DICEMBRE 2006 N.

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+ La Settimana di Beppe Grillo

Chiuso in redazione: 20/12/2006

Jonathan Livingston

he bello è Natale! Cioè, nel momento in cui scrivo non è esattamente Natale ma già si sente la calorosa e colorata atmosfera. Va bè, ormai cercano di farcela sentire circa tre mesi prima… Mi rendo conto che parlare del Natale in maniera non retorica è molto difficile. Potrei scagliarmi contro il consumismo, ma non mi va, e forse non c’è niente di più retorico. Allora? Non so, prendo tempo. Penso che probabilmente questo numero verrà letto da tutti coloro che ritornano da “fuori”: Milano, Torino, Bologna, Mantova, Roma, Pisa, Pavia, ecc… Mi domando cosa vorrebbero sentirsi dire, se qualcosa di tradizionale, tipo “focara”, cenoni, babbi e balocchi, perché di rovinarsi le vacanze con brutti pensieri proprio non gli va, oppure qualcosa di scomodo, magari una frecciatina lampeggiante all’amministrazione. Ormai che ci sono, colgo l’occasione per farle gli auguri e ringraziare per tutto l’impegno profuso affinché la nostra associazione potesse riavere una sede. Peccato che non ci sia riuscita e ci tocchi pagare un fitto…. A proposito, siete tutti invitati alle nostre riunioni, di solito il venerdì sera, nella porticina vicino alla cartolibreria “La Fenice”. In questo numero allegheremo la Settimana di Bebbe Grillo, perché è uno che parla senza contorsionismi e dice tutto quello che gli altri non dicono... Il Natale… caspita, non mi viene in mente nulla! Sforzati!! Dai! Ah! ecco, una cosa semplice che mi sta a cuore: non vedo l’ora di riabbracciare tutti gli amici che studiano o lavorano lontano, e ciondolare per il paese chiacchierando… “ne vidumu sse vie vie!” come ha già detto qualcuno da queste pagine. Molto bello, e poi? Il Natale? I regali? il suo significato profondo? Giusto, un attimo è ci arrivo, devo trovare le parole giuste. Quindi prendo tempo. Vediamo… Oggi nel primo sevizio del TG c’era un uomo sprofondato in un letto, il viso pallido e sciupato, un sondino lo teneva collegato ad una macchina: Piergiorgio Welby. Che cosa sarà il Natale per Piergiorgio e tutta la gente come lui a cui la vita a riservato un destino tanto infelice? Il Natale per l’appunto dovrebbe essere un momento per celebrare l’ Anima e distaccarsi dal materialismo che oggi fa da padrone. E se il corpo è materia ed è padrone, tiranno spietato, cos’è il loro spirito se non uno schiavo? Forse, più che parlarne, il Natale dovrebbe essere vissuto. La sofferenza è ovunque. C’è una frase emblematica che viene ricondotta a quella vecchia volpe di Epicureo, «se Dio vuole sopprimere il male e non può farlo, è impotente; se può e non vuole, è malvagio; se non vuole né può, è insieme malvagio e impotente; e se vuole e può, come spiegare la presenza del male nel mondo?» Sono passati più di duemila anni è siamo al punto di partenza. Ognuno tragga le sue conclusioni. Una cosa penso però che sia certa, da qualsiasi punto la si guardi, da credenti e non: c’è una sofferenza che è connaturata alla nostra esistenza e una sofferenza che forse potrebbe essere evitata se soltanto ci fermassimo un momento a guardare quello che non ci fa comodo. Nemmeno Gesù si illudeva sugli uomini «Generazione incredula e perversa, fino a quando dovrò restare con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?» (Matteo 17, 17) Ma era sempre pronto a essere d’esempio, “Disse loro Gesù: «seguitemi e vi farò diventare pescatori di uomini» Prontamente essi, lasciate le reti, lo seguirono” (Vangelo; Marco 1,17) Guardiamoci intorno, dunque. Dietro l’angolo. C’è chi è attanagliato dai demoni del vizio e si trascina ramingo nelle notti, aprite le finestre e invitatelo ad entrare, c’è chi soffre in un letto e chi non ha un amico per confidarsi, c’è chi è detto pazzo ma forse ha soltanto visto oltre, c’è chi ha smesso di guardarsi allo specchio e chi ci si guarda troppo, dimenticando che c’è tutto un mondo che gli ruota intorno, c’è chi ha barattato la propria vita con una maschera rattoppata tristemente e chi ha perso il senso e il gusto… Tendiamo un orecchio e anche un braccio… lì, proprio lì, al nostro fianco. Forse non gli cambieremo la vita, ma gli faremo passare un Natale migliore. Se poi la mano dovesse rivolgersi verso di noi, non sentiamoci feriti nell’orgoglio, potremmo averne bisogno, anche se cerchiamo di nasconderlo persino a noi stessi. Non pretendo d’insegnare nulla, è soltanto il mio umile pensiero, nero su bianco.Buone feste.
Tommaso Caligiuri

Un’immagine di Nightmare Before Christmas

agenda
E’ disponibile il primo dvd del festival del cinema,-edizione 2006– organizzato dall’associazione culturale Albatros, con le immagini e i video più emozionanti della rassegna, per averlo contattare Adele Talarico. Proseguono le festività natalizia organizzate dall’Albatros con la proiezione di Nightmare before Christmas e la consegna dei regali di Babbo Natale , presso l’istituto comprensivo G. Da Fiore di Carlopoli, il 24/12/2006 dalle ore 16.00 Si avvisa cittadinanza che l’Albatros è alla ricerca di strumenti di lavoro, abiti, foto o qualsiasi testimonianza della memoria storica di Carlopoli; il materiale sarà presentato durante la manifestazione “cuntame..cuntame..” Contattate: 339/1841199 o 339/1461752 Si prega tutti coloro che volessero inviare articoli all’indirizzo andreacaligiuri87@yahoo.it di indicare il nome del pezzo e il nome dell’autore.

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/UN’INTERA FRAZIONE SCARICAVA NEL TORRENTE
iquami fognari inquinanti che avevano ricoperto una vasta area verde della zona presilana, nei pressi di Carlopoli: un vero e proprio degrado ambientale che stava deturpando e mettendo a rischio un''area verde, scoperto dai carabinieri della Compagnia di Soveria Mannelli, al comando del capitano Enrico Pigozzo. Dopo mesi, in assenza di provvedimenti cautelari da parte delle amministrazioni locali, i militari hanno apposto i sigilli e proceduto al sequestro d'urgenza di tutto il sito, avviando ulteriori indagini con il coordinamento della Procura della Repubblica di Lamezia. Nei mesi scorsi, in un servizio di pattugliamento nelle aree verdi del territorio, i carabinieri della stazione di Carlopoli hanno rilevato, con sorpresa e indignazione, la discarica fognaria, ritrovandosi a camminare tra liquami maleodoranti. ImmeATTUALITA’

diato l'avvio di indagini serrate ed approfondite, con numerosi sopralluoghi ed accertamenti in sinergia con i militari del Nucleo operativo ecologico di Catanzaro e personale tecnico dell'Arpacal per capire quanto stesse avvenendo e determinare l''effettivo danno ambientale ed il pericolo di inquinamento. Le analisi sulle acque, gli esiti chimici e batteriologici dei prelievi effettuati, hanno chiaramente dimostrato che si trattava di sostanze inquinanti, con valori che non rientravano affatto nei limiti dei valori di parametro previsti. I carabinieri, inoltre, hanno appurato che un'intera area urbana del Comune di Carlopoli scaricava liquami inquinanti nel verde della zona presilana, immettendo sostanze dannose nel greto del torrente Pignataro, che s'immette, qualche centinaio di metri più sotto, nel fiume Corace, un corso d''acqua iscritto nell'elenco delle

acque pubbliche, sotto tutela ambientale da parte della Regione Calabria. Acque che spesso vengono utilizzate per l'irrigazione dei campi da parte degli agricoltori, che molto più probabilmente non hanno usato per niente quell' acqua maleodorante e torbida. Risalire all'origine del problema non è stato semplice. I carabinieri hanno a lungo perlustrato la zona, hanno "sfoltito" a colpi di macete la vegetazione per arrivare, infine, ad una condotta in cemento dalla quale usciva la maleodorante "fanghiglia". Una condotta, ai margini del paese di Castagna, che sembra convogliare nel verde tutte le acque reflue urbane che, prive di depurazione, costituiscono un chiaro danno per l'ambiente. (Articolo ripreso dal Quotidiano della Calabria)

Legge sulle coppie di fatto/Serafino Bilotta
Entro il 31 Dicembre la maggioranza dovrà scrivere una legge sulle unioni di fatto, e per fine gennaio sapremo se verrà approvata o meno… Il disegno di legge che il governo si è impegnato a predisporre dovrà "riconoscere diritti, anche in materia fiscale, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte di unioni di fatto e non considerare dirimente, al fine di definire natura e qualità dell' unione di fatto, nè il genere dei conviventi nè il loro orientamento sessuale". L'unico ostacolo a questa legge sono i Cattolici, o meglio, le gerarchie ecclesiastiche del Vaticano. Sono gli unici che si battono per non concedere diritti, perchè a loro dire è fuori natura, ma a me sembra più innaturale l'astinenza sessuale volontaria, o l'esclusione delle donne da alcune mansioni. Siamo di fronte all'ennesima manifestazione razzista di una Chiesa sessuofobica, che pensa solo agli interessi economici, e non sta mai al suo posto... Se poi si vuole continuare a parlare di naturale, si può aggiungere che in natura è la legge del più forte che vigge, allora cosa dovremmo fare? Fortunatamente, nonostante la Chiesa, siamo arrivati a un certo livello di evoluzione, e questo è un altro grande passo che va fatto. E' un diritto che si dà a qualcuno che comunque non si sarebbe sposato, e per ritornare al naturale il matrimonio non lo è, chi ci crede lo può fare come lo faceva prima, non è una legge che toglie qualcosa a uno per darlo all'altro. Concludo citando una frase di Napoleone: Io sono circondato da preti che ripetono incessantemente che il loro regno non è in questo mondo, eppure allungano le mani su tutto quello che possono prendere.

