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L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt
venerdì 2 settembre 2011

Unicuique suum
Anno CLI n. 201 (45.846)
.

Città del Vaticano

Messaggi contraddittori dai figli di Gheddafi

In morte di Eugene Nida

Mosca riconosce i ribelli libici
TRIPOLI, 1. Settembre si apre in Libia sia con un’accelerazione degli sviluppi politici sia con la prospettiva di una soluzione militare alla guerra civile che si protrae da mesi. Anche la Russia, che finora era stata estremamente critica sull’intervento armato della Nato e che aveva continuato a sostenere la necessità di un negoziato tra i ribelli e il leader libico Muammar Gheddafi ha annunciato oggi il riconoscimento del Consiglio nazionale transitorio (Cnt), l’organismo di autogoverno datosi dai ribelli libici, come unica e legittima autorità «funzionante» nel Paese nordafricano. Nel darne l’annuncio, il ministero degli Esteri di Mosca ha espresso di attendersi «che tutti i contratti e gli obblighi saranno rispettati». Nella dichiarazione diffusa da Mosca si richiamano le riforme annunciate dal Cnt — nuova costituzione, elezioni e formazione del Governo — e si ricorda che Mosca intrattiene rapporti diplomatici con Tripoli dal settembre del 1955, senza che siano mai stati interrotti. Il riconoscimento del Cnt da parte di Mosca avviene nello stesso giorno in cui l’inviato presidenziale russo per l’Africa, Mikhail Marghelov, partecipa a Parigi alla riunione dei Paesi amici della Libia. Anche l’Algeria, unico Paese maghrebino a non aver ancora riconosciuto il Cnt si è detta pronta a farlo, dopo essere stata accusata ancora nelle ultime ore dal ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, di atteggiamento ambiguo, a causa delle tensioni con i ribelli libici per l’accoglienza concessa alla moglie di Gheddafi, Safiya, e a tre dei loro figli, Mohammed, Hannibal e Aisha. L’unica condizione, ha precisato il ministro degli Esteri algerino, Moudi GIULIA GALEOTTI

Un nuovo Girolamo
l mio amato marito è morto dieci minuti fa»: così la traduttrice e interprete Elena Fernández-Miranda ha comunicato il 25 agosto scorso la morte di Eugene Nida, il linguista statunitense considerato il gigante indiscusso della traduzione dei testi sacri. Se, infatti, milioni di persone nel mondo possono leggere la Bibbia nella loro lingua cogliendone il messaggio in tutti i suoi aspetti e sfumature, ciò è stato possibile proprio grazie al lavoro indefesso e meticoloso di quest’uomo. La traduzione, si sa, è arte difficilissima, e in ambito biblico molto antica: le prime versioni in greco delle Scritture ebraiche — di capitale importanza per la loro diffusione — risalgono infatti al terzo secolo avanti l’era cristiana. La complessità dell’operazione è dovuta alla ricchezza intrinseca delle parole: nel passaggio da una lingua all’altra si rischia sempre di perdere o di aggiungere qualcosa, manipolando, integrando o impoverendo i significati, come avvertiva già il traduttore greco nel prologo del Siracide. È stato proprio partendo da questa ovvia, ma problematica, consapevolezza che Nida ha costruito la sua teoria e il suo metodo: «Poiché non esistono equivalenze esatte, nel tradurre bisogna cercare di trovare l’equivalente più vicino possibile». Il compito del traduttore è dunque quello di ricercare le equivalenze che gli permettano di agire «nel migliore dei modi», scrivendo in maniera quanto più «naturale» possibile. La traduzione, infatti, per lo studioso doveva essere non solo chiara e comprensibile, ma anche accurata. Nato l’11 novembre 1914 a Oklahoma City, Eugene A. Nida si laureò nel 1936 in greco summa cum laude all’università della California, specializzandosi nei tre anni seguenti in Nuovo Testamento e dottorandosi infine in linguistica all’università del Michigan. Era il 1943, e subito dopo il linguista entrò nell’American Bible Society, dove rimase per oltre mezzo secolo dirigendovi il programma di traduzioni: un lavoro indefesso a cui la società rese omaggio nel 2001 chiamando il nuovo istituto di traduzione biblica Nida Institute of Biblical Scholarship. Fu nel corso di questi decenni che Nida, ministro battista, mise a punto il suo metodo, sintetizzato nelle sue indicazioni fondamentali e più note nel libro Toward a Science of Translating (1964). L’intreccio continuo tra teoria e pratica, con la contaminazione di concetti tratti soprattutto dalla linguistica e dalla psicologia, ha costantemente segnato la ricerca di questo linguista e antropologo, ve-

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Attività di pattugliamento nei pressi del villaggio di Heisha, circa cento chilometri a est di Misurata (LaPresse/Ap)

rad Medelci, è che il Cnt dia vita a un Esecutivo con basi più ampie. Ieri sera, intanto, poco dopo che i ribelli avevano annunciato la cattura di un altro esponente del Governo di Gheddafi, il ministro degli Esteri Abdelati Obeidi, due figli dello stesso Gheddafi, Saadi e Saif al Islam, hanno lanciato messaggi contraddittori, lasciando intuire l’emergere di crepe nella compattezza del clan famigliare. Parlando al telefono all’emittente Al Arabiya, Saadi ha

confermato quanto aveva già annunciato il comandante militare degli insorti a Tripoli, Abdel Hakim Belhaj: il desiderio di trattare e magari anche di arrendersi, se ciò «servisse a fermare lo spargimento di sangue». Saadi ha detto di aver preso contatto con gli insorti per negoziare una «tregua» e precisato di parlare a nome del padre, che non si opporrebbe a una presa di potere da parte degli insorti. I contatti di Saadi con il Cnt sono stati confermati, sempre in se-

rata, da Mehdi Harati, vicepresidente del consiglio militare del Cnt. Ben diverso e bellicoso è stato il messaggio audio di Saif al Islam trasmesso dall’emittente Arrai, basata a Damasco. «Siamo qui, continueremo la resistenza e la vittoria è vicina», ha proclamato, sostenendo di parlare da un sobborgo di Tripoli. Rivolto agli insorti, Saif li ha avvertiti di non attaccare Sirte: «Nella città ci sono ventimila uomini in armi e sono pronti» a combattere, ha detto.

Il trenta per cento degli assegnatari neri ha rivenduto le terre ai vecchi proprietari bianchi

Vacilla la riforma agricola in Sud Africa
CITTÀ DEL CAPO, 1. Il trenta per cento degli agricoltori neri del Sud Africa hanno dovuto rivendere agli originari proprietari bianchi le loro terre, acquistate dal Governo dopo la fine del regime dell’apartheid. La notizia è stata data dal ministro sudafricano per la Riforma agricola, Gugile Nkwinti, in dichiarazioni rilasciate al quotidiano statunitense «The Washington Post». Nkwinti ha detto che dal 1994 il Governo ha comprato il sette per cento della terra in precedenza posseduta dai farmer, gli imprenditori agricoli bianchi, per favorire una ridistribuzione della proprietà agricola e una più equa condizione sociale nelle zone rurali del Paese, per decenni dominio incontrastato dei latifondisti bianchi. Tale politica rischia però di far registrare un sostanziale fallimento, nel più ampio quadro dell’agricoltura africana, pesantemente condizionata dalle esigenze dei mercati internazionali. Nel caso sudafricano, la scarsa redditività delle terre in questione, divise in piccolo appezzamenti non in grado di fronteggiare i costi della moderna agricoltura, ha spinto molti degli assegnatari neri, appunto circa il trenta per cento, a rivenderle ai proprietari originari. Né al momento s’intravede un’inversione di tendenza. In ogni caso, diciassette anni dopo la fine del regime segregazionista, la grande maggioranza della terra coltivabile in Sud Africa resta nelle mani di circa quarantamila farmer bianchi, latifondisti e non. Né il settore agricolo è l’unico a mostrare situazioni critiche. È di queste ore la notizia che il Sud Africa potrebbe rendere più severa la normativa che regola l’attività mineraria — tradizionale punto di forza della ricchezza del Paese — per salvaguardare appunto la sicurezza degli addetti agli impianti. Un ammonimento in questo senso è venuto dal ministro delle Risorse minerarie, Susan Shabangu, in un momento di forte aumento dell’attività degli impianti minerari, volta a soddisfare la grande domanda dei mercati internazionali.

ro scienziato della parola. Molto del suo tempo, infatti, lo studioso (che parlava correntemente otto lingue) lo ha trascorso viaggiando in un’ottantina di Paesi, per formare e affiancare i traduttori locali nell’opera di adattamento linguistico delle Sacre Scritture. L’interesse primario del linguista statunitense fu l’ambito biblico — il suo progetto di traduzione moderna della Bibbia iniziò nel 1978, giungendo a conclusione nel 2002 — ma la sua teoria si propone come onnicomprensiva: base cioè di una futura scienza capace di spiegare i principi generali che governano la traduzione. Il metodo delle equivalenze «dinamiche» e «funzionali» fu utilizzato per esempio nel complesso lavoro di traduzione che, nel 1975, portò alla Nueva Biblia Española, curata dai gesuiti Luis Alonso Schöckel e Juan Mateos. Un problema si pose a Eduardo Zurro con il libro di Ezechiele: come rendere il fascino delle visioni del tempio scritte in un ebraico fitto di hàpax legòmena, parole mai usate in precedenza? Giacché la lingua corrente non veniva in aiuto, i traduttori ebbero un’idea geniale trovando la soluzione nella storia del castigliano. Quando, infatti, nel Cinquecento, i primi cronisti al seguito dei conquistadores si trovarono dinnanzi ai templi maya e aztechi, la loro meraviglia fu tale che per descriverli coniarono termini nuovi, mai più usati. E proprio quei termini vennero scelti da Eduardo Zurro quattro secoli dopo, adottando spirito e metodo della teoria messa a punto da Nida. Phil Towner, preside del Nida Institute of Biblical Scholarship, ha salutato lo studioso statunitense morto novantaseienne dicendo che «quando verrà scritta la storia della Chiesa nel XX secolo, il nome di Eugene Nida comparirà a caratteri cubitali». Inserendolo così in una lunga serie di studiosi e traduttori di cui, a partire da Origene e Girolamo, è ricca la tradizione cristiana.

NOSTRE INFORMAZIONI
Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza: Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay (India), con l’Ausiliare, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Agnelo Rufino Gracias, Vescovo titolare di Molicunza, in visita «ad limina Apostolorum»; le loro Eccellenze Reverendissime i Monsignori:

Obama si prepara a varare nuove misure sull’occupazione

L’America cerca lavoro
WASHINGTON, 1. La crisi del lavoro attanaglia gli Stati Uniti. Il settore privato ha creato 91.000 posti di lavoro in agosto. I licenziamenti programmati dalle aziende americane sono aumentati del 47 per cento. L’attesa per la fotografia ufficiale sul mercato del lavoro, che sarà diffusa venerdì, sale e il presidente Obama striglia il Congresso: «Basta con giochi politici che costano l’occupazione». Occorre — ha detto Obama — «approvare i finanziamenti al piano per le infrastrutture: a rischio ci sono posti di lavoro». Il presidente lancerà la prossima settimana una nuova serie di iniziative a sostegno della crescita e del mercato del lavoro, inclusi sgravi a chi assume. Obama aveva inizialmente chiesto di presentare le iniziative al Congresso, in una sessione congiunta, il prossimo 7 settembre, ovvero in concomitanza con il dibattito repubblicano per le presidenziali 2012. Lo speaker della Camera, John Boehner, ha tuttavia respinto la richiesta, spostando l’annuncio all’8 settembre e aprendo così la strada a un nuovo scontro tra repubblicani e democratici. Ma, al di là delle schermaglie politiche, il dato resta: l’economia americana non cresce abbastanza per ridurre significativamente la disoccupazione. L’economista Nouriel Roubini è pessimista: «Stiamo entrando in recessione: sono necessari ulteriori stimoli fiscali; ci sono il sessanta per cento di possibilità di una recessione il prossimo anno». I dati ufficiali sull’occupazione saranno diffusi venerdì: gli analisti prevedono la creazione di 100.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 9,1 per cento. «Alla fine di settembre, se il Congresso non interverrà, scadranno i finanziamenti per il piano delle infrastrutture: 4.000 lavoratori perderanno il posto e un milione potrebbero perderlo il prossimo anno, e questo è inaccettabile» ha detto Obama. «È inaccettabile mettere a rischio posti di lavoro in un’industria che è già stata duramente colpita». Inoltre, ha aggiunto il presidente, «le infrastrutture americane dieci anni fa erano al sesto posto a livello mondiale, ora siamo al ventitreesimo posto». Insomma, la politica deve dare un segnale forte. Ma i mercati finanziari si fideranno?

— Ivo Scapolo, Arcivescovo titolare di Tagaste, Nunzio Apostolico in Cile; — Abraham Viruthakulangara, Arcivescovo di Nagpur (India), in visita «ad limina Apostolorum»; — Filipe Neri António Sebastião do Rosário Ferrão, Arcivescovo di Goa e Damão e Patriarca delle Indie Orientali (India), con l’Arcivescovo e Patriarca emerito, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Raul Nicolau Gonsalves, in visita «ad limina Apostolorum»; — Stanislaus Fernandes, Arcivescovo di Gandhinagar (India), in visita «ad limina Apostolorum»; — Bernard Blasius Moras, Arcivescovo di Bangalore (India), in visita «ad limina Apostolorum».

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Benedetto XVI al termine del concerto offertogli dal cardinale Bartolucci

La musica come linguaggio per comunicare la fede
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L’OSSERVATORE ROMANO
L’istituto potrà acquistare bond sul mercato e prestare denaro alle banche

venerdì 2 settembre 2011

Il 44° Incontro nazionale di studi delle Acli

Berlino dice sì al rafforzamento del fondo salva Stati
BERLINO, 1. Il Governo tedesco ha approvato le modifiche all’Efsf, il fondo salva Stati europeo, al fine di ampliarne la capacità e lo spazio di manovra. Il provvedimento, che riprende l’accordo comunitario dello scorso 21 luglio, dovrà ora essere ratificato dal parlamento di Berlino. Secondo le nuove misure, l’Efsf potrà ora acquistare titoli di Stato sul mercato e prestare denaro sia ai Paesi dell’area euro che alle banche commerciali. La disponibilità creditizia effettiva del fondo salirà invece a 440 miliardi di euro, il che comporterà un aumento da 123 a 211 miliardi delle garanzie di competenza tedesca. «Con questi miglioramenti al fondo di emergenza temporaneo applicheremo buona parte delle decisioni prese recentemente dai capi di Stato e di Governo europei» ha affermato il ministro delle Finanze di Berlino, Wolfgang Schäuble, il quale ha chiarito che il fondo salva Stati verrà usato solo «in caso di una minaccia per l’eurozona nel suo complesso e solo a condizione di un rigido programma di riforme finanziarie ed economiche». Insomma: sì agli aiuti, ma prima di tutto viene l’austerità dei conti. Un altro tema importante, su cui la partecipazione di Berlino risulta fondamentale, è la Tobin tax, ovvero la tassa sulle transazioni finanziarie. Il presidente francese Sarkozy ha nito — ha spiegato il presidente di Diw, Ferdinand Fichtner — ma nonostante ciò l’economia tedesca può contare su una buona congiuntura nella seconda metà dell’anno». Gli economisti del Diw giudicano inoltre infondati i timori riguardanti una nuova recessione e ritengono che non ci sia motivo di lasciarsi prendere dal panico per le turbolenze in Borsa: le perdite sono state consistenti, ma, considerati i guadagni dei due anni precedenti, pienamente sostenibili. Dopo l’eccezionale crescita del primo trimestre (più 1,3), l’economia in Germania ha rallentato bruscamente, fino a quasi fermarsi (più 0,1). Notizie positive arrivano dai dati sul lavoro: il tasso di disoccupazione ad agosto in Germania resta stabile al sette per cento, ai minimi dalla riunificazione. Il numero dei disoccupati nello stesso mese si attesta a 2,945 milioni di persone contro i 2,939 milioni di luglio — secondo i dati diffusi dall’Agenzia federale del lavoro. Le vendite al dettaglio sono diminuite dell’1,6 per cento a luglio su base annua. Secondo l’ufficio di statistica nazionale, le vendite sono rimaste invariate rispetto al mese precedente. Il dato è migliore delle attese degli analisti, che avevano messo in conto un calo dell’1,6 su base mensile e dell’1,9 su base annua.

