutto simile alla situazione negli Stati Uniti e in Europa: giovani altamente scolarizzati. l’Ugtt. non è un caso che il processo insurrezionale abbia avuto inizio il 17 dicembre a Sidi Bouzid. il sindacato unico del regime.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino lavoratori tunisini hanno utilizzato. l’Uget: questi sono stati una palestra di formazione militante e spazi di organizzazione capillare. che non vedono più nessuna possibile corrispondenza tra titolo di studio e reddito. Da allora migliaia di giovani proletari sono accorsi dalle campagne e dalle città verso la capitale. per occupare la Casbah e continuare la rivoluzione. Dire lavoro . Ancora. Quella forza è diventata potenza quando il movimento ha conquistato lo spazio metropolitano. Dunque la «rivolta per il pane» o la «rivoluzione dei gelsomini» sono etichette che tentano di esorcizzare la realtà comune di cui l’insurrezione in Tunisia ci parla.

imparate spesso attraverso quelle antenne paraboliche tanto deprecate dai pruriti anticonsumisti della sinistra occidentale. Attenzione. o meglio la composizione comune tra i giovani del precariato cognitivo e del proletariato delle banlieue. piuttosto di angoli diversi dello stesso processo. di essere per il ceto medio declassato un ascensore per la mobilità nel mercato del lavoro. però: non si tratta di figure necessariamente distinte. a partire da avvocati. Attorno a questa composizione si sono aggregati vari altri soggetti colpiti dalla crisi. Nelle periferie di Tunisi giovanissimi e meno giovani usano quotidianamente la rete e parlano correntemente varie lingue. e con l’accumulo delle lotte operaie degli anni precedenti nel Sud. Scuola. il nodo politico che nitidamente il movimento rivoluzionario in Tunisia ci presenta è l’alleanza. che non coglie l’ambivalente processo di soggettivazione contenuto nell’utilizzo del peculiare «sapere morto» delle tecnologie della comunicazione. .Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino cognitivo significa dire al contempo potenza e sfruttamento. e per il proletariato delle periferie una promessa di riscatto sociale. magistrati e impiegati dei servizi (molto attivi quelli del settore delle telecomunicazioni). Dall’altro. definitivamente. università e saperi cessano.

il punto politico non sono i corrotti. semplicemente. Per questo insieme di ragioni quella attuale è una fase estremamente delicata. ma un tassello pienamente integrato della governance globale e del capitalismo finanziario.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Quella in Tunisia non è stata nemmeno una «rivoluzione pacifica». una rivoluzione per cacciare il rais e accedere finalmente allo stadio di sviluppo liberaldemocratico. orgogliosi. una delle partite decisive si gioca ora attorno alla questione del debito: il movimento rifiuta infatti di rispettare gli accordi presi da Ben Ali con gli organismi del capitalismo globale. non è stato diverso da quello dei manager della Enron o degli altri grandi «scandali finanziari»: quando hanno capito che la barca stava affondando. i commissariati e le sedi dell’Rcd che hanno bruciato. come gli ufficiali nazisti in rotta nella Seconda guerra mondiale hanno tentato di arraffare candelabri e argenteria per scappare lontano. ma il sistema che produce corruzione. Ancora una volta. Il governo di transizione – che dopo la destituzione di Gannouchi imposta dalla seconda . tutto sommato. Chissà cosa direbbe l’icona del giovane celebrata dalla «Repubblica» nel vedere le ragazze e i ragazzi della banlieue di Tunisi mostrare. Non a caso. Il suo atteggiamento. Il regime di Ben Ali non era un’eccezione o un residuo feudale. Ma non è stata nemmeno.

che dovrebbe essere acclamata dall’assemblea costituente del prossimo 24 luglio. Tutti costoro giurano ora fedeltà alla transizione democratica. innanzitutto quelle forze dell’islamismo moderato che. Nel frattempo. cioè la fine del processo rivoluzionario. raccogliendo la richiesta di ordine che arriva dai settori imprenditoriali e commerciali tunisini prontamente disfattisi dell’ingombrante ombra della cricca di Ben Ali. Lo si vede anche rispetto alla guerra in Libia. non diversamente dal centro laico. il coprifuoco e i sistematici black-out nelle periferie tentano di garantire l’ordinata transizione allo «stadio»della liberaldemocrazia. Chi l’appoggia è perlopiù il blocco moderato. Non è un caso che oggi la parola rivoluzione sia esaltata da coloro che stanno cercando di bloccarla. i carri armati occupano le strade. già si candidano come i migliori alleati della stabilizzazione imperiale. mentre per i militanti è chiaro come sia una guerra contro i movimenti rivoluzionari. Molti di questi ci raccontano anche di compagni e amici che sono andati a combattere contro il regime di Gheddafi.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino occupazione della Casbah è ora guidato da Essebsi – sta tentando di imporre una normalizzazione repressiva. palazzi e ministeri sono circondati dal filo spinato. e ci spiegano le complesse geografie del fronte degli insorti: a Misurata si concentra .

la potenza della libertà del comune. Ecco il nodo. come il potere destituente diviene potere costituente? Come lo sciame diventa dispositivo di attacco. dunque in accordo con le potenze che stanno conducendo la guerra. A pochi passi. e per i proletari tunisini una casa a cui tornare non c’è più se non si costruisce una trasformazione radicale: la scelta della migrazione o della continuazione del processo rivoluzionario sono. Allora. L’esplosione di libertà che percorre le strade della metropoli tunisina si scontra oggi. l’orizzontalità determina verticalità collettiva. faccia a faccia. semplicemente perché non c’è ancora stata rivoluzione».Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino una composizione molto simile a quella del movimento in Tunisia. due forme della stessa lotta. frontalmente con chi tenta di governarla nel segno della normalizzazione: alla libertà di commercio si oppone. Di fronte al palazzo di giustizia un avvocato commenta efficacemente: «Non possiamo parlare di controrivoluzione. cioè costruzione di un nuovo rapporto sociale e di istituzioni del comune? In . mentre a Bengasi si sta tentando di istituzionalizzare una successione al colonnello ma nella sostanziale continuità politica. tutto sommato. centinaia e centinaia di giovani che sono arrivati da tutto il paese per occupare la Casbah non vogliono tornare a casa.

il Nord Africa da una parte. che rischia di finire nella trappola dell’identità oppure puzza di carità coloniale. che si gioca su un piano immediatamente transnazionale: in particolare.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino breve. di organizzarsi nel comune e di respirarne l’aria di libertà. di fare inchiesta. il laboratorio politico in Tunisia ha posto all’ordine del giorno. Ai militanti di qui. l’autocelebrazione comunitaria e priva di programma – se solo avesse il desiderio di capire. Ma non si tratta di generica solidarietà. dicevamo. Quanto potrebbe imparare da questa università quella sinistra della provincia italica che si crogiola nella sconfitta – oppure nel suo doppio speculare. come l’insurrezione diviene rivoluzione? Queste sono le questioni che. dentro la crisi globale. riassume perfettamente un compagno. «Il migliore modo per aiutare la liberazione dei palestinesi è liberare noi stessi». . l’Europa dall’altra. sono chiare le coordinate spaziali della sfida.

la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza . Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia. vs.Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Altri percorsi di lettura: Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2.0: Disney Co.

Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Torna al menù .

e persino un po’ ipocrita. stanno i «giustificazionisti»: Gheddafi sta compiendo un massacro nei confronti di una sacrosanta ribellione popolare. a volte strumentale. a cominciare dai leghisti. negano l’opportunità di imporre . un variegato e insolito arcipelago di critici «pacifisti»: numerose personalità della destra. in ottemperanza con la risoluzione dell’Onu sulla materia. invece. sia pure in presenza di giustificate ragioni umanitarie. e dunque occorre fermare la strage. sia pure senza l’invio di truppe di terra. Da un lato. come è ovvio. Riassumiamo le posizioni fondamentali.La Libia e il pacifismo a orologeria La Libia e il pacifismo a orologeria Omar Calabrese In questi mesi – a partire dall’inizio dell’intervento armato delle forze della Nato in Libia – abbiamo assistito a una discussione (abbastanza sottotraccia. Dall’altro si trova. Sarò sincero: ho trovato questo dibattito spesso deviante. a dire il vero) sulla legittimità dell’azione bellica in territori sovrani.

la giusta risposta della coscienza civile ai fatti nordafricani dovrebbe essere più articolata e dialettica di quanto non sia dato vedere. repressioni durissime sulla popolazione locale? Dinanzi a questi fatti come possiamo – e forse dobbiamo – reagire? È giusto forse astenersi. il loro significato non mi pare univoco e tanto meno universale. perché.La Libia e il pacifismo a orologeria con le armi la No fly zone. La prima: Gheddafi è o non è un dittatore militare che ha instaurato uno dei regimi più autoritari del mondo intero. Basta tentare di rispondere ad alcune semplici domande per capirlo. e magari domandano sarcasticamente dove siano finite le bandiere arcobaleno che protestavano contro la guerra in Iraq o in Afghanistan. alcuni gruppi tradizionalmente antimilitaristi continuano a ritenere che le bombe siano sempre bombe. lasciar fare. che uccidono senza alcuna presunta «intelligenza». non a caso. Nella circostanza presente. attentati internazionali (anche quelli di pura azione economica). Ho collocato le virgolette sulle parole «giustificazionisti» e «pacifisti». e che essere fautori della pace non possa prevedere alcuna mediazione sul principio generale. e infine una sinistra più «torica» vede in Gheddafi una vittima degli americani. che si è reso autore di stragi. per una volta. . che promuoverebbero la guerra per il controllo delle risorse petrolifere.

Per chi non fosse al corrente. ricordo che quella associazione è stata fondata da Elie Wiesel nel 1992. D’altronde.La Libia e il pacifismo a orologeria nascondersi dietro a qualche generico principio? La seconda: la rivolta iniziata in Cirenaica è o non è una protesta popolare. non ideologica. laica. personaggi assai autorevoli hanno da tempo sottolineato il problema. senza l’ombrello delle decisioni comunitarie internazionali? Possiamo restare silenti di fronte alla chiara motivazione di politica interna da parte di quei paesi che si sono affrettati all’ingerenza in maniera unilaterale? Quanto detto finora dimostra con chiarezza che non è possibile immaginare una «coerenza» di atteggiamento valevole per tutte le occasioni. fra i . e non hanno prodotto alcun risultato concreto)? Certamente. L’Académie Universelle des Cultures è stata forse la prima a domandarsi se l’intervento in paesi sovrani sia in taluni casi legittimo. esiste però anche un terzo interrogativo di segno diverso: è accettabile che la guerra sia iniziata con i bombardamenti delle aviazioni francese e inglese. e raccoglie settanta grandi intellettuali di tutto il mondo. che il raìs ha cercato di soffocare nel sangue. perfino col ricorso a soldati mercenari? I ribelli devono essere lasciati soli nella tragedia? Può bastare il ricorso a qualche sanzione economica (ma le sanzioni esistono già da tempo.

Recentemente.kataweb. e con una redazione coordinata da Valentina Pisanty. che riguarda le reazioni al terrorismo. e non confonderlo con casi di lotta armata per la libertà. Come si vede. per esempio. Potremmo riassumerle in questa maniera. Fra i suoi primi incontri. anche in quell’occasione.it). pur essendo certamente necessario definire di volta in volta che cosa sia un atto terroristico. curato da Umberto Eco. Vi si legge: «Si può discutere su quali siano le strategie migliori per affrontare e per combattere il terrorismo. è la lettura del paragrafo 8. Jacques Le Goff e Furio Colombo. commettendolo.tolerance.La Libia e il pacifismo a orologeria quali molti premi Nobel (come lo stesso Wiesel). costui (o costei) automaticamente si esclude dalla società civile». Molto interessante. E. In generale. l’intervento armato non può mai . nel lontano 1994. le riflessioni furono articolate. l’Académie si occupò per l’appunto della nozione di «intervento». ha pubblicato un manuale on-line dal titolo Accettare la diversità (lo si può leggere sul sito www. Si occupa di organizzare attività culturali orientate alla costruzione di uno spirito di tolleranza nel mondo. ma non si può discutere o negoziare con chi commette un atto di questo genere perché. è anche vero che vi sono momenti in cui «non si può discutere o negoziare». e si arricchisce costantemente di nuovi capitoli. Il manuale è in progress.

la Nato. ricerca di arbitrato internazionale. lotte armate in corso al suo interno. concordia. applicazione di sanzioni dissuasive. se non su esplicita richiesta delle prime. Alla voce «pace» corrispondono molte definizioni. ma solo e soltanto guidato dalle organizzazioni internazionali e multilaterali come l’Onu o altre consimili. In Libia si doveva intervenire. ci siamo. condizione di quiete e tranquillità». Come si vede. In secondo luogo. armonia nella vita sociale o nei rapporti interpersonali. E. violata da qualcuno dei contendenti. infine. Non lo si doveva fare nella maniera con cui. le azioni si sono svolte. ad esempio.La Libia e il pacifismo a orologeria essere unilaterale. . l’intervento deve essere motivato dalla difesa dei diritti umani. Mi pare che a questo punto. come l’Unione Africana e altre ancora. chi ironizza sui «pacifisti a orologeria» pensi un po’ di più alla salvaguardia dei diritti umani. ma non. E chi pretende l’intransigenza pacifica legga meglio il dizionario. Quelle che ci interessano: «Condizione di un popolo o di uno Stato che non sia in guerra con altri o non abbia conflitti. occorre favorirla per averla anche noi. la nostra pace è sempre anche pace degli altri. inizialmente ma forse anche adesso. l’intervento deve essere preceduto da tentativi di composizione delle discordie. Quanto ai commenti collaterali. Se agli altri manca.

vs. Navy Seals Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia.La Libia e il pacifismo a orologeria Altri percorsi di lettura: Christian Caliandro Propaganda 2.0: Disney Co. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 .

La Libia e il pacifismo a orologeria Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Torna al menù .

dall’altro. Il rituale richiede abilità tecnica. da un lato.0: Disney Co. della caserma e del campo di battaglia. del cimitero e del luogo di meditazione. L’uomo artigiano . vs.Propaganda 2. Navy Seals Propaganda 2.0: Disney Co. e del tempio. vs. va eseguito bene. Navy Seals Christian Caliandro Sia la religione sia la guerra sono strutturate attraverso rituali […] i codici d’onore acquistano concretezza grazie a una coreografia di movimenti e di gesti entro il contenitore fisico delle mura. Richard Sennett.

La U. Morgoglione. Perché esso è già nel suo farsi un grandioso Spettacolo. Non sembra né strano né paradossale che un evento come questo. posto per un tempo variabile al centro esatto del più vasto dispositivo spettacolare che regola tutte le nostre vite. un epocale «cuore di tenebra» contemporaneo che apre scenari inediti di interpretazione e rappresentazione della Storia (e della Morte). L’obiettivo era quello di riprodurre il logo Seal Team Six sui più svariati gadgete oggetti di merchandising. venga associato immediatamente. Navy fa guerra alla Disney. la Walt Disney Corporation ha presentato formale richiesta di poter sfruttare il marchio del commando che ha portato a termine l’ormai famosa operazione «Geronimo». nel futuro – distopico per alcuni. scarpe. giochi elettronici e qualsiasi altro tipo di servizio legato al tempo libero e all’intrattenimento» (C. come «abbigliamento. 29 maggio 2011).0: Disney Co.S. vs. giocattoli. «la Repubblica». nel giro di appena ventiquattrore. in Pakistan. Navy Seals Il giorno dopo l’uccisione di Osama bin Laden nella villa di Abbottabad. Quattordici anni fa. La fruizione dell’identità e della memoria storica della capitale francese è affidata non a caso. al concetto di entertainment e di divertimento. Marc Augé ha immaginato in un brevissimo ma efficace testo la Parigi del 2040. .Propaganda 2.

da stampare sulle magliette e sui cappellini. già disneyano nell’aspetto e nella forgia. vs. Bollati Boringhieri 1999). in Disneyland e altri non luoghi. che questo logo con l’immancabile aquila abbarbicata all’àncora della marina e al tridente. e più precisamente. la qualità e il gusto di questa fase storica. . Disney. non c’è forse quasi nulla che svela maggiormente.Propaganda 2. Una città di sogno. Augé. Il Marais nel suo complesso le è stato concesso per primo: lo Stato le ha concesso gratuitamente tutto lo spazio dei monumenti pubblici e Disney ha contrattato direttamente con i privati l’acquisto degli edifici necessari alla ricostituzione della «Paris historique». ma sono seguite da vicino dai quartieri il cui rifacimento e la cui gestione sono stati affidati alla società Disneyland. Navy Seals utopico per altri – proprio alla Disney: «Notre-Dame e la torre Eiffel conservano i favori del pubblico. Come contropartita. E da portare in giro.0: Disney Co. perché è il simbolo identificativo «dei soldati che hanno eliminato bin Laden». Il brand della più micidiale squadra d’assalto del pianeta diventa qualcosa di «simpatico» e innocuo. Dunque. naturalmente responsabile dello spettacolo permanente detto ‘Paris Quatre Saisons’. si è impegnata a creare un certo numero di posti di lavoro e ad assicurare la manutenzione della rete stradale» (M.

e – cosa più importante – intere nuove modalità di trasferimento quotidiano nei territori dell’irrealtà. Navy Seals È perfettamente consequenziale. in una società in cui la realtà è una costruzione immaginaria e culturale. e addirittura di esperienza esistenziale (dai parchi tematici alle cittadine sperimentali). che a incaricarsi della veicolazione e della diffusione di questo brand sia la più grande macchina mitografica del mondo.0: Disney Co. perciò. La U. stando alle cronache. Altri percorsi di lettura: Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia.Propaganda 2. ha impedito alla Disney di appropriarsi dell’ambito marchio.S. la fiera della miseria politica . Presentando subito dopo due differenti richieste per il suo utilizzo e sfruttamento. vs. che produce da più di ottant’anni alcune delle figure centrali dell’immaginario collettivo. Navy.

vs.0: Disney Co. Navy Seals Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio.Propaganda 2. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Torna al menù .

B.Sommario Sommario Umberto Eco Ricordando Gargonza G. Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli .

barbari contemporanei Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia.Sommario Salvatore Palidda Laboratorio Genova Luigi Nacci Stay human Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita .

Sommario Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® .

Sommario Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello n.s. Il Cretto a venire Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Emilio Isgrò Disobbedisco Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo .

ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo .Sommario Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Daniela Tagliafico La mamma cucina.

Sommario Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario Marino Badiale. Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Giancarlo Alfano Marshall McLuhan e la materia mediale Antonio Tursi Cento di questi anni Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski .

Sommario Paolo Fabbri. Patrizia Magli A riflettori spenti Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Anna Curcio. Navy Seals . Tiziana Migliore. Alvise Mattozzi.0: Disney Co. vs. Valeria Burgio. Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2.

Autori Autori Paolo Fabbri. Valeria Burgio. Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Carola Barbero Fenomenologia dello schifo . Patrizia Magli A riflettori spenti Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Giancarlo Alfano Marshall McLuhan e la materia mediale Marino Badiale. Alvise Mattozzi. Tiziana Migliore.

Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria .Autori Paolo Bertetto Barcellona 1936 Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Marino Badiale.

la fiera della miseria politica Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? . Navy Seals Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Dimitri Deliolanes Grecia.0: Disney Co.Autori Christian Caliandro Propaganda 2. vs.

Autori Umberto Eco Ricordando Gargonza Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt n. Il Cretto a venire Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Carlo Formenti Ricostruire dal basso Matteo Di Gesù Mafia® Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario .s.

s.Autori Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Emilio Isgrò Disobbedisco Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli n. Il Cretto a venire Luigi Nacci Stay human .

Autori Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Salvatore Palidda Laboratorio Genova Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo Stefano Rodotà Il diritto al cibo .

barbari contemporanei Nicolò Stabile La linea della palma Daniela Tagliafico La mamma cucina.Autori Anna Curcio. ma lo chef è maschio Antonio Tursi Cento di questi anni Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Vassilis Vassilikos La svendita . Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Pier Aldo Rovatti Noi.

Autori Lello Voce L’eccezione divenuta norma G. Zorzoli La spinta al cambiamento .B.

Sicilia Scrittura e letteratura Cose e linguaggi Il cibo e il suo doppio Arte e spettacolo Mondo Torna al menù .Argomenti Argomenti Politiche Culture d’Italia .

Zorzoli La spinta al cambiamento Carlo Formenti Ricostruire dal basso Renato Nicolini A Napoli bisognava scassare tutto Giuseppe Montesano Dieci tesi semi-serie sulle elezioni a sorpresa del sindaco di Napoli .B.Politiche Politiche Umberto Eco Ricordando Gargonza G.

barbari contemporanei Alberto Burgio Uno sguardo adulto sul mondo Gabriele Pedullà Paura e insurrezione Augusto Illuminati Le virtù del tumulto: un seminario .Politiche Salvatore Palidda Laboratorio Genova Lello Voce L’eccezione divenuta norma Pier Aldo Rovatti Noi.

Culture d’Italia .Sicilia Nicolò Stabile La linea della palma Giovanni Iovane Sistema dell’arte nell’isola Roberto Alajmo L’ergastolo di Carriglio Matteo Di Gesù Mafia® Marilena Renda Fare della mafia un’arte da museo .Sicilia Culture d’Italia .

Sicilia Conversazione di Andrea Camilleri con Clotilde Bertoni Il grimaldello Il Cretto a venire .Culture d’Italia .

Scrittura e letteratura Scrittura e letteratura Luigi Nacci Stay human Emilio Isgrò Disobbedisco Niva Lorenzini Sul sentimento e sul rapporto letteratura-vita .

Massimo Bontempelli Dopo la fine della crescita Giancarlo Alfano Marshall McLuhan e la materia mediale Antonio Tursi Cento di questi anni .Cose e linguaggi Cose e linguaggi Marino Badiale.

Il cibo e il suo doppio Il cibo e il suo doppio Enrico Donaggio Desidera ancora qualcosa? Stefano Rodotà Il diritto al cibo Carola Barbero Fenomenologia dello schifo Massimo Recalcati Il disagio della civiltà alimentare Intervista a Massimo Carlotto di Enrico Donaggio e Enrico Terrone I piedi nel piatto .

Il cibo e il suo doppio Daniela Tagliafico La mamma cucina. ma lo chef è maschio Andrea Borghini Il cibo e il suo rimosso geografico .

