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I popolari indichino la rotta.
Ancora una volta
EDITORIALE
DI ADOLFO URSO
Farefuturo è una fondazione di cultura politica, studi e analisi sociali che si pone l’obiet-
tivo di promuovere la cultura delle libertà e dei valori dell’Occidente e far emergere
una nuova classe dirigente adeguata a governare le sfide della modernità e della glo-
balizzazione. Essa intende accrescere la consapevolezza del patrimonio comune, di
cultura, arte, storia e ambiente, con una visione dinamica dell’identità nazionale, dello
sviluppo sostenibile e dei nuovi diritti civili, sociali e ambientali e, in tal senso, svilup-
pare la cultura della responsabilità e del merito a ogni livello.
Farefuturo si propone di fornire strumenti e analisi culturali alle forze del centrodestra
italiano in una logica bipolare al fine di rafforzare la democrazia dell’alternanza, nel
quadro di una visione europea, mediterranea e occidentale. Essa intende operare in si-
nergia con le altre analoghe fondazioni internazionali, per rafforzare la comune idea
d’Europa, contribuire al suo processo di integrazione, affermare una nuova e vitale vi-
sione dell’Occidente.
La Fondazione opera in Roma, Palazzo Serlupi Crescenzi, via del Seminario 113.
Èun’organizzazione aperta al contributo di tutti e si avvale dell’opera tecnico-scientifica
e dell’esperienza sociale e professionale del Comitato promotore e del Comitato scien-
tifico. Il Comitato dei benemeriti e l’Albo dei sostenitori sono composti da coloro che
ne finanziano l’attività con donazioni private.
Presidente
Adolfo URSO urso@ farefuturofondazione.it
Segretario generale
Mario CIAMPI ciampi@ farefuturofondazione.it
Segretario amministrativo
Rosario CANCILA cancila@farefuturofondazione.it
Consiglio dei revisori
Gianluca BRANCADORO, Giovanni LANZILLOTTA, Giuseppe PUTTINI
Consiglio di fondazione
Rosario CANCILA, Mario CIAMPI, Emilio CREMONA, Federico EICHBERG, Ferruccio FERRANTI, Giancarlo LANNA,
Emiliano MASSIMINI, Giancarlo ONGIS, Pietro PICCINETTI, Pierluigi SCIBETTA, Adolfo URSO
Segreteria organizzativa fondazione Farefuturo
Via del Seminario 113, 00186 Roma - tel. 06 40044130 - fax 06 40044132
info@farefuturofondazione.it
www.farefuturofondazione.it
Direttore relazioni internazionali
Federico EICHBERG
eichberg@farefuturofondazione.it
Direttore editoriale
Emiliano MASSIMINI
massimini@farefuturofondazione.it
Bimestrale della Fondazione Farefuturo
Nuova serie anno VI - n. 4 - settembre/ottobre 2011 - Euro 12
Direttore Adolfo Urso
I grandi leader popolari del dopoguerra riuscirono a imporre la
nascita dell’Europa, cogliendo lo strumento della Comunità eco-
nomica. Un altro grande leader come Helmut Khol riuscì a im-
porre la riunificazione tedesca, base della riunificazione europea.
E oggi non siamo più 6 ma 27, forse troppi, comunque tanti. È
stato il popolarismo europeo a segnare la nascita, lo sviluppo, la
matrice e la crescita del nostro continente. Dal miracolo economi-
co degli anni Cinquanta, grazie alla benzina del piano Marshall,
sino all’Euro e alla sua debole architettura istituzionale intorno
alla Bce, dal Trattato di Roma all’Alleanza Atlantica sino alle più
recenti misure e vincoli sul debito, configurate nell’asse Merkel-
Sarkosy, è comunque e sempre il popolarismo europeo a segnare il
passo e definire il campo e per quanto possibile gli obiettivi.
L’Europa nasce grazie alla famiglia popolare e cerca oggi di resi-
stere grazie alla famiglia popolare. I leader della sinistra europea
erano in gran parte contrari alla Comunità europea e in buona
parte vi si opposero strenuamente. Alcuni, ovviamente, erano
contrari anche alla Nato e lavorarono per altri. Nel tempo si ade-
guarono a questo progetti e alcuni più illuminati vi contribuiro-
no in modo significativo. In sostanza, però, l’asse dell’Europa si è
sempre sviluppato intorno alla più salda
famiglia popolare che, infatti, nei momen-
ti di crisi indica la rotta e convince gli
equipaggi. Oggi più che mai.
La sinistra europea non ha un progetto per
fronteggiare la crisi e tantomeno per riaffermare il ruolo dell’Eu-
ropa, con un nuovo modello capace di competere nella nuova glo-
balizzazione, con aree e continenti più forti e competitivi che
mai. La sinistra europea è rifluita su se stessa, in buona parte irre-
tita dal populismo, comunque senza quei leader e quelle soluzioni
che ancora pochi mesi fa sembravano potessero costituire un’alter-
nativa o almeno una proposta. Tony Blair fa ormai solo conferen-
ze, sempre brillanti, eppure avrebbe potuto essere il primo con-
vincente premier europeo; Zapatero ha già convocato le urne per
lasciare il potere; Strauss-Khan a furia di inseguire le gonnelle
ha perso Fmi ed Eliseo; in Scandinavia come in Germania, la so-
cialdemocrazia galleggia incalzata dai verdi. Non vi è modello
che sembri capace di dare soluzioni. Tutte le varie formule in
cui si era declinata la sinistra europea, in alcuni casi con grande
successo, si ritrovano prive di progetto: socialdemocratici, labu-
L’Europa nasce grazie
alla famiglia popolare
e cerca oggi di resistere
grazie a essa
www. f ar ef ut ur of ondazi one. i t
avanti
popolari
I popolari indichino la rotta. Ancora una volta
ADOLFO URSO - EDITORIALE
L’Europa popolare ha bisogno di un demos fondatore - 4
FEDERICO EICHBERG
Il socialismo ha fallito.
Tocca al popolarismo raccogliere la sfida - 10
INTERVISTA ad ANTONIO LOPEZ-ISTURIZ di Rosalinda Cappello
Ricostruiamo l’Europa con radici cristiane - 14
MARIO MAURO
Rigore e crescita: questa è la garanzia per i cittadini - 20
INTERVISTA a JOSEPH DAUL di Rosalinda Cappello
«Aperto e riformatore, ecco il partito che ho in mente» - 26
INTERVISTA a ROBERTO FORMIGONI di Alessia Ballanti
Avanti con una politica popolare per il bene comune - 34
INTERVISTA a GIUSEPPE FIORONI di Pietro Urso
L’insostenibile leggerezza della manovra - 40
GIUSEPPE PENNISI
Meno taumaturghi, più partecipazione. Questa è la ricetta - 54
INTERVISTA a RAFFAELE BONANNI di Cecilia Moretti
La cultura sarà il pilastro della destra dell’avvenire - 58
GENNARO MALGIERI
Leader è chi indica un percorso e trasmette una “visione” - 72
INTERVISTA a SERGIO FABBRINI di Matteo Laruffa
La nuova classe dirigente che avanza in Europa - 82
BRUNO TIOZZO
Più società, meno Stato: è davvero un’utopia? - 92
SILVIA ANTONIOLI
Perché sì alle primarie - 98
GIOVANNI BASINI
Primarie e “doparie” per una democrazia partecipata - 108
INTERVISTA a GOFFREDO BETTINI di Silvia Grassi
SOMMARIO
NUOVA SERIE ANNO VI - NUMERO 4 -SETTEMBRE/OTTOBRE 2011
La vera politica non si fa solo con i social network - 116
MARIO MORCELLINI
Alla nuova politica serve la rete... Ma bisogna conoscerla - 124
GABRIELE GUIDA
STRUMENTI
La diaspora della destra - 132
DOMENICO NASO, ADOLFO URSO, CRISTIANA MUSCARDINI, GENNARO MALGIERI,
ALESSANDRO CAMPI, ANGELICA STRAMAZZI, FEDERICO EICHBERG
MINUTA
La difficile scommessa del Perù - 148
STEFANIA PESAVENTO
La partecipazione politica ai tempi della crisi - 156
ANGELICA STRAMAZZI
RUBRICHE
JEAN MONNET
Eurocrisi, la ragione è dei fessi? - 166
ALESSANDRO MULIERI
ADELANTE AL SUR
Brasile, prove di leadership globale - 170
SIMONA BOTTONI
LA CULTURA NON SI MANGIA
Caserta? Meglio di Versailles, ma... - 174
GIUSEPPE MANCINI
APPUNTAMENTI
A CURA DI BRUNO TIOZZO
Direttore
Adolfo Urso
urso@farefuturofondazione.it
Direttore responsabile
Pietro Urso
direttorecharta@gmail.com
In redazione
Domenico Naso
naso@chartaminuta.it
Collaboratori:
Roberto Alfatti Appetiti, Rodolfo
Bastianelli, Simona Bottoni, Simona Bon-
fante, Rosalinda Cappello, Piercamillo Fa-
lasca, Silvia Grassi, Giuseppe Mancini,
Cecilia Moretti, Alessandro Mulieri, Giu-
seppe Pennisi, Paolo Quercia, Giampiero
Ricci, Biancamaria Sacchetti, Adriano
Scianca, Lucio Scudiero, Angelica Stra-
mazzi, Bruno Tiozzo, Michele Trabucco, Ca-
terina Zanirato.
Direzione e redazione
Via del Seminario, 113 - 00186 Roma
Tel. 06/40044130 - Fax 06/40044132
E-mail: redazione@ chartaminuta.it
Segreteria di redazione
redazione@chartaminuta.it
Grafica ed impaginazione
Giuseppe Proia
Editrice Charta s.r.l.
Abbonamento annuale 60,
sostenitore da 200
Versamento su c.c. bancario ,
Iban IT88X0300205066000400800776
intestato a Editrice Charta s.r.l. -
C.c. postale n. 73270258
Registrazione Tribunale di Roma N. 419/06
Amministratore unico
Silvia Rossi
Tipografia
Tipografica-Artigiana s.r.l. - Roma
Ufficio abbonamenti
Domenico Sacco
www. f ar ef ut ur of ondazi one. i t
www.chartaminuta.it
WASHINGTON
Keeping the Republic: Saving America
by trusting Americans
Presentazione presso l’American enter-
prise institute (Aei) del volume Keep-
ing the Republic del governatore
dell’Indiana Mitch Daniels sulla possi-
bilità di ottenere un cambiamento
tramite la responsabilizzazione dei cit-
tadini.
Lunedì 26 settembre
ATENE
In the Greek crisis, debt is the lesser
problem
Seminario della Fondazione Konstanti-
nos Karamanlis sulla crisi economica
che investe il Paese.
Mercoledì 28 settembre
WASHINGTON
Another day in paradise? Humanity,
charity and the urban poor
L’American enterprise institute (Aei) si
interroga sull’aumento dei senza tetto
negli Usa e sulle possibili soluzioni.
Mercoledì 28 settembre
STOCCOLMA
Galning eller terrorist – eller båda
delar?
“Pazzo o terrorista – o tutti due?” L’is-
tituto Timbro confronta un recente at-
tacco terrorista a Stoccolma per opera
di un musulmano estremista con il mas-
sacro di Anders Behring Breivik in
Norvegia.
Venerdì 30 settembre
LONDRA
Drink tank conference
Il think tank Bright blue incontra l’On.
Nicholas Boles, tra gli ideatori del
nuovo corso dei conservatori di David
Cameron.
Lunedì 3 ottobre
WASHINGTON
Reagan v. Buckley: Debating American
Foreign Policy.
Prendendo spunto dal dibattito del
1978 tra Ronald Reagan e l’opinionista
conservatore William Buckley sulla per-
manenza Usa nella zona del canale di
Panama, la Heritage foundation si in-
terroga sul ruolo degli Stati Uniti nel
mondo.
Giovedì 6 ottobre
ROMA
Donne, diplomazia e conflitti
Convegno presso la sede italiana della
Konrad Adenauer Stiftung sul ruolo
della donna all’interno del mondo della
diplomazia, con una particolare atten-
zione nei confronti di quanto accade
nelle zone di conflitto.
Lunedì 10 ottobre
WASHINGTON
Ladies for Liberty: Women Who Made a
Difference in American History
Presentazione presso la Heritage foun-
dation di un libro di John Blundell su 20
donne (tra cui Ayn Rand) che hanno
contribuito a formare lo spirito di lib-
ertà negli Usa.
Giovedì 13 ottobre
Avanti
popolari
I popolari indichino la rotta. Ancora una volta
ADOLFO URSO - EDITORIALE
L’Europa popolare ha bisogno di un demos fondatore - 4
FEDERICO EICHBERG
Il socialismo ha fallito.
Tocca al popolarismo raccogliere la sfida - 10
INTERVISTA ad ANTONIO LOPEZ-ISTURIZ di Rosalinda Cappello
Ricostruiamo l’Europa con radici cristiane - 14
MARIO MAURO
Rigore e crescita: questa è la garanzia per i cittadini - 20
INTERVISTA a JOSEPH DAUL di Rosalinda Cappello
«Aperto e riformatore, ecco il partito che ho in mente» - 26
INTERVISTA a ROBERTO FORMIGONI di Alessia Ballanti
Avanti con una politica popolare per il bene comune - 34
INTERVISTA a GIUSEPPE FIORONI di Pietro Urso
L’insostenibile leggerezza della manovra - 40
GIUSEPPE PENNISI
Meno taumaturghi, più partecipazione. Questa è la ricetta - 54
INTERVISTA a RAFFAELE BONANNI di Cecilia Moretti
La cultura sarà il pilastro della destra dell’avvenire - 58
GENNARO MALGIERI
Leader è chi indica un percorso e trasmette una “visione” - 72
INTERVISTA a SERGIO FABBRINI di Matteo Laruffa
La nuova classe dirigente che avanza in Europa - 82
BRUNO TIOZZO
Più società, meno Stato: è davvero un’utopia? - 92
SILVIA ANTONIOLI
Perché sì alle primarie - 98
GIOVANNI BASINI
Primarie e “doparie” per una democrazia partecipata - 108
INTERVISTA a GOFFREDO BETTINI di Silvia Grassi
SOMMARIO
NUOVA SERIE ANNO VI - NUMERO 4 -SETTEMBRE/OTTOBRE 2011
La vera politica non si fa solo con i social network - 116
MARIO MORCELLINI
Alla nuova politica serve la rete... Ma bisogna conoscerla - 124
GABRIELE GUIDA
STRUMENTI
La diaspora della destra - 132
DOMENICO NASO, ADOLFO URSO, CRISTIANA MUSCARDINI, GENNARO MALGIERI,
ALESSANDRO CAMPI, ANGELICA STRAMAZZI, FEDERICO EICHBERG
MINUTA
La difficile scommessa del Perù - 148
STEFANIA PESAVENTO
La partecipazione politica ai tempi della crisi - 156
ANGELICA STRAMAZZI
RUBRICHE
JEAN MONNET
Eurocrisi, la ragione è dei fessi? - 166
ALESSANDRO MULIERI
ADELANTE AL SUR
Brasile, prove di leadership globale - 170
SIMONA BOTTONI
LA CULTURA NON SI MANGIA
Caserta? Meglio di Versailles, ma... - 174
GIUSEPPE MANCINI
APPUNTAMENTI
A CURA DI BRUNO TIOZZO
Direttore
Adolfo Urso
urso@farefuturofondazione.it
Direttore responsabile
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In redazione
Domenico Naso
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Bastianelli, Simona Bottoni, Simona Bon-
fante, Rosalinda Cappello, Piercamillo Fa-
lasca, Silvia Grassi, Giuseppe Mancini,
Cecilia Moretti, Alessandro Mulieri, Giu-
seppe Pennisi, Paolo Quercia, Giampiero
Ricci, Biancamaria Sacchetti, Adriano
Scianca, Lucio Scudiero, Angelica Stra-
mazzi, Bruno Tiozzo, Michele Trabucco, Ca-
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WASHINGTON
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by trusting Americans
Presentazione presso l’American enter-
prise institute (Aei) del volume Keep-
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dell’Indiana Mitch Daniels sulla possi-
bilità di ottenere un cambiamento
tramite la responsabilizzazione dei cit-
tadini.
Lunedì 26 settembre
ATENE
In the Greek crisis, debt is the lesser
problem
Seminario della Fondazione Konstanti-
nos Karamanlis sulla crisi economica
che investe il Paese.
Mercoledì 28 settembre
WASHINGTON
Another day in paradise? Humanity,
charity and the urban poor
L’American enterprise institute (Aei) si
interroga sull’aumento dei senza tetto
negli Usa e sulle possibili soluzioni.
Mercoledì 28 settembre
STOCCOLMA
Galning eller terrorist – eller båda
delar?
“Pazzo o terrorista – o tutti due?” L’is-
tituto Timbro confronta un recente at-
tacco terrorista a Stoccolma per opera
di un musulmano estremista con il mas-
sacro di Anders Behring Breivik in
Norvegia.
Venerdì 30 settembre
LONDRA
Drink tank conference
Il think tank Bright blue incontra l’On.
Nicholas Boles, tra gli ideatori del
nuovo corso dei conservatori di David
Cameron.
Lunedì 3 ottobre
WASHINGTON
Reagan v. Buckley: Debating American
Foreign Policy.
Prendendo spunto dal dibattito del
1978 tra Ronald Reagan e l’opinionista
conservatore William Buckley sulla per-
manenza Usa nella zona del canale di
Panama, la Heritage foundation si in-
terroga sul ruolo degli Stati Uniti nel
mondo.
Giovedì 6 ottobre
ROMA
Donne, diplomazia e conflitti
Convegno presso la sede italiana della
Konrad Adenauer Stiftung sul ruolo
della donna all’interno del mondo della
diplomazia, con una particolare atten-
zione nei confronti di quanto accade
nelle zone di conflitto.
Lunedì 10 ottobre
WASHINGTON
Ladies for Liberty: Women Who Made a
Difference in American History
Presentazione presso la Heritage foun-
dation di un libro di John Blundell su 20
donne (tra cui Ayn Rand) che hanno
contribuito a formare lo spirito di lib-
ertà negli Usa.
Giovedì 13 ottobre
Avanti
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I popolari indichino la rotta.
Ancora una volta
EDITORIALE
DI ADOLFO URSO
Farefuturo è una fondazione di cultura politica, studi e analisi sociali che si pone l’obiet-
tivo di promuovere la cultura delle libertà e dei valori dell’Occidente e far emergere
una nuova classe dirigente adeguata a governare le sfide della modernità e della glo-
balizzazione. Essa intende accrescere la consapevolezza del patrimonio comune, di
cultura, arte, storia e ambiente, con una visione dinamica dell’identità nazionale, dello
sviluppo sostenibile e dei nuovi diritti civili, sociali e ambientali e, in tal senso, svilup-
pare la cultura della responsabilità e del merito a ogni livello.
Farefuturo si propone di fornire strumenti e analisi culturali alle forze del centrodestra
italiano in una logica bipolare al fine di rafforzare la democrazia dell’alternanza, nel
quadro di una visione europea, mediterranea e occidentale. Essa intende operare in si-
nergia con le altre analoghe fondazioni internazionali, per rafforzare la comune idea
d’Europa, contribuire al suo processo di integrazione, affermare una nuova e vitale vi-
sione dell’Occidente.
La Fondazione opera in Roma, Palazzo Serlupi Crescenzi, via del Seminario 113.
Èun’organizzazione aperta al contributo di tutti e si avvale dell’opera tecnico-scientifica
e dell’esperienza sociale e professionale del Comitato promotore e del Comitato scien-
tifico. Il Comitato dei benemeriti e l’Albo dei sostenitori sono composti da coloro che
ne finanziano l’attività con donazioni private.
Presidente
Adolfo URSO urso@ farefuturofondazione.it
Segretario generale
Mario CIAMPI ciampi@ farefuturofondazione.it
Segretario amministrativo
Rosario CANCILA cancila@farefuturofondazione.it
Consiglio dei revisori
Gianluca BRANCADORO, Giovanni LANZILLOTTA, Giuseppe PUTTINI
Consiglio di fondazione
Rosario CANCILA, Mario CIAMPI, Emilio CREMONA, Federico EICHBERG, Ferruccio FERRANTI, Giancarlo LANNA,
Emiliano MASSIMINI, Giancarlo ONGIS, Pietro PICCINETTI, Pierluigi SCIBETTA, Adolfo URSO
Segreteria organizzativa fondazione Farefuturo
Via del Seminario 113, 00186 Roma - tel. 06 40044130 - fax 06 40044132
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Direttore relazioni internazionali
Federico EICHBERG
eichberg@farefuturofondazione.it
Direttore editoriale
Emiliano MASSIMINI
massimini@farefuturofondazione.it
Bimestrale della Fondazione Farefuturo
Nuova serie anno VI - n. 4 - settembre/ottobre 2011 - Euro 12
Direttore Adolfo Urso
I grandi leader popolari del dopoguerra riuscirono a imporre la
nascita dell’Europa, cogliendo lo strumento della Comunità eco-
nomica. Un altro grande leader come Helmut Khol riuscì a im-
porre la riunificazione tedesca, base della riunificazione europea.
E oggi non siamo più 6 ma 27, forse troppi, comunque tanti. È
stato il popolarismo europeo a segnare la nascita, lo sviluppo, la
matrice e la crescita del nostro continente. Dal miracolo economi-
co degli anni Cinquanta, grazie alla benzina del piano Marshall,
sino all’Euro e alla sua debole architettura istituzionale intorno
alla Bce, dal Trattato di Roma all’Alleanza Atlantica sino alle più
recenti misure e vincoli sul debito, configurate nell’asse Merkel-
Sarkosy, è comunque e sempre il popolarismo europeo a segnare il
passo e definire il campo e per quanto possibile gli obiettivi.
L’Europa nasce grazie alla famiglia popolare e cerca oggi di resi-
stere grazie alla famiglia popolare. I leader della sinistra europea
erano in gran parte contrari alla Comunità europea e in buona
parte vi si opposero strenuamente. Alcuni, ovviamente, erano
contrari anche alla Nato e lavorarono per altri. Nel tempo si ade-
guarono a questo progetti e alcuni più illuminati vi contribuiro-
no in modo significativo. In sostanza, però, l’asse dell’Europa si è
sempre sviluppato intorno alla più salda
famiglia popolare che, infatti, nei momen-
ti di crisi indica la rotta e convince gli
equipaggi. Oggi più che mai.
La sinistra europea non ha un progetto per
fronteggiare la crisi e tantomeno per riaffermare il ruolo dell’Eu-
ropa, con un nuovo modello capace di competere nella nuova glo-
balizzazione, con aree e continenti più forti e competitivi che
mai. La sinistra europea è rifluita su se stessa, in buona parte irre-
tita dal populismo, comunque senza quei leader e quelle soluzioni
che ancora pochi mesi fa sembravano potessero costituire un’alter-
nativa o almeno una proposta. Tony Blair fa ormai solo conferen-
ze, sempre brillanti, eppure avrebbe potuto essere il primo con-
vincente premier europeo; Zapatero ha già convocato le urne per
lasciare il potere; Strauss-Khan a furia di inseguire le gonnelle
ha perso Fmi ed Eliseo; in Scandinavia come in Germania, la so-
cialdemocrazia galleggia incalzata dai verdi. Non vi è modello
che sembri capace di dare soluzioni. Tutte le varie formule in
cui si era declinata la sinistra europea, in alcuni casi con grande
successo, si ritrovano prive di progetto: socialdemocratici, labu-
L’Europa nasce grazie
alla famiglia popolare
e cerca oggi di resistere
grazie a essa
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avanti
popolari
1
risti, socialisti, persino i liberal-democratici e ovviamente neo
o vetero comunisti, tutti sono incapaci di esprimere una prospet-
tiva europea, un disegno e quindi una strada per ristrutturare, ri-
convertire, riformare, quando addirittura è necessario rifondare.
Le redini delle crisi e delle soluzioni sono nelle mani della fami-
glia popolare che indica la strada ancorché ancora troppa incerta,
talvolta contraddittoria.
L’Italia sembra esserne fuori, comunque non
più protagonista. Per due motivi, innanzi tut-
to. Perché ha il più alto debito pubblico d’Eu-
ropa, il secondo nel mondo in proporzione alla
sua dimensione. E perché non è riuscita sinora a realizzare quelle
riforme strutturali capaci di accreditare la sua leadership sulla scac-
chiera europea. Anzi, diciamolo con franchezza: l’Italia come la
Spagna, per motivi diversi, non è più nel tavolo delle decisioni. In
Italia come in Spagna, deve riemergere ed affermarsi una salda
cultura popolare ed una classe dirigente che ne assuma sino in
fondo gli impegni, dolorosi per quanto siano.
La classe dirigente si forgia nel “dolore” delle scelte difficili, spes-
so impopolari, se sa indicare una mission chiara e definita, con so-
luzioni convincenti che non cambino ogni giorno. Riforme radi-
cali a tutela degli interessi generali. E oggi dire interessi generali
non significa fare la sommatoria degli interessi particolari. La vec-
chia Dc era forte perché sommava gli interessi particolari in un
quadro generale. Ma oggi tutelare gli interessi particolari signifi-
ca ostacolare l’interesse generale: la coperta è troppo corta per co-
prire e rappresentare ogni parte, come dimostra la parodia di que-
sta manovra. Solo le soluzioni generali possono poi nel tempo sod-
disfare tutti o comunque i più.
Il nodo di fondo è il patto tra generazioni senza il quale una co-
munità non esiste più. E l’esempio più evi-
dente è la riforma delle pensioni, senza la
quale ogni soluzione è vana e tanto più in-
comprensibile. Diciamolo con chiarezza:
solo innalzando l’età pensionabile e rag-
giungendo nel più breve tempo possibile la parità tra donna e
uomo, si possono recuperare le risorse per investire sullo svilup-
po, cioè su giovani e donne, quindi sulle famiglie. Un anno di
lavoro in più per i padri significa un lavoro in più per i figli. In
altre parole, allunghiamo l’età lavorativa per tutti per consenti-
re di detassare da subito il lavoro e l’impresa dei giovani e le fa-
miglie numerose. Questo è un patto che tutti possono capire e
molti condividere.
Il popolarismo europeo è l’antitesi e nel contempo l’antidoto nei
confronti del populismo, nelle sue varie forme. L’Europa deve as-
Italia e Spagna,
per motivi diversi,
non siedono più
al tavolo delle decisioni
Solo alzando l’età
pensionabile si possono
recuperare le risorse per
investire nello sviluppo
2
sumere su di sé la responsabilità del-
le decisioni che i momenti difficili
le impongono per evitare che il mol-
tiplicare del populismo, miscela
esplosiva di demagogia, egoismo ed
estremismo, possa far saltare con
l’Euro il nostro sistema di valori. Il
modello sociale è superato, non reg-
ge più la prova dei tempi e la com-
petizione internazionale. Il modello
istituzionale è debole, troppo per
reggere la tempesta della crisi. Le ri-
forme si impongono, in Italia e in
Europa, ma ci vuole visione e, ap-
punto, un nuovo modello. Solo il
partito popolare, così come è evolu-
to nel tempo, moderati e moderniz-
zatori insieme, conservatori e rifor-
misti, centro e destra, senza più trat-
tini nè distinzioni, in una nuova mi-
scela produttiva, può e deve dare,
forgiando così un nuovo modello e
una nuova classe dirigente, stavolta
davvero e sino in fondo europea.
I popolari italiani sono oggi divisi
ma sentono ovunque il bisogno di
ritrovarsi. La strada è solo questa,
oggi è un sentiero, presto potrà
aprisi. Senza rancori e senza recri-
minazioni, senta steccati e pregiu-
dizi. È la strada della responsabilità
che va percorsa nei momenti di cri-
si, senza smarrirsi per unirsi. E
quando parliamo di ciò, non ci ri-
volgiamo solo al centrodestra così
come si è configurato, in modo mal-
forme e, appunto, precario. Parlia-
mo anche di chi si è da esso distac-
cato, a cominciare da Fini e da Casi-
ni, e ovviamente da Buttiglione e
Follini. E certamente anche nei con-
fronti di chi ha cercato altre strade,
come Fioroni ed Enrico Letta. Nes-
suno può pensare di avere l’esclusi-
va, tutti possono lavorare per co-
struire il nuovo soggetto e la nuova
coalizione, ovviamente a partire da
chi, come Alfano, ne ha fatto, da su-
bito, elemento centrale della sua
strategia, per cambiare il Pdl di
Berlusconi e dei suoi. Lo spazio è
ampio, i protagonisti tanti, il tem-
po purtroppo no. Occorre fare subi-
to, perché il temporale sta trasfor-
mandosi in uragano e rischia di di-
ventare uno tsunami. Di manovre
dovremo farne di ben altra consi-
stenza; e senza un grande progetto
non si possono chiedere né sacrifici
né fiducia. Occorre anche, e in più,
non limitarsi all’alchimia della po-
litica e alla sua, sempre meno legit-
tima, classe dirigente. Occorre an-
che e soprattutto coinvolgere nel
processo corpi intermedi, società ci-
vile, culturale e produttiva, quel-
l’Italia reale che oggi avverte l’esi-
genza di fare senza sapere come. In-
sieme si può. Insieme, si deve.
DI FEDERICO EICHBERG
A
cento anni dalla ferita di Sarajevo,
è il momento di creare un’unione
degli europei, con un grande
progetto di riforma e di potenziamento
decisionale, con un presidente del Consiglio
eletto direttamente dal popolo
e con la creazione di un seggio unico Ue
nel consiglio di sicurezza dell’Onu
L’EUROPA POPOLARE
HA BISOGNO
DI UN DEMOS FONDATORE
5
All’alba del Ventunesimo secolo
il progetto europeo ha subito un
singolare rovesciamento di pro-
spettiva.
Per cinquantanni anni lo si è let-
to negli occhi di alcuni visionari,
nelle speranze dei padri fondatori
e nei progetti di grandi statisti.
Per cinquantanni anni ha parlato
una lingua più ambiziosa della
koiné dei cittadini, ha parlato la
lingua della lungimiranza, dei
grandi traguardi, rimanendo
spesso incompresa da un’opinio-
ne pubblica sintonizzata sull’im-
mediato e sul tangibile. Ha fati-
cato per anni a far “pensare euro-
peo”, a creare un immaginario ed
a legare i destini. Le forze vitali
dei paesi, i giovani, le imprese, le
realtà sociali erano consapevoli di
questo progetto ma i loro tra-
guardi erano concentrati di de-
cennio in decennio ora sul boom
economico, ora sulle crisi e gli
choc energetici, ora sulle tensioni
ideologiche. La lungimiranza era
in capo a un manipolo di visiona-
ri, il calcolo, l’innediato, al con-
trario, erano il metro della koiné.
Al volgere del nuovo secolo e del
nuovo millennio un bizzarro de-
stino ha invertito gli attori. Oggi
un’opinione pubblica ambiziosa
chiederebbe un’Europa presente
ed efficace dove c’è una crisi (in-
terna ed internazionale); oggi
una generazione cresciuta nel-
l’idea di cittadinanza europea,
che si sente a casa in una piazza
POPOLARI
Federico Eichberg
6
di Stoccolma, su un ponte sulla
Loira e all’ombra di un campani-
le austriaco non capisce come sia
possibile che i leader della prima
economi a del mondo ( per
import/export e per servizi, quanto
gli Usa e la Cina messi assieme)
si rassegnino ad un’agenda di
brevissimo periodo. Si, il para-
dosso di inizio Ventunesimo se-
colo è tutto qui. È nata una koi-
ne’ europea, un immaginario
condiviso, una ambizione comu-
ne, ma essa si scontra con una
miopia senza precedenti di chi
dovrebbe gettare il cuore oltre
l’ostacolo.
E crescono le fru-
s t r azi oni del l e
opinioni pubbli-
che che vedono la
leadership europea
mancare di incisi-
vi tà su grandi
dossier che si ri-
verberano sul quotidiano dei cit-
tadini, in primis l’immigrazione e
la sicurezza; crescono le diffiden-
ze del mondo imprenditoriale e
del lavoro, appesantito da nor-
mative sempre più complesse
stabilite a livello continentale
ma simultaneamente esposto a
ogni tipo di concorrenza asim-
metrica sullo scacchiere globale;
crescono le disillusioni per quella
generazione ambiziosa che si sen-
te europea ed è cresciuta nelle
cinque “E” (Euro, English, E-
mail, Erasmus, Easy-Jet) che vor-
rebbe un’agenda comune ma ve-
de ai posti di comando miopie e
particolarismi.
È come se la leaderhip europea
abbia esaurito la spinta genera-
zionale degli inizi, quando una
grande tragedia ispirò un grande
progetto e il traguardo dell’uni-
ficazione significava soprattutto
aver reso impossibili i conflitti
nel cuore d’Europa, quando an-
cora erano vive le immagini e le
ferite del II secondo conflitto
mondiale ed una cortina minac-
ciosa prendeva forma nel vecchio
continente. Quella spinta iniziale
si è andata spegnendo a cavallo
del nuovo secolo. E lascia i prota-
gonisti in una posizione di retro-
guardia, di scarsa ambizione, di
tatticismo. E disorienta le opi-
nioni pubbliche,
facendo crescere la
versione continen-
tale dell’antipoliti-
ca, in sostanza una
forma di sfiducia
nella capacità deci-
sionale dei rappre-
sentanti isituzio-
nali su cui soffiano un populismo
ed un localismo sempre vivi.
Oggi la sfida della famiglia poli-
tica che ha costruito l’Europa, la
famiglia popolare, è una sfida
che si gioca sull’ambizione.
L’idea del together stronger che
muove lo spirito popolare deve
innanzitutto prendere forma in
una revisione ambiziosa dei trat-
tati che preveda anche un effetti-
vo comune agire nella definizio-
ne di politiche economiche, di
bilancio e di investimento (com-
presi gli eurobond, l’alto commis-
sario per finanza ed economia e
l’agenzia di rating europea). Solo
così la parola di un commssario
europeo tornerà a contare più di
quella di soggetti privati pur au-
La leadership europea
sembra aver esaurito
la spinta
dei primi anni che
l’aveva caratterizzata
7
FOCUS
Come sarà
l’Europa del futuro
I punti principali dell’euro plus pact:
Moderazione salariale, allineando le re-
tribuzioni alla produttività e rivedendo
ove necessario i meccanismi di indiciz-
zazione automatica; ulteriore apertura
dei settori protetti, eliminando restri-
zioni ingiustificate ai servizi professio-
nali e nel settore del commercio al det-
taglio; riduzione dell’imposizione fisca-
le sul lavoro, per stimolare la ripresa
dell’occupazione; garantire la sosteni-
bilità di pensioni, assistenza sanitaria e
prestazioni sociali, per rafforzare i con-
ti. Se necessario allineare l’età pensio-
nabile effettiva alle speranze di vita e
limitare i prepensionamenti; inserire i
vincoli Ue su deficit e debito nella legi-
slazione nazionale; prevedere una legi-
slazione nazionale per la risoluzione
delle crisi nel settore bancario. La rifor-
ma rafforza sia il braccio preventivo sia
quello correttivo. La spesa pubblica
annuale non può superare una certa
soglia fissata in rapporto alla crescita
del Pil nel medio termine. Il ritmo di di-
scesa dei debiti pubblici eccessivi: un
ventesimo l’anno nell’arco di tre anni,
pena l’apertura di una procedura di in-
frazione, anche se il deficit è sotto il
3%. Nuovo meccanismo sanzioni. I
paesi poco virtuosi versano in un de-
posito non fruttifero una somma pari
allo 0,2% del Pil nel momento in cui si
apre la procedura di infrazione. Il de-
posito viene trasformato in multa se le
raccomandazioni per correggere il defi-
cit non sono state seguite. Ulteriori
violazioni comporteranno un aumento
della multa.
POPOLARI
Federico Eichberg
torevoli ma spesso condizionati
dagli azionisti. Solo così non sa-
ranno i mercati a dettare le agen-
de. Solo così la social market econo-
my, altra conquista squisitamente
popolare che declina il libero
mercato con le tutele e la sussi-
diarietà, diverrà una fonte di svi-
luppo e crescita. Solo così, si po-
trà avere un rafforzamento reale
dell’euro (a valle appunto dell’eu-
ro plus pact). ancora una volta in
nome della better regulation non
della more regulation.
E poi ritrovare la capacità di de-
terminare l’agenda globale,
uscendo innanzitutto dal para-
dossale deserto dei tartari in cui
ci si trova rispetto alle primavere
arabe: per anni abbiamo sognato
un risveglio democratico e ora
che avviene siamo incapaci di as-
serire una voce unica, a esempio
vincolando gli aiuti e la coopera-
zione al rispetto da parte dei go-
verni in carica e dei nuovi gover-
ni dei diritti universali, in pri-
mis la libertà religiosa. Sono in-
tollerabili tanto le repressioni di
oggi da parte di autocrati laico-
nazionalisti come le persecuzioni
di domani da parte di governi
fondamentalisti. Serve una riedi-
zione di quella che Mark Leonard
in Why Europe Will Lead the 21st
Century chiamò la passive aggres-
sion «invece di minacciare il ri-
corso alla forza per soddisfare i
propri interessi, l’Europa minac-
cia di non usare la forza, di riti-
rare la mano tesa della propria
amicizia» (e con essa la prospet-
tiva di aiuti ed eventualmente di
status di preaccessione). Per fare
questo occorre rafforzare la pro-
pria voce istituzionalmente e, so-
prattutto, democraticamente.
Potrebbe essere il momento in
prospettiva di convocare quel de-
mos europeo oggi più avanti dei
miopi decision maker, eventual-
mente con un referendum per
approvare un nuovo trattato in
coincidenza con le nuove elezioni
del parlamento europeo del
2014. Non a caso. La divisione
dell’Europa comincia nel 1914,
a Sarajevo. Dai colpi di pistola
di uno studente serbobosniaco
ha inizio la Prima Guerra Mon-
diale, quella che il Papa di allo-
ra, Benedetto XV, chi amò
l’«inutile strage». Strage di per-
sone, frantumazione dell’Europa.
Il Continente della civiltà e dei
diritti, per millenni epicentro
dello sviluppo e fulcro decisio-
nale degli equilibri mondiali,
entra nell’ombra. E nella spirale
terribile del Ventesimo secolo.
Dalle divisioni di questo dram-
matico secolo scaturiscono nuove
e terribili tragedie, figlie di
ideologie totalitarie. Decine di
milioni di morti, di internati nei
campi di concentramento e nei
gulag, fino alle pulizie etniche
che, negli anni ‘90, ci hanno ri-
portato proprio a Sarajevo. La
nuova generazione di europei,
una generazione senza muri ma
con grande consapevolezza del
ruolo di civiltà di cui è deposita-
ria, coltiva il sogno della ricom-
posizione dell’Europa. Coltiva il
sogno di suturare queste ferite, e
proprio a 100 anni dagli spari
che le aprirono potrebbe diveni-
re protagonista. Il Ppe potrebbe
far partire un processo costituen-
te che, proprio nel 2014, potreb-
be far nascere il demos europeo
convocando un grande referen-
dum paneuropeo che interpelli
oltre quattrocento milioni di
cittadini, fondativo di un’Euro-
pa finalmente unita. Sottoporre
ai cittadini d’Europa un grande
progetto di riforma e di poten-
ziamento per dare all’Europa un
vero potere decisionale. Con il
primo presidente del Consiglio
dell’Unione eletto direttamente
dal popolo; un esecutivo autore-
vole e responsabile politicamen-
te, dotato di capacità decretati-
va; un parlamento effettivamen-
te capace di codecisione su tutti
i dossier; l’affermazione delle ra-
dici culturali e religiose profon-
de, a partire da quelle giudaico-
cristiane, la creazione di un seg-
gio unico Ue nel Consiglio di si-
curezza Onu. Un’Europa con
nuovo slancio e (finalmente) con
il “vaccino” dell’imprimatur di
democraticità. Un’Unione degli
europei a cento anni dalle ferite
di Sarajevo.
8
federico eichberg
Direttore Relazioni internazionali della Fon-
dazione Farefuturo. Ha scritto Il domani ap-
partiene al Noi assieme ad Angelo Mellone.
L’Autore
Intervenuto alla manifestazione
dei giovani del Pdl, il poco più
che quarantenne spagnolo Anto-
nio Lopez-Isturiz, Segretario ge-
nerale del Partito popolare euro-
peo, si è detto molto vicino ai
moderati italiani, esprimendo la
disponibilità sua e della presi-
denza di Bruxelles a supportare il
lavoro che nel nostro centrode-
stra si sta facendo per dare vita
anche da noi a un organismo
ispirato dai principi del popola-
rismo europeo.
Quale modello socio-economico pro-
pone il Ppe per traghettare l’Europa
fuori dalla crisi?
Il partito popolare crede nell’eco-
nomia sociale di mercato, un
mercato libero aperto agli im-
prenditori che, specialmente in
paesi come l’Italia, sono una ri-
sorsa che crea lavoro. Vogliamo
ritrovare l’essenza di un’Europa
sociale e dobbiamo creare le con-
dizioni per farlo.
Occorre ritrovare, dunque, quello spiri-
to solidale che è stato uno dei principi
basilari dei padri fondatori dell’Europa
unita sin dagli anni Cinquanta?
Proprio così. non possiamo na-
sconderci la difficoltà di questo
momento né il fatto che la poli-
tica non sia stata all’altezza delle
necessità dei cittadini. Abbiamo
grandi scommesse davanti. La
questione della Libia, all’attuale
situazione economica. Bisogna
INTERVISTA AD ANTONIO LOPEZ-ISTURIZ
DI ROSALINDA CAPPELLO
In Italia serve un maggior pensiero europeo
Il socialismo ha fallito.
Tocca al popolarismo
raccogliere la SFIDA
Sono molte le problematiche, soprattutto economiche,
che affligono l’Europa in questi tempi, ma il Ppe
è fiducioso che gli Stati che appartengono all’Ue
supereranno le difficoltà insieme sostenendo sempre
più un mercato libero, ma nello stesso tempo sociale,
per il bene di ogni cittadino europeo.
10




POPOLARI
intervista ad Antonio Lopez-Isturiz
12
tornare a parlare di solidarietà,
ma per cominciare dobbiamo la-
vorare insieme. La regione del
Mediterraneo, con l’Italia, la
Spagna il Portogallo in testa,
hanno questa possibilità. I go-
verni socialisti in Europa hanno
fallito ovunque. L’Italia non ha
bisogno di quel tipo di governo,
ma che invece che l’attuale ese-
cutivo continui a poter lavorare.
Però, serve una maggiore co-
scienza europea. I politici italia-
ni parlano poco di Europa, inve-
ce dovrebbero farlo di più, a
partire dal livello locale con i
sindaci, gli assessori in testa,
che sono più vicini alla gente,
per far diventare l’Europa più
vicina, più familiare. Il partito
popolare europeo sarà più pre-
sente in Italia a questo scopo. E
auguro agli italiani di avere più
posti di influenza e decisionali
in seno all’Unione, sarebbe il
modo migliore per gestire l’im-
portanza di un paese così gran-
de, così presente sulla scena in-
ternazionale grazie ai suoi im-
prenditori attivi in tutto il
mondo e che hanno bisogno di
sostegno attraverso una più ef-
ficace rappresentanza a livello
europeo.
Allo stato attuale, il centrodestra italia-
no quale contributo può dare al proget-
to del popolarismo europeo?
Il suo ruolo è essenziale. E i due
partiti membri del Ppe, il Pdl e
l’Udc, sono fondamentali per da-
re al popolarismo europeo una
visione futura. Per questa ragio-
ne il Ppe continuerà a seguire
entrambe le formazioni.
Crede che l’area moderata in Italia do-
vrebbe ritrovare la sua unità per meglio
lavorare al successo del popolarismo?
Noi del Ppe abbiamo sempre au-
spicato che questa accada, com’è
avvenuto in passato in Spagna.
Abbiamo sempre lavorato perché
ciò avvenga anche nel vostro
paese e continuiamo a farlo par-
lando con Berlusconi e con Casi-
ni. Certo, queste sono questioni
interne alla politica italiana che
non influenzano negativamente
il progetto globale del popolari-
smo europeo, ma per realizzarlo
nella maniera migliore abbiamo
bisogno di tutto il centrodestra
italiano.
Che prospettive ci sono per la realizza-
zione anche in Italia di un partito popo-
lare a vocazione europea?
La possibilità che questo avvenga
sono buone, restando fedeli allo
spirito, ai principi e alla tradizio-
ne del popolarismo europeo. Cre-
do che Angelino Alfano stia pro-
cedendo sulla strada giusta.
Prima accennava al fallimento del so-
cialismo europeo. Zapatero per anni è
stato il leader a cui la sinistra italiana ha
guardato con simpatia per la sua politi-
ca. Ora, si appresta a lasciare la guida
del governo. Qual è il suo bilancio, co-
me spagnolo, del suo operato?
Ha rovinato la Spagna. Con lui
la disoccupazione è arrivata al
22 per cento – in Italia è all’8%
– con un 46% di disoccupazio-
ne giovanile. Ha tolto a una
grossa fettà delle famiglie spa-
gnole la dignità del lavoro. Ha
messo in difficoltà l’economia
iberica che solo otto anni fa,
13
grazie al governo Aznar, era un
simbolo in tutta l’Europa. Ha
diviso la Spagna, creando un
clima da guerra civile. Se qual-
cuno intendesse ancora impor-
tare questo modello in Italia,
sarebbe un grosso errore.
POPOLARI
intervista ad Antonio Lopez-Isturiz
L’Intervistato
rosalinda cappello
Giornalista, è redattrice di Fareitaliamag, il
periodico online dell’associazione Fareitalia.
Ha collaborato con il Secolo d’Italia.
L’Autore
antonio lopez-isturiz
è membro dell'Ufficio di presidenza del Epp ed
è il Segretario generale del Partito popolare eu-
ropeo (Ppe) dal 2002. è anche il Segretario
esecutivo dell’Internazionale democratica di
centro (Idc) dal 2003. Membro del comitato ese-
cutivo del Partipo popular e del comitato per la
politica estera del Partipo popular. è laureato in
giurisprudenza. Nella sua carriera è stato assi-
stente del Primo ministro José María Aznar dal
1999 al 2002.
Quando Sant’Agostino, dopo
l’invasione dei Vandali, descrive
il carattere dello Stato, arriva sor-
prendentemente a dire: – «Lo
Stato che cos’è? È la banda che ha
vinto!» – Certo, all’occhio addo-
lorato del Vescovo di Ippona ap-
pariva chiaro quel giudizio.
La banda che ha vinto; perché ve-
niva spazzata via quella che era la
sorte di un grande impero, l’im-
pero di Roma, e veniva sostituita
dall’avvento dei regni romano-
barbarici, dove per l’appunto,
man mano che si susseguivano le
bande che vincevano queste fini-
vano col regolare l’esperienza di
convivenza civile e sociale.
Ma perché lo Stato non sia la
Banda che ha vinto, l’unica possi-
bilità è che sia il prodotto di un
patto di libertà.
Le istituzioni infatti, l’esperienza
dello Stato moderno, l’esperienza
della convivenza civile, l’espe-
rienza di accordi internazionali
che diventano istituzione sovra-
nazionale e si propongono di es-
sere prospettiva di pace e di svi-
luppo per tutti, sono il frutto di
un patto di libertà.
I cittadini cedono quote della
propria sovranità in cambio di
garanzie e di servizi.
È per questo che a partire da ciò
che è nell’interesse di tutti: la di-
fesa del popolo, la difesa militare,
la politica estera, e poi man mano
le altre attribuzioni dell’esperien-
za della pubblica amministrazio-
ne, ci si stringe attorno a un pat-
to di libertà.
Per garantire la persona, la per-
sona umana nella sua interezza e
nella sua dignità ultima. Garan-
tire cioè che ognuno di noi be-
nefici fino in fondo di quello
che le istituzioni possono ridarci
in termini di spazi di libertà, di
opportunità economiche, di op-
portunità di crescita, di oppor-
tunità di promozione anche del
proprio sentimento e della pro-
pria istruzione.
DI MARIO MAURO
Ricostruiamo l’Europa
con radici cristiane
In Italia serve un nuovo progetto politico
che abbia radici solide nella politica liberale
e nella cultura cristiana, solo in questo modo
si potrà coniugare competitività e solidarietà
e creare così le condizioni per una welfare society
15
POPOLARI
Mario Mauro
16
Perché la persona sia di più se
stessa.
La politica di oggi, infatti, ha un
estremo bisogno di persone che
abbiano un approccio con la ge-
stione della cosa pubblica, di quel
valore, che sentano cioè la parola
popolo non come un pretesto per
il proprio progetto di potere ma
come un riferimento imperativo
se si vuole che l’espressione bene
comune abbia un senso.
È anche l’Italia di oggi che ha bi-
sogno di questo. Ne ha bisogno
perché si possa riaffermare una vi-
sione delle istituzioni concepite
come garanti e non
come padrone del-
la vita dei cittadi-
ni. Istituzioni che
siano consapevoli
che evitare un con-
flitto permanente è
doveroso se si vuo-
le da un lato favo-
rire la convivenza civile, dall’altro
aprire una stagione di riforme
troppo a lungo rimandata.
Ne hanno bisogno anche tutti
quelli cioè che pretendono fare
politica a partire da un ideale
cristiano.
«Ciò che ci unisce è più forte di ciò
che ci divide» è la frase che Konrad
Adenauer, Robert Schuman e De
Gasperi amavano ripetere.
Queste parole ci fanno compren-
dere il contributo essenziale che
uomini come loro hanno portato
alla sconfitta delle ideologie to-
talitarie.
La domanda di una nuova società
europea, rispondente alla maturità
civile e morale del popolo e allo svi-
luppo dell’energia che ne deriva.
Libertà religiosa, libertà d’educa-
zione, libertà d’impresa, coopera-
zione tra i popoli, questa è la pace
duratura che volevano i padri fon-
datori e che il Partito popolare eu-
ropeo deve perseguire sempre.
Se quella pace c’è stata ed è ancora
una certezza nel nostro continen-
te, lo si deve essenzialmente a una
geniale intuizione figlia di un ap-
proccio cristiano alla politica.
Possiamo sperare di uscire dalla
drammatica situazione attuale se
tutti decidiamo di essere vera-
mente ragionevoli sottomettendo
la ragione all’esperienza, se cioè,
liberandoci da ogni
presunzione ideo-
logica, siamo di-
sponibili a ricono-
scere quel qualcosa
che ci unisce.
Abbiamo bisogno
di una visione della
politica in cui si
percepisca la differenza tra un po-
litico e uno statista.
Detto con le parole di De Gasperi:
«la differenza tra un politico e uno
statista sta nel fatto che il politico
pensa alle prossime elezioni, lo sta-
tista alle prossime generazioni».
Una politica basata sulla verità e
sulla centralità della persona in-
somma, non si concepisce de-
miurgica, ma si piega alla gran-
dezza e al valore che nella società
reale hanno e le esperienze per cui
vale la pena costruire.
Dobbiamo domandarci che cosa è
rimasto, oggi, della visione del-
l’Europa dei padri fondatori in
una concezione che sembra ten-
dere a un’omologazione culturale
e politica.
La ricchezza dell’Europa
sta nella diversità
delle sue culture,
tutte da difendere
e promuovere
17
Quell’intuizione originaria ha
prodotto un metodo positivo, ha
fatto la fortuna economica del-
l’Europa consentendole cin-
quant’anni di pace e di sviluppo,
il più lungo periodo della storia
d’Europa con assenza di conflitti,
da quando Romolo e Remo, così
come ci viene tramandato dalla
leggenda, “gareggiarono” per
tracciare i confini di Roma.
Questi cinquant’anni hanno avu-
to un’incidenza profonda sulla
crescita e sulla prosperità econo-
mica. Hanno inciso sulla libera
circolazione delle idee.
Hanno portato sempre di più a
un’idea di Europa come terra
agognata per tutti coloro che vi-
vono in costrizione. Il vero dram-
ma del progetto politico europeo,
nato per sovvertire il clima tragi-
co della fine degli anni Quaranta,
consiste oggi nel non saper più
declinare il pensiero che lo fonda.
Persiste una sorta di congiura del
silenzio all’interno della quale è
veramente ben difficile riprende-
re le redini di una responsabilità
politica nei confronti delle nuove
generazioni.
L’Europa ha beneficiato – e non
per merito proprio – dell’implo-
sione del comunismo, ma fatica a
riconoscere i fattori che, dal pun-
to di vista morale e spirituale,
l’hanno prodotta. Lo abbiamo co-
statato nella discussione sul credo
vero dell’Europa.
In che cosa realmente crede l’Eu-
ropa per potere pretendere di
condurre una battaglia ideale che
si affermi come principio di liber-
tà per tutti i popoli del mondo?
L’unica chance per l’Europa di
POPOLARI
Mario Mauro
AFORISMI
La destra o è coraggio o non è, è liber-
tà o non è, è nazione o non è, così vi
dico adesso, la destra o è Europa o
non è. E vi dico qualcosa di più: l'Eu-
ropa o va a destra o non si fa.
