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MICROPULP

RIVISTA LETTERARIA AMATORIALE E GRATUITA ANNO I/N°5 – SETTEMBRE 2011

Racconti di: Luca Ducceschi, Roberto Guarnieri, Marco Migliori, Sebastiano Natalicchio, Riccardo Gazzaniga, Alfredo Mogavero, Andrea Piras, Luca Filippi, Alessandro Manzetti, Raffaele Serafini LA RUBRICA: Fun Cool! Un racconto in una frase UNO SGUARDO NELL’ORRORE: Giovanni Lombardo Radice

Microeditoriale
Cari aficionados, concludiamo questo mese la pubblicazione del racconto lungo di Luca Ducceschi (se vi siete persi il numero scorso, potete scaricarvi l’ebook). Restiamo ovviamente in attesa delle vostre opinioni, soprattutto riguardo all’eventualità di pubblicare altre storie “a puntate”. Per il resto, torna a far da padrona sulle nostre pagine la narrativa brevissima, con una doppia selezione. Oltre al consueto appuntamento con la rubrica Fun Cool!, curata da gelo stellato, pubblichiamo i racconti che si sono classificati sul podio dell’ultima edizione (la settima) del concorso “Horror T-Shirt”, organizzato dal sito Scheletri.com. Racconti di massimo 100 parole, il più delle volte ben più incisivi di opere molto più lunghe. Abbiamo poi un paio di novità. Intanto il debutto su queste pagine dell’amico Riccardo Gazzaniga, talentuoso Autore di cui pubblicheremo altri racconti sui prossimi numeri. La seconda è l’introduzione di uno spazio di approfondimento giornalistico curato da Fabrizio Carollo, che inizia intervistando Giovanni Lombardo Radice. Fateci sapere cosa ne pensate di questa piccola innovazione. Per il resto, vi lascio al sole di settembre, al caotico rientro dopo le (si spera) rilassanti vacanze, e, soprattutto, alle nostre storie che vi aspettano tra queste pagine…

SOMMARIO
E credo sarà una notte lunga e scura P. 3 Speciale Horror T-Shirt 11 Not-turno 12 Rubrica: Fun Cool! 15 Uno sguardo nell’orrore 16 Code 19 Editor e Direttore (ir)Responsabile: Vincenzo Barone Lumaga. Redazione: Raffaele Serafini, Fabrizio Carollo, Gianluigi Manzo. Hanno contribuito: Luca Ducceschi, Roberto Guarnieri, Marco Migliori, Sebastiano Natalicchio, Riccardo Gazzaniga, Alfredo Mogavero, Andrea Piras, Luca Filippi, Alessandro Manzetti, Raffaele Serafini, Fabrizio Carollo. La nostra pagina ufficiale: http://www.facebook.com/micropulp Per inviare racconti o illustrazioni da pubblicare, e per ogni informazione che desiderate avere su Micropulp, scrivete a: micropulp@hotmail.it Ove un vostro racconto venga ritenuto meritevole di pubblicazione, potrà esservi chiesto di apportare modifiche o revisioni all’opera, di concerto con l’editor, in un clima (si spera) di sereno e cordiale confronto d’opinioni. Al momento non possiamo dare alcun compenso per il contributo offerto, se non la nostra eterna gratitudine. Micropulp è distribuito gratuitamente in forma cartacea presso: Associazione Culturale Tunnèl (Napoli, Vico Lazzi a S. Chiara); Associazione Nati 2 volte ( Torre del Greco, Via G. Marconi, 32); Libreria Tuttoscuola ( Torre del Greco, Via G. Marconi, 13); Associazione Culturale Liberrincipit (Via Samunelli n. 10, Barletta). È inoltre scaricabile in formato e-book dal link apposito sulla pagina ufficiale, nonché nella sezione e-book del sito www.scheletri.com.

E credo sara’ una notte lunga e scura Di Luca Ducceschi (parte seconda)
4. Due o tre giorni, secondo quello che era il tempo in quel luogo, passarono nel giro di un’oretta. Non erano state aperte altre birre né fumate altre canne né dette altre parole. Ognuno era immerso nei propri pensieri. Wolfman fece un altro tentativo con la radio. While the sun is bright or in the darkest night… Niente di nuovo. Rinunciò subito e fece tacere la voce di Mick Jagger. Se non altro qui ascoltano buona musica. «Ho voglia di una sigaretta», disse a un certo punto Fran, quasi parlando a sé stessa. Sapeva che le uniche due sigarette a bordo erano state usate dalla sorella per lo spinello. Kirsten non le rispose, e nemmeno Wolfman. «Siamo in tre», commentò Kirsten dopo qualche minuto fissando quel sole rosso pompelmo che tramontava per l’ennesima volta «eppure niente cellulari né fumatori abituali. Davvero strano». Nessuno disse nulla. Il tempo passava. L’unico suono era il rombo nervoso del motore costantemente su di giri, costretto da Kirsten a tenere una bassa andatura. A Wolfman ricordò un purosangue ansioso di liberare le redini per lanciarsi in una corsa sfrenata. Poi Kirsten frenò, stavolta senza accostare né segnalarlo con le frecce di posizione. «Merda», disse. «Che succede?», chiese Wolfman. Lei non rispose e prese a frugare nel suo zainetto che teneva a terra accanto

al sedile, tra lei e la sorella. Wolfman ci si era seduto sopra saltando nel furgone per fuggire al ragno. Quanto tempo era passato? Meno di due ore, ma sembravano intere settimane. Forse erano vere entrambe le cose. Fran sghignazzò. «Questo, sorellona, nei film non accade mai». «Fottiti», le rispose acida Kirsten. Aveva in mano un assorbente, e Wolfman capì. «Da adesso guidi tu, prof», gli disse prima di scendere. «Siediti davanti e non spiarmi mentre mi cambio. Ma guardatevi intorno che non arrivi qualcosa…» Lui arrossì come un bambino. Si mise al volante. Qualcosa, aveva detto la ragazza. Non qualcuno. Ancora una volta il professore dovette darle ragione. Mentre regolava la posizione degli specchietti retrovisori intuì senza volerlo un movimento di Kirsten, e distolse subito lo sguardo. Fran non si accorse di nulla. E’ la prima volta che vedo una donna intenta a cambiarsi l’assorbente, pensò Wolfman. La cosa riuscì a strappargli un mezzo sorriso. Questa è proprio la giornata delle grandi novità. Evviva. Poi Kirsten salì dal portellone laterale e si sdraiò a terra. Fuori era ancora buio. «Ho sonno», annunciò. «E sono stanca, non sto bene». «Possiamo fare una pausa per dormire», propose Wolfman. «Qualcuno di noi deve sempre rimanere sveglio», disse Kirsten. «Al buio qualunque cosa potrebbe avvicinarsi sino a pochi metri. Questa luna non fa luce». «Facciamo a turno», rispose Fran. «E teniamo accesi i fari del furgone».