Tiziana Migliore. Valeria Burgio. Patrizia Magli A riflettori spenti . Alvise Mattozzi.Arte e spettacolo Arte e spettacolo Conversazione con Andrea Cortellessa Emilio Isgrò Michele Emmer Il viaggio immaginario di Hugo Pratt Valentina Valente Essential Killing di Jerzy Skolimowski Paolo Fabbri.

Mondo Mondo Franco Berardi Bifo La fine del progetto europeo Dimitri Deliolanes Grecia. la fiera della miseria politica Vassilis Vassilikos La svendita Amador Fernández-Savater Spagna: l’invenzione della piazza Paolo Bertetto Barcellona 1936 .

Mondo Maria Pia Pozzato L’attore collettivo Anna Curcio. vs.0: Disney Co. Navy Seals . Gigi Roggero Analisi e genealogia del laboratorio politico tunisino Omar Calabrese La Libia e il pacifismo a orologeria Christian Caliandro Propaganda 2.

capace di includere temi complementari o tangenziali.it Collegati ad Alfabeta2. non istituzionale.alfabeta2. si rifletterà in modo più ampio sullo .alfabeta2.it www. connessa con il supplemento «alfalibri»: più voci e più punti di vista su o a par. Un lavoro che si è svolto in forma «militante». Nelle Confluenze di luglio. a dimostrazione di come da anni esista una comunità di poeti. Sul sito verranno presentati materiali sulla poesia francese contemporanea tratti soprattutto dalla rete. traduttori. Questo mese.tire da un medesimo libro.ca. partendo da un’antologia di poesia francese. critici che lavorano a costruire dialoghi e passaggi tra la comunità letteraria francese e quella italiana. il sito A luglio. al di fuori dei ristretti e spesso ottusi canali accademici. Confluenze. nell’ottica sia dell’approfondimento critico sia del dibattito ad ampio raggio. «alfalibri» ospita una recensione dell’antologia Nuovi poeti francesi curata da Fabio Scotto per Einaudi. il sito si arricchisce di una nuova rubri.www.

ripetizione degli stessi manifesti e impostazione grafica con head line. La pubblicità trae dalla street art nuove tecniche (stencil. istallazioni) e spazi urbani per la creazione di campagne sempre più efficaci e mirate. colori. Tra street art e pubblicità. che dovrebbe essere espressione di un’autonomia creativa libera da ogni vincolo istituzionale ed economico. poster. Quello che oggi ancora andiamo a constatare è il ritardo con il quale l’accademia riconosce l’esodo avvenuto di saperi e competenze verso il web. a sua volta la street art fa propri gli schemi testuali della pubblicità (ripetitività di elementi come slogan.www.it statuto delle pratiche letterarie nell’epoca del web e della crisi dell’università.«Il legame che unisce i due formati è molto più forte rispetto a quello che univa la pubblicità alle correnti artistiche del passato: non è più unidirezionale (pubblicità che utilizza il mezzo artistico) ma bidirezionale.alfabeta2. nella fattispecie nelle campagne non convenzionali. riflette sul paradossale rapporto tra il linguaggio pubblicitario. e quello dell’arte di strada. Sempre più spesso molti street artist firmano pubblicità e molte pubblicità . veicolo principe della mercificazione. Nel mese di giugno. il contributo di Lucia Emiliani. stiker. clime prodotto o personaggio popolare al centro). È difficile tracciare esattamente i confini tra questi due mondi.

www. in questi giorni. che le insurrezioni arabe hanno sulla situazione palestinese? La resistenza palestinese contro il colonialismo israeliano. hanno cominciato a raccogliere alcuni frutti importanti? Di fronte a una domanda che si pongono. non si trova oggi a scontare una sorta di ritardo e d’inerzia. Perugini tenta di elaborare una prima risposta. Qual è l’influsso. gli stessi palestinesi. In Anomalie palestinesi. Intifade che gli storici hanno classificato con la minuscola o la maiuscola (ma pur sempre I/intifade!).alfabeta2. «Al contrario. a partire da Tunisia ed Egitto. colonialiste e . Nicola Perugini torna a scrivere dall’osservatorio Palestina.it sembrano pezzi di street art». laddove le insurrezioni in atto. emotivo e politico. costruzione di un movimento internazionale di solidarietà e di attacco alle politiche razziste. in Israele/Palestina le pratiche di resistenza al regime oppressivo di più lunga durata dell’ultimo secolo si sono articolate in forme sempre nuove e più o meno efficaci per lunghi decenni: resistenza armata dentro e fuori dalla Palestina storica. resistenza non armata (non per questo non violenta! È stato pur sempre un sentimento di rabbia a generarla!). riprendendo il filo del discorso già iniziato con un articolo apparso sul sito a marzo (L’Egitto è in Palestina). che ha costituito per così lungo tempo un’avanguardia nel mondo arabo.

Intanto lo spettro di Fantozzi si aggira per l’Europa ma questa volta sembra volerci dire altro. La questione rimane dunque aperta. che sempre di più acquisisce forme plurali. .alfabeta2.www. La sala gremita. ma perché gli avvenimenti stessi mostrano la tenacia e l’imprevedibilità della reazione palestinese. l’Alfazeta di giugno di Francesco Forlani: «Puntata dedicata alla presentazione del 13 maggio al Salone del Libro di Torino del numero 09 di «alfabeta2» e del supplemento «alfalibri» con interventi di Umberto Eco. Puntuale. Maurizio Ferraris e i curatori di «alfalibri» Andrea Cortellessa e Maria Teresa Carbone. non riducibili a categorie politiche troppo rigide. i temi toccati al centro di numerose questioni sia culturali che politiche cui «alfabeta2» tenta di dare delle risposte sia culturali che politiche.it di apartheid di Israele». qualcosa del tipo: Fantozzi è una cagata pazzesca!».

com ISSN: 2038-663X .l.r. Umberto Eco. 20141 Milano Tipografia: Grafiche Aurora s.a. Andrea Cortellessa. Andrea Inglese Segreteria: Erica Lese Coordinamento editoriale: Sergio Bianchi Progetto grafico: Fayçal Zaouali Indirizzo redazione: piazza Regina Margherita 27 – 00198 Roma . Via Giulio Carcano 32.quintadicopertina. Via Tadino 26. Pier Aldo Rovatti Redazione: Nanni Balestrini. Carlo Formenti.alfabeta2 alfabeta2 Comitato storico: Omar Calabrese.info@alfabeta2. Via della Scienza 21. 446 del 21 settembre 2010 Coordinamento: Jan Reister Progetto e realizzazione: Quintadicopertina http://www. 20124 Milano Distribuzione: Messaggerie Periodici s. 37139 Verona Direttore responsabile: Gino Di Maggio Autorizzazione del Tribunale di Milano n.it Editore: Edizioni Mudima. Maurizio Ferraris.p. Ilaria Bussoni.

it .alfabeta2 Redazione: Andrea Inglese Segreteria: Stella Succi Progetto web: Jan Reister redazione.web@alfabeta2.

.

alfalibri 03 Leggi alfalibri Leggi il sommario Naviga per autore Naviga per autore recensito Naviga per libro recensito .

che interrogano il mondo terreno delle merci in vetrina e degli oggetti utili per ritrovare poi la loro ragion d’essere solo nel bagliore incerto e sfuocato che regna ai suoi confini. tra la luce che svela e l’ombra che avvolge. le tracce. Il residuo. l’enigma. tra il non più e il non ancora.Mimmo Jodice Mimmo Jodice Gianluca Ranzi I misteri che il singolo riesce ad evocare sono miti esattamente come erano quelli dei popoli. arcaiche e tragiche dell’Eden di Mimmo Jodice. tra materialità e pensiero. Nell’insinuarsi e nel ritrarsi dell’ombra che avvolge le immagini e poi svela le . La fotografia fonda un territorio magico illuminato da una luce mediana. È proprio ai confini che Jodice compie le sue incursioni. tra il chiarore e il buio. con un’attitudine che si direbbe nata più per la scultura e che ricorda il Medardo Rosso di «noi non siamo che scherzi di luce». sono il punto di partenza delle immagini elusive.

Anche i grigi che nascono dai dialoghi del bianco e del nero e che sfumano i contorni non hanno naturalmente nulla a che fare col mondo. sul dissolvimento nell’assoluto. ma il bianco e nero di Jodice ha il potere di astrarla dal suo contesto accidentale per servirla sul vassoio di una immagine teoretica la cui presenza-assenza sonda l’inerte della morte. pur tra le pieghe del reale. Nell’oscillazione dei due colori Jodice riesce a materializzare teorie ottiche in immagini che possiedono l’enigmatica bellezza di un universo concettuale della condizione umana. La tensione delle immagini nasce dallo scarto tra il fantasma di queste materializzazioni e quanto vi corrisponde nel mondo.Mimmo Jodice cose tra improvvise sciabolate di luce. sull’infinito. le fotografie di Mimmo Jodice funzionano da correttivo: come per la scultura procedono per sottrazione e rendono possibili. merci o utensili che siano. nel . sta il segreto della vita che si rivolta nel suo opposto. Non c’è frustrazione di trasgressione o intento provocatorio: la testa mozzata del pesce spada si offre alla vista nella banalità del quotidiano. mostrando la lividezza della morte e la soglia di un vetro infranto che apre sul vuoto. Assediati da immagini inutili e corrive.

le visioni elaborate dal nostro pensiero. .Mimmo Jodice silenzio dello sguardo.

Per Jerôme e Sylvie.UN UOMO CHE SCRIVE Georges Perec Le cose traduzione di Leonella Prato Caruso. 124 sogni a cura di Ferdinando Amigoni. € 12. la coppia protagonista del racconto. il problema non è tanto quello di possedere degli oggetti – e quindi il denaro per acquistarli – quanto quello di impedire che si spenga il . Quodlibet. 345. pp. postfazione di Gianni Celati. Quodlibet. Quodlibet. uno degli amici di Georges Perec. che Le cose altro non sono che il romanzo di una depressione che bara con se stessa. 122. prefazione di Andrea Canobbio.50 UN UOMO CHE SCRIVE Marco Belpoliti Ha scritto Claude Burgelin. 170.50 La bottega oscura. pp. € 17. pp. € 16 Un uomo che dorme traduzione di Jean Talon.

una stanzetta nel sottotetto di un palazzo parigino. all’intera città. ha ben individuato la sottotraccia del suo primo romanzo: le immagini delle cose fungono da eccitante. Il protagonista di Un uomo che dorme [1967] è in preda a una condizione atona. Ha scritto Perec: «Le cose sono i luoghi retorici della macinazione […] Un uomo che dorme i luoghi retorici dell’indifferenza». una depressione che nelle Cose era solo evocata. più o meno riuscito. La mattina in cui deve sostenere un esame uno studente universitario resta a letto e decide di non alzarsi. poi allarga via via la sua indagine. cercando di ravvivare quella voglia di vivere che nel resto dell’opera di Perec apparirà irrimediabilmente persa. I veri protagonisti non sono i due ragazzi parigini né le cose del titolo: bensì le immagini delle cose. Il tedium vitæ ha preso il sopravvento. o meglio di lasciarsi vivere: perfetto analogo dell’azione . senza meta e senza scopo. che quattro anni dopo la morte dell’amico ha pubblicato un libro che ancor oggi è una delle introduzioni più pertinenti alla sua opera (Georges Perec. Costa & Nolan 1989). In uno stato d’indolenza inizia l’esplorazione mentale dell’angusto spazio in cui vive. Burgelin. La sua è una forma di non-vivere. La letteratura come gioco e sogno.UN UOMO CHE SCRIVE desiderio che nelle cose ha il suo stimolo e riflesso.

è la medesima che colpisce i lettori delle Cose: l’accumulazione di descrizioni. si riesce a capire quale sia stato il senso profondo dell’operazione di Perec. Un uomo che dorme (Quodlibet 2009) appare oggi un’opera profetica. della filosofia del «fare». ritradotto a molti anni di distanza dalla sua prima edizione italiana. e che tra chi racconta e chi è raccontato non vi sia davvero differenza. Andrea Canobbio ricorda . Nelle prime righe della sua bella introduzione. in Francia e in Europa: il Maggio studentesco. Una ribellione che termina in un atto di totale sottrazione. Tuttavia la cosa più impressionante di questo piccolo libro. sogni e avvenimenti mentali. Solo rileggendo insieme questi due libri. cosa ci abbia voluto dire coi suoi libri e quale importanza essi abbiano per noi. con un tono che lascia intendere che il Tu sia un Io. come ricorda nella sua postfazione Gianni Celati. elenchi di cose e oggetti. con il suo comportamento a perdere mette in mostra tutti i difetti dell’attivismo contemporaneo. dopo il successo degli anni Ottanta e il lungo oblio subito negli anni Zerozero. Scritto con i verbi al presente e in seconda persona. quasi una presa di distanza in anticipo di quello che sarebbe successo di lì a poco. L’oscuro eroe di Perec è infatti un campione del rifiuto passivo.UN UOMO CHE SCRIVE attivo-passiva compiuta dalla coppia delle Cose.

Perec raffigura attraverso i due protagonisti la società stessa che frequenta: il piccolo gruppo di amici con cui condivide la lotta contro la guerra d’Algeria. intervistano persone per costruire campagne pubblicitarie e quindi per capire le volizioni e le attrattive del pubblico dei consumatori. di vivere a Parigi in una piccola casa e dedicare il proprio tempo libero alla ricerca di mobili. dove organizzano cene interminabili con gli amici. libri. vivono facendo inchieste sociologiche. Jerôme e Sylvie. ristorantini.UN UOMO CHE SCRIVE l’equivoco cui lo scrittore francese s’oppose immediatamente: ritenere Le cose il libro sulla società dei consumi. l’analogo romanzesco delle Mythologies del decennio precedente di Roland Barthes o il fratello gemello del Sistema degli oggetti di Jean Baudrillard. Le cose non sono neppure quel libro sociologico cui allude la frase di Italo Calvino ritagliata nella quarta di copertina: «Il libro tipico che riassume un’epoca. un forte dissenso rispetto alla società . dopo aver interrotto gli studi. recuperando vestiti e oggetti che riempiono lo spazio della loro abitazione. Questo mestiere permette loro di avere un discreto stipendio. le prime ribellioni degli anni Cinquanta e Sessanta. l’epoca in cui l’Europa s’accorge di essere in piena civiltà dei consumi e della cultura di massa». anche loro dediti al medesimo culto del vintage.

«L’Humanité». che descrive il mondo di oggetti e cose in cui Jerôme e Sylvie vorrebbero vivere. condividendo in tal modo le stesse immagini». passata la fase acuta della contestazione. Come racconta Canobbio ripercorrendo la sua ricezione sulla stampa francese dell’epoca. Così facendo descrive con qualche anno d’anticipo quello che accadrà. in modo che il senso stesso del racconto è una tautologia: la società dei consumi è la società dei consumi. il libro è chiaramente ambiguo. l’imperfetto. in cui si svolge tutta la vicenda. e il futuro del finale. Come ha notato Burgelin il libro non contiene nessun dialogo: «nessuno può “scambiare”. La conclusione è una sola: l’immagine che la società offre di sé attraverso i due protagonisti – null’altro che proiezioni della narrazione medesima e del . Ma questa ambiguità è oggi la forza stessa del libro. “condividere” e “comunicare” se non cose identiche (altrimenti interviene il silenzio o il litigio).UN UOMO CHE SCRIVE borghese. Funziona per addizione e accumulazione. Il racconto è cadenzato in tre parti che corrispondono a tre tempi verbali: il condizionale dell’apertura. che lo fraintende. alla generazione del ’68. e proprio per questo intollerabile per i critici della sartriana «Les Temps Modernes» ma anche per il recensore del quotidiano del Pcf. il tempo del racconto vero e proprio.

Il ritorno a Parigi e quindi la nuova destinazione lavorativa fuori dalla capitale. con l’integrazione nel sistema produttivo. Quel vuoto avrà poi un punto d’affioramento. Al centro della sua opera del resto c’è precisamente un vuoto: un buco. ebrea deportata ad Auschwitz. mediante una rete di segni che vivono anch’essi nel e sul vuoto. Sfax. Un doppio trauma che spiega il male di vivere che lo porterà nel 1971 a tentare . mostrano la sostanziale sconfitta del desiderio. ucciso negli ultimi giorni di guerra. uno spazio bianco che la scrittura cerca di riempire senza mai davvero riuscirci. un’assenza. e la scomparsa del padre. Lì lo scrittore racconta la storia della madre. in una piccola città di provincia.UN UOMO CHE SCRIVE sistema di accumulazione che si produce – è narcisistica. in cui l’atonalità prende il sopravvento nella descrizione della fuga dei due protagonisti verso la Tunisia. Un narcisismo che declina sempre più verso la depressione come nella seconda parte. un iceberg letterario che solo dopo parecchi anni verrà percepito come il vero centro dell’opera letteraria di Perec: W o il ricordo d’infanzia (ripubblicato da Einaudi nel 2005). In seguito Perec sposterà l’angoscia che si percepisce in questi primi libri (e che torna nel diario di sogni La bottega oscura) in una zona in cui l’artificio linguistico riesce a tenere a freno il precipitare nel vuoto.

Torna al menù . ma che alimenta senza dubbio la sua prosa manierata. capace di raccontare in modo sublime i tempi in cui il desiderio si spegne e l’atonicità del consumo compulsivo diventa il mood trionfante della nostra epoca.UN UOMO CHE SCRIVE il suicidio. artefatta.

hanno riscosso una perdurante popolarità critica ed editoriale. la rivista Po&sie fece uscire due numeri dedicati alla poesia italiana. € 16 NUOVE ANTOLOGIE. Einaudi. per motivi non sempre facilmente comprensibili. VECCHI CRITERI Andrea Inglese e Andrea Raos Un’antologia di poesia francese contemporanea era molto attesa in Italia. Ciò indicava una ricezione della poesia francese perlomeno . una scarsa conoscenza da parte anche del pubblico specializzato della poesia francese contemporanea al di là dei pochi nomi che in Italia. Bonnefoy. Ponge. I nomi che ritornavano più spesso erano Char. VECCHI CRITERI a cura di Fabio Scotto Nuovi poeti francesi traduzioni di Fabio Scotto e Fabio Pusterla. 311.NUOVE ANTOLOGIE. per diversi motivi. Uno di essi includeva un questionario sulla poesia francese proposto a un certo numero di poeti italiani. pp. Jaccottet. Michaux. Innanzitutto. (Tra il 2004 e il 2005.

VECCHI CRITERI fossilizzata). Un secondo motivo è di carattere critico-teorico: era urgente parlare della poesia francese degli ultimi trent’anni. La grande visibilità offerta da un editore a diffusione nazionale a territori letterari sostanzialmente sconosciuti. su certe esperienze della poesia statunitense. oltre alla pratica poetica. per giungere a ridefinire i confini stessi del genere “poesia”. sui rapporti con le altre arti. esigeva di per sé un lavoro antologico capace di abbracciare l’intero spettro . Insomma. articolato e certo non riconducibile a una semplice tendenza o poetica. un tale movimento poetico. ma più in generale un’occasione di ripensamento delle stesse categorie critiche che determinano la cartografia di tale universo.NUOVE ANTOLOGIE. alcuni autori francesi costituiscono un’autentica sfida per l’universo poetico italiano. Una costellazione vivace di riviste ha valorizzato poi. In ciò. capace di riflettere criticamente sull’eredità delle avanguardie. che tanto o poco si spostassero i fuochi del discorso. in quanto tra gli anni Ottanta e oggi è andato prendendo corpo in Francia un paesaggio poetico che ha senza dubbio le caratteristiche della novità. una produzione teorica notevole. la conseguente speranza che taluni temi e autori ricevessero finalmente la meritata attenzione. non facevano altro che accrescere le aspettative.

2006). sperimentale. Une anthologie de la poésie française aujourd’hui. il grande merito dell’antologia di Espitallier è quello di esplorare a tutto campo i vari filoni – e sono davvero molti – della poesia che in Italia si definirebbe. omette di citare almeno il lavoro antologico compiuto dal poeta Jean-Michel Espitallier (Pièces détachées. sostanzialmente corretto. VECCHI CRITERI delle questioni teoriche. dando spazio anche a un lavoro genealogico. Va sottolineato che. Alcuni dei poeti antologizzati da Espitallier. Un panorama de la poésie française aujourd’hui. Gleize. oltre a quelli di rottura. per poter rendere espliciti al lettore italiano i fattori di continuità. con un certo schematismo. 2000) e l’altrettanto interessante corollario teorico alla stessa antologia (Caisse à outils. . A questo proposito. indagandone le ragioni estetiche. Espitallier s’interessa di procedimenti. al di là delle scelte specifiche. delle scelte poetiche. Più che di tassonomie stilistiche. ma soprattutto conoscitive. delle pratiche culturali e politiche che accompagna tale paesaggio.NUOVE ANTOLOGIE. Scotto non ha potuto non includerli nella sua antologia. si osserva che il lavoro di ricostruzione compiuto da Scotto nella sua Introduzione. per l’importanza riconosciuta che il loro lavoro ha acquisito in Francia. Ma quando deve presentare autori come Hocquard.

manualistico. Tra questi autori. familiarità con i testi e anche spontanea partecipazione. Il nome di GAMMM deve fungere soprattutto da sineddoche di una critica militante estremamente attiva in rete e nelle piccole case editrici. noi firmatari dell’articolo siamo parte in causa. privo di forza esegetica. e attivo attraverso il blog GAMMM. le edizioni Arcipelago di Milano e La Camera Verde di Roma. E proseguire con critici e scrittori come Alessandro De Francesco. anch’egli poeta. VECCHI CRITERI Quintane o Cadiot. hanno esplorato questo versante della poesia francese. per scarsità di strumenti teorici. Il nostro intento non è però quello di fornire qui un panorama esaustivo di tutti coloro che. il suo discorso critico diventa stucchevole. è stato probabilmente Michele Zaffarano. Ma non siamo ovviamente gli unici.NUOVE ANTOLOGIE. traducendo testi e brani teorici. sugli autori della «costellazione Espitallier».org) che di questi autori francesi hanno approfondito le ragioni teoriche. L’elenco dovrebbe poi includere tutti i redattori di GAMMM (http://gammm. Un vero peccato. anche se . che fatica a comprendere. in Italia. Scotto si muove su un terreno che gli è estraneo. Di questo scambio. Chi più ha lavorato. considerando che un fitto dialogo esiste già da anni tra questo versante della poesia contemporanea francese e una parte della nostra poesia italiana attuale.

come dimostra il caso di Scotto. con quel di inevitabilmente dogmatico ciò comporta. Avrebbe così potuto rendere maggiore giustizia. come se tale neutralità possa costituire un titolo di merito. D’altra parte tale mondo. La scelta di Scotto è quella di una ricognizione unanime. e conscia eventualmente dei propri presupposti militanti e di poetica. sconta non pochi ritardi. l’idea di assumere un’attitudine comparatista. per la stessa collana Einaudi. Purtroppo. . pare non avere legittimità in Italia in operazioni antologiche come questa.NUOVE ANTOLOGIE. VECCHI CRITERI misconosciuta dal mondo accademico. Alfredo Giuliani e Jacqueline Risset coniugavano i loro talenti alfine di presentare al pubblico italiano un’antologia di alcuni dei poeti legati a la rivista «Tel Quel» (Poeti di Tel Quel. Noi riteniamo invece che sia proprio questa pretesa neutralità a costituire il limite più grave dell’operazione. al panorama dei poeti più lirici. e i suoi innovatori. non tacciabile di essere partigiana dal punto di vista delle poetiche o delle tendenze. la sua specificità rispetto a quella italiana. per esempio. sviluppando un discorso sistematico sulla tradizione lirica francese. Einaudi. però. Sono davvero tempi lontani quelli in cui. avremmo preferito piuttosto che Scotto assumesse fino in fondo le sue preferenze. i suoi partiti presi poetici.

alla sua ricezione in Italia. ma anche l’ottica comparatista. in un’ottica sia di approfondimento critico. Confluenze L’«alfalibri» sul sito si arricchisce di una prima rubrica. Lo faremo a partire da alcuni limiti che riscontriamo nell’antologia curata da Fabio Scotto per Einuadi. Nuovi poeti francesi. che permettano un’esplorazione a raggio ampio. . ad alcune questioni teoriche che tale ricezione solleva. sia di inclusione di temi complementari o tangenziali. VECCHI CRITERI 1970). Confluenze. In loro. che possa mettere in contatto il lettore con un campione notevole di testi già tradotti dal francese in italiano e disponibili sul web. si vuole far convergere diversi interventi su o a partire da un medesimo libro. Questo mese proporremo una prima raccolta di materiali intorno alla poesia francese contemporanea. quindi. in grado di mettere in parallelo le esperienze della neoavanguardia italiana con quelle coeve della nuova avanguardia francese. Attraverso di essa. Più voci e più punti di vista. prevaleva l’idea dell’intervento militante.NUOVE ANTOLOGIE. Oltre a una sitografia ampia.

e il concetto di Weltlireratur.NUOVE ANTOLOGIE. quale GAMMM. a. Torna al menù . VECCHI CRITERI proporremmo un intervento di Gherardo Bortolotti sui rapporti tra la pratica di un blog letterario di ricerca. i.

