You are on page 1of 34

DANILO CARUSO

in collaborazione con ANTONINO CARUSO

SICANIA
Il sito sicano di Colle Madore:
dalla leggenda alla realtà





1
Introduzione
Vieni da Creta a questo sacro tempio
dove cresce per te un amabile bosco
di meli e dagli altari si leva
fumo d’incenso,
e al di là dai rami dei meli sussurra
un fresco ruscello, ovunque s’allarga
ombra di rose, da mormoranti fronde
stilla sopore,
il prato delle cavalle
è in germoglio di fiori primaverili,
dolce soffia la brezza …

cingiti qui della tua benda, Cipride,
in coppe d’oro con un lieve gesto
versa nettare divino mescolato alla festa.
Saffo
uesto lavoro è sorto dall’amore per la verità (filo-sofia), una verità che riguarda il
concretizzarsi di un sogno nel 1995: l’inizio dell’epopea archeologica di Colle
Madore. Questo aveva da sempre attirato l’attenzione, ma solo allora la Soprin-
tendenza ai Beni Culturali di Palermo ha potuto dare il via alla prima campagna di scavi.
L’input di questo grandioso meccanismo è stato un gesto, unico ed irripetibile nel suo ge-
nere. La Donazione Caruso (1992) dei primi reperti rinvenuti casualmente ha proiettato il
Comune di Lercara Friddi in una dimensione del tutto nuova. Il paese è salito agli onori
delle cronache per l’eccezionalità ed il pregio degli esemplari donati. Questo atto disinte-
ressato ha fatto del Madore una zona archeologica di primissimo interesse. Assistiamo al
disvelarsi di una storia che si è immortalata nel suolo, come le scene dell’urna di Keats, e
come lui ci facciamo avvincere dal fascino dell’eterno e dal mistero della vita. Tutto ciò
che si riferisce all’insediamento sicano su questo colle ha innanzitutto un significato esi-
stenziale, più che storico ed archeologico. La conoscenza del passato e l’amore per la ri-
cerca non sono fini a se stessi: studiamo gli eventi del tempo trascorso perché sono stati
costruiti dagli uomini, e da essi possiamo trarre utili insegnamenti. Il XX secolo è stato
testimone delle più gravi aberrazioni della ragione umana: sarebbe bello che dalla passione
per l’indagine scientifica gli uomini traessero lo spunto per risvegliarsi dai loro torpori
dogmatici ed in essa trovassero la forza per sconfiggere gli odi ed eliminare i conflitti. O-
ramai è passato tempo dalla Donazione di Antonino Caruso (ottobre-novembre 1992) di
questi ritrovamenti della zona archeologica di Lercara Friddi, passando per il settembre del
’99, in cui con i contenuti di questa monografia sui Sicani e Colle Madore identificai il sa-
cello di Colle Madore con il Tempio di Afrodite/Sepolcro di Minosse (già nel 1995 il
Q
2
mensile della provincia di Palermo pubblicò un mio articolo sulla realtà archeologica ler-
carese e nello stesso 1999 la mia tesi appena divulgata fu inserita nel documentario in vi-
deocassetta su Lercara “Dai Sicani al futuro”). Il biennio successivo mi ha consentito di
esplicitare, approfondire ed ampliare il secondo capitolo del testo (terminato nell’agosto
del 2001). Prima di questa pubblicazione il saggio era stato diffuso abbondantemente in
due edizioni: Lercara Friddi agosto 2001 e Palermo gennaio 2004. La terza campagna di
scavi (marzo-giugno 2004) ha dato lo spunto per la conferma della mia tesi e per
l’aggiunta di un terzo capitolo. Ma in questo momento vale la pena ricordare pure
quell’elenco di reperti donati da mio padre, elenco che costituisce in larga parte di esso il
nucleo più pregevole con pochi (per il pregio) altri ritrovati dopo gli scavi (che per il nu-
mero sono molto di più) di tutti quelli che sono stati esposti nella saletta museale della bi-
blioteca comunale. Anche volendo fare una gerarchia tutti i ritrovamenti sono preziosi per
il loro valore di testimonianza, e non a caso hanno meritato con il proseguire dell’interesse
degli studiosi e della soprintendenza l’appellativo di città archeologica al nostro comune.
LA DONAZIONE CARUSO (1992)
(il numero tra parentesi è quello di catalo-
gazione dato in “Colle Madore/Un caso di
ellenizzazione in terra sicana, a cura di S.
Vassallo, Palermo 1999”)
le sette lamine bronzee (14-20)
uno spiedo (35)
un modellino di capanna (36)
i due vasi multipli (37-38)
una oinochoe, brocchetta (79)
un pithos con decorazione dipinta (174)
due lekythoi, vasi (252-253)
due olpai, brocchette (272-273)
un coperchio di pisside (359)
la celebre edicola (373)
il bacino per acqua lustrale (380)
un’anfora corinzia (385)
un’anfora samia (398)
due anfore (403-404)
un mortaio (432)
due pesi da telaio (471-472)
una fuseruola (480)
Dopo la donazione e gli scavi condotti dalla soprintendenza nel ’95 e nel ’98 il va-
lentissimo dott. S. Vassallo ha curato la direzione del catalogo dei reperti (pubblicato nel
1999), alla cui presentazione ebbi ad intervenire, a titolo di studioso e di donazione, pro-
nunziando questo discorso.
3
«Quando nel 1992 ci fu la Donazione Caruso dei primi reperti, nessuno immagina-
va che l’avventura archeologica arrivasse a questi sviluppi così sorprendenti da andare al
di là di tutte le aspettative. Ma come dice il Poeta, “poca favilla gran fiamma seconda”.
Sono passati otto anni, e se questo sogno è continuato il merito è di chi ha permesso che
continuasse: dell’attuale amministrazione e della Soprintendenza ai Beni Culturali di Pa-
lermo. A loro va ancora una volta il nostro più caloroso e vivo ringraziamento in questa
circostanza: la presentazione dell’opera diretta dal Dottore Vassallo. Questo catalogo, che
riguarda una parte dei reperti è bello; e l’aggettivo bello ha una valenza non solamente e-
stetica, ma anche etica e gnoseologica: è bello perché mostra nel suo dettaglio informativo
un rispetto verso tutti gli studiosi del sito sicano, i quali anche sulla base testimoniale dei
reperti si adoperano per la ricostruzione storica trovandovi suffragi. Una ricostruzione sto-
rica che deve essere fondata, come insegna Giambattista Vico nella Scienza Nuova,
sull’accertamento del vero e sull’avveramento del certo. Con questo metodo noi riuscire-
mo ad allargare l’orizzonte delle nostre conoscenze. Colle Madore è una ricchezza umana
e sociale. Fu abitato da uomini come noi, e conoscere la loro storia vuol dire arricchire la
nostra umanità. Ma questa storia può avere risvolti pratici e ricadute immediate per la no-
stra comunità. Se si riuscirà a far sostare in quest’area i turisti che transitano sulla Paler-
mo-Agrigento avremo conseguito una meta che vale più di cinque punti. E la Pro Loco è
chiamata in prima persona alla realizzazione di questo obiettivo. Si deve smettere di pen-
sare che le cose siano ovunque fuorché qui, che le cose belle le abbiano gli altri, e che le
grandi imprese riescano solamente agli altri. Lercara ha un patrimonio di beni culturali
non indifferenti, e l’archeologia ne è il fiore all’occhiello. La Donazione, nella fattispecie è
avvenuta qui, non altrove, e potrebbe figurare comodamente tra le pagine dell’Elogio
della follia di Erasmo. A quel gesto si è poi congiunto un saggio di ricerche, quasi a voler
creare un sinolo, una sostanza completa di materia e forma. È nostro auspicio che tutto
questo possa giovare in qualche modo al paese di Lercara ed ai suoi giovani.» (Biblioteca
Comunale G. Mavaro di Lercara Friddi – Sala Conferenze – 10 maggio 2000)
4
CAP. I
Chi erano i Sicani
e notizie sui popoli che abitarono la Sicilia nel periodo precedente la colonizzazione
greca, iniziata secondo la tradizione nel 734 a.C. con la fondazione di Nasso da par-
te dei Calcidesi dell’Eubea, ci provengono dagli storici greci. I colonizzatori si tro-
varono di fronte un’isola suddivisa in aree di influenza fra distinte etnie che avevano avuto
fasi di insediamento non comuni. Della Sicilia così narra Tucidide ne La guerra del Pelo-
ponneso
1
.
«Fu abitata fin da epoca remota, ed ecco quali furono complessivamente i popoli
che l’occuparono. I più antichi abitatori di una parte del paese furono secondo la tradizione
i Ciclopi e i Lestrigoni. Ma la loro stirpe, il loro luogo di origine, la meta della loro suc-
cessiva emigrazione sono dati che non posso fornire. Bisogna accontentarsi delle tradizio-
ni poetiche e di quell’idea che ognuno può essersi fatta su queste popolazioni. I primi a
succedere loro devono essere stati i Sicani, che a quanto essi dicono, avrebbero anzi pre-
ceduti i Ciclopi e i Lestrigoni, essendo autoctoni; ma in realtà risulta che i Sicani erano
Iberi, stanziati presso il fiume Sicano in Iberia, da dove i Liguri li scacciarono. Da loro
l’isola, che prima si chiamava Trinacria, finì col prendere il nome di Sicania. Ancora oggi
i Sicani abitano la parte occidentale della Sicilia. Dopo la caduta di Ilio un gruppo di
Troiani, scampati su navi, alla caccia degli Achei, approdarono alle coste della Sicilia, e,
stabilita la loro sede ai confini dei Sicani, furono tutti compresi sotto il nome di Elimi; e le
loro città furono chiamate Erice e Segesta. Si stanziarono presso di loro un gruppo di Fo-
cesi reduci da Troia, sbattuti in quell’occasione da una tempesta, prima verso la Libia, poi
verso la Sicilia. I Siculi passarono in Sicilia dall’Italia – dove vivevano – per evitare l’urto
con gli Opici. Una tradizione verosimile dice che, aspettato il momento buono passarono
su zattere mentre il vento spirava da terra; ma questa non sarà forse stata proprio l’unica
loro maniera di approdo. Esistono ancor oggi in Italia dei Siculi; anzi la regione fu così
chiamata, Italia, da Italo, uno dei Siculi che aveva questo nome. Giunti in Sicilia con nu-
meroso esercito e vinti in battaglia i Sicani, li scacciarono verso la parte meridionale e oc-
cidentale dell’isola. E da essi il nome di Sicania si mutò in quello di Sicilia. Passato lo
stretto, tennero e occuparono la parte migliore del paese, per circa trecento anni fino alla
venuta degli Elleni in Sicilia; e ancor oggi occupano la regione centrale e settentrionale
dell’isola. Si erano stanziati inoltre, su tutta la costa sicula, i Fenici, che si riservarono i
promontori sul mare e le isolette adiacenti, per il loro commercio con i Siculi. Ma in segui-
to a successivo approdo degli Elleni, dovuto alla loro numerosa emigrazione transmarina,
abbandonate quasi tutte le coste e raccoltisi in vicinanza degli Elimi, si tennero Motia, So-
lunto e Panormo. Dava loro affidamento l’alleanza con gli Elimi e il fatto che quello è il
punto di più breve traversata tra Cartagine e la Sicilia. In tal numero dunque e in tal ma-
1
I brani di Tucidide (La guerra del Peloponneso) e di Erodoto (Storie) sono tratti da
edizioni Newton Compton, 1997, rispettivamente pagg. 296-297 e pagg. 421-422.
L
5
niera i barbari si stanziarono in Sicilia. I Calcidesi furono i primi Elleni che, approdati al
comando dell’ecista Tucle, fondarono Nasso (VI, 2-3.1).»
