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UN SISTEMA FORMATIVO CHE INVESTE SULLE PERSONE

IL TEMPO DELLE DONNE
empo tiranno. Alle donne impegnate in politica è richiesta una ulteriore capacità, oltre a quelle di essere competenti, combattive e razionali più degli uomini: saper gestire magistralmente il tempo, conciliando gli impegni lavorativi e privati in modo sempre equilibrato. Un compito a dir poco arduo date le condizioni normative, sociali e culturali proprie del nostro Paese. La capacità di conciliazione non è una caratteristica individuale, ma il frutto di una politica che mette a disposizione di donne e uomini gli strumenti idonei ad una equa ripartizione e condivisione dei ruoli, a cominciare da quelli familiari. Per liberare il tempo, senza sottrarlo agli affetti più cari. Per liberare le donne da un’anacronistica gabbia in cui spesso si mettono da sole per rassegnazione. La conciliazione tra tempi di vita, di lavoro e di impegno nel sociale o in politica, influenza i progetti personali e familiari e si intreccia ad altre complesse necessità: quella dell’occupazione, dell’organizzazione del lavoro, della rete dei servizi, della qualità della vita di una intera società. La conciliazione dovrebbe essere tra le priorità dell’agenda politica, soprattutto ora, in un momento drammatico per l’Italia nel quale le donne chiedono a gran voce di essere protagoniste di cambiamento. Chi ci governa pensa evidentemente che di questo protagonismo non ci sia alcun bisogno e che la maternità sia un affare esclusivo delle donne, come dimostra il taglio ad alcuni servizi primari assistenziali, la totale disattenzione verso i diritti delle madri lavoratrici, l’impoverimento degli Enti

di Anna Pariani, Vice presidente Gruppo PD

ovvero tutto ciò che il governo e la maggioranza di centrodestra ha deciso di non fare…
di Palma Costi, Consigliera regionale PD

T

redazionale

locali proprio nel settore del welfare e dei Nidi. Porre al centro delle dinamiche familiari la relazione padre-madre e la condivisione dell’impegno di cura agli anziani, offrire quindi alla donna la possibilità di esprimere la sua carica positiva e propositiva anche al di fuori della casa, è un risultato che si ottiene attraverso sostegni concreti e norme paritarie, non a chiacchiere. Ennesima occasione perduta, quella della manovra finanziaria correttiva di settembre. Gli esponenti del centro destra si riempiono la bocca di elogi alla famiglia, della necessità di incrementare la natalità e via dicendo, ma fra le decisioni prese al termine dello scellerato balletto estivo non ve n’è una che vada in questa direzione. Anzi, solo tasse e tagli che vanno contro la famiglia e le donne. Senza un’azione positiva come, ad esempio, l’incentivazione del congedo parentale maschile, una politica di sostegno pubblico alla non autosufficienza, agli asili nido, al tempo pieno nelle scuole o, ancora, il ripristino del finanziamento nazionale all’imprenditoria femminile. Da troppo tempo il mondo del lavoro spinge le donne in posizioni marginali, al part-time, a salari e stipendi più bassi degli uomini e nessuno sembra capire che parte della crisi è dovuta anche a questo. La politica, è evidente, ha bisogno di noi e dei nostri tempi. Per realizzare le condizioni minime alle quali le donne possano dare un contributo forte al rilancio dell’economia e allo sviluppo di una società che, facendo a meno di loro, sta invecchiando e impoverendo a vista d’occhio. Tempo scaduto!