Scrive Jabès. Einaudi. € 14. come informa il dizionario Robert. distribuita in parti. La si può rendere così. pp. con il titolo Il tempo dell’istante e con testi selezionati tra il 1985 e il 2010 in duplice versione francese e italiana. spezzata.50 L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Niva Lorenzini Ho tra le mani le poesie di Jacqueline Risset appena uscite nella collana bianca Einaudi. quell’espressione: «La parola divisa. «la parola condivisa.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Jacqueline Risset Il tempo dell’istante. ma anche. E penso alle parole di Edmond Jabès lette in epigrafe al volume di Antonio Prete All’ombra dell’altra lingua. Poesie scelte 1985-2010 Versione italiana dell’autrice. disarticolata. come può esserlo . partecipata». e cioè smembrata. è sempre nuova». VI+193. in quella sua considerazione tratta da Le livre des marges: «La parole partagée est toujours nouvelle». appena pubblicato da Bollati Boringhieri.

Les Instants del 2000.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ un amore (perché un «amour partagé» si pone proprio come «mutuel. Se poi è l’autore stesso che si traduce. a schedare. réciproque»). e con la traduzione di poesia in particolare. dividendosi e condividendosi. nella scansione cronologica che la definisce (e sono Sept passages de la vie d’une femme del 1985. da un prima a un poi reciprocamente interferenti. e insieme con/divisa con la nuova pronuncia. anomalo. tra slittamenti e richiami. Ed è anomalo sin dalla Nota introduttiva stesa . variazioni interne a una partitura rigorosamente articolata. Credo dunque che sia bene partire da qui per calarsi nella lettura del Tempo dell’istante. Petits éléments de physique amoureuse. Ma il libro lo si può leggere anche come se le sezioni temporalmente differenziate si disponessero su uno spazio orizzontale. Mi sono chiesta fino a che punto tutto ciò abbia a che vedere con la traduzione. È un libro spiazzante. del 1990. in un orizzonte come il nostro che tende a individuare appartenenze. la cosa si fa più complessa e suggestiva. dalla lingua cui appartiene. L’amour de loin del 1988. cui fa seguito una sezione di inediti 1992-2010). Perché non c’è dubbio che la parola tradotta sia a un tempo parola divisa da sé. diviso in sezioni come movimenti. a collocare. tracce di senso che si rifrangono a eco.

come fa qui la Risset.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ dall’autrice nella veste duplice di poetessa e traduttrice. Un etimo con cui il traduttore si confronta comunque. . come per necessità di esattezza. Si sa che è argomento da poeti. nel passaggio da una lingua all’altra. che la raccolta si incaricherà di illustrare. della traduttrice. con discrezione estrema. lievissimi sconfinamenti lessicali o testuali. nei suoi sorvegliati. quasi senza parere. non è sufficiente a spiegare l’insistenza su quel termine: che tornerà con altissima frequenza nei testi e che non a caso dà titolo alla raccolta. risalendo alla genesi lessicale lungo un percorso di «anamnesi» che. la Risset. in chiave filosofica. passando attraverso un etimo linguistico. L’attenzione della linguista. Non è certo anomalo riflettere sulla traduzione in un libro che propone poesie tradotte: anomala è piuttosto l’indagine sull’etimo di una parola come «istante». al distacco e allo smarrimento impliciti in ogni trasposizione. nella sua Nota. secondo la Risset. Non parla direttamente dei testi. e reciproco. il tempo: ma lo è da poeti del pensiero poetante se lo si assume. ma pone piuttosto l’accento sul rapporto traduzione poesia: un rapporto intimo. lascia esposta la parola. su cui la Nota a sorpresa si apre. mutuale. appunto.

E altrettanto si può dire di «lumière venant». quello che ne emerge. ne scandisce l’«istantaneità». scrive Jacqueline. rapide» («Qualcosa di bianco / luce venuta veloce dal mare / va via / com’era venuta. tematico. comporta durata. riscriversi. continuità. «E tradurre se stessi – aggiunge –. è innanzitutto partire per un viaggio «in un nuovo paesaggio». solfeggiata sull’iterazione («luce venuta» – «com’era venuta»). Per l’autrice del Tempo dell’istante scrivere e riscrivere. sottratto alla . È già così nei versi riportati in copertina. Il gerundio del testo francese («s’en allant». è strappo. rapida»). che si tramuta in italiano in «luce venuta»: trasferendo al passato un’eco fonica.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ «Tradurre è disfare il tessuto». perdita». costituendo in qualche misura il congedo del libro: «Quelque chose de blanc / lumière venant vite sur la mer / s’en allant / comme elle était venue. da una lingua all’altra. alla lettera «andandosene») non scandisce puntualmente l’azione. uno spunto ritmico. il «va via» che lo traduce rende invece più franto e insieme più immediato il gesto. Né è meno significativo il mutare della preposizione («sur la mer» – «dal mare»): qui tempo e spazio si correlano nell’istante che li restituisce in immagine: ed è uno spazio di fuga e in fuga. protraendo o sciogliendo un’eco fonica. tratti dal testo che chiude la sezione Les Instants.

resa quasi cantabile. le dislocazioni della Risset sviluppano una diversa. sul controllo metrico e lessicale. Come quella di un Rimbaud convocato appena per un attimo nello schiudersi di un’alba («je vois l’aube / sur qui la nuit presse / peu reconnaissable / à cause du nuage» – «vedo l’alba / su cui preme la notte / poco riconoscibile / per via della nuvola»). a occupare non a caso una . cui appartiene la citazione. si ricentra e salta. spostando ogni volta lo sguardo dal testo francese al testo italiano che gli si affianca. Passando «attraverso la forma del nulla» gli spostamenti. tra i frammenti. selezionate dalla Nota introduttiva: «Il tempo dell’istante si muove nelle fratture. Mobilità e instabilità premono sul rigore compositivo. segnali di «disfacimento» quasi inavvertibili. Sono i Petits éléments de physique amoureuse. proprio come lo è il tr/scorrere da lingua a lingua.Si potrebbe continuare così per tutto il libro. È lo scatto in cui la vita si riaccende. tra rinvii di ascendenza surrealista e rintocchi di pronunce tra loro variamente armonizzate. contenuta. conferendo un di più di senso alle parole che si leggono in quarta di copertina. ricordando a se stessa la parola vita. attraverso la forma del nulla». segnato qua e là da minimi spostamenti. ironica vena tragica. con levità.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ permanenza. in versi spesso brevissimi.

del suo Partito preso delle cose. . dalla Risset magistralmente tradotto nel 1979 per Einaudi). che si stemperano nel suono o si focalizzano su dettagli colti nella loro datità (e si può pensare alla frequentazione di Ponge.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ posizione centrale nel Tempo dell’istante: ed è qui che prende corpo con particolare intensità una poesia tramata di situazioni e sensazioni concrete e oniriche.

si nutre di memoria». Memoria testuale. Virgilio e Dante.L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Ed è. come la poesia. tutto il testo. ma tra Bataille e Gertrude Stein. Lautréamont e Mallarmé. vissuto e sua trasposizione in versi. Perché in fondo resta vero quanto ricorda ancora la Risset nella sua Nota: «La traduzione. o il Pabst regista. brusii di un corpo che si sente «dall’interno». memoria di parole. non solo tra francese e italiano. dei Segreti di un’anima. di interferenze. poesia di citazioni. di pronunce. e si cancella a cominciare dal centro. sospeso tra dentro e fuori. nel ’26. di voci in dialogo. Apollinaire e Valéry. appunto. Torna al menù . con compostezza e nitore. passato e presente. di vociferazioni… Memoria che traduce in atto. Come «Quelque chose de blanc / lumière venant vite sur la mer / s’en allant / comme elle était venue. Leopardi e Hölderlin. di cui è una forma. rapide».

come ricorda la curatrice. e a una nota proustiana Traducendo «La fuggitiva»). . Brecht. Éluard.MENO GENIO. Quodlibet.00 MENO GENIO. PER FAVORE! Franco Fortini Lezioni sulla traduzione a cura di Maria Vittoria Tirinato. ora nel Meridiano dei Saggi ed epigrammi) non può che accendere una serie di interruttori. PER FAVORE! Davide Dalmas Il ripescaggio di una serie di materiali didattici che vengono a comporre. € 16. 231. saggio e poesia. premessa di Luca Lenzini. «l’unica sintesi sulla traduzione letteraria» tentata da un poeta che vanta tra i suoi titoli più noti Traducendo Brecht (oltre a due Traducendo Milton. Weil…) e che ha consegnato alcune notevoli riflessioni sul senso e sull’arte del tradurre (Traduzione e rifacimento e Cinque paragrafi sul tradurre. pp. che ha compiuto l’impresa della versione del Faust di Goethe (oltre a traduzioni da Kafka.

a schema direttivo». L’assunzione di responsabilità non è dovuta solo alla lingua e al testo d’origine. più fruttuosamente accostabile agli altri testi del traduttore e della cultura poetica di arrivo che all’originale: «L’accertamento del rapporto con l’originale cui si riferisce è cosa che riguarda l’editore o il linguista o il filologo o lo storico dei generi letterari.MENO GENIO. soprattutto a partire dalla più provocatoria delle sue idee di fondo. ma il critico letterario avrà di fronte a sé un testo solo. fra i quali ultimi vi è senza dubbio il genere del volgarizzamento e della traduzione come vi è quello della parodia o del rifacimento. PER FAVORE! È quindi un libro che si offre. a precedente. a chi la traduzione la pratica: enfatizzando la (relativa) indipendenza del testo d’arrivo da quello di partenza. e corsivato ad aumentare l’enfasi: «L’interpretazione della traduzione di “poesia” in “poesia” nasce (meglio: può nascere) contrastiva o comparativa ma si . Si capisce che il discorso di Fortini interessa in primo luogo la traduzione di poesia. O ancora più netto. mai una relazione fra i due che non riduca quest’ultimo a “fonte”. Insomma: una poesia tradotta è una nuova poesia. quello di arrivo o quello di partenza. che non va valutata per quanti ostacoli ha saputo superare nel percorso di nascita ma come testo a sé. ma anche alla cultura in cui si inserirà il nuovo testo.

quando le edizioni di poesia col testo a fronte e gli studi specializzati sulla traduzione si erano ormai diffusi. E naturalmente il libro si offre ai lettori della poesia di Fortini. dei primi anni Settanta. Ma più in generale. Fortini non poteva non notare la differenza di situazione dei suoi scritti più noti sull’argomento. da Raymond van den Broeck a Robert de Beaugrande) e collocare le lezioni nell’evoluzione del dibattito italiano sulla traduzione. Henri Meschonnic. che possono datare e verificare consonanze e differenze (Fortini si confrontava esplicitamente con George Steiner. rispetto a queste conferenze tenute a Napoli nel 1989. per esempio). PER FAVORE! conclude nella valutazione critico-qualitativa del testo d’arrivo. sulle spalle di una tradizione che va da Goethe a Benjamin. scatta l’interesse degli studiosi .MENO GENIO. e quanto siano difficilmente districabili le svolte personali di poetica e di scrittura dai cambiamenti nelle scelte degli autori da tradurre (il passaggio da Éluard a Brecht. indipendentemente dalla comparazione col testo di partenza». e con la produzione più specialistica. Pertanto questo è anche un libro rivolto agli studiosi di traduttologia. che sanno quale ruolo decisivo per la composizione dei suoi versi avesse la pratica assidua di traduttore.

appendici ma soprattutto di un pensiero che intende indicare Realtà e paradosso della traduzione. l’interpretazione complessiva e la puntuale annotazione (non senza qualche correzione di lapsus d’autore) di Maria Vittoria Tirinato. ancora una volta. Difficile.MENO GENIO. ipotesi di classificazione da verificare. fra le ideologie e le culture in conflitto»? Di certo non si può dare una risposta individuale. utile guida agli scarti e alle contraddizioni. in un tempo e in una società data. si può condensare la proposta fortiniana . e apprezzare il lavoro filologico. che trovano fini analisi di storia del gusto. Bertolucci. Raboni…). è come porsi in una posizione tale da rispondere davvero alle domande più estreme del libro. Altrettanto facile è sottoscrivere la breve e densa premessa del maggior conoscitore dell’opera di Fortini. avvicenti passaggi da inquadrature generali che delineano mutamenti decennali a primi piani ravvicinatissimi su singoli traduttori (Giudici. Luca Lenzini. come indice privilegiato della qualità di relazioni. addenda. Per il momento. Cosa significa oggi pensare che «il grado di rapporto della traduzione con il sistema della o delle istituzioni letterarie dovrà essere visto come rapporto rivelatore. alle revisioni e alle apologie proprie non solo di un insieme di appunti. PER FAVORE! della poesia italiana del Novecento.

imitazioni. per favore! Di fronte a grandi testi che vengono da lontano (nel tempo o nello spazio) è bene enfatizzare il lavoro di servizio. fino al limite della traduzione immaginaria. PER FAVORE! nell’esasperazione degli estremi di quella «serie multicolore» di scritture «che si chiamano interpretazioni ermeneutico-critiche. Si salverebbero così le due esigenze contrapposte: restituire il senso della diversità. con criteri saldi e condivisi. che non normalizza il diverso all’interno di una cultura salda ma sposta in avanti i fronti. della parodia. accentuare l’intervento personale in direzione del rifacimento.MENO GENIO. translitterazioni. parafrasi esplicative. Dall’altro. proprio di un millennio di traduzione in contesto classicista. tentando di rovesciare la natura conservatrice profondamente annidata nell’atto del tradurre. commento. parodie. e assimilare il diverso. quella con originale inesistente. tipico della traduzione moderna. Ma in quest’ultimo caso si tratta ormai di una classicità paradossale. la traduzione come glossa. Torna al menù . vocabolario portatile. rifacimenti e così via». Da un lato: meno genio. quindi servono imprese collettive ben coordinate.

E cioè il tono. la lingua. al testo originale.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Antonio Prete All’ombra dell’altra lingua . la musica delle sillabe: in una parola. Quella del traduttore è dunque una scommessa straordinaria: restituire in un’altra lingua.Per una poetica della traduzione pp. che è la propria. € 16. 138. ciò che gli è più proprio. Prete non ha scritto un libro di teoria ma di riflessioni e frammenti sul tema della traduzione e sul compito . che scompare e all’ombra della quale si traduce. saggista e poeta. Noto leopardista e traduttore delle Fleurs du mal. la prima voce.00 RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Laura Barile Il bel libretto di Antonio Prete apre con una verità paradossale di assoluta evidenza: che il traduttore sottrae all’altro. Bollati Boringhieri. il colore.

sui possibili sensi ulteriori che un testo dispiega. Non mancano le narrazioni. presentando una traduzione di Cavafis. le storie: come quella di Cervantes e di Sidi Hamete Benengeli.H. Ma si interroga invece sulla scommessa della traduzione. E lo fa alla luce delle riflessioni di alcuni grandi pensatori non sistematici: soprattutto i tanti appunti e frammenti di Leopardi e il Libro dell’ospitalità di Edmond Jabès.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE del traduttore (a Benjamin è consacrato un capitolo di esegesi e note a margine di quel suo famoso testo mistico e geniale). Auden. con il ragazzo moro spagnolizzato. e sulle possibilità latenti che talvolta la traduzione sprigiona. Non sono le teorie della traduzione che questo libro interroga. il morisco aljamiado che traduce le prime pagine su Dulcinea nell’Alcalà di Toledo… fino alla Avellaneda. del quale balza fuori da queste pagine un vivo ricordo parigino. in una conversazione densa di implicazioni antropologiche sull’ascolto. si chiedeva cos’è che ci incanta di quella poesia. quando venga ri-letto e ri-petuto. È un libro che parla a bassa voce. di questi discorsi sul tradurre. È il «tono» di Cavafis che ci incanta nelle sue poesie – e così vorrei dire del tono accattivante. e rispondeva semplicemente: il suo tono. la seconda parte . fondamentalmente interrogativi e mai normativi. riflessivo. W.

momenti lampeggianti di un costante interrogarsi. e . manuale di sopravvivenza che Leopardi volle tradurre per generosità verso i suoi simili. E ancora. Come. è accogliere colui che è in cammino. espressione leopardiana che presume che il traduttore metta in gioco la propria lingua fino all’estremo. fino alla finzione del manoscritto aramaico ritrovato del Cantico del gallo silvestre. E ancora. La parte centrale del libro consiste in una serie di brevi capitoli dedicati ognuno a una «figura» del tradurre. per condividerlo appassionatamente con i suoi lettori presenti e futuri.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE apocrifa e la riflessione sul Don Chisciotte che altro non è. O quelle relative alle sparse pagine leopardiane sulla traduzione. secondo Jabès. a sua volta. in una pagina tutta da leggere (Prete ha intitolato una sua bella e rara rivista al «Gallo silvestre»). la finzione che presiede alla Storia del genere umano. che la traduzione fantastica di un libro di cavalleria. Queste figure hanno una loro modulazione di sviluppo: a partire dalla Ospitalità della lingua (tradurre. per citare un testo che ha avuto influenza decisiva sulla vita di molti di noi. ebreo sefardita di Alessandria d’Egitto. non abbastanza valutate dai teorici della traduzione. la Camera Oscura. il Prologo alla traduzione del Manuale di Epittèto. il nomade mediterraneo).

Ma l’Imitazione. . riflesso nella «camera oscura» della propria lingua: senza tuttavia abolire la lontananza che gli appartiene. o in altro modo il «cinema di poesia» di Pasolini. a partire dal suo primo grado (la traduzione). Vibrazioni che devono attraversare e sommuovere anche il testo di arrivo del traduttore. testi «d’après…». trovava che Anacreonte in certe traduzioni secentesche era «un Greco vestito alla parigina. o piuttosto mostruosamente un parigino vestito alla greca». come certi testi di Antonella Anedda. di nuovi testi mossi da quel primo. E qui si potrebbe aprire una discussione sulla modernizzazione dei classici. Altra «figura» densa di implicazioni l’Imitazione. Lo stile dell’originale. e non solo in Italia. uno stile. Mallarmé la definiva «disparition vibratoire»: quelle «vibrazioni» di cui parla Sereni a proposito della poesia. contrario alle traduzioni modernizzanti. che hanno a che fare con l’emozione di partenza e con la sua eco nel testo scritto. più che le parole.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE abbia una totale familiarità con essa per riuscire a trasporre. che è il cuore della stessa scrittura. apre verso possibilità nuove. proposta e realizzata da tempo. La scrittura è al tempo stesso cancellazione-rinascita della realtà. Leopardi.

