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ASIA CENTRALE: TRA RISORSE IDRICHE E CONFLITTI

Autore: Jessica Di Salvatore Ultima modifica: 29 settembre 2011

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1. IL QUADRO GEOGRAFICO E GLI ALBORI DELL'AGRICOLTURA Per Asia centrale s'intende, geograficamente, un'area al centro del continente eurasiatico che oggi comprende le repubbliche di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan ed Uzbekistan, più la regione del Turkestan orientale, per un totale di circa 4 milioni di chilometri quadrati. Il Turkestan orientale, cioè la regione cinese dello Xinjiang, può considerarsi compresa nella definizione di Asia Centrale solo qualora se ne adottasse una definizione geografica estesa del concetto, come ne farebbero parte anche l'Afghanistan e l'Iran. La regione che in questa sede verrà indicata con l'etichetta "Asia centrale" è l'Asia interna 1, una regione di praterie aride (o steppe), deserti e monti delimitata ad ovest dal mar Caspio ed a est dalle montagne del Tien Shan e del Pamir, a nord dalla taiga siberiana ed a sud dai monti dell'Hindu Kush (anche noto come "il tetto del mondo") e del Karakorum. I bacini idrici principali della regioni sono quindi il mar Caspio, confine occidentale dell'Asia centrale, ed il mare di Aral, nell'altopiano centrasiatico. Il Caspio è il mare interno più grande al mondo, ma i problemi ad esso connesso (siano di natura geopolitica, geoeconomica o ambientale) riguardano solo due delle ex repubbliche sovietiche, nello specifico il Turkmenistan ed il Kazakistan; inoltre i suoi tributari principali, il Volga e l'Ural, corrono a nord dell'Asia centrale e quindi non attraversano nemmeno la regione, eccezion fatta per il tratto dell'Ural che attraversa il Kazakistan. Il mare di Aral invece si colloca geograficamente all'interno dell'Asia centrale ed i suoi immissari attraversano tutte le repubbliche centrasiatiche. Il suo bacino idrologico comprende non solo tutte e cinque le repubbliche ma anche, in parte, l'Afghanistan,
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La stessa che Svatopluk SOUCEK chiama "Inner Asia" nel suo omonimo libro (Inner Asia, Cambridge University Press, New York, 2000).

l'Iran e lo Xinjiang. Fino agli anni '50-'60, il mare di Aral era tra i più grandi al mondo in termini di superficie, collocandosi al quarto posto dopo il lago Superiore, il lago Victoria ed il mar Caspio. Si tratta di un bacino endoreico, ossia di un bacino senza emissari che sfociano nell'oceano. Infatti i due tributari principali del mare di Aral, l'Amu Darya ed il Syr Darya, non sono emissari ma immissari (per cui la nomenclatura "mare" di Aral sarebbe scorretta rispetto a "lago" di Aral), che nascono dai monti che limitano geograficamente l'Asia centrale ad est, per poi scorrere lungo la regione verso ovest, sfociando appunto nel mare di Aral. Il Syr Darya è l'immissario settentrionale e nasce dai ghiacciai e dalle nevi permanenti del Tien Shan, in Kirghizistan. Per questo primo tratto è noto come fiume Naryn; lungo il suo corso, il Naryn confluisce col Kara Darya e, col nome di Syr Darya, attraversa l'Uzbekistan ed il Kazakistan, passando per la valle di Fergana. L'Amu Darya è l'immissario meridionale del bacino di Aral. Nasce nel Pamir, in Tagikistan, e prima di sfociare nel mare attraversa il nord dell'Afghanistan ed il confine turkmeno-uzbeko. Insomma, nessuno dei due principali corsi d'acqua della regione attraversa meno di due repubbliche diverse. Un tempo ad entrambi i fiumi era garantita la possibilità di giungere e sfociare nel mare di Aral, tuttavia oggi questa prospettiva è sempre meno certa. Come si vedrà, già tra il '78 ed il '94, a causa delle numerose deviazioni, i due corsi d'acqua non riuscivano ad arrivare al mare. Nel suo complesso l'Asia centrale è a tutti gli effetti un bacino chiuso dal punto di vista idrografico, non è connesso in nessun modo con mari od oceani, per cui sono le caratteristiche climatiche ad influire pesantemente sulla disponibilità di risorse idriche e sui cicli idrologici 2. Il clima dell'Asia centrale si distingue per l'interazione sinergica di fattori climatici essenziali quali scarse precipitazioni, alte temperature, bassa umidità ed alto grado di radiazioni solari, tutti fattori che assieme determinano gli elevati tassi di evaporazione dell'acqua e, conseguentemente, di evapotraspirazione
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(variabile

agrometeorologica che computa la quantità d'acqua che diventa vapore a causa dell'evaporazione dal terreno e della traspirazione dalla vegetazione). Dividendo la regione longitudinalmente, si rileva che la zona settentrionale della regione centrasiatica è caratterizzata da un clima leggermente più umido rispetto alla regione meridionale, montuosa e desertica, che invece presenta livelli ancor più bassi di precipitazioni.
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Robert A. LEWIS, Robert R. CHURCHILL, Amanda TATE, Geographic perspectives on Soviet Central Asia, Routledge, London, 1992, p. 81. 3 Ibidem.

La zona più ospitale e più produttiva per l'agricoltura è incastonata tra i monti Tien Shan. Si tratta della valle di Fergana, l'unica zona pianeggiante della regione centrasiatica. Attraversata dal fiume Syr Darya, è una valle molto fertile e dal clima decisamente più mite rispetto al resto della regione, ed essendo divisa tra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan è da sempre motivo di tensioni. Vista l'ospitalità più unica che rara che ne fa una vera e propria oasi storica dell'arida Asia centrale, il settore agricolo si è qui particolarmente sviluppato. I primi a sfruttare le potenzialità della valle furono gli Achemenidi nel VI secolo a.C.: questi crearono un sistema d'irrigazione particolarmente ingegnoso che garantì un fiorente sviluppo e progresso del settore agricolo 4. Il potenziale produttivo agricolo del territorio ha portato all'elaborazione di politiche di sfruttamento intensivo nel periodo sovietico. Storicamente, è nella zona tra il Pamir ed il Tien Shan, dove scorrono i principali corsi d'acqua, che si è sviluppata nel corso dei secoli la civiltà urbana, proprio nel cuore dell'Asia interna. Le regioni più fertili a ridosso dei corsi d'acqua videro lo sviluppo di una civiltà di tipo stanziale, economicamente fondata sull'agricoltura. Si trattava di insediamenti di contadini dediti ad un'agricoltura irrigua, cioè fortemente dipendente dall'irrigazione. Esiste di fatti anche un tipo di agricoltura non irrigua, basata su colture per le quali possono essere sufficienti le precipitazioni atmosferiche. Dalle caratteristiche della regione, è chiaro che quest'ultimo tipo di agricoltura poteva diffondersi lungo le latitudini più settentrionali della cintura di steppa, dove le piogge sono relativamente più frequenti rispetto alla regione meridionale dove i terreni, per essere resi coltivabili, devono essere costantemente irrigati. Ed ancora oggi, più del 90% delle acque dell'Amu Darya e del Syr Darya sono destinate al settore agricolo 5. L'Asia centrale non è una regione idricamente povera; la crisi dell'acqua non è una crisi di quantità ma di distribuzione 6 e risiede nello sfruttamento non sostenibile della risorsa, ereditato dal sistema agricolo sovietico basato sulla monocultura intensiva di cotone, coltura che ancora esiste e che necessita di massicce quantità d'acqua per l'irrigazione. Oltre ad uno squilibrio di tipo ambientale esiste anche uno squilibrio nella gestione della risorsa, poiché le infrastrutture costruite in epoca sovietica vennero
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Richard Nelson FRYE, The Heritage of Central Asia from Antiquity to the Turkish Expansion, Markus Wiener Publishers, Princeton, 1996, p. 94 5 UNESCAP, Stregthening Cooperation for Rational and Efficient Use of Water and Energy Resources in Central Asia, 2004. 6 ENVSEC, Central Asia: Ferghana-Osh-Khujand Area, 2005.

dislocate tra Stati a monte e Stati a valle, ossia tra gli Stati dai quali i corsi d'acqua originavano e dove canali, dighe, bacini artificiali vennero costruiti (Kirghizistan e Tagikistan) e Stati nei quali enormi distese di terreno erano state irrigate e rese coltivabili per il cotone e che quindi necessitavano costanti forniture idriche. Dopo il 1991, quando l'amministrazione sovietica centralizzata ormai non garantiva o meglio non imponeva più una gestione unificata di una risorsa nazionale, le repubbliche centrasiatiche si sono trovate a dover ridefinire i criteri di gestione idrica secondo le proprie diverse e talvolta contrastanti priorità economiche. Ancor più importante, i corsi d'acqua, da fiumi interni, sono divenuti fiumi transfrontalieri e le infrastrutture dal cui funzionamento dipendevano gli Stati a valle si trovavano, purtroppo, al di fuori del loro territorio sovrano.