«No», spiegò Wolfman «non possiamo sprecare la batteria». «Giusto prof», convenne Kirsten. «E non sarebbe saggio segnalare la nostra posizione». «Inculatevi», rispose Fran risentita. «Sei tu a non avere più il buchino intatto», le disse Kirsten, fredda e tagliente come una lama nella schiena. «Quindi taci. Non fare la donna adulta soltanto quando c’è da scopare». Wolfman avvampò per l’imbarazzo. Era abituato alle adolescenti in età critica, ma tanta volgarità, e soprattutto tra sorelle, lo colpì. «Ingoiati il tuo mestruo», ribattè Fran in un tono che indicava che, per lei la, discussione doveva chiudersi lì. «E vaffanculo». Qualcosa nello stomaco del professore prese di nuovo ad agitarsi. «Fate il cazzo che volete», disse Kirsten sistemandosi in posizione fetale sul pavimento e usando un borsone come cuscino. Chiuse gli occhi. «Io devo dormire». Ormai albeggiava. «Dormi anche tu se vuoi», disse Wolfman a Fran. «Tanto non ho sonno. Col buio terrò gli occhi aperti il doppio». Fran non disse nulla ma abbassò lo schienale del sedile e si voltò verso di lui, poi chiuse gli occhi. «Grazie prof», udì Wolfman dopo alcuni secondi «e stà in guardia». Lui non rispose. Aveva intenzione di usare quel tempo per riflettere, ma non riuscì a pensare a niente se non all’immediato futuro. E in fondo era tutto quello che gli era dato di fare. Sarebbero andati avanti ancora per un po’. Non molto. Non avrebbero trovato nulla di diverso, in cuor suo lo sapeva. Quindi avrebbero fatto marcia indietro e sarebbero tornati alla sua

auto. Alla carcassa della sua auto, anzi. A quel punto nel furgone ci sarebbe stato molto gasolio in meno. Poi avrebbero cercato di recuperare il telefonino. Ragno o non ragno, Kirsten aveva probabilmente ragione: non sarebbe stato difficile. Bastava essere agili, rapidi e risoluti. Infine, una volta ottenuto il cellulare, avrebbero telefonato a… Qui scelse di smettere di pensare. Preferiva non porsi la domanda. La testa e la vescica cominciavano a fargli male. Regalo delle tre birre. Scese dal furgone cercando di fare meno rumore possibile. L’aria era fresca e pulita, il silenzio assoluto. Pisciò sul prato, rimanendo però con i piedi sull’asfalto. Chissà perché, non se la sentiva di toccare quell’erba aliena. O sono io l’alieno? Si domandò tirando su la lampo. Forse gli faceva schifo perché è dall’erba che era arrivato il ragno all’inizio di tutto. Tornò a bordo mentre faceva buio. Nessuna delle due ragazze si era mossa. Dormivano profondamente, o così pareva. Incrociò le braccia dietro la testa e chiuse gli occhi. Solo per un attimo, si ripromise, per rilassarmi. Tanto non dormirò. Nello spazio nessuno può sentirmi russare. Sognò di andare al cinema in compagnia di Kirsten, a vedere Alien di Ridley Scott. Lei continuava a dire parolacce. Non ricordò nulla del sogno. Fu svegliato da una piacevole sensazione tra le gambe. O forse si trattava ancora di un sogno? Aprì gli occhi. Era Fran, china su di lui, che... La ragazza alzò gli occhi e lo fissò. Lo sguardo di lei nella penombra, malato e lascivo, gli si appiccicò sul volto e gli disse ZITTO. Wolfman era paralizzato, intorpidito. Lo sguardo di lei era lo stesso sguardo del ragno. Fuori era

buio. Kirsten, dietro, aveva cominciato a russare. Un suono sgradevole e disturbante. Lui dovette dominarsi per non mugolare. Sbadigliò. Un dolore intenso gli attraversò la spina dorsale. Fran era... E’ implacabile. E’ il ragno. Questo dolore alla schiena è il ragno che mi ha punto. Mi ha morso. Mi… Un brivido gli percorse tutto il corpo e l’uomo liberò un grido strozzato. Emerse del tutto dal dormiveglia. «Brutto coglione, ti sei addormentato!», gli stava urlando Fran. Kirsten si svegliò di soprassalto. «Tranquilla, ragazzina», ribattè Wolfman confuso e imbarazzato. Aveva il fiato grosso «avevo soltanto chiuso gli occhi un attimo…» L’episodio, sogno o realtà che fosse, si chiuse lì. Perché ancora una volta fu Kirsten a prendere il comando. «Poco importa», disse con la voce impastata dal breve sonno. «Ripartiamo. Rimani sui venti all’ora. Se tra un po’ non troviamo niente, facciamo marcia indietro. Ma una volta arrivati dal ragno, se c’è ancora, guido io». Wolfman fu lieto di obbedirle. Gli servì a distrarsi. Non riuscì nemmeno a guardare Fran. Né a dirle grazie o vaffanculo. Lei rimase in silenzio a sorridere tra sé e sé. O almeno così sembrava al professore: perché ancora non era in grado di stabilire se quel che pensava fosse accaduto davvero. «Sai cosa mi ricorda tutto questo?», disse Fran alla sorella dopo qualche minuto «Quel documentario che abbiamo visto alla TV via cavo qualche mese fa…» Kirsten annuì.

«Hai ragione. L’albergo in un’altra dimensione. Mi sembra fosse quello il titolo». «Di che si tratta?», chiese Wolfman, incuriosito.