è la poesia. come si sa… e tutto si complica. Potremmo allora citare l’interessante scelta di Amelia Rosselli di tradurre Emily Dickinson mantenendo per quanto possibile l’omofonia. la lingua di Amelia Rosselli non è «solo» l’italiano. Torna al menù . la difficoltà di accordare il verso della propria lingua (vedi per noi l’endecasillabo) a una metrica straniera. secondo Prete. la fedeltà al senso. E come la tensione inventiva del traduttore si alimenti di «tutto il resto». scandite dagli ictus (come nella battuta musicale dove ciò che conta è il tempo). Tutto il resto. più analitica sulle traduzioni dei maggiori poeti del nostro Novecento. o si semplifica. nel processo della traduzione.RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Yves Bonnefoy parla di intimità profonda che lega reciprocamente la percezione complessiva dei due poeti in gioco. Ma ci piace concludere da un «margine» di Prete a Benjamin: come cioè sia davvero poca cosa. Ma. e soprattutto mantenendo il ritmo anglosassone dei «piedi»: però con un numero di sillabe a piacere. a prescindere dal significato. si dirà. secondo la teoria dello Sprung Rythm di Hopkins. Resta. Lasciamo al lettore il piacere di sfogliare l’ultima parte.

una «nostalgia di inorganico». 592. Dai cancelli d’acciaio non a dispetto del.00 IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA Cecilia Bello Minciacchi Rimane. Rimane fascinosa. come un basso continuo che sostiene tutti gli altri complessi livelli del testo. quel testo sta cercando di consegnare. qui. sull’enigmatica energia in cui il Freud di Al di là del principio di piacere riconosce . € 30. ma attraverso il comico cui strutturalmente ricorre si schiude nel tragico e ne indaga aspetti e viluppi diversi. Gli interrogativi sulla pulsione di morte. Forse tradisce il testo di cui sembra farsi consegna. pp.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA Gabriele Frasca Dai cancelli d’acciaio Sossella. dalla lettura dell’ultimo romanzo di Gabriele Frasca. diffusa e tenace. o forse tradisce soltanto – scoprendo troppo – chi adesso. colpevole. immedicabile. sul desiderio di tornare alla quiete dell’inorganico.

no. Le Lettere 2006). per desiderarla o «ingoiarla». d’If 2004). È soprattutto con la morte e con le strategie per giocarla o imboccarla. Il fermo volere (Corpo 10 1987. che i personaggi qui si fronteggiano. Non si dice infatti che è per tutelare la morte che questa si attiva?». rievoca (traduce) il Will B. microfono e cuffie: calato ad arte. sono stati i rovelli dello psicanalista Saro Buono che. Alcune pagine congiungono mirabilmente lo studio di Freud con il sonetto di Cavalcanti Tu m’hai sì piena di dolor la mente in una digressione capace di compenetrare poesia e psicoanalisi. e l’una dell’altra.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA l’inizio della vita e insieme l’impulso a rifuggirla. Good del romanzo d’esordio. già comparso in Santa Mira (Cronopio 2001. con scansioni temporali precisissime e controlli medici che ne . microcamere. a cominciare dal giovane gesuita Saverio Juvarra. Così Frasca attraverso Saro declina e rinnova (come è della sua scrittura) lucidità saggistica e forza poetica – «farciti come siamo di morte che vive» il problema è «morire. di far parlare l’una nell’altra. legato nudo a una sorta di croce blasfema chiamata «coda» e tecnologicamente imbracato da collare. vale a dire quello di proteggere il sonno. morirsi» – fino alla suggestiva interpretazione: «Freud aveva in verità attribuito alla vita lo stesso scopo che da tempo assegnava al sogno.

un Oggetto Senziente. dentro nicchie chiuse da schermi. oltre ad ambite figure di ruolo. pur perfettamente chiuso – la discoteca è circoscritta da cancelli d’acciaio –. un Soggetto Ottico. nega di aver mai letto la Commedia. nel fondo imbuto che si spalanca sotto il Cielo della Luna. La parte emersa è un tronco di cono che sul «taglio levigato» della cima sfoggia un’insegna di dimensioni spaventose e una luna «indistinguibile da quella vera». Compatenti e Gloriose. un Vassoio.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA evitino il collasso. in nove mesi di costruzione costati la morte di ventisette operai. i sotterranei lavorano a pieno regime. tre Acusmatici. accogliendo a carissimo prezzo centotrentacinque Persone divise in Consumanti. Architetto di questo «fungo o bubbone» è il giapponese Kaso Fumi che. sei Contemplanti. perché nel Cielo della Luna si entra solo . Ogni settimana. non è affatto il castello delle 120 giornate sadiane. solo nella notte tra venerdì e sabato. nel sottosuolo nove cerchi concentrici semiclandestini in cui lavorano trecento infaticabili dediti ad amplessi umani e bestiali. fino a una ghiaccia artificiale di luce azzurra. Il Cielo della Luna. è la discoteca sorta «nell’orizzonte appena un po’ sporco di Santa Mira» tra il 1999 e il 2000. imponente struttura di cemento e vetroresina. Al suolo conta nove piste da ballo. violenze e torture. manco a dirlo. Il vasto e terrifico teatro.

sborsando cifre da capogiro (si paga extra ogni piacere e ogni dolore. con o senza il suo sognatore dentro. Non si sa se il polso più fermo ce l’abbia Regina Mori – l’irresistibile Moira More con parrucca bionda del Fermo volere – che della discoteca è animatrice e Amministratrice unica. Lì tutto è finalizzato al guadagno – e gli utili sono sbalorditivi. oppure l’americanissimo cardinale Ramsey. è in realtà una manifestazione trasparente – un congegno – di quello che Frasca ha più volte chiamato il «Sacro Romano Emporio». né l’allegra brigata di debosciati.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA consenzienti. agostiniano privo di dubbi e inflessibile. e per il semplice fatto che non c’era più nessun celebre Durcet. Ramsey vigila sull’anziano cardinale Cristoforo Bruno. e dei castelli ne abbiamo fatto alberghi a cinque stelle». fine interprete di Henry Purcell. perché la Bastiglia l’abbiamo presa una volta per tutte. Il grande circo del male di Santa Mira. che ha iniziato a dettare al suo segretario. dottissimo e amatissimo vescovo di Santa Mira. smaltato come la dentatura che solo «una fanatica ortodonzia» può garantirgli. col suo «carosello di carne tremante e violata». . anche l’estremo) e firmando burocratiche liberatorie: «le Persone Gloriose non finivano lì dentro come nel castello di Durcet. rapite e trascinate a forza da qualche marcantonio prezzolato.

IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA padre Juvarra. e senza consegna non si propaga il Bene». È il proditionis mysterium di cui parla sant’Ireneo. «il discepolo del tradimento. divenuto apostolo della tradizione». dice il cardinale Bruno al suo segretario. che ha pagato per essere l’Oggetto S della notte tra il 26 e il 27 settembre 2008. composto. il carico di dolore e devozione di chi è paradossalmente costretto a fermare il maestro per propagarne l’insegnamento. niente vi si sottrae: né la colpa di Juvarra. E si sente senza perdono. il . un codice copto visto in gioventù. perché è un’infezione». L’esistenza stessa è irredimibile. perché quando capita di imbattersi in un maestro. poi da ignoti fatto scomparire. quel Protovangelo di Giovanni. «Senza il Male non c’è consegna. Potrebbe scatenare un putiferio. su doppi logia. Padre Juvarra. un fantomatico codice XIV di Nag Hammadi. mentre cala nel cono infernale ha «negli occhi una vergogna sfrontata»: seguendo perinde ac cadaver gli ordini di Ramsey ha tradito il cardinale Bruno suo maestro. ovvero su un logion e il suo ribadimento speculare: alla parola di Cristo la risposta in eco immediata e gemella di Didimo Giuda. Uno degli aggettivi più ricorrenti è «irredimibile». né la nostalgia dell’anno degli anni. Probabilmente Giuda l’Iscariota. come nessun altro vangelo. pur necessaria alla consegna. «è un affare un po’ morboso.

e per altri aspetti Dante e Arnaut – ora un po’ meno il Pizzuto tanto presente nel Fermo volere e . né lo spaccato di storia patria. né la dismorfofobia che fa vedere al sedicenne Valentino i suoi lineamenti impazziti e insensati. Irredimibile è l’ansia d’assoluto che porta adolescenti ammaliati da un video gioco a voler rinascere in un mondo imperturbato morendo sulla propria copia angelicata. sono veicolate primariamente dallo stile – già anni fa amava citare Weinrich: «non si sopravvive che per lo stile» – che è duttile e mutevole. E nel modo suo. effato lirico.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA 1975. «gladiatori» e ordigni intorno al rapimento Moro. Per quanto sensibilmente vario – gioco parodico. non solo Joyce e Beckett. realismo dialogico – lo stile di Frasca è sempre riconoscibile nella sua cifra di densità. Nella sua pratica d’intertestualità. di sostanziarsene per fare. massoni. estremo. una faccia sfuggente che sfugge a se stessa. in questo che è a oggi il più poderoso romanzo di Frasca. ogni volta e davvero. nello spessore. autoironia. tutto nuovo. come le diverse focalizzazioni interne ai personaggi e come gli slittamenti dei flash-back che pian piano individuano i fili e stringono i nodi delle interrelazioni. «paradiso portatile» del dottor Preziosi col suo cancro di ricordi. collusioni. di assorbire citazioni e rimandi. Sensualità e tragicità.

e qui al dottor Preziosi. con la stessa strutturale attenzione alla vocalità e alla memorabilità cui tende la poesia.IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA un po’ più Dick e Pynchon (Santa Mira è immaginaria come Vineland) – tornano a farsi sentire. dettarlo…). la matita messa in bocca a un epilettico Spirit nel Fermo volere. ma i suoi stessi personaggi si ripresentano. tradere. far vivere il testo (e i testi) nello stile e nella voce viva (leggerlo. La pagina narrativa è trattata. al di là delle frequenti soluzioni metriche. della consegna tradìta e tràdita ha la forza di bilanciare e reggere l’irredimibile «nostalgia d’inorganico». e solo il rovello della «parola parlata». proprio identica. come quella che era stata di sua madre» di Dalia in Santa Mira e qui. compiute spie: la vestaglia «rosa. di Regina. come la poesia. ciascuno con le sue ossessioni. tradurre. E tornano dettagli minuti. . Perché Frasca ha questo rovello. tramandare.

IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA Eden. opera 27. © Mimmo Jodice. Torna al menù .

782. LICENZA DI UCCIDERE Rossana Campo Una scena divertente della lunghissima.00 CAPITAN FICTION. pp. Vladimir Nabokov. . LICENZA DI UCCIDERE Carol Sklenicka Raymond Carver – Una vita da scrittore traduzione di Marco Bertoli.CAPITAN FICTION. € 12. superdettagliata biografia di Raymond Carver scritta da Carol Sklenicka non riguarda direttamente Carver ma il suo quasi altrettanto celebre editor-amico-aguzzino Gordon Lish alle prese con un altro scrittore. assegna la redazione di un romanzo di Nabokov a Gordon Lish. Frederic Hills. Carroll. Einaudi. Nutrimenti. € 25. VIII-289. traduzione di Riccardo Duranti. Stull e Maureen P. pp.00 Raymond Carver Principianti a cura di William L. caporedattore alla newyorkese McGrow-Hill. dicendo che in genere «nessuno revisionava veramente Nabokov».

E Gordon aveva cercato di tagliare e rimettere insieme il tutto. Cosa che ovviamente non era affatto. alterando parti intere del romanzo per dargli l’aspetto di un normale resoconto autobiografico di Vera. «V. la prima moglie di Nabokov.N. “Facciamo così – disse Nabokov – glielo restituiamo dicendo: Non è proprio possibile”». fatto da V. Contiene delle narrazioni una dentro l’altra. di cause in tribunale per piccoli imbrogli allo Stato sui sussidi di disoccupazione. Ora. tenendole per un angolo e sollevandole in aria con due dita. Nabokov prese una ventina di pagine con le revisioni. Look at the Harlequins! è un romanzo molto arguto che si diverte a mettere in scena un uomo che ha avuto diverse mogli. Nabokov aveva saputo bloccare la furia redazionale di colui che si era autobattezzato Capitan Fiction. di minuscole case e traslochi con moglie e figli in giro per gli States. in Svizzera. LICENZA DI UCCIDERE Frederic Hills prende l’aereo e porta personalmente le bozze del libro a Zermatt. stesso. nei bar e . fra i soliti mille lavoretti nelle segherie.CAPITAN FICTION. ma la stessa cosa non seppe fare il fragile alcolista Carver. di vita marginale. come se fossero un pesce morto da tre giorni. dove Nabokov viveva. “Fred – disse – chi è questo Gordon Lish e cosa crede di fare?”. colui che come i suoi personaggi aveva un passato e un presente di proletario americano.

C’è un misto di riverenza e terrore nel suo rapporto con Lish. il quale si ritrova in pratica licenza di uccidere. quando grazie a Lish vede balenare la possibilità di pubblicare con un editore importante come Knopf. Per Raymond Carver è il ritorno alla confusione e alla paranoia. Carver. non riesce a dire di no alle manipolazioni di Gordon Lish. Carver. poi una seconda versione completamente stravolta e interamente ribattuta a macchina da una segretaria di Lish. Carver riceve prima una copia del suo manoscritto con molti cambiamenti.CAPITAN FICTION. Principianti è il titolo che aveva scelto Carver per la raccolta di racconti che divenne poi – sempre per volere di Gordon Lish – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e che nel 1981 lanciò Carver in tutto il mondo con la nota etichetta di scrittore minimalista appiccicata sopra. Scrive numerose lettere a Lish dove lo . che sogna fin da ragazzino di scrivere e pubblicare e incontrare altri scrittori. era sobrio da soli tre anni dopo una vita di sbronze dure e continue. LICENZA DI UCCIDERE nei motel d’America. notti insonni e paura di ricadere nell’alcolismo. e firma un contratto che lascia mano libera a Capitan Fiction. Il resoconto della biografa Carol Sklenicka è abbastanza straziante. testimoniato bene anche dalle lettere pubblicate nell’edizione «senza editino» di Principianti uscita nel 2009 da Einaudi.

LICENZA DI UCCIDERE implora di lasciare in piedi almeno alcuni dialoghi. leggendo questo libro. alcuni personaggi perdono il nome. per lanciare una moda editoriale? In un articolo apparso sul «New York Times» Stephen King scrive di aver sempre pensato che la sua fortuna iniziò quando ricevette dal suo primo editore 2500 dollari di anticipo per Carrie mentre ora. Cambiati molti titoli. gli è chiaro che la sua fortuna fu quella di non finire nelle mani di un editor come Gordon Lish. Nel testo originale troviamo fitte parti narrative alternate a raffiche di dialoghi costruiti sul parlato americano. È lecito manipolare fino a tal punto il lavoro di uno scrittore per ragioni di mercato. Via le descrizioni di paesaggi.CAPITAN FICTION. di non farne più niente. Nell’edizione tagliata spariscono intere pagine. prosciugato fino a diventare quasi disumanizzato. altri scompaiono del tutto. via i finali epifanici. Il fatto è che lo scrittore viene ridotto a forza lavoro basica. che ovviamente sa cosa vuole il mercato (ricordiamo che proprio a partire dagli anni Ottanta anche da noi in Italia sorge la parola . tutto è raggelato. Se confrontiamo le due edizioni balza agli occhi la differenza. Arrivando fino alla preghiera di non pubblicarlo. adatta tutt’al più a fornire la materia prima per il vero lavoro che sarà poi quello compiuto dall’editor. qualche descrizione.

ma di un calcolo di mercato. la letteratura insomma. al prodotto di consumo? . oltre la pena che il lettore carveriano troverà in queste pagine. al di là del caso specifico. ma quello che è inaccettabile è quando un lavoro viene snaturato al fine di formattare un prodotto. è sempre successo nella storia letteraria. Molti scrittori hanno l’esigenza di far leggere i loro manoscritti e ascoltare opinioni e suggerimenti. non abbiano più un posto fra noi umani? Come non rassegnarsi a un’editoria che sembra diventata solo una rincorsa miope al già collaudato. LICENZA DI UCCIDERE editor a sostituire la più artigianale e appropriata parola redattore).CAPITAN FICTION. Ma se un libro si deve riscrivere completamente significa che non hai per le mani uno scrittore. l’invenzione di qualcosa che ancora non esiste. al quale tutto viene ricondotto. la domanda che sorge è la seguente: ci dobbiamo rassegnare al fatto che le esigenze del mercato prevalgano sempre su tutto? Che la ricerca del nuovo. Ecco. Non si tratta di dare una mano a un autore agli inizi. Anche da noi. ricordo un paio di interviste a due editor nostrani (uno scomparso) che asserivano di aver riscritto completamente alcuni libri diventati poi celebri best seller.

LICENZA DI UCCIDERE Eden. opera 28. Torna al menù .CAPITAN FICTION. © Mimmo Jodice.

sociologo molto attento alle evoluzioni del mondo della cultura e degli intellettuali (nel 1999 era uscito da Fayard il suo La guerre des écrivains. 2008) e Les contradictions de la globalisation éditoriale(Nouveau Monde éditions. .RESPONSABILITÀ E IMPEGNO RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Conversazione fra Gisèle Sapiro e Valentina Parlato Allieva di Pierre Bourdieu. 2009). settecento pagine dedicate alla responsabilità degli scrittori. ai loro diritti e ai loro doveri. Le marché de la traduction en France à l’heure de la mondialisation (CNRS. Ma tra le sue opere si contano anche alcune ricerche sulla circolazione internazionale dei testi: Translatio. 1940-1953). Gisèle Sapiro ha di recente pubblicato per Seuil La responsabilité des écrivains. da un anno a capo del Centre européen de sociologie et de science politique de la Sorbonne (CESSP-Paris).

le credenze nei suoi poteri e nei suoi effetti positivi o nocivi. Perché raccontare questa dinamica attraverso i processi giuridici? I processi letterari sono uno dei luoghi di confronto tra la morale pubblica e l’etica professionale degli scrittori. Ma i processi sono solo dei momenti di cristallizzazione di dibattiti che avvengono anche altrove. durante il lavoro di preparazione delle leggi sulla libertà di stampa. . nei saggi critici dell’epoca. lei tenta di descrivere.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Nel suo ultimo libro La responsabilité de l’écrivain. Da un lato si costruisce una morale nazionale e dall’altro un’etica della Repubblica delle lettere. Di fronte agli attacchi di cui sono oggetto. all’ Assemblée. nei giornali. In questi processi vengono esplicitate le aspettative sociali rispetto alla letteratura. fonti che ho ugualmente usato per decifrare gli argomenti dei processi e per contestualizzarli. i valori che orientano il loro procedimento e la loro presa di posizione. come spiega il sottotitolo del volume. gli scrittori sono portati a formulare i princìpi che dettano le loro strategie di scrittura. la concezione che hanno del loro mestiere e della loro missione. la letteratura e la morale. ripercorrendo quattro periodi storici e analizzando un certo numero di processi.

in particolare delle donne e del popolo. con lo sviluppo della stampa. rafforza questi timori. All’origine c’è soprattutto una concezione cattolica che si basa su un presupposto spiritualista. di incitamento ai cattivi costumi e di ribellione. La Rivoluzione francese ha materializzato questi timori. A partire dal Seicento però. il libro diventa l’incarnazione di questo pericolo. la petizione per salvare Robert Brasillach dalla pena di morte: «il y a des mots aussi meurtriers qu’une chambre à gaz». Tanto la Chiesa quanto i repubblicani che si affrontano in Francia per tutto il XIX secolo. Lei scrive che il suo libro vuole spiegare come si è costruita questa fede nel potere delle parole. L’idea della pericolosità della letteratura o della narrativa risale a Platone. L’accesso alla lettura di un nuovo pubblico. il suo ricordo ossessiona tutti i dibattiti sulla libertà di stampa dell’Ottocento. hanno capito il potere dello scritto e tentano non solo di controllare la lettura ma di orientare il .RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Nella prefazione lei riporta la giustificazione di Simone de Beauvoir al suo rifiuto di firmare alla fine della guerra. durante l’Epurazione. Questa rappresentazione è teorizzata nel XVIII secolo dalla nozione di «contagio morale» che si esercita tramite il libro. La letteratura è concepita come un fermento di individualizzazione.

. Una Resistenza intellettuale si è organizzata con il sostegno del Partito comunista clandestino. regolamenti di conti. chiamati poi scrittori del rifiuto. Ha portato molti di loro a entrare nella Resistenza. che rende la scuola elementare obbligatoria. denunce individuali e collettive – contro gli ebrei. cancellava la libertà di espressione. Gli scritti di autori collaborazionisti hanno legittimato un potere di occupazione che eseguiva vessazioni contro la popolazione civile. Sartre. che raccoglieva intorno a sé scrittori celebri come Aragon. Questa concezione pedagogica della lettura si istituzionalizza con la Terza Repubblica. La citazione di Simone de Beauvoir però deve essere letta considerando i quattro anni di Occupazione tedesca.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO pubblico producendo opere di valore educativo. i comunisti. faceva regnare il terrore e l’arbitrio. Mauriac. i gaullisti. uccideva ostaggi. durante i quali si è scatenata una violenza verbale senza precedenti: appelli all’assassinio. Quest’atteggiamento ha provocato l’indignazione degli scrittori dell’opposizione. portava avanti una politica antisemita.

che si basa anche sulla filosofia della libertà: la . Per questo quello che viene scritto impegna. si impegna in quanto scrittore. Questa nozione di responsabilità sottende la teoria sartriana di letteratura impegnata. affronta proprio il tema della responsabilità: Sartre considera illimitata questa libertà. Da un lato la responsabilità penale significa che quanto viene scritto impegna lo scrittore. è farli esistere nella coscienza comune. Dall’altro l’impegno presuppone una certa concezione di responsabilità morale dello scrittore: quando Zola pubblica il suo J’accuse contro i magistrati che hanno giudicato colpevole il Capitano Dreyfus. contrariamente a quella del medico o del calzolaio. nel 1946. è dare senso agli atti. che è la difesa della verità.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO L’impegno dello scrittore sembra essere analizzato in questo libro da un altro punto di vista. Qual è il rapporto e la differenza tra responsabilità e impegno? Questo rapporto si può determinare sotto due angoli diversi. come avviene in occasione di un processo. La relazione che pronuncia in occasione della sessione inaugurale dell’Unesco. in nome della sua etica professionale. poiché dare un nome. È esattamente il legame tra queste due prospettive che esploro nel mio saggio. quello della responsabilità. un legame d’altronde teorizzato da Sartre alla Liberazione. il quale ne deve rendere conto alla società.

per il loro realismo. Naturalmente il procuratore imperiale rimprovera a Flaubert di aver glorificato l’adulterio. Certo Flaubert fa morire Emma tra atroci sofferenze. ma è una morte volontaria ed è quindi giudicata dal procuratore insufficiente a rendere morale il romanzo. tra le altre cose.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO letteratura essendo un atto di comunicazione. che Flaubert ha scelto deliberatamente e che era una novità nella letteratura francese. Il rifiuto di Flaubert e Baudelaire di . Fino ad allora l’autore si manifestava nelle sue opere. ma questa affermazione si fonda su un errore di interpretazione dovuto alla novità del metodo utilizzato da Flaubert: il discorso indiretto libero fa sì che il procuratore confonda il punto di vista di Emma con quello dell’autore. Rimprovera anche a Flaubert di non giudicare il suo personaggio. Flaubert e Baudelaire sono messi sotto accusa. Quando parla dei processi a Flaubert e Baudelaire scrive che lo scandalo è più nella forma narrativa che nella trasgressione delle norme sociali. l’autore deve garantire la libertà dei suoi lettori. conseguenza della posizione impersonale del narratore. senza la quale si annulla in quanto scrittore. esprimeva il suo punto di vista. distaccata. allo stesso modo di Balzac.