2. LA GESTIONE IDRICA AI TEMPI DELL'URSS Tra il 1924 ed il 1936 entrarono a far parte dell'Unione Sovietica le Repubbliche Socialiste Sovietiche Uzbeka, Turkmena, Tagika, Kirghisa e Kazaka a seguito dell'abolizione della Repubblica Socialista Sovietica del Turkestan, della Repubblica Popolare del Bukhara e della Repubblica Popolare di Khorezmia. I confini della regione centrasiatica vennero quindi ridisegnati dall'allora Commissario per le Nazionalità Joseph Stalin. La nuova divisione politica separò nettamente la fertilissima valle di Fergana ed i principali corsi d'acqua della regione tra Stati a monte (Tagikistan e Kirghizistan), che potevano controllare il flusso dell'acqua poiché è qui che i corsi originano, e Stati a valle (Turkmenistan ed Uzbekistan), i cui rifornimenti idrici dipendono sostanzialmente da quanto stabilito a monte. La centralizzazione del sistema politico-amministrativo sovietico permise di gestire la divisione delle risorse idriche sulla base di un sistema di quote stabilite a Mosca, così da dirimere in anticipo qualsivoglia disputa tra le repubbliche ed accrescendone significativamente la dipendenza da Mosca e l'interdipendenza reciproca: Kirghizistan e Tagikistan fornivano gratuitamente acqua agli Stati a valle durante la stagione primaverile ed estiva, quando cresceva la domanda per l'irrigazione dei campi, e Kazakistan, Turkmenistan ed Uzbekistan ricambiavano fornendo a loro volta gas e petrolio che mancano a monte per la produzione di elettricità durante i mesi invernali ed autunnali. A tal fine occorrevano tuttavia infrastrutture adeguate alla gestione idrica, come canali e dighe che

permettessero la creazione di bacini idrici artificiali. Tuttavia la loro costruzione non teneva conto dei confini stabiliti, per cui i bacini per l'irrigazione del Uzbekistan vennero ad esempio costruiti in Kirghizistan, rendendo l'interdipendenza ancora più forzata ed intensa. Lo scopo ultimo di questa politica economica era la trasformazione delle società agricole a valle in monoculture di riso ma soprattutto di cotone, entrambe colture che richiedono l'impiego di grandi quantitativi d'acqua per l'irrigazione che sarebbero stati reperiti dai bacini costruiti a monte. A Mosca, l'idea di poter irrigare più terreno possibile con le acque dell'Amu Darya e del Syr Darya esercitava una sorta di fascinazione, in una certa misura concretizzatasi nella campagna delle Terre Vergini negli anni di Chruščёv e nella valorizzazione dell'aridissima zona della Steppa della Fame (principalmente nel Kazakistan meridionale). Quindi la priorità rimase sempre aumentare la produzione di cotone da destinare alle industrie tessili. Parte dei flussi venivano destinati anche alla produzione di energia idroelettrica, ma l'aumento della produzione di cotone rimase sempre obiettivo primario della pianificazione economica sovietica. Ancor prima, nel Maggio 1918, Lenin aveva decretato la necessità per la Russia di garantirsi l'indipendenza dalle importazioni di cotone 7 e successivamente, nel primo piano quinquennale (1929), venne avviato il lancio della "campagna del cotone". Prima che i terreni agricoli venissero destinati al soddisfacimento dei bisogni autarchici dello Stato sovietico, le colture più diffuse consistevano in cereali di vario tipo, vegetali e frutteti, e solo in misura nettamente inferiori in cotone 8. Col dominio sovietico, la coltura del cotone, l'oro bianco come veniva definito, si abbatté letteralmente sulla regione. La pianificazione trasformò in pratica la regione in una distesa di cotone capace di produrre il 90% del cotone prodotto in tutta l'Unione 9, con il solo Uzbekistan che nel 1987 (ma ancora negli anni '90) destinava alla monocultura cotoniera una percentuale di terreno irrigato con picchi del 72% nella valle di Fergana e la produzione nel 1983 aveva già raggiunto i tassi statunitensi 10. La perseveranza degli agronomi sovietici, comunque, fu economicamente ben
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Erika WEINTHAL, State Making and Environment Cooperation: linking domestic and International Politics in Central Asia, MIT Press, Cambridge, 2002, p. 82. 8 Robert A. LEWIS, Robert R. CHURCHILL, Amanda TATE, ibidem. 9 Philip MICKLIN, The Water Management Crisis in Soviet Central Asia, The Carl Beck Papers in Russian and East European Studies, Pittsburgh, 1991, p. 10-11. 10 Jeremy ALLOUCHE, A Source of Regional Tension in Central Asia: The Case of Water, Cimera, Ginevra, 2004, pp. 92-104.

ricompensata: nel 1985 le terre irrigate intorno al bacino dell'Amu Darya e del Syr Darya erano state incrementate rispettivamente del 150% e del 130% 11. All'espansione dei terreni coltivati si accompagnò, oltre alla crescita della produzione di cotone che porterà l'URSS a divenire secondo produttore mondiale, la crescita demografica dell'area: ciò aveva portato, almeno nei primi decenni, a credere che i piani idraulici di Mosca fossero effettivamente brillanti e senza effetti collaterali; fu ben presto chiaro, almeno ai tecnici ed al politburo, che quest'impressione era ben lontana dalla realtà. A seguito del primo piano quinquennale, i progetti idraulici vennero realizzati per mezzo dei kashar, cantieri collettivi che vedevano il coinvolgimento di gran parte della popolazione locale. I canali ed i sistemi d'irrigazione antecedenti agli anni '50 erano meno maestosi e meccanizzati rispetto a quelli che procederanno dalla seconda metà dei '50 in poi, periodo nel quale verrà iniziata anche la costruzione di centrali idroelettriche. Un esempio di progetto idraulico di seconda generazione è il canale di Karakum, del quale si parlerà successivamente. Nello specifico, l'amministrazione e la gestione delle risorse idriche dell'URSS furono affidati fino al 1987 al Ministero per la Gestione delle Acque (abbreviato in MinVodKhoz) che, in consultazione coi governi delle repubbliche, destinava le quote idriche, ed in misura minore all'UPRADIK, organizzazione subordinata al Ministero. I due, assieme, controllavano un sistema idrico ben integrato grazie alla costruzione, soprattutto tra gli anni '50 e '70, di dighe, canali e bacini. I progetti del ministero volti alla massiccia irrigazione dei campi dell'Asia Centrale, assunsero rilievo non tanto per l'obiettivo quanto per l'uso massiccio e sproporzionato che intendevano fare delle risorse idriche della regione, che da sempre erano state impiegate per rendere fertili i terreni ma mai su scala tanto ampia. Le logiche dello sviluppo non lasciavano però spazio alle preoccupazioni avanzate circa l'impatto delle politiche economiche idriche sull'ambiente. Quindi Si potrebbe dire che queste politiche, per giunta, erano di fatto orientate sulla domanda e non sull'offerta, ossia non si basavano su quanta acqua potesse esser offerta sostenibilmente, ma su quanta acqua fosse necessaria per l'agricoltura: i danni ambientali, legati soprattutto alla quasi desertificazione del mare di Aral, saranno la conseguenza di uno sfruttamento tanto miope. I progetti degli idraulici sovietici prevedevano la creazione di vere e proprie
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ENVSEC, ibidem, p. 22.

infrastrutture monumentali che, oltre a stipare l'acqua ed a regolarne il flusso, avrebbero dovuto permettere anche la deviazione del corso di alcuni fiumi della Russia settentrionale ed artica, in particolare Ob ed Irtys, verso il Sud arido e stepposo. Quest'ultimo stratagemma era detto perebroska 12 . I sovietici lo guardavano come il progetto del secolo e l'importanza politica assunta dal MinVodKhoz crebbe tanto da divenire secondo in termini di influenza solo alla Difesa, arrivando a contare fino ad un milione di funzionari in tutta la federazione e divenendo uno dei pilastri della burocrazia sovietica 13. Il progetto, che fu proposto per la prima volta negli anni '30 e divenne fulcro dei primi due piani quinquennali, venne ripreso negli anni '70 sotto Breznev a seguito della grave siccità che si verificò tra il 1974 ed il 1976. I progetti di perebroska proposti furono due: il primo, il Progetto dei Fiumi Settentrionali, prevedeva la deviazione dei corsi d'acqua settentrionali della Russia verso il Volga mentre il secondo era il Progetto di Deviazione del Fiume Siberiano che avrebbe convogliato le acque nel mare di Aral. Nessuno dei due progetti, come quello originario degli anni '30, venne implementato e ciò soprattutto in ragione delle numerose critiche incentrate sulle conseguenze di simili progetti per l'ecosistema della regione. In realtà i problemi ambientali non erano la prima preoccupazione del MinVodKhoz. Ciò è dimostrato dalla stupefacente disattenzione e superficialità con cui gestivano non tanto la canalizzazione e lo stipamento dell'acqua quanto il sistema d'irrigazione stesso. Si sarebbe ad esempio potuto far ricorso al sistema dell'irrigazione a goccia, il cui obiettivo primario è utilizzare la quantità minore possibile di acqua necessaria irrigando il terreno lentamente, una tecnica particolarmente adatta a terreni aridi. Col sistema d'irrigazione sovietico solo il 21% dell'acqua risultava impiegato in modo efficiente, mentre il restante 79% veniva praticamente perso a causa dei mancati rivestimenti dei canali 14. E nonostante l'uso intensivo delle risorse idriche del Amu Darya e del Syr Darya avessero nel corso dei decenni avuto un impatto drammatico sul rifornimento del mare di Aral, che dal 1960 agli anni '80 aveva ridotto la sua superficie di 1/3 e dimezzato il volume d'acqua 15, il ministero dichiarava che «il mare di Aral deve morire meravigliosamente; è