JONATHAN LIVINGSTON Mensile di cultura Dicembre 2006/N°10 EDITORE Associazione Culturale Albatros REDAZIONE Andrea Caligiuri Tommaso Caligiuri Ivan Colosimo Serafino Bilotta Angelina Pettinato Carmine Cardamone Salvatore Gentile COLLABORATORI Salvatore Gigliotti Antonio Guzzi Gino Carmine Chiellino Amelio Barbaro PROGETTO GRAFICO Andrea Caligiuri E-MAIL andreacaligiuri87@yahoo.it STAMPA IN PROPRIO www.albatrosweb.it

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Jonathan Livingston

CERCANDO UNA DEFINIZIONE DI SOLIDARIETA’/
Angelina Pettinato

n un celebre documentario sulla Calabria, De Seta, regista calabrese di alto profilo umano oltre che certamente professionale, dice a proposito della comunità calabrese di un tempo che in essa “l’aiuto reciproco portava alla solidarietà, all’amicizia”.Spesso i valori che cerchiamo altrove, nei libri di storia, nei grandi personaggi, nei film si trovano negli abissi inesplorati delle storie popolari, gelosamente conservati nei vecchi, drammaticamente presenti nella dignità di alcune famiglie povere, le cosiddette famiglie a basso reddito; abissi che pur esistendo si perdono, diventano gradualmente fantasmi e nel diventare tali creano vuoti, perdita di identità e talvolta estrema difficoltà a crearsela e, quindi, conseguentemente sofferenza. Forte allora, forse, della mia età e delle narrazioni familiari, vorrei poter dire che i grandi valori possono essere meglio compresi se ci si ferma a ragionare e si riconosce la propria storia personale, familiare e sociale. Nella già citata frase di De Seta, io credo, ci sia l’essenza del concetto di solidarietà. Solidarietà è aiuto reciproco, è un valore che si trasmette di padre in figlio e allargando, di persona in persona. Una volta non si conoscevano granché le leggi e l’aiutarsi non passava da un obbligo istituzionale ma da un imperativo morale che partiva dalla più autorevole e forte istituzione di allora: la famiglia. Famiglia supportata dalla famosa “ruga”, dalle famose “vinelle”: lì si creava l’agorà dei Greci, lì i valori fatti propri in famiglia venivano rafforzati. Vi era una rete sociale senza che fosse esplicitamente cercata. Il fa-

moso San Giovanni era così tanto sentito che il compare ogni qual volta passava dalla casa del “comparello”, anche se la casa era chiusa, si toglieva il cappello in segno di rispetto. In quel sistema ognuno dava ciò che poteva e tutti insieme collaboravano per stare meglio. Dai ricordi di mia madre emergono tanti momenti di questo: dal prendersi cura dei fratellini più piccoli ad andare ad aiutare un compare per la mietitura. Ancora De Seta a proposito racconta di come un paese, un villaggio fossero una comunità compatta. Quest’ultima era formata non solo da parenti ma anche dai compari. La compattezza non era data dai legami familiari ma da questi e da quelli che si acquisivano con i già citati famosi San Giovanni. Un esempio che si addice a questo periodo: l’ammazzare il maiale. Oltre che una festa era un lavoro sinergico non solo dei familiari ma di chi ne sapeva di più e di chi in quel momento poteva esserci. La responsabilità di sopravvivenza della famiglia non era concentrata tutta su quest’ultima ma anche sulle persone che ruotavano intorno ad essa! Arriviamo così ad un altro concetto che definisce la solidarietà: l’esserci. Continuando con le citazioni Battiato dice: “Io ho bisogno della tua presenza”; in una frase tutti e due i concetti. Da un lato l’insofferenza e dall’altro la presenza come la possibilità di risolvere questa stessa insofferenza. Nella natura stessa dell’essere umano è insito il concetto di solidarietà da qualsiasi parte vogliamo guardarla: una cellula ha bisogno dell’altra per dare forma all’uomo (aiuto reciproco e necessità d’es-

serci); le stesse cellule del cervello hanno adottato da sempre la filosofia dei moschettieri: uno per tutti e tutti per uno. Sia che si crei un pensiero che si crei un movimento che si creino entrambi, migliaia di neuroni si mettono insieme e lavorano insieme . Se allarghiamo gli orizzonti e dal punto di vista fisiologico passiamo a quello antropologico – sociale, vediamo e ci accorgiamo come l’essere umano da sempre ricerchi l’altro, si aggreghi e sulla scorta della filosofia delle formiche lavori insieme all’altro dando quel che può per raggiungere gli obiettivi. Se ci rendessimo conto di questo allora la solidarietà tornerebbe ad essere qualcosa che ci appartiene, che definisce la nostra stessa natura, che non è stabilita dall’alto ma semmai sostenuta da quest’ultimo. Rendersi conto di avere bisogno dell’altro significa collaborare. E questa collaborazione dovrebbe essere tra persona e persona, tra persona ed enti, tra enti ed associazioni, e via dicendo. Arriviamo così ad un ultimo concetto, quello famoso sulle carte ma non sempre presente nelle menti, di rete sociale:“noi siamo attraverso gli altri” insieme agli altri. Concludendo allora, che cos’è la solidarietà?è aiuto reciproco; è un valore; è esserci; è risposta ad un bisogno; è rete sociale; è essere attraverso gli altri, insieme agli altri; è qualcosa che definisce la natura dell’essere umano nella sua più alta eccezione, vale a dire, quella di essere una Creatura di Dio, al di là di come questo stesso Dio possa essere chiamato e urlato nel mondo attraverso le razze e le loro religioni.

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AMBIENTE/

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ra le tante teorie, nate praticamente dal nulla, che hanno condizionato negativamente intere generazioni, il primato spetta di diritto al misterioso ed al quanto inquietante mondo dei serpenti. Tale condizione non accenna minimamente a migliorare, poiché a quanto pare il fascino tetro di suddetta classe, innesca meccanismi che con cognitiva persuasione, indicono a rifiutare sistematicamente qualsiasi parere o definizione scientifica. L’attingere insistentemente da fonti, che sono risultate serbatoi di buffi pregiudizi e stravaganti superstizioni, non ha giovato molto al successo della specie, destinandola, aimè, a fare l’equilibrista sull’orlo dell’estinzione. Come risaputo, in Italia sono presenti soltanto quattro specie di vipere, “ofidi velenosi” che sono distribuite regolarmente su tutto il territorio, Sardegna esclusa. La più impotente è la vipera dal corno “ammodytes”, localizzata maggiormente nelle prealpi, nota, soprattutto per le sue abitudini. Infatti è l’unica propensa a svolgere attività anche notturne. Il secondo rappresentante è il marasso palustre, riconosciuta come vipera berus. Si tratta dell’ofide più irritabile e dalle preferenze piuttosto montanare e nordiche. Sono stati avvistati soggetti anche a 3000 m di altitudine. In simili condizioni, il colore assume gradazioni molto scure, sfociando addirittura al nero. La meno nota è la vipera, presente solo in alcune aree molto limitate del centro, esempio: versante orientale del Gran sasso. L’ultimo componente della lista, meglio adattato e numericamente più diffuso, è la vipera comune o “aspis”. Si tratta dell’unico serpente potenzialmente pericoloso, con cui tocca vivere. Si presenta piuttosto corto, con tronco tozzo: non supera i 70 cm. Di lunghezza. La coda, breve e sottile, si stacca dal tronco con una strozzatura molto pronunciata all’altezza della cloaca. La colorazione è molto varia, i margini superiori possono assumere tonalità più o meno rosse, ( varietà rufuscens), grigie (varietà cinerea) o addirittura nerastre (varietà nigra) mentre i margini inferiori ventrali, sono personalmente grigi o più o meno gialli. I

L’ASPIS
Leggenda e commedia in terra d’esperia / Di Antonio Guzzi
disegni dorsali, di solito presentano macchie a barre molto scure ed interrotte in modo alternato. L’occhio, sempre a pupilla verticale, con sguardo freddo, che in procinto d’attacco, non fa intendere l’imminente reazione offensiva. Purtroppo a causa della caccia spietata a cui deve tener testa, la consistenza numerica si è molto ridotta inducendo così alcuni esemplari all’ibridazioni. Questo evento è comunque molto raro, anche perché come detto in precedenza, in Calabria non esistono dati certi sulla mento al leggendario colore egiziano. Il paragone con un simile mostro, non trova nessun riscontro, poiché trattasi di uno dei serpenti più terrificanti del pianeta. Dotato di ghiandole velenifere di enorme sviluppo, capaci di contenere dosi cosi elevate da uccidere contemporaneamente anche 20 persone. La nostra minuscola vipera, a confronto fa ridere, ma in quanto a velocità e perfezione del morso non conosce rivali. La bocca, vero punto di forza dell’aspis, è caratterizzata da una serie di piccoli denti in contrasto con le due grosse zanne, poste sulla parte più esterna della mascella. Si presentano lunghe e sottili, avvolte da una guaina protettrice ed adagiato all’indietro in una plica del palato. Il punto di fissaggio è assicurato ad una complessa articolazione che ne permette l’erezione al momento dell’uso, posizionando il foro dentale all’orifizio del condotto velenifero. In questo impercettibile lasso di tempo, avviene l’emissione del liquido tossico, tramite compressione avvenuta sulla ghiandola, per opera dei muscoli ad essa annessi. Le principali tossine che compongono la micidiale soluzione sono: la neurotossina, il cui compito consiste nel provocare l’arresto dei muscoli cardiorespiratori; la citolisina , con l’immane incarico di distruggere i parenchimi renali ed epatici; l’emolisina, progettata per annientare i globuli rossi; l’emorragina, atta ad aggredire le cellule dei vasi sanguigni, scatenando copiose ed abbondanti emorragie ed infine la coagulina, che funge da infallibile coagulante , rallentando o addirittura arrestando la circolazione, con conseguente embolia o necrosi della parte lesa. L’unico rimedio efficace, in caso d’incidente, consiste nel raggiungere un centro antiveleni, evitando di somministrare il siero antiofidico , se non si è a conoscenza della probabile reazione che può scatenare , esempio: shock anafilattico. Oggi si sta cercando di porre rimedio a questo inconveniente , dovuto generalmente all’intolleranza alle proteine di cavallo, sostituendole con quelle dei “lapanidi” che, a quanto pare, risultano molto efficaci.

presenza di altre vipere. Nonostante tutto, abbiamo avuto conferma di alcuni avvistamenti di vipera dal corno. A tale proposito, esiste una valida spiegazione, infatti non di rado quest’ofide diviene ospite gradito di innumerevoli terrari, illegali e mal custoditi, che garantiscono occasionalmente una comoda via di fuga. Il prodotto generato dall’unione “combinata” delle due specie, generalmente è molto vigoroso e vitale, ma non fecondo, presentando in alcuni casi evidenti malformazioni. La più nota è senz’altro la vipera a due teste. Per dare delle indicazioni chiare e credibili, nono resta che citare l’ultimo avvistamento, che risale al 3 Settembre del 2004, avvenuto sul versante Nordest della Ciociara. L’appellativo “aspis”, in Calabria, viene inteso in vari modi, esempio: “aspitu” equivalente a biscia d’acqua. “Serpa”, estremamente velenoso o ceraste e aspide , che naturalmente fa riferi-