(Giorgio Almirante)
L'epoca passata, epoca che è finita
con la rivoluzione francese, era desti-
nata ad emancipare l'uomo, l'indivi-
duo, conquistandogli i doni della li-
bertà, della eguaglianza, della frater-
nità. L'epoca nuova è destinata a co-
stituire l'umanità...; è destinata ad or-
ganizzare un'Europa di popoli, indi-
pendenti quanto la loro missione in-
terna, associati tra loro a un comune
intento.
(Giuseppe Mazzini)
Nessuno è chiamato a scegliere tra
l'essere in Europa e essere nel Medi-
terraneo, poiché l'Europa intera è nel
Mediterraneo.
(Aldo Moro)
La libertà ha sempre significato in Eu-
ropa una franchigia per essere chi au-
tenticamente siamo.
(José Ortega y Gasset)
Gli increduli d'Europa combattono i
cristiani più come nemici politici che
come avversari religiosi: essi odiano la
fede più come l'opinione di un partito
che come una erronea credenza; e nel
sacerdote combattono assai più
l'amico del potere che non il rappre-
sentante di Dio.
(Alexis de Tocqueville)
continuare a esistere è di tener
conto delle esigenze della perso-
na, della storia millenaria che ha
fondato la cultura europea.
La ricchezza dell’Europa sta nella
diversità delle sue culture, tutte
da difendere e promuovere, in-
clusa quella che per più tempo
ha dato forma all’Europa facen-
done un faro di civiltà: la cultura
cristiana.
De Gasperi amava ripetere che
l’Europa è una civiltà che sta
avanzando.
Era un’Europa che, pochi anni
dopo il termine del secondo
conflitto mondia-
le, si trovava già
divisa dalla corti-
na di ferro.
In quel frangente
De Gasperi ebbe
piena fiducia nel
potere della civiltà
e della solidarietà.
Sul fatto che l’ordine potesse ave-
re la meglio sul disordine.
Questo era il messaggio dei padri
fondatori, ed è valido anche oggi.
Di fronte alle sfide di oggi i padri
fondatori ci dicono di non chiu-
derci, ma di proseguire con uno
spirito aperto, creativo e lungi-
mirante.
In questi anni al Parlamento eu-
ropeo ho lavorato per una politica
in cui ci sia spazio per la persona
e in cui io sia chiamato a servire
le persone.
Una politica in cui quando si par-
la di famiglia tradizionale se ne
possa discutere non in termini
ideologici, come se fosse un’ideo-
logia da contrapporre alle unioni
di fatto, ma potendo dire che essa
è il fondamento della pace e del
benessere.
E benessere e pace sono condizio-
ni che possono favorire l’educa-
zione del popolo alla verità.
Nello stesso tempo, le oltre qua-
ranta missioni fatte in questi anni
in paesi dove libertà religiosa e
diritti umani sono sistematica-
mente violati sono state il modo
per testimoniare e costruire que-
sta coscienza.
A partire da questa bruciante
consapevolezza, mi sono mosso
per affermare un ideale che è an-
che più grande dei miei vizi.
Il dialogo che vo-
glio costruire, per-
ché il nostro Paese
e l’Europa vengano
fuori dal guado,
deve essere segnato
da questa logica.
Non la ricerca del
compromesso tout
court, bensì l’assunzione della re-
sponsabilità di fare un passo
avanti, insieme, verso la verità.
Infatti l’uomo è capace di far del
bene, ma è quello stesso che può
bestemmiare o uccidere.
Ognuno di noi porta dentro di sé
una contraddizione che gli fa com-
prendere di non essere perfetto.
L’esperienza del cristianesimo
non è mai ideologica. Perché non
suppone l’idea di un uomo perfet-
to. C’è infatti chi continuamente
ammannisce i popoli dicendo che
un uomo perfetto è «realizzabile»
ed è di quella categoria solo chi
prende una determinata tessera,
solo chi prende una determinata
posizione politica.
Il mondo che si è aperto dopo
18
Davanti alle sfide
di oggi non bisogna
chiudersi, ma serve
uno spirito aperto,
creativo e lungimirante
19
l’11 settembre richiede pensieri
forti per poter reggere il governo
della globalizzazione e la sfida del
terrorismo.
Occorre quindi costruire un sog-
getto dall’identità forte, plurale,
un soggetto aperto e democratico.
Dobbiamo avviare un progetto
politico che sappia affrontare il
tema fondamentale della compe-
titività dell’Europa coniugando
competitività e solidarietà, se-
condo un modello nel quale soli-
darietà e questione sociale sono
un fattore di competitività e la
competitività è la condizione pri-
ma anche per alimentare una wel-
fare society generosa.
Queste forze si devono unire in
Italia per fare in modo che i valo-
ri della civiltà liberale e cristiana
non vengano abbandonati in no-
me di un relativismo culturale
che rischia di sconfinare nel ni-
chilismo.
Il senso stesso della responsabi-
lità che i cristiani sentono verso
il mondo è la risposta a quella
domanda che Ponzio Pilato po-
ne a Gesù, in cui la questione
della verità sale sul proscenio.
Alla domanda di Pilato: «Tu sei
re?», Gesù risponde: «Tu lo di-
ci; io sono re. Per questo sono
nato e per questo sono venuto
nel mondo: per rendere testimo-
nianza alla verità. Chiunque è
dalla verità ascolta la mia voce»
(Gv 18,37). Dopo ciò Pilato
chiede: «Quid est veritas?».
Quelle stesse parole, anagramma-
te, contengono la risposta: Est vir
qui adest (è l’uomo che sta di fron-
te). Lo nota tre secoli più tardi
Sant’Agostino d’Ippona.
Che cos’è la verità?
Nessuno ha in tasca questa rispo-
sta. Ma la verità la possiamo in-
contrare e riconoscere e siamo
chiamati a servirla.
La verità è un uomo che si pone,
che ci viene incontro, che ha un
giudizio sulla realtà. È quell’uo-
mo il cui cuore è suscitato dallo
spirito ed è capace di lanciare la
sua sfida al mondo al di là del
proprio male. E al di là del pro-
prio male c’è la possibilità di co-
struire il bene per tutti.
Un vero popolarismo e un vero
europeismo sono quello che serve
a radicare nel nostro paese una vi-
sione più corrispondente ai nostri
ideali dando spazio non all’Italia
della rabbia e dei conflitti, ma a
quella delle mille voci di una so-
cietà plurale e propositiva.
POPOLARI
Mario Mauro
mario mauro
Presidente dei deputati Pdl al Parlamento eu-
ropeo.
L’Autore
Il futuro di un centrodestra più
forte, omogeneo e in grado di da-
re risposte concrete ed efficaci al-
le sfide della politica e della so-
cietà italiana conduce in maniera
decisa sulla via del popolarismo
europeo. Una strada che – come
sostiene il belga Joseph Daul, ca-
pogruppo del Ppe al Parlamento
di Strasburgo – è il percorso più
adeguato alla «costruzione di
un’Europa delle opportunità
nell’interesse comune di tutti gli
europei».
Presidente, i cittadini in questo mo-
mento storico sono preoccupati dalla
tempesta che scuote i mercati e le eco-
nomie mondiali. Quali sono i valori e di
conseguenza gli orientamenti seguiti
dal Ppe nel tentativo di ridurre gli effet-
ti di questa crisi?
Li riassumerei in una forte disci-
plina di bilancio europea e in po-
litiche europee per la crescita at-
traverso i principi dell’economia
sociale di mercato. In questi ulti-
mi due anni, abbiamo già messo
in piedi una nuova regolamenta-
zione finanziaria con provvedi-
menti che eviteranno il ripetersi
in futuro degli eccessi dovuti a
speculazione e mancanza di con-
trolli. E questa è prima di tutto
una garanzia per i cittadini e per
i piccoli risparmiatori. Poi, stia-
mo insistendo affinché tutti i go-
verni europei capiscano che il ri-
gore di bilancio deve necessaria-
mente essere la base della nostra
convivenza comune, un principio
fondante della nostra integrazio-
ne. Tutti gli Stati membri devo-
no capire che questi principi non
devono essere attuati solo in mo-
menti di emergenza come le cri-
si, ma devono diventare piutto-
sto un modus vivendi.
INTERVISTA A JOSEPH DAUL
DI ROSALINDA CAPPELLO
Verso un’Europa delle opportunità
Rigore e crescita:
questa è la garanzia
per i cittadini
Nel mezzo della tempesta che scuote i mercati
e le economie mondiali, il popolarismo europeo
può essere la ricetta politica per affrontare la sfida,
in Europa e anche in Italia
20







POPOLARI
intervista a Joseph Daul
22
Come dire che non possiamo più per-
metterci di vivere al di sopra delle no-
stre possibilità?
Proprio così. Perché in questo
modo ipotechiamo il futuro dei
nostri figli. Deve essere messa in
atto una forte politica per la cre-
scita. Ed è quello che stiamo fa-
cendo a livello di Ue. L’Europa
deve liberare le proprie forze e
tornare a una crescita sostenuta,
solo così potremo continuare a
sostenere il nostro welfare nell’in-
teresse di tutti gli europei e delle
generazioni future. Per questo
stiamo implementando la Strate-
gia 2020 – a cui già da anni la-
voriamo – che prevede investi-
menti europei nell’innovazione,
nella ricerca e nello sviluppo so-
stenibile. Il bilancio Ue serve
proprio a questo: sono soldi inve-
stiti nella crescita. Il gruppo Ppe
lavora per un’Europa capace di
creare opportunità e ricchezza in
seno a mercato unico sempre più
integrato, noi vogliamo un’Unio-
ne sempre più competitiva a li-
vello globale e allo stesso tempo
in grado di promuovere il benes-
sere di tutti i suoi cittadini.
E sul fronte dell’immigrazione e dei
rapporti all’interno del bacino del Me-
diterraneo che spesso hanno visto l’Ita-
lia in prima fila nelle emergenze? In che
modo il popolarismo europeo può for-
nire il proprio contributo per affrontare
in maniera efficace le sfide della globa-
lizzazione?
La grave crisi che stiamo vivendo
rende indispensabile per l’Europa
il compimento di un nuovo salto
qualitativo in termini di integra-
zione. La globalizzazione com-
porta elementi positivi come il
progresso scientifico e tecnologi-
co, ma anche sfide come l’ina-
sprimento della concorrenza eco-
nomica, la necessità di una mi-
gliore e più efficace regolamenta-
zione finanziaria a livello mon-
diale e – come vediamo nel Me-
diterraneo – sconvolgimenti po-
litici che spingono decine di mi-
gliaia di persone a lasciare i pro-
pri paesi per tentare di raggiun-
gere l’Europa. Per il gruppo Ppe
la soluzione a tutte queste sfide
può essere solo “più Europa” e
non certo meno. Già da molti
anni noi diciamo che la gestione
dei flussi migratori nel Mediter-
raneo è un problema europeo e
non solo italiano, o spagnolo o
francese. Nessun paese può af-
frontare queste sfide da solo e,
anzi, posso affermare che il vo-
stro governo ha gestito al meglio
una difficile situazione di emer-
genza negli scorsi mesi. Solo se
sapremo essere più uniti in Euro-
pa, riusciremo a ricostruire una
forte partnership tra la Ue e i pae-
si della costa sud del Mediterra-
neo, incentivando sviluppo e de-
mocrazia e facendo di tutto il
Mediterraneo un’area strategica
di prosperità e stabilità politica.
Il gruppo Ppe vuole un’Unione
europea che sia protagonista sul-
la scena mondiale in tema di po-
litica estera e di sicurezza, e che
al suo interno prosegua il cam-
mino delle riforme istituzionali
necessarie a consentirle di opera-
re in modo più incisivo.
Come immagina una versione italiana
del Ppe?
23
Il consiglio che vi posso dare è
quello che viene dalla mia espe-
rienza di presidente del più
grande gruppo parlamentare del
Parlamento europeo. Noi, già
dall’inizio degli anni Novanta,
abbiamo capito che i tempi era-
no maturi per costruire una casa
comune di tutti i moderati euro-
pei, il Ppe appunto. E abbiamo
deciso che noi democratici-cri-
stiani – con i nostri valori e le
nostre tradizioni che sono state e
sono ancora oggi il fondamento
dell’Europa unita – avevamo la
responsabilità di riunire intorno
a noi chi si riteneva alternativo
alla sinistra e si riconosceva ap-
punto nei valori dei padri fonda-
tori dell’Europa. Oggi, il pro-
getto del Ppe è stato e continua
a essere vincente: siamo il primo
gruppo del Parlamento europeo
e il partito transnazionale più
importante e influente d’Europa.
Non posso che augurare a voi di
fare lo stesso in Italia, costruen-
do nel centrodestra una grande
casa dei moderati italiani sul
modello Ppe.
Quali sono i valori e gli ideali del popo-
larismo di oggi?
Il Gruppo del Partito popolare
europeo costituisce la maggiore
forza politica in seno all’Unione
europea ed è l’erede della tradi-
zione democratico-cristiana dei
Padri fondatori dell’Europa da
Alcide de Gasperi a Robert
Schuman e a Konrad Adenauer.
Per questo noi crediamo in
un’Europa unita, solidale e aper-
ta, che non dimentichi i propri
valori. Un’Europa dal volto uma-
POPOLARI
intervista a Joseph Daul
Il Libro
Sandro Fontana
I grandi protagonisti
del popolarismo italiano
Editrice Rotas 2005, 176 pp., 10 euro
Col popola-
rismo è sta-
to promos-
so in Italia
nel secondo
dopoguerra
un modello
alternativo
di moder-
ni zzazi one
e di industrializzazione non più di
tipo autarchico e protezionistico
(basato sul sostegno dello Stato e
sull’economia di guerra) ma di tipo
liberistico ed aperto alla concor-
renza internazionale, non circo-
scritto a ceti medio-alto borghesi,
né concentrato solo in alcune “iso-
le” geografiche o grandi industrie,
ma diffuso sull’intero territorio
nazionale e promosso da ceti po-
polari medio-bassi. In tal modo,
dopo il 1945, le vittime economi-
che e sociali della prima industria-
lizzazione sono diventate protago-
niste e artefici della vera grande
industrializzazione italiana, quella
che ha consentito a un paese co-
me il nostro, povero di materie
prime e di capitali e ricco soltanto
di braccia da impiegare e di boc-
che da sfamare, di conquistare in
pochi lustri i primi posti nella ge-
rarchia mondiale dei paesi più in-
dustrializzati.
Un altro modello
di modernizzazione
no, che metta al centro di tutto
la persona. Un’Europa basata sul
principio di sussidiarietà, sul-
l’economia sociale di mercato e
sul rispetto dei diritti fondamen-
tali. Il gruppo Ppe è la casa euro-
pea dei moderati, noi rappresen-
tiamo in Europa la componente
politica di centrodestra. Tutte le
azioni del gruppo Ppe rispec-
chiano il nostro impegno per la
costruzione di un’Europa delle
opportunità nell’interesse comu-
ne di tutti gli europei.
24
L’Intervistato
rosalinda cappello
Giornalista, è redattrice di Fareitaliamag, il
periodico online dell’associazione Fareitalia.
Ha collaborato con il Secolo d’Italia.
L’Autore
joseph daul
Politico francese, attualmente europarlamentare
per la Francia orientale.
Il 9 gennaio 2007 è stato eletto presidente del
gruppo del Partito popolare europeo - Democra-
tici europei, al posto di Hans-Gert Pöttering, di-
ventato presidente del Parlamento europeo. È
stato rieletto presidente nel giugno 2009.
Roberto Formigoni è presidente
della regione Lombardia dal
1995. Lo scorso agosto è stato
nominato commissario generale
per l’Expo 2015 dalla presidenza
del Consiglio del ministri.
Dall’incontro con don Luigi
Giussani e dall’esperienza di Gio-
ventù studentesca e di Comunio-
ne e Liberazione è nata la passio-
ne per la politica, che intende co-
me difesa della società, basata su
un dialogo costante con la gente,
per ascoltarne le istanze e fornire
concretamente le risposte.
La sua ambizione è di contribuire
al processo di rinnovamento del
Popolo della libertà, che crede
debba attuarsi mediante un’orga-
nizzazione che si basi su un mo-
dello che garantisca democrazia e
partecipazione, attraverso l’ele-
zione della classe dirigente dal
basso e le primarie.
Un partito, dunque, che abbia
una relazione più diretta con la
base elettorale e che sia ancorato
ai valori e agli ideali del popola-
rismo europeo.
Il segretario del Pdl Angelino Alfano nel
luglio scorso ha annunciato la nascita
della Costituente Popolare con l’obiet-
tivo di riunificare in un’unica casa tutte
le forze moderate e riformiste. Il primo
passo sarà quello di elaborare un mani-
festo di idee e valori dei moderati italia-
ni da presentare al XX Congresso del
Ppe, previsto per la fine dell’anno a
Marsiglia. In Italia, dunque, si è iniziato
a lavorare per la realizzazione del Parti-
to popolare europeo. In quale senso i
valori e i programmi del popolarismo
europeo possono contribuire alla cre-
scita e al miglioramento del nostro Pae-
se e magari favorire la realizzazione di
un bipolarismo più maturo?
Il Partito popolare europeo è uno
dei due pilastri del bipolarismo
in tutti i paesi europei, quindi è
il segno di un bipolarismo matu-
ro. Noi dobbiamo riuscire a co-
INTERVISTA A ROBERTO FORMIGONI
DI ALESSIA BALLANTI
Oltre il Pdl
«Aperto e riformatore,
ecco il partito che ho in mente»
Molti lo danno come uno dei possibili successori di Silvio
Berlusconi, ma il governatore della Lombardia, per adesso,
pensa solo a come aiutare Alfano a rilanciare il progetto
(in affanno) del partito unico del centrodestra.
26

»




POPOLARI
intervista a Roberto Formigoni
28
stituire il pilastro italiano del
Partito popolare europeo per da-
re più forza, più nervo, più cul-
tura al bipolarismo italiano che
altrimenti rischia di morire o di
crescere con difficoltà estreme,
travolto dalle polemiche astiose,
dall’odio e dalle delegittimazioni
reciproche.
Il Partito popolare europeo incar-
na il meglio dei partiti moderati
d’Europa dal dopoguerra in poi.
Non coincide più soltanto con i
partiti di democrazia cristiana e
oggi appunto si identifica con il
meglio delle tradizioni popolari,
come quella cattolico-popolare e
liberal-cattolica, ma anche una
tradizione laica, che non è né an-
ticlericale né anticattolica, la tra-
dizione di un socialismo umani-
tario e riformatore che non è
massimalista.
Queste sono le forze che attual-
mente si riconoscono nel Partito
popolare europeo, che hanno già
fatto molto per l’Italia nella se-
conda Repubblica e che oggi de-
vono darsi una forma matura, at-
traverso la costituente di centro.
Angelino Alfano ha affermato che l’Udc
di Pier Ferdinando Casini e Fli di Gian-
franco Fini hanno una storia tutta den-
tro il Partito popolare europeo. Con
quali forze politiche dovrebbe confron-
tarsi il Pdl perché si realizzi il suo obiet-
tivo di creare un partito dei moderati
italiani che guardi al Partito popolare
europeo?
Quando Angelino Alfano e noi
del Pdl parliamo di Costituente
popolare intendiamo rivolgerci
non soltanto ai partiti politici
ma a tutte quelle forze come le
associazioni della società civile,
le singole personalità, che sono
dentro l’alveo del popolarismo
europeo, per dare vita tutti insie-
me a un nuovo grande partito.
Noi del Pdl siamo disponibili
anche a cambiare il nome e l’or-
ganizzazione di partito. Non
stiamo invitando qualcuno a
confluire nel Popolo della liber-
tà, stiamo chiedendo a tutti di
essere con noi promotori con pari
dignità di un soggetto politico
nuovo.
È vero quello che ha detto Ange-
lino Alfano in merito all’esisten-
za di alcuni partiti, come per
esempio l’Udc e Fli, che a livello
europeo aderiscono ai gruppi del
Partito popolare europeo. Certa-
mente la nostra proposta è rivol-
ta a loro, ma ripeto, è indirizzata
anche ad altre personalità.
Occorre inoltre porre attenzione
alle informazioni diverse che at-
tualmente filtrano: sappiamo per
esempio che nell’attuale Partito
democratico esiste un disagio,
insito soprattutto in alcuni cat-
tolici, quindi il nostro invito è
esteso anche a loro, esattamente
come a movimenti, associazioni,
mondo della cultura e delle pro-
fessioni, perché intendiamo co-
struire in Italia il partito nuovo
che fa riferimento al Partito po-
polare europeo.
Lei pensa che la Lega sarà d’accordo
con il progetto di un centrodestra che
guardi al Partito Popolare Europeo e
che magari condivida questo percorso
insieme all’Udc?
Io ne sono convinto, anche sulla
base di colloqui che ho avuto con
29
esponenti di primissimo piano
della Lega, tra cui alcuni mini-
stri, che mi hanno riferito di non
essere affatto contrari a tale opera
di chiarificazione del bipolarismo
italiano.
In realtà la Lega guarda con sim-
patia alla nostra operazione ed è
pronta, secondo quanto queste
personalità mi hanno detto, a
collaborare con il nuovo sogget-
to. Tutto ciò significherebbe arri-
vare finalmente alla stabilizzazio-
ne del bipolarismo italiano.
In Italia il centrodestra del futu-
ro è l’unione di questa costituen-
te popolare in un unico partito,
più la Lega. La Lega ha sempre
detto che non vi aderirà mai e la
sua posizione è legittima, essen-
do un partito territoriale, legato
a istanze specifiche. Per quanto
ne so io, però, è pronta a fare
un’alleanza con questo nuovo
soggetto su basi programmati-
che, rivedute e adeguate al mo-
mento. Se noi riusciremo nell’in-
tento daremo finalmente una
maggioranza stabile di centrode-
stra alle istituzioni nazionali.
Su quali riforme dovrà puntare il Pdl,
da qui al 2013, per rilanciarsi a livello
nazionale?
Sono le riforme che noi abbiamo
sempre promesso. Da questo
punto di vista mi lasci essere se-
vero: purtroppo non siamo riu-
sciti a mantenere tutti gli impe-
gni che avevamo assunto.
Il primo obiettivo è la famiglia,
in cui il centrodestra crede a dif-
ferenza della sinistra: questa è
una priorità che i nostri elettori
ci chiedono ed è la prima riforma
da realizzare. Il nostro secondo
obiettivo riguarda la piccola e
media impresa.
Dunque occorre una riforma fi-
scale che privilegi la famiglia e
le piccole e medie imprese, che
sono i nostri referenti principali.
Inoltre è indispensabile una ri-
forma scolastica, che metta al
primo posto le esigenze della fa-
miglia, attraverso le politiche
del buono-scuola e quelle indi-
rizzate alle scuole paritarie che
vanno assolutamente fatte. Co-
minciamo a realizzare queste tre
grandi riforme e vedrà che il
centrodestra italiano si riscatterà
agli occhi dell’opinione pubblica
italiana, che oggi ci guarda con
scarsa fiducia.
Quali riforme dovrebbe realizzare per
fronteggiare la crisi economica?
Un esempio: ridurre il numero
delle regioni. Si tratta di una
proposta che nei giorni scorsi ho
lanciato e messo sul tavolo.
L’obiettivo è quello di arrivare ad
avere regioni più grandi, dotate
di più poteri e più concorrenzia-
li. Benissimo l’accorpamento
delle funzioni dei comuni, bene
l’eliminazione delle province, ma
si devono anche accorpare le re-
gioni: sei, sette, non di più, do-
tate dei poteri che assegna loro
l’articolo 116 del Titolo Quinto
della Costituzione e che dal 2006
abbiamo chiesto prima al gover-
no Prodi e poi al governo Berlu-
sconi, ma senza trovare mai un
interlocutore.
Si dovrebbe seguire l’esempio del-
la Germania: in questo momento
gli stessi Laender tedeschi hanno
POPOLARI
intervista a Roberto Formigoni
cominciato a ragionare sul loro
accorpamento. Io, che sono presi-
dente di una regione europea, che
ha dieci milioni di abitanti – e se
tutte le regioni fossero come la
Lombardia avremmo sei regioni e
non le 22 attuali – per primo mi
metto in discussione.
Mi aspetto poi qualcosa di corag-
gioso, come la messa in vendita
di parte del patrimonio statale
che non è strategico.
Cosa pensa non abbia funzionato nel
Pdl? Perché non è riuscito a mantenere
le promesse fatte agli elettori, in parti-
colare proprio quelle riguardanti la ri-
forma del fisco e la politica a favore
delle piccole e medie imprese?
Tante cose, ahimè. Innanzitutto
c’è stata la devastante polemica
di Fini con Berlusconi, quindi i
forti contrasti dentro il Pdl che
hanno portato alla spaccatura,
che ci ha indebolito sul piano
numerico e ancora di più sul pia-
no politico.
Si è trattato di dispute interne
gravissime che ci hanno fatto
perdere tempo ed energie. Ab-
biamo presentato programmi
splendidi ma non li abbiamo rea-
lizzati, vuoi per incuria, vuoi per
disattenzione, vuoi per sottova-
lutazione del tema, vuoi perché
sono stati rimandati costante-
mente. Sono precise e gravi re-
sponsabilità.
Oggi ci rendiamo conto di quan-
to pesanti siano stati quegli erro-
ri, oggi che veniamo dalle elezio-
ni amministrative in cui siamo
stati sonoramente battuti e che ci
troviamo nel pieno dell’approva-
zione di due manovre economi-
che che pretendono ancora mol-
tissimo dai nostri ceti di riferi-
mento.
Quale pensa debba essere il nuovo
modello organizzativo del Pdl a livello
nazionale e territoriale?
Il modello democratico: è suffi-
ciente questa affermazione. Oc-
corrono democrazia e partecipa-
zione a tutti i livelli. Noi dob-
biamo far eleggere la classe diri-
gente dal basso, dal popolo e dire
basta ai nominati.
Il Pdl è nato tre anni e mezzo fa
e in questo lungo periodo non
abbiamo mai fatto un congresso,
neanche a livello rionale. Tutti i
nostri coordinatori sono stati no-
minati dall’alto. Questo non de-
ve più accadere. La gente ci ha
abbandonato anche per questo
motivo: i nostri sostenitori e i
nostri militanti se ne sono anda-
ti, stanchi di sentirsi promettere
che sarebbe stato fatto un con-
gresso.
Ora abbiamo innanzitutto isti-
tuito la nuova funzione del se-
gretario politico nazionale, sce-
gliendo un uomo come Angelino
Alfano che secondo me è partico-
larmente adatto a questo compi-
to e sta già dimostrando di saper-
lo svolgere bene. Abbiamo deciso
nel “Comitato delle regole” di
andare all’election day in una do-
menica di ottobre, cioè all’elezio-
ne diretta, dal basso, dei 106 se-
gretari politici provinciali: è il
segnale che stiamo facendo sul
serio, che stiamo andando vera-
mente a restituire il potere nelle
mani del nostro popolo.
Ci siamo chiamati Popolo della li-
bertà e non Partito della libertà
perché volevamo e vogliamo che il
potere sia nelle mani del popolo,
dobbiamo realizzare questo e ci
siamo messi sulla strada giusta per
farlo.
Credo sia possibile recuperare un
elettorato e i militanti stanchi e
delusi, perché stiamo realmente
dimostrando di voler fare i fatti. È
chiaro che dobbiamo farli vera-
mente ma io sono molto fiducioso.
Quanto crede sia importante la selezio-
ne della classe dirigente del domani?
Non ritiene sia necessaria una maggio-
re competenza e preparazione della no-
stra classe politica e anche una più am-
pia presenza di giovani e donne? Per
arrivare a questo, su quali criteri do-
vrebbe basarsi la designazione dei can-
didati e delle figure che dovranno gui-
dare il partito in futuro?
È fondamentale. Dobbiamo can-
cellare leggi elettorali sciagurate.
Occorre eliminare i listini a tutti
i livelli. Io sono sempre stato
fautore del voto di preferenza. È
la gente che deve indicare il suo
deputato, il suo senatore, il suo
consigliere regionale. La gente
desidera scegliere il presidente
del Consiglio e la coalizione, ma
anche il deputato o il senatore.
Esiste il voto di preferenza, un
voto di preferenza. È la gente che
sceglie i migliori, non c’è giudi-
ce più giusto. Ribadisco questo
semplice concetto: democrazia e
poteri del popolo.
Oltre alla riforma della legge elettora-
le ritiene che anche le primarie siano
indispensabili per selezionare la clas-
se dirigente?
31
POPOLARI
intervista a Roberto Formigoni
Certamente. Sono felice che
questo sia un altro obiettivo che
con Angelino Alfano è stato
stabilito: si procederà con le
primarie, o meglio con le ele-
zioni popolari, come il presi-
dente Berlusconi vuole chia-
marle, per scegliere i nostri
candidati al posto di sindaco, di
presidente di provincia, di pre-
sidente di regione. Utilizziamo
il termine di elezioni popolari
per far capire che sono organiz-
zate diversamente da quelle del-
la sinistra. Dovremo andare a
tastare il polso della nostra base
per poi presentare i candidati
più forti che possono vincere le
elezioni.
Su quali regole dovrebbero basarsi?
Due regole: l’altissima partecipa-
zione, quindi sarà necessario or-
ganizzare gazebo e seggi eletto-
rali in tutti gli angoli del Paese,
e la trasparenza. Chi partecipa
deve portare il suo nome, cogno-
me e la carta d’identità e inoltre
firmare un documento con cui
dimostra di condividere gli idea-
li del Popolo della libertà. No a
operazioni di reclutamento di
persone che con il partito non
hanno nulla a che vedere, che fal-
sificano poi il risultato reale, co-
me è successo per altri partiti.
Quando andrebbero fatte?
A ottobre-novembre sarà convo-
cato un Election Day per eleggere
i segretari comunali e provincia-
li. Poi sappiamo quali saranno, il
prossimo anno, le province e i
comuni che andranno al voto a
maggio, quindi, entro la prima-
vera prossima dovremo anche
scegliere i candidati.
Nel caso in cui Silvio Berlusconi non
scendesse in campo nel 2013, si candi-
derebbe anche lei come leader del cen-
trodestra?
Le farò sapere. In questo momen-
to a me interessa collaborare con
Angelino Alfano e con gli altri
per lavorare alla democratizzazio-
ne piena del Pdl. Se Silvio Berlu-
sconi lasciasse nel 2013 decidere-
mo insieme. L’importante è fare
le scelte collegialmente. Certa-
mente decideremo con le primarie
o con un altro metodo democrati-
co. A quel punto vedremo. Non
muoio dalla voglia di andare a oc-
cupare la poltrona più scomoda
d’Italia. Mi interessa che a candi-
darsi per quel posto sia l’uomo o
la donna che il nostro popolo ri-
tiene più idonea, perché democra-
zia e potere del popolo significa
che anche i candidati si scelgono
tastando il polso della gente.
Attualmente in Italia sembra esserci un
vuoto di idee e di ideologie che sembra
aver accentuato il distacco dei cittadini
dalla politica. Il recente acuirsi della
crisi economica sostanzialmente ha
confermato il primato della finanza e
dell’economia sulla politica. Proprio in
questo periodo occorrono esecutivi
autorevoli che indirizzino il cammino
del nostro Paese con decisioni forti.
Qual è la strada da intraprendere per
far sì che la politica si riappropri della
sua identità e della sua capacità di gui-
dare i processi e di fronteggiare in mo-
do efficace la crisi?
Innanzitutto una grande umiltà
da parte dei politici. Noi dob-
32
biamo aver sempre presente, in
ogni minuto della nostra esisten-
za, che siamo lì grazie al consen-
so popolare e che la fiducia che
la gente ci ha dato è a tempo.
Ogni quattro, cinque anni dob-
biamo presentarci per avere il
suo consenso.
Questo vuol dire che abbiamo
l’obbligo di ricercare il rapporto
con la gente, non soltanto in
campagna elettorale, e che dob-
biamo metterci continuamente
in discussione, andarla a trovare.
Dobbiamo scarpinare, consumare
le scarpe, come sempre ripeto,
aprire siti sul web, partecipare ad
assemblee e a comizi. Dobbiamo
dialogare, quindi ascoltare deve
essere il nostro primo obiettivo e
poi spiegare, cioè dare le ragioni
delle nostre scelte. Questo è
l’unico modo per ristabilire un
rapporto di fiducia con i cittadi-
ni. Dunque è fondamentale fare
politica sul territorio.
Come immagina il centrodestra italiano
del futuro? Da cosa occorre partire per
ricostruirlo?
Se noi faremo un centrodestra
come quello che abbiamo de-
scritto in questa conversazione,
innanzitutto succederà che la
maggioranza dei cittadini italia-
ni tirerà un sospiro di sollievo
dicendo che finalmente siamo
arrivati e una pioggia di voti si
riverserà su di noi.
33
L’Intervistato
alessia ballanti
Giornalista, lavora in Rai. Ha svolto attività di
ricerca nel campo dell’analisi delle politiche
pubbliche.
L’Autore
RobeRto foRmigoni
Politico italiano, presidente della regione Lom-
bardia dal 1995, al quarto mandato consecutivo.
È stato iscritto alla Dc, al Ppi, ai Cdu e infine a
Forza Italia, partito che è confluito nel Popolo
della Libertà. Laureato alla facoltà di Filosofia
dell’Università Cattolica di Milano, ha fondato il
Movimento popolare e ne è stato presidente fino
al 1987. Ha dato vita e seguito a molte iniziative:
la più nota è il Meeting per l’amicizia fra i popoli
a Rimini. Nel dicembre 2004 è stato insignito
della laurea honoris causa in Scienze e Tecnolo-
gie della comunicazione dalla Libera Università
di Lingue e Comunicazione-Iulm.
POPOLARI
intervista a Roberto Formigoni
Una politica senza valori è una
politica che non potrà mai fare
qualcosa di buono per il paese.
Questa, in estrema sintesi, l’idea
di Giuseppe Fioroni, deputato
del Partito democratico di area
cattolica, ex Margherita.
Per Fioroni il popolarismo non
può essere considerato «l’appro-
do di tutti coloro che, a prescin-
dere da una condivisione valoria-
le o progettuale, hanno avvertito
la necessità di trovarsi una nuova
pelle, utilizzando quella che era
di altri». Il deputato del Pd ri-
tiene che il popolarismo abbia
dei valori dai quali non si possa
prescindere, e spera che tutti gli
«amici cattolici» possano tronare
a parlarsi e a pensare secondo
quegli stessi valori tracciati dai
padri fondatori del popolarismo.
Perché in Italia il popolarismo non si è
configurato con un’alternativa tra una
famiglia socialista e una popolare, co-
me in gran parte d'Europa?
Quando parliamo di popolari-
smo e di socialismo, ci riferiamo
a due categorie della storia del
secolo scorso che, nei nomi, so-
no rimaste ciò che erano. Se
pensiamo, invece, al popolari-
smo europeo, e confrontiamo i
suoi valori fondanti promossi
con i soggetti politici che at-
tualmente si richiamano al Ppe,
capiamo quanto i principi stori-
INTERVISTA A GIUSEPPE FIORONI
DI PIETRO URSO
Per un nuovo popolarismo
Avanti con
una politica popolare
per il bene comune
Le aree cattoliche dei vari schieramenti politici devono
tornare a parlarsi secondo quella “amicizia pensante”
che li caratterizza per cercare di dare una svolta
popolare alla crisi politica e istituzionale che da troppi
anni paralizza il paese in logiche egoiste e senza futuro.
34





35
POPOLARI
intervista a Giuseppe Fioroni
36
ci del popolarismo siano cam-
biati e in buona parte anche ab-
bandonati. È sempre più evi-
dente la sensazione che il nome
del contenitore sia rimasto lo
stesso, ma i contenuti si siano
diversificati, quasi che il conte-
nitore con il nome sia divenuto
l’approdo di tutti coloro che, a
prescindere da una condivisione
valoriale o progettuale, hanno
avvertito la necessità di trovarsi
una nuova pelle, utilizzando
quella che era di altri.
Il bipolarismo italiano della Se-
conda Repubblica è un bipolari-
smo che ha rimosso quei valori
identificativi, significativi e im-
prescindibili per fare della politi-
ca una buona politica e ha preso,
invece, una scorciatoia, quella
del leaderismo che si basa su un
rapporto messianico tra il leader
e il popolo. Questo tipo di poli-
tica trasforma il leader in un tau-
maturgo che dà risposte ai desi-
deri della gente rompendo
l’identificazione che è alla base di
una buona politica, ovvero quella
tra valore e desiderio. Nella Pri-
ma Repubblica l’Italia fu rico-
struita perché trainata dal valore
del bene comune, ogni italiano si
identificava in tale valore. Nella
Seconda Repubblica, invece, si è
venuta a creare una dissociazione
tra valore e desiderio, il che ha
portato a una disgregazione dei
valori e quindi a un allontana-
mento tra i desideri della comu-
nità e le risposte della politica,
trasformando quest’ultima in
una casta che pensa solo a se stes-
sa e ha abbandonato il valore del
bene comune.
C’è chi parla oggi di una nuova Dc che
sostituisca l'attuale centrodestra. Erne-
sto Galli della Loggia, invece, ha scritto
recentemente sul Corriere della Sera
che l'unità politica dei cattolici che è al-
la base della Dc non è possibile in un
sistema bipolare. Lei cosa ne pensa?
Sono convinto che ogni stagione
abbia il suo tempo, e oggi per i
cattolici – in qualunque forma-
zione politica siano impiegati – è
la stagione di ricostruire un co-
mune sentire valoriale che tra gli
italiani non esiste più. L’espe-
rienza della Seconda Repubblica
ha rimosso anche questo patri-
monio che rappresentava il co-
mune sentire degli italiani, a
prescindere da cosa votassero nel-
le esperienze precedenti. Ormai
non esiste più un luogo condivi-
so sul quale ci si confronti – an-
che se aspramente –, ma esiste
solamente la filosofia del nemico
da abbattere. Il primo passo di
questa nuova stagione è proprio
ricostruire questo comune senti-
re. Bisogna ricordare che la crisi
economica è anche una crisi di
valori, che ha trasformato l’indi-
viduo in un pendolo che oscilla
dal liberismo economico e dal
mito dell’egoismo del “mi pren-
do quello che voglio” all’esaspe-
razione del diritto civile inteso
come “faccio ciò che voglio”. In
questo modo la laicità si è tra-
sformata in laicismo e l’etica
sembra più un macigno che im-
pedisce la politica dei propri in-
teressi, ma bisogna ricordare che
non può esistere una politica ava-
loriale. Non sostengo che biso-
gna fare un partito dei cattolici,
ma è alquanto singolare che in
37
un periodo nel quale tutte le de-
stre o le sinistre e i poteri di tut-
ti i tipi si incontrano per con-
frontarsi, una volta che quattro
associazioni sociali ed ecclesiali
con qualche politico a loro volta
si incontrano per discutere, ecco
che riparte l’anatema anti-catto-
lico. Credo che oggi i cattolici
impegnati nel sociale come nella
politica debbano ritrovare quel-
l’amicizia pensante che consenta
di rilanciare la costruzione di un
comune sentire e di una bussola
valoriale utile a impostare un
confronto civile e maturo. Ogni
stagione ha il suo tempo.
Da dove si deve partire per iniziare
questa ricostruzione del bene comune?
Innanzitutto, per ripartire biso-
gna rimettere al centro la perso-
na umana, perché la persona è il
diritto. È arrivato il momento
che la politica affronti in modo
esauriente e con risposte certe e
valide anche per un futuro lonta-
no i temi della bioetica, del lavo-
ro e della giustizia sociale. Le pa-
role sobrietà e rigore devono ini-
ziare a far parte dell’agenda poli-
tica e bisogna farla finita con la
politica solo “predicata” e mai
“praticata”. È ora di fare delle
scelte di politica economica che
consentano ai nostri figli di avere
un futuro più certo e concreto.
Questi sono i temi e questo il ve-
ro banco di prova sul quale tocca
a noi politici confrontarci e fare
la nostra parte.
Che cosa pensa del progetto del neo
segretario del Pdl Angelino Alfano sulla
costituzione del popolarismo in Italia?
Alfano ha una sfida interessante
di fronte a sé, che è soprattutto
quella di cambiare un Pdl nato
con la logica del partito delle li-
bertà, ma poi progressivamente
modificatosi geneticamente, fino
a generare un organismo che non
risponde né alle ragioni del con-
servatorismo, né a quelle del po-
polarismo. È una sfida di cam-
biamento che mi auguro riesca a
portare avanti il suo progetto,
perché se si modifica una parte
importante della politica italia-
na, ogni attore e forza politica ne
trarrà beneficio.
Qual è la sua esperienza all'interno del
Pd e, in generale, tra coloro che fanno
riferimento all'area popolare?
Nella Seconda Repubblica nessu-
no dei due maggiori partiti poli-
tici ha completato il suo proget-
to. Il Pd è un cantiere che ha co-
struito molto, ma non si è ancora
completato, le ragioni della
scommessa sono ancora aperte
ma non bisogna distrarsi. È ne-
cessario avere la schiena diritta e
fare le scelte coerenti con le cose
in cui si crede e con la sintesi che
riguarda il bene comune. Nel
momento in cui ci si dovesse ac-
corgere di non rappresentare più
per i cittadini le ragioni di una
sintesi per il bene di tutti, allora
si dovrebbe considerare quel can-
tiere finito. Questa è una batta-
glia ancora in piedi all’interno
del Pd e l’area cattolica vi parte-
cipa pienamente.
È arrivato il momento di ricomporre
quei filoni della famiglia popolare, oggi
divisi, in un comune progetto politico?
POPOLARI
intervista a Giuseppe Fioroni
C’è la necessità di rinverdire certi
valori in una politica che non
può essere più solo predicata, ma
deve essere anche praticata, quei
valori che sono stati alla base di
un comune sentire e servono per
ridare la bussola al nostro paese.
Ora l’emergenza è questa. E
quando si parla di popolarismo
non è possibile che taluni pensi-
no che possa diventare un conte-
nitore a cui si cambia nome fa-
cendo un lifting alla destra e ag-
giungendo un posto a tavola.
Crede che in Italia qualcuno abbia pau-
ra di un nuovo progetto popolare?
Un progetto popolare mi sembra
così distante dalla realtà che vi-
viamo che parleremmo di qual-
cosa di irrealizzabile. Mi accorgo
sempre più che le amicizie pen-
santi tra cattolici impegnati in
politica, anche se in partiti diver-
si, genera preoccupazione. Que-
sto è un dramma, perché questo
tipo di rapporti tra cattolici rap-
presenta, invece, una forte oppor-
tunità per il nostro paese e per-
derla sarebbe un errore. Questo
allarmismo, che è un retaggio
del passato, priva il paese di
un’opportunità reale.
È possibile che alle prossime elezioni
politiche il Pd di Bersani riproponga
un'alleanza con Di Pietro e Vendola, co-
me alle recenti elezioni amministrative?
Prima di parlare di elezioni do-
vremmo pensare a salvare l’Italia
e gli italiani. Credo che la Secon-
da Repubblica si sia caratterizza-
ta più per la cura degli interessi
particolari di qualcuno che per
quella degli interessi generali.
Ora dobbiamo innanzitutto pen-
sare a risolvere i problemi del-
l’Italia e degli italiani, è questo il
vero banco di prova del futuro.
Sono convinto che il Pd non pos-
sa ripetere l’esperienza dell’Unio-
ne e ritengo che una collabora-
zione o alleanza con il Terzo Polo
sia uno degli aspetti più utili per
il paese. Andare al voto, in que-
sto momento, significa non fare
il bene dell’Italia. Introdurre la
voce elezioni significherebbe am-
mettere che vogliamo far preci-
pitare l’intero paese in una situa-
zione drammatica. Per chiunque
si impegna in politica è sicura-
mente più semplice fare passi in
avanti, mentre la cosa più com-
plessa è saper fare un passo indie-
tro. Ma a volte fare un passo in-
dietro dimostra anche la capacità
di essere un politico che ha a
cuore il bene del paese. Spero che
il presidente Berlusconi prenda
atto del momento difficile e de-
cida di fare un passo indietro rea-
le.
Uno dei passi avanti potrebbe essere
cambiare la legge elettorale?
Un primo passo significativo po-
trebbe essere un passo indietro
dell’attuale governo e la realizza-
zione di un governo di larghe in-
tese che possa fare quello che va
fatto, non solo per il pareggio di
bilancio, ma anche per il taglio
del debito e il rifacimento della
legge elettorale.
Le propongo il gioco della torre. Chi
butterebbe giù tra Vendola e Fini, Di
Pietro e Formigoni, Bersani e Casini,
D'Alema e Alfano?
38
L’Intervistato
pietro urso
Giornalista e direttore responsabile di Charta
minuta, è esperto di comunicazione e storia
del giornalismo italiano ed europeo.
L’Autore
giuseppe fioroni
Deputato dal 1996, sostenuto da alcuni partiti
centristi che appoggiarono L’Ulivo e divenne il
responsabile nazionale per il settore Sanità del
Partito popolare; nel 1999 venne nominato se-
gretario organizzativo. Nel 2001 confermò il suo
seggio alla Camera dei deputati e fece parte del
gruppo parlamentare della Margherita. Nella XIV
legislatura ha fatto parte della XII commissione
Affari sociali. All’interno della Margherita, Fioroni
ha guidato il Dipartimento delle Politiche della
Solidarietà e, in seguito al Congresso di Rimini,
è stato nominato responsabile del Dipartimento
Enti locali. Rieletto nel 2006 è stato Ministro del-
la Pubblica istruzione del secondo governo Pro-
di. Dal 23 maggio 2007 è uno dei 45 membri del
Comitato nazionale per il Partito democratico
che riunisce i leader delle componenti del futuro
Pd. Attualmente è responsabile del dipartimento
Educazione del Partito democratico.
Vendola e Fini li lascerei en-
trambi sulla torre a parlarsi e
confrontarsi, ma alla fine credo
che getterei Fini e mi terrei
Vendola. Tra Di Pietro e Formi-
goni serve la domanda di riser-
va. Bersani e Casini me li tengo
tutti e due cercando di farli an-
dare d’accordo. Tra D’Alema e
Alfano tengo D’Alema. Ma ad
Alfano do il paracadute per evi-
tare che si faccia male.
POPOLARI
intervista a Giuseppe Fioroni
39
DI GIUSEPPE PENNISI
Perché non si può dimenticare la crescita
L’insostenibile leggerezza
della manovra
Oltre gli aspetti più tecnici della finanziaria italiana
(tra emendamenti e cambi), uno sguardo agli equilibri
dell’unione monetaria europea e una riflessione
su come solo una revisione profonda delle sue regole
può essere premessa per una crescita sostenuta
e inclusiva del Vecchio Continente.
41
Premessa. Al momento in cui
vengono scritte queste note, la
“manovra di Ferragosto” – termi-
ne giornalistico per indicare il De-
creto Legge No. 138 del 13 ago-
sto 2011- è stata appena varata
dal Senato. Dopo alcune profonde
modifiche proposte al suo testo
dal governo (relativamente al
“contributo di solidarietà” ed una
sere di ritocchi alla normativa pre-
videnziale, ed un aumento del-
l’Iva) si è ad una stesura in cui i
conti della manovra di stabilizza-
zione finanziaria tornerebbero in
buona misura grazie all’inaspri-
mento delle sanzioni contro l’eva-
sione fiscale (quali le “manette
agli evasori” della “lite tra coma-
ri” – Andreatta e Formica – del
1983 che portò nella tomba il pri-
mo Governo Spadolini) ed a nuo-
ve forme di accertamento (che
renderebbe i comuni corresponsa-
bili). Poche modifiche invece al
capitolo della manovra diretto alla
crescita, essenzialmente revisioni
della normativa sulla contrattazio-
ne collettiva ed aziendale ed un
accelerato programma di liberaliz-
zazioni e privatizzazioni. Anche le
modifiche al testo predisposto in
agosto rappresentano dei passi in-
dietro, specialmente in materia di
liberalizzazioni degli orari dei ne-
gozi e di concorrenza in servizi di
pubblica utilità come i taxi, gli
autonoleggi e le ferrovie.
È difficile dire se la quadra si è
davvero fatta, ossia se la manovra
sarà effettivamente di 45,5 miliar-
di di euro. La prima considerazio-
ne riguarda le misure anti-evasio-
ne; ammesso che il Garante della
Privacy non si metta di traverso
(come già avvenuto in passato) nei
confronti della pubblicazione on
line della dichiarazione dei redditi
(strumento che potrebbe pure es-
sere utilizzato a fini criminosi),
occorre ricordare che la riduzione
dell’area di evasione riscontrata al-
POPOLARI
Giuseppe Pennisi
42
l’inizio di questo decennio – fan-
no fede a riguardo le analisi di
Axel Dreher and Friedrich
Schneider, ambedue distinti e di-
stanti dalle nostre beghe – è stata
in gran misura il frutto delle mi-
sure varate nel 1991 dall’ultimo
Governo Andreotti. Sono stati ne-
cessari dieci anni perché da norma
diventasse prassi di tutti i sogget-
ti coinvolti. Molto verosimilmen-
te, le misure annunciate il primo
settembre dal ministro dell’Eco-
nomia e delle Finanze avranno ef-
fetti positivi in tempi più brevi
anche in quanto operano su
un’area di evasione
relativamente più
ristretta di quella
del 1991. Tutta-
via, è lecito pensa-
re a un eccesso di
ottimismo, ove
non a un pio desi-
derio, se si proget-
ta di effettuare in pochi mesi, ove
non poche settimane, un lavoro
analogo a quello che in un passato
non molto lontano ha richiesto
dieci anni. Inoltre, è probabile
che si apra un’altra falla sulla co-
stituzionalità del “contributo di
solidarietà” da applicare a lavora-
tori della pubblica amministra-
zione (tra cui i magistrati che in
materia la sanno lunga) e ai pen-
sionati ma non all’impiego priva-
to e agli autonomi i cui redditi
dichiarati superino i 300.000 eu-
ro l’anno.
L’aumento dell’Iva rischia di esse-
re una “tigre di carta”: dovrebbe
coprire non uno ma due buchi e
sarebbe tale da aggravare il calo
dei consumi già in atto e di farci
scivolare in recessione (come pe-
raltro prevede il Fondo moneta-
rio) e già solo per questo motivo
di gettito effettivo inferiore a
quanto stimato sulla base di ipo-
tesi di crescita più sostenuta del
Pil. La manovra, quindi, resta
“insostenibile” per pochi (statali,
pensionati e soprattutto le fami-
glie monoreddito) ma rischia di
essere troppo “leggera” per cen-
trare l’obiettivo del pareggio di
bilancio nel 2013; anzi frenando
ulteriormente il Pil causerebbe un
aumento del rapporto tra stock di
debito e reddito nazionale, indica-
tore molto atten-
zionato dai mercati
internazionali. So-
prattutto, anche
ove si giungesse al
pareggio di bilan-
cio, i nodi struttu-
rali della finanza
pubblica e dell’eco-
nomia immutati resterebbero so-
stanzialmente immutati.
Vale, però, chiedersi se “non fare
la quadra” nella realtà effettuale
delle cose è davvero un danno per
gli italiani. Senza dubbio, la
Commissione europea minacce-
rebbe sculacciate (e le darebbe pu-
re), la Banca centrale europea non
tenderebbe la mano alle aste di ti-
toli di Stato, varie opposizioni
strillerebbero accusando Esecuti-
vo e Parlamento di incompetenza.