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Frank WESTERMAN, Ingegneri di Anime, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 188. Ibidem, p. 213. 14 ENVSEC, ibidem. 15 Zainiddin KARAEV, Managing the Water Resources in Central Asia: Is Cooperation Possible?, paper presentato al workshop "Resources, Governance and Civil War" dell'European Consortium for Political Research all'Università di Uppsala (Svezia) nel 2004.

inutile» 16; un'affermazione emblematica, che ben riassume la prospettiva di chi ritiene giustificato qualsiasi mezzo se il fine è l'aumento della produzione cotoniera. Nel 1987 il MinVodKhoz venne sostituito dal MinVodStroy ed i suoi poteri vennero nettamente ridotti; nel tentativo di creare una gestione delle risorse idriche più unificata, vennero create l'Organizzazione dell'Acqua del Bacino Amu Darya e quella del Syr Darya, con le quali il MinVodStroy doveva consultarsi ed alle quali vennero delegate le funzioni di gestione e distribuzione dell'acqua, oltre che la manutenzione delle infrastrutture idriche. Insomma, tutte competenze che prima pertenevano al MinVodKhoz. Fu Gorbacev, certamente più sensibile ed attento alle proteste degli scienziati e degli ambientalisti, a bloccare definitivamente ogni progetto di perebroska, dopo aver abbattuto il potere del MinVodKhoz stesso quando portò alla luce lo scandalo del cotone, ossia la falsificazione delle quote di produzione del cotone uzbeko che aveva visto coinvolto lo stesso Breznev e la mafia uzbeka tra il 1976 ed il 1983 17. Tale falsificazione aveva lo scopo di appropriarsi dei premi concessi da Mosca ai produttori che raggiungevano le quote di produzione assegnate dichiarando numeri decisamente superiori alla realtà 18. Nel settembre 1988 il Comitato Centrale del Partito Comunista ed il Consiglio dei Ministri dell'Unione Sovietica riconobbero in una risoluzione che il mare di Aral era ormai un disastro ecologico. Lo stato delle cose in quel periodo era che, rispetto agli anni '60, la quantità d'acqua presa dall'Amu Darya e dal Syr Darya era quasi raddoppiata (anche a causa di una crescita demografica più che doppia rispetto al resto dell'URSS 19) e poco meno del 90% di essa era usata per la produzione di cotone. Il deterioramento ambientale fu peggiorato dal processo di salinizzazione e dal crescente inquinamento delle acque, a causa dell'impiego notevole di pesticidi e fertilizzanti chimici e del costume di trattare l'Asia Centrale come una discarica per rifiuti tossici e radioattivi, oltre che come luogo adibito ad esperimenti nucleari. Per questi ultimi, vittima designata per eccellenza fu il Kazakistan. Al momento dell'indipendenza, le cinque repubbliche centrasiatiche presentavano un enorme divario in termini di consumi d'acqua. Gli Stati a valle ne consumavano più di
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Maude BARLOW, Tony CLARKE, Blue Gold: The Battle Against Corporate Theft of the World's Water, Earthscan, London, 2002, p. 46. 17 Frank WESTERMAN, ibidem, p. 223. 18 William A. CLARK, Crime and Punishment in Soviet Officialdom, Sharpe, Armonk, 1993, p. 187. 19 Robert A. LEWIS, Robert R. CHURCHILL, Amanda TATE, ibidem, p. 223.

quelli a monte, in particolare l'Uzbekistan era il consumatore principale di tale risorsa, ancora impiegata per l'irrigazione dei campi di cotone, mentre gli Stati a monte ne consumavano in quantità così inferiori in primo luogo perché le caratteristiche del terreno e l'altitudine li rendevano relativamente meno adatti alle colture di cotone (sebbene talvolta la riduzione di terreni irrigabili a monte fosse una strategia sovietica per non privare gli Stati a valle di altra acqua), ed in secondo luogo perché preferivano impiegare l'acqua per la produzione di energia elettrica. Un simile squilibrio, che ora diventava potenziale motivo di dispute interstatali, aveva servito in era sovietica un duplice obiettivo: da una parte, aveva limitato il potenziale di cooperazione tra le repubbliche, dall'altro le repubbliche dovevano obbligatoriamente rivolgersi a Mosca per dirimere ogni disputa. Entrambi questi aspetti non facevano che rafforzare il controllo centralizzato, in una sorta di divide and rule (principio già usato per disegnare i confini delle repubbliche tra gli anni '20 e '30 20). In termini di infrastrutture, gli Stati a monte ne hanno ereditato gran parte, andando incontro anche a problemi relativi all'ammodernamento di strutture che oggi sono tecnologicamente obsolete e/o danneggiate. Si è accennato alla grandiosità di alcuni dei progetti idrici, tra i quali vale la pena ricordarne due. Il primo è il supercanale di Karakum: costruito nella seconda metà degli anni '50, fornisce la quasi totalità dell'acqua potabile e per irrigare necessaria al Turkmenistan, attraversato dal canale quasi per tutta la sua lunghezza, per un totale di 1226 km. Il canale sfrutta ancora oggi l'acqua del Amu Darya, privando il mare di Aral del ricambio necessario a mantenere il livello dell'acqua costante. Il secondo esempio è quello del bacino artificiale di Toktogul, costruito in Kirghizistan nel 1976 dalla deviazione delle acque del fiume Naryn, che assieme al fiume Kara Darya va a formare il Syr Darya. Nei pressi del bacino venne installato, come di regola, un impianto per la produzione di energia idroelettrica. La produzione di energia idroelettrica, connessa al binomio leniniano di un comunismo fondato su soviet ed elettricità, era la seconda delle priorità di Mosca: gli impianti idroelettrici furono uno dei punti chiave dei primi piani quinquennali, divenendo simbolo della crescita e dello sviluppo industriale sovietico e base per il

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Questa l'opinione di Olivier ROY in The New Central Asia: The Creation of Nations, New York University Press, New York, 2000, pp. VIII – IX. Secondo l'autore, dal 1924 Stalin divise strategicamente l'Asia centrale in modo da spaccare il vasto blocco culturale e linguistico costruito attorno alle lingue turcofone lì parlate ed alla religione islamica ivi professata.

culto della personalità di Stalin 21. L'aumento di consumo di acqua per la produzione di energia da parte degli Stati a monte determinò una riduzione, comunque non significativa, delle quantità disponibili per gli Stati a valle. L'infrastruttura del Toktogul esiste ancora, e se in epoca sovietica eventuali rimostranze sull'allocazione della risorsa a monte ed a valle venivano sopite dalle decisioni del governo centrale, a seguito dell'indipendenza ciò ha rappresentato e rappresenta tuttora motivo di preoccupazione per la stabilità politica dell'area.

3.1 LE NUOVE REPUBBLICHE INDIPENDENTI E LE PROSPETTIVE DI CONFLITTO All'indomani dell'indipendenza e del crollo dell'Unione Sovietica, le Repubbliche Socialiste Sovietiche dell'Asia centrale sono divenuti Stati indipendenti e sovrani, non più sottoposti all'amministrazione centralizzata che, se da un lato è stata l'artefice dell'attuale disastro ecologico e delle conseguenti dispute interstatali, riusciva comunque ad imporre senza indugi le regole per la distribuzione e l'uso delle risorse idriche. Con la nascita del Kazakistan, del Kirghizistan, del Tagikistan, del Turkmenistan e dell'Uzbekistan, le acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya hanno visto mutare il loro status da acque interne sovietiche a fiumi transfrontalieri e, data la divisione tra Stati a monte e Stati a valle, sono divenute motivo di potenziali conflitti interstatali. Non si tratta chiaramente solo dei due corsi d'acqua principali ma anche dei loro tributari, per un totale di 18 fiumi ognuno dei quali diviso tra almeno due Stati centrasiatici. Non è difficile immaginare cosa significhi per l'Uzbekistan, che ha una forte dipendenza economica dall'acqua non solo per il cotone ma anche per gli altri terreni agricoli irrigati, e per il Turkmenistan non poter controllare i corsi d'acqua dai quali dipendono poiché questi hanno origine in paesi stranieri. Il problema che si pone è innanzitutto relativo ad una fondamentale asimmetria d'interessi: il Kirghizistan ed il Tagikistan vorrebbero utilizzare l'acqua per produrre energia elettrica, sfruttando i bacini e le dighe costruite in epoca sovietica. Ciò significherebbe, ad esempio, liberare l'acqua dalle dighe nei mesi invernali ed autunnali in modo da generare energia e trattenerla nei bacini in primavera ed estate per
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Alessandro RONGA, Le centrali della discordia: La lotta per l'energia lacera l'Asia centrale, Affari Internazionali, Settembre 2010.