Lavoro scomposto società sgretolata
di PIERLUIGI NATALIA C’è una sorta di cubo di Rubik, il celebre rompicato inventato dall’omonimo scultore e architetto ungherese, nel logo del 44° Incontro nazionale di studi delle Associazioni cattoliche lavoratori italiani (Acli), da giovedì a domenica a Castel Gandolfo, sul titolo «Il lavoro scomposto. Verso una nuova civiltà dei diritti, della solidarietà e della partecipazione». In effetti si tratta di un simbolo indovinato: la sfida di quest’epoca, in Italia e nel mondo, è proprio quella di ricomporre una civiltà del lavoro che ponga l’uomo al primo posto, perché lavoro scomposto significa società sgretolata. In questi anni segnati da una crisi di sistema prima ancora che finanziaria ed economica, ricomporre in armonia le molteplici facce dell’interesse generale, del primato della persona, del lavoro come fondamento di una società equa, appare però ben più complicato del risolvere gli schemi logici e matematici che portano alla soluzione del cubo di Rubik. L’appuntamento di quest’anno ha dunque per le Acli una rilevanza particolare, se non altro perché il lavoro, o meglio il mondo del lavoro, è il tema identitario della vita associativa, segna un’appartenenza, un impegno comune, una scelta di campo con quella fetta di società — i lavoratori appunto — che in modi e ruoli diversificati concorre al benessere materiale e morale ed edifica la convivenza, civile e democratica del Paese. Ma sono le stesse Acli ad avvertire che — proprio perché identitario — il lavoro rischia di diventare un’ovvietà o un valore non più confrontato con la realtà in movimento, con i poderosi cambiamenti che almeno negli ultimi decenni hanno reso irriconoscibile il panorama del lavoro stesso e delle sue rappresentazioni sociali, della produzione e del consumo. Si pensi alla globalizzazione, alla finanziarizzazione del mercato, alle nuove tecnologie, alla società della conoscenza, alla rete, ai nuovi soggetti. Di qui anche il problema cruciale della rappresentanza e delle sue forme consolidate. Con questo radicale cambiamento le Acli vogliono misurarsi, in un percorso che vede nell’appuntamento a Castel Gandolfo un momento di approfondimento, comprensione e discernimento. La relazione introduttiva del presidente delle Acli, Andrea Olivero, ha preso le mosse da un’ampia disamina dell’attuale momento economico mondiale, europeo e italiano, denunciandone soprattutto il vizio di equità e contestando, tra l’altro, le misure finanziarie che pesano sostanzialmente sul lavoro dipendente. «In questo turbine finanziario — ha detto Olivero —, dove i sussulti dei mercati acquistano una dimensione sfuggente, lontana e ingovernabile, bisogna con forza guardare alle persone, a quello che accade nelle loro vite quando la crisi non è fatta più di numeri, percentuali e algoritmi, ma di costi umani e sociali, per i singoli e per le famiglie, per i lavoratori e per le imprese», ha detto il presidente delle Acli. Di qui la necessità di non perdere di vista tre obiettivi precisi: dare continuità al modello italiano di welfare, correggendolo, ma non smantellandolo; aprire nuovi spazi per i giovani nell’accesso al lavoro; garantire una più equa distribuzione della ricchezza nel Paese, La linea orientativa resta quella della Dottrina sociale della Chiesa, in particolare nel trentennale della Laborem exercens (firmata proprio a Castel Gandolfo, il che spiega la scelta della sede di quest’anno), ribadita dall’intervento del vescovo di Lodi e presidente della Caritas italiana, Giuseppe Merisi, dedicato al tema dell’umanesimo integrale del lavoro nel Magistero sociale della Chiesa. Ai percorsi per uscire dalla crisi che attraversa il nostro intero modello di sviluppo, offre un orizzonte la Caritas in veritate, l’enciclica di Benedetto XVI che contiene non solo la diagnosi, ma anche la terapia dei mali che affliggono il tardo capitalismo agli inizi di questo secolo. Ripartire dal lavoro, dal suo senso dal quale dipende la vita di milioni di persone, giovani, donne, famiglie, immigrati, è un compito ineludibile. Il lavoro scomposto smarrisce significato, personale e sociale, nella precarizzazione dei percorsi, nella moltiplicazione delle condizioni giuridiche e contrattuali, nella perdita di valore dell’economia reale, nell’immaterialità dei prodotti e dei capitali, nell’individualizzazione dell’esperienza. Ma se si scompone il lavoro, è la persona che rischia la sua integrità. È la società che vede disfarsi la sua rete solidale e partecipativa. L’appuntamento delle Acli vuole contribuire ad affermare che questo esito non è inevitabile e che se grande è il pericolo, grande è anche la responsabilità di esserci, di contribuire a scongiurarlo. «Ci anima in questo intento la consapevolezza che non siamo qui per difendere uno status quo, ma per costruire una prospettiva di civiltà. Crediamo fermamente che il lavoro e le questioni che lo riguardano sono legate al modello di cittadinanza che vogliamo edificare», ha detto Olivero. Questo modello, ha aggiunto il presidente delle Acli, muove dalla convinzione che «la condizione materiale ed economica delle persone non impedisca di accedere alle forme di tutela essenziali: della salute, dell’istruzione, dell’educazione, della salvaguardia dei loro mondi affettivi primari». E non è solo questione di sicurezza individuale, ma di vincoli solidaristici. «Infatti, è nella concreta esigibilità di queste tutele e di questi diritti che viene percepito e costruito il sentimento di appartenenza alla comunità. che è di ordine etico e valoriale, prima che economico», ha detto ancora Olivero. Ha, infine, ricordato che «in questa prospettiva i diritti non possono esaurirsi nella dimensione individuale, ma hanno vocazione universalistica, non possono riguardare alcuni, nella forma di indebiti privilegi o, all’opposto, escludere altri nella forma dell’ingiustizia. Su questo terreno si gioca un modello civile, sociale, democratico».

Il simbolo dell’euro davanti alla sede del Parlamento a Strasburgo (Reuters)

annunciato ieri che Francia e Germania a settembre avanzeranno un progetto in sede europea. «È normale pagare una tassa quando si compra un bene materiale» ha detto Sarkozy. «Perché le transazioni finanziarie dovrebbero essere le sole transazioni a essere esenti da una tassa?» si è dunque chiesto l’inquilino dell’Eliseo. Sarkozy auspica che nel vertice G20 di Cannes, che si terrà ai primi di novembre, anche gli

altri Paesi «appoggeranno la proposta franco-tedesca». Sul fronte interno tedesco, il deciso rallentamento della crescita tedesca nel secondo trimestre del 2011 rimarrà — secondo le previsioni dell’istituto economico tedesco Diw diffuse ieri — un episodio isolato. Nel terzo trimestre il prodotto interno lordo della Germania dovrebbe tornare a salire, dello 0,4 per cento. «Il tempo della crescita rapida è fi-

Stabile la disoccupazione nell’Ue e nell’Eurozona
BRUXELLES, 1. Nel mese di luglio, la disoccupazione nell’Eurozona è rimasta stabile. I dati diffusi ieri da Eurostat registrano, infatti, il dieci per cento nell’Eurozona e il nove e mezzo per cento nei ventisette Paesi dell’Ue, entrambi invariati rispetto al mese precedente. Secondo le stime dell’istituto di statistica comunitario, i disoccupati del mese scorso nell’Unione europea erano 22,711 milioni, di cui 15,757 nei diciassette Paesi della moneta unica, in aumento rispettivamente di diciottomila e sessantunomila rispetto a giugno. Rispetto all’anno scorso, invece, il numero dei senza lavoro è diminuito di 451.000 nell’Ue e di 247.000 nell’Eurozona. Disoccupazione ancora elevata in Spagna (21,2 per cento) e Lettonia (16,2 per cento), mentre i livelli più bassi si sono registrati in Austria (3,7 per cento), Lussemburgo (4,6 per cento) e Paesi Bassi (4,3 per cento). Per l’Italia, la disoccupazione a luglio è ugualmente rimasta stabile all’otto per cento rispetto al mese precedente, ed è leggermente calata rispetto all’8,3 di un anno prima. In Francia, il tasso di disoccupazione è calato leggermente nel secondo trimestre al 9,6 per cento dal 9,7 per cento dei primi tre mesi dell’anno. Su base annua, il più forte aumento della disoccupazione è quello registrato in Grecia (dall’undici per cento al quindici per cento tra i due trimestri 2010 e 2011). Negli Stati Uniti, in luglio i disoccupati erano il 9,1 per cento, mentre il dato di giugno in Giappone era pari al 4,6 per cento. Il tasso di disoccupazione — rendono noto le stime di Eurostat riprese dall’agenzia Ansa — resta particolarmente alto fra i giovani sotto i venticinque anni: 20,7 per cento nell’Unione europea (era il 20,8 in giugno) e 20,5 per cento nell’Eurozona (invariato). Tra i ragazzi, infatti, la disoccupazione colpisce uno su cinque, il 20,5 per cento. E in Italia — rileva sempre l’Ansa — è ancora più dura, con il 27,6 per cento dei giovani alla ricerca di un’occupazione. Nell’Ue, il tasso più basso di giovani senza lavoro è stato registrato dai Paesi Bassi (7,5 per cento).

Per la Commissione di accertamento del budget

Debito pubblico fuori controllo in Grecia
ATENE, 1. La dinamica del debito pubblico greco‚ ormai fuori controllo, e gli slittamenti in rapporto agli obiettivi di riduzione del deficit, inaspriti da una profonda recessione, minacciano di annullare i benefici del nuovo piano di salvataggio di Atene. È quanto sostiene la nuova Commissione di controllo del budget ellenico. In un rapporto reso pubblico ieri e ripreso dalle agenzie di stampa internazionali, la Commissione — composta da analisti indipendenti — ha stimato che un aumento importante del debito, un forte deficit di partenza e una profonda recessione hanno spinto all’estremo la dinamica del debito, che è ora del tutto fuori controllo. In un videomessaggio sulle priorità per l’autunno dell’Unione europea, diffuso ieri da Bruxelles, il presidente della Commissione Ue, José Manuel Durão Barroso, ha auspicato che il nuovo programma per la Grecia venga adottato nei tempi previsti, compreso il previsto coinvolgimento del settore privato. Durão Barroso ha poi sottolineato come sia della massima importanza che la Grecia metta in atto le riforme concordate, ricordando che la task force istituita a luglio si sta focalizzando sulla ricerca dei modi per aumentare gli investimenti in Grecia tramite un miglior uso dei fondi europei di coesione.

La filiale di una banca nel centro di Atene (Reuters)

Si rafforza la crescita economica cinese
PECHINO, 1. La crescita dell’economia cinese è stata sostanzialmente costante in agosto, quando il Purchase Manager Index (Pmi) — un indicatore considerato credibile del ritmo di crescita — ha segnato il 50,9 per cento, un leggero miglioramento rispetto al 50,7 di luglio. Secondo gli economisti cinesi, il cinquanta per cento rappresenta la «soglia critica» tra crescita e stagnazione. La crescita dell’economia nei primi sei mesi dell’anno è stata del 9,6, un ritmo che potrebbe risultare leggermente rallentato alla fine dell’anno data la stagnazione della domanda nei principali mercati delle esportazioni cinesi, cioè l’Europa e gli Stati Uniti. Intanto, le autorità della regione autonoma del nord-ovest di Xinjiang Uygur offriranno sussidi temporanei per i residenti a basso reddito per aiutarli a compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi. Il Governo regionale ha stanziato 68 milioni di yuan (10,6 milioni di dollari) per il programma di sovvenzioni. Ne beneficeranno circa 2,3 milioni di persone di etnie diverse. Le sovvenzioni, fino a 60 yuan per ogni residente, saranno distribuite in contanti. L’inflazione in Cina ha registrato a luglio un aumento del 6,5 per cento.

Washington si oppone alla maxi fusione delle telecomunicazioni
WASHINGTON, 1. Il dipartimento di Giustizia americano si oppone al matrimonio fra At&t e T-Mobile, un accordo da 39 miliardi di dollari che si tradurrebbe nella nascita di un colosso delle comunicazioni mobili. At&t si impegna a «contestare vigorosamente» l’azione del dipartimento che, se andasse a buon fine, costerebbe alla società tre miliardi di dollari: a tanto ammonta infatti la clausola di rottura per mancato via libera delle autorità competenti inserita nell’accordo. «Siamo sorpresi e delusi perché ci siamo incontrati ripetutamente con il dipartimento di Giustizia e non avevamo indicazioni in questo senso» afferma At&t, sottolineando che chiederà un’audizione per illustrare i benefici della fusione. I titoli At&t risentono della decisione e perdono in Borsa, dove arrivano a cedere il 4,43 per cento. A criticare la decisione del dipartimento anche il sindacato delle telecomunicazioni americano, secondo il quale l’accordo è utile per la creazione di posti di lavoro, con At&t che si è impegnata a trasferire posti di lavoro oltreoceano negli Stati Uniti. La fusione riduce la concorrenza e alza i prezzi, osserva il dipartimento di Giustizia, lasciando però «la porta aperta» a eventuale proposte di At&t per chiudere l’accordo. L’unione si tradurrebbe in minori scelte — aggiunge il dipartimento — e servizi di più bassa qualità per decine di milioni di consumatori: l’accordo infatti ridurrebbe a tre da quattro gli operatori, eliminando un importante sfidante, TMobile, e alleggerendo quindi la pressione sui competitori. «L’eliminazione di T-Mobile come rivale indipendente e con bassi prezzi rimuoverebbe un significativo concorrente dal mercato» evidenzia il Dipartimento di Giustizia.

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L’Ue studia nuove sanzioni

Violenti scontri nella città siriana di Hama
DAMASCO, 1. È di un morto e venti feriti il bilancio di un blitz delle forze di sicurezza siriane a Hama, città della Siria centrale: ieri è scattata un’operazione con il sostegno di carri armati e mezzi blindati. Lo hanno riferito fonti degli attivisti, secondo le quali le forze fedeli al Governo di Assad avrebbero iniziato a fare rastrellamenti casa per casa. Nel blitz sono state arrestate almeno dieci persone. L’operazione ha interessato in particolare i sobborghi di Al Qusour e Hamdiya; sarebbero stati impiegati circa duecento soldati. Il Governo di Damasco attribuisce la responsabilità dei disordini a bande armate, non meglio precisati «gruppi di terroristi» infiltrati dall’estero. In segno di protesta contro le violenze si è dimesso oggi il procuratore di Hama, Adnan Al Bakkour. Il procuratore ha motivato la sua decisione accusando il Governo siriano dell’uccisione di 72 persone nel carcere della città. La notizia è stata subito smentita dall’agenzia d’informazione ufficiale Sana, la quale ha ribadito che Al Bakkour sarebbe stato rapito il 29 agosto da «un gruppo armato» mentre si dirigeva al lavoro, insieme all’autista e a una guardia del corpo; i terroristi lo avrebbero dunque costretto a dichiarare il falso. Intanto, la Commissione Ue ha annunciato che i lavori in corso tra gli Stati membri dell’Unione per mettere in atto l’embargo petrolifero nei confronti del regime siriano saranno «portati a termine a breve». Lo ha dichiarato la portavoce dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton, dicendosi «fiduciosa» che il Consiglio Ue «raggiungerà presto una conclusione». Ancora ieri Bruxelles aveva indicato come «scenario ideale» la data di venerdì mattina, giorno in cui a Sopot in Polonia si incontreranno i ministri degli esteri dell’Ue, con la conseguente pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Ue ed entrata in vigore effettiva dell’embargo petrolifero (stop alle importazioni di greggio siriano nell’Unione).