Forse, però, il detonatore sarebbe
tale da rendere la manovra meno
recessiva e da porre al centro del
dibattito economico, sociale e po-
litico la questione di fondo: entra-
ti nell’euro per il rotto della cuffia
lanciando le accuse peggiori a tut-
La manovra resta
“insostenibile” per
pochi, ma rischia
di essere troppo
leggera per il pareggio
43
POPOLARI
Giuseppe Pennisi
FAREITALIAMAG di Matteo Laruffa
Dopo 150 anni dall'unificazione dell'Italia sono ancora tanti i problemi che bisogna affron-
tare e cercare di risolvere per poter dire una volta per tutte che l'Italia è davvero una e una
sola. La sfida è il divario regionale e chiaramente il fronte è il Mezzogiorno, che richiede
una partecipazione attiva dei cittadini e l'intervento delle Istituzioni. Non che non ci sia
stato fino ad ora, ma deve essere diverso e più bilanciato verso le reali iniziative di possibi-
le crescita duratura. La popolazione delle nostre regioni del Sud e delle isole è grande al-
l'incirca come quella di Portogallo e Grecia insieme, la densità abitativa al Sud è maggiore
rispetto al Nord (unica eccezione è la Calabria). Il divario Nord-Sud è evidenziato da dati
chiave come quelli che riguardano la capacità di attrazione dei capitali esteri da parte delle
nostre economie regionali: questo dato per l'Italia è pari a 456,78 ma mentre per la Lom-
bardia è pari a 311,6, per tutte le regioni del Mezzogiorno è fermo a 2,5(Banca dati degli in-
dicatori regionali per le politiche di sviluppo Istat, su dati Oecd del 2004 come detto nel
“Programma operativo nazionale. Sicurezza per lo sviluppo-Obiettivo convergenza 2007-
2013” della Commissione Europea). Per dirla in altri termini, in totale il Nord-Ovest ottie-
ne circa il 71% degli investimenti dall'estero e il valore del mezzogiorno è pari solo allo
0,6%. Come scritto nel paper “Nord e Sud: insieme nella crisi, divergenti nella ripresa”, che
contiene i principali indicatori economici del Rapporto Svimez 2011, al Sud è più accentua-
ta la condizione di Neet (l'acronimo inglese di "Not in Education, Employment or Trai-
ning") cioè sono molti i giovani che abbandonano l'istruzione rischiando di non acquisire
mai le competenze necessarie per soddisfare la domanda del mercato del lavoro di mano-
dopera altamente qualificata, che si ritrovano ai margini del mercato occupazionale au-
mentando la possibilità di un coinvolgimento in attività malavitose, che potrebbero ali-
mentare il lavoro nero non contribuendo mai al sistema previdenziale. Questi dati sono
soltanto alcuni dei molti che servirebbero per dare il quadro completo della situazione ma
non c'è cittadino italiano che non conosca fin troppo bene la condizione duale del nostro
paese e quindi è necessario parlare delle cure o comunque di ciò che si può fare per cerca-
re di inaugurare un nuovo corso al sud. Il Mezzogiorno è visto come area di perenne crisi,
in cui le emergenze diventano quotidianità e ordinarietà, o sarebbe meglio dire “area di
tante crisi”. Questa visione è parziale e se non affiancata anche da una descrizione di
aspetti positivi meritevoli di nota, e sarebbe anche ingiusta perché accanto ad una politica
troppo spesso fatta di clientelismo, a una gestione dei fondi pubblici deviata dalla crimina-
lità organizzata o da poca trasparenza, alla disoccupazione, alle difficoltà nell’imprendito-
ria e alla surreale condizione del settore pubblico come dimostra la Salerno-Reggio Cala-
bria i cui lavori, continuando quelli iniziati nel 1929 nel tratto campano, ripresi nel lontano
1964, ancora oggi dopo 47 anni sono da completare, c’è anche un volto pulito, onesto, di
eccellenza che crede nel futuro del Sud e si impegna ogni giorno e silenziosamente per
renderlo migliore. Basta fare riferimento ai volti di Nicola Gratteri, Raffaele Cantone e Ivan
Lo Bello come anche a città o zone del Sud quali Salerno o il Salento le cui storie più re-
centi parlano di clamorose rinascite e dimostrano un’emancipazione dal mancato sviluppo
e dalla rassegnazione. Per far sì che non ci si limiti a casi isolati, pur se fortemente simboli-
ci, è innanzitutto la politica a dover dare ai cittadini delle risposte. Bisogna agire in modo
definitivo e risolutivo, ammettendo che sono stati fatti degli errori e iniziando un nuovo
rapporto di fiducia reciproca cittadino-classe politica, retto da una dimostrazione di volon-
tà e responsabilità verso una parte importante del paese che altrimenti rischia di regredire
ancor di più per la crisi economica globale. Dal futuro del Mezzogiorno dipende il futuro
dell’Italia tutta, quindi facciamo qualcosa e facciamola presto.
Sud, non c’è più tempo da perdere
ti coloro che esprimevano perples-
sità sulla nostra capacità di rispet-
tare le regole e soprattutto di au-
mentare produttività e competiti-
vità, a dodici anni dall’essere stati
ammessi nel consesso possiamo
dire in coscienza di avere modifi-
cato i nostri comportamenti – in-
tendo i comportamenti di indivi-
dui, famiglie, imprese, pubblica
amministrazione, politica – in
modo da averli adattati rapida-
mente a quelli dei paesi migliori
dell’unione monetaria? Se lo aves-
simo fatto, non ci troveremmo nel
pasticcio in cui siamo pasticcio e
dal 1999, ad
esempio, i nostri
prezzi alla produ-
zione non sarebbe-
ro cresciuti ad un
tasso quasi doppio
di quello della
Germania.
Da questa prima
domanda, ne nasce una seconda:
siamo pronti a modificarli adesso?
E di quanto tempo abbiamo esi-
genza per la transizione? E quale
“manovre” dovremmo fare per fa-
cilitare la transizione. Per quanto
tempo, gli altri soci del club sa-
ranno pronti a sopportare un
componente del sodalizio che
mette le mani nel piatto nelle ce-
ne di gala e, dopo una partita a
tennis (in cui ha perso), si distin-
gue per le battute oscene negli
spogliatoi?
L’insostenibile leggerezza della
manovra risiede in questi punti di
fondo. La Commissione europea
ci ha mandato una missiva che as-
somiglia alla lettera scarlatta del
romanzo di Nathaniel Hawthor-
ne: un memento che poco o nulla
facciamo per la crescita. In un
mondo in cui tutti corrono- dice
la Regina di Picche ad Alice nel
Paese delle Meraviglie – restiamo
immobili se individui, famiglie,
imprese, pubblica amministrazio-
ne e politica si sono abituati ad
andare al passo e non vogliono o
non possono essere più veloci.
Questa nota, quindi, cerca di an-
dare oltre gli aspetti quasi crona-
chistici della “manovra di Ferra-
gosto”. Ricordando che diversi al-
tri Paesi dell’area dell’euro sono
alle prese con difficoltà analoghe
situa i nodi del-
l’Italia in quelli più
vasti dell’unione
monetaria nella
convinzione che so-
lamente una revi-
sione delle sue re-
gole può essere la
premessa per una
crescita sostenuta ed inclusiva del
continente.
Una crisi dell’area dell’euro
Si usa affermare che la crisi del
debito dell’eurozona e le manovre
di finanza pubblica messe in atto
per tamponarla hanno numerosi
punti in comune con la situazione
dell’estate-autunno del 1992. Al-
lora, l’unione monetaria europea
era in prospettiva, ma i mercati
non avevano fiducia nel fatto che
alcuni potenzia li Stati membri
(Italia in prima linea) ce l’avreb-
bero fatta a mantenere gli impe-
gni solennemente sottoscritti nel
Trattato di Maastricht. Pure se ci
sono analogie con la crisi del
1992, il parallelo più calzante è
44
In un mondo in cui
tutti corrono
si resta immobili se,
abituati al passo,
non si cambia velocità
quello con la fase che precedette
la fine dell’area della sterlina dopo
la svalutazione della moneta di
Sua Maestà bri tannica, il 18 no-
vembre 1967. In quel caso non ci
fu un tracollo, con azzeramento
dei pertinenti accordi, ma uno
smottamento progressivo sino alla
fine del 1972. Il contesto interna-
zionale era ben diverso dall’attua-
le. Nata all’inizio della Seconda
guerra mondiale (la sterlina aveva
perso dopo la Prima guerra mon-
diale lo status di principale valuta
per gli scambi internazionali), la
«zona della sterlina» consisteva in
una serie di accor-
di diretti a definire
un sistema unifor-
me di controlli va-
lutari (verso il re-
sto del mondo) e
di assicurare al
proprio interno
l’utilizzazione del-
la sterlina come moneta dei vari
paesi a essa aderenti, oppure cam-
bi fissi tra monete nazionali (da
utilizzarsi all’in terno di ciascun
paese) e la sterlina. Circa 80 paesi
tra grandi – come Canada e Au-
stralia – e piccoli – ad esempio le
Seychelles – ne fecero parte al
momento del suo maggior fulgore
in base a nor mative uniformi. At-
tenzione attualmente circa 65
Paesi fanno parte dell’area dell’eu-
ro pur se soltanto 17 “soci” hanno
voce in capitolo; gli altri sono
“micro-Stati” (come San Marino e
il Principato di Monaco oppure il
Montenegro) che hanno adottato
l’euro unilateralmente, gli altri
sono Stati dell’Africa, dei Caraibi
e del Pacifico associati all’Unione
europe a con legami monetari e
finanziari speciali con alcuni
membri del club dell’euro (segna-
tamente la Francia e l’Olanda), al-
tri ancora (la stessa Federazione
svizzera) utilizzando l’euro come
seconda moneta accanto a quella
nazionale. L’analogia, quindi, è
calzante.
Nell’area della sterlina, le com-
pensazioni dei saldi delle bilance
dei pagamenti diventarono com-
pito della Bank of England, dove
le sterling balances venivano depo-
sitate. Non così nell’eurozona do-
ve invece – come dimostrato di
recente da uno stu-
dio di Francesco
Giavazzi e Luigi
Spaventa Why the
Curre nt Ac c ount
Matters in a Mone-
tary Union: Lessons
from the Financial
Crisis in the Euro
Area, pubblicato lo scorso settem-
bre come Cepr Discussion Paper
no.8008. – si è vissuti per 12 anni
nell’illusione che i saldi all’inter-
no dell’area si compensassero au-
tomaticamente, e che la riduzione
dei tassi d’interesse fosse caratteri-
stica permanente (o almeno di
lungo periodo) dell’unione mone-
taria, ciò ha comportato forti disa-
vanzi per la Grecia, l’Irlanda, la
Spagna ed il Portogallo che (an-
che ove non ci fosse stata una crisi
finanziaria internazionale in corso
dal 2007) ha comportato una cre-
scita molto forte del credito totale
interno utilizzato per finanziarie
investimenti a bassa produttività
e aumento vertiginoso del debito
pubblico.
45
POPOLARI
Giuseppe Pennisi
Nell’eurozona si
è vissuti (per 12 anni)
nell’illusione che i soldi
si compensassero
automaticamente
Torniamo alla crisi, e dissoluzio-
ne, dell’area della sterlina. La
Gran Bretagna uscì dalla seconda
guerra mondiale con uno stock di
debito pari al 250% circa del Pil;
ne seguì nel 1949 una svaluta-
zione del 30% circa del cambio
della sterlina nei confronti del
dollaro, concertata con il resto
della zona, utilizzando anche i
buoni uffici del Fondo moneta-
rio. Il quadro cambiò negli anni
Sessanta: non tanto perché i vari
Paesi prendevano strade differen-
ti (pure in ragione dei diversissi-
mi livelli di sviluppo), ma in
quanto le politiche interne bri-
tanniche (i laburisti guidavano la
macchina) comportavano cre-
scenti disavanzi della bilancia dei
pagamenti in una fase di trasfor-
mazione del mercato internazio-
nale (sorgeva l’euro dollaro, il pri-
mo mercato internazionale – dal
1929 – autoregolamentato e non
gestito collegialmente tramite il
Fondo monetario). Da un lato,
Londra diventò il principale
cliente del Fondo mone tario.
Dall’altro – ricorda un acuto sag-
gio di Ben Clift – dal confronto
con tinuo e intenso con i governi
laburisti, il Fondo (nato keyne-
siano) diventò neo-liberale. Dato
che le risorse ordinarie del Fmi
non sembravano adeguate a sod-
disfare l’esigenza di parare il di-
savanzo britannico (e americano
– aumentavano le spese per la
guerra in Vietnam) e assicurare
liquidità per la crescita mondia-
le, nel settembre 1967 l’assem-
blea del Fondo monetario inter-
nazionale approvò la modifica
degli statuti per varare i «diritti
speciali di prelievo», i Dps, le
cui pri me emissioni avvennero
nel 1969.
Il 18 novembre 1967 (ero studen-
te negli Usa) il professor Randall
Hinshaw (ex Sotto segretario al
Tesoro Usa oltre che noto teorico
di economica monetaria), non ar-
rivò a lezione con la solita pun-
tualità e aspetto apollineo, ma
trafelato. Non esistevano telefoni-
ni. Aveva appena ricevuto una te-
lefonata dalla moglie e ci disse
agitatis simo: «They finally did it!
(alla fine lo hanno fatto!, ndr)»: la
Gran Bretagna aveva svaluta to del
14% la sterlina
senza consultarsi
con il resto della
zona. Chi aveva
saldi attivi presso
la Bank of En-
gland prese una
bella botta. Iniziò
lo smottamento.
I paralleli sono molteplici: la na-
scita di mercati e strumenti non
regolamentati (l’eurodollaro); i
Dps hanno punti in comune con
gli eurobond di cui si parla oggi; i
tentativi di tam ponare falle (senza
cambiare politiche economiche);
il pericolo di smotta mento per ri-
valutazione o svalutazione non
concordata di alcuni soci. Per
questo è urgente definire un per-
corso che eviti che la situazione si
ripeta. Negli anni Sessanta, men-
tre montava quella che sarebbe
stata la crisi della zona della ster-
lina, all’osteria “Da Mario” in Via
di San Vitale di Bologna (400 lire
a pasto, primo, secondo, frutta e
acqua del ru binetto, vini a parte),
all’ora di colazione, si incrociava
spesso l’allora giovane (oggi Pre-
mio Nobel) Robert Mundell (do-
cente alla Johns Hopkins Univer-
sity) a pranzo con alcuni stu denti:
il Lambrusco, di cui era ghiotto,
lo pagava lui (e lo tracannava qua-
si tutto lui). In una di quelle cola-
zioni, su un tova gliolo di carta
tracciò le due e quazioni essenziali
del teore ma dell’area valutaria ot-
timale che a 29 anni gli aveva da-
to fama e il finanziamento Ful-
lbright per insegnare a Bologna e
apprezzare l’Italia (passa gran par-
te dell’anno in un suo po dere del
Chianti). Quel tovagliolo, ove esi-
stesse ancora, do-
vrebbe essere me-
ditato da tutti co-
loro che desiderano
i mpedi r e che
l’unione monetaria
si dissolva e l’euro
venga ricordato nei
libri di storia dei
nostri nipoti come il “milite
ignoto” dell’integrazione europea.
Mundell spiegava che le due
equazioni volevano dire “effetti-
va” mobilità dei fattori di produ-
zione, delle merci e dei servizi (da
distinguersi da “libertà di circola-
zione”) non per uno sghiribizzo
teorico per giungere al grado più
alto di un’inte grazione economica
(la moneta unica), ma perché solo
con convergenza di produttività e
competitività l’unione monetaria
può funzionare.
Oggi tornare a quel paio d’equa-
zioni può evitare una dissoluzio-
ne dell’unione monetaria analoga
a quella della “zona della sterli-
na” non tanto a ragione del disa-
vanzo dei conti con l’estero del
47
POPOLARI
Giuseppe Pennisi
La Gran Bretagna era
uscita dalla Seconda
guerra mondiale con un
debito pari al 250% del
Prodotto interno lordo
Paese chiave, ma per l’acuirsi dei
divari di produttività e competi-
tività. In alcuni Paesi (tra cui
l’Italia) la produttività non au-
menta da dieci anni. In altri corre
poiché è stata metabolizzata l’ir-
reversibilità dell’accresciuta con-
correnza innescata dall’euro. Il
paese-chiave, la Germania, ha af-
frontato dieci anni di sacrifici per
mettersi al passo con la nuova si-
tuazione, ma non è sufficiente-
mente grande da potere curare i
mali dell’intero continente.
Mentre ci si gingilla con nuovi
strumenti di convergenza di fi-
nanza pubblica,
per salvare il “sol-
dato semplice eu-
ro” occorre affian-
carli con strumen-
ti di economia
reale tali da pro-
muovere la con-
vergenza di pro-
duttività e competitività e offrire
a chi non è in grado di farlo una
via d’uscita che non com porti un
trauma per l’Unione europea e
per i paesi in ritardo. In questa
ottica anche gli eurobond dovreb-
bero essere visti come veicolo di
sviluppo e non di tamponamento
di falle. Si potrebbe pensare a un
percorso decennale a tappe con
indicatori di produttività e com-
petitività (analogo al percorso di
convergenza finanziaria del Trat-
tato di Maastricht). Chi dopo
venti anni dal varo dell’euro e
trenta dalla firma di Maastricht,
non può (o non vuole) convergere
in termini di pro duttività e com-
petitività, può trovare alloggio
nello «SME2» con misure fatte
su misura per le sue circostanze
(la Danimarca ha un tasso di flut-
tuazione del 2,5% rispetto all’eu-
ro, la Gran Bretagna del 30%).
Non c’è tempo da perdere. Il più
noto economista tedesco Hans-
Werner Sinn suggerisce che la
Grecia stacchi l’ancora e torni alla
dracma; in seguito, a suo parere,
lo dovrebbero fare altri Stati (tra
cui forse l’Italia). L’economista
André Cabannes ha lanciato addi-
rittura la proposta di un sistema
duale: Grecia, Francia, Irlanda,
Italia, Portogallo e Spagna utiliz-
zino le loro “vecchie” monete
(dracme, franchi,
lire, sterline, scudi,
peseta) per le tran-
sazioni interne e
l’euro per quelle
europee ed interna-
zionali, come avve-
niva nell’unione
monetaria latina
che è durata dal 1866 al 1927 (e
nella “zona della sterlina” co me
ricordato da Avvenire del 25 ago-
sto). Le Banche centrali nazionali
gestirebbero la liquidità delle
monete nazionali, la Bce quella a
livello di euro. Gli aggiustamen-
ti, secondo l’economista, sarebbe-
ro più facili e più visibili e incen-
tiverebbero a migliorare produtti-
vità e competitività.
Una manovra per restare nel-
l’euro
Così come concepita la manovra
ha l’obiettivo di far sì che l’Italia
resti nell’euro: tagli alla spesa
pubblica ed aumenti delle entrate
per 45,5 miliardi di euro al fine
di giungere al pareggio di bilan-
48
Per salvare l’euro
servono strumenti di
convergenza di finanza
pubblica e strumenti
di economa reale
cio nel 2013 ed aggredire lo stock
di debito pubblico.
È prematuro entrare negli aspetti
tecnici di contenuti ancora in di-
scussione in Parlamento (nono-
stante si profili un dibattito acce-
lerato alla Camera, al suo di voti
di fiducia). Occorre, però, chie-
dersi che fine hanno fatto le nor-
me per promuovere lo sviluppo,
una serie di misure rivolte da un
lato a una “grande riforma costi-
tuzionale” di lungo periodo (se le
relative leggi costituzionali ver-
ranno approvate in tempo) e da
un altro a ridurre spese e alimen-
tare entrate ag-
giuntive nei pros-
simi esercizi di bi-
lancio? La Nemesi
storica fa sì che le
ultime revisiono
alla manovra (ossia
il maxiemenda-
mento) è stato li-
cenziato proprio in parallelo con
le notizie secondo cui le stime del
Fondo monetario internazionale e
dei 20 maggiori istituti econome-
trici stranieri hanno abbassato le
prospettive di crescita reale per
l’Italia nel resto del 2011 e nel
2012. Metà dei 20 istituti annun-
ciano una nuova recessione. A
maggior ragione sarebbe stato ne-
cessario un tonico, specialmente
per affrontare quello che oggi è il
maggiore problema economico,
sociale e politico del paese: la di-
soccupazione giovanile. La stessa
Banca d’Italia ha documentato
che la manovra potrà avere effetti
restrittivi e potrà aggravare il fe-
nomeno dei giovani senza lavoro.
C’è un silenzio assordante in ma-
teria. I comunicati quasi non trat-
tano l’argomento. Si potrebbe
pensare che le pallide misure per
lo sviluppo inserite nel Decreto
Legge No 138 dello scorso 13
agosto siano rimaste immutate.
Dato che si metteva mano in mo-
do cospicuo al suo testo questo sa-
rebbe stato il momento per quello
scatto che si attende da mesi. Si
sarebbero potute includere quat-
tro misure concrete: a) Un rilan-
cio dell’investimento pubblico.
Di recente, la Banca mondiale, il
Fondo monetario e il maggior
istituto tedesco di analisi econo-
mica hanno pub-
blicato analisi elo-
quenti sui nessi tra
infrastrutture e svi-
luppo. Su questa
base si sarebbero
potuto prendere
queste misure: b)
chiudere le “conta-
bilità speciali” considerate teso-
retti privati di dicasteri e di sin-
goli funzionari ed utilizzarne il ri-
cavato per investimenti tali da au-
mentare produttività e competiti-
vità: c) chiedere alle autorità euro-
pee golden rule ed eurobond finaliz-
zati ai grandi investimenti; 4) au-
mentare il ruolo e la capacità di
valutazione e verifica delle unità
preposte a questo scopo al mini-
stero dello Sviluppo economico,
in Presidenza del Consiglio (Di-
partimento Affari regionali) e al-
trove. b) privatizzare la Rai (or-
mai ridotta a una lite continua, a
un’azienda mangiasoldi e distinta
e distante da ogni forma di servi-
zio pubblico). Attenzione: lo si
sarebbe potuto fare nel maxi-
49
POPOLARI
Giuseppe Pennisi
I 20 maggiori istituti
econometrici hanno
abbassato le stime
di crescita per l’Italia
nel 2011 e 2012
emendamento governativo pre-
sentato al Senato o in uno analogo
da presentare alla Camera. Invece,
come accennato in precedenza e
come documentato da tre docu-
menti dell’Istituto Bruno Leoni le
liberalizzazioni sono state annac-
quate e manca una vera agenda di
privatizzazioni.
Per restare nell’area di diretto
controllo del governo e della pub-
blica amministrazione, un segnale
forte viene proprio dal gruppo di
economisti (il CESifo) che lavora
più strettamente con Angela Mer-
kel: Pedro Bon e Jenny D. Lig-
thart della Università di Tilburg i
quali hanno pubblicato, nel Wor-
king Paper n. 2011-092, un’analisi
sui nessi tra le infrastrutture pub-
bliche, la dinamica dell’output e le
regole di pareggio di bilancio. È
uno studio in gran misura di teo-
ria economica, ma il modello che
ne risulta viene applicato ai Paesi
Bassi e alla Germania federale al
fine di farne appropriate calibra-
zioni. Contrariamente ai risultati
convenzionali, se si tiene conto
che le infrastrutture beneficiano
più generazioni (e generazioni che
si sovrappongono le une sulle al-
tre), misure che comportano il
pareggio del bilancio hanno ef-
fetti negativi duraturi sul ciclo
economico; di conseguenza, un
appello implicito per la golden ru-
le è che esimi dai vincoli le prin-
cipali opere pubbliche. Altri-
menti si resterà molto prossimi a
crescita zero, ed a disoccupazione
in aumento.
A conclusioni analoghe arriva un
lavoro condotta dalla Banca mon-
diale e della Banca centrale spa-
50
FOCUS
Un’eurobbligazione o eurobond è
un’obbligazione emessa in un paese
diverso da quello del debitore e de-
nominata in una valuta diversa da
quella del paese di collocamento del
titolo: ad esempio, un titolo colloca-
to su Londra da una società statuni-
tense e denominato in dollari o eu-
ro. Le Eurobbligazioni assumono
nomi diversi a seconda della valuta
in cui sono emesse. Ad esempio
un’obbligazione emessa in yen è
un’euroyen, mentre se viene emesse
in dollari viene chiamata un’obbliga-
zione in eurodollari. Nel contesto
della crisi dell’euro dell’estate 2011 il
termine eurobond è stato utilizzato
con un significato diverso per indi-
care la proposta di creare obbliga-
zioni del debito pubblico dei paesi
facenti parte dell’eurozona, emesse
da un’apposita agenzia dell’Unione
europea e garantite congiuntamente
dagli stessi paesi dell’eurozona. Con
tale accezione è stato utilizzato an-
che il termine E-bond, E-obbligazio-
ne in italiano, proposto, tra gli altri,
dal presidente dell’eurogruppo, Je-
an-Claude Juncker, e dal ministro
dell’Economia italiano Giulio Tre-
monti. Poco alla volta l’idea di crea-
re un vero bilancio europeo sta
prendendo quota nell’Unione euro-
pa; la proposta degli eurobond sta
alimentando le discussioni e in au-
tunno il parlamento europeo valute-
rà la questione.
Cosa sono
gli eurobond?
gnola; ne sono autori Cesara Cal-
deron e Luis Servant (ambedue
della Banca mondiale) e Enrique
Moral Benito (del Cemfi, l’istitu-
to di formazione della Banca di
Spagna). È in uscita come Banco
de Espana Working Paper n. 1103.
Esamina il contributo alla crescita
del Pil in 88 Paesi nel periodo
1960-2000 tramite avanzate tec-
niche econometriche. In estrema
sintesi, l’elasticità di lungo perio-
do tra un indice sintetico della
dotazione in infrastrutture e la
crescita varia tra lo 0,07% e lo
0,10%. Non solo è positiva ma il
dato è statisticamente “robusto”
al variare delle specifiche della di-
namica della crescita e del modo
di misurare la dotazione in infra-
strutture. Non solo, ma nel lungo
periodo i parametri non cambiano
al mutare di gruppi di paesi, di
dimensione della loro popolazione
e dei relativi di sviluppo. In bre-
ve, infrastrutture rendono. Lo si
sa bene in Italia dove solamente i
costi di un’inadeguata logistica
pesano, secondo stime indipen-
denti, per 40 miliardi di euro
l’anno (ossia l’equivalente di una
maxi manovra).
A dirlo è anche il trinariciuto
Fondo monetario internazionale
del Working Paper No. 11 /37 cu-
rato da Annette J. Kojbe, Jim
Brumby, Zac Mills. Era Dabla
Norris e Chris Papageorgiu, una
vera e propria squadra di speciali-
sti: la loro analisi include 71 paesi
(di cui 40 in via di sviluppo) e co-
struisce un indice sintetico che
può essere utilizzato a fini opera-
tivi non solo per individuare le
priorità nelle infrastrutture da
realizzare ma anche nelle riforme
per massimizzare i benefici della
loro attuazione. È in questo qua-
dro che si pone il dibattito sugli
eurobond. Da 40 anni il termine
appare periodicamente, e in varie
guise, nella galassia delle sigle eu-
ropee. L’ultima versione, che ha
sollevato una levata di scudi da
parte di politici ed economisti te-
deschi (Kai Carstensen e Michael
Huther lo hanno spiegato al Il Fo-
glio), si riferisce a strumenti finan-
ziari diretti a “socializzare”, all’in-
terno dell’unione monetaria, nuo-
ve emissioni di debito pubblico.
Anche la proposta di “EuroU-
nionBond” avanzata da Romano
Prodi e Alberto Quadro Curzio
sul Sole 24 Ore, come pure quella
presentata nel 2010 dal ministro
dell’Economia Giulio Tremonti e
dal presidente dell’eurogruppo Je-
an-Claude Juncker, ha come
obiettivo primario la socializza-
zione del debito in un quadro di
solidarietà e maggiore integrazio-
ne europea. La percezione di chi si
oppone al progetto è che gli euro-
bond comporterebbero così un au-
mento del costo del denaro pure
ai paesi virtuosi e opererebbero
come “sanatoria” per quelli più
propensi al vizio. Non è detto che
tale timore sia giustificato, ma in
economia e finanza le percezioni
sono più importanti della realtà;
ergo, è stato eretto un vero e pro-
prio muro contro la proposta.
Senza eurobond sarà però difficile
attivare quel processo di crescita
di cui tutta l’eurozona ha esigenza
non solo per ridurre lo stock del
debito in rapporto al pil ma anche
per contenere un tasso di disoccu-
51
POPOLARI
Giuseppe Pennisi
pazione che nell’area si aggira sul
10% della forza lavoro e tende a
crescere. Lo hanno documentato
in un libro relativamente recente
gli economisti italiani Carlo Fave-
ro e Alessandro Missale, e in un
lavoro ancora più fresco tre econo-
misti della Banca europea per gli
onvestimenti (Bei), Rien Wagen-
voort, Carlo de Nicola e Andreas
Kappeler: in sintesi, da quando
nel 2007 è iniziata la crisi finan-
ziaria, tutti i principali paesi han-
no decurtato i già magri stanzia-
menti per gli investimenti in in-
frastrutture. Solo in Italia, le ca-
renze di infrastruttura logistica,
prevalentemente nel centro nord,
comportano un costo alla società
di 40 miliardi di euro all’anno, di
cui si sobbarcano principalmente
le imprese. Il mercato dei capitali
privati, però, è sufficientemente
liquido per essere incanalato verso
impieghi a lungo termine e gli
eurobond potrebbero essere un ade-
guato strumento per farlo.
Conclusioni
Dopo l’ultima tormenta finanzia-
ria che non accenna a placarsi, au-
mentano proposte intese a rivede-
re profondamente l’unione mone-
taria europea. Uno dei “padri” del
Trattato di Maastricht, Paul de
Grawe parla della fragilità del-
l’eurozona così come concepita. Il
più influente degli economisti te-
deschi, Hans-Werner Sinn, sug-
gerisce che la Grecia stacchi l’an-
cora e torni alla dracma. In segui-
to, lo dovrebbero fare altri Stati
(tra cui forse l’Italia). Altri danno
la moneta unica per defunta: da
ultimi due dei più noti della Fin-
landia (Mart Sorg) e dell’Estonia
(Nadezhda Ivanova) – Paesi che
non hanno problemi seri di finan-
za pubblica. Il ragionamento loro
(e di altri, soprattutto di quelli,
anche europei, residenti negli
Usa) è che molti Stati imbarcatisi
sulla via di Eurolandia non hanno
metabolizzato quanto profonde
fossero le prassi che i loro cittadi-
ni, le loro imprese, le loro pubbli-
che amministrazioni (e i loro stes-
si governi) avrebbero dovuto cam-
biare. Società abituate a raffazzo-
nare i propri affari, e a risolverli
di tanto in tanto deprezzando il
cambio, si trovano con il cappio al
collo. Un economista francese,
André Cabannes, ha lanciato la
proposta di un sistema duale:
Grecia, Francia, Irlanda, Italia,
Portogallo e Spagna utilizzino le
loro “vecchie” monete (dracme,
franchi, lire, sterline, scudi, pese-
ta) per le transazioni interne e
l’euro per quelle europee ed inter-
nazionali, come avveniva nel-
l’unione monetaria latina che è
durata dal 1866 al 1927, una
buona prova di resistenza; le Ban-
che centrali nazionali gestirebbero
la liquidità delle monete naziona-
li, la Bce quella a livello di euro;
gli aggiustamenti sarebbero più
facili e più visibili e incentivereb-
bero a migliorare produttività e
competitività. Cabannes viene dal
mitico Polytechnique, è stato uno
dei leader del Boston Consulting
Group e ora è presidente e ammi-
nistratore delegato di Axtel, uno
dei maggiori gruppi europei di
consulenza. È una voce ascoltata
nel mondo della finanza e da alcu-
ni governi.
52
L’unione monetaria è profonda-
mente cambiata rispetto a quan-
to previsto a Maastricht e scritto
nei manuali universitari: aiuti a
banche e a Tesori in difficoltà so-
no scarsamente compatibili con
una moneta unica, mentre sareb-
bero parte integrante in un siste-
ma “alla Bretton Woods” di
cambi e di aggiustamenti delle
bilance dei pagamenti, gestiti col-
legialmente.
Inoltre, circola da alcune settima-
ne un saggio in uscita sul prossi-
mo numero della Review of Finan-
cial Studies sulla volatilità dei
mercati (e a chi rende) quando la
“politica è precaria”. Ne sono au-
tori Maria Boutchkova dell’Uni-
versità di Leicester, Anthony Dur-
nev dell’Università dello Iowa,
Hitesch Doshi dell’Università
McGill di Monréal e Alexander
Molcanov della Massey Universi-
ty. In breve, una collaborazione
intercontinentale per esaminare in
che misura il rischio politico in-
fluenzi la volatilità. Il messaggio
è chiaro: quanto più un paese è
“aperto” – e l’Italia, grazie al Cie-
lo lo è – più i suoi partner non si
fanno infinocchiare da decreti e
decretoni concepiti frettolosa-
mente, cambiati varie volte e con
alcune parti ad alta probabilità di
essere impallinate nei Tribunali e
dalla stessa Corte Costituzionale.
Il decreto accentua l’incertezza
politica: basta questo a scoraggia-
re i mercati.
In effetti, parte dei suoi contenuti
sono l’opposto di quanto sostenu-
to, con preoccupazione, da Paul
De Grauwe in Governance of a Fra-
gile Eurozone pubblicato due setti-
mane fa dal Center for European
Policy Studies – e su cui si spera
si sia meditato a Via Venti Set-
tembre e non solo: non sono una
serie di misure straordinarie a cu-
rare le falle dell’Eurozona, ma una
convergenza verso l’alto di pro-
duttività e competitività (in ma-
teria, il decreto contiene soltanto
lo spauracchio, difficilmente so-
stenibile in punta di diritto, di
togliere la tredicesima a tutti i di-
pendenti di un’amministrazione
che non attua i desiderati rispar-
mi di bilancio, obiettivo che sa-
rebbe più semplice raggiungere
azzerando le “contabilità speciali”
fuori bilancio dei dicasteri che le
utilizzano – solo il ministero per i
Beni e le attività culturali ne ha
324! – spesso per ragioni partico-
laristiche).
La fretta, inoltre, pare essere stata
cattiva consigliera: nessuno sa co-
me abolire le province e come ri-
durre i consiglieri Cnel nel lasso
di tempo prescritto. Ne sortirà
una “Gran Baraonda”, come quel-
la della rivista omonima di Wan-
da Osiris e Renato Rascel. Ai
mercati di solito le baraonde non
piacciono.
53
POPOLARI
Giuseppe Pennisi
giuseppe pennisi
Consigliere del Cnel e professore emerito
della Scuola superiore della Pubblica Ammi-
nistrazione, è docente all’Università Europea
di Roma e al Link Campus dell’Università di
Malta. è consigliere scientifico di varie istitu-
zioni, tra cui la Cassa Depositi e Prestiti.
L’Autore
INTERVISTA A RAFFAELE BONANNI
DI CECILIA MORETTI
L
a migliore risposta alla crisi è una politica
per la crescita, rilanciata anche con
l’impegno e la responsabilità diretta
delle parti sociali. E superando il deficit italiano
di partecipazione dei cittadini alla vita politica.
Meno taumaturghi,
più partecipazione.
Questa è la ricetta.
POPOLARI
intervista a Raffaele Bonanni
55
Non ha dubbi Raffaele Bonan-
ni: «C’è bisogno di meno tau-
maturghi e di più partecipazio-
ne dei giovani, delle donne, di
quanti hanno passione politica.
Chi si ispira ai valori del popo-
larismo europeo non può non
condividere l’impegno per una
democrazia fondata sul protago-
nismo dei corpi intermedi e di
tutte le espressioni della società
civile». Proprio per ribadire
l’importanza che «i cattolici,
più che dire agli altri che cosa
devono fare, per testimoniare
che è possibile fare, facciano», il
segretario generale della Cisl,
assieme ai presidenti di associa-
zioni del mondo del lavoro di
ispirazione cristiana – Compa-
gnie delle Opere, Confartigia-
nato, Confcooperative, Coldi-
retti, Acli e Movimento cristia-
no dei lavoratori –, nelle ultime
settimane ha lanciato un mani-
festo per una «buona politica».
Per esortare a mettere il bene
comune al di sopra di tutto, a
valorizzare le energie migliori
del paese e a favorire un ricam-
bio della classe dirigente, attin-
gendo anche dal mondo delle
associazioni.
Quali potrebbero essere le riforme
strutturali per frenare l’ondata spe-
culativa che ha investito i mercati fi-
nanziari?
Noi pensiamo che la migliore
risposta alla crisi sia quella di
rilanciare una politica per la cre-
scita che, con l’impegno e la re-
sponsabilità diretta delle parti
sociali, veda il governo e le re-
gioni maggiormente impegnate
all’utilizzo immediato delle ri-
sorse disponibili per gli investi-
menti pubblici su infrastruttu-
re, reti energetiche, innovazio-
ne, nel Mezzogiorno, per incen-
tivare investimenti privati e
nuova occupazione, per accom-
pagnare la proroga degli am-
mortizzatori sociali con un deci-
so rilancio delle politiche attive
per il reimpiego dei lavoratori
in Cig e per sbloccare l’occupa-
zione giovanile. Il nostro giudi-
zio sulla manovra finanziaria ri-
mane negativo, soprattutto per
la mancanza di misure adeguate
sul piano dell’equità nei con-
fronti dei redditi più alti, per la
riduzione troppo blanda dei pri-
56
vilegi della politica e del costo
degli assetti istituzionali, per la
mancata tassazione dei patrimo-
ni immobiliari e mobiliari più
alti. Pertanto anche dopo l’ap-
provazione della manovra, il no-
stro impegno non verrà meno
con proposte e mobilitazioni a
livello nazionale e territoriale
come abbiamo fatto nelle ultime
settimane.
Come si può riformare il sistema
pensionistico italiano, per renderlo
più equilibrato verso le nuove gene-
razioni?
In questa legislatura sono già
stati presi numerosi provvedi-
menti, da un lato volti a mette-
re la spesa pensionistica in sicu-
rezza, dall’altro a mantenere gli
impegni presi in sede europea
sugli obiettivi di rientro del de-
ficit pubblico. Per questi motivi
la Cisl è contraria a una ulterio-
re revisione del sistema pensio-
nistico. Prima di discutere di
previdenza, occorre che il gover-
no dia un segnale chiaro sui co-
sti della politica e su tutte le
inefficienze della macchina pub-
blica. Noi siamo consapevoli di
dover trovare un equilibrio fra il
necessario prolungamento del
momento di uscita dal lavoro e
l’esigenza di tenere conto del-
l’incidenza della gravosità del
lavoro nelle diverse attività pro-
duttive o professionali. Ma, ri-
peto, prima di chiedere ulteriori
interventi sulle pensioni, biso-
gna che ci sia un segnale di
svolta nella gestione della spesa
pubblica e nella riduzione dei
livelli amministrativi.
Aldilà delle responsabilità del gover-
no, non crede che, nella reazione del
sistema-Italia alla crisi, tutte le forze
politiche e sociali abbiano troppo
spesso dato prova di egoismo, difen-
dendo il particolare a discapito dell’in-
teresse generale? Voi come sindacato
non avreste potuto fare di più?
Non voglio dare pagelle. Ma cre-
do che le parti sociali abbiano
avuto un atteggiamento respon-
sabile in questi mesi di crisi.
L’accordo interconfederale del 28
giugno, siglato da tutti i sinda-
cati e la Confindustria, è stato un
segnale di maturità apprezzato
da tutti gli osservatori. Sono sta-
te sempre le parti sociali poi a
sollecitare una discontinuità nel-
la politica economica e una rapi-
da approvazione di una manovra
correttiva per arginare la specula-
zione. Come sindacato abbiamo
fatto proposte concrete, accettan-
do di fare sacrifici in cambio di
una maggiore equità nella mano-
vra. Purtroppo non c’è stata al-
trettanta unità e senso di coesio-
ne nazionale tra le forze politi-
che, nonostante i ripetuti appelli
al dialogo da parte del capo dello
Stato. Questo eterno conflitto
esasperato tra maggioranza e op-
posizione è la grande anomalia
del sistema politico italiano, ri-
spetto ad altri paesi europei co-
me la Germania o la Francia.
In Italia, una forza politica che si ri-
chiami ai valori del Partito popolare
europeo può essere una risposta vali-
da alla crisi del sistema politico e so-
cio-economico?
Noi pensiamo che in Italia ci sia
soprattutto un deficit di demo-
57
crazia e di partecipazione dei
cittadini alla vita politica. Non
è un problema di nuovi partiti o
di schieramenti. La cosa da fare
è restituire ai cittadini il diritto
di eleggere i propri rappresen-
tanti, uscendo da questo bipola-
rismo bislacco, fondato tutto sul
potere delle oligarchie dei parti-
ti. La politica deve tornare a es-
sere un servizio e non un’attività
verticale, distante dalle esigenze
delle persone e del territorio.
C’è bisogno di meno taumatur-
ghi e di più partecipazione dei
giovani, delle donne, di quanti
hanno passione politica. Chi si
ispira ai valori del popolarismo
europeo non può non condivide-
re l’impegno per una democra-
zia fondata sul protagonismo dei
corpi intermedi e di tutte le
espressioni della società civile.
POPOLARI
intervista a Raffaele Bonanni
L’Intervistato
cecilia moretti
Giornalista, è redattrice di FareitaliaMag, il
periodico online dell’associazione Fareitalia.
Ha collaborato con il Secolo d’Italia.
L’Autore
raffaele bonanni
Sindacalista, ha iniziato nel 1972, come operatore
sindacale, dopo aver frequentato il "corso lungo"
al Centro Studi Cisl di Firenze. Nel 1981 è Segre-
tario Generale della Cisl di Palermo e, successi-
vamente, nel 1989, è eletto Segretario Generale
della Cisl siciliana. Nel 1991 è stato chiamato a
guidare la Filca, la categoria degli edili della Cisl,
che associa circa 250 mila iscritti. È entrato in Se-
greteria Confederale della Cisl il 16 dicembre
1998, quando alla guida del sindacato c'era Ser-
gio D'Antoni. È stato riconfermato Segretario
Confederale nei congressi della CISL del maggio
2001 e del luglio 2005.
DI GENNARO MALGIERI
I
l centrodestra dovrebbe porsi l’obiettivo
di affinare maggiormente le sue
componenti al fine di essere considerato
come un soggetto composito, ma sostanzialmente
unitario. Il tempo ovviamente dirà se il nuovo
centrodestra riuscirà a crescere al punto
da realizzare il cammino intrapreso.
La cultura sarà il pilastro
della destra dell’avvenire
POPOLARI
Gennaro Malgieri
59
Dopo la cosiddetta “svolta di
Fiuggi”, nel 1995, ci si chiese da
parte di osservatori e studiosi
quale destra si sarebbe proposta
come soggetto attivo del rinnova-
mento politico nazionale. Interro-
gativo legittimo all’epoca, dal
momento che per molti la destra
rappresentata da An risultava
piuttosto indecifrabile, nonostan-
te il dettagliato “biglietto da visi-
ta” costituito dalle tesi elaborate
in vista del Congresso di fonda-
zione. Indecifrabile non tanto per
responsabilità dei dirigenti di
An, quanto per difetto di infor-
mazione che, coniugato con il
pregiudizio storico circa l’“impre-
sentabilità” della destra, indusse
numerosi osservatori a giudicare
la sua evoluzione “sospetta” per-
ché motivata esclusivamente dal
grande e, per certi versi, inatteso
successo elettorale del marzo
1994 che la proiettò al governo.
Soltanto l’ignoranza di un trava-
glio storico, continuo e costante,
punteggiato da passaggi talvolta
dolorosi, poté indurre molti, an-
che in buona fede, a non com-
prendere l’evoluzione di una de-
stra che per anni aveva cercato di
emanciparsi dalle sue origini sto-
riche, senza beninteso negarle (il
pentitismo, in nessuna forma,
rientra nel costume politico della
destra italiana), allo scopo di
giungere ad approdi che le per-
mettessero di qualificarsi come
autentica forza riformista e con-
60
correre con la sua cultura, la sua
storia, la sua tradizione nutrita,
tra l’altro, di un’assidua e non
marginale presenza parlamentare
nel corso della storia repubblica-
na, a contribuire alla ridefinizio-
ne del paesaggio politico italiano.
Nel solco di questo percorso, la
destra italiana ha incontrato altre
soggettività politiche alla ricerca
della costruzione di uno schiera-
mento radicalmente alternativo
alla sinistra. Il Polo delle libertà,
la Casa delle libertà, il Popolo
della libertà sono state le tappe
significative che hanno scandito
il contributo della
destra alla creazio-
ne di un movi-
mento non soltan-
to elettorale, dun-
que occasionale,
ma dalle caratteri-
stiche politico-
culturali evidenti
con l’intento di offrire un contri-
buto alla costruzione di un sog-
getto nazional-conservatore teso
a preservare i valori qualitativi
della tradizione coniugandoli
con le esigenze della modernità.
Lungo questa rotta per circa ven-
t’anni, senza contare il lavorìo
precedente, la destra si è mossa
destrutturandosi e riproducendo-
si, ma mai abbandonando i prin-
cipi ispiratori che l’hanno quali-
ficata nel tempo come laborato-
rio di efficaci innesti e fusioni.
Oggi, quando sembra essere spa-
rita dall'orizzonte politico-cultu-
rale, si ripropone la sua presenza
all'interno della più vasta aggre-
gazione di centrodestra conti-
nentale, come espressione di
componenti cattoliche, nazionali
e conservatrici che si sono incon-
trate nella felice sintesi di
un'esperienza politica che, per
quanto in difficoltà sotto il profi-
lo governativo in Italia, è pur
sempre recepita come la sola che
possa, in termini valoriali soprat-
tutto, contrapporsi alla sinistra.
L’identità complessa
La questione della libertà è sem-
pre stata al centro delle riflessioni
della destra, radicata la convin-
zione che senza un’adesione con-
vinta all’etica della libertà nessun
progetto politico
può essere pratica-
to. Questa tenden-
za, che pure ha
avuto risvolti cul-
turali tutt’altro che
trascurabili inda-
gati in numerose
riviste di studio ed
in altrettanti convegni ai quali
negli anni Settanta e Ottanta,
presero parte esponenti dell’intel-
lighentia non progressista o tout
court conservatrice della quale le
pagine culturali «politicamente
correttissime» dei grandi giornali
non ritennero di dedicare neppu-
re il più piccolo spazio, in osse-
quio alla consolidata tesi che la
destra non potesse avere una cul-
tura, che destra e cultura per defi-
nizione non potessero stare insie-
me: la storia si è incaricata di fare
giustizia anche di questa menzo-
gna ideologica. Insomma, le pa-
rallele e convergenti nell’orrore
tragedie dei lager e dei gulag,
originate dalla cancellazione delle
libertà civili, religiose, politiche,
La questione
della libertà è sempre
stata al centro
delle riflessioni
della destra
61
non hanno mai trovato insensibi-
le la destra che, tra l’altro, è riu-
scita, non senza difficoltà a rinno-
vare i propri costumi politici fino
a presentarsi per quello che indi-
scutibilmente è, al di là delle ten-
tazioni di snaturarla e distrugger-
la nella sua essenza: una Destra
nazionale, democratica, popolare,
solidale, riformista.
Presentandosi con queste caratte-
ristiche, disgraziatamente messe
in discussione da chi pure aveva
contribuito alla sua “modernizza-
zione”, la destra nel partito-coali-
zione del Popolo della libertà,
continua a rispon-
dere all’antica do-
manda che nel feb-
braio 1995 veniva
posta. Quale de-
stra, dunque? La
destra delle libertà,
della coesione na-
zionale, della par-
tecipazione, della memoria,
dell’Europa come idea antica che
ritorna e prende forma politica,
dell’etica della responsabilità,
dello Stato e della legalità, della
sicurezza e della difesa delle iden-
tità culturali e delle differenze.
Libertà e autorità
Questa destra dall’identità com-
plessa, ma riconoscibile, non può,
dunque, diffidare del mercato e
proporre una versione “ottriata”
del Welfare state. Questa destra,
che difende ed esalta tutte le
espressioni della libertà, non si
sente affatto ideologicamente ob-
bligata a rifiutare il ruolo della
mano pubblica nella gestione
dell’economia.
Leggi di mercato, intervento
dello Stato e ragioni di solidarie-
tà possono e debbono convivere
nel quadro di una logica di liber-
tà alla quale la destra fa risalire
la sua complessiva concezione
della politica e, dunque, dei rap-
porti tra Stato e persona, tra eco-
nomia pubblica e pubblica am-
ministrazione, tra nazioni e ag-
gregati sovranazionali. Una vi-
sione “regolativa” e non “inter-
ventiva”, del primato della poli-
tica, per il quale lo Stato deve
preoccuparsi di quei settori che,
nella globalizzazione dei proces-
si produttivi, fi-
nanziari, cultura-
li, scientifici, tec-
nologici, sono vi-
tali per garantire
l’indipendenza, la
dignità, la sovra-
nità e lo sviluppo
economico-sociale
della nazione, mentre è compito
della “mano pubblica” persegui-
re la redistribuzione della ric-
chezza, mediante prestazione di
servizi e trasferimenti di risorse,
che comunque non devono mai
minacciare il blocco del sistema
produttivo, pena la redistribu-
zione della miseria.
Il presupposto per l’esercizio del-
le libertà si fonda, nella concezio-
ne della destra, sull’incontro tra
la società e la persona. È questo
incontro che preserva la comunità
dall’offensiva dei grandi progetti
ideologici totalizzanti. Interesse
della società e valori della persona
non possono pensarsi separata-
mente. Le tragedie del “secolo
delle idee assassine”, come Ro-
È compito della “mano
pubblica” perseguire
la redistribuzione della
ricchezza senza mettere
a rischio la produttività
POPOLARI
Gennaro Malgieri
bert Conquest ha definito il No-
vecento, ci inducono a considera-
re società e persona con il metro
della libertà, appunto, al fine di
non cedere a pratiche politiche
che potrebbero sfociare nell’illi-
beralità. Ma non basta.
La cultura politica della destra,
ispirata al realismo, si fonda sulla
coniugazione del principio di li-
bertà con quello di autorità.
L’uno senza l’altro non regge: chi
lo sostiene preconizza una società
anarchica o totalitaria. Libertà e
autorità sono insieme i pilastri
delle comunità occidentali quali
si sono venute formando negli ul-
timi due secoli, passando, come si
sa, attraverso momenti di crisi ca-
ratterizzati dalla messa in paren-
tesi ora dell’una e ora dell’altra.
La loro convivenza dà luogo aun
ordine civile ispirato all’idea del-
la ragione kantiana che può anco-
ra essere considerata l’essenza di
una società autenticamente uma-
nizzata.
Il bisogno di autorità è primario:
è un vincolo emotivo tra indivi-
dui senza il quale non può esservi
coesione sociale. Che altro signi-
fica, infatti, la richiesta di “cer-
tezze”; che vuol dire essere liberi
in una società nella quale prevale
la paura, mentre la mancanza di
una più o meno “mitica” e origi-
naria “protezione” inficia l’esple-
tamento delle stesse libertà? In-
terrogativi che testimoniano del
disagio presente. Molti anni fa,
sotto la spinta di mode collettive
scaturite dal crollo di un certo
patrimonio di valori, si diffuse il
bisogno – a livello consapevole
(cioè teorico-dottrinario) e a li-
62
Il Libro
Gennaro Malgieri
Le macerie della politica
Rubbettino 2007, 208 pp., 12 euro
Un at t o
d’accusa a
una politi-
ca medio-
cre, priva
di s l anc i
ideali, le-
gata al pic-
colo cabo-
taggio, in-
capace di
creare un autentico spirito costi-
tuente. Un’Italia invertebrata, poco
vitale, ripiegata su se stessa. Forse
prossima al collasso.
è questa l’analisi impietosa che
scaturisce da questo diario di un ri-
formista deluso – come Malgieri
ama definirsi –.
La cosiddetta “transizione”, comin-
ciata circa quindici anni fa, è tut-
t'altro che conclusa.
Lo stato sembra essersi dissolto.
L’arte del non governo è diventata
una regola alla quale nessuno rie-
sce a sottrarsi.
Gli egoismi e i particolarismi pre-
valgono sulla ricerca del “bene co-
mune”.
Il declino è ammesso anche dai
meno pessimisti, mentre l’orizzon-
te è piuttosto confuso. Si è perso
molto tempo e sotto le macerie
della politica ci siamo finiti tutti.
Una transizione
infinita
vello inconscio (cioè di condizio-
nata convenzione) - di proclamare
la fine della convivenza dell’auto-
rità con la libertà.
La rarefazione di questa unità pri-
mordiale ha prodotto gli inganni
della “cultura della liberazione”
che ha aperto la strada alle tenden-
ze nichiliste contemporanee. Ma
qualcosa sta cambiando. Lo testi-
monia, per esempio, la recente for-
tuna delle tesi “autoritariste” e de-
gli scrittori politici, come l’ameri-
cano Richard Sennett, che pongo-
no al centro delle loro riflessioni il
concetto di autorità come “senti-
mento” civile cui ricondurre il bi-
sogno della conservazione dell’or-
dine e la disciplina dei rapporti tra
persona ed istituzioni.
I soggetti permanenti
Libertà e autorità, come pilastri
dell’ordine civile, si esercitano
principalmente nella ricerca dello
sviluppo della prosperità della
persona, della famiglia, della na-
zione.
La persona è il centro e il vertice
della società; quando la politica
lo ha dimenticato ha fatto strame
della persona, dei suoi valori, del-
le sue aspirazioni distruggendo
così uno degli elementi costituti-
vi del diritto naturale ed appli-
candosi alla costruzione di uni-
versi concentrazionari nei quali
l’ideologia del Leviatano prende-
va il centro della società non go-
vernandola, ma sottomettendola.
I diritti fondamentali della perso-
na debbono considerarsi illimita-
ti e non limitabili: il diritto alla
vita fin dal concepimento; il di-
ritto all’integrità morale, intel-
lettuale e fisica; il diritto alla rea-
lizzazione. Da tali diritti nascono
gli obblighi sociali statuiti libe-
ramente dalle istituzioni politi-
che e rappresentative.