utilizzarla durante i mesi freddi. Dal canto loro, l'Uzbekistan, il Turkmenistan ed il Kazakistan vorrebbero esattamente l'opposto: il rilascio delle acque nei mesi primaverili ed estivi così da utilizzarle per l'irrigazione dei campi coltivati ed il trattenimento delle stesse nei mesi invernali ed autunnali per evitare allagamenti e straripamenti. Ciò in cambio di gas e petrolio, che con l'indipendenza hanno subito un notevole rincaro anche per allinearsi ai prezzi di mercato, Gli Stati a monte ritengono che questo tipo di politica idrica li danneggi perché non solo impedisce loro di raggiungere una maggiore autonomia energetica ma è sconveniente nella misura in cui gli Stati a valle non li aiutano a sostenere economicamente le spese di gestione per gli impianti; per questa ragione, vorrebbero che l'acqua venisse pagata, divenisse cioè una vera e propria commodity. Gli Stati a valle si oppongono fermamente ad una simile richiesta per una risorsa che precedentemente gli era sempre garantita. Tali divergenze, seppur già esistenti, avevano scarso rilievo quando era Mosca a decidere che la quasi totalità delle risorse idriche dovessero essere utilizzate per irrigare i campi di cotone a valle. Ma le priorità economiche degli Stati dell'Asia centrale sono andate definendosi in modo ben distinto con l'indipendenza. Sebbene il soddisfacimento del fabbisogno energetico statale sia divenuto fondamentale per Kirghizistan e Tagikistan, anche questi Stati a monte hanno cercato dopo l'indipendenza di estendere le terre irrigate, un obiettivo poco perseguito nei decenni precedenti da Mosca, che aveva sempre favorito i terreni degli stati a valle, più idonei alla coltivazione di cotone. La geografia suggerisce che potenziali conflitti potrebbero nascere tra il Tagikistan ed il Turkmenistan per le acque dell'Amu Darya e tra il Kirgizistan e l'Uzbekistan per le acqua del Syr Darya. Va notato tuttavia che gli interessi dell'Uzbekistan coinvolgono anche l'Amu Darya, ed esistono potenziali punti di frizione con praticamente tutti gli altri Stati della regione, compreso il Turkmenistan che è anch'esso a valle. È comprensibile, visto che lo Stato uzbeko consuma da solo la metà delle risorse idriche dell'area 22. Il Kazakistan, si vedrà, è un attore più occasionale nella questione idrica. Il Tagikistan possiede un enorme potenziale idrico, ma è tuttavia ancora incapace di sfruttarlo al meglio. Tra il 1992 ed il 1997 il paese è stato vittima della guerra civile, per cui la divergenza d'interessi con gli Stati a valle tardò a rivelarsi. Dalla fine delle ostilità intestine, gli obiettivi del governo tagiko si sono rivolti verso la produzione di energia
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Zainiddin KARAEV, Water Diplomacy in Central Asia, Middle East Review of International Affairs, Vol. 9, No. 1, Marzo 2005, p. 3.

elettrica; poiché il territorio tagiko, come quello kirghiso, non dispone di gas e petrolio, l'unica possibilità di produrre energia elettrica è per mezzo di impianti idroelettrici, che siano impianti sovietici già esistenti o progetti del tutto nuovi. In particolare, il Tagikistan ha cercato di attrarre investitori stranieri. I più ricettivi sono stati gli investitori russi. Nel 2004 il gigante russo dell'alluminio RUSAL aveva deciso di investire nel completamento della centrale elettrica di progettazione sovietica Rogun. L'intenzione era di utilizzare l'energia prodotta per aumentare la produzione di alluminio che in Tagikistan rappresenta più del 58% delle esportazioni 23 ma l'accordo è saltato per divergenze d'opinioni sul finanziamento e sull'altezza della diga 24 . La Unified Energy Systems, holding company dell'energia elettrica ha iniziato la costruzione dell'impianto Sangtuda-1. Il progetto Sangtuda-2 prevede invece la partecipazione dell'Iran. Tutti e tre i progetti sono localizzati sul fiume Vakhsh, uno dei maggiori tributari dell'Amu Darya, e permetterebbero al Tagikistan di soddisfare la domanda interna di elettricità e di esportarne la produzione in eccesso. Ovviamente simili progetti suscitano non poche preoccupazioni in Uzbekistan, anche perché altri impianti minori verrebbero costruiti nei pressi di altri corsi d'acqua tributari anche del Syr Darya. La reazione, fino a questo momento, è stato il taglio dei rifornimenti elettrici per distogliere Dushanbe dai suoi progetti idraulici. Le preoccupazioni dell'Uzbekistan sono comunque attenuate dal fatto che anche se il Tagikistan portasse a compimento i suoi progetti, la rete di trasmissione energetica passa Tashkent, ragion per cui il Tagikistan dovrà necessariamente accordarsi col Kirghizistan per creare una rotta alternativa 25. Le tensioni per l'Amu Darya sono complicate dal fatto che le asimmetrie d'interessi non riguardano solo Stati a valle e Stati a monte. Non è solo il Tagikistan ad avere interessi opposti a quelli di Uzbekistan e Turkmenistan, ma anche il Turkmenistan, con la sua pretesa di deviare una quantità ancor maggiore di acque del Amu Darya verso il canale di Karakum, si trova costretto a doversi confrontare con le istanze degli altri due Stati rivieraschi. Nello specifico, il canale turkmeno di Karakum è considerato colpevole per la siccità del mare di Aral poiché impedirebbe alle acque del fiume di giungere fino al mare. È stata anche formulata la proposta di chiudere
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Istituto Nazionale per il Commercio Estero per il Ministero degli Esteri italiano, Tagikistan: Rapporti Paese Congiunti, Primo Semstre 2010. 24 Jeremy ALLOUCHE, The Governance of Central Asian Waters: National Interests Versus Regional Cooperation, Disarmament Forum 4, Ginevra, Novembre 2007, p. 53. 25 Ibidem, p. 49.

definitivamente il canale in ragione dei danni ambientali ed agricoli, dovuto oltre che al funzionamento del canale anche al suo malfunzionamento, giacché essendo l'impianto tecnologicamente obsoleto presenta in molti punti infiltrazioni o straripamenti per la mancanza di un rivestimento adeguato 26. Il canale infatti è stato costruito in modo che l'acqua scorresse in pratica direttamente sulla sabbia, cosicché circa 1/3 dell'acqua viene persa a causa dell'infiltrazione nel suolo 27 . Com'è facile immaginare, il governo turkmeno si è fermamente opposto alla chiusura di Karakum, deciso a portare avanti dal 2000 un ulteriore progetto, ossia la creazione di un enorme lago artificiale (Lago Turkmeno o Lago del Secolo d'Oro) nel mezzo del deserto di Karakum. In merito a questo progetto, l'opposizione di Tashkent è dovuta anche al fatto che la realizzazione prevede anche la rilocazione di gruppi di minoranza uzbeka nel deserto circostante 28. La situazione forse più delicata riguarda le relazioni tra il Kirghizistan e l'Uzbekistan, essendosi già verificati dispiegamenti di truppe sui rispettivi confini per questioni idriche. Nel 2010, a seguito del colpo di stato, il nuove presidente kirghiso Roza Otunbayeva ha inaugurato il nuovo impianto nei pressi del Toktogul e del fiume Naryn, Kambarata-2, il cui progetto, come quello tagiko di Rogun, risale all'epoca sovietica. La reazione uzbeka ha rispettato il copione messo in scena col Tagikistan: taglio dei rifornimenti ed addirittura minacce di intervento armato 29 . Oltre a Kambarata-2, il Kirghizistan intende completare anche il progetto idroelettrico Kambarata-1, nei pressi di Kambarata-2, allo scopo di produrre energia elettrica non per il fabbisogno interno ma per l'esportazione. Verso l'esportazione di energia è orientato anche il progetto tagiko di Sangtuda. Su entrambi i progetti, i paesi del Comitato per l'Integrazione della Comunità Economica Eurasiatica si sono accordati nel 2003 per il finanziamento. Un ulteriore nodo scoperto è certamente la valle di Fergana, con i suoi numerosi canali che già negli anni '80 erano oggetto di conflitti locali limitati e che sono oggi fonte di tensioni tra le minoranze uzbeke, tagike e kirghise che qui vivono a stretto contatto. Questa convivenza ravvicinata ha fatto sì che il problema idrico assumesse nella valle una connotazione anche etnica e transfrontaliera. Un particolare approccio allo studio

26 27

Svatopluk SOUCEK, ibidem, p. 293. Bakhtior A. ISLAMOV, Aral Sea Catastrophe: Case for National, Regional and International Cooperation, The Slavic Research Center, 1998. 28 Erika WEINTHAL, Water Conflict and Cooperation in Central Asia, paper per l'Human Development Report 2006 delle Nazioni Unite, p. 17. 29 Alessandro RONGA, Ibidem.

dei conflitti internazionali rileva un nesso esistente tra degrado ambientale e scoppio di violenti conflitti, in riferimento quindi al concetto di environmental security, nesso che chiaramente emerge dall'analisi dei conflitti nell'area del Fergana 30.