Filisto di Siracusa concorda con la tesi toponomastica di Tucidide sull’origine dei
Sicani (il fiume Sicano potrebbe essere lo Jucar che si riversa nel Mediterraneo dal golfo
di Valencia). Le ipotesi in questo caso sono due: i Sicani erano una popolazione preindo-
europea che dall’area iberica raggiunse la Sicilia a) via mare, b) via terra, traversando la
penisola (il che comproverebbe la tesi di un’affinità con i Siculi). Ma Timeo e Diodoro
consideravano i Sicani autoctoni. Alla teoria della migrazione se ne aggiunge un’altra in
base alla quale i Sicani potrebbero essere un popolo indoeuropeo che entrando nell’isola
ha smarrito la sua memoria. Comunque i Sicani benché abbiano in comune con i Siculi la
radice del proprio nome dovrebbero essere non indoeuropei, infatti la loro lingua non ap-
partiene a quel ceppo. Le affinità siculo-sicane sarebbero attestate dal presupporre che i
Sicani nel loro cammino migratorio abbiano sostato nel Lazio, un’area che inglobava quel-
la di provenienza dei Siculi (chiamati dalla tradizione in vari modi) in Sicilia: dal setten-
trione e dal Lazio alla Calabria passando per la Campania. Ciò potrebbe provare la tesi di
un contatto fra i due gruppi prima del loro ingresso in Sicilia. Il periodo del passaggio dei
Siculi in Sicilia non è certo: Tucidide con i suoi riferimenti parla del 1030 ca a.C., ma El-
lanico di Mitilene e Filisto di Siracusa spostano la data indietro nel tempo rispettivamente
nel 1270 ca a.C. e nel 1350 ca a.C. Si pensa a dei legami che avrebbero unito i Siculi agli
altri popoli della penisola italica, e in questo contesto furono latori di una cultura tardo ap-
penninica: la civiltà appenninica si sviluppa nella zona centrale dell’Appennino dalla se-
conda metà del secondo millennio agli inizi del primo millennio (età del bronzo), caratte-
rizzata da genti che abitavano in villaggi di capanne o in caverne e che praticavano la pa-
storizia seminomade e transumante, e la sepoltura a inumazione in dolmen. Nell’universo
siculo vengono distinte due facies culturali: a) una detta ausonia (presente dal XIII sec.
a.C. nelle isole Lipari e nel milazzese); b) una definita in senso stretto sicula (rinvenuta a
Pantalica, Melilli e Cassibile databile nel XVI-IX sec. a.C.). Esistono prove di contatti con
la cultura appenninica che suffragano la tesi della migrazione più per la facies ausonia che
non per quella strettamente sicula. Oltre a Sicani e Siculi abitavano la Sicilia gli Elimi e i
Fenici (termine che Tucidide usa anche per i Cartaginesi). Dionigi di Alicarnasso riporta la
notizia secondo la quale gli Elimi sarebbero provenuti nell’isola dalla penisola italiana
cacciati dagli Enotri prima dell’arrivo dei Siculi. Per il culto di Afrodite Ericina (di matri-
ce indigeno-sicana) è comunque possibile ricollegarli, seguendo le informazioni di Tucidi-
de, all’area cipriota e fenicia. Secondo una tradizione locale questo aveva origine a Creta;
e ad Erice Afrodite (in precedenza divinità dei Sicani che aveva fornito spunti sostanziali
per tale assimilazione da parte dei Greci) fu poi identificata dai Fenici con Astarte. La reli-
giosità ericina era affine a quella cretese: all’aperto in mezzo al verde e alle acque. Il tem-
pio di Erice è a pianta circolare come quello di Cnido. Nella leggenda Erice è l’eponimo
istitutore di questo culto, figlio di Afrodite e di un eroe sicano, Butas, vittima di Eracle.
Diodoro afferma che i Sicani cominciarono a spostarsi verso occidente a causa delle eru-
zioni dell’Etna lasciando il campo ai Siculi e che abitassero su alture difficilmente acces-
sibili dove costruivano villaggi e fortezze per proteggersi dai predatori. La chora sicana
sino all’VIII sec. a.C. era delimitata ad est dal Salso e dall’Imera e ad ovest dal Belice e
dal S. Leonardo. Loro città erano Camico, Inico, Iccara, Omphake, Indara, Crasto, Uessa,
6
Miskera, Makara. S. Angelo Muxaro viene identificata con l’antica fortezza di Camico che
la leggenda vuole sia stata progettata da Dedalo dopo essere fuggito da Creta. Diodoro Si-
culo nella Biblioteca Storica racconta questa saga
2
.
«Dedalo era ateniese di origine e veniva definito un Eretteide, perché era figlio di
Metione, figlio di Eupalamo, figlio di Eretteo. Superava di molto tutti gli altri per doti na-
turali e coltivava con zelo ciò che riguardava l’arte dell’architettura e la realizzazione di
statue e la lavorazione della pietra. Creò molte invenzioni sussidiarie dell’arte, e realizzò
opere ammirate in tutti i luoghi della terra abitata. Nella realizzazione delle statue superò
di tanto tutti gli uomini che i posteri raccontavano di lui che le statue che egli aveva rea-
lizzato assomigliavano agli esseri viventi. Esse vedevano e camminavano, e atteggiavano
in generale la disposizione di tutto il corpo in modo che sembrava che l’oggetto realizzato
fosse un essere vivente ed animato. Fu il primo a fornirle di occhi e a fare loro le gambe
separate e ancora a fare le mani tese, ed era naturale che venisse ammirato dagli uomini,
perché gli artisti prima di lui realizzavano le statue con gli occhi chiusi e con le mani ab-
bassate e attaccate ai fianchi. Ma Dedalo, pur ammirato per il suo amore per l’arte, andò in
esilio dalla patria, condannato per omicidio per le seguenti ragioni. Talos, che era figlio
della sorella di Dedalo, era stato educato presso Dedalo, ed era nell’età della fanciullezza.
Più dotato del maestro, inventò la ruota del vasaio; si imbatté in una mandibola di serpen-
te, e dopo avere con essa segato in due un piccolo pezzetto di legno, cercò di imitare la
scabrosità dei denti. Preparata una sega di ferro, con questa segò la materia lignea che im-
piegava nelle sue opere e acquistò fama di aver inventato un mezzo molto utile per l’arte
delle costruzioni. Così, avendo inventato anche la ruota e alcuni altri artifici, conseguì una
grande fama. Dedalo divenne invidioso del fanciullo, e ritenendo che avesse superato di
molto il maestro nella fama, lo uccise a tradimento. Lo seppellì, ma fu scoperto; e quando
gli venne chiesto chi stesse seppellendo, rispose che stava sotterrando un serpente. Ci si
potrebbe meravigliare del paradosso: proprio a causa dell’animale che aveva permesso di
progettare la realizzazione della sega, avvenne che si verificasse anche la scoperta
dell’omicidio. Accusato e condannato per omicidio dagli Areopagiti, fuggì dapprima in
uno dei demi dell’Attica, nel quale gli abitanti sono stati chiamati, da lui, Dedalidi. Dopo
fuggì a Creta, e ammirato per la fama nella sua arte, divenne amico del re Minosse. Se-
condo il mito tramandato, poiché Pasifae moglie di Minosse si era innamorata del toro,
costruì una macchina somigliante ad una vacca e aiutò Pasifae a soddisfare la sua brama. I
miti narrano che in tempi precedenti Minosse ogni anno aveva il costume di consacrare a
Poseidone il più bello dei tori nati e di sacrificarlo al dio. Quando nacque un toro di ecce-
zionale bellezza, sacrificò un altro toro, di quelli di qualità inferiore: Poseidone si adirò
con Minosse e fece invaghire del toro sua moglie Pasifae. Pasifae, si unì col toro per mez-
zo di questo artificio, e generò il Minotauro di cui parlano i miti. Dicono che esso fosse di
duplice natura, e avesse le parti superiori del corpo, fino alle spalle, di toro, le restanti di
uomo. Dedalo, dicono, per questo mostro, per il suo mantenimento, costruì il labirinto, le
cui vie di uscita erano tortuose e inaccessibili agli inesperti; e in esso veniva mantenuto il
Minotauro e divorava i sette fanciulli e le fanciulle inviati da Atene, di cui abbiamo parlato
prima. Dedalo, quando apprese che Minosse lo minacciava per la fabbricazione della vac-
2
I brani di Diodoro Siculo (Biblioteca Storica) sono tratti dall’edizione Sellerio, 1988.
7
ca, dicono che spaventato della collera del re salpasse da Creta, e che Pasifae lo aiutasse e
gli desse una nave per la partenza. Insieme a lui fuggì il figlio Icaro e approdarono ad
un’isola d’alto mare: Icaro sbarcò su di essa in modo temerario, cadde in mare e morì e da
lui fu dato al mare il nome di Icario, e l’isola fu chiamata Icaria. Dedalo salpò da questa
isola, e approdò in Sicilia nella regione il cui re Cocalo lo accolse e ne fece un suo grande
amico per le sue doti naturali e per la sua fama. Ma alcuni raccontano che Dedalo si trat-
tenne ancora a Creta nascosto da Pasifae. Il re Minosse voleva punire Dedalo e non poten-
do trovarlo, frugò tutte le navi dell’isola, e promise che avrebbe dato una quantità di dena-
ro a colui che lo avesse ritrovato. Allora Dedalo disperando della fuga per mezzo delle na-
vi contro ogni aspettativa fabbricò delle ali fatte con arte e meravigliosamente rivestite di
cera: dopo che le ebbe poste sul corpo del figlio e sul suo, in modo inaspettato le dispiega-
rono per il volo, e fuggirono dal mare vicino all’isola di Creta. Icaro, a causa della sua
giovinezza volò in alto e cadde nel mare perché la cera, che teneva insieme le ali, venne
sciolta dal sole; egli, invece, volando vicino al mare e umettando ogni volta le ali, si salvò
contro ogni attesa in Sicilia. Riguardo questi fatti, anche se il mito è strano, abbiamo tutta-
via deciso di non tralasciarlo. Dedalo si trattenne molto tempo presso Cocalo e i Sicani,
ammirato per la sua grandezza nell’arte. In quest’isola costruì alcune opere che rimangono
ancora oggi. Vicino a Megaride costruì ingegnosamente la cosiddetta kolymbetra, dalla
quale sbocca nel mare, che è vicino, un grande fiume chiamato Alabone. Presso l’attuale
Agrigento, nel luogo chiamato Camico, costruì una città che si trova su di una rupe, la più
salda di tutte, assolutamente inespugnabile con la violenza: con un artificio ne fece la sali-
ta angusta e tortuosa, da potersi difendere con tre o quattro uomini. Perciò Cocalo in que-
sta città fece costruire la reggia, vi depositò le sue ricchezze e la conservò inespugnata
grazie alla inventiva dell’architetto. Come terza costruzione nel territorio di Selinunte ap-
prestò un antro nel quale estrasse con tale misura il vapore umido del fuoco che bruciava
in esso, che per la dolcezza del calore coloro che vi si trattenevano trasudavano insensi-
bilmente e a poco a poco, e curavano i corpi con godimento, senza essere danneggiati dal
calore. Ad Erice c’era una rupe scoscesa di altezza straordinaria, e poiché l’angustia dello
spazio presso il tempio di Afrodite costringeva a realizzare la costruzione sospesa sulla
rocca, fece un muro proprio sulla sponda, ampliando in modo inaspettato la parte superiore
della sponda. Per Afrodite Ericina realizzò con arte un ariete d’oro, mirabilmente lavorato,
e somigliante in modo perfetto ad un ariete vero. Dicono che in Sicilia abbia realizzato con
arte molte altre opere, che sono andate distrutte per il molto tempo trascorso. Minosse, re
dei Cretesi, in quell’epoca padrone del mare, quando fu informato della fuga di Dedalo in
Sicilia, decise di fare una spedizione contro l’isola. Preparata una considerevole forza na-
vale salpò da Creta e approdò in territorio di Agrigento nel luogo chiamato da lui Minoa.