"Il mio primo libro di narrativa "Lettere da lontano" (1998), era una raccolta di racconti che trasmetteva un'immagine tranquillizzante della vita in provincia. "Cattive storie di provincia" è il lato oscuro di quelle storie, perché si compone di tredici racconti neri venati di crudo realismo per dimostrare che non esistono isole felici"

Cattive storie di provincia
Di Gordiano Lupi Ed.: A.CAR (Collana Brividi & Emozioni) Euro 15,00 «E’ una vicenda del 1979 o giù di lì», rispose Kirsten. «Il documentario di cui ha parlato Fran riprendeva un servizio della televisione britannica che ai tempi

si era occupata a lungo della vicenda. Ti racconto la storia per come me la ricordo: due coppie inglesi, non ricordo i nomi, erano in viaggio attraverso la Francia per raggiungere la Spagna, dove intendevano trascorrere le vacanze. Lasciarono l’autostrada. Cercando un luogo dove passare la notte, imboccarono una strada al cui inizio si trovava un manifesto di un cinema…» «Un circo», intervenne Fran. «Hanno parlato di un circo». «Hai ragione», ammise Kirsten. «Un circo. Dettaglio importante. Fatto sta che dopo un po’ trovarono un albergo che li potesse ospitare. L'ambiente aveva qualcosa di particolare, dissero, non solo per la mancanza di ascensori o telefoni. In ogni caso cenarono e passarono una notte piacevole, tutti e quattro nella medesima camera, spaziosa ma dotata a loro dire di tubature vecchie e antiquate. La mattina seguente, dopo un'abbondante colazione, decisero di ripartire. Il conto era davvero irrisorio, pochissimi Franchi. Spiccioli. Segnalarono l'errore al direttore il quale, controllata la ricevuta, sostenne che era tutto corretto. Chiesero ad alcuni gendarmi presenti nell'albergo, e che indossavano una strana uniforme, delle informazioni per raggiungere l'autostrada. Quelli sembravano non capire cosa gli fosse chiesto e suggerirono una vecchia strada di campagna. Ma alla fine, controllando sulle cartine, i turisti individuarono una via più rapida e diretta rispetto a quella proposta. Trascorse le due settimane in Spagna e dovendo transitare nuovamente in Francia, decisero di fermarsi nuovamente in quel particolare ma convenientissimo albergo. Individuarono la strada e addirittura il manifesto del circo che aveva attirato l'attenzione all'inizio di tutta la vicenda… Ma

dell'albergo nessuna traccia. Scomparso. Dopo aver percorso diverse volte il tratto di strada si arresero e, sconcertati, trascorsero la notte in un motel a Lione, spendendo quasi 300 Franchi…» «E’ una storia ridicola», commentò Wolfman. «In effetti», rispose Kirsten con un certo sarcasmo «quegli inglesi non hanno parlato di ragni giganti. Chissà quanti devono essercene in Francia…» Wolfman non rispose. «In seguito hanno cercato riscontri a quanto vissuto», aggiunse la ragazza. «Per esempio le fotografie scattate all’interno dell’albergo misterioso non erano presenti, anche se la perforazione del rullino appariva danneggiata proprio a metà, dove si sarebbero dovute trovare tali scatti. Quasi che la macchina fotografica avesse cercato di riavvolgere la pellicola. Fecero altre ricerche. Scoprirono che le uniformi indossate dai gendarmi incontrati risalivano a un periodo precedente al 1905. E anche sotto ipnosi il racconto dei protagonisti non cambiò…» Seguirono momenti di intenso silenzio. «Non so che dire», disse poi Wolfman, laconico. Pensò per un attimo di riprovare con la radio ma lasciò perdere. «Neppure io», convenne Kirsten «E penso che a questo punto l’inquadratura dovrebbe spostarsi su altri sventurati come noi, se ce ne sono in questo mondo…» Nessuno le rispose. 5. L’ispettore Franz Anton Reisberg, della polizia criminale di Dortmund, era nella stanza da letto dei genitori di Kirsten e

Fran. Con lui c’erano una mezza dozzina di agenti della scientifica e il medico legale.

In questo libro c’è il Diavolo
Di Luca Ducceschi Editore: Montag -Pagine: 180 Prezzo: € 14.00
ISBN: 889679336X ISBN-13: 788896793367

«Sono morti da meno di tre ore», spiegò quest’ultimo all’ispettore. «Almeno quaranta coltellate. I colpi sembrano essere stati inferti dalla stessa mano. Deve averli colti nel sonno». Reisberg non disse nulla. Il suo sguardo non riusciva a staccarsi dal colore delle lenzuola, rosso vermiglio. Del bianco originale non era rimasto nulla. Così come nulla era rimasto dei colori del pigiama di quel pover’uomo e della camicia da notte della moglie. Nessun segno di lotta. Nessun segno di scasso. Dai primi riscontri non mancavano oggetti di valore dalla casa. Mancano

solo le due figlie, le loro quattro cose e il furgone. Un rapido giro per la villetta. Una famiglia tranquilla, ordinata. Le stanze delle due ragazze. La prima era ricavata nella mansarda. Era uno spazio angusto e aveva le parete coperte da locandine di quelli che sembravano vecchi film horror: Reisberg non era un intenditore del genere ma non gli era difficile intuirlo. Titoli assurdi. Immagini violente. VENERDI’ 13. NON APRITE QUELLA PORTA. AI CONFINI DELLA REALTA’. LE COLLINE HANNO GLI OCCHI. Una fotografia di Che Guevara. Un’altra, senza nome, che ritraeva quel cantante americano che si era sparato a Seattle qualche anno prima. Biondo, spettinato, capelli unti, aria stanca. La seconda cameretta sembrava invece la casa delle bambole. Un tripudio di colore rosa confetto e morbidi peluches, a decine. I poster alle pareti ritraevano attori famosi o giovani cantanti che ballavano seminudi. «Cristo», fu l’unica cosa che per un po’ disse l’ispettore. A volte era particolarmente difficile trovare la chiave di lettura per spiegare la ragioni di un delitto. Ma in quel caso, lo sentiva, sarebbe stato anche peggio. E’ uno di quei giorni, considerò, in cui rimpiango di non essere un commesso viaggiatore. O un insegnante. 6. Fran si fece dare una birra dalla sorella. Wolfman ne chiese un sorso, e lei gli passò la lattina in silenzio. «Cerca di non addormentarti al volante, prof», lo ammonì Kirsten. «Non preoccuparti». Fran ruttò.