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Jonathan Livingston

Ivan Colosimo
o so, questa pagina ha poco di autoctono, ma vuole essere innanzitutto un motivo per non dimenticare, e poi ha anche un fine istruttivo. Capita infatti non di rado che si ripropongano strazianti immagini in televisione, i cui telegiornali ci tengono aggiornatissimi solo sul numero di vittime, sul numero di soldati presenti, ecc. e ben poco informati sul perché di queste vittime. Perdonate il gioco di parole. La storia del Libano moderno nei suoi attuali confini inizia nel 1920 quando, in seguito alla vittoria degli Alleati, l’impero Ottomano si sfalda e il Libano diventa una colonia Francese. La Francia aveva deciso di creare all’interno del mondo arabo uno stato a prevalenza Cristiano-maronita; decisione che avrebbe portato ad uno stato di guerra civile quasi permanente. L’indipendenza del Libano proclamata nel 1943 fu raggiunta solo nel 1946 quando i soldati francesi si ritirarono definitivamente. Inizia da allora una situazione di continua guerriglia che sfocia in guerra civile e che vede fronteggiarsi la destra cristiana filo-occidentale con i gruppi arabi musulmani, le truppe dell’esercito del Libano del sud filoisraeliane (Falangisti) a maggioranza cristiana con le milizie arabe armate degli Hezbollah (il “Partito di Dio”) che sono contrari a qualsiasi accordo israelo-palestinese. Il potere politico è saldamente nelle mani dell’elitè cristiano-maronite. Esse aprono ai mercati occidentali e perseguono una politica di sviluppo e prosperità economica. Del miglioramento non riesce però ad avvantaggiarsi la maggioranza della popolazione che è sciita. Praticamente esclusa dal progresso economico in atto nel paese, le condizioni della maggioranza del paese peggiorano. Nel 1975 la protesta popolare sfocia nella guerra civile (già peraltro prevedibile per ragioni di ordine ideologico, politico e militare, e fomentata dall’esterno in un gioco delle parti al massacro). Il delicato equilibrio fra la popolazione cristiano-maronita e quella arabomusulmana, già compromesso nel 1948 con il primo esodo dei palestinesi dalla loro terra in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele si deteriora ancora di più nel 1967. Entrarono allora nel paese oltre 100000 profughi palestinesi arabi che andarono ad affollare i campi profughi del Libano del Sud. Nel 1975 , poi, in seguito alle vicende del settembre nero i profughi palestinesi diventarono oltre 300000. La loro presenza contribuisce ad aumentare in modo consistente la popolazione araba del paese e a rendere sempre più limitata la percentuale di cristiani, i quali però hanno il controllo politico ed economico del paese, generando così uno squilibrio di distribuzione del potere e delle risorse. Nonostante gli esuli palestinesi fossero relegati in campi profughi cresceva la loro presenza politica e anche militare. Organizzatisi ben presto in gruppi di resistenza armata, essi si muovevano dal Libano del Sud con azioni di guerriglia contro Israele, il quale rispondeva con violente rappresaglie fin dentro i confini del Libano Nel 1975, quando iniziarono i combattimenti tra cristiano-maroniti della Falange e i musulmani Libanesi, l’Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina) scese in campo e si schierò con i musulmani: fu guerra civile violentissima. Beirut(capitale del Libano), che era stato teatro delle azioni di guerra, vene divisa dalla cosiddetta linea verde, che l’attraversava da est a ovest, in una zona Nord e una sud a prevalenza araba. Nessuno dei tentativi di riappacificazione funzionò: ne la pace imposta dalla Lega Araba che inviò in Libano una forza di pace guidata dalla Siria, né il piano di pace Americano. Il 1982 fu un anno cruciale, segnato da violenze inaudite. Approfittando dello stato di guerriglia permanente, l’esercito israeliano invase nuovamente il Libano (lo aveva già fatto nel 1958 ma era stato costretto al ritiro per l’intervento delle truppe ONU) dando inizio così alla quinta guerra arabo-israeliana. I guerriglieri dell’ Olp furono costretti ad abbandonare una Beirut assediata e stremata. Il Presidente Libanese, leader della falange cristiana, Beshir Gemayal, fu assassinato e sostituito al potere con il fratello Amin.

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Rubrica sulle guerre nel mondo
anche i civili – tragicamente famoso è quello sul campo profughi di Cana nel 1996, che provocò la morte di 100 civili- venivano condannati dalla comunità internazionale. Nel maggio del 2000 l’esercito israeliano si ritirò: l’esercito del Libano perdette così l’appoggio necessario a contrastare le milizie degli Hezbollah, parte dei militari si rifugiarono in Israele in parte si consegnarono alle autorità libanesi. Alla drammatica situazione militare si affianca una non semplice situazione politica. Nel 1989 venne approvata una Costituzione che concedeva maggior potere ai musulmani. Artefici delle trattative furono Elias Hrawi, Rafiq al-Hariri e Nabbih Berri. Ad essi venne affidato nel 1996 il governo del paese, in una sorta di triumvirato. Le elezioni del 1998 vinte da Imil Jamil Lahud, ex comandante dell’esercito, posero fine al triumvirato. Al posto di Rafiq alHariri venne chiamato a capo del governo un tecnocrate, Salim Ahmad al-Huss fuori dei sottili giochi politici della tradizione libanese. Il nuovo governo è filosiriano e questo è un problema per la popolazione che spinge per liberare il paese dall’ingombrante presenza siriana. Le elezioni del 2000 vedono vincitore con una maggioranza nette Rafiq al Hariri. Nato a Sidone nel 1944, proveniva da una famiglia modesta sannita, senza alcun legame con i potenti clan politici del paese. Durante gli anni del suo governo era riuscito a mettere in piedi il Libano, attirando gli investimenti stranieri e puntando sul turismo di alto livello. Rivale di Lahud, aveva cercato di sottrarre gradatamente il paese all’abbraccio soffocante di Damasco. Hariri è morto in un attentato che ha ucciso 14 persone e ne ha ferite 135, il 14 febbraio del 2005. La sua morte, i cui mandanti sono rimasti oscuri, ha fatto ripiombare il Libano nel caos provocando una crisi internazionale sfociata nell’ultima guerra appena conclusa.

er ritorsione nel campo profughi ONU di Sabra e Chatila più di 1000 civili palestinesi furono massacrati dalle forze falangiste in una sola notte e con il tacito consenso dell’esercito israeliano, allora comandato da Ariel Sharon. L’enormità della tragedia provocò una dura reazione internazionale: furono inviate truppe di pace occidentali che, però, non riuscirono a controllare la situazione e nel 1984 USA, Francia, Gran Bretagna e Italia ritirarono i soldati. Il vuoto di potere che si lasciarono dietro fu subito occupato dalle fazioni in lotta tra loro. Nel 1985 anche Israele si ritirò creando però una “fascia di sicurezza” affidata al controllo delle truppe cristiane dell’esercito del Libano del Sud. Intanto gli Hezbollah- “il partito di Dio”- si organizzavano con una loro milizia sciita sostenuta militarmente dall’Iran. Poiché gli scontri non cessavano, Israele continuava con i suoi raid contro le postazioni palestinesi che si protrassero fino al 1987, quando la Siria occupò la parte musulmana di Beirut e impose la pace. Dal 1975 al 1990 ci furono in Libano oltre 150000 vittime e furono assassinati due Presidenti; nel 1993 oltre 200000 persone furono costrette ad abbandonare il paese perché le truppe armate degli Hezbollah -che si contrapponevano all’esercito libanese del sud filoisraeliano- furono attaccati senza successo dai raid aerei israeliani. La credibilità militare e politica delle forze Hezbollah continuava a crescere, mentre gli attacchi israeliani, che colpivano indiscriminatamente

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Jonathan Livingston
Albatros / Quali sono gli scopi principali dell’arma? Carabinieri / Lo scopo principale dell’arma è la tutela della collettività per infondere sicurezza e far comprendere al cittadino che in ogni momento si può rivolgere al personale ubicato nei vari Comandi stante la capillarità della loro presenza. Quali sono gli strumenti che utilizzate per realizzarli? Lo strumento che viene utilizzato maggiormente è la prevenzione, cioè la presenza costante e quotidiana sul territorio al servizio del cittadino. Una attività impegnativa, caratterizzata da una forte proiezione operativa sul territorio che ha consentito di fronteggiare le giuste aspettative di sicurezza della collettività cittadina, con un deciso aumento di pattuglie e perlustrazioni, e di incidere significativamente su taluni fenomeni delinquenziali maggiormente avvertiti dalla popolazione. In definitiva, un impegno costante per rendere più efficaci ed il più possibile aderenti ai bisogni dei cittadini i servizi della cosiddetta polizia di prossimità. Come e se viene conciliato lo strumento repressivo con quello preventivo? che muore a Nassirya ma mai una figura nel mezzo?

Intervista

Non penso che non venga mai evidenziata la figura “nel mezzo” ovvero quella dei tanti carabinieri che svolgono quotidianamente il loro lavoro. Magari spesso, sui giornali o in tv , è più facile usare immagine “immediate” ma poi, nella realtà di tutti i giorni , la figura del Carabiniere al servizio della gente è l’immagine che ciascun cittadino porta con sé. Chi come me comanda una Stazione di un paese come Carlopoli rappresenta proprio questa figura “nel mezzo” che, oltre a preoccuparsi di preservare il territorio, ascolta i vari problemi dei cittadini, dalle liti di famiglia all’anziano che non riesce ad andare a fare la spesa perché ammalato, dal giovane che non riesce ad inserirsi nel mondo del lavoro al padre di famiglia. Il 21.03.2006 presso l’Istituto Comprensivo “G. Da Fiore” si è parlato di legalità, di Carabiniere come strumento sociale, di appartenenza al territorio, di principi del bene e del male al di sopra della logica partitica, di agorà mentale. Può approfondire meglio questi concetti?

La legalità è diventata sempre di più un’aspettativa dei cittadini, un obiettivo che si deve e si può raggiungere anche e soprattutto attraLo strumento repressivo e preventivo “Dovete farvi sentire perché la verso un dialogo costante tra le istitusono necessariamente collegati, come forza delle idee giuste fa speszioni ed i cittadini, attraverso delle due facce della stessa medaglia ovvero vere forme di partecipazione attiva due aspetti della stesso obiettivo che è so breccia anche nelle menti di alla crescita del proprio territorio. Gli garantire la sicurezza dei cittadini in chi è poco abituato o poco proincontri con i giovani sono per noi un tutto il territorio. Così se da un lato si penso a cambiare” “abitudini momento di dialogo importantissimo prevedono molti servizi che prevengoper creare un rapporto di sinergia, per no i reati, dall’altro c’è un’attenzione costante a che gli autori dei reati vengano assicurati alla giu- far capire che sul territorio siamo uno “strumento” di legalità stizia. Certo per entrambi questi aspetti è comunque impor- che va conosciuto e d utilizzato. tante la collaborazione dei cittadini ed il fatto che gli stessi sappiano di potersi rivolgere tranquillamente e sempre ai La volontà di cambiare le cose può essere sufficiente, o meglio sufficientemente forte per vincere quello della Carabinieri per qualunque problema. necessità, del bisogno? Quando non lo è, quali responsaIn che termini può essere utile la prevenzione? Cosa fate bilità ha la società e quali il singolo? per renderla operativa? La volontà è sempre l’artefice principale di cambiamenti. Per rendere utile la prevenzione , viene effettuato un notevo- Solo con questa forza si può riuscire a migliorare ed affronE’ le sforzo da parte dei militari dell’ Arma, ovvero vengono tare i veri problemi che un territorio può presentare. svolti una serie di servizi chiamati esterni e cioè sulla strada, importante però che si crei una coscienza collettiva sui proal fine che eventuali tentativi di commettere reati siano di- blemi di un territorio, così che ciascuno senta come proprio il problema di un suo concittadino. Se solo un pezzo del puzsattesi stante la presenza costante sul territorio. zle non si trova il disegno non sarà mai completo. Così allo stesso modo, soprattutto in realtà piccole come la nostra, è Cosa spinge una persona a voler entrare nell’ Arma? indispensabile che la legalità diventi un obiettivo comune. Lo spirito che spinge una persona ad entrare a far parte della grande famiglia dell’ Arma è quello di mettere a disposizio- Merton afferma che la società induce i suoi giovani a sone se stesso per la collettività, per la tutela dei diritti delle gnare ma non li mette in condizione di realizzare le loro persone e a garanzia della libertà. Questo comporta spesso stesse speranze: cosa ne pensa? molti sacrifici che però vengono ripagati dalle soddisfazioni di ogni giorno e dalla riconoscenza della gente per il lavoro Ciascuno di noi costituisce la società. E la volontà del singolo, in una società libera e democratica come la nostra, può che prestiamo. contribuire, con intelligenza e senso di responsabilità, a renPerché secondo lei, il Carabiniere, nell’immaginario col- dere migliore la realtà in cui vive. letivo, o è colui che facilita il lavoro ai comici, o è colui