La persona si completa nella più
elementare forma di comunità: la
famiglia alla quale la destra attri-
buisce il significato che storica-
mente le appartiene, vale a dire di
comunità nascente dall’incontro
tra uomo e donna che esclusiva-
mente attraverso il matrimonio si
dispongono alla procreazione e
alla educazione dei figli.
La politica non può trascurare la
famiglia, magari per applicarsi al-
la salvaguardia di altre forme di
unione, come non può disinteres-
sarsi dei cosiddetti “corpi inter-
medi” che con la famiglia si rac-
cordano. Tali comunità, costituite
da persone per la difesa di interes-
si, sono espresse da categorie rap-
presentative del tessuto sociale at-
traverso le quali viene assicurata
una diversa forma rispetto a quel-
la più propriamente politica di
partecipazione alla vita collettiva.
La nazione è la comunità più va-
sta nella quale si integrano gli in-
teressi spirituali, morali e mate-
riali di un popolo. La tradizione
storica, la memoria, il comune
sentire, la lingua, gli usi, i costu-
mi sono gli elementi costitutivi
di una nazione, i caratteri che
concorrono a formare l’identità
nazionale che si manifesta nel-
l’unità culturale della comunità.
La destra pone l’accento su questo
complesso di motivi pre-politici
nella certezza assoluta che pre-
scindendo dall’idea di nazione
non c’è avvenire per un popolo.
63
POPOLARI
Gennaro Malgieri
Ma è anche consapevole che valo-
rizzare la nazione non significa
negare le specificità interne al suo
patrimonio identitario che, al
contrario, vanno rispettate, sava-
guardate e potenziate perché sono
la sua stessa ricchezza: una trama
di “piccole patrie” che ci ricorda
le nostre radici dalle quali è nata
la comunità nazionale. È per que-
sto che mentre la nazione deve
aprirsi alle ragioni degli spazi po-
litici sovranazionali, come l’Eu-
ropa innanzitutto, non deve ve-
dere cancellate in un indistinto
Stato burocratico la sua sovranità.
Stato, sussidiarie-
tà e Big Society
Se la persona è il
centro della socie-
tà, lo Stato, dal
punto di vista del-
la cultura politica
della destra, è il
centro della politica. La retorica
che ha imbolsito il dibattito sul-
la opportunità del “ritiro” dello
Stato dalla sfera economica, nella
quale la sua presenza era da con-
siderarsi addirittura nociva (ma
non nei settori strategici), ha
purtroppo finito per dilatarsi
nella negazione dello Stato quale
unica forma giuridico-politica in
grado di incarnare i valori della
res publica e, dunque, della comu-
nità nazionale. Anzi, in molti ca-
si, e a prescindere dagli schiera-
menti, lo Stato viene considerato
come un “nemico” da abbattere,
come un’entità malvagia cui op-
porre, per esempio, il diritto del-
le autonomie a ergersi contro di
esso quali controparti, come se
dette autonomie non fossero ele-
menti essenziali e costitutivi del-
lo Stato stesso.
Non è così, naturalmente. E non
soltanto per la Destra tradiziona-
le se perfino un lucido critico del-
lo Stato-padrone come Luigi
Sturzo sosteneva che lo Stato ret-
tamente inteso è un ordine indi-
spensabile al vivere civile e quan-
to più lo Stato è forte e giusto,
tanto più la convivenza civile vie-
ne assicurata.
Lo statalismo, invece, è la perver-
sione dell’idea di Stato in quanto
distruttore di ogni ordine istitu-
zionale e di ogni
morale ammini-
strativa. Perciò lo
statalismo non è in
favore dello Stato,
ma contro di esso,
mentre la partito-
crazia - una delle
“male bestie” stur-
ziane – è il fenomeno più appari-
scente della malattia statalista.
Non negava Sturzo l’intervento
statale in determinati casi, ma
l’interventismo generalizzato.
Non discuteva la direttiva dello
Stato, ma il dirigismo. Non av-
versava gli enti statali, ma la sta-
tizzazione dell’economia.
In contrapposizione allo Stato da
qualche tempo, sembra di moda
invocare il principio di sussidia-
rietà, non comprendendo che
questo si integra, se correttamen-
te inteso, in un universo politico
incentrato sul riconoscimento
della res publica all’interno della
quale vivono e operano i corpi in-
termedi come cellule dello Stato
dei cittadini e non dello Stato-Le-
64
Lo statalismo è
la perversione dell’idea
di Stato in quanto
distruttore di ogni
ordine istituzionale
viatano. La sussidiarietà non può
essere vista o sentita, neppure
propagandisticamente, come “al-
ternativa” allo Stato, ma tutt’al
più come superamento delle de-
generazioni dello statalismo pro-
dotte dalla pratica partitocratica,
come sosteneva Sturzo, ma come
sostenevano anche Carlo Costa-
magna, Giuseppe Maranini, Pan-
filo Gentile, Lorenzo Caboara, va-
le a dire esponenti della cultura
cattolica, nazionale, liberale.
Dalla Rerum novarum alla Qua-
dragesimo anno, dalla Pacem in
terris alla Centesimus annus non c’è
stata enciclica pa-
pale che non abbia
fornito una defini-
zione della sussi-
diarietà in rappor-
to alle strutture
statali, riconoscen-
do, con tutta evi-
denza, le strutture
pubbliche, e dunque statali, in
stretta connessione con quelle
private in un armonico rapporto
non soltanto economicistico o
mercantilistico, come oggi si
tenta di far credere.
Proprio la Centesimus annus di
Giovanni Paolo II (maggio 1991)
è l’esplicitazione di questa conce-
zione sommariamente riferita.
Dopo aver rilevato che lo Stato,
per sua natura, «non potrebbe as-
sicurare direttamente il diritto al
lavoro a tutti i cittadini senza ir-
reggimentare l’intera vita econo-
mica e mortificare la libera ini-
ziativa dei singoli», il Pontefice
aggiunge che ciò non vuol dire
che lo Stato «non abbia alcuna
competenza in questo ambito,
come hanno affermato i sosteni-
tori di un’assenza di regole nella
sfera economica. Lo Stato, anzi,
ha il dovere di assecondare l’atti-
vità delle imprese, creando condi-
zioni che assicurino occasioni di
lavoro, stimolandola ove essa ri-
sulti insufficiente o sostenendola
nei momenti di crisi».
Ancora, secondo Giovanni Paolo
II, lo Stato «ha il diritto di inter-
venire quando situazioni partico-
lari di monopolio creino ostacoli
per lo sviluppo», come, ad esem-
pio, nello Stato assistenzialista di
tipo socialdemocratico: «Una so-
cietà di ordine su-
periore – sostiene
il Papa – non deve
interferire nella
vita interna di una
società inferiore
privandola delle
sue competenze,
ma deve piuttosto
sostenerla in caso di necessità e
di aiutarla a coordinare la sua
azione con quella delle altre
componenti sociali in vista del
bene comune».
Il principio di sussidiarietà ha at-
traversato la cultura politica del
Novecento senza contrapporsi al-
lo Stato. Persino nella “Carta del
Lavoro”, documento non certo
espressione di un regime demo-
cratico, viene riconosciuto che
«l’intervento dello Stato nella
produzione economica ha luogo
soltanto quando manchi o sia in-
sufficiente l’iniziativa privata o
quando siano in gioco interessi
politici dello Stato», soltanto in
questa occasione l’intervento
«può assumere la forma del con-
65
POPOLARI
Gennaro Malgieri
Il principio
di sussidiarietà
ha attraversato
la cultura politica senza
contrapporsi allo Stato
trollo, dell’incoraggiamento e
della gestione diretta».
Dunque, contrapporre allo Stato il
sistema delle autonomie o la sussi-
diarietà è un altro modo per ali-
mentare la sfiducia nella sua ne-
cessità e riguardarlo, nella miglio-
re delle ipotesi, con diffidenza.
Nell’evoluzione del pensiero con-
servatore, da ultimo il premier
britannico David Cameron ha ri-
lanciato la complementarità dello
Stato con la società, riproponendo
in maniera originale la sussidia-
rietà. Ne è venuto fuori un con-
tributo particolarmente interes-
sante alla politica sintetizzato
nella formula della Big Society, la
sostituzione cioè di una filosofia
politica con un’altra. «Dall’idea –
si legge in un documento dei To-
ries recente – che il ruolo dello
Stato sia quello di indirizzare la
società ed in parte occuparsi dei
pubblici servizi, all’intuizione
che il ruolo dello Stato sia quello
di rafforzare la società e rendere
servizi pubblici al servizio dei
cittadini che li usano». L’obietti-
vo è quello di trasformare un
grande governo in una “grande
società”.
Se lo Stato è divenuto, nell’arco
di mezzo secolo, terreno per scor-
ribande di lanzichenecchi assetati
di potere e per nulla dediti alla ri-
cerca del “bene comune”, non è
un buon motivo per metterne in
discussione l’essenza che risiede
nel riconoscimento del dovere di
anteporre nella gestione della co-
sa pubblica la salvaguardia del-
l’interesse generale a quello per-
sonale o di fazione. Se esso ope-
rasse nel modo migliore possibi-
66
le, probabilmente si riuscirebbe a
intravvedere una prospettiva di
ricomposizione tra interessi pri-
vati e spirito pubblico; a determi-
nare la classe dirigente a favorire
un autentico percorso di pacifica-
zione tra gli italiani in nome di
una storia comune; a rimuovere
gli ostacoli che impediscono
l’ammodernamento delle istitu-
zioni sociali ed economiche del
nostro paese, oltre, naturalmente,
alle strutture “civili”.
Per fare tutto questo lo Stato va
ripensato e riconquistato innanzi-
tutto ispirando l’opera riformatri-
ce a un’etica repubblicana fonda-
ta sulla responsabilità e sul senti-
mento del “bene comune”.
Istituzioni non soltanto efficienti,
ma “moralmente” coerenti con le
esigenze dei tempi dovrebbero es-
sere modellate da riformatori con-
sapevoli secondo un disegno nel
quale i diritti di libertà si coniu-
ghino con il dovere dell’autorità
di regolamentarli e difenderli.
La volontà dei cittadini, la parte-
cipazione, il decisionismo
In questo contesto, il rispetto
della volontà popolare intesa co-
me partecipazione alle scelte
completa il quadro della visione
politica della destra. Senza parte-
cipazione dei cittadini alla vita
politica non c’è democrazia. I cit-
tadini devono poter contare e
contribuire alla formazione della
decisione. Tutti hanno il diritto
di non delegare la loro volontà e
di esprimerla direttamente nelle
forme più consone. Democrazia
vuol dire sovranità popolare e
quanto più “diretta” è la demo-
crazia tanto più i cittadini sono
sovrani, come insegnava oltre un
secolo fa Giuseppe Rensi. Augu-
sto Del Noce aggiungeva che
«l’idea di popolo importa quella
di solidarietà con le generazioni
passate e con quelle che ancora
hanno da venire; non esiste popo-
lo quando questa solidarietà si è
rotta; si ha un aggregato di indi-
vidui, ognuno dei quali ridotto a
mens momentanea, rescisso dal
passato e dal futuro». Se l’unità
del popolo è indispensabile per-
ché un sistema democratico viva
di vita propria e con sicurezza
contemperi nel suo seno le molte
vicende che vi si sviluppano senza
subirne contraccolpi esiziali alla
sua stessa sopravvivenza, è altret-
tanto vero che tale unità deve es-
sere nel senso più partecipativo
possibile. Perciò è auspicabile la
partecipazione dei cittadini a tut-
te le scelte politiche, fino alla ele-
zione del capo dell’esecutivo qua-
le governante e garante dell’unità
politica e morale della nazione,
poiché non sono le istituzioni a
fare la democrazia, ma la parteci-
pazione del popolo alla vita delle
istituzioni. È fin troppo chiaro,
in questa prospettiva, come la
partecipazione politica non possa
essere ridotta al solo potere elet-
torale. È necessario che il popolo
decida il più possibile e che
quando non possa farlo, gli sia
data la possibilità di manifestare
negativamente o positivamente il
suo consenso.
Libertà significa anche difesa del-
le specificità culturali. Il nostro
tempo è caratterizzato dalla ten-
denza alla omogeneizzazione del-
67
POPOLARI
Gennaro Malgieri
le culture e delle differenze. Una
variante del totalitarismo. Da de-
stra si ritiene di doversi opporre a
questa tendenza al fine di salva-
guardare la libertà dei singoli e
dei popoli. Il dogmatismo con-
temporaneo vuole che la demo-
crazia si trasformi progressiva-
mente nell’accettazione indiffe-
rente di meccanismi di costrizio-
ne delle volontà fondati sulla sol-
lecitazione dei bisogni. E pertan-
to dovrebbe essere buono e giusto
tutto ciò che viene comandato at-
traverso la grande informazione,
inevitabilmente ispirato agli in-
teressi della finan-
za e dell’econo-
mia, cioé al merca-
to inteso non solo
come terreno di
gioco senza regole,
ma più ancora co-
me arbitro unico e
indiscusso del gio-
co medesimo.
Il “pensiero unico” è l’ideologia
di riferimento di tutto questo. E
ha un obiettivo preciso: il domi-
nio della realtà veicolato da un
nuovo tipo di universalismo lai-
co. In tale ideologia s’incontrano
il fondamentalismo egualitario, il
relativismo morale, la soggezione
del pensiero al bisogno, l’interes-
se indotto verso l’inessenziale. In-
somma, la mercificazione come
strumento e la cancellazione delle
specificità dei popoli come fine.
La variante, appunto, del totalita-
rismo classico.
Partiti e comunità
La destra ha mostrato in questi
anni un’attenzione particolare al-
la degenerazione del sistema dei
partiti ed alle nuove forme di ag-
gregazione che si sono andate
manifestando come risposta alla
complessiva crisi della politica.
Le manifestazioni cui diedero vi-
ta, per esempio, sul finire degli
anni Novanta, categorie produt-
tive non sindacalizzate, né politi-
camente egemonizzate, furono le
ruvide apparizioni di un disagio
antico che attraversava una parte
della società italiana sistematica-
mente trascurata dalle oligarchie
che la consideravano niente di
più che un serbatoio elettorale.
Rifiutavano la po-
litica tradizionale
perché la riteneva-
no una sorta di rito
esoterico; si arroc-
cavano attorno alla
difesa dei loro inte-
ressi perché li ve-
devano minacciati;
apparivano legati a una concezio-
ne chiusa della vita, senza averne
nessuna colpa. Le responsabilità
erano (e restano) di chi non ha
permesso loro di esprimersi in un
contesto statuale comunitario.
Questi “ceti esclusi” hanno rac-
colto la proposta della destra e
del Popolo della libertà e costi-
tuiscono oggi una porzione non
trascurabile dell’elettorato di
centrodestra da cui si attendono
adeguata considerazione.
Nel saggio di Antony Giddens,
per più di un decennio guru e
ispiratore di Tony Blair, Oltre la
destra e la sinistra, si legge:
«Ovunque si collochino nello
spettro politico, i partiti di oggi
manifestano tutti la stessa paura:
68
Il dogmatismo
contemporaneo vuole
instaurare meccanismi
di costrizione
delle volontà fondanti
temono il dissolversi dei legami
sociali, e invocano una rinascita
della comunità. Il problema allo-
ra è il seguente: se è vero che una
politica che si voglia radicale de-
ve oggi essere risanatrice, possia-
mo sperare di recuperare, nelle
attuali condizioni sociali, la co-
munità?».
La risposta è insita nella premessa
alla domanda: la dissoluzione dei
legami sociali, dei vincoli perso-
nali, lo scadimento dei valori, la
prevalenza degli interessi egoisti-
ci, allontanano la prospettiva del-
la ricomposizione comunitaria e
fanno di converso
crescere la fram-
mentazione da cui
promanano i mi-
cro-conflitti che
sembrano caratte-
rizzare le società
avanzate e prospere
del nostro tempo.
Oltretutto la cultura dominante,
difendendo lo svipluppo dei di-
ritti universali astratti, come os-
serva Giddens, «non crea comu-
nità, né al livello dello Stato-na-
zione, né ad altri». Già Alexis de
Tocqueville, descrivendo gli
americani, aveva constatato che
«ciascuno di questi uomini vive
per conto suo ed è come estraneo
al destino di tutti gli altri: i figli
e gli amici costituiscono per lui
tutta la razza umana; quanto al
resto dei cittadini, egli vive al
loro fianco ma non li vede; li
tocca ma non li sente; non esiste
che in se stesso e per se stesso, e
se anche possiede una famiglia,
si può dire per lo meno che non
ha più patria».
Negli ultimi secoli la politica ha
contribuito ad approfondire il di-
vario tra le ragioni della persona e
quelle della comunità di apparte-
nenza, fino a provocare una frat-
tura mai interamente ricomposta
tra cittadini e Stato.
Certo, come da più parti si sostie-
ne, i compiti primari della politi-
ca, nelle presenti circostanze, non
può che essere di promozione del
recupero dei temi comunitari at-
traverso la riscoperta e la valoriz-
zazione di tutti gli elementi che
compongono la comunità stessa,
un tempo noti come “corpi inter-
medi”, a cui mi
sono già riferito.
La politica nuova,
quella che sono ca-
paci di esprimere i
soggetti del rin-
novamento italia-
no, a cominciare
dalla destra, ha tra
gli altri compiti quello di ripor-
tare al centro della sua azione tali
elementi comunitari allo scopo di
rifondare attorno a queste artico-
lazioni la convivenza civile.
Bisogna avere il coraggio di am-
metterlo: i partiti politici così co-
me sono strutturati, da soli non
bastano più a rappresentare tutto
quanto si muove nella società ci-
vile. I partiti se vogliono anche
dare un senso a se stessi, devono
necessariamente assecondare lo
sviluppo dei corpi intermedi, del-
le categorie sociali e produttive,
proprio per evitare che essi si co-
stituiscano come alternativi allo
Stato.
Di tutto ciò vi sono tracce pro-
fonde e perciò altamente ricono-
69
POPOLARI
Gennaro Malgieri
Nei secoli la politica
ha aumentato il divario
tra le ragioni
della persona
e quelle della comunità
scibili nel pragmatismo di una
destra, come quella italiana, in
grado di muoversi in sintonia con
i soggetti più dinamici della so-
cietà che non chiedono protezio-
ne, ma rappresentanza perché
consapevoli “parti” di una comu-
nità che costituisce il tessuto con-
nettivo della nazione stessa.
Espressione dell’Italia “profonda”
Questa destra non ideologica, ma
intessuta di valori politici, rap-
presenta una tendenza radicata in
quell’Italia profonda che non ri-
fiuta aprioristicamente la moder-
nità, ma si tiene fedele a una vi-
sione del mondo che potremmo
definire tradizionale; è “conserva-
trice” nella misura in cui espri-
me, come diceva Karl Man-
nheim, «una continuità storica-
mente e sociologicamente afferra-
bile, che è sorta in una determi-
nata situazione storica e sociolo-
gica e si sviluppa in diretta con-
nessione con la storia vivente»; è
impegnata nel favorire il ritorno
della politica esiliata dalla pratica
partitocratica esercitata dalla
classi dominanti per mezzo seco-
lo; è riformista per vocazione e
nel suo bagaglio custodisce
un’ispirazione innovatrice dello
Stato e delle istituzioni rappre-
sentative, unitamente a un euro-
peismo non di maniera, ma so-
stanziato da una concezione reali-
stica della costruzione comunita-
ria fondata sull’integrazione delle
identità e delle culture continen-
tali, premessa indispensabile del-
l’unità politica.
Questa destra è parte di un pro-
getto comune che trascende l’al-
leanza politico-elettorale che la
comprende. Infatti, il centrode-
stra, sempre più radicato in una
prospettiva continentale, domi-
nata dal Partito popolare, dovreb-
be porsi l’obiettivo di affinare
maggiormente le sue componenti
al fine di essere considerato, come
un soggetto composito ma so-
stanzialmente unitario. Molto di-
penderà dagli sviluppi del bipo-
larismo stesso, ma non c’è dubbio
che la tendenza è nel senso di una
maggiore composizione in un
quadro di più intensa compatibi-
lità culturale.
La reazione alla decadenza
Il tempo, ovviamente, dirà se il
nuovo centrodestra riuscirà a cre-
scere al punto da realizzare non
soltanto gli obiettivi legati da una
stagione politica, ma a guardare
oltre le contingenze per porsi tra-
guardi più ambiziosi, ben oltre le
attuali contingenze e a proseguire
il cammino intrapreso.
È naturale che se ciò potrà acca-
dere è perché nel partito-coalizio-
ne ci sarà chi riuscirà a scorgere
sull’orizzonte le ragioni di un im-
pegno comune dal quale possono
nascere idee nuove in grado, in-
nanzitutto, di reagire fattivamen-
te a un fenomeno che ha connota-
ti epocali: la decadenza occiden-
tale che è di carattere morale, spi-
rituale e culturale, che si manife-
sta da tempo e di fronte al quale
la politica ha voltato la testa
dall’altra parte.
La destra, proprio perché cultu-
ralmente motivata, politicamente
dinamica ed espressione popolare
di uomini e donne non ripiegati o
70
avviliti, ha il dovere di assumere
la responsabilità di reagire con un
vasto programma di modernizza-
zione nel quale, naturalmente,
includere lo sviluppo scientifico-
teconologico; la proposta di una
scuola e di una università (il re-
cente contributo è stato decisivo)
in linea con le esigenze dei tempi
senza dimenticare il ruolo di for-
mazione spirituale e civile che
devono esercitare; la lotta contro
la regressione delle nascite; la di-
fesa della vita in ogni sua fase; la
salvaguardia del patrimonio cul-
turale e paesaggistico consideran-
dolo non alla stregua di una pur
importante risorsa economica,
ma come lo scrigno della identità
italiana; la sfida multiculturale
da raccogliere non con l’arrocca-
mento, ma predisponendo misure
che rinvigoriscano la formazione
di un “carattere nazionale”; la di-
fesa della nostra lingua e più in
generale dell’italianità, non di-
versamente di quanto fanno altri
paesi europei più sensibili a que-
st’ultima tematica e ben diversa-
mente attrezzati rispetto a noi.
L’avvenire della destra, insomma,
si fonda su una strategia culturale
in grado di incrociarne una poli-
tica. Questa consapevolezza do-
vrebbe spingere tutti gli interes-
sati a modulare aspirazioni e
comportamenti in grado di con-
vergere verso uno stesso obietti-
vo, ambizioso, difficile, ma certa-
mente possibile: rinnovare pro-
fondamente l’Italia, la politica, la
società per far rinascere una co-
munità nazionale che da tempo
ha perduto la memoria di se stes-
sa. Popolo e libertà sono elementi
storico-culturali iscritti nel codi-
ce genetico della destra. È fin
troppo naturale che la sua perma-
nenza nel perimetro nazional-
conservatore non possa essere
messa in discussione da nessuno,
tranne da chi ha interesse a di-
struggerla.
71
POPOLARI
Gennaro Malgieri
gennaro malgieri
Giornalista e politico, ex direttore di Secolo
d’Italia e L’Indipendente, è stato consigliere di
amministrazione della Rai. è deputato del
Popolo della Libertà.
L’Autore
«La prima caratteristica di un
leader è la capacità di indicare
una strada ai followers, cioè ai
cittadini, un percorso che con-
sente loro di risolvere i proble-
mi, superare le difficoltà, ma
anche di raggiungere obiettivi.
E tutto questo è ben definito
dalla parola “visione”». Così
Sergio Fabbrini, – direttore del-
la Rivista italiana di Scienza poli-
tica, fondata da Giovanni Sarto-
ri, professore di Scienza politica
e Relazioni internazionali e di-
rettore della School of Gover-
nment della Luiss di Roma – Il-
lustra il concetto di leadership e
come questa «proprietà del-
l’azione politica» si configura in
particolare in Italia.
Cos’è la leadership e quali sono le ca-
ratteristiche distintive del leader?
La leadership è una proprietà
dell’azione politica che connota
alcuni individui, differenziandoli
da altri. È una relazione attraver-
so la quale alcuni individui rie-
scono a convincere altri individui
a “seguire” con particolare consi-
derazione.
Quando si parla di leadership, si fa
riferimento a capacità di coman-
do, ma una capacità di comando
che in democrazia è sempre basa-
ta sulla persuasione e sul convin-
cimento. Per fare questo sono ne-
cessarie alcune caratteristiche.
La prima caratteristica è che il
leader deve essere capace di indi-
care una strada ai followers, cioè ai
INTERVISTA A SERGIO FABBRINI
DI MATTEO LARUFFA
Che cos’è la leadership. E come si manifesta
Leader è chi indica
un percorso e trasmette
una “VISIONE”
C’è differenza tra un semplice amministratore
e chi ha la stoffa per traghettare il gruppo,
determinare la direzione, forgiare l’immaginario.
È innanzitutto questa la «proprietà dell’azione
politica», utile alla società, che fa
di un individuo un leader carismatico.
72



POPOLARI
intervista a Sergio Fabbrini
cittadini, un percorso che con-
sente loro di risolvere i problemi,
superare le difficoltà, ma anche
raggiungere obiettivi. E tutto
questo è ben definito dalla parola
“visione”. Un leader che non ha
le qualità per trasmettere una vi-
sione, difficilmente potrà essere
un vero leader, piuttosto sarà
l’amministratore di un patrimo-
nio politico, il vertice di un par-
tito o di una base elettorale.
Ogni leader cresce in un contesto. Per-
ché l’Italia è diventata una nazione in
cui la politica non riesce a far emergere
leader credibili e coraggiosi?
I leader nascono in contesti cul-
turali, sociali e istituzionali. In
merito alle democrazie, tutte
hanno bisogno di leader, ma non
di oligarchi. Questo significa che
la leadership, esattamente come
l’élite, è una funzione, mentre
l’oligarchia è una posizione.
Quindi gli oligarchi sono quelli
che hanno preso una posizione di
potere e non la lasciano. Il leader
come espressione più alta, raffina-
ta e importante delle élite è una
funzione e non una posizione,
perché il leader serve alla società
per prendere quelle decisioni uti-
li per stabilire con determinazio-
ne la direzione in cui la società
intende andare. Perché tutto que-
sto sia possibile servono dei con-
testi istituzionali, perché per far
sì che possano emergere delle
buone élite, queste hanno biso-
73
gno di contesti fortemente com-
petitivi. Solo nella competizione,
come avevano rilevato nei loro
studi Mosca, Michels, Pareto si
realizza quella circolazione co-
stante delle élite, di cui ogni de-
mocrazia ha bisogno. Quando le
élite sono sempre le stesse, in
ogni luogo, da quello politico a
quello economico fino a quello
sociale e accademico, è chiaro che
quella società non è più una so-
cietà aperta, ma si trasforma in
una società chiusa. Quindi servo-
no contesti istituzionali che favo-
riscano la competizione fra élite,
per avere élite migliori e leader
migliori.
La debolezza del nostro sistema politi-
co sta anche nella legge elettorale per
la quale il Parlamento è nominato da
pochi leader di partito. Le primarie
possono essere una soluzione? Qual è
la modifica auspicabile?
In generale gli strumenti istitu-
zionali sono finalizzati a risolvere
problemi e patologie di quel si-
stema istituzionale e politico
specifico quindi è difficile fare
una riflessione in astratto. Per
esempio laddove ci sono dei par-
titi politici abbastanza solidi,
forti, legittimati le primarie “alla
americana” non sono necessaria-
mente la soluzione. Tanto vero
che i partiti forti come il partito
social-democratico o il partito
cristiano-democratico tedeschi, il
partito labourista e il partito
conservatore inglese, sono partiti
che usano primarie di partito,
cioè i loro leader indicano una
rosa di candidati e gli iscritti
scelgono tra quelle alternative,
75
comunque stabilite dai vertici
interni. Ma questi sono casi di
partiti forti e legittimati.
Nelle primarie “dirette”, invece,
non c’è o non dovrebbe esserci
uno screening da parte della cosid-
detta leadership di partito, in pri-
mo luogo perché capita che non
che sia una vera e propria e il ca-
so di partiti deboli o destruttura-
ti, la seconda ragione consiste nel
fatto che i partiti sono in una fa-
se di formazione e, in una fase di
formazione, è necessario un coin-
volgimento non solo degli iscrit-
ti e, dei militanti, ma deve esser-
ci una mobilitazione che sia
aperta alla partecipazione dei cit-
tadini. In definitiva le primarie
dirette vanno bene in un caso co-
me quello italiano, in cui i parti-
ti sono ancora semi-strutturati,
non più quelli destrutturati
dell’Italia degli anni ’90, ma non
sono ancora neanche i partiti
strutturati delle altre democra-
zie. Quindi, il sistema politico
italiano è ancora in una fase di
transizione, per questo le prima-
rie vanno fatte cum grano salis e
attenzione, ma in Italia tuttavia
sono utilissime secondo me, per-
ché l’Italia è un paese troppo
chiuso, dove c’è una autoriprodu-
zione permanente di classe diri-
gente in ogni fase non solamente
nella politica, ma anche nell’eco-
nomia e in altri settori. Riuscire
ad aprire delle finestre, degli spi-
ragli, per fare in modo che emer-
gano delle risorse nuove che non
sono presenti nelle oligarchie in-
terne a queste strutture di pote-
re, è una necessità vitale. Un
Obama in Italia o un qualsiasi
altro candidato outsider avrebbe
grandi difficolta a emergere, per-
ché nella società italiana funzio-
na di più la logica della coopta-
zione piuttosto che quella della
competizione.
Max Weber ha scritto “tre qualità pos-
sono dirsi sommariamente decisive per
l’uomo politico: passione, senso di re-
sponsabilità e lungimiranza”. Condivide
questo ritratto dell’uomo politico?
Pienamente. E aggiungo che
chiaramente, la passione significa
che chi fa politica deve “vivere
per la politica” non “vivere della
politica”, come dice appunto
Weber. Chiaramente la politica
deve essere anche un’attività che
garantisca un’indipendenza eco-
nomica e sociale, ma non può es-
sere un’attività scelta a fini di
crescita individuale. Troppe per-
sone, invece, si dedicano alla po-
litica perché non riescono ad ave-
re possibilità di carriera all’inter-
no della società e, dell’economia.
Un leader deve entrare in politi-
ca non per difendere propri inte-
ressi, ma per difendere quelli di
una comunità e, se possibile, di
un paese. Deve vedere dove deve
andare il paese, per ciò il leader è
qualcuno sempre avanti agli al-
tri. Ed è per questo che si giusti-
fica il suo ruolo, e anche alcuni
privilegi della leadership.
L’essere davanti agli altri è di so-
lito dovuto a personalità, tenacia,
determinazione e carattere, ma
anche a buona educazione, poi ci
sono altre caratteristiche che ac-
quistano sempre maggiore im-
portanza, per esempio è difficile
pensare che oggi un leader non
POPOLARI
intervista a Sergio Fabbrini
sia passato da un training partico-
lare come l’autodisciplina. Non è
un caso che Max Weber mettesse
“La politica come professione”,
accanto a “Il lavoro intellettuale
come professione” in quanto per
fare politica, come per fare ricer-
ca, serve disciplina, capacità ci
organizzazione, un metodo e im-
parare dagli sbagli, perché gui-
dare gli altri è una grande re-
sponsabilità. Questa responsabi-
lità può essere presa solamente se
una persona è consapevole dei co-
sti di un errore e sa che un pro-
prio errore in politica può signi-
ficare una serie di conseguenze
negative per milioni di persone.
Il senso di responsabilità per cui
nessun leader politico si potreb-
be mai permettere di dire «ma io
avevo delle buone intenzioni». Il
vero leader non è mai il leader
delle intenzioni, ma sempre il
leader che capisce le conseguenze
delle sue azioni. Questo è impor-
tantissimo.
Quando il carisma di un leader si tra-
sforma in populismo?
Quando il leader non riesce più a
trasformare la magia della sua vi-
sione e la capacità che ha di inte-
ragire empaticamente con gli al-
tri, allora, in quel momento di
declino della sua capacità, spesso
ricorre al classico strumento po-
pulista. Il populismo è la strada
facile, perché uomini e donne so-
no fatti di paure, frustrazioni,
gelosie, come diceva Kant l’uo-
mo è un “legno storto”. È facile
dire «questi arrivano e ci portano
via il posto» o «aumenta l’insi-
curezza», perché muovere le pau-
re delle persone è molto sempli-
ce, ma si ricorre a questo quando
non ci sono più la possibilità e la
capacità di affrontare le questioni
importanti per un paese. Il lea-
der è colui che non asseconda le
paure, come nel populismo, ma
le educa e le porta aventi verso
una soluzione in positivo, per
questo il populismo è pericoloso.
Il populismo trasforma la demo-
crazia in una squadra di calcio in
cui tutti possono essere allenato-
ri, mentre in realtà non è vero
che siamo tutti allenatori o che
tutti abbiamo le qualità per far-
lo. Il populismo è inconciliabile
con la democrazia.
Nel suo libro Addomesticare il principe
parla anche della necessità di controlla-
re il leader. Chi deve farlo? E come?
Intanto controllare il leader vuol
dire avere una società sempre più
matura e adulta e il controllo de-
ve avvenire a tutti i livelli in mo-
do orizzontale. La democrazia è
un atteggiamento responsabile. Se
io come professore non spiego be-
ne e non arrivo in orario alle le-
zioni, gli studenti devono impara-
re a dire “a noi questo non va be-
ne” e quindi il primo controllo è
avere una società che non si ac-
contenta, non si rassegna e lo fa
nel modo giusto nel rispetto reci-
proco, nella tolleranza e nelle re-
gole. L’Italia oscilla tra la rasse-
gnazione e la ribellione plebea,
noi non riusciamo mai a capire
che la democrazia è fatta da un
confronto continuo e coloro che
hanno responsabilità devono esse-
re costantemente richiamati a
esercitare il loro ruolo in un modo
76
77
POPOLARI
intervista a Sergio Fabbrini
appropriato alle circostanze e qua-
lificato. In poche parole, ci vuole
una società di cittadini e non di
sudditi, consapevoli dei propri di-
ritti e anche dei propri doveri. Poi
ci sono dei controlli interni, cioè
il leader deve essere controllato da
una opposizione che deve creare le
condizioni per le quali, se il lea-
der cade, sarà possibile realizzare
immediatamente le posizioni che
fino a poco prima erano quelle di
minoranza.
Ma abbiamo delle opposizioni
che sostengono posizioni che
sanno essere irrealizzabili, così
che quando vanno al governo si
dimenticano completamente di
quelle promesse, perché non fat-
tibili. Se una campagna elettora-
le è incentrata su promesse come
quelle per risolvere il problema
dei rifiuti a Napoli in cinque,
allora si può parlare di un popu-
lismo delle opposizioni.
Alla luce del contrasto, più o meno for-
te, che si è venuto a creare in Italia fra
politica e altri poteri come la magistra-
tura, è ancora attuale la teoria del-
l’equilibrio tra poteri secondo la quale
“il potere limita il potere”?
Questo è il grande problema del
nostro paese negli ultimi venti
anni. In democrazia non ci sono
dei poteri buoni per definizione,
pensare che la magistratura sia
un potere buono per definizione
è un’altra forma di populismo,
perché il populismo semplifica
dicendo che c’è il bene da una
parte e il male dall’altra. La clas-
se dirigente sa che i problemi so-
no sempre complessi e spesso le
soluzioni sono quelle che vanno
prese nell’interstizio tra opzioni
diverse. Infatti Isaiah Berlin so-
steneva che le soluzioni sono
sempre sub-ottimali, ma questo
è anche il bello della democrazia,
perché le classi dirigenti si assu-
mono anche le responsabilità di
fare scelte che non sono buono
vs. cattivo, ma consentono co-
munque di andare avanti.
Allo stesso modo, non è affatto
vero che la politica sia il male
per definizione, questa è una
concezione inaccettabile, una de-
mocrazia senza politica è una de-
mocrazia di tecnocrati. La politi-
ca assicura alla democrazia la
partecipazione dei cittadini alla
vita pubblica, questo può portare
a corruzione e malaffare, ma è
importante che si impari a di-
struggere i germi che ci sono
nell’aria senza proibirci di respi-
rare l’ossigeno. La democrazia è
la costante fatica cercare di neu-
tralizzare la corruzione come fa
Sisifo, che lenta di portare la roc-
cia in cima, ma è condannato a
rifarlo costantemente.
Come valuta la proposta di chi in Italia
parla di una riforma costituzionale per
avere un presidenzialismo?
La proposta è legittima, ma mi
pare che, eccetto il caso in cui ci
siano rotture storiche come una
rivoluzione o una crisi di regime,
il cambiamento istituzionale che
avviene dalla path dependence (cioè
dipenda da un percorso), per que-
sto mi sembra difficile che un
paese con ormai sessant’anni di
democrazia parlamentare alle
spalle e che ha dietro di sé prima
del fascismo una esperienza pro-
78
lungata di un sistema parlamen-
tare, possa fare il salto verso una
democrazia presidenziale. Credo
che avrebbe più senso razionaliz-
zare il sistema parlamentare, raf-
forzando i poteri dell’esecutivo e
al contempo i controlli dell’oppo-
sizione sull’esecutivo.
In una società aperta, cioè una società
dove possono convivere idee e ideali
diversi e anche contrastanti, in cui si
realizza la condizione di «consenso sul
possibile dissenso», qual è il significato
del controllo su chi governa?
Una delle cose che si impara ne-
gli Stati Uniti è la formula “to
agree to disagree” cioè “essere
d’accordo a non esser d’accordo”,
che sintetizza l’anima della de-
mocrazia pluralista. Infatti, solo
in democrazia è possibile to agree
to disagree, mentre tutti gli altri
tipi di regimi politici ci obbliga-
no al “to agree to agree”. Questo
significa che la democrazia vive
del pluralismo, della diversità di
opinioni, del dissenso e della di-
scussione pubblica. Ovviamente
il dissenso deve avvenire nei mo-
di, linguaggi e le attitudini che
consentono concretamente la de-
liberazione e quindi serve la ca-
pacità di ascoltare gli altri con la
consapevolezza della fallibilità
delle proprie posizioni, cioè sa-
pendo che la discussione può far
cambiare idea.
Dall’educazione al to agree to di-
sagree si ha anche il controllo,
perché chi prende decisioni do-
vrà farlo motivando, noi con-
trolliamo a partire dalla motiva-
zione della decisione.
Da giovane ho studiato in In-
79
POPOLARI
intervista a Sergio Fabbrini
Il Libro
Sergio Fabbrini
Addomesticare il Principe
Marsilio 2011, 206 pp., 12,75 euro
La buona
democrazi a
necessita di
l eader che
s a p p i a n o
«mettere le
mani negl i
i ngranag gi
del l a st o-
ria», diceva
Max Weber,
ma deve anche preoccuparsi che lo
facciano per migliorare, e non per
peggiorare, il suo procedere. Negli
ultimi anni, sostenuta dalla persona-
lizzazione della politica, dal ridimen-
sionamento del ruolo dei partiti e
dall'importanza crescente della poli-
tica internazionale, si è registrata
una formidabile ascesa decisionale
dei leader degli esecutivi. Le espe-
rienze di governo di Blair, Sarkozy,
Berlusconi e Obama dividono in mo-
do radicale l’opinione pubblica e
scientifica. Sergio Fabbrini analizza
le caratteristiche della leadership
odierna e conduce una riflessione
sulla natura del potere dei leader de-
mocratici, sulla democrazia liberale e
i suoi dilemmi. Se impedire l’ascesa
del principe è sbagliato, prima anco-
ra che irrealistico, addomesticare
quell’ascesa è possibile, prima anco-
ra che necessario. È tempo, quindi,
di elaborare una cultura politica del
governo democratico adeguata alle
nuove sfide che si profilano all’oriz-
zonte.
Come i leader servono
alla democrazia
ghilterra e nel college c’era una
scritta tipica del periodo elisa-
bettiano che diceva che la classe
dirigente «never complain (cioè
mai si lamenta), never explain
(mai spiega)». Ecco, io credo che
questa scritta sia radicalmente
sbagliata per un sistema demo-
cratico, seppur tipica del sistema
liberale della seconda metà
dell’Ottocento, perché direi
piuttosto che la classe dirigente
“never complain” perché non de-
ve mai lamentarsi, perché un ge-
nitore in una famiglia non può
mai lamentarsi, si assume le re-
sponsabilità anche di cose che
non ha fatto perché non può
mettersi a livello dei cittadini, è
un modello educativo.
Quindi la classe dirigente deve
rimboccarsi le maniche e trovare
soluzioni, ma deve sempre moti-
vare e giustificare le sue scelte. In
conclusione, dovrebbe essere never
complain, always explain, cioè nel
sistema democratico conta la de-
cisione ma conta anche il modo
con cui vi siamo arrivati, perché
il rendere conto legittima il con-
trollo e quindi permette il dis-
senso. Questo è esattamente il
metodo della scienza che procede
attraverso falsificazioni e allo
stesso modo la democrazia proce-
de attraverso contestazioni. Ciò
significa anche che il leader di
una democrazia non potrà mai es-
sere un Ceausescu o un Gheddafi,
perché un leader democratico non
impone decisioni ma le spiega.
Cosa vede nel domani della politica ita-
liana e come sarà, secondo lei, il cen-
trodestra italiano fra 10 anni?
Il problema del centrodestra ita-
liano è anche un po’ il problema
del centrosinistra italiano, la no-
stra democrazia si è consolidata
per circa 50 anni nel dopoguerra
su una frattura presente anche in
altre democrazie consociative,
come il Belgio, ma in quel caso
la frattura era ed è linguistica, da
noi è stata ideologica.
Questa frattura ha creato una de-
mocrazia della cooptazione con
governi ampi per fermare gli
estremi, dopo il muro di Berlino
la divisione non era più giustifi-
cabile, quindi l’auspicio era la
formazione di due gruppi di lea-
der come avvenuto in Spagna do-
ve il Pp e il Psoe si sono seduti
intorno a un tavolo, si sono detti
in modo definitivo che il franchi-
smo era finito e il loro compito
era portare fuori il paese da un
lunghissimo periodo di rancori e
lotte intestine, finendo di attac-
carsi reciprocamente guardando
al passato, ma iniziando il perio-
do della critica sulle proposte per
il futuro.
Questo in Spagna ha portato al-
la fine del gioco “ex fascisti” –
“ex comunisti” e così una classe
politica ha costruito le basi per
guardare avanti. In Italia non è
stato mai fatto questo, cioè non
c’è mai stato un consenso e una
volontà nelle élite di stabilite
un nuovo modello di gioco e og-
gi viviamo un bipolarismo im-
pazzito. Ma questo non significa
esser legati per sempre a questo
modello e neppure che dobbia-
mo tornare indietro. Anzi, spero
che non si torni a un assetto con
moltissimi partiti che ruotano
80
intorno al centro, perché non
avrebbe più senso nella società
odierna. Nessuna grande demo-
crazia può funzionare con un
governo inefficiente e inefficace,
se torniamo indietro avremo di
nuovo i governi delle trattative
e non delle decisioni. Sono con-
trario al proporzionale, ma que-
sto non significa che dobbiamo
tenerci l’attuale sistema eletto-
rale che è ingiustificabile, ci so-
no sistemi elettorali che permet-
tono a un governo di funzionare
e a destra e sinistra di dividersi
non sui principii ma sui pro-
grammi. Per il domani dell’Ita-
lia è importante un accordo tra
le élite per discutere su come sa-
rà l’Italia e non più su che co-
s’era nel passato. Per questo ho
detto che i problemi del centro-
destra sono quelli del centrosi-
nistra, cioè quelli di un recipro-
co riconoscimento di legittimità
dentro il quadro costituzionale e
di idee dentro il dibattito poli-
tico. Solo allora i cambiamenti
non saranno una minaccia ma
un’opportunità e avremo una
democrazia matura.
81
L’Intervistato
matteo laruffa
Fondatore del movimento Giovani per il futuro
e già membro del consiglio direttivo di Gene-
razione Futuro, movimento giovanile di Fli.
L’Autore
sergio fabbrini
Professore di Scienza politica e di Relazioni in-
ternazionali e Direttore della School of Gover-
nment della Luiss di Roma. Dal 2004 è direttore
della Rivista Italiana di Scienza Politica, alla cui
guida è succeduto al fondatore Giovanni Sartori.
È vincitore del Premio Europeo Amalfi per le
Scienze sociali, primo italiano dall’istituzione del
Premio nel 1986. Dal 1991, viene considerato
“scientist of excellence” da Who's Who in the
World. Opera come referee per riviste accademi-
che quali l’American Political Science Review,
Comparative Political Studies, Perspective on
Politics, European Journal of Political Research
e Journal of European Integration. È membro del
Comitato direttivo del Gruppo permanente Ecpr
(European Consortium for Political Research)
sull’Unione europea dal 2001. Ha pubblicato no-
ve volumi e cento tra articoli scientifici e saggi su
politica comparata europea, politica americana,
relazioni internazionali, politica italiana e teoria
politica.
POPOLARI
intervista a Sergio Fabbrini
DI BRUNO TIOZZO
In Italia il processo di rinnovamento è fermo
La nuova classe dirigente
che AVANZA in Europa
Sarkozy, Rajoy, Cameron, Merkel & co. sono di gran lunga
più giovani dei leader italiani. Eppure, nel resto
del continente, già si pensa alla successione
e al ricambio generazionale. Guida ai leader del futuro.
83
L’Italia si contraddistingue ri-
spetto a gran parte dell’Europa
per la longevità politica della sua
classe dirigente. I nostri princi-
pali leader politici sono gli stessi
da quasi 20 anni, un periodo che
nel resto del continente ha coin-
ciso con ben due cambi genera-
zionali (da Kohl a Merkel, da
Chirac a Sarkozy, da Major a
Blair prima e Cameron poi, da
González e Aznar a Zapatero).
La longevità della classe politica
non è però una novità introdotta
in Italia con l’avvio della cosid-
detta Seconda Repubblica. Anche
coloro entrati come giovanissimi
parlamentari all’Assemblea costi-
tuente nel 1946 sono poi rimasti
ai massimi vertici politici fino al
crollo dei vecchi partiti nei primi
anni novanta, quasi 50 anni do-
po. Il regime fascista durò “solo”
20 anni, ma i gerarchi più im-
portanti furono sostanzialmente
gli stessi dalla marcia su Roma
nel 1922 fino alla seduta del
Gran Consiglio il 25 luglio del
1943. Nell’Italia liberale post-ri-
sorgimentale non era insolito che
i governanti, complice anche
l’inferiore durata della vita di
quei tempi, terminarono la pro-
pria esistenza terrena poco dopo
aver lasciato gli incarichi politici.
Nel resto dell’Europa e in Ame-
rica si avverte però da qualche
tempo un fenomeno inverso, e
leader come Sarkozy, Obama e
Cameron appaiono già “consu-
mati” prima di essere giunti al
medio termine del loro mandato.
In un mondo dove le notizie cor-
rono sempre più velocemente,
cresce anche la voglia di cambia-
menti, di facce nuove, da parte
degli elettori. Per questo motivo
rischiano parecchio quei partiti
che si appiattiscono troppo sulla
figura del leader del momento.
Un partito politico moderno e
dinamico necessita di vari profili
e di una diffusa squadra dirigente
da proporre agli elettori. La con-
sapevolezza di tutto ciò è presen-
te in quasi tutte le forze politiche
POPOLARI
Bruno Tiozzo
che aderiscono al Partito popola-
re europeo (Ppe) ed è già possibi-
le individuare dei nomi emer-
genti che sicuramente faranno
parlare di sé nel decennio che è
appena iniziato.
Francia
Il sistema politico francese è forse
quello che più si avvicina a quel-
lo italiano per longevità della
classe politica. Il dominio di Jac-
ques Chirac sulla droite post-gol-
lista è durato per oltre trent’anni
e anche il centrodestra non-golli-
sta ebbe un punto di riferimento
imprescindibile in
Val éry Gi scard
d'Estaing per un
periodo più o me-
no a l t r e t t a nt o
lungo. Sulla cresta
dell’onda dai pri-
mi anni Settanta
fino a poco tempo
fa, entrambi i leader videro tra-
montare per poi spegnersi le stel-
le di molti potenziali successori,
come Philippe Séguin ed Alain
Madelin. Dai primi malumori
pubblici nel centrodestra france-
se sulla leadership dei “dinosauri”
Chirac e Giscard alla fine degli
anni Ottanta passarono quindi
oltre 15 anni prima che si deli-
neasse una nuova guida nella fi-
gura di Nicolas Sarkozy, ritenuto
in grado dalla base del partito di
sostituire Chirac.
La rupture di Sarkò con il passato
si presenta tuttavia già vecchia
anche se solo quattro anni sono
passati dal suo ingresso all’Eli-
seo, e da tempo si rincorrono le
voci sui nomi di possibili succes-
sori alla guida dell’Union pour
un mouvement populaire (Ump),
il partito unificato del centrode-
stra francese che si riconosce nel
Ppe. Benché sempre dotati di un
discreto seguito nel partito, non
è però innanzitutto tra gli espo-
nenti della stessa generazione di
Sarkozy (o addirittura più anzia-
ni), come il premier François Fil-
lon e il ministro degli Esteri
Alain Juppé, che verrà cercato il
prossimo leader.
Il nome più in voga della genera-
zione successiva è invece quello
di Jean-François Copé, un espo-
nente gollista con
una storia persona-
le che per molti
versi ricorda quella
di Sarkò, anche se
politicamente vie-
ne considerato un
“chirachiano”.
Nato nel 1964 (e
quindi nove anni più giovane
dell’attuale presidente), Copé è
anche lui di origine straniera. Il
nonno paterno si chiamava Cope-
lovici di cognome e arrivò in
Francia dalla Romania nel 1926.
La famiglia della madre proviene
invece dalla comunità ebraica
dell’Algeria. Lo stesso Copé è di
fede ebraica, ma si dichiara non
praticante. Fin da piccolo un cul-
tore del mito di De Gaulle, mise
già all’età di 10 anni un poster
dell’allora presidente Georges
Pompidou in camera sua. Pro-
prio come vuole la tradizione po-
litica d’Oltralpe ha frequentato
l’Ena e all’inizio degli anni No-
vanta incominciò la sua scalata
politica. Dopo una serie di im-
84
Copé è considerato
il nuovo Sarkozy
ed è anche il candidato
più temibile
per l’attuale presidente
portanti incarichi nell’allora par-
tito gollista Rpr e di responsabi-
lità governative nella scorsa legi-
slatura, è stato eletto capogruppo
dell’Ump all’Assemblea naziona-
le in seguito alle ultime elezioni
nel 2007.
Formatosi nella scuola politica di
Chirac e Juppé, si è più volte di-
stinto per non aver risparmiato
critiche allo stesso governo, reo di
non aver preso in debita conside-
razione le prerogative del gruppo
parlamentare. Nel 2006 ha dato
vita a una sua corrente (o club di
riflessione) denominata Généra-
tion France.fr, che
guarda innanzitut-
to ai giovani. At-
tualmente viene
considerato il prin-
cipale competitore
interno di Sarkozy,
in un dualismo che
per certi versi ri-
corda quello tra Chirac e lo stesso
Sarkò nella scorsa legislatura. A
maggior ragione dopo le dimis-
sioni di Copé dall’incarico di ca-
pogruppo lo scorso novembre per
diventare Segretario generale
dell’Ump.
Tra gli altri nomi emergenti
nell’Ump da tenere sott’occhio
negli anni a venire c’è sicura-
mente anche Nathalie Kosciu-
sko-Morizet, nata nel 1973. Di
nobili origini polacche, ha bru-
ciato le tappe in politica. In linea
con il suo impegno nell’ecologi-
smo di destra (Écologie bleue) è
stata lei ad aver formulato la po-
litica in materia di ambiente del-
l’Ump dopo l’ingresso in Parla-
mento nel 2002. Nata politica-
mente con Chirac, ha avuto i
suoi massimi incarichi con Sar-
kozy. Entrata nel governo come
sottosegretario dopo il voto del
2007, è diventata ministro del-
l’Ecologia, dello sviluppo dure-
vole, dei trasporti e dell’alloggio
in seguito al rimpasto del no-
vembre 2010. A giugno di que-
st’anno, Nkm, come viene chia-
mata, ha dimostrato un corag-
gio politico non indifferente
uscendo con il libro Le Front an-
tinational in cui attacca dura-
mente le proposte xenofobe in
materia di cittadinanza di Mari-
ne Le Pen. Molti
hanno però visto
nel libro anche il
lancio di una fu-
tura candidatura
presidenziale.
Un altra giovane
promessa è sicura-
ment e Laur ent
Wauquiez, nato nel 1975. Primo
della classe all’Ena e conoscitore
dell’arabo, è entrato nelle grazie
dell’allora ministro del Lavoro e
degli Affari sociali Jacques Bar-
rot durante uno stage svolto al
ministero nel 1997. Entrato in
Parlamento nel 2004, è diventa-
to portavoce del governo dopo le
elezioni del 2007. Nel 2010 è
stato promosso ministro per le
Politiche europee e da giugno è
ministro per l’Università e la ri-
cerca. L’anno scorso anche Wau-
quiez ha dato vita a un proprio
“club di riflessione” denominato
Droite sociale che in modo un po’
controverso definisce l’assisten-
zialismo pubblico un “cancro”
per la società francese.