Quando l’armata fu sbarcata vennero inviati messaggeri al re Cocalo: Minosse reclamava
Dedalo per punirlo. Cocalo lo invitò ad un incontro, e dopo aver promesso che avrebbe
eseguito ogni cosa, ricevette ospitalmente Minosse. Mentre Minosse era al bagno, Cocalo
trattenendolo di più nell’acqua calda lo uccise e restituì il corpo ai Cretesi, adducendo co-
me causa della morte il fatto che era scivolato nel bagno e caduto nell’acqua calda era
morto. Poi coloro che lo avevano accompagnato nella spedizione seppellirono splendida-
mente il corpo del re, costruirono un duplice sepolcro, e posero le ossa nella parte nasco-
sta, mentre in quella scoperta costruirono un tempio di Afrodite. Egli venne onorato per
8
molte generazioni e gli abitanti del luogo offrivano sacrifici pensando che il tempio appar-
tenesse ad Afrodite. In tempi più recenti, quando è stata fondata la città degli Agrigentini e
si è saputo della deposizione delle ossa, è accaduto che la tomba sia stata abbattuta e le os-
sa siano state restituite ai Cretesi, quando Terone era re degli Agrigentini. Comunque i
Cretesi rimasti in Sicilia, dopo la morte di Minosse, per la mancanza di una autorità entra-
rono in lotta fra di loro, e poiché le navi erano state bruciate dai Sicani di Cocalo, dispera-
rono del ritorno in patria e decisero di insediarsi in Sicilia. Allora gli uni abitarono la città
che dal loro re chiamarono Minoa, gli altri, dopo aver vagato nell’entroterra e aver occupa-
to un luogo fortificato, fondarono una città che chiamarono Engio dalla sorgente che scor-
re nella città. In seguito, dopo la presa di Troia, quando il cretese Merione approdò in Sici-
lia, essi, per la parentela che li legava, accolsero i Cretesi sbarcati, concessero loro la cit-
tadinanza e, avendo come punto di partenza una città fortificata, debellarono alcuni dei
confinanti e acquistarono un territorio sufficiente. Essi si accrescevano sempre di più, e
quando ebbero costruito il tempio delle Madri, onorarono le dee in modo straordinario,
adornando il loro tempio con molte offerte. Dicono che esse fossero state trasportate da
Creta, perché anche presso i Cretesi queste dee vengono onorate in modo straordinario.»
Erodoto con l’intento di polemizzare per il fatto che parte della Sicilia sia in mano
ai barbari, riporta un finale diverso delle vicende di Minosse sconosciuto ai Sicelioti, che
asserisce di aver appreso dai Cretesi di Praisos, i quali si dichiaravano Eteocretesi
(’Etcόkµqtcç, autentici Cretesi).
«Si dice che Minosse, giunto in cerca di Dedalo in Sicania – ora chiamata Sicilia –,
vi sia morto di morte violenta. Dopo alquanto tempo per incitamento di un dio tutti i Cre-
tesi, tranne i Policniti e i Presi, sarebbero giunti con una grande flotta in Sicilia, dove a-
vrebbero per cinque anni assediato la città di Camico – occupata all’epoca mia dagli Acra-
gantini –. Alla fine, non potendo conquistarla, né fermarsi, perché tormentati da una care-
stia, vi avrebbero rinunziato e se ne sarebbero partiti. Ma come giunsero, veleggiando, nel-
la Iapigia, sarebbero stati sorpresi da una grande tempesta e gettati contro la costa. Le navi
s’erano infrante; e, non vedendo più la possibilità di recarsi a Creta sarebbero rimasti in
quella regione, dove fondarono la città Iria; e, mutato il loro nome, sarebbero divenuti da
Cretesi, Iapigi Messapi, e da isolani abitanti di terrraferma (VII, 170-1,2).»
Il brano in cui Diodoro Siculo parla della ricerca di Minosse in Sicilia di Dedalo e
delle vicende che porteranno alla sua uccisione, e della purificazione del tά¢oç da parte di
Terone di Agrigento, è scomponibile in tre parti che fanno riferimento a diverse tradizioni:
a) Minosse è visto come un nemico;
b) la figura di Minosse funge da intermediario con le popolazioni autoctone tramite
l’individuazione del suo sepolcro in una determinata area;
c) arriva Merione che introduce il culto delle Meteres e conquista un ampio territo-
rio.
Il punto a) è estraneo al mito che elabora la localizzazione del tά¢oç in quanto ri-
guarda un’altra tradizione che ci porta a conoscenza di insediamenti cretesi in Sicania e
specialmente a Minoa. Questo ciclo è antecedente alla nascita di Acragas presso cui il pun-
to b) si sviluppa. Il tema del sepolcro si sviluppa nell’arco di tempo che dalla fondazione
della colonia dorica va fino a Terone. Dal brano diodoreo emerge che prima della fonda-
zione di Agrigento il luogo del tά¢oç fosse per i Sicani solamente un tempio di Afrodite.
9
Il luogo in cui sorgeva il tempio era situato nei pressi di Camico, e quindi nell’area di con-
fine della chora acragantina. Tutto questo è confermato anche dal fatto che la presenza di
un santuario in una regione di confine poteva caratterizzare una fascia di territorio mista e
neutrale, il cui controllo aveva per gli Agrigentini una notevole importanza strategica.
Questo tratto poteva far parte delle _ώµoi c̉µq̃µoi (zone-deserte) o µcuόµioi (terre-che-
stanno-in-mezzo-come-linea-di-confine) le quali avevano rilevanza durante i periodi bel-
lici, ma anche il ruolo di mediare le diverse esperienze religiose: da Diodoro infatti dedu-
ciamo che il tempio in cui fu localizzato il sepolcro di Minosse fu frequentato sino alla sua
distruzione sia da indigeni che da Greci. Il santuario di Minosse può essere inteso oltre che
come edificio, come qualcosa di simile al santuario rupestre di Agrigento, costituito da una
grotta che fungeva da camera tombale e da una parte monumentale all’ingresso. Potrebbe
essere stato in precedenza consacrato ad una divinità femminile indigena, i cui riflessi mi-
noici le consentirono di essere assorbita all’interno della figura di Afrodite. Questa eco e-
geo-cretese avrebbe potuto stimolare l’individuazione di Minosse come elemento culturale
di inserimento al fine di far cadere quest’area sotto il controllo agrigentino. Le tholoi di S.
Angelo Muxaro dell’VIII-VI sec. a.C. rievocavano con le loro forme ai colonizzatori greci
suggestioni derivanti dall’epoca minoica. In contesti del genere la figura di Afrodite pre-
siedeva ai caratteri della natura e della sua produttività. Il rito di xenia nel quale viene uc-
ciso Minosse rientra con i suoi elementi in una tematica mitologica in cui risalta il ruolo
soterico femminile, con l’uccisione del nemico, e l’acqua svolge un ruolo scenografico si-
gnificativo. Fingendo di riconciliarsi con lui Cocalo lo invitò a palazzo e qui mise in atto
la sua uccisione grazie all’ingegno di Dedalo: durante il bagno che gli venne offerto se-
condo tradizione con le figlie di Cocalo, l’acqua fredda fu sostituita attraverso tubi nasco-
sti da acqua bollente che l’uccise. Il culto della fertilità legato alla figura di Afrodite era
frequentemente connesso con il motivo del toro, che non rappresentava solamente l’idea
un’esigenza difensiva, ma anche i caratteri collegati alla fecondità (ed alla religiosità indi-
gena, sicula e sicana, di natura animistica nell’adorazione dei fiumi). Questo accostamen-
to, di cui non si conosce l’origine (potrebbe essere indigeno e/o introdotto dai colonizzato-
ri), è presente nel territorio di Agrigento, come testimoniano i rinvenimenti di Sabucina
(un torello fittile e alari a protome taurina) e di Polizzello (vasi con testa taurina), i quali
indicano probabilmente i limiti raggiunti nel VI sec. a.C. dalla chora agrigentina. Qui è
documentato il culto delle Ilizie proveniente dal bacino culturale cretese, alle quali era ac-
costato il toro come ulteriore elemento religioso, e ciò costituisce una analogia con il culto
di Afrodite: questo avvicinamento ha la sua origine a Creta, dove Afrodite è una divinità
proveniente da Cipro, ctonia, messa in relazione con la natura e la vegetazione spontanea.
Per quanto interessa il punto c) Merione fonda ad Engio un tempio alle nutrici di Zeus, le
Meteres (le madri), che erano associate alla Gran Madre, sorgente in una zona di confine,
su un’altura nei pressi di una fonte. L’immagine del fiume faceva parte con i temi della
fertilità e della vegetazione della connotazione di un’area di confine, caratterizzata da pro-
blemi difensivi, che indicava il passaggio dalla terra coltivata alla non coltivata. Dal
XVI/XV al XIII sec. a.C. (tardo bronzo) nell’area orientale della Sicilia è documentata
l’azione micenea per mezzo del ritrovamento di vasellame (specialmente a Thapsos, fra
Siracusa ed Augusta, e nelle Lipari anche ritrovamenti del tardo minoico). Di insediamenti
micenei nel senso pieno del termine non è data prova, nonostante a Pantalica e Thapsos
10
siano presenti edifici la cui architettura faccia presumere ad influenze egee. Da S. Angelo
Muxaro provenivano degli esemplari che non hanno niente in comune con l’artigianato
indigeno: due anelli d’oro recanti le figure di un lupo e di una giovenca nell’atto di allatta-
re il vitello, e quattro coppe d’oro di piccole dimensioni (due hanno riprodotte sei figure di
bovini a sbalzo), datate nel VII sec. a.C. e ricollegate ad un gusto estetico fenicio-cipriota.
Quel che resta di questo materiale è fruibile al Museo di Siracusa ed al British Museum. È
stato sottolineato (Pugliese Carratelli; Manni ha sostenuto l’idea dell’origine indigena del
mito prima della fondazione di Gela e Siracusa) che la leggenda di Camico fosse cono-
sciuta a Creta anche prima dell’inizio della colonizzazione greca dell’occidente nell’VIII
sec. a.C. e che in Sicilia non fosse un portato dei colonizzatori rodio-cretesi che fondarono
Gela ed Agrigento. Il nome Kokalos è miceneo: è stato infatti individuato (Kokaro) nelle
iscrizioni delle milleduecento tavolette scritte in lineare b ritrovate nel 1939 e provenienti
dalla zona del palazzo di Nestore a Pilo; vengono datate nel 1200 a.C., la vigilia di un pe-
riodo di cesura che vedrà la distruzione dei palazzi micenei compreso quello di Pilo sito
nel Golfo di Arcadia in Messenia. I Micenei servendosi di qualche intermediario cretese
rielaborarono la scrittura denominata lineare a (in uso a Creta dal 1600 ca al 1450 ca a.C.)
sul presupposto di modelli minoici creando la lineare b (usata nella koinè micenea dal
1450 ca al 1200 ca a.C.) L’espansione commerciale dei Micenei è attiva in tutto il medi-
terraneo principalmente nel periodo antecedente le tavolette (1200 a.C.). La leggenda della
fondazione di Camico e la morte di Minosse in Sicilia, nonché testimonianze archeologi-
che dimostrano un collegamento tra i Sicani e Creta che ha attinenza in primis con la civil-
tà minoica che non la successiva civiltà micenea. Cocalo è un nome scritto nelle tavolette
di Pilo in lineare b, ma la sua vicenda è di epoca minoica riguardando Dedalo e Minosse.