Erano tutti designati per incarnare il crimine di tradimento e per dare luogo a pene esemplari. fortemente legata al quadro nazionale. In Italia quasi non è stata fatta un’epurazione. In una società in cui si suppone che la letteratura illustri il genio della nazione. La responsabilità penale era. che faceva regnare un ordine morale. e per aver commesso quelli che erano definiti dalla legge atti di propaganda a favore del nemico. È così che si costruisce una morale nazionale? I processi dell’Epurazione hanno costituito un riconoscimento paradossale del potere simbolico degli scrittori. non si poteva perdonare agli scrittori di aver tradito. Con l’Epurazione sembra che lo scrittore arrivi al massimo della sua responsabilità: gli scrittori sono accusati di tradimento e alcuni sono condannati a morte. cioè per aver sollecitato il collaborazionismo con l’occupante tedesco. .RESPONSABILITÀ E IMPEGNO subordinare il giudizio estetico al giudizio morale o politico era inaccettabile in un regime autoritario qual era il Secondo Impero. che costituisca uno dei suoi titoli di gloria. Questi sono stati giudicati per il reato di «intelligenza con il nemico». dall’avvento della Terza Repubblica che ha laicizzato la morale pubblica.

La vera e propria liberalizzazione è intervenuta a partire dagli anni Settanta. Negli ultimi tempi si nota però un ritorno dell’ordine morale in Francia. alle varie associazioni della moralità. lasciando fare. Ci sono stati numerosi procedimenti o minacce di procedimenti contro alcuni romanzi in nome della . senza alcun dibattito come invece avveniva in tribunale. dell’autonomia della letteratura. delegando l’esame a una commissione in cui la Société des gens de lettres è rappresentata. Questa si iscrive nella distinzione che il decreto-legge del 1939 prevede tra le opere letterarie e gli scritti pornografici. in Francia perlomeno. Allo stesso modo non si processa più in nome dell’interesse nazionale ma in nome della protezione dell’infanzia. quali processi? Lei crede che oggi l’autonomia della letteratura rispetto alla morale e all’ideologia dominante esista? E cosa fa scandalo? C’è stato un riconoscimento. e questo dai tempi della Terza Repubblica.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Dopo i processi dell’Epurazione. come le interdizioni pronunciate contro i libri. lo Stato intenta un processo solo molto raramente di propria iniziativa. il che poi consente qualsiasi forma di abuso: il numero di processi è notevolmente diminuito ma i procedimenti giudiziari sono stati sostituiti dalla censura amministrativa. come nel modello di giustizia americano.

come quella intentata dalla vedova del banchiere Édouard Stern a Régis Jauffret per il suo romanzo Sévère. che racconta in prima persona la storia di un pedofilo (personaggio di finzione). è uscito sigillato nel cellophane. misura alquanto ipocrita e ridicola. fatto di cronaca largamente descritto e commentato dalla stampa. Rose bonbon di Nicolas Jones-Gorlin. dopo varie trattative tra la giustizia e l’editore. In compenso si moltiplicano le azioni penali per diffamazione e violazione della privacy. che racconta in forma di finzione l’assassinio di suo marito per mano dell’amante.RESPONSABILITÀ E IMPEGNO protezione dell’infanzia: per esempio. .

In questo caso a giusto titolo. Torna al menù .RESPONSABILITÀ E IMPEGNO La letteratura può però ancora essere un affare di Stato come dimostra la recente decisione del ministro della Cultura di escludere Céline dalla lista degli autori degni di una commemorazione ufficiale. perché il potere performativo delle parole non si fa mai sentire tanto quanto nella stigmatizzazione dei gruppi più vulnerabili: possono indurre a comportamenti che rischiano di danneggiare gli individui stigmatizzati. Qui non si tratta naturalmente di censura ma questa vicenda ricorda che il razzismo è un altro tabù che limita la libertà di espressione nelle nostre società.

e in particolare quella di un fiume. Sangue o Sanguineto. il Sangro è un fiume abruzzese. magari annotare quello che mi passava per la testa guardando. Sagrus da Strabone. seguendo per giorni il suo corso a piedi. Chiamato Sarus da Tolomeo. raccoglie 16 tra rivi e torrenti e alla fine si getta nell’Adriatico nella Costa . entra in una valle che prende il suo nome. e ancora più in particolare quella del fiume Sangro. passo dopo passo. Volevo descrivere prima di tutto. Nasce nel Parco Nazionale. Sarolus ma poi anche corrotto in Sacco.SANGRITUDINE CON GLI OCCHI APERTI SANGRITUDINE di Paolo Morelli – immagini di Luciana Martucci Piano Nella primavera dell’anno scorso ho finalmente messo in pratica un’idea che avevo da anni: contemplare l’acqua.

da tempo immemorabile. Era questa l’avventura. Durante poi ho avuto l’impressione che nel continuo mirare e fallire stava la forza dell’esercizio. perché allora scegliere un piccolo fiume e proprio questo? C’è da dire che mio padre è nato in un paese sulla sua rotta e lì ho ancora una casa dove vado spesso.SANGRITUDINE dei Trabocchi. L’idea deve essermi venuta una volta che ero sul malinconico. Questo è quello che fa. . ovviamente irraggiungibile. Poi l’anno scorso ce l’ho fatta. e in seguito spesso i momenti di tristezza mi facevano venir voglia di partire ma non ce la facevo. speravo comunque che tutto il guardare in basso mi impedisse troppi compiacimenti. L’idea di partenza era una descrizione netta. ci sentivo qualcosa come un carattere. Volevo soprattutto contemplare e descrivere il fiume. Non so come mi è venuta l’idea. oltre non mi era chiaro che volevo fare. ma mi attraeva. Ora però l’acqua è dappertutto. una specie di affinità difficile da spiegare. proprio a metà tra Vasto e Ortona. Volevo contemplare l’acqua e descriverla. e man mano negli anni mi accorgevo non solo di averlo accanto. senza fronzoli. La strada per andarci lo costeggia per oltre metà. una simpatia di passaggio.

L’acqua non attacca oggetti non impregnabili. bagnati e ciancicati. anzi le utilizza per darsi spinta. un tipo di efficacia che somiglia alle filosofie alla base delle arti orientali. Ma le caratteristiche sicure di un fiume sono l’idratazione e la discesa. Gli esseri umani la vedono come acqua. ma trova la sua strada girandovi . ma le parole le ho toccate molto poco. idrata e trasporta dall’alto delle sorgenti verso il mare che sta in basso.SANGRITUDINE Alla fine mi sono ritrovato con una quantità di taccuini. Poi a rileggere ho capito che il pensiero era sempre rivolto agli amici che in quel momento non erano lì. Ecco. L’acqua da sempre rappresenta un simbolo di vita e di prosperità. Insomma quello che ne viene fuori si potrebbe chiamare un’effemeride. di un rapporto faccia a faccia diciamo così. e ho dovuto renderli leggibili. Vi si collega tutto ciò che è freddo. non sono venuti perché molti sono in là con gli anni e poi questo era un viaggio che abbisognava di solitudine. cercando di rendere chiare cose che certe volte non erano chiare neanche a me. condizione causale che uccide e dà la vita. e quel tipo di forza che sotto l’aspetto arrendevole aggira e rompe anche le rocce più dure. col famoso senno di poi è quel tenersi in basso dell’acqua di un fiume che mi incuriosiva.

è il tema del potere. E a pensarci non c’è niente di più simile a un fiume che un racconto. Quindi quello che segue è il resoconto. l’effemeride per gli amici lontani di una lunga contemplazione dell’acqua. forse è da lì che è nata l’idea. il diario.SANGRITUDINE attorno. . inesorabile e vincente che ha la capacità di adattamento. Si diceva una volta che un fiume racconta.

e la parola mi piace perché dice pure il modo della corrente. come se il nuovo carico l’avesse liberato dalle tendenze sia alla severità che all’indisponenza. nuvole ancora verso il mare. La schiera di sassi affioranti che ieri lo agitava un pochettino ora è sparita. le statue dei saggi orientali le fanno pancione proprio per questo. non come una remora o un pensiero. Forse per questo mi appare subito sereno e temperato. stracci.SANGRITUDINE 3 maggio. si va via sì decisi e stretti insieme. anzi. domenica Una bella giornata. Mi ritrovo sotto gli occhi un fiume verde e corpulento. per centrare l’idea di una forza tranquilla che viene dal ventre. una norma . sue caratteristiche preferite almeno fino adesso. piuttosto il dettame di un’indole. Passato il ponte di ieri è in corso il miracolo dell’incontro dell’acqua e del sole. Scendo di gran carriera col sole in fronte. ma poca cosa. anche se stavolta le piogge hanno inciso forte sul volume dell’acqua che è raddoppiata quasi. Non è detto che uno con una forza corposa non possa essere sereno e accessibile. nessuno in giro. ma io continuo a vederci qualcosa che è come se lo frenasse o meglio lo calmasse da sotto.

Una foglia risale la corrente. In questo tratto la varietà dei giochi d’acqua è sul serio indescrivibile. vale a dire esistono perché fanno ombra. ce ne sono centinaia di tipi. dorati o placcati. Come l’insistere a tamburo su una pietra che deve esser stata scelta da tempo. non si può far tutto. per rimettersi in fila perché non gli basta mai. comunque ci provo per esempi. come i viventi dopotutto. flabelli damascati come posso dire. scompaiono e riappaiono. i salti raggiungono a fatica il metro e mezzo . arricchisce e ammorbidisce nel convegno coi raggi del sole. come dicevano una volta di chi lavora la terra che la forza gli torna nel sangue la notte. per adesso ci gira dentro come su un ottovolante e quando è risputata fuori torna indietro. Poi stamattina la voce è rauca ma composta. difatti è concava e ben lavorata.SANGRITUDINE naturale dinamica. che rispetto a ieri è più scura e meno trasparente si frantuma. e onde quasi solo riconoscibili dall’ombra. E poi sulla superficie l’acqua. poi viene risucchiata e convinta che non si fa. In un punto si creano di continuo due cuori. O le cadute. e si creano di continuo arcobaleni sghembi a zigzag. ce la fa per un bel po’. prima o poi la bucherà. come uno che ha sempre faticato ma sempre ritrova la forza.

ci si sente liberi di vagare. Scrivo queste cose con calma dopotutto. distribuire il maltolto di rami e di terra. vale a dire uno zompo può servire per prendere tempo. Dopo mezzo chilometro entra nel lago di Bomba. . Si può ciufolare un cornecchio ai lati di un masso. dovrebbe esser lungo sette chilometri. È un idea di fine anni Cinquanta. forse perché da nessuna parte come qui ci si sente in fondo a una valle. in una parola rallentare. distribuirsi a pancia in giù sul muschio.SANGRITUDINE eppure l’acqua si esalta nella ricchezza di stili per ribadire il concetto base. imponente questa è la prima impressione. strano perché le montagne superano appena i mille metri ma si cammina come in preda a una protezione mentale. Prende il nome dal paesone che sta molto sopra e l’energia credo sia convogliata a Roma. per convincere gli amministratori ci hanno lavorato anche gratis e alcuni sono morti. svilirsi in nervature che scattano come molle a ogni fistula che passa. prendere piega in un getto unico al centro che è come una fissazione svagata. costruire nuove forme e alleanze. innervarsi come un cavallo marino intermittente. accolta con entusiasmo da parte delle popolazioni perché dava lavoro.

ci fa la figura di una specie di manico. un bel fiume grosso a petto in fuori. poco prima c’è una piscinetta così ben ritagliata che pare opera un architetto in vena di scherzi. ha imparato dai torrenti. si biforca e si gonfia come un polmone. s’è lasciato alle spalle gli ultimi carpini e allori. ultimo lembo della Maiella scagliato fin qui. ma non si precipita per niente nel silenzio allagato. da adesso in poi è tutto all’aria. Che brilla per insolvenza lo suggerisce come i raggi di sole si intorcinano nei flussi che stanno lì a dirimersi e spandersi. è come se si premunisse.SANGRITUDINE Il modo di entrare è fatto come un vaso etrusco. ci mettono tutta l’intensità per spampanarsi. si inventa a questo punto quasi una foce a delta. il paese ci è costruito intorno come a un totem. Cala man mano il volume nell’ansa. E lui arriva alla strettoia con freschezza. Su tutto incombe e ammonisce l’enorme pietra di Pietraferrazzana. s’è accomodato nella via ancora di più. tituba che è onomatopeico ed è il suo suono di adesso. All’imbocco si divide solo per circondare un’isoletta. se non è rimandare questo… .

eppure non so perché ma si respira un’aria di degrado. Potrebbe essere bello. ma se quello più su a Barrea aveva una naturalezza di secondo . Sulle cartoline sembra un lago molto bello. facendo una pausa sempre sullo stesso punto.SANGRITUDINE Proprio all’entrata nell’acqua c’è una fila di petali. uno solo gira su se stesso a folle come uno svitato. dalla pausa. non c’è neanche tanta mondezza. quasi alpino. da lì si capisce che è uno svitato.

più in là nel mezzo stazionano bande di uccelli. non posso fare altro e allora va bene così. o forse stiamo solo scendendo e sale il livello di confusione e antropizzazione. solo all’ombra si capisce quant’è usata. non so come dire. Comunque non mi pare vero di camminare libero nel fango. vuol dire che qui la valle affondava un bel po’ quando era solo il fiume a passare. Forse la corrente principale è rimasta in zona lì dove è . aironi cinerini e tuffetti impegnati. Suona la campanella della chiesa di Pietraferrazzana. non c’è di meglio che navigare a vista. non deve fare altro che buttarsi di sotto. di lei non si può dire niente.SANGRITUDINE grado qui forse siamo al terzo o al quarto. soprattutto questi ultimi in voli radenti di pesca che lasciano sull’acqua una striscia furba come un elastico. il lago di Bomba brilla nel mattino come una moneta d’oro. L’acqua è entrata ormai nel grande silenzio. che sia forzata conta poco. resta un vago ricordo dei profumi fruttati quando arriva l’ombra. E poi questa è epoca di passo. Anche se questa è pur sempre l’acqua del fiume mi sto prendendo una pausa osservativa e interpretativa. Dicono che sia profondo sui 60 metri. arriva fin qui pure se non c’è vento.

anche tremendo quando ci ho vagato dentro da solo per una notte intera. ma queste sono solo illazioni. C’è una vena azzurra nel verde. mentre ora voglio concentrarmi su un piccolo fiume e descrivere. . Salendo un po’ più su a riva. Torniamo a Bomba!. difatti poco oltre c’è un movimento come un fascio di luce stroboscopica. Per esempio mi ricordo che il primo viaggio che ho fatto in vita mia era nel deserto africano e forse aveva un po’ la stessa spinta di questo. s’è nascosta sul fondo per mantenersi coerente. Lì al massimo mi appuntavo le poesie. C’è una specie di sazietà nel lago che non mi piace tanto. a un certo punto si intravede una secca che è come un’ombra nel turchese dell’acqua. viene da Silvio Spaventa che è nato qui. solo che allora cercavo di perdermi nel deserto del Sahara.SANGRITUDINE sempre passata. potrebbe essere indizio del passaggio di una corrente. Le onde che mi bagnano le scarpe fanno un rumore come un applauso partito nel momento sbagliato e subito frenato con vergogna. ci si sente come incagliati e allora si cerca di strattonare con le immaginazioni. un lago è un deserto descrittivo. non oso dire perché. ero un ragazzino.

non basta a farne un fascino però.SANGRITUDINE Ho letto che qui intorno stanno facendo rilevazioni petrolifere. ho il sacrosanto dovere di vedere meglio. quasi una costellazione delle Boe sulla volta del gran bacino. l’alto terrazzamento è rivestito nella parte esterna da ciottoli. al centro per prima cosa si nota una scia di boe bianche in formazione spaiata. tanto vale decrescenza. La diga è in argilla battuta. io invece salto il muretto e mi inoltro. ora si sono pure inventati la teoria della decrescita che a me fa pensare a una cura per diventare calvi che difatti oggi va molto di moda. si dice in giro che c’è il petrolio e questa potrebbe essere la fase finale. Ci dovremmo abituare a violenze incredibili nei trent’anni che mancano per la fine del petrolio. Infatti ho fatto bene. poi ecco un . Sarà l’umore ma io non ci credo a una fine vicina. Sopra c’è una strada di servizio che lo percorre tutto sulla quale è severamente vietato andare. la fine anche della cartolina. non mi piace nemmeno la parola. credo che si prepari un periodo invivibile lunghissimo. anzi. Se si muove l’aria è un lago brizzolato. bisognerà dimenticare sempre di più.

la voglia. mi sono rimesso in contatto. il respiro. il suo cammino deputato. anche se indistinto si scorge il movimento. distinguo la livrea sdrucita che fa mentre s’avvicina. . persistente e contingente che stanno sotto la falsa tranquillità. Ci risiamo. soprattutto i muschi rossi dicono la via del fiume. e davvero mi sembra di aver smesso di annoiarmi.SANGRITUDINE flusso evidente che si dirige all’ostacolo.

prima ho nascosto il taccuino.SANGRITUDINE Questo faccio a tempo a scrivere. Il terrazzamento esterno l’hanno fatto elegante e in basso ci sono coltivazioni rigogliose. ma per l’uscita del fiume la mano dell’uomo è stata pesante. molto sopra c’è l’addetto Acea a controllare forse che non metta una bomba. Ci avevo dato un’occhiata prima. Una passeggiata. anche il fiume non ha senso in questo sciacquettìo inerte. anche se poco credibile mi sono allontanato e sono uscito fuori. all’uscita dal fiume. Non lo riconosco quasi. Si dà le spinte da solo come un verme o un adulto sulla bici da bimbo. bassa e afona che s’allontana per duecento metri o più. qui non pare normale che non s’affretti a rituffarsi nella valle. a scendere svilito. Entra nel folto che è quasi stordito. Potrebbe sembrare un nuovo . C’è il reticolato di un argine dritto a ridosso dei monti e il fiume che esce ha cambiato colore. gli ho detto sorridendo al tizio addetto all’impianto. Ho fretta di sparire. una cinquantina di metri più sotto. che facevo una passeggiata. mentre dalla postazione Acea una macchina che parte per venirmi a scovare. mi guardo intorno. come se avesse subito un interrogatorio durato anni. è una specie di pozza nivea e scialba.

non c’è niente da fare. Ha subito un processo. verdognola e terrosa ma forse non basta a spiegare. il letto svicola in sei o sette metri. Balla quasi all’inizio quando finisce l’argine e ricomincia a tribolare. Pure lei l’acqua è cambiata. si sta rimettendo in piedi nascosto nel bosco come un animale ferito. difatti subito dopo prendono un drizzone finto solerte. le acque che arrivano esangui si ritrovano e si fanno forza. In fondo è l’emissario di se stesso. in certi punti si mimetizza dietro alle pietre grigie. mezzo metro d’acqua o anche meno. anche quando continua l’esodo incerto. soprattutto direi durante la fuga dall’invaso. ci si può rialzare solo dalla terra su cui si è caduti. Lasciatemi ammirare qualcosa che non ha inquadrature fisse. di sabbia rosa con un masso sopra che sembra un trono e una fila di altri sassi per arrivarci. mai in un’altra. qui il tempo non è perso. Mi sembra di essere uscito io da una secca. C’è un momento sotto i faggi che fa come un recinto per gli allenamenti. Qui non c’è . una consuetudine lenta e allungata come se si stirasse. vale a dire a orientarsi. Qui c’è un’isoletta nel mezzo.SANGRITUDINE inizio invece una rinascita è impossibile. ci si può sedere e farci caso. Certo non ha inquadrature fisse un fiume come questo.

non ci capisce niente. discontinua che pare l’aspetto essenziale del carattere liquido. o dei circhi di terra ai lati dove riprovare i gorghi come fossero invenzioni epocali. qui bisogna fare i conti con la normalità. già cominciano a vedersi gli effetti di invisibili turbine sul fondo. si sperpera nell’utilizzo e nella vaghezza. ma pure dei piccoli salti di dieci centimetri sotto i quali tornare all’ebbrezza di essere un movimento. Ce ne sono a centinaia di punti dove l’acqua prova a tornare alla normalità fatta allo stesso tempo da leggi fisiche e dal niente. Veramente è così poco il suono che in certi momenti è come un sembrare di esserci non so dire meglio. un ramo di faggio pulito e messo per lungo al centro. un’intera attività dinamica.SANGRITUDINE qualcosa che ti rimette subito in gioco. la festa e gli schiaffi delle rocce. il pendio sdirupato. Un fiume è un dazebao contro la rigidità dei comportamenti. se non fosse per lo stomaco che borbotta e sovrasta questa scorrettezza frastagliata. reagire alla rigidità che t’hanno imposto. Qui il fiume fa venire in mente che le cose sono sempre o meglio o peggio di come ce le aspettiamo. i comportamenti stagni. . Un masso fatto come una stregola per il bucato. senza dannarsi per carità si affastella e s’incolla tenace. mai uguali.

che ci si è accorti del suo formidabile talento . ma è solo col suo ultimo libro. Il trasloco (uscito da nottetempo l’anno scorso). Paolo Morelli.Parlamenti e Mormorazioni Parlamenti e Mormorazioni Conversazione fra Paolo Morelli e Andrea Cortellessa Non è un giovanotto di primo pelo.