Agosto mese più cruento per gli americani in Afghanistan
KABUL, 1. Con sessantasei morti, agosto è stato il mese più cruento per l’esercito americano in Afghanistan dal 2001. Lo ha reso noto il Pentagono. A far impennare il numero dei caduti — informa l’agenzia Ansa — è stata la morte, alcune settimane fa, di trenta soldati, inclusa una unità speciale dei Navy Seals, che si trovavano a bordo di un elicottero abbattuto dai talebani. Gli ordigni di fabbricazione rudimentale (Ied) restano la causa principale delle perdite. In precedenza, il mese più tragico per i soldati degli Stati Uniti era stato il luglio del 2010, con sessantacinque militari uccisi, sempre in base al Pentagono. Secondo fonti non ufficiali riprese dalle agenzie di stampa internazionali, nel 2011 sono morti finora 418 soldati stranieri, di cui 306 americani. Dall’inizio del conflitto, sono 1.752 i militari americani caduti. E con ottantatré vittime, l’ultima delle quali ieri nell’est dell’Afghanistan, agosto si chiude come il terzo più cruento mese per l’Isaf, da quando è cominciata la missione Enduring Freedom nel 2001, superato solo dai mesi di giugno e luglio del 2010, che hanno avuto rispettivamente 103 e ottantotto morti. Migliorano, intanto, le condizioni dei due militari italiani feriti il 30 agosto a Herat, nelle vicinanze della base di Camp Snow.

Sarkozy durante il discorso al corpo diplomatico (Ansa)

Il messaggio di Sarkozy in vista del vertice del

G20

a novembre

Una sola voce europea sul Vicino Oriente
PARIGI, 1. Sulla questione israelo-palestinese l’Unione europea deve esprimersi con una sola voce, e la Francia farà di tutto per sostenere una soluzione politica della crisi siriana. Questo, in sintesi, il messaggio lanciato ieri dal presidente francese, Nicolas Sarkozy, nel discorso annuale al corpo diplomatico. Gli Stati Uniti — ha detto il capo dell’Eliseo — hanno dimostrato di non riuscire da soli a rianimare il processo di pace: serve un’azione decisa da parte dell’Europa. Anche nei confronti dell’Iran. Quando, il prossimo 20 settembre, si tratterà di discutere il riconoscimento di uno Stato palestinese, l’Europa dovrà assumersi le sue responsabilità — ha detto Sarkozy — «la Francia prenderà delle iniziative, vogliamo l’unità dell’Europa». Il capo dell’Eliseo ha sottolineato che «l’unica, vera sicurezza è la pace; ed è innanzitutto attraverso la creazione di uno Stato palestinese che la si otterrà». La sicurezza di Israele — ha poi aggiunto — «sarà garantita meglio con uno Stato palestinese democratico, moderno e vivibile alle sue frontiere, la Francia non smetterà di ripeterlo; al tempo stesso, Israele ha un diritto all’esistenza e alla sicurezza che è imprescindibile». Un capitolo strettamente legato alla questione israelo-palestinese è quello del dossier nucleare iraniano. «Le ambizioni militari, nucleari e balistiche dell’Iran — ha detto Sarkozy — costituiscono una minaccia crescente che potrebbe portare a un attacco preventivo contro i suoi siti, un attacco che provocherebbe una grave crisi, e la Francia vuole evitarlo a ogni costo». Sarkozy ha ribadito che «l’Iran rifiuta di negoziare seriamente» e «si abbandona a nuove provocazioni; di fronte a questa sfida — ha detto ai rappresentanti della Francia nel mondo — la comunità internazionale deve fornire una risposta credibile; può farlo se dà prova di unità, di fermezza e con sanzioni ancora più dure». Da parte israeliana, intanto, è arrivato ieri un messaggio chiarissimo. Il ministro per le Infrastrutture, Uzi Landau, ha detto che se l’Autorità Palestinese (Ap) insisterà con il ricorso all’O nu, Israele potrebbe considerare come «nulli» gli accordi di Oslo. Landau ha evocato anche l’ipotesi dell’annessione della valle del Giordano e dei grandi blocchi di insediamento del coloni ebrei. Se l’Ap non desisterà dalla sua iniziativa all’O nu, «è chiaro che i nostri accordi con i palestinesi saranno annullati» ha affermato Landau, rappresentante di Israel Beitenu, il partito guidato dal ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman. Il ministro delle Finanze, Yuval Steinitz, ha detto che l’iniziativa dell’Ap all’Onu rappresenta per Israele «una minaccia più grave di quella di Hamas». Due giorni fa, il premier Benjamin Netanyahu aveva ancora una volta additato il ricorso a Palazzo di Vetro dell’Ap come «un atto unilaterale» che viola «gli impegni assunti dai palestinesi in base agli accordi siglati con Israele». Sul terreno, la tensione tra Gaza e Israele si fa sempre più alta. Le forze armate israeliane hanno deciso di blindare il confine a sud del Paese in occasione della giornata di fine Ramadan e sull’onda del timore di nuovi attacchi terroristici dal Sinai egiziano dopo quello di due settimane fa a nord di Eilat. Lo confermano le informazioni diffuse dal capo di Stato maggiore della Difesa, generale Benny Gantz, che durante una cerimonia ha illustrato alcune delle misure prese negli ultimi giorni per rafforzare la presenza militare lungo la linea di demarcazione con la Striscia di Gaza e la frontiera con il Sinai fino al golfo di Eilat. Gantz ha ammonito «i terroristi a non mettere alla prova» la capacità difensiva d’Israele.

Sale la tensione tra India e Pakistan sul Kashmir
ISLAMABAD, 1. Si riaccende pericolosamente la tensione tra India e Pakistan sul Kashmir. Tre soldati pakistani sono stati uccisi ieri in uno scontro a fuoco con le truppe di frontiera indiane lungo la Linea di controllo che separa la zona dello Stato del Kashmir amministrata da New Delhi da quella controllata da Islamabad. Lo ha riferito il portavoce dell’esercito pakistano, Athar Abbas, all’emittente britannica Bbc. Conversando con un gruppo di giornalisti, l’alto ufficiale ha precisato che le ostilità sono state aperte «senza una apparente ragione» dagli indiani contro un posto di controllo nell’area di Dodhaniyal, nella Valle di Neelum. Dopo aver aggiunto che nella zona si sono sentite anche alcune esplosioni, il portavoce ha detto che la questione, su cui è in corso un’inchiesta, è stata denunciata presso il comando indiano del Kashmir. Al momento l’esercito di New Delhi non ha fornito commenti sull’accaduto. Dal 1947, Pakistan e India – Paesi dotati entrambi di arsenale nucleare — hanno combattuto tre guerre, due delle quali per il Kashmir. Nel 2003 è stato lanciato un difficile processo di pace, che ha tra gli obiettivi principali quello di risolvere la storica e annosa controversia su questa regione.

Nuove leggi anti terrorismo nello Sri Lanka
COLOMBO, 1. Il Governo dello Sri Lanka ha imposto nuove misure anti terrorismo, dopo la revoca dello stato di emergenza, durato quasi trent’anni anni, annunciata giovedì scorso dal presidente della Repubblica, il nazionalista Mahinda Rajapaksa. Lo riferisce oggi il quotidiano «The Daily Mirror». La decisione — informano le agenzia di stampa internazionali — è stata necessaria per mantenere in vigore la messa al bando del movimento separatista delle Tigri per la liberazione dell’Eelam tamil (Ltte) e le zone ad alta sicurezza. In base alle normative, prese nell’ambito delle leggi anti terrorismo, non sarà possibile liberare i capi militanti tamil arrestati durante la sanguinosa guerra civile, terminata nel maggio del 2009. Sono circa 6.000 i ribelli detenuti nelle carceri e nei centri di riabilitazione nel nord e est dell’isola asiatica. Il Parlamento _ riferisce l’agenzia Ansa — sta mettendo anche a punto una legge speciale per includere le nuove disposizioni anti terrorismo. I guerriglieri secessionisti delle Tigri per la liberazione dell’Eelam tamil hanno combattuto dal 1983 per rivendicare l’indipendenza di uno Stato federato tamil nelle regioni settentrionali e orientali dello Sri Lanka. E dopo la fine del conflitto, che ha provocato oltre 70.000 morti e ingenti danni economici a una già fragile economia, non si hanno ancora notizie di circa mille bambini. La maggior parte di questi minori, secondo un responsabile governativo della zona di Vavuniya, sarebbero stati reclutati dai ribelli dell’Ltte. Nel difficile tentativo di localizzare i bambini, la cui scomparsa è stata denunciata dalle loro famiglie, sono state intraprese una serie di iniziative.

A Fukushima livelli di cesio superiori a Chernobyl

Treno ad alta velocità sulla Via della seta
TASHKENT, 1. In treno ad alta velocità sulla Via della seta, da Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, alle leggendarie Samarcanda e Bukhara, nell’ex regno di Tamerlano: è la nuova frontiera del turismo in Asia centrale, dove il primo convoglio superveloce è stato inaugurato nei giorni scorsi in occasione del festival delle melodie orientali a Samarcanda, prima tappa di una linea che poi raggiungerà anche Bukhara. Dall’inizio di settembre il treno, — chiamato Afrasiab, come la parte più antica della città medioevale di Samarcanda — prenderà servizio regolarmente. Costruito dal gruppo spagnolo Patentes Talgo per le ferrovie uzbeke, il convoglio — formato da otto carrozze, di cui due di prima classe — sfreccerà fino a 254 chilometri orari, coprendo i 344 chilometri che separano la capitale uzbeka da Samarcanda in due ore e dieci minuti, contro le tre ore e mezzo circa attuali. La consegna di un secondo treno — riferisce l’Ansa — veloce è attesa a giorni. Il costo complessivo dell’appalto sarà di trentotto milioni di euro. La compagnia ferroviaria uzbeka Uty ha frattanto deciso di investire 165 milioni di dollari per rimettere in sesto la linea ferroviaria afghana, costruita dall’Urss all’inizio degli anni Ottanta al confine tra i due Paesi.

Decine di ribelli uccisi nel Katanga e nel Sud Kivu

Si riaccendono gli scontri nell’est congolese
KINSHASA, 1. Quaranta ribelli sarebbero stati uccisi in operazioni militari condotte nell’est dellla Repubblica Democratica del Congo, in riva al lago Tanganica, nell’area di Talama, tra le province del Katanga e del Sud Kivu. Ne hanno dato notizia i comandi militari locali, che invitano gli abitanti dell’area che erano stati costretti alla fuga a causa dei combattimenti, a tornare nei propri villaggi. Nell’area di Talama, tra Kalemie, in Katanga, e Fizi, in Sud Kivu, diversi villaggi erano occupati da ribelli armati. Secondo i militari, si trattava di gruppi mayimayi, della fazione yakatunga, e dei loro alleati delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr) e delle Forze nazionali di liberazione, l’ex ribellione burundese. I miliziani contendevano nella zona il controllo della navigazione commerciale sul lago Tanganica, i cui armatori avevano denunciato episodi di racket e minacciato di sospendere l’attività. Sanguinosi scontri sono segnalati dall’inizio della settimana anche nel territorio di Shabunda, una vasta area forestale nella provincia congolese del Sud Kivu, tra gruppi armati ribelli da decenni attivi nell’area e formazioni di giovani organizzati in gruppi di autodifesa. Nel darne notizia, fonti locali citate dalla Misna, l’agenzia internazionale delle congregazioni missionarie, specificano che da giorni c’era nell’area una crescente preoccupazione per la riconquista di alcuni villaggi da parte delle Fdlr, che hanno approfittato di un ritiro dalla zona di molti militari. Le Fdlr, le milizie hutu riparate oltre confine dopo il massacro dei tutsi in Rwanda del 1994, da allora costituiscono una delle tante componenti dell’instabilità delle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo. Fonti giornalistiche locali, comunque, hanno riferito di diversi attacchi in più territori del Sud Kivu a opera anche di elementi incontrollati delle forze militari governative, in particolare a Kabare, Fizi, Uvira, Walungu e Mwenga. Ciò conferma che atti di banditismo, racket, abusi, omicidi continuano a verificarsi nel Sud Kivu a opera tanto di ribelli quanto di uomini in divisa, la cui appartenenza non è ben chiara. Del resto, nell’est della Repubblica Democratica del Congo a far parte dell’esercito sono molti ex combattenti di movimenti ribelli, che continuano ad ambire al controllo di zone territoriali. L’attivismo militare è aumentato con l’avvicinarsi delle elezioni generali del 28 novembre, che minacciano di riproporre le violenze già verificatesi nei precedenti appuntamenti con le urne.

Un parco giochi abbandonato a Fukushima (LaPresse/Ap)

TOKYO, 1. Il suolo in trentaquattro punti di sei comuni della prefettura giapponese di Fukushima ha registrato punte di cesio 137 maggiori degli standard seguiti per lo sgombero forzato dopo l’incidente alla centrale nucleare ucraina di Chernobyl (1986). La notizia è stata pubblicata sul quotidiano «Yomiuri Shimbun», che cita fonti del ministero della Scienza. Ancora da chiarire gli impatti sulla salute. I trentaquattro punti, secondo le informazioni del giornale, sono nell’area off limits del raggio di venti chilometri dall’impianto atomico di Fukushi-

ma, più le altre esterne per le quali è stato deciso lo sgombero a causa dell’alta contaminazione. Le rilevazioni, fatte per accertare i potenziali rischi alle popolazioni locali, hanno confermato la diffusione irregolare e verso nordovest delle radiazioni sprigionate dalla centrale di Fukushima, colpita dal violento terremoto e dal successivo tsunami dell’11 marzo scorso. Stamane, intanto, in tutto il Paese si è svolta la annuale esercitazione antisismica, la prima dal disastro di oltre cinque mesi fa, che provocò oltre ventimila tra morti e dispersi.