3.1.2 IL KAZAKISTAN: UN ATTORE MARGINALE Il Kazakistan, rispetto agli altri Stati dell'Asia centrale, ha usato meno l'acqua come arma politica. Di recente, col cambio di governo dopo il colpo di Stato in Kirghizistan, il Kazakistan ha chiuso i confini visti gli scontri e le violenze dilaganti nel paese. A seguito di ciò, Bishkek ha bloccato l'irrigazione, spingendo così le autorità kazake a rimuovere repentinamente il blocco e dichiarando che non lasceranno più che questioni idriche divengano questioni di politica internazionale 31. Il problema principale del Kazakistan non sono le relazioni con le altre repubbliche centrasiatiche, bensì è la Cina. Ciò a causa del fiume Ili e Irtysh, che dalla Cina occidentale arrivano in Kazakistan, e per le esternalità negative, soprattutto in termini d'inquinamento, che deve pagare a causa delle politiche cinesi nella regione dello Xinjiang. La repubblica Kazaka infatti è attraversata dai fiumi Ili ed Irtysh, che qui scorrono dai monti dello Xinjiang, e dal Syr Darya. Tuttavia i primi due corsi d'acqua sono di maggior importanza economica per lo Stato perché il Syr Darya giunge, dopo aver attraversato il Kirghizistan e l'Uzbekistan, giunge in Kazakistan tanto inquinato da essere praticamente inutilizzabile. Discorso diverso per l'Ili e l'Irtysh, che tra l'altro non sono fiumi del bacino idrografico di Aral. Tuttavia i piani per lo sviluppo della regione autonoma cinese dello Xinjiang prevedono la realizzazione di progetti di deviazione e sfruttamento di questi due corsi d'acqua, il che significherebbe per il Kazakistan e per la sua economia dover rinunciare anche a queste fonti, visto anche il livello d'inquinamento che ne conseguirebbe. È anche vero che il governo kazako non ha tergiversato e già nel '99 aveva avviato dei round di consultazione col governo cinese.

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ENVSEC, ibidem. Kuban TEMIRKULOV, Kazakhs to Seek Water Indipendence form Uphill Kyrgyz, Giugno 2010.

3.2 LA QUESTIONE IDRICA ED IL DIRITTO INTERNAZIONALE Il diritto internazionale dice ben poco in merito alla questione della gestione delle risorse idriche, o meglio, stabilisce norme che tuttavia non sono ancora entrate in vigore. L'assenza di strumenti normativi che sanciscano le modalità di cooperazione in materia di gestione delle risorse idriche riduce ulteriormente le possibilità di riuscita di un'azione multilaterale regionale. Nel 1997 è stata firmata a New York la Convenzione sul Diritto relativo ai Corsi d'Acqua Internazionali a Fini Diversi della Navigazione, ma il numero di firme necessarie alla ratifica non è ancora stato raggiunto. La convenzione rappresenta ad oggi il tentativo più rilevante per rimediare a questa grave lacuna del diritto internazionale. I tre pilastri del documento sono l'articolo 5.1 relativo all'utilizzazione equa e ragionevole delle risorse idriche presenti sul proprio territorio, l'articolo 7.1 che sancisce l'obbligo di non causare danni significativi ad altri Stati e l'articolo 8.1 che promuove una cooperazione che si basi sull'uguaglianza sovrana, l'integrità territoriale, il reciproco vantaggio e la buona fede nell'utilizzo e nella protezione dei corsi d'acqua internazionali. Si può far riferimento piuttosto a delle teorie 32 che sono state applicate nella prassi in fattispecie relative a dispute per il controllo delle acque di un bacino. La prima teoria è quella della sovrintà territoriale, che stabilisce che gli Stati a monte godono di pieni diritti sulle acque che ivi nascono, senza che gli Stati a valle possano proferir parola in merito. Questa teoria è anche nota come Dottrina Harmon, nata negli USA nel 1896 per regolare i rapporti con il Messico, dopodiché fu raramente applicata poiché considerata sostanzialmente ingiusta. La seconda teoria, d'origine britannica, è quella del flusso naturale o dell'integrità territoriale secondo la quale ogni Stato ha pieni diritti sulla parte di corso d'acqua che attraversa il suo territorio. Lo Stato a monte non ha piena sovranità sulle acque del fiume e deve lasciare che queste fluiscano verso lo Stato a valle. La teoria dell'utilizzo equo è stata invece definita ad Helsinki nel 1966 ed afferma che ogni Stato ha diritto ad usufruire di una quota equa, indipendentemente da qualsiasi uso preesistente ma iniquo. È inevitabile che sorga, con questa teoria, il problema della equa divisione tra Stati in accordo però con i rispettivi bisogni che sono, d'altra parte, notevolmente diversificati in casi come quello delle repubbliche centrasiatiche. In Asia centrale gli Stati a monte hanno più volte assunto atteggiamenti conformi alla teoria
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Vandana SHIVA, Le Guerre dell'Acqua, Feltrinelli, Milano, 2004, p. 89.

della sovranità assoluta: il livello di cooperazione che sarebbe necessario per implementare le Regole di Helsinki non ha trovato qui terreno fertile, e dal canto loro gli Stati a valle si sono conformati invece alla teoria del flusso naturale. Un altro aspetto rilevante per il diritto internazionale riguarda la proposta degli Stati a monte di vendere l'acqua come fosse una commodity, proposta che ha visto la ferma opposizione degli Stati a valle i quali la ritengono in aperta violazione di quanto stabilito da norme e regole internazionali. In realtà, occorrono due precisazioni. Innanzitutto, la richiesta del Kirghizistan e del Tagikistan non è di denaro in cambio di acqua ma di denaro come contributo per la manutenzione delle infrastrutture. In secondo luogo, nessuna convenzione internazionale sui diritti e nessuna norma del diritto internazionale in generale definisce un "diritto all'acqua", né tantomeno vi fa esplicito riferimento, se si esclude l'unica menzione esplicita nella Convezione per i Diritti dell'Infanzia 33. Va notato certamente che nel Luglio 2010 l'Assemblea Generale dell'ONU ha votato ed approvato una risoluzione che riconosce l'accesso all'acqua pulita come un diritto umano 34, ma si tratta di una fonte di diritto il cui valore giuridico non è vincolante quanto quello di una convenzione. Al più è possibile sostenere che esiste nel diritto internazionale un riferimento implicito al diritto all'acqua poiché alcuni diritti umani fondamentali hanno come presupposto l'accesso garantito alle fonti di acqua potabile, ma si tratta ovviamente di una questione diversa da quella che coinvolge gli Stati a monte ed a valle in Asia centrale, le cui richieste e pretese, anche quando cercano di strumentalizzare i diritti umani, sono sempre orientate verso priorità di natura economica. Ed anzi, il pagamento richiesto dal Kirghizistan indurrebbe gli Stati a valle a fare un uso più responsabile ed efficiente delle risorse idriche, evitando sprechi e garantendosi così la disponibilità anche per il futuro. Questo pagamento non sarebbe nemmeno in contraddizione con la presupposta esistenza di un diritto all'acqua, poiché l'acqua che dai monti arriva a valle è decisamente in eccesso rispetto a quanto basterebbe a soddisfare i bisogni umani primari: di quella quantità in eccedenza può essere richiesto il pagamento senza che ciò rappresenti una violazione di un diritto umano tuttavia ancora da stabilire 35. Sulla questione del pagamento, la convenzione del
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Peter H. GLEICK, The Human Right to Water, Water Policy, Vol. 1, No. 5, pp. 487-503. Risoluzione disponibile al link http://www.un.org/News/Press/docs/2010/ga10967.doc.htm. 35 Gregory E. HELTZER, Stalemate in The Aral Sea Basin: Will Kyrgyzstan's New Water Law Bring the Downstream Nations Back to the Multilateral Bargaining Table?, Georgetown International Environmental Law Review, Vol. 15, No. 2, 2003.

'97 può essere interpretata in questo senso: se ad ogni Stato rivierasco viene assegnata una quota della risorsa sulla base dei fattori rilevanti per una distribuzione equa (definiti all'articolo 6), non si può richiedere il pagamento per la quantità d'acqua che eccede la propria quota. Nel caso dei paesi dell'Asia centrale, gli Stati a monte non potrebbero chiedere il pagamento per quell'acqua che arriva agli Stati a valle e che allo stesso tempo non viene sottratta dalla quota che a loro spetterebbe secondo le Regole di Helsinki 36 . Ma se, com'è il caso, il pagamento non è per l'acqua in sé ma per il mantenimento delle infrastrutture a monte che servono gli scopi degli Stati a valle, la situazione giuridica si complica. All'articolo 26.1, la convenzione riconosce che gli Stati devono farsi carico di tutti gli impianti e le infrastrutture connesse ai corsi d'acqua internazionali, ma non considera la possibilità che le infrastrutture e gli impianti che servono le necessità economiche di uno Stato non siano sul territorio di quello stesso Stato 37 . In questo caso, anche con la ratifica della convenzione, il nodo gordiano centrasiatico non verrebbe tagliato.