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del mese/Carabinieri di Carlopoli
Può questa illusione sociale essere alla base di comportamenti devianti? I comportamenti devianti sono frutto di diverse situazioni: dalle difficoltà economiche a situazioni molto più Complesse . Vanno chiaramente compresi i “perché” di certi fenomeni per poi riuscire a risolverli alla base. Qual è il reato maggiormente commesso in questo territorio? Quali sono secondo lei le motivazioni che inducono a commettere il reato e che tipo di coscienza c’è dello stesso in colui che lo commette? Per fortuna il nostro è un territorio abbastanza tranquillo. Questo non fa venire meno l’attenzione da parte nostra affinché non si insedino forme di criminalità più invasive. Forse il fenomeno più diffuso è quello dei furti, il reato che maggiormente viene commesso anche per la presenza di molte zone isolate. ma lo contrastiamo efficacemente con molti servizi di controllo del territorio.

Cosa fa e non fa attualmente?

Come tutti i giorni mi occupo della sicurezza dei cittadini cercando il più possibile di essere vicino alla comunità e cercando di istaurare un dialogo costruttivo. Ma un dialogo si fa in due ed è quindi importante che le persone capiscano che possono rivolgersi a noi con fiducia e senza timore. Cosa pensa dell’associazionismo in generale? In questo contesto; ed in questo contesto dell’Albatros? Le associazioni sono un ottimo momento di dialogo e scambio di idee, la premessa di cambiamenti. Quando poi, come nel vostro caso, sono i giovani a promuovere cambiamenti sulla base di idee e principi sani come quello della legalità, allora penso che si potranno realizzare quelle idee per cui vi state impegnando. Quali sono secondo lei gli strumenti che l’associazione dovrebbe utilizzare?

Lo strumento è quello del dialogo costante. Dovete farvi sentire perché la forza delle idee giuste fa spesso breccia Potrebbe tracciare un identikit di colui che commette un anche nelle menti di chi è poco abituato o proco propenso a reato in questo territorio: età, sesso, estrazione sociale, cambiare abitudini o modi di pensare. Siete voi stessi uno strumento per far capire ai vostri concittadini che la sicurezlivello culturale; za e la salvaguardia di questo nostro territorio non è un compito solo di chi porta l’uniforme ma di Un vero identikit non esiste, anche perciascun buon cittadino. ché sono molte e diverse le motivazio...Una comunità funziona ni che spingono gli individui a comquando vi è un forte senso di In che termini potrebbe essere utile mettere reati. Possono perciò essere appartenenza col territorio per la collettività? persone di basso profilo che commettono furti o professionisti che commettoed un forte senso di responQuale sprono per una comunità che, no reati finanziari. Certo è che spesso sabilità che significa impenonostante abbia un’età media molto sono persone che appaiono normali o gnarsi tutti– e tutti insieme – elevata, ritengo possa trovare in voi “per bene” riuscendo così a mimetizgiovani un momento di sprono e stizarsi nella collettività. Con impegno ed per far rispettare le “regole” molo a cambiare ed affermare con foresperienza molte volte però li indiviza i principi di legalità. duiamo. Potrebbe stilare una “classifica” dei reati più commessi? Le classifiche sono sempre difficoltose da stilare, certamente l’uso personale di sostanze stupefacenti (sia leggere che pesanti) è tra i primi posti, e questo è preoccupante quando riguarda i giovani. Cosa potrebbe fare una comunità come questa per prevenire comportamenti devianti? Una comunità funziona quando vi è un forte senso di appartenenza col territorio ed un forte senso di responsabilità che significa impegnarsi tutti– e tutti insieme – per far rispettare le “regole” L’impegno deve essere quello di non abbandonare o isolare le persone in difficoltà, aiutare e sostenere chi si oppone all’illegalità, istaurare un dialogo costruttivo con le Istituzioni, come l’ Arma dei Carabinieri, che possono aiutare a risolvere problemi prima che diventino troppo grandi. Quali sono limiti o le sue risorse? Sono certo che la risorsa maggiore è la vostra forza di volontà e la determinazione a far valere i principi di legalità in cui credere. Che consiglio ci darebbe? Il consiglio che posso darvi è di continuare nelle nostre iniziative di dialogo che sono di altro profilo e di sicuro interesse, coinvolgendo Istituzioni e cittadini nelle vostre manifestazioni

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Rubrica dei non addetti ai lavori

Se non giungerà nessuna “critica” in redazione la rubrica rimarrà volutamente bianca. 10

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CARLOPOLANDO/Banali riflessioni sul nuovo campo
sportivo – di Tommaso Caligiuri
ul fatto che il campo andasse rinnovato non ci sono dubbi. Ma io, purtroppo, dei dubbi ce li ho. Per favore, non tiratemi fuori la retorica frase non si fa e perché non si fa, si fa e perché si fa. Quando si tratta di opere tanto importanti e costose è rilevante soprattutto il come. Bè, quello che ti chiedi guardando i lavori è: ma serviva davvero uno stadio o era più intelligente ripristinare la struttura già presente? Domanda banale, vero? Dicono che si rifarà la squadra, ma mi chiedo chi giocherà data la difficoltà dei ragazzi a raggiungere il numero necessario per una partitina in palestra. Inoltre, c’è ancora della gente disponibile a portare avanti un’associazione calcistica che richiede tanti sacrifici? Mi hanno detto che ci saranno delle squadre che ci verranno in ritiro, ma anche ammettendo che sia verosimile, mi chiedo quali siano le strutture d’alloggio in grado di accoglierle. Guardando i lavori si capisce subito (un operaio me lo ha anche detto) che avremo gradinate, gradinate, gradinate. Erano davvero indispensabili? Nelle stagioni d’oro del Carlopoli quelle già esistenti sono state riempite soltanto un paio di volte. Poi, l’impressione generale è quella dell’uso massiccio del cemento, ma questa è solo un’ impressione... Uno spettacolo atroce è stato invece vedere le nostre “Quattro Madonne”: molti ragazzi ne sono rimasti assai dispiaciuti. Tutti gli alberi hanno fatto la loro fine: si è proceduto a colpi feroci e scriteriati di motosega, poiché il progetto dell’impianto eccede lo spazio disponibile. A quanto pare anche gli altissimi e vigorosi pini verranno abbattuti e li vi sorgerà un muro di cemento armato «come dio comanda»: è stata questa l’espressione dell’operaio con cui ho chiacchierato. Le “Quattro Madonne” sono state uno degli spazi verdi più belli del nostro paese: ci abbiamo fatto pic-nic , bevuto, fumato, ci siamo andati a cercare un po’ di fresco, ci abbiamo letto, studiato, parlato, riflettuto, fatto all’amore. Non solo dunque, uno spazio particolarmente bello, ma un luogo speciale. Tirando le somme: l’ennesima opera non in sintonia con il territorio, che dimostra come, mi spiace dirlo, chi ci amministra non abbia nemmeno un filo di sensibilità per l’ambiente.(Lo scempio è davanti gli occhi di tutti, e ci vorranno anni affinché si possa risanare!) Aggiunto al fatto che il nostro è un paese montano e paesaggistico e per ogni mattone bisognerebbe pensare al modo migliore per integrarlo con la natura. Ps. E dire che le squadre avversarie dicevano sempre che a Carlopoli avevamo davvero un bel campo! Chissa… forse in futuro si complimenteranno ancor di più. Chi vivrà… anzi, chi giocherà… vedrà...

Cacciatori di
Al primo che indovinerà da quale libro è tratta la seguente frase regaleremo…Il libro da cui è tratta la frase!

Martedì. Di nuovo le nuvole hanno posticipato il picnic su quell’ irraggiungibile lago. Sarà il Fato che ci mette lo zampino? Ieri mi sono provato un costume da bagno nuovo davanti allo specchio.”
( Nel numero precedente abbiamo detto che si tratta di un classico del ‘900. Diamo un altro piccolo aiuto: è un romanzo controverso che dalla sua pubblicazione 1955- ha suscitato clamore facendo parlare molto di sé. Confidiamo nel vostro fiuto, nelle vostre estese letture e abilità mnemoniche!) Invia un messaggio con la tua risposta al 339 1461752 o una mail a pasticciaccio83@yahoo.it

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PERCORSI DELLA MEMORIA/
Salvatore Gigliotti Il Natale a Carlopoli tra fede e tradizione
Ricordi de Natale addormisciuti ve bisbigliati ogn’annu, o affezionati! Vue siti sempre li buoni venuti… on questi amorevoli versi che sprigionano melodie simili al canto delle cornamuse, Michele Pane, autorevole cantore del Reventino , cullava nell’anima le vibranti emozioni legate alla festa di Natale. Questa ricorrenza che celebra il momento centrale della dottrina cristiana, cioè l’incarnazione,tanto cara a tutti i credenti, trovava profonda risonanza nel cuore della gente di Calabria, sensibile com’è agli effetti familiari e alla poesia dell’infanzia. La scelta della data del 25 Dicembre risale al calendario romano (III sec.), da cui prende anche la denominazione. In quel giorno, infatti, si celebrava il “Natale del sole invitto” (Dies Natalis solis invicti) , festività pagana legata al solstizio d’inverno. Da quel giorno il sole ricomincia a splendere sempre più a lungo. Ciò spiega perché nel mondo cristiano fu adottata questa data: per dare un significato forte e simbolico alla venuta di Cristo, luce del mondo. Anche nei nostri piccoli centri, incastonati nell’aspro suol silano, sopravvivono tuttora usanze antichissime e credenza che affondano le radici nel mondo pagano e s’innestano, dopo essere state assimilate, in quello cristiano. Da quel mondo popolato da oracoli, idoli e fate, è giunto sino a noi intatto il rito della Focara, cioè l’adorazione del fuoco. Fino a non molti anni fa era una consuetudine, da parte dei ragazzi, bussare alle porte dei compaesani e chiedere le “ascarelle”, piccoli pezzi di legno che servivano per “scarfare” Gesù bambino col falò. Chissà perché, ma quei Natali vissuti con semplicità, non ancor travolti dal vortice del consumismo, racchiudevano tanta poesia! La sera della vigilia dopo il cenone fatto con pietanze nostrane: vruoccoui, linguine ccu baccauà a schipienciu, nuci e crucette, andava in piazza a sentire, tra il crepito del fuoco, la l’Epifania si popolavano a sera di allegre brigate. Attrezzati di organetto, acciarino e “zuchi”, i “furracchiuni “ cantavano la Strina davanti ai portone di famiglia amiche:
“Simu arrivati a stu’palazzu d’oru.. Nu mme cumbene de jire cchiù avanti.. e petre preziose su llè mura, D’oru e d’argentu su llè porte e ll’antu…

zampogna di Luciella. Il momento più atteso da tutti era la Messa di mezzanotte, che si celebrava nella chiesa barocca del “pizzu suttanu” di Carlopoli. Don Elia con camice e piviale dorato, preceduto da una schiera di chirichetti , si recavano in processione davanti al presepe per benedire la statuina di Gesù bambino, capolavoro delle argenterie napoletane dell’900, adagiata sul candido tulle. “Ntinnava lla campana: è natu, è natu! Llu rre d’ù Cielu ‘ nterra edi calatu… Ed i fedeli, in coro, intonavano l’inno “Pastori alzatevi”. Le “rughe” del paese tra Natale e