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L’OSSERVATORE ROMANO
Materialità e simbologia biblica dell’elemento vitale per eccellenza

venerdì 2 settembre 2011

Sete e aridità hanno un rimedio sicuro
di GIANFRANCO RAVASI questa la stagione nella quale riusciamo a comprendere in pienezza il valore di quella tetrade aggettivale che san Francesco ha dedicato nel suo Cantico a «sor’acqua»: «utile et humile et pretiosa et casta». Tanti sono i profili che questa realtà presenta, soprattutto a livello sociale, come vediamo ininterrottamente nelle «lotte per l’acqua», nelle tragedie legate alla siccità, nelle stesse politiche: si pensi, per stare vicino a noi, anche alla recente vicenda del referendum che l’aveva proprio per tema. Si tratta, infatti, di una realtà veramente «utile et pretiosa», principio della nostra composizione organica e della stessa sopravvivenza. Noi ora ci accontenteremo di lasciare spazio alla Bibbia che ci parlerà non solo della «materialità» dell’acqua ma anche e soprattutto della sua «simbolicità». Un panorama assolato, una steppa arida, un’oasi verdeggiante incastonata in una valle, una pista che si dipana negli spazi solitari, qualche raro albero e cespuglio: può sembrare uno stereotipo paesaggistico orientale, ma è effettivamente questo l’habitat prevalente dell’uomo della Bibbia ed è così che l’acqua costituisce, ieri e oggi, il cardine dei desideri e delle contese, l’archetipo dei simboli e delle idee del nomade e del sedentario. La parola majim, «acqua», risuona oltre 580 volte nell’Antico Testamento, come l’equivalente greco hydor ritorna un’ottantina di volte nel Nuovo (metà di queste occorrenze sono nel solo Vangelo di Giovanni); circa 1.500 versetti dell’Antico e oltre 430 del Nuovo Testamento sono «intrisi» d’acqua, perché oltre ai vocaboli citati c’è una vera e propria costellazione di realtà che ruotano attorno a questo elemento così prezioso, a partire dal pericoloso jam, il «mare», o dal più domestico Giordano, passando attraverso le piogge (con nomi ebraici diversi, se autunnali, invernali o primaverili), le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, i serbatoi celesti, il diluvio, l’oceano e così via. Per non parlare poi dei verbi legati all’acqua come bere, abbeverare, aver sete, dissetare, versare, immergere (il «battezzare» nel greco neotestamentario), lavare, purificare. Un filo d’acqua scorre idealmente attraverso le pagine delle Sacre Scritture, testimoniando una sete ancestrale, legata a coordinate geografiche ed ecologiche segnate dall’aridità. Non per nulla la Bibbia si apre con la creazione della luce e dell’acqua (Genesi, 1, 3-10) e con le piogge e la canalizzazione delle sorgenti (Genesi, 2, 4-6) e si chiude con «un fiume d’acqua viva limpida come cristallo che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello» (Apocalisse, 22, 1). E in mezzo c’è sempre l’ansiosa ricerca dell’acqua e la sete. Basti solo pensare a Israele nel deserto e al suo grido: «Dateci acqua da bere!» (Esodo, 17, 2), o alla siccità vista come una maledizione celeste pronunziata dal profeta in nome di Dio: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto — minaccia Elia — non ci sarà né rugiada né pioggia se non quando lo dirò io» (1 Re, 17, 1). Geremia ci ha lasciato uno dei più vivaci e drammatici ritratti di questa piaga endemica del Vicino Oriente: «I ricchi mandano i loro servi in cerca d’acqua; essi si recano ai pozzi ma non la trovano e tornano coi recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perché non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto perché non c’è erba. Gli onagri si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli; i loro occhi languiscono perché non si trovano erbaggi» (14, 3-6). È per questo che, quando s’affacciano le nubi e cade la pioggia, si è convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: «Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani» (28, 12). Tuttavia il Creatore, che è Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dirà Gesù: «Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Matteo, 5, 45). E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Sal-

È

mista — in un dipinto poetico di straordinaria fragranza (65, 10-14) — immagina che il Signore passi col suo carro delle acque «dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto (…) e tutto canta e grida di gioia». L’uomo dà il suo contributo con le canalizzazioni e la tecnica idraulica: basti solo visitare nella fortezza di Meghiddo in Galilea l’imponente ac-

senso della favola di Narciso che, non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte, vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto». La stessa chiave è, dunque, adottata anche nella Bibbia e secondo uno spettro molto variegato di significati, non solo positivi. Pensiamo solo al segno del diluvio come atto giudiziario divino compiuto attraverso l’acqua e allo stesso esodo nel mar L’acqua è carica di significati simbolici Rosso che si chiude come un sepolcro di mornon solo positivi te sugli Egiziani opIl diluvio è segno del giudizio divino pressori o al citato jam, il «mare», che meritee il mar Rosso si chiude sugli egiziani rebbe una trattazione a come un sepolcro sé stante, essendo per Israele il simbolo del quedotto o seguire la galleria (di 540 caos, del nulla e persino del male: metri) scavata nell’VIII secolo prima per questo Cristo cammina sulle ondell’era cristiana, dal re Ezechia per de e fa piombare i porci, animali importare l’acqua dalla sorgente di puri, nel mare e riesce a sostenere su Ghicon fino alla riserva di Siloe a quelle acque anche il discepolo imGerusalemme (una lapide, conserva- paurito, Pietro (Matteo, 14, 24-31). ta ora al museo archeologico di L’acqua è, però, prima di tutto e Istanbul evoca il momento emozio- sopra tutto segno di vita e di tranante della caduta dell’ultimo diaframma e dell’incontro delle due squadre di operai che da lati opposti avevano condotto lo scavo). Proprio perché è al centro della esistenza fisica, l’acqua diventa un simbolo dei valori assoluti, della vita anche nella sua dimensione spirituale, della stessa trascendenza. Melville in quel particolare «romanzo d’acqua» che è Moby Dick scriveva: «Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé, fratello di Giove? Certo tutto questo non è senza significato. E ancora Bernardino Luini, «Il passaggio del mar Rosso» (1515) più profondo è il

Henryk Siemiradzki, «Gesù e la samaritana al pozzo di Sichar» (1890)

scendenza. Noi ora ci accontenteremo di mettere quasi in fila, in una sorta di elenco, alcuni dei tanti valori metaforici che le acque acquistano: esse, infatti, nella Bibbia non sono mai dolcemente contemplate come «chiare fresche dolci acque» alla maniera petrarchesca, ma sono celebrate come rimandi a realtà nascoste più alte. Così, l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita. Basti solo evocare l’indimenticabile comparazione geremiana: «Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua» (2, 13). L’acqua è segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi: «Verranno giorni — dice il Signore — in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete d’acqua, ma di ascoltare la parola del Signore… Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca» (Amos, 8, 11 e Isaia, 55, 10-11). L’acqua è simbolo della sapienza divina effusa in Israele: «Essa trabocca come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi, fa dilagare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia (… ) Io sono come un ca-

nale derivante da un fiume e come Questo egli disse riferendosi allo un corso d’acqua sono uscita verso Spirito che avrebbero ricevuto i creun giardino. Ho detto: Innaffierò il denti in lui» (Giovanni, 7, 7-39). L’acqua, allora, è immagine della mio giardino e irrigherò la mia aiuola! Ed ecco il mio canale è divenuto vita nuova del fedele che con essa si un fiume e il mio fiume un mare» purifica il cuore del male («Lavami (Siracide, 24, 23-25.28-29). L’acqua da tutte le mie colpe», Salmi, 51, 4), annunzia l’era messianica e la rina- secondo quel rito lustrale che è prescita dell’umanità: «Scaturiranno ac- sente in quasi tutte le culture religioque nel deserto, scorreranno torrenti se. Essa rappresenta, così, anche la nella steppa; la terra bruciata diven- rigenerazione interiore, destinata a terà una palude e il suolo riarso si dare frutti di giustizia: «Il giusto samuterà in sorgenti d’acqua» (Isaia, rà come albero piantato lungo corsi 35, 6-7). Anzi, l’acqua diventa l’em- d’acqua; darà frutti a suo tempo e le blema di Cristo, come si intuisce nel sue foglie non cadranno mai» (Salcelebre dialogo con la Samaritana: mi, 1, 3). Ma l’acqua rimane soprat«Chi beve dell’acqua che io gli darò tutto il simbolo supremo di quel non avrà più sete, l’acqua che io gli darò diMa l’acqua inaugura venterà in lui sorgente di acqua che zampilla anche l’era messianica fino a essere per la vita eterna» emblema di vita in Cristo (Giovanni, 4, 14). È per questo che l’evangelista Come s’intuisce testimonia con insistennel celebre dialogo con la samaritana za che dal costato del Cristo crocifisso «uscì sangue e acqua» (19, 34). E come si Dio di cui l’uomo ha sempre sete ed intuisce nelle parole destinate alla è questa la costante preghiera di tutdonna di Samaria, l’acqua diventa ti coloro che cercano Dio con cuore anche il segno della vita nuova del sincero: «Come la cerva anela ai corcredente nel quale è effuso lo Spirito si d’acqua, così l’anima mia anela a di Dio. Gesù, durante la festa ebrai- te, o Dio. L’anima mia (letteralmenca delle Capanne (che comprendeva te «la mia gola») ha sete di Dio, del proprio un rituale con l’acqua di Si- Dio vivente (…) O Dio, tu sei il mio loe), aveva esclamato: «Chi ha sete Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete venga a me e beva chi crede in me. l’anima mia, a te anela la mia carne, Come dice la Scrittura, fiumi d’ac- come terra deserta, arida, senz’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. qua…» (Salmi, 42, 2-3; 63, 2).

Nella mostra «Gli etruschi e il sacro da Fiesole a Sovana» sono esposte per la prima volta al pubblico le due celebri statuette rituali in piombo

Il mistero di Zertur Cecnas e Velia Satnea
di SIMONA VERRAZZO Degli etruschi si ha spesso l’impressione di sapere troppo poco, di non conoscerli a sufficienza. Questa grande civiltà ha forse sempre sofferto la vicinanza — in parte geografica in parte temporale — dei romani, che con il loro arrivo oscurarono, conquistandole, le altre grandi popolazioni limitrofe, come i sanniti a sud. Le mostre dedicate agli etruschi sono ogni volta una gradita novità perché offrono la possibilità di conoscere aspetti rimasti nell’ombra e di avvicinarsi maggiormente a una civiltà dall’immenso patrimonio culturale. È il caso dell’esposizione «Gli etruschi e il sacro da Fiesole a Sovana», ospitata a Sovana, frazione di Sorano (provincia di Grosseto), fino al 25 settembre. La mostra è un’occasione per scoprire il misterioso rapporto degli etruschi con il mondo ultraterreno e con le pratiche a esso connesse. Come lo stesso titolo della manifestazione spiega, c’è un legame che unisce due distinte aree geografiche, quella di Fiesole (provincia di Firenze) e quella di Sovana, che grazie alla sua vasta necropoli è la più importante delle undici frazioni di Sorano. Si tratta di località che presentano sul loro territorio numerose testimonianze etrusche, in quanto fiorenti centri urbani all’epoca in cui visse questa grande civiltà, e con ciò si spiega perché la mostra sia stata ospitata per due mesi nel Comune fiorentino e per altri due mesi nel Comune grossetano. Curata da Marco De Marco, direttore del Museo Civico Archeologico di Fiesole, e da Lara Arcangeli, responsabile del Servizio cultura e turismo del Comune di Sorano e del Parco Archeologico Città del Tufo, l’esposizione vanta un importante debutto: per la prima volta vengono esposte al pubblico due statuette in piombo raffiguranti due personaggi di Sovana: Zertur Cecnas e Velia Satnea. Si tratta di opere uniche nel loro genere: due figure, un uomo e una donna, nude e con le mani legate dietro la schiena, avvolte dal mistero. La storia di questi due straordinari reperti la ricostruisce Adriano Maggiani, etruscologo tra i più importanti secolo avanti l’era cristiana d’Italia: le statuette furedo della tomba dove entrambe sono state rinvenute. Ciò significa che secoli dopo la chiusura del sepolcro arcaico qualcuno è vi è penetrato e vi ha deposto, con intenti specifici, le due figurine. I personaggi in mostra a Sovana sono resi unici dalle iscrizioni personalizzate: impossibile sbagliarsi su chi fossero, hanno attraversato i millenni e si presentano al visitatore come due individui ben distinti, grazie ai nomi propri (Zertur per lui e Velia per lei) e a quelli di famiglia (Cecnas la maschile e Satnea la femminile). Ad alimentare il loro mistero la posizione: con le mani legate dietro la schiena come fossero due prigionieri, simbolico riferimento alla maledizione a cui sono appunto legati. Che si tratti di due statuette funerarie, appartenenti al mondo ultraterreno del sacro, lo indica il metallo con cui sono state realizzate, il piombo, riconducibile agli dei che — secondo la cultura etrusca — abitavano l’aldilà. Ma le due statuette non sono gli unici reperti di interesse dell’esposizione. Il rapporto che gli etruschi avevano con le loro divinità, e quindi con l’aspetto sacro della loro vita terrena, è ben spiegato dalle stipi, altari con serie di offerte votive rinvenuti nelle necropoli. In mostra è possibile ammirare quelle provenienti dal Cavone, grotta scavata nel tufo realizzata all’inizio della Via Cava di Sovana. Gli ex voto sono in terracotta, lavorata a stampo o a mano — cosa che lascia intendere nelle vicinanze la presenza di una fornace per la lavorazione del materiale — e rappresentano figure umane e in un caso un animale, un bovino, segno che in questo caso l’offerta votiva era legata al mondo dell’agricoltura o dell’allevamento. Al visitatore non sfuggirà la massiccia presenza di ex voto raffiguranti singole parti anatomiche del corpo umano, come mani, piedi, arti, teste e persino organi interni. Anche in questo caso è mistero sul reale scopo di simili offerte votive, sebbene tra le ipotesi più recenti ci sia quella di considerarle un riferimento a malattie endemiche locali, come la malaria, contro le quali si chiedeva l’intervento o la protezione divina. A Fiesole, invece, sono state rinvenute due stipi votive, una nel tempio ancora oggi visibile nell’area archeologica, sul versante settentrionale, e una ora non più visibile, sul versante meridionale. Quella del tempio a sud, rinvenuta da Paolo Mingazzini nel 1931 e databile dal V al III secolo prima dell’era cristiana, custodiva una quarantina di bronzetti rappresentanti figure di offerenti dal tipico abbigliamento etrusco: calzari dalla punta all’insù, cappello a cono e lunga veste attillata. Molte delle statuette sorreggono nella mano sinistra una melagrana, il frutto con il quale Ade riuscì a trattenere negli Inferi Proserpina, chiaro riferimento alla vita ultraterrena. Nell’esposizione viene ricordata la presenza a Fiesole di reperti etruschi provenienti da Sovana, donati nel 1878 dall’Accademia La Colombaria di Firenze al museo fiesolano nell’anno della sua costituzione. La Colombaria scavò, tra il 1859 e il 1861, alcune tombe nella necropoli etrusca nella frazione di Sorano. La mostra «Gli etruschi e il sacro da Fiesole a Sovana» è anche l’occasione per rimarcare il legame tra questi due territori.

Le statuette rinvenute nel 1908

Stipe votiva del

II

rono rinvenute nel settembre del 1908 in una tomba della necropoli sovanese. Questa viene fatta risalire attorno al 600 prima dell’era cristiana, datazione resa possibile grazie al materiale di corredo raccolto al suo interno, comprendente vasellame d’impasto bruno di produzione locale e in ceramica depurata di imitazione corinzia. Il mistero sopraggiunge quando si calcola a che periodo risalgono. Queste, sulla gamba destra, recano un’iscrizione onomastica incisa: quella maschile «Zertur Cecnas» e quella femminile «Velia Satnea». In base allo stile e alla paleografia delle scritte, possono datarsi nel corso del III secolo prima dell’era cristiana. È evidente, prosegue l’etruscologo Maggiani, la distanza cronologica tra le due statuette e il cor-

venerdì 2 settembre 2011

L’OSSERVATORE ROMANO
La difficile ratifica dei Patti Lateranensi

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Una presenza che può aprire spazi di comunicazione tra fede e ragione

Cristiani d’O riente e identità araba
Pubblichiamo stralci di un articolo del vescovo di Alep dei Caldei, che verrà pubblicato sul prossimo numero della rivista «Oasis». di ANTOINE AUD O di GIOVANNI SALE

Una conflittuale Conciliazione
Pubblichiamo alcune parti di un articolo che compare sull’ultimo numero de «La Civiltà Cattolica».