85
POPOLARI
Bruno Tiozzo
Laurent Wauquiez
e Nathalie
Kosciusko-Morizet
sono i politici emergenti
della politica francese
Spagna
Dopo il trionfo alle ultime con-
sultazioni amministrative nel
mese di maggio sono ben pochi
ad avere dubbi su una vittoria
del Partido popular (Pp) anche
alle prossime elezioni per il rin-
novo delle Cortes generales nel
marzo 2012. La particolarità sta
però nel fatti che gli osservatori
della politica spagnola già pri-
ma del ritorno del centrodestra
al Palacio de la Moncloa hanno
iniziato a scommettere sul pos-
sibile successore di Mariano Ra-
joy alla guida del partito. Rajoy,
nato nel 1955,
appartiene infatti
alla stessa genera-
zione del prede-
cessore José María
Aznar e anche se
vi ene data per
certa la sua vitto-
ria tra meno di
un anno ha comunque già due
sconfitte elettorali alle spalle.
Quasi di sicuro non sarà lui a
guidare il Pp al termine del
mandato nel 2016.
Del resto lo stesso Rajoy, in oc-
casione dell’ultimo congresso
del partito nel 2008, ha favorito
un profondo ricambio del grup-
po dirigente, attirandosi gli
strali di nomi una volta ritenuti
promettenti come l’ex ministro
dell’Interno Ángel Acebes e l’ex
capogruppo alla Camera Eduar-
do Zaplana. Molto lascia anche
presagire che la successione a
Rajoy non toccherà agli eterni
sfidanti di Madrid, il sindaco
Alberto Ruiz-Gallardón e la
presidente della regione Espe-
ranza Aguirre, anch’essi appar-
tenenti alla generazione nata ne-
gli anni cinquanta.
Il rinnovamento di Rajoy si tin-
ge comunque di rosa e al centro
delle speculazioni sulla prossima
guida del Pp si trova l’attuale se-
gretario del partito, María Dolo-
res de Cospedal (nata nel 1965).
Piuttosto insolita la figura della
Cospedal, anche perché non van-
ta una lunga militanza politica a
parte un impegno da giovanissi-
ma per una formazione liberale
poi scomparsa. Basa invece il
proprio curriculum su una lunga
e apprezzata carrie-
ra da alta funzio-
naria nella pubbli-
ca amministrazio-
ne. Sgobbona, do-
po aver superato i
540 esami in soli
due anni, nel 1991
è diventata la pri-
ma donna ad entrare nell’avvoca-
tura generale dello Stato. Ha
avuto i primi incarichi tecnici
nei ministeri durante gli esecuti-
vi socialisti di Felipe González,
per poi salire i gradi nel ministe-
ro del Lavoro e degli Affari socia-
li sotto il primo governo Aznar.
Nella seconda legislatura con
Aznar a capo del governo, a par-
tire dal 2000, ha ottenuto l’inca-
rico di sottosegretario. Dal giu-
gno 2002 fino alla fine della le-
gislatura stata sottosegretario
all’Interno e in quella veste si è
distinta per la sua presenza a
fianco delle vittime nei giorni
successivi all’attentato dell’11
marzo 2004 a Madrid.
Dopo la sconfitta elettorale di
86
Il Partido popular punta
ancora su Rajoy per
le prossime elezioni,
ma il futuro sembra
tingersi di rosa
quell’anno è aumentato il suo
impegno politico e dopo un bre-
ve periodo da assessore ai Tra-
sporti nella giunta regionale di
Madrid è stata scelta, nel 2006,
come leader del Pp nella regione
di Castiglia-La Mancia. L’estesa
regione, contigua alla capitale, è
una roccaforte socialista che la
Cospedal è riuscita a conquistare
per il Pp in occasione delle ulti-
me amministrative. Nel frattem-
po, in occasione del congresso Pp
a Valencia nel giugno 2008, Ra-
joy l’ha nominata Segretario ge-
nerale e di fatto numero 2 del
partito.
Alcuni aspetti del-
la sua vita privata
risultano contro-
versi per i settori
conservatori della
società spagnola:
nel 2006 ha avuto
un figlio da single,
per fecondazione assistita, è di-
vorziata e nel 2009 si è sposata
di nuovo con rito civile. Ciòno-
nostante mantiene buoni rappor-
ti con tutte le anime del partito.
Non è quindi da sorprendersi che
il Gruppo Bilderberg l’abbia vo-
luta tra gli invitati all’incontro
di quest’anno a Sankt Moritz.
Un’altra giovane donna in rapida
ascesa nel Pp è Soraya Sáenz de
Santamaría (nata nel 1971). An-
che lei è avvocato di Stato ed è
arrivata alla politica dopo essersi
affermata nella pubblica ammi-
nistrazione. Viene considerata
una pupilla di Rajoy di cui era
consigliere legislativo nel secon-
do mandato di governo Aznar.
Eletta al Parlamento nel 2004,
viene considerata un’esperta di
autonomie locali e nel 2008 Ra-
joy l’ha scelta come capogruppo
del Pp alla Camera.
Sono invece due uomini emer-
genti, entrambi provenienti dalla
diplomazia, che vengono dati co-
me favoriti per il posto di mini-
stro degli Esteri: Jorge Moragas
(nato nel 1965) e Gustavo de
Arístegui (nato nel 1963). Mora-
gas cura fin dal 2002 le relazioni
internazionali del Pp e viene ri-
tenuto più vicino a Rajoy rispet-
to al battagliero de Arístegui,
portavoce di politica estera del
gruppo Pp alla
Camera.
Portogallo
Dopo la morte in
un incidente aereo
de l f onda t or e
Francisco Sá Car-
neiro nel 1980
viene ritenuto che il Partito so-
cialdemocratico (Psd) portoghe-
se, che nonostante il nome è di
centrodestra, abbia avuto due al-
tri grandi leader: Aníbal Cavaco
Silva (attuale presidente della
Repubblica) e José Manuel Du-
rão Barroso (attuale presidente
della Commissione europea). Il
neopremier Pedro Passos Coelho
(nato nel 1964) è tuttavia sulla
buona strada per diventare il ter-
zo. Eletto leader del Psd nel mar-
zo 2010, dopo che la formazione
politica aveva cambiato guida
per ben quattro volte negli ulti-
mi sei anni, è riuscito nelle ele-
zioni del giugno di quest’anno a
ottenere il migliore risultato per
il partito degli ultimi 20 anni.
87
POPOLARI
Bruno Tiozzo
Il Portogallo ha puntato
su Pedro Passos Coelho
con la sua politica
liberista per affrontare
la crisi economica
Fautore di un’agenda politica li-
berista e di misure di rigore, i
portoghesi hanno scommesso su
di lui per portare il paese fuori
dalla crisi economica. Tra le sue
prime iniziative da primo mini-
stro c’è stato un taglio radicale
del numero dei componenti del
governo.
Passos Coelho, cresciuto nell’al-
lora colonia portoghese dell’An-
gola e rientrato in patria dopo la
rivoluzione dei garofani nel
1974, milita fin da giovanissimo
nel Psd e fu alla guida del suo
movimento giovanile tra il 1990
e il 1995. Tentò una prima volta,
senza successo, di conquistare la
leadership del partito nel 2008.
Dopo la sconfitta si era fatto pro-
motore di un rinnovamento del
centrodestra, con la fondazione
del think-tank Construir ideias e la
pubblicazione nel gennaio 2010
del libro Mudar (Cambiare). Ini-
ziative che l’hanno fatto conosce-
re come “l’Obama del Psd”. Co-
niuga il proprio credo neo-libe-
rale in economia con delle con-
vinzioni conservatrici in materia
sociale e, in linea con la tradizio-
ne del centrodestra portoghese,
considera negativamente l’abor-
to, l’eutanasia e l’introduzione di
matrimoni omosessuali.
Anche Paulo Rangel, sconfitto
da Passos Coelho per la guida del
partito nel congresso dell’anno
scorso, resta comunque un nome
interessante. Nato nel 1968, con
un ricco pedigree accademico nel
campo del diritto, è adesso a ca-
po della delegazione Psd al Par-
lamento europeo, oltre a essere
vicepresidente del gruppo parla-
mentare del Ppe.
L’altra formazione che partecipa
al governo, il conservatore Cen-
tro democratico sociale – Partito
popolare (Cds-Pp) è rappresenta-
to con due ministri giovani, en-
trambi nati nel 1974. Pedro Mo-
ta Soares (già presidente del mo-
vimento giovanile del partito e
88
vicepresidente dell’ormai defunta
organizzazione European young
conservatives, che vedeva la parte-
cipazione anche di Azione giova-
ni) è ministro per la Solidarietà e
la sicurezza sociale, mentre la
coetanea Assunção Cristas è mi-
nistro dell’Agricoltura e del-
l’Ambiente.
Grecia
Benché sia parecchio più grande
di età degli altri volti emergenti
nel Ppe, il leader 60enne di
Nuova democrazia (Nd) Antonis
Samaras rappresenta comunque
una novità interessante nel cen-
trodestra ellenico. Nel novembre
2009 è arrivato alla guida del
partito (fin dalla fondazione nel
1974 dominato dalle due fami-
glie Karamanlis e Mitsotakis)
tramite elezioni primarie in cui
ha battuto la favorita Dora Bako-
yannis, già sindaco di Atene e
ministro degli Esteri, oltre a es-
sere figlia dell’ex premier Co-
stantino Mitsotakis.
La vittoria di Samaras nelle pri-
marie è stata per molti versi ina-
spettata in quanto anni prima,
nel 1993, da ministro degli Este-
ri aveva fatto cadere il governo
presieduto da Mitsotakis sulla
delicata questione dei rapporti
con l’ex repubblica jugoslava
della Macedonia. In seguito era
uscito da Nd e per il resto degli
anni Novanta fu alla guida di un
piccolo partito di destra chiama-
to Primavera politica, prima di
rientrare in Nd dopo il 2000. La
sfida che contrappone Samaras
alla Bakoyannis ha segnato un’al-
tra tappa nel maggio 2010 quan-
do quest’ultima è stata espulsa
dal partito per aver votato a favo-
re delle misure di austerità del
governo socialista. Dopo alcuni
mesi ha dato vita a un partito li-
berale, Alleanza democratica.
La profonda crisi economica in
cui versa la Grecia e il crescente
malcontento nei confronti del
governo Papandreou ha fatto re-
gistrare una crescita nei sondag-
gi per Nd e resta adesso da ve-
dere se la linea più destrorsa di
Samaras sarà sufficiente anche
per recuperare consensi dai na-
zionalisti del Raggruppamento
popolare ortodosso (Laos) di
Giorgios Karatzaferis (anch’egli
un ex deputato di Nd).
Germania
La forte leadership esercitata da
Angela Merkel nell’Unione cri-
stiano democratica tedesca (Cdu)
fin dal 2000 ha visto soccombere
quasi tutti i suoi rivali interni.
Molte volte la Cancelliera ha
adoperato la strategia del promo-
veatur ut amoveatur per allontana-
re dei possibili sfidanti, come si è
visto l’anno scorso con l’elezione
a presidente della Repubblica del
carismatico governatore della
Bassa Sassonia, Christian Wulff.
Molti avevano visto un potenzia-
le successore della Merkel nel af-
fascinante nobile bavarese Karl-
Theodor zu Guttenberg (nato nel
1971) ma nel marzo scorso ha
dovuto lasciare ogni incarico po-
litico quando è stato scoperto che
la sua tesi di dottorato fosse un
plagio. Guttenberg resta però
tuttora molto popolare e non è
quindi del tutto da escludere un
89
POPOLARI
Bruno Tiozzo
suo ritorno. Sembra invece al
momento poco probabile il ritor-
no di Friedrich Merz (nato nel
1955), ex capogruppo Cdu al
Bundestag, che negli anni prece-
denti al suo abbandono della po-
litica nel 2009 aveva destato in-
teresse per alcune posizioni inno-
vative in politica economica.
Tra i nomi emergenti c’è sicura-
mente il ministro dell’Ambiente,
Norbert Röttgen (nato nel 1965)
che è alla guida del partito nella
Renania Settentrionale-Vestfalia.
Cattolico, inquadra la cura del-
l’ambiente nell’etica cristiana e si
è più volte scontrato con gli al-
leati liberali sugli impegni inter-
nazionali per affrontare i cambia-
menti climatici e sul nucleare.
Un altro profilo interessante è
David McAllister, nato nel 1971
a Berlino Ovest dove il padre era
di stanza con le truppe britanni-
che. Bilingue, con doppia citta-
dinanza tedesca e britannica, ave-
va chiesto la tessera della Cdu
come regalo dei genitori per il
suo 17esimo compleanno. Nel
1982 la famiglia si era trasferita
nella Bassa Sassonia, dove il gio-
vane McAllister ha scalato tutte
le posizioni della Cdu locale fino
a diventare governatore del Land
l’anno scorso.
Kristina Schröder (nata nel 1977)
è invece il ministro più giovane
del governo federale. Dal 2009 è
responsabile per le politiche della
Famiglia, degli anziani, delle
donne e dei giovani. Si è iscritta
alla Junge union, il movimento
giovanile della Cdu, a soli 14 an-
ni, e nel 2002 è stata eletta al
Bundestag. Appartiene all’ala li-
berale del partito e si è molto in-
teressata dell’integrazione dei
musulmani nella società tedesca,
con proposte come l’insegnamen-
to dell’Islam nelle scuole e l’in-
troduzione di un test per poter
acquisire la cittadinanza.
Finlandia
Il centrodestra dello Stato scan-
dinavo ha una leadership molto
giovane anche messa a confronto
con gli altri paesi nordici. Il lea-
der del Partito della coalizione
nazionale (Kok), Jyrki Katainen
è nato nel 1971, e da giugno di
quest’anno è anche primo mini-
stro. Non è però un neofita della
politica, visto che per quattro
anni era già stato ministro del-
l’Economia e fin dal 2003 è tra i
vicepresidenti del Ppe.
Katainen non è però l’unica figu-
ra emergente di statura europea
all’interno dei conservatori fin-
landesi. C’è anche il carismatico
ministro per le Politiche europee
e il commercio internazionale,
Alexander Stubb (nato nel
1968). Si tratta di un vero euro-
peista in un paese dove si fanno
sentire sempre di più le tendenze
euroscettiche. Stubb, che parla
cinque lingue, può vantare studi
alla Sorbona, alla London School
of Economics e al Collegio d’Eu-
ropa (dove in seguito è tornato
come docente). Dopo aver lavora-
to come esperto per la Commis-
sione europea, è stato eletto par-
lamentare europeo nel 2004.
Nella scorsa legislatura era mini-
stro degli Esteri e in tale ruolo
ha contribuito in modo determi-
nante a mediare il cessate il fuo-
90
co tra Russia e Georgia nel 2008.
Autore di ben nove libri sull’Ue,
è uno sportivo appassionato di
triathlon oltre a essere esperto di
nuove tecnologie informatiche.
Repubblica Ceca
Ogni tanto il nuovo si tinge di
antico, e questo è il caso della
Repubblica Ceca dove il vuoto
nel Ppe lasciato dal declino del
partito cristiano democratico
Kdu-Čsl e l’uscita dal gruppo eu-
roparlamentare dei liberalconser-
vatori dell’Ods ha aperto le porte
alla nuova formazione “Tradizio-
ne, responsabilità, prosperità 09”
(Top 09) guidata dal principe
Karel Schwarzenberg (nato nel
1937). Il principe, che ha vissuto
gran parte della sua vita in esilio
in Austria, è ministro degli Este-
ri e tra i politici più apprezzati
nel paese. I prossimi anni dimo-
streranno se il partito, che alle
elezioni dell’anno scorso ha otte-
nuto il 16,7%, sia in grado di ra-
dicarsi e di rappresentare le istan-
ze del Ppe.
Slovacchia
Tra i volti emergenti nel Ppe c’è
Iveta Radičová, sul cui successo
ben pochi avrebbero scommesso
quando il partito di centrodestra
Sdku-Ds l’ha scelta come candi-
data alle presidenziali nel 2009.
Ebbe invece un ottimo risultato e
alle elezioni politiche del giugno
2010 è riuscita, contro ogni pre-
visione, a battere la strana coali-
zione tra ex-comunisti e destra
nazionalista alla guida del paese
dal 2006. Nata nel 1956, già pri-
ma donna professore di sociologia
del paese, è attualmente, insieme
alla Merkel, l’unica donna a capo
di un governo dell’Ue. Fautrice di
riforme liberiste, si è anche ado-
perata per migliorare i rapporti
con l’Ungheria.
I giovani
Al passo con l’approfondimento
dell’integrazione europea sono
sempre di più i nomi emergenti
del Ppe che in occasione della lo-
ro militanza nei movimenti gio-
vanili hanno avuto occasione di
partecipare nelle attività delle
strutture “junior” del Ppe: Youth
of the Epp (Yepp) e l’organizzazio-
ne studentesca European democrat
students (Eds). Il primo presidente
dello Yepp, dal 1997 al 1999, fu
infatti l’attuale Premier svedese
Fredrik Reinfeldt (nato nel
1965). Lucinda Creighton (nata
nel 1980), da pochi mesi respon-
sabile per le Politiche europee del
governo irlandese, è stata vicepre-
sidente dello Yepp. Tra gli italia-
ni, Alessia Mosca, deputata del
Pd, che 10 anni fa era vicepresi-
dente Yepp in rappresentanza dei
giovani popolari e Carlo De Ro-
manis, segretario generale Yepp e
adesso consigliere regionale Pdl
del Lazio.
91
POPOLARI
Bruno Tiozzo
bruno tiozzo
Autore di numerosi articoli per riviste come
Charta minuta, Con, Imperi e Millennio.
Lavora come esperto per il ministero delle
Politiche comunitarie.
L’Autore
DI SILVIA ANTONIOLI
G
li episodi violenti di agosto hanno cambiato
le carte in tavola. Il modello di Big Society
proposto da Cameron - in cui il governo
centrale lascia ai cittadini la responsabilità
di amministrare i servizi pubblici locali - può essere
la via giusta per ricomporre i cocci di una società
inglese alle prese con la crisi del multiculturalismo.
Più società, meno Stato:
è davvero un’utopia?
93
La Big society è stato uno dei ca-
valli di battaglia del programma
del partito conservatore inglese
durante la (semi)vittoriosa cam-
pagna elettorale del 2010.
A più riprese dopo la sua elezio-
ne, poco più di un anno fa, il
primo ministro inglese David
Cameron si è fatto appassionato
fautore di questa proposta.
Tuttavia, nonostante numerosi
discorsi, riferimenti e spiegazio-
ni del primo ministro e nono-
stante l’attenzione e le critiche
dei media su questo concetto,
l’idea di Big society rimane anco-
ra un po’ confusa, a volte astrat-
ta, persino oscura per gran parte
dei cittadini britannici.
Ma che cos’è esattamente la Big
society di Cameron? L’idea si basa
sulla ricostruzione di una società
più responsabile ed abile a gesti-
re il potere a livello locale evi-
tando sprechi o danni.
Il modello proposto da Cameron
comporta che il governo centrale
ceda ai singoli individui, raccolti
in piccole comunità, la responsa-
bilità di amministrare i servizi
pubblici a loro più vicini nella
convinzione che nessuno può am-
ministrare tali servizi meglio del
beneficiario stesso.
Una società più grande ed uno
Stato più piccolo, riassume Ca-
meron.
La decentralizzazione politica ed
economica, la devoluzione di ser-
vizi a cooperative enti caritatevo-
li o no profit alleggerirebbe inol-
tre il conto della spesa pubblica
in un momento in cui ridurre il
debito è in cima alle priorità di
ogni paese industrializzato, dove
il Pil fa fatica a crescere.
POPOLARI
Silvia Antonioli
94
Ma se l’idea appare buona, molti
mettono in discussione le capa-
cità di attuarla, accusando Ca-
meron di utopismo.
Per dimostrare che la sua inten-
zione è tutt’altro che utopica, il
governo ha evidenziato alcune
aree-campione dove porterà
avanti iniziative quali il finan-
ziamento di progetti per l’ener-
gia rinnovabile, acquisto di pub
da parte della comunità, deci-
sione del pubblico sulla spesa
delle circoscrizioni, volontariato
per tenere aperti i musei e svi-
luppo di progetti per giovani.
Pe r f i na nz i a r e
questi progetti
Cameron ha pen-
sato la Big Socie-
ty Bank, un’enti-
tà responsabile di
allocare risorse a
enti caritatevoli,
gruppi di volon-
tariato e imprenditori sociali
che gestiranno progetti sociali e
servizi pubblici.
Istituita lo scorso luglio, la ban-
ca, inizialmente finanziata con
fondi provenienti da conti cor-
renti dormienti e con contributi
dalle maggiori banche inglesi,
ha rilasciato i primi fondi a fa-
vore di un’associazione che aiuta
a inserire ragazzi svantaggiati
nel mondo del lavoro.
Tutto questo, però, ha i suoi co-
sti e i critici sottolineano, con
tagli del budget che entreranno
in vigore dal prossimo anno.
Molte delle associazioni non-
profit, che dovrebbero essere in
prima fila nella promozione del-
la big society, vedranno a rischio
la loro stessa esistenza, a meno
che questi riescano ad aggiudi-
carsi finanziamenti del governo
per portare avanti servizi pub-
blici.
Soprattutto, le associazioni e le
imprese più piccole potrebbero
riscontrare difficoltà a compete-
re con i rivali più grandi per ag-
giudicarsi fondi e questo rende-
rebbe ancora più critiche le loro
condizioni, ora che la finanziaria
ha tagliato il sostegno del go-
verno a questi enti.
Lanciare il progetto, in un mo-
mento di ristrettezza non sarà
cosa semplice, ma
Cameron continua
a mettere la big so-
ciety tra le sue
priorità.
Nel 2010, il go-
verno Tory si è
concentrato sulla
gravi di f f i col tà
economiche di un paese sovrain-
debitato e ha formulato una ri-
cetta drastica di tagli della spesa
pubblica e innalzamento delle
tasse, per prendere in mano le
finanze inglesi e dare confidenza
ai mercati sulla solvibilità del
paese.
Nel 2011, però, il tema sociale è
salito in cima alla lista delle
preoccupazioni del governo, che
si è trovato ad affrontare scontri
e tensioni più spesso di quanto
avrebbe voluto o immaginato.
«La mia missione e una missio-
ne di ripresa sociale oltre che
una ripresa economica», ha det-
to Cameron durante un incontro
con imprenditori sociali qualche
mese fa.
Nell’ultimo anno
per il governo inglese
il tema sociale
è salito in cima
alle preoccupazioni
95
«Ci sono troppe parti della no-
stra società che sono rotte…
Abbiamo bisogno di una ripresa
sociale per riparare la nostra so-
cietà rotta. Per me la big society è
questo».
Le politiche sociali del governo
Tory non si fermano alla devolu-
zione della gestione dei servizi. I
consevatori vogliono costruire
una società meno assistenzialista
che premi di più i lavoratori.
Nella finanziaria molti dei tagli
al walfare sono stati messi in at-
to per promuovere un sistema
che premi chi lavora invece di
aspettare sovven-
zoni a carico degli
altri cittadini. Se
questi progetti so-
no stati duramen-
te criticati negli
ultimi mesi, gli
avveni menti di
qualche settimana
fa potrebbero aver cambiato le
cose, portando sotto i riflettori i
gravi problemi sociali in Inghil-
terra.
Sotto gli occhi increduli del
mondo intero, il 6, 7 e 8 agosto
Londra bruciava, attaccata da
gente comune trasformatasi per
l’occasione in un gruppo di van-
dali e criminali. Gli episodi di
assurda violenza urbana si sono
poi sparsi verso altre città ingle-
si con incredibile velocita e sen-
za perdere vigore. Solo diversi
giorni dopo, mettendo in strada
un altissimo numero di forze ar-
mate il governo è riuscito a ri-
prendere in mano la situazione.
A un po’ di tempo di distanza
dagli scioccanti episodi di vio-
lenza e saccheggio che hanno
gelato il paese intero, il dibatti-
to continua.
Si cerca di dare un nome o un si-
gnificato a questa esplosione di
violenza di massa, improvvisa,
assolutamente imprevista e con-
tagiosa, perché identificando un
movimento, una corrente, un
gruppo è piu facile cercare di ca-
pire le radici del problema, iso-
lare questa parte infetta del tes-
suto sociale e tentare di curarla.
C’è chi punta il dito sugli im-
migrati, chi evidenzia tensioni
religiose, sociali, chi parla di
rotture economi-
che, spaccature
generazionali o
politiche.
Londr a , c ome
ogni città cosmo-
polita, è soggetta
a tensioni di que-
sto tipo di fre-
quente.
In questo caso, pero, non sono
venuti fuori tratti chiari o ragio-
ni valide, specifiche o uniformi
che possano accumunare questo
variegato gruppo. Solo un ma-
lessere comune e una mancanza
di valori.
Tra gli arrestati e gli accusati ci
sono insegnanti, disoccupati, fi-
gli di milionari, genitori e figli,
persone provenienti da ogni
strato, ogni classe sociale, ogni
generazione e gruppo razziale.
L’unica cosa certa è che tutti ap-
partengono alla stessa societa,
una società, questo è chiaro,
fratturata.
E allora le politiche sociali tor-
nano in primo piano. Dopo la
POPOLARI
Silvia Antonioli
I conservatori
vogliono costruire
una società meno
assistenzialista
che premi i lavoratori
prima notte di violenze, in cui
migliaia di balordi hanno preso
le strade assaltando e derubando
passanti, dando fuoco ad edifici,
sfasciando e rapinando negozi di
gente comune, molti dei quali
hanno lavorato una vita per
aprire una piccola attivita, men-
tre la polizia ha perso il control-
lo, il primo ministro inglese,
David Cameron, ha interrotto le
sue vacanze in Toscana per tor-
nare in Inghilterra e affrontare
la crisi, la più grave dall’inizio
del suo governo. Il governo, con
la benedizione di gran parte del-
l’opinione pubblica, ha adottato
la linea dura e ha esortato l’arre-
sto e la punizione di ogni perso-
na coinvolta in atti violenti o il-
leciti.
Ma dopo avere messo in pratica
misure per arginare la crisi si
inizia a guardare avanti. Si cer-
cano le cause di questa “follia
d’estate” e si guarda alle misure
da mettere in atto per fare in
modo che problemi del genere
non emergano più.
Dopo i tumulti molti media e
blog hanno messo in discussione
il concetto di Big society chie-
dendosi se davvero questo piano
possa veramente fare qualcosa
per rattoppare i molti, troppi
strappi che stanno disgregando
la societa.
Ma questa crisi ha evidenziato
gli errori delle politiche sociali
messe in atto sinora e su una co-
sa ha messo tutti d’accordo: la
politica deve dare una nuova di-
rezione al paese. Per questo, se
affronatata nella maniera giusta,
questa crisi potrebbe garantire
al governo inglese maggiore
supporto nell’attuazione delle
misure più drastiche e innovati-
ve per il suo programma.
Misure per le quali questo ese-
cutivo potrebbe essere ricordato
a lungo dopo la sua fine, nel be-
ne o nel male.
96
silvia antonioli
Esperta di politica e cultura dell’America Lati-
na, attualmente lavora come commodities’
market reporter per la casa editrice Euromo-
ney.
L’Autore
Nel centrodestra italiano, dove la
leadership di Berlusconi è percepi-
ta come crepuscolare e le forze
partitiche sono in cerca della ne-
cessaria credibilità per affrontar-
ne la successione, c’è l’esigenza
di collanti nuovi. In assenza di
essi, e nella più totale incertezza
sul numero di deputati e senatori
che torneranno in parlamento,
ogni giorno, si producono ulte-
riori divisioni. La motivazione di
fondo di questa situazione è nella
legge elettorale voluta dal cen-
trodestra, che oggi lo sta portan-
do al disastro. Il porcellum, affi-
dando la formazione delle liste ai
leader, ha effetti di congelamento
delle liti interne ai partiti e, gra-
zie agli sbarramenti differenziati,
di incentivo alle coalizioni. Que-
ste caratteristiche, tuttavia, ap-
paiono soggette a un andamento
ciclico. Se la fedeltà al capo e la
tendenza di coalizione divengono
massime prima della campagna
elettorale e con il voto, esse de-
crescono verso la metà della legi-
slatura, con l’aumentare dei dub-
bi sul fatto che il proprio partito
elegga sufficienti deputati e se-
natori da consentire al segretario
di ricandidare ogni politico al
suo posto e, parallelamente, che
DI GIOVANNI BASINI
Per una politica e un parlamento migliori
Perché SÌ
alle primarie
I
l problema della legge elettorale. I vincoli
di coalizione e di partito per un modello
di primarie. Primarie per il leader,
ma partendo dai parlamentari. Neutralizzare
i veti con le garanzie di una procedura seria.
La proposta di un Comitato e
di una Convenzione del centrodestra pensati
per vincere. Una scelta effettiva, corretta
e controllata. Cambiare nulla per perdere tutto.
POPOLARI
Giovanni Basini
99
100
il partito capofila di coalizione
consenta gli apparentamenti in-
dispensabili (per lo sbarramento
al 2%, anzichè al 4%) ai partiti
minori. La legge elettorale, così,
ha creato i presupposti per la si-
tuazione attuale.
Tanti deputati e senatori con le-
gittime idee politiche, per colpa
di questo sistema, hanno percepi-
to il rischio che pensare e dire la
propria significasse ‘toccare i fili’
e non venire ricandidati dalle cu-
pole delle rispettive formazioni,
senza per di più che ne esistessero
altre alleate in cui rifugiarsi (co-
me precedente-
mente al Pdl acca-
deva). Ognuno di
loro ha avuto e ha
paura di vedere la
propria carriera
stroncata da un
dirigente, a pre-
scindere dal suo
consenso popolare, senza alcuna
possibilità di difesa e persino a
pochi giorni dal voto. Se in un
primo periodo questo ha solo
spento le menti migliori, e bloc-
cato la fabbrica delle idee di cen-
trodestra, consentendo una inna-
turale (e improduttiva) governa-
bilità al Parlamento, successiva-
mente ha anche indotto chi si ri-
teneva in difficoltà a predisporre
le basi di vere e proprie “scialup-
pe di salvataggio”.
Quando esse sono state una dopo
l’altra varate, il Parlamento si è
ritrovato nella situazione opposta
a quella da cui si partiva: l’ingo-
vernabilità multipartitica.
Il ciclo di dispersione e ricompat-
tamento indotto da questa legge
si è rivelato massimo alla metà
della legislatura, con una vera e
propria corsa alla frammentazione
e nascita di nuovi gruppi parla-
mentari e movimenti (FdS, Fli, Is,
Mrn, Api, Cn etc.). Oggi le ten-
sioni pubbliche derivanti dalla lo-
ro necessità di differenziare l’offer-
ta politica, rischiano di incancre-
nire i già ben noti veti incrociati,
e forse di crearne di nuovi. Questi
fattori di divisione, intervenendo
nella fase in cui la legge elettorale
dovrebbe invertire il ciclo e torna-
re a far da elemento di unificazio-
ne dei partiti e nelle coalizioni,
potrebbero supera-
re anche l’incentivo
all’unità rappresen-
tato dal porcellum e
compromettere co-
sì la presentazione
di una coalizione di
centrodestra com-
pleta. In questo
scenario, la lite fra Casini, Bossi,
Fini e Berlusconi, si rivelerebbe
insanabile ed esiziale l’area politi-
ca di centrodestra, condannata a
perdere di fronte alle sinistre.
Le soluzioni per questa impasse
ci sono, e, al di là dell’ipotesi di
un generoso passo indietro delle
quattro personalità indicate, po-
trebbero passare o per un profon-
do cambiamento della legge elet-
torale (veramente improbabile in
questo clima politico) oppure per
un ricorso allo strumento delle
primarie. Quest’ultimo qualche
possibiltà potrebbe averla, essen-
do stato sponsorizzato da molti
esponenti politici di centrodestra
che, ognuno con una sua sfuma-
tura e le sue condizioni, si sono
La legge elettorale crea
i presupposti per
un ciclo di dispersione
e ricompattamento
con corsa
101
comunque schierati per esso. Le
primarie consentirebbero così,
come cornice unitaria in cui far
riconoscere gli elettori e i mili-
tanti, soprattutto quelli giovani,
di ricompattare i ranghi del cen-
trodestra, prima della scelta di
un nuovo leader, e di farlo in
modo trasversale alle stesse basi
dei partiti, aggirando così i veti
del vertice dal basso. Si badi che
questo non è uno scenario oniri-
co, poichè l’evidenza a favore
delle primarie, nasce anche dal
fatto che questo fenomeno di in-
debolimento di coalizione non si
è presentato nel
centrosinistra, pro-
prio perchè lì le
primarie sono or-
mai ‘tradizionali’.
Infatti, al contrario
del Pdl, il Pd, no-
nostante le sconfit-
te, rimane unito e
si sta persino verificando un ri-
compattamento delle forze di si-
nistra estrema, da sempre molto
divise, intorno alla leadership di
Vendola.
Quali primarie?
Se c’è generale condivisione sul
fatto che le primarie debbano ri-
guardare almeno i candidati sin-
daci e i presidenti di provincia o
di regione, un minore livello di
compattezza si registra sulla scel-
ta del leader. Ciò che veramente
però è fuori dal dibattito, a no-
stro avviso ingiustamente, è il
tema delle primarie per la scelta
dei parlamentari. Eppure per ri-
solvere i problemi del centrode-
stra occorrerebbe prendere atto
che le cause sono (anche) nel si-
stema di selezione dei parlamen-
tari, e nell’irrequietezza politica
che abbiamo descritto sopra. È
proprio a causa di essa che occor-
re che le primarie riguardino an-
che i deputati ed i senatori. Con
le primarie si restituirebbe sere-
nità e linearità al loro agire poli-
tico, ridando loro una base che
possa legittimarli verso l’alto e
verso il basso. L’ordine di lista
deciso da ogni partito tramite
proprie primarie, infatti, ristabi-
lirebbe il collegamento eletti-
elettori, portando con sè, da un
lato, il diritto de-
gli elettori di sce-
gliersi il loro rap-
presentante e, dal-
l’altro, la respon-
sabilità politica
del parlamentare
verso di essi. È
chiaro che questa
scelta incontrerebbe resistenze,
di natura corporativa, da parte
della lobby dei deputati senza se-
guito. Eppure non necessaria-
mente essi dovrebbero venire fat-
ti fuori da una simile decisione,
poichè questo tipo di scelta po-
trebbe anche venire temperata,
in cambio del loro consenso, in
modo da non far comunque venir
meno la possibilità, per gli espo-
nenti politici nazionali, di pre-
miare persone di loro fiducia an-
che se prive di un seguito territo-
riale. Lo si farebbe individuando
da regolamento delle primarie
una quota, diversa per ogni par-
tito, di nomi scelti comunque
dalle segreterie dei vari partiti, e
posizionati nelle prime posizioni
Le primarie potrebbero
rivelarsi lo strumento
adatto a ricompattare
nuovamente i ranghi
del centrodestra
POPOLARI
Giovanni Basini
102
delle liste. Anche con questo cor-
rettivo, ponendo per ipotesi che
la coalizione vinca di pochissimo
al senato, eleggendo in totale
497 parlamentari, se il 10% dei
suoi candidati fosse indicato dal-
le segreterie, per un totale di 95
“eletti nominati”, rimarrebbe
una quota dell’80% di eletti del
centrodestra votati alle primarie
(superiore anche a quella delle
elezioni col mattarellum del 1994,
1996 e 2001 in cui gli elettori
mantennero un rapporto diretto
solo con il 75% degli eletti).
La difficoltà di un approccio preven-
tivo alla leadership
Collegato al problema delle pri-
marie per i deputati è anche il
punto dolente dell’utilizzo delle
primarie per l’individuazione del
candidato premier. Confuciana-
mente potremmo dire che il pro-
blema della premiership è stato
impostato da molti per troppo
tempo come una discussione
“sulla bellezza del gatto”, anzi-
chè “sulla capacità del gatto di
acchiappare il topo”. Non ci ser-
ve, insomma, un premier che stia
bene a tutti, ma uno che vinca
per conto di tutti. Il problema, e
il collegamento con la questione
dei parlamentari, è nel fatto che
la stessa individuazione di un
candidato premier tra i tanti pa-
pabili terrorizza i peones. La fati-
dica scelta, infatti, sarebbe segui-
ta da uno sbilanciamento di tutta
l’eventuale coalizione verso il
compiacimento del nuovo mo-
narca, come inevitabile conse-
guenza del sistema delle liste
bloccate. Così, chi in passato
avesse sostenuto il leader sbaglia-
to rischierebbe di perdere posi-
zioni nell’ordine di lista, a causa
della consapevolezza, da parte del
nuovo leader, del rischio insito
nel lasciare eleggere deputati
meno fidati, nella maggioranza
che dovrebbe sostenerne il Go-
verno, e delle sue conseguenti
pressioni sui segretari dei partiti,
per avvantaggiare i propri uomi-
ni e non altri. Si dirà: è normale
che chi abbia vinto poi comandi.
è vero, ma nondimeno questo
non aiuterebbe, in un centrode-
stra anormale e patologico come
quello di oggi, a far accettare
l’idea che di un nuovo leader c’è
bisogno e subito, non un minuto
prima del voto. È infatti per que-
sto timore, generale, del fatto
stesso di individuare un nome,
che si procrastinano le decisioni
doverose sia sulle primarie che
sull’eventuale modifica della leg-
ge elettorale e persino sulla fi-
nanziaria. Si teme che toccare
uno di questi equilibri possa sca-
tenare esiti imprevisti e nel dub-
bio si aspetta, lasciando che le
condizioni al contorno continui-
no a colpire alle fondamenta
l’edificio del centrodestra.
Una convenzione per scegliere il
premier
Nel sistema attuale, l’ordine lo-
gico delle decisioni è l’inverso
del buonsenso. Prima si decide il
capo della coalizione, quindi si
decidono i deputati. Ipotizzando
un sistema a elezioni primarie,
tale prospettiva va rovesciata, de-
cidendo prima i candidati parla-
mentari, e quindi affidando loro
103
POPOLARI
Giovanni Basini
la scelta del candidato premier.
In questo modo il loro timore
per la rielezione non paralizze-
rebbe più le scelte, ed anzi ver-
rebbe canalizzato verso l’indivi-
duazione del leader migliore:
quello capace di farne eleggere di
più alla coalizione. Del resto, chi
meglio dei politici interessati a
essere eletti saprebbe individuare
il candidato migliore? Con que-
sto schema, la scelta del leader
fra i candidati, da Silvio Berlu-
sconi stesso a chiunque altro, sa-
rebbe rinviabile nell’anno 2012
all’esito di una Convenzione na-
zionale del centro-
destra. A essa do-
vrebbero parteci-
pare i candidati
prescelti dalle pri-
marie dei diversi
partiti del centro-
destra (più quelli
selezionati dai lo-
ro segretari per quei partiti even-
tualmente non disponibili a te-
nere le primarie), con il compito
di individuare, dopo i dovuti
confronti e a maggioranza, il
candidato premier. Ogni partito
dovrebbe mandare alla conven-
zione i più votati dei propri can-
didati, pro quota rispetto al suo
valore nei sondaggi commissio-
nati per l’occasione dal comitato
promotore (è stata avanzata an-
che l’idea di commisurarli invece
ai risultati di un voto, su di una
seconda scheda delle primarie,
dedicato alle quote convenzionali
di ogni partito). In questa proce-
dura, ogni partecipante alla con-
venzione, ancor prima di candi-
darsi alle primarie, dovrebbe aver
firmato l’accettazione esplicita e
preventiva della scelta successiva
del futuro premier da parte della
convenzione. Uno speciale regi-
me andrebbe poi previsto per
quei parlamentari candidati da
partiti indisponibili alle prima-
rie: ai loro partiti si richiedereb-
be semplicemente di anticipare
la pubblicazione delle loro liste,
offrendo nel contratto di adesio-
ne al comitato i propri finanzia-
menti elettorali a garanzia del-
l’irrevocabilità di esse. Con que-
sti semplici accorgimenti, tra-
mite una procedura con endorse-
ments pubblici e
votazioni segrete,
la convenzione po-
trebbe scegliere il
l eader mi gl i ore
senza pregiudicare
la carriera di nes-
suno dei suoi par-
tecipanti. Egli, in-
fatti, sarebbe già certo della
propria candidatura e del pro-
prio posto in lista, avendo già
passato le primarie o essendo tu-
telato dall’irrevocabilità delle li-
ste anticipate.
Dalla teoria alla pratica. Le primarie,
come?
Se le primarie servono per ricom-
pattare i partiti, abbattere la
conflittualità interna, ricostituire
il rapporto coi cittadini e sceglie-
re una nuova leadership, allora de-
vono essere ampie. Il comitato
organizzatore delle primarie e
della convenzione del centrode-
stra dovrebbe avere veste giuridi-
ca e nascere su iniziativa di per-
sonalità culturali e politiche tra-
104
Le primarie servono
per ricompattare
i partiti e migliorare
il rapporto
con i cittadini
sversali a più partiti, per redigere
una piattaforma regolamentare
in grado d’essere condivisa for-
malmente (e giuridicamente) sia
dal Pdl, che dall’Udc, che da Fli,
mirando, se possibile, addirittura
alla partecipazione della Lega
Nord. Il modo per convincere
questi partiti della possibilità
concreta di una novità politica
passerebbe per le primarie stesse:
assicurare con accordi (magari ir-
robustiti anche da opportune
pattuizioni legali), a chi parteci-
pa al sistema organizzando pro-
prie primarie e manda delegati
alla convenzione,
un apparentamen-
to sicuro alla coali-
zione, contempo-
raneamente garan-
tendo regole certe
che garantiscono
ogni giocatore e il
supporto di un’or-
ganizzazione comune. Se il con-
cetto di base delle primarie non
sarà la conservazione di una oli-
garchia di incapaci litigiosi, ma
al contrario una competizione
leale per capire chi è più bravo a
battere la sinistra prima del
2013, saranno Fli, l’Udc e la
stessa Lega a decidere di parteci-
parvi, cogliendo l’occasione di
una immensa vetrina politica.
Così, noi crediamo che si debba
partire da precisi paletti, da con-
dizioni che potremmo definire
“di serietà”, che facciano capire a
quei dirigenti, a quei militanti, a
quegli uomini d’apparato che
dovranno costruire e far funzio-
nare ‘la macchina’, che il gioco
sarà vero ed onesto, non una par-
tita truccata. Se non riusciremo a
dare ai nostri dirigenti e militan-
ti questa certezza, prima ancora
che ai giornalisti, non avranno
senso le primarie stesse. Ognuno
si batterà per truccarle o, scanda-
lizzato dagli altrui trucchi, per
sopprimerle. È per questo che
occorrono regole di qualità.
Primarie ‘effettive’
Il primo fattore di credibilità
per un’elezione primaria è sicu-
ramente la coerenza nella scelta
politica di fondo: fare le prima-
rie vuol dire scegliere di deci-
dere i candidati
con esse, non pri-
ma e non dopo.
Un’elezione per
“conf ermare” o
“ratificare” qual-
cosa di percepito
come “ovvio” sa-
rebbe solo contro-
producente dal punto di vista
elettorale. Se si faranno delle pri-
marie, dunque, dovranno esserci
più candidati dei posti per cui si
compete, per far godere gli elet-
tori del vantaggio di assistere a
una competizione migliorativa
per trovare, circoscrizione per
circoscrizione, il politico più ri-
spondente ai loro desideri e dun-
que il più adatto a raccogliere i
loro voti. Solo così le primarie
saranno un valore aggiunto. La
traduzione pratica di questa “ef-
fettività” delle primarie va fatta
con specifici accorgimenti tecni-
ci: il primo è il fatto che nessuno
dovrebbe avere il diritto di va-
gliare le candidature se non in
modo puramente formale; il se-
105
POPOLARI
Giovanni Basini
Il primo fattore
di credibilità per
un’elezione primaria è
la coerenza nella scelta
politica di fondo
condo è che non si dovrebbero
imporre raccolte di firme eccessi-
vamente numerose per accedere
alla competizione; il terzo è che
non si dovrebbe precludere l’ac-
cesso a chi non è iscritto a uno
dei partiti, ma viceversa aprire
alla società civile le candidature
parlamentari; il quarto è non
prevedere un numero massimo di
candidati. L’esito delle elezioni,
in questo modo, sarebbe quello
di un rinnovamento dal basso
delle rappresentanze parlamenta-
ri e di un effettivo collegamento
tra eletti e territori di riferimen-
to, non quello di una pesatura
pubblica delle correnti o di una
ratifica delle scelte non merito-
cratiche fatte nel palazzo. Una
velina non vincerebbe mai contro
uno stimato professionista, ed è
proprio per questo che servono le
primarie: per assicurare gli elet-
tori che votare centrodestra non
significhi eleggere un parlamen-
to di personaggi esecrabili, ma al
contrario un’assemblea di espo-
nenti dell’Italia migliore.
Primarie ‘corrette’
Come secondo importante fattore
di credibilità, anche a livello me-
diatico, andrebbe garantita la
presenza di validi criteri per sele-
zionare la platea degli aventi di-
ritto e individuato un serio me-
todo di votazione, che tuteli dal
rischio di brogli. Elezioni aperte
a chiunque, senza neppure il ver-
samento di un contributo, sareb-
bero infatti molto pericolose,
specie a livello locale. È così ne-
cessario che le primarie del cen-
trodestra abbiano un gettone di
partecipazione non del tutto
simbolico, che potrebbe indivi-
duarsi in cinque euro di versa-
mento e nella contestuale iscri-
zione a un ‘registro ufficiale dei
votanti alle primarie del centro-
destra’, tenuto dal comitato orga-
nizzatore. Quanto al metodo di
voto, poi, è fondamentale che il
voto sia espresso di persona, in
seggi appositi allestiti su tutto il
territorio nazionale, e con l’esibi-
zione di un documento. La ga-
ranzia contro i casi di doppio vo-
to, infatti, è assicurabile solo con
l’obbligo di recarsi ad un seggio,
costruito sull’aggregazione delle
liste elettorali pubbliche di ogni
sezione elettorale comunale della
zona, nel quale (e solo in esso) sia
presente il nome del singolo elet-
tore al fianco del quale segnare il
numero del documento.
Primarie ‘controllate’
Un ultimo fattore di serietà, che
ci sentiamo di consigliare per il
miglior esito di queste eventuali
primarie, e della convenzione na-
zionale di centrodestra che do-
vrebbe seguirle, è la presenza di
organi di giudizio delle eventuali
controversie che siano terzi ri-
spetto ai partecipanti. Non è si-
curamente facile, infatti, indivi-
duare, in un contesto di partito,
personalità che siano al di sopra
di ogni sospetto di parzialità. Un
suggerimento sensato dunque
potrebbe essere quello di indivi-
duare in personalità esterne ai
partiti della coalizione (e che non
abbiano mai avuto a che farci) un
collegio arbitrale, al quale de-
mandare eventuali controversie.
106
Potrebbero essere grandi avvo-
cati, ex giudici della Corte co-
stituzionale, e tantissime altre
categorie (compresi i giuristi di
fama internazionale che presie-
dono gli arbitrati commerciali),
a venire interpellate per forma-
re, dietro compenso a carico del-
l’organizzazione, una ristretta
corte privata d’arbitrato, alla
quale affidare, prima dell’inizio
della competizione e in via
esclusiva, eventuali controversie
destinate a sorgere per essa. È da
ritenere molto probabile che,
una volta istituito un simile
metodo, che preveda forti san-
zioni pecuniarie sottoscritte da
ogni movimento partecipante,
molto difficilmente verrebbero
fuori turbolenze nel processo
elettorale, essendo consapevoli
tutti gli attori della serietà del
collegio esterno così scelto.
Un’alternativa, per ottenere lo
stesso risultato, potrebbe essere
anche quella di individuare con
legge della Repubblica una ma-
gistratura competente per le
primarie eventualmente svolte
(ad esempio il Tar del Lazio) dai
partiti, affidando così a giudici
professionali il compito di ga-
rantire soddisfazione o rigetto
delle istanze a chiunque presenti
ricorso ai sensi del regolamento
delle primarie e di farlo in tem-
pi brevi.
E se non funzionasse?
L’ipotesi che le primarie non
funzionino, non siano accettate,
siano bocciate dal centrodestra in
toto, in parte maggioritaria o an-
che solo da qualche veto minori-
tario insuperabile, è concreta.
Eppure ci siamo sforzati di non
considerarla. Lo abbiamo fatto
per non ridurre la portata intel-
lettuale di un argomento per le
primarie a un qualcosa di media-
ticamente utile ma sostanzial-
mente insignificante. Lo abbia-
mo fatto perchè non crediamo si
possa più, per come sono le cose,
credere di cambiare tutto e non
cambiar nulla. È nostra personale
convinzione, infatti, che se non si
faranno da parte questi leader o
se non accetteranno di confron-
tarsi alle primarie, secondo un
modello serio anche se non ne-
cessariamente quello “qui” deli-
neato, allora presto il centrode-
stra avrà duecento parlamentari
in meno, e ci troveremo Bersani
presidente del Consiglio, Niki
Vendola ministro dell’Economia
e Antonio Di Pietro ministro
della Giustizia.
107
POPOLARI
Giovanni Basini
giovanni basini
Già Presidente di Alternativa Studentesca,
Responsabile Nazionale Scuola di Forza Ita-
lia Giovani e Dirigente Nazionale dei Giovani
del Pdl, dopo una parentesi nella direzione
dei giovani di Futuro e Libertà, ha contribuito
alla fondazione dell’associazione Fareitalia,
nel consiglio direttivo della quale siede at-
tualmente.
L’Autore
L’appuntamento è nella sua casa
ai Parioli, nascosta in un’insena-
tura tortuosa, quasi una baia ur-
bana. Oltre il cancello si intra-
vedono alberi dall’aspetto esoti-
co. Il palazzo ha un non so che
d’elegante e ricercato, diverso e
distinto da quelli che lo prece-
dono e lo seguono. Ad acco-
gliermi sulla soglia il suo porta-
voce. All’ingresso pile di libri
regnano sovrane. È in corso un
trasloco, mi confida candida-
mente il padrone di casa, Gof-
fredo Bettini, discendente dalla
famiglia aristocratica marchigia-
na dei Rocchi Bettini Camerata
Passionei Mazzoleni: «Vado ad
abitare in un appartamento più
piccolo perché trascorro diverso
tempo in Thailandia», ma la
sensazione è che i libri sarebbe-
ro, comunque, ovunque. Non è
disordine, mi dico, è caos creati-
vo, lo stesso in cui ha concepito
il suo ultimo libro...
Andare Oltre i partiti (I Grilli-Marsilio
2011) . Questo il suo convincimento og-
gi, ma guardando alla sua lunga carriera
politica la tentazione sarebbe di non
crederci... Soprattutto se è ancora vero
che il personale è politico nel senso che
la politica, a volte, è tutto...?
Il titolo Oltre i partiti è provoca-
torio e contiene un’ambiguità.
Sono un uomo che, da quando
ha quattordici anni, milita in un
partito. Appartengo ad una co-
munità politica e la politica è
sempre stata un tutt’uno con la
mia vita. Ma, oggi, sono convin-
to che bisogna andare oltre que-
sti partiti, anche se detto da me
potrebbe suscitare una qualche
sorpresa. I partiti così come sono
strutturati non riescono più a
raccogliere la spinta al cambia-
mento, alla partecipazione, al-
l’impegno civile che invece l’Ita-
lia, nonostante tutto, ancora
chiede; e questo è un dato straor-
dinariamente positivo. La politi-
INTERVISTA A GOFFREDO BETTINI
DI SILVIA GRASSI
Modello Pd?
Primarie e “doparie” per
una democrazia partecipata
L’uomo che ha “costruito” le primarie veltroniane parla,
da battitore libero, della sua idea di politica: più spazio
alle scelte popolari, ripensamento della forma-partito
e chiusura assoluta nei confronti di moralizzatori e “rottamatori”
108

a




POPOLARI
intervista a Goffredo Bettini
ca si sta in qualche misura spe-
gnendo, radicalizzandosi su due
estremi; il primo è quello di par-
titi-macchine oligarchiche, fon-
damentalmente alleanze o som-
matorie di comitati elettorali,
autoreferenziali e dediti alla pro-
pria autoconservazione. Dall’al-
tra parte ci sono le passioni e le
battaglie che si esprimono attra-
verso lo spontaneismo movi-
mentista che però non riesce a
incidere in modo duraturo e
profondo.
Da una parte abbiamo i partiti oligar-
chici, ingessati e chiusi, dall’altra lo
spontaneismo della società civile che
nasce dal basso e si autoalimenta. La
proposta è unire “il diavolo e l’acqua
santa”?
La sintesi si potrebbe trovare ci-
vilizzando la società politica e
portando l’impegno civile a una
dimensione politica più duratura.