«Ci sarei anch’io a preoccuparmi», gli disse, quasi sottintendendo qualcosa. «O ti sei forse dimenticato che esisto?» Sfiorò con la mano la coscia di lui. Wolfman la ignorò. Quella ragazzina era soltanto carne flaccida e pantaloni orribili inzaccherati di vomito. Decisamente poco altro. «Non preoccuparti», si limitò a risponderle il professore. «Sono in grado di contare fino a tre. Pertanto so quanti siamo». Lei non rispose e si prese il viso tra le mani. Non stava piangendo. O se piangeva, lo faceva in silenzio. Continuavano ad avanzare sui venti, trenta all’ora. La striscia d’asfalto proseguiva immutata tagliando in due quell’immenso prato verde. Il fondo stradale era liscio e scuro come se fosse appena stato inaugurato. Probabile fosse così. Poi Wolfman scorse qualcosa davanti a sé. Qualcosa di piccolo e rosso. Rise sotto i baffi mettendolo sotto la ruota sinistra. Era l’assorbente usato di Kirsten, l’unico segno di vita che avessero incontrato in quel mondo. In un certo senso era anche una conferma: le regole, in qualche modo, erano rimaste le stesse. Se c’era l’assorbente doveva esserci anche il cellulare. E naturalmente anche il ragno. Sospirò, e controllò l’indicatore del carburante. La lancetta, china verso sinistra, gli ricordava sempre più il sole che tramontava. Si tuffarono nell’oscurità e accelerò un pò. Né Kirsten né Fran dissero nulla. Capivano di essere quasi alla resa dei conti. Wolfman strinse forte il volante, e accelerò sino a ottanta chilometri orari. Adesso toccava a lui. Aveva il dovere di salvare sé stesso e quelle povere ragazze. Trascorsero in fretta alcuni giorni secondo il nuovo funzionamento

del tempo, e oltre un lieve dosso apparve finalmente la carcassa dell’auto. Albeggiava. Frenò e spense il motore. Kirsten osservò il sole. «E’ un buon segno». «Ti aspetti un finale epico?», le domandò Fran. «Non so». «Il ragno non c’è», disse Wolfman. «E nemmeno il terrapieno da cui l’ho visto scendere. Guardate: c’è solo prato pianeggiante come un tavolo da biliardo. Lo vedremmo arrivare. Possiamo fare con calma». Anche se questo significa che non tutte le regole sono immutate, pensò, ma lo tenne per sé. E che magari il cellulare ha fatto la fine del terrapieno. Purtroppo con gli assorbenti non si può telefonare. La portiera destra dell’auto sventrata era saltata via. Ciò rendeva le cose un po’ più semplici. «Rimango io al volante», disse Wolfman a Kirsten. «Accosto, metto in folle, salto giù e afferro la mia borsa, sperando ci sia ancora. Poi andiamo avanti di qualche chilometro». «Non sappiamo cosa c’è dopo», disse Fran. «Ma sappiamo cosa non c’è prima», rispose Kirsten. «Ha ragione il prof. Andremo avanti». Questa ragazza ha sempre sognato di pronunciare una battuta del genere, pensò Wolfman, ne sono certo. In breve furono accanto alla Civic. Tutto era tranquillo, e il sole ancora abbastanza alto. Dal posto di guida Wolfman poteva vedere la sua borsa sul sedile devastato. Era lì, a poco più di un metro. Accese la radio.

When you change with every new day… still I’m gonna miss you… «Se va male e crepo», spiegò alle ragazze «voglio che sia con della buona musica in sottofondo...» E la buona musica non mancò, ma Wolfman non morì. Scendere, recuperare la borsa e tornare sul furgone fu questione di pochi secondi. Fu accolto da grida di giubilo delle ragazze. Kirsten, da dietro, l’abbracciò e gli diede un bacio sulla guancia. Fran aprì subito la borsa per cercare il telefonino. «Cristo!» esclamò. Wolfman, che mentre Kirsten lo baciava era ripartito sgommando, inchiodò. «Che succede?» Fran gli passò in silenzio il telefonino. Era acceso ma il display doveva essere danneggiato perché non vi leggeva nulla. Brillava di una vivida luce verde, come era normale che fosse, ma lo schermo non mostrava niente: niente nome della compagnia telefonica, niente tacche di carica della batteria, niente indicatore di segnale, niente data e ora. Niente che appartenesse al mondo da cui era venuto. Soltanto tutto quel verde. La cara Kirsten penserà ai Tommyknockers di Stephen King, considerò Wolfman. L’idea riuscì quasi a farlo sorridere. Forse anche disperarsi, ormai, non serviva più. Spense la radio. E provò lo stesso a schiacciare un tasto del cellulare. Ci fu il regolare BIP. «Penso che funzioni- annunciò alle ragazze. In realtà non ci credeva veramente -Non resta che provare…» Kirsten e la sorella ripresero speranza e gli si strinsero intorno.

Con le dita che gli tremavano Wolfman cominciò a comporre un numero di tre cifre… 7. DALLA “WOLFSBURGERES ZEITUNG” DI DOMANI La giornata dell’orrore è cominciata poco dopo le sette di ieri mattina quando, sull’autostrada A41, poco oltre lo svincolo di Neubarth, sono stati ritrovati due veicoli abbandonati in mezzo alla carreggiata: un’autovettura e un furgoncino entrambi in perfette condizioni e con il motore ancora caldo. Il tratto di strada in questione era pressochè deserto e nessuno, secondo quanto sinora appurato, avrebbe visto gli occupanti scendere e allontanarsi. L’auto, una Honda Civic, è risultata appartenere a Tobias Wolfman, docente di lettere al liceo Adenauer di Wolfsburg, che percorreva abitualmente quel tratto di autostrada per recarsi al lavoro dove però ieri non è mai arrivato. Wolfman, trentasette anni e scapolo, è secondo quanto dichiarato da Karl Samsa, preside della scuola, “persona di solida e irreprensibile reputazione, con una grande passione per il proprio lavoro e che ha saputo costruire negli anni uno splendido rapporto con i propri studenti, rapporto fondato su un reciproco rispetto spesso non facile da ottenere da parte dei ragazzi. E’ un uomo, oltre che un insegnante, degno della massima stima”. Ma Tobias Wolfman sembra essere sparito nel nulla, così come chi si trovava a bordo del secondo mezzo, un Fiat Ducato rosso, risultato intestato a Kirsten Hauptman, una ventenne di Neubarth: ma non è purtroppo questo il lato più drammatico della vicenda. E’ stata la polizia stradale, recatasi a casa