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essuno può negare il legame intrinseco tra la religione musulmana e la lingua araba. Almeno una decina di versetti coranici insistono sul fatto che il Corano è in lingua araba. In un certo senso questa lingua è diventata, grazie al Corano, una lingua sacra, venerata certamente dagli arabi ma più in generale dai musulmani. Attraverso questa lingua, essi possono raggiungere il cuore della loro fede. Detto questo, dovremmo aggiungere che con l’avvento dell’Islam i cristiani orientali, che parlavano per lo più l’aramaico, hanno potuto apprendere con facilità l’arabo, anch’esso lingua semitica e già parlato da numerose tribù cristiane prima dell’Islam. I cristiani, con la loro vocazione a essere con gli altri e per gli altri, hanno adottato la lingua araba e ne hanno fatto una lingua della loro cultura, pur mantenendo particolarità linguistiche proprie alle loro liturgie o alle loro etnie. Nei periodi di grande fioritura della cultura e della civiltà araba, i cristiani rappresentavano particolarità religiose e nello stesso tempo contribuivano al progresso di questa civiltà e della scienza in vari campi, in particolare in quello del lavoro di traduzione della filosofia greca o in quello della medicina. Ancora oggi l’ambito dell’arabità culturale, che include l’Islam, può essere un vasto campo di creatività umanista cristiana all’interno di questa cultura. Oggi le scienze umane sono in grado di offrirci approcci che rivitalizzano dall’interno la cultura

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Icona della Madre di Dio «Hodegetria» (Scuola di Aleppo, XVIII secolo)

Questa duplice negazione li porta invece a un’affermazione che li aiuta a esprimere la propria identità di cristiani orientali partendo dalla cultura araba. Una rilettura dell’apporto dei cristiani orientali al progresso della civiltà araba e musulmana ci permette di guardare a strade di apertura, di fiducia e conversione. Non possiamo, nei limiti imposti da un

Cristiani copti in Egitto (Reuters)

araba e invitano a compiere studi critici piuttosto che ideologici sulla realtà sociologica e religiosa. I cristiani arabi o di cultura araba hanno una sensibilità orientale e sono determinati a conservare la propria identità di cristiani, in comunione con i loro concittadini attraverso la ricchezza di questa cultura. Quali sono le condizioni di questo nuovo umanesimo arabo o di quella che vogliamo chiamare arabità culturale? (...) Utilizzando adeguatamente le scienze umane e guardando con rispetto all’Islam e al suo rapporto con la lingua araba, i cristiani possono rappresentare ambienti di apertura e di prosperità per tutti. L’atteggiamento che i cristiani d’Oriente ricercano si fonda innanzitutto su una duplice negazione: quella di considerarsi dhimmî, ossia protetti dell’Islam, e quella di collocarsi al di sopra delle società musulmane nel nome di una fede o di una civiltà superiore che li porrebbe spontaneamente a fianco dell’Occidente o della globalizzazione.

breve articolo, soffermarci sull’apporto dei cristiani arabi nel periodo degli omayyadi (640-750), degli abbasidi (750-1258) o del «Rinascimento» (al-Nahda, XIX e XX secolo). Nel grande dibattito tra fede e ragione, tra Islam e cultura, i cristiani non hanno detto tutto — e chi potrebbe farlo? — ma piuttosto hanno aperto nel tessuto arabomusulmano spazi di libertà e di comunicazione tra fede e ragione. La cultura araba che si identifica immediatamente con la rivelazione coranica — un Corano arabo — dovrebbe essere affrontata con un rispetto e una serietà che permettano, a tempo debito, di dire una parola di verità e di percorrere cammini autentici verso l’universale. L’arabità culturale che i cristiani e i musulmani del mondo arabo già possiedono è un luogo ricco di energie nuove. Non si dovrebbe, per compiacere gli arabi, acquistare il loro petrolio, ma piuttosto apprezzare le ricchez-

ze umane misteriosamente nascoste nel loro ricco patrimonio. I cristiani arabi, figli di queste terre, conoscono per istinto e per empatia la sete del mondo arabo-musulmano e sono in grado di parlare in confidenza e spianare i sentieri di giustizia e di pace per tutti. In conclusione, ecco alcune proposte che precisano, dal punto di vista pratico, la vocazione dei cristiani orientali nel cuore dell’arabità culturale di oggi. È chiaro che, di fronte alla modernità e alla globalizzazione, il mondo arabomusulmano si sente minacciato e perde fiducia in se stesso e negli altri. In questo contesto, i cristiani orientali, invece di emarginarsi e scegliere la via dell’emigrazione, sono chiamati, rileggendo la loro storia, a ricercare per sé stessi e le loro società sentieri di fiducia, evitando di confinarsi in un psicologia «vittimistica». Per questo devono superare le loro paure (...) cercando di spiegare all’O ccidente le aspettative dei musulmani e all’Islam la problematica della modernità razionale. I cristiani orientali possono, insieme ai pensatori musulmani, rileggere la storia filosofica araba, valorizzando la dimensione razionale e critica. Attraverso questo lavoro culturale, al quale hanno contribuito molti cristiani, il mondo musulmano ritroverà la sua unità nazionale e universale, ciò che l’aiuterà a liberarsi dal fondamentalismo e dall’appello alla violenza che conduce sempre più verso la morte. Nella storia della Chiesa caldea e della Compagnia di Gesù, compaiono figure di spic-

Patti Lateranensi costituiscono un momento significativo della recente storia nazionale, perciò la letteratura storica ha prestato molta attenzione al faticoso cammino che condusse le due «Alte Parti», cioè lo Stato italiano e la Santa Sede, a riprendere i contatti in vista della soluzione dell’annosa Questione Romana e soprattutto della minuziosa analisi delle fasi, in realtà molto contrastate, delle trattative, come abbiamo fatto in un recente articolo. Oggi, dopo l’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano con i documenti relativi al pontificato di Pio XI, le singole fasi di tale percorso possono essere verificate sugli originali, che erano stati rilegati in volumi, già all’indomani dei fatti, da monsignor Domenico Tardini, a quel tempo addetto alla Segreteria di Stato, il quale aveva anche redatto «a penna» alcune parti introduttive o di commento ad alcuni documenti o passaggi delle trattative. Invece più raramente gli storici si sono occupati con la dovuta attenzione della fase che seguì l’approvazione dei Patti, cioè la loro ratifica da parte delle Camere italiane, nelle quali sedevano alcuni deputati o senatori (e non soltanto fascisti intransigenti) molto ostili all’accordo raggiunto. La controversia che ne scaturì, in seguito ad alcune affermazioni poco opportune fatte in quelle sedi

In Senato l’unico discorso contrario ai Patti fu tenuto da Benedetto Croce che temeva il «risorgere in Italia dello Stato confessionale»
da Mussolini, rischiò di far naufragare l’accordo faticosamente raggiunto. Qui ci proponiamo di analizzare tale momento, facendo riferimento anche a fonti poco conosciute. (...) Anche se la Conciliazione «avallò autorevolmente il regime mussoliniano e contribuì a rafforzarlo», va ricordato che nella prospettiva di Pio XI essa riguardava soltanto i rapporti istituzionali tra due autorità sovrane, quali erano la Santa Sede e lo Stato, e non il partito politico in quel momento al potere, in questo caso il fascismo, del quale il Papa, dopo un periodo di condizionato sostegno, iniziava a scoprire il vero volto autoritario e violento. Infine va ricordato che, attraverso le garanzie ottenute con il Concordato sulla sopravvivenza dell’Azione Cattolica, anche se ristretta all’ambito religioso, la Chiesa ebbe la possibilità nel lungo periodo di formare, sia pure a prezzo di un compromesso, una nuova élite di intellettuali cattolici, che, una volta caduto il fascismo e finita la seconda guerra mondiale, sarebbe diventata la classe dirigente della nuova Italia democratica e repubblicana. Com’era prevedibile, la Conciliazione ebbe una larghissima eco nella stampa italiana e internazionale. La stampa fascista sottolineò i vantaggi che la nuova situazione avrebbe portato alla costituzione di uno Stato integralmente fascista, al quale avrebbero partecipato attivamente anche i cattolici; mentre Mussolini fu presentato come colui che portava a compimento il progetto politico di Cavour, assicurando allo Stato e alla Chiesa quella libertà e autonomia che in passato erano state inutilmente invocate dai Governi liberali. I «nemici» della Conciliazione, che all’interno del partito fascista non erano pochi, in questo momento mantennero molto controllate le critiche sia alla Conciliazione raggiunta (a loro avviso ottenuta a un costo troppo alto), sia a Mussolini, rimandando ad altro tempo il regolamento dei conti. Tra i cattolici, non pochi valutavano criticamente la Conciliazione, giudicando non conveniente per la Chiesa stringere un’alleanza così stretta con un regime illiberale e liberticida, che aveva distrutto in Italia il cattolicesimo politico e sociale e che aveva «riportato in sagrestia» le organizzazione cattoliche. Non tutti gli ex-popolari la pensavano però allo stesso modo:

Nei periodi di grande fioritura della cultura e della civiltà araba i cristiani rappresentavano particolarità religiose e nello stesso tempo contribuivano al comune progresso civile
co del «Rinascimento», tra i quali Padre Louis Cheikho (1859-1927) e Padre Paul Nwiya (1925-1980). Alla luce di quanto abbiamo detto, la vocazione dei cristiani d’Oriente è quella di diventare un ponte o meglio ancora un modello di comunione tra l’Occidente cristiano e il mondo musulmano.

l’ultimo segretario del partito, Alci- nei confronti della Chiesa; iniziò de De Gasperi, che in quel tempo con un’analisi storica dei rapporti lavorava nella biblioteca vaticana, tra Stato e Chiesa in Italia. A tale giudicò la Conciliazione in modo riguardo, improvvisandosi storico non del tutto negativo; in una let- delle religioni, affermò che se il critera a un amico sacerdote, scriveva, stianesimo delle origini era diventache gli italiani sarebbero stati capa- to cattolico lo doveva soltanto alla ci di distinguere tra fascismo e cat- potenza e all’estensione dell’impero tolicesimo e si diceva lieto che la romano: se fosse rimasto nella PaChiesa si fosse finalmente liberata lestina — disse — sarebbe stato una dell’inutile fardello della Questione sètta religiosa come tante altre e Romana. Anche in altri ambienti probabilmente col tempo si sarebcattolici i giudizi sulla Conciliazio- be spento, senza lasciare traccia di ne erano piuttosto critici. Giovanni sé. In questo modo egli toglieva al Battista Montini, a quel tempo as- fatto religioso ogni riferimento trasistente centrale della Federazione scendente e lo leggeva alla stregua Universitaria Cattolica Italiana, in di un semplice fatto storico. Sul una lettera indirizzata ai suoi fami- presente poi spese parole molto liari scrisse dal Vaticano: «La cosa forti per fondare il diritto dello [cioè la Conciliazione] può essere Stato etico a formare i giovani: tra le più grandi della storia nostra «Un altro regime che non sia il noe anche tra le più belle. Ma è stra- stro, un regime rammollito […] ritenere utile rinunciare no che chi più ha atteso questo può momento […] sia ora meno dispo- all’educazione delle giovani generasto a goderne; non per una soprav- zioni. Noi no. In questo campo vivenza di consuetudinaria prote- siamo intrattabili. Nostro dev’essesta, ma per il sospetto di peggiori re l’insegnamento. Questi fanciulli eventuali condizioni»; il giovane devono essere educati nella nostra prelato incerto sulla tenuta fede religiosa». Esaminando poi la natura dello dell’eventuale accordo, e preoccupato per le continue vessazioni fa- Stato fascista affermò: «Lo Stato sciste contro la Fuci, aggiungeva: «Se la libertà del Papa non è garantita dalla forte e libera fede del popolo, e specialmente di quello italiano, quale territorio e quale trattato lo potrà?». I Patti Lateranensi andarono in discussione alla Camera il 10 maggio, quattro giorni dopo furono approvati senza difficoltà con 375 voti favorevoli e soltanto due contrari. Al Senato la discussione si svolse dal 23 al 25 maggio e si concluse con 316 voti favorevoli e sei contrari (i senatori Albertini, Croce, Bergamini, Ruffini, Paternò, Sinibaldi). L’unico discorso contrario ai Patti fu tenuto, anche a Un faldone di documenti preparatori alla Conciliazione nome di altri senatori, da Benedetto Croce, il quale criticò, più fascista rivendica in pieno il suo che il contenuto, il modo in cui era carattere di eticità: è cattolico, ma è stata attuata la Conciliazione, cioè anche fascista, anzi soprattutto in rottura con la consolidata tradi- esclusivamente fascista. Il cattolicezione liberale e unitaria. Egli disse simo lo integra, e noi lo dichiariadi temere il «risorgere in Italia del- mo apertamente, ma nessuno penlo Stato confessionale» e il rinno- si, sotto la specie filosofica e metavarsi delle sterili e dannose lotte di fisica, di cambiare le carte in tavofazione, che avrebbero avvelenato la». Parole dure e precise rivolte da la vita dello Stato. Due settimane un lato a guadagnare la fiducia dedopo il voto del Senato, il 7 giu- gli intransigenti del suo partito, gno, si procedette tra le parti allo dall’altro rivolte a tenere sotto conscambio delle ratifiche. In questo trollo le richieste e le critiche momento, come vedremo, il clima dell’autorità ecclesiastica sull’attuadei rapporti tra l’autorità governa- zione dei Patti sottoscritti. tiva e quella ecclesiastica era però Il Papa, molto amareggiato dalle tutt’altro che disteso, tanto che fino parole di Mussolini, il giorno successivo, parlando agli studenti del collegio Il 13 maggio 1929 Mussolini gesuitico di Mondragone, precisò il punto improvvisandosi storico di vista cattolico circa affermò che il cristianesimo l’educazione dei giovani, che gli stava molto delle origini doveva il suo successo a cuore: «Lo Stato — solo alla potenza dell’impero romano disse — certamente non può, non deve disinteall’ultimo momento si temette che ressarsi dell’educazione dei cittadigli accordi appena approvati dal ni, ma soltanto per porgere aiuto Parlamento diventassero lettera in tutto quello che l’individuo e la morta. famiglia non potrebbero dare da La polemica era iniziata a partire sé. Lo Stato non è fatto per assordal 29 aprile, quando il Governo bire, per inghiottire, per annichilire aveva approvato i disegni di legge l’individuo e la famiglia». Esso, inrelativi all’applicazione dei Patti, i somma, concludeva con tono pacaquali avevano suscitato forti malu- to il Pontefice, è chiamato a commori e reazioni sulla stampa filo- pletare «l’opera della famiglia e cattolica, anche in quella non con- della Chiesa». trollata dalla Gerarchia e dall’AzioAllo stesso tempo, il Papa incarine Cattolica. Il Governo fascista fu cò il segretario di Stato, cardinale accusato di essere troppo legato a Gasparri, di esprimere a Mussolini una prassi e ad una mentalità ispiil suo rammarico per il discorso da rata al vecchio liberalismo, e di delui tenuto alla Camera. Egli promiludere nei fatti quanto solennemense che nel prossimo discorso al Sete promesso negli accordi. Mussolini, esasperato dalla ina- nato avrebbe moderato i toni della spettata polemica e preoccupato di polemica e fatto ammenda di alcuessere indebolito sul fronte politico ni passaggi troppo forti del suo diinterno, colse l’occasione della di- scorso alla Camera; disse inoltre scussione dei Patti alla Camera per che l’asprezza del suo discorso era rispondere alle «provocazioni» dei dovuta alle contingenze del mocattolici e dimostrare ai suoi di non mento e dal desiderio di dissipare essere ostaggio dei «preti» e del alcune equivoci sulla ConciliazioVaticano. Il discorso che il Duce ne. Ma anche il discorso che Mustenne alla Camera dei Deputati il solini tenne al Senato, nonostante pomeriggio del 13 maggio fu molto il tono più moderato e meno proprolisso e, allo stesso tempo, ina- vocatorio, non piacque al Pontespettatamente duro e provocatorio fice.