Tra questi due poli ci potrebbe
essere un grande campo fondato
non sull’astrattezza dei program-
mi, né sulla sommatoria dei par-
110
titi, ma sul riconoscimento di
grandi metafore comuni, su valo-
ri condivisi e che contano, su
quei punti di vista che richiama-
no adesioni profonde nell’animo
dei cittadini e che li fanno sce-
gliere una parte, a destra come a
sinistra. Solo così si potrebbe co-
struire, sul versante al quale ap-
partengo, un grande campo dei
democratici che invece di divi-
dersi sulle piccole cose si unisce
su alcune, poche, grandi discri-
minanti. Bisogna condividere le
scelte più importanti, non solo
quelle sulla leadership, e organiz-
zare la politica attraverso forme
di democrazia integrale che sono
un’estensione del metodo delle
primarie anche alle scelte politi-
che. Questa è la sfida che io lan-
cio nel mio libro.
Le primarie sono il suo cavallo di batta-
glia da sempre. Grazie alla sua intuizio-
ne Veltroni è arrivato dal Campidoglio
ai vertici del Pd. Qual è la genesi delle
primarie in salsa nostrana?
Le primarie non le ho inventate
io, ci sono per esempio negli Sta-
ti Uniti, ma certamente ho dato
un grosso contributo ad intro-
durle quando ero responsabile
della Fase costituente del Pd che
fece delle primarie il suo atto co-
stitutivo. In quella fase, dopo
l’esperienza drammatica dell’Uli-
vo di Prodi, le primarie erano
congeniali al progetto di lanciare
il Pd superando le divisioni in-
terne e mescolando le varie ani-
me in un unico soggetto politi-
co. Avrebbero portato una forte
responsabilizzazione della base,
dato forza al leader che non si sa-
rebbe trovato più senza partito o
con un solo partito alle spalle. Le
primarie in quella fase rappre-
sentavano la sintesi e il supera-
mento dell’esperienza precedente
perché avrebbero legittimato il
vincitore a essere il leader di tut-
ti, di tutto il centrosinistra.
Primarie solo per scegliere il leader o
anche per scegliere i candidati, a tutti i
livelli, sul territorio?
Credo che l’attivazione della
scelta degli iscritti sia giusta a
tutti i livelli. Le primarie che ve-
dono la partecipazione non solo
degli iscritti ma di tutti i citta-
dini le vedo utili in quei casi in
cui ha un senso coinvolgere la
gente per l’importanza della cari-
ca monocratica (governatori, sin-
daci, presidenti di provincia) che
si va a scegliere. Sono utili anche
per confrontare a livello ampio i
programmi e per rendere chiaro
il quadro delle scelte. Coinvolge-
re i cittadini nella selezione dei
candidati alle municipalità o nel-
le cariche interne mi sembra che
potrebbe mettere in moto pro-
cessi distorti. Penso che a quel li-
vello debbono essere gli iscritti a
dover pesare.
Dopo l’apertura del segretario politico
del Pdl, Angelino Alfano, pensa che si
potrebbe arrivare a “primarie stabilite
per legge” nello stesso giorno per tutti i
partiti?
Le parole di Alfano al Consiglio
nazionale e le sue esternazioni
immediatamente successive al
voto amministrativo mi sembra-
no un segnale di consapevolezza
e di presa di coscienza del distac-
111
co tra i partiti e la gente. Non
funziona più il populismo. An-
che la destra ha il problema di
ricostruire il rapporto con il pro-
prio popolo e le primarie sono
uno degli strumenti per farlo.
Non ho mai approfondito il te-
ma delle “primarie normate per
legge”, mi limito a considerare
che un campo politico deve esse-
re un campo delimitato, perma-
nente, democratico, con le sue
procedure e deve mantenere le
caratteristiche di un’associazione
privata in cui la gente volonta-
riamente sceglie se vuole aderire.
Non mi entusiasma l’idea che lo
Stato intervenga in tutti i partiti
e nelle associazioni politiche im-
ponendo primarie per legge. Sa-
rebbe utile che tutti i partiti vo-
lontariamente scegliessero que-
sta strada; per questo apprezzo il
dibattito che si è aperto nel cen-
trodestra con Alfano.
Dopo le primarie, sarebbe opportuno
aprire anche alle doparie ?
Questo è un termine che cito nel
mio libro, prendendolo in presti-
to da Raffaele Calabretta, autore
di un saggio proprio su questo
tema. Concordo con l’autore, bi-
sogna chiamare la gente a parte-
cipare in modo deliberante nella
scelta dei candidati attraverso le
primarie, ma anche dopo attra-
verso le doparie, per permettere
ai cittadini di condividere le
scelte importanti della politica.
Favorevole o contrario all’attuale legge
elettorale?
Sono completamente contrario
all’attuale legge elettorale, so-
prattutto perché dà un premio di
maggioranza alla Camera assolu-
tamente sproporzionato, deter-
minando uno squilibrio con il
Senato. È assurda e molto antide-
mocratica anche perché non con-
sente ai cittadini di scegliere i
propri rappresentanti.
È d’accordo con chi propone di intro-
durre le primarie anche per scegliere
l’ordine di lista dei candidati alle politi-
che?
Nell’ambito di questa pessima
legge elettorale sarebbe almeno
opportuno introdurre una forma
di consultazione ampia, chia-
miamola primarie, ma solo tra
gli iscritti, salvaguardando alcu-
ni principi che in Parlamento
sono molti importanti; la diffe-
renza di sesso e un certo plurali-
smo nella composizione della ro-
sa dei candidati perché non si
tratta di una carica monocratica
ma di scegliere una delegazione
parlamentare che garantisca un
equilibrio di rappresentanza so-
ciale, di competenza e di artico-
lazione delle idee (non di corren-
ti); ecco perché consulterei solo
gli iscritti.
Qual è la sua proposta per uscire da
questa crisi di rappresentanza?
La crisi si può affrontare solo par-
tendo da una riforma istituziona-
le e dalla legge elettorale. I prin-
cipi che vanno salvaguardati per
fare una buona legge elettorale
sono: mantenere la soglia di sbar-
ramento al 4-5% per dare una
giusta rappresentanza senza
frammentare, dare un diritto di
tribuna a chi viene escluso, dare
POPOLARI
intervista a Goffredo Bettini
la possibilità ai cittadini di sce-
gliere gli eletti con i collegi uni-
nominali a doppio turno, elegge-
re una quota di parlamentari at-
traverso il meccanismo propor-
zionale per rispettare il profilo
dei partiti, che nel nostro paese,
ci piaccia o meno, ha un insedia-
mento nella società. L’importan-
te è non tornare indietro al pro-
porzionalismo della Prima Re-
pubblica, mantenendo uno sche-
ma bipolare, non bipartitico. Per
questo, è fondamentale rendere
chiara ai cittadini prima del voto
la scelta della coalizione di go-
verno e della leadership. Quando
ero coordinatore nazionale del
Pd, con Veltroni segretario, rag-
giunsi un’intesa informale sulla
legge elettorale: un sistema mi-
sto tra quello spagnolo e quello
tedesco con una parte dei depu-
tati eletti nei collegi ed una par-
te in liste proporzionali. Poi è
saltato tutto.
Amministrative 2011. Il Pd ha “subito”
due vittorie: Milano e Napoli. A Milano
le primarie hanno incoronato un candi-
dato non espressione del partito di
maggioranza del centrosinistra, il ven-
doliano Pisapia. A Napoli l’esito delle
primarie è stato inficiato da presunti
brogli e le polemiche hanno portato il
Pd a fare una scelta esterna, il prefetto
Morcone, bocciato dalle urne al primo
turno. Poi, con molta nonchalance il
suo partito si è anche intestato la vitto-
ria... Non è necessario un supplemento
di riflessione?
Bisogna fare le dovute distinzio-
ni. Dove si riesce a costruire una
cornice politica condivisa, anche
se il confronto è netto, ma in un
clima maturo, sereno e consape-
vole, le primarie hanno dato e
danno ottimi risultati. Penso a
Milano, a Torino, a Bologna e Ca-
gliari. Se al contrario la divisione
è talmente esasperata e le prima-
rie avvengono non sulla base di
un quadro condiviso ma rappre-
sentano l’ultima sfida, l’ultima
resa dei conti di una stagione di
sconfitte e fallimenti, allora pro-
ducono un disastro come a Napo-
li. Qui gli elettori, che sono spes-
so saggi, hanno scelto il candida-
to più eccentrico, che non ha par-
tecipato alle primarie, alternativo
alla destra, ma fortemente distin-
to e polemico nei confronti di
una sinistra che non è stata all’al-
tezza del proprio compito. A Na-
poli le primarie sono state un ha-
rakiri, ma se lo sono meritati. Al-
trove è andata diversamente. A
Torino, Fassino, che è stato umi-
le, capace e si è ben radicato nella
città, ha vinto una sfida vera in
un quadro condiviso. I cittadini
lo hanno premiato riconoscendolo
la persona più adatta ad aprire
una fase di buona politica. A Mi-
lano si è attivato lo stesso proces-
so virtuoso e Boeri oggi collabora
pienamente con il sindaco Pisa-
pia. A Cagliari e a Bologna la
stessa cosa.
Come si possono correggere le primarie
per evitare altri “pasticciacci brutti” co-
me il caso Napoli?
Il metodo non è perfetto né in-
fallibile. Le primarie sono uno
strumento e quindi vanno sem-
pre utilizzate con un certo crite-
rio, calandole nel contesto politi-
co. Nella situazione attuale, a se-
112
conda della condizione, è un me-
todo che può essere molto positi-
vo, ma che può anche produrre
un’eterogenesi dei fini perché
siamo in un momento fortemen-
te segnato dalle divisioni nel
campo democratico non solo tra
il Pd e gli altri partiti del centro-
sinistra; anche all’interno del Pd
stesso ci sono tantissimi conflitti.
Bettini, lei che è stato uno dei protago-
nisti della nascita del Pd, chi vede come
prossimo leader?
Prima dei nomi devono esserci le
idee. Ho scritto questo libro do-
po una pausa di riflessione e un
digiuno di potere e di incarichi
istituzionali, dimettendomi da
tutto. Ho creduto moltissimo nel
Partito Democratico, un proget-
to, per me, fallito. Oggi, infatti,
si è allontanato tantissimo dalle
aspettative iniziali. Per questo
abbiamo bisogno di inaugurare
una fase nuova; con una nuova
forma partito, un nuovo assetto
dell’alleanza e una nuova chiarez-
za nella nostra visione della mo-
dernità e dello sviluppo contem-
poraneo. Dopo questo lavoro pre-
liminare si selezionano le candi-
dature. Prima bisogna lavorare
per costruire un confronto che
inauguri una pagina nuova.
L’obiettivo del mio libro non è
quello di riposizionarmi ma di
collegare tante voci, anche diver-
se, che vanno in questa direzione.
Questo nuovo soggetto politico, che
sappia farsi portavoce del rinnovamen-
to che lei auspica, dove lo colloca in
ambito europeo? A quale campo di va-
lori farà riferimento?
Il campo naturale è quello del
socialismo europeo che anche a
livello mondiale raccoglie cose
diverse, non solo quanti vengo-
no dalla tradizione del sociali-
smo ottocentesco. C’è bisogno
di adeguare e rinnovare il cam-
po socialista.
Classe dirigente. Nel suo libro pone un
problema di rinnovamento, non di ri-
cambio generazionale tout court e lan-
cia strali contro “i rottamatori” del Pd.
Come si fa emergere la nuova classe di-
rigente?
La prima condizione per far cre-
scere la nuova classe dirigente è
che la vecchia sia magnanima.
Ma il problema riguarda anche i
giovani. Io non credo allo schema
del conflitto generazionale che
vede i giovani tutti buoni e i vec-
chi tutti da buttare; questo non è
uno schema politico, ma uno
schema mediatico; sono critico
nei confronti di chi come i “rot-
tamatori” pone il problema dal
punto di vista generazionale: «I
vecchi vanno rottamati e il potere
ce lo conquistiamo da soli». Le
giovani generazioni, a mio avvi-
so, non devono puntare a conqui-
stare il potere o solo il potere ma
devono interessarsi a proporre
qualcosa di nuovo per l’Italia e
per il partito. Altrimenti restia-
mo nello schema delle oligarchie:
alle vecchie si sostituiscono le
nuove e la politica muore. Credo
invece in un processo che metta
in moto la gente che ha votato al-
le amministrative, che ha dato un
segnale anche con i referendum e
che vuole occupare la scena. Noi
abbiamo il dovere di aiutarli at-
113
POPOLARI
intervista a Goffredo Bettini
traverso la forma-partito e poi at-
traverso la politica a pesare nelle
istituzioni e a cambiare il futuro
di questo paese.
La vulgata dice “o si vive o si scrive”,
proprio a testimoniare che le grandi
opere sono frutto della dedizione più
totale. Lei, in controtendenza con i
tempi, si è dimesso da tutti gli incarichi
e ha deciso di avere le mani libere per
riflettere e scrivere. Condivide?
È vero che la vulgata dice questo,
però Togliatti diceva sempre, e
poi la Storia l’ha dimostrato, che
un capo deve anche saper scrive-
re. Se si pensa ai grandi politici
del passato, la loro vita è sempre
stata mischiata ai libri: la vita è
stata fonte di libri e i libri fonte
di vita. Mi riferisco a Gramsci,
Lenin, Ingrao, Churchill, De
Gaulle, De Gasperi, Moro; non
c’è grande dirigente che non ab-
bia scritto, mischiando libri e vi-
ta, e attraverso i libri non abbia
dato alimento a una nuova fase
della propria vita. Abbandonare
la scrittura è un vizio dell’oggi, è
la malattia del “presentismo” di
chi è sempre in movimento.
Questo rischio andrebbe corretto
prima di arrivare a una catastrofe
culturale. La mia scelta di fer-
marmi per scrivere questo libro è
una scelta di libertà. Una pausa
di cui sentivo l’esigenza psicolo-
gica e fisica ma anche un segno
di sobrietà e responsabilità.
È un invito anche al suo partito alla so-
brietà, dopo gli ultimi eventi che hanno
travolto il Pd?
Io non mi riferisco a questioni
che poi verranno accertate e giu-
dicate dalla magistratura; ma
debbo stigmatizzare il miscuglio
indigesto tra politica e impren-
ditoria. Mi riferisco alla generale
diffusione, soprattutto nel Mez-
zogiorno, di una pratica politica
che mette in confidenza la politi-
ca con mondi con cui sarebbe be-
ne rapportarsi con la massima
autonomia.
Riforme istituzionali. Quali servirebbe-
ro al paese?
Sull’assetto delle istituzioni io
faccio sempre riferimento alla
bozza Violante: Senato delle Re-
gioni, superamento del bicame-
ralismo perfetto con la semplifi-
cazione della doppia lettura tra
Camera e Senato, dimezzamento
del numero dei parlamentari. E
poi riduzione del groviglio delle
istituzioni che insistono su uno
stesso territorio, a partire dal su-
peramento delle province. Penso
che il parlamento debba rafforza-
re seriamente i propri poteri di
controllo. E che il premier indi-
cato con il voto debba avere la
possibilità di decidere con rapi-
dità ed efficacia.
Costi della politica, tutti ne parlano ma
nessuno vuole tagliare a casa propria.
Qual è la ricetta?
Sono per l’azzeramento di quei
privilegi che considero assoluta-
mente sproporzionati. Serve un
taglio dei costi, fatto in maniera
non ipocrita; non accetto che a
stigmatizzare e a parlare di casta
siano altre caste o opinion leader
miliardari, alcuni anche di sini-
stra, che si ergono a moralizza-
tori. Non è accettabile che siano
114
loro a scagliare la prima pietra.
Non è uno scandalo dedicare la
propria vita alla politica, purché
si faccia in maniera onesta e cor-
retta. Infine non si può fare di
tutta un’erba un fascio. Alcuni
privilegi dei parlamentari sono
un’offesa alla povera gente. Il
complesso delle condizioni di
molti consiglieri regionali sono
un’offesa ancora maggiore. In-
vece la condizione degli eletti
nei comuni è spesso al limite
della sussistenza, a fronte di un
lavoro impegnativo e anche ri-
schioso. Nei piccoli comuni c’è,
in realtà, un esercito di veri e
propri volontari. Andiamo dun-
que a una discussione vera. Si
dia da parte della politica un
esempio, ma lo si pretenda da
tutti. Senza ipocrisia, vizio tipi-
camente italiano.
115
L’Intervistato
silvia grassi
Giornalista, conduttrice e autrice televisiva in
Rai e in Tv locali. Collabora con il quotidiano Il
Mattino ed è direttore responsabile di 7itv.
L’Autore
goffredo bettini
Avvicinatosi giovanissimo al Partito comunista,
dal 1977 al 1979 è segretario romano della Fgci.
Dal 1986 al 1990 è segretario comunale del Par-
tito comunista italiano a Roma e nel 1989 viene
eletto consigliere comunale con il Pci.
Nel 1992 viene eletto alla Camera dei deputati.
Nel 1993, è lo stratega della candidatura di Fran-
cesco Rutelli a sindaco di Roma. Nel 1997, a se-
guito della seconda vittoria di Francesco Rutelli,
viene nominato assessore ai Rapporti Istituziona-
li del Comune. Alle elezioni regionali del 2000 ap-
proda al consiglio regionale del Lazio.
Nel 2001 viene rieletto alla Camera e nel 2006
viene eletto senatore per la prima volta. In occa-
sione delle primarie del Partito Democratico, si
schiera con Walter Veltroni ed al termine delle
consultazioni entra nel primo esecutivo del Pd co-
me coordinatore della fase costituente del partito.
POPOLARI
intervista a Goffredo Bettini
Definizione di Social Network Sites.
Non è una questione tecnologica
L’impressionante fortuna delle
piattaforme per il social networking
obbliga a una riflessione accorta e
dunque al di fuori di facili entu-
siasmi, proprio perché l’eccezio-
nalità del loro successo stressa ne-
gativamente la nostra facoltà di
comprensione del fenomeno. È,
quindi, necessario svincolarsi da
quella sorta di tic mentale che
porta alcuni osservatori a descri-
verli come risorsa straordinaria,
capace addirittura di vivificare la
democrazia, e altri ad almanac-
carli come divertente gadget tec-
nologico destinato a frequentare i
tempi brevi dell’eccitazione mo-
daiola. Entrambi questi punti di
vista sono vittime dello stesso er-
rore interpretativo: sovrastimano
il fattore tecnologico, dimenti-
cando che la semantica stessa del
fenomeno che stiamo osservando
(network sociali, è bene prestare
attenzione) obbliga a considerarli
più per le potenzialità in termini
di gestione di relazioni sociali che
per le funzioni tecniche da loro
abilitate.
Una via d’uscita a questa impasse
è già parzialmente acquisita dai
più avanzati media studies che, in-
fatti, preferiscono trattare i social
network in quanto ambienti digi-
tali. In questo modo scopriamo
che il modello causale che sta al-
la base della possibilità di ragio-
nare in termini di impatto delle
tecnologie si complica oltremodo
dovendo ricomprendere le carat-
teristiche personali e culturali
dei soggetti che questi ambienti
abitano.
Proviamo, in poche battute, a im-
postare la riflessione su almeno
due ambiti: la politica e l’infor-
mazione, sapendo che, al di là
dell’oggetto specifico del nostro
interesse attuale, la digitalizzazio-
ne non fa che portare alle estreme
DI MARIO MORCELLINI
Come si evolve il web
La vera politica non si fa
solo con i social network
L’impegno e il lungo periodo sembrano essere
dimensioni quasi del tutto estranee all’orizzonte
dei moderni e allora la partecipazione agli sns
sembra espletare una pericolosa funzione vicaria
di un impegno che, per dirsi pienamente politico,
deve uscire dalla Rete e contaminare la vita quotidiana
117
POPOLARI
Mario Morcellini
118
conseguenze una radicale forma di
disintermediazione, che travolge i
luoghi storicamente deputati al-
l’incontro tra le sensibilità e le
aspettative dei singoli e la società
percepita nel suo insieme.
Social Network sites e politica. Pro-
ve tecniche di disintermediazione
I social network sono l’ultima
espressione tecnologica di un
profondo cambiamento nell’as-
setto della mediazione che deve
essere ricondotto alla travolgente
ascesa della comunicazione, come
dimensione simbolica caratteriz-
zante il tratto di
modernità di cui
siamo testimoni.
Questa ascesa ha
avuto, negli ulti-
mi anni, uno scat-
to sia qualitativo
che quantitativo
come risultato dei
processi di digitalizzazione. La
forma più drammatica del cam-
biamento è evidente nel preoccu-
pante scollamento delle giovani
generazioni rispetto ai processi
decisionali della politica, non più
concettualizzata come luogo di
socializzazione, catalizzazione e
rappresentazione di bisogni con-
divisi. I giovani moderni com-
prendono a fatica i meccanismi
di gestione della cosa pubblica e
interpretano in maniera dram-
matica lo scollamento dalle isti-
tuzioni e dai luoghi classici che
consentivano ai singoli di pren-
dere parte al movimento colletti-
vo della società.
La comunicazione è attore strate-
gico della perdita di senso della
politica, di un certo modo di vi-
vere e interpretare i fenomeni
politici. E un’osservazione senza
preconcetti dei fenomeni di par-
tecipazione politica all’interno
dei sns non fa che confermare
questo aspetto: un fermento di
attivismo comunicativo che non
sempre riesce a tradursi in un
impegno di sintesi delle proprie
posizioni personali. Proprio per
questo, le letture volte a conside-
rare la democrazia in quanto ca-
ratteristica connaturata alla stru-
mentazione delle piattaforme di-
gitali, si scontrano con la disin-
tegrazione delle
forme di partecipa-
zione alla politica,
sia sul versante
delle opinioni e
delle identità di
appartenenza, sia
per quel che ri-
guarda il compor-
tamento elettorale.
Sul versante di quella che possia-
mo definire una difficile media-
zione, è necessario che la politica
e le istituzioni cerchino di inter-
cettare un bisogno intimo di par-
tecipazione, che spesso si esprime
in forme che si fa fatica ad accet-
tare. I giovani, infatti, mostrano
di possedere competenze e abilità
che applicano ad ambiti della vi-
ta quotidiana che la politica, il
giornalismo, e talvolta anche
l’Accademia, con difficoltà rico-
noscono come legittimi. I social
network sites diventano spesso un
palcoscenico in cui esibire tali fa-
coltà, che dovrebbero essere con-
siderate moneta pregiata su cui
vale la pena investire per gettare
La politica funziona
quando riesce
a intercettare i bisogni
di partecipazione
dei cittadini
119
un ponte verso un bisogno di
senso che rischia di rimanere ine-
spresso.
Nella gestione sempre più esper-
ta della complessità mediale i
comportamenti culturali dei sin-
goli sono palesemente raccontati
e messi in scena, comunicati con
forza al gruppo dei pari. La diffi-
cile gestione dell’identità – che
sempre più appare come un pre-
cipitato di esperienze di consu-
mo culturale – diviene tentativo
di rompere le barriere dell’indi-
vidualismo alla ricerca di estem-
poranei momenti di condivisio-
ne. Si tratta di for-
me di partecipa-
zione capaci di se-
gnalare, in alcuni
casi in maniera
consapevole, evi-
denti tratti di di-
scontinuità rispet-
to al passato, alle
forme tradizionali e istituzionali
della rappresentanza. Tali prati-
che testimoniano una radice viva
che cerca ancora di declinarsi al
plurale.
Politica 2.0?
Per quanto riguarda la politica,
molti osservatori stanno cercando
di interpretare il ruolo che i “sns”
hanno avuto a partire dai recenti
avvenimenti del Nordafrica e, per
quanto riguarda il caso italiano,
nelle elezioni amministrative e
nel referendum. La possibilità di
indirizzare forme di comunicazio-
ne mirate e ritagliate sul proprio
bacino relazionale ha avuto, e
avrà sempre di più in futuro, un
impatto organizzativo e simboli-
co non trascurabile. Una sorta di
passaparola online, in cui il rico-
noscimento di una qualche forma
di legame (quello che le piattafor-
me formalizzano come “amici” o
“followers”) rende il contenuto
dello scambio meno anonimo,
più in grado di rompere la barrie-
ra della scarsa attenzione che
spesso caratterizza il nostro navi-
gare in rete. Questo potenziale
informativo e organizzativo, però,
deve essere valutato in riferimen-
to a specifiche variabili conte-
stuali che è bene tenere a mente.
Pensiamo, su tutte, alla composi-
zione demografica
dei Paesi arabi
protagonisti dei
movimenti sopra
ricordati (un solo
esempio, circa un
terzo della popola-
zione egiziana ha
meno di 15 anni o
al fatto che la campagna referen-
daria italiana si sia svolta in un
clima che, a essere ottimisti, non
ha favorito un reale scambio di
comunicazione sui contenuti (i
soggetti politici contrari al refe-
rendum hanno preferito, infatti,
investire sull’astensione invece
che argomentare sulla necessità di
votare “no”).
La funzione informativa e la sfida al-
le professioni giornalistiche
Un utilizzo accorto delle poten-
zialità dei sns in termini di dis-
seminazione delle informazioni
deve essere inserito – e in fretta –
nell’agenda delle strategie di co-
municazione dei soggetti politi-
ci. Attenzione, però, ad applicare
Indirizzare forme
di comunicazione mirate
sul proprio bacino
permetterà una migliore
organizzazione
POPOLARI
Mario Morcellini
a questo impegno una logica del-
la sostituzione che non regge alla
prova empirica dei fatti. L’ecosi-
stema dei media vive, infatti, un
processo di ibridazione, in cui
frequenti sono gli sconfinamenti
da un medium ad un altro, in
una logica della citazione conti-
nua che è già la norma per fette
crescenti di cittadini. Non ha
senso, dunque, pensare che l’uti-
lizzo delle nuove piattaforme
possa sostituire la comunicazione
politica tradizionale. Vale, anzi,
l’esatto contrario: il soggetto po-
litico deve riuscire a farsi produt-
tore di contenuti
che riescano a fare
breccia nelle men-
ti e nei cuori dei
suoi potenzi al i
elettori, per far sì
che possano inne-
scarsi fenomeni di
contaminazione
virale delle informazioni.
Il principio di funzionamento so-
pra descritto, fa già parte della ri-
flessione teorica legata allo studio
delle reti sociali e ha già trovato
efficaci forme di operativizzazio-
ne pratica nelle tecniche di mar-
keting. Se, però, consideriamo
l’informazione come vera e pro-
pria palestra democratica in cui i
singoli cercano di comprendere
meglio la scena pubblica per po-
ter poi scegliere il loro posiziona-
mento, la riflessione sul ruolo dei
social network sites non può non
considerare la profonda crisi di
legittimità che sta investendo il
giornalismo tradizionale.
Anche in questo caso, si tratta di
un processo sociale di più lungo
periodo che le tecnologie digitali
– e da ultimi i sns – stanno por-
tando alle estreme conseguenze.
A perdere forza simbolica è quel-
l’idea di giornalismo come di-
spositivo per partecipare al pro-
prio tempo, essere “in linea” con
i cambiamenti, alzare gli occhi
rispetto alla soggezione ai fatti.
La possibilità di condividere una
grande quantità di informazioni,
anche con il ricorso a tutti gli
strumenti della multimedialità
(interviste audio, video, docu-
menti originali, etc.), è senza
dubbio una pratica che estende
l’orizzonte delle
possibilità di in-
formazione a di-
sposizione dei sog-
getti. Anche in
questo caso, l e
questioni centrali
non sono specifica-
tamente tecnologi-
che. Se consideriamo, infatti, la
quantità di informazioni i sns
pongono di fatto una disconti-
nuità di cui è necessario tenere
conto sia a livello di riflessione
teorica, sia in termini industriali
e di sistema dei media. Ma se
consideriamo che le notizie ci ar-
rivano dalle persone che fanno
parte del nostro network, è facile
comprendere che la ricchezza e
forza del capitale sociale degli in-
dividui influenza profondamente
la qualità delle notizie con cui si
entra in contatto. Se a ciò ag-
giungiamo che la crisi della me-
diazione tende ad aumentare la
quantità di notizie “grezze”, ca-
piamo facilmente che i soggetti
sono sempre più lasciati soli nel
120
Le nuove piattaforme
non potranno
mai sostituire
la comunicazione
politica tradizionale
difficile compito di interpretare
e contestualizzare le informazio-
ni. Non è irragionevole, allora,
ipotizzare che le contaminazioni
che il giornalismo ha conosciuto
a causa dell’exploit della comuni-
cazione, e dell’espansione iper-
trofica dei suoi territori sempre
nuovi, abbiano finito per insidia-
re una percezione chiara e distin-
ta del suo posizionamento, sma-
terializzandone i confini e ren-
dendo più complesso lo sforzo ri-
goroso di definizione e di inter-
pretazione. Uno sforzo che i più
attrezzati culturalmente sono an-
cora in grado di fare, allargando
sempre di più il divario con gli
ultimi arrivati.
Sns e nuovi modelli di gestione dei
contatti
Dal punto di vista organizzativo,
i social network sites consentono di
rendere più efficace la gestione
del coinvolgimento di quelli
che, in riferimento a una semati-
ca che sembra oggi desueta,
avremmo chiamato i militanti.
La possibilità di gestire in con-
temporanea liste di soggetti con
caratteristiche simili, l’invio di
messaggi quanto più possibile
personalizzati, la condivisione in
tempo reale di materiali eletto-
riali (testi tradizionali, ma anche
fotografie, video, contenuti pro-
dotti dagli utenti stessi, etc), so-
no solo alcuni esempi di come
un soggetto politico possa gio-
varsi dell’infrastruttura tecnolo-
gica dei sns. Alcune tecniche di
comunicazione, già patrimonio
del marketing più evoluto, posso-
no essere appropriatamente ap-
121
POPOLARI
Mario Morcellini
Il Libro
Laura Iannelli
Facebook & Co. Sociologia
dei social network sites
Guerini Scientifica 2011, 24 pp.,
18,50 euro
La diffusione delle piattaforme di
Social Network e la crescente popo-
larità di Facebook pongono nuove
sfide all’osservazione sociologica dei
processi culturali e comunicativi. Il
volume sviluppa un’analisi appro-
fondita del fenomeno dei Social Net-
work Sites e definisce le caratteristi-
che strutturali e le pratiche relazio-
nali abilitate da queste nuove forme
socio-tecnologiche. Rivisitando i
modelli teorici nati per spiegare le
forme e l’intensità delle interazioni
sociali nella modernità avanzata,
l’autrice pone le basi per una lettura
specificamente sociologica di Face-
book & Co., come espressione del
mutamento più complessivo che
coinvolge le società contemporanee.
La società
che cambia
plicate alla comunicazione politi-
ca consentendo, anche a soggetti
politici giovani, che non hanno a
disposizione ingenti budget per
la campagna elettorale, di rag-
giungere un gran numero di per-
sone con i propri messaggi.
Ma un nuovo strumento organiz-
zativo ha senso solo se riesce a in-
novare contemporaneamente il
prodotto e il processo dell’orga-
nismo sociale che è portato a ge-
stire. In questo senso, la vocazio-
ne egualitaria dell’architettura
dei siti per il social networking do-
vrebbe portare con sé un impe-
gno a una gestio-
ne più partecipata
delle decisioni.
Altrimenti si ri-
schia di utilizzare
strumenti nuovi
per continuare a
proporre un mo-
dello di coinvolgi-
mento che appartiene al passato.
In questo caso l’effetto boome-
rang è sempre dietro l’angolo. Le
persone che scelgono di parteci-
pare alle attività dei social network
sites sono spesso abituate a pren-
dere direttamente la parola, ad
avere a disposizione strumenti
per rompere l’isolamento della
comunicazione monodirezionale.
Una nuova iniziativa politica, se
utilizza gli ambienti di Rete, fa
già una promessa implicità di
orizzontalità del modello di co-
municazione. È una sorta di pat-
to non scritto che risiede in pri-
ma battuta nelle aspettative de-
gli utilizzatori. Se questo patto
comunicativo viene disatteso, ri-
proponendo schemi organizzativi
improntati alla gerarchia, il sen-
so di fastidio da parte dei sogget-
ti tende a moltiplicarsi.
È dunque possibile raggiungere
una maggior quantità di persone,
in minor tempo e con un impe-
gno economico ridotto, ma que-
sto non si traduce immediata-
mente in una maggiore efficacia
dell’azione organizzativa. Le po-
tenzialità dei sns sono difficili da
gestire e non consentono quel
grado di controllo sulla reazione
del pubblico che ha caratterizzato
altri scenari mediali. Se una piaz-
za vuota durante un comizio po-
teva essere edulco-
rata da un’inqua-
dratura televisiva
accondiscendente,
una battuta infeli-
ce o un imbaraz-
zante fuori onda
tende, oggi, a dis-
seminarsi veloce-
mente in un continuo gioco di ci-
tazioni e rimandi che sfugge, per
definizione, al controllo dall’alto.
Per queste ragioni, è necessario
considerare il potenziale organiz-
zativo soprattutto in termini
simbolici, come meccanismo che
tende a rendere più immediato e
diretto il contatto con un sogget-
to politico che deve aver fatto un
deciso passo indietro rispetto al
precedente assetto asimmetrico
della mediazione.
Social network e democrazia.
Un’equazione per niente scontata
Resta, però, da chiarire la que-
stione di fondo, che spero inte-
ressi anche i tecno-entusiasti:
l’indubbio attivismo sulle piatta-
122
Raggiungere molte
persone in breve tempo
non si traduce in una
maggiore efficacia
dell’azione organizzativa
forme può davvero tradursi in
democrazia? Si può cioè osservare
un cambiamento nei comporta-
menti delle persone che superi
l’eccezionalità dello stato di
emergenza, e possa configurarsi
come alternativa politica? Ri-
spetto a questo interrogativo ge-
nerale, si possono proporre alme-
no tre differenti considerazioni
che devono necessariamente pas-
sare il vaglio di una più accorta
verifica empirica per evitare che
gli atteggiamenti ottimistici o
pessimistici non derivino da po-
sizioni di preconcetto.
La prima questione è quella della
partecipazione ineguale negli
ambienti di rete. Il web, soprat-
tutto nella sua dimensione 2.0
invita tutti gli utenti a prendere
parte alla produzione di contenu-
ti. Ma si può dire che sia vera-
mente così? Quello che sappiamo
dalla storia dei media invita alla
prudenza: la possibilità e la vo-
lonta di partecipare fattivamente
alla costruzione di un discorso
comune, si scontra spesso con ri-
sorse personali (a livello cogniti-
vo, anche semplicemente di tem-
po a disposizione) fortemente
ineguali che rischiano di ripro-
durre schemi di partecipazione
elitistici in cui pochi producono
contenuti e molti sono semplice-
mente followers.
A ciò si aggiunge un altro in-
quietante interrogativo: le com-
petenze culturali e sociali (che
nulla hanno di tecnologico) ne-
cessarie ad essere protagonisti
dello scenario che abbiamo de-
scritto non finiscono per ripro-
durre – aggravandole – quelle
disuguaglianze che, nella vulgata
alla moda, dovrebbero essere un
ricordo del passato analogico?
I percorsi di partecipazione poi,
vivono di grandi momenti di at-
tivazione temporanea che devo-
no, però, essere testati alla prova
del tempo. L’impegno e il lungo
periodo sembrano essere dimen-
sioni quasi del tutto estranee
all’orizzonte dei moderni e allora
la partecipazione ai “sns” sembra
espletare una pericolosa funzione
vicaria di un impegno che, per
dirsi pienamente politico, deve
uscire dalla Rete e contaminare
la vita quotidiana.
123
POPOLARI
Mario Morcellini
mario morcellini
Preside della Facoltà di Scienze della Comu-
nicazione dove insegna Sociologia della co-
municazione dal 2005. I suoi temi di studio e
di ricerca di riflessione si sono incentrati sui
percorsi dell'educazione nell'età dei media,
entro una prospettiva tesa a indagare sere-
namente l'influenza dei media sulla moder-
nizzazione dell'industria culturale e televisiva
italiana e sul giornalismo.
L’Autore
Una cosa è certa: quando si
“muove” il web, qualcosa succe-
de sempre.
Ormai parlare dell’apporto di in-
ternet nei rapporti sociali (e in
politica, in particolare) sta diven-
tando un discorso quantomeno
vintage.
All’estero, in Italia no. Nel no-
stro paese il legame tra web e po-
litica è una relazione che deve es-
sere ancora inquadrata, se non
capita.
Internet & Co. non sono più
“nuove tecnologie”: sono stru-
menti “emersi” e non più novità.
In continua evoluzione, certo, ma
ormai appieno nella quotidianità,
soprattutto delle nuove genera-
zioni tanto che sono presenti or-
mai nella società i “nativi digita-
li”, nati dentro la tecnologia e
che ci hanno convissuto da subi-
to. Si può benissimo dire che
questi strumenti non siano so-
cialmente rilevanti finché non di-
ventino tecnologicamente sconta-
ti: siamo arrivati a questo punto.
La società di oggi è sempre più
interconnessa secondo logiche di
rete ed Internet rappresenta la
Rete per eccellenza. Per chi fa po-
litica “abitare, frequentare la Re-
te” (insufficiente ed inutile l’es-
serci e non partecipare attiva-
mente) rappresenta ai nostri gior-
ni una grande opportunità che
deve essere gestita al meglio.
In tempi in cui la politica appa-
re sempre più chiusa su se stessa
e distante dai cittadini, in cui è
sempre più pesante il distacco
tra “palazzo” e “piazza”, la Rete
può rappresentare un cambia-
mento significativo. Un’oppor-
tunità da non lasciarsi sfuggire,
dato anche il fatto della sua pa-
lese ineluttabilità.
DI GABRIELE GUIDA
Politica 2.0
Alla nuova politica
serve la RETE...
Ma bisogna conoscerla
L’esempio di Barack Obama può aiutare i politici
italiani a capire le enormi potenzialità del web.
Ma copiare l’esempio americano non basta: bisogna
aprirsi seriamente al dibattito online con gli elettori.
125
POPOLARI
Gabriele Guida
126
Il Web ridefinisce il rapporto tra
politico e cittadino. Gli altri me-
dia (la televisione è paradigmati-
ca), come dice Richard Sennett,
“hanno la capacità di accrescere
in maniera esponenziale la cono-
scenza della gente su quanto ac-
cade nella società, ma inibiscono
drasticamente le capacità di tra-
durre questo sapere in azione po-
litica”. Internet, invece, si affian-
ca e, per le sue peculiari caratte-
ristiche, tende a divenire stru-
mento che disintermedia rispetto
ai mezzi tradizionali, rendendo il
cittadino protagonista.
I ritmi di crescita
sono impressio-
nanti: la televisio-
ne ha raggiunto in
13 anni un’au-
dience di 50 mi-
lioni di spettatori,
mentre il solo Fa-
cebook l’ha fatto in
pochi mesi e raggiungendo vette
sempre maggiori, contando ora
svariate centinaia di milioni di
persone per il mondo e raggiun-
gendo i 700 milioni.
Centrali sono i social media. Veri
luoghi di ritrovo e di scambio,
sono stati la vera novità degli ul-
timi anni e la politica non è stata
più di tanto a guardare.
Sia chiaro: un politico che si met-
te ad usare social media, per dirla
con Dino Amenduni (curatore
della comunicazione social di Ni-
chi Vendola, esempio italiano
brillante di comunicazione politi-
ca in rete), non è spinto da un ge-
nerico spontaneismo disinteressa-
to. Se ne intuiscono le potenziali-
tà, sicuramente diverse, rispetto
agli altri media tradizionali e c’è
la convinzione di poter raggiun-
gere bacini elettorali nuovi.
Tutti abbiamo presente il caso
che più ha rappresentato l’impor-
si del web nel dibattito pubbli-
co: l’elezione a Presidente degli
Stati Uniti d’America di Barack
Obama. Già nel 2004, con lo
scontro Dean-Kerry per le pri-
marie democratiche, si era pale-
sato il potenziale di internet, so-
prattutto per la parte di raccolta
fondi; ma è con Obama nel 2008
che questo fenomeno è apparso
chiaro e ha dimostrato di essere
uno strumento im-
portante, essenzia-
le.
Non commettiamo
l’errore di ritenere
che Obama abbia
vinto solo e soltan-
to perché è stato
bravo ad usare il
web e che, quindi, questo sia sta-
to l’artefice del suo successo. La
Rete è un mero strumento, in
continuo aggiornamento, che va
saputo usare e sfruttare per otte-
nerne dei risultati. Senza questo
approccio non si ci muove di un
passo.
È chiaro, comunque, che senza
l’utilizzo che ne ha fatto, l’attua-
le Presidente degli Stati Uniti
non avrebbe potuto sedersi sulla
poltrona dello Studio Ovale.
I social media non possono essere
descritti come strumenti total-
mente democratici, ma per loro
natura abbattono la gerarchia di
altre organizzazioni, specialmen-
te fuori da internet, creando un
senso egalitario.
Con i social media
è possibile raggiungere
bacini elettorali nuovi
e avere un feedback
dai propri cittadini
127
Questo processo di democratizza-
zione della comunicazione (poli-
tica e non) è partita grazie all’av-
vento dei siti web e soprattutto
dei blog. Ma è con i social network
che si è raggiunto quel diritto si
replica che ha fatto la fortuna di
questi strumenti e la loro rapida
diffusione. Una grande rivoluzio-
ne del nuovo millennio: silenzio-
sa, ma travolgente.
Vi è quindi una richiesta impor-
tante di feedback e di comunanza,
un’esplicita richiesta di onestà,
parità e uno spronamento a dire la
verità (è facilissimo smontare fal-
sità in rete e la cen-
sura si dimostra
sempre contropro-
ducente).
L’Internet strategy è
stata peculiare per
il trionfo del Presi-
dente statunitense.
L’attività di social
networking è stata finalizzata alla
creazione di reti di finanziatori,
attivisti, supporter (nello staff era
presente anche Chris Hugues, co-
fondatore di Facebook). Non si è
mai sopravvalutato che la sola
presenza sul web potesse essere
motivo di successo. I social net-
work non erano sufficienti a far
conoscere il candidato: le poten-
zialità andavano sfruttate e com-
binate con quelle di altre tecnolo-
gie (quali quelle video, Youtube in
primis).
La sapiente interazione tra diver-
se piattaforme è stato il reale
successo. Sono stati bypassati i
media e gli organi di informazio-
ne tradizionali, creando un rap-
porto più immediato con la po-
polazione americana (basti sapere
che in soli 4 mesi sono state rac-
colte donazioni di singoli citta-
dini per sei milioni di dollari,
molto più rispetto ai concorrenti
democratici e la controparte re-
pubblicana). Si è creato inoltre
un social network (myBO.com)
che è stato il centro di tutta la
strategia per Obama. L’audience
che si raggiunge in rete è per lo
più quella dei sostenitori; con
questo strumento Obama è stato
bravo nel dialogare con loro e a
sfruttare la creazione di reti so-
ciali e l’interazione intensa tra i
singoli e i gruppi.
Le ragioni del suc-
cesso sono inqua-
drabili in alcuni
punti: l’aver mes-
so a disposizione
contenuti per cre-
arne di ulteriori
da parte degl i
utenti, essere presenti là dove
c’erano, aver sfruttato le piatta-
forme più frequentate, aver mo-
bilitato anche attraverso i servizi
di telefonia cellulare (mentre da
noi le donazioni via mobile sono
conosciuti e molto usate, negli
Usa è una vera novità e sarà cen-
trale per le campagne future),
cercato il supporto coinvolgendo
gli utenti gradualmente.
L’errore che quasi sempre si fa
(in Italia in maniera evidente),
decretando così il fallimento di
una strategia di successo, è cre-
dere che per parlare con i poten-
ziali elettori sia sufficiente “esse-
re” sul web. Non si assegna al
web la stessa attenzione che si
impiega nel preparare un comi-
In Italia i politici
credono che per parlare
con gli elettori
sia sufficiente “essere”
sul web, ma non basta
POPOLARI
Gabriele Guida
zio, un messaggio televisivo op-
pure parlare con un giornalista.
Per ottenere risultati soddisfa-
centi, occorre investire in perso-
nale e talenti per costruire una
buona presentazione di sé.
Non basta neanche ripetere pe-
dissequamente la storia di suc-
cesso del Presidente americano,
si farebbe un altro errore. Come
si è detto il mondo del web è
sempre in continuo aggiorna-
mento e ormai la vicenda ameri-
cana è entrata nelle cronache.
Come è entrata nelle cronache la
successiva sconfitta di Obama al-
le elezioni di mid-
term, vinte soprat-
tutto da quei mo-
vimenti spontanei
contro il Big Go-
ve r nme nt c he
vanno sotto il no-
me di Tea Party.
Qui Obama, che
riteneva di incarnare il presidente
delle nuove generazioni e in parti-
colare della generazione inter-
net, è stato sconfitto da un mondo
conservatore che si è dimostrato
più abile di lui ad utilizzare la re-
te (lo stesso movimento Tea Party
nel suo documento manifesto
“Give Us Liberty” riserva un im-
portante capitolo al web).
Questo è utile per capire anche il
perché il rapporto vincente tra
politica e rete sia partito dagli
Usa. Come si sa, in America i
partiti sono soltanto delle mac-
chine elettorali: manca una reale
gerarchia come la conosciamo in
Italia e in altri Paesi europei.
Ogni posizione ha la reale possi-
bilità di essere contesa e i partiti
si rendono effettivamente scala-
bili: le primarie (e questo ci do-
vrebbe far pensare anche nel no-
stro Belpaese) portano il governo
nelle mani dei cittadini e sotto il
loro controllo.
Si assiste quindi ad un alto livel-
lo di competizione che caratte-
rizza tutto il sistema. Il fatto che
i partiti non siano l’unico mezzo
di partecipazione e determinazio-
ne di scelte politiche (basti pen-
sare alla diffusione e forza delle
varie associazioni, think thank,
lobby, ecc.) accentua questo am-
biente, aperto alla reale concor-
renza di idee e lea-
dership, distribuen-
do il potere a livel-
lo decentrato.
In Italia si fatica a
trovare casi di co-
municazione poli-
t i ca i nnovat i va
(tranne qualche ca-
so come il già citato Vendola e il
Movimento 5 stelle che a livello
locale hanno avuto un riscontro
positivo, ma che necessitano di
un appuntamento nazionale per
capirne il successo o meno). Il
web non è visto come un’oppor-
tunità e profili o fan page sono
vetrine. Questi account meramen-
te estetici non servono a nessuno
e il cittadino 2.0 è sempre meno
ingenuo e chiede e pretende i
suoi diritti, tra i quali quello di
replica, che non manca di eserci-
tare.
Il modello che si utilizza è di co-
municazione unidirezionale e
sotto controllo, chiarificatorio
dell’idea di politica dall’alto al
basso, soprattutto nei partiti (la
128
Nelle elezioni
di midterm, Obama
è stato battuto
dal Tea Party proprio
sul terreno del web
129
Il Web 2.0 è un termine utilizzato per indicare uno stato dell’evoluzione del World Wide
Web, rispetto alla condizione precedente. Si tende a indicare come Web 2.0 l’insieme di
tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione tra il
sito e l’utente (blog, forum, chat, sistemi quali Wikipedia, YouTube, Facebook, Myspace,
Twitter, Gmail, Wordpress, TripAdvisor ecc.).
La locuzione pone l'accento sulle differenze rispetto al cosiddetto Web 1.0, diffuso fino
agli anni novanta, e composto prevalentemente da siti web statici, senza alcuna possibi-
lità di interazione con l’utente eccetto la normale navigazione tra le pagine, l’uso delle e-
mail e dei motori di ricerca. Per le applicazioni Web 2.0, spesso vengono usate tecnolo-
gie di programmazione particolari, come Ajax (Gmail usa largamente questa tecnica) o
Adobe Flex. Un esempio potrebbe essere il social commerce, l’evoluzione dell’E-Com-
merce in senso interattivo, che consente una maggiore partecipazione dei clienti, attra-
verso blog, forum, sistemi di feedback ecc.
Gli scettici replicano che il termine Web 2.0 non ha un vero e proprio significato e di-
penderebbe principalmente dal tentativo di convincere media e investitori sulle oppor-
tunità legate ad alcune piattaforme e tecnologie.
Alcuni hanno iniziato, come Seth Godin, ad utilizzare il termine New Web (Nuovo Web)
in quanto si rimane molto scettici sull'utilizzo dell'etichetta “web 2.0” (o anche 3.0 e
successive) quando utilizzata al fine di definire univocamente e generalmente una com-
plessa e continua innovazione dei paradigmi di comunicazione digitale sul web. Se pure
il termine “Nuovo Web” non diventasse velocemente di uso comune anche tra i Netizen,
questo probabilmente non diverrebbe obsoleto come sta accadendo per l’etichetta
“web 2.0” a favore ad esempio di “3.0”, “3.5”, “4.0” e così via. Questo tipo di etichette
hanno la funzione di “fotografare” in maniera non univoca un certo momento.
Il Web 2.0 costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete che ne connota la di-
mensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbe-
ne dal punto di vista tecnologico molti strumenti della rete possano apparire invariati
(come forum, chat e blog, che “preesistevano” già nel web 1.0) è proprio la modalità di
utilizzo della rete ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza nell’utente della
possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti multimediali. Sebbene potenzial-
mente in luce nello stesso paradigma di rete, che si nutre del concetto di condivisione
delle risorse, rappresenta la concretizzazione delle aspettative dei creatori del Web, che
solo grazie all’evoluzione tecnologica oggi costituiscono una realtà accessibile. La possi-
bilità di accedere a servizi a basso costo in grado di consentire l’editing anche per l’uten-
te poco evoluto, rappresenta un importante passo verso un'autentica interazione e con-
divisione in cui il ruolo dell'utente è centrale.
Nel descrivere le caratteristiche del Web 2.0 si procede spesso per confronto con il Web
1.0, indicando come nel passaggio di versione gli elementi fondamentali si sono evoluti
o sono stati sostituiti da nuovi. Si tratta di un modo di rappresentare il Web 2.0 divulga-
tivo e non prettamente tecnico, ma piuttosto efficace per riconoscere l’evoluzione dei
sistemi su Internet.
FOCUS
Web 2.0, l’evoluzione del mondo online
POPOLARI
Gabriele Guida
quasi totalità, senza distinzioni
nell’arco politico) in cui i partiti
hanno leadership forti e ormai da-
tate a lungo nel tempo. Ci si affi-
da prevalentemente (se non sola-
mente) a video messaggi o com-
parsate a reti unificate, guardan-
do ad obiettivi di breve periodo
che non costruiscono un proget-
to, ma un racconto che dura per
il tempo del telegiornale serale o
della giornata politica.
Alcuni dati: la banda larga in
Italia conta circa 23 milioni di
utenti, il 43% della popolazione
e il 55% degli abitanti fra i 25 e
i 54 anni (ancora indietro rispet-
to alla media europea che vede il
tasso di penetrazione al 61%, ma
con tassi di crescita di +25% ri-
spetto all’anno precedente). Solo
Facebook conta 20 milioni gli
utenti su circa 50 milioni di
elettori. Solo un terzo dei depu-
tati e sindaci sono in rete (il 75%
posta qualcosa almeno una volta
alla settimana e solo il 55% inte-
ragisce con gli utenti). Dati più
incoraggianti (anche se prevedi-
bili) per gli amministratori un-
der 30, dove il 64% è su
Facebook e più dei due terzi inte-
ragisce con continuità.
Il fatto non è tanto creare o uti-
lizzare nuove e strabilianti mo-
dalità comunicative, ma solo
spostarsi dove quelle già ci sono
e sfruttarle. Non capire che le di-
namiche della comunicazione so-
no cambiate equivale a perdere il
consenso dei cittadini, della mi-
tologica base, nel frattempo emi-
grata in altre piazze, lasciando
chi non ha capito la novità a fare
un comizio in una piazza vuota o
davanti ad una sonnecchiosa tele-
visione.
Il mondo cambia ed è già cam-
biato: questa volta sono stati gli
utenti a farlo.
130
gabriele guida
Studente di Economia all’Università Cattolica
del Sacro Cuore.
L’Autore
gli strumenti di
LA DIASPORA
DELLA DESTRA
gli strumenti di
LA DIASPORA
DELLA DESTRA
Una “forza tranquilla”
che ha ricominciato a parlarsi
di Domenico Naso
Quando Adolfo Urso ha scritto “La
diaspora della destra” per il nostro
webmagazine (www.fareitalia.com),
non immaginavamo di certo che avreb-
be innescato un dibattito intenso e vi-
vace sul futuro di quella comunità, og-
gi dispersa in mille rivoli, che faceva
capo alla destra politica italiana.
E invece, fin dal giorno successivo, so-
no state molte le voci che hanno volu-
to prendere parte a una discussione
pacata, priva di qualsivoglia recrimina-
zione o pregiudizio, che ha avuto il so-
lo scopo di ricominciare a confrontarsi
sul passato glorioso, sul presente de-
solante, ma soprattutto sul futuro
prossimo delle varie anime di quel-
l’esperienza.