n Emilia-Romagna nell’anno scolastico 2010-2011 sono stati 38.649 gli studenti impegnati nell’istruzione professionale, cioè il 23,62% degli iscritti alla scuola superiore, mentre circa 6 mila sono i giovani che frequentano la formazione professionale. La nostra è la prima regione per numero di studenti che frequentano gli istituti tecnici e i professionali (61%). Per valorizzare questa realtà e contribuire ad un rapporto positivo tra sistema formativo e mondo del lavoro, lo scorso giugno abbiamo approvato una legge regionale di riforma che ha introdotto un percorso unitario tra istruzione e formazione professionale, flessibile e personalizzato. Già da questo anno scolastico, dunque, i ragazzi hanno a disposizione un percorso triennale, il primo anno nella loro scuola e i due successivi, a scelta, o nello stesso istituto professionale o in un centro di formazione che li orienti più direttamente al lavoro. Quanto agli studenti appena diplomati alla scuola secondaria di primo grado, possono iscriversi a un percorso quinquennale di istruzione secondaria superiore - liceale, tecnica o professionale - oppure al percorso unitario di istruzione e formazione professionale di tre anni. Di fatto abbiamo integrato gli istituti scolastici e quelli della formazione con l’obiettivo di ridurre al minimo la dispersione scolastica e l’abbandono. Credo sia davvero fondamentale, oggi, rafforzare le competenze di base e dare più opportunità di scelta ai ragazzi, soprattutto a quelli con percorsi formativi frammentati, affinché non ci siano giovani che debbano scontare l’insuccesso scolastico e perdere così “il treno” di un lavoro qualificato. Il nostro sistema di Istruzione e formazione permette flessibilità nella scelte a 13 anni (perché si può restare nella scuola o rivolgersi alla formazione), permette di uscire e rientrare con “passerelle” tra scuola e formazione e innova la didattica nella scuola e nella formazione professionale, perché i due sistemi progettano i percorsi assieme. Un investimento contro l’abbandono e la dispersione è necessario in Emilia-Romagna e in misura ancora maggiore in tante zone del Paese, dove troppi lasciano la scuola e la formazione, con il rischio vero di passare dall’abbandono scolastico ad un difficile accesso al lavoro. La Regione investe 55 milioni di euro all’anno in questo nuovo sistema integrato, che mira a valorizzare la cultura del lavoro e ad assicurare a tutti un conseguimento scolastico, curando in particolare il delicato momento di passaggio dalla scuola media alla scuola superiore. Si tratta di una strategia inclusi-

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va, che investe sulle persone. In linea con la strategia Europa 2020, le competenze che i giovani potranno acquisire nel triennio corrispondono alle figure nazionali correlate al Sistema Regionale delle Qualifiche e riconosciute dall’analogo Sistema europeo. Senza entrare in ulteriori tecnicismi, è significativo che gli operatori del settore, le autonomie scolastiche e formative, gli enti locali e le parti sociali, abbiano trovato piena convergenza sulla riforma e collaborato con la Regione alla sua definizione. Tutti d’accordo nel monitorare il primo anno di applicazione e verificare la possibilità di migliorarla, ad esempio con l’introduzione di un quarto anno per chi aveva scelto il triennio ma vuole invece arrivare al diploma di maturità. La filosofia di fondo è comunque la stessa che guida le nostre normative nel campo dell’istruzione da diversi anni a questa parte: il sapere come strumento di libertà personale, l’accesso paritario alla formazione e la flessibilità dei percorsi. Ma anche la stabilità, di un sistema che deve essere oggetto di investimenti pubblici e non deprivato e umiliato come succede da tempo per volontà del governo nazionale. Perché a farne le spese sono sempre e solo loro: i più giovani, il nostro futuro.
Voti a favore della consigliera

Il 26 luglio 2011 l’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna ha eletto, in terza votazione e con scrutinio segreto, Roberta Mori presidente della nuova Commissione regionale di Parità.

Roberta Mori (PD) 31 Silvia Noè (UdC) 10
• Schede bianche 2 • Schede nulle 2
Voti a favore della consigliera

GOOD NEWS

Per il Gruppo PD un esito molto positivo e niente affatto scontato. La scelta si è fondata sulla competenza, impegno personale ed equilibrio che la consigliera ha evidenziato come relatrice nell’approfondito e articolato percorso della legge, a garanzia di quel pluralismo che sta alla base degli obiettivi del nuovo organo.