Su Alias Daniele Giglioli l’ha definito una «catena di effetti senza cause. senza «inquadrature fisse». L’estratto da Sangritudine. per dire che da una digressione si «rifluisce» nel «letto» di un discorso. Anche se la sua resta una prosa «a vista». o decostruisce l’idea di racconto. ci fa conoscere un Morelli diverso. però.Parlamenti e Mormorazioni digressivo. e di mezzi senza fini». Uno dei pochi precedenti che mi vengono in mente è quello di Leonardo da Vinci… . avrebbe avuto origine proprio da quelle parti (anche se per altri bomba era l’equivalente di «tana» in giochi tipo nascondino). Sostieni che l’espressione «tornare a Bomba». Il fiume cosa ti ha ispirato? Gli abitanti di Bomba non hanno dubbi… comunque durante la scrittura mi sono reso conto che s’erano sposati il mio partito preso di essere esclusivamente descrittivo e il moto naturale della mente che. ha sempre forma digressiva. E a pensarci non c’è niente di più simile a un fiume che un racconto». Lo dici tu stesso: «si diceva una volta che un fiume racconta. dicono gli scienziati. rispetto al delirio del Trasloco qui fa sua una maggiore linearità. Tu sei un prosatore che in genere non racconta.

ma Daniele allude alla linea «orale» dei seminari Viva Voce. per dire. Non credo che la mia mente si muova diversamente da quella di Maurizio Gasparri. moltiplicatori del loro Ego. Tu come li hai incrociati? Attraverso Gianni Celati ovviamente. il Piave. e per me è stata una rivelazione. Mi piace l’accostamento a Leonardo perché quel che voglio fare sempre. nei primi anni Novanta. Mi ha fatto capire che la prima cosa da fare era togliere autorità all’autore. Mormorare nella nostra memoria rinvia a un altro fiume. L’ossessione per l’io degli scrittori è segno di una mentalità da funzionari: del ministero dell’Interno. è riprodurre il nostro modo di pensare. Purtroppo anche quella dell’oralità s’è col . quando scrivo. I libri sono veicoli dell’autorità di chi li scrive. Che però a parte te (e Mario Valentini) sono tutti emiliani. Un’altra definizione di Giglioli è quella di «mormorazione». e agli scrittori della rivista Il Semplice. cioè dell’Interiorità. L’ho incontrato nel ’93.Parlamenti e Mormorazioni Questo esperimento ha avuto l’effetto di sciogliere un’altra cosa che provavo a scrivere da nove anni senza riuscire ad andare avanti. Diceva Einstein che malgrado tutti gli sviluppi della tecnologia il nostro modo di pensare è restato identico. Credo inoltre che al 99% sia identico fra tutti noi.

Nei momenti di crisi le province si chiudono in loro stesse.Parlamenti e Mormorazioni tempo spesso irrigidita in una postura. quello che era un modo di rivitalizzare la narrazione rischia di diventare la sua tomba. all’ascolto la maggior parte delle narrazioni suonano afone. Vocalità significa ascolto. Ma c’è tuttora gran bisogno di quel tipo di ricerca. diceva Stevenson. L’educazione dell’orecchio viene prima di tutto. Torna al menù . o stucchevoli falsetti. Infatti sto cercando di riproporla a Roma coi Parlamenti: persone che si riuniscono e leggono testi a voce alta. prima che scrittura. stavolta mi sa che hanno buttato la chiave. un alibi della sciattezza.

tra te e te.JOHN ADAMS. dove abitano certi parenti. PERSONA DA ROMANZO Guido Barbieri Immagina di dover partire per gli Stati Uniti. prima di andare . EDT.00 JOHN ADAMS. Il più giovane dei tuoi cugini. X-311. che parla solo inglese. Però la famiglia è sacra e allora. emigrati tanto tempo fa. e pensi: «I soliti americani…». Mi spieghi. usate due espressioni che non riesco a capire: una è “musica colta”. che non vedi da una vita. PERSONA DA ROMANZO John Adams Hallelujah Junction – Autobiografia di un compositore americano traduzione di Anna Lovisolo. così capisco meglio». per favore che cosa vogliono dire? Anzi. metti in valigia un po’ di dischi. € 18. destinazione New England. l’altra è “musica popolare”. pp. Tu sorridi. già che ci sei. in Europa. studia musica all’Università e una settimana prima della partenza ti scrive un’email: «Mi hanno detto che lì da voi.

Non afferri fino in fondo. ma anche le mondine di Bentivoglio. «Adesso facciamo un gioco» – minaccia il cugino. è popular music». Mezz’ora dopo sei sotto le volte della St. la Quarta di Brahms. per noi. «No – risponde piccato il cugino – questa. obviously!». tutto chiaro. La risposta è scontata: «classic music. con l’aria un po’ troppo sicura di sé: entri al Capitol Center of the Arts dove un quartetto d’archi suona Haydn. ma taci. E tu ripeti. i Maggianti di Scansano. no? Nessun dubbio. Il cugino universitario finalmente capirà… Infatti il cugino. trionfante. la sua. e’ fronne e’ limone di San Giorgio a Cremano… Facile. invece. per il cugino. che tanto rozzo non è. prepari. «classic music. due valige diverse: nella prima ci metti dentro l’Arte della Fuga di Bach. alla quale possiamo dare il nome (del tutto casuale…) di East Concord. PERSONA DA ROMANZO all’aeroporto. New England.JOHN ADAMS. i Quartetti di Bartók e Pelleas et Mélisande. il Requiem di Mozart. un disco coi canti dei carrettieri di Partinico (può essere che tu sia siciliano. ma per ringraziarti ti porta a fare un giro per la città. una registrazione dei canti policorali della Confraternita di Noto. capisce. appunto. Poi vai alla Concord Christian Academy dove un coro polifonico sta provando i pezzi per la messa di Pasqua. alla lontana…). again». una divisione rigorosa. . Nella seconda.

soprattutto se ci capitano sotto gli . il country. Noi. Gianfranco Vinay in un libro prezioso dedicato a Charles Ives. PERSONA DA ROMANZO Paul Within-the Walls’s Church dove un organista sta improvvisando un canone a due voci su un soggetto che ti sembra di riconoscere. cerchi di infilarci le cose hai appena ascoltato. Alla fine della giornata guardi le due valigie portate dall’Europa.JOHN ADAMS. da lontano. il godspell. i canti dei nativi indiani… Quella che voi chiamate musica colta e noi classic music è solo quella che viene da outside. Però la lezione dobbiamo continuare a ripassarla. il jazz. almeno da quando ce lo ha spiegato. qui da noi. è la musica “americana”. Esiti: «Anche questa per noi è popular music – sussurra il cugino – without any doubt». quella che voi chiamate musica popolare è la musica che nasce dalla nostra terra. la musica d’organo nelle chiese evangeliche. da almeno un paio di secoli. il blues. le orchestre sinfoniche che suonano nel Giorno del Ringraziamento. grosso modo. ma ti accorgi che non sai più dove mettere cosa: le tue sicurezze si sono sbriciolate al sole freddo del New England… Il cugino. Hai capito?». da fuori. si impietosisce e prova con calma a spiegarti: «Vedi. al quale attribuiamo d’ufficio il nome di John. tanti anni fa. dalla vostra Europa. tutta la musica “indigena”: i canti religiosi. abbiamo capito.

da vera e propria icona pop. collezionista di record statistici e di superlativi assoluti: «il più grande compositore americano vivente». da John Adams. raggiunto da John Adams provoca ancora oggi. Si tratta dell’ambizioso. in duecentonovantatre pagine colme fino all’orlo. ammette nel pantheon dei classici. debordante «monumento a se stesso» eretto. critico ufficiale del «New York Times». egotico. dice in modo più sottile. strizzatine di . magari meno preziosi. ospite regolare del David Lettermann Show. e infine colui che Alex Ross. come recita il sottotitolo della edizione italiana (Composing an American Life. sfrontato. con il consueto acido pragmatismo: «Uno dei pochissimi compositori americani capaci di ricavare dalle commissioni e dai diritti d’autore un considerevole profitto». sotto le cupole carbonare della musique savante europea. anche se difficilmente traducibile.JOHN ADAMS. definisce. il detentore del maggior numero di google entries tra i musicisti «colti». l’unico tra i moderni che il severissimo Anthony Tommasini. Che è pur sempre un onesto metro di valutazione… Il successo planetario. Autobiografia di un compositore americano. PERSONA DA ROMANZO occhi libri come questo. eccessivo. il sottotitolo della edizione originale…). l’autore dell’ormai «classico» Il resto è rumore. ma pieni di domande irrisolte e di possibili equivoci: Hallelujah Junction.

infatti. The Death of Klinghoffer e On the Transmigration of Souls. una raccolta di idee. Un genere letterario non a caso ambiguo. anfibio. di pensieri. PERSONA DA ROMANZO spalle. sopracciglia inarcate. È proprio per questo che la distinzione tutta americana e assai poco europea tra classic music e popular music è uno strumento concettuale prezioso per decifrare non soltanto l’autore di Nixon in China. eclettismo postmoderno. un modello. non è. di riflessioni. per diverse ragioni. a uno di quei «romanzi di persone». Il racconto di Adams assomiglia. tra la ricostruzione storica e il diario privato. Halleluja Junction. come vengono definiti da qualche tempo. piuttosto. dipendenza cronica dalla droga dello showbiz. apparentemente intempestivo. Questa tecnica narrativa il cugino John (che a East Concord ci è cresciuto davvero…) la applica. di analisi coerenti e organizzate. non necessario né indispensabile. una classica «autobiografia» di stampo europeo: non è un diario intellettuale.JOHN ADAMS. con insospettabile . sorrisini di superiorità. un esempio o una semplice tessera di mosaici ben più complessi. sempre sospeso tra la cronaca e la narrazione. che è anche il titolo di un pezzo «cult» di Adams. le cui vite rappresentano. i cui protagonisti sono uomini e donne «autentici». ma anche questo strambo esercizio autobiografico. Nonché le relative accuse di tardo minimalismo.

che in alcune pagine assomiglia a un «racconto provinciale» di Philip Roth. Torna al menù . PERSONA DA ROMANZO abilità per l’economia del racconto. Un’autobiografia molto popular e per niente classic. a una «persona» che conosce assai bene. in altre a una recensione del «Concord Chronicle». Dentro quella terra straordinariamente fertile. con una bottiglia di whiskey posata sul davanzale della finestra e possibilmente ascoltando in sottofondo i Three Places in New England di papà Charles Ives. anche se stilisticamente assai controllato. le radici di Hallelujah Junction erano già state piantate. in altre ancora a una acerba dissertazione universitaria e molto spesso a un indulgente. dove il confine tra classic e popular non esisteva più. affettuoso esercizio di memoria privata. che è obbligatorio leggere dondolandosi su una sedia di paglia. ossia a se stesso… E confeziona un prodotto sfrenatamente eclettico. sotto il portico di legno bianco di una casetta coloniale. insomma. Esattamente un secolo fa.JOHN ADAMS.

nell’acquartieramento della stanza 805 dell’hotel Hermitage. se si esclude Ventriloquio (tratto dall’À Rebours di Huysmans). Coerentemente. a Roma: qui l’allora trentenne attore salentino si sprangava in un delirio di rose e lenzuola che si concludeva con questa battuta: «Basta con chi mi vuole bene». È il «suo» Sessantotto – il suo anti-Sessantotto – . non è molto e intraprenderà l’avventura di Nostra Signora dei Turchi. Così Carmelo Bene definì il suo periodo cinematografico: cinque film in cinque anni – più due mediometraggi d’acclimatamento – dal ’68 al ’73. 196. Il tutto cominciato.IL CINEMA CHE NON SI VEDE Carmelo Bene Contro il cinema a cura di Emiliano Morreale.00 IL CINEMA CHE NON SI VEDE Stefano Gallerani Una «parentesi eroica». pp. emanazione filmica di un progetto-monstre che già contava un omonimo letterario e uno teatrale. € 15. minimum fax.

tra ville moresche e bugigattoli. il film più estremo. Salomè.IL CINEMA CHE NON SI VEDE che in autunno investe la laguna veneziana. dell’immagine. questo lungometraggio costato poco più di due milioni di lire – e che in origine durava due ore e mezza – rappresenta l’Italia a scapito di Pasolini (Teorema). e Un Amleto di meno. il più severo. nel romanzo pubblicato due anni prima da Sugar. E se lo spettatore teatrale aveva dovuto indovinare lo spettro d’attore che s’aggirava dietro uno schermo trasparente nella prima edizione dello spettacolo allestito al Beat 72. Cavani (Galileo) e Bertolucci (Partner). il più visionario. seguono Capricci. Da qui in avanti. . si passa alla sconfessione del mezzo (di qualsiasi mezzo). Alla Mostra del cinema. – che discettano di massimi sistemi alle prese con le pentole e i coltelli di un arrangiato refettorio. senza con ciò esaurirne le potenzialità espressive. B. dell’espressione e della rappresentazione: in ultimo. entr’acte all’incursione televisiva di Bene. Nelo Risi (Diario di una schizofrenica). Dalla parodia della vita interiore che si intravvedeva. il pubblico delle (poche) sale dove viene proiettata la pellicola sarà investito dai campi lunghi e dai primissimi piani di un Sud del Sud dei Santi. Resta memorabile la sequenza del frate e del novizio – interpretati simultaneamente da C. e Don Giovanni.

Blok. alla fedeltà assoluta per la pellicola (il teatro non riprenderà che nel ’73. Ma chiunque abbia fatto conoscenza del cinema di Carmelo Bene potrebbe sceglierne altrettante: da parte mia. . come se avessi fiducia in lei. un improbabile Davoli senior che arringa le folle di Galilea con indosso la maglia azzurra della nazionale al grido di «Avanti popolo. aggiungerei l’intero Don Giovanni o il protagonista di Nostra Signora che si suicida ripetutamente gettandosi. da un balcone fiorito. à la Buster Keaton. che del film beniano è il palinsesto letterario – biascicando il refrain: «Non essere geloso.IL CINEMA CHE NON SI VEDE inaugurata con un adattamento di questo stesso canovaccio da Shakespeare-Laforgue e la celebre lettura di Majakovskij. a riscuotere!» o la partita a carte tra i due vecchi che in Capricci impersonano Arden e Franklin – come nell’anonimo elisabettiano Arden of Feversham. ma. prendi subito il tuo cavallo e vieni a Londra con me!» Unico tradimento. nel quinquennio. la citazione borgesiana sull’inanità speculare della copula (Don Giovanni) e l’autocrocifissione mancata del Cristo. E seguono altre sequenze apicali: il pittore che vuole la modella uguale al quadro che sta dipingendo (Capricci). Esenin e Pasternak (Quattro diversi modi di morire in versi). che non ha più mani per inchiodarsi (Salomè). non domandarle mai se ella t’ami e quanto.

come Bene le ha sempre considerate sostituendo il termine. un qualunque film popolare dalla Signorina Felicita. destinato a “scortare” la presenza della mia terza fatica filmica (Don Giovanni) al festival di Cannes e di Venezia (’70) dal momento che l’associazione produttori cinematografici italiani s’era (in)credibilmente premurata di distribuire (’69) sulla Croisette un giornalaccio intieramente imbrattato di insolenze indecenti e ignorantissime sulla mia persona». il sofista. / ma vivere nel tuo borgo natio. a tal fine imbastendo sceneggiature su sceneggiature – o scemeggiature. libretto.B.IL CINEMA CHE NON SI VEDE doppiato dagli esperimenti televisivi) è il licenziamento di un libretto concepito – sosterrà poi Bene nelle premesse ai testi del volume di Opere per il quale si auto-antologizzerà (Bompiani 1995) – «in tre notti deliranti. di Gozzano. / ma tendere alla piccola conquista / . còlto nel tentativo di cavare.G.): «Ora non voglio più essere io! / Non più l’esteta gelido. per quanto lo riguardava. in cui è difficile resistere alla lettura della berlina che espone il «cinemazzo italico d’autore allo stato progettuale». in vero e proprio «idiolettaccio». L’orecchio mancante (Feltrinelli 1970). con un più onesto e ambiguo scenario… o. meglio.) si facesse infine intuire nei versi del poeta noto (G. stendendo soggettini e scalette e sottotitoli provvisori per lasciare che il regista occulto (C.

connotato. come il farmacista… / Ed io non voglio più essere io!» Pure. sulla televisione – il medesimo oggetto (l’immagine e il nulla). Goffredo Fofi scrisse di questa parentesi cinematografica: ovvero che se nel teatro il magistero beniano ha offerto il destro a qualche equivoco mondano. questo. Ma già si avverte. il curatore ha aggiunto quelle rese anche trenta anni dopo e che hanno comunque – sebbene si intrattengano. da un radicalismo su cui hanno chiosato in molti (valgano le . «scòrta» dell’intero suo cinema sono anche le interviste rilasciate in quel periodo e raccolte col titolo-manifesto Contro il cinema da Emiliano Morreale per minimum fax – che ha allestito una copertina rosa e nera quale omaggio a chi. nell’indistinta ripetizione dei concetti. in quei colori.IL CINEMA CHE NON SI VEDE mercanteggiando placido. Anche per me. Protratto fino al fallimento economico e alla rovina fisica». distanza che forse si deve a quanto. Bene convenendovi. idiosincrasie e aspetti tecnici. nel cinema proprio no. che furoreggiano su assiomi. Intollerabile. in oblio / come tuo padre. insomma. una distanza siderale dall’eroismo d’allora. viveva immerso come in un bagno d’acido (la camera da letto drappeggiata del primo e la biblioteca foderata del secondo. «rimane proibitivo. A queste conversazioni. e sono parole di Bene. in quel di Via Aventina). piuttosto.

non si deve credere a nulla». di sé. è già sottotitolato. B. «Tutto è falso. negativo di quel positivo che era stato.IL CINEMA CHE NON SI VEDE pagine che gli dedica Gilles Deleuze nel suo secondo compendio della settima arte. un Maurizio Grande) da ridurre l’intervista a mero stilema retorico – formula peraltro prediletta da C. e non fare un cinema intelligente». negli ultimi anni di attività. più che dai successivi. collazionando frasi dello stesso Bene. «Bisogna fare un cinema che non sia stupido. né di essiccarlo». Riceve ciò che si trova al suo interno. quelli risalenti agli anni eroici. se del caso. ovvero L’immagine-tempo) ma che è arduo ridurre a schemi concettuali che non replichino un benismo di riporto (rischio eluso da Morreale nelle pagine introduttive della raccolta). Un tentativo si potrà fare. in questa foggia e con la complicità di Giancarlo Dotto. ma spiccate dai dialoghi in presa diretta. Cerca di non soffocarlo. la propria autobiografia (Vita di Carmelo Bene. O ancora: «Quando un film racconta una storia. E dunque: «L’inquadratura è qualcosa di biologico. Sono apparso alla Madonna). nel 1983. naturale. quando arriverà a dare. Quest’ultimi sono spesso concertati a tal punto con l’interlocutore privilegiato (poniamo. niente meno che delle auto-interviste o a scrivere. capisce? Voler . Nei miei film non si deve credere ai personaggi.

IL CINEMA CHE NON SI VEDE raccontare una storia a ogni costo è ridicolo. quando la pelle si solleva e il colore. mai aperti». Torna al menù . «protesta di volerci vedere chiaro e si dimentica che. Ciò che bisogna fare oggi al cinema è epurare. E qui ci si può anche arrestare. ché tanto basta per entrare nella pazzia metodica di un’opera cui soccorre. la luce deve venire dallo schermo prima ancora che dai commentatori». qualsiasi spettatore-interprete): quel mestierante di idee il quale. Tutto ciò è orrendo e pericoloso. neutro chiassoso e indefinibile. a mo’ di epitome. sopprimendo questa ridondanza a livello di immagine e di suono». in fatto di cinema. non sono altro che uno scambio consenziente di significati. un ciclo di concetti e. per dirla con Giacomo Debenedetti. tacitando così il terzo incomodo per eccellenza (un indistinto. acceca e slabbra ogni contorno. di nuovo una sequenza: quella finale di Salomè. invece di essere delle visioni acquisite dallo spettatore. L’intero cinema diventa un coacervo di segni sempre definiti e immobili. «Le immagini sono diventate simboli.

€ 14.00 CELATI. facendo di ogni luogo un possibile punto di partenza narrativo. inseguendo quello sguardo non impostato. che abbandoni la retorica da addetti ai lavori.00 Gianni Celati Conversazioni del vento volatore Quodlibet. o non solo. VIA COL VENTO Gianni Celati Cinema all’aperto – Tre documentari e un libro Fandango. tre dvd e un libro di 127 pp. VIA COL VENTO Fabiana Proietti Quello di Gianni Celati è davvero un cinema naturale (così s’intitola un suo libro di racconti del 2001): non tanto. pp. di cui dà . perché abbraccia l’idea zavattiniana della qualsiasità.CELATI. 180.. € 25. ma soprattutto perché lo scrittore si accosta all’immagine con lo stesso slancio emotivo e antiprofessionale ammirato negli studi sui racconti orali del ghetto del linguista William Labov.

VIA COL VENTO conto nella fondamentale intervista del 2003 con Sarah Hill (pubblicata già nel 2008 all’interno del numero monografico su Celati della rivista «Riga». Il cofanetto Fandango. permettendo alla camera di vagare nello spazio e aprirsi all’accidentalità del mondo. e il volume di interviste e dialoghi Conversazioni del vento volatore. Una discendenza attestata dagli scritti riportati in Documentari imprevedibili come i sogni. seguendo una linea ideologica ed estetica che da Zavattini e Rossellini si estende fino ad Antonioni e Wenders.CELATI. edito nella Compagnia Extra Quodlibet. Proprio il rifiuto di una scolarizzazione del pensiero – sollevata a suo tempo nella novella I lettori di libri sono sempre più falsi – è ora al centro delle due recenti e speculari pubblicazioni sull’opera di Celati. Il mondo di Luigi Ghirri e Case sparseVisioni di case che crollano. dialogano a distanza sull’irriducibile attrazione di Celati per i «pezzi di roba sparsa» che diventano letteratura e cinema. a cura di Marco Belpoliti e Marco Sironi). il volumetto curato da Nunzia Palmieri che accompagna il cofanetto Fandango e che guida alla visione del trittico ispirato dalla figura e dall’opera del sodale Luigi Ghirri. le cui ricerche . che racchiude i documentari Strada provinciale delle anime.

seguendo l’esempio di alcune fotografie di Ghirri. e poi chiusa. carico di intime risonanze autobiografiche. riassumendo in sé i frammenti ripresi. laddove la condizione-limite del cinema di finzione sta piuttosto nell’irrinunciabilità dell’artificio. ossia l’aprirsi all’imprevedibilità. i documentari di Celati non espungono niente dal racconto. in un equivalente filmico dei racconti che componevano Verso la foce. sono essi stessi una strada provinciale delle anime: come quella via un tempo funzionale. Così.CELATI. perciò inutilizzabile. diretta com’era verso un piccolo cimitero di campagna. nel pieno controllo sul materiale. né l’affacciarsi dell’operatore né i fuori programma che costituiscono anzi il fulcro dell’operazione documentaristica. del loro mettere in campo il soggetto della visione. I tre viaggi all’interno del paesaggio padano. rigettano il fine narrativo in favore di un’esperienza percettiva . utilizza le immagini innanzitutto come ricerca sul soggetto della visione – sulla scorta di quanto affermava Alberto Giacometti: «Io disegno per capire cosa vedo». VIA COL VENTO fotografiche incidono sullo sguardo del Celati regista tanto da farne un corrispettivo di quella corriera blu che in Strada provinciale delle anime attraversa il paesaggio della pianura padana: oggetto estraneo che.

opera 17. Ma io mi chiedo: è meglio sentirsi persi o guardare solo quello che ti hanno detto di guardare?». Domanda che richiama una distinzione tra attesa e aspettativa centrale per il lavoro di Celati sulle immagini: vi si ritrova infatti il «primato dell’avvenimento sulla trama» enunciato da Bazin circa il cinema neorealista e lo scarto . che fa osservare a Ghiri: «Perché certuni vanno in viaggio e guardano solo quello che gli hanno detto di guardare altrimenti si sentono persi. Eden. © Mimmo Jodice.CELATI. VIA COL VENTO totalmente libera.