Dopo l’esecuzione la comitiva veniva accolta dal padrone di casa che offriva loro ogni ben di Dio: grispelle , pignouata, torroni e nulli di Bagnara, turduni e turdilli. E si brindava col vino rosso di Nicastro. Il rituale che concludeva il ciclo delle usanze natalizie calabresi, aveva luogo la sera del 5 Gennaio, vigilia dell’epifania. Questa tradizione, oramai in disuso, brilla nel sacrario dei ricordi più belli della mia infanzia. Mentre noi bambini viviamo l’ansia dell’attesa dei doni che avrebbe portato la befana, la mamma apparecchiava un angolo del tavolo con un vassoio. In esso veniva posto un bicchier d’acqua, una fetta di pane, un coltello ed un pizzico di sale. Servivano per il battesimo del Bambino che sarebbe avvenuto misteriosamente quella notte, presso quel tavolo. Il mattino seguente ogni componente della famiglia, per devozione, bevevo un sorso d’acqua e mangiava di quel pane. Il sale, invece, veniva conservato quale rimedio contro i malanni
(Articolo ripreso da Calabria Letteraria, n.10-11-12)

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n ogni movimento letterario, che opera senza un programma dichiarato, c’è sempre chi, dotato di capacità analitiche, si assume il compito di tracciare il percorso da fare insieme. Per quanto riguarda autori e poeti interculturali presenti in Italia, è toccato a Teodoro Ndjock Ngana assumersi una tale responsabilità. Per esempio, nella sua poesia dal titolo Maghidà, egli chiarisce una volta per sempre, e con cinismo illuminante, quello che manca all’Italia per potersi considerare una civiltà compiuta: il rispetto da parte degli stranieri che vivono sul suo territorio, ai quali finora non è dato sentirsi riconosciuti uguali per legge. A Maghidà, che nella poesia si appresta a recarsi in Italia, l’autore indirizza diverse proposte, tra le quali la seguente, che costituisce il culmine argomentativo della poesia:
“Salutali con rispetto soltanto se vedrai che sono arrivati ad un grado di civiltà tale che la loro legge, oltre ad essere uguale per tutti, garantisce anche il fatto che tutti siano uguali per la legge.”

TEODORO NDJOCK NGANA
A proposito dell’appartenenza dialogica di Teodoro Ndjock Ngana alla poesia interculturale in lingua italiana. Di Gino Chiellino

aveva evitato con cura quando, (rientrato in Italia da Alessandria d’Egitto dov’era nato, per difendere la patria durante la prima guerra mondiale,) aveva descritto lo stato d’animo dei soldati italiani al fronte italo-austriaco. Nella sua poesia Giuseppe Ungaretti aveva taciuto voluramente il verbo cadere, perché secondo lui non c’è niente di più cinico dell’ipocrisia contenuta nel verbo cadere quando esso viene usato per indicare un soldato morto in guerra:
Soldati Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie

Bosco di Courton luglio 1918
A Giuseppe Ungaretti, suo interlocutore “africano”, Teodoro Ndjock Ngana ricorda quanto sia difficile capire l’autunno quando si proviene da una cultura che non si nutre della metafora occidentale della vita come un succedersi di quattro stagioni. Infatti nella poesia Immagini Ndjock Ngana definendo la sua funzione di poeta afferma che:
"Il poeta non canta l’inverno, l’estate o la primavera. Non canta nemmeno l’autunno, né la stagione secca, né la stagione delle piogge. Gli serve l’autunno per capire la vita; gli servono la pioggia e il sole per osservarla nascere, il fuoco per sentirla morire”

In tempi di giustizia berlusconiana una tale avvertenza rischia di essere fraintesa. Per salvarne la specificità bisogna chiedersi di che cosa è fatto il rispetto che poeti come Teodoro Ndjock Ngana portano alla civiltà italiana, al di là del fatto che hanno deciso di affidare la loro esistenza e la loro creatività alla lingua italiana? E' un rispetto fatto di dialogo creativo tra la cultura/lingua di provenienza e la lingua e letteratura italiane. Ndjock Ngana partecipa in modo esemplare alla nascita di questo rispetto con la poesia:
Quando le foglie cadono (malinconia) E' autunno una stagione ignota! Le foglie cadono; le vedo cadere nel mio cuore che cade in rovina con una cadenza assurda che mi rimbomba nell’anima.

Il lettore ha a che fare con una poesia che è introdotta da una sorprendente affermazione interculturale come "E` autunno una stagione ignota!", per svilupparsi poi intorno al verbo cadere. Si tratta dello stesso verbo che un altro poeta “africano”

Per capire la vita al poeta africano serve l’autunno, la stagione in cui, come dice il suo maestro in Soldati, la vita è esposta a maggior pericolo. Così come Ungaretti aveva connotato in modo negativo la stagione della raccolta, del trionfo della natura, quella che conduce al riposo dell’inverno, Ndjock Ngana costruisce la sua poesia Quando cadono le foglie sul quel verbo cadere, che Ungaretti aveva enfatizzato tacendolo. Intorno a cadere Teodoro Ndjock Ngana invece edifica tutta la sua lirica in perfetto stile ungarettiano: che vive di pochissimi elementi per focalizzare al massimo la sensibilità del lettore. In Quando le foglie cadono, intorno al verbo

cadere è costruito un modello di conoscenza della realtà quotidiana, che va dalla sua esistenza esterna a chi l’osserva, "le foglie cadono", alla percezione di una realtà distaccata ed estranea, "le vedo cadere", che si trasforma subito in partecipazione emotiva della percezione e dell’individuo, "le vedo cadere/ nel mio cuore", per diventare parte integrante della sua vita interiore, "nel mio cuore/ che cade in rovina/ con una cadenza assurda/ che mi rimbomba/ nell’anima". Il poeta descrive il processo d’ interiorizzazione di un fatto quotidiano ma sconosciuto ad un io che, per riassicurarsi, si guarda attorno. In altre parole, Teodoro Ndjock Ngana rappresenta l’inizio dell’immigrazione come l’incontro con una realtà che esiste nella quotidianità di chi vi giunge, con cui egli prende contatto attraverso gli occhi, e che con il passare del tempo(l’autunno è la terza delle stagioni della vita) si interiorizza sempre più fino a diventare parte decisiva del mondo emotivo (cuore+anima) dell’immigrato. Spiegato in termini d’intertestualità (come rapporto tra le due poesie) e d’interculturalità (come rapporto tra la cultura africana e quella italiana), il processo di conoscenza esposto da Teodoro Ndjock Ngana va a toccare con mano come si interiorizza una lingua che esiste all’esterno del poeta, e viene percepita attraverso un’operazione di intertestualità - il dialogo con la poesia di Ungaretti - che ne garantisce la validità espressiva. L’intertestualità apre così la via all’interiorizzazione, che culmina nella disponibilità del poeta ad affidare alla nuova lingua tutta la sua emotività. La poesia di Teodoro Ndjock Ngana descrive i passaggi del dialogo tra le culture e le lingue a disposizione del poeta, per giungere ad una proposta d’appartenenza a quella cultura che gli garantisce un futuro interculturale. Di assolutamente certo rimane che, sviluppando i rapporti dialogici tra le culture e le lingue a sua disposizione, Teodoro Ndjock Ngana riesce a costruire per sé quella chiara identità di poeta interculturale che il saggio nonno della poesia dal titolo Il fiume, gli aveva indicato con la seguente metafora: "Nipote mio: sii quel fiume che fa scorrere l’acqua nei due sensi".

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Jonathan Livingston

viaggia in treno per ritornare dalla sua gente Tanti anni fa prese una valigia la riempì dei suoi sogni dei suoi poveri vestiti, dei suoi libri, e partì Voleva scappare fuggire per non essere come la sua gente Lola viaggiava con un treno per andare in città era attratta dalle luci dalle persone e dalla vita E il tempo si è consumato come candele di cera Ora che Lola ha conosciuto il mondo ha un solo desiderio fare ritorno dalla sua gente Lola viaggia in treno ed è triste Perché da allora è cambiato il suo cuore E al paese non troverà più la sua
Daniele Ragano

Neutro
Silenziose parole Hanno i tuoi occhi Neri diamanti Brillanti presenze Che

Riempiono lo spazio. Spinti a volare piano Consumiamo il tempo a Piccole dosi, E io continuo a rubare Alla notte

Il tempo del giorno Finito. A pensare se… Trafitti da rabbia… La luce

Salvatore Gentile

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Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involati di carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d’agrifoglio. La barba d’ovatta bianca gli faceva un po’ di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall’aria. La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi Bambini . “Dapprincipio -pensava- non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo!” I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena. –Ciao papà. Marcovaldo ci rimase male. –Mah… non vedete come sono vestito? -E come vuoi essere vestito? -disse Pietruccio.-Da Babbo Natale, no? -E m’avete riconosciuto subito? -Ci vuole tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te! -E il cognato della portinaia! -E il padre dei gemelli che stanno di fronte! - E lo zio di Ernestina quella con le trecce! -Tutti vestiti da Babbo natale?- Chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale. -Certo, tal quale come te, uffa, -risposero i bambini, -da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, - e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi. Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere , dopo un po’ ci avevano fatto l’abitudine e non ci badavano più.