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L’OSSERVATORE ROMANO
Un sondaggio tra gli islamici su ostilità e intolleranza dopo l’11 settembre

venerdì 2 settembre 2011

Messaggio del Patriarca Bartolomeo per l’apertura dell’anno ecclesiastico ortodosso

Dieci anni di vita difficile per i musulmani americani
WASHINGTON, 1. Dieci anni dopo è più difficile essere musulmani negli Stati Uniti. Da quel fatale 11 settembre, che in maniera così determinante ha inciso sulla storia recente dell’intero pianeta, per i seguaci dell’islam in terra americana la vita quotidiana, le cose di ogni giorno come fare la spesa, girare per la strada, prendere un mezzo pubblico, sono diventate più complicate. Sempre con gli occhi addosso, con il rischio costante di essere controllati più degli altri agli aeroporti, di essere guardati con sospetto dai vicini o addirittura insultati. È questa, almeno, l’opinione espressa dalla maggioranza dei musulmani americani intervistati dal Pew Research Center for the People and the Press in occasione dell’ormai prossimo decennale degli attacchi terroristici di New York e Washington. Allo stesso tempo, però, il sondaggio mostra come la metà degli intervistati riconosca che in questi anni da parte dei concittadini americani sia stata loro espressa anche amicizia e simpatia. E una netta maggioranza — i tre quarti degli intervistati — sostiene con convinzione il principio fondamentale del «sogno americano», cioè che con il lavoro e l’impegno c’è sempre la possibilità di migliorare la propria vita. Sempre stando al Pew Center, i musulmani presenti negli Stati Uniti sono 2 milioni 750.000, 400.000 in più rispetto a quattro anni fa. E sono anche sensibilmente più ottimisti del resto degli statunitensi riguardo alla direzione che sta prendendo il Paese — il 56 per cento contro il 23 per cento dell’intero pubblico americano. Un ottimismo dovuto principalmente dalla presenza alla Casa Bianca di Barack Obama, primo presidente afroamericano — con il padre immigrato dal Kenya e di famiglia musulmana — della storia degli Stati Uniti. I musulmani negli Stati Uniti non rappresentano una «sottoclasse», ma sono comunque il gruppo che con più convinzione vuole «essere americano», perché «qui vedono che esiste per loro un’opportunità», sintetizza Andrew Kohut, del Pew Center, presentando il complesso quadro che emerge dallo studio che costituisce l’analisi più ampia fatta della comunità islamico-statunitense dopo gli attentati alle Twin Towers di 10 anni fa. Una comunità difficile da analizzare, composta per due terzi da immigrati provenienti da decine di Paesi e di culture diverse. Una diversità che è anche complicato fare emergere dal momento che né il recente censimento né l’ufficio immigrazioni chiede, per rispetto della privacy, di comunicare la propria appartenenza religiosa. Per tre mesi — proprio mentre alla Camera il repubblicano Peter King conduceva le controverse audizioni sul rischio di radicalizzazione della comunità islamica statunitense e dopo le tensioni scoppiate intorno al progetto di costruire una moschea nei pressi del sito di Ground Zero a New York — sono state intervistate oltre mille persone, in inglese, in arabo, farsi e urdu. E ora, a pochi giorni dall’anniversario dell’11 settembre, vengono presentati i risultati dello studio, che mostra anche come il 60 per cento dei musulmani nati negli Stati Uniti in effetti accusi gli stessi leader della comunità islamica di non condannare in modo abbastanza fermo l’estremismo. Opinione, quest’ultima, condivisa anche dal 43 per cento dei musulmani immigrati negli Stati Uniti. Da parte loro, i leader delle associazioni islamiche si difendono, affermando che le condanne degli atti terroristici vengono espresse, ma che non riescono a raggiungere il grande pubblico e neanche gli stessi musulmani. «La nostra capacità di fare ascoltare il nostro appello alla moderazione non è come vorremmo che fosse», ammette Safaa Zarzour, segretario generale dell’Islamic Society of North America, la più grande associazione musulmana. Per Zarzour, comunque, i sentimenti anti-islamici non sono diffusi in tutti gli Stati Uniti, ma concentrati in specifici gruppi. «Per alcuni anni dopo l’11 settembre, tutti sono stati molto spaventati — spiega — ma da allora i leader politici e religiosi si sono comportati in modo più responsabile, e la realtà sul terreno, anche se le parole potevano rimanere di fuoco, si è andata lentamente raffreddando e tranquillizzando».

L’uomo non onora più il dono della natura
ISTANBUL, 1. «Lodiamo oggi il santo nome di Dio, poiché egli gratifica l’umanità con il dono della natura, lo conserva e lo difende, in quanto rappresenta il luogo più idoneo all’interno del quale l’uomo si sviluppa, corpo e anima. Allo stesso tempo, non possiamo restare silenziosi davanti al fatto che l’uomo non onora più, come dovrebbe, questo dono di Dio, e che distrugge l’ambiente per avidità, o per fini puramente egoistici». È dedicato alla salvaguardia del creato il messaggio che il Patriarca ecumenico, Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, ha inviato ai fedeli in occasione dell’inizio del nuovo anno ecclesiastico, che nella Chiesa ortodossa si celebra il 1° settembre. L’invito è a pregare per l’ambiente: si tratta, innanzitutto, di «una lotta spirituale che porta a un cambiamento positivo dell’uomo e contribuisce al miglioramento delle sue relazioni con l’ambiente e della sensibilità dell’individuo riguardo la sua protezione e la sua salvaguardia». La terra, l’acqua, il sole, l’aria, la fauna, la flora: l’uomo — spiega Bartolomeo — ha la possibilità di utilizzare la natura per il proprio bene, ma fino a certi limiti: «La sua azione deve essere vista attraverso la lente dello sviluppo sostenibile, della possibilità di riprodurre l’energia consumata, della protezione di tutti gli esseri viventi, degli animali e del creato. Il superamento di questi limiti — sottolinea il Patriarca ecumenico — è purtroppo caratteristica degli ultimi due secoli della storia del genere umano. Tale fenomeno distrugge l’armonia dei sistemi naturali dell’ambiente, conduce alla saturazione e alla necrosi del creato, ma anche a quella dell’uomo, il quale non può sopravvivere all’interno di un ecosistema il cui equilibrio è stato irrimediabilmente compromesso». Il risultato è la proliferazione e la propagazione dei virus, è la contaminazione delle derrate alimentari, conseguenze della dissennata azione dell’uomo. Nel messaggio (la cui versione in lingua francese è stata diffusa sul sito Orthodoxie.com), l’arcivescovo di Costantinopoli approfondisce forse il tema sociale che più gli sta a cuore: «Oggi — si legge nel documento — è giusto sottolineare l’importante significato delle foreste, e della flora in generale, rispetto alla sostenibilità dell’ecosistema terrestre, così come quello della salvaguardia delle risorse presenti nell’acqua. Non bisogna sottostimare il grande contributo degli animali a questo buon funzionamento», osserva Bartolomeo, che ricorda come gli animali siano sempre stati amici dell’uomo e rispondano ai suoi bisogni, trasformandosi all’occorrenza in cibo, vestiti, mezzi di trasporto, e offrendo anche protezione e compagnia. «Gli uomini e gli animali hanno dei legami strettissimi — scrive — come dimostra l’evento stesso della creazione, dove uomini e animali sono creati lo stesso giorno (Genesi 1, 24-31), o ancora quando Dio ordina a Noè di salvare dal diluvio una coppia di ciascuna specie animale (Genesi 6, 19). Dio mostra una preoccupazione particolare per la salvezza del regno animale. Nella vita dei santi, scopriamo numerose indicazioni riguardo gli eccellenti rapporti fra i santi e gli animali selvaggi. Questi ultimi — afferma il rappresentante ortodosso — in altre condizioni non mantengono relazioni amichevoli con l’uomo. In effetti, ciò non è dovuto alla loro natura cattiva ma piuttosto alla resistenza dell’uomo verso la grazia di Dio e al suo rapporto conflittuale con gli elementi, gli animali e gli altri esseri viventi». Così, «la pacificazione dell’uomo con Dio comporta anche la sua pacificazione con gli elementi della natura». Per il Patriarca ecumenico, la creazione di buone relazioni con Dio deve costituire la principale preoccupazione dell’uomo, e in questa prospettiva, «dobbiamo ricollocare il nostro personale rapporto con il mondo animale, vegetale e l’insieme dell’ambiente». L’amore degli animali non è dunque «uno sterile fatto sociale», di simpatia, ma «il risultato delle nostre buone relazioni con il Creatore di tutte le cose». Nei giorni scorsi, a conferma del suo impegno in difesa dell’ambiente (tanto da meritarsi l’appellativo di «Patriarca verde»), Bartolomeo ha benedetto e inaugurato, nell’isola natale di Imbro, in Turchia, un sito (intitolato ai Santi Teodori, suo luogo di nascita) che di-

venterà presto un parco ecologico. Alla cerimonia erano presenti, oltre a numerosi fedeli, il metropolita di Imvros e Tenedos, Cirillo, e il vescovo di Dorylaion, Nicandro. Si ricorda, fra gli ultimi interventi di

Bartolomeo, un messaggio a commento dell’esplosione nucleare a Fukushima, in Giappone, nel quale ha chiesto ai potenti della terra di promuovere lo sviluppo delle forme alternative di produzione energetica.

A Nizza due comunità e giurisdizioni a confronto

Gli ortodossi russi e la chiesa di San Nicola
NIZZA, 1. Nuovo capitolo dell’annosa vicenda legata alla proprietà della cattedrale ortodossa di San Nicola, a Nizza, definitivamente assegnata dalla giustizia francese, il 19 maggio scorso, alla Federazione russa. A scriverlo è stata la diocesi di Chersoneso — la quale raggruppa le parrocchie del Patriarcato di Mosca presenti in Francia, Spagna, Svizzera e Portogallo — che martedì scorso ha diffuso un comunicato per precisare che lo Stato russo ha deciso di affidare alla diocesi il pieno utilizzo della chiesa, a titolo gratuito e a tempo indeterminato. Di conseguenza, l’associazione diocesana di Chersoneso «intende assumersi le responsabilità liturgiche pastorali e amministrative che le spettano, assicurando la continuità del culto ortodosso, la salvaguardia e la gestione della chiesa di San Nicola, che fa parte del patrimonio francese ed è uno dei simboli dell’amicizia tra la Francia e la Russia». L’ultima polemica è sorta dopo l’invio a Nizza, da parte del Patriarcato di Mosca, di un prete e di un diacono al fine di assicurare la gestione amministrativa e cultuale della cattedrale e di stabilire un dialogo con i responsabili dell’Associazione cultuale ortodossa russa (Acor) di Nizza, che si è curata della chiesa a partire dal 1923 e che contesta — appoggiata dall’arcivescovo di Comana, Gabriele, rappresentante dell’Arcivescovado per le Chiese ortodosse russe in Europa occidentale (esarcato del Patriarcato ecumenico) — la nuova proprietà. La missione affidata ai due religiosi, si legge nel comunicato della diocesi di Chersoneso, è di prendere possesso delle chiavi e della documentazione della chiesa, di far cessare immediatamente ogni attività commerciale («soprattutto l’esazione dei diritti d’entrata») e di vegliare sul corretto svolgimento delle celebrazioni liturgiche, nonché sull’accoglienza dei fedeli e dei pellegrini. I responsabili dell’esarcato russo del Patriarcato di Costantinopoli, il cui clero assicura la vita liturgica della chiesa, «erano stati avvertiti dell’arrivo di questa delegazione e della sua missione» — viene precisato — e la concelebrazione, presenti i membri delle due giurisdizioni ecclesiastiche, per la solennità della Trasfigurazione, «doveva testimoniare l’apertura della diocesi di Chersoneso al dialogo con l’esarcato e il suo desiderio di regolare questa situazione con serenità e amore fraterno». Nel testo si afferma inoltre che l’Acor, sconfitta nella causa che la vedeva opposta alla Federazione russa, «non può essere confusa con l’attuale parrocchia e con la locale comunità dei fedeli ortodossi». La diocesi si appella al buon senso e al dialogo fra le parti, concludendo che «tutte le questioni di ordine canonico verranno regolate dal vescovo di Chersoneso e dal vescovo incaricato dell’esarcato russo del Patriarcato di Costantinopoli», in modo che le decisioni vengano prese di comune accordo, mirando alla riconciliazione fra le differenti comunità, al rafforzamento dell’unità e della collaborazione fra le giurisdizioni ortodosse. Il 24 agosto, l’arcivescovo Gabriele aveva sottolineato che «la proprietà di un edificio non può in alcun modo conferire al titolare il diritto di scegliere la giurisdizione alla quale appartiene il clero o favorirne la nomina», senza il consenso del vescovo locale.

Indetto dalla Chiesa cattolica in Pakistan

L’Anno della missione per i diritti delle minoranze religiose
ISLAMABAD, 1. Interrogarsi sul ruolo che i cristiani possono e vogliono avere nella costruzione di una migliore società pakistana, in un clima di armonia e collaborazione con i credenti delle altre religioni. Questo il principale significato dello speciale Anno della missione lanciato dalla Chiesa cattolica in Pakistan, in occasione del 60° anniversario di fondazione nel Paese delle Pontificie Opere Missionarie. I diritti, le libertà, il ruolo dei cristiani all’interno della società pakistana, la lotta all’estremismo, l’evangelizzazione, l’armonia interreligiosa, saranno infatti i temi al centro della riflessione dell’iniziativa che si aprirà ufficialmente il 30 settembre e vedrà coinvolte tutte le diocesi del Paese. E che, significativamente, cade in un periodo assai difficile per la comunità dei fedeli cristiani in Pakistan (circa il 2 per cento della popolazione) vittime di minacce, violenze, discriminazioni, evidenti limitazioni della libertà religiosa. Il caso più eclatante, come noto, l’assassinio del ministro cattolico Shahbaz Bhatti, avvenuto il 2 marzo scorso per mano di fondamentalisti islamici. Negli ultimi tempi la situazione non è migliorata. «Non vi sono passi avanti sulla condizione dei cristiani in Pakistan», ha spiegato all’agenzia Fides padre Mario Rodrigues, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie. «Non ci sentiamo al sicuro e non siamo sufficientemente tutelati. È vero che durante il mese del Ramadan non abbiamo subito violenze, ma credo dipenda solo dal fatto che durante il Ramadan anche i gruppi integralisti sospendono le loro attività violente». Durante l’Anno della missione «come fedeli cristiani e cittadini pakistani — prosegue il direttore delle locali Pontificie Opere Missionarie — intendiamo interrogarci sul nostro ruolo e sul contributo specifico che possiamo e vogliamo dare alla nazione, per costruire un Paese realmente democratico, dove siano rispettati i diritti di tutti. Vogliamo costruire l’armonia, la pace e il bene comune del Paese, insieme con tutti gli uomini di buona volontà. Con quest’animo inizieremo l’Anno della missione, che punterà a sensibilizzare tutte le comunità cristiane presenti in Pakistan, perché i valori del Vangelo possano illuminare il Pakistan di oggi». Quanto alla situazione nel Paese, padre Rodrigues sottolinea favorevolmente come il Governo abbia promesso un nuovo ministero federale per l’Armonia interreligiosa, anche se non è stato ancora ufficialmente formato. «Vogliamo vedere i fatti, non solo i proclami, nella speranza che possa giovare alle minoranze religiose». E sull’entrata in vigore della legge del 2010, che prevede l’assegnazione di quattro seggi in Senato riservati alle minoranze religiose, padre Rodrigues si dice «contento per la maggiore rappresentatività delle minoranze religiose in Parlamento», nella speranza che questa «sia la giusta strada per avere la voce di alcuni cristiani nelle sedi istituzionali».