Gli abitanti di Creta prima dell’insediamento dei Micenei nel 1450 a.C. non appartenevano
né all’etnia aria né a quella semita, bensì ad un ceppo definito mediterraneo. Al contrario
i Micenei (termine con cui si indicano in senso lato i nuovi colonizzatori) erano una popo-
lazione aria. I Sicani non sono indoeuropei, e questo rende possibile la loro appartenenza
alla razza mediterranea e la loro comparsa in Sicilia in seguito ad una migrazione di que-
ste genti da oriente. I Greci non avevano una visione nitida della loro storia prima
dell’invasione dei Dori (1100 ca a.C.), visione che si oscura completamente intorno al
1500 a.C.: fra queste due date collocano l’età degli eroi e le saghe degli uomini con gli dei.
Il periodo durante il quale i Micenei si insediarono a Creta (1450 a.C.), rilevando l’eredità
culturale minoica, rientra in quest’area buia. Tucidide afferma che i Sicani giungono da
una migrazione, ma le sue prove nell’indicare il versante occidentale del mediterraneo non
sono molto consistenti. È invece probabile che questa migrazione abbia origine dalla sfera
territoriale cretese. La leggenda di Camico con la permanenza dei Cretesi e i loro tentativi
di vendetta sarebbero la giustificazione fantasiosa di uno spostamento via mare, con pro-
babile inserimento in territori abitati da genti della stessa razza: sarebbe esistito in pratica
in Sicilia già un gruppo etnico mediterraneo, simile a quello cretese-minoico, che faceva
parte della koinè mediterranea e della cui origine si è persa memoria (del resto i Sicani si
proclamavano autoctoni). Su questo nucleo primordiale si poterono impiantare in un se-
condo momento altri gruppi di mediterraneo-cretesi come la leggenda lascia intendere:
l’allontanamento di Minosse da Creta in Sicilia e la sua morte qui possono indicare la fine
11
della civiltà minoica e il trasferimento di quelle genti. Ciò è particolarmente possibile in
due momenti:
a) alla fine del secondo periodo del medio minoico nel 1660 a.C., quando i palazzi
dei principi risultano distrutti contemporaneamente (la causa è ignota: forse un terremoto o
un’invasione e la conseguente guerra con i Luvii dell’Asia Minore);
b) nel 1450 a.C. verso la fine del miceneo antico (1580-1400 a.C.) per la già men-
zionata occupazione micenea.
I punti a) e b) sono cause e date plausibili di quegli spostamenti che la leggenda ha
rielaborato come in un meccanismo onirico freudiano. Una prova di questa migrazione sa-
rebbero i reperti minoico-micenei del XVI/XV-XIII sec. a.C. trovati in Sicilia orientale e
centro meridionale che comprovano degli approcci ad est dell’isola ed un suo passaggio
verso l’interno, e nella zona compresa tra i bacini del Platani e del Salso. Tra il primo ed il
secondo periodo dell’età del bronzo si registra un radicale ed improvviso cambiamento dei
tipi ceramici in Sicilia, nei nuovi modelli eoliani del Milazzese e isolani di Thapsos fra
loro molto simili. La cultura di Thapsos non è ascrivibile ai siculi: questi provengono in
un’epoca posteriore dalla cultura appenninica, mentre lo stile Thapsos-milazzese è perme-
ato d’impronte egee ed è anteriore alla loro comparsa nell’isola. Inoltre le due culture non
presentano affinità. Lo stile Milazzese prende il nome da un promontorio dell’isola di Pa-
narea. I villaggi di questa facies culturale sono situati in alture, in luoghi difficilmente ac-
cessibili, allo scopo di proteggersi dalle pressioni dei popoli dell’Italia peninsulare.
All’interno di capanne circolari si potevano trovare dei grandi pithoi per l’acqua. E’ atte-
stato l’uso di amuleti a forma di corno; i morti erano inumati rannicchiati in pithoi. Il Mi-
lazzese termina nella metà del XIII sec. a.C. Lo stile Thapsos presenta tombe rupestri sca-
vate nel calcare ed una ceramica nella quale si rinvengono echi minoici. Questo impianto
di idee ci pone nella condizione di postulare che esiste un sostrato egeo nella Sicania e che
gli usi dei Sicani siano stati se non identici almeno quasi uguali a quelli dei Cretesi del
ceppo mediterraneo di cui facevano parte.
 Dai mores minoici ai mores sicani
li uomini vestivano come tutti gli altri abitanti dei paesi caldi del Mediterraneo di al-
lora. Le donne indossavano abiti che disegnavano le forme: avevano una gonna ade-
rente, con ricami e nastri svolazzanti, che si allargava a campana al di sotto dei fianchi,
fino a coprire i piedi; e un corsetto che si alzava alle spalle e lasciava scoperti i seni. Uo-
mini e donne potevano adornarsi con gioielli e portare un copricapo. Concepirono il divino
prima in maniera teriomorfa, infine antropomorfa. La loro religione nel medio e nel tardo
minoico era imperniata sull’idea della fertilità. Nel divino il femminile aveva il predomi-
nio: la Gran Madre, generatrice e nutrice di ogni essere vivente, che era anche regina del
cielo e degli inferi, precedeva il Minotauro, un altro simbolo di fecondità (la scure a due
tagli – ìά|µuç, meglio conosciuta come tέìckuç ÷ gli era sacra, ed era rappresentato dal
toro). Altro animale sacro era la colomba. Presso i Sicani la Gran Madre assumerà in e-
poca storica dopo l’inizio della colonizzazione greca il nome di Demetra (che significa
Madre Terra), divinità ctonia patrona della fertilità cui era cara la Sicilia, tanto da na-
G
12
scondere la propria figlia, la bella Persefone, tra le selve presso Enna. Qui fu rapita da
Ade che ne fece la sua sposa. Persefone (o Persefassa, successivamente Core, la vergine)
divenne quindi anche regina dell’oltretomba, trasformandosi così in un’ipostasi della Gran
Madre dissociata dalla figura di Demetra. Il culto di Persefone era molto sentito in Sicilia.
Un’altra divinità femminile che faceva parte del pantheon sicano è Ecate che risiedeva in
una spelonca vicino a Enna. Era considerata figlia di Demetra e a lei associata perché era
una divinità che presiedeva alla produttività della terra. Infine Afrodite di cui si è già det-
to. I Cretesi, come del resto si può evincere anche per i Sicani, non avevano particolari e-
difici per il culto che praticavano all’aperto. Senza templi mancavano le grandi statue degli
dei, sostituite da piccole statuette. Il culto era celebrato da sacerdotesse (i sacerdoti compa-
riranno con l’aumentare dell’importanza della divinità maschile). Processioni e giochi gin-
nici erano collegati alle pratiche religiose. Vivevano in comunità in cui la donna aveva un
ruolo rilevante nella famiglia e nella società.
13
CAP. II
Il centro sicano di Colle Madore:
il Tempio di Afrodite/Sepolcro di Minosse
n questo capitolo è sostenuta una tesi diversa da quella del dott. Stefano Vassallo, diri-
gente archeologo della Soprintendenza BB. CC. di Palermo, che ha curato le campa-
gne di scavi sul colle: secondo i miei risultati il Madore è l’area in cui si trovava il
Tempio di Afrodite/Sepolcro di Minosse. Diodoro Siculo, l’unico a parlare del tά¢oç di
Minosse, afferma che i Sicani abitavano lo spazio compreso tra il Belice ed il Salso, che
Eraclide e Plutarco dicono fosse navigabile per tutto il suo corso, il quale conduce da Mi-
noa a Camico attraverso quella via del salgemma che dà nome all’Halikos (Platani). Da
Colle Madore (780 m ca s.l.m.), posto ad est di Lercara e ad ovest del Torto, a ridosso dei
cosiddetti Monti Sicani, si controlla l’area di raccordo fra i bacini del Torto da una parte
(settentrione) e del Platani dall’altra (meri-
dione): la regione dominata dal colle è uno
snodo viario fra le vie che dal Mediterraneo
3
e dal Tirreno
4
vanno all’interno dell’isola
5
.
Dal Kassar e dal Babbaluceddu si tiene d'oc-
chio il corridoio displuviale che va dal Pla-
tani al Torto. Il territorio orientale dei Monti
Sicani inquadrato tra le sorgenti del Torto e
del S. Leonardo a settentrione, e del Sosio e
del Platani a meridione è un luogo ricco di
sorgenti naturali d’acqua, e mostra una tipo-
logia di terreni predisposti più al pascolo che
all’agricoltura, nonché una diffusa fascia bo-
schiva. Nella zona compresa tra i comuni di
Lercara Friddi, Prizzi e Castronovo oltre ai già rinomati siti del Cassaro e della Mon-
tagna dei Cavalli, sono state individuate tombe rupestri nelle località Filici, Grotticelle e
S. Luca, dove si trova anche traccia di una fattoria ellenistico-romana. Il centro di Monta-
3
Lungo l’Halikos sono sorti i principali siti sicani: Heraclea Minoa, S. Angelo Muxaro,
Rocca di Ferro, Serra del Palco, Sutera, Polizzello.
4
Lungo il Torto ed il S. Leonardo esistono delle trazzere che collegano dalla funtana d’i
parrini Lercara con Palermo e Termini Imerese.
5
L’Itinerarium Antonini, una mappa stradale del periodo di Caracalla (211/217), indica
l’esistenza di una via che univa Palermo ad Agrigento lunga 126 km ca: nella parte com-
presa tra Castronovo e Vicari si trovava una statio, probabilmente un villaggio punto di
collegamento durante il passaggio tra centri più grandi, non attualmente individuata, dal
nome Petrina. Potrebbe essere localizzata nella regione di Colle Madore. L’Itinerarium
dimostra in ogni caso il transito umano in questo settore centrale della viabilità isolana.
I
14
gna dei Cavalli (1007 m), rivelando la presenza di fortificazioni, dovette avere una funzio-
ne strategica di controllo di questo tratto. Il centro del Cassaro (1031 m) possiede una cin-
ta muraria, forse di epoca bizantina. Un altro sito compare a Cozzo Babbaluceddu. Tutti e
tre denunciano una cesura nella storia dell’insediamento umano tra la fine del VI e l’inizio
del V sec. a.C. Colle Madore ha pareti erte e impraticabili, che recano i segni dello sfrut-
tamento minerario. L’abitato sicano si estende dalla cima fino a valle lungo la fiancata me-
ridionale. Reperti ceramici venivano trovati sulla superficie del colle prima dell’inizio del-
le campagne di scavi, che non hanno portato alla luce sistemi di difesa muraria a differen-
za del Kassar e di Montagna dei Cavalli. La possibile esistenza di un villaggio in età prei-
storica risulta da ritrovamenti di ceramica di stile Thapsos (che confermano le influenze
minoico-orientali) e Rodì-Vallelunga, e di matrici di fusione dell’XI sec. a.C. Il sito mo-
stra diverse fasi abitative:
a) una I fase indigena (a partire dall’VIII sec. a.C.), associata alla presenza di mate-
riale indigeno;
b) una II fase ellenizzante (dalla seconda metà del VI sec. a.C.), unita alla compar-
sa di materiale importato;
c) una distruzione tra la fine del VI e i primi decenni del V sec. a.C., provata da
tracce di un incendio;
d) l’abbandono del sito alla fine del V sec. a.C.
 Il Tempio di Afrodite e le due distruzioni del sito di Colle Madore
l tά¢oç di Minosse/tempio di Afrodite, di cui parla Diodoro Siculo, situato in un territo-
rio di eremia e di importanza fondamentale per la politica agrigentina nei confronti di
Himera e dei Cartaginesi, non può che essere individuato nel centro di Colle Madore, te-
nendo conto che questo colle è situato sull’asse Sabucina – Polizzello che segnava la linea
di confine del dominio acragantino nel VI sec. a.C., e che il Cassaro, il Babbaluceddu e
Montagna dei Cavalli hanno una funzione difensiva: la zona sacra è quella del Madore ed
occupa quel passaggio strategico che da Acragas porta ad Himera. Diodoro racconta che i
Cretesi seppellirono Minosse in un ipogeo, al di sopra del quale si trovava un tempio: que-
sta descrizione concorda con la morfologia dell’area del sacello. Tutti questi centri, com-
preso il nostro, inoltre rivelano una distruzione tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a.C.
che fu indubbiamente apportata da Terone di Agrigento durante l’espansione acragantina
verso il territorio imerese (483-482 a.C.).