Italo Calvino da Marcovaldo; I figli di Babbo Natale 15

Jonathan Livingston

Andrea Caligiuri

h, il Natale. Di recente mi trovavo a raccontare ad una persona che dopo alcuni mesi o anni, mi viene da pensare a qualsiasi periodo della mia esistenza attraverso colori, suoni, aria o profumi. Per farvi capire meglio: vi è mai capitato a Maggio di camminare sul corso di Grillo e sentire che nell’aria c’è già profumo d’estate? Non parlo dei fiori..o tutte quelle cosa là, parlo proprio d’aria. Ecco, quello di cui sto parlando io, è una cosa del genere. Vediamo, vediamo se riesco a trovare qualcosa..si, ecco. Tornavo a casa dopo aver sfidato i vari Vincenzo; (ops..andiamoci piano con i nomi) a palle di neve, tutto bagnato dalla testa ai piedi. Drin (non riesco a ricordare il suono del citofono). “Figlio mio.. come sei conciato, togliti le scarpe prima di salire le scale, le ho lavate oggi” continuando poi a sparare frasi cercando di ricordare la solita storiella che noi maschi non si fa mai nulla di buono. Credo sia cosi per tutti, come quando a tavola la mamma chiede a tutta la famiglia cosa dovrà preparare per dopodomani. “Caspiterina, mamma..non lo so cosa potresti preparare per dopodomani….tortellini?” “Va bene, ma se vuoi i tortellini devi andare a comprarli al supermercato, l’ultima confezione è finita…oppure posso fare le lasagne, dato che mi è rimasta della pasta”. Vada per le lasagne. Evvai. Dicevo, tornavo a casa con le sembianze di una spugna, arrivavo nel soggiorno e la mia super-mamma si affrettava a togliermi il capotto per metterlo sul termosifone nel bagno. Finchè non mi giro verso il salotto dove mio fratello se ne stava a mangiare turdilli al buio. Ricordo anche cosa passavano per la televisione, cosa stava guardando. Passavano un’anteprima di Night Before Christmas ( allora mi sa che mi trovavo nel lontano ’94). Era tutto stupendo e, oserei dire, magico. Dopo, tuffarmi nella vasca da bagno..mi faceva diventar matto..con tutta quell’acqua calda. O mio dio. Mi asciugavo i capelli e poi viaa…in pigiama. Ah. Se potessi avere di nuovo 7 o 8 anni. Ma pure 11…tò. Poi...chiamatemi pure materialista, consumista, egoista. (qualsiasi cosa con la –sta, tanto suona bene ) ma i regali mi facevano scoppiare, letteralmente. Anzi, negli ultimi anni..tipo 5° elementare o roba simile, mi svegliavo direttamente il 25 mattina, mi scartavo i regali trovati sotto l’albero e buonanotte ai suonatori. Ma a 5 o 6 anni, era roba da matti. Non riuscivo a prender sonno, mi svegliavo continuamente nella notte fra il 24 e il 25 controllando se Babbo Natale avesse consegnato i miei regali. Se la consegna era stata eseguita , naturalmente. Tipo se per un anno intero annegavo nei barattoli di Nutella, poi…5 o 6 giorni prima del 25..facevo il buono..non ne mangiavo. Dopo il 25, tutto tornava come prima. Gigi tempo fa mi ha detto che io e lui siamo due tipi cannaruti. Mi sa che è vero, forse nessuno più di me ha sbranato interi pacchi di

Brioche, barattoli di Nutella in un solo giorno. Mi sa che sono arrivato a tutt’altro, comunque. Il Natale è sempre stato meraviglioso per me. Il cenone con i parenti..è sempre stato un momento che ho sempre amato e amo tutt’ora. Stupendo. Anche se a volte tutti i parenti riuscivano sempre e comunque a mettermi in imbarazzo. “La ragazzina..l’hai trovata?” oppure “La fidanzatina l’hai trovata?”. MA CHE ME NE IMPORTA DELLA FINDANZATINA…DATEMI I MIEI GIOCATTOLI!!!!! Avrei voluto gridare. Purtroppo finiva sempre che diventavo più rosso del vino a tavola. Come del resto, era un gran divoratore di Coca-cola o Aranciate. Dopo un paio di tentativi, nei giorni ordinari mamma si accorse del fatto, e non né comprò più. Ma al cenone era necessario. E quindi..un bicchiere di Coca-Cola tirava l’altro..finchè non mi scolavo l’intera bottiglia. Anche i regali erano stupendi. E non riuscivo spiegarmi come mai questo Babbo Natale era sempre riuscito a capire i miei gusti. Ricordo ancora il primo regalo..cioè il primo regalo che riesco a ricordare. Ero piccolissimo, e Babbo Natale mi aveva consegnato tutti i personaggi di..di..come si chiamavano..aspè..I guerrieri Z..no. I Cavalieri dello Zodiaco, ecco. Vabbù. A Natale i regali erano belli, sempre e comunque. Per i regali, ci sono stati nella mia vita (in quella di tutti credo) tre momenti distinti: 1)Periodo Giocattoli o roba simile 2) Periodo camicie 3) Periodo Contante Il periodo giocattoli è il più bello, da i 4 ai10 anni. Quello più brutto è invece il periodo Camicie. “Ah..una camicia..bella…grazie..ma vfffnc..” dai 10 ai 15 anni. Il periodo Contante che credo vada dai 15 ai 30 anni si trova a metà. Perché si..hai soldi e puoi comprarti tutto quello che caspita vuoi..ma la cosa perde il suo fascino. Vero? Crescendo, un sacco di queste cose si perdono per strada. I rapporti con le cose e le persone cambiano, anche con il Natale. Se adesso lo viviamo tutti meglio o peggio rispetto a dieci anni fa, ancora non posso dirlo. Fatto sta, che rimane per me una festa di calore: gli amici partiti un giorno per studiare o lavorare al nord, ritornano. E forse davvero, nell’aria si sente che siamo tutti più buoni. (mi sa che ho sparato una cazzata, nessuno è più buono mai) Ad ogni modo, prima di addormentarmi nel mio letto, ci rifletto un po’ su’: a tutto ciò che in qualche modo, sono stato e sono tutt’ora. Alla gente che mi è stata intorno fin da quando sono sbucato fuori. E mi rendo conto di quanto sia stato fortunato. Caspita, è vero. Quando te lo dice la mamma che non tutti i bambini avevano i giocattoli che avevo io, che non tutti i bambini potevano permettersi di ricevere regali sotto l’albero, e che non tutti avevano un albero sotto cui sperare…. non capivo. O forse non volevo capire, minacciando papà e mamma di chiamare il telefono azzurro.

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a cuore aperto e mente fredda

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KEEP ON’ROCKIN IN THE FREE WORLD
Tommaso Caligiuri
iorni indimenticabili passati a Milano a Settembre da una vita l’aspettavo partito volato ho ancora il biglietto sul muro attaccato dice Lamezia TermeLinate volo 8269 e non ditemi l’aereo è poco rock & roll avrei voluto vedere voi in quell’atterraggio critico turbolento fra nuvoloni scossoni temporale infuriava ed io sul sedile fremente di toccare nuova terra «Mai più! Mai più!» tremante a farsela sotto e il pilota ha proprio tirato il freno a mano sgommato sulla pista d’atterraggio… ho ingoiato «vaf*an*ulo» è andata! l’ hostess mi augura buona giornata scendo la scaletta all’ aeroporto ancora acquazzone borsone fradicio devo assolutamente cagare impossibile resistere un minuto di più ma il telefonino squilla è Vincenzo dice «i mezzi fanno sciopero ma conto di arrivare» Okay okay un corno tutto storto ma-desso-cazzofaccio? Disorientato-bagnatoconfuso-dov’è un cesso? Vago a vuoto gente che va gente che viene folla multirazziale poltrone valige schermi orari giornali comunicazioni di servizio accenti che non sono miei ma non ho paura cerco solo un cesso ognuno ha una direzione una meta e Vincenzo mi appare improvviso ghignante dobbiamo andare dice andare non c’è tempo stringi i denti c’è solo questa corsa che ci porta a casa e saltiamo sull’autobus attraversiamo l’ immensa plumbea città chiacchierando «atterraggio pelle d’oca» dico e Vincenzo ride e dice ci vorrà ancora mezz’ora e sull’autobus ho modo di vedere i primi individui folli di cui la Milano brulica e scendiamo ad un fermata si prosegue a piedi fortuna il cielo s’è aperto avviati di gran lena per il marciapiede sorreggiamo insieme il borsone costretti a manovre difficili e camminiamo camminiamo vetrine vetrine caffè chioschi e il Duomo mi balena negli occhi come sterminata visione sul cielo limpido oramai «Minkia!» la piazza silenziosa cinesi e passeri soltanto la gente lavora a quest’ora e proseguiamo semafori tram traffico edicole graffiti e finalmente Porta Ticinese (piove ma c’è il sole) stiamo per arrivare a casa si a casa sono morto e se fossi venuto in treno? non sono fatto per viaggiare penso e Vincenzo dice Ci siamo Halleluja apre un portoncino entriamo accogliente portico saliamo su su grazioso palazzo antico giallo scalette di pietra balconcini lunghi labirintici e eccocci qui «nella mia piccola dimojurassica blues band che ci ha fatto sognare Pietro e Vincenzo ed io s’è parlato riso bevuto mangiato Kebab bella questa Milano di notte uguale al giorno caotica esagitata trasudante sesso luccicante creste alte un metro e arriva la seconda notte dopo il Rolling Stones e la sosta alle Colonne ritrovo studentesco Punk Dark Metallari Perbenisti Arabi Marocchini Senegalesi «Fumo? Fumo?» il cielo minaccia pioggia continuamente torniamo a casa trasognati bevuti e due piccioni se ne stanno appollaiati vicini vicini come innamorati e il mio amico Pietro mi spiega che ci sono da sempre ogni notte si ritrovano là su quella finestra sono loro coppietta affiatata ma che carini… ascoltiamo musica ancora guardiamo la tv e io mio dio faccio le tre le quattro le quattro&mezza Pietro dorme Vincenzo dorme sbuffa fa il rumore di una caffettiere maledizione mi sento peggio di un cadavere non mi frega mando giù un sonnifero sennò come ci arrivo al concerto? e dormo dormo dormo… Ed ora qua nel bel mezzo del forum d’ Assago ci siamo quasi è partito il contdown da poco arrivati pulman metropolitana tutti diretti al mitico evento dopo sei anni tornano i Pearl Jam e con noi c’è anche l’altro Vincenzo capellone rokkettaro doc (d’origine caotica) prima di partire abbiamo preparato micidiale intruglio coca-cola-whisky che dava alla testa dopo due sorsi ma appena arrivati all’entrata ci controllano «no questa non può entrare» ma è una bottiglia di plastica! «no non può entrare solo bicchieri di carta» e così poggiati su delle transenne scoliamo per quanto possiamo la bottiglia per fortuna il miscuglio va giù di brutto il resto lo versiamo in (segue)

ra» dice Vincenzo e vado a sbracarmi inbagno######################poi sfilo dal borsone pane da un kilo e soppressata eccoli qui visto cos’ho portato? cerco subito un letto per buttarmi riposare intanto Vincenzo scappa all’ Università ma niente da fare non dormo mi siedo gambe incrociate come Buddha inizio a leggere un romanzo arrivo a pag 24…. La prima notte idem non chiudo occhio cazzo sempre così quando cambio aria no non sono fatto per viaggiare anche se tornati a casa stremati rincoglioniti da tanto notturno scorrazzare Porta Ticinese Navigli pub Nidiaba