Hauptman proprio per fare luce su quanto accaduto, a scoprire il massacro dei coniugi Franz e Johanna uccisi nel proprio letto da quarantasette colpi di coltello da cucina poi ritrovato nel giardino dell’abitazione. Risulta al momento irreperibile anche l’altra figlia, F., di sedici anni, che secondo alcune testimonianze attualmente al vaglio degli inquirenti sarebbe stata vista allontanarsi all’alba a bordo del furgone insieme alla sorella. L’ispettore Reisberg della polizia criminale di Dortmund ha dichiarato che in base alle prove sinora raccolte - “inconfutabili e schiaccianti” secondo una fonte interna del commissariato - le indiziate principali sarebbero proprio le due ragazze e che… 8. TRE ANNI DOPO L’ispettore Reisberg era seduto alla scrivania del suo ufficio. Stava terminando di redigere un rapporto sull’ennesimo arresto di giovani autonomi tedeschi fiancheggiatori dei terroristi islamici, e non vedeva l’ora che la giornata finisse. Da Berlino giungevano notizie di nuove barricate. C’era stato bisogno dell’aiuto degli Americani per liberare il quartiere del Kreuzberg. No, non liberare. Ripulire. Andava sempre peggio. Ormai aveva quasi dimenticato il vecchio caso irrisolto della triplice scomparsa Wolfman-Hauptman e relativa strage famigliare: il Governo aveva dato mandato alle forze dell’ordine di sparare a vista sui cortei quando gli slogan di anarchici e dissidenti diventavano dichiarazioni d’intenti contro il sistema civile occidentale, ed erano insorte ben altre priorità per un funzionario della squadra criminale. E

quegli stupidi giovani non stavano quasi mai zitti, purtroppo per loro. Altro che sparizioni e omicidi. Eppure su quel bizzarro e orribile episodio l’ispettore si soffermava di tanto in tanto, a volte prima di addormentarsi dopo aver fatto l’amore con sua moglie. Pensava a come sarebbe risvegliarsi e scoprire di essere morti, e tutti coperti di sangue. Un giovane agente entrò senza bussare. Sembrava allo stesso tempo imbarazzato ma anche eccitato. Reisberg alzò gli occhi dal rapporto. Era stanco, davvero stanco. «Ispettore», disse il ragazzo con voce incerta «c’è un certo Tobias Wolfman al telefono. Dice di essere un insegnante. E che…» ***
Il racconto che io preferisco è sempre stato quello in cui le cose avvengono perché avvengono e basta. Nei romanzi e nelle opere cinematografiche (...) si è tenuti a spiegare il perché degli avvenimenti. (...) Nei racconti brevi, ci sono casi in cui all’autore è ancora concesso di dire: - È successo questo. Non chiedetemi perché. (Stephen King)

http://nuke.luca-ducceschi.it/

concorso TI racconti del concorso Horror T-Shirt 2011
In principio era il verbo Di Roberto Guarnieri
“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.” “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” Il sacerdote si volta e apre il tabernacolo. La zampa, nera e umida, lo afferra alla gola e lo trascina dentro. Il corpo si comprime nella piccola apertura, schizza grasso e sangue sin quando non rimangono che gambe scalcianti e un urlo strozzato. Lo sportellino di legno dorato si chiude di colpo con un risucchio. Lucifero rutta e freme soddisfatto. Adora la carne a mezzogiorno.

L’abbraccio Di Sebastiano Natalicchio
Morti che camminano, corpi senz’anima. Sono centinaia. Ormai ci hanno circondato. «Papà, farà male?» Ho visto cosa succede quando ti prendono. Ti sbranano come bestie affamate. E poi diventi come loro. «No, figlia mia. Non ti accorgerai di nulla» Il momento è arrivato. La bacio. Sulle labbra mi resta il sapore salato delle sue lacrime. L’abbraccio con tutte le forze, e stringo finché non la sento più piangere. Stringo finché il suo cuore non batte più. Un groviglio di mani si chiude su di me, come artigli sulla preda. Il mio ultimo pensiero è un addio. Torniamo a parlare del sito Scheletri.com in quanto si è da poco conclusa la settima edizione del concorso “Horror T-Shirt, per racconti di massimo 100 parole. Così chiamato perché il vincitore assoluto come da regola vince una T-Shirt con sopra stampato il suo racconto. Pubblichiamo in questa pagina i tre racconti degli autori che si sono qualificati in un ideale podio, ovvero nell’ordine Roberto Guarnieri primo assoluto, e poi ex aequo Marco Migliori e Sebastiano Natalicchio. Per leggere gli altri andate su Scheletri.com, e se vi va… ordinate la vostra T-Shirt!

Mucchio d’ossa Di Marco Migliori
«Cosa ne pensi?» «Il pranzo del mostro delle caverne». Stefano rise. Lo ignorai. «Questo doveva essere un luogo sacro. Scendevano qui per seppellire i morti. Probabilmente troveremo cumuli di ossa anche nelle altre gallerie». «Certo: le cene, le colazioni, le merende...» «Quanti scheletri saranno? Vedo cinque crani, ma le mascelle sono il doppio e i femori almeno venti. E tutti quegli ossicini...» «A proposito di pranzo, penso che...» Stefano si bloccò. Stava guardando alle mie spalle. Mi girai. Le ossa non erano il pranzo del mostro. Erano un suo antenato. Uno solo.

Not – turno Di Riccardo Gazzaniga
La sveglia fece irruzione nell’oscurità della stanza. Massimo pensò di muoversi per spegnerla, ma sua moglie si allungò sopra di lui, anticipandolo. «Che palle», mormorò Alessandra nella penombra, la voce ancora impastata. Lui mugolò qualcosa di incomprensibile, stringendola. Le baciò una spalla. Poi il collo, poi un orecchio. Lei emise un lieve sospiro. «Amore, fai il bravo», sussurrò Alessandra al marito che le si strofinava contro. «Lo sai che non c’è abbastanza tempo». Massimo le baciò una guancia. «Vorrei che non fosse così». Rimasero accoccolati per un altro paio di minuti fino a quando lei non abbandonò il caldo abbraccio del marito e delle coperte. «Coraggio», disse per farsi forza, poi si diresse a tentoni verso il bagno. La casa era avvolta dal buio nonostante le serrande aperte. Erano le ventitré e trenta. La donna aprì il rubinetto dell’acqua calda al massimo. Poi si spogliò e si infilò sotto la doccia sperando che le togliesse di dosso un po’ di torpore. Quando dovevano fare il turno di notte - dall'una alle settecercavano di dormire durante la serata. Il casino era che ti svegliavi più morto che vivo. La notte era fatta per dormire, non per lavorare, merda. Per fortuna quella sera lei e Massimo sarebbero usciti insieme. Alessandra emerse dalla nebbia del bagno quando mancavano venti minuti a mezzanotte. Massimo aveva preparato il caffè, la seconda arma segreta contro le notti di lavoro.