Nel pomeriggio del mercoledì 31 agosto c.a., il Signore ha chiamato a sé

MONS. SEBASTIANO CORSANEGO
Canonico Vaticano
Sua Eminenza il Signor Card. Angelo Comastri, Arciprete della Basilica Papale Vaticana, e i Capitolari di San Pietro mentre danno l’annuncio della sua scomparsa e ricordano con edificazione il Confratello, innalzano al Signore preghiere di suffragio. Il Rito Esequiale avrà luogo il venerdì 2 settembre p.v., alle ore 10 all’altare della Cattedra, nella Basilica Papale Vaticana.

venerdì 2 settembre 2011

L’OSSERVATORE ROMANO
L’auspicio del direttore di Caritas Giappone per affrontare la fase di ricostruzione

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Negli istituti australiani quattro studenti su dieci sono non credenti o di altre religioni

Nelle scuole cattoliche educazione universale
ADELAIDE, 1. Circa ventimila su quasi cinquantamila studenti che frequentano le scuole cattoliche nell’Australia meridionale appartengono a famiglie che non fanno parte della Chiesa cattolica. Il dato è parte di una indagine statistica pubblicata nei giorni scorsi sul sito in rete adelaidenow.com.au, che raccoglie le principali notizie dell’Australia meridionale. Secondo i dati raccolti nell’indagine, l’attuale numero dei ragazzi e ragazze che frequentano le scuole cattoliche provenienti da famiglie di diverso credo o non religiose è il più alto registrato in Australia meridionale nel corso degli ultimi cinque anni. Rispondendo alle domande poste in un questionario, i genitori dei ventimila studenti hanno dichiarato di essere stati attirati dalle scuole confessionali cattoliche in quanto economicamente più accessibili, maggiormente affidabili e animate da un senso di comunità che le scuole pubbliche tendono a non garantire. D’altra parte alcuni genitori hanno sottolineato che nelle scuole cattoliche c’è più istruzione religiosa di quanto loro pensavano prima d’iscrivere i loro figli. Nel resoconto pubblicato dal sito in rete vengono riportate anche le dichiarazioni di Paul Sharkey, responsabile dell’educazione nelle scuole cattoliche dell’Australia meridionale. Per Sharkey, «bisogna essere sicuri di mantenere forte l’identità cattolica dei nostri istituti anche se accogliamo docenti e studenti non cattolici», «i genitori che mandano i loro figli a studiare presso una scuola cattolica devono rispettare questa identità religiosa e comprendere che i loro bambini dovranno anche partecipare alle celebrazioni previste dalle attività scolastiche». Sempre sulle scuole cattoliche in Australia, Bill Griffiths, amministratore delegato della National Catholic Education Commission (Ncec), ha affermato che «anche quando i contributi dei genitori vengono presi in considerazione, i nostri istituti, in media, operano con circa il 90 per cento delle risorse che hanno le scuole pubbliche». La dichiarazione di Griffith è stata riportata in un articolo pubblicato sul sito in rete dell’arcidiocesi di Sydney intitolato «Contrastare la disinformazione: dati sul finanziamento delle scuole cattoliche». L’articolo intende confutare con evidenti prove le accuse lanciate da alcuni esponenti del partito verde al Governo secondo cui i fondi per gli istituti d’istruzione indipendenti e privati vengono elargiti alle scuole confessionali a scapito delle scuole pubbliche. Nell’articolo pubblicato sul sito dell’arcidiocesi si sottolinea che «nella nazione australiana operano 1.701 scuole cattoliche frequentate da un quinto del totale degli studenti australiani». Inoltre, riportando i dati diffusi dallo stesso Governo, il finanziamento complessivo per studente nelle scuole cattoliche è sensibilmente inferiore a quello pagato alle scuole pubbliche e ancora più economico di quello corrisposto agli istituti indipendenti. «Per questo — si sottolinea — le scuole cattoliche sono costrette a fare di più con meno e ad operare a un costo di gran lunga inferiore di quello degli altri istituti d’istruzione». Per fare maggiore chiarezza su questi temi, la Ncec ha deciso di aprire un nuovo sito in rete dove genitori, insegnanti e studenti potranno ottenere dati completi sui finanziamenti alle scuole cattoliche australiane. Nel nuovo sito, che ha per motto «Catholic Schools into the Future» verranno pubblicate tutte le informazioni sui sistemi di finanziamento degli istituti d’istruzione cattolici australiani. Questo sito verrà successivamente aggiornato nel 2014 quando il sistema delle sovvenzioni alle organizzazioni scolastiche verrà modificato. Per Dan White, responsabile delle scuole cattoliche nell’arcidiocesi di Sydney, risulta positivo «aprire un dibattito su questo tema critico ed esporre chiaramente tutti i fatti e non solo quelli che servono agli interessi di un particolare settore». «Per quanto mi riguarda — ha aggiunto — credo che la cosa più importante sia assicurare la migliore istruzione ai nostri giovani studenti indipendentemente dai fondi che provengono ai nostri istituti dalle autorità locali e da quelle federali». Nel nuovo sito in rete, oltre a dar conto dei fondi per le scuole cattoliche, verranno pubblicati anche altri dati per dimostrare ai genitori degli studenti che le rette pagate sono a un livello più che ragionevole in confronto alla qualità dell’insegnamento impartito.

Più collaborazione per aiutare chi ha bisogno
TOKYO, 1. Più disponibilità e collaborazione da parte degli organismi statali con le organizzazioni caritative: è quanto ha chiesto il presidente della Caritas giapponese, il vescovo di Niigata, monsignor Tarcisius Isao Kikuchila all’indomani dell’elezione del primo ministro nipponico, Yoshihiko Noda. «Noda — ha detto il presule — è un politico giovane e questo ci infonde molte speranze, specialmente nelle difficoltà presenti. Speriamo — ha proseguito monsignor Kikuchi — che il nuovo premier mostri una leadership più forte nell’organizzare le operazioni di ricostruzione e di ripresa, dopo la tragedia che ci ha colpito anche contando e riconoscendo di più l’opera delle comunità religiose in Giappone». Secondo il presidente di Caritas Giappone, il Governo precedente non è stato così veloce nel gestire le operazioni di soccorso all’indomani del terremoto e dello tsunami dell’11 marzo che ha provocato la morte di 24.000 persone e distrutto case, edifici e infrastrutture. «La Caritas — ha sottolineato il vescovo di Niigata — ha lavorato alacremente e ha aperto un centro per gli aiuti umanitari nella diocesi di Sendai, la più colpita dallo tsunami. Abbiamo inviato molti volontari e, dopo questa dolorosa esperienza, il nome della Caritas è molto rispettato e apprezzato, tutti hanno un’ottima opinione di noi». Nei giorni successivi alla tragedia, il lavoro dei giovani volontari (sono stati oltre mille) è stato quello di affiancare i profughi e di andare a visionare e sgomberare le abitazioni inondate dallo tsunami. I giovani cristiani — che hanno mostrato un forte slancio di generosità — hanno ripulito le case e gli uffici di Sendai invase dal fango, dai detriti, eliminando gli arredi e le suppellettili ormai inutilizzabili, cercando di ren-

dere le abitazioni nuovamente vivibili e funzionali. Hanno contribuito a portare anche speranza e conforto agli sfollati, mostrando solidarietà concreta che le vittime hanno apprezzato moltissimo. I volontari, inoltre, hanno distribuito coperte e cibo alle centinaia di persone ospitate nelle strutture delle chiese di Sendai e nelle vicine diocesi di Niigata e Saitama. Le chiese, infatti, hanno messo a disposizione i propri locali divenendo veri e propri centri di accoglienza dove si respira e si mette in pratica, ancora oggi, l’amore per il prossimo e la testimonianza dei valori cristiani. Per quanto riguarda la gestione degli aiuti, il presule ha spiegato che «abbiamo lavorato a stretto contatto con le autorità civili locali, ma non abbiamo avuto contatti diretti con il Governo nazionale. La

sfida odierna — ha sottolineato monsignor Isao Kikuchi — potrebbe essere quella di stabilire maggiori contatti con il Governo nazionale. Oggi i tempi sono cambiati: credo che, attraverso organizzazioni umanitarie come la Caritas e le organizzazioni non governative di ispirazione religiosa, si possa avviare una stabile e proficua collaborazione fra Governo e comunità religiose, per il bene della popolazione e dell’intero Paese». Yoshihiko Noda, 54 anni, è stato eletto, martedì, nuovo primo ministro dalla camera bassa del Parlamento. Ex ministro delle Finanze, era stato eletto presidente del partito democratico, mentre il 26 agosto scorso l’ex premier Naoto Kan aveva rassegnato le proprie dimissioni sulla scia delle critiche per la gestione del terremoto dell’11 marzo e della conseguente crisi nucleare.

Una ricerca tra i pellegrini in occasione della festa del 2 settembre

L’intensità della devozione alla Madonna di Polsi
di EUGENIO FIZZOTTI In occasione della festa della Madonna della Montagna a Polsi, in Aspromonte, è quanto mai significativo ricordare che qualche tempo fa è stata effettuata dal salesiano don Natale Spina una ricerca tra i pellegrini del santuario al fine di conoscere meglio, attraverso testimonianze ed esperienze dirette, qualche aspetto della devozione mariana e ottenere indicazioni utili, da cui partire per favorire una più incisiva azione a livello pastorale. Per realizzare tali obiettivi era stato preparato un questionario articolato in tre sezioni. Le prime cinque raccoglievano dati anagrafici, utili a fornire un essenziale ritratto degli intervistati. Nella seconda parte l’attenzione era rivolta a conoscere il personale impegno devozionale, la sua persistenza nel tempo, l’origine delle motivazioni, l’influsso dell’ambiente familiare e l’impegno con cui la religiosità mariana viene vissuta nei suoi diversi momenti. La terza parte si soffermava su alcuni aspetti della religiosità degli intervistati per comprendere l’importanza della religione nella loro vita, la frequenza alla messa domenicale, il ricorso a Dio nei momenti difficili e il suo modo di farsi conoscere. Una domanda, infine, era dedicata a un problema diffuso e di cui attualmente molto si discute: il ricorso a maghi, cartomanti e guaritori. Alla ricerca parteciparono 202 visitatori del santuario, di cui 90 maschi e 112 donne. Per quanto riguarda la composizione sociale per titolo di studio e per professione, il 61,9 per cento del campione era in possesso di laurea o di titolo di scuola secondaria superiore, circa un terzo era composto da liberi professionisti e da impiegati, mentre le casalinghe raggiungevano il 28,6 per cento. Invitati a manifestare l’intensità della devozione alla Madonna di Polsi, la maggioranza degli intervistati dichiarò di nutrire una devozione «molto» (35,6 per cento) o «abbastanza forte» (33,2 per cento). All’origine della devozione, per il 59,9 per cento degli intervistati c’è una tradizione di famiglia, mentre per il 40,6 per cento prevale l’usanza del paese di origine. Più defilata è l’esigenza di ringraziare (21,8 per cento), di chiedere protezione (17,8 per cento), di implorare grazie (11,9 per cento), di essere protetti da catastrofi naturali (8,9 per cento). Un grande ruolo i devoti assegnano all’interno della famiglia alla testimonianza di fede dei genitori e dei nonni. Segno che la famiglia in Calabria ancora tiene e verso di essa vanno intensificate le proposte di formazione e di catechesi, oltre che le politiche sociali e culturali. Rilevanti risultarono la sensibilità religiosa e la qualità dell’aspetto devozionale. Solo il 5,4 per cento, infatti, riteneva che l’ignoranza e la miseria possano spingere al sorgere della devozione alla Madonna di Polsi, così come ridotto era il numero di coloro che dicevano di non ricordarsi mai di Dio nei momenti difficili della vita. Invitati a esprimere la propria modalità di partecipazione alla festa, gli intervistati sottolinearono per il 66,3 per cento l’esperienza religiosa, mentre solo l’8,9 per cento parlò di folklore. Alla domanda di indicare quali bisogni specifici soddisfi la festa, gli intervistati si orientarono prevalentemente verso lo stare insieme, mentre non fecero cenno alla possibilità di un approfondimento della propria formazione. Circa l’importanza della religione nella propria vita, fu evidente la grande diversità di valutazione da parte delle donne e degli uomini. Questi ultimi, tuttavia, non esclusero l’importanza della religione, limitandosi a un prudente «abbastanza». Lo specifico impegno della frequenza alla messa domenicale apparve osservato dal 62,4 per cento con differenza tra i sessi: il 53,3 per cento dei maschi e il 69,9 per cento delle donne. Ulteriori elementi collegati alla religiosità erano offerti da alcuni cenni ad argomenti di fede, al modo di concepire la propria esistenza, al modo con cui Dio si manifesta all’uomo, a chi attribuire il potere di concedere grazie e al ricorso a pratiche non ammesse dalla Chiesa. La grande maggioranza degli intervistati ritenne che la vita si svolge secondo un disegno divino. Il primato attribuito al manifestarsi di Dio attraverso gli avvenimenti della vita (71,3 per cento) può, infatti, essere visto come un richiamo al suo «disegno» che caratterizza l’esistenza di ogni persona. Nelle loro risposte le donne, rispetto agli uomini, ritenevano un po’ meno importanti gli avvenimenti della vita, mentre valutavano maggiormente la figura di Gesù Cristo. Tali indicazioni trovano ulteriore, anche se indiretta, conferma nel tema dei «Novissimi» (inferno, purgatorio, paradiso). Secondo l’88,1 per cento essi «sono il premio o il castigo che ci attendono dopo la morte». Questa affermazione fu fatta propria dalla grande maggioranza di uomini e donne. Solo il 7,3 per cento li considerava realtà non significative e per il 3,6 per cento si trattava di invenzioni dell’uomo. Circa il ricorso a maghi, cartomanti o guaritori, l’87,5 per cento delle donne e il 74,4 per cento degli uomini dichiararono esplicitamente di non averlo mai attuato. Da un più ampio e approfondito studio dei dati emersi dall’indagine è risultata da un lato la qualità dell’esperienza religiosa vissuta dai pellegrini di Polsi (che affrontano difficoltà nel corso del pellegrinaggio, viste le disagevoli condizioni delle strade di accesso al santuario) e dall’altra l’esigenza di continuare a offrire una pastorale liturgica e sacramentaria che favorisca una crescita interiore, una partecipazione più convinta e autentica, un ridimensionamento degli aspetti folkloristici e consumistici. In tal senso il lavoro che da alcuni anni si conduce per la formazione di operatori pastorali e degli animatori liturgici sta dando i suoi frutti. I pellegrini, infatti, manifestano soddisfazione per la disponibilità dei confessori, per gli spazi di preghiera personale e comunitaria, per le celebrazioni eucaristiche ben curate e animate, per le frequenti occasioni di formazione e di catechesi.