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Jonathan Livingston
(Continua da pag.17 ) un grosso bicchiere entriamo ma ancora controlli e do del fascista al tipo che ci fa aprire ancora una volta gli zaini mi guarda storto Vincenzo il capellone al mio fianco se la ride e finalmente siamo dentro giriamo intorno niente schermi giganti il palco sobrio solo gli strumenti bella storia e continuiamo a tracannare il miscuglio dal bicchierone di cocacola il forum comincia a ruotare… a ruotare… sto una meraviglia proprio come nei giorni che seguiranno davvero bene torneremo a casa a qualsiasi orario ed io dopo sei ore di sonno mi alzerò fresco come una principessa si in effetti sono fatto per viaggiare animale da strada mi dirò e gireremo tutto il tempo nel marasma Milanese centri commerciali a go go e un grande castello che non ricordo più come accidenti si chiama era fantastico e un pomeriggio leggeremo scritto su un muro Tre metri sopra al cielo e ne rideremo con Pietro e i Vincenzi ci divertiremo alle Colonne Vincenzo capellone conoscerà un tipa piuttosto fatta e attaccherà bottone e le racconterà che si chiama Fidel ma il resto della vita tutto uguale tra parentesi non ho mai visto un Fidel calabrese e la sera a cena parleremo del nostro lontano paesello dei suoi problemi e come fare e come non fare ed io penserò anche alla mia piccola Cosenza che tenta di fare la grande con le sue vetrine sciccose di Corso Mazzini e mi vedo già lì ad ascoltare la skunkiudende radio Ciroma e penso a tante cose a come sarebbe vivere in quel gigantesco e geneticamente modificato calamaro urbano che è Milano e che forse è troppo grande la città per due che come noi ancora si stan cercando e penserò a cose come decidere se togliere o lasciare Punti e Virgole all’ esistenza……………. Un boato si leva in aria ci siamo quasi sono loro imbracciano le chitarre intensa trepidazione cominceranno con un lento o con un pezzo forte? GO! GO! GO! Sono le note di Go pezzo tostissimo locomotiva lanciata a tutta birra nel retto del mondo sento prima la voce di zio Eddie poi lo vedo avvinghiarsi all’asta jeans e maglietta capelli lunghi uno come noi è tutto un pogare e saltare in aria subito nebbie densissime tutti urlano e ballano Vincenzo urla a dorso nudo si capisce all’istante che i cinque ragazzi (bè ragazzotti!) di Seattle sono in formissima non pazzi come un tempo quando correvano da un parte all’altra e Eddie si arrampicava in ogni dove dopo la morte dei nove ragazzi nel 2000 a Copenaghen Vedder e i suoi sono cambiati lasciano fare tutto all’ energia della musica che si è duplicata un muro di suono e per quasi un’ ora non riprendono fiato nemmeno un minuto concerto tostissimo rock a tratti punkenggian-

persona zainetto in spalle buon demone lacrimante in ginocchio a mezz’aria sul palmo divino in faccia all’abbacinante onnisciente nirvanico segreto della vita… Tutti Battono le mani!
A tempo! Cssh! Tutto il forum! Grande pubblico di Milano!!! Si LeeeeVa un Coooooooooooooooooooooooro! Cazzo sono qui Briviiiiiiiiidi lungo la schiena Sudato Vivo uh! La coda di Black si dilata We belong We belong togheter Togheter togheter!!!!!!! il suono delle chitarre sta sciogliendosi ma le mani continuano a battere il coro a ripetersi la musica la musica lentamente sfuma le mani un mare di mani battono ancora le chitarre si acquietano il coro cresce le mani sempre in alto le mani all’unisono le voci sembra non ci debba essere più una fine… è come essere travolti da un cavallone di sei metri è come rinascere in ogni cellula Vedder sussurra al microfono poi si gira di schiena ne sono sicuro una lacrima è scappata anche a lui…..

te come non mai adrenalina a fiotti finché arriva BLACK dolce fragile dannata amore infranto immagini si macchiano d'inchiostro la voce di Eddie sfiora ogni sfumatura santo dio Eddie da dove ti esce fuori? riverbera in 10mila voci in coro lirica che ti attraversa incendia l’anima arrivano quei versi fuoco immortale I know someday yuo’ll have a beatiful life, i know you’ll be a star, in somebody else’s sky,..but..why, why?...why it can’t it be mine, how can’t it be mine?..(Lo so che un giorno avrai una vita bellissima, lo so che sarai una stella… nel cielo di qualcun altro ma perché… perché… perché non può essere il mio!?) McCredy e Gossard si rincorrono fuga elettrica sulle sei corde lungo sentieri inesplorati infinite irripetibili volute sogno sinusoidale Vedder aggrappato all’asta naufrago su grigia spiaggia deserta onde come boccoli nero oceano spumante… lascia che il sole bruci la mia maschera…… All’improvviso è come se l’impalpabile affettuosa fascinosa e perfetta mano di Dio sollevasse da terra la mia piccola

Pearl Jam/17-09-2006 A Pietro e Vincenzo

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QUANDO GIOCO SONO MATURO/
a cuore aperto e mente fredda
ago. Vago. Vago e vago, abbandonato, per queste lande desolate; fuori dal tempo. Vago ormai da giorni. Temo di aver smarrito i miei ricordi lungo i sentieri percorsi, tra le acque dei fiumi che ho attraversato con coraggio, sotto gli alberi che mi hanno fatto da riparo nelle notti piovose. Di un sorriso amico, umano, nemmeno l’ombra. Ho deciso. Voglio adagiarmi qui, ricongiungermi a ciò che prima ero, lentamente, soavemente, esausto di varcare confini, e confini. Mi lascio cadere a terra. Il mio tonfo impaurisce una lucertola poco distante; lesta, si da alla fuga. L’aria si fa più fredda, quasi gelida. Non rispondo più del mio corpo. Chiudo gli occhi… 1-E’ un uomo – sento proferire, poco dopo, da non molto lontano; incerto se stia sognando o meno. Dopo qualche secondo, una voce; stavolta vicinissima: - Si, lo è. Un giovane uomo -. Di colpo mi ridesto, e con lo sguardo verso l’alto, riesco a smicciare confusamente delle figure. Due uomini. Mi analizzano dalla testa ai piedi. Sono stremato, è difficile che riesca ad alzarmi. Tuttavia, acceso e rincuorato dalla vista dei due, mi sforzo di stare dritto sulle gambe. Adesso posso scorgerli meglio in viso e in corpo. Uno, che sembra il più anziano, porta una lunghissima, folta, barba bianca, come la neve appena scesa dal cielo, ed è canuto anche in testa, con dei fili di lana cadenti lungo le spalle. Abita goffamente una tunica violacea, sulle cui spalle campeggia una stoffa purpurea accesa che lo riveste fino alle ginocchia. L’altro, come il primo, ha dei calzari sbrindellati ai piedi. La sua tunica è di un verde ramato; la stoffa turchese e molto ampia, quasi a fungere da mantello. Questo viandante è più duro in volto; anch’egli con la barba, ma riccia e bruna, e i capelli scuri uguale, ma non molto lunghi. 1 Da quale regione provieni, straniero? Da una colonia forse? – fa bonariamente il canuto. 2 Non so…io non… 3 Qual è il tuo nome? – chiede l’altro con aria pretenziosa. 4 Cammino da giorni…si, da giorni…5 Osservandoti, posso comprendere che serbi una buona dose di spossatezza. Hai bisogno di un pasto caldo. Spero tu abbia ancora vigoria nelle membra. Avanti, ridestati. Segui me e il mio compagno di viaggio. I nostri passi ti porteranno in un luogo giammai immaginato – spiega il vecchio tendendo l’indice verso la pianura che si estende al di là delle rupi che ci si pongono innanzi. Capisco le buoni intenzioni dell’uomo e, intravedendo un’oasi nel deserto, con forza, mi tiro a fatica dietro ai due. Il desiderio di una migliore condizione ravviva anche il più esanime degli esseri. Discendiamo giù per gli impervi viottoli che disegnano contorte ragnatele sulle facciate di rocce immense, secolari. 6 Faccio dell’immanenza la mia spada. Come credere responsabile delle cose un’essenza, un’anima trascendente alle cose stesse? Come spaccare questa realtà, come definirla immagine partecipante di una realtà perfetta? – ostenta quello, contorcendosi nella tunica ramata, verso l’altro con fare irrequieto. 7 Ciò che tu vedi dipinto sulla tela dal pittore, come la sedia costruita diligentemente dall’artigiano, non è altro che imitazione. L’arte è imitazione… della natura. La natura è imitazione… della vera natura, incorruttibile, imperitura. Ne segue che il pittore e l’artigiano sono di tre gradi distanti dall’Idea ingenerata – risponde placidamente il vecchio dalle rughe antiche. 8 Apprezzo il sillogismo, ma non riesco ad intravedere nulla di produttivo in una speculazione che vuole la dicotomia dell’esistenza – dice il giovane scuotendo la testa. Continuano così per tutto il tempo del nostro peregrinare, arrestandosi di tanto in tanto per la chiarificazione dei concetti apparentemente più oscuri. Io seguito ad ascoltarli; quelle parole, quelle teorie, fanno breccia nella mia debolezza e per un attimo mi pare di vivere un deja vu. Nel bel mezzo della tumultuosa disputa, scorgo a meno di un miglio di lontananza una strana costruzione. Sembra una palafitta, ma qui non c’è acqua. Una palizzata sormontata da un tetto. Non riesco a scernere. Finalmente i ragionanti decidono di accantonare i loro sermoni. Mi hanno ignorato per tutto il tempo; adesso, però, si voltano, e con un atteggiamento premuroso del viso mi invitano ad accelerare il passo, che la meta è vicina. L’oasi a cui anelavo mi si presenta davanti. Alla mia destra fa capolino un car-

di Carmine Cardamone
tello azzurrognolo con una scritta rossa che dice - Ristorante “Al Paradiso”- . L’ho già sentito io ‘sto nome; ‘sta capannetta l’ho vista da qualche parte. Proprio di una capanna si tratta. O meglio: dei paletti in legno sorreggono un ammasso di pagliericcio secco che da vita ad una piacevole zona d’ombra nella parte sottostante. Qui, è disposto in lungo rispetto alle pareti di bambù una tavola ben imbandita. A godere delle sontuose vettovaglie, degli strani signori. Non ce n’è uno che portandosi il coscio d’agnello o il calice di vino alla bocca non emetta parola. Tutti vestono in modo differente; sembrano provenire da epoche diverse tra di loro. I miei compagni pellegrini si avvicinano ai convitati, questi li accolgono cordialmente e con profonda devozione. 9 Platone, Aristotele, sedetevi, prendete posto – esclama subito dal suo posto un uomo ancor più vecchio, calvo in testa ma con le gote e il mento disseminati di una fittissima peluria. 10 Non posso crederci…non posso… non è vero…non posso – blatero tremendamente smarrito- Platone!!! Aristotele!!!! Tremo!-. Quell’uomo, colui che, ormai, so essere Platone – ci pensate, Platone – mi invita a trovare un angolino di tavolo in cui sistemarmi per rosicchiare qualcosa. Ma io non ho fame, io non ho più fame perché, qualche metro più in là, siede comodamente adagiato sul fianco destro, con un calice di vino scarlatto nella mano sinistra, un tizio dai baffi come onde tempestose che ripete di continuo annuendo verso gli altri – E’ solo volontà di potenza, nient’altro. Essa ci anima e ci domina. E’ volontà di potenza la linfa che scorre nella vita -. Un ometto completamente calvo, che gli sta di fronte, grida – Habere, non haberi. Possedere, non essere posseduti. E’ questo il senso, Friederich -. E Friederich, che sembra non voler sentire ragione alcuna se non la sua, - Non fraintendermi Gabriele, non fraintendermi. Non sto parlando di muovere guerra ai popoli, di possedere i mondi o di annientare le culture, sto solo parlando di un uomo che sia al di là degli altri, che sia oltre, che sia un poeta -, e Gabriele – Ma un poeta non può che essere un esteta – alzandosi sulla sedia, petto gonfio, rimirando con lo sguardo acuto e deciso le future glorie dell’Italia bellica. ( segue)