«Ecco qui tesoro», fece dolcemente, riempiendo due tazzine sul tavolo della cucina. Lei gli sorrise. «Grazie», disse, e lo sfiorò all’altezza del sedere. Bevvero insieme. «Allora siamo d’accordo, ti mando il solito Sms tre minuti prima del sonnellino», disse lei, più seria. «Sì, certo. Come l’altra volta». «Bravo. Ma tu fai attenzione, amore mio». Nella voce le si era insinuato un accenno di preoccupazione, anche se Massimo era capace e scrupoloso, sul lavoro. Non avrebbe lasciato nulla al caso. «Come sempre. Non ti preoccupare» la rassicurò il marito. Poi si alzò, andò nell’ingresso, prese un mazzo di chiavi e tornò in cucina. Qui spostò un piccolo calendario cinese appeso accanto alla finestra e infilò una chiave in una fessura del muro. Uno sportello di cemento si aprì, rivelando l’interno di una cassaforte. Massimo tirò fuori le due pistole: una semiautomatica della Beretta per lui e un revolver americano per Alessandra. Le mise sul tavolo con noncuranza, mentre sua moglie andava a vestirsi in camera. Lui la seguì dopo mezzo minuto, lasciando le armi in cucina. Risistemarono velocemente il letto parlando di Emilia e Mario, una coppia di amici che avevano rotto appena una settimana prima. Erano entrambi distrutti e si sfogavano telefonando alternativamente lì a casa loro. Ognuno riversava le colpe della separazione sull’altro. Un disastro. «Sbrigati, è ora che andiamo», lo esortò Alessandra, tornando in cucina. Raggiunse la tavola con le armi e infilò il revolver nella fondina di pelle alla cintura. Porse la Beretta a Massimo che

la piazzò direttamente nei pantaloni come un rapinatore dei film poliziotteschi. Gli piaceva darsi quell’aria da bandito ogni tanto, ma aveva una faccia troppo pulita per essere credibile. Insieme si avviarono alla porta. Prima di uscire Massimo prese lo zainetto che portava sempre al lavoro. Dentro c’era anche un libro, per i tempi morti. Era mezzanotte e venticinque quando la Golf grigia di Massimo Martinelli arrivò davanti alla centrale operativa dell’istituto di vigilanza: Alessandra lavorava lì, in sala radio. Era quasi in ritardo, considerato che doveva ancora indossare la divisa. Si diedero un bacio più appassionato degli altri e poi si salutarono. «Ci sentiamo più tardi», gli sussurrò piano lei. «Aspetto che mi chiami tu», rispose Massimo, poi osservò la moglie scendere e allontanarsi. La sua bellezza era pari solo alla sua intelligenza. Quanto l’amava. L'uomo riavviò la macchina. Era diretto dalle parti della Questura dove aveva appuntamento con i suoi colleghi. Anche lui era un po’ ritardo, ma pazienza. La notte sembrava tranquilla. *** Massimo entrò nella gioielleria alle due e venti del mattino, impugnando la pistola nella mano destra. La vetrata era in frantumi e dentro lo aspettava solo il buio. Camminò rapido sui cocci di vetro che scricchiolarono sotto gli anfibi. La luce rossa dell’allarme lampeggiava in un angolo: l’avvisatore acustico era stato ridotto al silenzio strappandolo direttamente dalla sua sede.

Nero tropicale
Cinque storie cubane
Di Gordiano Lupi Prezzo: € 11.00
Conoscitore della realtà cubana per motivi familiari, Gordiano Lupi riesce a ricreare in questi cinque racconti - di cui uno assai lungo, tanto da potersi assimilare a un romanzo breve (Nella coda del caimano) - un'atmosfera caraibica densa di tensione e di mistero, dove la religiosità e l'esoterismo si fondono in una sorta di modus vivendi proprio di queste popolazioni di origini africane, per le quali il culto dell'animismo non è mai cessato, pur essendo state convertite al cristianesimo. Le varie vicende, pertanto, sono tutte caratterizzate dalla presenza del soprannaturale che è alla base delle stesse e nell'ambito del quale vengono trovate le soluzioni di morti violente apparentemente inspiegabili. In un ambiente, ben descritto, di degrado morale e materiale causato dalla dittatura castrista, spesso il ricorso a entità di un altro mondo rappresenta l'unica via di fuga possibile dalla dura realtà quotidiana.

Massimo si voltò, fissando Alberto con un cenno d'intesa. Si conoscevano da sei anni, ma lavoravano insieme da quattro. Alberto era un bravo ragazzo, uno con le palle sotto. Il telefonino di Massimo vibrò, silenzioso. Lo prese con la mano libera, tenendo ben stretta la pistola nell’altra. Guardò lo schermo: il messaggio di Alessandra. “È ora di dormire, buonanotte” scriveva. *** Massimo e Alberto risalirono sull’auto. Antonello, alla guida, l’aveva tenuta accesa mentre li aspettava. Ripartirono sgommando. Massimo, seduto davanti, guardò il cronometro. Un minuto e cinquantotto: avevano un discreto margine di sicurezza. La macchina volò per un chilometro nella

città deserta ignorando semafori rossi e precedenze. «Ok Nello, rallenta pure adesso», ordinò Massimo all’autista. Poi sbuffò e si tolse i guanti di pelle. Prese il telefonino dalla tasca della giacca. “Buonanotte a te, amore” scrisse con la tastiera del cellulare. Nella macchina i tre colleghi non parlavano, ma erano soddisfatti: avevano lavorato bene. Pochi attimi e giunse il sibilo di una sirena: una volante della Polizia sfrecciò in direzione opposta alla loro, ululando nella notte. Dal momento in cui la radio dell’istituto di vigilanza trasmetteva l’allarme alla Questura passavano dai due ai tre minuti perché arrivasse la prima pattuglia. Alessandra era riuscita a far guadagnare loro una trentina di secondi, ritardando il più possibile la comunicazione. Brava Ale. Brava. L’auto svoltò in una viuzza poco illuminata e Antonello accostò al marciapiede, poi spense la macchina. I tre uomini scesero. Massimo gettò passamontagna e mazze nella spazzatura. Il bottino lo portava a casa Alberto per smerciarlo entro un paio di giorni. Le armi, invece, le avrebbe tenute addosso lui. Difficile che qualcuno lo fermasse per un controllo, con quell’aria da bravo ragazzo. I tre rapinatori si salutarono velocemente e si divisero, allontanandosi a piedi nell’umida notte di Settembre.