«La parte centrale dell’Isola è solcata dalle due valli del Platani e del fiume Torto;
dalle loro sorgenti divise dalle montagne di Castronovo e di Lercara, queste valli si dipar-
tono l’una verso la costa meridionale di Agrigento, l’altra verso quella settentrionale di
Imera, segnando una spaccatura, immutabile via naturale di passaggio tra l’una e l’altra
costa. Lungo questa via si insinua il disegno politico dello stato agrigentino, al seguito
dell’influenza commerciale, denunziata da stazioni ellenizzate o che accolgono comunque
oggetti d’industria ellenica, quali Sutera, Casteltermini e Mussomeli. In servizio di questo
piano di dominio una vera fortezza, quasi al punto di congiunzione delle due valli, è co-
struita al cadere del VI sec. sull’altopiano prativo (m. 1000) di Kassar sopra la città di Ca-
I
15
stronovo, a dominare l’alto Platani e le comunicazioni verso Imera nel loro punto più deli-
cato. (Biagio Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica vol. I, Città di Castello 1958)»
Tale progetto di allargamento era già stato inaugurato da Falaride che divenne ti-
ranno di Agrigento verso il 570 a.C. e lo rimase per un quindicennio, durante il quale con-
quistò la città sicana di Uessa. Questa politica fu la risposta alla spinta dei Cartaginesi ver-
so l’entroterra: i primi a subire le conseguenze della condotta agrigentina furono i Sicani
che si interponevano fra Acragas e la colonia ionica. Terone fu alleato (485 ca a.C.) di Ge-
lone di Gela della famiglia dei Dinomenidi nella guerra di questi contro Terillo, tiranno di
Himera. La sconfitta di Terillo diede a Terone il dominio sulla chora imerese ed il control-
lo della zona centrale della Sicilia dal Mediterraneo al Tirreno. Agrigentini e Siracusani
nel 480 a.C. sconfissero nella piana di Himera i Cartaginesi cui erano alleati Selinunte e
Terillo. Alcuni decenni dopo nel 409/406 a.C. i Cartaginesi occuparono gran parte della
Sicilia: nel 409 conquistarono e distrussero Selinunte e Himera, e nel 406 conquistarono
Agrigento. In questo contesto di distruzione scomparve anche il sito di Colle Madore. Fu
distrutto nella primavera del 409 a.C. dall’esercito cartaginese guidato da Annibale, fi-
glio di Gescone, che marciava verso Himera dopo aver distrutto Selinunte. Ciò è dimo-
strabile leggendo Diodoro Siculo su quegli eventi al libro XIII.
a) (Su Selinunte) «Mentre tutti gli altri popoli, per non commettere sacrilegio con-
tro la divinità, concedevano la salvezza a chi si rifugiava nei luoghi sacri, i Cartaginesi
all’opposto risparmiavano i nemici per poter saccheggiare i templi degli dei». (Su Himera)
«Annibale fece saccheggiare i luoghi sacri e, strappatine via i supplici che vi erano rifugia-
ti, li incendiò».
Corollario. I Greci non avrebbero mai distrutto un tempio, i soli che potevano de-
vastare l’area sacra e l’insediamento del Madore erano i Cartaginesi: non ce n’erano altri.
b) Dopo aver distrutto Selinunte Annibale «levò il campo con tutta la forza
d’attacco in direzione di Himera».
Corollario. Per andare da Selinunte ad Himera chi ha fretta, come l’aveva Anniba-
le, deve passare per forza da
noi (v. cartina a destra): risalire
costeggiando la parte orientale
del bacino del Belice per poi
immettersi in quello del Torto
(lo dimostra anche l’odierno
tracciato stradale). Ritengo che
Annibale non perse l’occasione
per saccheggiare e distruggere
il tempio sul Madore: chi altri
se non lui in quella circostan-
za poteva farlo?
16
 L’etimologia, l’edicola ed il bacino per acqua lustrale
onsiderando che parte della toponomastica isolana è il
risultato della traslitterazione dei nomi dal greco antico
al latino, posso pensare che il nome Madore derivi
dall’aggettivo µoooµόç (umido, bagnato): il territorio attor-
no al Madore potrebbe essere stato chiamato col nome di
Moooµά (¸q̃ o _ώµo), la regione delle acque, dei fiumi, che
connotavano il tratto di eremia come abbiamo visto nel primo
capitolo. La bontà di questa interpretazione è dimostrata oltre
che dalla particolare posizione geografica del colle sulla linea
displuviale che separa i bacini del Torto e del Platani, e
dall’esistenza di sorgenti e falde, anche dalla scoperta di
un’edicola (ritrovata nel sacello) che rappresenta un uomo
seduto sul bordo di una vasca (v. fig. 1 in alto). È stato inol-
tre ritrovato un bacino per acqua lustrale (v. fig. 2 in basso), sempre nel sacello, a testimo-
nianza di una liturgia imperniata sull’acqua, il che dà un irrobustimento al mio lavoro di
ricerca perché l’acqua è elemento presente ovunque nella nostra analisi: nella leggenda
(nel rito di uccisione dello straniero), nel nome, nei reperti. Non dobbiamo poi dimenticare
che nell’antichità santuari potevano sorgere in regioni di confine particolarmente rilevanti
per l’una o l’altra potenza (in parole povere né l’una né l’altra se ne impadronivano, ma vi
sorgeva un tempio a testimoniare la presenza di un territorio neutro): questa descrizione
del Tempio di Afrodite/Sepolcro di Minosse calza perfettamente alla nostra area sacra. Il
Vassallo sostiene un’etimologia araba (nàzir o nuzzàr o nuddàr, guardare) del nome Ma-
dore, ma per far questo lo ridenomina Nadore. Qui si deve scegliere: o è Madore o è Nado-
re. E dando per scontato che è Madore da secoli, l’etimologia non è araba per due motivi:
non c’è niente di arabo lassù; e poi perché, se è presumibile che i viciniori centri sicani
hanno nomi di etimologia greca (per es. Hippana=Montagna dei Cavalli), Madore
dev’essere arabo, non avere una denominazione coeva al suo sito e mutarsi per giunta di
nome? Il Vassallo lega, come vedremo anche dopo, maggiormente il nostro insediamento
sicano ad Himera: afferma infatti che il personaggio dell’edicola sia Eracle il cui culto era
praticato nella città ionica e che il sacello sul Madore fosse a lui consacrato. Ma
quell’immagine sull’edicola non presenta nessun elemento che dia adito ad una identifica-
zione con l’eroe beotico. Il personaggio dell’edicola non è Eracle perché:
1) l’immagine non reca i suoi tipici segni distinti-
vi (pelle leonina e clava);
2) Eracle fu nella mitologia avversario di eroi si-
cani, passando attraverso la Sicilia durante la decima fa-
tica, ed è quindi difficile credere che questi abbiano adot-
tato il culto di una divinità nemica, tenendo poi anche
conto che nel divino per i Sicani il femminile aveva il
predominio.
Diodoro infatti dice nel libro IV:
a) dopo la scomparsa di Eracle «gli resero onori
C
17
funebri come ad un eroe. […] Menezio, figlio
di Attore, che era amico di Eracle, sacrificò un
capro, un toro e un ariete come ad un eroe, e
ordinò di fare sacrifici ogni anno ad Opunte, e
di onorare Eracle come un eroe. La stessa cosa
fecero i Tebani; e gli Ateniesi prima degli altri
onorarono Eracle come un dio con sacrifici, e,
mostrando la propria pietà verso il dio come un
esempio agli altri uomini, spinsero prima tutti i
Greci, poi anche tutti gli uomini della terra abi-
tata, ad onorare Eracle come un dio. […] Dico-
no che Eracle, annoverato da Zeus fra i dodici
dei, non accettasse questo onore: era impossibi-
le che egli venisse annoverato fra di essi prima
che uno dei dodici dei fosse espulso e sarebbe
stato fuori luogo accettare un onore che recava
disonore ad un altro dio»
6
.
b) «Egli poi con i buoi passò attraverso l’interno e poiché i Sicani indigeni gli si
opponevano con grandi armate, li vinse in una celebre battaglia, ne uccise molti, fra i qua-
li, come raccontano alcuni nei miti, erano celebri strateghi che tutt’oggi ricevono onori da
eroi: Leucaspi e Pediacrate e Bufonas e Glicatas, e ancora Biteas e Critidas».
3) le funzioni della figura di Eracle, come divinità, non si addicono all’area sacra
ed all’insediamento del Madore.
Le religioni di matrice indoeuropea presentano una tripartizione delle funzioni del-
le divinità secondo lo schema che segue, nella forma comune a tutte e nei contenuti ri-
guardante la Grecia antica per continuare la nostra analisi.
I funzione II funzione III funzione
sovranità
e giustizia
attività
guerriera
produzione
ed economia
Zeus
Apollo
Ares
Eracle
Castore e Polluce
Demetra e Core
Poco sotto il cocuzzolo di Colle Madore è stato portato alla luce un sacello con
ambienti circostanti destinati alla lavorazione del metallo, alla produzione, e alla conser-
vazione di enormi pithoi (v. fig. 3 in alto). Il sacello era unito ad un ricco deposito votivo.
È lampante come un culto di Eracle, un eroe-dio di seconda funzione, sia anche in con-
traddizione con queste caratteristiche della nostra area archeologica. Mentre è sensato as-
sociarvi una divinità femminile di terza funzione quale l’Afrodite del Sepolcro di Minosse
che rappresenta i medesimi caratteri della fecondità e della produzione di Demetra. Il culto
6
I dodici dei dell’Olimpo erano: Zeus, Era, Poseidone, Demetra, Estia, Atena, Ares, Apol-
lo, Artemide, Afrodite, Efesto, Ermes. Ade non era divinità olimpica poiché dio
dell’oltretomba.
18
della fertilità legato ad Afrodite era
frequentemente connesso con il
motivo del toro, che compare in
una delle lamine ritrovate sul colle
(v. fig. 4 accanto). In più, oltre al
ritrovamento di quello che sembre-
rebbe uno spiedo (oggi al locale
museo civico), sul Madore si svolgeva un tipo di riti sacrificali denominato thysía, riserva-
to agli dei dell’Olimpo (cui Afrodite appartiene), in cui la parte delle carni – di animale a
manto chiaro – veniva consumata dai partecipanti alla cerimonia ed il resto (grasso, ossa)
bruciato in olocausto agli dei
7
. Alla thysía si contrapponeva l’enágisma, riservato al culto
dei morti, delle divinità infernali ed agli eroi (categoria cui invece appartiene Eracle):
l’animale, qui a manto scuro, veniva interamente bruciato. Parlare infine delle acque sulfu-
ree non credo a questo punto serva a molto per sostenere l’esistenza sul Madore di un cul-
to ad Eracle.
 Le lamine e la liturgia del tempio
l Vassallo sostiene riguardo alle lamine che «si tratta probabilmente di elementi decora-
tivi di corazze, forse di cuoio, a cui le placche metalliche venivano applicate sul profilo
inferiore. Ma non è da escludere un impiego come pettorali, sempre di corazze, o decora-
zioni di altri elementi dell’armatura»
8
. Ne prende in esame principalmente le due con rap-
presentazione antropomorfa, trascurando quella con protomi taurine che con i suoi signi-
ficati, proiettandoci verso Agrigento, è contestuale al Tempio di Afrodite/Sepolcro di
Minosse. Le affermazioni del Vassallo non lasciano molto soddisfatti. Secondo la mia tesi
queste lamine hanno un valore religioso (per il Vassallo i volti hanno «un significato ma-
gico ed apotropaico»
9
) come dimo-
strano le protomi taurine visibili in
una che ricordano il tema del toro
(Minotauro) collegato alla fertilità, e
la somiglianza nei tratti di un’altra con
decorazione antropomorfa (v. fig. 5
accanto) a quella di Terravecchia di
Cuti (v. fig. 6 pag. successiva in alto),
che si ritiene rappresenti una figura
femminile. Questa lamina avendo un
7
V. Studio archeozoologico dei resti faunistici rinvenuti a Colle Madore, Maurizio Di Ro-
sa, in Colle Madore/Un caso di ellenizzazione in terra sicana, a cura di S. Vassallo, Pa-
lermo 1999, pagg. 255-266.