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(Continua da pag. 20 ) Nietzsche e D’Annunzio, chi mai l’avrebbe detto? Contendenti della verità ad un banchetto in cui figuro anch’io. Non credo ai miei occhi. Queste personalità qui, oggi, ed io accanto a loro, io.Più in là, un uomo strambo e bizzarro è intento a consumare velocemente le pietanze, quasi infiammato da una mania, dalla determinazione di portare a compimento una qualche grande opera. Agita smaniosamente una mano verso l’alto, a destra, a sinistra, su, giù, poi di nuovo su. Ragazzi, ormai sono entrato nell’ottica. Non ci metto molto a capire che si tratta di Ludwig, già, il grande Ludwig Van Beethoven. Quello si canta la sinfonia in testa e, spesso, anche a voce altissima. Ma è sordo, cosicchè emette degli stramazzi poco gradevoli , e quelli che siedono al suo fianco, come Rimbaud, Verlaine e Baudelaire finiscono per impazzire, poiché non ascoltati nei ripetuti inviti al silenzio rivolti al maestro. Si rimpinzano le budella di vino, visto che è gratis, e declamano ad alta voce frasi in versi in omaggio alle donne, alla vita e al dolore. Ah, a proposito di donne. L’unica a presenziare durante il banchetto è la dolce Lou, Lou Salomè. Dall’aspetto tenue e con voce impalpabile si rivolge ai commensali quasi ossequiando, ma in modo deciso e diretto. I suoi occhi incrociano quelli di tutti gli altri meno che quelli di Friederich. Mi spiega infatti D’Annunzio, porgendomi una sigaretta ora che s’è scollato dalla sedia, che i due un tempo si amavano ma che poi è sopraggiunto un terzo incomodo a rovinare il tutto, un certo Rilke. Nel frattempo, qualcuno deve avermi servito senza che io me ne sia reso conto giacché mi ritrovo sotto al naso un piatto assortito di ogni ricchezza. Messa da parte la sigaretta, inizio a trangugiare, infervorato dalla situazione di grida, proclami, e teoremi che gli astanti mettono in atto. La mia attenzione è distratta ancora una volta, poiché carpita da uno che, lasciata perfettamente integra la razione nel piatto, si accinge a dipingere su tela quanto ha di fronte. Ebbene, la faccia, si, la faccia di Vincent Van Gogh è proprio quella del famoso autoritratto. Sembra che qualcuno dopo averla ritagliata dal quadro, gliel’abbia appiccicata sopra al collo. All’apparenza è un burbero, chiuso in se stesso; ed Oscar, avvicinandosi, mi spiega che i tipi così non gli vanno a genio. Oscar è un adone, sorseggia elegantemente il vino che, nella sua coppa, assurge a nettare degli dei versato sul fondo di una corona regale capovolta. È Wilde, Oscar Wilde, che non perde tempo per beffarsi anche di Johann, raggomitolato come un gattino tremulo in un angolo, intento a dolersi angosciato dalle disavventure amorose ed esistenziali, salvo poi inerpicarsi coraggiosamente a sentimenti fiduciosi inneggiando alla vita. Già, Goethe è un altro tizio alquanto strano. Non mangio, non riesco a star fermo. Mi volto di scatto ad ogni frase che cade come un lampo a ciel sereno. Ho scordato di essere uno stanco viandante. Sono incendiato dalle parole, dai pensieri che queste persone pongono uno dietro l’altro. Sembra quasi che siano tutti in preda ad una divina mania, tutti ansiosi di acchiappare o quanto meno rasentare la Verità. Li lascio così, incazzati, mai calmi, irrequieti, sempre sul piede di guerra per far valere la propria tesi, cogli animi alimentati dai bollori del dio Bacco. Ricordano i bambini che giocano alla guerra. E, in fondo, che cosa sono stati se non dei grandi bambini. Si, dei grandi bambini. Eroi. I miei eroi. Ma il sogno è finito. Sono le 8 e tra un’ora ho lezione. Si torna nel mondo dei grandi. Che poi…tanto Grandi non sono!

S I M E N T I

I

J E N N A R U /
C’è un’energia creativa, che per esprimersi, per uscire e diventare corporea ha bisogno di sentirsi aspettata, cercata, accolta. Albatros, come un grembo sociale non ha solo sostenuto l’idea di Radano, ma insieme al regista, che è anche un apprezzato cantautore, hanno organizzato una serata musicale. L’ evento è per il 2 Gennaio, a Carlopoli, il ricavato della serata sarà destinato a un bambino autistico. Le canzoni che verranno presentate,ispirate al poeta Achille Curcio sono parte di un progetto, cui partecipano noti musicisti calabresi . Un modo per valorizzare la poesia dialettale e per trama-andare storie e amore per la nostra terra. Siamo ancora in inverno, ma l’ amicizia nasce in ogni stagione. Così dal caos informe si articola una nuova iniziativa. Umanizzare la Natura e umanizzare l’Arte sono forme di realizzazione ed espressione dei potenziali umani, modi per riuscire, utilizzando linguaggi antichi e moderni, come la musica e il cinema. Un grazie speciale ad Albatros e un appuntamento al 2 Gennaio con tutti voi.

Di Amelio Barbara
I Celti consacravano ogni mese ad un albero, rendendo visibile, attraverso un rituale collettivo quella comunione profonda dell’uomo con la Natura ( anima cosmica, globale). Ispirandoci a questa antica tradizione celtica potremo dedicare Gennaio, al sacro albero dell’amicizia. La terra è sempre gravida di vita. Anche in inverno, mentre il contadino riposa, la terra maternamente contiene, nel silenzio e nel buio i germi di nuove esistenze, che profumeranno il mondo con le loro inflorescenze. Sotto il grande albero dell’amicizia, Albatros ha incontrato Daniele Radano, un giovane regista di Taverna e insieme parteciperanno a un progetto dell’ A.R.Di.S. (Agenzia regionale diritto allo studio). Si tratta della realizzazione di una sceneggiatura, attraverso l’istituzione di un laboratorio sperimentale rivolto agli studenti dell’università di Catanzaro. Il film“Antonio P”, in omaggio al cinema neorealista di Vittorio de Sica, racconta la storia di una “morte bianca” e tratta il tema del lavoro nelle sue problematiche: lavoro nero, lavoro precario e “morte bianca”

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n
iamo in Inverno. Finalmente abbiamo trovato una sede. Il costo d’affitto non è male, e poi è sempre meglio dell’aria gelida di Carlopoli. Infatti, grazie al calore che emana il focolare della stanza, riusciamo a concentrarci meglio su tutto. Pensavo da un po’ di tempo di scriverti, perché avere una testimonianza scritta di tutto quello che succede nella nostra realtà d’associazione è sempre importante. Me ne frego delle persone che dicono: scriviamo come se fossimo a due metri da terra e che siamo buoni solo a piangerci addosso. Diario, è vero quello che si dice in giro: la paura, ecco cosa accomuna la nostra generazione. Quest’anno, comunque, durante le feste natalizie, abbiamo pensato ad un po’ di cose da mandare avanti. Per cominciare abbiamo invitato personalmente Babbo Natale a Carlopoli che, con tanto di slitta, consegnerà tutti i regali ai bambini di Carlopoli. Me lo ricordo ancora l’anno scorso, in mezzo a tutte quella folla di persone a ridere sotto i folti baffi bianchi. Ricordo anche un po’ di gente tremare di freddo, anche se eravamo a pochi metri dalla focara. Cosi’ stavolta abbiamo cambiato un po’: per cercare di andare incontro anche alle famiglie con bambini la consegna dei regali avverrà all’istituto Comprensivo G. da Fiore di Carlopoli, subito dopo la proiezione di Nightmare before Christmas, film animato di quel geniaccio di Tim Burton. Oltre all’arrivo di Babbo Natale e alla proiezione del film per bambini (e non ) siamo (quasi) arrivati a realizzare una manifestazione sulla nostra memoria storica, dal nome “Cuntame…cuntame”. Abbiamo messo in giro un po’ di avvisi su chi potesse ancora avere a casa un qualsiasi oggetto appartenente al passato di Carlopoli. Speriamo bene. Il calendario delle manifestazioni, continua. E’ forte l’idea di realizzare un’altra manifestazione artistica, che dovrebbe svolgersi negli ultimi giorni di Dicembre, presso la scuola media di Carlopoli. Questa “giornata” come piace chiamarla da queste parti, dovrebbe contenere letture di poesie e qualcos’altro. Insomma, anche questa volta ci siamo dati da fare. La collaborazione con L’istituto comprensivo diventa sempre più robusta, e questo non può che farci piacere. In quanto grafico o impaginatore del mensile, mi accorgo che ogni numero ha una sua struttura diversa, non lo so, ma è come se non fossi mai contento, ed ogni volume mi serve per imparare qualcos’altro, ma penso con certezza che manterrò per sempre questa struttura. L’Albatros va avanti e, grazie a qualche euro recuperato con Jonathan Livingston, possiamo respirare qualche boccata d’ossigeno in più. A proposito di J.L, volevo dirti una cosa. Noto con dispiacere che più si aumenta di numeri, più sono sempre le stesse persone a scriverci. Ci piacerebbe tanto che qualcuno che non ha mai scritto nella nostra testata ci mandasse un’articolo, su qualsiasi cosa. Non importa che non siano giornalisti, qui non lo è nessuno. Cerchiamo solo di scambiare, far conoscere ed esprimere tutto ciò che prima non abbiamo mai avuto il coraggio di dire, o che non potevamo dire, visto che J.L è nato da un annetto. Vero. Tra due mesi il nostro amico volante compie un anno di vita, e spero che si organizzi qualcosa di speciale. Questa stagione, fra l’altro ci ha visti in collaborazione con la scuola per la rassegna cinematografica su De Seta. Nonostante tutto, caro Diario, quello che più mi incoraggia personalmente è vedere che nonostante le numerosissime riunioni fatte in quasi due anni, il numero delle persone non è calato come invece pensavo succedesse. Si, forse su 40 iscritti ci ritroviamo alle riunioni solo in 12/13 ma, è già una cosa. Ahimé anche quest’ inverno passerà, e come al solito dovremmo cominciare a inventarci già qualcos’altro. Ma ora è Natale, e ho voglia di starmene vicino al focolare, aspettando come da bambino la neve. 13/12/2006 Andrea

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