In fondo, nel suo pezzo, Adolfo Urso
aveva chiesto proprio un passo indie-
tro (e due in avanti) da parte di chi non
vuole gettare alle ortiche un patrimo-
nio politico e culturale che, fatte le do-
vute tare con la normale evoluzione
del pensiero politico della destra con-
temporanea, può e deve essere rivalu-
tato. è finita un’epoca, questo è fuor di
dubbio, ma la fisiologica fine della lun-
ghissima e anomala transizione italia-
na non deve coincidere con un colpo di
spugna storico, politico e culturale. La
destra italiana, quella del futuro, deve
essere liberale, europeista, riformatri-
ce, una “forza tranquilla” che sappia
prendere in mano le redini del paese
per farlo uscire dalle secche di una cri-
si economica che rischia di diventare
sociale e strutturale. Ecco, dunque, il
motivo per cui il dibattito lanciato da
FareitaliaMag ha avuto così successo.
Ecco perché abbiamo ospitato l’opi-
nione di politici (Cristiana Muscardini),
intellettuali e giornalisti (Gennaro Mal-
gieri, Alessandro Campi e Federico Ei-
chberg), giovani (Angelica Stramazzi),
che pur nella differenza di prospettive
e opinioni hanno tutti condiviso la ne-
cessità di un confronto rinnovato e co-
struttivo. Il tempo delle divisioni e de-
gli scontri frontali è finito. E’ il momen-
to di costruire, anzi di ricostruire. Con
chi ci sta, con chi ha a cuore le sorti
della destra italiana e del paese.
La diaspora della destra
di Adolfo Urso
5 settembre 2011
La destra italiana si è dispersa, smarri-
ta. Al momento di entrare nello stadio
per l'ultimo giro, dopo una lunga mara-
tona politica, ha sbagliato la porta
d'ingresso e il pubblico che era già in
festa non l'ha più ritrovata. Il leader
della destra italiana che avrebbe potu-
to senz'altro, tanto più in questa fase,
acquisire la piena leadership del cen-
trodestra, si ritrova da un'altra parte,
in un vicolo cieco, senza più la squadra
né gli elettori. E il Paese ne soffre, per-
ché non vede chi possa davvero realiz-
zare una nuova stagione, governando
la crisi con una visione del mondo e un
progetto-Paese capaci di affascinare,
trascinare, convincere, come avrebbe
potuto fare la destra, se non avesse
sbagliato, se non si fosse divisa.
134
Le sorti di questa manovra, la più im-
portante e forse la più decisiva della
recente storia italiana, lo dimostrano.
In nessuna parte è emersa una propo-
sta, un'idea, un progetto dalla destra o
almeno dai suoi uomini. Ininfluente,
come mai era accaduto. Eppure, sulla
carta non dovrebbe essere così, se non
altro sommando incarichi e ruoli, nella
maggioranza e fuori, dei suoi esponen-
ti.
A differenza di un anno fa, quando an-
cora, seppur divisa, la destra italiana
sembrava comunque in condizione di
determinare in un senso o nell'altro,
dentro o fuori il Pdl, le scelte e la dire-
zione politica, oggi appare solo mera
comprimaria di altri progetti, di per sé
deboli e comunque contraddittori. An-
cora un anno fa, dentro il Pdl contava-
no davvero i cosiddetti "colonnelli", i
quali uniti in un patto apparivano co-
munque solidi e decisi e capaci di in-
fluenzare i provvedimenti del governo
e le scelte del partito. Sempre un anno
fa, il leader Fini, seppur sull'onda dello
"strappo", sembrava in condizione di
riaffermare una leadership diversa, an-
che conflittuale, comunque fascinosa,
seppur avventurosa. E persino la De-
stra di Storace, in un percorso diverso,
al fianco di Berlusconi, appariva rige-
nerata, comunque in condizione di
svolgere un ruolo nuovo interno alla
coalizione. Un anno dopo, questi ten-
tativi appaiono tutti ormai esauriti,
ciascuno nel proprio ambito subordi-
nati a progetti altrui.
La destra italiana, divisa e contrappo-
sta, ha esaurito la sua spinta propulsi-
va e ora giunge il classico e imperioso:
che fare? Che fare davanti alla diaspo-
ra? Che fare per dare un progetto al-
l'Italia e quindi all'Europa senza il qua-
le non si possono chiedere sacrifici che
dovremmo comunque sostenere?
Ne vogliamo discutere, senza rancori e
pregiudizi, senza steccati e preconcet-
ti, nella convinzione che la strada del
popolarismo europeo, con la costru-
zione di un Ppe italiano, sia abbastan-
za grande per contenere una destra
moderna, aperta, plurale, riformista
come abbiamo sempre sognato, ma
anche convinti che non possa essere il
frutto di un'alchimia politica. Fareitalia
per Faredestra, meglio ancora Farede-
stra per Fareitalia, sarà un percorso
culturale e politico che proporremo ai
protagonisti di ieri, soprattutto a quelli
che vorremmo siano i protagonisti di
domani. Seminari, convegni, docu-
menti, idee per analizzare, confrontar-
ci e, se possibile, ritrovarci in un per-
corso comune, in un grande progetto
quale l'Italia ancora cerca e soprattut-
to merita.
Rinvigorire la trama di un'idea evi-
tando operazioni-nostalgia
di Gennaro Malgieri
6 settembre 2011
Allo sportello degli oggetti smarriti
non ne sanno niente. Nelle redazioni
dei giornali frugano tra le carte recenti
e meno recenti accumulatesi sulle scri-
vanie, ma amaramente rispondono che
perfino il ricordo è sbiadito. Qualcuno
rammenta di averla sentita nominare
di sfuggita, ma non ricorda dove. E pu-
135
FAREITALIAMAG
136
re al quotidiano che un tempo era il
suo tempio nessuno sa dire se è anco-
ra in vita o se si è nascosta in qualche
anfratto o è stata sequestrata da eso-
terici contemplatori di icone politico-
culturali pre-moderne. Neppure quan-
ti avevano affidato i loro destini parla-
mentari alla custodia della preziosa re-
liquia, cui aggrapparsi nel momento
del bisogno, sanno dire che fine abbia
fatto: invocano come attenuante alla
deprecabile distrazione l'urgere delle
pratiche del politicantismo cui non ri-
nuncerebbero per nulla al mondo.
Stiamo così, nullificati nella nostra es-
senza di vecchi militanti della destra
smarrita, delusi che quell'antico sog-
getto che pure ritenevamo indistrutti-
bile, ma capace comunque di contami-
nare e di non disdegnare a sua volta
produttive contaminazioni, non sia di-
ventato uno degli elementi portanti di
un grande movimento conservatore.
Disperatamente, tuttavia, la cerchiamo
questa destra cui abbiamo dedicato
buona parte della nostra vita e ci asso-
ciamo all'appello di Adolfo Urso che
come tanti si è messo in cammino. La
difficoltà sta nel non aver mai superato
o metabolizzato la tragedia politica
che si è consumata non un anno fa, ma
più di tre anni or sono, quando, senza
prevederne le conseguenze, si è abro-
gato il solo soggetto che incarnava la
destra, senza ottenere in cambio nulla.
Acqua passata, non vale neppure la
pena tornarci su. Quel che serve ades-
so è ricomporre la trama di un'idea, di
una storia, di una comunità, non tanto
per salvare quel che resta della destra
che fu, quanto per farla utilmente vive-
re in un soggetto che senza di essa, co-
me da tempo constatiamo, non ha
un'anima.
Perciò, lungi dal ritenere che la destra
sia morta e seppellita, credo valga la
pena riportarla nell'agone politico e
culturale rimettendo insieme le sue
membra disperse. Non certo per dare
compimento ad una sterile operazio-
ne-nostalgia, ma piuttosto per sostan-
ziare un progetto politico che delle
idee della destra può giovarsi proprio
in vista della costituzione di un'allean-
za popolare che si riconosca a pieno ti-
tolo nel conservatorismo dinamico del
Partito popolare europeo.
È fin troppo evidente che chi s'incana-
glisce nel rigettare questa prospettiva,
pur venendo da destra, vuol dire che
intende chiamarsi definitivamente
fuori ed imboccare altre strade. Ma chi,
al contrario, ritiene che l'esperienza di
centrodestra in Italia non possa pre-
scindere dall'apporto decisivo di tutte
le componenti che nei valori della de-
stra si riconoscono, è inevitabile che
metta da parte idiosincrasie ed incom-
prensioni, risentimenti e rancori e trovi
il modo per rimettersi in gioco.
Personalmente auspico la fine della
diaspora a condizione che non si chie-
da a nessuno di celebrare le proprie ra-
gioni da scagliare contro i presunti o
reali torti degli altri. E sono anche con-
vinto che la ricomposizione della de-
stra, oltre a rafforzare il quadro bipola-
re, eviterà la deflagrazione di quel co-
siddetto mondo moderato in affanno,
disorientato quando non piegato.
Non credo ci sia bisogno di guardare
molto lontano per ritrovare ciò che mi
ostino a credere si è momentanea-
mente smarrito. Basta guardare dentro
se stessi, nelle proprie storie, nei per-
corsi compiuti. Nulla è per sempre in
politica. Tantomeno i distacchi. Non
siamo soltanto noi ad avvertire la ne-
cessità di una destra autentica, aperta,
collaborativa, incline al confronto con
gli avversari,riconoscibile per la sua vi-
sione del mondo e della vita. È il no-
stro Paese soprattutto che ne sente la
mancanza. Ne sono convinto. E non
certo da oggi.
Ridefiniamo la destra per ripartire
di Cristiana Muscardini
6 settembre 2011
Coraggiosa la decisione di FareItalia e
di Adolfo Urso di ‘aprire’ in questo
momento schizofrenico un vero dibat-
tito sulla Destra. Per rispondere ai
quesiti, espliciti e sottintesi, dobbiamo
però intenderci su che cosa è, per cia-
scuno di noi, Destra e se, nel XXI seco-
lo, possiamo continuare a riferirci a
schemi datati nella storia, nella crona-
ca e nella realtà.
Per quanto mi riguarda, Destra è il co-
stante impegno in politica, in econo-
mia, nella vita, per costruire una socie-
tà basata su regole condivise e rispet-
tate e con governi in grado di verificar-
ne e imporne l’applicazione. Un gover-
no di donne e uomini al di sopra di
ogni sospetto, in grado di rinunciare
alle proprie ‘pulsioni’ personali e con-
sapevoli che il confronto corretto con
le opposizioni e la società è necessario
alla democrazia. Destra è privilegiare
l’economia reale, credere nella colla-
borazione tra capitale e lavoro, è pre-
venire il conflitto generazionale che
oggi è fomentato dall’accentramento
nelle mani di pochi, sempre gli stessi,
da leggi elettorali che espropriano i cit-
tadini dal diritto di scelta, dal clienteli-
smo esagerato e dalla corruzione, dal-
l’incapacità di creare opportunità per i
giovani e di conservare l’esperienza dei
più anziani. Destra è dare a tutti le
stesse opportunità e premiare il merito
e l’impegno senza distinzioni di sesso,
razza, religione o appartenenza partiti-
ca.
Destra è rispetto dell’ambiente come
patrimonio comune, difesa della sfera
privata e dello stato nazionale, è lotta
all’evasione, allo sperpero, alla corru-
zione. Destra è combattere il Dio de-
naro diventato nel mondo l’unico refe-
rente, per noi occidentali come per i ci-
nesi. È sapere ammettere gli errori e
combattere il mercimonio di valori e di
sesso.
È finito lo spazio a mia disposizione,
ma ne possiamo parlare ancora se vo-
gliamo stabilire insieme ciò che la De-
stra dovrebbe essere. Quello che è
chiaro a tanti ormai è che oggi la De-
stra, in Italia sicuramente, non ha rap-
presentanza politica definita e forse,
dopo la morte del Comunismo e il ran-
tolo di un capitalismo becero e autole-
sionista, dobbiamo cominciare a dire
quello che disse Voltaire: «Se vuoi par-
lare con me fissa i tuoi termini».
Senza termini chiari, senza progetti
pensati, discussi e condivisi la confu-
137
FAREITALIAMAG
138
sione continuerà a regnare sovrana
dando disperazione ai più e denaro e
potere a chi come scopo ha solo pote-
re e denaro.
È tardi per ricucire, ognuno cammi-
ni con le proprie gambe
di Alessandro Campi
7 settembre 2011
Non vorrei sembrare scortese o male-
ducato, né passare per il solito intellet-
tuale piantagrane e scarsamente socie-
vole, ma di ricompattare, ricucire, riag-
gregare, rimettere insieme, insomma
far rivivere, la destra che un tempo si
riconosceva in Alleanza nazionale e
nella leadership di Fini a me – lo dico
col gergo tipico della politologia acca-
demica – non me ne può fregare di
meno. Diciamo meglio, si tratta di una
prospettiva che, oltre a non interessar-
mi sul piano personale, ritengo di nes-
suna utilità e di scarsa praticabilità sul
terreno politico.
La destra dispersa e smarrita che
Adolfo Urso generosamente invita a ri-
trovare la sua strada, non si trova in-
fatti in questa condizione disperante –
residuale e ininfluente a dispetto del
potere che qua e là pure gestisce – per
caso o per colpa di un destino beffar-
do. Se ha dilapidato un intero patri-
monio di idee e passioni, se negli anni
essa non è mai riuscita ad incidere nel
dibattito pubblico o a influire sul lin-
guaggio corrente, se si è ridotta strada
facendo a scimmiottare la Lega e a di-
pendere dagli umori senili di Berlusco-
ni, è solo perché – messo alla prova
dalla storia – il suo gruppo dirigente
(rimasto immutato dal 1994 al 2011) ha
semplicemente dato una pessima pro-
va di sé.
La diaspora che oggi si vorrebbe arre-
stare nasce insomma da un colossale
fallimento – umano e politico – del
quale, prima di immaginare ricomposi-
zioni e riaggregazioni tra vecchi sodali,
bisognerebbe prendere atto, come si
diceva nella destra d’un tempo, con vi-
rile fermezza, traendone le conseguen-
ze debite.
Il fallimento umano – come già mi è
capitato di scrivere proprio su questo
webmagazine all’inizio dell’estate – lo
si evince dallo sfilacciarsi dei rapporti
personali, dal venire meno di ogni resi-
dua solidarietà, tra quelli che furono
detti i “colonnelli” di Fini e tra questi
ultimi è il loro leader d’un tempo. Van-
tarsi di essere una “comunità” mossa
da grandi ideali per poi scoprirsi emo-
tivamente estranei l’uno all’altro, divisi
da antipatie profonde e rancori sordi, e
per di più animati solo da ambizioni di
carriera, è la triste realtà con la quale
ha dovuto fare i conti la destra italiana,
paradossalmente nel momento del suo
massimo successo mondano. E chissà
che non esista una relazione tra le due
cose: se la marginalità favoriva la coe-
sione degli “stranieri in patria” e li ren-
deva finanche intellettualmente vivaci,
l’accesso al potere e ai suoi pur mode-
sti fasti li ha ingaglioffiti sul piano ca-
ratteriale e resi sterili, ha rivelato il
bluff esistenzial-politico di chi per anni
si era nascosto dietro parole e procla-
mi roboanti, rivelatisi al dunque dram-
maticamente vuoti.
139
FAREITALIAMAG
Il fallimento politico – ben più grave –
lo si evince invece dal fatto che la de-
stra moderna, riformista, liberale,
pragmatica e bla-bla-bla annunciata a
Fiuggi nel 1995 con l’ovvio e compren-
sibile obiettivo di tagliarsi i ponti alle
spalle, di chiudere per sempre col no-
stalgismo neofascista e col culto sepol-
crale del passato, non s’è mai concre-
tizzata come da promesse e premesse.
Il salto storico – in termini di mentalità,
cultura politica e linguaggio – sempli-
cemente non s’è prodotto: nel mentre
accresceva, insperabilmente, consensi
e voti la destra aggregatasi intorno ad
Alleanza nazionale s’impoveriva nei
contenuti e nella capacità d’elaborazio-
ne; si blindava alla stregua di un’oligar-
chia (peraltro rissosa al suo interno); si
limitava, in quanto destra del centrode-
stra, a cavalcare il risentimento sociale
e un vago sentimento patriottico; si
adattava, sul piano dello stile e della
forma mentis, senza alcuna riserva cri-
tica o ambizione di originalità, alla vi-
sione berlusconian-leghista d’un Italia
carnascialesca e schiumante rabbia.
Non tenuta unita altro che da ragioni
di convenienza elettorale, svuotata al
suo interno e senza un’autonomia po-
litico-culturale apparente, questa de-
stra – incapace di rinnovarsi e di cam-
biare, come ha dimostrato il fallimento
dell’estremo tentativo finiano – si è in-
fine frantumata e dispersa in una mol-
teplicità di direzioni. Una storia è dun-
que finita per sempre, ma un’altra, a
patto che si rifletta sugli errori com-
messi, potrebbe a questo punto pren-
derne in posto.
Ma quale storia “nuova” può adesso
cominciare? Dinnanzi allo spettro
della definitiva dispersione di un
mondo, che potrebbe comportare alti
costi personali, si propone di riunire i
cocci dimenticando le divisioni di un
tempo, affinché tutti nuovamente
uniti si possa contare ancora qualcosa
nel contenitore partitico destinato a
raccogliere prima o poi l’eredità poli-
tica di Berlusconi.
Ma che senso ha, a questo punto,
pensare di rimettere insieme Storace
e La Russa, Bocchino e Alemanno,
Matteoli e magari persino Fini – nella
forma di una corrente, di un movi-
mento d’opinione, di un gruppo d’in-
teresse, perché è ovviamente escluso
che si possa rifare un partito della
destra dopo che si è chiuso per sem-
pre quello che esisteva – se non ob-
bedire ad un impulso sentimentale e
nostalgico, di nessun significato poli-
tico? Non sarebbe meglio, visto come
sono andate le cose, che ognuno
camminasse con le proprie gambe,
industriandosi – avendone la voglia e
la capacità – per dare vita a qualcosa
di veramente originale, cercando ma-
gari nuovi compagni d’avventura,
aprendosi a nuove suggestioni e vi-
sioni? Altro che fermare la diaspora,
dal mio punto di vista! Semmai il
contrario: lo psicodramma di una de-
stra che si è dissolta da sé deve con-
sumarsi sino all’ultimo fotogramma.
Poi si vedrà: la politica e la storia non
si fermano certo perché qualcuno ha
mancato l’occasione che gli è stata
offerta dal destino.    
140
141
FAREITALIAMAG
È finita una fase storica e politica,
ora tocca ai giovani
di Angelica Stramazzi
8 settembre 2011
Ho letto – e apprezzato – l’intervento
che ieri il professor Campi ha pubbli-
cato su questo webmagazine, meravi-
gliandomi – e non poco – del fatto che
nessuno fino ad ora avesse avuto il co-
raggio di riflettere sullo stato di salute
di una destra che, finita l’avventura
aennina, si è ritrovata orfana di sé
stessa, prigioniera di un mondo all’in-
terno del quale aveva vissuto prima
della (non) riuscita fusione “a caldo”
con la compagine forzista guidata da
Silvio Berlusconi. Di fronte ad un de-
serto delle opinioni – e quindi delle
proposte di rilancio e rivitalizzazione
di una creatura amorfa e piuttosto
agonizzante -, Adolfo Urso ha avuto
senza dubbio il merito di riaccendere
un serio e ragionato confronto sul pas-
sato ma soprattutto sul futuro di que-
sto Paese. Un futuro che, come è stato
a più riprese sottolineato, deve neces-
sariamente vedere l’emersione di
quelle componenti giovani e virtuose
che la politica italiana, nonostante le
sue storture e bizzarrie, comunque co-
nosce. Il che – si badi bene – non
equivale di certo ad una semplice e ba-
nale “rottamazione” di chi ci ha tra-
ghettato dalla Prima alla Seconda Re-
pubblica, quanto piuttosto alla presa
d’atto che un intero gruppo dirigente
ha esaurito la propria missione, ha gio-
cato la propria partita e ora spetta a
qualcun altro farsi avanti. Ammesso e
non concesso che questo qualcuno ab-
bia poi il giusto spazio di manovra per
potersi inserire, esprimere e contare
abbastanza sullo scacchiere nazionale
ed internazionale.
Detto questo – e sottoscritto intera-
mente il fatto che la destra postfascista
non sia stata in grado di incidere nel di-
battito pubblico o di influire sul lin-
guaggio corrente –, credo che sia bene-
fico e alquanto necessario, per il nostro
sistema politico, mantenere (o ricrea-
re?) al suo interno pezzi di un passato
che, seppur impolverato e a tratti in-
gombrante, va preservato e protetto
dal virus impopolare dell’antipolitica.
Dal pericolo di chi grida “al lupo al lu-
po”, spaventando chi si trova attual-
mente indifeso e spaesato, con il solo
obiettivo di destabilizzare un sistema
già di per sé traballante e vacillante. A
prescindere dai fallimenti umani e dalle
ambizioni personali – chi in politica,
ma anche nella vita di tutti i giorni, non
coltiva aspirazioni di crescita personale
e professionale? – che gli ex colonnelli
di Fini hanno maturato nel corso degli
anni, rileva senza dubbio il fallimento
politico di una comunità incapace di
reinterpretare sé stessa, di moderniz-
zare le sue logiche interne e, in buona
sostanza, di parlare un unico verbo
universalmente condiviso da tutte le
sue componenti. Così purtroppo non è
stato, ed oggi il non aver sfruttato que-
sta opportunità una volta arrivati alla
guida del Paese pesa come un macigno
sulle spalle di chi, esule in Patria, non
ha potuto far valere un bagaglio prezio-
so di idee e passioni, finendo invece
per dilapidarlo miseramente. È vero,
142
come afferma Campi, che la politica e la
storia non si fermano perché qualcuno
ha mancato l’occasione offertagli dal
destino, ma è pur necessario che qual-
cuno si impegni davvero e in maniera
cosciente per far sì che i valori di quella
“destra del centrodestra” mantengano
immutata la loro essenza, pur all’inter-
no di una prospettiva d’azione globale
e facilmente mutevole. Le giovani gene-
razioni – quelle che più di ogni altro
segmento della società stanno pagando
gli errori e le scelte sbagliate di chi le ha
precedute – vivono attualmente in un
profondo stato di smarrimento e sfidu-
cia nei confronti del domani e di quel
futuro tutto da costruire di cui si accen-
nava all’inizio. Per questo motivo – ma
anche per non gettare all’aria quei
quattro brandelli di storia che sono ri-
masti a nostra disposizione – occorre
non arrendersi, ma continuare ad ela-
borare proposte, idee, pensieri ed azio-
ni positive. Di questo il nostro Paese ha
bisogno: le evoluzioni dei sistemi politi-
ci e partitici troppo spesso non coinci-
dono con le trasformazioni di un’intera
nazione.
Oltre le derive carismatiche
di Federico Eichberg
13 settembre 2011
È l’ora, a destra, della contabilità di
speranze crollate in un cumulo di ma-
cerie? Ci troviamo davanti a uno sce-
nario di disillusione, di sconforto, di
impoverimento delle passioni e delle
relazioni (perfino umane)? Il marato-
neta si è effettivamente smarrito all’in-
gresso dello stadio?
I quesiti e le inquietudini che trapelano
dall’appassionata analisi di Adolfo Ur-
so (e dalle numerose risposte) suscita-
no nel lettore un sentimento misto di
rabbia e di fatalismo, per quello che
non si è stati capaci di fare, per l’esito
scontato di una storia, per l’inconsi-
stenza di alcuni interpreti, per la dila-
pidazione di un patrimonio di idee e di
consensi elettorali.
Due elementi servono a mio avviso a
comprendere il perché di un disorien-
tamento così palese nella destra italia-
na: innanzitutto l’aver accettato supi-
namente per un quindicennio la deriva
carismatica e leaderistica della politica
dopo la fine della I Repubblica (e lo
“scongelamento” dei blocchi politici ed
elettorali) ha portato, nel momento in
cui questo carisma è venuto meno,
all’odierno, inevitabile disorientemen-
to e sfarinamento della capacità di
proposta poltica. Tale progressivo ap-
piattimento su un’idea di politica cen-
trata sulla forte mediatizzazione (cau-
sa ed effetto della deriva carismati-
ca/plebiscitaria) ha tradito una più so-
lida visione della destra fondata invece
sui corpi sociali e sulle dinamiche rela-
zionali e partecipative “sussidiarie”. In
sostanza la destra ha accettato (corret-
tamente) negli anni ’90 di uscire dal-
l’epoca delle ideologie, ma ha accetta-
to (colpevolmente) di entrare nell’epo-
ca degli «-ismi» con la radice nel nome
di leader carismatici, mediatici e a-
ideologici; di entrare in un’epoca in cui
il messaggio assume la connotazione
di una proiezione di personalità, gusti
e stili individuali. L’identificazione con
143
FAREITALIAMAG
il sogno (e l’arbitrio) individuale, con la
storia di vita e di successi, con mondi e
modi del leader, ha trasformato la for-
mazione del consenso, la selezione
della classe dirigente, la scelta dei re-
sponsabili della cosa pubblica e la di-
namica di “partecipazione” sociale,
nella declinazione del leaderismo e del
carisma che lo accompagna.  La forte
mediatizzazione della contesa ha por-
tato alla «dis-intermediazione», legata
al rapporto carismatico leader-eletto-
rato, rendendo le campagne elettorali
(e perfino i simboli partitici) candida-
te-centered, a «misura di» leader, e tra-
sformato i partiti in mere macchine
elettorali (candidate-parties). Il cer-
chio si è chiuso con una legge elettora-
le che consente ai leader di partito di
«designare» gli eletti e di vincolarli a
una fedeltà assoluta nei suoi confronti,
ai limiti della sudditanza.
Ma proprio questa democrazia plebi-
scitaria diviene vittima delle estempo-
raneità legate alla personalizzazione,
e, in ultima analisi, alla minore o mag-
giore “biodegradabilità” del leader e
del suo corpo carismatico. E quando le
leadership e i carismi evaporano, si
scopre di non aver costruito nulla in
termini di partecipazione e di “reti so-
ciali” (nella convinzione che la disinter-
mediazione carismatica sia la panacea)
e ci si ritrova soli. Questa è la prima
causa su cui riflettere.
In secundis la destra si è approcciata al
governo (nazionale e locale) con una
convinzione anch’essa leaderistica e
aliena alla cultura dei corpi intermedi:
ovvero l’idea che le “politiche pubbli-
che” siano esclusivamente una proie-
zione (e destinazione) di investimenti e
strumenti facenti capo allo Stato e ai
suoi “centri di costo” (o ai diversi livel-
li di governo locale). Rimuovendo
l’idea che i corpi intermedi siano (sus-
sidiariamente) titolari di politiche pub-
bliche (e di energie da liberare), ma ali-
mentando l’idea, vagamente feudale e
clientelare (con annessa vanità dei clo-
ni locali del Leader nazionale), che so-
no le casse pubbliche e le risorse oc-
troiée (gentilmente concesse da loro) a
far muovere l’economia e la società.
Nulla di più sbagliato. Perché in sé ha
riprodotto il peggio delle clientele (e
della corruzione) della Prima Repub-
blica dei “notabili” e dei vassalli (ma
con l’aggiunta di un voyeurismo di cui
davvero non si sentiva il bisogno); in
secundis perché ha lasciato paralizzata
la destra di governo nel momento in
cui le risorse pubbliche sono divenute
via via più rarefatte (e oggi pressoché
inesistenti) e la società civile trascurata
(e anzi impoverita come nel caso delle
famiglie) risultava incapace di divenire
motore dello sviluppo.
La destra, resasi progressivamente
conto dell’evaporazione del leader e
del diradamento delle risorse pubbli-
che (i due strumenti di rapporto diret-
to e spesso clientelare con l’elettorato)
non ha intrapreso un percorso – arduo
ma necessario – di esplorazione e
coinvolgimento dei corpi sociali. Ha
preferito navigare nell’orizzonte del
«presentismo», della prospettiva (poli-
tica e individuale) segnata da «istinti e
istanti», si è arroccata sui rispettivi
144
nulla impegnandosi in futili battaglie
per screditare il nemico (sia esterno al-
la destra che interno o “scissionista”)
di volta in volta elevato a paradigma
negativo. I meccanismi dell’invettiva e
dei rancori si sono inseriti nella piega
di antiche amicizie, di sodalizi consoli-
dati, di tensioni ideali improvvisamen-
te scopertisi poco più che case di car-
tapesta, buttate giù dal soffio di un ag-
gettivo malefico, una scelta non condi-
visa, una diversa valutazione sullo sta-
to di salute della maggioranza di gover-
no o dell’Italia. L’amico di un tempo di-
venta all’improvviso servo, servo
sciocco (del Leader carismatico o della
Sinistra salottiera), cameriere, nemico
per la pelle, traditore, addirittura «tra-
ditore della patria». Termini che a de-
stra evocano rimossi mai troppo ri-
mossi, il vocabolario di ferite antiche e
simboli mortiferi.
Così la destra non può oggi che rico-
minciare dalla rimozione dell’idea lea-
deristica e carismatica (peraltro non
più vincente) e dalla simultanea ricerca
di un dialogo aperto e limpido con una
società viva da “empower”, da chiama-
re in causa come generatrice di risorse
e di nuovo welfare, in un’antropologia
positiva che vede nella relazionalità,
nell’innovazione, nell’impresa l’energia
che spetta al decisore politico esclusi-
vamente liberare. Così la destra (potrà
chiamarsi in questo modo o con cate-
gorie più attuali) si potrà cimentare in
una difficile ma necessaria catarsi, con
cui liberarsi di arruffapopolo e vari co-
lonnelli e graduati di truppa, con cui
uscire da presentismo e individualismo
e ritrovare la via partecipativa. E forse
un senso (e un consenso) meno volati-
le dell’impegno politico.
145
FAREITALIAMAG
Minuta
Esteri
La difficile scommessa del Perù
di Stefania Pesavento
Politica
La partecipazione politica ai tempi della crisi
di Angelica Stramazzi
RUBRICHE
Jean Monnet
Eurocrisi, la ragione è dei fessi?
di Alessandro Mulieri
Adelante al Sur
Brasile, prove di leadership globale
di Simona Bottoni
La cultura non si mangia
Caserta? Meglio di Versailles, ma...
di Giuseppe Mancini
148
A torto o a ragione, l’elezione del
presidente del Perù Ollanta Humala
ha creato molte preoccupazioni ne-
gli ambienti economici e politici
dell’America Latina. A torto, forse,
perché è indubbio che l’opera deni-
gratoria messa in atto dal partito di
Keiko Fujimori, Fuerza 2011, abbia
contribuito a darne un’immagine non
veritiera. L’essere stato un colonnello
dell’esercito, nonché strenuo opposi-
tore del regime fujimorista e simpatiz-
zante del chavismo, d’altra parte,
non hanno certo reso possibile dipin-
gere Humala come un politico affi-
dabile e moderato. D’altro canto,
non è da sottovalutare l’effettivo le-
game con Hugo Chavez, considera-
to però dallo stesso Humsla privo di
interesse eccezionale e dettato da
regole di cooperazione e relazioni
amichevoli tra politici. È chiaro che
l’aver utilizzato lo spettro chavista sia
stata una mossa astuta da parte de-
gli altri candidati, semplice e foriera
di ottimi risultati. Il ripetersi di ciò che
è accaduto in Venezuela a partire
dal 1999, rappresenterebbe una ca-
tastrofe per il Perù. La nazionalizza-
zione delle imprese, che ha costretto
molti investitori stranieri a cedere let-
teralmente le proprie attività allo sta-
to venezuelano, la scarsa e anzi
quasi assente trasparenza politica di
Caracas, i discussi accordi commer-
ciali e finanziari con Putin, rendono
questo paese l’esempio da non se-
guire. Quei governi moderati che tro-
viamo in Uruguay, Brasile, Cile, ec-
cetera, quella sinistra che ha deciso
Stefania Pesavento
La difficile
scommessa del Perù
Un’elezione
tra perplessità e attese.
E ora il neopresidente
deve raccogliere
l’ardua sfida
di traghettare il paese
verso la modernità.
di percorrere la via delle riforme con-
divise, teme la deriva chavista ogni
volta in cui si presentano sulla scena
politici non troppo avvezzi alla mo-
derazione. E così è stato durante la
prima parte della campagna eletto-
rale humalista. I toni del presidente
erano accesi, tuonavano contro le
multinazionali impegnate in Perù,
contro gli extraprofitti e proponevano
un inasprimento fiscale e l’avvio di
un ampio processo di redistribuzio-
ne. Dunque, il popolo peruviano ha
avuto paura, giovani compresi, quel-
li che sognano un mondo migliore e
optano per un futuro di riforme e
svecchiamento. Fuerza 2011 ha sa-
puto ben sfruttare il vento di opposi-
zione e timore nei confronti del rivale
e ha attivato una campagna dai toni
aspri, che ha scatenato accuse di
abuso di potere verso il candidato di
Gana Perù, quando quest’ultimo
combatteva il terrorismo. Infatti, nel
1992, nella lotta contro Sendero Lu-
minoso
1
nella provincia di Tingo
Maria, Humala avrebbe commesso
degli abusi a danno della popola-
zione civile. Di più, nessun peruvia-
no ha dimenticato il suo tentativo di
spodestare Fujimori nel 2000 in ma-
niera violenta, utilizzando veterani
della guerra contro l’Ecuador e mem-
bri delle forze che avevano combat-
tuto Sendero Luminoso. Nella rete,
tuttavia, sono stati creati gruppi in-
neggianti al boicottaggio, tanto di
Humala, quanto della Fujimori: due
populisti di segno opposto, che
avrebbero causato la rovina del Pe-
ESTERI
149
150
rù. Il rischio di ritorno alle atrocità
del decennio 1990-2000, alle vio-
lazioni dei diritti umani e alla crisi
economica, non hanno provocato
meno paura della deriva chavista.
Entrambi i candidati giunti al ballot-
taggio
2
, non incarnavano alla perfe-
zione il modello di politico sognato
dai peruviani. Infatti, a fianco dello
spettro chavista, in molti hanno visto
Keiko come l’erede del padre, scesa
in campo per farlo scagionare dalle
accuse di violazione dei diritti umani
e appropriazione indebita e per pro-
muovere interessi particolaristici. Ed
è stato proprio questo a far propen-
dere i peruviani per il male minore
nella seconda tornata elettorale, an-
che se di per sé questo non sarebbe
stato abbastanza. Cosa può fare un
elettore posto di fronte all’ alternativa
tra un regime à la Caracas e uno,
comunque diretto allo sfacelo, ma-
gari caratterizzato da barbarie?
Questo è stato il turning point, Hu-
mala e il suo entourage hanno capi-
to che era necessaria la svolta. Fino
a poche settimane prima del ballot-
taggio, i toni del neoletto presidente
erano ben poco rassicuranti. Com-
plice forse anche una notevole man-
canza dal punto di vista della cura
dell’immagine, il Perù, cresciuto
dell’8,7% nel 2010, sembrava po-
tersi dirigere, sotto il suo governo,
verso una deriva castrista o chavista
della peggior specie. Memore degli
incredibili risultati ottenuti dalla Rous-
seff facendo ricorso a trucco e par-
rucco, Humala ha deciso di cambia-
re il proprio modo di porsi, di pre-
sentarsi e di presentare la propria
proposta politica. Gana Perù ha op-
tato per la promozione dei propri
progetti in chiave nuova, molto più
inclusiva, capendo che l’eccessiva
determinazione politica avrebbe por-
tato solo alla perdita di un immenso
bacino elettorale, gli indecisi, che
avrebbero dunque votato per l’avver-
saria. Si è parlato così della “con-
versione dell’idiota”, come descritto
da Mario Vargas Llosa (1996) nella
sua introduzione al Manuale del per-
fetto idiota latinoamericano, un libro
di Plinio Apuleyo Mendoza, Carlos
Alberto Montaner e Álvaro Vargas
Llosa, (suo figlio) che descrive magi-
stralmente lo stereotipo dell’uomo
medio sudamericano, causa egli
stesso della situazione di sottosvilup-
po nella quale si trova costretto a so-
pravvivere. Il libro delinea anche i
tratti principali dei modelli politici più
erronei, burlandosi degli stessi e di-
mostrandone l’inefficacia. Tutto ciò ri-
sulta maggiormente interessante se
consideriamo che Humala stava pe-
dissequamente seguendo le linee del
manuale, forse non conscio della fi-
nalità dello stesso, critica e non cer-
to costruttiva. Così, possedendo in-
telligenza politica e sapendo che il
segreto della vittoria sta nel capire
cosa necessitano i propri concittadi-
ni in un determinato momento, il can-
didato di Gana Perù si è messo la
cravatta e ha adottato un discorso
più sereno, meno rivoluzionario e
decisamente vincente (anche perché
fu proprio la mancanza di modera-
zione nelle elezioni presidenziali del
2006 a causare la sua sconfitta al
secondo turno). In questo modo si è
Stefania Pesavento
151
garantito il voto degli esclusi, quelli
che vivono nelle aree marginali
(Amazzonia e Ande per capirci) e
che non stanno affatto beneficiando
dell’eccezionale tasso di crescita pe-
ruviano, coloro che subiscono solo
gli svantaggi a livello ambientale e
sociale. Per costoro la parola vin-
cente è stata redistribuzione. Que-
sta gente che rappresenta un terzo
della popolazione è afflitta da un
tasso di povertà quasi doppio ri-
spetto a quello delle zone costiere
(si parla del 60% nelle zone andine
rispetto al 34% nelle zone costiere)
Si è parlato in questo senso del vo-
to degli esclusi, dei non considerati
ai fini della redistribuzione del red-
dito, come spiega Georges Lomné,
direttore dell’Istituto di Studi Andini
(Ifea) di Lima.
Humala ha proposto un piano di svi-
luppo e inclusione dei dimenticati,
confermato nel suo discorso sul pro-
gramma di governo 2011-2016.
Egli infatti ha assicurato che imple-
menterà diverse misure tra le quali
spicca la realizzazione pratica del
motto “meno monumenti più opere di
sviluppo”, ma intende anche amplia-
re la rete di acqua potabile, imple-
mentare un programma di alimenta-
zione per l’infanzia (che prevede tra
l’altro l’attuazione di programmi ali-
mentari nelle scuole), la lotta contro
la corruzione e il narcotraffico e so-
prattutto si muoverà in maniera deci-
sa per risolvere il problema di sotto-
ESTERI
152
rappresentazione dell’Amazzonia
(che, pur rappresentando il 60% del
territorio, conta pochissimo a livello
politico).
Questa conversione ha regalato a
Gana Perù il 51,3% dei voti con un
distacco dalla Fujimori di ben
400mila preferenze. Come tale
cambiamento sia stato possibile, so-
prattutto alla luce del precedente più
importante del caso, vale a dire la
sconfitta dello stesso presidente nelle
elezioni del 2006, è facilmente rias-
sumibile nel cambio di programma e
nelle linee inclusive dello stesso.
Il successo è stato determinato so-
prattutto dalla ferma volontà di ridi-
stribuire la ricchezza, seguendo un
nuovo trend rispetto ai governi pas-
sati, che hanno invece permesso la
concentrazione delle risorse nelle
mani di pochi, facendo del Perù uno
dei paesi più diseguali nel continen-
te dove la disuguaglianza regna so-
vrana. E se lo spauracchio del popu-
lismo à la Caracas fa paura, le pro-
messe di politiche sociali più inclusi-
ve attirano le simpatie dei più. Lo
stesso Humala ha proposto di co-
struire dei nuovi strumenti di indagine
statistica per creare una mappa del-
la disuguaglianza. Tuttavia, cotanta
bontà sociale cela dei rischi, deter-
minati dalla paura dell’inasprimento
fiscale, o della chiusura al libero
mercato. Certamente il timore di ve-
der allontanarsi dal paese i 40 mi-
liardi di dollari che dovrebbero esse-
re investiti nel corso dei prossimi die-
ci anni in progetti legati all’energia
e all’industria mineraria (progetti di
grosse imprese straniere che hanno
deciso di investire in Perù, non solo
per le abbondanti risorse, ma anche
per la stabilità del clima politico) è
stato uno degli argomenti più discus-
si durante la campagna elettorale.
Bloccare questi investimenti signifi-
cherebbe inimicarsi gli investitori
stranieri e la stessa base elettorale di
Gana Perù, composta da coloro i
quali vedono la propria sopravviven-
za messa in gioco dalla mancanza
di opportunità lavorative e progetti
stranieri. E non solo costoro, ma tutti
i peruviani baciati dalla bonanza,
che sono stati prontamente rassicura-
ti dall’abbandono di piani “contro lo
straniero e il capitalismo” e in parte
hanno espresso la loro fiducia verso
Gana Perù. Dunque, la carta vincen-
te di Humala è stato il connubio tra
la volontà di seguire nel processo di
crescita e quella di tenere in consi-
derazione chi fino a oggi non ne ha
tratto beneficio.
A livello internazionale, si sa, la noti-
zia della vittoria di un partito populi-
sta già di per sé non fa nascere se-
gnali di fiducia, tantomeno se ac-
compagnata da una serie di iniziati-
ve che profumano di rivoluzione ca-
strista e/o cacciata delle imprese
straniere. Se sul populismo poco
c’era da fare, il secondo punto ha
attivato un immediato segnale di sfi-
ducia da parte dei mercati: all’indo-
mani delle elezioni, la Borsa di Lima
ha subito una caduta vertiginosa.
Gli analisti di Bank of America Mer-
rill Lynch hanno infatti esposto le loro
preoccupazioni sugli investimenti in
imprese del settore minerario, tanto
per i possibili aumenti in termini di
Stefania Pesavento
153
Ollanta Humala è il secondo di sette fratelli; il padre è l'ideologo fondatore di una
dottrina ultranazionalista basata sulla esaltazione del glorioso passato incaico. Hu-
mala ha iniziato la sua formazione nel Collegio Peruviano-Giapponese "La Unión" di
Lima. La sua carriera militare cominciò nel 1982.
Nel 1992 Humala prestò servizio nella provincia di Tingo María (Dipartimento di
Huánuco), combattendo contro le ultime cellule di Sendero Luminoso. In questa cir-
costanza avrebbe commesso una serie di abusi contro la popolazione civile; questi
fatti costituiscono uno dei punti di forza della contestazione dei suoi oppositori po-
litici. Nel 1995 partecipò al conflitto Perù-Ecuador, di stanza presso una base milita-
re in prossimità dei due paesi, anche se non partecipò direttamente ai combatti-
menti.
Il 29 ottobre 2000, insieme a suo fratello Antauro e ad altri 78 soldati, principal-
mente veterani della guerra contro l'Ecuador e membri dei nuclei antiguerriglia che
avevano combattuto contro Sendero Luminoso, prese d'assalto la miniera di Toque-
pala (Dipartimento di Tacna) con l'intento di spodestare l'allora presidente Alberto
Fujimori.
Dopo questa azione, condotta in un periodo durante il quale il regime di Fujimori
stava iniziando a perdere consenso, Ollanta Humala, insieme al manipolo di soldati
che aveva sollevato, continuò a denunciare alle popolazioni andine l'illegalità del go-
verno Fujimori e la corruzione dei capi militari delle Forze Armate peruviane. In se-
guito ai disordini creati da Ollanta Humala, Alberto Fujimori fu costretto a fuggire
dal paese e il governo transitorio di Valentín Paniagua che gli succedette offrì ad Hu-
mala una amnistía se avesse accettato di deporre le armi. Con l'appoggio dei politici
che erano stati in precedenza oppositori tradizionali di Alberto Fujimori, Humala
poté tornare ai suoi incarichi militari e fu nominato attaché militare presso l'amba-
sciata peruviana di Parigi e in seguito a Seoul. Nel 2004 fu congedato dall'esercito.
Nell'ottobre del 2005 Humala si è proclamato leader del Partido Nacionalista Pe-
ruano e ha proposto la sua candidatura alla Presidenza del Perú alle elezioni politi-
che del 2006. Non avendo potuto iscrivere il partito in tempo utile presso il Tribu-
nale Nazionale delle Elezioni, si è alleato con il partito Unión por el Perú, designan-
do come vicepresidenti, in caso di elezione, due membri di quest'ultimo gruppo:
Gonzalo García Núñez, membro del Consiglio di Amministrazione del Banco Central
de Reservas del Perú, e Carlos Alberto Torres Caro, avvocato. Nei mesi di novembre
e dicembre 2005 la comunità ebrea peruviana ha accusato Humala e il suo partito
di perseguire una politica xenofoba e razzista. In seguito, però, dopo un incontro fra
il leader della comunità ebraica Isaac Mekler e Ollanta Humala, le posizioni si sono
ammorbidite, fino al punto che, alla promessa di candidatura per un posto nel Par-
lamento di Lima, lo stesso Mekler ha aderito al Partido Nacionalista Peruano. Hu-
mala gode di una forte popolarità nella zona meridionale del paese, per la sua critica
al modello neoliberista e ai partiti politici tradizionali, colpevoli di non avere mai ri-
spettato le aspettative del popolo.
Si ricandida alle elezioni presidenziali del 2011 come candidato socialdemocratico
pragmatico con posizioni in ambito etico di "cattolico conservatore" mostrandosi
contrario ad aborto, matrimonio gay ed adozioni. Al primo turno arriva in testa con
il 31,6%, sfidando al ballottaggio la candidata della destra Keiko Fujimori. Il 6 giugno
2011 è diventato il nuovo Presidente del Perù.
FOCUS
Chi è Humala, leader controverso e discusso
ESTERI
154
imposte (imposte corporative del
30% e regalie tra l’1 e il 3%) quanto
per i ritardi nei progetti causati da
ragioni amministrative/legislative. La
risposta a tali incertezze del mercato
è stata prontamente fornita da Kurt
Burneo, uno dei consiglieri economi-
ci di Humala, nonché probabile futu-
ro ministro delle Finanze ed è stata
ben recepita dal mondo economico-
finanziario. È infatti stato espresso un
certo grado di fiducia riguardo l’in-
tenzione del presidente di rispettare
l’indipendenza della Banca centrale
(è stato proposto al suo attuale presi-
dente Julio Velarde di proseguire nel-
l’incarico) e di non frenare la cresci-
ta del Pil con una politica fiscale pu-
nitiva, pur tenendo ben presente
l’obiettivo di ridurre il rapporto debi-
to/Pil (comunque il migliore della re-
gione) nel rispetto dei contratti già
firmati e promuovendo i progetti di
investimento privati. Così, Standard
& Poor's, Moody's e Fitch non hanno
modificato le loro aspettative riguar-
do la solvibilità peruviana, dando la
loro fiducia in una prospettiva a me-
dio termine e confermando la solidi-
tà nel lungo periodo. Questo è stato
possibile grazie alla continuazione
della “conversione dell’idiota” e al
prezioso aiuto fornitogli dal suo en-
tourage. In primis, va menzionato
Kurt Burneo che rassicurando popo-
lo, investitori e arena internazionale,
ha mantenuto alto il grado di con-
senso. La conversione, inoltre, ha
previsto un viaggio del neopresiden-
te attraverso il continente, per stringe-
re rapporti con i propri omologhi e
rendere ancor più comprensibile il
Stefania Pesavento
155
ESTERI
modello economico che intende se-
guire. Per questo la prima tappa de
la vuelta è stata il Brasile: l’alternati-
va buona al Venezuela, l’alternativa
vincente che fa gola a tutti e che
rappresenta un motore aggiuntivo di
crescita. Cercando infatti Brasilia la
sua via al Pacifico, il Perù ricopre un
ruolo decisivo e si vede inglobato in
un nuovo meccanismo propulsore.
Ecco, dunque, il “flagello di dio”, il
pericolo imminente, diventa promoto-
re/salvatore della patria (cose da
manuale). La domanda spontanea è:
durerà? Ossia, questa nuova faccia
di Humala, quest’opera magna di
trasformismo è irreversibile? La con-
versione non è una strategia di fac-
ciata per guadagnare la presiden-
za? Il presunto connubio con il libe-
ralismo continuerà? O andremo in-
contro a una deriva à la Caracas
che il Perù certo non può permetter-
si, anche per diversi fattori di carat-
tere internazionale? Sarebbe idiota,
per riprendere Vargas Llosa, seguire
l’esempio dell’ex migliore amico per
abbandonare quello dell’attuale mi-
glior amico Lula, ma molto dipende-
rà dalle congiunture internazionali e,
in particolar modo, dall’andamento
dei prezzi delle materie prime. Se
questi continueranno ad aumentare
sarà più facile seguire la via Lula,
ma se cadranno la via populista si
farà più attraente. Nulla ci garanti-
sce che un giorno, con un coup de
theatre, le cose cambino radicalmen-
te per il Perù e che questo nuovo e
insperato equilibrio svanisca nel nul-
la. Non c’è sicurezza a riguardo, il
germe populista sudamericano, uno
dei più grandi mali del continente, è
intrinsecamente legato alle questioni
internazionali ma anche alle dinami-
che interne e in un paese nel quale i
conflitti sociali (dal 2008 98 morti e
1379 feriti secondo la Defensorìa
del Pueblo) non danno alcun segna-
le di diminuire esso trova il suo am-
biente ideale.
1
Sendero luminoso è un movimento rivolu-
zionario di ispirazione maoista, nato dalla
scissione dal Partito comunista del Perù tra
il 1969 e il 1970.
2
Al primo turno, la partecipazione eletto-
rale di 19,7 milioni di elettori (di cui il
33,2% nella sola Lima) aveva già espresso
la sua preferenza per Humala, 31,23%,
seguito dalla Fujimori, 23,20%, Pedro P.
Kuczynski, 19,37%, Alejandro Toledo,
15,22% e Luis Castañeda, 10,22% (risul-
tati previsionali allo scrutinio dell’85,39%
dei voti)
l’autore
stefania Pesavento
Laureata in Scienze Internazionali e diplomatiche
presso l’università di Genova, con una tesi sul-
l’uso delle risorse energetiche come strumenti di
politica estera, si occupa di energia e di mono-
poli energetici, di energie rinnovabili e cambio
climatico.
Angelica Stramazzi
Le sfide imposte dalla globalizzazione, insieme
agli effetti provocati dalla crisi economica,
testimoniano l’impossibilità di stabilizzazione
per una società sempre più liquida.
La partecipazione
politica ai tempi
della crisi
156
POLITICA
157
Aprire alla società civile e al suo
prezioso serbatoio di idee, propo-
ste, pensieri e riflessioni. Per molto
tempo questo è stato l’imperativo
dominante inseguito da partiti e
gruppi di interesse costantemente
impegnati nella ricerca di un quid
che potesse salvarli dall’ipotesi
spaventosa di un declino o di un
tracollo imminente. Un qualcosa di
realistico e volto al pragmatismo in
grado di resuscitare la capacità di
ascolto e di sintesi che i raggrup-
pamenti delle maggiori forze in
campo sembravano aver smarrito.
Fatta propria questa
convinzione, il coin-
volgimento dei settori
di punta della società
– imprenditori, liberi
professionisti, sinda-
cati, magistrati, gior-
nalisti – è stato il mo-
tore di indirizzo e di
orientamento adottato
da chi, per fuggire dalla tecnocra-
zia e dal tatticismo imperante della
prima fase di vita della nostra Re-
pubblica, non ha esitato a convo-
gliare, all’interno del processo di
decision making, contributi e spunti
propositivi elaborati da coloro che
non incarnavano la figura dei poli-
tici di professione. Prendeva così
avvio quel periodo, non ancora
del tutto conclusosi e che, per con-
tro, i recenti avvenimenti nazionali
contribuiscono a protrarre nel tem-
po, caratterizzato da “intelligenze
positive” al servizio del bene comu-
ne e della cosa pubblica. Un pro-
cesso questo che, a ben riflettere,
richiama numerosi aspetti della fa-
se di immissione di input ed elabo-
razione di output teorizzato da Da-
vid Easton. Una sorta di black box
in grado di racchiudere gli elemen-
ti essenziali di qualsivoglia decisio-
ne politica destinata ad incidere
sul tessuto sociale di riferimento.
Ora, se l’obiettivo di ciascun deci-
sore resta quello di produrre prov-
vedimenti di qualità, tali da miglio-
rare la convivenza civile e l’intera-
zione tra i diversi soggetti agenti, il
contributo offerto da coloro che
non vivono e non fanno parte del
Palazzo si con-
ferma una possi-
bilità – e una in-
sostituibile oppor-
tunità – di cui te-
ner conto.