Scrivere e filmare sono per Celati modi di raccontare il consumarsi del tempo. dove le facciate in rovina sono tracce fisiche della lenta e inesorabile erosione temporale che – . l’erba secca. Cerca di captarne la durata. l’ombra. È il tempo in cui il crollo accade. L’allontanamento dei due autori dall’«eccitazione meccanica» del cinema di consumo si realizza soprattutto in questa mutata concezione del fattore temporale: e anche Celati – nota Gianni Canova nel saggio Tempo della visione. Non sono le case che crollano il vero oggetto dello sguardo di Celati. e il vuoto. Ed è il modo in cui l’immagine può far percepire anche a noi questo tempo/crollo».CELATI. di celebrarne «l’insostanziale. riportato nel capitolo Altri sguardi – «lavora sull’immagine così. di materializzare il tempo che in essa (e in noi) lavora. tempo dell’erosione. VIA COL VENTO fondamentale tra l’immagine-azione del cinema spettacolare classico. manifesta al Celati spettatore sin dall’incontro con Antonioni ma soprattutto con Wenders. Quegli stessi elementi materici diventano poi protagonisti di Case sparse. che vive di finalità e perciò di aspettative. le pietre dei muri che crollano e la polvere che respiriamo» (Quattro novelle sulle apparenze). e l’attesa dell’immagine-tempo teorizzata da Deleuze. che gli interessa.

VIA COL VENTO commenta la voce narrante affidata al John Berger di Questione di sguardi – viene percepita con sgomento dal mondo contemporaneo. o della ventosità. la pratica del «dare l’illusione di una narrazione mettendo insieme pezzi sparsi».CELATI. L’affinità delle formulazioni delle Quattro novelle dell’87 con le immagini girate nel 2002 palesa l’approccio già intrinsecamente «cinematografico» di Celati al testo scritto. diari e riprese in un villaggio del Senegal (già presentato allo scorso Festival Internazionale del Film di Roma) – la riflessione sulla pratica documentaristica di Celati permette di recuperare le suggestioni dell’esperienza letteraria: tanto gli scritti selezionati in Conversazioni del vento volatore dall’autore che le immagini di Cinema all’aperto rappresentano un fondamentale momento di sintesi di un’attività artistica vissuta all’insegna della fantasticazione. un vento «volatore che investe . In attesa di vedere in sala quello che si pone allo stesso tempo come corollario ed espansione dei tre lavori realizzati tra 1991 e 2002 – Diol Kadd. applicando così al racconto letterario il meccanismo del montaggio. per cui un libro – o un film – «è un vento che ti porta via». Vita. che simula una continuità tramite un sapiente assemblaggio di frammenti sparsi.

Torna al menù .CELATI. VIA COL VENTO le parole sparpagliandole in argomenti vari» e le rigetta di nuovo nel mondo.

in una cultura geneticamente intollerante al romanzo come la nostra (ultima variazione sul tema: A. .FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Arturo Mazzarella Politiche dell’irrealtà – Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib Bollati Boringhieri. 116. di cui il mercato librario celebra i fasti standardizzati. pp. giudiziaria. Berardinelli. di un «ritorno alla realtà». € 11. Se altrove la crisi delle sperimentazioni (nuove avanguardie. insomma.00 FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Pierluigi Pellini Il nuovo libro di Arturo Mazzarella fa il contropelo a un luogo comune critico fra i più accreditati nell’ultimo decennio: quello di un rinnovato interesse della letteratura per l’attualità politico-sociale. postmodernismo) ha lasciato campo libero al cosiddetto global novel. o perfino al «realismo». economica.

Marsilio 2011) si assiste piuttosto alla voga del non fiction novel e della docufiction. eleganza di scrittura e gusto della provocazione intellettuale. Franchini. a livelli altissimi. propone ora una documentata genealogia Stefania Ricciardi (Gli artifici della non-fiction.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Non incoraggiate il romanzo. «fatti» e «proiezione fantasmatica». o autobiografia (in parte) immaginaria – da noi rappresentato. del resto. Veronesi. transeuropa 2011): non senza sottolinearne le tangenze con un altro sotto-genere. o per ansia d’impegno – di «occultare la propria funzione creativa». che rifacendosi a modelli ormai canonici – da Truman Capote al new journalism – punta sull’ibridazione di cronaca e romanzo. Mazzarella esordisce denunciando il «profondo svilimento» cui va incontro la scrittura letteraria quando sceglie – per smania d’attualità. che ha in Gomorra l’esito di maggior successo (e nelle indagini di Lucarelli il cascame televisivo). La messinscena narrativa in Albinati. come sanno Truman Capote. nella riscrittura letteraria di eventi reali. Leonardo Sciascia e James Ellroy. Di questo filone. di ripudiare le vertigini dell’immaginario per rincorrere la mera oggettività del fatto: sempre irraggiungibile. Con rigore filosofico. si aggrovigliano in una proliferazione d’immagini: . Perché realtà e irrealtà. soprattutto da Walter Siti. quello dell’autofiction.

FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE «riflessi della realtà» per Capote. di Poetiche dell’irrealtà: l’immagine di un delitto può apparire «infinitamente più terribile della realizzazione di quello stesso delitto». nella «spettrale luminescenza» che ne sfrangia i contorni. pronti a «moltiplicarsi» senza fine. condannando ogni «evento» a rimanere «incompiuto». nel celeberrimo Romanzo delle stragi –. Conoscenza ipotetica. e l’ethos. la letteratura si rivolge. Il decisivo «mutamento del rapporto tra la realtà e la finzione» che. «fantasmi di fatti» per Sciascia. secondo Mazzarella. o spettri della mente. «trame estemporanee» per Ellroy – ipotesi interpretative fondate sull’«ordine delle possibilità». ma al di fuori». ha sottratto a chi prende parte a un evento il monopolio della testimonianza non implica – come vuole una lettura di Benjamin tanto vulgata quanto . e perciò più adatte «a decifrare la complessità del reale». ma imprimendogli proprio per questo una «dilatazione» che ne amplia la portata. C’è un frase di Antonin Artaud che condensa la tesi centrale. «verso l’alone fantasmatico che avvolge i fatti»: significato e (possibile) verità – per riprendere un’immagine di Cuore di tenebra – non stanno «all’interno del guscio come un gheriglio. chiamata a fare economia delle «prove» – lo ribadiva Pasolini. moltiplicando gli occhi tecnologici dei media.

J. l’«atrofia» del testimone oculare si può capovolgere in «potenziamento dell’ordine percettivo». e come ancora oggi temono. Fino a riscattare l’universo delle immagini da una secolare condanna (in proposito: W. favola e sogno. in una longue durée che giunge ora a compimento. Mitchel. Redacted. «un modello di gran lunga più sofisticato dell’esperienza ordinaria»: come in un film del 2007 di Brian De Palma. non tradisce condiscendenze con quell’ilare disimpegno che. e produrre. trent’anni fa.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE imprecisa – la fine tout court dell’esperienza. Donzelli 2004). euforici. la cui sovrapposizione finisce per «generare i fatti». cupi. Anzi. ma la sua rappresentazione attraverso una «pluralità di media». del riflesso. Davvero. dove protagonista non è la guerra in Iraq. «l’evento coincide pienamente con la propria immagine». Saggi di cultura visuale. Pictorial Turn. Se occorre richiamarsi a Derrida per . in un altro suo libro: La potenza del falso. In Mazzarella – questo è il punto – l’apologia dell’immagine. del fantasma (come quella di illusione. agli occhi di certo italico provincialismo. gli araldi di un ritorno al «realismo». Senza per questo apparire anestetizzato: come sognavano. è il marchio d’infamia di ogni impresa di decostruzione. i profeti postmoderni della de-realizzazione. :duepunti 2009).T.

senza «pregiudizi moralistici». per trasformarla «in un’incessante sequenza generativa di possibilità». ma anche sinistra . oggi. Non si tratta. che la finzione è «il perimetro entro il quale si snoda interamente la realtà». Come provano a fare Antonio Franchini nell’Abusivo. o Nanni Balestrini in Sandokan: libri sulla camorra che mirano a dar conto. cioè. al contrario. di «ingorghi conoscitivi» e «esperienze frantumate». esemplarmente incarnato. nella prigione di Abu Ghraib: documento sconvolgente dell’umiliazione delle vittime. letteratura e cinema suggeriscono di sottrarre «all’irrealtà il suo logoro statuto d’inesistenza». di ammettere.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE scalfire il mito del testimone – eroe e vittima: custode di inconfutabili verità e feticcio dell’età contemporanea. dal Saviano più mediatico – non è certo «per sottrarsi alla realtà. in primis l’aspirante fotografa Sabrina Harman. di sottoscrivere vacui vaticini sulla fine della storia o sulla dissoluzione della realtà. che trova la sua stessa ragion d’essere nel fatto di poter contare su «un numero imprecisato di spettatori». piuttosto per sondarne la trama impalabile». oltre la denuncia. O come risulta dall’analisi delle immagini scattate da soldati americani. insomma. Come mostra con lugubre evidenza ogni filmato di videoesecuzione – evento concepito come recita della crudeltà.

prodotto e infernale farmaco «della paura alla quale rimangono sospesi i carnefici» – che. prima di ogni giusta condanna. opera 45. un pudore etico. è pure nostra. è legittimo chiedersi se non convenga invocare. a . quand’anche «la manipolazione dell’immagine» diventi davvero «lo spazio privilegiato di produzione della realtà». Tuttavia. Eden. Mondadori 2006). © Mimmo Jodice. a inibire l’estetizzazione del dolore. con Susan Sontag (Davanti al dolore degli altri.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE messinscena teatrale.

La ricerca identitaria del protagonista di Austerlitz si smarrisce fra ombre e fantasmi. Figure del male nella narrativa di J. l’estrema degradazione fisica – tortura e assassinio. Esempi di un personale canone a prima vista eteroclito.M. Coetzee. Ets 2006). come invita a sospettare Coetzee nell’allegoria di Aspettando i barbari (in proposito: L. accomunati dalla rappresentazione di un rilkiano Nirgends. a dar forma al rimosso (la deportazione dei genitori). nondimeno denuncia il «paralizzante nichilismo» dei rituali di morte. in ogni rappresentazione non testimoniale della tortura non si annidi una sotterranea connivenza con il male. come nei film di Herzog e Lynch. e invece . Fiorella. e poi torna a vagliare ipotesi «più produttive» di impiego dell’immagine: nei romanzi di Sebald e Houellebecq. nel cortocircuito solo apparentemente documentario fra il testo e le immagini: che sembrano chiamate a illustrare il passato. e se. radicalmente.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE proteggere da sguardi indiscreti. o perfino morbosi. «spazio neutro nel quale le immagini perdono una precisa identità per offrirsi all’arbitraria manipolazione». Mazzarella mostra scetticismo nei confronti di schemi concettuali «ormai superati dal corso degli eventi».

in una vertiginosa trama di sdoppiamenti. Che un libro sulle Poetiche dell’irrealtà si concluda sull’analisi dell’universo labirintico di David Lynch. ma sono le pagine. Gli scrittori che rinunciano a cercarle. assegnando alla narrazione i confini angusti del proprio campo ottico . capaci di instaurare illimitate connessioni fra loro». del tutto convincenti. Per Houellebecq.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE riconfigurano. 2008): dove il trauma quasi indolore della modernizzazione – scandita da pubblicità e reminiscenze cinematografiche – si sostituisce a quello indicibile della Shoah. dove «l’osmosi naturale» di fatto e fantasma. Qualcosa di simile – l’ekphrasis fotografica ha ormai una sua tradizione – si può segnalare nella recente autofiction impersonale di Annie Ernaux (Les Années. la virtualità non cancella la realtà ordinaria. la dimensione straniante di una realtà «dilatata e fluida». non può stupire. nel raffinato illusionismo di Sebald. ma la scompone «in un fascio di connessioni invisibili. raggiunge i suoi esiti più virtuosistici. come per gli studiosi delle realtà virtuali che danno prova di maggiore rigore metodologico. sulla Possibilità di un’isola a riassumere la proposta teorica del libro.

Torna al menù . tradiscono secondo Mazzarella la più autentica vocazione conoscitiva della rappresentazione letteraria.FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE empirico.

00 UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Carlo Formenti Mainstream è un termine difficile da tradurre. pp. € 22. 440. senza residuare scarti né . corrente) principale (prevalente. Tuttavia Martel. e come il termine si possa ormai applicare a qualsiasi tipo di produzione culturale. giornalista e docente della International Business School di Parigi. Letteralmente significa flusso (tendenza. maggioritario) e viene utilizzato per connotare l’industria culturale di massa – la cultura popolare – in opposizione alle culture «di nicchia» e/o alla produzione artistica. spende più di quattrocento pagine per spiegare come queste contrapposizioni siano obsolete.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Frédéric Martel Mainstream – Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media traduzione di Matteo Schianchi Feltrinelli.

Eden. © Mimmo Jodice. . la lettura di Mainstream è stimolante e istruttiva. Se si riesce a superare l’irritazione per il plateale «americanismo» dell’autore. opera 37.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE alternative. nel corso di una ricerca durata cinque anni) e per il suo entusiasmo nei confronti della svolta «anti-intellettualista» della società e della cultura postmoderne. per l’empatia che esprime nei confronti dei boss dello show business globale (ne ha intervistati centinaia.

limitandosi a rastrellare i capitali necessari a finanziare i progetti. – ma l’analisi più interessante si riferisce all’evoluzione del modello hollywoodiano (che funziona da paradigma nei confronti di tutti gli altri). Le major di Hollywood hanno anticipato di decenni la transizione dal fordismo al postfordismo. organizzato come una vera e propria catena di montaggio: dalla stesura dello script alla proiezione nelle sale. registi e attori erano tutti stipendiati con contratti a lungo termine.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Il libro si occupa di tutti settori della produzione culturale – cinema. videogiochi ecc. musica. fumetti. a «dare semaforo verde» per la loro realizzazione. Fino al secondo dopoguerra. ovviamente. nonché. le case di produzione accentravano al proprio interno l’intero ciclo produttivo. news. Da quando le autorità antitrust ne smantellano le strutture verticali (a partire dal divieto di possedere catene di sale cinematografiche). produttori. le major avviano un radicale processo di ristrutturazione che le porta ad assumere l’attuale modello «a rete»: dietro i marchi si nascondono società finanziarie che «delegano» l’intero ciclo produttivo a migliaia di aziende specializzate – perlopiù molto piccole – nominalmente «indipendenti». tecnici. sceneggiatori. a mantenere il controllo del copyright sul prodotto finale e i suoi «derivati» (l’indotto di un film di . letteratura.

dove è da sempre visto come un traditore dello . sul piano economico. anteprime – materiali che gli consentono di formarsi un giudizio senza ricorrere all’expertise degli «addetti ai lavori». a condizione di non dimenticare che. preferisce assecondare il gusto del lettore offrendogli informazioni. In questa situazione. o «impegnati».UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE successo – gadget. interviste. che si estende progressivamente agli altri comparti dell’industria culturale. gossip. videogiochi ecc. parlare di «cinema indipendente» è pura mistificazione: l’aggettivo può valere se mai come etichetta estetica. rappresenta la base economica del trionfo della cultura mainstream nell’ultimo mezzo secolo. non solo per l’impossibilità di reggere il confronto sul piano delle disponibilità finanziarie e dell’innovazione tecnologica. Trionfo che sancisce il tramonto di ogni possibile alternativa europea al dominio americano. – «pesa» più degli incassi in sala). ma anche per la perdita di centralità del ruolo dell’intellettuale e del critico: la stampa mainstream non ama punti di vista netti. Questo modello. Il critico «all’europea» – già oggetto di indifferenza e scherno in America. il cosiddetto cinema indipendente non è altro che un «sottosettore» che permette alle major di sperimentare nuovi generi e linguaggi senza assumere rischi.

è un formidabile strumento di marketing. vuole elaborare autonomamente la propria opinione discutendo con i suoi compagni di tribù on-line. A radicalizzare ulteriormente tale tendenza contribuiscono i nuovi media: l’utente di internet non sopporta di sentirsi dire che cosa è bello o brutto. divertente o noioso dai soloni della cultura. già incalzata dalla pirateria digitale che ne minaccia i modelli di business? Niente paura. I nuovi media vengono così integrati nell’arsenale che mira a rafforzare l’egemonia globale americana attraverso inedite forme di soft power. Il fatto che le lobby della . rassicura Martel: internet è sulla buona strada per divenire a sua volta un medium mainstream. intelligente o stupido. Già. le tribù: non si era detto che il proliferare delle nicchie avrebbe messo in crisi la vecchia industria culturale. le major del cinema e del disco si sono rese conto che consentire al pubblico di partecipare attivamente alla costruzione di un repertorio condiviso di miti e immaginari. attraverso pratiche di manipolazione e scambio dei prodotti industriali. Dopo avere combattuto ferocemente la rete. nonché un’arma strategica per rafforzare ulteriormente la propria egemonia.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE spirito popolare e «democratico» della nazione – subisce ora lo stesso destino in un’Europa sedotta dai gusti d’oltreoceano.

Martel ci offre insomma un vero e proprio manifesto del neo imperialismo Usa che. la dice lunga sul peso che il settore sta assumendo nel sostenere i nuovi sogni imperiali. adattandoli ai rispettivi contesti regionali. politica e militare. Torna al menù . È vero che Martel descrive l’emergere di grossi poli concorrenziali a livello globale: a Bollywood. Per fortuna.UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Ict stiano infiltrando tutti i gangli vitali dell’amministrazione Obama – al cui trionfo elettorale hanno dato un contributo decisivo –. mentre i guru della rete fanno da consulenti alla signora Clinton. cerca di conservare lo scettro colonizzando il mondo con il proprio immaginario. in Cina. indebolito sul piano dell’egemonia economica. ma il nostro non sembra avere dubbi in merito al vincitore: per quanto agguerriti. in America Latina e perfino in Africa. come nel caso WikiLeaks!). questo disegno fa i conti senza l’oste che. dopo tutto. i concorrenti non riescono a fare altro che «clonare» i modelli culturali americani. sono la crisi globale e le contraddizioni di classe essa innesca: le masse non mangiano celluloide né bit. nel nostro caso. ispirandone le campagne per la libertà e la democrazia in rete (a meno che libertà e democrazia non minaccino gli interessi Usa.

He sups and walk back to his room. the moon blowing though black streets. In his spare time he is teaching himself the local language (Getic) in order to compose in it an epic poem no one will ever read. . He sits down at the table: people in exile write so many letters. Now Ovid is weeping. Each night about this time he puts on sadness like a garment and goes on writing.L’INTRUSO: SU OVIDIO L’INTRUSO: SU OVIDIO di Anne Carson a cura di Antonella Anedda On Ovid I see him there on a night like this but cool. The radio is on the floor. Its luminous green dial blares softly.

Il suo luminoso disco verde stride sommessamente.L’INTRUSO: SU OVIDIO Su Ovidio Lo vedo laggiù in una notte come questa ma fresca. Si siede al tavolo. con la luna che soffia attraverso strade nere. Ora Ovidio sta piangendo. la gente in esilio scrive così tante lettere. La radio è sul pavimento. Cena e torna nella sua stanza a piedi. Ogni notte a quest’ora indossa la sua tristezza come un abito e continua a scrivere. . Nel tempo libero insegna a se stesso la lingua locale (dei Geti) provando a comporre un poema epico che nessuno leggerà mai.

Indossa i panni della tristezza. È un poeta senza pubblico. penso a Economy of the unlost. Publio Ovidio Nasone viene condannato alla relegatio da Ottaviano Augusto. Come ogni esule Ovidio scrive lettere che non riceveranno risposta. Esattamente come in altre opere. le invocazioni inascoltate. La destinazione è Tomi. il dolore di chi bandito dal proprio linguaggio (band in sanscrito significa parola) vive in un luogo senza verso di cui non riconosce né suoni né odori.L’INTRUSO: SU OVIDIO Nell’8 d. anche qui Anne Carson disloca il tempo e lo trasporta nel nostro spazio spesso inserendo un dettaglio spiazzante come in questo caso la radio. come le . prefigurate nelle Metamorfosi da Filomela. sul mar Nero. progettando di scrivere.C. Piange. in quella lingua che non padroneggia. senza interlocutori. Si è trasformato. passa il tempo insegnando a se stesso una lingua straniera. Chi legge On Ovid punta il riflettore sull’inutilità. Sesto dei trentuno Short talks contenuti in Plainwater (1995). On Ovid è l’istantanea di ogni esilio. un poema. vittima dalla lingua mozzata che ricama lo scelus della violenza sulla tela. la solitudine. Durante l’esilio che non verrà mai revocato Ovidio scrive le undici elegie Tristia. mangia nella sua stanza. con Simonide trasportato nel XX secolo di Paul Celan. Rientra di notte. le cose tristi.

Ovidio condivide il destino dei rifugiati: senza riparo. esposto come un’isola. . gli stessi rivelati da Puškin nell’epistola A Ovidio del 1823. Sono gli effetti del potere sulla vita quotidiana.L’INTRUSO: SU OVIDIO schiave di Achille. esposti. gli stessi vissuti da Osip Mandel’štam che sente il proprio destino talmente vicino a quello di Ovidio da intitolare Tristia la sua seconda raccolta poetica. Riceve una continua lezione di amarezza. «A refugee population». affamati. L’esule non arriva a decifrare completamente i codici di chi lo accoglie e lo respinge. L’inaspettato respira tra le linee di questo componimento. and aware that anything can happen». rende attuale il passato mostrando l’eternità di una condizione instabile. aveva scritto Anne Carson in Autobiography of Red. lo respinge e lo accoglie. L’Ovidio di Carson allora vola sui secoli e sui nomi. «is hungry for language. squadrato come una gabbia. Vive in questo dondolio.

. opera 39.L’INTRUSO: SU OVIDIO Eden. © Mimmo Jodice.