3.4 I NEGOZIATI E LA COOPERAZIONE REGIONALE Il primo tentativo di valutare la questione ad alto livello è stato il meeting interministeriale ad Almaty nel 1992, al termine del quale venne in sostanza confermata la gestione per quote del periodo sovietico. Venne inoltre istituita la Commissione Interstatale per il Coordinamento delle Risorse Idriche (ICWC). Accanto all'ICWC, a completare la struttura portante del nuovo sistema di gestione idrica venne creato nel 1993 il Fondo Internazionale per Salvare il Mare di Aral (IFAS), organizzazione politica suprema per competenza. Ciononostante, il sistema ICWC-IFAS non ha mai funzionato efficacemente, lasciando irrisolte numerose questioni cruciali. Il problema è che entrambe le istituzioni sono state promosse da organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale, indipendentemente dalle volontà e dalle intenzioni di cooperazione degli Stati firmatari. Questa è una delle ragioni per cui molti degli accordi successivamente negoziati non saranno rispettati. Nel corso degli anni '90 vennero stipulati una serie di accordi sul mare di Aral e
36 37

Ibidem. Ibidem.

sull'allocazione delle acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya. Nel 1998 venne firmato un accordo tra i governi della Repubblica del Kazakistan, del Kirghizistan e dell'Uzbekistan sull'uso delle risorse idriche ed energetiche del bacino del Syr Darya che cercava di risolvere il nodo dell'impianto di Toktogul. Le parti si accordavano a stabilire tramite accordi annuali la quantità di acqua da liberare da Toktogul ed i relativi pagamenti per compensare il Kirghizistan dell'energia idroelettrica non prodotta tramite rifornimento di carbone, gas, petrolio o addirittura denaro. D'estate, il Kirghizistan avrebbe anche potuto vendere l'energia elettrica prodotta nell'impianto agli Stati a valle. In generale, quindi, i primi tentativi di risoluzione dei contrasti nati sulla gestione dell'acqua sono stati caratterizzati da un approccio multilaterale. Tuttavia i meccanismi d'implementazione sono stati poco efficaci, senza contare che Uzbekistan e Turkmenistan si sono talvolta impegnati esplicitamente nel boicottaggio dei negoziati multilaterali a favore di iniziative bilaterali. Non che i negoziati bilaterali abbiano funzionato molto meglio, soprattutto per la mancanza di meccanismi sanzionatori nei confronti dei violatori. Questi accordi, spesso informali, prevedevano in genere la tipica dinamica di scambio tra acqua e risorse energetiche. Gli Stati a monte, in modo particolare il Kirghizistan, intendevano sostituire questo sistema di baratto con un pagamento in denaro. Il rifiuto degli Stati a valle, soprattutto dell'Uzbekistan, è stato giustificato sostenendo che i corsi d'acqua, attraversando più di un paese, non possono essere considerati un bene privato bensì un bene comune e condiviso. Ciononostante, nel 2001 il parlamento kirghiso ha approvato una legge che prevedeva il pagamento delle risorse idriche anziché lo scambio con altre merci 38. L'accordo del '98 ha un background che vale la pena approfondire per comprendere come le risorse idriche siano divenute a seguito dell'indipendenza un vero e proprio strumento politico, oltre che motivo di tensioni che possono facilmente assumere i connotati di un conflitto interstatale minacciando la stabilità della regione. Nel 1997, quando il livello di tensione tra Kirghizistan ed Uzbekistan ha visto l'escalation con l'intervento militare unilaterale di quest'ultimo lungo il confine, il governo kirghiso dichiarò tramite risoluzione la decisione di rendere l'acqua una fonte di profitto utilizzandola come merce in vendita e minacciando di venderla alla Cina nel caso in cui

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Stephen HODGSON, Strategic Water Resources in Central Asia: In Search of a New International Legal Order, EU-Central Asia Monitoring, No. 14, Maggio 2010, p. 3.

l'Uzbekistan si fosse rifiutato di pagare il prezzo dovuto 39. L'idea di vendere l'acqua in cambio di denaro fu un'iniziativa probabilmente senza precedenti, che allo stesso tempo avrebbe permesso un uso più efficiente della risorsa da parte degli Stati a valle migliorando le prospettive ambientali e quelle relative alla disponibilità di acqua potabile in tutta la regione centrasiatica. La contromossa dell'Uzbekistan, tuttavia, non fu affatto mite: i rifornimenti di gas sia verso il Kirghizistan che verso il Tagikistan vennero tagliati, un'azione evidentemente coercitiva verso i due Stati a monte. A questo punto, i due Stati dichiararono che avrebbero aumentato la loro produzione di energia idroelettrica in conseguenza dei tagli alle riforniture di gas, ed il Kirghizistan minacciò addirittura l'apertura del bacino di Toktogul, azione che avrebbe distrutto ed inondato diversi campi di cotone uzbeki. A questo intricato gioco politico di mosse e contromosse, di dichiarazioni e di minacce, ha fatto seguito l'accordo del '98. È interessante osservare che il Tagikistan, che non aveva partecipato al negoziato, aderì all'accordo solo ex-post grazie al sostegno della Russia e solo dopo aver diminuito i flussi d'acqua verso l'Uzbekistan come ritorsione. Giochi di questo genere portano taluni analisti a parlare di una vera e propria diplomazia dell'acqua 40, il cui risultato sono stati accordi poi puntualmente violati. Le parti, tranne forse per il Kazakistan 41, hanno defezionato ogni qualvolta ritenevano di poter ottenere un vantaggio maggiore utilizzando le leve negoziali di cui disponevano, in buona sostanza acqua e gas. Un ulteriore fattore d'aumento del rispettivo potere negoziale dipende anche dal ruolo che la Russia riveste nella regione, nella fattispecie sostenendo gli Stati a monte. Gli Stati a valle, dal canto loro, hanno da sempre cercato di allontanarsi dall'influenza di Mosca. L'intervento russo nella guerra civile tagika e la conclusione del conflitto con l'instaurazione di un governo filo-russo è stata una delle ragioni che hanno spinto l'Uzbekistan a tener fuori Dushanbe dalle negoziazioni del '98. Nella diplomazia dell'acqua sembra tuttavia sussistere un'evidente asimmetria di potere tra gli Stati a monte e gli Stati a valle: è vero che i primi possono utilizzare come arma politica, economica e diplomatica il controllo dei corsi d'acqua, ma allo stesso tempo hanno
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Zainiddin KARAEV, Managing the Water Resources in Central Asia: Is Cooperation Possible?, p. 11. Paper presentato al workshop "Resources, Governance and Civil War" dell'European Consortium for Political Research all'Università di Uppsala (Svezia) nel 2004. 40 Zainiddin KARAEV, Water Diplomacy in Central Asia, Middle East Review of International Affairs, Vol. 9, No. 1, Marzo 2005. 41 Foreign Policy Association, The Aral Disaster: Since 1991, Some Progress and Plenty of Hot Air, Aprile 2006.

sempre visto la reazione molto dura e risoluta degli Stati a valle, subito pronti a tagliare i rifornimenti energetici. L'immediata conseguenza di una minaccia da parte degli Stati a monte si è quindi sempre tradotta in una perdita immediata nel breve periodo. È possibile sostenere che i buoni rapporti con la Russia siano il motivo principale che impedisce all'Uzbekistan, al Turkmenistan ed al Kazakistan di intraprendere iniziative militari per risolvere le dispute, vista la loro superiorità rispetto al Kirghizistan ed al Tagikistan 42. Le vicende negoziali hanno visto spesso un atteggiamento particolarmente coercitivo da parte dell'Uzbekistan, decisamente poco tollerante e disposto a venire incontro alle richieste dei paesi a monte, probabilmente in ragione della suo posizione di vantaggio dal punto di vista energetico ed anche militare. Il regime di Karimov, sin dall'indipendenza, ha nutrito non pochi sospetti nei confronti del Tagikistan e del Kirghizistan per i rapporti amichevoli che questi ultimi mantenevano con la Russia. Ciò l'ha reso molto più rigido su qualsiasi concessione. La posizione di Karimov è stata particolarmente ferma quando si è trattato di negoziare sulle dispute nella valle di Fergana, che sono la zona etnicamente più diversificata dell'Asia centrale. Tale fermezza trovava giustificazione nel fatto che nell'area di Fergana appartenente al territorio uzbeko sono localizzati i principali gruppi d'opposizione al regime, per cui la possibilità di perdere il controllo su queste aree solo per favorire la cooperazione con gli altri Stati confinanti era decisamente inaccettabile.