Omelia dell’arcivescovo di Los Angeles

Testimoni della fede in ogni spazio pubblico
LOS ANGELES, 1. «Non cedere alle pressioni di quanti vorrebbero che la fede fosse vissuta da noi credenti come un fatto puramente privato e quindi senza alcuna relazione con la nostra vita nella sua dimensione sociale»: è quanto ha dichiarato monsignor José Horacio Gomez, arcivescovo di Los Angeles, Stati Uniti, nel corso dell’omelia pronunciata domenica durante la messa nella cattedrale di «Our Lady of the Angels». Il presule ha sottolineato che i cattolici negli Stati Uniti «vivono attualmente in una cultura in cui ci sono molte pressioni per mantenere la fede confinata alla sfera del privato, per mantenere le nostre convinzioni per noi stessi, specialmente quando si tratta di vivere la nostra fede cattolica nella dimensione della vita pubblica». L’arcivescovo ha iniziato la sua omelia con Gesù che biasima Pietro quando l’amato apostolo lo esorta a non recarsi a Gerusalemme ed essere lì ucciso. «Pietro — ha sottolineato il presule — ama Gesù e nutre una fede sincera. Certamente è naturale che lui non voglia che Gesù debba soffrire e morire. Ma Pietro non sta pensando nel modo giusto. Egli pensa in termini umani e non in termini che tengono conto della volontà di Dio». Ha spiegato l’arcivescovo: «Ci sono due modi basilari con cui noi possiamo guardare al mondo; due strade per la loro vita. Noi possiamo vivere secondo una logica umana conforme alla mentalità del nostro tempo. Per questa logica la sofferenza della Croce rappresenta uno scandalo. Oppure possiamo seguire il volere divino mettendo la nostra volontà nelle mani del volere di Dio. Lui chiede ad ognuno di noi di essere santo».

Solidarietà del vescovo di Locri-Gerace al parroco minacciato dalla criminalità
GIOIOSA JONICA, 1. Un’esortazione a «continuare nel suo prezioso e apprezzato ministero di sacerdote, tutto dedito alla sua missione religiosa e sociale» è stata lanciata dal vescovo di Locri-Gerace, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, a don Giuseppe Campisano, parroco di San Rocco a Gioiosa Jonica. Martedì scorso il sacerdote è stato vittima di intimidazione da parte di ignoti che hanno sparato alcuni colpi di arma da fuoco contro la sua automobile. Secondo il vescovo, gli spari per incutere timore a don Giuseppe «non sono altro che frutto di vigliaccheria». Alcuni anni fa il sacerdote aveva ricevuto minacce telefoniche. Don Campisano ritiene che l’episodio «sia legato alla festa di San Rocco, alla mia presa di posizione e a quella del vescovo nel tentativo di dare a questa festa un volto religioso. È sempre stata una festa all’insegna del paganesimo». In merito alla presenza della ’ndrangheta, il parroco ha spiegato quali strumenti sta adottando per combatterne la diffusione: «Sto provando con il Vangelo, sto provando con l’animazione giovanile, con l’educazione dei ragazzi, mettendo in moto gruppi famiglia dentro ai quali si affrontino determinati argomenti. Sto provando con l’evangelizzazione».

Incontro a Roma di ostetrici e ginecologi cattolici
ROMA, 1. «Sensibilizzare sull’urgenza di proteggere anche medicalmente la maternità» è l’impegno che fa da sfondo all’incontro internazionale degli ostetrici e ginecologi cattolici, in corso fino al 4 settembre presso l’istituto Maria Santissima Bambina a Roma. L’iniziativa, promossa da MaterCare International, un’organizzazione appartenente alla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (Fiamc), ha il sostegno della Pontificia Accademia per la Vita. L’incontro si è aperto, il 31 agosto, con il saluto, fra gli altri, del presidente della Fiamc, José María Simón.

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L’OSSERVATORE ROMANO
Benedetto al termine del concerto offertogli dal cardinale Bartolucci

venerdì 2 settembre 2011

XVI

La musica come linguaggio per comunicare la fede
La musica rappresenta «un linguaggio privilegiato per comunicare la fede della Chiesa» e «per aiutare il cammino di fede» dei credenti. Lo ha ricordato Benedetto XVI al termine del concerto offertogli dal cardinale Domenico Bartolucci nel pomeriggio di mercoledì 31 agosto, nel cortile del Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo. Signori Cardinali Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Cari Amici, questa sera ci siamo immersi nella musica sacra, quella musica che, in modo del tutto particolare, nasce dalla fede ed è capace di esprimere e comunicare la fede. Grazie allora agli splendidi esecutori: ai due Soprani, al Baritono, al Maestro Baiocchi, al «Rossini Chamber Choir» di Pesaro e all’Orchestra Filarmonica Marchigiana, come pure agli organizzatori e alle autorità che hanno reso possibile l’evento. In mezzo alle attività quotidiane, ci avete offerto un momento di meditazione e di preghiera, facendoci intuire le armonie del cielo. Un grazie affettuoso e speciale all’autore dei brani che abbiamo ascoltato, il Maestro Cardinale Domenico Bartolucci. Grazie eminenza, per avermi donato questo concerto e aver composto, per l’occasione, il pezzo Benedictus a me dedicato come preghiera e ringraziamento al Signore per il mio ministero. Il Maestro Cardinale Bartolucci non ha bisogno di presentazioni. Vorrei solo accennare a tre aspetti della sua vita, che lo caratterizzano in modo evidente — oltre al suo fiero spirito fiorentino — e cioè: la fede, il sacerdozio e la musica. Caro Cardinale Bartolucci, la fede è la luce che ha orientato e guidato sempre la sua vita, che ha aperto il suo cuore per rispondere con generosità alla chiamata del Signore; ed è da essa che è scaturito anche il suo modo di comporre. Certo Lei ha avuto una solida formazione musicale ricevuta nel Duomo fiorentino, nel Conservatorio di Firenze, nel Pontificio Istituto di Musica Sacra, con grandi didatti, tra i quali Vito Frazzi, Raffaele Casimiri, Ildebrando Pizzetti. Ma la musica è per lei un linguaggio privilegiato per comunicare la fede della Chiesa e per aiutare il cammino di fede di chi ascolta le sue opere; anche attraverso la musica lei ha esercitato il suo ministero sacerdotale. Il suo modo di comporre si inserisce nella scia dei grandi autori di musica sacra, in particolare della Cappella Sistina di cui è stato per molti anni direttore: la valorizzazione del prezioso tesoro che è il canto gregoriano e l’uso sapiente della polifonia, fedele alla tradizione, ma aperto anche a nuove sonorità. Caro Maestro, questa sera, con la sua musica, ci ha fatto rivolgere l’animo a Maria con la preghiera più cara alla tradizione cristiana, ma ci ha fatto anche riandare all’inizio del nostro cammino di fede, alla liturgia del battesimo, al momento in cui siamo divenuti cristiani: un invito a dissetarci sempre all’unica acqua che estingue la sete, il Dio vivente, e ad impegnarci ogni giorno a rigettare il male e a rinnovare la nostra fede, riaffermando «Credo»! «Christus circumdedit me», Cristo mi ha avvolto e mi avvolge: questo mottetto riassume la sua vita, il suo ministero e la sua musica, caro Signor Cardinale. Rinnovo allora il mio grazie a Lei, ai due Soprani, al Baritono, al Direttore e ai complessi corali e orchestrali e volentieri imparto la mia Benedizione Apostolica. Grazie.

Il concerto nel Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo
Ha composto il pezzo musicale Benedictus per soprano, coro a tre voci pari e orchestra, come preghiera e ringraziamento a Dio per l’elezione di Benedetto XVI alla cattedra di Pietro. Il cardinale Domenico Bartolucci ha voluto in questo modo esprimere la sua riconoscenza al Pontefice per il «richiamo all’uso della musica nella celebrazione della messa», come ha sottolineato nel saluto pronunciato all’inizio del concerto offerto al Papa nel pomeriggio di mercoledì 31 agosto, nel cortile del Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo. Bartolucci ha evidenziato come «l’aver chiamato un musicista a far parte del Collegio cardinalizio ha voluto essere un richiamo all’uso della musica sacra nella liturgia», ricordando poi che il «poemetto sacro» Baptisma — eseguito successivamente davanti al Pontefice — gli «era stato commissionato dal collegio dei professori del Pontificio Istituto di Musica Sacra». Il concerto si è aperto con il pezzo Benedictus e con il canto dell’Ave Maria, a cui ha fatto seguito il poema sacro per soprano, baritono, coro femminile e piccola orchestra. Si tratta del primo di una serie di poemi che si ispirano ai sette sacramenti. È la narrazione musicale della liturgia del battesimo, dove il soprano dà la voce al catecumeno e il baritono al sacerdote. Il primo canta sulle parole del salmo 42 e dialoga col coro femminile, quindi duetta col secondo conducendo l’ascoltatore fino al momento culminante del battesimo. Al termine, un gioioso canto pasquale esprime il clima di festa per l’ingresso del nuovo battezzato nella comunità dei credenti. Le musiche sono state eseguite dall’orchestra filarmonica marchigiana, diretta dal maestro Simone Baiocchi, mentre i canti dal Rossini chamber choir di Pesaro. Con i soprani — Enrica Fabbri per il poema e Lykke Anholm per l’ultimo brano Christus circumdedit me, preparato per i servizi e le accademie del coro dei ragazzi della Cappella Sistina — il baritono Michele Govi. Al concerto erano presenti, tra gli altri, i cardinali Tarcisio Bertone, segretario di Stato, Marc Ouellet, Giovanni Battista Re e Walter Brandmüller; gli arcivescovi Dominque Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, Manuel Monteiro De Castro, Giuseppe Bertello e Giuseppe Betori; i monsignori Peter Bryan Wells, assessore della Segreteria di Stato, e Ettore Balestrero, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati; don Pietro Diletti, parroco della parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, Saverio Petrillo, direttore delle Ville Pontificie, Patrizio Polisca, medico personale del Papa. Benedetto XVI era accompagnato dall’arcivescovo James Michael Harvey, prefetto della Casa Pontificia, e da monsignor Georg Gänswein, suo segretario particolare.

Alla Pontificia Università Lateranense un’area di ricerca internazionale per rispondere alle sollecitazioni del Sinodo del 2009

Un sostegno allo sviluppo dell’Africa
di MARIO PONZI Una risposta alle sollecitazioni manifestate durante la seconda assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, svoltasi nell’ottobre del 2009. È il senso della iniziativa del rettore della Pontificia Università Lateranense, il vescovo Enrico dal Covolo, che ha voluto istituire nell’ateneo una nuova area di ricerca sull’Africa. In questa intervista rilasciata al nostro giornale, il rettore ci parla degli obiettivi della nuova istituzione, dei progetti in corso e delle numerose prospettive che si aprono dinanzi a questo nuovo cammino intrapreso dall’università. Da dove nasce l’idea di inaugurare un’area di ricerca universitaria sull’Africa? Intanto, direi che la nostra vuole essere una risposta alle attese manifestate dai vescovi, riuniti due anni fa nell’assemblea speciale del Sinodo dedicata all’Africa. Nelle proposizioni finali, precisamente nella numero 13, si chiedeva esplicitamente di adoperarsi affinché «la religione tradizionale africana e le culture siano assoggettate a una qualificata e completa ricerca scientifica nelle Università Cattoliche dell’Africa e nelle facoltà delle Università Pontificie romane alla luce della Parola di Dio». Attenta alle indicazioni dei padri sinodali, la nostra università — che ha l’onore e l’onere di essere l’università della diocesi del Papa — si è attivata per trovare il modo migliore di venire incontro a questa necessità. Quindi, dopo un tempo adeguato di riflessione e di organizzazione, oggi siamo pronti a inaugurare questo nuovo servizio. In che modo l’iniziativa rientra nell’ambito della ricerca? Si tratta esattamente di una nuova area internazionale di ricerca, intitolata «Studi e ricerche per lo sviluppo dell’Africa». Essa corrisponde — dal punto di vista metodologico — all’intento di distinguere l’attività didattica ordinaria dall’attività di ricerca, per rilanciare e favorire un’animazione culturale vivace, libera dai moduli curricolari, robustamente interdisciplinare e in dialogo più esplicito con l’emergenza educativa del momento presente. E per quanto riguarda i contenuti? Dal punto di vista dei contenuti, la nuova area — nata dalla collaborazione tra le facoltà di filosofia, di diritto civile e di teologia — si articola in due dipartimenti: quello delle scienze umane e sociali e quello degli studi giuridici avanzati per lo sviluppo dell’Africa. Qual è l’obiettivo? L’obiettivo generale che ci si propone è quello di favorire e di sostenere le Chiese d’Africa, preparando personale qualificato e responsabile, soprattutto a livello laicale. Si tratta di formare umanamente e cristianamente docenti e accademici, politici e professionisti, in tutti i campi operativi e applicativi. A tale scopo, la nuova area di ricerca stabilirà una feconda sinergia con un’altra area recentemente istituita nell’università, l’area di dottrina sociale della Chiesa «Caritas in veritate». Ma come si colloca all’interno del percorso formativo stabilito per l’università? L’istituzione dell’area fa parte proprio di un progetto articolato di qualificazione della Lateranense. Esso si propone due obiettivi di fondo: anzitutto lo studio dell’emergenza educativa — eziologia, fenomenologia, terapia — e poi la formazione dei formatori, che è la risposta appropriata dell’università del Papa di fronte alla medesima emergenza. Tale progetto comporta una rivisitazione accurata della genuina idea di università, insieme a una promozione coerente della qualità accademica. Il tempo è propizio per un coraggioso rinnovamento, se si interpreta la crisi come un’opportunità educativa, piuttosto che una sciagura fatale: un rinnovamento che riguarderà il governo dell’università, le sue facoltà e i suoi istituti, le aree di ricerca e le cattedre autonome, gli uffici, la biblioteca, la pastorale universitaria e gli altri servizi accademici. Nel progettare l’area certamente avrete riflettuto sulla situazione dell’Africa. Da quale considerazione siete partiti? Come ripeto, abbiamo scelto l’Africa alla luce del Sinodo e di altri documenti ecclesiali più recenti, cercando di rispondere — nelle modalità proprie della missione accademica — al grido di dolore, e insieme di speranza, che sale dal continente e dalle Chiese dell’Africa. La massiccia presenza di nativi africani nell’università del Papa, e la collaborazione già avviata — a vari livelli — con numerose istituzioni universitarie e culturali del continente, sono stati altri fattori decisivi. Questa iniziativa potrà incidere concretamente sul processo di inculturazione? Il Sinodo del 2009, nella proposizione 33, riguardo all’inculturazione, sottolineava il bisogno di compiere uno studio approfondito sulle tradizione e sulle culture africane alla luce del Vangelo, «per arricchire — si legge testualmente — la vita cristiana, per mettere da parte quegli aspetti che sono contrari all’insegnamento cristiano e per animare e sostenere il lavoro di evangelizzazione dei popoli d’Africa e delle loro culture». I padri sinodali erano consapevoli che la Chiesa in Africa sperimenta una crescita costante nel numero dei suoi membri e di coloro che la servono come sacerdoti. Ma non hanno mancato di sottolineare che «tuttavia — come si legge ancora nella proposizione — esiste una incoerenza tra alcune pratiche culturali tradizionali africane e quanto richiesto dal Vangelo». A fronte di ciò, essi hanno avvertito che «per essere pertinente e credibile la Chiesa ha bisogno di un discernimento profondo, per identificare quegli aspetti della cultura che promuovono e quelli che impediscono l’inculturazione dei valori evangelici». Anche a questo vuole contribuire la nostra iniziativa di ricerca. Dal confronto con la cultura africana cosa potrà imparare l’Europa? La vecchia Europa, «sazia e disperata», può imparare molto nel confronto aperto e solidale con le tradizioni e i valori, di cui l’Africa è portatrice. In particolare, l’apertura religiosa al dono della vita, la considerazione della famiglia, il rispetto della natura e delle sue leggi fondamentali — pur fra tanti problemi e urgenze da risolvere — fanno oggi dell’Africa il nuovo «continente della speranza». L’università del Papa vuole alimentare questa speranza, e a sua volta esserne salutarmente contagiata.

Jacob Lawrence, «La libreria» (1960, Washington, Smithsonian American Art Museum)

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