8
V. kalòs - anno XI n. 3 maggio/giugno 1999, Colle Madore, un nuovo sito nella Sicania,
Stefano Vassallo, pag.32.
9
Ibidem.
I
19
soggetto femminile non può che essere
connessa con la divinità femminile
(Gran Madre o Demetra, o con la
stessa Afrodite). Le lamine risultano
quindi essere probabilmente degli ex
voto come cercherò di spiegare meglio
analizzando un brano del III libro
dell’Odissea di Omero. Il brano in
questione (che riporto nella traduzione di Enzio Cetrangolo da un’edizione FABBRI del
2000) è quello del sacrificio celebrato da Nestore in onore di Atena. Dal brano ricaviamo
utili informazioni:
a) il rito è una thysía: Atena è divinità di terza funzione con un piede nella secon-
da, femminile ed olimpica, la vittima sacrificale è a manto chiaro;
b) Laerce lavora l’oro trasformandolo in lamine per ornare l’animale da sacrifica-
re;
c) Areto porta acqua lustrale in un lebète (bacino);
d) compare la scure sacrificale sacra al Minotauro (tέìckuç, v. 442 e 449 del te-
sto greco);
e) compaiono gli spiedi.
(v. immagine in copertina)
“E come nel cielo Aurora rifulse
che rosee ha le dita, il gerenio guerriero
Nestore sorse dal letto, e uscito di fuori
sedé sopra uno dei lisci troni marmorei,
grandi davanti alle altissime porte.
Ivi soleva un tempo Neleo sedere
simile a un dio nel consiglio; ma già dalla
morte
domato, egli era sceso alle case dell'Ade,
e Nestore or vi sedeva, gerenio guerriero,
degli Achei protettore e lo scettro teneva.
Intorno gli stavano i figli, che usciti
eran dai talami, Echefrone e Stratio
e Perseo ed Areto e simile a un dio
Trasimede; sesto poi venne Pisistrato forte:
conducevano seco Telemaco e al fianco del
padre
lo fecer sedere. Nestore allora, gerenio guer-
riero,
cominciò in questo modo a parlare:
«Compite, o cari figliuoli, la mia volontà
senza indugio: così ch'io mi renda propizia
primamente fra i numi Pallade Atena
che a me si svelò nel banchetto divino.
Si rechi nei campi a cercar la giovenca
uno fra voi, e qui la sospinga il bifolco;
vada un altro alla nave del prode Telemaco
e tutti i compagni a me guidi; ne lasci
a guardare la nave due solamente; poi chia-
mi
un terzo Laerce l'orefice; venga egli qui
e indori le corna alla bianca giovenca.
Gli altri rimangano; si dica alle ancelle
che la mensa preparino e i seggi
e legna per ardere ed acqua lucente».
Così aveva detto; e tutti si diedero attorno
affrettandosi; venne la bianca giovenca
dai campi; vennero poi dalla nave
i compagni del prode Telemaco; e venne
gli arnesi dell'arte recando l'orefice,
martello ed incudine e tenaglie ben fatte:
strumenti per battere l'oro e foggiarlo; e
venne
partecipe al rito Atena invisibile.
20
Nestore, il vecchio guerriero, diede il metal-
lo;
e Laerce, dopo averlo battuto, ne cinse
le corna alla bianca giovenca, così che la
dea
gioisse del dono fulgente guardando; la por-
tano
per le corna all'altare Stratio ed Echefrone;
acqua lustrale in un lebete, ornato a sbalzo
di fiori,
con una mano Arete recava lasciando le
stanze
e con l'altra un canestro ricolmo di orzo;
stringeva una scure tagliente Trasimede
in pugno, già pronto a colpire la vittima.
Perseo il vaso reggeva a raccogliere il san-
gue.
Nestore, il vecchio guerriero, iniziò il sacri-
ficio;
si terse le mani, l'orzo cosparse, e fervido
Atena pregando, gettò nella fiamma
cricchiante i peli tagliati del capo.
Poi ch'ebbe pregato e gettato l'orzo nel fuo-
co,
Trasimede, intrepido figlio di Nestore,
inferse subito il colpo. La scure
i nervi recise del collo, disciolse
alla bianca giovenca la forza. Un ululo
levarono acuto le figlie, le nuore e la sposa
casta di Nestore Euridice, figlia maggiore
di Climeno. Poi, sollevata dal suolo
tennero ferma la bianca giovenca
con in alto la testa, e Pisistrato
la forò nella gola. Fluiva nerastro
il sangue; dall'ossa usciva la vita; tagliarono
in pezzi le cosce, come il rito comanda,
in duplice strato di grasso le avvolsero
e sopra vi misero crudi brani di carne;
il vecchio le arse su legna spaccate
il fulgido vino spruzzando sul fuoco; dattor-
no
gli stavano i giovani, in mano spiedi dentati.
Arse che furon le cosce, gustate le viscere,
divisero in parti più piccole il resto,
negli spiedi poi lo ficcarono, e in mano
tenendo gli spiedi appuntiti
giravano lenta la carne sul fuoco.
Di Nestore intanto la figlia più giovane,
la bella Policasta, lavava Telemaco;
lavato che l'ebbe e cosparso di lucido olio,
di un bel manto l'avvolse e di tunica lunga;
e fuori dal bagno il giovane uscì:
tanto era bello che un dio somigliava nel
corpo;
sedé al fianco di Nestore, pastore di genti.
Tolte che furon le carni poi dagli spiedi
tutti sedettero a mensa; esperti coppieri
attendevano a mescere vino in aurei crateri.”
Colleghiamo quanto detto con tutto quello che è stato scritto, ne ricaviamo un’idea
di quella che poteva essere la liturgia del tempio sul Madore. Un’ultima riflessione va
condotta sulle lamine, il cui concetto compare nel brano: è il concetto di qualcosa che si
aggiunge al dono in olocausto, quindi di un oggetto che presentandosi in teoria da solo
sembrerebbe essere un dono, un ex voto. Non si vuole negare a priori che le nostre lamine
fossero portate addosso da qualcuno, ma da un punto di vista pratico risulta difficile pensa-
re ad esse come elementi d’abbigliamento a causa della loro forma che giace su un piano
non convesso.
 Influenza imerese o acragantina?
assiamo ad esaminare la questione dell’influenza imerese sul nostro insediamento dal
punto di vista di altri reperti che non quello dell’edicola già trattato. Parte del materia- P
21
le recuperato, grazie alla dona-
zione e durante le due campa-
gne di scavi del ’95 e del ’98),
rivela un’ascendenza egeo-
minoica (che ci proietta con i
suoi significati verso il versante
agrigentino): a) nel modellino
fittile di capanna circolare (VII
sec. a.C.); b) in un cratere dalle forme orientali; c) tramite la presenza di protomi taurine
in una delle sette lamine bronzee decorate a sbalzo (VII sec. a.C.), di cui due con decora-
zione antropomorfa; d) nei resti di edifici a pianta circolare (VIII sec. a.C.); e) nei reperti
di stile Thapsos, f) la dott.ssa V. Tardo ha dichiarato riguardo alla ceramica indigena che
esistono frammenti con «protomi taurine»
10
(e che su un peso da telaio, che potrebbe esse-
re un ex voto, «è stato forse inciso un pesce»
11
: potrebbe essere un delfino – mammifero
acquatico – sacro ad Afrodite?). Il Vassallo afferma che il ritrovamento di «frammenti di
antefisse con decorazioni a palmetta pendula di tipo campano, ampiamente diffuse ad Hi-
mera, dove sono state rinvenute nel temenos di Athena e nell’abitato, e da cui vennero
probabilmente importate», con gli altri ritrovamenti di oggetti che ritiene importati pure da
Himera
12
, «costituiscano un buon riscontro della presenza imerese sul Madore». Vediamo
analiticamente nel dettaglio:
a) le antefisse (v. fig. 7 in alto) sono uguali a quelle provenienti da un temenos di
una divinità femminile di terza funzione secondo lo schema dei sistemi religiosi indoeu-
ropei, e starebbero tranquillamente bene nel Tempio di Afrodite rafforzando ulterior-
mente la mia tesi; inoltre, per questa ristretta tipologia, centro d’introduzione in Italia fu
la Campania per tutta la fascia tirrenica costiera meridionale: che provenissero da Hime-
ra non è un caso di particolare circoscrizione poiché il percorso commerciale sembra
scontato e non legato ad una tipicità imerese;
b) la sola presenza di anfore e coppe provenienti da Himera non ci dice diretta-
mente molto: la marca dell’ellenizzazione del centro sicano di Colle Madore deve esse-
re ricercata in quei reperti che sono testimonianza di una cultura, di un pensare, di
un credere. Chiunque avrebbe comprato ed usato le anfore provenienti da Himera se bel-
le e convenienti, tuttavia avrebbe continuato a vivere un ethos che presenta diversi ag-
ganci con il versante di Akragas (ad esempio: i Giapponesi stanno imparando ad usare le
posate occidentali, ma non per questo hanno smesso di essere scintoisti).
Viste tutte le nostre considerazioni e la tesi generale posso concludere che l’unica
influenza proveniente da Himera riguardava solamente i prodotti commerciali.
10
Il sito archeologico di Colle Madore, a cura di V. Tardo, Lercara Friddi 2000, pag.17.
11
Op. cit. pagg. 24-25.
12
Sono stati ritrovati: “due frammenti di cosiddetti bacini mortai, decorati sulle anse a
rocchetto con maschera di Gorgone”; “frammenti di coppe tardo arcaiche del tipo cosid-
detto Iato k480”; “anfore commerciali” la cui “varietà di importazioni […] trova riscon-
tro solo ad Himera”. V. Il territorio di Himera in età arcaica (estratto di KOKALOS, XLII
1996), S. Vassallo, pagg. 210-211.
22
 Da Eracle a Minosse?
itengo che la ricostruzione della parte mancante della
figura dell’edicola (v. fig. 8 accanto in alto) proposta
dal Vassallo non sia corretta. Ci sono cose che non con-
vincono. Ho simulato quell’atto che lui definisce di attin-
gimento ad una fonte. Questi sono i risultati. L’uomo nudo
è seduto sul bordo della vasca con il piede sinistro su
un’anfora ed il destro poggiato a terra, il braccio destro a)
proteso in avanti con il palmo della mano aderente ad una
superficie frontale o b) alzato a mo’ di segnale (saluto o
altro), infatti la mano sembra fuoriuscire da quello spazio
a sfondo rettangolare in cui è inquadrata la testa. Doman-
da: che cosa fa il braccio sinistro?
Molto difficilmente potrebbe tenere un’anfora per
riempirla. Se fossi stato al suo posto avrei usato il braccio
destro, riempiendo l’anfora dalla sorgente che compare a
sinistra (chi ha scolpito l’edicola sapeva che di norma la
gente non è mancina), poi il piede sinistro alzato e posto
sull’anfora a terra pregiudica l’equilibrio: quell’uomo do-
vrebbe cadere dentro la vasca. Il braccio sinistro non può
essere slanciato in avanti, in quelle condizioni la mano si-
nistra dev’essere a) sulla coscia corrispondente o b) sulla
parete di sfondo al fine di tenere l’equilibrio (v. nuova mia
ricostruzione fig. 9 accanto). Nell’idealità dell’immagine
scolpita una sorgente d’acqua a destra servirebbe solo per i
mancini, cosa che mi sento di escludere (a meno che una
non sia per l’acqua fredda ed una per l’acqua calda). Es-
sendo nudo quell’uomo sta forse entrando nella vasca. E
questo ricorda molto l’episodio della morte di Minosse
presso Cocalo.