3.5 IL MARE DI ARAL E LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE I grandi progetti idraulici tra gli anni '50 e '70 hanno avuto un enorme impatto sull'ecosistema e sul microclima del bacino. Lo scopo di questi nuovi grandi progetti era l'ulteriore estensione dei terreni coltivabili, almeno del 20%. Il problema è che per irrigare il 20% fu raddoppiata la quantità di acqua prelevata dai due fiumi tributari, così da diminuirne il contributo apportato al mare, che fu addirittura nullo tra il 1978 ed il 1994. L'uso sproporzionato di sostanze chimiche e pesticidi per aumentare la produttività delle colture si è ovviamente rivelata dannosissima per il bacino, poiché le sostanze tossiche hanno inquinato le falde acquifere ed a causa della bioaccumlazione
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Zainiddin KARAEV, ibidem, p. 6.

sono divenute sempre più difficili da smaltire. A ciò si aggiunga l'aumento dei tassi di evapotraspirazione. In mancanza di acque di ricambio, la conseguenza è che in 35 anni il mare di Aral ha visto il livello delle sue acque scendere di 14 metri e la sua superficie ridursi di oltre il 30%. Centri abitati un tempo ubicati sulle rive del mare si trovano oggi a circa 100-150 chilometri di distanza dall'acqua. L'apice del dramma di Aral si è raggiunto quando dalla fine degli anni '80 il mare si è letteralmente diviso in due parti: il bacino settentrionale del Piccolo Aral in territorio kazako ed il bacino meridionale del Grande Aral tra l'Uzbekistan ed il Kazakistsan. Il bacino meridionale si è a sua volta diviso in due nel 2007 43. Ad oggi, gli effetti più disastrosi possono essere raggruppati in quattro categorie: desertificazione del mare a causa della riduzione dei flussi in conseguenza della

costruzione di infrastrutture per il trattenimento e la deviazione dei corsi d'acqua, aumento della concentrazione salina che rende le zone asciutte del mare un deserto di sale, cambiamento del clima della regione e problemi di salute per la popolazione locale 44. Le gravissime conseguenze di questo prosciugamento non concernono quindi soltanto il degrado ambientale in cui versa l'area ma anche il drammatico peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali ed i danni socioeconomici. Nella regione uzbeka del Karakalpakstan, epicentro della catastrofe, le famiglie che si sostenevano principalmente con la pesca, sono state costrette ad abbandonare una regione che un tempo era un centro ittico che dava lavoro a più di 60 mila persone 45 . Senza contare il problema della disponibilità di acqua potabile e l'aumento di malattie correlate alla malnutrizione ed a problemi immunologici, respiratori. In alcune regioni la tubercolosi è una causa di morte molto comune. Il degrado delle condizioni di vita è evidente se si guarda ai dati demografici, che registrano nella regione un tasso di mortalità attualmente superiore a tutti gli ex territori sovietici. La salinità dell'acqua ha raggiunto livelli preoccupanti superando i 70 g/l, una

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Philip MICKLIN, Nikolay V. ALADIN, Reclaiming the Aral Sea, Scientific American Magazine, Aprile 2008. 44 Gulnara ROLL, Natalia ALEXEEVA, Nikolai ALADIN, Igor PLOTNIKOV, Vadim SOKOLOV, Tulegen SARSEMBEKIV, Philip MICKLIN, Aral Sea, paper presentato al Lake Basin Management Initiative Regional Workshop for Europe, Central Asia and the Americas, Giugno 2003. 45 Bakhtior A. ISLAMOV, ibidem.

concentrazione doppia rispetto a quella degli oceani 46. La desertificazione lascia sul terreno grandi quantità di sale che assieme alla sabbia da origine a tempeste di polveri che, oltre ad essere estremamente dannose per il sistema respiratorio degli abitanti delle zone circostanti, cosparge anche il sale sui campi coltivati. Di conseguenza, con l'intento di "risciacquare" i campi dal sale, quantità di acqua ancora maggiore vengono utilizzate inutilmente. Con la desertificazione progressiva del mare di Aral, l'effetto mitigante solitamente attribuito al mare è completamente sparito, causando una notevole variazione climatica: l'aria è divenuta più secca, gli inverni più lunghi e più freddi, mentre le estati sono ormai incandescenti ed il numero di giorni piovosi per ogni anno si è ridotto di quattro volte. La cooperazione tra gli Stati del bacino idrografico del mare di Aral non ha sortito alcun effetto positivo dal punto di vista ambientale. Il massimo che sia stato fatto a livello regionale è stato quando in concomitanza con la creazione dell'IFAS, venne stabilito che ciascuno Stato avrebbe devoluto l'1% del proprio PIL a programmi disposti per salvare il mare di Aral. Si potrebbe dire che le repubbliche non si siano mai seriamente impegnate a trovare una soluzione congiunta al problema, focalizzandosi

principalmente sul raggiungimento di accordi di natura economica sulla gestione della risorsa idrica, senza rendersi conto che era l'oggetto di quegli accordi stessi ad essere a rischio. Tuttavia il disastro del mare di Aral ha per fortuna attirato l'attenzione della comunità internazionale. Nel 1994 è stato avviato il Programma del Bacino del Mare di Aral (ASBP) con la partecipazione dell'UNEP e della Banca Mondiale. L'IFAS, il fondo di cui si è già parlato, è stata una delle istituzioni create dal ASBP. Per la realizzazione dei progetti, l'IFAS si serve ancora oggi dell'assistenza tecnica fornita dall'Unione Europea in ambito TACIS, programma comunitario volto a favorire la transizione dei nuovi Stati indipendenti sorti in Europa orientale ed Asia orientale a seguito della dissoluzione dell'URSS verso la democrazia e l'economia di mercato. Nel 2003 si è tenuto ad Ashgabat il primo meeting regionale dell'ENVSEC per l'Asia centrale. L'ENVSEC è un programma di cooperazione che vede la partecipazione di sei organizzazioni internazionali tra cui l'OCSE, l'UNDP, UNEP e NATO (in qualità di partner associato) il cui obiettivo è ridurre i rischi legato all'ambiente ed alla sicurezza
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Philip MICKLIN, Nikolay V. ALADIN, ibidem.

(l'environmental security già discussa) promuovendo la cooperazione integrata e multilaterale tra paesi in quattro regioni diverse del mondo, una delle quali è l'Asia centrale. Il primo meeting del 2003 definiva le priorità ambientali identificate a livello nazionale per ciascuno dei cinque Stati. La promozione della cooperazione da parte dell'ENVSEC sottolinea come il perseguimento del mero self-interest da parte degli Stati centrasiatici sulla gestione dell'acqua non può aver alcun effetto positivo poiché si tratta di politiche e progetti non coordinati, spesso incompatibili ma soprattutto inefficienti. Le perdite economiche ed i danni ambientali sono ingenti e solo la cooperazione interstatale può permettere un reale consolidamento della crescita economica. Ad esempio, il Tagikistan potrebbe produrre quantità di energia idroelettrica nettamente superiori, ma le tensioni con gli Stati confinanti disincentivano il finanziamento dei progetti necessari. Qualsiasi sforzo per salvare il mare di Aral pare tuttavia ormai vano. Secondo gli esperti, entro il prossimo decennio il mare non esisterà più 47. Qualcun altro, in una prospettiva più ottimistica, ritiene che certamente ristabilire lo status quo degli anni '60 è un obiettivo irrealistico poiché significherebbe quadruplicare il flusso annuale che l'Amu Darya ed il Syr Darya forniscono al mare. Ma è evidente che nessuno Stato centrasiatico sarebbe oggi disposto a rinunciare alla sua quota idrica, per irrigazione o produzione di energia che sia, per salvare il mare di Aral. Secondo una logica meramente socio-economica è comprensibile, poiché ridurre la produzione agricola significherebbe far fronte oltre che alla recessione dell'economia nazionale anche all'aumento della disoccupazione ed al conseguente diffuso malcontento tra la popolazione. Per cui ogni Stato oggi dispone di progetti di espansione dell'agricoltura e per la costruzione di nuovi impianti per il trattenimento dell'acqua, mentre l'ammodernamento dei canali d'irrigazione che sprecano tantissima acqua non solo non sono contemplati da questi piani ma costerebbero almeno 16 miliardi di dollari, denaro che gli Stati del bacino non possono o non sono disposti a pagare 48. Nel 2003 la Banca Mondiale ha finanziato la realizzazione del progetto kazako di Kokaral, una diga di circa 13 km completata nel 2005, che oggi separa nettamente il Piccolo ed il Grande Aral. Lo scopo del progetto era cercare di salvare almeno l'ecosistema del bacino settentrionale separandolo da quello meridionale, rafforzando e
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Timur CEYLAN, The Death of the Aral Sea, The Fountain, Vol. 16, Issue 66, Nov-Dic 2008. Philip MICKLIN, Nikolay V. ALADIN, ibidem.

raddrizzando gli argini del Syr Darya (immissario settentrionale del mare) e soprattutto rimuovendo i colli di bottiglia presenti sul suo percorso risalenti al periodo sovietico. Ma per ristabilire il livello dell'acqua è stato necessario aprire periodicamente una chiusa che mettesse in comunicazione i due bacini e permettesse a quello settentrionale di prelevare acqua da quello meridionale. I risultati sono stati positivi: il Syr Darya ha visto aumentare la sua capacità ed alcune zone sono state adibite nuovamente alla pesca. Si è anche registrata una riduzione delle patologie connesse all'uso di acqua insalubre, poiché anche i livelli di salinità si sono ridotti in conseguenza dell'aumento del livello delle acque 49. Un futuro meno roseo attende invece il bacino meridionale. Il Grande Aral si trova principalmente in una regione estremamente povera dell'Uzbekistan e verrà probabilmente abbandonato al proprio destino. Al più, il governo uzbeko si è interessato a dar inizio alla ricerca di petrolio nelle aree asciutte del mare 50.