Fun Cool! La sfida per i partecipanti è raccontare una storia intrigante che inizi e si concluda in una singola frase (senza punti che inframmezzino la storia). Pubblichiamo pescando un po’ di perle degli autori che hanno partecipato nel corso delle sei edizioni di questa interessante iniziativa letteraria, un concorso che sorprendentemente a ogni suo appuntamento vede la partecipazione di una nutrita schiera di web writers…

Puttane in PEER2PEER Di Alfredo Mogavero
La mulatta si dimenava nel mio letto invitandomi a possederla, gemeva e si accarezzava tirando fuori la lingua, ma il download si era bloccato al 98% e io proprio non riuscii a eccitarmi guardando la scritta "ATTENDERE PREGO" che le lampeggiava in mezzo alle gambe al posto della passera.

FIDEL CASTRO Biografia non autorizzata
di Gordiano Lupi
A.Car (Milano, 2011) Pag. 250 – Euro 15,00 http://www.ibs.it/code/9788864900179/lupigordiano/fidel-castro-biografia-non.html

FUN COOL!
Un racconto in una frase
A cura di gelostellato Raffaele Serafini (gelostellato sul web), scrittore di narrativa di genere, blogger poliedrico, critico letterario, organizza a intervalli random sul suo blog http://ilblogdigelo.blogspot.com/, “il concorso più figo del web”, ovvero il

Scambi d'esistenza Di Andrea Piras
Da quando è riapparso dal muro, lo zio non respira più: cammina, mangia, a volte sembra quasi che muova gli occhi; a noi sta bene così.

Fratricidio di Luca Filippi

Odiava quel ticchettio, innaturale sdoppiamento, costante monito della presenza dell´Altro, colui che lo opprimeva e gli sottraeva linfa vitale; perciò avviluppò e ritorse il cordone, con pervicacia e senza esitazioni, fino a che lo sdoppiamento cessò e rimase un unico battito, il suo: un solo embrione, in paziente attesa della luce del Sole. http://lavibrazionenera.blogspot.com/

e pulp. Il primo a prestarsi cortesemente alle domande di Fabrizio è l’attore, sceneggiatore e regista Giovanni Lombardo Radice, noto tra l’altro per aver lavorato con registi “cult” del pulp e dell’horror italiano come Deodato e Margheriti.

Incontro con Giovanni Lombardo Radice

Terrore blu Di Alessandro Manzetti
Due enormi vermi blu litigano per ingoiare la stessa preda, l’anima entrata prima di me, uno succhia la testa, l’altro tira e mastica le gambe: è il mio primo giorno all’inferno e sono terrorizzato, mi sono rimaste solo tre sigarette.
http://www.alessandromanzetti.it/

F.C. : Johnny è un grande piacere averti come ospite e non ti nascondo che sono emozionatissimo! Guardando i tuoi film, non avrei mai e poi mai pensato un giorno di conoscerti e di poter addirittura intervistarti! G.L.R.: Ciao Fabrizio. Il piacere è tutto mio! La tua rubrica è proprio una bella idea e quello che la rende speciale è dettato dalla genuinità del suo creatore. È purtroppo una caratteristica molto rara, al giorno d’oggi.

Uno sguardo nell’orrore
Conversazioni con artisti dell’incubo artisti
A cura di Fabrizio Carollo
Inauguriamo a partire da questo numero una nuova rubrica curata dall’amico Fabrizio Carollo, di approfondimento culturale nel campo dell’orrore e del fantastico oltre che letterario anche cinematografico e artistico, attraverso interviste a scrittori, registi, artisti in qualche modo legati all’estetica orrorifica

F.C.: Una domanda per mettere a tuo agio te e soprattutto me! È stato un tuo desiderio entrare a far parte del mondo dello spettacolo oppure è capitato per caso? G.L.R.: Assolutamente. Era mia ferma volontà, anche se ho iniziato come ballerino. Purtroppo, il destino si è messo in mezzo e mentre studiavo in Olanda mi sono fatto male alla schiena ed ho dovuto

abbandonare la danza. Successivamente, essendo molto attratto anche dal palcoscenico, ho iniziato con il teatro, mentre l’incontro con il cinema è stato più casuale. L’allora suocera di Ruggero Deodato mi ha notato e mi ha fatto la fatidica domanda: “Le interesserebbe fare cinema?”. Io ho accettato di buon grado anche perché ero senza una lira in tasca; il teatro mi depauperava. Deodato stava realizzando il cast de “La casa sperduta nel parco” e da lì è iniziato tutto. F.C.: A proposito di questo, ti saresti mai aspettato che i film a cui hai partecipato in quegli anni, realizzati a basso budget ed usciti al cinema in Italia, molto marginalmente ed in periodi morti della stagione per sole due o tre settimane, divenissero, con il tempo, veri e propri cult? G.L.R.: Ma nella maniera più assoluta! Non mi sarei aspettato nulla del genere, anche perché tieni presente che erano appena apparse le videocassette e tutto il resto (DVD, Internet) era fantascienza. Ero convinto che quelle pellicole sarebbero state presto dimenticate. È stata una grossa e piacevole sorpresa. F.C.: A quale ruolo interpretato ti senti più legato, sia cinematograficamente che teatralmente? G.L.R.: Due, in particolare: il personaggio di Charlie in Cannibal Apocalypse di Margheriti (regista che ricordo con affetto e molto rispettoso degli attori); davvero un bel personaggio, pieno di sfaccettature. Non posso inoltre dimenticare Ricky de “La casa sperduta nel parco” anche perché, oltre ad essere un bel