 Pindaro e il Madore: un connubio possibile
ei miei studi sul Madore sono pervenuto ad una convinzione così profonda e razio-
nale (tanto da definire lo sviluppo della mia tesi, che pone il Tempio di Afrodi-
te/Sepolcro di Minosse sul nostro colle, una archeologia more geometrico demonstrata)
che ormai non ho molta difficoltà ad ipotizzare aspetti che vanno al di là del dato stretta-
mente archeologico, trovando al contempo una motivazione fondante che pone le sue radi-
ci nel complesso dei risultati delle mie ricerche, un complesso che per la sua intima coe-
renza ed organicità, finora non smentito da alcunché, consentitemi di definire sistema. Di-
cendo ciò non voglio prestare il fianco ad eventuali critiche: il mio metodo non è mai stato
di ricostruzione fantasiosa e scriteriata, in altre parole è accaduto qualcosa di simile al pas-
R
N
23
saggio dai presocratici a Platone. I fisiologi ricercavano una causa meramente fisica, Pla-
tone ha scoperto una causa soprasensibile: fuor di metafora, la ricerca non può essere solo
archeologica, come era solo fisica quella dei presocratici, occorre l’ausilio di tutte quelle
forme di ricerca che sostengono l’analisi storica, così Platone per spiegare la realtà fisica si
avvalse della metafisica scoprendo una dimensione di cause intelligibili. Non si può spie-
gare un oggetto solo analizzando il suo aspetto materiale, dobbiamo anche capire e pene-
trare nella cultura che lo ha prodotto e lo ha usato. L’oggetto ed il suo uso sono l’ultima
tappa di un processo di natura spirituale, solo da quello non sapremo mai chi lo ha usato e
perché: l’analisi storica è superiore a quella archeologica perché si pone l’obiettivo di rin-
tracciare questo spirituale che connota l’uomo protagonista degli eventi: è l’ethos a spiega-
re le cose, non viceversa. Da questo punto di vista il dott. Vassallo come archeologo, pe-
raltro dottissimo e preparatissimo, ha legittimamente usato un metodo di analisi materiale
sui ritrovamenti provenienti ed inerenti al Madore. Dal mio canto sono voluto andare “ol-
tre”, utilizzando la metafora platonica diciamo che ho fatto anch’io nella nostra ricerca “u-
na seconda navigazione”, cioè un’analisi che pone cause metasensibili: se non cerchiamo
di capire il “perché” delle cose in maniera razionale, il “che cosa è” ci farà rimanere anco-
rati ad un livello di conoscenza molto arido che non ci consentirà la possibilità di uno
sguardo sinottico (per questo ho chiamato il complesso delle mie spiegazioni sistema).
Dopo questa premessa di carattere metodologico (è anche giusto far comprendere come
sono giunto formalmente – secondo quale criterio – alle mie affermazioni: la mia forma
mentis è spiritualista, non materialista) posso esporre questo argomento nella logica del
mio sistema. Non escludo, come chiarirò, che il poeta Pindaro abbia avuto a che fare con
il Colle Madore sede del Tempio di Afrodite/Sepolcro di Minosse. Di ciò non c’è prova: è
verosimile crederlo. Innanzitutto alcune notizie biografiche su Pindaro.
«Nacque a Cinocefale presso Tebe, molto probabilmente nel 518. Apparteneva alla
nobilissima famiglia dorica degli Egidi, originaria di Sparta; e fu per tutta la sua vita inter-
prete fedele del mondo spirituale dell’aristocrazia. […]Nel 490, l’anno della battaglia di
Maratona, Pindaro era già un poeta famoso: […]era già in relazione con Senocrito, fratello
di Terone di Agrigento, di cui celebrava la vittoria a Delfo (Pitica VI). […]Nel 476 si recò
a Siracusa alla corte di Ierone […]. Nello stesso anno scrisse per Terone di Agrigento pri-
ma l’Olimpica III, poi l’Olimpica II: nella prima, lieta e serena, celebra la vittoria di Tero-
ne con la quadriga […]; nella seconda, adombrata di mestizia, consola la vecchiezza del
tiranno […]. Certamente il poeta fu anche ad Agrigento, alla corte di Terone. Ma in Sicilia
rimase poco, soltanto uno o due anni: era uno spirito troppo fiero ed altero per vivere nelle
corti. […]Dopo il 446 non troviamo più nessuna notizia del poeta»
13
.
Già da questo possiamo credere che Pindaro non si sia disinteressato delle vicende
che portarono alla purificazione del sepolcro di Minosse ed alla pseudo-vendetta della
sua morte in Sicilia ad opera di Cocalo: è stato a contatto diretto con Terone, discendente
da una famiglia dorica, protagonista di quegli eventi nel 483/482 a.C., per poter pensare
che li abbia ignorati e non abbia voluto vedere questo celebre tempio/sepolcro trovando-
visi molto vicino. Posso quindi non escludere e pensare come plausibile una visita di
13
DISEGNO STORICO DELLA LETTERATURA GRECA, G. Perrotta, Milano 1967,
pagg. 92-94.
24
Pindaro al Tempio di Afrodite/Sepolcro di Minosse nel 476/475 a.C. Due altre cose mi
suggestionano: la datazione di un’arula (v. particolare fig. 10 sotto) rinvenuta sul Madore
(seconda metà VI-inizi V sec. a.C.), che ha come soggetto una “corsa di quadriga” (il
soggetto è ripetuto lungo la superficie) ed il ritrovamento di una analoga nei pressi di Ge-
la, città di provenienza della famiglia di Terone, gli Emmenidi. Quest’immagine vuole
forse celebrare la vittoria di Terone cantata da Pindaro?
25
CAP. III
III stagione di ricerche archeologiche:
arriva Minosse
«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
Inferno V,16-24
ritrovamenti di parti di statuette di Demetra nella campagna di scavi di marzo-giugno
2004 sono un evento estremamente significativo che avevo intuito già dal 2001
nell’ottica dei miei studi, evento che ne conferma la certa ed inconfutabile validità
scientifica con le ulteriori analisi che ora esporrò. Nessuno all’infuori di me aveva legato
in maniera specifica Demetra al sito di Colle Madore ed alla sua area sacra. Tenendo il let-
tore sempre presente il mio saggio ne richiamo due passi. 1) «[…]L’Afrodite del Sepolcro
di Minosse […] rappresenta i medesimi caratteri della fecondità e della produttività di
Demetra». 2) (parlando di una lamina con ragionamenti precedenti concludevo) «Questa
lamina avendo un soggetto femminile non può che essere connessa con la divinità femmi-
nile (Gran Madre o Demetra, o con la stessa Afrodite)». Questa possibilità che si è attuata
mi consente di dire da vichiano che il vero è stato accertato. Questi rinvenimenti – testi-
monianza di un culto a Demetra – sono forieri di importanti illuminazioni che ci aprono le
porte alla comprensione di altri nostri reperti. Non esiste innanzitutto nel Tempio di Afro-
dite/Sepolcro di Minosse contraddizione tra Afrodite e Demetra perché come già detto
«[…]l’Afrodite del Sepolcro di Minosse […] rappresenta i medesimi caratteri della fecon-
dità e della produttività di Demetra»; vi è una interscambiabilità (non so se diacronica o
sincronica) tra le due divinità in questo caso con gli stessi attributi. L’immagine della ge-
stazione e dell’allevamento dei figli da parte della donna veniva paragonata a quella della
natura ctonia nelle sue fasi di produzione e di sostentamento. Questo avvicinamento con-
cettuale creò per i Greci una ambiguità d’identificazione dalla divinità indigena originaria
le cui caratteristiche si prestavano per una assimilazione in tal senso (si vedano per esem-
pio le forme devozionali analoghe di Afrodite a Nasso e di Demetra a Siracusa). Menziono
un altro brano del mio saggio. «Dal brano diodoreo emerge che prima della fondazione di
Agrigento il luogo del tά|oç fosse per i Sicani solamente un tempio di Afrodite». È possi-
I
26
bile che dopo la purificazione del Sepolcro di Minosse da
parte di Terone di Agrigento nel 483/482 a.C. Afrodite
fosse stata rimpiazzata, venendo a mancare il motivo del
tά|oç, dalla dea ufficialmente preposta dalla religione
greca alla produttività, vale a dire Demetra; ma non mi
sento di escludere un’eventuale coabitazione (anche in
rapporto di alternanza esclusiva) sino alla definitiva di-
struzione dell’insediamento del Madore nella primavera
del 409 a.C. per mano dei Cartaginesi. Proseguendo nella
mia disamina possiamo notare che del corredo liturgico di
Demetra (e di eventuali divinità femminili, come la nostra Afrodite, preposte alla fecondi-
tà), nei riti religiosi per l’incentivazione della produttività, fanno parte kernoi (vasi multi-
pli), lucerne e torce. Dalla nostra area archeologica provengono 25 frammenti di lucerne, e
2 kernoi (v. fig. 11 in alto) trovati nella zona del tempietto. Queste non sono semplici
coincidenze. Passiamo ora ad una fondamentale e definitiva argomentazione integrativa di
quanto ho già detto (e che qui non ripeto) confutando l’identificazione di Eracle col perso-
naggio dell’edicola. Ormai non ho dubbi che quella figura rappresenti Minosse. Alla luce
del ritrovamento di quello che resta di statuette di Demetra, e della religiosità connessa,
questo brano che seguirà calza alla perfezione al nostro reperto. Leggendo non dobbiamo
trascurare queste notazioni di collegamento all’impianto di analisi: 1) le vicende di Deme-
tra e della figlia Persefone rievocano nella forma del mito il ciclo naturale di morte e di
rinascita delle stagioni (c’è analogia con quanto sotto detto); 2) nella raffigurazione della
nostra edicola c’è una vasca, e la nostra area sacra con gli ambienti circostanti, secondo la
mia tesi, è il Tempio di Afrodite/Sepolcro di Minosse (altra analogia sotto esaminata quella
del rapporto figurativo-concettuale vasca/sarcofago); 3) l’immagine dell’edicola, come
meglio si leggerà, ha una doppia dimensione comunicativa: una mitologico-religiosa (che
è quella a noi più evidente) ed una politica. Il brano è riportato senza note.