Plainwater. Fragments of Sappho) Carson concepisce la traduzione come una prova ininterrotta e «sempre mancata». uno dei pochi capaci di sfidare le convenzioni dei generi in testi slittanti tra poesia. The economy of the unlost e nel 2010 Nox. custode della memoria del fratello morto. autrice di importanti versioni da testi classici (Grief lessons. geniale rilettura della poesia di Saffo e culmina nella rilettura-svisceramento del carme 101 di Catullo nel recente Nox scatola notturna e sarcofago. spesso in dialogo con altre arti. come recentemente. Irony and God. In Italia sono stati tradotti Autobiografia del rosso (Bompiani 2000) e Antropologia dell’acqua (Donzelli 2009). Un percorso che inizia con il libro di esordio (Eros the bittersweet).Decreation. Glass. Tra i numerosi volumi ricordiamo Autobiography of Red. Eros the bittersweet. Torna al menù . Grecista. Four Plays by Euripides e If not Winter. la danza e il collage. saggio e racconto.L’INTRUSO: SU OVIDIO La canadese Anne Carson (1950) è uno dei più importanti autori contemporanei.

Libri/Le classifiche di qualità Libri/Le classifiche di qualità Pordenonelegge-Stephen Dedalus: i risultati di giugno 2011 Narrativa Punti 1. Effigie. 22 6. Luigi Grazioli. e/o. 23 5. A nome tuo. Einaudi. 65 2. Settanta acrilico trenta lana. Elisabeth. Giacomo Sartori. . Dai cancelli d’acciaio. Mauro Covacich. 36 3. Gabriele Frasca. Adelphi. Tempesta. Guido Ceronetti. Viola Di Grado. In un amore felice. Einaudi. 24 4. Paolo Sortino. 18 7. Sossella.

Laura Pugno. 4. Pozzanghere. 10. Mondadori. Sellerio. transeuropa. Racconti con figure. 6. Antonio Tabucchi. . 14 13 12 10 Punti 61 24 23 22 21 20 Poesia 1. Garzanti. 5. I cani dello Chott el-Jerid. Eugenio De Signoribus. Andrea Raos. Gabriel Del Sarto. L’asso nella neve. Trinità dell’esodo. Gaffi. Orbita clandestina. Arcipelago.Libri/Le classifiche di qualità Cielo nero. Filippo Strumia. 7. Mondadori. Carlo Carabba. Canti dell’abbandono. Anna Maria Carpi. Transeuropa. Sul vuoto. 3. 8. 2. Sergio Nelli. Ternitti. Einaudi. Einaudi. 9. Mario Desiati.

Libri/Le classifiche di qualità La mente paesaggio. Doppio ritratto di Franco Lucentini. 32 2. Patrizia Cavalli. 15 10. Einaudi 25 4. Prove tecniche di resurrezione. Goffredo Fofi. La patria. 14 Saggi Punti 1. Donzelli. Zone grigie. Quel Marcel! Frammenti della biografia di Proust. Uno. Laterza. nottetempo. 18 8. Carla Benedetti. Mario Lavagetto. 15 6. Incontri Editrice. 15 8. Massimo Zamboni. :duepunti 27 3. L’elastico emotivo. 16 6. Alfonso Berardinelli. Marsilio. Azzurra D’Agostino. Domenico Scarpa. Donzelli. Disumane lettere. 21 5. . Non incoraggiate il romanzo. Transeuropa. Giulio Perrone. Andrea Gibellini. D’aria sottile. Arturo Mazzarella.

Il memoriale della Repubblica. 8. Sublime madre nostra. Alberto Arbasino. Alberto Mario Banti. Bollati Boringhieri. La bellezza nonostante. Hotel a zero stelle. Tommaso Pincio. Paolo Di Stefano. La camera verde. Laterza. Donzelli. Transeuropa. La catastròfa. La velocità del buio. 2. Laterza 9. Quando Kubrick inventò la fantascienza. Zona. Altre Scritture 1. Einaudi. Andrea Inglese. 3. Adelphi. Giorgio Fontana. Sellerio. Miguel Gotor. 4. Alessandro Portelli. 9. Fabio Geda.Libri/Le classifiche di qualità Politiche dell’irrealtà. 5. 9. 15 14 12 12 12 Punti 64 54 24 17 16 . America amore. America profonda.

Di conseguenza sono esclusi i libri. Einaudi. Dalmas-M. Cortellessa-D. per la sezione Poesia. Le sostanze. Alberto Casadei. G. L’infinito mélo. Bruno Mondadori. Transeuropa. Di Gesù-S. 8. Un eremo non è un guscio di lumaca. In altre forme. Ave Mary. Scarpa. 8. e consente altresì a singoli Lettori di escludere i propri libri dalle votazioni. Cattedrali. Vanità della mente. per i Saggi. Massimo Gezzi. 8. 15 11 10 10 10 Il regolamento delle Classifiche prevede l’esclusione delle opere pubblicate dai coordinatori e dal segretario delle Classifiche. Poetiche della creatività. Flavio Santi ha escluso i suoi .Libri/Le classifiche di qualità 6. Gianni Celati. Einaudi. Alberto Casadei. Garzanti. nonché dei responsabili di Pordenonelegge. :duepunti edizioni. Maria Grazia Calandrone. Alfano-A. Sossella 7. Luca Doninelli. Quodlibet. Mondadori. Michela Murgia. Adriana Zarri. Dove siamo?. Gian Mario Villalta. Jossa-D. Atelier. Conversazioni del vento volatore.

Torna al menù . Friuli on the road. Laterza. Socrates. e Il Tai e l’arte di girovagare in motocicletta. Lucky.Libri/Le classifiche di qualità Aspetta primavera.

scrivono infatti che. la lingua è il nucleo della vita dei sordi americani. «non c’è espressione più autentica di un gruppo etnico del suo linguaggio». bensì un tratto del carattere. se non un vantaggio. e Ulf Hedberg. Gli autori del volume. politicamente e culturalmente. Ma il recente The People of the Eye va oltre. Ora. la razza o la classe. […] A mano a mano che il .SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Maria Teresa Carbone Etnie Da decenni gli attivisti sordi sostengono che la sordità non è un difetto. sostenendo che i sordi costituiscono un’etnia che deve essere riconosciuta in quanto tale. Richard C. Pillard. La caratteristica primaria che distingue la sordità dalle altre condizioni classificate come disabilità è che la sordità è una questione di comunicazione. Harlan Lane. sebbene l’identità sorda non si basi sulla religione.

lo stesso fa. un ambulatorio su strada al 98 di Thompson Street a SoHo. (Siddhartha Mukherjee. attraverso il contatto con opere . Simon & Schuster 2011) Medicina Il progetto più recente di Melamid è il ministero dell’Arte terapeutica. perfino – si potrebbe dire – a una nuova way of life. i sordi sono stati in grado di comunicare meglio tra loro. in un modo piuttosto perverso. dove le persone vengono ricevute su appuntamento e sono curate. (Stefany Anne Golberg. Can You See Me Now? Welcome to DeafWorld. «The Smart Set». la cellula tumorale. 23 maggio 2011) Immortalità Se noi aspiriamo all’immortalità. The Emperor of All Maladies.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ linguaggio americano dei segni (Asl) si è sviluppato. e questo ha dato vita a una cultura sorda.

le sindromi premestruali e l’iperplasia prostatica benigna. Come funzioni il processo terapeutico non è del tutto chiaro. La sovraesposizione è pericolosa. afferma Melamid. bisogna stare molto attenti. Can a Picasso Cure You?. ma coinvolge delle particelle invisibili denominate creatoni. (Melamid ama la terminologia medica perché. «sono ovunque. stimolano le funzioni corporali. 24 maggio 2011) . Ma quando si va in un museo. dice. come prendere troppe medicine. (Charles McGrath. tra i quali – stando a quanto è scritto sui manifesti appesi alle pareti – la bulimia nervosa. aiutano a vivere meglio e liberano dalle impurità. l’angioedema e l’orticaria.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ d’arte. L’arte va presa con moderazione. Se vengono usati come si deve. per una quantità di disturbi fisici e psicologici. gli ricorda la critica d’arte). con l’aiuto di uno specialista in grado di prescrivere il giusto dosaggio». «New York Times». e penetrano nel corpo umano. «I creatoni».

dell’economia e delle scienze sociali. alla purificazione delle acque. offre «un nuovo modo di valutare la nostra ricchezza nazionale». ha detto Lord Selborne. «Financial Times». Nature worth billions. says environment audit. presidente dell’associazione governativa Living with Environmental Change. È quanto emerge dalla prima valutazione finanziaria sistematica dell’ambiente. 02 giugno 2011) . il National Ecosystem Assessment. Condotto da cinquecento esperti nel campo dell’ecologia. (Clive Cookson.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Natura La natura fornisce all’economia britannica servizi gratuiti per un valore di decine di miliardi l’anno. da luoghi e paesaggi ricreativi alla fertilizzazione dei terreni.

opera 21. La parola bore (noia) non compare nel dizionario di Samuel . Noia La lettura più enfaticamente storicista della noia la considera come uno degli effetti collaterali della modernità. © Mimmo Jodice.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Eden.

Fino ad allora la noia non era un vero problema: carestie e guerre avevano reso la vita decisamente troppo eccitante. Verso la fine del XVIII secolo si erano insomma create le condizioni per un nuovo tipo di infelicità. (Full Bore. «Inside Higher Ed». senza una chiara provenienza etimologica. La tempistica del suo arrivo non è casuale. Questo coincide. 08 giugno 2011) . pronti a ricordare che la vita di una persona può essere ben più interessante di quanto (ahimè) solitamente sia. recensione di Scott McLemee a Boredom: A Lively History di Peter Toohey. Yale University Press 2011.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Johnson del 1755 e sembra entrare nella lingua inglese alla fine degli anni Sessanta del Settecento. che richiedeva di essere definita con una nuova parola. La possibilità della noia emerge solo quando la gente ha la sicurezza e l’agio di lamentarsi che sicurezza e agio non sono tutto. ed è rafforzato dal mercato in rapida espansione dei romanzi.

Al tempo stesso. (Incidentalmente. (Anna Louie Sussman. 26 maggio 2011) Università Possiamo apparire miti. i capelli radi e le barbe curate. ndr). ma non siamo null’altro che killer . anche lo stupro di personale d’albergo da parte di ospiti ricchi e potenti non è da considerarsi inevitabile). «the Atlantic». noi docenti a contratto. la violenza sessuale nei conflitti «ha luogo in ogni regione del mondo. con i nostri occhiali e le nostre giacche di velluto a coste.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Stupro Come ha rilevato la Nobel Women’s Initiative (un convegno di attiviste e accademiche che si è tenuto a Montebello in Canada tra il 23 e il 25 maggio. un numero crescente di ricerche dimostra che la violenza sessuale in un conflitto non è affatto inevitabile. Is Rape Inevitable in War. e da conflitto a conflitto». anche se le ragioni per il suo uso variano da regione a regione. un dato che conferma la necessità imperativa di combattere contro questo uso.

il lavoro logorante e doloroso di insegnare e di giudicare gli impreparati che nella maggior parte dei casi non sanno nemmeno di esserlo. (Professor X.SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ accademici. Siamo pagati dall’università per fare il lavoro sporco. Confessions of an Accidental Academic. In the Basement of the Ivory Tower. quello che nessun altro vuole fare. Viking 2011) Torna al menù .

di chi riconosce al mondo le sue necessità. di ciò che era vero. anche crudeli.mirafiori 27-38 mirafiori 27-38 Gherardo Bortolotti 27. e guardavamo al . come intrecci secondari in cui la merce era innocente. in visita presso il reale. le fattispecie del capitale. ritrovavamo al mattino il senso delle nostre giornate. presso le notizie di cronaca. alcuni accettavano di assistere alle cose dal punto di vista di chi non ha ragione. Nel corso delle giornate. Sentivamo. Non capivamo fino in fondo perché eppure eravamo in vita. Seguivamo le vicende delle nostre settimane come storie di un’età parallela. Come tracce di una civiltà scomparsa. il peso di ciò che era in corso. dei mesi a venire. sulle rivolte tunisine. 28. i suoi bisogni. nel petto. mentre ascoltavamo in radio gli editoriali sull’accordo a Mirafiori. le immagini infinite.

29. più simile all’umore di foglie in decomposizione. con l’impegno di chi ha riconosciuto nell’acquisto gli indizi di un complotto più vasto. quasi avendo il sospetto di un finale diverso. «Non è il segno di niente che valga» diceva bgmole alle schiene degli altri clienti. per recriminare il fatto. e ne usciva una materia incolore. si aprivano in lui come faglie sul fondo dell’oceano. quasi astratti nella . 30. di una strategia impersonale. nelle file alla cassa che frequentava con l’assiduità di un dilettante. Le opinioni.mirafiori 27-38 futuro dalla cucina. terriccio. sottile ma di ampio respiro. e prendevamo ossessivamente la parola per sollevare eccezioni. come le gesta furiose dei signori del Pil e delle transazioni. l’Occidente dopo la globalizzazione. come epidemie di mali incurabili. carte abbandonate ai lati del viale. il valore che avevamo sacrificato nelle ore che precedevano il sonno. mentre proliferavano i debiti pubblici. per alzare la mano nella scenografia vuota che era l’inizio del secolo. le speculazioni finanziarie ci colmavano di orrore e meraviglia. gli equivoci quotidiani. il detto. E ammettevamo che c’era il margine per indignarsi. seduti di fronte al televisore acceso. aliena.

il lavoro ci attendeva e il dolore. spastici. di silenzi. . gesti involontari. di particolari irrilevanti. gli stadi di ciò che eravamo scivolavano via. di storie manipolate e incomprensibili in cui smarrivamo qualcosa. nei livelli successivi del tempo che passa. le giornate convocavano come testimoni i passanti o le telecamere della sicurezza per certificare la nostra frantumazione. spesso. di pulviscolo inerte. abitudini d’acquisto. Del resto i tempi ci avevano cambiato e. che non avremmo mai colmato. 31. nelle migliaia di trame. Ci inoltravamo nel futuro come in un fluido densissimo. di pause di fronte al distributore del caffè. Lasciavamo. Dopo il sonno. 32. e chi ci stava accanto distava di tutti i livelli di assenza di umano.mirafiori 27-38 catastrofe povera dei suoi segni. di aria e luce. la prova che eravamo qualcuno. Nelle ore d’ufficio. lasciando che le correnti di ciò che avveniva sfibrassero la nostra presenza. le vestigia di sguardi distratti. il dissiparsi della nostra persona in sistemi di opinioni. scendendo nel volume del giorno trascorso sempre più stilizzati.

sogni a occhi aperti.mirafiori 27-38 33. in quel che rimaneva di domini leggendari di tempo libero. dai tramonti. vasto come l’orizzonte e di cui abitavamo le propaggini segnate dai quartieri di nuova costruzione. avevamo spesso l’intuizione di un grande progetto in espansione. sui tetti dei centri commerciali. sperando che lo conducessero in regioni del vero che precedevano il denaro. inclinazioni personali che un giorno lo avrebbero premiato. il caffè alla mattina. inconcepibile. le ragioni delle piccole e medie imprese celavano con malizia. La notte. quasi fosse un organo metafisico innestato nel suo corpo. nascosto in qualche punto cieco della giornata. bgmole seguiva con lo sguardo i battiscopa dei corridoi. la cui amputazione era inaudita. una concrezione di tessuti astratti che si radica nella vita che l’accoglie. era steso incosciente nel buio. intimo al sonno. scostandosi ogni volta che lui si voltava. accolto . Dai parcheggi. alieno. dalle estati suburbane. il grande concetto di umano e lo stato dell’arte del capitale. rivelando la vera trama degli eventi che consumava. la storia autentica che le notizie di cronaca. alle mani. 34. qualcosa che riguardava noi. Il suo impiego gli stava alle spalle. esplorava gli angoli in penombra delle sue stanze. Risuonava un’eco nella cavità delle cose.

in bicicletta. nelle prospettive future che si curvavano oltre il cielo primaverile. come un fronte anticiclonico spostava i suoi enormi volumi di atmosfera. di qualcosa di feroce che allignava tra le vicende del prezzo del greggio. verso punti di fuga inattingibili e impronunciabili. intanto. Contribuivamo alla costituzione del giorno d’oggi. . in alto. del mercato e dei programmi di prima serata. che ci riempivano gli occhi di visioni di democrazie perfette.mirafiori 27-38 dal coro dei suoi mobili. 35. vegliato dalle fattispecie più prossime dell’economia mondiale che. Ma ci accompagnava soprattutto il senso di qualche cosa di ingiusto. dai complementi d’arredo. all’importanza dell’opinione pubblica e perdevamo il segno del nostro avanzare nelle immagini dei marchi industriali. di redditi garantiti. nei quartieri da cui partivamo la domenica mattina. dietro i negozi e gli altri edifici della distribuzione al dettaglio che venivano ospiti nelle nostre giornate. le sue correnti disumane lontano da lì. Ridevamo sullo sfondo della morte. e ci inoltravamo nel gratis della vita.

agli amici. si vedevano. 37. alla maleducazione dei vicini di casa e alle morali che donavamo ai nostri figli. E a volte si presentava qualcuno e ci diceva: «Ecco. da ricordare in un commento on-line. in silenzio. Tornavamo a pensare a Mirafiori. le sue scenografie vuote successive. da riferire a qualcuno. 38. Torna al menù . questa è la ragione economica delle cose» e noi annuivamo. legati ai nostri amori. Sentivamo una fragile intimità con il vero. dalle sale dei piani inferiori. colmi di un senso di umano che dilagava ovunque. come se sapessimo di cosa parlasse. sullo sfondo del cielo. Ma il lavoro ci privava della vista. L’edificio del libero mercato aveva muri e soffitti trasparenti e. Era «lavoro» che non riuscivamo a pronunciare e aspettavamo che i pomeriggi più profondi eccedessero le forme del salario. contro ogni ragione.mirafiori 27-38 36. Sigillava l’ennesimo patto che ci obbligava a fissare per terra i nostri passi da cavie sentimentali. i capitali immensi degli ultimissimi piani.

Sommario Sommario Gianluca Ranzi Mimmo Jodice Marco Belpoliti UN UOMO CHE SCRIVE Andrea Inglese e Andrea Raos NUOVE ANTOLOGIE. VECCHI CRITERI Niva Lorenzini L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Davide Dalmas MENO GENIO. PER FAVORE! .

PERSONA DA ROMANZO Stefano Gallerani IL CINEMA CHE NON SI VEDE .Sommario Laura Barile RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Cecilia Bello Minciacchi IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA Rossana Campo CAPITAN FICTION. LICENZA DI UCCIDERE Conversazione fra Gisèle Sapiro e Valentina Parlato RESPONSABILITÀ E IMPEGNO di Paolo Morelli – immagini di Luciana Martucci SANGRITUDINE Guido Barbieri JOHN ADAMS.

Sommario Fabiana Proietti CELATI. VIA COL VENTO Pierluigi Pellini FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Carlo Formenti UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE di Anne Carson a cura di Antonella Anedda L’INTRUSO: SU OVIDIO Libri/Le classifiche di qualità Maria Teresa Carbone SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ Gherardo Bortolotti mirafiori 27-38 .

PERSONA DA ROMANZO Laura Barile RIFLESSIONI A BASSA VOCE SUL TRADURRE Marco Belpoliti UN UOMO CHE SCRIVE . VECCHI CRITERI Conversazione fra Gisèle Sapiro e Valentina Parlato RESPONSABILITÀ E IMPEGNO Libri/Le classifiche di qualità Guido Barbieri JOHN ADAMS.Autori Autori Andrea Inglese e Andrea Raos NUOVE ANTOLOGIE.

Autori Gherardo Bortolotti mirafiori 27-38 Rossana Campo CAPITAN FICTION. PER FAVORE! Carlo Formenti UN MANIFESTO DEL NUOVO TRIBALISMO DIGITALE Stefano Gallerani IL CINEMA CHE NON SI VEDE . LICENZA DI UCCIDERE Maria Teresa Carbone SEMAFORO: ETNIE-UNIVERSITÀ di Anne Carson a cura di Antonella Anedda L’INTRUSO: SU OVIDIO Davide Dalmas MENO GENIO.

VIA COL VENTO Gianluca Ranzi Mimmo Jodice .Autori Niva Lorenzini L’ISTANTE DELLA RECIPROCITÀ Cecilia Bello Minciacchi IL PARADOSSO DELLA CONSEGNA di Paolo Morelli – immagini di Luciana Martucci SANGRITUDINE Pierluigi Pellini FANTASMI DEI FATTI ED ESPERIENZE FRANTUMATE Fabiana Proietti CELATI.

Autori recensiti Autori recensiti John Adams Hallelujah Junction – Autobiografia di un compositore americano Carmelo Bene Contro il cinema Raymond Carver Principianti Gianni Celati Cinema all’aperto – Tre documentari e un libro Conversazioni del vento volatore Franco Fortini Lezioni sulla traduzione .

124 sogni Un uomo che dorme Antonio Prete All’ombra dell’altra lingua .Per una poetica della traduzione .Autori recensiti Gabriele Frasca Dai cancelli d’acciaio Frédéric Martel Mainstream – Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media Arturo Mazzarella Politiche dell’irrealtà – Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib Georges Perec Le cose La bottega oscura.

Autori recensiti Jacqueline Risset Il tempo dell’istante. Poesie scelte 1985-2010 A cura di Fabio Scotto Nuovi poeti francesi Carol Sklenicka Raymond Carver – Una vita da scrittore .

Per una poetica della traduzione . Poesie scelte 1985-2010 Franco Fortini Lezioni sulla traduzione Antonio Prete All’ombra dell’altra lingua . 124 sogni Un uomo che dorme A cura di Fabio Scotto Nuovi poeti francesi Jacqueline Risset Il tempo dell’istante.Libri recensiti Libri recensiti Georges Perec Le cose La bottega oscura.

Libri recensiti Gabriele Frasca Dai cancelli d’acciaio Carol Sklenicka Raymond Carver Raymond Carver – Una vita da scrittore Principianti John Adams Hallelujah Junction – Autobiografia di un compositore americano Carmelo Bene Contro il cinema Gianni Celati Gianni Celati Cinema all’aperto – Tre documentari e un libro Conversazioni del vento volatore Arturo Mazzarella Politiche dell’irrealtà – Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib .

Libri recensiti Frédéric Martel Mainstream – Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media .

crediti alfalibri . Maria Teresa Carbone Segreteria Erica Lese Progetto grafico Fayçal Zaouali .crediti Coordinamento redazionale Andrea Cortellessa.alfalibri .