Tut t avia, come
accade nei casi
di estrema enfa-
t i zzazi one dei
processi decisionali, l’aspetto del
coinvolgimento dei privati cittadini
nella gestione della res publica ha
finito per convincere i più – i politi-
ci di professione e di vecchia data
– che fosse meglio restringere il
campo d’azione concesso alla so-
cietà civile e alla libera concorren-
za delle opinioni e delle idee. È in-
fatti a tutti noto che tanto più un si-
stema di regole e valori si candida
a essere aperto e plurale al suo in-
terno, tanto più aumenterà la validi-
tà e la bontà del prodotto da esso
stesso elaborato. Trasferire questo
concetto sul piano politico equivale
ad affermare che una società può
Una società può dirsi
rispettosa dell’altro solo
se ha a cuore l’interesse
di coloro che formano
quel microcosmo
158
Angelica Stramazzi
dirsi giusta e rispettosa dell’altro
solo se ha a cuore l’interesse di co-
loro che compongono quel micro-
cosmo. Se, per contro, i detentori
del potere decisionale e politico si
ostinano a non voler prestare orec-
chio alle richieste provenienti dal
mondo civile e sociale, il Paese nel
suo complesso finirà per sopporta-
re gli effetti consequenziali di misu-
re che non rispecchiano le sue ca-
ratteristiche di fondo. Pacchetti di
norme e di issue pensati e promos-
si per chi, in realtà, non ne ha im-
pellente bisogno.
Democrazia diretta e
partecipazione poli-
tica nelle poleis ate-
niesi
La teorizzazione poli-
tica – la riflessione
sulle sue caratteristi-
che, sul logos utiliz-
zato nelle assemblee
pubbliche, sui tempi e sui modi di
pensare per generalia – non può
prescindere da quello che, in que-
sto specifico frangente, rappresen-
ta ancora il terreno fertile per im-
postare (e comprendere) ogni ge-
nere di rapporto tra demos e pote-
re. L’esperienza ateniese, unita-
mente alla miriade di piccole cit-
tà/laboratorio che vengono a cre-
arsi sul suo territorio, costituisce
uno dei principali punti di riferi-
mento per chi, desideroso di cono-
scere le dinamiche di evoluzione
della società in cui è immerso, si
accinge a studiare il mondo circo-
stante. In particolare, i cosiddetti
scienziati della politica fanno – o
quantomeno dovrebbero fare – di
Atene la loro bussola, la stella po-
lare che guida ed indirizza il loro
cammino (a volte incerto, altre un
po’ meno) di studiosi e di intellet-
tuali volti al pragmatismo e alla ri-
cerca empirica.
Nel V sec. a. C., Atene è, poppe-
rianamente parlando, una “società
aperta”; nel suo esperimento di vi-
ta collettiva e di valori totalmente
condivisi, è infatti possibile rintrac-
ciare l’inizio dell’avventura moder-
na
1
. Un’economia prettamente ba-
sata sul commer-
cio, e quindi vo-
tata all’interscam-
bio di merci ma
soprattutto di cul-
ture e tradizioni
altre, unitamente
al rispetto della li-
bertà individuale
nel campo politi-
co, rendono questo microcosmo un
prezioso incubatore di tendenze e
prassi a lungo richiamate dalle
principali e più evolute società mo-
derne. Non a caso Benjamin Con-
stant
2
vede in Atene la prima in-
carnazione storica della libertà dei
moderni: una realtà sui generis, ol-
tre che una vera e propria anoma-
lia sociologica. Come già accen-
nato in precedenza, il commercio
aveva contribuito – e non di poco
– ad annullare presso il popolo
ateniese molte di quelle differenze
che distinguono le collettività anti-
che da quelle moderne. A tal pro-
posito, Karl Polanyi è arrivato a so-
Se non si ascolteranno
le richieste della società
civile, finiremo per dover
sopportare gli effetti
di misure inutili
stenere che comprendere la demo-
crazia ateniese significa “capire il
posto che vi occupò il mercato”
3
.
Tuttavia, se l’Atene di Pericle resta
di fatto il principale esperimento
maggiormente riuscito di democra-
zia diretta e partecipata, non po-
chi problemi e difficoltà porrebbe
– come del resto ha già posto –
una traslazione di tale modello al-
l’interno delle nostre società. La de-
mocrazia rappresentativa, con tutti
i suoi difetti e le sue storture, ha
cercato di occupare il posto della
democrazia diretta, facendo sì che
gli eletti dal popolo si
facessero carico di se-
gnalare, nelle sedi op-
portune e negli orga-
ni smi deput at i , l e
istanze e i bisogni dei
rappresentati. Fin qui,
nulla quaestio. I pro-
blemi sono cominciati
a sorgere quando – e
qui ritorniamo a piè pari all’attuali-
tà di casa nostra – alla designa-
zione per preferenze del rappre-
sentante si è sostituito un meccani-
smo chiuso e autoreferenziale di
scelta di deputati e senatori ad
opera dei partiti politici. Una mo-
dalità che, per forza di cose, ha
contribuito ad alimentare quel tan-
to temuto sentimento di disaffezio-
ne nei confronti della totalità della
classe dirigente italiana. L’ondata
di antipolitica che ha invaso (e an-
cora sta purtroppo invadendo) le
nostre città sembra così destinata
ad accrescersi e ad alimentarsi in
maniera direttamente proporziona-
le alla diffusione di scandali e pra-
tiche non proprio perfettamente tra-
sparenti in uso tra i vari esponenti
(per fortuna nostra, non tutti) della
famigerata “casta”. Ha preso così
nuovamente piede il discorso circa
la necessità di apportare modifi-
che integrali o parziali alla legge
elettorale vigente, eliminando in
primis il meccanismo delle liste
bloccate e della designazione dal-
l’alto dei parlamentari stessi. Le va-
ri opzioni in campo sono diverse –
dalla reintroduzione delle preferen-
ze ai collegi uninominali –, ma
vanno tutte nella
stessa direzione:
conferire di nuo-
vo al cittadino
/elettore la sa-
crosanta possibi-
lità di scegliere
chi dovrà rappre-
sentarlo nei luo-
ghi decisionali,
facendosi così carico dei bisogni e
delle istanze espresse dal votante.
A scanso di equivoci va comunque
segnalato che una reintroduzione
del sistema di elezione tramite
espressione di preferenza non co-
stituisce – perlomeno ad avviso di
chi scrive – la panacea di tutti i
mali. La Prima Repubblica cessò di
esistere, sotto i colpi di Tangento-
poli, anche a causa dell’uso impro-
prio che delle preferenze ne ave-
vano fatto i partiti politici. Il dila-
gante fenomeno del voto di scam-
bio, unitamente ad episodi di cor-
ruzione e malcostume pubblico,
rappresenta solo uno degli effetti
159
Una reintroduzione
delle preferenze
nella legge elettorale
non costituisce
la panacea di tutti i mali
POLITICA
Angelica Stramazzi
160
più disastrosi dell’impostazione
non virtuosa di un sistema che, ve-
nuto alla luce nel secondo dopo-
guerra, aveva come obiettivo pri-
mario quello di edificare nel nostro
paese un sistema democratico mo-
derno e compiuto. Così non è sta-
to, o almeno è stato ma solo in
parte, ed oggi ci ritroviamo anco-
ra una volta a discutere sulla ne-
cessità o meno di reintrodurre un
sistema elettorale basato sulle pre-
ferenze. Un modo poco brillante
per aggirare l’ostacolo – la desi-
gnazione dall’alto dei parlamentari
– che finirebbe per acuire mag-
giormente le problematiche attual-
mente esistenti. In merito invece al-
la legge in vigore, il fatto che i
partiti scelgano dall’alto i candida-
ti per la Camera e per il Senato
non costituisce di per sé la pietra
dello scandalo. I problemi (non po-
chi) sorgono quando come criterio
di valutazione, e quindi di accesso
a questa o quella carica elettiva, si
utilizza non già il merito e le com-
petenze possedute da ognuno, ma
la fedeltà al leader carismatico e
al capo della coalizione. Come
evitare di incappare in questa peri-
colosa rete in un’epoca in cui la
personalizzazione e le “leaderiz-
zazione” della politica sembrano
spopolare? Difficile resistere a una
simile tentazione.
Tuttavia, nonostante la popolazio-
ne italiana abbia ultimamente po-
chi esempi di impegno pubblico e
militanza civile davanti a sé, se-
gnali di cambiamento e spinte cen-
trifughe sono pervenute da un elet-
torato stanco di promesse e spot
elettorali, utili solamente per cata-
lizzare l’attenzione di qualche
sprovveduto. Le recenti elezioni
amministrative e l’esito dei quesiti
referendari di giugno hanno infatti
dimostrato che la società si sta ri-
svegliando dal torpore e dal letar-
go in cui era finita. Se questo è
stato e resta con tutta evidenza un
dato di fatto, enfatizzare troppo
questo fenomeno, sostenendo che
ci si trovi di fronte a una cesura
storica epocale e senza preceden-
ti, è una valutazione poco obietti-
va e fedele alla realtà. La politica
italiana – ma non solamente quella
italiana – vive periodi di stabilità
intervallati a fasi di incertezza e
voglia più o meno pronunciata di
cambiamento e di rinnovamento
della classe dirigente; la necessità
di “fare pulizia” tra coloro che ci
governano si alterna alla possibili-
tà di mantenimento dello status quo
e degli equilibri consolidatisi nel
corso del tempo. L’epoca che ci
troviamo a vivere – un’epoca per
sua stessa natura incerta, caratte-
rizzata dallo sfarinamento di lega-
mi, principi e valori che, qualche
decennio fa, venivano considerati
alla stregua di totem indiscutibili (la
famiglia, l’educazione, il rispetto,
lo studio, l’impegno, il sacrificio,
etc…) o verità rivelate – ci ha di-
mostrato che di certezze ne esisto-
no ben poche e fare troppo affida-
mento su sistemi di pensiero e cre-
denze reiterate nel tempo finisce
per illudere anche il più acuto e in-
telligente dei cittadini. Per contro,
POLITICA
161
le sfide imposte dalla globalizza-
zione, unitamente agli effetti provo-
cati dalla crisi economica del
2008, testimoniano l’impossibilità
di stabilizzazione e consolidamen-
to per una società sempre più liqui-
da e sempre più fluida. Se in un
primo momento l’assenza di certez-
ze e punti di riferimento può rap-
presentare un ostacolo insormonta-
bile e un macigno difficile da so-
stenere, nel medio e lungo periodo
può essere invece vista come un
serbatoio di opportunità cui attinge-
re per mettere in piedi nuove espe-
rienze, intessere nuovi
rapporti e rimettere in
discussione il sistema
valoriale che, fino a
poco tempo prima, ci
aveva fedelmente ac-
compagnato. Non po-
chi osservatori e anali-
sti politici vedono infatti
nella crisi attuale la
possibilità di sperimentare nuovi
percorsi e strategie di rilancio del
sistema-paese: dalla diversa confi-
gurazione delle relazioni industriali
alla riscoperta di mestieri antichi
cui la società globale aveva in
principio rinunciato. Un intero ba-
gaglio culturale viene rimesso in di-
scussione, fornendo alla politica
spunti propositivi e proposte pro-
grammatiche utili per poter proget-
tare un quadro di sviluppo e reinse-
rimento del made in Italy all’interno
dell’internazionalizzazione delle
produzioni.
Se della recessione economica del
2008 – la più imponente in termini
di effetti e conseguenze, speriamo
non ancora per durata temporale,
dal secondo dopoguerra ad oggi
– possiamo isolare (e sfruttare) gli
aspetti positivi, per quanto riguar-
da lo scenario politico occorre piut-
tosto catalizzare e convogliare lun-
go sentieri certi e ben delineati le
spinte e le intenzioni di rinnova-
mento provenienti da una società
desiderosa di respirare aria fresca.
Tuttavia, affrontare questo argo-
mento significa anzitutto depurare
l’ansia di rigenerazione sociale e
civile dal sentimento malato e per
certi versi per-
verso dell’anti-
politica; chi cre-
de di poter edi-
ficare un siste-
ma di regole,
valori e creden-
ze altro rispetto
a quello domi-
nante, puntan-
do esclusivamente sul rancore e la
rabbia dei cittadini, si sbaglia. L’al-
ternativa, la pianificazione di nuo-
ve strategie ed alleanze nasce e
cresce su un terreno fertile in cui
entusiasmo e creatività non dovreb-
bero mai mancare, neppure quan-
do tutto sembra dissolversi e poter
precipitare da un momento all’al-
tro. In questo passaggio apparen-
temente breve e scontato è possibi-
le trovare la chiave di interpretazio-
ne dei maggiori eventi che stanno
accadendo nel nostro Paese, sep-
pur ovviamente ce ne siano altre
da non sottovalutare in ogni modo.
La sostituzione della politica con
Angelica Stramazzi
Chi crede di poter
edificare un sistema
di regole altro rispetto a
quello dominante, punta
sul rancore dei cittadini
162
l’antipolitica è una falsa credenza,
una non verità che – purtroppo –
ha finito per incantare non pochi
profeti della (pseudo) democrazia;
a fargli compagnia, sono finiti poi
tutti quei cittadini che, privi di punti
di riferimento, hanno finito per im-
bracciare la battaglia di coloro
che su quel sentimento nocivo e
perverso hanno costruito le proprie
fortune personali. Va sempre ribadi-
to che la peggior politica – anche
quella più dissennata, più inconclu-
dente e cieca – è sempre migliore
di qualsiasi prospettiva di antipoliti-
ca o di governo tec-
nocratico. Se è il sen-
timento popolare a
dover emergere e a
condurre il paese ver-
so una modernizza-
zione ancora non del
tutto compiuta, allora
è necessario che trovi
spazio e possibilità di
inserimento solo quel governo o
quella compagine amministrativa
democraticamente scelta dal citta-
dino/elettore, senza dimenticare,
come ribadito in precedenza, che
l’attuale sistema elettorale ha gene-
rato un Parlamento di nominati e
non già di eletti. In tutte le fasi di
transizione da un sistema ad un al-
tro, così come in ogni trasformazio-
ne sociale, civile e, per quanto sia
possibile, identitaria, va sempre
isolata la bontà delle proposte e
delle soluzione di alcuni dall’arrivi-
smo e dal nichilismo di altri. Solo
in questo modo, il paese riuscirà a
esprimere i propri punti di forza,
mettendo le sue intelligenze a di-
sposizione di qualcosa che in futu-
ro dovrà tener conto dei nostri sfor-
zi e delle nostre debolezze.
Come sintetizzare dunque le spinte
di cambiamento e trasformazioni
provenienti dalla società civile? In
che modo offrire ai partiti politici un
piatto ricco cui poter attingere per
“sfamarsi” in momenti di digiuno e
assenza di cibo? Il tema della par-
tecipazione popolare – sia essa di
tipo orizzontale o verticale, media-
ta da organismi di interesse o priva
di punti di riferimento – ha sempre
affascinato l’uni-
verso degli anali-
sti e dei politolo-
gi nel suo com-
plesso. Capire il
perché di un da-
to fenomeno, rin-
tracciandone le
car at t er i s t i che
principali e le li-
nee di sviluppo, equivale per lo più
a indicare il grado di partecipazio-
ne più o meno intensa e costante
che quello steso fenomeno ha co-
nosciuto. Ecco perché, fin dall’anti-
chità, qualsiasi trattazione circa il
governo dei migliori o degli aristo-
cratici ha sempre previsto l’analisi
aprioristica della necessità di con-
cepire forme di partecipazione in
grado di inserire all’interno della
macchina burocratica e decisionale
momenti di sano confronto e vitale
dibattito. Condivisione e progetta-
zione delle scelte rappresentano
ancora oggi un buon antidoto da
utilizzare in caso di emanazione o
POLITICA
La progettazione
di scelte condivise
rappresenta ancora oggi
un antidoto contro
norme impopolari
163
divulgazione di provvedimenti re-
strittivi o impopolari; in tutti quei ca-
si in cui chi amministra chiede a chi
è amministrato sacrifici e rinunce si-
gnificative, potrà ovviare agli incon-
venienti naturali di tali decisioni so-
lo se, in una prima fase, avrà coin-
volto la popolazione nella formula-
zione di strategie e piani di svilup-
po del sistema-Paese. Nel caso
contrario, basteranno pochi attimi a
far sì che nella società cresca e si
diffonda un sentimento di stizza e
rancore verso i decisori, accusati in
questo frangente di imporre alla po-
polazione soluzioni autoritarie e ca-
late dall’alto.
Restano ancora da trattare le moda-
lità in base alle quali ciascun citta-
dino, sia considerato individual-
mente oppure organizzato in struttu-
re d’aggregazione collettiva, possa
lanciare segnali di redenzione ad
una classe politica in affanno e in
difficoltà nel rintracciare soluzioni
brillanti a problematiche insormon-
tabili quanto contingenti. Soprattutto
dopo le recenti elezioni amministra-
tive e referendarie, ma anche in se-
guito alla diffusione del movimento
dei “grillini”, un’enfasi troppo mar-
cata e a tratti eccessiva è stata po-
sta sul ruolo svolto dai social net-
work e dalla Rete nel tradurre in
comportamenti politici le sensazioni
di cambiamento e rinnovamento
promosse dalla società italiana. Si
è anche detto che, in tale contesto,
un posto di primo rilievo lo avreb-
bero occupato i giovani, ossia
quella fetta di popolazione tradizio-
nalmente e culturalmente distante
da una classe politica che pare
non riuscire ad intercettare le loro
esigenze e i loro bisogni. Tuttavia,
recenti ricerche hanno dimostrato
che ad utilizzare Internet e i sistemi
di informazione digitale siano so-
prattutto persone in età adulta e
non già adolescenti e ragazzi co-
me invece si sosteneva in preceden-
za. Un dato incontrovertibile che
conferma come, a volte, fare trop-
po affidamento su tendenze gene-
ralizzate e sensazioni non confer-
mate da fatti possa indurre ciascu-
no di noi a ritenere che sia vera
una cosa piuttosto che un’altra, che
sia giusta una situazione e non
un’altra. Se è innegabile che oggi
la Rete – ed in essa i vari sistemi di
social network e piattaforme di
scambio di informazioni – rappre-
senti uno dei principali fattori di in-
novazione di questo secolo, va pe-
rò ribadito che enfatizzare un solo
dato, ridimensionando drasticamen-
te tutti gli altri, potrebbe generare
non pochi errori all’interno di un
processo di comprensione aperta e
virtuosa che punti invece alla chia-
rezza dei fatti e alla trasparenza
dei contenuti. Non bisogna al con-
tempo dimenticare che, in un perio-
do in cui i partiti tradizionali hanno
smarrito la loro precipua funzione
di aggregazione, non essendo più
concepiti come luoghi di incontro e
di discussione, ma bensì come spa-
zi aperti a pochi notabili o politici
di professione, la piazza digitale si
conferma uno dei principali forum
di dibattito e scambio di opinioni.
È infatti possibile sostenere che at-
Angelica Stramazzi
164
tualmente – ma sicuramente anche
per il prossimo futuro – la Rete svol-
ge una funzione di supplenza nei
confronti di una classe politica an-
cora aggrappata a vecchi schemi
e logiche obsolete (durante Tangen-
topoli, era invece la magistratura
ad arrogarsi questa funzione sup-
pletiva, sostituendosi, in tutto o in
parte, alla dirigenza politica di al-
lora colpita dalle inchieste giudizia-
rie). Il mancato decollo del Pd/Pdl
come organismi innovativi in grado
di raccogliere l’eredità dei grandi
partiti del dopoguerra italiano, ma
soprattutto come incubatori di idee
e proposte provenienti dall’elettora-
to di riferimento, conferma quanto
finora sostenuto, ossia l’assenza
evidente e lampante di strutture ag-
gregative riconducibili ad una linea
politica ben precisa e accuratamen-
te delineata. Tuttavia, pensare ad
un futuro in cui manchino del tutto i
partiti e a dominare siano invece
comitati di interesse o mere asso-
ciazioni di rappresentanza appare
una prospettiva poco fattibile e, sin-
ceramente, scarsamente auspicabi-
le. Questo però non esenta i princi-
pali partiti di governo e di opposi-
zione ad avviare quel processo di
ristrutturazione interna da molti an-
nunciato ma non ancora attuato.
Tornando al tema della partecipa-
zione, e quindi al rapporto che le-
ga demos e potere, sembra impos-
sibile prescindere dal ruolo che in
esso stia svolgendo attualmente la
Rete con le sue mille divaricazioni
e connessioni. Tuttavia, il salto di
qualità – il passaggio cioè dalla
pratica occasionale e una tantum
dell’interazione tra i diversi attori
sociali ad un meccanismo virtuoso
di catalizzazione di energie positi-
ve e vincenti – resta ancora da
compiere. Una società matura,
consapevole dei propri punti di for-
za e delle proprie debolezze, è
una società che non dorme, ma ri-
sulta perennemente interattiva e
produttiva. Non solo di merci e be-
ni di prima necessità, ma soprattut-
to di idee, proposte, sogni e spe-
ranze. La Rete da sola non basta;
è necessario che ciascuno di noi
conduca un profondo e spontaneo
esame di coscienza per capire se,
con il proprio contributo partecipa-
tivo, può aiutare questo paese a
migliorare sé stesso oppure a ras-
segnarsi ad un declino tanto an-
nunciato quanto esorcizzato.
Bibliografia
1
Cfr. G. Nenci, Formazione e carattere
dell’impero ateniese, in Storia e civiltà dei
greci, Bompiani, Milano 2000.
2
Cfr. B. Constant, La libertà degli antichi
paragonata a quella dei moderni, in Scritti
politici, Il Mulino, Bologna, 1982
3
K. Polanyi, La sussistenza dell’uomo, Ei-
naudi, Torino, 1983
l’autore
angelica stramazzi
Specializzanda in Sistemi e modelli politici all’Uni-
versità di Perugia, collabora con Spinning Poli-
tics, testata on line di comunicazione politica.
Corrispondente locale de La Provincia Quotidia-
no, svolge attività di consulente politico, occupan-
dosi di comunicazione politica ed istituzionale.
POLITICA
165
Di questi tempi per capi-
re cosa succede nell’Ue
potrebbe essere utile
sfogliare le pagine della
Teologia Politica di Carl
Schmitt. L’idea che il so-
vrano sia colui che deci-
de sullo stato d’eccezio-
ne, ad esempio, offrireb-
be più di uno spunto per
districarsi nell’intreccio
complesso di eventi che
ha scandito l’Euro-crisi degli ultimi due
anni. Cerchiamo allora di mettere ordine
nell’analisi di quello che sta succedendo.
Ci sono due aspetti che s’intrecciano
nell’analisi della crisi dell’Euro.
Primo, c’è una lunga storia d’integrazione
che, iniziata nel Dopoguerra, ha coinvolto
tutti i grandi Stati europei. Il ruolo del-
l’ideologia federalista europea in questo
processo d’integrazione è forse uno degli
aspetti più dibattuti tra gli esperti di studi
europei. Ci si chiede per esempio quale
sia stato l’effettivo peso degli ideali fede-
ralisti nel progetto neo-funzionalista di
Jean Monnet e Robert Schuman che por-
tò alla creazione di un ente transnazionale
per mettere in comune la produzione di
acciaio e il carbone, di fatto il nucleo origi-
nario di quella che poi sarebbe diventato
l’Unione europea. Oppure, ci si domanda
quale sia stato il peso degli stessi ideali fe-
deralisti o di considerazioni politiche rela-
tive alla legittimità dell’Unione e dei pro-
pri rappresentanti nella decisione di fir-
mare il trattato di Maa-
stricht che portò al-
l’adozione della mone-
ta comune. Quale, ad
esempio, il rapporto
tra questi ideali e con-
siderazioni geopoliti-
che come la riunifica-
zione tedesca o la cre-
scente interdipenden-
za delle economie degli
Stati europei? Quello
che raramente si mette in discussione in
queste valutazioni, per la maggior parte
appannaggio di accademici o politici, è
che ci sia stato un ruolo delle idee nel-
l’avanzamento del processo di integrazio-
ne europea. Tale ruolo può essere stato
marginale o utilizzato talvolta in maniera
strumentale da figure piuttosto interessa-
te alla promozione dei propri interessi na-
zionali. Eppure, pochi mettono in discus-
sione che esso sia stato una componente
fondamentale del processo di integrazio-
ne stesso.
Non così nell’attuale Eurocrisi. Qui sembra
che i fatti e gli indicatori economici abbiano
preso il sopravvento sulle idee o sugli ideali.
Forse questo dipende dallo strapotere dei
mercati o dalla crescente interdipendenza
economica globale, come alcuni economisti
della New Left americana o europea si af-
fannano a strillare ai quattro venti. O forse
è semplicemente che nel mondo dell’eco-
nomia globalizzata e della fine delle ideolo-
gie, non c’è più spazio per gli ideali.
Eurocrisi, la ragione è dei fessi?
DI ALESSANDRO MULIERI*
RUBRICA
166
167
JEAN MONNET
Tuttavia, dire che lo strapotere dei fatti
(qualcuno direbbe del denaro) ha finito
per fagocitare qualsiasi altro piano di ana-
lisi rischia di essere intellettualmente naif.
Proviamo ad adottare un secondo livello
di analisi dell’Euro-crisi, e partiamo que-
sta volta dal racconto dei fatti. All’inizio
degli anni Novanta i leader europei deci-
sero di creare una valuta comune: l’euro.
Stabilirono dei criteri necessari per entra-
re nel club di chi poteva adottare questa
valuta, il cosiddetto patto di stabilità di
Maastricht. E chiusero gli occhi o non con-
siderarono rilevante una serie infinita di
difficoltà che sarebbero potute emergere
al seguito di questa operazione. Prima fra
tutte, l’idea che per la prima volta nella
storia si potesse avere una moneta comu-
ne senza uno Stato o un governo macroe-
conomico di riferimento alla base. Due an-
ni fa, si scopre che la Grecia era sull’orlo
del fallimento e si apre ufficialmente la co-
siddetta Euro-crisi. Ad oggi, non solo la
crisi è ancora aperta ma rischia di peggio-
rare sempre di più, dato che attacchi spe-
culativi stanno coinvolgendo Italia, Spa-
gna e, per pochi giorni durante lo scorso
agosto, perfino la Francia. Molti analisti di
affari europei hanno sottolineato come la
risposta dei leader del Vecchio continente
a questo stato di crisi sia stata a dir poco
disfunzionale.
Questi i fatti. Lo scorso 21 luglio, i leader
europei si sono riuniti e hanno deciso di
concedere alla Grecia un nuovo prestito di
109 miliardi di euro della durata dai 15 ai
30 anni e con tassi di interesse intorno al
3,5%. Hanno poi deciso di estendere le
scadenze per il prestito precedente con
l’obiettivo di scongiurare il default della
Grecia, ma soprattutto di evitare con tutti
i mezzi possibili che il virus speculativo
possa estendersi anche ad altri paesi del-
l’area mediterranea. Altre decisioni hanno
riguardato la possibilità di utilizzare per i
finanziamenti e la gestione della crisi lo
European financial stability facility (Efsf),
che potrà intervenire sul mercato secon-
dario dei titoli sovrani dei paesi membri
dell’euro per operazioni di acquisto e
scambio di titoli a prezzi di mercato, non-
ché finanziare operazioni di riacquisto
(buy back, nel limite di 12,6 miliardi di eu-
ro) del proprio debito pubblico da parte
dei paesi in difficoltà. In aggiunta, il setto-
re privato è stato sollecitato a contribuire
al rifinanziamento della Grecia per 37 mi-
liardi di euro, in forme ancora da definire.
Secondo indicazioni non ancora ufficiali,
si tratterebbe di reinvestimenti alla sca-
denza dei debiti (debt rollover) con lunghe
scadenze e altre forme di scambio di titoli
con riduzione del capitale. L’Efsf potrà
estendere i propri finanziamenti alle esi-
genze di ricapitalizzazione delle banche
(anche di altri paesi dell’eurozona) investi-
te da perdite. Le stesse condizioni di fi-
nanziamento e sostegno verranno estese
all’Irlanda e al Portogallo, ma senza opzio-
ne di ristrutturazione del debito.
A gettare altra acqua sul fuoco ci ha pen-
sato un altro vertice tenutosi lo scorso 16
agosto a Parigi, questa volta tra il cancel-
liere tedesco Merkel e il presidente france-
se Sarkozy. Nella conferenza stampa a
conclusione dell’incontro, i due leader
hanno spiegato che è allo studio una re-
introduzione della cosiddetta Tobin tax,
ossia una tassa sulle transazioni finanzia-
rie internazionali. I due leader hanno an-
che proposto altre misure volte a salva-
guardare la stabilità finanziaria dei paesi
membri dell’Eurozona. Due fra tutte: l’ob-
bligo del pareggio di bilancio da inserire
all’interno di tutte le Costituzioni Ue
(quella tedesca già lo prevede mentre pre-
sto sarà anche nella Costituzione italiana),
e l’ipotesi di creare un supergoverno eco-
nomico dell’Eurozona, l’Eurocouncil.
Quest’ultimo dovrebbe essere formato da
17 capi di Stato e di governo dell’area euro
e destinato a riunirsi due volte all’anno.
Inoltre, la sua presidenza dovrebbe essere
affidata per i primi due anni e mezzo a
Van Rompuy, già presidente del Consiglio
dell’Unione europea.
Ora, che cosa ci dicono questi fatti? In-
nanzitutto ci dicono che sono importanti
le reazioni dei mercati, sovrani capricciosi
e incontrastati di un mondo globalizzato
dove non solo Dio è morto ma anche la
politica sembra passarsela piuttosto male.
In agosto, pochi giorni dopo il vertice Sar-
kozy-Merkel, i mercati si sono dati ad
acrobazie speculatorie preoccupanti. Il
messaggio è sembrato essere una chiara
sfiducia nei confronti delle misure annun-
ciate dai due leader europei, prima fra tut-
te la tassa sulle transazioni finanziarie.
Consultando i listini delle piazze finanzia-
rie europee, gli spread tra i vari titoli di
stato nazionali e le quotazioni in borsa,
abbiamo capito che l’Eurocrisi è piu viva
che mai e la politica è incapace di dare ri-
sposte efficaci sia ai problemi dell’Unione
che a quelli dei debiti sovrani. I mercati ci
dicono anche un’altra cosa. Il livello di in-
terdipendenza delle economie europee,
dopo la creazione dell’Euro, ha raggiunto
un punto di non ritorno. E le alternative
sono due. O andiamo avanti con l’integra-
zione europea e procediamo alla creazio-
ne di un governo macroeconomico del-
l’Unione. Oppure lasciamo morire l’Euro
e con esso un processo di integrazione
che dura ormai da quasi 60 anni. Per
adesso, la governance europea è basata
sull’idea schmittiana di stato di eccezione
perché si confronta con situazioni sempre
nuove e impreviste (in un’espressione ad
hoc), fa i conti con vuoti giuridici e norma-
tivi continui e, soprattutto, utilizza il crite-
rio della forza e del peso degli Stati mem-
bri e della propria economia come unico
impulso vitale delle proprie decisioni so-
vrane (quanto sovrane poi esse siano è un
altro problema che andrebbe affrontato).
Questa situazione non può tuttavia conti-
nuare a lungo. E non solo perche i merca-
ti speculano e vogliono maggiore stabilità,
ma anche perché abbiamo bisogno di ri-
scoprire gli ideali e i sogni che hanno sem-
pre accompagnato l’integrazione europea.
Ciò che si oppone a questo non sono solo
egoismi nazionali economici ma anche
una profonda crisi culturale di un vecchio
continente dove gli interessi nazionali e le
diffidenze culturali la fanno da padrone. Il
contribuente tedesco o olandese non
vuole pagare per i suoi corrispondenti
sud-europei, quello inglese è più scettico
che mai, mentre perfino all’interno di Sta-
ti europeisti come il Belgio o l’Italia, un
nord ricco e prosperoso indulge in descri-
zioni caricaturali e ridicole di un sud pigro
e instupidito che non lavora e si adagia sui
contributi statali. Alla base della debolez-
za della politica, c’è dunque un problema
culturale che è tutto legato alla storia pro-
fonda delle diverse identità dell’Unione.
Ma anche una classe dirigente che non
sembra all’altezza delle sfide che ha da-
vanti. Non sono i mercati che devono de-
cidere il passo dell’integrazione europea.
Dovrebbero essere i politici democratica-
mente eletti negli Stati membri. La pensa
così anche il presidente uscente della Bce
Trichet: “La politica è tremendamente nai-
ve se pensa che i mercati finanziari hanno
sempre ragione e i politici sempre torto”,
ha spiegato in un’intervista lo scorso 29
agosto. Ma non sarà che nell’Europa glo-
balizzata di oggi la ragione è dei fessi?
*Ha conseguito un master in Studi europei
alla London School of Economics. Lavora
come assistente di ricerca e dottorando al-
l’Università di Lovanio.
168
RUBRICA
Il processo d’intenso av-
vicinamento con l’Ame-
rica Latina, in particolare
con l’Argentina, è la no-
vità più significativa del
Brasile democratico. Già
la Costituzione brasilia-
na del 1988 stabiliva che
“la ricerca dell’integra-
zione economica, politi-
ca, sociale e culturale dei
popoli dell’America Lati-
na” è un obiettivo nazionale (art.4.2).
L’azione del Brasile mira anche a riunire
altri paesi del sub-continente. Così, attra-
verso un accordo con Argentina, Paraguay
ed Uruguay, è nato il Mercosur (Trattato di
Acunciòn, 1991). Verso altri paesi amazzo-
nici limitrofi, come la Bolivia (importanti
risorse di gas naturale), il Venezuela, il Pe-
rù e l’Ecuador (petrolio), la Colombia
(carbone), privi di progetti d’integrazione
ed in bilico tra il tradizionale rapporto
preferenziale con gli Usa e quello in fieri
con l’Europa, il Brasile ha comunque av-
viato una fase d’integrazione per rafforza-
re il proprio peso nei confronti dei partner
extra-regionali. I due mandati del Presi-
dente Ignacio Lula da Silva (2003-2010) si
sono svolti nel tentativo di far assumere al
Brasile il ruolo di leader continentale che il
suo peso obiettivamente gli assegna e, di-
versamente dal passato, in modo consen-
suale, concertato e condiviso coi paesi
dell’area. Lula ha adottato una politica di
risparmio pubblico (legge sulle pensioni,
riforma fiscale) e di ri-
lancio dell’economia,
insieme ad un’azione
più incisiva in campo
internazionale. Il suo
predecessore Cardoso
aveva punt at o s u
un’economia funziona-
le a quella statuniten-
se, sostenendo l’Alca;
Lula ha assestato il col-
po mortale a questa
organizzazione, ha diversificato i partner
commerciali nei cinque continenti e
scommesso sull’integrazione latinoameri-
cana promuovendo un’organizzazione
nuova, l’Unasur (Unione delle nazioni su-
damericane). Il Brasile di Lula è passato,
così, da “paese del futuro” a “paese del
presente”. Colpisce la sostenibilità della
sua crescita, dovuta sia alla consistenza
dimensionale che alla qualità delle cifre:
l’aumento del Pil medio annuo dal 3,2%
nel periodo 2003-2005, al 5,1% nel perio-
do 2006-2008, con una previsione per il
2010-2011 del 7,6%; il rafforzamento delle
riserve in valuta estera che nel 2005 han-
no permesso di liquidare i debiti pendenti
con il Fondo monetario internazionale; la
crescita del salario minimo del 24,7% nel
periodo 2006-2008; la creazione di 4,3
milioni di posti di lavoro sempre nello
stesso biennio; l’approdo di circa 25 mi-
lioni di persone alla classe media che è di-
ventata classe massiva; la percentuale di
popolazione che vive sotto la soglia di po-
Brasile, prove di leadership globale
DI SIMONA BOTTONI
RUBRICA
170
171
ADELANTE AL SUR
vertà, passata dal 46% durante la presi-
denza Cardoso al 25% sotto la presidenza
Lula; il rapporto debito pubblico/Pil pas-
sato dal 56% del 2002 al 37% del 2009.
Meno di 10 anni fa il Brasile era il paese più
diseguale al mondo, oggi non lo è più, è il
quarto; potrebbe diventare, se volesse,
una potenza nucleare senza chiedere
niente a nessuno, ma non intende farlo e
l’America Latina resta l’unico continente
denuclearizzato al mondo. Tutti i dati ci di-
cono che l’epoca Lula ha un’identità stori-
ca propria rispetto ad altre stagioni politi-
che vissute dal Brasile. Il paese è riuscito a
farsi promotore di un processo d’integra-
zione attraverso cui vedersi riconoscere
un ruolo di leader regionale e, a partire da
questo, anche di leader globale. Così, co-
me dicevamo, Brasilia ha stimolato la
creazione dell’Unasur per accentuare un
processo d’integrazione non circoscritto
ad un mercato comune, libero da conno-
tati chavisti, rivolto eminentemente ai
paesi sudamericani e capace di allargare il
consenso raccolto in quella sede a tutti i
32 governi della regione. L’Unasur si pone
l’ambizioso obiettivo di realizzare uno
spazio d’integrazione comune per creare,
sulla base degli accordi commerciali esi-
stenti (Mercosur e Can), altri terreni di col-
laborazione nei settori delle infrastrutture,
energetico, della difesa, della salute. Lo
spazio d’integrazione è enorme: compren-
de 360 milioni di abitanti con una realtà
dal peso economico (Pil stimato 2007 di
oltre 2 mila miliardi di dollari) inferiore so-
lo a Stati Uniti, Unione europea e Giappo-
ne. Anche il Venezuela cerca di accrescere
le proprie capacità d’influenza come lea-
der regionale all’interno dello spazio of-
ferto da Unasur: è qui che emergono le
differenze tra i modelli d’integrazione re-
gionale di Brasile e Venezuela. Ad esem-
pio, nel settore della Difesa in ambito
Unasur, Brasilia intende la cooperazione
soprattutto in termini di azione di coordi-
namento di politiche della Difesa e di coo-
perazione nel settore dell’industria milita-
re; Chavez vorrebbe farne un’alleanza mi-
litare difensiva, pronta ad essere azionata,
all’occorrenza, contro l’imperialismo Usa
o contro chi minacciasse la sicurezza dei
12 Stati membri (insomma, una sorta di
Nato sudamericana). Unasur rappresenta
per il Brasile un’organizzazione alternativa
all’Osa, attraverso cui vedersi riconosciu-
to il ruolo di leader sia nel contesto regio-
nale che globale. Un pezzo di strada è sta-
to già fatto. Nel quadro di una politica
estera volta a consolidare le proprie capa-
cità di attrazione degli investimenti esteri
(la più elevata dell’area), a rafforzare la
propria credibilità istituzionale, ad au-
mentare il numero dei mercati verso cui
espandere le esportazioni, il paese ha or-
mai assunto la leadership regionale. Nel
primo trimestre 2010 il settore agricolo ha
avuto un’espansione del 5,1% (dopo un -
5,2% nel 2009); commercio e servizi sono
cresciuti rispettivamente del 15,2% e
12,4%, raggiungendo un massimo storico;
nell’ultimo anno il consumo di energia è
In contrapposizione alla strategia antiamericana del Venezuela
di Chavez, Brasilia propone un modello alternativo di integrazione
regionale, all’insegna di un ruolo centrale riconquistato
e di un dialogo disteso, ma non succube, con Washington.
aumentato del 13,7%; il numero di brasi-
liani che fa turismo all’estero del 56%; i
telefoni cellulari hanno superato i 190 mi-
lioni. L’Itaù-Unibanco è tra le prime dieci
banche al mondo; la Embraer l’unica im-
presa al mondo in grado di competere con
Boeing ed Airbus nella costruzione di ae-
rei; la Brasil Food il maggiore esportatore
di carni al mondo; la Vale do Rio Doce la
seconda compagnia mineraria al mondo.
Questi dati ci dicono che le aspirazioni del
Brasile di diventare anche un leader glo-
bale sono fondate: chiede da tempo di ri-
formare il Consiglio di sicurezza dell'Onu,
promuovendosi come membro perma-
nente; in ambito multilaterale ha cercato
d’instaurare un dialogo più costruttivo
con Washington pur aprendosi la strada
verso il sud-est asiatico. Si pensi che la Ci-
na nel 2009 ha superato gli Usa diventan-
do il primo partner commerciale del Bra-
sile: esporta soprattutto manifatturiero e
prodotti elettronici; importa prodotti agri-
coli (soia), materie prime (77% delle im-
portazioni dal paese) e, nel futuro prossi-
mo, anche petrolio (la recente scoperta
della “Pre-sal”, una serie di giacimenti pe-
troliferi lungo la costa tra Rio de Janeiro e
San Paolo permetterà l’estrazione di 80
miliardi di barili di petrolio: numeri che
cambieranno la mappa dell'industria pe-
trolifera mondiale, facendo diventare il
Brasile primo produttore di greggio fuori
dal Medio Oriente). Se il gigante amazzo-
nico raggiungerà l’obiettivo di assumere
un ruolo di leader globale sarà importante
per tutto il Sud America. A questo riguar-
do, di fondamentale rilevanza sarà l’esito
della contrapposizione in atto tra i model-
li di integrazione che Brasile e Venezuela
propongono, tra loro alternativi e volti a
fare proseliti presso gli altri paesi membri
di Unasur. Se il Brasile saprà arginare la
spinta antiamericana di Chavez e ricon-
durre all’interno della regione la spinta al
bilateralismo con gli Usa di alcuni paesi
dell’area, riuscirà a farsi riconoscere il
ruolo di leadership regionale che di fatto
ha già. Quel che è auspicabile, non solo
per il Sud America ma per gli equilibri glo-
bali, è che – come ha detto in una recente
intervista rilasciata a El Paìs l’ex presiden-
te Lula – il cammino, seppure niente af-
fatto in discesa, sia senza ritorno.
*Laureata in giurisprudenza, abilitata alla professione di
avvocato e giornalista free lance, collabora con quotidia-
ni e periodici. È latinoamericanista, con uno sguardo ri-
volto, in genere, alle popolazioni lusofone.
172
RUBRICA


maggio/giugno 2009 - Euro 12
D

luglio/agosto 2009 - Euro 12
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settembre/ottobre 2009 - Euro 12
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www. f ar ef ut ur of ondazi one. i t
www. f ar ef ut ur of ondazi one. i t
Bimestrale della Fondazione Farefuturo
Nuova serie anno III - n. 16 - maggio/giugno 2009 - Euro 12
Direttore Adolfo Urso
IRAN, IRAN,
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IL FUTURO
È GIÀ QUI
IL FUTURO
È GIÀ QUI
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Nuova serie anno III - n. 17 - luglio/agosto 2009 - Euro 12
Direttore Adolfo Urso
Avanti con le riforme
Brunetta - Letta - Cazzola - Malgieri
N
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rivista bimestrale
diretta
da Adolfo Urso
COME ABBONARSI A CHARTA MINUTA
Abbonamento annuale euro 60,00 - Abbonamento sostenitore euro 200,00
Versamento su c.c. bancario IBAN: IT88X0300205066000400800776
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Nuova serie anno III - n. 18 - settembre/ottobre 2009 - Euro 12
Direttore Adolfo Urso
LA RUSSIA
DOPO IL MURO
Re, regine e mozzarelle.
Mario Resca, ex mana-
ger di McDonald's ap-
prodato curiosamente
alla direzione generale
per la valorizzazione del
patri moni o cul tural e
con Bondi, ama pensare
in grande e badare con-
temporaneamente al
sodo. Intervenuto, lo
scorso 24 marzo, al-
l'inaugurazione dei nuovi spazi espositivi
e dei nuovi percorsi di visita della reggia di
Caserta, ha auspicato un futuro radioso
come quello di Versailles per la dimora
borbonica e ne ha esemplificato le poten-
zialità turistiche proponendo un punto
vendita – interno e dedicato – di prodotti
di bufala dop. Ma l'opzione lattici basterà
– da sola – a trasformare i cinquecento-
mila visitatori che il complesso vanvitellia-
no accoglie ogni anno nei sei milioni della
reggia francese? Per ricchezza, fascino,
valore architettonico e notorietà i due siti
– entrambi fanno parte della Lista del pa-
trimonio dell'umanità dell'Unesco – sono
in effetti simili, la differenza clamorosa
nei flussi di persone che attraggono e di
euro incassati è data principalmente dal
modello organizzativo: autonomo quello
di Versailles, che permette migliori servizi
e più accattivanti iniziative; burocratico e
centralizzato quello di Caserta, che fa ca-
po a una sovrintendenza e non a un diret-
tore con pieni poteri di innovare e di stu-
pire – anche per con-
vincere sponsor, mece-
nati e inprenditori a in-
vestire.
Per chi li conosce, Ca-
serta non avrebbe nulla
da invidiare a Versailles:
e anzi, l'offerta per i vi-
sitatori è potenzialmen-
te molto più ampia e di-
versificata. Basti pensa-
re al gemello d'Unesco:
il Belvedere di San Leucio sede delle sete-
rie reali e di uno straordinario esperimen-
to utopico di uguaglianza sociale di fine
Settecento – che coinvolgeva le famiglie
di artigiani della Real Colonia – voluto di-
rettamente dai sovrani borbonici, più illu-
minati e all'avanguardia di quanto poi
propagandato. A San Leucio, da visitare
anche solo per le sue bellezze architetto-
niche e per l'annesso panorama, esiste
anche un piccolo museo della seta: fun-
zionale e didatticamente orientato, nei
luoghi e con i macchinari originali della
produzione; ma solo da pochi mesi il co-
mune di Caserta – in realtà, il suo com-
missario prefettizio pro tempore – ha de-
ciso di istituirlo ufficialmente, per dotarlo
attraverso il rinoscimento della rilevanza
regionale dei relativi fondi. Un museo che
dispone inoltre di una bibliotca e di un ar-
chivio storico-documentale e fotografico
di eccezionale importanza; che non disde-
gna, secondo statuto, l'ipotesi di una par-
tnership con la sezione tessili della Con-
Caserta? Meglio di Versailles, ma...
DI GIUSEPPE MANCINI*
RUBRICA
174
C
U
L
TU
R
A
175
LA CULTURA NON SI MANGIA
findustria di Caserta per la promozione, la
valorizzazione e la commercializzazione
del “prodotto seta”: e già esistono nel bor-
go botteghe artigiane; che vuole occuparsi
in proprio dell'organizzazione di mostre e
manifestazioni culturali. Nota polemica:
causa ritardi burocratici e finanziari da
parte della Regione, la tredicesima edizio-
ne del festival culturale Leuciana – musi-
ca, danza, teatro di livello internazionale,
a luglio al Belvedere – slitterà a settem-
bre. Per la gioia dei turisti.
L'architetto e urbanista a cui dobbiamo le
strutture abitative, monumentali e indu-
striali di San Leucio è Francesco Collecini,
allievo di Luigi Vanvitelli: e Collecini è l'ar-
tefice di un altro gioiello borbonico, la
“reale delizia” di Carditello, che avrebbe
tutti i titoli per far compagnia a Caserta e
San Leucio nella Lista del patrimonio del-
l'umanità ma versa invece in stato di van-
dalizzato abbandono e a ottobre verrà
battuto all'asta. Le condizioni di Carditello
sono uno scandalo tutto italiano. Nacque
come luogo per la caccia e per l'alleva-
mento dei cavalli, venne trasformato da
Ferdinando IV in fattoria modello per l'al-
levamento di specie pregiate e la produ-
zione agricola e casearia di qualità: di
estremo interesse architettonico e artisti-
co, con affreschi di Jacob Philipp Hackert.
Appartiene dal secondo dopoguerra al pa-
trimonio del Consorzio generale di bonifi-
ca del bacino inferiore del Volturno: che
invece di assicurarne almeno la manuten-
zione e la custodia, ha permesso un vergo-
gnoso saccheggio delle decorazioni, dei
camini e addirittura di rampe intere di sca-
le asportate perché in marmo pregiato.
Per complesse questioni di crediti e debiti
tra Regione, Consorzio e banche, è finito
all'incanto su di una base d'asta di 20 mi-
lioni di euro: ma si cercherà una composi-
zione pragmatica preventiva, altrimenti la
Regione ha già annunciato che ne impedi-
rà la vendita – magari alla criminalità or-
ganizzata in cerca di riciclaggio? – eserci-
tando la prelazione prevista grazie a fondi
europei. Nel frattempo, consapevole delle
promesse pubbliche, la sovrintendente di
Caserta e Benevento Paola Raffaella Da-
vid ha stanziato duecentocinquantamila
euro per interventi di emergenza: sugli af-
freschi di Hackert, su alcune strutture par-
ticolarmente bisognose di cure. Ma servi-
rebbe una cifra, per restauri completi, al-
meno quaranta volte superiore.
Nonostante la carenza determinante di
autonomia, per la reggia di Caserta negli
ultimi tempi qualche buona iniziativa c'è
stata. Come il progetto “Maestà Regia”,
quello inaugurato in pompa magna da Re-
sca: l'apertura di nove nuove sale al piano
terra – la Quadreria – con circa 140 dipin-
ti esposti per la prima volta; il riallestimen-
to di circa 120 dipinti dei Fasti Farnesiani
nella Pinacoteca al piano nobile, accanto
alle celebri vedute di Hackert e ad altre
numerose opere; l'organizzazione degli
spazi dedicati alle “Arti decorative a Palaz-
zo”, visitabili solo su prenotazione, in cui
sono stati raccolti un centinaio di oggetti
d’arte tra porcellane, tessuti, sculture; la
creazione dell'inedito percorso architetto-
nico “La Scala Regia da cielo a terra”, che
consente l'accesso alla volta ellittica di co-
pertura del vestibolo superiore e agli spazi
dei sottotetti: così da ammirare da vicino
le tecniche di costruzione del Vanvitelli e i
graffiti lasciati dai soldati – sia tedeschi,
sia alleati – durante le ultime e convulse
fasi della Seconda guerra mondiale. Come
la “Reggia delle Meraviglie”, nel novembre
del 2009: una rievocazione in costume
dedicata agli operatori turistici e alla stam-
pa – tra danze e fuochi d'artificio, tra sfila-
te di truppe borboniche nel cortile e so-
pranisti nella cappella reale – che ha stre-
gato i presenti grazie alla perfetta organiz-
zazione di Maurice Agosti e di Mito group,
ma che è rimasta infruttuosa nella sua
episodicità. Però i problemi strutturali ri-
mangono immutati: la biglietteria gestita
in modo poco professionale e molto con-
fusionario, con un'unica fila per singoli e
gruppi che genera attese snervanti; l'inva-
dente e indebita occupazione pluridecen-
nale degli spazi della reggia da parte del-
l'accademia aeronautica e – in misura de-
cisamente ridotta – dell'Ente provinciale
per il turismo. Però Resca, il 24 marzo, ha
parlato di mozzarelle e dell'importanza
della comunicazione: come se fossero
qualche manifesto o spot e qualche nego-
zio in più o in meno a far la differenza nel-
l'offerta culturale e nell'apprezzamento
dei visitatori tra Caserta e Versailles.
Né risolutiva appare la proposta di legge
attualmente all'esame della commissione
cultura della Camera, “Disposizioni per la
valorizzazione della Reggia di Caserta e
istituzione del Museo borbonico”, presen-
tata il 15 ottobre dalla deputata del PdL e
già direttrice della residenza borbonica
Giovanna Petrenga. È sicuramente ap-
prezzabile l'idea di un museo della dina-
stia dei Borbone di Napoli (poi delle Due
Sicilie) e di farlo diventare “il fulcro del si-
stema dei siti borbonici e [...] primario no-
do del sistema europeo delle residenze di
corte”: ma il testo presentato nulla dice
sulla sua impostazione (museo dei re-
gnanti? museo di storia sociale e cultura-
le? museo delle arti?) e invece lo carica di
funzioni incomprensibilmente eterogenee
e totalmente prive di coerenza (“centro di
documentazione e studi sui palazzi reali e
ducali”, “centro per il restauro di arazzi e
di reperti cartacei”, “centro di alta forma-
zione internazionale”, “centro servizi di
restauro per la regione Campania”). So-
prattutto, l'autonomia proposta si limite-
rebbe al totale incameramento degli in-
troiti da biglietti e alla creazione di un
consiglio di amministrazione di tre perso-
ne per la sua gestione: mentre rimarrebbe
immutata l'estensione alle province di Ca-
serta e Benevento della sovrintendenza,
che continuerebbe a occuparsi di tutti i
beni architettonici, paesaggistici, storici,
artistici ed etnoantropologici del territorio
di sua competenza. Ma non avrebbe più
senso istituire una sovrintendenza specia-
le, dotata di autentica autonomia (perso-
nale compreso), che inglobi in modo si-
stematico di tutti i siti reali borbonici con
le sole eccezioni del palazzo reale di Na-
poli e della reggia di Capodimonte? La
reggia e villa d'Elboeuf (in stato di sconso-
lante rovina) a Portici, la riserva di caccia
degli Astroni, la reggia di Quisisana a Ca-
stellammare di Stabia, la real casina e la
riserva di caccia di Persano (oggi purtrop-
po di competenza militare), il casino del
Fusaro che divenne la casa della Fata Tur-
china nel “Pinocchio” di Comencini: luo-
ghi fiabeschi, luoghi spesso sconosciuti e
abbandonati, luoghi che potrebbero di-
ventare il simbolo di una rinascita cultura-
le, civile ed economica.
*Esperto di relazioni internazionali, giornali-
sta e storico, dottorando di ricerca dell’Isti-
tuto italiano di Scienze umane con uno stu-
dio sulla politica estera di Francia e Italia ne-
gli anni Cinquanta e Sessanta.
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