MYTHOΣ – rivista di storia delle religioni n. 1 – 1989
DEDALO, MINOSSE E COCALO IN SICILIA
Roberto Sammartano
«[…] I Rodio-Cretesi, che si vantavano di discendere direttamente tanto da Dedalo
quanto da Minosse, potevano sfruttare questo motivo mitico come veicolo paradigmatico
che giustificasse la loro presenza politico-militare nell’isola come naturale conseguenza
della loro antica presenza civilizzatrice. Riconosciamo, certamente, che a questo punto
verrà spontaneo obiettare che nel racconto tale mitica presenza cretese in Sicilia sembra
scadere in un fallimento, dal momento che Minosse muore durante l’impresa di ricongiun-
gimento a Dedalo. Ma ciò, ad un’approfondita analisi, non destituisce affatto valore alle
potenzialità propagandistiche dell’intero episodio. Riteniamo, anzi, che esse, in ultima i-
stanza, risiedano essenzialmente proprio nel motivo della morte di Minosse in Sicilia, no-
do centrale di tutte queste vicende, che è investito di un significato ben preciso dal partico-
lare delle modalità secondo cui tale morte sarebbe avvenuta. Apprendiamo da diversi auto-
ri, anche se di epoca tarda, che egli fu ucciso a tradimento, per mezzo di acqua bollente
versatagli sopra mentre faceva il bagno, quando, ospite nella reggia di Cocalo, attendeva
27
che gli fosse riconsegnato Dedalo. Questo della morte nella vasca da bagno, com’è stato
dimostrato dal Lavagnini, è un motivo cultuale ricorrente in altri miti altrettanto noti del
mondo greco, addirittura di lontana ascendenza preellenica: la vasca da bagno sarebbe la
raffigurazione mitica del sarcofago. Ma anche il motivo dell’acqua bollente quale strumen-
to di morte ha un suo preciso significato cultuale. Sappiamo che nella mitologia, in genere,
l’acqua è l’elemento che ha, per eccellenza, proprietà purificatrici e rigeneratrici:
l’immersione nell’acqua e la susseguente riemersione equivalgono alla morte e alla rina-
scita. In più, nel nostro caso, l’acqua è bollente, quindi alla simbologia dell’acqua si ag-
giunge quella del fuoco, altro elemento che ha notoriamente proprietà catartiche e rinnova-
trici. La Seppilli ha accostato, infatti, questo della morte di Minosse ad una serie di motivi
mitici isotopi, relativi allo smembramento e immersione di corpi in una caldaia o lebete
pieni d’acqua bollente. Essi rispondono ad una forma intensificata, per esigenze di rappre-
sentabilità, del complesso mitico-rituale del tuffo o immersione nell’acqua, cioè viaggio
iniziatico agli inferi e ritorno. In seguito all’immersione nella caldaia, morte temporanea,
avviene un, ringiovanimento, una rinascita, o, in ogni caso, un cambiamento di status. A
tal proposito, ci sembra indicativa la scelta di qualche termine specifico, da parte di alcuni
autori, per parlare della morte di Minosse. Apollodoro, adopera, ad esempio, il verbo
µctoììάooe che vuol dire soprattutto, com’è noto, cambiare, mutare condizione, ed in
Callimaco il termine bagno è reso con ìoctµά, che significa anche acqua lustrale, lavacro
per i morti. […] Da quanto detto risulta evidente, comunque, che questo motivo mitico
doveva avere in origine lo specifico valore sacrale di un rito di rinascita. E il suo ambien-
tamento in una zona ben precisa della Sicilia lascia sospettare che la forma religiosa con
cui era rappresentato servisse a caricarlo di una particolare valenza simbolica. Consideran-
do Minosse, come abbiamo fatto, il simbolo della presenza cretese nella Sikania in età mi-
noico-micenea, quale inevitabile conseguenza politico-militare della presenza civilizzatri-
ce dedalica, la sua morte può essere interpretata come la rappresentazione in chiave mitica
dell'arresto che, nella coscienza dei Greci, questa presenza dovette subire ad un certo mo-
mento, visto che, assai probabilmente, non si aveva la benché minima attestazione di con-
tinuità di rapporti tra il mondo egeo e la Sicilia durante i cosiddetti secoli bui. Tale lacuna
veniva in un certo senso colmata grazie all'espediente della morte rituale di Minosse, poi-
ché essa, vista in ottica mitico-religiosa, non era altro che una morte temporanea, la prima
parte di un processo rigenerativo, il cui compimento veniva ora affidato alla nuova presen-
za coloniale cretese. Si può pertanto avanzare l'ipotesi che il particolare della morte del re
cretese in Sicania, avvenuta secondo tali specifiche modalità, fosse frutto della propaganda
politica dei primi colonizzatori rodio-cretesi, tendente a dimostrare che la rinascita di Mi-
nosse si fosse concretizzata in loro che erano i legittimi eredi del re cretese, e quindi i
nuovi Minosse. Egli, morendo nella Sikania, rimaneva in tal modo sacralmente legato a
questa terra; così, rispetto alla sua azione, avvenuta in illo tempore, la nuova presenza cre-
tese doveva essere considerata ad un tempo opera riparatrice e rigeneratrice.»
Per concludere voglio evidenziare un’affermazione del valentissimo dott. S. Vas-
sallo sull’edicola, che mi pare contraddittoria, tratta da SICANI ELIMI E GRECI – Storie
di contatti e terre di frontiera (a cura di Francesca Spatafora e Stefano Vassallo), Paler-
mo 2002, pag. 112.
28
«L’iconografia rende possibile l’identificazione con Eracle (anche se nel caso della
nostra edicola l’eroe sarebbe privo dei tradizionali attributi: clava, arco, leonté.»
Se una sostanza è priva di determinati accidenti non è quella che è se li avesse. In
parole povere la figura dell’edicola in quanto antropomorfa non può essere necessariamen-
te Eracle per il discorso delle acque sulfuree (motivazione a mio modesto avviso molto
insufficiente): non dobbiamo dimenticare che il culto per Demetra e Core era anche con-
nesso con le sorgenti d’acqua. Eracle dunque non è, e non può essere che sia. Mentre è
Minosse sulla base delle mie ricerche che rimangono sempre organiche e coerenti (un si-
stema). Per il Madore sono certificati (v. Studio archeozoologico dei resti faunistici rinve-
nuti a Colle Madore, Maurizio Di Rosa, in Colle Madore/Un caso di ellenizzazione in ter-
ra sicana, a cura di S. Vassallo, Palermo 1999, pagg. 255-266): la thysía (forma liturgica
incompatibile con Eracle e compatibile con Demetra/Afrodite del sepolcro di Minosse), i
resti di un maiale/scrofa e di vari bovini (la scrofa e la vacca erano vittime sacrificali per
Demetra).
 Un richiamo ad Astarte e la presenza della svastica
ra le varie significative testimonianze provenienti dai
reperti archeologici di Colle Madore vi è una iscrizione
incisa in lingua punica
14
, prodotta sopra un’anfora, la quale
nell’orizzonte del mio sistema d’analisi (che nella nostra
zona archeologica individua scientificamente il Tempio di
Afrodite/Sepolcro di Minosse) trova una spiegazione della
sua presenza. Questa incisione è stata datata tra la fine del
VI e l’inizio del V sec. a. C. Si tratta di un nome proprio di genere maschile così tradotto:
cliente-della-leonessa. La leonessa dovrebbe essere Astarte (divinità punica che farebbe
richiamo alla spiritualità fenicio-orientale). L’elemento fondamentale di mediazione per
comprendere è il culto di Afrodite nell’elima Erice, un culto con ascendenze egeo-
minoiche che è d’origine indigeno-sicana: secondo il mito fondato da un figlio di questa
dea – l’eponimo Erice – avuto con un Sicano – l’eroe Butas – poi ucciso da Eracle.
L’Afrodite Ericina è analoga all’Afrodite del Sepolcro di Minosse. Quindi se ad Erice nella
primordiale dea indigena un osservatore greco vi vedeva Afrodite ed uno cartaginese A-
starte, niente di strano che un Cartaginese vedesse Astarte nell’Afrodite del Sepolcro di
Minosse, ossia in quella che a ragion veduta possiamo definire Afrodite Madorina. Mentre
la venerazione di Eracle non ha completamente nessun riscontro sul Madore, ed anzi af-
fermarla è contraddittorio verso quanto è emerso da tutti gli scavi archeologici – che è un
dato di fatto inoppugnabile – e dai miei studi – che nessuno ha mai confutato –, quella di
Afrodite vi trova, oltre a ciò che da me è già stato scritto in forma deduttiva, testimonianze
dirette: 1) ad Afrodite è legata, nella cultura indigena, la rappresentazione della svastica; ce
n’è una sul fondo di un frammento di ceramica locale rinvenuto sul Madore esposto nella
14
V. Un graffito punico da Colle Madore, Rossana De Simone, in Colle Madore/Un caso
di ellenizzazione in terra sicana, a cura di S. Vassallo, Palermo 1999, pagg. 285-286.
T
29
sala museale di Lercara (v. fig. 12 pag. precedente), quello che resta di una scodella la
quale fa pensare per ciò ad un suo uso sacrale; 2) ad Afrodite erano sacri i capri; nella do-
cumentata thysía del Madore
15
– in palese contrasto con una devozione ad Eracle – vi è
l’esistenza di resti di ovinocaprini. Se qualcuno affermasse ancora che sulla nostra edicola
votiva fosse raffigurato Eracle sosterrebbe in definitiva un dogma (ed il perché l’ho già
lungamente spiegato), e se poi si richiamasse al fatto delle acque sulfuree (che sarebbero
sgorgate al passaggio di Eracle, parlandone poi come se questo personaggio mitologico
fosse realmente transitato dal Madore) commetterebbe un altro errore di valutazione: va
ricordato che la religiosità verso Demetra e Core (e questo è detto in relazione al ritrova-
mento di parti di statuette della prima) era collegata pure alle acque sorgive, e che nel caso
di Afrodite (la cui venerazione sul Madore, come testé esposto, lascia anche le sue tracce
materiali) si connetteva anche alla venerazione da parte degli indigeni, siculi e sicani, dei
fiumi. Parlare di Eracle e di acque non dà più alcun fondamento ai fautori di questo bino-
mio.
15
V. Studio archeozoologico dei resti faunistici rinvenuti a Colle Madore, Maurizio Di
Rosa, idem, pagg. 255-266.
30
31
Autori consultati
G. Beloch
L. Bernabò Brea
M. Bernardini
G. Blanda
N. Bonacasa
L. Bruit Zaidman
G. Canale
D. Caruso
C. Caserta
O. Castellino
Q. Cataudella
E. Cetrangolo
G. Clemente
G. Colonna
N. Cusumano
G. D’Anna
E. De Miro
R. De Simone
F. Di Benedetto
Diodoro Siculo
M. Di Rosa
Erodoto
T. Fazello
J. Friedrich
G. Garofalo
G. Giannelli
P. Giordano
V. Giustolisi
G. Glotz
M. Grant
J. Hazel
A. Holm
V. La Rosa
M. Liberto
S. G. Loforte
M. Manfredi
G. Manganaro
S. Mangano
G. Mavaro
F. Montinari
D. Musti
B. Pace
V. Peloso
G. Perrotta
C. Pirrello
G. Pugliese Carratelli
C. Romano
R. Ross Holloway
N. Sangiorgio
P. Scarpi
F. Spatafora
A. Severins
V. Tardo
L. Tirrito
Tucidide
S. Tusa
R. Van Compernolle
S. Vassallo
Fonti iconografiche
L’immagine in copertina è stata tratta da un’edizione dell’Odissea della SEI del 1955.
Le figg. 1, 2, 3, 4, 5, 7, 8 ,10, 11, 12 sono state tratte da Colle Madore/Un caso di elleniz-
zazione in terra sicana, a cura di S. Vassallo, Palermo 1999.
La fig. 6 è stata tratta da Sicilia Archeologica 54-55 Anno XVII-1984, Lamina bronzea con
decorazione antropomorfa da Terravecchia di Cuti, S. Vassallo.
Le cartine e la fig. 9 sono state realizzate da Danilo Caruso.
32
Indice
Introduzione pag. 1
Capitolo I
Chi erano i Sicani pag. 4
Dai mores minoici ai mores sicani pag. 11
Capitolo II
Il centro sicano di Colle Madore: il Tempio di Afrodite pag. 13
Il Tempio di Afrodite e le due distruzioni del sito di Colle Madore pag. 14
L’etimologia, l’edicola ed il bacino per acqua lustrale pag. 16
Le lamine e la liturgia del tempio pag. 18
Influenza imerese o acragantina? pag. 20
Da Eracle a Minosse? pag. 22
Pindaro e il Madore: un connubio possibile pag. 22
Capitolo III
III stagione di ricerche archeologiche: arriva Minosse pag. 25
Un richiamo ad Astarte e la presenza della svastica pag. 28
Autori consultati pag. 31
Fonti iconografiche pag. 31
Indice pag. 32

































CATANIA novembre 2004