personaggio, è stato il mio primo ruolo. Se parliamo di teatro, sono noto soprattutto per ruoli comici. F.C.: E secondo te è più difficile far ridere o spaventare? G.L.R.: Far ridere è in parte un tipo di talento che hai oppure no, oltre a essere una scienza, ma posso riassumere il tutto dicendo che per far ridere bisogna essere intelligenti mentre per spaventare e per ruoli drammatici si può essere bravi anche essendo completamente idioti. F.C.: Una tua opinione sui tagli alla cultura e sulla crisi del settore, senza voler per forza andare sulla politica. G.L.R.: I tagli alla cultura sono una cosa gravissima, specialmente per un paese come il nostro che di quello vive e sto parlando non solo di cinema ma anche siti archeologici, musei, ecc. è chiaro che deve esserci una volontà politica che tuteli questi tesori e spero che in futuro le cose possano migliorare.

ciò è molto frustrante. Personalmente, mi considero un traduttore nel senso più ampio della parola: traduco moltissimo nel teatro. Mi considero anche traduttore nella regia perché un regista traduce la parola scritta dell’autore e traduttore anche nella recitazione perché l’attore traduce in carne, ossa, sangue ed emozioni il personaggio creato sulla carta. Mi considero quindi anche un tramite. F.C.: Cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere una carriera nel teatro o nel cinema? G.L.R.: Anzitutto, fare una buona scuola che non è così facile come sembra e non è nemmeno detto che quelle più famose siano anche le migliori. Inoltre, avere molta pazienza ed un altro asso nella manica, come è stata la fisioterapia per me. Se fai solo l’attore può essere durissima; rischi di stare seduto ad aspettare che squilli il telefono e di vederti crescere le edere addosso! Per quello che riguarda il cinema, il mio consiglio è: imparate bene l’inglese, fate la valigia e JATAVENNE! F.C.:Progetti futuri? G.L.R.: Il bel progetto di realizzare, assieme a Deodato e David (Hess) il seguito della Casa sperduta nel parco, che speriamo possa concretizzarsi! A giorni partirò per l’Inghilterra, dove girerò “The Reverend”, storia di vampiri che ha un prologo in cui Dio e il Diavolo si giocano l’anima del protagonista. Rutger Hauer fa il Diavolo ed io faccio...Dio! Capisci che era un ruolo che non potevo assolutamente rifiutare, ahahah! Poi, un film sulla vita di Charles Manson. Parecchia carne al fuoco, comunque.

Tuttavia, non credo che la crisi dipenda solo dai tagli ma anche e soprattutto dalla circoscrizione del mercato italiano, parlando di cinema e televisione: tutto quello che viene fatto in Italia, difficilmente esce dall’Italia a parte grosse produzioni europee girate in inglese come quelle che anch’io ho fatto. Ciò limita in modo terrificante il mercato. Credo inoltre sia inutile sprecare risorse per combattere la pirateria multimediale, che non è un fenomeno assolutamente arginabile F.C.: Attore, sceneggiatore, traduttore di testi, regista. Quale di queste attività ti definisce di più ed a cui non rinunceresti mai? G.L.R.: Leviamo subito sceneggiatore, a cui mi hanno fatto rinunciare dopo venticinque anni di onorata carriera, nel 2001 a causa di funzionari dementi, editor e prevaricazioni varie, facendomi tra l’altro passare un periodo economicamente nero. Oggi, lo sceneggiatore è ormai una serva e nemmeno tanto di lusso: si limita a fare quello che gli viene detto di fare e tutto

Code Di Raffaele Serafini
Avete presente quando vi pare di vedere un’auto nello specchietto retrovisore, con la coda dell’occhio? Poi succede che guardate meglio e non c’è nessuno, solo la strada che vi ha appena voltato le spalle. Ecco, quello potrei essere io. Sì, sì, sono morto, certo, se è questo che vi state chiedendo.

VITA DA JINETERA
Alejandro Torreguitart Ruiz

Contiene l'inedito Ricordando Hemingway Traduzione di GORDIANO LUPI Un giovane cubano ci racconta la vita di una jinetera, una prostituta per turisti, attraverso le sue avventure sessuali in una città cadente e rassegnata alla sconfitta. € 15,00 - Pag. 242 www.ilfoglioletterario.it

F.C.: Ti ringrazio di cuore, Johnny! È stata una piacevole chiacchierata; ti dico in bocca al lupo per tutto, anche se non ne hai bisogno, e spero di riaverti presto come ospite. Un caro saluto. G.L.R.: Grazie a te, Fabrizio. Un carissimo ed affettuoso saluto. Ricordiamo anche il sito ufficiale, per tutti i fan di questo grande artista: www.giovannilombardoradice.com

Ve lo dico subito così facciamo prima e mi potete immaginare come un fantasma. Pallido, magro, evanescente… lo sguardo che vaga come un pipistrello ubriaco. Sì, lo so che ve li immaginate così. Ricordatevi che anch’io ero uno dei vostri, eh. Invece sono normalissimo, solo che vivo nelle code degli occhi. Dei vostri, s’intende, non dei miei. Oddio… vivo magari no, dài. Diciamo che esisto, e credo anche di non essere l’unico. Io, per quel poco che ho capito, mi sono fatto l’idea di una cometa: la stella è il momento dell’impatto, la coda gli ultimi secondi vissuti.

Così mi potete trovare sempre nello stesso punto: sulla A023 al chilometro 61. Sì, proprio lì dove l’autostrada fa quelle curva ed entra in galleria, poco prima di sbucare sul lago. Comincia ogni giorno alla stessa ora. Sto guidando tranquillo, come adesso, una mano sul volante e una sul cambio, assieme a voi. Poi, così come compaio, allo stesso modo mi dissolvo, schiantandomi contro le pareti della galleria, senza capire cosa mi ci ha spinto. Tranquilli… non fa male. Il bello è che eccetto fermare l’auto, mentre guido, posso fare quel che voglio. Sintonizzare la radio, cantare, battere i pugni sul volante… A volte mi pare persino di vedere nello specchietto un’auto come la mia, con la coda dell’occhio. Mi distraggo per guardare, ma non c’è mai nessuno e…

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