3.6 GLI

INTERESSI DI ATTORI EXTRA-REGIONALI E PROSPETTIVE FUTURE PER

L'AFGHANISTAN

3.6.1 LA CINA La regione cinese dello Xinjiang è geograficamente considerato parte dell'Asia centrale, o meglio della regione del Turkestan. Pechino s'inserisce nel gioco della water diplomacy centrasiatica di traverso, senza entrare nel merito delle dispute più preoccupanti e potenzialmente più instabili come quella tra il Kirghizistan e l'Uzbekistan. Per soddisfare la sua sete, la direttrice della politica idrica cinese è orientata più verso il Sud-Est asiatico, basti guardare alla costruzione di ben otto dighe lungo il fiume Mekong. Nel caso dell'Asia centrale, le politiche cinesi sono decisamente meno invasive, tuttavia costituiscono una minaccia per il Kazakistan. Gli impianti cinesi nello Xinjiang, sia industriali che idroelettrici, fanno largo uso delle acque di due fiumi della Russia settentrionale, l'Ili e l'Irtysh, che sono però vitali per l'economia kazaka. Curiosamente, una buona parte dei terreni agricoli dello Xinjiang (circa la metà) sono destinati alla coltura di cotone. Le esportazioni tessili per Pechino sono
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World Bank, Saving a Corner of the Aral Sea, Settembre 2005. Martin FLETCHER, The Return of the Sea, The Times, Giugno 2007.

vitali, per cui lo sviluppo di queste aree agricole rappresenta una priorità. A questo va affiancata anche una valutazione politica delle scelte di Pechino per la regione dello Xinjiang. La promozione dello sviluppo economico mira al raggiungimento di condizioni di vita migliori per la popolazione locale, che è in gran parte rappresentata dal popolo turcofono degli uiguri. Le tendenze separatiste nello Xinjiang non smettono di preoccupare la Cina, che per garantire la sua integrità territoriale e combattere tali forze centrifughe promuove politiche di sviluppo agricolo ed energetico. Su scala regionale, la Cina svolge nell'Asia centrale un ruolo più economico che geopolitico, investendo in progetti idraulici in Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan, col quale già nel 1995 aveva stabilito un accordo per scambiare energia idroelettrica con petrolio e, più recentemente, per la costruzione di impianti ad alto voltaggio che trasportassero l'energia dal Kirghzistan allo Xinjiang. In ogni caso, non si tratta di progetti ambiziosi come quelli che vedono coinvolti gli investitori russi, inoltre i cinesi preferiscono investire in settori in cui i russi sono poco presenti, cosicché parlare di una competizione nel settore tra Cina e Russia è probabilmente fuori luogo 51.

3.6.2 LA RUSSIA La posizione occupata dalla Federazione Russa nelle politiche delle cinque repubbliche centrasiatiche è una delle principali discriminanti da considerare. Mentre gli Stati a monte, abbiamo visto, tendono ad un avvicinamento con Mosca, gli Stati a valle ed in modo particolare l'Uzbekistan hanno da sempre preferito allontanarsene, tendendo ad un atlantismo tuttavia non poco ambiguo. Dal canto suo la Russia gioca la carta dei finanziamenti ai progetti idraulici malvisti dai paesi a valle, e si è anche spinta oltre proponendo nel 2006 la creazione di un consorzio dell'acqua e dell'energia, che dovrebbe fungere anche per la risoluzione delle dispute nei due settori 52. Certamente la leva economica principale che la Russia possiede nei confronti degli Stati centrasiatici è quella energetica, come ben ha potuto verificare il Kirghizistan quando nel 2000 ha subito i tagli alle forniture energetiche provenienti dalla federazione. Ciononostante, l'idea di rispolverare i progetti di deviazione dei fiumi siberiani di epoca
51

Sebastien PEYROUSE, The Hydroelectric Sector in Central Asia and the Growing Role of China, China and Eurasia Forum Quarterly, Vol. 5, No. 2, 2007, p. 142. 52 Jeremy ALLOUCHE, ibidem, p. 53.

sovietica e messi da parte negli anni '80 è probabilmente una carta che Mosca intende giocare per aver voce anche sulla questione idrica. Nel 2002 è stato Putin a rievocarli, e lo ha seguito più di recente il presidente del Kazakistan Nazarabayev 53. Perennemente assetato, l'Uzbekistan di Karimov non poteva non affiancarsi a simili dichiarazioni, poiché un canale che fungesse da connettore tra i fiumi siberiani e l'Uzbekistan, passando per il Kazakistan, risolverebbe ogni problema di approvvigionamento del paese. Da una prospettiva geopolitica, quindi, la Russia ne guadagnerebbe nettamente, e vedrebbe aprirsi le porte anche da Tashkent. Ma alla prova dei fatti nessuno degli attori coinvolti pare fare sul serio, viste da un lato le opposizioni di chi ritiene insostenibile ecologicamente un simile progetto e dall'altro la mancanza di fondi ed investitori necessari alla realizzazione.

3.6.3 L'AFGHANISTAN L'instabilità politica dell'Afghanistan è stata la causa principale dell'esclusione di Kabul dai piani regionali di gestione delle risorse idriche. Infatti, idrograficamente l'Afghanistan è uno Stato a monte come il Kirghizistan e il Tagikistan, essendo in parte all'interno del bacino del mare di Aral e rifornendo il mare stesso di circa 12,5% delle acque 54, ciò tramite il fiume Amu Darya. Dopo il Tagikistan, è dall'Afghanistan che il fiume dipende di più per mantenere il livello delle sue acque 55. Nel 2002, con la fine del regime talebano, ci si sarebbe potuti attendere che ciò avrebbe permesso un inserimento del paese nel sistema di gestione idrica regionale, per quanto comunque poco efficace essa fosse. Il punto è che questa gestione, essendo fondamentalmente una versione aggiornata delle quote sovietiche, non contemplava in alcun modo la partecipazione di uno Stato che non fosse ex repubblica sovietica. Le cinque repubbliche centrasiatiche, divenute indipendenti, non hanno tenuto presente la necessità di rinegoziare accordi che la Russia sovietica, conscia del problema, aveva firmato con l'Afghanistan trattando le acque del Amu Darya come un confine internazionale. Gli accordi non parlavano di

53 54

Mauro DE BONIS, La Guerra dei Fiumi, Limes, 2010. Philip MICKLIN, Managing Water in Central Asia, citato in Jeremy Allouche, ibidem, p. 52. 55 Stuart HORSMAN, Afghanistan and Transboundary Water Manabement on the Amy Darya: A Political History, in Olli VARIS, Muhammad MIZANUR, eds., Central Asian Waters, p. 64.

quote ma trattavano questioni relative all'irrigazione ed al diritto di navigazione. A seguito della dissoluzione dell'Unione Sovietica, i cinque paesi centrasiatici sono considerati, secondo le norme del diritto internazionale in materia di successione, responsabili di questi accordi afghano-sovietici, ma questi non hanno mostrato alcun interesse in un coinvolgimento afghano nella gestione delle risorse idriche della regione, escludendo Kabul da tutte le iniziative multilaterali intraprese dal '92 ad oggi. Le incertezze e l'instabilità legate alla situazione politica afghana, seppur minori rispetto agli anni del regime talebano, sono ancora un sostanziale freno alla cooperazione regionale. Allo stesso tempo, è evidente che la regione centrasiatica non è caratterizzata da particolari trend cooperativi tra gli Stati; al contrario questi ultimi ritengono che il controllo delle risorse sia una priorità maggiore di qualsiasi opportunità che una maggiore apertura alla cooperazione potrebbe fornire 56. Qualche analista ha anche avanzato l'ipotesi che la ragione dell'esclusione fosse che sostanzialmente l'Afghanistan consuma poca acqua, quindi non è percepito dagli altri Stati centrasiatici come una minaccia da dover gestire o almeno affrontare 57. Tuttavia è difficile sostenere quest'ipotesi vista la mancanza di dati al riguardo che superino gli anni '70 58 . Ciononostante, in prospettiva, la definitiva riabilitazione e l'espansione eventuale del sistema agricolo afghano determinerà la necessità di considerare il paese un attore più attivo nella water diplomacy centrasiatica.

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Barnett RUBIN, Andrea ARMSTRONG, Regional Issues in the Reconstruction of Afghanistan, citato in Stuart HORSMAN, ibidem, p. 69. 57 Masood AHMAD, Mahwash WASIQ, Water Resource Development in Northern Afghanistan nad Its Implication for Amu Darya Basin, citato in Stuart HORSMAN, ibidem, p. 65. 58 Stuart HORSMAN, ibidem, p. 65.